O Eterno, ascolta la mia preghiera,
porgi l'orecchio alle mie supplicazioni;
nella tua fedeltà e nella tua giustizia, rispondimi,
e non venire in giudizio col tuo servitore,
perché nessun vivente sarà trovato giusto nel tuo cospetto.
Salmo 143:1-2  

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Arik Einstein

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«... per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani»

Quelli che erano stati dispersi per la persecuzione avvenuta a causa di Stefano, andarono sino in Fenicia, a Cipro e ad Antiochia, annunciando la Parola solo ai Giudei, e a nessun altro. Ma alcuni di loro, che erano Ciprioti e Cirenei, giunti ad Antiochia, si misero a parlare anche ai Greci, portando il lieto messaggio del Signore Gesù. La mano del Signore era con loro; e grande fu il numero di coloro che credettero e si convertirono al Signore.
La notizia giunse alle orecchie della chiesa che era in Gerusalemme, la quale mandò Barnaba fino ad Antiochia. Quand'egli giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò, e li esortò tutti ad attenersi al Signore con cuore risoluto, perché egli era un uomo buono, pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla molto numerosa fu aggiunta al Signore.
Poi Barnaba partì verso Tarso, a cercare Saulo; e, dopo averlo trovato, lo condusse ad Antiochia. Essi parteciparono per un anno intero alle riunioni della chiesa, e istruirono un gran numero di persone; ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani.

Dal libro degli Atti, cap. 11

 


La Polonia è pronta a rivedere la legge sulla Shoah

Prima di incontrare Merkel a Berlino, il premier Matheus Morawiecki si è mostrato aperto alla possibilità di modificare la nuova norma

Varsavia, dopo scontri e polemiche sulla legge sulla Shoah, lancia un segnale di apertura: poche ore prima d'incontrare Angela Merkel a Berlino, il premier Matheus Morawiecki si è mostrato aperto alla possibilità di modificare la nuova norma, che prevede fino a tre anni di carcere, per chi attribuisca alla Polonia crimini commessi dai nazisti tedeschi.
La legge è già stata firmata dal presidente Andrejz Duda il 6 febbraio scorso, ma è stata inviata alla Corte costituzionale per una revisione. Se dovesse risultare che vada modificata, si potrà precisare la formulazione di alcuni passaggi, ha affermato il primo ministro alla radio polacca.
Di fronte alle critiche di chi sostiene che la misura potrebbe limitare la libertà di stampa e di espressione artistica, Morawiecki replica: "Non era questo il nostro intento". E che non tutti siano entusiasti dei gravi problemi diplomatici insorti con Israele, e delle critiche arrivate da mezzo mondo, lo dimostra anche il commento di una consigliera di Duda, Zofia Romaszewska, che ha liquidato l'argomento in modo secco: "Si tratta di una legge idiota e come tale probabilmente sarà cambiata".
È a Berlino poi, dove nessun giornalista osa chiedere direttamente di questo argomento, troppo sensibile in Germania, che il premier afferma fra l'altro: "Noi vogliamo che nel mondo non vi sia una cattiva impressione dei polacchi". Un principio di fondo, che ha ispirato anche la richiesta del presidente del Senato ai diplomatici in giro per il pianeta di segnalare chiunque offenda i polacchi: misura, questa sì, della quale la stampa tedesca chiede conto.
La cancelliera ha affrontato questi nodi in modo molto accorto: a proposito dell'Olocausto ha ribadito che "la Germania riconosce in modo chiaro le sue colpe e la propria responsabilità storica". E ha auspicato che i giovani tedeschi possano sempre andare numerosi ad Auschwitz a visitare il monumento alla Shoah, nel luogo che fu simbolo del genocidio ebraico.
La bilaterale con il nuovo premier del Pis, arrivato dopo il recente rimpasto, è occasione per sollecitare Varsavia anche sulla riforma della giustizia: "Intende modificare anche quella?", ha chiesto un giornalista tedesco. Sul punto Morawiecki ha replicato di essere assolutamente convinto che "alla fine l'apparato della giustizia uscirà migliorato e più efficiente" di quanto sia ora.
E ha aggiunto: "La giustizia sarà poco dipendente dalla politica, deve essere autonoma. E posso garantire che questo sia l'obiettivo finale". Si tratta del tema oggetto di una inedita procedura di sanzionamento da Bruxelles, sul quale i polacchi devono rispondere ai richiami della Commissione.
Dall'incontro con la cancelliera è emersa una volontà di scambio e confronto: "C'è un enorme potenziale nei nostri rapporti", ha detto Merkel, ma anche "molto lavoro da fare". Ci sono "punti comuni", come l'atteggiamento da tenere sulla Brexit e con la Russia, ha fatto eco il premier, e divergenze. In parte sui migranti e sulla valutazione di Nord Stream 2, il gasdotto che Morawiecki oggi è tornato ad attaccare, mettendo in guardia Berlino dall'aumento della sua dipendenza energetica dai russi.

(laRegione, 17 febbraio 2018)


Marcel Marceau: il Re del Mimo francese salvò centinaia di bambini ebrei

di Annalisa Lo Monaco

"L'arte del silenzio": così il grande mimo francese Marcel Marceau definì la sua straordinaria capacità di esprimere, senza l'ausilio della parola, la poesia della vita. Bip il Clown, il personaggio che lo ha reso famoso, era una maschera al tempo stesso comica e tragica, com'è del resto la realtà.
  Nella sua vita Marceau non si è distinto solo come attore, ma anche come coraggioso membro della Resistenza francese, durante l'occupazione nazista. Molti bambini ebrei chiusi in un orfanotrofio riuscirono a salvarsi dalla deportazione nei campi di sterminio: Marceau li condusse sani e salvi in Svizzera, grazie anche alla sua capacità di stupire con la mimica, usata per tenere buoni i piccoli.
  Marcel, il cui vero cognome era Mangel, apparteneva a una famiglia ebrea che viveva a Strasburgo, proprio vicino al confine con la Germania. A 16 anni comprese bene cosa avrebbe significato l'occupazione nazista, per sé e per la sua famiglia, che si trasferì a Limoges, nella Francia centrale.
  Marcel Mangel capì che avrebbe dovuto lottare per sopravvivere, e quando l'esercito francese capitolò davanti alle forze di invasione tedesche, decise di cambiare il cognome in Marceau, in onore di un generale della Rivoluzione Francese.
  Insieme al cugino George Loinger si unì alla Resistenza, ma non riuscì comunque a salvare il padre, che venne catturato e mandato ad Auschwitz, dove morì.
  Durante gli anni della guerra riuscì a sfuggire ai nazisti grazie a documenti falsi, cambiando spesso identità. La sua conoscenza dell'inglese e del tedesco, oltre che ovviamente del francese, lo rese adatto a diverse missioni, come tenere i collegamenti con il generale Patton, dell'esercito statunitense.
  Nel 1944, quando i nazisti volevano arrivare quanto prima alla soluzione finale, sterminando anche i bambini ebrei ormai rimasti orfani, Marceau si improvvisò eroe, e riuscì a salvarne molti.
  C'era un orfanotrofio appena fuori Parigi, che ospitava molti bambini ebrei. La loro evacuazione divenne indispensabile, perché entro breve sarebbero stati portati nei campi di sterminio nazisti. Marceau, impersonando un capo dei boy-scout, per tre volte portò via i piccoli dall'orfanotrofio, fingendo di accompagnarli a una gita in montagna. Non si sa molto di come il futuro mimo sia riuscito in quest'impresa, ma un piccolo particolare dà la misura della sua versatilità.
  Marcel, che all'epoca non era ancora il grande artista che poi diventò, era rimasto affascinato, già all'età di 5 anni, da Charlie Chaplin, soprattutto dal personaggio di Charlot, l'iconico vagabondo del cinema muto. Da bambino si divertiva a improvvisare scenette teatrali per i suoi amici, sullo stile di Charlot. Questa capacità gli tornò molto utile quando si trovò a dover tenere tranquilli molti bambini, durante un viaggio estremamente pericoloso: se fossero stati scoperti dai tedeschi nessuno di loro avrebbe avuto scampo. Marceau ideava personalmente delle pantomime che, come ha detto Phillipe Mora, il figlio di un amico e compagno d'armi di Marcel, servivano a "tenere i bambini tranquilli mentre scappavano. Non aveva nulla a che fare con lo spettacolo. Stava facendo il mimo per (salvare) la sua vita".
  Secondo George Loigner "I bambini adoravano Marcel e si sentivano al sicuro con lui. Aveva già iniziato a fare spettacoli nell'orfanotrofio, dove aveva già incontrato un mimo istruttore. Doveva sembrare che i bambini stessero semplicemente andando in vacanza in una casa vicino al confine svizzero, e Marcel li ha davvero messi a loro agio ". Geniale l'idea di tenerli in
  Arte che probabilmente gli salvò la vita quando, ormai verso la fine della guerra, si imbattè in un'unità di 30 soldati tedeschi. Usando la sua mimica finse di essere un soldato d'avanguardia di una consistente forza francese, e riuscì convincere i nazisti a ritirarsi.
  La sua prima esibizione in pubblico avvenne nel 1944 (dopo la liberazione di Parigi), davanti a tremila soldati americani, ma fu alla fine della guerra che iniziò a studiare mimo, e nel 1947 nacque il suo personaggio più famoso, Bip, il perdente per antonomasia che al tempo stesso è un simbolo di speranza, vestito con una camicia a righe e un cappello a cilindro ornato da un fiore rosso.
  Fino al 2001, quando gli è stata conferita la medaglia Raoul Wallenberg, Marceau non aveva mai parlato del suo passato nella Resistenza, perché le persone che sono tornate dai campi di concentramento non sono mai state in grado di parlarne… Mi chiamo Mangel. Sono ebreo. Forse questo, inconsciamente, ha contribuito alla mia scelta del silenzio.

(Vanilla Magazine, 17 febbraio 2018)


I santissimi peccatori

Grondano carineria e pure molestie. Dietro le ong, bande di furboni che incolpano l'occidente e Israele

Le ong inglesi hanno più dipendenti del Servizio sanitario e un budget superiore alla Difesa. La metà va in burocrazia Dalla Halo di Lady Diana alla Kids Company, alcune gloriose ong cadute in disgrazia per gli stipendi luculliani
Marie Stopes International, che pratica aborti, paga il proprio amministratore delegato con mezzo milione di sterline Più della metà delle donazioni dall'Inghilterra alla Siria è finita nelle mani dei gruppi di estremisti islamici e terroristi

di Giulio Meotti

In un occidente secolarizzato, le organizzazioni non governative sono i nuovi dèi, i santi laici del nostro tempo, i paladini della big society che ci sommergono di benevolente beneficenza e delle mirabilia offerte da questi virtuosi di professione in piena levitazione morale. Due diligence? Figuriamoci, il loro è filantrocapitalismo. Intoccabili, i nuovi santi, mica come i sacerdoti della chiesa cattolica, messi in ginocchio da inchieste di stampa e tv ed esposti al pubblico ludibrio.
   Eppure, gli ultimi mesi sono stati a dir poco infelici per le organizzazioni britanniche, le più antiche, nobili e gloriose, per storia e tradizione. Non è passata una settimana senza che una brutta notizia apparisse sui media.
   La commissione delle ong ha denunciato un ente benefico del Derbyshire - la National Hereditary Breast Cancer Helpline - dopo che era emerso che l'organizzazione aveva speso solo il tre per cento del suo budget in beneficenza nel 2014-15. Oltre 800 mila sterline erano andate in amministrazione e campagne pubblicitarie. Stanno diventando questo le ong, gli architetti del grande spettacolo dei nostri riti espiatori, la monotonia ripetuta di appelli a lenire i mali del mondo, grondano di carineria e grazie a loro possiamo vivere vicino a cataclismi lontani, tirano le fila della fantasia di redenzione in cui gli abitanti del sud del mondo sono collocati come lo sfondo su cui "i bravi ragazzi del primo mondo" possono mettere in risalto il senso di sé. Esotismo, avventure lontane, senso di colpa, è il gran bazar filantropico. La kermesse delle cause buone e giuste.
   "Molte associazioni sono mostri famelici che mettono al primo posto i propri interessi, non quelli dei bisognosi", scrive David Craig, autore di The great charity scandal. Le ong inglesi hanno più dipendenti del servizio sanitario e un budget superiore alla Difesa. E' una carità vaporosa, ammiccante, spesso spregiudicata, in cui c'è sempre tantissimo da perdere: reputazione, fiducia pubblica e donazioni. Sta affondando Oxfam, la ong inglese fra le più ricche e importanti al mondo, per una serie di scandali ad Haiti e in Africa. Usava i soldi per i terremotati per pagare festini sessuali, "orge in stile Caligola", con annesso silenzio da parte dei più alti dirigenti (stanno rotolando numerose teste dei quadri apicali di Oxfam).
   E' la stessa Oxfam che ha cacciato l'attrice di Sex and the city Kristin Davis, dopo che la diva ha fatto pubblicità all'azienda israeliana di cosmetici Ahava, e Scarlett Johansson, cacciata anche lei per aver lavorato con l'azienda israeliana Sodastream. Avrebbero prestato il proprio nome e volto per "opprimere i palestinesi". Intanto Oxfam ci metteva del suo per opprimere gli haitiani.
   Ma non è solo Oxfam. Ogni anno più di mille incidenti sulla protezione di bambini e le persone vulnerabili, come ha rivelato il regolatore del Regno Unito in seguito allo scandalo di Oxfam. Priti Patel, ex segretario internazionale per lo Sviluppo, ha accusato il settore degli aiuti di costruire una "cultura della negazione". Le cifre separate sulle molestie sessuali raccolte da associazioni di beneficenza nel 2017 hanno dimostrato che Oxfam ha registrato 87 episodi, Save The Children 31, Christian Aid due e la Croce Rossa britannica un "piccolo numero di casi" . Anche la ong del leader laburista David Miliband avrebbe messo a tacere 37 accuse di abuso sessuale, frode e accuse di corruzione. Miliband è il presidente dell'International Rescue Committee.
   Israele ne ha appena messe alla porte venti di queste organizzazioni non governative. In testa due ong britanniche, War on Want e la Palestine Solidarity Campaign, di cui Jeremy Corbyn è un patrono. Si tratta di organizzazioni che fabbricano accuse di "genocidio" e "crimini contro l'umanità" contro Israele.
   "E' considerato il settore degli angeli", dichiara Gina Miller, fondatrice di Miller Philanthropy e attivista per una maggiore trasparenza nel non profit. Alcune ong senza scopo di lucro hanno abusato del loro status di beneficenza. Nel 2013, il Cup Trust, che aveva raccolto donazioni per 176 milioni di sterline, si è rivelato essere - nelle parole del comitato per i conti pubblici di Westminster - un "veicolo per l'elusione fiscale" che ha dato solo 55 mila sterline alle cause umanitarie.
   Un altro ente di beneficenza più piccolo, il Melton Arts and Crafts Trust, è stato chiuso dopo che la Charity Commission non ha rilevato "alcuna prova di attività caritatevole". La storica Halo Trust, amatissima da Lady Diana che si faceva fotografare nei territori pieni di mine antiuomo, è stata scaricata dall'attrice Angelina Jolie che ha accusato i vertici della ong di trattenere per sé salari troppo elevati e di pagare profumatamente le consulenze. Due esperti sono stati pagati rispettivamente venticinquemila e centomila sterline per meno di due mesi di lavoro. E il capo della Halo, Guy Willoughby, prendeva 220 mila sterline all'anno.
   In ginocchio è finita la Kids Company, associazione per l'aiuto dell'infanzia, la cui fondatrice, Camila Batmanghelidjh, una signora originaria dell'Iran, spendeva cinquemila sterline al mese per affittare una casa con piscina, ma soprattutto donava 800 mila sterline a figure esterne all'associazione senza apparente motivo. Se non bastasse, c'è una inchiesta anche per abusi sessuali nella sua ong.
   Milioni di sterline di denaro pubblico destinate ad aiutare i veterani di guerra sono scomparse nel buco nero delle ong. E' lo scandalo del famoso fondo Libor da 35 milioni di sterline, istituito dall'allora cancelliere George Osborne per sostenere i veterani. Il Sunday Times ha scoperto che 933 mila sterline del fondo sono stati girati a una ong, il Warrior Program, che sottoponeva i veterani alla "terapia del tempo" e alla "programmazione neurolinguistica", tecniche descritte dagli psichiatri come pseudoscientifiche, non dimostrate e persino pericolose. Altre 414 mila sterline di denaro pubblico sono state date al Veterans Outreach Support, una ong dedita alla "terapia veterinaria craniosacrale", un'altra tecnica ritenuta a dir poco inutile dai medici.
   In Inghilterra, le organizzazioni filantropiche sono diventate un apparato famelico. Ci sono più di 195.289 organizzazioni di beneficenza registrate nel Regno Unito che raccolgono e spendono quasi 80 miliardi di sterline all'anno. Tutte assieme, le ong impiegano oltre un milione di dipendenti, in pratica più dei settori automobilistico, aerospaziale e chimico dell'Inghilterra. Gran parte delle ong più grandi e conosciute del Regno Unito sta spendendo meno della metà del proprio reddito ogni anno sulle opere di beneficenza. Lo ha rivelato un rapporto della True and Fair Foundation.
   Il rapporto "Un nido di calabroni" ha rivelato ad esempio che la British Heart Foundation ha speso in media solo il 46 per cento delle sue entrate in attività di beneficenza. Il rapporto sostiene che analizzando 1.020 organizzazioni non governative viene fuori che queste spendono la metà o meno dei loro soldi in buoni lavori. Quasi trecento ong spendono solo il dieci per cento in beneficenza e la Lloyd's Register Foundation addirittura soltanto l'uno per cento.
   Diciassette grandi organizzazioni con un bilancio annuo di cinquanta milioni di sterline o superiore spendono in media solo il 43 per cento in opere buone. Un'inchiesta del Mail on Sunday ha scoperto che i direttori di alcune ong arrivano a portare a casa pacchetti del valore di 618 mila sterline all'anno. L'Asia Foundation ha distribuito 2,25 milioni di sterline fra i suoi dieci membri più anziani (il presidente, David Arnold, ha ricevuto 387.156 sterline). Il capo di Save The Children, Helle Thorning Schmidt, ex primo ministro danese noto come "Gucci Helle" per i gusti raffinati e costosi, riceve 246.750 sterline all'anno. Marie Stopes International, la ong inglese degli aborti, paga il suo capo Simon Cooke 251.831 sterline in bonus, cui se ne aggiungono 168.924 di salario di base.
   In Inghilterra e Galles ci sono 1.939 associazioni di beneficenza attive incentrate sui bambini; 581 organizzazioni benefiche che cercano di trovare una cura per il cancro; 354 enti di beneficenza per gli uccelli; 255 enti di beneficenza per gli animali; 81 enti di beneficenza per persone con problemi di alcol e 69 enti di beneficenza che combattono la leucemia.
   Il dirigente più pagato della Croce Rossa del Regno Unito (bilancio di 228 milioni di sterline l'anno, 3.200 dipendenti) guadagna 210 mila sterline, con un incremento del 18 per cento. Greenpeace (bilancio 2011) spende due milioni e 482 mila euro per pubblicizzare e raccogliere fondi e meno di questa cifra, due milioni e 349 mila euro, per salvare animali in via di estinzione e foreste. Le sei maggiori organizzazioni di beneficenza contro la povertà hanno 142 dipendenti pagati 60 mila sterline all'anno o più e 17 con salari superiori a 100 mila sterline.
   Circa 27 mila organizzazioni di beneficenza britanniche dipendono dal governo per tre quarti o più dei loro finanziamenti. Senza denaro del governo, molte crollerebbero. Ma poi, tutto questo aiuto fa davvero bene? Su questo c'è grande dibattito. Dambisa Moyo, economista dello Zambia, ha denunciato che il primo mondo ha inviato oltre un trilione di dollari in Africa negli ultimi cinquant'anni. Lungi dal porre fine alla povertà estrema, questa favolosa somma l'ha promossa. Tra il 1970 e il 1998, quando gli aiuti per l'Africa arrivarono al loro apice, la povertà in Africa passò dall'll per cento a uno sbalorditivo 66 per cento. Ovviamente ci sono altri fattori. Ma nel suo libro "Dead Aid" (pubblicato anche in Italia con il titolo "La carità che uccide"), Moyo afferma: "L'aiuto è stato e continua a essere un disastro politico, economico e umanitario assoluto per gran parte del mondo in via di sviluppo".
   E alcune ong hanno pure finito per finanziare il terrorismo islamico in quei paesi. Alcuni dei loro soldi sono "senza dubbio" finiti a gruppi estremisti, come ha affermato William Shawcross, presidente della Charity Commission. Si è passati dai 234 casi quattro anni fa agli attuali 630. Più della metà delle donazioni umanitarie del Regno Unito in Siria attraverso piccole ong sono finite nelle mani dell'Isis e di altri gruppi islamici, secondo il think-tank anti-radicalizzazione di Londra, la Quilliam Foundation.
   La ong Fatiha-Global sulla carta si occupava di portare supporto e aiuti ai profughi siriani in fuga dalla guerra, ma in realtà dirottava i fondi per comprare armi per lo Stato islamico. La Charity Commission del Regno Unito ha anche fatto sapere che i "convogli di aiuti" in Siria sono stati sfruttati dai jihadisti britannici. L'amministratore delegato della Fatiha, Adeel Ali, è stato fotografato in Siria a braccetto con i jihadisti del Califfato. Sono gli stessi che hanno staccato la testa al volontario inglese Alan Henning, in Siria per conto delle sussidiarie della Fatiha. La carità che uccide.

(Il Foglio, 17 febbraio 2018)


Arkia apre la rotta Catania Fontanarossa-Tel Aviv Ben-Gurion

 
L'aeroporto di Catania si arricchisce di un nuovo collegamento aereo con Tel Aviv operato dalla compagnia aerea israeliana Arkia disponibile dal 28 maggio al 5 ottobre con due frequenze settimanali il lunedì e venerdì. Nel periodo di maggior traffico verrà introdotta una terza frequenza il mercoledì.
Atterra all'aeroporto di Tel Aviv-Ben-Gurion vicino alla città di Lod, 15 chilometri (9 miglia) a sud-est di Tel Aviv. Dall'aeroporto, per andare verso Gerusalemme, dovete prendere ugli autobus 945 e 947 della compagnia Egged che passano all'incirca ogni mezz'ora dalle 05:30 alle 21:00. Una delle opzioni più comode, economiche e popolari è, sicuramente, quella del Monit Sherut, un taxi collettivo che parte davanti agli Arrivi dell'aeroporto e vi porta (esattamente come un taxi) direttamente alla vostra destinazione finale.

 Cosa vedere a Gerusalemme
  La città di Gerusalemme è un luogo ricco di storia, monumenti e musei in cui convivono ebrei, musulmani e cristiani. Il Muro del Pianto è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi, poiché è il punto di raccolta per la preghiera ed è inoltre un'area protetta e sorvegliata per motivi di sicurezza.
Un luogo veramente sacro ai cristiani è la Basilica del Santo Sepolcro, attorno alla quale si sviluppa il Quartiere Cristiano. All'interno si trova la pietra sulla quale venne steso Gesù per essere preparato alla sepoltura,
La Porta di Damasco permette di accedere ad un quartiere davvero particolare ovvero quello arabo, che appare subito come un bazar in cui vi è un mix di profumi di spezie, pane ed altri aromi che si mescolano nell'aria creando un'atmosfera davvero unica.

(Catania mobilita.org, 16 febbraio 2018)


Gerusalemme, la Palestina chiede alla Santa Sede di alzare la voce

di Iacopo Scaramuzzi

CITTÀ DEL VATICANO - I ripetuti appelli del Papa e della Segreteria di Stato dopo che il presidente Donald Trump ha annunciato di voler spostare l'ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme non sono stati sufficienti «per convincere gli israeliani a non fare attacchi e pressioni sulle Chiese locali», ad esempio con la recente decisione di innalzare le tasse. E per convincere Trump «a tornare sulla propria decisione», e per questo lo Stato palestinese ritiene che «la voce cristiana» - non quella «evangelica» che sostiene l'inquilino della Casa Bianca - «debba essere ascoltata di più». Ne è convinto il ministro degli Esteri palestinese, Riyad al-Maliki, che ha incontrato giovedì il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e il monsignore, "ministro degli Esteri", Paul Richard Gallagher per sottolineare «il legame cristiano» della Città Santa e proporre alla Santa Sede di promuovere una «conferenza» con le Chiese della regione e del mondo per esprimere la loro preoccupazione per la mossa di Trump e le sue implicazioni «sulla stabilità e la pace nella regione». In questo colloquio con un gruppo di giornalisti, il responsabile della diplomazia palestinese racconta cosa è emerso nel suo incontro con i responsabili della diplomazia vaticana.
«Abbiamo richiamato la loro attenzione sulle implicazioni della decisione presa dal presidente Trump di attribuire a Gerusalemme il titolo di capitale di Israele e stabilire così un legame esclusivo con l'ebraismo, abbandonando il legame cristiano e musulmano della città e ignorando l'idea che Gerusalemme est sia capitale della Palestina. Abbiamo detto loro che questa decisione sta minando la possibilità di riprendere i negoziati, perché se Gerusalemme viene tirata fuori dal tavolo come possiamo convincere Israele a sedere al tavolo e negoziare sul futuro di Gerusalemme? Abbiamo detto loro che tale decisione sta complicando ancora di più i già complicati rapporti tra noi e gli israeliani, perché introdurre una dimensione religiosa al conflitto complica le cose, e abbiamo detto loro che è molto importante che Trump ascolti la voce cristiana della Santa Sede e dalle diverse Chiese cristiane presenti non solo in Palestina ma nella regione e nel mondo, l'interesse che i cristiani hanno per Gerusalemme, il legame che hanno con Gerusalemme, la storia che hanno a Gerusalemme, tutte cose che non dovrebbero essere cancellate dalla decisione unilaterale di Trump: dovrebbe ascoltare queste voci perché le voci cristiane che sostengono Trump sono voci evangeliche che non sono realmente cristiane. Per questo la Santa Sede a nostro avviso dovrebbe prendere l'iniziativa di portare insieme le diverse Chiese cristiane per esprimere la loro preoccupazione e ricordare al presidente Trump e agli israeliani che i cristiani hanno un interesse per Gerusalemme e un legame non solo morale ma anche storico e religioso che non può essere ignorato e cancellato. Noi come leadership palestinese rappresentiamo sia i musulmani che i cristiani, la nostra popolazione è sia cristiana che musulmana e anche samaritana, e continueremo a combattere per Gerusalemme città aperta per tutte le religioni dove possano venire e beneficiare della città e di ciò che essa rappresenta dal punto di vista religioso. Noi siamo per l'inclusività, non per l'esclusività delineata dalla decisione del presidente Trump o dal modo in cui Israele afferma che Gerusalemme è l'esclusiva capitale eterna di Israele, ignorando che sia la capitale della Palestina e cancellando totalmente i legami cristiani e musulmani della città».

- Quale è stata la risposta del cardinale Parolin e di monsignor Gallagher alle vostre richieste?
  «Hanno mostrato preoccupazione. Noi abbiamo parlato dello Status quo che deve essere protetto e preservato e rispettato da tutte le parti, la situazione di Gerusalemme non può essere imposta unilateralmente dalla decisione di Trump o dalla decisione di unificazione di Israele in violazione della legge internazionale e degli accordo di Oslo. Da parte della Santa Sede abbiamo sentito comprensione su quello che succede e sulla posizione palestinese e abbiamo visto una chiara preoccupazione per l'impatto che la decisione di Trump può avere sulla situazione della nostra regione e su come questa decisione, portando la dimensione religiosa nel conflitto, complicherà ulteriormente la situazione. Noi diciamo sempre che se mantieni il conflitto a livello politico puoi trovare soluzioni, ma quando introduci la dimensione religiosa complichi la situazione. A livello politico il conflitto è tra israeliani e palestinesi, con una dimensione religiosa sarà aperta a ogni musulmano, cristiano o ebreo del mondo, ogni musulmano in Indonesia, Malesia o Senegal sentirà che ha la responsabilità e l'obbligo di fare qualcosa per proteggere i suoi interessi religiosi, lo stesso vale per i cristiani e gli ebrei, e questo complica ulteriormente la situazione. Abbiamo sentito da parte della Santa Sede questo tipo di preoccupazione, preoccupazione su come la situazione sta deteriorando e preoccupazione perché riprendere i negoziati sta diventando più difficile. Abbiamo detto loro che Israele ha approfittato della decisione di Trump e hanno iniziato a prendere iniziative contro la presenza delle Chiese locali a Gerusalemme, cercando di rendere loro la vita difficile, imponendo tasse, congelando i conti in banca, prendendo il controllo delle loro proprietà. È una pressione tesa a forzare le Chiese locali fuori da Gerusalemme, per cercare di cambiare la città e renderla più ebraica, anziché condivisa da cristiani, ebrei e musulmani. È molto chiaro che c'è una campagna del governo e della municipalità per porre pressione sulle Chiese cristiane e forzarle a limitare la loro presenza, la loro attività sociale e i loro servizi alle comunità locali».

- Dopo la decisione di Trump il Papa e la Segreteria di Stato hanno già fatto più volte appello per Gerusalemme: cosa altro chiedete?
  «È vero, il Papa ha già parlato tre o quattro volte, la Segreteria di Stato è già intervenuta. Lo riconosciamo. La questione è: è abbastanza per prevenire un ulteriore deterioramento della situazione e dei cristiani in Terra Santa? Solo ieri le autorità israeliane hanno imposto tasse sulle Chiese locali, questo significa che stanno cercando di comprimere la presenza e i servizi della Chiese locali. È chiaro che quello che è stato detto dal Papa e dalla Segreteria di Stato non è stato sufficiente a convincere gli israeliani a non fare attacchi e pressioni sulle Chiese locali e a convincere Trump a ribaltare la propria decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele negando il legame cristiano e musulmano della città. È chiaro che la voce cristiana debba essere ascoltata di più e il presidente Trump riconosca la dimensione cristiana di Gerusalemme. Per questo abbiamo penato che fosse una conferenza organizzata dal Vaticano affinché le diverse Chiese esprimano la preoccupazione sulle implicazioni di tale decisione sulla stabilità e la pace nella regione e sulla presenza delle Chiese cristiane, specialmente a Gerusalemme, sarebbe molto importante affinché l'amministrazione israeliana e quella statunitense realizzino che ci sono interessi cristiani da riconoscere e che le Chiese cristiane non rinunceranno ai loro diritti e a al loro legame con Gerusalemme che faranno il possibile per mantenere. Vorrei poi aggiungere che i palestinesi cristiani di Gerusalemme e della Terra Santa si sentono abbandonati sotto l'enorme pressione delle autorità israeliane. Stanno attaccando le chiese, alzano le tasse, i cristiani locali sentono di essere presi di mira dalle politiche e dalle azioni israeliane. Faccio pochi esempi: c'è un piccolo villaggio a nord di Betlemme, Beit Jala, dove ci sono anche chiese e ora gli israeliani hanno deciso di confiscare il terreno a 58 famiglie cristiane; abbiamo parlato al Vaticano che ha sollevato la questione con gli americani e gli israeliani e continuano a tenere le famiglie fuori dall'area. Lo consideriamo una chiara intenzione a spingere i cristiani fuori dalle loro terre e dalla Terra Santa. A Gerusalemme est, inoltre, hanno confiscato le carte di identità delle famiglie cristiane. È chiaro che i cristiani a Gerusalemme sono presi di mira, e se non si sentono protetti dal Vaticano e dalle Chiese chi li proteggerà? Quando parliamo di legame cristiano con Gerusalemme non parliamo solo di pietre ma di persone viventi, si una storia, di persone e famiglie che erano lì dai tempi di Gesù Cristo, una presenza cristiana continua. Eliminarla per convincere tutti che Gerusalemme è esclusivamente ebrea è inaccettabile, per la Santa Sede e per l'Autorità palestinese. I cristiani palestinesi erano lì prima dei musulmani palestinesi: noi siamo fieri del legame cristiano con la Terra Santa e faremo il possibile per mantenerlo».

- Il cardinale Parolin e monsignor Gallagher come hanno risposto alla specifica richiesta di una conferenza cristiana su Gerusalemme?
  «Non ho visto alcuna obiezione all'idea che la Santa Sede guidi un'iniziativa del genere o svolga il ruolo di principale promotore. Ho avuto la sensazione quando abbiamo parlato di questa idea l'atmosfera fosse positiva: nessun rifiuto o obiezione, ho avuto l'impressione che l'idea sia stata ben ricevuta e abbiamo anche sviluppato il concetto».

- Lei ha detto che introdurre una dimensione religiosa, anziché rimanere nella dimensione politica, complica il conflitto. Ma il recente vertice dei Paesi musulmani su Gerusalemme che si è svolto a Istanbul non ha già introdotto una connotazione religiosa che può mettere a repentaglio il processo di pace?
  «Come leadership palestinese abbiamo sempre cercato di tenere fuori la dimensione religiosa fuori perché siamo preoccupati che introdurla renderebbe tutto più complicato, nonché fuori controllo. Possiamo controllare la nostra gente, non le manifestazioni a Giacarta, Kuala Lampur o Dakka, o anche nelle strade di Londra, questo è molto chiaro. Ma nel momenti in cui il presidente Trump ha detto "riconosco i 4mila anni di presenza ebraica nella città", ha introdotto la dimensione religiosa. Immediatamente i membri della Organizzazione della Cooperazione islamica, che riunisce i Paesi musulmani, hanno sentito che era loro obbligo reagire e hanno convocato un vertice straordinario a Istanbul per dimostrare che i Paesi musulmani non accetteranno questa affermazione che nega la dimensione musulmana della città. Abbiamo pensato che non potevamo fare qualcosa del genere con i Paesi cosiddetti cristiani, perché non ci sono Paesi cristiani in quanto tali: abbiamo parlato ai Paesi europei, che sono cristiani, a quelli dell'America latina, che sono prevalentemente cattolici, ed hanno espresso preoccupazione, ma sono laici e non possono parlare a nome dei cristiani. Abbiamo chiesto loro di reagire a livello politico, e abbiamo chiesto alle Chiese di questi Paesi di prendere iniziative. Per questo l'idea di organizzare una conferenza della Chiesa mondiale mostra che la dimensione cristiana non è assente, c'è ed è pronta ad impegnarsi in questa direzione».

- Qual è la posizione ufficiale palestinese sul Patriarcato ortodosso greco, criticato da alcuni gruppi palestinesi per la gestione delle proprietà?
  «All'interno della comunità palestinese alcuni sono molto critici della Chiesa ortodossa perché sui mass media sono arrivate informazioni relative al fatto che stavano vendendo proprietà palestinesi ai coloni (gli israeliani degli insediamenti, ndr) e questo ha fatto infuriare tutti palestinesi perché la proprietà è certamente controllata dalla Chiesa ma in definitiva è proprietà palestinese e la Chiesa non ha alcun diritto a venderla ai coloni. Dalla nostra prospettiva è un tradimento. Ma come Governo non possiamo controllare la reazione dei singoli individui. Quando succede un incidente, ad esempio quando hanno attaccato la macchina del patriarca, abbiamo indagato e punito i responsabili, cerchiamo di imporre legge e ordine e proteggere la Chiesa. Se c'è qualsiasi problema sappiamo come affrontarlo a livello ufficiale. Ma non puoi controllare le reazioni dei singoli individui. Adesso c'è un caso specifico relativo alla porta di Jaffa nella Città vecchia di Gerusalemme (l'ex patriarca aveva venduto la proprietà ad alcuni coloni ebraici, successivamente il Patriarcato si è opposto alla vendita avviando un contenzioso in tribunale, ndr) e siamo pronti a fornire loro qualsiasi cosa necessaria per mostrare alla corte come stanno le cose. Dobbiamo proteggere la proprietà della Chiesa e cooperare con loro per proteggere la loro proprietà. Al tempo stesso è nostro obbligo dire alla nostra gente che se ci sono problemi ci sono modi per affrontarli, stabilire cosa è vero e cosa non è vero, e gestirlo senza reagire attaccando la macchina del patriarca. Quando è successo abbiamo chiesto scusa, abbiamo aperto una indagine formale e abbiamo preso misure contro i singoli individui responsabili e siamo pronti a impiegare ulteriori misure di sicurezza perché eventi del genere non si ripetano all'interno della Palestina».

(Vatican Insider nel Mondo, 16 febbraio 2018)


Cari pacifisti, quando una flottilla contro l'occupazione di Hamas a Gaza?

di Giulio Meotti

L'11 settembre 2005, il disimpegno fu completato. E la Cnn annunciò: "La bandiera israeliana è stata ammainata su Gaza, a simboleggiare la fine di 38 anni di occupazione israeliana del territorio palestinese, due settimane prima del previsto". Terminò così l'evacuazione delle "colonie" israeliane. Da allora, salvo i quattro orribili anni in cui il caporale Gilad Shalit è stato tenuto in ostaggio da Hamas senza vedere un giorno di luce, non un solo israeliano si trova nella Striscia di Gaza. Ma da allora, "l'occupazione israeliana di Gaza", spesso sotto il termine "assedio", è diventato un mito. Ora se ne riparla, sui media di tutto il mondo, anche italiani, a causa della nuova "crisi umanitaria" a Gaza, la mancanza di luce ed elettricità.
   Hamas ha speso 120 milioni di dollari in armi e tunnel dal 2014. Avrebbe potuto costruirci 1,500 case, 24,000 letti di ospedale, 6 cliniche mediche e 3 impianti per l'acqua. L'unica elettricità che i palestinesi hanno a Gaza gliela passa Israele e l'Anp si rifiuta di pagare le bollette della luce. Anzichè i tunnel, i palestinesi avrebbero potuto scavare i pozzi per cercare l'acqua. E anziché usare l'elettricità per fabbricare i missili da lanciare su Israele, avrebbero potuto usarla per costruirci un impianto di desalinizzazione. Israele ne è leader mondiale. Sono certo che gli israeliani sarebbero felici di aiutarli.
   Ma Hamas vuole lasciare i palestinesi nella miseria per sfruttarla, mungere la comunità internazionale e usare i soldi per fare la guerra a Israele e stiparli nei conti bancari all'estero. Ci sono, infatti, tanti, troppi soldi in ballo. Prendiamo i dati al 2014, all'ultima guerra di Gaza. 94 milioni di etiopi ricevono la metà degli aiuti che vanno ai 4,2 milioni di palestinesi. E la Liberia? Sono 4,3 milioni, come i palestinesi. Ma hanno avuto soltanto 571 milioni di dollari di aiuti. E il Kenya? Sono 44 milioni e ricevono 2,7 miliardi di aiuti. Col Piano Marshall, l'America distribuì 60 miliardi di dollari (rapportato a oggi) agli europei ricostruendola dopo la Seconda guerra mondiale. Secondo la Banca Mondiale, dal 1994 a oggi i palestinesi hanno ricevuto 31 miliardi di dollari in aiuti. Soldi finiti in gran parte nei tunnel del terrore.
   La situazione per Gaza cambierà quando vedremo annunci di questo tipo: "Gaza, senza elettricità, ha emesso un mandato di cattura per i capi di Hamas che hanno dirottato miliardi di aiuti umanitari nei loro conti bancari privati". Di Khaled Meshaal, capo di Hamas per vent'anni, si stima una ricchezza personale di 2,6 miliardi di dollari nei conti nel Golfo. Il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, ha comprato una villa a Rimal, quartiere ricco di Gaza City. E il suo vice, Mousa Abu Marzouk, ha una fortuna personale. Per loro, l'elettricità non manca mai.
   Cari pacifisti e giornalisti, quando vedremo articoli di giornale, proteste di piazza e flottille contro "l'occupazione di Hamas"? Sarebbe un giorno davvero epocale.

(Progetto Dreyfus, 16 febbraio 2018)


L'insistenza di Trump sulla pace in Medio Oriente causa frizioni con Israele

NEW YORK - Il presidente Donald Trump sembra aver ricalibrato la sua linea di politica estera nei confronti di Israele, dopo aver sostenuto il primo ministro Benjamin Netanyahu in ogni occasione. È quanto riporta il quotidiano "New York Times", ricordando che, ancor prima dei recenti "guai" del premier israeliano, la Casa Bianca aveva smentito di aver discusso di annessioni di porzioni della Cisgiordania e Trump aveva espresso dubbi sulla disponibilità di Israele ad affrontare apertamente un accordo di pace. Il segretario al dipartimento di Stato Rex Tillerson ieri ad Amman ha dichiarato che il piano di pace della Casa Bianca è ad uno "stadio avanzato" e che "deciderà il presidente quando riterrà opportuno presentarlo" alle parti. La mancanza di segnali visibili e il cono di silenzio che avvolgono l'iniziativa di pace, secondo il "Nyt", hanno sollevato dubbi sull'esistenza stessa di un piano. Alcune autorità tuttavia hanno affermato che il progetto concepito dal genero del presidente, Jared Kushner e da Jason Greenblatt è dettagliato e concreto, tanto che il presidente si espone a possibili frizioni con il leader di Israele proprio per la sua determinazione a portare fino in fondo l'accordo di pace.

(Agenzia Nova, 16 febbraio 2018)


Giudici israeliani: "Dare asilo a chi fugge dall'esercito eritreo"

Una sentenza di un tribunale d'appello di Gerusalemme, resa pubblica nelle scorse ore, potrebbe cambiare lo stato della cose rispetto al delicato tema dei migranti in Israele. La decisione della Corte, che si occupa di immigrazione, sembra infatti incidere sul modo in cui sono accolte le richieste d'asilo presentate da migliaia di cittadini eritrei attualmente in Israele e potrebbe bloccare - almeno parzialmente - il piano di espulsione dei migranti deciso dal governo a partire dal Primo aprile.
   Il giudice Elad Azar, riporta il quotidiano online ynet, ha criticato l'Autorità statale che si occupa della questione migranti (Autorità per la popolazione e l'immigrazione) per non aver esaminato singolarmente le richieste di asilo provenienti da persone eritree, scegliendo invece di respingerle a priori. Azar contesta in realtà anche la posizione del ministero dell'Interno su cui si fondano i provvedimenti della citata autorità: secondo il ministero, "il semplice atto di aver evitato o disertato l'esercito eritreo non costituisce di per sé motivo per ottenere lo status di rifugiato". "L'appellante - scrive invece il tribunale di Gerusalemme - ha dimostrato con sufficiente validità come vi sia un fondato sospetto di persecuzione a causa delle opinioni politiche attribuitegli dal regime del suo paese per il fatto di aver disertato l'esercito". La Corte ha poi stabilito che venga concessa al ricorrente lo status di rifugiato entro 45 giorni. La decisione a questo punto potrebbe toccare anche migliaia di altre persone provenienti dall'Eritrea (sono 28mila in Israele) e su cui pende il provvedimento d'espulsione (contro cui sono state organizzate diverse manifestazioni): molti eritrei infatti raccontano di essere fuggiti da un regime restrittivo in cui gli uomini sono costretti a prestare servizio militare in condizioni di schiavitù. A tanti è già stata respinta la richiesta di asilo ma la sentenza della Corte di Gerusalemme potrebbe portare a una revisione della loro situazione.

(moked, 16 febbraio 2018)


La Città Santa vuol far pagare le tasse alle Chiese

Il sindaco di Gerusalemme contro edifici religiosi e delle Nazioni Unite, finora esentati.

Tensione a Gerusalemme tra le Chiese e il sindaco Nir Barkat che esige che centinaia di immobili religiosi e delle Nazioni Unite paghino le tasse comunali, da cui finora erano stati esentati. L'obiettivo del municipio, ha spiegato il giornale Israel ha-Yom, è raccogliere una cifra che dovrebbe ammontare a 650 milioni di shekel, circa 150 milioni di euro. L'iniziativa - giunta in apparenza a sorpresa per gli interessati - ha innescato la reazione dei Capi delle Chiese di Gerusalemme: "Contrasta con la posizione storica delle Chiese nella Città santa rispetto alle autorità civili nel corso dei secoli". In passato quelle autorità civili "hanno sempre riconosciuto e mostrato rispetto - hanno scritto in un documento-per il grande contributo delle Chiese cristiane, che hanno investito miliardi nella Terra santa nella costruzione di scuole, ospedali e case a beneficio degli anziani e dei bisognosi". Sta adesso al sindaco, affermano, revocare la sua decisione e confermare lo status quo.
   Una portavoce del sindaco ha assicurato che "il municipio mantiene contatti buoni e rispettosi con le Chiese della città. Continuerà a provvedere alle loro necessità e a garantire piena libertà di culto". Le esenzioni dalle tasse municipali (Arnona, in ebraico), ha precisato, resteranno sempre in vigore per i luoghi di preghiera. "Ma non possiamo esentare invece - ha aggiunto - alberghi, sale ed esercizi per il semplice fatto che sono di proprietà delle Chiese. Essi sono utilizzati per attività commerciali". Spiegazioni che non convincono i Capi delle Chiese. Nel documento - sottoscritto da una quindicina di religiosi fra cui l'amministratore apostolico del Patriarcato Latino Pierbattista Pizzaballa e il Custode di Terra Santa Francesco Patton, oltre al Patriarca greco-ortodosso Teofilo III - si avverte che la politica del sindaco "mina alla base il carattere sacro di Gerusalemme, e minaccia la capacità della Chiesa di condurre il proprio ministero in questa terra a beneficio delle sue comunità".
   Da parte sua il municipio indica già una via di uscita dalla crisi e ne addossa la responsabilità al governo israeliano il quale, afferma, ha imposto alla popolazione di Gerusalemme il fardello delle esenzioni dalle tasse municipali per quelle istituzioni. Perciò o il governo, per continuare a onorare gli impegni con le Chiese e con l'Onu, indennizzerà il municipio per i mancati proventi, oppure quelle tasse saranno effettivamente riscosse.
   Secondo il quotidiano Israel ha-Yom la vicenda rientra nelle tensioni maturate negli ultimi mesi fra il sindaco Barkat che aspira a diventare un protagonista politico, possibilmente nelle fila del Likud - e il ministro delle Finanze Moshe Kahlon, accusato dal municipio di non aver destinato a Gerusalemme fondi necessari.

(il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2018)


«...
la politica del sindaco "mina alla base il carattere sacro di Gerusalemme» dicono in coro il Patriarca Latino Pierbattista Pizzaballa insieme al Custode di Terra Santa Francesco Patton e al Patriarca greco-ortodosso Teofilo III. Dunque alla base del carattere sacro della Città Santa ci sarebbero i soldi, quelli delle tasse. Tasse che non devono essere pagate quando si tratta di edifici gestiti da preti, affinché non sia perso il carattere sacro della Santa Città. La sacralità dei preti è sempre strettamente legata ai soldi. Si veda l’articolo che segue. M.C.


Cara Chiesa, quanto ci costi!

di Federico Tulli

La cifra più nota che la Chiesa incassa dai contribuenti italiani ogni anno è senza dubbio il miliardo di euro determinato dal meccanismo dell'otto per mille ideato nel 1984 da Giulio Tremonti ed entrato in vigore con il Concordato bis del 18 febbraio 1984. Ma le voci in uscita (dalle nostre tasche) e in entrata nelle casse vaticane sono numerose, molto più di quanto si tende a pensare. E l'otto per mille non è nemmeno quella più rilevante, Da alcuni anni la Uaar-Unione degli atei e degli agnostici razionalisti ha iniziato a censirle aggiornando la stima elaborata su un sito internet che vi invitiamo a consultare. Secondo l'ultimo rilevamento nel 2017 la somma complessiva si è aggirata intorno ai 6,5 miliardi di euro. Questa sorta di mini finanziaria serve a soddisfare ogni sorta di necessità ecclesiastica, come si può vedere dalle tabelle pubblicate in questo servizio. Si va dal miliardo e 200mln erogati dallo Stato per gli stipendi degli insegnanti di religione nella scuola pubblica, agli 800 milioni per le convenzioni su scuole private e sanità "ecclesiastica", alle diverse centinaia di milioni con cui lo Stato e gli enti locali finanziano i "grandi eventi" ecclesiastici. E poi ci sono i circa 600 milioni di euro per le mancate entrate derivanti dalle esenzioni Imu (Ici, Tares, Tasi), altri 400 mln tra riduzioni Ires e Irap ed esenzione Iva ed esenzioni doganali, il restauro e la manutenzione degli edifici di culto (200mln) e così via.

(Left, 16 febbraio 2017)


Un'altra dittatura araba. Il bavaglio di Abu Mazen silenzia media e social

Chi critica l'Autorità palestinese rischia multe e galera. Ma uccidere israeliani resta «eroismo». Dopo l'ultimo arresto i professionisti dell'informazione lanciano la campagna per la libertà

di Lorenza Formicola

Da qualche settimana i giornalisti palestinesi hanno deciso di ricominciare la loro campagna contro l'aggressione dell' Autorità palestinese alla libertà di espressione. Complice l'ultima vittima, Tareq Abu Zeid. Un giornalista accusato di «incitamento» e di «mettere in pericolo la sicurezza dello Stato della Palestina».
  Lo scorso giugno Abu Mazen - presidente dell'Autorità palestinese (Ap) - ha firmato una strana legge sulla criminalità informatica palestinese. Una nuova legge nata dal tentativo di mettere a tacere e intimidire giornalisti e oppositori politici dell'Ap e del suo presidente.
  All'articolo 4 del testo di legge che non ha neanche un anno si può leggere:
  1. Qualsiasi persona che abbia violato intenzionalmente e illegittimamente un sistema o una rete elettronica, che abbia abusato di qualsiasi tecnologia informatica o anche di una parte di essa, o che abbia violato l'accesso autorizzato, è passibile di pena detentiva, una multa dai duecento ai mille dinari giordani o una combinazione tra le due sanzioni.
  2. Se l'atto specificato nel paragrafo (1) di questo articolo è commesso contro qualsiasi dichiarazione ufficiale del governo, il colpevole sarà punito con la reclusione per un periodo di almeno sei mesi, o con una multa non inferiore a duecento dinari giordani.
Continuando, nel medesimo articolo della legge si può leggere che se l' «abuso» riguarda le informazioni del governo, la sentenza prevede «un minimo di cinque anni di lavoro forzato temporaneo e occorrerà pagare una multa non inferiore a 5mila dinari giordani ... », L'articolo 20 poi recita:
  1. Chiunque crei o gestisca un sito web che mira a pubblicare notizie che mettano in pericolo l'integrità dello stato palestinese, l'ordine pubblico o la sicurezza interna o esterna dello Stato, sarà punito con la reclusione per un periodo di almeno un anno o con una multa di non meno di mille dinari giordani e non più di cinquemila dinari giordani o da una combinazione di entrambe le pene.
  2. Qualsiasi persona che propaga il tipo di notizie di cui sopra con qualsiasi mezzo, compresa la trasmissione o la pubblicazione, deve essere condannata a un massimo di un anno di carcere o costretta a pagare una multa non inferiore a duecento dinari giordani e non oltre mille dinari giordani o essere sottoposti a entrambe le pene.
La nuova legge, che mina la libertà d'espressione, la libertà di pensiero e i diritti umani ha già mietuto le sue vittime.
  Una decina di giorni fa, la corte di un magistrato palestinese a Nablus - la più grande città palestinese della Cisgiordania - ha deciso di deferire il caso di Abu Zeid al Tribunale penale generale dell'Autorità palestinese. Abu Zeid è stato arrestato nell' agosto del 2017, ed è rimasto in carcere per quindici giorni, perché avrebbe criticato su Facebook l'Ap. Se sarà condannato, è probabile che non gli verrà fatto alcuno sconto né per la multa né per l'anno di galera.
  Prima di lui, altri quattro giornalisti palestinesi sono stati arrestati dall'Ap, colpevoli di «crimini» simili. Ma anche per loro il destino è ancora incerto: non si sa quando saranno processati. Mamdouh Hamamreh, Kutaiba Qassem, Amer Abu Arafeh e Ahmed Halaikah vivono da mesi ormai i loro giorni da incubo, e non sono i soli. Recentemente sono diversi i giornalisti e tanti gli utenti di Facebook che sono stati convocati per gli interrogatori perché «sovversivi». Troppe parole fuori posto. E quindi tante spade di Damocle a pendere sulle loro teste, in un destino che vede professioni e vite - chi porterà il pane a casa se questi padri di famiglia finiranno in gattabuia? - messe a repentaglio.
  Intanto si azzardano piccole manifestazioni, dal mondo del giornalismo fino alle aule di tribunale: pare che gli avvocati palestinesi abbiano deciso di boicottare la corte specializzata in reati gravi commessi contro la sicurezza dello «Stato della Palestina». Ma figuriamoci se qualche striscione potrà mai suggestionare l'Autorità palestinese.
  Le vaghe definizioni di ciò che costituisce un reato punibile, l'estensione della pena a qualsiasi individuo che assiste o concorda con ciò che il decreto considera un crimine e i chiari attacchi a dissidenti, giornalisti e divulgatori disegnano il profilo sempre più autoritario, che gode di un supporto «legale» utile a reprimere efficacemente qualsiasi forma di dissenso.
  Eppure la nuova forma di repressione messa a punto dall'Autorità Palestinese non può sorprendere. La repressione, e in particolare la repressione della libertà di espressione, è peculiarità della leadership palestinese sin dalla sua fondazione. È dal 1994 che, dapprima con Arafat, e poi con Abu Mazen, l'Ap ha dimostrato di avere tutte le caratteristiche tipiche di una dittatura araba: colpire con ostentata indifferenza la stampa e gli oppositori politici. L'Ap non può tollerale quello che definisce come «incitamento», ovvero la critica ad Abu Mazen e alla sua politica. Ma c'è un «incitamento» che invece tollera, e pure con un certo entusiasmo, quello diretto da sempre contro Israele e gli Stati Uniti. L'uno è ricompensato con la repressione; l'altro con la gloria.
  D'altronde, la soppressione della libertà di espressione è solo il corollario perfetto dell' odio per Israele e della violenza come parte del Dna di parte della comunità palestinese.
  Quando un rabbino è stato ucciso, all'inizio di gennaio, a colpi di arma da fuoco, vicino a Nablus, i palestinesi hanno accolto con estremo piacere la notizia. Una morte che rientra in quelle operazioni militari considerate «eroiche», perché contro l'occupazione israeliana, e inserite nel rilancio della rivolta contro Gerusalemme capitale. La vittima, infatti, era perfetta: un ebreo, rabbino, padre di sei figli. E l'attacco eroico e motivo di orgoglio non è stato condannato dall'Autorità palestinese e dal suo leader, perché semplicemente rientra nel perverso meccanismo d'incitamento all'odio anti-israeliano.

(Giornale Controcorrente, 16 febbraio 2018)


Ma qual è l'obiettivo degli arabi palestinesi?

Continuare a urlare che si spalancheranno le porte dell'inferno può essere gratificante, ma non porta a nessun risultato concreto

Gli arabi palestinesi devono decidere qual è il loro obiettivo. Gli slogan non serviranno allo scopo. Sembra che aspirino più a ottenere soddisfazione emotiva che risultati concreti. Ad esempio, assicurarsi un gran numero di risoluzioni delle Nazioni Unite che condannano Israele o esaltano la loro causa nazionale, e minacciare fino alla nausea di trascinare Israele e israeliani davanti a tribunali internazionali, sono cose che non hanno nessun effetto positivo sulle condizioni degli arabi palestinesi. E urlare a gran voce che si spalancheranno le porte dell'inferno ogni volta che qualcuno fa qualcosa che contrasta con la loro narrativa aggiunge forse una dimensione poetica (o patetica) alla loro causa, ma nient'altro. Imporre pre-condizioni per qualsiasi negoziato con Israele, e abbandonare i negoziati ogni volta che conviene, non ha migliorato granché la posizione negoziale degli arabi palestinesi rispetto a Israele....

(israele.net, 16 febbraio 2018)


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