I savi saranno confusi, sconcertati e presi al laccio.
Ecco, essi hanno rigettato la parola dell'Eterno,
quale sapienza potrebbero avere?
Geremia 8:9  

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Predicazioni
Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Filippesi 3:17-21
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Romani 12:1-2
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio e a Mammona. Perciò vi dico: Non siate ansiosi per la vita vostra di quello che mangerete o di quello che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non siete voi assai più di loro? E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito? E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio riveste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede? Non siate dunque ansiosi dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo? Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

Matteo 6:24-34

Marcello Cicchese
dicembre 2015


Gantz: «Dal Libano voci positive»

Incontrando i militari impegnati un un'esercitazione nel nord di Israele, vicino al confine con il Libano, Benny Gantz, ministro della Difesa israeliano e futuro premier del governo a rotazione, ha detto di aver sentito «voci positive», che parlano di «pace» e di «relazioni» con il Paese dei Cedri, con cui sono in corso valutazioni congiunte sul confine marittimo. «La popolazione libanese deve sapere che è Hezbollah il suo problema, non Israele», ha sottolineato il leader centrista.

(Avvenire, 28 ottobre 2020)


Gilad Erdan rimprovera l’Onu per il suo silenzio sulla normalizzazione con i paesi arabi

Gilad Erdan, ambasciatore di Israele all'Onu
Durante una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione in Medio Oriente, l'ambasciatore israeliano Gilad Erdan ha rimproverato l'Onu per la sua "muta reazione" ai recenti accordi di normalizzazione fra lo stato ebraico e i paesi arabi Emirati, Bahrein e Sudan e per la sua "evidente sottovalutazione di fattori che mettono a rischio la stabilita' e la sicurezza della regione". "Vediamo una stridente dissonanza tra cio' su cui questo Consiglio decide di concentrarsi e cio' che sta realmente accadendo in Medio Oriente" ha detto Erdan, esortando il Consiglio di Sicurezza a "sbarazzarsi dei vecchi paradigmi e affrontare la nuova realta' della regione". Dal canto suo, il coordinatore speciale Onu per il Medio Oriente Nickolay Mladenov ha fatto appello alla dirigenza palestinese "affinche' riprenda il coordinamento con Israele" e accetti le entrate fiscali che Israele e' pronto a trasferirle: "denaro del popolo palestinese che non puo' essere sostituito dai finanziamenti dei donatori".
"La vitalita' dell'Autorita' Palestinese - ha detto Mladenov - e' gravemente minata da una crisi economica e fiscale che e' esacerbata dalla decisione palestinese di porre fine al coordinamento civile e di sicurezza con Israele".

(Shalom, 28 ottobre 2020)


Finalmente in Israele arriveranno le bombe anti-bunker?

La consegna delle nuove bombe anti-bunker sarebbe la condizione posta da Netanyahu per acconsentire alla vendita di F-35 agli Emirati Arabi Uniti

di Franco Londei

Bombe anti-bunker in Israele per spazzare via i siti nucleari iraniani costruiti in profondità sotto terra? Finalmente sembra la volta buona.
   Questa settimana il Congresso americano prenderà in considerazione una proposta bipartisan che permetterà agli Stati Uniti di vendere a Israele le tanto agognate bombe anti-bunker.
   Sono anni che Gerusalemme chiede che Washington le venda le enormi bombe anti-bunker e sembra che questa volta non ci saranno ostacoli.
   Il tutto rientrerebbe nelle condizioni poste da Netanyahu per la vendita di caccia F-35 agli Emirati Arabi Uniti e in qualche modo ristabilirebbe o addirittura potenzierebbe il QME (Qualitative Military Edge), ovvero la superiorità militare israeliana nella regione.
   Secondo i promotori della legge bipartisan, la vendita di ordigni MOP (Massive Ordnance Penetrator) a Israele rafforzerà la sicurezza di tutti e due i paesi in quanto impedirebbe all'Iran di dotarsi di armi nucleari.
   Già in passato Israele chiese di ottenere ordigni MOP ma l'allora Presidente, Barack Obama, si rifiutò di consegnare tali ordigni a Gerusalemme per il timore di un attacco all'Iran.
   Per inciso, l'operazione non sarà affatto facile. La legge americana vieta la vendita di tali ordigni, divieto che verrebbe rimosso dalla nuova legge che però, nonostante sia bipartisan, potrebbe incontrare la resistenza di diversi rappresentanti democratici.
   Per di più gli Stati Uniti dovrebbero vendere a Israele un aereo in grado di trasportare l'enorme ordigno, cosa resa impossibile dal trattato New Start firmato con la Russianel 2010 che scade però il prossimo gennaio.
   In realtà Israele sarebbe già in possesso di un tipo di ordigno anti-bunker più leggero, il GBU-28, venduto segretamente nel 2009, ma si ritiene che tale ordigno non sia in grado di penetrare la corazza di cemento armato che protegge l'impianto di Fordo.
   Le nuove bombe sarebbero invece micidiali. Il sistema prevede un "lavoro di coppia" con un primo ordigno che penetra in profondità qualsiasi bunker e un secondo ordigno che lo segue e che distrugge tutto con un potenza mai vista prima in un ordigno non nucleare.

(Rights Reporter, 28 ottobre 2020)


CoVid-19: Israele ha il vaccino cinese grazie al Mossad

La Tv israeliana ha riportato che il Mossad (l'agenzia d'intelligence esterna), avrebbe assicurato al Paese un vaccino contro il CoVid-19 prodotto in Cina. La notizia è giunta a seguito dell'annuncio del governo di questo fine settimana che stava intensificando gli sforzi diplomatici per acquisire il miglior vaccino contro il coronavirus.
   Secondo il quotidiano The Jerusalem Post, un alto funzionario del ministero della Salute israeliana "che è a conoscenza della problematica" ha detto che il Paese sta finalizzando accordi con sviluppatori di diversi paesi per l'acquisto di vaccini contro il coronavirus. Lunedì la televisione israeliana Channel 12 ha detto che "più fonti" hanno confermato che il Mossad si era assicurato il vaccino cinese e che "lo aveva portato in Israele" per farlo studiare dagli scienziati.
   Non è chiaro il motivo per cui il Mossad, la principale agenzia di intelligence esterna di Israele, sia stata coinvolta nell'acquisizione del vaccino contro il coronavirus. Il rapporto portato alla luce da parte dei media rivela che il Ministero degli Affari Esteri israeliano, così come il Ministero della Salute, non sono stati mai coinvolti nello sforzo di acquisire il vaccino di fabbricazione cinese. Non è la prima volta che il Mossad si sia occupato dell'emergenza CoViD-19. Come riportato da intelNews, il direttore del Mossad Yossi Cohen è stato anche a capo di un comitato nazionale per il CoVid-19, per garantire al Paese la fornitura di medicinali e forniture protettive.
   La notizia comunque è stata tenuta riservata il più possibile secondo una precisa strategia: il Mossad avrebbe acquistato il vaccino dalla Cina in segreto, perché Israele non voleva offendere gli Stati Uniti in un momento in cui le tensioni tra Washington e Pechino stanno subendo un'escalation.
   Il Ministero degli Affari Esteri israeliano e il Ministero della Salute hanno chiesto chiarimenti all'ufficio del Primo Ministro sul ruolo del Mossad nell'acquisizione di un vaccino contro il COVID-19. Il portavoce ha rifiutato di commentare la vicenda.

(PRP Channel, 28 ottobre 2020)


I convertiti, i costretti, i marrani: una mostra sugli ebrei in fuga dalla Spagna

La mostra al museo di via Valdonica a Bologna

La lunga storia degli ebrei nella Penisola Iberica (Sefarad), dai primi anni dell'Impero romano, passando per il Medioevo e la fiorente Età d'Oro che vide un notevole sviluppo della cultura ebraica in Spagna. Fino al dramma dell'espulsione, delle fughe e delle conversioni forzate. A raccontarla una mostra, «Hidden Identities. Identità nascoste. Sulle orme dei cripto giudei», che si inaugura oggi alle 18 al Museo Ebraico di via Valdonica 1/5 con anche diretta streaming su museoebraicobo.it. Oltre ad alcuni focus sulla presenza della cultura sefardita in Emilia-Romagna, sono esposti manoscritti e testi ebraici sefarditi, provenienti dalla Biblioteca Universitaria di Bologna e dalla Biblioteca di Imola. In particolare, la preziosa Bibbia ebraica miniata di Imola prodotta a Toledo nel 1480, portata in Italia da un profugo sefardita, e la Bibla en lengua Española nell'edizione del 1553 di Duarte Pinel, converso portoghese che si rifugiò a Ferrara.s. II percorso espositivo getta luce sull'affascinante e complessa vicenda dei cripto-giudei, dei conversos (i convertiti), degli anusim (i costretti), dei nuovi cristiani e dei marrani. In pubblico cristiani ma segretamente, nell'intimità delle loro case, praticanti il giudaismo.

(Corriere di Bologna, 28 ottobre 2020)



Rinviato il Convegno per il centenario della "Dichiarazione di Sanremo"

Comunicato Stampa congiunto EDIPI e Gruppo Sionistico Piemontese.

Esattamente fra un mese, per l'appunto il 28 (a cura di EDIPI) e 29 novembre (a cura di EDIPI e del Gruppo Sionistico Piemontese), si sarebbe dovuto tenere a Torino il convegno, inizialmente previsto per il 24 e 25 aprile, per ricordare il centenario della "Dichiarazione di Sanremo".

Purtroppo anche la decisione di spostare l'incontro a novembre, in una data pur sempre significativa per lo Stato di Israele (la risoluzione ONU del 29 novembre 1947), si è dimostrata inutile a casa del nuovo aggravamento della situazione sanitaria. Per questa ragione gli organizzatori Emanuel Segre Amar e Ivan Basana hanno deciso di sospendere l'edizione 2020 in occasione del centenario, prospettando la riorganizzazione per la primavera 2021.

Un ringraziamento particolare va a tutti i relatori che avevano aderito con entusiasmo sottoscrivendo la loro partecipazione. Li indichiamo nell'ordine di intervento previsto nelle due giornate:
Prof. Marcello Cicchese, sen. Lucio Malan, dr.Federico Steinhaus, dr. Mark Surey, past. Bruno Ciccarelli, prof. Ugo Volli, proff.essa Nicla Costantino, dr. Alex Kern, prof. Enrico Fubini, past. Corrado Maggia, prof. Claudio Vercelli, dr. David Elber, avv. Vincenzo Napoli e Rav Alberto Shomek.

(EDIPI e Gruppo Sionistico Piemontese, 28 ottobre 2020)



Luci accese contro il buio nella notte del 9 novembre, anniversario della Notte dei Cristalli

di Ilaria Ester Ramazzotti

Una campagna internazionale per lanciare messaggi di unità e speranza in occasione dell'82° anniversario della Notte dei cristalli. Con questo intento March of the Living, organizzazione educativa che si occupa di portare studenti a visitare i luoghi dei lager nazisti, promuove per il prossimo 9 novembre la campagna Let There Be Light. L'invito, rivolto a cittadini, enti e luoghi di culto, è di tenere le luci accese durante la notte per commemorare la Kristallnacht del 9 novembre 1938, quando i nazisti attaccarono e incendiarono sinagoghe, proprietà e luoghi ebraici Germania, Austria e Cecoslovacchia. "Insieme uniremo il mondo contro antisemitismo, razzismo, intolleranza e odio facendo brillare la luce sull'oscurità dell'odio", si legge sul sito web della campagna, dove all'indirizzo web https://kristallnacht.motl.org/ si potrà anche scrivere messaggi di condivisione.
   Alcuni dei messaggi di riflessione, preghiera o commemorazione verranno proiettati sui muri della Città Vecchia di Gerusalemme. Il progetto viene realizzato in collaborazione con il Miller Center for Community Protection & Resilience della Rutgers University e la Comunità Ebraica di Francoforte. Anche la sinagoga principale della città sul Meno, una delle poche che non furono distrutte durante la Notte dei Cristalli, verrà illuminata.
   I presidenti di March of the Living Phyllis Greenberg Heideman e Shmuel Rosenman hanno a proposito dichiarato: "Dobbiamo usare le nostre voci per dire al mondo che gli attacchi contro ebrei e non ebrei, sia sulla base della razza religiosa, il colore o il credo sono imperdonabili. Nei giorni in cui sinagoghe e luoghi santi di varie religioni vengono attaccati regolarmente in tutto il mondo, è nostro dovere parlare ad alta voce e chiaramente".
   Salomon Korn, a capo della Comunità Ebraica di Francoforte, come riporta il Jerusalem Post, ha affermato: "L'antisemitismo e il razzismo minacciano la nostra società nel suo insieme e mettono in pericolo i nostri valori e la nostra democrazia. Insieme vogliamo inviare un segnale contro l'aumento dell'antisemitismo e dell'incitamento all'odio in tutto il mondo. Vogliamo sensibilizzare contro la crescente discriminazione e intolleranza e portare la luce dell'umanità in questi tempi difficili".
   John Farmer, Direttore dell'Eagleton Institute of Politics, al Miller Center, ha spiegato: "La Notte dei Cristalli segnò una svolta fondamentale nel movimento storico dall'antisemitismo basato sulla cultura del genocidio approvato dallo Stato. Il 9 novembre 1938 la propaganda antisemita a cui era stata sottoposta per anni la popolazione ebraica si trasformò in aperta violenza, sanzionata dallo Stato. Commemorare quel giorno oscuro della storia umana è particolarmente significativo oggi, poiché l'odio che è aumentato sui social media ha iniziato a sfociare in violenza contro gli ebrei e le altre fedi. È imperativo che tale oscurità sia confutata dalla luce: la luce che brillerà sui luoghi di culto di tutto il mondo, la luce della verità che svergogna tutte le forme di odio".

 La Kristallnacht e i pogrom del 1938
  Nei pogrom del novembre 1938, per mano di ufficiali del Partito Nazista, delle SA (Sturmabteilungen), della Gioventù hitleriana, di nazisti, furono distrutte più di mille e 400 sinagoghe oltre a migliaia di negozi e di case private, cimiteri e i luoghi di aggregazione delle comunità ebraiche. Il numero degli ebrei uccisi, secondo valutazioni storiche varia fra i 1.300 e i 1.500 calcolando anche i 400 che morirono in episodi di violenza nei giorni successivi. Circa 700 furono invece gli arrestati e deportati. Per le violenze e le distruzioni che vi furono perpetrate, la Notte dei cristalli è una tappa fondamentale, un punto di non ritorno nello svolgersi degli eventi che nel giro di pochi anni porteranno allo sterminio della popolazione ebraica nei territori del Terzo Reich nel corso della Shoah.

(Bet Magazine Mosaico, 27 ottobre 2020)


Gas, geopolitica, difesa: il menù del trilaterale Grecia-Israele-Cipro

Una nuova e rinnovata alleanza, stabile e duratura, per affrontare i tre temi strategici dell'area euromediterranea, gas, geopolitica e difesa. Così Grecia, Israele e Cipro marciano unite (anche contro le provocazioni turche).

di Giorgio Fthia

Il vertice trilaterale tra i tre paesi in programma oggi, prosegue nella scia avviata in occasione del progetto Eastmed, il gasdotto che corre da Israele conducendo il gas sino al Salento. Ieri sera il ministro degli Esteri greco Nikos Dendias ha incontrato privatamente il suo omologo israeliano Gabi Ashkenazi, con l'attenzione dedicata agli sviluppi nel Mediterraneo orientale, nel Medio Oriente e nelle relazioni UE-Israele. Oggi il vertice ha previsto l'incontro di Dendias con il cipriota Christodoulidis e l'israeliano Ashkenazi, per discutere di economia, energia e geopolitica.
Spazio anche (ma soprattutto) alle provocazioni turche nell'Egeo e nel Mediterraneo orientale, dove le nuove accuse di Erdogan contro l'Europa e Macron hanno trovato una risposta corposa da parte degli stati membri. Forse anche per questo lo Stato maggiore turco ha comunicato che le esercitazioni militari nell'Egeo annunciate da Ankara il 27 e 28 ottobre sono state cancellate.

(Mondo Greco, 27 ottobre 2020)


L'innovazione di Israele e i droni per il Mediterraneo

Le operazioni di controllo avverranno con dei droni nel Mediterraneo, dopo i primi test positivi effettuati sull'isola greca di Creta.

L'innovazione tecnologica israeliana torna a riscuotere attenzione internazionale. Israele è riuscita ad ottenere un importante finanziamento per potenziare azioni di monitoraggio, controllo e sicurezza nel Mediterraneo, garantendo ulteriore sicurezza ai confini dell'Europa. Le operazioni di controllo avverranno attraverso dei droni che circoleranno nel Mediterraneo dal prossimo anno, dopo i primi test positivi effettuati sull'isola greca di Creta. Tale prospettiva nasce dalla collaborazione di Airbus, l'organizzazione aerospaziale comune della difesa europea, con l'Israel Aerospace Industries (IAI) per gestire i sistemi aerei a pilotaggio remoto, a media altitudine e a lunga durata (RPAS), ben noti al grande pubblico come droni, per "i servizi di sorveglianza marittima aerea".
   Airbus e due compagnie israeliane legate all'IAI riceveranno 100 milioni di euro per far avviare droni senza pilota e per avvistare rifugiati e migranti che tentano di attraversare il Mar Mediterraneo verso il continente europeo, così come stabilito dai contratti con l'UE. I droni saranno ubicati in Grecia, Italia e Malta. Le società forniranno l'attrezzatura e gli operatori umani per il controllo da remoto dei droni, tramite collegamenti radio e satellitari.
   Inoltre, per contrastare le inutili polemiche da parte di alcuni paesi dagli interessi politici demagogici che guardano ad Israele come ad un problema perenne, si pensi alle infondate accuse armene nel conflitto del Nagorno, lo IAI ha dichiarato che il drone progettato, denominato Heron, può volare per oltre 24 ore senza sosta e può raggiungere fino a 1.000 miglia dalla sua base ad un'altitudine di oltre 35.000 piedi, ma non può essere utilizzato per trasportare o contenere armi. Tale drone è già stato utilizzato dalle forze armate israeliane e tedesche ma Airbus ha ribadito che codesto modello non è in grado di trasportare armamenti e sarà riconoscibilissimo in quanto dipinto di bianco e con l'etichetta recante la scritta "Frontex". Airbus e IAI hanno dichiarato di sperare che tale tipologia di contratto apra la porta all'uso dei droni in contesti civili fondamentali.
   Notizie importanti anche per l'Italia. D'altronde ricordiamo che l'ENEL, la multinazionale italiana dell'energia, utilizzerà droni di produzione israeliana dual use per sorvegliare le proprie linee elettriche. I manager dell'holding hanno sottoscritto un contratto con la società Gadfin Ltd. di Rehovot, una città che dista una ventina di chilometri da Tel Aviv, per lo "sviluppo di soluzioni innovative" attraverso l'utilizzo di velivoli a pilotaggio remoto VTOL (Vertical Take-Off and Landing), a decollo ed atterraggio verticale. Il programma di collaborazione tra ENEL e l'azienda israeliana verrà realizzato all'interno di InfraLab, il laboratorio innovativo costituito nel luglio 2018 ad Haifa, nel nord di Israele, dalla stessa multinazionale dell'energia e da Shikun & Binui, il colosso israeliano delle costruzioni d'infrastrutture civili e militari. Proprio quest'ultima società si è aggiudicata qualche mese fa il contratto dal valore di 250 milioni di euro per la realizzazione della nuova Accademia Militare dell'Esercito israeliano a Be'er Sheva, la città capoluogo del Negev, nel sud del paese. L'infrastruttura verrà costruita su un'area di 250 ettari e ospiterà circa 12.000 soldati, di cui circa 5.000 permanenti a partire dal 2026, data prevista per la conclusione dei lavori. Inoltre, il laboratorio di ricerca e sviluppo in ambito fintech e cybersecurity dei pagamenti realizzato in joint venture da Enel X, la linea di business dedicata alle soluzioni energetiche avanzate del Gruppo italiano, e la multinazionale dei servizi finanziari Mastercard, è stato cofinanziato dall'Autorità per l'innovazione israeliana (IIA) nell'ambito dell'Innovation Labs Program, in coordinamento con il Ministero delle Finanze e il National Cyber Directorate israeliani.
   Elementi della contemporaneità che pongono nuovamente Israele al centro dell'attenzione internazionale per quanto riguarda la crescita delle capacità della tecnologia, lo sviluppo dell'innovazione, la ricerca civile sull'utilizzo droni e la cyber security.

(Imprese nel sud, 27 ottobre 2020)


Domani nuovo round di negoziati tra Israele e Libano

Colloqui a Capo Naqura mediati dall’ambasciatore Usa

BEIRUT - Riprendono domani i negoziati tra Israele e Libano mediati dagli Stati Uniti per la definizione delle frontiere marittime tra i due Paesi. Una questione che è legata allo sfruttamento delle risorse energetiche presenti a largo delle coste meridionali del Libano a ridosso della Linea Blu di demarcazione con lo Stato ebraico.
Fonti politiche libanesi hanno confermato all'ANSA che si prevede che i colloqui si svolgano domani e dopodomani nella base militare del contingente Onu in Libano (Unifil) a Capo Naqura, a poche centinaia di metri dal valico frontaliero tra Israele e Libano.
Il 14 ottobre scorso il primo round di colloqui era stato mediato dal vice segretario di Stato Usa per il Vicino Oriente, David Schenker, accompagnato tra gli altri dall'ambasciatore americano in Algeria, John Desrocher. Quest'ultimo guiderà i colloqui domani e dopodomani a Capo Naqura.
Questi sono condotti sotto l'auspicio dell'ufficio dell'inviato speciale dell'Onu per il Libano, Jan Kubis. E organizzati grazie al comando generale di Unifil, guidato dal generale italiano Stefano Del Col.

(ANSAmed, 27 ottobre 2020)


«Guerra santa a Macron». Erdogan guida l'islam, ma ora l'Europa fa muro

Il Sultano paragona i musulmani agli ebrei perseguitati: «La Francia è da boicottare». Merkel: "Dal leader turco parole inaccettabili».

di Gian Micalessin

A giocare con il fuoco si rischia di scottarsi. La Francia lo sta capendo con almeno 10 anni di ritardo. E non per la lungimiranza di Emmanuelle Macron, ma per la sua paura di regalar altri voti ad una Marine Le Pen pronta a far tesoro dell'ondata d'indignazione sollevata dalla decapitazione dell'insegnante Samuel Paty. Comunque a differenza dei predecessori Nicolas Sarkozy e Francois Hollande, sempre pronti a flirtare con Qatar e Fratelli Musulmani, il presidente francese ha il merito di guardare in faccia la realtà e denunciare la pericolosità di quello che ha apertamente definito «islam separatista», Un'Islam che dopo aver regalato oltre mille militanti allo Stato Islamico e aver seminato sangue e morte da Parigi a Nizza sta divorando città e periferie sottraendole alle leggi dello Stato.
   Ma la pericolosità di quell'Islam e delle nazioni musulmane pronte a farsene bandiera mostra il suo vero volto anche sul fronte internazionale. Il più esplicito, ma anche il più arrogante ed aggressivo, è quello esibito dal presidente turco Recep Tayyp Erdogan. Ieri dopo aver nuovamente invitato il presidente francese a controllare la sua «stabilità mentale» il «sultano piromane» - come lo definisce Le Monde - ha proposto un boicottaggio di tutti i prodotti d'Oltralpe. Poi, non pago, si è lanciato in una serie di durissimi attacchi alla Germania di Angela Merkel e all'Unione Europea. Dopo aver denunciato l'islamofobia definendola «la peste dei paesi europei» Erdogan ha accusato l'Ue di fomentare una campagna di linciaggio anti islamico «simile a quella contro gli ebrei prima della Seconda Guerra Mondiale». Parole singolari visto che a pronunciarle è un presidente nemico d'Israele e alleato d'Hamas.
   Ma l'attacco più duro è quello riservato ad una Germania che - anche per la presenza sul proprio territorio di quasi 5 milioni di turchi - si è sempre dimostrata assai tollerante verso le intemperanze di Ankara. «Parlate di libertà di religione, ma siete i veri fascisti, gli eredi dei nazisti» ha detto Erdogan rivolgendosi a Berlino. Subito dopo ha nuovamente sparato a zero su Bruxelles sostenendo che «in certi Paesi europei, l'odio verso l'Islam e i musulmani è diventata una pratica promossa persino dai presidenti».
   Ma dietro gli affondi di Erdogan - definiti inaccettabili da Angela Merkel - si profila uno schieramento di paesi islamici pronti ad allinearsi con la Turchia e a sostenere lo scontro con la Francia e con l'Europa. Certo in molti casi l'ipocrisia è assolutamente macroscopica. Il Qatar, già grande alleato di Sarkozy nella guerra a Gheddafi e agli interessi italiani in Libia, è - oggi - uno dei primi ad attaccare le posizioni secolariste e anti-fondamentaliste del presidente francese.
   E farebbe quasi ridere - se non fosse tragica - l'ipocrisia di Imran Khan il premier pakistano pronto ad accusare d'islamofobia l'Eliseo mentre a casa sua resta in vigore l'ignobile legge sulla blasfemia. Una legge, utilizzata soprattutto per perseguitare i cristiani, la cui vittima più famosa è stata quell'Asia Bibi condannata alla forca e tenuta in galera per dieci anni dopo esser stata ingiustamente accusata d'aver ingiuriato il Corano e il profeta Maometto. Eppure nonostante quei trascorsi il Pakistan s'è permesso ieri di convocare l'ambasciatore francese. Una convocazione durante la quale è stata espressa «la più energica protesta» per la «pubblicazione di disegni blasfemi» e per le dichiarazioni del presidente Macron in difesa delle vignette su Maometto riproposte da Charlie Hebdo. Secondo il ministro degli Esteri di Islamabad Shah Mahmood Qureshi «le parole irresponsabili di Macron gettano nuova benzina sul fuoco». «Nessuno - ha aggiunto Qureshi - ha il diritto di ferire i sentimenti di milioni di musulmani con il pretesto della libertà d'espressione».

(il Giornale, 27 ottobre 2020)


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Vive la France

di Michele Serra

La sortita di Erdogan contro la Francia, accusata di «trattare i musulmani come gli ebrei prima della Seconda guerra mondiale», è talmente scomposta, assurda, allucinata, da non concedergli scampo: ebbene sì, il presidente della Turchia è un fanatico religioso, poco importa se lo sia per calcolo demagogico o per sincera vocazione, e disponendo di uno degli eserciti più potenti del mondo, è un fanatico da temere fortemente. La Francia è Paese martire della laicità. Ha subito dal jihadismo islamico, lungo gli ultimi anni, le più turpi violenze ai danni di inermi, uccisi, loro sì, «come gli ebrei», in quanto impuri, dunque indegni di vivere, come il professor Samuel Paty, reo di avere chiesto ai suoi alunni di riflettere sui tabù religiosi e sulla libertà di parola. Qualunque musulmano di buona volontà non può che disperarsene e interrogarsi sul fiume di sangue versato nel nome di una religione adoperata dai suoi bigotti come una mannaia.
   Questo signore, invece, discetta delle libertà in campo altrui, ma non risulta abbia speso mezza parola a proposito delle evidenti mancanze di tolleranza e di rispetto dei diritti nel proprio pezzo di mondo, nel quale i curdi sono trattati da "terroristi", gli armeni da secolare impiccio, gli oppositori turchi da nemici interni, e la stessa rivoluzione laica della Turchia moderna è rinnegata, malgrado (e per fortuna) sia ancora vigorosa nelle grandi città di Istanbul e Ankara Va detto che l'odio di Erdogan per l'Europa e la democrazia aiuta molto a rivalutarne l'importanza: dell'Europa, della democrazia e della Francia, che ne è la prima autrice grazie alla sua profonda, irriducibile laicità.
   
(la Repubblica, 27 ottobre 2020)


Collaborazione Italia-Israele, incontro tra le rappresentanze parlamentari.

Si è svolto oggi, in videoconferenza, l'incontro tra il presidente della parte italiana del Gruppo di collaborazione parlamentare con la Knesset, Paolo Formentini, e il presidente della parte israeliana, Gideon Sa'ar. Il reciproco riconoscimento dell'amicizia tra i due Paesi e la volontà di rafforzarla ulteriormente, anche attraverso la diplomazia parlamentare, è stato l'incipit di un incontro estremamente proficuo, che ha toccato molti aspetti sia di politica internazionale sia relativi ai rapporti bilaterali.
In particolare, al centro dei colloqui, gli Accordi di Abramo e gli ultimi sviluppi, con il Bahrein ed il Sudan; lo scenario libico, rispetto al quale il presidente Formentini ha ribadito l'interesse italiano alla stabilizzazione del Paese. Sul piano energetico è stato affrontato il tema del gasdotto Eastmed, che potrebbe avere un alto potenziale per entrambi i Paesi. È stato, altresì, espresso dalle due parti un forte interesse a creare una partnership strategica tra Israele, quale start up Nation, e l'Italia, grande Paese manifatturiero.
"Vorrei più Israele in Italia e più Italia in Israele", ha chiosato Formentini. Infine, i due presidenti hanno convenuto sulla necessità di non abbassare la guardia rispetto al contrasto all'antisemitismo in tutte le sue forme, ivi compresa le manifestazioni di odio contro Israele.

(Sardegnagol, 27 ottobre 2020)


Gli spaghetti nella pita: capolavoro culinario o disastro gastronomico?

di David Zebuloni

 
Ci siamo illusi di aver abituato il nostro palato a qualunque tipo di sapore, di aver assaggiato ormai tutte le pietanze esistenti, di non poterci più stupire di fronte ad un piatto, ma ignoravamo del tutto l'esistenza dell'ultimo trend culinario che ha conquistato i cuori e gli stomaci degli israeliani: gli spaghetti alla bolognese dentro la pita, il pane tipico della cucina arabo-israeliana.
   L'idea di farcire la pita mediorientale con gli spaghetti italiani è stata di Eyal Shani, uno dei più affermati Chef israeliani nel mondo. Già proprietario di una catena di ristoranti in Israele, New York, Parigi, Vienna e Melbourne, Shani ha acquisito grande notorietà negli ultimi anni grazie alla sua partecipazione in MasterChef Israel nel ruolo di giudice. Shani è inoltre considerato un pioniere della cucina italiana in Israele, ovvero colui che ha inserito all'interno della cultura gastronomica israeliana il concetto di pasta, di focaccia e di altre pietanze tipiche della penisola italiana.
   L'ultima trovata è stata presentata al grande pubblico dallo stesso Chef, sul suo profilo Instagram. "Vi regalo un po' di felicità dentro una pita", ha comunicato Eyal Shani ai suoi follower, facendo così storcere il naso ad alcuni ed entusiasmando invece altri. Persino Yair Netanyahu, figlio del premier israeliano Benjamin Netanyahu, ha commentato il frutto dell'ultima fatica dello Chef, ironizzando sul fatto che una pita con un po' di pasta al suo interno possano costare 50 shekel, se portano la firma di Eyal Shani. Quasi come fossero una rara opera d'arte.

 Strane rivisitazioni del cibo italiano
  Gli spaghetti nella pita tuttavia non sono l'unico riadattamento della tradizione italiana nelle cucine degli israeliani. Negli anni ne abbiamo visti di scivoloni. Prima fra tutte la pizza shakshuka, ovvero la pizza condita col sugo di pomodori e peperoni piccanti e guarnita con un uovo all'occhio di bue. Scopriamo invece che la pasta viene perennemente e inspiegabilmente condita dagli israeliani con panna e patate dolci. Anche il gelato artigianale italiano viene riadattato e riproposto con dei prodotti tipici locali come la halva, il dolce a base di sesamo, o con i piccoli pretzel salati.
   Un celebre proverbio israeliano, mutuato dal latino de gustibus non est disputandum (che per i romani Giuseppe Gioachino Belli traduce su li gusti nun ce se sputa, nsi), insegna che esiste una cosa sola sulla quale non è permesso discutere, e quella è il gusto. Ecco, secondo il proverbio israeliano il gusto è sempre soggettivo e mai oggettivo. Il gusto come il mondo è bello perché è vario. Che sia forse vero? Possibile che gli spaghetti nella pita di Eyal Shani siano davvero un'opera d'arte culinaria non giudicabile e non criticabile? Il dubbio rimane, così come rimane la curiosità di esplorare nuovi odori e nuovi sapori. Per quanto strambi e dissacranti essi siano.

(Bet Magazine Mosaico, 26 ottobre 2020)


Israele entra nell'ultima fase sperimentale del vaccino anti-Covid

di David Zebuloni

Nonostante tutti gli occhi fossero puntati sull'Istituto Weizmann per la Scienza, un altro istituto israeliano è riuscito a catturare l'attenzione dei media internazionali per la ricerca al vaccino anti-Covid: l'Istituto Biologico di Ness Ziona. Un istituto meno rinomato del precedente, ma sempre all'avanguardia per le sue capacità di ricerca nel campo della virologia.
   La notizia viene divulgata dal telegiornale nazionale israeliano N12: "l'Istituto Biologico di Ness Ziona sta ultimando il vaccino anti-Covid, Israele potrebbe essere tra i primi paesi al mondo a possederne uno". Dopo aver superato tutti gli stadi sperimentali iniziali infatti, dopo aver testato il vaccino sui maiali (gli animali fisiologicamente più simili all'uomo secondo gli esperti) con successo, gli scienziati israeliani sono pronti ad entrare nell'ultima fase della sperimentazione. Quella decisiva, che decreterà l'efficacia del vaccino.
   Ottanta volontari sani, di età compresa tra i 18 e 55 anni, si sono prestati alla sperimentazione. Nei prossimi mesi il numero di volontari verrà ampliato a 1000. Se gli effetti del vaccino risulteranno positivi, come previsto dagli esperti, nel mese di aprile verranno vaccinati altri 30.000 israeliani, di tutte le età, compresi bambini ed anziani. Nel mese di giugno invece il vaccino sarà disponibile a tutti. Secondo le previsioni, l'Istituto Biologico di Ness Ziona dovrebbe riuscire a produrre 15 milioni di vaccini entro il mese di luglio, in modo tale da garantire il vaccino a tutti i 9 milioni di cittadini israeliani ed esportare i restanti all'estero.
   A differenza degli altri vaccini in sperimentazione nei vari istituti scientifici sparsi per gli Stati Uniti e nel resto del mondo, il vaccino Made in Israel si distingue per la sua capacità di agire dopo una sola iniezione, senza bisogno di ulteriori richiami. Gli scienziati coinvolti non festeggiano ancora la riuscita del loro prodotto, consci delle varie problematiche potrebbero sorgere nei prossimi mesi, ma si mostrano comunque ottimisti e soddisfatti dei risultati ottenuti. "Credo molto nel nostri vaccino", ha dichiarato il presidente dell'Istituto Biologico di Ness Ziona alle telecamere di N12. "Sono certo che riusciremo a garantire ai cittadini israeliani una soluzione definitiva e sicura alla pandemia in corso". Non ci resta che sperare e aspettare.

(Bet Magazine Mosaico, 26 ottobre 2020)


Più vicina l'apertura dell'ambasciata kosovara a Gerusalemme

Il governo del Kosovo accelera l'iter per l'avvio delle relazioni diplomatiche con Israele e per l'apertura della propria ambasciata a Gerusalemme, come previsto dall'accordo firmato a Washington il 4 settembre tra il primo ministro Avdullah Hoti e il presidente serbo Aleksandar Vučić

di Marco Siragusa

Il presidente serbo Vučić, lo statunitense Trump e il premier kosovaro Hoti, lo scorso 4 settembre a Washington
ROMA - La scorsa settimana il governo del Kosovo ha adottato un piano in sedici punti per dar seguito a quanto stabilito dall'accordo di Washington sulla normalizzazione delle relazioni economiche con la Serbia. Il documento ripercorre tutte le questioni affrontate alla Casa Bianca e, per ogni punto dell'accordo, identifica i passi da compiere per giungere alla loro effettiva applicazione e le istituzioni preposte a tale scopo.
   Dal punto di vista economico i punti più significativi riguardano l'attuazione dei progetti autostradali e ferroviari che dovrebbero collegare Pristina con Belgrado, Niš e la città di frontiera di Merdare. Lo sviluppo di questi progetti vedrà la collaborazione e la partecipazione attiva della U.S. International Development Finance Corporation (DFC), dell'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e della Export-Import Bank (EXIM).
   Il quinto punto conferma la volontà del primo ministro kosovaro Advullah Hoti di aderire alla cosiddetta "mini-Schengen" istituita nel 2019 da Serbia, Albania e Macedonia del Nord. Il passo ufficiale potrebbe giungere già alla prossima riunione tra i leader dei paesi coinvolti.
   Di particolare rilievo anche la parte riguardante la gestione del lago Ujmani/Gazivoda. Da sempre al centro di una dura battaglia con la Serbia, l'accordo di Washington prevedeva lo sfruttamento congiunto delle sue acque. Lo studio di fattibilità verrà portato avanti dalle autorità dei due paesi sotto la supervisione del Dipartimento dell'Energia del governo degli Stati Uniti.
   Per quanto riguarda l'approvvigionamento energetico, l'accordo spingeva per una maggiore diversificazione delle fonti. L'obiettivo è quello di limitare l'egemonia russa nella regione riducendo la dipendenza dal gas fornito da Gazprom. L'ottavo punto del piano prevede infatti il completamento dello studio di fattibilità dei vettori di gas tra il Kosovo e la Macedonia del Nord sostenuto dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD) e più in generale un piano di ammodernamento dei sistemi di riscaldamento delle città kosovare. Questo dovrebbe avvenire grazie al sostegno del programma USAID e con il coinvolgimento e la compartecipazione di investitori privati locali e americani.
   Oltre alle questioni economiche il documento prevede il riconoscimento reciproco tra Serbia e Kosovo dei certificati professionali e dei diplomi, la promozione della libertà religiosa, la tutela dei siti religiosi compresi quelli della Chiesa Ortodossa Serba e la depenalizzazione dell'omosessualità. Particolarmente significativo il punto che riguarda lo sforzo di entrambe le parti a cercare e identificare le vittime della guerra del 1998-99 e l'implementazione di soluzioni stabili per i rifugiati.
   Sul piano prettamente politico il governo kosovaro accetta la moratoria sulle richieste di adesione alle organizzazioni internazionali non appena la Serbia fermerà la sua campagna contro il riconoscimento del Kosovo.
   Al punto 14, il governo conferma l'intenzione di dichiarare Hezbollah organizzazione terroristica, seguendo una prima decisione adottata nel mese di giugno cui si aggiunge la limitazione delle operazioni finanziarie dell'organizzazione nel paese. L'ultimo punto, infine, riguarda il reciproco riconoscimento con Israele e, senza citare la possibile apertura di un'ambasciata a Gerusalemme, di stabilire relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico.
   Proprio su questo aspetto, il governo kosovaro ha già adottato le prime misure operative. Lo scorso 20 ottobre, il primo ministro Hoti e il ministro degli Affari Esteri e della Diaspora Meliza Haradinaj-Stublla hanno concordato l'invio di una richiesta ufficiale all'ufficio del presidente della Repubblica Hashim Thaci per l'istituzione di una missione diplomatica in Israele.
   A questo passo ha fatto seguito un incontro, a distanza, tra il ministro Haradinaj-Stublla e membri del ministero degli Affari Esteri dello Stato di Israele. Secondo quanto riportato dal sito del ministero kosovaro, durante l'incontro sono stati trattati i dettagli per l'apertura dell'ambasciata del Kosovo a Gerusalemme e gli aspetti tecnico-logistici per la futura visita di una delegazione kosovara in Israele prevista per il prossimo mese.
   La decisione era stata già presa lo scorso 1° ottobre durante una telefonata tra il ministro degli Esteri kosovaro e quello israeliano Gabi Ashkenazi. La visita rappresenterà probabilmente l'avvio ufficiale delle relazioni tra i due paesi.

(Nena News Agency, 26 ottobre 2020)


F-35 anche ai sauditi e al Qatar. In Israele scoppia il caso

Anche in mezzo alla pandemia in Israele continua a tener banco la questione della vendita degli F-35 agli Emirati. E ora indiscrezioni credibili parlano della vendita dei caccia invisibili anche ad Arabia Saudita e Qatar.

di Franco Londei

Anche nel mezzo della pandemia da Coronavirus per Israele la voce "difesa" rimane al primo posto delle priorità.
   E sebbene i giornali israeliani sembrano interessarsi poco al tema della vendita da parte americana dei caccia F-35 agli Emirati Arabi Uniti, il tema rimane di forte attualità nel campo politico specie dopo due fatti davvero straordinari: il primo è l'intervista del ministro della Giustizia Avi Nissenkorn rilasciata ieri alla radio dell'esercito nella quale vengono mosse gravi accuse a Netanyahu mentre la seconda è la notizia, non smentita né da parte americana né da parte israeliana, che gli Stati Uniti sarebbero pronti a vendere aerei F-35 all'Arabia Saudita e al Qatar in cambio della normalizzazione dei rapporti con Israele.
   Per correttezza di informazione va detto tuttavia che giovedì scorso il Ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha firmato un accordo con Washington che impegna in maniera ancora più incisiva gli Stati Uniti a garantire la supremazia militare a Israele, il che potrebbe voler dire che i caccia F-35 venduti agli Emirati ed eventualmente all'Arabia e al Qatar non sono come quelli venduti a Israele o che gli israeliani vengano dotati dei mezzi necessari per poterli individuare in volo rendendoli così inefficaci se usati contro lo Stato Ebraico (ma non contro chiunque altro).
   A rilanciare la notizia della possibilità che gli americani possano vendere gli F-35 ai sauditi e al Qatar in cambio della normalizzazione dei rapporti con Israele è stata una intervista rilasciata dal ministro dell'Energia Yuval Steinitz a Ynet.
   Ad alimentare ulteriormente le polemiche ci ha pensato l'ex generale Amos Gilad che sempre su Yedioth Ahronoth accusa Netanyahu di aver approvato la vendita degli F-35 agli emirati senza avvisare nessuno.
   «A parti invertite se Netanyahu fosse stato all'opposizione e il primo ministro avesse fatto quello che ha fatto lui lo avrebbe fatto a pezzi» ha detto l'ex generale.

(Rights Reporter, 26 ottobre 2020)


Washington si impegna a mantenere "superiorità militare" di Israele

di Giacomo Kahn

Gli Stati Uniti si sono impegnati per iscritto a mantenere la "superiorità militare" di Israele sugli altri paesi della regione; una mossa che arriva per placare i timori dello stato ebraico di una possibile vendita agli Emirati Arabi Uniti dei caccia americani F-35. Il ministro della Difesa statunitense Mark Esper e il suo omologo israeliano Benny Gantz hanno firmato la scorsa settimana un documento congiunto dopo colloqui a Washington. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è rimasto molto discreto sul contenuto di questo documento, ma Gantz ha affermato in un tweet che questa dichiarazione congiunta "conferma l'impegno strategico degli Stati Uniti per la superiorità militare qualitativa dello stato ebraico per gli anni a venire", senza fornire ulteriori dettagli. Secondo i media israeliani, l'impegno americano dura quattro anni, fino al termine di un ipotetico secondo mandato del presidente Donald Trump. "Era importante per me riaffermare ancora una volta il rapporto speciale tra i nostri due paesi - ha detto Esper - siamo determinati a mantenere la superiorità militare qualitativa di Israele nella vendita di armi e riaffermare il nostro impegno per la sicurezza di lunga data, garantita e incrollabile di Israele".
  Storicamente, Israele si è sempre opposto alla vendita di F-35 ad altri paesi del Medio Oriente, tra cui Giordania ed Egitto (paesi con cui ha firmato accordi di pace), perché vuole mantenere la sua superiorità tecnologica. Ma il presidente americano Donald Trump ha assicurato che non avrebbe "nessun problema" a vendere i caccia F-35 di ultima generazione agli Emirati Arabi Uniti, dopo la firma lo scorso mese degli accordi di normalizzazione tra Israele da un lato, e gli Emirati e il Bahrein dall'altro. Temendo che anche se il democratico Joe Biden vincesse le elezioni presidenziali, Trump siglasse un accordo con gli Emirati prima della fine del suo mandato alla fine di gennaio, due senatori democratici hanno presentato un disegno di legge che regola la vendita degli F-35 all'estero. Il testo prevede che il presidente degli Stati Uniti, chiunque egli sia, potrà vendere questi caccia stealth high-tech solo se potrà "certificare al Congresso che la tecnologia dell'aviazione degli Stati Uniti e la sicurezza di Israele sono completamente protette".

(Shalom, 26 ottobre 2020)


Netanyahu destina cinque milioni di dollari di grano al Sudan

Israele fornira' grano per un valore di cinque milioni di dollari (circa 4,2 milioni di euro) al Sudan. Lo ha annunciato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, due giorni dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato un accordo di normalizzazione tra i due Paesi. In un tweet Netanyahu ha scritto che il suo Paese inviera' "immediatamente grano per un valore di cinque milioni di dollari ai nostri nuovi amici in Sudan". Il Sudan, che conta piu' di 40 milioni di abitanti, dipende fortemente dalle sue importazioni di grano con un consumo di due milioni di tonnellate all'anno. Netanyahu ha assicurato inoltre che Israele "cooperera' con gli Stati Uniti per aiutare il Sudan nella sua transizione". Il Paese arabo-africano e' governato da un esecutivo di transizione formato dopo la caduta, nell'aprile 2019, dell'autocrate Omar al-Bashir dopo trent'anni al potere, sotto la pressione di un movimento di protesta emerso dopo la decisione delle autorita' di triplicare il prezzo del pane. Guidato da Abdallah Hamdok, il governo deve traghettare il Paese verso il governo civile, ma si trova ad affrontare una grave crisi economica. Secondo le Nazioni unite, quest'estate un quarto della popolazione ha dovuto affrontare una "grave carestia".

(Shalom, 26 ottobre 2020)


La nuova potenza energetica di Israele

di Antonello Assogna

La recente intesa tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, oltre a rappresentare un'importante passo verso la ricerca di stabilizzazione dell'Area MENA (Middle East and North Africa), ha previsto una serie di protocolli integrativi bilaterali sui temi della sicurezza, dell'innovazione tecnologica, del commercio internazionale e marittimo, delle telecomunicazioni, ma anche nei settori dell'agricoltura, della difesa e dei servizi di intelligence, della sanità, del turismo e dell'energia.

 
Pontile del petrolio in Eilat
Soffermandoci proprio sul comparto dell'energia, Israele è ormai nelle condizioni di confrontarsi autorevolmente anche con i Paesi che tradizionalmente leader nella produzione degli idrocarburi (petrolio e gas naturale). Infatti, dopo decenni di dipendenza, da qualche anno Israele sta decisamente incrementando l'autonomia energetica, essendo uno dei settori in progressiva espansione.
  Partiamo analizzando i principali dati energetici del Paese nel 2019 (Fonte CIA World Factbook): produzione elettrica 63.09 mld di Kwh, dei quali 5,2 mld esportati e con un consumo di 55 mld di Kwh; una produzione di petrolio comunque significativa ed in potenziale sviluppo; una crescita esponenziale della produzione e consumo di gas naturale (produzione dai 1,55 mld di m3 annui del 2010 ai 7,9 mld di m3 del 2019; un consumo di 3,68 mld di m3 del 2010 ai circa 10 mld di m3 del 2019). In particolare, i dati di crescita delle produzioni e dei consumi di gas naturale sono l'effetto dell'individuazione, sviluppo e messa in produzione degli impianti offshore operativi nelle acque territoriali israeliani. All'interno di questo spazio marino di riferimento i giacimenti individuati sono diversi: a partire dal più importante, il Leviathan (da poco messo in attività, con grandi potenzialità di sviluppo e controllato dalla Spa USA Noble Energy e dalle israeliane Delek Drilling e Ratio Oil), e poi a seguire gli altri Tamar, Tanin, Karish, Dolphin, Dalit, Noa e Mari B. Un nuovo "forziere" da 212 miliardi di m3 di produzione annua, come lo definisce Francesco De Palo, in un articolo su formiche.net. A questo potenziale diretto si aggiungerebbe quanto definito lo scorso gennaio tra ANP e Israele sulla gestione del giacimento offshore Marine Gaza (potenzialità di 32 mld di m3 di gas), situato a 22 miglia marine a largo delle coste della Striscia. Dopo una lunga disputa sulla titolarità delle acque territoriali tra palestinesi ed israeliani e la rinuncia allo sfruttamento di diverse Oil Company Internazionali, il Palestine Investment Fund (una sorta di Cassa Depositi e Prestiti), incaricato alla trattativa da ANP, ha raggiunto con la controparte un accordo sul gas estratto, che sarebbe commercializzato da compagnie israeliane. Collegato a questa intesa, dovrebbe riprendere consistenza un progetto del 2015, che vede la costruzione di un gasdotto verso la Striscia di Gaza, che garantirebbe il trasporto di un miliardo di metri cubi l'anno dal Negev. Questo progetto dovrebbe essere sostenuto da finanziamenti europei a garanzia dell'accordo di cessate il fuoco a lungo termine tra Hamas e lo Stato ebraico.
  Oltre a questo protagonismo nel settore del gas naturale, Israele sta acquisendo un'interessante posizione strategica anche nell'intero comparto petrolifero:
  • Nel ciclo della logistica già consolidato con gli oleodotti Eilat-Askelon (Trans-Israel Pipeline, concorrenziale con l'oleodotto egiziano Sumed e quindi alternativo al passaggio del Canale di Suez; Askelon-Haifa; Askelon-Ashdod, che trasportano petrolio dal Mar Rosso al Mediterraneo e alle raffinerie israeliane, gestiti da EAPC (Euro Asia Pipeline Co.) società controllata dal governo israeliano, che sino al 1979 (anno della rivoluzione sciita in Iran) presentava a capitale misto israelo-iraniano. Per alcuni anni Israele ha ancora concesso alle compagnie iraniane di trasportare il petrolio tramite la rete di oleodotti di EAPC; ad oggi non è dato conoscere se ancora queste concessioni siano in atto; il sistema di sicurezza israeliano considera riservate tali informazioni.
  • Nella produzione petrolifera, avendo attivato nuove produzioni on shore sulle Alture del Golan affidate alla Afek Oil, gruppo privato misto israelo-statunitense e potenziato le esplorazioni e le produzioni nel sito Meged a cavallo tra il territorio di Israele e la Cisgiordania in concessione alla società privata israeliana Givot Olam Oil Exploration e con riserve stimate di petrolio di scisto nel Deserto del Negev per diversi miliardi di barili (produzioni non convenzionali ad oggi non autorizzate dal Parlamento di Gerusalemme).
A queste nuove risorse provenienti da gas naturale e petrolio, Israele aggiunge una consolidata esperienza nel settore delle fonti di energia rinnovabile. La decisione di uscita dal carbone entro il 2025 ha accelerato gli investimenti per la ricerca nel settore e l'infrastrutturazione di nuovi impianti, considerando che nel 2019 il 16,4% dell'energia elettrica consumata proviene da produzioni sostenibili. Nel 2018 è stata inaugurata nel deserto del Negev, ad Ashalim, la più alta torre al mondo per la produzione di energia solare (250 metri e 50 mila eliostati). Infine nel 2020 il Governo ha annunciato un investimento di 250 mln di shekel (62,5 mln di €) per un parco eolico sulle Alture del Golan. Altri interventi sono programmati anche nel settore idroelettrico e di competenza della società a controllo statale Israel Elettric Corporation, particolarmente impegnata in questi settori di innovazione e sviluppo delle fonti rinnovabili.
  Questa sintesi dimostra che si sta aprendo un nuovo orizzonte per Israele, che ha l'ambizione di imporsi anche come leader energetico in grado di esportare energia verso i Paesi limitrofi (già sono stati siglati accordi con Egitto e Giordania) e soprattutto con la firma nel gennaio scorso, dell'accordo con Cipro e Grecia per la realizzazione dell'importante infrastruttura di trasporto del gas naturale, il gasdotto Eastmed, che collegherà con un percorso di 1.900 Km, i citati e ricchi giacimenti israeliani con l'Europa. Dopo un breve periodo di ripensamento della strategia su tale progetto, dovuto alle incertezze economico-finanziarie determinatesi con l'avvento della pandemia da Covid 19, il governo israeliano lo scorso luglio, ha definitivamente approvato un piano di investimento per 6,9 miliardi di dollari per dare seguito all'accordo di gennaio precedentemente citato per la realizzazione del gasdotto.
  Questo possibile scenario, unito al consolidamento degli approvvigionamenti idrici (altro valore aggiunto per Israele), rafforzerebbe ulteriormente il ruolo e la presenza dello Stato ebraico nel Medio Oriente, nell'area mediterranea ed in generale nella dimensione internazionale.

(Geopolitica.info, 26 ottobre 2020)


Il principe saudita premiato da "FoZ" per l'avvicinamento a Israele

Il museo "The Friends of Zion Museum" nella città di al-Quds (Gerusalemme), ha annunciato che assegnerà il suo premio al principe saudita Muhammad Bin Salman, al re del Bahrain Hamad bin Issa e al re del Marocco Muhammad VI.
L'annuncio è stato dato domenica in una conferenza online e dal settimo canale, mentre il primo ministro israeliano e l'ambasciatore statunitense erano in televisione.
Il premio sarà assegnato anche al primo ministro degli Emirati e ai presidenti di Serbia e Romania.
I media israeliani esaltano le gesta di MbS, perché ha compiuto notevoli sforzi per aprire la strada a un accordo di normalizzazione tra l'Arabia Saudita e Israele.

(DailyMuslim.it, 26 ottobre 2020)


Se una ebrea interpreta Cleopatra

Le polemiche sull'attrice Gal Gadot e l'antisemitismo

Scrive il Jerusalem Post (13/10)

 
                                  Gal Gadot                                                               Elizabeth Taylor
Scrive Seth J. Frantzman sul Jerusalem Post: "La notizia che l'attrice Gal Gadot, che è ebrea, avrebbe interpretato la regina egizia Cleopatra è stata accolta da furenti proteste secondo cui al suo posto avrebbe dovuto essere scelta una donna 'araba' o un'attrice 'europea'. Dunque agli ebrei non è permesso essere scritturati nella maggior parte dei ruoli pena essere accusati di spodestare ruoli che spettano ad altri. Nel secolo scorso, gli antisemiti dicevano agli ebrei che erano stranieri sradicati, originari del medio oriente. Ora agli ebrei viene detto che non devono interpretare ruoli mediorientali, indipendentemente da dove provengano".
   La polemica, continua Frantzman, è iniziata domenica quando è giunta la notizia che Gadot, celebre per il suo ruolo di Wonder Woman, avrebbe interpretato il ruolo di Cleopatra. I commenti più normali si chiedevano perché non fosse stata scelta un'egiziana. Abdul el-Sayed, un commentatore della Cnn stando alla sua nota biografica su Twitter, si è domandato perché non fosse stata scelta una donna egiziana per interpretare la regina egizia. La giornalista Sameera Khan ha scritto: "Quale idiota di Hollywood ha pensato che fosse una buona idea scegliere un'attrice israeliana come Cleopatra (un'attrice dall'aspetto molto scialbo) invece di una splendida attrice araba come Nadine Njeim? E tu, Gal Gadot, vergognati: il tuo paese ruba la terra agli arabi e tu rubi i loro ruoli cinematografici". Molti di coloro che hanno risposto hanno fatto notare che Cleopatra era in realtà di origine greca. Randa Jarrar, che si descrive come una "queer egiziana palestinese musulmana", ha scritto: "Sì, Cleopatra era greca. Capisco. Ma scegliere nel 2020 come regina d'Egitto una sionista la cui famiglia è polacco-austriaco-ceca?". Il messaggio è chiaro: agli ebrei non è permesso interpretare il ruolo di una regina d'Egitto, greca e pagana, di duemila anni fa. Poco importa che ebrei abbiano vissuto in Egitto per migliaia di anni. Poco importa che ebrei vivessero in Grecia. Non potranno mai interpretare Cleopatra. E non importa nemmeno da dove provenga la famiglia di Gadot (per inciso, i suoi nonni materni sono sopravvissuti alla Shoah, ma suo padre è nativo della Terra d'Israele da sei generazioni, ndr). Quand'anche fosse di Gerusalemme da tremila anni, il messaggio è che essere ebrea o "sionista" significa che non si può interpretare nessun ruolo che abbia a che fare con il medio oriente e neanche con l'Europa mediterranea.
   "Il desiderio che attrici tunisine o libanesi abbiano ruoli di più alto profilo a Hollywood è del tutto legittimo" conclude Frantzman. "Ma non a spese degli ebrei (...) Secondo il nuovo controllo etnocentrico dei ruoli, gli ebrei non possono interpretare ruoli della regione da cui provengono, il medio oriente. Li si accusa di "rubare" il ruolo agli arabi. Ma non ha alcun senso escludere gli ebrei dal recitare ruoli del medio oriente quando gli ebrei sono primariamente un popolo del medio oriente, con radici lontane o recenti".

(Il Foglio, 26 ottobre 2020)


Israele invia aiuti umanitari all'Azerbaigian e si offre di inviarli anche all'Armenia

Secondo il quotidiano Yedioth Ahronot, in seguito alla richiesta di assistenza umanitaria e medica di Baku, Israele ha inviato in Azerbaigian la scorsa settimana attrezzature mediche, nonché beni di prima necessità come kit di pronto soccorso, vestiti, coperte e stufe per i senzatetto.
All'inizio di ottobre, Israele ha anche offerto assistenza all'Armenia, ma Yerevan finora non ha risposto, afferma la pubblicazione.
Il ministero degli Esteri israeliano non ha ancora commentato queste informazioni.
All'inizio di ottobre, la portavoce del ministero degli Esteri armeno Anna Naghdalyan ha detto che Yerevan stava richiamando il suo ambasciatore in Israele per consultazioni sulla fornitura di armi da parte di questo paese all'Azerbaigian.

 Negoziati di Mosca e tregua
  I capi delle diplomazie di Baku e Yerevan durante i negoziati a Mosca conclusi venerdì 9 ottobre hanno concordato il cessate il fuoco nel Nagorno-Karabakh a partire da mezzogiorno di sabato 10 ottobre. I ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian erano arrivati a Mosca su invito del presidente russo Vladimir Putin. I negoziati sono durati oltre dieci ore.

 Escalation nel Nagorno-Karabakh
  I combattimenti sulla linea di contatto nel Nagorno-Karabakh sono iniziati il 27 settembre. Armenia e Azerbaigian si accusano a vicenda di aver riacceso il conflitto, il governo indipendentista filo-armeno della repubblica non riconosciuta denuncia bombardamenti di artiglieria delle forze azere su centri abitati, compresa la capitale Stepanakert. L'Armenia ha dichiarato la legge marziale e - per la prima volta - la mobilitazione generale, sostenendo che Ankara sostiene attivamente Baku. In Azerbaigian è stata invece introdotta una mobilitazione parziale.
I leader di Russia, Stati Uniti e Francia hanno invitato le parti opposte a porre fine agli scontri e ad impegnarsi ad avviare negoziati senza precondizioni. La Turchia ha dichiarato che fornirà all'Azerbaigian qualsiasi sostegno richiesto sullo sfondo di un altro aggravamento della situazione nel Nagorno-Karabakh.

(Sputnik Italia, 25 ottobre 2020)


Israele-Sudan, l'ultimo lampo di politica estera in aiuto di Trump

L'accordo segue quanto annunciato: Trump rimuoverà il Paese nordafricano dalla lista degli sponsor del terrorismo, dopo un risarcimento alle vittime americane

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato venerdì 23 ottobre che il Sudan riconoscerà Israele, dopo che lunedì la sua amministrazione aveva dichiarato che avrebbe tolto il paese nordafricano dalla lista degli Stati Uniti sponsor del terrorismo.
   Il Sudan è diventato il terzo grande paese a maggioranza musulmana a riconoscere Israele, dopo gli storici Accordi di Abramo tra Emirati Arabi Uniti e Bahrain con Israele. "Un futuro in cui arabi e israeliani, musulmani, ebrei e cristiani possano vivere insieme, pregare insieme e sognare insieme, fianco a fianco, in armonia, comunità e pace" si legge sul comunicato della Casa Bianca.
   Trump ha dato la notizia durante una telefonata in vivavoce davanti ai giornalisti nello Studio Ovale, con i leader del Sudan, il primo ministro Abdalla Hamdok e il generale Abdel Fattah al Burhan, capo del Concilio militare, il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu: "Lo stato di Israele e la Repubblica del Sudan hanno deciso di fare la pace"."Questo è uno dei grandi giorni nella storia del Sudan".
   
La mossa di Trump di eliminare il Sudan dalla lista degli sponsor del terrorismo sarebbe arrivata non appena il Sudan avesse depositato i 335 milioni di dollari, promessi come risarcimento alle vittime degli attentati fatti da al-Qaeda alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998.
   "OTTIME notizie! Il nuovo governo del Sudan, che sta facendo grandi progressi, ha accettato di pagare $ 335 MILIONI alle vittime e alle famiglie del terrorismo statunitense", ha twittato lunedì Trump. "Una volta depositato, solleverò il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Finalmente, GIUSTIZIA per il popolo americano e GRANDE passo per il Sudan!"
   L'eliminazione da questa lista aiuterà il Sudan a porre fine all'isolamento finanziario e a sostenere la sua transizione dalla dittatura alla democrazia. Il paese è uscito l'anno scorso dalla dittatura di Omar al Bashir e il governo è ancora sotto la tutela di un Consiglio di militari legati al vecchio regime.
   Il primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha detto che togliere il Sudan dalla lista del terrore eliminerebbe "l'eredità più pesante" del vecchio regime sudanese.
   "È un nuovo mondo", ha detto Netanyahu al telefono. "Stiamo collaborando con tutti. Costruire un futuro migliore per tutti noi". La priorità di Netanyahu è quella di stringere legami con paesi precedentemente ostili in Africa e nel mondo arabo in assenza di progressi con i palestinesi durante i suoi oltre dieci anni in carica. Ma l'accordo mirerebbe anche a creare un asse contro l'Iran.
   Venerdì pomeriggio, l'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Gilad Erdan, ha parlato al telefono con il suo omonimo sudanese, l'ambasciatore Omer Mohamed Ahmed Siddig. Durante la conversazione, gli ambasciatori si sono congratulati tra loro per l'annuncio dello storico accordo di pace tra i paesi e nei prossimi giorni si incontreranno per discutere della cooperazione nei settori della tecnologia, dell'agricoltura, del commercio e del turismo.
   L'ambasciatore israeliano Gilad Erdan ha affermato: "Un terzo accordo di pace in poco più di un mese, e con un paese che ha combattuto Israele e ha simboleggiato il rifiuto arabo di riconoscere la nostra esistenza, è un risultato straordinario che dimostra in modo definitivo che stiamo vivendo in un periodo storico che cambierà il Medio Oriente per sempre. Mi congratulo con il Primo Ministro Netanyahu e il Presidente Trump per questo incredibile risultato. Agirò immediatamente per tradurre questi accordi in cooperazione qui all'ONU. Mostrerò agli Stati membri dell'organizzazione che è meglio stare dalla parte di Israele, e non dalla parte che condanna la pace e agisce contro di noi".
   Per l'amministrazione di Trump l'avvio delle relazioni diplomatiche del Bahrein e Emirati Arabi Uniti con Israele è uno dei suoi maggiori successi in politica estera, e prima delle elezioni del 3 novembre il presidente vuole ottenere altri risultati in suo favore.
   Preso atto dell'accordo, il Segretario Generale dell'ONU, Antonio Guterres, spera che l'accordo favorisca la cooperazione, migliorerà le relazioni economiche e commerciali e creerà nuove opportunità per promuovere la pace e la prosperità economica nel più ampio Corno d'Africa e nelle regioni del Medio Oriente. Le Nazioni Unite rimangono, dunque, pienamente impegnate a sostenere gli sforzi della Repubblica del Sudan.

(La Voce di New York, 25 ottobre 2020)


La moralità di Israele: cura per senso etico un suo acerrimo nemico

di Ugo Volli

Israele ha accettato di curare il più importante dirigente palestinista contagiato finora dal Covid, quel Saeb Erekat che è stato a lungo il "capo negoziatore" dell'Autorità Palestinese (che come è noto non negozia niente) e da qualche anno è diventato anche segretario generale del comitato esecutivo dell'Organizzazione di Liberazione della Palestina (l'organizzazione madre dell'Autorità Palestinese) e insomma il numero due della nomenklatura palestinista di Ramallah, subito dopo il dittatore Abu Mazen. Anche se non se ne conoscono coinvolgimenti diretti in azioni terroristiche, Erekat è noto per la sua spudorata propaganda anti-israeliana, spesso ai limiti del grottesco. Ha scritto per esempio: "Sono figlio dei Natufiani, che costruirono la mia città natale Gerico 2.000 anni fa. Sono il figlio dei Kenuniti arabi, che erano lì 6000 anni prima." Cioè, secondo lui ""5.500 anni prima che Joshua Bin-Nun arrivasse e bruciasse la mia città natale Gerico." I conti non tornano, ma comunque è una bufala insensata: Erekat non è nato a Gerico ma ad Abu Dis, un villaggio dietro il Monte degli Ulivi. La sua tribù sono gli Howeitat, beduini che vivono fra la Giordania Orientale e l'Arabia Saudita centrale e ha superato il Giordano solo verso la fine dell'Ottocento.
   A parte questa propaganda Erekat ha anche un cugino terrorista, ucciso di recente mentre cercava di investire i soldati di un posto di blocco. Ma ha anche affermato che il Covid in "Palestina" è colpa degli israeliani che hanno fatto gli untori per odio ai palestinesi. Però quando un paio d'anni fa ha dovuto fare un trapianto di polmone, è andato negli Usa, non in un ospedale "palestinese", arabo o comunque musulmano. E l'aveva prenotato in Israele, dove ora è andato a farsi curare per un Covid gravissimo. Evidentemente dei dottori ebrei si fida sul piano tecnico come su quello etico, non ha paura che qualcuno stacchi la spina della macchina che respira per lui. Ma perché lo stato ebraico sta curando un nemico pericoloso coi migliori mezzi della sua medicina? Non certo perché pensi di dover "perdonare i nemici", così in astratto. Piuttosto perché la medicina israeliana da sempre tutela la vita umana di tutti, come si è visto spesso con malati che vengono da Gaza e dalla Siria. Il che è giusto e anche esemplare sul piano politico. Perché chi guarda a questo paradossale ricovero di un nemico mortale, non può non capire da che parte - Israele o "Palestina"- sta non solo la scienza e la tecnologia, ma anche la moralità.

(Shalom, 25 ottobre 2020)


Miriam Jaskierowicz Arman da Israele a Reggio Calabria: per portare arte, talenti e bel canto

L'artista cosmopolita si è stabilita nella città dello Stretto da qualche anno. Insegna il segreto del vero Bel Canto, che affonda le radici nel cantico dei Leviti del tempio in Gerusalemme

di Gabriella Lax

 
Miriam Arman Jaskierowicz
«La voce, il "bel canto", è l'inizio e la fine. Parte tutto dalla voce». Un traguardo dell'anima che s'incarna nella musica, nei versi o nelle opere artistiche.
   Così Miriam Arman Jaskierowicz cerca di dare un colore ai suoi talenti. Scrivere che questa donna sia una professoressa della ricostruzione della voce, una pedagoga vocale di fama mondiale, ideatrice di una tecnica unica per ricostruire le voci che hanno perso il loro lustro, è riduttivo. Unica a portare avanti «il segreto del vero Bel Canto, che affonda le radici nel cantico dei Leviti del tempio in Gerusalemme».
   Così come per la poesia. Ha scritto versi e diversi libri in questi anni ed è stata candidata al premio Pulitzer per le sue poesie.
   Ha scritto dodici libri. Otto che riguardano la voce (due libri in italiano, sei in inglese) e il resto su poesia e argomenti di spiritualità. Per quanto riguarda la sua arte, i quadri. ha una tecnica artistica particolare. Le sue emozioni passano dal vetro fuso sulla tela, diventano piani tridimensionali in cui le opere assumono un realismo incredibile e crudo che può essere colto solo ad occhio nudo.
   Ogni sfaccettatura del mondo dell'artista è un piccolo universo, magnetico, capace di risucchiare vorace. A partire dalla sua voce. La incontriamo in casa sua, con l'odore ed il sapore indimenticabile del caffè turco. Sono più di quattrocento i quadri in casa, il bagaglio portato in riva allo Stretto coi container: alcuni canonicamente appesi sui muri, altri nascosti nel ripostiglio o adagiati nell'archivio. Ma è un carico muto perché le opere non escono da tanto tempo. Da tanto non mostra la sua arte Miriam.
   È nata in Germania dopo la guerra, da genitori ebrei che si sono sposati in un campo di concentramento. Il dolore e la sofferenza passano nelle immagini dei luoghi di morte che tornano nelle sue opere. Non immaginatele però come ombrosi ricordi scuri. Su tutti i quadri la luce e la catarsi arrivano dalla raffigurazione delle immagini delle farfalle: anime complici e salvifiche, onnipresenti.
   Miriam conosce sette lingue, ha vissuto e viaggiato per il mondo: Israele, Messico, Stati Uniti, Ungheria, Ucraina, Italia, Svizzera e tanti altri posti.
   Dopo tanto peregrinare da qualche anno vive e fa l'insegnante di canto a Reggio Calabria. E la prima cosa che viene da chiedersi è: cosa porta una donna cosmopolita come lei nella piccola città in punta allo stivale? Qui è arrivata con i suoi container da Israele, ha spostato qui, con coraggio, tutta la sua vita. Ma, in fondo, mi confessa: Reggio per molti versi sembra come Israele. Le persone hanno gli stessi visi, lo stesso calore. Anche la luce sembra simile, e i paesaggi: questo repentino passare dalle montagne al mare.
   Per la sua storia, lunga ed intricata, ma molto affascinate ci vorrebbe un libro. Proviamo a sintetizzare: galeotti furono Bova ed i resti archeologici della sua sinagoga…E ancora la conferenza a cui fu invitata nella chiesa di San Luca a Reggio Calabria, a pochi passi dalla sua attuale abitazione. A volte capita che non ci sia un motivo apparentemente perché una cosa accada. Miriam sente che in questa parte della Terra, proprio a Reggio Calabria, va piantato il suo seme artistico.
   Seme fecondo che, già qualche mese fa, aveva iniziato ad attecchire nel liceo artistico "Preti Frangipane". Un anno fa nasceva un sodalizio, un'"Accademia internazionale per lo sviluppo della voce a Reggio Calabria". Tra l'altro l'istituzione scolastica avrebbe dovuto ospitare un master della voce e, soprattutto, accogliere una mostra dei quadri di Miriam. Quelle stesse opere ammirate e osannare nei musei di luoghi lontani, talmente profonde e scardinanti dell'anima che in America sono state utilizzate dagli psichiatri come fossero delle tavole di Rorschach. E l'artista ha donato al liceo un magnifico pianoforte Steinberg, arrivato in container, ma ancora non utilizzato per i progetti pensati. L'emergenza covid, dopo gennaio 2020, ha bloccato ogni attività.
   «Perché la voce è un grido dell'anima ed è la storia di un popolo, come eredità». Una voce che chiede in tutti i modi di essere raccontata…

(Il Reggino, 25 ottobre 2020)


L'ultima teoria dei No Vax sul coronavirus: "Complotto ebraico per dominare il mondo"

Un'analisi condotta nel Regno Unito mostra che post antisemiti sono presenti nel 79% dei gruppi social di antivaxxers

Molti No Vax starebbero facendo proprie teorie antisemite di stampo nazista per diffondere fake news sul coronavirus che viene spesso raccontato come un "complotto ebraico per conquistare il mondo. Lo afferma un report di un ente di consulenza indipendente, del governo britannico, che si occupa di antisemitismo.
Come racconta il Telegraph l'analisi ha studiato 28 dei forum antivaxxer più popolari sui social media, incluso uno gestito dal fratello di Jeremy Corbyn, Piers, e ha scoperto che tutti avevano condiviso post antisemiti. Nel complesso, il rapporto ha rilevato che l'antisemitismo è presente nel 79% delle reti No Vax. "I cospirazionisti del Covid-19 hanno attribuito la 'bufala' ad una 'élite globale' di cui farebbero parte i Rothschild, i Rockefeller, George Soros, i sionisti, così come Bill Gates", afferma il rapporto secondo cui molti utenti di Facebook e Twitter hanno usato argomenti antisemiti di vecchia data. "Molti di questi post suggeriscono che gli ebrei abbiano creato il coronavirus e che gli ebrei stiano tramando dietro le quinte per destabilizzare banche e paesi attraverso la diffusione del virus".
Un rapporto del Community Security Trust (CST) dal titolo "Coronavirus and the plague of antisemitism", pubblicato ad aprile, ha identificato cinque tropi antisemiti emersi durante la pandemia, tra cui il riferimento alla malattia come "l'influenza ebraica" e la teoria della necessità della sua diffusione agli ebrei per creare un "Holocough", gioco di parole tra Holocaust e cough, olocausto e tosse.
L'ultima analisi del governo arriva dopo che uno studio del Center for Countering Digital Hate ha rilevato che 147 dei più grandi account di social media No Vax hanno guadagnato almeno 7,8 milioni di follower dal 2019, un aumento del 19% nonostante Facebook abbia annunciato nuove politiche per contrastare disinformazione sui vaccini sui social network.

(Europa Today, 25 ottobre 2020)


Il padre era un nazista ad Auschwitz, lui sceglie di diventare ebreo

Il padre era un nazista che mandava a morte gli ebrei ad Auschwitz e lui ha scelto di diventare ebreo: è la storia di Bernd Wollschlaeger

di Caterina Galloni

Bernd Wollschlaeger
"Mio padre era un nazista che mandava le persone a morire ad Auschwitz e ho scelto di diventare ebreo". E' l'incredibile storia di Bernd Wollschlaeger che si è convertito e ha prestato servizio nell'esercito israeliano dopo aver scoperto gli orrori commessi da padre Arthur, comandante nazista decorato da Adolf Hitler con la Croce di Ferro.
A Bernd Wollschlaeger, cresciuto a Bamberg, in Baviera, era stato insegnato che l'Olocausto era una bugia e che suo padre, Arthur Wollschlaeger, era un eroe di guerra.
Arthur era stato decorato personalmente da Hitler per le sue azioni sul fronte orientale, dove era comandante dei carri armati sotto il generale Heinz Guderian.
Ma non ottenne la gloriosa morte in battaglia che si aspettava: fu catturato nel 1945 e il suo unico figlio, Bernd, nacque nel 1958.
"Quello che mi raccontava era una storia da cavaliere con un'armatura splendente", ha detto Bernd, 62 anni.
"E i suoi compagni di guerra, che venivano a casa nostra almeno una volta all'anno per ricordare i "bei vecchi tempi" dicevano che mio padre era un eroe e che dovevo rispettarlo come tale. Per cui da bambino lo ammiravo.
"Ma nella mia mente c'erano dei punti interrogativi".
Il primo riguardava la casa.

 I dubbi di Bernd Wollschlaeger sul padre nazista
  Per una bizzarra coincidenza, i Wollschlaegers vivevano in una casa di proprietà della vedova di Claus von Stauffenberg, l'uomo che tentò di assassinare Adolf Hitler.
La vedova viveva al piano di sopra e Bernd, che giocava con i suoi nipoti, viveva al piano di sotto con la sua famiglia.
Bernd ha ricordato: "Mio padre si riferiva a Claus come a un "traditore".
"Ma la moglie, i nipoti e le foto che ho visto nella casa al piano di sopra indicavano completamente il contrario: era un uomo amorevole e premuroso.
Bernd iniziò a pensare "Perché mio padre dice che è un traditore?".
Ma per il giovane, il "punto di svolta" arrivò quando i palestinesi uccisero 11 membri della squadra olimpica israeliana - sei allenatori e cinque atleti - ai Giochi estivi del 1972 a Monaco.
"Mi chiedevo perché - non sapevo ancora dell'Olocausto - mio padre non ne parla? Perché è così arrabbiato?
"Aveva solo fatto riferimento al massacro degli atleti israeliani, dicendo:"Guarda cosa ci fanno di nuovo! Gli ebrei stanno minando la nostra reputazione per farci sembrare cattivi".
E il massacro aveva sollevato un'altra domanda: se gli ebrei erano stati di nuovo uccisi in Germania, quando era già accaduto?
A dire la verità furono i suoi insegnanti. Bernd rimase scioccato e al contempo perplesso perché se il padre era un eroe di guerra doveva sapere qualcosa.

 Le domande senza risposta
  Aveva posto delle domande ad Arthur e lui rispose che era tutta una bugia, gli insegnanti erano comunisti e l'Olocausto non era mai accaduto.
"Sospettavo ci fosse una grande lacuna, un buco nero su cui mio padre non voleva far luce, e più leggevo, più imparavo", ha detto Bernd.
"Più studiavo, più arrivavo alla conclusione che mio padre era un bugiardo."
Solo quando era ubriaco il padre smetteva di mentire ma "non si è mai scusato per quello che è successo agli ebrei".
"Una volta mi ha detto che il mondo avrebbe dovuto celebrare quello che hanno fatto i tedeschi, perché ci siamo sbarazzati dei parassiti".
In seguito aveva scoperto che in Russia l'unità del padre spargeva terrore nei villaggi ebraici, massacrava la gente del posto e strappava le pagine dalla Torah nelle sinagoghe per isolare i serbatoi.
Non ultimo, aveva scoperto che il padre aveva mandato delle persone a morire ad Auschwitz.
"Sapeva esattamente cosa fosse Auschwitz. Ha partecipato allo sterminio degli ebrei".
Determinato a saperne di più sulle persone che il padre aveva perseguitato, il giovane tedesco chiese al suo insegnante, un ex prete gesuita, di aiutarlo.
Il sacerdote aveva portato Bernd a un vertice interreligioso annuale organizzato dalla chiesa, progettato per riunire ebrei e arabi di Israele.
Bernd ha ricordato: "Ho stretto un legame con una ragazza israeliana e lei ha detto: "Se vuoi vedermi di nuovo, devi venire in Israele", cosa che feci tre mesi dopo".

 L'arrivo in Israele
  Ha preso un treno per l'Italia e un traghetto attraverso il Mediterraneo, e i genitori della ragazza lo hanno accolto nel loro minuscolo appartamento.
Un'esperienza che lo aveva trasformato.
"Mi hanno ospitato come un fratello perduto da tempo", ha detto Bernd.
"Ho chiesto al padre come aveva imparato il tedesco e mi ha mostrato il numero tatuato sull'avambraccio. Sono rimasto scioccato".
'Non mi ha incolpato per questo, era un uomo molto, molto gentile. Era stato ad Auschwitz.
"Mi aveva detto: "Non odio i tedeschi, ma voglio sapere se ti insegnano quanto è accaduto". Ho risposto: "probabilmente non abbastanza".
"Mi ha portato allo Yad Vashem, il memoriale dell'Olocausto a Gerusalemme, e lì ho capito l'entità dello sterminio e sono crollato emotivamente. Ho pianto".

 Il ritorno in Germania
  Al ritorno a Bamberg, Bernd si offrì di aiutare la sua comunità ebraica locale come uno Shabbat goy, un gentile che svolge determinate attività proibite agli ebrei durante il sabato.
"Più mi avvicinavo a questa famiglia di elezione - e conoscevo la liturgia, la lingua, le abitudini - più mi sentivo distante dalla mia famiglia di origine e arrivai alla rottura".
Il momento decisivo fu quando gli chiesero di dire il kaddish - una preghiera ebraica - sulla tomba di un amico anziano che era morto senza avere accanto la famiglia.
Durante l'Olocausto l'uomo era stato un Sonderkommando - un ebreo costretto, pena la morte, ad assistere all'assassinio della sua stessa gente - e se ne vergognava profondamente.
"Quando l'ho fatto, sapevo di aver varcato la soglia. Non ero più tedesco", ha spiegato Bernd.

 La conversione: Bernd diventa ebreo
  Chiese a Itzhak Rosenberg, allora capo della piccola comunità ebraica della città, di aiutarlo a convertirsi.
La domanda di conversione fu rifiutata per due anni, ma alla fine Bernd nel 1986 cambiò religione.
A quel punto si era laureato in medicina e decise di andare in Israele, dove avrebbe prestato servizio nell'esercito come ufficiale medico.
Ha visto suo padre un'ultima volta, la notte prima di partire.
"Sono andato a salutarlo ma non voleva vedermi. Era ubriaco come sempre e mi ha definito "traditore". Per lui è stato il tradimento finale", ha aggiunto.
Arthur Wollschlaeger morì nel giugno 1987.
Le ultime parole all'unico figlio erano contenute in una serie di lettere inviate in Israele.
"Le ho lette 20 anni dopo ed erano parole sprezzanti e strazianti. Era combattuto tra il volermi bene come figlio e poi perdermi come figlio".
Nel testamento aveva dichiarato esplicitamente che mi era proibito partecipare al suo funerale, ma comunque Bernd non era presente.
"Mi è stato proibito di portare il suo cognome, di avvicinarmi alla sua tomba e sono stato definito traditore".
Bernd ha lasciato Israele nel 1991, seguì la moglie, un'israeliana-americana, negli Stati Uniti da cui divorziò nel 1995.
Oggi è un medico di famiglia a Miami, in Florida, e ha tre figli. Tal, 31, Jade, 26 e Natalia, 23, tutti di religione ebraica.
Sebbene il padre non abbia mai disconosciuto il nazismo, Bernd - che racconta il suo viaggio spirituale nel libro di memorie "A German Life" - è riuscito a perdonarlo.

(Blitz quotidiano, 25 ottobre 2020)



L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
   --> Predicazione
Marcello Cicchese
dicembre 2019



 

La terza pace di Bibi Netanyahu: tocca al Sudan

Dopo Emirati e Bahrein

di Davide Frattini

 Netanyahu annuncia
la pace con il Sudan
Un aereo israeliano è atterrato all'aeroporto di Khartoum verso la fine di maggio, un volo che avrebbe dovuto rimanere segreto come i negoziati che Najwa Gadaheldam stava portando avanti. La diplomatica sudanese cercava la pace tra i due Paesi nemici, non ha potuto assistere alla sua vittoria, è morta in pochi giorni colpita dal Covid-19, i medici erano partiti da Tel Aviv per cercare di salvarla.
   Da allora le trattative sono andate avanti con i consiglieri di Trump a fare da mediatori, a mettere sul tavolo quella che per il Sudan è l'offerta più vantaggiosa: Washington promette di toglierlo dalla lista delle nazioni che sostengono il terrorismo e di cancellare le sanzioni. In cambio Israele continua ad allargare — dopo Emirati Arabi e Bahrein — la nuova alleanza con il mondo arabo e islamico. I contatti vanno avanti dalla caduta di Omar al Bashir un anno e mezzo fa, deposto dopo le proteste popolari: il consiglio militare che ha preso il potere e il primo ministro Abdallah Amdok hanno capito che la mossa diplomatica li avrebbe aiutati a uscire dalla crisi.
   Il passo verso Israele chiude per il Sudan il cerchio delle ostilità ratificato proprio a Khartoum nel 1967 dopo la Guerra dei sei giorni. Una riunione della Lega Araba convenuta nella capitale aveva approvato la risoluzione conosciuta come quella dei tre «no»: «No alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele, no ai negoziati». Cinquantatré anni dopo la situazione nella regione spinge a cercare intese diverse. Trump ha accelerato perché i primi sì di Emirati, Bahrein e Sudan potessero venire annunciati prima delle elezioni del 3 novembre. Ripete che se fosse rieletto anche gli iraniani lo chiamerebbero il giorno dopo per negoziare un accordo.
   Ieri è arrivata la conferma — il premier Benjamin Netanyahu era rimasto ambiguo sul punto — che gli Emirati in cambio del patto hanno ottenuto dagli Stati Uniti la fornitura degli F-35. Fino ad ora i governi israeliani si erano sempre opposti alla perdita del vantaggio strategico in Medio Oriente garantito dagli armamenti americani.

(Corriere della Sera, 24 ottobre 2020)


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Israele, la nuova svolta. È pace con il Sudan Gli Usa: "Ora i sauditi"

di Sharon Nizza

L'ex nemico storico di Gerusalemme

Il Sudan aveva partecipato alle guerre del '48,'67 e fornito armamenti all'Egitto durante la guerra del Kippur. Fu proprio nella capitale sudanese che la Lega Araba pronunciò i famosi "Tre no" che chiudevano a qualsiasi dialogo con Israele.
GERUSALEMME - «Oggi Khartum dice sì alla pace, al riconoscimento di Israele e alla normalizzazione». Così Netanyahu ha comunicato ieri agli israeliani che anche il Sudan ha deciso di imbarcarsi nel processo di normalizzazione con lo Stato ebraico, diventando il terzo Stato musulmano a procedere in tal senso in due mesi, dopo Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Il Sudan aveva attivamente partecipato alle guerre del '48, '67 e fornito armamenti all'Egitto durante la guerra del Kippur. Fu proprio nella capitale sudanese che la Lega Araba pronunciò i famosi "Tre no" che chiudevano a qualsiasi dialogo con Israele - quelli che Netanyahu nella sua dichiarazione ha ribaltato in positivo. Israele ha preso di mira in passato convogli iraniani transitati in Sudan per l'armamento di Hamas.
   In serata si è svolto un primo colloquio telefonico ufficiale tra Trump, Netanyahu e i leader sudanesi Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio Militare di Transizione e il premier Abdalla Hamdok. La divisione tra l'anima militare e quella civile del governo, con la seconda più esitante rispetto alla mossa, è emersa fino all'ultimo. Decisivo l'impegno di Trump, formalizzato ieri, di rimuovere il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. In cambio gli Usa hanno ottenuto anche 355 milioni di dollari dal Sudan come risarcimento per le vittime americane di attentati terroristici che hanno visto il coinvolgimento del Paese africano. Somma che probabilmente verrà azzerata dagli ingenti aiuti che gli Usa hanno promesso di inviare ora a Khartum per ridurne l'immenso debito pubblico. Una fonte Usa ha annunciato anche che il Sudan inserirà Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche.
   «Si è parlato molto in questi mesi dell'apertura a Israele. Mentre c'era esitazione da parte dei leader, l'opinione pubblica è felice di questa opportunità, gli oppositori sono marginali. Il popolo sudanese vuole vedere il proprio Paese avanzare. Le relazioni con Israele avranno effetti positivi«, dice a Repubblica Mudawi Ibrahim Adam, storico attivista sudanese per i diritti umani che ha partecipato anche alla rivoluzione che l'anno scorso ha messo fine alla dittatura trentennale di Omar al-Bashir.
   L'amministrazione Trump ha lavorato intensamente («Pompeo chiama Khartoum a giorni alterni« aveva detto Ibrahim già il mese scorso) per incassare questo nuovo risultato in politica estera, nella speranza che possa avere un impatto sulla corsa presidenziale. Corsa che ha trovato spazio nella telefonata tra i leader, con Trump che ha chiesto a Netanyahu: «Bibi, pensi che Sleepy Joe avrebbe potuto fare questi accordi? Non credo…" (Netanyahu ha risposto con un diplomatico «Apprezziamo l'aiuto per raggiungere la pace da parte di chiunque negli Usa»).
   Trump ha parlato di altri cinque Stati arabi, tra cui l'Arabia Saudita (Oman e Marocco pare siano in cima alla lista), che l'amministrazione prevede apriranno a breve a Israele. E si è spinto oltre: «Vorrei vedere anche l'Iran aggregarsi». Netanyahu non esclude: "Ero contrario all'accordo precedente (quello sul nucleare, ndr ), ma un nuovo accordo con l'Iran sarebbe benedetto".

(la Repubblica, 24 ottobre 2020)


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Dall'Olp a Netanyahu, il Sudan normalizza i rapporti con Israele

Ancora una volta un nemico di Israele riesce a descrivere bene, per rammaricarsene, i successi di Israele. NsI

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - «Oggi annunciamo un'altra svolta sensazionale verso la pace. Un altro paese arabo entra nel cerchio della pace: questa volta si tratta della normalizzazione fra Israele e Sudan».
   Netanyahu ha commentato così l'annuncio di Trump dell'accordo che mette fine allo stato di belligeranza tra Khartum e Tel Aviv e darà inizio alla normalizzazione tra i due paesi. Poco prima il premier israeliano aveva avuto un colloquio telefonico con i leader sudanesi - il premier Hamdok e il capo del consiglio di transizione al Burhan - e il presidente americano. Tutto era pronto da mercoledì: una delegazione israeliana di alto profilo si è recata a Khartum. Ieri mattina Trump ha annunciato la rimozione del Sudan dalla lista dei paesi che gli Usa accusano di «sponsorizzare il terrorismo». A quel punto si è capito che l'annuncio della terza normalizzazione dopo quelle tra Israele con Emirati arabi e Bahrain era una questione di ore.
   Il Sudan aderisce all'Accordo di Abramo, firmato il 15 settembre alla Casa Bianca. Quanto i nuovi leader che hanno rimosso al Bashir siano andati a braccia aperte verso i loro interlocutori israeliani è difficile valutarlo. Lo scenario è mutato, e non poco, rispetto a 18 anni fa quando il mondo arabo si diceva unito nel sostenere il principio «della pace per la terra» e che la normalizzazione con Israele si sarebbe realizzata solo in cambio del ritiro dai territori arabi e palestinesi occupati dallo Stato ebraico nel 1967. Ma l'impressione è che il Sudan, con una popolazione alla fame, sia stato spinto all'accordo dal diktat di Trump: niente rimozione dalla black list e aiuti internazionali senza la normalizzazione con Tel Aviv.
   Il meno celebrato dei tre accordi in realtà è il più significativo. Khartum è stata una delle capitali più schierate a favore dei diritti dei palestinesi e in passato ha accolto migliaia di combattenti dell'Olp. «Il Sudan che normalizza i rapporti con l'occupazione israeliana è una nuova pugnalata alla schiena ma non piegherà i palestinesi che proseguiranno la lotta per i loro diritti», ha commentato Wasel Abu Yusef, del Comitato esecutivo dell'Olp.
   Netanyahu esagera ma fino a un certo punto quando parla di svolta sensazionale. Il Sudan di fatto è stato impegnato in una guerra a distanza con Israele. Ha sostenuto il movimento islamico Hamas e mantenuto un'alleanza militare e politica con l'Iran e il movimento sciita libanese Hezbollah. Tra il 2008 e il 2014 l'aviazione israeliana ha colpito più volte nel paese africano. E il premier israeliano ieri ha ricordato che a Khartum, nel 1967, furono enunciati i «tre No» della Lega araba: «No alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele, no a trattative con Israele».
   Cinque decenni dopo Israele arriva ufficialmente a Khartum e Porto Sudan con i suoi apparati di sicurezza e intelligence.

(il manifesto, 24 ottobre 2020)


Michele Giorgio legge gli accordi di pace come mezzo per Israele per allargare le basi dei propri apparati di sicurezza e di intelligence. Ma una qualsiasi attenta valutazione dello svolgimento delle trattative non può non vedere ben altro che un semplice aiuto all'intelligence israeliana che, nei decenni, ha dimostrato di non aver bisogno di simili accordi di pace; basti pensare come esempio illuminante ed eclatante alle tonnellate di documentazione davvero esplosiva fatte uscire dall'Iran.
Inoltre è grave l'omissione della feroce dittatura che ha governato il Sudan per anni, un paese che venne colpito sì da attacchi mirati israeliani, ma che sempre, fin dall'epoca di Nasser partecipò attivamente alle guerre ed agli attacchi contro Israele con forniture di uomini ed armi, oltre che agì come autostrada per i convogli di armi saltuariamente colpiti da Israele. Emanuel Segre Amar


La scrittrice israeliana che profetizzò la pandemia

Negli anni Novanta Hamutal Shabtai pubblicò il romanzo "2020"

di Meir Ouziel

 
Hamutal Shabtai
Nel 1997, la scrittrice israeliana Hamutal Shabtai ha pubblicato un libro dal titolo 2020, che tratta di una pandemia che sconvolge il mondo nei 2020. Un libro profetico che solleva questioni che oggi ognuno di noi conosce in prima persona: il distanziamento fisico di fronte alla paura del contagio, le famiglie separate, la contrapposizione tra gli Stati, il controllo delle nostre vite in nome della salute. L'autrice è psichiatra di professione, figlia del noto scrittore Yaakov Shabtai, i cui libri sono tradotti anche in italiano. È davvero un romanzo visionario per la sua capacità di descrivere con tanta precisione quanto il mondo sta vivendo in questo 2020.
   Iniziò a scrivere il romanzo negli anni '80, quando il mondo era terrorizzato dalla sfida dell'Aids. In quanto medico, Shabtai era estremamente preoccupata dalle implicazioni che quella nuova malattia avrebbe potuto avere sulle relazioni interpersonali. Così, al centro del suo mondo letterario, c'è un disegno per sviluppare una nuova razza umana caratterizzata dal ripudio dei rapporti intimi.
   Tra i romanzi distopici che immaginano un mondo minacciato da una pandemia, nessuno ha azzeccato l'anno come Shabtai. Questo genere di letteratura tende a concentrarsi su trame dicotomiche in cui il "cattivo" diffonde il virus consapevolmente, mentre 2020 si concentra su un aspetto più interessante: i risvolti che la pandemia ha sull'animo umano, fino a che punto è in grado di mutare i nostri istinti primordiali, portando, piuttosto che a unirci, ad allontanarci.
   «È un libro su un virus che colpisce l'amore» ho detto a Hamutal durante un recente festival di letteratura distopica cui abbiamo partecipato (ovviamente su zoom). Lei ha concordato. Il virus che nel suo libro dipinge con la forza dell'immaginazione, nel 2020 ha effettivamente intaccato l'amore fisico tra gli esseri umani. Shabtai descrive un mondo controllato da una dittatura sanitaria, ai cui vertici vi è l'Organizzazione mondiale per la sanità. Sì, incredibile, lo stesso potente ente che oggi è diventato così predominante nelle nostre vite.
   La dittatura impone leggi d'emergenza che separano i soggetti sani dai malati. Ogni giorno, i sani devono superare il controllo di un sistema automatico. Le stazioni di controllo si trovano ovunque, nei centri commerciali, nelle scuole, nelle università. E ogni giorno viene aggiornata la situazione medica di ogni soggetto: sano, malato o a rischio. Le persone malate o a rischio sono trasferite in "centri di cura", da cui non vi è ritorno. I sani continuano a essere monitorati dall'Autorità per il controllo igienico, un ente con milioni di controllori che hanno la facoltà di arrestare chiunque, seguirlo, intercettarne le conversazioni.
   «Ho scritto il libro nel 1986, quindi non ci sono cellulari o internet», dice Shabtai. E infatti quello che rende incredibilmente interessante il romanzo non è tanto l'innovazione tecnologica o scientifica che in genere si tende a cercare nei libri di fantascienza, ma piuttosto la descrizione di una situazione - che effettivamente viviamo oggi sulla nostra pelle - in cui una pandemia è in grado di cambiare l'umanità nel profondo della sua psicologia.
   Shabtai stessa è rimasta colpita da quanto la sua descrizione si sia dimostrata realistica: come la paura abbia preso il sopravvento: come non solo gli uomini, ma anche gli Stati abbiano iniziato a relazionarsi attraverso la lente della paranoia. «Avevo visto giusto allora. Ma solo ora ho avuto la prova che avevo ragione!».
   Nel romanzo è descritta una realtà inquietante in cui ogni contatto, vicinanza, forma di erotismo tra esseri umani è accompagnato dal sospetto. E si, anche li la gente ha paura a stringersi le mani. L'omosessualità è un crimine, così come le relazioni extraconiugali. Sono banditi tutti i luoghi in cui uomini e donne potrebbero incontrarsi e interagire. Per i rapporti sessuali, esistono dei funzionali robot.
   «Vorrei tanto abbracciarti nonno», ha detto la nostra nipotina dodicenne a me e mia moglie quando finalmente ci siamo incontrati dopo mesi di isolamento. Ma abbracciarsi oggi è vietato.
   Un mondo senza erotismo e senza amore tra gli esseri umani equivale alla morte del mondo. Il bacio è l'unico mezzo che l'uomo ha per far fronte, per un istante, alla sua nullità rispetto all'eternità. L'amore è l'elemento più importante delle nostre vite. Tutti moriremo prima o poi, con o senza virus. Ma se continueremo a vivere senza l'amore, senza la possibilità di baciarci, il Covid avrà davvero sopraffatto l'umanità.

(la Repubblica, 24 ottobre 2020 - trad. Sharon Nizza)


Identità nascoste. Sulle tracce dei cripto-giudei

Inaugurazione mostra mercoledì 28 ottobre 2020, h 18 alla presenza di:
Guido Ottolenghi Presidente Fondazione Museo Ebraico di Bologna
Dan Tadmor, CEO Museum of the Jewish People at Beit Hatfutsot
Amedeo Spagnoletto, Direttore MEIS


La mostra esplora la lunga storia degli ebrei nella Penisola Iberica (Sefarad), dai primi anni dell'Impero romano, attraverso il medioevo e la fiorente Età d'Oro che vide un notevole sviluppo della cultura e dell'economia ebraica in Spagna, fino al dramma dell'espulsione, delle fughe e delle conversioni forzate da cui origina la storia dei cripto-giudei. Il percorso espositivo - sviluppato in collaborazione con il Museo del Popolo Ebraico | Beit Hatfusoth di Tel Aviv e con The Jewish Heritage Alliance - getta luce sull'affascinante e complessa vicenda dei cripto-giudei, dei conversos ("convertiti"), degli anusim (i "costretti"), dei nuovi cristiani, dei marrani, tutte definizioni che si riferiscono a uomini e donne che dalla fine del XV secolo vissero una drammatica doppia identità: in pubblico come cristiani, ma segretamente, nell'intimità delle loro case, continuarono a osservare il giudaismo. La storia dei conversos dalla penisola iberica è una storia di identità segrete, nascoste e mutevoli. Le loro tradizioni uniche e particolari durarono per generazioni, dimostrando la forza e la resilienza di una intera comunità.
La mostra illustra inoltre il grande contributo culturale che la tradizione sefardita di questa nuova diaspora esportò ben oltre i confini della Penisola Iberica. Dall'Europa occidentale, all'Impero ottomano, fino alle colonie del Nuovo Mondo. Sono esposti alcuni importanti manoscritti e testi ebraici sefarditi, provenienti dalla Biblioteca Universitaria di Bologna e dalla Biblioteca Comunale di Imola: in particolare, la preziosa Bibbia ebraica miniata di Imola prodotta a Toledo nel 1480 ca., e la Bibla en lengua Española nell'edizione del 1553 di Duarte Pinel, converso portoghese che si rifugiò a Ferrara.
in collaborazione con il Museo del Popolo Ebraico | Beit Hatfusoth di Tel Aviv e con The Jewish Heritage Alliance.

(Bologna Agenda Cultura, 24 ottobre 2020)


16 ottobre 1943, il liceo "Enriques" di Ostia commemora il rastrellamento degli Ebrei di Roma

 
Lello Dell'Ariccia
OSTIA - Nel giorno della Commemorazione del rastrellamento degli Ebrei di Roma, avvenuto il 16 ottobre del 1943, è stata organizzata una conferenza presso l'aula magna della succursale del liceo ad Acilia, relatore Lello Dell'Ariccia, prezioso testimone della deportazione degli Ebrei di Roma e oggi Presidente dell'associazione "Progetto Memoria" che si occupa, assieme al Centro di Cultura Ebraica di Roma, di fare opera di sensibilizzazione sociale e culturale. "Una bella sfida quella che in tempi di pandemia è stata intrapresa al liceo Enriques", commenta la prof. ssa Gaetana Allegretti, referente del Progetto Memoria del Liceo scientifico e linguistico F. Enriques.
   La mattina del 16 di ottobre, in aula magna ad Acilia, erano presenti (opportunamente distanziati) gli allievi di quattro classi della succursale, mentre da remoto erano collegati quelli del liceo scientifico e linguistico "Enriques" di Ostia e di Acilia. Prodigi della tecnologia che, seppur con qualche difficoltà iniziale, ha permesso di raggiungere talmente tanti alunni che l'aula magna non avrebbe mai potuto contenere.
   Il Dirigente scolastico Antonio Palcich ha presentato l'eccezionale testimone che alla veneranda età di ottantatré anni ha voluto essere presente, sfidando qualsiasi paura di contrarre il Covid, pur di portare in questa ricorrenza la sua testimonianza su un evento così tragico non solo per la comunità ebraica, ma per tutti i romani e l'Italia intera. Dopo un dettagliato excursus storico, Dell'Ariccia ha proseguito più dettagliatamente a partire dall'Unità d'Italia con l'abolizione dei ghetti fino all'esame del documento sulle Leggi razziali del '38 (proiettato sullo schermo), soffermandosi sui nomi di intellettuali, politici e giornalisti che lo sottoscrissero e che hanno continuato ad avere grande importanza nel dopoguerra.
   Da subito Dell'Ariccia stupisce per la sua voce cristallina, la sua energia nel conferire, la lucidità nel ricordare episodi storici in modo dettagliato e al tempo stesso connotandoli con aneddoti relativi al suo vissuto. Ma la parte più toccante è quando parla della sua infanzia, della comunità ebraica di Roma che nel '43 stentava a credere alle tragiche notizie che arrivavano d'oltralpe, sentendosi rassicurata dalla presenza del papa e maggiormente dal tentativo del generale Kappler di evitare il rastrellamento degli ebrei di Roma in cambio di cinquanta chili d'oro.
   Talora il racconto di Dell'Ariccia si colorisce di aneddoti di grande potenza emotiva, di racconti che sottolineano la grande umanità di alcuni personaggi ed al contempo la ferocia di altri. Toccante l'episodio di una venditrice di caldarroste, non ebrea: alla vista della triste questua destinata al generale Kappler, si tolse dal collo la sottile collanina d'oro e la donò in segno di solidarietà.
   Dell'Ariccia racconta che nella sua famiglia solo i suoi genitori avevano dato credito alle parole di uno zio, molto informato su ciò che stava avvenendo agli ebrei nell'Est europeo, infatti si trasferirono in un'altra casa e fu questa la loro salvezza.
   La mattina del 16 ottobre del '43, da via del Casaletto, dove allora vivevano, la sua mamma decise che sarebbero andati a portare alla nonna delle uova e un po' d'olio. Giunti dopo ore di cammino a destinazione, una donna afferrò per il braccio la mamma e le disse che i tedeschi avevano già portato via la nonna con una nipotina di sei anni e lo zio che viveva con loro. A questo punto sullo schermo appare l'immagine di un foglietto: era stato scritto dallo zio, lasciato cadere per strada e ritrovato da alcuni passanti, in cui lo zio rassicurava che stava bene. Questo foglietto è stata l'ultima testimonianza diretta dallo zio alla famiglia, prima di essere caricato sui vagoni merci alla stazione Tiburtina e trasportato al campo di concentramento di Auschwitz. Quindi Dell'Ariccia continua a riferire del suo peregrinare per Roma in clandestinità, spesso accolto in conventi di suore. Una famiglia amica, non ebrea, gli aveva fornito dei documenti falsi e qui la voce del testimone si spezza, gli occhi si velano di lacrime e, dopo una pausa, spiega commosso come quella amicizia ancora oggi continua.
   Concluso il discorso, si accavallano gli interventi degli studenti sia presenti che distanti. Uno chiede quanto la fede nella religione sia stata di sostegno nei momenti più bui, e dell'Ariccia inaspettatamente rivela di non essere affatto credente, di sentirsi cittadino del mondo e di non credere alla distinzione tra le razze. Una ragazza gli ha chiesto cosa possano fare i giovani nel loro piccolo. Dell'Ariccia risponde con Gramsci: "Studiare!"; poi ha aggiunto "Siate cittadini attivi, andate a votare e, se non vi piace alcun partito, fondatelo!" Così si è conclusa questa commovente conferenza tenuta da un testimone che ha vissuto in prima persona i momenti tragici finali del Secondo Conflitto Mondiale. "Sono state le parole giuste che i ragazzi si aspettavano in un momento difficile come questo; - commenta una professoressa di Acilia - è stata data loro una bella opportunità di crescita personale e culturale".
   Molto soddisfatte anche le referenti del "Progetto Memoria" del Liceo "Enriques", le professoresse Gaetana Allegretti e Stefania Nardone, che hanno svolto il lavoro di organizzazione dell'evento. "Non è stato affatto semplice, - affermano le professoresse - perché in tempi di Covid ci si è dovuti attrezzare opportunamente, fare i conti con la rete, usufruire di piattaforme fino ad ora ai più sconosciute; ma a volte questa tecnologia, tanto vilipesa da alcuni perché effettivamente priva la scuola di quella dimensione così importante di socialità, riesce a fare prodigi come nella conferenza del 16 ottobre scorso in cui ha unito centinaia di alunni che, nonostante la distanza, hanno potuto partecipare ed assistere ad una straordinaria testimonianza.

(Il Faro, 24 ottobre 2020)


Israele, avvio della sperimentazione clinica per il vaccino contro il Covid

 
L'Istituto israeliano per la ricerca biologica a Ness Ziona
Superata con successo la prima fase di test pre-clinici, l'Istituto israeliano per la ricerca biologica di Ness Ziona, nel centro del paese, dal primo novembre procederà a testare il vaccino contro il Coronavirus su un gruppo composto da 100 israeliani adulti, tra i 18 e i 50 anni.
La notizia che l'Istituto e' sulla buona strada era gia' trapelata lo scorso marzo, dopo che i ricercatori del Ness Ziona, il mese precedente, avevano ricevuto da alcuni istituti di ricerca omologhi all'estero, Italia inclusa, dei campioni contenenti il virus. Il centro, fondato negli anni '50 per difendere il neo-costituito paese da eventuali attacchi chimici e biologici, e' oggi specializzato in ricerca avanzata, applicata allo sviluppo multidisciplinare nei settori della biologia, della chimica, delle scienze ambientali e dell'atmosfera.
I test pre-clinici fin qui condotti hanno fornito positivi riscontri sulla rapida e potente induzione di anticorpi neutralizzanti contro la SARS-Cov-2, il virus che causa il COVID-19 e sulla possibilità di trasferire sull'uomo una prima fase di sperimentazione. Che se avrà successo, consentirà un allargamento dei test clinici fino a 30.000 soggetti.

(Tribuna Economica, 23 ottobre 2020)


Israele ha una base segreta in Bahrein da undici anni

di Emanuel Pietrobon

A poco più di un mese dalla firma degli accordi, avvenuta il 15 settembre presso la Casa Bianca, Israele ed Emirati Arabi Uniti stanno procedendo all'avvio di forme di cooperazione e partenariato in numerosi settori, dal turismo al commercio, e proseguono attivamente anche i lavori con il Bahrein.
   Dopo aver annunciato la prossima apertura di una rotta marittima collegante i porti israeliani e bahreiniti e firmato l'accordo per l'inaugurazione ufficiale e formale di relazioni bilaterali, il 21 ottobre le opinioni pubbliche dei due Paesi sono state messe a conoscenza di un evento protetto dal massimo riserbo per oltre un decennio: la presenza di una missione israeliana segreta a Manama dal 2009.
   La notizia è divenuta di pubblico dominio il 21 ottobre, preceduta da una settimana di indiscrezioni; segno che l'era della segretezza e dell'ambiguità tra Israele e gli attori statuali del mondo arabo è ufficialmente terminata con la firma degli accordi di Abramo. Oggi è il Bahrein, ma domani potrebbero essere rivelati dettagli inerenti i rapporti a lungo nascosti, ad esempio, tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, o tra Israele e l'Arabia Saudita.
   Il portale d'informazione Axios ha ricostruito l'intera vicenda nei dettagli grazie all'aiuto di alcuni ufficiali bahreiniti. Fra il 2007 e il 2008 ebbe luogo un ciclo di incontri segreti tra l'allora ministro degli esteri israeliano, Tzipi Livni, e l'omologo bahreinita, Khaled Bin Ahmad al-Khalifa, avente l'obiettivo di spianare la strada all'apertura di una "missione israeliana segreta a Manama".
   Le due diplomazie raggiunsero un accordo, favorito dall'aumento della rivalità tra Israele e Qatar, che il 13 luglio 2009 condusse alla registrazione del Centro per lo Sviluppo Internazionale nell'albo delle imprese operanti in Bahrein. Quell'ente, in realtà, non era una semplice compagnia privata ma uno scudo dietro al quale proteggere le attività ultra-riservate della diplomazia israeliana.
   La compagnia, che dal 2013 ha cambiato nome, è ufficialmente coinvolta in attività di commercializzazione e servizi d'investimento e consulenza per imprese occidentali interessate a fare affari nella penisola arabica al di fuori del campo petrolifero, come ad esempio nella tecnologia medica, nelle rinnovabili e nella sicurezza alimentare. In realtà, oltre a servire tali scopi, la missione ha anche funto da "canale per le comunicazioni segrete per il governo israeliano".
   
 Come è stato mantenuto il segreto
  Gli impiegati sono stati scelti con estrema discrezione da Tel Aviv onde evitare che il giornalismo d'inchiesta e/o attività di spionaggio potessero portare alla scoperta della missione. Il requisito fondamentale per poter lavorare negli uffici della compagnia fittizia era, ed è, il possesso della doppia cittadinanza. In questo modo la diplomazia israeliana ha potuto inviare in loco degli agenti ufficialmente provenienti dal Sud Africa, dal Belgio, dagli Stati Uniti e dal Regno Uniti, ma in realtà al servizio di Israele.
   Ad ogni impiegato, inoltre, era stato fatto un profilo su LinkedIn, il più importante sito web al mondo per lo sviluppo di contatti professionali, per aumentare la credibilità e ridurre al minimo ogni sospetto.
   Infine, per via della sempre presente possibilità che qualche ufficiale bahreinita su posizioni anti-israeliane potesse svelare l'accaduto, l'esistenza della missione segreta era stata comunicata soltanto ad un gruppo molto ristretto di persone composto dai lealisti più fidati del re. Da quando sono stati firmati gli accordi di Abramo, però, la necessità di nascondere un simile segreto è venuta meno: le opinioni pubbliche sono state adeguatamente preparate al processo di normalizzazione e il mondo arabo è entrato in una nuova era.
   
(Inside Over, 23 ottobre 2020)


Vicino l'accordo Israele-Sudan, il ruolo del misterioso dell’agente 'Maoz'

di Aldo Baquis

 
Dopo gli accordi con gli Emirati arabi uniti ed il Bahrein, Israele si ritiene prossimo alla normalizzazione delle relazioni anche col Sudan. Questione di giorni, anticipano i media locali. Intessuti dall'amministrazione di Donald Trump, gli 'Accordi di Abramo - ha scritto su Facebook il premier Benyamin Netanyahu - "compiono già passi da gigante".
   Accordi di cooperazione sono stati firmati questa settimana con ministri degli Emirati giunti a Tel Aviv. Presto ci saranno decine di voli settimanali da Tel Aviv verso Abu Dhabi e Manama, con scambi di turisti esenti da visti di ingresso, e con libertà di volo su Giordania e Arabia Saudita. "Israele diventa uno snodo regionale" ha esclamato il premier. Adesso anche l'Africa orientale è a portata di mano.
   Giovedì scorso un aereo privato è decollato da Tel Aviv diretto a Khartum. A bordo c'erano funzionari statunitensi ed israeliani. Fra questi - ha rivelato la radio militare - un uomo circondato dal mistero che nell'ufficio del premier si fa chiamare 'Maoz', 'fortezza', in ebraico. Indicato come il braccio destro del consigliere per la sicurezza nazionale Meir Ben Shabat, 'Maoz' - secondo l' emittente - ha operato a lungo dietro le quinte in vari Paesi arabi fra cui Emirati e Bahrein, e probabilmente altrove. A Khartum ha in apparenza lavorato alla definizione degli ultimi dettagli di un accordo bilaterale che, secondo i media locali, sarà annunciato a giorni da Trump.
   L'avvicinamento fra Israele e Sudan era venuto alla luce lo scorso febbraio con un incontro a sorpresa in Uganda di Netanyahu col dirigente sudanese Abdel Fattah al-Burhan. Era stato organizzato, si è appreso poi, dagli Emirati. In parallelo il premier lavorava anche ad un "ritorno" di Israele in Africa, incontrando dirigenti del Ciad e del Mali. Le intese col Sudan significano fra l'altro un accorciamento delle rotte degli aerei israeliani diretti verso il Sudamerica.
   Il contributo degli Stati Uniti è stato determinante. Pochi giorni fa il Segretario di Stato Mike Pompeo ha assicurato il Sudan che sarà rimosso dalla lista degli Stati che fomentano terrorismo. Una condizione necessaria per garantirgli l'afflusso di aiuti economici. "Quello è stato un puro ricatto" ha detto al Jerusalem Post una fonte dell'Autorità nazionale palestinese.
   '"Il Sudan rischia di diventare il terzo Paese arabo a pugnalarci alla schiena, in violazione del consenso e delle risoluzioni arabe". Ahmed al-Mudalal, un dirigente della Jihad islamica, ha rincarato: 'Perdere il Sudan sarebbe per i palestinesi un disastro". Intanto il Mufti di Gerusalemme sceicco Muhammad Hussein ha avvertito che cittadini di Paesi arabi che arrivassero in Israele in virtù di accordi separati con Israele non sarebbero benvenuti nella Moschea al-Aqsa. Sarebbero visti piuttosto "alla stregua di soldati e di coloni israeliani".

(Focus on Africa, 23 ottobre 2020)


"Per decenni abbiamo sognato che Israele venisse accettato nella regione

"A Israele non è mai stata data una giusta opportunità in questa regione perché è sempre stato isolato dai suoi vicini con una forma di discriminazione etnica e religiosa".

Scrive Eldad Beck: È sconcertante vedere come la maggior parte della grande stampa, persino in Israele, si stia occupando della rapida attuazione degli "accordi di Abramo" tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Dalla ratifica del trattato da parte della Knesset e del governo di Abu Dhabi, alla visita in Bahrain della delegazione israeliana per la normalizzazione, all'avvio dei primi voli commerciali diretti tra gli Emirati e Israele: tutto viene sottovalutato e minimizzato. Come se questi sviluppi non fossero altro che un fastidioso rumore di fondo che distoglie l'attenzione dalla "storia principale": le proteste contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu....

(israele.net, 23 ottobre 2020)


Netanyahu non sa cosa fare con gli ultra-ortodossi

di Futura D'Aprile

 
Dopo più di un mese, Israele sta uscendo lentamente dal secondo lockdown imposto l'11 settembre dalle autorità per cercare di limitare la seconda ondata di coronavirus. Nonostante l'allentamento delle restrizioni, la vita non è ancora tornata alla normalità: le scuole sono chiuse, i ristoranti possono vendere solo tramite asporto e le visite nei luoghi sacri sono ancora a numero ridotto. Secondo quanto previsto dal piano delineato dal ministero della Salute, un vero ritorno alla normalità sarà forse possibile per febbraio del 2021, ma è ancora presto per sapere cosa succederà nei mesi a venire.
   Il primo ministro Benjamin Netanyahu intanto ha festeggiato la fine del secondo lockdown e lodato l'operato dei suoi colleghi, presentando la decisione di imporre nuove misure restrittive come la mossa migliore per evitare ulteriori morti.
   Nel Paese però non tutti sono d'accordo con l'operato del premier. Molti ritengono infatti che il Governo abbia deciso di riaprire determinate attività e di avviare un graduale ritorno alla normalità non per motivi economici o sanitari, ma per non perdere consensi tra gli ultra-ortodossi.
   I religiosi sono stati al centro del dibattito pubblico fin dall'inizio della pandemia. Questa parte della popolazione ha rispettato ben poco le direttive del Governo e le misure imposte per contenere il virus, contribuendo invece ad aumentare il numero dei contagi. Già a luglio i dati del Corona National Information and Knowledge Center avevano mostrato come il numero maggiore di positivi al Covid-19 fosse concentrato nei quartieri a maggioranza ultra-ortodossa e la situazione non è migliorata con il passare del tempo. Anche in occasione del secondo lockdown la comunità haredi si è rifiutata di rispettare le nuove restrizioni, denunciando il comportamento del Governo e inasprendo i rapporti già tesi con il resto della popolazione.
   La mancanza di rispetto delle regole mostrata dagli haredi ha infatti riaperto una ferita mai sanata con la componente laica e moderata di Israele e ha messo in difficoltà il premier Netanyahu. Per il leader del Likud l'appoggio degli ultra-ortodossi è fondamentale per la propria stabilità politica, come hanno dimostrato le ultime elezioni e le trattative per la formazione del Governo. Per questo motivo Bibi non ha potuto usare il pugno duro contro di loro come invece richiesto dalla maggioranza della popolazione israeliana, preoccupata dal comportamento degli haredi. Il premier ha cercato di convincere i rappresentati degli ultra-ortodossi del Parlamento ad intervenire, ma ogni sforzo è risultato inutile.
   La situazione si è poi aggravata negli ultimi giorni, quando il rabbino Chaim Kanievsky ha ordinato la riapertura delle scuole haredi, in violazione delle norme anti-Covid imposte dal Governo. La mossa ha inasprito ulteriormente gli animi e aumentato le pressioni nei confronti del premier, che continua però a non agire con la dovuta risolutezza e a perdere terreno a vantaggio degli avversari politici.
   Gli ultra-ortodossi sono infatti insoddisfatti dell'operato del premier e hanno più volte accusato il Governo di aver assunto un comportamento discriminatorio nei loro confronti, allontanandosi così dal Likud. Allo stesso tempo l'incapacità di Netanyahu di affrontare il problema rappresentato dagli haredi ha ridotto ulteriormente l'elettorato del Likud, mettendo in pericolo il futuro politico dell'attuale premier.
   Secondo l'ultimo sondaggio realizzato da Channel 13, il partito di Netanyahu in caso di nuove elezioni otterrebbe solo 24 seggi, ossia ben 12 in meno rispetto a quelli che attualmente detiene nella Knesset. Il secondo partito sarebbe invece La casa ebraica dell'ex ministro della Difesa, Naftali Bennett, che fin dallo scoppio della pandemia ha visto crescere costantemente il proprio gradimento all'interno dell'elettorato deluso, in un modo o nell'altro, dal comportamento di Netanyahu.
   Il premier si trova in una situazione da cui difficilmente potrà uscire indenne. Il rapporto politico con gli haredi ha costretto Bibi ad agire con cautela nei loro confronti, ma non è stato abbastanza per conservarne il sostegno elettorale. Allo stesso tempo, il favoritismo del premier ha allontanato anche l'elettorato moderato, indebolendo ulteriormente la sempre più fragile base del Likud. Che dovrà prima o poi scegliere se vale la pena continuare a farsi rappresentare da Netanyahu o se è tempo di cambiare leader.
   
(Inside Over, 23 ottobre 2020)


Gerusalemme capitale

di Gadi Luzzatto Voghera

"Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito". Un detto popolare che si addice alla paradossale vicenda con risvolti giudiziari che ha visto coinvolta la Rai, due associazioni di solidarietà con i palestinesi, la nuova associazione delle amicizie Italia Israele e l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
   La storia è semplice e presto detta: durante la trasmissione "L'eredità" viene formulata una domanda a un concorrente che prevede come risposta corretta l'indicazione di Gerusalemme come capitale dello stato d'Israele. Il concorrente indica come capitale Tel Aviv, risposta che il conduttore ritiene, giustamente, sbagliata (ci si consenta il gioco delle parole). Davanti alle rimostranze del concorrente la Rai annulla in seguito la domanda e il conduttore annuncia in una trasmissione successiva che la Rai ha così deciso essendo la questione della capitale d'Israele controversa dato che si tratta di materia giuridicamente dibattuta a livello di diritto internazionale.
   Due associazioni palestinesi, insoddisfatte, citano allora la Rai in giudizio davanti al Tribunale di Roma pretendendo una dichiarazione pubblica dall'emittente nazionale nella quale si dichiari "che il diritto internazionale non riconosce Gerusalemme come la capitale di Israele". Non certo una rettifica della rettifica ma una vera e propria dichiarazione politica. Nella vicenda intervengono quindi la nuova Udai e l'UCEI, e il tutto sfocia in un ulteriore ricorso dopo che il Tribunale in prima battuta dà ragione alle associazioni palestinesi.
   La fine della storia si legge tutta nella sentenza definitiva del Tribunale ordinario di Roma che sostanzialmente manda tutti a casa: UCEI e Udai perché non titolate a intervenire nel procedimento e associazioni palestinesi perché pretendono una rettifica ingiustificata. Ha ragione la Rai, ci dice il Tribunale, perché anche se la materia è discussa in sede di diritto internazionale, "non possono tacersi proprio le prassi e le consuetudini internazionali riguardanti le vicende relative alla città di Gerusalemme divulgate anche ad un pubblico di 'non addetti ai lavori', secondo le quali non è inusuale assistere alle visite in Israele da parte dei Capi di Stato e di Governo degli altri Paesi presso la città di Gerusalemme e non è mai messa in discussione la 'centralità' della Città Santa rispetto alle altre città di Israele, ivi compresa Tel Aviv".
   In questo caso la luna di cui scrivevo all'inizio è Gerusalemme, che da millenni è centrale punto di riferimento della civiltà ebraica e oggi è sede del parlamento, del governo e dei ministeri dello Stato d'Israele. Non riconoscere questo fatto storico, che è vero e difficilmente opinabile, aiuta oggettivamente poco ad attivare quei percorsi di dialogo e comprensione reciproca che dovrebbero condurre - speriamo il più presto possibile - a un futuro di pace nella regione.

(moked, 23 ottobre 2020)


L'ambasciata segreta

Israele e Bahrein lavorano al riavvicinamento da anni. Ora per la sede diplomatica "basta cambiare l'insegna".

di Micol Flammini

ROMA - Ieri i media israeliani davano la notizia di un nuovo accordo formale firmato tra Israele e Bahrein, che questa volta riguarda i voli regolari tra i due paesi: ognuna delle due nazioni potrà effettuare fino a quattordici voli settimanali tra l'aeroporto Ben Gurion e l'aeroporto internazionale del Bahrein, i voli tra Manama ed Eilat saranno invece illimitati. E' un passo avanti ulteriore rispetto alla normalizzazione delle relazioni tra i due stati, annunciata il mese scorso dal presidente americano Donald Trump. Questo cambiamento degli equilibri tra paesi arabi e Israele - i primi a decidere di normalizzare i propri rapporti con Gerusalemme sono stati gli Emirati Arabi Uniti ed era agosto - è frutto di un lungo lavoro, non soltanto da parte delle amministrazioni americane ma soprattutto tra le due nazioni. Lo sforzo andava avanti da diverso tempo: questo guardarsi, studiarsi, aspettare è rimasto segreto per almeno undici anni, come racconta la storia della "ambasciata segreta di Israele in Bahrein".
   Barak Ravid è un giornalista del sito americano Axios e ha da poco lanciato la sua newsletter dedicata a Israele in cui dentro si leggono storie, indiscrezioni e notizie. Ravid racconta che i negoziati, rimasti segreti per volere dei governi, su una potenziale missione diplomatica tra i due paesi sono iniziati tra il 2007 e il 2008, a portarli avanti erano l'allora ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Li vni, e il suo omologo del Bahrein, Khaled Bin Ahmad al Khalifa. Dice il giornalista, che ha ricostruito tutta la vicenda parlando con fonti israeliane e bahreinite, che in quel periodo il Qatar, rivale regionale del Bahrein, aveva disposto la chiusura della missione diplomatica israeliana a Doha, e questo aveva spinto il Bahrein ad approvare l'avvio di una missione segreta a Manama. Il giornalista fa una ricostruzione molto precisa: era il 13 luglio del 2009, quando veniva registrata in Bahrein una società chiamata "The Center for lntemational Development".
   La società offriva servizi di marketing, pubblicità, consulenze, rivolti soprattutto alle aziende occidentali interessate a investimenti su tecnologie mediche, energie rinnovabili, sicurezza alimentare e informatica nella zona. Così appariva nei registri pubblici e sul sito della società, che poi nel 2013 ha cambiato nome. Il nome non può essere rivelato, ma si trattava di una copertura per la missione diplomatica israeliana che, racconta Ravid, assumeva "un tipo di dipendente molto specifico: diplomatici israeliani con doppia nazionalità". Tra gli azionisti e il consiglio di amministrazione della compagnia c'erano attuali consoli e membri del governo, i diplomatici avevano tutti delle storie di copertura ("supportate da profili Linkedin poco convincenti", scrive Ravid), e un piccolo gruppo di funzionari del Bahrein sapeva tutto. Per gli altri, il "Center for International Development" era una società regolarmente registrata.
   La missione diplomatica segreta è servita in questi anni a promuovere gli affari delle società israeliane, ma è stata usata anche come canale di comunicazione per il governo di Gerusalemme, era un lavorio continuo che ha contribuito alla firma dell'accordo annunciato da Trump.
   Domenica scorsa al ministro degli Esteri del Bahrein, lo stesso Khaled Bin Ahmad al Khalifa che seguiva i primi incontri riservati, è arrivata la richiesta di aprire una vera ambasciata di Israele a Manama. Non servirebbero grandi spostamenti, l'infrastruttura esiste già, funziona da anni, serve soltanto farla uscire dalla segretezza. "Tutto quello che dobbiamo fare è cambiare l'insegna sulla porta", ha detto un funzionario israeliano a Ravid, la parte più difficile è già stata fatta.
   Senza darlo troppo a vedere, Israele e i paesi arabi si stavano avvicinando da tempo, gli accordi detti di Abramo tra Emirati Arabi e Bahrein sono un successo di Trump, ma oltre a cambiare in modo radicale la visione del medio oriente, indicano che la normalizzazione dei rapporti con Gerusalemme, un tempo respinta per principio, non è più un tabù. Gli accordi hanno innescato un effetto domino che ha subito interessato il Sudan. Alcuni paesi stanno aspettando l'esito delle elezioni americane per muoversi, ma anche l'Arabia Saudita ha dato sostegno politico alla decisione dei suoi vicini e ha consentito agli aerei di linea israeliani di usare il suo spazio aereo. Il Marocco attende di vedere chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. L'Oman ha relazioni non ufficiali con Gerusalemme di lunga data, il Qatar ha già contatti frequenti, ma il suo rapporto con emiratini, sauditi e bahreiniti rende la decisione molto complicata per Israele stessa.

(Il Foglio, 23 ottobre 2020)


Israele: il secondo lockdown, gli errori commessi e la lezione che possiamo imparare

A metà settembre il governo di guidato da Benjamin Netanyahu ha approvato un nuovo lockdown nel tentativo di contrastare l'aumento dei contagi in Israele che stava registrando in quei giorni tassi di infezione e mortalità tra i più alti al mondo rispetto alle dimensioni della popolazione. Si viaggiava a oltre 5mila nuovi casi al giorno, quasi 600 ogni milione di abitanti.
   Le misure introdotte dal governo prevedevano la limitazione degli assembramenti fino a un massimo di 20 persone, il distanziamento di due metri gli uni gli altri e il divieto di allontanarsi dalle proprie abitazioni non più di 500 metri (poi diventato 1 km).
   La crescita dei contagi e il nuovo lockdown non hanno impedito a decine di migliaia di cittadini di scendere per strada e manifestare contro il governo e chiedere le dimissioni del primo ministro Netanyahu, imputato in un processo per corruzione, frode e abuso di potere e criticato da una parte dell'opinione pubblica per la gestione, ritenuta fallimentare, della pandemia. Ci sono stati duri scontri con la polizia, accusata di violenze e di essere stata usata per scopi politici.
   Tuttavia, dopo poco più di un mese, il lockdown ha iniziato a dare i suoi frutti e il governo ha deciso di allentare le misure restrittive di fronte al calo significativo dei nuovi casi giornalieri di positività al coronavirus, scesi dal picco di quasi 12mila a fine settembre ai 1695 del 17 ottobre, al di sotto della soglia di 2.000 contagi fissata dal Ministero della Salute come condizione per uscire dalla prima fase. Dall'inizio della pandemia Israele ha registrato 306.503 casi e 2.278 decessi.
   Il 18 ottobre il Ministero della Salute ha approvato un nuovo regolamento che permette ai cittadini di potersi spostare anche a più di 1 km dalle loro abitazioni per motivi non essenziali; la riapertura degli asili nido e delle scuole dell'infanzia per i bambini da 0 a 6 anni; la riapertura di spiagge, vivai, riserve naturali e parchi nazionali; la vendita di cibo da asporto ai ristoranti.
   Il provvedimento resterà in vigore fino al 31 ottobre e sarà rivisto a seconda dell'andamento dei contagi. «La strada da percorrere è ancora lunga. L'allentamento del lockdown potrebbe portare a un aumento dei contagi e in quel caso il governo potrebbe essere costretto a ripristinare le restrizioni», ha dichiarato il ministro della Salute Yuli Edelstein.
   Anche Netanyahu ha detto che l'uscita dal lockdown sarà «graduale, responsabile, attenta e controllata» per evitare di dover tornare indietro nel giro di appena due o tre settimane. «Tuttavia - ha aggiunto - non
Prof. Eran Segal, biologo computazionale al Weizmann Institute of Science 
c'è dubbio che finora è stato un successo di cui si parla in molti paesi europei che si trovano a prendere decisioni simili a quelle prese da noi per primi: sì al lockdown, sì ad abbassare rapidamente i contagi».
   In effetti - nota in un thread su Twitter Eran Segal, biologo computazionale al Weizmann Institute of Science - il nuovo lockdown è stato efficace e "sorprendentemente ha funzionato più del primo, nonostante fosse meno restrittivo. L'unica attenzione in più richiesta è stata l'utilizzo delle mascherine che forse sono risultate decisive".
   I casi sono scesi più velocemente, dopo 10 giorni con il secondo lockdown, mentre la prima volta era stato necessario attendere 20 giorni prima di vedere il calo dei contagi. E anche il valore R0 - vale a dire il parametro che misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva, cioè il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto - è sceso a livelli inferiori a quelli registrati durante il primo lockdown, passando a 0,65 (un calo del 50% dei casi ogni settimana), ben al di sotto della soglia di 0,80. Anche il tasso di positività delle persone testate rispetto ai tamponi effettuati è stato il più basso mai registrato da metà luglio, attestandosi al 4,5%.
   Tutte le curve sono state appiattite: quella dei contagi, dei malati lievi, dei ricoveri ordinari, dei casi critici e delle terapie intensive. Il calo dei ricoveri gravi ha seguito di circa una settimana il decremento del numero giornaliero dei contagi, mentre i decessi hanno iniziato a diminuire circa tre settimane dopo il lockdown.
   Quindi, osserva Segal, "almeno in Israele i lockdown funzionano e le nuove chiusure ancora di più". Ma le lezioni da apprendere sono altre e sono relative alla gestione generale della pandemia: "il lockdown è il segnale che qualcosa è andato storto prima. Israele vi ha dovuto fare ricorso perché non aveva altra scelta una volta che i ricoveri avevano saturato le capacità del sistema sanitario". E gli errori, secondo il biologo computazionale israeliano, sono stati diversi.
   Innanzitutto, le scuole sono state aperte troppo presto, quando il numero dei casi giornalieri era elevato e in costante crescita e i tassi di infezione elevati (R0 di poco superiore al valore 1). Prima si sono infettati i ragazzi delle scuole ortodosse, dove il tasso di positività è salito dal 5% al 25% a 7 - 10 giorni dalla loro apertura.
   A quel punto, due settimane dopo, l'epidemia si è trasmessa a macchia d'olio tra gli ortodossi più anziani ed è diventata meno controllabile. Ai primi di ottobre, il professor Ronni Gamzu, Commissario nazionale per la lotta al coronavirus, aveva dichiarato che il 40% di coloro risultati positivi proveniva dalla comunità ultraortodossa, e la polizia aveva chiuso 11 sinagoghe nella città di Bnei Brak perché operavano contro le leggi anti-covid.
   Infine, non sono state adottate strategie differenziate territorio per territorio, a seconda delle situazioni nelle diverse città, e questo ha favorito un'ulteriore espansione dei contagi a causa della mobilità dei cittadini da una parte all'altra di Israele. I focolai localizzati non sono stati circoscritti e hanno finito col diffondersi incontrollati.
   Questa epidemia ci sta insegnando tre cose, conclude Segal: bisogna agire velocemente prima che la diffusione dei contagi sia incontrollabile, vanno attuate strategie differenti territorio per territorio, e occorre essere flessibili in base all'andamento del tasso di riproduzione del virus, allentando se questo parametro si abbassa, tornando sui propri passi se torna alto.
   Intanto, secondo i media israeliani, nei prossimi giorni il governo discuterà se revocare le restrizioni più rigide in vigore nelle zone "rosse" - per lo più ultraortodosse - e nelle città con i più alti tassi di morbilità. Dopo l'allentamento del lockdown, le comunità ortodosse hanno protestato per la mancata riapertura e si sono radunate per le festività ebraiche, nonostante le restrizioni ancora vigenti, contribuendo a un aumento dei contagi in quelle aree.

(Valigia Blu, 22 ottobre 2020)


Israele, via i fondi statali alle scuole che violano il lockdown

Tensione tra Governo e comunità ultraortodosse per la riapertura non autorizzata di alcune scuole

Il Ministero della Giustizia israeliano ha elaborato un piano per eliminare i finanziamenti dalle scuole che riaprono in violazione delle norme sul coronavirus d'emergenza. Lo scrive il quotidiano Haaretz a partire da un fatto di cronaca: domenica scorsa, le scuole elementari ultra-ortodosse per decine di migliaia di studenti hanno riaperto, violando le norme di blocco, che permettevano l'apertura solo agli asili.
La risposta è giunta con un comunicato da parte di Roni Numa, coordinatore delle attività del Ministero della Salute: "Le istituzioni e le organizzazioni che violano le regole e infrangono la legge rischiano procedimenti amministrativi o penali, la cancellazione delle loro licenze e l'annullamento dei loro finanziamenti nei casi appropriati".
Non sono ancora chiare le modalità legali, ma una precisazione da parte del Ministero della Salute sottolinea che il piano di sanzioni si applicherà anche alle scuole elementari ultra-ortodosse che infrangono le regole.
Decine di migliaia di bambini dai cinque ai tredici anni studiano presso le scuole ultra-ortodosse che sono parzialmente esenti dalla supervisione del Ministero dell'Istruzione e hanno circa 50.000 bambini iscritti. Altri 10.000 frequentano le scuole Hasidiche appartenenti alla rete Maayan Chinuch Torani.

(JoiMag, 22 ottobre 2020)


Scoperto tunnel di Hamas sotto Israele

di Nathan Greppi

Martedì 20 ottobre, l'esercito israeliano ha annunciato di aver distrutto un tunnel di Hamas che, partendo dalla Striscia di Gaza, attraversava il sottosuolo d'Israele per dozzine di metri.
   Secondo il Times of Israel, i militari si sono accorti del tunnel durante l'installazione di un sistema difensivo lungo la barriera difensiva al confine, che serve proprio a localizzarli. Esso partiva dalla cittadina di Khan Younis, nella zona sud della Striscia, e secondo l'esercito è stato scavato da Hamas. Tuttavia, allo stato attuale non era in grado di minacciare i villaggi israeliani vicini al confine.
   Il tunnel è stato individuato tramite un sistema di sensori che fanno parte della nuova barriera difensiva che Israele sta costruendo da circa 4 anni. La preoccupazione per i tunnel di Hamas è emersa soprattutto dopo l'Operazione Margine Protettivo del 2014, quando l'esercito distrusse 30 tunnel analoghi al confine tra i due territori.
   Il Ministro della Difesa, Benny Gantz, ha dichiarato che "anche in un periodo in cui il sud sembra tranquillo, sotto la superficie le organizzazioni terroriste portano avanti il loro impegno per minacciare i cittadini israeliani e la nostra sovranità. […] Posso assicurare ai residenti nella zona che stiamo facendo di tutto per assicurarvi una vita tranquilla e sicura. Dormite serenamente, i soldati dell'IDF e le forze di sicurezza continueranno con le loro operazioni per proteggervi."
   In una probabile risposta all'accaduto, alcune ore dopo è stato sparato un razzo da Gaza verso il territorio israeliano.

(Bet Magazine Mosaico, 22 ottobre 2020)


Firenze. Alla Comunità ebraica di Firenze un defibrillatore al servizio della città

Con "Datti una mossa, dagli una scossa" MDA Italia onlus consegna domenica 25 ottobre un apparecchio salvavita nel Quartiere 1

 
Un defibrillatore DAE (Defibrillatore Automatizzato Esterno) verrà consegnato nei prossimi giorni alla Comunità Ebraica di Firenze, fa parte degli strumenti previsti nel progetto "Datti una mossa dagli una scossa" l'iniziativa con cui Magen David Adom Italia ONLUS intende installare nei principali luoghi dell'ebraismo italiano questi indispensabili dispositivi salvavita. Un'iniziativa realizzata grazie anche al contributo a valere sui fondi 8 per mille 2020 dell'UCEI.
   Magen David Adom Italia Onlus, ovvero gli amici italiani dell'organizzazione nazionale di emergenza pre-ospedaliera israeliana, hanno avviato la campagna nel 2018 con l'installazione di defibrillatori presso 8 Betei Ha-Knesset di Milano. Nel 2020 l'iniziativa si è ampliata ad altre 5 comunità ebraiche nel centro-nord della Penisola. In questa fase Firenze è la seconda città coinvolta dopo l'installazione del defibrillatore al Ghetto di Venezia il 18 ottobre.
   MDA Italia Onlus si occupa anche di reperire i fondi per l'installazione di altri defibrillatori il cui costo si aggira intorno ai 1.500 euro. Poco se pensiamo a cosa potrebbe servire: in Italia i decessi per arresto cardiaco improvviso sono 60.000 all'anno e il 30% di questi potrebbe essere evitato con un defibrillatore a portata di mano.
   A Firenze il defibrillatore verrà installato all'ingresso della Comunità ebraica dove è situata la Sinagoga e il museo ebraico è adiacente, in via Carlo Farini 4, nel Quartiere 1. La sua presenza è una buona notizia per tutti, non solo per chi frequenta abitualmente la Comunità e i turisti che la visitano. Avere a disposizione un defibrillatore significa, infatti, aumentare in modo significativo le possibilità di salvare una vita umana nel quartiere dove è collocato. Ogni defibrillatore viene segnalato al 118 per essere sempre disponibile per i soccorritori in caso di emergenza.
   A causa dell'aggravarsi dell'emergenza sanitaria purtroppo verrà rimandata sia l'inaugurazione del DAE, che avrebbe dovuto coinvolgere domenica 25 ottobre le autorità locali, i responsabili di MDA Italia e della Comunità ebraica, sia il corso BLSD programmato in collaborazione con Croce Rossa Italiana.

(Met, 22 ottobre 2020)


Petrolio, accordo di collaborazione tra Israele ed Emirati Arabi Uniti

Il memorandum sul petrolio arriva dopo il raggiungimento di un accordo per la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati, promosso dagli Stati Uniti.

di Marco Dell'Aguzzo

Israele e gli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo sul trasporto di petrolio attraverso una rete di infrastrutture tra il mar Rosso e il mar Mediterraneo.
  Martedì scorso l'Europe Asia Pipeline Company (EAPC), compagnia controllata dal governo israeliano che gestisce condotte e terminal nel paese, ha annunciato la firma di un memorandum d'intesa con MED-RED Land Bridge Ltd., un consorzio di aziende israeliane ed emiratine con base negli Emirati.
  Il memorandum prevede la reciproca collaborazione sullo stoccaggio e il trasporto di greggio e prodotti petroliferi tra il golfo Persico e i mercati occidentali, e tra il Mediterraneo e l'Asia. Non è stato però rivelato il valore economico dell'intesa e nemmeno i volumi e l'origine del petrolio che sarà trasportato.
  Il memorandum arriva dopo il raggiungimento di un accordo per la normalizzazione dei rapporti tra Tel Aviv e Abu Dhabi, che ha già portato all'avvio di voli diretti tra i due paesi. Il progetto di cooperazione petrolifera riceverà probabilmente l'appoggio degli Stati Uniti, che sono stati principali promotori dell'avvicinamento diplomatico tra Israele ed Emirati, in funzione anti-iraniana.

 Cosa fa Europe Asia Pipeline Company
  Europe Asia Pipeline Company gestisce l'omonimo oleodotto (noto anche come Trans-Israel Pipeline), che collega le città israeliane di Eilat e di Ashkelon: la prima si trova sul mar Rosso, mentre la seconda si affaccia sul Mediterraneo. Ha una capacità di 600mila barili al giorno.
  Costruito negli anni Sessanta, era gestito congiuntamente da Israele e dall'Iran finché le due nazioni non sono diventate nemiche dopo la rivoluzione islamica iraniana del 1979. Per qualche tempo Tel Aviv ha continuato a permettere a Teheran di spedire il suo petrolio tramite l'oleodotto; al momento non si hanno informazioni certe sui flussi che passano per la condotta, dato che i funzionari israeliane le classificano come riservate.
  L'Europe Asia Pipeline si propone come un'alternativa al canale di Suez, che non può accogliere navi sopra una certa dimensione, e all'oleodotto egiziano SUMED, che muove petrolio in un'unica direzione (dal mar Rosso al Mediterraneo). Nonostante le limitazioni, sono le due opzioni più utilizzate per il trasporto del petrolio dalla regione del golfo all'Europa.

 Alcuni dati sugli Emirati Arabi Uniti
  Gli Emirati Arabi Uniti sono il terzo maggiore produttore di petrolio tra i membri dell'OPEC, con una capacità di 4 milioni di barili al giorno.
  Abu Dhabi esporta il suo greggio principalmente in Asia; in Europa, invece, vende soprattutto prodotti raffinati, trasportati su petroliere che attraversano il mar Rosso.

(Energia Oltre, 22 ottobre 2020)


Media: presto un annuncio sulla normalizzazione dei rapporti tra Israele e Sudan

Ci sarebbe l'accordo tra Israele e Sudan per la normalizzazione dei rapporti. La notizia è arrivata nelle ultime ore da Israel Hayom, che cita fonti politiche coinvolte nei colloqui a più di un mese dalla firma alla Casa Bianca degli Accordi di Abramo, dalla normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti e dall'intesa con il Bahrein. Secondo le fonti, la svolta tra Israele e Sudan verrà formalizzata "molto presto". Intanto la radio militare israeliana ha confermato che una delegazione israeliana di alto livello è stata in Sudan, una notizia arrivata dopo che - come ha scritto il Jerusalem Post - ieri un jet privato sarebbe partito da Tel Aviv diretto a Khartoum. "Ho basi ragionevoli per credere che l'annuncio arriverà prima del 3 novembre", del voto negli Usa per le elezioni presidenziali, ha affermato ieri il ministro israeliano per la Cooperazione regionale, Ofir Akunis. A Channel 13 il titolare dell'Intelligence, Eli Cohen, ha detto di ritenere che Israele sia "molto vicino alla normalizzazione dei rapporti col Sudan". Parole 'fiduciose' sono arrivate sempre ieri anche dal segretario di Stato Usa, Mike Pompeo.

(Adnkronos, 22 ottobre 2020)


Smart working. La rivoluzione senza nostalgie del lavoro agile

Tre libri guidano al quando e come muoversi nell'inevitabile passaggio ad una nuova era in cui stanno cambiando consumi, modelli produttivi, gerarchie di valori e senso del tempo.

di Rita Guidi

 
Quando Henry Ford decise di puntare tutto sulla produzione di automobili, i tanti oppositori lo accusarono di non capire cosa voleva la gente, ma lui rispose imperturbabile che «è la gente che non sa quello che vuole». In nove parole un esempio di lungimiranza, di innovazione e fiuto per il mercato. Come siano andate le cose lo sappiamo: una rivoluzione, con buona pace di chi continuava a costruire carrozze ...
   Oggi, proprio sotto i nostri occhi, di rivoluzioni ne stiamo vivendo un'altra, ma la gente comincia a sapere quello che vuole e non occorre il fiuto di Ford per intuirne la portata: stanno cambiando i consumi, i modelli produttivi, le gerarchie di valori e il senso del tempo. Dunque: sta cambiando il lavoro. Che deve liberarsi dalla ruggine d'Ottocento e diventare (rapidamente, inesorabilmente) agile, «smart». A chiederlo e chiarirlo non è solo il tam tam mediatico crescente di manager, imprenditori, sociologi, economisti, ambientalisti (e chi più ne ha più ne metta ... ), ma anche numerose pubblicazioni che guardano e guidano puntualmente al quando e come muoversi nell'inevitabile passaggio. Come se il coronavirus - insieme alla durezza dei suoi effetti anche economici, non solo nelle fasi di lockdown - avesse ammalato anche tutto un sistema, chiamando alla necessità di guarirne e liberarcene.
   Qualche esempio? Marco Bentivogli, allora, che firma questo «Indipendenti». Vero e proprio manuale che infatti sottotitola opportunamente «guida allo smart working». Attraverso la forza dei numeri e degli esempi, Bentivogli - già segretario del sindacato metalmeccanici Cisl e oggi protagonista di un comitato scientifico per rinnovare il Paese - percorre passo passo caratteri e modi di questa nuova modernità.. Sottolinea come lo smart working sia stato una sorta di prova generale resa necessaria dall'emergenza, per dimostrarne le straordinarie potenzialità e gli indiscussi vantaggi, a partire da una ritrovata qualità dell'aria che si respira. Non è un caso che oggi (nel senso proprio di adesso) moltissime aziende mantengano viva questa modalità di lavoro: un risparmio in termini economici (abbattimento delle spese legate a spazi inutili o sottoutilizzati) e di produttività (numeri, non parole). E soprattutto che siano gli stessi lavoratori a chiederlo: un rapido giro al centro delle capitali del mondo chiarisce come a Londra o a New York, a Parigi o a Milano si preferisca quel lavoro agile che permette di darsi un traguardo, un obiettivo, e di raggiungerlo nei tempi e negli spazi che si preferisce: dopo la passeggiata col cane o dopo aver messo a nanna i bambini, collegandosi dal parco sotto casa o dal pub che garantisce quattro chiacchiere e una buona connessione.
   Nessuno ha nostalgia di ore spese in auto o in metropolitana, inquinando se stessi di fretta e di stress e l'aria di polveri sottili, si legge nei tanti reportage dalle metropoli. Eppure ... chi produce carrozze di certo non apprezza. E dunque eccolo, lo sguardo sulle criticità. Bentivogli le enumera con attenzione, insistendo sulla necessità di un sostegno alla transizione, di un progetto che guidi il cambiamento. Qualcosa che si lega anche a processi mentali - consuetudini nelle quali ci si è adagiati come in un immobile brodo primordiale - e che quindi anche dal fronte culturale deve muovere. Prezioso, allora, questo «Il verde e il blu» di Luciano Floridi; peraltro puntualmente citato dallo stesso Bentivogli ... «Siamo l'ultima generazione a distinguere l'online dall'offline. E saremo sempre di più onlife», si legge nelle pagine del filosofo (e docente a Oxford). Un'altra voce che insiste sul carattere di «soglia» della nostra realtà, accentuata - certo - dalla pandemia, ma del cui destino Floridi era già certo anche prima. Le strade? Verde e blu, appunto: una green economy che sappia risanare i polmoni malati dell'ambiente e ossigenare nuove forme di occupazione, e poi un potenziamento delle risorse offerte dalle nuove tecnologie per restituirci un diverso spazio-tempo (di nuovo), nel lavoro come nelle relazioni, nella ricerca, nella società. Un approccio profondamente etico, nel quale la filosofia si mette (illuministicamente) al servizio delle scelte politiche, per far si che un'economia green e blu, digitale e dell'informazione, prevalga sulla produzione di «cose». Mettendo la persona al centro, proprio come nello smart-working proposto da Bentivogli.
   Teorie? Tutt'altro. Oltre agli esempi concreti citati nei due saggi, «Get in the game» di Alberto Calcagno ci offre lo sguardo di un protagonista. Giovane e celebre Amministratore Delegato di Fastweb, Calcagno ci spiega proprio come sia stato e come sia e debba essere possibile «mettersi in gioco» (o nel game, per dirla con Baricco). Una storia di crescita, personale e professionale, che ha significato fare i conti col cambiamento e dunque con la capacità di trasformare modelli di relazione e di lavoro. La formula di un successo dove il dirigente/dipendente non è ossessionato dalle gerarchie o dal controllo, ma che consente di sentirsi partecipi, protagonisti attivi, fianco a fianco per raggiungere il traguardo che ci si è dati, non importa a quale piano (virtuale) si trovi la propria scrivania. Il risultato è una «contaminazione positiva» - come ha affermato in una recente intervista. Qualcosa che, finalmente, porta a una guarigione. Oppure? Oppure bisognerà continuare a guardare il mondo dal finestrino ... di una carrozza a cavalli ...

(Gazzetta di Parma, 21 ottobre 2020)


L’avevamo scritto domenica scorsa, nell'articolo "L'uomo postmoderno e l'immersione nell'irrealtà":
    «Dopo un po' di tempo di permanenza in rete i partecipanti di questa nuova società potranno arrivare a convincersi che nelle nuvole del virtuale si vive meglio che nella terra del reale. Si hanno meno problemi, si fatica di meno e si ottiene di più. Perché tornare indietro? Perché rimpiangere le angustie della corporeità? Il corporeo è pesante e lento; il virtuale è leggero e veloce. Irreale? No, super-reale. Immersione nell'irrealtà? No, ascensione ad uno stato più ampio di realtà, elevazione del mondo intero ad un livello autogestito e unificante di società universale.»
Dice infatti il filosofo: «Siamo l'ultima generazione a distinguere l'online dall'offline. E saremo sempre di più onlife». La vera vita dunque d’ora in poi sarà vita on. E sarà «qualcosa che, finalmente, porta guarigione», conclude l’autrice dell’articolo. Dunque il virus, che con inaspettata violenza ha attaccato i corpi e con la sua inspiegabile inafferrabilità sembrava far prevedere il crollo di tutte le impalcature del sociale, di fatto sta aprendo la speranza ad una nuova forma di salvezza: il trasloco in rete dell’intera società umana. All’incontrollabile e imprevedibile forza della biologia si oppone oggi la controllabile e prevedibile capacità organizzante del digitale. Il virus biologico è apparso improvvisamente e di lui non si sa dire ancora con precisione che cos’è, com’è venuto, come si può combattere e come se ne andrà. Supponiamo allora, come pura ipotesi orwelliana, che appaia un giorno un virus informatico che abbia caratteristiche simili: cioè che sia talmente nuovo da non sapere che cosa sia e da che parte arrivi; e che sia talmente contagioso da far sì che basti un sms per passarselo dall’uno all’altro; e che se l’ha preso un dispositivo anche tutti gli altri e i server ad esso collegati ne siano infetti; e che in questo modo attacchi i sistemi digitali su cui è costruita l’intera società virtuale della rete facendola lentamente impazzire come adesso sta avvenendo nella società corporea. Quale sarà allora il rimedio? Ipotesi orwelliana, certo, ma c’è qualcuno che possa garantire che questo non accadrà mai? E, soprattutto, che possa far sì che gli altri ci credano soltanto perché l’ha detto lui? “Andrà tutto bene” si diceva qualche mese fa. Poi non si è sentito più. Pessimismo, dirà qualcuno. Sì, ma pessimismo antropologico, a cui l’unico ottimismo che si può opporre è quello teologico. E questo si ricava soltanto dalla Bibbia. M.C.


Squilla forse la tromba in una città,
senza che il popolo tremi?
Piomba forse una sciagura sopra una città,
senza che l'Eterno ne sia l'autore?
                                              Amos 3:6

*

Ho udito e le mie viscere fremono,
le mie labbra tremano a quel suono;
un tarlo mi entra nelle ossa,
io tremo a ogni passo;
aspetto in silenzio il giorno dell'angoscia,
quando il nemico marcerà contro il popolo per assalirlo.
Poiché il fico non fiorirà,
non ci sarà più frutto nelle vigne;
il prodotto dell'ulivo verrà meno,
i campi non daranno più cibo,
le greggi verranno a mancare negli ovili,
e non ci saranno più buoi nelle stalle;
ma io mi rallegrerò nell'Eterno,
esulterò nel Dio della mia salvezza.
L'Eterno, il Signore, è la mia forza;
egli renderà i miei piedi come quelli delle cerve
e mi farà camminare sulle alture.
                                              Abacuc, 3:16-19

 


"Parlare con Israele". La figlia del presidente sfida gli ayatollah

Faezeh Hashemi Rafsanjani potrebbe candidarsi. Il padre guidò l'Iran fino al '97

di Gabriella Colaruaso

L'ultimo tabù Faezeh Hashemi Rafsanjani l'ha infranto mentre i ministri degli Esteri di Israele, del Bahrein e degli Emirati Arabi Uniti firmavano gli accordi di Abramo con la mediazione americana. È venuto il tempo per l'Iran di «riconsiderare» la sua politica verso Israele, ha detto l'ex parlamentare riformista in un'intervista al quotidiano Arman-e Melli. Gli accordi hanno aperto una nuova fase nei rapporti tra lo Stato ebraico e i Paesi arabi del Golfo: Teheran deve essere in grado di capire cambiamenti «e prendere decisioni commisurate ai suoi interessi». L'intervista ha acceso una miccia tra i conservatori iraniani anche perché Faezeh Hashemi non è solo una ex politica. È la primogenita di uno dei padri fondatori della Repubblica islamica — l'ex presidente riformista Hashemi Rafsanjani — che negli anni è diventata una delle voci più apertamente critiche del regime, attivista risoluta nella difesa dei diritti delle donne.
   Alla fine degli anni Novanta, Hashemi mise in piedi la prima rivista iraniana dedicata ai temi femminili, Zan, chiusa dal regime dopo solo dodici mesi di vita, ed è stata la prima donna dell'establishment a guidare una bicicletta in pubblico, sfidando uno dei numerosi divieti che limitano la vita delle ragazze in Iran.
   Cinquantasette anni, contraria all'obbligo del velo che regolarmente indossa, nel 2009 scese in strada con il movimento dell'Onda verde contro l'elezione di Ahmadinejad, accusato di brogli: le foto la raccontano in piedi su una panchina al centro di una piazza di Teheran nel suo chador nero, il braccio destro alzato con le dita a Vin segno di vittoria, mentre arringa un gruppetto di manifestanti a sostegno dei candidati riformisti, Moussavi e Karroubi, che da allora sono agli arresti domiciliari. Lei stessa è stata arrestata due volte per propaganda contro lo Stato.
   Nel 2016 la sua visita a Fariba Kamalabadi, una leader della religione Bahai che aveva conosciuto in carcere nel 2013, finì sui giornali e scatenò un putiferio: il tè condiviso con una donna considerata "eretica" era una denuncia sferzante della persecuzione a cui è sottoposta la minoranza religiosa in Iran.
   I suoi detrattori l'accusano di beneficiare di una sorta di impunità grazie ai legami della sua famiglia con l'apparato di potere, e di non aver mai messo in discussione la Repubblica islamica. Lei se ne dà poca cura. «L'establishment al potere in Iran oggi non è né rivoluzionario né religioso», ha detto di recente durante una videoconferenza con il Center for Iranian Studies dell'Università di Stanford. «Oltre agli ostacoli creati dai fondamentalisti, la delusione del popolo per i cosiddetti riformisti ha contribuito alla riluttanza del regime a qualsiasi cambiamento». Quando nello scorso novembre i Pasdaràn hanno represso nel sangue le proteste scoppiate dopo l'aumento del prezzo della benzina, si è schierata con i manifestanti. Alle prossime elezioni potrebbe decidere di farsi avanti, ma appare difficile che la Repubblica islamica autorizzi la candidatura a presidente di una figlia riluttante.

(la Repubblica, 21 ottobre 2020)


Disgelo aereo: storico volo da Abu Dhabi a Israele

di Chiara Clausi

Beirut L'aereo dell'Etihad Airways con a bordo funzionari del governo emiratini e dignitari statunitensi è arrivato in perfetto orario all'aeroporto Ben-Gurion di Tel Aviv dopo tre ore di volo da Abu Dhabi. Israele ed Emirati non sono mai stati così vicini e fra poche settimane 28 collegamenti settimanali uniranno le loro città. Ma quello di ieri era un volo storico, i due Paesi hanno firmato accordi, compresa una reciproca esenzione dal visto per entrare nei rispettivi Stati, un altro passo nella normalizzazione dei legami tra Tel Aviv e Abu Dhabi. Il rappresentato speciale degli Stati Uniti Avi Berkowitz ha twittato una fotografia del suo biglietto aereo per Israele dagli Emirati Arabi Uniti. In un altro video il capitano del volo Naeem Alameri commentava: «Questo è un momento storico per gli Emirati Arabi Uniti e Israele, e non vediamo l'ora della Salaam (pace) in futuro».
   Era la prima volta che una delegazione ufficiale degli Emirati giungeva in Israele dopo la firma degli Accordi di Abramo a Washington lo scorso 15 settembre. Gli Emirati e il Bahrain sono i primi Stati arabi in un quarto di secolo a stabilire legami formali con lo Stato ebraico. Un'intesa nata in gran parte dalle paure condivise nei confronti dell'Iran, e sotto l'impellente pressione del presidente Usa Donald Trump che vuole usare questa carta nella sfida del 3 novembre con Joe Biden.
   «Stiamo facendo la storia in un modo che durerà per generazioni», ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dando il benvenuto al ministro dell'Economia degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Touq al-Mari e al ministro di Stato per gli affari finanziari Obaid Humaid al-Tayer, accompagnati dal segretario al Tesoro degli Stati Uniti Steven Mnuchin. La visita è stata limitata all'aeroporto a causa del Covid-19. Sono stati firmati quattro accordi: promozione e protezione degli investimenti, cooperazione nella scienza e innovazione, aviazione civile e l'esenzione dal visto per i proprio cittadini. Egitto e Giordania, che pure hanno firmato trattati di pace nel 1979 e nel 1994, non l'hanno mai ottenuta.
   Israele, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti hanno annunciato anche l'istituzione di un fondo di investimento, l'«Abraham Fund», da tre miliardi di dollari che avrà l'obiettivo di rafforzare l'economia del Medio Oriente e avrà sede a Gerusalemme. Si parla anche di aprire sedi diplomatiche. Netanyahu ha promesso accordi «con altre nazioni», forse a partire dal Sudan.

(il Giornale, 21 ottobre 2020)


L'artefice degli accordi di Abramo è l'ambasciatore Yousef Al Otaiba

Chi è il rappresentante degli Emirati a Washington che per la prima volta ha rotto il tabù del riconoscimento arabo di Israele. E il cuoco Roberto...

di Giovanni Castellaneta

 
Yousef Al Otaiba
Molto spesso, i più importanti accordi internazionali non vengono raggiunti grazie all'abilità e alla lungimiranza dei leader politici o, almeno, non solo per questo. Tali accordi sono infatti il risultato finale di intense e prolungate attività negoziali che vengono portate avanti da diplomatici di grandissima esperienza, in grado di conseguire l'obiettivo del decisore politico attraverso il raggiungimento di compromessi considerati accettabili da entrambe le parti in causa. Inoltre, quanto più è delicata una trattativa, tanto più elementi quali la segretezza e la fiducia reciproca sono imprescindibili per la riuscita di un negoziato.
   Un perfetto identikit dell'agente diplomatico descritto sopra sembra coincidere con il profilo di Yousef Al Otaiba, ambasciatore emiratino a Washington. Al Otaiba è infatti considerato il vero artefice degli Accordi di Abramo, che dopo essere stati siglati a settembre alla Casa Bianca, sono finalmente diventati operativi da un paio di giorni, con la conferma dell'intesa tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain siglata proprio nella capitale di quest'ultimo Stato. Con gli Accordi di Abramo, frutto di oltre un anno di negoziati segreti, è stato "sbloccato" un principio che per molti Stati arabi era considerato un "tabù", ovvero che lo stato di Israele potesse essere ufficialmente riconosciuto. La normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra questi tre Paesi potrebbe infatti essere un punto di partenza per un crescente dialogo con Israele e cercare di trovare finalmente una composizione alla questione palestinese.
   Non si è parlato molto di Al Otaiba, ma non c'è da stupirsi: i bravi diplomatici devono restare nelle retrovie, e devono essere in grado di fare pesare il loro prestigio con discrezione e professionalità. L'ambasciatore emiratino è in carica a Washington dal 2008: durante il mio periodo di capo della missione diplomatica negli Stati Uniti ebbi la fortuna di conoscerlo abbastanza bene, arrivando anche a condividere il nostro bravo cuoco Roberto, famoso per i suoi tortelli di zucca mantovani.
   Al Otaiba è colui che si può definire un "predestinato": nato nel 1974 da una ricchissima famiglia di Abu Dhabi già introdotta nel sistema politico e istituzionale locale (il padre era Ministro del Petrolio), dopo gli studi in relazioni internazionali a Georgetown bruciò tutte le tappe, diventando senior advisor dell'erede al trono emiratino a soli 26 anni. Nel corso della sua carriera, il suo ruolo strategico è sempre stato quello di fare da "ponte" con gli Stati Uniti agendo su diversi scenari, dall'Iraq all'Iran, fino ovviamente a Israele.
   La figura di Yousef Al Otaiba è stata dunque essenziale per pervenire agli Accordi di Abramo. La sua permanenza di Ambasciatore in Usa da ormai più di dieci anni gli ha consentito di costruire e rafforzare una rete di relazioni con il sistema istituzionale e diplomatico americano, basata sulla correttezza e sulla fiducia, senza la quale non sarebbe stato possibile concludere una trattativa così delicata. La strategia perseguita da Washington è chiaramente quella di indebolire e isolare ulteriormente l'Iran, rafforzando il fronte dei Paesi sunniti e portandoli dalla parte di Israele.
   Non è chiaro ancora se tale direzione verrà seguita anche se ci sarà un cambiamento alla Casa Bianca dopo le presidenziali; quello su cui possiamo contare è che figure come quella di Al Otaiba continueranno a distinguersi per la loro abilità diplomatica, traducendo al meglio gli indirizzi politici del proprio governo in strategie negoziali coerenti ed incisive.

(The Italian Times, 21 ottobre 2020)


Capo palestinese: «Gli ebrei bevono sangue di bambini»

di Daniel Mosseri

«Gli ebrei celebrano la Pasqua mangiando azzime prodotte mescolando la farina a sangue di bambini innocenti, rigorosamente non ebrei». Vecchio di almeno mille anni e già centrale nel processo per la beatificazione di Simonino da Trento (in piena Controriforma), questo tòpos antisemita ha ritrovato linfa e vigore in tempi recenti grazie a Nasser al-Yafawi. E stato infatti al-Yafawi, che di lavoro fa il ministro per l'Istruzione dell'Autorità palestinese (Ap) guidata da Mahmoud Abbas a scrivere alcuni articoli sul tema per il portale news egiziano Essahra e per i siti palestinesi Mashreq News e Al Bousla. Lo denuncia il sito israeliano israel365news riportando le parole scritte dal ministro:
«Nelle loro feste sacre mangiano pane croccante, e il crimine è che questo pane non si mangia se non è impastato con il sangue di un non-ebreo fra le nazioni».
Al-Yafawi non è nuovo a uscite antisemite. Il sito Memri riproduce un suo discorso di gennaio in cui si oppone al piano di pace di Donald Trump per il Medio Oriente invocando «attacchi contro gli interessi dei sionisti in tutto il mondo». La cosa più grave è che al-Yafawi si occupi di educazione dei giovani e che il suo lavoro sia reso possibile dai finanziamenti che la comunità internazionale versa nelle casse dell'Autorità palestinese.

(Libero, 21 ottobre 2020)


Burro o cannoni? Purtroppo i palestinesi hanno fatto la loro scelta

Quante vite arabe si potrebbero salvare se i soldi fossero investiti in medici e medicine anziché in armi per fare guerra e terrorismo contro gli israeliani?

Certo, è paradossale che un dirigente palestinese che ha accusato Israele di diffondere deliberatamente il coronavirus si sia fatto ricoverare in un ospedale israeliano ora che ne è ammalato. Ma le implicazioni di questo episodio sono molto più significative dell'ennesima, amara ironia sull'ipocrisia palestinese.
La doppia faccia di questa settimana è quella Saeb Erekat, il segretario generale del Comitato esecutivo dell'Olp che ha rappresentante l'Olp in vari negoziati ed è stato portavoce di Yasser Arafat presso i mass-media stranieri. Tra le tante calunnie che Erekat ha diffuso contro Israele è rimasta particolarmente famosa quella del 2002 quando proclamò a gran voce che Israele aveva "massacrato" più di 500 civili arabi palestinesi a Jenin. In realtà i morti erano 53, ed erano terroristi uccisi in una battaglia in cui caddero anche 23 soldati israeliani....

(israele.net, 21 ottobre 2020)


Israele normalizza i rapporti con il Sudan

Per Trump non è più uno Stato "sponsor del terrorismo"

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - La corsa contro il tempo verso le elezioni presidenziali americane ha portato oggi a due nuovi eventi significativi per le sorti del Medioriente: Trump ha dichiarato che rimuoverà il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo, mentre in mattinata è atterrata in Israele la prima delegazione ministeriale degli Emirati Arabi Uniti.
  Si tratta di due tasselli dello stesso puzzle su cui l'amministrazione Trump sta investendo ingenti sforzi, anche nella speranza che i risultati in politica estera possano portare frutti nella corsa presidenziale. Se il Sudan avvierà lo stesso percorso di normalizzazione dei rapporti con Israele seguito di recente da Emirati Arabi Uniti e Bahrein, si tratterà di un momento altamente simbolico, considerato che proprio a Khartoum la Lega Araba nel giugno 1967 pronunciò i famosi "Tre No": no alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele, no a negoziati.
  Gli Stati Uniti e il Sudan conducono trattative sull'eliminazione di Khartum dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo già dal 2018, mentre sull'altro piatto della bilancia pesa la questione degli indennizzi economici richiesti al Sudan per il coinvolgimento in attentati terroristici in cui vi sono state vittime americane, tra cui quelli alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania nel 1998. Durante l'ultimo anno - in particolare dopo la rivelazione a gennaio del Piano di Trump per il conflitto israelo-palestinese - quando stava per diventare chiaro che alcuni Stati arabi avrebbero annunciato la volontà di istituire relazioni diplomatiche con Israele, il riconoscimento di Israele anche da parte del Sudan è diventata una variabile nelle trattative Washington-Khartum.
  A febbraio Benjamin Netanyahu aveva tenuto in Uganda un incontro - con grande risalto mediatico - con il Generale Abdel Fattah al-Burhan, Presidente del Consiglio Militare di Transizione e de facto capo di Stato del Sudan. Da allora, le trattative sono state incentrate sull'ammontare dei risarcimenti da parte del Sudan, ma anche su aiuti economici ingenti che il Sudan ha chiesto come conditio per inserire il dossier Israele. La dichiarazione di stanotte di Trump - rilasciata come sempre a un tweet - non menziona Israele e indica che il compromesso raggiunto sia quello a cui i sudanesi ambivano: in primis l'eliminazione dalla lista dei Paesi sponsor e definizione del relativo risarcimento, fissato a 355 milioni di dollari che verranno ora depositati in un fondo in attesa che il Congresso passi una legge che renda immune il Sudan da ulteriori cause per attentati passati. Solo successivamente, apertura a Israele.
  Il quotidiano Sudan Tribune riporta oggi che a breve vi sarà una telefonata multilaterale tra i leader sudanesi, Trump e Netanyahu. È esattamente lo stesso modello cui abbiamo assistito anche il 13 agosto e l'11 settembre, ovvero quando Trump ha annunciato l'avvio del processo di normalizzazione dei rapporti con Israele da parte, rispettivamente, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, che poi sono culminati nella firma degli Accordi di Abramo alla Casa Bianca il 15 settembre.
  Il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, ha espresso su twitter gratitudine verso il presidente americano "per la sua volontà di cancellare il Sudan dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo, una designazione che ci ha causato danni ingenti". In aggiunta, riporta il Sudan Tribune, Khartoum ha ottenuto dagli USA un pacchetto di aiuti umanitari per far fronte all'emergenza Covid e 750 milioni di dollari in aiuti economici in contanti da parte di Stati del Golfo.
  Quanto alla prima delegazione ufficiale emiratina atterrata questa mattina in Israele per una visita lampo, è guidata dal ministro delle Finanze Obaid Humaid Al Tayer e vede la presenza anche del segretario americano al Tesoro, Steven Mnuchin. In una cerimonia ufficiale all'Aeroporto Ben Gurion, il premier Netanyahu ha annunciato che le parti firmeranno quattro accordi di natura economica e amministrativa: promozione e protezione degli investimenti finanziari bilaterali e accordi in materia di doppia tassazione; aviazione civile (sono previsti 28 voli di linea settimanali tra Israele ed Emirati, oltre a 10 voli per la tratta verso l'aeroporto Ramon nei pressi di Eilat); promozione della partnership in tecnologia e innovazione; esenzione reciproca dai visti per i cittadini. Quest'ultimo punto è particolarmente significativo in quanto a oggi gli Emirati concedono esenzione dal visto solo agli altri Paesi del Gcc (il Consiglio di cooperazione degli Stati del Golfo).
  Durante la cerimonia è stato annunciata anche l'istituzione del "Fondo di Abramo" con sede a Gerusalemme: con un investimento iniziale trilaterale (Usa, Eau e Israele) di 3 miliardi di dollari, si pone l'obiettivo di "promuovere la prosperità per cristiani, ebrei, musulmani nella regione", come ha detto Adam Boehler, il Direttore del Fondo finanziario per lo sviluppo internazionale degli USA. Secondo Boehler, il fondo ha già avviato due progetti: il Med-Red, ovvero l'utilizzo del condotto Eilat-Ashkelon per ridurre la tratta di trasporto di energia tra Medioriente ed Europa; e un progetto di modernizzazione di tutti i check point palestinesi di passaggio in Israele e in Giordania.

(la Repubblica, 20 ottobre 2020)


Walter Bingham sfuggì alla Shoah. A 97 anni è il giornalista più anziano del mondo

E fa anche paracadutismo

di David Zebuloni

 
Walter Bingham
La storia di Walter Bingham è una storia poco conosciuta che ha dell'incredibile. La storia di un uomo che ha superato ogni ostacolo e vinto ogni battaglia. Una storia simile ad una fiaba Disney o a una leggenda popolare, in quanto prevede quel lieto fine che tanto manca nelle storie contemporanee.
   La sua storia comincia nel 1924, quando nasce in una famiglia ebraica nella Repubblica di Weimar. Bingham sopravvisse all'olocausto grazie a un trasporto diretto in Gran Bretagna nel 1939, dove visse poi per la maggior parte della sua vita. Egli fu testimone oculare dei roghi di libri realizzati dai nazisti e visse in prima persona la famigerata Notte dei Cristalli. Nel '44, Bingham prese parte alla Seconda Guerra Mondiale come soldato britannico, partecipando personalmente allo sbarco in Normandia.
   A caratterizzare la seconda parte della vita di Walter Bingham, quella dopo la guerra, è stata la sua professione di giornalista radiofonico e attore. Tra le sue interpretazioni cinematografiche più importanti troviamo senza dubbio l'apparizione nei primi due film di Harry Potter: La pietra filosofale e La camera dei segreti, per gli intenditori.
   Nel 2004 Bingham decide di coronare il suo sogno sionista. Un sogno nato nella lontana Germania degli anni Trenta e maturato durante tutti gli anni trascorsi in Gran Bretagna. All'età di ottant'anni decide dunque di trasferirsi, ma nei suoi progetti non vi è traccia della pensione. Arrivato in Israele Walter Bingham comincia infatti a trasmettere un programma radiofonico settimanale dal nome Walter's World ("Il mondo di Walter", in italiano) sulla stazione radiofonica Israel National News.
   Il traguardo giornalistico più notevole tuttavia risulta essere il titolo concessogli dal Guinness World Record nel 2017, come giornalista più anziano del mondo. Un titolo ottenuto dopo aver combattuto e vinto un'ulteriore battaglia, quella contro l'organizzazione mondiale di primati, che non riconosceva nella sua professione attuale un'attività del tutto giornalistica.
   Oggi, all'età di 97 anni, Walter Bingham continua a trasmettere il suo programma radiofonico con una frequenza settimanale. Abita a Gerusalemme e prende i mezzi di trasporto ogni mattina. Se lo incontraste sull'autobus, vi mostrerebbe sicuramente una copia dell'attestato del Guinness World Record che porta sempre in tasca e vi racconterebbe la sua storia con grande passione e trasporto.
   Da due anni a questa parte, Bingham si dedica anche ad una nuova grande passione: il paracadutismo. "Mi sono buttato per la prima volta all'età di 95 anni e ho provato uno straordinario senso di euforia e libertà", ha raccontato il giornalista in un'intervista concessa al Times of Israel. "La prossima volta che lo farò, sarà per festeggiare il mio centesimo compleanno."

(Bet Magazine Mosaico, 20 ottobre 2020)


La missione degli Emirati in Israele

"Un glorioso giorno di pace"

Una nuova storica prima volta nei rapporti tra Israele e paesi arabi: nelle scorse ore è infatti arrivata all'aeroporto Ben Gurion una delegazione dagli Emirati Arabi Uniti per firmare alcuni trattati legati all'Accordo di Abramo siglato a Washington nel settembre scorso. "Un glorioso giorno di pace", lo ha definito il Premier Benjamin Netanyahu accogliendo la delegazione emiratina guidata del ministro delle Finanze Obaid Humaid Al Tayer e dal ministro dell'Economia Abdullah bin Touq al-Mari, accompagnati dal segretario del Tesoro Usa Steven Mnuchin. Oltre a Netanyahu, per parte israeliana erano presenti il capo della diplomazia Gabi Ashkenazi e il ministro delle Finanze Israel Katz. "Stiamo facendo la storia", ha dichiarato Netanyahu aggiungendo che "la visita di una delegazione di così alto livello degli Emirati Arabi Uniti… mostrerà ai nostri popoli, alla regione e al mondo intero il beneficio di avere scambi amichevoli, pacifici e normali". Benefici che si sono tradotti ad esempio nella firma di quattro accordi di cooperazione in materia di aviazione, esenzione dei visti per la visita dei rispettivi paesi, protezione degli investimenti, scienza e tecnologia. "Gli israeliani che visiteranno gli Emirati non avranno bisogno di un visto. Gli emiratini che visiteranno Israele non avranno bisogno di un visto. Israele non ha un accordo simile con nessun altro paese arabo", spiega il giornalista Barak Ravid, evidenziando questo passaggio dell'intesa.
  All'interno dell'accordo inoltre, l'amministratore delegato della US International Development Finance Corporation, Adam Boehler, ha annunciato il nuovo progetto trilaterale chiamato Abraham Fund, una fondazione con a disposizione 3 miliardi di dollari per finanziare progetti in tutto il Medio Oriente e Nord Africa. L'ambizione, ha spiegato Boehler, è quella di "promuovere pace e prosperità in tutta l'area" e la sua resilienza economica. Il fondo, che avrà sede a Gerusalemme, è un esempio della politica applicata dall'amministrazione americana in questi anni di presidenza Trump in Medio Oriente: investimenti economici come incentivo a costruire rapporti pacifici. "Con una maggiore prosperità economica si ottiene una maggiore sicurezza. Insieme agli Stati Uniti, Israele e gli Emirati Arabi Uniti condividono una prospettiva simile per quanto riguarda le minacce e le opportunità nella regione", le parole del segretario del Tesoro Usa Mnuchin, arrivato al Ben Gurion assieme alla delegazione degli Emirati con il primo storico volo commerciale da Abu Dhabi a Tel Aviv. "Una visita informativa e produttiva per approfondire la comprensione bilaterale e capitalizzare la leadership di entrambi i Paesi e le grandi opportunità che ci attendono", la definizione data alla missione in Israele dal ministro Al Tayer.
  In un'intervista al sito di informazione economica Globes il suo collega al Marri aveva spiegato che l'innovazione sarà uno dei punti centrali al centro della cooperazione tra i due paesi. "Prendiamo ad esempio l'agricoltura. Israele è conosciuto come un pioniere globale in quest'area, soprattutto in condizioni climatiche desertiche come le nostre. Il mondo intero impara dalle tecnologie israeliane e loro imparano dal mondo, e ora possiamo allargare il cerchio e farne parte. L'industria dell'acqua è ovviamente connessa a questo: l'irrigazione, la desalinizzazione, il riciclaggio e l'uso corretto di questa preziosa risorsa naturale".
  Altro campo importante, la salute. "Non è un caso che i primi accordi di collaborazione siano stati firmati in questo settore, in relazione alla lotta contro il coronavirus, ma non solo. Da parte nostra c'è un grande sviluppo su questo fronte, nella ricerca applicata. Il coronavirus rappresenta una sfida per l'umanità che richiede l'unione delle forze per combatterlo, come stanno facendo ora le aziende dei nostri due Paesi. Lo stesso vale per l'energia solare, che è particolarmente importante nella nostra regione. Crediamo che l'accordo porterà a un numero molto elevato di accordi commerciali, vendite e investimenti tra i due Paesi, e tra uomini d'affari e aziende". "L'unica pecca di questo accordo - il commento del ministro - è che non è stato fatto prima".

(moked, 20 ottobre 2020)


Arabia Saudita: "La normalizzazione con Israele alla fine ci sarà"

"La normalizzazione" dei rapporti tra lo stato ebraico e il regno saudita "alla fine" ci sarà. Così il ministro degli esteri saudita, principe Faisal Bin Farhan al Saud in una "conversazione" in videoconferenza organizzata dal Washington Insitute per la politica in Medio Oriente. "Noi siamo impegnati nella pace che è una necessità strategica per la regione, e la normalizzazione con Israele alla fine dei conti è parte di questo. Ed è ciò che ha suggerito il piano di pace arabo ed è contenuto anche nella proposta del regno (saudita) del 1981", ha detto il principe nel suo intervento trasmesso sul sito dell'istituto americano. "Per questo - ha aggiunto - noi immaginiamo che la normalizzazione avverrà ma dobbiamo anche ottenere uno stato palestinese ed un piano di pace israelo-palestinese". Per il capo della diplomazia del ricco Paese del Golfo, "l'attenzione ora deve essere dedicata per riportare alla fine sul tavolo dei negoziati israeliani e palestinesi". Le dichiarazioni del principe al Farhan arrivano un mese dopo la firma di due accordi di normalizzazione da parte di Israele con Paesi arabi: il primo con gli Emirati Arabi Uniti ed il secondo con il Bahrain.

(askanews, 20 ottobre 2020)


Israele ha un piano in otto fasi per uscire dal secondo lochdown

di Beatrice Guarrera

GERUSALEMME - Dopo un mese di chiusura totale del paese, Israele prova a ripartire con una nuova strategia per emergere dal secondo lockdown. Secondo quanto deciso dal ministero della Salute, sarà un allentamento delle restrizioni graduale in otto fasi quello che restituirà agli israeliani, per quanto possibile, la vita di sempre.
  Dal 18 settembre era vietato allontanarsi più di un chilometro dalle proprie abitazioni, se non per una ragione di comprovata necessità e, nonostante l'occorrenza delle feste ebraiche, tempo di riunioni familiari, era proibito visitare parenti e amici. A distanza di un mese, il governo ha dato l'autorizzazione di sospendere queste misure, oltre che di permettere la riapertura delle scuole materne, delle attività commerciali che non prevedono un contatto con il pubblico, di spiagge e parchi. Ai ristoranti è permesso il servizio d'asporto e sono state sospese le limitazioni alle manifestazioni di protesta. Non sarà cosi, però, in alcune zone rosse, ad alto tasso di contagio, abitate da un gran numero di ebrei ultraortodossi. restii ad accettare le restrizioni e colpiti dalla pandemia in modo consistente. Secondo il Prof. Hezi Levi, Direttore Generale del ministero della Salute, infatti, il 34 per cento dei casi di coronavirus in Israele viene dalla comunità Haredim.
  "Il lockdown è stato un grande successo", ha dichiarato venerdì il primo ministro Benjamin Netanyahu. I numeri ufficiali, che avevano toccato picchi di oltre undici mila nuovi casi solo il 23 settembre, dicono che i casi sono scesi a soli 339 nuovi infetti il 18 ottobre. Israele è stato il primo paese al mondo ad aver adottato la drastica misura di un secondo lockdown per contenere la crisi sanitaria, eppure i due momenti di chiusura non sembrano paragonabili. In questo secondo lockdown la percezione comune è stata quella di una maggiore indulgenza nei controlli per il rispetto delle restrizioni. Le immagini scattate per le strade della città, nonostante la desolazione dei negozi chiusi, mostrano infatti, strade non propriamente vuote, anche per la possibilità di effettuare attività sportiva di qualsiasi tipo senza il vincolo di un chilometro dalla propria abitazione. Durante tutto il lockdown la maggioranza dei checkpoint che dividono Israele dalla Cisgiordania sono rimasti aperti, permettendo di fatto ai palestinesi o agli internazionali di passare da una parte all'altra del muro di separazione. In Israele si era in pieno lockdown, in Cisgiordania nel pieno della ripresa delle attività commerciali, con negozi e bar aperti e affollati.
  La seconda fase di uscita dal lockdown dovrebbe incominciare il primo novembre con la riapertura delle scuole primarie e delle sinagoghe, mentre nella terza fase a metà novembre potranno riaprire negozi che hanno contatto con il pubblico, centri commerciali e mercati. A fine novembre (quarta fase) verranno ammessi clienti in ristoranti e caffè e a metà dicembre torneranno a funzionare piscine, palestre e alberghi. Nella sesta tappa, a fine dicembre, si prevede di riaprire ai visitatori musei e luoghi di intrattenimento. Ai primi di gennaio, invece, gli studenti di tutti i gradi potranno tornare a scuola e nella fase forale, a fine gennaio, saranno autorizzati eventi sportivi con il pubblico e la riapertura di club e bar. Quello messo in campo da Israele è un piano per tappe molto fragile. Le scuole ultraortodosse hanno infatti annunciato la riapertura, nonostante le restrizioni. "Sembra che saremo costretti a passare da un lockdown all'altro per molti mesi", ha affermato domenica un alto funzionario della Sanità, commentando il rifiuto di rispettare la chiusura.
  Dopo il secondo lockdown in Israele c'è stato un altro picco di disoccupazione. Secondo un rapporto pubblicato dal Servizio per l'Impiego israeliano domenica, quasi un milione di persone sono senza lavoro, di cui la metà hanno meno di 34 anni. Un dato incoraggiante arriva invece dalle aziende: le chiusure di attività sono diminuite di un terzo nei primi otto mesi dell'anno, rispetto allo stesso periodo del 2019. Che i piccoli imprenditori rimangano aperti per la possibilità di ricevere gli aiuti del governo - che a settembre ammontavano a 36 miliardi di shekel (10,6 miliardi di dollari) - o nella speranza reale di ripartire, non è ancora dato saperlo.

(Il Foglio, 20 ottobre 2020)


La Gorizia ebraica svela la sua storia

Dalla Sinagoga al teatrino di Lele Luzzati, dalla storia di Esther a via Rastello: un vero proprio tour alla scoperta dell'anima della città.

 
Il teatrino di Lele Luzzati
Il 24 e 25 ottobre, fra le vie della città, nel cuore di Gorizia andrà in scena "Gorizia nascosta. Le voci del silenzio". Estemporanea proposta del CTA - Centro Teatro Animazione e Figure che ha pensato di riprendere e approfondire il tema legato alla comunità ebraica goriziana.
   I partecipanti, dotati di cuffie, percorreranno le strade della città immersi in un'atmosfera ovattata, dove spazio e tempo s'intrecciano e permettono di scoprire storie lontane dalle nostre vite, ma molto vicine al sentire umano. Una voce narrante, che si muove tra presente e passato, suggerisce un percorso ricco di evocazioni, suggestioni, canti, video e interventi dal vivo.
   Attraverso la parola di chi ha avuto un legame con alcune strade o palazzi della città, sarà possibile ascoltare la memoria dei luoghi, gli odori e i suoni. Si potrà così conoscere l'ex quartiere ebraico di Gorizia e la Sinagoga, il teatrino di Lele Luzzati e la storia di Esther; Graziadio Isaia Ascoli e la sua Casa; la via Rastello, che è la più antica via di Gorizia, e le vicende del giovane Carlo Michelstaedter. Fino a "sconfinare" in Slovenia per arrivare al cimitero ebraico, in un finale di poesia e canto. Sarà un vero e proprio tour di circa due ore, con approfondimenti storico-teatrali in città.
   Appuntamento, quindi, sabato 24 ottobre alle ore 15 e domenica 25 ottobre alle 10 e alle 15 con ritrovo al Giardino Farber, in via Ascoli 19, venti minuti prima dell'orario di partenza, al fine di facilitare la procedura di registrazione. La prenotazione è obbligatoria e il biglietto unico ha un costo di 10 euro. Sarà importante avere con sé un documento d'identità. Inoltre, come previsto dalla normativa anti-Covid vigente, sarà obbligatorio indossare la mascherina per tutta la durata del percorso e mantenere la distanza fisica di un metro.

(imagazine, 20 ottobre 2020)


Covid a New York. "Diecimila invitati". Bloccate le nozze di ebrei ortodossi

I funzionari sanitari dello Stato di New York hanno intrapreso misure straordinarie per bloccare un matrimonio di ebrei ultra-ortodossi programmato per ieri, che avrebbe potuto portare fino a diecimila ospiti a Brooklyn,vicino a unodei nuovi focolai del Coronavirus della Grande Mela. Lo riporta il New York Times. II commissario statale per la sanità è intervenuto personalmente venerdì per far consegnare dagli agenti l'ordine alla sinagoga chassidica, avvertendo che avrebbe dovuto seguire il protocollo inclusa la norma che vieta riunioni con oltre 50 persone. La sinagoga - Congregation Yetev Lev D'Satmar - ha accusato i funzionari statali di "attacchi ingiustificati" contro il matrimonio, dove si dovrebbe sposare un nipote del rabbino Zalman Leib Teitelbaum.

(il Fatto Quotidiano, 20 ottobre 2020)


Cina-Israele: si rafforza l'asse economico

Il gigante dell'e-commerce Alibaba e la società di trasporti marittimi ZIM siglano un accordo di cooperazione strategica. E agli Stati Uniti non piace

di Matteo Meloni

 
Si intrecciano sempre più gli interessi politici e commerciali tra Cina e Israele. Nonostante Israele abbia ancora uno stretto legame con gli Stati Uniti, che negli ultimi anni hanno pressato il Governo di Benjamin Netanyahu affinché non concedesse ad aziende cinesi la gestione di strutture strategiche per il Paese, la Repubblica Popolare accresce la sua presenza in Israele, stavolta attraverso la sottoscrizione di un accordo tra aziende private.

 Alibaba e ZIM, accordo strategico
  ZIM, società di trasporti cargo, ha siglato un deal con Alibaba, la più grande piattaforma di commercio online al mondo per il mercato B2B, per la quale si impegnerà al diretto acquisto delle merci per le consegne via mare, aumentando così i servizi logistici per i venditori dell'e-commerce cinese. Le due realtà avevano già avviato una collaborazione ad inizio anno, che oggi diventa strategica.
ZIM spiega che la cooperazione con Alibaba ha permesso di migliorare il processo di visualizzazione delle piattaforme logistiche del gigante del commercio guidato dal General Manager Kuo Zhang. "La forza dell'estensione della rete della società di trasporti israeliana ha garantito sia stabilità nelle consegne che supporto rispetto ai prodotti trasportati", si legge in una nota.

 Tra blockchain e nuovi standard
  L'obiettivo dell'accordo tra ZIM e Alibaba ha alte aspirazioni, legate sia alle nuove tecnologie che alla creazione di un nuovo standard legato alle consegne. Ad esempio, l'azienda cinese si è accordata con l'International Port Community Systems Association nello sviluppo del progetto Blockchain Bill of Lading, iniziativa che punta all'utilizzo di un sistema di sicurezza che possa implementare garanzie per trasportatori e consumatori in ambito marittimo. A guidare il gruppo di lavoro dell'Ipcsa sul blockchain l'israeliano Gadi Benmoshe, CIO dell'Israel Ports Company.
Come dichiarato da Zhang, con questo nuovo step di relazione tra Alibaba e ZIM si punta "a ridisegnare gli standard dell'industria logistica globale". Per Eli Glickman, Presidente e Amministratore delegato di ZIM, l'accordo "espanderà i servizi digitali per i clienti dell'e-commerce, beneficiando alle piccole e medie imprese".

 Le paure statunitensi
  Da tempo gli Stati Uniti guardano di cattivo occhio la presenza cinese in Israele. Dopo l'assegnazione della gestione del Porto di Haifa — dove transita la Sesta Flotta della Marina Usa — alla società Shanghai International Port Group, è grande l'attenzione di Washington nel limitare gli investimenti di Pechino nel Paese. Recentemente un viaggio last minute di Mike Pompeo ha evitato che il Governo israeliano concedesse alla Hutchinson Water — azienda di una holding con sede a Hong Kong — la concessione per l'impianto di desalinizzazione Soreq B, vicino alla base aerea dell'aviazione israeliana di Palmachin e al centro di ricerca nucleare di Soreq.

(eastwest-eu, 20 ottobre 2020)


Pandemia in regressione in Israele

Al secondo giorno di uscita graduale dal lockdown, il ministero della sanità israeliano ha reso noto che nelle ultime 24 ore si sono avuti 892 casi positivi su circa 27 mila tamponi, con una percentuale di contagio del 3,5 per cento. Ancora due settimane fa era l'11,3 per cento. Il ministero ha tuttavia avvertito che ieri in alcune zone (fra cui località con una forte percentuale di contagi ed ospizi) il numero dei test è rimasto basso. La pandemia è in fase di regressione ma, secondo il ministero, l'estensione dei contagi resta elevata. Altri dati sono comunque giudicati incoraggianti dal ministero della sanità. I malati gravi, che erano 800 una settimana fa, sono scesi a 600. I malati attivi, nello stesso periodo, sono calati da 50 mila a 30 mila. Con centinaia di casi la mortalità, ad agosto, è risultata superiore alla media registrata negli anni passati nello stesso mese. Oggi il totale dei decessi è di 2.209, 17 più di ieri. Anche questa cifra rappresenta un rallentamento in quanto nelle settimane passate si erano invece avuti in Israele fino a 40-50 decessi quotidiani.

(La Stampa, 19 ottobre 2020)


Israele e Bahrein formalizzano l'accordo di normalizzazione

 
 
Il Bahrein e Israele hanno firmato un comunicato "storico" congiunto, con cui è stato formalizzato l'accordo di normalizzazione siglato a Washington il 15 settembre. Inoltre, sono stati firmati anche sette memorandum di intesa.
  Ciò è avvenuto nel corso di una cerimonia svoltasi nella capitale Manama, il 18 ottobre, che ha visto la partecipazione di alti funzionari e delegati israeliani e bahreiniti, oltre che del Segretario al tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, i quali hanno ufficializzato quanto già siglato in precedenza. L'accordo, annunciato l'11 settembre, ha reso il Bahrein il quarto Stato arabo a normalizzare le relazioni con Israele dopo Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. Già negli ultimi anni, il Paese aveva mostrato una maggiore apertura verso Israele, per via del comune sentimento di ostilità nei confronti dell'Iran. Nel dicembre 2019, un rabbino di Gerusalemme Shlomo Amar, si era recato in Bahrein nella cornice di una visita definita "rara", dove ha incontrato diversi leader religiosi del Medio Oriente. Inoltre, in occasione della conferenza di Manama, tenutasi tra il 25 e il 26 giugno 2019, il ministro degli Esteri, Khalid bin Ahmed al-Khalifa, dichiarò al Times oh Israel: "Israele è un Paese della regione … ed è lì per restare, ovviamente."
  Per Washington una tale intesa mira a istituire un baluardo contro la minaccia iraniana, oltre a creare nuove opportunità economiche. Dal canto suo, sin dalla firma degli accordi di normalizzazione con Israele, il Bahrein ha evidenziato che il raggiungimento di una simile alleanza con Israele non significa abbandonare la causa palestinese, ma unire gli sforzi per far fronte alla minaccia iraniana. In particolare, per Manama si è trattato di un risultato diplomatico che rafforzerà la pace in Medio Oriente ed aprirà la strada verso nuove opportunità, in un quadro che vede Israele, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, l'altro Paese del Golfo che ha normalizzato le relazioni con Israele, affrontare diverse sfide comuni.
  Nel corso della cerimonia del 18 ottobre, Israele e Bahrein hanno ribadito che stabilire relazioni dirette tra i due Paesi contribuirà a realizzare un futuro più sicuro e prospero per i popoli della regione. "È stata davvero una visita storica, volta ad intraprendere relazioni tra i due Paesi", ha affermato il ministro degli Affari Esteri del Bahrein, Abdullatif al-Zayani, dopo la cerimonia, descrivendo l'accordo "un inizio promettente", il quale consentirà una "pace concreta e durevole", oltre che la salvaguardia dei diritti delle popolazioni mediorientali. Anche Mnuchin ha definito l'alleanza un passo importante per la stabilità regionale, ed è stato ribadito che rappresenta solo l'inizio di un percorso. Lo stesso segretario statunitense ha evidenziato come l'accordo vada oltre semplici investimenti, in quanto si tratta di creare maggiori opportunità nel campo della tecnologia così come degli affari.
  Con la formalizzazione del 18 ottobre, poi, Manama e Tel Aviv potranno "scambiarsi ambasciatori ed ambasciate". Nella medesima giornata, inoltre, il Bahrein e Israele hanno siglato sette memorandum di intesa, relativi a diversi settori, tra cui il commercio, il traffico aereo, le telecomunicazioni, la finanza, le banche e l'agricoltura. Inoltre, Houda Nounoo, un diplomatico del Bahrein, ha riferito che lo Stato del Golfo ha pianificato di riaprire formalmente la vecchia sinagoga di Manama, città che ospita una comunità ebraica di 34 persone, per il festival di Purim, il 25 febbraio.
  Sebbene il Bahrein abbia normalizzato le proprie relazioni con Israele, il Regno ha più volte ribadito il proprio sostegno alla causa palestinese e al raggiungimento di una soluzione a due Stati. La difesa dei diritti dei palestinesi è stata una delle cause che ha unito i musulmani sunniti e sciiti in Bahrain per decenni, ma l'accordo raggiunto con Israele ha posto alcuni in una posizione critica, oltre a suscitare forme di dissenso nell'opinione pubblica. Fondata nel 2002 e con sede nella capitale Manama, la Bahraini Society Against Normalization with the Sionist Enemy ha dichiarato, all'indomani della firma dell'accordo di normalizzazione, di essere stata colta alla sprovvista. "Alcuni influencer dei social media hanno iniziato ad accusarci di intolleranza e hanno chiesto al governo di sciogliere la nostra organizzazione", ha detto un membro fondatore.

(Sicurezza Internazionale, 19 ottobre 2020)


Arrivato in Israele il primo volo di linea dagli Emirati dopo gli accordi di Abramo

E' arrivato stamani in Israele il primo volo di linea partito dagli Emirati Arabi Uniti da quando i due Paesi hanno firmato il 15 settembre alla Casa Bianca gli Accordi di Abramo. Il volo Etihad con 58 passeggeri a bordo è stato accolto con una cerimonia all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. In giornata, riporta il sito israeliano di notizie Ynet, il volo rientrerà ad Abu Dhabi con a bordo imprenditori israeliani, dirigenti del settore del turismo e giornalisti. Domani Israele ed Emirati hanno in programma la firma di un accordo per 28 collegamenti aerei a settimana tra l'aeroporto di Ben Gurion e Dubai e Abu Dhabi. (Rak/AKI)

(Shalom, 19 ottobre 2020)


Covid: il segretario generale dell'Olp Saeb Erekat è in coma a Gerusalemme

Il segretario generale dell'Olp Saeb Erekat si trova in coma nell'ospedale di Gerusalemme dopo una crisi respiratoria. Oltre al Covid ha un'infezione batterica

 
Saeb Erekat
 Covid: colpito il segretario generale dell'Olp
  Il covid ha colpito anche il segretario generale dell'Olp, Saeb Erekat, di anni 65. "L'ospedale Hadassah di Gerusalemme, dove è ricoverato da ieri, ha reso noto che "è in coma". Un comunicato dell'ospedale riferisce: "Ha trascorso una notte tranquilla, ma stamane le sue condizioni sono peggiorate. In seguito ad una crisi respiratoria, è adesso in coma ed è sottoposto a ventilazione".

 Covid: il segretario soffre anche di un'infezione batterica
  L'ospedale Hadassah ha precisato che il trattamento medico di Erekat ''rappresenta una sfida significativa'' avendo egli avuto alcuni anni fa un trapianto dei polmoni con gravi conseguenze sul suo sistema immunitario. In questo momento, Erekat ''soffre di una infezione batterica, oltre al coronavirus''. Erekat è stato trasferito ieri dalla sua residenza di Gerico (Cisgiordania) all'ospedale Hadassah Ein Karem di Gerusalemme. Con lui si trova la figlia. Esponenti dell'Olp e di al-Fatah si sono recati la scorsa notte in ospedale per essergli vicini.

(Affaritaliani.it, 19 ottobre 2020)


L'Eredita di quel coraggio

di Edoardo Segantini

In tanti, guardando la televisione, siamo rimasti colpiti, commossi e turbati ascoltando la storia di Emanuele Di Porto, ebreo romano di 89 anni, che scampò al rastrellamento del Ghetto del 16 ottobre 1943 ad opera della Gestapo. Una storia che vale la pena di ricordare, anche per riflettere sul presente. Emanuele Di Porto, nell'autunno di quell'anno orribile, ha tredici anni e abita in via della Reginella, traversa del Portico d'Ottavia, con i genitori, i fratelli, i cugini e le zie. La casa è una, la stessa in cui abita da solo e oggi gli appare immensa, ma «nella lunga notte del '43», sotto quel tetto, vivono tre famiglie: ogni famiglia dispone di una stanza e in quella dei Di Porto campano i genitori con sei figli. La fortuna di suo padre è che si alza alle tre del mattino perché lavora alla stazione Termini, dove vende souvenir ai soldati delle tradotte tedesche che arrivano col treno.
   Quando scatta il rastrellamento, agevolato da una macchina della delazione che si è messa prontamente in moto, lui è già al lavoro. Mamma al contrario è meno fortunata: è in casa, sente i rumori per strada, si affaccia alla finestra, vede i tedeschi radunare la gente. Però, convinta che stiano portando via soltanto gli uomini, si precipita di sotto, per correre a Termini e avvertire il marito di non tornare al Ghetto. Al figlio intima di restare a casa. Ma il ragazzo è un ragazzo, disobbedisce e si precipita in strada poco dopo di lei.
   Quando Emanuele arriva giù, i tedeschi l'hanno già caricata su un camion. Lui la vede e la chiama, lei gli urla di scappare. Ma un soldato se ne accorge, afferra il ragazzo e, come un pacco, lo lancia dentro l'autocarro. Il camion parte. Ma, qualche strada dopo, lei butta giù il figlio dal convoglio. Emanuele si rialza, corre via come un pazzo e si rifugia su un tram fermo. Quando arriva il conducente, si guarda intorno e lo nasconde in cabina. Finito il suo turno, arriva un collega e anche lui lo nasconde. Poi un altro. Grazie a sua madre, grazie a quegli uomini, conducenti e bigliettai, Emanuele si salva e, giorni dopo, si riunisce al padre, a sua volta nascosto da un cugino a Borgo Pio.
   Quella di Emanuele, come altre dello stesso periodo, è una storia formidabile d'amore materno, solidarietà umana e fortuna quasi ultraterrena. Emanuele è stato salvato dall'amore della madre, dalla solidarietà dei tranvieri e dalla sorte, ieri come oggi arbitra delle nostre vicende. E' dunque un episodio straordinario in sé, nel contesto storico in cui si svolse. Ma ci aiuta anche a ricollocare l'angoscia e l'incertezza di oggi nelle loro giuste proporzioni. Quegli uomini e quelle donne vissero un dramma che non è neppure confrontabile con l'odierna pandemia. Allo stesso modo la tragedia di allora - come il contagio di oggi (con i morti e gli effetti dirompenti sulle nostre vite) - misero e mettono in luce il meglio e il peggio dell'essere umano. E ci costringono a interrogarci. Ascoltando il racconto di Emanuele Di Porto ci chiediamo: avrei avuto anch'io la prontezza audace di quella madre, il coraggio odi quei tranvieri? Avrei — oggi - il coraggio dei medici e degli infermieri che si adoperano negli ospedali? E non sempre sappiamo rispondere.

(Corriere della Sera - Roma, 19 ottobre 2020)


Consegnato nel Ghetto di Venezia un defibrillatore con Magen David Adom Italia

Garantire un nuovo strumento di sicurezza per la salute sia ai residenti che ai tanti turisti che ogni anno frequentano il Ghetto ebraico di Venezia.

 
Consegna del defibrillatore nei locali della Comunità ebraica del centro storico
VENEZIA - È stato installato ieri mattina, domenica 18 ottobre, un nuovo defibrillatore nei locali della Comunità ebraica del centro storico, in prossimità del Museo e delle sinagoghe. Il dispositivo è stato consegnato da Magen David Adom Italia onlus (Mda), organizzazione nazionale di emergenza pre-ospedaliera israeliana, grazie a una donazione dell'Ucei, Unione delle comunità ebraiche italiane. Per l'Amministrazione comunale presente l'assessore alle Politiche sociali Simone Venturini, insieme al presidente della Municipalità di Venezia Murano Burano Marco Borghi, ai rappresentanti della Comunità ebraica e con Silvia Voghera, coordinator manager di Mda Italia.
   "Grazie dell'invito a tutta la Comunità ebraica veneziana e un ringraziamento a Magen David Adom, non solo per il gesto fatto con questa donazione, ma anche per voler rafforzare ancora più l'amicizia che lega voi con noi e lo Stato d'Israele con Venezia", ha dichiarato l'assessore Venturini. "L'efficienza che Israele possiede in questi settori, maturata con l'esperienza di anni difficili, ci consente di beneficiare della vostra opera per le attività di formazione che sono già in corso. Approfitto - ha proseguito - per portare il saluto e la stima del Comune di Venezia a tutti i soccorritori impegnati, anche in Israele, nella lotta al Covid, sperando di poter organizzare presto, anche in presenza, nuove importanti iniziative. Grazie di cuore per aver dotato la nostra comunità di un importante presidio di sicurezza".
   "Un defibrillatore è un bene comune - ha sottolineato Borghi - che speriamo di usare poco, ma che comunque impreziosisce un territorio. Sono molto contento di questa donazione perché da oggi questa zona sarà più sicura".
   "Siamo lusingati di poter installare nel Ghetto un presidio medico così importante grazie a Magen David Adom - ha sottolineato Paolo Navarro Dina, rappresentante della Comunità ebraica di Venezia - che resta a disposizione di tutta la città e di quest'area molto visitata durante tutto l'anno. Una donazione che ci consente di avere maggiore sicurezza e capacità di affrontare una eventuale emergenza in qualsiasi momento".
   L'iniziativa rientra nella campagna di Mda Italia "Datti una mossa, dagli una scossa" cominciata nel 2018 e che punta a coprire entro il 2020 altre comunità nel centro-nord Italia. Venezia è la prima ad essere coinvolta in questa fase. Grazie alla collaborazione con Croce Rossa Italiana, inoltre, Mda formerà due referenti per l'utilizzo del defibrillatore e organizzerà un corso di Blsd per imparare le tecniche fondamentali di primo soccorso.
   "Siamo felici che sia Venezia la prima città a ospitare questo nuovo step del nostro progetto", ha fatto sapere Sami Sisa, presidente di Magen David Adom Italia Onlus. "È uno dei luoghi più significativi dell'ebraismo italiano e siamo sicuri che questo sarà sicuramente un incentivo per raggiungere il nostro obiettivo: dotare di defibrillatore tutte le 21 comunità ebraiche, le sinagoghe e i siti che raccontano la nostra storia in Italia. La presenza del DAE verrà segnalata agli operatori che rispondono al 118 e rappresenta una risorsa per l'intero quartiere".

(Il Nuovo Terraglio, 19 ottobre 2020)


Sono osservante, ma il comportamento di alcuni charedim crea problemi

di Samy Legziel*

Premettendo che sono un ebreo osservante vorrei fare delle considerazioni inerenti alla lettera della Signora Cohenca su 'Kolot'. Riguardo la polemica sui haredim non penso che possiamo limitarci al fatto di chi metta la mascherina sull'aereo e chi no. In questo momento in Israele questo problema sta creando una divisione nella popolazione per dei motivi concreti e non per dei preconcetti. Da quando è iniziata la pandemia molti haredim sono andati contro le disposizioni dello Stato creando 'uno stato nello Stato'.
   Diversi Rabbanim di Bnei Brak (tra cui Rav Kanievsky) e di Gerusalemme hanno detto agli appartenenti alle loro sette di non fare i tamponi e di non chiudere le Sinagoghe e le Yeshivot e hanno creato così grandi focolai di contagio. Sono stati, nonostante la proibizione, celebrati matrimoni con centinaia di partecipanti e funerali con migliaia di persone accalcate. Anche in America hanno creato problemi e hanno contestato le Autorità rischiando di incoraggiare l'antisemitismo.
   I Haredim Israeliani hanno fatto venire dall'America circa 20.000 ragazzi dalle Yeshivot alcuni dei quali positivi al covid appesantendo notevolmente la situazione sanitaria in Israele. Tre importanti Rabbanim di Bnei Brak hanno scritto una lettera dicendo che per Simchat Torà si doveva festeggiare all'interno delle Sinagoghe come gli scorsi anni e non prendere le dovute precauzioni relative alla pandemia. Questo atteggiamento di disobbedienza alle direttive dello Stato in cui vivono sono contrari a quanto stabilito dalla Torà ed hanno causato danni e morti.
   Bisogna dire che anche i laici hanno creato problemi manifestando da oltre due mesi contro Netanyahu organizzando raduni con migliaia di persone facilitando così i contagi ma questa non deve essere considerata una giustificazione.
   Quello che mi ha colpito è che durante questo lungo periodo i Rabbanim non abbiano preso posizione criticando questi comportamenti non conformi all'etica dell'ebraismo ed inoltre non hanno disposto un digiuno o delle preghiere o letture di Tehilim a livello nazionale o internazionale.

*Ex-consigliere della Comunità ebraica di MIlano, ora in Israele

(Kolòt, 19 ottobre 2020)


Coronavirus, Israele: da oggi uscita graduale dal lockdown

Israele dopo un mese di lockdown si appresta a salutare i giorni delle restrizioni. I nuovi casi da coronavirus sono scesi sotto i 400 giornalieri.

Lo scorso 24 settembre il governo israeliano aveva deciso di portare in lockdown l'intero Paese. Misure dure che hanno visto chiudere tutti gli uffici e le società che non erano ritenute essenziali. A restare aperti solo supermercati e farmacie.
In Israele era vietato, inoltre, allontanarsi oltre un chilometro dall'abitazione neanche per partecipare a manifestazioni religiose. Il governo aveva chiuso le sinagoghe subito dopo Yom Kippur, il giorno più importante del calendario ebraico che prevede ventiquattro ore di digiuno e di espiazione.
Il lockdown iniziato il 24 settembre va verso lo stop. In Israele da oggi inizia un'uscita graduale dal lockdown. Le misure drastiche hanno portato i frutti desiderati e la percentuale dei contagi di coronavirus registrata nelle ultime 24 ore è stata del 2,8%.
Su 14mila tamponi sono risultati positivi al coronavirus 395 persone. Questo dato è stato reso noto dal ministero della sanità secondo cui questa cifra va presa si con entusiasmo ma anche con prudenza.
Anche se i numeri dicono che l'ultimo dato è il più basso in assoluto delle ultime settimane, il tutto va esaminato con prudenza perché nella giornata di sabato il numero di tamponi effettuati è stato molto basso.
In base a queste preoccupazioni, il premier Benyamin Netanyahu ieri è intervenuto per ricordare alla popolazione di evitare ancora assembramenti di qualsiasi tipo. Ad oggi i malati gravi in Israele sono 673, e di questi 237 sono in rianimazione, mentre i decessi sono saliti a 2190. I positivi al coronavirus attivi sono oltre 33 mila.

inews24, 18 ottobre 2020)


Razzi o dollari in valigia nel confronto Gaza-Israele

Hamas minaccia, il Qatar sostiene i palestinesi

di Davide Frattini

Due anni fa l'ambasciatore del Qatar a Gaza ha passato qualche settimana negli Usa: controlli medici. In ospedale con lui sono rimasti bloccati i 15 milioni di dollari che avrebbe dovuto portare (in contanti dentro le valigie, consegna mensile) nella Striscia. II ritardo ha causato 72 ore di scontri, i più gravi dai 34 giorni di guerra tra Hamas ed esercito israeliano nei 2014. Ai capi dell'organizzazione fondamentalista servono quei soldi da distribuire, devono dimostrare che in quasi 13 anni di controllo sul corridoio di sabbia tra Israele, l'Egitto e il Mediterraneo sono riusciti a combinare qualcosa: di fatto spingere il governo di Benjamin Netanyahu (sotto la minaccia dei lanci di razzi) a permettere il generoso intervento dell'emirato.
   Anche adesso l'ennesima tregua (che nessuno sa se e quanto potrà durare) è condizionata a ioo milioni di dollari che il Qatar promette di elargire nel giro di sei mesi, tanti quanti la durata del cessate il fuoco. Che gli strateghi israeliani definiscono con la formula «alla quiete risponderemo con la quiete». Perché lungo la barriera che circonda i 365 chilometri quadrati (ci vivono quasi 2 milioni di palestinesi) la calma non dura mai a lungo. Così quest'ultima intesa non convince Mon Davidi — il sindaco di Sderot, tra le città più bersagliate dai razzi di Hamas — che da destra vorrebbe una reazione di destra: «II governo israeliano deve colpire come sa fare, eliminare i terroristi e i loro capi».
   Il patto temporaneo non rassicura neppure a sinistra Gadi Yarkoni, che guida il coordinamento di queste aree a sud e vive in un kibbutz a qualche centinaio di metri dalla Striscia (dall'altra parte ci sono le strade affollate di miseria di Khan Younis, dov'è cresciuto Yahiya Sinwar, attuale boss di Hamas). Yarkoni ha perso le gambe nel 2014, centrato da un colpo di mortaio, un'ora prima che il cessate il fuoco fermasse il conflitto. Dice: «I soldi del Qatar sono un'aspirina, non la soluzione. Serve in accordo strategico a lungo termine che attraverso gli scambi economici cambi la realtà della Striscia». Netanyahu ha preferito in questi anni lasciare le cose come stanno, il dominio di Hamas su Gaza garantisce che le fazioni palestinesi non ritrovino l'unità e non costituiscano un fronte comune per le richieste agli israeliani. II premier ha imposto un embargo sul passaggio di beni e persone, da quando i fondamentalisti hanno tolto con un golpe il controllo della Striscia ai rivali di Fatah. Intrappolata è sempre la gente di Gaza. All'inizio della pandemia gli israeliani hanno permesso l'ingresso di medicinali e di aiuti per tenere i contagi sotto controllo. In luglio, spiega l'Onu, la cooperazione è saltata anche per l'interferenza del presidente palestinese Abu Mazen che ha tagliato i rapporti con gli israeliani (dopo la presentazione del piano di pace Usa) e continua la strategia di ostacolare il consolidamento al potere di Hamas.

(Corriere della Sera, 18 ottobre 2020)


La Francia ostaggio dell'islam radicale tra ricercatori dell'Isis ed ebrei in fuga

La decapitazione dell'insegnante è solo la punta di un iceberg. Nell'istruzione ormai vige la paura. E la laicità è solo un ricordo.

IL PARADOSSO
A Marsiglia un terrorista premiato con un posto di prestigio all'Università
L'APPELLO
La rivista del Califfato: Basta con l'educazione dei miscredenti»

di Fausto Biloslavo

Studenti che sfilano gridando «Allah o Akbar», compagni di classe vessati perché ebrei, docenti impauriti che non denunciano le minacce islamiche, jihadisti con le mani insanguinate che ottengono posti di ricercatore e l'Isis che attacca il sistema scolastico francese. La decapitazione dell'insegnante vicino a Parigi è solo la punta di un iceberg.
   Quattro giorni prima l'orribile omicidio jihadista, Pierre Obin, ex ispettore nazionale dell'Istruzione, denunciava che il suo allarme sulla minaccia islamica nel scuole lanciato nel 2004 «è rimasto seppellito sotto un tappeto per 20 anni».
   Il risultato è desolante: due insegnanti su cinque hanno registrato nel proprio istituto «incidenti legati alla contestazione del principio di laicità» da parte di studenti islamici. E secondo un sondaggio il 40% dei docenti ammette di «auto censurarsi» o di chiudere un occhio sull'intolleranza per evitare problemi. I programmi scolastici vengono apertamente contestati e sui temi d'attualità come l'11 settembre scattano le teorie complottiste che accusano gli Usa di essersi attaccati da soli. Sull'Olocausto nelle scuole ad alta concentrazione islamica vige il negazionismo fra gli studenti.
   E capita anche di peggio: in un istituto di Lione gli studenti ebrei sono stati vittime per mesi di violenze da parte dei compagni musulmani. II risultato è che negli ultimi anni due terzi dei 100mila studenti ebrei hanno abbandonato l'istruzione pubblica per quella privata.
   Nella scuola di un quartiere «arabo» di Marsiglia una studentessa è stata molestata e pestata dai compagni per i suoi «cattivi costumi» compreso il vestire troppo alla moda. In un liceo di Val-de Marne, sobborgo a sud est di Parigi tutte le ragazze musulmane denunciano «allergie al cloro» per evitare le lezioni di nuoto e il costume da bagno normale. Nel nord della Francia un gruppo di studenti ha organizzato «una dimostrazione marciando in cortile al grido di Allah o Akbar(Dio è grande)». Nel dipartimento della Drome c'è stato un caso di bagni con «rubinetti riservati ai musulmani e altri ai non musulmani». I salafiti chiedono per i loro figli spogliatoi separati fra musulmani e infedeli per le attività sportive della scuola.
   A Marsiglia, il 29 gennaio, è stato arrestato Majdi Mustapha Nameh con l'accusa di crimini di guerra in Siria come pezzo grosso del gruppo armato jihadista Jaysh al-Islam. Nome di battaglia Islam Alloush aveva ottenuto un posto di ricercatore presso l'Istituto di studi sul mondo arabo e musulmano dell'università di Provenza Aix-Marseille. Non a caso l'istituto era stato diretto per lungo tempo da François Burgat, il più giustificazionista fra gli studiosi francesi dell'Islam politico.
   Bruno Riondel, insegnante di storia da oltre 30 anni, ha denunciato che esiste «un tabù sull'Islam ed i suoi eccessi». I programmi di storia sono stati purgati per presentare «un Islam medievale rivisto, tollerante e difensore della conoscenza, mentre stigmatizzano l'Occidente cristiano, come mondo oscuro segnato dalle Crociate, dall'Inquisizione o dalla conquista religiosa sulle società». Non solo: «Cristianesimo e Illuminismo sono opzionali, ma viene rafforzato l'insegnamento obbligatorio della storia dell'Islam».
   Per i fanatici dell'Isis non basta: l'edizione in francese della rivista del Califfato ha ripetutamente attaccato la laicità della scuola d'Oltralpe bollandola come «un mezzo di propaganda che vuole imporre il pensiero corrotto giudaico-massonico». E invitato i bravi musulmani ad «abbandonare l'educazione dei miscredenti».

(il Giornale, 18 ottobre 2020)


Sono più di vent’anni che l’antisemitismo islamico si fa sentire in modo aggressivo in Francia, in modo particolare proprio nelle scuole. Ma i vari governi francesi hanno sempre avuto altri problemi come primi punti all’ordine del giorno. Oggi cominciano a vedersi le conseguenze. Proponiamo la rivisitazione di una pagina del nostro sito interamente dedicata a questo argomento. Febbraio 2014: “Piccoli antisemiti musulmani” . E nel frattempo quei piccoli antisemiti sono diventati grandi.


Porte aperte agli evangelici, alleati di Trump e Netanyahu

Come già sottolineato in altre occasioni, in qualche caso il giornale di supersinistra "il Manifesto", anche se in un'ottica sfegatatamente anti-israeliana, è l'unico a dare notizia di certi fatti interessanti che avvengono Israele. Gliene siamo grati. NsI

di Michele Giorgio

Per gli stranieri entrare in Israele è un'impresa, anche se sono ebrei. Il divieto al loro ingresso, contenuto dalle norme anti Covid-19, è in vigore ormai da sette mesi e prevede poche eccezioni: coniugi e figli di cittadini israeliani; i «soldati soli» (stranieri ebrei che scelgono di fare il servizio militare in Israele lontano dalle loro famiglie); quelli in possesso di permessi di soggiorno e pochi altri. Queste restrizioni invece sono state facilmente superate da gruppo di stranieri che vantano importanti appoggi politici. Nelle scorse settimane 70 volontari di Hayovel, un'organizzazione cristiana evangelica con sede nel Missouri, hanno ottenuto il permesso per entrare in Israele pur non avendone formalmente diritto. Atterrati a Tel Aviv, hanno rapidamente raggiunto gli insediamenti ebraici di Har Bracha (Nablus) e Psagot (Ramallah) nella Cisgiordania palestinese sotto occupazione, dove hanno preso parte alla vendemmia assieme ai coloni israeliani.
   Il «privilegio» di cui hanno goduto i volontari di Hayovel deriva dall'alleanza tra le organizzazioni cristiane sioniste e Israele, in modo particolare i partiti di destra (al governo) e i coloni. Legami che si sono fatti più stretti nei quattro anni di Amministrazione Trump che ora punta sui voti anche dei cristiani evangelici pro-Israele, per ottenere un secondo mandato. Riferimento dei cristiani sionisti americani è, anche più di Trump, il vice presidente Mike Pence che in più occasioni ha citato il racconto biblico per spiegare il sostegno statunitense alla sovranità israeliana su tutta la Palestina storica e negare i diritti dei palestinesi. Perciò aprire le porte di Israele ai volontari evangelici è parte del contributo che il governo Netanyahu e i nazionalisti religiosi israeliani (coloni in testa) offrono alla campagna di Donald Trump, il presidente che, scardinando il diritto internazionale e le Nazioni unite, ha concesso molto a Israele, dalla proclamazione di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico alla «legalizzazione» delle colonie nei territori palestinesi occupati. Fino al riconoscimento del Golan siriano come parte di Israele.
      Hayovel, ha portato sino ad oggi circa 3.000 volontari cristiani negli insediamenti coloniali israeliani, quasi tutti statunitensi. Ospitati in un campus appositamente costruito accanto a Har Bracha, questi volontari pagano l'alloggio, il biglietto aereo e altre spese senza battere ciglio. Lo fanno perché si ritengono in missione per conto di Dio. Contribuendo alla «redenzione» di tutta la biblica Terra di Israele, ritengono di favorire la realizzazione delle profezie. Ad indirizzarli c'è anche la cosiddetta Ambasciata cristiana a Gerusalemme, aperta negli anni '80 da varie organizzazioni cristiane sioniste. Hayovel, riferisce il quotidiano Haaretz, ha ottenuto piccole sovvenzioni israeliane per il suo contributo alla difesa all'estero dell'immagine delle colonie. Il giornale aggiunge che i gruppi di evangelici sionisti hanno investito nelle colonie israeliane 65 milioni di dollari negli ultimi dieci anni. L'associazione statunitense Heart of Israel, ad esempio, raccoglie ogni anno centinaia di migliaia di dollari per finanziare progetti negli insediamenti. E secondo i dati raccolti da Ynetnews, nel solo 2017 delle circa 28mila persone che hanno compiuto l'aliyah, l'immigrazione in Israele, almeno 8.500 avevano ricevuto aiuti da organizzazioni cristiane partner dell'Agenzia ebraica. L'International Fellowship of Christian and Jews (Ifcj) dal 2014 al 2017 ha raccolto 20 milioni di dollari per l'aliyah e 188 milioni di dollari dalla fine degli anni Novanta al 2005. Ed esponenti cristiani di primo piano promuovono attivamente la normalizzazione tra gli Stati arabi e Israele.
      I milioni di evangelici statunitensi sono un serbatoio di voti di eccezionale importanza per le speranze di riconferma alla Casa Bianca di Donald Trump che ritengono l'uomo mandato dal Signore per sostenere Israele ad ogni livello. A tanta devozione dei cristiani sionisti per Trump si contrappone il sostegno della maggioranza degli americani ebrei al candidato democratico Joe Biden. A differenza degli israeliani che - secondo i risultati di due sondaggi, uno svolto in Israele a inizio ottobre e l'altro negli Usa a fine settembre - per il 63% desiderano la vittoria di Trump, il 70% degli ebrei negli Stati uniti voterà per Biden.
   Le presidenziali del 3 novembre stanno evidenziando una frattura sempre più larga tra israeliani e americani ebrei. Per il 51% degli israeliani l'elezione di Biden potrebbe danneggiare le relazioni tra i due paesi e il 48% pensa che il sostegno degli ebrei statunitensi ai democratici sia «sbagliato». Più di tutto il 47% degli israeliani parla di «frattura» netta con gli ebrei negli Usa.

(il manifesto, 18 ottobre 2020)


Il Covid e il nostro ebraismo

di Rav Alberto Moshe Somekh

Il Talmud (Sukkah 27b) riporta un'interessante controversia a proposito della festa di Sukkot appena trascorsa. È lecito durante la ricorrenza trasferirsi da una Sukkah all'altra? In altri termini, sono autorizzato ad accogliere l'invito di un parente o di un amico e recarmi a pranzo nella sua Sukkah, sebbene così facendo trascuri la mia? R. Eli'ezer proibisce, mentre la maggioranza dei Maestri lo permette. Secondo una lettura la discussione verte su due interpretazioni contrapposte dello stesso versetto: "Farai la festa di Sukkot per sette giorni" (Devarim 16,13). R. Eli'ezer legge il versetto in relazione alla Sukkah e ne deduce che la stessa Sukkah deve essere adoperata per l'intera settimana, mentre i Chakhamim lo intendono diversamente (cfr. 'Arokh ha-Shulchan O.Ch. 637,1). È possibile che la discussione non sia solo esegetica, ma anche concettuale: per R. Eli'ezer conterebbe nella Sukkah il valore della continuità (prospettiva diacronica), mentre per i Maestri sarebbe invece più importante il fattore della condivisione (prospettiva sincronica). In ogni caso la Halakhah è stabilita secondo l'opinione della maggioranza: abbiamo cioè il permesso di passare da una Sukkah all'altra.
   Quest'anno in Israele è stato dichiarato un nuovo lockdown in occasione dei Mo'adim. Il governo ha disposto fra l'altro una multa pesante proprio per chi avesse accolto un invito a pranzo fuori dalla propria Sukkah. Lo scopo era ovviamente limitare al massimo le relazioni sociali per arginare l'epidemia che proprio in Israele ha raggiunto dimensioni allarmanti. Leggendo il fatto di cronaca in una dimensione halakhica emerge un paradosso. Lo Stato invita per così dire a una linea di comportamento conforme all'opinione minoritaria e fortemente restrittiva di R. Eli'ezer anziché quella maggioritaria e conciliante dei Chakhamim! Il paradosso è ancora più evidente se si considera che una delle ragioni per cui l'opinione del primo non è in genere accolta come normativa (a parte alcuni casi: cfr. Niddah 7) è che R. Eli'ezer era stato discepolo della scuola di Shammay (Shammutì)! Viviamo in un mondo letteralmente stravolto, altro che travolto, dalla pandemia. Anzitutto basti pensare ai capovolgimenti linguistici: oggi chi è negativo è positivo e viceversa chi è positivo dà un segnale di negatività. Persino la Halakhah viene paradossalmente (torno a dire: la mia è un'osservazione sarcastica e non reale) percepita nei termini di una inversione di tendenza: Shammay sembra quasi prevalere su Hillel!
   Finora in Italia siamo stati dei grandi privilegiati. A Torino, per esempio, le Tefillot delle feste si sono sempre svolte con sostanziale regolarità nel rispetto delle disposizioni vigenti, in un clima di serenità e fiducia, senza allontanare nessuno, né ingenerare sospetti. Dobbiamo di ciò essere grati ai nostri dirigenti comunitari che con grande tatto e lungimiranza hanno saputo affrontare una situazione potenzialmente insidiosa su due fronti contrapposti: il rischio sicurezza da un lato, il rischio disaffezione dall'altro. Il peggio è stato evitato anche grazie alla comprensione da parte della base che ha interiorizzato il senso dei provvedimenti adottati adattandosi ai piccoli disagi che la situazione avrebbe potuto comportare. Anche i privati cittadini, gli "iscritti" come li chiama la nostra burocrazia, meritano pertanto gratitudine per il sentimento civico non comune dimostrato.
   Non voglio tuttavia limitarmi alle nostre Comunità. Sforzandomi di trarre un bilancio e una prospettiva dalle difficoltà del presente, mi sia consentito uno sguardo più ampio, considerando il panorama dei grandi centri dell'ebraismo a livello mondiale. La pandemia ha messo in luce anche qui delle criticità non da poco, prodromi, sperabilmente, di una visione necessariamente nuova delle cose.
   Non sono charedì, ma ho spesso nutrito una certa ammirazione, aldilà di tanti spigoli, per coloro che scelgono di vivere un ebraismo senza compromessi nei limiti del possibile, e come me credo anche altri ebrei più o meno osservanti. Tuttavia oggi proprio quel modello deve affrontare una crisi profonda, forse irreversibile. I charedim che nelle vie di Benè Beraq e di Brooklyn calpestano e bruciano le proprie mascherine, manifestando contro un ordine statale cui attribuiscono la responsabilità del pandemonio che tutti stiamo vivendo, protestano in realtà solo contro se stessi. I charedim, infatti, nella tenacia di mantenere vive le strutture associative dell'ebraismo tradizionale, muoiono come gli altri e forse più e prima degli altri. Ma questa volta sarà arduo sostenere nel loro caso la tesi del martirio 'al qiddush ha-Shem. La minaccia attuale non viene infatti né dal modernismo assimilazionista, né da un regime persecutore che deporta gli inermi verso campi di sterminio. Oggi l'attacco viene non dall'uomo ma, ki-v-yakhol, per così dire, da D. stesso che "colpisce e guarisce" (Hoshea' 6,1) senza più distinguere, come cantava Ribò, fra Israele, Esaù e Ismaele. E nei confronti di D. non ha senso far leva sui nostri sani e solidi principi. Ci tocca interiorizzare che la Mitzwah di salvaguardare la salute non è certo inferiore ad altre. Il modello charedì manifesta una palese inadeguatezza a gestire una emergenza vitale. Questa è a mio avviso la principale sfida del coronavirus all'ebraismo contemporaneo e forse anche una rivoluzione. La pandemia pone a tutti nuove domande a livello esistenziale. Chissà che il metabolismo del tempo non ci aiuti a trovare nuove risposte anche a questi interrogativi. La società ebraica, parallelamente a quella generale, è in attesa di queste risposte. Che non sia giunta l'occasione per mettersi seriamente al lavoro?

(moked, 13 ottobre 2020)


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Basta parlare di charedìm facendo di tutta l'erba un fascio

Un chiarimento doveroso sul "modello charedì" nei confronti della pandemia

di Deborah Cohenca

 
Vorrei approfittare delle pagine di Kolòt, sul quale è apparso recentemente un articolo di Rav Somekh, per fare un po' di luce sul mondo ebraico ortodosso e sulla posizione degli ebrei definiti "charedìm" riguardo alla pandemia da Covid-19.Anzitutto, la definizione di ebreo "charedì" (o ortodosso, oppure ultra-ortodosso a seconda dei punti di vista), dipende, appunto, dal punto di vista. Per qualcuno, una donna sposata che si copre il capo quando va al Tempio è una manifestazione di ultra-ortodossia; per altri, una forma di rispetto o di adesione minima ai principi normativi ebraici del codice Shulchàn Arùkh, per altri, ancora meno. E la stessa cosa vale per l'aderenza ad altre norme sull'abbigliamento e sull'osservanza di molti precetti. Io sono osservante per scelta, considerata più o meno ortodossa a seconda di chi mi guarda.
   Non ho la minima idea se io sia charedìt o no, e la cosa mi interessa poco. Però negli ultimi anni mi sono trovata a frequentare di più l'ambiente definito "charedì", e ci terrei a sfatare alcuni stereotipi e pregiudizi. Potrei dire in tono scherzoso che gli ebrei "charedìm" sono persone assolutamente normali, alcuni anche particolarmente gentili e affabili, non hanno la coda, e nemmeno mordono! In tono più serio, devo precisare che, dalla mia esperienza personale, mi risulta che l'aderenza alle norme civili non dipende affatto dal livello di religiosità. Riguardo alla pandemia da Covid-19, da quello che vedo personalmente, che leggo e che sento, il mondo ebraico "ortodosso" si comporta esattamente come tutto il resto del mondo. C'è chi rispetta scrupolosamente le regole sulle mascherine e sul distanziamento sociale, altri che ci litigano di più; ma la cosa accade in tutti i Paesi, in tutti gli ambiti sociali.
   In questi ultimi mesi ho viaggiato in aereo; in alcuni casi ero l'unica ebrea, in altri ero in buona compagnia, di ebrei che potrebbero essere definiti "charedìm". C'erano (pochi) passeggeri che con la mascherina ci litigavano parecchio e che sono stati più volte ripresi dal personale di bordo, ma non erano quelli riconoscibili come ebrei ultra-ortodossi; con tutta probabilità non erano manco ebrei. C'erano (pochi) passeggeri parecchio restii a compilare l'auto-certificazione sullo stato di salute, ma non eravamo "noi". Durante i voli sono state distribuite le salviette disinfettanti al posto di cibi e bevande; "noi" le abbiamo usate, gettando poi salvietta e bustina negli appositi contenitori portati dal personale di bordo; alcuni "altri" non le hanno usate, o peggio, le hanno usate e poi lasciate sui sedili dell'aereo. "Noi" abbiamo rispettato l'ordine di imbarco e sbarco per numero di fila di posti, alcuni "altri" no.
   Potrei continuare con un elenco piuttosto noioso, ma il punto a cui voglio arrivare è questo. A prescindere dal gruppo ebraico al quale si ritiene che gli altri appartengano, nel caso della pandemia, come in tutti gli altri casi non si può generalizzare; è pericoloso e fuorviante. È stato più volte accertato che la percentuale di aderenza alle restrizioni in vigore nelle città israeliane più ortodosse come Benè Berak è esattamente la stessa del resto del mondo. Chi brucia le mascherine sono una minoranza, che non va generalizzata. Vivendo il mondo ortodosso dal suo interno, non mi sembra affatto che la pandemia lo stia "spaccando", non più di quanto stia "spaccando" il resto della collettività. Tutto il mondo è "spaccato" sulla pandemia causata da un virus di cui ancora non si sa tutto. La comunità scientifica è spaccata sulle misure da adottare, le autorità governative ancora di più.
   Nell'articolo su Kolòt è stato omesso il fatto che le principali autorità rabbiniche ortodosse (e anche "ultra-ortodosse") riconosciute continuano a esortare al rispetto delle norme vigenti e delle indicazioni delle autorità sanitarie locali, anche con messaggi ufficiali di condanna e critica agli episodi come quello di chi brucia le mascherine. La differenza è che le immagini di chi brucia le mascherine finiscono sui media, i messaggi che insistono sulla necessità di proteggersi adeguatamente dai contagi, no. Mi rincresce trovarmi in disaccordo con Rav Somekh, per il quale nutro stima e rispetto, ma quello che Rav Somekh definisce "il modello charedì" sulla pandemia non è affatto il "modello charedì". La posizione ufficiale e largamente maggioritaria del mondo ebraico ortodosso è quella dettata dalle norme in vigore, dal buon senso e dalla necessità di proteggere la salute propria e altrui.
   La posizione ebraica "religiosa" sul Coronavirus è chiara e non dà spazio a equivoci. Se ci sono singoli a cui non piace, rientrano nella percentuale degli individui "disobbedienti" di tutto il mondo. Posso capire le generalizzazioni dei media non-ebraici, che per definizione rincorrono il sensazionalismo, devono "fare notizia", identificano un singolo con la categoria a cui credono appartenga, cercano e individuano comodi capri espiatori. Al nostro interno però sarebbe auspicabile che fossimo più oggettivi, corretti. E soprattutto, più uniti, più reciprocamente comprensivi. Abbiamo assistito a un rigurgito di antisemitismo sui social media che, era quasi scontato, incolpa gli ebrei dello scoppio della pandemia, identifica gli ebrei come appestati, untori eccetera. Io credo che la prima arma contro l'antisemitismo, contro la pandemia e contro diversi altri mali del mondo sia l'unità. Il Covid-19, appunto, non guarda in faccia nessuno; non fa distinzioni di sorta, etniche o religiose che siano. Siamo tutti nella stessa situazione. Non è colpa degli ebrei, non è colpa degli ebrei ortodossi, non è colpa degli ebrei ultra-ortodossi.
   Come facciamo a difenderci all'esterno (o dall'esterno) quando non ci capiamo al nostro interno, quando siamo noi stessi ad alimentare pregiudizi e stereotipi? Perché dare voce a notizie esterne parziali e in alcuni casi faziose? E questo mondo ebraico "ortodosso", che si ritrova a difendersi più di quanto effettivamente attacchi, perché non provare a conoscerlo di più al suo interno? Se non impariamo a conoscerci e a capirci noi, fra di noi, non possiamo pretendere che ci conoscano, che ci capiscano e che ci rispettino gli "altri".

(Kolòt, 18 ottobre 2020)



L'uomo postmoderno e l'immersione nell'irrealtà

Al progressivo allontanamento dal reale ha fatto seguito una sempre più veloce immersione nell’irreale.

di Marcello Cicchese

In un articolo di circa trent'anni fa, recentemente ripresentato su queste pagine con il titolo "L'uomo moderno e la perdita della realtà", scrivevo:
    «Negli ultimi secoli l'uomo moderno è riuscito ad arginare e dominare la realtà con la costruzione di un robustissimo traliccio artificiale, che però è diventato ormai così importante e sofisticato da non lasciare al singolo altra scelta che quella di diventare un nodo del traliccio stesso. Ad una fase eroica di "aggressione" della realtà da modificare con sistemi artificiali, sta dunque lentamente subentrando una fase burocratica di "integrazione" in una realtà che fin dall'inizio si presenta artificialmente modificata».
Chiedo scusa per questa autocitazione, ma le parole riportate sono una buona premessa per quanto si sta per dire e possono servire inoltre a verificare in quale misura oggi sono state confermate o superate.
   Il traliccio artificiale a cui ci stiamo da tempo aggrappando e in cui ogni uomo tende a diventare soltanto uno dei nodi, si è evoluto in un traliccio virtuale costituito da una cosmica rete avvolgente il globo intero. Lo spazio fisico ormai è considerato immerso in un virtuale cyberspazio che per i suoi intrinseci caratteri "spirituali" e per l'evolversi di fatti esterni tende sempre più a crescere di importanza, fino a che diventerà talmente indispensabile da arrivare a chiederci se non sarà proprio lì, in quell'aereo cyberspazio, che d'ora in poi dovrà essere vissuta la parte più importante della nostra vita sociale.
   Ma la risposta è già arrivata: la cosa si sta svolgendo sotto i nostri occhi, anzi con la nostra diretta partecipazione. E' ormai in atto un progressivo e apparentemente inarrestabile trasloco in rete. Il passaggio dal reale al virtuale, svoltosi inizialmente in modo lento e graduale, e solo in certi settori della vita produttiva, nei giorni della pandemia ha ricevuto un tale impulso e raggiunto una tale estensione, almeno nei programmi, da renderlo ormai irreversibile.

 Traliccio virtuale
  La rete è ormai il traliccio virtuale, con sede nelle nuvole del cyberspazio, che sostiene tutto il mondo materiale che si muove sulla terra. Nelle nuvole c'è il virtuale, sulla terra c'è il reale. Come dei fiori sintetici si dice che sono così ben fatti da sembrare veri, lo stesso può si può dire degli oggetti virtuali: sono così ben fatti che assomigliano tantissimo a quelli veri. Ma non sono veri. La finzione cresce di qualità e tende ad assomigliare sempre di più alla realtà, mirando all'obiettivo di superarla in qualità mescolandosi ad essa in misura calcolata. La costruita socialità virtuale, supportata da ben dosati collegamenti con alcuni elementi di realtà corporea (da qualche parte delle persone in carne ed ossa ci devono pur essere, si assicura), appare sempre di più non come una diminuzione, un arrangiamento, ma come un'estensione e un potenziamento nobilitante della semplice, limitata socialità corporea. Dopo un po' di tempo di permanenza in rete i partecipanti di questa nuova società potranno arrivare a convincersi che nelle nuvole del virtuale si vive meglio che nella terra del reale. Si hanno meno problemi, si fatica di meno e si ottiene di più. Perché tornare indietro? Perché rimpiangere le angustie della corporeità? Il corporeo è pesante e lento; il virtuale è leggero e veloce. Irreale? No, super-reale. Immersione nell'irrealtà? No, ascensione ad uno stato più ampio di realtà, elevazione del mondo intero ad un livello autogestito e unificante di società universale. C'è qualcosa che ricorda la Torre di Babele, ma di sicuro si dirà che questo non c'entra niente.

 Eternità virtuale
  Una caratteristica della realtà virtuale in cui si immergono coloro che si danno convegno in rete sta nel fatto che tutto, assolutamente tutto, viene registrato. E resta lì "in eterno". Non si tratta soltanto di qualche fotografia o qualche video per il ricordo di un fatto reale avvenuto un giorno sulla terra, ma della registrazione di un fatto virtuale avvenuto soltanto nelle nuvole e che non ha altra consistenza che la virtualità. La rivisitazione di quella registrazione non sarà il ricordo di un fatto, ma l'integrale ripetizione di quel fatto in data diversa. E potrà essere ripetuto un numero illimitato di volte.

 Creatività virtuale
  Il fatto virtuale però non solo può essere ripetuto così com'è, ma può anche essere ampliato, accorciato, rimaneggiato e rimesso in circolazione come un nuovo oggetto virtuale avente pari dignità e valore dell'oggetto sottoposto a modifica. L'ontologia del virtuale è questa: non ha senso fare distinzioni. Chi si trova tra le mani uno di questi oggetti può valutarne l'utilità che ne ricava, ma non ha senso chiedersi se sia vero o falso: è un oggetto costruito, punto e basta. Tra le nuvole il problema della verità non si pone come sulla terra.

 Produttività virtuale
  I partecipanti ad un incontro virtuale contribuiscono alla creazione di un oggetto che sfugge per sempre dalle loro mani. Forniscono a mani ignote del materiale per la costruzione di altri oggetti virtuali, simili o no a quello costruito dai partecipanti, e per usi incontrollabili. Chi costruisce con materiale informatico trovato in rete non sarà costretto a rendere conto di quello che fa a chi ha prodotto il materiale.
Come fanno i creatori di oggetti virtuali a procurarsi materiale informatico dagli umani che si muovono sulla terra? Risponde Jaron Lanier *, un supertecnico del cyberspazio:
    «Ogni secondo, gli algoritmi si abbuffano dei tuoi dati. Su che tipo di link fai click? Quali video guardi fino alla fine? Con che velocità passi da una cosa all'altra? Dove sei quando fai queste cose? Con chi ti stai connettendo online e di persona? Che espressioni del viso fai? Come cambia il colorito della tua pelle a seconda delle situazioni? Che cosa stavi facendo poco prima che decidessi di comprare qualcosa o non comprarla? Di votare o non votare? Tutte queste misurazioni, insieme a molte altre, sono state incrociate con dati paragonabili presi da una miriade di persone attraverso una massiccia opera di spionaggio. [...]
    E per ogni persona raccolgono dati su tutto: le comunicazioni, gli interessi, i movimenti, i contatti con gli altri, le reazioni emotive a diverse circostanze, le espressioni del viso, gli acquisti, i segni vitali: una varietà di dati illimitata e in continua crescita. [...]
    Gli algoritmi correlano i dati del singolo con le altre persone. Queste correlazioni sono in pratica delle teorie sulla natura di una persona, e queste teorie vengono costantemente controllate e valutate per capire quanto ci azzeccano. Come tutte le teorie ben gestite, migliorano nel tempo grazie al feedback adattivo.»
 Alla presenza di tutto il mondo e oltre
  Gli incontri virtuali avvengono dunque potenzialmente alla presenza di tutto il mondo. Naturalmente si dirà che esiste la crittografia, e che ci sono tanti modi per proteggersi dalle incursioni, e che anche la legge cerca di proteggere la privacy degli utenti in rete, ma sono rassicurazioni di poco conto. E gli esperti lo sanno.
   La società tuttavia può accettare di correre dei rischi, considerandoli inevitabili, pur di trarre da certi strumenti tecnici dei vantaggi che altrimenti non si potrebbero ottenere. Si sa bene, per esempio, che le banche possono essere svaligiate, ma non per questo si rinuncia ad usarle per le transazioni commerciali. Quindi se un gruppo di persone è d'accordo nel decidere di incontrarsi nelle nuvole sapendo quello che fa e accettandone rischi, vantaggi e svantaggi, nessuno può avere niente da dire.
   Le cose diventano più complesse quando si tratta di incontri religiosi. In questo caso infatti si suppone che i presenti credano che tra di loro si trovi anche un partecipante particolare: Dio. Si potrà discutere sulla forma di questa presenza, ma se si usa il nome di Dio facendo riferimenti alle sue parole e alle sue opere, se a Lui si elevano inni di lode e da Lui si aspettano risposte ai propri bisogni, potranno i partecipanti negare che stanno considerando Dio presente in mezzo a loro? e non soltanto come ospite ma, per così dire, come il Presidente dell'incontro? I cristiani evangelici sanno dalla Bibbia che quando si radunano nel nome di Gesù, lo fanno per adorare un Dio che è presente in mezzo a loro (Matteo 18:20, 1 Corinzi 14:25). Sorge allora una domanda: che idea avrà Dio di queste strane riunioni in cui Egli è considerato presente? I partecipanti umani potranno anche essere tutti d'accordo nel ritrovarsi in quel modo, ma il Partecipante divino è stato interpellato? C'è stata una sua risposta, o quanto meno un'interpretazione concorde e responsabile della sua volontà? O si pensa tacitamente che se va bene a noi deve andare bene anche a Lui? Gli ebrei ortodossi, quando si trovano davanti un cibo nuovo e strano si chiedono se è kosher; forse anche noi evangelici dovremmo fare qualcosa del genere: chiederci se certe nuove e strane forme di culto sono kosher, cioè biblicamente approvabili.
   Abbiamo detto che le riunioni nelle nuvole avvengono alla presenza potenziale di tutto il mondo. Ottimo - penserà qualcuno - così potenzialmente tutto il mondo può venire a conoscenza del Vangelo. In questo campo però le cose non si svolgono secondo gli usuali paradigmi commerciali del mondo, dove il target è l'obiettivo primario da raggiungere. La metafora adatta a rappresentare la forma in cui avviene la diffusione del messaggio evangelico non è il commercio, ma la guerra. Contro questo salvifico messaggio si mobilitano schiere di nemici spirituali che per essere solitamente invisibili non sono meno reali. Tutt'altro. Si può essere certi che là dove si usa il nome di Gesù, là si radunano anche le suddette schiere nemiche. Occhi umani e non umani osservano in rete quello che avviene e memorizzano tutto quello che si fa e si dice. Il materiale raccolto con occhi digitali resta poi a disposizione illimitata per usi che i produttori del materiale non potranno mai verificare. E' possibile allora che con la quantità di dati inviati nel cyberspazio da un numero sempre maggiore di incontri religiosi nelle nuvole, un giorno gli algoritmi saranno in grado di produrre in rete un perfetto culto religioso di pura fattura virtuale, provvisto di tutti gli elementi che un incontro di questo tipo richiede, ma privo di ogni riferimento con una realtà corporea presente sulla terra. Un prodigio della tecnica.
   Che i demoni si raccolgano là dove viene fatto il nome di Gesù è sempre avvenuto, cominciando proprio dal tempo in cui Gesù stesso era presente come uomo sulla terra, ma bisogna chiedersi se per i radunamenti "spirituali" di questo nuovo tipo si possono trovare promesse di protezione nella Parola di Dio. Perché l'uomo, per tentare di risolvere a modo suo i problemi sollevati dalla pandemia, ha preso la decisione di uscire dalla sfera del reale per immergersi in una sfera di irreale penombra piena di tante immagini costruite talmente bene da rendere confusa la distinzione tra finzione e realtà, tra menzogna e verità. Ma è proprio in zone come queste che Satana, "il padre della menzogna" (Giovanni 8:44), si muove perfettamente a suo agio nelle sue battaglie. L'esito finale della guerra certamente non lo vedrà come vincitore, ma se si vuole combattere come buoni soldati di Cristo Gesù e partecipare degnamente alla Sua vittoria, bisogna "lottare secondo le regole" (2 Timoteo 2:3,5), regole che devono essere attentamente prese in considerazione. E per farlo non si può che andare nell'unico posto dove le risposte possono essere trovate: la Bibbia. Né si può dire che sul tema dei radunamenti biblici si è già riflettuto abbastanza nel passato, perché le riunioni a distanza - come si dice e si ripete da diverse parti - sono di natura essenzialmente diversa da quelle in presenza: sono strani oggetti mai incontrati prima. La loro natura richiede dunque di essere seriamente esaminata sul piano teologico, e non solo su quello pragmatico.

* Jaron Lanier, "Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social", 2018).

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(Notizie su Israele, ottobre 2020)



Dopo un mese di lockdown crollano i contagi

Il confinamento ha però avuto un impatto economico non indifferente

TEL AVIV - Contagi in picchiata, tasso di infezione anche: Israele torna a vedere la luce.
   Primo Paese al mondo a richiudersi - per di più nel pieno delle feste ebraiche più importanti dell'anno - dalla mezzanotte di domenica sera 18 ottobre uscirà gradualmente da un lockdown durato quasi un mese.
Un blocco che ha suscitato infinite polemiche politiche e divisioni sociali ed ha avuto un costo economico non indifferente (quasi 200 mila disoccupati).
   Per un certo periodo Israele ha contato due record negativi: il più alto rapporto tra contagi giornalieri e numero di abitanti (circa 8 milioni di abitanti) ed il sorpasso degli Usa nella comparazione tra numero di morti e popolazione: 3.5 vittime per milione di abitanti, contro il 2.2 degli Stati Uniti.
   Ora la situazione si è rovesciata: i contagi sono scesi dal picco di 9mila al giorno agli attuali 1'608. Il tasso di morbilità è passato dal 15%, al 4,5%, il più basso dal luglio scorso. Diminuiscono anche i malati gravi che sono ad oggi 713, sotto la soglia degli 800 (più volte superata nelle settimane passate) considerata la linea rossa per gli ospedali.
   Da domenica prossima Israele riaprirà gradualmente: dalle scuole primarie (anche nelle 'zone rosse'), alle piccole aziende senza contatti con il pubblico, alle spiagge, ai trasporti (aerei inclusi), all'abolizione del limite di 1 chilometro per gli spostamenti da casa (via libera quindi alle manifestazioni politiche centralizzate), alle visite ad amici e parenti, al permesso per i ristoranti di servire cibo da asporto.

(tio.ch, 17 ottobre 2020)


La Shoah e quelle pietre d'inciampo che riguardano tutti noi

di Aldo Grasso

Nate dall'iniziativa dell'artista tedesco Gunter Demnig, le pietre d'inciampo (Stolpersteine) sono «sanpietrini» in ottone che segnano le abitazioni o i luoghi di lavoro di persone che sono state vittime della persecuzione nazifascista: ebrei, oppositori politici, militari, rom e sinti, omosessuali deportati nei campi di sterminio o giustiziati. Con la consueta sensibilità, Annalena Benini ha ripercorso la vita di Angelo Anticoli, orafo di Roma scampato al terribile rastrellamento del 16 ottobre del i943 con la sua famiglia: la moglie e le figlie si nascondono nel Convento delle Suore di Santa Francesca Romana, mentre lui e il figlio Graziano trovano rifugio in una comunità di frati a Via dei Serpenti (Rai Storia, giovedì). Sono i mesi del ricatto di Kappler, che obbligo la comunità ebraica a raccogliere e consegnare 5o chili d'oro in cambio di una presunta libertà, sono gli anni delle spiate e dei tradimenti e Angelo finisce ad Auschwitz senza più fare ritorno.
   «Pietra d'inciampo» è espressione biblica (la si trova in più punti), una metafora del nostro camminare, una parola «dura» che fa inciampare chi vuole e sa cogliere il significato profondo delle cose. Annalena Benini racconterà, oltre alle vicende della famiglia dell'orafo Anticoli, altre cinque storie di vittime della Shoah e della persecuzione nazifascista in Italia, a cui sono state dedicate altrettante pietre. E lo farà con curiosità e finezza, ma soprattutto nello spirito delle pietre di inciampo, secondo l'etimologia del termine greco skàndalon. Inciampare significa soffermarsi, ricordare, tramandare. Quella pieta d'ottone è stata messa apposta per far «inciampare» la nostra quotidianità, per farci «cadere» su episodi che non conoscevamo, per ricordarci che lì, in quella casa davanti alla quale passiamo ogni giorno con indifferenza, si è consumata una tragedia che riguarda anche noi.

(Corriere della Sera, 17 ottobre 2020)


Ghetto, il ricordo della città di Roma. Ma gli urtisti protestano contro Raggi

 
La manifestazione degli urtisti
Anniversario amaro quest'anno. Ieri alcune decine di urtisti, gli ambulanti storici di origine ebraica che vendono souvenir, hanno protestato contro la sindaca Virginia Raggi proprio durante la commemorazione del 77° anniversario del rastrellamento del ghetto ebraico a Roma. Il 16 ottobre 1943 più di mille ebrei romani tra cui 200 bambini furono catturati casa per casa con un blitz delle truppe Gestapo arrivate apposta da Berlino per la soluzione finale: fare piazza pulita degli ebrei a Roma.
   Ieri mattina, la protesta, che è stata bollata come irrispettosa dal presidente della Commissione Commercio Andrea Coia. «Assassini, infami, vi siete venduti il sangue di sei milioni di ebrei». Parole forti. Così gli urtisti (si chiamavano così e hanno mantenuto questo appellativo perché "urtavano" i turisti con la mercanzia appesa al collo), hanno manifestato all'esterno del Tempio Maggiore di Roma dove era in corso la commemorazione. Perché la protesta contro il Campidoglio? Perché la giunta Raggi ha delocalizzato le loro postazioni. Nei cartelli, frasi come «Commemorate i nostri morti ma affamate i vivi», «Le licenze che ci state togliendo sono dei morti che state commemorando», «Giù le mani dalle nostre licenze».
   Le licenze, va detto, grazie al nuovo Testo Unico del Commercio approvato dalla Regione non si azzerano ma possono anche essere riconvertite. Il tavolo del decoro capitolino ha spostato i banchi che ostruivano la vista dei monumenti, come Fontana di Trevi. «Abbiamo dato la possibilità ad alcuni di loro di esercitare nei pressi del monumento in Via delle Muratte o Via del Lavatore», spiega Coia.
   
 Il sopravvissuto
  Sami Modiano, 90 anni, uno degli ultimi sopravvissuti ad Auschwitz, ha provato, invano, a convincere gli urtisti a desistere dalla protesta, considerata la delicatezza della ricorrenza. È quanto si vede in un video pubblicato su Facebook da Coia. Nel video si vede Modiano avvicinarsi alla transenna mormorando: «Oggi onoriamo almeno i nostri defunti. Non era il momento giusto». Poi si rivolge a loro: «Ho letto le vostre ragioni, senz'altro. Ma oggi dobbiamo onorare i nostri defunti». «Noi sì, loro no - rispondono gridando gli urtisti, riferendosi evidentemente all'amministrazione capitolina - Sei milioni di ebrei... le licenze degli urtisti sono ebree e questa ce sta a levà er pane», aggiungendo insulti per la sindaca. Anniversario amaro. Ste.P.

(Il Messaggero, 17 ottobre 2020)


ENEL utilizzerà droni di produzione israeliana

di Antonio Mazzeo

ENEL, la multinazionale italiana dell'energia, utilizzerà droni di produzione israeliana dual use - civile/militare - per sorvegliare le proprie linee elettriche. Nei giorni scorsi i manager dell'holding hanno sottoscritto un contratto con la società Gadfin Ltd. di Rehovot (città che dista a una ventina di km. da Tel Aviv) per lo "sviluppo di soluzioni innovative" attraverso l'uso di velivoli a pilotaggio remoto VTOL (Vertical Take-Off and Landing), a decollo ed atterraggio verticale.
  "I droni consentiranno al gruppo italiano l'ispezione delle linee elettriche che si estendono per circa 800 km., con costi più bassi rispetto al passato", affermano i dirigenti di Gadfin. "Il velivolo a pilotaggio remoto potrà volare per lunghe distanze in modo rapido, efficiente e sicuro. Grazie ai sofisticati sensori con cui è equipaggiato, l'ENEL potrà potenziare i suoi servizi ed intervenire per riparare gli eventuali guasti in aree remote o difficilmente accessibili, continuando a fornire senza interruzioni energia elettrica ai suoi clienti".
  L'azienda israeliana è stata selezionata tra 35 imprese che hanno presentato un progetto; il valore del contratto si aggirerebbe intorno ai 12 milioni di dollari l'anno. Il velivolo VTOL selezionato è denominato Spirit One ed è stato presentato ufficialmente a fine settembre da Gadfin Ltd. quale "drone con super performance che può essere utilizzato per missioni civili, di sicurezza nazionale e militari".
  Lo Spirit One ha un peso di 25 kg. ed è in grado di volare in quasi tutte le condizioni meteorologiche su distanze di oltre 250 km. Il drone è fornito di otto motori elettrici e può trasportare carichi sino a 5 kg., anche se sono previste versioni in grado di sostenere carichi più pesanti. "La partnership tra ENEL e Gadfin, due società con interessi e affari differenti, rappresenta uno scenario fondamentale per sviluppare le future tecnologie e infrastrutture per la mobilità aerea e le relative applicazioni logistiche", hanno dichiarato i manager dell'azienda israeliana. "Gli sforzi per implementare l'uso in larga scala di velivoli elettrici a decollo e atterraggio verticale continuano, anche in vista di una maggiore domanda di droni per la rete di trasporto aereo in Italia ed Israele".
  Gadfin Ltd. è stata fondata appena due anni da Eyal Regev, già dirigente di IAI - Israel Aerospace Industries (il maggiore gruppo industriale aerospaziale israeliano) e progettista di numerosi sistemi aerei a pilotaggio remoto, civili e militari. Co-fondatori Ran Kleiner (anch'egli ex manager di IAI e fondatore dell'Israel Drone Academy) ed Ilan Yuval, esperto di logistica. Tra i tecnici in forza a Gadfin Ltd. compare Tuvia Barak, una lunga esperienza nel settore strategico militare-industriale aerospaziale ed elettronico, israeliano e statunitense.
  Nel 2020 l'azienda di Rehovot è stata la prima a conseguire le autorizzazioni da parte dell'Autorità di Aviazione civile d'Israele per operare nel campo delle consegne aerospaziali in ambito urbano ed extraurbano. "Ciò ci consentirà di effettuare trasporti con droni tra ospedali, laboratori medici e altre istituzioni ed organizzazioni, da Dan nel nord d'Israele sino ad Eilat, a sud", ha spiegato l'amministratore delegato Eyal Regev. "Le performance ottenute con la nuova versione del velivolo VTOL a pilotaggio remoto consentono però di diversificare l'uso per altri potenziali mercati. Gadfin è attualmente impegnata nello sviluppo di droni di dimensioni maggiori in grado di trasportare carichi sino a 100 kg., su distanze ancora più lontane e tempi di percorrenza e costi minori".
  Il programma di collaborazione tra ENEL e l'azienda israeliana verrà realizzato all'interno di InfraLab, il laboratorio innovativo costituito nel luglio 2018 ad Haifa, nel nord di Israele, dalla stessa multinazionale dell'energia e da Shikun & Binui, il colosso israeliano delle costruzioni d'infrastrutture civili e militari. Proprio quest'ultima società si è aggiudicata tre mesi fa il contratto del valore di 250 milioni di euro per la realizzazione della nuova Accademia Militare dell'Esercito israeliano a Be'er Sheva, la città capoluogo del Negev, nel sud del paese. L'infrastruttura verrà costruita su un'area di 250 ettari e ospiterà circa 12.000 soldati, di cui circa 5.000 permanenti a partire dal 2026, data prevista per la conclusione dei lavori. Shikun & Binui opererà come general contractor e concorrerà al finanziamento e alla gestione della base militare per un periodo di 26 anni.
  "La scelta di Be'er Sheva non è casuale e risponde all'esigenza israeliana di conquistare spazio al deserto", spiega l'ICE, l'Agenzia per la promozione all'estero delle imprese italiane del Ministero dello Sviluppo Economico. "Qui sorge una delle migliori università israeliane - l'Università Ben Gurion - ed intorno ad essa una moltitudine di multinazionali, startup e strutture militari e governative. Già capitale della cybersicurezza, è stata recentemente scelta da Enel X e Mastercard per lanciare un laboratorio che si concentrerà sulla sicurezza digitale nei pagamenti e nel campo energetico a livello globale. La realizzazione dell'Accademia Militare, pertanto, porterà nuovo sviluppo e nuova gioventù alla città, oltre alle migliori menti dell'IDF (Israel Defense Forces), rafforzando l'area metropolitana di Be'er Sheva come nuovo centro tecnologico in Israele".
  Il progetto di "ricollocamento" a Be'er Sheva delle truppe d'élite israeliane e di realizzazione della nuova base strategica prevede una spesa complessiva di 6,4 miliardi di dollari. Il centro ospiterà pure il Comando generale delle forze Sud a cui è affidata la pianificazione e direzione delle operazioni di guerra nella Striscia di Gaza, nonché un centro per il personale d'intelligence e della difesa cyber (C4I - Command, control, communications, computers and intelligence).
  Il laboratorio di ricerca e sviluppo in ambito fintech e cybersecurity dei pagamenti realizzato in joint venture da Enel X (la linea di business dedicata alle soluzioni energetiche avanzate del Gruppo italiano) e la multinazionale dei servizi finanziari Mastercard, è stato cofinanziato dall'Autorità per l'innovazione israeliana (IIA) nell'ambito dell'Innovation Labs Program, in coordinamento con il Ministero delle Finanze e il National Cyber Directorate israeliani. "Oltre alla licenza triennale per istituire il laboratorio, la nuova società riceverà dalla IIA circa 3,7 milioni di dollari statunitensi a copertura delle spese per la costituzione dell'infrastruttura tecnologica, l'attività operativa e la certificazione della prova di fattibilità relativa allo sviluppo di idee innovative con startup locali per sviluppare e a introdurre sul mercato le migliori soluzioni nei settori della tecnologia finanziaria e della sicurezza informatica", riporta in una nota l'ENEL.

(Stampalibera.it, 17 ottobre 2020)


Ciclo-Mercato 2021, Sep Vanmarcke vicino alla Israel Start-Up Nation

di Davide Filippi

Sep Vanmarcke
Potrebbe aver trovato squadra per il prossimo anno Sep Vanmarcke. Il corridore della EF Pro Cycling, in scadenza di contratto con la squadra statunitense, secondo quanto riportato da Het Nieuwsblad sarebbe vicino a firmare per la Israel Start-Up Nation. Il 32enne fiammingo, che milita nella formazione WorldTour dal 2017, quando ancora si chiamava Cannondale-Drapac, negli scorsi mesi non aveva escluso la possibilità di rinnovare l'accordo con la EF, anche se c'erano diverse squadre interessate a lui. Tra esse, la Bahrain-McLaren, l'Arkea-Samsic e la B&B Hotels-Vital Concept, ma sembra ora imminente il trasferimento al team israeliano, dove diventerebbe un punto di riferimento per le classiche del Nord.

(SpazioCiclismo, 17 ottobre 2020)


Consigliere degli Emirati: lavorare insieme a Israele per combattere il terrorismo

GERUSALEMME - Israele ed Emirati Arabi Uniti devono unire le forze per combattere il terrorismo. Lo ha dichiarato il responsabile del Centro di eccellenza internazionale per la lotta contro l'estremismo violento (Hedayah) e consigliere antiterrorismo del governo emiratino, Ali al Nuaimi, in un'intervista rilasciata al quotidiano israeliano "Jerusalem Post". Commentando gli "accordi di Abramo" firmati lo scorso 15 settembre a Washington da Israele, Bahrein ed Emirati, Al Nuaimi ha sottolineato che l'intesa rappresenta "una vittoria" nella lotta contro l'estremismo in Medio Oriente. "Dobbiamo mettere insieme tutte le risorse per lavorare insieme, per contrastare il terrorismo. Loro (i terroristi) non hanno confini, sono ovunque. È nostra responsabilità come musulmani riavere la nostra religione e mostrarla ai nostri figli come una religione di pace", ha dichiarato il consigliere del governo emiratino. Al Nuaimi ha ricordato che dall'11 settembre 2001, gli Emirati Arabi Uniti hanno sviluppato una strategia globale per prendere di mira il terrorismo nella regione, simboleggiata dall'invio di truppe in Afghanistan insieme agli Stati Uniti. "Il terrorismo non ha una religione. I terroristi sono una minaccia per tutti noi, per il mondo, e nessuna singola nazione, da sola, sarà in grado di contrastare il terrorismo", ha dichiarato.

(Agenzia Nova, 16 ottobre 2020)


Iran - Gruppo opposizione in esilio rivela esistenza di un sito militare nucleare segreto

NEW YORK - Il Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Ncri), gruppo di opposizione iraniano in esilio, ha annunciato oggi in una conferenza stampa di aver identificato un nuovo sito militare segreto vicino a Teheran, che potrebbe ospitare un centro di prova per lo sviluppo del programma nucleare militare della Repubblica islamica, ufficialmente limitato alle attività civili a seguito del Piano globale d'azione congiunto (accordo sul nucleare iraniano) del 2015. "Un nuovo centro è stato costruito per continuare ad armare il programma nucleare del regime iraniano", ha annunciato in una conferenza stampa trasmessa da Washington il Consiglio nazionale della resistenza iraniana.
   Il gruppo, bandito in Iran, è la vetrina politica del movimento Mojahedin del popolo (Mek), formazione armata dell'opposizione considerata come un'organizzazione terroristica da Teheran. Mostrando foto satellitari, l'Ncri assicura che un edificio sia stato costruito tra il 2012 e il 2017 in una zona militare a ovest di Teheran, nella regione di Sorkheh-Hessar. Si dice che il sito sia gestito dall'Spnd, un ramo del ministero della Difesa iraniano. "Essendo situati in una zona militare, hanno trovato una copertura adeguata per mantenere segreti i movimenti e le identità delle persone", ha detto Alireza Jafarzadeh, vicedirettore dell'Ncri a Washington. L'Spnd è, secondo lui, il movimento di opposizione, noto per condurre test in vista della produzione di armi nucleari. In particolare, avevano fatto esperienze simili nel 2000.
    "Le nostre rivelazioni dimostrano che l'accordo di Vienna non impedisce le attività dei mullah per ottenere armi nucleari", ha dichiarato. Le rivelazione fatte dal gruppo di opposizione iraniano giungono a pochi giorni dalla scadenza dell'embargo sulle armi contro l'Iran, prevista per il 18 ottobre, come da Piano d'azione globale congiunto (il cosiddetto accordo nucleare) del 2015.

(Agenzia Nova, 17 ottobre 2020)


Frenano i contagi in Israele, il tasso più basso da luglio

Frenano ancora i nuovi contagi in Israele: nelle ultime 24 ore sono stati 1.608 su 37.487 tamponi con un tasso di morbilità del 4.5%, il più basso da metà luglio.
I casi attivi della malattia sono ad oggi 38.355 e di questi 713 - in discesa - i casi gravi di cui 247 in ventilazione. I morti, da inizio pandemia, sono 2.127. Da mezzanotte di domenica prossima scatta il primo allentamento delle restrizioni dell'attuale fase di lockdown con il riavvio di alcune attività economiche e sociali. Il governo sta anche pensando di rimuovere le misure di chiusura nelle cittadine considerate "rosse".

(Giornale Rimini Mobile, 16 ottobre 2020)


"Intese segrete a colpi distrette di mano, così abbiamo raggiunto gli Accordi di Abramo"

Intervista all’ambasciatore degli Emirati in Usa, architetto della svolta con Israele

Il fattore decisivo? La fiducia. Ognuno ha preso impegni che ha mantenuto. Quasi mai abbiamo usato bozze scritte È un patto di pace e sviluppo in cambio della rinuncia all'annessione nella West Bank. I palestinesi ne hanno un beneficio Il nazionalismo arabo non è più popolare come lo era una volta. Gli arabi oggi vogliono opportunità: lavoro e speranza di un futuro migliore

di Maurizio Molinari

 
              Maurizio Molinari                                                                      Yousef Al Otaiba
Gli Accordi di Abramo sono il frutto di oltre un anno di negoziati segreti, sono stati condotti senza bozze scritte ma con patti suggellati «con strette di mano» e nascono-dalla volontà degli Emirati Arabi Uniti di «aprire la strada alla modernità nel mondo - dell'Islam»: ad alzare il velo sui retroscena della normalizzazione dei rapporti fra EAU ed Israele è l'architetto di questa intesa, Yousef Al Otaiba, ambasciatore emiratino a Washington. Nato nel 1974 ad Abu Dhabi in una famiglia di commercianti, figlio di uno dei più stretti collaboratori del fondatore degli Emirati, Zayed bin SultanAl Nahyan, cresciuto al Cairo ed educato alla Georgetown University di Washington,Al Otaiba è divenuto ambasciatore negli Stati Uniti dopo oltre venti anni al fianco di Sheikh Mohammed bio Zayed bin Sultan Al Nahyan, principe ereditario diAbu Dhabi e vice comandante supremo delle forze armate emiratine, meglio noto più semplicemente come "Mbz" da tutti coloro che, dentro e fuori in Medio Oriente,lo considerano il leader più potente, autorevole e visionario del mondo arabo. Nella prima intervista concessa ad un giornale europeo dopo le intese di pace - realizzata parlando via Zoom dal suo ufficio di Washington . Al Otaiba ci accompagna sul sentiero di Sheikh Mohammed per comprenderne la scelte.

- Come nasce l'idea della pace con Israele?
  «Abbiamo discusso a lungo fra noi negli Emirati quando e come normalizzare i rapporti con Israele. I segnali c'erano già da tempo: atleti israeliani venivano per eventi sportivi, il padiglione israeliano all'Expo 2020 e rappresentanti israeliani invitati in più eventi pubblici. Se l'accordo è avvenuto ora è per il dibattito in Israele sull'annessione di aree palestinesi nella West Bank. Ci siamo resi conto che l'annessione sarebbe stato un problema per la maggior parte degli Stati arabi, in particolare per la Giordania ma anche per Israele, che si sarebbe trovata isolata, e per l'America che avrebbe dovuto difendere la decisione. Abbiamo dunque pensato di scambiare la normalizzazione per la rinuncia all'annessione. Per questo le reazioni in Usa, Europa e mondo arabo sono state positive».

- Come sono iniziate le trattative?
  «Occasionalmente, quando parlai con qualcuno del team di Jared Kushner alla Casa Bianca su come prevenire l'annessione. La prima offerta degli israeliani fu un accordo di non belligeranza. Gli Usa ci fecero avere una bozza. Eravamo assieme a Oman, Bahrein e Marocco. Non eravamo contro ma poco dopo aver ricevuto la proposta Israele ha avuto ben tre elezioni in un anno, dunque non è avvenuto nulla».

- E quando finalmente Israele ha avuto un nuovo governo quale è stata la vostra mossa?
  «Gli abbiamo proposto un accordo di non belligeranza in cambio della rinuncia all'annessione ma gli Usa ci dissero: non funzionerà, vogliono la totale normalizzazione. Ed è stato allora che, all'inizio di luglio, il vero negoziato è iniziato. Attorno ad uno scambio: normalizzazione per rinuncia ad annessione».

- E' stato un negoziato duro?
  «Dovevamo decidere le regole e le garanzie. Era l'inizio di agosto quando la discussione è incominciata. Nelle cinque settimane seguenti ho parlato più spesso con Jared Kushner, l'inviato Avi Berkowitz e il generale americano Miguel Correa, responsabile del Golfo nel Consiglio per la sicurezza nazionale, che con nessun altro in tutta la mia vita. Abbiamo sistemato tutto, ogni dettaglio».

- Quale è stato il fattore decisivo?
  «La fiducia. ognuno ha preso impegni che ha mantenuto. Fino quasi alla fine non abbiamo mai messo praticamente niente sulla carta. Gli accordi li abbiamo fatti stringendoci la mano e solo davvero all'ultimo abbiamo scritto il testo. Ma il 90 per cento delle conversazioni si sono basate sulla fiducia reciproca».

- Eppure Mohammed Abbas, presidente palestinese, vi accusa di aver tradito Il suo popolo. Che cosa ne pensa?
  «Penso che la soluzione dei due Stati è ancora viva grazie a noi, senza la nostra decisione oggi il dibattito sarebbe sull'opzione di un solo Stato. I palestinesi criticano gli accordi ma non c'è alcun progresso che loro possono vantare di aver compiuto in questi anni. I palestinesi in realtà hanno avuto beneficio dalla nostra decisione di sospendere l'annessione. Non vedo la logica dei palestinesi. Credo che la loro percezione della regione del Medio Oriente sia superata. Un recente sondaggio sui giovani arabi lo testimonia: l'89 per cento dei giovani degli Emirati, fra 18 e 24 anni, è a favore degli Accordi di Abramo».

- Non ci sono state resistenze interne negli Emirati contro l'accordo?
  «Negli Emirati c'era, certo, chi diceva che bisognava aspettare la risoluzione della questione palestinese prima di qualsiasi accordo con Israele ma l'Iniziativa di pace araba risale al 2002 e in 18 anni non ha portato ad alcun progresso. Dunque abbiamo scelto un'altra strada».

- Quanto ha pesato il timore nel confronti dell'Iran?
  "Come ha detto il mio ministro degli Esteri, la politica e le azioni dell'Iran ci hanno reso sospettosi nei suoi confronti ed il comportamento dell'Iran ha facilitato gli Accordi di Abramo. L'Iran ha creato le condizioni per gli accordi con Israele ma noi non li abbiamo firmati con l'Iran in cima ai nostri pensieri».

- E' dunque la fine della stagione del nazionalismo arabo che, da Nasser agli Assad fino a Saddam Hussein, ha perseguito la distruzione dello Stato ebraico?
  «Non è più popolare come era una volta, così come non lo sono più il socialismo, il comunismo, l'arabismo e l'islamismo. Gli arabi oggi vogliono opportunità: lavoro, la speranza di un futuro migliore, sono stanchi di corruzione ed ideologia. I giovani ci chiedono: cosa ci hanno dato arabismo e socialismo? Ora serve la modernità. Il futuro. È per questo che dedichiamo così tanto tempo e risorse alla tecnologie, mandiamo nostri astronauti nello spazio e abbiamo un ministero dell'Intelligenza artificiale. Andiamo avanti, non indietro».

- Da dove nasce il sostegno del giovani emiratini per la pace con Israele?
  "La maggior parte dei giovani negli Emirati non hanno mai combattuto contro Israele né sono mai stati in guerra contro Israele: Non hanno un confine con Israele come Giordania ed Egitto. lo sono cresciuto in Egitto, ogni giorno che andavo a scuola, per otto anni, dovevo passare davanti all'ambasciata israeliana, gli egiziani sono stati cresciuti nell'odio per Israele. Non noi».

- Nel 2019 avete accolto Papa Francesco, meno di due anni dopo la pace con Israele: la coesistenza fra fedi è possibile In Medio Oriente?
  «Accogliere il Papa e firmare gli Accordi di Abramo è l'altra faccia dello sguardo al futuro: coesistenza fra identità e nuove tecnologie sono i due volti della voglia di guardare avanti. In poco tempo abbiamo dimostrato che gli Emirati possono fare entrambe le cose».

- Che idea di Islam c'è dietro questa apertura al mondo non musulmano?
  «Venti anni fa gli Emirati Arabi Uniti erano tolleranti quanto lo sono oggi, con abitanti di 200 nazionalità diverse e più luoghi di culto di differenti religioni. Se oggi siamo più determinati a farlo sapere è perché sentiamo che dobbiamo difendere la mia fede, l'Islam».

- Da chi dovete difenderla?
  «Dobbiamo difendere l'Islam da chi va in giro a uccidere, compiere attentati e dirottare aerei in suo nome. Nel mondo ci sono 1,7 miliardi di musulmani, in gran parte pacifici, moderati. Ma i pochi che sono estremisti monopolizzano l'immagine dell'Islam. Nelle moschee europee ci sono troppe persone estremiste, malate, che non rappresentano la maggioranza dei musulmani. lo sono cresciuto in una famiglia musulmana, pregavamo e digiunavamo durante il Ramadan, ma nessuno ci obbligava a farlo».

- Questa idea di modernità da dove viene?
  «Non so chi l'ha coniata ma noi negli Emirati ci crediamo e l'abbiamo appresa da Sheik Zayad. È lui che ha fondato gli Emirati nel 1971, ha sempre predicato la coesistenza, la tolleranza. Credeva che tutti devono vivere assieme in pace ed armonia a prescindere da nazionalità e fede, colore della pelle. Abbiamo creato una società dove a prevalere è sempre la legge».

- Sono idee diffuse anche in altri Paesi arabi?
  «Sì, in Medio Oriente le persone protestano perché vogliono migliorare la vita nei rispettivi Paesi. In Libano, Iraq o Algeria: le persone chiedono gli stessi cambiamenti. I giovani arabi chiedono ovunque di avere le stesse opportunità. E sulla questione di genere è vero alla stessa maniera: le giovani donne vogliono le stesse opportunità degli uomini».

- Prevede che altri Paesi arabi aderiranno agli Accordi di Abramo?
  «Prevedere è pericoloso, ho imparato a non farlo. Ogni nazione è chiamata a decidere sulla base delle proprie esigenze. Noi avevamo il sostegno dell'opinione pubblica».

- Come si svilupperanno i rapporti fra Emirati e Israele?
  «La maggiore attenzione è sulle opportunità economiche: il settore aereo e marittimo, gli accodi commerciali, il turismo. Ma ciò che conterà di più sarà il "people to people". Ci conosceremo meglio e questa sarà la svolta Sconfiggeremo gli stereotipi».

- In Cisgiordania c'è chi ritiene che se Mohammed Dahlan fosse presidente al posto di Abbas la pace con Israele sarebbe a portata di mano. Dahlan vive negli Emirati. Lei che cosa ne pensa?
  «Sta a Dahlan decidere che cosa fare. Sta ai palestinesi decidere il loro futuro. Non a noi. L'unica cosa che dico è che il Medio Oriente cambia e chi se ne accorge deve adattarsi ai cambiamenti, senza rimanere imprigionato nel passato».

- Il Qatar aiuta Israele a gestire i rapporti con Hamas a Gaza. Lo considerate un rivale?
  «Non credo che il Qatar aiuterà la pace perché la regione del Medio Oriente è divisa in due campi: da un lato chi promuove odio e Islam politico, come i Fratelli musulmani, sostenuto da Turchia e Iran e dall'altra c'è la modernità ovvero Egitto, Giordania, Oman, Kuwait, Bahrein, Emirati e Arabia Saudita. Iran e Turchia rifiutano ogni elemento di laicità. Sono un ostacolo per la regione, ma per molte decadi anche la Europa ha convissuto con nazismo e comunismo sovietico».

- Se Joe Biden diventerà presidente americano che ne sarà degli Accordi di Abramo?
  «Li rispetterà. Subito dopo gli Accordi ho parlato con 21 senatori, democratici e repubblicani, tutti molto favorevoli. Sono stati ricevuti bene da entrambi perché l'importanza del riconoscimento di Israele in America è un valore bipartisan. Sull'Iran invece il team di Biden non ha ancora preso posizione ma non considerano l'Iran una non-minaccia»,

- Come può l'Europa aiutare gli Accordi di Abramo?
  «È importante che Europa e Usa siano allineati perché li rende più forti. Dagli Accordi di Abramo possiamo arrivare all'accordo sui due Stati: è un fronte sul quale l'Europa può aiutare molto».

- "Mbz" è uno dei leader più temuti e rispettati del mondo arabo. Pochi lo conoscono come lei. Ci dica qualcosa su di lui che ignoriamo.
  «Sono di parte perché lavoro con Sheik Mohammed da 20 anni. È diretto, non è un politico, ha una visione per il suo Paese e sa con esattezza dove vuole indirizzalo. Tratta tutti con eguale rispetto: il povero ed il ricco».

(la Repubblica, 16 ottobre 2020)


L'Arabia Saudita non esclude l'ipotesi di normalizzazione con Israele

 
Il principe Faisal bin Farhan al-Saud, ministro degli Esteri dell'Arabia Saudita
Il ministro degli Esteri dell'Arabia Saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, ha affermato che non è da escludersi l'ipotesi di un accordo di normalizzazione con Israele, ma che la priorità attuale sta nel favorire il dialogo tra israeliani e palestinesi.
   Come riportato anche dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, alla domanda sul sostegno saudita verso un'estensione degli accordi di normalizzazione con Israele a livello arabo, il ministro al-Saud ha risposto che ciascuno stato potrà agire nel modo che ritiene più opportuno. Le parole del principe saudita sono giunte il 15 ottobre, nel corso di una videoconferenza organizzata con la Washington Foundation for Near East Policy, in cui è stato affermato che il Regno saudita è "impegnato nel processo di pace", considerato una necessità per la regione. A detta di al-Saud, è giunto il momento di portare israeliani e palestinesi a sedersi al tavolo dei negoziati, in quanto solo un accordo tra loro potrà portare ad una pace stabile e duratura nella regione mediorientale, altrimenti "la ferita rimarrà aperta".
   Tale pace, ha affermato il ministro saudita, rappresenta una necessità "strategica" per il Medio Oriente e, in fin dei conti, gli accordi di normalizzazione di Israele sono da inserirsi nel quadro degli sforzi profusi per il raggiungimento di quest'obiettivo. In particolare, si tratta di un suggerimento già avanzato in precedenza da Riad ed incluso nel Piano delineato nel 1981, in cui era stato chiesto a Israele di abbandonare i territori occupati nel 1967 e l'istituzione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est. "La normalizzazione avrà luogo, ma dobbiamo anche ottenere uno Stato palestinese e un piano di pace israelo-palestinese", ha dichiarato al-Saud.
   Con l'espressione "accordi di normalizzazione" si fa riferimento a quelli siglati da Israele, Emirati arabi Uniti (UAE) e Bahrein il 15 settembre, a Washington, sotto l'egida degli Stati Uniti. I patti hanno reso i due Paesi il terzo e il quarto Stato arabo che riconoscono la sovranità dello Stato d'Israele. Il primo era stato l'Egitto, nel 1979, e poi la Giordania, nel 1994. Dal canto suo, Israele si è impegnato a sospendere l'annessione dei territori palestinesi della Cisgiordania, così come annunciato in precedenza, sebbene il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, abbia specificato di aver semplicemente deciso di "ritardare" l'annessione come parte dell'accordo con Abu Dhabi.
   In tale quadro, il 14 ottobre, il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, ha esortato l'Arabia Saudita a considerare la possibilità di normalizzare la relazioni con Israele, durante l'incontro con il ministro degli Esteri del Paese del Golfo, affermando anche che Washington sosterrebbe l'iniziativa con un "robusto programma di vendita di armi". "Speriamo che anche l'Arabia Saudita prenda in considerazione questa ipotesi e vogliamo ringraziarli per l'assistenza che ci hanno fornito finora per garantire il successo degli Accordi di Abraham", ha affermato Pompeo.
   L'Arabia Saudita si è più volte detta a favore di tutti gli sforzi volti a raggiungere una soluzione giusta e inclusiva della questione palestinese. In particolare, Riad aveva affermato di apprezzare gli sforzi profusi dall'amministrazione statunitense, ed il piano di pace annunciato dal presidente USA, Donald Trump, che potrebbe portare a intraprendere colloqui tra la parte palestinese e quella israeliana, sotto l'egida di Washington.
   Israele e Arabia Saudita considerano entrambi l'Iran come la principale minaccia in Medio Oriente, e sono state le tensioni tra Riad e Teheran ad aver spinto la monarchia saudita e Israele a rafforzare la loro cooperazione per affrontare il nemico comune. Anche il 14 ottobre, il ministro al-Saud ha affermato che "l'Iran continua a destabilizzare la regione sostenendo milizie e terroristi", con riferimento anche ai ribelli sciiti Houthi in Yemen. Inoltre, un altro fattore di destabilizzazione è rappresentato dai programmi nucleari e missilistici iraniani, i quali rappresentano, secondo Riad, una grande minaccia per la regione.
   Non da ultimo, nel 2019, un ex membro del Parlamento israeliano, Ayoob Kara, aveva rivelato che l'Arabia Saudita aveva discusso con Israele della possibilità di acquistare gas naturale da tale Paese, costruendo un gasdotto che collega il Regno con Eliat, città israeliana situata nel Sud del Paese e che si affaccia sul Mar Rosso, nel Golfo di Aqaba.
   Circa 10 anni fa, diverse compagnie israeliane hanno trovato grandi quantità di gas nelle acque del proprio Paese ma non hanno mai messo completamente a frutto tale potenziale. Nonostante gli accordi firmati precedentemente con altre parti, pari a circa 25 miliardi di dollari, attualmente l'80% delle riserve non ha alcun acquirente. Pertanto, Riad potrebbe colmare tale vuoto, investendo sei volte in più rispetto agli investimenti dell'ultimo decennio, e rispondendo alla crescente domanda di elettricità a basso costo.

(Sicurezza Internazionale, 16 ottobre 2020)


Israele nel nuovo Medio Oriente

Per la prima volta nella sua storia un paese, all'inizio pieno di nemici e alla ricerca di sostenitori, è ora appoggiato e garantito da una infinità di amici potenti e non ha più nessuno in grado di minacciarlo.

di Alberto Benzoni

Churchill artefice e guida della vittoria dell'Inghilterra nella seconda guerra mondiale fu sonoramente sconfitto dai laburisti nelle elezioni del 1945. Alla base del loro successo la convinzione che, con la fine del conflitto, diventasse prioritario l'obbiettivo di cambiare il sistema con la costruzione del welfare e con il ruolo centrale dello stato. Nessuna ingratitudine, dunque. Ma un radicale mutamento dell'orizzonte.
   Ora, Netanyahu non è certo un Churchill; ma i successi che ha raggiunto sul piano internazionale, sono stati molto maggiori e addirittura clamorosi. Sino ad apparire, qui e oggi, definitivi.
   Nel 1947 Israele si salvò, grazie alla sua forza propria e alle armi cecoslovacche, dall'attacco dei paesi arabi, in modo tale da rendere caduco un piano di spartizione che assegnava agli arabi buona parte della Galilea e stabiliva lo status speciale di Gerusalemme.
   Da allora in poi tante altre guerre, tutte vinte ma senza diminuire il numero e la minaccia dei nemici (cui si sarebbe aggiunto, dalla guerra dei sei giorni in poi, quella terroristica e quella dell'Iran).
   Sul piano internazionale poi, l'appoggio allo stato; ma , spesso, non alla sua politica. E una proposta di soluzione del problema, incardinata da oltre 50 anni nella risoluzione del Consiglio di sicurezza cui si è poi aggiunta la formula dei "due popoli due stati". Con l'aggiunta, non marginale, dell'irrompere della Causa palestinese e della rafforzamento del fronte del rifiuto di cui Sadat subirà prima la scomunica e poi l'assassinio.
   Dopo, però, l'evoluzione favorevole dei rapporti di forza coinciderà, paradossalmente, con una maggiore percezione della minaccia. Non foss'altro perché i palestinesi dopo i disastri del 2000 e del 2001 vengono considerati incapaci di fare la pace perché esistenzialmente nemici. Ed è sulla narrazione di un nemico ad un tempo minaccioso e irrilevante che la destra israeliana costruisce, nel corso del nuovo secolo, tutte le sue fortune.
   Ora, dopo l'accordo con gli Emirati, si è creato uno scenario totalmente nuovo. O, meglio, è stata resa evidente a tutti una situazione che esisteva anche prima ma che molti, per ragioni del tutto strumentali, facevamo finta di non vedere.
   Il primo dato è quello della moltiplicazione degli amici. Israele è forse l'unico stato al mondo a godere dell'appoggio totale degli Stati Uniti coltivando, nel contempo, ottimi rapporti politici con la Russia ed economici con la Cina. Cui si aggiungono ora quelli con i paesi arabi a prescindere dalla loro adesione formale all'intesa.
   Il secondo è che la pressione esterna sullo stato ebraico a sostegno del progetto due popoli/ due stati è completamente cessata. E con essa l'omaggio, sempre più ipocrita, alla Causa palestinese. Anche qui, se vogliamo, si prende atto di un dato già pienamente esistente: è da tempo che il progetto è considerato sostanzialmente irrealizzabile, fino a non godere più nei sondaggi il consenso delle parti. Ma anche qui, il riconoscimento pubblico del dato sposta i termini del problema. Così i palestinesi sfumata la prospettiva di uno stato indipendente - e scartata l'ipotesi dell'emigrazione o di nuove Intifade - dovranno muoversi fatalmente nella prospettiva del riconoscimento pieno dei loro diritti individuali e collettivi all'interno di uno stato che non appartenga solo agli ebrei ma a tutti. Così, di riflesso, gli ebrei dovranno fatalmente misurarsi sul che fare con gli otto milioni di abitanti che vivono nello spazio tra il Giordano e il mare ( e tra l'Egitto e Israele). Ci vorrà del tempo ma l'unica strada percorribile è quella.
   Ancora più significativa la prospettiva che si apre in base alle reazioni dei nemici dell'accordo. Anche qui, come accade spesso in quell'area del mondo, le parole dicono una cosa e gli atti un'altra.
   Così l'Iran denuncia l'accordo; ma nel contempo apre i suoi siti alle ispezioni dell'Aiea certificando così di avere fermato il processo che dovrebbe portare alla sua entrata nel club nucleare. E' un segnale per Israele di cui i massimi responsabili della sicurezza hanno pubblicamente preso atto , declassando quindi gli ayatollah da nemici minacciosi in nemici semplici. E anche per gli Stati uniti: se dovesse vincere Biden, la riapertura del dossier iraniano potrebbe tranquillamente prescindere dalla sua dimensione nucleare per concentrarsi, da subito, sul "do ut des" del suo pieno reinserimento nell'ordine internazionale al prezzo della sua rinuncia a retoriche rivoluzionarie ed ambizioni egemoniche.
   Da Hamas ed Hezbollah la stessa reazione: le parole al minimo sindacale; i fatti nella direzione opposta. Veniamo così a sapere che l'Anp, sotto l'egida di Erdogan ( tra l'altro del tutto opposto all'idea di aprire un nuovo terreno di scontro con lo stato ebraico, al prezzo di perdere come difensore del Libano quella copertura americana di cui ha sinora goduto) ha raggiunto un'intesa con Hamas, in vista, tra l'altro, di nuove elezioni. Formalmente, il consolidamento, del fronte del rifiuto; nella sostanza, l'offerta di una tregua a tempo indeterminato, a Gaza e altrove. Dal canto suo Hezbollah ha bloccato sì la formazione del governo libanese; ma solo per tenersi stretta la sua roba in attesa delle elezioni americane. Nei fatti il via libera, anzi il consenso esplicito al negoziato con Israele per garantire al Libano una redistribuzione delle acque territoriali e la conseguente possibilità di accedere a nuove fonti energetiche. Negoziato che avrà sin d'ora l'effetto collaterale di fare uscire il Libano dalla lista dei cattivi e di porre fine allo status speciale di cui gode Nasrallah come baluardo militare del paese.
   Da parte dei palestinesi nessuna reazione nei fatti. Segno dell'impotenza e del discredito dell'Anp. Certo: ma anche segno della dolorosa maturazione del popolo, con la crescente consapevolezza della necessità di nuove vie per migliorare la propria esistenza e vedere riconosciuti i suoi diritti.
   E qui queste riflessioni si concludono là da dove erano partite. In Israele. Per la prima volta nella sua storia un paese, all'inizio pieno di nemici e alla ricerca di sostenitori , è ora appoggiato e garantito da una infinità di amici potenti e non ha più nessuno in grado di minacciarlo. Le condizione ideale per concentrarsi su sé stesso, costruendo nuovi equilibri all'interno del suo popolo e aprendo una fase nuova nei confronti con la comunità araba, all'interno e fuori dai suoi confini.
   Ci vorrà molto tempo. Si dovranno superare mille difficoltà. Ma la via è aperta.

(Avanti!, 16 ottobre 2020)


16 ottobre 1943, giorno della razzia nazista dell'ex ghetto ebraico di Roma

di David Spagnoletto

 
Se il dolore potesse essere identificato con una data, quella per gli ebrei romani sarebbe il 16 ottobre 1943. Una data che da allora è rimasta nella memoria collettiva di una Comunità che non vuole o non può dimenticare il dolore di quella mattina, quando più di mille persone dell'ex ghetto vennero rastrellate dai nazisti, dando inizio a un calvario che poi diventerà l'inferno.
   Era l'alba di sabato, poche ore dopo la cena del venerdì che vede(va) riunita ogni famiglia ebraica per continuare tradizioni e liturgie che cementano da secoli il popolo d'Israele. Non un giorno qualsiasi, ma quello più sacro per gli ebrei: lo Shabbat.
   I comandanti delle SS avevano dato ordine ai loro aguzzini di non sbagliare, la razzia non poteva essere sommaria e tutto si sarebbe dovuto svolgere in breve tempo. La scientificità dell'operazione mischiata alla barbara ferocia avevano fatto scattare tutto proprio quel giorno, per strappare dalle proprie case più gente possibile.
   Senza distinzioni: uomini, donne, bambini, anziani. Non è una litania per scadenzare il dolore, ma un modo per ricordare legami spezzati, affetti non più manifestabili per famiglie ebraiche intere, che vennero individuate grazie agli elenchi stilati cinque anni prima dalle leggi razziali. Gli elenchi per il popolo ebraico sono come fantasmi, prima o poi ritornano. E quando lo fanno, la loro potenza è dirompente.
   Era il 16 ottobre 1943: giorno della deportazione degli ebrei romani. Un mese prima l'Italia aveva firmato l'armistizio e pochi giorno dopo la Germania nazista aveva occupato Roma, tenuta sotto il comando del tenente colonnello delle SS, Herbert Kappler, a cui Heinrich Himmler, teorico della "soluzione finale" aveva fatto recapitare questo messaggio:
   "I recenti avvenimenti italiani impongono una immediata soluzione del problema ebraico nei territori recentemente occupati dalle forze armate del Reich".
   Passarono pochi giorni e la personificazione del male fece pervenire un telegramma segreto e strettamente riservato al colonnello Kappler in cui vennero spazzate via le possibili ambiguità del messaggio precedente:
   "Tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione, dovranno essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati. Il successo dell'impresa dovrà essere assicurato mediante azione di sorpresa".
   La sorte per gli ebrei romani era segnata. Non c'era più scampo, anche se i nazisti avevano fatto credere il contrario con il baratto: la salvezza in cambio di 50 kg d'oro. I 50 kg d'oro vennero racimolati dalla Comunità ebraica e consegnati alle SS per trovare la salvezza promessa e mai divenuta realtà.
   Era il 28 settembre 1943: 18 giorni prima della deportazione degli ebrei romani. La disumanità nazista aveva già deciso la deportazione degli ebrei romani. Come se non bastasse, venne dato loro l'illusione dell'incolumità che iniziò a vacillare quando Kappler diede l'ordine di saccheggiare le due biblioteche della Comunità ebraica e del Collegio rabbinico, strappando materiale di inestimabile valore culturale ai legittimi proprietari per caricarli su due vagoni ferroviari diretti in Germania. Era il 14 ottobre 1943: 2 giorni prima della deportazione degli ebrei romani.
   Allo scoccare delle 5,30 iniziò il rastrellamento dell'ex ghetto ebraico di Roma. 1024 persone vennero strappate dalle proprie case e messe nei camion militari coperti da teloni e trasportati provvisoriamente presso il Collegio Militare di Palazzo Salviati in via della Lungara. Era il 16 ottobre 1943: il giorno della deportazione degli ebrei romani.
   La prima tappa dell'Inferno. In seguito i deportati furono trasferiti alla stazione ferroviaria Tiburtina e caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame. Era la seconda tappa dell'Inferno.
   Il 16 ottobre 1943 non è solamente una data per gli ebrei romani; è quell'insieme di sentimenti, di amore, di angoscia, di paura, di dolore, entrato a far parte del DNA della Comunità ebraica di Roma.
   È una data che da allora viene tramandata alle nuove generazioni come simbolo di un antisemitismo cieco e feroce.
   
(Progetto Dreyfus, 16 ottobre 2020)


Vent'anni fa l'intifada cambiò tutto

Ma per tanti osservatori stranieri è storia antica e da dimenticare

Il mondo dell'autunno 2000 sembra assai più remoto di 20 anni fa: era prima del covid-19, prima che ci fosse l'idea di un presidente Donald Trump o Barack Obama, prima di Facebook e Twitter, prima di una grande recessione, prima dell'11 settembre e delle guerre in Afghanistan e Iraq, in Siria e Libia. I primi due movimentati decenni del XXI secolo sono stati pieni di eventi che sembrano aver cambiato tutto.
Uno tra i più significativi, almeno per quanto riguarda il Medio Oriente e la diplomazia internazionale, è la "seconda intifada", scoppiata negli ultimi giorni del mese di settembre 2000 e continuata fino agli inizi del 2005. Eppure, benché "l'intifada delle stragi suicide" abbia trasformato radicalmente il modo in cui la stragrande maggioranza degli israeliani guarda al processo di pace, le sue conseguenze non sembra che abbiano mai fatto una grande impressione sulla maggior parte degli osservatori stranieri, tra cui anche molti ebrei americani, né sull'establishment della politica estera americana e occidentale, né sul grosso della stampa internazionale: tutti ancora in gran parte aggrappati alla mentalità pre-intifada, tutti ambienti che hanno largamente dimenticato cosa accadde in quegli anni e il suo significato, ammesso e non concesso che l'abbiano mai effettivamente visto e capito....

(israele.net, 16 ottobre 2020)


Gli ebrei di Rodi una comunità dissolta dalla guerra

Nel nuovo romanzo di Marco Di Porto

di Maria Pia Scaltrito

E' una scrittura leggera. Pare uscita dalle scene di un sogno avvolto di stupore e incantamento. L'ultimo libro di Marco Di Porto, Una voce sottile (Giuntina, pagg. 180, euro 15,00) rapisce. L'autore, giornalista presso l'Ucei e redattore della rubrica di cultura ebraica di Rai 2 Sorgente di Vita, ha già pubblicato la raccolta di racconti Kaddish ‘95 e altre storie (Pequod, 2,007)e il romanzo Nessuna notte è infinita (Lantana, 2012). Potrebbero essere pagine di un nuovo romanzo. Ma c'è dell'altro. E il lettore lo scopre piano, dopo aver viaggiato dal Mediterraneo all'Europa, da Parigi a Buenos Aires passando per Roma, prima di planare a distanza di vari decenni sulla spiaggia di Tel Aviv. A volte, un dialogo pare scaturito da Spinoza, un passaggio dalla Arendt o dalle pagine dei grandi pensatori e storici del Novecento. A volte ti prende l'angoscia e la rabbia, ma poi una sorta di dolcezza amara ti spinge ad andare avanti.
   Colpa forse di quello strano momento, fin nell'incipit, che pare voler accompagnare il lettore in storie che sostano nel sogno. Quando l'autore, ragazzino di otto anni, vede le cose cominciare a farsi luminose e lui sciogliersi e far parte di quella luce appagante. Una carezza divina, un soffio di luce venuto dal fondo dell'universo e lì subito rientrata. E dopo eccoti approdare sull'isola di Rodi, l'isola del sole, con quell'antico nome, rodhon, che vuol dire rosa. Vedi un quartiere ebraico addossato al porto, fatto di vicoli e casette basse, di sinagoghe e angoli fioriti, di una lingua antica, lo judeo-espanol, condito di imprecazioni.
   Il racconto si srotola. Il lettore si trova immerso nell'onda calda del mare, nella dolcezza del vento e per giunta in una città antica. Celebre dall'antichità, con quel Colosso a indicare il porto sicuro ai marinai, dove i turchi musulmani, i greci cristiani e gli ebrei convivevano da secoli. Fin da quando questi ultimi avevano lasciato la Spagna matrigna a fine Quattrocento. Poi ecco sorgere tra le pagine quiete il personaggio principale delle pagine, Solly, il nonno dell'autore. Lo vediamo giovane ventenne entrare nella libreria dove lavora, tuffarsi sui libri, correre a casa attraversando minareti e palazzi monumentali, il mercato grande e colorato del bazar, fra gli odori di spezie e il vocio del carchi viejo. Che vita tranquilla, magari felice, perché no, che si annuncia per Solly. I suoi occhi indugiano sui seni floridi di una donna matura. Tremano guardando gli occhi colore della terra fertile di Rachel, la prima ragazza che lo avvolge.
   Peccato che sia il 1938. E Rodi non appartiene più alla Turchia. Dagli anni Venti è una provincia italiana. Solly si accorge in fretta che l'Italia non ha esportato solo strade, scuole, alberghi. Sull'isola sono arrivati pure quei fascisti che hanno il culto della sopraffazione e sono dei grandi ignoranti. Da qualche mese anche a Rodi si andava leggendo che gli italiani sono di razza ariana da millenni e che gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Nelle pagine si affollano i personaggi. Giorgio Cutrera ha il culto di Mussolini: brutta gente, pensava, quegli ebrei di Rodi. Doveva smascherarli per quelli che erano, serpi in seno all'Italia di Mussolini. Però ancora qualcosa non gli tornava. Gli ebrei italiani avevano nomi italiani, erano ben integrati. Ma quel giornalista amico del Duce, Giovanni Preziosi, scriveva che volevano dominare il mondo erano disonesti, rapaci, pericolosi. Avevano inventato il comunismo, ma erano pure i principali animatori del capitalismo. Quando Giorgio Cutrera arriverà in guerra, quando la sua mano e il suo occhio gli saranno strappati dalla guerra del Duce in Africa, allora comincerà a vedere. E Judith proprio quella mattina aveva portato a scuola i dolcetti al miele per la sua maestra. Non sapeva ancora che la Signora maestra si era data per malata per non dover annunciare ai suoi alunni che per cinque di essi sarebbe stato l'ultimo giorno di scuola. Ma come si può prendersela con dei bambini, pensa la direttrice, imprecando contro il regime.
   Entrano nuovi personaggi. Il racconto è dialogico, pulito, tagliato a cristallo. La drammaturgia cresce. Le pagine si tingono di storia. Di una guerra che corrompe anche questa isola buttata nell'Egeo ad un passo dalla Turchia. Con quei 60.000 italiani traditi in un solo giorno da 8.000 tedeschi. Ma quale onore: era solo nella testa del comandante italiano quando nel 1943 giunge il proclama Badoglio. La guerra non conosce gentiluomini. Figuriamoci i tedeschi che eseguono gli ordini e basta. Calma. Sono solo gli ordini. Se eseguite gli ordini non vi succederà niente. Ecco: il tranquillo svolgimento delle operazioni fa parte della strategia. L'altra parte della strategia ha una parola: l'inganno. L'inganno come tecnica omicida. L'inganno freddamente calcolato. Anche ad un passo dallo schianto del regime nazista. Che ne sarà di Solly? E quali sono i frutti di quella ferocia dopo le passage des barbares? Se questo piccolo libro ti lascia il piacere di dirne e pagine che saranno lette da altri, forse sono le vite felici di quegli antichi abitanti di Rodi ad aver vinto la battaglia.
   
(La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 ottobre 2020)


La prima sukkah di Meirav in Israele

Storia di vita ispiratrice, di cui Shavei Israel è orgoglioso di far parte.

Meirav è messicana. Nata in una famiglia tradizionale, entrambi i genitori erano insegnanti, e aveva una vita confortevole. Una vita di "telenovela", come dice con tono giocoso.
Nel 2001, all'età di 21 anni, era una studentessa universitaria, ha girato l'Europa con un amico e ha finito per visitare un Kibbutz in Israele, dove ha incontrato e si è innamorata di un giovane kibbutznik non religioso di origine argentina. A quel tempo Meirav non lo sapeva, ma questo fu l'inizio di una grande avventura, un grande viaggio verso la scoperta della spiritualità.
Nel corso del tempo (sì, questo soggiorno in Israele è finito per durare dieci mesi invece dei tre inizialmente previsti), il rapporto tra Meirav e il giovane ragazzo è diventato serio, fino a quando Meirav è stata introdotta a tutta la famiglia, con la quale ha sviluppato una grande amicizia che dura fino ad oggi. Poiché provenivano tutti da impostazioni non religiose, nessuno temeva che Meirav non sarebbe stata ebrea.
Ma Meirav cominciò ad avvicinarsi sempre di più all'ebraismo, e si sentiva sempre più che era il suo modo....

(Shavei Israel, 16 ottobre 2020)


Giacimenti di gas nel Mediterraneo Israele e Libano trattano sui confini

Il ruolo dell'Italia la mediazione degli Stati Uniti: «incontro storico» ma Hezbollah protesta i negoziati

A un mese dalle elezioni presidenziali statunitensi e nel mezzo delle tensioni internazionali per il controllo delle risorse nel Mediterraneo orientale, Israele e Libano hanno avviato inediti colloqui mediati dagli Stati Uniti per la definizione del conteso confine marittimo.

 Le esplorazioni
  Sciogliere questo nodo significherebbe per il Libano - stretto nella morsa del default finanziario e da mesi travolto dalla peggiore crisi economica e politica degli ultimi 30 anni - poter far partire le esplorazioni di giacimenti energetici che si trovano al largo delle sue coste meridionali. Le esplorazioni sono in sospeso da più di un anno, dopo che un primo pacchetto di concessioni era stato assegnato nel 2018 a un consorzio guidato dalla Total francese e di cui fanno parte la russa Novak e l'italiana Eni. L'Italia, tramite i suoi militari schierati nell'ambito della missione Onu nel sud del Libano (Unifil) comandata dal generale italiano Stefano Del Col, ha avuto un ruolo logistico di rilievo nella preparazione e nella protezione della prima sessione di colloqui tra Israele e Libano, due paesi in guerra dalla loro nascita come stati indipendenti più di 70 anni fa. Gli attesi negoziati si sono svolti nella base Unifil 1-32A di Capo Naqura, all'interno di quella che fino agli anni '40 del secolo scorso ospitava gli uffici della dogana libanese prima dell'allora confine con la Palestina britannica. Alla vista di un panorama mozzafiato sulle bianche scogliere di Ras Naqura/Rosh Ha-Nikra, le delegazioni dei due paesi si sono ritrovate attorno alle 10 locali sedute allo stesso tavolo per la prima volta accanto ai mediatori statunitensi e rappresentanti dell'Onu in Libano.

 Le delegazioni
  La delegazione americana era guidata dal segretario di Stato aggiunto con delega per il Medio Oriente, David Schenker. Al suo fianco c'era l'ambasciatore John Desrocher, che dovrebbe guidare la delegazione Usa nel prossimo incontro, fissato al 28 ottobre. Gli incontri sono stati definiti «produttivi» dall'Onu e dagli Stati Uniti. La delegazione israeliana era composta da sei membri, tra cui il direttore generale del ministero dell'energia, un consigliere diplomatico del premier Benjamin Netanyahu e il responsabile della direzione degli affari strategici dell'esercito israeliano. Da parte libanese c'erano due militari -. tra cui il capo delegazione, il generale Bassam Yassine - e due civili, un esperto di questioni energetiche e un altro specializzato in diritto frontaliero internazionale. Proprio la presenza di questi due civili ha suscitato le proteste degli Hezbollah libanesi filo-iraniani e dei suoi alleati del partito sciita Amal, guidato dal presidente del parlamento Nabih Berri.

 I colloqui
  Berri è stato per dieci anni il principale mediatore, per conto del Libano, degli intensi negoziati preparatori dei colloqui attuali, che si sono conclusi nel giorni scorsi con un accordo quadro definito «storico» dagli Stati Uniti. Hezbollah e Amal, che hanno appoggiato l'avvio dei colloqui, chiedevano una delegazione solo militare: si dicono timorosi che gli incontri di Capo Naqura possano assumere un significato non solo tecnico ma anche politico, preludendo a qualche forma di «normalizzazione» col «nemico». E questo nel contesto di accordi di pace avvenuti di recente tra lo Stato ebraico, gli Emirati Arabi e Bahrein. G. D'Am.

(Il Messaggero, 15 ottobre 2020)

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Libano e Israele, un dialogo impossibile con il "miraggio del gas"

di Giulia Belardelli

La notizia dell'avvio di un dialogo tra Israele e Libano - due dei Paesi che più si odiano, o si sono odiati, al mondo - è storica, pur con tutti i "se" e i "ma" che accompagnano questo passaggio. Con la mediazione degli Stati Uniti, israeliani e libanesi hanno iniziato oggi i colloqui indiretti per risolvere una controversia sui confini marittimi: ciascuno di loro rivendica la propria sovranità su un tratto di circa 860 chilometri quadrati del Mar Mediterraneo potenzialmente ricco di petrolio e gas. L'incontro si è svolto a Naqura, nella base 1-32A dell'Unifil, la missione Onu schierata nel sud del Libano a ridosso della Linea Blu di demarcazione tra i due Paesi. Onu e Stati Uniti hanno definito "produttivi" i colloqui, che proseguiranno con un secondo round tra due settimane, il 28 ottobre.
  Entrambe le parti hanno voluto rimarcare che i colloqui sono puramente tecnici e non un segnale di normalizzazione delle relazioni tra loro. La svolta è arrivata all'inizio del mese, mentre il Libano si trova ad affrontare la peggiore crisi economica della sua storia moderna, aggravata dalle sanzioni Usa contro gli alleati di Teheran, Hezbollah in testa. Da almeno tre anni il Libano vorrebbe iniziare a condurre operazioni esplorative nell'area contesa, nella speranza di trovare risorse energetiche nelle proprie acque territoriali e risollevare così le sorti della propria economia. Una prospettiva che, secondo gli analisti, rischia di rivelarsi un miraggio.

 Il significato del negoziato
  "L'inizio del negoziato è un evento importante, volendo anche storico, perché è la prima volta dagli anni Novanta in cui il Libano apre a un dialogo con Israele", osserva Andrea Dessì, responsabile di ricerca del Programma Mediterraneo e Medio Oriente dell'Istituto Affari Internazionali (IAI). Nel mondo arabo il Libano, insieme alla Siria, è il Paese che tradizionalmente mantiene più saldo il punto del non riconoscimento di Israele. Ma sarebbe un errore paragonare l'avvio del dialogo tra Israele e Libano al processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain.
  "Tra questi accordi di normalizzazione e il dialogo indiretto libanese-israeliano passa un fiume in piena", sottolinea Dessì. Si tratta infatti di due discorsi molto diversi, per quanto accomunati dal ruolo degli Usa come mediatori. Gli attori libanesi - a cominciare da Hezbollah - sono stati categorici nel dire che si tratta di un dialogo strettamente tecnico, limitato soltanto a quella specifica zona della questione marittima, che non andrà a toccare aspetti politici, ideologici o di sicurezza sul confine territoriale. Qui tutt'ora rimane una situazione di forte contenzioso: parliamo di quella striscia di territorio, i cosiddetti Shebaa farms - che rimangono sotto il controllo israeliano, cosa che da anni - dall'invasione israeliana dell''82 e poi dalla guerra del 2006 - viene usata come la causa o la giustificazione per cui Hezbollah deve mantenere le sue armi e proseguire la resistenza contro Israele.

 Luci e ombre di una trattativa geopolitica
  "Il Libano è attraversato da tre crisi: la crisi domestica, quindi socio-economica, la crisi politica interna al Paese e la crisi geopolitica che lo circonda. Quest'ultima riguarda i diversi attori che cercano di fare pressione sul Libano per trasformarlo - di nuovo - in un campo di battaglia regionale per le influenze e gli allineamenti geopolitici della Regione", osserva ancora Dessì. "Per gli Stati Uniti, di Trump ma non solo, il Libano è sempre stata la zona più facile per proiettare forza e potenza e contrastare il cosiddetto asse iraniano sciita rappresentato da Hezbollah, Iran, Siria e Iraq. Da anni sono in corso azioni più o meno sovversive per fare pressione sul Libano. Un Libano che, essendo già sull'orlo del collasso, non riesce più a fronteggiare queste pressioni. Anche dopo le esplosioni al porto di Beirut, ci sono stati diversi tentativi di provocare una reazione da parte di Hezbollah che avrebbe potuto innescare un processo di screditamento del Partito di Dio dentro e fuori il Paese. Questo perché l'obiettivo è quello di indebolire Hezbollah se non eliminarlo completamente dal tessuto politico e sociale libanese. Un obiettivo praticamente impossibile, oltre che pericoloso: se si spinge troppo, c'è il rischio di una deflagrazione interna paragonabile a un'altra guerra civile, una prospettiva che avrebbe un costo enorme per tutti gli attori coinvolti".
  L'inizio di un dialogo con Israele potrebbe essere visto come un'ulteriore passaggio di questi tentativi di cercare di mettere in cattiva luce Hezbollah, spingendola a una reazione violenta o di rottura. C'è da aggiungere che è in corso una grandissima pressione, da parte di Washington, per cambiare l'approccio europeo verso Hezbollah, e quindi convincere diversi Paesi chiave europei a riconoscere tutta Hezbollah come un'organizzazione terroristica.
  In più negli ultimi mesi continuano ad aumentare le sanzioni extraterritoriali contro qualsiasi attore regionale o internazionale che abbia rapporti con Iran e Siria (il famoso Caesar Act). Si tratta di un altro tassello della politica di massima pressione fatta da Washington contro l'Iran e i propri alleati. Questo Caesar Act, in particolare, colpisce moltissimo il Libano perché era un'arteria primaria di commercio e scambi per la Siria.

 Il "miraggio del gas" e la posta in gioco per le élite libanesi
  Le élite libanesi non possono permettersi un no diretto nei confronti degli Stati Uniti né di altri attori internazionali perché sono in disperato bisogno di aiuti umanitari ed economici, inclusi quelli del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale, due istituzioni in cui gli Usa hanno grande influenza. Gli attori politici libanesi, il cui interesse comune è mantenere insieme il sistema, si sono riallineati nel ritenere questo negoziato potenzialmente portatore di benefici. Le autorità libanesi vogliono usare questa apertura per rinegoziare i territori marittimi con Israele come un modo di dimostrare al mondo esterno, e alle compagnie energetiche occidentali in primis, la loro volontà di far passare in secondo piano il conflitto con Israele rispetto alla crisi economica, sociale e politica che sta esplodendo in Libano.
  Sono anni che i partiti politici del Libano promettono ai cittadini che un'imminente scoperta del gas cancellerà tutti i problemi economici e sociali del Paese. Ma l'immagine propagandistica del Libano come potenza energetica è completamente fuori da qualsiasi realtà, come emerge da un'analisi di Benedetta Brossa, ricercatrice di Studi del Medio Oriente dell'Università Ca' Foscari di Venezia, intitolata "La crisi libanese e il miraggio del gas naturale".
  Prima di tutto, non è detto che il gas ci sia: "l'effettiva esistenza delle riserve di gas e la loro redditività commerciale devono ancora essere provate da un punto di vista geologico e tecnico", rileva Brossa. "In effetti, un primo pozzo esplorativo offshore nel Blocco 4 si è rivelato secco alla fine di aprile 2020. In secondo luogo, anche se si scoprisse il gas, le stime rilevano che nelle migliori condizioni entrate significative dallo sfruttamento del gas non sarebbero disponibili fino al 2030. Inoltre, data l'attuale abbondanza di gas a buon mercato sul mercato mondiale, gli investimenti necessari in un potenziale settore libanese saranno difficili, se non impossibili, da ottenere". Infine, c'è da dubitare sulla possibilità di trovare una compagnia internazionale disposta a investire in un Paese che, oltre a non aver mai avuto un'industria estrattiva, è profondamente colpito da corruzione e disfunzionalità, gli stessi "mali" che hanno reso possibile lo stoccaggio delle 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio la cui esplosione ha devastato Beirut.

 Gli obiettivi di Israele e il gas come strumento geopolitico
  Per Israele, l'apertura del negoziato con il Libano consente di ampliare il cerchio di Paesi con cui poter avere almeno una sembianza di dialogo. "Il secondo obiettivo - commenta Dessì - è sicuramente quello di indebolire Hezbollah e l'Iran. Infine, Israele è molto interessata al gas del Mediterraneo Orientale: ne ha scoperto moltissimo e lo sta già importando in Egitto, diventando uno dei Paesi energeticamente più importanti".
  Se guardiamo indietro nel tempo, l'obiettivo originario israeliano era quello di costruire un gasdotto che andasse a nord, passando dal Libano per andare su in Turchia, che poi si sarebbe connesso agli altri grandi gasdotti tra cui il Tap che portano il gas in Europa. Questo negoziato con il Libano per accordarsi sulle zone marittime può rientrare anche in questo disegno, di cui negli ultimi cinque anni si è parlato molto poco per via della crisi ormai completa tra Ankara e Tel Aviv. Questa crisi ha portato Israele ad allinearsi con Cipro, Grecia, Egitto e tutti gli altri per avere un'alternativa per esportare il gas, vale a dire creando un gasdotto subacqueo attraverso tutto il Mediterraneo fino addirittura all'Italia (Eastmed Pipeline).
  "Anche questo progetto - commenta Dessì - è completamente fuori portata, sia economica che di investimenti. Avendo capito questa realtà, gli israeliani stanno cercando di tenere aperta la possibilità del gasdotto a nord attraverso il Libano. È un gioco ancora su due tavoli, ma per Israele riuscire a tenere aperta questa strada potrebbe essere importante. Bisogna sottolineare che per Israele non conta tanto l'aspetto economico dell'esportazione di gas, quanto la dimensione geopolitica. Da questo punto di vista, il disinteresse europeo per il gasdotto Eastmed è un aspetto preoccupante per gli israeliani. Aprire un dialogo con il Libano consente loro di giocare su più tavoli e tenere aperte diverse possibilità di influenza tramite l'esportazione di gas". Sono obiettivi di lunga durata, suscettibili al mutare degli equilibri geopolitici ed energetici. Quello iniziato a Naqura è forse l'inizio di un nuovo capitolo tra i governi dei due Paesi, ma la pace in Medio Oriente è ancora tutta da costruire. A ricordarlo ci ha pensato oggi il governo israeliano, approvando la costruzione di 2.166 nuovi alloggi in Cisgiordania.

(L'HuffPost, 15 ottobre 2020)


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A colloquio con Israele. Ma Beirut insiste: non è dialogo politico

I partiti libanesi concordano su un punto: i profughi palestinesi (in Libano ) devono tornare a casa

di Michele Giorgio

Ci ha pensato Samir Geagea, capo delle Forze libanesi, partito di destra estrema, a chiarire una volta e per tutte che dietro i colloqui con Israele sui confini marittimi e i giacimenti di gas cominciati ieri alla sede dell'Unifil a Capo Naqura, non c'è alcuna intenzione di arrivare a un trattato di pace con Israele come sperano il governo Netanyahu e l'amministrazione Trump. «Non vogliamo la normalizzazione con Israele perché chiediamo una soluzione alla questione dei palestinesi (in Libano, ndr) prima di ogni altra cosa e nessuno può aggirare questo tema», ha detto perentorio. Geagea in realtà la pace con Israele la firmerebbe anche domani. La destra libanese ha legami storici con Israele, ha collaborato con Tel Aviv durante l'invasione del Libano nel 1982.
  Ma nel paese dei cedri i partiti politici, divisi su tutto, camminano mano nella mano su di un punto, dalle Forze libanesi al movimento sciita Hezbollah: i 450mila profughi palestinesi in Libano dal 1948 dovranno tornare nella loro terra da cui scapparono o furono cacciati e Israele deve aprire le porte. E lo dicono, con poche eccezioni, non per amore del diritto internazionale, ma perché proprio non li vogliono i profughi palestinesi, così come quelli siriani. Quindi l'accordo tra Libano e Israele resta solo una vaga ipotesi. Non sorprende perciò che i colloqui nella base 1-32A dell'Unifil si siamo svolti ieri in un clima formale e freddo. E che durante la pausa per il caffè le delegazioni dei due paesi non abbiamo avuto contatti. Martedì il presidente libanese Aoun aveva ribadito che Israele e Beirut stanno solo discutendo di confini e gas. A Naqura, il governo dimissionario di Diab ha inviato una delegazione tecnica, composta da militari ed esperti di energia. E nonostante ciò non ha soddisfatto tutti i libanesi. Hezbollah e l'altro partito sciita Amal volevano solo militari. Israele e gli Stati uniti che fanno da mediatori invece provano a dare un significato anche politico all'incontro in cui dicono di intravedere segnali di apertura e la volontà, di una parte delle formazioni politiche libanesi, di seguire il percorso fatto di recente da Emirati e Bahrain.
  Ciò che conta in questo negoziato tra nemici è solo l'interesse economico comune. In 860 kmq di acque contese si trovano (pare) ricchi giacimenti di gas naturale che, se ben sfruttati, potrebbero portare nelle casse dei due paesi diversi miliardi di dollari. Per questo Hezbollah, alleato di Siria e Iran e che contro Israele ha combattuto per tutta la sua esistenza, non ha posto il veto a colloqui destinati inevitabilmente a generare speculazioni di ogni sorta. Il Libano è sommerso dai debiti e vive una crisi economica e finanziaria molto grave che ha provocato l'impoverimento di buona parte della popolazione. Quei miliardi non sono la soluzione di tutti i suoi immensi problemi ma possono dare una mano. Le due delegazioni torneranno a incontrarsi il 28 ottobre.

(il manifesto, 15 ottobre 2020)


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Samy Nader: "Con il negoziato Beirut riconosce di fatto Israele"

di Stefania Di Lelia

L'incontro è stato breve, sotto una tenda blu montata lungo il confine tra i due nemici. E per ora si è deciso solo di tornare a parlare tra due settimane, il 28 ottobre. Ma il negoziato cominciato ieri tra Israele e Libano per la definizione della frontiera marittima rappresenta una svolta. «Non è pace - dice l'analista libanese Samy Nader del "Levant Institute for Strategic Affairs" - ma è l'inizio di un percorso che comporta de facto il riconoscimento di Israele come Stato interlocutore da parte del Libano, con Hezbollah ai comandi».

- Samy Nader, si tratta solo per definire i confini marittimi?
  «La questione della frontiera in mare si trascina da anni, si tratta di negoziati importanti. Ma non solo perché Israele e il Libano parlano. Ci sono già stati colloqui su questioni di sicurezza. Rilevante è che il Libano è controllato da Hezbollah, la cui tdeologia non riconosce Israele: se ci sarà accordo sarà un riconoscimento di Israele da parte di una delegazione vicina a Hezbollah».

- Pace in vista?
  «Un trattato di pace non sarà necessariamente lo sbocco. Ma si arriverà a una forma di stabilità». In Libano la gente sarebbe pronta per una pace con Israele? «Ormai i libanesi sono meno ideologici. II primo pensiero è come uscire dalla crisi economica. E poi vogliono tirarsi fuori dai conflitti nella regione. Anche se la narrativa classica ha ancora seguito tra i supporter di Hezbollah».

- Gli Usa hanno spinto molto per arrivare a queste trattative.
  «I colloqui sono sotto supervisione americana. Hezbollah voleva guidare il Libano verso Est. Diceva che non avevamo solo l'opzione Fmi per avere aiuto, ma potevamo guardare dall'altra parte, fino alla Cina. Ma non siamo andati verso oriente: le sanzioni Usa hanno avuto un impatto».

- Gli Usa non si erano defilati dal Medio Oriente?
  «Non sono affatto convinto del ritiro americano. L'America sta dimostrando di avere grandi interessi nell'area, sta provando a costruire nuove alleanze. Da noi la Francia ha fallito con la sua iniziativa per un nuovo governo. Gli americani hanno vinto. Il bastone americano è stato più efficace della carota diplomatica macroniana».

- Quanto ha pesato l'esplosione nel porto dl Beirut ad agosto?
  «Quell'esplosione - che sia stata un incidente o un'operazione militare è stata un punto di svolta su molti fronti. Ha accecato uno sbocco dell'Iran sul Mediterraneo. E ha provocato un terremoto: è arrivata l'iniziativa francese e poi le sanzioni Usa. Qualcuno ritiene che queste siano servite a silurare le mosse di Parigi. Subito dopo l'annuncio sul negoziato per le frontiere».

- II confine marittimo va definito per sfruttare i giacimenti di gas. Una risorsa che salverà il Libano?
  «II gas è rilevante. Ma non dal punto di vista economico. Per il Libano urgono riforme. E poi per i proventi del gas ci vorranno anni.11 Libano non può resistere settimane, figuriamoci anni».

- CI vorrà tempo per i dividendi, ma il gas provoca già grandi manovre nel Mediterraneo.
  «Israele e gli Usa stanno costruendo una rete di alleanza nel Mediterraneo. Ripeto: altro che ritiro! Gli Stati Uniti provano a favorire una sorta di mini Nato del gas. E più dei pozzi contano i gasdotti per i quali la definizione dei confini marittimi è fondamentale, soprattutto se si aggirano russi e turchi. Gli Usa sanno che questa regione è strategica: i confini sud dell'Europa, petrolio, gas, le rotte delle migrazioni, l'incrocio tra Africa Medio Oriente ed Europa. Le grandi potenze sono tornate e in maniera aggressiva».

(la Repubblica, 15 ottobre 2020)


Bennett, il ministro onnipresente che insidia Netanyahu

di Davide Frattini

 
GERUSALEMME - Da nord (Haifa) a sud (Eilat). Dal Mar Mediterraneo al Mar Rosso. Solo un dolore al collo lo ha costretto al ricovero e ha fermato per qualche ora Naftali Bennett. II leader del partito Nuova Destra ha girato tutto il Paese in questi mesi di epidemia, dai piccoli negozianti che hanno tirato giù la saracinesca ai medici e agli infermieri esausti.
   Ha fatto - sostengono i sostenitori e ormai qualche (ex) critico - ciò che avrebbe dovuto fare Benjamin Netanyahu. Non è la prima volta. Bennett ha chiamato il figlio Yoni, come il fratello del primo ministro ucciso nel raid a Entebbe, Netanyahu ha chiamato i suoi Avner e Yair. È un indizio del loro rapporto complesso. Il giovane Bennett ha sbirciato le mosse di re Bibi e ora vuole conquistarne lo scettro. Come Yoni e Bibi si è arruolato nelle forze speciali, come Bibi ha passato qualche anno negli Usa tornando milionario, come Bibi ha scelto di militare nella destra.
   L'attivismo sanitario di Bennett, 48 anni, ha permesso alla sua formazione di balzare nei sondaggi: dagli attuali 3 risicati seggi in parlamento a 23, mentre il Likud scenderebbe da 36 a 26. «Ha identificato il vuoto politico nella gestione del Coronavirus - scrive la giornalista Mazal Mualem sulla rivista Al Monitor - ed è diventato una sorta di ministro della Sanità ombra». Era il ruolo che Bennett avrebbe voluto per sé, quando in primavera Netanyahu negoziava per mettere insieme la coalizione. Era disposto a lasciare la carica di ministro della Difesa, aveva già capito che il Covid-19 sarebbe diventato la prima linea. Netanyahu ha preferito mettere alla Sanità il fedelissimo Yuli Edelstein e Naftali ha scelto di andare all'opposizione.
   La sinistra resta sospettosa verso questo rappresentante dei coloni che ribadisce di voler annettere la Cisgiordania palestinese. Bennett è consapevole di dover conquistare voti al centro. Così indossa la kippah all'uncinetto, simbolo del sionisti religiosi e dei coloni oltranzisti, ma abita a Raanana, sobborgo residenziale a nord di Tel Aviv. «A quelli che dicono: "A questo punto meglio lui di Netanyahu", rispondo: non lasciatevi tentare. Chi vuole un Israele egualitario, che cerca la pace, che protegge i diritti umani - ha scritto Aluf Benn, direttore del quotidiano Haaretz - dovrebbe essere preoccupato dal salto di Naftali verso il vertice».

(Corriere della Sera, 15 ottobre 2020)


I palestinesi “negano tutto ciò che gli Emirati Arabi Uniti hanno donato alla causa palestinese”

L'Autorità Palestinese ha ordinato mercoledì ai suoi rappresentanti e portavoce ufficiali in tutto il mondo di non attaccare capi di stato e paesi arabi sulla scorta degli accordi di pace firmati tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. La direttiva è arrivata dopo che l'ambasciatore in Francia dell'Autorità Palestinese, Salman el Herfi, in un'intervista alla rivista Le Point ha lanciato un duro attacco al principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, definendolo fra l'altro un "piccolo dittatore che vuole solo farsi pubblicità".
In risposta, il ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, ha scritto su Twitter: "Non sono rimasto sorpreso dalle dichiarazioni dell'ambasciatore palestinese a Parigi e dal suo comportamento ingrato verso gli Emirati". I palestinesi, ha continuato Gargash, "negano tutto ciò che gli Emirati Arabi Uniti hanno donato alla causa palestinese, ma gli Emirati hanno il proprio messaggio, un messaggio di pace. La maschera dei trafficanti della causa palestinese è caduta".
Nei due mesi scorsi l'Autorità Palestinese ha ripetutamente accusato Emirati Arabi Uniti e Bahrein d'aver "tradito" e "pugnalato alle spalle" i palestinesi firmando gli accordi di pace con Israele.

(israele.net, 15 ottobre 2020)


Reale a Tel Aviv per l'insurtech

Firmata partnership esclusiva per Italia, Spagna e Cile, dove opera la mutua torinese. L'ad Filippone: l'anno si chiuderà in linea con il 2019. Solvency II a livelli record

di Anna Messia

La torinese Reale Mutua muove verso Tel Aviv. La compagnia assicurativa guidata dal direttore generale Luca Filippone ha chiuso un investimento di 4,5 milioni di dollari in FinTly. un fondo di venture capital insurtech e fintech leader a livello mondiale, con sede in Israele. «Siamo gli unici partner assicurativi italiani che hanno investito nel fondo dove ci sono altre assicurazioni mondiali», spiega a MF-Milano Finanza, Filippone. Reale è limited partner del fondo ed è stata siglata un partnership in base alla quale le compagnie del gruppo potranno. in via preferenziale, lavorare con le start up in cui investe FinTly. «Tra queste c'è per esempio Hippo». aggiunge Filippone, che «è una delle più importanti startup insurtech a livello mondiale, con sede negli Usa, specializzato nella distribuzione di prodotti per la casa, che ha superato il miliardo di valutazione». L'innovazione tecnologica è uno dei pilastri del piano strategico che il gruppo Reale sta aggiornando per il 2021-2023, continua Filippone, che riguardo i conti della compagnia ipotizza una chiusura del 2020 in linea con lo scorso anno, con Reale che ha mostrato resilienza al Covid, confermata da un Solvency II tomato ai livelli di fine 2019 oltre il 276% ma la «pandemia ha avuto l'effetto di accelerare vertiginosamente le trasformazioni che avevamo progettato», dice.

- Che cosa vi ha portato a investire in un fondo israeliano di venture capital?
  L' innovazione tecnologica è al centro dei piani di trasformazione del gruppo. Avevamo iniziato a valutare investimenti nella Silicon Valley ma alla fine abbiamo scelto Israele non solo perché è solo a tre ore di volo dall' Italia, con 8 mila startup e 300 fondi di venture capital attivi, ma soprattutto perché FinTly è stata creato da tre soci, Gil Arazi, Gilbert Ohana e Avishai Silvershatz e il primo arriva proprio dal settore assicurativo. Il fondo ha un focus particolare sul comparto e ha investito in società come Hippo ma anche Nent Insurance, con sede negli Usa che offre coperture per le pmi o ancora Mailo, compagnia assicurativa tedesca che Fornisce prodotti per le pmi in Germania. II nostro interesse non è solo finanziario. Guardiamo alle sinergie con le start up, e abbiamo ottenuto l'esclusiva nei mercati dove opera Reale, Italia, Spagna e dal 2016 il Cile.

- A proposito di estero, a che punto sono i vostri piani di crescita in nuovi mercati?
  La diversificazione geografica, come quella del business e dei servizi, è fra i pilastri del piano 2021-2023 che abbiamo appena rivisto alla luce dei cambiamenti indotti dalla pandemia. Sulla diversificazione del business siamo a buon punto con un terzo dei premi che arriva dall'Rc Auto, un terzo dagli altri rami danni e l'ultimo terzo dal vita. Vogliamo poi far crescere il peso dei servizi offerti. da affiancare alle semplici coperture assicurative, mettendo al centro il cliente e anche la nostra diversificazione geografica. Le difficoltà nei viaggi hanno rallentato i nostri piani a breve. che puntano però al medio-lungo termine continuando a guardare con interesse a Sud America e all' Europa Centrale.

- Che effetto ha avuto il virus sul bilancio e sul business plan?
  II nostro gruppo, grazie ad agenti e dipendenti, ha mostrato un'incredibile capacità di reattività. La raccolta Danni ha retto molto bene, anche in questi mesi, e il Vita che è in fase di riassetto, con la crescita del peso delle polizze miste rispetto alle tradizionali. Il Solvency II è tomato ai livelli record di fine 2019 e io resto fiducioso di chiudere l'anno sostanzialmente in linea con l'anno scorso (l'utile era stato di 152 milioni, ndr). Gli obiettivi finanziari del business plan restano confermati, così come la strategia che ha però subito un'improvvisa accelerazione. Basti guardare allo smart working. Eravamo tra le prime aziende italiane con il 40% dei dipendenti che lavorava da casa fino a un massimo di sette giorni al mese. Con il lockdown in pochi giorni abbiamo messo in smart working il 100% dei dipendenti nei tre Paesi del gruppo.

(MF, 15 ottobre 2020)


Studio israeliano: raddoppiate insonnia e ansia nelle mamme a causa del Covid

A causa della pandemia le mamme stanno sperimentando un aumento della gravita' dell'insonnia e dei livelli di ansia. Queste, in estrema sintesi, i risultati di uno studio condotto dai ricercatori israeliani della Ben-Gurion University (Bgu) del Neghev e The Max Stern Yezreel. "Nello studio, abbiamo affrontato, per la prima volta, le conseguenze della pandemia Covid-19 e del confinamento domestico su ansia e insonnia materna, nonche' le segnalazioni di problemi di sonno tra i bambini tra i sei e i 72 mesi di eta'", afferma Liat Tikotzky, capo del BGU Parenting, Child Development and Sleep Lab e membro del dipartimento di psicologia della BGU.
   Lo studio e' stato pubblicato sul Journal of Sleep Research. I risultati hanno indicato che l'insonnia clinica materna durante la pandemia e' piu' che raddoppiata al 23 per cento, rispetto a solo l'11 per cento prima dell'emergenza Covid-19. Attualmente circa l'80 per cento delle madri ha anche riferito livelli da lievi a elevati di ansia da Covid-19. Nello studio, alle madri e' stato chiesto di completare un questionario. I ricercatori hanno quindi calcolato un punteggio che rappresenta la percezione della madre del cambiamento nella sua qualita' del sonno. I ricercatori hanno scoperto che circa il 30 per cento delle madri ha riportato un cambiamento negativo nella qualita' del sonno del proprio bambino e una diminuzione della durata del sonno.
   Infine, i ricercatori hanno osservato che le madri che hanno riportato punteggi piu' alti di insonnia avevano anche maggiori probabilita' di riferire che i loro figli avevano una qualita' del sonno piu' scarsa e una durata del sonno piu' breve.
   
(AGI, 14 ottobre 2020)


«Netanyahu ha fallito, ora Benny Gantz voti la sfiducia». Intervista a Yair Lapid

Parla in esclusiva a Reset il leader dell'opposizione israeliana

di Umberto De Giovannangeli

 
Yair Lapid
«Neanche nei momenti peggiori del terrorismo palestinese ho visto così tanta paura e insicurezza negli occhi della gente come in questi mesi di pandemia. Il popolo d'Israele è sempre stato un popolo coraggioso, capaci di unirsi nei momenti più difficili, ed è per questo che è riuscito a far fronte e a sconfiggere i tanti che ne hanno minacciato l'esistenza stessa. Non è il coraggio che sta venendo meno. È la mancanza di una guida sicura, che goda della fiducia popolare. Tutto il mondo è alle prese con il Covid e nessuno possiede la bacchetta magica per risolvere di colpo questa drammatica crisi. Ma è altrettanto vero che nessun Paese ha alla guida un primo ministro con in testa non il bene d'Israele ma il modo per evitare di essere giudicato - non dalla storia, ma da un tribunale».
  A lanciare questo pesante j'accuse contro Benjamin Netanyahu, nell'intervista esclusiva concessa a Reset, è il leader dell'opposizione israeliana: Yair Lapid. Tra i fondatori di Kachol Lavan, l'alleanza centrista guidata da Benny Gantz, Lapid ha rotto con il suo ex alleato la scorsa primavera per la scelta compiuta di andare al governo con il Likud di Netanyahu. «I bianchi e i blu sanno che questo governo ha fallito - rimarca oggi Lapid, a capo di Yesh Atid - Questa non è una dichiarazione politica. I numeri della morbilità lo dimostrano. La disoccupazione lo dimostra. Le dimissioni di tutti i principali responsabili delle Finanze. L'opinione pubblica non ha più la minima fiducia nel governo».

- Israele fa i conti con la seconda ondata della pandemia. Il governo ha varato un secondo lockdown che non ha impedito a decine di migliaia di israeliani di scendere in piazza, in una protesta che dura da oltre 14 settimane, contro la gestione della "guerra al coronavirus" da parte del governo guidato da Netanyahu. Cosa c'è alla base di questa protesta?
  C'è la cattiva gestione politica, sciatta e isterica di questo governo e dell'uomo che lo dirige. Tutti i professionisti coinvolti si sono opposti all'imposizione dell'isolamento. Il commissario alla lotta al coronavirus Ronni Gamzu si è opposto, così come il vicedirettore generale del Ministero della Salute Itamar Grotto e il Ministero delle Finanze. Sono stati tutti messi a tacere.

- Perché?
  Perché l'interesse fondamentale di Netanyahu non è mai stato quello di tradurre in azione di governo le indicazioni degli esperti. Lui ha sempre fatto un uso politico, strumentale, di parte della pandemia. Lo ha fatto giustificando la creazione di un governo con Kachol Lavan e i suoi fedeli alleati della destra religiosa, in nome della "guerra" al coronavirus. Ha proseguito sottovalutando scelleratamente la portata del contagio, andando in televisione per dire agli israeliani che potevano uscire e divertirsi. Un atteggiamento irresponsabile. Come lo è il lockdown che ha deciso, un isolamento totale alla base del quale c'è sempre un tornaconto personale.

- E quale sarebbe questo tornaconto?
  Provare a tacitare la protesta, imponendo restrizioni che di fatto limitano fortemente la libertà di manifestare. E già questo sarebbe di per sé un fatto gravissimo. Ma lo è ancor più se si tiene conto che il decreto del governo limita le proteste ma non le preghiere, chiude le piazze ma non le yeshivot (le scuole talmudiche, ndr) per non alienarsi il sostegno dei Haredim (gli ultraortodossi, ndr) diventati i "pasdaran" di Netanyahu. Invece di decretare un lockdown pressoché totale, che rischia di assestare un colpo micidiale all'economia d'Israele, Netanyahu avrebbe dovuto imporre il rispetto del distanziamento sociale, dell'uso delle mascherine e degli altri accorgimenti sanitari nelle aree popolate in maggioranza dagli haredim, che queste misure hanno sempre disatteso perché, a loro dire, contrarie al volere di Dio! Ma un intero Paese non può soggiacere al ricatto di una minoranza fondamentalista.

- Ma quale carta ha questa minoranza per essere così convincente nei confronti del primo ministro più longevo nella storia d'Israele?
  La carta che più interessa a Netanyahu: quella giudiziaria…

- Nel senso?
  Nel senso del sostegno a ciò che più interessa al primo ministro: evitare di essere giudicato da un tribunale per i gravi reati di corruzione di cui è imputato. Piuttosto che farsi giudicare, Netanyahu è pronto ad andare a nuove elezioni e, nel frattempo, a negoziare con gli ultraortodossi le misure che riguardano la salute di tutti gli israeliani. Una cosa di una gravità inaudita che non può essere avallata dai partiti che permettono di tenere in vita questo governo.

- Mi sbaglio se dico che si riferisce al suo ex alleato Benny Gantz e a Kahol Lavan (Blu e Bianco)?
  Non si sbaglia affatto. Da subito ho giudicato la scelta operata da Gantz un cedimento ai ricatti di Netanyahu, all'uomo che in campagna elettorale avevamo accusato, tutti noi di Kachol Lavan, di minare le fondamenta stesse di uno stato di diritto con i suoi continui attacchi alla magistratura, con il suo fomentare una risposta di piazza contro "il colpo di stato" del quale i magistrati, a cominciare dal procuratore generale d'Israele, si sarebbero fatti strumento. Gantz ha giustificato la sua scelta affermando che di fronte all'emergenza sanitaria, Israele non poteva permettersi un vuoto di governo e tanto meno nuove elezioni anticipate, le quarte in un anno. Non ero d'accordo con questa motivazione ma prendiamola pure per buona. Ma ora, ora che questo governo ha dimostrato la sua incapacità ad affrontare la crisi pandemica, e questo per responsabilità diretta e primaria di Netanyahu, cos'altro attende Gantz per dichiarare finita questa fallimentare esperienza? Se non ha questo coraggio politico, è destinato a essere travolto. Altro che la staffetta a premier. Questo governo è un disastro. Anche chi ha sostenuto l'adesione di Kachol Lavan al governo del Likud pensa che sia un disastro. È finita quando Netanyahu si è alzato in tribunale, con la sua gente in "maschera" dietro di lui, e ha annunciato che non c'era più lo stato di diritto in Israele. È finita quando ha completamente fallito nel gestire l'emergenza Covid. Prima Gantz ne prenderà atto e meglio sarà per tutti, e anche per la sua carriera politica, destinata a chiudersi ingloriosamente con Bibi primo ministro.

- Della sottovalutazione della pericolosità del virus abbiamo ampiamente parlato. Cos'altro imputa al primo ministro?
  L'incapacità di mettere a punto un piano di sostegno alle imprese e per la difesa dei posti di lavoro. Netanyahu ha la faccia tosta di tacciare quanti da settimane protestano contro la sua scriteriata gestione della lotta al coronavirus, di essere dei "comunisti", degli "anarchici di sinistra" e addirittura degli "untori". Lui sa bene che non è così. Sa bene che tra i tanti che protestano vi sono persone che hanno votato Likud o Kachol Lavan, ma che oggi si trovano senza lavoro, senza protezione sociale, per responsabilità di un governo che non ha adottato le misure necessarie per affrontare le conseguenze economiche e sociali di questa drammatica situazione. Invece che ascoltare queste grida di dolore, Netanyahu ha preferito fare ciò che gli riesce meglio: la vittima. Stavolta, però, il gioco non gli è riuscito. La "sua" piazza è rimasta vuota, e a mobilitarsi sono stati gruppi di facinorosi ultras e pochi altri. La demonizzazione degli avversari non è servita a nascondere la realtà di un fallimento dovuto a una cattiva gestione di qualcuno che è al potere da troppo tempo e non è più in grado di gestire un Paese in un momento di crisi. Yesh Atid ha presentato ieri una mozione di sfiducia costruttiva verso il governo di Netanyahu. Chi non vota a favore di questa proposta è un codardo. Mi dispiace, non ho una parola più morbida da utilizzare.

Ipotizziamo che l'attuale governo cada e che il capo dello Stato, Reuven Rivlin, affidi a lei l'incarico di formarne uno nuovo. Cosa direbbe questo ipotetico governo?
  Direbbe: per i prossimi due anni, ci occuperemo di Covid e dell'economia. Taglieremo la disoccupazione, lavoreremo per far uscire Israele dal disastro economico, metteremo in stand by tutte le altre questioni, che dovremo affrontare ma in un altro momento. Questioni come il rapporto tra la religione e lo Stato, la soluzione dei due Stati o quella a uno Stato, il capitalismo contro il socialismo - tutto ciò che può aspettare, perché siamo nel bel mezzo di una crisi. Presenterei un piano di lavoro e tutti sarebbero i benvenuti ad unirsi a noi. Ecco cosa direi. Di una cosa sono certo: il prossimo governo sarà formato sulla base di "confini" politici diversi da tutto ciò che abbiamo conosciuto fino all'esplosione del Covid. La politica e i media sono molto indietro rispetto alla società israeliana. La società sta dicendo ai politici e ai media: "Lasciateci in pace, non ci interessano la destra e la sinistra, la religione e lo Stato. Quello che ci interessa in questo momento è la ricaduta economica del Covid".

Netanyahu è stato primo ministro per undici anni di fila. Direbbe che è imbattibile?
  Direi proprio di no. Una delle cose incoraggianti che prendo da quest'anno è che abbiamo battuto Netanyahu due volte. È vero, il passo politico che lo avrebbe sostituito non è stato fatto, ma in termini di idee, organizzazione, risultati sul campo, lo abbiamo battuto due volte. Due volte, il mio nome era sulla scheda che lo ha sconfitto. Possiamo batterlo. È possibile. Oggi come non mai.

Ha collaborato da Gerusalemme Cesare Pavoncello

(Reset, 14 ottobre 2020)


A Tel Aviv, dove la cultura è solidarietà

Nel cuore di Tel Aviv, un movimento di volontariato ha preso il via nel pieno della crisi sanitaria
Per i frequentatori della Tel Aviv che non dorme mai HaOman 17 è un nome famigliare. È uno dei più noti nightclub della città, luogo simbolo di divertimento e spensieratezza. La pandemia ha cambiato tutto: chiuso a causa del lockdown, HaOman è diventato il quartier generale di un movimento di volontariato che porta beni di prima necessità ai bisognosi. "Nello spazio principale del club, in ogni angolo è stato messo un tipo diverso di cibo secco. Nel bar, nell'area d'ingresso sono state ordinate frutta e verdura. Accanto alla console del dj, carrelli pieni di pane. Nell'orto di fronte al club, il cibo è pronto in scatole per essere spedito alle famiglie in tutto il paese", racconta la rivista mekomit. A occuparsi di tutto, il movimento "Cultura della solidarietà. formatosi durante il primo lockdown. I suoi membri hanno distribuito circa 15.000 cestini di cibo alle famiglie bisognose. Per gli attivisti, la distribuzione di cibo è un'azione politica. L'obiettivo non è solo quello di aiutare chi ha necessità, ma anche costruire una comunità solidale. I cestini vengono distribuiti a famiglie israeliane presenti in liste specifiche ma anche a lavoratori filippini, a famiglie sudanesi, a famiglie religiose di Beit Shemesh e a palestinesi di Gerusalemme Est. "Persone preoccupate solo per se stesse hanno improvvisamente scoperto la compassione e la cura per gli altri", dichiara uno degli attivisti, auspicando che l'impegno prosegua anche dopo la crisi.

(Pagine Ebraiche, ottobre 2020)


Via ai colloqui Libano-Israele sui confini in Mediterraneo

Al centro dei colloqui lo sfruttamento della ricerca di gas nel tratto di Mediterraneo conteso tra i due stati

Sono cominciati oggi gli attesi colloqui tra Libano e Israele. L'incontro si svolge, a Capo Naqura, nella base Onu lungo la linea blu di demarcazione tra i due paesi.
Sul tavolo, con la mediazione Usa, la demarcazione dei confini marittimi dei due paesi per lo sblocco dell'impasse sullo sfruttamento delle risorse energetiche nelle acque a largo tra i due paesi, area che però coinvolge interessi internazionali ben più ampi.
L'accordo quadro tra Libano e Israele era stato raggiunto nei giorni scorsi dopo una mediazione statunitense durata circa 10 anni. Nelle ultime ore il movimento sciita libanese Hezbollah, vicino all'Iran, e il suo alleato il partito Amal, diretto dal presidente del parlamento Nabib Berri, hanno fortemente criticato la composizione della delegazione libanese, formata anche da civili, definendola "non legittima".
Per gli Stati Uniti il mediatore per il Medio Oriente David Schenker alla guida di una delegazione americana. Presente anche l'Unifil comandata dal generale di divisione Stefano Del Col.

(RaiNews, 14 ottobre 2020)


Gas e accordi di pace. L'agenda del primo viaggio di Di Maio in Israele

La Farnesina sta preparando (coronavirus permettendo) il primo viaggio del ministro Di Maio in Israele e Palestina che dovrebbe tenersi a fine mese. In cima all'agenda gli accordi di pace e i temi energetici legati al Mediterraneo

di Gabriele Carrer

"A breve è prevista una visita del ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio in Israele". Ad annunciarlo via Facebook è stato Dror Eydar, ambasciatore d'Israele in Italia, che aggiunge: "Io lo accompagnerò, e questa sarà anche per me l'occasione di tornare nuovamente in Israele, anche se per un breve periodo. Mi auguro che la situazione relativa alla crisi del Coronavirus lo permetta".
   Dalla Farnesina non emergono ulteriori dettagli ma si vocifera di una visita a cui si lavora ormai da settimane. A quanto risulta a Formiche.net, il ministro dovrebbe essere in Israele giovedì 29 ottobre. Sarebbe per lui il primo viaggio in Terra Santa. A Gerusalemme dovrebbe incontrare l'omologo Gabi Ashkenazi. Non è esclusa la possibilità di un faccia a faccia anche con il premier Benjamin Netanyahu e una riunione con il capo dello Stato, Reuven Rivlin. In cima all'agenda dei lavori due temi: le questioni energetiche e gli ultimi sviluppi nel Mediterraneo (gas e Turchia) e gli Accordi di Abramo (che questa settimana la Knesset dovrebbe ratificare), che prevedevano il riconoscimento da parte di Bahrein ed Emirati Arabi Uniti di Israele. Intese che dimostrano che "la pace nella regione è possibile", ha spiegato alcuni giorni fa il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas.
   Il capo della Farnesina dovrebbe poi fare tappa a Ramallah per incontrare il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il ministro degli Esteri Riad Malki. Il condizionale, però, è d'obbligo: dalla Farnesina trapela prudenza vista la situazione legata al coronavirus. Si attende comunque una conferma della visita entro la prossima settimana.
   Intervistato poco più di un mese fa da Formiche.net, il ministro Di Maio aveva definito l'annuncio della normalizzazione verso Israele "un importante sviluppo" per gli equilibri del Medio Oriente: "L'Italia ha sempre mantenuto una posizione equilibrata e dialogante con il mondo arabo e con Israele, cosa che ci ha permesso di guadagnare una credibilità e una autorevolezza, che ci consentono oggi di sostenere la causa della distensione e del rilancio di relazioni positive fra i Paesi della regione", aveva dichiarato sottolineando come l'impegno assunto da Israele di sospendere le annessioni "disinnesca una possibile minaccia per il processo di pace e la soluzione dei due Stati". Auspicando una sospensione "permanente" e una ripresa dei negoziati tra le parti, Di Maio aveva promesso l'impegno dell'Italia, insieme all'Unione europea, "per facilitare un rilancio del dialogo tra palestinesi e israeliani".
   Oggi i rapporti tra Israele e Stati Uniti sono eccellenti, grazie anche al feeling tra il premier Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump su cui sono stati costruiti gli Accordi di Abramo. L'Italia ha sempre cercato di tenere i piedi di entrambe le scarpe nella questione israelo-palestinese e più in generale nel Medio Oriente, parlando con Iran, Hezbollah e Turchia per esempio: cosa che di volta in volta l'alleato israeliano ha apprezza di più o di meno, a seconda dei momenti storici. Per la sua prima visita (coronavirus permettendo) il ministro Di Maio potrà presentarsi con un biglietto da visita importante, una sorta di lettera di raccomandazione degli Stati Uniti che in questi mesi con lui e con la Farnesina hanno rafforzato il dialogo sulle materie di comune interesse (in particolare il Mediterraneo allargato).
   Il ministro Di Maio giungerà, infatti, a Gerusalemme a un mese dal positivo incontro con il segretario di Stato americano Mike Pompeo. E data anche la buona consuetudine dell'ambasciatore di Israele a Roma con l'omologo statunitense Lewis Eisenberg, non saranno mancate valutazioni anche sul governo italiano. Soprattutto tenendo conto che non sempre esponenti del Movimento 5 stelle hanno preso posizioni apprezzate in Israele e tanto più dal premier Netanyahu.

(Formiche.net, 14 ottobre 2020)


*


Di Maio è riuscito a diventare, con Mike Pompeo, il politico italiano di riferimento degli Usa

Adesso andrà in Israele

di Marco Antonellis

"... l'ho detto in premessa e lo ribadisco alla presenza del segretario Ross"
E pensare che fino a poco tempo fa
non sapeva neppure come si chiamava
il segretario americano
C'è una liturgia nascosta, un protocollo informale secondo cui la governabilità dell'Italia si misura in relazione allo status dei rapporti coltivati oltreoceano. Andreotti andava dicendo che in Italia nessuno, realmente, parla con gli Usa perché in Usa non c'è e non esiste un blocco politico riconducibile alla sola amministrazione. C'è la segreteria di Stato, ma c'è anche il Pentagono; c'è la Casa Bianca ma anche il Congresso; c'è la Cia e c'è, a Roma, villa Taverna. Insomma, è dai tempi della Dc e della prima repubblica che le relazioni con gli Stati Uniti sono considerate cruciali per guidare in sicurezza l'Italia. E tutto sommato questo è un governo che ha saputo mostrare una certa capacità di mediazione: la sinergia tra Trump e Giuseppe Conte, la lealtà incondizionata del ministro Guerini, quella del collega Amendola e, con un certo stupore, l'intensa amicizia che oggi unisce Luigi Di Maio al segretario di Stato Mike Pompeo.
   È proprio sul ministro degli Esteri però che si è concentrata l'attenzione di Washington negli ultimi mesi. Non è un mistero che, da tempo, gli americani dispensino giudizi positivi sul nuovo corso atlantista di Luigi Di Maio. Il sostegno riservato agli accordi di Abramo è stato molto apprezzato, così come le dure parole su Lukashenko e, naturalmente, è stata innanzitutto la franchezza con cui Di Maio a fine agosto si è rivolto all'omologo cinese Wang Yi a convincere gli americani a puntare tutte le fiches sul nuovo capo della diplomazia italiana.
   Ai vertici più alti del deep state capitolino ormai la voce corre con insistenza: Di Maio è entrato nelle grazie di Washington, anche per via del rapporto coltivato di recente con l'ambasciatore Lewis Eisenberg, e, raccontano in molti, grazie all'intraprendenza del nuovo portavoce Augusto Rubei e all'impostazione filoatlantica che il giornalista, già portavoce del ministero della Difesa e oggi uomo ombra alla Farnesina, ha voluto attribuire a Di Maio. Il forte legame tra i due è ormai noto a tutti e la formula trasferita al ministro ricalca un vecchio teorema di cui Rubei faceva tesoro, quando poco più di un anno fa, per conto dell'ex ministra Trenta, teneva le redini di Palazzo Baracchini: prima i valori, poi gli affari; perché è sui valori che si costruisce il business.
   È principalmente a Rubei che si deve la nuova immagine internazionale di Luigi Di Maio, che a fine mese peraltro sarà atteso in Israele, per la prima volta nei panni di ministro degli Esteri. Per lui (Covid permettendo) sarebbe il primo viaggio in Terra Santa, dove dovrebbe incontrare l'omologo Gabi Ashkenaz e non è esclusa la possibilità di un faccia a faccia anche con il premier Benjamin Netanyahu e una riunione con il capo dello Stato, Reuven Rivlin. Poco più di un mese fa proprio Di Maio aveva definito l'annuncio della normalizzazione verso Israele «un importante sviluppo» per gli equilibri del Medio Oriente. Parole che per gli States, ancora una volta, rappresentano una rassicurazione importante. E non è forse un caso che Luigino giungerà a Gerusalemme a un mese dal positivo incontro con il segretario di Stato Mike Pompeo. Sono tasselli di un mosaico che con ogni probabilità potrebbero segnare il nuovo corso del M5s in vista degli Stati Generali.
   
(ItaliaOggi, 14 ottobre 2020)


Le mille crisi di Erdogan, il sultano che vuole diventare imperatore

La nave Oruc Reis davanti al Dodecanneso ennesimo segnale ostile all'Europa e agli Usa

STRATEGIA
II presidente turco provoca continui punti di tensione per affermare il suo ruolo.
REAZIONE
Calpesta le regole Onu convinto di passarla liscia. E Pompeo batte un colpo

di Fiamma Nirenstein

La Oruc Reis si staglia di nuovo da ieri sulle onde del Mediterraneo Orientale vicino all'isoletta di Megisti nel Dodecanneso, Kastellorizo, Castelorosso: per il luogotenente Montini nel film di Gabriele Savatores «Mediterraneo», un luogo di «importanza strategica zero». Per Erdogan, un altro modo di affermare la risorgenza dell'impero Ottomano, l'irrilevanza della suddivisione Onu delle acque territoriali del 1982 e la sua visione della «patria blu», 46.520 chilometri quadrati di Mare Nostrum che gli consentano di dominare le ricerche energetiche, annullare i patti e le conquiste di Grecia, Cipro, Israele, Egitto, e anche Italia.
   Di nuovo, dopo che ad agosto aveva arruffato i rapporti con la Grecia, la sagoma minacciosa della grande Oruc Reis è ricomparsa «per condurre ricerche sismiche». Ma il messaggio è di nuovo quello del dominio delle risorse energetiche, e in generale, della scelta turca di un dominio antico che intende rinnovarsi, e non lo nasconde affatto. Erdogan accende incendi un po' ovunque, anche usando le armi, che sparano ormai su una diffusione geografica senza precedenti. Le mosse del leader turco sono affermative e categoriche, come quella che ricorda 46 anni fa quando, espulsi i ciprioti greci dal nord dell'isola di Cipro, la Turchia lo fece suo. Rimase però una spiaggia vuota, terra di nessuno, Varosha: ed è qui che giovedì si sono visti di nuovo uomini e bandiere Turchi presentatisi al solo scopo di intimidire e minacciare ciprioti e greci, e ricordare loro l'espulsione.
   È la tecnica di Erdogan, abituato a compiere una serie di azioni incendiarie che hanno come conseguenza espulsioni di massa, cui si accompagna, specie rispetto ai siriani, la minaccia della utilizzazione dei profughi come arma con cui viene zittita l'Europa, che teme le masse migratorie controllate dal presidente Turco.
   Dal 2016 la Turchia si scontra sistematicamente con tutti quelli in cui incappa sulla sua strada. Ha acceso incendi dall'Armenia alla Libia a Sinjar in Siria, alla Grecia, a Cipro. Sono finiti i tempi del pragmatico Ahmet Davotoglu, che per quanto ministro degli Esteri di Erdogan e poi primo ministro ci teneva all'immagine di una Turchia che voleva entrare nell'Unione Europea, e che voleva essere considerata una democrazia. L'odio di Erdogan per Israele già segnalava però dal 2010 la volontà di mettersi alla testa, con la sua organizzazione, i Fratelli Musulmani, di un grande movimento di conquista islamista del Medio Oriente: lo prova l'episodio della Mavi Marmara, una spedizione marittima diretta a Gaza e esaltata da Hamas (più volte invitata ad Ankara) anch'essa parte della Fratellanza, che finì tragicamente con l'uccisione di sei turchi. Nel 2016 sono venuti i tempi del golpe e del sospetto, della repressione violenta, della eliminazione politica del partito di opposizione, dei sindaci dell'opposizione rimossi per il 90 per cento, dei giornalisti in galera in massa e anche della guerra continua. Il 2016 è il tempo della prima invasione della Siria cui segue l'invasione di Afrin che fa fuggire 160mila curdi. Più avanti le milizie di Erdogan hanno attaccato le forze democratiche siriane sostenute dagli Usa nel ottobre del 2019 vicino a Tel Abyad.
   Poi Erdogan ha usato le sue milizie in gennaio in Libia, e adesso le usa contro gli Armeni a favore dell'Azerbajan. Erdogan minaccia Egitto, vuole schiacciare la Grecia e Cipro, se la piglia con gli Emirati e col Bahrein e annuncia che riconquisterà (come ai tempi Ottomani) Gerusalemme, che ritiene sua alla faccia degli ebrei e anche degli arabi. L'8 ottobre ha bombardato la storica chiesa armena di Shusha nel Nagorno Karabakh, e questo è parte del terrore inflitto alle chiese e ai cristiani che ha trasformato la storica magnifica cattedrale di Hagia Sofia da museo a moschea. Sulla stessa nota imperialista Erdogan promette di «liberare Al Aqsa», usa i radar S 400 russi per individuare gli F16 greci membri della medesima alleanza Nato, infastidisce le navi francesi, blocca una nave italiana, minaccia Israele, perseguita i greci. Pensa che non pagherà mai nessun prezzo, forte del suo antico ruolo di ponte col mondo musulmano, della porta girevole che fa entrare i profughi a piacimento e del suo ruolo nella Nato. Ma, e Pompeo con la recente visita in Grecia e a Cipro sembra averne finalmente dato segno, non si crede più che sia un ponte: è un sultano alla ricerca dell'impero perduto, niente di più pericoloso.

(il Giornale, 13 ottobre 2020)


Attrice israeliana per Cleopatra. E il mondo arabo protesta

Gal Gadot, già Wonder Woman, nei panni della regina d'Egitto. «È ebrea , non può».


Gal Gadot
GERUSALEMME- Il prossimo scontro con re Bibi sarà alla pari. Tra monarchi. Gal Gadot ha annunciato ai suoi 43 milioni di seguaci su Instagram di essere stata scelta per interpretare la regina Cleopatra, gli stessi ammiratori ai quali si era rivolta per criticare Benjamin Netanyahu.
Che i messaggi dell'attrice israeliana siano per la convivenza («ama il tuo vicino come te stesso. Non è una questione di destra o sinistra, ebrei o arabi, laici o religiosi. E una questione di dialogo, di pace ed eguaglianza, della nostra tolleranza gli uni verso gli altri») e contro le sparate intolleranti del primo ministro non è bastato alle sentinelle sempre sveglie della cultura woke. Hanno lanciato l'allarme e sbarrato il cancello via social: per loro è inaccettabile che un'israeliana possa rappresentare la donna che ha dominato sull'Egitto per oltre vent'anni.
   «Quale imbecille a Hollywood ha pensato fosse una bella idea scritturare la scialba Gal Gadot invece che un'avvenente diva araba. Vergognati Gal: il tuo Paese ruba la terra agli arabi e tu i loro ruoli». Quelli di Sameera Khan sono stati tra commenti più rilanciati e approvati, anche se la giornalista di origine pachistana (ed ex Miss New Jersey) in passato è incappata in qualche strafalcione digitale come difendere Stalin — «sarei morta per lui» — ed elencare le «virtù» della vita nei gulag: «Due settimane di vacanza a casa, niente uniforme da carcerati, casette per le coppie sposate, educazione, musica e teatro per i prigionieri...».
   Dai suoi tweet contro Gal Gadot la discussione è dilagata: in molti hanno difeso la scelta dell'israeliana e hanno ricordato che Cleopatra era di origine greco-macedone, il controllo della dinastia tolemaica sull'antico Egitto inizia alla morte di Alessandro Magno e si conclude con lei. Altri hanno fatto notare che neppure Liz Taylor (protagonista nel colossal del 1963) era nata in Nordafrica e sono stati subito zittiti dai guardiani della cancel culture: «Allora non c'eravamo noi a vigilare». E hanno insistito a pretendere che Gadot lasciasse la parte a un egiziana: «Come puoi celebrare le donne, se poi usurpi le culture degli altri?».
   Gadot è stata la terza attrice hollywoodiana ad aver guadagnato di più quest'anno. La pandemia di Covid-19 ha rinviato l'uscita di Wonder Woman 1984, l'ex modella israeliana è riuscita però a girare Red Notice per Netflix. Proprio la sua prima Wonder Woman è stata boicottata in Libano: non per l'uniforme indossata dalla principessa amazzone — spada e scudo sulle spalle — ma per la divisa che Gal Gadot ha portato a 18 anni, oggi ne ha 35, come tutti i ragazzi israeliani: quella dell'esercito. Il governo libanese aveva deciso di bandire il film dopo la campagna di boicottaggio sostenuta dall'organizzazione sciita Hezbollah, che con Israele ha combattuto 34 giorni di guerra nell'estate del 2006.

(Corriere della Sera, 13 ottobre 2020)


Israele e Libano, prove di dialogo

Cauto ottimismo. È quello che si respira nella delegazione israeliana che incontrerà nelle prossime ore la controparte libanese per discutere - e trovare un accordo - sulla definizione dei rispettivi confini marittimi. "Se la controparte si presenterà ai colloqui con un approccio pragmatico, spero riusciremo a risolvere la controversia in breve tempo", le parole di un alto funzionario del ministero dell'Energia israeliano ai giornalisti nel corso di un briefing sulla delicata missione. "Naturalmente, se dall'altra parte arriveranno con l'intenzione di raggiungere un'altra vittoria sul 'nemico sionista', allora possono continuare a celebrare le vittorie come hanno fatto negli ultimi 10 anni", ha aggiunto ironicamente il funzionario, parlando a condizione di anonimato.
   L'attuale disputa israelo-libanese sull'esatta delimitazione dei confini marittimi va avanti da un decennio e gli Stati Uniti hanno mediato l'incontro tra i due paesi per provare a chiudere almeno questo capitolo di una contesa ben più ampia. "Non si tratta di colloqui di pace e non è una normalizzazione dei rapporti come con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. È un obiettivo molto, molto chiaro e specifico; è una disputa tecnica ed economica", le parole del rappresentante del ministero israeliano. Libano e Israele sono formalmente due paesi nemici, e gli ultimi colloqui ufficiali in materia civile tra le due nazioni risalgono a trent'anni fa. Per questo l'attuale round di incontri, seppur ristretto a una questione molto tecnica, è un passo avanti positivo. Inoltre, il raggiungimento dell'intesa permettere ad entrambi i paesi di utilizzare le risorse naturali - gas e petrolio - presenti nello spazio marino conteso, portando benefici alle rispettive popolazioni.
   Finora, tutti i numerosi tentativi di mediazione sono falliti, spiega Noa Landau di Haaretz. La svolta c'è stata grazie a David Schenker, sottosegretario di Stato americano per gli affari del Vicino Oriente. Schenker ha optato per circoscrivere gli incontri al solo tema del confine marittimo, lasciando fuori ad esempio il tema caldo dei confini terrestri. "Dietro le quinte, gli Stati Uniti sperano che un accordo di successo sul confine marittimo apra la porta ad ulteriori contatti futuri, sullo sfondo di una campagna USA-Israele per indebolire il potere di Hezbollah nell'arena politica", aggiunge Landau.

(moked, 13 ottobre 2020)


Anche l'Iran può riconoscere Israele

Parla Faezeh Hashemi, figlia dell'ex presidente Rafsanjani

di Dorian Gray

 
Faezeh Hashemi
Qualcosa di sorprendente è avvenuto in Iran nelle ultime ore, qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile e che, anche in questo caso, è forse da ricondurre agli effetti indiretti degli accordi di pace siglati fra Israele, Emirati Arabi Unti e Bahrain a Washington.
  Parlando al quotidiano riformista Arman-i Melli lo scorso giovedì, l'ex parlamentare iraniana Faezeh Hashemi - figlia del defunto presidente iraniano ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani - ha aperto per la prima volta alla necessità di un riconoscimento di Israele da parte della Repubblica Islamica dell'Iran.
  Nella sua intervista, pur ovviamente prendendo le parti dei palestinesi nel conflitto con Israele, Faezeh Hashemi ha affermato che "Israele è un Paese riconosciuto dalle Nazioni Unite" e "molti cambiamenti sono avvenuti nella storia attraverso la guerra e la pace". Per la figlia di Rafsanjani, "l'Iran dovrebbe essere aggiornato per quanto concerne le relazioni esterne, prendendo esempio da quanto fatto da Emirati Arabi Uniti e Bahrain". Per questo - e qui sta la frase rivoluzionaria - "anche l'Iran può riconoscere Israele", al fine di "proteggere i suoi interessi nazionali, le sue risorse e i diritti del suo popolo".
  Per giustificare la sua affermazione, che potrebbe addirittura costarle il carcere, Faezeh Hashemi ha preso come riferimento l'ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica. Faezeh infatti ha citato Khomeini quando ha affermato che "persino i principi dell'Islam possono essere sospesi per l'interesse dell'establishment".
  Ovviamente occorre prendere con cautela questa apertura: siamo consapevoli che Faezeh Hashemi è oggi un personaggio critico verso il regime, che ha ormai da anni preso delle posizioni scomode, che l'hanno portata anche ad essere arrestata nel 2011 e accusata di "propaganda contro lo Stato". Ma ciò nonostante, si tratta pur sempre di una ex parlamentare iraniana e soprattutto della figlia di uno degli uomini più influenti nella storia contemporanea dell'Iran.
  A dispetto delle sue critiche alla attuale leadership iraniana, infatti, la Faezeh Hashemi agisce nell'ottica della preservazione della Repubblica Islamica e non del suo superamento. Per questo, la sua posizione su Israele è estremamente interessante, se non altro per testimoniare i dirompenti effetti a catena che stanno avendo gli Accordi di Abramo sull'intera regione mediorientale.

(Atlantico, 13 ottobre 2020)


Facebook annuncia: verranno rimossi i post che negano la Shoah

di Giacomo Kahn

Il negazionismo dell'Olocausto non sarà più tollerato su Facebook che ha annunciato che rimuoverà i contenuti che, sulla sua piattaforma, negano o distorcono l'Olocausto. "Qualora una persona ricercasse l'Olocausto sulla nostra piattaforma, verrebbe ora indirizzata verso fonti autorevoli per ottenere informazioni accurate", ha detto ieri il fondatore della compagnia, Mark Zuckerberg, preoccupato dall'aumento dell'antisemitismo sul social.
   Nel 2018, il fondatore di Facebook aveva difeso il diritto dei negazionisti di pubblicare contenuti sulla piattaforma. Zuckerberg ha oggi però ammesso che la sua visione dell'argomento "si è evoluta" guardando ai "dati che mostrano un aumento della violenza antisemita".
   "Tracciare le giuste linee tra ciò che è un discorso accettabile o meno non è semplice - afferma - ma considerato lo stato attuale del mondo, credo che questo sia il giusto equilibrio". Un recente sondaggio ha rilevato che "il 63% degli adulti statunitensi tra i 18 e i 39 anni non sapeva che 6 milioni di ebrei erano stati uccisi" e il 36% credeva che fossero stati uccisi "due milioni o meno di ebrei".
   Sulla scia di questa nuova politica, la scorsa settimana Facebook ha cominciato a rimuovere qualsiasi gruppo o pagina che si identifica apertamente con QAnon, un gruppo di cospirazionisti vicini ad ideali di estrema destra che sostiene come gran parte del mondo sia gestito da una cabala di satanisti pedofili. Il gigante dei social media ha anche annunciato che oscurerà ogni forma di disinformazione sul coronavirus, oltre ai post che mirano a destabilizzare le elezioni presidenziali americane di novembre.

(Shalom, 13 ottobre 2020)


La Fratellanza Musulmana si lancia alla conquista della vecchia Europa

Dopo il trionfi elettorali delle primavere arabe e la successiva repressione il suo raggio d'azione non si limita più solo al Medio Oriente e all'Africa.

di Matteo Luca Andriola

Dire Fratellanza Musulmana è quasi un sinonimo di realtà politiche radicali come Hamas o di paesi come l'Egitto, la Libia e la Tunisia dove l' organizzazione ha preso parte a scontri politico-militari. Ma non si è limitata ad espandersi in Nord Africa o in Medio Oriente, ma ha gradualmente esteso il suo raggio d'azione in tutta Europa, specialmente in Germania, quarta potenza economica mondiale.
  «Allah è il nostro Obiettivo. Il Profeta è il nostro Leader. Il Corano è la nostra Legge. La Jihad è la nostra Via. Morire sulla via di Allah è la nostra più alta Speranza», recita il motto della Fratellanza Musulmana, movimento radicale islamico di matrice sunnita fondato in Egitto nel 1928 da Hasan al-Banna a Ismailiyya, poco più d'un decennio dopo il collasso dell'Impero Ottomano. Giudicato a torto la rappresentanza dell'Islam politico, e perciò "moderato", la Fratellanza Musulmana, che non ha ripudiato la jihad ma la porta avanti, specie in occidente, con metodi "soft", meno invasivi ma più subdoli.
  Per anni al bando dai regimi laici di Mubarak, Gheddafi e Ben All, il gruppo è risorto con le Primavere Arabe del 2011 per riprender piede, imponendosi in Egitto (poi bandito di nuovo dal presidente al-Sisi) Tunisia e Algeria, la Fratellanza Musulmana gode tutt'oggi la protezione e cospicui finanziamenti da parte del governo del Qatar e da quello ultraconservatore della Turchia di Erdogan, che funge anche come una sorta di "laboratorio politico", ma è considerata fuorilegge, in quanto considerata "organizzazione terroristica" in Egitto, Russia, Siria, Bahrain, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Tagikistan e Uzbekistan. Ma è l'Europa—tolti Qatar e Turchia dov'è al potere — la vera base del potere economico e politico della Fratellanza Musulmana, sfruttando l'ambigua percezione di "moderatezza" costruita nel tempo, che fa breccia anche a sinistra.
  Secondo la ricercatrice svizzera Saida Keller Messahli, «da almeno 40 anni i Fratelli costruiscono reti in Europa per moltiplicare il loro peso politico, in modo da poter parlare e decidere a nome della popolazione d'origine islamica in Europa. Tali reti si basano non solo sulle associazioni e sulle moschee dei vari Paesi del Vecchio continente, ma anche sui partiti politici di sinistra, siano essi socialisti, comunisti o green. La tradizionale sinistra terzomondista, per esempio, ha dato un massiccio e decisivo contributo al successo del cosiddetto "intellettuale" Tariq Ramadan, che ha fondato due grandi centri islamici, uno a Ginevra e l'altro a Monaco di Baviera». La ricercatrice si riferisce a due centri islamici fra i più importanti d'Europa, il secondo dei quali parte della Islamiche Gemainschaft Deustchland (Comunità islamica di Germania), creata nel 1958 da Sa'id Ramadan, e alla Muslim World League, organismo legato all'establishment saudita che diffonde un'interpretazione radicale e letteralista del Corano, due realtà alla base di un sistema di raccolta fondi, per i maggiori servizi di intelligence del mondo, per foraggiare movimenti eversivi monitorati dai servizi segreti. Tali realtà gravitano attorno alla Banca Al Tagwa, definita dai servizi segreti italiani in diversi documenti come la "Banca della Fratellanza Musulmana", attiva fin dal 1958 e fondata da Ahmed Huber, ex nazista elvetico convertito all'Islam radicale, che raccoglie i fondi dai paesi del Golfo Persico per fare investimenti e, sostiene l'intelligence, sostenere economicamente gruppi radicali, anche terroristi, nonché ONG islamiche, come la Insani Yardim Vakfi, ONG turca intervenuta in teatri come la Somalia, la Palestina, il Sudan e in supporto dell'opposizione radicale anti-Assad in Siria.
  Sin dalla nascita di questa confraternita—il fondatore, l'egiziano Hasan al-Banna, è nonno di Tariq Ramadan — persegue lo scopo di riconvertire gli islamici e i neoconvertiti all'Islam radicale, veicolando battaglie ufficiosamente inclusive ed identitarie, ma effettivamente atte a favorire l'introduzione di norme confessionali, come a favore del velo o del burquini nei luoghi pubblici, spiagge ecc., la pretesa di eliminare simboli della cristianità o introdurre il menù halal nelle mense scolastiche. Una macchina propagandistica che fa capo all'Unione mondiale degli studiosi musulmani, in Qatar, un ente fondato dallo sceicco Yusuf al-Qaradawi, ultranovantenne leader spirituale dell'organizzazione islamica che per decenni — anche dall'emittente televisiva Al Jazeera — ha sostenuto il terrorismo islamista in Medio Oriente e Nord Africa, e presidente dell'Unione internazionale degli Ulema, che si occupa di dottrina e formazione, e del Consiglio europeo della fatwa e della ricerca, che regola la vita privata dei musulmani europei, due entità con sede a Dublino, in Irlanda, o espandendo la propria influenza su alcuni atenei europei, come Oxford, presso l'Istituto europeo di scienze umane di Château-Chinon in Francia, l'ateneo di Friburgo in Svizzera, dove è stato creato il Centro Islam e società per produrre studi che legittimino le posizioni islamiste, coinvolgendo politici. Sempre secondo Saida Keller Messahli: «Nei maggiori atenei si trovano organizzazioni della Muslim students association.
  Da lì partono altre ramificazioni nel mondo accademico: sono i cenni di ricerca e studi islamici quali il Csis di Friburgo, lo Swiss islam society centre fondato da cittadini tedeschi, i centri di formazione in Francia, Inghilterra e, ancora, in Germania. Quasi tutte organizzazioni finanziate dal Qatar: come l'European council for fatwas and research o l'International union of muslim scholars, strutture che utilizzano la loro rete fatta di moschee e di imam che si recano in carcere, negli ospedali e in varie scuole pubbliche a insegnare la religione musulmana».
  Una rete che si avvale non solo di appoggi politici esterni, ma pure capace di eleggere figure politiche di un certo rilievo, come l'ex ministro svedese Mehmet Güner Keplan, di origine turca e iscritto al partito dei verdi, che ha guidato il dicastero dell'Edilizia abitativa e dello sviluppo urbano dal 2014 al 2016, dovendosi dimettere a causa dei suoi legami con l'estremismo islamico.
  Una realtà che è stata palesata al pubblico occidentale attorno al 2012 da Anas al-Tikriti, a capo della Cordoba Foundation, legata ai Fratelli Musulmani, che ha descritto la rete come ben radicata nel continente europeo fra i centri islamici, circa 300 in tutta Europa, idealmente ispirati al motto della Fratellanza Musulmana, una rete, spiegano i servizi di sicurezza della Francia, che copre l'80% dei centri islamici d'Europa, compresa l'Italia, spiega il libro Qatar papers, il libro-inchiesta dei giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot, che parla di finanziamenti dal Qatar alle moschee e ai centri islamici: dei 72milioni di euro destinati all'Europa tra il 2014 e il 2017, 22 milioni erano destinati all'Italia dove i seguaci della Fratellanza musulmana sono certamente migliaia.
  L'intento della Fratellanza Musulmana, sorvolando il concetto che si tratti di "islam moderato", è fungere da lobby, capace di spingere ad esempio Angela Merkel, in Germania, a battersi per l'ingresso della Turchia, dove il partito di Erdogan è condizionato dalla Fratellanza Musulmana, nell'Unione europea, mentre in Scandinavia interi quartieri sono egemonizzati dalla Fratellanza Musulmana, dove vige la sharia, con tanto di guardia civica — la sharia police — bardata di pettorina che controlla l'osservanza della legge islamica da parte dei residenti. L'intento è introdurre norme atte a favorire l'ingresso di norme favorevoli alla sharia nei codici civili occidentali, il tutto favorito da centri islamici, centri studio, ONG che fanno capo al Golfo Persico a favore dei migranti di fede musulmana che dovrebbero favorire un'opera di lobbismo civile e politico.

(Il Dubbio, 13 ottobre 2020)


Israele e Covid. Turismo, casse vuote: i pellegrini non arrivano

di Fabio Scuto

Mai come nel 2020 i turisti, specie quelli religiosi, hanno disertato Israele. Questa è una delle rare volte negli ultimi 1.600 anni in cui la Terra Santa è stata praticamente priva di pellegrini cristiani. Questa branca del turismo in Israele, che sembrava così stabile, sta silenziosamente collassando. In effetti, questo è particolarmente evidente perché nel 2019 ci sono stati numeri record di turisti religiosi che hanno affollato Israele e i siti dell'Autorità Palestinese. Oggi la Chiesa della Natività a Betlemme è vuota. La Chiesa del Santo Sepolcro nella Città Vecchia di Gerusalemme, che in genere vede file di centinaia di turisti in attesa di entrare, è desolata. Cafarnao e altri famosi siti biblici intorno al lago di Tiberiade sono quasi abbandonati.
   L'ultima volta che il numero di pellegrini in visita in Terra Santa è diminuito in modo significativo è stato circa 150 anni fa, durante la guerra franco-prussiana, che ha scatenato uno sconvolgimento in Europa. Ora è abbastanza chiaro che i fedeli saranno fisicamente assenti dai siti e dalle attrazioni turistiche di Israele e dell'Autorità Palestinese per almeno un anno. Quella che all'inizio sembrava una situazione temporanea sta peggiorando ogni giorno mentre la pandemia continua a farsi sentire a livello locale e mondiale.
   Il mercato del turismo cristiano pellegrino è sempre stato considerato il più stabile qui. Questi turisti sono arrivati anche nei periodi più difficili e violenti, quando altri non oserebbero visitare Israele. In passato hanno ignorato guerre ed epidemie, sconvolgimenti governativi e crisi economiche. Niente ha impedito ai fedeli di venire a pregare nella terra di Gesù. Nel 2019, quando Israele ha ospitato un totale record di 4,2 milioni di turisti, di cui un milione erano pellegrini cristiani, una percentuale del 25% che era rimasta stabile nel decennio precedente. Un milione di pellegrini porta circa 1,5 miliardi di dollari allo Stato e alle imprese turistiche, in base alla valutazione che ogni visitatore spende circa 1.500 dollari durante un viaggio che dura una settimana. Ecco, quest'anno tutto questo reddito è semplicemente svanito nel nulla.

(il Fatto Quotidiano, 12 ottobre 2020)


A sostegno del comparto turistico e a fianco degli operatori

Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo a TTG 2020

Un anno che permea la resilienza, questo 2020: e l'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo dà prova di averne con le azioni instancabili di formazione, webinar su cultura, moda e design, sostegno agli operatori e presenza ad eventi trade come TTG Travel Experience. Presso lo stand di Israele, PAD A1 stand 141, non saranno presenti come da tradizione i partner dell'industria turistica israeliana, ma lo staff dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo al completo.
"TTG Travel Experience è un appuntamento imperdibile nella nostra agenda annuale e non potevamo mancare soprattutto a questa edizione 2020: importante esserci per dare segno tangibile del nostro sostegno all'industria turistica e per sottolineare l'importanza del mercato italiano per il turismo di Israele. Crediamo fortemente nel valore dell'incontro e anche in tempo di distanziamento sociale abbiamo voluto sottolineare come il turismo sia soprattutto un momento di contatto umano, di incontro e di crescita. - afferma Kalanit Goren Perry, Direttrice dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo.- In questi mesi non ci siamo mai fermati: abbiamo prodotto contenuti, fornito informazioni aggiornate, ascoltiamo le esigenze dei nostri partner e progettiamo il futuro e la ripresa. Siamo pronti a ripartire quando la situazione internazionale ce lo consentirà con tutte le accortezze del caso e saremo pronti ad assecondare nuovi stili ed esigenze di viaggio".
Consapevole della difficoltà del momento che il mercato sta affrontando, l'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo intensifica l'attività di promozione verso la destinazione e di supporto ai partner.
   Così a Milano e Roma la neo direttrice ha incontrato operatori turistici e media di settore appena insediata; e la presenza a TTG amplifica la possibilità di incontrare altri professionisti e palesare le attività che l'ufficio nazionale israeliano del turismo ha in atto e i progetti che ha in serbo per il futuro.
   I focus del prossimo inverno saranno sicuramente natura e deserto con i viaggi avventura e le attività outdoor, accanto a turismo religioso e spirituale. Manterremo grande attenzione al citiesbreak alla scoperta delle due città di Tel Aviv e Gerusalemme che rappresentano un connubio perfetto per un viaggio che abbina storia e modernità, divertimento e spiritualità, nightlife e attività per la famiglia.
   Nuove consapevolezze influiscono sugli stili di viaggio: una su tutte, l'importanza dell'ecologia e dello sviluppo sostenibile. Un tema su cui Israele offre un'incredibile quantità di esperienze da conoscere: dalla gestione dell'acqua allo sviluppo di energie rinnovabili, dalle invenzioni per l'agricoltura in zone aride alle pratiche green nella metropoli Tel Aviv, che recentemente ha lanciato l'electric road pilot e che da sempre ha messo in pratica circuiti virtuosi per la tutela dell'ambiente.
   Direttamente legata alla leggendaria ospitalità israeliana, poi, è la tendenza a vivere il più possibile le local experience: una cena dopo una cooking class in Galilea, la visita di un atelier d'arte o di design assieme all'artista che ci lavora, un tour per le boutique di Tel Aviv assieme a un personal shopper che svela i segreti dei fashion designer israeliani, un giro per i mercati di Gerusalemme assieme a uno chef del posto e molto altro ancora. Food, artigianato, design, arte: esperienze autentiche e contatto con i locals sono le parole d'ordine del nuovo modo di viaggiare …e ancora una volta, Israele parte avvantaggiata dato che possiede già nel suo DNA questo prezioso bagaglio.
   Da ultimo, il trend più diffuso: la mindfulness: parola d'ordine del nuovo modo di viaggiare, un viaggio consapevole e non solo spirituale, per questo più arricchente. Mindfulness è riscoprire tutto ciò che la vita ci sta offrendo nel momento in cui realmente la stiamo vivendo. Chiunque abbia visitato qualcosa di nuovo almeno una volta nella vita, sa quanto stupore e quanta cura ha messo affrontando quell'esperienza. Così con l'atteggiamento di mindfulness in viaggio si recupera lo sguardo del principiante e se ne apprezzano tutti gli aspetti con entusiasmo e consapevolezza. Facile, in Israele, meta che sa stupire e affascinare anche i viaggiatori più navigati.
   Allo stand Israele un claim creato per l'occasione: Israele nel cuore, per sognare insieme e prepararsi al viaggio!

(ESG89 Group, 12 ottobre 2020)


Israele: accordo di normalizzazione approvato dal governo

Il 20 ottobre attesa la delegazione emiratina

GERUSALEMME - Il governo israeliano ha votato oggi a favore della ratifica dell'accordo di normalizzazione delle relazioni con gli Emirati Arabi Uniti, firmato il 15 settembre scorso a Washington, alla presenza del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e del ministro degli Esteri emiratino, Abdullah bin Zayed. Giovedì, 15 ottobre, l'accordo sarà votato dal parlamento, la Knesset, e successivamente il governo ratificherà formalmente l'accordo. Netanyahu ha dichiarato che Israele prevede di accogliere la delegazione degli Emirati Arabi Uniti il 20 ottobre, composta anche dai ministri delle Finanze e dell'Economia emeratini, per promuovere investimenti, accordi nel settore dell'aviazione, accordi scientifici e tecnologici e scambi di ambasciate con Israele. Prima del voto il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il principe ereditario, Mohammed bin Zayed al Nahyan, hanno avuto un colloquio telefonico, durante il quale hanno discusso del rafforzamento delle relazioni bilaterali e delle prospettive di pace nella regione. Secondo quanto riferiscono i media emiratini, il principe ereditario ha detto: "Abbiamo discusso del rafforzamento dei legami bilaterali ed esaminato le prospettive di pace e la necessità di stabilità, cooperazione e sviluppo nella regione". Da parte sua, l'ufficio di Netanyahu ha fatto sapere che il primo ministro e il principe ereditario "hanno deciso di incontrarsi presto". "Questo è il primo accordo di pace che Israele ha firmato in oltre 25 anni. Allo stesso tempo, stiamo concludendo gli accordi con il Bahrein", ha affermato Netanyahu. Il primo ministro ha anche affermato: "Questo accordo differisce dai precedenti (gli accordi di pace conclusi con Egitto e Giordania) in quanto Israele non rinuncia a nessun territorio". L'accordo significherà "l'apertura dei cieli dell'Arabia Saudita agli aerei israeliani, aerei da Israele e aerei verso Israele. Ciò significa che Israele cessa di essere un vicolo cieco, ma diventa un importante crocevia", ha aggiunto Netanyahu.
  Il governo degli Emirati Arabi Uniti e dello Stato di Israele aspirano a realizzare la visione di un Medio Oriente stabile, pacifico e prospero a beneficio di tutti gli Stati e i popoli della regione, si legge nel preambolo del Trattato. Inoltre, le parti auspicano a stabilire relazioni di pace, diplomatiche e di amicizia, oltre alla piena normalizzazione degli legami tra governi e popoli, secondo questo trattato, e avviare un nuovo percorso per sbloccare il vasto potenziale dei loro paesi e della regione. Le parti ritengono che l'ulteriore sviluppo di relazioni amichevoli sia nell'interesse di una pace definitiva nel Medio Oriente e che le sfide possono essere risolte soltanto attraverso la cooperazione e non con i conflitti. Le parti sono determinate a raggiungere una pace definitiva, stabilità, sicurezza e prosperità per entrambi gli Stati e per sviluppare e rafforzare le loro dinamiche e innovative economie. I governi di Emirati ed Israele ribadiscono il loro impegno condiviso a normalizzare le relazioni e a promuovere la stabilità attraverso l'impegno diplomatico, l'incremento della cooperazione economica e il vicino coordinamento.
  Le parti riaffermano, inoltre, il loro comune pensiero che l'avvio della pace e la piena normalizzazione tra loro possa aiutare a trasformare il Medio Oriente a spingere la crescita economica, rafforzare l'innovazione tecnologica e creare relazioni più vicine tra le persone. Emirati e Israele riconoscono che il popolo arabo ed ebraico discendono da un progenitore comune, Abramo, e sono ispirati, in questo quadro, a promuovere nel Medio Oriente una realtà in cui musulmani, ebrei, cristiani e persone di tutte le fedi, credo e nazionalità vivano e si impegnino verso uno spirito di coesistenza, comprensione reciproca e mutuo rispetto. Inoltre, le parti, ricordando la presentazione del piano "Vision for Peace" del presidente statunitense Donald Trump lo scorso 28 gennaio, si impegnano a proseguire i loro sforzi per raggiungere una soluzione giusta, comprensiva, realistica e durevole del conflitto israelo-palestinese. Inoltre, ricordando i trattati di pace siglati da Israele con l'Egitto (nel 1979) e con la Giordania (1994) le parti si impegnano a lavorare insieme per realizzare una soluzione negoziata del conflitto israelo-palestinese che incontri le necessità legittime e le aspirazioni di entrambi i popoli e per far creare una pace, stabilità e prosperità condivisa in Medio Oriente. Le parti sottolineano che la normalizzazione delle relazioni tra Israele ed Emirati sia nell'interesse di entrambi i popoli e contribuisca alla causa della pace nel Medio Oriente e nel mondo. Inoltre, esprimono profondo apprezzamento verso gli Stati Uniti per il profondo contributo a questo risultato storico.

(Agenzia Nova, 12 ottobre 2020)


Casale Monferrato - Massimo Cacciari ospite della Comunità Ebraica

 
Massimo Cacciari
Il filosofo inaugura, il prossimo 25 ottobre, una nuova serie di appuntamenti culturali nei locali di vicolo Salomone Olper: una stagione che ci accompagnerà fino a Chanukkah
   Dopo una piccola pausa, dovuta a un fitto calendario di festività ebraiche, riprendono gli appuntamenti culturali alla Comunità Ebraica di Casale Monferrato.
   Il prossimo evento in Sinagoga domenica 25 ottobre, alle ore 16 permetterà di incontrare uno dei più importanti intellettuali italiani contemporanei: Massimo Cacciari impegnato insieme a Giulio Disegni, vicepresidente dell'UCEI, e Michele Rosboch, professore di Diritto all'Università degli Studi di Torino a ragionare intorno a "L'idea di giustizia dal pensiero classico a ebraismo e cristianesimo". E' un tema che parte dalle radici storiche dei rapporti umani fino ad affrontare le tematiche più attuali del nostro concetto di giustizia. Una riflessione che tre relatori di questo livello sono in grado di affrontare da angolazioni diverse e coincidenti.
   Massimo Cacciari è considerato uno dei più autorevoli filosofi teoretici contemporanei. Nato a Venezia. città di cui è stato Sindaco, è stato Direttore del Dipartimento di Filosofia dell'Accademia di Architettura di Lugano e nel 2002 ha fondato la Facoltà di Filosofia presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, di cui è il primo preside. Dal 2012 è professore emerito di Filosofia presso lo stesso Ateneo. E' stato co-fondatore e co-direttore di alcune delle riviste che hanno segnato la vita politica, culturale e filosofica italiana e autore di decine di pubblicazioni, La sua ricerca teoretica si concentra nel "trittico": Dell'Inizio, Milano 1990; Della cosa ultima, Milano 2004; Labirinto filosofico, Milano 2014.
   Michele Rosboch, vanta una lunga carriera universitaria e di studi, oltre che in giurisprudenza anche in storia del diritto, paleografia e diplomatica. Professore Associato oggi è titolare di Storia del diritto italiano ed europeo presso il Dipartimento di Giurisprudenza di Torino (sede di Torino) e tiene anche i corsi di Diritto comune e Storia delle dottrine politiche nella sede di Cuneo.
   Giulio Disegni Vice Presidente e Assessore al Patrimonio UCEI - Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, giurista e cassazionista, ha al suo attivo numerose pubblicazioni sia in tema di diritto che di storia ebraica.

(Casale News, 12 ottobre 2020)


Così Europa e Stati Uniti possono fermare la minaccia Erdogan

Sono tre le vie per contenere Ankara: sospendere la Turchia dalla Nato, chiudere il processo di adesione alla Ue e prendere le distanze dal Qatar. L'origine del malessere è l'innesto del risveglio del paradigma ottomano in un islamismo radicale nonché il leader che incarna questa unione.

di Bernard-Henry Lévy

Ai tempi di Lamartine e Chateaubriand, si diceva della Turchia che era «il malato d'Europa». Due secoli dopo, sta diventando colei che fa ammalare l'Europa e, oltre l'Europa, il Mediterraneo e il Vicino Oriente. I sintomi di questo malessere sono ben noti: la sanguinosa invasione del Kurdistan siriano; il controllo di ogni velleità democratica nella parte occidentale della Libia; lo scontro con Cipro e, attualmente, con la Grecia al largo di Kastellorizo; l'episodio della fregata francese minacciata il 12 giugno al largo di Tripoli e la guerra quasi aperta, tramite l'Azerbaijan, con la piccola Repubblica d'Armenia.
   Anche l'origine di tutto questo è abbastanza chiara e tre anni fa gli dedicai un'intera parte di L'Empìre et les cinq roi: il risveglio del paradigma ottomano e la nostalgia dei tempi in cui la Sublime Porta regnava sulla patria di Cristo e su quella di Socrate; l'innesto di questo progetto imperiale in un islamismo radicale, versione Fratelli Musulmani, di cui Ankara vuole essere la Mecca; senza contare la personalità singolare, per non dire caratteriale, dell'uomo che, fino a nuovo ordine, incarna questa combinazione esplosiva.
   La vera questione, dunque, non è più quella della diagnosi, ma dei rimedi di cui disponiamo, insieme al nostri alleati americani, per contenere la minaccia. Ne vedo, a medio e breve termine, tre.
   1. La Turchia è membro della Nato. In realtà, lo è dal 1952. E so che nel Trattato non esiste alcuna disposizione che preveda l'espulsione di un Paese membro. Ma può essere questo un motivo per accettare, come se fosse una cosa scontata, la vicinanza a un regime che sta massacrando, in Kurdistan, i nostri più fidati alleati nella lotta contro il Daesh?
   Non dovremmo almeno sollevare la questione del doppio gioco di un Paese che compra i suoi caccia F-16 dagli Stati Uniti e il sistema di difesa dello spazio aereo S-400 dalla Russia? E quanto vale l'eterna tesi secondo cui bisognerebbe evitare di gettare questo Paese nelle braccia di Putin quando vediamo che sta già moltiplicando i gesti di amicizia non solo con Putin, ma con l'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, che è l'alleanza rivale della Nato?
   Bisogna sospendere la Turchia. E bisogna, come minimum minimorum, richiamarla al rispetto degli articoli 1 e 2 del trattato, che impegnano i membri a "risolvere pacificamente le controversie internazionali" in cui in cui si trovassero coinvolti.
   2. Questa stessa Turchia autoritaria e guerrafondaia ha un potente alleato che finanzia le sue provocazioni e che venne in suo aiuto, per esempio, quando, nell'estate del 2018, Erdogan prese in ostaggio il pastore Andrew Brunson e le sanzioni americane rischiarono di far saltare la sua moneta nazionale: il Qatar.
   Orbene, la stessa amministrazione americana ha appena annunciato, attraverso uno dei suoi sottosegretari di Stato, che offrirà al Qatar l'invidiabile status di "major non-Nato ally" (importante alleato fuori dalla Nato). Questo status, ricordiamolo, consente un accesso privilegiato alle attrezzature militari del Pentagono e alle relative tecnologie. Ne beneficiano, per il momento, Paesi come Israele, Australia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Nuova Zelanda e Ucraina. L'Emirato che non bada a spese per destabilizzare l'Egitto, silurare l'accordo di pace tra Abu Dhabi e Gerusalemme o sostenere lo sforzo bellico di Hamas e di Hezbollah, in stretto collegamento con Ankara, come abbiamo visto, ha un suo posto in questo club?
   Dato che conosciamo il ruolo che non ha mai smesso di svolgere, nonostante ospiti una delle più importanti basi americane della regione, nell'aggirare le sanzioni contro l'Iran, non è forse follemente imprudente suggellare un'alleanza con questo Stato, potendo immaginare l'uso che se ne farebbe nel caso in cui le relazioni con la Turchia volgessero alpeggio? E come non sperare che le ultime menti responsabili di Washington ritardino una decisione che, presa in questo modo, in fretta e senza contropartite, non può che mettere le ali all'uomo che, insieme a Putin, è il nemico pubblico numero uno delle democrazie? Avviso al prossimo presidente degli Stati Uniti: se si vuole contenere la Turchia, ci si deve allontanare dal Qatar.
   3. E poi c'è la questione dell'adesione all'Europa. Se ne parla poco. E non sono nemmeno sicuro che i leader europei stessi ce l'abbiano troppo presente. Ma il processo di adesione, iniziato nel 2005, è ancora in corso. Sono stati aperti 16 capitoli di una trattativa che, per statuto, ne conta 32 e, ad eccezione di uno, essi sono ancora aperti. I funzionari sono all'opera. Esiste un "Consiglio di associazione" che si è riunito nel 2019. E, senza parlare dei tre miliardi di sussidi ottenuti dall'Unione al termine di un ripugnante ricatto sui migranti, centinaia di milioni di aiuti vengono versati ad Ankara ogni anno a titolo di pre-adesione.
   Si può sempre dire che nessuno in Europa ci crede veramente e che questa è una delle aberrazioni o, forse, delle inerzie del cui segreto è depositaria la burocrazia comunitaria. Può darsi. Ma non è il caso della Turchia. E per chi si prende la briga di leggere un mappamondo attraverso gli occhi degli ideologi del panturanesimo [il mito politico della riunificazione dei popoli di stirpe turca dall'Anatolia agli altopiani dell'Asia centrale, ndf], neo-ittiti o neo-bizantini che danno a questo 'progetto neo-ottomano la sua cornice immaginaria e, come ai tempi di Solimano, di Mehmed II o di Enver Pasha, vedono l'Europa come una terra di conquista, la questione ha un significato simbolico completamente diverso...
   Non vedo perché questo simbolo debba essere regalato ad Ankara. Sarebbe suicida lasciare che i suoi lupi grigi tengano un piede nella porta semiaperta dell'Unione per farla saltare meglio. Una porta deve essere aperta o chiusa, disse Churchill a Inönü nel gennaio del 1943. Tra i valori dell'Europa e il patto di non aggressione che aveva firmato con i nazisti due anni prima, egli doveva scegliere. E così che bisogna parlare con Erdogan oggi. Ed è così che lo terremo a freno.

(la Repubblica, 12 ottobre 2020)


L'ebrea colta che sdoganò il Duce

A Roma 50 opere della collezione di Margherita Sarfatti: l'amante di Mussolini lo introdusse all'arte e ai salotti. Scrittrice raffinata dette vita durante il ventennio al movimento Novecento Italiano.

di Letizia Cini

 
Sarfatti ospite al Kulturbund di Vienna, dove parla dello stile di vita del 20esimo secolo sotto Mussolini.
Tra il pubblico anche A. Mahler e F. Werfel
ROMA La Peggy Guggenheim italiana, una femminista ante litteram. Eppure il nome di Margherita Grassini Sarfatti (Venezia, 1880 - Cavallasca, 1961) è indissolubilmente legato a quello del Duce: a lei e al suo salotto borghese di corso Venezia il capo del Fascismo dovette lo "sdoganamento" che lo ha reso accettabile alla Milano "bene". I due, che si erano conosciuti nella redazione del giornale socialista Avanti!, divennero amanti nel 1913 e il loro rapporto, travolgente e burrascoso, costellato di reciproci tradimenti, proseguì anche quando Mussolini prese la guida del governo.
   La biografia Dux, che l'affascinante, colta e raffinata scrittrice pubblicò nel 1925, ne celebrò l'ascesa e venne tradotta in 19 lingue. La coppia clandestina comunicava attraverso messaggi cifrati, privi di saluti e firme. II primo incontro a Roma costrinse il capo del governo a sgattaiolare di nascosto nell'albergo di Margherita e ciò mise in allarme i servizi segreti. Ma è proprio sull'altare dell'arte che naufragò il loro rapporto: lei, promuovendo i sette pittori del suo movimento Novecento costituito a Milano nel 1922, portava avanti quell'idea di un'Arte di Stato che lui rifiutava, come sottolineò durante il suo intervento all'inaugurazione della mostra.
   Fu così che, nel 1929, Margherita Sarfatti ebbe il benservito: l'amante le scrisse, dandole del voi, una lettera sprezzante nella quale le chiedeva di smetterla sul tema dell'arte fascista. La polizia politica, che aveva cominciato ad occuparsi di lei, definì la Sarfatti «un'agente dell'internazionale ebraica contraria al partito». Le divergenze con il Duce sull'alleanza con la Germania fecero il resto. Nel 1938, dopo l'emanazione delle leggi razziali, la prima donna critico d'arte europea, poliglotta, colta ed emancipata, lasciò l'Italia e riparò in Uruguay e in Argentina.
   Arrendevole in amore, Margherita Sarfatti nella vita fu donna di potere, mecenate e grande scopritrice di talenti, protagonista della scena culturale negli Anni Venti. Due artisti l'avevano stregata: il pittore Mario Sironi, al quale fu legata anche da un lungo rapporto, e lo scultore Adolfo Wildt. Ed è ai lavori dei due maestri che dedica ampio spazio la mostra curata da Fabio Benzi, inaugurata sabato nella Galleria Russo di Roma: 50 opere, in gran parte provenienti dalla sua collezione. «Margherita Sarfatti era una collezionista compulsiva e appassionata, molto più varia e creativa di quanto si creda - spiega il curatore -. Legata al gruppo di Novecento, in casa aveva Cagli, Pirandello e altri autori romani, opere di futuristi come Boccioni e Balla, e grandi artisti stranieri».
   In mostra, fra le opere di Sironi spiccano l'Autoritratto a carboncino del 1906, gli 11 tra marmi e bronzi di Wildt, Medardo Rosso, Gino Severini, Achille Funi e un ritratto del 1927 di Giorgio De Chirico, con dedica alla Sarfatti datata 1931. Vera chicca, la Natura morta con aragosta dipinta da Gino Severini nel 1932 e appartenuta a Benito Mussolini.

(Nazione-Carlino-Giorno, 12 ottobre 2020)


Da Cuore a Cuore: un aiuto da Israele durante l'emergenza Covid 19

di David Zebuloni

«Durante le festività di Pesach mi sono ritrovato a parlare con alcuni Shlichim passati del Bnei Akiva Italia.
   Ci affliggeva ciò che stava vivendo la Comunità ebraica italiana durante l'emergenza Covid e abbiamo deciso che dovevamo assolutamente fare
   qualcosa a riguardo», spiega Uria Lazare, attuale Shaliach del Bnei Akiva Milano. «Insieme a Alon Ben Yosef, ex Shaliach a Roma e colonna portante di questo straordinario progetto, ci siamo messi all'opera».
   I due hanno contattato gli Shlichim del Bnei Akiva e dell'Hashomer Hatzair di tutte le generazioni passate, esponenti del Keren Kayemeth, Keren Hayesod e decine di altri israeliani che avevano a cuore la causa ebraica italiana. «Così è nato il nome del nostro piccolo grande progetto: da Cuore a Cuore. Perché tutto è stato fatto con il cuore».
   L'iniziativa consisteva in una campagna di raccolta fondi da devolvere alle Comunità ebraiche d'Italia. In pochi giorni la campagna è diventata virale, ricevendo così grande visibilità nei media locali. A prenderne parte infatti anche personalità di spicco quali Natan Sharansky, ex Presidente della Jewish Agency, e Yonit Levi, giornalista e conduttrice televisiva.
   «Inizialmente eravamo scettici, ci domandavamo perché mai gli israeliani avrebbero voluto prendere parte ad un'iniziativa simile. Aprire il cuore e il portafoglio a favore di persone a loro sconosciute. In poche ore ci siamo ricreduti: il popolo ebraico è davvero un corpo solo, unito sempre,nel bene e nel male».
   La cifra raggiunta è stata di 750.000 shekel, numero importante considerato il periodo di crisi economica generata dal Covid anche in Israele. Le donazioni sono state interamente devolute alle Comunità ebraiche italiane e tradotte in confezioni di alimentari che sono state distribuite alle famiglie in difficoltà. «Mi emoziona moltissimo parlare della nostra campagna. Credo che essa sia la dimostrazione che esiste un filo invisibile a unire
   Italia e Israele, nonché gli ebrei di tutto il mondo. Quando si dice Am Israel Hai ci si riferisce proprio a questo. Vorrei che ogni ebreo italiano possa vivere con la consapevolezza che la Terra d'Israele è casa sua e che gli israeliani sono suoi fratelli».

(Bet Magazine Mosaico, 12 ottobre 2020)


Dowsett riscrive la storia. "Israel Start Up Nation" alla prima vittoria

Tutto iniziò a Gerusalemme. L'inglese sarà papà a gennaio: «Impresa da narrare». Nel 2018 la corsa rosa partì proprio dallo Stato ebraico

di Stefano Cantalupi

Alex Dowsett
Alex Dowsett
A volte il Giro ti manda dei segnali, sta a te saperli cogliere. Alex Dowsett è stato il corridore che ha aperto la 103' edizione, il primo a scendere dalla pedana nella crono di Monreale. Non è andato granché bene, lui che dalle prove contro il tempo ha avuto il meglio della carriera - sei titoli britannici più un record dell'ora a 52,937 km/h di media, stabilito nel maggio 2015 e frantumato da Wiggins un mese dopo -, ma s'è rifatto alla grande vincendo a Vieste, la perla del Gargano. A distanza di sette anni dall'unico successo nella Corsa Rosa, Dowsett ha indovinato la giornata perfetta: fuga a 6 partita al km 22; gruppo propenso a rilassarsi in vista del tappone di Roccaraso; il compagno di squadra Brandie pronto a fare da stopper su Ravanelli, Holmes, Rosskopf e uno scatenato Puccio. Lui ci ha messo l'acuto decisivo, soffrendo in salita nel circuito finale per poi rintuzzare l'inseguimento degli avversari da vero cronoman. Dopo l'arrivo s'è lasciato andare, regalando al Giro le lacrime di un 32enne che a gennaio sarà papà: «Un giorno racconterò a mio figlio questa impresa».

 Nel segno di Bartali
  È il giorno di Dowsett, ma anche della Israel Start-Up Nation, team ammantato di significati che vanno molto oltre il ciclismo. È nato quest'anno dalle ceneri della Katusha, nonché dai sogni del magnate Sylvan Adams, ebreo canadese che attraverso lo sport vuole promuovere l'immagine di Israele in tutto il mondo. E che a Tel Aviv ha messo i suoi fondi a disposizione affinché venissero realizzate numerose piste ciclabili: una di queste è intitolata a Gino Bartali, «Giusto tra le nazioni» per aver contribuito a salvare quasi mille ebrei durante l'Olocausto. Il Giro 2018 partì da Israele proprio portando questo messaggio, e i corridori della Israel Cycling Academy - ribattezzata «Start-Up Nation» per dare risalto alla vitalità imprenditoriale della nazione - sono tutti ambasciatori. Come cambia la geografia del ciclismo: a poche settimane dalla prima squadra araba a vincere il Tour de France, ecco il primo team israeliano a conquistare una tappa al Giro.

 Più forte dell'emofilia
  Storico Dowsett, dunque, per usare le parole di Adams a fine tappa. Storico e resiliente. Costretto a convivere con l'emofilia per tutta la carriera, Alex ha un umorismo tutto British («quando ho visto quel cagnolino libero sul rettilineo d'arrivo, ho pensato che il 2020 non avesse ancora finito con me»). E non si sottrae a nessun giornalista, men che meno nel giorno in cui è proprio lui, l'uomo venuto dall'Essex per tirare le volate agli sprinter, a essere assediato dai microfoni. Solo alza un sopracciglio alla domanda più infelice: «L'arrivo di Froome in squadra nella prossima stagione? Fantastico, ma non so se ci sarò io. Al momento non ho un contratto...»

(La Gazzetta dello Sport, 11 ottobre 2020)


Manifestazioni contro Netanyahu in Israele

Arresti a Tel Aviv e Gerusalemme

GERUSALEMME - Migliaia di israeliani hanno protestato sabato sera contro il primo ministro, Benjamin Netanyahu, in oltre mille differenti manifestazioni che si sono svolte in tutto il paese. Malgrado le limitazioni imposte dalla serrata per limitare la diffusione del Covid-19, i manifestanti portano avanti la loro battaglia. A Tel Aviv sono stati segnalati scontri tra manifestanti e polizia mentre le autorità cercavano di fermare gli attivisti che marciavano per le strade. La polizia ha detto di aver arrestato otto manifestanti a Tel Aviv e Gerusalemme. Principalmente i manifestanti chiedono le dimissioni del primo ministro per la gestione della pandemia sanitaria e per i presunti reati di corruzione.
   Le manifestazioni di protesta contro la risposta del governo Netanyahu alla pandemia di Covid-19 si sono susseguite nel corso degli ultimi mesi. A luglio i dimostranti si sono radunati davanti alla residenza del primo ministro per contestare la gestione fallimentare da parte del governo della pandemia. Il 21 settembre scorso la polizia ha arrestato undici persone durante le manifestazioni contro il primo ministro davanti alla sua residenza ufficiale a Gerusalemme. Altre persone hanno manifestato davanti alla residenza privata di Netanyahu a Cesarea. Gli arrestati sono accusati di aver disturbato l'ordine pubblico e di violenza a pubblico ufficiale. A causa delle restrizioni previste dalla seconda serrata per contenere la diffusione del Covid, i manifestanti possono riunirsi in gruppi formati al massimo da 20 persone.

(Agenzia Nova, 11 ottobre 2020)


L'Ue all'Anp: niente fondi senza la ripresa dei rapporti con Israele

Sia pure in un’ottica dichiaratamente anti-israeliana, in certi momenti “il manifesto” è l’unico giornale a dare certe informazioni su quello che si muove in Israele. NsI

di Michele Giorgio

Costretti a tifare per Joe Biden nella corsa alla Casa Bianca pur sapendo che il candidato democratico, se eletto, non annullerà il riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele e altre mosse di Donald Trump in Medio oriente; sotto attacco delle monarchie del Golfo per la condanna della normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati e Bahrain, i dirigenti dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) ora devono fronteggiare le pressioni dell'Unione europea.
   Stando al portale d'informazione Axios, Bruxelles avrebbe comunicato al governo del premier Mohammed Shttayeh che non prevederà aiuti aggiuntivi fintanto che i palestinesi rifiuteranno di accettare per motivi politici i fondi, in tasse e dazi doganali, raccolti da Israele per conto dell'Anp. L'indiscrezione è stata confermata al manifesto da un funzionario del governo palestinese, che ha chiesto di rimanere anonimo, con la precisazione che «la questione è in discussione dietro le quinte» della diplomazia.
   Dietro l'intimazione europea giunta, riferisce Axios, dal responsabile della politica estera dell'Ue, Josep Borrell, ci sarebbe la sospensione del piano di annessione a Israele di porzioni della Cisgiordania palestinese decisa dal premier Benyamin Netanyahu nel quadro del recente accordo di normalizzazione tra lo Stato ebraico e gli Emirati.
   Tre paesi in modo particolare, Francia, Germania e Norvegia - ai quali si è unita la Gran Bretagna quasi fuori dall'Ue - chiedono all'Anp di revocare subito il blocco dei 750 milioni di dollari fermi da mesi in Israele. Con quei fondi disposizione, spiegano, la richiesta palestinese di aiuti supplementari non ha senso. Per l'Anp invece dietro alla giustificazione europea c'è un obiettivo politico: imporre ai palestinesi di riallacciare i rapporti con Israele senza alcuna garanzia.
   A maggio, in risposta all'annuncio del piano di annessione della Cisgiordania, il presidente palestinese Abu Mazen e il premier Shttayeh comunicarono l'interruzione di ogni relazione con Israele (ma la cooperazione di sicurezza tra le due parti non si è mai interrotta).
   Avvertirono che l'Anp non accetterà altro che il versamento nelle sue casse di tutti i fondi derivanti dalla raccolta di tasse e dazi doganali, senza decurtazioni da parte di Israele. Abu Mazen avrebbe spiegato agli europei che vuole da Netanyahu un documento ufficiale di rinuncia all'annessione della Cisgiordania. Il premier israeliano da parte sua parla di stop temporaneo del suo piano.
   In ballo ci sono circa 150 milioni di dollari al mese dai quali il governo Netanyahu trattiene la percentuale corrispondente ai sussidi mensili che l'Anp versa alle famiglie dei prigionieri politici e a quelle dei «martiri», i palestinesi uccisi da israeliani in varie circostanze, inclusi autori di attacchi armati.
   Per Israele quei sussidi sono un «incentivo al terrorismo» e una minaccia alla sua sicurezza. Per l'Anp invece sono parte di programmi assistenza sociale previsti anche in altri paesi durante o dopo un conflitto.
   «L'Ue vuole imporci la ripresa delle relazioni con Israele. E ci chiede di piegarci alle imposizioni israeliane. Per noi è inaccettabile e vogliamo tutti i nostri fondi, senza tagli, come è previsto dal Protocollo di Parigi», ha spiegato la nostra fonte riferendosi alle intese economiche tra Israele e palestinesi successive agli Accordi di Oslo del 1993-94.
   Il diktat europeo mette in ginocchio l'Anp che da cinque mesi paga solo metà dello stipendio ai suoi impiegati (oltre centomila) e fa i conti con le conseguenze economiche del coronavirus in Cisgiordania.

(il manifesto, 11 ottobre 2020)


Attentato alla sinagoga di Roma, una nuova pista trentotto anni dopo

Era il 1982, autunno, morì un bambino di due anni, «un bambino italiano», come l'ha ricordato nel 2015 il presidente Sergio Mattarella. Trentotto anni dopo, sull'attentato più grave contro gli ebrei in Italia dal secondo dopoguerra, non è fatta ancora luce. Possiamo tuttavia ricostruire nuovi gradi di responsabilità e analisi grazie all'acquisizione in esclusiva per l'Espresso di alcuni documenti e alla cancellazione del segreto di Stato voluto dal governo Renzi.
  Il 9 ottobre 1982 fuori dal Tempio Maggiore di Roma, la sinagoga, c'è molta gente. È una giornata di festa per i tanti ebrei romani, è shabbat e le strade intorno sono popolate da famiglie e bambini per i tanti Bar Mitzwah, la cerimonia di ingresso dei ragazzi nella vita della comunità, e per la cerimonia dello Shemini Atzeret (la benedizione dei bambini) per la chiusura della festa di Sukkot. Il Tempio Maggiore di Roma sorge su Lungotevere de Cenci, proprio davanti l'isola Tiberina, alle spalle si snodano le vie e la vita del Ghetto di Roma, il cuore più antico della Capitale. Alle 11 e 50 cinque uomini, vestiti in modo distinto, si avvicinano al Tempio e si dividono in tre gruppi, uno per coprire la fuga si colloca alle spalle della sinagoga, su via Catalana, altri si collocano davanti all'ingresso. Un agente della sicurezza interna della Comunità Ebraica di Roma chiede ai due di identificarsi: in quel preciso istante il commando, alzando le mani con due dita a segno di "V" - gesto di vittoria tipo dei gruppi estremisti palestinesi - dà il via all'azione, con il lancio di tre bombe a mano corredate, qualche istante dopo, da varie sventagliate di mitra sulla folla. Per le ferite riportate in seguito all'esplosione morirà un bambino di due anni, Stefano Gaj Taché, suo fratello Gadiel di quattro anni sarà ferito in modo grave alla testa e all'addome e altri 37 ebrei romani rimarranno feriti.
  È l'attentato più grave in Italia dalla fine della guerra ai danni degli ebrei: viene digerito dal dibattito pubblico in modo quasi indolore. La classe politica poi non cambierà l'atteggiamento nei confronti dell'Olp di Yasser Arafat, la memoria della città per lungo tempo estrometterà in modo naturale quel giorno, vedendolo come una "questione ebraica". Ci vorrà tempo prima che Stefano Gaj Taché e la sua memoria escano dall'oblio, dall'essere catalogati come un episodio laterale della storia del nostro Paese. Solo nel 2007 l'allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, intitola a Stefano un largo proprio dove avvenne l'attentato. E nel 2015 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli dedica un passaggio significativo del suo discorso di insediamento alle Camere: «(L'Italia) ha pagato, più volte, in un passato non troppo lontano, il prezzo dell'odio e dell'intolleranza. Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché, rimasto ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell'ottobre del 1982. Aveva solo due anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano».
  Un cammino lungo decenni, una ferita resa difficile da rimarginare anche dalle numerose omissioni processuali. Al momento infatti conosciamo solamente il movente, una ritorsione per l'invasione del Libano da parte di Israele, e l'identità di un attentatore: Osama Abdel Al Zomar, arrestato undici giorni dopo l'attentato al confine tra Grecia e Turchia mentre portava del materiale esplosivo, poi quasi subito rilasciato e condannato in contumacia dal Tribunale di Roma, ma che per quella morte non ha mai scontato un giorno di prigione. Nonostante il tempo trascorso, la Comunità Ebraica di Roma ha non mai smesso di chiedere l'estradizione per Al Zomar e maggior chiarezza alla politica italiana, appelli caduti nel vuoto perché troppo spesso configgevano con gli interessi italiani nel mondo arabo.
  Tuttavia, un atto siglato da Matteo Renzi nell'aprile del 2014 che ha tolto il segreto di Stato su numerosi dossier, ci consente oggi, grazie all'acquisizione in esclusiva de "L'Espresso", di ricostruire nuovi gradi di responsabilità e nuovi livelli di analisi dell'attentato.
  Anzitutto, dalle carte dei servizi di sicurezza si comprende quanto sia stata sottovalutata la richiesta di incrementare e sorvegliare il Tempio di Roma, richiesta che il Rabbino Capo Elio Toaff avanza nell'inverno del 1982 e che è resa improrogabile da un attentato senza particolari conseguenze che avviene il 18 febbraio, quando una bomba a mano viene scagliata davanti al portone della sinagoga, non facendo nessuna vittima. La notizia dell'accaduto è trasmessa, si legge dalle carte, solamente il 26 febbraio, con la dicitura «ritardata segnalazione per tardiva notizia». Le segnalazioni ignorate sono una costante nei giorni che precedono l'attentato. Lo è ad esempio quella che giunge il 26 settembre 1982 alle 17 e 45 al Comando dei Vigili Urbani di Roma, che raccoglie una voce femminile che dichiara: «Questo è un comunicato contro i servizi dello Stato. Tra quindici minuti esploderà una bomba nella Sinagoga degli ebrei». Polizia e Carabinieri, come scrivono i rapporti, non troveranno nulla sul posto.
  Nel frattempo, come scrivono gli stessi servizi di sicurezza, l'Europa è attraversata da episodi similari, ad indicare come nonostante la leadership apparentemente granitica di Yasser Arafat, nei territori palestinesi e nei campi libanesi una frangia molto corposa inizi a muoversi alle sue spalle. Ma a farne le spese saranno gli ebrei europei. Infatti il 3 giugno dell'82 la Brigata "Al Siffa" composta da palestinesi, libanesi e libici compie un attentato contro l'ambasciata israeliana a Londra; il 18 settembre a Bruxelles fu compiuto un attentato - similare a quello di Roma - davanti alla sinagoga, dove rimasero feriti quattro fedeli appena usciti dal Tempio. Attentati diversi che videro l'utilizzo delle stesse armi: una mitraglietta "Massinoway W63" di fabbricazione sovietica che fu utilizzata anche per l'uccisione dell'avvocato Cotello in Spagna, nel 1980, compiuta dal palestinese Said Salman, appartenente alla fazione "Abu Nidal". Cotello fu vittima di uno scambio di persona: l'obiettivo di Salman era infatti il presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche spagnole Max Mazin. Come si legge negli atti, secondo i servizi di intelligence, anche per questo motivo le azioni consecutive in Europa non sarebbero da ascrivere all'Olp ma alla cellula "Al Assifa" di Abu Nidal.
  Nei documenti redatti nelle ore successive all'attentato del 9 ottobre 1982 a Roma, oltre alla ricostruzione della dinamica, si fanno i nomi di tunisini identificati nei giorni precedenti davanti alla Sinagoga e nei giorni successivi di ipotetici appartenenti al commando che ha compiuto l'attentato. Nomi che non appariranno mai nelle carte processuali e che non saranno mai perseguiti o ricercati. Così come la provenienza sovietica delle bombe a mano e delle mitragliatrici utilizzate non sarà sufficiente per ricostruire la rete di provenienza delle armi.
  Nei cablo redatti nei giorni successivi, oltre all'omessa vigilanza sui luoghi a rischio appare chiara la sottovalutazione di quanto si muovesse nella zona grigia del terrorismo. Dopo le relazioni sull'attentato ormai avvenuto, il 15 ottobre 1982 - sei giorni dopo - viene inviata una missiva al Centro di contro spionaggio del Sismi in cui una fonte straniera avverte che la cellula "Abu Nidal" starebbe pianificando attentati contro sinagoghe, banche, aerolinee, scuole e personale di nazionalità israeliana o religione ebraica in Italia. Questa sigla, ad un certo punto, viene assimilata a quella di una nuova organizzazione nata proprio all'indomani dell'attentato nei campi palestinesi: "Libano Nero".
  Ma è forse l'ultimo documento reso pubblico ad aprire, decenni dopo, una pista poco battuta. Si legge infatti che una fonte internazionale, normalmente attendibile, dichiara che l'attentato a Roma sia stato ad opera del Fronte Internazionale della Liberazione Palestinese di emanazione filo-libica. Come scrivono gli uomini dell'intelligence, «il responsabile in Italia della suddetta organizzazione, Quader Muhammed, alcuni giorni orsono si sarebbe interessato ad obiettivi israeliani a Roma e a Milano, con riferimento alla sede e all'ubicazione dell'ambasciata e della sinagoga nella Capitale. (…) Il soggetto si è allontano da Perugia (luogo del suo domicilio, ndr) circa un mese fa e ha fatto ritorno l'11 ottobre (due giorni dopo l'attentato, ndr)». Quader secondo il rapporto avrebbe alloggiato a Roma in casa di Fathi Abed, agente dei servizi segreti libici. Negli stessi giorni a Roma c'era anche Abu Yosef, esponente del Flp, pianificatore degli attentati terroristici in Europa e confidente di Gheddafi. Proprio il leader libico offrì rifugio all'unico responsabile accertato, Osama Abdel Al Zomar, rifiutando le richieste di estradizione.
  Il fascicolo si conclude con la descrizione del funerale di Stefano Gaj Taché, seguito da settemila persone che si concluse al cimitero del Verano e proseguì con un corteo pacifico degli ebrei romani per le vie della Capitale.
  Una chiusura laconica che decenni dopo ci racconta di come memoria e giustizia vanno spesso di pari passo.

(Panic World, 11 ottobre 2020)


L'autorevole giornalista del Bahrein che non vede l'ora di lavorare con gli israeliani

Al-Sayed, presidente dell'Associazione giornalisti, critica aspramente i colleghi palestinesi che attaccano con violenza lei e il suo paese perché favorevoli alla pace con Israele

Ahdeya Ahmed Al-Sayed, presidente dell'Associazione Giornalisti del Bahrein, si aspetta che i giornalisti del suo paese svolgano un ruolo molto importante e cruciale nel promuovere la normalizzazione con Israele. Al-Sayed dice inoltre che lei e molti suoi colleghi non vedono l'ora di lavorare con i giornalisti israeliani, dopo che il Bahrain è diventato il secondo stato del Golfo a firmare un accordo di pace con Israele. Infine, critica aspramente il Sindacato dei giornalisti palestinesi che ha attaccato lei e il Bahrein per via del trattato di pace con Israele.
"Il giornalismo ha sempre guidato l'opinione pubblica - afferma Al-Sayed in un'intervista esclusiva pubblicata giovedì dal Jerusalem Post - I giornalisti esercitano un grande impatto sull'opinione pubblica. Se vivi in un paese i cui giornalisti rifiutano la normalizzazione e la condannano sistematicamente, sarà molto difficile convincere le persone che questo passo politico è qualcosa di positivo e che va visto in modo positivo"....

(israele.net, 9 ottobre 2020)



Meditando sulla croce di Cristo

di Marcello Cicchese

Che cosa si può mai dire di nuovo sulla croce di Cristo? Non è forse già stato detto tutto quello che si poteva dire? E noi che viviamo in un ambiente cristiano, non abbiamo forse già ascoltato tutti i possibili insegnamenti sulla croce di Cristo? Chi di noi non sa che la riconciliazione degli uomini con Dio è possibile solo attraverso la croce di Cristo (Efesini 2:16, Colossesi 1:20)? e che Dio ha inchiodato sulla croce la dichiarazione scritta del nostro debito con lui (Colossesi 2:14)? e che per mezzo della croce di Cristo Dio ha riportato piena vittoria sui principati e potestà (Colossesi 2:15)? e che dobbiamo predicare Cristo crocifisso e Lui soltanto (1 Corinzi 1:23; 2:2)? Queste cose certamente le sappiamo già.
   Ma chiediamoci, che cos'è la croce di Cristo per noi? Quale rapporto esiste tra noi e la croce di Cristo? Può la croce di Cristo essere soltanto un oggetto della nostra conoscenza? o soltanto una dottrina in cui credere per essere salvati? o soltanto un messaggio che dobbiamo portare agli altri perché anch'essi siano salvati?
    «E chiamata a sé la folla coi suoi discepoli, disse loro: se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a se stesso e prenda la sua croce e mi segua» (Marco 8:34).
Dunque c'è una croce da prendere: la nostra croce. Certo, la nostra croce non è la croce di Cristo, ma è la nostra partecipazione alle sofferenze di Cristo (1 Pietro 4:13). Noi sappiamo di essere membra del corpo di Cristo, ma questa non è soltanto una suggestiva metafora: se partecipiamo al corpo di Cristo, partecipiamo anche alla sua morte e alla sua vita, quindi alle sue sofferenze (Romani 6:8-9, Galati 2:20).
    «Perché a voi è stato dato, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui» (Filippesi 1:26).
Vivendo da discepoli di Gesù Cristo, la sua croce non è più soltanto un oggetto di conoscenza o un capitolo di dottrina, ma diventa un'esperienza. Questa esperienza della croce sarà diversa da caso a caso, ma i suoi caratteri non potranno che essere quelli dell'esperienza fatta da Gesù Cristo. Facciamo qualche esempio.
   L'esperienza della croce è inevitabile per chi vuole servire Cristo. Il discepolo di Gesù non può che riconoscere la sovranità di Dio su tutto il creato e quindi anche sulla sua vita. Di conseguenza egli non può che rinunciare a programmare autonomamente la sua esistenza. Rinunciando al progetto di diventare "qualcuno" nel mondo, sia esso secolare o ecclesiastico, per ricercare soltanto la volontà di Dio, la personalità del discepolo entra in un processo di morte e risurrezione in cui la morte è certa e chiaramente visibile mentre la percezione della risurrezione è spesso differita e deve essere riconosciuta con gli occhi della fede (Matteo 10:39).
   L'esperienza della croce è inevitabile per chi è chiamato ad annunciare la parola di Dio. Quando la predicazione non è propaganda a un prodotto celeste, ma annuncio del giudizio e della grazia di Dio a uomini concreti in situazioni concrete, essa provoca facilmente reazioni in coloro che da queste parole si sentono minacciati nelle loro sicurezze e nei loro illegittimi interessi (Atti 7:1-8, 3:19, 23:41). La grazia di Dio viene così rifiutata perché viene respinto il giudizio di Dio. Ma a far le spese di questo rifiuto è quasi sempre colui che porta la parola di Dio, il quale sente sulla sua pelle l'ostilità di coloro che in realtà rigettano non lui, ma il vangelo di Gesù Cristo.
   L'esperienza della croce è inevitabile per chi vuole «vivere piamente in Cristo Gesù» (2 Timoteo 3:12), e quindi si propone di attenersi in ogni occasione della sua vita nel mondo, sia esso secolare o ecclesiastico, a criteri di verità e giustizia piuttosto che a ragioni di opportunismo e tornaconto personale. Il discepolo di Gesù è una nuova creatura, quindi è chiamato a vivere rapporti nuovi con gli altri uomini, improntati a sincerità, lealtà, spirito di servizio, disinteresse personale. Ma il mondo in cui vive, sia esso secolare o ecclesiastico, giace nel maligno, e ha creato una fitta rete di interessi, prepotenze, falsità, ingiustizie, connivenze. Il discepolo di Gesù, non potendo deflettere né dalla verità né dall'amore, è armato soltanto della sua parola, della sua coerenza, del suo esempio. Si troverà quindi ad essere come un agnello in mezzo ai lupi, tormentato spesso dalla domanda di Geremia: «perché prospera la via degli empi?" (Geremia 12:1), e tuttavia fiducioso che come Dio ha riportato la vittoria sul mondo risuscitando Cristo, così Egli manifesterà la sua giustizia «nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo» (Romani 2:16).

(Credere e Comprendere, novembre 1978)



Cerimonia in onore delle vittime dell'attentato alla sinagoga di Halle

L'attentatore uccise un uomo e una donna in diretta web, vicino alla sinagoga di Halle

di Francesca Angelica Ereddia -

 
La sinagoga di Halle dove si è tenuta la cerimonia in memoria delle vittime dell'attentato
Ieri pomeriggio la presidente della commissione europea Ursula Von Der Leyen ha rilasciato un comunicato, in memoria delle vittime dell'attentato alla sinagoga di Halle, avvenuto esattamente un anno fa.
   Queste le parole della presidente: "Oggi, un anno dopo l'attacco ad Halle, onoriamo le vittime e restiamo accanto alle famiglie. Dobbiamo rimanere vigili e uniti nella nostra lotta contro il razzismo perché tutti hanno diritto ad una vita pacifica". Il 9 ottobre 2019, Stephan Balliet, un neonazista di 27 anni, uccise in diretta web due persone e ferì due passanti in un attentato alla sinagoga di Halle.
   Balliet, in tuta mimetica e con elmetto, quella mattina sparò prima ad una passante e successivamente ad un uomo nel negozio di kebab. Infine è andato in direzione della sinagoga. L'uomo ha registrato i suoi 35 minuti di pura follia, e li ha poi postati su un sito di videogames.
   Nel suo video, prima di aprire il fuoco, lo si sente gridare: "La radice di tutti i problemi sono gli ebrei". Ha poi lanciato degli ordigni contro la sinagoga e ha iniziato a sparare: la porta, però, è rimasta chiusa. "Dio ci ha protetti", osservarono alcuni testimoni.
   Nel pomeriggio di ieri si è dunque tenuta una commemorazione pubblica, dove è intervenuto il presidente federale Frank Walter Steinmeier. Il consiglio ebraico della Germania ha dichiarato: "Lavoreremo ancora più duramente di prima".

(QuotidianoPost.it, 10 ottobre 2020)


l petrolio non rende più: il Golfo fa pace con Israele e le sue start up

di Christian Elia

I simboli, a volte, sono importanti. Alla fine di settembre scorso, la BP (British Petroleum), che è una sorta di azienda-storia del petrolio, ha reso noto di aver investito un miliardo di euro in due impianti eolici con l'acquisto del 50% della società norvegese Equinor, specializzata nel settore delle rinnovabili. La dirigenza di Bp ha inserito nella sua strategia di moltiplicare per venti la sua capacità eolica entro il 2030, salendo da 2,5 a 50 gigawatt.
  Nel suo rapporto annuale, infatti, Spencer Dale, capo economista della BP, ha affermato che la visione dell'azienda del futuro energetico mondiale è diventata più verde a causa di una combinazione della pandemia Covid-19 e del ritmo accelerato dell'azione per il clima, che ha accelerato il "picco del petrolio", che anche nel migliore scenario possibile, il 2019 è stato un punto di svolta nel prezzo del petrolio.
  Anche le concorrenti della BP sembrano della stessa opinione. A conferma di come le grandi 'sorelle' del petrolio, Total e Royal Dutch Shell in testa, siano lanciate verso un futuro senza petrolio. E oggi, dopo l'uscita della EXXON (un'altra 'sorella del petrolio), nell'indice Daw Jones della Borsa di New York resta solo la Chevron. L'intero settore energetico, che un decennio fa valeva il 12% del mercato azionario statunitense, oggi ha un peso inferiore al 2,5%.
  Come raccontato anche in un altro articolo per Gli Stati Generali, interessa capire come i paesi del Golfo Persico ripenseranno il loro futuro. Perché il loro passato e il loro presente, che hanno portato le società dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti nel giro di un secolo da essere poveri borghi di pescatori e carovanieri a diventare economie top globali, è stato il petrolio. Ma il futuro è incerto.
  I futures (contratti di acquisto a data futura con un prezzo prefissato) del greggio si attestavano a "meno" 40 dollari al barile a giugno 2020. I prezzi, che avevano raggiunto un picco storico di 148 dollari al barile subito prima della recessione del 2008 (contribuendo a quella crisi), sono scesi sotto i 40 dollari malgrado la ripresa dell'attività economica in Cina. E nel rapporto di BP si scrive che i membri del cartello petrolifero dell'Opec, guidato dall'Arabia Saudita, sopporteranno il peso maggiore del calo della domanda.
  Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il fiscal break even oil price, cioè la sostenibilità fiscale degli oil producers, necessita di un prezzo al barile più elevato che può andare dai circa 40 dollari del Qatar ai 157 dollari dell'Algeria. Il valore che per la federazione degli Emirati Arabi Uniti assicurerebbe un pareggio di bilancio è di 69,1 dollari al barile, in leggera crescita rispetto ai 67 dollari al barile del 2019.
  Per comprendere lo shock sull'economia degli Emirati Arabi Uniti, qualche numero: Abu Dhabi, il principale dei sette emirati per grandezza, produce il 95% del petrolio di tutta la federazione e con le maggiori riserve di idrocarburi (stimate in 92 miliardi di barili) dalle quali dipendono il 50% del suo PIL e il 57% delle entrate fiscali, quote in media più elevate rispetto alla media degli EAU (rispettivamente 30% e 45%). Il 2020 sarà caratterizzato da una contrazione del Prodotto interno lordo di circa il 5% per poi recuperare nel 2021. L'attuale corso del petrolio e la necessità di far fronte agli effetti della pandemia con stimoli fiscali e monetari, porteranno il deficit fiscale ad ampliarsi da un sostanziale pareggio dell'ultimo biennio a un -3,5% del Pil nel 2020.
  Per l'Arabia Saudita, che per reagire al mercato ha sfiorato l'incidente diplomatico con il fido alleato Donald Trump, quando il presidente Usa aveva minacciato sanzioni il 6 marzo scorso dopo l'annuncio del paesi dell'Opec di un taglio dei prezzi per un aumento della produzione ad aprile. Alla fine è stato trovato un accordo - ribattezzato big oil deal - tra Usa, Russia e Arabia Saudita, il 12 aprile 2020, per la storica diminuzione del pompaggio di 9,7 milioni di barili al giorno, tagliando circa il 10% della produzione mondiale. L'accordo, però, ha denunciato il nervosismo di Riad che si è mosso senza sentire gli altri produttori. Cosa mai accaduta in passato.
  L'austerità, sia in Arabia Saudita che negli Emirati, è stata la prima mossa, con tagli fino al 21% della spesa pubblica, ma potrebbe non bastare. Come per ora non è bastata la storica decisione, del 2018, dei due paesi di introdurre per la prima volta nella loro storia l'IVA al 5% su beni, servizi e importazioni. In Arabia Saudita, dopo solo due anni, è arrivata al 15%.
  In questo quadro si inserisce l'accordo che Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno siglato con Israele, all'ombra della benedizione Usa. Al di là del credito elettorale e politico che hanno incassato Trump in campagna elettorale e Bibi Netanyahu travolto dagli scandali, cosa ha spinto EAU e Bahrein - con la silenziosa partecipazione dell'Arabia Saudita - a un accordo che a livello di opinioni pubbliche del mondo arabo è vissuto malissimo?
  Secondo molti osservatori, e secondo quanto emerge dal documento Vision2030, che rappresenta una sorta di roadmap saudita per l'emancipazione da un'economia dipendente dal petrolio, tra le altre cose, c'è il miraggio dell'importazione del modello della 'start up economy' israeliana.
  Una narrazione che, da sempre, accompagna Israele: piccolo e senza risorse naturali, lo stato ebraico ha puntato da tempo a essere una Silicon Valley internazionale. Ma sarà davvero così? E davvero l'economia del modello start up, in particolare nel campo high tech e sicurezza, sono un futuro possibile per le economie del Golfo?
  "Occorre ragionare sul fatto che - e non è solo un problema israeliano - in generale i sistemi di start up si creano quando c'è un intervento strutturato da parte dello Stato. In Israele, ad esempio, c'è la Israel Innovation Authroty (IIA) che si occupa di supporto di vario tipo alla start up economy, tra business e ricerca e sviluppo. Un massiccio investimento statale per un modello costoso e rischioso, in particolare nel settore High Tech", commenta a Gli Stati Generali Clara Capelli, economista, ricercatrice del Cooperation and Development Network, esperta d'area che ha lavorato e vissuto a Tunisi, Beirut e Gerusalemme. "In generale, servirà un attore istituzionale che si fa carico dei rischi e ne condivide parte con i privati. L'altra grande componente è il capitale finanziario privato che decide dove puntare in venture capital con alto rischio. Servirà anche quello per puntare su questa idea di sviluppo."
  Ecco quindi una prima, grande, criticità: se l'idea è di cambiare con un'emancipazione dal 'pubblico' un'economia dove - con i proventi del petrolio - lo stato sosteneva la popolazione in Arabia Saudita e negli EAU, puntare sulle start up potrebbe richiedere ancora più 'pubblico', in una fase dove le casse potrebbero essere vuote. E anche l'impatto sul lavoro, a livello occupazionale, non è detto che sia straordinario. "Quella delle start up non è una filiera come quella, per esempio, dell'automobile, che genera un grande indotto. La ricaduta in posti di lavoro sarebbe difficilmente significativa", aggiunge Capelli, ed è un dato rilevante in paesi che - magari con la classica 'disoccupazione nascosta', cioè le assunzioni inutili nelle aziende petrolifere di stato - hanno creato la piena occupazione per i nativi.
  Infine, l'economia delle start up, al di là della narrazione, ha poi significato un duraturo e diffuso benessere per l'economia israeliana? "Secondo uno studio del Central Bureau of Statistics israeliano del 2018, che prendeva in esame un periodo dal 2011 al 2016, sono state il 37% le start up israeliane fallite. In generale, come modello, si tratta di imprese che durano poco, spesso falliscono, creano poco lavoro e sono molto stressanti. Il rischio imprenditoriale nel settore, oltre che per i costi di ricerca, è molto alto, anche per l'investimento in capitale umano, che nei paesi del Golfo andrà valutato. Si parla troppo dello stay hungry, stay foolish come filosofia, per vendere un'idea di futuro in cui siamo tutti imprenditori di noi stessi, ma è rischioso, non tutti ce la fanno, e quello delle start up non è un tipo di mercato che permette a tutti di starci dentro e di starci bene."
  L'accordo tra EAU e Bahrein e Israele, con la benedizione Usa e la regia saudita, ha avuto una grande risonanza internazionale e ha rappresentato un grande prezzo politico da pagare per gli stati del Golfo, ma almeno rispetto all'investimento economico verso il modello dell'economia delle start up israeliano potrebbe non rendere molto bene.

(Gli Stati Generali, 9 ottobre 2020)


Ree, arriva il pianale pronto uso che cambia le auto elettriche

L'azienda israeliana ha sviluppato un nuovo "rolling chassis" che integra motori, batterie ed elettronica di controllo: così si abbassano costi di produzione e manutenzione

 
A differenza delle automobili con il motore a combustione, che al netto di sinergie e joint-venture mantengono comunque un'identità progettuale propria, le auto elettriche hanno spesso tantissime parti in comune tra modelli e marche anche molto diverse. E la tendenza, in futuro, sarà di insistere con maggior forza in questa direzione, sfruttando architetture prodotte da poche aziende specializzate e adatte a un numero di modelli sempre più ampio. Nel gergo automobilistico si chiamano "rolling chassis": si tratta di pianali che integrano in un unico schema motori, batterie e la parte elettronica di controllo.
L'ultimo spunto in materia arriva da Israele, dove Ree Automotive ha da poco presentato a Beersheba, nel sud del paese, la sua nuova gamma di pianali pronto uso. I costruttori dovranno "semplicemente" montarci sopra la loro scocca e il gioco è fatto. "Abbiamo creato Ree - spiega Ahishay Sardes, co-fondatore e CTO dell'azienda - perché la mobilità elettrica offre così tante opportunità che non ha senso basare il futuro dei veicoli elettrici su concetti ormai superati e con funzionalità ed efficienza limitate. Abbiamo preferito creare una piattaforma definitiva per tutti i veicoli elettrici futuri con una combinazione di matrici quasi illimitata che ci consente di soddisfare in maniera completa le esigenze dei nostri clienti".
Ma qual è il segreto dei pianali Ree? La carta vincente è il cosiddetto "ReeCorner", uno schema che integra tutti i componenti della trasmissione all'interno dell'arco della ruota. In questo modo ogni angolo dell'automobile è completamente indipendente e alimentato da una batteria realizzata in casa. Il motore elettrico ad alto regime è così totalmente molleggiato, mentre ogni singola ruota è dotata di tecnologia sterzante e del sistema frenante digitale Brake by Wire. La soluzione offerta da Ree consente di abbattere drasticamente i costi di manutenzione delle auto e di monitorare costantemente potenziali guasti: per sostituire l'intero ReeCorner con un nuovo componente, infatti, sono sufficienti pochi minuti.

(FormulaPassion.it, 10 ottobre 2020)


Il concetto di "National Home" e il vincolo ebraico con Israele

di David Elber

Intorno al concetto di "National Home" e al suo significato legale nel diritto internazionale, si è molto dibattuto a partire dalla Dichiarazione Balfour (2 novembre 1917) fin dopo l'istituzione del Mandato per Palestina, nato con il chiaro scopo di creare una "Jewish National Home" per il popolo ebraico nella terra dei padri.
   L'introduzione nel diritto internazionale di questo nuovo termine legale è strettamente connesso all'impianto legale del sistema dei mandati internazionali - anch'esso una novità assoluta nel campo del diritto internazionale - con la sua funzione di creare le basi per l'istituzione di nuovi Stati che, al momento della loro formazione, non erano in grado di reggersi e svilupparsi in maniera autonoma ma necessitavano dell'aiuto internazionale.
   Il termine di "National Home" non fu utilizzato dalla Società delle Nazioni solo per il popolo ebraico e per il suo nascente Stato. Infatti, leggendo i verbali della seconda assemblea della Società delle Nazioni del 1921, si evince che questo termine fu utilizzato anche per la questione relativa alla formazione di una Stato indipendente armeno sotto mandato internazionale. La relativa risoluzione fu adottata dalla sesta commissione della Società delle Nazioni per essere inserita nel trattato di pace con la Turchia. Ma a differenza del Mandato per la Palestina che fu accettato dalla Gran Bretagna in qualità di mandatario, il Mandato di Armenia non trovò nessuna Potenza vincitrice che si assumesse l'incarico di mandatario. Il Supremo Consiglio delle Potenze chiese l'intervento degli USA, ma essi declinarono il compito giudicandolo troppo oneroso in termini economici e di impegno militare. La Francia e la Gran Bretagna si dissero impossibilitati visto i loro impegni con i mandati di Siria, Mesopotamia e Palestina. Il destino dell'Armenia fu così segnato: tra il 1921 e il 1922 le truppe nazionaliste turche occuparono il territorio armeno e posero fine al sogno di indipendenza del popolo armeno. La stessa cosa, forse, si sarebbe replicata anche per l'embrionale Stato degli ebrei se non ci fosse stata la tutela da parte di una potenza mandataria.
   Il destino dell'Armenia avvalora la tesi che il termine "National Home" fosse applicato a situazioni particolari, nei quali i popoli che dovevano diventare indipendenti non erano in grado di farlo, in modo autonomo, ma necessitavano dell'aiuto internazionale per potersi sviluppare e crescere fino a diventare Stati nazionali indipendenti.
   Per questa ragione il principio del "National Home" va contestualizzato nel più ampio principio della tutela delle minoranze e dell'autodeterminazione che ha portato alla creazione della stessa Società delle Nazioni e degli Stati nazionali sorti dopo la Prima guerra mondiale.
   Entrando nel merito dello Statuto del Mandato per la Palestina, si capisce subito che esso ha due principi da portare a compimento, uno di carattere generale: l'Art. 22 dello Statuto della Società delle Nazioni (l'autodeterminazione dei popoli); e uno di carattere peculiare: la dichiarazione Balfour relativa al popolo ebraico. Entrambi sono incorporati nel mandato e quindi legalmente vincolanti.
   Quando si analizza il concetto di "Jewish National Home", contenuto nella Dichiarazione Balfour e applicato dal Mandato per la Palestina attraverso il preambolo, l'Art. 2, l'Art. 4, l'Art. 6, l'Art. 7 e la seconda disposizione dell'Art. 11, si vedono 3 distinti principi:
  • Il popolo ebraico nella sua interezza, e non solamente la parte di popolazione già residente in Palestina, deve avere l'opportunità di partecipare alla creazione dello Stato per il popolo ebraico (art. 4);
  • La comunità ebraica palestinese, aiutata e assistita dall'interezza del popolo ebraico, è in Palestina per diritto e non per acquiescenza (preambolo);
  • La "Jewish National Home" deve essere creata in Palestina (Eretz Israel) ma non necessariamente su tutto il territorio mandatario (art. 25);
Ora proviamo ad entrare, brevemente, in merito ad ogni singolo punto.
   In virtù di questo principio si riconosce al popolo ebraico un carattere di nazionalità proprio, e in forza al principio dell'autodeterminazione, esso può creare il proprio Stato esattamente come tutti gli altri gruppi nazionali riconosciuti. La sua peculiarità risiede nel fatto che solo una parte della popolazione è già residente nel territorio assegnato ma questo non inficia il fatto che gli ebrei residenti in altri paesi non possano partecipare alla formazione dello Stato. Anzi, la prevista creazione di una specifica Agenzia, riconosciuta dal diritto internazionale (l'Agenzia Ebraica nell'art. 4), per questo scopo ne rafforza l'obiettivo. Inoltre come messo in rilievo, nel preambolo del Mandato, dalla frase "Considerando che è stato quindi dato riconoscimento al legame storico del popolo ebraico con la Palestina e ai motivi per ricostituire la loro patria nazionale in quel paese" si capisce che l'utilizzo del verbo ricostruire è un rafforzativo per indicare che lo Stato era già esistito in passato creando una "storica connessione" con il presente tra il popolo ebraico e la terra degli avi. Questo concetto però non implica una "predominanza" ebraica su gli altri abitanti, come chiaramente specificato nel preambolo: "non sarà fatto nulla che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina" e nell'art. 2: " … anche per salvaguardare i diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina, indipendentemente dalla razza e dalla religione" ma semplicemente che il costituendo Stato degli ebrei dovrà garantire il rispetto dei diritti di tutte le popolazioni già presenti sul territorio. Cosa che è stata ampiamente rispettata dallo Stato di Israele. Un'ultima annotazione è necessaria.
   Quando l'ANP di Arafat prima e Abu Mazen dopo, ha iniziato a mettere in discussione la presenza ebraica nella terra di Israele e l'esistenza del Tempio a Gerusalemme, lo hanno fatto con il preciso intento di mettere in discussione la "storica connessione", che è alla base del diritto internazionale inerente a Israele. L'analogo attacco orchestrato dai paesi musulmani - con la compiacenza quasi totale dei paesi della UE - all'UNESCO aveva lo stesso scopo: cancellare le fonti di diritto internazionale relative allo Stato di Israele.
   Questo principio è espresso dal legislatore nel preambolo "…il legame storico del popolo ebraico con la Palestina",
  • all'art. 4 " l'Organizzazione Sionista … Adotterà misure in consultazione con il governo di Sua Maestà Britannica per garantire la cooperazione di tutti gli ebrei che sono disposti ad aiutare nella creazione della casa nazionale ebraica",
  • all'art. 6 "L'Amministrazione della Palestina, pur assicurando che i diritti e la posizione di altre sezioni della popolazione non siano pregiudicati, faciliterà l'immigrazione ebraica in condizioni adeguate e incoraggerà, in cooperazione con l'Agenzia Ebraica di cui all'art. 4, uno stretto insediamento degli Ebrei sulla terra…",
  • e infine all'art. 7 "L'Amministrazione della Palestina sarà responsabile dell'emanazione di una legge sulla nazionalità. Saranno incluse in questa legge disposizioni formulate in modo da facilitare l'acquisizione della cittadinanza palestinese da parte degli ebrei che prendono la loro residenza permanente in Palestina".
Non possono esserci dubbi che tutte queste disposizioni sono finalizzate a creare le condizioni per l'istituzione di uno Stato nazionale ebraico in cui tutti gli ebrei sparsi per il mondo, e che lo desiderano, possono diventarne cittadini e insediarvisi dentro i confini stabiliti. Il diritto di cittadinanza palestinese, in base all'art.7 è, esclusivamente, riservato alla popolazione ebraica (di tutto il mondo che desidera insediarsi in Eretz Israel), e a nessun altro.
   Come si accennava in precedenza, il legislatore ha voluto sottolineare che la costruzione di uno Stato nazionale ebraico non doveva pregiudicare i diritti acquisti dalla locale popolazione non ebraica. Inoltre, con l'articolo 25 del Mandato si stabiliva un altro importante principio. Questo è il testo integrale dell'art. 25:
    "Nei territori che si trovano tra il Giordano e il confine orientale della Palestina come stabilito di recente, il Mandatario avrà il diritto, con il consenso del Consiglio della Società delle Nazioni, di posticipare o rifiutare l'applicazione di tali disposizioni di questo mandato che egli può considerare inapplicabile alle condizioni locali esistenti, e di prevedere per l'amministrazione dei territori le disposizioni che egli ritenga adeguate a tali condizioni, a condizione che non venga intrapresa alcuna azione incompatibile con le disposizioni degli articoli 15, 16 e 18."
Qui non si entrerà in merito alle ragioni politiche che hanno portato la Gran Bretagna ad insediare, nella parte orientale del Mandato per la Palestina, l'emiro Abdallah ma si analizzerà solo l'implicazione legale della scissione amministrativa del territorio mandatario.
   In pratica il mandatario con proprio memorandum del settembre 1922, chiedeva al Consiglio della Società delle Nazioni, la possibilità di non applicare nei territori mandatari ad est del Giordano - in base al principio contenuto nell'art. 25 del Mandato - tutte le disposizioni relative alla realizzazione del Jewish National Home in Palestina. In questo modo, di fatto, si crearono due unità amministrative ben distinte all'interno del Mandato per la Palestina: una ad ovest del Giordano per la reazione di uno Stato nazionale ebraico e una ad est per rafforzare la tutela dei diritti delle popolazioni non ebraiche del Mandato. Va sottolineato, anche, che lo zelo con cui l'amministrazione inglese applicò le disposizioni dell'art. 25 (impedendo di fatto la residenza degli ebrei ad est del Giordano) di fatto portò alla violazione dell'ultima parte della disposizione contenuta nell'art. 25: "… a condizione che non venga intrapresa alcuna azione incompatibile con le disposizioni degli articoli 15, 16 e 18", a danno della comunità ebraica.
   Dalla creazione di queste due unità amministrative mandatarie nasceranno due distinti Stati: Israele e la Giordania, il primo per il popolo ebraico il secondo per quello arabo.
   In conclusione, il principio del Jewish National Home, contenuto nel diritto internazionale attraverso il Mandato per la Palestina (è un trattato internazionale) afferma:
  1. la legittimità di uno Stato nazionale ebraico;
  2. il diritto al ritorno, in Palestina (Eretz Israel), di tutti gli ebrei che lo desiderano;
  3. il loro insediamento in tutto il territorio mandatario compreso tra il Giordano e il Mediterraneo.
Inoltre, il Mandato per la Palestina sancisce - per mezzo del memorandum britannico del settembre 1922 - la creazione di un area amministrativa esclusivamente araba per rafforzare la piena tutela della locale popolazione non ebraica con un confine ben determinato: il fiume Giordano.

(L'informale, 9 ottobre 2020)


La chiusura d'Israele

                                 Israele alle prese col coronavirus                                                                                       Daniela Fubini
Era stato uno dei paesi più virtuosi nell'affrontare la prima fase del coronavirus, poi la situazione è precipitata e da oltre due settimane gli israeliani sono alle prese con una nuova chiusura. Ne parliamo con Daniela Fubini.



(RTV SLO, 10 ottobre 2020)


Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Il Sudan normalizzerà i rapporti con Israele o no? Khartum tentenna. La situazione Paese è infatti completamente diversa rispetto Emirati Arabi Uniti e Bahrein, che hanno già firmato gli accordi con Tel Aviv. Responsible Statecraft evidenzia tre diversità: in primis, a differenza degli accordi di Abramo, quello tra Sudan e Israele sarebbe un vero accordo di pace, visto che i due Paesi si sono fatti la guerra anche in anni recenti. Un'altra differenza riguarda la società civile, che in Sudan, rispetto agli EAU, è attiva, partecipe; è la stessa che ha portato alla caduta del regime di Omar al-Bashir nell'aprile 2019 e che ora è fortemente contraria alla normalizzazione dei rapporti con Israele. Infine, il Sudan è ancora troppo fragile politicamente, perché Khartoum è stretta tra due forze: da una parte il deep state militare, dall'altra una componente civile molto forte. Gli analisti temono quindi che un accordo di pace con Israele andrebbe a minare i risultati raggiunti finora dal Sudan e romperebbe i fragili equilibri di politica interna. Una posizione, quella contraria agli accordi di normalizzazione, condivisa dall'autorità islamica del Paese.
  Anche a livello interno, infatti, la pacificazione sta venendo raggiunta, ma molto lentamente. Dall'indipendenza nel 1956 si è susseguita una serie di conflitti civili; tra i più recenti, quello in Darfur nel 2003 e la separazione del Sud Sudan nel 2011, che ha privato il nord di tre quarti delle riserve di petrolio. Dopo l'annuncio lo scorso 31 agosto di un accordo tra il governo di transizione (quello al potere dalla cacciata di al-Bashir) e gruppi ribelli, la settimana scorsa, a Juba, capitale del Sud Sudan, le parti hanno firmato l'accordo vero e proprio. Al Jazeera fa però notare che due gruppi si sono rifiutati di prendere parte alla cerimonia.
  Che questo possa finalmente essere un punto di svolta per il Paese? Se lo chiede Chatham House, secondo cui la parte più difficile per il Paese sarà proprio rendere operativo l'accordo di pace, soprattutto vista la mancanza di risorse per la crisi economica, la pandemia di Covid-19 e le recenti inondazioni: «Trasformare l'accoro di pace in realtà sul campo sarà molto difficile, data la fragilità del governo di transizione civile-militare, la sfiducia e la competizione tra i movimenti firmatari e alcuni partiti politici, nonché l'aumento dell'insicurezza in molte parti del paese causata dalle milizie armate, dalla violenza inter-tribale, dalla proliferazione delle armi e dal sabotaggio da parte di elementi del precedente regime».
  Gli Emirati finora hanno sponsorizzato l'ala militare del governo, ma restano dei nodi che coinvolgono soprattutto Washington. Il Sudan infatti continua a chiedere di essere depennato dalla lista degli Stati che sponsorizzano il terrorismo, ma non è chiaro se la richiesta verrà accettata dall'amministrazione Trump prima del 3 novembre. Scrive Al Monitor che per la parte civile del governo sudanese non conta tanto stabilire un legame con Israele, quando risanare il legame con gli Stati Uniti per ricevere gli aiuti economici, perché «Solo gli Stati Uniti - con l'aiuto dei Paesi del Golfo - potrebbero sottrarre il Sudan alla crisi economica in corso».
  Altri Paesi del mondo arabo potrebbero seguire la via tracciata dagli Emirati e dal Bahrein? The New Arab fa il punto della situazione per quanto riguarda i Paesi del Nord Africa, arrivando però alla conclusione che Marocco, Tunisia e Algeria non sigleranno presto nessun accordo con Israele, mentre il New York Times segnala un cambio di rotta anche in Arabia Saudita, dove per decenni la questione palestinese è sempre stata considerata sacrosanta. Il principe Bandar Bin Sultan, parte dell'establishment saudita, ha affermato che «la causa palestinese è una causa giusta, ma i suoi sostenitori hanno sempre fallito, e la causa israeliana è ingiusta, ma i suoi sostenitori hanno dimostrato di avere successo». Ma un cambiamento pare essersi verificato anche per l'Unione europea, rivela Axios: l'UE non invierà ulteriori aiuti economici alla Palestina finché l'Autorità palestinese non accetterà che Israele riprenda a riscuotere delle imposte nei Territori palestinesi. Il timore di Mahmoud Abbas è che l'annessione della Cisgiordania sbandierata da Netanyahu sia ancora una possibilità, sebbene i leader europei l'abbiano negato.

(Oasis, 9 ottobre 2020)


Stefano Gaj Taché, 38 anni fa l'attentato alla Sinagoga di Roma

Oggi il ricordo al Tempio Maggiore

 
 
Sono passati 38 anni da quando, il nove ottobre 1982, la Capitale venne scossa dall'attentato alla sua Sinagoga. A perdere la vita Stefano Gaj Tachè, appena due anni, mentre altre quaranta persone rimasero ferite. Oggi Roma si è fermata per ricordare la piccola vittima di quella triste giornata, la cui memoria è impressa nel nome di una strada davanti al Tempio Maggiore.
  Questa mattina proprio lì, si è svolta la cerimonia di commemorazione alla presenza della sindaca Virginia Raggi, dell'assessore alle politiche abitative e all'Urbanistica Massimiliano Valeriani, Riccardo Di Segni, del rabbino capo della comunità ebraica di Roma e di Ruth Dureghello, presidente della stessa: «Siamo qui per ricordare quella pagina terribile, non solo per la comunità ebraica ma per l'intera città - ha commentato la presidente - restano ancora punti da chiarire, ma oggi vogliamo ricordare la vicinanza alla famiglia e ai feriti».

 La storia
  A provocare la tragedia, un commando palestinese composto da circa dieci attentatori, che aprì il fuoco, con granate e raffiche di mitra, contro chi, ignaro, quel sabato stava uscendo dalla Sinagoga. L'episodio è considerato il più grave accaduto in Italia contro la comunità ebraica dalla fine della seconda guerra mondiale.

(Il Messaggero, 9 ottobre 2020)


La Giordania apre i propri cieli a Israele

Il Regno hashemita della Giordania e Israele, l'8 ottobre, hanno siglato un accordo, definito "storico", che consente a voli commerciali di sorvolare lo spazio aereo di entrambi i Paesi.
   Secondo il quotidiano al-Arab, si tratta di una mossa significativa, soprattutto perché giunge in un quadro mediorientale recentemente segnato dagli accordi di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti (UAE) e Bahrein. Nello specifico, secondo quanto stabilito dall'accordo dell'8 ottobre, i sorvoli saranno consentiti nei giorni feriali tra le ore 23:00 e le 6:00 del mattino, mentre nei fine settimana l'apertura sarà estesa a 12 ore, con una finestra di 24 ore disponibile durante 12 giorni di festività all'anno.
   Stando a quanto riferito dal Ministero dei Trasporti israeliano, l'accordo è, in realtà in fase di discussione da anni, ma le due parti sono state in grado di finalizzarlo solo una volta siglata l'alleanza tra Israele e gli altri due Paesi mediorientali, avvenuta il 15 settembre alla Casa Bianca. Lo stesso Ministero ha spiegato che, grazie all'intesa tra Amman e Tel Aviv, gli aerei commerciali che volano sulla rotta Israele-Giordania potranno abbreviare i tempi di percorrenza per i viaggi che interessano anche l'Asia, l'Europa e l'America del Nord, e presto anche i voli provenienti dal Bahrein e dagli Emirati Arabi Uniti potranno beneficiare degli stessi vantaggi. "L'accordo ridurrà notevolmente i tempi di percorrenza verso i Paesi del Golfo, l'Asia e l'Estremo Oriente, il che porterà al risparmio di carburante e alla riduzione dell'inquinamento", è stato affermato in un comunicato del Ministero israeliano.
   "Grazie a questo accordo, Israele si sta integrando sempre più nella regione", ha affermato il ministro dei Trasporti israeliano, Miri Regev, precisando come il Paese si stia impegnando per instaurare nuovi canali di collaborazione nel settore dei trasporti, dell'economia e diplomatico con gli Stati con cui Israele condivide confini e interessi, con il fine ultimo di promuovere la pace a livello regionale. Prima degli accordi siglati il 15 settembre, le compagnie aeree con sede nel Golfo erano costrette a volare intorno allo spazio aereo israeliano per poter raggiungere le destinazioni situate ad Ovest. La situazione è cambiata dopo l'intesa con Abu Dhabi e Manama e dopo che il Regno saudita ha anch'esso consentito agli aerei israeliani diretti verso gli UAE di sorvolare i propri cieli.
   Precedentemente agli accordi tra Israele, UAE e Bahrein, la Giordania, anche attraverso il re Abdullah II, ha più volte affermato che il Regno hashemita rifiuta qualsiasi azione unilaterale effettuata da Israele in Cisgiordania, con riferimento ai piani di ammissione progettati dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Con l'"accordo Abraham" del 15 settembre, Israele si è impegnato a sospendere l'annessione dei territori palestinesi, sebbene il premier abbia specificato di aver semplicemente deciso di "ritardare" l'annessione come parte dell'accordo con Abu Dhabi.
   La Giordania è storicamente connessa alla questione palestinese, e, prima dell'accordo Abraham, rappresentava l'unico Paese arabo in Medio Oriente ad avere firmato un trattato di pace con Israele, quello del 1994, che ha normalizzato le relazioni tra i due Paesi dopo due conflitti. Il primo risale al 1948 e portò allo stanziamento di Israele nelle aree occidentali della Palestina, mentre la Giordania prese il controllo delle zone orientali palestinesi. Il secondo conflitto è del 1967 e risultò nella sconfitta della Giordania, con il conseguente ritiro da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania, pur continuando a mantenere la sovranità in questi territori.
   Nonostante il trattato di pace di Wadi Araba del 1994, che aveva posto le basi per la pace dopo decenni di guerra tra Giordania e Israele, il popolo giordano continua a considerare Israele un nemico e, a tal proposito, si è altresì opposto al cosiddetto piano di pace presentato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, il 28 gennaio 2020.

(Sicurezza Internazionale, 9 ottobre 2020)


Israele vieta le proteste contro Benjamin Netanyahu

di Giuseppe Gallinella

 
Il governo israeliano ha prorogato per un'altra settimana un provvedimento di emergenza che vieta le riunioni pubbliche, comprese le proteste diffuse contro il primo ministro Benjamin Netanyahu.
   I ministri del governo hanno approvato la misura con una votazione telefonica, ha detto l'ufficio del primo ministro in una dichiarazione mercoledì scorso. Rimarrà in vigore fino a martedì.
   Nel frattempo, il capo del servizio di sicurezza interno dello Shin Bet ha riconosciuto di aver violato gli ordini di blocco ospitando i membri della famiglia in visita a casa sua, diventando l'ultimo di diversi alti funzionari israeliani sorpresi a infrangere le regole.
   Il mese scorso Israele ha imposto un blocco a livello nazionale prima delle festività ebraiche per frenare l'epidemia di coronavirus nel paese. La Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato la scorsa settimana una legge che consente al governo di dichiarare uno stato di emergenza speciale di una settimana per limitare la partecipazione alle assemblee a causa della pandemia. Il governo ha quindi dichiarato lo stato di emergenza, limitando tutte le riunioni pubbliche a un chilometro (mezzo miglio) dalla casa di una persona.
   Netanyahu ha detto che le restrizioni sono guidate da preoccupazioni per la sicurezza mentre il paese combatte una pandemia in fuga, ma i critici e i manifestanti lo accusano di inasprire il blocco per imbavagliare il dissenso.
   Migliaia di israeliani hanno partecipato per mesi a manifestazioni settimanali fuori dalla residenza ufficiale di Netanyahu a Gerusalemme quest'estate, chiedendo al primo ministro di dimettersi mentre era sotto processo per corruzione.
   Da quando la restrizione è stata approvata il mese scorso, decine di migliaia di israeliani hanno organizzato proteste agli angoli delle strade e nelle piazze pubbliche vicino alle loro case contro la presunta cattiva gestione della crisi del coronavirus e le sue ricadute economiche da parte del governo.
   Giovedì, un manifestante israeliano ha dipinto la parola ebraica "Go" - uno slogan sempre più popolare tra i manifestanti anti-Netanyahu - a grandi lettere in piazza Rabin di Tel Aviv.
   Alti funzionari, tra cui Netanyahu e il presidente Reuven Rivlin, sono stati sorpresi a violare i propri ordini dall'inizio della pandemia. Negli ultimi giorni, il ministro dell'Ambiente Gila Gamliel è stata presa di mira per presunti traccianti di contatti fuorvianti dopo aver violato il blocco ed essere risultata positiva al virus.
   Il capo dello Shin Bet, Nadav Argaman, giovedì ha riconosciuto la stampa secondo cui sua figlia e altri membri della famiglia hanno visitato la sua casa durante le vacanze. "Il capo del servizio di sicurezza si rammarica di questo incidente e accetta la piena responsabilità", ha detto lo Shin Bet in una dichiarazione.
   L'agenzia di sicurezza, che di solito si concentra sul contrastare gli attacchi dei militanti palestinesi, è stata arruolata all'inizio della pandemia per aiutare a rintracciare i contatti sorvegliando i telefoni cellulari israeliani, una mossa che ha suscitato critiche da parte di alcuni legislatori e gruppi per i diritti.
   Israele è stato inizialmente elogiato per la sua rapida imposizione di restrizioni a febbraio per frenare la diffusione del coronavirus. Ma dopo la riapertura dell'economia e delle scuole a maggio, i nuovi casi sono aumentati rapidamente.
   Ha imposto un secondo blocco il 18 settembre quando il tasso di infezione è salito alle stelle fino a raggiungere uno dei più alti pro capite al mondo.
   Il Ministero della Salute ha registrato oltre 282.000 casi confermati e oltre 1.800 decessi nel Paese di circa 9 milioni di persone.
   Dopo quasi tre settimane di blocco, il numero di nuovi casi sta gradualmente diminuendo, ma le infezioni continuano a diffondersi, in particolare tra la comunità ebraica ultraortodossa duramente colpita del paese.
   La comunità ultraortodossa israeliana, che rappresenta circa il 10% della popolazione del paese, rappresenta più di un terzo dei casi di virus in Israele. Alcuni membri della comunità hanno infranto le regole e tenuto preghiere in spazi chiusi e grandi riunioni festive. Negli ultimi giorni centinaia di persone si sono scontrate con la polizia cercando di imporre restrizioni a Gerusalemme e in altre zone.

(ilFormat, 9 ottobre 2020)


Parashat Vezot Haberachà

L'incompletezza della vita di Mosè ci ricorda che l'ebraismo è l'espressione suprema della fede come tempo futuro

di Rabbi J. Sacks
Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò

Che modo straordinario di concludere un libro: non un libro qualsiasi ma il Libro dei libri - con Mosè che vede la Terra Promessa dal Monte Nebo, allettantemente vicino, eppure così lontano che sa che non lo raggiungerà mai nella sua vita. Questo è un finale per sfidare tutte le aspettative narrative. La storia di un viaggio dovrebbe terminare alla fine del viaggio, con l'arrivo a destinazione. Ma la Torah termina prima del capolinea. Finisce a metà. È costruito come una sinfonia incompiuta.
  Noi, lettori e ascoltatori, sentiamo il personale senso di incompletezza di Mosè. Aveva dedicato una vita a condurre il popolo fuori dall'Egitto verso la Terra Promessa. Eppure non gli è stata concessa la sua richiesta di completare il compito e raggiungere il luogo in cui aveva trascorso la sua vita come leader alla guida del popolo. Quando pregò: "Fammi … attraversare e vedere la buona terra dall'altra parte del Giordano", Dio rispose: "Basta! Non parlarmi mai più di questo argomento "(Deut. 3: 25-26).
  Mosè - l'uomo che stava davanti al Faraone chiedendo la libertà del suo popolo, che non aveva paura nemmeno di sfidare Dio Stesso, che quando scese dalla montagna e vide le persone danzare intorno al Vitello d'Oro, fracassò le tavole divinamente tagliate, l'oggetto più sacro mai visto essere tenuto da mani umane - implorato per l'unica piccola misericordia che avrebbe completato l'opera della sua vita, ma non doveva esserlo. Quando pregava per gli altri, ci riusciva. Quando pregava per se stesso, falliva. Questo di per sé è strano.
  Eppure il senso di incompletezza non è solo personale, non è solo un dettaglio nella vita di Mosè. Si applica all'intero racconto così come si è svolto dall'inizio del libro dell'Esodo. Gli israeliti sono in esilio. Dio incarica Mosè del compito di condurre il popolo fuori dall'Egitto e di portarlo nella terra dove scorre latte e miele, il paese che aveva promesso ad Avraam, Isacco e Giacobbe. Sembra abbastanza semplice. Già in Esodo 13 il popolo è partito, mandato da un faraone e da un Egitto devastato dalle pestilenze. In pochi giorni, hanno incontrato un ostacolo. Davanti a loro c'era il Mar Rosso. Dietro di loro c'erano i carri che si avvicinano rapidamente dell'esercito del Faraone. Succede un miracolo. Il mare si divide. Passano sulla terraferma. Le truppe del faraone, le ruote dei loro carri intrappolate nel fango, annegano. Ora tutto ciò che si frappone tra loro e la loro destinazione è il deserto. Ogni problema che devono affrontare - mancanza di cibo, acqua, direzione, protezione - è risolto dall'intervento divino mediato da Mosè. Cosa resta da dire, se non il loro arrivo?
  Eppure non succede. Le spie vengono inviate per determinare il modo migliore per entrare e conquistare la terra, un compito relativamente semplice. Tornano, inaspettatamente, con un rapporto demoralizzante. La gente si perde d'animo e dice di voler tornare in Egitto. Il risultato è che Dio decreta che dovranno aspettare un'intera generazione, quarant'anni, prima di entrare nel paese. Non è solo Mosè a non attraversare il Giordano. L'intero popolo non l'ha ancora fatto quando la Torah finisce. Ciò deve attendere il libro di Giosuè, non stesso parte della Torah, ma piuttosto dei Nevi'im, i successivi testi profetici e storici.
  Questo, da un punto di vista letterario, è strano. Ma non è casuale. Nella Torah, lo stile rispecchia la sostanza. Il testo ci sta dicendo qualcosa di profondo. La storia ebraica finisce senza una fine. Si chiude senza chiusura. Nel giudaismo non c'è l'equivalente di "e vissero tutti felici e contenti" (la Bibbia più vicina a questo è il libro di Ester). Il racconto biblico manca di quello che Frank Kermode chiamava "il senso di una fine". Il tempo ebraico è tempo aperto - aperto a un epilogo non ancora realizzato, una destinazione non ancora raggiunta.
  Questo non è semplicemente perché la Torah registra la storia e la storia non ha fine. La Torah ci sta dicendo qualcosa di molto diverso dalla storia nel modo in cui i Greci, Erodoto e Tucidide, l'hanno scritta. La storia secolare non ha significato. Ci dice semplicemente cosa è successo. La storia biblica, al contrario, è satura di significato. Niente accade semplicemente bemikreh, per caso.
  Nel giudaismo il tempo diventa l'arena della crescita umana. Il futuro non è come il passato. Ne si può prevedere, prevedere il modo in cui si può prevedere la fine di qualsiasi mito. Giacobbe, alla fine della sua vita, disse ai suoi figli: "Radunatevi e vi dirò cosa vi accadrà alla fine dei giorni" (Gen. 49: 1). Rashi, citando il Talmud, dice: "Giacobbe cercò di rivelare la fine, ma la Presenza Divina si allontanò da lui". Non possiamo predire il futuro, perché dipende da noi: come agiamo, come scegliamo, come rispondiamo. Il futuro non può essere previsto, perché abbiamo il libero arbitrio. Anche noi stessi non sappiamo come risponderemo alla crisi finché non si verificherà. Solo in retrospettiva scopriamo noi stessi. Affrontiamo un futuro aperto. Solo Dio, che è al di là del tempo, può trascendere il tempo. La narrazione biblica non ha alcun senso di fine perché cerca costantemente di dirci che non abbiamo ancora completato il compito. Ciò resta da ottenere in un futuro in cui crediamo ma che non vivremo per vedere. Lo intravediamo da lontano, come Mosè vide la terra santa dall'altra parte del Giordano, ma come lui sappiamo di non essere ancora arrivati. Il giudaismo è l'espressione suprema della fede come tempo futuro.
  Il filosofo ebreo del diciannovesimo secolo Hermann Cohen lo espresse in questo modo:
  Ciò che l'intellettualismo greco non poteva creare, il monoteismo profetico è riuscito a creare…. Per i greci, la storia è orientata esclusivamente al passato. Il profeta, tuttavia, è un veggente, non uno studioso…. I profeti sono gli idealisti della storia. La loro veggenza ha creato il concetto di storia come l'essere del futuro. (Enfasi aggiunta.)
  Harold Fisch, lo studioso di letteratura, ha riassunto questo in una frase incredibilmente bella: "il ricordo inappagato di un futuro ancora da soddisfare".
  Il giudaismo è l'unica civiltà ad aver stabilito la sua età dell'oro non nel passato ma nel futuro. Lo sentiamo all'inizio della storia di Mosè, anche se non fino alla fine ci rendiamo conto del suo significato. Mosè chiede a Dio: Qual è il tuo nome? Dio risponde: Ehyeh asher Ehyeh, letteralmente, "sarò quello che sarò" (Es. 3:14). Partiamo dal presupposto che questo significhi qualcosa come "Io sono quello che sono: illimitato, indescrivibile, al di là della portata di un nome". Questo potrebbe essere parte del significato. Ma il punto fondamentale è: il mio nome è il futuro. "Io sono ciò che sarà." Dio è nella chiamata dal futuro al presente, dalla destinazione a noi che siamo ancora in viaggio. Ciò che distingue l'ebraismo dal cristianesimo è che in risposta alla domanda "è venuto il Messia?" la risposta ebraica è sempre: non ancora. La morte di Mosè, la sua vita incompiuta, il suo sguardo sulla terra del futuro, è il simbolo supremo del non ancora.
  "Non sta a te completare il compito, ma non sei nemmeno libero di desistere" (Mishnah Avot 2:16). Le sfide che affrontiamo come esseri umani non vengono mai risolte in modo semplice, rapido, completo. Il compito richiede molte vite. È oltre la portata di un singolo individuo, anche il più grande; è oltre lo scopo di una singola generazione, anche la più epica. Il Deuteronomio termina dicendo: "Non è mai più sorto in Israele un profeta come Mosè" (Deut. 34:10). Ma anche la sua vita era, necessariamente, incompleta.
  Quando lo vediamo, sul monte Nebo, guardando oltre il Giordano fino a Israele in lontananza, percepiamo la vasta e provocatoria verità che tutti noi dobbiamo affrontare. Ogni persona ha una terra promessa che non raggiungerà, un orizzonte oltre i limiti della sua visione. Ciò che rende questo sopportabile è il nostro intenso legame esistenziale tra le generazioni - tra genitore e figlio, insegnante e discepolo, leader e seguace. Il compito è più grande di noi, ma continuerà a vivere dopo di noi, poiché qualcosa di noi vivrà in coloro che abbiamo influenzato.
  L'errore più grande che possiamo fare è non fare nulla perché non possiamo fare tutto. Persino Mosè scoprì che non spettava a lui completare il compito. Ciò sarebbe stato raggiunto solo da Giosuè, e anche allora la storia degli israeliti era solo all'inizio. La morte di Mosè ci dice qualcosa di fondamentale sulla mortalità. La vita non è privata di significato perché un giorno finirà. Perché in verità, anche in questo mondo, prima di rivolgere i nostri pensieri alla vita eterna nel mondo a venire, diventiamo parte dell'eternità quando scriviamo il nostro capitolo nel libro della storia del nostro popolo e lo trasmettiamo a coloro che lo faranno. Il compito - costruire una società di giustizia e compassione, un'oasi in un deserto di violenza e corruzione - è più grande di qualsiasi vita. Il popolo ebraico è tornato nella terra, ma la visione non è ancora completa. Questo è ancora un mondo violento e aggressivo. La pace ci sfugge ancora, così come molto altro. Non abbiamo ancora raggiunto la meta, anche se la vediamo in lontananza, come Mosè. La Torah finisce senza una fine per dirci che anche noi siamo parte della storia; anche noi siamo ancora in viaggio.

(Bet Magazine Mosaico, 9 ottobre 2020)


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Parashat Vezot Haberachà

Alla riflessione di Rabbi J. Sacks sulla Parashà "Vezot Haberachà" (Deuteronomio 33:1-34:12) ne affianchiamo un'altra già presente sulle nostre pagine nella rubrica Parashot.

di Marcello Cicchese

Prima di morire Mosè lascia una benedizione al popolo. Ma che autorità ha Mosè per fare questo? In circostanze come questa, benedire significa trasmettere un bene proveniente da Dio. Per un padre, benedire i figli in punto di morte è come fare testamento a loro beneficio. Ne ha l'autorità, perché è attraverso i genitori che Il Signore fa arrivare ai figli la vita, e quindi anche precisi beni ad essa collegati.
Mosè però non è padre in questo senso, perché Israele non è figlio suo, ma di Dio (Esodo 4:22). Mosè non ha neppure l'autorità di benedire come sacerdote, perché tale non è. Per questo qualcuno potrebbe pensare che la persona più adatta a benedire il popolo in punto di morte sarebbe stata Aaronne, non Mosè. Ma così non è avvenuto.
Quasi a rispondere a questa obiezione, prima che si compia questa solenne benedizione, la Scrittura indica qual è titolo che Mosè riceve per avere l'autorità di compiere quell'atto:
    "Questa è la benedizione con la quale Mosè, uomo di Dio, benedisse i figli d'Israele, prima di morire" (Deuteronomio 33:1).
E' la prima volta che nella Scrittura compare l'espressione "uomo di Dio"; nessun patriarca prima di lui aveva ricevuto questo titolo. Senza dubbio questo ha la sua importanza, perché l'introduzione di un nuovo termine nella Bibbia ha sempre un significato che deve essere ricercato. Nel seguito, l'espressione serve sempre a indicare un profeta o, in un paio di casi, il re Davide (2 Cronache 8:14, Neemia 12:24,36), mai un sacerdote.
Mosè, che certamente è stato il primo profeta che ha portato la Parola di Dio al popolo, ha svolto anche funzioni simili a quelle di un re, com'è detto in questo passo: "... ed egli è stato re in Ieshurun" (Deuteronomio 33:5).
A questo si può aggiungere che Mosè ha svolto anche la funzione di mediatore. E' a lui il che popolo deve di essere rimasto in vita, protetto dall'ira del Signore; e adesso è a lui che deve non solo la sopravvivenza, ma anche la pienezza delle benedizioni di Dio.
Senza esaminare da vicino i beni promessi a ciascuna tribù, si può subito notare la differenza di tono tra le benedizioni di Giacobbe e quelle di Mosè. Se là non mancavano rimproveri, condanne e minacce, qui tutto è positivo, tutto è aperto alla speranza, tutto invita a rallegrarsi del futuro glorioso riservato al popolo.
    «Rallègrati, Zabulon, nel tuo uscire, e tu, Issacar, nelle tue tende! Essi chiameranno i popoli al monte, e là offriranno sacrifici di giustizia; poiché succhieranno l'abbondanza del mare e i tesori nascosti nella sabbia» (Deuteronomio 33:18-19).
Eppure, nel cantico precedente Mosè aveva denunciato la durezza di cuore e l'infedeltà che il popolo aveva mostrato verso il Signore. Come si spiegano questi repentini cambiamenti di tono nella Scrittura? Non si spiegano, se si rimane "sotto il sole", dove non c'è mai "nulla di nuovo"; si spiegano soltanto se ci si lascia trasportare "sopra il sole" dalla Parola di Dio che annuncia il "nuovo" portato dall'opera di Dio, e non da quella degli uomini.
Le ultimissime parole di Mosè, quelle che stanno tra i versetti 26 e 29 del capitolo 33, sono uno sguardo profetico su un futuro che Dio ha preparato, e che un giorno certamente arriverà. Prima di proseguire, si consiglia di rileggere questi versetti o di averli davanti agli occhi.
"Nessuno è pari al Dio di Ieshurun", si dice per prima cosa, e questo già si scontra con quell'Allahu Akbar (Allah è il più grande) che oggi sentiamo risuonare nelle nostre orecchie.
Poco più avanti si dice un'altra cosa di enorme importanza:
    "Te beato, o Israele! Chi è pari a te, popolo salvato dall'Eterno?"
E' significativo il collegamento fra i due "pari": come non c'è nessun dio pari al Dio di Israele, così non c'è nessun popolo pari al popolo di Israele. Dunque, l'unicità di Dio è espressa sul piano storico-politico dall'unicità di Israele.
Si spiega allora l'accanimento contro la "pretesa" del popolo ebraico di distinguersi dagli altri: non si accetta la scelta di Dio perché non si accetta che ci sia un Dio che sceglie. Ma poiché Dio sceglie per salvare, chi non accetta un Dio che sceglie non può essere salvato. Questo è vero sia per i singoli, sia per le nazioni.
Israele è "un popolo salvato dall'Eterno", ma affinché questo destino di salvezza diventi una realtà storica dovrà arrivare il giorno in cui Israele userà parole simili a quelle di Maria di Nazaret, che all'annuncio dell'angelo Gabriele: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio", rispose umilmente: "Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola" (Vangelo di Luca, cap. 1).
E la parola dell'angelo Gabriele a Maria è questa:
    "Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre".
Gli altri popoli invece dovranno dire se vogliono accettare il fatto che Dio ha scelto il popolo d'Israele, e non solo il Messia d'Israele. Da questo dipenderà la loro entrata nel regno messianico o la definitiva sparizione dalla scena.
L'accanimento contro il popolo ebraico, oggi rappresentato dallo Stato d'Israele, è una costante storica umanamente inspiegabile. Non c'è accanimento pari a quello contro Israele, e anche questo conferma che non c'è un popolo pari a Israele, proprio come la Scrittura attesta.
Attenzione però, perché mettersi contro Israele in opposizione alle scelte di Dio non è privo di conseguenze, perché Israele è un popolo salvato dall'Eterno che ha in Dio uno scudo di difesa e una spada di offesa contro i suoi nemici.
    "Te beato, Israele! Chi è pari a te, popolo salvato dall'Eterno? Egli è lo scudo della tua difesa e la spada del tuo trionfo. I tuoi nemici verranno ad adularti, e tu calpesterai le loro alture».
(Notizie su Israele, 20 ottobre 2016)


Coronavirus: Israele, segni di arresto della pandemia

Preoccupazione per i contagi fra gli ebrei ortodossi

Dopo oltre due settimane di lockdown, il ministero della sanità israeliano ha oggi riferito di aver rilevato "segni apparenti di un arresto" nella diffusione della pandemia coronavirus. Ciò nonostante, ha avvertito, Israele resta uno dei Paesi col più elevato tasso di contagi. Ieri sono stati rilevati 3.692 casi positivi, l'8 per cento dei tamponi condotti (circa 46 mila). Si tratta di un calo ulteriore, dopo il picco del 15 per cento registrato alla fine di settembre. Stabile il numero dei malati gravi (852) e quello dei malati in rianimazione (241). I decessi sono saliti a 1.864.
Particolare preoccupazione desta la situazione sanitaria nelle località ortodosse, dove malgrado il lockdown in occasione di successive ricorrenze religiose ebraiche si sono avuti ripetuti assembramenti di massa. Migliora sensibilmente invece la situazione nelle località arabe, dove il mese scorso si erano registrati alti tassi di contagio imputati a matrimoni affollati. Secondo dati raccolti dall'Istituto Weizman fra i nuovi casi positivi della settimana scorsa l'8 per cento erano arabi, il 47 per cento ortodossi ed il 45 per cento il resto degli israeliani.

(ANSA, 9 ottobre 2020)


Covid-19, Israele da "Paese modello" al più colpito dalla pandemia

Israele e Covid-19. Cosa è successo tra il primo e il secondo lockdown? E la nuova chiusura totale sta funzionando? Ecco i primi dati.

di Daniele Particelli

Israele è stato per mesi, insieme all'Italia, uno dei Paesi da prendere come esempio per il modo in cui è riuscito ad affrontare la prima fase della pandemia di Covid-19, ma da qualche settimana a questa parte qualcosa è cambiato: i casi non soltanto hanno ripreso a salire, ma hanno toccato vette mai raggiunte dalla prima ondata al punto da costringere il Paese ad un nuovo e duro lockdown di almeno tre settimane e l'introduzione di un sistema a semafori che punta a regolare al vita dei cittadini, a seconda dei contagi nelle varie aree del Paese, per molte settimane a venire.
Cosa è successo in questi mesi? Sono stati commessi degli errori che rischiano di venir compiuti anche da Paesi come l'Italia, che ad oggi sembra uno dei Paesi che meglio sta gestendo la cosiddetta seconda ondata della pandemia di Covid-19?

(Blogo.it, 9 ottobre 2020)


Non solo Emirati Arabi. Perché (anche) il Qatar vuole l'F-35

di Emanuele Rossi

Anche il Qatar vuole l'F-35. Per gli Usa, l'eventuale vendita permetterebbe di rafforzare il sistema di pressione sull'Iran. Per Doha vorrebbe dire dare vigore alle ambizioni crescenti su varie questioni mediorientali. Prevedibili però le resistenze di Israele e Arabia Saudita. Ecco perché.

Dopo gli Emirati Arabi anche il Qatar vuole l'F-35, il velivolo americano di quinta generazione. Doha avrebbe già presentato richiesta formale a Washington, almeno stando alle indiscrezioni di Reuters che riporta tre diverse fonti vicine al dossier tra dipartimento di Stato e diplomazia Usa. La fornitura non si preannuncia facile, vista la necessaria approvazione del Congresso americano e le prevedibili resistenze di Arabia Saudita e Israele, che comunque presenta al momento diversi interessi convergenti con Doha. Intanto il Joint Strike Fighter si conferma strumento prediletto di Washington per il rafforzamento delle alleanze, nonché sistema ambito dai Paesi che vogliono essere più protagonisti sullo scenario internazionale.

 Interessi incrociati
  E infatti, se per gli Stati Uniti vendere l'F-35 al Qatar significherebbe rafforzare il sistema di pressione sull'Iran, per Doha vorrebbe dire dare vigore alle ambizioni crescenti su varie questioni mediorientali. Poche settimane fa, ricevendo a Washington il ministro degli Esteri Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, il segretario di Stato Mike Pompeo aveva spiegato l'intenzione di rafforzare i rapporti per rendere il Qatar uno dei maggiori alleati non-Nato degli Stati Uniti. A complicare tale obiettivo potrebbe però essere il necessario passaggio al Congresso per una vendita militare corposa che richiede tempi lunghi e su cui interverrà comunque anche l'esito del voto del prossimo 3 novembre. Tra l'altro, dal mondo politico americano sono in tanti a non fidarsi del Qatar per i legami con Hamas e Iran.

 Tra Israele…
  Ma le resistenze arriveranno probabilmente anche dai principali alleati di Washington nell'area: Israele e Arabia Saudita. Per Tel Aviv è prevedibile un'opposizione simile a quella che ha riguardato l'ipotesi di vendita di F-35 agli Emirati Arabi, smussata e ammorbidita solo dagli Accordi di Abramo e, soprattutto, dalle importanti garanzie americane sulla preservazione del "qualitative military edge" israeliano, cioè del vantaggio tecnologico militare che il Paese vanta nella regione. Garanzie che sono arrivate a Benjamin Netanyahu direttamente da Mike Pompeo, e al ministro della Difesa e vice primo ministro Benny Gantz dal capo del Pentagono Mark Esper, chiamati ora allo stesso lavoro di rassicurazione dell'alleato. Parallelamente, non è da escludere un riavvicinamento tra Tel Aviv e Doha. Formiche.net ha raccontato dei diversi piani di contatto (compresa la tregua tra Israele e Hamas) e di una convergenza di interessi che pone il Qatar tra i Paesi in lizza per possibile adesione agli Accordi di Abramo.

 … e Arabia Saudita
  A ostacolare la vendita potrebbe però essere anche l'Arabia Saudita. Riad non ha problemi sulla fornitura emiratina, ma potrebbe opporsi a quella qatariota. Da almeno quattro anni la frattura tra i Paesi del Golfo si è tradotta in un sostanziale isolamento regionale del Qatar, accusato dalle altre monarchie (insieme all'Egitto) di sostenere le ambizioni iraniane nella regione mediorientale e di offrire supporto ai Fratelli Musulmani e a gruppi integralisti come Hamas. Come notava su queste colonne l'ambasciatore Giampiero Massolo (presidente dell'Ispi e di Fincantieri), Doha è tra i protagonisti del confronto interno all'Islam sunnita, che "riguarda essenzialmente il futuro dell'Islam politico di cui la Turchia, sostenuta dal Qatar, si vuole rendere protagonista (e protettrice) e a cui invece si oppongono con determinazione Arabia Saudita ed Emirati Arabi".

 Il ruolo di Doha
  L'eventuale intesa per gli F-35 permetterebbe al Qatar di dare spinta all'uscita dall'isolamento, già evidente nelle relazioni con i Paesi europei (Italia compresa), e da Washington potrebbe essere letta come un distacco di Doha da Teheran. L'Emirato gioca un ruolo importante in Libia (insieme alla Turchia è il principale sponsor del Governo di accordo nazionale di Fayez al Serraj) e in altre partite che interessano gli Usa. Doha è il centro dei negoziati per la pacificazione dell'Afghanistan, un tema caro all'amministrazione targata Donald Trump anche nel contesto dell'attuale campagna elettorale.

(Formiche.net, 8 ottobre 2020)


Louise Glück ha vinto il Nobel per la letteratura

La poetessa statunitense è stata premiata "per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende l'esistenza individuale universale".

 
Louise Gluck alla cerimonia dei National Book Awards a New York, 2014
Il Premio Nobel per la letteratura 2020 è stato assegnato alla poetessa statunitense Louise Glück, "per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende l'esistenza individuale universale".
   Glück ha 77 anni ed è una stimatissima poetessa negli Stati Uniti, già vincitrice di vari premi prestigiosi. Nata a New York, ha origini ebraico-ungheresi e insegna letteratura inglese all'Università di Yale. Nel 1993 vinse il premio Pulitzer della poesia con la raccolta di poesie L'iris selvatico; nel 2014 il National Book Award, un altro importante premio letterario americano. Ha scritto 12 raccolte di poesie, oltre a varie raccolte di saggi di critica letteraria. In italiano è stata pubblicata all'inizio dell'anno la sua decima raccolta di poesie, Averno, che era uscita negli Stati Uniti nel 2006: contiene una riscrittura del mito greco di Persefone. A pubblicarla è stata la Libreria Dante & Descartes di Napoli, che ha anche una piccola attività come casa editrice.
   La mitologia greca in generale è uno dei temi ricorrenti delle sue opere (altri personaggi che vi sono citati sono Didone ed Euridice, come Persefone donne tradite), oltre all'infanzia, e ai rapporti familiari, in particolare con genitori e fratelli e sorelle, e al rapporto con la natura: in L'iris selvatico le poesie sono "ambientate" in giardini dove a parlare sono i fiori.
   In uno dei suoi saggi, contenuto in Proofs & Theories: Essays on Poetry, del 1994, ha raccontato della sua esperienza con l'anoressia da giovane. Come ha spiegato Anders Olsson, presidente del comitato che le ha assegnato il Nobel, «non negherebbe mai l'importanza del contesto autobiografico nelle sue opere, ma non deve essere considerata una poetessa confessionale», come ad esempio sono Sylvia Plath e Anne Sexton, anche se proprio un poeta confessionale, Robert Lowell, è considerato dai critici tra quelli che più l'hanno influenzata.
   Un'altra caratteristica di Glück è che nelle sue opere spesso non c'è nulla che indichi il genere o altri caratteri identitari che descrivono il soggetto della poesia; è una di quegli autori a cui non piace essere identificati all'interno di una specifica categoria - come donna, o di origine ebraica.
   Il Nobel per la letteratura è uno dei più prestigiosi riconoscimenti in ambito letterario e viene assegnato dal 1901. Glück è la sedicesima donna a riceverlo, dopo la scrittrice polacca Olga Tokarczuk, vincitrice del premio per il 2018. Era invece dal 2011 che il premio Nobel per la letteratura non veniva assegnato non veniva assegnato a un autore che si occupa principalmente di poesia: quell'anno lo vinse lo svedese Tomas Tranströmer. L'ultimo statunitense a vincere il premio prima di Glück invece è stato Bob Dylan, nel 2016: anche lui è un poeta, anche se non è la prima parola che si userebbe per descriverlo. Un'ultima statistica: negli ultimi dieci anni, con Glück, sono stati quattro i vincitori del premio Nobel per la letteratura che scrivono in inglese.

(il Post, 8 ottobre 2020)


Netanyahu: "Presto in arrivo duemila immigrati dall'Etiopia"

Il premier Benyamin Netanyahu ha annunciato oggi l'arrivo in Israele di duemila nuovi immigrati dall'Etiopia, membri della comunità dei Falashmura: "Sei mesi fa - ha detto - mi sono impegnato a portare da noi quanto resta delle comunità ebraiche in Etiopia. Alla prossima seduta di governo voteremo il trasferimento di duemila membri del nostro popolo, per poi portare anche tutti gli altri". I Falashmura sono una comunità di origine ebraica che per un periodo ha praticato il cristianesimo per poi tornare, di recente, all'ebraismo. Secondo dati dell'Agenzia Ebraica almeno ottomila di loro, che attualmente si trovano in campi di raccolta ad Addis Abeba, hanno parenti stretti nella comunità Falasha (Beita Israel) in Israele, e sono dunque qualificati per la immigrazione. Gli israeliani di origine etiopica sono circa 100 mila.

(Politica News, 8 ottobre 2020)


Mossad, una notte a Teheran

Come fu organizzata l'operazione che permise agli 007 israeliani di mettere le mani sui documenti nucleari iraniani.

di Matteo Carnieletto

A volte, per descrivere la realtà, è necessario ricorrere alla finzione. Bisogna nascondere nelle pieghe di un romanzo quello che normalmente si può solo intuire o, peggio ancora, immaginare. Ma se davvero fosse così? Se davvero quanto immaginato dalla mente di un autore fosse più vero del vero?
   Partiamo dalla realtà. Dai fatti. Il 30 aprile del 2018, il premier israeliano Benjamin Netanyahu lancia una durissima accusa nei confronti dell'Iran: "Teheran mente sfacciatamente sulle sue armi nucleari" e "punta a dotarsi di almeno cinque ordigni nucleari analoghi a quelli utilizzati su Hiroshima". Alle spalle del primo ministro appaiono diverse immagini. Ai più dicono poco o nulla, ma sono il frutto di anni di lavoro dei servizi segreti israeliani. Si tratta, prosegue Netanayhu, di 55mila documenti e altri 55mila file su cd, "copia esatta degli originali provenienti dagli archivi segreti di Teheran". Prove che confermerebbero l'esistenza del piano di riarmo nucleare dell'Iran, chiamato "Amad".
   "Si tratta - conclude Neatanyahu - di uno dei maggiori successi di intelligence che Israele abbia mai conseguito". Difficile ribattere. Questi documenti, infatti, contribuiranno a far saltare l'accordo che gli Stati Uniti, insieme a Francia, Russia, Regno Unito e Germania, avevano siglato con l'Iran. Ma cosa accadde in quella notte di tanti anni fa?
   Il New York Times, in un articolo del 15 luglio 2018, poco più di due mesi dopo le parole di Netanyahu, ha cercato di fare un po' di chiarezza: "Gli agenti del Mossad che si sono trasferiti in un magazzino in uno squallido quartiere commerciale di Teheran sapevano esattamente quanto tempo avevano per disattivare gli allarmi, sfondare due porte, tagliare dozzine di casseforti giganti e uscire dalla città con la metà del materiale segreto: sei ore e 29 minuti". Tutto si gioca in una manciata di secondi: quella notte, il 31 gennaio, gli agenti del Mossad aprono 32 cassaforti, dalle quali riescono a trafugare parecchio materiale. Il tempo scorre veloce. Troppo, forse. Tre, due, uno. Finito. Bisogna partire. La squadra israeliana si dirige verso il confine, "trasportando circa 50mila pagine e 163 compact disc di promemoria, video e progetti".
   Qui finisce la storia e siamo costretti a entrare nella finzione, grazie a Mossad, una notte a Teheran, l'ultimo romanzo di Michael Sfaradi per La nave di Teseo (impreziosito dalla copertina e dai disegni, realizzati con matita, carboncino e penna biro, da Rosj Domini).
   Tutto ruota intorno a quel giorno, quel 31 gennaio che avrebbe cambiato la storia del Medio Oriente. Anzi, tutto ruota alla preparazione di quel giorno perché certe operazioni, per essere davvero efficaci, devono essere preparate anni prima. Tutto può iniziare per caso, per esempio assistendo a una strana lite in un pub tedesco, per arrivare infine all'operazione. E in mezzo? C'è la storia di un protagonista - Ilan - un po' James Bond, un po' Eli Cohen (la spia israeliana che riuscì a raggiungere il vertice dell'arcinemica Siria) che pensa e agisce come un perfetto 007: "Ragionare velocemente come era stato addestrato, fino ad arrivare ai limiti e, se fosse stato necessario, superarli per scopire la linea estrema e poi spingersi oltre".
   Ilan (Emad, una volta che viene infiltrato, Ndr) sa che ogni sua azione determinerà una reazione. Da una parte o dall'altra: "Ragionando (...) con il pragmatismo più estremo, cosa era meglio: l'Iran con in mano la bomba e il potenziale per non far più dormire una notte tranquilla a Israele per l'eternità o un gran casino che avrebbe ridisegnato il Medio Oriente con le lacrime e il sangue? La scelta doveva essere politica, lui era solo un agente che proponeva, e poi, quando le decisioni erano prese. obbediva agli ordini".
   Impossibile non pensare a queste parole rileggedo quanto successo in Iran in tre densissime settimane delle scorso luglio: strane esplosioni si sono registrate a Khojir, dove è situata la più importante struttura iraniana per la produzione di missili; nella base nucleare di Natanz, dove vengono fabbricate centrifughe per arricchire l'uranio; a ovest di Teheran dove, per ore, è stato registrato un blackout. È stato il Mossad? Nessuno può dirlo. Questo servizio segreto, infatti, è "famoso più per quello che non si sapeva di lui, che per ciò che negli anni era venuto alla luce, ma quello che impressionava i più, e intimoriva i nemici, era quell'aura di imbattibilità e mito che, nel corso degli anni, si era creato intorno a quella parola, Mossad, che in Israele è di uso comune, ma che nel resto del mondo fa tremare le vene ai polsi".
   Suggestioni, certo. Che però fanno riflettere...

(il Giornale, 8 ottobre 2020)


Ghez, un Nobel dalle radici ebraiche a cavallo tra Roma, Pisa e Livorno

Andrea Ghez
Radici ebraico-italiane per Andrea Ghez, la 55enne astronoma newyorkese vincitrice in queste ore del Premio Nobel per la Fisica. La quarta donna in assoluto a ottenere questo riconoscimento, tributatole insieme a Reinhard Genzel per le sue ricerche sulla Via Lattea. Laureatasi al Massachusettes Institute of Technology, dal 2004 è tra i membri dell'National Academy of Sciences e, sempre in coppia con Genzel, nel 2012 ha ricevuto il Premio Crafoord nel campo dell'astronomia. "Spero - il suo primo commento, dopo la telefonata ricevuta da Stoccolma - di ispirare altre giovani donne a dedicarsi a questo campo del sapere. La fisica è uno studio che può regalare così tante soddisfazioni e se si è appassionati di scienza, c'è veramente molto da fare".
   Il padre della scienziata, Gilbert, era nato a Roma nel 1938, secondo figlio del romano Henri e della tedesca Elsie Marx. Salvifica la scelta di emigrare nel giro di breve tempo a New York, dove la famiglia Ghez trascorre il periodo bellico. Finita la guerra, il ritorno in Europa. Con Gilbert che si forma alla scuola internazionale di Ginevra e poi, trasferitosi definitivamente negli Stati Uniti, completa il suo percorso di studi in economia in prestigiosi atenei tra cui Yale e Columbia University. Diventato economista di successo, nei primi Anni Novanta, poco dopo il crollo del Muro di Berlino, è l'artefice di un programma rivolto a studenti cecoslovacchi che, grazie al suo impegno, hanno l'opportunità di formarsi in America. Alcuni anni dopo, nel 2007, avrebbe invece ideato un'altra pregevole iniziativa: un'occasione d'incontro aperta ai discendenti della famiglia Ghez. L'appuntamento era stato tra Pisa e Livorno. Nei luoghi quindi di un avo illustre: l'ebreo livornese Giacomo di Castelnuovo (1819-1886), che fu protagonista del Risorgimento e medico di riferimento di casa Savoia. "Livorno dove Giacomo è nato, Pisa dove ha abitato ed è sepolto, con partecipazione di centoventi discendenti" racconta Bruno Di Porto, direttore del periodico "Hazman Veharaion - Il Tempo e L'Idea" e bisnipote del celebre medico.
   Henri, assieme al fratello Oscar, aveva fondato a Roma una fabbrica di prodotti del caucciù. "A seguito delle leggi antiebraiche - racconta Di Porto - la scambiarono con un'impresa di Pirelli nei pressi di Lione, trasferendosi in Francia". Alla sconfitta francese, Oscar riparò dapprima in Svizzera, dove nacque il figlio Claude, poi in Spagna, in Portogallo, negli Stati Uniti "dove fu consultato dal governo, come esperto di cose italiane". Nel dopoguerra si trasferì in Svizzera, realizzandovi un museo d'arte moderna, il Petit Palais. Sorelle di Oscar e Henri furono Ketty e Odette, che a Roma si salvò dalle persecuzioni in clandestinità assieme al marito Gino Terzago. Proprio a Odette fu affidato, per un breve periodo, lo stesso Bruno.
   Origini ebraiche anche per l'altro vincitore del Nobel per la Fisica, il più noto del terzetto: il matematico, fisico e cosmologo britannico Roger Penrose, laureato all'Università di Cambridge, professore emerito all'Istituto di matematica dell'Università di Oxford e nel 1988 vincitore, assieme a Stephen Hawking, del Premio Wolf per la fisica.

(moked, 7 ottobre 2020)


In Israele condotte sconsiderate dietro la nuova ondata di contagi

Intervista a Sergio Della Pergola.

- È ormai da alcuni mesi che la seconda ondata di coronavirus preoccupa le autorità. Vi è sempre il mancato rispetto delle norme di prevenzione a origine del crescente numero di contagi?
  «Sì, e con il tempo questa mancanza di disciplina si è molto acuita. Una parte della popolazione non rispetta le disposizioni sanitarie, non mantenendo le distanze di sicurezza, rifiutando l'uso della mascherina e via dicendo. A ciò va aggiunto il fatto che il 1° settembre sono state riaperte le scuole, decisione da molti ritenuta discutibile, e ciò ha portato ad un'impennata dei contagi. Israele è così diventato il primo Paese al mondo come numero di contagi rispetto al numero di abitanti. Mentre nella fase iniziale della pandemia avevamo dei dati molto bassi di infetti. Il numero totale dei decessi, circa 1.700, è relativamente basso, però è più che quintuplicato negli ultimi mesi».

- Quali effetti ha avuto l'esplosione del numero di infetti?
  «Tale crescita esponenziale dei contagiati comporta grosse tensioni interne, in quanto in Israele la popolazione è composta da vari gruppi con comportamenti culturali molto diversi gli uni dagli altri. La popolazione araba, circa un quinto del totale, registrava punte alte di contagi che negli ultimi giorni si sono un po' ridotti. Tra queste persone il fattore scatenante dell'epidemia sono i grandi matrimoni, le grandi manifestazioni di gioia collettiva nella comunità, senza alcuna precauzione. Comportamenti con gravi conseguenze in ambito sanitario».

- Preoccupa anche l'atteggiamento degli ortodossi?
  «Sì, oggi il problema principale è il comportamento della parte ortodossa della maggioranza ebraica. Si tratta del 10-12% della popolazione israeliana, ma negli ultimi giorni la percentuale di contagi in questo gruppo rappresenta circa il 40% di tutti i nuovi casi. Ci sono dei rabbini che dicono di ignorare le direttive dello Stato in quanto ritengono che quello che conta è la protezione divina».

- In cosa consiste il nuovo giro dl vite per contenere l'epidemia?
  «Un paio di settimane fa sono state adottate nuove restrizioni. E' ad esempio vietato muoversi oltre un chilometro dal proprio domicilio, anche se poi non tutti rispettano le norme. Molte attività produttive sono state chiuse, sia nel settore privato sia in quello pubblico. Dal mondo dell'economia, che stava riprendendosi dopo la prima ondata, è partita una nuova ondata di licenziamenti o di messa a riposo per ferie o malattia. Si calcola che circa un milione di persone sia rimasto senza lavoro».

- Vi sono aiuti per i disoccupati?
  «La situazione economica è grave, anche se lo stato sociale dà dei sussidi a chi resta disoccupato. Gli aiuti non possono andare avanti a lungo».

- Vi è il rischio che si arrivi a una situazione analoga a quella vissuta dall'ltalia lo scorso inverno?
  «Siamo ancora lontani da quella tragica situazione, però l'evolversi della pandemia dipende anche dalla forte incoscienza di alcuni gruppi della nostra società che organizzano riunioni di massa. In Israele abbiamo il Capodanno ebraico che è stato celebrato un paio di settimane fa. Poi vi è la celebrazione ebraica dell'espiazione, il giorno del Kippur. Anche le persone più lontane dalla religione finiscono per andare almeno una volta all'anno alla sinagoga a pregare e quindi si creano dei grandi assembramenti. Poi comincia la festa delle capanne, in ebraico Sukkot, che dura fino a sabato prossimo. Festività ricche di incontri, vedremo che impatto avranno sulla diffusione del virus. Poi si spera che l'ondata di contagi inizi a decrescere anche perché le scuole sono state chiuse e si procede con l'insegnamento a distanza».

(Corriere del Ticino, 7 ottobre 2020)


Israele-Emirati, primo incontro a museo Shoah di Berlino

di Fulvio Miele

 
 
In una scelta altamente evocativa, i ministri degli esteri di Israele ed Emirati Arabi Uniti hanno deciso di incontrarsi per la loro prima volta al Museo della Shoah di Berlino. Una riunione "storica" - dopo l'Accordo di Abramo firmato il mese scorso alla Casa Bianca - di grande impatto per i rapporti tra mondo ebraico ed arabo. "Mai piu'", ha scritto in arabo e in inglese sul libro del Museo il ministro Abdullah bin Zayed Al Nahyan commemorando cosi' "le vittime europee dell'Olocausto".
  "Una riunione che simboleggia l'inizio di una nuova era di pace tra i popoli", ha incalzato Gabi Ashkenazi, figlio di un sopravvissuto alla Shoah ed ex capo di stato maggiore di un esercito che piu' volte ha combattuto contro nazioni arabe. Ed Heiko Maas, ministro degli esteri tedesco, ha definito un "grande onore" il fatto che i due rappresentanti di paesi senza relazioni per decenni "abbiano scelto" proprio Berlino "come luogo del loro primo storico incontro".
  Visitando le sale di un luogo che racconta lo sterminio degli ebrei perpetrato dalla Germania nazista, Zayed Al Nahyan ha commentato che "un intero gruppo di esseri umani e' caduto vittima di quelli che parlano di estremismo e odio" sottolineando invece "l'importanza dei valori umani come la coesistenza, la tolleranza e l'accettazione dell'altro ed anche il rispetto per tutti i credi e le fedi". "Questi - ha affermato - sono i valori sui quali la mia patria e' stata fondata".
  I due ministri - accompagnati da Maas - si sono poi inoltrati nel labirinto di piu' di 2.700 blocchi di cemento disseminati in un'area equivalente a tre campi di calcio: un mausoleo del ricordo. Maas ha sottolineato che la volonta' dei due ministri di incontrarsi i quel luogo mostra "quanto sia serio il loro sforzo per buone relazioni bilaterali". Rapporti sanciti dall'Accordo di Abramo che per il ministro tedesco e' "la prima buona notizia in Medio Oriente da molto tempo". "Questo significa - ha detto - che una pacifica coesistenza nel Medio Oriente e' possibile," che e' possibile "rilanciare il dialogo tra israeliani e palestinesi". Tema ripreso sia dal ministro degli Emirati sia da quello israeliano. "C'e' una nuova speranza per Israele e Palestinesi in modo che - ha detto Zayed Al Nahyan - possano lavorare per una Soluzione a 2 Stati e una regione migliore". Ashkenazi ha fatto appello ai Palestinesi affinche' tornino ai negoziati sottolineando che " trattative dirette con Israele sono l'unica maniera di avanzare verso la pace".

(Juorno, 7 ottobre 2020)


Colloqui Israele-Libano, definire confini per dividersi il gas

Previsto a metà mese il via alle trattative «marittime» mediate da Usa e Onu. Sullo sfondo c'è il basso profilo della Siria, visibile nella mancata reazione all'Accordo di Abramo. Ed Hezbollah sa di dover favorire il dialogo per frenare la crisi economica.

di Michele Giorgio

Dovrebbero cominciare a metà mese i colloqui per la definizione dei confini marittimi tra Israele e Libano che vedranno allo stesso tavolo i delegati dei due paesi assieme ai mediatori statunitensi e dell'Onu.
   La sede degli incontri sarà nei locali della base militare dell'Unifil a Ras Naqura. La certezza che i negoziati prendano il via non c'è ancora. Israele e Libano sono in stato di guerra, non hanno rapporti e le differenze sulla composizione delle delegazioni e altri aspetti «politici» restano ampie. Ma alla fine si faranno: a Ras Naqura saranno in ballo i miliardi di dollari che Tel Aviv e Beirut potrebbero incassare dallo sfruttamento di ricchi giacimenti sottomarini di gas se riusciranno a trovare un'intesa su un'area di 860 chilometri quadrati, nel cosiddetto Blocco 9.
   Non siamo di fronte al primo passo di un futuro accordo diplomatico tra Israele e Libano come banalmente lasciavano intendere qualche giorno fa i resoconti di media entusiasti dell'Accordo di Abramo, la normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati e Bahrain.
   Parliamo di gas nel Mediterraneo orientale, la corsa al nuovo oro che coinvolge Turchia, Grecia, Cipro, Egitto, oltre a Israele e Libano, e che potrebbe sfociare in una guerra se le cose dovessero mettersi male. Il presidente del parlamento libanese Nabih Berri ha precisato più volte che i colloqui a Ras Naqura sono estranei alla normalizzazione mediata dall'amministrazione Trump. Ed è stato esplicito sulle finalità del negoziato sottolineando che «se la demarcazione avrà successo potremo pagare i nostri debiti».
   Giorni fa il quotidiano di Beirut Al Akhbar riferiva che l'influente movimento sciita libanese Hezbollah si oppone fermamente alla partecipazione ai negoziati di esponenti del governo israeliano, per impedire che sia dato un carattere politico alla trattativa. L'esecutivo guidato da Netanyahu infatti vorrebbe a capo della delegazione israeliana il ministro dell'energia Steinitz. E il ministro degli esteri Ashkenazi ritiene che «il successo dei colloqui contribuirà in modo significativo alla stabilità della regione». Allo stesso tempo Hezbollah deve favorire l'avvio della trattativa che riguarda lo sfruttamento di una potenziale fonte di ricchezza per il paese dei cedri alle prese con una devastante crisi economica e finanziaria (la peggiore degli ultimi 30 anni) che ha fatto precipitare nella povertà larghi settori della popolazione.
   Conta anche l'accusa mossa da una parte della popolazione libanese al movimento sciita di badare più agli interessi dei suoi alleati iraniani che a quelli del proprio paese. Accusa che Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, respinge con forza. Il Libano ha già assegnato le licenze esplorative nel Blocco 9 a un consorzio di aziende che include la francese Total, la italiana Eni e la russa Novatek. Il governo Netanyahu ha coinvolto le compagnie Delek Drilling e Noble Energy, già partner nello sfruttamento di giacimenti israeliani. Nessuno dei due paesi è attivo nella zona contesa che, affermano i libanesi, sarà delimitata sulla base «del meccanismo tripartito (Israele, Libano, Onu) concordato nel 1996» e non in altri modi.
   Sullo sfondo c'è il basso profilo sugli ultimi sviluppi regionali che la Siria ha adottato di recente. Oltre a non aver espresso una posizione a proposito della trattativa sui confini marittimi tra Israele e Libano, Damasco ha criticato a bassa voce la normalizzazione di Emirati e Bahrain con i «nemici israeliani». Dopo le forti tensioni degli anni passati per l'appoggio offerto da Abu Dhabi a jihadisti e islamisti radicali schierati contro il presidente Assad, la leadership siriana dalla fine del 2018 vanta buone relazioni con gli Emirati che hanno riaperto l'ambasciata a Damasco sfidando la rivale Turchia.
   La Siria, poi, mantiene buoni rapporti con l'Egitto, alleato degli Emirati, e appoggia il generale libico Haftar contro il governo di Tripoli alleato di Ankara. Gli Emirati, si dice, saranno protagonisti della ricostruzione in Siria se e quando gli Usa cesseranno di ostacolarla.

(il manifesto, 7 ottobre 2020)


E' iniziata l'avventura!! L'Israel Start Up Nation Team alla 103a edizione del Giro d'Italia

E' iniziata l'avventura del Team Israeliano Start Up Nation al 103o giro d'Italia. I risultati sono stati davvero importanti: fin dal primo giorno!

di Mariella Belloni

 
La squadra israeliana è apparsa per la prima volta al Giro d'Italia in occasione della storica Big Start di Gerusalemme del 2018 già con Guy Niv e Guy Sagiv: un evento sportivo che ha davvero emozionato il mondo!
L'allora Cycling Accademy, oggi Start Up Nation, sta partecipando al Giro d'Italia 2020 dopo aver terminato una settimana fa la partecipazione al Tour de France.
L'edizione del 2018 avrà sempre un posto speciale nel cuore del team, dopo quella gara ricca di irripetibili emozioni che vide la Grande Partenza da Gerusalemme.
All'epoca Sylvan Adams, comproprietario della squadra, riuscì a dimostrare agli organizzatori di gare ciclistiche di tutto il mondo l'eccezionale cultura ciclistica della piccola Israele, attraverso la sicurezza delle sue strade e lo splendore dei suoi paesaggi.
Sylvan Adams, il pro-manager Kjell Carlström e il ciclista israeliano Guy Sagiv hanno ricordi fantastici dell'edizione 2018.
Adams ha dichiarato: "Il Giro ha dato alla nostra squadra la prima opportunità di correre in un Grand Tour che è stato reso memorabile quando è iniziato sul terreno di casa, a Gerusalemme. E' bello tornare al Giro per la terza volta, per vedere i nostri vecchi amici".
Kjell Carlström, la mente finlandese del team israeliano, ha continuato: "Iniziare in Israele, con il nostro team, e finire secondi in una delle tappe ebbe un grandissimo significato per l'ICA [ora ISN]".
Guy Sagiv ha continuato: "È stato semplicemente incredibile e da allora molto è cambiato. Questa volta sono qui non solo per sopravvivere, ma per gareggiare". Sagiv vuole aiutare i leader della squadra il più possibile e unirsi ad alcune fughe durante le tappe. "Sono pronto a rappresentare il mio Paese in quella che è una gara speciale per la squadra, per Israele e per me stesso. Credo che abbiamo ottimi velocisti e un risultato storico è in palio ".
Il team dei velocisti della Start Up Nation è di livello mondiale e, oltre a Sagiv, vi sono figure come Matthias Brändle, Alex Dowsett e Rick Zabel, Rudy Barbier e Davide Cimolai.
Cimolai è l'eroe locale dell'ISN al Giro. "Il gruppo trascorrerà quattro giorni attraversando la mia regione. È super eccitante per me".
Il direttore sportivo Nicki Sörensen è fiducioso che questa formazione sarà in grado di ottenere risultati davvero straordinari. "Questo è l'obiettivo principale", ha detto, "e Barbier e Cimolai sono i nostri due ciclisti che possono raggiungerlo. Navarro sarà la nostra forza in montagna. Accanto alle tappe pianeggianti, ci sono alcune giornate particolarmente interessanti per noi, per entrare in fuga. Mi aspetto gare emozionanti in montagna in questo Giro".
Qui di seguito il team:
    Rudy Barbier
    Matthias Brändle
    Alexander Cataford
    Davide Cimolai
    Alex Dowsett
    Daniel Navarro
    Guy Sagiv
    Rick Zabel.
Un bellissimo saluto è stato regalato alla stampa e ai tifosi dal nostro Davide Cimolai che davvero apre il cuore attraverso il suo ricordo dell'emozione vissuta durante la Grande Partenza, alla scoperta di Gerusalemme e della "sua" amatissima Israele.
Con orgoglio Israele promuove e segue le imprese di questo affiatatissimo team. Il Ministero del Turismo di Israele, sponsor ufficiale della squadra con il claim "Two Sunny cities one break. Tel Aviv - Jerusalem" tiene viva la passione per Israele attraverso le imprese e la simpatia di questi giovani atleti. E riprendendo le parole di Davide Cimolai:" vi invitiamo tutti in Israele. Questa Terra è davvero speciale".

(Comunicati-Stampa.net, 7 ottobre 2020)


Il sultano di Ankara sogna l'impero

Il leader della Mezzaluna sta andando alla conquista del Caucaso e del Mediterraneo anche grazie ai tagliagole dell'Isis. Ma l'Occidente e l'Ue sembrano non accorgersene.

di Vittorio Robiati Bendaud.

Gli armeni resistono e questa è l'unica buona notizia al momento. Un aeroporto azero è stato bombardato con successo dalle forze armene, venendo cosi neutralizzato. Non stupisce che molti aerei colà presenti fossero turchi, il che dovrebbe imporre domande gravissime e urgenti alle forze Nato e all'Unione europea. L'altro giorno Los Angeles è stata paralizzata da un'immensa manifestazione pacifica automobilistica di armeni: i discendenti dei sopravvissuti all'opera genocidaria dei Giovani turchi e dei loro sodali. Mobilitazioni simili, più o meno estese, stanno avendo luogo in tutto il mondo libero. Macron si è schierato a fianco dell'Armenia, come in precedenza ha preso misure a favore della Grecia (la quale ha inviato un contingente di truppe a difendere l'Armenia). Se Macron si schierato, con un'iniziativa ottima ma tutta francese, la Ue balbetta imbarazzata: la Spagna ha interessi bancari milionari con la Turchia e il nostro Paese, come altri, non è da meno. La Germania - antica alleata del governo genocidario dei Giovani turchi e, in precedenza, del sultano «rossore Abdul Hamid che impunemente massacrò a centinaia di migliaia gli armeni già a fine '800 -, che ospita un'enorme comunità turca, tace, come si è dimostrata abbondantemente silente in relazione agli attacchi di Erdogan alla Grecia.
  Dalle forze di Yerevan riceviamo ulteriori conferme circa lo spostamento di milizie islamiste dell'Isis (e non solo) lungo i confini armeni, grazie alle truppe turche e azere. Questo conferma quanto riportato già anni fa dai cristiani iracheni, dagli armeni siriani, dagli yazidi nell'ottusità distratta e colpevole dell'Occidente: il legame tra la Turchia di Erdogan, i Fratelli musulmani - che oggi vedono in lui il principale punto di riferimento, coniugante neo-ottomanesimo e panslamismo - e le forze Isis. Erdogan è ai confini dell'Europa (inclusi i confini italiani) e ai confini dell'Armenia, e l'Occidente incredibilmente non riesce ancora a comprendere che si tratta della stessa partita, giocata abilmente e con una progettualità lucida, capace di attendere.
  A rendere ancor più fosco il quadro, il ruolo di Israele. Se gli armeni, almeno negli ultimi decenni, sono alleati degli iraniani, per evidenti e validissimi motivi di sopravvivenza, per ragioni non dissimili, ma esattamente contrarie, Israele è alleato degli azeri, in funzione anti-iraniana, incluso un pessimo commercio di armi, impiegate anche contro gli armeni. Non c'è nulla di letterario in tutto ciò e drammaticamente la realtà supera ogni più oscena fantasia: sicché due popoli sopravvissuti a due genocidi - tra loro peraltro storicamente collegati a triplo filo -, si trovano rispettivamente alleati con potenze regionali che vorrebbero reiterare nei riguardi dell'una o dell'altra minoranza, ricostituitasi in sovranità nazionale, mattanze definitive. E in questo caso è macroscopico il legame azero-israeliano, con i suoi orribili droni, nonostante il paradossale odio antisraeliano e antiebraico, non reversibile, avviato, con l'egida subdola della Fratellanza islamica, da Erdogan. Cortocircuito totale.
  Tuttavia, se la realpolitik imprigiona Armenia e Israele, bisognerebbe però aprire gli occhi, più correttamente, su chi siano oggi Turchia, Azerbaijian e Iran. E su chi siano gli occidentali, coinvolti anche loro nella vendita di armi e in politiche prone a certi governi, come pure i russi, che tutelano l'Armenia, nonostante al contempo abbiano venduto loro stessi armi agli azeri.
  S'impone una riflessione etica e politica per noi occidentali sulla rimozione del genocidio armeno, sul suo essere erroneamente stato ridimensionato per gravità e ricadute nella contemporaneità, nonché, ancor più, sull'opera politica sostanziale e vitale per la quasi centenaria Repubblica di Turchia di negazionismo sistematico di detto genocidio, perseguita tanto in Europa che negli Stati Uniti, spesso con successo.
  Chi ama il mondo libero, sa che la battaglia si combatte a Gerusalemme, come a Yerevan e Stepanakert. Se, Dio non voglia, dovessero cadere, non si pensi che Parigi, Roma e Londra resisterebbero molto di più, anche perché assai più impreparate delle capitali armene e israeliana.

(La Verità, 7 ottobre 2020)


Israele ed Emirati Arabi Uniti, l'intesa valorizza anche la Memoria

La politica internazionale in questo momento è l'unica a regalare buone notizie a Israele. Sul fronte interno infatti, il governo di Gerusalemme con ogni probabilità estenderà il lockdown nazionale fino al 18 ottobre a causa del numero elevato di contagi da coronavirus. La situazione degli ospedali è ancora sotto controllo, ma la pressione legata al numero di malati sta mettendo a dura prova il sistema sanitario.
   E così gli israeliani guardano all'estero per avere qualche notizia che dia fiducia. In particolare alla Germania. Qui, in queste ore, si sta consolidando il percorso costruito dalla diplomazia israeliana con il mondo arabo. Nel segno dello storico accordo siglato il 15 settembre scorso a Washington, il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi ha infatti incontrato a Berlino il collega degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan. Su iniziativa del capo della diplomazia di Abu Dhabi, il primo incontro si è tenuto al Memoriale della Shoah di Berlino. "Una foto storica", hanno commentato i media israeliani in riferimento all'immagine che ritrae Ashkenazi, bin Zayed Al Nahyan e il ministro degli Esteri Heiko Maas, insieme nel luogo che commemora il genocidio degli ebrei d'Europa. "Never again", il significativo "mai più" scritto in inglese dal rappresentante emiratino nel messaggio lasciato in arabo sul libro del Memoriale della Shoah. Accanto, scritto in ebraico, il messaggio del collega israeliano. Un'altra immagine forte di questo nuovo cammino intrapreso da Israele assieme agli Emirati Arabi Uniti, della possibilità di costruire un Medio Oriente diverso.
   "Il coraggioso accordo di pace" tra i due Paesi è "la prima buona notizia dal Medio Oriente dopo tanto tempo, e allo stesso tempo un'opportunità per un nuovo passo nel dialogo tra Israele e i palestinesi", il commento del ministro degli Esteri tedesco Haas, che si è detto onorato di poter ospitare il primo storico incontro tra Ashkenazi e Al Nahyan. "Coraggio e fiducia" sono gli elementi di cui c'è bisogno nel processo di pace in Medio Oriente, ha aggiunto Maas. "Dobbiamo cogliere questa opportunità, e la Germania e l'Europa vogliono aiutare. Spero che Berlino possa offrire una buona cornice per discutere ulteriori passi su questa strada".

(moked, 6 ottobre 2020)


Coronavirus, drammatica situazione in Israele: ospedali al collasso

Il totale dei contagi ha toccato quota 300mila. Pronti soccorsi allestiti nei parcheggi pubblici

di Angelo Papi

Il sistema ospedaliero israeliano è sopraffatto e sulla buona strada per crollare, secondo i massimi esperti della nazione responsabili dei pazienti Covid-19.
In una conferenza stampa straordinaria, il dottor Avishai Elis, segretario dell'Associazione israeliana di medicina interna, ha avvertito il pubblico di un imminente disastro e delle "tragiche implicazioni" della paralisi che ha preso il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu riguardo agli ospedali del Paese.
Due settimane fa, Israele è diventato il primo paese al mondo a imporre un secondo blocco a livello nazionale, con fortissime ripercussioni sulla propria economia interna.
Le proteste al Governo si sono mischiate con quelle per il lockdown, imposto sulla base di una seconda ondata paragonabile solo a quanto sta accadendo in Stati Uniti e Francia.
Sabato scorso Israele ha battuto un nuovo record di contagi, con 9.015 casi confermati di Covid-19 in sole 24 ore.
Il premier Netanyahu ha definito le manifestazioni anti governative come "incubatrici di malattie". Il controverso provvedimento di emergenza che limita il diritto di protesta potrà essere rinnovato di settimana in settimana e per molti è un attacco alla libertà del popolo.

 Ospedali allestiti nei parcheggi
  La situazione a livello sanitario sta raggiungendo il limite, con gli ospedali che ormai sono al collasso. Per ogni reparto di coronavirus che si apre, ha osservato il ministero della Salute istraeliano, un reparto di non-covid chiude. Non ci sono abbastanza medici per tenere in piedi entrambi.
I direttori degli ospedali sono stati inoltre irritati dal rifiuto del ministero della Salute di fornire ai medici vaccini antinfluenzali del primo lotto arrivato in Israele - consigliandoli di aspettare fino a novembre - e dalla mancanza di trasparenza del ministero sul contagio.
I casi totali confermati sono comunque saliti a 280 mila, le vittime a 1780. Il numero dei pazienti in terapia intensiva torna a farsi preoccupante, toccando quota 900. Continuando così fra poche settimane non ci saranno più posti per i ricoveri. In questa emergenza il Governo sta allestendo dei reparti di emergenza all'interno di aree pubbliche. Ad Haifa è stato realizzato un nuovo ospedale in un parcheggio sotterraneo, in previsione di un'ondata di pazienti gravi.

(News24.it, 6 ottobre 2020)


Choc ad Amburgo: aggredito con la vanga uno studente ebreo

Merkel: una vergogna

BERLINO - E' stato aggredito mentre si recava alla sinagoga di Hohe Weide, ad Amburgo, nel pomeriggio di domenica, per celebrare la festa di Sukkot. L'autore del crimine, un 29enne berlinese di origini kazake in tuta mimetica, lo ha colpito alla testa con una vanga, prima di essere sopraffatto dagli agenti di sicurezza e consegnato alle autorità. La vittima, uno studente ebreo di 26 anni, è rimasto ferito in modo grave e ricoverato in ospedale. Immediatamente la polizia e la procura della città hanno aperto un'inchiesta per «tentato omicidio» di «matrice antisemita» sulla base di alcuni dettagli inquietanti. L'aggressore non ha agito a caso: lo studente è stato "scelto" e attaccato proprio mentre entrava nel luogo di culto. Nella tasca del 29enne, è stato trovato un disegno con una croce uncinata.
   L'attacco, inoltre, è avvenuto a pochi giorni dall'anniversario dell'attentato alla sinagoga di Halle compiuto da un estremista di destra. Allora, Stephan Balliet, riuscì ad uccidere due persone prima di essere fermato: al momento è sotto processo. Il nuovo crimine ha molto colpito l'opinione pubblica tedesca. E «vergognoso», ha tuonato il governo tedesco. «Si stenta a credere che una cosa del genere sia potuta accadere nelle strade del nostro Paese», ha tuonato il portavoce della cancelliera Angela Merkel, Steffen Seibert. E ha aggiunto: «Il governo è inorridito. Condanniamo questo atto con la massima fermezza».
   Negli ultimi tre anni, la Germania ha assistito a un aumento esponenziale delle aggressioni antisemite: queste sono triplicate. Solo l'anno scorso, ne sono state registrate 2.032. Il mese scorso, Merkel aveva espresso forte preoccupazione per l'incremento dell'antisemitismo. Perché quest'ultimo continua a sopravvivere? si è domandato Ronald S. Lauder, presidente del World Jewish Council. E ha sottolineato l'importanza dell'educazione delle nuove generazioni per rompere la catena dell'odio.
   
(Avvenire, 6 ottobre 2020)


Così la Brigata Ebraica guidò i sopravvissuti in Palestina

Finita la guerra, 20 mila persone desiderose di lottare per la nascita dello Stato di Israele vennero trasportate clandestinamente ad Haifa. Un saggio ricostruisce il viaggio della libertà.

di Enrico Franceschini

La Brigata Ebraica
LONDRA — In una sera di giugno del 1946, l'ex-corvetta della marina militare canadese Wedgwood salpa dal porto ligure di Vado con a bordo uno strano equipaggio di un migliaio di uomini e donne. Domenico Farro, oggi un pescatore 84enne ancora residente nella cittadina in provincia di Savona, non ha dimenticato l'impressione che gli fecero quelle facce smunte: tira in dentro le guance per mostrare quanto fossero scavate da fame e sofferenze, più di un anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
   Da simili testimonianze dirette, rintracciate meticolosamente da un capo all'altro dell'Europa, la ricercatrice inglese Rosie Whitehouse ha ricomposto la storia di come i soldati della dissolta Brigata Ebraica dell'esercito britannico, subito dopo la fine del conflitto, organizzarono un'operazione segreta per trasportare clandestinamente in Palestina migliaia di sopravvissuti dell'Olocausto, desiderosi di lottare e se necessario combattere per creare lo stato di Israele. Il risultato della sua inchiesta è The people on the beach -journeys to freedom after the Holocaust, un libro pubblicato nel Regno Unito, di cui ha fornito un'anticipazione il Times.
   La Gran Bretagna è la prima nazione a riconoscere nel 1917 il diritto a «una dimora nazionale per il popolo ebraico» in Palestina, allora parte dell'Impero ottomano, avvicinando l'obiettivo sionista di uno stato ebraico. Ma alla vigilia della Seconda guerra mondiale, mentre Londra controlla la Palestina attraverso il cosiddetto "mandato britannico", il governo di Neville Chamberlain si oppone all'immigrazione degli ebrei in Palestina. Tuttavia, nel 1944 Churchill in persona autorizza la formazione di una Brigata Ebraica composta da circa 5 mila volontari ebrei della Palestina mandataria e di altre regioni. Il battesimo del fuoco per quei battaglioni avviene sul fronte italiano, a Brisighella, in provincia di Ravenna, contro unità tedesche che non possono credere di trovarsi di fronte soldati con la bandiera della stella di Davide e l'uniforme inglese.
   Nel 1945 la Brigata viene dislocata a Tarvisio, in Friuli, per tenerla lontana da possibili vendette in Germania. Senonché, così facendo, l'alto comando britannico fornisce al corpo di volontari ebrei una carta decisiva per il suo ruolo successivo: vicina al confine con l'Austria, Tarvisio è una base perfetta per soccorrere i superstiti della Shoah e aiutarli a emigrare in Palestina. Oltre che per individuare e uccidere ex-criminali nazisti che cercano di nascondersi.
   Il club della Brigata Ebraica, a Palazzo Odescalchi, a Milano, si trasforma in un ufficio fantasma di emigrazione dal quale passano migliaia di profughi scampati ai lager di Hitler. Nell'ex-colonia fascista di Sciesopoli, a Selvino, nelle Prealpi bergamasche, la Brigata apre un centro di accoglienza per 800 bambini ebrei rimasti orfani e prepara anche loro all'emigrazione. E dal porti della Liguria, in particolare quello di Vado, organizza la partenza di ex-navi militari o imbarcazioni di fortuna, carrette del mare acquistate per quattro soldi per un viaggio di sola andata fino in Palestina. La Wedgwood, che durante la guerra dava la caccia alle U-boat tedesche, è una di queste: dopo un'odissea di otto giorni in cui evade il blocco navale britannico, i suoi passeggeri sbarcano finalmente a Haifa.
   Sono la "gente sulla spiaggia" a cui allude il titolo del volume: un anno dopo giunge la risoluzione dell'Onu che riconosce uno stato ebraico in Palestina e nel 1948, dopo la guerra d'indipendenza risultata dall'attacco dei paesi arabi, la nascita dello stato di Israele. Più di 20 mila ebrei arrivano nella Terra Promessa grazie alla Brigata Ebraica, i cui soldati non obbediscono più a Londra bensì a David Ben Gurion.
   Il libro di Rosie Whitehouse narra questa epopea poco conosciuta tra i cui eroi abbondano gli ebrei italiani, come Ada Sereni e il marito Enzo, paracadutatosi dietro le linee tedesche, quindi catturato e morto nel campo di concentramento di Dachau. Una storia, nota l'autrice, nella quale i sopravvissuti dell'Olocausto emergono "non come un popolo debole e oppresso, né come aggressivi imperialisti decisi a conquistare una terra straniera".

(la Repubblica, 6 ottobre 2020)


Beata Nemcovà. La guardiana

È la custode volontaria di un cimitero ebraico in una città della Slovacchia. Motociclista e antifascista, ha trasformato un luogo abbandonato in un monumento alla memoria storica della comunità locale.

di Stefan Chrappa

 
Beata Ruckschloss Nemcovà
Strade tortuose arrivano a Banskà Stiavnica, nel centro della Slovacchia. È una città dall'atmosfera straordinaria, che non a caso negli ultimi anni attira un numero crescente di turisti. È così ambita che la domanda di immobili è in costante aumento, e questo a sua volta fa salire le quotazioni immobiliari. C'è davvero qualcosa di particolare qui. Stiavnica ha i suoi segreti e i suoi traumi sia nel lontano passato sia nel presente. Il suo misterioso castello è incantevole: costruito attorno a una chiesa medievale, si dice fosse una roccaforte dei templari.
  Nel quartiere, tra piazza della Santa Trinità e piazza Radnicné, c'è la chiesa di Santa Caterina, che fu costruita dai minatori. Al cantiere parteciparono sia cattolici sia luterani. Alla fine la chiesa rimase cattolica, ma fin dal 1658 in questa città multiculturale si predicava in slovacco. Di fronte a Santa Caterina sorge una chiesa evangelica in stile classicista.
  Incastonata dentro un edificio, ci lascia di stucco quando, entrando dal fondo, c'imbattiamo nella sua originale organizzazione dello spazio. Il pilastro della Santissima Trinità fu eretto all'inizio del settecento dopo che la città era stata colpita da un'epidemia di peste. Nel vicolo dietro la piazza del municipio c'è una sinagoga neologa del 1893. Percorriamo poche centinaia di metri su una ripida scala e arriviamo al castello rinascimentale, Novy Zàmok, da cui si può ammirare il panorama di Stiavnica.
  Tutti questi edifici raccontano delle storie: turbolente o gloriose che siano, hanno lasciato segni che l'occhio del visitatore può leggere e decifrare. Tuttavia in questa città mineraria, un tempo molto ricca e importante, c'è anche un luogo che è il testimone silenzioso di altri eventi. Ed è lì che ci stiamo dirigendo.
  La nostra guida, Beata Ruckschloss Nemcovà, interprete in tribunale, custode del cimitero ebraico della città e guida dell'associazione civica Omnis Terra, ci sta aspettando nel parcheggio ai piedi del castello. Gira su un'elegante motocicletta nera e sembra l'eroina di un film d'azione. Ha un simbolo antifascista stampato sulla bandana: una svastica barrata di rosso. Si toglie il casco e gli occhiali, ci dà il benvenuto e ci mostra il percorso che faremo insieme.
  Prendiamo degli attrezzi e delle torce dalla macchina e saliamo verso il castello, svoltando a sinistra su una strada non asfaltata. Ruckschloss Nemcovà, la nostra carismatica guida, ci precede lentamente sulla sua moto chopper. Si ferma, indica un punto e ci racconta di quando l'autocarro su cui viaggiava si è ribaltato: "Il bordo della strada era franato, fortunatamente non è successo niente a nessuno, ma è stato pericoloso".

 Senza soluzione
  Da lontano vediamo la cupola della camera mortuaria che domina il cimitero. Ci avviciniamo. Ruckschloss Nemcovà ferma la moto e tocca con la punta delle dita il muro scrostato. Sull'edificio sfregiato due cartelli indicano gli artefici di questa desolazione. "I comunisti provarono a tenere insieme la struttura fissandola con il cemento, ma alla fine è franata sotto al suo peso. A quell'epoca le cose venivano sempre fatte in modo provvisorio. Noi abbiamo eliminato il cemento e abbiamo intonacato l'interno. Poi abbiamo ricevuto i finanziamenti dalla fondazione di una banca e abbiamo cominciato a intonacare anche l'esterno".
  È stato l'inizio di un'esperienza esasperante. A volte in Slovacchia sembra che niente possa cambiare. Cos'è successo dopo? "L'intonaco all'esterno era stato realizzato in modo non professionale, ed è crollato insieme a quello precedentemente applicato all'interno", spiega Nemcovà.
  In quel periodo lei aveva rischiato di perdere una gamba a causa di un infortunio. Quando è finalmente riuscita a tornare al cimitero, è rimasta inorridita. "Quattro mesi dopo la fine dei lavori l'intonaco stava crollando. Ho trovato un grosso calcinaccio qui per terra, non potete immaginare come mi sono sentita in quel momento". L'impresa che aveva eseguito i lavori di restauro sosteneva che nella camera mortuaria era tutto a posto. E così si è aperto un contenzioso in cui non ci sono stati vincitori, ma solo vinti, o piuttosto beffati: tutti quelli che riposano nel cimitero e le persone a cui questo posto sta a cuore.
  "Abbiamo cercato in tutti i modi di ottenere giustizia, firmando petizioni, facendo denunce e ricorsi. Abbiamo anche un rapporto di più di cento pagine di un esperto. L'impresa che ha fatto i lavori lo aveva commissionato per incolpare noi, invece le perizie confermano che il restauro è stato eseguito in modo sbagliato. Siamo arrivati al culmine quando l'impresa è stata venduta e noi siamo rimasti con un palmo di naso". La camera mortuaria sarà ricostruita quando si troveranno i fondi necessari e dei donatori.
  Ruckschloss Nemcovà apre il massiccio cancello in ferro battuto della camera mortuaria. Ci indica il panorama del cimitero ebraico su un terreno in pendenza, come tutto in questo angolo del paese. Da qui si vede anche il panorama di Stiavnica, i tetti delle case e la chiesa del Calvario, a pochi chilometri in linea d'aria.
  Beata Ruckschloss Nemcovà è nata a Banskà Stiavnica. Quando insegnava inglese in una scuola superiore della città, i suoi studenti lavoravano a un progetto sui luoghi dimenticati. "Una volta completato il lavoro, ci siamo resi conto che era rimasto fuori questo cimitero ebraico. Siamo venuti qui. Siamo rimasti incantati dal luogo e abbiamo deciso di rimetterlo a posto in un anno". Era un piano coraggioso ma ingenuo. Il cimitero era ricoperto di erba alta e vegetazione spontanea. I monumenti erano crollati. "Non sapevamo neanche cosa fosse esattamente, ma sapevamo che dovevamo fare qualcosa. Era il 1997. Non avevamo idea di quante fossero le tombe, a cosa servissero quegli edifìci fatiscenti. In poche parole, era una giungla. Quando abbiamo tagliato l'edera e le erbacce,abbiamo scoperto che c'erano molte tombe. Le abbiamo pulite tutte, una per una. Di tutte le pietre tombali ne erano rimaste in piedi solo quattordici. Le altre erano state abbattute. Dopo la pulizia, abbiamo dovuto mappare le tombe, riportare al loro posto le pietre tombali ed erigerle di nuovo. Erano sparse per il cimitero e nell'area circostante. Molte mancavano, erano state rubate, prese per farne materiale da costruzione o da incisione. Un gioco da ragazzi: basta cancellare i nomi sulla lapide per ottenerne una pronta da vendere. Così si fanno affari d'oro, no?", dice Ruckschloss Nemcovà.
  Oggi ogni tomba è localizzabile, ha una descrizione e una documentazione fotografica. C'è anche il cimitero virtuale di Banskà Stiavnica, un sito creato anni fa da alcuni studenti di geodesia come tesi di laurea.
  Attraversiamo il cimitero, fermandoci vicino a ogni tomba. La nostra guida indica una lapide rotta: "Questa è la più antica". Gli esperti hanno confermato che è del cinquecento. È stata la prima. "Cosa c'è scritto? Non lo sappiamo. Abbiamo inviato una foto ai nostri amici esperti in Israele, ma non hanno saputo darci una risposta perché manca un pezzo e le lettere rimaste sono danneggiate".

 Pregi e difetti
 
Il cimitero ebraico di Banskà Stiavnica
  Le pietre tombali nel cimitero ebraico di Stiavnica sono poliglotte. Alcune hanno iscrizioni solo in ebraico, altre in due o addirittura tre lingue. "Stiavnica ha un passato multiculturale: tedeschi, slovacchi, ungheresi, cechi ed ebrei vivevano qui fianco a fianco. Queste pietre tombali mostrano chiaramente quale fosse la lingua prevalente in un dato periodo. I più affascinanti sono gli epitaffi spiritosi. Nei cimiteri cristiani una cosa del genere non sarebbe concepibile. Eppure quelle scritte ci dicono chi era realmente la persona sepolta e che neanche i difetti potranno essere dimenticati. In poche parole, qui giacciono uomini e donne, non immagini idealizzate", osserva la nostra guida. "È tutto più umano".
  Nel quartiere c'è anche un cimitero cristiano. All'interno c'è un monumento eretto in memoria delle ultime vittime della seconda guerra mondiale. "Qui viveva anche una comunità tedesca. Nel caos della guerra sono usciti allo scoperto i lati più oscuri delle persone. Questi tedeschi non erano collaborazionisti. Erano a tutti gli effetti cittadini di Stiavnica. Nonostante questo furono fucilati vicino alla stazione ferroviaria".
  Alcune tombe ebraiche si possono trovare anche nei cimiteri cattolici o evangelici. Quasi tutti i defunti erano parenti acquisiti.
  Quando i volontari hanno cominciato a pulire il cimitero, le reazioni dei residenti non sono state per niente entusiaste. Per questo terreno c'erano altri progetti. "Qui volevano costruire un palazzo. D'altra parte il posto è bellissimo, tranquillo, soleggiato. È forse un problema se qualcuno va a vivere sul sito di un ex cimitero? La gente sembra più infastidita dai furti delle lapidi, ma la costruzione di un palazzo non gli darebbe fastidio. Tuttavia, se si trattasse della tomba dei loro nonni probabilmente non permetterebbero uno scempio del genere".
  La distruzione dei monumenti ebraici e la profanazione delle tombe è tipica dello pseudopatriottismo slovacco e dell'antisemitismo. Se ne sente parlare spesso. Com'è la situazione a Stiavnica? "Ci sono casi anche dalle nostre parti, cinque o sei volte all'anno. Avevamo sia foto sia video degli atti vandalici, ma questi materiali non possono essere usati come prove. Di solito risolviamo il problema ricostruendo il monumento abbattuto. Non chiamiamo più la polizia, ci siamo resi conto che non ha senso".
  La guida ha un modo tutto suo di trattare i delinquenti: "Quei ragazzi, quasi tutti giovani non troppo istruiti e non molto consapevoli, sono stracolmi di energia e a volte di alcol. Io li ho portati qui a pulire qualche tomba. Nel frattempo mi sono messa a raccontargli della comunità ebraica locale, della tragedia accaduta qui. Molti di loro si sono vergognati di quello che avevano fatto e si sono scusati. C'è un solo modo: informare ed educare".

 Il ritorno
  Per ogni problema che affligge la Slovacchia, il filo rosso porta sempre alle scuole. "Lì è cominciato tutto. Tengo lezioni anche agli insegnanti: non mi metto a elencare date, ma cerco di coinvolgerli con l'aiuto di racconti ed emozioni".
  Se il cimitero fosse dichiarato monumento nazionale, le sanzioni per gli autori degli atti di vandalismo potrebbero essere più severe, anche se non gli impedirebbero di commetterli. Molto spesso i visitatori chiedono a Ruckschloss Nemcovà perché gli ebrei, a cui appartiene questo cimitero, non se ne occupino. "Perché per il 99 per cento sono stati uccisi! Ma tramite il sito siamo stati contattati da persone che avevano dei parenti qui. Per esempio, un canadese che di cognome fa Hell è un discendente dei famosi Hellov. La sua famiglia emigrò oltreoceano. Hell è professore di matematica in Canada. Quando è tornato a vedere il posto e poi siamo andati nella sua vecchia casa è stato un momento magico. Nella sua cameretta c'era ancora un dipinto che aveva lì da bambino. Oggi è chiusa, sarà ricostruita".
  Cosa pensa Ruckschloss Nemcovà del fatto che dei politici dichiaratamente fascisti hanno incarichi importanti in Slovacchia? "Nel 2006 i giornalisti mi hanno chiesto se pensavo che il fascismo sarebbe tornato. Tornare? È già qui! Mi hanno trattato come un'isterica. Ma oggi i fascisti sono in parlamento! ".
  Che ne sarà del cimitero? Le riparazioni della camera mortuaria andranno avanti, poi ci sarà una mostra sui rituali funebri ebraici, una rarità in Europa. "Tutti dovrebbero trovare un cimitero, almeno immaginario, di cui prendersi cura. È a tutti gli effetti un investimento a lungo termine", dice Nemcovà.

(Kolòt, 6 ottobre 2020)


Per il "Kibbutz" di Indro tradimenti e polemiche

L'anno successivo al viaggio in Palestina la prima del dramma, ambientato in una colonia agricola.

di Angelo Allegri

Tra le opere teatrali di Montanelli non è la più nota, ma è strettamente legata al suo viaggio reportage in Israele: nel novembre del 1961 va in scena a Milano «Kibbutz», dramma in tre atti ambientato in una comunità di coloni.
   Il protagonista maschile è Ernesto Calindri (primattore l'anno precedente anche de «I sogni muoiono all'alba», opera dedicata alla rivolta ungherese), quella femminile è Pupella Maggio, famosa per le interpretazioni del teatro di Scarpetta e di Eduardo De Filippo.
   La vicenda ruota intorno alla storia di Rachele, ebrea napoletana (la Maggio, appunto): è una delle animatrici del kibbutz ma si scopre che è stata amante del braccio destro di Adolf Eichmann, per viltà e convenienza ha tradito i suoi correligionari. I coloni si interrogano su cosa fare, alcuni sono posti di fronte ai compromessi del recente passato. Alla fine decidono di non denunciarla. Come spiegherà lo stesso Montanelli in un'intervista: «Quanto dolore. Come giudicare, dunque? Meglio assolvere, meglio dimenticare, con il passato della donna del kibbutz, anche il nostro».
   Dietro il lavoro teatrale c'è, come detto, la scoperta di Israele. Ma anche l'eco della cattura dello stesso Eichmann, che i servizi segreti israeliani hanno rapito e trasferito in Israele, dove sarà processato, nel maggio del 1960.
   Come scrivono Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, autori di «Indro Montanelli. Una Biografia» (Hoepli): «Il dramma ottiene un buon successo di pubblico, ma suscita reazioni contrastanti sulla stampa dell'epoca». E le reazioni corrispondono agli schieramenti politici e culturali. Dal Corriere della Sera (per cui Montanelli scrive) e dal giornale della comunità ebraica milanese arrivano lodi, dall'Unità e dal «progressista» Giorno, piovono stroncature. Un «festival del qualunquismo», «saga della strizzatina d'occhio», un'opera «decisamente brutta», scrive il critico di quest'ultimo giornale, Roberto De Monticelli.
   In ogni caso, scrivono Gerbi e Liucci, «l'interesse per la cosiddetta questione ebraica» non abbandonerà mai Montanelli. Negli ultimi anni, dal 1996 in poi, ne farà oggetto di almeno 15 della sue Stanze sul Corriere. Significativi negli anni successivi al Reportage gli interventi sul caso Eichmann: Montanelli non si schiera contro la condanna capitale, ma chiede una pena suppletiva: bisogna mostrargli Israele, deve vedere «ciò che gli ebrei, questa razza da lui ritenuta inferiore e maledetta, hanno fatto in quell'angolo di sabbioso deserto», deve avere di fronte agli occhi «la superba avventura pionieristica di questo popolo». Sarebbe questo, scrive, «il suo vero e più terribile castigo».
   
(il Giornale, 6 ottobre 2020)


Al Meis di Ferrara dal 6 all'8 ottobre la Festa del libro ebraico

La bambina Matilde, i geroglifici e la capanna di Sukkot

Quest'anno la festa sarà sotto la capanna. Il giardino del museo per la prima volta ospiterà la Sukkà adornata da frutta di stagione, la tradizionale capanna che viene costruita dalle famiglie ebree in occasione della festa di Sukkot, per ricordare il periodo vissuto nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto. Torna dal 6 all'8 ottobre a Ferrara la Festa del Libro Ebraico, l'annuale appuntamento del Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah (Meis) dedicato alla letteratura italiana e internazionale con presentazioni e incontri. Il festival, giunto alla sua undicesima edizione e realizzato con il contributo della Regione Emilia-Romagna e il patrocinio del Comune di Ferrara e dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, prende il via domani alle 18 con l'incontro "Il potere del segno", una conversazione tra Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, e Amedeo Spagnoletto, direttore del MEIS, sul mondo della scrittura e l'identità a partire dai caratteri dell'ebraico biblico e dei geroglifici egizi.
- Mercoledì alle 16 verrà presentato il volume "Archivio e camera oscura - Carteggio 1932-1940" (Adelphi) che raccoglie le lettere tra il filosofo Walter Benjamin e il teologo Gershom Scholem: a discuterne con il curatore Saverio Campanini, saranno lo storico sociale delle idee David Bidussa e Shaul Bassi, professore all'Università Ca' Foscari.
- Seguirà la presentazione del catalogo "Oltre il ghetto. Dentro & Fuori" (Silvana Editoriale) pubblicato in occasione della nuova grande mostra del Meis che verrà inaugurata nel marzo del 2021. A parlarne sarà Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi - uno dei prestigiosi musei che hanno prestato le loro opere per l'esposizione - assieme alle quattro curatrici Andreina Contessa, Simonetta Della Seta, Carlotta Ferrara degli Uberti e Sharon Reichel.
- Giovedì 8 ottobre alle 16 il presidente del Meis Dario Disegni e l'avvocato ferrarese Marcello Sacerdoti presentano "I racconti di Matilde" di Ermanno Tedeschi (edito dall'Associazione Culturale Acribia): la vera storia di una piccola bambola che ha viaggiato il mondo dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938.
- Si conclude alle 18 con la presentazione del libro "Olocaustico" (Giuntina) di Alberto Caviglia.

(Il Messaggero, 5 ottobre 2020)


La scoperta di Israele il reportage e gli ebrei italiani

«Dopo quel libro ci sentimmo meno soli». Sessant'anni fa Indro Montanelli pubblicava il suo viaggio-reportage sullo Stato ebraico. Fu una svolta che contribuì a cambiare l'immagine del Paese appena nato. Tra gli israeliti italiani c'è chi non l'ha dimenticato.

Sinistra e parte del mondo cattolico contro Israele. Sull'altro fronte Montanelli e la minoranza liberale. Il fondatore del «Giornale»: «I profughi palestinesi? Povere vittime non c'è dubbio, ma degli Stati arabi».

di Alberto Giannoni

«Ci deve pur essere un segreto che spieghi il miracolo ebraico». Non aveva intenzioni celebrative, Indro Montanelli, quando partì per raccontare il Medio Oriente. Ma senza volerlo, si trovò di fronte a una sorta di prodigio. Umano, umanissimo. Una «meravigliosa avventura umana che mi ha ipnotizzato», disse. Lo chiamò inizialmente «mistero» o «segreto», ma quello che andava via via descrivendo era l'autentico miracolo del nascente Stato israeliano.
  Sono passati 60 anni esatti dall'uscita del Reportage su Israele, il libro che raccolse le corrispondenze del grande giornalista toscano. Era il 1960 e dalla proclamazione dello Stato israeliano ne erano trascorsi appena 12, un soffio nella storia. Eppure il suo sguardo - prima scettico, poi ammirato - colse allo stato embrionale motivi destinati a diventare portanti: il pionierismo, lo slancio verso il futuro, il rigore e una peculiare idea di laicità. Molti anni dopo, l'amicizia per Israele ha germogliato in buona parte del mondo politico, ma allora gli amici di Israele erano rari. Montanelli fu fra i primi a gettare questo seme. «Ricordo come lettrice e come giornalista le sue posizioni - osserva Fiona Diwan, direttrice del mensile Bet Magazine e di Mosaico, il portale della Comunità ebraica di Milano -, ricordo il suo entusiasmo per Israele e l'ammirazione per lo spirito pionieristico, per la capacità di applicare scienza e tecnologia per migliorare le condizioni di vita delle persone, in un luogo che era avarissimo. L'immagine del deserto che diventa giardino oggi suona retorica ma allora non era così diffusa. Certamente - prosegue - la matrice liberale-repubblicana e quel tipo di cultura, così nobile, nell'Italia di quegli anni, hanno fatto sì che ci sentissimo meno soli e che Israele fosse meno solo. E stato molto importante».

 Voci nel deserto
  Erano gli anni in cui stava per consumarsi quello che il grande rabbino Giuseppe Laras avrebbe chiamato «il tradimento delle sinistre». E le voci laiche pro Israele cominciavano una traversata nel deserto. «La sinistra, quasi tutta, e la Dc, col mondo cattolico, sono stati a lungo contro la causa israeliana - ammette Ugo Volli, professore all'Università di Torino, semiologo, ebreo, con un passato a sinistra -. Dall'altra parte c'erano voci più isolate, penso, appunto, a Montanelli, a Giovanni Spadolini, a Ugo La Malfa. Queste privilegiavano un'idea di democrazia liberale che ora può apparire ovvia, ma allora non lo era affatto».
  Lo Stato di Israele era nato nel 1948 con il sì di Usa e Urss. Per ragioni geopolitiche, i sovietici - memori anche del feroce antisemitismo di Stalin - presto trasformarono quel favore in aperta ostilità, e i partiti comunisti europei seguirono come sempre. «La storia è questa - riflette Volli -, dopo Shoah e Nazismo ci fu un'incomprensione del sionismo come movimento di liberazione del popolo ebraico, e di Israele come rottura del colonialismo britannico. Israele nasce in una convergenza di posizioni fra Usa e Urss, che si rompe quando Israele non si mostra obbediente alla sfera di influenza sovietica. Anche il mondo cattolico è sempre stato diffidente, c'erano anche questioni teologiche aperte, fino al Concilio, e la Dc maturò l'idea del ponte col mondo arabo. Però un'esigua parte della cultura laica, possiamo citare Montanelli, Oriana Fallaci e altri, al di là della sua posizione sugli ebrei aveva la percezione di Israele come luogo di "cultura occidentale" e sapeva che era attaccato solo per questo».
  Sessant'anni fa, Montanelli già negava il carattere religioso del nascente Stato degli ebrei. «Essi - avvertiva - appartengono all'Occidente, tutto nel loro Paese, odora d'Europa». «Democrazia laica, lo sono già». Sulla Domenica del Corriere, lo riporta Progetto Dreyfus, raccontò la genesi della sua missione bisettimanale verso quella che chiamava, e innegabilmente era, la «Capitale Gerusalemme». Avrebbe dovuto «studiare» i Paesi arabi. «Ma dopo un paio di giorni - confessava - avevo abbandonato il progetto, anzi me lo ero completamente dimenticato, tutto preso com'ero dall'interesse che in me suscitavano le cose locali». E il suo interesse si rivolse appunto al «mistero», o al «miracolo» di Israele, a cui si avvicinò con la proverbiale franchezza, che in alcuni passaggi oggi appare brutale, ma infine si risolve in autentica ammirazione. Come avranno fatto - si chiedeva - a «convenire all'agricoltura alcune fra le più desolate petraie del mondo. Di dove hanno tirato fuori quegli uomini di Stato e quei generali che li hanno così ben guidati. (...) Ci deve essere una chiave, che decifri questo mistero».

 La scoperta di un miracolo
  Eccola, la scoperta di Israele, che sopravvive «incuneata in un mondo ostile», ed economicamente inizia a prosperare pur priva di risorse e materie prime. Nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita di questa scommessa allora. «E ci siamo grossolanamente sbagliati», ammetteva, perché Israele «in dieci anni ha dato un esempio di vitalità e di capacità organizzativa». Ed eccole, la ragioni del miracolo: «L'ideale del pioniere». Poi i soldati. Israele è «fondato sulla spada», ma le circostanze lo hanno «imposto». L'esercito lo vedeva «giovane, svelto, empirico e senza pance», incarnato nella figura di Moshe Dayan, artefice nel '56 di un «capolavoro» e capace di dirigere le operazioni militari da un piccolo aereo di ricognizione che «guidava da solo tenendolo librato in volo». Incontrò Ben Gurion, che rappresenta la dimensione profetica dei padri di Israele, e incontrò proprio Dayan, ebreo nato in Palestina, generale appena entrato in politica: «Questa è casa nostra - disse -. Ne siamo stati i più antichi abitatori. E abbiamo dimostrato di saperla difendere, quando occorre». Infine, c'è un socialismo che non si impantana nella burocrazia, un «socialismo umanitario di ispirazione tolstoiana», un socialismo «esemplare». «Non siamo uno Stato comunista e non vogliamo affatto diventarlo», precisa Dayan. Ed ecco il kibbutz. L'uomo del kibbutz è il «portabandiera» della nascente cultura israeliana.

 Laboratorio di umanità
  «Montanelli - spiega Diwan - vede benissimo il tema del kibbutz come laboratorio, esperimento sociale riuscito, e non ha mai cambiato idea. L'estremo sacrificio fisico lo riempiva di stupore, riconosceva il valore di tutto ciò. Sapeva che sono gli uomini a fare i Paesi e cominciò anche a dire che nei Paesi in cui lo sviluppo non decolla occorre interrogarsi sul perché. La sua è stata una voce fuori dal coro anche sul problema palestinese. Ammetteva che i palestinesi erano vittime, ma vittime dei Paesi arabi. Aveva visto lungo, e lo aveva fatto allora, quando il mondo cattolico e comunista si defilarono, intimando «Davide discolpati». L'immagine di un Israele vittorioso per molti era intollerabile: il popolo ebraico deve essere umiliato, perdente e offeso, solo allora possiamo chinarci su di lui. Ecco, lui aveva un'idea opposta. In questo era davvero originale».
  La scoperta di Israele sfata subito varie leggende che avrebbero alimentato in seguito la vulgata anti-israeliana. Montanelli, per esempio, usava l'aggettivo «palestinese» nel suo significato proprio: abitante della Palestina, a prescindere da etnia e religione. E raccontò la vera storia dei coloni: «Non occuparono le terre di nessuno. Comprarono, spesso a prezzi esosi, quelle incolte dei latifondisti arabi, ridotti a petraie dalla voracità delle loro capre». Chiarì anche l'uso strumentale dei profughi.
  Certe sovrastrutture ideologiche erano ancora di là da venire. Non imperava il politicamente corretto e Montanelli raccontò una verità scarna, con qualche asprezza, propria dei tempi. Però si fece beffe degli stereotipi: in uno scritto osservava per esempio che «tutto è perfettamente organizzato in Israele» e che «l'unica cosa che funziona male sono le banche». Andò dritto al cuore della questione e ci trovò, quasi inaspettatamente, qualcosa che per lui contava: valore umano, visione del futuro. Raccontò dei milioni di alberi piantati, e protetti, riflettendo: «Questa è gente che pianta alberi perché crede nel domani». Ciò che lo colpì sopra ogni cosa? «Gli occhi dei bambini ebrei». «In Israele gli occhi dei bambini ridono, o sorridono, anche quando il volto è curvo e intento sul compito di scuola».

(il Giornale, 5 ottobre 2020)


"Contro il virus, una lotta per la nostra vita"

Rivlin nella sua Sukkà
"Questa domenica mattina doveva essere l'ultima volta che, durante il mio mandato, avrei aperto la mia casa al popolo israeliano in onore della festa di Sukkot. È sempre stata una giornata di festa e di cuore per me e per mia moglie Nechama, che si mescolavano tra i visitatori per ore e ore, senza mai perdere l'occasione di stringere la mano a qualcuno o di fare un selfie. Mi piaceva vedere i bambini correre e giocare, lavando via la serietà di questa vecchia casa e riempiendola di gioia festiva. Ma quest'anno la mia casa è rimasta chiusa". Sono amare le considerazioni del Presidente d'Israele Reuven Rivlin in questa che sarà la sua ultima festa di Sukkot nella residenza presidenziale. Il prossimo anno infatti scadrà il suo mandato. In sette anni Rivlin è diventato una figura molto apprezzata della politica israeliana, grazie al suo impegno per far dialogare la politica e i diversi settori della società.
   Non sono mancati momenti complicati nel corso della sua presidenza, in particolare rispetto all'instabilità politica degli ultimi anni. Contro il continuo ricorso alle urne, Rivlin si è espresso in modo deciso e chiaro, appellandosi ai leader politici affinché trovassero una quadra. Alla terza votazione in un anno, l'intesa è stata trovata nella primavera scorsa, ma con essa è arrivata anche la crisi sanitaria da affrontare. Una crisi che accompagnerà il Presidente nel suo ultimo anno di mandato. "Siamo impegnati in una battaglia per la nostra vita, ma anche in una battaglia per salvare gli altri. E se non collaboriamo e non seguiamo gli ordini come in tutte le precedenti guerre del Paese, non la vinceremo", ha dichiarato Rivlin, parlando ai suoi concittadini in occasione della festa di Sukkot.
   Il numero di positivi confermati in Israele, al momento chiuso per il secondo lockdown, ha di recente subito un significativo declino. Nelle ultime 24 ore, meno di 3mila casi registrati, dopo aver raggiunto punte di 11mila al giorno. I funzionari del ministero della Sanità hanno espresso cauto ottimismo in riferimento all'appiattirsi della curva dei contagi, ma ricordando che la battaglia è ancora lunga. "Incontro ogni giorno direttori di ospedali, medici, infermieri, soldati, ufficiali, scienziati e volontari che sono in prima linea nella battaglia contro il virus e vedo una determinazione e un sacrificio incessante per il bene pubblico. - le parole di Rivlin - Non lasciateli intrappolati nella terra di nessuno. Se non obbediamo alle direttive della sanità pubblica e non facciamo la nostra parte nella lotta contro la pandemia, perderemo. Durante il primo blocco nazionale, un senso di disattenzione e di libertà si è impadronito dei cittadini quando improvvisamente i loro giorni sono stati liberati dal dover lavorare. Ora siamo più saggi, e sì, anche più stanchi del solito e infelici. Ma, mi rivolgo al pubblico israeliano: chiusura non significa vacanza".

(moked, 5 ottobre 2020)


Coronavirus - Virologa cinese fuggita in Usa: "è artificiale, creato per essere diffuso"

"Ci troviamo davanti non a un virus derivato da un patogeno naturale, ma a un virus artificiale, elaborato e rilasciato dal Wuhan Istitute of Virology, un laboratorio di massima sicurezza che è posto sotto il controllo del Partito comunista cinese". Lo dice a La Verità Li-Meng Yan, virologa, prima firmataria del Rapporto Yan (un paper di 26 pagine sul coronavirus), convinta che "si sia creato un virus letale al fine di diffonderlo senza poter risalire agli autori".
   La virologa afferma di aver iniziato le ricerche sul Covid-19 "il 31 dicembre" scorso, "prima che il 7 gennaio le autorità cinesi dessero all'annuncio ufficiale del primo caso accertato, che addirittura risale al 16 novembre" e precisa che svolgeva le sue ricerche "nel laboratorio dell'Organizzazione mondiale della sanità presso l'università di Hong Kong". Ha lavorato fino alla primavera nel dipartimento di Salute pubblica della Hong Kong University. Ora è a New York, vive "sotto la protezione del governo degli Stati Uniti". "Nessuno dice la verità. Il governo cinese, l'Oms, il mondo scientifico - afferma - Ho studiato il genoma del Sars-Cov-2 e quel corredo cellulare non esiste in natura. E' molto simile a un virus in possesso di un laboratorio di ricerca militare, un Sars-like-Cov isolato anni fa, chiamato Zc45/Zxc21".
   "Nel mio paper spiego in modo dettagliato la procedura seguita dal Wuhan Institute of Virology per modificare tale coronavirus. Alcune parti sono state aggiunte, scambiate, modificate", dice, con l'obiettivo di "farlo sembrare un virus nuovo". Poi ancora, "la regione del virus che caratterizza l'infezione del Sars-Cov-2, chiamata Rbm, assomiglia molto a quella del virus Sars-Cov-1, responsabile dell'epidemia di Sars", nel 2003.
   Infine, "una proteina di Sars-Cov-2 chiamata Spike esiste in un sito di taglio per la furina che manca in tutti gli altri coronavirus simili a questo". E, afferma, "questa caratteristica del nuovo coronavirus induce a pensare che il Covid-19 non sia naturale, ma sia stato creato artificialmente". C'è dell'altro. "Le tecniche usate per creare il Covid-19 erano state impiegate fin da 2008 da un gruppo di ricerca coordinato dalla dottoressa Zhengli Shi del laboratorio di Wuhan - afferma - E il fatto che la stessa regione Rbm sia stata modificata dalla dottoressa Shi e da suoi collaboratori è la pistola fumante, la prova che il Sars-Cov-2 è il prodotto di una manipolazione genetica".

(Shalom, 5 ottobre 2020)


Se lo spirito di solidarietà si incrina

di Abraham Yehoshua

L'attuale pandemia di coronavirus imporrà agli israeliani un esame di coscienza non meno rigoroso e profondo (se non addirittura di più) di quello fatto dopo la guerra dello Yom Kippur nel 1973. Non so come evolverà la situazione, se la pandemia si fermerà, si indebolirà, se l'attuale lockdown sarà veramente efficace, se sarà l'ultimo, quali danni subirà l'economia e quale sarà il tasso di disoccupazione. Al di là di queste domande, pertinenti a tutti gli abitanti del mondo, la società israeliana dovrà chiedersi come sia arrivata a un livello di contagio tanto elevato da averla costretta, a differenza di altri Paesi, a un nuovo e ancor più rigido periodo di isolamento. Dopo tutto Israele non è una Nazione del terzo mondo. È uno Stato ben organizzato, con frontiere chiuse e strettamente sorvegliate. È preparato a emergenze belliche prolungate e ha un esercito grande e ben addestrato in grado di reclutare rapidamente riservisti che potrebbero dare una mano al personale sanitario nell'eseguire test e nel predispone ospedali da campo e che eventualmente potrebbero coadiuvare la polizia nel compito di far rispettare le misure anti contagio.
  In altre parole Israele avrebbe potuto gestire in maniera più efficace l'emergenza e mantenere sotto controllo l'epidemia senza che si rendesse necessaria una nuova chiusura, dannosa per l'economia già sull'orlo del collasso. Invece non è andata così. Cos'è successo? Come mai si è arrivati a uno stato di cose tanto preoccupante?
  Va subito detto che questo fallimento non è da imputare solamente al bizzarro governo che si è formato dopo tre tornate elettorali terminate con un nulla di fatto. Anche se, come molti altri esecutivi ritrovatisi ad affrontare un fenomeno nuovo e sconosciuto, pure quello israeliano, nonostante l'eccellente livello del personale medico, ha commesso qualche errore nella lotta contro il virus. È chiaro però che la disastrosa situazione in cui ci troviamo non è dovuta solo a malagestione e a decisioni sbagliate ma anche al comportamento promiscuo e persino provocatorio di varie fasce della popolazione. Il che sta a indicare che lo spirito di solidarietà nazionale israeliano si è profondamente incrinato.
  Tre fasce della popolazione se ne infischiano delle disposizioni mirate a contenere l'epidemia, e lo fanno pubblicamente e senza sensi di colpa aggravando così la diffusione del virus. Primi fra tutti gli ultraortodossi, soprattutto i Chassidim, che riempiono ospedali e cimiteri. È fra di loro infatti che si registra il maggior numero di contagi. Le varie fazioni chassidiche e religiose (alle quali, negli ultimi dieci anni, si sono affiancati i religiosi nazionalisti) si sono gonfiate a dismisura non solo in Israele ma in tutto il mondo, diventando una realtà di primo piano nella politica israeliana e ricevendo da Benjamin Netanyahu sostegno e privilegi come mai in passato. La provocatoria e spregevole dichiarazione del primo ministro agli inizi della sua carriera - "La sinistra ha dimenticato cosa significa essere un ebreo" - ha fatto sì che gli ultraortodossi diventassero il suo più prezioso partner politico, ha aggravato il loro parassitismo nella società israeliana e li ha resi civicamente indisciplinati. "Israele non è nazione senza la Torah", proclamano sfacciatamente i religiosi e, secondo il loro modo di vedere sta a loro stabilire ciò che è permesso e ciò che è vietato anziché al governo o alla Knesset. Quando decine di migliaia di ultraortodossi si accalcano nelle sinagoghe senza mascherine, infrangendo ogni regola, e il primo ministro, che dipende dal loro voto nelle prossime elezioni per evitare di finire in prigione, si guarda bene dall'imporgli le norme mirate a frenare la pandemia, non c'è da sorprendersi che i contagi arrivino a battere ogni record. Non basta che gli ultraortodossi non prestino servizio nell'esercito, non basta che non si dedichino a professioni che consentano a loro, e a noi, di affrontare i problemi del mondo moderno, non basta che vivano in condizioni di indigenza, ora mettono spudoratamente in pericolo la nostra salute e quella dei nostri figli.
  Al polo opposto c'è un settore della popolazione completamente diverso: gli arabi israeliani. Netanyahu, promulgando la legge sulla nazionalità ebraica che stabilisce che Israele è di fatto lo Stato del solo popolo ebraico e ai non ebrei è garantita unicamente l'uguaglianza sociale, ha minato il loro spirito di solidarietà verso il Paese. E’ infatti anche questa fetta della popolazione, benché in modo diverso, trasgredisce alle regole anti Covid. E lo fa non pregando in spazi chiusi e affollati ma celebrando matrimoni con centinaia di invitati. E così, accanto agli ultraortodossi, gli arabi israeliani riempiono le corsie degli ospedali (soprattutto nel Nord del Paese) ormai prossimi al collasso a causa della crescente mole di lavoro e del pericoloso logoramento del personale.
  Il terzo settore che ostacola la limitazione dei contagi è uno che mi sta particolarmente a cuore ed è vicino alla mia visione del mondo. Eppure mi indigna il modo in cui viola i decreti and Covid. Mi riferisco ai dimostranti contro Netanyahu, appartenenti a organizzazioni di sinistra e di centro che fino alla decisione di pochissimi giorni fa di bloccare tutte le manifestazioni, si raccoglievano in massa ogni sabato sera vicino alla sua residenza di Gerusalemme. Non ho dubbi che quei raduni aumentassero il numero dei contagi anche se i partecipanti indossavano mascherine e si sforzavano di mantenere le distanze. Ma anche se mi sbagliassi e se così non fosse, come sostengono alcuni degli organizzatori, quelle manifestazioni concedevano legittimità ai comportamenti trasgressivi di arabi e ultraortodossi.
  Lo spirito di solidarietà israeliano si è sgretolato ed è questo il danno peggiore causato dal governo di Netanyahu alla nostra società. Rispetto a questo tutti i successi del premier impallidiscono, svaniscono. Per il momento la Corte suprema gli ha concesso di continuare a mantenere la carica di capo del governo nonostante le gravi accuse contro di lui e anche se questa decisione ci sembra ingiusta, la si deve accettare. Il dovere di mantenersi coesi e di rispettare la legge in una società pluralista e polarizzata come la nostra è sacrosanto e le forze liberali e illuminate dovrebbero essere in prima fila.


Le descrizioni che Abraham Yehoshua fa della realtà israeliana sono spesso interessanti. Ma già quando si passa dall’anamnesi alla diagnosi cominciano a delinearsi le prime sfilacciature del discorso. Dopo aver detto: così stanno le cose, qualcuno vorrebbe sapere: ma qual è il male? A questo punto le dichiarazioni diagnostiche del romanziere cominciano a diventare inaffidabili. E’ un romanziere, appunto, abituato a rappresentare nei suoi scritti una realtà immaginata, che lui, e solo lui, riesce perfettamente a dominare. E in certi momenti a quei meravigliosi occhi creativi la nuda realtà dei fatti appare minacciosamente immersa nel male. E il male sta appunto nel fatto che ai suoi occhi la realtà non si presenta come la vorrebbe lui, e quindi... tanto peggio per la realtà. La realtà è un fatto che riguarda i politici. Lui ha altri compiti. Più lirici. Quando le cose vanno male i politici decidono, lui si indigna. Si indigna anche contro quelli che la pensano come lui ma non si comportano come lui, che da tutta una vita ha sognato, sperato, cantato lo “spirito di solidarietà israeliano”. E’ la sua “visione del mondo”. Un visionario dunque. Che si muove bene nel mondo della sua visione ma si indigna ogni volta che la sua realtà immaginaria viene disturbata. Uomini così sono pericolosi. Come papa Bergoglio. M.C.


"Fratelli arabi, basta antisemitismo"

Lo scrittore algerino Sansal si appella alla umma: "L'odio per Israele è un ritardo mentale"

di Boualem Sansal

Algeria è profondamente antisemita", questa è la conclusione infelice, ma non inaspettata, alla quale siamo giunti al termine di una chiacchierata franca tra amici fidati, organizzata a tal proposito a casa mia. Non generalizziamo, non siamo categorici, l'Algeria è un po' più antisemita in alcuni ambienti, un po' meno in altri, dipende da mille cose, dal clima sociale, dal percorso di ognuno, dalla sua lettura degli incitamenti del governo, dalle prediche del venerdì, dall'attualità delle nostre banlieue maghrebine in Francia, dal conflitto con Israele nelle sue tre dimensioni, palestinese, araba, musulmana, dai tweet di Trump, dai video del web islamico, dalle lezioni dello sceicco al-Ghazali, cui l'Algeria deve gran parte della sua follia islamista e del suo antisemitismo militante, dipende dagli sketch di Dieudonné, etc... Anche le equazioni israelo-turche e israelo-iraniane sono prese in considerazione. Con fervore dai nostri islamisti, poiché la Turchia e l'Iran, paesi non arabi, ma grandi musulmani dinanzi all'Eterno (da soli, i due paesi, contano 162 milioni di fedeli) e motivo di fierezza per l'umma, hanno il desiderio di annientare Israele. E in maniera discutibile da parte dei nostri antisemiti che si rivendicano come appartenenti ad altri movimenti politici, nazionalista, liberale, socialista o altro, e vedono in essi una fortuna e un pericolo: la fortuna è che la Turchia e l'Iran sono delle vere potenze che attuano delle autentiche politiche contro Israele, politiche che includono l'aspetto militare e anche nucleare nel caso dell'Iran; il pericolo è che la loro vittoria su Israele segnerebbe la fine del mondo arabo. Questi paesi sono i suoi nemici giurati: la Turchia vorrebbe ricostituire l'Europa ottomana sulle rovine di Israele e del mondo arabo, che si disgregherà da solo con la scomparsa di Israele, e l'Iran sciita rivendicherà subito dopo i suoi diritti legittimi sull'islam, usurpati dai califfi sunniti alla morte del profeta.
   Quale paese arabo vorrebbe che Israele cadesse sotto i colpi dei turchi e degli iraniani? Nessuno. Antisionisti sì, ma non pazzi, perché hanno bisogno di Israele per tenere a distanza questi due mastodonti, fratelli in islam, ma traditori dinanzi all'Eterno. Ecco perché, in questi ultimi tempi, mandano dei segnali a Israele. Gli darebbero la Palestina se togliesse loro di mezzo l'Iran, come Netanyahu aveva promesso. Ma non è tutto. L'antisemitismo, che si aggrava a ogni luna piena, ha generato nei nostri islamisti e nei loro amici delle orribili malattie: il ritardo mentale, il vittimismo infantile, il passatismo frenetico, la logorrea urlante, una passione sterminatrice acuta. Tutto ciò inquina le nostre vite e minaccia specialmente i nostri figli, poiché il nuovo antisemitismo va di pari passo con la salafizzazione rampante della società sullo sfondo di una povertà galoppante e di una stucchevole incuria da parte del governo. Come sconfiggere questo male inesauribile che avvilisce l'umanità se nessuno ne parla, né nel mondo arabo, né in occidente, né all'Onu, né durante il Consiglio di sicurezza? Il silenzio, un tempo d'oro, non è l'antincendio miracoloso che si può credere, bensì l'ossigeno che fa divampare le fiamme in casa. Non potendo agire, ci si interroga tra amici, in termini velati, per paura di ritrovarsi accusati di alcune cose. Abbiamo delle riposte, ma non a tutto.
   Mi auguro che i nostri giovani compatrioti che da un anno si sono impegnati con anima e corpo nel movimento Hirak contro la dittatura militare, una rivoluzione magnifica, pacifica, intelligente e molto ottimista, sapranno dare delle belle risposte a queste domande vitali. Devono convincersi ogni giorno di più che in materia di libertà non si fanno le cose a metà, è tutto o nulla. Che chiedano ai loro genitori perché la liberazione del paese nel 1962 non sia sfociata nella liberazione del popolo. Nell'attesa, continuiamo a farci delle domande.
   Gli algerini e il mondo arabo-musulmano possono liberarsi dalla loro assuefazione all'antisemitismo? No, a nostro avviso, e come prove avanziamo tre argomenti indiscutibili.
  1. L'islam, nei suoi quattro sviluppi, corano, sunna, hadith, sharia, li obbliga a combattere e a uccidere gli ebrei ovunque essi siano, "nascosti sotto le pietre o dietro gli alberi".
  2. Allah ha assegnato agli arabi la missione di diffondere l'islam in tutto il mondo e di difendere a costo della propria vita le sue terre e i suoi simboli (il Corano, il profeta, la sua famiglia, l'umma, i luoghi santi, la lingua araba, il califfato, etc.).
  3. Gli ebrei occupano la Palestina e non hanno nessuna intenzione di restituirla. Di più, essi colonizzano ogni giorno nuove terre arabe e respingono i palestinesi sempre più lontano.
Gli arabi sono pronti a dibattere sul desiderio di progredire? Dibattere, nel senso di riformare l'islam, è ciò che vi è di più pericoloso al mondo per loro. Farlo significherebbe subito essere accusati di diversi crimini che meritano tutti una morte dolorosa. La lista delle persone che vivono con delle fatwa di morte che pesano sulla testa è già assai lunga attualmente. Quale "primavera araba" potrebbe cambiare le cose e mettere gli uomini al riparo dagli eccessi della religione? I militanti dei diritti dell'uomo, e sono numerosi in Algeria e nel mondo arabo, ne guadagnerebbero a deglobalizzare il termine "diritti dell'uomo", troppo generico per essere efficace e iscriverlo nel solo quadro della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Bisogna essere chiari, dare il giusto nome alle cose: i diritti delle donne, dei bambini, degli omosessuali, e denunciare in maniera netta l'antisemitismo, anche a rischio di essere accusati di simpatia per il popolo ebraico e, peggio, per Israele.

(Il Foglio, 5 ottobre 2020 - trad. Mauro Zanon)



Aspettando il vaccino

Oppressa da “timor pandemico”, la gente ormai sta aspettando il vaccino come si aspetta il messia. Si guarda in trepida attesa ai risultati promessi, corretti, superati e sostituiti dai sacerdoti del nostro mondo secolarizzato: gli scienziati. Chi vincerà la gara di dare al mondo, per primo, il farmaco risolutore? Viene voglia di pregare, ma come? Proponiamo allora una preghiera rigorosamente laica che abbiamo chiamata “Salmo” per analogia stilistica con quelli contenuti nella Bibbia e le abbiamo assegnato il numero 151 (121+30) per non confonderla con quelli canonici.


SALMO 151

Canto della pandemia. Per l'uomo laico.

Io alzo gli occhi ai monti della Scienza,
da dove mi verrà il vaccino?
Il vaccino viene dall'Uomo
che domina il cielo e la terra.
La Scienza non permetterà che il tuo corpo s'infetti
l'Immuni che ti protegge non sonnecchierà.
La Scienza è colei che ti protegge,
l'Immuni è la tua ombra, sta alla tua destra.
Di giorno il virus non ti colpirà
né il bacillo di notte.
La Scienza ti protegge dal contagio,
ella protegge il corpo tuo.
L'Immuni sorveglierà il tuo uscire e il tuo entrare
da ora in eterno.

(Notizie su Israele, 5 ottobre 2020)

 


Svolta nella disputa sul gas in mare Libano e Israele trattano sui confini

Nuovo successo dell'amministrazione statunitense dopo tre anni di mediazione. Trattativa al via il 14 ottobre Beirut: "L'intesa ci aiuterebbe a pagare i debiti". Due settimane fa gli Accordi di Abramo con Emirati e Bahrein.

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - — L'amministrazione Usa incassa un altro successo in Medio Oriente, annunciando che Israele e Libano hanno accettato, dopo tre anni di mediazione americana, di condurre negoziati diretti per la definizione della disputa sul confine marittimo tra i due Stati ancora formalmente in guerra.
   La trattativa inizierà il 14 ottobre nella base Unifil a Naqura, in Libano, a pochi chilometri dalla Linea Blu, alla presenza del vice-segretario di Stato Usa David Schenker, che ha di fatto mediato tra le parti, e del Coordinatore speciale dell'Onu per il Libano, Jan Kubis.
   La disputa sulle acque territoriali riguarda un'area di 855 kmq ricca di giacimenti di gas. Passate trattative indirette sono fallite, nonostante Israele concordasse su un compromesso di spartizione dell'area 52:48 a favore del Libano. Ma nei giorni scorsi, il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, leader del partito sciita Amal alleato di Hezbollah, ha dato il senso del momento: «Questo accordo ci aiuterebbe a pagare i nostri debiti».
   Il Paese dei Cedri sta vivendo la peggiore crisi economica della sua storia, che si aggiunge a quella politica innescata con l'esplosione al porto di Beirut il 4 agosto, per cui le indagini sono ancora in corso e un nuovo governo deve ancora essere formato. Alla luce del default finanziario in cui si trova in Paese, anche Hezbollah ha ammorbidito la linea verso Israele.
   La svolta arriva a poco più di due settimane dalla firma degli Accordi di Abramo, che avviano le relazioni diplomatiche tra Israele e due Stati del Golfo, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Gli osservatori del confine israelo-libanese sanno che non sono fronti paragonabili e che la strada per la normalizzazione tra i due Paesi confinanti è molto più insidiosa. Ma forse meno improbabile di quanto non si pensasse pochi mesi fa.
   Il giornalista libanese Nadim Koteich, il giorno della firma alla Casa Bianca, ha scritto un editoriale su Asharg Al Awsat, "A quando una pace tra Libano e Israele?", sostenendo che le dispute territoriali tra i due Paesi sono minime — oltre al confine marittimo, anche i circa 24 chilometri quadrati delle Fattorie di Sheeba e il villaggio di Ghajar — ma soprattutto del tutto risolvibili. «Il Libano dovrebbe sfruttare il momento e chiedere agli Eau di premere su Israele, come ha fatto per l'annessione dei Territori palestinesi».
   Secondo un altro analista libanese, Munir al-Rabee, le trattative dirette sono di per sé un risultato importante e fa notare come «Beni nel suo annuncio abbia usato il termine "Israele" e non "entità nemica" o "potenza occupante" come avviene di solito».
   Netanyahu, nel suo discorso martedì all'Assemblea Generale Onu, ha rivelato nuovi depositi missilistici di Hezbollah in zone abitate. Nasrallah ha negato e ribadito che Hezbollah è sempre pronto ad agire sul confine, dove da luglio si sono verificati alcuni scontri a fuoco con l'esercito israeliano.
   Nonostante queste dichiarazioni, íl fatto che le trattative sul confine marittimo e sui giacimenti energetici possano rappresentare un'ancora di salvezza per il governo libanese, fa sperare che si possa mantenere una certa calma al confine, almeno nel breve raggio.

(la Repubblica, 4 ottobre 2020)


Israele: proteste anti-governative dopo l'imposizione di nuove restrizioni anti-coronavirus

Si stima che circa 130.000 persone abbiano partecipato alle proteste di sabato in Israele. Unità di polizia a cavallo sono state dispiegate a Tel Aviv, dove i manifestanti si sono scontrati con la polizia, che secondo quanto riferito ha attaccato alcuni manifestanti.
L'Haaretz ha affermato che sabato a Tel Aviv sono stati effettuati almeno dieci arresti e sono state inflitte multe a più persone a Tel Aviv per violazioni dei regolamenti di emergenza.
Sabato il sindaco di Tel Aviv Ron Huldai è stato leggermente ferito alla mano durante gli scontri tra manifestanti e polizia, ha detto il giornale, aggiungendo che il sindaco si sente bene.

 Le nuove misure anti-coronavirus
  Alla fine del mese scorso, in Israele sono entrate in vigore nuove restrizioni sul coronavirus, sulla base del nuovo blocco introdotto il 18 settembre. Le nuove misure di lockdown saranno in vigore fino al 14 ottobre, con possibilità di proroga.
Mercoledì il Knesset (parlamento israeliano) ha approvato un emendamento alla legge sul coronavirus che consente di limitare le proteste: ora le manifestazioni non possono essere composte da più di 20 persone e devono svolgersi a non più di un chilometro di distanza dalle proprie abitazioni.
Le proteste che chiedono a Netanyahu di dimettersi a causa di una crisi economica causata dalla pandemia di coronavirus sono in corso da luglio.
Ronni Gamzu, il massimo consigliere politico israeliano per il Covid-19 e direttore generale del Tel Aviv Sourasky Medical Center, ha accusato Netanyahu d'inasprire le restrizioni Covid-19 nel tentativo di contenere le manifestazioni anti-governative.

(Sputnik Italia, 4 ottobre 2020)


Il secondo lockdown in Israele: la Masada pandemica

di Claudio Vercelli

Il contrasto tra le componenti laiche, secolarizzate ed ortodosse da una parte, disposte a seguire le misure di contenimento, e una parte di quelle ultra-ortodosse, caparbiamente indisponibili a rispettare anche le norme più elementari, è divenuto l'ennesimo terreno di scontro, sul quale la mediazione politica ha potuto poco se non nulla
  Così non va, per nulla. Quanto meno a detta di molti. Il secondo lockdown, che il governo israeliano aveva deliberato con l'avvio del 18 settembre, per una durata di tre settimane, secondo l'oramai famoso sistema del «semaforo», proseguirà almeno fino al 14 ottobre. Se ciò basterà, beninteso. Salvo, quindi, verifiche a venire. Con le conseguenze economiche ma anche sociali e civili, nonché per molti anche di ordine politico, destinate a pesare sul futuro, immediato e non, del Paese.
  Un'ulteriore chiusura pressoché ermetica, con una sorta di silicone politico e amministrativo, costituisce un poco invidiabile primato tra le nazioni a sviluppo avanzato. Questo anche al netto delle restrizioni che anche altri Stati potrebbero dovere assumere a breve. L'andamento pandemico è peraltro in parte imprevedibile, anche se alcuni elementi sono incontrovertibili: si trasmette con grande facilità; ha un'immediata incidenza sui sistemi sanitari (che sono dal febbraio di quest'anno al centro dell'attenzione dei governi nazionali, ben sapendo che il grado di saturazione rispetto ai casi di terapia intensiva, si raggiunge molto velocemente); disarticola l'insieme delle relazioni collettive, colpendone il versante più fragile ma anche più importante, quello della socialità, sia per ciò che concerne il lavoro che per quanto riguarda i rapporti interpersonali.
  La sua cronicizzazione sta creando nuovi orizzonti problematici, al netto di qualsiasi ipotesi di prospettiva di medio e lungo termine. La previsionalità a medio-breve periodo indica l'anno entrante, il 2021, come destinato ad essere comunque impegnato nel fronteggiare, a Gerusalemme come nel resto del modo, le ricadute della pandemia. Fermo restando che, al netto degli annunci miracolistici, così come delle visuali più cupe se non apocalittiche, l'identificazione di un vaccino effettivamente efficace e la sua distribuzione ad una quota sufficiente della popolazione mondiale per garantire un'adeguata copertura collettiva, richiederà diverso tempo. Quanto, al momento, nessuno può dirlo. Si possono fare solo delle ipotesi, per l'appunto.
  Il problema che accompagna Israele, così come ogni Stato, al momento è quello di garantirsi una progressione pandemica gestibile. È tale quella che non mette in cortocircuito i sistemi sanitari nazionali, che permette di mantenere un livello accettabile nell'assolvimento delle attività economiche, che mantiene in sicurezza il sistema delle comunicazioni e della distribuzione commerciale, che garantisce lo svolgimento di una serie di attività sociali elementari, evitandone l'azzeramento totale degli scambi (nessuna popolazione può vivere in totale auto-isolamento oltre determinate soglie di tempo e di spazio, in sé mutevoli ma che una volta raggiunte rischiano di causare il collasso dei sistemi legali di contenimento in regimi costrittivi, come ad esempio l'ambito esclusivamente domestico).
  All'inizio di ottobre Israele conta complessivamente 256.071 casi conclamati di Coronavirus su una popolazione stimata di 9 milioni e 240mila individui. Un range di oscillazione che varia dai 276 ai 297 contagiati ogni 100mila abitanti (molto dipende da quali cifre si usino per campionare i soggetti). L'accertamento è a carico delle autorità sanitarie, attraverso il sistema universale del cosiddetto tampone rino-faringeo per il Covid-19 (PCR SARS-Cov-2), da solo o abbinato al test sierologico SARS-CoV-2 anticorpi IGG o al test sierologico SARS-CoV-2 anticorpi IGG e IGM. Dall'inizio della pandemia i morti censiti sono stati 1.629. All'atto della lettura di queste note, ovviamente i numeri saranno nel mentre già aumentati. Il vero differenziale tra ciò che è accettabile e quanto non lo è sta nella misura di grandezza; se l'incremento quotidiano continua in progressione eccessiva, allora le cose si mettono male. Il primo caso pandemico, in Israele, era stato registrato il 21 febbraio a Ramat Gan; un mese dopo si era verificato il primo decesso. Attualmente, degli infetti registrati, pari a 70.942, il 99% di essi è in condizioni "gestibili", ossia domiciliati oppure ospedalizzati in reparti non di emergenza; la parte restante, 849 casi, è invece in condizione più che critiche, richiedendo il ricorso a terapie intensive o paraintesive. Nel mentre, 185.129 casi si sono risolti dal momento della loro manifestazione ad oggi di essi, mentre l'1% è deceduto.
  L'andamento statistico indica una curva fortemente accentuata dalla fine di giugno, quando si passa progressivamente dai 20mila casi agli attuali 256mila, con una decuplicazione nel corso di poco più di tre mesi. Il 23 settembre, si è arrivato al picco di 11.316 casi in un giorno, scesi a circa 2.300 il 28 dello stesso mese e tornati a quasi 8mila due giorni dopo. Un ottovolante inaccettabile. Va da sé che numerosità e concentrazione temporale sono indici relazionati alla quantità di tamponi effettuati, oltre ad una miriade di altri fattori, spesso difficilmente computabili. Il numero di "infetti" indica quindi una tendenza, non un valore assoluto, da intendersi come totalmente preciso. Poiché qualsiasi politica di sanità pubblica necessita di soglie quantificabili, per predisporre ed attivare misure sistematiche di prevenzione e cura, quando a metà settembre sono stati superati i 5mila casi giornalieri, il governo ha pertanto deciso di intervenire con una seconda quarantena collettiva. Il lockdown obbligatorio per l'intera popolazione, quindi, risponde sia all'esigenza di evitare la diffusione geometrica ed esponenziale del virus sia alla necessità inderogabile di non fare collassare un sistema sanitario sottoposto a fortissime pressioni. Le due cose, peraltro, rischiano altrimenti di alimentarsi vicendevolmente.
  La sanità israeliana (tenendo fermo che un conto sono i servizi ordinari, quelli che esulano da una condizione pandemica, mentre altro discorso vale per le emergenze pandemiche, alle quali non eravamo abituati fino alla fine del primo trimestre di quest'anno) conta 5,89 infermieri ogni mille persone; 3,33 dottori per mille abitanti; 9,58 ospedali ogni milione di cittadini (la misura è puramente generica, poiché contempla unità sanitarie residenziali tra di loro molto diverse, calcolando policlinici e nosocomi di dimensioni ragguardevoli ad unità ospedaliere più piccole) con 3 letti per ogni mille israeliani. I letti ICU (Intensive Care Unit, conosciuti anche come Intensive therapy unit o Intensive treatment unit-ITU ed ancora critical care unit-CCU) risultano essere circa 250 ogni 100mila persone.
  Le iniziali misure di contenimento attivo (divieti e vincoli nelle relazioni sociali) sono state assunte con una discreta celerità (anche se le modalità e la tempistica sono invece state contestate da molti) con l'11 marzo, seguite quasi subito dalla chiusura delle scuole; già erano stati vietati gli accessi dai paesi considerati maggiormente a rischio, tra cui l'Italia; otto giorni dopo, Benjamin Netanyahu dichiarava lo stato di emergenza nazionale, seguito, nei primi giorni di aprile, dalla proclamazione di «restricted zone», con limitazione alla libera circolazione. Israele ha raggiunto il primo picco della prima ondata il 2 di aprile, con 765 infetti in un giorno e 10mila positivi registrati complessivamente. I quartieri Haredi di Gerusalemme, considerate zone di intensi focolai, con il 12 aprile venivano sottoposti a rigidissime misure di contenimento, tra molte polemiche e diffuse manifestazioni di insubordinazione. Da ciò, quindi, a stretto seguito la prima quarantena collettiva.
  Nel corso della prima ondata, lo Stato d'Israele ha cercato di reagire adottando non solo misure di contenimento passivo (tampone, tracciamento e trattamento, quindi isolamento domiciliare, ricovero ospedaliero, somministrazione di farmaci generici) ma anche attivo (test rapidi, identificazione di una nuova generazione di mascherine, ricorso all'intelligence per mappare i positivi; misura, quest'ultima, fonte di molte polemiche relative alla privacy e alla libertà dei cittadini). Il sistema adottato, che proseguito nei mesi successivi, è stato quasi da subito quello del cosiddetto «semaforo», voluto dal commissario nazionale anticoronavirus Ronni Gamzu, già Ceo del Tel Aviv Sourasky Medical Center ed ora soprannominato da una parte della stampa «zar del Covid»: il rosso per la chiusura totale, il giallo-arancione con la chiusura parziale, il verde ad apertura (con vincoli selettivi e mutevoli). Inutile dire che gli effetti economici di un tale stato di cose si sono fatti sentire da subito, con un dato del tasso di disoccupazione, più che quintuplicato (dal 4% circa a ben oltre il 20%), solo in parte tamponato dalle misure di emergenza assunte dal governo. Il Prodotto interno lordo è velocemente calato del 6-7%, con la prospettiva - tuttavia - di una celere ripresa qualora la pandemia fosse stata gestita positivamente e, a ciò, si fosse accompagnato un vasto piani di interventi pubblici.
  Le cose, per il momento, stanno andando diversamente. Non solo in Israele, va da sé. Tuttavia, per una società abituata, fino all'inizio di quest'anno, ad avere un tasso di disoccupazione molto contenuto (a fronte di una retribuzione media salariale comunque insoddisfacente), ad oggi circa un quarto della forza lavoro è invece a spasso. Il fatto che nel momento in cui le attività dovessero riprendere a pieno ritmo, un buon numero di disimpegnati sarebbe riassorbito, non toglie nulla alla drammaticità dello stato vigente delle cose. Anche perché nessun paese al mondo sa quando una tale "normalità" potrà subentrare né, tanto meno, in che cosa consisterà concretamente le reali condizioni con le quali, a quel punto, le società si dovranno confrontare. In altre parole, è la nozione medesima di normalità, se con essa si intende prevedibilità e calcolabilità, ad essere a sua volta sottoposta a molti interrogativi.
  La cronicizzazione della crisi comporta la diffusione di un disagio economico che si fa sociale e, quindi, malessere civile. I giovani lavoratori sono destinati a pagare il prezzo più alto delle tensioni in corso, insieme alle tradizionali fasce deboli della società israeliana. Non pochi cittadini hanno contestato al governo, in questa seconda fase, incoerenza, lentezza nei processi decisionali e una sostanziale mancanza di obiettivi che non siano quelli meramente legati al tamponamento delle situazioni di immediata criticità. Il fatto che l'esecutivo sia composto da due premier concorrenti, Netanyahu e Gantz, di certo non aiuta l'assunzione di misure basate su un celere decision making. Come nel caso italiano, la "patata bollente" è stata affidata in parte ai tecnici i quali, a loro volta, dopo avere formulato pareri spesso tra di loro contrastanti, l'hanno rigirata all'esecutivo. Mentre i sanitari hanno ripetutamente lanciato il loro segnale di allarme, temendo default organizzativi nel sistema di contenimento della pandemia.
  Se a marzo ed aprile la leadership politica sembrava essere ancora motivata e unitaria almeno sul dossier Covid (dopo le ripetute esortazioni del presidente Reuven Rivlin), dall'estate le cose sono invece andando peggiorando. Con increspature tra ministri che si sono poi tradotte in continue contrattazioni, spesso defatiganti, su modalità, tempistiche e misure da assumere. Fino a manifestazioni di rottura dentro la stessa compagine governativa. Il contrasto, nella società civile, tra le componenti laiche, secolarizzate ed ortodosse da una parte, sostanzialmente proclivi a seguire le misure di contenimento, e una parte di quelle ultra-ortodosse, caparbiamente indisponibili a rispettare anche le norme più elementari, è divenuto l'ennesimo terreno di scontro, sul quale la mediazione politica (peraltro assai debole) ha potuto poco se non nulla. Sta di fatto che le preesistenti tensioni ideologiche tra gruppi sociali molto differenziati, ne escono ulteriormente rafforzate da questo transito.
  A tutto ciò, secondando un meccanismo presente in molti altri paesi, diversi cittadini, pur rispettando selettivamente le norme dettate dalle autorità, hanno spinto per la veloce riapertura delle attività economiche. Se a maggio, per un poco si è respirata una pallida parvenza di ritorno alle vecchie prassi, già in estate le cose sono peggiorate molto velocemente. E qui l'inerzia dell'esecutivo, sospeso tra una linea che chiedeva la reintroduzione da subito di misure radicali ed un'altra, invece, più "attendista", ha contribuito ad aumentare la confusione. La prassi del bilancino (chiudere; non chiudere; chiudere prima, durante o dopo le festività ebraiche) non sta premiando nessuno.
  Nel mentre, diversi cittadini - già di per sé poco o nulla favorevoli al premier Netanyahu - non solo hanno continuato a manifestare in pubblico ma hanno intensificato numeri e occasioni di protesta, a partire da quelle che si sono ripetute dinanzi alla casa del premier. I rigidi vincoli imposti agli assembramenti, di fatto pressoché vietati, sono stati denunciati da una parte delle opposizioni come una manovra politica dal titolare dell'esecutivo per limitare o azzerare ogni forma di contestazione nei confronti della sua persona. L'accusa di cesarismo nei confronti di Netanyahu è oramai abituale nella discussione politica corrente. Le stime più prudenti degli esperti calcolano in almeno 15 miliardi di shekelim le perdite dirette generate dal blocco parziale delle attività in meno di un mese del calendario commerciale.
  La Banca d'Israele ha ribadito una contrazione del prodotto interno lordo annuo intorno al 7%, qualora tuttavia le cose non dovessero ulteriormente peggiorare. Il calo della produzione dovrebbe attestarsi intorno al 14,6%. Sono tuttavia stime miti e benevole, beninteso. Che non possono ancora tenere in considerazioni molte variabili, al momento difficilmente confutabili. Ad esempio, quando il turismo, voce strategica del bilancio israeliano, riprenderà ritmi accettabili? Quanto tempo si dovrà attendere? Anche perché, al netto dei numerosi annunci miracolistici, che risuonano un po' ovunque in tutto il mondo su vaccini salvifici prossimi ad essere prodotti e distribuiti, la comunità dei virologi invita invece a valutare la reale situazione nella sua problematicità, indicando in almeno un anno, se non più, i tempi per potere contare su un antidoto efficace. Con la seconda metà di settembre i contagi mondiali di Covid hanno abbondantemente superato i 30 milioni (con un tasso di mortalità del 3,5% circa). Purtroppo, le previsioni per i mesi a venire, a Gerusalemme come nel resto del pianeta, prospettano un aumento dei casi (e dei decessi in valore proporzionale) non solo in progressione aritmetica. Qualunque sia il risultato a venire, in Israele come in Italia e nel resto del mondo, sarà ancora una partita lunga e defatigante quella che l'umanità ha dovuto ingaggiare contro il SARS-CoV-2.

(JoiMag, 4 ottobre 2020)


Graffiti antisemiti in un ristorante francese: aperta un'inchiesta

Graffiti antisemiti sono stati scoperti in un ristorante kosher a Parigi, sui quali la Procura ha avviato delle indagini. Un video pubblicato dall'Unione degli studenti ebrei di Francia mostra i muri del ristorante nel 19esimo arrondissement nella capitale, con slogan antisemiti e svastiche, nonché finestre rotte e tavoli e sedie distrutti. L'indagine è stata aperta per «degradazioni razziste», hanno detto i pubblici ministeri.
Ferma condanna della sindaca di Parigi Anne Hidalgo e del premier Jean Castex. Che ha anche twittato la sua «solidarietà ai nostri compatrioti ebrei», dicendo di condividere la loro «emozione e indignazione». Lo scorso anno la polizia francese ha registrato 687 atti antisemiti, con un aumento del 27% rispetto all'anno precedente.

(Avvenire, 4 ottobre 2020)


Usa, Israele ed Emirati pronti a collaborare su petrolio, gas e rinnovabili

I tre paesi si sono impegnati a esplorare le attività collettive in contesti multilaterali in coordinamento con le istituzioni finanziarie e il settore privato

di
Sebastiano Torrini

Gli Stati Uniti, Israele e gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di cooperare nei settori del petrolio, del gas e delle energie rinnovabili tra gli altri settori energetici, a seguito della firma dell'accordo di pace tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti a settembre.
  I tre paesi "concordano di incoraggiare un maggiore coordinamento nel settore energetico, comprese le energie rinnovabili, l'efficienza energetica, il petrolio, le risorse di gas naturale e le relative tecnologie e le tecnologie di desalinizzazione dell'acqua - secondo quanto riporta una dichiarazione congiunta dei ministri dell'energia di tutti e tre i paesi pubblicati sul sito web del Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti -. Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti sono impegnati a esplorare attività collettive in contesti multilaterali in coordinamento con le istituzioni finanziarie e il settore privato per migliorare gli investimenti internazionali in ricerca e sviluppo e la rapida adozione di nuove tecnologie energetiche".

 Gli Emirati possono cooperare con Israele sulla desalinizzazione e il solare
  Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno firmato un accordo di pace con Israele a Washington il 15 settembre, possono cooperare con Israele nei campi della desalinizzazione dell'acqua e dell'energia solare, visto anche il fatto che il terzo produttore di petrolio dell'OPpec cerca di generare il 44% della sua energia da energie rinnovabili entro il 2050, secondo quanto annunciato dal ministro dell'Energia Suhail al-Mazrouei lo scorso 14 settembre in occasione della firma del trattato.

 Potenziamento della capacità
  Gli Emirati Arabi Uniti sono il primo membro del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) a cercare un accordo di pace con Israele, che ha altri due patti simili con i paesi del Medio Oriente, Giordania ed Egitto, oltre agli accordi di pace di Oslo con i palestinesi. Il Gcc include anche Bahrain, Qatar, Oman, Kuwait e Arabia Saudita.
  Sia gli Emirati Arabi Uniti sia il Bahrein hanno firmato il 15 settembre gli accordi di pace con Israele a Washington, ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si aspetta che più paesi del Medio Oriente normalizzino i loro legami con il paese.
  Abu Dhabi National Oil Co., il più grande produttore di energia degli Emirati Arabi Uniti, prevede di aumentare la sua capacità di produzione di greggio a 5 milioni di barili al giorno entro il 2030 dai 4 milioni di barili al giorno attuali, con l'aiuto delle compagnie petrolifere internazionali. Sta anche aumentando la produzione di gas.
  Inoltre, gli Emirati Arabi Uniti stanno portando avanti vari progetti nel comparto fotovoltaico nel tentativo di diversificare il proprio mix energetico e liberare petrolio e gas per l'esportazione. L'obiettivo è quello di generare il 50% dell'energia dalle rinnovabili, nucleare compreso, entro il 2050.
  Gli Emirati Arabi Uniti sono diventati, tra l'altro, il primo paese del Golfo a generare energia dal nucleare quest'anno, con l'avvio di uno dei quattro reattori in costrizione. Una volta che tutti i reattori saranno operativi, produrranno 5,6 GW di energia nucleare, soddisfacendo fino al 25% del fabbisogno energetico del Paese.

 Obiettivo 2030
  Israele ha fatto passi da gigante nella produzione di gas con la scoperta di due giacimenti importanti nell'ultimo decennio. La produzione di gas di Leviathan, che detiene 620 mld di mc di riserve di gas recuperabili, è iniziata alla fine di dicembre 2019. Leviathan è il secondo grande giacimento di gas in Israele ad iniziare la produzione dopo l'avvio nel 2013 del giacimento Tamar gestito da Noble, che continua a servire il mercato interno.
  Il ministero dell'Energia israeliano ha anche annunciato a giugno un piano da 80 miliardi di Shekel (23,3 miliardi di dollari) per aumentare la quota di energia solare nel mix energetico. Il paese, che ha generato il 5% della sua elettricità dall'energia solare nel 2019, vuole aumentare tale livello al 30% o 16 GW entro il 2030. Israele attualmente fa affidamento principalmente su gas e carbone per produrre elettricità.

(Energia Solare, 4 ottobre 2020)


Le nuove alleanze che ridisegnano il Medio Oriente

di Robert D. Kaplan

L'imminente avvio dei rapporti diplomatici tra Israele e due Stati del Golfo — gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein — fa parte di un processo di cooperazione in materia di sicurezza che è stato inaugurato molti anni fa. Un dato, questo, che se da un lato riduce l'impatto dell'evento, dall'altro ne aumenta il significato e suggerisce che l'iniziativa di porre fine all'era degli scontri arabo-israeliani è destinata ad andare avanti e forse culminerà in un sovvertimento politico in Iran. Questa sembra essere la strada che il Medio Oriente si trova a percorrere.
   Sudan, Arabia Saudita, Oman e Kuwait sono alcuni dei Paesi arabi che pare stiano valutando la possibilità di avviare dei colloqui di pace con Israele. Uno o due di questi Paesi potrebbero cambiare idea, mentre l'Arabia Saudita — che pure sostiene il processo di normalizzazione regionale con Israele — potrebbe negare un riconoscimento ufficiale. Ma non importa: anche in assenza di documenti ufficiali, tutti questi Paesi hanno, in senso spirituale, posto fine alle ostilità con lo Stato ebraico.
   Diamo uno sguardo alla cartina geografica. L'alleanza tra Israele e Emirati gode di un accesso praticamente illimitato ai tre lati della penisola arabica: il Mar Rosso, il Mar Arabico e il Golfo Persico. L'unica sfida rimane quella rappresentata dal piccolo Qatar e dallo Yemen, caotico e dilaniato dalla guerra.
   Nel frattempo, la crescente presenza militare della Cina nel Gibuti e, potenzialmente, a Port Sudan, continuerà a essere un elemento neutrale rispetto a questa nuova iniziativa di sicurezza araboisraeliana che si estenderà ben oltre la sfera navale, sino ad abbracciare ogni aspetto della sicurezza e dei sistemi di attacco e di difesa ad alta tecnologia.
   II Medio Oriente sta attraversando un complicato processo di trasformazione. Per decenni, a partire dagli anni Sessanta, I regimi baathisti totalitari di Siria e Iraq avevano diretto il fronte del rifiuto a Israele. Ma quei due Stati, così come la Libia, adesso appaiono completamente devastati, mentre l'Egitto resta impotente, schiacciato com'è da una repressione debilitante e dal caos economica. Elementi palestinesi, shiiti e gatarini in Libano sono tutto quel che resta del fronte di opposizione arabo, che ormai è costretto a dover contare sul sostegno di due Paesi non arabi: Turchia e Iran.
   Dei due l'Iran è forse il più fragile. Mentre il leader neo-autoritario turco Recep Tayyip Erdogan continua a operare in un contesto di parziale democrazia, tra partiti politici rivali e sindaci e giornalisti indipendenti, il regime dell'Ayatollah Ali Khamenei rappresenta una teocrazia radicale decisamente più impopolare in patria di quanto Erdogan non lo sia in Turchia. Il regime iraniano, inoltre, a differenza di quello turco, è legato al prezzo degli idrocarburi, che in generale (e a prescindere dalle sanzioni imposte dagli Usa) è sceso, anche se i recenti accordi di pace tra arabi e Israele mettono a rischio proprio l'appoggio dell'Iran nel Golfo. Infine la Turchia, per motivi geografici, culturali e di storia del ventesimo secolo, è uno Stato quasi europeo. Con tutta la stabilità che da ciò deriva. L'Iran, no.
   Verso la fine del 2019, ben prima che il governo desse prova di una gestione fallimentare della crisi del Covid-19, l'Iran è stato scosso da imponenti manifestazioni di protesta contro il regime. Il regime iracheno è sottoposto a crescenti pressioni politiche e viene considerato dal popolo palesemente illegittimo. La scomparsa del terrorista e mente della geopolitica Qassem Soleimani, assassinato agli inizi dell'anno dagli Stati Uniti di Trump, renderà più difficile all'Iran rispondere con atti di terrorismo o con la forza militare, come in passato.
   Secondo una famosa affermazione di Lenin: «Ci sono decenni in cui non accade nulla e settimane in cui accadono decenni». Dalla Rivoluzione del 1979 in poi in Iran non è accaduto praticamente nulla, così come a partire dal 1994, anno in cui Israele e Giordania inaugurarono i rapporti diplomatici, nulla è più accaduto tra Israele e i suoi vicini arabi. Poi, nel giro di qualche settimana, delle dinamiche che erano al lavoro già da decenni hanno prodotto due trattati di pace. Viene da domandarsi se e quando in Iran vedremo accadere decenni nel giro di qualche settimana. Non adesso, certo, ma forse nel corso del prossimo mandato presidenziale degli Stati Uniti.
   In breve: la battaglia per conquistare i cuori e le menti degli iraniani e iniziata all'indomani della nuova alleanza tra Israele e Paesi del Golfo arabo, poiché si tratta di due eventi legati inevitabilmente l'uno all'altro. Nei prossimi anni, a poter imprimere all'intera regione un vero cambiamento saranno le dinamiche interne all'Iran — un Paese di 84 milioni di abitanti, con un alto tasso di istruzione.
   Eppure, a dispetto dei drammatici eventi della scorsa settimana, a Washington c'è ancora chi, incapace di accettare la realtà dei fatti, adduce "le guerre infinite" come motivo per ritirarsi del tutto dal Medio Oriente. Nello stilare una classifica di regioni in ordine di importanza, un consigliere senior del candidato presidenziale Joe Biden citato dalla rivista Foreign Policy ha relegato il Medio Oriente al quarto posto "con grande distacco sul terzo" e preceduto da Europa, Indo-Pacifico e America Latina.
   In realtà le "guerre infinite" sono da anni sul punto di finire, mentre la presenza dei militari Usa continua a diminuire, passando da 132mila a 3mila in Iraq, da 100mila a 4.500 in Afghanistan, sino ad arrivare a meno di mille in Siria. Stiamo vivendo una nuova era, caratterizzata dalla cooperazione implicita ed esplicita tra arabi e israeliani, dall'espansione neo-ottomana della Turchia, e dalla crisi interna iraniana.
   Il tutto sotto l'insidiosa ombra economica dei cinesi, che anziché considerare il Medio Oriente al «quarto posto, con grande distacco», lo vedono sempre più come un elemento chiave: l'anello necessario a collegare con naturalezza la Via della Seta in Asia con quella in Europa. Per questo, sostenuti da investimenti da centinaia di miliardi di dollari, i cinesi stanno costruendo in tutta la regione porti e basi militari.
   Non è il momento di ritirarsi dal Medio Oriente, né di considerarlo una regione scollegata da tutte le altre. Al contrario: il Medio Oriente è parte integrante dell'Eurasia ed è quindi ora che gli Stati Uniti, durante il prossimo mandato presidenziale, contribuiscano a espandere e rafforzare la pace arabo-israeliana, allo scopo di arginare il neo-imperialismo della Turchia e indebolire ulteriormente il regime iraniano. Il tutto, nell'ottica di gestire con intelligenza l'ascesa della Cina nell'Indo-Pacifico.

* Robert D. Kaplan. titolare degli studi di Geopolitica al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia *

(la Repubblica, 4 ottobre 2020)



Il primo comandamento: una questione di vita o di morte
    «Non avere altri dei nel mio cospetto» (Esodo 20:3).
Davanti al tempo che passa, alle situazioni che cambiano, alle ideologie che si susseguono, ai valori morali che si modificano, ogni uomo ha la segreta nostalgia di un punto fisso, l'aspirazione a qualcosa di assoluto, di cui non si possa dire che oggi c'è e domani no, che non debba continuamente essere messo in discussione, che non abbia l'aspetto della provvisorietà e dell'incertezza.
   Qualcosa di questo genere esiste: è la morte. In qualunque periodo si viva, qualunque posizione si occupi, qualunque cosa si pensi, tutti muoiono. Questo fatto non cambia. Su questo non si discute. Non potrebbe allora essere proprio questo l'assoluto che è alla base di tutta la realtà?
   L'uomo normale rifiuta questa ipotesi. Egli avverte istintivamente che la morte è un buco nero in cui precipita tutto ciò che esiste, ma che non è, non può essere il fondamento di ciò che esiste. La morte che interrompe un rapporto d'amore tra due persone separandole dolorosamente l'una dall'altra non può essere il fondamento di quell'amore. No, non si può «vivere per la morte»: nessuno potrebbe sopportare una così atroce lacerazione.
   Si cercano allora altri punti fissi: qualcosa o qualcuno che costituisca il fondamento stesso della vita, qualcosa per cui valga la pena e sia giusto vivere.
   Questo qualcuno esiste: è l'Eterno, colui che ha nome «Io sono». La Scrittura dice che soltanto Lui è il fondamento di tutto ciò che è. Egli occupa interamente lo spazio in cui si muove tutto ciò che ha vita.
    «Difatti, in lui viviamo, ci moviamo e siamo» (Atti 17:28).
Egli è e crea. Egli è il creatore degli uomini e di tutte le cose. Quindi non ci sono, non ci possono essere altri dei da mettere a confronto con Lui. Egli è unico. È l'unico vero punto di riferimento di tutto ciò che vive. Chi cerca un altro assoluto, trova soltanto la morte. Ogni altro dio che pretenda di confrontarsi con l'Eterno non può essere che una manifestazione della morte.
   Ma come si può conoscere questo Dio «nel quale viviamo, ci moviamo e siamo»?
    «Io sono l'Eterno, l'Iddio tuo, che ti ho tratto dal paese d'Egitto, dalla casa di servitù» (Esodo 20:2).
L'Eterno è un Dio che parla e agisce. Più precisamente libera. Da che cosa? «Dalla legge del peccato e della morte» (Romani 8:2). La liberazione di Israele dalla schiavitù di Egitto è un'anticipazione della liberazione dalla schiavitù della morte a cui soggiace tutta la creazione in conseguenza del peccato dell'uomo. Adamo ha cercato un punto di riferimento diverso da Dio, e l'ha trovato: la morte. Nello stesso modo, chi si pone alle dipendenze di dei stranieri non trova prosperità e pace, ma soltanto la morte.
    «Ma se avvenga che tu dimentichi il tuo Dio, l'Eterno, e vada dietro ad altri dei e li serva e ti prostri davanti a loro, io vi dichiaro quest'oggi solennemente che certo perirete» (Deuteronomio 8:19).
Risuonano in questo avvertimento le solenni parole di Dio ad Adamo: «Nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai» (Genesi 2:17).
   Ecco perché il primo comandamento è così tremendamente importante: si tratta di una questione di vita o di morte.
    «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io ti comando oggi d'amare l'Eterno, il tuo Dio» (Deuteronomio 30:15).
L'Eterno è un Dio geloso perché sa che dietro l'idolo c'è la morte. E Dio non vuole che l'uomo muoia: per questo non si stanca di mettere in guardia il suo popolo dai rischi che corre ad andare dietro ad altri dei.
   Si dice talvolta che la gelosia di Dio sottolinea la sua sovranità, la sua maestosa regalità. Ma con ciò non si dice tutto, anzi, si dice molto poco. Se un padre deve attraversare con suo figlio un fiume in piena, passando su un ponticello stretto e privo di protezione, e per il pericolo che vede continua a ripetere minacciosamente a suo figlio di non allontanarsi da lui nemmeno per un attimo, chi direbbe che quel padre sta insegnando al figlio l'ubbidienza e il rispetto assoluto dell'autorità paterna?
   Dio ci ama di un amore appassionato, tenero, sviscerato, e non può sopportare l'idea che l'uomo si perda. Per questo non si stanca di dirci e di ripeterci che bisogna guardarsi dagli idoli, perché con gli idoli non si scherza. All'idolo si dà il cuore, cioè tutto sé stessi, e quindi l'idolo ci possiede e ci tiene in schiavitù fino a che non ci consegna alla morte.
   Si potrebbe obiettare che l'idolo non è niente, perché è soltanto una costruzione umana, come descrive il profeta Isaia (44:9 ss.). Ma bisogna fare attenzione: l'idolo non è nulla nei confronti di Dio, ma non nei confronti dell'uomo; esattamente come la morte non ha alcun potere su Dio, ma un potere reale sull'uomo. L'idolo, come la morte, non ha quindi alcun potere sull'uomo che confida nell'Eterno; ma, come la morte, ha un potere reale e devastante sull'uomo che si è allontanato dal suo Creatore e Signore.
   L'idolo non è nulla, perché non può salvare; ma è qualcosa, perché può uccidere.
   La continua tendenza dell'uomo all'idolatria fa capire che, per natura, l'uomo non può essere indipendente. Egli è nato per dipendere da qualcuno. I fatti fondamentali della sua esistenza, la vita e la morte, non sono in suo potere. Egli può, a dire il vero, darsi la morte, ma non può né darsi la vita né impedire che questa gli sfugga. E questo dimostra, ancora una volta, che l'unico potere autonomo dell'uomo è quello dell'autodistruzione. La libertà dell'uomo senza Dio è la possibilità di scegliere per sé la morte.
   L'uomo è un essere dipendente, e quindi se non ha un Dio è costretto a farselo.
   Ai piedi del monte Sinai il popolo d'Israele stava aspettando da molti giorni che Mosè tornasse, portando disposizioni da parte di Dio. Ma di Mosè non c'era più traccia e Dio non dava segni di sé. E se tutto fosse rimasto così per sempre? Poteva un intero popolo rimanere a bivaccare nel deserto per tutta la vita? Bisognava agire, muoversi. Ma si può attraversare un lungo e ignoto deserto senza avere un dio che si ponga alla guida del popolo? No, non è possibile, non c'è neppure da pensarci. Se non si ha un dio, bisogna farselo.
    «Or il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dal monte, si radunò intorno ad Aaronne, e gli disse: "Orsù, facci un dio che ci vada dinanzi" poiché quanto a Mosè, a quest'uomo che ci ha tratto dal paese d'Egitto, non sappiamo che ne sia stato"» (Esodo 32:1).
Il popolo d'Israele non ebbe la pazienza di aspettare, e la sua impazienza nei confronti dei tempi di Dio lo condusse all'idolatria.
   L'uomo che non accetta l'Eterno come Dio, deve dunque costruirsi un altro dio. Un dio che non solo non salva, ma non resta neppure inerte. Il feticcio che l'uomo si costruisce comincia presto a sprigionare una misteriosa forza d'attrazione, una specie di risucchio che attira l'anima del costruttore in un vortice senza via d'uscita. Dal momento che la creazione di un idolo fa uscire l'uomo dalla dipendenza del Dio vivente, e poiché l'unica possibilità autonoma dell'uomo è quella di scegliere la morte, l'idolo che egli si costruisce cade nelle mani della morte e diventa uno strumento per la sua distruzione.
   L'uomo dunque non può in alcun modo fabbricare un Dio che lo libera e lo salva; ma può fabbricare un mostro che lo rende schiavo e l'uccide.
    «Ascolta Israele: l'Eterno, l'Iddio nostro, è l'unico Eterno. Tu amerai dunque l'Eterno, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze» (Deuteronomio 6:4-5).
Con queste parole comincia la famosa preghiera «Sh'ma Israel» (Ascolta, Israele), tratta dal libro del Deuteronomio, che l'ebreo pio recita tutti i giorni. Con questa ripetuta recitazione il pio israelita ricorda continuamente a sé stesso l'importanza del primo comandamento. Il famoso « gran comandamento» dell'amore che Gesù cita in risposta alla domanda dello scriba (Marco 12:29-30) non è dunque una specie di undicesimo comandamento, ma una formulazione del primo, il quale vieta solennemente all'uomo di dividere il suo cuore, la sua anima, la sua mente, le sue forze tra diversi dei. L'Eterno, e soltanto l'Eterno, deve essere amato.
   Questo primo comandamento era ben presente nella mente di Gesù. Uno dei pochi passi del vangelo in cui vediamo Gesù citare esplicitamente i comandamenti è quello del giovane ricco. A questo giovane pio e di buona reputazione, che vuole avere buoni consigli per ottenere la vita eterna, Gesù risponde di osservare i comandamenti. Ma è da notare che i comandamenti citati da Gesù sono quelli della seconda tavola, cioè quelli che riguardano i rapporti con il prossimo. I racconti dei vangeli non danno alcun motivo di pensare che Gesù non abbia creduto alle parole del giovane. Ma quando questi chiede: «Che cosa mi manca?» Gesù in sostanza risponde: Ti manca di osservare il primo comandamento, il quale esclude che ci possano essere altri dei da tenere accanto all'unico vero Dio. Quindi va', sbarazzati del tuo idolo, e rendi onore a Dio ubbidendo alla sua parola che oggi ti chiama a seguirlo.
   Liberarsi di un idolo può essere qualcosa di incredibilmente difficile. Anzi, come dice Gesù, agli uomini è impossibile. Impossibile come liberarsi da soli dal potere della morte. Come l'uomo non può decidere di sciogliersi da solo dai lacci della morte per entrare di sua volontà nella vita, così non può liberarsi da solo da quella espressione del potere della morte che è l'idolo. L'unica possibilità per lui è di cogliere il momento in cui Dio stesso lo chiama ad uscire dalla schiavitù della morte per entrare nella libertà della vita eterna. Il giovane ricco ha rifiutato di essere liberato dall'idolo e quindi è rimasto sotto il suo potere, sotto il potere della morte, perché in questo modo non ha potuto ereditare quella vita eterna che Gesù gli aveva offerto.
   Gli idoli che minacciano oggi la nostra vita possono essere di diversa natura. Che si tratti dei soldi o del potere o del prestigio o della droga o di un'ideologia o di qualcosa di molto semplice e innocuo, l'idolo è sempre una potenza a cui consegniamo la nostra vita, a cui restiamo legati da una dipendenza vitale. Gli idoli che condizionano la vita di un uomo possono anche essere più di uno; in tal caso il cuore si divide e l'uomo cade nella paura di dover indovinare ogni volta quello giusto da invocare e da ingraziarsi.
   Un segno inequivocabile di dipendenza dagli idoli è la paura persistente. Le spiegazioni psicologiche che caso per caso si possono dare non sono in grado di arrivare alla radice del male. Le banalizzazioni supportate da argomentazioni «scientifiche» non servono. Va detto e ripetuto che con gli idoli non si scherza. Essi hanno a che fare con la morte: per questo non possono che generare paura, instabilità, insicurezza.
   Il primo comandamento doveva servire a mettere minacciosamente in guardia il popolo, perché il pericolo che correva ad abbandonare il suo Dio, o a permettere che accanto a Lui ci fossero divinità straniere, era mortale. Questo minaccioso avvertimento vale anche per noi. Dio ci ama teneramente, ci conosce per nome; ciascuno di noi esprime un suo pensiero, un suo particolare progetto. Per questo Dio non può tollerare che la sua creatura si consegni a padroni spietati che sembrano promettere chi sa quali soddisfazioni ma non mantengono mai le loro promesse, e alla fine, quando ormai è troppo tardi, fanno cadere la maschera e rivelano il loro vero volto, che è il volto macabro della morte. Per questo Dio avverte, minaccia, richiama, riprende, castiga, colpisce: Egli vuole che rimaniamo in una posizione di totale e continua dipendenza da Lui, e non per dare sfogo al suo dispotismo, ma perché ci ama. Soltanto Lui, che ci ha creati per amore, e ci mantiene in vita per amore, e per amore ci fa rinascere in Gesù Cristo, è in grado di darci «la vita e il bene»; gli idoli invece non possono che darci «la morte e il male».
   Il primo comandamento esprime dunque l'invito teneramente imperioso di Dio a rispondere senza alcuna riserva a questo amore, perché soltanto in questa risposta incondizionata l'uomo può trovare la sua vera vita e la liberazione da ogni paura della morte. Perché «Dio è amore» (I Giovanni 4:8) e «nell'amore non c'è paura» (I Giov. 4:18).
    «Io prendo oggi a testimoni contro a voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua progenie, amando l'Eterno, il tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui (poiché egli è la tua vita e colui che prolunga i tuoi giorni), affinché tu possa abitare sul suolo che l'Eterno giurò di dare ai tuoi padri Abrahamo, Isacco e Giacobbe» (Deuteronomio 30:19-20).
(da “Le dieci parole”, di Marcello Cicchese)

 


Negoziati tra Israele e Libano per la definizione dei confini marittimi

Le trattative partiranno a metà ottobre con la mediazione degli Stati Uniti

Israele e Libano hanno annunciato congiuntamente ieri il prossimo avvio di negoziati per la definizione dei confini marittimi, nell'intento di dare impulso all'esplorazione e allo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale nella zona. Lo hanno indicato il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri (leader del movimento sciita Amal), e il ministro degli Esteri israeliano, Gaby Ashkenazi. Berri ha comunque tenuto a precisare che questo sviluppo è estraneo al graduale processo di normalizzazione fra Israele ed alcuni paesi arabi recentemente avviato.
   Mediati dagli Stati Uniti, i negoziati dovrebbero iniziare «verso il 14 ottobre», secondo quanto ha anticipato alla stampa israeliana da David Schenke, consigliere del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo. Si svolgeranno, ha aggiunto il funzionario statunitense, sotto gli auspici dell'Onu nella sede dell'Unifil (il contingente delle Nazioni Unite nel Libano meridionale) a Naqoura, il punto di valico sul mare fra Israele e Libano, ex sede della dogana libanese, confinante con la base militare israeliana di Rosh Ha-Nikra. In questa stessa sede si tengono da più di dieci anni regolari incontri tripartiti tra israeliani, libanesi e i vertici della missione dell'Onu in Libano.
   La delegazione del Libano sarà messa a punto dal presidente, Michel Aoun, nei prossimi giorni, mentre, per Israele, il coordinatore dei colloqui sarà il ministro dell'Energia, Yuval Steinitz. Gli Stati Uniti, ha precisato Berri, hanno preso nota che «la delimitazione dei confini marittimi dovrà avvenire sulla base del meccanismo tripartito (Israele, Libano, Onu) concordato nel 1996». Dall'anno scorso, gli emissari Usa hanno mantenuto una spola serrata fra Israele e Libano proprio per mettere a punto il quadro dei negoziati per delimitare un'area marina di centinaia di chilometri quadrati, nota come "Bloc 9". Questi contatti hanno avuto di recente un impulso per l'aggravarsi della crisi economica libanese (la peggiore degli ultimi trent'anni) e anche per i contraccolpi della esplosione di due mesi fa al porto di Beirut. Secondo la radio statale israeliana, è presumibile che la ripresa dopo tre decenni dei contatti israelo-libanesi sia stata approvata anche dal leader degli Hezbollah, Hassan Nasrallah. Ed un allentamento delle tensioni militari nella zona è quanto si attendono le compagnie occidentali interessate allo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale.
   
(L'Osservatore Romano, 3 ottobre 2020)


Hezbollah ha i missili puntati. Dal Libano contro Israele

Sono numerosissimi e anche ad altissima precisione. Lo ha dimostrato all'Onu il premier israeliano Benjamin Netanyahu. I missili dell'ultima generazione vengono montati in stabilimenti realizzati sotto condomini abitati da gente comune al centro della città di Beirut per cui, se ci fossero degli incidenti (com'è successo il 4 agosto scorso nel porto della capitale libanese) le incolpevoli vittime civili sarebbero moltissime. Gli hezbollah hanno deciso di collocare le fabbriche di missili in questo modo per evitare che l'aviazione militare israeliana, che sa dove sono, sarebbe in grado i colpirli.

di Dorian Gray

Parlando in videoconferenza in occasione dell'annuale discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il premier israeliano Netanyahu ha nuovamente fatto delle rivelazioni di intelligence molto importanti. Questa volta Netanyahu non ha parlato del nucleare iraniano, ma dei depositi di missili di precisione del gruppo terrorista libanese Hezbollah. Secondo quanto rivelato dal primo ministro israeliano, a pochi chilometri dall'area delle esplosioni al porto di Beirut avvenute il 4 agosto scorso, ci sarebbero ben tre fabbriche di missili di precisione (Pgm) del Partito di Dio (quindi tutte nella capitale libanese).
La prima fabbrica si trova nell'area di Laylaki, nei sotterranei di un condominio di sette piani, in cui vivono ben settanta famiglie (!).
   La seconda si trova nell'area di Chouaifet, nei sotterranei di un palazzo di cinque piani, in cui vivono cinquanta famiglie (!).
   La terza fabbrica si trova invece nell'area di Janah, vicino a delle abitazioni civili, a due società del gas e ad una pompa del gas.
   Tutte aree in cui, se avvenisse un qualsiasi incidente «di lavoro», i terroristi di Hezbollah potrebbero causare la morte di decine e decine di innocenti civili, usati come scudi umani dagli uomini di Nasrallah, al fine di ridurre il rischio di essere colpiti dagli aerei nemici, ben sapendo che il codice morale di eserciti come quello israeliano impone di cercare sempre di ridurre al minimo i rischi di perdite di vite civili.
   I Pgm sono missili di precisione con sistemi di navigazione altamente avanzata che, se ben sviluppati, consentono di eludere le difese missilistiche, colpendo le aree civili con estrema precisione. Per questo Israele ritiene che questi missili siano molto pericolosi e sta cercando in tutti i modi di impedirne la costruzione.
   Per anni il regime iraniano ha tentato dal 2013 al 2015 di esportare i Pgm in Libano ma, dopo vari fallimenti, ha deciso di inviare a Hezbollah i missili divisi in vari pezzi, affinché l'assemblaggio avvenisse in loco.
   Ricordiamo che già nel 2018, parlando all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Netanyahu aveva mostrato delle immagini satellitari che rivelavano la presenza di centri di produzione di missili di precisione di Hezbollah nei pressi dell'aeroporto Rafiq Hariri, l'aeroporto internazionale di Beirut dedicato all'ex premier libanese, ucciso proprio da uomini del Partito di Dio. Da non dimenticare anche che a metà luglio scorso, il centro di ricerca israeliano Alma aveva rivelato l'esistenza di almeno 28 siti di lancio missilistici appartenenti a Hezbollah installati in mezzo alle aree civili di Beirut. Il centro Alma aveva corredato la sua indagine con una serie di mappe estremamente precise, a riprova di quanto veniva affermato. Si stima che da queste postazioni il gruppo terrorista potrebbe lanciare verso Israele anche missili a medio raggio (sempre di produzione iraniana) come il Fateh 110.
   Infine, ricordiamo che l'ultimo «incidente di lavoro» causato dai terroristi di Hezbollah è avvenuto appena pochi giorni fa: il 22 settembre, infatti, è saltato in aria un deposito di armi presso il villaggio di Ain Qana, causando ingenti danni, uccidendo un terrorista di Hezbollah, ferendo altre quattro persone e mettendo in pericolo la vita di decine di civili.

(ItaliaOggi, 3 ottobre 2020)


La prima strada wireless che ricarica i veicoli elettrici: avviato il progetto a Tel Aviv

 
La prima strada wireless a Tel Aviv
La città di Tel Aviv, in Israele, sta sviluppando un particolare progetto legato alla viabilità attraverso il quale le strade, dotate di strutture wireless, avranno la specifica funzione di ricaricare i mezzi di trasporto elettrici in circolazione. L'ideazione del progetto è di paternità della società israeliana ElectReon, in cooperazione con la Dan Bus Company, nota azienda di trasporti pubblici. La priorità al momento è data al trasporto pubblico; il sistema verrà inizialmente testato su un tragitto di 2 chilometri, partendo dalla stazione ferroviaria in prossimità dell'università di Tel Aviv fino ad arrivare all'aeroporto.

 Come è strutturata la strada wireless
  Stando ai dettagli tecnici, otto centimetri al di sotto del pavimento stradale verranno installate delle bobine di rame in grado di ricaricare tramite wireless i mezzi pubblici in circolazione attrezzati per la ricarica. La tecnologia in questione è chiamata DWPT, Dynamic Wireless Power Transfer, e consente un notevole risparmio dei costi, oltre che del peso, grazie alle dimensioni ridotte delle batterie collocate sui mezzi. È la prima volta che un progetto simile viene messo in atto, la tecnologia potrebbe così andare ad incidere anche sul nostro modo di spostarci.

 I risultati del primo test su strada wireless
  La società israeliana ha già effettuato il primo test in strada a Beit Yanay attraverso una Renault Zoe e sembrerebbe che la prova su strada sia stata superata.
La ElectReon ha da poco diffuso i risultati della prova: "Il test ha mostrato una trasmissione di energia di 8,5 kw con un'efficienza superiore al 91%. Prevediamo di poter aumentare la potenza oltre i 15 kw in poche settimane" ha dichiarato la società.

 Il progetto eco-sostenibile contro l'inquinamento ambientale
  Il progetto è nato con un'evidente impronta di eco sostenibilità e tutela dell'Ambiente con il sindaco della città israeliana, Ron Huldai ad aver affermato che il tutto rientra in un programma di lotta all'inquinamento ambientale. La possibilità di caricare direttamente i veicoli sulla strada tramite wireless consentirebbe di eliminare le stazioni di ricarica e i terminali.
CNN Business, portale online di notizie e informazioni finanziarie, ha comunicato che i lavori sono già iniziati a Tel Aviv, le strade sono in costruzione e nei prossimi giorni verranno effettuate ulteriori prove. Al momento in Israele sono comunque vigenti delle limitazioni a causa della pandemia da Covid-19, la cosa potrà ovviamente portare a un ritardo nel compimento del progetto.

(Blasting News Italia, 3 ottobre 2020)


Bisogna eliminare con la legge i privilegi che solo gli ebrei hanno

II primo documento politico di Hitler. Il capitano Karl Mayr, che apparteneva a un'unità di intelligence, affidò a Hitler l'incarico di fornire chiarimenti riguardo alla posizione dell'esercito sulla questione ebraica a un suo collega, l'ufficiale Adolf Gemlich. La lettera del 16 settembre 1919 è il primo documento politico di Hitler. Inedita in Italia, è pubblicata nel volumetto di Levy. Ne anticipiamo alcuni brani.

di Adolf Hitler

L'origine dell'avversione di ampi settori popolari verso l'ebraismo non va ricercata in una nitida conoscenza dell'agire pernicioso più o meno pianificato del gruppo ebraico verso la nostra nazione, ma per lo più nei rapporti personali, nell'effetto prodotto dal singolo ebreo, che è quasi sempre sfavorevole. Ma così l'antisemitismo assume solo il carattere di mero fenomeno emotivo. E questo non va bene. L'antisemitismo come movimento politico non deve e non può essere determinato da moti emotivi, ma dalla conoscenza dei fatti. (...).
   Con una millenaria riproduzione endogamica, spesso avvenuta in cerchie molto ristrette, l'ebreo ha saputo conservare la razza e le proprie caratteristiche assai meglio rispetto a molti dei popoli tra cui vive. E, quindi, fra noi vive una razza straniera, non tedesca, nient'affatto disposta o in grado di sacrificare le sue caratteristiche razziali, di rinnegare i suoi sentimenti, i suoi pensieri e le sue aspirazioni, e che tuttavia possiede politicamente i nostri stessi diritti. L'ebreo agisce spinto solo da moventi puramente materiali, ancor di più lo sono i suoi pensieri e le sue aspirazioni. La danza intorno al vitello d'oro diventa la lotta implacabile per ogni bene che, secondo i nostri sentimenti più profondi, non devono essere quelli più importanti e desiderabili su questa terra. (...)
   L'antisemitismo su basi puramente emotive troverà la sua espressione conclusiva nella forma dei pogrom. L'antisemitismo della ragione deve tuttavia condurre alla lotta giuridica pianificata e all'eliminazione dei privilegi dell'ebreo, che solo lui possiede rispetto agli altri stranieri che vivono fra noi (soggetti alla legislazione degli stranieri). Il fine ultimo di tale legislazione deve essere l'allontanamento definitivo degli ebrei. A tal fine è necessario un governo di forza nazionale e non un governo di impotenza nazionale.
   La Repubblica tedesca deve la sua nascita non alla volontà unitaria nazionale del nostro popolo, ma allo scaltro utilizzo di una serie di circostanze che tutte insieme produssero un profondo malcontento generale. Ma tali circostanze erano indipendenti dalla forma statale e agiscono tuttora. Ben più di prima. Perciò una larga parte del nostro popolo è disposta ad ammettere che non è la mutata forma statale a poter cambiare o migliorare la nostra situazione, ma solo una rinascita delle forze morali e spirituali della nazione.
   E tale rinascita non sarà avviata da una classe dirigente di maggioranze irresponsabili influenzate da precisi dogmi partitici, da una stampa irresponsabile, da slogan e da parole d'ordine di conio straniero, ma dall'utilizzo spietato di personalità carismatiche, di sentimenti nazionali, di intimo senso di responsabilità.
   Questo fatto priva tuttavia la Repubblica del sostegno intimo delle forze spirituali della nazione. Perciò l'attuale classe dirigente è costretta a cercare il sostegno di coloro che traggono e trassero esclusivamente beneficio dal rimodellamento delle condizioni tedesche, e che per questo motivo furono anche le forze trainanti della Rivoluzione: gli ebrei. Pur consapevoli del pericolo dell'ebraismo (ne sono una dimostrazione le diverse espressioni delle attuali personalità al comando), la nostra classe dirigente è costretta ad accettare a proprio vantaggio il sostegno prontamente fornito dagli ebrei, e così anche la contropartita richiesta. E questo scambio non consiste solo nel generico sostegno dell'ebraismo, ma soprattutto nell'impedire la lotta del popolo tradito contro i suoi mistificatori, cioè reprimendo il movimento antisemita.
   Rispettosamente,
   A. H.

(La Stampa - tuttolibri, 3 ottobre 2020)


Macron contro l'Islam radicale: un esempio anche per l'Italia

Iniziative da prendere come esempio anche in Italia dove la lotta all'Islam radicale sembra completamente dimenticata pur sapendo che sotto la cenere cova il fuoco.

di Franco Londei

Emmanuel Macron ha un piano per difendere i valori secolari della Francia contro l'Islam radicale. Lo ha svelato lui stesso ieri durante un discorso tenuto a Les Mureaux, poco fuori Parigi.
   Macron ha annunciato una supervisione più rigorosa delle scuole islamiche, sulla provenienza e sull'utilizzo dei fondi delle varie associazioni islamiche e tutta una serie di provvedimenti volti ad integrare i giovani musulmani nella società francese impedendo così che in Francia si instauri una sorta di "doppia legislazione", quella nazionale e quella islamica, non di rado ritenuta dai musulmani superiore a quella francese se non addirittura l'unica legislazione.
   Il Presidente francese ha dipinto l'Islam come "una religione in crisi" per via del fatto che sempre più spesso vira verso l'integralismo piuttosto che verso una idea di pacifica convivenza nel rispetto delle altre religioni.
   Un fenomeno che in Francia sta assumendo contorni davvero allarmanti considerando anche il fatto che la Francia ospita la più grande comunità islamica dell'Europa occidentale con i suoi cinque milioni di adepti.
   Secondo Macron in Francia è in corso una sorta di "separatismo islamista" dove le scuole islamiche vengono usate per indottrinare i bambini verso l'Islam integralista trascurando di insegnare loro le leggi della Repubblica che vengono sostituite con la legge islamica. Si sta cercando insomma di creare una "contro-società" che considera le proprie leggi al di sopra di quelle della Repubblica.
   Nelle prossime settimane il Governo presenterà una nuova legge per la separazione della religione dallo Stato che vada a rafforzare se non addirittura a sostituire quella già in vigore dal 1905.
   La normativa più interessante che verrebbe introdotta in questa nuova legge è quella che prevede l'obbligo per i bambini dai tre anni in su di frequentare solo scuole francesi.
   Secondo alcuni esperti infatti oggi non sarebbero più le moschee il vettore principale con il quale inculcare ideologie estremiste, ma sarebbero le scuole islamiche.
   Le stesse moschee saranno oggetto di questo piano per fermare l'Islam radicale. Oggi buona parte degli Imam arrivano dall'estero e di solito riescono ad estremizzare una moschea e a prenderne il controllo in poche settimane. Per questo motivo la Francia avvierà una procedura che porterà gradualmente a riconoscere solo Imam francesi.
   Macron ha parlato di «pesanti influenze straniere nell'Islam francese» puntando il dito contro Arabia Saudita, Qatar e Turchia annunciando anche maggiori controlli sui finanziamenti esteri alle moschee. Secondo il Presidente francese «dobbiamo liberare l'Islam francese».
   Infine Macron ha riconosciuto gli errori fatti dalla Francia nel "ghettizzare" i musulmani francesi. «Abbiamo concentrato le popolazioni in base alle loro origini, non abbiamo lavorato sufficientemente bene per integrare la diversità, né assicurato la mobilità economica e sociale» ha detto il Presidente.
   «Gli islamisti radicali sono piombati qui, approfittando del nostro ritiro e della nostra codardia» ha poi aggiunto.
   Le iniziative annunciate da Macron arrivano una settimana dopo l'ultimo attentato islamista subito dalla Francia e, se veramente messe in pratica, sarebbero un coraggioso passo avanti nella lotta all'Islam radicale. Iniziative da prendere come esempio anche in Italia dove la lotta all'Islam radicale sembra completamente dimenticata pur sapendo che sotto la cenere cova il fuoco.

(Rights Reporter, 3 ottobre 2020)


Basket - 12 squadre israeliane si sono iscritte alla Balkan League

12 squadre della Winner League sono state iscritte venerdì alla Balkan League, campionato che l'Hapoel Gilboa/Galilea ha vinto due volte nel 2012 e nel 2013. La Lega Balcanica è riconosciuta dalla FIBA dalla sua fondazione nel 2008 da parte dell'ex arbitro israeliano Shai Streix e la prossima stagione sarà la sua 13a consecutiva.
Le squadre israeliane, è stato dichiarato, "sono felici di entrare a far parte di un torneo internazionale di lunga data e rispettato, e la registrazione per questo campionato deriva da un genuino desiderio da parte delle squadre di continuare a giocare a basket anche durante questo periodo impegnativo e dal desiderio di preservare l'industria del basket in Israele."
La mossa è stata fatta perché solo le squadre iscritte alle competizioni internazionali sono attualmente autorizzate ad allenarsi e giocare a causa del lockdown del governo israeliano. Ciò consentirà ai giocatori di mantenersi in forma a causa delle restrizioni che sono state imposte allo sport.
Nel corso degli anni la Lega Balcanica ha visto passare squadre provenienti da Bulgaria, Croazia, Serbia, Macedonia settentrionale, Montenegro, Grecia, Kosovo, Bosnia-Erzegovina, Albania, Kazakistan, Romania e, come detto, Israele. Oltre all'Hapoel Gilboa/Galilea, che ha vinto il titolo per due anni di fila e ha raggiunto un'altra finale, l'Hapoel Tel Aviv ha disputato le Final Four del 2012 tenutesi al Candle Garden.

(Pianeta Basket, 3 ottobre 2020)


Accordo Israele-Libano per i giacimenti di gas

L'intesa commerciale prevede contatti diretti tra i due Paesi con la mediazione degli Usa.

di Roberto Bongiorni

Non si tratta di una tregua, neanche di un tentativo. Si tratta, come ha ben spiegato il ministro israeliano dell'Energia Yuval Steinitz , di una questione commerciale. Ma per due Paesi che hanno combattuto diversi conflitti, e sono ancora formalmente in Stato di guerra, è un passo in avanti.
   «Israele e Libano - ha spiegato il ministro israeliano dell'Energia - terranno contatti diretti, con la mediazione americana, per i confini delle acque commerciali tra le due nazioni. Il nostro obiettivo è mettere fine alle divergenze sulla questione per aiutare lo sviluppo delle risorse naturali a beneficio dei popoli della regione».
   La conferma è arrivata anche dal Libano per bocca del capo del Parlamento, lo sciita Nabih Beni. «La visita del segretario di Stato americano Mike Pompeo in Libano - ha chiarito Berri - ha riportato in vita il dossier della demarcazione del confine». «Gli Stati Uniti - ha aggiunto - si rendono conto che i governi di Libano e Israele sono pronti a delimitare i loro confini marittimi sulla base dell'esperienza del meccanismo tripartito (Israele, Libano, Onu) esistente dagli accordi dell'aprile dei 1996 e che è attualmente regolato dalla risoluzione Onu n.1701 (del 2006)».
   La questione è da anni legata allo sfruttamento di alcuni giacimenti contesi di gas naturale al largo delle coste israeliane e libanesi. Le acque davanti a Israele, ma anche nel sud del Libano, nascondono ricchissimi giacimenti di gas. Ma se Israele li ha già messi in produzione, divenendo un esportatore di energia per la prima volta nella sua storia, il Libano è molto in ritardo. Le gare per la concessione delle licenze alle compagnie straniere per l'esplorazione dei blocchi sono state più volte rinviate. Il Libano, tuttavia, sta attraversando la più grave crisi economica di sempre. In marzo è stato dichiarato il default. La Pandemia di Covid-19 ha poi fatto il resto. La devastante esplosione al porto di Beirut avvenuta in agosto ha dato il colpo finale. Mettere a frutto il tesoro energetico che si nasconde sotto le acque del sud del Libano, anche se ci vorranno anni prima di commerciare il gas, contribuirebbe a frenare la crisi evitando lo scenario peggiore. Ovvero che il Piccolo Paese dei Cedri, un tempo noto come la Svizzera del Medio Oriente, divenga un `Venezuela del Medio Oriente".

(Il Sole 24 Ore, 2 ottobre 2020)


Storica collaborazione musicale tra musicisti israeliani e degli Emirati Arabi

di Luca Spizzichino

 
Con il processo di normalizzazione dei rapporti tra lo Stato d'Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Barhein, ufficializzato con la firma dei cosiddetti "Accordi di Abramo" lo scorso 15 settembre, sono iniziate le prime collaborazioni tra i paesi, soprattutto tra lo Stato ebraico e gli Emirati, non solo a livello economico, ma anche culturale, o per meglio dire musicale.
Infatti, proprio nel panorama musicale israeliano si stanno vedendo i primi segni tangibili di una pace tanto agognata. Il primo a muoversi è stato quello che al momento è uno dei cantanti israeliani più conosciuti al mondo, Omer Adam, che attraverso il canale Kan ha sorpreso tutti confermando la visita dello stato del Golfo e la realizzazione di un concerto appena si sarebbero ufficializzati i rapporti tra i due stati.
A meno di un mese dalle firme del trattato di pace tra i tre stati, è avvenuto un altro fatto storico per la musica israeliana ed emiratina, infatti lo scorso 30 settembre è uscita la prima collaborazione musicale tra un cantante israeliano, Elkana Marziano, e un cantante proveniente dagli Emirati Arabi Uniti, Waleed Aljassim.
La canzone, che si chiama "Ahalan Bik", caratterizzata da una melodia arabeggiante, è un mix tra arabo, ebraico ed inglese, il cui messaggio è quello di fratellanza e di pace.
Tra le menti che hanno partorito questo storico progetto, Doron Medalie, autore di "Toy" di Netta Barzilai, vincitrice dell'Eurovision Song Contest, ed Henree, produttore musicale, che attraverso i social ha affermato che "la musica connette le religioni e le nazioni".
Questo caso storico è l'esempio lampante di come l'arte, e in questo caso la musica, sia il ponte migliore per unire due culture distanti e differenti.

(Shalom, 2 ottobre 2020)


Mossad: il racconto di una notte a Teheran

In arrivo nelle librerie la storia di una delle più importanti operazioni dei servizi segreti israeliani

Il 30 aprile 2018 il premier israeliano Benjamin Netanyahu mostrò in diretta televisiva parte dell'archivio segreto relativo al nucleare iraniano, che agenti del Mossad avevano trafugato a Teheran e portato in Israele. Secondo gli esperti dell'Intelligence israeliana e della Cia, che poterono visionare il materiale prima della rivelazione in mondovisione, quei documenti, rapporti, video e fotografie erano le prove che l'Iran, dopo aver firmato l'accordo che avrebbe dovuto fermare lo sviluppo militare delle ricerche nucleari, stava ingannando il mondo intero. Nel corso della conferenza stampa in diretta tv, il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, aveva smascherato il governo degli Ayatollah dicendo: "Ecco le prove che il programma iraniano cerca ancora di creare l'arma atomica". Secondo le rivelazioni l'archivio segreto era stato trovato e prelevato a Teheran dagli agenti israeliani, in un edificio che dall'esterno sembrava un normale magazzino. L'obiettivo dei Pasdaran, aveva poi affermato Netanyahu, era quello di produrre e installare su un missile balistico, una testata nucleare con potenza pari a cinque volte la bomba che distrusse Hiroshima. Israele, per poter provare al mondo la malafede iraniana, aveva rinvenuto e prelevato cinquantacinquemila files di informazioni che incriminavano l'Iran, e lo fecero eseguendo una vasta operazione d'Intelligence in una località segreta della quale, durante la conferenza, fu mostrata anche un'immagine. Il peso totale del materiale arrivato a Gerusalemme era di cinquecento chilogrammi.
  È la trama del libro "Mossad, una notte a Teheran", in uscita l'8 ottobre edito da 'La nave di Teseo', scritto da Michael Sfaradi, giornalista free lance in lingua italiana iscritto alla Tel Aviv Journalist Association, specializzato in politica mediorientale, analisi militari e reportage di guerra, che racconta, in uno scenario di fantasia, come potrebbe essersi svolta la vicenda e quali intrighi internazionali potrebbero averla caratterizzata fino al momento in cui il Mossad, su ordine del governo israeliano, decise l'operazione di recupero degli archivi segreti sul nucleare iraniano. Nel racconto si prova anche a ricostruire le tensioni politiche, diplomatiche e militari, che caratterizzarono il periodo che precedette le rivelazioni del Primo Ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, basate proprio sui documenti recuperati.
  Agosto 2017. Report arrivati dai servizi segreti alleati, CIA e MI6 in particolare, che danno calma piatta sulla situazione iraniana, contrastano con le informazioni inoltrate da un agente infiltrato a Teheran che, invece, fa presente che lavori importanti sono eseguiti in quelle ore intorno alle centrali nucleari e negli uffici del ministero che si occupa del progetto nucleare. L'agente, nome in codice 'Apostolo 04' faceva parte di una rete di 12 agenti infiltrati in Iran e proprio perché 12 erano stati tutti soprannominati 'Apostolo'. Questa discrepanza di informazioni convince il capo del Mossad a proporre al Primo Ministro una missione di infiltrazione ausiliaria di un'agente donna da affiancare ad Apostolo 04 per vagliare sul campo la validità dei rapporti inoltrati. Nel romanzo viene spiegata la dinamica dell'arruolamento nei servizi segreti israeliani degli agenti destinati ad essere infiltrati in Iran e qui viene raccontata la storia di uno dei personaggi più importanti, Apostolo 04 per l'appunto, al secolo Ilan Ghorbani. Ilan, già ufficiale dell'esercito, nasce in una famiglia di origini persiane che lasciò Teheran alla caduta dello Scià. In famiglia ha appreso le tradizioni iraniane, conosce usi, costumi e la lingua farsi parlata, ma non scritta e non letta. Un corso approfondito di lingua Farsi, tenuto da Saman Yeganeh, anche lei figlia di una famiglia scappata all'arrivo di Khomeini, sarà parte dell'addestramento.

(OFCS.Report, 2 ottobre 2020)


La Chiesa contro Kertzer

Il controverso operato di Pio XII al tempo delle persecuzioni antiebraiche resta al centro dell'attenzione degli storici. Una vicenda che la recente apertura degli archivi apostolici vaticani permetterà di inquadrare in modo forse più esaustivo rispetto a quanto avvenuto finora. Anche in questa nuova fase di studio e approfondimento sulle carte non mancano però gli attacchi strumentali contro chi cerca di fare, con rigore e professionalità, il proprio lavoro. Come quello, lanciato nelle scorse settimane, nei confronti del Premio Pulitzer David Kertzer.

di Roberto Benedetti e Tommaso Dell'Era

Che cosa succede in Vaticano? Perché venerdì 4 settembre si è scelto di dedicare l'intera quarta pagina de L'Osservatore Romano - principale organo di stampa, anche se non ufficiale, della Santa Sede - ad una critica serrata di un articolo scritto qualche giorno prima dallo storico statunitense David I. Kertzer?
L'articolo di Matteo Luigi Napolitano, professore di Storia delle relazioni internazionali presso l'Università degli Studi del Molise, si intitola Per una nuova democrazia storiografica ed è una lettura interessante sotto molti punti di vista. L'argomento trattato è "l'apertura degli archivi su Pio XII e i pregiudizi da sfatare" ma per comprenderne appieno il significato occorre analizzare brevemente il contesto da cui nasce e fare dunque un passo indietro di qualche mese.
   Il 2 marzo 2020 gli archivi vaticani hanno aperto alla consultazione pubblica i fondi archivistici relativi al pontificato di Pio XII. La notizia era stata diffusa circa un anno prima e aveva creato una grande e giustificata fibrillazione all'interno della comunità scientifica degli storici di tutto il mondo: finalmente, dopo decenni di richieste, chilometri di documentazione vaticana sarebbero stati resi accessibili agli studiosi.
   In realtà, una piccola parte di questa immensa documentazione era stata messa a disposizione già a partire dal 1965, grazie al lavoro di una speciale commissione vaticana, nominata per ordine di papa Paolo VI, che aveva avuto lo specifico incarico di pubblicare tutti i documenti che potessero aiutare a stemperare le insistenti e insopportabili accuse di indifferenza al dramma della Shoah, quando non addirittura di contiguità con i regimi fascisti e nazista. In poco meno di venti anni di lavoro serrato la commissione riuscì a dare alle stampe ben dodici corposi volumi degli Actes et Documents du Saint-Siège rélatifs à la seconde guerre mondiale (Adss, 1965-1981), contenenti la trascrizione di una grande quantità di carte provenienti proprio dalla Segreteria di Stato vaticana. Fin da subito, però, la comunità scientifica aveva iniziato a richiedere a gran voce l'apertura degli archivi per verificare che tipo di selezione - qualitativa e quantitativa - fosse stata fatta dalla commissione vaticana....

(Pagine Ebraiche, ottobre 2020)


Sukkot in tutto il mondo - 5781/2020

di Laura Ben-David

Come ogni anno, siamo felici di condividere con voi un'esperienza visiva delle celebrazioni di Sukkot nelle nostre comunità in tutto il mondo e in Israele!
Uno degli aspetti piacevoli e divertenti di lavorare con le comunità ebraiche di tutto il mondo è il momento in cui si celebrano le" festività ebraiche" . Dare un'occhiata alle tradizioni, alla cultura, alla varietà e allo stile in ogni comunità unica ci ricorda come ci siano davvero "70 volti della Torah…" - e a tutti coloro che vi aderiscono! Date un'occhiata ad alcune delle Sukkot (capanne) che i nostri membri della comunità hanno costruito.
E rimanete sintonizzati! verranno aggiunte altre foto durante il periodo della festa!

(Shavei Israel Italia, 2 ottobre 2020)


Festival della Palestina, caso a San Lorenzo

Polemiche per il patrocinio del II Municipio all'iniziativa. Un assessore lascia la giunta.

L'imbarazzo dentro al Pd è totale e arriva ai piani altissimi del Nazareno quando ieri l'assessore alla cultura Lucrezia Colmayer ha deciso di protocollare le sue dimissioni dalla giunta Pd del Trieste Salario. La questione gira attorno al patrocinio concesso dalla presidente del Municipio II, Francesca Del Bello, alla quattro giorni del Falastin Festival della Palestina, cominciato ieri a San Lorenzo che strizza l'occhio ai movimenti di boicottaggio contro Israele. Nel Pd c'è chi come Aurelio Mancuso parla di «operazioni politiche mimetizzate da evento culturale» e ricorda che il partito «è contrario rispetto alle campagne di boicottaggio di Israele (BDS)». «Iniziativa inappropriata», la bolla il segretario regionale Bruno Astorre. II festival diventa per questo inaccettabile per la Comunità ebraica di Roma e per un bel pezzo di Pd. «Ho scritto personalmente alla presidente Del Bello per chiedere il ritiro del patrocinio, da cui mi dissocio e non ho nemmeno ricevuto risposta», ha detto Colmayer. «II patrocinio è incompatibile con la mia storia e visione politica e rende impossibile la mia permanenza in Giunta», ha scritto Colmayer incassando la solidarietà dei Giovani Democratici, di Italia Viva, Azione e di Valentina Grippo, alla Regione Lazio che parla di «ammirevole coerenza» di Colmayer. L'assessore municipale all'Ambiente Rino Fabiano, favorevole al patrocinio, vorrebbe trattenersi, parla sui social di un imprecisato «senso di vomito». Nel partito intanto si fanno distinguo, si spiega, si scrivono note. L'imbarazzo totale, appunto. Ste. P.

(Il Messaggero, 2 ottobre 2020)


Coronavirus, in Israele quasi 9mila casi in un giorno

"Il 34% dei contagiati sono ebrei ultraortodossi"

 
Agente di polizia di pattuglia nella città vecchia di Gerusalemme durante un blocco del coronavirus
 
Protesta. Nella scritta: "Un grande cartello contro una piccola autorità"
 
PROTESTA!
Record negativo di contagi in Israele, primo paese a entrare in un secondo lockdown che durerà almeno fino al 14 ottobre. Nelle ultime 24 ore sono state quasi 9mila (8.919) le infezioni registrate e il 34% delle persone diagnosticate con il Covid sono ebrei ultraortodossi, sebbene questa comunità costituisca circa il 12% della popolazione complessiva. Oltre 65mila - secondo i dati della sanità - i tamponi effettuati con un tasso di morbilità del 13.6%. I casi attivi della malattia sono 69mila con 810 malati gravi, per la prima volta in discesa, e 206 in ventilazione. I decessi hanno raggiunto quota 1.571 con 43 morti in un giorno. Il governo ha inoltre previsto sanzioni fino a 500 Shekel (circa 124 euro) per quanti violeranno le disposizioni delle autorità in occasione del Sukkot, una delle più importanti festività della religione ebraica che durerà dal 2 al 9 ottobre.

 I contagi tra gli ultraortodossi
  A spiegare perché siano così tanti all'interno della comunità dei più religiosi, è intervenuto il direttore generale del ministero della sanità Chezy Levy: "Causa il superaffollamento e le preghiere che a volte violano le regole di condotta" questa parte della popolazione "ha raggiunto un alto livello di morbilità". Levy ha anche sottolineato che sebbene il tasso di mortalità in questa comunità rimanga relativamente basso in rapporto con la popolazione generale e con quella araba, presumibilmente per la giovane età di quelli infettati, tuttavia il tasso sta "subendo un forte aumento". Per Levy alcune scuole religiose ultraortodosse hanno "enormi" tassi di infezione.

 L'estensione del lockdown
  Il governo israeliano ha approvato una misura per estendere il lockdown, imposto a partire dal 18 settembre, di tre giorni, fino al 14 ottobre. L'esecutivo Netanyahu ha anche approvato una misura per limitare le proteste e il culto nel raggio di un chilometro dalla propria casa, un passo controverso per frenare la diffusione del contagio che secondo i critici mira a reprimere le proteste settimanali contro il premier. Il ministro della Difesa, Benny Gantz, ha sostenuto il provvedimento sulle proteste in un'intervista a Israel Radio, affermando che al momento c'è "bisogno di un rinvio" nelle manifestazioni per fermare la diffusione della malattia. Gantz ha inoltre aggiunto che il blocco nazionale potrebbe rimanere in vigore per molte altre settimane. Israele ha visto un notevole aumento del numero di nuovi casi di Covid-19 nelle ultime settimane: dopo aver in gran parte contenuto il virus in primavera con una risposta rapida, il Paese ha revocato le restrizioni troppo rapidamente a maggio, con conseguente ripresa dei contagi.

(il Fatto Quotidiano, 1 ottobre 2020)


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Israele - Il Parlamento approva una legge che vieta le manifestazioni in lockdown

Il Parlamento israeliano ha approvato una legge che vieta manifestazioni durante il lockdown nel paese per il coronavirus, che secondo i critici ha l'obiettivo di mettere a tacere le proteste contro il primo ministro Benjamin Netanyahu. La legge, passata in ultima lettura con 46 voti favorevoli e 38 contrari, dovrebbe far parte della serie di misure adottate da Israele per limitare il numero di contagi, esplosi nelle ultime settimane. In base alla nuova normativa, il governo sarebbe ora autorizzato a dichiarare "uno stato d'emergenza speciale a causa della pandemia di coronavirus" per una settimana, durante la quale sarebbero vietati spostamenti di oltre un chilometro da casa. Una misura che comunque sarebbe introdotta in futuro solo in caso di nuovo lockdown.

(Shalom, 1 ottobre 2020)


L'asse israelo-sunnita di contenimento agli ayatollah

Il rafforzamento degli alleati Usa nel Golfo arabico e a Gerusalemme attraverso gli accordi di Abramo — tra Israele, Uae e Bahrein — è andato di pari passo con il rafforzamento delle sanzioni americane a Teheran, fissate per spremere ulteriormente la leadership iraniana. Le opzioni di ritorsione da parte degli ayatollah sono limitate, anche perché gli Emirati Arabi Uniti sono un mercato redditizio per l'Iran, con quasi 4,5 miliardi di dollari di esportazioni nel 2019 ad Abu Dhabi e 8,9 miliardi di dollari di importazioni a Teheran.

di Matthew Robinson*

Mentre la pandemia ha dominato il panorama politico interno americano, con commentatori distratti da test e numeri di casi, le sabbie geopolitiche si sono spostate in modo monumentale in Medio Oriente con gli accordi di Abramo. La normalizzazione delle relazioni degli Emirati Arabi Uniti (Eau) e del Regno del Bahrein con Israele segna un coronamento della diplomazia americana, che vede il terzo e il quarto Paese arabo aprire relazioni diplomatiche con Israele, dopo Egitto e Giordania. L'accordo di pace è sicuramente da considerarsi come una vittoria per Mohammed bin Zayed, il governatore de facto degli Emirati; Hamad bin Isa Al Khalifa, il re del Bahrain; Benjamin Netanyahu, Primo ministro israeliano; per il presidente Trump e infine per Mohammed bin Salman, il principe ereditario dell'Arabia Saudita. Infatti, sebbene l'Arabia Saudita non fosse parte dell'accordo, senza il suo consenso gli Stati del Golfo, in particolare il Bahrein, sarebbero stati molto più cauti nell'impegnarsi in questo accordo, al contrario stipulato con tanta audacia. La benedizione di Mohammed bin Salman a questo riguardo è una mossa strategica per consolidare la sua posizione di riformatore e modernizzatore agli occhi dell'occidente. L'annuncio di questo accordo alla Casa Bianca non dovrebbe essere guardato isolatamente, perché parte di un riallineamento più ampio e attentamente ponderato nella regione guidata dagli americani. Prima dell'accordo di pace, il segretario di Stato americano Mike Pompeo è volato a Doha per incontrare una delegazione talebana per i negoziati di pace in Afghanistan con l'obiettivo di garantire un ritiro sicuro del personale militare americano nel Paese. Inoltre, gli sforzi di Pompeo sono arrivati pochi giorni dopo una visita in Iraq del generale della Marina Frank McKenzie, il comandante del Comando centrale degli Stati Uniti, in cui ha confermato il ritiro parziale, da tempo anticipato, delle truppe statunitensi da 5.200 a 3mila. Entrambe le mosse mirano a mantenere Trump presidente. L'impegno della campagna del 2016 di ridurre l'impronta del personale militare americano in Medio Oriente e far uscire così gli Stati Uniti da — come dice lui — "guerre infinite", si riattiva ora in vista delle sue speranze di rielezione a novembre. Sempre nel mese di settembre, l'amministrazione Trump ha raddoppiato il suo precedente ritiro dal Joint comprehensive plan of action (Jcpoa), altrimenti noto come l'accordo nucleare iraniano, aumentando le sanzioni contro la Repubblica Islamica per il suo programma di armi nucleari. Il dipartimento di Stato ha affermato che "l'embargo delle Nazioni Unite sulle armi all'Iran è ora imposto a tempo indeterminato, e faremo in modo che rimanga in vigore finché l'Iran non cambierà il suo comportamento".
   In tandem con il rafforzamento degli alleati Usa nel Golfo arabico e a Gerusalemme attraverso gli accordi di Abramo, queste sanzioni sono fissate per spremere ulteriormente la leadership iraniana a Teheran. Anche se, sorprendentemente, l'Iran non ha rifiutato l'accordo, con il presidente Rouhani che condanna la mossa sia come un "enorme errore" sia come un "atto insidioso" da parte dei Paesi del Golfo, le loro opzioni di ritorsione sono limitate. Dopotutto, gli Emirati Arabi Uniti sono un mercato redditizio per l'Iran, con quasi 4,5 miliardi di dollari di esportazioni nel 2019 negli Eau e 8,9 miliardi di dollari di importazioni nell'Iran. Farshid Farzanegan, presidente della Camera di commercio Iran-Emirati Arabi Uniti ha affermato i limiti economici dell'Iran quando ha parlato all'Iranian labour news agency nel luglio di quest'anno: "Non abbiamo una vasta gamma di opzioni per quanto riguarda il commercio, viste le sanzioni. Gli Emirati Arabi Uniti sono il principale mercato dei cambi per l'Iran. E difficile rinunciarvi, viste le severe sanzioni bancarie e finanziarie contro l'Iran". Mentre il soggiorno di Donald Trump al 1600 di Pennsylvania Avenue è tutt'altro che permanente, la sua strategia per il Medio Oriente lo è. Un'ipotetica amministrazione Biden molto probabilmente manterrebbe la rotta del contenimento iraniano nella regione, cercando contemporaneamente di consolidare gli storici accordi di Abramo. L'asse israelo-sunnita è destinato a restare.

* Membro del comitato direttivo Egic e già consigliere della delegazione per le relazioni con l'Iraq presso il Parlamento europeo.

(Formiche.net, 1 ottobre 2020)


Roma - La Comunità Ebraica contro il patrocinio del II Municipio ad un evento che ospita il Bds

L'ennesimo evento propal contro Israele a Roma, come sempre mascherato da festival culturale o pseudo tale, questa volta patrocinato dal II Municipio della Capitale con il logo ben in evidenza sul manifesto, scatena la reazione della Comunità Ebraica di Roma che in una nota attacca duramente:
«Il patrocinio del II Municipio a un'iniziativa che vede la presenza del movimento di boicottaggio di Israele (Bds) è inaccettabile e pericoloso. Il movimento di boicottaggio, nega allo Stato Ebraico il diritto ad esistere ed è legato ai movimenti terroristici di Hamas e Al Fatah».
«Così come dichiarato nella definizione di antisemitismo dell'IHRA, adottata dal nostro governo su input di tutti i partiti politici e come stabilito dai parlamenti di Francia e Austria questo movimento è antisemita. - prosegue la nota - Con questa scelta il Municipio sta legittimando l'odio antiebraico. Non ci possono essere ambiguità su questi temi, tanto che se questa è la linea non parteciperemo a iniziative per la memoria in quel territorio. Non si possono ricordare gli ebrei di ieri e legittimare l'odio antiebraico verso gli ebrei di oggi»

(Progetto Dreyfus, 1 ottobre 2020)

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Lucaselli: il patrocinio del II Municipio di Roma al Bds è vergognoso

Ylenja Lucaselli
"Il patrocinio del II Municipio della Capitale all'iniziativa Bds è vergognoso e inaccettabile. Una istituzione territoriale non può dare questo riconoscimento ad una realtà che, di fatto, predica la cancellazione di Israele". Lo dichiara la deputata di Fratelli d'Italia Ylenja Lucaselli. "Questo tanto più in una città come Roma, che vanta una delle più antiche comunità ebraiche d'Europa ed allaccia un filo ideale e storico con Gerusalemme. L'indignazione sia più ampia possibile: non può esserci spazio per l'odio e per gli estremisti", conclude.

(La Voce del Patriota, 1 ottobre 2020)


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