Così dice il Signore, l'Eterno: «Quando avrò raccolto quelli della casa d'Israele di mezzo ai popoli fra i quali sono dispersi e mi santificherò in loro agli occhi delle nazioni, essi abiteranno nel loro paese, che diedi al mio servo Giacobbe. Vi abiteranno al sicuro, edificheranno case e pianteranno vigne; sì, abiteranno al sicuro, quando eseguirò i miei giudizi su tutti quelli intorno a loro che li disprezzano. Allora riconosceranno che io sono l'Eterno, il loro Dio».
Ezechiele 28:25-26

Attualità



«Non ho nessun altro paese»
«Non ho nessun altro paese, anche se il mio paese è in fiamme»


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Claudio Monteverdi

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Si celebra in Israele il 70o anniversario del Giorno dell'Indipendenza

di Cinzia Rizzi

Proseguono i festeggiamenti in Isreale per il 70esimo anniversario del Giorno dell'Indipendenza. Si è tenuta questo giovedì a Gerusalemme una cerimonia nella residenza presidenziale, alla quale hanno presenziato, oltre al Capo dello Stato Reuven Rivlin, il premier Benyamin Netanyahu e alti rappresentanti del governo.
La dichiarazione d'indipendenza israeliana avvenne il 14 maggio 1948, che corrispondeva al quinto giorno del mese di Iyar, nel calendario ebraico e quest'anno corrisponde al 19 aprile. Sono centinaia di migliaia gli israeliani che hanno celebrato in tutto il Paese la ricorrenza. In tanti sono accorsi sulle spiagge delle città costiere per assistere alla parata aerea dell'aviazione dello Stato Ebraico.

(euronews, 19 aprile 2018)


*


"Israele, sogno realizzato"

 
Due ore e mezza di cerimonia, in grande stile come non si vedeva da tempo. Tutto ha funzionato ieri nel grande evento che a Gerusalemme ha aperto i festeggiamenti per i 70 anni d'Israele. Un anniversario celebrato in tutto il Paese, con iniziative e concerti da Haifa ad Eilat. E quello nella capitale, sottolineano oggi i media israeliani, è stato l'evento più grande e più costoso della giovane storia del Paese: 1.500 persone, tra cantanti, musicisti, ballerini, sbandieratori, hanno preso parte alla cerimonia. 6500 le persone tra il pubblico, quasi il doppio rispetto agli eventi passati. Durante la cerimonia sono state accese dodici fiaccole a rappresentare le dodici tribù di Israele.
   Una delle torce è stata accesa dal Primo ministro Benjamin Netanyahu. La sua partecipazione ha modificato il protocollo ed è stata oggetto di discussione con il portavoce della Knesset Yuli Edelstein: questione poi rientrata ma che ha portato ad un vero scontro tra i due. Il tutto, almeno per il momento, è stato dimenticato grazie alla grande festa per i 70 anni della democrazia israeliana. "Tutte le altre nazioni che hanno affrontato l'esilio sono crollate, ma solo il popolo ebraico ha rifiutato di scomparire e non ha mai rinunciato al sogno di tornare a Sion", ha dichiarato Netanyahu. "Alcuni cercano di spegnere la luce che proviene da Sion - ha continuato il Premier - Non accadrà". Netanyahu ha detto che Israele è la patria di una comunità eterogenea di ebrei, ma anche di musulmani. E ha poi, in conclusione, ringraziato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per aver riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele.
   Ad accendere le altre undici torce, il celebre musicista Shlomo Artzi, gli attori Ze'ev Revach e Leah Koenig, il comandante del Palmach e poi ufficiale dell'esercito israeliano Yeshayahu Gavish; una imprenditrice Haredi nel settore HiTech, Racheli Ganot; Noam Gershuni, ex pilota di elicotteri da combattimento ferito durante la Seconda Guerra del Libano; Margalit Zinati, membro di un'antica famiglia ebraica che ha mantenuto la presenza ebraica in Galilea ininterrottamente dai tempi del Secondo Tempio; il leader spirituale druso Sheikh Mowafaq Tarif; Marcelle Machluf, preside della facoltà di biotecnologia e ingegneria alimentare del Technion; Aviezri Fraenkel, uno dei primi ricercatori israeliani di informatica; Mai Korman, studente di scuola superiore con problemi di udito che ha sviluppato un sistema di notifica unico che avvisa i genitori se hanno dimenticato di lasciare un bambino in macchina; e il linguista Avshalom Kor. Persone eterogenee che rappresentano a loro modo le diverse anime di una grande nazione.

(moked, 19 aprile 2018)


Vertici militari israeliani condannano volantini di attivisti di estrema destra

GERUSALEMME - Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, ed il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, Gadi Eisenkot, hanno condannato i volantini diffusi oggi che attaccano un comandante delle Forze di difesa israeliane. Lo riporta il quotidiano "Times of Israel", annunciando l'arresto di quattro attivisti di estrema destra. "Mi rattrista che gli elementi estremisti abbiano deciso di celebrare il 70mo anniversario dell'Indipendenza di Israele. Gli stessi elementi stanno lavorando contro quelli che giorno e notte lavorano per proteggere la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini, in un modo professionale che merita ammirazione", ha detto Eisenkot. Da p arte sua, il ministro della Difesa ha detto: "I volantini che incitano contro il comandante della brigata Samaria sono una vergogna e una disgrazia. Agiremo con tutti i mezzi per consegnare i responsabili alla giustizia". Nei volantini si legge che il colonnello Gilad Amit "spara agli ebrei" ed è ostile ai coloni israeliani.

(Agenzia Nova, 19 aprile 2018)


Contro ogni antisemitismo il 25 aprile e sempre!

Domenica 22 aprile alle ore 15 in piazza San Babila a Milano il presidio di chi dice no a qualsiasi forma di antisemitismo. Sarà una manifestazione apartitica e apolitica rivolta a chiunque voglia ribadire chiaramente un netto rifiuto verso un antisemitismo che sta tornando tristemente di attualità. Promotore l'Europarlamentare Stefano Maullu: "Chi difende Israele difende la Libertà".

MILANO - Anche quest'anno - come purtroppo già accaduto troppe volte - alla vigilia del giorno della Liberazione non sono mancati gli annunci di contestazioni alla Brigata Ebraica, che sfilerà durante il corteo del 25 aprile. Il 'Fronte Palestina' ha annunciato un presidio proprio il 25 aprile in piazza San Babila 'contro la presenza sionista al corteo'.
"Qualcuno vuole trasformare la festa della Liberazione nel solito attacco becero e violento alla Brigata Ebraica, a Israele, agli ebrei - spiega l'Europarlamentare milanese Stefano Maullu, promotore dell'iniziativa di domenica 22 in piazza San Babila -. E' giunto il momento di dare un segnale forte, di dire con chiarezza che non possiamo accettare di assistere ogni anno a manifestazioni di razzismo che riportano ad un passato tragico da rigettare con ogni mezzo. Da qui nasce la decisione di promuovere un presidio domenica alle 15, un momento di testimonianza e condivisione senza sigle di partito o politiche, semplicemente un modo per far sì che la voce della Milano civile sia più alta di quella dei violenti, degli intolleranti, degli antisemiti. Non ci sarà alcuna connotazione partitica: abbiamo invitato a partecipare tutti, proprio perché il valore della lotta all'antisemitismo è una scelta di campo che supera qualsiasi barriera e distinzione politica".
Il presidio prenderà il via alle ore 15 di domenica 22 aprile e vedrà il coinvolgimento attivo di rappresentanti delle Istituzioni milanesi e lombarde, di realtà associative e culturali.
"Avremmo potuto organizzare questo presidio il 25 ma non volevamo prestare il fianco a polemiche, contrapposizioni o problemi di ordine pubblico, per cui abbiamo scelto di farlo 3 giorni prima - continua Stefano Maullu -. Il messaggio che vogliamo dare è chiaro: Europa, Italia e Israele devono essere legate da un filo saldo di amicizia e alleanza. Lo vogliamo dire partendo da Milano e da un 25 aprile in cui non è più tollerabile assistere a certi spettacoli indecorosi. Chi promuove antisemitismo e intolleranza non dovrebbe poter partecipare alla vita pubblica, soprattutto in occasioni in cui si dovrebbero mettere in piazza tutt'altri valori. Se è legittimo criticare un governo, altra cosa è chiedere la cancellazione di uno Stato sovrano non riconoscendo il suo diritto di esistere".
Al presidio, al quale sono state invitate tutte le forze politiche - nessuna esclusa - al momento hanno aderito:
Comunità Ebraica di Milano,
Associazione Lombardia-Israele,
ADEI Wizo (Associazione Donne Ebree d'Italia),
ADI (Amici di Israele),
Osservatorio Solomon sulle discriminazioni,
Sinistra per Israele,
Progetto Dreyfus,
Sar-el Sezione Italiana,
UGEI (Unione Giovani Ebrei Italia),
AMPI (Associazione Milanese Pro Israele),
L'Informale, Keren Hayesod Italia Onlus,
Associazione Italia-Israele,
Associazione B' NAI B' RITH.

(Agenpress. 19 aprile 2018)


L'ambasciatore di Israele in Italia: "L'Iran destabilizza il Medio Oriente"

Ofer Sachs: "L'Iran ha preso il controllo di parti dell'Iraq e della Siria, creando un corridoio per il trasferimento di armi attraverso l'intera regione"

di Massimiliano Ferrari

 
Ofer Sachs, ambasciatore di Israele in Italia
In occasione del 70esimo anniversario della fondazione di Israele, abbiamo intervistato l'ambasciatore Ofer Sachs.

- Ambasciatore, come definirebbe l'Israele di oggi, a 70 anni dalla sua nascita?
  Israele ha antiche radici, ma da molti punti di vista è un Paese giovane, che gode di un notevole sviluppo economico e innovazione, e di una popolazione giovane e sempre in aumento. Israele ha raggiunto tutto ciò in soli 70 anni. Siamo passati dall'essere un Paese in via di sviluppo a far parte dell'Ocse, con l'economia guidata dall'industria tecnologica. È una democrazia vibrante, dove ognuno può trovare espressione, le minoranze prosperano, le donne hanno più titoli accademici rispetto agli uomini e la mobilità sociale è tra le più alte del mondo. E questi, ovviamente, sono solo alcuni esempi.

- L'idea di Trump di spostare l'ambasciata Usa a Gerusalemme nel mese di maggio è praticabile e consigliabile?
  La decisione di spostare l'ambasciata americana a Gerusalemme è stata una decisione corretta e noi la accogliamo con favore. Praticamente i preparativi sono in corso d'opera e tutto dovrebbe essere pronto per maggio. A livello concettuale, questo spostamento significa il riconoscimento del fatto storico che Gerusalemme è sempre stata la capitale del popolo ebraico e oggi è la capitale dello Stato di Israele. Questo riconoscimento è un passo fondamentale per andare avanti con il processo di pace e non pregiudica assolutamente nessuna negoziazione di pace con i palestinesi, visto che non pregiudica il fatto che le parti possono stipulare accordi su varie questioni.

- Che idea si è fatto del nuovo corso saudita? Sicuramente sul fronte interno è stata implementata una politica di vere riforme e, da parte del principe ereditario, ci sono state importanti aperture verso Israele e condanne nei confronti degli estremisti; tutto questo influirà sul dialogo con i palestinesi? Quale soluzione vede possibile?
  L'Arabia Saudita è un leader importante nel mondo arabo. Il suo riconoscimento del diritto del popolo ebraico alla propria patria contribuisce alla stabilità del Medio Oriente. Per raggiungere una pace duratura, l'appoggio dei poteri regionali è fondamentale e pertanto consideriamo la posizione saudita di particolare importanza. Speriamo che anche i palestinesi, sull'onda saudita, arrivino a un simile riconoscimento, che è una componente essenziale del processo di pace.

- Spesso l'opinione pubblica europea percepisce le questioni israeliane-mediorientali come lontane e aliene, salvo poi scoprire che i più violenti tra i terroristi dell'Isis attivi in Siria e Iraq erano cresciuti in Europa e molti foreign fighters vi faranno ritorno. L'Europa è ancora a rischio terrorismo secondo lei?
  Purtroppo, sembra che l'Europa sia ancora a rischio terrorismo. Forze estremiste sfruttano e abusano dei valori democratici, come la libertà di parola, con lo scopo di attaccare e indebolire le democrazie. Per decine di anni l'Europa ha chiuso un occhio sul radicalismo islamico, che sia stato per compiacimento o ingenuità, e i risultati li possiamo vedere. Le democrazie devono sapersi difendere da forze non democratiche. L'abuso di valori fondamentali, che trasforma la libertà di parola in parole d'odio, deve essere affrontato in modo decisivo.

- Ambasciatore, Israele celebra il 70esimo anniversario della sua fondazione in un momento particolarmente delicato: alle virulente proteste di Hamas si somma quella che voi definite una crescente presenza e pressione iraniana nel sud della Siria. Quale dei due fenomeni è più preoccupante?
  Israele intende fermamente proteggere la sicurezza dei propri cittadini da pericoli incombenti e distanti. Sin dalla sua fondazione, Israele ha affrontato minacce dirette alla propria esistenza. Sia Hamas sia l'Iran hanno dichiarato la loro risolutezza nel voler annientare Israele, e non abbiamo altra scelta se non prender sul serio ciascuna di queste minacce. Hamas sta cercando di infiltrarsi tra le comunità israeliane e di assassinare cittadini, usando i civili di Gaza come una copertura per portare a termine attacchi. Da quando Hamas è salita al potere con violenza nel 2007, ha lanciato decine di migliaia di razzi e missili verso i centri abitati israeliani. L'Iran ha di recente inviato un drone carico di esplosivi da una base iraniana in Siria verso il territorio israeliano. Ha a disposizione missili a lunga gittata e ha ingannato il mondo già molte volte circa le sue ambizioni nucleari.

- Come si spiega che la presenza delle milizie filo-iraniane in Siria, ai confini di Israele, per le cancellerie europee non rappresenti un problema e non venga compreso il timore israeliano non tanto verso Assad ma verso i suoi "ospiti"?
  Che l'Iran sia una forza di destabilizzazione nel Medio Oriente, è ormai noto. L'Iran ha preso il controllo di parti dell'Iraq e della Siria, creando un corridoio per il trasferimento di armi attraverso l'intera regione. L'Iran fornisce armi avanzate a milizie in Yemen, Iraq, Siria e in Libano. I missili a lunga gittata iraniani sono nelle mani di diversi gruppi non-statali, creando una situazione estremamente pericolosa per la regione e per il mondo: ci aspettiamo che l'Italia e altri leader europei formulino un chiaro messaggio a riguardo, dichiarandone l'intollerabilità.

- Cosa succederà se davvero gli Usa lasceranno il Medio-Oriente? I russi riusciranno a frenare l'espansionismo iraniano in Siria e Libano?
  Dal nostro punto di vista, la Russia in Siria ha una responsabilità per la stabilità della regione. Israele non può accettare l'espandersi dell'Iran in territorio siriano, perché lo scopo delle basi iraniane in Siria è quello di attaccare Israele - questo è diventato palese con l'invio a febbraio del drone iraniano in territorio israeliano. Se la Russia permetterà all'Iran si proseguire con il suo stabilizzarsi militarmente in Siria, certamente altri attacchi saranno condotti contro Israele. Noi siamo in costante contatto con la Russia riguardo questa questione.

- Nel campo della sicurezza nazionale rientra anche l'approvvigionamento energetico: dopo il discutibilissimo (ma ben poco discusso) intervento della marina turca che ha bloccato una nave italiana che avrebbe dovuto compiere trivellazioni in acque cipriote, che fine farà il progetto di gasdotto che dovrebbe collegare Israele e Italia passando per Cipro e Grecia?
  Il progetto di gasdotto sta progredendo. Ci sono diverse alternative tutt'ora allo studio per portare il gas naturale dal bacino del Levante in Europa. Siamo molto fiduciosi sul fatto che la Turchia entri a far parte del progetto. Questa realizzazione creerà significative opportunità economiche e strategiche per l'intera regione del Mediterraneo orientale.

- Che cosa chiederebbe al prossimo governo italiano, qualunque esso sia?
  Le relazioni tra Israele e Italia sono molto buone e c'è un alto livello di scambi in ogni campo, che sia politico, economico, accademico, culturale e altro. Israele vede l'Italia come un importante partner e una voce molto autorevole in Europa. Ci piacerebbe vedere le relazioni continuare ad approfondirsi per molti anni a venire.

(il Giornale, 19 aprile 2018)


La crisi siriana minaccia Israele, ma l'Europa non può dirsi al sicuro

In prospettiva rischia di rafforzarsi lo Stato islamista a ridosso delle nostre frontiere. Tanti scordano che nella crisi siriana è in ballo l'esistenza stessa di Israele.

di Renato Cristin

In Italia, il bombardamento calibrato contro installazioni militari siriane ha suscitato reazioni diverse ma unite nella preoccupazione sul rischio di una nuova guerra nella regione. In questa chiave di lettura e restringendo l'analisi al centrodestra, le prese di distanza dalla decisione anglo-franco-americana sono comprensibili. Anche il conseguente timore che un eventuale riaccendersi del conflitto interno siriano possa rianimare i tramortiti resti dell'Isis, con possibili ripercussioni terroristiche su scala europea, giustifica l'apprensione con cui si guarda alle decisioni occidentali. Inoltre, il richiamo agli alleati a non ricadere nel tragico errore che ha dato vita alla cosiddetta primavera araba, che ha distrutto la Libia e ridato forza al mostro del terrorismo islamico, è un opportuno monito di carattere storico-politico. Attenti a non destabilizzare i regimi (il monito dovrebbe riguardare anche quello egiziano, bastione difensivo antislamista), perché l'ascesa del sistema Isis è direttamente proporzionale al loro crollo.
   Lo sguardo italiano è dunque di ampio raggio, anche perché edotto da una certa vicinanza geografica e da una lunga esperienza storica di vicende arabe. Ma nessuno, né fra coloro che hanno criticato l'azione alleata, né fra coloro che l'hanno più o meno tacitamente sostenuta, ha preso in considerazione quel pezzo di Occidente immerso nel calderone medio-orientale che è lo Stato di Israele, o almeno non ne ha analizzato la condizione e il punto di vista. Se proviamo a metterci nella prospettiva israeliana e a farla interagire con i veri interessi dei popoli europei, qualcosa di essenziale dovrà cambiare nelle prese di posizione. È noto a tutti che Israele sia profondamente inquietato dall'espansione iraniana. Una preoccupazione esistenziale: per l'Europa si tratta di un problema geopolitico, per Israele è una questione di vita o di morte.
   Perciò, la domanda inaggirabile è: nel nostro Paese si è accettata l'idea che le forze armate iraniane possano acquartierarsi in Siria, organizzarsi e allestire strutture offensive al confine settentrionale di Israele? Se, in una recente intervista, un generale italiano dal prestigioso stato di servizio analizza i rischi di conflitto sullo scacchiere siriano senza mai menzionare, nemmeno di striscio, Israele, sembra purtroppo che quella presenza sia ormai digerita. Ma è proprio questo il problema. Riteniamo che l'antisionismo sia diverso dall'antisemitismo? Alcuni atteggiamenti dell'Ue e dell'Onu sembrano sostenere questa differenza, ma si tratta di una visione dagli effetti catastrofici, perché disgiungere gli ebrei dallo Stato di Israele significa aggredire entrambi. L'elemento inedito, che deve necessariamente modificare l'atteggiamento europeo nei confronti della crisi medio-orientale, è la saldatura sul terreno tra hezbollah libanesi e pasdaran iraniani avvenuta grazie al regime siriano e all'intervento russo, sancita anche dal recente vertice fra Russia, Iran e Turchia. La collaborazione sottotraccia, ma concreta, che l'Arabia Saudita del promettente principe Mohammad bin Salman ha instaurato con lo Stato ebraico è la prova della consistenza e della pericolosità di quella saldatura. In questo quadro, Israele è esposto a una minaccia mortale, ma nemmeno l'Europa deve sentirsi tanto sicura. Meno grave del larvato piano di aggressione o di pesante intimidazione a Israele da parte dell'Iran, ma non meno pericoloso in prospettiva, è infatti il rafforzamento di uno Stato teocratico islamista a ridosso delle frontiere Sudorientali dell'Europa. Mosca ha portato l'Iran sul Mediterraneo, e questo è un fatto. E che l'Iran non sia propriamente un amico dell'Occidente è un altro fatto. Ed è una certezza storica e morale che la difesa di Israele, come Stato, come popolo e come simbolo, deve rientrare in pieno fra gli interessi dell'Europa. E' vero che per l'Italia a fare da cardine in questo complesso scenario deve essere l'interesse nazionale. Ma se su alcuni punti - come il blocco dell'immigrazione, la valorizzazione della produzione industriale, artigianale e agricola, la difesa della nostra identità culturale - c'è, almeno nel centrodestra, piena chiarezza e unità di vedute, non sempre si riesce a decifrare quali siano i nostri interessi nella nebulosa internazionale. L'acquiescenza dell'Ue verso l'Iran e verso il mondo islamico in generale coincide con gli interessi italiani? La medesima accondiscendenza nei confronti dell'attuale regime turco è nell'interesse italiano? La freddezza verso Israele è nostro interesse? E la vecchia amicizia con i palestinesi? E oggi, soprattutto, come regolarci nei confronti della Russia? La Russia può e deve essere un partner, ma il nostro alleato sono e restano gli Stati Uniti. La nostra bussola è simbolicamente espressa nella rosa dei venti della Nato, il cui ampliamento a Est è l'esito di una richiesta di quei Paesi che fino a trent'anni fasi trovavano dall'altra parte della cortina di ferro.
   Per l'Italia tali questioni sono importanti, e per il centrodestra che prima o poi, legge elettorale permettendo, dovrà governare sono addirittura fondamentali, perché costituiscono il sostrato della visione del mondo che esso dovrà esprimere e promuovere nella società, diffondere e insegnare alle giovani generazioni, affinché acquisiscano quel senso della storia che purtroppo la scuola non riesce più a fornire.
   
(La Verità, 19 aprile 2018)


Israele sia una casa non una fortezza (ricordando Uri)

Il ricordo del dolore Israeliani e palestinesi possono stringere un rapporto che nasce nel lutto comune.

di David Grossman

La mia famiglia ha perso Uri in guerra, un ragazzo dolce, allegro e in gamba. Ancora oggi, quasi dodici anni dopo, mi è difficile parlare di lui in pubblico. La morte di una persona cara è anche la morte di una cultura privata, personale e unica, con un suo linguaggio speciale e i suoi segreti. Tutto questo è svanito per sempre, e non ritornerà mai più. ( ... )
   E' difficile separare il ricordo dal dolore. È doloroso ricordare, ma è ancor più spaventoso dimenticare. E quanto sarebbe facile, in questa situazione, cedere allo sdegno, alla rabbia, alla brama di vendetta. Ma ho scoperto che ogni volta che sono tentato dalla rabbia e dall'odio, immediatamente mi accorgo di smarrire il contatto quotidiano con mio figlio, che ancora sento vivere in me. ( ... )
lo so che persino nel dolore esiste il respiro, la creatività, la capacità di fare il bene. Il lutto non solo isola, ma sa anche unire e rafforzare. Persino i nemici storici, come gli israeliani e i palestinesi, possono stringere tra di loro un rapporto che nasce dal lutto, e a causa di questo. ( ... )
   E anche il nostro modo non solo di piangere la perdita insieme, bensì anche di contemplare il fatto che non abbiamo fatto abbastanza per scongiurarla.( ... )
   Questa settimana, Israele celebra il 70o anniversario della sua fondazione. lo spero che potremo celebrare questa ricorrenza per molti anni ancora, con le future generazioni di figli, nipoti e pronipoti che vivranno qui, a fianco di uno stato palestinese indipendente, in pace, sicurezza e creatività, ma soprattutto nel tranquillo trascorrere dei giorni, in buoni rapporti di vicinato. Mi auguro che tutti si sentiranno ugualmente a casa propria.
   Come definire la casa? La casa è il luogo i cui muri - i cui confini - sono chiari e pattuiti. La cui esistenza è stabile, inoppugnabile e serena. ( ... )
I cui rapporti con i vicini sono basati su norme concordate. Un luogo che proietta un senso di futuro. Noi israeliani, persino dopo 70 anni ( ... ) non siamo ancora arrivati a quel punto. Non siamo ancora a casa. Israele è stato fondato per far sì che il popolo ebraico, che mai si è sentito a casa propria in giro per il mondo, potesse finalmente avere una casa. E oggi, 70 anni dopo, malgrado tante meravigliose conquiste nei più svariati campi, il forte stato di Israele somiglia piuttosto a una fortezza, ma non ancora a una casa. La strada per risolvere l'immensa complessità dei rapporti che intercorrono tra Israele e i palestinesi può riassumersi in una formuletta: se i palestinesi non hanno una casa, nemmeno gli israeliani potranno averne una. Ma anche l'opposto è vero: se Israele non ha una casa, nemmeno la Palestina sarà casa per il suo popolo. ( ... )
   Quando Israele opprime un altro popolo per 51 anni, e occupa le sue terre, e mette in piedi una realtà di apartheid nei territori occupati, ecco che diventa molto meno di una casa. E quando il ministro della difesa Lieberman tenta di impedire ai palestinesi costruttori di pace di partecipare a un incontro come questo nostro, Israele non è la mia casa. ( ... )
   E quando il governo israeliano è pronto a mettere a rischio la vita dei richiedenti asilo e di deportarli in luoghi a loro ignoti, forse incontro alla morte, Israele è molto meno di una casa ai miei occhi. E quando il primo ministro diffama e accusa le organizzazioni per i diritti umani Israele diventa ancora meno di una casa. Per tutti. ( ... )
   Israele ci fa soffrire, perché è la casa che vorremmo avere. Perché riconosciamo quanto sia bello per noi avere uno Stato, e siamo orgogliosi delle sue scoperte e conquiste in tantissimi campi. ( ... ) Ma soffriamo nel vedere fino a che punto questo ideale è stato snaturato. ( ... )
   Ci è consentito sognare. Vale la pena combattere per Israele. E auguro le stesse cose anche ai nostri amici palestinesi: una vita di indipendenza, pace e libertà, nella costruzione di una nuova nazione. Spero che tra settant'anni i nostri nipoti e pronipoti saranno qui, israeliani e palestinesi, e ciascuno di loro canterà la sua versione dell'inno nazionale. Ma c'è un verso che potranno cantare insieme, in ebraico e in arabo: «Una nazione libera nella nostra terra». E forse allora, nei giorni a venire, questo auspicio sarà finalmente una realtà per entrambi i nostri popoli.

(Corriere della Sera, 19 aprile 2018 - trad. Rita Baldassarre)


Tra tutti i personaggi di spicco che ci sono in Israele, la stampa italiana predilige intervistare i romanzieri. I quali romanzieri sono, quasi tutti, in posizione "critica" rispetto allo Stato d'Israele. E questo naturalmente fa piacere a molti. I romanzieri però sono talmente abituati a vivere in una realtà fittizia dove inseriscono le loro storie, che rischiano di confondere finzione e realtà. E la finzione diventa tanto più forte e attraente quando esprime un desiderio, una nostalgia, magari accentuata da un dolore autentico, come nel caso della perdita di un figlio. In questo caso Grossman si fa trasportare dai suoi sentimenti e desideri nella sfera di una funesta falsità quando dice che "Israele opprime un altro popolo per 51 anni, e occupa le sue terre, e mette in piedi una realtà di apartheid nei territori occupati". Tutto questo è falso. E Grossman, tutto occupato a inseguire i suoi sogni, non si accorge di essere strumento di una falsità distruttiva che certamente non serve al raggiungimento dei suoi nobili desideri, ma anzi corrobora i criminali propositi di coloro che hanno desideri ben diversi dai suoi. M.C.


Israele festeggia i suoi 70 anni. Nonostante guerre e nemici

La libertà è costata la vita a 24mila cittadini Ma 1'82% degli israeliani resta fiero di esserlo. Musica ovunque e visite ai cimiteri: si passa dai suoni ai canti al lutto totale.

Nel ricordo delle vittime
Un'immensa rielaborazione collettiva con l'aiuto di gruppi, psicologi e assistenti
Le sfide
La minaccia iraniana si fa più consistente. Fermato un camion esplosivo palestinese

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Costa, costa un prezzo enorme; i confini, la capitale, una bandiera, una lingua, costa essere liberi nella propria terra come dice l'inno nazionale. Fino a oggi, 70o anniversario della nascita dello Stato d'Israele, è costato 23645 vite di soldati, poliziotti e vittime del terrorismo.
   Eppure l'82 per cento degli israeliani è fiero di esserlo, e definisce il proprio Paese «un posto in cui è bello vivere».
   Eppure il Paese festeggia dopo aver ricordato i suoi eroi uno a uno. Madre per madre, fratello, amico, fidanzata condividono immagini e parole per 24 ore prima di entrare nella festa. È un'immensa elaborazione collettiva, organizzata con l'aiuto di gruppi, psicologi, assistenti, che si occupano sempre solo di questo. Il numero delle vittime è enorme in una società democratica, fatta per vivere, dove ogni bambino è l'idolo della famiglia, ci sono troppi eroi rispetto ai numeri piccoli anche se in crescita verticale: all'inizio 806mila cittadini, oggi moltiplicati per otto, 8 milioni 842mila, avendo assorbito 3 milioni e 200mila immigrati. Una bella percentuale per chi non aveva una lira ed è circondato da nemici. Sono cifre incredibili, tutto è più grande della vita, come si dice in inglese.
   Ieri si sono saputi i particolari della minaccia iraniana che diventa in queste ore sempre più consistente: essa si delinea ormai con precisione, è il disegno di lanciare contro Israele missili di precisione sparati dalla Guardia Rivoluzionaria degli ayatollah da una base in Siria, mentre sono state identificate altre quattro basi militari costruite allo stesso scopo. Intanto un camion palestinese pieno di congegni esplosivi ha tentato di entrare da Jenin in territorio ebraico, probabilmente per colpire nel giorno della festa ... pure nella preoccupazione la gioia e la fiducia restano incredibili.
   Niente ferma la determinazione a festeggiare la gioia di essere un popolo indipendente. Le feste si susseguono per le strade, nei parchi le famiglie e i gruppi di amici preparano fuochi su cui si cucina la carne, c'è musica ovunque, Israele è ricca di canzoni di tutte le sue fasi, e tutti le sanno.
   Non è una vacanza qualunque, è la festa di ciascuno come il giorno avanti è stato il lutto di ciascuno.
   Ciò che si respira nelle strade, negli occhi di chi ha accesso alla cerimonia della memoria e poi dei prescelti per la cerimonia di ieri sera in cui si accendono le fiaccole della vita? La passione, questa è la chiave che l'Europa ha dimenticato: gli ebrei festeggiano la vita ritrovata e che sono bene in grado di difendere a differenza di quello che è accaduto nel passato. Ce l'hanno fatta nonostante tutto, le persecuzioni, i nemici, le guerre, le vittime, e grazie a quei soldati che ieri uno a uno sono stati ricordati con foto scolorite o troppo nuove.
   Nessuno può veramente capire come si riesca a passare ai suoni e ai canti di ieri da 24 ore di lutto totale e intensivo, in cui si piangono uno a uno tutti i ventenni che la guerra e l'odio dei nemici si sono portati via, in cui si visitano i cimiteri militari e le madri orbate piangono sulle tombe di chi è sparito trent' anni fa come sulla pietra di chi è stato ucciso ieri mattina. Adesso tutti intonano la canzone prescelta per i 70 anni, «Alleluya» è la canzone che quest'anno si canta per celebrare, un inno di ringraziamento per tutta la gioia che il popolo ebraico finalmente sente oggi.
   Non c'è nessun altro Paese nel mondo che celebri il proprio compleanno nel divenire, nella fragilità della sorte e insieme nella rocciosità della determinazione a vincere e perdurare per sempre. Israele oggi compie solo settant'anni di vita, è giovane e sfrontato a confronto di tremila anni di storia ebraica spesi nell'affermazione di verità grandiose per l'uomo quali il monoteismo e l'esistenza di una stringente morale a cui ciascuno è tenuto.
   Il segreto di Israele per cui ha un Pil più alto di quasi tutti i Paesi europei, un tasso di natalità quasi del tre per cento, una fantasia innovativa e tecnologica che ne fa la seconda potenza mondiale dopo gli Usa in questo campo, sta nella sua emozione: se si passeggia per le strade, la si vede. Essa è nella propria identità, nella propria bandiera, nell' orgoglio di costruire qualcosa insieme, nell'entusiasmo per una vittoria sportiva con la bandiera bianca e azzurra con la Stella di David.

(il Giornale, 19 aprile 2018)


Brigata ebraica, diventa museo la sinagoga di corso Lodi a Milano

di Alberto Giannoni

MILANO - Foto e lettere, mappe, bandiere e spillette. Aprirà a fine maggio, nella sinagoga Beth Shlomo di corso Lodi, il primo museo dedicato alla Brigata ebraica, la formazione di 5mila soldati sionisti che - inviati in Italia a fine '44 e inquadrati nell'ottava Armata Britannica - parteciparono alla liberazione del Paese con operazioni rilevanti come lo sfondamento della linea gotica ai primi di aprile del '45.
I reperti inediti della collezione arrivano dall'esercito israeliano, dal Central Sionist Archive di Gerusalemme o dalle famiglie di reduci. Dal 22 aprile al 1o maggio saranno presentanti come mostra nel palazzo comunale di Inzago, quindi andranno a formare il museo permanente che è in via di allestimento nel piccolo tempio aschenazita di Porta Romana, in cui viene ancora conservato il rotolo della Torah che proviene dal campo di internamento di Ferramonte e passò nella sinagoga di via Unione, in quella che era stata una vecchia sede del Partito fascista.
«Quella della Brigata ebraica è una storia che unisce la storia di Italia a Israele - ha spiegato Stefano Scaletta, ricercatore e curatore del museo insieme a Cristina Bettin e Samuele Rocca - Abbiamo voluto creare un'esposizione che valorizzasse il contributo dei combattenti della brigata ma non solo». Furono trenta i caduti della Brigata ebraica (50 i caduti ebrei nei vari corpi britannici). I reduci prima dettero assistenza, anche a Milano, a chi tornava dai campi di sterminio. Molti, poi, rientrarono nella terra mandataria, partecipando con ruoli di grande rilevanza alla costruzione dello Stato di Israele.

(il Giornale, 19 aprile 2018)


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A Milano apre il museo della Brigata Ebraica per 'valorizzare il contributo combattenti'

Il museo verrà inaugurato a fine maggio ma già da ora sarà aperto a gruppi e scuole su appuntamento.

A 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali, a Milano aprirà il primo museo in Italia dedicato ai combattenti della Brigata ebraica. Mancano pochi giorni al 25 aprile e la Comunità ebraica di Milano ha presentato l'allestimento 'La brigata ebraica in Italia e la Liberazione', curata dal giovane ricercatore Stefano Scaletta e da Cristina Bettin e Samuele Rocca, docenti della Ben Gurion University of the Negev e dell'Università di Ariel (Israele).
In mostra fotografie inedite, lettere, mappe, oggetti militari e bandiere con la stella di David, una piccola collezione di reperti che arrivano dall'archivio dell'esercito israeliano, dal Central Sionist Archive di Gerusalemme o direttamente dalle famiglie di reduci. Foto dei camion con la stella di David che entrano a Milano, cartoline mandate ai famigliari dai combattenti, medaglie, distintivi, ma anche immagini di vita quotidiana.
Il museo, che inaugurerà a fine maggio, è allestito negli spazi della sinagoga Beth Shlomo in corso Lodi, a Porta Romana. "Abbiamo voluto creare un'esposizione che valorizzasse il contributo dei combattenti della brigata ma non solo", ha spiegato uno dei curatori. "Oltre ai 5 mila volontari, in Europa hanno combattuto circa 50 mila ebrei distribuiti nei diversi corpi militari britannici", ha aggiunto.
Per i curatori è importante ricordare non solo l'aspetto militare, ma anche quello umanitario della brigata che al termine della lotta di Liberazione è diventata a Milano "il punto di riferimento degli ebrei italiani e mitteleuropei che volevano raggiungere la Palestina", ha spiegato Davide Romano, direttore del museo. Per ora il museo sarà aperto a gruppi e scuole su appuntamento, per diventare poi un'esposizione permanente.
Intanto il fronte Palestina ha annunciato l'ormai consueto presidio contro la presenza 'sionista' alla manifestazione nazionale del 25 aprile in piazza Duomo dove è previsto anche un videomessaggio della senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz.

(la Repubblica - Milano, 18 aprile 2018)


Aggressione antisemita a Berlino, la vittima: "Era un test, non sono ebreo"

La portavoce del governo Merkel, Ulrike Demmer, ha sottolineato che attacchi del genere minano la tenuta di una società democratica.

Un ragazzo con la kippà viene aggredito a colpi di cintura a Berlino da un giovane arabo, che gli urla "ebreo!". La vittima filma la scena con lo smartphone e lo denuncia. Immediate arrivano le reazioni indignate di tutto il mondo politico tedesco, a partire dalla cancelliera Angela Merkel e del consiglio centrale degli ebrei tedesco. Poi, in serata, il ragazzo aggredito rivela: non sono ebreo, era un test. Un colpo di scena che fa riflettere ma che di fatto non ridimensiona l'allarme antisemitismo in Germania.

 La vittima: non sono ebreo
  "Non sono ebreo, sono un israeliano cresciuto in una famiglia araba", ma "volevo dimostrare come sia spaventoso di questi tempi girare per Berlino come ebreo", ha detto il ragazzo, noto alla stampa come Adam, parlando alla Deutsche Welle. Un amico lo aveva avvertito che indossare la kippah in Germania era pericoloso e lui voleva mettere alla prova questa affermazione, ha spiegato.
I media tedeschi avevano diffuso stamani il video dell'aggressione avvenuta ieri sera nel quartiere di Prenzlauer Berg. Per la polizia, non c'erano molti dubbi: antisemitismo. Il ragazzo di 21 anni che indossava la kippah è stato apostrofato come "yahudi", ebreo in arabo, e colpito con la cintura, mentre era con un amico di 24 anni. Un fatto che ha suscitato l'indignazione del mondo politico tedesco, a partire dalla cancelliera, Angela Merkel, la quale ha dichiarato di voler rilanciare l'offensiva contro l'antisemitismo, che sia tedesco o arabo.
Adam ha raccontato alla stampa di essere stato insultato alla fermata dell'autobus da tre persone, una di queste lo ha aggredito. Il ragazzo ha reagito tirando fuori il cellulare: "Ti sto filmando", lo si sente ripetere nel video. E l'avvertimento funziona: passano pochi istanti e l'aggressore viene portato via da un compagno. Ma ormai è tardi e il video fa il giro della rete e sarà usato dalla polizia per rintracciare il colpevole.

 Merkel: episodio terribile
  "E' un episodio terribile" ha commentato la cancelliera tedesca Merkel. "Non importa se l'antisemitismo sia di origine tedesca o araba", ha continuato la cancelliera "va combattuto con decisione". Per fare sentire sicuri gli ebrei in Germania, il governo ha nominato un delegato governativo all'antisemitismo, che si occuperà, a partire dal primo maggio, di monitorare i fenomeni e le manifestazioni di antisemitismo e di concertare delle reazioni coordinate.

(RaiNews, 18 aprile 2018)


Israele celebra i suoi primi 70 anni: in programma feste, cerimonie e concerti

Cerimonie, eventi musicali, mostre e attività di vario tipo animano le città di Israele durante tutta la settimana in cui cade il 70 anniversario del giorno dell'Indipendenza dello Stato ebraico. Ecco alcuni dei più rilevanti segnalati dal Times of Israel

 Tel Aviv: musica, percorsi multimediali e monumenti interattivi
  Lunedì 16 aprile, nel primo giorno ufficiale della stagione estiva in Israele, in mattinata si è tenuto un saluto speciale dell'aeronautica israeliana, che ha sorvolato 40 città del Paese.
 
Il Padiglione della Democrazia a Tel Aviv
Tanti gli eventi in giro a Tel Aviv, la prima città indipendente dello Stato ebraico. Mercoledì 18 aprile si terrà in Rabin Square un grande concerto, che vedrà partecipare migliaia di persone, mentre l'indomani verrà inaugurato il 'percorso dell'Indipendenza', un percorso interattivo in Rehov Rothschild che porta i visitatori attraverso 10 luoghi della storia della Dichiarazione di Indipendenza e delle origini della città: la fontana Nahum Gutman, la casa di Akiva Aryeh Weiss, la Torre Shalom Meir Tower, la Grande Sinagoga, il Museo dell'Haganà, il centro visitatori della banca di Israele, il monumento dei fondatori di Tel Aviv, la statua di Meir Dizengoff e la Sala dell'Indipendenza. E poi tre giorni di festival del cinema alla Cinemateca e entrate gratuite ai musei e ai siti storici.
Nella piazza Rothschild, poi, è stato allestito il Padiglione della Democrazia, una cupola multimediale dedicata alla dichiarazione di Indipendenza e ai suoi valori. I visitatori sono invitati a mettere la propria firma sulla struttura che riporta la dichiarazione.
Ha già fatto il giro dei social media Koolulam, l'iniziativa canora sociale presa d'assalto dagli israeliani, che ha visto partecipare, domenica 15 aprile, 12000 persone - fra cui il presidente Reuven Rivlin, (che aveva anticipato l'evento in un video), il musicista Shlomi Shabat, il sindaco di Tel Aviv Ron Huldai e il ministro Gila Kamliel - all'arena Menora Mivtachim per cantare l'iconica canzone "Al Kol Eleh" di Naomi Shemer, insieme a 'Lu Yehi', sempre della Shemer, e altre canzoni di Shabbat.
Il progetto finale sarà proiettato ufficialmente nella residenza di Reuven Rivlin nel giorno di Yom Ha'atzmaut, giovedì 19 aprile.

 Gerusalemme: videomapping del KKL
  Infine a Gerusalemme è possibile vedere i diversi videomapping realizzati dal Keren Kayemeth Leisrael per l'occasione. Il film di 7 minuti viene proiettato sui palazzi del Fondo Nazionale e dell'agenzia Ebraica, tutt'oggi ospitati in edifici degli anni '30, all'angolo con le strade King George e Keren Kayemeth LeIsrael.

(Bet Magazine Mosaico, 18 aprile 2018)


Scoperta a Bova l'antica Giudecca

Diventerà sezione urbana del Museo della Lingua Greco-Calabra "Gerhard Rohlfs"

Il Sud Italia è un intreccio sterminato di tracce di civiltà e culture che rendono costantemente una sfida la "lettura" del territorio, mai definitivamente compiuta. Una sfida entusiasmante perché sottopone all'attenzione degli studiosi - storici, archeologi, linguisti, antropologi - sempre nuovi "enigmi", nuovi nodi da sciogliere per tracciare la mappa delle molteplici "identità storiche" che hanno plasmato le radici di questa parte d'Italia. Uno di questi nodi appena sciolto è senza dubbio quello della identificazione dell'antico quartiere ebraico di Bova, affascinante borgo in provincia di Reggio Calabria noto per essere la "capitale" dell'area ellenofona detta Bovesia. Per dare valore a questa importante scoperta, fatta da Pasquale Faenza, storico dell'arte e direttore del locale Museo della Lingua Greco-Calabra "Gerhard Rohlfs", grazie al progetto "Segni-tracce-parole: sincretismi della Calabria Greca", finanziato dal Dipartimento Cultura della Regione Calabria, è stato possibile inserire la Giudecca fra le tre nuove sezioni del Museo presso le quali gli artisti contemporanei Angela Pellicanò, Roberto Lucifero e Antonio Puija Veneziano, hanno collocato le rispettive installazioni realizzate con la collaborazione della cooperativa Satyroi di Bova Marina: "Postazione di Confine" (nel Borgo dei Mestieri), "I Cantori di Urano" (nella sala lettura della biblioteca "Franco Mosino"), ed infine "La Giudecca di Bova allestita negli omonimi spazi. Queste nuove sezioni puntano a creare una maggior legame tra il contenitore museale e il borgo di Bova, negli ultimi anni oggetto di un interessante campagna di recupero del suo piccolo quanto prezioso centro storico.

Bova - Arco d'ingresso all'antico quartiere della Giudecca Bova - Ingresso a un edificio dell'antica Giudecca, nel quartiere di Pirgoli Bova - Edificio dell'antica Giudecca, nel quartiere di Pirgoli Bova - Edificio dell'antica Giudecca, nel quartiere di Pirgoli free lightbox galleries by VisualLightBox.com v5.9m

  La Giudecca, come ha avuto modo di accertare Faenza, risulta documentata da fonti d'archivio della fine del XV secolo. Questa suggestiva porzione di spazio urbano, è ora diventata una sezione del Museo "Gerhard Rohlfs" e ospita l'installazione di arte contemporanea dell'artista Antonio Puija Veneziano, con una serie di ceramiche che riportano le fonti scritte della presenza giudaica in questo borgo greco-calabrese. Un interessante connubio tra storia e contemporaneità esalta così le tracce di una piccola giudecca documentata per la prima volta sei secoli fa. Così antiche sono infatti le tracce di questo quartiere ebraico calabrese quasi del tutto dimenticato: si è accertato a tal proposito che nel 1502 la Regia Corte di Napoli lamentava di non aver riscosso i tributi fiscali che la Giudecca di Bova doveva all'erario fin dal 1497. Successivamente, il 23 Agosto del 1503, i sei nuclei familiari (fuochi) che costituivano la comunità giudaica bovese, versarono, per mano di Antonio Carnati, 9 ducati, relativi ai tributi fiscali imposti agli ebrei del Regno di Napoli. Sei fuochi si registrarono anche nel 1508, quando i giudei bovesi chiesero alle autorità di saldare le tasse a rate, segno evidente di possibili difficoltà economiche.
  E' possibile pensare che l'insediamento ebraico a Bova sia sorto in seguito alla cacciata dei giudei dalle terre di Spagna, nel 1492. In quell'anno degli ebrei di Sicilia si trasferirono a Reggio, dove due anni dopo furono smistati in tutto il circondario. Il secondo editto di Ferdinando il Cattolico (1511) che decretò l'espulsione degli ebrei dal Regno di Napoli, determinò l'abbandono della giudecca di Bova. In quello stesso anno, le autorità locali chiesero la cancellazione dai ruoli fiscali della Giudecca di Bova. Ciononostante una cronaca bovese, redatta del 1774 dall'erudito Domenico Alagna, ricorda che gli ebrei furono scacciati solo nel 1577, con l'accusa di aver diffuso la peste. Ed è proprio Domenico Alagna a fornirci informazioni dettagliate sulla localizzazione della Giudecca di Bova, indicata ai margini della città, nel quartiere di Pirgoli (dal greco "torri"), confinata tra due porte che si aprivano rispettivamente a Sud, nelle vicinanze della Torre della Porta, e a Nord nei pressi della Torre Aghios Marini.
  A seguito del terremoto del 1783 l'assetto del quartiere subì notevoli trasformazioni. Rimase in piedi solo una delle tre torri che proteggevano il quartiere mentre all'inizio di via Pirgoli fu costruito Palazzo Mesiani Mazzacuva. Tra le due ali dell'edificio si nota infatti un antico ingresso, munito nella parte alta di una feritoia, da riferirsi ad una struttura tardo medievale, identificabile con la porta meridionale della Giudecca. L'entità dei terremoti che interessarono il borgo di Bova fin dalla seconda metà del Cinquecento rende oggi ardua l'interpretazione dell'assetto originario della Giudecca. Ad ogni modo la topografia attuale del quartiere di Pirgoli lascia ancora tracce degli spazi vitali e delle relative destinazioni d'uso riconducibili alla comunità giudaica del tempo.
  E' bene ricordare che gli ebrei avevano bisogno di ricorrere a quello che viene definito "mimetismo strategico" specialmente nell'edificazione dei luogo di culto. Per gli ebrei della Diaspora, la giudecca non rappresentò mai una vera e propria città, quanto un'aggregazione "temporanea" che riutilizza sistemi insediativi preesistenti. Infatti, nell'immaginario collettivo ebraico, l'unica vera città era rappresentata da Gerusalemme, mentre il solo edificio sacro ufficialmente riconosciuto rimaneva il Tempio che l'imperatore Tito aveva distrutto nel 70 e. v. Nonostante ciò, già nel Medioevo, gli insediamenti ebraici si distinsero sempre di più per la presenza di specifici spazi urbani, rispondenti da un lato alle norme religiose, - che li obbligavano ad avere ambienti deputati al culto e alla trasformazione dei cibi - dall'altro alla politica di integrazione che si venne di volta in volta a creare con le comunità residenti, sempre attente a definire una linea di demarcazione per evitare contatti tra cristiani e giudei.
  La collocazione del quartiere ebraico bovese in un luogo marginale della città è un fattore indicativo, rispetto a possibili tensioni con la comunità cristiana locale. Per gli stessi motivi la giudecca di Bova si trovava nelle vicinanze dei fulcri del potere militare o religioso della città, considerati fattori necessari di protezione politica, visti i frequenti scoppi di conflittualità con la popolazione residente. Gli ebrei bovesi risiedevano infatti nei pressi del Palazzo Vescovile e non lontano dalla roccaforte militare, ancora in uso nel 1586. Non meno interessante è la corrispondenza tra il numero dei fuochi ebraici, documentati a Bova nei primi anni del Cinquecento (6 fuochi), e la densità di abitanti in un quartiere, circoscritto per ragioni morfologiche, al solo pendio roccioso, in quanto delimitato ad Ovest dalla cinta muraria. Un'altra analogia, che il quartiere di Pirgoli condivide con le giudecche calabresi e siciliane, è la sua posizione in prossimità della principale porta cittadina (Porta della Torre), a ridosso degli assi commerciali e delle vie di transito intenso. Stessa cosa può dirsi a proposito dell'esistenza, nel quartiere bovese, di un'unica via di accesso, lungo la quale si disponevano, con molta probabilità, le strutture architettoniche deputate ad ospitare attività economiche.
  Non sembra azzardata l'idea di rapportare la vocazione al commercio degli ebrei regnicoli con le due più importanti attività produttive della diocesi di Bova: la sericoltura e l'estrazione della pece, ampiamente documentate nel resto della Calabria. Interessante è inoltre la presenza a Pirgoli di un pozzo, oggi inglobato nella corte di Palazzo Mesiani, elemento indispensabile ai bagni rituali e alla macellazione di carni kosher. Nessuna traccia è stata ancora individuata della sinagoga. Una ipotesi suggestiva prende spunto da una struttura quadrangolare a muratura sottostante una finestra, decisamente degna d'attenzione, che si innalza in un ambiente, antistante Palazzo Mesiani, destinato ancora nella prima metà del Novecento a ricovero per animali.
  Gli spazi dell'antico quartiere ebraico saranno oggetto di una visita guidata mercoledì 25 aprile 2018 alle ore 18.00, durante il quale sarà presente anche Salvatore Bullotta, Assistente Culturale della Giunta Regionale della Calabria. La visita alla Giudecca seguirà al termine della presentazione della mostra fotografica "Il ritorno della lira. Le lire di Francesco Siviglia nelle immagini di Gianni Vittorio" e alla presentazione delle altre installazioni di arte contemporanea, realizzate dagli artisti Angela Pellicanò e Roberto Lucifero rispettivamente nel Borgo dei Mestieri e nella sala lettura della biblioteca "Franco Mosino. La Giudecca farà ancora da cornice al contest fotografico "Una foto da Bova al tramonto", il cui vincitore sarà successivamente premiato con la stampa dello scatto del crepuscolo bovese, nel corso del IV Festival Euterpe che si svolgerà sempre a Bova il 30 aprile, alle ore 18.00.

(Fame di Sud, 18 aprile 2018)


Siria, ispettori a Douma. Israele: inefficaci i raid

Gli osservatori dell'Onu cercano le prove dei gas di Assad. Gerusalemme, dopo i blitz, teme la vendetta dei pasdaran.

di Giordano Stabile

 
Militari siriani a Douma
Gli ispettori dell'Opac sono entrati ieri a Douma, a dieci giorni dal presunto attacco chimico che ha scatenato la rappresaglia di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Ma le potenze occidentali temono che non trovino più nulla perché sospettano che i russi stiano cercando di alterare le prove, mentre l'Intelligence israeliana mette in dubbio l'efficacia dei raid di sabato e teme un'imminente «vendetta» dell'Iran.

 La missione dell'Opac
  Gli uomini dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche sono arrivati a Damasco tra venerdì e sabato. Sembrava che potessero accedere subito alla cittadina alla periferia della capitale siriana. Ma lunedì si è consumato all'Aja un duello diplomatico fra la «triplice alleanza» e la Russia. Gli inviati Usa e britannico hanno accusato la Russia di voler manomettere le prove, tenuto conto che la polizia militare di Mosca si trova a Douma ormai da una settimana.
Erano stati i militari siriani ad avvertire l'Onu che la strada e la zona circostante il luogo dell'attacco non era stata «ancora smìnata» ma alla fine, ieri mattina, è arrivata l'autorizzazione, anche su pressione della Francia, che con il presidente Macron ha accusato la Russia di voler «far sparire le prove». Ieri pomeriggio gli ispettori hanno potuto fare un sopralluogo. Mosca ha ribattuto che era l'ufficio per la sicurezza dell'Opac a non dare l'autorizzazione e soprattutto ribadito che l'attacco del 7 aprile era stato inscenato dai ribelli, tanto che i suoi militari hanno ritrovato nella cittadina «un laboratorio e un deposito di sostanze chimiche». I timori delle potenze occidentali sono forti ma va anche detto che per la prima volta l'Onu è in grado di visitare il sito di un presunto attacco dopo un lasso di tempo limitato. Gli ispettori preleveranno campioni di suolo, raccoglieranno testimonianze e cercheranno di esaminare i feriti, molti però già trasferiti nella provincia di Idlib assieme ai combattenti ribelli.

 I dubbi israeliani
  Una conferma indipendente dell'attacco chimico del 7 aprile serve anche a Usa, Francia e Gran Bretagna a ribadire la legittimità della loro azione di rappresaglia. Ma l'Intelligence israeliana non è convinta dell'efficacia dei raid, che avrebbero avuto un «impatto limitato» sulle capacità chimiche del regime e soprattutto non hanno scalfito il rafforzamento militare in corso, sia di Bashar al-Assad che dell'alleato iraniano, ormai in possesso in Siria di una sua «forza aerea», fatta di droni capaci di lanciare missili guidati, come quello abbattuto sul Golan il 10 febbraio e di una rete di cinque basi.
Israele teme la «vendetta», promessa dal capo dell'aviazione dei Pasdaran Amir Ali Hajizadeh, dopo che lunedì scorso un raid israeliano ha ucciso sette dei suoi uomini alla T4. Ieri la tv di Stato siriana ha accusato lo Stato ebraico di aver tentato un altro blitz, «respinto dalla contraerea». Le voci sono poi state smentite ma il clima è quello di uno scontro imminente, non fra America e Russia, ma fra Siria, Iran e Israele. L'aviazione israeliana ha rinunciato a esercitazioni in Alaska per tenere pronti tutti i suoi F-15. E Assad ha lanciato una offensiva su tre fronti per liberarsi delle ultime enclave ribelli. I combattenti di Jaysh al-Islam si sono arresi ad AI-Dumayr, nella sacca del Monte Qalamoun, a Nord-Ovest di Damasco. Alcune cittadine sono state riconquistare nell'enclave fra Homs e Hama, sul punto di collassare, mentre pesanti raid aerei e di artiglieria hanno martellato Jisr Shugur nella provincia di Idlib, in mano a un gruppo jihadista erede di A1-Nusra.

 Le truppe saudite
  Intanto il ministro degli Esteri saudita, Adel al Jubeir, ha annunciato che il Regno sta discutendo con l'amministrazione Trump del possibile invio di truppe in Siria, che gli Stati Uniti vogliono invece lasciare. I colloqui - ha spiegato - durano «dall'inizio della crisi siriana» e «la proposta - ha aggiunto - è in discussione dai tempi della presidenza di Barack Obama». Ma allora non venne accolta.

(La Stampa, 18 aprile 2018)


Disordini a Gaza. Il ritorno in terre dove non sono mai stati

Lettera al Giornale

Proteste a Gaza dove migliaia di palestinesi cercano di entrare in Israele e vengono brutalmente respinti dalle truppe israeliane. La chiamano «la marcia del ritorno», ma quanti di loro sono nati fuori della cosiddetta striscia? Una decina di anni fa, una personalità politica israeliana prospettò la possibilità di un ritorno, ma solo a chi era nato nei territori «occupati» prima del 1948, data della fondazione dello Stato d'Israele. Non ne approfittarono ed oggi salta all' occhio anche del profano che quei ragazzotti non possono ritornare in una terra che non hanno mai vista. Si pensi cosa succederebbe se gli eredi dei nostri profughi giuliani e dalmati si presentassero al confine e volessero riprendere possesso di una terra che l'Italia ha perso a causa di una guerra scellerata. Certe pretese sfuggono al comune buonsenso e non ci resta che pregare il Creatore di metterci una pezza.
Nerio Fornasier Suresnes-Nanterre (Ile de France)

(il Giornale, 18 aprile 2018)


Ora Trump vuole le truppe (e i dollari) degli arabi

Gli Usa: fondi da sauditi, Emirati, Qatar ed Egitto per stabilizzare la Siria. Esperti Opac a Douma. Messaggi ambigui: Donald Trump ripete di voler ritirare dalla Siria i militari americani, ma Macron assicura che il leader Usa gli ha detto che rimarrà.

di Roberto Fabbri

 
Trump vuole i dollari
Soldi (tantissimi) e truppe (probabilmente poche e comunque non abbastanza). È questo che Donald Trump vuole dai suoi alleati arabi per centrare il suo obiettivo in Siria: ritirare il contingente militare americano e tagliare costi che reputa non produttivi per l'interesse nazionale.
   Il presidente americano, scrive il Wall Street Journal, non pretende di portare a casa in tempi rapidi le poche migliaia di uomini che appoggiano le milizie curde a nord-est dell'Eufrate e in altre località del Paese, ma conferma i contenuti della sua replica al collega francese Emmanuel Macron che tre giorni fa si era vantato di averlo convinto a restare in Siria «per un lungo periodo ancora»: gli alleati devono fare di più in vista di un definitivo ritiro americano.
   Gli alleati a cui Trump si è rivolto, anche tramite il suo nuovo consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, sono Paesi arabi filoccidentali come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar ed Egitto. Ai primi tre la Casa Bianca chiede soprattutto denaro: miliardi di dollari per contribuire ai costi della stabilizzazione della Siria settentrionale, ma anche truppe (dei sauditi, in particolare, si sa che sono disponibili a integrare un contingente Usa con propri militari. All'Egitto, che non appartiene al club dorato dei Petrostati ma dispone di forze armate rispettabili riccamente finanziate dagli Stati Uniti, Trump chiede invece di contribuire con i suoi uomini in divisa.
   Secondo il Wall Street Journal, Bolton ha telefonato di persona al capo dell'intelligence del Cairo, generale Abbas Kamel, per esporgli la questione di un contributo egiziano a una forza congiunta araba per la Siria. Non sembra però probabile, come nota lo stesso giornale americano, che il presidente al-Sisi voglia rompere la tradizione egiziana di non inviare quasi mai truppe all' estero: il suo esercito è infatti già seriamente impegnato alla frontiera libica e soprattutto in una dura campagna contro i terroristi islamici nel Sinai.
   Continua intanto la polemica sulle indagini a Douma, il villaggio teatro dell'attacco chimico dello scorso 7 aprile. Solo ieri, secondo fonti di Damasco, vi sono arrivati alcuni inviati dell'Opac, l'organizzazione contro l'uso delle armi chimiche. Troppo tardi, secondo francesi e americani: a questo punto le prove del crimine di guerra che vi sarebbe stato commesso su ordine di Bashar Assad sarebbero state eliminate, e proprio per questo si sarebbe fatto tardare con pretesti il loro arrivo. Sospetti basati sull' atteggiamento apertamente negazionista tenuto dai russi e dal regime siriano loro alleato: Mosca sostiene che a Douma non vi sia alcun segno di attacco chimico, e anzi pretende di aver individuato un laboratorio dei ribelli con cloro e altri ingredienti per produrre gas mostarda nonché «i partecipanti alle riprese della messa in scena dell'attacco».

(il Giornale, 18 aprile 2018)


Un terzo dei giovani musulmani di Francia a favore delle stragi islamiste

Inchiesta della “Tentation radical”

di Giulio Meotti

ROMA - E se la sociologia non avesse capito niente? E se, privilegiando l'ipotesi di discriminazione, disagio economico e abbandono sociale di cui sarebbero state vittime gli immigrati francesi, la sociologia avesse trascurato i veri grandi fattori, culturali o religiosi, ben più importanti per spiegare la tendenza di tanti giovani francesi alla violenza e al radicalismo islamico? E' l'ipotesi da cui parte La tentation radical dei ricercatori Anne Muxel e Olivier Galland. Il libro è il risultato di un sondaggio condotto su settemila studenti delle scuole superiori. E i risultati sono scioccanti.
   Un terzo dei giovani intervistati ritiene che sia normale "partecipare a un'azione violenta per difendere le proprie idee". Quasi un terzo non si è sentito coinvolto dal minuto di silenzio in omaggio alle vittime di Charlie Hebdo. Condotto nell'arco di tre anni in ventitré scuole superiori di Lille, Créteil, Aix-Marseille e Digione, questo studio ambizioso sui giovani tra i 15 e i 17 anni non ci parla del passaggio all'azione di una piccola minoranza che cade nel terrorismo, ma piuttosto di uno stato mentale più generale che governa un pezzo di Francia.
   Dopo gli attacchi del novembre 2015 (130 morti), il presidente del Cnrs, Alain Fuchs, aveva lanciato un invito a presentare progetti per i ricercatori al fine di esplorare "tutti gli argomenti che possono essere rilevanti per le questioni poste alle nostre società dagli attacchi e dalle loro conseguenze". Molti furono riluttanti. Olivier Galland e Anne Muxel proposero un protocollo di indagine basato su un'ipotesi affermata dalle prime pagine, ma fino ad allora poco discussa: "Il radicalismo religioso è presente in tutte le religioni, ma oggi le sue manifestazioni più evidenti sono associate ad un certa concezione dell'islam".
   I due ricercatori intendono violare un tabù. Si recano nelle scuole popolari delle "aree urbane sensibili" (Zus) dove i musulmani sono già oggi la maggioranza. "Il radicalismo religioso non sembra essere principalmente figlio dell'esclusione socioeconomica e le sue radici specificamente religiose sembrano forti" concludono gli autori. Il "movimento di secolarizzazione" che ha conquistato le società europee, in particolare la Francia, ha fallito fra i giovani musulmani. E sono subito piovute accuse, pesanti. "I risultati di Olivier Galland tornano a dire che qualcosa di intrinseco all'islam porterebbe al radicalismo, persino alla violenza", ha commentato il demografo dell'Ined, Patrick Simon.
   Il 32 per cento dei musulmani è "assolutista" nella religione, rispetto al sei per cento dei cristiani. Il 20 per cento dei musulmani dichiara "accettabile in alcuni casi nella società di oggi combattere con le armi in pugno per la propria religione". Un quarto degli studenti interpellati non condanna gli attacchi contro Charlie Hebdo e il Bataclan, mentre l'80 per cento ritiene che non si deve fare satira sulle religioni. Il campione scelto non è deliberatamente rappresentativo: i questionari sono stati inviati a chi vive dove ci sono state rivolte, scontri con la polizia, caos sociale, ovvero i quartieri settentrionali di Marsiglia, la regione di Lille, la città di Créteil nei sobborghi parigini ... Il cocktail più esplosivo è formato da studenti delle scuole superiori tolleranti nei confronti della violenza e radicali nella propria visione religiosa: tra questi, il 70 per cento non condanna gli attacchi a Charlie Hebdo e all'Hyper Cacher. Estratti del sondaggio pubblicato dal Monde riportano testimonianze di chi crede che i giornalisti di Charlie "se la sono cercata".
   Il mese scorso, un sondaggio della St. Mary University di Londra aveva mostrato come i giovani europei stessero marciando spediti verso una "società post-cristiana". I cattolici praticanti sono il due per cento in Belgio, il tre in Ungheria e Austria, il cinque in Lituania e il sei in Germania. Molti giovani "dopo il battesimo non hanno più varcato la porta di un edificio di culto". I musulmani francesi hanno preso la strada opposta. Osserva Olivier Galland: "I musulmani tornano con forza alla pratica religiosa, in contrasto con il movimento di forte secolarizzazione di altri giovani". E' quello che i nostri sociologi finora non hanno voluto vedere.

(Il Foglio, 18 aprile 2018)


Comunità Ebraiche e Ambasciata di Polonia ricordano la rivolta del ghetto di Varsavia

di Franca Giansoldati

ROMA - Dopo l'approvazione della legge che prevede fino a tre anni di carcere di chiunque accusi la Polonia di complicità nel genocidio nazista, l'Unione delle Comunità Ebraiche ha organizzato assieme alla ambasciata polacca a Roma una commemorazione congiunta per il 75esimo anniversario della insurrezione del Ghetto di Varsavia. Un piccolo ramoscello d'ulivo dopo le polemiche dei mesi passati che hanno contrapposto il governo polacco, le comunità ebraiche di tutto il mondo e lo Stato di Israele.
   L'insurrezione del Ghetto fu un evento tra i più cruciali e significativi della Seconda guerra mondiale. La cerimonia si svolgerà il 20 aprile nei giardini della sede diplomatica e all'evento saranno presenti i rappresentanti della comunità ebraica e polacca, delle autorità italiane e del mondo diplomatico.
   Ogni ospite al suo arrivo riceverà un narciso giallo, simbolo della memoria della rivolta per ricordare uno dei sopravvissuti alla rivolta del ghetto, Marek Edelman, ultimo comandante dello ZOB (Zydowska Organizacja Bojowa - Organizzazione ebraica di combattimento), un movimento di resistenza ebraica durante la Seconda guerra mondiale che ebbe la propria sede nel ghetto. La ZOB era formata principalmente da giovani appartenenti ai movimenti giovanili sionisti di sinistra ed ebbe un ruolo centrale durante l'insurrezione. Dopo la liquidazione del ghetto alcuni appartenenti alla ZOB parteciparono, insieme alla resistenza polacca, alla rivolta di Varsavia (1 agosto-3 ottobre 1944)
   Ogni 19 aprile, nell'anniversario dell'insurrezione, Marek Edelman deponeva un mazzo di fiori gialli sotto il monumento agli Eroi del Ghetto a Varsavia. Il narciso divenne così simbolo di rispetto e di memoria della rivolta.
   Esattamente 75 anni fa, il 19 aprile 1943, nel ghetto di Varsavia gli ebrei iniziarono una disperata rivolta contro la cosiddetta soluzione finale. Fu la prima rivolta in una città nell'Europa occupata, la più grande rivolta degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale e anche la prima in cui un gruppo di ebrei si difendeva in modo organizzato.
   Gli ebrei combattenti attaccarono, con le rudimentali armi disponibili, le truppe tedesche del comandante Sammern-Frankenegg entrate nel ghetto della capitale polacca per deportarne la popolazione. Dopo quasi un mese, il 16 maggio 1943, le truppe tedesche rasero al suolo le case e la Sinagoga e uccisero i sopravvissuti.
   Durante i combattimenti persero la vita circa 7.000 ebrei ed ulteriori 6.000 morirono bruciati nelle case in fiamme o soffocati all'interno dei bunker sotterranei. I rimanenti 50.000 abitanti vennero deportati presso diversi campi di sterminio, per la maggior parte nel campo di Treblinka. Il rapporto finale stilato da Jürgen Stroop il 16 maggio 1943, riportava: «180 ebrei, banditi e subumani sono stati distrutti. Il quartiere ebreo di Varsavia non esiste più. L'azione principale è stata terminata alle ore 20:15 con la distruzione della sinagoga di Varsavia. Il numero totale degli ebrei eliminati è di 56.065, includendo sia gli ebrei catturati che quelli del quale lo sterminio può essere provato.»

(Il Messaggero, 17 aprile 2018)


Happening a Roma per "Israele 70": i Maccabeats per la prima volta in Italia

di Ariela Piattelli

I Maccabeats
ROMA - Hanno iniziato per gioco dieci anni fa a New York. Un gruppo di amici, ebrei osservanti, l'università religiosa, la passione per il canto. Poi sono diventati la "boy band" più famosa della musica ebraica internazionale. I Maccabeats, il gruppo vocale composto da 14 ragazzi, tutti rigorosamente con la Kippah in testa, arriva in Italia per la prima volta il 18 aprile per un concerto a Roma nel quartiere ebraico in occasione di "Israele 70", l'evento aperto a tutta la città organizzato dalla comunità ebraica romana per celebrare il settantesimo anniversario dalla fondazione dello Stato d'Israele.

 Maccabeats: Pop, Hip hop e filosofia
  Il nome è un gioco di parole tra "Maccabei" (quelli che guidarono la ribellione contro i greci a Gerusalemme nel II secolo a.C. e di cui le gesta vengono celebrate durante la festa delle luci Hannukkà) e il vocabolo beats. Non avevano grandi ambizioni quando hanno iniziato a cantare alla Yeshiva University di Manhattan: qualche concerto al campus universitario, cori a cappella, imitazioni delle band americane in voga. Ma il successo vero arriva nel 2010 con un video su YouTube (20 milioni di visualizzazioni), i ragazzi caricano una clip, Candlelight, per fare gli auguri a parenti e amici in occasione di Hannukkà. «La sera andammo a dormire e al mattino trovammo migliaia di visualizzazioni, pensammo al miracolo» racconta Julian Horowitz, il leader del gruppo. Poi è stato un crescendo, le aperture dei concerti di Matysiahu, l'invito di Barack Obama ad esibirsi alla Casa Bianca, dove vanno due volte. Pop, Hip hop e Rap, sono numerosi i generi che i Maccabeats interpretano, con testi tutti ispirati rigorosamente alla "Torah u-Madda", ovvero la filosofia dell'ebraismo ortodosso che crede nell'integrazione tra saggezza della tradizione e mondo secolare.

 David Rubinger e la terra promessa
  Tra i numerosi eventi, durante la serata sulle facciate dei palazzi del quartiere ebraico, a Piazza Gerusalemme, vengono proiettate le immagini del grande fotografo israeliano David Rubinger (scomparso nel 2017), che ha immortalato e raccontato i momenti e i personaggi più importanti della storia d'Israele. Tra i suoi 500 mila scatti, vi è il più celebre del 7 giugno del 1967 che immortala tre soldati al Muro del Pianto durante la Guerra del Sei Giorni. Presso il Museo Ebraico c'è la mostra "The Promised Land. Verso Israele, il paese latte e miele": in esposizione 100 fotografie che ritraggono il quotidiano della nascente società israeliana durante il mandato britannico e i primi anni dello Stato. E per la prima volta in mostra il documento originale della dichiarazione d'indipendenza del 1948.

(La Stampa, 17 aprile 2018)


Gli ebrei di Buchara, un filo che rischia di spezzarsi

di Pietro Acquistapace

Visitando una tra le più famose città dell'Uzbekistan, ci si può imbattere in una storia estremamente affascinante, ossia quella della locale comunità ebraica che, per secoli, ha animato le strade di Buchara con le sue botteghe ed i suoi commerci. Specializzati nella produzione di tessuti e nell'artigianato, gli ebrei di Buchara rappresentano una delle più antiche comunità ebraiche del mondo, una comunità che oggi rischia letteralmente di scomparire. Nonostante le 10mila tombe ospitate dal cimitero ebraico, gli ebrei oggi residenti nella città uzbeka sono solo 150.

 L'origine
  Gli ebrei di Buchara appartengono al ramo sefardita dell'ebraismo e fanno risalire il loro arrivo in Asia Centrale al 500 a.c., una data che sembra suffragata dal ritrovamento nella turkmena Merv di resti archeologici risalenti a circa 2000 anni fa. Sul motivo della loro presenza invece non c'è ancora chiarezza, alcuni studiosi la collegano ai mercanti che operavano lungo quella che poi sarà la Via della seta, mentre altri preferiscono una tesi che rimanda all'esilio durante la sottomissione agli assiri. Col tempo, in ogni caso, gli ebrei di Buchara finirono con l'integrarsi e con il parlare un dialetto tagiko.
Nel corso dei secoli gli ebrei di Buchara seppero adattarsi al clima più o meno favorevole alla loro religione, facendo anche pubblica conversione all'Islam salvo poi continuare a praticare la propria fede in privato. La particolare posizione geografica e le vicende storiche li portarono ad essere non solo la più antica comunità ebraica del mondo, ma anche la più isolata finendo con l'assumere delle condotte religiose non ortodosse. Queste abitudini stupirono diversi visitatori, come il rabbino Yosef Maimon che nel 1793 si fermò a Buchara aprendo una yeshiva e convertendo gli ebrei locali alla corrente sefardita.

 L'incontro
  Paradossalmente fu sotto il dominio islamico del califfo Omar, ed in contravvenzione alle sue leggi, che nel 1620 venne costruita la prima sinagoga di Buchara. Fino a quel momento gli ebrei erano soliti pregare nella moschea Magoki Attoron, condividendo lo spazio con i fedeli musulmani. La repressione verso il culto ebraico si fece tuttavia sempre più dura, come rilevato nei suoi diari da Armini Vamberi, un viaggiatore ungherese che nella metà del XIX secolo attraversò l'Asia Centrale sostando anche a Buchara. Le leggi locali infatti distinguevano nettamente tra ebrei e musulmani.
Con l'arrivo della colonizzazione russa gli ebrei di Buchara divennero fedeli sudditi dello zar, salvo poi (almeno una parte della comunità) appoggiare la rivoluzione in un'ottica anti-musulmana. Momento di particolare importanza fu poi la Seconda guerra mondiale, quando circa 250mila ebrei, ma ashkenaziti, arrivarono in Uzbekistan in fuga dalla Russia, dall'Ucraina, dalla Moldavia, dalla Polonia e dalla Bielorussia, venendo accolti dalla locale comunità ebraica e dagli uzbeki tutti. Per quanto riguarda Tashkent esiste anche un sito con l'archivio di tutti i rifugiati di fede ebraica nella capitale uzbeka.

 L'esodo
  La popolazione ebraica di Buchara arrivò a contare anche 35mila persone, sebbene appartenenti a rami differenti dello stesso albero; tutto cambiò nel 1972, quando l'allora Unione Sovietica rese più facile l'emigrazione degli ebrei verso Israele. Dall'Uzbekistan e dal vicino Tagikistan prese il via un vero e proprio esodo che continuò nei decenni successivi ed al quale si aggiunse presto quello verso gli Stati Uniti. Oggi si calcola che gli ebrei di Buchara in Israele siano circa 100mila, mentre sarebbero 50mila nella sola New York. Altre comunità di ebrei di Buchara sono presenti in Australia ed in Europa.
Oggi lo spopolamento della piccola sinagoga situata nel cuore della città vecchia di Buchara preoccupa anche il governo dell'Uzbekistan, che riconosce l'importanza della comunità ebraica nella Storia della città. Le autorità uzbeke stanno mostrando un rinnovato interesse per l'ebraismo, come dimostrato dagli incontri con delegazioni del Congresso mondiale degli ebrei di Buchara (che include quelli residenti negli Stati Uniti), organizzando forum economici con rappresentanti di Israele e concedendo ai cittadini di quest'ultimo paese una favorevole politica di rilascio visti.
Se Buchara dovesse restare senza i suoi ebrei anche l'Uzbekistan perderà una parte di sé.

(East Journal, 17 aprile 2018)


Israele si raccoglie in memoria dei suoi morti

Commemora le sue vittime militari e civili

 
GERUSALEMME - Gli israeliani si sono fermati questa sera per un minuto dopo il suono delle sirene in occasione della Giornata della memoria in omaggio agli israeliani uccisi durante il servizio militare e alle vittime civili degli attentati.
Israele rende omaggio quest'anno a 23.645 membri delle forze di sicurezza caduti in servizio e a 3.134 civili uccisi dal 1860. Questa data è considerata dallo Stato ebraico la prima del conflitto palestinese, l'anno durante il quale degli ebrei fondarono il loro primo quartiere al di fuori delle mura della Città vecchia di Gerusalemme. La creazione dello Stato di Israele risale al 1948 e sarà commemorata da mercoledì sera con l'inizio dei festeggiamenti per la Giornata dell'Indipendenza.

(Diario del Web, 17 aprile 2018)


Siria, tentativi di pace della diplomazia mondiale

di Marco Paganelli

La televisione statale della Siria ha comunicato, ieri sera, l'entrata in azione della contraerea dell'esercito di Damasco.
La fonte ha precisato che quest'ultima ha abbattuto alcuni missili, lanciati nello spazio aereo, alla periferia di Shayrat. Al - Masdar, quotidiano vicino alla milizia filo iraniana Hezbollah, ha divulgato la notizia, poco dopo, secondo cui il regime di Bashar al - Assad avrebbe neutralizzato i vettori indirizzati sull'aeroporto della capitale siriana da parte di jet sconosciuti entrati dal Libano. Il maggiore sospetto è ricaduto su quelli con la Stella di Davide, ma Israele ha negato, insieme al Pentagono, il coinvolgimento nell'azione. Le tensioni tra lo Stato ebraico e i suoi vicini sono aumentate dopo la conferma, di un funzionario del governo di Benjamin Netanyahu in un'intervista al New York Times, della paternità del raid che ha ucciso, nella parte orientale di Homs nella notte tra l'8 e il 9 aprile, sette militari di Teheran e il colonnello Mehdi Dehghan. Il militare comandava l'unità dei droni dalla quale si ritiene che sia partito il congegno intercettato, a febbraio, nello spazio aereo israeliano. La diplomazia sta cercando di trovare una soluzione alla crisi in corso. Telefonata oggi tra la cancelliera tedesca, Angela Merkel e il suo omologo russo, Vladimir Putin. Entrambi i leader hanno ribadito l'importanza di ravviare il processo di pace "nei formati di Ginevra e di Astana" e un'indagine imparziale dell'Organizzazione per la proibizione per le armi chimiche (Opac). Il ministro degli Esteri francese, Le Drian, ha detto però che è "altamente probabile" che le prove di quanto è successo a Douma possano scomparire, visto che Mosca ha fatto sapere che gli esperti raggiungeranno il luogo solo domani. Parigi ha invitato quindi il regime a collaborare, consentendo l'accesso "completo, immediato e incondizionato" degli ispettori a tutti i siti. Gli Stati Uniti, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, hanno ribadito la volontà di abbandonare la Siria e stanno cercando di convincere, a tale scopo, i paesi arabi a rimpiazzare il proprio contingente.

(Agenzia Stampa Italia, 17 aprile 2018)


THE PROMISED LAND. Verso Israele, il paese latte e miele

In occasione del settantesimo anniversario della nascita dello Stato d'Israele, il Museo Ebraico di Roma inaugura la mostra fotografica THE PROMISED LAND. Verso Israele, il paese latte e miele.

La distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme nel 70 dell'Era Cristiana sancì virtualmente l'inizio della diaspora, ovvero della dispersione del popolo ebraico in tutto il mondo.
Gli ebrei in Europa vissero per secoli alterne vicende e nell'Ottocento, sia pur in un'epoca di grande integrazione nella società civile contemporanea, emerse forte l'esigenza di rispondere al problema di un antisemitismo che, in modo apparentemente paradossale, stava crescendo prepotentemente e che si sarebbe poi espresso in termini drammatici durante la Seconda Guerra mondiale.
Per tale motivo Teodoro Herzl, un giornalista ebreo di nazionalità ungherese, ipotizzò la nascita di uno Stato dove gli ebrei potessero vivere in pace.
Con la dichiarazione del 1917 del Segretario per gli Affari Esteri britannico Lord Balfour, si sostenne la creazione di uno Stato ebraico in Palestina.
La creazione dello Stato d'Israele fu estremamente difficile e solo lo stravolgimento geopolitico verificatosi a seguito della fine del secondo conflitto mondiale, cui si associò il dramma della Shoah, permise la nascita di una nazione indipendente, che si realizzò il 14 maggio del 1948.
La presenza della popolazione ebraica nella terra di Israele rappresenta solo una parte, sia pur significativa, del profondo legame degli ebrei con la Terra Promessa.
Il titolo della mostra si ispira proprio alla citazione tratta dal libro Esodo della Torà:
Il Signore dice a Mosè: «Sono sceso per liberare [questo popolo d'Israele] dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele».
L'Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma conserva materiale prezioso riguardante la vita nell'allora Palestina mandataria; nello specifico ci riferiamo a circa 100 fotografie, rinvenute durante il riordino dell'Archivio stesso, databili intorno agli anni Venti-Trenta del Ventesimo secolo.
Le immagini in mostra, una selezione di circa 40 fotografie, ritraggono paesaggi e persone, simbolo di una società scomparsa o profondamente modificata dello Stato di Israele, che negli ultimi settant'anni è diventato, in termini culturali e tecnologici, uno dei paesi più sviluppati al mondo.
In questa occasione, viene esposta per la prima volta anche la dichiarazione originale della nascita dello Stato di Israele del 1948. L'esemplare, conservato presso il Museo Ebraico di Roma, è uno degli otto originali realizzati ed esistenti al mondo.

(Il Museo Ebraico di Roma, 17 aprile 2018)


Aleppo, Israele ammette il blitz. «E ora nuova fase con Teheran»

Gerusalemme conferma il primo attacco agli iraniani Armi chimiche, Mosca vieta l'accesso di ispettori a Douma.

di Roberto Fabbri

L' apertura di una nuova fase. Con queste parole una fonte militare israeliana di alto livello citata dal New York Times ha definito l'azione aerea con cui nella notte tra 1'8 e il 9 aprile scorsi è stata colpita una base iraniana presso Aleppo, nel nord della Siria. È un'implicita ammissione di responsabilità, la prima dopo una settimana dai fatti. Ma anche la conferma che - come già abbiamo scritto sul Giornale -la prossima guerra in Siria sarà quella tra Israele e Iran: e rischia di essere una guerra vera, non i quattro missili anticipati per telefono al «nemico» che non hanno torto un capello a nessuno ma che tanto stanno facendo strillare commentatori e politici più o meno interessati.
   «È la prima volta che colpiamo obiettivi iraniani operativi, sia persone che impianti», ha detto la fonte al New York Times, motivando l'attacco come risposta al drone inviato da Teheran lo scorso febbraio nei cieli israeliani (e lì abbattuto) che era stata «la prima volta che l'Iran ha fatto qualcosa contro Israele, senza passare attraverso una forza per procura». Le bombe israeliane sulla base T -4, però, hanno ucciso sette militari iraniani, tra cui un colonnello che comandava l'unità di droni della base in Siria. Un fatto senza precedenti, coerente con le reiterate minacce israeliane di voler impedire «a qualsiasi costo» il dispiegamento di forze iraniane vicino ai loro confini.
   Teheran ha risposto ieri con altrettante minacce: Israele «prima o poi pagherà» per le bombe sulla base T -4. Questa inquietante prospettiva è ora al centro delle preoccupazioni di Vladimir Putin, impegnato in un disegno di estensione dell'influenza russa in Medioriente e nel Mediterraneo. Il Cremlino coordina un'alleanza regionale con l'Iran e la Turchia, ma si è anche assunto un ruolo di garante nei confronti di Israele che ora fatica a rispettare. Ieri il ministro degli Esteri di Gerusalemme è stato molto chiaro: «Non vogliamo provocare i russi, abbiamo con loro una linea aperta di comunicazione a livello di alti ufficiali che funziona bene da anni - ha detto Avigdor Liberman -. Ma manterremo totale libertà d'azione. E non accetteremo alcuna limitazione quando si tratta di difesa della nostra sicurezza». Liberman ha concluso indicando le «linee rosse» del suo governo: «Non tollereremo una significativa forza militare iraniana in Siria nella forma di porto o aeroporti militari o di sviluppo di armi sofisticate».
   Rimane del tutto aperta anche la questione delle armi chimiche in Siria. Mentre da oggi viene discusso all'Onu il testo di una nuova risoluzione occidentale per indagare sull'uso di queste sostanze proibite, l'attenzione è concentrata su quanto accade a Douma, la località nei pressi di Damasco dove lo scorso 7 aprile c'è stato un attacco chimico che siriani e russi negano. Gli inviati dell'Opac, l'agenzia internazionale per la proibizione delle armi chimiche con sede all' Aia, lamentano di non avere ancora avuto libertà di accesso al villaggio in cui sono chiamati a svolgere indagini. «Motivi di sicurezza», accampano funzionari russi e siriani.
   Così gli inviati Opac rimangono fermi a Damasco, dove nel frattempo il regime ha organizzato per ora l'incontro con una ventina di testimoni.
   «Assad e i russi bloccano il lavoro degli ispettori Opac», denuncia la premier britannica May, mentre gli americani accusano direttamente i russi di avere «manipolato il sito di Douma», Il ministro degli Esteri russo naturalmente nega tutto sdegnato. E così si continua.

(il Giornale, 17 aprile 2018)



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L'Iran nel mirino di Israele. «E Mosca non può imporci limiti»

Fonti militari: «Nostro il raid sulla base a est di Homs». La presenza iraniana mal tollerata tra la gente di Damasco

di Susan Dabbous

GERUSALEMME - Una guerra nella guerra. Fonti israeliane hanno ammesso di aver attaccato la base iraniana in Siria, a Est di Homs, la notte fra 1'8 e il9 aprile scorso. Nel raid sono rimasti uccisi sette militari iraniani, fra cui il colonnello Mehdi Dehghan, che comandava l'unità di droni della base. A dirlo è stato un alto esponente militare israeliano al New York Times, citato in un editoriale intitolato: «La vera prossima guerra in Siria: Iran contro Israele».
   Ad aprire questa nuova fase del conflitto, secondo la fonte militare, sarebbe stato il lancio di un drone iraniano partito dalla Siria, lo scorso febbraio, all'interno del territorio israeliano. Il velivolo, carico di esplosivo, è stato intercettato e distrutto dallo Stato ebraico, ma l'Idf (IsraelDefence Forces) non ha digerito l'incursione.
   Così come gli iraniani si sono legati al dito la perdita del colonnello Dehghan, che hanno promesso di vendicare. «Israele prima o poi la pagherà» ha minacciato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Bahram Qassemi, riaccendendo uno scontro verbale che si era calmato negli ultimi anni. «Non possono fare un'azione del genere e pensare di restare impuniti», ha detto il diplomatico persiano. E molto critica, riguardo all'incursione militare israeliana, è stata anche la Russia alleata, insieme all'Iran, del presidente siriano Bashar al-Assad.
   Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, non solo non ha smentito il raid (pur non confermandolo ufficialmente), ma anche chiarito di avere «totale libertà di azione in Siria», e di non accettare «alcuna limitazione da parte della Russia su ciò che riguarda la sicurezza». Lieberman, di origine moldava, è il leader più votato dalla corposa comunità di ebrei russi giunti in Israele dopo il crollo dell'Unione Sovietica. «Non vogliamo provocare i russi - ha quindi tenuto a specificare - continueremo a collaborare militarmente con loro». La presenza degli iraniani in Siria sembra ormai mal tollerata anche dai siriani stessi, soprattutto a Damasco. Una squadra di giovani immobiliaristi dei pasdaran ha già messo mano al business della ricostruzione nelle zone distrutte dalla guerra, mentre intanto compra intere strade dentro la città vecchia, dove i prezzi delle case sono volati alle stelle. Tanto che i negozianti dell'antico suq damasceno iniziano ad attribuire i tentativi di incendio delle proprie botteghe come incentivi a vedere agli iraniani. E ora, dopo gli attacchi da parte della coalizione occidentale, la sensazione è che Assad si getterà ancora di più tra le braccia di Teheran. Una prospettiva che fa paura ai siriani, sia sunniti, che alauiti, minoranza a cui appartiene il presidente stesso, scontenti della dilagante influenza sciita.

(Avvenire, 17 aprile 2018)


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Israele delusa da Trump: pronta a colpire per prima

Il disimpegno americano spinge Tel Aviv a moltiplicare le azioni militari preventive.

di Marco Ventura

ROMA - Alleati e avversari degli Stati Uniti in Medio Oriente si interrogano sulle reali intenzioni di Donald Trump: restare a lungo in Siria? Dare segnali di non mollare ma confermando il ritiro graduale dei militari Usa? Rilanciare con una strategia del dialogo, dopo aver dimostrato di non tollerare che venga superata la linea rossa dell'uso delle armi chimiche? Ridare smalto alla propria credibilità presso partner e nemici, con una limitata azione di forza?
   Mentre tutti scrutano la sfera di cristallo - i sunniti come gli sciiti, i sauditi come gli iraniani - Israele ancora una volta sembra aver già mezzo risolto il dubbio e guarda oltre. Una lunga analisi del «Begin-Sadat Center for strategie studies», think-tank vicino al governo di Gerusalemme, si chiede quali potranno essere le opzioni strategiche di Israele di fronte al possibile declino o disimpegno degli Stati Uniti dall'area mediorientale. E la risposta è un invito alla leadership israeliana a consolidare la propria capacità di autodifesa, senza escludere soluzioni che possono apparire azzardate ma che, venendo a mancare l'appoggio americano, potrebbero rivelarsi necessarie.
   Amos Yadlin, già capo dell'Intelligence militare israeliana, viene citato come interprete di questo nuovo scenario senza Washìngton, quando dice che il raid israeliano del settembre 2017 contro un centro di ricerca siriano puntava a mandare 3 messaggi: il primo, che Israele non permetterà l'implementazione e produzione di armi strategiche da parte dei nemici, il secondo che farà rispettare le sue linee rosse «anche se le grandi potenze le ignorano», il terzo che la presenza della difesa aerea russa non impedirà gli attacchi israeliani. Si tratta di messaggi, osserva Louis René Beres autore del dossier per il Besa, che di fatto «denunciano» la politica di Trump. Il terzo, in particolare, sarebbe una presa d'atto del «declino del potere e dell'influenza americana nella regione».
   Diventa allora fondamentale che Israele mantenga «credibile la sua deterrenza sia convenzionale che nucleare», preparandosi «con eccezionale creatività e immaginazione a ogni possibile guerra futura che potrà essere combattuta con un supporto minore da parte degli Stati Uniti». In sintesi, vale il detto di Clausewitz: «Vi sono casi in cui la maggior saggezza sta nel correre il maggiore rischio».
   La questione decisiva, secondo Gideon Rachman del Financial Times, è che gli USA e i loro alleati non hanno alcuna fantasia di defenestrare Assad, temendo che al suo posto subentri qualcuno peggiore di lui. Lo strike di sabato non modifica i termini del problema. Scrive Rachman che «l' attacco missilistico del fine settimana ha fatto poco per cambiare la traiettoria della guerra in Siria», mentre risulta evidente che l'America di Trump è «un partner imprevedibile e confuso».
   Nessuna intenzione, da parte del Presidente, di restare sul campo in eterno. Circa duemila militari US hanno appoggiato l'offensiva soprattutto curda contro il Califfato. Soffiando sulla pistola fumante nel weekend, Trump ha ribadito che il suo vero obiettivo è quello di annientare l'Isis. Lunga vita ad Assad, quindi.
   Forse più ottimista l'ex ambasciatore italiano negli Usa, Gianni Castellaneta, per il quale «Trump vuole differenziare la sua presidenza da quella di Obama, che è stata molto riflessiva e teorizzava il "leading from behind", guidare dalle retrovie. Trump vuole invece guidare dalla frontline, la prima linea. Se gli alleati lo accompagneranno a cancellare l'Isis, difendere i diritti umani e infine andare al dialogo, questo sostegno - afferma Castellaneta - potrebbe convincerlo a rimanere in Siria». L'azione di sabato è stata dimostrativa, non una vera azione di guerra. Ciò significa, conclude Castellaneta, che è arrivato il momento del dialogo. «A Soci fui testimone della telefonata con la quale Berlusconi e accanto a lui Putin convinsero George W. Bush a prendere insieme l'iniziativa che portò a Pratica di Mare e all'associazione della Russia alla Nato. L'Italia avrebbe anche oggi un ruolo da svolgere».

(Il Mattino, 17 aprile 2018)


Siria. Contro l'attacco americano, detto da una vicentina e sionista

di Paola Farina

Si continua a parlare di complessità del Medio Oriente nel complesso sistema della Siria ad esempio... ma che complesso! Complesso deriva dal latino complector: cingere, tenere avvinto strettamente e in senso metaforico comprendere, abbracciare, unire intorno a sé sotto l'egida di un pensiero e di una denominazione. Non è così, è un termine che mi piace molto e che a volte uso a sproposito, ma discutendo oggi in un dibattito pesante tra amici, la Siria non è una complessità, ma un problema molto complicato, che si fatica a risolvere perché contiene un gran numero di parti nascoste, che vanno scoperte una a una.
   Premetto che l'America ha bombardato con l'accordo della Comunità Europea e se la Mogherini non sa dire di no a Trump è un suo problema di spessore politico, lei si rivolta solo contro Israele perché lì non trova dissensi.
   Siria, va bene o no l'attacco? No e tutti i miei amici sono rimasti sorpresi. Io ho sostenuto Trump e lo sostengo tuttora perché non c'era alcun altro uomo candidato che sosteneva Israele e come me molti ebrei hanno fatto il mio stesso ragionamento. Dopo otto anni di un Obama contro, pro Islam premio della pace che di guerre ne ha causate e sostenute non poche, c'era bisogno di un cambiamento nella politica americana medio orientale.
   Questo non significa che io appoggi quest'ultima iniziativa di bombardare la Siria. Perché, mi hanno chiesto in molti? Perché Israele non ha ucciso Arafat, non ha assassinato Sadat, Saddam Hussein e Hafiz al-Asad (padre), non ha spodestato Mubarak, il presidente tunisino Zine El-Abidine Ben Ali, Gheddaffi. Non è mai intervenuta in questo genere di conflitti. E' vero, ha ucciso per difendere la sua gente, ha risposto al fuoco, ha interagito per rappresaglia (del resto smettiamola di fare i buonisti, quasi tutti noi sogniamo che in un modo o nell'altro i nostri nemici siano sconfitti, io per prima... e che piacere quando vedo il mio avversario steso a tappeto).
   Se Israele avesse voluto, avrebbe avuto mezzi, uomini e donne per assassinare i nemici e i potenziali tali. Se non l'ha mai fatto, è perché è uno Stato Intelligente e conosce molto bene il suo nemico, ma non crede nell'astrologia... conosce il suo nemico, ma non un nemico che non ha ancora la sua fisicità. I tempi non sono pronti per un modello sostitutivo.
   Si sono sprecati sette anni e si sono lasciate morire 400.000 persone sotto il silenzio internazionale, dei politici e dei pacifisti, trasformati in scimmie che non vedono, sentono e parlano. Ed ora si sono trasformati tutti in Prode Ettorre e vogliono tutto e subito.
   Non sono passati molti anni dalla Libia, cari miei amici ebrei libici, ho vissuto con voi il vostro esodo dalla Libia, le vostre critiche (feroci e condivise) a chi ha ricreduto nelle menzogne di Gheddafi e già sentiva risarcito in toto o in parte, la vostra illusione di poter ritornare a camminare nel lungomare di Tripoli e invece dopo la caduta di Gheddafi è stata una grande disfatta. Avete festeggiato il macabro che arrivava... Una Libia senza controllo, una Libia segnata da lutti quotidiani.
   Pensate forse che una caduta di Bashar al-Assad, possa cambiare la politica della Siria? Sono consapevole che la Siria è un nemico di Israele, ma sono altrettanto consapevole che una Siria senza un leader può essere un nemico ancor peggiore.
   La caduta di Mohammad Reza Pahlavi in Persia non ha portato fortuna. Dal 16 settembre 1941 fino alla Rivoluzione Islamica dell'11 febbraio 1979 gli ebrei erano apprezzati, sostenuti e amati, in Persia si viveva bene, le donne portavano le minigonne e gli uomini bevevano. So benissimo che la Persia è stato un paese filo nazista, ma guardo il paese nell'interesse dei persiani. L'economia esplose, gli ebrei persiani che prima vivevano di commercio ambulante ne beneficiarono e nel 1950 lo Shah concesse il riconoscimento di fatto a Israele. Nel 1979 lo Shah fu rovesciato e l'ayatollah Khomeini fondò la Repubblica Islamica. Va detto che Khomeini ha sempre rispettato gli ebrei che da persiani sono diventati iraniani ed ha pure concesso loro di bere. Ciononostante hanno anche affrontato serie difficoltà e più di 12 ebrei sono stati giustiziati e solo perché erano legati allo Shah.
   Il regime iraniano ha concesso qualche favore agli ebrei ricchi, ma non ha di certo concesso gli stessi favori agli ebrei poveri, Khomeini ha detto che "il governo iraniano distingue tra ebrei iraniani e il governo sionista di Israele". I tribunali rivoluzionari si sono dimostrati arbitrari nelle loro repressioni su individui facoltosi. Il timore di queste corti da parte della comunità ebraica ha portato a una migrazione di massa dall'Iran. Nei quasi 40 anni della Repubblica Islamica, la popolazione ebraica è passata da 80.000 a solo 25.000 di oggi, cifra falsa fornita dal regime iraniano. Di fatto, gli ebrei secondo fonti della Comunità Ebraica in Iran erano 8.756 nel 2016.
   In Siria non ci sono questi problemi, perché Israele si è portato a casa i suoi ebrei negli anni. Già nel 1992 aveva riportato in Israele i primi 700 dei 3.800 ebrei... gli ultimi cento sono usciti all'inizio della Guerra e lì in Siria ne erano rimasti tre.
   Ogni cambiamento di regime in Medio Oriente ha finora peggiorato il diritto di esistenza di Israele.
   Meglio la Siria con un incapace, o meglio un governo come quello libico che macina vittime di tutto il continente africano, neanche fossero carne da macello? E anche qui, ancora e tuttora tra il silenzio di tutto il mondo!

(VicenzaPiù, 16 aprile 2018)


Milano - «Nessun ok all'evento anti ebraico»

Università: «Mai dato permessi». Comunità ebraica «stupita e preoccupata»

«Nessuna autorizzazione». La Statale prende le distanze dall' evento di oggi, organizzato da un gruppo di studenti e dal cosiddetto Fronte Palestina, artefice fra l'altro dell' appello per cacciare la Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile. L'ateneo precisa «che il rettore Gianluca Vago non ha mai concesso alcuna autorizzazione allo svolgimento negli spazi della Statale dell'evento», definisce «sedicente Assemblea degli studenti» la sigla promotrice e aggiunge che «a nessun titolo» è «accreditata tra le associazioni studentesche operanti in Statale». Il fatto che gli organizzatori siano sostanzialmente estranei all'ateneo, o comunque sconosciuti, non comporta comunque un intervento ostativo sul «convegno» dell' odio. A quanto pare la Statale non ha in pratica gli strumenti per impedire che al suo interno si svolga un evento, per quanto sgradito. Può solo «vigilare». E, come da prassi, fa sapere che «vigilerà come di consueto per garantire all'interno dei suoi spazi l'assoluto rispetto della legalità, stigmatizzando il riferimento a metodi violenti e antidemocratici da qualunque parte politica e per qualsivoglia obiettivo vengano propagandati. La Comunità ebraica intanto ha scritto al rettore esprimendo «stupore e preoccupazione». E segnalando le affinità con i fatti del 9 dicembre scorso, «la manifestazione di piazza Cavour, nella quale si ebbe il dispiacere di ascoltare, una volta di troppo, il grido "morte agli ebrei"». La Comunità ebraica sottolinea «l'esistenza di un gemellaggio fra le città di Milano e Tel Aviv, nonché di numerose collaborazioni scientifiche fra università israeliane e italiane». E al contrario indica il boicottaggio di Israele come una campagna che richiama alla memoria la triste vicenda delle leggi razziali, che non risparmiarono studenti e corpo docente di religione ebraica, anche dello stesso Ateneo milanese».

(il Giornale, 17 aprile 2018)


Un premio ai rapper antisemiti

di Walter Rauhe

BERLINO - È polemica in Germania per il conferimento degli «Echo Awards», il più prestigioso premio musicale del Paese, a due rapper accusati di antisemitismo. «II mio corpo è scolpito meglio di quello di un detenuto di Auschwitz» e «faccio di nuovo l'Olocausto, arrivo con le molotov» recita il testo della recente canzone «0815» firmata da Kollegah e Farid Bang vista in streaming ben 30 milioni di volte e premiata sabato scorso a Berlino come «miglior album dell'anno» e come brano di «maggior successo» nella categoria hiphop e urban music. Già nel corso della cerimonia di gala la decisione della giuria ha provocato fischi e proteste da parte del pubblico chiamando poi in causa il Comitato dei sopravvissuti Auschwitz che ha parlato di una «cerimonia spettrale e disgustosa».
   In segno di protesta sono scesi in campo ieri anche due noti musicisti tedeschi, Klaus Voormann e il quartetto di musica barocca degli Notos, che hanno restituito alla giuria gli Echo Awards ricevuti in passato.
   I due rapper, uno tedesco e l'altro di origine marocchina, si erano scusati per il testo del loro brano affermando di non aver mai avuto l'intenzione di offendere nessuno. Con questo scandalo i «Premi Echo sono morti» titola però il tabloid «Bild Zeitung».

(La Stampa, 17 aprile 2018)


Ecco 4 lezioni da imparare dalla Silicon Wadi, la nuova valle delle startup

di Roberta Rottigni

 
Roberta Rottigni
Quando si parla di tecnologia all'avanguardia, di startup di successo o di dispositivi intelligenti, spesso si pensa e si fa riferimento alla fervente Silicon Valley, soprannome dato alla porzione meridionale della Bay Area di San Francisco, nella parte nord della California. Esiste, però, dall'altra parte del mondo, un altro luogo noto per l'aggettivo "Silicon" che pur essendo collocato a centinaia di chilometri di distanza, concorre con la celebre valle americana.
Si tratta della Silicon Wadi, e si trova in Israele, più precisamente nei dintorni di Tel Aviv - Wadi, infatti, in ebraico significa valle.
Oggi, la Silicon Wadi risulta essere uno dei distretti mondiali con la maggiore concentrazione di startups e di aziende tech - ad oggi si contano quasi 8.000 startups attive in Israele, la maggior parte ha sede a Tel Aviv. Nonostante queste cifre siano già abbastanza impressionanti, ciò che fa ulteriormente riflettere è la rapidità con la quale la Silicon Wadi è cresciuta ed ha continuato ad espandersi. Nata solamente negli anni '60 e cresciuta esponenzialmente grazie, soprattutto, agli incentivi statali ricevuti a partire dagli anni '90, l'industria tech israeliana oggi è una tra le più promettenti a livello mondiale.
I dati e numeri dell'ecosistema hi-tech italiano, purtroppo, sono ancora molto lontani dal competere con quelli israeliani. Le startup hi-tech italiane stanno, infatti, ancora muovendo i primi passi sia per quanto riguarda le possibilità di innovazione sia per ciò che concerne la capacità di attirare effettivi finanziamenti.
Nonostante, infatti, il numero di aziende sparse sul territorio nazionale sia promettente - ad oggi ve ne sono più di 7mila - il vero tasto dolente è rappresentato dalle dimensioni della maggior parte di esse e dai principali settori nei quali queste aziende operano. Tra le 7mila aziende italiane, infatti, sono pochissime quelle che presentano un fatturato degno di nota e meno di una su tre startup sono attive nella produzione di software e nell'informatica. I problemi principali annessi all'ecosistema startup italiano sembrano quindi essere legati alla crescita e all'innovazione. L'ecosistema hi-tech israeliano può diventare quindi uno spunto di riflessione e, magari, anche un esempio per l'ancora giovane industria tecnologica italiana.
Ecco quindi, di seguito elencate, 4 preziose lezioni che l'Italia può imparare dall'industria hi-tech israeliana:

 1-Nessuna circostanza esterna deve essere considerata motivo di interruzione
  Durante la vasta esplosione tecnologica israeliana che ha caratterizzato i due decenni appena trascorsi, il paese è stato tormentato da una situazione socio-politica del tutto avversa - attacchi terroristici e conflitti politico-militari sono infatti all'ordine del giorno in queste terre.
È stato, ed è tuttora, indispensabile che tutto proceda nella norma anche e, a maggior ragione, durante momenti altamente critici come questi. Nello specifico, durante i numerosi conflitti in Israele, gran parte delle nascenti startup israeliane si sono viste privare di figure chiave all'interno dell'azienda, essendo questi ultimi chiamati a prestare servizio militare. Tuttavia, questi due decenni di instabilità socio-politica, hanno portato ad una crescente innovazione ed aumento di capitali investiti che hanno ecceduto un miliardo di dollari per trimestre. Inoltre, la costante paura causata dalle tensioni militari in atto, ha contribuito a creare una mentalità fondata sul "carpe diem" che influenza l'atteggiamento collettivo nei confronti della vita e che spiega la maggiore predisposizione al rischio, tipica degli israeliani, sia sul mondo del lavoro che nella vita privata.
Morale della favola: considerare qualsiasi sfida come fonte di motivazione, non come un'occasione per gettare la spugna. So che suona scontato e più facile da dirsi che a farsi, ma è una lezione che spesso si dimentica con troppa facilità.

 2-Ricaricare le batterie è una necessità, non un lusso
  Lo stereotipo dell'italiano all'estero è spesso costruito intorno alla capacità di godersi a pieno le proprie giornate, facendo passare l'aspetto lavorativo in secondo piano rispetto all'amore per il buon cibo, il caffè ed il calcio. Se, da una parte, è dura contraddire lo stereotipo dell'italiano che apprezza le piccole gioie della vita, dall'altra mi riesce difficile pensare all'Italia come un paese che "non lavora abbastanza". Lo stacanovismo sul lavoro in Italia è di casa, sia quando si tratta di far funzionare aziende di una certa entità, sia quando è necessario impiegare tutte le forze in campo per far muovere i primi passi ad una nascente startup. Questo porta, molto spesso a lavorare più del dovuto, dimenticandosi del vero senso della domenica per esempio, come giorno di riposo, o delle altre festività nelle quali si dovrebbe semplicemente imparare a staccare la spina per qualche giorno.
Nella cultura ebraica d'Israele, tuttavia, il riposo non è un lusso che solo in pochi si possono permettere, ma una regola che viene rispettata collettivamente. Lo Shabbat - ovvero le 25 ore che vanno dal tramonto del venerdì fino a alla sera del sabato - in Israele viene da tutti, religiosi e non, rispettato come un vero e proprio giorno di riposo ed è difficile trovare qualche azienda aperta durante queste ore "sacre". Lo stesso vale per le principali festività ebraiche, che vengono considerate un'importante occasione per passare del tempo con la propria famiglia, lontani il più possibile dal lavoro. Il riposo "forzato", secondo la mentalità israeliana, favorirebbe un'aumentata produttività sul lavoro, poiché si sa che le soddisfazioni nella vita privata hanno un'enorme influenza su creatività ed ingegno nella vita professionale.

 3-Ogni voce è importante
  L'Italia è, tuttora, fondata su solide strutture burocratiche che ne determinano l'organizzazione sociale e politica. Lo stesso vale per le aziende che in Italia, per la maggior parte, sono ancor oggi fortemente strutturate e fondate su protocolli formali. L'ecosistema hi-tech Israeliano, però, ci insegna che per abbattere ostacoli di tipo burocratico, bisogno innanzitutto alleggerire le strutture interne all'azienda. Le startup israeliane, infatti, si caratterizzano per l'essere il meno strutturate possibile - anche se, ovviamente, una struttura base è necessaria per definire funzioni e ruoli - ed il meno dipendenti possibile da protocolli burocratici e formalità.
Oltre ad avere un'organizzazione interna più semplificata, le startup israeliane spronano ciascun collaboratore a dare voce alle proprie idee, anche nel caso in cui le opinioni di quest'ultimi dovessero essere in contrasto con quelle di manager aziendali o di collaboratori che si trovano in posizioni di livello più alto rispetto alla loro.
Questo tipo di cultura, meno gerarchica e più terra-a-terra rispetto a quella italiana, garantisce innanzitutto un contesto lavorativo più armonioso e, inoltre, riduce le probabilità che i dipendenti si astengano dal condividere le loro idee, spesso preziose, per la semplice paura di essere criticati.

 4-L'unione fa la forza
  Che "l'unione faccia la forza" è un concetto ormai assodato. Il problema legato a quest'idea, però, è che invece di diventare un fatto spesso rimane piuttosto un bel modo di dire. Alcuni appartenenti a determinate culture o paesi sono intrinsecamente più legati l'un l'altro rispetto ad altri nel resto del mondo. Le cause sono molteplici - la loro storia, un senso di patriottismo più consolidato, il sentirsi una minoranza rispetto al resto del mondo, ecc. Purtroppo, in Italia il senso di appartenenza non è così forte come lo è in altre culture e la società tende ad essere per lo più individualistica. Se questo orientamento all'individualismo può giovare ad alcuni aspetti della vita privata, non porta invece beneficio quando influenza il contesto lavorativo. Essere più legati agli altri nella vita privata, ha degli effetti positivi anche sul mondo del lavoro.
Israele è proprio uno di quei paesi dove i legami interpersonali sono molto forti, innanzitutto nella sfera privata, traducendosi poi in legami lavorativi duraturi. Si dice che ci siano solo due gradi di separazione tra un israeliano ed un altro, e non è una affatto una leggenda. Questi legami consolidati non sono semplicemente dovuti al fatto che Israele sia un paese molto piccolo, ma dipendono in primo luogo dal servizio militare obbligatorio, dove i ragazzi israeliani si trovano a prestare servizio con connazionali provenienti da città e gruppi sociali estremamente diversi. Questo si traduce nella creazione di legami interpersonali tra gruppi sociali totalmente opposti, che si traduce in una minore distanza tra gli individui.
I legami interpersonali sono alla base di tutto, bisogna semplicemente essere in grado di collegare tutti gli elementi a disposizione se si vuole dare vita a qualcosa di nuovo.

(Franz Russo, 16 aprile 2018)


Ostia. La Pineta di Castel Fusano riprende vita grazie all'associazione Ebraica JEvents

di Dario Caputo

La Pineta di Castel Fusano
La Pineta di Castel Fusano a Ostia è stata colpita, la scorsa estate, da vari incendi che l'hanno devastata in lungo e in largo: ora, con varie iniziative di singoli cittadini o varie associazioni, sta cercando di rivivere di nuova linfa. Proprio su questa strada si muove l'iniziativa "100 alberi per Ostia" portata avanti dall'associazione giovanile Ebraica JEvents che pianterà nuovi alberi all'interno della pineta. Come sottolineato da molti quotidiani, tra gli altri Il Messaggero, l'iniziativa si è resa possibile grazie al valido e forte contributo dell'8x1000 dell'Ucei. Ci sono state circa 30 persone che hanno aderito con entusiasmo e hanno riempito il sito "Cammino della Signora" con nuovi alberi che hanno preso il posto dei pini bruciati.
Il popolo ebraico ha da sempre avuto un forte e stretto legame con gli alberi come simbolo di vita. Sulla valida iniziativa è intervenuto il Presidente dell'associazione Giulio Sestieri che ha sottolineato come, "con questa iniziativa, JEvents ha voluto portare un messaggio di speranza e vicinanza ai cittadini di Ostia, contribuendo a far rinascere un parco vicino a dove è sorta più di 2000 anni fa la prima sinagoga della diaspora".

(Faro di Roma, 16 aprile 2018)


Israele: popolazione decuplicata dal 1948 ad oggi

GERUSALEMME - Nel 70mo anno dell'indipendenza di Israele, la popolazione è decuplicata dal 1948 ad oggi passando da 806 mila a 8,84 milioni. Lo riferiscono i dati del Centro di statistica israeliano diffusi oggi. Secondo le stime, la popolazione israeliana dovrebbe raggiungere i 15,2 milioni nel centenario della fondazione dello Stato ebraico del 2018. Nello specifico, i dati indicano che la popolazione ebraica è di 6,59 milioni (il 74,5 per cento del totale); quella araba è di 1,85 milioni (20,9 per cento); mentre cristiani non arabi, membri di altre religioni e quelli non classificati su base religiosa sono 404 mila (4,6 per cento). Rispetto al giorno dell'indipendenza 2017 la popolazione israeliana è aumentata dell'1,9 per cento. Gli immigrati giunti in Israele sono stati 28 mila. Da quanto è stato fondato lo Stato ebraico 3,2 milioni di persone sono immigrate in Israele.

(Agenzia Nova, 16 aprile 2018)


Israele e Hamas: ci vuole chiarezza morale

di David Harris (*)

Due secoli fa, il grande poeta tedesco Goethe disse: "Niente è più difficile da vedere con i propri occhi di quello che si ha sotto il naso".
È vero oggi come allora. C'è un abisso di differenza tra Hamas e Israele, eppure a sentire alcuni commentatori non sembrerebbe così. Per costoro, che sia il presidente turco Recep Tayyip Erdogan o il ministro degli Esteri svedese Margot Wallström, tutto si riduce all'innocenza di Gaza e alla colpa di Israele. I brutti e cattivi israeliani non hanno meglio da fare se non provocare e rovinare la vita ai residenti del sereno e pacifico territorio di Gaza, in mano ad Hamas. Per molti, tra i media, si tratta soprattutto di raccontare le sofferenze dei palestinesi a causa dell'apparato militare israeliano.
È un perfetto esempio di causalità al contrario. Hamas minaccia e attacca Israele, ma è solo la risposta di quest'ultima che necessita di un'attenta analisi e di un severo scrutinio. Goethe aveva ragione. Ci sono persone che non possono, o non vogliono, vedere quello che è sotto il proprio naso. Sono paraocchi ideologici che non glielo permettono; oppure l'incapacità di capire la vera natura di Hamas; o l'ingenuità che fa sì che delle persone riescano a credere a qualunque cosa scaturisca dalla macchina di propaganda di Hamas. In alcuni casi, si tratta di ostilità assoluta verso qualunque cosa faccia Israele, lo Stato Ebraico.
Sarebbe ora di fare chiarezza morale, invece di annebbiare le cose.
Hamas è un'organizzazione terroristica. È stata designata ufficialmente dagli Usa, dall'Unione europea, dall'Australia, dal Canada e da altri Paesi. Israele è un Paese democratico, con una magistratura indipendente, lo Stato di diritto, libere elezioni e una robusta società civile.
Hamas è antioccidentale, antisemita, antigay, misogina e anti-intellettuale. Israele è l'esatto opposto.
Hamas ha ambizioni territoriali su Israele. Anzi, non aspetta altro che sostituire l'intero Stato di Israele con uno Stato in mano ai Fratelli Musulmani. Israele non ha nessuna ambizione territoriale sulla Gaza di Hamas. Al contrario, Israele se n'è andata da lì 13 anni fa, nella speranza di non dover mai più metterci piede.
Hamas ha particolare interesse nell'utilizzo di Gaza come base per un conflitto permanente con Israele. Israele, che - ahimè - non può cambiare la propria geografia, ha un particolare interesse nell'avere uno Stato pacifico, moderato e prospero al proprio confine.
Hamas, leader unico di Gaza dal 2007, ha passato gli ultimi 11 anni a contrabbandare armamenti e a sviluppare la propria forza militare, invece di gettare le basi per uno Stato responsabile. Sapendo che questo arsenale è stato accumulato al solo scopo di essere usato contro di essa, Israele - come farebbe qualunque altra nazione - cerca di vanificare gli sforzi letali di Hamas.
Hamas non si fa nessun problema a piazzare cellule terroristiche e armamenti nel bel mezzo dei centri popolati a Gaza, oppure, come è successo recentemente, a schierare gente alla frontiera incoraggiandoli a sconfinare, sapendo bene che Israele non avrebbe avuto altra scelta se non quella di prendere di mira, apparentemente, degli innocenti. Israele si sforza di evitare di cadere nelle trappole di Hamas, arrivando al punto di utilizzare telefonate e volantini per avvisare i civili di allontanarsi dalle aree di conflitto imminente.
Cinicamente, Hamas dice alla popolazione civile di rimanere al suo posto, di non dare adito agli avvertimenti israeliani di attacco imminente. Per Hamas, più ci sono vittime tra i civili - incluse donne e bambini - meglio è. Israele fa tutto il possibile per avvertire la propria popolazione - ebrei, cristiani e musulmani - di attacchi missilistici di Hamas, e per evacuarli nei rifugi il prima possibile.
Hamas usa le moschee per nascondervi armi. Israele usa i luoghi di culto, moschee incluse, esclusivamente per le preghiere.
Hamas usa le scuole come depositi di armi. Israele usa le scuole solo per educare i propri figli - ebrei, cristiani, musulmani.
Hamas usa gli ospedali come fortini per terroristi. Israele usa i propri ospedali solo per curare i malati e i feriti, tra i quali i residenti di Gaza che non ottengono le cure adeguate a casa propria.
Hamas tenta di uccidere il maggior numero possibile di israeliani, lanciando missili ovunque in maniera indiscriminata. Israele cerca di scovare solo le installazioni terroristiche di Hamas, rinunciando ad agire quando il rischio di vittime civili è troppo alto.
Hamas, come dimostrano i documenti, non si fa problemi a falsificare informazioni, a manipolare fotografie, a filmare scenette, a gonfiare i numeri per perorare la causa al mondo intero. Israele, al contrario, si sforza in tutti i modi di verificare le informazioni sulle proprie azioni, arrivando a volte al punto di perdere lo slancio nella corsa mediatica.
I supporter di Hamas esplodono di gioia quando vengono colpiti obiettivi israeliani. Gli israeliani non suonano clacson, non sparano in aria, non distribuiscono caramelle quando fanno quello che non vorrebbero fare, ed esprimono il loro rammarico quando accadono degli errori, che sono inevitabili in guerra.
Hamas non sa neanche come si scrive "legge umanitaria internazionale", men che mai aderirne. Le forze di difesa israeliane impiegano specialisti in legge umanitaria internazionale assegnati a ogni unità, allo scopo di assicurare la massima conformità.
Hamas urla dai tetti che Israele è il nemico brutale. Israele, a differenza di tutte le nazioni sotto attacco nella Storia, fornisce tuttora a Gaza la maggior parte dell'elettricità e gran parte del carburante e degli alimenti necessari, persino mentre i leader di Hamas invocano la distruzione di Israele e considerano gli ebrei obiettivi da eliminare.
Hamas celebra la morte; è una cosa che poche persone di buona volontà riescono a capire. Israele celebra la vita, e tutte le persone di buona volontà dovrebbero capirlo.
(*) Amministratore delegato dell'American Jewish Committee

(L'Opinione, 13 aprile 2018)


Settant'anni di libertà per Israele

In occasione dei 70 anni dello Stato d'Israele, il presidente Reuven Rivlin ha scritto questo articolo per Yedioth Aharonot, La Stampa, Bild e Le Figarò.

di Reuven Rivlin

Reuven Rivlin. Presidente dello Stato d'Israele
Questa settimana cade un anniversario straordinario per il popolo ebraico. Settant'anni dalla fondazione dello Stato di Israele e dalla realizzazione, per la prima volta in due millenni, del sogno dell'indipendenza ebraica nella nostra patria. Ma questa pietra miliare non è solo un'occasione di festa per Israele, è una celebrazione per tutto il mondo libero.
   Perché, mentre Israele entra nel suo ottavo decennio, noi ricordiamo settant'anni di una democrazia vitale e di una società civile forte e indipendente - la prima del suo genere in Medio Oriente.
Per quasi tre quarti di secolo, questa nazione, Israele, ha tenuto alta la fiaccola della libertà e dell'uguaglianza in una regione difficile. L'impegno per i valori di libertà di parola, di opinione e di religione è la pietra angolare di Israele come Stato ebraico e democratico - insieme ebraico e democratico.
Sono stati sette decenni nel segno del successo, nell'innovazione, nel commercio, nel mondo accademico, in medicina e molto altro ancora. Lavorando duramente abbiamo fatto fiorire il deserto e anche l'alta tecnologia. Abbiamo sviluppato sistemi che riescono a ricavare l'acqua dal nulla e collaborato a realizzare auto che si guidano da sole.
   Nelle università e negli ospedali israeliani ogni giorno si fanno nuove scoperte per contribuire a risolvere alcuni dei problemi che da secoli rappresentano una sfida per l'umanità. Da settant'anni, Israele è disponibile, nella nostra regione e in tutto il mondo, a condividere la nostra conoscenza e la nostra esperienza; dalla sicurezza alimentare alla sicurezza informatica, oggi Israele sta aiutando a creare un domani migliore per milioni di persone. Inoltre, in questi settant'anni, siamo riusciti a fare la pace con molti ex nemici. Ma nessuna nazione è un'isola. Non ci saremmo mai riusciti senza l'aiuto di così tante persone in tutto il mondo. Uomini e donne, ebrei e non ebrei, che hanno dedicato le loro vite al sionismo e al benessere del popolo israeliano. E non avremmo mai potuto farlo senza i nostri alleati - Paesi in tutto il mondo con i quali abbiamo sviluppato forti e solide relazioni e amicizie radicate nei valori condivisi e costruite grazie alla cooperazione. Oggi più che mai, la cooperazione internazionale è la chiave per un futuro migliore, più sicuro, più pacifico.
   Guardando al futuro, speriamo di non dover aspettare altri settant'anni per la pace in questa regione. Israele non smetterà di provaci, di battersi per la pace. Sì, certo, faremo di tutto per difenderci. Possiamo essere costretti a costruire barriere per fermare i terroristi, o ad agire in modi diversi per garantire la sicurezza del nostro popolo, ma non chiuderemo mai la porta alla pace. Questi sono tempi difficili in molti luoghi della Terra, forse non più che nel Medio Oriente. Ma oggi guardiamo a questi settant'anni e vediamo chiaramente che il progresso non è solo possibile, ma necessario. E a settant'anni dalla prima volta che la bandiera israeliana con la Stella di David è stata issata, Israele continua a ispirare il mondo e il suo popolo continua a ispirarmi.

(La Stampa, 16 aprile 2018 - trad. Carla Reschia)


Sul Golan dopo i missili le mosse di Israele e Iran lungo il fronte più caldo

Dal sospetto raid ad Aleppo contro i pasdaran alle minacce di Khamenei. Sale ogni giorno di più la tensione tra i due Paesi. Con un occhio a Putin.

di Vincenzo Nigro

MOUNT BENTAL (Alture del Golan) - È sempre più uno scontro diretto fra Iran e Israele. Per questo salire al monte Bental, sulle alture del Golan, aiuta a capire quanto i due nemici siano arrivati pericolosamente vicini. Dal punto di osservazione più alto si vedono i verdi campi della pianura siriana, la cittadina di Quneitra, i villaggi occupati dai ribelli e poi le strade che portano verso Damasco o il Sud. Il posto di ascolto di intelligence della "montagna dell'elefante", lì dove ci sono i soldati iraniani.
   Al bar del Bental arrivano gruppetti di studenti, ospiti di riguardo scortati dalla protezione israeliana, diplomatici e militari dell'Onu che controllano la separazione con la Siria. Tutti a guardare dall'altra parte della "linea Alfa". «Non è cambiato tutto, ma sta cambiando molto», dice un ufficiale dell'esercito di Israele. Ufficialmente i portavoce di Idf sono molto cauti in queste ore: dopo l'attacco americano contro i depositi chimici di Assad, Israele deve capire ancora fino in fondo come gestire i prossimi passi.
   Per ora i due nemici continuano a scambiarsi parole, anatemi e maledizioni. Citazione storica nella dichiarazione dell'ayatollah Khamenei, che parlando degli attacchi aerei americani, francesi e britannici di sabato scorso li chiama «l'aggressione tripartita». Rievoca l'invasione dell'Egitto che Francia, Gran Bretagna e Israele fecero nel 1956 per controllare il canale di Suez. In Israele il più duro ieri era Gilad Erdan, il ministro dell'Interno, un giovane leone del Likud: «Gli attacchi aerei in Siria dovrebbero continuare. Non ci faremo schiacciare dall'Iran».
   Il problema è che oltre le parole, Iran e Israele fanno fatti: i bombardamenti segreti di Israele, i rifornimenti di armi iraniane ad Hezbollah e Assad, un fiume che parte dall'Iran, attraversa l'Iraq e arriva fin sulle sponde del Mediterraneo. Sabato notte nella regione di Aleppo c'è stato un altro misterioso bombardamento. È stata colpita una base in cui i pasdaran iraniani conservavano materiali militari. Israele questa volta è stato molto discreto, i corrispondenti dei giornali e delle tv non sono stati autorizzati a raccontare il bombardamento. Ai giornalisti Idf affida però le sue riflessioni. La prima: la superiorità aerea israeliana in Libano e in Siria ormai è in serio pericolo. Quando sabato americani, francesi e inglesi hanno colpito in Siria, la difesa aerea russa è rimasta spenta, hanno reagito soltanto i siriani. Zvi Barel, l'esperto strategico di Haaretz, spiega che per Israele a questo punto è tutto nelle mani di Putin: «Se davvero vendono o regalano ai siriani i missili S-300 per noi i problemi saranno assai seri».
   L'S-300 (per non parlare dell'S-400) è un incubo per gli israeliani. Spiega un ufficiale: «Un convoglio tipo di questi missili antiaerei si muove con radar, centro di controllo e poi 6 rimorchi con 4 tubi lanciatori: in tutto 24 missili. Ogni sistema radar può gestire contemporaneamente 12 missili, per cui diciamo che possono lanciare 2 missili contro ognuno di 6 aerei». Sarebbe la fine della possibilità di volare in sicurezza per Israele.
   Cosa dicono invece i militari dell'attacco americano di sabato? «È stato un attacco limitato, preciso, diciamo responsabile. Per colpire gli impianti chimici, per scoraggiare Assad dall'adoperare di nuovo armi chimiche. Senza far reagire i russi. Ma tutto il resto è rimasto uguale, e anzi adesso russi, siriani e iraniani sono ancora più compatti». Per Israele il bombardamento di non ha indebolito per nulla Assad, che si è fatto riprendere mentre entrava a piedi in ufficio fra gli uccellini che cantavano. Non ha minacciato il regime, che verrà difeso a spada tratta da Putin.
   Paradossalmente adesso il vero problema per Israele si chiama Donald Trump, che è l'unico su cui davvero si potrebbe provare a fare pressioni. «Che cosa vuole Trump? Cosa faranno gli americani in Siria? Davvero si ritireranno presto come chiedeva il presidente», dice un tenente colonnello: «Oppure rimarranno, per giocare un ruolo più importante, che per noi è vitale?». Dal monte Bental si vedono i ribelli siriani e gli iraniani, ma l'America è troppo lontana.

(la Repubblica, 16 aprile 2018)


Il pressing di Israele per convincere gli alleati: «Il vero nemico è l'Iran»

Per il premier Netanyahu l'appoggio di Assad a Teheran mette a rischio tutto il Medioriente

di Fiamma Nirenstein

 
GERUSALEMME - Il possibile attacco israeliano alla base iraniana Jabal Azzan, nella zona di Aleppo, è stato un «boom» quasi in sordina rispetto alla confusione trumpiana. Invece è il botto che potrebbe disegnare più di ogni altro il futuro bellico dopo l'attacco alle strutture chimiche di Assad. Sabato notte forse la maggiore base armata delle forze straniere in Siria è diventata cenere e ci sono anche un paio di decine di morti. Un'esplosione casuale? È stato Israele? Non si sa nulla. Tutti preferiscono protestare, e fra loro i peggiori violatori di ogni regola di civiltà, per l'«effrazione delle norme internazionali» per l'attacco della coalizione. E così ha seguitato a fare anche ieri il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e persino Hassan Nasrallah, il capo degli hezbollah.
   Netanyahu ha commentato: «L'elemento di sostanziale sovversione, più di ogni altro, è l'Iran. Quando Assad permette a Iran e amici di stabilire una base militare, mette a rischio la Siria e la stabilità di tutto il Medioriente». La breve guerra appena conclusa non ha risolto nessun problema, ma ha contribuito a segnalare la pericolosità di una situazione che esplode ogni momento. È impensabile che Israele consenta al suo nemico di avanzare il proprio confine fino quasi a Gerusalemme. Non glielo lascerà fare. L'ha detto e ridetto. Un'altra Shoah non ci sarà.
   Il retroterra attuale: ci sono decisioni fatali in vista. Il 12 maggio l'Europa dovrebbe decidere come modificare il pessimo accordo nucleare con l'Iran. Trump deciderà cosa fare il 15 maggio. L'Iran teme quella data, ma si sente forte del sostegno della Russia che ha basato la sua presa sulla Siria e lo sbocco sul Mediterraneo sul supporto ad Assad delle Guardie Rivoluzionarie guidate in persona da Qassem Suleimani, stratega dell'imperialismo iraniano. Suleimani nel 2015 rinvigorì il patto con Putin. Servì anche a rafforzarlo agli occhi di Rouhani, che non è convinto che la forza Quds in Siria sia un'idea vincente. Stare bocca a bocca con Israele non è un gioco che si vince facilmente, anzi, quasi sempre si perde.
   Dopo le centinaia di attacchi ai convogli di armi iraniane agli hezbollah, sempre riusciti, è un svolta l'attacco alla base T4 dieci giorni fa, in cui sono stati fatti 14 morti, fra cui 7 iraniani, ma soprattutto è stata distrutta la base tecnologica dei droni iraniani, molto avanzati. Israele ci ha messo tanto impegno, fino a perdere uno dei suoi F15 nell'attacco, perché il drone iraniano entrato nel suo cielo il 10 febbraio, adesso si sa, trasportava esplosivo. È stato colpito pochi secondi dopo essere entrato nello spazio aereo israeliano, ma l'intenzione era agghiacciante: l'Iran ha compiuto un atto di guerra diretto. Dopo i 7 morti, si aspetta la prossima mossa di Soleimani: probabilmente eviterà una guerra sul confine siriano. Troppo rumore, troppo fumo da quelle parti. Ma potrebbe sparare un missile kornet, farlo azionare dagli hezbollah, o attaccare un'ambasciata o una struttura all'estero, come ha già fatto varie volte, ammazzando centinaia di ebrei nel mondo.
   Netanyahu ha lungamente, con molti incontri e conversazioni con Putin, cercato di spiegare che Israele non ha intenzione di litigare con la Russia, né la Russia vede qualche vantaggio nello scontro con Israele. Certo, adesso pondera se fornire il sistema antimissilistico S300 ai siriani, e questo impedirebbe le operazioni israeliane contro le armi iraniane. Lo sa anche Putin, per cui non è comodo avere l'Iran sempre nel mezzo, con i guerrieri fanatici hezbollah, che a loro volte considerano la Russia un impiccio momentaneo rispetto alla guerra santa. Putin forse lo comincia a capire. Aleppo è un pesante segnale che la guerra non è finita, anzi, è appena cominciata.
   Quanto a Trump, anche se il suo obiettivo dichiarato sono solo le armi chimiche, ormai Pandora ha rotto il vaso. L'Iran è come le armi chimiche: una violazione esplosiva delle norme di convivenza. Ma può l'America consentire che il Medio Oriente esploda?

(il Giornale, 16 aprile 2018)


Il fronte dell'odio anti-Israele ospite all'Università Statale di Milano

Domani evento su «oppressione» e «rivolta in corso» Le proteste dal mondo ebraico: «Il rettore lo cancelli». Gli organizzatori sono gli stessi che promuovono la «gazzarra» del 25 aprile.

di Alberto Giannoni

 
La foto che si trova allegata al documento con cui i promotori dell'evento (previsto per domani all'Università Statale) nel 2015 invitavano a cacciare i "sionisti" dal 25 aprile
MILANO - All'università Statale sale in cattedra il fronte dell'odio. Domani, in via Festa del Perdono va in scena un evento contro Israele. Due sigle organizzatrici: Assemblea della Statale (studenti) e «Fronte Palestina». E questo gruppo, che nel nome si richiama alla «lotta internazionalista», è lo stesso che promuove la cacciata della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile, e lo ha già fatto fra l'altro con un documento delirante nella cui versione on line compariva una foto eloquente come poche: un gruppo di miliziani armati (probabilmente militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) e la scritta: «Al fianco dei partigiani palestinesi».
   L'appuntamento in Statale è intitolato «Cambia Giro. La Palestina e il Giro d'Italia» e parte dal pretesto della «Corsa rosa» per innestarsi nel filone di odio in cui si incontrano non solo i «boicottatori» di Israele, ma gli estimatori della «rivolta palestinese». E a Milano l'odio anti-sionista ha dato ampia prova di sé a dicembre, nel corso dei cortei «per Gerusalemme» in cui sono risuonati indisturbati anche slogan antisemiti. In via Festa del Perdono, si partirà dal No al Giro in Israele per passare a materiali di «informazione», video sulla «rivolta in corso» e domande di questo tipo: «Come lo sport può essere utilizzato per giustificare un'oppressione?»,
   Un evento del genere, ovviamente, suscita preoccupazione, nel mondo ebraico e non solo: «Molti non capiranno la gravità di questo evento ospitato dall'università milanese - commenta Davide Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo - ma se in Francia abbiamo visto le tante aggressioni agli ebrei, gli attentati dei kamikaze e le bombe stragiste, è anche perché la società civile aveva acceso la miccia dell'odio, accogliendo a partire proprio dalle università questi pensieri fanatici di chi vuole cancellare Israele, gli ebrei e l'occidente intero. Faccio appello al magnifico rettore affinché annulli il convegno e insieme a lui faccio appello alle autorità politiche nazionali, regionali e cittadine perché condannino la manifestazione e chiedano di cancellarla, prima che diventi un problema di sicurezza per tutti».
   «L'Università - rimarca Roberta Vital, dell'Osservatorio Solomon contro le discriminazioni, consigliera dell'Associazione delle donne ebree d'Italia - dovrebbe educare al rispetto della convivenza e della democrazia, attraverso dialogo e confronto, non con occasioni di odio e discriminazione senza contraddittorio». «La difesa dei palestinesi - aggiunge - non dovrebbe avere come obiettivo l'eliminazione di uno Stato democratico, ma cercare nella democrazia la soluzione». Vital vede i pericoli di una «ideologia che scomoda valori universali» per «incitare all'odio» di uno Stato descritto come un «male assoluto da eliminare», quando «al contrario offre esempi, come all'università di Haifa, di integrazione e convivenza tra ebrei e arabi israeliani».

(il Giornale, 16 aprile 2018)


Netanyahu: i raid in Siria indicano "tolleranza zero per l'uso di armi non convenzionali"

GERUSALEMME - Il "messaggio internazionale importante che emerge dall'attacco" contro la Siria è: "Tolleranza zero per l'uso di armi non convenzionali". Lo ha dichiarato oggi il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in occasione della riunione settimanale del gabinetto di governo. "Questa politica deve essere espressa anche per prevenire che Stati e gruppi terroristici acquisiscano capacità nucleari", ha aggiunto. Il capo dell'esecutivo israeliano ha riferito, inoltre, del colloquio avuto con l'omologo britannico, Theresa May, con la quale si è congratulata per aver affiancato Stati Uniti e Francia nel compiere i raid contro strutture per la ricerca e lo stoccaggio di armi chimiche in Siria. Netanyahu ha auspicato l'adozione di una politica simile da parte dei tre paesi nei confronti del programma nucleare iraniano.
  In precedenza, Netanyahu ha detto: "Dovrebbe essere chiaro al presidente Bashar al Assad che i suoi irresponsabili sforzi per acquisire e usare armi di distruzione di massa, il suo disprezzo per il diritto internazionale e la fornitura di basi all'Iran e i suoi combattenti mettono in pericolo la Siria", ha affermato Netanyahu. Il capo dell'esecutivo ha ricordato: "Un anno fa ho dichiarato il pieno appoggio di Israele alla decisione di Trump di prendere posizione contro l'uso e la diffusione di armi chimiche. La determinazione di Trump e il sostegno di Israele rimangono invariati". Da parte loro, i responsabili della sicurezza israeliani hanno espresso preoccupazione per il futuro. Temono, infatti, che l'amministrazione statunitense consideri il lavoro concluso in Siria e lascino Israele da solo ad affrontare il pericolo della crescente presenza militare in Siria, riporta il quotidiano "Times of Israel". Secondo il quotidiano, i responsabili della Difesa israeliana sono preoccupati che Mosca possa fornire a Damasco sistemi di difesa aerea avanzati in grado di ridurre la supremazia di Gerusalemme sui cieli di Siria e Libano.
 
           Il generale americano Kenneth McKenzie                                     Il generale russo Sergej Rudskoj
  I timori di Gerusalemme non sembrano del tutto infondati. Il 14 aprile, infatti, un alto rappresentante dello Stato maggiore russo, ha detto che Mosca potrebbe considerare la fornitura del sistema di difesa aerea S-300 alla Siria, in seguito agli attacchi effettuati da Stati Uniti, Francia e Regno Unito. "Vorrei sottolineare come diversi anni fa, prendendo in considerazione la richiesta dei nostri partner occidentali, abbiamo deciso di non fornire alla Siria il sistema di difesa aerea S-300. Ora, dopo quanto accaduto questa notte, crediamo di dover riprendere in considerazione la questione, non solo rispetto alla Siria ma anche verso altri paesi", ha dichiarato il generale Sergej Rudskoj, responsabile del direttorato per le operazioni principali dello Stato maggiore russo.
  Ad oggi rimane incerto l'uso della contraerea di Mosca nei raid sulla Siria e l'efficacia di quella di Damasco. Il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che la contraerea siriana è stata in grado di abbattere numerosi degli oltre 100 missili lanciati dai tre paesi prima che raggiungessero gli obiettivi. Inoltre, Mosca ha dichiarato che 103 missili da crociera, tra cui i Tomahawk, sono stati lanciati sulla Siria e che i sistemi di difesa aerea siriani ne hanno intercettati 71. Da parte sua, il direttore degli Stati maggiori riuniti degli Usa, generale Kenneth McKenzie, ha dichiarato che Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno portato avanti un attacco di precisione lanciando 105 missili contro tre strutture siriane usate come centri di ricerca per lo sviluppo di armi chimiche, senza provocare danni collaterali. McKenzie ha aggiunto che nessun missile si è scontrato con la contraerea siriana e non vi sono notizie sul coinvolgimento di quella russa. Il direttore degli Stati maggiori riuniti ha affermato che Damasco ha lanciato circa 40 missili terra-aria, ma senza una guida appropriata.
  Nel corso del suo intervento McKenzie ha evidenziato che il numero dei missili usati nell'attacco di questa notte è stato il doppio di quelli lanciati lo scorso anno sempre sulla Siria nell'aprile 2017. Uno dei tre obiettivi era un deposito di armi chimiche a Him Shinsar, ad est di Homs, che si ritiene fosse connesso alla produzione di Sarin, raggiunto da 22 missili, mentre su un bunker nella stessa località ne sono stati lanciati sette. Un terzo obiettivo nei pressi di Damasco, il centro di ricerca e sviluppo di Barzah, è stato colpito da 76 missili. Nel corso dell'operazione i missili sono partiti dalla basi nel Mediterraneo orientale, ha concluso McKenzie. Secondo quanto indicato da Washington, Londra e Parigi gli obiettivi dei raid sono stati distrutti, come emerge anche dalle immagini satellitari diffuse da una società israeliana, ImageSat International.
  In particolare, gli Stati Uniti hanno lanciato 69 missili da crociera e 19 missili terra-aria Jassm. Il Regno Unito ha lanciato otto missili Storm Shadow dai Tornado e Typhoon. La Francia ha lanciato tre missili Scalp da una fregata nel Mediterraneo e altri nove dai Rafale. Per quanto riguarda le piattaforme coinvolte i missili sono stati lanciati da Mar Rosso, Golfo Persico e Qatar. Dal Mar Rosso hanno fornito sostegno al raid il cacciatorpediniere Arleigh Burke USS Laboon, l'incrociatore missilistico Ticonderoga USS Monterey ed un sottomarino d'attacco. Dal Golfo Persico il cacciatorpediniere Arleigh Burke Higgins (DDG-76) ha lanciato 23 Tomahawk. Dalla base di Al Udeid, in Qatar, è decollata una formazione di bombardieri convenzionali B-1B Lancer, scortati da caccia F-22 Raptor, ed un EA-6B Prowler, aereo da guerra elettronica. Per quanto riguarda l'impegno della Francia, la fregata Fremm Aquitaine ha lanciato tre missili da crociera, mentre quattro Rafale sono decollati dalla Francia e riforniti in volo nel Mediterraneo grazie al sostegno tattico predisposto dagli Stati Uniti. Infine, i quattro Tornado GR4 ed altrettanti britannici sono decollati da Cipro. Durante l'intera durata del raid sulla Siria gli Stati Uniti hanno mantenuto tra Cipro e la costa siriana quattro F-15 ed altrettanti F-16 per eventuale soppressione delle difese.

(Agenzia Nova, 15 aprile 2018)


Guerra fredda sul destino di Damasco

di Maurizio Molinari

L'attacco degli Stati Uniti al regime siriano nasce da due obiettivi convergenti: creare una coalizione internazionale contro l'uso di armi chimiche da parte di Bashar Assad e mettere sulla difensiva la Russia di Vladimir Putin in Medio Oriente.
   L'azione militare è stata limitata nell'entità e negli obiettivi perché questo è il cuore del piano disegnato dal Pentagono di James Mattis alla base dell'intesa fra Donald Trump, Theresa May ed Emmanuel Macron: l'intento non è rovesciare il regime.
   Ma eliminare le armi di distruzione di massa che Assad ha adoperato contro i civili a Douma la scorsa settimana, a Khain Sheikoun nel 2017 e «in almeno altre 50 occasioni» secondo Nikki Haley, ambasciatrice Usa all'Onu. In un Pianeta disseminato di crisi armate il pericolo più devastante viene dalla possibilità che un tiranno adoperi armi di distruzione e per evitare «che crimini come quello di Douma si ripetano», come afferma Downing Street, le tre maggiori potenze dell'Occidente hanno scelto di agire. Con il risultato di trasformare la linea rossa che Obama si limitò ad enunciare nel 2013 e Trump iniziò a far rispettare nel 2017 - con il primo attacco ad Assad - in una posizione condivisa. E' per questo che altre capitali occidentali - da Ottawa a Gerusalemme - condividono con forza gli attacchi all'arsenale chimico di Assad. La linea rossa tracciata da Trump, May e Macron diventa, de facto, un nuovo fattore nei precari equilibri internazionali.
   Ciò significa che le famiglie siriane vittime dei gas del Raiss di Damasco sanno che c'è qualcuno determinato a difenderle. E ciò significa che altri regimi in possesso di armi di distruzione di massa - dalla Nordcorea all'Iran - sanno cosa rischiano nel caso dovessero usarle contro propri cittadini o Paesi vicini.
   Ma non è tutto perché l'attacco ad Assad punta anche a mettere sulla difensiva la Russia nel Mediterraneo. Se Putin è tornato protagonista in Medio Oriente grazie all'intervento militare in Siria del settembre 2015 ed ha colto il suo maggior risultato nel salvataggio del regime di Assad, ora Trump lo indica come il protettore di «un criminale» perché gli garantisce difesa aerea, legioni di mercenari e lo scudo del veto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Ciò significa voler schiacciare Putin sull'alleanza con Assad e l'Iran di Ali Khamenei - presente in Siria con unità scelte, armi sofisticate e schiere di miliziani sciiti - allontanando Mosca dai molti Stati sunniti che corteggia. Un primo risultato in tal senso Trump lo ha colto con la scelta della Turchia di plaudire ai raid. Nell'arco di 24 ore Recep Tayyip Erdogan è passato dalle vesti di alleato di Putin nella spartizione della Siria a sostenitore di Trump nell'attacco ad Assad. Il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar al blitz completa il quadro. Trump lavora per rimarginare le ferite fra Paesi sunniti, puntando a unificarli per fronteggiare l'asse Mosca-Damasco-Teheran ben raffigurato dalle manifestazioni dei fan di Assad con i drappi dei tre Paesi. Ciò significa che la Siria diventa sempre di più il terreno di scontro fra due coalizioni rivali: i pro-Assad sostenuti da Mosca e gli anti-Assad sostenuti da Washington. Ecco perché Putin tuona contro Trump parlando di «aggressione contro un Paese sovrano»: punta a sfruttare l'attacco Usa per rafforzare la sua leadership del fronte opposto.
   È questo scenario politico-militare che spiega perché il Segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, parli senza mezzi termini di «nuova Guerra Fredda»: il braccio di ferro su Assad è l'epicentro di un duello strategico fra Usa e Russia che ha nel Medio Oriente la regione più a rischio ma si estende fino ad Europa dell'Est, Estremo Oriente e cyberspazio. «Ovunque possono, i russi ci causano seri problemi» afferma un alto funzionario del Dipartimento di Stato. Sono queste le ragioni che rendono possibile una guerra di attrito fra Washington e Mosca destinata a giocarsi in gran parte sullo scacchiere del Mediterraneo. Con la possibilità di azioni militari limitate come quella di ieri sulla Siria, di più estesi conflitti per procura come suggeriscono le crescenti fibrillazioni Iran-Israele e dunque di ricadute a pioggia nelle relazioni internazionali. Soprattutto per quei Paesi, come l'Italia, che appartengono alle alleanze dell'Occidente ma guardano spesso verso Mosca.

(La Stampa, 15 aprile 2018)


"Partita quasi chiusa, Assad vincitore"

Il presidente del Centro studi internazionali: "Regime forte, grazie ai russi"

di Chiara Giannini

 
«Una puntura di spillo»: così il professor Andrea Margelletti, presidente del Centro di studi internazionali e consigliere del ministro della Difesa definisce l'azione in Siria.

- Quindi un'azione limitata?
  «Non è successo niente, per la semplice ragione che le tre potenze mondiali hanno avvertito che avrebbero bombardato con giorni d'anticipo, per cui l'effetto sorpresa se n'è andato. Se c'era qualcosa da spostare, i siriani hanno potuto farlo in tranquillità. E poi se tu vuoi eliminare delle capacità non devi soltanto distruggere i macchinari, ma minare anche chi ha queste capacità, impedendo che possa esercitarle in futuro. Dato che hanno bombardato alle 3 di notte, dentro le fabbriche non c'era nessuno».

- Ci si può aspettare un altro attacco con armi chimiche in futuro?
  «No, credo che la partita siriana si stia per chiudere con la totale vittoria di Assad. Rimarranno delle nicchie di zone franche, ma in questi anni, da quando c'è stato l'intervento russo, Assad ha ripreso quasi tutto il territorio strategico che gli interessava».

- Si può temere una reazione russa ai bombardamenti?
  «Mosca è stata avvertita di ciò che sarebbe accaduto e ha messo in atto una serie di azioni prudenti per evitare ogni rischio, compresa l'uscita da Tartus. Non ha senso che compia attacchi, in Siria ha mano completamente libera».

- L'operazione è quasi atipica. Non una guerra, ma un'azione militare. Che differenza c'è con quella attuata in Libia?
  «In Libia facemmo una campagna militare che durò giorni, in Siria si sono limitati a un attacco durato poco più di un'ora. E poi all'epoca smontammo il dispositivo militare di Gheddafi e disintegrammo le capacità del suo esercito. Ieri si sono colpiti 3, forse 4 obiettivi e niente più. Come detto, l'operazione è finita».

- Perché l'Italia è rimasta fuori?
  «Perché non era la nostra partita. Londra è da sempre alleato strategico degli Usa e con l'uscita dalla Ue deve essere sempre più vicina agli Usa per avere un peso. Parigi considera la Siria elemento di interesse».

- Non la considera una prova di forza da parte dei tre Stati?
  «No, tu non arrivi dando una puntura di spillo se vuoi dare una prova di forza. Tu arrivi in maniera diversa quando c'è un progetto politico e in Siria non esiste un progetto politico occidentale. Quello che è mancato in quel Paese in sette anni è che l'Occidente non è stato in grado di proporre una singola persona da sostituire ad Assad».

- Per l'attacco in Siria la Francia ha usato nuovi missili.
  «Sono gli scalp naval, lanciati da navi classe Fremm oppure Horizon, gittata di mille chilometri. A differenza degli storm shadow, posseduti anche dalla nostra Aeronautica militare, hanno un booster maggiorato. Sono prodotti dall'Mbda, grande azienda della missilistica europea con sede anche a Roma».

(il Giornale, 15 aprile 2018)


La vera guerra tra Israele e Iran dietro il raid ad Aleppo

La deflagrazione, secondo media russi e turchi, ha ucciso 20 persone che si trovavano sul posto ed è stata confermata dall'Osservatorio siriano dei diritti umani

di Massimo Lomonaco

DAMASCO - A meno di 24 ore dai missili alleati sulla Siria, la notte scorsa un'esplosione ha distrutto un deposito di armi iraniano nella base di Jabal Azzan, vicino ad Aleppo. Subito la deflagrazione è stata attribuita ad un raid di Israele, che ovviamente non ha confermato: ma è probabile che 'l'incidente' rappresenti un nuovo capitolo nella battaglia dello Stato ebraico contro il crescente arroccamento - con basi, uomini e armi sofisticate - dell'Iran in Siria. Che a Gerusalemme considerano un pericolo per l'esistenza stessa di Israele.
   La deflagrazione, secondo media russi e turchi, ha ucciso 20 persone che si trovavano sul posto ed è stata confermata dall'Osservatorio siriano dei diritti umani. Secondo Al-Arabiya, il deposito era usato dagli Hezbollah e da altre milizie pro Teheran. Anche qui però media affiliati al gruppo sciita libanese hanno smentito l'attacco, sostenendo che si è trattato di "un'esplosione controllata".
   Al di là dell'esplosione di Jabal Azzan comunque, secondo molti analisti un confronto finale tra Iran e Israele appare inevitabile. Oggi il premier Benyamin Netanyahu - che ieri ha parlato al telefono con la premier britannica Theresa May - ha ribadito che il messaggio "importante" dell'attacco in Siria è "tolleranza zero per l'uso di armi non convenzionali".
   "Ho ripetuto - ha detto alla riunione di governo a Gerusalemme - che la causa principale della destabilizzazione del Medio Oriente è l'Iran e che Assad deve comprendere che quando consente a Teheran, e a chi agisce per conto suo, di stabilire una presenza militare in Siria mette in pericolo sia il suo paese sia la stabilità dell'intera ragione". Due giorni fa Israele ha rivelato che il drone iraniano partito dalla Siria il 10 febbraio ed intercettato dall'aviazione "era armato con esplosivi ed era in missione per compiere un attacco in territorio" dello Stato ebraico. Va ricordato come la base da cui era partito il drone poi abbattuto sia stata colpita in un raid aereo attribuito ad Israele e mai confermato dal governo di Gerusalemme.
   Ma se Netanyahu ha espresso immediato sostegno all'operato di Trump e degli alleati, gli analisti israeliani sono un po' più cauti nel giudicarne le conseguenze, visto che l'occidente ha scelto di lasciare Assad al comando. Secondo 'Times of Israel', i capi della sicurezza israeliana temono che l'amministrazione Trump ora "consideri chiuso" il suo lavoro in Siria e che lasci Israele "da solo" a fronteggiare la presenza di Teheran nel paese.
   Per Zvi Barel, commentatore di Haaretz, "agli occhi israeliani l'attacco di venerdì notte non risolve il dossier dello Stato ebraico con Siria e Iran". Un altro rischio per Barel è che "parte dell'attesa risposta russa consista nel limitare ad Israele l'uso dello spazio aereo siriano per attaccare obiettivi iraniani".
   Per Amos Yadlin, su Yediot Ahronot, un altro pericolo per Israele, in una situazione già di altissima tensione, può venire dalla possibile decisione di Trump di abbandonare l'accordo sul nucleare di Teheran, con la conseguenza che l'Iran riprenda ad arricchire l'uranio: in questo caso, ha scritto, "sarà necessaria un'operazione congiunta per fermare l'avanzamento verso il nucleare. Per questo Israele avrà bisogno del sostegno del più grande e importante dei suoi alleati".

(tio.ch, 15 aprile 2018)


Oggi saranno rilasciati circa duecento migranti africani detenuti nel Negev

GERUSALEMME - I circa 200 migranti africani detenuti in un centro di detenzione nel sud di Israele saranno rilasciati oggi, dopo che lo Stato non ha rispettato il termine stabilito dal tribunale per finalizzare un piano di espulsione per i richiedenti asilo eritrei e sudanesi. Lo riferisce il quotidiano israeliano "Times of Israel". Lo Stato ha informato l'Alta corte di giustizia che erano in corso i negoziati con un paese terzo, che potrebbe essere l'Uganda, per accettare i migranti espulsi da Israele. L'Autorità per l'immigrazione ha confermato che i circa 200 detenuti saranno rilasciati nel corso della giornata dalla prigione di Saharonim, nella regione israeliana del Negev. Prima dei termini previsti, il procuratore generale Avichai Mandelblit ha informato la Corte che i detenuti saranno liberati. La scorsa settimana, la Corte aveva concesso allo Stato di presentare un piano di espulsione che possa tranquillamente ricollocare i migranti in un paese terzo o liberarli dalla detenzione entro oggi. Israele ha avuto colloqui con l'Uganda e ha affermato che è "altamente probabile" che si concluderà un accordo.

(Agenzia Nova, 15 aprile 2018)


Gaza, scoperto e distrutto un nuovo tunnel nascosto di Hamas

L'esercito israeliano ha scoperto e distrutto un nuovo tunnel di Hamas che da Jabalya nel nord della Striscia arrivava vicino al kibbutz di Nahal Oz in territorio dello stato ebraico. Lo ha annunciato il portavoce militare spiegando che «questo tunnel del terrore metteva in pericolo la vita di centinaia di famiglie israeliane e tra questi donne e bambini». La stessa fonte ha definito il tunnel«lungo e di alta qualità».
Si tratta del quinto tunnel scavato sotto alla linea di demarcazione fra Gaza ed Israele ad essere stato distrutto negli ultimi mesi. Questo in particolare - affermano fonti militari - era molto lungo ed era collegato con una rete di altri tunnel militari all'interno della Striscia.
«Si tratta di un grande successo di intelligence nonché operativo» ha commentato il ministro della difesa Avigdor Lieberman. «Nella costruzione di quel tunnel erano stati investiti milioni di dollari, fondi che potevano essere utilizzati per alleviare le sofferenze della popolazione locale».
Da parte sua il portavoce militare sostiene che «nelle ultime due settimane Hamas ha trasformato la zona prossima ai reticolati di confine in un'area di terrorismo e di combattimenti. Gli scontri violenti avvenuti là - prosegue il portavoce - sono stati un tentativo di mascherare attacchi terroristici che dovevano avvenire sopra e sotto terra».

(Giornale di Sicilia, 15 aprile 2018)


Magris: «L'ebraismo mi ha insegnato il senso della speranza, la fede nel futuro»

Tra i grandi scrittori e protagonisti del nostro tempo, Claudio Magris verrà premiato come Uomo dell'Anno 2018 dall'Associazione Museo D'Arte di Tel Aviv (AMATA). In un'epoca "gommosa", dove tutto si trasforma, dobbiamo riconquistare uno sguardo fecondo e progettuale sulla vita, dice lo scrittore triestino. E combattere sfiducia e pessimismo, senza mai arrenderci.

di Marina Gersony

Claudio Magris
Considerato tra i maggiori intellettuali del Novecento, germanista, docente universitario e senatore italiano (nella XII Legislatura), tra i primi a rivalutare il filone letterario di matrice ebraica all'interno della letteratura mitteleuropea, Claudio Magris, 78 anni, nato a Trieste, è oggi uno dei grandi saggisti e scrittori del nostro tempo, autore di libri memorabili come Danubio (Vincitore Premio Bagutta), Microcosmi (Vincitore Premio Strega), Alla cieca, Non luogo a procedere (scelto dalla Lettura come miglior libro e miglior autore dell'anno), tutti editi da Garzanti. In occasione del 70esimo Anniversario della Fondazione dello Stato di Israele, l'Associazione del Museo D'Arte di Tel Aviv (A.M.A.T.A) ha deciso di nominare Claudio Magris Uomo dell'Anno 2018. La premiazione si svolgerà il prossimo 8 maggio nelle sale di Palazzo Parigi in zona Brera a Milano alla presenza del Sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, e delle istituzioni. Aperitivo, cena, musica e una breve lectio magistralis del Professor Magris per onorare il suo impegno e la sua carriera nel mondo della cultura e festeggiare i 70 anni della Fondazione dello Stato di Israele. Il Museo d'Arte di Tel Aviv, a cui andranno i proventi della serata, è stato fondato da Meir Dizengoff, il primo sindaco della città. Il Museo è considerato nel mondo dell'arte e della cultura tra le più insigni guide per il contemporaneo.
Per l'occasione, l'abbiamo incontrato. Ecco l'intervista.

- Il secolo scorso è stato definito "Secolo breve" dallo storico britannico Eric Hobsbawm; il filosofo polacco Zygmunt Bauman ha usato l'espressione "Società liquida" per illustrare l'assenza di qualunque riferimento "solido" per l'uomo di oggi; a sua volta, il guru del marketing Theodore Levitt è noto per aver coniato il termine "Globalizzazione" riferito all'economia, concetto che si è poi ampliato inglobando tendenze, idee e problematiche diffuse su scala mondiale grazie ai mezzi di comunicazione. Lei come definirebbe il momento storico che stiamo attraversando?
  È difficile dare un nome, tutte o molte definizioni hanno una loro ragione. Per esempio quello che sostiene Hobsbawm, con il quale ho avuto un rapporto di amicizia, è verissimo. È però anche verissimo che da un certo punto di vista il Secolo breve inizia un po' prima del Novecento e finisce non si sa bene quando. Sono convinto che noi oggi ci troviamo nella Quarta guerra mondiale e non nella Terza, come ha detto il Papa. La Terza c'è già stata, la cosiddetta Guerra Fredda, fra Occidente e mondo sovietico, finita con la sconfitta di quest'ultimo e 45 milioni di morti in quegli anni, tra il 1945 e il 1989 nel mondo. Adesso c'è guerra ovunque, tutti combattono contro tutti, soltanto non si sa bene chi contro chi (ad esempio: Assad è un nostro alleato o un nostro nemico?). Questo momento storico è di enorme frammentazione; una frammentazione colloidale, ossia uno stato quasi intermedio tra lo stato liquido, definizione che mi trova perfettamente consenziente, e uno stato gommoso che continuamente si allarga, si restringe, avvolge tutto e cambia continuamente aspetto.

- Non resta che essere pessimisti, quindi?
  Karl Valentin, cabarettista tedesco amico di Brecht, affermò: «Una volta il futuro era migliore». E per la prima volta si ha l'impressione che l'umanità abbia perso l'idea della speranza e del futuro. Non c'è più l'idea che si possa migliorare e correggere il mondo. Penso che questo sia gravissimo. Senza l'idea che il mondo possa essere migliorato, senza un po' di spirito profetico, messianico, tradotto in termini razionali, politici, le cose non funzionano. Ricordo un convegno a Blois, in Francia, nel 1989, organizzato da Jack Lang, allora Ministro della Cultura. Partecipavano scrittori e qualche politico della cosiddetta "Altra Europa". In quei giorni stava esplodendo la grande protesta a Berlino Est. Un giovane regista tedesco, molto impegnato nelle proteste berlinesi, raccontò emozionato quello che stava succedendo. Prima di ripartire, per riprendere il suo posto nella protesta a Berlino Est, disse: «Impossibile fare previsioni su quello che succederà, una cosa purtroppo è certa, il Muro durerà ancora molti anni». Due giorni dopo il Muro non esisteva più e lui era tra coloro che avevano contribuito ad abbatterlo. Anch'io pensavo che non sarebbe mai accaduto. Siamo ciechi conservatori, non riusciamo a credere che la realtà possa cambiare. Invece la realtà cambia, si trasforma, talvolta quasi inavvertitamente, talvolta in misura eclatante. Le cose cambiano, ora in meglio ora in peggio.

- Anche le lingue subiscono una continua trasformazione. Migrazioni, turismo, delocalizzazioni delle aziende, letteratura inclusa, rendono il linguaggio sempre più ibrido. Oggi si parla e si scrive sempre di più in "globish", un inglese corrotto e impastato di Internet, emoticons, pubblicità, musica e fumetti, usato da circa due terzi della popolazione terrestre. Come si evolveranno le lingue in futuro?
  È un discorso difficilissimo. Oggi ci troviamo dinanzi, forse per la prima volta nella storia, a una commistione, una mésalliance, un amalgama di nuovi linguaggi. Da una parte si tratta di un processo vitale, quasi corporeo, che poi diventa culturale e s'innesta sulle tradizioni. Dall'altra parte c'è anche un distruttivo e arido processo di perdita, di falsificazione, di omologazione del linguaggio. Personalmente ho simpatia per la trasformazione delle lingue, ma c'è differenza tra la trasformazione dell'italiano nei secoli, creativa e vitale fondata insieme sulla continuità e sull'apertura al nuovo, e rigide e morte formule come scrivere per esempio, «ci sei» con il numero, c6. Questo tipo di trasformazione equivale a una perdita totale di espressività. Per Singer, che ho conosciuto bene - uno dei grandi incontri della mia vita -, la lingua era lo Yiddish. Celebre è il diverbio che ebbe con Menachem Begin proprio su questo tema, riportato dal figlio Israel Zamir. «Begin gli disse che lo Yiddish non sarebbe mai stato come l'ebraico. Era impossibile dare un ordine a un soldato in quella lingua. Com'è possibile gestire un esercito in Yiddish?, gli chiese. Mio padre rispose che lo Yiddish non era destinato all'esercito. Lo Yiddish era una lingua di pace». (Lo scontro tra il Primo Ministro israeliano e Singer è descritto dal figlio di Singer, Israel Zamir, nel memoir Journey to my father, Isaac Bashevis Singer, Arcade Publishing, ndr). Aveva ragione Singer. La letteratura yiddish esprime pienamente le passioni universali come l'amore paterno, l'amore coniugale, la sofferenza, la seduzione, l'orrore o l'infrazione. Colpisce in essa la forza, il senso dell'umorismo, un rapporto con la divinità di assoluta franchezza. Lo dicono tante storie…

- Ce ne può raccontare una?
  Un uomo molto pio sta tornando di notte allo shtetl e casca in un burrone. Si aggrappa a un alberello, guarda il burrone, sente un fiume rumoreggiare mentre l'arboscello comincia a sradicarsi. Grida: «C'è qualcuno? C'è qualcuno?». A un certo punto sente una voce che dice: «Non temere, Figlio mio. Tu mi sei sempre stato fedele. Ci sono qui io, il tuo Signore». Risponde l'uomo pio: «Non c'è nessun altro?»… Lo Yiddish è una lingua che ha tutta l'immediatezza del dialetto, la rapidità del parlare quotidiano, della casualità, l'intensità dei sentimenti, il senso profondo della vita mescolato al riso, la commistione, talora anche comica e storpiata ma straordinariamente creativa. Ma è anche la lingua della tenerezza. A parte la grandezza e l'intensità umana delle tradizioni ebraiche, mi ha colpito in esse il valore anche etico e religioso di raccontare storie. Religioso perché lega, parola che viene da religere, unire…

- Lei scrisse in Microcosmi, nel 1998: «I tedeschi senza ebrei sono un corpo carente di una sostanza necessaria all'organismo; gli ebrei sono più autosufficienti, ma in quasi ogni ebreo c'è qualcosa di tedesco. Ogni purezza etnica conduce al rachitismo e al gozzismo. Il nazismo, come ogni barbarie, è stato anche imbecille e autolesionista, sterminando milioni di ebrei, ha mutilato la civiltà tedesca e distrutto, forse per sempre, quella mitteleuropea». Cosa pensa del mondo attuale, sempre più contaminato e meticcio?
  Il diverso è per eccellenza un protagonista, però contemporaneamente - in nome del rispetto per il diverso, ma di un rispetto involontariamente rovesciato nel suo opposto - in Danimarca ad esempio anni fa ho letto che sono stati tolti dalle edizioni scolastiche di Andersen certi riferimenti al Cristianesimo. Questa è la negazione dell'incontro perché per incontrarsi bisogna conoscersi. Una comunità endogamica è un disastro, come ogni autarchia. Naturalmente l'apertura va regolata. Ci vuole buonsenso. Il meticcio è un uomo o una donna con la sua storia. Non va demonizzato, ma neppure esaltato come l'unico ad avere la dignità di esistere.

- Cosa pensa della legge sulla Shoah voluta dal governo nazional-conservatore di Varsavia che prevede fino a tre anni di carcere per chiunque attribuisca alla nazione polacca complicità con i crimini nazisti? (Nel frattempo, dopo le forti tensioni con Israele, il governo ha deciso di congelare «in questa fase» la controversa legge, ndr).
  La Polonia credo sia uno dei Paesi più lacerati al mondo. Da un lato esiste una cultura anti-ebraica, e questo è il primo vulnus. Ci sono infinite sfumature nell'antisemitismo; la violenza genocida comincia, alla lontana, con atteggiamenti e frasi di per sé innocue, "sì, certo, gli ebrei, però…". L'antisemitismo può avere molte facce, molti nomi e molte gradazioni, sino all'atrocità. Sotto altri aspetti la Polonia è un Paese che amo molto, che ha accolto con particolare entusiasmo e affinità i miei libri, che ha avuto una storia tragica e anche eroicamente indomita. È un Paese che peraltro ha anche un retaggio antisemita con sfumature diverse, ma tutte pericolose. Purtroppo in questo periodo la politica polacca sta rivelando pericolose tendenze regressive, contro le quali peraltro i primi a protestare sono molti polacchi che hanno coraggiosamente combattuto prima il nazismo e poi il comunismo, come ad esempio - ma è solo un esempio - il mio amico Adam Michnik. In Polonia è nata anche tanta grande letteratura ebraica e tanta riflessione sull'ebraismo. Egon Schwarz, il saggista viennese che ha scritto Keine Zeit für Eichendorff (Non c'è tempo per Eichendorff), scrisse che dopo l'antisemitismo la cosa peggiore è il filosemitismo.
Questo concetto lei lo ha spiegato in occasione della celebrazione del Giorno della Memoria al Quirinale nel 2009.
Ho spiegato perché il filosemitismo è sospetto: può di fatto indicare una cattiva coscienza oppure la preoccupazione di nasconderla, agli altri o a se stessi; suona talora stridulamente come una excusatio non petita, una affannata ostentazione di sentimenti buoni o politicamente corretti. Il filosemitismo rivela spesso insicurezza e imbarazzo nei confronti degli ebrei e può coprire un represso e livido antisemitismo.

- Israele sembra essere sempre di più il capro espiatorio di un profondo antisemitismo. Per citare lo storico Georges Bensoussan, «siamo passati dall'ebreo fautore di guerra, allo Stato di Israele fautore di guerra. La logica intellettuale è sempre la stessa». (Il Foglio, 21 gennaio 2018). Lei cosa ne pensa?
  C'è una frase che si sente dire ogni tanto. "Io non sono antisemita, sono anti-israeliano". È una frase che non vuole dire niente. È chiaro che Israele essendo uno Stato ha una vita politica e dei partiti che non necessariamente piacciono a tutti e neppure si piacciono tra di loro. Le frasi che in sé non vogliono dire niente possono diventare slogan micidiali: "sono anti-israeliano" è un'espressione che o non vuol dire niente o indica un pregiudizio che può essere fattore di atrocità. Da una parte non vuol dir niente: si può criticare l'uno o l'altro partito politico di un Paese, senza che ciò implichi alcun pregiudizio nei confronti del Paese stesso; io, ad esempio, ho sempre criticato duramente i vari governi Berlusconi, posso avere ragione o torto in questi giudizi, ma non sono certo anti-italiano e questo vale per ogni Paese. Anche per quel che riguarda Israele, c'è chi votò più volentieri Begin e chi votò più volentieri Rabin. Ma se col pretesto del rifiuto della politica di un determinato governo si insinua il rifiuto complessivo dello Stato, del Paese governato in quel momento dal tale partito, questo è un atteggiamento inaccettabile, che implica certamente pure antisemitismo, consapevole o no. Guai a considerare antisemita ogni critica, giusta o no, di uno o dell'altro governo israeliano, ma anche guai a contrabbandare con questa critica elementi, anche solo sottintesi e dissimulati, di antisemitismo. Per quel che riguarda la straordinaria importanza che ha avuto e ha per me l'ebraismo e la sua cultura, potrei citare tanti episodi. Ad esempio, una volta, mentre ad Eisenstadt stavo discutendo di letteratura ebraica con un rabbino di Vienna, a un certo punto lui mi chiese: «Ma lei non è ebreo vero?». «No», risposi io. «Era solo una domanda», ribadì lui, allargando le braccia come per rassicurarmi.

(Bet Magazine Mosaico, 15 aprile 2018)


Re saudita stanzia milioni di dollari per i luoghi musulmani a Gerusalemme Est e per l’Unrwa

RIAD - L'Arabia Saudita ha annunciato oggi la donazione di 150 milioni di dollari a favore dell'amministrazione delle proprietà religiose musulmane a Gerusalemme Est. Lo ha annunciato il sovrano saudita Salman bin Abdelaziz al Saud in occasione del 29mo vertice della Lega araba a Dhahran, ribattezzato dal re "summit di Gerusalemme". "Dedico questo summit del vertice di Dhahran a Gerusalemme in modo che tutti sappiano che la Palestina e il suo popolo rimangono al centro delle preoccupazioni degli arabi", ha spiegato Salman. Il sovrano saudita ha annunciato, inoltre, una donazione da parte di Riad di 50 milioni di dollari all'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Pierre Kraehenbuehl, commissario generale dell'Unrwa, ha recentemente spiegato che l'agenzia stava cercando 441 milioni di dollari per continuare a svolgere il proprio operato, ma che soltanto 100 milioni di dollari erano stati promessi dai donatori. All'indomani della risoluzione dell'Onu di condanna del riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele, lo scorso gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato un taglio ai fondi annualmente stanziati all'Unrwa.

(Agenzia Nova, 15 aprile 2018)



«Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli»

«Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono a voi in vesti da pecore, ma dentro son lupi rapaci. Li riconoscerete dai loro frutti. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così, ogni albero buono fa frutti buoni, ma l'albero cattivo fa frutti cattivi. Un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni. Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Li riconoscerete dunque dai loro frutti. «Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?" Allora dichiarerò loro: "Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, operatori di iniquità!" Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sulla roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia. E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno fatto impeto contro quella casa, ed essa è caduta e la sua rovina è stata grande».
Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, la folla stupiva del suo insegnamento, perché egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

Dal Vangelo di Matteo, cap. 7  

 


«Siria, Putin prudente. Ha una visione. Ma si scontrerà con l'Iran»

Robert Kaplan, analista di politica internazionale: «Il Cremlino non è intervenuto in Siria fino a quando non si è convinto che Obama non aveva intenzione di impegnarsi»

di Massimo Gaggi

«Con l'attacco missilistico Donald Trump e i suoi alleati mandano un messaggio forte a Vladimir Putin e alla leadership iraniana, oltre che ad Assad. Ma l'aggravamento della crisi in Siria è anche frutto dell'atteggiamento ondivago degli Stati Uniti, dei vuoti lasciati in quell'area: le armi chimiche sono state usate alle porte di Damasco subito dopo l'annuncio del ritiro americano». Celebre analista di affari internazionali, autore di ben 18 libri, ma anche giornalista che ha seguito sul campo tutti i conflitti degli ultimi decenni, dai Balcani all'Africa, passando per Iraq e Afghanistan, Robert Kaplan non è affatto impressionato dai «venti di guerra» in Medio Oriente.

- Non la colpisce nemmeno l'uso di armi chimiche da parte di Assad e l'appoggio che il Cremlino continua a garantirgli? O pensa anche lei che siano fake news?
  «L'uso dei gas è un crimine da condannare, ovvio. Ma Trump, annunciando il ritiro, ha mandato un segnale interpretato da Assad come un semaforo verde: via libera all'eliminazione delle ultime sacche di resistenza che ancora minacciano il suo regime. Putin ha le sue responsabilità, ma nella partita siriana è stato, in realtà, abbastanza prudente. Nonostante Damasco sia stata nell'orbita d'influenza russa fin dai tempi dell'Urss, dalla metà degli anni Sessanta, il Cremlino non è intervenuto in Siria fino a quando non si è convinto che Barack Obama non aveva alcuna intenzione di impegnarsi in quell'area. E anche nello scontro attuale è evidente che si punta a una guerra solo di parole».

- Cosa la porta ad escludere che ci siano grossi pericoli in vista?
  «L'attacco americano è stato concepito in modo da minimizzare il rischio di una rappresaglia russa. La volontà di evitare un allargamento del conflitto è forte tanto a Mosca quanto a Washington. Questo è stato un attacco molto limitato: preciso, di entità contenuta, preannunciato. Il messaggio inviato è il monito ad Assad e a ogni dittatore a non usare armi di distruzione di massa, non è il preannuncio di un allargamento del conflitto. Gli Usa e i suoi alleati non stanno dicendo che faranno la guerra: dicono solo che chi usa armi chimiche deve aspettarsi risposte militari che gli causeranno danni e perdite superiori a quelle da lui inflitte usando questi ordigni».

- Continuerà l'espansione dell'influenza russa nel Mediterraneo oltre l'Egitto?
  «Gli Stati Uniti sicuramente pagano il loro caos diplomatico: la Russia ha una strategia precisa. L'Iran anche e pure Israele. L'America non ne ha nessuna: vaga dal disimpegno di un giorno all'attacco militare del giorno dopo. Detto questo, il credito di cui gode Putin in Medio Oriente è legato a come ha difeso Assad: colpendo il dittatore di Damasco si mette sulla difensiva anche il Cremlino. Le ambizioni più pericolose nell'area, però, non sono quelle russe, ma quelle di Teheran che sogna un'egemonia imperiale dall'Iran fino al Mediterraneo. Eccessivo e pericoloso: prima o poi Putin si troverà in conflitto con l'alleato iraniano».

- Il radicale Bolton al posto di un moderato, il generale McMaster, a fianco di Trump. Di nuovo la retorica di «Mission Accomplished», come nelle guerre di Bush. Non la spaventa?
  «Bolton è di certo più estremista, ma, per le sue competenze, penso si occuperà soprattutto della questione coreana mentre il Medio Oriente rimarrà terreno per il capo del Pentagono: il generale Mattis è uomo di grandi capacità analitiche, un realista moderato. Ed è il più profondo conoscitore di quell'area per l'attività svolta lì da militare».

- Cosa la colpisce di più di questo conflitto, a confronto con quelli che ha seguito in passato?
  «L'effetto di cyberdisruption informativa. Campagne di disinformazione sull'andamento di un conflitto ce ne sono sempre state. Fin dalla Prima Guerra Mondiale. Ma non si era mai visto nulla dell'intensità dei giorni nostri: i media fanno ormai parte del fronte di guerra. Prevalere nella battaglia dell'informazione diventa quasi più importante di una vittoria sul campo».

(Corriere della Sera, 15 aprile 2018)


Il bombardamento in Siria visto da Israele

L'eco degli strike in Siria è stato udito, mediaticamente e politicamente, anche in Israele; nello Stato ebraico ci si aspettava già da diversi giorni l'attacco di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia ed ovviamente l'episodio sta avendo ampio risalto. Già da questa notte le televisioni israeliane hanno iniziato diverse ore di dirette per coprire l'evento e spiegare quali luoghi sono stati bombardati. A Tel Aviv, come ad Haifa e Gerusalemme, tanti tra politici e semplici cittadini hanno da subito iniziato a commentare l'accaduto: come spesso accade in queste occasioni, l'opinione pubblica si è divisa tra favorevoli all'attacco guidato dagli Usa e contrari invece ad altre escalation nella regione.
  Del resto, Israele è parte in causa per due motivi: in primo luogo, Tel Aviv è la prima sospettata per il bombardamento che tra domenica e lunedì ha coinvolto la base T4 vicino Homs, in secondo luogo poche ore dopo l'attacco annunciato in diretta da Trump Damasco ha affermato di aver abbattuto un drone israeliano, circostanza però che non è stata al momento confermata.

 In attesa del governo, a parlare è la stampa
  Haaretz, Jerusalem Post, The Time of Israel e tutti gli altri principali quotidiani israeliani aprono ovviamente con la notizia dell'attacco contro gli obiettivi siriani; le prime pagine online delle testate più seguite in Israele sono monopolizzate da quanto accaduto in Siria nella scorsa notte. Quel che più risalta, rispetto al racconto fatto dai network dei paesi occidentali, è lo spazio riservato alle reazioni iraniane. Haaretz ad esempio dedica a quanto trapelato dal governo di Teheran i titoli principali dopo l'apertura, mentre il The Time of Israel puntualizza la sfida rappresentata da un Iran sempre più rafforzato in Siria. Il perché è presto detto: la distruzione di obiettivi iraniani durante il bombardamento della base T4, i raid ripetuti negli ultimi mesi contro obiettivi di Hezbollah e di Teheran, più volte hanno fatto spostare il mirino della stampa israeliana da Assad direttamente alla Repubblica Islamica.
  Poche tracce del presunto drone israeliano abbattuto questa notte, molti invece gli articoli proprio sul braccio di ferro sempre più latente con l'Iran. Su Haaretz, in un articolo dove vengono direttamente prese delle dichiarazioni diffuse dalla Reuters, si sottolineano le parole del presidente iraniano Hassan Rohuani: "Ci saranno delle conseguenze, l'attacco è stato indiscriminato", viene evidenziato nel secondo articolo d'apertura del quotidiano israeliano.
  Da Tel Aviv e Gerusalemme nessuna dichiarazione ufficiale, almeno per il momento: in tanti però si aspettano, già nelle prossime ore, un'ufficiale presa di posizione da parte del premier Netanyahu e del suo governo, sempre più convinto del pericolo che corre Israele per via dell'avvicinamento di Hezbollah ed iraniani verso i propri confini nord. Sul presunto attacco chimico di Douma, casus belli degli attacchi odierni, lo stesso Netanyahu non ha espresso considerazioni preferendo nei giorni scorsi lasciare maggiore spazio probabilmente ai proclami soprattutto di Usa, Regno Unito e Francia. Dopo i raid di Tel Aviv, non confermati però dallo Stato ebraico, di domenica e dopo lo strike di questa notte il leader del governo israeliano potrebbe però a breve esprimersi ufficialmente mettendo nel mirino, ancora una volta, soprattutto la leadership iraniana.

 Le uniche repliche del governo affidate al responsabile sicurezza di Netanyahu
  Soltanto in tarda mattinata sono uscite delle dichiarazioni ad opera di Yoav Gallant, responsabile della sicurezza all'interno del gabinetto del primo ministro: "I bombardamenti a guida Usa - ha affermato alla Reuters Gallant - Sono un segnale molto importante, contro certi crimini è impossibile rimanere a guardare". Nella sua nota, Gallant fa inoltre riferimento all'asse del male: "Iran, Hezbollah e Siria sono l'asse che rappresenta il vero problema della sicurezza per Israele - si legge ancora nel comunicato affidato all'agenzia inglese - Non posso però dirvi, perché non ne sono a conoscenza, se la nostra intelligence abbia fornito o meno indicazioni agli americani per individuare i siti da attaccare".
  Lo stesso Gallant ha invece fatto sapere di come il governo israeliano, ed in primo luogo il premier Netanyahu, sono stati informati in anticipo dello strike; secondo la ricostruzione dello stesso membro del gabinetto del primo ministro, negli uffici degli apparati di sicurezza e del governo dello Stato ebraico sono arrivate informazioni circa il bombardamento 24 ore prima del lancio del primo missile. Israele è stato dunque avvisato dell'imminenza dello strike e delle decisioni assunte in merito sia da Trump che dalla May e Macron. Bocche cucite sulle intenzioni future sia di Tel Aviv che degli alleati: non è dato sapere, almeno per il momento, se tanto l'aviazione israeliana quanto quella a guida americana sia o meno pronta a colpire di nuovo.

(Gli occhi della guerra, 14 aprile 2018)


La demonizzazione di Israele: intervista a Niram Ferretti

di Beunida Melissa Shani

 
Lindau, pp. 225, € 19
Recentemente è stato presentato a Padova, presso la Casa di Cristallo di Antonia Arslan, il saggio "Il sabba intorno a Israele. Fenomenologia di una demonizzazione", scritto dal giornalista, scrittore e ricercatore Niram Ferretti. L'evento è stato organizzato da Maria Teresa Colombo presidente dall'Associazione padovana Italia- Israele.
  A margine dell'incontro abbiamo avuto il piacere di interloquire con l'autore e porgli qualche domanda sul libro e, più in generale, sugli ultimi eventi di attualità geopolitica che hanno visto Israele protagonista.

- Nel libro che Lei presenta parla di "demonizzazione" di Israele. In che senso utilizza questo termine e quale scopo vuole raggiungere?
  Il termine da me scelto fa riferimento ad una categoria specifica che è quella della demonologia. Infatti, l'antisemitismo classico matura sostanzialmente all'interno della demonologia cristiana dove l'ebreo viene considerato un demone, un concentrato di male, una figura malefica. Questa costruzione simbolica, molto forte e di tipo archetipo, non è mai cessata; noi ritroviamo oggi, nei confronti di Israele quando viene attaccato, la rimessa in campo di stereotipi che appartengono di fatto, sostanzialmente, alla libellistica medioevale. Ad esempio le accuse che vengono rivolte all'esercito israeliano di uccidere intenzionalmente i bambini, di avvelenare i pozzi acquiferi, di espiantare gli organi dei palestinesi uccisi sono riproposizioni dei libelli del sangue in voga nel Medioevo e il cui scopo era appunto quello di criminalizzare l'ebreo in quanto tale così come oggi si criminalizza Israele. Voglio ricordare il caso del 2016 quando Abu Mazen in Parlamento a Bruxelles affermò pubblicamente, raccogliendo numerosi applausi, l'esistenza di un complotto rabbinico per intossicare le falde acquifere della Cisgiordania.

- Si può ritrovare una ragione logica per questo forte astio contro gli ebrei? Lei nel titolo ha scelto il concetto di Sabba rievocando la dimensione stregonesca, perché ?
  Diciamo che dobbiamo partire dal fatto che gli ebrei hanno sempre costituito un gruppo identitario molto forte. Pur essendosi, dopo la diaspora, disseminati ovunque, hanno continuato a custodire con grande perseveranza i propri riti e le proprie tradizioni. Questa loro tipicità ha fatto sì che venissero percepiti come un popolo a sé pur partecipando pienamente alla vita dei Paesi in cui vivevano.
  Questa condizione di esclusività ha, in tempi diversi, generato una serie di leggende e fantasie che si è, in tempi di forte tensione socioculturale, trasformata in una forte ostilità in grado di raggiungere i livelli della demonizzazione. Non a caso ho scelto il termine Sabba che richiama la stregoneria e il satanismo. Ma quello che è ancora più interessante è l'etimologia della parola, perché sabba nasce da Shabbat. E' una deformazione dello Shabbat ebraico che è il giorno santo settimanale per gli ebrei, durante il quale ci si raduna per celebrarlo. L'idea del raduno così inteso viene, con il tempo, trasformato nel suo opposto con l'intento di rappresentare questo convivio come qualcosa di misterioso e stregonesco con chiare connotazioni negative.

- In quanto tempo ha scritto questo libro? C'è una parte che privilegia e che ritiene sia più essenziale delle altre per il lettore? Qual è la morale?
  Per poter scrivere questo testo mi ci sono voluti circa tre anni di preparazione documentaria e di ricerca, ho raccolto dati, informazioni, svolto indagini storiche, fatto interviste. La stesura però è stata piuttosto scorrevole e veloce, ha rappresentato una sintesi del materiale raccolto col tempo. Non credo ci siano delle parti privilegiate o dei capitoli più importanti, vedo questo libro come una struttura architettonica interconnessa in cui ogni parte svolge una sua specifica funzione. Lo scopo è quello di mostrare le modalità in cui negli ultimi cinquant'anni è stata costruita la potente macchina della propaganda anti Israele. Si tratta di svelare e di decostruire quelli che sono i capisaldi di questa propaganda evidenziando quale sia la reale matrice del filoarabismo che la sottende. E' fondamentale che il lettore possa replicare con dati e fatti alle menzogne che vengono costantemente diffuse e che vedono Israele come uno Stato diabolico, una sorta di entità oscura, mentre la realtà è esattamente il contrario.

- Come mai al giorno d'oggi parlare di Islam con sguardo critico è diventato così difficile e la maggioranza dei media italiani sembra essersi appiattita su posizioni politicamente corrette?
  Ci sono una serie di motivi. Il primo è dovuto ad una sorta di conformismo ideologico e semplice arrendevolezza a quello che è lo spirito del tempo per cui bisogna sempre, quando si parla di Islam, prendere le dovute cautele e cercare di fare in modo di formare un discorso che non offenda i musulmani in quanto tali. Questo è comprensibile ma sbagliato, perché così facendo non si riesce a comprendere con chiarezza qual è la posta in gioco e nemmeno la reale identità dell'Islam. Il problema della religione islamica è serio ed interpella un numero rilevante di musulmani che si sentono rappresentati dal Corano in un senso assolutista e rigorista all'estremo che contempla la Jihad intesa come guerra aggressiva contro gli infedeli. La stampa fa fatica a parlare di queste cose e cerca di mettere il silenziatore su simili temi perché è un discorso potenzialmente pericoloso, sappiamo tutti che si rischia di essere considerati dall'opinione pubblica islamofobi o alla peggio si arriva a vivere sotto scorta.

- In chiusura, parliamo di un fatto recente che risale al 6 dicembre scorso: la decisione di Trump di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele. Come valuta l' ostilità che si è manifestata in modo plastico all'Assemblea Generale dell'ONU, durante la quale tolta qualche eccezione tutti i Paesi europei hanno deciso di votare contro?
  Questa scelta è dovuta ad un pregiudizio storicamente presente nei confronti di Israele e a un filopalestinismo ideologico che interessa l'Europa dalla fine degli anni Sessanta, ricordiamo la Guerra dei Sei giorni del 1967 e la crisi petrolifera del 1974, entrambi snodi fondamentali per la diffusione della mentalità filoarabista che ha così impregnato il paesaggio europeo.
  Parliamo più che altro di interessi economici e geopolitici che hanno costituito una pregiudiziale contraria ad Israele e che a tutt'oggi rappresentano una delle matrici della propaganda anti israeliana. Un'altra matrice, quella fondamentale è però di ordine religioso in quanto interpella il rifiuto atavico musulmano di accettare l'esistenza di uno Stato ebraico su un territorio considerato per sempre appartenente all'Umma islamica.
  Per quanto invece riguarda la matrice politica si tratta, indubbiamente, di un percorso iniziato tempo fa, basti pensare al progetto che aveva la Francia con De Gaulle di avvicinarsi sempre di più all'area araba e quindi costruire Eurabia, un termine che non hanno inventato né Bat Ye'or né Oriana Fallaci ma che afferiva a una realtà concreta e che rappresentava con chiarezza le intenzioni che animavano le potenze europee sin dalla metà degli anni Sessanta. Possiamo considerare il progetto Eurabia un processo storico-politico di graduale abbandono della cultura occidentale per abbracciare quanto più possibile l'universo musulmano, un disegno strategico che mira a staccare l'Europa dall'alveo occidentale e farla poi confluire quanto più possibile nella dimensione islamica.

(L'informale, 13 aprile 2018)


Il medioevo degli ebrei. Incontri e corsi aperti a tutti nella Sinagoga di Siena

Siena dedica una serie di giornate e presentazioni per approfondire la conoscenza della storia degli ebrei nell'Italia contemporanea. Il cartellone è realizzato da una collaborazione del DEC (UCEI), la Società Israelitica di Misericordia di Siena e CoopCulture, e comprende seminari, conferenze e presentazioni di libri. Il primo appuntamento è martedì 18 aprile (Sinagoga, ore 17.30, ingresso libero) per la prima presentazione in assoluto del libro di Giacomo Todeschini "Gli ebrei nell'Italia medievale (Carocci editore). Dialoga con l'autore Davide Mano. Lo studio approfondisce le modalità con cui la componente ebraica della società italiana ha attraversato i dieci secoli del Medioevo. La storia di questa relazione consente di rileggere la Storia d'Italia alla luce della varietà etnica e culturale che le è propria sin da tempi antichissimi. Todeschini insegna Storia medievale all'Università di Trieste. Si occupa di storia delle teorie e dei linguaggi economici medievali, della dottrina cristiana sull'infamia e sull'esclusione dalla cittadinanza e dal mercato, e del ruolo degli ebrei nel mondo cristiano medievale e moderno. Tra i suoi libri, Ricchezza francescana, Dalla povertà volontaria alla società di mercato (2004), Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal medioevo all'età moderna (2007) e Come Giuda. La gente comune e i giochi dell'economia all'inizio dell'epoca moderna (2011), La banca e il ghetto. Una storia Italiana (2016).

 Storia degli ebrei
  Sempre in questa settimana, giovedì 19 aprile (Sinagoga, ore 21.00-22.30) si terrà il secondo dei tre incontri con la storia degli ebrei in Italia, curati dal professore Alberto Cavaglion, docente di Storia dell'Ebraismo all'Università di Firenze. Questo breve seminario (l'ultimo appuntamento è mercoledì 2 maggio) parte dall'idea che l'età dell'Emancipazione abbia costituito una svolta radicale nella vita delle comunità ebraiche e dei singoli individui. Il corso analizza le diverse articolazioni regionali, di un percorso diventato unitario solo forse dopo la Grande Guerra. Nel corso delle lezioni verranno descritti diversi nodi tematici: il concetto di Emancipazione e il rapporto fra modernità e tradizione; la partecipazione degli ebrei italiani al Risorgimento; il Sionismo in Italia; gli scrittori ebrei nell'Italia unita; il rapporto con il fascismo; la condizione giuridica dell'ebraismo italiano; la partecipazione ebraica alla Resistenza. (costo del seminario: intero € 30, ridotto studenti € 20).

 Ebrei a Siena negli anni terribili
  Ultimo appuntamento nel mese di aprile, giovedì 26 aprile (Sinagoga, ore 17.30, ingresso libero) è dedicato a "Gli ebrei di Siena e gli anni terribili 1798-1799: i rituali di commemorazione comunitaria". Conferenza a cura di Davide Mano (EHESS, Parigi) che, per la prima volta, presenterà al pubblico la traduzione dei rituali di commemorazione, istituiti dalla comunità ebraica senese, in seguito al terremoto del maggio 1798 e come risposta al massacro antiebraico, del giugno 1799 a Siena. La conferenza propone una riflessione storica sull'importanza dei rituali comunitari, intesi come esercizi di conferma e strumenti di coesione identitaria che parlano di una capacità storica degli ebrei: quella di sapere immaginare la salvezza, progettare la continuità, anche e soprattutto nei momenti più difficili. La memoria ebraica senese, infatti, ha lasciato testimonianze di assoluto valore culturale, tanti preziosi frammenti di una storia secolare fatta di trasformazioni e di permanenze, e legata in maniera indissolubile con la storia della città. Sguardi inediti sulla vita senese sono offerti dai numerosi manoscritti e libri a stampa ebraici a tema etico, filosofico e storico, dai compendi di preghiere e di norme comportamentali, dai registri di adunanze comunitarie, dalle collezioni di poesie religiose e d'occasione, dalle composizioni musicali sinagogali, dai diari privati, e da molti altri documenti in cui il rapporto con la città si dispiega con regolarità, estrema vivacità e profondo senso di appartenenza.

 Rituali di commemorazione
  Esempio significativo è rappresentato dai rituali di commemorazione comunitaria, istituiti sul finire del Settecento in seguito al grave terremoto del 26 maggio 1798 e come risposta all'indicibile massacro antiebraico del 28 giugno 1799. Un poema ebraico di ringraziamento composto in memoria del terremoto del 1798 ci descrive il dramma vissuto dalla città fin nei dettagli, con urgente espressività e senso di partecipazione. Un rituale commemorativo, con ordine di digiuno e preghiera notturna, istituito immediatamente dopo i fatti del 1799, ci restituisce invece il dato storico di una comunità che reagisce al trauma indelebile della violenza antiebraica con la forza della pratica religiosa e con gli strumenti della coesione comunitaria.

SCHEDA

Davide Mano si è laureato in lingue letterature orientali, presso la cattedra di ebraistica all'Università Ca' Foscari di Venezia. Ha conseguito un dottorato in Storia presso la School of Historical Studies dell' Università di Tel-Aviv, con una tesi dal titolo "Tumults in Pitigliano, 1799. Popular resistance and anti-Jewish violence". Da ottobre 2016 è ricercatore presso l'EHESS di Parigi. Mano è anche traduttore dall'ebraico all'italiano. Dal 2012 al 2016 ha lavorato per il dipartimento Archivi del Mémorial de la Shoah a Parigi. Sta attualmente scrivendo il suo primo libro - una storia sociale e politica degli ebrei di Pitigliano nel 1799.

(toscanaliberi.it, 14 aprile 2018)


Gino Bartali, l'eroe silenzioso che salvò ottocento persone

di Lucio Cristino, Antonio Violet e Matteo Delicato.

OSIMO - Quando lo fermarono per un controllo dimenticarono di ispezionarne la bicicletta. Mai avrebbero immaginato che sotto il sellino, nel telaio, nascondesse documenti falsi che avrebbero salvato la vita a 800 persone: 800 ebrei che, grazie alle gambe di Gino Bartali, sarebbero riusciti ad espatriare prima di essere uccisi.
Era il 1943 e quel segreto, raccontato da Bartali al figlio Andrea, è diventato notizia solo pochi anni fa, perché "il bene si fa in silenzio". E' il segno di un campione che si fa eroe.
Quel messaggio di tolleranza, nell'Italia che ha paura della diversità, torna a Osimo alla vigilia della tappa del Giro d'Italia.

(ETV Marche, 14 aprile 2018)


Iran: il paese è ricco, la gente è povera

Le contraddizioni di un regime che ha bisogno di trovare nemici esterni per garantirsi la tranquillità all'interno

di Luca D'Ammando

Sono mesi che qualsiasi notizia riguardante il Medio Oriente vede tra i protagonisti diretti o indiretti l'Iran. Oltre al coinvolgimento sul fronte siriano, Teheran ha avuto un ruolo nelle sconfitte dello Stato Islamico in Iraq, nella crisi del Qatar, nella situazione di instabilità dell'Afghanistan, nella guerra in Yemen e nella crisi politica in Libano. Eppure parliamo di un Paese a stragrande maggioranza sciita - orientamento minoritario rispetto a quello sunnita - che non ha un esercito tra i più forti dell'area e viene da dieci anni di sanzioni economiche. Com'è possibile allora che abbia raggiunto un livello di influenza fuori dai suoi confini tanto rilevante?
   Prima di tutto l'Iran è stato uno dei paesi del Medio Oriente che più ha beneficiato degli interventi militari statunitensi in Afghanistan per combattere il regime sunnita dei talebani e in Iraq per destituire il governo di Saddam Hussein, anch'esso sunnita. Di fatto gli Stati Uniti non hanno fatto che asfaltare autostrade geopolitiche per le ambizioni della Repubblica Islamica. Fondamentale poi per aumentare l'influenza nei paesi vicini è stata la creazione di milizie sciite, sul modello di Hezbollah in Libano. Un esempio è l'Organizzazione Badr in Iraq, nata nel 1982 contro il regime di Saddam Hussein e impiegata negli anni per combattere gli americani e poi lo Stato Islamico. Inoltre per un lungo periodo Teheran ha potuto anche contare sulla generale passività dei suoi nemici. Da una parte gli Stati Uniti di Barack Obama, sostenitore di progressivo ritiro militare dal Medio Oriente, e dall'altra l'Arabia Saudita. Solo di recente le cose sono cambiate: Trump distribuisce moniti e minacce al regime di Teheran, con la promessa di stracciare prima o poi l'accordo sul nucleare voluto da Obama e siglato a Vienna il 14 luglio 2015, mentre i sauditi hanno cominciato a rispondere mossa su mossa all'Iran, guidati dalla smisurata ambizione di Mohammed bin Salman.
   Eppure l'aggressiva politica estera degli ultimi anni sembrerebbe mal conciliarsi con le posizioni del governo iraniano guidato da Hassan Rouhani, considerato un moderato. In realtà è sempre più forte l'influenza degli ultraconservatori, i quali alimentano buona parte della sua retorica con l'odio nei confronti degli Stati Uniti e di Israele. Uno spirito ultranazionalista sembra percorrere il paese, come reazione alle politiche di Stati Uniti e Arabia Saudita. È evidente poi che il regime iraniano vive profonde contraddizioni interne. Revocate in gran parte le sanzioni con l'accordo di Vienna, la produzione di petrolio è ripartita alla grande. I buoni numeri della macroeconomia (il Fondo monetario, ha stimato per il 2018 e 2019 una crescita rispettivamente del 4 e del 4,3%) sembrano non aver avuto conseguenze sull'iraniano qualunque, che vive sempre con cinquemila dollari l'anno in media ed è pienamente cosciente delle ingenti spese per sostenere Assad in Siria. Un sacco di soldi che il regime investe per mantenere esercito, consiglieri militari e armamenti, seguendo una politica di potenza e di dominio nell'area che contrasta con le condizioni reali interne. Non è un dato da trascurare il fatto che il 60% della popolazione abbia meno di trent'anni, il che rende quel popolo particolarmente pronto alla rivoluzione (è statisticamente dimostrato che le tendenze rivoluzionarie sono proporzionali all'età media della popolazione). E, se è vero che i moti di piazza scoppiati alla fine del 2017 sono stati in realtà supportati e cavalcati da gruppi di pasdaran, basiji, hezbollah, non è improbabile pensare che nuove rivolte interne possano mettere seriamente in crisi il regime. Infine la strategia di Teheran in Medio Oriente, che si basa sull'appoggio a gruppi e milizie sciite che combattono in suo nome in diversi paesi, è di fatto l'«esportazione del caos», per citare la definizione dell'analista Jonathan Spyer. E se l'esportazione del caos ha avuto successo nel mettere in difficoltà i nemici su vari fronti, difficilmente può portare a un controllo duraturo del Medio Oriente.

(Shalom, marzo 2018)


Usa, Francia e Gran Bretagna lanciano l'attacco in Siria: colpito centro di ricerche

Missili su un sito vicino alla capitale. Damasco: ne abbiamo intercettato un terzo. Putin condanna il blitz: un'aggressione. La Turchia approva i raid.

di Giordano Stabile

Usa, Francia e Gran Bretagna hanno lanciato prima dell'alba un attacco missilistico contro il centro di ricerche di Barzeh, pochi chilometri a Nord di Damasco. Il sito è sospettato di aver sviluppato armi chimiche e biologiche e di essere usato anche come deposito per stoccarle. La tv di Stato ha mostrato il fumo che si levava dalla zona.
  L'attacco arriva a una settimana dal sospetto raid con agenti chimici sulla città ribelle di Douma, quando morirono dalle 43 alle 70 persone, secondo gli attivisti dell'opposizione. Damasco e Mosca hanno negato di aver condotto attacchi chimici e hanno accusato i ribelli di aver "inscenato" l'attacco per innescare l'intervento americano.
  Il presidente americano Donald Trump ha annunciato la rappresaglia in diretta tv. L'ambasciatore russo ha replicato che "ci saranno conseguenze". Almeno sei "forti esplosioni" sono state udite a Damasco nelle primissime ore del mattino. "Ho ordinato alle forze armate di lanciare attacchi di precisione su obiettivi legati alle capacità chimiche del dittatore siriano Bashar al-Assad", ha detto il leader Usa dalla Casa Bianca,
  La tv di Stato ha citato "fonti militari" che affermano di aver "abbattuto o deviato" 13 missili in arrivo, circa "un terzo del totale". Fonti occidentali non ufficiali parlano di un "centinaio" di missili, non soltanto sulla capitale. L'Osservatorio per i diritti umani, vicino all'opposizione, sostiene che sono stati colpiti in tutto tre centri di ricerche, due vicini a Damasco, e uno nella provincia di Homs, oltre a una "base militare", sempre nella provincia di Damasco.
  Un anno fa, dopo un sospetto attacco con gas sarin a Khan Sheikhoun, gli Stati Uniti attaccarono con 59 missili Tomahawk la base aerea di Shayrat, in provincia di Homs. Sembra che anche il raid di questa mattina sia stato condotto da missili da crociera, forse lanciati da sottomarini. La Siria non ha comunicato se ci sono state vittime e quante. La Russia aveva ripetuto nei giorni scorsi che avrebbe risposto all'attacco se fossero "state messe in pericolo le vite dei soldati russi" che stazionano nelle basi militari siriane. Al momento non si hanno notizie di vittime.

 Gli obiettivi
  Mano a mano che passano le ore emergono nuovi dettagli sugli obiettivi colpiti. Sarebbero tre i centri di ricerca militare finiti nel mirino a Damasco, e testimoni sul posto riferiscono di esplosioni in posti diversi della città; poi sarebbero stati colpiti altri due siti sospettati di attività legate allo sviluppo di armi chimiche nella provincia di Homs e in quella di Hama, a Misyaf; e infine sarebbero stati bombardati anche i centri di comando della Quarta divisione meccanizzata e della Guardia repubblicana, sul Monte Qasyoun vicino a Damasco: sono due unità d'élite dell'esercito che hanno partecipato all'assalto finale a Douma, quando c'è stato il sospetto attacco chimico. I militari siriani hanno diffuso foto di rottami di ordigni che sostengono di aver abbattuto in zona e sembrano in effetti missili da crociera.

 I Tornado britannici
  In particolare i Tornado britannici hanno colpito con "missili a lungo raggio Storm Shadow" un deposito di armi chimiche nella provincia di Homs, "a 80 chilometri a Ovest" del capoluogo". Lo Storm Shadow è un missile semi-furtivo sviluppato da Francia, Gran Bretagna e Italia, con una portata di 560 chilometri. È stato lanciato dai Tornado al largo delle coste siriane, senza entrare nello spazio aereo siriano.

 Le difese anti-aeree
  I russi confermano che non hanno attivato le loro difese ma "la maggior parte dei missili" sono stati intercettati dalle difese siriane (coadiuvate dai militari russi). In totale fra i 100 e i 120 missili sono stati lanciati verso la Siria da sottomarini e forse navi. Il ministero degli Esteri siriano ha definito l'attacco "un fallimento" e "una vergogna" per gli Stati Uniti e i suoi alleati.

 Le reazioni regionali
  La Turchia ha approvato i raid contro le armi chimiche e li ha definiti "appropriati". Il riallineamento sulle posizioni americane in Siria, dopo il vertice Putin-Erdogan-Rohani ad Ankara che aveva delineato la spartizione a tre del Paese, arriva forse come in cambio del non intervento Usa ad Afrin ma anche in attesa del via libera per attaccare i curdi a Manbij. Anche Israele ha definito "appropriati" i raid e ha avvertito che potrebbero essercene altri in caso di nuovo utilizzo di armi chimiche.

 Assad si mostra a Damasco
  Poche ore dopo l'attacco missilistico, il presidente siriano Bashar al-Assad ha raggiunto i suoi uffici alla presidenza siriana e la tv di Stato ha mostrato le immagini del suo arrivo per rassicurare la popolazione. Media emiratini e britannici avevano diffuso nei giorni scorsi la voce che il raiss fosse fuggito nel Nord della Siria o addirittura a Teheran e rumours in questo senso sono circolati anche questa mattina.

 Putin condanna l'attacco
  L'attacco senza un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu è una violazione del diritto internazionale: lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin, citato dalla tv filo-Cremlino Russia Today. La Russia ha intenzione di chiedere una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu.

 La Turchia approva i raid: risposta appropriata
  La Turchia approva i raid definendoli «una risposta appropriata» all'attacco chimico a Douma. In una nota, il ministero degli Esteri scrive: «Accogliamo con favore questa operazione che ha alleviato la coscienza dell'umanità davanti all'attacco di Douma, di cui è ampiamente sospettato il regime». Nella nota, Ankara ricorda tra l'altro che il presidente siriano Bashar al Assad si è già macchiato di «crimini contro l'umanità e di crimini di guerra».

 Israele: colpito l'Asse del Male
  Poco dopo è intervenuto il governo di Benjamin Netanyahu che ha parlato di "importante avvertimento all'Asse del male formato da Iran, Siria ed Hezbollah". L'uso di armi chimiche, secondo il ministro Yoav Gallant, "sorpassa una linea rossa che l'umanità non può più tollerare". Fonti dell'Esercito israeliano hanno riferito all'agenzia Reuters che Israele era stato avvertito dei raid tra le 12 e le 24 ore prima dell'attacco, e ha precisato di "non aver collaborato alla individuazione degli obiettivi militari".

(La Stampa, 14 aprile 2018)


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Putin: "Atto di aggressione"

L'azione degli Stati Uniti e dei loro alleati in Siria "non resterà senza conseguenze". L'avvertimento arriva dall'ambasciatore russo a Washington, Anatoly Antonov, dopo i raid condotti dagli americani insieme a britannici e francesi contro obiettivi del regime. "Tutta la responsabilità sta a Washington, Londra e Parigi - dice in una nota - Gli Stati Uniti, Paese che ha il più grande arsenale di armi chimiche, non ha il diritto morale di accusare altri Paesi". Dopo l'intervento dell'ambasciatore, anche il presidente russo Vladimir Putin ha commentato gli attacchi, definendoli "un atto di aggressione contro una nazione sovrana".
"La Russia condanna fortemente l'attacco in Siria, dove i militari siriani stanno aiutando il governo legittimo nella guerra contro il terrorismo - afferma Putin in una nota diffusa dal Cremlino - Con le loro azioni, gli Stati Uniti stanno peggiorando sempre di più la catastrofe umanitaria in Siria, portando sofferenze ai civili". Il presidente russo ha quindi avvertito che le ultime operazioni potrebbero provocare "una nuova ondata di rifugiati da quel Paese e dalla regione intera".
Gli Stati Uniti, accusa ancora Putin, hanno lanciato "un'aggressione contro uno Stato sovrano che è in prima linea nella lotta contro il terrorismo", sottolineando che i raid sono stati condotti "in violazione della carta delle Nazioni Unite e dei principi del diritto internazionale".
Anche l'Iran ha condannato "fortemente" i raid, avvertendo che ci saranno "conseguenze regionali". Secondo quanto si legge sul canale Telegram del portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, "gli Stati Uniti e i loro alleati, senza alcuna prova e prima anche di una presa di posizione dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), hanno condotto questa operazione militare contro la Siria e sono responsabili delle conseguenze regionali di questa azione avventurista".

(Adnkronos, 14 aprile 2018)


I viaggi della speranza sulla rotta Italia-Sion

Foto e filmati dell'Aliya Bet: 250mila gli ebrei che salparono illegalmente tra il '45 e il '48

 
Molti si sposavano, moltissime erano in attesa di un bambino. Le foto in mostra al Memoriale della Shoah fino a giugno raccontano anche la gioia, le feste e la vita, nonostante tutto, dei viaggi della speranza verso Israele partiti dalle coste di tutta Italia, i «ritorni illegali» nella Palestina sotto Mandato britannico dei rifugiati ebrei riusciti a sfuggire alle persecuzioni e ai campi di sterminio.
   Correvano gli anni tra il 1945 e il 1948, non era ancora arrivato il 14 maggio di settant'anni fa, giorno della dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele. «Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra» aveva declamato con solennità Ben Gurion. I lunghi anni del mai sedato conflitto arabo- israeliano testimoniano come tutto sia andato in direzione contraria.
   «Navi della speranza. Aliya Bet dall'Italia 1945- 1948» riporta ai sentimenti di allora, tra le speranze pacifiche e serene di un tempo ingenuo e lontano. La mostra si affaccia sui vagoni piombati e i binari del Memoriale, nel luogo in cui tante deportazioni avvennero nell'indifferenza. Documenta con schiettezza come l'Italia delle leggi razziali del 1938 sia diventata, pochi anni dopo, luogo della salvezza per duecentocinquantamila ebrei in fuga dai Paesi dell'Est Europa, dall'orrore e dalla diaspora. La rotta Italia- Sion, capovolgimento che è stato come un desiderio di redenzione del popolo italiano, coinvolto in modo più o meno consapevole nell'Olocausto.
   «Aliya Bet» raccoglie le foto e i filmati ripresi nei poveri campi profughi dentro la mussoliniana Cinecittà, tra le nevi di Selvino, nei kibbutz improvvisati in Puglia, tra i centri sfollati di Santa Maria di Leuca, Santa Cesarea, Tricase, nel porto di La Spezia durante lo sciopero della fame per la nave «Fede» bloccata dai veti britannici. «La Spezia Porta di Sion» è scritto sulla targa che si trova ancora sul molo. «Caino, dov'è tuo fratello Abele?» chiede un manifesto di propaganda per l'immigrazione, iconografia che nella mostra parla come il bel viso del padovano Enrico Levi, primo eroe a fare l'impresa, capitano della prima nave salpata dall'Italia per la Terra Promessa.
   «La mostra fa bene agli italiani. Non tutto il mondo ha agito come l'Italia per favorire l'arrivo degli ebrei in Israele» commenta Ofra Farhi, vice ambasciatore di Israele in Italia, che rievoca la vicenda di Ada Sereni, una donna, madre e moglie appassionata, che in Italia fu a capo dell'intera operazione Aliya Bet, lavorando d'intesa con Yehuda Arazi, che da Tel Aviv coordinava l'arrivo degli ebrei.
   Aliya Bet è una formula suggestiva. «Aliya è la salita, come gli ebrei chiamano l'immigrazione in Israele, perché Gerusalemme è posta in alto, e la Bet, seconda lettera dell'alfabeto ebraico, è l'iniziale dell'espressione illegale», spiega Fiammetta Martegani, una delle curatrici. Così la mostra, che arriva dal Museo «Eretz Israel» di Tel Aviv, dove è stata visitata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella sua versione milanese ha come sottotitolo provocatorio «Immigrazione illegale». Operazione gigantesca, con navi in partenza dalle coste frastagliate della Penisola, porti rifugio dai veti che arrivavano dall'Inghilterra.
   Una storia infinita e attuale, pur nella differenza ontologica tra la Shoah e ciò che di mostruoso accade ancora oggi in Siria e non solo, perché, ricorda il neo presidente Roberto Jarach, «il Memoriale è anche luogo d'accoglienza per i profughi, in arrivo soprattutto dai conflitti in Africa e in Medio Oriente: negli ultimi tre anni ne sono stati ospitati ottomilacinquecento».
   Sui pannelli della mostra Primo Levi evoca le suggestioni del ritorno: «In coda al treno viaggiava con noi verso l'Italia un vagone nuovo, stipato di giovani ebrei, ragazzi e ragazze, provenienti da tutti i paesi dell'Europa orientale. Nessuno di loro dimostrava più di vent'anni, ma erano gente estremamente sicura e risoluta: erano giovani sionisti, andavano in Israele, passando dove potevano e aprendosi la strada come potevano. Una nave li attendeva a Bari: il vagone l'avevano acquistato, e per agganciarlo al nostro treno, era stata la cosa più semplice del mondo, non avevano chiesto il permesso a nessuno; l'avevano agganciato e basta. Si sentivano immensamente liberi e forti». Sono parole de «La Tregua» e nel libro respira di gioia anche il cuore dell'uomo che ha vissuto Auschwitz.

(il Giornale, 14 aprile 2018)


Hamas rimanda i suoi a farsi sparare dagli israeliani

Un morto e centinaia di feriti

Un manifestante palestinese di 28 anni è stato ucciso dai soldati israeliani alla barriera di confine tra la Striscia di Gaza e lo Stato ebraico nel terzo venerdì della "Grande marcia del ritorno". Lo ha reso noto il ministero della Sanità di Gaza, precisando che oltre 700 persone sono rimaste ferite nelle proteste, 175 delle quali a causa di proiettili veri. Sedici tra le persone colpite - sostengono ancora le fonti palestinesi - sarebbero operatori sanitari o giornalisti.
Le proteste, organizzate dal movimento terrorista islamico Hamas, hanno preso il via il 30 marzo e culmineranno il 15 maggio in concomitanza con la Giornata della Naqba, ossia la «catastrofe», celebrata ogni anno dai palestinesi all'indomani dell'anniversario della nascita di Israele e della prima sconfitta militare degli arabi contro le forze di difesa ebraiche.
Gerusalemme ha dichiarato che un ordigno è esploso nella Striscia di Gaza durante le proteste dei palestinesi. Varie persone sono rimaste ferite, secondo un portavoce. Sui social network e dai media sono state diffuse fotografie di persone che calpestano e danno alle fiamme bandiere israeliane.
Dal 30 marzo negli scontri con gli israeliani sono morti 34 palestinesi (di cui almeno 20 jihadisti), quasi tremila i feriti.

(Libero, 14 aprile 2018)


La morale di Israele

"Siamo l'unica democrazia che combatte il nemico sulla soglia di casa". Parla il filosofo Asa Kasher.

di Giulio Meotti

 
Asa Kasher al Foglio: "Si può ammirare il coraggio e l'integrità delle truppe americane in Afghanistan, ma soltanto i soldati israeliani combattono vicino ai propri centri abitati"
Il 26 dicembre 1994, l'esercito israeliano distribuì il suo primo "codice etico" a tutte le unità. La lettera che accompagnava il testo proclamava che quel testo "costituisce la posizione dei vertici dell'esercito sullo spirito dell'Idf", L'idea di dare a Israele un codice militare etico, paragonabile a quello cristiano della "guerra giusta", era venuta un anno prima al generale Ilan Biran ed era stata poi adottata dall'allora capo di stato maggiore, Ehud Barak. Fu quest'ultimo, il soldato più decorato della storia israeliana, il futuro primo ministro e ministro della Difesa, a ordinare a un comitato di saggi di scrivere quel manifesto che prenderà il nome di "Spirito dell'Idf",
   A guidare quel comitato fu messo Asa Kasher, il filosofo morale dell'Università di Tel Aviv che fino a quel momento era stato l'unico accademico a insegnare etica nei college militari. Un impegno iniziato negli anni Settanta. Fu Yitzhak Rabin, allora primo ministro, a volere Kasher alla testa del comitato. Tutto il suo lavoro accademico da allora è stato teso a risolvere i dilemmot, i dilemmi che Israele affronta nella sua intestina guerra al terrorismo. Nel 2003, Kasher metterà il suo nome su un altro documento controverso, quello scritto assieme al generale Amos Yadlin dal titolo "The ethical fight against terror", in cui si
Nel 1994 Kasher ebbe da Rabin e Barak il compito di scrivere le regole di condotta etiche dell'esercito israeliano.
giustificava la campagna di assassinii mirati con cui Israele ha fermato la Seconda Intifada. "Affrontammo un tragico dilemma", spiegherà Yadlin, capo dell'intelligence militare. "Un terrorista entrerà in un ristorante e farà esplodere venti persone, ma se facciamo saltare in aria la sua auto, tre persone innocenti in macchina moriranno". Come giustificare tutto questo?
   E pensare che Kasher era nato nell'estrema sinistra della cultura israeliana. Questo filosofo dell'etica è stato fra gli animatori di Yesh Gvul: ("c'è un limite") durante la prima guerra del Libano, ovvero il primo gruppo di obiettori di coscienza dell'esercito, e ha sempre vantato come mentore Yeshayahu Leibowitz, il papa laico e coscienza terribile di Israele, il filosofofustigatore di costumi, di politiche, di "occupazioni". Una sorta di Spinoza.
   Kasher, che ha vinto il Premio Israele (il massimo riconoscimento nello stato ebraico), è oggi considerato il più grande filosofo in Israele nel campo dell'etica. Alcuni dicono che è l'autorità morale più rispettata della sua generazione. Oltre al suo lavoro nel mondo accademico come esperto di linguistica pragmatica di fama mondiale, Kasher è stato presidente di diversi importanti comitati pubblici. I suoi scritti sull'etica medica, i media e la scienza sono considerati pietre miliari. Eppure, nonostante tutta la sua attività pubblica, Kasher difficilmente appare nei media. Ha accettato di parlare al Foglio dopo i tragici fatti di Gaza, dopo tre settimane di assedi al confine meridionale di Israele, con 60 mila persone respinte al reticolato, i tanti morti palestinesi e i titoli di giornale in occidente sul "massacro" commesso dalle truppe di Gerusalemme. E' in discussione lo "spirito" messo a punto da Kasher.
   Gli chiediamo cosa significhino le regole di ingaggio che ha Israele in medio oriente. "La decisione fondamentale che deve essere presa, quando hai di fronte un nemico che deliberatamente commette atrocità contro di te, è se adattare i tuoi valori e le tue norme a quelle del nemico, o mantenere intatti i tuoi standard morali. La decisione morale presa da Israele è chiara: rispettare la dignità di chiunque, perché siamo una democrazia e perché siamo lo stato-nazione del popolo ebraico. Rispettare la dignità umana di chiunque, compresa, prima e su tutto, quella dei nostri cittadini e dei nostri soldati. Non abbiamo modulato i nostri valori su quelli immorali dei nostro nemici, ma adattiamo la nostra difesa alle sfide create dagli stessi nemici. Così a volte i nostri comandanti e le nostre truppe agiscono come ufficiali di polizia di fronte a sommosse, a volte invece sono combattenti di fronte a nemici combattenti".
   Nelle scorse settimane, Israele è stato accusato di aver ucciso "indiscriminatamente" oltre trenta
"Non è facile fermare migliaia di persone che vogliono varcare un confine. Non esiste distinzione netta fra combattenti e "civili".
palestinesi facendo un "uso sproporzionato" della forza. Poi, un rapporto del centro Meit Amir per l'intelligence ha diffuso l'identikit delle vittime a Gaza: 26 su 32 erano membri di organizzazioni terroristiche. L'ottanta per cento dei palestinesi rimasti uccisi. Che ne pensa del lavoro fatto al confine con Gaza?
Nell'attesa di una inchiesta morale, etica e professionale sull'esercito, possiamo valutarne il lavoro svolto soltanto dal quadro generale. E io sono felice che l'esercito non abbia usato la forza indiscriminata contro i palestinesi di Gaza che approcciavano la barriera difensiva per infiltrarsi nei centri abitati israeliani. Non è facile fermare decine di migliaia di persone che si avvicinano a un recinto per distruggerlo e procedere in Israele. Le attività di Gaza, bisogna ricordarlo, sono organizzate, sostenute e potenziate da Hamas, un'organizzazione terroristica impegnata nella distruzione di Israele. Le loro attività sono bellicose, mai innocenti. Tuttavia, poiché usano bambini e adolescenti, dobbiamo fare del nostro meglio per ridurre al minimo le vittime tra coloro che sono veramente innocenti. Date le dimensioni e la natura dell'attività di Gaza, il numero di vittime non sembra essere sproporzionato, ma in effetti, se emergessero prove affidabili che una persona di Gaza venga colpita quando non è coinvolta in ostilità pericolose, dovrebbero essere tratte delle lezioni al fine di migliorare le attività militari".
   In che modo Israele evita vittime civili? "Innanzitutto, chiariamo la nozione di 'civile'", prosegue Kasher conversando con il Foglio. "Non c'è spazio per la distinzione cruda tra i combattenti in uniforme militare e tutti gli altri che sono 'civili'. La distinzione è tra coloro che sono coinvolti in ostilità pericolose contro gli israeliani e quelli che non lo sono. Uno di Gaza che è presente non lontano dal confine non è così pericoloso o immediatamente pericoloso. L'esercito non agisce contro di lui usando fuoco letale. Una persona che è direttamente coinvolta in uno sforzo per distruggere la recinzione è pericolosa e potrebbe essere colpita. Non possiamo tollerare che una recinzione venga distrutta, perché non possiamo tollerare la libera circolazione degli abitanti di Gaza in Israele, tanto più che sono in numero di migliaia e arrivano sotto le bandiere del 'ritorno' in Israele. Si noti che l'unico modo per impedire a migliaia di persone di Gaza ormai in Israele di catturare israeliani e colpire le loro case comporterebbe numerose vittime tra gli infiltrati. Preferiamo fermarli al confine, fuori da Israele, piuttosto che dentro al territorio israeliano. Minimizzare le perdite di infiltrati è una manifestazione del nostro principio di rispetto della dignità umana". Cosa rende unico l'esercito israeliano, anche a paragone con molti eserciti occidentali? "Bisogna parlare di due aspetti, uno relativo alla situazione attuale e un altro generale. Le pratiche di guerra sono condivise da tutte le democrazie occidentali, come Israele, Italia, Stati Uniti e Regno Unito. Tuttavia, solo le truppe israeliane sono schierate molto vicino ai centri di popolazione israeliana, alle città, ai villaggi, da un lato, e molto vicino alle forze e alla popolazione ostili di Gaza, d'altra parte. Si può ammirare il coraggio
"Se i palestinesi da Gaza entrassero in Israele ci sarebbero molte vittime fra gli infiltrati. Così dobbiamo fermarli al confine".
e l'integrità professionale delle truppe americane o europee che combattono in Afghanistan, ma non combattono nelle vicinanze delle loro case e dei loro concittadini. In secondo luogo, e non meno importante, l'etica militare israeliana è diversa da quella di ogni altra forza militare del mondo democratico. Tra i valori israeliani ne abbiamo due che sono unici. Uno è la santità della vita umana, dei cittadini di Israele, dei soldati e dei nemici non combattenti. Uccidi una persona solo se è necessario farlo. Un secondo è chiamato 'purezza delle armi', che significa purezza morale dell'uso delle armi o semplicemente limitazione dell'uso della forza. Coinvolge la distinzione tra persone pericolose e altre, tra la popolazione nemica, considerazioni di proporzionalità quando rilevanti, e si basa sull'idea generale di cercare di minimizzare le calamità della guerra. In generale, ci fidiamo degli standard dei nostri comandanti. Abbiamo buone ragioni per presumere che le loro attività siano etiche, morali e legali. Tuttavia, facciamo molto più che istruire comandanti e truppe. Introduciamo metodi professionali e organizzativi che hanno lo scopo di elevare gli standard etici e morali dell'attività. Un esempio è l'unità indipendente di esperti in 'Operation Research', che ha il compito di trovare il modo migliore di condurre un'operazione programmata di uccisione mirata, dove 'migliore' significhi non solo in termini di probabilità di colpire il terrorista designato, ma anche nel senso di minimizzare il danno collaterale. Quindi gli standard dell'operazione non sono solo quelli dei piloti, che sono molto alti. Un altro esempio è visto in ogni battaglione da combattimento. Uno degli ufficiali dello staff del comandante è un 'ufficiale della popolazione', il cui compito è quello di aiutare i comandanti a minimizzare i danni a persone non pericolose in una zona di battaglia".
   La manipolazione mediatica, politica e intellettuale è stata in grado di trasformare l'esercito israeliano in un simbolo di sopruso, di occupante, di bullo contro chi resiste a mani nude. "Poniamo la domanda in modo diverso: quante manifestazioni hanno avuto luogo in Europa negli ultimi due o tre anni in solidarietà con i palestinesi e quante ce ne sono state in solidarietà con la popolazione siriana che è stata vittima di numerose atrocità, compreso l'uso di sostanze chimiche? I governi hanno interessi locali e internazionali da servire. Le folle hanno sentimenti crudi e affiliazioni politiche da manifestare, sullo sfondo di un'intera industria di bugie gestite dai palestinesi con l'aiuto, deliberato o non intenzionale, di parti della stampa.
"I media occidentali non sono affatto i guardiani della verità, ma collaborano spesso all'industria palestinese delle menzogne".
Non sono i guardiani della verità, della giustizia e della libertà. Per quanto la stampa e le folle non abbiano un effetto pernicioso immediato sulle attività governative o sul benessere degli ebrei, non possiamo ignorare l'atteggiamento ostile nei nostri confronti. L'antisemitismo è un ingrediente dell'atteggiamento ostile. Ci sono chiare espressioni antisemite in Hamas, ma il leader del partito laburista del Regno Unito conta i leader di Hamas tra i suoi amici. Combattere l'antisemitismo è un dovere di ogni persona decente e dello stato di Israele".
   Da più di vent'anni, Asa Kasher lavora all'etica militare israeliana. Che bilancio trarre? "Beh, l'orgoglio non è una virtù, giusto?", conclude il filosofo israeliano con il Foglio. "Tuttavia, sono stato felice di vedere che il codice etico, inclusi i valori unici della 'vita umana' e della 'purezza delle armi', così come i classici valori etici militari, sono comunemente implementati dai comandanti e dalle truppe. Nella misura in cui il mio lavoro ha influenzato il comportamento degli israeliani in uniforme, sono lieto di sapere che implementando il codice etico molte vite sono state risparmiate, sia dei combattenti israeliani sia dei non combattenti palestinesi. E' difficile allora resistere alla tentazione di essere orgogliosi".

(Il Foglio, 14 aprile 2018)


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