אמר נבל בלבו אין אלהים 
Lo stolto ha detto nel suo cuore: non c'è Dio
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La Pasqua ebraica dura otto giorni

Da venerdì 19 è Pesach

di Daniele Silva

 
TORINO - Pesach, la Pasqua ebraica, comincia la sera di venerdì 19 e prosegue per otto giorni, fino a venerdì 26. La festività, tra le più sentite del calendario religioso, ricorda l'uscita del popolo ebraico dall'Egitto e i celebri episodi che la caratterizzano: le vicende di Mosè e il faraone, le 10 piaghe, l'apertura del Mar Rosso, il pellegrinaggio nel deserto. Questi sono i temi centrali anche del "Seder", cioè la cena rituale che si tiene nei primi due giorni della festa; si legge il libro della "Hagadah", che guida la cena secondo un ordine e un menù prestabilito, in cui ogni pietanza ha uno specifico valore simbolico: ad esempio la "mazà" (pane azzimo), il "charoseth" (impasto di frutta cotta), il "maror" (erbe amare). Durante gli 8 giorni di celebrazione è vietato assumere o tenere in casa cibi lievitati, in ricordo della frettolosa fuga dall'Egitto che impedì di far lievitare il pane. Il precetto prevede così che ogni famiglia ripulisca la propria casa da tutto il pane o alimento lievitato o a base di acqua e farina, e che non ne faccia uso fino al termine di Pesach.
   La comunità ebraica torinese si riunisce nella sinagoga di piazzetta Primo Levi per le preghiere di apertura, i primi due giorni, e per il termine della festa.

(La Stampa - Torino, 19 aprile 2019)


*


Pesach oggi: libertà e rapporto con la Terra di Israele

di Ugo Volli

Le feste ebraiche spesso ricordano eventi storici centrali nella storia del popolo di Israele. Così è per Channukkà e Purim, che celebrano la sopravvivenza dell'ebraismo ai tentativi antichi di distruggerlo, per Shavuot che commemora la rivelazione del Sinai, e prima di tutto per Pesach, la Pasqua ebraica, che ricorda la fondazione del popolo ebraico, la sua liberazione dalla schiavitù egiziana e l'inizio del percorso verso la conquista della Terra di Israele.
   Ma queste feste chiedono anche in maniera molto esplicita di essere pensate in relazione al mondo contemporaneo. I miracoli che punteggiano le loro storie avvennero, secondo le formule liturgiche "in quegli anni" ma "in questo tempo" e il testo che ogni famiglia ebraica legge le due prime sere di Pescah, la narrazione (Haggadah) per antonomasia, impone a ogni ebreo di considerarsi come se lui stesso avesse partecipato all'epica uscita dall'Egitto.
   Come ripensare oggi a questa storia così fondamentale non solo per gli ebrei, ma per l'intera cultura oggi sparsa in tutto il mondo? Naturalmente non ho la pretesa di elaborare il senso religioso della festa, oggetto di profonde riflessione nella millenaria tradizione del pensiero ebraico. Ma vale la pena di ricordare qualche ovvio addentellato politico.
   Il primo punto è il rapporto con la terra di Israele. Ci sono due punti di inizio per il popolo ebraico. Il primo è Abramo, che diventa ivrì (ebreo, una parola etimologicamente legata al passare oltre, al venire da oltre) quando ubbidisce all'ordine di abbandonare casa e famiglia, per andare dove la guida divina lo porterà, e cioè specificamente nella terra di Israele, "al di là" del fiume Eufrate. La seconda è quella celebrata da Pesach, quando il popolo esce dalla schiavitù egiziana e si dirige, sia pure con un percorso lungo e tortuoso, verso lo stesso luogo. Il popolo di Israele, nella sua tradizione storico-religiosa, è quello che esce dall'esilio per tornare alla sua terra, anche al costo di rotture, ribellioni e guerre. Ogni celebrazione di Pesach, del resto, conclude la cena rituale con la promessa "l'anno prossimo a Gerusalemme". Dopo l'Egitto è accaduto di nuovo in seguito all'esilio di Babilonia e ancora una volta nell'ultimo secolo e mezzo, nonostante una nuova terribile strage che ha ucciso metà del popolo, ma di nuovo con la forza di fondare uno stato. Che non si illudano coloro che pensano di "ricacciarci in mare" o "da dove veniamo" (è una formula ricorrente fra gli antisemiti, musulmani e non): siamo sempre tornati e siamo sempre restati.
   Il secondo punto riguarda la libertà, in opposizione alla schiavitù e al genocidio. Pesach è definita dalla tradizione come festa della libertà. Questa libertà si staglia su una storia precedente di schiavitù, lavoro forzato e vero e proprio genocidio. Vi è da parte di Mosè una richiesta esplicita e ripetuta di liberazione, intesa non certo come presa del potere sull'Egitto, ma come separazione, oggi diremmo diritto all'autodeterminazione. Questa richiesta è sempre respinta dal Faraone, nonostante l'intervento divino, fino alla conclusione sanguinosa della decima piaga e della distruzione dell'esercito egizio nel mare. La libertà è dunque pensata dunque non come anarchia né come dominio, ma come la possibilità di vivere secondo le proprie leggi, in un altro spazio. Quello egizio è il primo dei molti grandi imperi a cercare di eliminare questa autonomia di un piccolo popolo come quello ebraico: una tentazione che ancora oggi è ben presente.
   Di qui una rivendicazione di identità, ben precisa e ancora oggi attuale. Il popolo ebraico esiste se è capace di resistere all'oppressione e di prendere il proprio destino nelle sue mani, di ascoltare la propria tradizione, di fare i sacrifici necessari per questo. Al fondo vi è un'etica della responsabilità e della libertà, cui naturalmente spesso è difficile fare fronte, come il seguito della narrazione del viaggio verso la terra promessa, e poi tutta la storia di venticinque secoli, farà chiaramente vedere. Ma dopo trentacinque secoli vi è ancora un popolo capace di sentire come propria quella vicenda, di farsene coinvolgere, di trarne lezioni di libertà.

(Progetto Dreyfus, 18 aprile 2019)


Mosè: «Lasciaci andare, altrimenti per noi sono guai»

di Marcello Cicchese

Quando si riflette sull'uscita del popolo ebraico dall'Egitto, si tende a porre Dio, Mosè e gli ebrei da una parte, e Faraone e gli egiziani dall'altra. Le cose non stanno proprio così. Una schematizzazione più biblica sarebbe questa: Dio da una parte; ebrei ed egiziani dall'altra, ma in posizioni diverse; Mosè (col supporto di Aaronne) strumento scelto da Dio fra gli ebrei per svolgere la sua politica all'interno e per mezzo di Israele.
Nella storia dell'esodo biblico non c'è nulla che assomigli alle altre lotte di liberazione di popoli oppressi. Mosè non è il capo riconosciuto e acclamato di un popolo che vede in lui l'espressione e lo strumento della sua battaglia. Il popolo non è artefice della sua politica, ma subisce la politica di Dio.
In Esodo 4:27-31 Mosè ed Aaronne comunicano agli anziani il progetto di liberazione che Dio, non il popolo, aveva intenzione di compiere, "ed il popolo prestò loro fede. Essi compresero che l'Eterno aveva visitato i figli d'Israele e aveva visto la loro afflizione, e s'inchinarono e adorarono" (Esodo 4:31).
Dopo di che Mosè ed Aaronne si presentano al Faraone con la loro richiesta, ed in questa occasione, e solo in questa, parlano in veste di rappresentanti di tutto il popolo, perché ne hanno ricevuto esplicitamente il consenso.

 Un modo singolare di procedere
 Il modo in cui i rappresentanti del popolo formulano la loro richiesta è davvero strano. Dio aveva detto a Mosè di informare il Faraone che Israele è il suo figlio primogenito, e che se non l'avesse lasciato andare, Lui avrebbe ucciso il figlio primogenito suo (Esodo 4:22-23). Mosè ed Aaronne però non presentano subito la loro richiesta in forma di minaccia, non dicono: "Lasciaci andare altrimenti sono guai per te", come si fa, in forma più o meno velata, in certe trattative politiche; dicono invece: "Lasciaci andare altrimenti sono guai per noi".
"Essi dissero: «Il Dio degli Ebrei si è presentato a noi; lasciaci andare per tre giornate di cammino nel deserto, per offrire sacrifici all'Eterno, nostro Dio, affinché egli non ci colpisca con la peste o con la spada»" (Esodo 5:3).
Un bel Dio, quello degli ebrei, penserà qualcuno: prima lascia che il suo popolo gema per secoli sotto tiranni stranieri, poi gli ordina di andarlo a festeggiare nel deserto altrimenti li punirà con la peste o con la spada. Com'era prevedibile, il Faraone respinge nettamente la richiesta dei rappresentanti e dice a Mosè che il popolo non stia a preoccuparsi di quello che gli farebbe il suo Dio, ma di preoccuparsi di quello che gli farà lui. E li sbatte fuori in malo modo.
Le angherie aumentano e i sorveglianti del popolo si scagliano contro Mosè ed Aaronne. Possiamo immaginare che abbiano detto parole come queste: "Al Faraone voi avete detto che se non avessimo ubbidito a Dio, Egli ci avrebbe colpito con la spada, invece è successo che la spada l'ha usata il Faraone, e siete stati voi che gliela avete messa in mano".
"Essi dissero: L'Eterno volga il suo sguardo su voi, e giudichi! poiché ci avete messi in cattiva luce davanti al faraone e davanti ai suoi servi e avete messo nella loro mano la spada per ucciderci» (Esodo 5:21).
Anche Mosè fu fortemente scosso da questo svolgersi delle cose, ma Dio gli rinnovò la sua promessa di liberazione facendo riferimento al patto con Abramo, Isacco e Giacobbe (Esodo 6:2-8). Mosè si lasciò convincere e ripeté al popolo le promesse di Dio, ma questa volta il popolo non credette alle sue parole e si rifiutò di seguirlo.
"Mosè parlò così ai figli d'Israele; ma essi non dettero ascolto a Mosè, a motivo dell'angoscia dello spirito loro e della loro dura schiavitù" (Esodo 6:9).
Questa fu la prima, determinante ribellione del popolo d'Israele contro il suo Signore.

 Mosè si presenta al Faraone a nome di Dio, non del popolo
 Il rifiuto del popolo a credere alle parole di Dio è un fatto grave, e Mosè fa presente all'Eterno questa situazione: "Ecco, i figli d'Israele non mi hanno dato ascolto" (Esodo 6:12). Come farà dunque Mosè a presentarsi al Faraone senza avere il consenso del popolo e il sostegno di un mandato popolare? Questo si direbbe oggi, e forse qualcosa del genere deve aver detto anche Mosè al Signore. Dio però tagliò corto:
"Ma l'Eterno parlò a Mosè e ad Aaronne e comandò loro di andare dai figli d'Israele e dal Faraone re d'Egitto, per far uscire i figli d'Israele dal paese d'Egitto" (Esodo 6:13).
Da questo momento Mosè agisce soltanto come strumento della volontà di Dio e non come espressione della volontà del popolo, anzi in opposizione diretta a questa volontà. C'è da immaginare il terrore con cui gli ebrei avranno saputo che "quei due pazzi forsennati" di Mosè ed Aaronne si sono presentati un'altra volta davanti al Faraone a fare le loro richieste. Se si è così arrabbiato la prima volta - avranno pensato - chissà che cosa succederà le prossime.
Invece poi vengono a sapere che chi si arrabbia è Dio. Certo, gli ebrei vedono avvenire cose grandiose: l'acqua mutata in sangue, le rane, le zanzare. Le prime calamità che devastano l'Egitto sono segni davvero potenti. Ma il fatto è che dentro all'Egitto ci sono anche loro, e nella posizione peggiore che si possa immaginare, perché certamente il Faraone non li avrà esentati dai loro lavori a causa dello stato di emergenza in cui si era venuto a trovare il paese. Quindi ad essere colpiti sono tutti, anche gli ebrei, che si saranno chiesti: ma sarebbe questa la nostra liberazione?
Soltanto alla quarta piaga, le mosche velenose, Dio avvisa che farà una distinzione:
"In quel giorno io risparmierò il paese di Goscen, dove abita il mio popolo; lì non ci saranno mosche, affinché tu sappia che io, l'Eterno, sono in mezzo al paese. Io farò una distinzione fra il mio popolo e il tuo popolo" (Esodo 8:22-23).
Alla fine il popolo d'Israele uscirà dall'Egitto, ma questo avverrà per l'opera di Dio con la mediazione di Mosè, e senza il consenso e l'appoggio del popolo, il quale subisce l'azione di Dio senza parteciparvi con la sua volontà.

 Il passaggio dell'angelo. Che significa?
 Quanto detto fin qui sembra essere fuori tema rispetto al contenuto della parashà di oggi, che ha come oggetto la pasqua. Vuol essere invece una premessa necessaria per cominciare ad inquadrare quello strano fatto del passaggio dell'angelo che colpisce i primogeniti egiziani ma risparmia gli ebrei che hanno osservato le disposizioni di Dio: uccidere un agnello per casa e spargere il suo sangue sugli stipiti della porta.
Egiziani ed ebrei sono entrambi in posizione di peccato rispetto a Dio, ma in modi diversi. Il Faraone e il suo popolo giacciono nel peccato perché vivono nelle tenebre dell'idolatria pagana; il popolo d'Israele invece no, perché è stato visitato da Dio e lo ha adorato (Esodo 4:31). Il suo peccato però è di tipo diverso: ha rigettato la parola di Dio ricevuta attraverso Mosè. L'angelo è stato mandato per colpire tutti coloro che sono ribelli alla volontà di Dio, e tra questi ci sono anche gli ebrei. Ma gli ebrei sono il popolo che Dio ha promesso ad Abramo, ed ecco allora che, dopo aver manifestato la potenza della sua sovranità, Dio adesso manifesta una cosa nuova: la grandezza della sua grazia. Gli ebrei ricevono l'ordine di uccidere l'agnello nella forma prestabilita, e con questo Dio dice loro due cose: 1) voi siete peccatori della stessa pasta degli egiziani e meritate la stessa fine; 2) voi siete parte di un popolo con il quale ho deciso di portare a compimento un'opera di redenzione a cui parteciperanno tutti coloro che avranno accolto la mia parola nella forma in cui l'avranno ricevuta. Voi siete il primo popolo che ha commesso un peccato di incredulità, avendo respinto la parola di liberazione che vi era stata annunciata; voi siete il primo popolo che ha fatto l'esperienza della grazia di Dio, avendo creduto nella sua parola che vi offriva la possibilità di evitare giudizio di Dio attraverso l'offerta di un sostituto innocente e privo di difetti.
Il significato profondo di quell'agnello si trova nelle parole del profeta Isaia:
"Noi tutti eravamo erranti come pecore, ognuno di noi seguiva la sua propria via; e l'Eterno ha fatto cadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Maltrattato, umiliò se stesso e non aperse la bocca. Come l'agnello menato allo scannatoio, come la pecora muta dinanzi a chi la tosa, egli non aperse la bocca" (Isaia 53:6-7).
E nelle parole dell'evangelista Giovanni:
Il giorno seguente Giovanni vide Gesù che veniva verso di lui e disse: «Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo! (Giovanni 1:29).

 


Il console Venturini che salvò gli ebrei. Una lezione per la diplomazia

di Maurizio Caprara

In tempi nei quali nazionalismi rialzano la testa, e assetti geopolitici dati per scontati sembrano meno saldi di prima, è decisione avveduta portare diplomatici di nuova generazione a una mostra su come si comportarono i loro predecessori durante le deportazioni per la Shoah e l'applicazione delle leggi razziali. Fino a dicembre in via del Portico di Ottavia 29 a Roma resterà aperta Solo il dovere, oltre il dovere. La diplomazia italiana di fronte alla persecuzione degli ebrei - 1938-1943 e ieri 32 giovani assunti alla Farnesina l'anno scorso sono stati accompagnati a vederla dal segretario generale del ministero degli Esteri Elisabetta Belloni. In teche e pannelli nel Museo della Shoah sono raccolti dispacci di ambasciate e consolati d'Italia affiancati da immagini su angherie e vessazioni. Risaltano le prove di due tipi di comportamenti tra quelli di quanti rappresentavano il nostro Paese fuori dai confini: zelo verso le discriminazioni di italiani di religione ebraica, tentativi di salvare i destinati alla cattura.
   «Questa mostra ci impone di riflettere su qual è il limite tra l'obbedienza e la coscienza: la coscienza di dover scegliere quando si è consapevoli che la scelta può fare la differenza», ha detto Elisabetta Belloni, promotrice della visita al museo d'intesa con il ministro Enzo Moavero Milanesi. Con la guida di Marcello Pezzetti, uno dei massimi esperti italiani del genocidio costato la vita a quasi sei milioni di ebrei, i nuovi diplomatici hanno potuto esaminare pieghe dei diversi comportamenti. Ad assisterli anche una studiosa tedesca, Sara Berger, e Sami Modiano, sopravvissuto ad Auschwitz.
   Da Skopje, nel 1943, il console Roberto Venturini, al quale si deve la salvezza di un centinaio di ebrei, descriveva alla sede di Sofia che ai «9 mila deportandi» su ordine tedesco venivano inflitte da forze bulgare «sofferenze davvero non necessarie». «Le guardie adoperano sotto ogni pretesto con sadica energia le fruste», riferiva. «Venturini è tra i due, tre che ci hanno commosso», ha detto Pezzetti raccontando le ricerche in un fondo degli Esteri non inventariato. Salvarono ebrei anche Guelfo Zamboni, Giuseppe Castruccio, Gustavo Orlandini.
   Il regime fascista era più che al corrente delle mostruosità. Non solo Benito Mussolini. Da Berlino l'ambasciatore Dino Alfieri nel 1943 scriveva al ministro Galeazzo Ciano di «ebrei russi buttati vivi nelle fiamme», di bimbi uccisi con mitragliatrice e di «un ufficiale delle Ss che ha confidato di aver lanciato contro un muro, sfracellandoli, bambini di sei mesi, per dare l'esempio ai suoi uomini, stanchi e scossi da una esecuzione particolarmente raccapricciante per il numero dei giustiziati». Era una corrispondenza dal Paese alleato dell'Italia.

(Corriere della Sera, 19 aprile 2019)


Conte si congratula con Netanyahu: "rafforzare la partnership strategica"

ROMA - Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si è congratulato con Benjamin Netanyahu per aver ricevuto l'incarico dal capo dello Stato israeliano, Reuven Rivlin, di formare il nuovo esecutivo. In un messaggio su Twitter, Conte ha scritto: "Nel 70mo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Israele, guardo a proseguire nel rafforzamento della nostra partnership strategica e vera amicizia".

(Agenzia Nova, 19 aprile 2019)


Soldi ai terroristi palestinesi: per la Banca Mondiale Israele deve pagare

Se non fosse una cosa terribilmente seria si potrebbe pensare a una burla, a qualcosa di assolutamente inventato per farci due risate. E invece è tutto vero.
   Banca Mondiale (World Bank) accusa Israele di aver provocato la crisi che attanaglia l'Autorità Palestinese per via del fatto che ha interrotto i trasferimenti di denaro verso l'Autorità Palestinese che poi la stessa usa per pagare i terroristi e le loro famiglie.
   Intervenendo sulla drammatica situazione economica degli arabi cosiddetti "palestinesi" che vivono in Giudea e Samaria (la cosiddetta Cisgiordania), Banca Mondiale ha lanciato un "allarme sicurezza": senza soldi agli arabi cosiddetti palestinesi, non ci sarà sicurezza per Israele.
   Israele da diversi mesi trasferisce verso l'Autorità Palestinese (AP) solo una parte del denaro dovuto per le tasse in quanto proprio con quel denaro la AP paga i vitalizi ai terroristi e alle loro famiglie, vitalizi che vanno a terroristi che hanno ucciso cittadini israeliani o che, se sono stati eliminati, vanno alle loro famiglie.
   Ebbene, secondo Banca Mondiale la decisione del Governo israeliano di tagliare il trasferimento di una parte del denaro avrebbe provocato una gravissima crisi economica in Giudea e Samaria, crisi che potrebbe andare ad intaccare le risorse dedicate alla sicurezza e quindi anche alla sicurezza di Israele.
   Il ragionamento è davvero contorto perché Banca Mondiale, che di solito analizza i fattori macroeconomici che determinano le crisi o, al contrario, lo sviluppo dei territori, incolpando Israele della crisi della Autorità Palestinese di fatto indica a Gerusalemme che dovrebbe pagare i vitalizi ai terroristi palestinesi e alle loro famiglie.
   Uno si aspetta che Banca Mondiale analizzi i motivi delle crisi, che per esempio per quanto riguarda gli arabi palestinesi sono molto profondi e determinati da una gestione mafiosa del potere e da una corruzione ormai radicata che dura da decenni, non che proponga di pagare un pizzo ai terroristi per avere in cambio un po' di sicurezza.
   Il rapporto pubblicato da Banca Mondiale mercoledì scorso, verrà sottoposta all'attenzione del "Coordinamento di assistenza alla commissione per il popolo palestinese" (ennesimo organismo dedicato ai palestinesi) nella sua prossima riunione che si terrà a Bruxelles il 30 aprile.
   E' verosimile che anche in quella occasione verrà chiesto a Israele di pagare il pizzo alla Autorità Palestinese in modo che le famiglie dei terroristi ricevano il tanto ambito vitalizio/premio per aver ammazzato cittadini israeliani. Una richiesta che naturalmente Israele non potrà accettare.

(The World News, 19 aprile 2019)


Israele si aggiudica il tesoro di Kafka: «Sveleremo al mondo gli scritti inediti»

Sentenza a Zurigo: la Biblioteca nazionale di Israele otterrà l'archivio di Max Brod finora chiuso nei caveau svizzeri.

di Riccardo De Palo

Il facile gioco di parole è diventato virale: Kafka non poteva subire un procedimento più "kafkiano", come quello conclusosi ieri dopo anni di surreale battaglia giudiziaria, al Tribunale distrettuale di Zurigo. La corte ha dato ragione a Israele: il tesoro di carte dell'autore (appunto) de Il processo, conservato nei caveau della banca Ubs, ora potrà essere trasferito presso la Biblioteca nazionale dello Stato ebraico, dove si trova già un vasto corpus di documenti dello scrittore praghese. Il verdetto permetterà quindi a tutti (studiosi e semplici lettori) di poter avere accesso alle ultime opere inedite esistenti di Kafka: una miniera di lettere indirizzate a grandi del passato come Thomas Mann, Arthur Schnitzler, Jaroslav Hasek, ma anche album di disegni mai visti, taccuini con esercizi per imparare l'ebraico, appunti di vita quotidiana, il manoscritto del racconto Preparativi di nozze in campagna, una bozza del romanzo Il castello, e un'altra del racconto incompiuto Riccardo e Samuele.
  Ma raccontiamo questa storia dall'inizio. Poco prima di morire nel 1924 di tubercolosi, a soli 40 anni, Kafka aveva lasciato tutti i suoi scritti a Max Brod, con una consegna: «Vanno bruciati senza essere letti». Come noto, l'amico contravvenne a questa volontà.

 La fuga
  Nel 1939, in seguito all'invasione tedesca della Cecoslovacchia, Brod fuggì nella Palestina britannica in tutta fretta, portando con sé una valigia con questi documenti. Si stabilì a Tel Aviv, dove poco dopo fu raggiunto da Ester Hoffe, che era la sua cameriera, segretaria e (forse) anche amante. Poco prima di morire, nel 1968, Brod donò parte delle carte di Kafka agli archivi israeliani; ma molte altre rimasero per circa 40 anni nella casa della Hoffe, tra i molti gatti che la donna aveva adottato. Nel 1988, il manoscritto originale de Il processo fu venduto da Ester a un'asta di Sotheby's, per un milione di sterline. In seguito, la donna fu fermata mentre cercava di lasciare il Paese con una borsa piena di scritti di Kafka. Messa alle strette, permise agli israeliani di inventariare l'intero lascito. Quando, nel 2007, la donna morì a 101 anni, le due figlie Eva Hoffe e Ruth Wiesler nascosero le carte in diverse cassette di sicurezza svizzere. E cominciò la battaglia legale. Le donne dissero di voler lasciare gli scritti all'archivio nazionale tedesco di Marbach: un vero affronto per Israele, che cominciò a sottolineare la "fede sionista" di Brod. Morte Eva e Ruth, le figlie di quest'ultima hanno continuato il procedimento, fino al verdetto di ieri. Ora la Biblioteca nazionale israeliana promette che l'archivio di Max Brod «sarà trattato come merita e reso disponibile al grande pubblico».

(Il Messaggero, 19 aprile 2019)


Israele: Pasqua ebraica, esercito e polizia in allerta

Misure straordinarie sono state adottate dalla polizia israeliana e dall'esercito in occasione della Pasqua ebraica, che avrà inizio domani sera. I valichi fra Israele e Cisgiordania, anticipano i media, saranno chiusi da stanotte. A Gerusalemme est la polizia ha rafforzato la propria presenza, in particolare nella Città Vecchia e agli accessi della Spianata delle Moschee, ossia il Monte del Tempio per gli ebrei.
   La scorsa notte - riferisce il sito web ortodosso Kikar ha-Shabbat - la polizia ha fermato nei pressi della Città Vecchia un veicolo sospetto al cui interno c'erano due attivisti di un movimento messianico ebraico, due giornalisti ed alcuni capretti. Secondo la polizia i due attivisti intendevano compiere un 'sacrificio rituale' dei capretti in occasione della Pasqua, a breve distanza dalla Spianata. Un portavoce della polizia ha avvertito che non sarà permesso ad alcuno "creare provocazioni nel Monte del Tempio" e nelle sue vicinanze. "Le autorità israeliane hanno deciso di non consentire ai cristiani residenti a Gaza di raggiungere Gerusalemme per partecipare alle celebrazioni pasquali. Duecento di loro sono stati invece autorizzati a recarsi in Giordania": lo afferma in un comunicato Wadie Abu Nassar, consigliere per i media dei Capi delle Chiese cristiane in Terra Santa.
   Abu Nassar aggiunge di aver appreso che il provvedimento è stato deciso da Israele per impedire che palestinesi di Gaza, una volta a Gerusalemme, preferiscano restare in Cisgiordania piuttosto che rientrare a casa. "Ma la libertà di accesso ai Luoghi Santi deve essere garantita a tutti", ha affermato Abu Nassar. "Considerazioni di sicurezza non possono prevalere sulle libertà religiose degli esseri umani".

(ANSAmed, 18 aprile 2019)



Milano - Ambra, De Sica e tanti vip in campo per la scuola ebraica

 
Karen Nahum, Cristian De Sica e la moglie, Pier Giorgio Segre
Ambra Angioini
MILANO - La tradizionale cena di gala con asta "silente" per la Scuola ebraica di via Sally Mayer 4/6, zona Primaticcio, ha richiamato oltre 400 persone. Una serata organizzata dalla Fondazione Scuola che ha consentito di raccogliere 30mila euro per sviluppare i progetti dell'istituto ma soprattutto di trascorrere un momento d'allegria.
   Gli ospiti d'onore? Ambra Angiolini, che ha letto brani di «Sette anni di felicità» di Etgar Keret e raccontato del suo rapporto coi figli, e Christian De Sica che ha svelato un suo «film nel cassetto»: al centro, la storia di suo padre, Vittorio de Sica, che con la scusa di girare un film riuscì a salvare ebrei, dissidenti politici e non solo chiudendosi per mesi dentro la Basilica di San Paolo nel 1944. «Siamo qui per restituire quanto la Scuola ebraica ci ha dato», le parole di Karen Nahum, presidente della fondazione.
   In platea l'eurodeputata Lara Comi, il console generale di Francia Cyrille Rogeaux, il vicario prefetto di Milano Francesco Garsia, il prefetto di Lodi Marcello Cardona, il sottosegretario della Regione Lombardia Alan Rizzi, i co-presidenti della Comunità ebraica di Milano Milo Hasbani e Raffaele Besso, e non poteva mancare il rabbino capo di Milano Rav Arbib. Presentatrice, la giornalista Michela Proietti.
   Fulcro della serata è stata l'asta, silente perché organizzata dalla Fondazione sul sito charitystars.com, con offerte on line. In palio lotti, anche insoliti, messi a disposizione da tanti amici. Da incontri con celebrità a biglietti per eventi esclusivi, poi maglie di campioni dello sport, gioielli, oggetti d'arte, soggiorni in resort di lusso e molto altro.

(Il Giorno - Milano, 18 aprile 2019)


Frasi antisemite a scuola, nessuna sospensione

Il caso di bullismo

Nessuna sospensione: è questo l'orientamento del consiglio di classe e dell'istituzione scolastica sul caso della scuola media ferrarese, dove tre ragazzini fra gli 11 e i 12 anni banno offeso con frasi antisemite un compagno di classe di origini ebraiche. Vista la delicatezza del caso e la fragilità dei soggetti coinvolti, ma anche considerata la loro età, la scuola ha deciso di non allontanarli. Anzi, se mai farà un lavoro con gli alunni per far loro comprendere la gravità del gesto, in modo da contrastare ogni forma di antisemitismo, così come invocato l'altro giorno dall'Ufficio scolastico. Sulla vicenda ieri è intervenuta la garante regionale dei minori, Clede Maria Garavini: «I ragazzi ora vanno accompagnati in un percorso di riflessione e di maturazione».

(Corriere di Bologna, 18 aprile 2019)


Meglio così.


Notre Dame de Paris. Alcuni particolari

Il nostro articolo di ieri su Notre Dame è stato ripreso oggi da un altro sito. Riportiamo l'articolo ivi contenuto, che contiene informazioni e considerazioni aggiuntive sull'argomento.

di Tommaso Todaro

In molti abbiamo conosciuto, pur non avendola mai visitata, Notre Dame de Paris, attraverso i libri di geografia e, soprattutto, per le meravigliose descrizioni che ne ha fatto Victor Hugo nel suo grande romanzo, stampato per la prima volta nel 1931, quando aveva circa trent'anni.
   Quivi abbiamo imparato ad amare Esmeralda, a biasimare l'insano tormento amoroso del prete Claude Frollo e assorbiti i più alti sentimenti della umana pietà.
   Pochi sanno invece che quel romanzo, a seguito del decreto della "Sanctae Congregationis Indicis" del 28 Luglio 1834, fu iscritto nell'indice dei libri proibiti dalla Chiesa Cattolica (index Librorum Prohibitorum), la cui ultima edizione risale al 1948, pontefice Pio XII (I Miserabili vi furono inseriti con decreto del 20 Giugno 1864).
   Pochissimi, poi, sono a conoscenza del repellente messaggio antisemita contenuto nei simboli del "Portale del Giudizio Universale" della cattedrale.
   A destra e a sinistra del portale, in apposite nicchie, sono scolpiti due bassorilievi che rappresentano rispettivamente, in forma personificata, la Sinagoga e la Chiesa.
    «La Sinagoga ha la testa bassa, il capo scoperto e gli occhi gonfi velati da un serpente sibilante; la Chiesa ha la testa alta e porta in capo una corona regale. La Sinagoga ha nelle mani la lancia, simbolo di forza e autorità, ma la sua punta è spezzata e cade indietro, mentre a terra giace la corona regale; la Chiesa invece tiene in mano il simbolo di forza e autorità espresso dalla lancia, che è tutta intera e alla cui cima si trova una croce. Dalla mano destra della Sinagoga cadono le tavole della legge, simbolo dell'Antico Patto; nella mano destra della Chiesa si trova una coppa, simbolo del Nuovo Patto.»(1)
   Una perfetta esemplificazione dell'antigiudaismo cattolico, che vuole sostituire Israele con la Chiesa, appropriandosi degli scritti sacri di Israele, delle promesse fatte a quel popolo e ponendosi come unica legittima rappresentante del monoteismo biblico.(2)
   Con ciò, calpestando deliberatamente i più elementari insegnamenti del Vangelo su Israele e travisando il significato di Chiesa che, perduto il suo significato originale, non si è fatta scrupolo di inseguire la gloria (terrena), il regno (terreno) e il potere (terreno).

(1) Marcello Cicchese, "La superbia dei gentili - Alle origini dell'odio antigiudaico", ediz. The New Thing, Padova, 2012 e "Notre Dame dei molti simboli" in Notizie su Israele, 17 Aprile 2019.
(2) Rinaldo Diprose, "Effetti della Teologia della sostituzione", ediz. The New Thing, Padova, 2008.

(Il Nuovo Monitore Napoletano, 18 aprile 2019)


Osservatorio Solomon: "Antisemitismo al Torino Jazz Festival"

Gilad Atzmon ha detto: "Ebrei responsabili della persecuzione nazista"

di Andrea Doi

TORINO - Il 2 maggio sul palco del Torino Jazz Festival salirà l'artista Gilard Atzmon, jazzista israeliano naturalizzato britannico, che spesso ha esternato le sue idee antisioniste. Una presenza che fa discutere e che ha portato l'associazione Solomon-Osservatorio delle Discriminazioni e del Gruppo Sionistico Piemontese a inviare una lettera alla sindaca Chiara Appendino in cui si chiede di intervenire e non far salire sul palco Atzmon.
  «Si è appreso che presso il Torino Jazz Festival che si terrà nei giorni dal 26 aprile al 5 maggio 2019 è stato invitato tra gli altri Gilard Atzmon per un concerto previsto il 2 maggio. Scopo dell'evento - scrivono dall'Osservatorio delle Discriminazioni - ospitato dal Comune di Torino, e fine stesso dell'organizzazione promotrice è la promozione della musica jazz e della sua conoscenza. Viceversa, è sufficiente scorrere su internet le caratteristiche del personaggio invitato come blogger oltre che come musicista, e le sue dichiarazioni (che in calce si riassumono con qualche esempio), per comprendere le deplorevoli finalità dei suoi interventi».
  «Di fatto - continuano - si sta consentendo che uno spazio comune sia trasformato nello sconfortante palco da cui arringare sull'odio nei confronti dello Stato democratico di Israele e del popolo ebraico, ben incompatibile con i principi della vita associata che la Città di Torino promuove. Non un confronto, non il luogo del dialogo, non un laboratorio di idee per la Pace, ma l'occasione per discettare sulla discriminazione. Il tutto in spregio ed in aperto contrasto con i diritti fondamentali dell'uomo e con la lotta alla discriminazioni, così come intesi e recepiti negli ordinamenti nazionali ed internazionali».
  «Più in particolare, si rilevano le seguenti incompatibilità dell'evento come promosso con lo Statuto del Comune di Torino. L'articolo 2 dello Statuto di Torino dispone che esso impronta l'esercizio delle sue funzioni e l'espletamento delle attività dei suoi Organi e degli Uffici al divieto di qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la religione, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, le disabilità, l'età o le tendenze sessuali, dovendo promuovere il dialogo, la cooperazione e la pacifica convivenza tra i popoli».
  «L'evento si rivela in contrasto anche con la legislazione dell'Unione Europea, come noto, il Parlamento Europeo ha adottato la definizione operativa di antisemitismo dell'Ihra (International Holocaust Remebrance Alliance), che riconduce all'odioso fenomeno dell'antisemitismo, che purtroppo risorge in nuove forme nei tempi odierni, le affermazioni riconducibili al signor Gilard Atzmon».
  «I segni dell'antisemitismo moderno purtroppo affliggono la città di Torino, in particolare la sua Università ove, sin dal 2015, centinaia di eventi antisemiti hanno avuto luogo incontrastati, formando addirittura oggetto di crediti formativi degli studenti. Da Torino e dal suo Consiglio Comunale dovrebbe partire con vigore l'invito alla Pace e alla civile convivenza, al quale aderiremmo volentieri, anziché l'odio e la diffamazione. Alla luce delle suesposte considerazioni si chiede alla sindaca di annullare l'intervento del signor Gilard Atzmon dal Torino Jazz Festival ed invitare, in suo luogo, chi promuova l'intesa tra i popoli, perché da questa Città partano la Pace, la concordia e la condanna del terrorismo al posto dell'odio e della diffamazione», conclude la missiva.
  Ma quali affermazioni avrebbe sostenuto Atzmon per essere definito un antisemita dall'Osservatorio? «Non si può fare un confronto tra Israele ed il Nazismo… Dobbiamo ammettere che Israele è il male assoluto, più della Germania nazista». «Gli ebrei sono stati responsabili della loro persecuzione da parte dei nazisti; Bruciare sinagoghe è un "atto razionale"» «Gli Ebrei cercano di controllare il mondo, come previsto dai protocolli dei Savi Anziani di Sion» «Gli ebrei sono disumani e stanno distruggendo il pianeta; Gli Ebrei hanno causato il credit crunch. La storia della Shoah è discutibile ed è usata per nascondere le trame dei sionisti e neocon; Israele è peggio dei nazisti», sarebbero alcune delle sue dichiarazioni. Anche se Atzomon si è sempre detto non razzista e neppure antisemita.
  Fabrizio Ricca, capogruppo della Lega in consiglio comunale a Torino e segretario torinese del Carroccio, interviene sulla vicenda: «Non possiamo che sostenere e fare nostra la lettera che l'associazione Solomon-Osservatorio sulle Discriminazioni, e del Gruppo Sionistico Piemontese, organizzazione riconosciuta dalla Comunità Ebraica di Torino, ha deciso di inviare alla sindaca Chiara Appendino in merito all'esibizione sul palco del Torino Jazz Festival di Gilad Atzmon, invitato non solo come jazzista, ma anche come blogger. L'artista si dovrà esibire in città il 2 maggio, ma probabilmente le autorità cittadine non sanno che questo musicista è noto per aver fatto più volte affermazioni contro Israele e contro gli ebrei, come il diritto a usare il terrorismo contro Israele, il definire "razionale" bruciare le sinagoghe, dichiarare Israele il male assoluto, più della Germania nazista, e che la storia della Shoah è discutibile - afferma il capogruppo della Lega Fabrizio Ricca - Troviamo contrario ai principi comuni che devono guidare le nostre istituzioni che si offra un palco per esibirsi e potenzialmente per fare propaganda nociva a personaggi che si sono espressi con affermazioni irricevibili contro uno Stato a noi amico, come è Israele, contro il suo popolo e contro i cittadini di religione ebraica. Come Lega non possiamo tollerare la presenza di Gilad Atzmon al Torino Jazz Festival e chiediamo che la sua esibizione sia annullata».
   
(Nuova Società, 18 aprile 2019)


Israele: nasce il nuovo IDF di Aviv Kohavi. Più tecnologia e specialisti

Cambiano gli scenari di pericolo per Israele e giocoforza cambiano le IDF. Il nuovo piano studiato dal Generale Aviv Kohavi prevede un cambio abbastanza radicale e rapido che adegui l'esercito israeliano ai nuovi pericoli.

A tre mesi dalla sua nomina a comandante delle IDF (Israel Defense Forces) il Generale Aviv Kohavi presenta il suo piano pluriennale di miglioramento delle forze di difesa israeliane.
Il piano è complesso e alcuni cambiamenti saranno implementabili da subito mentre per altri sarà necessaria l'approvazione del Governo e le coperture finanziarie.
Il piano di Aviv Kohavi viene denominato "Prontezza e cambiamento" ed è concentrato su due fattori già in parte implementati dalle IDF: un maggior utilizzo della tecnologia e della intelligence, e una maggiore cooperazione tra i vari reparti dell'esercito che possano portare a risposte rapide e altamente qualificate alle minacce che vengono portate a Israele....

(Rights Reporters, 18 aprile 2019)


Rivlin affida a Netanyahu l'incarico di formare il governo

Il presidente Rivlin consegna il mandato a Netanyahu
Nel giorno in cui è stato scelto da Time come uno dei 100 personaggi più influenti al mondo, Benyamin Netanyahu ha ricevuto dal Capo dello Stato Reuven Rivlin l'incarico di formare il nuovo governo di Israele. «Sono emozionato come la prima volta», ha ammesso Netanyahu. «Mi metterò subito al lavoro per dar vita a un governo stabile e omogeneo». «È la quinta volta che Lei ottiene la fiducia del nostro caro popolo», ha invece osservato Rivlin riferendosi all'aumento dei seggi di cui il Likud disporrà alla Knesset dopo le elezioni del 9 aprile, e al sostegno espresso nei suoi confronti da 65 deputati di destra su un totale di 120. Netanyahu avrà ora a disposizione 28 giorni per formare un nuovo governo, e in caso di necessità potrà chiederne altri 14.

 Compito complicato
  Sulla carta il compito non appare troppo complicato. Ma il primo ostacolo da superare deriva dai contrasti sulla spinosa questione dell'arruolamento nell'esercito dei giovani studenti dei collegi rabbinici. Lo invoca il partito laico di destra Israel Beitenu di Avigdor Lieberman (5 seggi). Mentre due liste ortodosse (Shas ed Ebraismo della Torah, assieme contano 16 seggi) vogliono invece esenzioni di massa. Rinunciando all'ex ministro della Difesa Lieberman, Netanyahu resterebbe con appena 60 seggi alla Knesset. In teoria il Likud (35 seggi) potrebbe allora rivolgersi ai centristi del partito 'Blu-Biancò di Benny Gantz (35 seggi), nelle cui fila sono inclusi peraltro alcuni personaggi (come l'ex ministro della difesa Moshe Yaalon, e due ex consiglieri del premier) non molto distanti dal Likud. Ma si tratterebbe allora di una rottura nel percorso ideologico intrapreso da Netanyahu negli ultimi anni. Ancora nel 2013 costituì un governo assieme con le liste laiche e pragmatiche di Yair Lapid (Yesh Atid) e di Tzipi Livni (Ha-Tnuà), escludendo da quell'esecutivo i due partiti ortodossi. Dal 2015 però Netanyahu ha nettamente cambiato strada. Ha stretto un'alleanza ideologica con gli ortodossi e con i nazional-religiosi vicini al movimento dei coloni. Anche il suo partito, il Likud, ha gradualmente mutato la propria fisionomia spostandosi su posizioni più radicali. In questa campagna elettorale Netanyahu ha infierito senza pietà su Lapid. Ha invece risparmiato Livni (una delle ultime figure politiche israeliane che si battono ancora per la formula dei due Stati), essendo uscita per il momento dalla politica attiva. Netanyahu ha confermato che intende formare un governo «stabile e omogeneo», orientato a destra con quelli che usa definire «i nostri partner naturali». Le sue considerazioni, avvertono alcuni analisti, potrebbero però cambiare già a giugno quando, secondo informazioni giunte da Washington, l'amministrazione Trump dovrebbe annunciare un "Piano di pace" che include, a quanto pare, «sacrifici da parte di Israele». Parole che sono pura eresia per la destra radicale israeliana.

(Il Messaggero, 17 aprile 2019)


Il nuovo governo di Israele e le sfide che lo attendono

di Ugo Volli

I sistemi politici democratici hanno due compiti che spesso non è facile conciliare. Da un lato devono dare alla società un governo capace di fare le scelte necessarie, che nel caso di uno stato insidiato da terrorismo e nemici esterni minacciosi com'è Israele, sono particolarmente delicate. Dall'altro lato i sistemi politici devono dare rappresentanza alle diverse voci e ai diversi legittimi interessi di una società. E anche questo compito non è facile in una società così plurale sul piano culturale, religioso, politico, economico come quella israeliana. Di fatto il sistema elettorale in Israele, col proporzionale puro e la bassa soglia di sbarramento, tende a privilegiare la seconda esigenza e l'organizzazione del governo, con un forte accento sul primo ministro tende a favorire la governabilità, bilanciata però da poteri anche informali che hanno accumulato settori dello stato come la magistratura e gli alti comandi militari, che si riproducono per cooptazione e rispondono poco alle scelte dell'elettorato.
  Questa difficoltà del sistema politico israeliano ha il suo punto critico nella formazione del governo. Concluse le elezioni con un risultato che è una vittoria di Netanyahu proprio perché gli attacchi concentrici contro di lui (in buona parte provenienti dai poteri indipendenti dall'elettorato) non l'hanno rovesciato, il sistema politico israeliano si trova di fronte al compito sempre faticoso della costituzione del governo. Sulla carta la situazione è molto chiara. Tolti i dieci parlamentari dei partiti arabi i quali, essendo violentemente antisionisti, si escludono da sé dalla prospettiva del Governo di Israele, la Knesset si divide fra i 65 parlamentari del centro destra, di cui 35 del Likud guidato da Netanyahu, e i 45 del centro sinistra. La maggioranza parlamentare è di 61 voti sui 120 deputati. E' chiaro che l'elettorato ha votato per un governo di centro destra guidato dal Likud e cioè da Netanyahu. Ma se si sottrae alla maggioranza uno dei partiti minori che la compongono, essa non è più in grado di esprimere un governo. Il risultato è che i partiti minori chiedono più potere della loro quota di voti e che le loro richiesta sono naturalmente in contrasto fra loro. In particolare, almeno nella prima fase della trattativa, vi è uno scontro fra Liberman, che vorrebbe di nuovo quel ministero della difesa che aveva abbandonato a novembre scorso provocando la fine della legislatura e vorrebbe di nuovo quella legge sulla leva degli studenti delle scuole religiose, che non piace affatto ai partiti religiosi. I quali, avendo avuto un buon risultato, pretendono a loro volta ministeri di peso, che sono ambiti anche da esponenti del Likud, che ha avuto un risultato ottimo e insperato.
  Il risultato di queste tensioni sarà probabilmente uno stallo che durerà per tutto il mese e mezzo che le leggi consentono per la formazione del governo e una partita di poker politico spericolato. Ma questo è un gioco che a noi italiani fa molta meno impressione di quello che accade con gli anglosassoni abituati al bipartitismo. E del resto Netanyahu, ormai al quinto mandato, ha un'esperienza e un'abilità politica che rende assai probabile un superamento delle difficoltà. Anche perché i risultati delle elezioni se un partito uscisse dalla maggioranza avrebbe il potere di azzopparla, ma non di far prevalere lo schieramento opposto e il risultato di una paralisi prolungata sarebbero nuove elezioni che certamente sarebbero pericolose per tutti i vincitori.
  Bisogna dunque prevedere che prima o poi si realizzerà un nuovo governo in continuità con quello uscente, il quale si troverà ad affrontare tutte le sfide che incombono su Israele: il tentativo dell'Iran di accumulare un potenziale offensivo in Siria e in Libano capace di impegnare Israele, l'ambiguità russa su questo teatro, la guerriglia diplomatica di Abbas, quella dei razzi e delle manifestazioni a Gaza di Hamas, quella dei coltelli e degli investimenti automobilistici dei giovani arabi sostenuti e incitati da entrambi. Ma soprattutto il difficile e promettente avvicinamento ai paesi sunniti non dominati dalla Fratellanza Musulmana (esclusi dunque Turchia e Qatar) e il rapporto con l'America di Trump. Il punto più delicato che il nuovo governo israeliano dovrà affrontare è questo. Sarebbe sciocco solo temporeggiare e sperare che l'iniziativa di pace di Trump si sgonfi. Non solo per la gratitudine che Israele deve a questa amministrazione, ma per la sincera amicizia che essa ha dimostrato e per il coraggio che Trump ha di pensare, come dicono gli americani "fuori dalla scatola". E' possibile che la trattativa ormai antica fra Israele e l'Autorità Palestinese conosca una svolta nei prossimi anni, magari in concomitanza con un ricambio generazionale che dovrà presto avvenire a Ramallah. Questa sarà la sfida vera del nuovo governo e di chi lo dirigerà. Se, come ha voluto chiaramente l'elettorato israeliano, il responsabile delle grandi scelte dello stato ebraico sarà ancora Netanyahu, possiamo essere sicuri che tale sfida sarà affrontata con l'intelligenza, l'apertura mentale ma anche la cura della sicurezza e del futuro di Israele che hanno caratterizzato tutta la vita politica di Netanyahu.

(Progetto Dreyfus, 16 aprile 2019)


Ungheria: il governo di Budapest dice no all'antisemitismo

BUDAPEST - Il governo ungherese esprime una ferma condanna contro ogni atto antisemita. Lo ha dichiarato il ministro della Giustizia Laszlo Trocsanyi in occasione della giornata della memoria dell'Olocausto ungherese. Il ministro ha detto che l'Olocausto ha colpito l'intera società ungherese e che la memoria è essenziale per il presente e per il futuro, affinché l'umanità non conosca più simili tragedie. Trocsanyi ha sottolineato che "non iniziò con le camere a gas", e che se ci fosse stata maggiore resistenza non sarebbe accaduto. Secondo Trocsanyi, la libertà di manifestazione del pensiero è un diritto umano fondamentale, ma la tutela della dignità umana pone limiti alla libertà di espressione. L'incitamento all'odio su internet è una piaga globale e gli ordinamenti giuridici sono mal equipaggiati nella lotta contro la disinformazione. Allo stesso tempo il Guardasigilli ungherese evidenzia che la legge da sola è insufficiente: "Non basta dire no all'odio, dobbiamo dire sì a una cultura basata sul rispetto e la conoscenza reciproca". La giornata della memoria dell'Olocausto è stata istituita in Ungheria nel 2001, in ricordo dell'isolamento degli ebrei nei ghetti, che nel paese cominciò nella primavera del 1944.

(Agenzia Nova, 17 aprile 2019)


Notre Dame dei molti simboli

di Marcello Cicchese

 
 
Il "Portale del Giudizio Universale" nella facciata della cattedrale di Notre Dame
L’incendio di Notre Dame ha trasformato quel manufatto in un ricettacolo di simboli. Stando ai giornali, Notre Dame è simbolo di Parigi, della Francia, della chiesa francese, del cattolicesimo, del cristianesimo, dell'Europa cristiana, dell'anima cristiana, della bellezza umana, e altro ancora. Questo per quanto riguarda la gloria del passato; per quanto riguarda il presente Notre Dame è diventata per alcuni simbolo della pronta volontà europea di ricostruzione, per altri simbolo di disfacimento dell'Europa come la vediamo oggi
   Naturalmente in tutto questo Dio non c'entra, e infatti non viene neppure nominato. Del resto, che c'entra Dio? E' vero che sì, si parla di cristianesimo, cattolicesimo, chiesa, ma si sa bene che si possono usare questi termini senza fare alcun riferimento a Dio. Si dirà che è contenuto nell’aggettivo "cristiano"; ed è vero, perché potrebbe anche esserci qualcuno che nel dire "cristiano" pensi davvero e faccia riferimento a Dio, ma questo non è strettamente necessario per la continuazione del discorso fra di noi, uomini di varie fedi e convinzioni. Se ci limitiamo a parlare di "Europa cristiana" o "anima cristiana", tutti possiamo partecipare alla conversazione, se invece ci mettiamo dentro Dio il discorso s’inceppa e non va avanti. Meglio rimanere sugli aggettivi. Del resto, lo stesso Benedetto Croce, dopo tanto pensare, era arrivato alla conclusione che "non possiamo non dirci cristiani", noi europei. E per dirci cristiani non è affatto indispensabile credere in Dio, e tanto meno avere un'idea sufficientemente chiara di quello che Lui pensa e fa e vuole da noi. Dunque, avanti con i collegamenti simbolici culturali: ce n'è per tutti.
   Mi sia permesso allora di tentare un collegamento simbolico che ha l'ardire di fare esplicito riferimento a Dio.
   Notre Dame è il simbolo della superbia umana che si eleva verso l'alto a maggior gloria dell'uomo e nel disinteresse per la volontà rivelata di Dio.
   E' chiaro che per chi scrive questa volontà rivelata di Dio si trova nella Bibbia, e soltanto nella Bibbia.
   Tra le espressioni di superbia verso Dio presenti in quell'opera umana che è la cattedrale di Notre Dame, ne vorrei mettere in rilievo una di fondamentale importanza che esprime in modo plastico il rifiuto da parte dell’uomo della volontà rivelata di Dio: la superbia verso il popolo che Dio si è formato per la sua azione sovrana e salvifica sulla terra: Israele.
   La prima e la quarta pagina di copertina del mio libro "La superbia dei Gentili", contengono le immagini di due bassorilievi che si trovano nelle due nicchie a destra e a sinistra del "Portale del Giudizio Universale" della cattedrale di Notre Dame a Parigi. In una nicchia è rappresentata in forma personificata la Sinagoga, nell’altra la Chiesa.
  La Sinagoga ha la testa bassa, il capo scoperto e gli occhi gonfi velati da un serpente sibilante; la Chiesa ha la testa alta e porta in capo una corona regale.
   La Sinagoga ha nelle mani la lancia, simbolo di forza e autorità, ma la sua punta è spezzata e cade indietro, mentre a terra giace la corona regale; la Chiesa invece tiene in mano il simbolo di forza e autorità espresso dalla lancia, che è tutta intera e alla cui cima si trova una croce.
   Dalla mano destra della Sinagoga cadono le tavole della legge, simbolo dell'Antico Patto; nella mano destra della Chiesa si trova una coppa, simbolo del Nuovo Patto.
   Questi due bassorilievi fanno parte di quel carattere simbolico che si cerca in Notre Dame: un simbolo di superbia che si eleva contro Dio resistendo e opponendosi alla Sua volontà rivelata.
   E se è così, anche l'immagine di quella guglia infuocata che crolla rovinosamente a terra fa parte del simbolo.

(Notizie su Israele, 17 aprile 2019)


Oggi l'incarico di governo a Netanyahu

Il capo dello Stato israeliano Reuven Rivlin riceverà oggi dalla commissione elettorale i risultati definitivi del voto del 9 aprile. Nel tardo pomeriggio convocherà nella sua residenza colui al quale affiderà l'incarico di formare il nuovo governo e in serata farà l'annuncio formale. Secondo i media appare ormai scontato che il capo dello Stato assegnerà l'incarico al leader del Likud Benjamin Netanyahu. Nel corso di due giorni di consultazioni è emerso infatti che al momento attuale egli gode del sostegno di 65 deputati della Knesset, mentre il suo rivale Benny Gantz ne ha solo 45. I rappresentanti di due liste arabe (10 seggi in tutto) non hanno espresso preferenze.

(Il Sole 24 Ore, 17 aprile 2019)


Israele, il Paese che riesce a far fiorire i deserti

Quasi 800 milioni di dollari investiti in start up dell'agroalimentare

di Domenico Letizia

Israele è il paese delle meraviglie. Un paese che da sempre sviluppa ricerca scientifica e che sta generando importanti risultati dal punto di vista dello sviluppo biotecnologico in ambito agricolo. Gli investimenti destinati alle start up israeliane del settore agroalimentare, tra il 2014 e il 2018, hanno sfiorato quota 800 milioni di dollari.
   L'anno chiave per gli investimenti nello stato è stato il 2017 con 220 milioni di dollari, scesi a 174 nel 2018. Nel 2017 e nel 2018 il settore che ha catalizzato più fondi è stato quello dell'agricoltura tecnologica, con software per il supporto gestionale delle fattorie, sensori IoT per il monitoraggio delle colture ed il rilevamento dei parassiti e tecnologie di efficienza idrica. Israele fa affidamento sul supporto di investitori stranieri, alcuni dei principali finanziatori provengono da oltreoceano.
   Il coinvolgimento di capitale estero è molto importante, in quanto tutte le startup israeliane hanno ambizioni internazionali, tanto che alcune di loro hanno addirittura rinunciato a stabilirsi nel paese per non essere ancorati ad una dimensione locale. Il settore delle agro-tecnologie, caratterizzato da ricerca intensiva e sviluppo di sistemi innovativi è in crescita, principalmente, grazie alla necessità di affrontare un clima avverso e la scarsità di terreni e acqua che da sempre caratterizza la geografia dello stato.
   I principali settori industriali sono: fertilizzanti, pesticidi. irrigazione, sementi e multimateriali, macchinari, prodotti veterinari e additivi alimentari, plastica, animali, consulenza in campo agricolo.
   Una meraviglia confermata anche dalle relazioni delle missioni parlamentari dei nostri deputati. Nel 2017, l'onorevole Nicola Ciracì, con l'Associazione interparlamentare di Amicizia Italia-Israele, visitò il paese e il Kibbutz di Sde Boker, ubicato nel deserto.
   "Abbiamo visitato il Kibbutz di Sde Boker, una sede iper tecnologica con obiettivo quello di far fiorire il deserto. Il Kibbutz di Sde Boker rappresenta la realizzazione del sogno di David Ben Gurion, il grande statista israeliano, primo premier della nazione, che amava la distesa desertica del Negev e volle vederla in un'esplosione di fioriture. Il kibbutz, costruito tra le montagne del Negev, venne fondato nel 1952.
   Il Negev oggi è una regione rigogliosa, disseminata da comunità e aziende agricole. Sde Boker possiede diverse fonti di reddito: vigneti ed un'enoteca, ristoranti, una locanda, una galleria d'arte, oltre agli innumerevoli prodotti dell'agricoltura. Grazie al riuso delle acque di scarico umano e grazie alla desalinizzazione ad osmosi inversa, il deserto si ritira, dando spazio a coltivazioni e zone alberate.
   Molte delle tecnologie più innovative e promettenti del mondo, escono dalle università e dagli ospedali israeliani", dichiarò l'onorevole Ciracì. Anche l'Ice-Agenzia nel corso degli ultimi anni ha confermato tali potenzialità e le opportunità di cooperazione con il nostro paese. La finalità è quella di promuovere la collaborazione industriale e accordi di partenariato industriale e tecnologico con controparti israeliane nei settori della medicina, biotecnologie, agricoltura e scienze dell'alimentazione, applicazioni dell'informatica nella formazione e nella ricerca scientifica, ambiente, trattamento delle acque, nuove fonti di energia, innovazioni dei processi produttivi, tecnologie dell'informazione, spazio e osservazioni della terra.
   Con un aumento costante del numero di brevetti depositati e il numero di startup in questo settore, la biotecnologia israeliana sta cavalcando la cresta dell'onda.
   Molte idee biotecnologiche israeliane arrivano al successo e l'Italia non può perdere questa occasione anche in considerazione delle emergenze ambientali che da sempre caratterizzano la nostra penisola.

(Corriere Nazionale, 17 aprile 2019)



Antisemiti in carriera

Dal Tribunale della razza nel Ventennio alla Consulta dell'Italia repubblicana. Ritrovate le carte che li inchiodano ai loro trascorsi fascisti. Oggi a Roma la presentazione.

Tanti nel dopoguerra poterono minimizzare le loro colpe e continuare indisturbati Anche i dieci firmatari del Manifesto razzista, medici e antropologi, non ebbero conseguenze

di Ariela Piattelli

 
Gaetano Azzariti - Fu il primo presidente del Tribunale della razza, istituito nel '39, poi ministro della Giustizia nel primo governo Badoglio tra il '43 e il '44 e presidente della Corte costituzionale dal 1957 al 1961.
ROMA - Nel fascicolo di Gaetano Azzariti, il presidente del Tribunale della razza poi messo a capo della Corte Costituzionale nell'Italia repubblicana, non c'è alcuna traccia del suo operato durante il fascismo. Tutto si ferma al '31 per poi riprendere nel '49. Nell'Archivio Centrale dello Stato c'è però, a fargli da controcanto, un fascicolo di procedimento di epurazione che raccoglie varie denunce, tra cui una richiesta di messa a riposo, visti i trascorsi fascisti di Azzariti, dove una mano ignota appunta «non lo ritengo opportuno». E fu così che il giudice ebbe una luminosa carriera dopo la guerra in un'Italia che aveva in gran parte rimosso operosamente, come nel fascicolo, le colpe e le vergogne del Ventennio.
  Su Azzariti, che tentò sempre di minimizzare il suo passato, fino a oggi c'erano tante prove indiziarie, ma mancava la «pistola fumante». La prova regina l'hanno ritrovata i funzionari dell'Archivio centrale dello Stato, ed è il decreto di costituzione del Tribunale della razza (10 settembre 1939) in cui Azzariti viene nominato presidente. Il ritrovamento del documento si affianca alla vasta missione di recupero lanciata dalla Direzione generale Archivi nel 2018, che ha riportato alla luce centinaia di carte inedite del fascismo e della persecuzione antisemita. Oggi il risultato dell'operazione, condotta dai Documents Men delle Soprintendenze archivistiche e bibliografiche con l'aiuto del Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, viene presentato a Roma in una giornata di studi dal titolo «Carte di razza, di governo e di coraggio civile».
  «C'è voluto un anno di lavoro, abbiamo rinvenuto documenti e archivi che costituiscono un importante contributo per lo studio della storia nazionale». spiega Micaela Procaccia, sovrintendente dell'Archivio centrale dello Stato. «Il decreto di nomina di Azzariti è stato ritrovato alla Corte dei Conti. Non solo lui, ma tutti i componenti del Tribunale della razza diventarono nell'Italia repubblicana giudici della Corte costituzionale. Questa vicenda ci dice quanta continuità ci sia stata tra fascismo e i primi anni della Repubblica. Nell'Italia repubblicana ci si prese la briga di salvare le anime di queste persone, che avevano contraddetto i principi fondamentali della nostra Costituzione».
  Furono molti i personaggi che minimizzarono o giustificarono il loro ruolo nella politica razzista del regime, e che nel dopoguerra continuarono indisturbati, senza essere epurati, la loro attività: i dieci firmatari del Manifesto della razza, medici e antropologi, in gran parte dopo la guerra continuarono le loro carriere, e giustificarono, ognuno a suo modo, di aver firmato perché costretti da Mussolini: «Il punto è studiare e capire quanto aderirono alle posizioni razziste del regime», continua Procaccia. E un importante recupero delle Soprintendenze, che aiuta a comprendere la verità, è quello di cinque archivi dei firmatari: tra questi quello dell'antropologo Lidio Cipriani.
  «Nei 46 quaderni di riflessioni "scientifiche" che iniziano nel 1913 emerge che Cipriani era un razzista convinto»' spiega Claudia Borgia della Soprintendenza archivistica della Toscana, che sta studiando il caso presso il Museo Nazionale di Antropologia di Firenze dove è conservato l'archivio. «Anche nel testo di una lezione inaugurale dell'anno accademico del '38 si richiama esplicitamente al razzismo di regime». Di Cipriani, che non subì alcuna epurazione e continuò a fare spedizioni e lavorare come antropologo sino alla morte nel '62, si è ritrovato il manoscritto di un articolo uscito nell'agosto del '38 intitolato Il problema semitico: pagine intrise di feroce antisemitismo.
  Tra i faldoni oggi allo studio degli storici c'è anche l'archivio di Guido Buffarini Guidi, sottosegretario all'Interno dal 1933 al 1943 e poi ministro dell'Interno nella Repubblica Sociale Italiana, per la quale emanò l'ordine che disponeva l'intemamento degli ebrei in campi di concentramento provinciali: ci sono i carteggi sulle leggi razziali, sulle dure modifiche peggiorative del'44, una lettera di Pietro Tacchi Venturi, ambasciatore informale del Vaticano presso Mussolini (che dopo la caduta del fascismo suggerì di mantenere in parte le leggi razziali) che si appella al ministero dell'Interno per chiedere che dalla legislazione vengano esentati i matrimoni misti. Ci sono anche gli appunti al duce di Giovanni Preziosi, famigerato capo dell'Ispettorato razza della Repubblica di Salò, che lamenta di non aver ricevuto né saputo nulla degli archivi sequestrati alle comunità ebraiche e ne sottolinea il «valore storico».
  Ricomporre il ritratto dell'Italia fascista è compito assai arduo per i Documents Men: durante la guerra, nel governo ricostituito da Mussolini a Salò, furono portate le carte dei ministeri, ma queste subirono varie dispersioni. Tra i documenti, adesso rinvenuti, erano anche 110 fotografie, con relative schede, provenienti dall'Ufficio razza del ministero della Cultura popolare: a essere schedati sono i «tipi della razza italiana» in cui anche gli «ariani» venivano classificati. Le buste ritrovate, che finirono in mano a un antiquario, rintracciate in vendita sul web e protagoniste di varie vicende giudiziarie, inchiodano il regime fascista sul razzismo biologico. «La cosa interessante», osserva Procaccia, «è che il razzismo biologico fascista è a tutto campo, anche per la cosiddetta razza ariana. Questo ritrovamento rafforza l'idea che ci fosse una cultura di razzismo biologico generalizzata, sulla quale le leggi razziali hanno attecchito».
  Oltre agli «scheletri nell'armadio» dell'Italia razzista, nel silenzio dell'archivio ci sono gli esempi di resistenza civile. E la storia di Alfonso Gallo, fondatore e direttore dell'Istituto di patologia del libro, che nella Roma occupata diede filo da torcere ai tedeschi. Gallo, che inventò il concetto di restauro del libro, ricevette più visite dalle SS, stupite dal suo eccellente lavoro su codici tedeschi. «Quando un maggiore delle SS si presenta e gli notifica il sequestro di tutti gli strumenti, tenta anche sotto minaccia di evitare la requisizione», spiega Maria Letizia Sebastiani, direttore dell'Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario, «ma i suoi tentativi disperati si riveleranno vani. I tedeschi volevano distruggere l'impianto dell'Istituto per costituirne uno in Germania: a Gallo proposero anche di dirigerlo, ma lui, con coraggio, rifiutò».

(La Stampa, 17 aprile 2019)


Il Pd dà il patrocinio al festival del cinema anti-Israele

Forza Italia contro il Municipio 1: «Visione di parte, delibera affrettata»

L'evento
La giunta di municipio 1 ha concesso il patrocinio allo "Spinoff milanese di Al Ard Doc Film Festival", che si svolgerà dal 2 al 29 maggio presso il CAM Garibaldi.
Polemiche
Filippo Jarach, consigliere di FI del Municipio 1 - Delibera affrettata, l'associazione organizzatrice è schierata, proietteranno materiale di parte»

di Miriam Romano

MILANO - La giunta del Municipio 1, guidata dal Pd, ha dato il via libera per concedere il patrocinio alla terza edizione dello "Spinoff milanese di Al Ard Doc Film Festival", il Festival Internazionale del Cinema Documentario Palestinese ed Arabo che si svolgerà dal 2 al 29 maggio al CAM Garibaldi. L'iniziativa, in particolare, riguarda la proiezione di film e documentari che hanno gareggiato nella XVI edizione del festival palestinese che si è tenuto a Cagliari nel mese di marzo 2019. A Milano verranno presentati, nelle serate in programma, i documentari di due tra i registi vincitori della gara, con ingresso gratuito.
   La scelta però del Municipio 1 di patrocinare l'evento viene contestata dall'opposizione, che cita i precedenti della manifestazione. L'associazione Vento di Terra Onlus, organizzatrice e promotrice dell'evento, già nel 2016, quando anche allora il festival era stato patrocinato dal Comune, era stata già al centro di forti polemiche. La Onlus, infatti, si caratterizzerebbe per una spiccata matrice "anti-Israele", date le numerose denunce, perpetrate attraverso filmati, video e spot, delle azioni israeliane. Una rappresentazione del conflitto arabo-israeliano, dunque, di parte". La concessione del patrocinio per questo motivo non è andata giù a Filippo Jarach, capogruppo di Forza Italia del Municipio 1, che ha criticato la scelta della giunta del consiglio di zona. «Credo si tratti di una delibera affrettata, presa senza pensarci molto», commenta, «l'associazione Vento di Terra Onlus è un' organizzazione schierata e lo ha dimostrato già tre anni fa, quando hanno proiettato immagini e video non concordate e di parte». Proprio per questo infatti, durante la scorsa edizione del festival erano scaturite le polemiche. Alcuni interventi dei presentatori erano stati pure giudicati «troppo faziosi e di parte sulla questione palestinese», spiega il forzista. Secondo Jarach il fulcro dell'iniziativa non sarebbe tanto la cultura palestinese come viene presentato dalla delibera, ma la denuncia dell'acceso conflitto, descritto solo dalla prospettiva del mondo arabo senza il contraltare. «Lo stesso discorso l'avrei fatto», continua, «se lo Stato di Israele avesse proposto un'iniziativa del genere. Se si parla di cultura va bene, ma su questi temi bisogna essere super partes, altrimenti non va bene».
   Il Municipio 1, invece, da parte sua riafferma la legittimità della delibera. «Si tratta di un'iniziativa culturale», spiega Fabio Arrigoni, presidente del consiglio di zona, «quando c'è stato chiesto dallo Stato di Israele il patrocinio per la settimana della cultura di Israele, abbiamo accordato anche quello. Quando si parla di iniziative culturali non guardiamo al colore politico o alle fazioni, ma valutiamo la validità dell'evento».

(Libero - Milano, 17 aprile 2019)


Undicenne ebreo aggredito a scuola. "Riapriremo Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni"

di Sarah Buono

Preso per il collo da tre compagni undicenni e insultato perché ebreo nella città che ospita il Museo nazionale della Shoah. "Quando saremo grandi faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni!" ecco la frase urlata in faccia a un bambino nella palestra di una scuola. A pochi minuti di macchina da Ferrara e da quell'indimenticabile campo da tennis ritratto da Giorgio Bassani ne il Giardino dei Finzi Contini. Il piccolo è tornato a casa, stanco e afflitto da quell'ennesimo atto di bullismo e ha raccontato tutto alla madre.
Dopo l'intervento della preside i ragazzi si sono prontamente scusati e adesso sono in attesa delle decisioni dell'ufficio scolastico regionale attivato dal ministro dell'lstruzione Marco Bussetti:
    "La scuola è e deve essere luogo di solidarietà, di inclusione, di accoglienza. Non sono tollerabili atti di antisemitismo e di razzismo, ho chiesto di approfondire affinché non si ripeta".
La famiglia di uno degli aggressori è rimasta sconvolta perché il figlio è sempre stato educato ai valori dell'antifascismo. Per il rabbino capo di Ferrara Luciano Meir Caro l'episodio è da collocare "in un ambito di ignoranza di due bambini che litigano, senza un retroterreno, insulti gravi" sottolinea, perché "riflettono" quello che i più piccoli "respirano negli stadi, nei manifesti per strada, e non si rendono conto della gravità" di certe affermazioni. Il caso è diventato immediatamente politico e Matteo Salvini, ministro dell'Interno ha annunciato il suo arrivo a breve in città: "Vorrei incontrare il ragazzo e la sua famiglia, anche gli insegnanti che certamente riusciranno a evitare simili episodi di violenza in futuro". I carabinieri di Ferrara informeranno la Procura per i minorenni "per gli aspetti di competenza".

(il Fatto Quotidiano, 17 aprile 2019)


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Emanuele Fiano: "Mi chiedo dove un ragazzino abbia imparato certe parole"

di Ilaria Venturi

BOLOGNA - «Non abbiamo estirpato il verme» commenta Emanuele Fiano, architetto e parlamentare pd. Suo padre Nedo fu l'unico sopravvissuto ad Auschwitz della sua famiglia. L'insulto antisemita in una media di Ferrara ha riaperto una ferita e una consapevolezza: «Non abbiamo fatto abbastanza».

- Cosa non ha funzionato?
  «Lo sconforto che ho provato è dovuto al fatto che questo caso è diverso dall'antisemitismo intentato da adulti. È più grave, vuol dire che la banalizzazione del male è penetrata nelle menti più indifese».

- La scuola è intervenuta, sono arrivate le scuse, uno degli aggressori è stato educato ai valori dell'antifascismo.
  «Allora vuol dire che questi ragazzi imparano dal web. E il problema non sono le scuse, ma capire da dove è nata questa malapianta. E trasformare il male di questo episodio in bene».

- Anche lei s'interroga su come sia possibile che un ragazzino trovi certe parole?
  «Un problema è che la banalizzazione del male è in corso da anni, in Rete girano senza filtro offese, barzellette sulla Shoah. Prendiamo la parola lager: è usata per qualsiasi cosa, ma era una macchina di sterminio. Bisognerebbe stare più attenti e che tutti ci sentissimo narratori di ciò che è stato».

- Anche certa politica soffia sul fuoco, non crede?
  «Questi episodi di cronaca non vanno mescolati al clima politico. Però la politica non deve mai oltrepassare i limiti sull'uso della storia e il rispetto delle persone. Una buona occasione per farlo è il prossimo 25 Aprile».

- Suo padre cosa avrebbe detto?
  «Avrebbe pianto. E poi chiesto di incontrare quel ragazzo per raccontargli la sua storia».

(la Repubblica, 17 aprile 2019)


Netanyahu ha la maggioranza per formare il governo

di Salvatore Falco

Benjamin Netanyahu ha trovato la maggioranza per dare vita al suo quinto governo.
Sarà alla guida di una coalizione di cinque partiti di destra e ultraortodossi per un totale di 65 seggi sui 120 della Knesset.
Il Presidente di Israele, Reuven Rivlin, ha già chiuso le consultazioni, aprendo la strada al record di longevità politica del premier sempre in carica negli ultimi dieci anni, nonostante le accuse di corruzione.
L'ultimo ostacolo alla formazione della maggioranza era rappresentato dal partito dell'ex ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, che ha cinque seggi. Lieberman è in conflitto con i partiti ultraortodossi perché chiede la leva obbligatoria per i giovani religiosi,
Una volta nominato, Netanyahu avrà 28 giorni di tempo per formare il nuovo governo, prorogabili di altre due settimane.

(euronews, 16 aprile 2019)



Il partito israeliano Giudaismo unito minaccia nuove elezioni

Se gli haredi non saranno esentati dal servizio militare

GERUSALEMME - Il partito israeliano Giudaismo unito della Torah ha minacciato oggi di andare a nuove elezioni nel caso in cui dovesse passare il disegno di legge sulla leva per gli haredi (gli studenti di ebraismo). La posizione del partito, che ha ottenuto sette seggi alle elezioni dello scorso 9 aprile, giunge dopo che il partito secolare di destra Yisrael Beytenu dell'ex ministro della Difesa Avigdor Liberman ha fatto sapere che il suo ingresso nella coalizione guidata dal Likud è subordinata al passaggio del disegno di legge. Il partito ultra-ortodosso ribadisce che si opporrà affinché nessuno studente yeshiva sia costretto a svolgere il servizio militare.

(Agenzia Nova, 17 aprile 2019)


Perché gli israeliani hanno rieletto Netanyahu

Alcune considerazioni in vista del reincarico del primo ministro israeliano

A quanto pare l'attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sarà nuovamente incaricato dal presidente Reuven Rivlin di formare il prossimo governo. Come mai ha vinto di nuovo? Per dirla con le parole dell'ex ambasciatore d'Israele negli Usa Michael Oren, "la nostra economia è eccellente, le nostre relazioni con l'estero non sono mai state migliori e siamo relativamente al sicuro. Noi lo conosciamo, il mondo lo conosce, persino i nostri nemici lo conoscono". A differenza di molti elettori americani ed europei, la maggior parte degli israeliani ha scelto la sicurezza e la stabilità rispetto all'ignoto....

(israele.net, 16 aprile 2019)


Il vuoto della generazione zero nei selfie sorridenti ad Auschwitz

L'olocausto non è una foto ricordo

di Tiziana Della Rocca

Il museo di Auschwitz ha lanciato un appello ai visitatori per dire basta ai selfie ridenti e alle foto da equilibristi sui binari.
   Lo ha fatto perché il numero di ragazzi che se li scattano usando lo sfondo dei campi di sterminio sta aumentando. Perché questi ragazzi mostrano quest'immagine di sé, così sconnessa con il reale dei campi che li circonda? Un'immagine di sé priva di pensiero? Ci vogliono dire, così, per sfida, che l'educazione, la scuola, la famiglia con loro hanno fallito totalmente? Che sono delle zucche vuote e contenti di esserlo? Allora come possono essere contenti?
   No, non lo sono, lo fingono. Fingerlo è un'arroganza punita con l'angoscia. "Ma sono passati più di sessant'anni dalla fine del nazismo", protestate, "c'è il diritto all'oblio!". No, carini, per tanti e soprattutto per voi non è passato proprio niente. Un autoscatto sorridente davanti ai campi della morte è un modo per minimizzarli, riducendoli a un dettaglio. Gli antisemiti, i negazionisti, fanno orrore, ma anche chi ostenta questo genere d'indifferenza ottusa, nasconde qualcosa di purulento.
   Auschwitz, che sta in Polonia, è la vera capitale d'Europa, anzi il cuore del mondo. Solo lì possiamo davvero meditare, pregare, sperare, ripartire.
    Certo, alcuni liceali vanno in visita ai campi di sterminio senza che la visita li modifichi, provano a commuoversi ma non ci riescono. E dopo s'interrogano sul perché quel luogo non abbia suscitato in loro qualcosa, eppure gli riconoscono lo statuto di realtà e iniziano a pensarci su. Ed è già qualcosa. Nessun freno inibitorio, nessun contegno invece, per chi sente il bisogno dell'autoscatto così impellente da superare ogni confine, persino quello invalicabile di Auschwitz.
    Come dobbiamo comportarci con loro? Mostrare forse un po' di compassione per come si riducono? Hanno ricevuto forse una cattiva educazione? E' colpa di genitori irresponsabili? O sono affetti da disturbi psichiatrici? Troppo facile, da una simile vergogna non c'è via di fuga. Sono responsabili della bruttura che quel gesto rappresenta, della ferita inferta.
   Certo, fra di loro ci sarà sicuramente qualcuno di maligno, che compie il gesto con l'intenzione di profanare. Vorrebbe sopprimere, cancellare la memoria del mondo concentrazionario affinché non ne resti traccia. È la manifestazione più odiosa del fondamentalismo. Ma per la maggior parte di loro quel comportamento certifica il vuoto che li abita. Un mondo interiore composto da cose frivole e inconsistenti, che si sgretolano in polvere e con cui è impossibile costruire nulla. Figuriamoci se possono allora intendere la distruzione della civiltà per opera dei nazisti. Ragazzi che vogliono a tutti i costi coltivare il miraggio di una vita facile e spensierata — letteralmente: senza pensiero — e per raggiungere questo obbiettivo eliminano tutto che gli è di intralcio, che avvertono come tale, e così eliminano parti di realtà, immiserendosi.
   La dimensione autoreferenziale di questo "foraggiamento narcisistico" di un soggetto in realtà tristemente vuoto è già tutto contenuto nella parola "autoscatto". Si può fotografare il mondo, prendere persino se stessi come oggetto, purché lo scopo sia di creare interesse, di suscitare qualcosa. Ma in questo caso il mondo serve come sfondo per "un'iniezione narcisistica" a un soggetto che sente di essere insignificante. Sotto la maschera non c'è un volto, ma il bisogno di apparire in una posa per occupare un posto a causa della propria inconsistenza. Esibiscono se stessi senza alcuna cura, togliendo significato all'esibizione. Si annullano tramutandosi in ombre senza vita proprio davanti ai campi della morte.

(Quotidiano del Sud, 16 aprile 2019)



No di Gantz a un esecutivo di unità con Netanyahu

di Giordano Stabile

GERUSALEMME - Il presidente israeliano Reuven Rivlin prova a lanciare un governo di unità nazionale ma ottiene per ora il no del principale oppositore di Benjamin Netanyahu, il generale Benny Gantz. Il capo dello Stato ebraico ha cominciato ieri le sue consultazioni per la formazione del nuovo governo. Il voto di martedì scorso ha dato una solida maggioranza, 64 seggi su 120, al blocco di destra guidato dal Likud, ma Rivlin ritiene più prudente una grande coalizione. Incombono le indagini per corruzione nei confronti del premier, che rischia di passare più di un giorno a settimana in tribunale per difendersi, se l'incriminazione sarà confermata. Ma incombe soprattutto il "piano di pace" americano, che potrebbe mettere in crisi la coalizione, in quanto i partiti religiosi sono contrari a concessioni ai palestinesi.
   Rivlin ha chiesto alla delegazione del partito Blu-Bianco, il partito di Gantz, se "per il supremo interesse del Paese" è pronto ad accettare la formula di un governo "di concordia" con il Likud. Il rappresentate di Blu-Bianco, l'ex capo di Stato maggiore Gaby Ashkenazy, ha replicato che è inopportuno riaffidare l'incarico a Netanyahu. E' una posizione di partenza che potrebbe evolvere, ma intanto dà la possibilità a Netanyahu di andare avanti con la sua proposta di maggioranza in linea con quella attuale. In una prima fase è la soluzione scontata e ieri anche la cancelliera Angela Merkel si è congratulata con il primo ministro per la vittoria del 9 aprile. La Merkel ha però subito ribadito l'importanza di raggiungere con i palestinesi un accordo di pace "con due Stati".
   Ed è questo il punto più problematico. Ieri il Washington Post ha pubblicato nuove indiscrezioni sul piano elaborato dal consigliere alla Casa Bianca Jared Kushner, ormai nella fase finale. Confermano quelle che circolavano da tempo nelle capitali arabe coinvolte. E cioè che la proposta di Kushner si discosta molto da quello saudita del 2002 e non prevede più uno Stato indipendente per i palestinesi. In compenso ci sarà un gigantesco piano di investimenti, finanziato dal Golfo per almeno 30 miliardi di dollari, per rilanciare l'economia nei futuri territori autonomi, e nelle aree confinanti di Egitto e Giordania.
   L'Amministrazione Trump avrebbe anche chiesto a Libano, Siria, Giordania di naturalizzare milioni di rifugiati palestinesi, per risolvere il problema del ritorno dei profughi e anche qui ci sarebbero compensazioni in denaro. E' una proposta che difficilmente troverà l'assenso del presidente palestinese Abu Mazen. Ieri l'83enne raiss ha dato il via libera a un nuovo governo, guidato da Mohammad Shtayyeh, senza più la partecipazione di Hamas. I palestinesi, più divisi che mai, aspettano con ansia quello che deciderà l'America.

(La Stampa, 16 aprile 2019)


Perche la sinistra perde, da Israele al Brasile

Lettera al Corriere della Sera. Risponde Aldo Cazzullo.

Caro Aldo,
a lei, che ha seguito per il Corriere le elezioni in Israele, non sarà di sicuro sfuggito il crollo dei laburisti, il cui partito ha contribuito alla fondazione di quella gloriosa democrazia. Anche quel partito non è riuscito a evitare la maledizione che si sta accanendo su quasi tutti i partiti della sinistra. Se continua il trend negativo, non vedremo più sulle schede elettorali gli storici simboli del socialismo come il sole nascente o la rosa nel pugno. Non pensa che ci sarebbe un grosso vuoto e, soprattutto, tanta tristezza?
Vincenzo Covelli




Caro Vincenzo,
Il crollo del socialismo è evidente in tutto il mondo. In Israele lo è in modo particolare, perché il partito laburista ha di fatto fondato la democrazia israeliana e lo Stato, e l'ha governato per i primi trent'anni della sua storia, con personaggi del calibro di David Ben Gurion, Levi Eshkol, Golda Meir, Itzhak Rabin (e poi Shimon Peres, di nuovo Rabin, quindi Ehud Barak). Determinanti sono stati il fallimento del processo di pace con i palestinesi, cui Rabin, Peres, Barak avevano sinceramente creduto - e che Rabin pagò con la vita -, e la liberalizzazione dell'economia, che in Israele ha dato risultati eccellenti. Ci sono poi altre cause che riguardano un po' tutte le sinistre mondiali. La principale è aver abbracciato la globalizzazione senza rendersi conto che avrebbe impoverito i ceti medio-bassi, vale a dire la base senza cui la sinistra non può pensare di vincere le elezioni. La compressione dei salari, il calo del potere d'acquisto, la precarietà e la distruzione del lavoro dipendente, la guerra tra poveri innescata dall'immigrazione dal Sud del mondo hanno fatto il resto.
La sinistra è andata al governo in mezza Europa alla fine degli anni 90: Prodi - e poi D'Alema e Amato - a Roma, Blair a Londra, Jospin a Parigi, Schröder a Berlino. All'evidenza, gli elettori non ne sono stati soddisfatti. Schröder e Blair non hanno lavorato male, ma il fatto che abbiano dedicato il resto della loro vita a fare soldi - l'ex Cancelliere come dipendente di Putin - non ha giovato alla causa. La stagione della sinistra al potere in America Latina è finita non solo simbolicamente con Lula in galera. Lo spostamento su posizioni radicali dei democratici americani sembra andare in controtendenza. Ma rischia di regalare la rielezione a Trump.

(Corriere della Sera, 16 aprile 2019)


In Israele hanno vinto due destre

Il potere è passato al Likud con l'aiuto della destra iperreligiosa. Anche il laburismo israeliano (che ha creato Israele) ha fatto la fine degli altri laburismi.

di Gianfranco Morra

Da trent'anni le elezioni politiche dei principali paesi europei ci mostrano la crisi dei partiti socialisti, che sempre più perdono importanza, quando non scompaiono del tutto. Anche da noi: caduto il Psi di Bettino Craxi, Il Pci, divenuto moderato e democratico, ha cercato di prenderne il posto, ma l'anno scorso il Pd ha perso cinque milioni di voti, passando dal 25,43 al 18,46.
   In Germania i socialisti, che con Helmut Schmidt avevano raggiunto anche il 40 %, sono al 20,5; in Francia sono sprofondati al 7; nei Paesi Bassi al 5,70, nella Repubblica Ceca al 7,28, in Grecia al 6,28. Eppure il partito socialista fu nella storia il primo di massa, nato rivoluzionario e divenuto poi moderato e riformista (socialdemocrazia). In molti paesi era l'alternativa, in un sistema bipolare, ai partiti popolari di centrodestra. Di certo il partito socialista ha fatto la storia.
   La ragione fondamentale di questa crisi del socialismo è vista nel mutamento radicale del lavoro, da cui traeva il suo principale elettorato, che divenne sempre più ridotto con la diminuzione degli operai meccanici e la loro trasformazione in tecnici e informatici (in Germania oggi i lavoratori tradizionali si sono ridotti a un quarto della popolazione attiva). Renzi e Macron l'avevano capito la necessità di aprirsi ad altre categorie lavorative, ma solo il secondo c'è riuscito.
   Questa tendenza europea alla crisi del socialismo ha raggiunto anche Israele. Nelle ultime elezioni si fronteggiavano due partiti, la destra estrema del Likud e quella moderata di Benny Gantz (nel cui programma c'era il rafforzamento degli insediamenti israeliani e la difesa delle alture del Golan). Un duello, dunque, tra due destre, che gli elettori hanno premiate entrambe.
   Il laburismo, che aveva vinto le elezioni tra il 1992 e il 1999, incorse dopo in una crisi e perdita di seggi. Ancora nel 2005 ne aveva conseguiti 18. Che nelle elezioni dell'altra settimana sono divenuti 7. Di certo il peggiore risultato di sempre, come in genere per tutta la sinistra, visto che il partito Meretz, laico e sionista, ha avuto 5 seggi.
   E' amaro pensare che sta scomparendo quel partito, che più di ogni altro ha fatto per creare lo Stato di Israele. Già negli anni della immigrazione degli ebrei in Palestina nacque (1930) questo partito socialdemocratico (Mapai). Leader ne fu David Ben Gurion, destinato a divenire la guida dell'intero paese. I laburisti con lui ebbero grandi consensi, soprattutto dopo la vittoria della guerra contro gli arabi del 1948.
   Anche il periodo delle guerre difficili tra il 1956 e il 1973 fu dominato da un uomo del partito laburista, il generale Moshe Dayan. Grande vincitore della seconda guerra contro gli arabi, della guerra dei sei giorni e di quella del kippur. Intanto i laburisti mantenevano la presidenza del governo. Con Golda Meir, prima donna a guidare il governo di Israele e terza in Europa. Lady di ferro, come la collega Margaret Thatcher, affrontò momenti difficili: contrasti con Egitto e Siria, massacro degli atleti di Israele alle Olimpiadi di Monaco. Più tardi con Simon Perez ebbero nel 2017 la presidenza della Repubblica. La presenza dei laburisti ai governi di Israele si concluse nella tragedia. Yitzhak Rabin, il primo politico nato in Palestina, eletto premier, riuscì a stipulare gli accordi di Pace a Oslo, patrocinati dal presidente americano Clinton: Israele riconosceva l'Olp di Arafat e l'Olp il diritto di Israele ad esistere. La sua politica di pace scatenò gli ultras nazionalisti di Israele, uno dei quali, nel 2005, lo uccise.
   Del resto l'accordo con Arafat segnò l'inizio della perdita di consensi del partito laburista. La sinistra israeliana ha sempre sperato in una soluzione, che già i primi migranti ebrei (come il grande filosofo Martin Buber) avevano enunciato: uno Stato binazionale arabo-israelitico. Si trattava, purtroppo, di una utopia, visto che gli arabi non lo volevano e insistevano nella cancellazione di Israele dal medio oriente. Anche il successore di Rabin, Ehud Barak, tentò questa strada, ritirandosi dal Libano meridionale.
   Il popolo di Israele non era d'accordo e a partire dal 2009 il potere passò al leader del Likud, Benjamin Netanjahu, con l'appoggio dei partiti religiosi di destra, il cui elettorato aumenta per la loro prolificità. Con una serie di vittorie elettorali, l'ultima l'altro giorno. Che corrisponde col peggiore disastro dei laburisti in tutta la loro storia. Tutto finisce, in questo mondo, e gli elettori hanno detto addio a quel glorioso partito, che più di ogni altro ha contribuito a costruire, ingrandire e difendere lo Stato di Israele. Anche il laburismo israeliano sta facendo la fine di tanti altri partiti socialisti europei. Sic transit gloria mundi.
   
(ItaliaOggi, 16 aprile 2019)


Senato, incontro tra M5S e chi esalta i terroristi palestinesi

Il Movimento 5 Stelle e chi esalta i terroristi palestinesi. Un incontro che è andato in scena al Senato, dove l'Ufficio Comunicazione del gruppo M5S ha incontrato la delegazione "Parliamentarians for Jerusalem", formata da tre rappresentanti dell'Associazione dei Palestinesi in Italia e da altrettanti parlamentari arabi (Algeria, Yemen e Marocco).
A fare gli omaggi di Casa Italia è stato Gianluca Ferrara, capogruppo nella Commissione Esteri, che ha dichiarato:
    "Oggi abbiamo incontrato in Senato la delegazione Parliamentarians for Jerusalem che in questi giorni è a Roma, un'associazione di parlamentari, arabi ma non solo, che sostiene i diritti dei palestinesi. La delegazione era composta dal presidente Hamid al-Ahmar (deputato dello Yemen), da Bachir Djarallah (deputato algerino), Ahmed Boukhobza (deputato del Marocco) e tre rappresentanti dell'Associazione dei Palestinesi in Italia (Mohammad Hannoun, Sulaiman Hijazi e Riyad al-Bustanji)".
Ferrara ha voluto ringraziare gli ospiti:
    "Per averci raccontato fatti che la stampa internazionale volutamente nasconde come gli omicidi di persone disarmate ai check point, bulldozer che schiacciano uomini e donne che si oppongono all'abbattimento delle loro case e il recente arresto di una bambina di 7 anni che aveva lanciato una pietra contro i soldati israeliani. Credo che, al di là del nostro contratto di governo, sarebbe auspicabile riconoscere lo Stato della Palestina, come proposto la scorsa legislatura. Sarebbe un passo importante del governo del cambiamento".
L'incontro ha acceso una polemica, sulla quale è intervenuto il senatore di Forza Italia Lucio Malan, che in un comunicato ha sottolineato che:
    "Chi sono i tre palestinesi? In un'intervista alla emittente televisiva Al-Aqsa, messa in onda il 22 giugno 2012, Riyad al-Bustanji definiva un gigante dei nostri tempi un bambino di meno di dieci anni da lui incontrato a Gaza perché gli aveva detto di pregare Allah di poter essere un martire a Gerusalemme"
Chi sono, invece, gli altri due rappresentati?
Mohammad Hannoun e Suleiman Hijazi, presidente e collaboratore di ABSPP, l'Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese Onlus, che per logo ha una cartina geografica in cui Israele è totalmente coperta.
Quindi per questa associazione Israele deve esser cancellato. Associazione ricevuta in pompa magna da Gianluca Ferrara che già in passato ha mostrato la propria avversione per lo Stato ebraico.

(Progetto Dreyfus, 16 aprile 2019)


I bulli al bimbo ebreo: riapriamo i forni

Ferrara, la denuncia di uno studente aggredito dai compagni in una scuola media

La frase
In una scuola di Ferrara uno studente di religione ebraica è stato aggredito da un gruppo di compagni: «Faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni, ebrei di. .. »
La preside
La frase è stata riferita dalla madre del bambino: La dirigente scolastica riceverà la donna con la rappresentante di classe per decidere quali provvedimenti adottare
La città
L'episodio ha destato una grande inquietudine, anche perché Ferrara è la città di Giorgio Bassani e del Meis, il museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah

di Federico Di Bisceglie

FERRARA - «Quando saremo grandi faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni, ebrei di ... ». Questa la frase che un alunno di religione ebraica, che frequenta un istituto secondario di primo grado nel Ferrarese, si sarebbe sentito gridare mentre veniva preso per il collo da un gruppo di compagni, negli spogliatoi della palestra.
  Un episodio inquietante, a maggior ragione nella città di Giorgio Bassani e del Meis (museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah). La denuncia, riferita dalla madre del bambino (che preferisce non esporsi), arriva per bocca della rappresentante di classe. «E' inaccettabile - dice la portavoce, mamma di una bambina che frequenta lo stesso istituto - che accadano simili episodi. Non si può far passare sotto silenzio questo chiaro segnale di antisemitismo strisciante».
  E sotto silenzio non passa. Perché già questa mattina la dirigente scolastica riceverà la rappresentante e la madre del bambino oggetto di aggressione per decidere quali provvedimenti adottare nei confronti dei 'bulli'. Nel frattempo la portavoce dei genitori della classe ha immediatamente avvertito Noemi Di Segni, presidente dell'Unione comunità ebraiche italiane, Andrea Pesaro, guida della comunità ebraica ferrarese, e Luciano Meir Caro, rabbino capo della comunità ebraica estense. «Questa aggressione - prosegue la rappresentante - è una preoccupante cartina di tornasole del clima di latente antisemitismo che aleggia anche nelle scuole. Un abisso verso cui ci stiamo calando tutti». Insomma «una marea di odio che sento palpabile - prosegue - . Mi spaventa ancora di più perché questo sentimento evidentemente alberga anche tra i bambini». Immediata la presa di posizione di Betti Guetta, direttrice dell'Osservatorio sull'antisemitismo di Milano, che paria di «un episodio allucinante» e, stigmatizzando il ruolo del web, afferma: «Sul totale degli episodi di antisemitismo che registriamo come Osservatorio, l'80% proviene dalla rete e dai social. In questo territorio sconfinato, si legittima la possibilità di dire le cose più terribili». Dalla scuola in ogni caso giungono rassicurazioni, ma anche la garanzia «di prendere i provvedimenti più opportuni per far fronte a questo episodio tanto sgradevole quanto grave».
  A parlare è la dirigente scolastica che, dopo aver sottoposto il caso all'Ufficio scolastico territoriale, assicura: «So che la questione era già stata affrontata all'interno della classe tra docenti e studenti. Peraltro, il ragazzino responsabile dell'aggressione, una volta scoperto, si è scusato e ha promesso che non farà mai più cose simili. Comunque ho in programma di convocare un consiglio di classe straordinario per capire meglio, anche con i professori, quello che è accaduto». La preside precisa: «La scuola da sempre è attiva nell'organizzare iniziative legate al Giorno della Memoria e, in tanti anni che presiedo questo istituto, è il primo caso di questa portata che mi trovo ad affrontare». Caso che, a detta del dirigente «va preso con la giusta serietà, senza essere sminuito, ma che deve essere trattato con il massimo della cautela e della discrezione». Ma, se anche tra i ragazzini si annida l'odio verso il popolo d'Israele, che tanto richiama i periodi più oscuri della nostra storia recente, cosa significa? «Significa che c'è un germe - chiude la portavoce - di qualcosa che può esplodere». Qualcosa di violento, disumano. Ad oltre ottant'anni dall'emanazione delle leggi razziali.

(Nazione-Carlino-Giorno, 16 aprile 2019)


"I cittadini d'Israele si aspettano unità, anche se ci sono opinioni diverse"

Consultazioni in diretta e visibili a tutti. Ha deciso così il Presidente d'Israele Reuven Rivlin che nelle scorse ore, in diretta streaming, ha incontrato i rappresentanti dei partiti in vista del conferimento dell'incarico al candidato premier per la formazione del prossimo governo di Gerusalemme. Una scelta di trasparenza ma anche un modo alternativo per dare un messaggio a partiti e cittadini della necessità di lavorare insieme per il bene del paese. Rivlin lo ha infatti ricordato a tutti i rappresentanti di partito che hanno sfilato davanti a lui, a partire da quelli del Likud e di Kachol Lavan. "La gente si aspetta l'unità", ha detto il Presidente incontrando la delegazione del Likud, il partito del Premier Benjamin Netanyahu a cui con ogni probabilità verrà affidato il compito di guidare il prossimo esecutivo. A Yariv Levin, Miri Regev e David Bitan - ovvero i volti della delegazione del Likud - il Presidente ha sottolineato che il partito dovrà svolgere un ruolo chiave nel colmare le divisioni all'interno della società israeliana, indipendentemente dall'identità del prossimo Primo ministro.
   Come era scontato, Levin ha chiesto a Rivlin di affidare a Netanyahu la formazione del prossimo governo: il Premier uscente ha già chiarito che intende costruire la sua coalizione grazie all'appoggio dei partiti haredi Yahadut HaTorah e Shas, dell'ultranazionalista Unione della destra (Ihud Miflagot HaYamin), del partito del ministro del Tesoro uscente Moshe Kahlon, Kulanu (considerato di centro-destra), e di Israel Beitenu, dell'ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman. Quest'ultimo è l'unico a non aver sciolto le riserve. Con lui Netanyahu potrà contare su una maggioranza di 65 seggi (su 120).
   Secondo la legge israeliana, dopo aver consultato le parti, il Presidente sceglie il rappresentante che ritiene abbia le maggiori possibilità di formare un governo, dandogli 28 giorni - se necessario con una proroga di due settimane - per completare il compito. Il grande sconfitto di questa tornata, il partito Kachol Lavan guidato dall'ex generale Benny Gantz, ha escluso la possibilità di formare un governo di unità nazionale assieme a Netanyahu: lo ha confermato Gabi Ashkenazi (altro ex capo dell'esercito) durante l'incontro della delegazione di Kachol Lavan con Rivlin. dr
   
(moked, 15 aprile 2019)


Israele, il primo mini cuore stampato in 3D con tessuto umano

 
Le immagini che arrivano da Israele sono incredibili. Grazie al lavoro degli scienziati dell'università di Tel Aviv, è stato presentato al mondo il primo cuore in miniatura al mondo stampato in 3D usando tessuto umano. Si tratta di una vera e propria impresa e lo confermano con orgoglio i ricercatori di fronte al prototipo del mini organo: «È la prima volta che viene ingegnerizzato e stampato un intero cuore completo di cellule, vasi sanguigni, ventricoli e camere». Queste le parole del Tal Dvir, è stato lui a guidare la ricerca e a descrivere il lavoro alla stampa.
   I dettagli dello studio sono stati pubblicati sulla rivista "Advanced Science". Il passo avanti è importante perché finora, ha precisato l'ateneo, gli scienziati erano riusciti con successo a stampare un singolo tessuto semplice, senza vasi sanguigni. Altro aspetto cruciale, evidenziato da Dvir, è la possibilità di creare il cuore con un 'inchiostro personalizzato, con cellule e materiali biologici del paziente, per eliminare il rischio rigetto. Per la ricerca condotta a Tel Aviv si è proceduto proprio così. È stato prelevato un campione di tessuto adiposo da un paziente. I materiali cellulari e acellulari sono stati quindi separati.
   Gli scienziati hanno riprogrammato le cellule per diventare staminali pluripotenti e i materiali acellulari sono stati trasformati in un idrogel personalizzato che è servito come "inchiostro" di stampa ed è stato mescolato con le cellule. Cellule che sono state quindi differenziate in cellule cardiache o endoteliali per creare infine un cuore 'su misura; per il paziente, immunocompatibile. Il prototipo presentato oggi al mondo ha all'incirca le dimensioni del cuore che batterebbe in un animale come un coniglio. Durante la conferenza stampa i giornalisti hanno potuto vederlo durante il processo di stampa di circa 3 ore. «Per ottenere cuori più grandi, come quelli umani, è necessaria la stessa tecnologia», ha chiarito Dvir.
   Il passo successivo è coltivare i cuori stampati in laboratorio e «insegnare» loro a comportarsi come tali. Lo stato attuale dell'organo ottenuto può infatti essere paragonato al cuore di un embrione. «Le cellule devono formare una capacità di pompaggio. Attualmente possono contrarsi, ma abbiamo bisogno che lavorino insieme», ha puntualizzato Dvir. Una volta raggiunto questo obiettivo, gli scienziati pianificano di trapiantare i cuori in piccoli animali, come conigli o topi.
   Dvir spera che, in circa un decennio, si riesca a perfezionare il processo per l'uso umano. «Forse tra 10 anni - ha prospettato l'esperto - ci saranno stampanti di organi» e probabilmente professionisti "tipografi" dedicati, «nei migliori ospedali di tutto il mondo, e queste procedure saranno condotte regolarmente». Uno scenario a cui da più parti si guarda con interesse, visto che le cardiopatie e gli ictus ischemici sono risultati, secondo dati dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), i maggiori killer a livello mondiale. Non solo: la carenza di donatori di organi rende oggi urgente sviluppare nuovi approcci.

(Il Messaggero, 15 aprile 2019)


Consultazioni per il nuovo premier di Israele

Il Capo dello Stato Reuven Rivlin ha iniziato oggi le consultazioni con i capi delle liste elette in parlamento per stabilire a chi assegnare la carica di prossimo premier di Israele. Per primi ha ricevuto i rappresentanti del partito più forte alla Knesset, ossia il Likud (36 seggi su 120), i quali gli hanno chiesto di confermare in carica Benyamin Netanyahu.
In seguito nella residenza presidenziale sono attesi i rappresentanti del partito centrista Blu-Bianco di Benny Gantz, dei due partiti ortodossi Shas e Fronte della Torah, e del blocco parlamentare arabo Hadash-Taal. I rappresentanti delle altre liste saranno ricevuti domani. In base alla legge il premier incaricato ha a disposizione 28 giorni di tempo per formare il nuovo governo. Se necessario, può richiederne altri 14 al massimo.

(ANSAmed, 15 aprile 2019)


Medio Oriente, ecco il piano di pace dell'Amministrazione Trump

NEW YORK - Il piano di pace per il Medio Oriente dell'amministrazione Trump promette miglioramenti pratici nella vita dei palestinesi, ma non prevede la creazione di uno Stato palestinese indipendente, che è sempre stato il punto di partenza per qualsiasi negoziato negli ultimi due decenni; al posto della sovranità, l'amministrazione Trump promette l'autonomia, secondo quanto appreso dal Washington Post.
   La Casa Bianca presenterà presto il suo piano di pace, a cui Jared Kushner, genero e consigliere del presidente Donald Trump, ha lavorato per oltre due anni. Trump ha scelto di abbandonare le strade diplomatiche fin qui percorse, preferendo un approccio non tradizionale, come fatto per la questione nucleare nordcoreana, convinto che sia il modo per arrivare a un accordo. Analisti ed esperti danno poche speranze di successo al piano di Kushner, soprattutto perché Trump ha più volte dimostrato di essere sensibile solo alle istanze israeliane del suo amico Benjamin Netanyahu, che ha appena rivinto le elezioni e avrà un quinto mandato da primo ministro.
   Kushner, in un recente viaggio in Medio Oriente, ha presentato il suo piano ai leader arabi, per ottenere il loro appoggio. Senza entrare troppo nello specifico, ha parlato di opportunità economiche per i palestinesi, con un pacchetto di investimenti nel pubblico e nel privato in tutti i settori. In cambio, gli Stati Uniti vogliono che i palestinesi riconoscano Israele e accettino l'autonomia al posto della sovranità.
   «Quello che abbiamo cercato di fare è capire cosa sia realistico e giusto per risolvere la questione e permettere alle persone di vivere meglio» ha detto Kushner in un'intervista concessa a Sky News Arabia lo scorso febbraio. «Crediamo di avere un piano giusto, realistico e realizzabile, che permetterà alle persone di vivere vite migliori» ha ribadito un funzionario della Casa Bianca, venerdì scorso. «Abbiamo guardato agli sforzi passati, che non hanno funzionato, e abbiamo scelto un approccio non convenzionale fondato sul dire la verità, sul non nascondere la realtà».
   Netanyahu ha promesso di prendere in considerazione il piano, che prevede, ha detto Trump, concessioni da entrambe le parti. Il leader palestinese Abu Mazen ha detto che gli americani sono faziosi, ma un suo alto consigliere ha dichiarato la scorsa settimana che i palestinesi non respingeranno il piano di Trump a priori. I palestinesi hanno interrotto il dialogo con Washington dopo lo spostamento dell'ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, città contesa.
   Secondo Kushner, il piano si fonda su quattro pilastri: libertà, rispetto, sicurezza e opportunità. «Vogliamo che le persone abbiano la libertà di avere opportunità, la libertà di religione, di culto, a prescindere dalla propria fede» ha detto Kushner, nell'intervista a Sky News. «Vogliamo che tutte le persone abbiano dignità e si rispettino l'una con l'altra» e «abbiano la possibilità di migliorare le loro vite e che non permettano che il conflitto dei loro nonni rubi il futuro ai loro bambini» ha aggiunto, riferendosi alle richieste palestinesi. «Ultima cosa, vogliamo sicurezza» ha concluso, citando la richiesta principale degli israeliani.

(Diario del Web, 15 aprile 2019)


Nuovo governo palestinese. Abu Mazen attacca ancora il Piano Trump

 
"Compiti difficili" attendono il nuovo esecutivo dell'Anp, guidato da ieri da Mohammad Shatayeh, il primo dei quali sarà quello di respingere il Piano Trump per il Medio Oriente: lo ha affermato il presidente palestinese Abu Mazen.
Il leader palestinese ha poi ricordato di aver respinto fin dall'inizio il cosiddetto 'Accordo del secolo' "perché esclude Gerusalemme dalla Palestina. Di conseguenza il resto di quel piano non ci interessa. Non ci sarà mai - ha ribadito - uno Stato palestinese senza Gerusalemme, non ci sarà uno Stato separato a Gaza, né ci sarà uno Stato senza Gaza".
Abu Mazen ha aggiunto che una delegazione di al-Fatah si recherà presto al Cairo per esaminare progetti di riconciliazione con Hamas a Gaza.
Oggi intanto il governo di Shatayeh (che sostituisce quello del dimissionario Rami Hamdallah) dovrà tornare a giurare essendo emerso che la formula utilizzata ieri non era corretta.

(swissinfo.ch, 15 aprile 2019)



«Chi contesta la Brigata non sa nulla degli ebrei e non conosce la storia»

Parla l'ultimo reduce della formazione. La testimonianza di Piero Cividalli che oggi sarà onorato a in Consiglio comunale a Milano.

di Alberto Giannoni

Piero Cividalli è nato nel 1926 in una delle famiglie antifasciste più importanti di Firenze, e quando furono emanate le leggi razziali in Italia si trasferì in terra d'Israele, in Palestina. Nel 1944 si arruolò nella Jewish Brigade Group. Il suo desiderio era anche abbracciare i nonni, rimasti nel frattempo nascosti in Toscana.
«Non so che accoglienza avrò». Piero Cividalli, 93 anni, è l'ultimo sopravvissuto italiano della Brigata ebraica, il corpo di cinquemila volontari ebrei che - inquadrati nell'esercito britannico - parteciparono ad alcune operazioni chiave nella Liberazione dell'Italia. Oggi sarà accolto in Consiglio comunale in apertura di seduta. Un grande onore che la massima istituzione della città rende a quella pagina di storia. La stessa storia che viene vilipesa ogni anno dagli estremisti della sinistra, che sputano e gridano insulti quando lo striscione della Brigata ebraica passa in piazza San Babila, sorretto dagli esponenti della Comunità milanese (ma non solo) e protetto dalle forze dell'ordine, durante il corteo che celebra la Liberazione.

- Piero, quali emozioni suscita questo incontro fissato in Consiglio come tributo alla Brigata ebraica?
  «Intanto devo dire che non so bene che accoglienza avrò. Se ci sarà un riconoscimento, sarà il giusto riconoscimento per quello che abbiamo fatto e per quello che abbiamo subito».

- Cosa avete fatto? E cosa avete subito?
  «Quando dico "cosa abbiamo subito", mi riferisco alle leggi razziali. Ho conosciuto i fratelli Rosselli, che furono assassinati.
Sono state cose molto penose. Abbiamo pensato di fare il possibile per combattere il nazifascismo. E io ho sentito il dovere di arruolarmi».
Il contributo della Brigata ebraica è stato importante. «Sì, il mio non lo è stato. Ero molto giovane. Mi sono arruolato a 18 anni e ho fatto l'addestramento in Egitto. Personalmente sono arrivato in Italia nel luglio del '45, la guerra era finita da poco, l'Italia era distrutta. Ma bisogna dire che anche dopo la guerra la Brigata ha aiutato molti italiani, ebrei italiani ma non solo ebrei. La situazione del Paese era tale da suscitare dispiacere e vera pena».

- Cosa ricorda?
  «Io ho conosciuto tanti prigionieri italiani nel Nord-Africa. Quella guerra era davvero inutile. Loro non sapevano neanche il motivo per cui erano stati mandati a farla, non gliene importava nulla. Almeno, a quelli che io ho conosciuto».

- Piero, lei sa bene che il 25 aprile un nutrito gruppo di estremisti - di sinistra, va detto - contesta i manifestanti che sfilano dietro lo striscione della Brigata ebraica. Cosa ne pensa?
  «Non sanno e non capiscono. Non conoscono la storia. Fanno quello che fa loro comodo. Non capiscono come sono andate le cose. Non sanno forse che gli ebrei erano scappati dalle persecuzioni. Non sanno che al momento della dichiarazione di indipendenza di Israele l'Onu aveva deciso di dividere quel territorio in un Paese arabo e uno di ebrei. Noi abbiamo accettato, gli arabi no e hanno fatto la guerra. Noi abbiamo risposto, ma per una questione di sopravvivenza. Poi le cose sono andate in modo diverso e io non sono del tutto d'accordo con le scelte fatte, specie degli ultimi anni, ma loro hanno cercato la guerra. Noi non la volevamo».

(il Giornale, 15 aprile 2019)


La Siria restituisce a Israele le spoglie di Eli Cohen

di Davide Bartoccini

Eli Cohen e il suo orologio
Le spoglie della famosa spia del Mossad Eli Cohen, stanno per fare ritorno in patria grazie alla mediazione svolta da Mosca, che ancora una volta ha collaborato con Damasco per permettere allo Stato ebraico di seppellire i suoi caduti.
   Un orologio d'oro marcato Omega appartenuto alla spia israeliana impegnata in una missione ai massimi livelli di segretezza era stato rinvenuto lo scorso luglio e recuperato dalle mani di un ex agente dei servizi siriani durante una recente operazione. Per il Mossad - che annovera tra le sue priorità quella di recuperare i corpi dei caduti di Israele - quello era senza dubbio l'orologio che il loro compagno aveva portato al polso fino al giorno della sua morte. Ed era diventato immediatamente una traccia inequivocabile che la metà della loro ricerca era vicina. Non si sbagliavano.
   Cohen, ebreo egiziano reclutato dal servizio segreto israeliano all'inizio degli anni Sessanta, era riuscito ad infiltrarsi sotto copertura nelle più alte sfere politiche e militari del governo siriano - nemico giurato dello Stato ebraico - fino ad essere considerato per ricoprire il ruolo di vice ministro della Difesa (secondo informazioni non confermate). Sotto il nome falso di Kamal Amin Taabet, un fittizio uomo d'affari siriano, Eli Cohen compì dal 1962 in poi una serie di viaggi in Siria, per ottenere e riportare ad Israele tramite un piccolo apparato radio informazioni di massima importanza che gli permetteranno di sconfiggere l'esercito siriano sulle alture del Golan durante la "Guerra dei sei giorni" nel 1967.
   Quando lui era già stato assassinato da due anni. Scoperto nel 1964 dalla polizia segreta di Assad padre, verrà torturato, processato da un tribunale militare come spia e giustiziato mediate impiccagione in piazza Marja nel 1965. Seppellito a Damasco, diventerà un martire e un eroe per tutto il popolo israeliano, che, come per i corpi dei soldati "scomparsi" durante la guerra con il Libano del 1982, non smetterà mai di cercare il luogo della sepoltura.
   Israele chiese numerose volte la restituzione del corpo, ma Damasco rispose con continui rifiuti, lasciando il luogo della sepoltura - oggi svelato essere nel quartiere di Mezzeh - uno dei massimi segreti di Stato. Adesso però, grazie alla mediazione di Mosca che è intervenuta sul suolo siriano per richiesta di Assad figlio durante la guerra, e che ha stretto un accordo con Israele per fornire l'aiuto necessario ad ottenere informazioni sul destino dei suoi caduti in quel territorio tutt'oggi nemico, il corpo è stato riesumato - anche con l'aiuto dei servizi segreti siriani, come è valso per la salma del sergente Zachary Baumel.
   Come riportato da Ansa e da La Stampa, secondo indiscrezioni non ancora confermate ma neppure smentite dal governo israeliano, che non ha apposto censura alla diffusione delle notizie rivelate da fonte siriana (in attesa di un'ufficializzatone formale), il convoglio russo che trasporta le spoglie del famoso agente segreto è già sulla strada che porta da Damasco a Tel Aviv. Una strada che stringe ancora più saldamente il rapporto di gratitudine tra il nuovamente eletto Benjamin Netanyahu e il più che longevo Vladimir Putin. Una strada che troverà nella sua destinazione il popolo israeliano, in festa per il ritorno del caduto.

(Gli occhi della guerra, 15 aprile 2019)


Israele rilancia la corsa verso la Luna. "Presto la nuova sonda"

La sfida dello spazio

di Francesca Caferri

Nelle prime ore di venerdì mattina, quando la sonda Beresheet si era schiantata sulla superficie lunare durante il tentativo di atterraggio, era subito stato chiaro che le ambizioni spaziali di Israele non si sarebbero fermate lì. Ieri è arrivata la conferma che il Paese non abbandona, anzi rilancia, la sua corsa nello spazio. Una corsa particolare, visto che a guidarla non è lo Stato ma i privati che, in nome della scienza e del possibile futuro business dei viaggi spaziali, hanno finanziato la missione: in un misto di alta tecnologia, fondi privati e sostegno statale che sono le basi dello sviluppo economico che Israele ha vissuto nell'ultima fase del governo di Benjamin Netanyahu.
Il miliardario Morris Khan, presidente di SpaceIl, finanziatore della prima sonda, ha annunciato in un video che cerca donatori per la costruzione di una nuova sonda, Beresheet 2. La prima Beresheet, del peso di 585 chili e del costo di 100 milioni di dollari, era stata messa in orbita il 22 febbraio e venerdì, appunto, aveva fallito l'allunaggio.

(la Repubblica, 15 aprile 2019)


Iran, l'eroina anti hijab condannata a un anno di carcere

 
Ha sfidato pubblicamente il governo, ripresa in diretta anche da alcuni siti web. Per due volte, nel pieno centro di Teheran, si era tolta dalla testa e aveva sventolato davanti ai passanti il velo, obbligatorio in Iran e per molte donne di questo Paese simbolo di repressione. Il suo esempio era stato seguito da decine di altre giovani donne. Ora per Vida Movahed, 32 anni, è arrivato il conto della giustizia islamica: un anno di reclusione per avere diffuso la corruzione morale. La fotografia di Vida Movahed mentre sventolava il suo foulard bianco appeso a un bastone sul Viale Enghelab (Rivoluzione), aveva fatto il giro del mondo. Ad allarmare le autorità era stata anche la coincidenza dell'atto di protesta, nel dicembre del 2017, con un'ondata di proteste violente in tutto il Paese contro il carovita, che aveva provocato decine di morti e migliaia di arresti. Alcuni di quelli finiti in carcere erano poi morti, ufficialmente suicidi.

 Gli arresti
  Nelle settimane successive, altre 29 donne furono arrestate per aver seguito l'esempio di Vida. Tre di loro sono state successivamente condannate a due anni di reclusione e alcune, successivamente rilasciate, sono state costrette a riparare all'estero. Anche Vida era stata in un primo momento liberata, dietro la promessa di non ripetere gesti di protesta. Ma nell'ottobre del 2018 la donna, ormai diventata famosa come «la ragazza di Viale Enghelab», si era nuovamente tolta il velo in pubblico. La sentenza, resa nota oggi dal suo avvocato Payam Derefshan ma emessa il mese scorso, si riferisce proprio a questo secondo gesto di sfida. Il legale ha aggiunto che la sua cliente ha chiesto alla Guida suprema, Ali Khamenei, di usufruire dell'amnistia, ritenendo di avere i requisiti necessari. La protesta pubblica di Vida Movahed ha portato alla luce del sole un movimento ormai attivo clandestinamente da anni in Iran, promosso attraverso il sito 'My Stealthy Freedom' (la mia libertà nascosta) dall'ex giornalista parlamentare Masih Alinejad, che da tempo ha lasciato il Paese. Le foto di migliaia di donne che si erano fotografate a capo scoperto ma in luoghi appartati erano state pubblicate dal sito per protestare contro l'obbligo dell'hijab, come in arabo viene chiamato l'abbigliamento islamico.
  La campagna ha contribuito anche a portare allo scoperto quelle che diverse attiviste iraniane giudicano come le contraddizioni delle femministe occidentali sulla condizione delle donne musulmane. La stessa Alinejad, per esempio, ha criticato la decisione del primo ministro neozelandese Jacinda Ardern di indossare il velo in segno di rispetto verso le donne islamiche dopo l'attacco a due moschee a Christchurch che ha provocato 50 morti. L'attivista iraniana ha chiesto alla Ardern e alle altre donne che si sono coperte il capo come lei di mostrare «solidarietà anche per noi, che siamo picchiate, imprigionate e punite perché combattiamo contro l'hijab obbligatorio».

(Il Messaggero, 14 aprile 2019)


L'odio dei Borboni verso gli ebrei

In epoca moderna le comunità ebraiche dell'Italia meridionale, risalenti sino all'Antichità romana e molto numerose (nel regno di Napoli costituivano il 2,5% della popolazione, in quello di Sicilia il 5%), furono condannate all'esilio ed alla dispersione da una serie di decreti d'espulsione dei sovrani iberici: nel 1492-1493 fu ordinata la loro cacciata dalla Sicilia.
Il 23 novembre 1510 re Ferdinando il Cattolico emise una prammatica sanzione con la quale s'ordinava agli ebrei ed ai neofiti di lasciare il regno di Napoli entro quattro mesi; ad alcune famiglie a cui era stato concesso eccezionalmente di restare fu intimato d'andarsene dal reame napoletano con un altro editto, emesso il 31 ottobre del 1541....

(PUNGIGLIONE, 14 aprile 2019)


Pronti, via: Netanyahu manda i jet a bombardare la Siria

Mubarak rivela: Assad (padre) rifiutò pace e Golan in un colpo solo

di Daniel Mosseri

Sarebbe di due morti - iraniani - e 17 militari siriani feriti il bilancio di un attacco da parte dell'aviazione israeliana su obiettivi militari nei pressi di Masyaf in Siria. Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani l'azione è stata condotta attraverso lo spazio aereo libanese e si è conclusa con la distruzione di tre edifici, uno dei quali - hanno invece scritto i media israeliani - dedicato all'assemblaggio di missili. Non è la prima volta che le IDF colpiscono obiettivi iraniani in Siria. La novità dell'azione attribuita a Israele è che segue a due decisioni da parte del presidente Usa Trump: aver riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture del Golan, e definito le Guardie della rivoluzione islamica «un'organizzazione terroristica». Le alture del Golan sono state sottratte da Israele con la guerra dei Sei Giorni e annesse per legge nel 1981 - annessione che la comunità internazionale contesta.
   Riconoscendo la sovranità dell'alleato sul Golan e puntando il dito contro i pasdaran, Trump ha inviato un messaggio a sostegno dell' appena rieletto primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Eppure dietro alla decisione della Casa Bianca si può leggere anche un messaggio che preoccupa Gerusalemme. Trump sembra dire: «Mettiamo a posto la regione prima di andarcene», segnalando ancora una volta il disimpegno dalla Siria. Sulla stessa linea le parole del senatore Usa Lindsey Graham, che ha appena invitato l'Italia a inviare un contingente in Siria «per stabilizzare il Paese». Il disimpegno americano lascia Israele ad affrontare la penetrazione iraniana verso il Mediterraneo. In tema di Golan vanno ricordate le recenti parole dell' ex presidente egiziano Hosni Mubarak: «Se la Siria avesse riconosciuto Israele, le avrebbe già riottenute; gli israeliani chiedevano in cambio l'apertura di un'ambasciata a Damasco, Hafez Assad rifiutò».
   
(Libero, 14 aprile 2019)


A cena da amici in Israele

Niv Saar e Ori Pearl portano i viaggiatori in contatto con le famiglie locali: "Vi facciamo conoscere la cultura e le tradizioni dal di dentro perché ci piace unire le persone".

 
 
 
Betzavta vuol dire «insieme» in ebraico. E stare insieme, per molti dei popoli mediterranei, è qualcosa che si fa a tavola, chiacchierando allegramente davanti a un bicchiere di vino e una pietanza, tra il suono delle risate e il tintinnare di piatti. Niv Saar e Ori Pearl, due trentenni di Tel Aviv, hanno deciso di offrire questa esperienza ai turisti e ai locali inventando un programma che permette ai viaggiatori di essere ospitati in casa per una cena informale, in modo da provare il meglio della cucina casalinga locale e costruire amicizie che a volte durano una sera e altre una vita.
  «Abbiamo avuto sempre recensioni molto positive, sia dai viaggiatori, sia dagli ospiti e sappiamo di persone che sono tornate per fare un tour più lungo con i loro nuovi amici come guida o di locali che sono poi andati a trovare i turisti e sono stati ospitati a casa loro in Canada o negli Usa. Nascono sempre belle amicizie» ci racconta Niv. «Lo facciamo per questo, non è il nostro lavoro, io faccio altro, questo è un po' un hobby, una passione, perché ci piace connettere le persone». Un hobby che però ad oggi conta 1000 persone ospitanti e 700 già ospitate, mentre si prepara per il prossimo arrivo dei turisti in occasione dell'Eurovision Song Contest.

 Il prezzo? Una cena costa 39 dollari, 20 per i bambini.
  L'organizzazione offre il servizio di messa in contatto compilando un brevissimo questionario sul sito e trovando le combinazioni di ospiti-viaggiatori più adatte secondo interessi e disponibilità. E le città e i paesi dove si può andare a cena ormai sono diversi.
  Ma non sarà pericoloso? Molti viaggiatori italiani potrebbero avere qualche remora a venire in quelle zone. «Dico sempre ai turisti che scommetto si sentiranno più sicuri camminando per le strade di Tel Aviv che passeggiando nelle strade della loro città, di giorno e anche di sera».
  Niente razzi -insistiamo-? «Anche con la situazione attuale e tutto quello che si sente nelle notizie, ci sono stati 4,5 milioni di turisti nel 2018 in un territorio con 9 milioni di abitanti. Facciamo grandi party, specialmente a Tel Aviv, dove si può camminare alle 2 di notte di ogni giorno della settimana e vedere un sacco di bar e ristoranti aperti. Siamo famosi per la nostra cucina, con chef di primo piano e vinerie e distillerie vincitrici di premi internazionali. Si vedono turisti ovunque, dal Mar Morto alla costa, al Muro del pianto e nei musei. Tutti viaggiano sicuri e tornano a casa pieni di ricordi meravigliosi».

(La Stampa, 14 aprile 2019)


Netanyahu faceva sul serio: gli insediamenti verranno annessi

La promessa fatta da Netanyahu in merito alla volontà di annettere gli insediamenti in Giudea e Samaria non era solo una "promessa elettorale" ma il frutto di un accordo preciso con Washington inserito nel cosiddetto "piano del secolo".

E' stata l'ultima grande promessa elettorale di Benjamin Netanyahu quella di annettere gli insediamenti israeliani in Giudea e Samaria e adesso si scopre che non era affatto una "promessa elettorale" ma una vera dichiarazione di intenti.
Lo si è capito con chiarezza ieri quando il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, parlando alla CNN ha fatto intendere che la dichiarazione pre-elettorale di Netanyahu era stata concordata con Washington.
«Non lo so» ha risposto sibillino Pompeo. «Credo che il nostro piano di pace rappresenti un cambiamento significativo rispetto all'approccio visto negli ultimi 40 anni» ha poi aggiunto Pompeo.

(Rights Reporters, 14 aprile 2019)


«L'assassino di Sarah non era pazzo ma antisemita: processatelo»

L'appello di trentanove intellettuali

di Stefano Montaflorl

PARIGI - Nella notte fra ìl 3 e il 4 aprile 2017, a Parigi, Sarah Halimi, ebrea di 65 anni, fu sorpresa nel sonno in casa e aggredita da uno dei suoi vicini, Kobili Traoré, musulmano di 27 anni originario del Mali, al grido di «Allah Akbar». L'uomo la massacrò di botte e la gettò dalla finestra del terzo piano giù nel cortile, nel quartiere di Belleville, a lungo simbolo della convivenza multiculturale. «Ho ucciso il diavolo!», esultò l'assassino. Per entrare nell'appartamento della vittima, Traoré era passato dal piano di sotto, dalla casa della famiglia Diarra che, musulmana, venne risparmiata. I Diarra chiamarono immediatamente la polizia, gli agenti arrivarono in fretta ma preferirono attendere i rinforzi pensando di avere a che fare con un attacco terroristico. Per venti minuti il palazzo udì le botte, gli insulti, e i versetti coranici dell'assassino, e i lamenti della vittima, che nei giorni precedenti era stata insultata dalla famiglia Traoré perché ebrea. Ora una terza perizia sullo stato mentale di Traoré propende per l'irresponsabilità penale dell'assassino, che sarebbe stato in preda ad allucinazioni provocate dalla marijuana. Trentanove intellettuali, tra i quali Alain Finkielkraut e Elisabeth Badinter, chiedono quel che parrebbe ovvio, e cioè che Kobili Traoré venga almeno sottoposto a processo. Il sospetto è che l'alibi psichiatrico venga invocato per negare, ormai con troppa facilità, il carattere antisemita e islamista di un fatto di sangue.

(Corriere della Sera, 14 aprile 2019)


Israele non è un Paese per donne: almeno in politica

Il voto per la Knesset

di Francesca Caferri

Negli ultimi anni le donne in Israele hanno fatto passi avanti importanti, soprattutto nei due settori opposti della società, quello degli ebrei ultraortodossi e quello della popolazione araba. Ma agli aumenti in termini di istruzione e di impiego non è seguita una maggiore rappresentazione politica: a risultati definitivi acquisiti, il 21simo parlamento della Storia di Israele, eletto martedì, può contare su 29 membri donne. Lo stesso risultato delle elezioni del 2015, ma con una differenza importante: nei 4 anni successivi, grazie a dimissioni e cambiamenti, nel Parlamento israeliano erano arrivate a sedere 35 donne, un record: ora si torna indietro e così il Paese scende dal 66simo al 76simo posto nella lista mondiale sulla presenza delle donne in Parlamento.
   Il dato contiene un'importante componente politica: il ruolo che in queste elezioni hanno giocato i partiti ultra- religiosi come lo Shas e la Lista Unita per la Torah. Entrambi non hanno inserito nelle loro liste nessuna candidata, riflettendo appieno il ruolo secondario nella società che alcuni settori ultraortodossi attribuiscono alle donne. Eppure anche in questo senso le cose stanno cambiando: mentre sempre più ultraortodosse entrano nel mercato del lavoro, per la prima volta una donna appartenente a questo gruppo è stata eletta in una lista secolare: si tratta di Omer Yankelevich, 40 anni, avvocatessa di origini britanniche che milita nel partito Blu e Bianco dell'ex capo di Stato maggiore Benny Gantz. Dalla stessa lista approda alla Knesset - e di nuovo è la prima volta- una donna drusa, Gadeer Mreeh: risultato storico per questa comunità.
Fra i leader di partito l'unica donna resta Tamar Zandberg, 42 anni, che guida il progressista Meretz.

(la Repubblica, 14 aprile 2019)



«... poi vieni e seguimi»

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse, e inginocchiatosi davanti a lui gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!»

(Dal Vangelo di Marco, cap. 10)

 


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