Cantate all'Eterno un cantico nuovo
cantate la sua lode nell'assemblea dei fedeli.
Si rallegri Israele in colui che lo ha fatto,
esultino i figli di Sion nel loro re.
Salmo 149:1-2  

Attualità



Iscriviti alla newsletter
Nome:     
Cognome:
Email:      
Cerca  
Rona Keinan
"Boker hadash" (mattino nuovo)



Inizio - Attualità ยป
Presentazione ยป
Approfondimenti ยป
Notizie archiviate ยป
Notiziari ยป
Arretrati ยป
Selezione in PDF ยป
Articoli vari ยป
Testimonianze ยป
Riflessioni ยป
Testi audio ยป
Libri ยป
Questionario ยป
Immagini ยป
Video ยป
Scrivici ยป

Salmo 121
























Israele, l'ex giornalista e l'ex generale alleati per battere Netanyahu

Yair Lapid e Benny Gantz hanno faticato a fidarsi l'uno dell'altro ma hanno trovato un'intesa. E alle elezioni di aprile hanno buone chance di riuscire a battere il Likud.

di Davide Frattini

 
GERUSALEMME - Le trattative sono andate avanti tutta la notte perché l'ex giornalista che nell'esercito ha fatto il fotografo e l'ex generale che in divisa ha passato 38 dei suoi 59 anni fino all'ultimo hanno faticato a fidarsi l'uno dell'altro.
Ha prevalso la voglia di battere Benjamin Netanyahu, di interrompere i suo dieci anni ininterrotti al potere. E i sondaggi predicono che l'accoppiata Yair Lapid-Benny Gantz potrebbe riuscire nell'impresa, per i due leader separati sembrava impossibile. Lapid - celebre per le interviste televisive e i romanzi gialli - porta l'esperienza politica acquisita da quando ha fondato il partito Yesh Atid (C'è un futuro) sei anni fa, nato per raccogliere i voti di quella classe media che fatica a pagare l'affitto e nel 2011 si è accampata sotto le jacarande di viale Rotschild a Tel Aviv per protestare contro i tagli e le tasse troppo alte. Al governo c'è già stato - sotto Netanyahu - come ministro delle Finanze, proprio per provare a raddrizzare i conti.
Se dovessero vincere le elezioni del 9 aprile, hanno stabilito una rotazione sulla poltrona di primo ministro, i primi due anni e mezzo toccano a Gantz che ha fatto pesare i numeri nei sondaggi del suo Resilienza per Israele, creato pochi mesi fa. Soprattutto arriva con la guardia d'onore del club degli ex capi di Stato Maggiore: è riuscito a coinvolgere i due predecessori Moshe Yaalon e Gabi Ashkenazi, i tre raggruppano sotto la stessa insegna politica le mostrine e il carisma di chi ha comandato le forze armate in un Paese dove tutti - uomini e donne - prestano il servizio militare obbligatorio.
I sondaggisti calcolano - l'indagine è stata condotta prima dell'annuncio ufficiale - che l'intesa tra i due partiti garantirebbe un seggio in più (32 contro 31) del Likud di Netanyahu, abbastanza perché il presidente Reuven Rivlin affidi a Gantz il mandato per provare a formare la coalizione di governo.

(Corriere della Sera, 21 febbraio 2019)


L’idea dell’alternanza rivela che l’interesse per la poltrona sopravanza quello per il bene nazionale. Nulla di strano in politica: un esempio di guida bicefala (anzi tricefala) ce l’abbiamo in casa. Con Israele però le conseguenze di incauti giochini politici possono essere tragiche. M.C.


Israele presenterà un nuovo drone-kamikaze

L'azienda israeliana Israel Aerospace Industries presenterà alla fiera Aero India 2018 il drone-kamikaze Mini Harpy.

Nel video della IAI, disponibile su YouTube, uno degli obiettivi della nuova arma volante ricorda un radar 96L6E, con il quale sono equipaggiati i sistemi missilistici russi S-300 e S-400.
In un comunicato stampa, pubblicato sul sito web dell'azienda israeliana, si nota che il Mini Harpy combina le capacità dei droni Harop e Harpy. Secondo lo sviluppatore, il drone-kamikaze è in grado di bloccarsi, in attesa che l'obiettivo venga visualizzato e trasmettere il video corrispondente all'operatore. Il drone può essere lanciato sia da terra che dal mare, e pure dagli elicotteri.
Il Mini Harpy pesa 45 chilogrammi, la testata è di otto chilogrammi ed ha un'autonomia di 100 chilometri o due ore di volo.
A gennaio l'esercito israeliano ha attaccato delle strutture in Siria legati all'Iran. Durante l'attacco, condotto con i droni SkyStriker, è stato distrutto il complesso Pantsir-S1 di fabbricazione russa.
Nell'ottobre 2018, la Russia ha completato il dispiegamento di tre divisioni S-300 in Siria.

(Sputnik Italia, 21 febbraio 2019)


Macron: l'antisionismo è una forma moderna di antisemitismo

di Paola Grassani

PARIGI - Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia adotterà nei suoi testi di riferimento una definizione di antisemitismo allargata all'antisionismo.
"L'antisionismo è una delle forme moderne di antisemitismo", ha detto Macron in un discorso tenuto questa sera durante una cena del Crif, il Consiglio di rappresentanza delle istituzioni ebraiche francesi, a Parigi.
"La Francia, che l'ha assunta in dicembre con i suoi partner europei, metterà in pratica la definizione di antisemitismo adottata dall'Alleanza internazionale per la memoria della Shoah", ha affermato il capo dell'Eliseo.

 Macron ha deplorato "la rinascita dell'antisemitismo"
  "La situazione dopo tanti anni è peggiorata. Il nostro paese - come tutta l'Europa e la quasi totalità delle democrazie occidentali - è di fronte a una recrudescenza dell'antisemitismo senza dubbio inedita dalla Seconda guerra mondiale", ha sottolineato il presidente francese.

(LaPresse, 21 febbraio 2019)


Lo storico e il giornalista la battaglia per l'anima di Israele

Benny Morris e Gideon Levy hanno idee opposte su palestinesi, pace e sicurezza: sono lo specchio perfetto di un Paese spaccato.

di Bernardo Valli

 
Gideon Levy                                                    Benny Morris
Molte famiglie, in Israele, hanno alle spalle un romanzo. Una vita avventurosa. Spesso tragica. Risali un paio di generazioni, o anche meno, nell'esistenza di amici o conoscenti e li scopri fratelli, figli, nipoti di vittime dello sterminio. Sono ormai rari gli scampati dai campi della morte. Ci sono anziani sradicati dai Paesi d'origine e giovani che non conoscono le terre da cui sono arrivati genitori o nonni. I temperamenti sono passionali. L'ansia dell'insicurezza è l'inconscia origine di posizioni difensive, ma anche di reazioni offensive.
   Ed ecco il sabra, l'israeliano nato in Israele, soldato sicuro di sé, al quale Natalia Ginzburg preferiva il curvo abitante del ghetto, scandalizzando i suoi lettori di Tel Avìv, La letteratura e la storiografia israeliane percorrono questi sentimenti in opere tra le più avvincenti del nostro tempo, scritte in ebraico, una lingua antica rinnovata. Convinzioni, altrettanto antiche, animano una società tra le più tecnologicamente avanzate. Le contraddizioni non mancano: una democrazia dinamica, spigliata, la sola della regione, occupa militarmente terre in cui gli abitanti non hanno i diritti dei cittadini di Israele.
   Questo è un filtro attraverso il quale seguire questo Paese unico al mondo, sicuro di sé, ma sensibile per le tante cicatrici. Una società che sa guardarsi senza infingimenti, con un dibattito politico animato, a volte spregiudicato, verbalmente violento, come sembra esigere lo stato di emergenza, psicologico, ma anche reale, in cui vive. A neppure due mesi da un'elezione (9 aprile) in larga parte dominata dall'inamovibile problema della sicurezza, uno storico, Benny Morris, e un editorialista del quotidiano Haaretz, Gideon Levy, animano una polemica su un problema essenziale: arabi e israeliani possono convivere e per quanto tempo Israele potrà esistere?
   E' un interrogativo che può sollecitare il dubbio tra non pochi elettori.
   Benny Morris è uno dei "nuovi storici" che non si sono rassegnati alla interpretazione ufficiale del passato, e l'hanno scavato in piena libertà, non risparmiandosi reciproche critiche. Lui, Morris, è stato uno dei bersagli preferiti dai colleghi. Ha avuto atteggiamenti giudicati progressisti quando ha rifiutato di fare il servizio militare nei Territori occupati per motivi morali e per questo è finito in prigione.
   Ma ha anche preso posizioni opposte quando ha sostenuto che lo Stato di Israele, appena creato, avrebbe dovuto favorire, sollecitare l'esodo totale dei palestinesi. I suoi scritti restano comunque indispensabili per ricostruire quel periodo. Oggi, a settant'anni, professore universitario, Benny Morris pensa (e dice) che col tempo una maggioranza araba sommergerà Israele. Prevede ripetute esplosioni di violenza, tra le popolazioni di diversa origine, grazie alle quali gli arabi saranno nelle condizioni di chiedere il ritorno dei profughi. Così gli ebrei saranno ridotti a una minoranza, come erano quando vivevano nei Paesi musulmani. Chi ne avrà i mezzi raggiungerà l'America o qualche Paese occidentale. Per Benny Morris i palestinesi vedono tutto in una prospettiva di lungo termine. Al momento osservano "cinque-sei-sette milioni di ebrei", circondati da centinaia di milioni di arabi. " ... che tra trenta o cinquant'anni ci sommergeranno", conclude lo storico.
   Gideon Levy, 65 anni, è una delle più efficaci voci critiche israeliane. E' uno dei protagonisti della permanente polemica politica che rende vitale la democrazia. E' vero, dice, che fin dall'inizio i palestinesi si sono opposti al sionismo, considerandolo un potere coloniale che ha invaso e occupato il loro Paese. Nella loro prospettiva è la verità. La loro verità. A loro non interessa il diritto alla terra della Bibbia, né la promessa divina, né l'Olocausto. Questo riguarda il passato, dice sempre Gideon Levy; in quanto al presente, Morris trascura il regime militare nei Territori occupati, uno dei più severi e umilianti. Da più di cinquant'anni le ispezioni notturne gettano fuori dai loro letti anche i bambini. In quale altro Paese democratico ci sono milioni di persone senza cittadinanza? Morris prevede negli anni il prevalere della maggioranza musulmana ed è convinto che quel che è già accaduto nel passato altrove si verificherà in Israele nel futuro. Sbaglia. Come storico, gli ricorda Levy, dovrebbe sapere che, più che ripetersi, la storia può essere, al massimo, simile. E' vero che la democrazia ha scarse speranze di realizzarsi nei Paesi arabi, ma i palestinesi hanno dimostrato di sapersi comportare diversamente. Eleggono il loro Consiglio legislativo, e i palestinesi che sono cittadini israeliani eleggono i loro deputati alla Knesset. Morris è convinto che gli arabi non perdoneranno Israele. Levy ribatte che gli ebrei hanno perdonato la Germania per crimini più orribili; i neri negli Stati Uniti e nell'Africa de Sud hanno perdonato i bianchi; Francia e Germania sono diventati alleati dopo la Seconda guerra mondiale. Soltanto i palestinesi non dovrebbero perdonare?
   Uno storico come Morris dovrebbe sapere che tutto può svolgersi in maniera diversa se Israele assume le sue responsabilità morali e concrete. Esistono già città arabo-israeliane come Haifa e Jaffa. Ed esistono tanti modi per tentare una convivenza. Ma quando si è ultranazionalisti non si trova nulla da discutere con quelli considerati inferiori. E allora si è portati a credere all'apocalisse, conclude Gideor Levy.
   Quelle di Morris e di Levy sono posizioni opposte ed estreme. Il panorama politico mediorientale è cambiato. Israele non è più isolato. Con i Paesi sunniti, dall'Arabia Saudita all'Egitto, ha un comune nemico: l'Iran sciita degli ayatollah. Benjamin Netanyahu partecipa a riunioni con dirigenti arabi che un tempo chiedevano la fine di Israele.
   Ma i rapporti al vertice, tra governi, non corrispondono ai sentimenti prevalenti nelle popolazioni. Non contribuiscono alla convivenza né il muro eretto tra Israele e i Territori occupati; né la legge sullo stato-nazione ebraica, approvata in luglio dalla Knesset, che di fatto fa degli arabo-israeliani cittadini di una classe inferiore, nonostante la dichiarazione di indipendenza parli di uguaglianza per tutti i cittadini, senza distinzione etnica o religiosa; né la riduzione della lingua araba, un tempo ufficialmente la seconda, a lingua a status speciale. Né del resto gli incontri tra dirigenti arabi e israeliani, per concertare azioni contro il comune nemico iraniano, hanno cambiato gli umori ostili delle popolazioni arabe.
   Benny Gantz, l'avversario di Benjamin Netanyahu alle elezioni di primavera, pur auspicando un dialogo con gli arabi, parla di un'ostilità destinata a durare a lungo. Netanyahu non la pensa diversamente. E agisce di conseguenza.

(la Repubblica, 21 febbraio 2019)


Repubblica presenta le posizioni di Benny Morris e Gideon Levy come "idee opposte", quando in realtà hanno molto in comune. In particolare, come ai palestinesi a loro non interessa la promessa divina e il diritto biblico di Israele alla terra. In quanto intellettuali laici pensano di avere il dovere di non far intervenire Dio nelle loro considerazioni e previsioni. A loro probabilmente non interesserà, ma la Bibbia li definisce “stolti”. “Lo stolto ha detto nel suo cuore: non c’è Dio” (Salmo 14). M.C.


Il lander israeliano Beresheet sta per essere lanciato verso la Luna

di Massimo Zito

Beresheet effettuerà alcune misurazioni del campo magnetico della Luna.
Il 22 febbraio alle 01:45 UTC (21 febbraio 20:45 EST), un razzo Falcon 9 di SpaceX lancerà il lander israeliano Beresheet verso la Luna.
Il lancio, che è anche il primo di SpaceX con destinazione Luna, verrà effettuato da Cape Canaveral. Beresheet, che è la parola ebraica per "inizio"(ed è anche la prima parola del libro della Genesi della Bibbia), dovrebbe raggiungere la Luna il 4 aprile.
Il lander, realizzato dall'organizzazione non-profit israeliana SpaceIL, con il contributo della statale Israel Aerospace Industries, si staccherà dal vettore di lancio circa 30 minuti dopo il liftoff, per avviarsi lungo una traiettoria che utilizzerà la gravità terrestre per farsi spingere sempre più in alto fino all'incontro con la Luna, attorno alla quale entrerà in orbita dopo circa 40 giorni di viaggio. Per effettuare l'allunaggio sul Mare della Tranquillità sarà, però, necessario aspettare un'altra settimana.
La missione Beresheet sarà anche la prima condotta completamente da privati, lanciatore e lander, a raggiungere il satellite naturale della Terra.
Oltre alla missione scientifica di cui condividerà i risultati con la NASA, Beresheet avrà a bordo anche una capsula del tempo che resterà sulla Luna. Composti da tre dischi, i dati della capsula temporale comprendono simboli come la bandiera israeliana e l'inno nazionale del paese, "Hatikvah". Vi saranno, inoltre, anche i dizionari in 27 lingue, insieme alla Bibbia e un libro per bambini ispirato alla missione.
Beresheet e la sua capsula temporale rimarranno sulla superficie lunare indefinitamente.

(Recom Magazine, 20 febbraio 2019)


L'israeliana Rafael presenta nuovo missile anti-bunker

GERUSALEMME - L'azienda del settore della difesa israeliana Rafael Advanced Defense presenterà il nuovo missile a lungo raggio aria-superficie, progettato per distruggere obiettivi bunker e altre strutture sotterranee, all'Aero India Air Show che ha preso il via oggi a Bangalore. Lo riferisce il quotidiano israeliano "Jerusalem Post". La presentazione del nuovo missile, soprannominato Rocks, avviene in un momento di particolare tensione tra Israele e Iran. Come fa notare la stampa israeliana, all'inizio di febbraio un alto comandante delle guardie rivoluzionarie iraniane ha dichiarato che l'Iran avrebbe "raso al suolo le città di Tel Aviv e Haifa" in caso di un attacco degli Stati Uniti contro la Repubblica islamica. Secondo una dichiarazione rilasciata da Rafael, il nuovo missile è dotato di una testata a frammentazione esplosiva che è in grado di distruggere bersagli sia sopra la superficie che in profondità in aree altamente difese. Il missile può essere impiegato contro obiettivi fissi, mobili e anche contro bersagli e aeree difese da contromisure per sistemi Gps. Come sottolineato dall'azienda, il Rocks utilizza il segnale Gps/Ins per la navigazione fino a metà percorso, per poi attivare il sistema elettro ottico ad infrarossi e l'elaborazione con algoritmi di immagini ad alta risoluzione per raggiungere e colpire l'obiettivo con grande precisione. Nella nota Rafel precisa che il Rocks può essere lanciato da varie unità di attacco da una distanza che va ben oltre le difese anti-aeree del nemico. "Rocks offre una soluzione all'avanguardia e conveniente che combina diverse tecnologie sperimentate in combattimento ereditate dal nostro sistema Spic di ultima generazione", ha dichiarato Yuval Mille, vicepresidente esecutivo e direttore generale di Rafael. Secondo Miller, l'India Air Show è un'ottima vetrina per presentare questo nuovo sistema.

(Agenzia Nova, 20 febbraio 2019)



Ancora svastiche a Lione, Macron annuncia stretta

di Paolo Levi

 
 
 
 
PARIGI. - All'indomani della grande manifestazione a Parigi e in altre città di Francia contro l'antisemitismo, arriva un nuovo attacco antiebraico con svastiche e scritte negazioniste sulla Shoah, vicino Lione. E il presidente Emmanuel Macron è pronto ad annunciare, mentre incontra la comunità ebraica francese, un severo giro di vite per fermare una deriva contro cui martedì la Francia è scesa, unita, in piazza.
   Il presidente israeliano Reuven Rivlin ha chiamato, intanto, il filosofo francese, Alain Finkielkraut, per esprimergli tutto il suo sostegno dopo gli insulti antisemiti di cui è stato vittima durante la manifestazione dei gilet gialli sabato scorso a Parigi.
   Ma Rivlin ha anche preso carta e penna e scritto a Macron, che ha deciso di annunciare una stretta, che riguarderà probabilmente anche i social, contro gli atti antisemiti. Il presidente ha deciso di farlo proprio durante la cena annuale del Crif, il consiglio rappresentativo degli ebrei di Francia, a cui sono attesi oltre mille invitati al Carrousel du Louvre.
   "Questi atti sono un affronto al popolo ebraico, alla Repubblica francese e a tutta l'umanità", scrive Rivlin nella missiva in cui ringrazia personalmente il leader francese di essersi recato personalmente nel cimitero ebraico con oltre 90 tombe profanate poche ore prima nonché al Memoriale della Shoah a Parigi.
   A quanto si apprende, Macron ha sentito per telefono anche il premier Benjamin Netanyahu. In una giornata in cui la Francia si è svegliata con un nuovo oltraggio. Svastiche rovesciate e la scritta 'Shoah blabla…' sono state rinvenute nel 'Giardino della memoria' situato nei pressi del cimitero di Champagne au Mont d'Or, vicino Lione, proprio all'indomani della manifestazione unitaria di praticamente tutti i partiti politici per dire basta all'antisemitismo, 20.000 i partecipanti soltanto in Place de la République a Parigi.
   Aurore Bergé, deputata e portavoce de La République En Marche, ha denunciato da parte sua le "dichiarazioni pericolose" del ministro israeliano dell'Immigrazione, Yoav Gallant, che ieri ha lanciato un appello agli ebrei francesi affinché tornino "a casa", leggi: in Israele. "Casa loro è la Francia - ha ribattuto Bergé ai microfoni di RFI -, sono persone francesi e penso che questo genere di dichiarazioni siano pericolose".
   Una "ferma condanna" per quanto accaduto vicino a Lione è stata espressa dal prefetto della regione Rhône-Alpes Pascal Mailhos. "L'antisemitismo, la xenofobia, l'omofobia od ogni altra forma di odio - ha ammonito in un tweet - non hanno spazio nella nostra Repubblica". Il 'Jardin du Souvenir', dove sono state ritrovate le scritte, è un luogo multiconfessionale per deporre le ceneri dei defunti. L'inchiesta è stata affidata ai gendarmi di zona.
   Intanto, è stato prolungato il fermo di uno degli individui che sabato scorso, durante la manifestazione dei gilet gialli, ha circondato e violentemente offeso Finkielkraut, gridandogli - fra l'altro - "sionista", "la Francia è nostra" e "morirai". L'uomo, che nel video che ha ripreso l'episodio appare con gilet giallo e kefiah attorno al collo, si è recato spontaneamente in commissariato rispondendo a una convocazione degli inquirenti. L'inchiesta che lo riguarda è stata aperta per "offese in pubblico per origine, etnia, nazionalità, razza o religione".

(ANSA, 20 febbraio 2019)


Allarme antisemitismo, la Francia in piazza. Israele: «Ebrei, tornate»

Già in 55 mila hanno lasciato il Paese. Tombe profanate in Alsazia Macron: «Misure forti, ma senza introdurre il reato di 'antisionismo'».

di Francesca Pierantozzi

PARIGI - Ça suffit. Adesso basta. Era scritto ieri su tutti i cartelloni, le bandiere, a Parigi, alla République, ma anche a Bordeaux, Lille, Lione, Marsiglia. La Francia è scesa di nuovo ieri sera per le strade e le piazze. Questa volta non sono stati i gilets jaunes, ma ministri, capi di partito, due ex presidenti della Repubblica, intellettuali, leader religiosi, e cittadini. Ebrei, musulmani, cattolici, atei. Tanti. Per dire no all'antisemitismo. Negli ultimi giorni, gli insulti al filosofo Alain Finkielkraut durante la manifestazione dei gilet gialli di sabato, e poi, ieri la profanazione del cimitero ebraico di Quatzenheim in Alsazia, con le tombe imbrattate con svastiche di pittura blu, hanno confermato quello che le cifre dicono da tempo. Gli atti antisemiti in Francia sono in costante aumento. In drammatico aumento: più 74 per cento nell'ultimo anno. E anche se mancano statistiche ufficiali, aumentano gli ebrei francesi che decidono di partire, di andarsene all'estero, soprattutto in Israele. Lo storico Mare Knobel ha citato al quotidiano Libération soltanto un numero complessivo: più di 55 mila ebrei (sono 456 mila in Francia) hanno lasciato il paese tra il 2000 e il 2017. Ieri il ministro dell'Immigrazione di Israele Yoav Gallant ha addirittura rivolto un appello ufficiale agli ebrei francesi: «Condanno vigorosamente l'antisemitismo in Francia e dico agli ebrei: tornate a casa, immigrate in Israele». Emmanuel Macron annuncerà oggi delle «misure forti» per combattere l'antisemitismo, anche se si è detto contrario alla proposta di introdurre il reato di antisionismo accanto a quello di antisemitismo. «Non penso che penalizzare l'antisionismo sia una buona soluzione» ha detto Macron. Ieri il presidente si è raccolto davanti alle tombe profanate di Quatzenheim. Su una lapide la scritta: "Elsassisches Schwarzen Wolfe", i lupi neri alsaziani, in riferimento a un gruppo autonomista e antisemita attivo negli anni Settanta. La procura di Strasburgo ha aperto un'inchiesta. «Faremo leggi, puniremo - ha detto Macron - La Repubblica si impara e si porta. Adesso è il momento dell'emozione, ci sono manifestazioni che mostrano la mobilitazione del paese. Ma oltre l'emozione, questo sentimento deve durare, soprattutto nelle coscienze. Chi pensa che si possa far balbettare la storia, sbaglia. Prenderemo iniziative forti, e chiare».

 La cerimonia
  In serata il residente si è raccolto a Parigi al memoriale della Shoah, lasciando la piazza ai rappresentanti politici. In place de la République, su iniziativa del partito socialista si sono riuniti quattordici ministri, nove sottosegretari, il premier Philippe, gli ex presidenti Hollande e Sarkozy. Su una tribuna in mezzo alla folla si sono succeduti dei ragazzi. Hanno letto testi di Georges Moustaki, di Primo Levi. Non era presente Marine Le Pen - non invitata - che ha preferito raccogliersi davanti una targa in memoria di Ilan Halimi, il ragazzo ebreo torturato e ucciso nel 2006. Dopo aver denunciato la «strumentalizzazione politica dell'antisemitismo» che nella fattispecie servirebbe a denigrare e soffocare il movimento dei Gilets Jaunes, Jean Luc-Mélenchon si è materializzato alla manifestazione di Marsiglia. «Spero che usciremo più forti da questa manifestazione ha detto Mélenchon - spero che i francesi saranno più consapevoli di essere il popolo della libertà e dell'uguaglianza».

 L'attacco
  Nel pomeriggio, mentre la gente cominciava a recarsi sulle piazze delle manifestazioni, a Marsiglia un uomo ha cominciato ad attaccare dei passanti vicino alla Canabière, l'arteria centrale della città. Prima col coltello, poi con una pistola. Dei poliziotti del vicino commissariato hanno aperto il fuoco e lo hanno ucciso. Tre i feriti, di cui uno in modo grave. L'uomo, un 36enne, senza tetto, aveva precedenti con la Giustizia, in particolare per omicidio, non era conosciuto dai servizi né era mai stato segnalato come radicale. La prefettura ha infatti subito escluso che si sia trattato di un atto di terrorismo.

(Il Messaggero, 20 febbraio 2019)


*


Svastiche sulle tombe a Strasburgo. Profanato il cimitero ebraico

di Leonardo Martinelli

 
PARJGI - Doveva essere la giornata del riscatto, della reazione della Francia repubblicana all'antisemitismo che ritorna e dilaga. E la giornata di ieri lo è stata, con una settantina di manifestazioni in tutta la Francia per dire no a quella brutta bestia e un fiume di persone (politici e pure tanta gente comune) che ha invaso la piazza della République a Parigi. Ma non è stato solo quello: nella mattina gli 800 abitanti di Quatzenheim, un villaggio a una ventina di km a Ovest di Strasburgo, hanno trovato 96 tombe profanate, nel loro antico cimitero ebraico, che risale al 1795.
   Sì, una serie di svastiche disseminate qui e là. Emmanuel Macron ha deciso subito di lasciare la capitale e di recarsi sul posto. Con la kippah sulla testa, si è raccolto davanti a quei sepolcri. Ma ha anche pronunciato frasi forti: «Coloro che l'hanno fatto non sono degni della Repubblica.
   E questa li punirà». E ancora: «Agiremo, ci saranno leggi e puniremo». Intanto il premier Edouard Philippe, dinanzi all'Assemblea nazionale, evocava la possibilità «prima della fine dell'anno» di varare nuove norme che puniscano «i social netwok che ospitano e non rimuovono frasi antisemite». Un gruppo di deputati sta addirittura chiedendo di riconoscere come reato l'antisionismo ma il Governo non è d'accordo e su questo ha espresso il suo dissenso anche Macron, che in serata ha raggiunto il memoriale della Shoah a Parigi.
   Prima le svastiche apparse sulle vetrine di alcuni negozi a Parigi. Poi, sempre nella capitale, sabato scorso, gli insulti lanciati contro il filosofo Alain Finkielkraut, ai margini di un corteo di gilet gialli. Ecco, l'antisemitismo è di ritorno in Francia, dove vivono 470 mila ebrei, la comunità più grande d'Europa. Secondo gli ultimi dati del ministero degli Interni, si è passati da 311 atti antisemiti nel 2017 (aggressioni verbali e fisiche denunciate alla giustizia) a 541 l'anno scorso. Chi c'è dietro al ritorno di queste antiche minacce? Uno strano miscuglio tra antisemitismo a matrice islamista, quello tipico dell'estrema destra e uno atavico e latente. Nel cimitero di Quatzenheim è stata trovata una scritta, in tedesco, «Lupi neri alsaziani», gruppo autonomista e di estrema destra che prosperava alla fine degli Anni Settanta: «gente normale», compresi diversi commercianti, poi condannati.
   Ieri da Israele è intervenuto il premier Benyamin Netanyahu. «Oggi qualcosa di scioccante è avvenuto in Francia», ha detto, riferendosi alla profanazione del cimitero. «Faccio appello ai leader di Francia ed Europa - ha aggiunto - perché mettano in atto una forte azione contro l'antisemitismo». Poco prima Yoav Galant, ministro dell'Immigrazione, aveva lanciato un appello agli ebrei di Francia: «Rientrate a casa, immigrate in Israele!». Tra il 2006 e il 2016 l'aliyah, il ritorno degli ebrei della diaspora verso Israele, ha già riguardato 45 mila francesi. Intanto, ieri sera, alla manifestazione in piazza della République erano presenti Philippe e più della metà dei componenti del Governo, oltre agli ex presidenti François Hollande e Nicolas Sarkozy. Marine Le Pen, invece, per evitare polemiche, ha preferito rendere omaggio nella periferia parigina a Ilan Halimi, giovane ebreo massacrato nel 2006 da una gang di delinquenti. Altro tragico episodio di questo ritorno agli spettri di un tempo.

(La Stampa, 20 febbraio 2019)


Crimini contro gli ebrei in aumento a New York

Anche a New York sono in crescita i crimini d'odio, e in particolare l'antisemitismo. Secondo i dati riportati ieri dal New York Times, nella Grande Mela ci sono stati già 55 reati di odio dal primo gennaio 2019, tasso che fa registrare un +72% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. E due terzi (36, invece dei 21 del 2018) sono avvenuti contro gli ebrei, in particolare a Brooklyn. Il New York Times riporta alcuni casi avvenuti nel quartiere di Crown Heights, che hanno scatenato l'allarme della comunità ebraica. Un video mostra un ebreo di 51 anni picchiato da tre giovani, in un altro filmato un ebreo ortodosso viene inseguito per strada da un uomo che brandisce il ramo di un albero. E un terzo mostra un ebreo ortodosso attaccato ad una recinzione mentre un aggressore tenta di soffocarlo. L'ondata di attacchi antisemiti a Brooklyn è proseguita sabato, quando due uomini hanno infranto la vetrata di una sinagoga a Bushwick, nessuno è rimasto ferito. Il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha commentato parlando di «atto di odio scioccante e ripugnante».

(Avvenire, 20 febbraio 2019)


Islamismo, antisemitismo e la cattiva coscienza

di Loredana Biffo

L'aggressione di matrice antisemita avvenuta a Parigi nei confronti del filosofo ebreo Alain Finkielkraut (apostrofato con epiteti significativi: "sporco ebreo"; "sporco sionista"; "buttati nel canale"; "Palestina"; "vattene in Israele"; "la Francia è nostra"), ha scatenato un tam tam giornalistico sia in Francia che in Italia, le voci di dissenso si sono levate in particolare a sinistra, nel tentativo di difendere quello che quest'area politica considera un proprio valore; ovvero la "memoria della Shoah". Dimenticando però, che l'interdipendenza tra antisionismo e antisemitismo è la variabile dipendente della questione e che proprio questo è l'errore più grossolano che viene fatto quando si parla di antisemitismo che ripetutamente viene mascherato con l'antisionismo, quasi che questi e lo Stato di Israele fossero un corpo separato ed estraneo all'antisemitismo, veicolato attraverso il mantra del "non sono antisemita, sono antisionista". Questa frase molto abusata, rivela in realtà tutte le contraddizioni rispetto alla storia della shoah prima e dello Stato di Israele dopo; nonché l'egemonia che la cultura di sinistra vorrebbe maldestramente esercitare a tal proposito.
  Questa vicenda dei gilet gialli presenta un'altra istanza che ha una genesi nella storia del socialismo e del comunismo, ma che oggi viene ignorata dalla sinistra, ovvero la questione della "rappresentanza" e della storia dei "movimenti" come portatori di istanze sociali e politiche; una questione che oggi interpella tutte le società occidentali, in particolare in Europa, ma che tutti si affrettano a definire violenti e non desiderabili, oscurandone quindi il complesso intreccio di questioni sociali (lavoro, immigrazione, sicurezza ecc..) che esistono e ribollono al loro interno e che non cesseranno di esistere per il solo fatto che li si oscuri o delegittimi. Per usare una categoria gramsciana, possiamo dire che la sinistra ha perso definitivamente la "connessione sentimentale con il popolo", stabilendola ormai in modo univoco con l'immigrato - meglio se islamico - che riconosce come il nuovo proletariato. Questo ha una forte ricaduta sul piano politico-sociale, è la tendenza prevalente soprattutto sul piano della divulgazione giornalistica e dell'uso pubblico della storia, che troppo spesso subisce contraffazioni grottesche, senza che i "grandi media" mettano in luce questa dissociazione.
  Si pensi per esempio al fatto che ovunque si scriva che Israele ha "invaso la Palestina", "deportando gli arabi", quando incontrovertibili fonti storiche dimostrano che quelle terre paludose erano state a suo tempo vendute dagli arabi (per altro provenienti da altri Paesi mediorientali, cosa che dimostra l'invenzione "dell'arabo palestinese") agli ebrei, per poi rivendicarne successivamente il possesso una volta rese fertili.
  Così come non si scrive mai delle numerose risoluzioni di pace che gli arabi hanno rifiutato. Colpisce che a sinistra non si colga la contraddizione implicita nel fatto che degli islamici francesi urlino ad un intellettuale ebreo di origine francese "tornatene in Israele", "la Francia è nostra", quando agli israeliani viene detto dagli arabi palestinesi di andarsene; di quanto sia evidente la volontà degli islamisti di colonizzare e islamizzare l'Europa e distruggere Israele negandone il diritto ad esistere, ma questo venga taciuto o giustificato con il fatto che l'Europa è stata colonialista, omettendo anche il fatto che Israele sia l'unica democrazia esistente nel Medio Oriente.
  Inoltre vi è un fatto ancor più evidente in questa incapacità di analizzare i movimenti o peggio di leggere la realtà, ovvero la drammatica perdita da parte della sinistra, della dimensione del "sociale", della subordinazione e della spoliazione dei diritti economici e per l'appunto sociali che i cittadini vivono nelle nostre società, dove i lavoratori autoctoni sono stati messi in competizione con quelli provenienti da parti più povere e meno tutelate del mondo, abbassando drasticamente il salario dei primi; è sufficiente a tal proposito leggere qualsiasi libro del sociologo Luciano Gallino a tal proposito (Finanzcapitalismo, Il lavoro non è una merce, Il colpo di stato di banche e governi, Globalizzazione e disuguaglianze, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Il costo umano della flessibilità e molti altri), il quale spiega molto bene come la classe capitalistica transnazionale ha operato in modo eccellente in questo senso.
  Sembra altresì che gli argomenti che scandirono le lotte per l'emancipazione femminile ai primi del novecento ora la sinistra li abbia rimossi, che non veda lo stretto collegamento con i diritti inesistenti e i gravi soprusi per le donne nel mondo islamico, anzi, sedicenti femministe e rappresentanti della nostra classe politica sono ben felici di velarsi in occasione di incontri con i barbuti ayatollah. Vi è poi un aspetto ancor più evidente, del quale i cittadini parlano, ma che la politica oscura, ossia il fatto che i gilet gialli sono nati come movimento per la rivendicazione dei diritti sociali ed economici e che in un contesto come quello francese, (dove ci sono cifre ufficiali che dichiarano l'esistenza di 6 milioni di islamici, in realtà sembrerebbero essere molti di più secondo le dichiarazioni di un ex ministro francese) era facile immaginare che si sarebbero infiltrati i radicalizzati di seconda e terza generazione, ma la stampa urla al pericolo del fascismo e del nazismo che secondo il sinistrume sarebbe alle porte, facendo di questa teoria la solita arma di distrazione di massa, salvo poi tacciare di nazionalismo e islamofobia chiunque osi avere un pensiero contrario. Insomma, la sinistra ha ormai da tempo perso la peculiarità di interpretare il sociale e le trasformazioni culturali che toccano nel vivo le forme stesse dell'autocoscienza, che scaturiscono dai rapporti reali di produzione e dominio - per usare la categoria marxiana - consegnando così le nostre società all'imminente islamizzazione, oltre che alla pauperizzazione, sottendendo che il mondo islamico sia il "nuovo proletariato" a cui fare riferimento per la sua propria rinascita politica - qui invece sta la sua sconfitta più grande, che ha consegnato l'elettorato a Lega e 5 Stelle - ma avendo gli occhi bendati sul fatto che sono proprio i rapporti economici ad aver spianato la strada a Paesi come l'Iran e l'Arabia Saudita che dei diritti umani, sociali, politici ed in primis economici (si vedano i tassi di povertà assoluta in questi Paesi) ne fanno polpette.
  A questo punto viene spontaneo chiedersi se la sinistra non farebbe bene a pensare di considerare che il concetto di antisionismo di cui è fieramente portatrice (sic!), sia la vera chiave di volta di tutta la questione, e che questo sia più che altro utilizzato come il tappeto sotto il quale nascondere la sua vera natura antisemita indissolubilmente legata a quella islamista, declinata in antisionista, cominciando magari ad assumersi le sue responsabilità nei confronti della nuova vulgata antisemita, invece di trastullarsi con il fantasma del fascismo.

(L'Opinione, 20 febbraio 2019)


"Sono fiera di essere araba israeliana e sionista"

Una coraggiosa testimonianza in video, a dispetto di menzogne odio e minacce.

"Sono molto fiera, innanzitutto, di essere un'araba israeliana sionista, e ho legato il mio destino a Israele e al popolo ebraico, un popolo di pace". Lo afferma Sara Zoabi, una cittadina araba d'Israele, in un video di poco più di 3 minuti postato sabato scorso da Hananya Naftali, un famoso YouTuber israeliano. "La nazione ebraica è un modello di pace e amore", aggiunge Sara Zoabi.
Alla domanda su perché si senta così vicina agli israeliani e non ai palestinesi, Zoabi risponde: "Io sono israeliana, sono nata qui, vivo qui. Punto. Non sento nessuna molestia né discriminazione per il fatto che sono araba. E' vero il contrario: come araba e musulmana, ho tutti i miei diritti"....

(israele.net, 20 febbraio 2019)


Il jihad palestinese contro la pace

di Bassam Tawil*

I leader palestinesi hanno di recente intensificato i loro sforzi per impedire ai paesi arabi di normalizzare le loro relazioni - o addirittura firmare accordi di pace - con Israele.
   La campagna prende posizione contro le notizie in merito a un miglioramento nelle relazioni tra Israele e alcuni paesi arabi, nonché a una recente visita in Oman da parte del premier israeliano Benjamin Netanyahu.
   Lo spettro della pace tra i paesi arabi e Israele è diventato un incubo per i leader palestinesi. Invece di preoccuparsi della possibilità di costruire un futuro migliore - di cui i palestinesi hanno disperatamente bisogno - i dirigenti palestinesi lavorano febbrilmente per ostacolare qualsiasi tentativo di avvicinamento tra i paesi arabi e Israele.
   Come parte della campagna "anti-normalizzazione", i leader palestinesi in Cisgiordania stanno ora esercitando pressioni sui paesi arabi affinché questi ultimi boicottino un summit globale promosso dagli Stati Uniti per discutere di Medio Oriente e Iran, che è previsto per il prossimo mese in Polonia.
   Il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato in un'intervista televisiva che l'incontro "si concentrerà sulla stabilità in Medio Oriente, sulla pace, la libertà e la sicurezza qui e in questa regione e ciò include un importante elemento per assicurare che l'Iran non sia un'influenza destabilizzante".
   Il summit, ha affermato Pompeo, "raggrupperà numerosi paesi da tutto il mondo, da Asia e Africa, le nazioni dell'emisfero occidentale, l'Europa e ovviamente il Medio Oriente".
   I leader palestinesi sarebbero convinti che l'imminente conferenza faccia parte di uno sforzo statunitense volto a normalizzare le relazioni tra i paesi arabi e Israele. Il presidente dell'Autorità palestinese (Ap) Mahmoud Abbas e i suoi alti funzionari e portavoce a Ramallah ritengono che qualsiasi cosa l'amministrazione americana faccia o dica sia una "cospirazione, volta a liquidare la causa palestinese e a minare i diritti nazionali dei palestinesi".
   Abbas e la sua Ap boicottano l'amministrazione americana sin dalla decisione presa nel dicembre del 2017 dal presidente Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come la capitale di Israele. Da allora, hanno sfruttato ogni occasione per esprimere la loro condanna del piano di pace per il Medio Oriente della Casa Bianca che ancora non è stato presentato, noto anche come "l'accordo del secolo".
   Il 23 gennaio, i leader palestinesi che si sono incontrati a Ramallah, in Cisgiordania, la capitale palestinese de facto, hanno respinto il piano americano di tenere la conferenza in Polonia e hanno anche invitato i paesi arabi a non partecipare al summit. Piuttosto, hanno loro chiesto di riaffermare il loro impegno nei confronti dell'Iniziativa di pace araba, una proposta in dieci punti per porre fine al conflitto arabo-israeliano che fu approvata dalla Lega araba nel 2002.
   Israele ha espresso riserve in merito al piano di pace della Lega araba, soprattutto sulla richiesta di ritirarsi ai confini indifendibili esistenti prima del 1967, con aggiustamenti territoriali, incluso un ritiro dalle alture del Golan, come pure il "diritto al ritorno" per i profughi e i loro discendenti alle loro vecchie case in Israele. Inondare Israele con milioni di palestinesi trasformerà gli ebrei in una minoranza - com'è presumibilmente intenzione del piano.
   In altre parole, l'Iniziativa di pace araba di fatto richiede la creazione di due Stati palestinesi: uno in Israele e un altro in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est.
   Il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe affermato che l'unica parte positiva del piano è la volontà delle nazioni arabe di raggiungere la pace e ottenere la normalizzazione delle relazioni con Israele.
   I leader palestinesi non hanno trovato il tempo per discutere dei modi per migliorare le condizioni di vita della loro popolazione. Non hanno discusso della "crisi economica e umanitaria" in corso nella Striscia di Gaza. Tali questioni non sono mai state sulla lista delle loro priorità.
   Ciò che tormenta Abbas e l'Autorità palestinese sono le notizie di un riavvicinamento tra alcuni paesi arabi e Israele.
   Il segretario generale dell'Olp Saeb Erekat, che ha dedicato gli ultimi due decenni della sua vita a stigmatizzare Israele e gli Stati Uniti, è stato uno dei primi leader palestinesi a lanciare un segnale d'allarme sull'imminente conferenza organizzata dall'amministrazione statunitense.
   In linea con la lunga tradizione palestinese di bollare tutto ciò che riguarda Israele e gli Stati Uniti come una "cospirazione", Erekat ha dichiarato che il summit in Polonia è "finalizzato ad aggravare le divisioni nella regione".
   Erekat sembra particolarmente preoccupato del fatto che alcuni paesi arabi parteciperanno alla conferenza e parleranno a nome dei palestinesi, o addirittura normalizzeranno le loro relazioni con Israele. L'Olp, egli ha chiosato, è l'unica parte autorizzata a parlare a nome dei palestinesi in qualsiasi negoziato relativo alla questione palestinese.
   Anche altri dirigenti di punta palestinesi si sono spinti oltre avvertendo i paesi arabi che qualsiasi forma di normalizzazione dei rapporti con Israele sarebbe considerata un atto di tradimento. Abbas Zaki, ad esempio, un alto esponente di Fatah, la fazione al potere del presidente Abbas, ha detto a proposito del palese riavvicinamento tra alcuni paesi arabi e Israele: "La normalizzazione delle relazioni tra diversi paesi arabi e Israele è un atto di tradimento e codardia". In un'altra dichiarazione, Zaki ha biasimato la recente visita in Israele da parte di certi arabi, definendola "una profonda pugnalata alla lotta nazionale palestinese". Il riavvicinamento tra alcuni paesi arabi e Israele, egli ha aggiunto, fa parte di una cospirazione finalizzata a facilitare il controllo esercitato da Israele e l'egemonia sulle risorse arabe.
   Mohammed Shtayyeh, un altro esponente di punta di Fatah ed ex negoziatore di parte palestinese, ha dichiarato che i palestinesi sono delusi e rattristati per la normalizzazione delle relazioni tra gli arabi e Israele. In un'intervista rilasciata all'emittente radiofonica dell'Autorità palestinese Voce della Palestina, Shtayyeh ha attribuito il riavvicinamento tra alcuni arabi e Israele alla "situazione di declino" nei paesi arabi e islamici.
   Tre gruppi palestinesi - il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP), il Fronte democratico per la liberazione della Palestina (FDLP) e Hamas - hanno inoltre invitato gli arabi a opporre resistenza a qualsiasi tentativo da parte dei loro leader di fare pace con Israele e hanno detto che è giunto il momento di adottare "severe misure per affrontare i pericoli della normalizzazione delle relazioni con Israele".
   Anche il primo ministro dell'Ap, Rami Hamdallah, si è unito al coro, esortando gli arabi ad astenersi da qualsiasi forma di normalizzazione dei rapporti con Israele. In un discorso pronunciato il 20 gennaio a un summit arabo per lo sviluppo sociale ed economico, tenutosi in Libano, Hamdallah ha affermato che la normalizzazione dei rapporti tra i paesi arabi e Israele non dovrebbe avvenire prima della creazione di uno Stato palestinese indipendente, con Gerusalemme Est come sua capitale, sui confini esistenti prima del 1967. Egli ha invitato tutte le istituzioni e le imprese arabe ad attenersi alle direttive della Lega araba di boicottare Israele.
   È quantomeno pura ipocrisia per l'Autorità palestinese e per i suoi leader pretendere che gli arabi boicottino Israele quando essi stessi parlano e lavorano con Israele. Lo stesso Hamdallah, che invita gli arabi a boicottare Israele, s'incontra regolarmente a Gerusalemme con il ministro delle Finanze israeliano Moshe Kahlon. Un altro ministro palestinese che partecipa regolarmente a riunioni con i funzionari israeliani è Hussein al-Sheikh, anch'egli un alto dirigente di Fatah.
   La strategia palestinese si basa ora sull'istigazione degli arabi contro i loro leader. Questo è il messaggio che Abbas e i suoi funzionari inviano agli arabi: "Dovete unirvi a noi nella nostra campagna volta a impedire ai nostri leader di fare pace con Israele. Dovete condannare, come se fosse un traditore, qualsiasi leader che cerchi di normalizzare le relazioni con Israele".
   La campagna "anti-normalizzazione" dei palestinesi fa anche parte del loro sforzo volto a contrastare "l'accordo del secolo" promesso da Trump, che, secondo alcune voci, invocherà la normalizzazione delle relazioni tra gli arabi e Israele. I palestinesi affermano di essere determinati a sventare il piano di pace di Trump che non è ancora stato reso pubblico e il suo tentativo di normalizzare le relazioni tra Israele e i paesi arabi. Attualmente, dunque, la "diplomazia" palestinese si è ridotta a questo: vanificare i piani di pace e la normalizzazione arabo-israeliana. Questo è ciò che accade quando Mahmoud Abbas e i suoi dirigenti non hanno nulla di buono da offrire alla loro popolazione. Adesso resta da vedere se i paesi arabi si arrenderanno all'ultima campagna palestinese di incitamento e intimidazione.

* Bassam Tawil è un musulmano che vive e lavora in Medio Oriente.

(Gatestone Institute, 19 febbraio 2019)


L'aggressione verbale a Finkielkraut e il contesto

di Niram Ferretti

Nulla di nuovo sotto il sole, si fa per dire. L'aggressione verbale subita da Alain Finkielkraut a Parigi durante un corteo dei gilet gialli dove è stato insultato perché "sionista" e dunque difensore di Israele, e dunque suscettibile di punizione divina, non proveniva, come ha cercato di fare credere un atro filosofo ebreo francese vicino a Israele ma molto gauche caviar, come Henri Bernard Levy, dal fascismo risorgente di cui i gilet gialli sarebbero un contenitore. No, il principale aggressore verbale di Finkielkraut è un musulmano radicalizzato. Lo stesso intellettuale francese e accademico di Francia lo ha detto chiaramente durante una trasmissione televisiva dopo l'incidente facendo riferimento alle frasi ingiuriose di cui è stato fatto oggetto. "Questa è retorica islamista".
   Alcuni fatti vanno ricordati. La strage alla scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa del 2012, quella dell'Hypercasher del 2015,gli omicidi individuali di ebrei come quello di Ilan Halimi nel 2006, di Sarah Halimi nel 2017, di Mireille Knoll nel 2018. Tutti episodi riconducibili all'odio islamico nei confronti degli ebrei.
   La realtà è dunque questa. Che vi sia in Francia, come altrove in Europa, un antisemitismo autoctono, è una ovvietà assoluta, ma non è quello egemone e non è quello che in Francia ha mietuto le vittime elencate, e non è quello che ha in Israele il suo obiettivo principale e che a Parigi si è manifestato contro Finkielkraut.
   "Oggi, la Francia", ha Guy Millière, "E' l'unico paese nel mondo occidentale in cui gli ebrei vengono uccisi solo per essere ebrei" . Ed è sempre Millière a sottolineare come, "In due decenni più del 20% degli ebrei francesi hanno lasciato la Francia. Secondo un sondaggio, il 40% degli ebrei che vivono attualmente in Francia, vogliono andarsene. Malgrado gli ebrei rappresentino attualmente meno dello 0.8% della popolazione, metà dei militari e della polizia impiegata nelle strade francesi si trova di guardia davanti alle scuole ebraiche a ai luoghi di culto".
   La Francia è anche il paese che in nome della libertà di espressione ha permesso che l'umorista e attivista di colore Dieudonné, dal 2002 in poi, nei suoi spettacoli e nei suoi interventi propagasse una narrativa ferocemente antisemita e antisionista che non sarebbe dispiaciuta ad Alfred Rosenberg e Julius Streicher. Ma la Francia non è la Germania degli anni '40, è un grande paese democratico culla ed erede dell'Illuminismo, dove la libertà di espressione, che, il 7 gennaio del 2015 è costata la vita a una parte della redazione di Charlie Hebdo, rea di avere pubblicato vignette blasfeme su Maometto, è un caposaldo, fino a quando, certo, non si tocca troppo da vicino l'Islam. Allora le cose cambiano. Ci si deve nascondere, e vivere sotto scorta, come Robert Redeker oppure si viene uccisi, o, nel migliore dei casi, si viene portati in giudizio, come è accaduto a Georges Bensoussan. Ma Dieudonné se ne guarda bene da lanciare invettive contro l'Islam, per lui i musulmani, insieme ai neri, sono vittime dello stesso potere terribile e implacabile che si presenta sotto l'effige della Stella di Davide. Egli ha preferito mascherarsi da paladino degli oppressi di colore, restando quindi fermamente saldo su un terreno in sintonia con lo Zeitgeist, e dunque capace di intercettare un ampio consenso, appoggi, simpatie, dall'estrema destra (Jean Marie Le Pen), come dall'estrema sinistra.
   Dieudonné è un sintomo della malattia grave di cui soffre la società francese, e di cui una buona parte dell'Europa è affetta. Basta guardare al Regno Unito dove il principale partito di opposizione è virulentemente antisionista e rigurgitante di antisemiti, basta guardare alla Svezia, all'Olanda, alla Norvegia, all'Irlanda, dove, in nome delle magnifiche sorti e progressive, Israele è rappresentato come uno Stato canaglia.
   Non c'è quindi da sorprendersi eccessivamente se Alain Finkielkraut sia stato aggredito verbalmente. E' uno dei frutti marci del clima avvelenato, dell'odio diffuso a piene mani contro Israele, soprattutto da parte islamica da cinquanta anni a questa parte.

(Progetto Dreyfus, 19 febbraio 2019)



Il vertice non si fa più, Israele e Polonia litigano sull'Olocausto

Varsavia offesa dalle accuse di Netanyahu: «Complici dei nazisti». E lui: è un equivoco

di Fiamma Nirenstein

Forse tutto sommato non è una sfortuna che sulla politica talvolta sventoli la bandiera della verità storica, e con essa la forza dei sentimenti.
   E però, dopo l'alzabandiera, tutti dovrebbero tornare al buon senso e al presente. Invece qui non ha funzionato, e così il vertice di Visegrad che avrebbe dovuto tenersi a Gerusalemme da giovedì (ovvero la convergenza nella capitale d'Israele dei primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, e Ungheria) è stato annullato in seguito allo scontro fra Israele e Polonia sulla Shoah. E sì che l'atteggiamento di questi quattro Paesi è molto importante per Israele a fronte della critica incessante dell'Unione Europea. Ma l'enorme coda di paglia della Polonia per il genocidio degli ebrei di cui è stata senza dubbio volenterosa testimone e anche complice, ha preso fuoco dopo svariati capitoli di un duro scontro sulla Shoah. I rappresentanti degli altri tre Paesi condurranno qui incontri bilaterali, ma certo essi non saranno così simbolicamente importanti come la determinazione a disegnare proprio in Israele il futuro di quattro Paesi Europei legati da un patto e in polemica con la UE.
   Persino con la Germania del dopoguerra, quando Ben Gurion con Adenauer decise fra lacrime e sangue, si evitò lo scontro. La Germania aveva motivi vitali per non negare le sue colpe verso gli ebrei, ed era impegnata in un processo di elaborazione legato alla sua sopravvivenza stessa. Adesso invece, in mezzo alle migliori intenzioni politiche, è stata inevitabile la caduta delle tessere del domino polacco-israeliano l'una sull'altra: l'ultima botta l'ha data in un empito di iperattivismo il nuovissimo ministro degli esteri Yisrael Katz, nominato domenica. Intervistato appena eletto e in piena campagna elettorale, ha anche detto che i polacchi hanno succhiato l'antisemitismo col latte della mamma, e questo ha sopravanzato ma ha anche rafforzato, la presa di posizione corretta alla meglio da Bibi Netanyahu. Al summit di Varsavia aveva detto al Museo della Storia Ebraica che «i polacchi hanno collaborato con i nazisti, non c'è dubbio su questo». Poi ha corretto la sua posizione: certi polacchi, alcuni polacchi: «poles» non «the poles». Ma l'affermazione veniva dopo la lunga tensione a causa della legge polacca che condannava come offesa criminale, compresa la prigione, chi dice che i polacchi sono stati complici dello sterminio, e poi, dopo molti scontri con Israele, la procedura è diventata civile. Ma ai polacchi brucia troppo il passato, e questo mentre la politica dei quattro Paesi europei in questione ha una fondamentale importanza polemica nei confronti dello stile mogheriniano Ue, che mentre criminalizza spesso Israele sostiene l'accordo e il commercio con l'Iran. Non è affatto un caso se, seduto accanto a Mike Pompeo e al ministro degli esteri yemenita per la prima volta nella storia, Netanyahu proprio a Varsavia, durante un summit in cui l'Europa era rappresentata solo dall'Italia e dall'Inghilterra, ha condiviso il punto di vista sull'Iran con 60 stati, di cui molti arabi. Il ministro degli Esteri del Bahrain Khalid bin Ahmed al Khalifa ha detto che senza «il denaro tossico» che i palestinesi ricevono da Iran e altri committenti sospetti, il conflitto con Israele sarebbe da tempo risolto; il ministro degli Esteri degli Emirati al Nabyan ha dichiarato addirittura che Israele ha il diritto all'autodifesa; il presidente dell'Oman si è mostrato entusiasta di rivedere Netanyahu. Tutto questo a Varsavia, che i palestinesi avevano chiesto agli arabi di disertare, mentre a Soci si riunivano coi russi gli iraniani e i turchi. Il mondo forma nuove isole e continenti di qua e di là, la Polonia e Israele sono dalla stessa parte. Eppure adesso la storia li trascina alla deriva.

(il Giornale, 19 febbraio 2019)


*


La comunità ebraica polacca contro le parole del ministro degli Esteri israeliano

L'Unione delle Comunità ebraiche polacche ha preso le distanze dalle parole del neo ministro degli esteri israeliano Yisrael Katz che hanno fatto divampare nuove tensioni tra Israele e Polonia con il forfait di quest'ultima dal summit dei Paesi di Visegrad in programma oggi a Gerusalemme. In una lettera, resa nota nei media israeliani, il presidente Monika Krawczyk e il rabbino capo di Polonia Michael Schudrich hanno scritto che "accusare tutti i polacchi di antisemitismo offende i Giusti e anche tutti quelli che oggi vogliono vedere in loro la vera immagine della società polacca. Ed offende anche noi, ebrei polacchi, che siamo parte di questa società".
   "Le parole di Yitzhak Shamir citate dal ministro Yisrael Katz - hanno continuato - erano già ingiuste quando furono pronunciate la prima volta nel 1989... e sono ingiuste anche oggi". "E' un fatto che diversi polacchi abbiano partecipato all'uccisione tedesca degli ebrei, direttamente o indirettamente... ma va ricordato - ha proseguito la lettera - che durante l'occupazione della Polonia, la Polonia non ha mai istituito un regime di collaborazione con il Terzo Reich". "Ed è un fatto che i polacchi - hanno sottolineato - siano il gruppo più numeroso tra i Giusti tra le Nazioni".

(Shalom, 18 febbraio 2019)


Fronda Labour, in sette scaricano Corbyn. E la Brexit fa scappare anche la Honda

I parlamentari ribelli vogliono un nuovo referendum. La casa, giapponese chiuder&aggrave; il suo impianto nel 2022

di Francesco Malfetano

ROMA - Non ci sarà «un piano B laburista» per la Brexit. A minare le crescenti aspettative sull'accordo "soft" a cui stanno lavorando l'Europa e i Labour di Jeremy Corbyn, sono alcuni membri dello stesso Partito. Ieri infatti, 7 deputati laburisti hanno annunciato la propria fuoriuscita dal raggruppamento di centrosinistra. Principale motivo del contendere tra il Labour Party e i dissidenti - che appartengono all'ala centrista e liberal - è il fatto che, all'intesa più moderata con l'Unione europea prospettata dai vertici, preferiscono un secondo referendum che rimetta in discussione tutto.

 Le accuse
  Non solo. I 7 dissidenti - Chuka Umunna, Chris Leslie, Angela Smith, Mike Gapes, Gavin Shuker, Ann Coffey, e Luciana Berger - contestano anche la scarsa intraprendenza mostrata da Corbyn nel contrastare l' «antisemitismo istituzionalizzato» emerso in settori della base laburista e soprattutto la svolta a sinistra imposta da Jezza - soprannome affibbiato al leader dell' opposizione. L'ex ministro Leslie infatti, parlando a nome degli altri fuoriusciti, ha accusato Corbyn di aver «sequestrato» il Partito.
  Non si sono fatte attendere le reazioni. Da un lato chi si rammarica per l'uscita dei 7 e parla di un'occasione persa per conquistare spazi di manovra grazie alle divisioni dei Tory; dall'altra il plauso della comunità ebraica e dei liberal-democratici, che vedono negli ormai ex-labour una risorsa importante. Tra chi condanna i dissidenti, ad esempio si è iscritta la porzione più giovane del partito. Lo Youth Labour ha bollato i fuoriusciti addirittura come «codardi e traditori». Il riferimento è al socialismo di Tony Blair «fatto di privatizzazioni, tagli delle tasse ai ricchi e deregulation per le banche». Negative anche la reazioni dei sindacati e di laburisti come il deputato Stephen Kinnock o come il sindaco di Londra, Sadiq Khan, che descrivono la scissione come una strada per «far vincere il Partito conservatore» alle elezioni.
Tra chi invece ha sostenuto i 7 deputati 'centristi' anti-Corbyn, figura non solo la comunità ebraica britannica ma anche il Partito liberal-democratico di Vince Cable.

 Il sostegno
  Il gruppo ha incassato anche il sostegno del Partito Conservatore. Brandon Lewis, presidente dei Tory, ha infatti colto la palla al balzo per lanciare un proclama contro Jezza, affinché non gli venga «consentito di fare al Paese ciò che sta facendo al suo partito». E cioè far scappare sostenitori e aziende, non solo a causa della Brexit. Proprio ieri infatti, la Honda ha annunciato di voler chiudere nel 2022 il suo impianto di Swindon dove produce i modelli Civic. La chiusura, che metterebbe in pericolo 3.500 posti di lavoro, andrebbe a sommarsi alle aziende come Sony, Panasonic e Nissan.

(Il Messaggero, 19 febbraio 2019)


*


Spaccatura nei Labour, sette deputati contro Corbyn

I «ribelli», sostenitori del secondo voto su Brexit, creeranno un nuovo partito

di Nicol Degli Innocenti

 
Luciana Berger
LONDRA - Terremoto nel partito laburista: sette deputati ieri hanno lasciato il partito per protesta contro la gestione autocratica del leader Jeremy Corbyn e la mancanza di una chiara strategia su Brexit. I sette resteranno in Parlamento come indipendenti e hanno invitato altri deputati scontenti sia laburisti che conservatori a unirsi a loro per creare un nuovo movimento politico moderato.È lo strappo più grave nel partito laburista da quando la cosiddetta "Banda dei quattro" di ex ministri aveva lasciato per fondare il Partito Socialdemocratico nel 1981, che nel 1988 si era poi fuso con il partito liberale creando i LibDem.
   Il più noto dei sette è Chuka Umunna, ex ministro ombra che era considerato anche un possibile candidato per la leadership e che negli ultimi mesi è stato uno dei maggiori sostenitori di un secondo referendum su Brexit. Sia il Labour che i Tories hanno dimostrato di voler sempre mettere gli interessi di partito sopra gli interessi nazionali, ha detto Umunna, e per questo «serve un'alternativa. Noi abbiamo deciso di lasciarci la vecchia politica alle spalle e invitiamo altri a fare altrettanto».
   In una conferenza stampa congiunta i sette ieri hanno dato ragioni diverse per la decisione di lasciare. Mike Gapes, membro del partito da 50 anni, ha detto di essere «furibondo perché la leadership laburista sta facilitando la Brexit dei conservatori, bloccando la possibilità di dare l'ultima parola agli elettori». Un altro deputato in uscita, Chris Leslie, ex cancelliere-ombra, ha dichiarato che il partito laburista è stato «preso ostaggio dagli estremisti di sinistra» e che «lasciare che le vite e le opportunità future dei cittadini siano danneggiate da Brexit è una violazione dei valori fondamentali laburisti». Luciana Berger, ebrea, ha detto di essere stata vittima di attacchi antisemiti da parte di sostenitori di Corbyn e di voler lasciare un partito ormai «disgustosamente e istituzionalmente razzista».
   Corbyn ha reagito con pacatezza, dichiarando di essere «deluso che questi deputati non se la sentano di continuare a lavorare insieme per le politiche laburiste che hanno ispirato milioni alle ultime elezioni aumentando i nostri voti». Il cancelliere-ombra John McDonnell è stato meno conciliatorio, dichiarando che i sette dovrebbero dare le dimissioni da deputati, dato che alle ultime elezioni grazie a Corbyn sono stati tutti rieletti con più voti.
   Diversi altri deputati laburisti potrebbero seguirne le orme, forse anche qualche Tory. Le profonde divisioni su Brexit nei due partiti principali hanno sgretolato le tradizionali lealtà di partito, rendendo più probabile la creazione di un nuovo movimento centrista moderato.
   Il People's Vote, a favore di un secondo referendum, è stato fondato da deputati di tutti i partiti. I sette deputati che hanno lasciato il Labour, sostenitori di un secondo referendum, non sono i soli a sentirsi frustrati per la posizione ambigua di Corbyn. Nonostante il voto dei delegati al Congresso del partito che un secondo voto deve essere una delle opzioni sul tavolo, il leader ha sempre evitato di sostenerlo perché teme la reazione negativa dei molti elettori laburisti che hanno votato a favore di Brexit, soprattutto nell'Inghilterra del Nord.

(Il Sole 24 Ore, 19 febbraio 2019)


L'aggressione antisemita al filosofo Finkierkraut

Sotto il gilet giallo c'è l'islam che odia gli ebrei

Individuato il manifestante che sabato aveva minacciato il filosofo francese: è un musulmano vicino agli ambienti estremisti. L'uomo con la barba, è lui a dirmi: «La Francia è nostra». Vuol dire: «Noi siamo la grande sostituzione e tu sarai il primo a pagare».

di Andrea Morigi

Alain Finkielkraut non ha dubbi nel ricostruire l'aggressione subìta da un manifestante con il gilet giallo, sabato nel quartiere parigino di Montparnasse: «L'uomo con la barba, il più vendicativo, chiaramente non un bianco, è lui a dirmi, a me che sono ebreo: "La Francia è nostra"».
  Ventiquattr'ore dopo l'episodio che lo ha visto circondato da un gruppo di persone ostili che lo hanno raggiunto da epiteti antisemiti, rielaborato lo choc e incassate le rituali attestazioni di solidarietà, il filosofo francese commenta l'accaduto durante un'intervista serale in diretta a BFM Tv, interpretando la frase che gli è stata rivolta come un annuncio implicito della prossima conquista islamica: «Sta dicendo: noi siamo la grande sostituzione e tu sarai il primo a pagare». Non lo attribuisce a tutto il gruppo, che semmai ripeteva gli slogan di una retorica dell'«antisionismo di base di una certa estrema sinistra», invitandolo ad andare «a casa», cioè a «tornare a Tel Aviv» perché «odiatore» destinato «a morire e ad andare all'inferno».

 L'inchiesta
  Che l'uomo in questione indossasse un gilet giallo, ormai, è quasi un elemento marginale. Quel che c'è sotto il giubbotto spiega ben di più. Le autorità francesi hanno individuato l'autore delle minacce, riprese in video diffusi online e divenute subito virali sui social network. Si tratterebbe, secondo il quotidiano Parisien, di un soggetto già conosciuto dai servizi di sicurezza d'Oltralpe per essere entrato nel 2014 nel movimento del radicalismo islamico, di obbedienza salafita. Ma non sarebbe mai stato oggetto di una segnalazione all'archivio per la prevenzione della radicalizzazione a carattere terrorista (FSPRT), la nota "fiche S" che indica i personaggi potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato. Tant'è che non risulta che né il manifestante né nessun altro componente del gruppo che si è scagliato contro Finkielkraut sia stato né fermato né interrogato.
  La procura di Parigi tuttavia ha aperto un'inchiesta sull'aggressione verbale per «ingiuria pubblica a motivo dell'origine, dell'etnia, della nazione, della razza o della religione attraverso parole, scritti, immagini o mezzi di comunicazione», anche se il 69enne accademico di Francia, vittima dell'aggressione, non ha per ora sporto denuncia. Ha annunciato di voler presentare un esposto alla magistratura, invece, la Lega internazionale contro il razzismo e l' antisemitismo (Licra), poiché «l'ingiuria pubblica a carattere antisemita o razzista è punita dalla legge del 29 luglio 1881», spiega l'avvocato David-Olivier Kaminski, presidente della Licra parigina.
  «L'antisemitismo si sta diffondendo come un veleno», aveva osservato appena una settimana fa il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, promettendo che «il governo prenderà provvedimenti», in seguito a un aumento boom degli atti antisemiti, saliti nel 2018 del 74%, passando dai 311 dell'anno precedente a 541. Svastiche sono apparse su cassette delle poste decorate dall'artista Christian Guèmy col volto di Simone Veil, sopravvissuta all'olocausto e deceduta lo scorso anno. Graffiti antisemiti e la parola Juden («ebrei» in tedesco) sono stati apposti in più punti di Parigi, tra cui sulla vetrina di un panificio Bagelstein nel quartiere ebraico sull'isola Saint Louis. Tra gli atti vandalici che hanno suscitato più clamore, c'è lo sradicamento di un albero piantato del sobborgo di Sainte Geneviève du Bois, in memoria di Ilan Halimi, un giovane ebreo torturato a morte nel 2006. «Graffiti antisemiti fino ad avere la nausea. L'odio per gli ebrei corrisponde all'odio per la democrazia. Il linguaggio fascista si ritrova su tutti i muri. Mi sono rivolto al prefetto di polizia e al procuratore di Parigi» aveva scritto su Twitter Frèdèric Poitiers, rappresentante speciale del governo francese su razzismo, antisemitismo e discriminazione.

 Le cause nascoste
  Nessuno, tuttavia, sembrava finora avere il coraggio di indicare che il fenomeno è strettamente connesso all'odio antiebraico coltivato nelle comunità islamiche. Piuttosto, si tirano fuori da armadi polverosi gli scheletri dell'antico antigiudaismo cattolico e il negazionismo degli estremisti di destra, ma del Corano non se ne parla mai. Eppure, il testimone della teoria del complotto ordito dagli ebrei ai danni degli altri popoli è passato dal nazionalsocialismo alla Repubblica iraniana, alle tv satellitari che trasmettono dai Territori palestinesi nella Striscia di Gaza, ma il cui segnale giunge fino alle abitazioni degli immigrati arabofoni in Europa. I bambini delle banlieue di Parigi hanno accesso a cartoni animati dove si descrivono gli ebrei e i cristiani come scimmie e maiali, mentre s'incoraggiano i giovani spettatori a immolarsi come attentatori suicidi.
  C'è chi, come il portavoce del governo Benjamin Griveaux, aveva collegato l'aumento degli episodi al deteriorarsi del clima sociale, citando direttamente il movimento di protesta dei gilet gialli accompagnato da gravi violenze. Ma per il quotidiano Le Monde, se da una parte la crisi dei gilet gialli «ha incoraggiato alcuni comportamenti, con esponenti dell'estrema destra che cercano di approfittare di questa dinamica sociale per diffondere i suoi slogan», dall'altra «il risorgere di un antisemitismo che spesso non ha volto non può essere attribuito al movimento di protesta sociale». Hanno taciuto le cause, perciò non sono riusciti ad arginarne gli effetti.

(Libero, 19 febbraio 2019)


*


"Chi attacca Finkielkraut vuole una Francia senza ebrei". Parla Robert Redeker

Antisemitismo, anticattolicesimo, autodistruzione dell'Occidente

di Giulio Meotti

ROMA - "Alain Finkielkraut è un pensatore essenziale e rappresenta il popolo della Francia molto più degli ubriachi che gli urlavano in faccia 'siamo il popolo'", ha detto ieri al Figaro Robert Redeker. "E' un momento di fusione tra il vecchio antisemitismo e il nuovo, sempre più forte, del tipo islamo-goscista, in cui l'antisionismo spesso nasconde l'antisemitismo". Sabato, durante una manifestazione dei gilet gialli a Parigi, contro Finkielkraut sono fioccati insulti del tipo "sporco sionista di merda", "Palestina", "ebreo di merda", "tornatene a Tel Aviv" e "Dio ti punirà" (uno degli aggressori identificati dalle forze dell'ordine gravitava nella galassia dell'islam radicale).
   "Era un miscuglio di giovani della periferia - ha detto poi Finkielkraut - dell'estrema sinistra e forse di soraliani", dal nome dell'agitatore di estrema destra che raduna sotto di sé anche la sinistra complottista. L'aggressione è avvenuta sullo sfondo di un boom di episodi antisemiti, che nel 2018 in Francia sono stati 541, il 74 per cento in più rispetto all'anno precedente. C'è chi ha minimizzato l'attacco all'accademico figlio di ebrei polacchi e che siede fra gli "immortali" dell'Académie française, la prestigiosa istituzione fondata dal cardinale Richelieu nel 1635. "Alain Finkielkraut ha diffuso l'odio in Francia, contro i giovani nei sobborghi, contro i musulmani, contro l'istruzione nazionale", ha twittato Thomas Guénolé, un politologo vicino alla sinistra di Jean-Luc Mélenchon. L'avvocato vicino all'ex presidente Hollande, Jean-Pierre Mignard, ha detto invece che "Finkielkraut è un apologeta del conflitto".
   "Al momento c'è un clima molto malsano in Francia", dice Robert Redeker al Foglio. Lui è il professore di Filosofia di Tolosa che, nel 2006 dopo la lectio di Papa Benedetto XVI a Ratisbona, venne condannato a morte e costretto a nascondersi in Francia da una fatwa islamista. Redeker, il cui libro "L'eclissi della morte" uscirà in Italia per la Queriniana alla fine di marzo, ci spiega che non è un caso che l'aggressione antisemita a Finkielkraut sia avvenuta negli stessi giorni del boom di attacchi alle chiese.
   "L'antisemitismo e l'anticattolicesimo sono virulenti. Ci sono stati diversi attacchi questa settimana alle chiese. E ci sono molti atti antisemiti. Credo che questi due tristi fenomeni siano collegati. L'antisionismo è la stessa cosa dell'antisemitismo. Questi insulti vogliono dissociare gli ebrei e la Francia. Vogliono far credere che gli ebrei siano un corpo straniero in Francia. Ma mentre è un argomento tradizionale per l'estrema destra, ora si trova sulla bocca dell'estrema sinistra, come in questa aggressione contro il mio amico Finkielkraut. L'antisionismo ricicla l'accusa degli anni Trenta in cui si respingevano gli ebrei come coloro che non hanno posto in Francia. Questo è il nuovo antisemitismo islamo-goscista. Non si nasconde più. E' una fusione di tre elementi: l'antisemitismo tradizionale di estrema destra, l'anticapitalismo di estrema sinistra (il famoso 'socialismo degli imbecilli') e l'islamismo".
   Cosa sta succedendo nella patria dei Lumi? "La Francia è afflitta da un accumulo di odii. Non dobbiamo dimenticare l'odio di sé dimostrato da un virulento anticattolicesimo, molto presente nella casta dei media, nell'educazione, e che, ovviamente, non infastidisce gli islamisti. Questo violento anticattolicesimo, che non confondo con la laicità, indebolisce enormemente la salute del nostro paese. L'antisemitismo e l'anticattolicesimo in occidente sono una guerra contro le Scritture (i Vangeli, l'Antico testamento), quindi credo anche alla letteratura e alla cultura in generale. Un attacco alla cultura del libro. Questo fenomeno è ovviamente un'autodistruzione dell'occidente. L'antisemitismo è il segno di una civiltà che non ha più fiducia in sé stessa. Gli ebrei sono al centro dell'identità francese. L'antisemitismo è quindi un attacco alla Francia. Il nuovo antisemitismo islamico di sinistra è l'arma di questo suicidio dell'occidente".
In una intervista al Point, il sociologo Danny Trom, autore di un libro appena uscito sulla fine dell'ebraismo europeo, ha detto che "il processo di emigrazione farà il suo corso, completando la partenza degli ebrei dell'Europa che iniziò alla fine del XIX secolo e culminato nell'Olocausto". Conclude Robert Redeker al Foglio: "La Francia senza gli ebrei è qualcosa di impensabile. Sarebbe la sua morte".

(Il Foglio, 19 febbraio 2019)


Come si evolve lo spazio strategico iraniano in Iraq

Le forze iraniane, sciite libanesi, le forze speciali iraniane e quelle di Bashar el Assad stanno allontanandosi dal confine con Israele per raggrupparsi nel Nord e nell'Est della Siria, fino ai confini con l'Iraq. Il premier israeliano Netanyahu, nei suoi prossimi incontri con Putin a Mosca, il 21 febbraio, discuterà di queste tematiche.

di Giancarlo Elia Valori

Attualmente, è proprio l'abbandono, da parte delle 2000 truppe Usa, delle loro attuali postazioni siriane e giordane, operazione che prosegue con notevole rapidità, ciò che sta creando uno spazio strategico notevole per l'Iran. Il presidente Trump, peraltro, afferma di voler far rimanere una quota imprecisata di soldati statunitensi in Iraq, proprio per controllare le evoluzioni iraniane verso il confine siriano con l'Iraq. È quindi del tutto probabile che, in un non lontano futuro, le tensioni, già molto evidenti, tra Hezb'ollah e Israele sul confine Bekaa-Golan potrebbero esplodere e, in questo caso, lo scontro non potrebbe non riguardare anche le forze iraniane, poi quelle di Bashar el Assad e, perfino, altri gruppi sunniti e libanesi che stazionano in quell'area.
  L'obiettivo primario del "partito di Dio" sciita libanese e anche dello stesso Assad, che non può più dire di no a Teheran, è quello di fornire, in questa fase, missili efficaci alle forze libanesi e iraniano-siriane per colpire le postazioni nel nord di Israele. E poi, magari, passare dalla tenuta dell'asse Bekaa-Golan direttamente verso l'interno dello stato ebraico. L'Iran, però, tutto vuole, in questa fase, piuttosto che un confronto, di tipo convenzionale, con Gerusalemme e gli alleati Usa di Israele. Teheran, anche nelle aree che attualmente detiene in Siria, è interessata, oggi, solo alla sua tradizionale guerra asimmetrica, quella che permette all'Iran uno scontro a basso costo e con il minimo impegno delle sue forze. Questo, però, non ci permette di poter pensare ad una guerra iraniana contro Israele che sia unicamente a bassa intensità: ricordiamo, infatti, le operazioni degli UAV di Teheran nello spazio aereo israeliano dello scorso febbraio 2018, o i molti lanci missilistici di prova del giugno di quell'anno. Ma anche lo stato ebraico non vuole affatto passare ad uno scontro aperto: infatti, dal 2013 ad oggi Gerusalemme ha compiuto oltre 230 operazioni in Siria, soprattutto contro i passaggi di armi destinate a Hezb'ollah, oltre a compiere numerose operazioni, nella "guerra tra le guerre", contro le basi iraniane in Siria, e ciò almeno dal 2017.
  Hezb'ollah, peraltro, nelle dichiarazioni di questo febbraio 2019 di Hassan Nasrallah afferma che, se ci sarà uno scontro tra il "partito di Dio" sciita e Israele, esso non sarà necessariamente limitato al sistema siriano-libanese o libanese-israeliano, ma coinvolgerà immediatamente tutte le forze "volontarie" del mondo arabo. Tutte le organizzazioni che fanno, a vario titolo, parte del sistema iraniano tra Libano e area sunnita a sud di Israele, saranno certamente organizzate dalle "Guardie della Rivoluzione" di Teheran per operare, in modo integrato, contro lo stato ebraico. La linea del "corridoio" tra l'Iraq, l'Iran, la Siria e il Libano, obiettivo di Teheran nella guerra siriana, è l'asse su cui si svolgeranno tutte le future operazioni contro lo stato ebraico, ed è un fronte ampio e difficilissimo da tenere per entrambe le parti, Israele e Iran. Quindi, gli scenari futuri potrebbero essere, in linea di massima, questi: a) una guerra convenzionale in Libano del Nord, con la partecipazione di Hezb'ollah, degli iraniani, della rete di Hamas già presente sul Litani, di alcuni gruppi siriani. Oppure, b) uno scontro sulla linea del confine Bekaa-Golan che muove inizialmente sul territorio siriano, lasciando il Libano meridionale libero per un eventuale attacco secondario a Israele, in una fase successiva delle operazioni. I partecipanti a questa guerra contro Gerusalemme sarebbero, evidentemente, le forze di Bashar el Assad, i Pasdaran iraniani, Hezb'ollah, i gruppi sciiti sul confine siriano, poi Hamas, senza dimenticare il Jihad islamico sunnita del sud e, con ogni probabilità, anche i gruppi filosiriani presenti sulle linee di confine della Autorità Nazionale Palestinese con lo stato ebraico. Infine, potrebbe esserci c) una "doppia guerra", in Libano e in Siria contemporaneamente, con sostegno ulteriore e successivo di attacchi di Hamas e Jihad Islamico a Israele, da Sud. Non bisogna dimenticare nemmeno che la guerriglia Houthy, in Yemen, è già capace di bloccare gli interessi marittimi israeliani nello stretto di Bab-el-Mandeb e in tutto il Mar Rosso; senza pensare poi anche agli attacchi, sempre possibili, delle postazioni missilistiche iraniane in Iraq verso lo stato ebraico, con un probabile portato di ulteriori attacchi sul rimanente personale Usa tra Siria, Iraq e Giordania.
  Ma possiamo, in questo caso, dire solo due cose: che la guerra futura di Israele in Libano sarebbe certamente meno limitata delle operazioni già poste in atto dal 1978 al 1982 fino al 2000 (la stabilizzazione di Hezb'ollah) e delle azioni del 2006. E possiamo aggiungere che le forze iraniane, sunnite, siriane passeranno, oggi, il più rapidamente possibile da un attacco contro le infrastrutture critiche israeliane ad una vera e propria occupazione controforze del terreno. Ma i centri di gravità di Hezb'ollah e degli iraniani, oltre che delle forze sunnite in Libano, saranno rapidamente identificabili da Israele, in un prossimo attacco? Non è invece sempre più probabile, in futuro, una zona vasta di azione, dal Nord, che implicherà fin dall'inizio le postazioni Hezb'ollah, siriane, iraniane su tutto il confine siriano con Israele? E, poi, cosa farà la Federazione Russa? Vorrà essere egemone in tutto il Medio Oriente e, quindi, avrà un qualche accordo con Israele, oppure sceglierà la vecchia postura strategica di fare da difensore del mondo arabo contro lo stato ebraico? E dove andrebbe, Mosca, con una prospettiva geopolitica così vecchia e debole? Comunque vada, sarà proprio la Federazione Russa la chiave di volta di ogni tipo di operazione tra Israele, il Libano e l'asse sirio-iraniano.
  Le possibilità, per Mosca, sono quindi solo due: o si mette da parte, nel prossimo conflitto sirio-libanese-israeliano, e quindi rischia di perdere tutto il suo potere anche in Siria; oppure sceglie di prendere parte agli scontri, magari indirettamente, per favorire gli uni o gli altri, ma solo al momento opportuno. Nulla però farà mai la Russia, in futuro, per riaccendere le micce siriane. Ogni operazione bellica, in tutto il quadrante siriano, rischia in primo luogo di compromettere i nuovi asset strategici di Mosca. Gli americani comunque potrebbero, in tempi stretti, sostenere le difese missilistiche di Gerusalemme, poi Mosca sostenere solo per onore di firma iraniani e siriani, bloccando loro l'uso delle armi evolute russe sul territorio di Assad, poi ancora gli Usa potrebbero sostenere Israele ma, anche, uno sforzo diplomatico internazionale che trasformerebbe lo scontro in una guerra breve e convenzionale, senza l'"accesso agli estremi" da parte di Israele, nello stile consueto in auge del 1973. Israele, a questo punto potrebbe scegliere di depotenziare sistematicamente le forze nemiche, oppure di separare gli avversari tra di loro, secondo la tecnica degli Orazi e Curiazi o "dell'amico lontano" oppure ancora, come ha già dimostrato di poter fare, di poter destabilizzare la Siria e, magari, anche l'Iraq ai confini di Baghdad con il regime di Bashar el Assad. Quanto, in questa scelta operativa e strategica, Gerusalemme possa ancora fidarsi di Washington è largamente aleatorio, quando non improbabile. Se sarà possibile, Israele potrà organizzare in futuro solo una pace fredda con Mosca, aumentando però la possibilità di pressione, anche militare, sulla Federazione Russa. Prima regola, come sempre, per lo stato ebraico, sarà quella di evitare il frazionamento delle sue forze e, quindi, sarà sempre primaria la necessità di individuare subito il centro di gravità del nemico, anche se complesso e frutto di alleanze tra diversi fini strategici.
  Cosa può fare, quindi, il solo Hezb'ollah, in questa fase? Il "partito di Dio" potrebbe evitare di portare lo scontro con Gerusalemme nel Libano meridionale, per evitare di trasformare i suoi asset primari in obiettivi, relativamente facili, per Israele. Un movimento come il "partito di Dio" sciita, ma senza retroterra libanese o area di copertura tra il Litani e Beirut è sconfitto in partenza. E quanto parteciperebbero alle operazioni contro Israele i siriani? Probabilmente, tanto quanto da poter decidere gli effetti politici della guerra ai loro confini con il Libano, ma mai così tanto da consumare le forze in vista di una destabilizzazione sul Golan. E come e quanto gli iraniani armerebbero, poi, gli Houthy per bloccare i rifornimenti di Israele nel Mar Rosso? E se l'obiettivo primario degli Houthy, per l'Iran, fosse proprio quello di tenere l'Arabia Saudita lontana dalla nuova guerra in Libano? E se, poi, a Teheran convenisse utilizzarli ancora per la sola pressione sull'Arabia Saudita, soprattutto in attesa di una rivolta sciita dal Bahrein, per poi arrivare nelle province del Regno a maggioranza shi'a Baharna, il Qetif e la Al Ahsa, con la potente e occulta comunità duodecimana dei Nakhawila, da sempre abitanti a Medina? Non si può fare tutto contemporaneamente. Oppure, iraniani e Hezb'ollah potrebbero optare, ai confini di Israele, per una "guerra lunga" a bassa-media intensità. Ma Hezb'ollah, per quello che si può oggi osservare, non ha ancora le idee chiare. È sempre di più il figlio, questo movimento sciita, delle innumerevoli tensioni che operano dentro il complesso e ormai frazionato regime iraniano. Il "partito di Dio" della Shi'a libanese possiede comunque, secondo le fonti più attente, almeno 110.000 missili e razzi sul confine verso Israele. L'Iran, tra il confine del Litani e l'asse Bekaa-Golan, ne ha almeno 3800. Ma comunque l'80% di questi vettori di Teheran non può ancora raggiungere, oggi, con sicurezza operativa il territorio israeliano.
  La Siria, salvo quello che hanno lasciato, con mille occhi, i russi, ha ancora pochi vettori propri, e tutti controllati direttamente dal centro per le Forze Aerospaziali di Mosca. Ovvio che l'unico potenziale spendibile, per Hezb'ollah, sia oggi il suo sistema missilistico e militare nel Libano meridionale. Che ha occhi anche iraniani e, per quel che ci risulta, una catena a doppio comando per i missili più rilevanti. I tempi sono stretti, quindi, per una "guerra tra le guerre" contro Israele degli sciiti libanesi, iraniani e siriani. Ma, se il centro di gravità del "partito di Dio" è così evidente e piccolo e solo libanese, Israele potrà sempre attaccare in massa e in brevissimo tempo, bloccando la risposta di Hezb'ollah e minacciando implicitamente gli eventuali alleati della Shi'a libanese. Quindi il problema, per il "partito di Dio", è anche quello di essere pronti a una guerra efficace contro Israele, ma senza mai mettere in campo il territorio libanese, che potrebbe diventare un necessario safe haven dopo le prime salve di Gerusalemme. Quindi, una concreta possibilità è quella che Hezb'ollah, Iran e una quota di siriani si creino i loro gruppi di guerriglia su tutta la linea del "corridoio" Bekaa-Golan e Iraq-Libano, per distribuire lo sforzo contro Gerusalemme e evitare l'immediata eliminazione del loro centro di gravità da parte di Israele. In Siria ci sono, attualmente, circa 20.000 foreign fighters sciiti, anche se l'Iran ha sempre dichiarato di averne chiamati e addestrati almeno 180.000. Mobilitazione, quindi, inevitabilmente lenta, facile obiettivo di interdizione da parte delle forze aeree israeliane. La quantità dei soli vettori di Hezb'ollah è però sufficiente per saturare le difese israeliane. Ma la qualità della salva e la sua precisione, malgrado i recenti sostegni di Teheran, lascia ancora a desiderare. Ancora, l'unica possibilità per l'Iran e il Libano sciita contro Israele è oggi quella di lanciare un attacco limitato, per poi utilizzare la diplomazia e le reti internazionali degli affari e delle influenze per contenere la forza della risposta di Gerusalemme. E, quindi, una buona possibilità per lo stato ebraico è quella di sfruttare, o sostenere, la tendenza di Teheran a innescare un conflitto non-convenzionale, ma con la evidente possibilità che il conflitto siriano o libanese si espanda direttamente, fin dall'inizio, anche sul territorio iraniano.
  Quindi, potremmo pensare ad uno sforzo ulteriore di Israele per, parafrasando Lord Ismay per la Nato, "tenere gli americani dentro", ma perfino anche i "russi dentro", ma ancora allontanare Hezb'ollah dalla linea del confine del Litani e dell'asse Bekaa-Golan, ben oltre gli 80 chilometri già richiesti da Israele. Se la Russia rimane, come è ormai certo, in Siria, allora Mosca non avrà alcun interesse ad una guerra lunga in Siria o in Libano. E, quindi, potrebbe separare lentamente le sue forze da quelle sciite e siriane, oppure interdire alcune aree alla guerriglia sciita che l'Iran ha già chiamato in Siria. Ma, in ogni caso, i Servizi militari di Gerusalemme hanno già segnalato la presenza delle forze iraniane dal confine con Israele verso il nord e l'est della Siria, con una forte pressione militare siriano-libanese e iraniana che avverrà, quasi certamente, intorno alle prossime elezioni politiche israeliane del 9 aprile. Subito dopo, Gerusalemme dovrà valutare la proposta di Donald J. Trump per una pace definitiva tra Israele e il mondo palestinese. Una pace che, quindi, cambierà tutta la formula strategica del grande Medio Oriente. Quindi, non è difficile prevedere che la Striscia di Gaza diverrà un'area di guerra conclamata. Messa in atto dai palestinesi e dei loro sostenitori iraniani. Già in questi giorni si sono verificati incidenti di rilievo al confine tra la Striscia e Israele; quindi la tensione elettorale a Gerusalemme non potrà non essere un ulteriore innesco di fortissime e future azioni politico-militari a Nord e a Sud.
  Al confine nord, tra Bekaa e Golan, vi saranno ulteriori tensioni, che vedranno azioni su territorio israeliano da parte delle organizzazioni della guerriglia sciita. Sia Hezb'ollah che le Brigate Al Qods dei "Guardiani della Rivoluzione" di Teheran sceglieranno il momento giusto per colpire con i loro missili lo stato ebraico, ovviamente olo quando vi sarà il massimo della tensione verso la Striscia di Gaza. O, anche, ma non è una alternativa, sulle linee di confine tra Autorità Nazionale Palestinese e Israele. Nulla vieta poi che le organizzazioni sciite possano usare come scudi le postazioni russe che, naturalmente, non parteciperanno mai alle operazioni dei loro alleati sirio-iraniani o libanesi contro Gerusalemme. Le organizzazioni jihadiste palestinesi opereranno, sempre durante il periodo elettorale israeliano, soprattutto tra la Giudea e la Samaria; e magari saranno perfino appoggiate dalla Federazione Russa, che gioca ancora la carta dell'unità palestinese sia in concorrenza con Teheran, sia per organizzare un appoggio a Mosca da parte del mondo sunnita. Ma niente vieta di pensare che Mosca abbia anche un qualche "campione" politico all'interno dell'agone elettorale israeliano. Non a caso, la prima Conferenza per l'Unità Palestinese ha avuto inizio il 13 febbraio, a Varsavia, con ben 60 paesi invitati e la proposta iniziale di mediazione da parte degli Usa. Ma si è, proprio in questi giorni, dall'11 al 13 febbraio, organizzata una nuova Conferenza, a Mosca, unicamente inter-palestinese, con la partecipazione di Hamas e delle altre sigle del jihad sunnita. Cosa vuole Mosca, da queste operazioni? Intanto, i russi vogliono evitare che vi sia una nuova egemonia iraniana in quest'area che, da sempre, la Russia coltiva. E per scopi evidenti, che sono cambiati di poco dalla fine della guerra fredda.
  Poi, la Federazione Russa vuole prendersi il sostegno geopolitico di quest'area palestinese unificata, per diventare il vero broker di una nuova pace mediorientale, mettendo così fuori dalla porta sia gli Usa che i ben più sciocchi "mediatori" della ignara e ormai comica Unione Europea. La scommessa della Federazione Russa è quindi, come si direbbe in matematica, un minimax: raggiungere l'obiettivo primario, ovvero l'egemonia russa su tutto il Medio Oriente, con il minimo sforzo, ovvero la trattativa sistematica con tutti gli attori. Mosca chiederà, molto probabilmente, allo stato ebraico di diminuire la pressione militare a Est e a Sud, ma solo per sostituirla con una propria e futura "forza di dissuasione" ai bordi dei vari confini. Utilizzando tutti gli alleati della Russia, naturalmente. Il premier israeliano Netanyahu, nei suoi prossimi incontri con Putin a Mosca, il 21 febbraio prossimo venturo, discuterà di queste tematiche. Ma Siria e Iran non saranno certamente i soli argomenti della discussione bilaterale con Putin. Quindi, lo ripetiamo, le forze iraniane, sciite libanesi, i proxies della guerriglia sciita che Teheran ha chiamato in Siria, le forze speciali iraniane e quelle di Bashar el Assad stanno allontanandosi dal confine con Israele per raggrupparsi nel Nord e nell'Est della Siria, fino ai confini con l'Iraq. La notizia non è affatto buona, per i decisori di Gerusalemme. L'Iran, con i suoi gruppi "rivoluzionari" chiamati dall'Afghanistan, dall'Iraq e perfino dal Pakistan, ma anche gli Hezb'ollah e i corpi speciali dei Pasdaran si allontanano oggi e rapidamente dal Golan e, quindi, di conseguenza, diventano inattaccabili da parte delle forze israeliane.
  È ovvio che ciò accada in funzione dell'abbandono delle postazioni da parte delle forze Usa, abbandono che l'Iran vuole capitalizzare rapidamente e in pieno, togliendo forze dalla Siria e, quindi, raggiungendo una piena profondità strategica in Iraq, un Paese dal quale i missili iraniani possono comunque raggiungere il territorio israeliano. Quindi, il programma di Teheran è quello di lasciare al confine, siriano-israeliano le varie milizie, i suoi proxies sciiti e una quota di Hezb'ollah, come se fossero vari cuscinetti; per poi coprirsi stabilmente dagli attacchi di Gerusalemme e rendere, comunque, difficile il controllo militare del Nord di Israele da parte delle sue stesse FF.AA. Che non potrebbero controllare le operazioni remote, se non quando è troppo tardi. Quindi, Israele è oggi obiettivo primario di missili che sono in possesso del Jihad palestinese, a sud e a est, delle forze iraniane e sciite in Iraq, di Hezb'ollah a nord e, ancora, di Hamas nella Striscia di Gaza. Per non parlare poi delle reti iraqene dell'Iran e di parte dei suoi proxies sciiti. Sarà una guerra su più fronti e con centri di gravità diversi da quelli consueti.

(formiche, 19 febbraio 2019)


Israele - 22 febbraio, lancio della navicella sulla Luna

'Bereshit' condurrà rilevazioni sui campi magnetici

Una navicella spaziale israeliana alta un metro e mezzo e larga due sarà lanciata il 22 febbraio da Cape Canaveral (Usa), e secondo i progetti dovrebbe atterrare l'11 aprile sulla Luna dopo aver compiuto un tragitto complessivo di 6.5 milioni di chilometri. Una volta raggiunta la collocazione definitiva la navicella 'Bereshit' (Genesi, in ebraico) condurrà rilevazioni sui campi magnetici lunari. Durante il volo e dopo l'atterraggio, e' stato precisato oggi in una conferenza stampa a Tel Aviv, i contatti con la navicella saranno mantenuti da un centro di comunicazioni allestito a Yehud, presso Tel Aviv.
I momenti critici della missione saranno il passaggio dall' orbita terrestre a quella lunare e l'atterraggio sulla Luna, mai compiuto finora da una navicella di dimensioni talmente ridotte.
Il progetto 'Bereshit' (frutto della partnership fra la associazione privata SpaceIl e l'Industria aerea israeliana Iai) e' nato su iniziativa privata nel 2015 ed e' stato finanziato da uomini d'affari.

(ANSAmed, 19 febbraio 2019)


Stretta di Israele ai fondi dell'Anp, ira palestinese

Giro di vite di Israele sui fondi destinati dall'Autorità nazionale palestinese ai detenuti nelle carceri israeliane e alle loro famiglie. Una mossa - calcolata in 138 milioni di dollari, pari a 123 milioni di euro - che ha suscitato l'ira della dirigenza palestinese. "Un atto di pirateria inaccettabile di soldi palestinesi", l'ha attaccata il portavoce di Abu Mazen Nabil Abu Rudeina prefigurando "gravi conseguenze". "Una dichiarazione di guerra contro il nostro popolo" l'ha definita senza mezzi termini il premier Rami Hamdallah e che rischia di avere profonde ripercussioni anche sulla cooperazione di sicurezza tra israeliani e palestinesi. Dando applicazione ad una legge già votata dalla Knesset, il governo, su proposta del premier Benyamin Netanyahu, ha deciso oggi di mettere in pratica il provvedimento fino ad ora rimandato per vari motivi. E così dalle tasse raccolte per l'Anp, Israele ha congelato i 138 milioni dollari che in base al budget statale la stessa Autorità palestinese destina ai detenuti nelle carceri israeliane che hanno compiuto atti di terrorismo e alle loro famiglie.
   "Ufficiali della sicurezza - ha spiegato un comunicato del governo - hanno presentato dati secondo cui nel 2018 l'Anp ha trasferito la somma indicata ai terroristi detenuti in Israele, alle loro famiglie e anche a quelli che sono stati rilasciati. Per questo è stato deciso di congelare lo stesso ammontare di fondi dalle tasse raccolte per conto dell'Anp". "Il premier e ministro della difesa - ha aggiunto il governo - ha dato mandato alle forze di sicurezza di effettuare controlli su ulteriori pagamenti dell'Anp legati al terrorismo, inclusi quelli ai terroristi e loro famiglie. La somma congelata sarà aggiornata in base alle informazioni ricevute".
   Finora la legge non era stata applicata per vari motivi: tra questi la contrarietà degli stessi apparati di sicurezza israeliani a giudizio dei quali un ulteriore taglio al budget dell'Anp avrebbe danneggiato la cooperazione in materia di sicurezza con i palestinesi e anche destabilizzato la Cisgiordania, già colpita dal tagli dei fondi Usa. Anche il governo sino a questo momento aveva soprasseduto nell'applicazione della legge, sebbene fosse stata intensa la pressione pubblica a favore del congelamento dei finanziamenti, visti da parte israeliana come un incentivo ai responsabili degli attacchi terroristici. Infine il recente brutale omicidio della ragazza israeliana da parte di un palestinese di Hebron - secondo i media - ha spinto il Gabinetto e lo stesso Netanyahu a dare il via all'applicazione della legge. "Non accetteremo - ha sostenuto Rudeina - alcun danno al sostentamento dei nostri eroi prigionieri e delle famiglie di martiri e feriti. La decisione arbitraria di Israele è un colpo unilaterale agli accordi firmati, incluso l'Accordo di Parigi".

(L'Opinione, 18 febbraio 2019)


Lo show di Zarif alla conferenza di Monaco: "Israele vuole la guerra, fate affari con noi"

Il ministro cli Teheran invita l'Ue a violare le sanzioni Usa. Gantz replica: gli ayatollah esportano il terrorismo.

di Alberto Simoni

 
L'Iran, convitato di pietra dei primi due giorni della Conferenza sulla sicurezza di Monaco si materializza nella sala nobile del Bayerischer Hof poco prima dell'aperitivo. La Repubblica islamica nel consesso bavarese ha il volto di Javad Zarif, ministro degli Esteri. Al terzo giorno e dopo aver incassato i paragoni fra Iran e nazisti fatti dinanzi a una platea basita dal vice presidente Usa Milze Pence, Zarif può replicare.
Gli ha aperto la strada Mohammed Al Thani, ministro degli Esteri del Qatar, che descrive una regione a forte rischio escalation e dove le guerre per procura rischiano di travolgere la già precaria stabilità.
   Ma Zarif alla parola escalation preferisce il termine guerra. Dice che gli israeliani la stanno cercando con le loro azioni e che gli europei non stanno facendo abbastanza per impedirlo. «Se chiudete gli occhi dinanzi alle violazioni internazionali, il rischio che scoppi un conflitto è altissimo».
   Chi credeva che l'inviato di Teheran sarebbe arrivato a Monaco a ringraziare per il sostegno europeo dinanzi al pressing americano anti-Iran, è rimasto di sasso. Agli europei Zarif dice che non «basta fare dichiarazioni a favore dell'accordo sul nucleare, ora è tempo di pagare il prezzo e di fare business con Teheran». Inglesi, francesi e tedeschi hanno creato un meccanismo finanziario denominato in euro (Instex) per evitare le sanzioni Usa.
   Ma non genererà, dicono alcuni diplomatici, un gran giro di affari: resterà ridotto ad aiuti umanitari e medicinali, poco per evitare la rabbia degli iraniani che potrebbero - minaccia Zarif - chiedere a Rohani di ritirarsi dall'accordo sul nucleare del 2015.
   Gli americani - accusa poi il ministro - sono «ossessionati in modo patologico» dall'Iran e «le accuse di antisemitismo sono ridicole». Il vero problema è che - aggiunge - Washington accusa l'Iran di interferire negli equilibri regionali ma «manda uomini da 10 mila chilometri di distanza nelle basi militari che circondano il nostro territorio».
   Mentre Zarif parla, due rampe di scale più su sbuca Benjamin Gantz, l'ex generale che vuole soffiare con il suo Partito della Resilienza, il posto al premier Netanyahu nelle elezioni del 9 aprile. Giunge a sorpresa e quello che va in scena a Monaco è un duello ravvicinato fra due mondi, quello della Repubblica islamica e dello Stato ebraico, inconciliabili. Gantz butta subito sul tavolo le sue credenziali: «Parlo da ex generale, certe cose le ho viste, l'Iran è il male, perseguita i gay, le minoranze religiose, esporta il terrorismo». Con me al potere, spiega, Teheran non avrà mai il nucleare. Il luogo in cui si trova gli evoca la storia: «Con Rohani non faremo mai un accordo come a Monaco nel 1938». Niente appeasement. L'ex generale ricorda le interferenze iraniane in Siria e le milizie sciite in Libano, «che hanno un arsenale così potente da far impallidire alcuni membri della Nato». «Hezbollah - dice - dovrebbe essere messa al bando e considerata un'organizzazione terroristica dall'Unione europea». Poi ribadisce che i rapporti fra «Israele e arabi pragmatici non sono mai stati così buoni».
   Il braccio di ferro con l'Iran e i suoi tentacoli assume quasi i contorni di una sfida generazionale a cui tutti gli israeliani sono chiamati, «di destra e di sinistra, laici e ortodossi». Insomma non è Netanyahu contro Gantz se si parla di fronteggiare chi «vuole la distruzione del nostro Stato». Il nemico è chiaro. Sta al piano di sotto.

(La Stampa, 18 febbraio 2019)


Benny occhi d'acciaio. Il generale tutto d'un pezzo che ora insidia Netanyahu

A meno di due mesi dalle elezioni, l'ex capo di Stato maggiore Gantz è l'unico che può minare la riconferma di un premier sotto inchiesta

di Bernardo Volli

GERUSALEMME - E' alto, la schiena dritta, un sorriso appena disegnato sul volto scavato dal sole, occhi blu acciaio, poco loquace. Quella di Benny Gantz è la figura ideale del comandante con i nervi saldi che infonde fiducia. Un generale autentico di cinquantanove anni, adesso a riposo, ma già lanciato in una nuova carriera, quella di candidato a primo ministro. In Israele non è una novità che un ex capo di Stato maggiore di Tsahal, le forze armate, quale è stato Gantz, si proponga come capo del governo. Ci sono i precedenti di Yitzhak Rabin, assassinato nel '95 a Tel Aviv per avere tentato la pace con i palestinesi, e di Ehud Barak, un tempo pure lui, come Rabin, laburista. Barak fu sconfitto alle elezioni da Ariel Sharon, un altro generale, molto popolare che diventò primo ministro, ma senza avere mai ricoperto la carica di capo di Tsahal. Non si contano i generali che andati in pensione hanno intrapreso la vita politica, come ministri o responsabili a vari livelli in partiti di governo o d'opposizione. In un Paese in cui il servizio militare impegna uomini e donne, puntualmente, in più periodi della vita, le forze armate hanno stretti rapporti con la società. Capita a Benny Gantz di ricordare la madre, Malka, di origine ungherese (il padre era rumeno), scampata al campo di sterminio di Bergen-Belsen, Quando lui era impegnato in un'operazione militare a Gaza lei lo invitava a non colpire i rifugi dei civili e a non interrompere l'invio dei viveri necessari alla popolazione, al tempo stesso lo esortava a combattere. Questa ed altre citazioni tracciano l'autoritratto di un soldato che si presenta duro ma giusto. Ed anche integro rispetto al suo concorrente, Benjamin Netanyahu, del quale riconosce il patriottismo, non dimenticando di sottolineare che rischia l'incriminazione per vari casi di corruzione prima ancora dell'elezione del 9 aprile. È impensabile, ridicolo, aggiunge, che uno inseguito dalla giustizia ricopra la carica di primo ministro. Lui, Benny Gantz, ha le mani pulite. Senza nominarlo accusa Netanyahu di fomentare la discordia tra le comunità, di attizzare l'odio nel Paese per perpetuare il suo potere e di subordinare il problema della sicurezza ai propri interessi. Questa severità nei confronti del concorrente non esclude del tutto che dopo il voto, secondo i risultati, Gantz venga a patti con Netanyahu per formare insieme un governo. Il pragmatismo è una virtù della democrazia israeliana.

***

A questo stadio della campagna elettorale, con il partito appena creato, Hosen L'Yisrael ("Vigore di Israele"), Gantz è comunque il primo a sfidare, con qualche probabilità di successo, il capo del governo in carica da dieci anni filati ( più i tre dal '96 al '99), vale a dire tanto a lungo da poter rivaleggiare con Ben Gurion, il fondatore dello Stato d'Israele. La sicurezza è il tema principale. Chi non dimostra di poterla assicurare ha scarse probabilità di scalzare dal potere Netanyahu. Al quale vengono rimproverati tanti difetti, umani e politici, ma la maggioranza degli israeliani si è finora affidata a lui, perché («nonostante tutto») ha dato l'impressione di saper difendere il Paese dalle minacce interne ed esterne. Anche se gli capita di accentuare i pericoli. La tragica memoria della popolazione di Israele e l'agitata, incerta situazione mediorientale, all'origine dell'ansia per la sicurezza, hanno dato a lungo legittimità al suo stile di governo. Un tempo isolato, oggi Israele è schierato con il fronte arabo sunnita irriducibile avversario dell'Iran sciita: tra i suoi alleati di fatto ci sono l'Arabia Saudita, i Paesi del Golfo, oltre all'Egitto e alla Giordania, con i quali esistono da tempo regolari rapporti diplomatici. Netanyahu era presente alla riunione sul Medio Oriente avvenuta di recente a Varsavia. Il tema era l' Iran e il primo ministro israeliano ha espresso insieme ai ministri dei Paesi arabi sunniti presenti la necessità di arginare il regime degli ayatollah e di impedire che costruisca armi nucleari. In quella conferenza nella capitale polacca Israele era ufficialmente integrato al fronte anti-iraniano.

***

A questa "integrazione" ha contribuito una politica che ha allentato il legame con alcune comunità ebraiche, in particolare quelle americane, in disaccordo con la forte impronta di destra del governo di Gerusalemme. Un palestinese cittadino di Israele, laureato in scienze politiche, mi fa notare che quella che io definisco «integrazione» di Israele nel mondo arabo ha condotto all' evidente disinteresse di molti governi arabi per la sorte dei palestinesi. Disinteresse anche per i continui insediamenti israeliani in Cisgiordania e nella Gerusalemme orientale, dove vivono ormai, nell'insieme, più di mezzo milione di coloni.

***

Presentandosi come un'alternativa a Benjamin Netanyahu, Benny Gantz si dichiara «né di destra né di sinistra, anzitutto di Israele». Nei video che hanno preceduto il primo discorso elettorale si è attribuito l'eliminazione nel 2012 di Ahmed Jabari, un capo militare di Hamas; la distruzione di 6.23l obiettivi nemici, sempre di Hamas; la morte di 1.364 terroristi palestinesi durante l'operazione militare del 2014 ("bordo protettore") nella striscia di Gaza; e si è dichiarato soddisfatto di avere «riportato all'età della pietra» dei sobborghi di quella città. Non ha però dimenticato di evocare i leader israeliani che hanno esplorato la via della pace con gli arabi. Con questa presentazione Gantz ha voluto disinnescare le accuse della destra che lo definiscono un esemplare della «sinistra molle», vale a dire rinunciataria, e al tempo stesso ha cercato di non compromettere i voti di centrosinistra o di sinistra. Gantz, appoggiato da un altro ex capo di stato maggiore, il generale Moshe Yaalon, e col tempo da altri generali, non ha parlato di uno Stato palestinese. Se ne è ben guardato. Né di una possibile confederazione. Al contrario ha assicurato che non abbandonerà mai il Golan, al confine con la Siria, conquistato nel 1967, né la valle del Giordano nella Cisgiordania occupata e che non rinuncerà mai alla Gerusalemme unificata. L' Iran, per lui, resta il principale avversario di Israele.

***

Nella forma Benny Gantz è l'anti-Netanyahu, nella sostanza lo è molto meno. Il fatto di essere l' antagonista di un primo ministro che pur restando popolare è logorato dal lungo potere e dalle accuse di corruzione, ne fa un concorrente con più probabilità di successo dei precedenti sfidanti. Non sono tuttavia in molti a credere in una sua vittoria, ma se questa vittoria si avverasse per Israele sarebbe una svolta storica. Netanyahu incarna il revisionismo, ossia la destra sionista creata da Vladimir Jabotinski (1880-1940), del quale il padre di Netanyahu fu il segretario. Ormai da decenni i seguaci del revisionismo hanno preso il sopravvento in Israele, con qualche parentesi, sul sionismo di sinistra di David Ben Gurion (1886-1973), fondatore dello Stato di Israele. L'avvento del generale Benny Gantz non significherebbe la chiara rivincita postuma di Ben Gurion su Jabotinsky. Ma se si osservano le intenzioni di voto ci si accorge che gli elettori del Partito laburista in decomposizione, quelli del partito di sinistra Meretz in preda a un'inarrestabile decadenza, quelli di centrosinistra laici del giornalista Lapid ed altri di questa tendenza, dovrebbero riversarsi in gran parte sul candidato Grantz. Lui si guarda bene da mettere in evidenza l'attrazione che esercita sull' elettorato di sinistra, in quanto anti-Netanyahu. Apparire un avversario di sinistra del leader del Likud, il partito di destra finora dominante, in quanto garante della sicurezza, sarebbe controproducente. Meglio la figura del patriota intransigente che si distingue per l'onestà.

(la Repubblica, 18 febbraio 2019)


Il filosofo aggredito a Parigi: "Era un odio da pogrom"

Identificato, ma non ancora fermato il principale assalitore di Finkielkraut. Almeno uno dei gilet gialli aveva una retorica islamista Se non fosse intervenuta la polizia, mi avrebbero spaccato la faccia.

di Leonardo Martinelli

 
PARJGI - «Non mi sento una vittima, né un eroe». Ha commentato così Alain Finkielkraut, filosofo e accademico di Francia, gli insulti antisemiti ricevuti sabato per le strade di Parigi, ai margini della manifestazione dei gilet gialli. Non vuole sporgere denuncia «ma vorrei sapere chi sono queste persone, mi interessa», precisando che «almeno una di loro aveva una retorica islamista».
  La procura di Parigi ha comunque deciso di aprire un'inchiesta. Ed è stato il ministro degli Interni, Christophe Castaner, ad annunciare ieri pomeriggio su Twitter che «un sospetto, riconosciuto come il principale autore degli insulti, è stato identificato», ma non ancora arrestato. Lui e i suoi compari rischiano fino a sei mesi di carcere («se non fosse intervenuta la polizia, mi avrebbero spaccato la faccia - ha detto il filosofo, intervistato sulla tv Lei -: era una violenza pogromista»). Sono fioccati insulti del tipo «vattene, sporco sionista di merda». Ma quelle persone hanno pure gridato «Palestina». O «Dio ti punirà» e «questa - secondo Finkielkraut - è retorica islamista».

 L'«islamo-gauchisme»
  «Era un miscuglio di giovani della periferia - ha aggiunto-, dell'estrema sinistra e forse di soraliani», Il termine si riferisce al franco-svizzero Alain Soral, ideologo che si richiama sia al nazionalismo che alla sinistra marxista e che è un referente sia per un'estrema destra antisemita che per il cosiddetto «islamo-gauchisme», surrogato di islamismo e di sinistra antisemita (e anti-israeliana).

 L'escalation di aggressioni
  Nel 2018 le aggressioni antisemite in Francia (fisiche e verbali, denunciate alla giustizia) sono state 541, il 74% in più rispetto all'anno precedente. E, secondo il filosofo Pascal Bruckner, «il fenomeno si spiega con la convergenza di tre ostilità: dell'islamismo radicale, dell'estrema destra (vedi le scritte Juden comparse sulle vetrine di alcuni negozi) e dell'estrema sinistra antisionista. E con passerelle tra l'islamismo radicale e l'estrema destra via Soral o Dieudonné», comico già condannato per gli spettacoli sull'antisemitismo. Per Bruckner poi «tutto questo risveglia le passioni più infime in un Paese dove vivono le più grandi comunità di ebrei e di musulmani d'Europa».

 Sulla scia della II Intifada
  E i gilet gialli cosa c'entrano in questa storia? «L'antisemitismo non rappresenta assolutamente la colonna vertebrale del movimento - dichiara alla Stampa Jean-Yves Camus, esperto di estrema destra-, ma nei suoi cortei confluisce chiunque, senza un vero servizio d'ordine che faccia da filtro». Per Camus «l'aumento degli atti antisemiti in Francia cominciò a partire dai primi anni Duemila nelle periferie e nelle aree con una maggiore concentrazione di popolazioni musulmane, sulla scia della seconda Intifada. E ancora negli ultimi anni i responsabili delle aggressioni più violente sono persone che provengono da quel mondo e che vi aggiungono un passato nella delinquenza comune».

 Il simbolo
  Intanto, anche Emmanuel Macron è intervenuto su twitter. «Figlio di emigranti polacchi - ha scritto-, diventato membro dell'Accademia di Francia, Finkielkraut non è solo un uomo di lettere eminente ma anche il simbolo di quello che la Repubblica francese può permettere a ognuno». Suo padre era un modesto artigiano del cuoio a Parigi ma il figlio, che oggi ha 69 anni, poté frequentare le migliori scuole, anche a livello dell'università del Paese. E per domani in tutta la Francia è convocata una serie di manifestazioni all'insegna del «no all'antisemitismo». In rete, però, Finkielkraut, spesso polemico contro un certo buonismo multiculturale (e in media odiato dalla gauche classica), ha trovato anche voci polemiche nei suoi confronti, della serie «se l'è andata a cercare». -

(La Stampa, 18 febbraio 2019)


*


In Francia torna l'odio per gli ebrei ogni volta che si scatena una crisi

Negli ultimi anni diecimila ebrei hanno deciso di lasciare il Paese Il 44% dei manifestanti pensa che esista un complotto sionista

di Tahar Ben Jelloun

Vetrine imbrattate da insulti antisemiti. Tombe profanate nei cimiteri ebraici. Bambini con la kippah aggrediti per strada. Il ritratto di Simone Veil, una grande donna che a malapena adolescente finì in un campo di concentramento nazista, sfregiato da una croce uncinata.
Torna l'antisemitismo in Francia dove i Gilet gialli turbano la vita quotidiana dei negozianti e dei politici. Secondo un sondaggio il 44% di questo genere di manifestanti pensa che esista un complotto sionista contro la Francia. A questo ritorno dell'odio antisemita segue une serie di omicidi di ebrei in una decina di anni in un Paese dove trova facilmente esca anche l'islamofobia.

 La «lobby ebraica»
  Tra i manifestanti che aderiscono alle proteste dei Gilet gialli, alcuni accusano Emmanuel Macron non solo di essere esclusivamente al servizio dei più ricchi ma anche di essere colluso con la banca Rothschild per cui ha lavorato. Rothschild significa soldi, i soldi degli ebrei! Si perpetua l'eterna immagine dell'ebreo che traffica con il denaro. «Macron jews'bitch» (Macron puttana degli ebrei) hanno scritto sulla porta di un garage nel 1o arrondissement.

 Gli attacchi
  Per questo il giovane Ilan Halimi è stato preso, sequestrato, torturato e ucciso da una «gang di barbari» a febbraio del 2006 a Sainte-Geneviève-des-Bois, nella regione di Parigi. I suoi assassini avevano chiesto un riscatto ai suoi genitori pensando che essendo ebrei fossero ricchissimi.
  Questo odio antisemita oggi viene amplificato dai social media, dai video dove gli antisemiti parlano a volto scoperto. Sul social media russo VKontakte (VK), gente come Dieudonné e Soral - alcuni dei loro siti in Francia sono oscurati - s'esprime liberamente ogni giorno.
  La lista degli ebrei assassinati in Francia in questi ultimi anni è lunga. Dopo la morte di Ilan Halimi, bisogna ricordare Mohamed Merrah che nel marzo 2012 uccise dei bambini ebrei alla scuola Ozar-Hatorah di Tolosa. Nel dicembre 2014, a Créteil, una giovane coppia di ebrei è stata selvaggiamente aggredita. Subito dopo l'attentato che ha decimato la redazione di Charlie Hebdo nel gennaio 2015, c'è stato l'attacco mortale all'Hyper Casher della Porte de Vincennes. Ad aprile del 2017, l'assassinio nell'11o arrondissement di Parigi di Sarah Halimi, un atto gratuito di odio antisemita. Lo stesso anno e con la stessa motivazione, il sequestro di una famiglia ebraica a Livry Gargan. Il 27 marzo 2018, dei criminali si sono accaniti fino a ucciderla, contro Mireille Knoll, una signora di 85 anni, solo perché era ebrea.
  Certo, la Francia ha un'antica tradizione di antisemitismo: l'affaire Dreyfus (1894-1906), aveva diviso il Paese e intaccato i valori della terza repubblica. Il capitano Alfred Dreyfus, era stato accusato di tradimento in quanto ebreo. Benché innocente, nello spirito di molti era rimasto sospetto. Il 16 luglio 1942, il governo collaborazionista di Vichy, arrestò in massa 13.152 ebrei di origine straniera, tra cui 4115 bambini e li consegnò ai campi di sterminio nazisti.

 La trappola dell'antisionismo
  Ecco i punti deboli della società francese. L'odio per gli ebrei compare regolarmente quando la Francia attraversa una crisi sociale o economica. Gli ebrei sono il tradizionale capro espiatorio. A questo quadro bisogna aggiungere l'antisemitismo di certi francesi di recente immigrazione che reagiscono al conflitto israelo-palestinese. Esprimono la loro solidarietà al popolo palestinese sotto i bombardamenti di Gaza, ad esempio, come la grande parte degli ebrei francesi appoggia senza riserve lo Stato di Israele.
  Dal momento in cui l'ex presidente della repubblica francese François Hollande con il suo primo ministro Manuel Valls, seguito poi da Emmanuel Macron, ha deciso che «l'antisionismo è la nuova forma che assume l'antisemitismo», qualsiasi critica alla politica israeliana è percepita come una critica rivolta a tutti gli ebrei. Cosa che gli arabi francesi contestano. E la frattura tra le comunità si allarga. Questo ha spinto molti ebrei francesi a emigrare in Israele o in altri Paesi. Si parla di 10 mila persone su una comunità di circa 600 mila.
  Quando Netanyahu è stato in Francia per commemorare il massacro di Charlie Hebdo e quello dell'Hyper Casher di Vincennes, ha chiesto agli ebrei di trasferirsi in Israele: «Tutti gli ebrei che vogliono immigrare in Israele saranno accolti a braccia aperte», ha dichiarato l'11 gennaio 2015 alla sinagoga de la Victoire a Parigi.
  Un appello che non è stato gradito dal governo e da una parte della comunità ebraica francese. In quella occasione l'allora primo ministro Manuel Valls aveva detto: «La Francia senza gli ebrei non sarebbe più la stessa».
  Oggi che, secondo le stime gli atti di antisemitismo sono aumentati del 74% rispetto all'anno scorso, la Francia si mobilita per denunciare questa nuova ondata di odio antisemita montata proprio nel momento in cui i Gilet gialli chiedono la testa di Macron come ai tempi di Luigi XVI!
  Già nel 2017 Alain Finkielkraut era stato insultato e molestato dai sostenitori di «La Nuit debout», manifestanti che non sopportavano questo pensatore ebreo. Sabato scorso, alcuni elementi dei gilet gialli lo hanno attaccato urlando insulti antisemiti «Vattene via sionista di merda», «Ritorna a Tel Aviv». L'episodio ha toccato l'intera classe politica, da Marine Le Pen al presidente Macron, che gli ha telefonato e gli ha detto «non tollereremo questi insulti antisemiti». Alain, nel frattempo ha detto: «Ho sentito un odio assoluto, e sfortunatamente non è la prima volta».
  Domani diversi partiti e associazioni marceranno a Parigi per protestare contro il risorgere dell'antisemitismo.

(La Stampa, 18 febbraio 2019 - trad. Carla Reschia)


Alain Finkielkraut e i nuovi antisemiti

di Pierluigi Battista

Non per insistere, non per stonare nella condanna unanime del linciaggio che gli energumeni antisemiti in gilet giallo hanno messo in scena contro il filosofo ebreo Alain Pìnkielkraut, ma bisogna sottolineare che, tra le grida vomitate dalla teppa, si stagliavano anche: «sporco sionista», «sionista di merda», «Palestina», «torna a Tel Aviv». Non è un dettaglio trascurabile, è la prova di una saldatura mostruosa che l'opinione pubblica europea tende a ignorare e che esprime l'odio antiebraico in una forma nuova. La fusione è tra un antisemitismo di matrice esplicitamente nazista, cascame mai del tutto sepolto di razzismo hitleriano, alimentato dalla propaganda negazionista sull'Olocausto e fatto proprio da bande di picchiatori con le teste vuote e rasate, e un antisemitismo che si presenta con le forme più oblique dell'antisionismo, con i tratti della torsione jihadista che ha trasformato definitivamente l'appoggio all'originario indipendentismo nazionalista palestinese in un'esortazione, rimbalzata anche nelle piazze europee, a cacciare i «maiali ebrei» dalla terra santa dell'Islam e ad annegarli in mare, come del resto già incitava la tambureggiante propaganda bellicista dell'Egitto nasseriano alla vigilia della Guerra dei Sei giorni del 1967. È questa saldatura, questa fatale mescolanza, che unisce l'antisemitismo «bianco» di ascendenza nazistoide del gilet giallo di provincia che oramai non ha più remore a urlare «sporco sionista» per dire «sporco ebreo» e l'odio antiebraico rigurgitato dalle banlieue parigine a maggioranza islamica in cui nel 2006 venne torturato e bruciato vivo il giovane ebreo Ilan Halimi, nel silenzio imbarazzato e indifferente dell'opinione pubblica «democratica». Questa saldatura che non vogliamo vedere, ma che gli scritti dello stesso Fìnkìelkraut hanno più volte messo in evidenza suscitando l'ostilità chiassosa e intollerante della cultura conformista, viene tacitata per allontanare i «barbari» da noi, rinchiudendoli in un recinto infetto. Per non vedere le ragioni avvelenate che da anni stanno spingendo molti ebrei francesi a cercare rifugio in terra di Israele. Per non porsi problemi quando mostriamo indulgenza per gli Stati che fanno dell'antisemitismo un dogma e della distruzione di Israele e degli ebrei la loro missione. Per rassicurarci, e portare il mostro lontano da noi. Ma è molto peggio di così.

(Corriere della Sera, 18 febbraio 2019)


«Reggiano giudeo», l'adesivo sul palo fa indignare un lettore: «Punite l'imbecille»

La scritta in prossimità dello stadio Tardini a Parma. «Cì sono cose su cui non è possibile scherzare»

 
PARMA - Un adesivo con la scritta «Reggiano giudeo» attaccato su un palo ha provocato l'indignazione di un lettore, Claudio Bruschi, che si è rivolto alla Gazzetta per protestare: «La fotografia che allego è stata scattata alle 12.30 circa di oggi e ritrae il palo di un lampione d'illuminazione che si trova nel piazzale antistante il Tardini, più o meno all'altezza delle strisce pedonali che attraversano viale Partigiani d'Italia. Probabilmente l'imbecille che ha attaccato l'adesivo crederà di aver fatto solo uno scherzo, insomma, una semplice goliardata, dimenticando che ci sono cose - e l 'antisemitismo è una di esse - sulle quali non è lecito scherzare, e men che meno in pubblico. Ma c'è un'altra cosa: quell'adesivo non è opera di un privato: dev'essere stato prodotto da una ditta specializzata, su specifica ordinazione di qualcuno. Spero che questo consenta a chi di dovere la rapida identificazione e la conseguente esemplare punizione degli autori di questo gesto inqualifìcabile». r.c.

(Gazzetta di Parma, 18 febbraio 2019)


Le polemiche Polonia-Israele per una frase di Netanyahu

di Davide Frattini

GERUSALEMME - Benjamin Netanyahu ha dovuto aspettare una notte prima di ripartire da Varsavia (guasto all'aereo). Cortocircuito più innocuo di quello diplomatico generato da una frase del primo ministro, con un «the» di troppo che ha riaperto le polemiche con il governo di Mateusz Morawiecki. Quell'articolo determinativo ha fatto intendere che Netanyahu accusasse tutti «i polacchi» di aver collaborato allo sterminio degli ebrei locali. Morawiecki ha reagito («siamo stati vittime dell'occupazione tedesca») e ha deciso di non partecipare al vertice del gruppo di Visegrad (oggi a Gerusalemme ). Il chiarimento di Netanyahu («mi riferivo ad alcuni polacchi») non è bastato. Il primo ministro rispondeva a una domanda sulla legge votata un anno fa a Varsavia: tre anni di carcere a chi usi la formula «campi polacchi» (per Auschwitz ad esempio).

(Corriere della Sera, 18 febbraio 2019)


Gli insulti antisemiti al filosofo Finkielkraut. «Sporco sionista. Il popolo ti punirà»

Gli atti antisemiti in Francia sono aumentati del 74% nel 2018. C'è chi sogna di riunire una Francia nera, bianca e araba attorno all'odio per gli ebrei.

La reazione
«Ho sentito contro di me, un odio assoluto e purtroppo non è la prima volta»
Recrudescenza
Per martedì era già in programma una manifestazione contro i casi di antisemitismo

di Stefano Monteflorl

PARIGI - Il filosofo Alain Finkielkraut è nato a Parigi 69 anni fa da Daniel e Janka, ebrei polacchi rifugiati in Francia dopo avere conosciuto Auschwitz e lo sterminio delle proprie famiglie.
Accademico di Francia noto anche al grande pubblico per le frequenti e talvolta polemiche apparizioni televisive e per le idee conservatrici, ieri pomeriggio Finkielkraut si trovava in boulevard de Montparnasse quando un gruppo di gilet gialli lo ha riconosciuto.
Nella valanga di urla, fischi e gestacci che in pochi minuti gli sono stati rovesciati addosso, si possono riconoscere queste frasi:
- «Vattene, sporco sionista di merda».
- «Bastardo».
- «Sporco razzista».
- «È venuto apposta per provocarci».
- «La Francia è nostra».
- «Torna a casa tua».
- «Torna a Tel Aviv».
- «Il popolo siamo noi».
- «Il popolo ti punirà».
I gilet gialli che aggrediscono Finkielkraut, due dei quali indossano la kefiah palestinese, non gli perdonano il sostegno allo Stato di Israele e il fatto di avere osato denunciare in passato, alla radio, in tv e sui giornali, la deriva islamista e integralista di una parte dei musulmani di Francia, soprattutto nelle periferie.
   L'altra colpa del filosofo, secondo chi lo insulta, è di non essere un vero francese, di non fare parte del popolo francese, perché è ebreo. I violenti che si autoproclamano «il popolo di Francia» gli gridano di tornare a casa sua, e siccome è ebreo casa sua non può essere Parigi, dove è nato e dove ha vissuto per 69 anni, ma Tel Aviv, in Israele. E lì che secondo gli antisemiti Finkielkraut deve tornare.
   All'epoca del movimento Nuit Debout, nella primavera 2016, il filosofo reagì agli insulti di alcuni militanti. Ieri invece è rimasto pietrificato, prima di venire allontanato e protetto dalla polizia. «Ho sentito contro di me un odio assoluto - ha detto poi al giornale JDD -, e purtroppo non è la prima volta».
   Prima dell'aggressione verbale di ieri pomeriggio l'antisemitismo in Francia - e nel movimento dei gilet gialli - era già diventato una questione centrale. Martedì è in programma a Parigi una grande manifestazione patrocinata da quasi tutti i partiti politici - tranne il Rassemblement National di Marine Le Pen, non invitato - per reagire ai numerosi casi di antisemitismo degli ultimi giorni: per esempio la scritta gialla «Juden» (ebrei in tedesco) sulla vetrina del ristorante Bagelstein nel Marais, le svastiche sul murales di Simone Veil, gli insulti a Macron definito «prostituta degli ebrei» e «servo degli ebrei Rothschild» durante le manifestazioni dei gilet gialli.
   Proprio alla vigilia dell'aggressione, Finkielkraut aveva rilasciato al Figaro un'intervista molto interessante. Ricordava di avere guardato con rispetto al movimento dei gilet gialli, all'inizio, e di avere preso poi le distanze quando le violenze sono diventate ripetute e non episodiche.
   «Gli atti antisemiti sono aumentati del 74% nel 2018», aveva sottolineato Finkielkraut, denunciando ancora l'antisemitismo di stampo arabo-musulmano ma anche quello innegabilmente presente, a suo dire, tra i gilet gialli. «Dieudonné e Soral (antisemiti pluri-condannati, ndr) hanno un sogno: riunire una Francia blackblanc-beur (nera, bianca e araba) attorno all'odio per gli ebrei». L'aggressione di ieri sembra dargli ragione.
   L'emozione in Francia è enorme. Tra le moltissime dichiarazioni di solidarietà, quella del presidente Macron: «Gli insulti antisemiti di cui è vittima Alain Pinkìelkraut sono la negazione assoluta di quel che noi siamo e di quello che fa di noi una grande nazione. Non li tolleriamo».

(Corriere della Sera, 17 febbraio 2019)


*


I gilet gialli contro il filosofo: «Sporco ebreo, ti puniremo»

Ancora violenze a Parigi. Poi l'aggressione xenofoba a Finkielkraut. Macron duro: «Non li tollereremo»

di Francesco De Remizis

PARIGI - Tre mesi dopo l'inizio della mobilitazione dei gilet gialli, nel cielo di Parigi volano ancora sampietrini, bottiglie e petardi. I «giubbotti» sono sempre in strada, nonostante gli 8.400 fermi e i 7.500 arresti dal 17 novembre. Tre nuovi cortei ieri, 4 rassemblement e le stesse recriminazioni scosse da violenze, giustificate dall'ala dura che torna a pungolare governo e presidente della Repubblica di cui chiedono le dimissioni. Emmanuel Macron è protagonista di un grande dibattito nazionale con i sindaci che non sembra in grado di placare i gilet. Ieri 41.500 manifestanti in tutta la Francia, oltre 5mila a Parigi secondo il ministero dell'Interno. Come non pare risolutiva l'azione dei giubbotti fluorescenti: sostenuta, secondo l'ultimo sondaggio Elabe per BfmTv dal 58% della popolazione rispetto al 75% degli inizi. Le violenze «di Stato» contro i gilet sono tuttora al centro di alcune inchieste. Il confine tra repressione e prevenzione è labile. Ieri almeno 19 fermi a Parigi, dove oltre ai casseur, ancora insulti antisemiti; stavolta al filosofo Alain Finkielkraut: «Sporco ebreo», «sionista», «la Francia è dei francesi», «il popolo ti punirà», grida un gruppo in passamontagna dopo averlo riconosciuto responsabile di opinioni ostili ai gilet gialli per una sua intervista a Le Figaro. «Gli insulti antisemitici che ha subìto sono la negazione assoluta di chi siamo e di ciò che ci rende una grande nazione. Non li tollereremo» commenta Macron. «Finkielkraut non è solo un eminente uomo di lettere, ma un simbolo di ciò che la Repubblica permette a tutti».
   Dopo le minacce dell'ex interlocutore di Luigi Di Maio e del Movimento Cinque Stelle, Cristophe Calençhon, tornato a parlare di milizie paramilitari non meglio specificate pronte a cacciare Macron dall'Eliseo, questa settimana sono arrivate le prime condanne. Un mese di prigione e 500 euro di multa al camionista Eric Drouet, uno dei leader dei gilet, per manifestazione non autorizzata. Il tribunale di Parigi si è espresso pure sul pugile Cristophe Dettinger: per lui, un anno di semilibertà e divieto di entrare nella capitale per sei mesi. Dovrà inoltre pagare a due poliziotti aggrediti il 5 dicembre 2 e 3mila euro di risarcimento.
   Se i casseur lanciano oggetti contro la polizia, le forze dell' ordine rispondono. Tensioni e scontri ieri davanti alla cattedrale di Notre-Dame, poi l'evacuazione dell'intera spianata degli Invalides. Lungo il percorso incendi di cassonetti e la devastazione di un supermercato sul boulevard Saint-Michel. Una giornata a cui seguirà un bis, oggi per festeggiare le 14 settimane.
   Imponente il dispositivo di sicurezza: 80mila agenti in tutta la Francia. Intanto «pedaggio gratuito» a oltranza sull'autostrada a ovest di Parigi, blocchi sulle rotatorie per ostacolare il traffico. A Rouen, in Normandia, un automobilista ieri ha forzato il blocco dei dimostranti ferendone tre. Tensioni anche a Nantes, Strasburgo e Tolosa. Qui una settantina di gilet hanno bloccato un deposito di Amazon. La rabbia resta. «Bisogna riconciliarsi», dice per la prima volta anche Brigitte Macron. Ma come?

(il Giornale, 17 febbraio 2019)


*


Gilet gialli e odio antiebraico

Assalto a Finkielkraut

di Maurizio Molinari

L'aggressione dei Gilet Gialli contro il filosofo francese Alain Finkielkraut ci dice che il più pericoloso antisemitismo è tornato nel cuore dell'Europa. A descriverlo è quanto avvenuto in boulevard Montparnasse, a Parigi, nella giornata di ieri. Un gruppo di Gilet Gialli ha riconosciuto il filosofo, lo ha spinto in un angolo e mentre lui era spalle al muro uno dei manifestanti gli si è avvicinato, gli ha puntato l'indice contro ed ha iniziato a gridare «noi siamo il popolo, noi siamo il popolo». Altri Gilet Gialli sono arrivati, Finkielkraut si è allontanato protetto da alcuni passanti e dietro di lui i manifestanti gli hanno gridato: «Torna a Tel Aviv», «Palestina, Palestina», «vi cacceremo». Più il filosofo era lontano, più le grida dei Gilet Gialli crescevano, con i singoli che si toglievano mascherine e passamontagna per meglio gridare la propria rabbia. La sovrapposizione fra esaltazione del «popolo», insulti antisemiti, odio antisionista e promesse di espulsioni rappresenta quanto di più simile e contemporaneo può esserci alla dinamica con cui si innesca l'odio antiebraico nelle piazze, identificando nella casuale vittima di turno il male assoluto, da additare ed estirpare per il «bene delle masse». È la stessa feroce dinamica con cui si originavano i pogrom in Russia al tempo degli zar, in Germania al tempo dei nazisti e nei Paesi arabi- da Baghdad a Tripoli- fra gli Anni Quaranta e Cinquanta. Ciò significa che nelle viscere dei movimenti di protesta presenti in Francia - e forse in altri Paesi d'Europa - alberga la più buia, miope e aggressiva delle intolleranze.
   Aggravata dalla volontà di chi ne è protagonista di diffonderla sul web per trasformarla in contagio: chi ha aggredito Finkielkraut ha anche filmato la scena con l'evidente intento di far capire ad altri fanatici come lui che questo è il modo in cui si devono aggredire i «nemici del popolo», spingendoli con la forza degli insulti e della rabbia ad «andarsene a Tel Aviv». Quale che sia l'opinione politica, la fede religiosa o la cittadinanza, ogni europeo deve sentirsi non solo offeso ma minacciato da questo germe dell'odio che è tornato a germogliare fra noi. Con la complicità di tutti coloro che assistono, passivamente, davanti a simili violenze o addirittura le legittimano riconoscendo politicamente i Gilet Gialli.

(La Stampa, 17 febbraio 2019)


*


I padri movimentisti dell'antisemitismo

di Fiamma Nirenstein

Finkielkraut è un filosofo liberale, la cui affezione per la sua ebraicità, per Israele e per il mondo della giustizia sociale sono sempre andati insieme. È una bella sfida: il movimento dei gilet gialli pretende di far parte del movimento in lotta contro la burocrazia, l'ingiustizia economica, l'élite ladra. È un movimento di popolo quella banda di mostri antisemiti che gli si è rovesciata addosso urlando «sporco ebreo» e «sionista di m ... » e berciando che la Francia non è degli ebrei ma dei francesi, e così Finkielkraut ha una faccia oltre che dispiaciuta anche piuttosto imbarazzata.
   Il movimento di popolo in Europa ha sempre attratto gli intellettuali e i politici, anche il più feroce, nazista, comunista, terrorista. Lo dice anche Hanna Arendt. Questi stessi gilet gialli sono stati visitati il 5 febbraio da Di Maio e da Di Battista in uno slancio di solidarietà internazionale: eppure lo sapevano che questo movimento che sfascia e odia, aveva anche gridato nelle piazze «Macron, sei la puttana degli ebrei», «Ebrei attenti avete abbassato le tasse ai ricchi», «la Francia muore di fame e gli ebrei accendono le luci di Chanucca», «Macrone Zion» nel Paese che ha mandato a morire i suoi ebrei coi loro bambini per ordine di Petain. In un anno crescevano del 74% gli incidenti antisemiti. I gilet gialli sono la somma movimentista dell'antisemitismo, come il Labour di Corbyn lo è in Inghilterra.
   Robert Wistrich, il migliore di tutti gli storici dell'antisemitismo, scrisse un pezzo di testimonianza stupefatta a come le élite francesi commentassero con un'alzata di spalle snobistica, una levata di sopracciglia filosofica, una boccuccia stupita, gli attacchi sanguinosi del 2014 e '15 alle sinagoghe di Parigi. Il comico Dieudonné seguita a dare di nazista a Israele nel plauso generale; gli assassini islamici di Ilan Halimi non furono trovati perché la mentalità liberal rifiutava di cercarli nelle banlieu. Oggi si rifiuta di cercare l'antisemitismo nei movimenti populisti, o inconsciamente si associano i propri sentimenti per gli ebrei ai loro, come ha fatto forse M5s. No, non è bello respingere gli impulsi antisemiti che provengono da folle in marcia mentre pretendono di migliorare la società; o fare muro a quelli in lotta per una società migliore e che sulla strada contano di incenerire un paio di ebrei e di distruggere il loro Stato.

(il Giornale, 17 febbraio 2019)


Berlino, alla Paranza la miglior sceneggiatura. Saviano dedica il premio alle Ong

L'israeliano Lapid vince e batte Ozon. La prossima edizione sarà guidata da un italiano.

di Fulvia Caprara

 
Il regista israeliano Nadav Lapid, 43 anni, riceve l'Orso d'oro per il miglior film da Juliette Binoche, presidente di giuria alla Berlinale
BERLINO - Spogliarsi della propria identità e cercare di costruirsene una nuova, in un'altra città, usando una lingua sconosciuta. Partendo dalla propria esperienza autobiografica, l'israeliano Nadav Lapid racconta, in Synonymes, Orso d'oro della 69a Berlinale, l'ultima diretta da Dieter Kosslick, la difficile rinascita di un uomo deciso a chiudere i conti con le proprie radici. Il massimo trofeo della rassegna, accolto dalla platea degli addetti ai lavori tra dissensi e stupore, sancisce un verdetto discutibile, con varie incongruenze, quasi a sottolineare la fase di transizione che la Berlinale sta evidentemente attraversando.
  Alla Paranza dei bambini di Claudio Giovannesi va il premio per la migliore sceneggiatura, firmata dal regista con Maurizio Braucci e con l'autore del libro Roberto Saviano: «Dedico il premio - dice Saviano - alle organizzazioni non governative che salvano vite nel Mediterraneo e ai maestri di strada che salvano vite nei quartieri popolari. Oggi, nel nostro Paese, è molto complicato raccontare la verità». Dopo di lui parla Braucci: «I ragazzi del nostro Sud hanno bisogno di supporto maggiore, questo deve essere un obiettivo fondamentale». E poi Giovannesi: «Speriamo che in Italia la cultura, la formazione, l'arte, tornino a essere una priorità».

 Lo scandalo dei preti pedofili
  La delusione più grande è sul volto di François Ozon che guadagna il Gran Premio della Giuria per Grace à Dieu, ma è evidente che abbia sperato di ottenere il riconoscimento più importante. Il suo film sullo scandalo dei preti pedofili in Francia debutta in un momento significativo, visto che, proprio ieri Papa Bergoglio ha deciso di «spretare» l'ex-arcivescovo di Washington McCarrick colpevole di abusi: «Non so se il cinema può davvero cambiare il mondo, ma sicuramente può aiutarci a capirlo. Ringrazio la giuria e dedico il premio ai protagonisti delle storie vere che racconto nel film».
  Sinceramente felici Yong Mei e Wang Jingchun, marito e moglie nel magnifico So Long, My Son di Wang Xiaoshuai, affresco sulla Cina in mutamento che secondo molti avrebbe meritato di più. Grande entusiasmo anche da parte di Angela Schanelec, premiata per la regia di I Was at Home, But, e di Nora Fingscheidt che ha ottenuto l'Alfred Bauer riservato alle nuove prospettive del cinema. I riconoscimenti al femminile, in una giuria guidata da una donna, con sei registe in gara, erano attesi, ma ci si aspettava altre scelte. E il super favorito dei pronostici God Exists, Her Name is Petrunya, regia di Teona Strugar Mitevska, è stato infatti ignorato.

 Gala e passaggio di consegne
  Sul palcoscenico del gala finale, più diluito del solito per via del lungo omaggio al direttore Kosslick che, dopo aver diretto la kermesse dal 2002 al 2019, passa il testimone all'italiano Carlo Chatrian, affiancato dalla tedesca Mariette Rissenbeek, annunci e proclami hanno avuto ruolo preponderante.
  La prima dichiarazione tocca a Binoche e riguarda l'assenza, per motivi di censura, del maestro Zhang Yimou che alla Berlinale avrebbe dovuto presentare la sua ultima opera One Second: «Rimpiangiamo di non aver potuto vedere il suo film. Zhang Yimou è stata una voce centrale nel cinema del mondo, non l'abbiamo potuta ascoltare, e ci manca molto».
  Subito dopo la fine della cerimonia, parlando della Paranza dei bambini (prodotto da Palomar con Vision Distribution e in collaborazione con Sky Cinema) Saviano è tornato sul tema migranti: «Si parla della loro invasione e non di quella dei capitali criminali. Si fermano i corpi e si lascia passare il veleno dei capitali».
  Nel filmato proiettato in onore di Kosslick, un montaggio di immagini dei momenti top della rassegna, pieno di divi dello star system mondiale, si avvertiva, ieri, un vago rimpianto per una manifestazione che forse, non potrà più raggiungere quelle vette di popolarità. Le date della prossima edizione, spostate in avanti, dopo la cerimonia degli Oscar, fanno immaginare maggiori difficoltà nella selezione di film Usa che in quel periodo, attendono di essere selezionati per Cannes o per Venezia. Insomma, dal 2020, qualcosa potrebbe cambiare, toccherà al neo-direttore italiano decidere in quale senso.

(La Stampa, 17 febbraio 2019)



«Sforzatevi di entrare per la porta stretta»

Gesù attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme. Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”. Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi ne sarete buttati fuori. E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

Dal Vangelo di Luca, cap. 13

 


Gli ebrei di Kaifeng perseguitati con tutte le altre religioni

La comunità ebraica non è riconosciuta fra le religioni ufficiali e le sue attività sono considerate "illegali". La persecuzione è incrementata dopo il varo dei Nuovi regolamenti sulle attività religiose. La comunità ebraica di Kaifeng data dal 10mo secolo ed è composta da circa 1000 membri. Bloccato dal governo il progetto di ricostruzione della sinagoga

KAIFENG - La piccola comunità ebraica di Kaifeng (Henan) soffre la persecuzione insieme a tutte le altre religioni in Cina. È quanto afferma Lela Gilbert, membro dell'Hudson Institute ed autrice di vari libri sulla persecuzione. In un articolo pubblicato ieri sul "Jerusalem Post", ella scrive: "L'aspro trattamento della minuscola popolazione ebraica in Cina emblematica della soppressione delle fedi religiose da parte del Partito comunista cinese senza Dio. E la vulnerabilità degli ebrei di Kaifeng è terribile e fin troppo familiare ai milioni di buddisti tibetani, musulmani uiguri, cinesi cristiani".
   La comunità ebraica di Kaifeng ha meno di 1000 membri, ma essa è sottoposta a pesanti controlli, a raid polizieschi, ostacoli di diverso tipo, soprattutto dopo il febbraio 2018, al varo dei nuovi regolamenti sulle attività religiose. "Durante un raid - racconta la Gilbert - agenti del governo [cinese] hanno rotto una Stella di David all'entrata [del Centro ebraico] e l'hanno gettata a terra. Hanno strappato dai muri citazioni delle Sacre Scritture. Hanno riempito di sporcizie e pietre un pozzo che serviva da mikveh (per il bagno rituale)".
   Il problema è che il governo cinese riconosce solo cinque comunità religiose: taoisti, buddisti, musulmani, cristiani protestanti e cattolici. Le altre religioni - fra cui quella ebraica - sono ritenute illegali e subiscono una sorte simile a quella delle comunità sotterranee. Nell'Henan, molte chiese cattoliche e protestanti sono state costrette a chiudere e a proibire l'entrata ai giovani minori di 18 anni.
   La comunità israelitica di Kaifeng ha una storia che data dal 10mo secolo, quando sono arrivati in Cina degli ebrei dalla Persia. La prima sinagoga a Kaifeng è stata costruita nel 1163. Dopo alterne vicende nei secoli, negli ultimi anni la comunità è riuscita ad instaurare rapporti con l'ebraismo mondiale e ha creato un piccolo Centro di cultura ebraica. Alcuni benefattori sono pronti a sostenere la ricostruzione della sinagoga. Ma, da febbraio, tale progetto è stato bloccato.

(Asia News, 16 febbraio 2019)


Chi ha in odio l'Occidente

di Niram Ferretti

Dall'Islam spira un'aria di novità, di fascinazione irresistibile. In passato esso era un afrodisiaco, un viagra psicologico per gli amanti della forza, dell'ordine, del sacro istituzionalizzato. Hitler ne apprezzava le virtù guerriere molto più vicine allo spirito delle Männerbunde teutoniche, rispetto a ciò che egli poteva rinvenire in qualsiasi altra religione. Ed è un paradosso della storia, uno dei tanti, che non siano più le destre antimoderniste, se non in sacche di testimonialità criogenica, o in sporadici casi individuali, a subirne l'allure, ma la sinistra, soprattutto quella più radicalizzata.
  La vocazione sistemica e totalitaria islamica convertirono Roger Garaudy, ex comunista duro e puro e Ilich (in onore di Lenin) Ramírez Sànchez meglio conosciuto come Carlos lo Sciacallo. Garaudy, autore di Les Mythes fondateurs de la politique israélienne, in cui ripropose le immarcesicibili tesi dei Protocolli dei Savi di Sion, condendole con tesi negazioniste che gli costarono cinque procedimenti penali, si convertì all'Islam nel 1982. Carlos lo Sciacallo, pluriassassino condannato all'ergastolo, e membro attivo del FPLP, Fronte Popolare Per La Liberazione della Palestina, organizzazione che rivendicava nel marxismo-leninismo la propria matrice ideologica, a seguito della sua conversione all'Islam redasse insieme al giornalista francese Jean Michel Vernochet, L'Islam rivoluzionario.
  Dispositivo combinato di indubbia efficacia quello tra lotta armata, revolucionaria, Islam e virulento antisionismo e antiamericanismo. Quando si identifica nell'Occidente e nei suoi derivati, democrazia, liberalismo e capitalismo, il nemico da abbattere avendolo trasformato in una rapace entità imperialista e colonizzatrice, è difficile non trovarsi uniti da un afflato molto simile. Maometto e Che Guevara che danzano a braccetto.
  Il fatto che l'Occidente sia da abbattere, purgandolo dalla propria decadenza attraverso una buona e severa profilassi coranica, oppure sia da sovvertire politicamente nelle sue strutture economiche imperanti in virtù di un socialismo di stato talebano, non modifica di un'oncia il comune intento. Soprattutto quando si è in grado di identificare chiaramente i propri nemici dichiarati, gli Stati Uniti e Israele, vero asse del male. In questo, i radicalismi di sinistra e di destra si sovrappongono, trovano amorose convergenze, neofascisti, terzomondisti, etno-nazionalisti, amanti di Assad e Hezbollah, della "purezza" islamica sciita: gagliardetti, croci uncinate, falci e martello, sacro suolo, mistica del sangue, della terra, dell'ardore. Il solito bric a brac della subcultura antimodernista, perché quello che aliena l'uomo è il capitale e il consumismo, mica la sharia, o la teocrazia, no, è la talassocrazia americana, mano longa dell'internazionale ebraica.
  L'Islam diventa dunque liberatorio, liberante, rappresenta una nuova prospettiva orgasmica. Come nel caso di Michel Foucault, inebriato dalla nuova "dimensione spirituale in politica" inaugurata a suo dire dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Khomeini nuovo Lenin, liberatore del pueblo oppresso dal regime filoamericano e filoisraeliano dello Scià. Il vecchio e cupo ayatollah ebbe l'idea felice di innestare il tradizionalismo islamico più severo sulla pianta della rivoluzione degli oppressi, di cui, lui, anima ferventemente pia, si faceva custode, guardiano, paraclito.
  Non è un caso se Hamas, movimento integralista islamico, costola palestinese di quei Fratelli Musulmani fondati in Egitto nel 1928 e il cui manifesto programmatico recita "Il Corano è la nostra costituzione, il jihad, la nostra strada, e la morte nel nome di Allah il più nobile dei nostri desideri", è visto agli occhi della sinistra così come dell'estrema destra un movimento resistenziale contro l'occupante "colonialista" ebraico.
  Sono dell'estate del 2014, durante l'ultimo conflitto a Gaza, le dichiarazioni di Gianni Vattimo ex filosofo del pensiero debole ed ex parlamentare di sinistra a favore di Hamas. Durante un programma radiofonico invitò volontari europei a partire per Gaza per unirsi al movimento islamico contro Israele. Lui, omosessuale dichiarato che da Hamas verrebbe prontamente giustiziato mentre in Israele, dai temibili sionisti, potrebbe, tranquillamente indossare se l'estro lo ispira, piume e paillettes o hot pants di pelle nera durante il Gay Pride annuale che si tiene a Tel Aviv.
  In antisionismo e afflato antisraeliano patologico Vattimo è stato preceduto da Noam Chomsky, il quale, nel 2010, andò in ossequiosa visita in Libano per incontrare l'allora capo spirituale di Hezbollah, Mohammad Hussein Fadlallah, grande sostenitore della distruzione di Israele e degli attacchi terroristici contro civili inermi. Il medesimo che definì eroico il massacro alla yeshiva Mercaz HaRav avvenuto nel 2008 e in cui vennero massacrati otto studenti ebrei.
  Nello stesso anno, in Libano si recò anche la primogenita del natural born killer, Ernesto Che Guevara per deporre una corna sulla tomba del cofondatore del gruppo terrorista, Abbas al Musawi, ucciso dalle forze armate israeliane. Aleida Che Guevara parlò della necessità della "resistenza dei popoli che devono confrontarsi con l'occupazione". Hasta la victoria siempre, dai rivoluzionari cubani al partito di Dio. Una parabola esemplare.
  Prima di loro fu il turno di Hugo Chavez. Nel 2009, Il leader maximo venezuelano ricevette in Venezuela Mahmoud Ahmadinejad e abbracciandolo lo chiamò un compagno rivoluzionario definendo Israele, "Il braccio armato omicida dell'impero americano". Le vecchie parole d'ordine coniate a Mosca non hanno mai smesso di essere di moda in Venezuela, dove ancora oggi le pronuncia l'ex conducente di autobus Maduro, patetico caudillo da operetta con cui il cleptocrate russo Putin ha ottimi rapporti.
  Il romanzo d'amore tra radicalismo di sinistra e destra e le forze dell'Islam militante non può destare meraviglia. Coloro che oggi coniugano il mai tramontato lessico sovietico del terzomondismo da combattimento o la passione per l'ordine del sacro militarizzato con l'oscurantismo maomettano, sono gli stessi che a sinistra negli anni Sessanta e Settanta hanno abbracciato con fervore tutte le peggiori dittature del globo, elogiando a turno Stalin, Fidel Castro, Tito, Mao Zedong, Pol Pot mentre a destra rimpiangevano il Duce e il Fuhrer.
  Orfani della loro tutela e delle palingenesi che proponevano, si sono rivolti all'Islam come succulento succedaneo. Lungo la strada, questi vecchi e maturi antioccidentalisti hanno incontrato nuovi acquisti da imbarcare. Sul mercato attuale, niente come l'islam militante può garantire loro l'opposizione più tenace e minacciosa nei confronti di quella civiltà in cui vivono ma di cui senza sosta additano gli "orrori" anelando la sua distruzione.

(Caratteri liberi, 16 febbraio 2019)


Di Segni: "l'Europa è nata quando si sono aperti i cancelli dei campi di concentramento"

"La memoria è fondamentale per capire chi siamo e come orientarci nella nostra vita": apre così il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, il suo intervento al convegno promosso nei giorni scorsi dalla diocesi di Frosinone sulla Shoah. "Quella tragedia ha fatto emergere le contraddizioni di una società intera: come essa può reggersi se non accetta chi non si piega alla maggioranza per differenze di qualunque motivo? Le differenze arricchiscono e non indeboliscono" aggiunge. Dal punto di vista storico, secondo Di Segni, "la Shoah non ha distrutto solo il popolo ebraico ma tutta l'Europa, che in fondo è nata nel momento in cui si sono aperti i cancelli dei campi di concentramento".
Alla domanda sulla singolarità della Shoah rispetto ai tanti massacri della storia, il rabbino capo di Roma ha risposto insistendo sul "progetto criminale intenzionale di uno Stato, che poi ha coinvolto altri Stati per la distruzione di un popolo. A questo progetto, si è unita la tecnologia, che si è messa a suo servizio e che negli anni Quaranta era rappresentata da treni, camere a gas, forni crematori, modalità di ricerca poliziesca…". In un confronto sugli ebrei di ieri e di oggi, Di Segni ha infine sottolineato "i contributi significativi, spesso poi cancellati, portati da questa comunità in ogni società in cui ha vissuto. Come minoranza, hanno sempre cercato di conservare pensieri e tradizioni, anche con spirito critico rispetto alla maggioranza".

(SIR, 16 febbraio 2019)


Come sarebbe la mia vita se scoprissi di essere ebreo?

Da un'indagine sull'origine degli antenati l'idea del nuovo romanzo Lo scrittore scandinavo abbandona il mare per il suo libro "più difficile".

di Björn Larsson

Björn Larsson
Quando e come nasce un romanzo? Perché scrivere proprio quel romanzo e non un altro, e proprio in quel momento e non in un altro? Sono interrogativi che sicuramente si pone la maggior parte degli scrittori. Qualche anno fa, in omaggio al mio editore, Iperborea, che festeggiava i suoi 25 anni di vita, e anche per rispondere alle domande dei miei lettori, soprattutto italiani, ho scritto un libretto intitolato Diario di bordo di uno scrittore. Ed è stato proprio scrivendolo che mi sono reso conto che non è poi così difficile risalire al punto di partenza di ogni romanzo, ricordare quello che mi è servito da ispirazione e ripercorrere il cammino che mi ha portato al risultato finale, comprese le deviazioni sterili, i vicoli ciechi e le sorprese - buone e cattive - incontrate strada facendo.
   Anche questa volta sono in grado di identificare abbastanza facilmente il momento in cui, più di quindici anni fa, è stato gettato il primo seme del mio ultimo romanzo La lettera di Gertrud, anche se poi sono dovuti passarne altri dieci prima che il seme cominciasse a germogliare sulle pagine di uno dei miei quaderni.
   È stato a Vancouver, in Canada, dove ero invitato da Peter Stenberg, professore di lingue e letterature scandinave. Quando ho raccontato a Peter che mia madre aveva ripreso il cognome da nubile di sua nonna, Zander, mi ha subito chiesto se non era un nome ebreo. Ho risposto che non lo sapevo: nessuno in famiglia, neppure mia madre, aveva precise notizie su questa nonna. Peter stava preparando un'antologia di scrittori ebrei svedesi e voleva che io fossi ebreo per potervi includere delle pagine de La vera storia del pirata Long John Silver che gli erano piaciute molto.
   Da una zia paterna sono poi venuto a sapere che con tutta probabilità noi abbiamo «sangue vallone nelle vene», il che spiegherebbe anche gli occhi marroni occhi e i capelli castani della nostra famiglia. E ho letto in seguito in un saggio sui gitani in Svezia che molti di loro si definivano «valloni» per sfuggire alle persecuzioni degli anni Cinquanta.
   Non era quindi escluso che potessi avere origini ebraiche da parte di mia madre e rom da parte di mio padre. Questa novità si è presto trasformata in una domanda nella mia testa: se la cosa venisse dimostrata, cosa cambierebbe per me? 0, un po' più tardi, per Martin Brenner, cinquantenne, sposato, padre di una ragazzina, che scopre alla morte della madre che lei non era, come lui aveva sempre creduto, una tedesca scampata ai bombardamenti di Dresda, bensì un'ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, cosa che aveva sempre tenuta nascosta al figlio per paura che la storia si ripetesse.
   Martin si ritrova dunque nella situazione eccezionale in cui può scegliere se essere ebreo oppure no. Se non dice niente a nessuno, non lo sarà, ma dovrà pagare il prezzo di avere un segreto nei confronti dei suoi cari e degli amici. Se, al contrario, accetta di esserlo, nessuno vi si opporrà, né gli ebrei né gli antisemiti, che si ritroveranno con un ebreo in più da odiare. La terza opzione, che sarebbe rivelare pubblicamente che la madre era ebrea, ma che lui non lo è e, soprattutto, non vuole diventarlo, non avrebbe l'approvazione di quasi nessuno. È in pratica la posizione presa da Hanna Arendt quando dichiara di non poter amare - o odiare - nessun «popolo», che fosse ebreo, americano, francese o proletario.
   Posto il dilemma iniziale e trovato il protagonista, il romanzo potrebbe sembrare ben avviato. Ma è lì che comincia il vero lavoro, cioè immaginare la trama di una storia e dei personaggi che possano incarnare il tema di fondo del romanzo.
   La lettera di Gertrud in realtà non riguarda solo l'identità ebraica, ma diverse questioni esistenziali e ideologiche associate alla ricerca sfrenata di identità - che sia religiosa, culturale, etnica, nazionale o sessuale - che caratterizza l'epoca attuale, a detrimento dell'umano: la paura e l'odio nei confronti dell'altro, il peso del passato in rapporto all'avvenire, il bisogno o il rifiuto di appartenenza, la generalizzazione abusiva delle persone in categorie, eccetera.
   Resta certamente il fatto che l'identità ebraica è la più controversa di tutte e una grande sfida. Perché il romanzo fosse credibile, dovevo quindi, sulla scia di Martin Brenner, leggere decine di migliaia di pagine sull'ebraismo, scritte da rabbini, intellettuali e ricercatori, ebrei e non, e da romanzieri. Bisognava anche trovare una forma narrativa che potesse riflettere l'evoluzione di Martin Brenner nel corso della vicenda. Tanto per fare un esempio: dato che l'antisemitismo, purtroppo, non è confinato in un solo luogo o in un solo paese, gli eventi raccontati dovevano potersi svolgere in qualsiasi paese europeo, a parte la Germania.
   Ne è risultato un romanzo, credo, abbastanza particolare e forse anche un po' unico nel suo genere, anche se, ovviamente, l'originalità non è di per sé un criterio di qualità. Comunque non cerco il plauso generale di tutti, critici e lettori. Si può provare o meno simpatia per Martin Brenner, dargli torto o ragione, ma, se non si è in malafede, non si può accusarlo di mancare di coraggio o di non affrontare con rigore il dilemma davanti al quale si trova, senza sua colpa.
   Mi ci sono voluti cinque anni per scrivere questo libro, che è nel complesso quello che mi ha richiesto più fatica di tutti. Ma, come l'originalità, anche lo sforzo costato non è un criterio di eccellenza. Ho tuttavia una speranza: che il lettore, arrivato alla fine, sia stimolato a porsi seriamente la domanda di cosa avrebbe fatto, trovandosi nei panni di Martin Brenner. Chi eventualmente fosse tentato di cavarsela con la constatazione che dopo tutto La lettera di Gertrud non è che letteratura, farebbe bene a immaginare un Martin Brenner italiano nel momento della promulgazione delle leggi razziali del 1938, seguita dalle deportazioni degli ebrei verso la morte nei lager.

(La Stampa, 16 febbraio 2019 - trad. Emilia Lodigiani)


Israele in formato luxury: il nuovo trend fra boutique hotel e spa

Aumenta la richiesta di viaggi di lusso in Israele e, di conseguenza, cresce anche l'offerta. La nuova tendenza della destinazione, spiega Avital Kotzer Adari, direttore dell'ente del turismo israeliano in Italia, è anche merito delle adv: "Conoscono meglio il paese e le sue possibilità, quindi sanno cosa proporre ai clienti".
Alle spalle c'è la volontà del Ministero del Turismo israeliano di investire in questa direzione, favorendo soprattutto la nascita di nuovi boutique hotel di lusso e "aiutando gli investitori internazionali nel recupero di edifici storici da trasformare in strutture ricettive".
Tra le nuove aperture c'è quella di Nobu Hotel Tel Aviv, che al suo interno avrà 38 camere di lusso, un centro fitness, piscina, rooftop, giardino e ovviamente il celebre omonimo ristorante.

(TTG Italia, 16 febbraio 2019)



Seguendo le tracce del sentimento antiebraico

Seguendo le tracce del sentimento antiebraico nell'Italia dei nostri giorni è bastato grattare poco, pochissimo per far emergere quella rogna da cui la civiltà occidentale non si è mai sanata anche quando ha riconosciuto alla tradizione ebraica un ruolo primario in termini di produzione intellettuale, scientifica, morale, sociale. Una rogna che sembra essersi installata sotto la pelle dei non ebrei e da cui i non ebrei pare non si siano mai liberati preferendo piuttosto aggiornare quella malattia, coltivarla e nutrirla rinnovando ossessioni e deliri.
   Gli italiani sono antisemiti? Lo sono spesso in modo obliquo, quasi mai esplicito. A meno di esplodere in momenti inattesi. Te ne accorgi una sera a cena, quando una donna sofisticata che credevi di conoscere bene, a metà di una conversazione abbassa la voce e ti soffia: «Tu non sai come sono fatti gli ebrei. Io che ho lavorato con loro posso dirtelo». Poi, afferrando il coltello come un pugnale, mima un gesto che resta a mezz'aria: «Quelli son capaci di accoltellarti alle spalle».
   Oppure quel sentimento si appalesa quando un colto intellettuale, con tanto di cuore e cervello, dichiara la sua inimicizia totale: «Gli israeliani? Fanno schifo. Gli ebrei fanno schifo. Smettetela di compiangerli. Hanno avuto quel che si meritavano». Schiuma rabbia con sguaiatezza isterica, protagonista di uno sfogo che arriva nemmeno lui sa da quanto lontano. C'è nelle sue parole un surplus di disprezzo che non riserverebbe a nessun altro appartenente al genere umano. Speciali anche in questo gli ebrei, nel risvegliare istinti arcani e totalmente slegati dall' esperienza personale di chi è a loro ostile.
   Poi un altro signore, in una sera d'estate, se la prende prima con coloro che «vorrebbero gli israeliani nella Comunità europea, ma ti rendi conto?!» e, paonazzo, lui che pure vive di commercio, accusa gli ebrei di essere dei «bottegai meschini e imbroglioni», gente che pensa solo al guadagno, che non ha onesta considerazione se non per i propri correligionari.
   Capisci allora quanti danni provochi l'arzigogolo del politicamente corretto che in questo caso ha per di più un duplice standard: pubblicamente si mantiene un comportamento educato come dettano le convenzioni civili, una sorta di meccanica preghiera laica che permette di sentirsi in regola con l'ordine civile; dall'altra parte ci si riserva la possibilità di coltivare, nutrire e ingigantire il contrario senza per questo correre il rischio di venire accusati di nulla di sconveniente.
   È allora inevitabile istruire uno spericolato processo alle intenzioni per rendersi conto che sono proprio quelle, semisegrete, a governare i ragionamenti e i giudizi di molti. Ecco perché la condanna assennata nei confronti delle bestie naziste, ecco perché tanto disprezzo compunto che li fa sentire esonerati da ogni sentimento di corresponsabilità e di continuità.

(da “I soliti ebrei”, di Daniele Scalise)

 


L'idea di Ossicini inventò il morbo K per salvare gli ebrei

Addio al partigiano, psichiatra e ministro. Ci lascia in eredità l'idea della Resistenza come base della convivenza civile e una moderna concezione della laicità.

di Umberto Gentiloni

Ha concluso la sua lunga traversata all'ospedale Fatebenefratelli sull'Isola Tiberina dove era ricoverato per una caduta da qualche giorno. Lo stesso luogo dove Adriano Ossicini (classe 1920) era riuscito a nascondere e isolare decine di ebrei romani colpiti da un non meglio definito "Morbo K", con sfrontata ironia preso dalle iniziali di Kappler e Kesselring nella lunga notte dell'occupazione nazista della capitale. Si era inventato una scorciatoia, una sorta di tranello per evitare che dopo la grande retata del 16 ottobre '43 altre vite potessero finire nei terribili ingranaggi della soluzione finale. Ossicini non aveva avuto dubbi: partigiano nella lotta di liberazione dai primi passi della Resistenza in città.
   Dopo l'armistizio combatte a Porta San Paolo e nelle settimane successive si muove tra culture e sensibilità differenti cercando di costruire ponti, occasioni di dialogo e collaborazione tra ispirazioni religiose e forze organizzate nel terreno d'incontro tra cattolici, comunisti e sinistra cristiana. Sente il peso della minaccia nazifascista, unisce l'approccio critico di un combattente per la libertà con una spiritualità profonda, la fede nel cattolicesimo come scelta di vita e di libertà. Non si risparmia nelle tappe successive che attendono una vita ricca di occasioni di militanza e partecipazione.
   Un percorso originale e intenso: psicologo e psichiatra, medico impegnato in prima fila con lo sguardo rivolto all'impegno politico. Un'identità composita: cattolico e comunista, docente di psicologia alla Sapienza, parlamentare della sinistra indipendente, vicepresidente del Senato, ministro della Famiglia e della Solidarietà sociale nel governo Dini nello scorcio conclusivo del '900. La sua storia è quella di una generazione che attraversa gli anni del fascismo e la tempesta della seconda guerra mondiale: le radici affondano nelle inquietudini del mondo cattolico, nell'associazionismo diffuso che lo caratterizza, nella radicalità del messaggio delle Scritture fino a trovare nell'antifascismo una dimensione esistenziale, coinvolgente e irriducibile. Ossicini è stato un protagonista di stagioni diverse, fino alle fasi successive del lungo dopoguerra, spesso controcorrente, mai banale o scontato nelle sue apparizioni pubbliche o nei tanti scritti che hanno segnato una produzione continua e qualificata.
   Dagli spunti di un diario personale nella stagione della Resistenza ai problemi di psicologia clinica, dalle dense pagine di un colloquio con Giuseppe De Luca alle riflessioni sul valore della politica e sulla distinzione per lui irrinunciabile tra cattolici e democristiani. Un cammino rilanciato dalle ragioni di fondo del Concilio Vaticano II e dalle critiche che hanno accompagnato le sue posizioni «da sovversivo». Non si nascondeva, preferiva argomentare con puntualità a fronte delle obiezioni di chi chiedeva fedeltà di partito o di corrente. Una ricca e generosa attenzione alle novità del mondo contemporaneo lo ha visto partecipe e interessato alle ultime stagioni del centrosinistra al governo della capitale.
   Si è occupato con passione di cose diverse in contesti modificati senza perdere di vista le sue convinzioni più profonde, un lascito non consumato. L'idea della Resistenza come base preziosa della convivenza civile in una stagione nella quale forze diverse, culture distanti e conflittuali hanno prodotto un risultato alto, un bene prezioso. E su un altro versante una moderna concezione della laicità, una costante tensione nella coerenza di un principio di libertà inteso come «non mancanza di fede, ma modo di vivere una fede, un orientamento filosofico o ideale in termini non integralistici».

(Avvenire, 16 febbraio 2019)


Noa: "No Baby" è il suo nuovo video

Da oggi è online il video di "No Baby", primo singolo estratto da "Letters To Bach" (Believe International), il nuovo progetto discografico di Noa in uscita il 15 marzo. Il video, animato da Guy Hirsch.
Noa, una delle voci internazionali più emozionanti, è un'artista unica capace di cambiare ed evolversi in ogni progetto, mantenendo sempre il suo tratto distintivo elegante e raffinato.
Un disco prodotto dal leggendario Quincy Jones, in cui Noa riprende 12 brani musicali del compositore tedesco Johann Sebastian Bach e li arricchisce con le sue parole, grazie ai testi in inglese ed ebraico, ispirati a temi che spaziano dalla sfera personale a una più universale.
Gli arrangiamenti per chitarra sono stati realizzati da Gil Dor, collaboratore con cui lavora ormai da anni. Un musica che va oltre i confini di genere musicale e della lingua, una musica capace di parlare al cuore delle persone e di emozionarle, creando un punto di contatto tra di loro.
Un omaggio al compositore tedesco unita alla capacità di sperimentare di un'artista che in 28 anni di attività ha saputo attraversare stili e argomenti, sempre in perfetta armonia tra di loro.

(Onda Musicale, 16 febbraio 2019)


Istituito integruppo su sport e antisemitismo, più attenzione a scuole e stadi

Negli ultimi mesi si sono susseguiti in maniera crescente fenomeni di violenza e intolleranza di matrice antisemita, sia in Italia che in Europa, per questa ragione è stato istituito l'intergruppo "Sport e lotta all'antisemitismo" promosso dai deputati del Movimento 5 Stelle Paolo Lattanzio, Felice Mariani e Antonio Zennaro e dalla vicepresidente della Camera Mara Carfagna, un progetto a cui sono stati invitati ad aderire tutti i parlamentari.
L'iniziativa nasce con l'obiettivo di portare concretamente nel mondo dello sport i valori di amicizia, cooperazione, collaborazione e inclusione, affrontando e superando recenti episodi di discriminazione e intolleranza che si sono verificati in tanti stadi e luoghi di aggregazione sportiva.
"Avvieremo tavoli di dialogo e progetti con le federazioni e le organizzazioni sportive, anche qui in Abruzzo, affinché le associazioni possano partecipare attivamente a questo contrasto all'odio e alla violenza" - spiega Antonio Zennaro. "Intendiamo dedicare maggiore attenzione agli spazi di incontro soprattutto giovanile, come scuole e stadi, che purtroppo sono ancora terreno fertile per il proliferare di idee antisemite. Lo sport nella sua complessità deve essere valorizzato come momento di aggregazione, di fratellanza e di complicità." - conclude il deputato Zennaro, tra i promotori dell'intergruppo.

(equonews, 16 febbraio 2019)


Notizie archiviate



Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse liberamente, citando la fonte.