L'Eterno è un Dio geloso e vendicatore;
l'Eterno è vendicatore e pieno di furore;
l'Eterno si vendica dei suoi avversari,
e serba il cruccio per i suoi nemici.
L'Eterno è lento all'ira, è grande in forza,
ma non tiene il colpevole per innocente.
Nahum 1:2-3  

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Salmo 124




























Gaza: l'Egitto prolunga di due mesi l'apertura di Rafah

Dopo lo sblocco record per il Ramadan

IL CAIRO - L'Egitto ha deciso un prolungamento di due mesi dell'apertura del valico di Rafah, già aperto per oltre un mese in occasione del Ramadan. Lo riferisce una fonte del passaggio di frontiera con la Striscia di Gaza.
   L'apertura in occasione del mese del digiuno islamico, terminato la settimana scorsa, è stato il più lungo periodo di transito ininterrotto al valico dal 2013. Le precedenti aperture, consentite da allora ogni due o tre mesi, erano state infatti solo di pochi giorni.
   Secondo la fonte, in linea con vari media, è stato deciso che l'apertura venga prolungata fino all' Eid al-adha, la ''festa del sacrificio'' che quest'anno inizia tra il 21 e 22 agosto.
   Il valico è il principale collegamento tra la Striscia di Gaza e il mondo esterno e l'unico non controllato da soldati israeliani, oltre che un termometro dei rapporti fra il Cairo e Hamas, al potere nella striscia. Ogni giorno stanno transitando per il valico, nei due sensi, tra i 400 e i 600 palestinesi, ha riferito ancora la fonte.
   L'apertura solo col contagocce del valico era stata decisa dall'Egitto per contrastare infiltrazioni terroristiche provenienti da Gaza e dirette al Sinai dove e' in corso dal 2013 una guerra a bassa intensità che le forze armate egiziane sembrano ormai sul punto di vincere contro la branca egiziana dello Stato islamico.
   La situazione si è creata dopo che l'attuale presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi - allora comandante in capo delle Forze armate egiziane - nell'estate 2013 aveva guidato un rivolta popolar-militare contro i Fratelli musulmani, da una cui costola e' nato il movimento di Hamas che controlla la Striscia.
   La Confraternita era andata al potere in Egitto con le elezioni del 2012 ma era stata cacciata l'anno dopo. Il blocco egitto-israeliano di Gaza era cominciato con l'avvento di Hamas nel 2007.

(ANSAmed, 19 giugno 2018)


"Ebrei in America". Balagan Cafè nel segno di Leonard Bernstein e Philip Roth

Philip Roth
FIRENZE - Una serata all'insegna del ricordo e della celebrazione di grandi personaggi ebrei dalla musica alla letteratura. E' quella in programma giovedì 21 giugno in Sinagoga a Firenze, nell'ambito di un nuovo appuntamento con il "Balagan Cafè", la rassegna cultural-gastronomica organizzata dalla Comunità ebraica di Firenze in collaborazione con Comune di Firenze e Regione Toscana.
  Conversando con Elèna Mortara Di Veroli "Ebrei in America: 100 anni di Leonard Bernstein e l'inizio dell'assenza di Philip Roth" è il titolo della serata che si aprirà con l'incontro con Elèna Mortara Di Veroli, studiosa e docente di letteratura americana all'Università di Roma. Alle 20,30 l'assessore alla cultura della Comunità Ebraica di Firenze Laura Forti dialogherà con la docente a partire dalla recente scomparsa di Philip Roth di cui Mortara Di Veroli ha curato il primo Meridiano Mondadori a lui dedicato con l'obiettivo di presentare l'opera di Roth alle nuove generazioni, offrendo informazioni preziose e inedite anche a chi di Roth è già lettore appassionato.
  A seguire (ore 21,30) il concerto di Faye Nepon (voce) e Marco Rapetti (pianoforte) dedicato a "Musical e i compositori ebrei americani" a 100 anni dalla nascita di Leonard Bernstein e a 75 dal debutto di "Oklahoma", musical di Rodgers e Hammerstein. La cantante americana propone un vasto repertorio vocale che include oltre al jazz, al musical americano e alla canzone italiana, le multiformi espressioni del canto ebraico, da quello ashkenazita, sefardita e italiana alla più giovane musica ebraica israeliana e statunitense. Incontro e concerto sono ad ingresso gratuito.
  Apericena e visite in Sinagoga Come da tradizione a precedere incontro e concerto è l'apericena che in quest'occasione sarà "Ameryiddish", un mix tra prelibatezze della cucina ebraica e americana preparate da Ruth's Kosher Restaurant (ore 19,30 - offerta consigliata 10 euro). Durante la serata sarà possibile effettuare visite guidate in Sinagoga alle ore 20,45 (costo 6,50 euro). La serata è realizzata con i fondi 8xmille dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane. Programma completo e info su www.balagancafe.it www.firenzebraica.it www.jewishtuscany.it
  Informazioni e prenotazioni sinagoga.firenze@coopculture.it, 55 2346654 o 055 2466089.

(agenziaimpress.it, 19 giugno 2018)


Sul confine con Gaza Israele difende la sua esistenza

È inaccettabile che si chieda allo Stato ebraico di non reagire ai tentativi di invasione di centinaia di terroristi che si nascondono dietro donne e bambini. Non sono manifestazioni pacifiche ma operazioni pianificate per portare la violenza e il terrore.

di Fiamma Nirenstein

In tanti anni di guerra su Israele, in verità raramente mi sono trovata così innervosita dall'atteggiamento dei media e dei politici europei, come nella reazione delle prime pagine, sul trasferimento dell'ambasciata americana a Gerusalemme e sulla cosiddetta "strage" o meglio "massacro" di palestinesi sul confine di Gaza.
   Intanto, cos'è una strage? O perfino un "massacro'" legato a un "genocidio" come ha detto quell'inqualificabile dittatore turco che è Tayyp Erdogan? "Un massacro è una situazione" ha scritto il giornalista Ron Ben Yshai, Premio Israele "in cui le vittime inermi sono completamente alla mercè della parte più forte, che li uccide approfittando della loro impossibilità di cambiare il loro fato". Tutto il contrario di quello che è successo: qui le vittime sono state spedite all'assalto del confine dall'organizzazione terrorista Hamas, organizzate, spesso con pagamenti in denaro o con ordini di squadra, o con un desiderio islamista di martirio, con lo scopo di uccidere i nemici israeliani dopo averne sfondato il confine nazionale con la violenza, e con gruppi armati al centro dello scontro. 24 dei 50 uccisi erano guerrieri di Hamas. Ma i giornali di tutto il mondo, quanto banalmente e con volontaria ignoranza, hanno adorato ironizzare, sanzionare, lacrimare sulla doppia immagine da una parte di Ivanka Trump che elegante e felice svelava la targa nella nuova dell'ambasciata a Gerusalemme nel quartiere di Arnona, e dall'altra la grande battaglia spontanea, le donne, i bambini che nella lotta per la loro terra e nella fame indotta da Israele (che dal 2007, ritiratasi completamente da Gaza, ha solo cercato di seguitare a dare aiuto umanitario contenendo tuttavia il terrorismo assassino che promana dalla Striscia) marciavano in una manifestazione civile, esprimendo pacificamente il loro dissenso verso Israele per una politica che li discrimina, e anche verso Trump per aver deciso di trasportare l'ambasciata a Gerusalemme. Un sacco di bugie, una facile equazione di immagini che non c'entrano nulla l'una con l'altra, un volontario fraintendimento delle intenzioni di un'organizzazione che opprime la sua popolazione fino a farla morire di fame per la sua scelta bellicistica che ha impedito qualsiasi sviluppo e anche qualsiasi investimento da ogni parte, anche da parte europea. Chi va a investire a Gaza, nelle mani di Ismail Hanje e di Sinwar? La garanzia è che gli investimenti finiscano in missili e mitra, in allenamenti militari e in educazione all'uso della violenza. E che niente vada in tecnologia, case, cibo, acqua, ospedali... Persino Abu Mazen ha smesso di finanziare Gaza temendo che Hamas usi i suoi soldi contro di lui.
   La scelta dell'ambasciata a Gerusalemme, senza ora entrare di nuovo nei particolari, è una scelta storica e di verità che conferisce al popolo ebraico il riconoscimento al medesimo diritto che hanno tutti i popoli, quello a designare la loro capitale. Il che, per altro, era già avvenuto dalla fondazione dello Stato e, nel cuore del mondo ebraico, da sempre, anche nella diaspora. La scelta di Donald Trump restituisce realtà a una contesa che oggi è disegnata sullo status quo e domani potrebbe voler dire chissà quale arrangiamento in città fra le due parti: questo Trump l'ha detto, auspicando possibili future trattative, anzi, spingendole. Intanto, la capitale, dove si trova la Knesset, il Governo, la Corte Suprema, la storia intera da David in avanti, è riconosciuta. E basta.
   Ma Hamas non ha mandato quarantamila persone a sfondare il confine per questo: la sua battaglia è esistenziale, già il 30 marzo altri morti avevano punteggiato i soliti scontri, la solita guerra contro gli ebrei e per prendere la leadership del mondo palestinese, oltre che per ricordare al mondo arabo di sostenere Hamas e per riaffermare la propria natura islamista belligerante punteggiata di Shahid e ricordare all'Occidente che essi devono essere tradotti nella ideologia corrente in "combattenti per la libertà".
   È ridicolo ma vero: il Sud Africa, che ha protestato duramente e ritirato l'ambasciatore, ha chiesto a Israele di uscire a Gaza. Peccato che ne sia uscito dieci anni fa, e con quale risultato glorioso! Erdogan accusa Israele di genocidio, mentre elimina sistematicamente i curdi. Gli europei, che sparano ai loro terroristi senza problemi, accusano Israele quando ferma le loro masnade esplicite sul confine.
   I manifestanti erano in buona parte uomini di Hamas che dirigevano la folla armati; un drappello di otto carichi di esplosivo è stato fermato mentre con le cesoie si avvicinava al recinto; i giovani che hanno cercato di sfondarlo avevano in genere bombe molotov, cesoie, coltelli e spesso anche armi da fuoco. Gli altri, bruciando i copertoni che in una specie di nemesi intossicavano anche loro, coprivano in una massa di donne e ragazzini i drappelli di Hamas. Se questi ultimi fossero entrati, avrebbero ucciso, esploso, avrebbero assalito i kibbutz, le auto, i passanti... poteva Israele permetterlo? No di certo. Poteva lasciare che cinquantamila manifestanti si accalcassero e sfondassero il confine? Certo che no.
   Hamas ha avuto una vittoria di carta: ha ottenuto che la carta e i teleschermi si riempissero delle sue immagini e che tutti i corrispondenti stranieri cascassero nella trappola dei morti a fronte della festa dell'ambasciata. Che pacchia! Ma si sa che a sera gli uomini di Hamas dopo le pressioni dell'Egitto e avendo visto che la West Bank non li seguiva, sono andati a ordinare alla gente sul confine di tornare a casa e di restarci anche il giorno dopo. Adesso vedremo. La storia non è finita; non finisce mai, soprattutto quando un'organizzazione come Hamas, che giura di uccidere tutti gli ebrei e di distruggere l'Occidente, mentre tiene il suo popolo in uno stato di fame e di sete, viene esaltata dall'Occidente come un eroe.
   Le reazioni diplomatiche non sono state tuttavia quelle che Hamas sperava: viviamo un'epoca in cui il mondo sunnita tiene più a Israele come alleato contro l'Iran che a Hamas che ne è intimo amico. Ha certo condannato, ma quasi doverosamente, senza enfasi. Per ora, i leader di Hamas stentano a dare un significato e un seguito alla saga di tutti quei morti. La sua leadership è solo feroce, non abile. Solo l'Europa sembra cadere sempre nella sua trappola pseudo umanitaria.

(Shalom, maggio-giugno 2018)


Paul, 80enne in bicicletta sulla strada Berlino-Londra che lo salvò dai nazisti

Era tra i bimbi rifugiati in Regno Unito: ringrazierò il principe. Alexander aveva 19 mesi, la madre lo affidò a una sconosciuta che lo portò in Inghilterra.

di Francesco Giambertone

 
Paul Alexander davanti a una statua commemorativa del "Kindertransport" , vicino alla stazione ferroviaria di Friedrichstrasse a Berlino
A vederli abbracciati nelle loro tutine da bici, caschetti in testa e occhiali da sole, tutti sorridenti per una foto a Friedrichstrasse, potevano sembrare un gruppo di ciclisti qualunque. Invece quei 42 patiti della bicicletta riuniti sotto il cielo della capitale tedesca erano lì per cominciare un viaggio unico nella Storia e nella memoria. Partiti domenica dal cuore di Berlino, pedaleranno per sei giorni e oltre mille chilometri per raggiungere Londra. Non (solo )per il gusto dell'impresa sportiva, ma per il significato di quel viaggio.
   È il viaggio di una vita, quella di Paul. E di altre diecimila. Le vite dei bambini che il «Kìndertransport», il programma di trasporto per minori non accompagnati approvato nel 1938 dal governo Chamberlain, salvò dagli orrori del nazismo facendoli rifugiare in Inghilterra (a spese della comunità ebraica). Tra loro c'era il piccolo Paul Alexander, che oggi - a 79 anni da quella fuga in treno, quand'era poco più che un lattante - percorrerà in bicicletta il viaggio che gli salvò la vita.
   «È la mia risposta a Hitler - racconta al Corriere da Hannover, traguardo della seconda tappa - e un modo per celebrare la mia vita: mi sono sposato, ho lavorato, ho avuto una bella famiglia. Sono stato fortunato». E diventato padre di tre bambini, poi nonno di altri nove. Con lui e altre 39 persone - tutti parenti di quei bambini salvati - ci sono anche un figlio e un nipote, Nadav e Daniel: «Quest'avventura ha anche un valore educativo per loro». Vivono tutti in Israele, dove Paul ha costruito la sua carriera da avvocato. Un'esistenza che il nazismo voleva negare e che un treno, sua madre e un'infermiera sconosciuta resero possibile quasi 80 anni fa.
   L'inferno era arrivato nella Notte dei cristalli, tra il 9 e il 10 novembre del '38: i nazisti deportarono e uccisero centinaia di ebrei tra Germania, Austria e Cecoslovacchia. Suo padre Alfons fu rinchiuso nel campo di concentramento di Buchenwald. Sua madre Eva, che di bambini ne aveva già persi due, entrambi durante il parto, per salvare la vita al piccolo Paul avrebbe fatto qualunque cosa. Si straziò per mesi, poi si decise: a luglio del 1939, quando il bimbo aveva un anno e mezzo, alla stazione di Lipsia lo mise tra le braccia di una volontaria, su un vagone diretto in Inghilterra. «La vera eroina di questa storia è mia mamma: immaginate quanto sia difficile accettare l'idea che potresti non rivedere più tuo figlio», spiega l'ottantenne. Non andò così: little Paul, arrivato nel Regno Unito passando da Berlino, fu affidato alla famiglia del benefattore Harry Jacobs, che lo crebbe per tre anni anche grazie ai fondi del World Jewish Relief, un'associazione di mutuo aiuto della comunità ebraica. Fin quando gli Alexander riuscirono a riunirsi: il padre era stato liberato da Buchenwald, la madre si era finta una ricca nobile per lasciare la Germania a bordo di un treno di prima classe quattro giorni prima che scoppiasse la guerra.
   «Dopo il ricongiungimento ho avuto un'esistenza felice. La devo ai miei genitori e al governo inglese, l'unico che ebbe un'iniziativa del genere». Al telefono, dopo 297 chilometri pedalati in due giorni, oggi Alexander racconta che «è la corsa più tosta che abbia mai fatto, ma sta andando alla grande». Ciclista da sempre, si è allenato duramente per due mesi. «Ho scoperto di questa commemorazione ad aprile dell'anno scorso e ho pensato: la farò, devo farla». Venerdì all'arrivo a Londra troverà tutta la famiglia ad attenderlo. Poi tornerà in Israele, dove vivrà un'altra settimana incredibile. «II principe William verrà in visita di Stato: ha voluto incontrarmi, gli racconterò la mia storia al museo dell'Olocausto di Gerusalemme». In confronto al resto, per Paul sarà una scampagnata.

(Corriere della Sera, 19 giugno 2018)


Spiava per l' arcinemico Iran: arrestato ex ministro israeliano

Gonen Segev, in passato al governo con Rabin e Peres, si è recato anche a Teheran: preso in Guinea Equatoriale. Il suo voto alla Knesset fu decisivo per la ratifica degli accordi di Oslo con i palestinesi.

di Guido Olimpio

Gonen Segev
Ha spiato per il nemico più duro di Israele: l'Iran. Ha mantenuto contatti con agenti iraniani all'estero. Accuse gravi che ne hanno determinato l'arresto in Guinea Equatoriale e l'espulsione verso Israele dove lo hanno messo in cella. È questa la parabola di Gonen Segev, ex ministro israeliano dalla vita spericolata. Troppo spericolata.
   La storia del politico è piena di sorprese, con mosse ad effetto e cadute rovinose. Laureato in Medicina, 62 anni, pediatra, capitano dell'aviazione - ormai congedato -, Segev era entrato nel Parlamento israeliano nel 1992 nelle file del partito Tzomet del famoso Rafi Eitan. Poi si era staccato conquistando una certa notorietà in quanto il suo voto alla Knesset fu decisivo per la ratifica degli accordi di Oslo con i palestinesi. Per un paio di anni ha guidato il dicastero dell'Energia, con premier Rabin e Peres , quindi è tornato alla vita privata e ai suoi affari. Non sempre puliti. Nel 2004 resta impigliato in una vicenda di stupefacenti. E arrestato per aver cercato di contrabbandare dall'Olanda 32 mila pillole di ecstasy: finisce in galera ed esce per buona condotta nel 2007. Impossibilitato a esercitare la professione di medico parte e si trasferisce in Nigeria. E qui che inizia la seconda parte delle sua avventura.
   Attorno al 2012 - secondo quanto rivelato dalla sicurezza interna, lo Shin Bet - bussa alla porta dell'ambasciata iraniana. Il contatto lo porta nelle braccia degli 007 di Teheran che lo arruolano. Lui sosterrà che sono stati gli ex nemici ad agganciarlo con la scusa di acquistare materiale sanitario, una possibilità di lavoro che ne ha aperta una più intrigante. Segev, sempre in base alle accuse, allarga il suo network cercando di carpire informazioni ad altri uomini d'affari israeliani invitati in Africa. Raccoglie dati sul settore energetico, sulla difesa, su personaggi e siti sensibili. Per portare avanti la sua missione si reca almeno un paio di volte in Iran, ha «appuntamenti» con i «gestori» khomeinisti all'estero, usa sistemi di comunicazione criptati. Una talpa a tempo pieno, probabilmente mossa dal desiderio di denaro.
   Alla metà di maggio raggiunge la Guinea Equatoriale, forse per un altro incontro, ma lo stanno aspettando. La polizia locale lo ferma e lo rispedisce a Gerusalemme. Ora sarà interessante capire quanto danno ha provocato: per ovvie ragioni alcune parti del suo dossier sono coperte dal segreto.

(Corriere della Sera, 19 giugno 2018)


Galilea, un antico torchio per vini in una riserva idrica

Acqua e vino per la prima volta insieme: la scoperta, avvenuta nel Parco Nazionale di Tzippori, risale al IV secolo dopo Cristo...

di Salvo Cagnazzo

 Perché se ne parla
 
Parco Nazionale di Tzippori
  Sembra risalire al periodo bizantino quell'antico torchio trovato nello scavo di un serbatoio d'acqua, scoperto due settimane fa nel Parco Nazionale Tzippori, nella regione centrale della Galilea. Gli scavi, guidati dall'Autorità per la Natura e per i Parchi di Israele, si sono svolti in un antico serbatoio d'acqua profondo 3,5 metri, con un soffitto che poggia su cinque archi risalenti al periodo romano. "Questa è la prima volta che abbiamo trovato un torchio per vini in un luogo precedentemente utilizzato come riserva d'acqua. Probabilmente i proprietari dei vigneti hanno pensato che fosse una posizione comoda in quanto vicino alle loro vigne", ha detto al servizio stampa Tazpit il Dr. Zvika Zuk, capo archeologo dell'Autorità per la Natura e i Parchi di Israele. Secondo i ricercatori, il serbatoio d'acqua fu adattato a un torchio nel IV secolo d.C.

 Perché andarci
  Il Parco Nazionale Tzipori, nota nell'antichità anche come Sepphoris e Diocesarea, si trova nella bassa Galilea, a ovest di Nazareth. Questo comprende molti resti dell'antica Tzipori, tra cui bellissimi mosaici, antiche costruzioni e un sistema idrico. Sono tutte tracce archeologiche di epoche diverse: greca, romana, bizantina, crociata, araba e ottomana. Una delle attrazioni più famose è il mosaico di Monnalisa. Ma qui di mosaici se ne contano oltre sessanta, databili tra il III e il VI sec d.C.

 Da non perdere
  Da ammirare anche i mosaici dedicati a Dioniso della grande villa di epoca romana (III secolo d.C.), quelli con motivi floreali e immagini di eroi e divinità che adornavano un edificio pubblico del V secolo d.C. (tra cui proprio quella della Monnalisa), nonché quelli della sinagoga risalente al V-VI secolo d.C, con immagini di personaggi della Bibbia, lo zodiaco, il sacrificio davanti al Tempio di Gerusalemme e scritte in ebraico.
Nel parco archeologico di Zippori sono presenti ,inoltre, un teatro romano della capienza di 4.500 posti, in parte ristrutturato, e la fortezza crociata ricostruita nel XVIII secolo, da dove ammirare il bellissimo paesaggio circostante.

 Perché non andarci
  In Israele atti terroristici ai danni di turisti e pellegrini si sono verificati raramente. Ma si raccomanda comunque di tenere alta l'attenzione e di evitare gli assembramenti.

 Cosa non comprare
  Ceramiche e pietre, oggetti sacri e spezie colorate, prodotti wellness a base dei sali del Mar Morto e libri: trovare un souvenir sbagliato è davvero difficile. Un solo consiglio: quando passate dal centro, se non volete essere assaliti dai venditori ambulanti, quelli che vanno in giro con monili in mano, evitateli.

(Turismo.it, 19 giugno 2018)


Attacco aereo in Siria: accuse su Israele. Messaggio dirompente a Teheran?

Inizialmente attribuito agli Stati Uniti, l'attacco aereo che domenica ha colpito una base di milizie legate all'Iran al confine tra Siria e Iraq oggi viene unanimemente attribuito all'aviazione israeliana

L'attacco aereo che domenica notte ha colpito la base di al-Harra - al confine tra Siria e Iraq - e che ha lasciato sul terreno almeno 50 vittime, attacco del quale inizialmente sono stati accusati gli Stati Uniti, sarebbe stato in realtà effettuato da Israele, almeno secondo l'Iraq, secondo il governo siriano e persino secondo un alto funzionario della Casa Bianca citato dalla CNN.
I fatti
Domenica notte un attacco aereo ha colpito la base siriana di al-Harra, al confine tra Siria e Iraq. Sebbene la base appartenga al Governo siriano sarebbe in realtà gestita dall'Iran e ospita un certo numero di miliziani sciiti iracheni e di militari iraniani. Inizialmente Damasco ha accusato la coalizione a guida americana dell'attacco ma sin da subito da Washington sono arrivare secche smentite. Ieri il dito è stato puntato su Israele che, anche secondo un funzionario americano sentito dalla CNN, avrebbe condotto l'attacco aereo che ha lasciato sul terreno almeno una cinquantina di vittime tra miliziani sciiti iracheni e militari iraniani....

(Rights Reporters, 19 giugno 2018)


«Hamas pronta a colpire Tel Aviv e Gerusalemme»

Une rete del terrore impegnata nell'organizzazione di attentati in Israele è stata scoperta a Nablus, in Cisgiordania, dallo Shin Bet, che ha arrestato una ventina di militanti di Hamas. Si tratta di una cellula terroristica, ha affermato l'intelligence israeliana, «di ampiezza straordinaria». Gli arresti sono avvenuti alla fine di aprile, ma «dagli interrogatori successivi è emerso che la rete voleva piazzare bombe nelle città che si trovano nel centro di Israele e nel nord della Cisgiordania. Nel mirino vi erano, tra gli altri obiettivi, Tel Aviv e Gerusalemme».

(il Giornale, 18 giugno 2018)


Genova - Nuovo volo per Israele

L'aeroporto "Colombo" cresce

Israir, seconda compagnia aerea israeliana e quella in più forte espansione, è la prima a lanciare un volo diretto Tel Aviv-Genova. Quest'anno il vettore opererà un volo settimanale al sabato, utilizzato dai turisti in visita nella città ligure, ma anche dai crocieristi di Msc Crociere, che ha a Genova il suo homeport. «Siamo felici di aprire una nuova rotta che consentirà ai turisti in arrivo da Israele di visitare Genova e i suoi dintorni, ma che renderà anche più semplice il viaggio per i viaggiatori che vorranno scoprire Israele, dove il numero di visitatori italiani è in costante crescita», dichiara Gil Stav, direttore Marketing e vendite di Israir. «La presenza di visitatori israeliani a Genova continua a crescere costantemente - dice Elisa Serafini, assessore comunale al Marketing territoriale -. Negli ultimi mesi abbiamo lavorato con le istituzioni israeliane per sviluppare accordi di collaborazione e partnership culturali: da questo autunno Israele sarà l'ospite d'onore del Festival della Scienza». «Siamo estremamente soddisfatti dell'avvio di questo volo e siamo grati a Israir per avere deciso di investire sul nostro territorio - dice Paolo Odone, presidente dell'Aeroporto di Genova -. Siamo certi che Genova attrarrà sempre più visitatori da Israele».

(la Repubblica - Genova, 18 giugno 2018)


L'apertura dei tifosi sauditi: "Un’amichevole con Israele"

È il Mondiale delle sorprese. Argentina e Brasile che impattano rispettivamente con Islanda e Svizzera. La Germania detentrice del titolo che affonda con il Messico. Ma le sorprese, come spesso accade, arrivano anche fuori dal campo.
   "Una partita amichevole con Israele. Perché no?". Parole che pesano se a pronunciarle sono dei tifosi dell'Arabia Saudita, raggiunti dalla televisione israeliana a poche ore dall'incontro inaugurale con la Russia. Lo stato d'animo, alla vigilia del match, era senz'altro euforico. Magari gli stessi tifosi, poche ore dopo, con cinque reti incassate dai padroni di casa, non si sarebbero neanche fermati davanti alle telecamere. Resta però il fatto. Ed è un piccolo-grande miracolo sportivo, ancor più sorprendente perché realizzatosi a breve distanza da alcune affermazioni del portavoce del ministero israeliano agli Affari Esteri Emmanuel Nahshon.
   "Oggi iniziano i Mondiali - aveva twittato il 14 giugno mattina - ed è un grande momento per tutti gli appassionati di calcio un po' ovunque. La nostra nazionale non ci sarà: siamo la startup nation, ma prendere a calci un pallone è un'altra cosa. Un grande in bocca al lupo ai nostri vicini". Dove per vicini, forzando un po' il concetto, oltre all'Egitto effettivamente confinante si intendeva proprio l'Arabia Saudita. Le bandiere dei due paesi a condire questo messaggio zuccherino intriso naturalmente di valutazioni e comuni sentimenti geopolitici. Incluso il fermo fronte comune contro l'Iran, alla cui tifoseria comunque il premier Benjamin Netanyahu ha rivolto un augurio in lingua farsi prima della partita con il Marocco.
   "È calcio, non è politica. Io ci sto" ha detto un tifoso saudita. E un altro si è spinto oltre, augurandosi "le migliori relazioni e un futuro di pace e fratellanza tra i due paesi".
Per il calcio israeliano, ancora ferito dalla cancellazione dell'incontro amichevole con l'Argentina, un grande assist per spingere sull'acceleratore. Israele-Arabia Saudita, adesso si può.

(moked, 18 giugno 2018)


L'economia di Israele verrebbe danneggiata dalla guerra commerciale Usa-Cina

GERUSALEMME - I dazi imposti dall'amministrazione statunitense su una serie di beni cinesi potrebbero colpire duramente l'economia israeliana. Lo affermato oggi un editoriale del quotidiano israeliano "Jerusalem Post". Israele esporta circa il 30 per cento del suo Prodotto interno lordo (Pil) in beni e servizi, secondo i dati della Banca mondiale. Si tratta di una percentuale molto più alta di quella di Stati Uniti e Cina, evidenzia "Jerusalem Post", e qualsiasi guerra commerciale punterebbe direttamente a quei prodotti. Se, quindi, il commercio mondiale dovesse diminuire, il nuovo "ordine" danneggerà soprattutto paesi come Israele, ovvero Stati con una piccola economia ma una grande percentuale di esportazioni in Pil, prosegue l'analisi. In un'intervista a "Jerusalem Post", Alex Zabezhinsky, economista della società di investimenti Meitav Dash, ha dichiarato che "Israele, in quanto economia aperta che importa quasi tutti i tipi di materiali rari, beni di consumo e beni intermedi per l'industria, potrebbe farsi male a causa dell'aumento dei prezzi d'importazione".

(Agenzia Nova, 18 giugno 2018)


Un popolo dalla dura cervice ma ben istruito

Israele occupa i primi posti nelle classifiche mondiali per qualità delle università e per numero di nuovi brevetti.

di Luca D'Ammando

 
Una società riesce a essere dinamica e innovativa quando lo è il suo sistema d'istruzione. E Israele, sotto questo punto di vista, è all'avanguardia. Lo dicono chiaramente i numeri. Da ultimi quelli dell'Ocse, che ha inserito Israele al terzo posto nella sua classifica dei paesi più istruiti al mondo.
   L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ogni anno misura il livello di istruzione di un paese in base alla percentuale di abitanti, tra i 25 e i 64 anni, che hanno conseguito una laurea. E nel 2016 in Israele questa percentuale era al 49,9%, superata solo dal Canada (56,27%) e dal Giappone (50,5%). Per rendere meglio l'idea, nello stesso periodo l'Italia era appena al 35esimo posto, con il 18% di laureati.
   Anche le università israeliane compaiono nelle classifiche delle migliori al mondo: nel 2017, l'Academic Ranking of World Universities (Arwu) inseriva il Technion di Haifa al 93o posto, e al 44o tra le migliori per le scienze e la matematica. Se i poli universitari israeliani sono diventati così fortemente attrattivi per studenti di numerosi Paesi è anche grazie alla cultura ebraica profondamente imperniata sulla coltivazione dello studio, oltre alla conseguenza di una serie di contingenze nel lungo processo di costruzione della sua nazione che hanno costretto lo stato israeliano a concentrarsi sulla ricerca per sopperire alla carenza di risorse naturali e alle necessità di difesa.
   A tutto questo si aggiunge un ulteriore aspetto di eccellenza: il maggior numero di documenti scientifici pro capite pubblicati rispetto a qualsiasi altra nazione con un ampio margine, nonché uno dei più elevati tassi pro capite di brevetti depositati. Più importante, il 4,5% del Pil israeliano è destinato alla ricerca e allo sviluppo, la più alta percentuale d'occidente.
   Qualche tempo fa l'Economist tentò di indovinare attraverso uno studio dove sarebbe meglio vivere nel 2030: Israele finì al ventesimo posto, prima di Regno Unito, Francia, Italia e Giappone. D'altra parte lo stato israeliano è un focolaio di attività hi-tech, con il più alto investimento pro capite del mondo in start-up, come confermato anche dal World Competitive Global Competitive Index, che vede Gerusalemme come la terza realtà più innovativa al mondo. Questo perché l'economia del Paese si fonda sull'innovazione e sulla tecnologia. Negli ultimi dieci anni Israele si è trasformato in una piccola Silicon Valley del Medio Oriente.
   Nell'ultimo trimestre del 2017 le imprese ad alta tecnologia hanno attirato capitali per 4,8 miliardi di dollari e nel 2016 gli investimenti sono cresciuti del 40 per cento. Si è creata così una costante richiesta di persone laureate in materie scientifiche e tecnologiche (il tasso di disoccupazione è al 4,8%, il dato più basso degli ultimi trent'anni). Se a settant'anni dalla sua nascita Israele è una realtà in continuo sviluppo, aperto alla tecnologia, alla ricerca e all'innovazione, molto merito va a un sistema d'istruzione che è un modello per tutto l'Occidente.

(Shalom, giugno-luglio 2018)


Hezbollah usa l'aeroporto di Beirut per contrabbando di armi e droga

WASHINGTON - Secondo un articolo del "Washington Times", il Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane (Irgc) è stato autorizzato a utilizzare l'aeroporto internazionale di Beirut Rafiq Hariri come base operativa del movimento sciita Hezbollah. Il rapporto afferma che l'Irgc sta svolgendo ruoli di primo piano in molte delle guerre in corso in Medio Oriente, come in Siria, Yemen e Iraq. Si legge, inoltre, che l'aeroporto viene utilizzato per facilitare il contrabbando di droga e armi e anche per consentire ai combattenti filo-iraniani di attraversare altri paesi. Avere l'Hezbollah filo-iraniano incorporato nella struttura politica del potere libanese fornisce alle Guardie rivoluzionarie un facile accesso all'aeroporto internazionale di Beirut. L'ingerenza dell'Iran, secondo il quotidiano, può essere fatta risalire al 1990, quando è stata istituita la Forza Quds.

(Agenzia Nova, 18 giugno 2018)


Razzi da Gaza, bombardamenti israeliani sui palestinesi

Resta elevata la tensione fra Gaza ed Israele, dopo che aquiloni e palloni incendiari palestinesi lanciati dalla Striscia hanno provocato diversi incendi nel Neghev.
Israele accusa inoltre il ferimento di 3 soldati. La reazione dell'aeronautica con la stella di David non si è fatta attendere e la scorsa notte ha colpito a Gaza nove obiettivi di Hamas, senza fare vittime.
Stamane ad Ashqelon, a sud di Tel Aviv, sono suonate ancora le sirene di allarme dopo che tre razzi erano stati lanciati da Gaza. Anche questi sono caduti senza provocare vittime.

(euronews, 18 giugno 2018)


L'antica Cesarea torna ai fasti del passato grazie ad investimenti sul turismo

A duemila anni dalla sua costruzione come principale porto della Regione, Cesarea si candida alla qualifica di principale sito archeologico di Israele. In questa località,visitata ogni anno da un milione di turisti, israeliani e stranieri, è stata inaugurata un'ulteriore attrazione: una passeggiata sulle mura erette nel 1251 in occasione della visita del re di Francia Luigi IX. I visitatori potranno aggirarsi nel mercato crociato e passare attraverso un tunnel segreto utilizzato durante gli assedi per garantire l'approvvigionamento della città con cibo e munizioni.
   "Cesarea rappresenta un modello particolare di successo fra i siti archeologici israeliani - ha spiegato Shaul Goldstein, direttore dell'Autorità israeliana per i parchi e la natura - Innanzi tutto perché qua i resti archeologici si sono preservati in maniera eccellente".
   Inoltre, nel parco archeologico di Cesarea sono attivi giorno e notte locali di ritrovo fra cui ristoranti, caffè, botteghe. Per la sua perfetta acustica e per la sua ubicazione in riva al mare anche il teatro romano richiama molte migliaia di spettatori in occasione di spettacoli musicali.
   Lo sviluppo delle attrazioni turistiche di Cesarea è sostenuto, oltre che dal governo israeliano e da altri enti, anche dalla Fondazione Edmond de Rothschild che nell'ultimo decennio ha investito 150 milioni di shekel, 40 milioni di euro. Il suo obiettivo, ha precisato la baronessa Ariane del Rothschild nella serata di inaugurazione della passeggiata, è non solo di incentivare il turismo, ma anche di rafforzare il tessuto sociale fra Cesarea e due città vicine. Mentre la prima si distingue per il suo elevato tenore di vita, nella ebraica Or Aqiva e nella araba Jisser a-Zarka vivono anche strati sociali popolari. Per Jisser a-Zarka viene adesso progettato un pittoresco porticciolo di pescatori che sarà collegato con una passeggiata sul mare al sito di Cesarea. A ridosso di Jisser a-Zarka sarà recuperato inoltre un breve tratto dell'acquedotto romano rimasto finora in abbandono.
   "La nostra visione - ha concluso Israel Hasson, direttore dell'Autorità israeliana per le antichità - è di restituire Cesarea ai suoi giorni di gloria, quando era un porto vibrante che offriva ai visitatori anche esperienze culturali".

(Travel Quotidiano, 18 giugno 2018)


Feriti nello sgombero di un insediamento illegale

Da ieri sera la polizia israeliana e la polizia di frontiera hanno sgomberato 13 case nell'insediamento illegale occidentale di Tapuach a Samaria. Gli edifici sono situati su terreni di proprietà dei palestinesi e devono essere demoliti per ordine del tribunale.
   Gli abitanti delle case sono già partiti senza resistere. Ma dopo, molti giovani si sono riuniti nell'insediamento per opporsi allo sfratto e scontrarsi con le forze di sicurezza israeliane. Diverse centinaia di poliziotti sono stati coinvolti nell'evacuazione degli edifici.
   I giovani si sono trincerati nelle case, hanno lanciato pietre e altri oggetti e versato candeggina sui poliziotti. Durante gli scontri, 11 poliziotti sono rimasti leggermente feriti; tra i manifestanti ci sono stati cinque feriti e sei di loro sono stati arrestati. Nel corso della giornata, le case saranno demolite.
   Il presidente della contea di Samaria Yossi Dayan ha invitato i ministri del governo a fermare lo sfratto e la demolizione delle case. "La maggior parte delle case sono già state trasferite in un'area che non fa parte dell'area controversa", ha affermato. "Non c'è motivo di continuare questo sfratto 'volontario'. Le famiglie, molte delle quali con molti figli, hanno bisogno di una casa. Hanno sofferto abbastanza nell'ultimo anno, nel periodo precedente allo sfratto programmato. Non può essere che il governo, che si presenta come un governo nazionale si coinvolga nella persecuzione di famiglie che hanno già investito nella delocalizzazione delle case. Ci sono migliaia di case arabe costruite illegalmente nella regione che non sono state bonificate a causa della "carenza di personale". Invito almeno i ministri a non demolire le case che sono state trasferite".
   "Sono sicuro che stamattina rimpiangerete la demolizione di un altro insediamento nella terra di Israele. Fermate questa ulteriore inutile distruzione", ha continuato.

(israel heute, 17 giugno 2018 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


Netanyahu: "L'Iran deve ritirarsi dalla Siria o agiremo"

Venti di guerra in Medio Oriente dopo le dichiarazioni del primo ministro a Gerusalemme

L'Iran "deve ritirarsi completamente" dalla Siria, sia dall'interno del paese sia dai suoi confini. Lo ha dichiarato oggi il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, durante la riunione settimanale del suo governo a Gerusalemme. Il premier ha informato il gabinetto dei suoi contatti telefonici avuti durante la scorsa settimana con il presidente russo, Vladimir Putin, e con il segretario di Stato degli Usa, Mike Pompeo. "Abbiamo discusso della regione, ovviamente facendo particolare attenzione alla Siria", ha affermato Netanyahu. Il capo del governo dello Stato ebraico ha, quindi, dichiarato che "in primo luogo, l'Iran deve ritirarsi completamente dalla Siria". Secondariamente, Israele "agirà per prevenire tentativi di consolidamento militare da parte dell'Iran e dei suoi alleati, sia ai confini della Siria sia all'interno del paese". A tal riguardo. Netanyahu ha avvertito: "Agiremo contro questo consolidamento ovunque in Siria".

(Agenzia Nova, 17 giugno 2018)



«Io sono in mezzo a voi come colui che serve»

Nacque poi una contesa fra loro per sapere chi di loro fosse reputato il maggiore. Ma Gesù disse loro: I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che hanno autorità su di esse son chiamati benefattori. Ma tra voi non deve essere così; anzi, il maggiore fra voi sia come il minore, e chi governa come colui che serve. Poiché, chi è maggiore, colui che è a tavola oppur colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve. Or voi siete quelli che avete perseverato meco nelle mie prove; e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate sui troni, giudicando le dodici tribù d'Israele.

Dal Vangelo di Luca, cap. 22

 


Al via il volo Genova-Tel Aviv

Ad accogliere i primi passeggeri in arrivo da Israele erano presenti Elisa Serafini, Paolo Odone e Bruno Gazzo, Presidente dell'Associazione per l'Amicizia Italo-Israeliana.

GENOVA - Israir, la seconda compagnia aerea israeliana e quella in più forte espansione, è la prima a lanciare un volo diretto tra Tel Aviv e Genova a partire da oggi. Quest'anno il vettore opererà un volo settimanale ogni sabato. Il volo sarà utilizzato dai turisti in visita nella città ligure, ma anche dai crocieristi di MSC Crociere, che ha a Genova il suo homeport.

 Tratte
  «Siamo felici di aprire una nuova rotta che consentirà ai turisti in arrivo da Israele di visitare Genova e i suoi dintorni ma rendere anche più semplice il viaggio per i viaggiatori che vorranno scoprire Israele, dove il numero di visitatori italiani è in costante crescita», ha dichiarato Gil Stav, Direttore Marketing e vendite di Israir.

 Rapporti
  Negli ultimi mesi il Comune di Genova ha lavorato fianco a fianco con la compagnia aerea per promuovere la città in Israele, anche offrendo al management del vettore un viaggio alla scoperta della città e delle sue bellezze. «La presenza di visitatori israeliani a Genova continua a crescere costantemente - dice Elisa Serafini, Assessore al Marketing territoriale del Comune di Genova - È un trend positivo che vogliamo supportare e promuovere a beneficio delle nostre attività commerciali, industriali e turistiche. Negli ultimi mesi abbiamo lavorato con le istituzioni israeliane per sviluppare accordi di collaborazione e partnership culturali: da questo autunno, Israele sarà l'ospite d'onore del Festival della Scienza».

 Visite
  Questi contatti hanno già dato a Genova una grande visibilità in Israele: lo scorso aprile una troupe di Keshet Channel, il principale canale televisivo israeliano, ha scelto Genova per le riprese di un episodio di "The Feed", il programma di cucina condotto da Michal Ansky, uno dei giudici di MasterChef Israele. Inoltre lo scorso fine settimana un gruppo di giornalisti israeliani ha scoperto le bellezze di Genova, dai Palazzi dei Rolli ai "caruggi", dalle botteghe storiche ai sapori della cucina genovese, incluso l'immancabile Pesto.

 Territorio
  «Siamo estremamente soddisfatti dell'avvio di questo volo e siamo grati a Israir per avere deciso di investire sul nostro territorio - conclude Paolo Odone, Presidente dell'Aeroporto di Genova - Oggi diamo il benvenuto ai primi viaggiatori in arrivo da Tel Aviv. Siamo certi che Genova attrarrà sempre più visitatori da Israele, anche grazie all'impegno del Comune nel promuovere il nostro territorio e grazie all'attrattiva delle crociere. Siamo certi che questo volo sarà solo il primo passo di una lunga e fruttuosa collaborazione con Israir».

(Genova.Post, 16 giugno 2018)


Israele: "Dagli operatori italiani risultati incredibili"

di Gaia Guarino

"In generale - spiega Mariagrazia Falcone, direttrice dell'ufficio stampa dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo - si sta registrando un andamento positivo già da dicembre e gli operatori stanno inanellando risultati incredibili".
"Inoltre - aggiunge Avital Kotzer Adari, Consigliere per gli Affari Turistici Ambasciata d'Israele - l'incoming dall'Italia nel periodo gennaio-maggio è aumentato del 41% rispetto al 2017 e dell'82% a confronto col 2016".

 Focus sul Negev
  Grande focus dell'ente per la stagione autunnale sarà il Negev, ma restano sempre in forte promozione anche i '2 cities 1 break' con destinazione Gerusalemme e Tel Aviv, una formula che piace molto agli italiani e sembra funzionare bene.
Anche durante giugno e luglio continueranno gli incontri con gli operatori, i webinar e gli eventi b2b che, nel solo mese di maggio, hanno permesso all'ente di Israele di incontrare più di 1.300 agenti di viaggi.
"Al momento pensiamo all'estate, che sta registrando un andamento positivo grazie anche agli oltre 80 voli settimanali che collegano l'Italia dagli aeroporti del Centro-Nord".

(ttgitalia.com, 16 giugno 2018)


Al Meis il primo convegno "Persone e beni culturali"

Presentato il 15 giugno un progetto di ricerca che unisce identità personale e patrimonio culturale

A partire dalle ore 9 di venerdì 15 giugno il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - Meis (Via Piangipane 81, Ferrara) ospita il primo convegno nazionale "Persone & beni culturali. Azioni per lo sviluppo lavorativo e sociale". L'evento presenterà nuovo progetto di ricerca che punta alla promozione, al recupero e al rafforzamento del senso di identità personale attraverso la conservazione del patrimonio artistico e culturale italiano.
  Promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dall'Università degli Studi di Padova - Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, ha il patrocinio del Comune di Ferrara, della Regione Emilia-Romagna, della Comunità Ebraica di Ferrara e dell'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna.
  Introdurranno ai lavori Simonetta Della Seta (direttore del Meis), Andrea Pesaro (presidente della Comunità Ebraica di Ferrara), Massimo Maisto (vicesindaco e assessore alla Cultura del Comune di Ferrara), Anna Ancona (presidente dell'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna), Massimo Mezzetti (assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna) e Carla Di Francesco (segretario generale del Mibact).
  Seguiranno gli interventi di Nicola Alberto De Carlo dell'Università degli Studi di Padova, Greta Schonhaut di Psiop - Scuola di Psicoterapia, Anna Quarzi dell'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, Laura Dal Corso dell'Università degli Studi di Padova, Paula Benevene dell'Università di Roma-Lumsa e Livio Zerbini dell'Università degli Studi di Ferrara.

(estense.com, 16 giugno 2018)


"Attraverso gli ebrei racconto l'istinto universale alla salvezza"

Intervista a Lia Levi

di Carla Attianese

In attesa di conoscere il nome del vincitore del Premio Strega, che dopo la designazione della cinquina dei finalisti verrà assegnato il 5 luglio, per il quinto anno consecutivo una giuria di giovanissimi tra i 16 e i 18 anni ha assegnato il Premio Strega Giovani, che in un significativo passaggio di testimone tra generazioni ha visto prevalere per l'edizione 2018 il romanzo di Lia Levi, classe 1931, "Questa sera è già domani" edito da e/o (fresco di designazione anche nella cinquina finale).
  La storia di Lia Levi è quella di tante famiglie ebree italiane, che dopo la promulgazione delle leggi razziali nel 1938 e la persecuzione nazifascista, si ritrovarono costrette a scappare o a rifugiarsi. Dopo l'8 settembre 1943 Lia riuscì a salvarsi, rifugiandosi con le sorelle nel collegio romano di San Giuseppe di Chambéry. Come è poi successo a tanti, Lia ha fatto del racconto della memoria lo scopo della vita, come sceneggiatrice, giornalista e autrice di numerosi romanzi, tra cui "Una bambina e basta", un testo studiato oggi nelle scuole.
  Nell'ultimo romanzo, premiato dai giovanissimi giurati del Premio Strega Giovani, Levi si è ispirata alla storia vera della vicenda del marito, Luciano Tas, scomparso quattro anni fa. Il racconto è quello di una famiglia ebrea di Genova e dei sentimenti, le paure e le contraddizioni che la storia che ne fa da sfondo, quella terribile delle leggi razziali, farà emergere. A osservare tutto ciò il personaggio che fa da perno al romanzo, il taciturno Alessandro, un bambino considerato un piccolo genio.
  Incontriamo l'autrice per Democratica, una ottantaseienne con la voce squillante e la parlantina vivace di una ragazzina.

- Signora Levi, il suo romanzo, a cui fa da sfondo un pezzo drammatico della storia recente, è piaciuto ai più giovani. Dunque c'è speranza?
  In effetti io stessa sono rimasta quasi frastornata dalla sorpresa. Anche il ragazzo che ha letto la motivazione ha dimostrato di avere compreso benissimo lo spirito del romanzo, raccontando il libro nel modo giusto, anche dal punto di vista storico. Certo poi la forma d'arte che è il romanzo aiuta ad introiettare il problema, e in questo il ruolo degli insegnanti è fondamentale. Ma direi di sì, c'è speranza eccome.

- Lei racconta di chi si trova costretto a fuggire, respinto dalla maggior parte dei Paesi. Le analogie con quanto accade oggi sono evidenti.
  Certo ci sono analogie importantissime. Il respingimento è un atto difficilissimo da sopportare, perché dici a te stesso "non mi consideri abbastanza importante da essere salvato". E se pensiamo alle analogie con il presente, a proposito della vicenda di Aquarius mi è venuta in mente quella di un'altra nave, la St. Louis, che con a bordo mille ebrei tedeschi nel 1939 partì in cerca di un porto sicuro, ma nessun Paese li volle. Cuba li rifiutò, e lo stesso fecero l'America e i paesi europei . Alla fine di lunghe trattative quegli ebrei furono sbarcati in vari porti europei, ma si stima che in circa 250 trovarono poi la morte per mano nazista. D'altra parte però, c'è anche la storia poco conosciuta di cinquemila profughi ebrei austriaci sui quali l'Italia fascista chiuse un occhio, e che per questo furono accolti a Genova e salvati, dunque nell'animo umano qualcosa c'è.

- In questo libro, come già in passato, lei racconta l'esclusione e il rifiuto attraverso gli occhi dei bambini.
  Sì, ma quello di questo racconto è un bambino diverso. È un genietto sveglio ma anche solitario, emarginato perché più piccolo, ma che però osserva. Nei miei libri metto l'esclusione sempre sotto vari punti di vista, ad esempio nel caso dei ragazzi anche attraverso episodi di bullismo, che è un primo, piccolo passo che può portare anche al razzismo. Il ragazzo del romanzo dunque non è solo ebreo - la grande esclusione -, ma anche un bambino emarginato perché piccolo.

- Per scrivere questo libro si è ispirata a una storia vera.
  È la storia vera di mio marito, ricostruita attraverso gli episodi che lui di tanto in tanto raccontava, e insieme il racconto di una salvezza quasi miracolosa che io ho concatenato in un romanzo.

- Lei ha parlato di "mistero dell'animo umano" di fronte alle prove che la vita, a volte, sottopone.
  Di fronte a un pericolo l'essere umano reagisce in modi diversi, e nelle scelte di vita fatte in momenti simili converge tutto quello che siamo, lo spirito avventuroso, il coraggio, la paura, perché l'essere umano è fatto di grandi contraddizioni, ed ecco perché è un mistero. In questa storia un ragazzo che scappa, come laico, si impunta a voler portare con sé una catenina che potrebbe metterlo in pericolo, e che invece diventerà un simbolo di salvezza. L'ultima parte poi è molto avventurosa, con elementi che fanno capire quanto bisogna lottare per difendere se stessi, e forse i ragazzi si sono identificati anche per questo.

(Democratica, 16 giugno 2018)


La comunità ebraica di Roma rilancia Shalom

di Giulio Meotti

ROMA - All'indomani della Guerra dei Sei giorni del 1967, la comunità ebraica di Roma sentì la necessità di dotarsi di uno strumento di informazione che raccontasse non soltanto la realtà della più grande e antica comunità ebraica italiana e della Diaspora, ma che facesse fronte anche alla micidiale delegittimazione esplosa contro Israele. Nacque così Shalom, il magazine fondato da Lia Levi e Luciano Tas e oggi diretto da Giacomo Khan.
Una rivista che adesso passa attraverso un ambizioso rilancio e restyling delle sue firme, della sua grafica e dei suoi contenuti. Ne parliamo con Ruben Della Rocca, vicepresidente della comunità ebraica di Roma con delega alle comunicazioni.
   "Più che di rilancio parlerei di uno Shalom che, al 51esimo anno di età, aggiorna il suo sistema di comunicare con i propri lettori, iscritti alla comunità ebraica di Roma e non, ebrei e non ebrei, e lo fa non solo attraverso il magazine, rinnovato nella sua veste grafica, ma anche attraverso una versione on line quotidiana e attraverso i suoi social, che ci permetteranno di essere sempre più immediati e diretti nei confronti del nostro pubblico affezionato. La peculiarità di Shalom e la sua longevità sono figlie dell'autorevolezza con la quale è stato raccontato per oltre mezzo secolo il mondo ebraico e il suo rapportarsi con gli altri mondi e la coerenza con la quale ha presentato e dibattuto le questioni ebraiche e il suo prodigarsi per una informazione corretta riguardo a Israele, cosa che purtroppo in questi ultimi decenni è spesso mancata da parte dei media, nazionali e stranieri".
  Di Shalom si parlerà anche il 27 giugno nell'ambito del Festival internazionale di cultura ebraica a Roma. "L'informazione ebraica, in un mondo come quello dei media, troppo spesso dominato dalle fake news e da un pregiudizio figlio di un odio viscerale nei riguardi degli ebrei e di Israele, ha necessità di evolvere i propri sistemi di comunicazione e arrivare con immediatezza a dare risposte e notizie 'corrette'" prosegue Della Rocca. "Non a caso questa innovazione parte da Roma, il luogo dove vivono più della metà degli ebrei italiani e la città dove vive la più antica comunità della diaspora e non a caso è proprio Shalom, con la sua storia, ad essere portabandiera nazionale di questa innovazione".
  Dalla decisione americana di spostare a Gerusalemme l'ambasciata alla crisi al confine di Gaza, si è visto come molti media abbiano ormai un pregiudizio radicale e radicato nei confronti di Israele. "La situazione non è delle migliori e la domanda sarebbe da girare a quegli addetti all'informazione, atavicamente antisionisti che 'mascherano' il loro odio antiebraico dietro le 'critiche legittime allo Stato di Israele', salvo giungere poi alle conclusioni estreme riguardo il metterne in dubbio il diritto alla sua esistenza o a lanciare idee di boicottaggi di varia natura che sono figli del retaggio nazifascista del 1938. L'antisemitismo è una piaga difficile da estirpare e l'antisionismo ne è la forma moderna e con questo l'informazione ebraica deve fare i conti quotidianamente. Per questo Shalom è e sarà sempre in prima linea, assieme ad altri esempi virtuosi di testate come il Foglio, nel fornire un'informazione giusta ed equilibrata ai proprio lettori ed ai propri followers sui social".

(Il Foglio, 14 giugno 2018)


Potere del calcio, da Israele gli auguri all'arcinemico Iran

di Francesca Caferri

Auguri alla Nazionale che rappresenta il "buon popolo dell'Iran". Firmato: il ministero degli Esteri di Israele, per mano del suo reggente, il primo ministro Benjamin Netanyahu.
Anche questo accade durante i Mondiali di calcio: che fra i Paesi la cui rivalità infiamma il Medio Oriente scoppi una finta, fintissima, pace calcistica.
Basta uscire dall'universo di Twitter - dove il messaggio è stato inviato, in lingua farsi - per tornare alla consueta retorica bellica: ieri è stato il turno della Guida suprema iraniana Ali Khamenei, che in una celebrazione per la fine del Ramadan ha sostenuto che Israele «Non durerà a lungo. Tutte le esperienze storiche lo dimostrano con certezza perché questo regime ha problemi di legittimità fondamentali».
Ma che i Mondiali abbiano anche un lato politico lo hanno sottolineato ieri anche i sostenitori della Nazionale iraniana, che hanno usato la prima partita della loro squadra in Russia - contro il Marocco, vinta per la cronaca dall'Iran per 1-0 - per rilanciare la battaglia contro il veto all'ingresso negli stadi per le donne iraniane, in vigore dal 1979, anno della Rivoluzione islamica.
Striscioni in questo senso sono stati esposti nello stadio durante la partita (a cui hanno partecipato anche le donne, visto che non si giocava in patria) e anche nella zona circostante: le fotografie sono rimbalzate su Twitter sotto l'hashtag #NoBan4Women dando alla campagna un'eco globale.

(la Repubblica, 16 giugno 2018)


Israele «Non durerà a lungo. Tutte le esperienze storiche lo dimostrano con certezza perché questo regime ha problemi di legittimità fondamentali». Questo afferma il governo islamico iraniano, e il mondo non si scandalizza perché l’Iran dice a chiara voce quelli che tanti pensano. La forma attuale di antisemitismo è ben espressa dalla Guida suprema iraniana: è «antisemitismo giuridico», come da sempre andiamo dicendo su questo sito. 0ccupazione, occupazione, occupazione, mai si deve smettere di insistere su questo punto: questo è il peccato imperdonabile di Israele. Illegale, illegale, illegale, ripetono fino alla sfinitezza gli antisemiti giuridici accompagnati in coro dagli equidistanti amanti della pace che vogliono tanto bene a Israele e non vorrebbero mai un giorno dover piangere sulla sua sparizione, anche se poi si consolerebbero facilmente con qualche altro “Giorno della memoria”. E’ il governo iraniano ad avere qualche problema. Con Dio. E insieme a lui ce l’hanno tutti quelli che sorvolano su quello che proclama a chiare lettere l'attuale capo islamico della Persia e badano soltanto ai loro interessi commerciali. Israele? Beh, sono affari suoi. Pensano, anche se non lo dicono. M.C.


Moda hi-tech. "Il computer quando sbaglia crea poesia''

La designer e artista israeliana trentenne Noa Raviv è considerata l'enfant prodige della rivoluzione tecnologica nel fashion. Due modelli della sua collezione «Hard COPY», ispirata a errori informatici, sono esposti a Gerusalemme nella mostra sui primi cento anni di moda in Israele

di Fabiana Magrì

 
Noa Raviv
Noa Raviv
TEL AVIV - Gioco con la tecnologia, cerco di farla sbagliare, di farle fare operazioni per cui non è stata progettata. In un mondo in cui tutto può essere replicato, sono gli errori ad avere il potenziale dell'unicità». La designer e artista israeliana Noa Raviv (30 anni) è considerata l'enfant prodige della rivoluzione tecnologica nella moda. Hard Copy, il suo progetto di laurea del 2014 è una collezione ispirata a errori informatici e digitali che le è valso la partecipazione, nel 2016, alla mostra Manus x Machina. Fashion in an Age of Technology al Met di New York, accanto a Coco Chanel, Yves Saint Laurent e Christian Dior, a tu per tu con gli eroi del suo olimpo: il curatore inglese del MET Andrew Bolton, lo stilista belga Raf Simons e il designer giapponese Issey Miyake.

 La storia
  In Off-line, il suo primo lavoro dopo il trasferimento a New York, nel 2016, Raviv ha trasformato le sue intuizioni in una collezione di capi prèt-à-porter. «Il mio approccio parte da un'idea, e non mi curo della sua fattibilità. Questo mi mette nella posizione di poter anticipare ciò che non è mai stato fatto». L'anno scorso, per la nuova serie Non-place, la designer ha esteso la riflessione sui «non-luoghi» di Mare Augé al mondo della realtà virtuale e oggi che l'Israel Museum di Gerusalemme dedica la mostra Fashion Statements. Decoding Israeli Dress ai primi cento anni di moda israeliana, due modelli della collezione Hard Copy di Raviv attendono il visitatore nell'ultima sala, tra le tendenze odierne del paese, alle prese con un'identità divisa tra locale e globale, tra artigianato e tecnologia all'avanguardia.

 Le idee
  Noa Raviv vive a Long Island City «a due passi dal Moma PS 1, un loft tutto bianco con grandi finestre che affacciano su Manhattan, muri coperti da tessuti e dai materiali più diversi, il mio computer e una spaziosa terrazza piena di fiori. Ma anche se vivo a New York come israeliana sono molto influenzata da tutto ciò che accade qui, dal cibo alla tecnologia, dalla politica al clima caldo. Ogni esperienza è parte di ciò che sono, personalmente e professionalmente. Mi sento fortunata a essere cresciuta con la mentalità israeliana del "si può fare", di essere figlia della Start-Up Nation, sempre immersa nelle nuove tecnologie, con gli strumenti più innovativi a portata di mano.»

 Illusione ottica
  Non per questo Raviv, che lavora nell'intersezione tra arte, moda e tecnologia, mette in secondo piano l'importanza dell'incanto. Il suo obiettivo è trasformare l'imperfezione, l'errore, l'inaspettato, in un cortocircuito poetico. «Nei miei lavori è difficile individuare il confine tra stampa 3D e cucito a mano. Cerco di creare un'illusione ottica, di confondere reale e virtuale. Mentre di solito ci aspettiamo la perfezione dalla macchina e l'imperfezione dal lavoro umano, io umanizzo il computer facendolo sbagliare e creo parti artigianali impeccabili»
  L'artista sviluppa deliberatamente immagini digitali manipolate, interrotte e distorte con software di «computer modeling» per immaginare oggetti che in realtà non possono essere stampati né prodotti, che esistono solo nello spazio virtuale. Finché non interviene il gesto del designer a tagliare e cucire a mano ogni singolo pezzo, a renderlo davvero irriproducibile. «Il mondo della moda è caotico ci sono tanti movimenti in atto, anche contraddittori. È un momento unico, non si può paragonare a nessun altro, nel passato. Tecnologia e moda hanno molto in comune, il motore di entrambi è il cambiamento della percezione di ciò che consideriamo attraente».

(La Stampa, 16 giugno 2018)


Droni esplosivi sul mondiale: l'Iisis minaccia la Russia con un video

"Propaganda fantasiosa" ma "minaccia da prendere sul serio": così gli esperti antiterrorismo bollano il video che l'Isis ha fatto pervenire al britannic Daily Star, che minaccia un attacco esplosivo contro i mondiali di calcio per punire Putin e vendicare l'intervento militare russo in Siria. In passato più di una volta lo sport è stato obbiettivo di attacchi terroristici: dalla strage di atleti israeliani a Monaco '72, alle bombe della Maratona di Boston, fino agli attacchi di Parigi di tre anni fa.

(La Gazzetta dello Sport, 15 giugno 2018)


Nonostante le lodi pubbliche, Israele perplesso sull'accordo Trump-Kim

Dubbi sulla denuclearizzazione nordcoreana, forse pensando a Iran

ROMA - Un rapporto interno al ministero degli Esteri israeliano ha rivelato le perplessità dello Stato ebraico sugli esiti del summit di Singapore tra il presidente Usa Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un, nonostante la posizione pubblica del governo sia stata entusiasticamente favorevole. Dubbi, probabilmente, emersi pensando anche alla questione, più vicina, del nucleare iraniano.
Il documento, scritto dal Dipartimento ricerca del ministero e inviato a tutta la rete diplomatica israeliana, sostiene che il summit di martedì ha sollevato "interrogativi" sulla sincerità dell'impegno alla denuclearizzazione della Corea del Nord, secondo quanto riferisce il canale 10 privato.
Ci sono, spiega il documento, "sostanziali gap tra gli dichiarazioni americane prima del summit con la necessità di una 'completa, irreversibile e verificabile' denuclearizzazione e la formulazione del comunicato congiunto, che fa solo riferimento alla completa denuclearizzazione della Corea del Nord".
Un portavoce del ministero degli Esteri israeliano ha confermato che il documento è vero, ma ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu martedì aveva lodato Trump per lo "storico summit", definendolo "un importante passo nello sforzo per liberare dalle armi nucleari la Penisola coreana".
Nel documento però si dice che "nonostante le dichiarazioni di Trump sull'attesa di rapidi cambiamenti nella politica della Corea del Nord, la via di un sostanziale cambiamento, se mai verrà, è ancora lunga e lenta".

(askanews, 15 giugno 2018)


San Marino - Gilad Ephrat Ensemble, Trio in "Rainbow of sounds and strings"

In occasione del 70o dalla nascita dello Stato di Israele, tradizionale Concerto promosso dall'Ambasciata d'Israele In collaborazione con la Segreteria di Stato per gli Affari Esteri e l'Associazione Musicale Camerata del Titano.

SAN MARINO - Trio Gilad Ephrat Ensemble, intratterrà gli ospiti con lo spettacolo musicale "Rainbow of sounds and strings".
Gilad Ephrat, Noah Ayali e Keren Meira Tannenbaum sono tre giovani musicisti israeliani che incantano per la loro straordinaria maestria nel condurre il violino, il violoncello e il contrabbasso al limite delle loro capacità fisiche, svelando l'affascinante potenziale degli archi unito al suono melodioso della voce.
Quello che scaturisce è un dialogo vitale ed esclusivo fra strumenti che si scambiano i ruoli di melodia e accompagnamento, capace di produrre un insieme dinamico, ritmato e fortemente emozionante.
Il gruppo, di recente composizione, è stato fondato da Gilad Ephrat, compositore e contrabbassista, autore e arrangiatore dei brani. Il primo album, "Gilad Ephrat Ensemble", risale al 2015, seguito da "Stockholm", uscito ad inizio anno.
Come ormai consuetudine, soprattutto per il Concerto dell'Ambasciata di Israele, per motivi di sicurezza l'accesso al Palazzo dei Congressi Kursaal sarà consentito, solo per chi avrà segnalato preventivamente la propria presenza. Per gli amici della Camerata del Titano questo può essere fatto inviando una mail a cameratatitano@omniway.sm con nome e numero di posti che poi noi gireremo agli uffici competenti.
Come sempre buona musica a tutti.
Associazione Musicale Camerata del Titano

(Libertas, 15 giugno 2018)


Colloquio telefonico Netanyahu-Putin, focus su Siria

GERUSALEMME - Il presidente russo, Vladimir Putin, e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, hanno avuto oggi un colloquio telefonico. Lo riferisce l'ufficio dell'esecutivo israeliano. Al centro dei colloqui, gli sviluppi regionali, la situazione in Siria e la prosecuzione del coordinamento tra Israele e Russia in materia di sicurezza. Durante la conversazione, Netanyahu si è congratulato per la Festa nazionale russa e per la decisione di svolgere quest'anno i festeggiamenti in Israele a Gerusalemme Ovest e non a Tel Aviv, dove ha sede l'ambasciata russa. A sua volta, il Cremlino fa sapere che le parti "hanno discusso della situazione in Siria nel quadro dell'impegno congiunto per garantire la sicurezza nell'area di confine tra Israele e Siria". Inoltre, Putin e Netanyahu "hanno espresso la loro disponibilità a rafforzare la cooperazione sulla Siria, compreso il contrasto al terrorismo internazionale".

(Agenzia Nova, 15 giugno 2018)


Italia-Israele, quattro ricercatrici per la biorobotica

 
Un passo avanti nella cooperazione scientifica bilaterale tra Italia ed Israele, all'insegna della creatività e delle idee declinate al femminile. I fondi stanziati dal Ministero della Scienza e della Tecnologia israeliano (MOST) per la costituzione di un laboratorio congiunto di biorobotica tra i due Paesi, vanno a quattro ricercatrici, due italiane e due israeliane.
Ad aggiudicarsi i finanziamenti - al termine del processo di valutazione dei progetti pervenuti in risposta al bando israeliano chiuso il 25 gennaio 2018 - sono le ricercatrici italiane Barbara Mazzolai, dell'Istituto Italiano di Tecnologia e Maura Casadio, dell'Università di Genova. La prima realizzerà con la collega israeliana Yasmine Meroz della Tel-Aviv University, un laboratorio sul tema "A Plant-Inspired Robot Emulating Decision-Making Abilites of Plants in Dynamical Environments". La seconda, che collaborerà con la ricercatrice Nisky Ilana della Ben Gurion University, darà vita al laboratorio "Artificial somatosensation for humans and humanoids".
La biorobotica copre i campi della cibernetica, della bionica e dell'ingegneria genetica. Si tratta di una branca particolare della robotica, che studia come realizzare robot che emulano o simulano meccanicamente o chimicamente gli organismi biologici.
I due nuovi laboratori si iscrivono nell'ambito dell'Accordo di cooperazione per la ricerca scientifica, tecnologica e industriale tra Italia e Israele (2002), che rappresenta il più importante programma di partenariato scientifico bilaterale promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Dal 2002 al 2016 sono stati finanziati più di 115 progetti di ricerca industriale, 58 progetti di ricerca di base e 9 laboratori congiunti.

(Innovitalia, 15 giugno 2018)


Israele twitta pro Iran! È un Mondiale di pace

Sul profilo del ministero degli esteri israeliano compare un post di auguri per la nazionale iraniana in lingua farsi. Poi, in arabo, anche un cinguettio pro Egitto

L'account Twitter del ministero degli esteri israeliano - retto dal premier Benyamin Netanyhau - ha fatto, in farsi, gli auguri alla nazionale di calcio dell'Iran per il suo esordio contro il Marocco nei Mondiali in corso in Russia. Il tweet è accompagnato da una foto dell'attaccante Alireza Jahanbakhsh. In arabo, lo stesso account, ha rivolto l' incoraggiamento alla nazionale di calcio egiziana impegnata invece contro l'Uruguay.

(La Gazzetta dello Sport, 15 giugno 2018)


Mondiali di calcio - Israele: la tv statale trasmette partite in arabo

La televisione statale israeliana ha creato ieri un precedente quando ha trasmesso non solo in ebraico ma separatamente anche in arabo la partita di apertura dei mondiali, Russia-Arabia Saudita. Il programma in arabo e' stato realizzato da due esperti di calcio, Ahmed Wahab e Jawdat Odeh, entrambi arabi cittadini di Israele. La emittente statale ha anticipato che trasmettera' gratuitamente in arabo gran parte delle partite dei mondiali sia sul canale 33 delle tv via cavo che possono essere seguite in Israele sia su un apposito sito (makan.org.il) a beneficio dei telespettatori che si trovano nel mondo arabo. Ieri, in un altro gesto di distensione verso i Paesi vicini, il ministero degli esteri israeliano ha pubblicato un insolito messaggio augurale alla nazionale dell'Arabia Saudita.
I malevoli diranno che non gli ha portato bene


(la Repubblica, 15 giugno 2018)


Su Gerusalemme Abu Mazen rifiuta i negoziati con Usa e Israele

di Giordano Stabile

Il presidente palestinese Abu Mazen tiene la porta chiusa ai negoziati con Israele e si rifiuta di incontrare il consigliere della Casa Bianca, e genero di Donald Trump, Jared Kushner, «finché non sarà risolta la questione di Gerusalemme». La crisi cominciata con la decisione del presidente americano di spostare l'ambasciata nella Città Santa conosce un nuovo avvitamento. Il «no» dell'82enne leader palestinese arriva in un momento cruciale. Kushner e l'inviato speciale Jason Greenblatt hanno in programma la prossima settimana un tour in Medio Oriente con tappe in Israele, Egitto e Arabia Saudita, i tre Paesi coinvolti nella stesura del piano di pace americano, «l'accordo del secolo» come l'ha definito Trump.

 Il piano Usa-Saudita
  In realtà è un piano Kushner-Mohammed Bin Salman, il principe ereditario saudita che ha deciso di rompere tutti i tabù nel fronte arabo pur di risolvere il conflitto ormai settantennale e cementare l'alleanza con lo Stato ebraico in funzione anti-Iran. Kushner e Greenblatt hanno anticipato che il piano «è in gran parte pronto» e che attendono soltanto «le circostanze giuste» per renderlo pubblico.
  È stata l'uscita dell'Autorità nazionale palestinese dai negoziati, dopo l'annuncio della casa Bianca su Gerusalemme, a bloccare la tabella di marcia. C'è un tabù che Abu Mazen non è disposto a rompere. Ed è la sovranità su Gerusalemme Est, finora destinata a diventare capitale del futuro Stato palestinese. Mohammed Bin Salman gli ha offerto in cambio il piccolo sobborgo di Abu Dis, un fazzoletto di terra, e il raiss ha rifiutato.
  Il piano, secondo indiscrezioni lasciate filtrare dall'entourage di Abu Mazen, comprende anche l'annessione di gran parte degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, un altro punto che la leadership di Ramallah considera inaccettabile. Il portavoce di Abu MazenAbu Rudeineh ha detto poi in chiaro che anche la questione dei rifugiati, che sarebbero riammessi in numero simbolico, è un ostacolo che rende impossibile «l'accordo del secolo»: gli Stati Uniti, ha commentato, «continuano a cambiare le regole del gioco e questo rende lo stallo permanente». Una situazione esplosiva, anche perché a Ramallah continuano le manifestazioni di protesta contro il blocco e le sanzioni a Gaza. Ormai non sono più contro Israele ma contro l'Autorità nazionale e la polizia palestinese ha dovuto usare lacrimogeni e manganelli per disperdere una folla sempre più minacciosa.

(La Stampa, 15 giugno 2018)


Israele: l'orgoglio di essere felici

La nuova veste della rivista ebraica Shalom. Presentazione del Direttore

di Giacomo Kahn

Israele: l'orgoglio di essere felici. Abbiamo scelto questo titolo per presentare ai lettori il nuovo formato del magazine Shalom che, insieme alla versione quotidiana web e al potenziamento dei social, costituiscono gli strumenti di comunicazione che la Comunità ebraica di Roma ha deciso di mettere in campo. Strumenti moderni, di più facile accesso, per rafforzare una comunicazione che si rivolge sia agli iscritti, sia a moltissimi non ebrei.
Abbiamo molto da raccontare della nostra storia e cultura, del nostro sentirsi ebrei fortemente italiani ma legati emotivamente e, in molti casi con legami familiari, ai destini di Israele. Non è una contraddizione; è l'essenza stessa di ogni ebreo che vive il presente sempre con una prospettiva millenaria che guarda però non al passato ma al divenire. In questo divenire Israele occupa ovviamente un posto fondamentale, non solo come luogo ideale e allo stesso tempo reale nell'accogliere tutti gli ebrei che fuggono da situazioni di pericolo e da un rinnovato e nuovo antisemitismo, ma anche come un modello di società che pur nuova - appena settanta anni - molto sa insegnare alle più consolidate democrazie occidentali. Nonostante l'immaginario collettivo e il racconto quotidiano che ne fanno i mezzi di comunicazione, Israele non è quel luogo permanente di conflittualità e di sofferenze che le cronache vorrebbero imporci. Gli israeliani hanno saputo sviluppare un modello di vita forse unico: vivere come se i nemici non ci fossero, progettando la loro vita senza lasciarsi condizionare dalle minacce, dal terrorismo e dalla violenza islamista. Non è certamente facile vivere in una condizione di allarme permanente e di controllo pervasivo: si rinuncia ad un pezzo di libertà, si sostengono costi economici ingenti, si sviluppano nevrosi e insicurezze. Ma è l'unico modo per garantire ad ogni cittadino il diritto a vivere pienamente la propria esistenza, il diritto di ciascuno ad aspirare alla felicità.
La caparbia volontà degli israeliani a vivere la vita con pienezza, nonostante il nemico minacci ogni giorno la distruzione, costituisce per lo Stato di Israele un valore 'esportabile' che non ha prezzo, che non si può quotare in borsa ma che vale più di tante startup. È un esempio di comportamento, di forte determinazione collettiva di un intero popolo, che comincia ad essere visto come un modello. L'Europa si è scoperta improvvisamente vulnerabile sotto l'attacco terroristico islamista e si interroga su come riuscire a neutralizzare le minacce senza militarizzare la società, senza blindare la vita dei cittadini, senza scatenare il panico. La risposta può essere nella lezione che viene da Israele: vivere felicemente come se il nemico non ci fosse, combattendo infelicemente tutti i giorni.

(Shalom, giugno-luglio 2018)


L'Onu condanna Israele per le violenze di Gaza e assolve Hamas

Le Nazioni Unite puntano nuovamente il dito contro Israele. Questa volta, lo Stato ebraico è stato dichiarato colpevole di "uso eccessivo della forza" e di avere ucciso centinaia di civili durante le rivolte di Gaza dei mesi scorsi. Nessun accenno alle responsabilità di Hamas.

di Gerry Freda

Israele nuovamente giudicato colpevole di repressione brutale del dissenso palestinese.
L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, infatti, ha adottato una risoluzione di condanna nei confronti dello Stato ebraico, additandolo come responsabile delle centinaia di civili uccisi durante gli scontri di Gaza degli ultimi due mesi. Il documento non addossa alcuna colpa ai terroristi di Hamas e invoca un risoluto intervento della comunità internazionale a protezione dei Palestinesi.
   120 Paesi membri hanno votato a favore dell'accusa nei confronti delle autorità di Gerusalemme. Tale presa di posizione era stata sollecitata dalla Turchia e dall'Algeria, due dei principali rappresentanti della compagine musulmana presente in Assemblea Generale. A votare contro la risoluzione sono stati, oltre a Israele e Stati Uniti, Australia, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Isole Salomone e Togo. Proprio gli Stati Uniti, nelle settimane precedenti, avevano esercitato il loro diritto di veto, all'interno del Consiglio di Sicurezza, per scongiurare l'approvazione di una condanna analoga. Il documento approvato fa riferimento agli scontri tra manifestanti palestinesi e militari israeliani avvenuti a partire dal 30 marzo di quest'anno nella Striscia di Gaza. Il culmine delle violenze ha avuto luogo il 14 maggio, giorno del quarantennale della fondazione dello Stato ebraico e giorno dell'apertura dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. L'Assemblea Onu addebita al Governo Netanyahu un uso "eccessivo, sproporzionato e indiscriminato" della forza e lo addita come responsabile della morte di 129 abitanti di Gaza. Non ha avuto successo il tentativo americano di modificare la risoluzione affinché Hamas venisse considerata come colpevole di incitamento alla violenza. Il "blocco filo-palestinese" si è limitato a introdurre nel testo finale una generica condanna del lancio di razzi contro i villaggi del Sud di Israele, lancio perpetrato negli stessi mesi delle proteste proprio da Hamas.
   Soddisfazione per la linea adottata dall'Assemblea è stata espressa da Riyad Mansour, rappresentante del Governo Abu Mazen alle Nazioni Unite. Durissima, invece, la reazione del Primo ministro Netanyahu. Egli ha ribadito la correttezza dell'operato dell'esercito, rigettando la tesi Onu secondo la quale i militari di Gerusalemme avrebbero aperto il fuoco contro manifestanti disarmati. Il premier ha dichiarato che le Forze Armate del suo Paese si sarebbero semplicemente difese dagli attacchi dei miliziani di Hamas, capaci persino di impiegare i bambini come armi. Anche Nikki Haley, ambasciatrice Usa al Palazzo di Vetro, ha criticato aspramente la risoluzione e ha accusato i Governi musulmani di avere sottoscritto quest'ultima per guadagnarsi il consenso delle rispettive opinioni pubbliche.

(il Giornale, 15 giugno 2018)


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L'ipocrita Onu condanna ancora Israele

di Fiamma Nirenstein

Il sentimento di pena ormai sovrasta quello del disgusto politico, che assemblea rincitrullita e autolesionista, al di sotto di ogni critica fattuale: l'Onu mercoledì ha passato una risoluzione che ha condannato Israele per uso «eccessivo, sproporzionato e indiscriminato della forza» durante i recenti scontri in cui i militanti di Hamas hanno portato la gente di Gaza a cercare di sfondare il confine con Israele coprendo gli armati con manipoli prezzolati.
   E ha rifiutato persino di aggiungere alla mozione un emendamento americano in cui almeno si condannava Hamas per tutto il male che fa alla sua popolazione che domina con la violenza, senza darle nessuna speranza, fuorché quella di uccidere. L'Algeria e la Turchia hanno proposto la condanna che ha ricevuto 120 sì, 45 astensioni e solo 8 no, in testa Usa, Israele, Australia, e poi i piccoli Micronesia, Nauru, Isole Marshall, Togo, Isole Salomone, che Dio li benedica.
   È un'alleanza di fatto col terrorismo della maggiore organizzazione mondiale cui si oppone soltanto il pragmatismo di Trump, mentre gli europei liberal sono coi Paesi islamici ormai nelle braccia del terrore, pronti a poggiare la testa sul ceppo in una sistematica abolizione di quanto nel corso dei secoli l'Occidente si era sforzato di definire come accettabile contro l'universo dell'inaccettabile, e nella santificazione di tutto ciò che viola le nostre leggi e anche la nostra morale. Infatti Hamas ha spedito la folla a spaccare un confine con l'unico scopo di uccidere i civili che vivono al di là di quel confine, come è comprovato da bombardamenti, gallerie e missioni omicide continue, e questo ben dopo lo sgombero di Gaza, da cui gli israeliani se ne sono andati nel 2005, a dimostrare che non c'entra nulla «l'occupazione», che non esiste più. Siamo in una fase nuova: la folla «inerme» va d'accordo con la diffusione del Bds, così legale e civile, di fatto invece gestito in combutta con le peggiori organizzazioni terroriste, da Hamas agli Hezbollah che marciano ormai allegri per le vie dell'Inghilterra e della Germania nei cortei del Bds. E va bene con l'incessante alacre elaborazione di nuove forme di terrorismo, tutte destinate a ricadere su di noi: che uso verrà fatto nei Paesi che hanno approvato o si sono astenuti sulla solita condanna a Israele della nuova invenzione terrorista degli aquiloni infuocati? Un aquilone può portare tante sostanze attaccate alla coda: i palestinesi hanno inventato i sequestri aerei e gli eccidi di sportivi o l'esplosione dei mezzi di trasporto pubblici, adesso certo molti epigoni stanno studiando i 500 aquiloni infuocati intercettati, più i 300 che hanno appiccato fuoco ai campi coltivati e dintorni, violando la convenzione di Ginevra che proibisce di «attaccare, distruggere, rimuovere o rendere inutilizzabili ciò che serve indispensabilmente alla sopravvivenza della popolazione». Già, ma a chi gliene importa dei crimini di guerra veri, quelli dei palestinesi, dei siriani, degli iraniani, dei turchi... Sono tanto più attraenti quelli finti, quelli degli israeliani.

(il Giornale, 15 giugno 2018)


La cucina israeliana come Dio comandava

Erbe e spezie antiche per ricreare le ricette, ottime, descritte nella Bibbia. Dalla zuppa di lenticchie di Esaù al semolino di re Salomone.

di Micol Passariello

 
Moshe Basson
Nelle campagne israeliane, a metà strada tra Gerusalemme e Te! Aviv, c'è il giardino dell'Eden. La Biblical Landscape Reserve di Neot Kedumim, così si chiama, è quanto di più vicino ai paesaggi descritti nella Genesi. Una terra protetta selvaggia e naturale con scenari verdi, coltivazioni, specchi d'acqua. È qui che l'archeologa Tova Dickstein fa crescere antichissime erbe e piante selvatiche, alcune usate per produrre spezie, di gran moda nelle cucine degli chef israeliani più blasonati del momento. La Bibbia infatti non ba ispirato solo questi magnifici giardini, ma anche una tendenza culinaria che recupera le tradizioni degli avi e attinge ai testi sacri, rispolverando antiche ricette, per cui si usano spezie millenarie, i cereali e le erbe spontanee che un tempo crescevano nelle regioni desertiche e sulle colline di Gerusalemme: issopo, acetosella, ortiche, malva e portulaca, avena, grano, orzo verde ...
   La culla della nuova cucina biblica non poteva che essere Gerusalemme, e il suo guru Moshe Basson, lo chef più famoso della città. «Sono nato in Iraq, ad Amarah, nel 1950, ma ero neonato quando la mia famiglia si è trasferita a Gerusalemme. Mi ha sempre affascinato il cibo mediorientale. soprattutto quello kosher». Il suo tempio è il ristorante Eucalyptus. dove «l'archeologo del cibos, come viene chiamato, stupisce con le sue preparazioni, le stesse descritte nelle pagine della Bibbia, tanto che i piatti vengono spesso accompagnati dal versetto corrispondente. L'Eucalyptus era la sua casa di famiglia: l'ha chiamato così per via di un albero di eucalipto che lui stesso ha piantato da bambino, per il Tu Bishvat, il Capodanno degli Alberi.
   Etnobotanico, storico dell'alimentazione, Basson è un attivista nella difesa dei cibi antichi. Il menù del suo ristorante la dice lunga: funghi selvatici alla griglia, crostini al pesto di issopo, risotto di freekeh (grano verde), Ezekial Bread (pane ricco di semi benefici) e palikaria, insalata di legumi, agnello cotto sei ore in un piatto tradizionale d'argilla sigillato con pane di pita. Uno dei suoi capisaldi è la zuppa di lenticchie rosse, che prepara nella versione tramandata dalle nonne ebree e arabe: saporitissima, cucinala utilizzando molte erbe, s'ispira alla vicenda di Esaù che svendette la sua primogenitura a Giacobbe in cambio di un piatto di lenticchie. Ma c'è anche il semolino condito con olio d'oliva e spezie, un antenato del couscous citato nel Levitico: viene descritto in diversi passi, per esempio quando Salomone offre grano con olio al re dei Fenici.
   E, come si diceva. se Basson è il più celebre degli chef che propongono la cucina biblica, non è affatto il solo, anzi. Così a Gerusalemme è sempre più facile mangiare come Dio comandava.

(la Repubblica - il Venerdì, 15 giugno 2018)


A proposito di Israele e di nazismo

Risposta a Curzio Maltese sugli scontri di Gaza e sulla reazione del governo israeliano

Sul Venerdì di Repubblica il concetto harendltano di "banalità del male" diventa per Curzio Maltese "la condanna di Israele". Hanna Arendt coniò questa idea non genericamente in "un tribunale a Gerusalemme", ma come è noto nel processo contro Adolf Eichmann, l'ufficiale delle SS che pianificò il traffico ferroviario per condurre allo sterminio milioni dì ebrei e che agli occhi della Arendt apparve con stupore come un grigio funzionario. È evidente quanto il paragone tra Israele e nazismo faccia infuriare ebrei e israeliani. In primo luogo è completamente falso: la guerra ad alta e bassa intensità tra israeliani e palestinesi non ricorda nemmeno da lontano uno sterminio o una pulizia etnica, nulla di confrontabile con quanto successo agli ebrei in Europa tra il 1939 e il 1945. Oggi né a Gaza né a Ramallah si vede nemmeno l'ombra di gaswagen, fosse comuni, camere a gas e forni crematori. Tale raffronto, che viene proposto per Israele, ma mai per altre nazioni, rappresenta di per sé una demonizzazione degli israeliani e come tale smuove (o può nascere da) inconsapevoli sentimenti antisemiti. Gli ebrei tornano a essere, come da duemila anni, i rappresentanti del Male. È tuttavia per chi lo propone un paragone comodo, sia perché evidentemente viene naturale farlo (come sempre coi pregiudizi!), sia perché non vi è dazio da pagare, non essendoci ancora piena consapevolezza del fatto che l'associazione Israele/nazismo abbia queste evidenti implicazioni. A guardare bene, tuttavia, un prezzo c'è, qualunque altra argomentazione sul conflitto passa subito in secondo piano poiché screditata in partenza. Vi sarebbe poi molto da dire "sull'ammirazione degli ebrei», alla quale Maltese fa riferimento e che, come lui stesso dice, è «l'esatto opposto dell'antisemitismo». Un'ammirazione delusa che giustificherebbe la profondità con la quale in occidente ci si senta toccati (in negativo) dalle politiche israeliane. La simmetria con cui la delusione porta a una tale svalutazione descrive il fenomeno della idealizzazione, ma l'idealizzazione dell'altro nasconde sempre aggressività, a cominciare dal semplice fatto che nessuno è ideale, siamo tutti uomini e nel momento che si viene idealizzati si viene anche perciò deumanizzati. E quando l'Immagine ideale viene meno, l'altro può diventare la quintessenza della malvagità. La trasformazione dei buoni ebrei in perfidi nazisti offre cosi anche sollievo ai sentimenti di colpa tuttora inevitabilmente presenti nelle società occidentali. Sentimenti opposti, antisemitismo e idealizzazione, ma intimamente connessi. Non sorprenderà nessuno allora pensare che vi sia tra i due un facile passaggio.

Yasha Reibman
già portavoce della Comunità ebraica di Milano

(la Repubblica, 15 giugno 2018)


Non riportiamo l'indegna replica dell'articolista di Repubblica


Bibi, la mossa del cavallo: acqua agli iraniani

Mano tesa. Un sito con istruzioni in farsi su come combattere la siccità: 100.000 visualizzazioni. "Siete sotto un regime incapace di risolvere i vostri problemi. Noi possiamo farlo" »

di Fabio Scuto

GERUSALEMME - Il confronto fra Israele e Iran sempre sull'orlo della guerra, si arricchisce di un nuovo capitolo, destinato a lasciare il segno. Con un post su Twitter senza precedenti, il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è rivolto, in inglese, al popolo iraniano. Dopo essersi versato un bicchiere d'acqua, il premier ha spiegato che Israele è all'avanguardia nella depurazione e il riutilizzo di questo fondamentale elemento per la vita. "Disponiamo di una tecnologia capace di sventare il disastro", ha assicurato Netanyahu ma ha ricordato che a causa dell'ostilità del regime degli ayatollah verso tutto ciò che è ebraico, Israele non può inviare in Iran i propri esperti. "Siete sotto un regime incapace di risolvere i vostri problemi, nella tecnologia come nell'agricoltura - ha detto Netanyahu - incompetenza e inesperienza mettono in pericolo le vite di coloro che vivono di agricoltura, il popolo israeliano è vicino al popolo iraniano e per questo vuole aiutarlo a gestire un bene prezioso: l'acqua". Come un consumato attore, Netanyahu ha spiegato che Israele è il leader mondiale nella desalinizzazione dell'acqua - rendendola potabile per le popolazioni e per l'agricoltura - e nella tecnologia dell'irrigazione drop by drop, che fornisce a ogni singola pianta esattamente l'acqua di cui ha bisogno. Da adesso, ha poi aggiunto il premier, gli iraniani stessi potranno consultare un sito israeliano, in lingua farsi, dove troveranno consigli su come riciclare l'acqua e combattere la siccità. Il messaggio del premier è stato subito notato in Iran ed in poche ore è stato visto quasi 100.000 volte.
   Nonostante la tensione permanente, già all'inizio degli anni 2000 Israele forniva alla Repubblica degli ayatollah sementi per l' agricoltura, macchine agricole, ma soprattutto grandi sistemi di dissalazione. Era possibile attraverso intermediari. In questo caso la Turchia, che all'epoca aveva eccellenti relazioni con Israele. I macchinari venivano acquistati da una compagnia turca, che li riesportava verso l'Iran. Poi le relazioni fra Israele e Turchia sono degradate e il commercio si è interrotto.
   La mossa del premier Netanyahu è estremamente sofisticata, mira a spiegare agli iraniani che i due popoli sono amici e possono essere solidali, è il regime degli ayatollah che vede in Israele un nemico. Del resto i progressi fatti da Israele in agricoltura sono sotto gli occhi di tutti. Solo pochi anni fa era afflitto da una delle peggiori siccità dell'ultimo millennio, nel 2008 si sfiorò la catastrofe ambientale. Una minaccia che ancora permane per i sistemi agricoli di Paesi della regione come Giordania, Iraq e Iran. Israele, invece, è fuori dall'emergenza. Negli ultimi 10 anni c'è stata una vasta campagna contro lo spreco dell'acqua, servizi igienici e docce a basso flusso sono stati diffusi a livello nazionale, mentre sono stati costruiti sistemi innovativi di trattamento dell'acqua che riutilizzano oltre 1'85 % di quella di scarico; filtrata, viene destinata all'agricoltura. Allo stesso tempo si è ricorsi agli impianti di desalinizzazione cercando di abbattere i costi di manutenzione che rendevano l'acqua desalinizzata troppo cara. Israele ha realizzato miglioramenti tecnologici nei sistemi di filtraggio naturali con alghe, pietre laviche e altri micro-organismi. In questo modo i costi per l'acqua dolce si sono abbattuti e oggi il 55 % dell'acqua che esce dai rubinetti nelle case è desalinizzata.

(il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2018)


Roma, i ragazzi del Socrate ricevuti in sinagoga dopo il saluto romano

La classe del liceo di Garbatella ha incontrato la presidente della comunità ebraica Dureghello e le due sorelle sopravvissute alla Shoah

di Marina De Ghantuz Cubbe

 
La conoscenza, per il momento, è subentrata alla goliardia irresponsabile da una parte e alla minaccia della bocciatura dall'altra. Gli studenti del liceo Socrate che si erano fatti immortalare in una foto mentre facevano il saluto romano sono stati portati, insieme ai compagni di classe, in Sinagoga. Ad accoglierli per parlare con loro Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica e le sorelle Andra e Tatiana Bucci, sopravvissute ad Auschwitz perché scambiate per gemelle e ritenute perfette per alcuni esperimenti.
Il gesto dei ragazzi aveva fatto discutere perché la foto era stata scattata all'interno della scuola e la preside dell'istituto, Milena Pari, era intervenuta parlando di una semplice goliardata. Nella comunicazione indirizzata al consiglio di classe aveva specificato che non c'era stata alcuna violazione perché, tra l'altro, gli studenti nella foto sorridevano e le avevano detto che si trattava di un gioco, dunque non volevano ricostituire il partito fascista.
La Pari era stata invece fortemente attaccata da chi riteneva il fatto inaccettabile: altri alunni del Socrate, 37 docenti che le hanno poi scritto una lettera all'Ufficio scolastico regionale il cui presidente è Gildo De Angelis. Quest'ultimo aveva parlato con la preside per denunciare la gravità del gesto ma anche delle affermazioni della dirigente stessa . Mentre montava la polemica e i ragazzi rischiavano il 6 condotta (quindi la bocciatura), la Dureghello li aveva invitati in Sinagoga. "Vorremmo incontrarli per far capire cosa rappresenti quel saluto nella coscienza civile del nostro Paese e perché non possiamo permetterci di definirlo solo goliardia" aveva detto. Oggi li ha accolti insieme alle sorelle Bucci per dare il suo contributo nell'educare alla memoria.

(la Repubblica - Roma, 13 giugno 2018)


"Jerusalem Post": l'esercito siriano rafforza la difesa area vicino al Golan

GERUSALEMME - L'esercito siriano ha rafforzato la propria difesa anti-missilistica vicino alle Alture del Golan. Lo riferisce il quotidiano israeliano "Jerusalem Post", citando un comandante militare della coalizione che sostiene il presidente siriano Bashar al Assad. Nei prossimi giorni dovrebbero essere dispiegati ulteriori sistemi di difesa. La presenza del sistema russo Pantsir S1 mira a "rinnovare i sistemi di difesa aerea contro Israele a livello primario", ha detto il comandante, il cui nome non è stato rivelato. Il conflitto siriano nelle ultime settimane si è spostato nel sud-ovest del paese, provocando le preoccupazioni da parte di Israele. Secondo diverse fonti, infatti, Damasco starebbe preparando un assalto contro i ribelli che controllano parte del territorio in prossimità della linea di demarcazione con Israele e Giordania. Finora, grazie ad un'intesa verbale tra Russia, Stati Uniti e Giordania, l'area non aveva visto un'escalation della tensione. Secondo il comandante, i preparativi per l'offensiva governativa nel sud-ovest del paese sarebbero stati ultimati, ma le forze di Damasco sono impegnate nella lotta ai combattenti dello Stato islamico presenti nei pressi della città di Sweida, nel sud della Siria. Da parte sua, Israele rivendica che le forze iraniane e le milizie del movimento libanese Hezbollah siano allontanate dal paese.

(Agenzia Nova, 13 giugno 2018)


Vergogna ONU: condanna Israele per «uso eccessivo della forza» ai confini con Gaza

Vergognosa ma non inaspettata risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che a stragrande maggioranza condanna Israele per «uso eccessivo della forza» durante gli scontri al confine con Gaza.

GERUSALEMME - Come ampiamente previsto (e annunciato) l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato a stragrande maggioranza una risoluzione che condanna Israele per «uso eccessivo della forza» durante gli scontri con Hamas lungo il confine con la Striscia di Gaza.
Sono stati 120 i Paesi che hanno votato a favore della risoluzione presentata da Turchia e Algeria che chiedeva la condanna di Israele per «uso eccessivo e indiscriminato della forza» e una forza militare di pace a protezione dei civili di Gaza. Solo 8 i no mentre gli astenuti sono stati 45....

(Rights Reporters, 14 giugno 2018)


Al cuore dell'ideologia

Pubblicate per la prima volta in italiano le memorie del capo della Hitler-Jugend, Von Shirach

di Francesco Berti

Prendete il Mein Kampf di Hitler e leggetelo, se ne siete capaci, dalla prima all'ultima pagina. Constaterete che si tratta di un testo dominato dalla pars destruens e che l'unico elemento davvero approfondito, per quanto riguarda la pars construens, è quello biologico-pedagogico: la costruzione del "nuovo" tedesco, la purificazione della razza e l'educazione di una schiatta di giovani ariani. Lo stato, per Hitler, era infatti solo un contenitore, uno strumento al servizio del popolo-razza, la cui purezza era vitale per la sorte sua e per quella del mondo. Si capisce pertanto il ruolo centrale che, nel sistema nazista, ebbe a ricoprire la Hitler-Jugend. E si comprende il rilievo storico e politico di Baldur von Schirach, che la resse dal 1931 al 1940, anno in cui fu nominato da Hitler gauleiter di Vienna.
   Condannato a vent'anni di reclusione dal Tribunale di Norimberga, Schirach, liberato nel 1966, compose un'autobiografia dapprima pubblicata a puntate nello Sterne successivamente raccolta in volume. L'opera, però, andò presto dimenticata. Viene ora proposta al lettore italiano, figurando perciò quasi come un inedito, da Gianmarco Pondrano Altavilla, che l'ha curata e tradotta (Baldur von Schirach, Ho creduto in Hitler, Castevecchi). Un testo prezioso, utile per approfondire la conoscenza di quella che, a un certo punto, divenne una delle più numerose organizzazioni giovanili del mondo, ispirata ai valori comunitari e antimoderni dell'ideologia volkish, reinterpretati in chiave nazista. Si tratta di un'opera importante anche per i ritratti che Schirach offre di alcuni dei maggiori gerarchi nazisti, nonché dello stesso Hitler, al quale sono riservate alcune riflessioni acute. "L'immagine che oggi abbiamo di Hitler", scriveva Schirach, è quella, riduttiva, di "un tipo volgare, ripugnante già all'apparenza, un piccolo borghese esaltato, un monomane furioso". Se Hitler fosse stato solo questo, tuttavia, non avrebbe potuto sedurre "un popolo civilizzato" quale era, per alcuni aspetti, quello tedesco degli anni Trenta. In realtà, "l'Hitler efficace e pericoloso che incantava e sottometteva alla sua volontà le masse come i singoli, la gente semplice come quella colta, era l'Hitler dolce, narratore sagace, fervente ammiratore delle belle donne". Hitler era "l'uomo che il popolo tedesco voleva". Emerge qui la spinosa questione del consenso dei tedeschi al nazismo, che certo fu in parte indotto dalla potente macchina di propaganda nazista nella quale parte cospicua ebbe Schirach; ma che fu anche, in misura forse maggiore, spontaneo e sincero, come afferma l'autore, il quale, a titolo esemplificativo, ricorda l'incredibile "espressione di giubilo con cui gli austriaci accolsero Hitler" nel marzo del 1938.
   Le memorie di Schirach si presentano come un libro nel complesso onesto e dal quale si può evincere una revisione critica del passato e delle proprie responsabilità. Schirach non poteva certo misconoscere non solo la sua entusiastica adesione al nazismo, ma anche il suo perentorio antisemitismo. Cercò così di presentare quest'ultimo con tratti più moderati di quelli espressi da fanatici ossessivi come Streicher: operazione del resto tentata da molti nazisti nel dopoguerra. Schirach sottolineò pure, senza ambiguità, la sua corresponsabilità morale nello sterminio degli ebrei. Ma, come il suo ex camerata Albert Speer, compagno di partito e poi di prigione a Spandau, negò ogni partecipazione diretta alla Shoah e affermò di esserne stato all'oscuro sin quasi alla fine del conflitto. Nel caso di entrambi c'è da dubitarne. In particolare, per quanto riguarda Schirach, Pondrano ipotizza che l'ex capo della Hitler-Jugend fosse stato messo a parte del genocidio già nel 1942, se non prima, e che abbia sollecitato lo sgombero degli ultimi 50 mila ebrei di Vienna, che finirono nei campi di sterminio in Polonia.
   L'immagine probabilmente più impressionate del libro è tuttavia precedente all'adesione di Schirach al nazismo. Nelle pagine iniziali, il futuro capo della Hitler-Jugend ricorda il talentuoso fratello, morto suicida nel 1919 a causa della disfatta della Germania nella Grande guerra: "Tutta la loro giovinezza, durante gli anni della guerra, non era stata altro che una preparazione al giorno in cui avrebbero avuto accesso al campo di battaglia. E d'improvviso tutto era svanito". Incapace di far tesoro di questa tragica esperienza personale, Schirach diede un contributo decisivo alla folle corsa verso la guerra e dunque verso il suicidio della nazione della successiva generazione di tedeschi.

(Il Foglio, 13 giugno 2018)


Croazia e Israele concordi per un rafforzamento della cooperazione

Il ministro dell'Interno croato Davor Bozinovic (s.) e il ministro della Sicurezza pubblica israeliano Gilad Erdan
ZAGABRIA - Il ministro della Sicurezza pubblica israeliano Gilad Erdan e il ministro dell'Interno croato Davor Bozinovic hanno concordato nel corso della visita di quest'ultimo in Israele un "rafforzamento di cooperazione in diversi settori". Secondo quanto riferisce oggi il quotidiano croato "Jutarnji list", questi settori comprendono la lotta alla criminalità e i soccorsi in disastri naturali e umanitari. Nella dichiarazione di Bozinovic ai media locali si legge che "l'Israele e la Croazia aprono una nuova fase della cooperazione nel settore della sicurezza, innalzandola a un livello strategico". Precedentemente, il ministero della Difesa croato ha acquistato dodici caccia israeliani F-16.

(Agenzia Nova, 14 giugno 2018)


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