O nazioni, ascoltate la parola dell'Eterno, e proclamatela alle isole lontane, e dite: "Colui che ha disperso Israele lo raccoglie, e lo custodisce come un pastore il suo gregge".
Geremia 31:10

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Crescete e moltiplicatevi

Un solo paese occidentale e ricco continua a fare figli: Israele. Miracolo della democrazia in guerra

di Giulio Meotti

Sono state sfatate le cassandre del "campo della pace" che prevedevano il sorpasso palestinese grazie alla demo- grafia Dall'Europa all'America, in occidente è in corso un drammatico declino demografico. Resiste solo il Davide israeliano E' una questione religiosa: in America gli ebrei stanno scomparendo per assimilazione, matrimoni misti e poche nascite In Unione sovietica gli ebrei avevano smesso di fare figli. Una volta arrivati in Israele sono tornati a crescere

Israele può vantare molti record. In trent'anni, il suo prodotto interno lordo è aumentato del 900 per cento; la pressione fiscale è scesa dal 45 al 32 per cento; gli aiuti americani erano il dieci per cento del pil, mentre oggi solo l'un per cento; le esportazioni sono aumentate dell'860 per cento; trent'anni fa Israele non aveva fonti indipendenti di energia, mentre oggi il 38 per cento proviene dalle proprie risorse; e se non c'era acqua desalinizzata trent'anni fa, oggi oltre il 40 per cento dell'acqua consumata proviene da impianti di desalinizzazione.
   Un recente studio condotto dall'Economist ha cercato di indovinare dove sarebbe meglio vivere nel 2030. Israele è al ventesimo posto, prima di Regno Unito, Francia, Italia, e Giappone. I tassi di mortalità in Israele sono i secondi più bassi dell'Ocse. E per il Wall Street Journal, Israele è il secondo paese più colto del mondo, dietro il Canada e prima del Giappone. Da anni, gli israeliani sono più felici di quanto non siano la maggior parte delle persone nel mondo occidentale.
   Per la maggior parte degli indicatori sulla qualità della vita, Israele è conforme ai paesi sviluppati: la maternità infantile è bassa e l'aspettativa di vita di 82 anni è la più alta in Asia occidentale. Con gli indicatori di salute tra i primi dieci paesi al mondo, la popolazione presenta alti livelli di istruzione e di reddito in crescente aumento. Ma c'è un record che rende unico questo paese, ed è perfino surreale per lo stato ebraico, uno stato-guarnigione che finisce sui nostri notiziari della sera soltanto per i morti del terrorismo e per le guerre terribili, le maschere antigas, i bunker a prova di missile, gli accoltellamenti, i kamikaze. Quel record è il tasso di fertilità.
 
   Il "campo della pace" in Israele e i suoi sostenitori internazionali hanno utilizzato a lungo questo argomento grezzo ma potente: gli arabi fanno più figli degli ebrei e se non si crea uno stato palestinese indipendente, una bomba a orologeria demografica trasformerà Israele in un apartheid sullo stile dei sudafricani bianchi. Tale prospettiva certamente sembrava reale quando il processo di pace di Oslo ha avuto inizio nel 1990. La fertilità tra gli ebrei israeliani si attestava a una media di 2,6 figli per donna, rispetto a 4,7 tra i musulmani in Israele e a Gerusalemme Est e sei tra i palestinesi a Gaza e Cisgiordania. Yasser Arafat dichiarava orgoglioso che il ventre della donna palestinese è l'arma più potente del suo popolo. La paura demografica ha motivato l'allora primo ministro Ehud Olmert a offrire ai palestinesi metà di Gerusalemme e la quasi totalità della Cisgiordania in cambio di un accordo di pace (fallito) nel 2007. Tutte le concessioni israeliane sono state motivate dalla paura della fecondità araba.
   Eppure, come racconta ora il Wall Street Journal, "negli ultimi dieci anni si è verificata una rivoluzione demografica con conseguenze politiche di lunga durata". In meno di vent'anni, il numero annuo di nascite fra gli ebrei israeliani è salito del 65 per cento, passando dalle 80.400 nascite del 1995 alle 132 mila del 2013. Il tasso di natalità degli ebrei in Israele ha avuto un incredibile balzo in avanti, mentre il tasso di natalità fra gli arabi è molto diminuito. Il tasso di fertilità ebraica in Israele è stato di 3,11 figli per donna nel 2014, l'ultimo anno completo per cui sono disponibili i dati, mentre tra i cittadini arabi di Israele e di Gerusalemme est era solo una tacca più alta a 3,17, secondo le statistiche ufficiali di Israele. I tassi di fertilità palestinesi sono scesi a 3, 7 in Cisgiordania da 5,6 nel 1997 e a 4,5 da 6 nella Striscia di Gaza. La scolarizzazione, la pianificazione familiare e l'occidentalizzazione hanno fatto scendere il tasso demografico degli arabi, mentre lo stesso è cresciuto per gli ebrei israeliani.
   Nei quindici anni dal 1994 al 2009, il numero delle nascite arabe in Israele è rimasto stabile intorno a 39 mila, mentre le nascite di ebrei sono passate da 80 a 120 mila. L'Europa meridionale, dalla Spagna all'Italia, è votata al suicidio demografico con tassi di 1,4 figli per donna. Stesso scenario per l'Europa dell'est, che sta vivendo l'unica perdita di popolazione dalla fine della Seconda guerra mondiale. La Germania è scossa da una guerra silenziosa, una vera e propria "carestia delle nascite". Vanno un po' meglio, con tassi di fertilità attorno a 1,8, Francia e Inghilterra, grazie soltanto al contributo delle comunità islamiche. Vanno male gli Stati Uniti, dove escono libri come "What to Expect When No One's Expecting?" di Johnatan Last, in cui sono spiegate cause e conseguenze dal calo della fertilità americana, un tasso che è attorno all'l,9 soltanto perché i figli della crescente comunità ispanica alzano la media.
   Poi c'è Israele, questo piccolo paese, enclave occidentale conficcata nel cuore del mondo islamico, che è da anni e di gran lunga il paese più demograficamente prolifico tra le economie avanzate del mondo. Gli ebrei israeliani hanno oggi più figli, in media, persino dei prolifici egiziani o libanesi. "Questa è l'unicità di Israele, che non troverete in nessun'altra società in tutto il mondo", ha detto Arnon Soffer, professore presso l'Università di Haifa e uno dei maggiori demografi del paese. Sorprendentemente, questo baby boom sta avendo luogo soprattutto tra gli ebrei laici o moderatamente religiosi.
   Negli ultimi dieci anni, i tassi di fecondità sono diminuiti nella comunità ultraortodossa. A differenza di venti anni fa, quando gli ebrei laici nell'area metropolitana di Tel Aviv potevano avere uno o al massimo due bambini, oggi il loro numero è cresciuto fino a tre o quattro.
   Se i tassi demografici rimarranno inalterati, Israele avrà una popolazione più grande della Polonia nel 2085. Ancora più notevole è che Israele avrà in assoluto più giovani rispetto all'Italia o alla Spagna e un numero pari a quelli della Germania alla fine del secolo, se il tasso di incremento della fertilità rimarrà invariato. Un secolo e mezzo dopo l'Olocausto, cioè, lo stato ebraico avrà più uomini in età di vestire una divisa, e sarà in grado di mettere in campo un esercito di terra più grande di quello della Germania. Il 28 per cento degli israeliani ha meno di 15 anni, e il 10 per cento ne ha più di 65, a fronte di proporzioni europee del 16 per cento per entrambi.
   "La parola 'miracolo' in ebraico non possiede alcuna connotazione di soprannaturale" ha scritto il famoso rabbino J. B. Soloveitchik. "Miracolo descrive solo un evento straordinario che provoca stupore". Definizione che andrebbe usata per spiegare questa unicità di Israele, l'unico paese industrializzato, moderno e occidentale che ha tassi demografici che l'Europa non conosce più da mezzo secolo. Solo gli Stati Uniti, ma di gran lunga sotto, sono tra le nazioni industriali del mondo con un tasso di fertilità intorno al livello di sostituzione di due; Europa e Asia orientale sono diretti verso un apocalittico calo della popolazione con un tasso di fertilità di appena 1,5 figli per donna.
   Le donne israeliane, al contrario, hanno tre figli in media; le donne ebree non ortodosse hanno una media di 2,6 figli. Che la fertilità eccezionale di Israele nasca dalla religione, piuttosto che dall'etnicità, è facilmente spiegato dall'enorme contrasto tra tassi di natalità ebrei ortodossi e laici negli Stati Uniti. Da nessuna parte il divario di fertilità tra religiosi e non religiosi è più estremo che tra gli ebrei americani. Come gruppo, gli ebrei americani mostrano la fertilità più bassa di qualsiasi gruppo etnico del paese. Alan Dershowitz, il giurista ebreo di Harvard, ha non a caso intitolato un suo libro "The Vanishing American Jew". L'ebreo americano in via di estinzione.
   Due terzi degli ebrei americani non appartiene a una sinagoga, un quarto non crede in Dio e un terzo ha un albero di Natale in casa durante le feste. Anche l'ex rabbino capo del Regno Unito, Jonathan Sacks, ci ha scritto un libro, dal titolo emblematico: "Avremo ancora nipotini ebrei?". Gli ebrei potrebbero sparire, assimilati dai non ebrei. La domanda posta da Sacks è terrificante:
   "Riuscirà l'assimilazione a ottenere ciò che a Hitler non riuscì?". Invece della Shoah, la dissoluzione. Anche il premio Pulitzer Charles Krauthammer, l'editorialista ebreo più rispettato e influente d'America, ha commentato i dati. "Come fa una comunità a decimarsi nelle condizioni benigne degli Stati Uniti? Facile: bassa fertilità e matrimoni misti. In tre generazioni, la popolazione sarà dimezzata. Negli Stati Uniti oggi gli ebrei si sposano più con i cristiani che con altri ebrei".
   Qualcosa di simile era successo in Unione sovietica, dove gli ebrei, aggrediti da decenni di ateismo di stato comunista, avevano un tasso di fertilità di appena 0,8 figli per donna. Sarebbero scomparsi nel giro di poche generazioni. Oggi l'aumento della fertilità per gli ebrei di Israele si deve non soltanto agli "yuppie di Tel Aviv", ma anche proprio agli immigrati dall'ex Unione sovietica. In Russia gli ebrei avevano uno dei tassi di natalità più bassi al mondo, ma quando gli ex ebrei sovietici sono arrivati in Israele, i loro figli hanno subito assunto le abitudini demografiche israeliane. Rispetto a Israele, crollano anche le nascite nel suo arcinemico: la Repubblica islamica dell'Iran. I dati di 49 paesi a maggioranza musulmana ci dicono che dagli anni Ottanta ai primi dieci anni del Duemila, la natalità è calata del 41 per cento. L'Iran è sceso del 70 per cento, uno dei declini più rapidi che si sia mai visto nella storia. Mai le donne iraniane avevano partorito due figli per coppia, la media era sempre stata di cinque. Alla fine del secolo, la popolazione iraniana sarà diminuita del cinquanta per cento.
   A fronte della passione israeliana per i bambini, legata al trauma della Shoah, al permanente stato di guerra, alla tradizione religiosa di un piccolo popolo da sempre sotto assedio e che vuole diventare più numeroso, più forte. Un popolo, gli israeliani, che sembra amare la vita e odiare la morte più di qualsiasi altro al mondo. Compresi non soltanto i mortiferi vicini di casa, ma anche i libertini occidentali.

(Il Foglio, 30 luglio 2016)


Alta tecnologia in Israele: l'identificazione facciale delle persone dalle foto

di Maria Grazia Roversi

 
Israele è da sempre molto avanzato dal punto di vista della tecnologia; Faception è quella tecnologia che permette di risalire alla identificazione di una persona a partire da una foto. Faception permette di "profilare" la personalità di un soggetto partendo da un sistema di riconoscimento facciale sviluppato da Israele; una tecnica pionieristica.
La tecnologia Faception funziona in questo modo: basta caricare dal Pc la foto di una persona, che viene poi analizzata da algoritmi messi a punto dalla Computer Visione e Machine Learning. Un grande database di informazioni permette alla macchina di rilevare i tratti della personalità che emergono dalla foto. Ad esempio la macchina ha permesso finora di ricostruire ben quindici profili di identità fra cui quello del genio, del professore universitario, del promoter, del giocatore di bingo.
La personalità si trasmette sul viso? Evidentemente sì, per mezzo di segni che Faception riesce a cogliere e che quindi accosta a determinare tipologie di persone. Il tasso di precisione con cui Faception ha individuato dei giocatori di poker partendo solo dai tratti somatici è del 93%, almeno 25 giocatori su 27.
La tecnologia israeliana potrebbe aiutare nel settore della sicurezza, ma anche nel settore della comunicazione, del marketing, e servizi finanziari. "Il sistema fornisce un'accuratezza senza precedenti " hanno sostenuto i responsabili.

(Wegeek.net, 29 luglio 2016)


Netanyahu: la pace Israele-Egitto è 'ancora di stabilità' per il Medio Oriente

Salutiamo gli sforzi di pace del presidente al-Sisi

GERUSALEMME - Quarant'anni dopo la sua firma ''il trattato di pace fra Israele e Egitto rappresenta un'ancora di stabilità per il Medio Oriente'': la ha affermato il premier israeliano Benyamin Netanyahu partecipando ieri ad un ricevimento offerto dall'ambasciatore dell'Egitto Hazem Kahirat in occasione della Festa nazionale del suo Paese. ''Salutiamo gli sforzi del presidente al-Sisi per far avanzare la pace e per includere altri Stati arabi nel tentativo di raggiungere una pace allargata a tutti i popoli del Medio Oriente''
Netanyahu ha anche rilevato che millenni fa il popolo egiziano e quello ebraico diedero entrambi contributi molto rilevanti alla cultura mondiale, una cultura che - ha osservato - gruppi terroristici cercano oggi di distruggere. ''Dobbiamo lavorare assieme contro il terrorismo e lavorare assieme per la pace'', ha concluso il premier.

(ANSAmed, 29 luglio 2016)

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Israele e i sui rapporti con l'Egitto

GERUSALEMME - Tra gli argomenti che potrebbero spingere il governo del Cairo ad avvicinarsi a Gerusalemme vi sono le preoccupazioni relative alla costruzione della Diga della rinascita che l'Etiopia sta costruendo un affluente del Nilo. Un secondo aspetto che mette in evidenza l'analisi del quotidiano israeliano è l'interesse del Cairo nei confronti del recente accordo per la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Turchia ed Israele, soprattutto per quanto la clausola che permette che Ankara diventi un importante fornitore di beni di consumo e materiali da costruzione a Gaza.

(Agenzia Nova, 30 luglio 2016)


Da Qatar, Turchia e Arabia Saudita un flusso di denaro per l'Islam italiano

La Charity dell'emirato investe in grandi progetti ma anche in centri culturali minori

di Alessandra Coppola e Giuseppe Alberto Falci

In Italia come in Francia, senza finanziamenti dall'estero - leggi: dai Paesi del Golfo - non si costruiscono moschee. O quanto meno non si avviano progetti ambiziosi. Perché le bonifiche, le ristrutturazioni, i cantieri richiedono fondi ingenti e le donazioni dei fedeli al venerdì in genere non bastano a coprire le spese.
La prima grande moschea in Italia, disegnata nel 1984 e inaugurata a Roma nel '95, fu edificata grazie all'investimento economico della famiglia reale saudita, e ancora oggi si regge sul contributo di Riad. Da allora, per le complicazioni burocratiche e, a monte, per la mancanza di un «concordato» con l'Islam italiano, le moschee ufficiali sono soltanto sette, compresa quella di Segrate, alle porte di Milano, che nasce in realtà come cappella adiacente al cimitero. Una cifra irrisoria a fronte di una comunità di fedeli arrivati ormai a un milione e settecentomila (fonte Ismu). Al tempo stesso, per rispondere alle richieste dei praticanti musulmani, il territorio è disseminato di «centri di cultura» facenti funzione di luogo di culto. Alcuni ampi e accoglienti, moltissimi «di risulta», negli scantinati, nei magazzini e nei garage. Se ne stimano - ma è impossibile una mappa precisa - circa 8oo.
Ufficiali o ufficiose, da dove arrivano i soldi? Protagonista assoluta dei più recenti investimenti in moschee in Italia (ma anche altrove in Europa) è la Qatar Charity. Formalmente un'organizzazione non governativa, di fatto chiara emanazione dell'emirato. Secondo alcune stime, si parlerebbe di cifre attorno ai 6 milioni di euro l'anno. Grazie al contributo dell'ente, sono state costruite le moschee di Ravenna e di Colle Val d'Elsa, nel Senese. E nel sostegno della Charity speravano anche i musulmani milanesi che avevano fatto progetti sull'area dell'ex Palasharp, prima del fallimento del bando comunale. Appena oltre confine, a Fiume, è stato lo stesso emiro a inaugurare, nel 2012, una grande struttura su tre piani da 7,4 milioni di euro.
Da informazioni del Corriere, però, la Qatar Charity sta acquisendo lungo la penisola diversi immobili da destinare a «moschee di fatto», per aiutare la comunità nell'attesa della costruzione di luoghi di culto ufficiali. In molti casi non si tratta di progetti completamente finanziati dall'ong dell'emirato, ma di una quota che si somma all'investimento dei fedeli. Che resta ancora la principale fonte di finanziamento.
«La nostra prospettiva è l'autosufficienza», spiega Davide Piccardo, portavoce del Cairo, il Coordinamento delle associazioni islamiche milanesi. La speranza è anche aver accesso a fondi pubblici un giorno, «alla luce del fatto che i cittadini musulmani pagano le tasse come i fedeli delle altre confessioni».
Qualcuno, anche tra i politici italiani, ha lanciato l'ipotesi di coinvolgere le associazioni islamiche nella distribuzione dell'8 per mille (ma resta, a monte, l'impossibilità di avere un rappresentante unico dei musulmani che sigli un'intesa con lo Stato).
Oltre che da Qatar e Arabia Saudita, i contributi all'Islam italiano arrivano da Paesi dell'area come il Kuwait. E anche dalla Turchia, che ha una tradizione di investimenti in centri islamici tra le comunità emigrate all'estero. Con il marchio del governo Erdogan ma anche con il sostegno del «rivale» Fethullah Gillen.
In totale si parla di decine di milioni di euro. Che, però, sono tracciabili: a preoccupare non sono i grandi flussi di denaro provenienti dalle megafondazioni del Golfo, spiega al Corriere il vicepresidente del Copasir, Giuseppe Esposito. L'attenzione «oggi è concentrata sui piccoli finanziatori dietro cui si possono nascondere cellule terroristiche e soprattutto sul denaro in uscita dal nostro Paese: ogni settimana ci sono decine di milioni di operazioni in uscita». Quello che è importante intercettare, allora, è un altro flusso. Ragion per cui dal primo agosto la Guardia di Finanza renderà operativa una nuova divisione del secondo reparto che si chiamerà: «Gruppo di investigazione finanziamento al terrorismo». Meno visibile e più pericoloso.

(Corriere della Sera, 30 luglio 2016)


Il doppio standard di Mosca con Israele

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l'Académie des Sciences de l'Institut de France, fa l'analisi della situazione in Medio Oriente.

di Giancarlo Elia Valori

Dal 25 luglio scorso, l'Esercito Arabo Siriano di Bashar el Assad ha martellato con la sua artiglieria, spesso sostenuta logisticamente dai russi, il fronte israeliano della alture del Golan.
   L'obiettivo è, evidentemente, quello di provocare una risposta dello Stato Ebraico e di far entrare direttamente in guerra, quindi, proprio Gerusalemme nel quadrante siriano.
   Un suicidio inutile per Israele, un ritorno delle vecchie e ormai inutili linee della guerra fredda nel Medio Oriente. Ciò significherebbe peraltro l'inizio di una pressione sul fronte sud, verso il Golan appunto, da parte sia di Hezbollah, ormai ritiratosi verso il confine tra Libano, Siria e Israele, che delle FF.AA. iraniane e dei loro "volontari". La direzione, per tutti, sarebbe quella verso il confine Nord israeliano, mentre la Russia sosterrebbe, con ogni evidenza, questa operazione unificata contro Gerusalemme.
   Per Mosca, la guerra in Siria è stata il grande catalizzatore di una sua nuova alleanza egemonica in Medio Oriente, non una posizione nuova nei confronti dello Stato Ebraico, visto ancora come "dente" degli USA in quel quadrante.
   Certamente, il centro del problema, per tutti, è la dichiarazione di Netanyahu che le alture del Golan saranno comunque escluse da ogni futura trattativa sulla Siria. Ma la Russia vuole rimanere, sulla questione delle Alture, ancora il punto di riferimento di Egitto, Iran e di tanti altri "non allineati" che temono un legame troppo forte tra la Russia e Israele.
   Mosca giocherà a favore di Israele solo fino al punto di non creare nuove tensioni con il suo "fronte dei non allineati". Ma cosa vogliono davvero le grandi potenze globali e quelle regionali dopo la cessazione delle ostilità in Siria?
   Gli Usa desiderano, soprattutto, la definizione di un "corridoio curdo" da Iskanderun ad Orumyel e, a sud, da Mosul fin quasi ai confini della Georgia. Sarebbe un'area dove stazionerebbero permanentemente le forze Nato. Con o senza partecipazione turca.
   L'area intorno a Israele, fino a Nord verso, e oltre, le Alture del Golan, compresa una parte del territorio della provincia di Damasco, sarebbe poi la zona controllata indirettamente o meno dallo Stato Ebraico, dagli USA e, ancora, dalla Nato.
   La Turchia, anche dopo il controgolpe di Erdogan, non può non accettare il "corridoio curdo" ma non a spese del confine sud di Ankara. Senza questa accettazione, Ankara rimane senza il sostegno Usa, l'unico disponibile in Occidente e l'unico a garantire l'estraneità della Turchia all'egemonia russa nell'area. Senza poi dimenticare il sostegno turco a Jabhat al Nusra, la frazione siriana di Al qaeda recentemente separatasi dalla "casa madre" nell'area di Aleppo, all'Isis e al jihad turkmeno.
   È lo strumento per fare una guerra non dichiarata ai russi e ai siriani, che Ankara rimetterebbe subito in piedi se il "corridoio curdo" non venisse controllato dalle forze NATO.
   Niente vieta che, però, in seguito alla frammentazione della Siria in zone di influenza, l'Alleanza Atlantica non si decida a frazionare la stessa Turchia nella sua componente anatolica e in quella costiera. Ci sono piani a Mons che riguardano questa ipotesi, che non deve essere affatto scartata.
   Peraltro, molti analisti segnalano il forte favore con il quale, nel "nuovo" esercito turco uscito dalla purghe del golpe, i soldati vedono i jihadisti. Se la strategia israeliana attuale riesce, Gerusalemme potrebbe difendere ai lati le alture del Golan, deviare verso la valle della Bekaa i jihadisti sunniti diretti contro Hezbollah, infine controllare meglio la dislocazione delle forze di Bashar el Assad verso il confine siriano con Israele.
   Teheran, peraltro, ha come obiettivo primario nell'area quello di mantenere integro al massimo lo stato alawita siriano degli Assad, antemurale necessario contro la Turchia sunnita e inevitabile protezione nei confronti di una penetrazione da parte del jihad sunnita dei suoi confini occidentali. La Russia, poi, cosa può volere dopo la fine delle operazioni in Siria?
   Vediamo allora le opportunità strategiche di Mosca.
   O al Cremlino vogliono una Siria piccola, che difenda soprattutto i porti russi sul Mediterraneo, oppure la Russia desidera una Siria un po' più grande, con Damasco, Homs, Aleppo e Hama, tanto grande da fare da antemurale alla Turchia, coprire l'Iran ma insufficiente a difendersi da sola.
   Oppure, Mosca potrebbe anche desiderare il ritorno della Grande Siria del pre-2011, ma questo implicherebbe uno sforzo militare e strategico russo elevatissimo e, probabilmente, non corrispondente al proprio obiettivo strategico primario.
   Che è quello di isolare la Nato nel Mediterraneo e impedire all'Alleanza una presenza di terra significativa. Si può perfino pensare che Mosca accetti la "linea" approvata alla Conferenza "Ginevra Tre", con una Grande Siria ma priva di Bashar el Assad, ma sempre con una forte presenza alawita a garanzia degli interessi mediterranei russi.
   Per ora, comunque, il pericolo vero, per Israele, non viene dall'Isis-Daesh, che non ha punti di contatto con lo Stato Ebraico, ma da Hezbollah, che può già diventare una minaccia seria sulle Alture del Golan ed è, peraltro, un asset terrestre irrinunciabile per i russi, che operano in gran parte solo dal cielo e battono in particolare le postazioni dei "ribelli" anti-Assad.
   Se la Siria permane forte e negli stessi confini attuali, essa diventerà il dente strategico dell'Iran contro l'Arabia Saudita e lo Stato di Israele, e Mosca potrà fare ben poco per fermare questa nuova configurazione geopolitica.
   Gli interessi che legano la Russia a Teheran sono ben più forti e stabili di quelli che hanno finora legato Mosca a Gerusalemme. Per la Russia, l'Iran è la necessaria linea di continuità verso tutta l'Asia centrale, il punto di collaborazione energetica con la Cina, l'antemurale strategico contro le insorgenze a sud e a est nel Grande Medio Oriente.
   Per Mosca, Israele è invece un partner economico, un elemento di stabilità nell'area, un futuro produttore di gas naturale ma, anche, un limite al progetto russo di riunificazione di tutte le istante antijihadiste contrarie all'egemonia saudita, letta come il punto di forza della presenza USA in quel quadrante. Mosca vuole un Mediterraneo orientale libero appunto dalla presenza della NATO, da Nord a Sud, e non legge ancora Israele come un attore strategico del tutto autonomo rispetto a Washington. Mosca vuole "vedere", per usare il gergo del poker, la distanza effettiva tra Gerusalemme e Washington.
   Quindi, per Israele si aprono ora due possibilità geopolitiche: o una alleanza tacita con l'Arabia Saudita e la Turchia, sotto l'egida degli USA, con ciò chiudendo la finestra di opportunità per una collaborazione strategica con Mosca. Oppure si tratta di accordarsi con la Russia per una Siria senza Bashar e più piccola, garantendo gli interessi strategici di Mosca sul Mediterraneo e verso la Turchia.
   Tutto passa però, oggi, da Aleppo, in gran parte riconquistata da Assad e dalle forze russe. Se la città viene ripresa stabilmente dalla coalizione iraniano-russo-siriana, la Turchia, pur riavvicinatasi a Mosca recentemente, non avrà più possibilità logistica e strategica per sostenere le forze anti-Assad, che passa appunto da Aleppo; e perderà anche il suo leverage a sud, verso il "corridoio curdo".
   La Turchia, peraltro, ha già inviato truppe in Iraq, richiedendo parte del territorio di quello stato ormai fallito, mentre Ankara non può permettersi, oggi, uno scontro con l'Iran per la Siria né, tantomeno, una forte tensione con la Russia, che fornisce alla Turchia il 55% del suo consumo di gas, ancora sotto embargo. Se quindi Ankara potrà accordarsi con Mosca e anche con Israele per una sua presenza anti-Assad in Siria, senza il timore di una guerra conclamata tra la Russia e la NATO, allora la Nuova Siria potrebbe restringersi ad una striscia di terreno tra Turchia e Iran, garantita da Mosca e fortemente condizionata da Israele sul suo fronte sud.
   E Israele, cosa che Mosca non vuole, potrebbe ampliare la sua zona di sicurezza nel Golan, creando quindi reazioni siriane verso la Russia e innescando l'arrivo in forze di materiale bellico per una operazione da Nord contro Israele. Il Golan è il simbolo dei "non allineati", Mosca non può dimenticarlo troppo facilmente. Tutto il sistema siriano è allora una equazione con troppe incognite da risolvere, che Gerusalemme fa molto bene a congelare, in vista della soluzione della tensione curda e siriana.

(BergamoNews, 30 luglio 2016)


L'Università di Tel Aviv e la missione Juno

 
La Prof.ssa Ravit Helled del Dipartimento di Geoscienze presso l'Università di Tel Aviv ha svolto un ruolo importante nel progetto internazionale della NASA che ha avuto il suo culmine in orbita il 4 luglio con il lancio della sonda Juno su Giove, il pianeta più grande del nostro sistema solare, che andrà a rivoluzionare la comprensione della formazione dell'universo.
Dopo un viaggio di 5 anni nello spazio su una distanza di 2,7 miliardi di chilometri, il satellite Juno è recentemente entrato nell'orbita attorno a Giove.
Queste le parole della Prof.ssa Helled:
È davvero emozionante ed eccitante! È bello vedere che il pubblico sia interessato, ci auguriamo che possa incoraggiare i giovani a diventare scienziati.
Juno farà il giro attorno a Giove 37 volte in 20 mesi. La ricerca della Prof.ssa Helled si concentrerà sulla struttura interna di Giove e sulla sua formazione interna.
Giove è un pianeta misterioso. È enorme, non ha alcuna superficie solida, è attraversato da forti venti e campi magnetici e non sappiamo esattamente di cosa sia fatto.
Il pianeta è stato precedentemente sorvolato da altri veicoli spaziali, ma nessuno di essi era dotato di strumenti altamente tecnologici che invece sono a bordo di Juno e che permetteranno di offrire una panoramica sulle sue origini, sulla sua atmosfera e magnetosfera.
La JunoCam può fare degli interessanti zoom sul pianeta Giove e, secondo la NASA, svelerà i segreti del pianeta gigante: ha un nucleo solido? Che cosa c'è sotto le sue dense nuvole? Quanta acqua c'è nell'atmosfera? Quale è la profondità della sua gigante macchia rossa?
La Prof.ssa Helled spiega che Juno è stato appena messo in orbita, per cui ci varranno alcune settimane per ottenere i primi risultati.
Non vedo l'ora di ricevere informazioni sul suo campo gravitazionale, che potranno essere utilizzate per descrivere la sua composizione; Voglio sapere se Giove ha un nucleo e capire meglio la formazione dei pianeti giganti.
Giove, il primo pianeta a essersi formato nel nostro sistema solare, possiede indizi essenziali sul modo in cui si è creato e formato. La missione Juno aiuterà gli scienziati a capire i sistemi planetari nelle altre parti dell'universo.
Anche se Juno è una missione della NASA, essa è composta da scienziati provenienti da tutto il mondo ed è stato incredibile prenderne parte.
La missione Juno si concluderà il 20 febbraio 2018 ed il satellite dovrebbe schiantarsi su Giove.

(SiliconWadi, 29 luglio 2016)


Napoli - Quelle antiche testimonianze finalmente in mostra

di Claudia Campagnano

 
NAPOLI - Accantonati per lungo tempo nei depositi del Museo Archeologico più importante d'Italia, trovano finalmente collocazione permanente alcune delle più interessanti e antiche testimonianze del giudaismo in Campania. La nuova sala "Dall'Oriente" è solo una piccola ma significativa parte del progetto "Egitto Pompei", nato dalla collaborazione tra il Museo Egizio di Torino, la Soprintendenza di Pompei e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che culminerà 1'8 ottobre con la riapertura in un nuovo allestimento della Collezione Egizia e della Sezione Epigrafica del Museo napoletano. La nuova sala, il cui allestimento è stato curato da Valeria Sampaolo con la consulenza di Giancarlo Lacerenza per i materiali giudaici e aramaico-nabatei, si propone di presentare accanto alle straordinarie testimonianze del culto isiaco in Campania, documenti inediti o poco noti sulle altre religioni e presenze orientali con cui il mondo romano venne a contatto.
   Nella nuova esposizione, le testimonianze giudaiche, mai esposte al pubblico in precedenza, consistono di una decina di epigrafi e due lucerne.
   Il più antico dei testi esposti è il graffito latino Sodom(a) Gomor(ra), rinvenuto a Pompei agli inizi del '900: staccato e a lungo conservato nei depositi del Museo, il graffito, oggi appena leggibile, suggerisce che qualcuno, rammentando il destino delle due città sul Mar Morto, passando da Pompei dopo l'eruzione, forse in uno dei numerosi tentativi di recuperare oggetti dalle case distrutte, abbia citato il passo biblico fornendo allo stesso tempo un giudizio sull'accaduto. Forse un ebreo, in ogni caso qualcuno che doveva conoscere la storia delle due città annientate dalla furia divina a causa dei loro peccati. Oltre a questo graffito sono esposte, anche queste per la prima volta, alcune iscrizioni giudaiche, da Napoli e da Roma, scelte fra quelle ancora custodite nei depositi. Le epigrafi di Napoli, ritrovate in un sepolcreto lontano dal centro cittadino, nella zona dell'Arenaccia, confermano la testimonianza di Procopio di Cesarea che in epoca bizantina (Procopio si riferisce all'anno 536 e.v.) la presenza giudaica fosse già da tempo affermata e integrata nella società locale. Le epigrafi sono in latino e presentano una struttura simile agli epitaffi cristiani, ma i simboli delle menorot, degli ethroghim, dei lulavim, nonché i nomi in caratteri ebraici e alcune scritte in ebraico quali shalom e amen, ne indicano inequivocabilmente l'appartenenza giudaica. In alcuni testi, come l'epitaffio di Numerius o di Criscentia, la parola "ebreo/ebrea" è esplicita e si distingue da quella "giudeo" più spesso utilizzata. Una sola iscrizione in greco, senza alcuna simbologia, ricorda Beniamino da Cesarea, una personalità di riguardo e proveniente dalla Giudea. In un'altra epigrafe si accenna a un cittadino della Mauritania, in Nordafrica. Esposta anche quella che sembra essere la più antica attestazione in Occidente (IV o V secolo e.v. circa) della parola "rabbi": si tratta di un'epigrafe rinvenuta a Brusciano, nel nolano, in cui si fa riferimento all"'onorato Rebbi Abba Mari". L'epigrafe è corredata da un lulav e uno shofar stilizzati.
   Altre due epigrafi esposte invece non sono campane, ma provengono dalle Catacombe di Monteverde a Roma. Esse entrarono a far parte della collezione del cardinale Stefano Borgia e passarono poi nella collezione partenopea. Sono un po' precedenti a quelle campane, e molto particolari per la documentazione figurativa. La prima è caratterizzata da un Aron ha-qodesh aperto con all'interno visibili sei rotoli della Torah; la seconda, in greco, ricorda una Flavia Antonina e ha raffigurati simboli quali la menorah, il lulav, l'ethrog e lo shofar. Di provenienza incerta e datate tra il IV e il VI secolo e.v. sono due lucerne con menorah e lulavim stilizzati, anch'esse mai esposte in precedenza.
   In conclusione, il nuovo spazio "orientale" del Museo Archeologico Nazionale di Napoli offre finalmente l'occasione di vedere direttamente alcune delle più antiche testimonianze sulla diffusione dell'ebraismo a Napoli e in Campania, e chiude il cerchio espositivo della nostra storia iniziato nel 2014 con le mostre sui 150 anni della Comunità ebraica di Napoli.

(Italia Ebraica, agosto 2016)


Alla Cinemateque di Gerusalemme mostra dedicata al talento del mondo degli autistici

Una mostra d'arte che presenta dipinti di 11 giovani artisti provenienti da un villaggio per le persone con autismo (ASD) e disturbi della comunicazione, avrà luogo dal 1o al 31 agosto presso la Cinemateque di Gerusalemme ubicata in Hebron Road 11.
La cerimonia di inaugurazione della mostra avrà luogo Lunedì I agosto alle ore 8:00. La mostra sarà aperta al pubblico fino al 31 agosto 2016.
Shimon Village è una casa famiglia per 24 persone affette da autismo di età compresa tra i 20 e i 37 anni.
Il villaggio fu fondato nel 1995 da un'organizzazione non-profit ed è gestito da volontari con esperienze professionali. La casa famiglia è stata fondata e gestita per 16 anni dalla signora Shoshana Bayer e negli gli ultimi 5 anni la gestione è stata svolta dalla Ilan Blum. Il presidente, Moshe Palves, è un terapeuta clinico che lavora a stretto contatto con il villaggio.
L'idea fondamentale della convivenza in questo villaggio è quella che ogni persona ha una indole speciale, talenti unici e abilità promettenti che sono solo in attesa di essere scoperti e sviluppati nell'ambiente più consono.
Ogni residente si trova nelle condizioni migliori per sviluppare i propri talenti speciali e le proprie abilità, essendo circondato da un ambiente amorevole e sensibile, avendo sviluppato soprattutto un grande senso di appartenenza.
Ogni persona della piccola comunità lavora dalle 4 alle 6 ore al giorno producendo una grande varietà di manufatti, partendo dalla materia prima ed arrivando fino al prodotto finito, di grande valore estetico.
Alla realizzazione degli oggetti artistici partecipano laboratori di carpenteria, lavorazione della lana, e ancora laboratori di pittura, ceramica, musica.
Questa vasta gamma di attività e opportunità di apprendimento contribuiscono ad accresce le capacità intellettuali e sensuali di questi potenziali artisti esponendoli a una eccezionale varietà di stimoli.
La filosofia educativa del villaggio si riflette anche nei dintorni del villaggio stesso che appare ben curato e circondato da pittoreschi, splendidi ed ampi campi aperti (2,5 acri).
Per vivere la indimenticabile emozione di una straordinaria vacanza in Israele in occasione di questo o di altri eventi, per organizzare un viaggio attraverso eccezionali offerte visita: citiesbreak.com, go.goisrael.it

(Faro di Roma, 29 luglio 2016)

Senatori Usa premono per aggiungere 320 miliardi di dollari alla difesa missilistica Israele

GERUSALEMME - Un gruppo bipartisan di senatori statunitensi che include il candidato alla vicepresidenza di Hillary Clinton, Tim Kaine, chiede al Congresso di aggiungere 320 milioni di dollari per la difesa missilistica israeliana alla versione del disegno di legge in Senato sugli stanziamenti per la difesa. In una lettera ai presidenti delle commissioni Forze armate 36 senatori sono d'accordo ad aumentare la cooperazione con Israele. "In mezzo a crescenti minacce di razzi e missili in Medio Oriente, è prudente per gli Stati Uniti e Israele avanzare e accelerare la cooperazione bilaterale in materia di tecnologie di difesa missilistica", si legge nel testo. L'aumento proposto del National defense authorization act 2017 comprenderebbe tre programmi di difesa missilistica Stati Uniti-Israele e altri acquisti dei sistemi Iron Dome. Lo scorso 22 giugno, il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha dichiarato che le trattative tra Gerusalemme e Washington sui fondi statunitensi da destinare alla difesa israeliana potrebbero concludersi a novembre. "Abbiamo bisogno di un buon accordo entro un tempo ragionevole e non vedo alcuna contraddizione tra i due (governi). Credo che possiamo raggiungere un accordo entro novembre", ha detto Lieberman in riferimento ai negoziati in corso per la stesura di un nuovo memorandum d'intesa della durata di dieci anni per i fondi statunitensi destinati al programma di difesa missilistica israeliano. "C'è un accordo sulla maggior parte delle questioni. Le controparti stanno cercando di migliorare le proprie posizioni sui negoziati", ha dichiarato il ministro Lieberman.
  Nelle settimane precedenti il consigliere per la sicurezza nazionale israeliano, il generale Yaakov Nagel, ha riferito che le divergenze tra Gerusalemme e Washington sono "ancora vaste" perché "gli Usa offrono meno di quello che vuole Israele". Nagel ha precisato che Israele ha chiesto agli Usa una cifra compresa tra i 40 e i 50 miliardi di dollari in dieci anni, mentre la controparte ne offre 34-37 miliardi di dollari. Infine, Il consigliere per la sicurezza nazionale ha sottolineato la volontà del premier Benjamin Netanyahu di concludere l'accordo entro la fine del mandato del presidente statunitense Barack Obama, ma "non a qualsiasi prezzo". Il 14 giugno la Casa Bianca ha annunciato la totale opposizione a una proposta del Congresso di aumentare di 455 milioni di dollari i fondi destinati dal bilancio di previsione della Difesa Usa per il 2017 al programma di difesa missilistica di Israele. Un comunicato pubblicato dall'Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca ribadisce che l'amministrazione presidenziale è "contraria all'aggiunta di 455 milioni di dollari da destinare alle acquisizioni e ai programmi di cooperazione allo sviluppo per la difesa missilistica israeliana nel 2017". Lo scorso mese di maggio, la commissione per gli stanziamenti del Senato ha suggerito di allocare 600 milioni di dollari per l'anno fiscale 2017, che rappresenterebbe un incremento di 113 milioni rispetto ai fondi destinati lo scorso anno. Le indicazioni del Senato superano di 454 milioni di dollari la cifra prospettata dal presidente statunitense Barack Obama.
  Precedentemente anche l'American Israel public affairs committee (Aipac), un gruppo di pressione statunitense noto per il forte sostegno allo Stato di Israele, ha manifestato la sua "profonda disapprovazione" per l'opposizione della Casa Bianca all'aumento di 455 milioni di dollari di fondi per il programma di difesa missilistica israeliano. L'Aipac ha sottolineato "l'importanza dei finanziamenti statunitensi nel settore della Difesa", soprattutto alla luce delle tensioni regionali. "I programmi di cooperazione, che includono i progetti Iron Dome, Arrow e David's Sling, sono critici per la Difesa israeliana per contrastare una crescente varietà di minacce missilistiche e danno un importante contributo ai programmi di difesa missilistica statunitensi", si legge nel comunicato dell'Aipac.

(Agenzia Nova, 29 luglio 2016)


Quell'odio ha radici religiose'. L'esperto: Europa, apri gli occhi"

Lo psicanalista Meghnagi: la jihad vagheggia la purezza islamica

di Cristiano Bendin

 
David Meghnagi
«Non ci sono dubbi che, alla base di certi atti criminosi, possano esserci turbe psichiche irrisolte ma questo è solo un elemento del problema che non autorizza a ridurre fenomeni di portata storica a considerazioni di ordine meramente psicologico. In altri contesti e ambiti, chi ha problemi psichici irrisolti raramente commette atti come questi». David Meghnagi, psicoanalista, direttore del laboratorio di psicologia clinica e docente di psicologia della religione all'Università Roma Tre, non crede alla vulgata secondo cui i terroristi che hanno colpito negli ultimi giorni siano «solo dei malati psichici» o «schegge impazzite».

- Professore, sulla base di quali considerazioni si sente di escluderlo?
  «Il terrorismo di matrice islamico-jihadista ha dei fondamenti perversi che si richiamano esplicitamente a categorie di natura teologica. E una ideologia che viene da lontano e che demonizza l'Occidente e la democrazia, e che identifica gli ebrei con il male. E' una visione del mondo che attualizza, assolutizzandola, la polemica antiebraica presente in importanti Sure del Corano, a discapito di altre più tolleranti, e che ha come scopo il ritorno del mondo islamico a una purezza 'incontaminata'. Si tratta di una guerra che, dall'interno del mondo islamico, dove ha procurato centinaia di migliaia di vittime, dilaga ora in Occidente, mettendo a rischio le basi della convivenza su cui poggia la nostra civiltà».

- Una sorta di odio teologico?
  «Sì. Un odio che demonizza gli ebrei, che guarda a Israele come a un nuovo Satana, che fa sua — islamizzandola — la falsa leggenda del complotto dei Savi di Sion (vedi lo Statuto di Hamas), che converte i cristiani a forza e vende le donne come schiave. Una catastrofe per l'intera civiltà islamica, un pericolo per la convivenza tra fedi e culture in Occidente. Se tutto questo fatto non viene messo bene a fuoco, il rischio è di una deriva dalle conseguenze devastanti».

- Perché questa insistenza sul disagio psichico allora?
  «Il primo motivo è la paura di provocare, in una popolazione già impaurita, una spirale di terrore e di sospetto verso chiunque sia percepito come un possibile pericolo. Dall'altro c'è la difficoltà di prendere coscienza che, di colpo, il tema religioso possa costituire, come già avvenuto nel '500 e nel '600, un elemento di conflitto devastante. L'aspetto paradossale di questo processo è che mentre in Europa si vive, almeno ufficialmente, come se il terrorismo jhadista non avesse alcuna valenza di natura religiosa, nel mondo arabo e islamico a nessuno verrebbe in mente di negarlo».

- Può spiegarsi meglio?
  «L'Europa non è psicologicamente e culturalmente preparata a un fatto inquietante, che rischia di farci sprofondare indietro di secoli, quando la guerra di religione era un elemento costitutivo della realtà quotidiana, con cattolici e protestanti che si scannavano e gli eserciti islamici erano arrivati alle porte di Vienna».

- L'Europa laica pensava che con la fermata dei musulmani a Vienna nel 1683 questo ciclo fosse finito e invece non è così?
  «Per un europeo di formazione laica è quasi impensabile pensare che per motivi religiosi ci si possa uccidere. Scoprire che non è più così, non in un paese lontano, ma nella vita di tutti i giorni, nel cuore delle nostre metropoli, è fonte di smarrimento. Da qui la tendenza a chiamare il problema con altri nomi più rassicuranti».

- La visione jihadista è un sorta di riconquista?
  «Nella mentalità jihadista tutte le terre che un tempo sono appartenute al Dar al-Islam' (letteralmente la casa dell'Islam) devono tornare islamiche».

- Non può essere che l'Isis apponga ex post il suo marchio ad azioni criminose compiute da pazzi?
  «Certo. Ma il problema è che questo richiamo funziona, e che le menti folli non operano nel vuoto ma all'interno di una vasta zona grigia di complicità e di tolleranza. Inoltre c'è un effetto emulazione. Ma questo non deve farci perdere di vista la sfida culturale e religiosa sottesa a questo nuovo grande pericolo per la convivenza in Europa».

- Come uscire da questa spirale?
  «Non negando la dimensione religiosa e imparando a leggere la realtà anche con i loro stessi occhiali, senza però esserne catturati. Bisogna imparare un po' dagli israeliani: hanno sperimentato per primi questa sfida e hanno saputo combatterla conservando le basi dello Stato di diritto».

(Nazione-Carlino-Giorno, 29 luglio 2016)


Il Governo di Israele approva aiuti per gli abitanti del Golan siriano

Iniziativa di una Ong privata per favorire una "zona sicura"

Il governo israeliano sostiene l'iniziativa di una ong privata di inoltrare verso l'area di Quneitra (Siria) aiuti umanitari al fine di crearvi una zona sicura a beneficio dei suoi 200mila abitanti. La conferma è giunta al Jerusalem Post dal viceministro per la Cooperazione regionale Ayub Kara (un dirigente druso del Likud). «Lo Stato islamico è in fase di ripiegamento e in quell'area - ha affermato - operano l'Esercito libero della Siria (Fsa) e il Fronte al-Nusra'». La politica israeliana, ha spiegato, si poggia su due elementi centrali: facilitare il trasferimento di aiuti umanitari, ma non accettare l'ingresso di profughi. Queste affermazioni sono giunte a sostegno dell'iniziativa della ong Amaliah, gestita dall'uomo d'affari israelo-americano Moti Kahana che si prefigge di inoltrare verso la Siria, dal Golan controllato da Israele, quantita' di aiuti medici necessarie per la realizzazione di un ospedale da campo. Amaliah inoltrerà anche cibo e materiale educativo: ma nessuno dei suoi membri entrerà fisicamente in territorio siriano. L'obiettivo della operazione è di costituire a ridosso del Golan controllato da Israele una zona sicura dove agiscano forze locali «di cui - secondo Kahana - l'esercito israeliano sa di potersi fidare. In ogni caso - ha insistito il viceministro Kara - non vogliamo che radicali arrivino sul nostro confine».

(ANSAmed, 28 luglio 2016)


Tutti i pro e i contro sulla zona sicura tra Siria e Israele

di Fulvio Scaglione

 
Kamal al Labwani è uno dei personaggi più noti, e anche tra i più rispettabili, dell'opposizione siriana a Bashar al-Assad. Medico, romanziere e poeta, è stato tra i promotori della Primavera siriana e ha scontato due periodi in carcere. Liberato nel 2001, ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Svezia. Qualche giorno fa, Al Labwani ha compiuto una specie di "visita di Stato" in Israele da dove ha proseguito per Giordania, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, per promuovere ovunque la stessa idea: la creazione di una "zona sicura" in territorio siriano, oltre le Alture del Golan occupate da Israele nel 1967 durante la Guerra dei Sei Giorni, in cui proteggere le popolazioni locali (in maggioranza drusi) e gli eventuali profughi in fuga dalla guerra.
   È interessante la visione di Al Labwani. La "zona" (che lui immagina profonda dieci chilometri e larga venti, tale da inglobare una popolazione di circa 15 mila persone) dovrebbe essere creata con la cooperazione di Israele, Arabia Saudita, Qatar, Usa, Giordania e Turchia e resa sicura dall'attività di "determinati gruppi militari", armati e organizzati dai suddetti Paesi. Questi gruppi, dice Al Labwani, si sbarazzerebbero delle eventuali interferenze degli islamisti come di un ritorno di fiamma di Bashar al-Assad.
   La proposta di Al Labwani, nel modo in cui è stata esposta, è irrealizzabile. E pure politicamente insostenibile: chiedere ai Paesi del Golfo Persico, inventori e finanziatori dell'Isis e di altre formazioni islamiste attive in Siria, di farsi garanti di un'iniziativa di pace nel territorio sovrano di un altro Stato, è come chiedere alla volpe di custodire il pollaio. Però è vero che in Israele, pubblicamente o no, si è molto dibattuto di un'idea che a questa somiglia o, per dir meglio, somiglia a quella "fascia di sicurezza" che nel 1985 lo Stato ebraico si ritagliò nel Sud del Libano dopo aver occupato parte del Paese nel 1982.
   Anche adesso, con la crisi siriana, Israele accarezza l'idea di proteggersi acquisendo territorio altrui, con la stessa identica strategia che l'ha animata in tutti i conflitti vittoriosi finora sostenuti con altri Paesi o con i palestinesi. Dal 2011, cioè da quando è scoppiata la guerra civile in Siria, Israele non ha mai colpito gli islamisti ma solo uomini o installazioni dell'esercito regolare siriano o delle milizie iraniane o libanesi accorse a sostenerlo. Al Labwani lo ha anche detto in pubblico, ma tutti già sapevano che negli ospedali israeliani del confine sono curati molti combattenti anti-Assad. E i segnali negli ultimi tempi sono stati chiarissimi: l'esercito dello Stato ebraico ha creato una speciale unità di collegamento con le popolazioni del Sud della Siria, controllato dai ribelli; ha distribuito aiuti e viveri, per il Ramadan, in decine di villaggi della stessa zona; ha mandato unità del genio e carri armati di protezione a svolgere misteriosi lavori nell'area di Quneitra, in territorio siriano.
   In termini strategici, quindi, Israele teme più l'avvicinamento dell'Hezbollah libanese e dei pasdaran iraniani che non quello dei miliziani islamisti. Ci si può chiedere perché, e rispondersi nei modi più vari: per esempio, ipotizzando che Israele abbia avuto precise garanzia dai burattinai che manovrano l'Isis. Ma è chiaro che la lotta all'Isis e ai suoi cugini non è la priorità dello Stato ebraico.
   Secondo Al Labwani, sulla "zona di sicurezza" sono tutti d'accordo: Netanyahu, Obama, i reali sauditi… La vera domanda, quindi, diventa: perché Israele non procede, visto che avrebbe tutti gli strumenti tecnici, politici e militari per andare avanti? Perché non usa la tattica di sempre, stabilendo la "zona", mantenendola anche a conflitto finito, inglobandola infine di fatto nello Stato ebraico com'è successo con le Alture del Golan?
   Possiamo provare con una serie di considerazioni sparse. La creazione di una zona di sicurezza nel Sud della Siria, giustificata magari con la protezione della minoranza drusa, potrebbe innescare un processo analogo a Nord, con i curdi, e aprire di fatto un contenzioso indiretto con la Turchia, con cui Israele ha appena riallacciato i rapporti e che detesta una simile ipotesi. Analogo problema potrebbe crearsi con la Russia, alleata fedele di Assad e poco disposta a far smembrare pezzo a pezzo una Siria già sconvolta. I rapporti tra Mosca e Gerusalemme sono cauti ma intensi, Netanyahu in un anno ha incontrato tre volte Putin e una sola volta Obama.
   Ma soprattutto: ne varrebbe la pena? Se osservato dall'alto, il Medio Oriente oggi offre a Israele una situazione ideale: il nemico Assad rischia grosso, l'amico-nemico Erdogan ha altri problemi, l'Iraq sciita è sotto l'influenza dell'Iran ma devastato, le petromonarchie del Golfo Persico sono di fatto alleate dello Stato ebraico, il Libano rischia il tracollo sotto il peso dei profughi siriani, Egitto e Giordania sono Paesi amici. E l'Isis garantisce che questa situazione si protragga. Impegnarsi sul terreno potrebbe portare più problemi che vantaggi.

(Eastonline, 28 luglio 2016)


Netanyahu ai terroristi islamici: «Se ci colpite semineremo morte sulla Jihad»

di Guglielmo Gatti

L'Operazione Margine Difensivo - condotta contro Hamas a Gaza nel luglio 2014 - «ci ha dato i due anni più tranquilli nell'ultimo decennio. Noi non possiamo plasmare l'ambiente strategico in cui viviamo, ma abbiamo la capacità di stabilire un deterrente verso i nostri nemici e, quando necessario, la capacità di colpire in modo significativo le loro infrastrutture». Lo ha detto oggi il premier israeliano Benjamin Netanyahu visitando villaggi israeliani situati ai margini della striscia di Gaza. «Calma da noi significa calma anche a Gaza. Ma se veniamo colpiti sapremo seminare distruzione per Hamas, per la Jihad islamica e quanti oltre il confine abbiano propositi ostili. Ad ogni tentativo di attacco contro i nostri villaggi risponderemo con potenza». Netanyahu ha visitato i villaggi di frontiera dopo il completamento in queste settimane di opere di fortificazione. Le sue parole sono giunte inoltre in risposta a critiche da esponenti politici della sua coalizione per la conduzione della operazione Margine Difensivo nell'estate 2014, in particolare per asseriti ritardi nella neutralizzazione dei tunnel militari scavati da Hamas sotto al confine.

(Secolo d'Italia, 28 luglio 2016)


Roma - Sfrattate tre famiglie al ghetto

La comunità ebraica: «Affitti regolarmente pagati»

È in corso, in via Santa Maria del Pianto a Portico d'Ottavia, secondo quanto appreso dalla Comunità ebraica, lo sfratto di tre nuclei familiari con gravi disagi sociali. Il Comune di Roma, infatti, ha proceduto a portare a termine la procedura di sfratto di tre appartamenti, il cui canone di locazione però, secondo quanto riferito, «è regolarmente saldato dalla Comunità ebraica di Roma che nel 2000 ha preso in carico le famiglie, facendosi garante del loro affitto». Sul posto, oltre a tanti residenti del quartiere che stanno portando la loro solidarietà, anche il presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello e il Rabbino capo Riccardo Di Segni. Il problema, secondo quanto si apprende, sembra nascere dal fatto che il Campidoglio non ha portato a termine l'iter amministrativo per quanto concerne la concessione degli appartamenti. Le famiglie, per il Comune, sono quindi occupanti.

(Il Messaggero, 28 luglio 2016)


Disoccupazione in Israele diminuita al 4,8 per cento nel secondo trimestre

GERUSALEMME - Il tasso di disoccupazione tra la popolazione israeliana che ha più di 15 anni è sceso al 4,8 per cento nel secondo trimestre di quest'anno. Lo rivela un rapporto pubblicato oggi dall'Ufficio centrale di statistica nazionale, precisando che rispetto al trimestre precedente si è registrato un decremento della disoccupazione dello 0,4 per cento. La percentuale della popolazione occupata è salita, pertanto, al 61,2 per cento nel periodo compreso tra il primo aprile ed il 30 giugno del 2016. L'aumento relativo maggiore dell'occupazione si è registrato nella parte meridionale di Israele, dove il tasso è passato dal 57,4 per cento del primo trimestre al 58,8 per cento nel secondo trimestre dell'anno. Il numero medio settimanale di ore lavorate è aumentato a 36,5 ore nel secondo trimestre, rispetto alle 36,1 del primo trimestre.

(Agenzia Nova, 29 luglio 2016)


CartOrange, viaggio nel tempo in Israele tra arte, cultura e divertimento

Israele è la destinazione ideale per un viaggio al di fuori delle tradizionali rotte turistiche, ideale per un long weekend o per una vacanza indimenticabile e CartOrange ha deciso di inserirla nella sua programmazione.
"Una decisione che è frutto anche di un'importante intesa con l'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo che ci accompagnerà nella promozione e nella formazione su questo paese - ha spiegato Silvia Romagnoli, Travel Stylist di CartOrange - Israele è una terra unica, ricca di storia e contrasti: un viaggio in Terra Santa porta alle origini della nostra storia e della nostra cultura. È una meta che si trova a 4 ore di volo dall'Italia ed è adatta anche a un weekend lungo. Inoltre il Paese ha dimensioni relativamente ridotte e i tempi per spostarsi da un luogo all'altro sono brevissimi: da Tel Aviv a Gerusalemme, ad esempio, ci si impiega circa un'ora d'auto".
"Israele è una destinazione sempre più amata dai turisti - ha detto Avital Kotzer Adari, direttore dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo in Italia - Organizzare una vacanza in Israele è facile e lo sarà ancora di più grazie alla professionalità e alla competenza dei Consulenti CartOrange. Siamo orgogliosi di questa collaborazione e su di essa puntiamo molto. Israele è un paese meraviglioso e inaspettato, che sa stupire e sorprendere".
Per visitare Israele, CartOrange ha messo a punto degli itinerari per viaggiatori individuali o piccoli gruppi, accostando alle destinazioni più gettonate dai turisti altre più originali, sempre in tutta sicurezza: si va dal long weekend (4 giorni e 3 notti), all'itinerario luxury per 2 persone con autista, fino ad arrivare agli itinerari tematici di una settimana per piccoli gruppi (minimo 6 passeggeri), il primo 'Gusti DiVini', che abbina la visita a un itinerario enogastronomico, il secondo 'Tra Antico e Moderno' per svelare le due facce di Israele, paese con storia, cultura e tradizioni e un occhio rivolto al futuro.
"Con CartOrange, vogliamo promuovere due aspetti di Israele: tradizione e lusso da una parte, turismo per giovani e puro leisure dall'altra - ha aggiunto Avital - Tutto questo è riassunto da due città che si armonizzano nelle differenze che le caratterizzano: Gerusalemme e Tel Aviv che rappresentano tradizione e modernità, spiritualità e divertimento. Israele è perfetta per coppie, giovani e famiglie".

(Travelnostop, 28 luglio 2016)


Un papa immobile di fronte al jihad

L'ex rabbino capo di Milano sferza una chiesa tiepida sull'islamismo e si rallegra: "Ringrazio Dio che esiste lo stato d'Israele".

di Giuseppe Laras

Rav Giuseppe Laras
Folle o non folle, lupo solitario o branco, con l'uccisione di padre Hamel in chiesa, l'ultima diga è stata rasa al suolo. Uccidere i cristiani nei loro luoghi di culto durante le preghiere non è una novità: si pensi ai copti in Egitto, massacrati nel silenzio dell'occidente; ai cristiani filippini; ai cristiani in Pakistan; ai cristiani iracheni e al loro sterminio. Alcune immagini le abbiamo perfino viste in diretta, comprese le donne vendute schiave, rinchiuse in gabbia come polli. Le femministe in occidente tacquero e non manifestarono, le chiese europee furono troppo tiepide o comunque troppo silenti nei confronti dei loro fratelli di oriente… Da questa prospettiva, non stupisce che drammaticamente in Europa, in una chiesa, un sacerdote, oggi martire, sia stato sgozzato come un animale. Dalla Normandia alle Filippine, dai fatti di questi mesi a quelli che perdurano ormai da decenni, il minimo comune denominatore è l'islam jihadista, di cui Daesh è solo un'espressione acuta, assieme al silenzio assordante - o alle parole non bastanti - di tanti altri musulmani per bene, contrari sì ma titubanti o impauriti. Non stupisce tristemente che, dopo le sinagoghe, si sia passati alle chiese: dopo "quelli del sabato", "quelli della domenica". Eppure l'oscenità perpetrata martedì scorso in casa nostra, verso un nostro concittadino europeo, verso un nostro fratello anziano, è talmente un "inedito" da rappresentare simbolicamente l'ultimo baluardo abbattuto. Un fatto tremendo, espressione di una realtà polimorfa che si sente sufficientemente forte e che percepisce l'occidente e le sue espressioni simboliche (religiose, culturali e politiche) sufficientemente deboli e vecchie. Un simile atto, contro chiesa o sinagoga che sia, avrà certamente epigoni, silenzi e - temo! - ancora molte parole a vanvera.
   Il Grande imam di al Azhar, Ahmad Al Tayyieb, caro alla Comunità di S. Egidio e ad alcuni politici italiani, condanna quanto è accaduto ieri, giustamente. Mi chiedo però dove fosse quando è accaduto altrettanto nei centri ebraici europei, da Tolosa a Parigi. E mi chiedo - e lo chiedo, in relazione a lui e alle sue dichiarazioni - con acribia a cristiani, ebrei e musulmani, come pure a politici e intellettuali- che pensi del libro "Banu Israil fi al Quran wa-al Sunna" del suo insigne predecessore alla medesima cattedra, l'imam Muhammad Sayyid Tantawi (morto recentemente nel 2010), ove questi così scriveva a chiare lettere: "Il Corano descrive gli ebrei con le loro proprie caratteristiche degenerate, quali uccidere i profeti di Allah, corrompere le Sue parole inserendole in luoghi sbagliati, consumare frivolmente il benessere degli altri popoli, rifiutare di prendere le distanze dal male che essi compiono e altre oscene caratteristiche originate dalla loro profondamente radicata lascivia ... soltanto una minoranza degli ebrei mantiene la parola data ... Non tutti gli ebrei sono uguali. Quelli buoni diventano musulmani, i cattivi no".
   La chiesa cattolica, nelle sue massime istituzioni, nei suoi dirigenti e persino, talora, nei suoi teologi per secoli ha spesso saputo essere - e purtroppo è stata - una persecutrice eccezionale. Questo, almeno, è stato per lo più il rapporto tra cristiani ed ebrei sino a tempi recenti. Leggendo i giornali di questi giorni e molte esternazioni di vescovi e cardinali, il fatto di essere divenuta vecchia e tremebonda, almeno in occidente, non rappresenta purtroppo in sé un progresso morale. Specie se risulta difficile persino chiamare il male per nome e dire che si tratta di islam jihadista e che l'islam jihadista, che non esaurisce l'islam e il mondo variegato dei musulmani, ma che comunque ne è disgraziatamente parte attiva, nutrita, ben radicata e ricca, è un'ipoteca epocale per il sussistere, almeno in Europa, della nostra civiltà. Al riguardo, l'ultimo discorso meritorio, serio e puntuale è stato il magistrale e profetico discorso di Ratisbona di Benedetto XVI, che andrebbe rivendicato, diffuso, riletto e profondamente meditato. Difendere la nostra civiltà, pur con tutti i suoi molti limiti e la sua storia difficile e contraddittoria, ha dei costi. Costi in vite umane, che abbiamo già iniziato a pagare. E costi in arte, letteratura, poesia, architettura, filosofia, teologia, musica, libera ricerca scientifica e, infine, scienza politica. Tutto questo ha richiesto infinito tempo e infinita fatica. Pensare che tutto ciò, che è preziosissimo, non meriti la fatica e le lacrime di essere difeso, costi quel che costi, anche la vita, è o perversione e corruzione oppure già la stessa resa. E il fattore "tempo" è anch'esso non a nostro favore.
   Circa i cristiani di oriente e gli ebrei - o almeno parte di loro -, non posso che rallegrarmi interiormente, a fronte di sì inaudito sfacelo in occidente, che vi siano oggi almeno gli stati di Armenia e di Israele, ben difesi e determinati a resistere a ogni costo. Io ringrazio Dio che vi siano questi due stati che, da quando esistono, hanno insegnato ai nostri rispettivi nemici, antichi e presenti, in oriente e in occidente, che, per la prima volta nella storia, il nostro sangue ha finalmente un prezzo. E un prezzo elevato. Mentre prima, per secoli, fu possibile che venisse versato a ettolitri senza che nessuno fiatasse, ne chiedesse conto e ne esigesse non vendetta ma giustizia.
   Il Libro dei Salmi, il libro per ebrei e cristiani universalmente conosciuto e citato, da entrambi quotidianamente impiegato per la preghiera, è un inno altissimo alla religiosità, ma è anche un fermo monito contro la violenza - o, meglio, contro i malvagi -, che attentano al prossimo, che perseguitano, uccidono e violentano il mondo. E lì se ne invoca la dispersione e la neutralizzazione.
   Oggi gli europei e, nello specifico, i cristiani europei, si trovano a dover operare, volenti o nolenti, una vera rivoluzione della sensibilità e dell'intelletto, dello studio e dell'informazione, scegliendo se vorranno - se non per loro stessi, almeno per i loro figli e nipoti! - affrontare un lungo ed estremamente rigido inverno, dagli esiti incerti, oppure sollazzarsi con le ultime giornate estive, ancorché già perturbate, di sole e di chiacchiere. Giornate che, allora, non torneranno.

(Il Foglio, 28 luglio 2016)


Marocchino denuncia il fratello estremista e dalla comunità arrivano minacce di morte

 
Fouad Bamaarouf, di spalle, con il sindaco di Monselice, che si è impegnato a trovargli una nuova abitazione
Fouad e Adil Bamaarouf. Due fratelli marocchini, entrambi di Monselice (Padova). Fouad, 43 anni, operaio in un'azienda della zona, nessun conto aperto con la giustizia, ha denunciato Adil, 37 anni, che dopo aver perso il lavoro ha iniziato a inneggiare all'Isis, ha giurato «Farò esplodere Roma» ed è stato espulso dall'Italia con un provvedimento firmato dal ministro Alfano in persona. Eppure, oggi, il condannato (a morte) tra i due è Fouad, quello «pulito». Tradito due volte. Da una fetta della comunità islamica locale, che gliel'ha giurata: «Hai venduto un nostro fratello, la pagherai». E anche dall'Italia, perché da quando la sua storia è diventata di pubblico dominio nessuno vuole più affittargli casa. Paura di ritorsioni, poca voglia di immischiarsi. Il contratto di affitto di Fouad scadrà il 6 novembre e non sarà rinnovato. Ieri, con la «regia» del segretario provinciale leghista Andrea Ostellari che ne ha sposato la causa, il marocchino ha scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Aiutatemi. Non ho fatto niente di male».
   Un aiuto, per così dire, gliel'avevano offerto alcuni suoi connazionali. Dopo aver denunciato il fratello ai carabinieri, un anno fa, a casa Bamaarouf si è presentato un sedicente emissario della comunità islamica. «Mi ha chiesto se era vera la storia della denuncia» racconta Fouad «mi ha messo paura, e all'inizio ho negato tutto. Allora mi hanno offerto soldi e aiuto per la casa, ma solo se avessi pubblicato un video in cui scagionavo mio fratello. Sarebbe stato troppo, e ho rifiutato. Ho risposto che non mi serviva niente. Da quel momento nessuno mi parla più, e ricevo minacce anonime sul cellulare. Pazienza, in moschea non ci andavo nemmeno prima, ho visto troppe teste calde».
   A riprova che i sospetti di Fouad erano fondati, Adil fu espulso lo scorso 29 dicembre dopo essere stato seguito per diverse settimane. Biglietto di sola andata per il Marocco, ma oggi potrebbe essere ovunque, anche in Siria. «Con me non parla più, perché dice che l'ho venduto» spiega ancora Fouad. «Era venuto a stare da me dopo aver perso il lavoro. Aveva in piedi una causa col titolare, e da allora ha iniziato a prendersela con gli italiani. Odiava il mondo. Si svegliava alle 11 perché di notte guardava i filmati di propaganda dell'Isis in rete. Quando ha iniziato a parlare di minacce concrete l'ho denunciato». Ora Adil è lontano, quello che preoccupa è l'affitto che scade: «Entro nelle agenzie, mi trovano l'appartamento, poi controllano il mio nome in internet e mi richiamano. Il proprietario non è più disponibile, rispondono. Hanno paura. Loro. Io no, perché ho fatto una cosa giusta. Per mio fratello, per l'Italia, per tutti».

(La Stampa, 28 luglio 2016)


Ma l'Ue pensa a boicottare Israele

Anche quattro europarlamentari italiani chiedono il diritto di sostenere il sabotaggio contro Tel Aviv
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Un attentato terroristico di matrice islamica al giorno, ma il problema è Israele. Almeno secondo il Parlamento europeo che, al solito tetragono agli avvenimenti ed al senso del ridicolo, ha ritenuto di impreziosire una delle settimane più sanguinose da che la jihad ha alzato il tiro nel Vecchio Continente con un'iniziativa dalla ampia discutibilità.
Trentadue parlamentari europei - per l'Italia si segnalano gli tsipristi pentiti Barbara Spinelli, Curzio Maltese ed i grillini Fabio Massimo Castaldo e Rosa d'Amato - hanno infatti prodotto un appello (indirizzato all'Alto rappresentante per la politica estera e di difesa comune, l'italiana Federica Mogherini) affinché l'Unione conceda il riconoscimento politico al Bds. Trattasi del movimento internazionale che si batte contro lo Stato ebraico (la sigla sta per "boicottaggio, disinvestimento e sanzioni"). Insieme all'organizzazione, i proponenti chiedono anche che l'Unione usi un occhio di riguardo per uno dei fondatori della medesima, il celebre dottor Omar Barghouti, riconoscendone lo status di «difensore dei diritti umani», con lo scopo di «garantire protezione e assistenza adeguate a lui e ad altri difensori dei diritti umani palestinesi, israeliani e internazionali».
Se è presto per dire quando l'appello riceverà una risposta da parte delle autorità, non lo è per notare come i favori del pronostico arridano ai proponenti. Da tempo, infatti, l'Unione europea non perde occasione per schierarsi dalla parte dei palestinesi quando non di attaccare direttamente Israele. Il caso più clamoroso è anche quello più recente: nel novembre scorso, un analogo appello ad introdurre un'etichettatura speciale per i prodotti israeliani provenienti dalle colonie era stato rapidamente accolto dalla Commissione. Cui poco importò di avere scritto una delle peggiori pagine del già non esaltante libro delle relazioni tra Israele ed Ue: «Ci dispiace», dichiarò il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, «che la Ue scelga di fare un passo discriminatorio ed eccezionale come questo in un momento in cui Israele si trova ad affrontare un'ondata di terrore diretta contro tutti i cittadini ovunque si trovino». «L'Europa non sostiene alcuna forma di boicottaggio», ebbero la faccia di rispondere da Bruxelles.

(Libero, 28 luglio 2016)



SPIEGAZIONE - Ci è stato fatto notare che i nostri commenti alle parashot sono avanti di una settimana. Per esempio, sabato 23 luglio nelle sinagoghe italiane è stata letta la parashà Balak, che noi avevamo commentato in riferimento al sabato precedente, 16 luglio. Gli ebrei sanno il perché, ma per gli altri sarà opportuno dare una spiegazione. Nei giorni di festa, come pesach, la pasqua ebraica, in sinagoga si legge il testo predisposto per quella particolare solennità e la parashà che si sarebbe dovuto leggere viene spostata alla settimana successiva. Quest'anno la pasqua ebraica è caduta di venerdì, ma per un'antica regola rabbinica questa festa in diaspora dura un giorno in più. In diaspora dunque la pasqua è caduta di sabato, quindi la parashà non è stata letta e loro sono rimasti indietro di una settimana rispetto a Israele. Chiarito questo, pensiamo di continuare come prima, perché ci sembra giusto dare la precedenza a chi prepara il commento da Gerusalemme, "la città del gran Re" (Salmo 48:2), oggi capitale dello Stato ebraico.

Parashà della settimana: Matot (Tribù)

Numeri 30:2-32.42

 - Nella parashà di Matot (tribù) Moshè parla ai capi delle tribù d'Israele sulle leggi che riguardano i "voti" in generale e in particolare quelli pronunciati da una donna maritata.
"Chi farà un voto al Signore e pronuncerà un giuramento per sottoporsi ad un divieto, non deve profanare la sua parola, ma faccia secondo quanto uscito dalla sua bocca" (Numeri 30.2).
Sembra questo un intervento divino diretto riguardo al soggetto del voto. La legislazione inerente al rispetto del voto come pure al suo annullamento, non trova una base legale nella Torah anche se D-o stesso nella Sua collera aveva fatto il voto di distruggere il popolo a causa del peccato del vitello d'oro.
La minaccia non venne messa in atto, ma arrivò il perdono del Signore in seguito alla preghiera di Moshè.
Spesso un voto può essere un mezzo autoeducativo, che produce risultati apprezzabili, ma in nessun caso l'uomo deve pronunciarlo se non ha la possibilità materiale di realizzarlo. Guardati bene, dicono i nostri saggi, di pronunciare un voto quando sei in collera con te stesso oppure con gli altri e trovarti poi nella condizione di non poterlo rispettare.
Uno statuto speciale è riservato ai voti pronunciati dalle donne sposate, che devono essere approvati dal marito prima che divengano effettivi. La ragione di questo permesso non è legato all'autorità del marito, ma alla natura più sensibile della donna che potrebbe incorrere in scelte poco confacenti alla pace familiare.
"Nel giorno in cui il marito sente i suoi voti e li vieterà, egli rende nullo il voto" (Numeri 30.9).
Per questo la Torah introduce elementi di ponderazione idonei a difendere lo "shalom bait" cioè la pace della casa.

La spedizione contro Midian
Moshè parlò al popolo dicendo: "Armate fra di voi degli uomini per l'esercito che vadano contro Midian per compiere la vendetta del Signore su Midian" (Numeri 31.3).
E' la prima volta che si assiste nella Torah ad un'azione punitiva su vasta scala e per ragioni morali. Non bisogna dimenticare che le donne di Midian sono state la causa della depravazione sessuale dei figli d'Israele con tutti i danni che questa apportò ai costumi della vita familiare come abbiamo studiato nella parashà di Pinehas.
La reazione violenta da parte di Israele è motivata dalla necessità di salvaguardare le sue regole morali quando queste vengono minacciate da comportamenti errati e finalizzati alla sua distruzione.
E' da notare difatti che questa spedizione punitiva, non ha portato alcun beneficio materiale ad Israele in quanto solo una piccola parte del bottino di guerra è stato dato ai soldati. La spedizione dunque non venne intrapresa per motivi di lucro, ma per consolidare il rispetto e l'osservanza della Legge etica.

La Trans-Giordania
Dissero i figli Ruben e i figli di Gad a Moshè: "Se abbiamo trovato grazia ai tuoi occhi sia dato questo paese quale retaggio ai tuoi servi. Non farci oltrepassare il fiume Giordano" (Numeri 32.5).
Moshè rispose loro: "Devono i vostri fratelli entrare in guerra e voi rimane qui?" (Numeri 32.6).
Il problema di scegliere tra un vantaggio materiale ed una missione ideale è attuale ai nostri giorni dopo la creazione dello Stato d'Israele. Una richiesta di importanza capitale venne avanzata dalle due tribù che avevano il loro interesse a restare in Transgiordania per la presenza di verdeggianti pascoli adatti alle loro numerose greggi.
Ecco un nuovo ostacolo nella conquista della Terra promessa causato non dalla ribellione degli esploratori, ma dalla nostalgia di un paese abitato dove è possibile installarsi . "Qui dimorerò perché è da me desiderato" (Salmo 132.14).
La risposta di Moshè è un grido d'angoscia che nasce nel profondo del suo cuore per il mancato impegno etico, lasciando la Comunità a lottare senza il loro aiuto. E' il comportamento di molti ebrei che vivono oggi nella diaspora, che hanno il desiderio di vivere fuori d'Israele, contravvenendo alla Parola della Torah.
Le nuove generazioni di ebrei devono invece intendere il grido di Moshè e rispondere: "Eccomi!" come disse Abramo nostro padre, che uscì dalla sua casa di Ur per il Paese che D-o gli avrebbe mostrato.
Nessuna Torah fuori dalla Terra d'Israele può eguagliare la Torah che è in Israele. Per scoprirla è necessario vivere nella Terra, amarla e rispettare i suoi sabati.
E' questo amore che spinse l'ebreo Gesù a dire "Date a D-o quello che è di D-o."
La Terra d'Israele non può essere data a "Cesare" perché appartiene a D-o. F.C.

*

 - "Come l'Eterno aveva ordinato a Mosè". E' un'espressione che compare più volte nel Pentateuco e in certi passi è ripetuta continuamente, in un modo che a noi oggi sembrerebbe quasi ossessivo, ma che voleva sottolineare l'autorità indiscutibile di chi dà l'ordine, che non è Mosè, ma Dio stesso. Nel nostro testo compare tre volte. La prima volta si dice: "Essi marciarono dunque contro Madian, come l'Eterno aveva ordinato a Mosè, e uccisero tutti i maschi" (Numeri 31:7). Mosè compare qui come un capo militare che esegue un preciso ordine di guerra: "Compi la vendetta dei figli d'Israele contro i Madianiti" (Numeri 31:1) e subito dopo: "Mobilitate fra voi uomini per la guerra, e marcino contro Madian per eseguire la vendetta dell'Eterno su Madian" (Numeri 31:3). Dunque si parla chiaramente di vendetta. Ma la vendetta non è un atteggiamento disdicevole da biasimare ed evitare in tutti i casi? Qui sembra di no. Passi come questo mettono a disagio molti cristiani, che allora cercano affannosamente di trovare qualche spiegazione per difendere un Dio che agli occhi del mondo appare poco presentabile. Bisogna esaminare il contesto - dicono - ed è indubbiamente vero, ma contestualizzare non significa alleggerire, anzi, in certi casi il contesto ben compreso può anche appesantire il testo, cioè renderne la spiegazione ancora più indigesta di quel che appare a prima vista.
  Per l'infedeltà che Israele aveva commesso partecipando a orge idolatriche con donne madianite a Baal Peor, Dio aveva già punito il popolo facendo morire ventiquattromila uomini. Ma se Israele è stato punito, adesso Madian dev'essere annientato: "Trattate i Madianiti come nemici e uccideteli, poiché essi vi hanno trattati da nemici con gl'inganni mediante i quali v'hanno sedotti nell'affare di Peor" (Numeri 25:17). E' questo l'ordine preciso che Mosè riceve dal Signore, insieme ad altre disposizioni.
  Alcuni fatti meritano attenta riflessione.
  La seduzione operata dai Madianiti è più grave di un'azione militare perché se la guerra è un fatto tra uomini in cui vince il più forte, la seduzione che spinge all'idolatria vuol colpire un rapporto vitale fra due soggetti, di cui uno è Dio e l'altro è il popolo.
  Dio dunque ordina a Mosè di fare due vendette 1) una per il popolo contro i Madianiti: "Compi la vendetta dei figli d'Israele contro i Madianiti"; 2) una per Dio contro Madian: "Mobilitate fra voi uomini per la guerra, e marcino contro Madian per eseguire la vendetta dell'Eterno su Madian".
  Uomini e popoli che si mettono contro Israele non per motivi comuni a tutti i mortali ma per il rapporto specifico che Dio ha con quel popolo, prima ancora di essere nemici d'Israele sono nemici di Dio. "I tuoi nemici tumultuano, e quelli che ti odiano alzano il capo" dice al Asaf al Signore nel Salmo 83. Per capire chi sono questi nemici di Dio basta osservare quello che fanno: "Tramano insidie contro il tuo popolo e congiurano contro quelli che tu proteggi. Dicono: «Venite, distruggiamoli come nazione e il nome d'Israele non sia più ricordato!» (Salmo 83:3-4).
  I nemici di Israele sono dunque nemici di Dio. Per essere nemici di Israele però non ci vuole molto: basta negare o mettere in dubbio che Dio l'abbia scelto come suo popolo particolare. Si diventa nemici di Dio per il semplice fatto che non si accetta quello che Dio ha deciso di fare con quel popolo.
  La vendetta dell'Eterno in questo caso è molto dura: strage di Madianiti, senza pietà. Guerra santa? Sì, indubbiamente, perché è Dio stesso che dirige le operazioni. Vengono arruolati 12.000 uomini, 1000 per tribù, a dimostrazione del fatto che è il popolo intero a combattere, non un esercito di mercenari. Insieme all'esercito si muove Fineas, figlio del sacerdote Eleazar, portando le trombe di acclamazione, a testimonianza del carattere sacro della guerra. Come risultato vengono uccisi tutti i madianiti maschi e tutte le donne che hanno avuto rapporti sessuali con uomini. Quanto al bottino, viene diviso tra i combattenti e la comunità, ma dalla parte che spetta agli uomini di guerra deve essere sottratta una percentuale come "tributo all'Eterno", in altre parole si potrebbe dire che anche il Signore vuole partecipare al bottino. Alla fine dello scontro Israele riconosce con gioia che non manca nessun uomo: sono tornati tutti sani e salvi. I combattenti allora presentano al sacerdote Eleazar un'offerta spontanea di oggetti d'oro sottratti agli uccisi "per fare l'espiazione per noi davanti all'Eterno" (Numeri 31:50). Dunque è veramente una guerra santa, voluta esplicitamente da Dio e vissuta dagli uomini come un atto sacro, alla stessa stregua di riti espiatori sacrificali.
  Si possono immaginare allora le perplessità: ma allora le crociate... e adesso l'Isis... possono trovare in tutto questo un esempio e una giustificazione. Si può decidere quale opinione si vuole avere della Bibbia, ma la Bibbia è questa, non quella che piace a noi. Sorpresa e indignazione scaturiscono da un'unica radice: l'incredulità. Non si crede che esista davvero un Dio che agisce proprio come è descritto nella Bibbia, e allora la si respinge in toto o si cercano per lei collocazioni adatte al proprio modo di pensare all'interno della propria cultura. Ma nella nostra cultura occidentale racconti come questo non entrano proprio, quindi vengono ignorati o sublimati in quelle metafore paraboliche che si chiamano miti. Se invece si crede davvero che sia stato Dio a dare quei precisi ordini in un particolare tempo e per i suoi particolari scopi, nessuno può permettersi di fare analogie con altri fatti che non hanno alcun riferimento con la rivelazione di Dio contenuta nella Scrittura. Dio ha ordinato guerre particolari perché aveva ed ha un piano particolare per un suo popolo particolare in un tempo storico particolare. Non è lecito fare estensioni di tempo o generalizzazioni di luogo. Spetta a noi uomini di ascoltare e cercare di capire chi è Dio e come agisce: non spetta a Dio di doversi giustificare davanti a noi.
  Dalla Bibbia si evince che nel programma storico di Dio avvengono cambiamenti di regime. Fino ad un certo punto della storia Dio ha ordinato al suo popolo di fare guerre contro popoli che si opponevano al suo piano. Da un certo momento in poi Dio non l'ha ordinato più. Quando sono cambiate le cose? Non quando è venuto sulla terra il "buon Gesù" a mettere a posto i "cattivi ebrei", come forse penserebbe qualche cristiano, ma quando è caduto il primo Tempio ebraico. Qualcosa in quel momento si è rotto in modo irreversibile: Dio non ha più ordinato guerre sante a Israele.
  Dopo l'esilio il popolo è ritornato nel paese, come aveva annunciato il profeta Geremia, e il Tempio è stato ricostruito, ma tutto questo non è avvenuto per una gloriosa riconquista del paese attraverso vittoriose guerre di liberazione, ma è stato ottenuto per il grazioso consenso di autorità pagane come Ciro re di Persia, di cui la Bibbia dice che il Signore "gli destò lo spirito" (2 Cronache 36:22).
  Dopo il tragico fatto della distruzione del Tempio di Salomone i tempi sono davvero cambiati, non per l'evoluzione dei costumi o il progresso tecnologico, ma per il procedere inesorabile del processo storico-salvifico di Dio.
  Non si tratta dunque di fare analogie o trarre morali indebite, ma di saper riconoscere il mutare dei tempi di Dio. «Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia! e la mattina dite: Oggi tempesta, perché il cielo rosseggia cupo! L'aspetto del cielo dunque lo sapete discernere, e i segni dei tempi non arrivate a discernerli?» (Matteo 16:2-3). M.C.

  (Notizie su Israele, 28 agosto 2016)


Gli ebrei, canarini nella miniera d'Europa

Un decimo è già scappato dalla Francia. Ma noi eravamo distratti.

Il 17 ottobre del 1943 Alois Brunner, capitano delle SS, arrivò a Nizza con i suoi collaboratori e scelse come base logistica l'Hotel Excelsior. Si apriva così la pagina più tragica della storia della Costa Azzurra: la deportazione degli ebrei francesi nei campi di sterminio nazisti. Ogni tre giorni, al treno Nizza-Parigi veniva agganciato un carro bestiame nel quale venivano stivati cento ebrei.
Gli ebrei di Nizza non vogliono finire di nuovo sui treni. E a pochi giorni dalla strage di 84 persone sulla Promenade des Anglais, 200 ebrei francesi, fra cui molti dalla Costa Azzurra, sono atterrati in Israele per non fare più ritorno. "Non c'è futuro per gli ebrei in Francia a causa degli arabi, e a causa di una posizione anti israeliana nella società", ha detto da Parigi il presidente dell'Agenzia ebraica, Natan Sharansky. Negli ultimi due anni, 15 mila ebrei francesi sono immigrati in Israele. In dieci anni, un decimo degli ebrei di Francia ha lasciato il paese. "A Nizza gli unici ebrei che vedi in giro con una kippah sono i turisti stranieri", ha detto Chalom Yaich, esponente della comunità ebraica in città. Gli ebrei sono come i canarini nella miniera. Quelli che morendo segnalano la presenza di gas ai minatori. Se gli ebrei sono l'un per cento della popolazione francese, la metà degli attentati per odio ideologico in Francia è diretta contro di loro. Numerosi canarini ebrei sono stati uccisi in questi anni. Ma noi minatori, troppo presi a rimestare bugie contro Israele, non prestavamo attenzione e ora ne stiamo pagando il prezzo.

(Il Foglio, 28 luglio 2016)


Migranti palestinesi, scafista israeliano

Succede anche questo, sui mari e tra le onde della speranza. Accade che sei migranti di presunta nazionalità palestinese siano stati bloccati in Salento su una barca a vela di 15 metri condotta da uno scafista israeliano. Quest'ultimo, Buddy Marlen Mansour, di 63 anni, è stato arrestato per favoreggiamento all'immigrazione clandestina. Una storia che scavalca ogni guerra, anni si strisce e conflitti, decenni di sanguinose contraddizioni. Il segno dei tempo. E la spia della condizione dei profughi. Che, tuttavia, viaggiavano su un veliero in ottime condizioni. Perfino buono per crociere un po' più amene di quelle che portano alla costruzione di una vita migliore.
La barca, battente bandiera greca, è stata bloccata poco dopo la mezzanotte, a circa tre miglia a largo di Torre Vado, sulla costa ionica, a pochi chilometri dal capo di Leuca. A rintracciarla è stata un da un guardacoste del Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Bari. I finanzieri, nonostante le cattive condizioni del mare, si sono avvicinati e, affiancata l'imbarcazione, hanno subito rilevato la presenza di un gruppo di migranti, tutti uomini, ed individuato il presunto scafista. La barca dell'israeliano è stata portata a Gallipoli e sottoposta a sequestro. La fine di una storia che supera il tempo.

(Corriere del Mezzogiorno, 28 luglio 2016)


Al Museo d'Israele in mostra l'Antico Egitto. La star? Una mummia con le carie

Si chiama Alex, sacerdote durante l'età dei Tolomei. È lui il protagonista indiscusso della mostra in programma presso l'Israel Museum di Gerusalemme: soffriva di carie e di osteoporosi, ma oggi è la mummia più bella del museo.

di Federica D'Alfonso

 
La maschera funeraria di Alex
 
Carie, osteoporosi, vita sedentaria e dieta ricca di carboidrati: problemi quotidiani che affliggono di migliaia di persone nel mondo. Grazie ad una mummia vecchia di più di duemila anni, è ormai possibile ipotizzare come questi malesseri fossero comuni anche nell'antico Egitto. "Alex", questo il soprannome della mummia, è la star di una mostra inaugurata in questi giorni all'Israel Museum di Gerusalemme: il corpo mummificato, l'unico in Israele, era stato donato al Pontificio Istituto Biblico di Gerusalemme in intorno al 1930 dai gesuiti di Alessandria. Alex è appena arrivato nelle sale del museo, e viene esposto al pubblico rivelando particolari interessanti circa gli usi e le abitudini dell'Egitto tolemaico.
In occasione della mostra, il Museo di Israele ha collaborato con il Medical Center di Haifa e gli scienziati di Tel Aviv conoscere la vita di Alex e le circostanze della sua morte. Contrariamente a quanto pensavano i responsabili dell'Istituto gesuita, Alex non era un adolescente, e non ha vissuto nel IV secolo a.C: la datazione al radiocarbonio delle sue bende ha collocato la data di morte nel II a.C., e la tac ha rivelato che Alex aveva fra i 30 e i 40 anni quando è morto. Una circostanza inusuale per un uomo egiziano dell'antichità, in un periodo in cui la mortalità infantile era dilagante e le prospettive di vita non erano altissime.
Considerato lo stile di vita sedentario rivelato dalle analisi e le iscrizioni sulla bara, Alex era quasi sicuramente un sacerdote, vissuto nella città di Panopoli (la moderna Akhmim), nell'Alto Egitto, durante l'epoca dei Tolomei. Dopo la sua morte, Alex è stato sottoposto al tradizionale processo di imbalsamazione e mummificazione: gli organi interni sono stati rimossi e collocati in vasi canopi, il cervello è stato tirato fuori attraverso il naso, e il corpo è stato riempito e ricoperto di natron e poi avvolto nel lino. Il curatore del museo d'Israele, Galit Bennet, ha spiegato al Times come "per la sua età, Alex è molto ben conservato". Non soltanto le ossa, ma anche i denti, le orecchie, i tessuti delle cosce e delle mani sono ben visibili. Ha ancora la maggior parte dei denti, ma soffriva di carie e gengivite, e anche di osteoporosi.
Anche se le tecniche di mummificazione e lo stile di sepoltura seguono la tradizione egizia, l'epoca in cui Alex è vissuto era quasi totalmente ellenizzata, in seguito alla conquista dell'Egitto da parte degli eserciti di Alessandro Magno. Anche se la religione locale e le tradizioni funerarie vennero conservate e rispettate dai Tolomei, l'influenza della cultura greca è presente: la targa dipinta poggiata sul petto è usanza caratteristica del periodo tolemaico, così come anche la maschera mortuaria stilizzata, simbolo di una persona di elevato rango sociale.

 La mostra
 
L'ibis mummificato che accompagna Alex nella mostra
  Grazie ad Alex, il Museo d'Israele cerca di fare luce sulle tradizioni funerarie dell'antichità, sulla percezione che gli antichi egizi avevano della morte e sulla misteriosa simbologia legata ai processi di mummificazione e imbalsamazione. Ad accompagnare Alex nella sua vita ultraterrena presso il Museo, anche un vasto assortimento di maschere funerarie di epoca ellenistica e romana: alcune, come quella di Alex, sono stilizzate, e imitano la rappresentazione tradizionale egiziana del defunto, con gli occhi a mandorla e una lunga parrucca. Altre sono ritratti realistici e di rara bellezza. Il percorso offre la possibilità di ammirare anche amuleti a forma di animali e realizzati a mano in ceramica, avorio, oro o pietre semipreziose, che erano state collocate sul corpo del defunto per proteggerlo nell'aldilà.
L'unica altra mummia nelle sale del museo è quella di un ibis, l'uccello sacro a Thoth, dio egizio della scrittura e della saggezza. Il sarcofago che racchiude i resti mummificati del uccello sacro è stato un regalo per l'ex vice primo ministro Moshe Dayan dal presidente egiziano Anwar Sadat, dopo la firma del trattato di pace tra Israele e l'Egitto nel 1979.

(Fanpage, 27 luglio 2016)


Turchia: L'accordo con Israele resiste al golpe

di Irene Vlad

A sei anni dall'interruzione delle relazioni diplomatiche fra Israele e Turchia i due paesi hanno imboccato la strada della riconciliazione firmando l'accordo di Roma del 28 giugno. In una dichiarazione rilasciata ad Al Jazeera, Erdogan ha affermato: "Turchia ed Israele hanno stretto un accordo. Quest'ultimo non subirà modifiche nonostante i drammatici eventi che hanno da poco sconvolto la Turchia". Nonostante l'instabile situazione del dopo-golpe permane dunque l'intenzione di rispettare i termini dell'accordo con Israele.

 Lo schiaffo della Mavi Marmara
  L'accordo firmato il 28 giugno conclude la lunga crisi diplomatica seguita all'incidente della Mavi Marmara nel 2010, quando nove attivisti turchi venivano uccisi in acque internazionali dalle forze speciali israeliane nel tentativo di forzare il blocco su Gaza. L'incidente aveva radicalizzato l'opinione pubblica turca nelle sue posizioni verso Israele e al contempo avveniva in una fase di intensa retorica anti-israeliana alimentata dal presidente Erdogan. Le relazioni diplomatiche venivano quindi sospese e i rispettivi ambasciatori richiamati.
   Bisogna rammentare però che i protagonisti dell'accordo non nutrono una rivalità antica: siglando il patto, dunque, non inaugurano un'amicizia fra 'vecchi nemici', ma più che altro riabilitano una relazione che in passato era stata eccellente. Non a caso la Turchia nel 1949 fu il primo stato musulmano a riconoscere lo stato d'Israele e a considerare quest'ultimo un partner strategico nella regione. L'ingresso nella Nato nel 1952 aveva rafforzato questo legame, approfondendo le relazioni politiche, economiche e militari.

 Piantare una bandierina a Gaza
  L'accordo avrà conseguenze importanti sul piano economico e la politica energetica: Israele sarà in grado di adoperare il gasdotto turco per trasportare il gas del grande bacino Leviathan in Europa. E già si intravedono effetti anche negli equilibri della regione. Una delle condizioni poste da Ankara per il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con Israele era il miglioramento della situazione umanitaria a Gaza. La Turchia è infatti il principale sponsor di Hamas, movimento politico affiliato alla Fratellanza Musulmana, in questo momento in difficoltà proprio a causa del deterioramento delle condizioni di vita nella Striscia.
   Nell'esercitare questa influenza, tuttavia, la Turchia si scontra inevitabilmente con lo stato che storicamente fa da mediatore nel conflitto israelo-palestinese: l'Egitto di Al-Sisi viene considerato dagli israeliani un importante interlocutore sulla questione palestinese poiché in grado di esercitare una notevole influenza sull'ANP. La visita in Israele del ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry (10 luglio), a nove anni dall'ultima di un ministro egiziano, dimostra la rinnovata assertività del Cairo sia sulla questione palestinese che nel teatro regionale.

 Il triangolo Ankara - Tel Aviv - Il Cairo
  Durante questa visita Shoukry ha espresso la contrarietà dell'Egitto all'accordo Ankara-Tel Aviv: oltre a volersi assicurare il ruolo privilegiato nel conflitto (anche a dispetto dell'iniziativa di pace francese, che pure dice di sostenere), il Cairo anti-islamista di Al-Sisi intende contenere Hamas ed impedire qualsiasi agevolazione per i militanti della Fratellanza Musulmana palestinese. L'accordo tra Ankara e Tel Aviv, che libera alcuni spazi di manovra per la Turchia a Gaza, non fa che aggiungere ulteriore tensione alla rivalità turco-egiziana. Erdogan e la sua politica filo-islamista si pongono infatti in posizione antitetica all'Egitto di Al-Sisi, nato proprio dal colpo di stato del luglio 2013 che ha deposto il governo islamista di Morsi.
   L'accordo con Israele e le sue conseguenze con l'Egitto mettono in luce un aspetto fondamentale della Turchia di Erdogan, ovvero l'attrito fra l'islamismo come vettore di politica estera da un lato, e dall'altro lato un potere militare che, sotto il vessillo del laicismo, preme per seguire altri binari e geometrie di alleanze. Questa tensione si manifesta contemporaneamente su due piani: su quello interno, con il colpo di stato e il coinvolgimento dell'anima kemalista che vi ha partecipato; e su quello esterno, dove l'accordo con Israele e le conseguenti tensioni con l'Egitto ne sono una manifestazione evidente.

(East Journal, 27 luglio 2016)


Sopravvisuti all'Olocausto tornano a suonare i violini della memoria

Trenta violini, tutti ''sopravvissuti'' alla Shoah. Ritrovati, restaurati, curati: ora pronti per suonare, insieme, in una serie di concerti dell'Orchestra per musica da Camera di Gerusalemme. Tutto merito del liutaio Avshalom Weinstein, restauratore e collezionista di numerosi strumenti salvati dall'Olocausto, che ha creato il progetto "Violini per la speranza". A suonare il primo violino è il musicista Guy Braunstein. Lo strumento che stringe tra le mani apparteneva a un violinista dell'orchestra di Auschwitz: il proprietario veniva costretto a suonare durante tutto il giorno per accompagnare le ore del lavoro forzato, spesso nel braccio della morte. "Il profumo di questo violino è diverso da tutti gli altri, suonando ho sentito come un paletto nel cuore, perché conosco la sua storia", ha confessato Braunstein dietro le quinte. Il liutaio Weinstein, proveniente da una famiglia scampata all'Olocausto, ha trascorso più di venti anni nel suo laboratorio di Tel Aviv, tra odore di vernice e lacca, per aggiustare gli strumenti, spesso recuperati in uno stato terribile. Il suo obbiettivo è quello di entrare in possesso di tutti i violini costruiti o usati durante la Shoah, per dargli nuova vita. La sua collezione conta circa sessanta strumenti. Ognuno di loro è una testimonianza: la maggior parte sono stati prodotti in Germania e Cecoslovacchia. Spesso sul legno vi è incisa una stella di David.

(la Repubblica, 27 luglio 2016)


Rapporti Russia - Israele

di Giancarlo Elia Valori

Il nuovo rapporto per lo scambio di dati di intelligence che si era instaurato tra Mosca e Gerusalemme nell'Aprile scorso è ormai in pericolo. Il segno più evidente di questa crisi bilaterale lo vediamo nella blanda reazione alle proteste israeliane riguardanti le vendite, o i trasferimenti a Hezbollah, da parte dei russi, di materiale militare, spesso evoluto. La polemica si è rinfocolata anche nell'ultimo contatto telefonico tra Netanyahu e Putin, lo scorso sabato 23 Luglio.
   Tra l'altro, durante lo scambio tra i due leader si è discusso di un altro tema molto sensibile, l'entrata nello spazio aereo israeliano del Golan di un UAV (unmanned aerial vehicle) direttamente dalla Siria. L'UAV doveva fotografare alcune attrezzature e operazioni speciali di Gerusalemme in quell'area. Ben tre missili di Israele, lanciati da un F-16, non sono riusciti a colpire l'UAV, che è ritornato intatto in Siria. La Russia lo ha segnalato sui suoi radar, naturalmente, ma non ha fatto nulla per segnalarlo ad altri o per colpirlo da sola. Ovvio: Mosca non ha nessun interesse a perdere l'Iran per Israele. Stabile alleato negli equilibri petroliferi, che ora Teheran spinge al rialzo le vendite dopo la firma del JCPOA, efficace antemurale contro l'Islam sunnita, quasi integralmente schierato con gli USA, l'Iran è il punto fermo di Mosca nel Grande Medio Oriente; e non potrebbe essere diversamente.
   Teheran è infatti molto utile alla Russia in Siria, dato che è l'inevitabile protettore primario di Bashar el Assad; e comunque Mosca non ha nessun motivo di modificare gli equilibri bellici interni alla Siria e al Medio Oriente durante la guerra contro il Daesh-Isis, che ha stabilito proprio la stabile egemonia della Russia nell'area. Egemonia alla quale, secondo la presidenza russa, non si può sottrarre nemmeno Israele, né come partner, né come satellite, dopo che il disastro geopolitico generato da Barack Obama ha lasciato il Medio Oriente senza nessun player globale, a parte appunto la Russia.
   La Turchia si allontana dalla NATO e dagli USA dopo il golpe, l'UE paga Ankara per farsi prendere in giro sui migranti, l'Arabia Saudita tratta con Mosca in funzione di un suo allentamento dall'Iran, l'Iraq si rivolge alla Russia dopo il recente vuoto di potere: un successo strategico di Mosca su tutta la linea.
   Ma Israele deve e può avere qualche altro partner affidabile e stabile in Medio Oriente, ora che gli USA non sono più presenti nell'area, o come "vecchi compari" dei sauditi o come idealistici organizzatori di "lotte di liberazione" dai soliti "tiranni". Il drone, naturalmente, è in primo luogo il segnale della potenza tecnologica di Hezbollah nei confronti di Israele, se attaccato. Chi ha dato la tecnologia per gli UAV al "partito di Dio"? La Russia? L'Iran, che ha un parco-droni molto vasto ed evoluto, soprattutto nel settore dei droni armati a medio-lungo raggio? O sono tecnologie rubate agli avversari, come spesso accade durante le ormai numerose "piccole guerre" del Medio Oriente? Non lo sappiamo, ma ora Israele sa che Hezbollah può arrivare con un UAV sul suo territorio e colpirlo. E soprattutto sa che Mosca non muoverà un dito contro il suo alleato iranian-libanese, almeno fino a quando Gerusalemme non si legherà stabilmente al sistema e agli interessi militari russi nell'area, che non coincidono comunque con quelli israeliani, comunque vadano le attuali trattative. Ad Israele, in fondo, è stato ricordato che il Golan è un fronte aperto, e che l'interesse dello stato ebraico ad una Siria frantumata e in guerra non può durare in eterno.
   Ancora in altri termini, l'UAV del gruppo libanese vuol dire che Israele non può pensare, in tempi brevi, ad inglobare le alture del Golan che, pure, sono essenziali alla sua difesa da Nord. Fra l'altro, dopo il golpe di Erdogan successivo al tentativo di rivolta delle forze armate turche, vi sono già "ufficiali di collegamento" turchi presso il governo di Assad a Damasco.

(Agielle, 27 luglio 2016)


L'esercito israeliano uccide il killer del rabbino Miki Mark

Operazione militare in un villaggio vicino a Hebron: usati razzi e bulldozer.

di Giordano Stabile

BEIRUT - In una operazione militare con uso di artiglieria, razzi e bulldozer, l'esercito israeliano ha ucciso il palestinese, militante di Hamas, che lo scorso 1 luglio aveva assassinato il rabbino Miki Mark, e ferito la moglie e due dei figli che viaggiavano in macchina con lui.
L'operazione è stata condotta nel villaggio di Zarif, vicino alla città di Hebron. La casa del terrorista è stata circondata e attaccata con mezzi blindati. Dopo un violento scambio a fuoco con armi leggere e lanciarazzi, un bulldozer ha demolito l'abitazione è ucciso il giovane palestinese, Mohammed Fakieh, 29 anni.
Fra le macerie sono stati trovati un Kalashnikov e bombe a mano artigianali. Una vicina di casa è stata leggermente ferita nello scontro a fuoco. Fakieh era già stato in carcere per i suoi legami con la Jihad Islamica, ma in prigione era diventato un militante di Hamas, secondo i servizi israeliani dello Shin Bet.
Il primo luglio Fakieh, probabilmente con alcuni complici, aveva affiancato con la sua auto quella del rabbino Michael Mark, molto conosciuto in Israele, lungo la Route 60, la superstrada che passa vicino a Hebron. Aveva poi sparato 19 colpi di pistola. L'auto si era rovesciata. Mark era morto sul colpo, la moglie ferita gravemente, due figli di striscio.
Secondo lo Shin Bet l'attacco è stato condotto da una cellula di Hamas. Nei giorni scorsi sono stati fatti tre arresti, legati a Fakieh. Fra di loro anche un membro dei servizi di sicurezza palestinesi, Mohammed Omaireh, 38 anni.

(La Stampa, 27 luglio 2016)


Filmato mentre lo sgozzavano. L'Isis rivendica: «Sono nostri soldati»

I feriti sono tre. Prima di tagliargli la gola lo hanno fatto inginocchiare.

di Riccardo Pelliccetti

 
La chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray
Non si fermano più. I terroristi islamici hanno assaltato per la prima volta una chiesa europea sgozzando il parroco e ferendo suore e fedeli. Due jihadisti gridando «Daesh» (acronimo dello Stato Islamico) hanno fatto irruzione ieri, durante la messa mattutina, nel luogo di culto di Saint-Etiennedu-Rouvray, poco distante da Rouen, nel cuore della Normandia. I terroristi sono entrati armati di coltelli dalla porta posteriore, mentre in chiesa c'erano il sacerdote, tre suore e due fedeli. Hanno preso tutti in ostaggio e poi si sono accaniti sul parroco 84enne, padre Jacques Hamel, tagliandogli la gola. Stessa sorte per una suora che, nonostante il tentativo di sgozzamento, sta ancora lottando fra la vita e la morte e per altre due persone, che però non sono state ferite gravemente.
   Una suora sopravvissuta ha raccontato alla tv che il sacerdote, prima di essere ucciso, è stato obbligato a mettersi in ginocchio. I due jihadisti «hanno registrato un video mentre recitavano una sorta di sermone vicino all' altare», ha spiegato la religiosa. I sopravvissuti sono stati poi messi in salvo dalle forze speciali del Bri (Brigate di pronto intervento) che sono arrivate in pochi minuti, grazie all' allarme lanciato da una suora che era riuscita a fuggire dalla chiesa durante l'attacco jihadista. «Sono entrati improvvisamente - ha riferito la religiosa - parlavano arabo e ho visto un coltello. Sono scappata quando hanno cominciato ad aggredire padre Jacques, Non so nemmeno se si siano resi conto che stavo fuggendo». Quando i due terroristi con i coltelli in mano sono apparsi sul sagrato gridando «Allah akbar», gli agenti li hanno abbattuti. La chiesa è stata poi ispezionata dagli artificieri che hanno trovato un ordigno e la cintura che indossava uno dei due jihadisti. Non è ancora chiaro se si trattava di armi finte o di veri esplosivi.
   L'azione è stata, come di consueto, rivendicata dall'lsis che ha parlato dell' attacco di «due nostri soldati» alla chiesa. Lo stile è identico a quello di lunedì, quando una profugo siriano si è fatto saltare in aria nella città tedesca di Ansbach: dopo che le autorità hanno attribuito l'attentato all'Isìs, il braccio mediatico dello Stato Islamico ha subito fatto proprio l'attacco terroristico con le stesse parole «era un nostro soldato».
   Ma chi erano i due killer islamici che hanno preso di mira la chiesa? Uno dei due è il diciannovenne Adel Kermiche, che avrebbe tentato di raggiungere la Siria per ben due volte, la prima attraverso la Germania, la seconda passando per la Svizzera. L'ultima volta, dopo essere stato respinto alla frontiera turca nel maggio dello scorso anno, è stato arrestato quando è sbarcato all' aeroporto di Ginevra e poi estradato in Francia. Qui è finito in carcere con l'incriminazione di associazione per delinquere di stampo terroristico e, dopo un breve periodo di detenzione, è stato messo in libertà vigilata con l'obbligo di indossare un bracciale elettronico. Il giovane jihadista era stato quindi già schedato con la «S», sigla che in Francia identifica i criminali pericolosi, compresi i terroristi. Il secondo terrorista sarebbe invece un minorenne proveniente dall'Algeria, di cui però non sono state diffuse le generalità.
   Il presidente François Hollande, dopo aver visitato il luogo dell' attacco jihadista, ha riunito nel pomeriggio all'Eliseo il premier e i ministri dell'Interno e della Giustizia per esaminare la situazione. «Siamo di fronte a una prova grandissima - ha detto Hollande -la minaccia per il nostro Paese resta estremamente elevata».

(il Giornale, 27 luglio 2016)

*

Riproponiamo un articolo comparso sul Messaggero di ottobre 2015, quando Israele si trovava in piena “intifada dei coltelli”.

Come uccidere un ebreo. Le "istruzioni" dei terroristi dell'Isis a quelli di Hamas

di Giulia Aubry

Mille modi per uccidere un ebreo. I supporters e i disseminatori dello Stato Islamico soffiano sul fuoco delle tensioni tra israeliani e palestinesi. E non certo per spegnerne le fiamme.
   Nei tweet, che imperversano in queste ore nei social di affiliati e sostenitori di Isis, si inneggia alle brigate di Al-Aqsa e ad Hamas, considerati come parte del grande disegno del Califfato. Con gli hashtag #الانتفاضه_انطلقت (l’intifada è stata lanciata) e #الاقصى (Al-Aqsa)). Vengono ripubblicate vecchi manuali - incluso Black Flags from Palestine, uno degli istant book prodotti dal sedicente Stato Islamico - sottolineandone i riferimenti specifici a come costruire bombe e armi artigianali per infliggere un numero più alto di vittime al nemico, o come muoversi all'interno di città come Gerusalemme o Tel Aviv.
   Nei forum di Isis si discute sulla giustificazione e l'ineluttabilità della distruzione di Israele e degli ebrei, che vanno eliminati uno a uno in ogni modo possible. E i coltelli con cui militanti palestinesi feriscono e uccidono, in questi giorni, gli israeliani vengono addirittura glorificati, e paragonati a quello con cui Jihadi Joe ha compiuto le efferate decapitazioni degli ostaggi stranieri nelle mani di Isis. In maniera non diversa, all'inizio di quest'anno e pochi giorni dopo i tragici eventi di Parigi, nei social media aveva fatto la comparsa l'hashtag #jesuiscouteau (io sono un coltello) per celebrare il giovane che, a bordo di un autobus aveva accoltellato tredici persone, a Tel Aviv.
   Messi in difficoltà dai bombardamenti russi, dopo la morte di otto dei loro comandanti per mano dell'esercito iracheno, con le voci - smentite - della scomparsa del loro leader Al-baghdadi gli uomini di Isis si concentrano su possibili nuovi teatri operativi. E lo fanno con il loro consueto immaginario (e non solo) degli orrori.
   Isis non ha mai fatto mistero di voler strumentalizzare a proprio favore il conflitto tra israeliani e palestinesi. In passato, in alcune manifestazioni a Gaza, sono comparse le bandiere di Isis e lo Stato Islamico aveva anche lanciato una pubblicazione, non particolarmente fortunata, specifica per i Territori palestinesi. Il momento di crisi in Siria e Iraq e la concomitanza con il riaccendersi della violenza in Israele e Palestina potrebbero ora diventare una miscela esplosiva, anche se al momento le minacce arrivano solo via web. Un rischio che un Medio Oriente, già sin troppo in fiamme, non può proprio permettersi.

(Il Messaggero, 13 ottobre 2015)



Il giorno dopo sul nostro sito compariva questa frase


Quando il mondo vede che Israele è colpito
cominci pure a tremare
perché presto qualcosa di peggio
si abbatterà su di lui.

 

Da Nizza all'Africa, ascoltiamo Israele

di Domenico Letizia

 
Dan Haezrachy
Un anno politico intenso per la realtà transnazionale e per la geopolitica. Gli attentati in Francia, la politica occidentale, i rapporti con l'Iran e le relazioni dello Stato di Israele con il Continente africano. Analizziamo le varie questioni sollevate con l'ambasciatore Dan Haezrachy, vice capo missione dell'Ambasciata di Israele a Roma.

La Francia, l'Europa e il terrorismo. Israele da sempre è vittima di tali attentati e nel Paese vi era anche chi aveva avvisato il Continente europeo della crescente ondata di odio nei confronti della cultura liberale e democratica. Cosa sta avvenendo in Europa?
  
In primis mi permetta di esprimere un sincero dolore per quanto accaduto sia in Francia, che in Germania. Sono rimasto colpito dalla brutale esecuzione dell'anziano prelato in Normandia. A Nizza, come lei ha rilevato, i terroristi hanno voluto colpire in una data simbolo della libertà europea. Purtroppo, mi spiace rilevare che il terrorismo palestinese ha inventato molti di questi modelli di attacco. Azioni a basso costo, ma con un drammatico "successo" in termini di perdita di vite umane. Questi attacchi dimostrato come al terrorismo non serva possedere grandi eserciti per fare stragi. Bastano pochi individui radicalizzati, un "lupo solitario" in possesso di un coltello, di un camion, di un'ascia, per causare enormi tragedie. Israele ha più volte avvertito l'Occidente del fatto che, non condannare quanto accade ai civili israeliani, significa fare il proprio male. Perché il terrorismo innova poco e imita molto.

L'Europa continua ad aprire le proprie porte all'economia iraniana, nonostante le continue violazioni dei diritti umani e i rischi per le imprese. Ampio spazio da parte della stampa è stato dedicato alla delegazione di 50 imprenditori delle Marche in Iran. A denunciare la non "normalità" iraniana alcune Organizzazioni non governative come Nessuno tocchi Caino e personalità come l'ambasciatore Giulio Terzi di Sant'Agata, presidente del Global Committee for the Rule of Law - Marco Pannella, che in un recente articolo ha ribadito: "Hassan Rouhani aveva chiaramente dichiarato che il suo interesse per i negoziati è stato guidato non da considerazioni moderate, ma per convenienza politica". Perché l'Italia sembra non dare ascolto a tali voci?
  
Purtroppo, dopo il luglio 2015, l'Europa è diventata l'oggetto del desiderio dell'Iran. Ciò fa parte di un piano studiato da parte di Teheran, che ha sia lo scopo di dividere l'Occidente - Stati Uniti ed Europa - sia quello di sfruttare la crisi economica del Vecchio Continente. Riguardo l'Italia, non posso certo dire io al presidente delle Marche quello che deve fare. Posso rilevare che serve un'attenzione particolare, soprattutto in Italia. L'Iran, come ha dichiaratamente detto Rouhani, intende fare dell'Italia la "porta di ingresso verso l'Europa". Considerando la realtà del regime iraniano, mi auguro che chiunque avvii una cooperazione con Teheran lo faccia con ferme precondizioni, tra le quali il netto rifiuto dell'ideologia antisemita e antisionista dell'Iran. Quello che denuncia l'ambasciatore Terzi è verissimo e mi permetta di ringraziarlo pubblicamente per tutto il suo impegno in favore del rispetto dello Stato di Diritto.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato una missione ufficiale in Africa, visitando quattro Stati: Uganda, Ruanda, Kenya ed Etiopia. Quali prospettive si stanno istaurando tra Israele e il Continente africano?
  
Si è trattato di un viaggio molto importante, sia a livello di relazioni internazionali che a livello emotivo. Emotivamente parlando, Netanyahu è anche tornato ad Entebbe, lì dove suo fratello Jonathan è stato ucciso. Per quanto concerne le relazioni diplomatiche, questo viaggio ha permesso a Israele di ritornare in Africa, dopo l'importante lavoro fatto da Golda Meir. Israele ritiene l'Africa un Continente molto importante, sia per la vitalità della sua popolazione, che per quanto Israele può condividere con i Paesi africani in termini di tecnologia applicata a settori quali l'agricoltura e la medicina. Ci tengo a ricordare due cose: grazie a questo viaggio, Israele e Guinea hanno ristabilito le relazioni diplomatiche dopo oltre quarant'anni. Secondariamente, l'Africa offre opportunità di cooperazioni triangolari: basti qui pensare che Italia e Israele cooperano nel settore agricolo in Burkina Faso.

Il vicepresidente della Camera dei deputati, Luigi Di Maio, ha detto che il Movimento 5 Stelle quando sarà al Governo riconoscerà immediatamente la Palestina. Recentemente, una delegazione del M5S in visita proprio in Palestina ha protestato asserendo che "il governo israeliano ci ha negato il permesso di entrare oggi nella Striscia di Gaza". Possiamo chiarire cosa è avvenuto?
  
Israele ritiene il Movimento 5 Stelle una realtà del panorama politico italiano con cui è necessario avere un dialogo. È stato questo lo spirito che ci ha portato a offrire ad alcuni loro rappresentanti, tra cui il vicepresidente Di Maio, l'opportunità di visitare Israele. Ho letto le varie dichiarazioni che i rappresentanti del M5S hanno rilasciato. Per quanto riguarda Gaza, l'impossibilità d'ingresso era stata comunicata loro prima di intraprendere il viaggio, non potendo Israele garantire la sicurezza dei suoi ospiti. Israele, quindi, si è comportato in maniera franca e corretta. Ho letto anche della volontà eventuale dei Cinque Stelle di riconoscere lo Stato Palestinese. Secondo quanto riporta la stampa, questo riconoscimento includerebbe le aree del Golan. Personalmente, invito il M5S a indicarci un partner a cui cedere la parte delle Alture del Golan in possesso di Israele. Spero non si voglia pensare di consegnarle in mano a gruppi terroristi quali Hezbollah o Al Qaeda. Detto questo, ribadisco che siamo contenti di aver invitato i rappresentanti del Movimento 5 Stelle in Israele e ci spiace che solamente parte delle notizie sulla loro visita sia stata pubblicata dai media. Ci sono stati, infatti, anche importanti incontri bilaterali con le controparti presenti nel Parlamento israeliano. Incontri che so essere andati in maniera proficua.

(L'Opinione, 27 luglio 2016)


Noemi Di Segni

Dopo 18 anni, alla guida dell'Unione delle comunità ebraiche italiane è tornata una donna. Commercialista, mamma di 3 figli, si divide tra Roma e Israele «dove si convive con il terrorismo, però né a casa né a scuola si trasmette la paura»

di Emanuela Zuccalà

Noemi Di Segni

«Quando sono stata eletta, ho avuto una palpitazione fortissima. Ma il traguardo non è solo mio: è del gruppo con cui da anni lavoro per dare un'impronta nuova alla nostra associazione». Noemi Di Segni è la neo-presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), ed era dal 1998, con l'uscita di Tullia Zevi, che non si vedeva una donna alla guida dell'ebraismo nel nostro Paese. La sua rivoluzione, però, era iniziata già nel 2012: «C'eravamo presentate con una lista tutta al femminile» racconta «per spiazzare un ambiente maschile e tradizionalista. Solo alle elezioni di quest'anno è entrato qualche uomo nel nostro gruppo. Abbiamo fatto le cose al contrario: invece delle quote rosa, le quote blu». Noemi Di Segni ha 47 anni ed è commercialista. Nata a Gerusalemme da famiglia italiana, dopo il servizio militare (in Israele obbligatorio anche per le donne) si è trasferita a Roma «seguendo il cuore». Ma continua a viaggiare tra i due Paesi «con valigie piene di cibo, quadri e libri»

- Che significato ha, per le comunità ebraiche d'ltalia, una donna al comando?
  Non è una questione di sesso, quanto di approccio nuovo: una gestione dell'Ucei più condivisa, con la partecipazione di tutte le anime dell'ebraismo italiano.

- Ci racconti queste anime.
  Delle nostre 21 comunità, 2 sono grandi, Roma e Milano, alcune medie,
come Torino, Firenze e Bologna, e altre piccolissime. Gli ebrei in Italia sono circa 30.000, con modi diversi di vivere la religione: c'è chi è molto osservante, chi si sente laico ma è legato alle tradizioni ebraiche, chi proviene da altri Paesi. Noi accogliamo tutti senza dare i voti a chi è più religioso.

- Quali valori può portare l'ebraismo, oggi, in Italia e in Europa?
  La vocazione a confrontarsi, ad approfondire, al porre sempre domande cercando risposte. L'importanza dell'alfabetizzazione, del saper leggere dalla prima infanzia, della conoscenza: non a caso siamo detti "il popolo del Libro". E il valore della vita, che per noi è sacra e va salvata a ogni costo: non esiste farsi esplodere per uccidere. Un precetto ancora più importante oggi.

- Israele convive con il terrorismo da sempre: come possiamo vivere qui in quest'epoca di paura?
  Le autorità devono riconoscere i segnali di pericolo e in Italia credo che siamo in buone mani. Ma la nostra vita quotidiana deve andare avanti e a noi genitori e insegnanti tocca spiegare ai giovani quanto il mondo sia cambiato senza però trasmettere la paura. Bisogna insegnare ai bambini l'affettività, la carezza, il rispetto: ognuno di noi ha la propria ricchezza culturale e va apprezzata. Non si può crescere nel timore dell'altro.

- I rapporti con l'Islam in Italia sono diventati più tesi?
  No, noi condividiamo tanto con le altre fedi, dai musulmani ai cattolici, e io penso che i valori di ogni religione, alla fine, siano gli stessi. Il problema è chi strumentalizza la religione, facendone bandiera di conquista. Sono sicura che la mamma musulmana che entra con me al supermercato non si riconosca in quell'Islam che fa stragi e guerre. Sono questi musulmani i primi a dover trovare il modo di esprimere dissenso e dolore.

- La Shoah ebraica è il paradigma di ciò che può accadere quando predominano intolleranza e odio. Il 2 luglio è morto Elie Wiesel, che nei suoi libri ci ha raccontato quell'orrore: ora che i superstiti ci stanno lasciando, sarà più difficile conservare la memoria?
  Occorre mantenere alto l'interesse per la Shoah nelle scuole, raccontandola fin dalle elementari, perché quando non ci saranno più i testimoni diretti, ognuno sarà chiamato a tramandare ciò che ha ascoltato. La Giornata della memoria, il 27 gennaio, è fondamentale perché come ricorrenza aiuta a costruire identità e appartenenza.

- La sua famiglia è stata toccata dalla Shoah?
  Un fratello di mio nonno paterno, con la moglie e la figlia, sono morti ad Auschwitz. I miei nonni materni hanno lasciato Torino nel '38 per le leggi razziali. I miei nonni paterni, invece, si nascosero a Roma e si salvarono. Ma mia nonna mi diceva che, con mio padre piccolo e lei incinta, non aveva accettato accoglienza in un convento perché, in cambio, pretendevano che battezzasse la neonata. Poi per fortuna trovarono un altro convento che spalancò loro le porte. Questi ricordi mi hanno accompagnata per tutta l'infanzia, tramandati dalle donne di famiglia.

- Ha nostalgia di Israele?
  Sì: forse anche per questo mi sono imbarcata nell'avventura all'Ucei . Israele è nel cuore di tutti noi. Oggi però s'aggiunge l'orgoglio di un Paese moderno, democratico, iper-tecnologizzato, che sopravvive in un contesto geopolitico difficile. La maggiore dei miei 3 figli, di 22 anni, già ci vive, e il secondo, di 20, vuole studiare là.

- Cosa sogna per il futuro dei suoi figli?
  Che mantengano gli orizzonti aperti, senza essere costretti a rinunciare ai loro progetti perché guerre, terrorismo o dissesti politici sbarrano la loro strada. Sono abituati a viaggiare, a incontrare giovani di altre religioni, e spero che possano sempre vivere così: senza confini.

(Donna Moderna, 27 luglio 2016)


Israele progetta nuove case a Gerusalemme est, l'Olp protesta

Il segretario generale dell'Olp chiede l'intervento dell'Onu così da ''mettere fine ai progetti coloniali di espansione'' di Israele.

di Edith Driscoll

Ha sollevato da più parti reazioni di protesta l'avvio dell'esame in questi giorni nel municipio di Gerusalemme di progetti per la costruzione in tempi brevi di 770 alloggi per israeliani nella valle compresa fra il rione ebraico di Gilo (Gerusalemme est) e il villaggio palestinese di Beit Jala (Betlemme) dove si trova il monastero Cremisan. Le nuove unità verranno considerate da Israele come parte del "distretto di Gerusalemme" e fanno parte di un piano edilizio più vasto che comprende un totale di 1200 unità abitative. Se non saranno sollevate obiezioni, entro due mesi potranno avere inizio i lavori, peraltro già approvati nel 2013. Questa ultima tranche procederebbe in parallelo - secondo il sito web Walla - agli altri lavori preliminari legati alla edificazione della Barriera di separazione.
Immediate le proteste dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), un'organizzazione politica e paramilitare palestinese fondata a Gerusalemme nel maggio 1964 da una riunione di 422 personalità nazionali. È considerata dalla Lega araba a partire dal 1974 la legittima "rappresentante del popolo palestinese". "Ancora una volta - ha dichiarato il membro dell'Olp Hanan Ashrawi - il governo israeliano sta mostrando le proprie vere intenzioni, distruggendo la possibilità per la creazione di uno Stato palestinese. Queste politiche pericolose provocheranno estremismo ed instabilità nella Regione". Il segretario generale dell'Olp, Saeb Erekat, ha perorato un intervento del Consiglio di sicurezza dell'Onu tale da "mettere fine ai progetti coloniali di espansione" di Israele.
Il capo del comitato per la pianificazione coloniale della municipalità, Meir Turgeman, ha dichiarato, a dispetto della condanna internazionale agli insediamenti israeliani, che le costruzioni di unità abitative andranno avanti sia a Gerusalemme Est sia in Cisgiordania e che farà di tutto per "tenere i giovani a Gerusalemme".

(In Terris, 27 luglio 2016)


Ecco ciò di cui si preoccupano i leader palestinesi, diligentemente riportato da un giornale che ha come direttore un sacerdote e si presenta come una voce che parla “Con i piedi in terra guardando il cielo” Che cosa dice il cielo su Gerusalemme? Che deve essere divisa con i palestinesi? Si guardi bene. M.C.



I campi di Hamas, dove i quindicenni imparano a combattere Israele

Ragazzini addestrati alla guerra dalle brigate al-Qassam

GAZA - Decine di ragazzini, armi in pugno, all'assalto. Siamo nella Striscia di Gaza e questo è uno dei campi di addestramento militare organizzato in estate da Hamas per insegnare ai ragazzi palestinesi a combattere. I partecipanti sono molto giovani, hanno tutti fra i 15 e i 20 anni, e vengono addestrati dagli uomini delle brigate Ezzedine al-Qassam, l'ala armata di Hamas, il movimento islamico che governa Gaza.
La base è vicino al confine fra Israele e Gaza, spesso bersaglio di raid israeliani: qui in una settimana sono stati addestrati 30mila ragazzi. I genitori li mandano qui per dare il loro sostegno ad Hamas e per far sì che imparino a combattere "il nemico che distrugge le nostre case e ci impone l'embargo", raccontano alcuni di loro.
"Non è un segreto che il nemico educa i bambini ad odiare il popolo palestinese - racconta un cittadino di Gaza in visita al campo - noi educhiamo i nostri bambini ad amare la loro patria e mostriamo loro che possono reclamarla anche se questo richiede un grande sacrificio".
Questi campi di addestramento sono aspramente criticati dalle associazioni per i diritti umani internazionali e locali che vedono nel coinvolgimento dei bambini un danno non solo per il loro futuro ma per il futuro dei due paesi, Israele e Palestina, condannati ad una spirale di odio e violenza che passa da una generazione all'altra senza fine.

(askanews, 26 luglio 2016)


Sorrento, arriva in visita il console Mandelli

 
Sorrento
 
Eilat
Fred Mandelli, console italiano ad Eilat, importante centro dell'estremo sud di Israele, è stato ricevuto al Palazzo Municipale dal sindaco di Sorrento, Giuseppe Cuomo. La visita segue l'approvazione all'unanimità della deliberazione con la quale il consiglio comunale di Sorrento, nella seduta del 21 luglio scorso, ha manifestato la volontà di attuare un patto di gemellaggio tra la località del Golfo di Napoli e la cittadina affacciata sulle rive del Mar Rosso.
Riscontrati tanti settori di comune interesse, e quindi di possibile cooperazione e scambi, l'iniziativa ha trovato slancio nell'ambito del programma dell'amministrazione comunale relativo al capitolo turismo e alla conseguente volontà di diversificare l'offerta attraverso nuovi segmenti di mercato.
Abitato da circa 60mila residenti, su un territorio di 87mila ettari, Eilat e l'omonimo golfo sono situati tra la penisola del Sinai e quella araba. Si tratta di uno dei siti già importanti dal mondo per osservazioni e immersioni marine e una località di grande pregio storico. Oggi è sede di uno dei più importanti porti israeliani, che accoglie anche numerose crociere, e di un grande centro turistico-climatico, oltre ad eventi e festival che richiamano ogni anno quasi 3 milioni di visitatori.
"Il gemellaggio con Eilat potrebbe aprire la strada ad un turismo di incoming verso Sorrento di grande interesse per le attività economiche locali - spiega il sindaco, Giuseppe Cuomo - Flussi favoriti anche dall'attivazione, lo scorso anno, di un volo di linea diretto tra Napoli e Tel Aviv e l'imminente inaugurazione di un nuovo scalo aeroportuale proprio ad Eilat".

(il denaro.it, 26 luglio 2016)


Mihajlovic: grandi potenzialità per la cooperazione con Israele

di Monica Ranieri

Gli investitori provenienti da Israele sono i benvenuti in Serbia, poiché il potenziale per la cooperazione è grande, ha dichiarato il Vice Primo Ministro e Ministro dell' Edilizia, trasporti e infrastrutture Zorana Mihajlovic il 25 luglio in occasione della riunione con una delegazione di investitori israeliani, presieduta dal presidente dell'Airport City Belgrade, Gili Dekel.
   "Stiamo attraversando il processo delle riforme, e lavorando duramente per sviluppare le infrastrutture e non sono impaziente di vedere le possibilità che abbiamo davanti", Mihajlovic ha dichiarato parlando con i rappresentanti di cinque grandi società di investimento israeliane le cui attività comprendono la costruzione e gli investimenti nel settore dei beni immobili e delle infrastrutture.
I rappresentanti del Ministero hanno presentato alle compagnie israeliane le trasformazioni che sono state apportate alla legislazione al fine di migliorare l'ambiente di investimento e i progetti in programma in cui gli investitori stranieri possono essere coinvolti.
   Si è parlato della crescita e degli sviluppi che si dovrebbero verificare nel mercato immobiliare a seguito dell'approvazione della Legge sulla Pianificazione e Costruzione, grazie alla quale è stato rimosso uno dei principali ostacoli agli investimenti stranieri, consistente nella durata eccessiva nel rilascio dei permessi di costruzione. Come previsto dall'attuale legislazione, il periodo per il rilascio del permesso dovrebbe essere in media di otto giorni.
   La posizione strategica della Serbia, in quanto paese che sta costruendo corridoi e intraprendedno la realizzazione di progetti per infrastrutture stradali di grande importanza per la regione, come l'autostrada Nis-Merdare, è stato anche sottolineato durante l'incontro con gli investitori israeliani.

(Serbian, 26 luglio 2016)


Calcio - Arrestati 56 ultras del Beitar Jerusalem

Pugno duro della polizia israeliana nei confronti di un gruppo radicale di tifosi del Beitar Jerusalem football club: le forze dell'ordine hanno arrestato 56 componenti della fazione chiamata 'La Familia'. Il blitz, che ha coinvolto 400 agenti, è avvenuto nella notte come conferma la portavoce della polizia Luba Samri. Gli arresti sono la conseguenza di un'indagine durata sei mesi, i componenti del gruppo sono sospettati di essere coinvolti in una serie di gravi episodi di violenze e di aver comprato e venduto armi e oggetti illegali quali pistole stordenti e fumogeni poi utilizzati allo stadio. 'La Familia', composta da estremisti di destra, è nota alle forze dell'ordine per le sue posizioni razziste nei confronti degli arabi, il club è l'unico della prima divisione israeliana a non avere mai avuto in rosa un giocatore arabo.

(la Repubblica, 26 luglio 2016)


Noemi Di Segni domani in visita al ghetto di Venezia

VENEZIA - Domani la neo eletta presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni sarà a Venezia per la sua prima visita ufficiale in Laguna: in mattinata incontrerà a Ca' Farsetti il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e successivamente visiterà la mostra realizzata in occasione dei 500 anni del Ghetto "Venezia, gli ebrei e l'Europa" a Palazzo Ducale.
Nel pomeriggio, dalle 17.00 alle 19.00 presenzierà alla Scola Grande di San Rocco al Mock Trial (finto processo) a Shylock nell'ambito del progetto The Merchant In Venice. Infine in serata sarà in campo di Ghetto Novo per lo spettacolo "The Merchant of Venice", prodotto da Università di Venezia Ca' Foscari e Compagnia de' Colombari.

(Adnkronos, 26 luglio 2016)


Le Forze di difesa israeliane vietano l'applicazione Pokemon Go nelle installazioni militari

GERUSALEMME - L'applicazione Pokemon Go, sviluppata da Nintendo, diventa un tabù anche per le Forze di difesa israeliane: il timore delle autorità militari israeliane è che i soldati e il personale delle installazioni militari possano scaricare un'applicazione sosia e rivelare inavvertitamente dati sensibili. Per questo motivo la Divisione per la sicurezza delle Forze di difesa israeliane ha bandito questa settimana tutte le funzioni dell'applicazione per smartphone all'interno delle basi militari. Fonti militari spiegano che la decisione è stata adottata dopo che le autorità sono venute a conoscenza di una applicazione "clone" sviluppata appositamente per il furto di dati e informazioni.

(Agenzia Nova, 26 luglio 2016)


Crollano gli alibi pacifisti: il terrore islamico colpisce anche la Germania

Una strage sfiorata. Un kamikaze fedele all'Isis si fa esplodere a due passi da un concerto. Provoca 15 feriti e fa scoprire ai tedeschi che la neutralità non basta per fermare "il più grave assalto alla democrazia dai tempi dei Baader Meinhof". Parla Henryk Broder.

di Giulio Meotti

 
Henryk Broder
ROMA - "E' pazzesca la miopia di questo grande ricco paese. Noi tedeschi avevamo creato un paradiso di pace e benessere. Ma non ci eravamo accorti che il paradiso era perduto". Fra i più influenti commentatori in Germania, intellettuale ebreo firma di punta del gruppo Springer, Henryk Broder non è affatto sorpreso dai quattro attentati che in una settimana hanno causato morti e feriti sui treni, nei centri commerciali, nelle strade e nei bar. Mohammed Delel, il kamikaze, profugo siriano, che si è fatto esplodere in un ristorante ad Ansbach, provocando quindici feriti, a due passi da un concerto con 2.500 persone, è il primo ad aver giurato fedeltà al Califfato. "In un video l'uomo minaccia in arabo un nuovo attentato in Germania nel nome dell'Isis", ha detto il ministro dell'Interno della Baviera, Joachim Herrmann. "Mi domando perché non ci siano stati prima attentati", dice Broder. Dalla Seconda guerra mondiale, la Germania si è votata a un rigido pacifismo. Prima ci fu l'opposizione alla guerra in Iraq, quando Gerard Schroeder con Dominique de Villepin mise il veto della "vecchia Europa" all'intervento americano. Nei giorni scorsi parlamentare tedeschi, come la verde Renate Künast, hanno persino criticato la polizia per aver ucciso il terrorista che con un'ascia ha seminato morti in un treno a Würzburg. "L'aggressore non poteva essere fermato senza ucciderlo????", ha chiesto Künast, con quattro punti interrogativi.
  "E' la dolce vita delle democrazie che gli islamisti vogliono", dice al Foglio Broder, ex Spiegel oggi editorialista della Welt. "I tedeschi avevano voluto dimostrare che erano di nuovo buoni espiando il senso di colpa per il nazismo con l'accoglienza di milioni di stranieri. Distinguono tra islam 'religione di pace' e islamismo, come se non avessero nulla a che fare con l'altro, come se tra alcool e alcolismo non ci fosse collegamento. E lo Stato Islamico diventa il 'cosiddetto Stato Islamico', come una volta la 'cosiddetta DDR'. Siamo ancora il paese del pacifismo di Günter Grass e Heinrich Böll. Il guru teatrale Peter Zadek ha detto che gli americani 'sono paragonabili ai nazisti'. E la Gestapo vive a Guantanamo, Abu Ghraib è la nuova Auschwitz e la Nsa ha assunto la direzione della sede della Sicurezza del Reich. Ma senza l'intervento alleato non ci sarebbe il movimento per la pace in Germania o le marce di Pasqua. E chiamarlo 'pacifismo' sarebbe un tradimento di Carl von Ossietzky, che ha pagato con la vita per le proprie convinzioni. Il pacifismo tedesco del XXI secolo è uno stile di vita che gli altri pagano, è il revisionismo di classi istruite che hanno imparato come formulare il risentimento in modo sottile. Questo misto di ricchezza e pacifismo è stato un disastro e ha causato codardia, la perdita di ogni standard occidentale. La Germania oggi discute di trans e gender in un declino morale associato alla ricchezza. Oppure del burkini, il costume da bagno delle musulmane. Viviamo nel XXI secolo ma abbiamo a che fare con problemi del VII secolo, come la nudità delle persone nelle piscine pubbliche".
  Chi sono i responsabili? "Gli intellettuali, i media, i politici sono colpevoli per questa situazione, non le persone comuni, i tedeschi capiscono cosa sta succedendo. Ma settant'anni di 'pace' hanno fatto perdere alla Germania la voglia di combattere per la libertà. Oggi la Germania dice che la colpa è della Francia che esclude i musulmani nelle banlieu, come dieci anni fa la colpa era di Bush". Dopo l'attacco al centro commerciale di Monaco c'è stata una corsa a trovare segni di pazzia nel terrorista. "E' il potere della negazione: il terrorismo non può avere radici islamiche, così si cerca il 'pazzo'", ci dice Broder. "Hanno consentito di entrare a più di un milione di persone senza controllo. Mi rispondono: 'Ma i migranti sono in maggioranza pacifici'. Vero, ma neppure la maggioranza dei tedeschi ha votato per Hitler. E la Rote Armee Fraktion non ha mai avuto più di mille terroristi. Adesso affrontiamo il primo test per la democrazia tedesca dal terrorismo della Baader Meinhof, che colpivano obiettivi precisi, i 'porci', mentre oggi si colpisce la gente per strada. Anche allora non si capì che la Rote Armee Fraktion (il cui avvocato è stato lo stesso di Broder, Otto Schilly, ndr) era un movimento fascista nella tradizione tedesca. Il loro obiettivo era distruggere la società democratica, instillare paura, ricattare. Gli islamisti vogliono la stessa cosa".
  La vita di ogni giorno sta già cambiando. "Sono forse uscito dal ghetto ebraico per entrare in un ghetto multiculturale? Vicino alla Università Tecnica di Berlino, i musulmani bloccano il traffico per pregare in massa il loro dio, Allah. Mai cristiani, ebrei, ortodossi avevano pregato nella università. Forse avrebbero negato loro la possibilità. Chiunque crede che l'islam sia parte della Germania, non dovrebbe esitare a fare un passo avanti: la sharia appartiene alla Germania. Senza sharia, non c'è islam e l''Euro-Islam' è una chimera, come lo era l''Euro-Comunismo'. Ci risparmieremmo un sacco di tempo e sarebbe la fine di tutti i dibattiti sulla parità tra uomini e donne, il matrimonio per tutti, il velo, la separazione dei poteri in politica, la separazione tra chiesa e stato, le caricature e la satira. I giornalisti tedeschi sono in una sottomissione volontaria, apri i giornali e trovi pochissime voci libere, anticonformiste. Anche settant'anni fa iniziò così, con la chiusura delle menti. Un giornalista, Christian Bommarius della Frankfurter Rundschau, ha appena scritto che 'la probabilità di perdere la vita sulle strade è superiore alla probabilità di essere bersaglio di una bomba'. Un altro, Arno Frank della Zeit, ha chiesto alla gente di rilassarsi. 'Serenità'". Cosa potrebbe succedere di così terribile ai bravi tedeschi?

(Il Foglio, 26 luglio 2016)


Hot air baloon festival: il festival delle mongolfiere!

Ogni anno in tutto il mondo si tengono decine e decine di manifestazioni dedicate alle mongolfiere. Ecco alcune foto dell'ultimo evento tenutosi in Israele lo scorso 22 luglio

C'è qualcosa di più poetico di una mongolfiera che fluttua pacifica incontro ad un tramonto?
Bhe, anche se non siete dei romanticoni (insensibili!), non potrete che rimanere a bocca aperta di fronte alle originalissime mongolfiere apparse al Festival di Israele! La fantasia prende il volo!
Il 22 luglio del 2016 si è tenuto all'Eshkol Park di Netivot, città dello Stato di Israele, uno dei tanti Hot Air Baloon Festival che ogni anno si tengono nel mondo.
In tali occasioni si radunano tutti palloni aerostatici più belli e fantasiosi, trasformando il cielo in una vera parata di strane creature volanti.

(Focus Junior, 26 luglio 2016)


Al via le selezioni per la nomina del nuovo ambasciatore di Israele in Turchia

GERUSALEMME - Il ministero degli Esteri israeliano ha pubblicato oggi un "concorso" interno per ricoprire la carica di ministro degli Esteri in Turchia. Secondo quanto riferisce il quotidiano israeliano "Haaretz", questa mossa del primo ministro ed ministro degli Esteri ad interim Benjamin Netanyahu denota la volontà di non fare una nomina politica, bensì una designazione basata sulla valutazione dei diversi candidati. Fonti ufficiali riferiscono che l'annuncio è rivolto a tutti i diplomatici israeliani e che le esaminazioni inizieranno presto. La nomina di un ambasciatore rappresenta uno dei primi passi per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra due paesi. Nel settembre del 2011, Ankara ha espulso l'allora ambasciatore israeliano in Turchia Gabi Levy, in seguito all'assalto da parte di un commando israeliano alla nave turca Mavi Marmara, in cui nel maggio 2010 rimasero uccisi dieci attivisti. Lo scorso 28 giugno le autorità di Gerusalemme ed Ankara hanno firmato un accordo che mette fine a sei anni di gelo diplomatico.

(Agenzia Nova, 25 luglio 2016)


La delegazione saudita in visita non ufficiale a Gerusalemme apre nuove prospettive

GERUSALEMME - La stampa israeliana ha evidenziato la rarità di questa visita, dal momento che Riad e Gerusalemme non hanno relazioni diplomatiche ufficiali, sebbene nei mesi scorsi siano emerse prove di accordi di tipo economico tra i due paesi. L'ex generale saudita Eshki ha promosso l'iniziativa di pace araba, affermando che la creazione di due Stati, uno israeliano ed uno palestinese, eliminerebbero le scuse dell'Iran per sostenere i gruppi terroristici regionali. Eshki ha inoltre evidenziato che la risoluzione del conflitto israelo-palestinese porterebbe alla normalizzazione delle relazioni tra Israele ed il mondo arabo. "Non ci sarà pace con i paesi arabi prima che ci sia un accordo con i palestinesi", ha detto l'ex generale saudita. In merito alle voci che di tanto in tanto circolano sulla stampa di una possibile cooperazione tra Riad e Gerusalemme, il funzionario saudita ha detto: "Per quanto ne so, non c'è alcun tipo di cooperazione contro il terrorismo tra Israele ed Arabia Saudita, sebbene i due paesi condividano lo stesso approccio nel trovare delle soluzioni".

(Agenzia Nova, 25 luglio 2016)


Fenicia porta Camicissima in Israele

Fenicia ha siglato in Israele un contratto strategico con il Gruppo Hamashbir Lazarchan per lo sviluppo del marchio Camicissima.
Il piano di sviluppo concordato prevede 40 aperture distribuite su tutto il territorio, da effettuarsi entro i prossimi 5 anni.
Il piano ha già iniziato a concretizzarsi nel mese di giugno con l'apertura dei primi tre punti vendita siti nei department store Hamashbir, nei mall della capitale Gerusalemme, di Haifa, capitale dell'omonimo distretto affacciata sul mare, e di Rishon LeZion, quarta città più grande d'Israele poco più a sud di Tel Aviv.
"Siamo molto felici di poter affrontare questo importante mercato con il supporto di un partner di grande solidità e già ben inserito nel territorio. Israele è un paese con un pil interessante e in crescita, nonché fortemente sviluppato: siamo quindi certi che gli oltre 8 milioni di abitanti ci potranno offrire un bacino d'utenza più che adeguato per garantire la redditività dei 40 negozi programmati", ha sottolineato Fabio Candido, amministratore delegato di Fenicia.
In termini di proposta, il marchio per il mercato israeliano manterrà il suo dna affiancando al proprio core business un total look che ne sottolinei e rafforzi lo stile italiano.

(FashionUnited, luglio 2016)


Il paradigma del ventriloquo

"Il mio nome è Shylock" di Howard Jacobson l'autore fa apparire il personaggio di Mehdi Mehdi, comico franco-algerino accusato di incitare all'odio contro gli ebrei propagando l'ideologia nazista. Ecco perché l'esempio è perfetto per capire cosa sta succedendo oggi.

di Antonio Gurrado

Ho trovato una delle considerazioni più sagge sul rapporto fra terrorismo islamico e responsabilità individuale lì dove non me la sarei mai aspettata, fra le righe di un romanzo inglese ispirato a Shakespeare: "Il mio nome è Shylock" di Howard Jacobson (Rizzoli).
Fugacemente l'autore fa apparire il personaggio di Mehdi Mehdi, comico franco-algerino accusato di incitare all'odio contro gli ebrei propagando l'ideologia nazista. Se non che, di mestiere, Mehdi-Mehdi fa il ventriloquo; pertanto si difende facendo inoppugnabilmente notare che a propagare l'ideologia nazista è caso mai il pupazzo che porta in grembo, il quale infatti non perde occasione di salutare il pubblico a braccio teso. Se il saluto nazista viene poi reiterato da isolate frange estremiste o da giovani particolarmente suggestionabili, sostiene Mehdi Mehdi, la colpa è del pupazzo di cui seguono l'esempio, e non del ventriloquo che di per sé "non ha né personalità né ideologie proprie". Ovvio che è assurdo, è un romanzo satirico. Eppure ogni volta che dopo avere contato i cadaveri usiamo le espressioni "cane sciolto", "lupo solitario", "soggetto a rischio", "maniaco depressivo", "folle isolato", "falso musulmano", stiamo incolpando il pupazzo per assolvere il ventriloquo.

(Il Foglio, 25 luglio 2016)


I dimenticati ad est. L'Olocausto in Transnistria degli ebrei di Romania troppe volte negato

di Ida Valicenti

 
Una celebrazione in Romania per ricordare l'Olocausto
Il 22 giugno 1941 ha inizio l'Operazione Barbarossa, con cui le truppe tedesche entrarono in Unione Sovietica. Ebbe così inizio una guerra totale. Deciso a mantenere la sovranità territoriale della Romania, conquistata con il Trattato di Versailles del 1918, Ion Antonescu si alleò con l'Asse, diventando il principale alleato esteuropeo della Germania nazista.
   A ottobre 1941 cominciò la campagna di espulsione di 150.000 ebrei verso la regione della Transnistria, territorio a Est del fiume Nistro, a quel tempo sotto amministrazione romena. I legionari di Horia Sima fecero della pulizia etnica il loro principale obiettivo. Nelle regioni della Bucovina, Moldova e Bessarabia i gendarmi arrestarono e poi consegnarono 172.000 ebrei all'Einsatzgruppe, le unità operative delle SS impiegate a Est. Esse avevano il compito di operare l'annientamento di ebrei, zingari e commissari politici attraverso fucilazioni di massa e deportazioni su autocarri convertiti in camere a gas. In Bucovina, Moldova, Bessarabia, Crimea e Caucaso settentrionale era impiegata la Einsatzgruppe D.
   Il 22 ottobre 1941, la Romania occupò Odessa. Fu allora che il generale Nicolae Macici, con la complicità del governatore della città Gheorghe Alexianu, diede l'ordine di massacrare 20.000 civili, la maggior parte ebrei. Il 28 ottobre, 50.000 ebrei furono deportati nei campi di concentramento di Bogdanovka e Berezovka, in Transnistria. Prima dell'occupazione romena, Odessa vedeva una fiorente comunità ebraica di circa 90.000 persone. Nel 1942 vi erano solo 703 ebrei vivi.
   L'anno seguente, il 22 gennaio, la Guardia di Ferro uccise 125 ebrei a Bucarest e altri 2000 vennero reclusi in centri di tortura. Le loro proprietà furono confiscate e vandalizzate, le donne stuprate e le sinagoghe date alle fiamme. Un episodio drammatico si consumò anche a IIaşi, dove vi era una comunità ebraica ben organizzata che contava circa 45.000 persone. 15.000 di loro trovarono la morte nel pogrom di Iaşi accusati di essere spie, sabotatori e complici dei bolscevichi, altri stipati in vagoni bestiame vennero deportati in Transnistria, dove le autorità romene avevano istituito campi di lavoro e campi di sterminio. Si ricordano il campo di Berezovka, Akmechetka, Domanevka, Bogdanovka. Qui, alla fine del 1941, vi erano già 54.000 detenuti, di cui 48.000 provenienti da Odessa e 7.000 dalla Bessarabia. 5.000 di loro furono bruciati vivi nei fienili, mentre colonne di 300 e 400 persone furono abbandonate nella foresta vicina. Circa 30.000 persone vi morirono di stenti.
   Secondo la Commissione per l'Olocausto in Romania, istituita nel 2003 da Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace nel 1986 e scrittore romeno di origine ebraica, sopravvissuto ad Auschwitz, sotto la responsabilità romena furono uccisi circa 300.000 ebrei, 11.000 Rom, la maggior parte di loro nei campi di concentramento della Transnistria.
   Il 20 agosto 1944, l'Armata Rossa, forte di 90.000 soldati, avviò la grande offensiva Iaşi-Chişinau, riconquistando la Bessarabia in cinque giorni. Mentre le truppe sovietiche avanzavano in Romania, re Mihai destituì il generale Antonescu. Arrestato, il conducator fu fucilato a Bucarest il 26 maggio 1946.
   Con l'entrata dell'Armata Rossa a Bucarest, la Romania intraprese il percorso del quarantennio comunista. Il Comunismo scaricò le responsabilità dell'Olocausto romeno in Transnistria sugli invasori ungheresi e tedeschi, minimizzando il ruolo della Romania nel genocidio degli ebrei. Solo negli ultimi decenni, la Romania, grazie anche al contributo di Elie Wiesel, ha iniziato a riconciliarsi con il proprio passato, nei confronti degli ebrei e dell'Olocausto.
   Con la Commissione del 2003 il governo romeno ha assunto la responsabilità dell'Olocausto al di là del Nistro, ha riconosciuto il 9 ottobre come giornata della commemorazione e ha creato l'Istituto nazionale per lo studio dell'Olocausto in Romania. Passi importanti per estirpare il negazionismo, purtroppo, ancora radicato nella società politica del Paese.

(East Journal, 25 luglio 2016)


Il free-press filo-Netanyahu è il quotidiano più letto in Israele

Nel week-end, distribuite 550 mila copie

Israel ha-Yom, il free-press finanziato dall'uomo d'affari statunitense Sheldon Adelson a sostegno del premier Benyamin Netanyahu, continua ad avanzare e si conferma al primo posto fra i quotidiani piu' letti in Israele, seguito di misura dal tabloid indipendente Yediot Ahronot. Il venerdi', nell'edizione del week-end, Israel ha-Yom e' ora distribuito in 550 mila copie. Questi dati sono stati divulgati oggi dall'agenzia TGI che monitorizza la 'esposizione' degli israeliani alla stampa e agli altri media locali.
Partendo dal presupposto che gli israeliani prendano in mano piu' di un giornale al giorno, la 'esposizione' di Israel ha-Yom e' stata fissata nella prima meta' del 2016 al 39,7 per cento dei lettori della carta stampata, mentre quella di Yediot Ahronot (che pure viene distribuito gratuitamente nei principali mezzi di trasporto di massa) e' del 34,9 per cento.
I giornali di opinione sono seguiti da un pubblico ristretto: Haaretz ha una 'esposizione' del 3,9 per cento, Maariv del 3,6 per cento. Nella stampa economica il piu' letto e' Calcalist (allegato a Yediot Ahronot, con l'11,3 per cento) seguito da Marker (Haaretz, 5,4 per cento) e da Globes, con il 4,6 per cento.

(ANSAmed, 25 luglio 2016)


L'israeliana Elbit starebbe per acquisire aziende brasiliane per un valore di 50 milioni di dollari

GERUSALEMME - L'azienda produttrice di componenti elettroniche per la difesa israeliana Elbit Systems starebbe per acquistare alcune imprese della società brasiliana Odebrecht Defesa e Tecnologia per un valore complessivo di circa 50 milioni di dollari. Secondo quanto riferisce il quotidiano d'informazione economica israeliano "The Maker", le imprese che verranno acquisite da Elbit appartengono alla Mectron, sussidiaria della Odebrecht Defesa e Tecnologia, specializzata in prodotti ad alta tecnologia e sistemi di difesa per scopo civile e militare (dual-use). Mectron ha visto un calo del fatturato dopo che il governo brasiliano ha dimezzato la spesa per il programma nucleare sottomarino del paese. Il mercato dell'America Latina ha rappresentato l'11 per cento del fatturato di Elbit nel 2015, che si sta aggiudicando un numero crescente di contratti in Brasile, dopo la decisione del governo di spostare il fulcro della difesa all'ambito della sicurezza nazionale. Brasilia, infatti, intende garantire la sicurezza, in particolare, della regione amazzonica e dei giacimenti petroliferi offshore del paese. La notizia dei negoziati di Elbit per l'acquisizione di aziende brasiliane è stata confermata dalla Odebrecht, ma non ha ricevuto commenti da parte della società israeliana.

(Agenzia Nova, 25 luglio 2016)


In calo in Israele il numero dei migranti africani

Ma nei rioni poveri di Tel Aviv sale la tensione.

E' in calo in Israele il numero dei migranti africani entrati illegalmente nel Paese attraverso il Sinai: Dei 64 mila arrivati dal 2006 ne restano oggi 41.685, di cui quasi tre quarti eritrei e i rimanenti sudanesi. E' quanto emerge da un rapporto pubblicato di recente dal 'Centro di ricerca e di informazione' della Knesset (Parlamento) sulla base di informazioni talvolta lacunose, per il rifiuto di alcune strutture statali di rispondere alle domande ricevute.
   Il rapporto precisa che circa 3.000 migranti sono attualmente nel 'Centro di accoglienza' di Holot (Neghev), dove non possono svolgere alcun lavoro. Negli anni 2013-16 altri 13.600 hanno lasciato "di propria volontà Israele" (dopo aver ricevuto incentivi materiali) e si sono diretti per lo più verso altri Paesi africani, indicati dalla stampa locale in Ruanda ed Uganda.
   I ricercatori della Knesset non sono riusciti a stabilire con certezza quanti siano oggi i migranti africani che popolano cinque rioni poveri nel settore Sud di Tel Aviv. Le stime sono comprese fra 17mila e 30mila, inseriti in una popolazione complessiva di circa 30mila israeliani. In questi quartieri, secondo il rapporto, é iniziato un processo di 'emigrazione' e negli ultimi anni quasi 3.000 abitanti ebrei si sono trasferiti altrove.
   Il rapporto, presentato questa settimana al governo dal ministro degli interni Arye Deri (Shas), é stato accolto con clamore nei rioni poveri di Tel Aviv da attivisti israeliani contrari alla massiccia presenza dei migranti. In immagini diffuse sul web essi mostrano alcuni migranti africani inneggiare pubblicamente ad Adolf Hitler, per schernire gli israeliani.

(ANSAmed, 25 luglio 2016)


A proposito di Turchia. Cari Lerner e Boldrini, com'era quella barzelletta sull'islam moderato?

Quando cominceremo a capire che nella Turchia post colpo di Stato Recep Tayyip Erdogan sta semplicemente portando alle estreme conseguenze quella che rischia di essere una rivoluzione islamica del suo paese? La tesi di Soner Cagaptay che non piace all'internazionale dei Peter Pan.

di Claudio Cerasa

 
Soner Cagaptay è uno scienziato della politica con radici turche e americane, lavora come senior fellow al Washington Institute for Near East Policy, e qualche giorno fa ha scritto per il Wall Street Journal un articolo semplicemente perfetto su un aspetto cruciale legato al delicato destino della Turchia. Il senso del ragionamento è chiaro e lineare e suona più o meno così e non farà piacere all'internazionale dei Peter Pan dell'islamismo che vede da sempre in Turchia e non solo un modello gustoso e generoso di magnifico Islam moderato. In sintesi: cari amici, quando cominceremo a capire che nella Turchia post colpo di Stato Recep Tayyip Erdogan sta semplicemente portando alle estreme conseguenze quella che rischia di essere una rivoluzione islamica del suo paese? "La Turchia - ha scritto Cagaptay - è a un momento epocale della sua storia dopo il fallimento del colpo di Stato, ma come in tutti i momenti epocali adesso Ankara è davanti a un dilemma. Il presidente ha ottenuto nuova legittimità e guadagnato un nuovo alleato, l'impeto religioso nelle strade, e adesso potrà usare questo impeto per ottenere il potere esecutivo a cui anela oppure incoraggiare le forze religiose a prendere il controllo del paese, incoronando se stesso come leader islamico. Nella notte del colpo di Stato, mentre il coup era in corso, Erdogan - continua Cagaptay - ha fatto appello al sentimento religioso nel paese, spingendo i suoi sostenitori alla reazione. Su suo ordine, all'una e un quarto di notte i richiami alla preghiera hanno risuonato nelle 80 mila moschee della Turchia".
  l tentativo di Erdogan di spingere più in là la notte della Turchia, archiviando il laicismo di Atatürk, proietta il paese verso il suo momento 1979 e può permettere alla guida suprema della politica turca di realizzare una rivoluzione islamica non troppo diversa da quella messa in campo proprio nel 1979 in Iran. Nella notte del golpe in molti hanno notato che il governo turco, sullo stile dello Stato islamico, ha diffuso immagini di un soldato decapitato ma gli stessi che oggi si meravigliano della trasformazione della Turchia, delle purghe di Erdogan, della archiviazione del secolarismo, sono gli stessi che prima del golpe credevano che la deriva integralista di Erdogan fosse un fenomeno tutto sommato gestibile e accettabile, fingendo di non vedere le 17 mila moschee edificate nel giro di pochi anni ("Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati"), le donne turche nuovamente coperte con il velo, i muezzin nella vecchia basilica di Santa Sofia trasformata in passato da Atatürk in un simbolo della laicità del paese. Cagaptay conclude il suo buon ragionamento toccando la carne viva della grande contraddizione che vive all'interno della definizione di "islam moderato", notando che negli ultimi tempi l'Occidente ha scelto di investire forte su due paesi come la Turchia e come l'Iran in cui il processo di islamizzazione ha compresso e compromesso le libertà individuali e in cui le ambiguità con il terrorismo di matrice islamista hanno contribuito ad alimentare su vari fronti il terrorismo jihadista.
  Il problema è evidente, dunque, e riguarda uno dei grandi temi che andrà messo a fuoco anche per capire che mondo lascia Obama dopo otto anni alla Casa Bianca. È davvero un rischio accettabile lasciare il medio oriente nelle mani di un paese (l'Iran) che teorizza la necessaria cancellazione dalle mappe geografiche dell'unica democrazia matura della zona, ovvero Israele? È davvero un rischio accettabile non muovere un dito di fronte a un paese (come la Turchia) che potrebbe convertire la reazione religiosa al colpo di Stato in una controrivoluzione islamica, ponendo fine allo status della Turchia come democrazia secolare? È davvero un rischio accettabile non porsi nemmeno un interrogativo sull'opportunità che il paese guidato da Erdogan sia "indispensabile" per la Nato a prescindere dal suo progressivo "fanatismo religioso", come lo ha saggiamente definito su queste colonne Giorgio Napolitano? L'impotenza dell'Europa e delle società occidentali di fronte alle continue rivoluzioni islamiche dei due grandi pivot del medio oriente (l'Iran sciita, la Turchia sunnita) la si spiega non solo con la condizione di smarrimento vissuta dalle nostre società nell'epoca del disimpegno americano ma anche attraverso un'altra lente di ingrandimento (distorta) che è la stessa che non ci consente di mettere a fuoco il dramma del terrorismo jihadista. E quando ci copriamo gli occhi per non vedere la rivoluzione turca, quando ci copriamo gli occhi per non vedere il totalitarismo iraniano, quando ci copriamo gli occhi per non vedere la sharia applicata da stati amici come il Pakistan e la Turchia, quando ci copriamo gli occhi per non vedere la vera matrice del terrorismo che da mesi colpisce la libertà dell'Occidente, facciamo sempre la stessa cosa e ignoriamo sempre lo stesso problema, fischiettando spensierati per distrarci un po' e non pensare all'unica parola che andrebbe messa a fuoco quando si parla di Turchia, di Iran e di nuovi totalitarismi: l'islamismo.
  L'uomo occidentale - ha detto Rémi Brague, tra i più grandi medievisti viventi, professore emerito alla Sorbona e cattedra "Romano Guardini" a Monaco di Baviera, in un testo raccolto sul Foglio dal nostro Matteo Matzuzzi - è incapace di reagire perché non sa chiamare le cose con il loro nome, non sa definire il problema, non riesce a vederlo come dovrebbe e come potrebbe e non capisce che, per l'islamista, "la violenza è solo un mezzo che, come tale, prevede uno scopo: l'implementazione, a livello mondiale, di una legislazione che altro non è che una forma o l'altra di sharia, capace di decidere sulla moralità individuale, la famiglia, l'economia. Forse, anche per governare il sistema politico". Caro Gad Lerner e cara Laura Boldrini, scusate, com'era la barzelletta sull'Islam moderato?

(Il Foglio, 25 luglio 2016)


«Dopo tante primavere bidone, ora una vera rivoluzione. Non m'interessa neppure chi l'abbia innescata, quel che conta è che a quasi 100 anni da Atatürk la Turchia torna a essere una grande nazione musulmana di fatto e di diritto. Allah protegga nostro fratello Recep Tayyip Erdogan, e tutto il popolo turco».
Proprio questo ha detto Hamza Roberto Piccardo, membro fondatore dell'Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche d'Italia) dopo il fallito colpo di stato in Turchia e il conseguente inizio della vendetta di Erdogan. Questo fa capire che i “musulmani moderati” come Piccardo sono persone che pazientemente e “moderatamente” lavorano per raggiungere l’obiettivo radiosamente raggiunto in Turchia: l’islamizzazione di fatto e di diritto della nazione in cui vivono, con conseguente abbattimento di legislazioni laiche come quella di Atatürk. Si atteggiano a “moderati” perché il loro compito adesso è soltanto quello di estendere l’islamizzazione di fatto, ma sono sempre in attesa di raggiungere l’obiettivo finale: "una nazione musulmana di fatto e di diritto", a quel punto se necessario anche con la violenza. Si può ritenere che non lo raggiungeranno mai, ma non saper riconoscere le loro intenzioni è grave anche per le scelte politiche immediate, perché non fa capire come ci si debba comportare di fronte alle loro richieste o pretese. M.C.


Lo schiavismo moderno e la paura che ci blocca

di Pierluigi Battista

ROMA - Avanza su Via Nazionale un omone corpulento, enorme. Ai polsi, attorno al collo, sulle dita di entrambe le mani sembra una semovente miniera d'oro massiccio: anelli, orologio, braccialetti, catenine e catenone. Guarda le vetrine distrattamente, camminando con affaticata lentezza, per non sfidare troppo la canicola romana. Dietro di lui un'ombra nera. Non possiamo sapere nulla del bipede infagottato in una tunica nera che avvolge tutto il corpo, la testa, il volto, gli occhi nascosti da un paio di occhiali da sole, ai piedi scarpe nere piatte, che possiamo solo intravvedere tra le pieghe del sudario che arrivano fino all'asfalto. Una donna, ecco. Totalmente cancellata come essere umano. Una figura invisibile che cammina a piccoli passi per star dietro all'omone che è il suo padrone, e che ostenta la sua arrogante indifferenza verso la nonpersona che lo segue come una schiava che nel nome del Corano deve solo obbedire, compiacere il suo tiranno. Magari è solo una bambina, chi lo sa. Non possiamo vedere nulla di lei, trattata e nascosta come un nulla. È la prima volta che ho visto una scena simile a Roma. L'avevo vista a Londra e a Vienna. Qui fa un po' più impressione, forse è l'effetto sorpresa. Mi domando però se dobbiamo farci l'abitudine, a questo triste spettacolo dello schiavismo moderno. Mi domando se il senso di repulsione che questa scena mi suscita sia il frutto di un pregiudizio «etnocentrico» o se non sia una forma di sano imbarazzo puramente umano. E se non ci si debba ribellare, nelle coscienze almeno, a questo sfoggio di umiliazione delle donne, a questa nullificazione di esseri umani che, sole e calpestate, non possono cambiare il loro destino.
   È un costume che va rispettato, per convivere pacificamente con l'Islam? A me sembra di no. Se noi vedessimo una donna, o un bambino, o un qualunque soggetto debole, trascinato con un guinzaglio al collo da un uomo prepotente non faremmo in modo di fermarlo? Non vorremmo veder finito quello spettacolo osceno e mortificante? Ci appelleremmo alla pluralità dei costumi, alla varietà vitale delle culture, alla diversità dei modelli sociali, al rispetto che si deve ad ogni fede? Quell'essere minuto senza corpo, senza volto, senza sguardo, senza sesso e genere sembra piuttosto la vittima designata della nostra ignavia e del nostro conformismo. Se potesse ribellarsi. Se noi le dessimo una mano a ribellarsi. Ma non vogliamo farlo, nascosti anche noi, sotto le nostre paure.

(Corriere della Sera, 25 luglio 2016)


"Auschwitz, non è umano chi ci gioca o lo permette"

Lo sconcerto delle presidenti delle Comunità israelitiche d'Italia e di Roma.

di Virginia Della Sala

Demenza digitale? Forse
Auschwitz non è solo un luogo sacro per gli ebrei. E il cimitero dell'umanità, è il pun to dove l'umanità ha incontrato il baratro e ha toccato il suo punto più basso. Anche solo pensare di poter giocare ad Auschwitz è inconcepibile".
A dirlo è Ruth Dureghello, presidentessa della Comunità ebraica di Roma riferendosi alla presenza, nel campo di sterminio, di 136 Pokemon, i mostriciattoli protagonisti del gioco a firma Niantec, Nintendo, Pokemon e Google, scaricato da oltre 30 milioni di utenti in tutto il mondo e diventato un fenomeno senza pari. "Anna Frank diceva di volere credere nell'intima bontà dell'uomo - spiega Dureghello - e lo stesso voglio fare anche io. Voglio credere che sia stata una svista, un errore, una superficialità".
Il tema comunque, è più complesso della decisione di permettere che ci siano Pokemon ad Auschwitz e nei luoghi della memoria: si allarga alla memoria e al suo rispetto. Se ci sono i mostriciattoli da catturare significa che c'è chi prova a catturarli. "Più che fenomeno di costume, la caccia globale ai Pokemon rischia di assumere i contorni di una vera e propria patologia. E un'ulteriore fonte che alimenta a gocce l'oceano della violenza - spiega al Fatto Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane-. Che umanità è quella che si mette alla ricerca dei mostriciattoli ad Auschwitz, nei luoghi dove si consumò il più grave crimine mai commesso dall'uomo contro l'uomo? E a quali codici etici e comportamentali risponde chi, tra i dirigenti della Nintendo, permette che tutto questo accada senza porre argini e filtri? Il gioco senza confini e la demenza digitale sono una minaccia molto grave, troppo spesso sottovalutata". Poi, il riferimento ai risvolti commerciali. "È ancora più grave che vi sia chi, sfruttando tutte le potenzialità - fragilità di queste fasce di consumatori, non si faccia scrupoli a violare luoghi e testimonianze che dovrebbero essere dedicati a ben altro tipo di attività. Alle autorità competenti, chiedo di intervenire con fermezza per porre fine a questo abominio, ai genitori che ancora possono decidere il destino dei loro figli chiedo nelle parole di Levi, di riflettere che questo è stato".
Appena qualche giorno fa, è stata chiusa la app "Campo di Auschwitz Online", dopo le proteste delle comunità ebraiche e degli utenti. Era stata creata dalla Trinit.es, scuola professionale spagnola con sede a Saragozza. Sulla home della app, la stella di David e l'immagine della ferrovia con fermata "Auschwitz concentration camp". Due soldati in divisa Wehrmacht e il messaggio: "Vivere come un vero ebreo nel campo di concentramento Auschwitz". Sul web, resiste la moria dei commenti lasciati sul negozio online di Google. Si va da "Le 5 stelle ve le do quando lo fate funzionare, ero più emozionato di Adolf all'inaugurazione dei campi" a "Il problema è che ogni 20 minuti trovo il forno pieno e devo entrare a togliere la cenere".
A giugno, poi, Google aveva dovuto rimuovere un'estensione del browser Chrome dal proprio shop online dopo aver scoperto che alcuni neonazisti lo usavano per identificare sul web persone di religione ebraica.

(il Fatto Quotidiano, 25 luglio 2016)


Ebrei a Milano: prima la vita, poi la religione

Estratto del saggio di Rony Hamaui, "Ebrei a Milano. Due secoli di storia fra integrazione e discriminazioni", il Mulino 2016.

di Rony Hamaui

L'ebraismo milanese oggi conta oltre una quindicina di luoghi di culto frequentati più o meno regolarmente dai fedeli. Sinagoghe che soddisfano le più diverse esigenze religiose, rituali, etniche e culturali: si spazia dal rito italiano a quello ashkenazita o sefardita, dai templi che raccolgono persiani e siriani a quelli guidati dai Chabad o dai Reform. Tre sono invece le scuole ebraiche, che accolgono bambini e ragazzi dalla scuola materna ai licei, in cui l'offerta formativa è ricca e articolata sotto l'aspetto sia culturale sia religioso. Molti di più sono i centri di studio, i circoli culturali, le organizzazioni giovanili e le associazioni ebraiche, (...) che rendono il patrimonio socioculturale dell'ebraismo milanese ricchissimo, come mai lo era stato nei secoli precedenti. Ogni settimana la lista di conferenze, convegni e iniziative di vario genere a sfondo ebraico è quanto mai lunga.
   Un'indagine recente ha mostrato come gli ebrei milanesi, grazie a un maggiore e migliore accesso a strutture educative e culturali ebraiche, inclusi giornali e social media, hanno un livello di conoscenza e consapevolezza della loro condizione molto più elevato di quello in possesso delle generazioni passate. Particolarmente efficace sembra il sistema delle scuole ebraiche, dato che il numero dei frequentanti e degli anni trascorsi in esse è molto elevato, soprattutto tra i ragazzi del ceto medio. Questo non significa che gli ebrei milanesi siano particolarmente religiosi o praticanti, anche se negli ultimi anni l'osservanza ai precetti sembra essere aumentata soprattutto tra i giovani (il 36% si dichiara più osservante dei propri genitori, mentre solo il 28% meno osservante) e le differenze fra le diverse componenti dell'ebraismo milanese rimangono piuttosto marcate. Israele è diventato per la stragrande maggioranza un punto di riferimento e una componente imprescindibile dell'identità ebraica, seppure con marcate differenze di giudizio sull'operato dei suoi governi sulla laicità dello Stato. Diffusa è invece tra gli ebrei milanesi l'opinione che l'informazione relativa a Israele sia insufficiente e distorta e che le critiche allo Stato ebraico siano spesso eccessive, se non infondate.
   Questo forte senso di appartenenza all'ebraismo, peraltro, si sposa nella stragrande maggioranza dei casi con un forte senso di italianità e con un solido legame con la città nella quale vivono, che sempre più spesso corrisponde alla città nella quale sono nati. Quest'ultimo aspetto è una forte novità per la Milano ebraica, che, per la prima volta nella sua storia da oltre mezzo secolo, non accoglie forti correnti migratorie, ma, anzi, vede il numero delle partenze superare largamente il numero dei nuovi arrivi.
   Molto alta, soprattutto fra le nuove generazioni, è la percentuale di laureati, mentre il tasso di disoccupazione si mantiene relativamente basso nonostante la crisi. Ciò non vuol dire che negli ultimi anni non siano aumentate le sacche di povertà o di bisogno, ma queste sono contenute e soccorse da una rete di assistenza e solidarietà non solo familiare.

(ilsussidiario.net, 25 luglio 2016)


Israele: Exit per 3.32 miliardi di dollari

 
Il successo strepitoso del settore tecnologico israeliano è riconducibile ad una incredibile sinergia tra numerose grandi aziende americane e molti piccoli imprenditori israeliani.
Secondo un rapporto della IVC Research Center, che analizza e monitora l'industria high-tech israeliana, nel primo semestre del 2016 ci sono state 45 exit di startup israeliane per un valore di 3.32 miliardi di dollari.
Il rapporto stima che entro la fine del 2016 le exit raggiungeranno quota 100, per un ricavo totale di circa 7 miliardi di dollari.
Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google e ora Presidente di Alphabet, ha recentemente dichiarato in pubblico:
Per un paese relativamente piccolo, Israele ha un ruolo eccellente nel campo dell'innovazione tecnologica.
Come spiegato nel rapporto, nella prima metà del 2016 le più grandi occasioni hanno riguardato:
  • Acquisizione di EZchip da parte di Mellanox per 811 milioni di dollari;
  • Acquisizione di Xura per 643 milioni di dollari;
  • Acquisizione di Ravello da parte della Oracle per 430 milioni di dollari.
Queste prime tre offerte hanno rappresentato il 57% delle exit totali.
Lo Stato di Israele deve il suo successo nel settore high-tech, alla cultura delle exit. Il paese è piccolo ed ha bisogno di uscire dal proprio perimetro.
Moltissime aziende americane hanno compreso il ruolo strategico di Israele, infatti ci sono circa 350-400 centri di ricerca e sviluppo delle aziende più stimate al mondo. Il laboratorio israeliano di Intel dà lavoro a 10.000 persone, IBM 2.200 e HP 6.000.

(SiliconWadi, 25 luglio 2016)


Venezia - Confindustria guarda a Israele

Tempo di sinergia tra Venezia e Israele. Nei giorni scorsi, si apprende dall Nuova Venezia, si è svolto un incontro dall'esito positivo tra la Confindustria locale e l'ambasciata israeliana. Ora il calendario prevede una serie di incontri tra le imprese veneziane e alcune start up israeliane dei sttori arredo casa e interior design, vetro-illuminazione, agroalimentare, innovazione e turismo.
   «Bisogna puntare sull'innovazione per cogliere le opportunità di crescita», ha commentato il presidente di Confindustria Venezia, Matteo Zoppas (foto, dall'archivio), «auspico dunque che questo sia soltanto il primo passo per concretizzare iniziative congiunte nel segno del business fra le nostre aziende e quelle di un Paese considerato la patria delle start up e che, Cina e Stati Uniti a parte, ha il maggior numero di imprese quotate al Nasdaq». A fare da contorno all'iniziativa, le celebrazioni per i 500 anni del Ghetto di Venezia.

(VVox, 25 luglio 2016)


Chi vuole cambiare il rabbinato

di Rossella Tercatin

 
Una revisione, non una rivoluzione. E' quello che il presidente dell'Agenzia ebraica Nathan Sharansky chiede al Rabbinato centrale di Israele. Una revisione delle procedure, per fare sì che la massima istituzione religiosa del paese acquisti maggiore trasparenza e obiettività nei criteri con cui si rapporta alle altre autorità rabbiniche, e in particolare quelle che appartengono all'ebraismo Modern Orthodox, in Israele ma soprattutto della Diaspora. L'occasiione per lanciare il messaggio è stato un caso che ha suscitato grande interesse mediatico: il mancato riconoscimento, da parte del tribunale rabbinico della città di Petah Tikvah, cittadina a nord est di Tel Aviv, di una conversione effettuata da un noto rabbino newyorkese, Haskel Lookstein. Lo stesso che ha seguito e certificato il passaggio all'ebraismo di lvanka Trump, figlia del candidato repubblicano alla presidenza americana Donald.
   "Sono qui come capo dell'Agenzia ebraica per combattere una battaglia per rafforzare il rapporto tra Diaspora e Israele", ha dichiarato Sharansky partecipando alla dimostrazione organizzata per sostenere rav Lookstein davanti alla sede della Corte suprema rabbinica di Gerusalemme all'inizio di luglio."Mandiamo i nostri shlichim (emissari che l'Agenzia ebraica - ente governativo - invia presso le varie comunità nel mondo ndr) e giorno e notte spieghiamo co1ne gli ebrei della Diaspora debbano sentirsi orgogliosi del loro legame con Israele. E poi Israele arriva e dice "I vostri leader non sono i nostri leader, i vostri rabbini, persino i più sionisti di tutti, coloro che portano avanti la più stretta osservanza della Halakhah (la legge ebraica ndr), non sono i nostri rabbini, non li riconosciamo" Un problema che diventa particolarmente profondo nel caso della comunità statunitense, tradizionalmente uno dei pilastri del sostegno allo Stato sia in termini economici sia in termini politici. Che si fa ancora più complicato andando oltre il caso specifico di rav Lookstein, membro della Rabbinica! Council of America, la più importante associazione rabbinica ortodossa americana, e già guida dell'antica sinagoga Kehilathjeshurun di Manhattan, fondata proprio dalla famiglia di Lookstein nel 1872. La maggior parte degli ebrei d'America infatti non si riconosce nell'ebraismo ortodosso, ma in quello portato avanti da altre denominazioni, in particolare conservative e reform. In Israele esse non hanno formale riconoscimento. Il che comporta per esempio il non poter celebrare matrimoni validi. Nello Stato ebraico non esiste infatti la possibilità di sposarsi civilmente, ciascuno può rivolgersi alle strutture della propria confessione religiosa, ma per gli israeliani di religione ebraica l'istituzione in questione è necessariamente quella del Rabbinato centrale, ortodosso. Con alcuni nodi da non sottovalutare, persino per chi nell'ortodossia si riconosce: in particolare il fatto che la maggioranza dei suoi funzionari appartengono al mondo ebraico haredì. Un mondo che rappresenta circa il 10% dei cittadini israeliani, il cui stile e scelte di vita sono però separate da quelle del resto del paese da una profonda frattura, che si sta accentuando anche verso la comunità Modem Orthodox (o datì leumi, nazional-religiosa), come sottolineato dalle dure parole contro la decisione di Petach Tikvah pronunciate dal ministro dell'Istruzione Naftali Bennett, leader del partito nazional-religioso Habayt Hayehudì (La Casa ebraica).
   Anche se il caso di rav Lookstein può probabilmente considerarsi chiuso (il Rabbinato centrale ha infatti rilasciato un comunicato in cui si specificava corne i dubbi avanzati dalla corte di Petah Tikvah e reiterati nella decisione dell'istanza di appello riguardino solo la singola persona coinvolta, riconoscendo però in via generale,l'autorità del rabbino), il tema rimane quanto mai attuale: dal funzionamento della controversa piattaforma davanti al Kotel che dovrebbe garantire lo svolgimento di funzioni religiose ebraiche non ortodosse davanti al Muro che fu del Tempio di Gerusalemme, ai diversi tentativi di cancellare il monopolio del Rabbinato centrale in fatto di matrimonio e casherut, i fronti aperti sono tanti. Per trovare una soluzione che, come auspicato da Sharansky, aiuti a rafforzare il legame tra lo Stato d'Israele e gli ebrei. Quelli che vivono fuori, ma anche all'interno, dei suoi confini.

(Pagine Ebraiche, agosto 2016)


Isolamento d'Israele?

Nonostante i continui avvertimenti degli europei, Israele sta assistendo a una serie di sviluppi positivi nelle sue relazioni con il resto del mondo.

"Il Medio Oriente è nel caos, l'Europa si va sgretolando e la politica degli Stati Uniti è incerta a vacillante. L'unico punto solido è Israele". Me lo ha scritto la scorsa settimana un esperto di Medio Oriente assai addentro all'attuale processo decisionale americano in materia di politica estera. I fatti ci dicono che questa affermazione, sebbene un tantino esagerata, è tuttavia fondata nella realtà. La stabilità è un concetto relativo, naturalmente; ma ciò che questo esperto americano ha sottolineato è il fatto che, nonostante le tensioni pressoché costanti nel governo israeliano e nella coalizione che lo sostiene, Israele è stato capace di superare una sfida dopo l'altra, come appare evidente dalla fioritura delle sue relazioni con l'estero. La conferma più recente è stata la ripresa, dopo 49 anni, delle relazioni diplomatiche con la Guinea, una nazione africana musulmana, e la notizia di un possibile miglioramento dei rapporti ufficiosi con il Ciad, altro paese africano con popolazione a maggioranza musulmana e l'arabo come lingua ufficiale....

(israele.net, 25 luglio 2016)


L'estremismo islamico è una patologia

di Fiamma Nirenstein

Non è davvero un motivo di sollievo, come invece molti sembrano credere, che una delle molle della ferocia del terrorista di Monaco sia stata la depressione. Si sente argomentare in tv, alla radio, sui social che se si trattava un depresso sociale, la cui ansia e tristezza era legata alla condizione di un ragazzo di origine iraniana bistrattato dai compagni, oggetto di bullismo e di disprezzo, allora i motivi del suo gesto sono tutti personali, non risiedono nel generale movimento di odio antioccidentale di origine islamica, non fanno parte della ferocia tagliateste che ha il suo centro nell'Isis e che si sta diramando nelle nostre città.
Ma le cose sono molto più complicate: la depressione clinica di un terrorista è probabilmente, in forme varie, quasi sempre presente. Il terrorista depresso è probabilmente un fenomeno generalizzato. Inutile pensare che ci siano in giro solo dei poveri ragazzi sconvolti, che se trattati meglio non si daranno da fare con pistole e machete. Non diminuirà il terrore se ci porremo a salvaguardare l'onore dei nostri compagni di strada e dall'altra a mobilitare i presidi psicologici. Ambedue queste cose sono buone e giuste, ma non funzionerà. Tutti i terroristi, rispetto al nostro modo di intender la vita, sono degli squilibrati, anche se non sono passati per patologie riconosciute nelle ASL o in ospedale: chi vuole uccidere quanti più passanti e bambini con l'arma da fuoco, è matto quanto uno che pensa che sia cosa buona e giusta avventarsi con l'ascia sui passeggeri di un treno, o uno che spazza la passeggiata di Nizza con un camion, o uno che a Gerusalemme, a Bruxelles, a Parigi cerca di ammazzare della gente che non c'entra nulla con la sua «depressione» e la sua arrabbiatura.
   La sua mente pompata ideologicamente vacilla, e vacilla in massa, non soggettivamente, perché ha delle leadership religiose e sociali preda della sua medesima sindrome: vittimismo, senso di emarginazione, senso di impotenza e insieme, decisione a recuperare, a conquistare, a vincere una volta per tutte. Qualche volta ne abbiamo sofferto tutti, adesso è diventata una pazzia di massa che ha preso le armi, il dottore deve tenere presente anche il Califfo o l'Ayatollah.
   I terroristi islamici, anche se questo terrorista era un tipo a parte, sono nell'insieme dei personaggi patologici che si armano, si creano strutture mentali interne a un mondo che è in genere quello di un patologico estremismo islamico. Dunque, non c'è contraddizione fra depressione e ondata di terrorismo, effetto copycat specie nei ragazzi che appartengono al mondo islamico dell'immigrazione.

(La Stampa, 24 luglio 2016)


In viaggio in Israele per la Festa dell'Amore tra le antiche mura di Beit Guvrin

Dal 18 al 20 agosto, Israele festeggia l'antica ricorrenza del Tu BeAv, la festa dell'amore e della rinascita sotto gli influssi della luna piena. Le sue origini sono di una festa per il buon raccolto così come lo è il Sukkot che invece segna la fine della mietitura. Una festa della tradizione contadina che nel tempo si è trasformata in una sorta di San Valentino ebraico ma dalle connotazioni decisamente meno commerciali. L'usanza era di vestire di bianco e ballare nelle vigne con un possibile sposo. Nella Tel Aviv di oggi, meno rurale e più tecnologica, la festa si è trasformata in un calendario di appuntamenti di concerti delle top star israeliane che si tengono nel bassopiano della Giudea a Beit Guvrin, il suggestivo sito archeologico dichiarato patrimonio dell'Umanità formato da 3500 camere sotterranee ricavate nella roccia.

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Le occasioni di viaggio per la destinazione Tel Aviv hanno una motivazione forte anche per i vegani. La città israeliana è stata riconosciuta dai media americani Daily Meal e Condè Nast Traveller, come le migliori mete mondiali per i ristoranti vegetariani. Un primato che si sintetizza con un buon 10% di israeliani che hanno adottato questo stile alimentare, tanto che il prossimo 24 settembre la città ospiterà il Vegan Festival, per ora il più grande al mondo.

(PRIMAPRESS, 24 luglio 2016)


Italia, squadre di 007 negli obiettivi sensibili

Attentati fai-da-te, non solo militari ma anche intelligence in strada. Il modello Israele

di Valentino Di Giacomo

I controlli
Le principali città italiane da mesi sono presidiate da migliaia di militari
L'iniziativa
Cittadini chiamati a segnalare messaggi e video sospetti nel web
La Santa Sede
Dalla data di inizio del Giubileo Roma è blindata: controlli a tappeto

Nuove figure dell'anti-terrorismo per prevenire gli attacchi del jihad e la paura crescente che pervade anche il nostro Paese. Cambiano le modalità del terrorismo internazionale e dovrà necessariamente cambiare il meccanismo di difesa anche nel nostro Paese.Ne ha parlato diffusamente il sottosegretario con delega ai Servizi, Marco Minniti, nel corso dell'ultima riunione del Copaslr. La strage di Nizza è un caso-scuola di come il pericolo terroristico sia per certi versi ìmprevedibìle a causa della velocità con cui i soggetti riescono a radicalizzarsi al fondamentalismo islamico e di come questi individui siano capaci, in gruppo o attraverso azioni isolate, nel compiere attentati in qualsiasi luogo e con qualsiasi mezzo. Un'evidenza che imporrà al governo di rivedere per buona pane i meccanismi di contrasto e prevenzione utilizzati fino ad oggi dall'anti-terrortsmo. Non bisogna più soltanto fronteggiare l'lsis e le cellule jihadiste europee, ma confrontarsi con la sfida dei cosiddetti terroristi «fai-da-te» che riescono a compiere attentati. anche senza l'uso di anni, ma soltanto con un camion dei gelati proprio come è successo a Nizza.
  Si punta ad adottare il modello-Israele, cittadini costantemente in allerta, pronti a segnalare la prima valigia abbandonata o il personaggio sospetto che si aggira in luoghi pubblici, una sorta di mobilitazione permanente come risposta a una guerra «invisibile». Non è stato ancora stabilito se saranno create nuove unità specializzate per il contrasto di questo genere di azioni terroristiche. Saranno però certamente implementati attraverso nuovi strumenti, anche conoscitivi, le attuali unità dell'anti-terrorìsmo. Ogni misura è allo studio per tradurre a livello operativo le nuove sfide poste dal jihadismo internazionale. Non bastano più i militari armati nei luoghi strategici con i fucili puntati. Questo tipo di difesa - è stato rilevato - è un ottimo dispositivo dal punto di vista della deterrenza, ma non basta per prevenire o sventare attentati. Ecco perché i militari saranno affiancati da investigatori dell'intelligence o delle forze dell'ordine per cercare di istituire la figura di una «mente» operativa, un decisore, che possa indirizzare gli uomini in divisa sui pericoli che di volta in volta dovessero presentarsi.Negli aeroporti, nelle stazioni o nei pressi dei luoghi turistici ci saranno quindi dei detective che cercheranno di «fiutare» i pericoli prima che possano verificarsi. In caso di attentato - si è valutato - gli uomini armati possono certamente intervenire, ma quando ormai l'azione terroristica è già avvenuta. Gli investigatori saranno quindi utili nel difficile compito di comprendere per tempo la possibilità di un attacco imminente e dislocare sul posto gli uomini per bloccare sul nascere qualsiasi tentativo terroristico.
  Così come cambia la risposta operativa sul campo, dovrà mutare anche la strategia di prevenzione della radicalizzazione islamica. Per questo Minniti ha proposto di istituire una commissione di saggi a cui sarà affidato il compito di studiare le modalità con cui determinati soggetti possono cedere alla fascinazione del Califfato. Come ha accennato anche Renzi ieri all'assemblea del Pd, sarà una commissione di esperti, senza politici, che si occuperà di studiare il fenomeno della radicalizzazione e varare strumenti adeguati di prevenzione sia nell'immediato chenellungo pertodo. In particolar modo i saggi dovranno esaminare soprattutto le dinamiche con cui i soggetti sul nostro territorio nazionale possono entrare in contatto attraverso il web con i dettami dell'Isis. L'intelligence italiana è già massicciamente al lavoro per captare sul web, sulle chate sulle app di messaggistica ogni comunicazione sensibile. Un materiale che non sarà più soltanto analizzato per prevenire gli attentati, ma che sarà anche studiato per comprendere al meglio le dinamiche con cui ragazzini sempre più giovani sono indottrinati al jihadismo e alla guerra santa. Più di rutto a creare timori è il fenomeno dell'emulazione da parte di giovanissimi che vivono il Jihad come una sorta di gioco di cui rendersi protagonisti. Soggetti fragili psicologicamente e alienati che decidono di agire senza prima parlarne con nessuno e questo rende impossibile per l' intelligence riuscire a captare qualsiasi forma di comunicazione e quindi prevenire possibili attentati.

(Il Mattino, 24 luglio 2016)


Giudeofobia, islamofobia, omofobia

di Marcello Cicchese

Da un po' di tempo è invalsa l'abitudine giornalistica di usare il suffisso "fobia" fuori dal contesto puramente medico, soprattutto in riferimento a due chiassose presenze sociali che oggi reclamano pubblica attenzione: islam e omosessualità. Islamofobia, omofobia, da dove viene il successo giornalistico di queste due parole? Entrambe sono usate soprattutto da islamici e omosessuali in un atteggiamento di difesa-attacco: "Non osate parlare male di noi, altrimenti vi indichiamo come soggetti psicologicamente tarati, bisognosi di cure mediche e pericolosi per la salute pubblica", sembrano dire i sostenitori dei due movimenti. Un risultato indubbiamente lo ottengono: quello di intimidire chi "osa" mettere in discussione l'ideologia che li sostiene. Davanti a discorsi su islam e omosessualità si hanno infatti reazioni dello stesso tipo: da noi in Italia la grande maggioranza dei cittadini è quasi sicuramente contraria all'estensione sia dell'islamismo sia dell'omosessualità dichiarata, e soprattutto alla loro presa di possesso di strumenti legislativi, ma molti esitano a pronunciarsi in modo chiaro e pubblico per timore di essere irrisi oggi come islamofobi o omofobi, e domani forse denunciati. Si dice a qualcuno che è islamofobo non tanto per indicare che ha paura dell'islam, quanto per provocare in lui la paura di dire qualcosa contro l'islam. Insomma, se la paura prima non ce l'aveva, adesso gli deve venire. La stessa cosa avviene con l'omosessualità, ma con la differenza che mentre con l'islam qualche paura prima ci poteva effettivamente essere, per quel che riguarda l'omosessualità più che di paura sarebbe più appropriato parlare di disgusto.

 Giudeofobia
  C'è però anche un altro motivo a cui attribuire forse il successo di questo suffisso: l'affinità con un termine di suono simile, ma di storia più antica e di maggiore aderenza ai fatti, oltre che di un uso più onesto da parte di chi l'ha introdotto: "giudeofobia".
Sembra che il primo ad usare questo termine in senso traslato sia stato il medico ebreo di Odessa Leon Pinsker nel suo pamphlet "Autoemancipazione". In questo libro Pinsker caldeggia la riconquista di un'esistenza nazionale indipendente per gli ebrei, dando per scontato che tale esistenza ci sia stata nel passato e affermando che era arrivato il momento di riaverla. La malattia della nazione ebraica - dice Pinsker - sta nel fatto che ha perso la parte fisica della sua identità, cioè la terra, mentre non ha perso la sua parte "spirituale", cioè l'elemento vitale unitario che l'ha tenuta in vita per tanti secoli. Senza terra e senza sovranità la nazione è fisicamente morta, ma il suo spirito continua a vivere nel popolo, la cui immortale anima corporativa si manifesta nell'impossibilità di disgregarsi e disperdere irreversibilmente le sue cellule nella molteplicità delle nazioni circostanti. Contro tutte le aspettative, il popolo ha continuato a mantenere nei secoli la sua unità "spirituale", nel senso più ampio del termine. Ma è uno spirito senza corpo, quindi è costretto ad aggirarsi per il mondo come un fantasma che incute terrore in chiunque lo incontra.
    «Questa apparizione spettrale, questa figura d'un morto errante, di un popolo senza unità organica, non legato ad una terra, non più vivo eppure vagante fra i vivi, questa figura strana, senza esempio nella storia dei popoli, diversa da tutte quelle che l'avevano preceduta o che l'avrebbero seguita, non poteva non produrre un'impressione strana e singolare sull'immaginazione dei popoli. E poiché la paura degli spettri è innata nell'uomo ed è in qualche modo giustificata nella vita psichica dell'umanità, non può destare meraviglia che quella paura si manifestasse così forte, alla vista di questa nazione ancora morta e pur viva insieme.
    La paura di questo spettro che rivestiva figura ebraica è stata tramandata e si è rafforzata nel corso delle generazioni e dei secoli. Essa porta al pregiudizio il quale, unito ad altri fattori che verranno esposti in seguito, ha condotto alla giudeofobia.
    Questa giudeofobia si radicò e naturalizzò fra tutti i popoli della terra con cui gli ebrei ebbero rapporti, insieme a tante altre idee inconsce e superstiziose, a tanti altri istinti ed idiosincrasie che dominano inconsapevolmente nei cuori umani. La giudeofobia è una forma di 'demonopatia': ma la differenza è che la paura dello spettro ebraico ha colto tutto il genere umano e non alcune razze soltanto; esso inoltre non è incorporeo, come gli altri spettri, ma è di carne e di sangue, e soffre le torture più atroci per le ferite inflittegli dalle folle terrorizzate che si immaginano di esser minacciate da lui.
    La giudeofobia è un morbo psichico. Essendo una malattia psichica, è ereditaria e poiché si trasmette già da due millenni, è incurabile». (Leon Pinsker, Autoemancipazione).
Pinsker dunque usa il termine "giudeofobia" non come un'accusa da scagliare contro i non ebrei, ma piuttosto come una spiegazione parzialmente giustificativa di un loro comprensibile timore davanti all'apparizione di uno spettro appartenente a una nazione che non ha più corpo. Per togliere questa paura, la cosa migliore sarebbe stata dare a questo spettro un corpo, cioè una terra e una sovranità per la nazione ebraica.
La terra è stata ottenuta, e la sovranità anche, sia pure tra infinite difficoltà, ma la pace per gli ebrei non è arrivata. L'evanescente paura degli spettri si è trasformata molto presto in un concretissimo odio per gli uomini in carne e ossa.
Dunque il termine "giudeofobia", almeno nel senso usato da Pinsker, oggi non è più appropriato ad esprimere l'odio antiebraico che ha preso la "forma nobile" di un antisionismo di facciata.

 Islamofobia
  Quanto all'islamofobia, ebbene sì: la paura potrebbe essere più che giustificata, perché l'islam non è uno spettro che turba i sonni nella notte, ma un'ideologia molto concreta che ha come programma di sottomettere tutti i cittadini del mondo, con le buone o con le cattive. E i fatti che continuano ad avvenire nel mondo fanno vedere che ci sono islamici davvero desiderosi di essere fedeli all'islam; fedeli al punto da sentire l'obbligo di sgozzare, se necessario, chi non vuole sottomettersi. Perché non dovrebbe esserci negli altri una comprensibile paura? Non spetta dunque agli islamici gridare all'islamofobo, perché l'esistenza dell'islamofobia dovrebbe essere un problema loro, non degli altri. Se fanno bene i non islamici a dirsi: "Non facciamoci dominare dalla paura", sono però gli islamici che dovrebbero chiedersi: "Ma perché noi facciamo paura?" Pinsker esortava i suoi fratelli ebrei a lavorare per la formazione di una nazione ebraica al fine di guarire gli altri dalla loro "giudeofobia", sperando così di avere pace con loro e anche per loro. Non sembra essere questa la preoccupazione principale degli islamici.

 Omofobia
  Quanto all'omofobia, è un neologismo introdotto in modo puramente strumentale per ingiuriare e intimorire chi non manifesta consenso all'ideologia omofiliaca nelle sue varie forme: omosessualità, bisessualità, transgender e altro. La paura qui non c'entra niente. Il rifiuto di questo modo di pensare, vivere e fare pressioni sulla società ha diversi motivi che possono essere non condivisi, ma che sono comunque tutti validi. Il motivo può essere:
  • Emotivo - Senso di repulsione davanti a sfacciate e "fiere" esposizioni in pubblico di effusioni omosessuali.
  • Politico - Convinzione che l'accettazione legalmente riconosciuta dell'omosessualità sia un elemento di grave disgregazione della società, il che implica che tutti devono avere il diritto di esprimere la propria netta opposizione senza ricevere epiteti ingiuriosi e intimidatori.
  • Religioso - Fede in un Dio che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza ("li creò maschio e femmina", Genesi 1:27), e conseguente convinzione che rapporti come quelli propugnati dal movimento omofilo sono in aperta ribellione a Dio, e che ad essi dunque è doveroso opporre decisa resistenza, non con la lapidazione o il pugnale come fanno gli islamici, ma con una parola ferma e chiara, oltre che con l'esempio.
Quest'ultimo punto pone un collegamento con il sostegno ad Israele che si vuol dare in questo sito. Purtroppo lo Stato ebraico si è spinto così avanti nell'approvazione e nella pratica di depravati costumi sessuali occidentali da arrivare al punto di vantarsi del primato raggiunto nella loro omologazione giuridica. E' un fatto grave, un'emblematica scelta di indipendenza da quel Dio da cui in ultima analisi proviene il suo fondamentale diritto a vivere e governare su quella terra. Questo diritto non gli sarà tolto, ma è certo che di questo e di altro ancora dovrà un giorno rendere conto al Signore.
E dovranno renderne conto anche tutti coloro che proprio su questo punto lodano e appoggiano Israele.

(Notizie su Israele, 24 luglio 2016)



Un capolavoro del diavolo
Essere riuscito a fare in modo
che il mondo considerasse Tel Aviv
come capitale degli omosessuali
e nello stesso tempo scegliesse Tel Aviv
come capitale d'Israele al posto di Gerusalemme
è un capolavoro del diavolo.

 


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