L'Eterno è giusto in tutte le sue vie e benigno in tutte le sue opere. L'Eterno è presso a tutti quelli che lo invocano, a tutti quelli che lo invocano in verità.
Salmo 145:17-18

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Charles Aznavour

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                                                             Sulle tue mura, o Gerusalemme

                                         Sulle tue mura, o Gerusalemme, ho posto delle sentinelle,
                                         che per tutto il giorno e tutta la notte non taceranno mai.
                                         Voi, che ricordate all'Eterno le sue promesse,
                                         non state in silenzio, e non dategli riposo,
                                         finché non abbia ristabilito e reso Gerusalemme la lode di tutta la terra.
                                                                                                                             Isaia 62:6-7





























Cimitero ebraico profanato in Alsazia

PARIGI - Decine di lapidi del cimitero ebraico di Herrlisheim, un villaggio nel dipartimento del Basso Reno a nord est di Strasburgo, sono state ricoperte di scritte antisemite nella notte tra lunedì e martedì; lo si è appreso da fonti concordanti. «Trentasette stele sono state profanate ed è stato rovinato anche il monumento ai martiri della Shoah», lo si legge nel comunicato della comunità ebraica del Basso Reno, una informazione confermata anche dalla prefettura e dalla polizia che ha aperto un'inchiesta.
I responsabili della comunità ebraica locale hanno espresso in un comunicato «viva e profonda indignazione» nei confronti di «un nuovo atto di odio che non fa che accrescere l'esasperazione della comunità di fronte allo spettro di un antisemitismo crescente».

(L'Osservatore Romano, 13 dicembre 2018)


Le 24 ore di Matteo Salvini in Israele

L'incontro con Netanyahu, le polemiche sulle frasi su Hezbollah, il chiarimento con il comandante di Unifil, la visita al Santo Sepolcro e allo Yad Vashem. La visita del vicepremier, in sintesi.

di Federica Valenti

 
 
Salvini con il Ministro della Giustizia israeliano Ayelet Sheked
Quarantacinque minuti di faccia a faccia con Benjamin Netanyahu. Dopo l'intesa con 'Russia Unita' di Vladimir Putin, e le alleanze con le diverse formazioni populiste ed euroscettiche del Vecchio continente, da quella della francese Marine Le Pen all'ungherese di Viktor Orban, Matteo Salvini allarga la tela dei suoi rapporti politici al Medio Oriente, dove trova una sponda nel leader del Likud, il partito conservatore israeliano. A Gerusalemme, Bibi Netanyahu dà il benvenuto al vice premier italiano definendolo "grande amico di Israele".
  Una investitura per il capo della Lega, al suo secondo viaggio nello Stato ebraico dopo quello di fine marzo 2016. "Hai avuto l'opportunità ieri di vedere con i tuoi occhi i tunnel dei terroristi, questo è un chiaro atto di aggressione di Hezbollah contro di noi e contro le regole della comunità internazionale", scandisce subito il primo ministro israeliano che chiede a Salvini che Unifil, missione a comando italiano, "fermi Hezbollah" adottando un "ruolo più forte e piu' attivo".

 Sì a un gasdotto che colleghi i due Paesi
  A Netanyahu Salvini garantisce anche che si farà "carico di un cambiamento" dell'atteggiamento dell'Italia a tutela di Israele nei sedi internazionali, in particolare le Nazioni Unite e l'Unione europea, finora troppo sbilanciate contro lo Stato ebraico.
  La breve visita di Salvini, poco più di 24 ore, serve al vice premier italiano anche per porre le basi per rinsaldare la cooperazione tra i due Paesi: sia dal punto di vista della sicurezza e della lotta al terrorismo internazionale sia dal punto di vista economico. Sul fronte del business, il ministro dell'Interno italiano si fa promotore dell'ipotesi di progetto di un "gasdotto che colleghi Israele al Sud dell'Italia" che "andrebbe ad aggiungersi, senza creare alcun danno, al Tap per cui sono già in corso i lavori".
  Nel corso della conferenza stampa conclusiva, prima di fare rientro in Italia, il ministro dell'Interno quindi annuncia che si terrà a Gerusalemme a inizio dell'anno prossimo una conferenza governativa italo-israeliana ai massimi livelli.
  Oltre all'incontro con il primo ministro israeliano, in mattinata Salvini visita la Basilica del Santo Sepolcro e partecipa alla cerimonia in ricordo delle vittime dell'Olocausto allo Yad Vashem. Incontrando la comunità italiana, al museo della Shoah garantisce il massimo impegno del governo nel contrastare ogni episodio di anti-semitismo.
  E, a chi gli chiede se vorrà spostare l'ambasciata italiana a Gerusalemme, come fatto, tra le polemiche, dal presidente Usa Donald Trump, risponde: "Sapete come la penso: step by step (passo dopo passo), c'è un governo di coalizione e quindi devo ascoltare anche i partner".

 La telefonata col comandante di Unifil
  Salutando Netanyahu, Salvini scherza anche sulle polemiche sollevate dalla sue dichiarazioni di sui "terroristi islamici di Hezbollah", trovando la sponda del premier israeliano. In conferenza stampa prima di partire, spiega però di aver sentito al telefono il comandante di Unifil, Stefano De Col, dopo che ieri ambienti della Difesa e della missione avevano espresso "preoccupazione e stupore" per le sue frasi che avrebbero potuto danneggiare la missione dei soldati italiani al Sud del Libano.
  "Il generale l'ho sentito: collaboriamo e collaborerermo per la riuscita della missione e per la ovvia tutela del benessere dei nostri ragazzi", garantisce. E a chi gli chiede se risponderà alle richieste di Israele riguardo a un rafforzamento della missione, risponde: "È chiaro ed evidente che porremo il tema nelle opportune sedi, lo farà chi di competenza" nel governo. "Se ci sono dei rischi i militari devono essere messi in condizione di individuare e neutralizzare quei rischi" e occorre valutare "l'estensione delle competenze".
  "Devo dire che di Netanyahu mi ha colpito l'assoluta informalità, la schiettezza, la concretezza e la chiara visione a livello geopolitico e internazionale che condivido su quasi tutti i fronti e l'incredulità nei confronti dell'inettitudine o dell'ipocrisia di alcuni contesti internazionali che fanno finta di non vedere che esiste una 'Internazionale' del terrorismo che ha l'unico obiettivo di colpire le democrazie delle civiltà occidentali" sostiene Salvini.
  "Sono orgoglioso del lavoro dei nostri ragazzi e dei nostri soldati per portare serenità in alcuni Paesi: l'importante è capire che se abbiamo un nemico alle porte questo nemico va identificato. Se fai finta di niente, usi mezze parole, metti la testa sotto la sabbia - insiste - non fai l'interesse né dell'Italia, né dei nostri militari all'estero".

 "Accoglienza straordinaria e fiducia"
  "Ci tengo a ringraziare sia il popolo che il governo israeliani per la straordinaria accoglienza e fiducia dimostrate in queste 24 ore molto intense che mi hanno portato ai confini del Nord", aggiunge poi nella conferenza stampa conclusiva.
  Nel corso della mia visita "ho incontrato il ministro del Turismo e abbiamo concordato di intensificare i rapporti culturali e commerciali fra i due Paesi, il ministro per la Sicurezza interna con cui abbiamo condiviso non solo la collaborazione che già esiste tra le forze di sicurezza italiane e israeliane ma anche alcuni miglioramenti e ulteriori passi in avanti nella gestione del fenomeno dell'immigrazione irregolare, dei rimpatri e delle iniziative anti-terrorismo".
  "Al di là dell'onore e del piacere personale di visitare il Santo Sepolcro e portare un ringraziamento a nome di milioni di pellegrini ai custodi della Terra santa, al di là dell'emozione della visita allo Yad Vashem che dovrebbe essere patrimonio comune per sei miliardi di abitanti di questa Terra per evitare che il triste passato ritorni, ho appena incontrato il ministro della Giustizia con cui abbiamo deciso di condividere alcune iniziative per cooperare insieme allo sviluppo e limitare sbarchi partenze e arrivi", sostiene.
  "Nelle due ore di incontro con il premier Netanyahu di cui una buona parte, 45 minuti, a due, ci siamo detti molte cose - afferma -. Alcune riguardano la cooperazione tra i due Paesi, l'amicizia tra i due Paesi: l'impegno italiano a sostenere i legittimi diritti di Israele in tutte le sedi internazionali, dall'Onu all'Unesco, all'Unione europea, perché ci sembra evidentemente sbilanciato in senso anti-israeliano l'atteggiamento in tutte queste istituzioni internazionali".

 Nel 2019 un bilaterale "ai massimi livelli"
  "Abbiamo ipotizzato un incontro bilaterale ai massimi livelli tra i due governi nei primi mesi del 2019 da tenersi a Gerusalemme - aggiunge -. Siamo anche entrati nel merito di collaborazioni economiche e industriali fra i due Paesi.
  Il primo dossier su cui lavorerò è un elenco di imprese e imprenditori italiani da portare il prima possibile in Israele per collaborare alla crescita del Paese e per creare business, valore aggiunto e lavoro in Italia perché in Israele ci siamo ancora troppo poco rispetto ad altri Paesi e c'è voglia di Italia, di produzione e di manifattura italiana di collaborazione con l'Italia. Da vice presidente del Consiglio ritengo di avere il dovere di aiutare l'export e la produzione industriale italiana, senza che nessuno si offenda.
  Abbiamo parlato anche di altri fronti: un ipotesi di lavoro che mi piacerebbe percorrere e che condivido con il premier Netanyahu riguarda alcune iniziative bilaterali congiunte Italia-Israele in alcuni Paesi africani per coordinare cooperazione, crescita e sviluppo".
  Sul fronte Hezbollah, il titolare del Viminale insiste: "I terroristi vanno chiamati terroristi, ho passato la notte con il dizionario dei sinonimi e dei contrari. Scegliete voi che altro tipo di definizione si possa dare a chi ha centomila missili pronti a partire e a chi da anni scava tunnel sotterranei che sconfinano nel Paese vicino".
  "Israele è l'unica certezza di stabilità per quanto riguarda l'Occidente e l'Europa: chi mette in discussione il diritto a esistere di Israele è un sadico masochista che mette a repentaglio l'esistenza stessa della civiltà occidentale e dell'Europa", sostiene.
  "Torno a casa assolutamente felice, contento e soddisfatto, convinto che questa missione, al di là di cementare un rapporto positivo, possa essere utile anche alle imprese e alle industrie italiane, agli imprenditori, non solo ai grandi ma anche ai piccoli e ai medi", conclude.

(AGI, 13 dicembre 2018)


Non fate di Unifil un ostaggio di Hezbollah

Accertare le violazioni al confine è ciò che deve fare. Altrimenti a cosa serve?

Quando, lo scorso agosto, il generale italiano Stefano Del Col ha preso il posto di Michael Beary come comandante dell'Unifil (la forza interinale dell'Onu nel Libano meridionale), l'allora ambasciatore israeliano all'Onu, Ron Prosor, gli scrisse una lettera aperta che recitava: "Lei sta per assumere il comando di una forza Onu che ha toccato un punto molto basso. Il suo predecessore è diventato lo zimbello della regione e ne ha minato la credibilità e la deterrenza. Non sorprende che nessuno da queste parti prenda minimamente sul serio l'Unifil. Ripristinare la sua credibilità ne ripristinerà anche la forza deterrente". Si fece sentire anche l'ambasciatrice degli Stati Uniti all'Onu, Nikki Haley, che criticò duramente l'allora capo dell'Unifil, l'irlandese Beary, accusandolo di ignorare il riarmo nemmeno troppo segreto di Hezbollah da parte dell'Iran. "Hezbollah si vanta apertamente del proprio riarmo e fa sfilare le sue armi davanti alle telecamere - aveva detto Haley - Il fatto che il comandante dell'Unifil lo neghi dimostra che l'Unifil ha bisogno di riforme".
   Di Unifil si è tornati a parlare due giorni fa, dopo che il vicepremier Matteo Salvini ha usato l'espressione "terroristi islamici" per Hezbollah, che ha costruito tunnel dal Libano per infiltrarsi in Israele. Apriti cielo! La nostra Difesa si è detta "sconcertata", come se Salvini avesse rivelato al mondo la formula segreta per l'energia pulita. E' dal 2013, infatti, che Hezbollah è nella lista nera delle organizzazioni terroristiche dell'Unione europea. Ci volle molto tempo per convincere gli europei a farlo. Fu l'attentato compiuto da Hezbollah a Burgas, in Bulgaria, ai danni di un gruppo di turisti israeliani, a spingere la Ue a fare la cosa giusta: riconoscere Hezbollah per quello che è. Un gruppo terroristico, non una ong politica e caritatevole.
   Ora, tre tunnel che parti vano dal territorio libanese sono stati scoperti questa settimana da Israele. Tre tunnel che Hezbollah ha costruito letteralmente fra i piedi e sotto il naso dell'Unifil. Le nubi di guerra si sono andate addensando sotto gli occhi di questa forza di pace delle Nazioni Unite. Su direttiva del suo protettore iraniano, Hezbollah ha accumulato nel sud del Libano un arsenale di armi e di combattenti micidiale. Mentre l'Unifil girava la faccia dall'altra parte, Hezbollah si preparava alla guerra. All'Unifil è stata attribuita una significativa autorità per impedire l'attività illegale e ostile di Hezbollah, il problema è che non la sta utilizzando. Ha sviluppato una sorta di mentalità del tipo "non vedo e non sento". Capita che i caschi blu dell'Unifil incappino in posti di blocco mentre sono di pattuglia nel Libano meridionale. Improvvisamente compaiono uomini in abiti civili che bloccano i mezzi delle Nazioni Unite, rubano il loro equipaggiamento e li prendono a sassate finché non girano i tacchi e se ne vanno. Tutti sanno di chi si tratta. E' Hezbollah: Hezbollah non vuole che l'Unifil veda cosa c'è al di là di quei blocchi stradali. E normalmente i caschi blu dell'Unifil fanno dietrofront e se ne vanno senza fare rapporto su chi li ha fermati e perché. L'Unifil non sa cosa nasconde Hezbollah e il mondo non viene a sapere perché le pattuglie vengono fatte tornare indietro. Le forze Onu in Libano sono "ostaggio di Hezbollah", disse ormai dieci anni fa Toni Nissi, a capo del comitato di monitoraggio internazionale-libanese per la Risoluzione del Consiglio di sicurezza 1559 (2004). E' cambiato qualcosa da allora?
   Washington e Gerusalemme, i due paesi che di più hanno fatto per potenziare e rendere effettiva la missione dell'Unifil, non si aspettano che l'Unifil affronti militarmente l'organizzazione terroristica libanese, ma chiedono che siano migliorate la qualità e la quantità dei rapporti sulle violazioni. Se Hezbollah intensifica i suoi sforzi, anche le Nazioni Unite devono potere intensificare gli sforzi contro di loro. Altrimenti, a quarant'anni dalla sua nascita, a cosa serve l'Unifil, a parte monitorare i tour di giornalisti che Hezbollah organizza nel sud mettendo in mostra il suo imponente arsenale di fabbricazione iraniana che gli servirà nella prossima guerra contro Israele?

(Il Foglio, 13 dicembre 2018)


Ridateci in fretta le pietre

di Plerlulgl Battista

Sono passate più di quarantotto ore e ancora le «pietre dell'inciampo» che ricordano le vittime romane della Shoah non sono state restituite. Chi le ha trafugate ha tra le mani uno scrigno prezioso dove è custodita una memoria comune che non può essere dispersa.
   Gli investigatori devono sapere che abbiamo molta fretta. Che vorremmo che si impegnassero allo spasimo per ridare alla città, agli ebrei romani, a tutti quelli che non vogliono cancellare il ricordo dello sterminio nazista, quelle pietre tanto indispensabili.
Deplorare, lo abbiamo fatto. Protestare, lo abbiamo fatto. Stringersi attorno ai parenti delle vittime, anche. Ora abbiamo fretta, molta fretta, rivogliamo in fretta quelle pietre. Vogliamo di nuovo inciampare in una memoria terribile.
   Non vogliamo che una città che ha conosciuto lo scempio del 16 ottobre del 1943, la deportazione degli ebrei del Ghetto, la partenza dei treni destinazione Auschwitz, una città capitale d'Italia sia privata di quei simboli imprescindibili. Vogliamo che la polizia arrivi presto ai ladri, che punisca chi ha trafugato quelle pietre, che venga consegnata la refurtiva alla città. Presto.
   Non è che come al solito i mugugni, le fiaccolate, i comunicati di sdegno e poi basta. Abbiamo fretta, Roma rivuole le pietre dell'inciampo. Subito.
   Lo sappiano gli inquirenti: subito, o altrimenti una vergogna si aggiungerà alla vergogna di uno scempio.

(Corriere della Sera, 13 dicembre 2018)


L'esercito israeliano scopre un terzo tunnel scavato sotto al confine con il Libano

Prosegue l'operazione "Scudo del Nord" per impedire infiltrazioni in territorio israeliano

200 metri
la lunghezza media dei tre tunnel scoperti al confine con il Libano
25 metri
la profondità in metri degli scavi di Hezbollah per entrare in Israele

di Giordano Stabile

Israele scopre un terzo tunnel al confine con il Libano e l'operazione Scudo del Nord entra nella sua «fase esplosiva», mentre anche l'Unifil ammette che il «caso è serio» e gli Stati Uniti chiamano il presidente Michel Aoun per disinnescare la crisi. A una settimana dall'annuncio dell'offensiva per eliminare le gallerie di attacco di Hezbollah genieri continuano a esplorale la zona di frontiera con l'aiuto di una tecnologia basata su onde microsismiche sviluppata dai centri di ricerca militari. E così che ieri hanno individuato un nuovo tunnel, «non ancora operativo e che non pone una immediata minaccia». Le ricerche richiederanno ancora tempo ma nei prossimi giorni dovrà cominciare l'opera di demolizione, la più delicata perché va a impattare nel territorio libanese.
   Nei giorni scorsi l'esercito israeliano ha avvertito con sms gli abitanti del villaggio di Kafr Kila, dove c'è l'ingresso della prima gallerie, che le loro case potrebbero essere danneggiate dalle esplosioni. L'annuncio ha fatto salire la tensione e sabato si è sfiorato l'incidente quando i militari dello Stato ebraico sono stati tratti in inganno dagli spari in aria durante una festa di matrimonio e hanno tirato a loro volta colpi di avvertimento. Il problema principale è però il secondo tunnel, a Ovest di Kafr Kila, perché si trova in una zona dove non c'è la barriera al confine e l'esercito israeliano e quello libanese si trovano faccia a faccia. Per questo l'analista militare Hamos Arel parla di «fase esplosiva» in arrivo e una delegazione delle Forze armate, guidata dal generale Aharon Haliva, è andata ieri Mosca per discutere con i colleghi russi.
   Israele vuole che Mosca faccia pressione su Beirut e Damasco per evitare incidenti e dietro le quinte si muovono anche gli Stati Uniti. Lo ha rivelato ieri il presidente libanese Aoun. Washington lo ha chiamato per tranquillizzarlo e spiegare che «Israele non ha intenzioni ostili». Il leader dei Paesi dei Cedri, alla prese con una crisi di governo che dura da sei mesi, ha ribadito che «neanche il Libano ha intenzioni ostili» e prende le questione «sul serio». Le dichiarazioni sono arrivate dopo un incontro con il comandante della missione Unifil, generale Stefano Del Col, al palazzo presidenziale di Baabda, sulle colline di Beirut. Le autorità libanesi, ha precisato, «risponderanno quando le indagini dell'Onu saranno concluse».
   Il Libano, in piena crisi finanziaria, ha bisogno di tutto tranne di una guerra. Aoun ha insistito che Beirut «rispetta la risoluzione dell'Onu 1701 » che invece «Israele continua a violare». Ma non ha alzato i toni né nei confronti di Israele né nei confronti di Hezbollah. Il Partito di Dio è un alleato essenziale nel suo tentativo di rafforzare le strutture dello Stato, a partire dalle Forze armate, senza far saltare i precari equilibri settati. Sulla stessa linea sembra anche il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, che ha tenuto finora un profilo basso, ha limitato la presenza dei miliziani al confine per non imbarazzare l'Unifil né il governo, e ha lasciato il campo libero all'esercito libanese.
   L'operazione Scudo del Nord sembra averlo colto di sorpresa e questo aspetto è stato sottolineato ieri dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Hezbollah «pagherà un prezzo inimmaginabile», ha avvertito, se reagirà all'azione dei militari: «Sapevamo che stavano scavando i tunnel e abbiamo pianificato la nostra operazione - ha spiegato-. Tutto procede secondo i piani ma la cosa più importante è essere pronti a una forte reazione se Hezbollah dovesse commettere l'errore di colpirci».

(La Stampa, 12 dicembre 2018)


Anche al confine libanese, la guerra è prosecuzione della politica con altri mezzi

Ugo Volli

La crisi alla frontiera fra Israele e Libano è appena iniziata. Mentre scrivo, l'esercito israeliano ha scavato e reso inutilizzabili tre tunnel d'assalto che dal territorio libanese conducevano in Israele (ma probabilmente ce ne sono parecchi altri sui 130 chilometri del confine). C'è stato uno scambio a fuoco con un gruppetto di Hizbollah che il governo di Beirut significativamente ha definito "una pattuglia dell'esercito libanese", una dichiarazione che dice molto su come il gruppo terrorista si è fatto Stato e può dunque anche usufruire degli approvvigionamenti militari americani e francesi.
  Netanyahu ha personalmente informato il segretario di stato americano Pompeo degli sviluppi prima di iniziare lo smantellamento dei tunnel e l'ha fatto per telefono subito dopo con Putin. Inoltre ha guidato un gruppo di ambasciatori a vedere con i propri occhi la minaccia.
  La stessa dimostrazione è stata fatta fra capi militari col comandante della forza Uno in Libano Unifil, l'italiano generale Stefano Del Col, che non ha potuto che confermare l'esistenza dei tunnel, aggiungendo che avrebbe "parlato con le autorità competenti". Peccato che il compito dell'Unifil non sia affatto quello di comunicare con i politici libanesi, ma di "adottare tutte le misure necessarie in aree di schieramento delle sue forze e, nella misura delle sue capacità, di assicurare che la sua area di operazioni non sia utilizzata per attività ostili di alcun tipo" (così dice la risoluzione 2373 del Consiglio di sicurezza, adottata nell'agosto 2017). Difficile non considerare attività ostile lo scavo di un tunnel militare, capace di far passare truppe su carro e anche artiglieria oltre la frontiera. Difficile anche che Unifil non se ne fosse accorto, visto che un tunnel partiva proprio accanto a una sua postazione. Ma non ha fatto nulla. Un'altra dimostrazione dell'assoluta inutilità dei corpi di interposizione dell'Onu.
  E però Israele ha fatto vedere i tunnel a tutti, che volessero o no sentire, come ha fatto vedere a tutti i documenti sull'armamento atomico iraniano. Come ha fatto circolare le immagini delle aggressioni di Hamas a Gaza. Senza agire precipitosamente, ma mostrando il livello di intelligence raggiunto e ponendo le basi per le azioni che deciderà di intraprendere quando lo riterrà opportuno. Molti strateghi da salotto in Italia e in Israele, e molti oppositori di Netanyahu in Israele a destra e a sinistra gli hanno rimproverato, addirittura come "vigliaccheria" la freddezza prudente con cui si è mosso in questi mesi. Ma in realtà si tratta di visione strategica, di fare le mosse una alla volta con calcolo preciso. Il problema è quello di affrontare una minaccia prossima su tre lati (Hamas, Autorità Palestinese, Hezbollah) evitando che i fronti si uniscano e tenendo che essi hanno una retroguardia reale e attiva (l'Iran, entro certi limiti la Russia, la Turchia, il Qatar) e un secondo retroterra potenziale, i paesi sunniti che hanno bisogno di Israele per opporsi al pericolo iraniano e stanno stringendo con esso alleanze operative, ma potrebbero essere costretti dalla pressione religiosa in caso di conflitto sui confini dello stato ebraico a schierarsi con gli attaccanti; e infine un terzo retroterra ostile, quello della dirigenza antisemita dell'Unione Europea.
  In questo contesto, Netanyahu usa la superiorità tecnologica israeliana per distruggere le minacce immediate, i razzi e i tunnel di Hamas come quelli di Hezbollah, ma pone anche le premesse per poter tenere una condotta più attiva senza doverne pagare i prezzi politici e in parte quelli militari.
  Pochi fuori dal Medio Oriente hanno notato l'ultimatum che Netanyahu ha dato al Libano: eliminare i missili di Hezbollah se non vuole che venga l'esercito israeliano a occuparsene. Questo è il discorso che deve aver fatto anche a Putin, mentre agli arabi e all'America deve aver detto che Israele è il solo argine all'egemonia iraniana sull'intero Medio Oriente. Il tema è quello di costruire uno schieramento per poter effettivamente combattere la guerra vera con l'Iran, in maniera politicamente vincente. Il pericolo militare è molto grave, ma può essere eliminato efficacemente solo con una logica più sofisticata di quella di coloro che invocano la "deterrenza" (cioè in soldoni, il far paura ai nemici) come unica soluzione.
  Si tratta di far capire ai nemici che le loro forze sono nel mirino, che le loro strategie sono note e vi sono le contromosse, ma soprattutto di ottenere un appoggio più vasto di loro. L'incrocio disegnato da Netanyahu di alta tecnologia, tattica militare, intelligence, diplomazia degli annunci pubblici, serve proprio a questo. Perché, come insegnava Clausewitz, la guerra, per servire a qualche cosa e per compensare i suoi terribili costi umani, dev'essere "continuazione della politica con altri mezzi", non semplice reazione automatica alla minaccia. L'operazione al confine libanese è appena iniziata. Senza dubbio nei prossimi giorni e settimane avremo nuove sorprese.

(Progetto Dreyfus, 12 dicembre 2018)


«Gli hezbollah? Terroristi». E' un caso la frase di Salvini

A Gerusalemme attacca giustamente gli estremisti. Ma la Difesa protesta: mette a rischio i nostri soldati.

di Domenico Di Sanzo

Tra una diretta Facebook e un piatto di bucatini al ragù, Matteo Salvini sembra uno e trino. E non perde occasione per far storcere il naso agli alleati di governo del MSs, infastiditi dagli sconfinamenti del Capitano. Gli ultimi giorni sono stati pieni di «invasioni di campo» da parte del ministro «tuttofare»: Salvini sabato, dalla manifestazione di Piazza del Popolo, ha chiesto il mandato per trattare con l'Europa sulla manovra «a nome di 60 milioni di italiani», domenica e lunedì ha incontrato gli imprenditori, ieri è atterrato in Israele. La parte settentrionale del paese, al confine con il Libano, e la capitale Gerusalemme sono stati i luoghi visitati ieri dal ministro dell'Interno. E la giornata si è conclusa con un botta e risposta tra il leader della Lega e la parte grillina del governo gialloverde, ministero della Difesa e Luigi Di Maio in testa.
   In mattinata l'arrivo a Tel Aviv, battezzato con un tweet: «In elicottero, pronto a sorvolare Israele - ha scritto Salvini - e a visitare i tunnel costruiti dagli estremisti islamici nella zona Nord del Paese». Il vicepremier leghista ha poi detto, vestendo i panni di ministro degli Esteri e premier: «Chi vuole la pace, sostiene il diritto all'esistenza ed alla sicurezza di Israele. Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel e armano missili per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione». E ha aggiunto: «Il nascente antisemitismo fa rima con estremismo islamico».
   Subito sono arrivate le reazioni del comando Unifil e della Difesa. «Tali dichiarazioni - scrivono i militari italiani - mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio a Sud nella missione Unifil. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell'area». Frasi alle quali Salvini ha replicato: «Non capisco lo stupore, che ho letto su un'agenzia, per la definizione di Hezbollah come terroristi islamici - aggiungendo - se si scavano tunnel sotterranei a decine di metri che sconfinano nel territorio israeliano, non penso lo si faccia per andare a fare la spesa». Nell'ennesima crisi più o meno a bassa intensità interna alla maggioranza è arrivato anche il «soccorso giallo» a Unifil e alla ministra della Difesa Elisabetta Trenta da parte di Luigi Di Maio. «La missione Unifil è una delle missioni di pace più importanti nel mondo - ha sottolineato Di Maio - abbiamo sempre citato quella missione come vero modello super partes. Quello che c'è da dire sulla vicenda lo ha detto il ministero della Difesa, io mando un abbraccio ai militari che sono lì e gli dico di tenere duro e andare avanti», ha concluso il vicepremier pentastellato. Uno scontro tra due visioni molto diverse di politica estera sul ruolo dell'Italia nel complicato scacchiere del Medio Oriente.
   Con il capo del Carroccio che ha anche stigmatizzato il comportamento di Ue e Onu colpevoli di «sanzionare Israele ogni quarto d'ora». Ma nel MSs ci sono molti esponenti con posizioni storicamente controverse sulla crisi israelo-palestinese. Soprattutto Alessandro Di Battista e il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, protagonista di un battibecco con Salvini a maggio scorso sul trasferimento dell'ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme.

(il Giornale, 12 dicembre 2018)


*


La visita di Salvini in Israele: "gli hezbollah sono terroristi"

Tensione con la ministra Trenta per le dichiarazioni del vicepremier

di Amedeo La Mattina

GERUSALEMME - L'accoglienza che Benjamin Netanyahu gli ha riservato ha tante implicazioni e significati, non solo simbolici. Appena atterrato con l'aereo di Stato a Tel Aviv, Matteo Salvini è stato prelevato dall'esercito israeliano, imbarcato su un elicottero militare e portato al nord, al confine con il Libano. Destinazione quell'area strategica dove gli Hezbollah hanno scavato tunnel sotto il territorio israeliano per portare a termine le loro azioni. «Azioni terroristiche perché di terroristi stiamo parlando». Non usa mezzi termini dopo aver visitato, in mezzo al fango con un cappellino blu dell'aeronautica militare italiana, quei passaggi sotterranei. Facendo saltare sulla sedia il ministro della Difesa 5 Stelle, Elisabetta Trenta, «preoccupata e imbarazzata» per la reazione che potrebbero avere gli Hezbollah definiti terroristi contro i nostri militari. Gli stessi timori del comando italiano Unifil impegnato in Libano. Dalla Difesa si fa sapere che le dichiarazioni di Salvini «mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio lungo la blu line. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell'area». Anche Luigi Di Maio interviene. «Quello che doveva dire lo ha detto il ministro della Difesa. Io mando un abbraccio ai militari che sono lì e dico loro di tenere duro e andare avanti».
   Uno scontro tra alleati su una questione nevralgica. Ma Salvini dice di essere stupito di questa reazione. Rincara la dose ricordando che diversi organismi della comunità internazionale definiscono allo stesso modo gli Hezbollah. «A casa mia i terroristi si chiamano terroristi. Se scavano decine di tunnel che sconfinano nel territorio israeliano, non credo che lo facciano per andare a fare la spesa», ironizza il leader del Carroccio. «Chi vuole la pace - afferma Salvini - deve sostenere il diritto all'esistenza ed alla sicurezza di Israele, baluardo della democrazia in questa regione». Poi manda un messaggio che ne nasconde un altro: va bene l'idea dei due Stati, ma l'Ue secondo il leghista è sempre poco equilibrata nei confronti di Israele, sanzionandolo «ogni quarto d'ora». Per combattere il terrorismo islamico e riportare la pace, per rinsaldare la collaborazione e amicizia fra popolo italiano e popolo israeliano, Salvini dice di essere in prima fila. «Aspettiamo che anche Onu ed Unione Europea facciano la loro parte».
   Salvini non dimentica mai la partita europea e la posizione della Commissione Ue che continua a sostenere gli accordi siglati sul nucleare dagli Usa con l'Iran, il nemico giurato dello Stato ebraico. Ma che Trump ha cestinato. L'Europa che verrà dopo le elezioni europee di maggio sarà la stessa? Netanyahu scommette molto su Salvini, che incontrerà oggi al King David di Gerusalemme, sul successo della Lega sovranista, insieme a coloro che potranno ribaltare la politica estera europea, sostituire il commissario Federica Mogherini con un amico di Israele. E questo Salvini vorrebbe farlo insieme ad altri nazionalpopulisti e pezzi importanti del Ppe, a cominciare dal premier ungherese Orban che da queste parti riceve le stesse attenzioni riservate a Salvini.
   Nell'incontro tra il leghista e Netanyahu il convitato di pietra sarà Putin al quale il vicepremier italiano guarda come modello di statista. Un'attenzione al leader russo che per motivi strategici si coltiva a Gerusalemme per tenere a bada gli amici di Teheran. Nelle logiche della ragion di Stato e geopolitiche tutto si tiene e Salvini in questo Great game sta giocando la sua mano in vista delle elezioni europee. Con un occhio a Washington e a quel Trump che ha fatto la sua scelta al fianco di Netanyahu, sostenendo lo spostamento dell'ambasciata americana a Gerusalemme. Cosa ne pensa Salvini? «È vero che io nel 2016 ho detto che sono d'accordo di spostare l'ambasciata italiana a Gerusalemme - dice mentre lascia il King David - ma non è all'ordine del giorno. Io oggi faccio il ministro dell'Interno in un governo di coalizione.
   Questo è un problema che affronteremo in futuro. Per carità - aggiunge accendendosi una sigaretta - non fatemi aprire un altro fronte caldo. Ne ho già abbastanza». E tanto per far capire da che parte sta, ha chiuso la giornata pregando 5 minuti al Muro del Pianto con la kippah in testa. «Ho proprio bisogno di un momento di raccoglimento. Questo muro appartiene a tutti, ti dà forza e pace».

(La Stampa, 12 dicembre 2018)


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Salvini si schiera con Israele, i Cinquestelle con i terroristi

Il vicepremier in visita ai territori dello Stato ebraico minacciati da Hezbollah. Ma il ministero della Difesa ribadisce la neutralità del contingente di pace italiano.

di Andrea Morigi

Con un fuori programma, taciuto per motivi di sicurezza alla vigilia della visita in Israele, Matteo Salvini schiera senza esitazioni l'Italia contro l'antisemitismo e contro i terroristi islamici. La prima delle due giornate si apre con un'incursione del vicepremier italiano al confine con il Libano, «dove i terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione».
  È un gesto di forte sostegno al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (che Salvini vedrà oggi), il quale nelle stesse ore avvertiva di essere pronto a dare «una risposta molto forte» a Hezbollah se il movimento armato sciita libanese opporrà resistenza all'operazione in corso al confine tra Israele e Libano. Durante una visita in una base dell'esercito nel Nord del Paese, il capo del governo israeliano ha detto che l'esercito è pronto a «dare una risposta molto forte se Hezbollah commette il grave errore e decide di farci del male o resistere al nostro intervento. Subirà colpi inimmaginabili».

 La missione Unifil
  Oltre il confine, in Libano, è di stanza a missione Unifil, a guida italiana. Sono loro ad aver avvertito Gerusalemme dei tentativi degli sciiti del "Partito di Dio" di penetrare in territorio ebraico. Però dal ministero della Difesa si lamentano per l'appellativo impiegato da Salvini. La ministro Elisabetta Trenta non interviene mica per denunciare l'utilizzo dei tunnel, però fa trapelare «preoccupazione e imbarazzo» per «gli uomini impegnati nella missione Unifil». Non avrebbero nulla da temere, se non avessero davanti dei terrorist». Tuttavia, il vicepremier Luigi Di Maio si schiera con la Difesa, indicando «quella missione di pace come vero modello di missione super partes».

 L'Ue squilibrata
  Salvini replica che «chi scava sottoterra per entrare in territorio israeliano non lo fa per andare a fare la spesa». Lui invece è arrivato lì a prendere posizione, non a fare la forza d'interposizione, ma «per combattere il terrorismo islamico e riportare pace e stabilità, per un rapporto sempre più stretto fra scuole, università e imprese, per cooperare in ricerca scientifica e sanitaria, per rinsaldare collaborazione e amicizia fra popolo italiano e popolo israeliano», in attesa «che anche Onu e Unione Europea facciano la loro parte».
  Finora, spiega in conferenza stampa, «l'Unione Europea è stata sbilanciata e poco equilibrata, condannando Israele ogni quarto d'ora». Tanto da indurlo perfino a dubitare «che gli aiuti diretti alla popolazione palestinese siano effettivamente arrivati a destinazione». Cioè che in realtà siano finiti nelle tasche dei dirigenti dell' Anp o di Hamas e forse anche ai jihadisti antiisraeliani.
  Oggi, la visita di Salvini proseguirà con l'omaggio allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah. È la prima volta che l'esponente leghista vi si reca da vicepremier e ministro dell'Interno, ma è la quarta in totale. Oltre a Netanyahu, Salvini vedrà la ministro della Giustizia, Ayelet Shaked e quello del Turismo, Yarvin Levin.

(Libero, 12 dicembre 2018)


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Salvini accolto bene in Israele: isteria a sinistra

di Antonio Pannullo

Salvini arriva in Israele e i compagni miliardari schiattano di rabbia. "Un saluto da Tel Aviv, amici. In elicottero, pronto a sorvolare Israele e a visitare i tunnel costruiti dagli estremisti islamici nella zona Nord del Paese". È il tweet che accompagna la foto dall'elicottero del vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini, in visita in Israele. La visita del nostro vicepremier ha causato in Italia alcune, inspiegabili, polemiche, anche da parte della comunità ebraica italiana, l'unica d'Europa a essere da sempre schierata a sinistra. Polemiche che in realtà non hanno ragion d'essere, come spiega lo stesso vice premier: "Non è che ogni volta che vado in Israele devo dire che gli antisemiti sono dei delinquenti ... Vado in Israele, perché credo che sia una delle nazioni più grandi ed evolute democrazie del pianeta", ha detto infatti Salvini, ospite della stampa estera, alla vigilia della sua visita in Israele. "Che io poi - ha avvertito il ministro dell'Interno - non sia simpatico a Gad Lerner e chissenefrega ... ". Salvini si riferisce alle continue prese di posizione di Lerner e della comunità ebraica italiana contro i governi italiani che non siano di sinistra.
In realtà tutti sanno che il governo di Israele, e non da ora, è molto più vicino al governo italiano che alle opposizioni, e forse è proprio questo che dà fastidio alle sinistre. Comunque, "Matteo Salvini sarà ricevuto con amicizia e onore in Israele". Avi Pazner, ex ambasciatore di Israele in Italia, si esprime così. «Nei giorni scorsi, il quotidiano israeliano Haaretz, che è rimasto piuttosto indietro con le informazioni sull'Italia e che è concentrato ad attaccare il premier israeliano Netanyahu piuttosto che dare le notizie correttamente, in un editoriale ha affermato che 'Salvini dovrebbe essere persona non gradita in Israele'. Ieri, lo stesso giornale ha diffuso la notizia secondo cui il presidente dello Stato d'Israele, Reuven Rivlin, non incontrerà il ministro dell'Interno italiano. lo - dice Pazner - credo che il ministro Salvini sarà ricevuto con amicizia e onore in Israele. Lui è il ministro dell'Interno italiano, è capo di un movimento legittimo in Italia, incontrerà tutti i leader della politica israeliana, incluso il primo ministro Benjamin Netanyahu». «Per ragioni tecniche, Salvini non incontrerà il presidente dello stato d'Israele, Rivlin» - osserva Pazner - evidenziando che «tutti i poteri esecutivi in Israele sono nelle mani del primo ministro e del governo. E Salvini sarà ricevuto dal primo ministro. In Israele, oltre a incontrare il primo ministro Netanyahu, Salvini visiterà lo Yad Vashem - il memoriale dell'Olocausto - e farà tappa alla sinagoga italiana di Gerusalemme». E il Viminale precisa: "Si prende atto della dichiarazione del portavoce del presidente israeliano, secondo il quale Reuven Rivlin non potrà incontrare il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini solo per motivi di agenda. Proprio per questo, il colloquio tra i due non era mai stato previsto". Il presunto sgarbo del presidente Rivlin al vicepremier e ministro dell'Interno Salvini è frutto di una fantasiosa ricostruzione di un quotidiano israeliano di sinistra". Lo sottolineano fonti del Viminale a proposito della visita del ministro dell'Interno e vicepremier, prevista oggi e domani in Israele.

(Secolo d'Italia, 12 dicembre 2018)


Salvini dice cose troppo favorevoli a Israele, troppo vere e quindi troppo pericolose, perché da una posizione troppo debole. Chissà fino a quando lo lasceranno parlare. M.C.


Pietre d'inciampo, prima svolta. «Dieci in strada la notte del furto»

di Rinaldo Frignani

Dieci persone che si muovono a piedi. Con il volto coperto, più per proteggersi dal freddo che per nasconderlo. Sono passate fra l'una e le cinque della notte fra domenica e lunedì scorsi in via Madonna dei Monti, nel tratto di strada in cui sono state rubate le pietre d'inciampo. Non sono tante, tenendo presente che si tratta di una zona di movida, ma sapere chi sono non sarà certo facile. Alcune di loro potrebbero essere residenti. È quanto emerge dai primi video esaminati dai carabinieri della compagnia Roma Centro: non si esclude che fra i soggetti in questione possano esserci coloro che hanno staccato i sampietrini dedicati a venti vittime della Shoah. Ieri da Gerusalemme il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha assicurato: «Farò di tutto perché vengano presi e puniti in maniera esemplare».
   Le indagini non si annunciano brevi. Sia per il fatto che i dieci non sarebbero riconoscibili - se non dall'abbigliamento -, sia perché le telecamere hanno ripreso solo un lato della strada, mentre i ladri potrebbero essere passati su quello opposto ed essersi allontanati in una qualsiasi delle quattro vie che partono dall'incrocio vicino al luogo del furto. Ma è comunque un punto di partenza importante. Nelle stesse ore i carabinieri hanno sentito numerose persone: fra loro ci sono anche automobilisti e scooteristi, rintracciati dall'esame delle targhe, che sono transitati in zona proprio in quel lasso di tempo. Gli investigatori hanno allargato il raggio delle indagini a mezzo chilometro da via Madonna dei Monti per acquisire altri filmati registrati dagli impianti degli esercizi commerciali. Purtroppo per ora mancano fotogrammi del punto in cui si trovavano le pietre. «Siamo sempre più certi che si tratti di un atto premeditato - spiega un investigatore -. Chi le ha rubate si è organizzato non solo per fare in fretta per non essere notato, ma anche senza fare rumore. I condomini dei palazzi vicini confermano di non aver sentito alcun rumore».
   Fra le ipotesi c'è quella di pali o vedette appostati in strada per avvertire chi materialmente stava staccando i sampietrini dell'eventuale arrivo di qualcuno. Più complicato pensare a veicoli d'appoggio, almeno su quella strada, «anche perché - viene sottolineato - per portare via le pietre sarebbe bastata una busta di plastica». Che comunque nessuna delle persone finite sotto l'obiettivo delle telecamere sembra tenere in mano. Insomma un rebus che a questo punto potrebbe essere risolto anche con il ricorso alla tecnologia. Accertamenti saranno ad esempio svolti sulle celle telefoniche per capire chi, sempre fra l'una e le cinque, si trovava, a parte i residenti, nella zona interessata dal furto. Ma anche in questo caso ci vorrà comunque del tempo.

(Corriere della Sera, 12 dicembre 2018)


Il capo della Lega in Israele da Netanyahu per cementare l'asse con Trump e Putin

Gelo 5stelle: nel luglio 2016 una delegazione con Di Maio aveva provato a entrare a Gaza.

di Mario Ajello

 
GERUSALEMME - «Sconfina, sconfina sempre, in ambiti che non sono i suoi. Ora, dopo aver fatto la domenica il ministro del Lavoro nell'incontro con gli imprenditori, s'improvvisa ministro degli Esteri.;.». Questo il mood, ai piani alti dei 5 stelle, di fronte al viaggio di Matteo Salvini in Israele. Arriva stamane il leader del Carroccio. Vede il premier Bibi Netanyahu, e sarà un incontro lungo e non solo una foto opportunity; e incontra anche il ministro dell'Interno e quello della Giustizia; e non è esclusa una visita al muro che divide lo Stato ebraico dai territori palestinesi.
   Il senso di questo viaggio in Terra Santa è proprio quello di mostrare a livello internazionale la nuova fase della Lega, virtualmente al 30%, primo partito italiano secondo i sondaggi, che non è certo una forza moderata - espressione bandita dalle parti del Carroccio - ma ha assunto un format e una fisionomia rassicurante e questo può valere anche nei rapporti di politica estera. Rassicurante ovvero un partito che tesse, e che non spacca, non un pierino inaffidabile, in Europa e nel resto del mondo, ma una compagine aderentissima agli interessi nazionali e pronta a farli interagire sullo scacchiere mondiale. Anche a costo di creare discrepanze, che già ci sono e sono evidenti, rispetto all'alleato di governo in Italia.

 Gerusalemme capitale
  Salvini è d'accordo con Donald Trump sulla decisione di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. Un punto su cui l'intesa con MSS non c'è, e perciò, non a caso, questo tema non è stato inserito nel Contratto di governo. Mesi fa, il sottosegretario agli Esteri del MSS, Manlio Di Stefano, ha polemizzato: «La sede della ambasciate italiane nel mondo è competenza della Farnesina. Gerusalemme è capitale dei due Stati, nessun dubbio a riguardo». Posizione filo-palestinese, che non è quella di Salvini. Il quale è già stato in Israele nel marzo 2016, e anche quella volta ha visitato - come farà di nuovo in queste ore il memoriale dell'Olocausto, lo Yad Vashem. Allora, facendosi fotografare davanti al muro anti-palestinesi in t-shirt verde padano, spiegò la sua posizione che è esattamente quella che mantiene tuttora: «È la politica della sinistra a innalzare muri e fili spinati. Io non li voglio, io sono per il dialogo. Ma in un quadro di regole e certezze. Se si abbattesse questo muro, per esempio, verrebbe giù tutto». E ancora: «La demografia è una scelta esatta. Gli arabi si moltiplicano. E alla fine, se non cambiamo verso, ci dovremo barricare».
   Adesso rieccolo in Terra Santa. Un po' lo stesso viaggio e le stesse tappe di Gianfranco Fini nel 2003, quando da vicepremier veniva in qualche modo sdoganato, ripulendosi dall'immagine del post-fascista. Anche Salvini è vicepremier, ma pur essendo considerato d'estrema destra all'estero, non viene dalla stessa storia. Con Netanyahu, la sintonia sarà completa.
   Mentre i 5Stelle nel luglio 2016 hanno cercato di entrare a Gaza, e per questo Di Maio protestò scatenando una quasi crisi diplomatica - «ci impediscono di entrare nella Striscia», dimenticando che nella Striscia non si può entrare - Salvini ha sempre polemizzato contro i «nazisti di Hamas», Il leader leghista rientra a pieno titolo in quel sionismo di destra che ha in Trump il suo campione mondiale. E questo viaggio - bersagliato da qualche critica della sinistra israeliana subito amplificata da quella italiana: secondo l'attore e intellettuale Moni Ovadia lui è un sionista alla maniera dei dittatori come Stalin e della peggiore destra razzista - gli serve per accreditarsi a livello internazionale come garante degli interessi israeliani, e come interlocutore politico e commerciale affidabile di quel Paese sempre a rischio nella polveriera mediorientale.
   Rientrano in questo discorso le elezioni europee di maggio. Netanyahu, che accoglie con molto favore Salvini a cui lo unisce il comune apprezzamento per le politiche di Putin e di Trump e l'idea che un nuovo ordine o disordine internazionale è finalmente possibile nell'epica dei sovranismi, festeggerà la futura composizione del parlamento europeo, con il probabile rafforzamento dei partiti populisti, che sono quelli oggi più schierati a favore della destra israeliana al governo.

(Il Messaggero, 11 dicembre 2018)


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«Da Roma vorrei qualche parola in più di verità su Israele»

Intervista a Davide Riccardo Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo di Milano

di Osvaldo Migotto

Martedì 11 e mercoledì 23 dicembre il vicepremier italiano Matteo Salvini sarà a Gerusalemme per una visita ufficiale. Non tutti nella comunità ebraica vedono di buon occhio questo viaggio in Israele del leader della Lega, mentre in diversi Paesi europei si moltiplicano gli episodi di antisemitismo. Nella notte tra domenica e lunedì a Roma sono ad esempio state rubate 20 pietre d'inciampo dedicate alle vittime dell'Olocausto. Sulle preoccupazioni della comunità ebraica italiana abbiamo sentito il parere di Davide Riccardo Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo di Milano, nonché ex assessore alla Cultura della Comunità ebraica del capoluogo lombardo.

Il vicepremier Salvini sarà per due giorni a Gerusalemme ma non incontrerà il presidente Rivlin. Ufficialmente per problemi di agenda, ma secondo Haaretz il presidente israeliano avrebbe detto che movimenti neo-fascisti non dovrebbero essere ben accetti in Israele. Lei cosa ne pensa?
  «Io sposo la tesi delle agende non combacianti perché Salvini ha mille difetti ma la Lega non è assimilabile a un partito neofascista. Non è un partito liberale né un partito tradizionale e fa parte di una destra radicale che però non tende ad abolire democrazia e libertà di stampa e non cerca di asservire la magistratura. Quindi la Lega non ha le caratteristiche tipiche dei partiti fascisti che tendono ad occupare tutte le istituzioni».

Recentemente un centinaio di ebrei italiani ha firmato una lettera aperta nella quale si chiede a Salvini di condannare, nel suo viaggio a Gerusalemme, l'antisemitismo ma anche il razzismo contro stranieri e migranti. Crede che lo farà?
  «Io me lo auguro. Credo che sia un atto doveroso, tanto più quando Salvini visiterà il Museo della Shoah e potrà vedere con i suoi occhi la gravità di quello che è successo durante la Seconda guerra mondiale e conoscere anche come le parole sbagliate possano portare ad azioni sbagliate. Penso che chiunque possa convenire che il razzismo e l'antisemitismo vadano condannati. Questo vale per Salvini e vale per chiunque vada in Israele a visitare il Museo della Shoah».

Purtroppo in Italia e in altri Paesi europei assistiamo a crescenti atti di antisemitismo, come abbiamo ad esempio visto domenica notte a Roma, quando venti pietre d'inciampo dedicate alle vittime dell'Olocausto sono state rubate. Il Governo italiano dovrebbe fare di più per contrastare questo preoccupante fenomeno?
  «Diciamo che l'operato delle forze di polizia e di sicurezza italiane è encomiabile, in quanto ci proteggono nei nostri eventi e in varie circostanze. Vorrei inoltre fare i complimenti anche ai servizi segreti che hanno evitato che in Italia ci fossero attentati come quelli che purtroppo ci sono stati in altri Paesi europei. Ma c'è una cosa che vorrei chiedere al Governo in carica: usare qualche parola in più di verità su Israele e sul Medio Oriente. Nel senso che l'antisemitismo moderno si traveste da odio nei confronti di Israele, ma poi gratta gratta viene sempre fuori l'odio nei confronti degli ebrei. L'ho visto anche a Milano quando ci sono manifestazioni per il 25 aprile o manifestazioni anti-Israele; poi alla fine si sente sempre la frase 'morte agli ebrei' o altre cose del genere. Pertanto la prevenzione dovrebbe riguardare anche questi aspetti. Bisogna lavorare di più sull'odio antiebraico e dare una maggiore attenzione all'islam italiano, perché i musulmani in maggioranza sono persone per bene, ci sono però alcune associazioni un po' troppo radicali che vanno monitorate e non troppo aiutate dallo Stato».

(Corriere del Ticino, 11 dicembre 2018)


Il paradosso (vincente) di Israele

Alta natalità, integrazione e forte sviluppo: il Paese che da 70 anni vive in una situazione di conflitto cresce e va in controtendenza. Il demografo Della Pergola: il progetto iniziale continua a funzionare.

La famiglia è un valore che qui si è corroso meno rispetto ad altre società occidentali L'immigrazione? Positiva per l'economia, ma a precise condizioni Antisemitismo (e antisionismo) in aumento, pesanti tensioni interne ed esterne, eppure gli indicatori dello Stato ebraico parlano in positivo

di Barbara Uglietti

Il conflitto con i vicini regionali, le spaccature interne, le difficoltà politiche, l'antisemitismo (spesso vestito di antisionismo). Eppure Israele cresce. E cresce in controtendenza rispetto agli altri Paesi sviluppati, riuscendo a combinare indicatori impensabili nell'Europa più avanzata, a cominciare da binomio (quasi) impossibile tra alta natalità e sviluppo.

- Professor Della Pergola, Israele è stabile al 16esimo posto nell'Indice di sviluppo umano compilato dall'Onu (ISU); l'Italia è al 26esimo. Israele ha il più alto tasso di fecondità tra i Paesi sviluppati: il 3 contro l' 1,3 dell'Italia ( e in tutta Europa il dato non sale sopra il 2). A cos'è dovuto?
  Aggiungerei anche un altro elemento: la forte partecipazione attiva della donna alla vita economica e politica del Paese. Gli indicatori, se comparati, fotografano sicuramente un paradosso tutto israeliano. Un paradosso di successo. Ma c'è una precisa linea logica che sottende a tutto questo, e che parte da lontano. È il grande progetto da cui è nato questo Stato: un progetto di riscatto umano da una condizione storica che ben conosciamo. Questa tensione ideologica, inquadrata in una programmazione molto razionale, ha dato luogo a uno sviluppo eccezionale.

- Le premesse demografiche, economiche e ideologiche di Israele nel 1948 non erano certo incoraggianti. Come sono state superate?
  Far convergere milioni di persone che, sì, avevano in comune un nucleo di valori, al centro dei quali i testi sacri, ma anche enormi differenze culturali, è stato uno sforzo immane. Questo è l'aspetto più interessante della cultura di Israele. La spiegazione più immediata sta nell'abitudine alla convivenza che la società israeliana ha dovuto acquisire in fretta.

- E la natalità?
  Il dato demografico rientra totalmente nel progetto iniziale, perché è il prodotto di un sistema valoriale che considera la famiglia nucleare tradizionale come l'elemento portante della società. La famiglia è un valore che qui si è corroso un po' meno rispetto ad altre società occidentali in cui vediamo gravi fenomeni di invecchiamento e impoverimento demografico.

- Tutto questo sull'onda di quella spinta progettuale iniziale?
  Sì: è ancora molto forte la vitalità di quell'idea originale. Se guardiamo le ultime indagini sociali su Israele, la cosa più sorprendente è l'ottimismo delle persone, la dichiarata soddisfazione nei confronti della vita, la speranza nel futuro. È difficile da spiegare razionalmente, ma è qualcosa che riflette perfettamente il fatto di credere nei valori fondamentali storici e religiosi.

- Progetto, convivenza, famiglia, ottimismo: parole decisamente fuori moda in Italia e in Europa.
  Purtroppo rilevo in molti Paesi occidentali, e l'Italia è quello che mi è più vicino, una grande apatia, una sostanziale mancanza di volontà di fare e di capire quello che si vuole fare. È una forte crisi identitaria. In Israele questo non c'è. Semmai il contrario.

- Però dentro la società israeliana le tensioni sono forti. E se una volta gli israeliani si differenziavano soprattutto tra "religiosi" e "non religiosi", adesso la spaccatura sembra essere più politica: "destra", "sinistra".
  Va chiarita una cosa: l'asse identitario religioso è sempre fondamentale, anche per chi religioso non è. Detto questo, la società israeliana è un mosaico composto di posizioni, spesso anche agli estremi: dagli Haredim (ultraortodossi) ai secolari. Ora, che succede con la politica? Succede che nella democrazia israeliana l' elemento religioso diventa un elemento di partito, e poi si consolidano alleanze in cui l'interesse di partito, che è sempre un interesse laico, materialista, si sovrappone a richieste di tipo culturale o spirituale. Questo finisce per condizionare la vita del Paese.

- Per esempio, nei mesi scorsi si è sfiorata una crisi di governo sul problema della leva per gli ortodossi. E si sono registrate polemiche sul tema dello spazio di preghiere per le donne al Muro Occidentale, negato dalle correnti dell'ebraismo più ortodosso.
  Per l'appunto. La legge elettorale crea una grande frammentazione. In un tale Parlamento si devono creare delle coalizioni, e in queste coalizioni anche il partito più piccolo ha il potere di ricattare il partito più grande, di imporgli concessioni su temi specifici. È una situazione che considero malsana, e sarebbe auspicabile una riforma elettorale in senso meno proporzionale.

- Ci sono state molte polemiche anche sulla questione di 50mila immigrati, soprattutto africani, entrati illegalmente in Israele. Il Paese ha bisogno di queste persone o no?
  Ritengo che l'immigrazione sia un fatto positivo per l'economia di un Paese. Ma a determinate condizioni: il limite è quello dell'integrazione culturale degli immigrati. Va considerata anche la loro volontà di partecipare a questa società, adottando determinate norme di lingua, cultura e comportamento.

- Poi però c'è la popolazione palestinese. E lì il discorso cambia.
  Cambia perché non c'è un progetto simmetrico a cui lavorare. Lo dico con grande rammarico: non riesco più a vedere possibilità di dialogo. Ci sono due Palestine, Ramallah e Gaza, in guerra civile una con l'altra. Trattare diventa quasi impossibile.

- E i ritorni dalla dìaspora? L'antisemitismo è in crescita, soprattutto in Europa. Questo continua a essere un fattore sensibile?
  Il dato più alto lo si è registrato nel 2015-2016. Poi nel 2017 e 2018 c'è stato un forte calo. Questo significa che anche se i fattori scatenanti delle migrazioni dall'Europa sono ancora lì, e per certi versi sono anche peggiorati, la diaspora è forte e solida. Ieri è stato pubblicato a Bruxelles uno studio dell'Agenzia per i Diritti Fondamentali: il pubblico ebraico ha una sensazione di forte aumento dell'ostilità, non tanto del pregiudizio generico, che è stabile, ma di quella parte dell'ostilità percepita come "molto forte". Credo ci sia un'erosione del discorso civile nel sistema politico dei Paesi europei e anche negli Stati Uniti: determinati modi di esprimersi, fare e di agire sono senza precedenti. Si tratta di forme deplorevoli che in genere sono dirette verso altri gruppi come immigrati, musulmani, ma che alla fine colpiscono anche gli ebrei, percepiti sempre come "altro". Tutto questo crea premesse tragiche. Un segnale che tutti dovremmo imparare a leggere.

(Avvenire, 11 dicembre 2018)


Quando la difesa è l'attacco. La «guerra segreta» di Israele

Ronen Bergman analizza la storia nascosta degli omicidi mirati. E i problemi politici e morali che comportano

Alto rischio
Fra le operazioni celebri la caccia ai nazisti in fuga e ai terroristi di Monaco
Tecnologia
Nel mirino anche molti scienziati impegnati in programmi nemici

di Matteo Sacchi

C'è una frase del Talmud che viene citata spesso: «Chi salva una vita salva il mondo intero». Ma c'è anche un'altra frase del Talmud che viene citata molto meno spesso: «Se qualcuno viene per ucciderti, alzati e uccidilo per primo». Può sembrare duro da accettare ma le due frasi non sono per forza antitetiche. A volte per salvare molte vite si può essere costretti a spegnerne una. Solo che decidere e mettere in atto questa politica richiede di fare ragionamenti terribili, di mettere in gioco la propria coscienza e di sporcarsi le mani.
   Per rendersene conto niente di meglio che leggere Uccidi per primo. La storia segreta degli omicidi mirati di Israele (Mondadori, pagg. 754, euro 36). Scritto dal famoso giornalista israeliano Ronen Bergman, il saggio racconta nel dettaglio come sin dalla sua origine lo Stato ebraico abbia dovuto prendere in considerazione la pratica degli omicidi mirati per difendersi dalla minaccia dei Paesi arabi.
   Anzi la prassi, per certi versi, era addirittura precedente alla nascita di un vero e proprio Stato. Nella guerra civile che insanguinava la Palestina sotto mandato britannico i coloni ebraici dovettero organizzarsi sin da subito per colpire i vertici delle formazioni paramilitari arabe. E anche tra i membri della brigata ebraica che combatteva con gli alleati in Europa si organizzò
   una unità clandestina (nota come Gmul) per colpire i nazisti che avevano compiuto efferati massacri durante la Shoah e che, a conflitto finito, si stavano dando alla macchia. La Gmul riuscì a colpirne più di cento.
   Ma ab origine si evidenziò il problema inevitabile di operazioni di questo tipo. Condotte per forza in maniera informale, e passando attraverso informatori, non erano esenti da rischi e da errori. Nella caccia al nazista più di una volta gli uomini della Gmul finirono per essere, inconsciamente, utilizzati per vendette personali dai loro delatori e indirizzati su persone ben diverse dai loro originali bersagli.
   La questione divenne ancora più pressante e delicata dopo la fondazione dello Stato di Israele. Sul piano pratico di scelte ce ne erano poche. Come disse Moshe Dayan, nel 1956, dopo che un commando palestinese aveva attaccato un kibbutz uccidendone uno dei coloni e poi deturpandone orrendamente il cadavere: «Oggi non vogliamo gettare la colpa sugli assassini ... Noi siamo la generazione degli insediamenti, e senza gli elmetti di acciaio e le bocche dei cannoni non riusciremmo a piantare un albero o a costruire una casa». Ma spesso più che un cannone risultava utile una pistola o un pacco bomba. Era già in corso quella che Bergman chiama «una guerra segreta» e che continuò ad infuriare anche nei periodi in cui formalmente Israele era in pace con i suoi bellicosi
   vicini. Vennero presto organizzate unità speciali per l'intelligence o squadre d'assalto come la Mifratz del Mossad. Vennero reclutati esperti come Nathan Rotberg per compiti non simpatici: univa in una grande vasca tnt, tetranitrato di pentaeritrite e altri prodotti chimici in miscele mortali. Rotberg, un pacioso colono di kibbutz, lo raccontava così: «Bisogna sapere come perdonare il nemico. Anche se non abbiamo alcuna autorità per perdonare persone come Bin Laden: quello può farlo solo Dio. Il nostro compito è organizzare un incontro tra loro. Nel mio laboratorio avevo aperto un'agenzia di incontri ... Ne ho organizzati più di 30».
   Il problema era semmai politico e morale. Come poteva uno Stato democratico agire per via clandestina? E come si poteva cercare di dare a queste procedure un contesto di accettabilità e controllo? Il problema angustiava Ben Gurion e anche Golda Meir. Vennero approvati appositi comitati per decidere quali operazioni approvare.
   Si trattava sempre e comunque di fare patti col diavolo. Uno degli esempi più eclatanti fu il caso degli scienziati tedeschi che iniziarono a sviluppare la tecnologia missilistica egiziana nel 1962. Israele di colpo si ritrovò vulnerabile. Una pioggia di testate chimiche avrebbe potuto in brevissimo tempo annientare il Paese. Ne nacque una vera e propria psicosi e una disperata corsa contro il tempo. Gli operativi di Tel Aviv dovevano, a tutti i costi, riuscire a mettere le mani su Eugen Sanger e Wolfgang Pilz (due degli scienziati che avevano lavorato con Von Braun). Il Mossad arrivò anche a contattare e ad utilizzare Otto Skorzeny (sì, proprio quello che liberò Mussolini sul Gran Sasso) per riuscire ad avvicinarsi ai tecnici tedeschi. A molti si gelò il sangue nelle vene all'idea di quella collaborazione. Ma non vi era altra via.
   E il saggio poi racconta moltissimi altri episodi al cardiopalma, come la caccia ai militanti dell'Olp che avevano favorito e appoggiato la strage degli atleti ebraici alle olimpiadi di Monaco, o la pianificazione dell'eliminazione del leader di Hamas Ahmed Yassin nel 2004, o la caccia agli scienziati nucleari iraniani. In ogni caso Bergman è molto onesto nel bilanciare la narrazione che non è mai a scarico di responsabilità di Israele ma nemmeno sottovaluta l'enorme minaccia a cui il Paese è da sempre sottoposto. Un libro da leggere, con l'avvertenza che ovviamente molti degli argomenti sono stati secretati e che quindi Bergman ha delle sue fonti. Ma in questo settore niente è mai oro colato.

(il Giornale, 11 dicembre 2018)


Roma - Rubate venti pietre d'inciampo dedicate a vittime della Shoah

Le "targhe" della Memoria, a forma di sampietrino, dedicate alle famiglie ebree Di Castro e Di Consiglio. Sono state divelte nella notte in pieno centro, in via Madonna dei Monti. "Un gesto antisemita e di stampo fascista". La procura ha aperto un fascicolo per furto aggravato da odio razziale.

di Laura Barbuscia

 
Rubate venti pietre d'inciampo dedicate alle vittime dell'Olocausto. A denunciare lo sfregio Adachiara Zevi, presidente dell'Associazione culturale Arte e Memoria e curatrice del progetto "Pietre d'inciampo a Roma". Le pietre della memoria sono state divelte dal selciato e rubate questa notte in via Madonna dei Monti, 82, nel rione Monti, a Roma.Olocausto
   Le "targhe", della dimensione di un sampietrino (10x10), erano poste davanti ai portoni per ricordare le vittime della Shoah deportate da quei palazzi. Quelle rubate a Monti erano state installate il 9 gennaio 2012, ed erano state dedicate tutte alle famiglie Di Castro e Di Consiglio, vittime del nazi-fascismo. La più piccola, Giuliana Colomba Di Castro, aveva solo 3 anni. Le pietre d'inciampo erano state finanziate dalla Comunità ebraica di Roma, ed erano state commissionate da una testimone, Giulia Spizzichino, sopravvissuta alla Shoah e scomparsa nel 2016. La famiglia Di Consiglio fu tra le più colpite a Roma, non solo nella razzia al Ghetto del 16 ottobre del '43, ma anche nella retata del 21 marzo 1944: più di 20 persone vennero deportate ad Auschwitz o trucidate alle Fosse Ardeatine.
   "E' un attacco inaudito di fascismo e di antisemitismo fatto da gente che non scherza e purtroppo un governo come quello che abbiamo, che aizza all'odio per il diverso, legittima questi atti", ha dichiarato Zevi, che promuove ogni anno l'installazione delle pietre d'inciampo in memoria dei cittadini ebrei deportati nei campi di concentramento (a Roma finora ne sono state collocate circa 200). "E' a rischio la nostra democrazia - ha aggiunto la figlia di Tullia Zevi, l'intellettuale che per anni è stata punto di riferimento dell'ebraismo italiano - Sono stravolta, è una cosa inenarrabile".
   Lo scorso 12 luglio la stessa Zevi aveva ricevuto lettere di minacce presso la sede dell'Associazione. Un'intimidazione che qualcuno lega allo sfregio della scorsa notte. "È gravissimo un attacco a coloro che sono stati sterminati e a coloro che, con i loro ricordi, testimoniano ogni giorno cosa accadde", ha annunciato Zevi. In serata varie centinaia di persone si sono radunate in via Madonna dei Monti, sotto la casa della famiglia Di COnsiglio, per un presidio silenzioso.
   Dall'Osservatore Romano alla Cgil, sono tanti i commenti che definiscono il gesto "vergognoso". "E' un furto inaccettabile - ha dichiarato la sindaca di Roma, Virginia Raggi - un gesto che condanno con forza e profonda indignazione. La memoria esige rispetto". "Il furto delle pietre di inciampo è il segnale preoccupante di una nuova barbarie. Atto scellerato contro la testimonianza e la memoria della ferocia conosciuta dal popolo ebraico e dalla comunità romana a cui vanno la solidarietà mia e del Senato. Dobbiamo ricostruire subito il percorso delle pietre perché nessuno si senta in diritto di cancellare quanto scritto indelebilmente nelle menti e nei cuori", ha detto la presidente del Senato Alberti Casellati in un messaggio alla comunità ebraica."E' un atto grave, un oltraggio antisemita", ha scritto su Twitter il presidente della Camera, Roberto Fico.
   Intanto, sono in corso i rilievi tecnici da parte dei carabinieri che indagano e la Procura ha aperto un fascicolo per furto, aggravato dall'odio razziale. Il fascicolo è stato affidato al procuratore aggiunto Francesco Caporale.
   Era già accaduto in passato che a Roma i sampietrini in ottone, con sopra inciso il nome delle vittime della deportazione per razza o credo politico, l'anno di nascita e di morte, venissero oltraggiati. Nel febbraio 2014 in via Urbana venne rubata la pietra dedicata a Don Pietro Pappagallo, il sacerdote che si impegnò per proteggere e assistere i perseguitati dal regime nazi-fascista.
   E ancora, nel gennaio 2012 ad essere state divelte furono le pietre d'inciampo collocate in via Santa Maria in Monticelli, di fronte alla casa da cui furono deportate le sorelle Spizzichino. In quell'occasione l'autore del gesto ammise le proprie responsabilità e si giustificò: "Sembra un cimitero e non le voglio davanti al mio portone".
   Nella notte tra il 29 e il 30 maggio dello stesso anno venne invece divelta e sostituita da un normale sampietrino la pietra d'inciampo collocata a via Garibaldi 38 in memoria di Augusto Sperati, falegname trasteverino antifascista, deportato nel lager di Mauthausen e ucciso nel '44 nel Castello di Hartheim. La pietra è stata poi ricollocata pochi mesi dopo, il 4 gennaio 2013.

(la Repubblica - Roma, 11 dicembre 2018)



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«C'è un clima in cui le parole dividono attenti che non succeda anche di peggio»

Intervista a Ruth Dureghello. Parla la presidente della Comunità Ebraica di Roma

di Fabio Rossi

- Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma. Che segnale arriva dal furto delle pietre d'inciampo dell'altra notte?
  «Sono gesti gravi e molto preoccupanti, che non si possono sottovalutare. Quelle pietre non rappresentano solo un sampietrino, ma fanno parte della memoria di questa città. Ma le istituzioni non hanno fatto mancare da subito la loro vicinanza: ciò ci rassicura sul fatto che i valori della memoria, che dobbiamo difendere e condividere, siano tutelati dalle forze politiche che ci rappresentano».

- Teme che possano ripetersi gesti del genere?
  «La più grande delle preoccupazioni per quanto mi riguarda è che, per quanto possa essere grave aver divelto una pietra d'inciampo e aver offeso nuovamente la memoria dei martiri delle Fosse Ardeatine, domani si possa passare a gesti più eclatanti, e offendere le persone».

- C'è un problema di ignoranza dilagante sulle tragedie del passato?
  «Su questo argomento ci interroghiamo sempre: il tempo non aiuta a mantenere vivo il sentimento di ciò che è stato, il dolore e la tragedia. E nemmeno ad aver così chiaro che buona parte di quella tragedia è stata frutto dell'ignoranza e anche dell'indifferenza di persone che, non percependo il pericolo di una situazione grave, l'hanno trascurata con superficialità o si sono voltate dall'altra parte».

- Cosa si può fare per evitare che si ripeta lo stesso schema?
  «È per questo che costantemente si fanno attività con gli studenti e con i giovani: per fornire gli strumenti per riconoscere ogni segnale che possa far scattare un campanello d'allarme su un rigurgito antisemita o di odio di qualunque natura».

- Gli ebrei romani si sentono più insicuri?
  «Assolutamente no. Le forze dell'ordine ci sono vicine e garantiscono i valori sanciti dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato. Avvertiamo però un clima in cui, con superficialità o leggerezza, le parole dividono: come per i messaggi di odio che giungono sul web. Bisogna mantenere gli occhi ben aperti per evitare che dilaghino fenomeni ben più gravi».

(Il Messaggero, 11 dicembre 2018)


Storie Shoah, il sergente americano che salvò 200 ebrei dai nazisti

Quella che vi stiamo per raccontare è una storia di coraggio. Di come un sergente dell'esercito americano salvò 200 ebrei, la cui vita poteva mettere in pericolo la sua e quella degli altri del suo drappello.
Si stava per entrare nell'ultimo anno della Seconda Guerra Mondiale, la vittoria degli Alleati si stava per concretizzare, ma i sussulti della Germania nazista tenevano ancora in piedi lo spietato disegno di morte di Adolf Hitler, reso possibile anche da tutti coloro che lo appoggiarono per tornaconto e avidità.
Era il dicembre 1944 e il Terzo Reich lanciò l'offensiva delle Ardenne, ultimo grande tentativo tedesco sul fronte occidentale, in origine chiamato "operazione Wacht am Rhein" (guardia al Reno) per nasconderne la vera natura, e successivamente rinominato "Herbstnebel" (Nebbia autunnale) che terminò al fine di gennaio dell'anno successivo.
Durante l'attacco in territorio belga, i nazisti catturarono 1000 soldati americani deportandoli in un campo di lavoro nei pressi della città tedesca di Ziegenhain. Al capo di quella legione gli fu ordinato di fare i nomi dei soldati ebrei che componevano la sua legione.
Quel capo era il Sergente Maggiore dell'Esercito americano, Roddie Edmonds, ignaro che il suo coraggio l'avrebbe portato a diventare un Giusto fra le nazioni. Roddie Edmonds radunò i suoi uomini, dicendogli di rimanere uniti qualsiasi cosa fosse accaduta.
E "qualcosa" accadde. Edmonds disse che tutti i suoi militari erano ebrei a un comandante tedesco, che lo minacciò con una pistola alla tempia. Il Sergente non indietreggiò e con estremo coraggio disse:
"Se spari a me, dovrai farlo anche a tutti i miei soldati e ne dovrai rendere conto al tribunale che ti giudicherà quando la guerra sarà finita".
Il comandante nazista ritirò l'arma e 200 ebrei ebbero salva la vita. Quelle parole salvarono anche quella di Paul Stern che a decenni di distanza ha sempre affermato: "Mi sembra ancora di sentirle".
Come spesso accade in questi casi, l'episodio rimase sconosciuto per 50 anni. A sverlarlo fu Chris, figlio di Roddie Edmonds, che dopo molte ricerche scoprì l'eroico gesto del padre.

(Progetto Dreyfus, 11 dicembre 2018)


Netanyahu vorrebbe ufficializzare i rapporti tra Israele e Arabia Saudita

GERUSALEMME - Sabato scorso, 8 dicembre, l'emittente "Hadashot Tv" ha riferito che Netanyahu starebbe lavorando dietro le quinte per normalizzare le relazioni tra Israele e Arabia Saudita. Secondo l'emittente, l'obiettivo di Netanyahu sarebbe quello di portare a termine una svolta e rendere ufficiali i rapporti tra i due paesi prima delle elezioni israeliane del 2019. Il capo del Mossad Yossi Cohen, il responsabile dell'organizzazione della storica visita del premier in Oman, avvenuta lo scorso 26 ottobre, sarebbe l'uomo di riferimento del capo del governo per quanto riguarda la costruzione delle relazioni con i sauditi. In questi mesi, osserva "Hadashot Tv", Netanyahu ha mantenuto un profilo particolarmente basso sulla vicenda dell'omicidio del giornalista saudita e collaboratore della "Washington Post", Jamal Khashoggi all'interno del consolato del regno a Istanbul lo scorso 2 ottobre, appoggiando l'erede al trono Mohammed bin Salman, attaccato dai media statunitensi e dai rivali di Turchia e Qatar.
   L'emittente israeliana, citando fonti diplomatiche di alto livello, precisa che Israele sarebbe in contatto con molti Stati arabi per capire la loro posizione nei confronti dell'Iran, tra cui l'Arabia Saudita. Lo stesso Netanyahu, dopo la storica visita nel regno dell'Oman, ha annunciato che "ci saranno altre" visite ai paesi musulmani con cui Israele attualmente non ha relazioni diplomatiche. In queste settimane è circolata la voce di una possibile visita del premier israeliano nel regno del Bahrein, che insieme agli Emirati è il principale alleato di Riad nel Golfo.

(Agenzia Nova, 10 dicembre 2018)


Nuovo grave attentato in Israele. E ci vengono a fare la morale sui diritti umani

Terroristi palestinesi sparano da una macchina in corsa su un gruppo di civili israeliani ferendone sette tra i quali la più grave è una ragazza 21enne incinta. E intanto oggi all'ONU cominciano gli ipocriti festeggiamenti per i 70 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Ancora un attentato in Israele. Ancora civili colpiti da terroristi che non si fanno scrupolo di sparare contro donne incinta e bambini. E' di sette feriti, tra i quali la più grave una ragazza 21enne incinta, il bilancio di un attentato avvenuto ieri sera a Ofra.
Da una macchina palestinese sono partiti colpi di arma da fuoco diretti contro un gruppo di civili israeliani che partecipavano a una cerimonia di accensione delle candele in memoria di un giovane morto in un incidente.
Sul terreno sono rimasti sette feriti, la più grave dei quali è una ragazza incinta di 21 anni. Suo marito e un altro uomo sono rimasti feriti in maniera meno grave. Feriti anche quattro adolescenti di 16 anni....

(Rights Reporters, 10 dicembre 2018)


Mezza Europa sempre più antisemita, 9 ebrei su 10 nell'Ue si sentono sotto attacco

Il risultato nel secondo rapporto dell'Agenzia per i diritti fondamentali. Timmermans: "Dati preoccupanti, essenziale debellare il fenomeno collettivamente".

di Emanuele Bonini

BRUXELLES - Non arrivano buone notizie dall'Europa. Mezza Unione europea nutre sempre più antipatia per le comunità ebraiche, che si sentono sempre più vittime di atteggiamenti ostili. E' questo il principale elemento del secondo rapporto sull'antisemitismo prodotto dall'Agenzia per i diritti fondamentali e diffuso al pubblico oggi. Il sondaggio è stato condotto su oltre 16.395 membri delle comunità ebraiche di 12 Stati Membri dell'Ue (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria), e il dato generale che ne emerge è scoraggiante.
   Nove intervistati su dieci (89%) ritengono che l'antisemitismo stia crescendo nel proprio Paese, e oltre otto persone su dieci (85%) vedono nell'antisemitismo il principale problema sociale, prima ancora di disoccupazione, immigrazione e sicurezza. Le comunità ebraiche d'Europa non si sentono al sicuro. Un fenomeno che inquieta Frans Timmermans, primo vicepresidente della Commissione europea. "Sono profondamente preoccupato per la crescita dell'antisemitismo. La comunità ebraica in Europa deve sentirsi al sicuro e a casa, altrimenti l'Europa cessa di essere l'Europa".
   Ma a giudicare dal rapporto l'Europa ha già smesso di essere ciò che era, iniziando a tradire sé stessa. Se spesso gli atteggiamenti ostili si registrano su internet (lo dichiara l''89% degli intervistati), nella vita reale la situazione non cambia di molto. Spazi pubblici (73%), giornali (71%) e vita politica (71%) sono le arene dove più si avverte un atteggiamenti antisemita crescente. La questione palestinese incide, in questo. Un intervistato su due (51%) ritiene che affermazioni come "nei confronti dei palestinesi si comportano come i nazisti" siano alla base di molti attacchi alle comunità ebraiche.
   "Sostenere che chi critica il governo di Israele è antisemita non ha senso", tiene a precisare Timmermans, convinto che "chiunque ha pieno di diritto di criticare le azioni del governo israeliano se considerate come contrarie ai valori che difendiamo o alle decisioni della comunità internazionale". Ma invita tutti a studiare la storia, con particolare attenzione al capitolo dell'Olocausto. C'è comunque un problema di fondo. "Il XX secolo ha conosciuto tanti mali, quello che resta più difficile da curare è l'antisemitismo, ed è essenziale combattere questo flagello con vigore e collettivamente".

(eunews, 10 dicembre 2018)


Hanukkah, acceso il candelabro: antico rito ebraico

VERONA - La festa delle luci, l'Hanukkah, l'accensione delle candele un giorno dopo l'altro, al calar del sole. Il rito che si è ripetuto ieri in piazza delle Erbe. La Comunità Ebraica si è ritrovata per continuare quel gesto antico che commemora la nuova consacrazione di un altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la riconquistata libertà dal giogo degli Ellenici. Tra canti, scatti fotografici e curiosità, la magia di quelle candele accese è tornata a Verona.

(L’Arena, 10 dicembre 2018)


In dieci anni i cristiani evangelici hanno investito 65 milioni di dollari nelle colonie israeliane

Riprendiamo un articolo da un sito manifestamente anti-Israele perché, pur con i termini tipici degli antisionisti (colonie, territori palestinesi occupati) fornisce utili notizie e senza volerlo fa propaganda a Israele e agli evangelici che lo sostengono.

ROMA - Gruppi di cristiani evangelici hanno investiti nelle colonie israeliane in Cisgiordania 65 milioni di dollari negli ultimi dieci anni. È il risultato di un'inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz che ha ricostruito i progetti portati avanti in questo decessio in termini di lavoratori volontari e finanziamenti.
   Secondo il giornale, sono stati inviati nella sola colonia di Har Brakha, a sud del distretto palestinese di Nablus, 1.700 volontari, mentre ogni anno il ministero israeliano per gli Affari strategici ha investito 16mila dollari per una sola associazione evangelica, Havoyel, perché produca materiali per fare campagna a favore di Israele all'estero. È Havoyel a inviare centinaia di persone da tutto il mondo a lavorare appezzamenti agricoli nelle terre occupate.
   Altro caso è quello dell'associazione statunitense Heart of Israel, il cui fondatore, Aaron Katsof, residente nella colonia di Shiloh: l'organizzazione raccoglie ogni anno centinaia di migliaia di dollari per finanziare progetti negli insediamenti, considerati illegali dal diritto internazionale. Raccoglie in media tra i 50 dollari e i 1.500 da ogni donatore, sia ebrei residenti all'estero che cristiani, zoccolo duro del sostegno allo Stato di Israele soprattutto negli Stati Uniti.
   Una realtà radicata che ha le sue radici nella religione: i cristiani evangelici credono che il regno di dio si realizzerà, insieme alle profezie bibliche tra cui il ritorno del Messia, quando il grande Israele si concretizzerà su tutta la Palestina storica. Lo scorso marzo l'agenzia israeliana YnetNews aveva pubblicato i dati sul sostegno all'immigrazione ebraica nello Stato di Israele, spesso dirottata dalle autorità di Tel Aviv nei Territori Palestinesi Occupati: nel solo 2017 su 28mila persone che hanno compiuto l'aliyah, la "salita", ovvero l'immigrazione in Israele - o, nella visione sionista, il "ritorno" - almeno 8.500 hanno avuto a disposizione fondi raccolti da organizzazioni cristiane partner dell'Agenzia ebraica.
   Se l'Agenzia ebraica si occupa da anni dell'inserimento dei nuovi cittadini nello Stato, attraverso corsi di lingua ebraica, abitazioni e aiuto nella ricerca del lavoro, il denaro raccolto dagli evangelici ne è una stampella: copre le spese del viaggio, fornisce sussidi per il primo periodo nel nuovo Stato e aiuta nella costruzione di una casa. Anche in questo caso i finanziamenti sono consistenti: l'International Fellowship of Christian and Jews (Ifcj), una delle più grandi organizzazioni, ha raccolto e utilizzato dal 2014 al 2017 20 milioni di dollari per l'aliyah e 188 milioni di dollari dalla fine degli anni Novanta alla metà degli anni Dieci del 2000.
   Un sostegno radicato che si lega a doppio filo, negli Stati Uniti, con il sostegno indefesso allo Stato di Israele e all'appoggio a politiche filo-sioniste. Non è un caso che i cristiani evangelici siano elettori devoti del partito repubblicano e, negli ultimi anni, sostenitori dichiarati del presidente Trump, l'inquilino della Casa Bianca più vicino a Tel Aviv che gli Usa abbiano mai avuto. Nel giro di un anno la presidenza Trump è riuscita dove nessuno aveva mai osato arrivare: ha dichiarato Gerusalemme capitale dello Stato di Israele, trasferito nella Città Santa l'ambasciata, cacciato la rappresentanza dell'Olp da Washington e tagliato i fondi all'agenzia Onu Unrwa che si occupa da oltre 60 anni dei rifugiati palestinesi.
   Ma soprattutto ha coltivato la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Golfo, quei paesi arabi storicamente legati agli Stati Uniti, riuscendo nell'obiettivo di marginalizzare l'agenda palestinese, facendola sparire dal tavolo di qualsiasi possibile negoziato.

(Nena News, 10 dicembre 2018)


Truppe israeliane cercano i terroristi che hanno sparato su civili

Le forze di sicurezza israeliane stanno perlustrando i villaggi palestinesi in cerca dei terroristi che hanno aperto il fuoco contro gli abitanti di uno degli insediamenti ebraici in Cisgiordania il 9 dicembre, ha detto il servizio stampa dell'esercito.
I terroristi hanno sparato su un'auto di passaggio ferendo sette israeliani, tra cui una donna incinta. E' stata ricoverata in ospedale in gravi condizioni ed è stata sottoposta ad un parto cesareo per salvare la vita del bambino.
"Dopo le sparatorie di ieri all'incrocio di Ofra, le forze di difesa israeliane, la polizia di frontiera e i servizi speciali hanno iniziato una ricerca su vasta scala di terroristi nei villaggi situati nella zona", si legge nella dichiarazione.
Inoltre sono stati attaccati civili alla fermata dell'autobus all'ingresso del grande insediamento Ofra, situato a poche decine di chilometri a nord di Gerusalemme.
Non ci fermeremo fino a quando gli aggressori non saranno catturati e "pagheranno per le loro azioni", ha promesso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha registrato un videomessaggio con sua moglie Sarah.
"Preghiamo tutti per la giovane madre che sta lottando per la vita, il suo bambino è stato salvato e auguriamo una veloce guarigione a tutti i feriti", ha detto.

Il ministero degli Esteri israeliano ha attirato l'attenzione sul fatto che l'attacco è stato sostenuto dal movimento palestinese Hamas nella Striscia di Gaza, condannato dagli israeliani insieme agli americani all'Assemblea generale delle Nazioni Unite la scorsa settimana, senza raccogliere voti sufficienti per adottare una risoluzione.
"La sete di violenza di questo gruppo terroristico è un rimprovero per coloro che hanno bloccato la sua condanna alle Nazioni Unite", ha scritto il ministero su Twitter.
(Sputnik Italia, 10 dicembre 2018)


Franco Di Mare racconta i settant'anni di Israele: «Un Paese senza pace ma già nel futuro»

di Valentina Tocchi

 
Franco Di Mare
Un viaggio da Gerusalemme alla modernissima Tel Aviv, passando per i tunnel che Hezbollah stava costruendo dal Libano e la piccola Sderot, la cittadina più vicina alla Striscia di Gaza dove in 30 secondi bisogna mettersi in salvo dai razzi dei terroristi.
Franco Di Mare, conduttore di Unomattina, il 9 dicembre su RaiUno racconterà "Israele: i 70 anni", lo speciale Tg1, in onda a mezzanotte, firmato con Paola Miletic e il produttore esecutivo Eleonora Iannelli. Un viaggio in una regione che, nata sulle ceneri della guerra nel 1948, in 70 anni di vita di pace ne ha vista ben poca.

- Franco Di Mare, in molte delle cronache Israele è sinonimo di attacchi terroristici e una pace mai raggiunta nonostante i tanti negoziati. Cosa mostra nel suo speciale?
  «Israele in realtà è molto altro. Non dobbiamo mai dimenticare che è l'unica democrazia in una regione dove pullulano regimi satrapisti e autoritari. Nonostante la guerra sia una realtà percepita e i giovani vengano addestrati ad una leva militare di 3 anni c'è un indice di felicità altissimo, c'è speranza, creatività, voglia di fare. Le invenzioni tecnologiche sono ai massimi livelli, le start up proliferano a ritmi da Silicon Valley. Noi ci siamo addentrati in questo universo di creatività e inventiva con il guru israeliano Chemi Peres, il figlio dell'ex presidente Shimon Peres. Siamo rimasti a bocca aperta visitando il museo della ricerca».

- Su cosa si sta orientando la ricerca israeliana?
  «Ci hanno mostrato la macchina che è in grado di ricavare acqua dall'atmosfera, il sistema di irrigazione goccia a goccia. Qui l'acqua è il bene più prezioso e non bisogna sprecarne neppure una goccia. Loro sono riusciti a far fiorire il deserto con piantagioni di frutta e verdure. Ma non solo».

- Spieghi.
«Quando siamo andati a girare lo speciale, circa due settimane fa, erano appena uscita la notizia dei tunnel che il gruppo libanese Hezbollah stava costruendo per giungere in Israele. Siamo andati a visitarli e siamo rimasti colpitissimi dal metodo di Israele. Quei tunnel, che erano un'opera ingegneristica e tecnologica raffinatissima, sicuramente aveva coinvolto ingegneri di alto livello. I lavori erano in corso da mesi ma Israele, che probabilmente aveva scoperto la cosa monitorando i cambiamenti termici del sottosuolo, aveva lasciato fare per capire fin dove si sarebbe spinta quella costruzione e a quale livello tecnologico erano arrivati. Una grande lezione di intelligenza«.

- Lo scorso maggio si sono festeggiati i 70 anni da quando Ben Gurion dichiarava la nascita dello Stato di Israele. La pace è un miraggio?
  «L'ho chiesto al presidente Rivlin in persona. Gli ho chiesto se questo era lo Stato che sognavano. Mi ha risposto: «Questo non è lo stato che sognavamo, ma ci stiamo lavorando». Israele sogna la pace e ne ha bisogno, perché per fare business e per fare ricerca tecnologica gli investimenti ingentissimi che lo Stato fa ogni anno nella difesa sono una zavorra.
Tuttavia si ha ben chiaro che il metodo per arrivare alla pace è quello di "prepararsi alla guerra". La cosa sconvolgente, però, è che la popolazione nonostante il costante pericolo di attacchi e attentati continua a vivere.
A Sderot, la cittadina che sorge proprio sul confine con la striscia di Gaza che viene denominata Sderocket (con un gioco di parole con la parola inglese "rocket", razzo) da quando suona l'allarme antirazzo a quando si viene colpiti passano 30 secondi. Trenta secondi per mettersi in salvo».

- Da poco più di un anno Gerusalemme è stata riconosciuta capitale di Israele dagli Stati Uniti. Come l'ha trovata?
  «Grazie ai muri che sono stati costruiti Gerusalemme è una città più sicura, che tenta di evitare la strage degli innocenti presi di mira dai terroristi. Gerusalemme è una città unica al mondo, contesa dalle grandi religioni monoteiste che si contendono a colpi di risoluzioni dell'Unesco, come quella purtroppo votata nel 2016 anche dall'Italia, la paternità di luoghi come la Spianata delle Moschee o il Monte del Tempio».

- A proposito di Italia. In settimana Matteo Salvini ha annunciato un viaggio in Israele. Come vedono l'Italia anche alla luce dei rapporti con l'Iran?
  «Gli israeliani ci accusano di scarsa autostima e vorrebbero sicuramente stringere un legame più profondo con noi. Per il momento sono ancora tutti entusiasti per il Giro d'Italia della scorsa primavera, che come ricorderete è partito da Gerusalemme Ovest, ha toccato Haifa, Tel Aviv fino a Eilat. Quel Giro, che da noi ha sollevato le solite polemiche per l'arrivo a Roma, a loro ha permesso di mostrare Israele sotto un profilo diverso, di mostrare luoghi di cui le cronache non si occupano. Per un paese come Israele è stato davvero importante».

(Il Messaggero, 10 dicembre 2018)


Quel consiglio delle Nazioni Unite agli israeliani sotto attacco

L'Onu agli israeliani: "Perché vivete lì?"

Scrive Yedioth Ahronoth (26/11)

Batia Holin, del kibbutz Kfar Aza, e Adele Raemer, del kibbutz Nirim, hanno accettato l'invito a parlare di fronte alla commissione indipendente d'indagine del Consiglio Onu per i Diritti umani, incaricata di investigare gli eventi del 2018 ai confini della striscia di Gaza, e hanno accettato di raccontare ai membri della commissione come si vive sotto la minaccia continua di attacchi di razzi, infiltrazioni di terroristi, incendi dolosi", scrive Yedioth Ahronoth, il primo quotidiano israeliano. "La commissione le ha convocate avendo notato la loro attività sui social network, dove le due israeliane hanno tenuto un diario degli eventi al confine postando foto e video e soprattutto scrivendo degli incendi scoppiati negli ultimi otto mesi a causa degli aerostati con ordigni incendiari ed esplosivi lanciati quasi quotidianamente dalla striscia di Gaza verso Israele. Benché invitate a parlare davanti alla commissione Onu, a Ginevra, Batia Holin e Adele Raemer dicono di esservisi recate con poche aspettative, ben conoscendo il pregiudizio anti-israeliano che caratterizza in generale le agenzie delle Nazioni Unite. Ciò nonostante, dicono d'essere rimaste sbalordite quando, dopo che avevano descritto la propria vita sotto la minaccia di razzi, tunnel e incendi dolosi, uno dei membri della commissione ha tranquillamente chiesto loro, come fosse la cosa più normale del mondo, perché insistano a vivere nella regione di Israele che confina con Gaza. Per inciso, si calcola che siano tra 800 mila e un milione i civili israeliani che vivono nel raggio di 35 km dal confine di Gaza, cioè alla portata dei razzi Grad-Katyusha di cui Hamas dispone almeno dal 2008-2009. 'Quando mi è stato chiesto perché mai rimango nella mia casa e non me ne vado via a causa della situazione - dice Holin - ho capito quanto i membri di quella commissione siano scollegati dalla realtà. Non hanno la minima idea di come viviamo qui e di cosa siano Israele e la storia del sionismo. Siamo arrivati di fronte alla commissione con una presentazione e un sacco di materiale - continua Holin - per mostrare a quel comitato, che è presieduto da un giurista, com'è la nostra vita al confine con Gaza. Dovevamo parlare un'ora a testa, ma le cose da spiegare erano talmente tante che abbiamo finito col parlare per quattro ore. Abbiamo raccontato loro della nostra vita sotto i razzi, dei tunnel che sono stati scoperti vicino a dove abitiamo, del fumo nero dei pneumatici che ogni venerdì appesta l'aria e ci soffoca. Abbiamo capito che i membri della commissione non conoscono per nulla Israele, né la striscia di Gaza. Non sono mai stati qui. Ho dovuto mostrare loro su una mappa quanto il mio kibbutz si trovi vicino al confine e spiegare cosa significa questo nella vita di tutti i giorni'. Conclude Holin: 'A un certo punto mi hanno chiesto: come spiega il fatto che un venerdì, durante le proteste, le Forze di difesa israeliane hanno ucciso tanti manifestanti palestinesi che si erano avvicinati alla barriera di confine? Ho dovuto spiegare loro che quegli attivisti, mandati da Hamas, non volevano attraversare il confine per manifestare: volevano infiltrarsi nelle nostre comunità, infiltrarsi in casa mia per farci del male, e quindi abbiamo il pieno diritto di difenderci'.

(Il Foglio, 10 dicembre 2018)


Operazione Scudo Settentrionale, anche Israele sa fare guerra mediatica

Il lancio dell'operazione ha varie novità: anzitutto la programmazione mediatica, in secondo luogo il tempo del lancio, infine il pericolo che l'operazione vuole neutralizzare.

di Giovanni Quer

 
Un'operazione militare al confine con il Libano è cosa rara ed estremamente delicata. Ogni passo falso può dare il via a un'escalation e nel caso peggiore, a una nuova guerra. Sabato 8 dicembre i primi due incidenti. Tre persone si avvicinano alla barriera di confine proprio dove l'esercito israeliano sta lavorando per distruggere i tunnel. Secondo la tv al-Manar, legata a Hezbollah, i tre erano soldati dell'intelligence libanese che si sono avvicinati al confine per raccogliere informazioni sui sensori che Israele avrebbe innestato nella zona. Poi il mistero delle armi sparite dal campo dove sono di stanza i carriarmati - secondo quanto viene divulgato, le armi sarebbero state sottratte dal campo perché abbandonate.
   Il fatto che il primo fuoco sparato da Israele non abbia ancora causato una risposta, significa forse che Hezbollah non è interessato a una guerra con Israele - nonostante le minacce dei leader. Altro invece è il piano militare di Hezbollah: usare i tunnel per arrivare in Israele, rapire soldati o cittadini e condurre operazioni di sabotaggio e altre operazioni terroristiche nelle cittadine israeliane al confine.
   Israele monitora la situazione dal 2014, ma ha deciso di rispondere adesso e in maniera inusuale. Anzitutto la conferenza stampa è stata molto ben pianificata, con la partecipazione del Capo di Stato Maggiore (assai inusuale), video e il messaggio alla comunità internazionale. Israele dimostra di saper giocare anche la guerra mediatica, quella per l'opinione pubblica, che negli anni ha sempre perso. Hezbollah non può sostenere come Hamas che i tunnel servano per trasportare merci, né che possano servire per la difesa dei confini da un'eventuale aggressione sionista. Infatti nemmeno la stampa controllata o vicina a Hezbollah parla molto dell'Operazione se non come un pretesto israeliano per avvicinare truppe al confine.
   Perché adesso? Gli operativi di Hezbollah avrebbero potuto "testare" i tunnel con un'operazione di rapimento nell'attesa di usarli per introdurre in territorio israeliano intere unità. Poi, vi è l'Iran, cui Israele deve mandare un chiaro messaggio, dopo aver incominciato a spedire armi direttamente in Libano. Infine, in questo periodo Hezbollah si sta riprendendo dopo gli anni di combattimento in Siria e ha quasi completato il dominio dello scenario politico in casa: sta addestrando nuove reclute e evidentemente si prepara a un attacco che non sarebbe solo di missili, ma anche di terra.
   Israele ha cambiato modo di comunicare, o più correttamente, ha incominciato a comunicare. Anche se l'Assemblea Generale dell'Onu non ha approvato la risoluzione di condanna a Hamas per il voto contrario dell'intero blocco arabo-islamico, il coinvolgimento dell'Unifil e la futura riunione al Consiglio di Sicurezza sul problema Hezbollah sono il primo cambiamento della dinamica passata di risposta a false o distorte rappresentazioni mediatiche degli scontri armati. Infine, i nemici di Israele sono indaffarati a dipingere il Paese come un gruppo di litigiosi corrotti che faranno collassare lo stato per permettere la fine dell'impresa sionista. La presenza del Capo di Stato Maggiore, del Portavoce Idf assieme al Premier dimostrano anche a Hamas, Hezbollah e Iran che nonostante le inchieste, gli scandali e le accuse cui possano esser soggetti i politici, quando si parla di sicurezza ci sono ampie intese e Israele non è più quella di dodici anni fa. Come difenderà il Libano il progetto dei tunnel all'Onu?

(formiche, 9 dicembre 2018)


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Tunnel di Hezbollah sotto Israele, una minaccia a lungo termine

Dietro la realizzazione di queste opere il sostegno finanziario dell'Iran

Il recente confronto militare tra Israele ed Hamas ha evidenziato una nuova forma di lotta attraverso la costruzione, da parte palestinese, di tunnel sotterranei a fronte dell'incapacità temporanea, da parte israeliana, di poterli individuare se non a seguito dell'invasione della Striscia di Gaza. Si tratta di una novità operativa non del tutto sconosciuta a precedenti confronti armati, ma adesso diventata centrale nelle strategie contro Israele. Una tattica che, nel prossimo futuro ed in chiave difensiva o offensiva, potrà interessare molto le vicende mediorientali. Hamas ha costruito una rete di tunnel sotto Gaza per diversi motivi. Il più ovvio e principale derivava dalla necessità di doversi difendere da un nemico che ha il controllo del cielo. Nel loro sviluppo i tunnel hanno avuto anche finalità diverse: il contrabbando con l'Egitto, lo stoccaggio di armi, la protezione dei leader, compiti operativi offensivi. Alla base di questa iniziativa di Hamas c'è stata l'assistenza tecnica e le indicazioni operative che gli Hezbollah hanno impartito al movimento palestinese e di cui sono state trovate tracce in documenti reperiti da Israele durante l'invasione della Striscia....

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 7 dicembre 2018)


«Con la retorica non si sconfigge l'antisemitismo»

Intervista a Michele Sarfatti, storico, autore della "Storia degli ebrei nell'Italia fascista del Ventesimo secolo”

Michele Sarfatti
Michele Sarfatti è uno studioso di storia contemporanea e in particolare della storia degli ebrei nell'Italia fascista del Ventesimo secolo. Dal 2002 al 2016 è stato direttore del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) di Milano e per molti anni ha insegnato «Storia della Shoah» all'Università di Milano. Ha appena ripubblicato l'edizione definitiva del suo libro Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione (Einaudi, Torino 2018).
Il professor Sarfatti ha iniziato un ciclo di conferenze in occasione dell'ottantesimo anniversario delle Leggi razziali italiane.

- Professore, quali sono i punti più importanti in discussione?
  «Uno è la radicalità della legislazione anti-ebraica del regime fascista e un altro è la rilevanza che questa legislazione ha avuto nella storia nazionale italiana».

- In che senso?
  «Le leggi anti-ebraiche della seconda metà del 1938 avevano lo scopo di espellere gli ebrei da tutte le diverse aree della vita sociale e lavorativa, compresa la scuola. L'obiettivo era costruire una società ariana e uno stato razziale».

- Ma gli ebrei in Italia non sono mai stati perseguitati con la forza?
  «Fino alla metà del 1943 gli atti di violenza antiebraica erano molto rari, ma le leggi erano dure. Prevedevano il licenziamento di tutti i dipendenti pubblici, dai professori universitari ai conducenti dei tram, l'espulsione di tutti gli ebrei dall'esercito e da tutte le istituzioni culturali. La pubblicazione di nuovi libri di autori ebrei fu vietata e quelli esistenti furono progressivamente rimossi».

- Gli ebrei italiani continuavano ad avere passaporti italiani?
  «La loro cittadinanza non è stata revocata, secondo me era perché era più semplice mandarli via se avevano una cittadinanza, in modo che potessero essere accolti da altri Paesi. Fino all'estate del 1941 nessuno aveva in mente lo sterminio della soluzione finale, nemmeno la Germania nazista».

- Quanti erano gli ebrei in Italia
  «Circa 45.000: tre quarti di loro erano italiani e un quarto stranieri».

- Quanti sono stati uccisi?
  «Hanno ucciso 300 ebrei nella penisola e 7600 sono stati deportati. Di questi 6 700 sono stati uccisi e 900 sono sopravvissuti. Molti di loro furono assassinati ad Auschwitz-Birkenau tra l'ottobre del 1943 e il gennaio del 1945. Un gran numero di deportati furono uccisi già all'arrivo. Quelli che sono stati tatuati con un numero di registrazione erano una minoranza. Tra questi c'era Primo Levi».

- Lei ha pubblicato Gli ebrei nell'Italia di Mussolini. C'erano ebrei fascisti?
  «C'erano ebrei fascisti ed ebrei antifascisti e altri che non erano né l'uno né l'altro. Tra i fascisti e gli antifascisti gli ebrei erano in percentuale maggiore rispetto agli altri italiani, perché tra gli ebrei c'è una maggior tradizione di impegno politico».

- Di che cosa ha parlato a Gerusalemme alla conferenza della Hebrew University?
  «Di come gli ebrei italiani siano stati progressivamente degradati: da soggetti della propria storia sono diventati gli oggetti di una storia decisa da altri».

- Il razzismo e l'antisemitismo sono sempre esistiti?
  «Sì. Si veda la deriva catastrofica del positivismo che alla fine del XIX secolo ha sposato la teoria della diversità tra le razze».

- Il nazismo nel 1945 sembrava essere stato messo al bando ma ora pare stia tornando in Ungheria, in Austria, in Germania e in altri Paesi.
  «Il caso peggiore è l'Ungheria. Sono preoccupato per la Polonia, l'Austria e anche per la Germania, ma lì è in minoranza. Credo che la nostra battaglia debba tendere a relegare l'antisemitismo e il razzismo a un'assoluta minoranza. Non sono sicuro che saranno mai sradicati. La nostra vita è una continua battaglia».

- Il vento sta cambiando, anche negli Stati Uniti?
  «Ci sono venti impetuosi, ma non credo che la direzione principale sia cambiata».

- Ma proprio negli Usa c'è stato recentemente l'orribile assassinio degli ebrei mentre pregavano il sabato nella sinagoga di Pittsburgh.
  «Doppiamente orribile perché fatto contro il popolo ebraico e il simbolo della sinagoga. Ma negli Stati Uniti ci sono state anche piccole brezze che stanno combattendo contro il fantasma che Trump sta cercando di far riapparire».

- E' preoccupato?
  «Siamo in una fase molto delicata e complicata, ma dentro di me alla fine ho fiducia: se ci impegniamo molto, vinceremo».

- Gli italiani e i francesi si sono mai ufficialmente scusati per le loro persecuzioni contro gli ebrei?
  «No, ma non sono particolarmente interessato alle scuse. Ci sono ancora strade intitolate a chi ha sottoscritto il manifesto della razza. E carriere di professori universitari stroncate 80 anni fa. È più interessante lavorare su questo».

- Pensa che l'istruzione sia l'arma più importante a nostra disposizione?
  «La retorica è inutile. Ciò che può servire è l'educazione silenziosa che mette la Shoah nella storia europea e non al di fuori di essa. Una educazione gentile che è pronta ad ascoltare dubbi e perplessità. Non deve imporre il ricordo dello Shoah come punto di partenza».

(La Stampa, 9 dicembre 2018 - trad. Carla Reschia)



Il nuovo Museo dell'Olocausto che assolve gli ungheresi

di Francesco Iannuzzi

 
Il nuovo Museo dell'Olocausto di Budapest
Il nuovo Museo dell'Olocausto di Budapest dovrebbe aprire nel marzo del 2019 in occasione del 75o Anniversario della deportazione degli ebrei ungheresi, ma sono molte le polemiche che precedono la sua apertura. Non ultimo il fatto che l'opera, costata 18 milioni di dollari, è pronta dal 2014.
  Israele e molte organizzazioni ebraiche contestano la decisione di minimizzare, all'interno della mostra, il ruolo dei governi ungheresi dell'epoca nella deportazione. Anche perché i rastrellamenti furono molto rapidi: dopo l'invasione da parte delle truppe tedesche nel marzo del 1944 565 mila ebrei ungheresi, nel giro di poche settimane, furono caricati sui treni blindati e portati nel campo di sterminio di Auschwitz.
  Tra i più critici su come è stato allestito il museo c'è il direttore della Biblioteca dello Yad Vashem di Gerusalemme, Robert Rozett: «C'è una forte tendenza in Ungheria oggi a presentare la deportazione degli ebrei ungheresi durante l'Olocausto come un crimine esclusivamente tedesco e, fatta eccezione per un piccolo gruppo di teppisti ungheresi, a ignorare il ruolo e la responsabilità delle autorità e della società ungherese».

 La difesa delle autorità
  Il governo Orban smentisce le accuse di aver voluto minimizzare le responsabilità del Paese e ha ricordato che stanzia 1,5 milioni di euro per combattere l'antisemitismo in Europa. Ma la battaglia del premier contro l'Università fondata a Budapest dal miliardario George Soros, ebreo di origini ungheresi, favorevole all'immigrazione, ha visto la capitale tappezzata di manifesti contro il magnate e ha fatto nascere sospetti di antisemitismo nei confronti dello stesso Orban. A questo si aggiunge il fatto che lo stesso premier ha annunciato, parlando in Parlamento, che l'apertura ufficiale del museo potrebbe slittare ancora, almeno fino a quando non cesseranno le polemiche su come è stato allestito.
  Questa «assoluzione» degli ungheresi fa seguito alla contestata legge polacca del marzo scorso che punisce con il carcere fino a tre anni chiunque parli di «campi polacchi» a proposito dei lager costruiti e gestiti dagli occupanti nazisti e anche chi attribuisca complicità a singoli polacchi nell'esecuzione della Shoah.
  In ogni caso, la Casa dei Destini, è un'opera imponente che si può vedere a più di un chilometro di distanza. Una gigantesca stella di David è sospesa tra due torri e segna l'ingresso della struttura fatta tutta in cemento e vetro.

(La Stampa, 9 dicembre 2018)


Chanukkà a Buchenwald

di Rav Scialom Bahbout

Rav Scialom Bahbout
Inverno, festa di Chanukkà 5706 (1945). Un bambino di sei - sette anni e suo fratello di nove, due tra 300 bambini scesi dalle navi, scampati dai campi di concentramento di Bergen Belsen e Buchenwald, vengono inviati nei campi di raccolta dei profughi, appena arrivati in Israele.
I due bambini discendono da una famiglia di importanti rabbini provenienti dalla Polonia. Il più piccolo poco sa della tradizione ebraica, perché all'età di due anni e mezzo era stato costretto ad abbandonare la casa del padre: non conosce i canti e le tradizioni con i quali viene ora a contatto per la prima volta.
   Ma quando arriva la festa di Chanukkà e cominciano a cantare il canto tradizionale Maoz tzur jeshu'atì, un ricordo lo assale e, rivolto al fratello maggiore, chiede: dove abbiamo già ascoltato questo canto? E il fratello gli ricorda che era stato l'anno prima, quando si trovavano ancora a Buchenwald. Sì, adesso il bambino ricorda.
   Correva l'inverno 1944. Campo di concentramento di Buchenwald, Blocco 62, dove erano internati 400 ebrei. Dopo cinque ani e mezzo di terrore non rimanevano che scheletri, quasi larve umane. Sui giacigli di legno si ammassavano per dormire fino a 14 persone una attaccata all'altra, tanto che, chi aveva il bisogno di rigirarsi nel letto, doveva svegliare tutti gli altri per potersi voltare tutti insieme.
   Alla sera vi era la distribuzione del cibo. Venivano portate due grandi pentole e due internati di turno provvedevano alla distribuzione, mentre il tedesco di guardia controllava la situazione. Ognuno riceveva 150 grammi di pane, che era la razione giornaliera, un bicchiere di acqua calda che chiamavano the e, a seconda dei giorni, riceveva una razione di margarina. 200 grammi venivano divisi in 16 parti.
   Finita la distribuzione, i due internati di turno chiedevano al controllore tedesco cosa dovevano fare coi resti e i pezzi di margarina solida che rimanevano attaccati alla pentola.
   Al che il tedesco si faceva portare la pentole. Prendeva i pezzi più grossi di margarina, quelli ancora solidi e diceva: "Adesso io li getto per aria e chi li prende sono suoi". Non mancavano davvero persone che, a causa della fame e delle molte sofferenze, avevano completamente perso il senso della propria dignità ed erano pronte a gettarsi ai piedi della guardia per raccogliere quel po' di margarina ancora disponibile. Si formava così un groviglio umano ai piedi del tedesco, che godeva alla vista di questo spettacolo.
   Nel blocco 62 c'era una persona anziana che aveva mantenuto uno sguardo e un comportamento altero: quest'uomo non mancava mai di aiutare gli altri, aveva sempre una buona parola per tutti e spesso distribuiva ad altri anche parte del cibo che sarebbe toccato a lui: aveva insomma mantenuto una dignità che non lo avrebbe mai portato a gettarsi ai piedi del tedesco per conquistarsi un pezzetto di margarina. Ma un giorno accadde inaspettatamente che, dopo la fine della distribuzione del pane, del the e della margarina, quando come era solito fare, il tedesco prese i pezzetti di margarina solida ancora rimasti, l'anziano si gettò sulla margarina e rimase disteso per terra finché non si fu assicurato che la margarina che era riuscito a raccogliere era al sicuro. Anche il vecchio aveva ceduto, era crollato di fronte a una realtà disumanizzante. Anche lui aveva venduto la propria dignità per un po' di margarina.
   Il vecchio si alzò lentamente e gli altri ebrei, mossi a pietà gli consegnano i propri pezzi di margarina. Ciò che meravigliò gli astanti fu il fatto che il vecchio li accettò.
   Poi rifugiatosi in un angolo, aspettò che il tedesco uscisse. La gente intanto aveva notato con meraviglia che teneva la margarina solida vicino al bicchiere di the caldo, così che la margarina cominciava a sciogliersi.
   Sembrò impazzito, tirava con forza i bottoni della sua vecchia divisa di internato e li strappava via. Anche lui a Buchenwald aveva ceduto alle lusinghe della pazzia, avevano convenuto gli altri internati. Con gesti convulsi prese a sfilare alcuni fili dai lembi del vestito. Il vecchio si alzò in piedi, aveva in mano i bottoni, i fili e la margarina liquida e gridò ai 400 internati del blocco 62 di Buchenwald: "Ebrei, oggi è Chanukkà!"
   Dopo cinque anni e mezzo di terrore, quel vecchio senza calendario ebraico, senza radio, senza alcun collegamento con l'esterno, era riuscito a tenere i conti, non aveva perduto la nozione del tempo ed era riuscito a stabilire la data di Chanukkà. Sapeva con precisione quando sarebbe caduto Chanukkà e in quale giorno della festa si trovavano: aspettava solo il giorno della distribuzione della margarina.
   Prese i bottoni e li mise per terra, poi prese i fili e li infilò nei bottoni, versando un po'di margarina sui bottoni. Ecco… adesso aveva tutto ciò che gli era necessario per accendere i lumi della festa di Chanukkà.
   Una persona arrotolò un pezzo di carta e, dopo essersi arrampicata sulle spalle di un altro internato, lo accese usando il fuoco della lampada a nafta che illuminava debolmente il blocco. Poi lo consegnò al vecchio che, in piedi, in mezzo ai 400 internati accese i lumi recitando le benedizioni di rito:
  1. Benedetto Tu o Signore che ci hai ordinato di accendere i lumi di Chanukkà
  2. Benedetto Tu o Signore che hai fatto miracoli ai nostri padri in quei giorni in questo tempo
  3. Benedetto Tu o Signore che ci hai mantenuto in vita fino a questo momento
Fu allora che tutti i prigionieri cominciarono a cantare dapprima a bassa voce ma poi sempre con maggior forza Maoz zur jeshu'ati. Mentre il canto dei 400 internati si faceva sempre più forte, nel blocco 62 del campo di concentramento di Buchenwald la porta di blocco viene aperta con violenza e al kapò e alla guardia tedesca delle SS che erano di guardia al blocco si presentò uno spettacolo incredibile: quattrocento internati per un momento avevano conquistato la loro libertà, come al tempo dei Maccabei: cinque anni e mezzo di terrore avevano fiaccato il cuore, ma non il loto spirito.
   Il bambino non aveva certo potuto dimenticare quel momento in cui la luce e il canto di Chanukkà avevano illuminato il Blocco 62 del campo di concentramento di Buchenwald.

 Traduzione e adattamento di Scialom Bahbout da un racconto orale, riportato in forma diversa anche in Sefer pardès chanukkà di A. P. Roszenwasser, Gerusalemme 5750, p. 329.

(Progetto Dreyfus, 9 dicembre 2018)



«Accoglietevi gli uni gli altri»

Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di avere fra voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù, affinché d'un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo ha accolto voi per la gloria di Dio. Infatti io dico che Cristo è diventato servitore dei circoncisi a dimostrazione della veracità di Dio per confermare le promesse fatte ai padri; mentre i Gentili glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: «Per questo ti celebrerò tra le nazioni e canterò lodi al tuo nome». E ancora: «Rallegratevi, o nazioni, con il suo popolo». E altrove: «Nazioni, lodate tutte il Signore; tutti i popoli lo celebrino». Di nuovo Isaia dice: «Spunterà una radice di Iesse, colui che sorgerà a governare le nazioni; in lui spereranno le nazioni». Or il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo.

Dalla lettera dell’apostolo Paolo ai Romani, cap. 15

 


Israele: scoperto un terzo tunnel di Hezbollah

L'esercito israeliano ha annunciato questo pomeriggio di aver scoperto un terzo tunnel di attacco di Hezbollah che dal Libano del sud si infiltra in territorio dello stato ebraico. Ora - ha spiegato il portavoce militare - "si trova sotto il controllo delle forze armate israeliane e non costituisce una imminente minaccia". L'esercito - che non reso noto dove il tunnel si trovi - ha anche aggiunto di aver "posto cariche esplosive nella galleria sotterranea e che l'ingresso dal lato libanese è pericoloso". "Il governo libanese - ha sottolineato - è responsabile per ogni tunnel scavato nel paese e questa è una grave violazione della Risoluzione Onu 1701 e della sovranità israeliana". Sempre questo pomeriggio l'esercito ha reso noto di aver individuato, mentre stava operando in un enclave del territorio israeliano, "tre sospetti, probabilmente attivisti Hezbollah, che sotto copertura del tempo stavano tentando di avvicinarsi all'area degli scavi".

(ANSAmed, 8 dicembre 2018)


Confagricoltura firma protocollo d'intesa con Israele

CATANZARO - «Nel 2019 Confagricoltura celebrerà i 70 anni dalla costituzione, si tratta di un avvenimento importante e per il quale è previsto un lungo elenco di iniziative». È quanto comunicano Confagricoltura Calabria e il suo presidente, Alberto Statti, per il quale «i settant'anni della nostra organizzazione di rappresentanza costituiscono il punto di arrivo di un lungo percorso che ci ha visto impegnati al fianco di quelle imprese agricole capaci di rendere il nostro sistema agroalimentare un asset determinante e strategico per i destini dell'Italia». Per Statti, «le celebrazioni costituiranno il punto di partenza per un impegno che sarà, certamente, ancora più forte, determinato ed all'insegna di quelle parole d'ordine che caratterizzano Confagricoltura. Mi riferisco all'innovazione, all'internazionalizzazione, alla capacità di quelle imprese agricole che producono cibo, tutelano l'identità, promuovono e veicolano il territorio, garantiscono reddito ed occupazione, forniscono un numero di servizi in costante crescita». Al riguardo, spiega Statti, significativa è «la firma - alla presenza del Ministro dell'Agricoltura Gian Marco Centinaio, di un protocollo d'intesa con l'Ambasciata d'Israele in Italia all'insegna della ricerca scientifica e dell'innovazione tecnologica. Confagricoltura Calabria ha partecipato con convinzione anche perché per la nostra regione i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo sono e saranno sempre di più un punto di riferimento a cui guardare in termini di mercato, competizione, tecniche produttive, strategie di crescita. Israele, in particolare, è considerata come uno dei Paesi più avanzati le tecniche introdotte nell'agricoltura, pensiamo ad esempio alla ricerca ed ai risultati ottenuti nello sfruttamento e nel razionale utilizzo delle acque per l'irrigazione, nell'allevamento, nello sviluppo e nella produzione di sementi, nell'agro-tecnologia, nell'ingegneria meccanica, nell'agricoltura di precisione. D'altro canto, conclude Statti, si tratta di un Paese che vanta un centro di ricerca applicata nel settore agricolo e delle scienze ambientali che è uno dei più rinomati al mondo».
   Il protocollo d'intesa, firmato dal Presidente Nazionale Massimiliano Giansanti e dall'Ambasciatore d'Israele Ofer Sachs, comunica Statti, «prevede di promuovere l'informazione e la formazione degli imprenditori agricoli associati a Confagricoltura sui moderni risultati della ricerca realizzata in Israele per il settore agricolo. Come federazione regionale saremo in prima linea nel valorizzare e cogliere tutte le opportunità di questo accordo perché sono molte le affinità e le difficoltà territoriali e produttive che ci avvicinano ad Israele»

(Corriere della Calabria, 8 dicembre 2018)


Team israeliani interessati a Maurizio Patti, storico manager del Calcio Catania

Maurizio Patti, storico team manager del Calcio Catania - sotto contratto dal 1996 al 2016 con tre promozioni sotto le presidenze Massimino, Gaucci e Pulvirenti - è impegnato da qualche mese sul territorio israeliano.

Maurizio Patti, storico team manager del Calcio Catania - sotto contratto dal 1996 al 2016 con 3 promozioni sotto le presidenze Massimino, Gaucci e Pulvirenti - è impegnato da qualche mese sul territorio israeliano in progetti di sviluppo e crescita legati a scuole calcio locali.
La notizia è stata pubblicata, qualche settimana fa, da uno dei maggiori magazine sportivi che ha annunciato il suo arrivo in Israele.
Si tratta di progetti in collaborazione con onlus impegnate attivamente per l'integrazione socioculturale. L'articolo specifica che vari team israeliani sono ora interessati a un suo coinvolgimento e Patti, che ha sia il titolo di direttore sportivo che quello di allenatore UEFA B , sta vagliando tutte le opportunità, concentrandosi anche sulla possibilità di incrementare gli scambi con squadre italiane e la logistica di ritiri e amichevoli.

(Catania Today, 8 dicembre 2018)


Azioni al confine, Beirut teme l'invasione israeliana

di Giordano Stabile

Unifil conferma l'esistenza dei tunnel di Hezbollah ma il Libano teme che l'operazione israeliana per distruggerli sia soltanto un pretesto per una invasione e si appella all'Onu. Il controllo dell'area di confine è affidato alla missione delle Nazioni Unite, che ha appena compiuto quarant'anni. Il suo compito è far rispettare la risoluzione 1701, approvata nel 2006 dopo la guerra "dei 33 giorni" e quindi impedire fra l'altro che la milizia Hezbollah sia attiva nella fascia cuscinetto lungo la frontiera. Il tunnel scoperto e distrutto martedì è per lo Stato ebraico "una grave violazione" e una squadra dell'Unifil, guidata dal comandante della missione, il generale italiano Stefano del Col, è andata a verificare. L'ispezione ha confermato l'esistenza del tunnel con ingresso nel villaggio di Kfar Kila. L 'Unifil a questo punto "informerà le autorità libanesi" e si impegnerà "con tutte le parti" per decidere le "azioni da intraprendere".

 I tunnel di Hezbollah
  L'obiettivo dell'Onu è disinnescare le tensioni ed evitare una guerra aperta, ma la conferma dell'esistenza del tunnel è un punto a favore di Israele, che è tornato a minacciare "azioni anche in territorio libanese" se il governo di Beirut non prenderà provvedimenti per bloccare Hezbollah. La reazione del Partito di Dio, colto in fallo, è stata finora pacata. Il leader Hassan Nasrallah ha replicato che si tratta solo di "una guerra di propaganda" da parte degli israeliani ma l'incidente sta facendo traballare gli equilibri già precari a Beirut. Da sei mesi, dopo le elezioni di maggio, il premier sunnita Saad Hariri non riesce a formare un nuovo esecutivo per le tensioni fra partiti pro-Iran e anti-Iran. Nel vuoto di potere ha preso l'iniziativa il ministero degli Esteri, in mano a Gebran Bassil, genero del presidente Michel Aoun ed esponente del fronte cristiano filoiraniano. Si è rivolto al Consiglio di Sicurezza per denunciare le "attività israeliane" al confine, "preludio di un attacco contro il Libano". Israele potrebbe così dover affrontare un battaglia al Palazzo di Vetro. La risoluzione di condanna del movimento islamista palestinese, per i lanci di razzi sulle città israeliane, è stata bocciata l'altra notte all'Assemblea generale, in quanto non ha raggiunto i due terzi dei sì. Il testo ha ottenuto 87 voti favorevoli, 57 contrari, e 33 astensioni. Anche se non è passata, ha però sottolineato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, per la prima volta "c'è stata all'Onu una maggioranza contro Hamas". Per l'ambasciatrice americana Nikki Haley è stato anche l'ultimo voto. Sarà sostituita dall'attuale portavoce della Segreteria di Stato, Heather Nauert.

(La Stampa, 8 dicembre 2018)


Telefonata tra Putin e Netanyahu su iniziativa israeliana

Il presidente russo Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, segnala l'ufficio stampa del Cremlino.
"Su iniziativa della parte israeliana, c'è stata una conversazione telefonica tra il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin e il primo ministro d'Israele Benjamin Netanyahu", si legge nel comunicato.
Secondo quanto riferito dall'ufficio stampa del Cremlino, Netanyahu ha esposto i dettagli dell'operazione condotta dalle forze armate israeliane lungo il confine tra Israele e Libano. La parte russa ha rilevato l'importanza di garantire la stabilità in questa area nel rispetto rigoroso della risoluzione ? 1701 del Consiglio di Sicurezza e con il ruolo di coordinamento delle forze temporanee delle Nazioni Unite in Libano.
Durante la conversazione Putin ha rilevato la necessità di migliorare la cooperazione russo-israeliana in ambito militare.
"In merito è stata sottolineata la rilevanza del contatto imminente tra gli esperti dei ministeri della Difesa nell'ambito della task force congiunta", si aggiunge nel comunicato.
Inoltre le parti hanno concordato di lavorare per l'organizzazione del prossimo incontro tra i leader dei due Paesi.

(Sputnik Italia, 8 dicembre 2018)



Una guida sull'ebraismo per i poliziotti

di Massimo Montebove

All'indomani della dichiarazione sull'antisemitismo, approvata il 6 dicembre dal Consiglio dell'Unione Europea, che impegna gli Stati membri, la Commissione europea e l'Europol a prendere opportune iniziative per garantire ai cittadini, alle comunità e alle istituzioni ebraiche del Vecchio Continente la necessaria sicurezza, è stata presentata a Roma la "Guida all'ebraismo per gli operatori di polizia", un interessante vademecum realizzato dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane in collaborazione con l'Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori (O.S.C.A.D.) della Direzione Centrale della Polizia Criminale, guidati dal prefetto Nicolò D'Angelo.
   Si tratta di un vademecum che ha obiettivo di fornire ai poliziotti uno strumento conoscitivo utile nei casi di intervento per reati commessi nei confronti di persone di religione ebraica o di beni a loro riconducibili. La guida, ad esempio, sottolinea l'importanza dello Shabbàt, e ricorda ai lavoratori in divisa che le situazioni e i reati che non richiedono un intervento d'emergenza non vengono denunciati finché non siano passati il sabato ebraico o festività come Rosh Hashanà (capodanno ebraico) o Yom Kippùr (giorno dell'espiazione).
   Gli agenti devono anche sapere che, durante le festività, gli ebrei osservanti non possono firmare dichiarazioni scritte, utilizzare il telefono, il computer o altri mezzi di comunicazione. Agli operatori delle forze dell'ordine viene pure ricordato che durante tutte le varie festività ebraiche le sinagoghe tendono a essere particolarmente affollate, con la conseguente necessità di implementare i servizi di prevenzione e vigilanza. Particolari prescrizioni sono fornite anche per l'ingresso di poliziotti e carabinieri in una sinagoga così come si suggerisce di mettere a disposizione di fermati e arrestati che sono ebrei osservanti pasti kashèr.
   Il vademecum, che contiene tante notizie utili e interessanti sulle tradizioni ebraiche che le forze dell'ordine devono conoscere, fornisce un elenco di contatti utili e una sintesi completa della normativa penale di specifico interesse. Questa pubblicazione ha, insomma, l'obiettivo di facilitare la conoscenza di elementi e l'interpretazione di alcuni fatti che, riferiti all'ebraismo, possono costituire segnali di crimini d'odio previsti e puniti dalla legislazione italiana. Fino ad oggi stati formati circa 11.000 operatori. Un numero destinato presto a crescere.
la Guida

(L'HuffPost, 8 dicembre 2018)



Il dramma degli ebrei italiani vittime della Libia

Nel lontano 1967 la Guerra dei Sei giorni scatena una repressione. Daniela Dawan, allora 11enne, ne è vittima con la famiglia: nel romanzo "Qual è la via del vento" rivive la tragedia.

di Riccardo Michelucci

Nel giugno 1967 la Guerra dei Sei giorni scatena una terribile ondata di violenze contro gli ebrei italiani residenti in Libia. Case e negozi bruciati, beni confiscati, sinagoghe e cimiteri profanati. Chi viene trovato in strada finisce ammazzato senza pietà. Sono giorni di terrore, rabbia e incredulità. Solo alcune settimane più tardi circa cinquantamila membri della comunità di Tripoli riescono a fuggire partendo per Roma con un ponte aereo. Gran parte di loro proseguirà alla volta di Israele o degli Stati Uniti, altri si fermeranno per sempre in Italia, cominciando una nuova vita. Daniela Dawan aveva appena dieci anni quando visse in prima persona quei tragici giorni. La sua famiglia fu costretta come tante altre a lasciare precipitosamente quello che considerava il proprio paese, aprendo un vuoto doloroso e incolmabile con il passato. Nel bel romanzo Qual è la via del vento (edizioni e/o), Dawan li evoca quei drammatici fatti che coinvolsero migliaia di ebrei italiani raccontando una vicenda in parte autobiografica. La storia - liberamente ispirata alla sua infanzia - è quella di Micol Cohen, una bambina ebrea che vive a Tripoli con il padre e la madre, Ruben e Virginia.
   Personaggi tratteggiati con garbo e senza retorica all'interno di un quadro familiare segnato dalla morte misteriosa di una sorella che Micol non ha mai conosciuto. Quando si scatena la violenza nelle strade anche i Cohen sono costretti a nascondersi nell'appartamento dei nonni materni della piccola, Ghigo e Vera Asti, in attesa di fuggire grazie all'aiuto di un amico arabo che fornirà loro i visti per l'espatrio. Due anni più tardi, nel 1969, il colpo di Stato del Colonnello Gheddafi e la cacciata di re Idris fanno perdere agli ebrei ogni residua speranza: tornare a casa è ormai impossibile. Fra i primi provvedimenti del nuovo regime c'è l'ordine di esproprio dei beni degli italiani, spariscono conti correnti, immobili, terreni, finché dell'antica comunità ebraica della Libia non resterà più alcuna traccia. La drammatica fuga della famiglia Cohen chiude la prima parte del libro, che ricostruisce accuratamente i fatti e il clima politico della Libia di quegli anni. La trama del romanzo riprende poi molti anni dopo, raccontando le conseguenze di quello sradicamento. «Ci sono due generi di uomini - scrive Dawan -, quelli che piantano più solide radici altrove e quelli che invece, anche senza averne consapevolezza, si disgregano». Ruben, il padre di Micol, appartiene alla seconda categoria e in Italia non riuscirà mai a costruirsi una nuova vita. Sarà invece Micol, ormai diventata un avvocato di successo, a tornare a Tripoli nel 2004 insieme a un gruppo di vecchi esuli ebrei.

(Avvenire, 8 dicembre 2018)


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