Si grida per le molte oppressioni, si alzano lamenti per la violenza dei grandi; ma nessuno dice: "Dov'è Dio, il mio Creatore, che nella notte concede canti di gioia.
Giobbe 35:9-10

Attualità



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Youkali, l’isola che non esiste

C'est presque au bout du monde,
Ma barque vagabonde,
Errant au gré de l'onde,
Cherchant partout l'oubli,
A, pour quitter la terre,
Su trouver le mystère
Où nos rêves se terrent
En quelque Youkali.

Youkali,
C'est le pays de nos désirs,
Youkali,
C'est le bonheur, c'est le plaisir,
Youkali,
C'est la terre où l'on quitte tous les soucis,
C'est, dans notre nuit,
Comme une éclaircie,
L'étoile qu'on suit,
C'est Youkali.

Youkali,
C'est le respect de tous les voeux échangés,
Youkali,
C'est le pays des beaux amours partagés,
C'est l'espérance qui est au coeur de tous les humains,
La délivrance que nous attendons tous pour demain

Youkali,
C'est le pays de nos désirs,
Youkali,
C'est le bonheur, c'est le plaisir,
Mais c'est un rêve, une folie,
Il n'y a pas de Youkali!
Mais c'est un rêve, une folie,
Il n'y a pas de Youkali!

Et la vie nous entraîne,
Lassante, quotidienne,
Mais la pauvre âme humaine,
Cherchant partout l'oubli,
A, pour quitter la terre,
Su trouver le mystère
Où nos rêves se terrent
En quelque Youkali.

Youkali,
C'est le pays de nos désirs,
Youkali,
C'est le bonheur, c'est le plaisir,
Mais c'est un rêve, une folie,
Il n'y a pas de Youkali!
Mais c'est un rêve, une folie,
Il n'y a pas de Youkali!

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Una mostra a Rabat celebra venti anni di lavoro degli archeologi italiani in Marocco

di Elena Panarella e Rossella Fabiani

Una mostra a Rabat celebra venti anni di lavoro archeologi italiani in Marocco Volubilis, Chellah, Lixus e Zilil. In questi 4 siti è racchiusa una parte del patrimonio culturale marocchino. E la mostra multimediale sugli ultimi vent'anni di ricerche archeologiche che l'Università di Siena ha condotto in Marocco inaugurata da poco a Rabat mette in risalto il grande lavoro svolto, grazie anche agli studiosi italiani, nei principali siti archeologici che hanno contribuito alla ricostruzione della storia del Marocco.
   L'esposizione, intitolata "MedIT 98-18" e organizzata dall'Ambasciata d'Italia in Marocco in collaborazione con l'Istituto di Cultura e le istituzioni locali, è ospitata presso la Galleria Bab Rouah, una location prestigiosa e una delle più belle attrazioni del Marocco. Bab Rouah si trova vicino al Palazzo Reale ed è conosciuta anche come la "Porta dei Venti" poiché viene continuamente colpita dai venti costieri. Il suo cancello - uno dei cinque che si trovano a Rabat e che un tempo fungevano da ingressi alla città - è il più maestoso e ben conservato di tutti i cancelli. E' stato costruito nel 1197 da Yaacoub Al Mansour Al Mouahidi ed è una grande attrazione storica a Rabat. L'interno dell'edificio è rifinito con bellissimi pavimenti e ospita la celebre galleria d'arte dove fino al 28 novembre si potranno ammirare i lavori svolti dagli archeologici per la preservazione e la valorizzazione del patrimonio archeologico locale attraverso le metodologie usate, le attività di formazione, i laboratori e gli studi fatti in questi anni.
   Il primo sito studiato è stato quello di Thamusida dove sono state sperimentate tecniche di documentazione, diagnostica e rilievo, indagini geofisiche fino alle ricostruzioni tridimensionali delle strutture studiate. Thamusida è un antico villaggio, diventato prima un insediamento militare romano nel I secolo dopo Cristo, poi occupato fino all'età islamica. Altre ricerche sono state svolte a Lixus, una città del nord del Marocco che già nel primo millennio avanti Cristo era stata occupata da coloni venuti dall'Oriente, poi abitata senza soluzione di continuità fino all'epoca islamica.
   Attualmente è in corso il "Progetto di preservazione e valorizzazione del patrimonio archeologico del Marocco", che si avvale di un finanziamento di due milioni di euro in tre anni, nell'ambito degli accordi di riconversione del debito marocchino verso l'Italia siglati nel 2013. Il progetto ha permesso di stipulare una convenzione di partenariato scientifico, tecnico e culturale tra la Direzione del patrimonio culturale del Ministero della cultura marocchino e l'Università di Siena. Grazie a questa collaborazione sono stati restaurati e valorizzati alcuni importanti monumenti e siti come la Medersa di Chellah, il palazzo del governatore a Volubilis e il sito di età maura e romana di Zilil nel nord del Marocco. Per quest'ultimo progetto sono state utilizzate tecnologie all'avanguardia come la realizzazione della fotogrammetria tridimensionale da drone, le ricostruzioni 3D e le indagini geofisiche su tutta l'estensione del sito con l'individuazione dei limiti dell'antica città romana in vista degli scavi previsti per il 2019.
   Nell'inaugurare la mostra, che resterà aperta fino al 28 novembre, l'Ambasciatore d'Italia in Marocco, Barbara Bregato, ha ricordato come «l'intenso programma di formazione a beneficio di archeologi, restauratori, direttori di musei, curatori e sovrintendenti marocchini, svolto da parte italiana, abbia permesso la conservazione, la valorizzazione e l'allestimento di percorsi turistici e un centro di interpretazione in quattro importanti siti archeologi presenti sul territorio marocchino: Volubilis, presso Meknes, Chellah, nella città di Rabat, Lixus, nei pressi di Larache e Zilil, nella regione di Tangeri-Asilah, nonché l'allestimento a Volubilis di un modernissimo laboratorio di restauro archeologico, il primo in Marocco, dotato di macchinari italiani all'avanguardia».
   
(Il Messaggero, 18 novembre 2018)


L'incubo degli odiatori: la normalizzazione dei rapporti tra Israele e paesi arabi

Più della potenza dell'esercito israeliano a preoccupare seriamente gli odiatori è la normalizzazione dei rapporti tra Israele e paesi arabi.

E' stato interessante in questi giorni leggere la stampa araba, non tanto per i resoconti sull'attacco di Hamas a Israele che rischiava di dare il via a una nuova guerra a Gaza, quanto piuttosto per alcune analisi sulla visita di Netanyahu in Oman e soprattutto per l'accoglienza riservata al Ministro dello sport israeliano, Miri Regev, negli Emirati Arabi Uniti.
Se la visita di Netanyahu in Oman è politicamente mille volte più importante di quanto successo negli Emirati Arabi Uniti, non fosse altro che per il ruolo "neutrale" dell'Oman nel Golfo Persico, è quanto successo negli Emirati che ha fatto scattare la molla (la penna) degli odiatori, specie di quelli vicini all'Iran....

(Rights Reporters, 18 novembre 2018)


Gerusalemme: un nuovo treno superveloce per Tel Aviv

Un importante progetto che rende più semplici e comodi gli spostamenti all'interno del paese. In città arriva anche la nuova City Pass per i turisti

Cinque euro e venti minuti di viaggio. E' il nuovo treno ad alta velocità che collega Gerusalemme a Tel Aviv. Un importante progetto che rende più semplici e comodi gli spostamenti all'interno del paese. Con una velocità massima di 160 km/h il treno è in grado di raggiungere l'aeroporto di Ben Gurion in meno di mezz'ora. E' pronta ora la prima tranche, la seconda tranche collegherà ad anello Gerusalemme e Tel Aviv città.
Un'altra importante attività è stata anche l'introduzione della City Pass che consente di vivere la vacanza a Gerusalemme in modo ancora più accessibile, semplice e conveniente. Acquistabile anche prima dell'arrivo in Israele attraverso il portale dell'ente del turismo a partire da poco più di 30 euro, il pass offre una serie di importanti vantaggi come il biglietti dell'autobus da e per l'aeroporto, l'ingresso gratis a 20 attrazioni, scontistiche per l'ingresso ai luoghi più iconici della città e l'abbonamento di 7 giorni ai trasporti pubblici. In loco il City Pass si può acquistare in contanti attraverso i tre nuovi City Truck, veri uffici del turismo ambulanti parcheggiati in punti strategici della città, come la Porta di Jaffa.

(guida Viaggi, 17 novembre 2018)


Un arabo cristiano ambasciatore israeliano

Per la prima volta nella storia dello stato d'Israele un arabo cristiano è stato nominato ambasciatore. Lo ha annunciato il ministero degli esteri. Il trentaquattrenne George Deek è il nuovo ambasciatore d'Israele in Azerbaigian. Nato in una famiglia araba cristiana di Tel Aviv, ha studiato diritto internazionale alla Georgetown University di Washington. Deek è stato viceambasciatore in Nigeria e Norvegia, ed è attualmente consigliere del direttore generale del ministero degli esteri. Unico funzionario cristiano del suo dicastero, rappresenterà Israele in un paese a maggioranza musulmana.

(L'Osservatore Romano, 18 novembre 2018)


Quando nel 1947 ottocento ebrei salparono da Migliarino spacciandosi per turisti americani

L'episodio inedito è stato raccontato dal professor Franceschini durante un incontro a San Miniato organizzato nell'ambito di 'San Rossore 1938' e sostenuto dalla Fondazione

La nave Raffaelluccia che condusse gli ebrei in Israele
Un curioso episodio, inedito, rivelato dal professor Fabrizio Franceschini, docente di Linguistica italiana dell'Università di Pisa e direttore del Centro interdipartimentale di studi ebraici 'Michele Luzzati', nel corso di un incontro a San Miniato dal titolo 'I sommersi, i salvati, i salvatori. Ritratti, racconti e pensieri sulle leggi razziali'. L'appuntamento, seguito da circa 300 partecipanti, in gran parte studenti e insegnanti delle ultime classi delle scuole superiori sanminiatesi, è stato organizzato nell'ambito della rassegna 'San Rossore 1938', promossa dall'Università di Pisa e sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato.
   Nel suo intervento il professor Franceschini ha raccontato cosa avvenne nel luglio 1947 sulla spiaggia di Migliarino, una vicenda rimasta a lungo segreta. Nel quadro dell'operazione 'Alyah Bet' coordinata da Ada Sereni, circa ottocento ebrei, scampati ai campi di sterminio, giunsero clandestinamente da Milano e dal Lazio a Migliarino a bordo di trentasette corriere. Facendosi passare per stravaganti turisti americani, furono infine traghettati sulla nave Raffaelluccia e partirono verso Israele.
   "Gli ottocento ebrei - ha ricordato il professor Franceschini - si diressero verso la tenuta Salviati di Migliarino: i guardacaccia, che ne custodivano l'ingresso, furono rabboniti a forza di sorrisi femminili, cioccolata e sigarette americane, e i profughi furono fatti passare appunto per stravaganti turisti americani, desiderosi di vedere dalla spiaggia l'aurora sui monti vicini. Dopo aver attraversato la tenuta, giunsero al mare e furono caricati sulla nave".
   "La tenuta di Migliarino - ha concluso il direttore del Centro interdipartimentale di studi ebraici dell'Ateneo pisano - è a qualche chilometro di distanza dall'allora tenuta reale di San Rossore. Questa storia bella e segreta riscatta dunque, in qualche modo, il territorio macchiato da Vittorio Emanuele III con la firma della prima legge razziale, il 5 settembre 1938, appunto a San Rossore".

(Pisa Today, 17 novembre 2018)




"Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perito"

Poi Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco, un uomo di nome Zaccheo, che era capo dei pubblicani ed era ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse innanzi, e per vederlo montò su un sicomoro, perché doveva passare per quella via. Quando Gesù arrivò in quel luogo, alzò gli occhi e gli disse: "Zaccheo, scendi presto, perché oggi debbo venire a casa tua". Ed egli s'affrettò a scendere e l'accolse con gioia. Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: è andato ad alloggiare da un peccatore! Ma Zaccheo, fattosi avanti, disse al Signore: "Ecco, Signore, la metà dei miei beni la do ai poveri; e se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo". Gesù gli disse: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d'Abramo: perché il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perito".

Dal Vangelo di Luca, cap. 19


 


C'è un nuovo paradiso dove aprire una start up: la Silicon Wadi, in Israele

Qui le start up nascono (anche in spiaggia) da piccole idee visionarie. Ne sono partite già 1200: il requisito è avere meno di 35 anni e per le donne c'è ancora spazio.

di Simone Bergamaschi

 
Gruppo di lavoro sulla start up Watch and Give
 
Charles Clore Park, dove c'è la connessione più efficiente di Tel Aviv
Piena di vita, in espansione continua e allo stesso tempo vicina a Gerusalemme, raggiungibile con un bus che a metà strada è perquisito dai militari. È questo che rende Tel Aviv davvero unica, a suo modo. Poi metteteci quell'euforia che si respira in strada e tra le persone: in ragazzi e adulti che sfrecciano su monopattini e bici elettriche, nei locali aperti fino a tardi, nei parchi dove c'è chi testa con degli sconosciuti un servizio digitale non ancora lanciato sul mercato (in gergo, pilot). O alla fine del lungomare con più wifi pubblici al mondo, pieno di gente che lavora al computer sui gradoni, gioca a beach volley o si allena nella palestra a cielo aperto dove tutto, a un certo punto, cambia all'improvviso. La folla diminuisce, il rumore incessante delle palline e dei racchettoni entra in sottofondo e a comandare sono le onde. Andando verso la città vecchia di Jaffa, Tel Aviv diventa dei surfisti, di tutte le età. Alcuni smettono i panni da uomini d'affari, si fanno guidare dal vento e si prendono il loro tempo.
  Che poi, prendersi il proprio tempo per mandare avanti un'idea e darle dei confini netti è qualcosa che a Tel Aviv sembra che chiunque possa fare. Non solo perché lo dicono i numeri del Centro per la ricerca sociale ed economica: quasi 1200 startup, su un totale di 4 mila in Israele, 430 mila abitanti scarsi e un'area di 52 km quadrati.
  Basta iscriversi gratis a un meetup della Silicon Wadi, dove wadi sta per valle, anche pochi minuti prima dell'inizio, per trovarsi dentro il Mindspace e conoscere un investitore. Con un badge da attaccare sul petto si entra in una stanza grande, circondata da vetrate e con un tavolone colmo di cibo e bevande. Si inizia con il networking, quasi che mettere in contatto i presenti sia la cosa più importante, per poi passare la palla a chi dovrà presentare i progetti.
  Dopo un momento di incertezza iniziale, eccolo che si avvicina: belloccio, vestito di nero, con il sorriso ampio di chi sa dove vuole arrivare. Si presenta senza tergiversare: Firdavs Abdunazarov, anni 24, viene dalla Silicon Valley, è qui per conto della Rothenberg Ventures, che investe in startup della realtà aumentata, intelligenza artificiale e così via. Perché Israele? «Sono molto avanti dal punto di vista tecnologico e oltre al lavoro c'è tanto da fare, a ogni ora del giorno e della notte». Incontrare Firdavs in giro per la città, infatti, non sarà difficile: Tel Aviv è piccola e se frequenti spesso il centro può capitare che ti ritrovi ancora.
  Di meetup ce n'è un po' ovunque. Certo, a volte bisogna fare i conti con l'ebraico: se tutti parlano inglese alla perfezione, la lingua di casa la fa spesso da padrona e può capitare di partecipare a eventi in cui non capisci nulla. Chi vuole vivere qui è meglio frequenti una scuola di ebraico, i cosiddetti ulpan.
  A metà tra un coworking e un acceleratore, The Library, dentro l'Electra Tower, è una scoperta. Entri e ti imbatti in una libreria colorata per passare a una grande sala a vetri. In fondo, ragazzi seduti intorno a tavoli neri che lavorano al computer e chiacchierano. Sono le quattro del pomeriggio, il sole si sta abbassando sul mare e qualcuno chiude la tapparella elettrica mentre il direttore Guy Margalit ci guida in una stanza dove campeggia la scritta Think e una filastrocca di Dr. Weiss. Polo color crema, jeans e sneakers, racconta: «Una volta era solo una libreria, ora è un hub di innovazione per sostenere startup che, con le loro tecnologie, possono migliorare la qualità della vita della città. A fronte di una cifra esigua (circa 71 euro al mese) gli startupper possono restare fino a 8 mesi. Partecipano a meetup, workshop e pilot per testare la loro idea sul campo. Se ci pensi, è un rapporto win-win, entrambi vincono. Il servizio è per i residenti, ma basta lo sia anche un solo membro del team, che deve essere minimo di 2 persone, massimo 5, di età tra i 18 e i 35 anni».
  Qualche piano sotto c'è l'Urban Place, di giorno ufficio, la sera spazio per feste tradizionali come quella di Purim. All'Urban Place sperimentiamo quello che un po' avviene in tutta Tel Aviv: ti basta conoscere qualcuno per arrivare da qualche parte o incontrare una determinata persona. Per partecipare al party ci limitiamo a dire chi siamo al citofono, che abbiamo parlato il giorno prima con Shivi, la community manager, e subito dopo siamo con un bicchiere in mano a far casino insieme ad altri sconosciuti. E così più volte riusciamo a entrare nella Borsa di Tel Aviv e persino a infilarci a un evento dedicato al Fintech senza che nessuno ci chieda nulla.
  Una delle contraddizioni di questa città: militari ovunque, controlli a tappeto quando devi prendere un treno e poi riesci a entrare in palazzi privati senza dover esibire neanche un documento. Quanto al mettere in connessione la gente, pare abbia a che fare con la struttura orizzontale dell'esercito, per cui un sottoposto può rivolgersi al suo comandante senza essere rimbalzato.
  «Le persone sono più importanti dello startup system». A dirlo sono Shaì Douillet e Jeremie Abihssira, 29 e 25 anni. Si sono conosciuti un anno fa a un meetup e hanno dato vita a Watch and Give, oggi Boon. Today, che fornisce una tecnologia per cui ogni volta che metti un like a un contenuto aziendale, lo condividi e sostieni una campagna di crowdfunding legata a buone pratiche, come piantare alberi o costruire una scuola. Paga l'azienda che sostiene la campagna, in ottica di responsabilità sociale d'impresa.
  Così come succede a chi trova subito una sintonia, i due quasi si assomigliano, capelli neri, camicia bianca e passione che dà chiarezza ai progetti. «Vogliamo che la pubblicità abbia un impatto positivo», dicono mentre siamo a qualche piano di distanza dal Library, dove lavorano, in una delle terrazze nascoste di questa torre. Seduti a un tavolo sotto un pergolato, mentre si accendono le luci dei palazzi e Tel Aviv comincia a vestire i panni della notte, raccontano la loro storia con quell'orgoglio di chi ha fatto già un po' di strada: «Sono arrivato dalla Francia dove ho cercato lavoro per un anno e l'ho trovato qui in due settimane, in un'agenzia di pubblicità dove ho imparato molto, finché ho deciso di buttarmi in quest'avventura», racconta Shaì. Anche Jeremie viene da lontano: «Ho vissuto fino a 19 anni a Tahiti, poi a Bordeaux per arrivare a Tel Aviv. È una città cara e devi per forza condividere l'affitto però ne vale la pena». Entrambi aggiungono: «La gente è diretta. Se il tuo progetto non ha le potenzialità, te lo dicono senza giri di parole».
  Per raggiungere i ragazzi di Cool Cousin invece bisogna arrampicarsi fino a Jaffa. È tra le strade acciottolate che profumano di caffè al cardamomo, in un capannone da fuori spoglio e grigio, che una volta varcata la soglia sembra di trovarsi in un altro mondo. Colori, scatole ovunque, fili aggrovigliati alle pareti, bottiglie di liquori sparse, un salvadanaio a forma di maiale: una festa in garage, con gente in pantaloncini, camicia hawaiana e Converse che, piedi sul tavolino, lavora su un divano sformato. Eppure Cool Cousin potrebbe rivoluzionare il modo di viaggiare, grazie a una piattaforma digitale con guide locali che condividono i posti del cuore e al lancio della propria criptomoneta, il cuz. «Tutto è iniziato con una campagna politica che alcuni di noi hanno portato avanti insieme», dice Nadav Saadia, cofounder. «Ci siamo trovati bene e ci siamo ampliati, siamo in 17, e vogliamo poter pagare le persone della nostra piattaforma».
  Ci sono pari opportunità? Le donne sono tutt'altro che protagoniste. «Solo il 5% di loro ha ruoli da leader», precisa Merav Oren che nel 2015 ha dato vita a Wmn, network, community e coworking che si rivolge a donne ceo o founder. «Gli uomini però possono entrare», si affretta a dire. Merav, Jenny, Efrat, Tamar e le altre sono molto unite tra di loro. Quando parlano stanno sedute in cerchio e si guardano per infondersi un po' di coraggio. Cosa che fanno ogni giorno tramite la chat e con incontri continui. «Ho ideato Wmn in un momento in cui, a seguito di un cancro, avevo tempo per pensare. Mi sono chiesta: "Cosa manca al coworking e alla mia anima?"».
  «Sono arrivata qui per amore», dice Jenny Drezin, accento americano fortissimo, capelli lisci biondi e tubino nero «e ho fondato una startup, Sidekix, di 7 persone in cui sono la sola donna. Quello tecnologico è un settore maschile, hai bisogno di gente uguale a te, specie quando cerchi finanziamenti». E Merav, con i suoi pantaloni colorati, i ricci neri e l'esperienza ventennale da imprenditrice, non ha intenzione di fermarsi: «Stiamo per lanciare una piattaforma digitale per tutte le donne del mondo alla guida di startup. La sfida è la stessa: renderle più protagoniste e farlo con tutti i mezzi che la tecnologia ci offre. Quel che conta è sentirsi parte di qualcosa, ovunque ci si trovi».

(marieclaire.com, 17 novembre 2018)


La lettera di Einstein a Maja

di Pietro Greco

L'attore George Voskovec interpreta Albert Einstein nella pellicola "Dr. Einstein before lunch" del 1974.
La lettera finora sconosciuta che Albert Einstein scrisse nel 1922 all'amata sorella Maja è stata venduta all'asta nella notte di martedì 13 novembre alla Kedem Auction House di Gerusalemme per 39.360 dollari.
   In questa lettera il fisico tedesco scrive, tra l'altro: "Qui si stanno preparando tempi bui, politicamente ed economicamente, e io sono felice di andarmene via da tutto per un anno e mezzo".
   Tanto è bastato per indurre molti a sostenere che Albert Einstein avesse in qualche modo previsto l'avvento del nazismo. Ora non c'è dubbio che il padre della relatività fosse anche un fine politico e che come tale abbia avuto felici intuizioni. Ma quando nella lettera alla sorella parla di tempi bui, non si riferisce a un futuro più o meno lontano. Parla del presente. E, infatti, Albert scrive a Maja: "Nessuno sa dove mi trovo e pensano che io sia scomparso [...]. Sto abbastanza bene, nonostante gli antisemiti tra i colleghi tedeschi". Già, perché l'ebreo Albert Einstein già nel 1922 era oggetto di attenzione e minacce non solo da parte di gruppi della destra estremista, ma anche da parte di prestigiosi colleghi fisici.
   Forse è bene ricostruire la vicenda, perché può dirci qualcosa anche sui tempi che stiamo vivendo in Europa e non solo.
   Nel 1919 un astronomo inglese, Arthur Eddington, studiando un'eclissi nei mari del Sud scopre che la luce di stelle lontane è deviata dal campo gravitazionale del Sole proprio dell'angolo previsto dalla teoria della relatività generale elaborata da Albert Einstein a Berlino alla fine del 1915.
   Il 7 novembre il Times di Londra titola: «Rivoluzione nella scienza / Nuova teoria dell'universo / Demolita la concezione di Newton». Riconoscendo che un fisico tedesco è riuscito a guardare più lontano del gigante della fisica inglese. Due giorni dopo è The New York Times ad annunciare in prima pagina una «svolta epocale» nella fisica. Per poi a ritornaci ancora su l'11 novembre, sostenendo che: «Trionfa la teoria di Einstein. La luce va tutta storta nei cieli».
   È in questi giorni- è in queste ore - che, per dirla con Abraham Pais, il fisico tedesco diventa «l'improvvisamente famoso dottor Einstein»: un personaggio conosciuto in tutto il mondo. La persona che, addirittura, darà il volto a un secolo, il XX.
   Ebbene proprio in questo periodo, nel 1919, Albert Einstein, come scrive sul Times e come scrive all'amico fisico Paul Ehrenfest, avverte il clima di antisemitismo montante in Germania. Questa sensazione lo porta ad avvicinarsi per la prima volta alla "sua tribù". Ovvero a sentire con più forza la sua identità ebraica. Su una base puramente etnica e sociale - di tribù, appunto - non religiosa. Quando parlo di tribù, precisa, non indico il popolo di "fede ebraica", ma un mero concetto biologico: un popolo che ha una consanguineità etnica.
   In virtù di questo sentimento Einstein aggiunge alla sua filosofia politica e alle attività pubbliche che ne conseguono, l'appoggio esplicito, ma non incondizionato, al sionismo.
   È un atteggiamento inedito da parte sua. E niente affatto scontato. Altri ebrei in Germania - nella nuova Germania repubblicana - avvertono la medesima deriva antisemita, ma propongono una diversa azione politica: teorizzano e praticano la totale assimilazione. Spogliarsi della propria identità ebraica: sentirsi (e farsi sentire come) semplicemente tedeschi. Il chimico e premio Nobel Fritz Haber, addirittura, si converte al cristianesimo.
   Einstein, fedele al suo spirito ribelle, geloso della sua libertà, compie il percorso esattamente inverso. Lui che non si era sentito mai "ebreo", proprio perché avverte una crescente e insopportabile discriminazione verso gli ebrei, inizia a sottolineare la sua identità.
   Non è che inizi a frequentare la sinagoga. Né che si iscriva a una qualche organizzazione sionista. Ma prende posizione esplicita e pubblica contro le tesi dell'assimilazione: se vogliono salvarsi gli ebrei non devono nascondersi. All'antisemitismo dilagante non si può reagire con la ricerca dell'assimilazione, nascondendosi: non si può «vincere l'antisemitismo - sostiene - rinunciando a quasi tutto ciò che [è] ebraico». Questa politica non funziona. Infatti il tentativo di nascondersi «sembra piuttosto comico a un non ebreo». Perché gli ebrei, sostiene, sono un popolo diverso dagli altri. «La radice psicologica dell'antisemitismo sta nel fatto che gli ebrei sono un gruppo di persone a sé. Il loro essere ebrei è visibile nell'aspetto fisico e la loro discendenza ebraica si riconosce nel loro lavoro intellettuale». Siamo e siamo visti come «una diversa tribù», sostiene Einstein. E occorre prenderne atto.
   La teoria e la pratica dell'assimilazione addirittura lo irritano. «Mi hanno sempre dato fastidio le smanie e i tentativi di integrarsi privi di dignità che ho osservato in tanti dei miei amici [ebrei] … Questi e altri fatti analoghi hanno risvegliato in me il sentimento nazionale ebraico».
   È per questo che il fisico inizia a prendere posizione esplicita e pubblica anche a favore degli insediamenti ebraici in Palestina. «Sono felice che ci sia un piccolo fazzoletto di terra sul quale i nostri confratelli non siano considerati stranieri». Ma, in particolare, appoggia con forza e convinzione l'idea di realizzare un'università ebraica a Gerusalemme, visto che qualcuno in Europa inizia a sostenere che gli ebrei non devono frequentare le scuole cristiane.
   E, infine, si batte per la costituzione di una "nazione ebraica" nella quale si riconoscano tutti gli ebrei del mondo. Non è un tradimento dei suoi principi universalistici, al contrario è una loro concreta applicazione: Einstein infatti critica pubblicamente gli ebrei occidentali che si sentono diversi e superiori rispetto agli ebrei orientali (russi e polacchi, soprattutto) considerati meno colti e meno raffinati. Meno disponibili a farsi assimilare.
   Molti si accorgono della nuova posizione di Einstein. Compresi alcuni membri della "sua tribù". Il fisico è un mito vivente, conosciuto in tutto il mondo. Può diventare una bandiera del sionismo. Ed ecco, quindi, che uno dei leader sionisti, Kurt Blumenfeld, lo va a trovare a Berlino, per invitarlo a entrare formalmente e definitivamente nel movimento sionista.
   Einstein lo accoglie, proponendogli alcune domande in apparenza ingenue, ma che ancora oggi attendono risposta: perché gli ebrei, che mostrano di avere spiccate doti intellettuali, dovrebbero dar luogo, come vogliono i sionisti, a una nazione e a uno stato fondati sull'agricoltura? E, soprattutto, non è che il nazionalismo dei sionisti è il problema, invece che la soluzione?
   Einstein immagina la sua come una tribù tra le altre, aperta, ancorata ai principi universalistici di socialismo, democrazia e pacifismo. Non una tribù separata dalle altre e chiusa in se stessa. Una prospettiva che vede affiorare in alcune posizioni del movimento sionista.
   E tuttavia, nonostante le riserve, Einstein accetta di appoggiarlo, quel movimento. «Come essere umano - sostiene - sono contrario a ogni forma di nazionalismo. Come ebreo da oggi sono a favore dello sforzo sionista». In realtà ciò per cui Einstein accetta di spendersi in prima persona, per adesso, è l'appoggio alla realizzazione dell'università ebraica a Gerusalemme.
   Siamo a una delle prime dimostrazioni che le posizioni politiche di Einstein sono radicali, ma non si basano su assoluti. C'è sempre, nella sua visione, una valutazione del contesto. L'Europa che emerge dalla guerra è caratterizzata da un sentimento antisemita tanto forte quanto inaccettabile. Lottare contro questa discriminazione, contro questa forma esplicita di razzismo, è una priorità.
   L'universalismo deve essere declinato in modo da difendere gli ebrei. All'antisemitismo dilagante, non si può opporre un antinazionalismo assoluto. Occorre avere una posizione più flessibile. «Si può essere internazionalisti senza essere indifferenti ai membri della propria tribù», scrive all'amico Paul Epstein nell'autunno 1919, proprio mentre sta diventando «improvvisamente famoso».
   Ben presto Einstein impara che la fama universale comporta degli oneri. E dei rischi. Mentre tutto il mondo lo celebra, nella sua Berlino è oggetto (anche) di contestazione. Di disgustose contestazioni. Il 20 febbraio 1920, nel corso di una conferenza all'università, i primi incidenti: che Einstein non ha difficoltà a interpretare come una ostilità di natura antisemita. Giovani e meno giovani della destra nazionalista tedesca lo accusano di voler far propaganda. Di esporsi sui mezzi di comunicazione di massa e di esporre la teoria per mera vanità, in deroga al costume riservato degli scienziati.
   Il 24 agosto 1920 tutto diventa più esplicito. Un'organizzazione nazionalista di destra, fondata da poco per «ridurre l'influenza ebraica dominante che si manifesta in misura crescente nel governo e nella vita pubblica» ed eufemisticamente chiamata "Gruppo di studio della filosofia naturale tedesca",guidata da un certo Paul Weyland, indice un raduno nella più grande sala da concerto di Berlino con lo scopo, dichiarato, di criticare la teoria della relatività. L'obiettivo è scelto perché, appunto, l'ebreo Einstein è ormai un mito internazionale. E la sua teoria è fatta bersaglio da molti intellettuali perché sembra erodere le visioni del mondo basate sugli assoluti. Inoltre molti scienziati criticano la relatività generale perché sarebbe una costruzione astratta, fondata su poche e aleatorie basi sperimentali.
   Inoltre c'è quella propaganda, di cattivo gusto, che le fa il suo autore ...
   La relatività è una «teoria ebraica» aliena alla Germania: è nostro dovere nazionale proporre una via tedesca alla conoscenza profonda della natura, va predicando Weyland.
   A conferire copertura pseudo-scientifica ai deliri del piccolo gruppo c'è un fisico piuttosto noto. Si chiama Philipp Lenard, ed è stato insignito del premio Nobel nel 1905. In passato Lenard aveva dato pubblica prova di ammirare Einstein. Nel 1909 lo aveva definito «un pensatore profondo e lungimirante». Ma già dal 1905 conservava nel cassetto della sua scrivania, come una reliquia, una lettera di Albert Einstein.
   Poi, ha cambiato idea.
   La verità è che Philipp Lenard, ormai prossimo ai 60 anni, è un fisico frustrato. Convinto che, per mera sfortuna, Wilhelm Röntgen gli abbia soffiato la scoperta dei raggi X. E, soprattutto, è totalmente incapace di comprendere la nuova fisica. Così, anno dopo anno, l'avversione alla relatività e a Einstein aumentano fino a diventare il suo stesso scopo di vita. Basta con l'astratta "fisica ebraica", noi dobbiamo difendere la solidità della "fisica tedesca".
   I proseliti di Lenard non mancano, nella Germania turbolenta di quegli anni. Se ne renderà conto, di lì a un paio di anni, un giovane studente di fisica, Werner Heisenberg, quando giunge, nell'estate del 1922, a Lipsia per ascoltare una conferenza di Einstein. Non fa in tempo ad entrare in aula che: «Un giovanotto mi ficcò in mano un volantino rosso, che, più o meno, diceva che la teoria della relatività era una speculazione ebraica tutta da dimostrare, immeritatamente propagandata dalla grancassa dei giornali ebraici a favore di Einstein, un membro della stessa razza. Dapprima pensai che fosse l'opera di uno di quegli squilibrati che, di tanto in tanto, frequentano tali riunioni. Ma quando seppi che quel volantino rosso era distribuito da uno dei più rispettati fisici sperimentali tedeschi [Philipp Lenard], ovviamente con la sua approvazione, si infranse una delle mie più grandi speranze. Anche la scienza, dunque, poteva essere avvelenata dalla passione politica».
   Quel giorno al giovane Heisenberg viene offerta la prova evidente che non basta un Nobel per sfuggire alle trappole della stupidità. E, soprattutto, che non sempre è possibile separare la scienza dalla politica. Ci sono occasioni, drammatiche, in cui anche un uomo di scienza deve compiere precise scelte politiche.
   Ma torniamo al 24 agosto1920, a Berlino. Einstein è irritato per quello che si annuncia come un pubblico e infondato attacco alla teoria. Non intende farla passare liscia ai suoi malaccorti critici. Così, malgrado la sua seconda moglie, Elsa, lo sconsigli, si reca in sala con l'amico chimico Walther Nernst ad assistere al raduno berlinese della «Compagnia Antigravità», come ha ribattezzato, con ironia, il "Gruppo di studio della filosofia naturale tedesca".
   Weyland esordisce mettendo sotto accusa il chiaro «spirito antitedesco (sic!)» della relatività generale. Quanto a Philipp Lenard, il premio Nobel non partecipa alla riunione. Ma ha esplicitamente criticato sia la teoria della relatività sia il suo autore. E per questo viene ipso facto arruolato come bandiera della lotta alla "fisica ebraica". Inoltre i suoi rilievi vengono esplicitamente richiamati da un altro fisico sperimentale presente in sala, Ernst Gehrcke. Un fisico di modesto valore scientifico che l'influente Lenard proporrà, addirittura, per il Nobel.
   Einstein con Nernst assiste alle prolusioni di Weyland e di Gehrcke. Tutti lo vedono mentre, in un angolo, applaude durante i passaggi più improbabili delle relazioni. Non mi sono mai divertito tanto in vita mia, sostiene. In realtà è inviperito. Così tre giorni dopo invia un articolo al Berliner Tageblatt in cui sostiene con veemenza: l'accoglienza nei miei confronti sarebbe stata ben diversa se fossi stato «un cittadino tedesco, con o senza svastica, invece di un ebreo di convinzioni liberali e internazionaliste». Ricorda i giudizi favorevoli alla sua teoria pronunciati da fisici di grande valore come Planck, Lorentz ed Eddington. E, infine, conclude con una serie di espressioni ingiuriose nei confronti di Philipp Lenard.
   Elsa e molti amici - in primis l'amico fisico Max Born e soprattutto la moglie, Hedwig; ma anche i coniugi Ehrenfest - lo rimproverano per quella sua uscita pubblica così veemente. Einstein sembra dar loro ragione. Sembra quasi pentito. Ma poi, ancora una volta, fa rilevare che uno scienziato non può tirarsi indietro nelle vicende politiche quando la posta in gioco è così alta. «Dovevo farlo se volevo rimanere a Berlino, dove ogni ragazzino mi riconosce dalle fotografie. Se si crede nella democrazia, si deve dare al pubblico anche questo».
   D'altra parte la sua è una reazione comprensibile. Lui sta raccogliendo i segni dell'antisemitismo crescente. Ed è evidente che Lenard, un fisico considerato autorevole in Germania, ha già imboccato la strada che lo porterà ad essere di gran lunga lo scienziato più spregevole negli anni bui della storia tedesca. La riprova la si ha al congresso che l'Associazione degli scienziati e dei medici tedeschi tiene a Bad Nauheim, dal 19 al 25 settembre. Sono presenti sia Lenard, che si sente insultato dall'articolo di Einstein e pretende pubbliche scuse, sia Einstein, che si sente insultato dalle critiche di Lenard e non intende affatto scusarsi. La tensione è alta. Si teme l'intervento di bande di contestatori. L'edificio dove si tiene il convegno è sorvegliato da poliziotti armati.
   Non si verificano incidenti. Ma il conflitto tra i due fisici non si compone. Così Lenard si lascia andare a nuovi, violenti attacchi contro la fisica di Einstein. Farcendoli di espressioni antisemite. La sua avversione per il padre della relatività diventerà sempre più rancorosa e assumerà, se possibile, una dimensione sempre più politica. Lenard diventa definitivamente il campione della "fisica tedesca" che si oppone alla "fisica giudaica".
   Einstein si difende a testa alta.
   Tutto questo accade in Germania mentre, come abbiamo detto, nel resto del mondo Einstein è diventato una celebrità. E si accinge sia a osservare gli effetti di questa condizione che a moltiplicarli, attraverso una serie di viaggi - un vero e proprio tour - che lo porteranno in giro per il mondo. A iniziare dagli Stati Uniti d'America, dove giunge nella primavera 1921.
   In origine il viaggio negli USA è programmato come un giro di conferenze scientifiche. Anche per raggranellare un po' di valuta stabile con cui mantenere la prima moglie, Mileva, e i figli che sono in Svizzera, a Zurigo, in un momento in cui il marco tedesco perde valore di giorno in giorno. Ma poi ecco Kurt Blumenfeld tornare a Berlino per fargli visita, seguito a stretto giro da un telegramma da parte di Chaim Weizman, il presidente dell'Organizzazione sionista mondiale.
   Weizman, che diventerà il primo presidente del futuro stato di Israele, è uno scienziato (un biochimico) emigrato dalla Russia in Inghilterra. Ha lavorato per il governo inglese, conquistando una notevole influenza. Tanto da spingere il ministro degli esteri di sua Maestà Britannica, Arthur Balfour, a rilasciare, nel 1917, una dichiarazione in basa alla quale il Regno Unito si impegna a sostenere «l'istituzione di uno stato nazionale per il popolo ebraico in Palestina».
   Il leader sionista ora invita Einstein ad accompagnarlo in un viaggio negli Stati Uniti per raccogliere fondi e contribuire così a finanziare gli insediamenti ebraici in Palestina.
   Einstein è riluttante. Ma infine accetta. Lo considera un suo preciso e inderogabile dovere, visto che ha accettato di appoggiare la causa sionista. «Sto veramente facendo tutto quanto è in mio potere per i fratelli della mia razza che sono trattati così male dappertutto» scrive a un altro amico fisico, Maurice Solovine.
   A Fritz Haber, che invece lo scongiura di non andare in America perché i tedeschi l'avrebbero presa male, risponde: «Nonostante le mie nette convinzioni internazionaliste, ho sempre sentito il dovere di stare dalla parte dei miei perseguitati e moralmente oppressi compagni di tribù».
   Ma a spingerlo ad accettare è soprattutto la possibilità di realizzare un'università a Gerusalemme. «La prospettiva di fondare un'università ebraica mi riempie di particolare gioia, avendo di recente visto innumerevoli esempi di trattamento sleale e ingeneroso di splendidi giovani ebrei, con tentativi di negare loro la possibilità di istruirsi».
   È così che il 21 marzo 19121 la strana coppia, Albert Einstein e Chaim Weizman, si imbarcano su un transatlantico e dall'Olanda raggiungono gli Stati Uniti. Blumenfeld si sente in dovere di avvertire Weizman: «Come lei sa, Einstein non è un sionista e la prego di non cercare in alcun modo di forzarlo ad aderire alla nostra organizzazione […] Ho sentito […] che lei si aspetta che Einstein tenga dei discorsi. Per favore, faccia bene attenzione a questo. Einstein […] spesso dice per ingenuità cose che non sono affatto gradite».
   In realtà l'ingenuità di Einstein è solo libertà di pensiero e onestà intellettuale. La sua è una mentalità molto lontana da quella del politico politicante. «Durante la traversata non passò giorno che Einstein non mi spiegasse la sua teoria, e quando arrivammo ero convintissimo che lui la comprendeva», ricorderà con ironia Weizman.
   Negli Usa, dove sbarca il 2 aprile, Einstein è accolto come una star. Decine di fotografi e giornalisti. Folle plaudenti. Le conferenze scientifiche si alternano a veri e propri comizi a carattere politico. Ovunque e comunque sale affollate e osannanti. Il successo di Albert Einstein è senza precedenti. Il sindaco di New York lo omaggia quasi fosse un eroe di guerra e il presidente Warren Harding lo invita alla Casa Bianca. Ma la raccolta dei fondi non è affatto entusiasmante. Weizman sperava di raccogliere almeno 4 milioni di dollari: ne racimola 750.000. Inoltre non riesce a ottenere quello che forse si aspettava: l'adesione formale di Einstein al suo movimento.
   Anche dopo il viaggio e malgrado la stretta consuetudine i rapporti con Chaim Weizman saranno sempre «ambivalenti», secondo la definizione che ne dà lo stesso Einstein. Sta di fatto che il fisico non accetterà mai di far parte in maniera formale del movimento sionista. Non penserà mai di trasferirsi in Palestina. E, soprattutto, non appoggerà mai l'idea che in Palestina debba nascere uno stato-nazione ebraico.
   Sta di fatto che il viaggio negli Stati Uniti finisce per consolidare non l'immagine sionista di Einstein, ma al contrario la sua immagine internazionalista. Lui si sente e ora è sempre più percepito come "cittadino del mondo". Non come un tedesco. E neppure come un "ebreo svizzero".
   L'immagine di Einstein "cittadino del mondo" viene rafforzata dalla serie di altri viaggi che effettua nei mesi successivi. A iniziare da quello, realizzato sulla strada del ritorno dagli Usa, in Gran Bretagna. Tutti i media del mondo riferiscono che a Londra il più grande fisico del presente, il tedesco Albert Einstein, vada a deporre una corona di fiori nell'Abbazia di Westminster sulla tomba del più grande fisico del passato, l'inglese Isaac Newton.
   Un po' più contrastato è invece il viaggio che Einstein compie nel marzo 1922 a Parigi, su invito del Collège de France e su consiglio del Ministro degli Esteri tedesco, Walther Rathenau.
   I rapporti tra Germania e Francia sono molto tesi. E il viaggio di Albert Einstein da Berlino a Parigi può rivelarsi, anche a livello diplomatico, un chiaro gesto di riconciliazione da parte tedesca: perché fuori dalla Germania il fisico non è considerato un ebreo ma, appunto, un tedesco. Un tedesco pacifista e internazionalista.
   Einstein assolve con disinvoltura il ruolo di ambasciatore. Fa molta impressione, per esempio, il fatto che lui si rivolga in francese ai francesi. E soprattutto che compia il giro dei cimiteri di guerra, ponendo corone di fiori sulle tombe di tutti i caduti: tedeschi, francesi, inglesi e di qualsiasi altra nazionalità.
   Tuttavia il viaggio è anche occasione per evocare pericolosi fantasmi e alimentare opposti fanatismi. L'arrivo di Albert Einstein a Parigi è contestato sia dai nazionalisti tedeschi sia da quelli francesi. Per evitare incidenti, Einstein, giunto in treno nella capitale francese, scende in una stazione di periferia.
   Qualcosa di strano, anche se di natura affatto diversa, accade anche in un viaggio compiuto in Cecoslovacchia nel medesimo anno. Il fisico è a Praga, ospite dell'amico e collega Philipp Frank. Un giovane si reca presso il laboratorio di fisica dell'università e gli consegna un manoscritto. Qui c'è la prova, sostiene,che è possibile costruire e usare un'arma di spaventosa potenza applicando la sua nota equazione dell'eguaglianza tra energia e materia. Sì, la famosa formula E= m c2. Einstein blocca lo sconosciuto interlocutore e lo licenzia: «Si calmi. È inutile continuare. Ogni ulteriore discussione è del tutto improduttiva sia per me che per lei». Quel giovane sconosciuto è probabilmente un matto. Ma, 25 anni dopo, sarà proprio un'applicazione di quella formula a distruggere Hiroshima e Nagasaki.
   Intanto l'antisemitismo continua a montare nella repubblica di Weimar. E la reale portata del pericolo associato a quel sentimento, sempre più diffuso, diventa evidente proprio in quei mesi del 1922. Quando, il 24 giugno, il ministro degli Esteri, Walter Rathenau, l'uomo che aveva inviato Einstein ambasciatore di pace in Francia, viene assassinato da un giovane estremista di destra. Al processo risulta chiaro che Rathenau non è stato ucciso per la sua politica: si è battuto per far accettare il Trattato di Versailles alla Germania e ha firmato di persona il Trattato di Rapallo con l'Unione Sovietica. Ma è stato ucciso solo perché ebreo. Colpevole, a detta del suo assassino, di una cospirazione «giudaico-comunista»contro la Germania. E sì che il ministro degli esteri era il teorico dell'assimilazionismo e aperto avversario sia del sionismo sia del socialismo.
   Walter Rathenau apparteneva a una famiglia ebrea molto facoltosa. Il padre aveva fondato l'AEG, un'azienda elettrica che aveva (tra l'altro) vinta la competizione con quella della famiglia Einstein ed era diventata una grande impresa. Lui era stato un altro funzionario del ministero della Guerra, prima di essere nominato a sua volta ministro della Ricostruzione e poi ministro degli Esteri.
   Benché avessero posizioni politiche diverse, Einstein e Rathenau erano diventati amici. Il ministro degli esteri pensava di poter spegnere l'antisemitismo montante attraverso la totale assimilazione degli Ebrei, con l'assunzione di ruoli pubblici e diventando parte integrante della classe dirigente del paese.
   Rathenau è un politico navigato, dalla solida tempra. Ma, come sempre, Albert Einstein pensa che, con la sua logica, possa far cambiare posizione alle persone che stima. Così si dà da fare per introdurre all'antisionista Rathenau i sionisti Blumenfeld e Weizman. Gli incontri avvengono proprio in casa Einstein, oltre che nella tenuta dei Rathenau. Grande cordialità, certo. Ma, dal punto di vista politico ognuno resta sulle proprie posizioni.
   Alla notizia dell'assassinio Einstein resta sconvolto. Partecipa poi, con un milione di connazionali, ai funerali. E, infine, il 4 luglio invia a Marie Curie una lettera di dimissioni da membro del Comitato per la Cooperazione Intellettuale della Società delle Nazioni, di cui è appena diventato membro, motivandole col fatto che il forte antisemitismo nel paese lo rende poco adatto a quella funzione. «La situazione qui è tale che un ebreo farebbe bene a imporsi delle restrizioni per quanto riguarda la partecipazione agli affari politici. Inoltre, devo dire che non ho nessuna voglia di rappresentare persone che di certo non sceglierebbero me come loro rappresentante».
   La Società delle Nazioni è nata nel 1919 in seguito al Trattato di Versailles e su impulso del presidente degli Stati Uniti, Thomas Woodrow Wilson, come primo abbozzo di un governo mondiale per impedire che in futuro si verificassero guerre devastanti come quella conclusa. L'esordio non è dei migliori. La Germania è stata tenuta fuori. Gli stessi Stati Uniti non vi partecipano, perché i repubblicani al Congresso hanno votato contro l'idea del loro presidente.
   Il Comitato Internazionale per la Cooperazione Intellettuale è, invece, nato nel 1922 per volontà della Società delle Nazioni per riunire grandi intellettuali e fare di loro ambasciatori di pace, Ne fanno parte, tra gli altri, Marie Curie, Henri Bergson, Paul Valéry, Thomas Mann, Béla Bartók, Salvador de Madariaga. Naturalmente tra i primi a essere invitati a entrare nel Comitato (e ad accettare l'invito) c'è Albert Einstein.
   L'adesione convinta del fisico al Comitato e alla Società delle Nazioni ha una valenza ideale. Il fisico crede nell'idea di un governo mondiale e la Società delle Nazioni va in quella direzione. Crede anche nella valenza maieutica della cultura. E il Comitato Internazionale per la Cooperazione Internazionale è una buona vetrina dove mettere in mostra le idee del pacifismo.
   Ma,in Germania- nella Germania in cui è morto assassinato Walter Rathenau - l'adesione lo espone a seri rischi. Tanto più che la Germania non fa parte della Società delle Nazioni (vi entrerà solo nel 1926), che nel paese è ritenuta sede di politica antitedesca. E, infatti, i nazionalisti contestano esplicitamente la presenza di un tedesco, ebreo e pacifista, nel Comitato, mentre la polizia avverte Einstein che il suo nome figura in una lista di obiettivi stilata da simpatizzanti nazisti. Forse è meglio lasciare non solo il Comitato, ma anche Berlino. O, almeno, astenersi da qualsiasi intervento pubblico.
   D'altra parte che i nazisti non scherzino lo dimostra il fatto che il loro capo, Adolf Hitler, saluta gli «eroi tedeschi» che hanno ucciso Rathenau. Per inciso: Philipp Lenard, il giorno del funerale del ministro assassinato, rifiuta di rispettare il lutto nazionale e di sospendere le lezioni. Gruppi di studenti corrono ad applaudirlo. Ma un gruppo di operai lo trascina fuori dall'aula e sta per gettarlo nel fiume Neckar. Lo salva la polizia.
   Questo è il clima, ormai, nella Repubblica di Weimar.
   Einstein pensa per la prima volta di lasciare la Germania, perché, spiega a Solovine: «Sono sempre sul chi vive». La voce che il «papa della fisica» (come inizia a essere definito) possa lasciare la Germania si diffonde. Adesso tocca ad altri richiamarlo alla necessità di lottare. Marie Curie lo invita a restare nel Comitato: «penso che il suo amico Rathenau l'avrebbe incoraggiata a fare uno sforzo».
   Intanto Einstein decide di restare in Germania. Ma si allontana da Berlino e si trasferisce, in via provvisoria, a Kiel, dopo aver chiesto all'università il permesso di assentarsi dalle lezioni e a Planck di scusarlo per l'assenza all'assemblea annuale degli scienziati tedeschi. Intanto Lenard e Gehrcke, alla testa di un gruppo di 19 colleghi, cercano di approfittarne e così elaborano, firmano e fanno circolare una Dichiarazione di protesta nel tentativo di escluderlo definitivamente dall'assemblea. «I giornali hanno menzionato il mio nome troppo spesso, mobilitando così la feccia contro di me», scrive nel biglietto di scuse a Planck.
   Naturalmente Einstein non resiste più di tanto nella "pace di Kiel". Ed eccolo, il primo agosto 1922, appena cinque settimane dopo l'assassinio di Rathenau, partecipare a un grande raduno pacifista organizzato in un parco di Berlino.Il fisico non prende la parola. Ma si lascia vedere e acclamare dalla folla. Inoltre si lascia convincere da Marie Curie e dall'inglese Gilbert Murray a ritirare le dimissioni dal Comitato per la Cooperazione Intellettuale. Anche se, nei due anni successivi, parteciperà di rado alle riunioni.
   Proprio in questi mesi, e con sommo disappunto di Philipp Lenard, ad Albert Einstein viene assegnato il premio Nobel: ma per l'anno precedente, il 1921. Anno in cui il Nobel per la fisica non era stato assegnato. Anche per le polemiche in corso, le motivazioni del premio fanno riferimento ai suoi lavori sull'effetto fotoelettrico del 1905. La Reale Accademia delle Scienze di Stoccolma non reputa(non reputerà mai) degna del massimo premio scientifico quella teoria della relatività che Lord Kelvin aveva definito, a ragione, «una delle conquiste più elevate del pensiero umano». Einstein non se ne duole più di tanto. Quanto all'assegno andrà puntualmente a Mileva.
   È invece Lenard che scrive all'Accademia di Stoccolma, naturalmente per protestare. Einstein, sostiene, ha frainteso la natura della luce. E, per di più, è un ebreo in cerca di pubblicità. La sua impostazione è del tutto estranea alla "fisica tedesca". Lenard non ha ritegno di esprimere in ogni luogo e in ogni occasione le sue idee, ormai scopertamente razziste.
   Se il Nobel neolaureato Albert Einstein è sconvolto dall'assassinio di Rathenau, sua moglie Elsa ne è terrorizzata. D'altra parte il ministro degli esteri è stato ucciso perché ebreo. L'ex cancelliere Philip Scheidemann è da poco scampato a un agguato per lo stesso motivo. Il giornalista Maximilian Harden è stato ferito perché ebreo. Chi può escludere che Albert, ebreo, premio Nobel, celebrità mondiale e per di più pacifista, sia l'obiettivo del prossimo attentato? Così Elsa, a insaputa del marito, convince la polizia a proteggerlo in modo discreto, ma efficace. Quando, la mattina, il più famoso scienziato del pianeta prende il tram per andare all'università, non sa che buona parte dei passeggeri che incontra e saluta gli fanno, discreti, da scorta.
   Ma, con gran sollievo di Elsa, Einstein deve ottemperare agli obblighi delle star internazionali. E viaggiare per il mondo. Presto i coniugi Einstein partono per un lungo viaggio - circa sei mesi, il più lungo della sua vita - verso l'Estremo Oriente. L'ansia di Elsa può finalmente placarsi.
   I coniugi si imbarcano, a ottobre, a Marsiglia sulla nave Kitano Maru che li porterà a Ceylon, Singapore, Hong Kong, Shangai e, infine, per due settimane in Giappone, su invito di un editore nipponico. Ovunque l'arrivo di Einstein suscita attenzione e persino entusiasmo. A Tokio lo accolgono, addirittura, folle osannanti. E pronte ad ascoltarlo per quattro ore mentre spiega la sua teoria della relatività.
   Elsa è felice.
   L'ambasciatore tedesco, meno. «L'intero viaggio del famoso personaggio è stato messo in scena e interpretato come un'iniziativa commerciale», commenta.
   Ecco, è in questo clima che Albert scrive la lettera a Maja. Sostenendo anche con la sorella ciò che da qualche anno andava sostenendo con tutti, in pubblico e in privato.

(Il Bo Live, 17 novembre 2018)



Parma, nel caseificio dove il Parmigiano è solo Kasher

È tutta emiliana l'iniziativa che ha portato alla nascita del primo caseificio al mondo impegnato nella lavorazione esclusiva della variante Kasher del Parmigiano Reggiano. Sotto l'egida di Parma2064, lo stabilimento di Zibello porta nel cuore di un'area tradizionalmente legata alla produzione del Culatello una concezione alternativa che si integra nella cultura della food valley. La differenza sta in un procedimento che - sotto gli occhi di un sorvegliante (detto mashghiah) - segue alla lettera le rigide regole in materia alimentare ispirate dalla Torah e codificate nello Shulkhan Aruk, nel pieno rispetto delle leggi ebraiche. Le circa 45 forme ottenute quotidianamente e contrassegnate dal rabbino con una dicitura identificativa in lingua ebraica si distinguono per l'uso esclusivo del caglio di vitello liquido certificato Kasher, prodotto secondo metodi di estrazione che escludono la contaminazione con eventuali residui di carne. Abbiamo visitato il caseificio in un giorno di produzione.

(la Repubblica, 16 novembre 2018)



Quando il razzismo divenne legge. La svolta antisemita di Mussolini

Non vi furono pressioni naziste per l'adozione di misure contro gli ebrei Colpire persone del tutto innocenti fu una scelta consapevole del regime.

L'esordio
Il primo provvedimento fu espellere studenti e insegnanti da scuole e università pubbliche
Il criterio
L'essenza ebraica fu identificata nel sangue al quale si attribuirono tratti immutabili

di Donatella Di Cesare

Che cosa può significare per un adolescente andare a scuola, come ogni giorno, ed essere
rifiutato? «No, per te la scuola è chiusa - non solo oggi, ma per sempre». Così, senza alcun motivo plausibile; né per un provvedimento disciplinare, né tanto meno per aver commesso un reato. Semplicemente perché «sei ebrea!», «sei ebreo!». E capitato, nell'autunno del 1938, agli ebrei italiani che improvvisamente furono cacciati dai banchi di scuola, espulsi dalle aule universitarie. Coloro che passarono indenni per le successive sciagure, descrissero quell'evento come un trauma violento e inesplicabile. Primo Levi parlò di «fulmine», un termine frequente in altre testimonianze. Il che rende bene la drammaticità, ma anche la sorpresa e lo sconcerto.
   Ciò avveniva nell'Italia fascista di Mussolini che, attraverso un decreto del 5 settembre 1938, firmato dal ministro Bottai, conquistò una triste e ignobile supremazia: fu la prima nazione a espellere le «persone di razza ebraica» dalle scuole di ogni ordine e grado, nonché dalle università e dalle accademie. Il decreto valeva per gli studenti come per gli insegnanti. Pur avendo emanato nel 1935 le leggi razziste di Norimberga, la Germania nazista introdusse solo un paio di mesi dopo l'Italia un'analoga misura.
   Già questo deve far riflettere su quella singolare narrazione che ha dominato per decenni e si è radicata profondamente nell'immaginario collettivo italiano. Le cosiddette «leggi razziali» del 1938 sarebbero state l'esito di una imposizione della Germania che intimava di perseguitare gli ebrei italiani. Mussolini, invece, non avrebbe voluto altro che «discriminare non perseguitare», come proclamava uno slogan allora famoso. Se negli studi più recenti questa subdola narrazione è stata criticata e del tutto sconfessata, il mito degli Italiani «brava gente» è pur sempre duro a morire. Non è difficile intuire perché. Oltre a lavare con un colpo di spugna la coscienza della nazione, contrabbandando l'apparenza innocua di un fascismo tutt'al più «servile», questo mito ha avuto il vantaggio di rimuovere la «questione ebraica» in Italia. Come se non fossero mai esistiti né antisemitismo né antiebraismo.
   Oltre a ripercorrere con chiarezza la storia delle leggi promulgate dal fascismo italiano per discriminare e perseguitare gli ebrei, il libro di Enzo Collotti Il fascismo e gli ebrei, in edicola domani con il «Corriere», richiama la nazione alla sua storia e alle sue responsabilità, delineando il contesto in cui quei provvedimenti furono emanati. Pur pubblicato per la prima volta nel 2003, questo lavoro resta un punto di riferimento imprescindibile in un filone di studi che si è andato estendendo. E mette l'accento proprio sull'intento di costruire anzitutto una «scuola fascista», la cui rilevanza era strategica per trasformare la cultura del Paese.
   Gli ebrei erano cittadini italiani. In tal senso le leggi contro di loro furono una ferita inferta alla cittadinanza, un precedente grave e allarmante; sebbene non tutti i diritti fossero stati revocati, gli ebrei vennero di fatto espulsi dalla nazione. Molti di loro furono tanto più sorpresi, perché si sentivano profondamente italiani. Basti pensare al ghetto di Roma, sede della comunità ebraica più antica della diaspora, cuore della città. Proprio gli ebrei romani avevano più di altri salutato con gioia l'unità nazionale per le libertà di cui avrebbero goduto. La costruzione, tra il 1901 e il 1904, del Tempio Maggiore, quasi al centro del ghetto, fu il suggello di un'assimilazione compiuta. Ma lo era davvero?
   Nel contesto italiano, come in quello di altri Paesi europei, restava aperta la «questione ebraica». Si doveva considerare l'ebraismo una religione? Come lo è il cristianesimo? Quest'idea aveva promosso l'emancipazione: gli ebrei avrebbero potuto essere cittadini - italiani, tedeschi, francesi, ecc. - nella sfera pubblica, esercitando il proprio culto in privato. Si sarebbe trattato allora solo di un'uguaglianza di diritti. Sennonché gli ebrei erano anche un popolo con una lunga storia. Da qui nasceva, nella modernità, il topos dello «Stato nello Stato». La questione non era solo religiosa, ma anche politica. Se appartenevano a un popolo altro, gli ebrei erano allora «nemici» all'interno della nazione, tanto più temibili e pericolosi perché si spacciavano per quello che non erano, si facevano passare per tedeschi o per italiani, mentre erano «stranieri».
   Questi logori cliché tornarono, anzi, ad accendersi, allorché si coniugarono con l'antisemitismo di stampo più prettamente politico. La Germania anticipò i tempi e dette, per così dire, l'esempio, mostrando che era possibile legiferare contro una parte dei propri cittadini che non avevano commesso alcun reato. Ma fu appunto solo un esempio e, tutt'al più, uno stimolo. Non esistono prove e documenti che testimonino un intervento tedesco nelle scelte della politica fascista.
   Per emanare le leggi antiebraiche occorreva, però, definire l' «ebreo». Tale definizione si sarebbe rivelata non solo ardua e problematica, ma alla fin fine impossibile. Chi si era convertito al cristianesimo non avrebbe forse dovuto essere considerato cristiano? E che dire poi dei figli di coloro che erano battezzati da una o più generazioni? Malgrado tutto l'acqua del battesimo non sembrava, però, sufficiente a lavare il sangue.
   Questa era stata la lezione delle prime leggi razziste, promulgate a Toledo il 5 giugno 1449. Grazie alla «purezza del sangue», più importante di quella della fede, vennero prese misure contro i marrani, ebrei convertiti più o meno forzatamente al cristianesimo, distinti così dai cristiani di «pura origine». Già allora si andarono chiudendo le porte della fratellanza universale, mentre cominciò l'ossessione per la genealogia. L'essenza ebraica fu identificata nel sangue, fluido così vitale e corporeo, così occulto e ineffabile, nel quale si credette di scorgere gli immutabili tratti ebraici, impossibili da emendare. Nessuna conversione avrebbe mai potuto guarire quel «male incurabile», dal cui contagio era necessario preservarsi. La teologia ricorreva alla politica e, viceversa, la politica alla teologia.
   Questa singolare metafisica del sangue restò anche in seguito alla base delle leggi razziste. Come se davvero il sangue fosse criterio di purezza. Si comprende perciò l'imbarazzo della Chiesa di fronte alle leggi del 1938, che in Italia vietavano i «matrimoni misti», un imbarazzo messo tuttavia a tacere. Ma si comprende anche la difficoltà di definire l'«ebreo», che non ebbe altro esito se non una raccapricciante aritmetica che contava il quarto, il settimo, il decimo di sangue impuro. Lo scopo fu dapprima quello di discriminare e separare, quindi di espellere e, alla fin fine, eliminare. Il diritto, che avrebbe dovuto garantire la protezione dei cittadini, fu piegato a quell'impresa violenta di potere.
   
(Corriere della Sera, 16 novembre 2018)


A Gaza si è evitata per poco una guerra che nessuno voleva

Né Hamas né Israele, che si sono fermati dopo essersi bombardati a vicenda per alcune ore: cos'è successo?

Nell'ultima settimana Israele e Hamas, il gruppo radicale palestinese che controlla la Striscia di Gaza, sono andati molto vicini a iniziare una nuova guerra. Il conflitto si è evitato perché nessuna delle due parti lo voleva davvero, ma le violenze hanno comunque avuto conseguenze importanti, soprattutto sulla stabilità del governo israeliano guidato dal primo ministro conservatore Benjamin Netanyahu.
   I guai erano iniziati domenica scorsa, quando un'operazione israeliana sotto copertura compiuta vicino a Khan Younis, nel sud della Striscia, era finita male. Alcuni miliziani di Hamas avevano scoperto i soldati israeliani infiltrati nel loro territorio ed era iniziata una sparatoria: erano morti sette miliziani palestinesi e un tenente colonnello israeliano. L'operazione israeliana aveva scopi di sorveglianza ed era simile a molte altre che Israele compie di frequente e che non vengono quasi mai scoperte. Netanyahu l'aveva approvata nonostante due settimane prima il suo governo avesse raggiunto un'intesa molto importante con Hamas per fermare le violenze lungo il confine tra la Striscia e il territorio israeliano: l'accordo prevedeva, tra le altre cose, l'arrivo di gasolio nella Striscia per alimentare il secondo generatore dell'unica centrale elettrica di Gaza, e il pagamento di parte degli stipendi arretrati dei dipendenti pubblici della Striscia, impiegati da Hamas.
   Hamas, che a causa dell'intesa era stata accusata da altri gruppi radicali della Striscia di avere venduto la causa palestinese agli israeliani in cambio di soldi, aveva reagito all'operazione israeliana lanciando centinaia di razzi contro il sud di Israele, colpendo molte case e un autobus, e uccidendo un palestinese originario della zona di Hebron, in Cisgiordania. Israele aveva a sua volta reagito compiendo diversi attacchi aerei su postazioni militari nella Striscia di Hamas e del Jihad Islamico, altro gruppo radicale, uccidendo sette persone. Poi martedì sera, due giorni dopo l'inizio dei bombardamenti, Hamas aveva annunciato una tregua che aveva trovato il favore di Israele, nonostante diversi membri del governo conservatore di Netanyahu chiedessero una risposta più dura al lancio di razzi di Hamas su Israele: «Il risultato, brusco e inconcludente, ha scatenato celebrazioni a Gaza. Ha lasciato il governo israeliano, il più a destra nella storia del paese, ad affrontare l'accusa di essere stato troppo morbido con Hamas», ha commentato il New York Times.
   Una prima conseguenza di tutta questa storia sembra essere stata un relativo rafforzamento della posizione di Hamas.
   La leadership del gruppo era stata molto criticata da alcune fazioni della Striscia per avere trovato un'intesa con il governo israeliano, ma la scarica di razzi contro il sud di Israele ha in parte zittito le accuse dei gruppi più radicali. Parlando e trovando un accordo con il governo israeliano, inoltre, Hamas ha in un certo senso marginalizzato Fatah, l'altro principale partito politico palestinese, che è considerato più moderato di Hamas e che controlla la Cisgiordania. Tra i due gruppi palestinesi va avanti da diverso tempo una competizione molto feroce, a cui si deve per esempio il mancato pagamento degli stipendi di migliaia di dipendenti pubblici nella Striscia. Shimrit Meir, analista israeliano della politica palestinese, ha detto al New York Times che le fazioni di Gaza hanno avuto nell'ultima crisi «spazi di manovra incredibilmente ampi», perché hanno intuito che Israele non avrebbe proseguito il conflitto via terra: «Hanno controllato le tempistiche, il livello di escalation e la potenza di fuoco». Hamas non voleva una guerra, anche perché Gaza si trova dal 2014, cioè dall'ultimo grande conflitto con Israele, in una situazione umanitaria molto critica.
   Le agitazioni dell'ultima settimana hanno lasciato conseguenze ancora più rilevanti in Israele, dove ha cominciato a traballare il governo di Netanyahu.
   Dopo la decisione da parte del governo israeliano di non iniziare una nuova guerra su larga scala con i gruppi della Striscia di Gaza, il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha annunciato le sue dimissioni e ha confermato il ritiro del suo partito, Israel Beytenu, di destra, dalla coalizione di governo di Netanyahu. La mossa di Lieberman, ha scritto Anshel Pfeffer su Haaretz, costringerà molto probabilmente il governo ad anticipare le elezioni previste per novembre 2019, visto che Netanyahu non può più contare su una maggioranza stabile in Parlamento.
   «Il tempismo di Lieberman è stato eccezionale», ha scritto Pfeffer, che ha aggiunto: «Ma con il senno di poi, questa era l'unica mossa che poteva fare, un'opportunità d'oro per affrontare le imminenti elezioni da una posizione di maggiore forza». Il punto è che, uscendo dal governo, Lieberman ha scaricato tutta la responsabilità del mancato intervento a Gaza su Netanyahu e sul suo partito, il Likud, potenzialmente togliendo loro diversi consensi provenienti da quella destra israeliana che non accetta troppi compromessi con Hamas. Da qualche anno il partito di Lieberman, Israel Beytenu, rischia l'estinzione politica, stritolato tra il Likud di Netanyahu e La Casa Ebraica di Naftali Bennett, politico divenuto molto popolare: con le dimissioni dal governo, Lieberman ha cercato di anticipare le mosse degli avversari, lasciando loro il problema di gestire il tema delle tensioni a Gaza.
   Le preoccupazioni di Lieberman, d'altra parte, sembrano essere state le stesse di Netanyahu.
   Uno dei motivi per cui tre settimane fa il governo israeliano aveva raggiunto un accordo con Hamas era la necessità di evitare che il tema delle violenze al confine tra Striscia di Gaza e Israele diventasse «tossico» per la campagna elettorale del Likud. In altre parole, Netanyahu voleva "neutralizzare" la questione del difficile rapporto con i palestinesi della Striscia per evitare di uscirne penalizzato alle prossime elezioni. Anche la scelta di bombardare per un giorno la Striscia e poi fermarsi ha risposto a simili considerazioni, ha scritto Amos Harel, analista militare per Haaretz. Il governo aveva sul tavolo tre opzioni: non rispondere in alcun modo al lancio di razzi di Hamas, posizione praticamente inconcepibile per l'attuale governo di destra, che avrebbe deluso i molti elettori intransigenti del Likud; lanciare un'operazione militare su larga scala come quella del 2014, ipotesi a cui però Netanyahu si oppone da tempo, perché potenzialmente disastrosa; e fare un attacco mirato contro Hamas per un periodo limitato di tempo, soluzione intermedia che al governo è sembrata la più ragionevole e conveniente, e che in qualche modo garantiva una risposta alle frange di elettori più intransigenti senza però finire per infilarsi in un conflitto lungo e complicato.
   Oggi la situazione sembra tornata relativamente tranquilla, ma come ogni venerdì da diverso tempo potrebbero esserci proteste di palestinesi della Striscia al confine con Israele, e quindi nuove tensioni. Il governo israeliano potrebbe ordinare di rispondere duramente contro i manifestanti, per provare a fare cambiare idea a chi accusa Netanyahu di essere troppo morbido con Hamas. D'altra parte, è interesse del Likud di tenere in piedi l'intesa con Hamas raggiunta tre settimane fa, proprio con l'obiettivo di togliere il più possibile dai radar elettorali la questione di Gaza.

(il Post, 16 novembre 2018)



Netanyahu frena sul voto anticipato

Benjamin Netanyahu per il momento frena, ma le dimissioni tutte pre-elettorali del ministro della Difesa Avigdor Lieberman dal suo incarico hanno avviato una dinamica che sicuramente avvicinerà la data del voto in Israele. Quindi lo spauracchio delle elezioni anticipate rimane. Netanyahu ha incontrato il ministro dell'Educazione Naftali Bennett, leader di un altro partitino di destra della coalizione, "Focolare ebraico" (Habayit Hayehudi). Così, Bennett gli ha chiesto chiaramente di volere l'incarico di ministro della Difesa, ma il premier almeno per il momento ha dovuto respingere tale richiesta, anche per non scatenare le proteste degli altri partiti nazionalisti e religiosi che sostengono il governo.

(La Notizia, 17 novembre 2018)


Conte incontra il presidente israeliano Rivlin: distanti sull'Iran

di Francesca Paci

Si è parlato di sicurezza, processo di pace con i palestinesi ma anche molto di Teheran nel secondo e ultimo giorno italiano del presidente israeliano Rivlin, che ieri ha incontrato prima il premier Conte e poi il suo omologo Mattarella. Nonostante «la profonda amicizia» che li lega, i due Paesi mantengono una sostanziale distanza nella valutazione dell'accordo sul nucleare iraniano, con l'Italia, esonerata a tempo dalle sanzioni americane, convinta che si tratti di un passo avanti verso il disarmo e Israele che ancora ieri ha ribadito come il Jcpoa«abbia rafforzato» le capacità militari degli ayatollah ampliandone «l'influenza negativa sulla regione» e destando allarme non solo nello Stato ebraico ma in Egitto, nel Golfo. Differenze di visione al netto di molte «preoccupazioni comuni», sottolineano comunque gli addetti diplomatici, che raccontano di colloqui «cordialissimi» centrati sulla sicurezza e sull'importanza di cooperare economicamente anche per rilanciare il processo di pace oggi archiviato con i palestinesi. Su questo «l'Italia può essere di grande aiuto», come lo è nel contrastare l'antisemitismo risorgente in Europa.

 Verso le elezioni anticipate
  Sullo sfondo della visita di Rivlin c'è l'ennesima crisi con Gaza. Ieri, mentre la nuova marcia del ritorno indetta da Hamas per spezzare il blocco della Striscia sfociava in scontri al confine con almeno 40 palestinesi feriti (3 gravi), Israele viveva una nuova giornata di turbolenze politiche seguite alle dimissioni del ministro della difesa Lieberman in protesta contro il cessate il fuoco giudicato una resa. Il mancato accordo tra il partito Focolare ebraico e il premier Netanyahu apre la strada al voto anticipato. L'atmosfera è tesa, con la destra che teme il bis del 1992 quando la crisi dell'esecutivo portò all'ascesa della sinistra degli accordi di Oslo, e in attesa del vertice di domani il premier Netanyahu ha cancellato la sua visita ufficiale a Vienna.
  A Conte, che a Roma ha espresso «preoccupazione sul rischio di escalation delle violenze registratesi negli ultimi giorni a Gaza» e ha auspicato la tenuta del cessate il fuoco «per consentire a tutte le parti di alleviare la crisi umanitaria», Rivlin ha ripetuto come alla radice dello stallo dei negoziati ci sia un problema di fiducia, come il suo Paese non creda nella reale volontà dei palestinesi di arrivare alla soluzione due popoli per due Stati e come consideri Hamas responsabile del muro contro muro. A Gaza, dove a sua volta la popolazione denuncia la fine della speranza, è arrivata ieri una delegazione dell'intelligence egiziana per monitorare le manifestazioni.

(La Stampa, 17 novembre 2018)


Se le dimissioni di un falco celano la deriva israeliana

Riportiamo l'analisi di un giornale manifestamente anti-israeliano. NsI

di Zvi Schuldiner

Le dimissioni del ministro della difesa di Israele, Avigdor Lieberman, hanno provocato interpretazioni e reazioni contrastanti: da quelle molto moderate o soddisfatte in Israele, a quelle festose nella striscia di Gaza. Un trionfo dei «moderati»? Lieberman aveva promesso che se fosse diventato ministro della difesa, avrebbe liquidato in 48 ore Ismail Haniyeh, il leader di Hamas.
   Il falco che prometteva un ricorso alla violenza sempre maggiore, che chiedeva misure più drastiche e aggressive, aveva attenuato i toni una volta nominato a una carica ambita da molti.
   Di colpo si era trovato a guidare una forza militare che con il metro di misura israeliano può essere considerata oggi come la parte più «moderata» del paese. L'esercito e gli altri organismi dell'apparato di sicurezza hanno mantenuto una certa capacità di affrontare la congiuntura che Israele attraversa: in questi ambiti, ha prevalso negli ultimi anni la necessità di mantenere contatti positivi con l'Autorità palestinese; e quanto a Gaza, l'esercito ha continuato a mostrarsi favorevole a un miglioramento della situazione interna, in riferimento alle necessità della popolazione civile. Allo stesso tempo gli organismi di sicurezza sono ben coscienti che Hamas è la forza dominante a Gaza.
   Il governo israeliano e l'élite dominante non hanno alcuna intenzione di arrivare a reali trattative di pace. Nel 2005, quando Sharon decise che Israele si sarebbe ritirata da Gaza, la destra radicale si oppose. Ma se la destra si oppone a qualunque ritiro dalle terre occupate nel 1967, a mio giudizio è altrettanto chiaro che il piano era quello che alcuni collaboratori di Sharon spiegavano così: rinunciamo a Gaza unilateralmente per assicurarci l'annessione della Cisgiordania.
   Il governo di Sharon non parlò nemmeno con Abu Mazen e contribuì alla vittoria di Hamas alle elezioni del 2006. Da lì a poco si verificò il sanguinoso golpe di Hamas contro l'Olp a Gaza e la separazione fra Gaza e Cisgiordania si fece sempre più acuta e reale.
   Non ci sarà pace senza unità palestinese; per Netanyahu e la leadership israeliana la separazione fra Gaza e Cisgiordania è un obiettivo importante; sanno che quest'ostacolo alla pace gioca un ruolo decisivo. Dopo anni di occupazione, parlare con l'Olp era un crimine, esibire la sua bandiera era un tradimento, eccetera. Dopo Oslo, parlare con Hamas è un crimine, un tabù, nemmeno i moderati osano sostenere l'idea di un dialogo con Hamas.
   E improvvisamente, quando la situazione a Gaza arriva ai suoi estremi più inumani e brutali, la problematica arena mediorientale si muove in modo sempre più complicato: si potrebbe arrivare a «regolarla» in due o tre anni, dicono gli egiziani a Israele. Netanyahu, l'alleato più entusiasta di Trump, tesse rapporti con Mohammed bin Salman in Arabia saudita, con l'Oman, con al-Sisi. Il presidente egiziano, che ha diversi strumenti a disposizione per far pressione su Hamas e sugli abitanti di Gaza, è diventato il mediatore più attivo fra Hamas e gli israeliani. Netanyahu, che non ha alcuna intenzione di portare il paese ad una vera pace, sa che un'altra guerra sarebbe forse più disastrosa per gli israeliani di quella precedente.
   L'esercito e gli organismi di sicurezza favorivano chiaramente una distensione della situazione e hanno più volte avvertito che un disastro umanitario a Gaza avrebbe ripercussioni negative anche in Israele.
   Il «moderato» primo ministro, appoggiato dall'establishment della sicurezza e spinto dai paesi arabi e forse anche da alcune esortazioni di Trump, aveva capito che il cosiddetto «aggiustamento» era la soluzione migliore, avrebbe ridotto la pericolosità della situazione a Gaza, avrebbe migliorato i rapporti con i paesi arabi e cementato la divisione fra Gaza e Cisgiordania.
   Dal canto suo, Abu Mazen ha condotto una politica criminale nei confronti di Gaza; l'obiettivo era il nemico Hamas, ma era chiaro che la popolazione pagava un prezzo terribile per l'accerchiamento da parte israeliana e i passi problematici da parte di Abu Mazen. Quando il Qatar si è offerto di pagare il petrolio necessario alla fornitura di elettricità e anche una parte dei salari ai dipendenti di Hamas, lo stesso Abu Mazen ha dovuto moderare la propria opposizione e il circo si è arricchito con l'arrivo in Israele di un inviato del Qatar con una cassaforte di 15 milioni di dollari che è andato a distribuire a Gaza.
   Negli ultimi mesi Lieberman ha più volte dichiarato pubblicamente e in modo aperto la sua opposizione all'«aggiustamento». Il ministro dell'educazione Bennett, ancora più estremista di Lieberman, ha attaccato ripetutamente il ministro della difesa e l'idea dell'«aggiustamento» - ma senza attaccarne il vero architetto, il premier.
   Quando, all'inizio della settimana, un'azione supersegreta di una segretissima unità israeliana ha provocato sette morti palestinesi nei bombardamenti, questi ultimi hanno reagito con una pioggia di missili che ha costretto decine di migliaia di israeliani a correre nei rifugi. Il pericolo di un'altra guerra è diventato evidente; l'intervento degli egiziani e di altri ha portato a un cessate il fuoco che per la maggioranza degli israeliani significa «una resa ad Hamas», Poche ore dopo il cessate il fuoco, molti israeliani della zona di frontiera hanno manifestato contro Netanyahu con un messaggio chiaro: arrenderci al terrore significa che Hamas può farci impazzire di nuovo quando vuole. Secondo un recentissimo sondaggio, il 74% degli israeliani non approva la linea adottata dal premier. Lieberman si dimette e il partito di Bennett lancia un ultimatum a Netanyahu: o Bennett diventa ministro della difesa oppure abbandoniamo la coalizione e si va a votare. Nelle ultime ore tutti gli esiti appaiono possibili. Bennett sarebbe ancor peggio di Lieberman e favorirebbe prima di tutto la propria base elettorale negli insediamenti dei territori occupati. Netanyahu lo sa e può essere che questo lo porti a prendere una decisione che non avrebbe altrimenti assunto: andare a elezioni decise da altri.

(il manifesto, 17 novembre 2018)


Le dimissioni di Lieberman non significano vittoria per Hamas

Le dimissioni del ministro della difesa israeliano Lieberman sono viste come la vittoria politica di Gaza, secondo il portavoce di Hamas Abu Zukhri. Condivide la sua opinione con Radio Sputnik, il professor Abraham Diskin, esperto in scienze politiche all'Università ebraica di Gerusalemme e professore del Centro interdisciplinare di Herzliya.

Sputnik: Qual è la tua opinione sulle dimissioni di Lieberman e il ragionamento che ha dato per questo?
Abraham Diskin: L'ultimo atto scatenante è stato il cessate il fuoco con Hamas, e Lieberman ha creduto che fosse troppo presto e Hamas non dissuaderebbe il contrario, e sono sicuro che anche lui aveva problemi di popolarità in Israele, ma sembra che in generale non fosse sincero. Penso che sia davvero in disaccordo con il primo ministro che è stato più moderato diverse volte riguardo al conflitto con i terroristi in generale e con Hamas in particolare.

- Beh, il signor Lieberman è ovviamente molto scontento della situazione attuale, l'invio di denaro dal Qatar sarebbe il punto, ma anche il cessate il fuoco. Ciò sta aumentando le pressioni sul Primo Ministro Netanyahu perché invochi effettivamente elezioni anticipate? E perché non vuole davvero autorizzare elezioni anticipate in Israele?

  Innanzitutto, non penso che le elezioni anticipate siano state davvero una considerazione importante, ma sono sicuro che ciò era nella sua mente. Ma vedremo cosa succederà. Sapete, quello che abbiamo visto dai media israeliani, per esempio e anche in rete, è una certa critica nei confronti di Netanyahu per essere troppo morbido nei confronti di Hamas e qui alla deterrenza verso i terroristi in generale e Hamas in particolare. E sono sicuro che se si condividono tali critiche e se è condiviso anche da persone vicine a Netanyahu e anche riguardo alla posizione popolare di pochi potenziali elettori al centro dell'arena israeliana, o sul lato destro dell'arena israeliana, penso che sia cauto nei confronti di una decisione come quella che è stata fatta da Lieberman. A proposito, le elezioni anticipate non sono qualcosa di certo. Penso che probabilmente avremo elezioni anticipate, ma non lo sappiamo ancora per certo.

- Ora gli abitanti di Gaza dicono che questa è una vittoria politica per loro, crede che sia così?

  Per quanto riguarda la valutazione della situazione, Hamas ha davvero implorato il cessate il fuoco. Penso che Israele abbia dato un segnale con i raid aerei, con un preciso bombardamento aereo davvero cauto nel non causare troppe perdite in generale e vittime civili in particolare, ma penso che le esplosioni che Hamas ha osservato sono state molto intense, e al meglio delle mie conoscenze e al meglio della mia comprensione posso dire che Hamas è molto, molto lontana dall'aver ottenuto una vittoria. Anche se Hamas lo presenta come tale, penso che sia vero il contrario e penso anche che la gente in Israele non capisca davvero quello che ho appena detto. La gente dice che forse Netanyahu abbia esitato, forse la deterrenza non dovrebbe essere possibile. Molto presto vedremo delle dimostrazioni al confine con la Striscia di Gaza. Penso che, nonostante il fatto che Hamas presenti la situazione sotto una luce diversa, hanno sofferto troppo… Ma penso che Hamas sia stata ferita troppo gravemente nonostante il fatto che dimostrino il contrario.

- Ho sentito che il signor Netanyahu servirà come ministro della Difesa. Riusciranno il primo ministro e il governo a far fronte a questa situazione, a seguito della quale aumenterà la pressione sul governo? Quale reazione dovremmo aspettarci da Hamas, visto che Israele è impegnata a continuare il conflitto?

  In primo luogo, questo è il problema principale, perché al momento Netanyahu è sotto forte pressione per nominare il capo del partito della Casa Ebraica alla carica di Ministro della Difesa. Non possono rifiutare questa richiesta, ma non penso nemmeno che Netanyahu la soddisferà. Ecco perché, probabilmente, possono aver luogo delle elezioni anticipate. Le elezioni anticipate dovrebbero svolgersi durante il governo di transizione. Questo governo non ha gli stessi poteri politici di un governo ordinario, ma non penso che si applichi alle questioni di difesa. Penso che questa situazione non abbia nulla a che fare con i problemi di difesa. Nonostante il fatto che il governo israeliano sia transitorio, avrà le mani libere. Data l'atmosfera politica nel paese, credo che, anche dopo aver indetto elezioni anticipate, Israele agirà sulla volontà di Netanyahu.

(Sputnik Italia, 16 novembre 2018)



Per la prima volta gli USA voteranno contro risoluzione ONU per il ritiro di Israele dal Golan

Si profila un altro cambiamento epocale nella politica estera degli USA, secondo forse solo al riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Infatti l'ambasciatrice uscente degli all'ONU, comunica che per la prima volta Washington voterà contro la risoluzione ONU che chiede il ritiro di Israele dal Golan.
   Un altra importante novità nella politica estera degli USA. Dopo il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, Washington si appresta a votare contro l'annuale votazione all'ONU sulla risoluzione che chiede a Tel Aviv di ritirarsi dal Golan occupato a scapito della Siria nel 1967. Ad annunciarlo è stata la rappresentante uscente statunitense Nikki Haley.
   "Se questa risoluzione avesse mai avuto un senso, sicuramente non lo ha oggi. La risoluzione è chiaramente di parte contro Israele ", ha affermato Haley, annunciando la mossa prevista.
   La risoluzione non vincolante, che viene votata ogni anno dal terzo comitato dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, mette in discussione la "illegittimità della decisione" presa da Israele "di imporre le sue leggi, la sua giurisdizione e la sua l'amministrazione sul Golan siriano occupato", illegale secondo il diritto internazionale.
   Haley, tuttavia, ha aggiunto che "le atrocità che il regime siriano continua a commettere dimostrano la sua mancanza di idoneità a governare chiunque".
   Secondo quanto riferito, Israele ha sollecitato la Casa Bianca negli ultimi mesi a riconoscere l'annessione, sostenendo che dopo la sanguinosa guerra civile in Siria per Israele le Alture sono fondamentali per il mantenimento della sicurezza.
   L'ambasciatore israeliano all'ONU Danny Danon ha accolto l'annuncio degli Stati Uniti, affermando che "il cambiamento nel modello di voto americano è un'altra testimonianza della forte cooperazione tra i due paesi".
   "È giunto il momento per il mondo di distinguere tra coloro che stabilizzano la regione e coloro che seminano il terrore", ha dichiarato.
   Mentre è improbabile che un "no" da parte degli Stati Uniti fermi la risoluzione, potrebbe essere un segnale che l'amministrazione Trump stia considerando di riconoscere il controllo israeliano sul Golan.
   Lo scorso settembre, l'ambasciatore statunitense in Israele David Friedman affermò di aspettarsi che il territorio annesso rimanesse sotto il controllo israeliano "per sempre".
   "Non posso onestamente immaginare una situazione in cui le alture del Golan non facciano parte di Israele per sempre", dichiarò Friedman al quotidiano israeliano Hayom.
   Ma durante una visita in Israele un mese prima, John Bolton, Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, spiegò che non c'erano discussioni su tale riconoscimento.
   "Ovviamente comprendiamo l'affermazione israeliana di annettere le alture del Golan - comprendiamo la loro posizione - ma per ora non c'è alcun cambiamento nella posizione degli Stati Uniti".

(l'AntiDiplomatico, 16 novembre 2018)


Abu Mazen rimuove un colonnello: "Cambiò una gomma a una jeep israeliana"

L'ufficiale di polizia è stato subito deferito a una commissione investigativa speciale, competente a irrogare sanzioni nei confronti dei "traditori della causa palestinese".

di Gerry Freda

Il governo Abu Mazen ha recentemente rimosso dall'incarico un colonnello della polizia della Cisgiordania colpevole di avere aiutato dei soldati israeliani a "sostituire una ruota sgonfia".
L'incontro incriminato tra l'ufficiale delle forze dell'ordine palestinesi e la pattuglia di militari di Gerusalemme avrebbe avuto luogo alcuni giorni fa a Hebron, città rientrante nel territorio amministrato dalle autorità di Ramallah.
   Il colonnello Ahmad Abu al-Rub, allora capo della polizia nel distretto meridionale della Cisgiordania, sarebbe infatti giunto in soccorso di un manipolo di soldati dello Stato ebraico, impegnati in quel momento a pattugliare le strade di Hebron a bordo di una jeep. Secondo i media israeliani, l'ufficiale palestinese avrebbe aiutato i militari di Gerusalemme a rimuovere una gomma forata e a rimettere di conseguenza il veicolo nelle condizioni di proseguire il pattugliamento. L'episodio sarebbe stato filmato da alcuni ragazzi del posto e sarebbe stato subito pubblicato su diversi canali social. Nel video, Ahmad Abu al-Rub è immortalato mentre, inginocchiato davanti alla jeep israeliana, provvede a sostituire la ruota sgonfia. Il filmato è in breve tempo diventato virale tra gli utenti palestinesi e ha subito provocato l'indignazione del governo Abu Mazen.
   Le autorità di Ramallah hanno infatti accusato l'ufficiale di polizia di avere compiuto, inginocchiandosi davanti a dei soldati israeliani, un "atto di sottomissione". Il colonnello, inoltre, fornendo assistenza tecnica ai militari di Gerusalemme inviati in Cisgiordania avrebbe di fatto aiutato Israele a proseguire la "criminale occupazione dei territori palestinesi". Sulla base di tali accuse, i vertici di Al-Fatah hanno deliberato la rimozione di Ahmad Abu al-Rub dal rispettivo incarico. Quest'ultimo è stato quindi deferito a una commissione investigativa speciale, competente a comminare sanzioni nei confronti dei "traditori della causa palestinese".

(il Giornale, 16 novembre 2018)


Il presidente Rivlin a Roma

"Italia-Israele, legame forte"

 
Italia e Israele: continuare il futuro insieme. È uno dei temi al centro della visita del Presidente israeliano Reuven Rivlin, in queste ore a Roma per diversi incontri istituzionali. Rivlin ha incontrato prima il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, a cui ha ribadito l'amicizia tra i due paesi e sottolineato "la grande importanza dell'impegno internazionale per esercitare pressione sull'Iran, quale passo indispensabile nella lotta contro il suo armamento nucleare". Poi è stato il momento del vertice con "il mio amico Presidente dell'Italia Sergio Mattarella" al Quirinale (nell'immagine in alto). Tra gli appuntamenti odierni anche un incontro privato con la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni (nell'immagine a lato). Diversi i punti toccati durante il colloquio: dalla storia dell'ebraismo italiano, al suo legame con Israele, fino al problema dell'antisemitismo in Italia. Rivlin ha manifestato il suo interesse per avere un quadro della realtà ebraica italiana e sottolineato i legami positivi tra i due paesi, ricordando la bellezza della sinagoga italiana a Gerusalemme.

(moked, 16 novembre 2018)


Le cose, le case rubate agli ebrei

Mostra, incontro, installazione a 80 anni dalle leggi razziali

di Chiara Priante

Sono passati 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali. Allora, la cosa, passò nell'indifferenza generale della popolazione italiana. Oggi, l'anniversario diventa occasione per riflettere e imparare.
Migliaia di fascicoli, lettere, pratiche, registri. E' un racconto inedito quello che emerge da "Le case, le cose. Le leggi razziali del 1938 e la proprietà privata" allestita da Fondazione 1563 che apre al pubblico la sede, in piazza Bernini 5. Da giovedì 22 novembre a giovedì 31 gennaio (lunedì venerdì 16-19; 24 e 25 novembre, 26-27 gennaio 10-13) la mostra curata da Fabio Levi raccoglie minuziose descrizioni d'edifici, inventari di stanze, oggetti, perfino d'alberi.

 La prima volta
  Per la prima volta in esposizione, documenti e immagini sui sequestri gestiti dall'Istituto di San Paolo di Torino su delega dell'Ente gestione e liquidazione immobiliare. La legge lo istituì nel '39 per acquisire e vendere beni sottratti agli ebrei. I'Egeli delegò 19 crediti fondiari, per Piemonte e Liguria scelse l'Istituto. Gli specialisti della Fondazione 1563 hanno inventariato e digitalizzato il fondo, ora fruibile a livello internazionale. In mostra anche immagini di palazzi e portoni torinesi, i mattoni di questa storia. E poi vite: quelle dei proprietari delle case, dei puntigliosi periti e funzionari della banca, dei cittadini che diventarono utilizzatori, più o meno consapevoli, dei beni sottratti

 Iniziative al Polo del '900
  Giovedì 22 alle 17 s'inaugura l'installazione multimediale "Che razza di storia" promossa dal Museo della Resistenza nell'ambito del progetto integrato del Polo del '900 "1938.2018. A80 anni dalle eleggi razziali" (fino al 3 febbraio tutti i giorni 9-18). Racconta le leggi razziali nella loro realtà; documenti, immagini, filmati e testimonianze audio in via del Carmine 14 accompagnano in un'esperienza emozionale condotta da luci, suoni, immagini. Poi ci sono le domande lungo il corridoio: quesiti universali e attuali su razzismo e intolleranza.
Per l'occasione, alle 18 nella Sala '900 intervengono Gad Lerner e Igiaba Scego su "Il rifiuto dell'altro. A 80 anni dalle leggi razziali", a conclusione del ciclo d'incontri "Spotlight" curato da Biennale Democrazia.

(La Stampa - Torino, 16 novembre 2018)



«Alto Adige un modello per Israele»

L'Alto Adige come modello di convivenza tra popolazioni: questa l'idea dietro il viaggio dei parlamentari israeliani Eyal Ben Reuven e Yousef Jabareen, che hanno incontrato ieri il governatore Arno Kompatscher e visitato il Comune di Bolzano.
«Guardiamo all'Alto Adige come un modello per superare le discriminazioni delle minoranze in Israele» ha detto Jabareen, che milita nel partito arabo Joint List Per Ben Reuven (Unione sionista), il viaggio ha offerto spunti per «proseguire gli sforzi per la pace», che negli ultimi anni stanno toccando minimi storici.
I parlamentari dello Knesset saranno oggi a Eurac Research per un confronto aperto al pubblico sul tema della convivenza pacifica.

(Corriere dell’Alto Adige, 16 novembre 2018)


Il presidente Rivlin in Italia: "Non cederemo adHamas"

di Francesca Paci

E' stata tutta dedicata al Vaticano la prima giornata romana del presidente israeliano Reuven Rivlin che ieri ha incontrato il Papa e successivamente il Segretario di Stato Pietro Parolin e l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati. Rivlin e il Pontefice hanno parlato a porte chiuse nella Sala della Biblioteca per oltre mezz'ora alla presenza di due traduttori e in un clima «molto cordiale». Si avvicina il 25esimo Anniversario dell'avvio delle relazioni diplomatiche tra Israele e lo Stato Pontificio e c'erano numerosi argomenti sul tavolo dei due interlocutori. Sulla base dei «positivi rapporti tra la Santa Sede e lo Stato d'Israele», come ricostruisce una nota vaticana, si è parlato delle comunità cattoliche locali con «l'auspicio del raggiungimento di intese adeguate in merito ad alcune questioni di comune interesse». Uno spazio particolare è stato dedicato alla questione di Gerusalemme, «nella sua dimensione religiosa e umana per ebrei, cristiani e musulmani» e nel rispetto della «sua vocazione di Città della Pace».

 La questione palestinese
  Il Papa ha richiamato «l'importanza di costruire maggiore fiducia reciproca, in vista della ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi, per raggiungere un accordo rispettoso delle legittime aspirazioni dei due popoli». Nessuno ignora il contesto regionale, segnato da conflitti e crisi umanitarie e l'incontro è stato anche l'occasione per enfatizzare «l'importanza del dialogo fra le varie comunità religiose per garantire la convivenza pacifica e la stabilità». Il presidente ha spiegato al Papa di non volere nessuna escalation a Gaza, ma Israele «non resterà in disparte mentre mina la stabilità o nuoce ai nostri civili».
Stamane Rivlin vedrà il premier Conte e il presidente Mattarella: in entrambi i casi si parlerà dei cambiamenti in corso in Medio Oriente, delle relazioni bilaterali italo-israeliane e della cooperazione. Il presidente Rivlin ha regalato a Bergoglio un bassorilievo realizzato dalla scuola d'arte Betzalel raffigurante la città vecchia di Gerusalemme divisa nelle sue quattro zone e il Pontefice ha ricambiato con il suo Messaggio per la Giornata mondiale della Pace e un medaglione di un'artista italiana che raffigura una spiga di grano nata dal deserto. «Con l'auspicio che la vostra terra si trasformi da un deserto di inimicizia a uno di amicizia tra i popoli» ha chiosato il Papa. «Abbiamo portato l'acqua dal Nord d'Israele e il deserto si è trasformato in un giardino fiorito» è stata la replica di Rivlin.

(La Stampa, 16 novembre 2018)


Israele, le colombe rivalutano Netanyahu: "Ha evitato una nuova guerra a Gaza"

Il quotidiano di sinistra Haaretz difende il ruolo del primo ministro in un momento assai delicato con i palestinesi.

di Umberto De Giovannangeli

Se c'è una persona in Israele che mai e poi mai è stato tacciabile di simpatie verso destra, questa persona risponde al nome di Gideon Levy. Se c'è un giornalista, uno scrittore, che ha sempre, con coraggio e ferrea determinazione, denunciato i guasti prodotti, anche in termini di decadenza morale, dall'occupazione di Israele dei Territori palestinesi, la persona in questione è sempre Gideon Levy. Per questo le sue considerazioni sul terremoto politico in Israele, scatenato dalle dimissioni da ministro degli Difesa di Avigdor Lieberman, destano scalpore, aprendo un dibattito di verità a sinistra. Perché Gideon Levy, bersaglio permanente della destra oltranzista, di certo non annoverabili tra gli amici di Benjamin Netanyahu, ha scritto un articolo, su Haaretz, il quotidiano progressista d'Israele, dal titolo: "Dobbiamo dare credito a Netanyahu: ha prevenuto un'altra guerra a Gaza". E lo ha fatto andando controcorrente, non solo rispetto al tradizionale elettorato di destra, ma anche scontrandosi con una visione "muscolare" della quale si erano fatti portatori, sull'onda dei quasi 500 razzi sparati in pochi giorni da Gaza contro le città meridionali d'Israele, quasi tutti i leader dell'opposizione di centro e di sinistra.
  E controcorrente va anche Gideon Levy, quando dice e scrive: "Immagina Yesh Atid (partito di centro e laico, ndr)) e il suo leader (Yair Lapid, ndr) come primo ministro. L'esercito sarebbe già alla periferia di Rafah nella parte meridionale della Striscia di Gaza. I piloti bombarderebbero dall'alto, l'artiglieria dal campo. Gaza sarebbe un cumulo di macerie. Da parte palestinese, centinaia sarebbero morti dopo il primo scontro, proprio come in quell'altra 'meravigliosa guerra', Operazione Piombo Fuso del 2008-09. Nella sua giacca nera, il 'comandante' Lapid avrebbe incitato le sue forze: uccidere, distruggere, cancellare, demolire. La nazione avrebbe esultato e i media 'di sinistra' sarebbero stati a supporto, il coro di guerra unito. Cinquanta giorni di euforia, di orribili uccisioni a Gaza e di ansia e razzi in Israele, che non portano da nessuna parte. Questo è ciò che Lapid ha inteso questa settimana quando ha detto che 'questo è il momento giusto per agire". Imagine. "Immagina Avi Gabbay, leader del partito laburista, come primo ministro. 'La tranquillità è garantita dalla deterrenza, non con il denaro', ha scritto questa settimana... Immagina Tzipi Livni, leader dell'opposizione, che si è scagliata in modo simile: La deterrenza viene creata attraverso gli attacchi militari'. Immagina Ehud Barak (ex primo ministro laburista, ndr) , che ha sentenziato che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava 'umiliando Netanyahu'... immagina Avigdor Lieberman che si è dimesso, o Naftali Bennett, che si è prodigato in minacce. Immagina un incubo. Nessuno dei demagoghi di sinistra o destra (come se ci fosse una differenza) offriva altro che morte e distruzione. Volevano semplicemente placare i media, che sono diventati sempre più assetati di sangue e bellicosi che mai, e l'opinione pubblica, che voleva solo vedere gli abitanti di Gaza morti, tanto meglio, con le loro case distrutte il più possibile...".
  La conclusione è un salutare, quanto doloroso, ritorno alla realtà: "Solo una persona si è opposta a questa onda oscura senza vacillare; dobbiamo onestamente dirlo e lodarlo: il primo ministro ha bloccato un'altra guerra con il suo corpo. È stato dimostrato ancora una volta che Benjamin Netanyahu è il più risoluto odiatore di guerra tra i leader del Paese. Dovremmo ribadire che, qualunque siano le sue motivazioni, il risultato è sufficiente per ottenere rispetto. Non a causa, ma grazie a lui non è stato versato sangue. E per questo, non possiamo fare a meno di dargli credito". Mai nella sua vita, Levy, icona dell'informazione "radical", ha votato Likud. E certo, assicura, non lo farà neanche la prossima volta. Ma su Gaza, su una guerra che riuniva destra oltranzista e centrosinistra, con esclusione di Meretz (la sinistra pacifista) e i parlamentari della Lista Araba Unita, Netanyahu ha tenuto botta, mettendo in discussione la sua leadership e innescando la crisi del governo di cui era premier. "Su Netanyahu il mio giudizio resta fortemente critico e ritengo che la sua uscita di scena non sarebbe un disastro, tutt'altro, per Israele - dice ad HuffPost il più autorevole storico israeliano, il professor Zeev Sternhell - ma con altrettanta nettezza dico che le cose che ho ascoltato o letto da parte dei dirigenti di una sedicente opposizione, non solo fanno vergognare, ma confermano la loro assoluta incapacità a definirsi come una credibile alternativa, di progetto, di visione, di valori, alle destre che oggi detengono il potere di governo. Quando la sinistra - prosegue Sternhell - insegue la destra sul suo terreno, quello muscolare, non solo perde ragione di sé ma a quel punto, giustamente, la gente vota l'originale e non la fotocopia...".
  Il sangue di Gaza chiama in causa i due "Nemici" che, ognuno per i propri tornaconti, hanno lavorato assieme per recidere ogni filo di dialogo e per distruggere ogni possibile compromesso. Perché "compromesso" è una parola che non esiste sia nel vocabolario politico della destra oltranzista israeliana sia in quello di Hamas. Perché compromesso significa incontro a metà strada, il riconoscere le ragioni dell'altro. Compromesso significa rinuncia ai disegni della "Grande Israele" come della "Grande Palestina". Compromesso è ammettere che non esiste né una scorciatoia militare né una terroristica per veder riconosciuti due diritti egualmente fondati: la sicurezza per Israele, uno Stato indipendente per i Palestinesi. Combattere costa meno che fare la pace. Perché "fare la pace", tra Israeliani e Palestinesi, non è solo ridisegnare confini, cedere o acquisire territori. Significa molto di più: ripensare la propria storia e confrontarla con quella degli altri. Significa immedesimarsi nelle paure e nelle speranze dell'altro e, per quanto riguarda Israele, guardare ai Palestinesi come un popolo e non come una moltitudine ingombrante. Nello schema di Hamas e in quello della destra oltranzista israeliana non esiste il "centro": chiunque si pone in questa ottica, altro non è che un ostacolo da rimuovere, con ogni mezzo, anche il più estremo. I falchi israeliani hanno bisogno di Hamas per coltivare l'insicurezza, per alimentare nell'opinione pubblica la sindrome di accerchiamento, divenuta psicologia nazionale. Quanto ad Hamas, può al massimo contemplare una hudna (tregua) con Israele ma mai un riconoscimento della sua esistenza. La destra oltranzista israeliana, della quale Lieberman e espressione, non ha solo rimosso la "questione palestinese" come questione politica, ma è andata oltre, innestando sul vecchio discorso della sicurezza minacciata un impianto ideologico di antica data: quello del revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, per il quale "Eretz Israel" (la Terra d'Israele) ha il sopravvento su "Medinat Israel" (lo Stato d'Israele). In questa ideologia che si fa pratica di governo, trionfa una visione messianica del ruolo d'Israele e del suo popolo, il popolo eletto. Netanyahu, dicendo no alla quarta guerra di Gaza, ha spezzato questa visione. In questa rottura hanno pesato certamente considerazioni elettorali e lo scontro aperto ormai da mesi nel campo delle destre, per il "dopo-Bibi".
  Resta il fatto che, almeno per una volta, ma è una volta importante, Benjamin Netanyahu ha esercitato una leadership pragmatica, che non ha guardato ai sondaggi né cavalcato, come spesso ha fatto in passato, l'insicurezza della popolazione a cui dare risposta praticando sanguinose scorciatoie militari. Ed è per questo, che non vi sarà rimpasto di governo. Perché le due anime della destra israeliana sono destinate a scontrarsi in una campagna elettorale che si preannuncia tra le più dure nella storia di Israele. Margini per un compromesso tattico non sembrano esistere. Oggi, il leader del partito Kulanu (centro moderato) e ministro delle Finanze Moshe Kahlon ha ribadito nel suo incontro con Netanyahu che la cosa giusta per i cittadini e l'economia di Israele è di indire le elezioni il prima possibile. Nel loro incontro, Kahlon ha detto al premier che l'attuale situazione politica non consente la necessaria stabilità economica, e quindi la cosa responsabile da fare è formare un governo nuovo, forte e stabile. Kahlon ha sottolineato che è disposto a coordinare con gli altri partner della maggioranza una crisi di governo "non traumatica". Il presidente di Shas (il partito religioso sefardita) Aryeh Deri, ha fatto eco alle dichiarazioni di Khalon in un incontro con Netanyahu.
  Deri ha sostenuto che Israele debba andare alle elezioni il prima possibile e che la data delle elezioni dovrebbe essere stabilita con tutti i diversi leader politici. Con l'uscita dal governo di Lieberman e il ritiro della fiducia da parte dei 6 parlamentari di Israel Beitenu, Netanyahu può contare al momento su una risicata maggioranza alla Knesset: 61 su 120. Ma per tenerla assieme, "Bibi" dovrebbe accettare condizioni pesantissime. Come quella indicata dalla ministra della Giustizia e astro nascente della destra oltranzista, Ayelet Shaked, esponente del partito Habayit Hayehudi, che in una intervista alla Radio militare ha affermato senza mezzi termini che se Netanyahu non nominerà il presidente del suo partito, e attuale titolare dell'Economia, Naftali Bennett, nuovo ministro della Difesa, il partito lascerà la coalizione. Più di Lieberman, è il giovane e ambizioso Bennett, legatissimo al movimento dei coloni, il vero antagonista di Netanyahu per la leadership a destra. E per dirla con Gideon Levy, averlo come futuro premier sarebbe un "incubo". E non solo per Israele.

(L'HuffPost, 16 novembre 2018)


Israele. Resisterà la coalizione dopo le dimissioni del ministro della Difesa?

Il ministro della Difesa Lieberman si è dimesso perché il governo non intraprenderà un'azione militare su Gaza. Netanyahu adesso se dovesse cedere la Difesa a Bennet, che ora è all'Istruzione, rafforzerebbe l'area populista del Likud, tentando di garantire il controllo e la marginalizzazione delle voci più estremiste, almeno fino alle prossime elezioni.

di Giovanni Quer

La riunione del Gabinetto di Sicurezza su Gaza è terminata con la decisione di non intraprendere un'operazione militare. Lieberman, ministro della Difesa, e Bennet, ministro dell'Istruzione, hanno criticato Netanyahu sostenendo che tale decisione avrebbe posto come prioritaria l'intesa con Hamas rispetto alla sicurezza di Israele. Lieberman quindi si dimette: "Il cessato il fuoco è una resa a Hamas", ha dichiarato. A Netanyahu rimangono 61 seggi alla Knesset, cioè una maggioranza risicata (120 in tutto), mentre Bennet vuole diventare ministro della Difesa. Resisterà la coalizione di destra o si andrà a nuove elezioni?
  Avigdor Lieberman è diventato ministro della Difesa con proclami guerreggianti, che non ha realizzato, perché, a suo dire, è stato impossibilitato. In realtà, nonostante le sue frequenti dichiarazioni a dir poco contrarie all'accettabile linguaggio politico, Lieberman si è rivelato un uomo, politico, pragmatico. Un risultato positivo del suo mandato è sicuramente il rapporto positivo che ha instaurato con i cittadini di Otef Aza (cioè le comunità che vivono in prossimità della Striscia). Contrariamente a quanto si può pensare, l'area adiacente alla Striscia di Gaza (circa 70mila persone) comprende una popolazione prevalentemente di centro-sinistra e sinistra, con una minoranza che vota per il Likud e per Shas (il partito associato con i haredim orientali). Il loro rapporto con i governi Netanyahu non è mai stato semplice: non sopportano la strumentalizzazione del discorso sulla sicurezza al confine di Gaza per fini politici, e più che altro sono stanchi della mancanza di una chiara politica verso Hamas. Lieberman è riuscito in questi due anni a instaurare un ottimo rapporto con i rappresentanti delle varie comunità, così sostengono vari sindaci e portavoce in un'intervista a YNet.
  Le sue posizioni hanno spesso causato scontri con le agenzie di sicurezza. A luglio il capo del Servizio di Sicurezza Generale (Shabak) propone di permettere il ricongiungimento familiare tra Israele e territori palestinesi, causando le ire di Lieberman. Bennet lo ha attaccato per le decisioni troppo poco di destra (così si era espresso in agosto), cui Lieberman ha risposto il mese scorso: "Il ministro dell'Istruzione parli di istruzione e non di sicurezza". A febbraio di quest'anno è resa pubblica la decisione di Lieberman di creare una nuova batteria missilistica che sarà gestita dalla fanteria dell'Idf, altra decisione presa contrariamente all'opinione dei generali israeliani. Il giornale russo Vesti pubblica oggi un articolo di lode a Lieberman, ricordando tra i suoi successi anche la proposta di legge sulla pena di morte per i terroristi.
  Il ministero della Difesa in Israele non è una carica politica semplice: in caso di successo, è il primo ministro ad esser coperto di lodi, quando c'è una crisi, è il ministro ad esser coperto di critiche. Le tensioni con Netanyahu e altri leader della coalizione hanno portato alle dimissioni del precedente ministro della Difesa, "Bogie" Ya'alon, che dopo essersi ritirato dalla vita politica si è espresso contro il premier e contro l'area populista del Likud.
  Ora è il turno di Bennet, che ha sempre voluto esser ministro della Difesa. Da quando è stato creato il governo, Bennet ha parlato alla stampa quasi esclusivamente di difesa e sicurezza. Tra le critiche al leader del partito "Casa Ebraica" c'è chi sostiene che le mire pugnaci si rivolgano all'elettorato degli ex coloni di Gaza, sostenuti dal movimento dei residenti di Giudea e Samaria, ma che poco abbiano a che vedere con una visione militare che tenga conto delle necessità della popolazione di Otef Aza e degli interessi a lungo termine di Israele. Altri sostengono che Bennet non è l'unico a promettere una politica militare aggressiva, che la realtà poi mitiga per forza di cose.
  Bennet mette ora Netanyahu di fronte a un ultimatum: se non avrà la Difesa, uscirà dalla coalizione e si andrà a nuove elezioni (sempre il quotidiano in lingua russa Vesti dà per certo questo scenario). Netanyahu cederà a "Casa Ebraica" per mantenere il governo? Nella formazione dell'attuale governo così è successo, proprio all'ultimo minuto: Netanyahu ha dato al partito di Bennet il ministero della Giustizia, mentre è riuscito a non cedere sulla Difesa.
  L'interesse di Netanyahu è mantenere l'attuale coalizione, che avrà però un altro difficile esame la settimana prossima: la legge sul servizio militare, che impone la leva ai haredim (i cosiddetti ultra-ortodossi). Una nuova crisi con i partiti haredi potrebbe portare alla caduta del governo anche se simili conflitti sono stati superati in passato. Le tensioni che "Casa Ebraica" crea con i vari tentativi di cambiare il bilanciamento dei poteri tra ministri e supervisione dell'Avvocatura di Stato non sono sufficientemente gravi per portare a una crisi di per sé, ma si sommano all'attuale precaria situazione.
  La caduta del governo porterebbe a nuove elezioni (già si parla di marzo 2019), con un futuro incerto per Netanyahu, che anche all'ombra dei successi nel campo della sicurezza (soprattutto verso l'Iran), ha un minore sostegno popolare. Vero è, però, che non c'è altro leader che sia egualmente carismatico e politicamente abile nell'attuale panorama politico israeliano, o almeno non parimenti carismatico da dettare una scelta popolare nuova in una situazione di precaria sicurezza ai confini.
  In questa situazione di crisi i politici del Likud storico stanno alzando la voce, in difesa di Netanyahu e delle posizioni di centrodestra, potendo così rafforzare il partito di fronte ai nuovi leader le cui posizioni si avvicinano a "Casa Ebraica". Dovesse Netanyahu cedere la Difesa a Bennet, sia la realtà politica sia il rafforzamento del vecchio Likud potrebbero garantire il controllo e la marginalizzazione delle voci più estremiste, almeno fino alle prossime elezioni.

(formiche, 16 novembre 2018)


Perché ha ragione Netanyahu ad accettare il cessate il fuoco

Tredici anni di dittatura terroristica a Gaza (giustificata e tollerata dal resto del mondo) hanno messo Israele in una situazione senza altra possibilità che "contenere" lo staterello criminale di Hamas.

Molti israeliani protestano nelle strade di Sderot, e chi potrebbe biasimarli? Hanno trascorso giorni interi a correre da un rifugio all'altro sotto centinaia di razzi sparati da Gaza contro la loro città, e sul resto del sud di Israele, dai terroristi di Hamas e della Jihad Islamica. La loro reazione alla notizia di un cessate il fuoco tra Israele e i suoi nemici non è stata di gioia e sollievo. Sono furibondi che, ancora una volta, Hamas avesse potuto terrorizzare e tenere in ostaggio centinaia di migliaia di israeliani cavandosela a buon prezzo. Più precisamente, accusano il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di aver abbandonato loro e il Paese rifiutandosi di rispondere con maggior forza ai 460 razzi lanciati sul sud di Israele in poco più di 24 ore. L'impulso a dire basta una volte per tutte allo stato terrorista di Gaza è quasi irresistibile. Finché Hamas controlla lo staterello palestinese di Gaza, ci sarà sempre un pugnale puntato alla gola d'Israele. Anche nel momento in cui accetta un cessare il fuoco e parla di un possibile accordo con Israele, Hamas non è per nulla interessata alla pace. Il suo obiettivo, sanguinosamente confermato dalle violenze di massa ai confini con Israele chiamate "marce del ritorno", è e rimane la cancellazione dello stato ebraico. Una pace definitiva con Hamas è semplicemente impossibile....

(israele.net, 16 novembre 2018)


I turisti israeliani premiano la Sicilia ma per ragioni di sicurezza

di Flora Bonaccorso

"Oltre 5.000.000 di passeggeri sono transitati, da maggio a settembre 2018, dall'Aeroporto di Catania", rende noto l'ufficio statistiche della Società Aeroportuale di Catania (SAC).
Tra i fattori che hanno determinato un flusso turistico di questa portata c'è Israele, che ha visto incrementare il movimento "da e per" di circa il 30%. Ma gli addetti ai lavori conservano un atteggiamento cauto: ragioni di sicurezza spingono i turisti israeliani a scegliere la Sicilia come meta delle proprie vacanze, non una vera e propria programmazione politica. Per quanto riguarda invece il flusso verso Israele, il più importante tour operator siciliano specializzato nel turismo religioso, Oby Whan, nel 2019 ha confermato voli charter da Catania per Tel Aviv ogni mercoledì dal 17 aprile al 25 settembre.

(Messinaweb.tv, 15 novembre 2018)


Lascia il ministro della Difesa. Rischio elezioni anticipate

di Rolla Scolari

Le dimissioni del ministro della Difesa Avigdor Lieberman e il ritiro dei deputati del suo partito - Yisrael Beiteinu - dalla coalizione di governo rischiano di anticipare le elezioni programmate a novembre 2019 in Israele. Il premier Benjamin Netanyahu conserva ora una magra maggioranza: 61 su 120 seggi alla Knesset, il Parlamento israeliano. Ad innescare la crisi è stato il cessate il fuoco raggiunto martedì dal governo israeliano con il movimento islamista palestinese Hamas che controlla Gaza, dopo ore di lancio di razzi dalla Striscia verso Israele e raid aerei israeliani. «Una capitolazione al terrore», così Lieberman ha definito ieri la tregua raggiunta dal governo, invocando misure più dure contro le fazioni armate palestinesi.

 Sotto pressione
  Da mesi, quando la situazione sembra precipitare a Gaza, il premier Netanyahu si trova sotto pressione da parte dei suoi alleati politici della destra più radicale per un intervento armato che possa mettere fine alla instabile situazione nel Sud del Paese. Il primo ministro, però, ha detto a inizio settimana di voler evitare una «guerra non necessaria». Le sue considerazioni sono anche politiche. Come spiega Anshel Pfeffer, del quotidiano liberal Haaretz, Israele con le dimissioni di Lieberman entra in campagna elettorale. E il premier non vuole farsi dettare l'agenda politica, come tenta di fare Lieberman. Il ministro dimissionario lotta per la propria sopravvivenza - il suo partito ha appena sei seggi alla Knesset - ma a ritrovare una rilevanza nel futuro assetto politico del Paese. La sua mossa ha come obiettivo dunque quello di indebolire la figura di difensore della sicurezza di Netanyahu, imponendo in campagna elettorale proprio la questione che il premier vuole il più possibile tenere lontano dalle urne: Gaza, il contenimento di Hamas, il conflitto israelo-palestinese. «Il premier vuole che le elezioni siano invece incentrate sulla sua figura di leader forte, sulla minaccia iraniana, sui buoni rapporti con Donald Trump», sottolinea Pfeffer.
  Resta il fatto che mancano figure politiche alternative a uno dei leader più duraturi della storia del Paese, a un politico capace di tornare sempre sulla scena. La tensione in Israele resta altissima, ieri sera a Gerusalemme un uomo ha assalito con un coltello un poliziotto ferendolo. L'aggressore è stato a sua volta colpito ed è in condizioni gravi.

(La Stampa, 15 novembre 2018)


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Il falco Lieberman anticipa la corsa alle urne in Israele

Il ministro della Difesa si è dimesso: «Netanyahu troppo debole con Hamas»

di Roberto Bongiorni

Accusare il premier israeliano Benjamin Netanyahu di essere morbido con Hamas più o meno equivale a rimproverare a Donald Trump di intrattenere relazioni amichevoli con l'Iran.
   Se c'è un primo ministro israeliano che si è contraddistinto rispetto ai suoi predecessori per il pugno di ferro contro il movimento islamico, padrone della Striscia di Gaza dal 2006, questo è proprio Netanyahu, conosciuto anche come Bibi il falco. Premier ininterrottamente dal 31marzo 2009, Bibi ha autorizzato durissime operazioni contro Hamas che sono costate la vita a moltissimi civili palestinesi (come "Margine di Protezione", nel 2014, dove ne morirono quasi 1.500 ).
   Eppure agli occhi del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, furioso per i razzi lanciati da lunedì dalla Striscia contro Israele, l'accordo di cessate il fuoco (pur non formale) raggiunto grazie alla mediazione dell'Egitto, altro non è che «una resa al terrorismo». Ieri mattina Lieberman ha così annunciato le proprie dimissioni durante una conferenza stampa: Israele «guadagna la tranquillità a breve termine a costo di gravi danni a lungo termine per la sicurezza nazionale», ha dichiarato.
   Avrebbero potuto trattarsi di semplici dimissioni. Non sarebbe stato nemmeno tanto difficile trovare un sostituto a Lieberman per il ministero più ambito in Israele, quello che dà maggiore prestigio. Per quanto il candidato più accreditato fosse uno sfidante di Bibi, ma più falco di lui.
   Ma c'è un fatto, che non è un dettaglio. Lieberman, 60 anni, ministro della Difesa da due, è anche il fondatore e leader del partito Yisrael Beiteinu. Insieme alle dimissioni l'ormai ex ministro della Difesa ha annunciato anche il ritiro dei suoi deputati dalla coalizione al governo. Yisrael Beiteinu è un piccolo partito, più a destra del partito conservatore, e di maggioranza, il Likud. Ha solo sei seggi in un Parlamento che ne conta 120. Ma senza gli onorevoli di Lieberman, Netanyahu si ritroverebbe con una maggioranza davvero risicata, un solo seggio in più. Un filo sottilissimo a cui sarebbe appeso il suo Esecutivo.
   Ecco perché con queste dimissioni potrebbe scattare la nuova campagna elettorale israeliana. Le prossime elezioni politiche erano previste per il novembre 2019. Ma a questo punto non è escluso che Netanyahu possa decidere di anticiparle in primavera.
   Le dimissioni di Lieberman non rispondono però a una mossa a sorpresa dettata dall'impulsività . Tutt'altro. Nato e cresciuto nell'ex repubblica sovietica della Moldavia, Lieberman conta su un elettorato la cui spina dorsale è composta dagli ebrei russi arrivati durante le grandi immigrazioni ebraiche in terra di Israele dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Spesso si trattava di persone, non ricche, a cui il Governo ha data una casa negli insediamenti a condizioni particolarmente vantaggiose. Non sono religiosi ortodossi, ma sono accesi nazionalisti.
   In un momento in cui una parte consistente dell'opinione pubblica ha mostrato la sua insofferenza per le minacce che provengono dalla Striscia, Lieberman ha voluto cavalcare lo scontento. Le foto diffuse dai media israeliani dei sacchi di dollari provenienti dal Qatar e diretti a Gaza, e il sostegno da parte del Governo di Gerusalemme a 15 milioni di donazioni provenienti dai Paesi del Golfo destinati a pagare gli stipendi dei funzionari pubblici di Gaza, hanno creato molto malumore. Altro elemento pur minore che ha contribuito alle dimissioni di Lieberman è stato il mancato accordo sulla leva militare per gli ultra ortodossi. Argomento molto sensibile in Israele.
   La politica israeliana è dunque di nuovo in fermento. E la cornice sembra restare la stessa: le tensioni con il movimento islamico Hamas. Che sono riesplose lunedì.
   Seguendo un copione già visto tante volte ognuno rinfaccia al nemico di aver dato il via alle ostilità. Hamas sostiene di aver lanciato i razzi dopo che, domenica, sette suoi miliziani sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con militari israeliani. E Israele accusa i miliziani di Hamas. La situazione, come accaduto diverse altre volte, è sfuggita di mano. Ai lanci di razzi (almeno 400 da lunedì) nel sud del Paese, Israele ha risposto con pesanti bombardamenti aerei sulla Striscia. Il bilancio dei morti di questi giorni di violenze sono 11 militanti, un soldato israeliano, un palestinese residente in Israele. Probabilmente non saranno gli ultimi di questa ennesima escalation.

(Il Sole 24 Ore, 15 novembre 2018)


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Israele, governo in bilico. Via il ministro della Difesa. «Resa ai terroristi di Gaza»

Si dimette Lieberman, contrario al cessate il fuoco con i palestinesi. Netanyahu rischia le urne

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, origine sovietica, abitante degli insediamenti, difensore sincero dei diritti umani laici, capo del partito Israel Beitenu, è un duro. Non ha mai pensato che con i palestinesi e tanto meno con Hamas una pace sia possibile. E ha sempre desiderato fare qualcosa che mettesse in seria difficoltà il suo mentore e premier Benjamin Netanyahu. Stavolta potrebbe costringerlo alle elezioni. Ieri si è dimesso mentre ancora echeggiavano nell'aria gli ultimi boati della quasi guerra con Hamas. Una guerra dolorosa, con distruzioni, morti e feriti nelle città e nei kibbutz del Sud, gente terrorizzata, sirene in attività per l'ininterrotta sequenza di bombardamenti di Hamas sulla popolazione seguita dalla reazione dell'esercito su Gaza.
   Lieberman ha detto che la risposta di Israele è stata inconsistente, che il governo è incapace di promettere un futuro diverso alla gente che si vergogna ormai «di guardare negli occhi»; il governo «si è arreso al terrorismo di Hamas», e ha elencato due episodi. Il primo: il fatto che sia stato consentito che venerdì passassero nella Striscia i 15 milioni di dollari dal Qatar. E la decisione di accettare con una riunione di gabinetto tormentata (è durata sei ore ed è finita senza un voto) la tregua di cui l'Egitto è stato mediatore. Nelle ore della scelta di Lieberman a Gaza si svolgevano celebrazioni trionfalistiche con spari e distribuzione di dolci mentre i capi di Hamas si vantavano di aver vinto la guerra e distrutto il governo israeliano. Intanto nelle strade del Sud di Israele, coi campi bruciati dagli aquiloni infuocati, i confini assaliti da decine di migliaia di palestinesi, la vita civile distrutta, la gente si riversava per protestare contro la decisione di accettare la tregua senza bloccare Hamas.
   Per Netanyahu «un leader non prende la decisione più immediata e comoda, ma quella più giusta, valutando i modi e i tempi migliori per reagire». In sostanza il premier nel corso di questi mesi ha sostenuto una linea moderata, come da consigli di tutto l'apparato di sicurezza, Mossad compreso, secondo il principio «quiete in cambio di quiete». È una linea audace dato l'odio infinito di Hamas, la linea jihadista e omicida strumento di potere dentro Gaza. La speranza è che un po' di benessere possa aiutare ad acquisire un intervallo di pace.
   Lieberman è il politico che disse «se sarò ministro della Difesa dirò a Ismail Hanje: se in 48 ore non restituisci i nostri ragazzi (due corpi di soldati uccisi e due giovani perduti nelle mani di Hamas, ndr) sei morto», e che segue la linea di optare per una strenua difesa di un territorio assediato come Israele. Netanyahu cerca di evitare di mandare i giovani nella Striscia, una vera palude di morte senza prospettiva di soluzione politica. Mentre tutto il suo sforzo è concentrato sulla sicurezza al Nord. Il paradosso è che la sinistra guidata da Tzipi Livnì, pur di attaccare Netanayhu, si è alleata con la linea di Lieberman. Ora si aprono giorni di incertezza sulla sorte del governo Netanyahu che in Parlamento ha una risicata maggioranza (61 su 120), mentre il ministro dell'Educazione Bennet minaccia l'uscita del suo gruppo se il premier non lo nomina subito erede di Lieberman.

(il Giornale, 15 novembre 2018)


Lieberman ha fornito ad Hamas un vittoria politica inestimabile

Perché le dimissioni di Avidgor Lieberman sono state un regalo enorme ai terroristi di Hamas

Le dimissioni di Avidgor Lieberman dalla carica di Ministro della Difesa dello Stato di Israele sono state un errore politico che pochi comprendono, non certo conforme alla persona che dell'astuzia politica aveva fatto la sua miglior arma.
Con le sue dimissioni Lieberman ha fornito ad Hamas una vittoria politica del tutto inaspettata, forse addirittura superiore a quella che avrebbero ottenuto provocando un attacco di vaste proporzioni alla Striscia di Gaza, che poi era quello a cui miravano i terroristi palestinesi.
Basta dare una scorsa ai siti web palestinesi per capire come la retorica palestinese stia sfruttando le dimissioni del Ministro della Difesa israeliano.
Parliamoci chiaro però, quando Lieberman sostiene che il cessate il fuoco è una resa di Israele al terrorismo di Hamas, ha perfettamente ragione. E' la sua scelta di dimettersi che è sbagliata perché oltre a dare una apparente vittoria militare ai terroristi gli fornisce una micidiale arma di propaganda....

(Rights Reporters, 15 novembre 2018)


Quelli che continuano a scherzare col fuoco

Pur di ripristinare la calma, Israele ha accettato di far entrare a Gaza enormi somme in contati dal Qatar: ma a quanto pare non serve

Più di sei mesi fa, un editoriale del Jerusalem Post lanciava un avvertimento sugli episodi di terrorismo incendiario e su quella che allora si presentava come una modalità di aggressione ancora relativamente nuova per Hamas. I palestinesi avevano iniziato a usare dispositivi incendiari appesi ad aquiloni come un'arma semplice ma devastante, facendoli atterrare a caso nei campi delle comunità ebraiche attorno alla striscia di Gaza. Da allora, l'"intifada degli incendi dolosi" è cresciuta fino a includere tutta una serie di aerostati incendiari e persino un paio di casi accertati di utilizzo di falchi con inneschi legati alle zampe. Migliaia di ettari di alberi e colture sono stati distrutti con queste armi a bassissima tecnologia. Gli incendi hanno causato un danno enorme alla fauna selvatica, sia per gli animali uccisi direttamente dalle fiamme, sia per quelli i cui habitat sono andati distrutti. Interi raccolti e beni agricoli sono stati rovinati. Gli incendi praticamente incessanti hanno anche generato un serio rischio per la salute dei residenti nella zona occidentale del Negev, in quell'area che i giornali israeliani chiamano otef 'Aza (letteralmente "l'involucro di Gaza")....
https://www.israele.net/quelli-che-continuano-a-scherzare-col-fuoco
(israele.net, 15 novembre 2018)


Che cosa è successo davvero a Gaza

Perché Israele non ha reagito ai bombardamenti di Hamas con un'operazione militare

di Ugo Volli

Tutti sappiamo che nei giorni scorsi ci sono stati una serie di gravi incidenti a Gaza e dintorni. Una missione segreta, forse di raccolta di informazioni ma di cui non conosciamo l'obbiettivo e lo svolgimento, è stata scoperta e ha subito un'imboscata. Un tenente colonnello israeliano particolarmente stimato è stato ucciso e un altro ufficiale ferito. Nell'operazione di salvataggio la squadra dei terroristi che li aveva assaliti è stata distrutta, con sette morti dalla loro parte, fra cui un alto dirigente militare di Hamas; un'altra dozzina è stata ferita. In rappresaglia a queste perdite i terroristi hanno spedito quasi cinquecento fra razzi e colpi di mortaio su obiettivi civili in Israele, uccidendo una persona (il caso ha voluto che fosse un lavoratore arabo di Hebron, che dormiva in una casa di Ashkelon e ferendone in diversa misura parecchie altre. Iron Dome ha abbattuto quasi tutti (ma non tutti) i razzi che apparivano diretti su luoghi abitati. L'aviazione israeliana ha risposto distruggendo una settantina di obiettivi militari e uccidendo una dozzina di terroristi. Dopo un giorno l'incidente è finito: Hamas ha chiesto il cessate il fuoco e il gabinetto di guerra israeliano ha deciso di non procedere con l'operazione di terra che era pronta.
   Gli abitanti delle comunità intorno a Gaza hanno protestato, e giustamente perché la loro vita è spesso resa difficilissima dagli attacchi missilistici e dai palloni molotov dei terroristi. Meno giustamente l'opposizione di sinistra (che rivendica l'eredità dei governi di Peres che ha consegnato quasi tutta Gaza all'Autorità Palestinese e di Sharon che ha sgomberato gli ebrei da quel che restava) ha attaccato il governo come incapace di difendere il paese. Ma questo sta nella dialettica democratica e saranno gli elettori a decidere chi ha ragione. All'estero e anche in Italia ci sono stati alcuni generali da salotto che senza alcun diritto politico o morale e soprattutto senza alcuna competenza hanno predicato l'occupazione di Gaza o la sua "distruzione", dando dell'imbelle a Netanyahu.
   In realtà il problema di Gaza non è risolvibile, può solo essere delimitato. Cerchiamo di guardare le cose dal punto di vista freddo di chi deve prendere le decisioni per Israele. A Gaza vi è un milione e mezzo di persone che non c'è modo di fare magicamente scomparire. Buona parte fra loro appoggiano i terroristi, che sono forti di parecchie decine di migliaia di uomini armati e hanno usato tutte le loro risorse per preparare tunnel e bunker di difesa, fortemente minati. Questi e i loro centri comando, le loro fabbriche e i loro depositi di armi, sono accuratamente sistemati vicino o sotto case d'abitazione, ospedali, scuole. Naturalmente non è possibile, per ragioni etiche e anche politiche, pensare di "spianare la striscia" con bombardamenti, come scrivono alcuni stupidi o provocatori. Né Hiroshima né Dresda possono essere esempi per l'esercito israeliano. Chi fosse così pazzo da tentarlo, provocherebbe la distruzione morale e probabilmente anche politica di Israele.
   L'esercito israeliano può però conquistare sul terreno quest'incubo militare, ma a prezzo di molte decine o centinaia di morti suoi, e di migliaia o decine di migliaia di morti arabi, in buona parte civili. Ci sarebbe un prezzo politico altissimo da pagare, non solo sulle piazze occidentali ma anche nelle relazioni fondamentali che Israele sta costruendo con gli stati arabi contro l'Iran, che è il vero nemico pericoloso. Questa è la ragione per cui l'Iran sta finanziando Hamas esattamente per risucchiare Israele in un'operazione del genere.
   Una volta conquistata Gaza, bisognerebbe decidere che farne. Tenerla occupata, senza avere eliminato tutti i terroristi fino all'ultimo (il che è impossibile), ci sarebbe un'emorragia continua di morti e feriti nell'esercito, a causa di attentati. Inoltre dovrebbero stare qui truppe che servono a difendere il Nord, richiedendo richiami massicci di riservisti, con i problemi conseguenti. Lasciarla vorrebbe dire restituirla a Hamas, che ha radici profonde nella striscia e quadri anche all'estero; o darla alla Jihad islamica, che è espressione diretta dell'Iran, o consegnarla a Fatah, cioè ad Abbas, ammesso che volesse e sapesse tenerla; ma non bisogna farsi illusioni, il movimento non ha meno propensione al terrorismo di Hamas. Più probabilmente ne uscirebbe una specie di anarchia, in cui le bande terroriste competerebbero fra loro sulla capacità di infliggere danni a Israele.
   Si potrebbe infine fare un'operazione limitata come le precedenti, l'ingresso di qualche chilometro nel territorio di Gaza, con distruzione di risorse e organizzazione terroriste. Ma il risultato sarebbe solo provvisorio come nei casi precedenti. Al prezzo di qualche decina di morti fra i soldati israeliani e di qualche centinaia o migliaia di terroristi (ma anche di civili), e di costi politici notevoli, si restaurerebbe per un po' di tempo la calma. Purtroppo se c'è una cosa che a Hamas non manca sono i ricambi militari, dato il lavaggio del cervello che ha inflitto alla popolazione. Le perdite, come è accaduto in passato, sarebbero presto ripianate.
   Guardiamo ora l'altro lato della bilancia, sempre con la lucidità al limite del cinismo che occorre in questi casi. Hamas ha usato 500 missili in un paio di giorni, ottenendo un morto e qualche ferito. Di fatto non ha danneggiato Israele se non nel morale degli abitanti vicino alla Striscia, costretti a subire un logorante bombardamento nei rifugi. Ma sul piano militare non è accaduto nulla di significativo. Anzi, si è dimostrata con chiarezza l'impotenza del terrorismo dei missili. Hamas avrebbe potuto continuare una settimana o un mese, senza fare davvero male allo stato ebraico. Anche il tentativo di concentrare nel tempo e nello spazio il bombardamento non ha avuto esiti: ci sono stati 80 missili lanciati in un'ora su un territorio limitato, e Iron Dome ha retto. Si può dire che questa occasione abbia dimostrato che l'arma dei razzi, almeno di quelli a corto raggio di Hamas, è spuntata. (Per quelli molto più sofisticati di Hezbollah e dell'Iran il discorso potrebbe essere diverso.) Come del resto non sono decisivi i loro tunnel e gli assalti in massa alla frontiera. Hamas è nell'angolo, può gridare vittoria quanto vuole, sul piano militare, come su quello politico è perdente.
   In nome della "deterrenza" bisognava fare un'operazione di rappresaglia e entrare a Gaza, come Hamas ha in sostanza invitato a fare? No, era una trappola. Così ha valutato l'esercito israeliano e così ha deciso il gabinetto di guerra e Netanyahu. Israele è interessato alla calma, non vuole avere perdite inutili, non vuole offrire il fianco alla propaganda antisemita, sa che la guerra vera è quella del Nord, con Iran, Hezbollah, Siria (e dietro, almeno in parte la Russia). Ha scelto una linea razionale, non emotiva. Non si è fatto tentare dalla logica di "punire" Hamas per le sue provocazioni, ma ha badato al calcolo dei propri interessi. Non ha consentito che si lacerasse la trama del dialogo con i paesi sunniti. Non ha dato armi propagandistiche ai boicottatori. Non ha mostrato debolezza, ma lucidità.

(Progetto Dreyfus, 14 novembre 2018)


Analisi lucida e realistica. Israele è in guerra e ci resterà a tempo indeterminato. Qualcuno ha detto che in Medio Oriente ormai non si vincono più guerre. Gli impazienti che vogliono a tutti i costi la pace, ogni tanto, pur di ottenerla, si mettono a chiedere sfracelli che possano risolvere il problema “una volta per tutte”. Se guerra deve essere, è saggio combatterla nel migliore dei modi, con il massimo vantaggio e il minimo prezzo. Gli israeliani borbotteranno un po’, ma alla fine se ne faranno una ragione. M.C.


La via della seta arriva fino in Israele e in Palestina

di Gabriele Battaglia

 
Il porto di Haifa
 
Il vicepresidente cinese Wang Qishan durante una commemorazione per l'olocausto a Gerusalemme, il 24 ottobre 2018
Appesi alla grata ci sono una tuta e un'abaya, il caffettano nero e rosso da donna. Stanno in bella mostra dietro al banchetto del venditore. Al di là della grata, reticoli di filo spinato, poi una terra di nessuno di pochi metri e quindi un muro che divide il bazar palestinese dall'insediamento israeliano. Al mercato della città vecchia di Hebron, anche la struttura metallica simbolo della divisione e dell'occupazione può diventare architettura commerciale.
  "Vedi tutta questa roba?", dice Abdallah, la guida che organizza delle visite nel centro della città formalmente palestinese ma progressivamente erosa dall'insediamento israeliano. "Al 90 per cento viene dalla Cina. Là ci sono aziende di import-export con a capo un cinese e un palestinese, sono loro che ci inondano con questa merce a buon mercato".
  Poco prima avevo visto delle cover per smartphone di pelo rosa e perline inequivocabilmente made in China.
  "Anche a me avevano offerto di andare in Cina a lavorare per una di quelle imprese", racconta Abdallah. "Ma dicevano che se poi non mi fosse piaciuto avrei dovuto pagarmi il biglietto di ritorno in Palestina. E allora ho capito che non era un gran lavoro". E ride.
  Tra il 24 e il 27 ottobre, il vicepresidente cinese Wang Qishan ha visitato Israele e Palestina. C'è una foto in cui sembra pregare al muro del pianto.

 In Israele, Pechino cerca innovazione, ma anche il segreto del suo successo
  Cosa sta succedendo? Dopo tutto, un uomo del Partito comunista deve essere ateo e dare "il buon esempio". Il partito-stato spesso perseguita le religioni se si sente minacciato da un'autorità morale che sfugge al suo controllo, come per l'islam in Xinjiang e la demolizione delle chiese protestanti nel sud della Cina. Ed ecco che anche il plenipotenziario di Xi Jinping si fa fotografare in atteggiamento raccolto, se non in preghiera, al muro del pianto. Diciamo allora che se in Italia si dice "Parigi val bene una messa", per il vicepresidente Wang "Gerusalemme val bene un pianto".
  Nei suoi tre giorni in Israele e in Palestina, ha infatti partecipato al vertice israeliano per l'innovazione con il primo ministro Benjamin Netanyahu, un evento a cui partecipavano anche Jack Ma di Alibaba, Eric Schmidt di Google e David Marcus di Facebook. Lo scopo era quello di rafforzare la collaborazione tra Cina e Israele, in particolare nel campo dell'information technology. Proprio mentre si inasprisce la guerra commerciale con gli Stati Uniti, per Pechino è fondamentale rafforzare la cooperazione in ambito tecnologico con altri partner.
  La Cina cerca in Israele non solo innovazione, ma anche il segreto in base al quale un paese meno popolato di una città cinese di medio livello - poco più di otto milioni di abitanti - ha un tale successo tecnologico, che si basa su una osmosi estremamente efficiente tra università e mondo degli affari, scrive The Diplomat, tralasciando però il fatto che "il settore dell'innovazione israeliano è legato a doppio filo a sicurezza e difesa, è funzionale a Israele sia sullo scacchiere geopolitico, sia all'occupazione dei Territori palestinesi, e per questo riceve una gran quantità di fondi pubblici", come mi dice un'operatrice della cooperazione internazionale a Gerusalemme. "Se dovessimo trovare un paese dove l'industrializzazione e l'innovazione militare all'ombra del conflitto abbiano un impatto positivo sulla crescita del pil, questo sarebbe Israele", scrivono Mark Broude, Saadet Deger e Somnath Sen sul Journal of Innovation Economics & Management.
  Anche da questo punto di vista, la Cina, che si sente accerchiata dal containement statunitense e al tempo stesso crea uno stato di polizia in Xinjiang, vede in Israele un modello potenzialmente simile al proprio, solo più efficiente.
  Il South China Morning Post di Hong Kong ha scritto che Israele produce start-up, la Cina le compra. È questo per esempio il caso di Alibaba, che lo scorso maggio ha investito 26,4 milioni di dollari in Sqream, un sistema innovativo di gestione dei dati (database management system) nato a Tel Aviv. Secondo The Diplomat, Pechino è particolarmente interessata a tecnologie mediche, al cosiddetto settore cleantech (depurazione delle acque, desalinizzazione e gestione dei rifiuti), nonché ai software e alle tecnologie collegati alla produzione automobilistica. Circa un terzo degli investimenti nel settore hi-tech israeliano proviene dalla Cina continentale e da Hong Kong, dicono funzionari di Tel Aviv.
  Ma non di sola tecnologia si tratta. Tre anni fa l'impresa cinese Sipg ha vinto il bando per l'espansione del porto di Haifa, riporta Haaretz. Sarà inaugurato nel 2021 e l'azienda cinese, che controlla anche il porto di Shanghai, lo gestirà per 25 anni. Un'altra impresa cinese, la Pmec, ha vinto la gara per costruire un nuovo porto ad Ashdod e lo sta finendo prima del previsto, scrive il Jerusalem Post. Sono due tasselli importanti lungo la One belt one road, la nuova via della seta, a due passi dal canale di Suez e a tre dal Pireo, il porto greco che la Cina controlla già.
  Ci sono poi i turisti cinesi, il cui numero in Israele è costantemente aumentato. Nel 2017, sono stati 114mila, il 41 per cento in più rispetto al 2016.

 La scommessa geopolitica
  Infine, Tel Aviv può essere anche un mediatore politico tra Pechino e Washington.
  Pallottoliere alla mano, il commercio bilaterale tra Cina e Israele ha superato nel 2017 i dieci miliardi di dollari, per un aumento del 200 per cento negli ultimi venticinque anni.
  Wang non ha però dimenticato i palestinesi, con cui la Cina ha relazioni fin dai tempi di Mao. A Pechino c'è un'ambasciata di Palestina nonché palestinesi ormai di una certa età, venuti qui negli anni settanta-ottanta grazie a borse di studio e mai più ripartiti.
  Nel 1965, la Cina riconobbe l'Organizzazione per la liberazione della Palestina e Mao ricevette a Pechino i suoi rappresentanti con tutti gli onori, consentendogli di aprire un ufficio diplomatico.
  Fin dal 1988, la Cina ha riconosciuto lo stato di Palestina, con i confini del 1967 e con capitale Gerusalemme Est. Questa formula è stata ribadita nel 2017 da Xi Jinping. Arafat aveva visitato la Cina ben 14 volte ma non solo: a tutt'oggi, Pechino non considera Hamas un'organizzazione terroristica e all'Onu ha condannato gli insediamenti israeliani. Se le relazioni diplomatiche tra la Cina e Israele risalgono al 1992, quelle tra Pechino e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina sono dunque ben precedenti, scaturite spontaneamente dalla comune frequentazione del movimento dei non allineati.
  Che ne è oggi di tutto ciò?
  Wang Qishan è andato a Ramallah e, con il primo ministro dell'Anp Rami Hamdallah, ha dato il via libera ai negoziati per stabilire un'area di libero scambio tra la Cina e la Palestina.
  Gli accordi commerciali bilaterali sono il modo in cui la Cina si rapporta al mondo esterno e i mezzi d'informazione di stato cinesi hanno ovviamente enfatizzato l'importanza di questo memorandum d'intesa: hanno sottolineato che, nel 2017, il volume degli scambi tra la Cina e la Palestina ha raggiunto i 69,28 milioni di dollari, un aumento del 16,2 per cento rispetto a un anno prima. E con il libero scambio aumenteranno ancora, dicono trionfanti a Pechino.
  Tuttavia non è possibile mettere sullo stesso piano i rapporti sino-israeliani e quelli sino-palestinesi, al di là dei volumi di scambio così diversi.
  Karim Al Jaadi è nato a Damasco, figlio della diaspora palestinese, ma vive a Pechino da 40 anni, spedito lì da studente con una borsa di studio dell'Olp e mai più ripartito. Oggi commercia in caffè, olive e generi alimentari di ogni genere che produce e rivende in Cina ma, prima che le autorità cinesi chiudessero tutti i locali della Sanlitun Lu, Karim gestiva il Dareen cafè, il locale dove si mangiava forse il miglior cibo mediorientale di Pechino.
  Per lui, la ratio di un futuro libero commercio sino-palestinese è chiara: "Molti qui pensano alla mia terra solo in termini di conflitto e povertà, quando invece cominceranno a vedere sui prodotti l'etichetta Made in Palestine, scopriranno una diversa Palestina, saranno interessati e compreranno. Cosa? Soprattutto articoli in pelle e anche tessili. Il fatto è che la forza lavoro cinese costa sempre di più, quindi perché non delocalizzare anche nei Territori?".

 I Territori palestinesi rischiano di diventare solo terra di sbocco per merci made in China
  Ragionamento errato, secondo Clara Capelli, economista dello sviluppo che vive a Gerusalemme: "I lavoratori palestinesi costano meno solo per gli israeliani e infatti è dall'occupazione - cioè da sempre - che lavorano per loro, perché conviene. Ma la loro economia in realtà è drogata di aiuti e rimesse, usano la stessa valuta degli occupanti, lo shekel, e tutto questo ha un effetto inflattivo. Quindi non è vero che sia in assoluto economico delocalizzare lì".
  Insomma, Karim pensa che anche i palestinesi possano beneficiare di ciò che un po' tutto il mondo spera: ritagliarsi una fetta dell'enorme mercato cinese, dove si stima che la fascia di popolazione "ad alto reddito" arriverà a 480 milioni di persone entro il 2030. Ma quel ceto medio sarà davvero interessato ai prodotti in pelle delle piccole manifatture palestinesi?
  Il punto è che da un lato c'è "l'unica democrazia in Medio Oriente" - come recitano gli stessi israeliani - e quindi l'unica fonte di stabilità regionale, perfetta per soddisfare le aspettative di una superpotenza di nuovo conio come la Cina, interessata a tecnologia, commercio e investimenti.
  Dall'altro c'è invece una terra che ha lavoro in eccesso, un'economia legata all'agricoltura e ai servizi a basso valore aggiunto, che importa prodotti manifatturieri e tecnologie e che ha pochi capitali. Con queste caratteristiche legate alla particolare situazione politica che vivono, i Territori palestinesi rischiano di diventare solo terra di sbocco per merci a basso valore aggiunto made in China, così come già lo sono per quelle made in Israel.
  Lo scenario che abbiamo già visto a Hebron.
  In Palestine ltd. Neoliberalism and nationalism in the Occupied territory, Toufic Haddad scrive che "secondo la camera di commercio di Hebron, tra il 1970 e il 1990, circa 40mila persone - fino a un terzo dei residenti a Hebron - lavoravano in 1.200 piccoli calzaturifici. Nel 2013 ne rimanevano solo 250 che impiegavano quattromila lavoratori. La maggiore concorrenza arrivava dalla Cina".
  Chiedo a Karim, il palestinese-ormai-pechinese, come può funzionare un accordo di libero scambio in un paese che tra l'altro non ha il controllo dei propri confini, dato che eventuali merci passeranno comunque per Israele, che gestisce le dogane e di fatto il 70 per cento degli introiti dell'Autorità palestinese. Annuisce, aggiungendo: "Israele controlla perfino tutta l'acqua che entra nei Territori".
  Tuttavia - mi lascia intendere - al di là di quel pellame che i cinesi forse compreranno e forse no, lui ritiene che un trattato di libero scambio con la Cina sia soprattutto un dispositivo politico, una specie di garanzia implicita da parte di Pechino che di fatto sancisce, una volta di più, che la Palestina esiste. Un riconoscimento importante, anche a costo di farsi invadere dalle merci cinesi. La Cina, con il suo peso politico da nuova superpotenza, può forse tenere aperto il rubinetto della metaforica acqua. Qui sta la responsabilità di Pechino.
  La Cina propone da tempo la formula onnicomprensiva della Belt and road initiative, cercando di coinvolgere tutti i partner in una strategia win-win - dove vincono tutti - basata su accordi bilaterali di libero scambio. Nei più scottanti dossier internazionali, cerca di recitare la parte di "potenza responsabile", equidistante e amica di tutti. Ma, si chiede un recente articolo di Al Jazeera, in Palestina si può davvero essere equidistanti e amici di tutti?
  Il caso palestinese, nei suoi contrasti accentuati, rende ancora più evidente quanto avevamo già visto in Kirghizistan e più in generale in tutti i luoghi attraversati dalla nuova via della seta: il "libero scambio" non è necessariamente una ricetta "buona" per definizione, può tradursi in un miglioramento o una sciagura a seconda delle circostanze particolari. Basti pensare che i due terzi dei proventi dell'Autorità nazionale palestinese arrivano dai dazi doganali.
  Certo, il libero scambio di cui parla Pechino è sempre "con caratteristiche cinesi", non corrisponde necessariamente a standard internazionali, si adatta alle circostanze, è più che altro una formula flessibile. Si auspica così che la Palestina non diventi solo terra di conquista.

(Internazionale, 14 novembre 2018)


Due giornate di guerra tra Hamas e Israele: undici morti. Poi scatta una fragile tregua

Il timore della comunità internazionale è un'escalation simile a quella del 2014 che portò a un vero e proprio conflitto

di Valerio Sofia

Crescono le tensioni insieme al conto delle vittime nella Striscia di Gaza, dove si è riacceso lo scontro tra palestinesi e israeliani. Da lunedì è battaglia, e dalla Striscia sono partiti centinaia di razzi contro Israele che ha risposto con pesanti bombardamenti. Il conto dei morti, in costante aggiornamento, è di dieci palestinesi e un israeliano ucciso, mentre sono numerosi i feriti.
   Gli aerei israeliani poi hanno distrutto la sede della televisione di Hamas, l'organizzazione che governa la Striscia e che da mesi organizza manifestazioni anche violente al confine israeliano, costate a loro volto un pesante tributo di vittime. Domenica notte c'è stata addirittura un'incursione delle forze speciali israeliane nella Striscia, e il premier Benjamin Netanyahu che era in visita a Parigi ha interrotto i suoi incontri per tornare in patria.
   Si è trattato - dicono a Tel Aviv - di «un'operazione importante per la sicurezza di Israele», negando però che fosse un tentativo di sequestro o una uccisione mirata. Fatto sta che l'operazione è finita con un conflitto a fuoco a Khan Yunis, nel sud di Gaza: gli israeliani hanno perso un ufficiale, i palestinesi sette uomini tra cui Nour Barake, capo delle Brigate palestinesi nella zona, numero due di Ezzedim Al Qassam.
   Da allora lo scambio di razzi e di raid aerei si è intensificato e non accenna a diminuire. Le violenze sono le più gravi dalla guerra del 2014, e alcuni giornali ventilano l'ipotesi che ci sia il rischio di un nuovo vero e proprio confronto armato, dato l'accumulo di tensioni negli ultimi mesi, dalle giornate della Rabbia allo spostamento dell'Ambasciata Usa a Gerusalemme. Tutto questo nonostante la schiarita degli scorsi giorni: proprio la scorsa settimana infatti Hamas e Israele avevano raggiunto un accordo, che oltre a fermare le violenze aveva garantito l'arrivo di gasolio e finanziamenti qatarioti a Gaza per pagare gli stipendi fermi da mesi.
   Adesso però non solo è tutto di nuovo in discussione, ma si può dire che la situazione è ulteriormente peggiorata e la parola è tornata alle armi. Ora bisognerà attendere gli sviluppi. E infatti anche possibile che Netanyahu e Hamas non vogliano disperdere l'impegno e la credibilità politica profusi per raggiungere una tregua, la stessa tregua annunciata ieri sera dalle autorità di Gaza senza però ricevere una conferma ufficiale da parte del governo israeliano.

(Il Dubbio, 14 novembre 2018)


Israele: si dimette Avidgor Lieberman. Hamas e Jihad festeggiano

Il Ministro della Difesa israeliano si è dimesso in palese disaccordo con Netanyahu per il cessate il fuoco con Hamas

Il Ministro della Difesa di Israele, Avidgor Lieberman, si è dimesso dalla sua carica a causa della decisione del Governo di accettare il cessate il fuoco con Hamas.
«La domanda che viene posta è: perché ora? Per quanto mi riguarda il cessate il fuoco di ieri insieme all'intero processo per raggiungere un accordo con Hamas, significa capitolare al terrorismo», ha detto Lieberman alla stampa per poi invitare il Premier, Benjamin Netanyahu, ad indire elezioni anticipate.
«Trattando con Hamas, Israele potrà forse raggiungere una situazione di tranquillità nel breve termine» ha etto ancora Avidgor Lieberman «ma la sicurezza a lungo termine subirà un gravissimo danno»....

(Rights Reporters, 14 novembre 2018)


Missili su Israele

Così Netanyahu prova a fermare a Gaza quella che secondo lui è una "guerra non necessaria"
Offerte di trattative e nuovi attacchi. Due esperti ci raccontano alcuni dettagli rilevanti dello scontro a Gaza.


di Rolla Scolari

MILANO - Quattrocento missili di Hamas su Israele, raid dell'esercito israeliano nella Striscia di Gaza, proposte di trattative e nuove minacce. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha definito lo scontro "una guerra non necessaria", ma ha molte pressioni da parte dei suoi alleati di governo. E la crisi umanitaria a Gaza è molto grave.
   Milano. Lo schema si ripete da mesi, ogni volta che Israele e Hamas sono sull'orlo di una guerra. L'intensità degli attacchi aerei israeliani non si placa, centinaia di razzi continuano a essere lanciati da Gaza su Israele. E intanto, sia da una parte sia dall'altra si accenna a un possibile cessate il fuoco.
   Così ieri, mentre le brigate Ezzedine al Qassam, braccio armato del gruppo islamista che controlla Gaza dal 2007, minacciavano più profondi attacchi contro Ashdod e Beer Sheva, il leader di Hamas Ismail Haniyeh segnalava l'interesse del movimento a trattare: la cessazione del lancio di missili contro la fine dei raid aerei. Dall'altra parte, il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva già detto di voler evitare una "guerra non necessaria", anche se su di lui aumenta la pressione degli alleati politici della destra più radicale per trovare una soluzione militare ai cicli di violenza a Gaza. Il suo gabinetto per la sicurezza nazionale, dopo un incontro d'emergenza durato sei ore, ha dato ieri indicazione all'esercito di continuare gli attacchi, e fatto sapere allo stesso tempo di cercare la via del negoziato, attraverso la mediazione di Nazioni Unite ed Egitto.
   Nell'attesa di risultati concreti nelle trattative, cresce il numero delle vittime. Da domenica a martedì pomeriggio, secondo l'esercito israeliano 400 razzi sarebbero stati lanciati su Israele da Gaza, cento intercettati dal sistema antimissilistico Iron Dome. L'aviazione israeliana ha colpito oltre cento obiettivi nella Striscia. In Israele, nella città costiera di Ashkelon, un lavoratore palestinese della Cisgiordania è rimasto ucciso quando un razzo ha colpito l'edificio in cui si trovava, mentre due vittime ieri a Gaza hanno portato il bilancio dei raid israeliani a sette morti, tra cui cinque miliziani delle fazioni armate palestinesi.
   L'ultimo ciclo di violenze è stato innescato domenica da un'azione delle forze speciali israeliane nella Striscia andata male, sventata da Hamas. Sette palestinesi e un ufficiale israeliano sono rimasti uccisi.
   Da quando Hamas è al potere a Gaza, ci aveva spiegato ad agosto, l'ultima volta che la Striscia sembrava sull'orlo di un conflitto, l'ex capo del Mossad, Efraim Halevy, "Israele sostiene di arginare Hamas, con la deterrenza. Hamas sostiene di usare i razzi per difendersi. Viviamo in una deterrenza reciproca da oltre dieci anni. Nessuna delle due parti vuole pagare il prezzo di mettere fine a questa deterrenza. Hamas non è pronto a una guerra totale contro Israele, e Israele non è pronto a terminare il controllo di Hamas sulla Striscia, perché significherebbe prendersi la responsabilità di quasi due milioni di palestinesi che a Gaza vivono in una situazione terribile". Non è un caso che proprio pochi giorni fa, 15 milioni di dollari provenienti dal Qatar abbiano riempito le casse delle autorità di Gaza per il pagamento dei funzionari pubblici. Il presidente palestinese Abu Mazen, che controlla la Cisgiordania ed è rivale politico degli islamisti, ha in parte tagliato il flusso di denaro pubblico che, nonostante la divisione politica tra Autorità palestinese a Ramallah e Hamas a Gaza, continuava ad arrivare nella Striscia. I 15 milioni sarebbero parte di una donazione di 90 milioni del Qatar da versare in sei mesi con approvazione di Israele, che in passato ha bloccato somme in arrivo dal Golfo. L'aiuto finanziario del piccolo emirato avrebbe contribuito, assieme alla mediazione egiziana, ad arginare in queste settimane le tensioni lungo il confine, dove per mesi da marzo la popolazione si è riversata ogni venerdì in protesta contro Israele.
   Sebbene Hamas riceva soldi dal Golfo, ci spiega Tareq Baconi, dello European Council on Foreign Relations e autore di "Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestinian Resistance", il gruppo non ha appoggi paragonabili a quelli che Bashar el Assad ha in Siria da Iran e Hezbollah. E' sempre più isolato. In Israele, scrive il quotidiano liberal Haaretz, "il pubblico e i media esprimono crescenti preoccupazioni per l'erosione della deterrenza israeliana nei confronti di Hamas", e fanno pressioni sul premier che, con le elezioni politiche del 2019 in avvicinamento, non è interessato a un conflitto. Hamas è nello stesso dilemma: una nuova guerra porterebbe devastazione a Gaza e un malessere sociale incontrollabile per la leadership interna. Dall'altra parte, però, il gruppo non vuole apparire arrendevole, per preservare la propria deterrenza.
   
(Il Foglio, 14 novembre 2018)


15 novembre - presentazione "La Sfida di Israele. Come è nato lo stato ebraico"

Giovedi' 15 novembre 2018, alle ore 17:30, presso il Museo Ebraico di Roma, in Via Catalana/Largo XVI Ottobre, avra' luogo la presentazione del libro "La sfida di Israele. Come e' nato lo stato ebraico" di David Ben Gurion ed edito da Castelvecchi.

David Ben Gurion ripercorre in questo libro, pubblicato nel 1963 dopo le dimissioni da Primo Ministro, il cammino che, dalle audaci iniziative dei giovani pionieri nella Palestina di inizi Novecento, porto' alla fondazione e ai primi travagliati anni di vita del nuovo Stato. Attivista, statista, leader militare, tutti gli aspetti dell'instancabile attivita' del "padre della Patria" emergono in un racconto che e' anche il bilancio di una vita dedicata alla causa sionista. Continui richiami biblici inquadrano le vicende contemporanee nella millenaria storia del popolo ebraico. Un acuto e imprescindibile punto di vista del protagonista di quegli anni cruciali sulla sfida che, allora come oggi, caratterizza la storia d'Israele. Nato in Polonia, Ben Gurion si trasferi' nel 1906 in Palestina e poi, nel 1911, a Istanbul, allora capitale dell'Impero ottomano. Fatto ritorno a Gerusalemme, nel 1914 fu espulso e si reco' in esilio negli Stati Uniti, dove rimase fino al 1918, quando rientro' in Palestina con la "legione ebraica" britannica. Nel 1930 ebbe un ruolo decisivo nella nascita del Mapai, partito della sinistra sionista di cui divenne il leader indiscusso. Nel 1939 guido' l'opposizione al Libro Bianco britannico, che limitava drasticamente l'immigrazione ebraica in Palestina, pur ribadendo l'appoggio alla Gran Bretagna nella guerra contro Hitler. Fu tra i fondatori dello Stato di Israele, di cui proclamo' l'indipendenza il 14 maggio 1948 e di cui fu Primo Ministro quasi ininterrottamente fino al 1963. Si ritiro' dalla vita politica nel 1970.

(Geopolitica, 13 novembre 2018)



Hamas ha scelto l'escalation

Quali le alternative a una guerra aperta contro il gruppo terrorista che controlla la striscia di Gaza?

Scrive l'editoriale di Ha'aretz: Ancora una volta, come in un ciclo inevitabile, i razzi volano verso le comunità israeliane attorno alla striscia di Gaza, gli abitanti di queste comunità corrono nei rifugi, le batterie "Cupola di ferro" intercettano i missili al meglio delle loro capacità, interviene l'aeronautica, nuvole di fumo si stagliano su Gaza, si tengono drammatiche consultazioni nel quartier generale dell'esercito e si iniziano a contare morti e feriti.
Questo ciclo distruttivo deve essere fermato immediatamente: non con la minaccia di distruggere Gaza, e nemmeno con dichiarazioni come quella fatta dal primo ministro Benjamin Netanyahu in conferenza stampa domenica a Parigi, quando ha detto: "Non esiste una soluzione diplomatica per Gaza come non esiste una soluzione diplomatica per l'ISIS". Ma la soluzione non è militare, è politica. I residenti di Gaza hanno bisogno di posti di lavoro, elettricità, carburante, generosi investimenti e un piano d'emergenza per una rapida ricostruzione. Al di là dell'aspetto umanitario, sono gli interessi di sicurezza di Israele e la tranquillità per le comunità vicine a Gaza che richiedono queste condizioni. A breve termine, Israele deve frenare la sua risposta e non farsi trascinare in un'operazione militare su vasta scala, che causerebbe morti inutili da entrambe le parti e renderebbe la situazione di Gaza ancora più intollerabile. Anche se è circondato da ministri bellicosi, Netanyahu deve insistere nell'implementare ciò che ha detto due giorni fa: "Sto facendo tutto il possibile per evitare una guerra inutile. Ogni guerra reclama vite umane. Non ho paura di una guerra, se è necessaria. Ma faccio di tutto per evitarla se non è necessaria"....

(israele.net, 14 novembre 2018)


Picchi in visita ufficiale in Israele per una conferenza sul cyber

TEL AVIV - Il sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale, Guglielmo Picchi, e il sottosegretario di Stato per la Giustizia, Jacopo Morrone, si sono recati in visita ufficiale a Tel Aviv in occasione di una conferenza sul Cyber.
Con l'occasione, hanno visitato la Casa d'Italia a Gerusalemme, il Museo d'Arte ebraica italiana U. Nahon e l'antica sinagoga di Conegliano Veneto, accompagnati dall'Ambasciatore in Israele Gianluigi Benedetti.
Ricevuti da Sergio Della Pergola, Presidente della Hevrat Yehudei Italia beIsrael, gli illustri ospiti hanno potuto visitare le sale del Museo ricevendo delle spiegazioni su parte degli oggetti esposti.
In precedenza il Presidente del Comites Gerusalemme, Beniamino Lazar, aveva accolto gli ospiti nei locali della sinagoga, spiegandone la storia e facendo una rapida carrellata sulla collettività italiana in Israele e Gerusalemme, spiegando le origini storiche degli italiani sparsi in tutto il paese. Presente all'incontro anche Leone Paserman, già Presidente della Comunità ebraica di Roma.

(aise, 14 novembre 2018)


Scuole ebraiche, educazione ebraica

Cominciò tutto nel 1925. Oggi bisogna misurarsi con la formazione 4.0

di Piero Di Nepi

 
E' il 26 dicembre del 1922: il filosofo Giovanni Gentile, Ministro della Pubblica Istruzione, dichiara l'intenzione di stabilire sulla religione cattolica e sull'insegnamento di essa la base fondamentale "del sistema della educazione pubblica e di tutta la restaurazione morale dello spirito italiano". Gli ebrei italiani usufruivano largamente e con profitto delle strutture educative nazionali, che andavano crescendo, anno dopo anno, in qualità e prestigio. L'educazione religiosa dei giovani era affidata alle ore pomeridiane dei Talmud Torà, istituiti ovunque ci fosse una collettività ebraica. Ma già nel 1925, con la fondazione di una scuola elementare, la Comunità cominciò a dotarsi di valide strutture per l'educazione primaria. Neanche i rabbini più autorevoli riuscirono a trovare qualche ragione di compiacimento. L'istruzione rigorosamente laica che il Regno d'Italia aveva garantito divenne ben presto un ricordo. "Laico" sta naturalmente per "non cattolico". Inutile ogni riferimento ai dibattiti e alle polemiche di oggi, dopo quasi novanta anni di inquinamento di una verità semplice: lo Stato deve essere neutrale tra le fedi, e l'educazione religiosa è affidata all'iniziativa di quanti intendano, giustamente, provvedervi. Le leggi razziste antiebraiche del 1938 mutarono di nuovo, e crudelmente, le regole della partita. Studenti e professori ebrei furono espulsi dalle scuole di ogni ordine e grado, e dalle università. Si dovevano trovare soluzioni d'emergenza. In poche settimane, e con scarsi mezzi finanziari, dopo la rovina economica cui la legge del 1938 esplicitamente condannava gli ebrei d'Italia, nacquero il Ginnasio Inferiore e Superiore, e poi i Licei e gli Istituti Magistrali. Già con l'anno scolastico 1938-39, per il corpo insegnante si utilizzarono professori famosi nel mondo: erano stati cacciati da tutte, ma proprio tutte, le università italiane, anche le più prestigiose. Passata la tempesta, dopo il 1945 si cominciò a ragionare sul senso e sul futuro delle scuole nelle comunità ebraiche d'Italia. Le scuole avrebbero dovuto essere un ponte per la continuità della buona cittadinanza, in attesa di tempi migliori. Con il sostegno finanziario delle organizzazioni ebraiche che aiutarono - dopo la Shoah - le comunità superstiti, anche a Roma furono avviate strutture di formazione professionale, aperte a tutti i cittadini. Ma occorreva prima di tutto difendere un'identità minoritaria, esposta alla pressione religiosa e ideologica della cultura dominante. Lentamente, gradualmente, nel mondo ebraico prese a svilupparsi un movimento inarrestabile di ritorno all'identità nella tradizione. Anche in termini forti, benché il fondamentalismo non appartenga alla psicologia collettiva degli ebrei. La ferita vera, e mai più rimarginata, era stata quella del 1938: gli ebrei italiani che a decine avevano combattuto sotto le bandiere di Garibaldi e dei Savoia, che avevano militato sia tra i mazziniani che tra i monarchici, che avevano la più bella collezione di medaglie d'oro e d'argento "alla memoria" guadagnate durante la prima guerra mondiale sulle colline del Carso e sulle rive del Piave, si erano visti ritirare la cittadinanza attiva -peggio che i carcerati - e sequestrare oltre i beni (spesso scarsi, a dispetto di ogni luogo comune) anche - e soprattutto - l'onore e la dignità. I nazisti avrebbero assassinato i corpi, il fascismo aveva distrutto anime e menti già nel 1938. Dai giardini d'infanzia fino alle Università dei Littoriali, bambini e bambine, ragazzi e ragazze - spesso i primi e le prime della classe - erano stati cacciati senza un attimo di esitazione. Occorreva dare un senso nuovamente accettabile ad una tradizione e ad un'appartenenza che sembravano aver precipitato ogni singolo individuo nella notte e nella nebbia di un odio antiebraico mai sperimentato in precedenza. Il nuovo pogrom di massa non s'era accontentato di qualche migliaio di vite ebraiche: le aveva cercate tutte. E occorreva, infine, costruire personalità non condizionate dai traumi dei genitori. Insomma, un ebraismo anche propositivo, tranquillizzante, appagante.
  Negli anni dell'immediato dopoguerra, dunque, bambini e bambine ricevevano alle elementari il primo imprinting: nozioni di lingua, storia e cultura ebraiche, ben inserite in un percorso di introduzione ai valori della cultura nazionale e di preparazione alla cittadinanza attiva che si sarebbe completato con la scuola media inferiore. Per gli ebrei romani il miracolo economico, se pure arrivò, arrivò con qualche anno di ritardo. Nel frattempo bisognava formare personalità solide, integre. Ai ragazzi e alle ragazze del secolo passato, forse fino al 1970, si insegnava che nelle scuole statali bisogna primeggiare: non per dimostrarsi più bravi e intelligenti, ma perché l'ebreo - per definizione - parte svantaggiato, e dunque deve esprimere particolari capacità. Oggi parliamo d'altro, anche tra ebrei. Comunque, la conservazione di una specifica identità ebraica è dunque affidata quasi esclusivamente alle nostre scuole. Il mondo ebraico non sfugge alla regola. L'educazione dei giovani e giovanissimi costituisce il principale capitolo di spesa per ogni gruppo di ebrei che voglia continuare a definirsi tale, soprattutto nelle diaspore. Sono due i capisaldi della formazione di questa moderna identità nei giovani: il ricordo dell'ultima, terrificante persecuzione ed il rapporto psicologico con lo Stato di Israele, vissuto sia come garanzia di sopravvivenza che restituzione di un diritto troppo a lungo negato, e dunque - in qualche modo - "risarcimento" storico. E infine, l'adempimento quotidiano dei precetti tradizionali costituisce il terzo, fondamentale elemento di preparazione alla vita adulta. La missione è chiaramente delineata. Occorre formare giovani che dovranno trovarsi in parità di mezzi nel confronto con un mondo attento alle capacità individuali, che non intende sciupare risorse, che non perdona errori. Anche per gli ebrei, se non si accetta l'idea che sia l'istruzione la vera garanzia per il futuro di ogni collettività, non ci sarà un futuro, quale che sia. Nelle intenzioni dichiarate, per l'attuale classe dirigente ebraica, la cura amorosa delle scuole è la base di ogni buona e corretta amministrazione. "Sarebbe preferibile chiudere una sinagoga piuttosto che una scuola": regola antica, continuamente ricordata e ripetuta. Senza scuola non c'è identità, e senza identità non potrebbero esistere i luoghi simbolici dell'identità. A Roma, inoltre, esistono situazioni assolutamente specifiche. Qui la Comunità appare caratterizzata da una presenza importante di ceti popolari. Soltanto una parte dei giovani passava nei licei. E così nel 1973 si decise di fondare il Liceo Scientifico "Renzo Levi". Nelle intenzioni, la Comunità si dotava di un percorso formativo per l'istruzione superiore e lo costruiva su valori ebraici. In seguito, fu aggiunto anche un corso di tecnica aziendale che durò un buon quarto di secolo. Una scelta probabilmente giusta, dettata dalla speranza di aiutare in modo pratico e concreto le famiglie del piccolo e piccolissimo commercio. Le periodiche riforme della scuola inflitte al sistema dai governi della Repubblica ne resero infine assai grama e poco produttiva la vita didattica. Arrivò infine anche il tentativo del liceo classico, finito dopo una breve esperienza. Oggi abbiamo, come è noto, liceo scientifico e liceo linguistico. Il liceo delle scienze umane si avvia alla conclusione. La crisi economica e la chiusura complessiva della società, che si arrocca negli spazi protetti dei privilegi di casta, sottraggono ormai alla scuola italiana la tradizionale funzione di "ascensore sociale". I giovani e le famiglie sono preoccupati, temono il futuro e vorrebbero certezze. Le nostre scuole hanno di fronte una mission molto difficile. Fallire non è un'opzione

(Shalom, ottobre-novembre 2018)



Trecento razzi lanciati da Gaza. Raid e carri armati alla frontiera

Rischio escalation. Netanyahu torna da Parigi

di Giordano Stabile

Un blitz notturno all'interno della Striscia di Gaza, finito con un sanguinoso conflitto a fuoco che non era previsto, rischia di innescare una nuova guerra fra Israele e Hamas. Nella battaglia a Khan Younes, nella tarda serata di domenica, sono morti un colonnello israeliano e un comandante del braccio militare del movimento islamista. La reazione dei militanti, con trecento razzi e colpi di mortai lanciati in territorio israeliano nella giornata di ieri, ha provocato non soltanto massicci raid dell'aviazione, ma anche una concentrazione di carri armati alla frontiera come non si vedeva da mesi.
   Tutto è cominciato fra le 10 e le 11 nella serata di domenica. Un commando di forze speciali israeliane era in missione di ricognizione all'interno della Striscia, vicino alla cittadina meridionale di Khan Younes. Una operazione «di routine» come è stata in seguito definita da un generale dell'esercito. Il commando però viene intercettato da una pattuglia di Hamas, guidata dal comandante Nour Bakara. Lo scontro è violentissimo. Sul terreno rimangono il comandante e altri sei militanti palestinesi. Ma anche il colonnello M. - il nome completo ieri sera non era ancora stato rivelato - viene ucciso, e un altro militare ferito in modo serio.
   Hamas parla subito di «omicidio mirato» da parte dell'esercito. Ondate di razzi si abbattono sul Sud di Israele, seguiti da raid dell'aviazione israeliana che lasciano sul terreno altri due palestinesi. Gran parte degli ordigni vengono intercettati dal sistema Iron Dome, ma nel pomeriggio un colpo di mortaio colpisce in pieno un autobus. Un uomo rimane gravemente ferito. L'aviazione reagisce con altri raid «contro settanta obiettivi dei terroristi», mentre nella serata di ieri vengono segnalati massicci concentrazioni di tank al confine.
   Un aereo F-16 israeliano centra a Gaza City la palazzina dove si trovano gli studi centrali della emittente Hamas, la televisione al-Aqsa. Lo ha riferito la televisione al-Quds. A quanto pare, nell'attacco non ci sono state vittime perché in precedenza i dipendenti avevano ricevuto un avvertimento da Israele ed avevano lasciato l'edificio.
   Il premier Benjamin Netanyahu torna in anticipo da Parigi, dove era alla celebrazioni per il centenario dell'Armistizio che ha segnato la fine della Prima guerra mondiale, e presiede il comitato ristretto per la sicurezza.
   C'è aria di intervento di terra. Amnesty International si appella a «tutte le parti» perché evitino di compiere «attacchi sproporzionati o indiscriminati: i civili devono essere protetti». Interviene anche Mosca che esorta «palestinesi e israeliani a tornare immediatamente ad un cessate il fuoco stabile».
   La crisi arriva proprio quando la mediazione dell'Egitto e del Qatar, che ha inviato 15 milioni di dollari cash per pagare i funzionari statali, sembrava sul punto di concretizzare una tregua duratura. Tanto che ambienti vicini a Netanyahu hanno fatto trapelare anche l'ipotesi di un trabocchetto del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, che spinge molto di più del premier per un intervento di terra.

(La Stampa, 13 novembre 2018)


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Israele, pioggia di missili dalla Striscia di Gaza

Tre morti e tredici feriti, colpito anche un bus. Risposta di Gerusalemme con un raid.

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Dalla possibilità di un accordo a quella di una guerra con morti e feriti e Hamas che torna insieme alle altre milizie terroriste a tenere in ostaggio tutti i cittadini israeliani del Sud.
   Ce l'ha messa tutta Netanyahu per evitare una guerra, ha persino consentito che il Qatar consegnasse a Hamas 15 milioni di dollari in contanti. Ha accettato come mallevadore il presidente al Sisi, che ha parlato con gli israeliani e con Abu Mazen per creare le condizioni di un accordo dopo le aggressioni contro il confine israeliano. Ma lo scorpione sul dorso della rana la punge mortalmente mentre nuota portandolo in salvo.
   Nonostante le tasche piene e la promessa di un porto, di zone di pesca, di apertura dei confini, in un'ora ieri fra le quattro e le cinque del pomeriggio una grandine di missili, circa duecento, si è abbattuta sul sud di Israele. A Ashdod un supermarket è stato distrutto, un ragazzo di 19 anni che viaggiava su un autobus colpito rischia di morire, a Netivot una casa è stata rasa al suolo. Le sirene suonano ovunque, la gente è chiusa o corre al soccorso, il fuoco divampa, gli aerei dell'aviazione israeliana bombardano Gaza e il canale tv Al Aqsa. Là per ora si parla di tre morti, tredici feriti e di 20 obiettivi militari colpiti. Netanayhu è tornato in gran fretta da Parigi, dove, alla riunione dei capi di Stato riuniti in memoria della fine della Prima Guerra Mondiale, aveva ripetuto l'intenzione di gestire lo scontro con Hamas con cautela. Una intenzione criticata fino nel gabinetto di sicurezza. La gente della Striscia protesta che non può più vivere sotto la minaccia continua, il primo ministro è accusato di debolezza. Hamas che con manifestazioni un po' meno aggressive si era trasformato per poco in un interlocutore possibile, è tornato a essere se stesso, e Abu Mazen che avrebbe voluto piegarlo tagliandogli i fondi forse è soddisfatto.
   La fiammata di ieri ha origine in una vicenda ancora misteriosa: Israele si è svegliata con l'annuncio che il comandante di Hamas a Khan Yunis, Nur el Din Baraka, era stato ucciso e con lui un suo luogotenente. Poco dopo, il nome avvolto nel segreto, si è saputo che un alto ufficiale di un'unità speciale israeliana era stato ucciso, che un altro soldato era ferito gravemente. Ufficialmente non si sa ancora il nome del comandante israeliano, un 4lenne che lascia mogli e tre bambini e che viene chiamato soltanto «M» nella disperazione dei suoi cari che lo hanno sepolto alla presenza di migliaia di persone e del presidente della Repubblica Reuven Rivlin.
   Il giovane ucciso è stato definito un eroe che «ha fatto molto di più di quello che si possa rivelare». Qui pare non si sia trattato di un tentativo fallito di eliminazione, ma di un gruppo coperto speciale che già da tempo era infiltrato per raccogliere informazioni su armi e piani, e che è stato scoperto. Qui è cominciata la sparatoria e l'attacco di oggi viene chiamato reazione, vendetta, punizione. Ma ha ragione un cittadino che mentre corre nel rifugio e la sirena urla (come fa ogni cinque minuti) trascinando i suoi bambini grida: «Primo ministro, deciditi, non possiamo vivere così, rischiando la vita dei nostri figli ogni giorno».

(il Giornale, 13 novembre 2018)


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Hei mondo, ti sei accorto che Israele è sotto attacco?

Oltre 400 missili in 24 ore lanciati contro Israele dovrebbe essere la notizia di apertura di tutti i TG del mondo, essere in prima pagina a caratteri cubitali in tutti i giornali del mondo, e invece i media ne danno appena notizia. Forse aspettano la "reazione sproporzionata" di Israele per parlarne.

Buongiorno mondo. Mentre tu dormivi pacificamente nel tuo letto non molto lontano da casa tua migliaia di persone, donne, vecchi e bambini, erano costrette nei rifugi antimissile. In un giorno ne sono piovuti oltre 400, hanno ucciso diverse persone, altre ne hanno ferite. Una guerra si prepara, ma tu non ne sai niente perché nessuno in TV o sui giornali te ne parla o se lo fa ne parla distrattamente, come se fosse una cosa poco più che "insolita".
Quattrocento missili in 24 ore sparati contro un territorio poco più grande di una piccola provincia, lo voglio rimarcare con forza perché visto che se ne parla così poco potresti pensare che siano poco più che petardi, il tuo subconscio potrebbe portarti a pensare che non sia una cosa importante, che non meriti la tua attenzione....

(Rights Reporters, 13 novembre 2018)


Ebrei perseguitati nei Paesi arabi. L'odio precede la nascita d'Israele

Il saggio di Bensoussan (Giuntina) riporta l'attenzione su fatti tragici che molti non vogliono affrontare. In Francia l'autore ha attirato su di sé accuse di razzismo.

di Paolo Mieli

Sotto l'occupazione tedesca della Tunisia (novembre 1942-maggio 1943) alcune case di ebrei furono saccheggiate e alcune donne ebree furono stuprate da musulmani. «In generale gli autori di queste violenze furono incoraggiati dai tedeschi», ha scritto Norman Stillman anche se, «temendo disordini di maggiore ampiezza, il comandante tedesco intervenne per mettere fine a quegli incidenti». Quegli «incidenti», in ogni caso, furono ricondotti — in tema di responsabilità — all'occupazione nazista. Ma lo stesso Stillman notò, non senza sorpresa che «i saccheggi di case ebraiche ad opera degli arabi furono più gravi dopo che i tedeschi si ritirarono dalla città». Proprio così: le violenze antiebraiche in Tunisia nel corso della Seconda guerra mondiale sono cresciute dopo il ritiro dei nazisti. E quando arrivarono gli Alleati, Philip Jordan, corrispondente di guerra britannico, scrisse che «tutti gli ebrei della città avevano subito saccheggi dagli arabi e che erano state rubate persino porte e finestre». Anche, se non soprattutto, dopo che i soldati con la svastica se n'erano andati.
  Come mai? E perché subito dopo il mondo arabo si è svuotato dei suoi ebrei nel corso di appena una generazione (1945-1970)? Tra l'altro quasi senza espulsioni palesi, eccetto l'Egitto… Perché questo strappo così rapido da una terra sulla quale gli ebrei vivevano da oltre duemila anni? Georges Bensoussan ha scritto un libro, Gli ebrei del modo arabo. L'argomento proibito, che sta per essere pubblicato da Giuntina, nel quale analizza le vessazioni a cui sono stati sottoposti gli israeliti in quell'area geografica da molto prima che esplodesse il conflitto tra Israele e i palestinesi. Gli ebrei sono stati costretti ad abbandonare quelle terre in una misura davvero rimarchevole: se ne dovettero andare novecentomila persone nel secondo dopoguerra, nell'arco di poco più di due decenni. Un esodo che, secondo Bensoussan, «mise fine ad una civiltà bimillenaria, anteriore all'Islam e all'arrivo dei conquistatori arabi». Come è potuto accadere? «Più del sionismo e della nascita dello Stato di Israele», risponde l'autore, «sono stati l'emancipazione degli ebrei attraverso l'istruzione scolastica e l'incontro con l'Occidente dei Lumi a provocarne la scomparsa in quei Paesi, quindi il loro riscatto, un evento inconcepibile per l'immaginario di un mondo in cui la sottomissione dell'ebreo aveva finito per costituire una pietra angolare». Generalmente, scrive Bensoussan, «ci dicono che le società ebraiche d'Oriente sarebbero declinate con il conflitto arabo-israeliano e che l'antigiudaismo arabo sarebbe una ricaduta del conflitto palestinese». Ma «questa tesi è smentita da moltissimi testimoni occidentali riguardo agli anni 1890-1940, siano essi amministratori coloniali, militari, medici, giornalisti o viaggiatori». Tutti raccontano «della virulenza di un sentimento antiebraico, ad ogni evidenza variabile a seconda delle regioni e dei periodi, senza connessione alcuna con la questione palestinese».
  Bensoussan è uno storico francese ebreo nato nel 1952 in Marocco. Timido, ha sempre scelto di starsene in disparte. Non ha mai amato il palcoscenico letterario. Fino al 2015 non godeva, anzi, di grande notorietà, nonostante avesse scritto diversi libri, avesse ricevuto importanti premi, fosse stato nominato direttore editoriale del Mémorial de la Shoah. Che cosa è allora che lo ha portato alla ribalta nel 2015 quando aveva 63 anni? Nel corso di una trasmissione radiofonica su France2, Répliques, gli sfuggirono (o forse le pronunciò intenzionalmente) le seguenti parole: «Il sociologo algerino Smaìn Laacher, con grande coraggio, ha detto che nelle famiglie arabe in Francia — è risaputo ma nessuno vuole dirlo — l'antisemitismo arriva con il latte materno». Era la citazione di un ragionamento altrui, anche se ad ogni evidenza Bensoussan lo condivideva nel merito. Comunque sarebbe passata inosservata se non fosse sceso in campo il «Movimento contro il razzismo e per l'amicizia tra i popoli», accusando lo storico d'aver fatto sue «parole antiarabe e razziste» per di più «in un servizio pubblico». Il Movimento chiese alla radio nonché ai responsabili del Mémorial di prendere le distanze da Bensoussan, e lo trascinò per ben due volte in giudizio. Radio e Mémorial lo misero in quarantena assai prima della sentenza definitiva e pochi solidarizzarono con Bensoussan: tra questi meritano di essere ricordati Pierre Nora, Alain Finkielkraut e, dall'Algeria, Boualem Sansal. Dopodiché la sua vita fu praticamente distrutta. Infine nel 2018 è arrivata la definitiva assoluzione, ma ormai sarebbe stato difficile per lui recuperare una qualche serenità. Ma, con ostinazione, Bensoussan ha continuato a studiare le condizioni in cui gli ebrei vivevano nel mondo arabo quando lo Stato di Israele non era ancora neanche all'orizzonte. Mettendo in evidenza anche i (pochi) caratteri positivi di quella coabitazione con il mondo musulmano. In un quadro per il resto agghiacciante.
  All'inizio del XVI secolo il frate francescano Francesco Suriano descriveva con queste parole la vita degli israeliti in Palestina: «Questi cani, gli ebrei, sono calpestati, picchiati e tormentati come meritano. Vivono in questo Paese in una condizione di sottomissione che le parole non possono descrivere. È una cosa
 
Ebrei provenienti dai Paesi arabi in un campo di raccolta allestito in Israele. La foto risale al 1950, due anni dopo la fondazione dello Stato ebraico, nel quale affluirono molti profughi dai Paesi arabi.
istruttiva vedere che a Gerusalemme Dio li punisce più che in ogni altra parte del mondo. Ho visto questo luogo per lungo tempo. Essi sono anche uno contro l'altro e si odiano, mentre i musulmani li trattano come cani… Il più grande obbrobrio per un individuo è di essere trattato da ebreo». E ancora: «Ovunque — scrive nel 1790 l'inglese William Lemprière a proposito degli ebrei di Marrakech — sono trattati come esseri di una classe inferiore alla nostra. In nessuna parte del mondo li si opprime come in Berberia… Malgrado tutti i servigi che gli ebrei rendono ai mori, essi sono trattati con più durezza di quanto farebbero con i loro animali». La stessa immagine che usa l'abate francese Léon Godard nel 1857, di ritorno da un viaggio: «Gli ebrei in Marocco sono considerati tra gli animali immondi… La tolleranza dei prìncipi musulmani consiste nel lasciare vivere gli ebrei come si lascia vivere un gregge di animali utili». «Se un musulmano li colpisce», prosegue Godard, agli ebrei «è proibito, pena la morte, di difendersi eccetto che con la fuga o con la destrezza».
  A ridosso della Seconda guerra mondiale, il Marocco fu relativamente al riparo dalle esplosioni di violenza antiebraica. Molto relativamente. Nel Maghreb, qualcuno sostiene, la popolazione musulmana non avrebbe gioito per le misure antiebraiche promulgate da Vichy. Avrebbero perfino manifestato solidarietà nei confronti dei perseguitati. Ma secondo Bensoussan (e con lui, adesso, la maggioranza degli storici) «la popolazione musulmana tutt'al più rimase indifferente». In Tunisia (finché fu una colonia) le autorità francesi fingevano di non vedere le persecuzioni antiebraiche per evitare di affrontare la maggioranza araba. Lo stesso accadde in Marocco dopo i pogrom di Oujda e Jérada (giugno 1948): le stesse autorità francesi raccomandarono a quelle locali «di usare indulgenza» (nei confronti dei responsabili degli atti antiebraici) al fine di «evitare ogni esplosione di violenza da parte araba».
  E nel secondo dopoguerra dopo la nascita dello Stato di Israele (1948)? Ad eccezione dell'Egitto, sostiene lo storico, non ci sono state praticamente espulsioni di ebrei dal mondo arabo. E la Tunisia è stato il Paese più tollerante. Qui la Costituzione del 1956 assicurava che gli ebrei erano cittadini come gli altri e potevano «esercitare qualsiasi professione». Tuttavia «dovevano sempre aspettare più degli altri le necessarie autorizzazioni amministrative» e, per così dire, «elargire più bustarelle». Anche sotto la guida del presidente Bourghiba, gli ebrei furono a poco a poco estromessi dai posti più importanti («eccetto che al Ministero dell'Economia dove non c'erano musulmani competenti per rimpiazzarli»).
  Nel 1960 gli ebrei rappresentavano ancora il 14% della popolazione di Tunisi, ma nel Consiglio comunale della capitale ce n'erano solo due su sessanta membri (il 3%). Poi venne la «guerra dei Sei giorni» (1967) e per gli israeliti furono dolori. Scriveva — in una lettera del 7 giugno 1967 a Georges Canguilhem — Michel Foucault che all'epoca insegnava all'università di Tunisi: «Qui lunedì scorso c'è stata una giornata (una mezza giornata) di pogrom. È stato molto più grave di quanto abbia detto "Le Monde", una cinquantina buona di incendi. Centocinquanta o duecento negozi — ovviamente i più miserevoli — saccheggiati, lo spettacolo della sinagoga sventrata, i tappeti trascinati per strada, calpestati e bruciati, gente che correva per le strade si è rifugiata in un edificio al quale la folla voleva dar fuoco. E poi il silenzio, le saracinesche abbassate, nessuno o quasi nel quartiere, i bambini che giocavano con le suppellettili rotte… Quanto successo appariva manifestamente organizzato… Se poi a questo si aggiunge che gli studenti, per "essere di sinistra" hanno dato mano (e un po' di più) a tutto questo, si è abbastanza tristi. E ci si domanda per quale strana astuzia (o stupidità) della storia il marxismo ha potuto dare occasione (e vocabolario) a tutto ciò».
  Al Cairo, nel 1927, dall'oggi al domani, la legge egiziana chiude agli ebrei l'accesso agli impieghi pubblici. Qui nel 1950 (ben diciassette anni prima di quel che si sarebbe venuto a creare dopo la guerra dei Sei giorni), Sayyd Qutb, successore di Hassan el-Banna a capo dei Fratelli musulmani, pubblicò un manifesto, La nostra battaglia contro gli ebrei, che conteneva parole inquietanti. «Gli ebrei», si poteva leggere in questo testo, «hanno ricominciato a fare il male… Allah inviò loro Hitler per dominarli; poi la nascita di Israele ha fatto provare agli arabi, i proprietari della terra, il sapore della tristezza e della sofferenza».
  In Siria dopo il 1945 imperversa una violenza antiebraica che spinge la maggior parte dei 15 mila ebrei del Paese ad andarsene; tutte persone che sono poi scomparse da ogni «memoria ufficiale». Nei confronti degli ebrei rimasti si ebbero attentati come la bomba che colpì un'istituzione ebraica a Damasco nel 1948,e le altre che nel corso dell'estate di quello stesso anno, uccisero decine di israeliti. Analoghe violenze si ebbero in Yemen. In Libia rimasero solo cinquemila ebrei su trentacinquemila e questa minoranza «fu progressivamente spinta a partire, strangolata socialmente e assoggettata a un clima di paura». A Tripoli nel 1961 la legge stabilì che a ogni ebreo che intrattenesse «rapporti ufficiali o professionali» con Israele (vale a dire, per la maggior parte dei casi, con i loro connazionali trasferitisi nello Stato ebraico) sarebbero stati confiscati i beni.
  Ma perché di tutto questo si comincia a parlare in modo esplicito soltanto adesso? La storia degli ebrei del mondo arabo, risponde Bensoussan «è stata a lungo confiscata». Il più delle volte è stata scritta da degli ebrei di corte ed è per questo che solo recentemente si è emancipata dalla visione irenica di un tempo. A lungo il racconto ufficiale illustrava un universo sereno di un "mondo che abbiamo perduto", una visione storica unita a un pensiero consolatore, «tanto grande era il dolore di mettere a nudo una vita da dominato». Più si scendeva in basso nella scala sociale e «più la memoria ebraica diventava dolorosa», mentre coloro che coltivavano una memoria felice, «il più sovente provenivano da ambienti agiati, dove i contatti con il popolino musulmano erano generalmente limitati al personale di servizio». Accade così, conclude lo studioso, che «scrivere la storia degli ebrei dell'Oriente arabo mette a nudo i rapporti di servitù mascherati da racconti folcloristici». Una complicazione che ha fin qui impedito di raccontare la vera storia degli ebrei nel mondo arabo.

(Corriere della Sera, 12 novembre 2018)


Pitigliani Kolno'a Festival, nuovi sguardi su Israele

A Roma la XIII edizione tra film, documentari e serie tv

di Marzia Apice

Dal lungometraggio "Laces" di Jacob Goldwasser
ROMA - La storia e le tradizioni del popolo ebreo, la modernità e il multiculturalismo della società israeliana contemporanea, raccontati con una narrazione efficace e nella costante attenzione rivolta alle nuove generazioni: torna a Roma il Pitigliani Kolno'a Festival, in programma dal 17 al 22 novembre, diretto da Ariela Piattelli e Lirit Mash. Giunto alla XIII edizione, il festival si svolgerà tra la Casa del Cinema, il Cinema Farnese e il Centro Ebraico il Pitigliani: attraverso proiezioni (molte rivolte agli studenti e in anteprima italiana), ma anche incontri e dibattiti con registi e addetti ai lavori, l'obiettivo sarà accendere i riflettori sulla cinematografia israeliana e di argomento ebraico, per provare a spiegarne la complessità e le ragioni del successo, con un occhio anche all'importante anniversario del 2018, in cui si celebrano i 70 anni dalla fondazione dello Stato di Israele. Film e documentari, serie tv e corti d'animazione compongono un calendario denso e variegato: dal lungometraggio "Laces" di Jacob Goldwasser ai documentari "The Museum" di Ran Tal, "Etgar Keret: based on a true story" di Stephane Kaas e "Einstein in the Holy Land" di Noa Ben Hagai fino alle serie televisive "When heroes fly" di Omri Givon e "Significant other" di Ram Nehari, il festival racconta le produzioni israeliane a 360o. Tra gli appuntamenti principali quello con il regista Avi Nesher, che riceverà il Premio alla Carriera 2018, del quale saranno proiettati tre film: l'ultimo (in anteprima italiana) "The Other Story", il capolavoro del 1984 recentemente restaurato "Rage and glory" e "Turn left at the end world".
  Altrettanto significativa la proiezione di "La razzia. Roma, 16 ottobre 1943", documentario per la regia di Ruggero Gabbai prodotto dalla Fondazione Museo della Shoah e realizzato con le testimonianze dei sopravvissuti al rastrellamento del Ghetto a opera dei nazisti. Infine il focus sull'animazione con il regista e autore Hanan Kaminski, che ha firmato anche l'immagine del Festival (una pianta di fico d'india, frutto dolce e spinoso come gli israeliani): sarà lui a proporre al pubblico alcuni corti realizzati da giovani registi. Oltre alla seconda edizione del Premio Emanuele (Lele) Luzzati, la manifestazione ospiterà anche il dibattito "Da Cannes a Netflix. Il segreto del successo delle serie tv da Israele" (il 19 novembre), a cui prenderanno parte, oltre alle direttrici del festival, il regista Alessandro D'Alatri e la sceneggiatrice e attrice Dana Modan. "Con oltre 20 film, tutti diversi per contenuti e stile, il festival quest'anno sarà particolarmente colorato", spiega oggi a Roma la direttrice artistica Ariela Piattelli, "protagonista assoluta sarà la narrazione: ospiteremo registi che sono straordinari narratori delle relazioni umane e di una realtà particolare come quella di Israele".

(ANSAmed, 12 novembre 2018)


Israele: al via Conferenza cybersecurity, delegazione Italia

Con sottosegretari Affari Esteri e Giustizia, Picchi e Morrone

Considerata dagli esperti uno dei principali appuntamenti del settore, si è aperta oggi a Tel Aviv, per chiudersi il 15, la quinta edizione della conferenza biennale internazionale sulla sicurezza 'HLS & Cyber', con più di 5 mila partecipanti da oltre 80 Paesi.
   Incontro tra istituzioni governative e realtà industriali per fronteggiare le sfide globali della cybersecurity, l'evento vede l'arrivo di una folta delegazione italiana - la maggiore -, guidata dal Sottosegretario agli Affari esteri Guglielmo Picchi e da quello alla Giustizia Jacopo Morrone. Della delegazione fanno parte oltre 50 delegati di forze dell'ordine, delle Authority nazionali, delle multinazionali delle telecomunicazioni e, per la prima volta grazie alla collaborazione con Confindustria, un gruppo di piccole e medie imprese italiane. Tra gli speaker della conferenza oltre il ministro israeliano della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan e quello dell'Economia, Eli Cohen, anche il Commissario della Consob, Paolo Ciocca. "La conferenza - ha detto l'ambasciatore israeliano in Italia, Ofer Sachs - rappresenta una piattaforma eccezionale, in quanto unisce in un unico spazio le più significative novità che Israele può offrire in termini di sicurezza fisica e cibernetica. E la composizione della delegazione italiana dimostra ancor più il grado di proficua collaborazione raggiunta tra i nostri due Paesi".
   "La presenza di due sottosegretari di Stato e di una numerosa delegazione italiana - ha sottolineato l'ambasciatore italiano in Israele, Gianluigi Benedetti, che domani sera ospiterà la rappresentanza italiana in Residenza a Tel Aviv - è una conferma della partnership strategica bilaterale e di una crescente attenzione delle aziende italiane per le opportunità di cooperazione tecnologica e imprenditoriale con Israele".

(ANSAmed, 13 novembre 2018)


Franceschini nuovo direttore del Centro Interdipartimentale di Studi Ebraici

In carica da novembre, ha appena svolto un ciclo di conferenze negli USA su Levi

 
Fabrizio Franceschini
Fabrizio Franceschini il nuovo direttore del Centro interdipartimentale di Studi Ebraici dell'Università di Pisa (CISE). In carica da novembre, il professore di Linguistica Italiana nel Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dirigerà il Centro per i prossimi tre anni.
   Il CISE, nato nel 2003, si è affermato come un'importante realtà italiana nel campo dei Jewish Studies, con ricerche che spaziano dal Medioevo all'ebraismo contemporaneo, e ha contribuito all'organizzazione delle iniziative di "San Rossore 1938" legate all'80 esimo anniversario della firma leggi razziali.
   Fabrizio Franceschini guida anche il Progetto di Ricerca d'Ateneo Shem nelle tende di Yafet. Ebrei ed ebraismo nei luoghi, nelle lingue e nelle culture degli altri ed ha appena tenuto una serie di lezioni su Primo Levi in università statunitensi come la Princeton University e la University of Notre Dame.
   "Il vivo interesse e le ricche discussioni che hanno accompagnato le mie lezioni a Princeton e Notre Dame - dichiara Franceschini - confermano che Pisa è un centro significativo di studio e di ricerca sull'opera di Primo Levi in tutti i suo aspetti storici, letterari e linguistici. Su questi temi il CISE lavorerà anche l'anno prossimo, quando ricorreranno l'anniversario della nascita di Levi e di un'altra sopravvissuta da Auschwitz, la livornese Frida Misul, il cui diario inedito dell'arresto e della prigionia sarà da me prossimamente pubblicato".
   "Accanto a questo filone di studi e a una serie di seminari interdisciplinari - conclude Franceschini - il programma del mio mandato, condiviso dai colleghi e dal precedente direttore Alessandra Veronese, prevede iniziative tese a radicare gli Studi ebraici negli ordinamenti istituzionali della nostra Università. Come infatti ha sottolineato la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, nell'importante Cerimonia delle Scuse tenutasi all'Università di Pisa lo scorso 20 settembre, il conseguente sviluppo degli impegni ivi assunti dalle Università italiane sono nuovi corsi di studio e formazione specialistica dedicati ai temi del mondo ebraico. Anche in questa direzione, dunque, è bene che Pisa sia in prima fila".

(Unipinews, 12 novembre 2018)


Cristiani condannati a morte in applicazione della legge islamica della sharia

di Majid Rafizadeh*
  • In risposta agli ultimi abusi contro i cristiani, Amnesty International ha lanciato un appello per una "azione urgente". L'organizzazione ha chiesto al regime iraniano di "annullare le condanne di Victor Bet-Tamraz, Shamiram Isavi, Amin Afshar-Naderi e Hadi Asgari, in quanto presi di mira unicamente per l'esercizio pacifico dei loro diritti alla libertà di religione e credo, espressione e associazione, attraverso la loro fede cristiana". Tuttavia, in Iran, ci sono molti più casi di persecuzione dei cristiani oltre a questi quattro.

  • Ciò che è importante notare è che nei paesi, dove vige la legge islamica della sharia, la costituzione è subordinata alle leggi islamiste del posto. Quando l'Islam radicale ottiene il potere, ogni articolo della costituzione è condizionato al rispetto della sharia e i diritti promessi nella costituzione diventano quindi nulli.

  • Non basta sperare che un giorno, in Iran, i cristiani saranno in grado di professare la loro fede religiosa senza paura di essere perseguitati o uccisi; la comunità globale deve agire per assicurare che il regime iraniano si attenga alla propria Costituzione e offra pari diritti e protezione della legge ai propri cittadini cristiani.
Si sente spesso dire ai predicatori e ai leader islamici sciiti che l'Islam ha riconosciuto "la gente del Libro", espressione che si riferisce ai cristiani e agli ebrei. Questa affermazione suona come se l'Islam accordasse a cristiani ed ebrei lo stesso livello di status e il medesimo rispetto riservato ai musulmani.
   Tale tesi è stata di recente confermata dal presidente della Repubblica islamica dell'Iran, Hassan Rohani, il quale ha dichiarato che "i cristiani hanno gli stessi diritti degli altri". Ribadendo questo concetto sarebbe facile pensare che i cristiani siano relativamente sicuri in Iran. Ma è davvero così?
   Nei discorsi e sulla carta, queste parole danno probabilmente l'impressione che i cristiani non siano i benvenuti in Iran, ma che abbiano uguali diritti e godano della stessa protezione della legge. Ma le esperienze quotidiane dei cristiani in Iran raccontano una storia molto diversa.
   La violenza e le persecuzioni contro i cristiani sono considerevolmente aumentate, in applicazione della sharia imperante nell'Iran. Un caso recente documenta le esperienze traumatiche del pastore evangelico Victor Bet-Tamraz e di sua moglie Shamiram Issavi, cristiani assiri, nonché di Amin Afshar Naderi e di Hadi Asgari, ex musulmani che si sono convertiti al Cristianesimo. Ognuno di loro è stato condannato dal Tribunale rivoluzionario di Teheran cumulativamente a 45 anni di carcere. Nonostante le dichiarazioni dell'Iran che essi sono uguali di fronte alla protezione della legge e godono di pari diritti, potrebbero non vedere mai più la libertà.
   Che terribile crimine devono aver commesso per meritarsi una condanna così dura? Forse non sono stati condannati per il semplice fatto di essere cristiani? Dopotutto, il presidente iraniano aveva detto che i cristiani godono di uguali diritti. Le accuse ambigue che sono state loro mosse includevano termini vaghi, come l'aver condotto "attività di culto illegali" e il fatto di costituire una minaccia alla "sicurezza nazionale".
   Perché in Iran ci sarebbe tutta questa ostilità nei confronti dei cristiani che si è tradotta nel tipo di persecuzione a cui sono state sottoposte queste quattro persone? Anche se i cristiani sono una piccolissima parte della popolazione, sono sempre stati considerati, ai sensi della sharia, una minaccia alla "sicurezza nazionale". La popolazione totale iraniana conta circa 80milioni di abitanti, tra i 117mila e i 3milioni dei quali sono cristiani, secondo varie stime.
   La comunità internazionale ha di recente preso atto dell'abuso di potere esercitato contro i cristiani in Iran. L'ultimo rapporto di Amnesty International sottolinea che "i cristiani in Iran sono bersaglio di molestie, arresti e detenzioni arbitrarie, processi iniqui e reclusione per accuse relative alla sicurezza nazionale unicamente a causa della loro fede". Eppure, le atrocità contro di loro continuano.
   È opportuno rilevare che, prima della rivoluzione islamica, per ottenere sostegno e potere, i leader musulmani fondamentalisti avevano promesso ai cristiani in Iran che avrebbero goduto degli stessi diritti dei cittadini islamici. Avevano inoltre assicurato ai cristiani che sarebbero stati in grado di professare liberamente la loro religione. Di conseguenza, molti cristiani, confidando nel fatto che avrebbero goduto della libertà che era stata loro promessa, appoggiarono i leader musulmani. Al contrario, dopo la rivoluzione islamica, chiunque non credeva negli ideali islamisti e rivoluzionari della teocrazia della sharia divenne il nemico. Anche di recente, il presidente iraniano ha dichiarato:
   "La nostra rivoluzione è stata vittoriosa quando eravamo tutti insieme (...) Tutte le razze iraniane, tutte le religioni iraniane, musulmani sciiti e sunniti, cristiani, ebrei e zoroastriani - chiunque crede nella Costituzione, questo è il nostro criterio. È un rivoluzionario e va rispettato".
   Purtroppo, i cristiani in Iran non vengono affatto rispettati.
   In risposta agli ultimi abusi contro i cristiani, Amnesty International ha lanciato un appello per una "azione urgente". L'organizzazione ha chiesto al regime iraniano di "annullare le condanne di Victor Bet-Tamraz, Shamiram Isavi, Amin Afshar-Naderi e Hadi Asgari, in quanto presi di mira unicamente per l'esercizio pacifico dei loro diritti alla libertà di religione e credo, espressione e associazione, attraverso la loro fede cristiana". Tuttavia, in Iran, ci sono molti più casi di persecuzione dei cristiani oltre a questi quattro.
   Molti altri cristiani sono stati arrestati per accuse infondate come "fare propaganda contro la Repubblica islamica a favore del Cristianesimo". L'organizzazione "Articolo 18", che promuove la libertà religiosa e sostiene i cristiani perseguitati che vivono sotto la sharia, il 9 agosto 2018, ha scritto su Twitter:
   Una coppia #cristiana ha riferito che un tribunale in Boushehr ha appena condannato loro e altri 10 cristiani iraniani a un anno di prigione ciascuno per "propaganda contro la Repubblica islamica in favore del cristianesimo". Questo gruppo di convertiti cristiani è stato arrestato il 7 aprile 2015.
   Non ci sono ancora informazioni sulla loro versione.
   E l'oppressione non finisce qui. Un'altra coppia che si è convertita al Cristianesimo dall'Islam è stata di recente accusata di "orientamento verso la terra del Cristianesimo", secondo [l'agenzia di informazione cristiana] Mohabat News. Anche se ai cristiani è stato detto che hanno diritto a professare la loro religione, vengono arrestati e torturati proprio perché la praticano.
   Il pastore protestante Youcef Nadarkhani è stato condannato a morte nel 2010 per "apostasia", perché si era convertito al Cristianesimo dall'Islam. Dopo una significativa pressione esercitata da parte delle organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti giuridici e umani, un ulteriore processo ha portato al proscioglimento dall'accusa di apostasia che ha determinato la condanna a morte. Il nuovo processo si è concluso con un verdetto di colpevolezza relativo all'accusa di "evangelizzare i musulmani", e il pastore è stato per questo condannato a tre anni di prigione, che però aveva già scontato [visto che era in carcere dall'ottobre del 2009, N.d.T.], pertanto, Nadarkhani è stato rilasciato.
   Nel 2016, il religioso è stato "accusato di 'agire contro la sicurezza nazionale' oltre che di sionismo ed evangelizzazione". Il 6 luglio 2017, il pastore è stato condannato a 10 anni di reclusione e ad altri due di esilio a Nikshahr (nel sud dell'Iran). Gli è stato consentito di appellarsi ed era stato rilasciato su cauzione quando la polizia, il 22 luglio 2018, ha fatto irruzione nella sua abitazione e lo ha portato nel carcere di Evin. Gli sono stati rubati dieci anni di vita solo perché ha professato la sua fede religiosa.
   L'American Center for Law & Justice (ACLJ) di Washington, D.C., ha lanciato una petizione per il rilascio di Nadarkhani. A partire dal 2 ottobre, più di 112mila persone hanno firmato questa petizione. L'ACLJ ha puntualizzato che "le azioni dell'Iran violano la sua stessa Costituzione che garantisce la libertà religiosa e molteplici trattati internazionali sui diritti umani". Tuttavia, rimane in carcere.
   Questo può sembrare poco chiaro e contraddittorio per qualcuno; ciò che è importante notare è che nei paesi dove vige la legge islamica della sharia, la costituzione è subordinata alle leggi islamiste del posto.
   Quando l'Islam radicale ottiene il potere, ogni articolo della costituzione è condizionato al rispetto della sharia e i diritti promessi nella costituzione diventano quindi nulli. I cristiani iraniani, i quali credevano che appoggiando la rivoluzione islamica avrebbero ottenuto protezioni e pari diritti, ora vivono costantemente nella paura. Solo una maggiore pressione da parte della comunità internazionale può provocare un cambiamento in Iran che potrebbe offrire a queste persone innocenti una certa protezione dagli atti brutali che devono affrontare.
   Non basta sperare che un giorno, in Iran, i cristiani saranno in grado di professare la loro fede religiosa senza paura di essere perseguitati o uccisi; la comunità globale deve agire per assicurare che il regime iraniano si attenga alla propria Costituzione e offra pari diritti e protezione della legge ai propri cittadini cristiani.
* Majid Rafizadeh si è laureato a Harvard ed è membro del consiglio consultivo della Harvard International Review, una pubblicazione ufficiale della Harvard University.

(Gatestone Institute, 11 novembre 2018 - trad. Angelita La Spada)


Gaza, scontri a fuoco, un soldato israeliano e sei palestinesi uccisi

Secondo quanto trapelato, ci sarebbe stato il tentativo dei reparti speciali di Israele di infiltrarsi nella striscia di Gaza: tra le vittime un capo di Hamas. Poi l'escalation della tensione con lancio di missili palestinesi (intercettati) e operazioni aeree di Israele. Timore per lo scoppio della quarta guerra a Gaza dal 2008
   Un soldato delle forze speciali israeliane e sei palestinesi (fra cui un capo di Hamas) sono stati uccisi, domenica, nel corso di un conflitto a fuoco nella striscia di Gaza. Questa situazione minaccia di riaccendere la tensione (e c'è timore che scoppi la quarta guerra dal 2008), dopo un recente accordo che doveva contribuire a restituire una tregua. A conferma della gravità della situazione, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha deciso di interrompere la sua visita a Parigi, dove si era recato per assistere al centenario dell'armistizio della Prima Guerra Mondiale.
   "In merito agli incidenti nel Sud della regione - si legge in una nota del governo - il primo ministro israeliano ha deciso di sospendere la sua visita a Parigi e di tornare in serata in Israele". Netanyahu avrebbe dovuto incontrare oggi il presidente francese Emmanuel Macron. A Gerusalemme, in un comunicato diffuso in tarda serata, l'esercito ha precisato che un "ufficiale delle forze speciali israeliane è stato ucciso e un altro è stato leggermente ferito".
   All'inizio della giornata, le brigate Ezzedine al-Qassam, un'ala armata di Hamas, sostenevano che si trattava di un'operazione delle forze speciali israeliane che aveva tentato di infiltrarsi a est di Khan Younis a bordo di un veicolo civile. Fonti della sicurezza palestinese hanno successivamente affermato che l'esercito israeliano ha effettuato attacchi aerei nell'area.
Secondo l'Idf - che ha confermato su twitter la notizia di aver perso un ufficiale durante l'operazione - in serata una dozzina di missili sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza verso Israele, ma sono stati intercettati dal sistema di difesa antimissile.

(la Repubblica, 12 novembre 2018)


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Gaza, Israele uccide capo di Hamas, incursione con vittime

Un soldato delle forze speciali israeliane e sei palestinesi fra cui un capo di Hamas sono stati uccisi, domenica, nel corso di uno o più scontri nella striscia di Gaza, forse al suo interno. A conferma della gravità della situazione, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha interrotto la sua visita a Parigi per il centenario dell'armistizio della Prima Guerra Mondiale. Gerusalemme, in un comunicato diffuso in tarda serata, l'esercito ha precisato che un "ufficiale delle forze speciali israeliane è stato ucciso e un altro è stato leggermente ferito".
   All'inizio della giornata, le brigate Ezzedine al-Qassam, un'ala armata di Hamas, sostenevano che si trattava di un'operazione delle forze speciali israeliane che aveva tentato di infiltrarsi a est di Khan Younis a bordo di un veicolo civile. Fonti della sicurezza palestinese hanno successivamente affermato che l'esercito israeliano ha effettuato attacchi aerei nell'area. Il portavoce del ministero della salute di Gaza, Ashraf al-Quds, ha fatto sapere che sei palestinesi sono stati uccisi: tra le vittime, un capo locale delle brigate di Ezzedine al-Qassam, Nour Baraka.
   L'uccisione di Barake è stata attribuita da Hamas all'azione di una unità d'elite israeliana penetrata all'interno della Striscia. I militari israeliani - ha aggiunto - sono entrati a bordo di un'auto, tre chilometri all'interno della Striscia, hanno raggiunto una moschea e là hanno ucciso il comandante locale Nur Barake. Una volta scoperti - ha proseguito Hamas - si è tentato di impedire il loro ritorno in Israele e sono poi seguiti attacchi da parte di velivoli dell'aviazione israeliana.
   L'esercito israeliano - che ha smentito il rapimento di un soldato riportato da alcune fonti e ha affermato che tutti i soldati sono rientrati - ha confermato che "durante una sua attività operativa all'interno della Striscia di Gaza si è sviluppato uno scontro a fuoco". Fonti locali della Striscia hanno riferito che le fazioni armate palestinesi hanno proclamato lo stato di massima allerta. Le rotte per i voli dell'aeroporto Ben Gurion sono state spostate più a nord vista la situazione.

(Remocontro, 12 novembre 2018)


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Israele: intensi scontri nel sud di Gaza tra IDF e Hamas. Diversi morti

GERUSALEMME - Intensi scontri sono scoppiati nella notte appena passata tra forze speciali del IDF e terroristi di Hamas. Un colonnello dell'esercito israeliano è rimasto ucciso e un altro ufficiale ferito mentre ci sarebbero almeno sette morti tra i terroristi tra i quali un importante capo dell'ala militare di Hamas.
Tutto sembra essere nato da una operazione condotta dalla intelligence militare israeliana nella città di Khan Younis, all'interno della Striscia di Gaza. Le unità speciali israeliane che viaggiavano a bordo di un mezzo civile sarebbero state scoperte dai terroristi di Hamas. Ne è nato uno scontro a fuoco violentissimo che ha dato il via a tutta una serie di eventi che rischiano di sfociare in un conflitto aperto....

(Rights Reporters, 12 novembre 2018)


Abu Mazen: Trump e Hamas falliranno, la Palestina sarà uno Stato unico

Nel giorno dell'anniversario della morte di Yasser Arafat, Abu Mazen ne ha ricordato la lunga lotta per i diritti dei palestinesi.

Il presidente Abu Mazen da Ramallah, in Cisgiordania, ha denunciato il Piano di pace di Donald Trump e il comportamento di Hamas a Gaza per i soldi del Qatar arrivati dalla Striscia: "l'Accordo del secolo dell'amministrazione Trump" ha detto Abu Mazen, "non passerà, come falliranno le manovra di Hamas per fermare l'insediamento di un unico stato palestinese".
Abu Mazen ha rivolto le sue accuse nel discorso di commemorazione del 14/o anniversario della morte di Yasser Arafat, l'11 novembre del 2004 in Francia. "Qui siamo e continueremo a lottare per il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese e la creazione di uno stato indipendente". Abu Mazen ha parlato nella sede della Muqata, il palazzo presidenziale di Ramallah dove c'e' la tomba di Arafat e sulla quale il presidente palestinese ha deposto una corona di fiori. Abu Mazen nel suo discorso ha poi ricordato la "lunga lotta di Abu Ammar (Arafat)" per i diritti dei palestinesi.

(globalist, 11 novembre 2018)



Kochavi, il predestinato in divisa

Kochavi è il candidato più probabile per il posto di Capo di Stato Maggiore dell'esercito
Aviv Kochavi, attuale vice del capo di Stato Maggiore Cadi Eisenkot. è il candidato che il ministro della Difesa Avigdor Lieberman vuole alla guida dell'esercito israeliano. A fine ottobre Lieberman ha presentato ufficialmente la candidatura di Kochavi, considerato un predestinato a questo ruolo. Classe 1964, ha servito nelle fila di Tsahal su tutti i fronti caldi e, scrivono diversi media israeliani, nessuno oggi conosce meglio di lui le minacce che circondano Israele: da Hamas a Hezbollah, dai palestinesi in Cisgiordania all'Iran fino al pericolo della guerra 2.0. Per poter succedere ad Eisenkot, il cui mandato scadrà il 31 dicembre. Kochavi dovrà ottenere il benestare di una commissione di controllo ufficiale e poi del gabinetto di governo.
   Il suo curriculum, dal punto di vista militare, è di alto profilo: negli ultimi due anni è stato vice capo di stato maggiore e in precedenza è stato comandante della divisione di Gaza, capo della divisione operativa dello Stato maggiore, capo dell'intelligence militare e capo del comando del Nord.
   Nel 1998, dopo aver conseguito il master alla Harvard University negli Stati uniti, venne nominato comandante della divisione orientale dell'unità di collegamento per il Libano e servì sotto il comando del generale di brigata Erez Gerstein, ucciso nel marzo 1999 da una bomba di Hezbollah posta sul ciglio di una strada. "In generale, l'intero periodo in Libano fu molto formativo - ha raccontato in passato Kochavi - Era la prima volta che ero al comando per quasi due anni in una zona di combattimento molto intensa, e ho affrontato tutti i dilemmi che esistono nelle situazioni di combattimento in generale, e nella lotta al terrorismo e alla guerriglia nelle aree urbane in particolare".
   Nel 2002, dopo l'attacco terroristico palestinese al Park Hotel di Netanya in cui morirono 30 persone e 140 furono ferite, il Primo ministro Ariel Sharon lancia l'operazione Defensive Shield in Giudea e Samaria (West Bank). Kochavi è comandante del corpo dei Paracadutisti e avrà un ruolo centrale nel conflitto, guidando la missione Masa Tzva'im nel campo profughi di Balata. Qui, per evitare che i suoi uomini siano presi di mira dai cecchini palestinesi, Kochavi idea uno stratagemma: passare attraverso i muri. "Non c'è quasi nessun posto nel campo su cui i nostri piedi non abbiano camminato - affermò allora Kochavi - Il nostro messaggio è chiaro: troveremo ogni terrorista, non importa dove si trovi. Anche se dovessimo attraversare i muri. I soldati hanno evitato strade, porte e finestre dove sapevano che il nemico li avrebbe aspettati. Invece, hanno fatto saltare in aria pareti, soffitti e pavimenti, e in questo modo si sono spostati attraverso l'intero campo". Le informazioni che Tsahal ha raccolto durante quell'operazione nel campo profughi di Balata furono un elemento chiave per l'intera operazione nella West Bank.
   Nel 2005, il brigadiere generale Shimon Naveh presentando un modello di guerra urbana nell'era postmoderna in una conferenza a Barcellona, racconta il Jerusalem Post, prese come esempio la missione nel campo profughi di Balata. "Kochavi ha pensato ad ogni potenziale problema prima dell'operazione. La sua capacità di concettualizzare gli aspetti tattici e strategici della missione fu incredibilmente sviluppata. capì che le strategie militari che erano state implementate fino ad allora non avrebbero funzionato in questa situazione, e quindi spettava a lui trovare qualcosa di nuovo". "I soldati - spiegava Naveh - si muovevano come api. Kochavi divise la divisione in 13 squadre, che entravano tutte contemporaneamente nel campo come uno sciame. In questo modo, i residenti erano costretti a scendere in strada e venivano uccisi o catturati. Le forze di difesa israeliane subirono una sola vittima, e fu causata da fuoco amico".

(Pagine Ebraiche, ottobre-novembre 2018)


Netanyahu: non esiste una soluzione diplomatica per Gaza

GERUSALEMME - Israele sta facendo del proprio meglio per prevenire "inutili guerre" con la Striscia di Gaza, ma "non esiste una soluzione diplomatica" con i leader di Hamas. Lo ha detto oggi da Parigi il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. "Non esiste una soluzione diplomatica per Gaza, così come non esiste una soluzione diplomatica per lo Stato islamico", ha detto. E ancora: "Sto facendo tutto il possibile per evitare una guerra inutile", ricordando la morte di milioni di persone durante la Prima guerra mondiale come un esempio di insensata guerra sanguinosa. "Non ho paura della guerra se è necessaria, ma voglio evitarla se non è necessaria", ha concluso. Le dichiarazioni di Netanyahu giungono in concomitanza con la mediazione da parte delle Nazioni Unite e dell'Egitto per raggiungere una tregua tra Israele e Hamas.

(Agenzia Nova, 11 novembre 2018)


Leggi razziali in Italia, cosa stabilivano e contro chi furono emanate

I 180 decreti che privarono gli ebrei di ogni libertà

Quando si parla di leggi razziali, ci si riferisce a quell'insieme di norme legislative ed amministrative il cui comune denominatore è la discriminazione razziale: tali norme, varate per la prima volta nella Germania nazista a cavallo tra gli anni '30 e '40 del Novecento, erano principalmente rivolte agli ebrei, agli omosessuali, ai disabili, ai Rom, agli afro-tedeschi ed ai Testimoni di Geova. Sarà questo il seme da cui avrà origine il genocidio messo in atto dalla Germania nei confronti delle minoranze "non gradite" dai nazisti per ragioni politiche o razziali, noto con il nome di Shoah.
  Sulla scia delle cosiddette "leggi razziali antisemite" tedesche, qualche anno più tardi furono applicate in Italia le leggi razziali fasciste: Benito Mussolini ne annunciò per la prima volta il contenuto il 18 settembre 1938 a Trieste, davanti al Municipio in Piazza Unità d'Italia. Il presupposto su cui si fondavano le leggi razziali era la teoria, rivelatasi priva di qualunque valore scientifico, dell'esistenza della razza italiana e della sua appartenenza alla categoria, tanto inesistente quanto assurda, delle cosiddette razze ariane.
  Il Regio decreto legge n. 880, entrato in vigore nel 1937, che vietava il madamismo (l'acquisto di una concubina) e il matrimonio fra italiani e "sudditi delle colonie africane", fece da apripista ad altre leggi di stampo razzista promulgate dal parlamento italiano.

 Il "Manifesto della Razza", base ideologica della legge razziale
  Pubblicato inizialmente in forma anonima sul Giornale d'Italia il 14 luglio 1938, con il titolo "Il Fascismo e i problemi della razza", il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della Razza fu ripubblicato il 5 agosto del '38 sul primo numero della rivista "La difesa della razza" e firmato stavolta da 10 scienziati.
  Il testo del manifesto era costituito da dieci punti in cui veniva analizzata la questione razziale secondo la politica fascista: si sosteneva l'esistenza delle razze umane e di grandi e piccole razze; si definiva il concetto di razza come concetto puramente biologico; si affermava che l'origine della popolazione italiana era per la maggior parte ariana; si sosteneva che, a differenza di altre nazioni europee, in Italia la composizione razziale di allora era la stessa di mille anni prima data la mancanza, dopo l'invasione dei Longobardi, di significativi movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione; si dichiarava l'esistenza di una pura razza italiana data da un'antica purezza di sangue; si esortava gli italiani a proclamarsi razzisti e a trattare la questione da un punto di vista puramente biologico senza intenzioni filosofiche o religiose; veniva fatta una netta distinzione tra i mediterranei d'Europa (occidentali) e quelli orientali e africani; si negava l'appartenenza degli ebrei alla razza italiana; era definita inammissibile l'unione degli italiani con qualunque razza extra-europea, portatrice di valori diversi rispetto a quelli ariani.

 Leggi razziali in Italia: cosa stabilivano?
  Il 5 settembre del 1938 il Regio Decreto Legge 1340, voluto da Mussolini e firmato dal re Vittorio Emanuele III, stabiliva l'allontanamento di alunni ed insegnanti ebrei dalle scuole italiane, in nome della "difesa della razza nella scuola fascista". Considerando anche i ricercatori e gli studiosi, furono espulse più di trecento persone, tra cui molti intellettuali di spicco, come Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Franco Modigliani, Arnaldo Momigliano.
  Solo quando fu annunciato l'armistizio tra l'Italia e gli Alleati, l'8 settembre del 1943, si giunse all'abrogazione delle leggi razziali, grazie ad una clausola posta proprio dagli Alleati: "Tutte le leggi italiane che implicano discriminazioni di razza, colore, fede od opinione politica saranno, se questo non sia già stato fatto, abrogate, e le persone detenute per tali ragioni saranno, secondo gli ordini della Società delle Nazioni, liberate e sciolte da qualsiasi impedimento legale a cui siano state sottomesse". Tuttavia, fu solo tra il 1944 e i 1947 che si ebbe la cancellazione della legislazione razzista e antisemita: la prima deliberazione in tal senso fu opera del governo Badoglio e risale al 20 gennaio 1944. Si intitolava "Disposizioni per la reintegrazione nei diritti civili e politici dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica o considerati di razza ebraica".
  In cinque anni furono emanate circa 180 leggi razziali in Italia. Fino alla loro abolizione, gli ebrei non erano più stati considerati cittadini come tutti gli altri. Ciò vuol dire perdere i diritti civili e politici: dal più banale, come possedere una radio, andare in spiaggia o partecipare a gare sportive, ai più sacri, come poter studiare, svolgere liberamente la propria professione o non essere ingiustamente privati della patria potestà sui propri figli. Sembra assurdo, ma tutto questo accadeva nel nostro Paese meno di un secolo fa. In nome di un'astrusa quanto scellerata catalogazione degli individui, che presupponeva l'esistenza di razze umane distinte, tra l'indifferenza e la rassegnazione di coloro che si lasciavano affabulare dalle parole o zittire dalla paura del "diverso", fu consentita l'attuazione di tali leggi razziali, il primo tragico passo verso la pagina più brutta della storia italiana e mondiale.

(Eroica Fenice, 11 novembre 2018)


Calcio - Finge di soccorrere il compagno e segna

Clamoroso gesto di "finto" fair play di Habib Habibou, calciatore del Maccabi Petah Tikva.

Ha del clamoroso quanto accaduto in Israele durante la partita tra Netanya e Maccabi Petah Tikva. L'attaccante degli ospiti Habib Habibou si è reso protagonista di un gesto tutt'altro che nobile nel fine della partita vinta per 1-0 proprio grazie ad un suo gol.
Habibou era fermo nell'area avversaria per soccorrere un compagno di squadra steso a terra. Il gioco prosegue e dalla destra arriva un traversone velenoso non trattenuti dal portiere del Netanya: palla per Habibou che in pochi secondi vede la sfera e la deposita in rete prima di tornare dal compagno di squadra infortunato.

(Tuttocalcio, 11 novembre 2018)


Intesa su Gaza. Ecco come si incastrano le tessere del mosaico

L'accordo, perseguito da Egitto e Qatar, dovrebbe prevedere l'allentamento dell'embargo e la fine delle ostilità. La settimana prossima una delegazione di Hamas si recherà in Egitto per discutere dei termini della tregua.

di Giovanni Quer

Il Qatar ha effettuato il primo pagamento a Hamas, nell'ambito di quella che è ritenuta l'intesa su Gaza. 15 milioni di dollari in contanti, portati a Gaza dal mediatore del Qatar Muhammad al-Amadi, prima tranche di un totale di 90 milioni di dollari (riporta l'Afp). Hamas può finalmente pagare i propri dipendenti, mentre annuncia che non c'è nessuna intesa con Israele, ma un accordo con l'Egitto, una "vittoria per la dirigenza".
   L'Autorità Palestinese condanna l'intesa. In un articolo pubblicato su Wafa News, si accusa Hamas di "vendere il sangue dei palestinesi", di cedere a un "accordo con Satana", di fare il gioco dei piani "sionisti-americani" per "minare il progetto nazionale" palestinese. A Gaza il convoglio di Muhammad al-Amadi è stato accolto a sassate da attivisti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, sostiene Hamas.
   L'intesa, perseguita da Egitto e Qatar, dovrebbe prevedere l'allentamento dell'embargo e la fine delle ostilità. La settimana prossima una delegazione di Hamas si recherà in Egitto per discutere dei termini della tregua.
   Israele ha poche speranze riguardo all'intesa con Gaza. Gli scontri al confine con Gaza continuano (12.000 partecipanti), e solo ieri un palestinese da Gaza si è infiltrato verso Israele e ha dato fuoco a delle serre agricole in una comunità israeliana al confine nord di Gaza. Un'iniziativa di giovani studenti israeliani delle comunità al confine con Gaza è iniziata questa settimana con una manifestazione di protesta a Gerusalemme, alla quale ha partecipato anche il presidente Rivlin. I giovani studenti chiedono al governo che si riporti la tranquillità nell'area, "perché almeno i nostri fratelli più piccoli possano vivere una vita normale che a noi è stata negata".
   Gerusalemme pare però preferire mantenere Hamas al potere o forse pare non avere una politica strutturata. Nei mesi scorsi alcuni leader del Gabinetto di sicurezza paventavano l'ipotesi di una risposta militare più estesa per riportare la calma ai confini con Gaza, ma l'opzione militare è stata scartata. Ora Israele si accorda con il Qatar per il trasferimento di denaro a Hamas e anche per una parziale apertura dei confini marittimi di Gaza, che rimarranno comunque sotto controllo navale israeliano.
   Ramallah vede il gesto del Qatar e la determinazione egiziana come una circonvenzione delle sanzioni imposte su Hamas e di sicuro indebolisce il già precario potere politico dell'Autorità, che continua la politica isolazionista (nessuno spiraglio di dialogo con Israele, boicottaggio degli Stati Uniti).
   Dopo la visita di Netanyahu in Oman e della ministra della Cultura ad Abu Dhabi (visti come gesti di "normalizzazione") Ramallah si sente ancor più isolata, abbandonata anche dal mondo arabo, e perciò guarda con sempre più speranza all'Unione Europea e alle organizzazioni internazionali perseguendo la tradizionale politica di demonizzazione e criminalizzazione di Israele. Ma anche l'Europa sta cambiando: dall'anno scorso alcuni Stati europei, tra cui Danimarca e Svizzera, hanno ridotto i finanziamenti ad associazioni palestinesi politicizzate, mentre la Norvegia ha annunciato l'anno scorso che avrebbe tagliato i fondi ad alcuni gruppi palestinesi. Anche in altri Paesi vi sono iniziative simili, e l'Autorità considera questi cambiamenti come una perdita del tradizionale sostegno incondizionato al discorso politico palestinese.
   Una tregua con Hamas è di beneficio a Israele e all'Egitto, che non vuole problemi al confine sud. Una calma relativa a Ramallah è di beneficio a Israele e alla Giordania, che non vuole il rafforzamento di movimenti sovversivi anti-regime in nome della propaganda palestinese. Ma l'Autorità Palestinese, che si sente circondata e abbandonata, può cedere a scelte politiche estreme. Hamas, per contro, potrebbe limitarsi, nell'ambito di una tregua, a urlare invettive contro Israele, lasciando il grilletto alle altre organizzazioni terroristiche che operano a Gaza (Jihad Islamico per esempio).

(formiche, 11 novembre 2018)



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C'è un'intesa tra Israele e Hamas su Gaza

Nelle ultime due settimane sono arrivati nella Striscia gasolio e soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici: l'accordo è stato mediato dall'Egitto e finanziato dal Qatar.

Israele e Hamas hanno trovato un'intesa per ridurre le violenze e le tensioni che proseguivano da mesi nella Striscia di Gaza, territorio controllato proprio dai palestinesi radicali di Hamas. Il piano - mediato dall'Egitto, finanziato dal Qatar e avviato alla fine del mese scorso - prevede l'arrivo nella Striscia di gasolio per azionare un secondo generatore nell'unica centrale elettrica di Gaza, e di soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici impiegati da Hamas. L'obiettivo è quello di fermare la pericolosa escalation di tensione a cui si stava assistendo nella Striscia, e che rischiava di provocare una nuova guerra tra Israele e Hamas: negli ultimi mesi gli scontri al confine e i bombardamenti su Gaza avevano provocato la morte di 170 palestinesi, mentre molti territori sul lato israeliano erano stati danneggiati dal lancio di oggetti e razzi provenienti dalla Striscia.
   Gli effetti dell'intesa hanno già cominciato a vedersi, anche perché la situazione della Striscia era da mesi vicina al collasso.
   L'arrivo di gasolio ha già aumentato in maniera significativa la fornitura giornaliera di elettricità (da poche ore al giorno ad almeno 12), permettendo per esempio a ospedali e aziende di riprendere le loro attività a un ritmo più intenso. Giovedì 8 novembre, Israele ha permesso l'entrata nella Striscia di un'auto con a bordo 15 milioni di dollari in contanti mandati dal Qatar per pagare i migliaia di dipendenti pubblici e agenti di polizia che lavorano nel territorio. Da parte sua Hamas ha iniziato a ridurre l'intensità delle proteste vicino alla recinzione che divide la Striscia da Israele, durante le quali negli ultimi mesi erano stati uccisi diversi palestinesi.
   Gli aiuti delle ultime due settimane, nonostante non ancora ingenti, sembrano essere già molto importanti per la Striscia di Gaza, che da mesi è in una situazione complicatissima. I problemi non derivano solo dall'embargo imposto da Israele ed Egitto, che impedisce l'arrivo di beni di prima necessità nella Striscia, ma anche dall'aggravarsi della crisi nei rapporti tra Hamas e Fatah, fazione politica palestinese considerata molto più moderata rispetto ad Hamas. Da mesi Fatah - che guida l'Autorità Palestinese, il governo palestinese in Cisgiordania - ha tagliato le forniture di energia elettrica alla Striscia e gli stipendi di decine di migliaia di impiegati pubblici, contribuendo a far precipitare la situazione di Gaza.
   Il giornalista David Halbfinger ha provato a capire sul New York Times quali siano i rischi e le pressioni che potrebbero subire in futuro le parti coinvolte nell'intesa.
   Secondo Halbfinger, l'accordo potrebbe mettere in difficoltà sia il governo conservatore israeliano guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, sia la leadership di Hamas. Per Netanyahu il problema potrebbero essere le pressioni che arrivano da destra, cioè dai partiti politici più intransigenti verso Hamas, ma necessari per la sopravvivenza del suo governo. Hamas potrebbe invece essere accusata da altre fazioni radicali di avere "venduto" la causa palestinese. Tuttavia, ha scritto Halbfinger, il gruppo più danneggiato dall'intesa è certamente Fatah, che ha già iniziato a sostenere che qualsiasi accordo che non lo coinvolga è un tentativo di dividere la popolazione palestinese: c'è però da considerare che Fatah e il suo leader, il presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas, hanno reso difficile qualsiasi tentativo di riconciliazione con Hamas, imponendo per esempio come precondizione per i colloqui il disarmo del gruppo rivale. Halbfinger ha scritto che molti in Israele credono che Fatah vedrebbe di buon occhio una nuova guerra nella Striscia di Gaza, mentre ogni tentativo di cooperazione tra Hamas e Israele è visto dalla leadership di Fatah come una minaccia seria alla sopravvivenza politica del partito.
   Non è facile dire quanto sollievo porterà l'intesa raggiunta da Israele e Hamas agli abitanti della Striscia di Gaza. Per come stanno le cose oggi, ci si aspetta che nelle prossime settimane Hamas continui a bloccare le forme più aggressive e violente di protesta vicino al confine con Israele, per esempio evitando l'uso di esplosivi, ha detto Basem Naim, ex ministro della Salute di Gaza. In cambio Hamas si aspetta che l'Egitto, cioè il paese che ha mediato l'accordo e che ha facilitato le conversazioni tra le parti, permetta agli abitanti di Gaza di muoversi attraverso il passaggi di Rafah, l'unico che collega la Striscia con l'Egitto; Hamas vorrebbe anche che fosse permesso il passaggio attraverso il territorio israeliano di migliaia di lavoratori di Gaza, cosa che finora il governo di Israele ha sempre negato per ragioni di sicurezza.
   
(il Post, 10 novembre 2018)


Il terrorismo palestinese in Israele ha un unico obiettivo: evitare la pace

Perché tanti attentati terroristici? I dati forniti dal capo del servizio di sicurezza israeliano fanno riflettere

di Ugo Volli

Terrorismo palestinese in Israele. Chi scrive di Israele si trova spesso in un dilemma: bisogna raccontare i tentativi terroristici che sono frequenti e quasi sempre frustrati dalla vigilanza delle forze dell'ordine e dell'esercito, oppure è meglio non cadere nel trabocchetto dei terroristi, che cercano innanzitutto di accedere ai media e basarsi sull'esperienza - del tutto reale - di grande sicurezza che il visitatore prova visitando le città, la natura, i luoghi storici dello stato ebraico? Israele è davvero un paese sicuro, è molto più problematico muoversi in certi quartieri delle città italiana che in una israeliana, nessuno si sognerebbe da noi di frequentare i parchi dopo il buio, quando a Tel Aviv o a Gerusalemme è comunissimo andare a fare sport o a passeggiare anche in tarda serata. La sicurezza del resto è avvertita non solo dagli israeliani, ma anche dai turisti, il cui numero batte tutti i record, mese dopo mese.
  E però qualche giorno fa il direttore del servizio di sicurezza interno israeliano, il famoso Shin Bet (che corrisponde solo a una sigla come S2) è andato a una commissione parlamentare per fare il suo rapporto sullo stato del terrorismo e fra le altre cose ha detto che il suo servizio ha neutralizzato nell'ultimo anno 480 attentati terroristici, oltre a 590 attacchi isolati e ha catturato oltre 200 cellule terroristiche. Sono cifre raccapriccianti. Vogliono dire che ogni giorno che passa, se non ci fosse la vigilanza dei servizi, ci sarebbero tre attacchi sanguinosi. Vogliono dire anche che migliaia di persone, fra arabi israeliani, sudditi dell'autorità palestinese, abitanti di Gaza, sono coinvolte in attività terroristiche. Infine significano che la calma che noi percepiamo e difendiamo è il frutto di un'attività ininterrotta, una lavoro continuo dei servizi di sicurezza. Come del resto il fatto che gli attacchi terroristi compiuti, che non compaiono in questo conto e comunque sono in media almeno uno o due la settimana senza contare gli attacchi da Gaza coi palloni molotov o direttamente con gli assalti al confine che ormai sono spesso compiuti con armi da fuoco e bombe a mano, sono bloccati per lo più dall'esercito o da civili armati.
  Se si fanno i conti, probabilmente il numero degli attacchi non è inferiore a quello delle ondate terroriste dette "intifade". Semplicemente la barriera di separazione, la professionalità dei servizi che oltre a informazioni, intercettazioni, sorveglianza web usa anche algoritmi di intelligenza artificiale, rende molto difficile usare le armi più efficaci e più tracciabili come le cinture esplosive, i mitra e le bombe nei locali pubblici e neutralizza anche i mezzi più facili e disponibili a tutti come i coltelli e le automobili usate contro i passanti.
  Vale la pena di ricordare che l'attività dei servizi israeliani si estende anche all'estero: si è detto che i recenti attentati iraniani sventati in Francia, Germania e Danimarca si siano potuti evitare grazie a informazioni fornite dal Mossad, l'altro servizio israeliano, quello esterno.
  Insomma, il territorio israeliano è oggetto di una ininterrotta aggressione terroristica, che tende a estendersi anche al territorio europeo. Bisogna chiedersi il perché di questa guerra di attentati, che non ha logica politica né strategica. E' dimostrato ormai da decenni che il terrorismo non riesce a danneggiare seriamente il funzionamento economico e politico di Israele né a spaventare la popolazione e perfino i turisti. Dunque non è efficace al livello concreto e materiale. Ma è fortemente praticato, anche perché continuamente incoraggiato da Hamas e dall'Autorità Palestinese, oltre che da Iran e dai suoi mercenari. I terroristi in carcere sono pagati, se muoiono lo sono le loro famiglie, essi ricevono onori, gli si dedicano strade e scuole, sono protagonisti in televisione e nelle scuole.
  La domanda è perché. E la risposta è orribilmente semplice: per evitare la pace. Per impedire l'integrazione. Per creare una barriera di odio fra arabi ed ebrei. Un terrorista cerca di uccidere degli ebrei, qualche volta ci riesce, spesso viene ucciso per fermarlo. Riceve comunque delle condanne e anche le famiglie, di solito complici sono sanzionate dalla giustizia israeliana. Ci sono lutti, danni, memorie atroci. E' un'industria del dolore inflitto, gestita con totale cinismo dall'autorità palestinese. Che potrebbe impedire gli attentati, scoraggiandoli sistematicamente, e in questo caso l'atmosfera sul terreno si rasserenerebbe immediatamente, la vita diventerebbe più facile per tutti; ma al contrario le organizzazioni palestiniste li incoraggiano in tutti i modi. E lo fanno perché il loro senso è questo: non la costruzione di uno stato che cerchi di far vivere meglio possibile i suoi abitanti ma l'odio, la guerra, l'impossibilità di convivere, l'impossibile rivincita contro gli ebrei, la vendetta che prolunga il lutto. La prossima volta che sentite qualcuno chiedere perché non c'è la pace in Medio Oriente, pensateci.

(Progetto Dreyfus, 11 novembre 2018)


Haber, l'ebreo che inventò le armi chimiche

Cento anni fa finiva il primo conflitto mondiale: fondamentale la figura del chimico tedesco che sviluppò la micidiale Iprite l'anna di sterminio che gli valse il Nobel. Fuggì dalle leggi razziali di Hitler ma un suo pesticida fu usato nelle camere a gas.

di Massimo Capaccioli

 
Fritz Haber
Esattamente 100 anni fa, alle 11 del mattino dell'11 novembre 1918, entrò in vigore l'armistizio negoziato a Compiègne dai delegati del Kaiser con gli Alleati. Una settimana prima, a Villa Giusti, nei pressi di Padova, l'Austria s'era arresa agli Italiani. Si chiudeva così, con la clamorosa sconfitta delle Aquile Nere, la Grande Guerra, dopo quasi un lustro di scontri dissennati e di logoranti attese nel fango delle trincee. Un dramma architettato e gestito nel più totale sprezzo della vita umana e con l'impiego criminale di veleni chimici e psicologici. Logorati nel corpo e nello spirito, i reduci dal massacro tornarono a casa per scoprire che, nonostante il sangue versato, l'ottuso odio verso l'altro era semplicemente passato dai campi di battaglia alle piazze. Apparentemente tutto era cambiato. Caduti quattro imperi ritenuti eterni, completata l'unità territoriale dell'Italia, affermata la candidatura degli yenkee a ereditare, senza un adeguato apprendistato come si vede anche oggi, ruolo e rango delle grandi culture della Vecchia Europa. Novità importanti e potenzialmente foriere di un futuro sereno, all'ombra effimera della Società delle Nazioni, promossa con utopica ingenuità da Woodrow Wilson. E invece i milioni di morti avevano fertilizzato il seme del nazionalismo più gretto. Un cancro che in soli vent'anni avrebbe riportato il mondo alla guerra globale, e prima ancora anestetizzato le coscienze di quelli che, per paura o per comodo, non videro o non seppero vedere gli olocausti in Africa, in America Latina, in Germania, in Russia e in Cina.
  Contorsioni di un'umanità che, tra il 1914 e il 1915, aveva inneggiato alla guerra con futuristico entusiasmo, immaginando enormi vantaggi a spese degli altri e al prezzo di minimi sacrifici. Colpa dell'ignoranza e dell'attitudine al plagio, si dirà. Questo è certamente vero, come insegnano millenni di storia. Il popolino è un gregge belante che non pensa, né individualmente e men che meno collettivamente, e che si lascia manovrare con bastone e carota. E gli intellettuali, cioè coloro che invece riflettono con la loro testa - o credono di farlo - e in particolare gli scienziati? Domanda legittima e intrigante. Infatti, se "la guerra è madre di tutte le cose e di tutte è regina", per dirla col greco Eraclito, è altrettanto vero che dall'inizio del Novecento la scienza prese a svolgere negli umani conflitti un ruolo di matrigna, bella sì, ma con la mela avvelenata in mano come nella favola di Biancaneve. "La fisica ha conosciuto il peccato", sarebbe stata la confessione di Robert Oppenheimer, dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki.
  Indubbiamente la Grande Guerra non fu un conflitto genuinamente high-tech, almeno nel significato che questa espressione avrebbe assunto 25 anni dopo, né un determinante stimolo al progresso tecnologico. Fu piuttosto l'esaltazione della seconda rivoluzione industriale. Essa fece leva sulla capacità di organizzare una produzione di massa, con molte innovazioni, frutto più del lavoro dei tecnici che di autentici sviluppi del sapere. Si pensi, per esempio, al proliferare degli aerei, ai dirigibili, ai tank e agli U-boat; alla produzione massiccia di armi pesanti e automatiche, di veicoli su gomma e su ferro, o di chilometriche matasse di filo spinato; al telegrafo; alla gestione dei rifornimenti e delle vettovaglie per milioni di soldati sepolti nelle trincee. In questo contesto come si schierarono gli scienziati dei diversi paesi in guerra, a cominciare dall'Italia? Quali furono i loro ruoli, i loro crimini, e i loro successi? Quale la lezione da imparare, che tuttavia non è stata imparata?
  In una stagione di patriottismi esasperati, mitigata dal buonsenso di pochi, gli uomini di scienza si schierarono per la guerra, o almeno presero le parti del proprio paese contro le pretese degli avversari. Successe in maniera eclatante nella Germania imperiale. Il 4 ottobre 1914, a seguito della generalizzata reazione di condanna per aver violato la neutralità del Belgio nel tentativo di aggirare le difese francesi, 93 intellettuali tedeschi sottoscrissero e diffusero un manifesto per difendere le ragioni del proprio impegno patriottico: "Credete pure che noi combatteremo questa battaglia sino alla fine come un popolo civile, cui l'eredità di un Goethe, di un Beethoven, di un Kant è altrettanto sacra quanto il suo focolare e la sua zolla". Tra i firmatari più illustri, i matematici Felix Klein e Walther Nernst, il chimico Fritz Haber, sulla cui tragica figura ritorneremo a breve, e il celebre fisico Max Planck. Gli inglesi reagirono prontamente. Il 21 ottobre seguente, 150 studiosi stilano un contro-manifesto per denunciare la Germania come "il nemico comune dell'Europa e di tutti i popoli".
  In Italia la situazione era resa più complessa dal sovrapporsi di elementi diversi e in qualche misura contrastanti. Guerra o pace? E se guerra, con chi, visto il sussistere d'un patto di alleanza difensiva con gli Imperi centrali? Ma chi era il nemico naturale e storico se non l'invasore del patrio suolo? Gli scienziati del piccolo Regno d'Italia, pochi e per lo più matematici perché il governo post-unitario non poteva permettersi di investire nelle discipline più costose, si schierarono per la guerra a fianco dell'Intesa, servendo fedelmente il paese dalle aule universitarie e dalle trincee del Carso. Uomini veri e grandi studiosi come Vito Volterra, Federigo Enriquez, Tullio Levi Civita e Gregorio Ricci Curbastro, che presero posizione per le ragioni espresse con lucida semplicità da Salvatore Pincherle subito dopo la fine del conflitto: "All'indomani del giorno fatale in cui le Potenze Centrali, svelando ad un tratto un disegno lungamente preparato, scatenavano sul mondo esterrefatto un turbine i cui orrori hanno sorpassato ogni immaginazione, i maggiori dotti della Germania, i capi di quell'esercito della scienza che si riteneva non conoscesse confini di nazioni, gettavano la maschera al pari dei loro governanti; ed un manifesto celebre che, se le idee cui s'ispira dovessero prevalere, segnerebbe davvero la bancarotta della scienza, dichiarava che le dottrine valgono in quanto giovano ad attuare quelle idee di egemonia che il militarismo tedesco si preparava a tradurre in realtà". Un j'accuse ex post non diverso da quello ex ante del matematico francese in una lettera all'amico Volterra: "La ringrazio molto vivamente per i suoi calorosi auguri per il trionfo della Francia sui barbari, la cui condotta richiama le invasioni di un tempo. Il Tedesco, come ho sempre pensato, è civilizzato solo in apparenza; nelle cose più piccole è grossolano e privo di tatto, e molto spesso un complimento di un Tedesco si traduce in una gaffe enorme. Amplifichi questa grossolanità innata e avrà gli orrori che noi vediamo oggi. Inoltre, manca di franchezza e si serve di un groviglio filosofico per giustificare i suoi crimini; è tempo ormai che questo immenso orgoglio sia abbattuto e che l'Europa possa respirare per un secolo. Tutta l'Europa dovrebbe sollevarsi contro questi nuovi Vandali che pensano di sottomettere tutte le nazioni". Una sola voce illustre fuori dal coro, quella di Benedetto Croce, filogermanico convinto.
  In questa saga dei più alti valori e dei massimi orrori, dalla più fitta nebbia della ragione emerge la figura di Fritz Haber, carnefice e vittima di quella follia collettiva che trasforma l'homo sapiens in carne da cannone. Era nato da famiglia benestante di religione ebraica perfettamente inserita nel tessuto sociale prussiano. Laureatosi in chimica con prestigiosi maestri, iniziò a lavorare ai fertilizzanti azotati, scoprendo un meccanismo di sintesi dell'ammoniaca. Era la chiave di volta per risolvere il problema della fame e delle carestie in un mondo sempre più brulicante di bocche da sfamare. Fritz era ormai avviato a diventare un grande benemerito dell'umanità quando scoppiò la guerra. Convinto che "in tempo di pace uno scienziato appartenga al mondo, in tempo di guerra alla sua patria", si arruolò volontario con il grado di capitano, mettendo il proprio straordinario talento a servizio della causa prussiana. Serviva un'arma nuova per stanare gli avversari dalle loro trincee. "Scienza e industria devono essere al servizio della guerra, sfornando nuove armi per sbloccare lo stallo sul Fronte Occidentale", aveva dichiarato il comandante in capo Erich von Falkenhayn. Così Haber sviluppò la micidiale Iprite, il gas mostarda che egli sperimentò personalmente sul campo di battaglia, prima contro i Russi e poi contro l'Intesa. Per il dolore, la moglie, anche lei chimica, si suicidò sparandosi al cuore. Nonostante questi crimini, un'umanità dimentica gli concesse il premio Nobel nel 1918, negandolo ancora per tre anni ad Einstein che invece era stato contro la guerra. Poi venne il nazionalsocialismo e Haber entrò nel mirino di Hitler. Le leggi raziali naziste lo costrinsero a emigrare, nonostante la mediazione tentata da Max Planck, cui Hitler rispose: "Se la scienza non può fare a meno degli ebrei, noi in pochi anni faremo a meno della scienza". Morì nel 1935, nel viaggio verso la Palestina. Nel frattempo aveva sintetizzato un pesticida per l'agricoltura che venne usato efficacemente nei campi di sterminio tedeschi. Qualche volta la sorte è persino più cattiva degli uomini.

(Il manifesto, 11 novembre 2018)


La campagna iraniana per portare Jeremy Corbyn a Downing Street

Sapevamo dei sospetti sulle interferenze russe nelle presidenziali USA e nel referendum sulla Brexit. In merito sono state scritte tonnellate di parole. Quello che non potevamo sapere (anche se lo dovevamo sospettare) era l'interesse iraniano per prossimo inquilino di Downing Street.
A rivelare l'interesse di Teheran alla politica britannica e in particolare a favorire l'ascesa di Jeremy Corbyn è il The Jewish Chronicle che con un articolo di Daniel Sugarman ci racconta come Russia e Iran cerchino, attraverso i social media, di portare Corbyn a Downing Street in quanto ritenuto "amico" di Teheran e utile alla causa russa.
Il The Jewish Chronicle pone l'accento su migliaia di Twitt di provenienza russa e iraniana (soprattutto su questi ultimi) i quali supportano apertamente Jeremy Corbyn. Pure su Facebook gli iraniani sono molto attivi nel promuovere il capo dei laburisti britannici con pagine apparentemente britanniche come "The British Left" ma gestite da iraniani attraverso le quali veicolare messaggi a favore del leader laburista giudicato "molto amichevole" nei confronti dell'Iran....

(Rights Reporters, 11 novembre 2018)


Un rapporto in evoluzione

Una manifestazione cinese a favore dei rapporti con Israele
Per 30 anni, a partire dal 1948, Israele a lungo non ha avuto rapporti favorevoli con la Cina. All'epoca, Israele faceva parte di un'alleanza anticomunista, e la Cina era tra i sostenitori della causa palestinese. Questo aveva reso le relazioni tra due nazioni tese, anche se le preoccupazioni della Cina si sono poi spostate verso il Vietnam, la Russia e la Corea. Dopo il 1978, le due nazioni hanno invece stabilito un legame proficuo e dagli anni '90 la Cina è diventata un partner strategico di Israele in Asia. Gli scambi bilaterali tra le due nazioni si sono intensificati e sono saliti a un livello importante. Nel 2017 i due paesi hanno deciso di accelerare le procedure per la creazione di una zona di libero scambio e realizzare un "corsia preferenziale" per gli investitori cinesi ed israeliani. Importante anche il settore del turismo: in particolare Gerusalemme ha lavorato per attirare sempre più turisi dall'Estremo Oriente e nel 2016 si è registrato un aumento del 66 per cento rispetto all'anno precedente di arrivi dalla Cina.


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Attenti all'influenza cinese

 
Nelle scorse settimane l'autorevole settimanale britannico The Economist ha lanciato l'allarme sui crescenti rischi che l'intensificarsi dei rapporti commerciali tra Cina e Israele pone per la sicurezza nazionale di Israele. Il problema di fondo è che le imprese israeliane che esportano e importano con la Cina sono soggette a pochi controlli da parte delle autorità civili e militari. Due sono le forme di interscambio che suscitano maggiori preoccupazioni.
   In primo luogo vi è il timore che la Cina arrivi a controllare delle infrastrutture strategiche in Israele e sfrutti tale controllo per attività di spionaggio. L'esempio più eclatante è il porto di Haifa, dove nel 2015 un'impresa cinese (l'autorità portuale di Shanghai) ha vinto una gara per la costruzione di un nuovo terminal per il trasporto marittimo e da qualche mese ha iniziato i lavori per realizzarlo. Il problema risiede nel fatto che Haifa è il principale porto israeliano ed ospita la flotta militare del paese, inclusi i sommergibili nucleari. Ciononostante e sorprendentemente, l'accordo con l'impresa cinese non è mai stato discusso né tantomeno approvato dal Governo o dal Consiglio per la sicurezza nazionale.
   La seconda preoccupazione riguarda il trasferimento di tecnologia militare israeliana alla Cina. Su richiesta pressante degli Stati Uniti, dal 2005 Israele ha cessato la vendita di armamenti alla Cina. Tuttavia, vi è una zona grigia rappresentata dalla cosiddetta tecnologia a "duplice utilizzo", civile e militare, come l'intelligenza artificiale oppure i prodotti per la sicurezza informatica (cyber-security): queste tecnologie possono essere infatti utilizzate per la sorveglianza o per lo spionaggio militare.
   A peggiorare le cose vi è il fatto che la Cina è il principale partner commerciale dell'Iran, a cui fornisce anche armamenti e tecnologia nucleare: in altre parole, Israele potrebbe risultare fornitore indiretto di tecnologia militare al suo arcinemico Iran. Perché le autorità israeliane non pongono rimedio a questa pericolosa e imbarazzante situazione? Negli ultimi anni l'interscambio commerciale tra Israele è cresciuto a ritmi vertiginosi, anche su iniziativa del primo ministro Netanyahu. Il suo timore è che un eccesso di controlli possa rallentare questo interscambio: è per questo motivo che di recente si è opposto all'istituzione di una Agenzia statale per il controllo degli accordi commerciali con la Cina. In questo vuoto di controlli, la sorveglianza è affidata alle stesse imprese israeliane che, ovviamente, hanno pochi incentivi ad autolimitarsi.

(Pagine Ebraiche, ottobre-novembre 2018)




Dio li ha abbandonati all’impurità e a passioni infami

L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, perché, pur avendo conosciuto Dio, non l’hanno glorificato come Dio, né l’hanno ringraziato; ma si son dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d’intelligenza si è ottenebrato. Benché si dichiarino sapienti, son diventati stolti, e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
Per questo Dio li ha abbandonati all’impurità, secondo i desideri dei loro cuori, in modo da disonorare fra di loro i loro corpi; essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen.
Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura; similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento.
Siccome non si sono curati di conoscere Dio, Dio li ha abbandonati in balìa della loro mente perversa sì che facessero ciò che è sconveniente; ricolmi di ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di contesa, di frode, di malignità; calunniatori, maldicenti, abominevoli a Dio, insolenti, superbi, vanagloriosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza affetti naturali, spietati. Essi, pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette.

Dalla lettera dell'apostolo Paolo ai Romani, cap. 1

 


In aumento in Francia le aggressioni contro i cittadini ebrei

In un post pubblicato su Facebook, il primo ministro Edouard Philippe, suona il campanello d'allarme: nei primi nove mesi del 2018, gli atti antisemiti sono cresciuti del 69%, dopo i due anni precedenti in calo. «Ogni aggressione perpetrata contro uno dei nostri compatrioti perché ebreo risuona come una nuova rottura dei cristalli», afferma il premier, a 80 anni esatti dalla Notte dei Cristalli, il pogrom condotto dai nazisti contro gli ebrei in tutta la Germania, nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938. «Siamo molto distanti dall'esserci liberati dell'antisemitismo». Dopo un 2015 da record, le manifestazioni di odio contro gli ebrei erano calate del 58% nel 2016 e del 7% nel 2017. Ora, invece, una nuova inversione di tendenza, con una progressione del 69%.

(La Stampa, 10 novembre 2018)


Hamas, i giorni della rabbia valgono 15 milioni di dollari

Confine turbolento Il Qatar manda i soldi, l'organizzazione si impegna a tenere bassa la protesta, Fatah attacca: "Ha sfruttato la sofferenza".

di Fabio Scuto

 
Osama Qawasmi, portavoce di Fatah
E' stato un venerdì diverso nella Striscia di Gaza. Animazione per le strade, lungo la lingua d'asfalto sulla costa che arriva fino a sud, fino a Rafah, la città tagliata in due dal confine con l'Egitto. La notizia ha percorso la Striscia come un fulmine. I frutti dell'accordo raggiunto al Cairo - fra Hamas e le altre fazioni palestinesi di Gaza, e Israele con l' Anp di Abu Mazen a fare da spettatore - grazie alla mediazione dell'Egitto e alla "generosità" dell'emirato del Qatar sono arrivati. Stipati in quattro valigie di quart'ordine, 15 milioni di dollari in contanti pagheranno gli stipendi ai dipendenti pubblici da mesi senza salario, una prima boccata d'ossigeno per un territorio devastato dalle guerre e dalla miseria nera. Mohammed Al Amadi, "l'ambasciatore" del Qatar a Gaza, è tornato l'altra notte nella Striscia con in tasca gli esiti della lunga trattativa, Israele acconsente al pagamento dei dipendenti pubblici, all'acquisto di gasolio per far funzionare la centrale elettrica, in cambio Hamas e le fazioni si impegnano a mantenere basso il tasso di violenza lungo i 37 km di frontiera con lo Stato ebraico e a ridurre il numero di aquiloni incendiari che hanno devastato le coltivazioni nel sud del Paese.
   Uno dei portavoce di Fatah, Osama Qawasmi - citato dall'agenzia Wafa - ha detto che "Hamas ha sfruttato i bambini e le donne di Gaza e approfittato della sofferenza del popolo palestinese accettando senza il minimo dubbio", le richieste americane e sioniste, approvando "il principio di 'sangue per denaro"'.
   Dopo sei mesi di manifestazioni, costati 200 vite e 16.000 feriti, è iniziata una hudna, tregua di 6 mesi - al ritmo di 15 milioni di dollari al mese - da perfezionare con l'allentamento dell'embargo israeliano e l'ingresso nella Striscia di altri genere di prima necessità. Una delegazione egiziana era ben visibile ieri nella zona di Khan Younis per osservare Hamas fare la sua magia sui manifestanti. C'erano meno manifestanti, mantenevano una distanza maggiore dal Muro. La conclusione, sia egiziana che israeliana, è che Hamas non solo è in grado di innescare lo scontro ma può anche regolarne l'intensità. Se vuole, in migliaia torneranno a confrontarsi come nei mesi scorsi con l'Idf lungo la frontiera, se invece lo ritiene, può fermare gli attacchi alla barriera.
   Nei giorni scorsi già si percepiva un'atmosfera di cambiamento, soprattutto nella vita quotidiana, causato da un aumento della fornitura di energia elettrica fino a 12-16 ore al giorno. È la fornitura giornaliera più lunga per gli abitanti di Gaza dalla guerra del 2014, più del doppio della media giornaliera dello scorso anno, da quando l'Anp di Abu Mazen impose sanzioni contro Hamas dopo il fallimento della "riconciliazione". La luce è arrivata grazie a una fornitura di carburante pagata sempre dal Qatar. La relativa calma lungo il confine nella scorsa settimana ha consentito ai camion di carburante di entrare nella Striscia attraverso il valico israeliano di Kerem Shalom.
   È arrivata l'elettricità, sono arrivati i primi (pochi) soldi per gli stipendi. I gazawi tornano a sperare che il peggio sia alle spalle.Nessuno dei boss di Hamas si è visto in giro negli ultimi giorni, ma i loro "uomini di fiducia" hanno fatto circolare progetti che prevedono la creazione di 10.000 nuovi posti di lavoro per laureati (il 56% è disoccupato). Con i soldi arrivati dal Qatar verranno pagati il 60% dei salari ai dipendenti pubblici (350 euro) e verrà data una sovvenzione della metà a 5.000 famiglie i cui componenti sono rimasti feriti durante le proteste iniziate a marzo. Mai s'erano visti per le strade di Gaza tanti mendicanti all'angolo di ogni strada, alle uscite delle scuole, agli angoli dei mercati. L'economia di Gaza è in ginocchio, i settori trainanti - pesca, economia e edilizia, sono bloccati, l'Unrwa - l'agenzia Onu che assiste un milione su due di abitanti ha iniziato a ridurre il personale locale e da quattro mesi Hamas non paga gli stipendi. Economia ferma e disoccupazione alle stelle, una miscela che come una bomba poteva esplodere in faccia a Hamas. Se lo aspettavano per motivi diversi anche Israele e l' Anp di Abu Mazen. Non è successo.
   Il presidente egiziano al Sisi ha dovuto faticare molto per far "ingoiare" al presidente palestinese i termini dell'accordo, che di fatto riconoscono in Hamas l'interlocutore per Gaza - anche per Israele - mandando in soffitta i sogni della riconciliazione palestinese.
   Sarebbe facile farsi contagiare dall'euforia che si avverte a Gaza City sulla Omar Mukhtar, nei giardini davanti all'università, nelle conversazioni che si colgono per la strada, ma la speranza anche a Gaza non costa niente.

(il Fatto Quotidiano, 10 novembre 2018)


Le linee rosse che l'Europa deve rispettare contro l'antisemitismo in crescita

I risultati dei lavori della European Jewish Association

di Daniel Mosseri

BRUXELLES - Ottant'anni dopo una delle crisi peggiori, il malato non è ancora in remissione. Anzi, le ricadute sono cicliche, né i dottori sembrano molto capaci. Il malato è l'Europa e il male è l'antisemitismo, così difficile da estirpare sia per mancanza di volontà sia perché si tratta di un virus antico e versipelle. Un male capace di infettare in primis chi sostiene di amare gli ebrei, salvo odiare Israele, che degli ebrei è lo stato. Nell'ottantesimo anniversario della Kristallnacht - eufemismo che rimanda a vetrine in frantumi ma i morti ammazzati furono centinaia-l'allarme per una volta viene dalla Francia. "Dopo essere calati per due anni, gli atti di odio antiebraico sono aumentati del 69 per cento nei primi otto mesi del 2018", ha twittato il primo ministro Edouard Philippe. Citando le esortazioni di Elie Wiesel a combattere l'indifferenza, Philippe ha annunciato la creazione di una commissione contro l'odio online. I social media si confermano i vivai più fertili per la diffusione di contenuti antisemiti e anche l'ultimo rapporto della FRA, l'Agenzia Ue per i diritti fondamentali, raccomanda a molti paesi, Italia inclusa, di istituire un meccanismo coerente di raccolta dei dati per registrare sistematicamente gli episodi di odio razzista e di applicare le sanzioni pertinenti.
   In questi giorni un'iniziativa di rilievo è partita anche dal basso. Presieduta dal rabbino Menachem Margolin, la European Jewish Association - sigla delle principali organizzazioni ebraiche attive sul continente - ha lavorato per due giorni a Bruxelles alla stesura di alcune "linee rosse" da presentare ai partiti politici in lizza alle europee di giugno 2019. Il principio ispiratore è semplice: anziché commemorare i morti di ieri e prepararsi a piangere quelli di domani, l'Europa garantisca la vita ebraica sul suo territorio. Una necessità resa ancora più forte dall'arrivo di centinaia di migliaia di cittadini extra Ue. Persone che, ha ricordato il rappresentante della Commissione Ue contro l'antisemitismo Katharina von Schnurbein, presente ai lavori dell'Eja, "devono riconoscere che la vita ebraica è una componente dell'Europa, a prescindere dal conflitto israelo-palestinese". Colpisce poi una premessa dell'Eja: "Così come sono le donne a definire cosa costituisce molestia sessuale e ai neri dire cosa sia il razzismo, agli ebrei deve essere permesso di definire l'antisemitismo". Premessa lapalissiana quanto necessaria in un'Europa affetta da un corbinismo che, non pago di essere antisionista, pretende di dire agli ebrei a che età debbano circoncidere i loro figli o se possono mangiare carne kasher.
   Le linee rosse stilate dall'Eja chiedono l'esclusione dai governi dei partiti che sostengono l'antisemitismo secondo la definizione dell'Ihra e risoluzioni vincolanti contro il Bds. Un obiettivo realistico: in Francia le discriminazioni contro l'origine nazionale delle persone sono vietate dall'articolo 225 del codice penale, "il che ci permette un maggiore ricorso all'autorità giudiziaria", ha ricordato al Foglio il presidente degli universitari francesi ebrei Sacha Ghozlan. Se la Francia farà scuola ci sarà da essere ottimisti. Eppure nel corso di un incontro al Pe, la delegazione Eja ospite del deputato italiano Stefano Maullu (FI) ha sentito il deputato slovacco Boris Zala (Pse) dire "negli ultimi decenni la Chiesa cattolica ha dovuto fare tante rinunce in nome del rispetto dei diritti dell'uomo: le comunità ebraiche si preparino a fare altrettanto". L'Eja chiede anche che in ogni stato sia istituito un rappresentante speciale contro l'antisemitismo. "E' una questione di efficacia della nostra azione", ci ha spiegato Margolin. "Non possiamo rivolgerci al ministero della Sanità per le circoncisioni, alla Cultura per i libri di testo negazionisti, agli Interni per l'odio online e moltiplicare tutto per 28 paesi". Un endorsement indiretto all'Eja, ossia a un impegno di partiti e di governo contro l'intolleranza è giunto da von Schnurbein: "Non si può demandare alle sole comunità ebraiche la cura della propria sicurezza".

(Il Foglio, 10 novembre 2018)


L'innovazione sale sul bus a La Spezia

 
La Spezia - Gli ecologici e innovativi smartBus, frutto della collaborazione tra Politecnico di Milano e l'azienda israeliana Chariot
 
Dallo scorso aprile il Comune di La Spezia ha avviato un progetto innovativo sul fronte del trasporto per renderlo più ecologico: ha infatti adottato per la sua nuova linea 3 degli smartbus, innovativi autobus elettrici a ricarica veloce e senza le classiche batterie. SmartBus è un progetto messo appunto grazie all'azienda dei trasporti del comune ligure con E-CO Electric&Hybrid Drive Company e l'israeliana Chariot, player tecnologici di elettromobilità che hanno sviluppato e realizzato l'intero sistema di "autobus intelligenti" insieme al Politecnico di Milano. A fare da trade union tra le diverse realtà, l'associazione ecologista The Italian Council for a Beautiful lsrael, impegnata a promuovere e tutelare l'ambiente. Da qui l'interesse a promuovere il progetto SmartBus: questi veicoli una volta raggiunto il capolinea si ricaricano in appena 5 minuti immagazzinando, attraverso un apposito captatore a pantografo, la carica sufficiente a completare in assoluta tranquillità la tratta assegnata. L'innovazione risiede nel sistema di accumulo ad elevata densità energetica in grado di recuperare energia in frenata. Un sistema che evita la necessità di batterie, che pesano e costano molto: incidono mediamente per il 30-40 per cento sul prezzo finale dell'autobus elettrico e arrivano a "prendersi", in media, fino tra le 2,5 (per 250 kWh) e le 3,5 (per 350 kWh) tonnellate. I condensatori, da parte loro, immagazzinano energia con procedimenti non elettrochimici ma esclusivamente fisici. E pesano circa 500 chili. E-co Engineering, azienda di Aosta, spin-off e partner del Politecnico di Milano, si è inventata a soluzione "Hess" acronimo di Hybrid energy storage system) che, si legge sull'inserto "Tuttoscienze" del quotidiano La Stampa, "ibridando un grande condensatore (il cosiddetto ultracondensatore) con una piccola batteria e un'unità elettronica di controllo, moltiplica le prestazioni e promette di rivoluzionare la mobilità elettrica".
   Il nuovo concetto di bus intelligente, implementato da SmartBUS, è dunque il più indicato a rispondere alle nuove esigenze di Mobilità e Territorio - spiega Paolo Bernardini, Presidente della E-CO- che prevedono uno sfruttamento sempre più ottimizzato delle risorse energetiche, più comfort per il passeggero, un alleggerimento stesso del bus, l'abbattimento dei costi di ricarica, di fermo dei mezzi in deposito, di smaltimento delle batterie e, soprattutto, più sicurezza.
   L'israeliana Chariot da tempo opera sul mercato dei trasporti e il suo primo e-bus ecologico lo ha lanciato a Sofia per poi portarlo anche a Tel Aviv. Cinque Chariot e-bus hanno infatti iniziato a muoversi lungo le trafficate strade della Città bianca nel settembre 2016, sulla linea 4, una delle più utilizzate che collega la Stazione Centrale di Tel Aviv Sud con il Terminal di Tel Aviv Nord. La linea ha una lunghezza totale di 15 chilometri, 32 fermate e rappresenta una delle iniziative per decongestionare il traffico della città, assieme all'attesa metropolitana leggera ancora in costruzione. Strumenti utili per portare nel futuro le grandi città così come i piccoli comuni come La Spezia.

(Pagine Ebraiche, novembre 2018)



Abbas pronto alla tregua con Israele

Per riportare la calma in Cisgiordania e nella striscia di Gaza

Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, è pronto a firmare un cessate il fuoco con Israele per riportare la calma in Cisgiordania e al confine con la striscia di Gaza. A rivelarlo è il «Jerusalem Post», secondo il quale la decisione sarebbe arrivata al termine di un incontro faccia a faccia con il presidente egiziano Al Sisi nei giorni scorsi a Sharm El-Sheikh. L'accordo è stato confermato anche da fonti di Hamas.
   Le trattative - dice il «Jerusalem Post» - sono in corso da almeno sei mesi e a più livelli grazie alla mediazione del Cairo e delle Nazioni Unite. Sono due punti cruciali sui quali i negoziatori hanno lavorato: da una parte, la riconciliazione tra le due fazioni palestinesi rivali, Hamas e Al Fatah (il partito di Abbas); dall'altra, la tregua tra Hamas e il governo israeliano di Benjamin Netanyahu. L'emergenza al confine della striscia di Gaza è stato il principale punto nell'agenda: dal 30 marzo scorso, giorno della prima "Grande marcia del ritorno" (organizzata da Hamas per ricordare la Naqba, ovvero la catastrofe, che per i palestinesi coincide con la nascita dello stato di Israele nel 1948), ogni venerdì si registrano scontri tra esercito israeliano e palestinesi. Nei combattimenti sono morti a oggi più di 200 palestinesi. Israele ha più volte ventilato l'ipotesi di lanciare una campagna militare su vasta scala per fermare le ostilità.
   Altro punto cruciale delle trattative è stata la situazione umanitaria a Gaza. Su questo fronte sono stati fatti notevoli passi in avanti nelle ultime settimane. La relativa normalizzazione nella erogazione della corrente elettrica e l'ingresso di fondi necessari per il pagamento di stipendi hanno creato in questi giorni un clima di cauto ottimismo, riferiscono fonti locali. A Gaza si notano oggi code ai bancomat, dopo che Hamas ha annunciato che è adesso in grado di pagare, almeno in parte, gli stipendi dei suoi dipendenti.

(Avvenire, 10 novembre 2018)


80 anni fa le SS lanciano lassalto alle sinagoghe e ai negozi degli ebrei: inizia il grande pogrom

La notte dei cristalli quando il male divenne assoluto. Quattrocento i morti. Diecimila tra vetrine e luoghi di culto distrutti e incendiati. La via che doveva portare ad Auschwitz e alla soluzione finale fu imboccata in quel momento.

di Paolo Delgado

Kristallnacht, la Notte dei Cristalli: forse mai nella storia un evento tanto feroce e tanto atroce è stato ricordato con un nome così poetico. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre circa 7500 negozi ebrei furono assaltati, distrutti, spesso rasi al suolo, 1400 sinagoghe e Yeshivot, case di studio e preghiera, vennero devastate e incendiate. Le strade delle città tedesche furono cosparse dai vetri dei negozi contro i quali si era scatenato il primo pogrom della Germania nazista: erano quelli i "cristalli". Gli ebrei furono assaliti spesso anche nelle loro case, aggrediti e picchiati a morte per strada e nelle abitazioni: le vittime accertate furono 91 ma lo storico del nazismo Richard Evans, la cui trilogia sul Terzo Reich è per ora forse la più esaustiva storia della Germania nazista, ritiene che i morti siano stati molti di più: intorno ai 400.
  La polizia aveva l'ordine di intervenire solo per arrestare le vittime: nella notte e nel giorno seguente mentre gli attacchi proseguivano e si moltiplicavano, furono presi e spediti nei lager 30mila maschi ebrei tra i 16 e i 60 anni. Anche ai vigili del fuoco era stato ordinato di non muoversi a meno che le fiamme non minacciassero anche edifici ariani. Le sinagoghe e le yeshivot bruciarono letteralmente sotto gli occhi di polizia e pompieri immobili. In compenso Reinhard Heydrich, potentissimo capo dell'SD, il servizio di sicurezza delle SS, si era premurato di mobilitare sia la Gestapo che la Kripo, la polizia criminale, per proteggere tedeschi non ebrei e turisti.
  Il costo delle vetrine destinate a fissare nella memoria quella tremenda notte fu altissimo e ricadeva spesso sui proprietari degli stabili, quasi tutti "ariani": 40 milioni di marchi. Furono addebitati agli ebrei, ai quali vennero anche confiscati i risarcimenti delle assicurazioni. Non bastava a compensare i gravissimi danni che la furia del pogrom aveva inflitto all'economia tedesca. Nel vertice dei gerarchi nazisti che si riunì il 12 novembre fu Goering a trovare una parziale soluzione: un miliardo di marchi di multa a carico della comunità ebraica. «Così quei porci ci penseranno bene prima di commettere un secondo omicidio», commentò. Poi aggiunse: «Non vorrei essere un ebreo in Germania di questi tempi».
  L'omicidio a cui alludeva Hermann Goering era quello del funzionario presso l'ambasciata a Parigi Ernst vom Rath. A sparargli era stato un ebreo diciassettenne, Herschel Grynzspan. Era nato ad Hannover, in una famiglia di ebrei polacchi trasferitisi in Germania nel 1911, ed era arrivato a Parigi due anni prima per sfuggire a una vita quotidiana già flagellata dal razzismo antisemita. Lo aveva spinto a sparare la crisi dei profughi che si era aperta in ottobre tra Germania e Polonia.
  Il 29 ottobre erano stati espulsi circa 12mila ebrei polacchi residenti in Germania ma la Polonia aveva aperto i confini solo per quelli con i documenti in ordine. Ottomila persone erano rimaste per giorni nella terra di nessuno tra i due confini sbarrati, sotto una pioggia sferzante. Tra loro c'erano i genitori di Herschel, che il 7 novembre aveva deciso di compiere un gesto clamoroso per imporre il dramma degli apolidi ebrei all'attenzione di un mondo che voleva tenere assolutamente gli occhi chiusi. Aveva comprato una rivoltella, si era recato all'ambasciata, aveva chiesto di parlare con l'ambasciatore o con qualche alto funzionario per richiedere il visto per tornare in Germania. L'unico funzionario disponibile in quel momento era vom Rath. Appena entrato nel suo studio Herschel gli aveva sparato cinque colpi, uno dei quali fatale, arrendendosi poi senza opporre resistenza alla polizia francese. Negli ultimi anni uno storico ha avanzato l'ipotesi che tra l'attentatore e la sua vittima ci fosse una relazione omosessuale e che ad armare la mano dell'attentatore fosse stata la passione non la politica.
  Sporadici attacchi contro sinagoghe in Germania, in quei casi effettivamente spontanei, c'erano stati già il giorno dell'attentato, mentre vom Rath combatteva tra la vita e la morte. Il funzionario spirò il 9 novembre, la data più sacra per i nazional-socialisti, ricorrenza del fallito putsch hitleriano del 1923 a Monaco. Il Führer si trovava effettivamente a Monaco per il tradizionale raduno dei vecchi combattenti ma decise di rinunciare al discorso dopo aver saputo della morte del funzionario. Al suo posto parlò Goebbels ed esortò al pogrom: «Il Führer ha deciso che non ci saranno manifestazioni organizzate dal partito. Ma se dovessero verificarsi spontaneamente non saranno ostacolate». Contemporaneamente venivano diramati ordini ai Gauleiter per scatenare gli attacchi in tutta la Germania e nell'Austria annessa pochi mesi prima. La disposizione era di evitare le divise delle SA e agire in borghese, mettendo fine agli attacchi entro le 5 del mattino. Contemporaneamente lo Standartenführer delle SS Heinrich Muller inviava un messaggio alle sedi della Gestapo avvertendo degli imminenti assalti e ordinando di collaborare con la polizia evitando però i saccheggi. A mezzanotte meno un minuto arrivò la prima telefonata ai vigili del fuoco di Monaco: la vetrina di un negozio ebreo era stata infranta ed era stato appiccato il fuoco alla merce. Appena tre minuti e una seconda telefonata diede un nuovo e più grave allarme, stavolta era in fiamme una sinagoga. Per gli ebrei si erano aperte le porte dell'inferno. Nelle ore seguenti attacchi, incendi, aggressioni, pestaggi, in alcuni casi stupri si verificarono ovunque ci fosse una comunità ebraica.
  A decidere il pogrom era stato in realtà il solo Goebbels, con il "permesso" del Führer. Gli altri gerarchi nazisti restarono spiazzati e furibondi. «Suppongo che la responsabilità di aver iniziato questa operazione in un momento particolarmente difficile sul fronte diplomatico sia della megalomania e della stupidità di Goebbels». Commentò gelido il Rechsführer delle SS Himmler. «Ne ho abbastanza di queste manifestazioni che non danneggiano gli ebrei ma me, in quanto responsabile supremo della tenuta dell'economia», sbottò Goering. In effetti Saul Friedlander, massimo studioso della persecuzione degli ebrei nella Germania nazista, ritiene che a muovere Goebbels fosse la necessità di risollevare le proprie quotazioni agli occhi di Hitler, offuscate dall'irritazione del Führer per la sua relazione con l'attrice Lida Baarova.
  Ma questi sono in realtà particolari. La sterzata dalla discriminazione alla persecuzione che fu inaugurata dalla Kristallnacht era in realtà già scritta, comunque imminente. I primi anni del regime nazional-socialista, dal 1933 al 1936, erano stati durissimi per gli ebrei. I nazisti erano partiti con il boicottaggio dei negozi ebrei già il primo aprile 1933, due mesi dopo essere arrivati al potere. Una settimana dopo era stato il turno della legge che proibiva agli ebrei di lavorare nell'amministrazione pubblica. Da quel momento aggressioni e discriminazioni erano state all'ordine del giorno, il numero dei paesi judenfrei, senza più ebrei, si era moltiplicato. Nel 1935 le leggi di Norimberga avevano privato della cittadinanza gli ebrei e proibito i matrimoni misti.
  L'obiettivo, allora, era solo spingere gli ebrei ad abbandonare la Germania e aveva avuto successo. Se ne erano andati circa 25mila ogni anno, fino a un quarto dell'intera popolazione ebraica. Ne restavano 300mila, senza contare i mischlinge, i cittadini di sangue misto. Nel 1936, in occasione delle Olimpiadi, però le manifestazioni antisemite erano state quasi messe al bando. Un'atleta ebrea era addirittura salita sul podio col saluto nazista. Anche a giochi olimpici chiusi il clima era rimasto relativamente sereno fino a tutto il 1937.
  La nuova ondata era iniziata con l'Anschluss, l'annessione dell'Austria. All'improvviso la Germania si era ritrovata con altri 191mila ebrei, problema che si sarebbe riproposto in forma macroscopica durante la guerra, in particolare con l'invasione della Polonia e poi dell'Urss. Il paese razzista che voleva essere judenfrei, contava d'occupazione in occupazione milioni di ebrei al proprio interno, e l'elemento ebbe il suo peso nell'ulteriore passaggio dalla persecuzione allo sterminio. Anche prima del grande pogrom il '38 era stato un anno terribile. Erano riprese le aggressioni per le strade, in giugno era stata incendiata la grande sinagoga di Monaco, in agosto quella di Norimberga. Il 17 agosto era stato cambiato il nome di tutti gli ebrei: doveva sempre essere preceduto da Israel per i maschi, Sara per le femmine. In settembre arrivò la proibizione di esercitare per gli avvocati ebrei, in ottobre il ritiro dei passaporti sostituiti da una speciale carta d'identità.
  Ma la Notte dei Cristalli fu il punto di non ritorno. Pochi giorni dopo, il 15 novembre, gli ebrei furono cacciati dalle scuole. A fine mese le varie autorità locali si videro riconosciuto il potere di imporre il coprifuoco per gli ebrei. In dicembre fu vietato loro l'accesso a gran parte degli spazi pubblici tedeschi. La "soluzione finale" era ancora lontana. Ma la via che doveva portare ad Auschwitz fu imboccata quella notte.

(Il Dubbio, 10 novembre 2018)


Il Dna conferma: il corpo ripescato ad Anzio è dello skipper israeliano disperso a Capri

Il velista si era misteriosamente allontanato dal gruppo di amici. Mai ritrovato il suo gommone

di Anna Maria Boniello

 Il giallo
 
  È del turista israeliano di 62 anni Doron Nahshony, ingegnere con la passione per la vela, scomparso il 10 ottobre scorso mentre si trovava su un piccolo gommone nelle acque di Capri, il corpo rinvenuto una decina di giorni dopo al largo di Anzio, sul litorale romano. A trascinarlo fin sulle coste laziali erano state le correnti. Il corpo, recuperato dalla Guardia Costiera il 24 ottobre, era in avanzato stato di decomposizione, per cui fu impossibile effettuare il riconoscimento. Necessaria l'estrazione del dna e la comparazione con il profilo genetico dei familiari del 62enne. Ieri la Capitaneria di Porto di Napoli ha reso noto i risultati degli esami: quello recuperato ad Anzio era proprio il cadavere dell'israeliano scomparso a Capri. Ora continuano le indagini e gli accertamenti medico-legali per risalire alle cause della morte e a risolvere quello che è stato un vero e proprio giallo di fine estate a Capri. Resta del tutto oscuro, infatti, il motivo dell'improvviso allontanamento dell'uomo dal gruppo di amici con cui era in vacanza, a bordo di un piccolo tender che, a un mese esatto dalla scomparsa, non è ancora stato ritrovato.

 La crociera
  L'uomo di nazionalità israeliana era in crociera nel golfo con un gruppo di persone che avevano noleggiato a Procida due imbarcazioni a vela presso la società Sail Italia, tra le compagnie più importanti per l'organizzazione di charter in barche di questo tipo. Una gita finita tragicamente per il velista, che si è da subito ammantata di giallo: le condizioni del mare in quei giorni erano infatti perfette, il vento era lieve e nulla sembrava giustificare un incidente, peraltro in un tratto di costa breve e frequentato. Alle ricerche contribuì da subito l'ambasciatore israeliano, che fe-
ce arrivare da Israele uomini specializzati a cui si aggiunsero anche gli uomini della compagnia assicurativa israeliana "The Phoenix'', Vennero impegnati mezzi aerei e navali, droni e anche attrezzature Sonar. Mai a memoria dei marinai di Marina Grande erano state impiegate tante unità navali, aree e moderne tecnologie per ricercare un disperso.

 La rotta
  Il ritrovamento del corpo ad Anzio - a 240 km di distanza da Capri - aveva aperto un giallo nel giallo: le barche degli israeliani infatti ormeggiavano a Marina Piccola, sulla rotta che conduce a Positano ed Amalfi e cioè nel golfo di Salerno. Una rotta del tutto opposta. Perciò si è ipotizzato che lo skipper si sia diretto con il tender a Marina Grande, verso la punta di Tiberio, che si trova in zona nord, e qui sia stato colto da malore: perciò la sua piccola imbarcazione ha continuato il percorso spinta dalle correnti verso nord.

(Il Mattino, 10 novembre 2018)


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