Un cuore calmo è la vita del corpo,
ma l'invidia è la carie delle ossa.
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Israel: The Royal Tour
Peter Greenberg explores Israel with Prime Minister Benjamin Netanyahu


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Chi cercate?

Dette queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Chedron, dov'era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli.
Giuda, che lo tradiva, conosceva anche egli quel luogo, perché Gesù si era spesso riunito là con i suoi discepoli. Giuda dunque, presa la coorte e le guardie mandate dai capi dei sacerdoti e dai farisei, andò là con lanterne, torce e armi.
Ma Gesù, ben sapendo tutto quello che stava per accadergli, uscì e chiese loro: «Chi cercate?» Gli risposero: «Gesù il Nazareno!» Gesù disse loro: «Io sono». Giuda, che lo tradiva, era anch'egli là con loro. Appena Gesù ebbe detto loro: «Io sono», indietreggiarono e caddero in terra.
Egli dunque domandò loro di nuovo: «Chi cercate?» Essi dissero: «Gesù il Nazareno». Gesù rispose: «Vi ho detto che sono io; se dunque cercate me, lasciate andare questi». E ciò affinché si adempisse la parola che egli aveva detta: «Di quelli che tu mi hai dati, non ne ho perduto nessuno».
Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la prese e colpì il servo del sommo sacerdote, recidendogli l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Ma Gesù disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero; non berrò forse il calice che il Padre mi ha dato?»

dal Vangelo di Giovanni, cap. 18


 


L'ambasciatore israeliano: non permetteremo alle forze iraniane di avvicinarsi al confine

NAPOLI - Israele non permetterà "alle forze iraniane in Siria di avvicinarsi al confine". E' quanto ha affermato l'ambasciatore israeliano in Italia, Ofer Sachs, in occasione del Congresso nazionale dell'associazione Italia-Israele in corso oggi a Napoli. "L'Iran è più democratico sotto qualche aspetto rispetto ad altri paesi della regione, ma ha un regime fanatico che sta creando un corridoio diretto che collega Teheran e Beirut", ha spiegato l'ambasciatore israeliano. "Sicuramente - ha aggiunto - ho parlato di democrazia in maniera sarcastica. La situazione ora è semplice: Teheran vuole creare il corridoio sia per aumentare il controllo nella regione, sia per avere nuove opportunità economiche per far fronte alle sfide degli ultimi anni. L'Iran - ha spiegato Sachs - ha identificato subito questa opportunità nella Siria dove dopo anni di guerra civile si è aperta un'occasione per questi progetti, mentre gli Stati Uniti hanno deciso di ritirare la loro presenza nella regione creando un varco all'Iran e alla sua presenza. Abbiamo poi Hezbollah che è semplicemente un'emanazione dell'Iran. Un altro attore ha identificato l'opportunità nel vuoto che si è verificato, ed è la Russia, unica potenza internazionale presente in Siria".

(Agenzia Nova, 18 novembre 2017)


La 'sposa del Mossad' parla con Ofcs: "Vi racconto la mia storia"

Shalva Hessel, moglie di un agente segreto israeliano, si rivela in un libro autobiografico

di Maria Grazia Labellarte

Shalva Hessel
La vita di Shalva Hessel è un romanzo di spionaggio, esattamente ciò che ha scritto nel suo libro dal titolo "Married to the Mossad". Un resoconto, "leggermente velato", della sua stessa vita di moglie di un alto funzionario del Mossad, il servizio segreto estero israeliano, e dei suoi anni trascorsi con lui, sotto copertura, in un paese nemico. Il libro è una storia di coraggio, passione e intelligenza. Prima che fosse pubblicato è stato censurato per un decennio dalla comunità di intelligence israeliana. Finalmente uscito, però, ha ottenuto un enorme successo popolare, collocandosi nella lista dei "Best Sellers". Shalva Hessel è un ingegnere informatico, un'imprenditrice di successo, una leader coraggiosa e una Public Speaker internazionale

- Signora Hessel, vuole raccontarci come ha conosciuto suo marito?

  "All'epoca ero un ingegnere informatico. Mio marito, invece, stava frequentando un master a Londra. Durante una vacanza in Israele è venuto a trovare i suoi amici nel posto in cui lavoravo. Dopo quell'incontro, siamo usciti insieme per 3 giorni e una volta tornato a scuola in Inghilterra (io avevo quasi 19 anni), abbiamo iniziato a scriverci delle lettere e ho capito che lui era il mio uomo. Davvero bello, molto intelligente. Ho deciso di non lasciarmelo scappare, così sono andata a Londra e ho lasciato Israele per la prima volta nella mia vita. Una volta arrivata in Inghilterra, dopo una settimana che ero lì e ho visto tutte le donne corrergli dietro, gli ho chiesto di sposarmi subito altrimenti sarei tornata in Israele. Decise, quindi, di non lasciarmi andare via e di sposarmi".

- Quando ha capito che il suo matrimonio non sarebbe stato ordinario?
  "A quell'epoca eravamo a Londra e mi disse che lavorava part time per un' azienda che promuoveva Israele. Dopo aver vissuto con lui per alcune settimane, ha iniziato ad uscire a notte fonda o al mattino presto e nei fine settimana per vari incontri. Ho iniziato a sospettare che avesse un'altra donna e quindi non ha avuto altra scelta che dirmi dei legami con il Mossad. Nessuno credeva che il nostro matrimonio sarebbe durato. Non è facile essere sposati con un agente del Mossad, ma a suo tempo decisi di essere una "compagna a tempo pieno" nella sua vita e di prendere parte alle sue "avventure". Ero molto giovane allora, ma "Dio ha le sue vie". Ho iniziato a lavorare, ho trovato un buon lavoro come ingegnere informatico. Abbiamo iniziato a incontrare persone interessanti e vivere una doppia vita. Al mattino avevo una vita normale con i miei colleghi e quando non lavoravo appartenevo ad un altro mondo, una vita diversa con mio marito. Può leggere tutti i dettagli nel mio libro Married to the Mossad".

- Di recente ha scritto un articolo sul "NY Daily News" il cui titolo è molto interessante: "Perché le donne sono particolarmente adatte alla lotta contro il terrorismo". Cosa intende?
  "Credo profondamente che le donne siano indispensabili e senza di loro non possiamo vincere la lotta contro il terrorismo. Ad esempio, le donne possono accedere a zone che sono vietate agli uomini e pensano diversamente da loro. Dovrebbero prendere parte a tutti i livelli alle decisioni della comunità d' intelligence, come ad esempio accade nel Paese in cui sono nata e cresciuta, Israele. Qui le donne svolgono un ruolo importante di "decisori" nella comunità d' intelligence. Sappiamo tutti che al giorno d'oggi ci sono molte donne terroriste e per combattere quel mondo abbiamo bisogno di conoscerlo dall'interno. Innanzitutto, non hanno la mentalità dei paesi occidentali, è completamente diversa dalla nostra. Nel loro mondo, ad esempio, le mogli non godono di molta considerazione, ma le madri sono, invece, molto importanti. Sappiamo tutti che nessuna madre vuole che suo figlio sia un "attentatore suicida". Nella cultura del terrore, al contrario, una volta che un figlio compie un attentato facendosi esplodere viene considerato un eroe, quindi le donne musulmane istruite e intelligenti, che vivono nel mondo occidentale e che hanno una mentalità occidentale, dovrebbero cercare di influenzare le "sorelle" nei loro Paesi nel cambiare la mentalità, per difendere i loro diritti".

- Ha mai partecipato assieme a suo marito alle sue missioni segrete per il Mossad?
  "Nel mio libro Married to the Mossad, racconto di un'operazione che ho gestito io. In realtà, il libro è un thriller basato sulla mia vera storia. Vivere nel Mossad ti dà un profondo sentimento missionario, pieno di eccitazione e soddisfazione. Il Mossad non è un "posto di lavoro" ma un modo di vivere! Significa fare cose che hanno ripercussioni dirette sullo sviluppo e sulla sopravvivenza della nazione ebraica, in Israele e in tutto il mondo. Significa proteggere la sicurezza del mio Paese e proteggere la democrazia e la libertà nel mondo. Lavorare nel Mossad ha due facce: i benefici di avere nuovi e interessanti contatti, così come nuove e interessanti amicizie, viaggiare per il mondo e operare per il bene del mondo. Ma c'è un prezzo personale da pagare, rischi personali da correre,allontanarsi dalle persone che ami e correre continui pericoli. Gli agenti del Mossad devono essere persone con dei valori, devono saper lavorare con persone molto intelligenti e devono autodisciplinarsi, essere oneste, ordinate e avventurose".

- Per quale motivo ha scritto il suo libro "Married to the Mossad"?
  "Ho impiegato otto anni per scriverlo. Molti non volevano che lo pubblicassi: mio marito, il Mossad e altre persone coinvolte. Ho, comunque, deciso che era molto importante per me scrivere e dimostrare che "tutti possono compiere cose che sono più grandi di loro" e mostrare che una persona comune può compiere cose straordinarie che possono cambiare la vita degli altri. Mentre lo scrivevo, non potevo credere di aver vissuto quelle esperienze incredibili e situazioni pericolose. Non sono un James Bond o una Gal Gadot, la star del film "Wonder Woman", ma dopo aver scritto il mio libro, improvvisamente, ho pensato che forse sono portata per quel tipo di situazioni, perché sono coraggiosa, non ho paura, riesco ad improvvisare e trovare soluzioni sotto pressione".

- Signora Hessel, ha paura?
  "Ho ipotizzato diciotto regole che mi aiutano ad avere il controllo delle mie paure, tra le quali: scegliendo la fede sulla paura le persone crederanno in ciò che dirai, con una forte motivazione puoi ottenere qualsiasi cosa, nessuna missione è impossibile. Tutti hanno una missione nella vita e dovrebbero perseguirla, scegliere la vocazione e non un lavoro, solo quelli che osano possono avere successo, senza disciplina nulla di eccezionale è possibile. In Married to the Mossad, volevo dimostrare che se riesci a vivere al di sopra di te stesso (e non essere egoista ) e dei tuoi interessi personali, puoi ottenere qualsiasi cosa".

- Ha qualche rimpianto nella vita?
  "Niente affatto! Penso davvero di aver avuto e di avere ancora una vita piena, grazie ai miei contatti internazionali e ai miei legami con il Mossad. Insieme alla mia esperienza in paesi stranieri e il set di competenze che ho accumulato nel corso degli anni, ho costruito un unico gruppo di amici e contatti, in tutto il mondo. Al momento ho una società investigativa, credo una delle migliori al mondo nella soluzione dei casi sottoposti. Le persone mi contattano ogni giorno, anche se non lo pubblicizziamo. Mi piace risolvere molte dispute tra le aziende, tra le persone e rincorrere i "cattivi".

(Ofcsreport, 18 novembre 2017)


Riaperto il posto di frontiera di Rafah, fra Gaza e l'Egitto

Ha riaperto il valico di Rafah, fra l' Egitto e la Striscia di Gaza . La misura fa parte dell'accordo con Hamas che ha portato l' Autorità nazionale palestinese ad assumere il controllo amministrativo delle frontiere a partire dal primo novembre. Non succedeva dal 2007 e centinaia di persone si sono ammassatte alla barriera.
Dice una donna: Chiedo a Dio di permettere che la frontiera rimanga aperta, così potrò farmi curare e poi tornare a casa dalla mia famiglia.
Negli ultimi mesi il ministero dell'interno palestinese ha registrato circa30mila richieste di uscita verso l'Egitto. Le autorità egiziane dovrebbero consentire l'accesso tre volte a settimana e sotto strette misure di sicurezza. Le fazioni palestinesi torneranno ad incontrarsi al Cairo il 21 novembre.

(euronews, 19 novembre 2017)


Italia-Israele: partnership in emergenza e disastri

A Cuneo incontro con il direttore regionale della maxi-emergenza e il presidente degli Amici del Maghem David Adom

di Vanna Pescatori

CUNEO - Martedì (21 novembre), alle 21, lo Spazio Incontri della Fondazione Crc, in via Roma 15 a Cuneo, ospiterà Mario Raviolo, direttore della maxi-emergenza «118» della Regione su invito dell'associazione Italia-Israele, che nell'ambito delle manifestazioni per i 25 anni della costituzione, ha programmato un calendario di iniziative, fra cui quella che si è tenuta l'8 novembre, davanti a un numeroso pubblico, nel Salone d'onore del municipio.
Il nuovo appuntamento affronterà il tema «Italia-Israele. Partnership in emergenza e disastri» (terrorismo compreso), attraverso la relazione di Raviolo la cui struttura intrattiene rapporti di stretta collaborazione con le omologhe strutture israeliane, leader negli interventi in caso di disastro. Alla serata interverrà Simi Sisa, presidente degli Amici del Maghem David Adom, la struttura israeliana di pronto soccorso che equivale alla Croce rossa. L'ingresso è libero.

(La Stampa, 18 novembre 2017)


L'aggressività di Teheran spezza i nervi dei sunniti. E Trump non ha un'idea

Oggi a Parigi il primo ministro dimissionario del Libano Saad Hariri incontrerà Macron.

di Fiamma Nirenstein

Macron ha estratto (intervenendo personalmente) Hariri da Riad, dove dal 3 novembre risiedeva in un esilio dichiarato volontario insieme alla famiglia. Ora afferma che dopo un giro per i Paesi arabi tornerà a Beirut a dimettersi di persona. Hariri, sunnita figlio di Rafik Hariri, anche lui primo ministro quando fu assassinato con un immane attentato probabilmente dagli Hezbollah, spiegò alla tv saudita che era stato deciso che era venuto il suo turno. E accusò direttamente l'Iran del caos sanguinoso e della sua tela di ragno sulla sovranità libanese. Erano parole preparate con i sauditi? Probabilmente, ma comunque erano vere.
   Subito la reazione del Libano, Paese piagato dallo scontro sciiti-sunniti, ha dimostrato che l'abbandono di Hariri poteva essere l'inizio di un caos contagioso, e il coro di richieste di tornare si è fatto assordante, insieme all'accusa di aver rapito il primo ministro. Certo le dimissioni portano il segno dell'attivismo diplomatico della famiglia regnante: dice che l'imperialismo iraniano di recente conio ha spezzato i nervi sunniti. Gli arabi non lo possono sopportare dai persiani, nemici storici. Hariri fonda, volente o meno, una svolta saudita pansunnita (nel Paese in cui per altro ha grandi business edilizi) e la Francia stessa ha qui dovuto interessarsi alla causa sunnita di Hariri e dei sauditi, pena il caos. Sempre il 3 novembre un missile balistico di fabbricazione iraniana è stato sparato contro l'aeroporto Re Khalid.
   C'è una vera guerra in corso, e l'Arabia Saudita compie passi decisi: un'altra mossa è l'intervista uscita su un giornale saudita (non israeliano, quindi fuori dall'abitudine di vantare buoni rapporti con gli arabi) a Gabi Eisenkot, capo di Stato maggiore dello Stato d'Israele. Eisenkot spiega di «essere pronti a condividere esperienze con l'Arabia Saudita e altri Paesi arabi moderati e informazioni di intelligence per fronteggiare l'Iran». E aggiunge che «sotto la presidenza Trump c'è la possibilità di formare una nuova alleanza nella regione... un piano strategico per fermare la minaccia iraniana».
   Insomma, la conclusione di questa fase della guerra siriana dei 6 anni, che lascia l'Iran con gli Hezbollah in posizione di forza senza precedenti, sul confine di Israele, con le gambe saldamente piantate in Siria, Libano, Iraq, Yemen... crea una situazione esplosiva per cui i Sauditi sentono di doversi dare un daffare senza precedenti. Sullo sfondo dell'intervista si intravede il piano di pace saudita, che Trump vorrebbe caldeggiare: l'atteggiamento benevolo di Eisenkot fa intuire che se ne parla. Ma martedì il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato che la presenza iraniana in Siria è legittima, aggiungendo che la Russia non ha mai promesso agli Usa che le forze iraniane o loro alleate lascino la Siria. Ciò che ha scosso i sauditi e anche Israele è che l'amministrazione americana non ha espresso nessun parere. L'impressione in casa saudita è quindi che quei tappeti rossi su cui Trump ha camminato nella sua visita in maggio siano stati consumati invano.

(il Giornale, 18 novembre 2017)


Gli Usa avvisano l’Olp che chiuderanno il loro ufficio

Il segretario di Stato Usa Rex Tillerson
L'amministrazione Trump ha avvisato i palestinesi che chiuderà il loro ufficio a Washington a meno che non avviino seri negoziati di pace con Israele. Lo riferisce l'Ap, citando dirigenti Usa.
Il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha stabilito che i palestinesi hanno violato una oscura previsione di una legge Usa secondo cui la missione dell'Olp deve essere chiusa se i palestinesi tentano di appellarsi alla Corte penale internazionale per perseguire gli israeliani per crimini contro i palestinesi.
Un dirigente del Dipartimento di Stato ha riferito che in settembre il presidente palestinese Abu Mazen ha varcato questo limite. Ma la legge consente una via di uscita al presidente, quindi la dichiarazione di Tillerson non significa necessariamente che l'ufficio chiuderà.
Ora Trump ha 90 giorni per valutare se i palestinesi sono "in negoziazioni dirette e significative con Israele". Una leva di pressione che potrebbe essere usata dal presidente Usa per riprendere il processo di pace, ma che potrebbe anche irritare i palestinesi.

(tvsvizzera.it, 18 novembre 2017)


Kuwait Airways: "No a israeliani". La Germania gli dà ragione

"Il verdetto rappresenta una vergogna per la democrazia", ha detto il legale del passeggero.

di Tonia Mastrobuoni

BERLINO - Gli israeliani non appartengono ad alcuna razza o religione o minoranza etnica e dunque la discriminazione nei loro confronti non esiste. Questa incredibile sentenza è stata espressa ieri da un tribunale tedesco, dopo che un cittadino israeliano, Adar M., aveva fatto ricorso contro la Kuwait Airways che si era rifiutata di imbarcarlo su un suo volo per Bangkok che faceva scalo in Kuwait.
La corte regionale di Francoforte ha dato ragione alla compagnia aerea perché non considera discriminante il fatto che un cittadino venga bandito da un aereo per il suo passaporto. Neanche se è israeliano. Neanche in Germania.
L'avvocato del passeggero, Nathan Gelbart, ha detto di essere «profondamente scioccato» di un verdetto che «rappresenta una vergogna per la democrazia e la Germania» e ha annunciato ricorso. Gelbart ha anche ricordato che ricorsi simili si sono sempre conclusi a favore dei passeggeri, negli Stati Uniti e in Svizzera.
Il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi ha fatto appello al governo Merkel perché «esamini tutte le possibilità per evitare, per il futuro, casi di discriminazione del genere in Germania».
Il viceministro degli Esteri, Michael Roth, ha già fatto sapere che l'ambasciatore tedesco è stato investito del compito di chiedere spiegazione alle autorità kuwaitiane dell'accaduto. «Per me è incomprensibile - ha detto il politico socialdemocratico - che nella Germania di oggi un cittadino non possa salire su un aereo semplicemente in base alla sua nazionalità». E lo stesso ministro degli Esteri, Sigmar Gabriel, ha promesso di aumentare la pressione sul governo di Kuwait City.
Anche il sindaco di Francoforte è scandalizzato: Uwe Becker si è spinto sino a dire che «a una compagnia aerea che discrimina e si mostra antisemita rifiutandosi di imbarcare passeggeri israeliani non dovrebbe essere consentito di atterrare o partire da Francoforte», che è uno degli scali più grandi d'Europa.
Il caso era scoppiato perché Adar aveva prenotato un volo per la Thailandia che faceva scalo in Kuwait. In base a una legge del 1964 che vieta accordi con cittadini israeliani, la compagnia aerea ha cancellato il volo. Kuwait non ha mai riconosciuto Israele. Per il Consiglio degli ebrei «il boicottaggio kuwaitiano ricorda le peggiori fasi della persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti». Ma la Corte di Francoforte non la pensa così, pensa che sia legittimo bandire le persone in base al loro passaporto, neanche quando il bando puzza di antisemitismo.

(la Repubblica, 18 novembre 2017)


*


I giudici tedeschi per il boicottaggio di Israele

Se sei israeliano non puoi volare con Kuwait Airways, dice la libera Germania.

Il boicottaggio di Israele sembra abbia appena acquistato un altro eccellente alleato: la Germania. Quantomeno i suoi giudici. Ieri una corte di Francoforte ha rigettato il ricorso di un cittadino israeliano al quale lo scorso anno, benché avesse un regolare biglietto, era stato impedito di salire su un volo della Kuwait Airways Francoforte-Bangkok. Il motivo? Una legge del 1964 del Kuwait, che impedisce alle aziende del paese di fare affari con i cittadini israeliani. E siccome, secondo i giudici tedeschi, un tribunale tedesco non può questionare su una legge di un paese altrui, allora la discriminazione subita dal libero cittadino israeliano in un paese dell'Unione europea è legittima. Ma non solo: il cittadino non è stato nemmeno compensato del costo del biglietto, perché la legge anti discriminazione tedesca, si legge su Haaretz, si applica soltanto sulla base di motivazioni di razza, di religione e di etnia, non di nazionalità. L'assurdità è che se un domani una compagnia aerea decidesse di non far salire sui propri aerei persone dalla pelle scura o di religione musulmana, la compagnia - giustamente - sarebbe sanzionata e probabilmente chiuderebbe dopo una manciata di minuti. Ma quando si tratta della discriminazione e del boicottaggio di un cittadino israeliano nessuno protesta. Nemmeno nella liberissima e apertissima Germania. A parte le motivazioni contestabili dei giudici tedeschi, c'è una riflessione da fare: quanto è forte, oggi, nel mondo del business, la legittimazione del boicottaggio di Israele? Di questo passo, fino a dove si può arrivare?

(Il Foglio, 18 novembre 2017)


Il Pitigliani Kolno'a Festival a Roma

ROMA - Commedie, drammi, documentari, panel con professionisti dell'animazione, del giornalismo documentario e della serialità televisiva, ospiti e anteprime italiane. Queste alcune delle varie anime del Pitigliani Kolno'a Festival - Ebraismo e Israele nel cinema, che, giunto alla dodicesima edizione, torna a Roma dal 18 al 23 novembre 2017. Consuete le location - Casa del Cinema e Centro Ebraico Italiano il Pitigliani - della kermesse a entrata gratuita fino a esaurimento posti e dedicata alla cinematografia israeliana e di argomento ebraico. Tra gli ospiti del festival, sarà presente Yonatan Peres figlio del Premio Nobel per la pace Shimon Peres, in rappresentanza del Centro Peres per la pace e l'innovazione.
  Con 20 anteprime italiane, prodotto dal Centro Ebraico Italiano Il Pitigliani e diretto da Ariela Piattelli e Lirit Mash, il PKF2017 propone per la consueta sezione "Panorama sul nuovo cinema israeliano" opere che hanno riscosso successo sia in Israele che all'estero, e che rappresentano la varietà e il multiculturalismo che compone la società israeliana di oggi. Film di inaugurazione, Holy Air di Shadi Srour - ospite al festival con il produttore Ilan Moskovitch - presentato in anteprima italiana, una commedia che mostra un inedito spaccato delle diverse culture che convivono in Israele. Tra i partecipanti alla serata inaugurale - Bruno Sed Presidente de Il Pitigliani, Yonatan Peres rappresentante Fondazione Peres e figlio Premio Nobel Shimon Peres, Ofer Sachs Ambasciatore di Israele a Roma Nicola Zingaretti Presidente Regione Lazio, Noemi Di Segni Presidente Unione Comunità Ebraiche Italiane, Rav Riccardo Di Segni Capo Rabbino Comunità Ebraica Roma, Mons. Dario Edoardo Viganò Prefetto Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, Ariela Piattelli e Lirit Mash Direttrici del PKF.
  Tra i numerosi titoli in programma, per la prima volta sarà presentato al pubblico italiano The Legend of King Solomon, l'ultima opera del Maestro dell'animazione israeliana Hanan Kaminski - anche lui tra gli ospiti del festival - originale versione della storia di Re Salomone, che affronta i temi della convivenza tra culture diverse e del passaggio dalla giovinezza all'età adulta. Un film che ha impegnato 12 anni il regista israeliano che riceverà il Premio alla Carriera, per la prima volta assegnato dal festival. Quindi, Harmonia, di Ori Sivan, adattamento moderno della storia di Abramo, Sarah e la giovane Hagar. Nel film Sarah è arpista nella Filarmonica di Gerusalemme, Abramo è il suo "onnipotente" direttore e Hagar una giovane musicista di Gerusalemme Est. Altro film a stelle e strisce, The Pickle Recipe, di Michael Manasseri, commedia 'gastronomica' sul segreto dei cetriolini sottaceto di nonna Rose. Una ricetta alla cui caccia si mette Joey Miller, dj e re indiscusso delle feste a Detroit… Altra commedia, Longing, di Savi Gabizon, presentata alla recente Mostra del Cinema di Venezia, dove un uomo benestante e senza figli, riceve una telefonata da quella che vent'anni fa era la sua fidanzata, per un viaggio negli aspetti nascosti della paternità. An Israeli Love Story, di Dan Wolman, la vera storia d'amore tra Pnina Gary e Eli Ben-Zvi, figlio di Rachel Yanait e Yitzhak Ben-Zvi, il secondo presidente dello Stato d'Israele, si dipana invece sullo sfondo della fondazione dello Stato di Israele.
  Molto variegata la scelta dei documentari. Tra questi, l'avvincente On the Map di Dani Menkin, prodotto da Nancy Spielberg, che racconta una delle pagine più importanti della storia e dello sport israeliano, la partita di basket tra Maccabi Tel Aviv e la squadra dell'armata rossa CSKA Mosca nel Campionato Europeo di Pallacanestro del 1977, in piena Guerra Fredda. Due i documentari che raccontano gli ebrei d'Italia: Iom Romi, di Valerio Ciraci, prodotto dal Primo Levi Center di New York, che racconta uno spaccato della vita della Comunità ebraica di Roma e Shalom Italia, di Tamal Tan Anati, che racconta di tre fratelli ebrei israeliani, di origine italiana, in viaggio attraverso la Toscana, in cerca della caverna in cui da piccoli si erano nascosti per scappare ai nazisti.
  Quindi #uploading_holocaust, di Udi Nir e Sagi Bornstein racconta, attraverso le immagini realizzate con gli smartphone dai liceali israeliani in Polonia, il punto di vista della nuova generazione sulla Shoah e un'immagine commovente e inquietante del modo in cui la memoria collettiva si forma nell'era del web. E sempre Israele è protagonista di Ben Gurion, Epilogue, di Yariv Mozer. Il regista ha ritrovato una lunga e inedita intervista al padre dello Stato di Israele, per anni rimasta sepolta nell'Archivio Spielberg di Gerusalemme. Ormai fuori dalla scena politica, il grande statista guarda alla storia e agli eventi che lo hanno visto protagonista, tracciando la sua visione sul futuro di Israele.
  La sezione del festival dedicata alla fiction, "Serie TV da Israele", prevede - lunedì 20 novembre a partire dalle ore 18:15 - il panel "Non solo In Treatment. Serie TV da Israele: un fenomeno globale". Un vero e proprio dialogo aperto che vuole indagare l'incredibile exploit di esportazione di format e serie televisive israeliane degli ultimi anni, da In Treatment a Homeland, presentando tre serie drama alcune delle quali acquistate all'estero negli ultimi anni: Shtisel, sul mondo ultra-ortodosso di Gerusalemme; il medical drama Yellow Peppers, su un bambino autistico e Your Honor. Il panel vedrà al tavolo l'editorialista e docente universitario Massimiliano Panarari e Ram Landes, produttore e ideatore di molti format israeliani, che presenta al festival Your Honor (Kvodo), la serie da lui prodotta, che sarà adattata per l'Italia. Oscuro, affascinante e moralmente complessa, la serie racconta di un brillante giudice vicino a una importante promozione, il cui figlio adolescente fugge dopo essere stato coinvolto in un incidente automobilistico di cui è l'autore. Il panel è organizzato in collaborazione WGI - Writers Guild Italia, una delle più importanti organizzazioni di sceneggiatori, che sarà rappresentata da Giovanna Koch.
  A seguire, alle ore 19:00, il secondo panel, dal titolo "Raccontare il Medio Oriente attraverso il documentario", incontro a due voci tra Itai Anghel - il più grande reporter di guerra israeliano - e il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari. Il panel sarà seguito dalla proiezione del docInvisible in Mosul, fresco vincitore del Premio per il Miglior Documentario in cui lo stesso Anghel si unisce con coraggio ai corpi speciali dell'esercito iracheno che avanzano verso Mosul sotto il fuoco nemico dell'ISIS e dei suoi terroristi suicidi. Anghel, infatti, è l'unico giornalista israeliano ad aver documentato la guerra in Iraq sino a spingersi nelle prime linee dei combattenti contro l'ISIS a Mosul. Per riservare un posto in entrambi i panel, scrivere a eventi@pitigliani.it
  Durante la kermesse si svolgerà anche la prima edizione del Premio Emanuele (Lele) Luzzati,che il 22 novembre presenterà in una 'non-stop' le opere finaliste e il 23 novembre premierà l'opera considerata meritevole da una giuria composta da intellettuali e artisti di rilievo.
  Per ricordare i 50 anni dall'arrivo degli ebrei libici in Italia, il festival chiude al Centro Ebraico Italiano Il Pitigliani con Libia, l'ultimo esodo di Ruggero Gabbai.

(Roma Daily News, 17 novembre 2017)


Egitto, riapre per tre giorni il valico di Rafah con Gaza

DOHA - L'ambasciata palestinese al Cairo ha annunciato che le autorità egiziane apriranno a partire da oggi per tre giorni il valico di Rafah con la Striscia di Gaza. Dopo più di 100 giorni di chiusura sarà possibile attraversare il confine tra Gaza e il territorio palestinese da entrambe le direzioni. Si tratta della prima riapertura del valico dopo che l'Autorità nazionale palestinese è tornata nella Striscia in base agli accordi di riconciliazione nazionale firmati dai partiti di Fatah e Hamas al Cairo. Sono più di 20 mila le persone che si sono prenotate per attraversare il confine, in particolare per motivi medici e di studio.

(Agenzia Nova, 17 novembre 2017)


C'è un'idea italiana applicata in Israele per salvare le api (e quindi il mondo intero)

Così gli israeliani stanno applicando a passi giganti quel concetto di "Agricoltura di Precisione" che è stato al centro dell'Expo di Milano

di Maurizio Stefanini

"Il paese dove scorre il latte e il miele" è definita la Palestina nell'Esodo. Di api ce ne erano talmente tante, che Sansone trovò un favo nel cranio di un leone morto, e Giovanni il Battista poteva nutrirsi solo di locuste e miele selvatico. Oltre tre millenni sono passati, ma tuttora Israele è una delle nazioni che sta meglio sostenendo quella misteriosa sindrome Ccd (Colony Collapse Disorder) che dal 2007 ha già ucciso l'80 per cento delle api statunitensi e che anche nel resto del mondo sta facendo stragi. Il motivo è che anche all'apicoltura gli israeliani stanno applicando a passi giganti quel concetto di "Agricoltura di Precisione" che è stato al centro dell'Expo di Milano. Apicultura di Precisione dunque, e start up per l'Apicoltura di precisione, visto il ruolo che le start up hanno nell'economia israeliana: oltre il 4,3 per cento del pil investito nell'innovazione! A sorpresa, però, gli israeliani un'eccellenza in questo campo l'hanno trovata proprio in Italia. Si chiama infatti 3bee Hive-Tech la startup che col suo sistema per monitorarle e curare le api che ha vinto la competizione per essere la partecipante italiana all'evento per Startup in corso a Gerusalemme dal 5 all'11 novembre.
  L'idea è stata di tre ragazzi 28enni: Niccolò Calandri, dottorando in Elettronica al Politecnico di Milano; Riccardo Balzaretti, biologo; Elia Nipoti, tecnologo alimentare. Sono stati da poco premiati dall'Ambasciatore d'Israele in Italia, Ofer Sachs, al Luiss Enlabs di Roma, dove la loro idea ha prevalso su altre due: Goseemba, una mobile business platform che aiuta le piccole e medie imprese a sbarcare sul web; e Manet Mobile, un service provider per il settore della ricezione alberghiera. Ma prima ancora erano stati premiati dalla Fondazione Barilla: proprio in quel 2016 in cui la raccolta di miele aveva segnato in Italia un record negativo. "L'alveare tecnologico capace di valutare lo stato di salute delle api aiutando l'apicoltore a migliorare la gestione del proprio apiario e permettendogli di proporre un miele di qualità, 100 per cento Italiano", è la presentazione sul loro sito. "Siamo partiti da un dato di fatto: l'apicoltura attuale è fatta di trattamenti chimici più o meno invasivi e le api non riescono più a vivere senza questi sistemi", spiegano. Ma spesso questi interventi, pur necessari, sono fatti in maniera sbagliata, finendo per recare più danno che vantaggio: ecco spiegata l'attuale crisi mondiale del miele. L'Apicultura di Precisione di 3bee Hive-Tech ha messo a punto un innovativo sistema di monitoraggio elettronico che si applica all'alveare, e rileva lo stato di salute delle api all'interno. Tempestivamente comunicati all'apicoltore, danno modo di intervenire in modo rapido e efficace. E a parte il caso concreto, il sogno della start up è quello di creare un database mondiale per creare algoritmi di predizione delle malattie e delle cause di morte delle api, capire quali sono i parassiti che più le attaccano, elaborare le strategie per proteggerle". Miele e cera a parte, i tre promotori spiegano che le api sono un indicatore di quanto sia salutare l'ambiente che ci circonda, e che l'80 per cento della frutta e della verdura che mangiamo è prodotta grazie al loro lavoro di impollinazione. "150 milioni di miliardi di fiori impollinati dalle api giornalmente", è pure scritto nel loro sito. "30 per cento di perdite di colonie d'api nel 2016". "30 milioni/kg anno di miele importato in Italia non controllato". E ricordano quel che scrisse nel 1901 il Nobel per la Letteratura Maurice Maeterlinck nel suo celebre "La vita delle api": "Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita".
  Il bello è che la tecnologia 3bee funziona con l'energia del sole e delle vibrazioni prodotte dagli stessi insetti. Oltre che a professionisti e ricercatori il dispositivo 3bee Hive-Tech si rivolge anche agli hobbisti alle prime armi, che grazie a un apposito Starter Kit possono imparare a produrre il proprio miele e ad allevare api sane. Ai consumatori, poi, si offre la possibilità di "adottare un alveare" il cui andamento potrà essere monitorato da smarthphone, tablet e pc, e da cui a fine stagione potranno ricevere i vasetti di miele così prodotti. Utilizzando la tecnologia 3bee sarà possibile analizzare la qualità dell'ambiente grazie al capillare e costante lavoro di impollinazione delle api: volando di fiore in fiore le api raccoglieranno infatti le eventuali sostanze nocive che successivamente verranno analizzate della tecnologia Hive-Tech.

(Il Foglio, 16 novembre 2017)


"Italia-Israele, legame stretto"

Quale lo stato dei rapporti tra Italia e Israele? È stato il tema di un incontro tenutosi al Bet Chabbad Bene Romì di Netanya. All'incontro, nato in seguito a un'idea di rav Roberto Della Rocca, direttore dell'area Cultura e Formazione dell'UCEI e organizzato dalla Comunità italiana di Netanya in collaborazione con l'Irgun Olei Italia e la Giovane Kehilà, ha partecipato anche l'ambasciatore italiano in Israele Gianluigi Benedetti.
Dopo il saluto dello shaliach della Comunità italiana di Netanya, rav Aaron Leotardi, Dario Di Cori, presidente della Comunità di Netanya e vicepresidente dell'Irgun Olei Italia, ha illustrato come è nata la Comunità. "Da un piccolo gruppo di amici siamo diventati una grande Comunità. Una realtà significativa per gli italiani in Israele" ha spiegato Di Cori indicando la sala piena. "Manteniamo la nostra tradizione millenaria ed il rito romano in Erez Israel" ha aggiunto.
L'ambasciatore Benedetti ha approfondito il tema "prospettive nel settore economico e tecnologico", illustrando i progetti dell'ambasciata italiana in Israele per rafforzare i rapporti economici, culturali e tecnologici, sottolineando l'importanza dell'investimento nei giovani e nel settore accademico.
Rav Roberto Della Rocca, parlando delle prospettive di collaborazione tra UCEI e Comunità italiana in Israele, si è collegato alla parasha di Chayei Sarah interogandosi sul perché Eliezer si definisce sia straniero e sia residente e perché Mosè chiama il proprio figlio Gershom. "Questa è la condizione ebraica di sempre" ha spiegato il rav. "Abbiamo sempre sognato di Eretz Israel e anche quando siamo qui in Israele abbiamo un collegamento con le tradizioni italiane" ha aggiunto.
Infine Michael Sierra, presidente della Giovane Kehilà, il movimento giovanile della comunità italiana in Israele, è intervenuto sul tema "sfide comuni dei giovani in Italia e in Israele" raccontando come è nata la Giovane Kehilà, come assiste e rappresenta i giovani ricordati già dall'ambasciatore e come preserva le tradizioni ebraiche italiane ricordate da rav Della Rocca e Di Cori.
All'incontro hanno partecipato anche 15 ragazzi del progetto di Ye'Ud, corso di leadership dell'UCEI.

(moked, 17 novembre 2017)



Due tipi di scrittori

Gli scrittori si suddividono in due categorie:
  1. quelli che scrivono per informare o istruire gli altri;
  2. quelli che scrivono per far sapere agli altri quanto sono bravi loro.
I primi fanno un servizio, i secondi fanno carriera.
La suddivisione è presente anche fra coloro che scrivono su Israele.

 


Spunta un patto tra Israele e Sauditi: «Scambio di informazioni anti-Iran»

L'annuncio del Capo di Stato Maggiore di Gerusalemme

ROMA - Prima le voci su una visita segreta in Israele dell'erede al trono saudita Mohammed bin Salman, poi le indiscrezioni su un viaggio a Riad di un emissario di Netanyahu. Infine, ieri, un'intervista del capo di Stato Maggiore israeliano, Gady Eisenko, a un giornale saudita. I rapporti tra Israele e Arabia Saudita, in funzione anti Iran, sembrano essere sempre più stretti. E anche se a Gerusalemme non si parla di un vero e proprio «asse», l'intervento del generale al sito "Elaph" rappresenta una novità assoluta. «L'Iran progetta di controllare il Medio Oriente con due "mezzelune sciite" - dice nell'intervista Eisenko - la prima dall'Iran, attraverso l'Iraq, fino in Siria e in Libano, e la seconda dal Bahrein attraverso lo Yemen fino al mar Rosso. Su questa faccenda noi e il regno dell'Arabia Saudita, che non è mai stato nostro nemico e con cui non abbiamo mai combattuto, concordiamo completamente». Il capo di stato maggiore israeliano ha quindi sottolineato che «occorre dar vita a un grande piano strategico per bloccare il pericolo iraniano».

 Le dichiarazioni
  Stando alle dichiarazioni del generale, e qui probabilmente c'è la novità più importante, Israele sarebbe pronto «a condividere informazioni con Paesi arabi moderati, comprese informazioni di intelligence, pur di far fronte all'Iran». Si tratta, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, che ha rilanciato l'articolo, della prima intervista mai rilasciata da un alto ufficiale israeliano ad un mezzo stampa saudita. Riferendosi alla situazione in Siria, Eisenkot ha ribadito che Israele insiste perché gli Hezbollah libanesi, nonché l'Iran e le milizie sciite alleate lascino quel Paese. «Non accetteremo che l'Iran si stabilisca in Siria, in modo speciale ad ovest dell'asse Damasco-Sueida ( cioè a circa 50 chilometri dalle alture del Golan, ndr). Non consentiremo alcuna presenza iraniana, e abbiamo già messo in guardia dalla costruzione di sue industrie o di basi militari». Quanto al Libano, il generale ha assicurato che Israele non ha alcuna intenzione di lanciare un attacco contro gli Hezbollah.

(Il Messaggero, 17 novembre 2017)


E' una lsrael Academy multietnica. Sogna il Giro

Un po' d'Italia nel team (24 atleti di 16 Paesi): Sbaragli e bici De Rosa

di Adam Smulevich

GERUSALEMME - E' notte fonda tra le colline attorno a Gerusalemme, quando un urlo squarcia la quiete: «Sveglia!». Volti smarriti, che vagano nel buio. Pochi hanno la giusta reattività. Poi, al secondo urlo, più o meno tutti escono dalle tende in pochi istanti. Nessun pericolo imminente, tutt'altro: di fronte un carico di lavoro non preventivato, e piuttosto sfiancante. Esercizi fisici durissimi, sul modello di quelli delle forze di sicurezza locali. E poi, dopo un paio d'ore, di nuovo tutti a nanna. Ma hai voglia a riaddormentarti dopo una scarica di adrenalina così.

 Per il giro
  Sogna la wild card al prossimo Giro d'Italia, che partirà proprio da Gerusalemme, la Israel Cicyling Academy, prima squadra professionistica d'Israele. Il raduno convocato per preparare la prossima stagione, la più importante nella storia di questo giovane team, è l'occasione per sperimentare tecniche non convenzionali lontano da questo fazzoletto di terra cui il mondo guarda ormai da millenni con interesse, coinvolgimento, preoccupazione.

 Sedici nazioni
  La lsrael Cycling Academy vuol tenere alto il nome di un Paese intero, e cercherà di farlo avvalendosi del contributo di atleti di 16 nazioni, cinque continenti, quattro religioni. La «squadra del dialogo», l'ha definita qualcuno. Non sorprende pertanto che a interessarsi alle vicende del team sia stata una delle realtà più significative ad operare nel rafforzamento di progetti che provano a far incontrare e convivere identità diverse: il Centro Peres per la Pace, la onlus nata con l'ex statista Shimon Peres in vita e che ancora oggi difende i suoi sogni.

 Con Sbaragli
  I 24 corridori della Academy sono stati convocati ieri pomeriggio per ricevere il certificato di «ambasciatore di pace». Il primo è stato un italiano, Kristian Sbaragli, che ha da poco firmato con gli israeliani. A consegnarglielo è stato l'ambasciatore «vero» da queste parti, Gianluigi Benedetti. Kristian ha sorriso, ma sa di avere le sue responsabilità. E questo perché è molto più di italiano, è toscano. E qua a un toscano in particolare vogliono molto bene: Gino Bartali dal 2013 «Giusto tra le nazioni» per il ruolo avuto nel salvataggio di molti ebrei sotto il nazifascismo. Sono andati a trovarli tutti insieme, Gino, allo Yad Vashem. I corridori della Academy sono arrivati fino alla collina dove si trova il Memoriale. Prima la visita al museo che racconta la deportazione e l'abisso della Shoah. Poi una lunga sosta davanti al muro dei Giusti, il nome di Bartali in testa a una colonna di eroi. «Siamo qua per ricordarci che lo sport è pure questo: trasmissione di valori positivi, in ogni sede» sottolinea Ran Margaliot, il manager che s'è letteralmente inventato da zero la squadra con l'imprenditore Ron Baron. Principi solidi, ma anche l'ambizione di far parlare di sé attraverso i risultati. In sella tra l'altro alle italianissime De Rosa, nuove bici del team.

(La Gazzetta dello Sport, 17 novembre 2017)


Roma e Vaticano nel mirino dell'Isis: "Vi aspetta un Natale di sangue"

Nessun rischio concreto, solo propaganda sul web secondo il Vaticano, ma nelle scorse ore molti media internazionali riportando il manifesto di San Pietro hanno ricordato che negli anni passati l'Isis ha più volte diffuso proclami sulla "conquista di Roma".

 
La sequenza è molto inquietante. Si vede un terrorista islamico intento a guidare un'auto su via della Conciliazione, nel cuore di Roma, diretto verso la Basilica di San Pietro, con un mitra e uno zainetto appoggiati al sedile anteriore, a fianco del conducente.
Lo specchietto retrovisore riflette un uomo con un passamontagna nero. In alto una grande scritta sovrasta l'immagine diffusa da Wafa Media Foundation, un'organizzazione ritenuta dagli analisti vicina all'Isis: Christmas blood, ovvero Natale di Sangue.
Nessun rischio concreto, solo propaganda sul web secondo il Vaticano, ma nelle scorse ore molti media internazionali riportando il manifesto di San Pietro hanno ricordato che negli anni passati l'Isis ha più volte diffuso proclami sulla "conquista di Roma".
Un messaggio, solo un invito. Ma nulla che possa essere sottovalutato.
L'inquietante scenario ricalca i canoni già utilizzati dal Daesh nel corso degli ultimi due anni, con minacce ricorrenti proprio in prossimità delle festività di fine anno.
Ma quello che colpisce, in sede di analisi, è la corrispondenza dell'armamentario del miliziano con quella degli attentatori di Belgio e Francia, ovvero, dei terroristi che colpirono Bruxelles e Parigi nel 2015 con attacchi coordinati e effettuati in contemporanea da diverse squadre di operativi.

(Today, 17 novembre 2017)


«Israele, il cancro», brivido antisemitismo nel liceo occupato

Retromarcia. Sul documentario dietrofront dei ragazzi. L'associazione Italia Israele aveva protestato.

di Antonio Passanese

FIRENZE - Proteste dell'associazione Italia-Israele dopo l'annuncio di alcuni studenti del liceo classico Michelangiolo di voler proiettare a scuola il documentario «Israele, il cancro». La proiezione, che sarebbe dovuta avvenire ieri nell'ambito delle iniziative organizzate in occasione dell'occupazione dell'istituto, è stata poi annullata dagli stessi ragazzi, dopo un colloquio con la preside Patrizia D'Incalci.
   Nella lettera inviata alla dirigente, il presidente dell'associazione Italia Israele di Firenze, Valentino Baldacci, definisce il documentario «un lavoro intriso del più ripugnante antisemitismo». Ieri, quindi, sono stati gli stessi studenti del Miche, venuti a conoscenza della natura del documentario, a decidere di non proiettarlo. «Non eravamo al corrente dei contenuti - spiega uno dei ragazzi che partecipano all'occupazione - cercavamo qualcosa che trattasse della questione israelo-palestinese».
   Sulla vicenda è intervenuta anche la vice sindaca di Firenze Cristina Giachi: «Bene la decisione dei ragazzi. La leggerezza con la quale di recente si è fatto riferimento alla vicenda di Anna Frank, così come altri episodi di violenza nazifascista rendono necessaria una vigilanza attenta, soprattutto con i più giovani, su ogni ricostruzione revisionista o che comunque possa aprire a interpretazioni antisemite». Intanto, il comitato studentesco del liceo di via della Colonna fa sapere che l'occupazione finirà domenica: «Lo abbiamo già comunicato alla preside - dicono i ragazzi - E dopo esserci confrontati con i docenti, abbiamo anche deciso di non bloccare la didattica: chi vuole seguire le lezioni può farlo senza alcun problema».

(Corriere Fiorentino, 17 novembre 2017)


La foto tra Miss Iraq e Miss Israele sta dividendo il mondo

C'è chi le critica e chi parla di un passo importante nei rapporti fra i due Paesi. Le due ragazze non immaginavano una reazione simile per il loro selfie.

Miss Israele (a sinistra) e Miss Iraq
Cosa accomuna Sarah Eedan e Adar Gandelsman? Sono entrambe more, bellissime, si trovano a Las Vegas e partecipano alle finali di Miss Universo. Quindi di sicuro ora vi chiederete: cosa ci può essere di tanto anomalo in una innocentissima foto postata sui social dalle due giovani?
Eppure un semplice selfie in cui le ragazze posano insieme ha fatto fioccare le critiche, ma anche la speranza di un futuro in cui la pace superi i conflitti di cultura e religione.
Quando hanno scattato la foto, forse Sarah e Adar non immaginavano di scatenare tali reazioni. Ma se Miss Iraq si fa fotografare con Miss Israele, non c'è da meravigliarsi che poi in Rete succeda un parapiglia. Migliaia di persone commentano, generano polemica, applausi e rullo di tamburi.
Conosciamo un po' meglio queste reginette: Sarah Eedan, Miss Iraq, è la prima a rappresentare il suo Paese a Miss Universo da 45 anni, mentre Adar Gandelsman gareggia con la fascia di Miss Israele.
Nello scatto incriminato sorridono felici, in vista delle finali del concorso.
«Pace e amore» è la didascalia che correda la foto.
Ecco le reazioni: una YouTuber twitta «Quest'immagine non rispetta la sensibilità di tutti»;
«La reginetta di bellezza irachena posta con la regina dell'occupazione e della brutalità» è il pensiero di un professore. E via discorrendo, nel consueto bla bla bla del web.
A rispondere alle critiche è proprio la Miss irachena, raccontando: «Miss Israele si è avvicinata, mi ha chiesto di fare una foto insieme e mi ha detto di sperare che ci sia presto la pace fra i nostri due popoli».
Un tentativo di calmare gli animi arriva da un portavoce del governo israeliano, il quale ha parlato di «un grande messaggio di speranza per tutta la regione. La pace inizia dalle persone».
Popolo del web, diamoci una calmata. Visto che la gara prevede l'incoronazione di una reginetta per le sue qualità estetiche e non per la provenienza geografica, non è il caso di fasciarsi la testa prima del tempo.

(105.net, 17 novembre 2017)


«Il corpo è un mirabile dono di Dio. Ma l'età mi sta fiaccando ... »

Questo testo è una parte dell'articolo che rav Giuseppe Laras ha scritto per il numero di "Luoghi dell'Infinito" in uscita il prossimo 5 dicembre e dedicato al tema "Attesa e grazia". Consegnato pochi giorni fa, è l'ultima testimonianza dell'ex rabbino capo d Milano. Si tratta di una lunga riflessione autobiografica che, oggi ancora di più, appare come condotta con lo sguardo sul limite della morte. Laras rievoca quando bambino aveva dovuto vivere da sfollato e in incognito tra i monti, il tradimento che condanna la madre al lager e, nonostante tutto, la bellezza della vita famigliare e dell'essere umano, la bellezza esteriore e quella, ancora più forte, interiore: una bellezza che però è vanitas vanìtatum, pronta a dissolversi nella morte. Solo la fede si oppone, nella certezza di un ritrovarsi di ogni cosa in Dio.

di Giuseppe Laras

Rav Giuseppe Laras
I miei ricordi di bambino sono stati traumatizzati dalla guerra e dalla persecuzione. Ricordo di aver vissuto, nascosto e braccato, in luoghi estremamente belli, in cui i colossi montani si stagliavano in tersi cieli color indaco oppure tra plumbee nubi. Si trattava delle magnifiche vette della Val Grande di Lanzo, con i loro picchi e declivi, boschi e radure, fieri rapaci e simpatici animaletti. Ricordo che avevo imparato a raccogliere i funghi, distinguendoli correttamente, inoltrandomi là dove gli alberi erano più folti. Ricordo anche che mi piaceva quella vita rustica ed essenziale.
   Purtroppo, per mia madre e me era sì un luogo di ricovero, ma era al contempo un posto estremamente pericoloso, irto di difficoltà. Richiedeva mille attenzioni, mille sotterfugi e nascondimenti. Eravamo ostaggio di infinite paure, che spesso si concretizzavano. I nazisti rastrellavano anche lassù ebrei e partigiani, di intesa con i loro molti complici italiani, non meno spietati. Lì iniziai ad apprendere che viltà e spietatezza sono spesso compagne e complici. Ho dei ricordi di quel che fu la mia famiglia e il nostro focolare domestico: l'essere amato da chi ti ha generato, la presenza di mia mamma, l'amore tra i miei genitori, la mamma di mia mamma che condivideva da vicino la nostra vita familiare. Ricordo la bellezza di tutto questo, una bellezza intima e discreta, tenera ed essenziale, romantica ma non sdolcinata, sincera e mai sfacciata. Ricordo quando le due SS italiane bussarono seccamente alla porta, dopo che la nostra devota portinaia, tante volte beneficata dalla mia famiglia, aveva venduto mia madre e mia nonna per cinquemila lire ciascuna. Ricordo la strada fatta a piedi, a sera inoltrata, per arrivare alla sede torinese della Gestapo. Ricordo l'ultimo rapido sguardo con mia mamma, che mai più rividi, e ricordo la corsa disperata, sconvolto, per trovare un luogo sicuro per nascondermi. Ricordo che rimasi muto per oltre sei mesi. Era bella mia madre, era la mia mamma. Era bella la nostra famiglia, con l'enormità di vita che è dolcemente ascosa e sintetizzata dalla parola "famiglia" Era bella la fanciullezza. Il due ottobre del 1944, a nove anni, persi tutto questo. Fu una perdita irreversibile. Quando sono molto agitato e sotto pressione mi capita ancora, mentre dormo, di sentire bussare forte alla porta, svegliandomi di soprassalto. Anni dopo, assieme a mia moglie, iniziammo l'edificazione della nostra famiglia. Pur con gli spettri del passato sempre presenti, ho goduto della bellezza intensa della vita familiare, con alti e bassi, con angosce e speranze, con entusiasmi e amarezze, come chiunque.
   L'età sta fiaccando il mio corpo e l'essere stato per alcune decadi un fumatore indefesso ha dato inoltre abbrivio a una serie di patologie respiratorie che rendono evidenti fragilità e rischi. Il corpo umano è meraviglioso: un prodigio di bellezza mirabile, che ti permette di accarezzare chi ami; di dare luce e spessore alle persone che incontri e che trascorreranno con te parti più o meno estese della tua e della loro vita; di assaporare l'aria fresca della pioggia che ha momentaneamente sconfitto la canicola estiva; di annusare i balsami delle piante e i manicaretti preparati da mani amorevoli. Il corpo umano ci attrae, catalizza la nostra attenzione e rende vera e concreta la nostra esistenza. Certuni cosiddetti "religiosi" hanno diffuso l'odiosa bestemmia per cui si ravvisa erroneamente nel corpo una prigione per l'anima e nella materialità un inganno. Bisogna diffidare dai pietisti che minimizzano - o, peggio ancora, sviliscono - questo dono di Dio, facendo del piacere fisico una tentazione e non una fondamentale espressione di umanità e potenzialità spirituali, del vigore del corpo un'insolenza e della malattia una benedizione. Mi trovo in una fase della vita, quella della senescenza ormai lambita e avviata, in cui si esperisce chiaramente, tangibilmente, che anche questa bellezza è destinata a esaurirsi.
   Esiste anche una bellezza interiore e nascosta, che riguarda silenziosamente noi stessi, tuttavia continuamente esposta sia alle parole sia al disordinato vociare del mondo esterno. E tutti abbiamo contezza di quanto ciascuno di noi abbia contribuito a inquinare la propria bellezza riposta e intima, peccando contro sé. Nel migliore dei casi, quando riusciamo a emendarci, a restaurare ciò che è andato infranto e a ricuperare le posizioni perdute, resta tuttavia la memoria, non certo entusiasmante, di quanto comunque occorso. E non è nemmeno detto che, drammaticamente, questo ricordo assurga a monito e che, d'altro canto, il monito poi funzioni al suo scopo dissuasivo. Ancora una volta una bellezza, che sappiamo riconoscere con certezza come tale, che va facilmente dissipandosi.
   La Bibbia, nel suo originale ebraico, ha un'unica parola per "buono" e "bello", sintetica e orientativa: "tou'. Il peccato di Adamo, secondo molti Maestri di Israele, fu proprio quello di aver scelto di comprendere e giudicare secondo criteri meramente apparenti ed estetizzanti e non secondo criteri "etici", ossia esistenziali e concreti.
   Ma che ne è della speranza in relazione alla fragilità e all'erosione della bellezza? Vi sono speranze personali e collettive, umane e messianiche, universali e particolari: le une sono avvinte alle altre, ma non confuse. Nulla può definitivamente fermare la morte in questo mondo, ma il progresso medico, tecnologico e scientifico ha saputo spesso arginarne con efficacia le manifestazioni più crude e grossolane. La bellezza può essere violentata e dissolta dalla morte, ma la medicina ha un certo margine d'azione per medicare, rinfrancare e risanare. La tecnologia è una speranza perché risponde a un'esigenza e a un compito posti dal Creatore nell'intimo dell'essere umano. La conoscenza è certamente responsabilità, ma l'ignoranza è sempre lontananza ulteriore da Dio e, più spesso di quanto si voglia ammettere o indulgere, una colpa molto grave. Nessuno in questo mondo ha il potere di ridare vita a mia madre e di restituirmela. Noi con ferma fede crediamo e speriamo, come da lettera biblica, che il Signore Dio «faccia morire e faccia vivere», ovvero che faccia risorgere i morti. Noi abbiamo però il potere e il comandamento di procreare, il che significa non consegnare completamente noi stessi alla morte, arrendendoci, lasciando che la cultura della morte, così triste eppur apparentemente così ragionevole e suadente, abbia l'ultima parola. La mia speranza sono i miei figli, i loro figli e i figli dei loro figli. La mia speranza sono i miei allievi, gli allievi dei miei allievi, chi insegna e chi apprende la Torah.

(Avvenire, 16 novembre 2017)


Università di Tel Aviv: due centri innovativi per il campo delle neuroscienze

 
La Scuola di Neuroscienze dell'Università di Tel Aviv ha lanciato due centri internazionali di ricerca e di imprenditorialità per permettere ai giovani ricercatori di sviluppare e realizzare le loro idee pionieristiche nel campo del trattamento delle malattie del cervello. Il centro è il primo in Israele e in tutto il mondo.
  Il primo è il BrainBoost, un centro imprenditoriale per la risoluzione dei problemi del sistema nervoso, si concentrerà sullo sviluppo di nuovi strumenti per il trattamento di varie malattie del cervello.
  Il secondo è Minducate, un centro il cui focus è la ricerca e l'imprenditorialità nel campo delle scienze di apprendimento, istituito su iniziativa del TAU on-line, il centro per l'innovazione nell'apprendimento dell'Università di Tel Aviv, guidato da Yuval Shraibman. L'obiettivo del centro è quello di esplorare l'interrelazione tra istruzione, apprendimento, cognizione e Neuroscienze.
  Questo il commento del Prof. Joseph Klafter, presidente dell'Università:
Crediamo che l'università sia la fonte più prolifica di sviluppo di tecnologie rivoluzionarie che hanno il potere di cambiare il futuro. Ma fino ad ora, le idee più innovative nate nei laboratori di ricerca sono in grado di sfuggire o rimanere intrappolate tra le mura dell'università.
  Per affrontare questa sfida e creare un ponte vitale tra il mondo accademico, industria e società, la Dott.ssa Dana Baron, Direttrice del settore dello sviluppo delle relazioni della Facoltà di Neuroscienze dell'Università di Tel Aviv, ha costruito un modello innovativo, pionieristico in Israele e nel mondo, basata sull'incoraggiamento dei ricercatori verso una imprenditoria giovanile nel capo delle neuroscienze all'interno dell'università stessa.
  I due nuovi centri, creati sulla base di questo modello incoraggeranno i giovani ricercatori, subito dopo il loro dottorato, a diventare imprenditori e trasformare le loro idee in prodotti e soluzioni reali.
  Dei 65 ricercatori provenienti da 28 paesi di tutto il mondo che hanno presentato proposte al centro BrainBoost, 5 sono stati selezionati nei settori del trattamento del morbo di Parkinson, delle lesioni derivanti da ictus, depressione, autismo e Alzheimer.
  I 10 giovani ricercatori selezionati (7 donne e 3 uomini) avranno accesso alle numerose risorse dell'Università:
  • 1.500 ricercatori;
  • 150 laboratori di ricerca in 8 facoltà;
  • Tutti gli ospedali affiliati;
  • Circa 30 aziende industriali israeliane ed internazionali.
(SiliconWadi, 17 novembre 2017)


Siamo noi che accusiamo l'Onu: insulta Israele e coccola i dittatori

Per le Nazioni Unite siamo troppo duri con gli immigrati. Lo dice un organismo che è in mano ai tiranni e in un giorno ha fatto 9 risoluzioni contro Gerusalemme.

di Giovanni Sallusti

Se volesse replicare con nerbo alle accuse di "disumanità" scaraventate addosso all'Italia dalle Nazioni Unite (ma ci rendiamo conto si tratti di un periodo ipotetico dell'irrealtà), il ministro Alfano in missione diplomatica a New York avrebbe una caterva impressionante di argomenti.
  E parliamo di questioncine assai più sostanziali di un accordo con la Libia per la gestione del flusso migratorio nel Mediterraneo (che al massimo è da approfondire, non certo da smantellare). L'Alto commissario per i diritti umani, il principe giordano Zeid Rad al-Hussein, dice che «la comunità internazionale non può continuare a chiudere gli occhi davanti agli orrori inimmaginabili sopportati dai migranti in Libia»? Benissimo, ecco una serie di casi in cui l'Onu gli occhi li tiene serrati, o peggio li muove con feroce strabismo.

 Le bastonate
  L'assemblea generale ha appena bastonato in un solo giorno lo Stato d'Israele con 9 risoluzioni di condanna. Nella stessa seduta, il resto del mondo si è beccato complessivamente 6 risoluzioni: una a testa per Paesi non propriamente fondati sulle libertà individuali come Corea del Nord, Iran, Siria e Myanmar. Una alla Crimea, e poi un grande classico, la censura agli Stati Uniti per l'embargo prolungato a Cuba (la censura a Cuba per i dissidenti torturati nelle carceri castriste anche questa volta si farà la prossima). Perché questa palese persecuzione dell'unica comprovata democrazia liberale esistente in Medio Oriente, perché Israele peggio di artisti della "disumanità" come Kim Jong Un e gli ayatollah di Teheran? Sarà mica che all'Onu scorrazza liberamente uno dei virus più "disumani" del pianeta, l'antisemitismo? Perché, esimio principe al-Hussein, la maggioranza nel Consiglio per i Diritti Umani (27 membri su 45) è saldamente in mano al blocco delle dittature, o comunque dei Paesi "parzialmente liberi" (grazioso ossimoro per alludere a quei luoghi dove lo Stato può farti sparire dalla sera alla mattina)?
  Guarda caso, questo Consiglio tramutato in ritrovo di tiranni è lo stesso che vuole inquisire Israele per crimini di guerra, e che ha stabilito la simmetria legale e morale tra lo Stato ebraico e i suoi nemici, i terroristi islamici di Hamas e altri praticanti della jihad.
  Ancora: perché da due anni la presidenza del Comitato per i Diritti Umani è appannaggio dell'Arabia Saudita, un Paese campione di "disumanità" dove puoi essere condannato alla decapitazione per i seguenti reati: consumo di stupefacenti, contrabbando, omosessualità, falsa profezia, apostasia, adulterio, stregoneria e magia?

 I campi di lavoro
  Perché al fianco dei sauditi in questo nobilissimo consesso siede la Cina, che tiene tuttora aperti più di 1400 laogai, campi di lavoro forzato e di rieducazione dove i prigionieri sono abitualmente seviziati con scariche elettriche, incatenati in posizioni dolorose, picchiati con bastoni e bruciati con sigarette, privati di cibo e sonno, mutilati anche negli organi genitali, e siede perfino il Qatar, conclamato apprendista stregone del terrorismo islamico più "disumano", vedi alla voce Isis? I piromani del diritto incaricati di stabilire quando esso brucia, a questo siamo?
  Infine, carissimi burocrati de luxe alloggiati al Palazzo di Vetro che vi scandalizzate se l'Italia accenna una timida reazione all'invasione incontrollata delle sue coste, la domanda delle domande: perché tollerate che esista una Dichiarazione islamica dei diritti umani alternativa a quella (non più) universale del 1948, in cui si dice che le libertà fondamentali valgono finché rimangono nel quadro dei limiti generali previsti dalla legge islamica, ovvero non valgono?
  La libertà al guinzaglio della sharia, è stata promulgata il 19 settembre 1981 in sede Unesco, agenzia delle N azioni Unite, la stessa da cui Donald Trump ha appena ritirato gli Stati Uniti in quanto infestata dal "pregiudizio antisraeliano": perché?
  È ora che rispondiate a queste domande, perché avete ragione, «non possiamo più chiudere gli occhi davanti agli orrori».

(il Giornale, 17 novembre 2017)


Shifra Hom narratrice di Israele

Ogni anno l'associazione Donne Ebree d'Italia, l' Adei-Wizo, assegna un premio letterario: l'israeliana Shifra Horn (1951) è entrata nella terna delle finaliste 2017 con "Scorpìon Dance" (Fazi editore, traduzione di Silvia Castaldi), e sarà oggi alle 18 alla Libreria Zanichelli, su invito della Comunità Ebraica di Bologna, proprio per parlare del libro assieme a Miriam Rebhun, Daniele De Paz e Ines Marach. Racconta la storia di Orion, un ragazzo che ha perso il padre durante la guerra dei Sei Giorni, senza poterlo conoscere, e che viene cresciuto da due donne nel quartiere di Old Katamon, a Gerusalemme. E affondando nel dolore dall'Olocausto all'attualità, racconta di un pappagallo dai sentimenti umani e di una nonna tedesca, Johanna, che parla un pessimo ebraico e odia la Germania.

(la Repubblica - Bologna, 16 novembre 2017)


Israel Cycling, ambasciatori di pace

Presentato l'organico, il team israeliano punta a correre il Giro d'Italia

 
Il roster della Israel Cycling Academy 2018 è stato presentato oggi: si tratta della formazione più forte di sempre del giovane sodalizio israeliano che spera in una wild card per il Giro d'Italia del 2018, che partirà da Gerusalemme.
  La prima e unica squadra ciclistica professionista d'Israele, è unica nel mondo degli sport professionistici: essendo un team no-profit, i suoi valori, la sua etica e l'impegno per il cambiamento sociale lo distinguono dai team rivali.
  Tra i membri della squadra ci sono quattro campioni nazionali tra cui Ahmet ├ľrken, campione turco 2017. La sua presenza in seno al team israeliano è una ulteriore prova della capacità dello sport di abbattere le barriere. Tra le novità ci sono lo spagnolo Ruben Plaza e l'italiano Kristian Sbaragli che hanno vinto tappe del Tour de France e della Vuelta a Espana e cinque dei migliori ciclisti israeliani, tra cui il campione nazionale Roy Goldstein.
  In riconoscimento di questi valori, il Peres Center for Peace ha conferito ai membri del team Israel Cycling Academy, ai team manager e ai fondatori della squadra - Sylvan Adams e Roni Baron - il titolo di "Ambassador for Peace". Il premio, consegnato da Chemi Peres, presidente del Consiglio di amministrazione del Peres Center for Peace and Innovation, è una attestazione forte di quanto lo sport possa fare per la pace nel mondo.
  Ahmet ├ľrken, campione nazionale turco della cronometro, spiega: «Per me, l'opportunità di vestire questa maglia è un grande onore e una grande sfida professionale. Nessun ciclista turco ha mai corso per un team di questo livello. Ma al di là di questo, non mi vedo solo come un ciclista. Insieme, abbiamo l'opportunità di emozionare le persone e cambiare il mondo che ci circonda. Il fatto che un ciclista turco gareggi fianco a fianco con i ciclisti israeliani e altri provenienti da tutto il mondo, lottando per gli stessi obiettivi, rappresenta per tutti un messaggio di convivenza e pace a tutti».
  Sylvan Adams, co-proprietario della Israel Cycling Academy e Presidente onorario di "Big Start Israel", ha dichiarato: «Nonostante l'attenzione per la crescita del ciclismo israeliano, ICA è una delle squadre ciclistiche più internazionali, con corridori di 16 nazioni diverse di 5 continenti. I nostri atleti sanno di essere in una squadra israeliana e quindi ambasciatori di questo Paese».
  Roni Baron, fondatore e co-proprietario della Israel Cycling Academy, a sua volta aggiunge: «La visione e l'obiettivo principale della squadra è quello di infondere amore per il ciclismo tra i giovani israeliani di ogni provenienza. Proprio ieri, il team ha annunciato la firma di un ciclista druso di 18 anni, Sanad Abu Faris per la nostra squadra giovanile. Crediamo che in un futuro non troppo lontano l'Accademia aprirà a ciclisti arabi e palestinesi».
  Chemi Peres, presidente del consiglio di amministrazione del Peres Center for Peace and Innovation, ha spiegato: «Mio padre (Shimon Peres, ndr) credeva nella capacità dello sport di gettare un ponte tra nazioni, culture e religioni. Amava dire "Quando sei in campo, sei un giocatore di una squadra, non un musulmano, un ebreo o un cristiano". Lo sport non conosce confini, parla una lingua internazionale che ci unisce tutti. Gli atleti hanno il potere di essere ambasciatori per la pace e di servire come modelli per le nuove generazioni».

IL ROSTER

Edwin Alvila (Colombia, 27)
Guillaume Boivin (Canada, 28)
Zak Dempster (Australia, 30)
Jose Manuel Diaz (Spain, 22)
Nathan Earle (Australia, 29)
Sondre Holst Enger (Norway, 23)
Omer Goldstein (Israel, 21)
Roy Goldstein (Israel, 24)
Ben Hermans (Belgium, 31)
August Jensen (Norway, 26)
Luis Lemus (Mexico, 25)
Krists Neilands (Latvia, 23)
Guy Niv (Israel, 23)
Ahmet ├ľrken (Turkey, 24)
Ben Perry (Canada, 23)
Ruben Plaza (Spain, 37)
Mihkel Raim (Estonia, 24)
Guy Sagiv (Israel, 22)
Kristian Sbaragli (Italy, 27)
Hamish Schreurs (New Zealand, 23)
Daniel Turek (Czech Republic, 24)
Dennis van Winden (Netherlands, 29)
Tyler Williams (USA, 22)
Aviv Yechezkel (Israel, 23)


(tuttobiciweb.it, 16 novembre 2017)


L'ultima lettera del rabbino Laras: non inariditevi

Guidò la comunità milanese per 25 anni. «Credeva nel confronto in tempi di scontro»

di Paola D'Amico

Si è congedato con una lunga lettera testamento dalla sua Comunità milanese, il rabbino Giuseppe Laras. Consapevole della malattia che avanzava, l'ha richiamata a pensare «a un'architettura nuova», di fronte ai due pericoli di oggi: il sorgere di una «nuova ondata di antisemitismo, del tradimento delle sinistre, del rapido declino intellettuale e morale della civiltà occidentale» e la fase «consunzione e inaridimento» dell'ebraismo.
   Milano piange rav Laras, morto ieri a 82 anni, che fu rabbino capo dal 1980 al 2005 e con il cardinale Carlo Maria Martini - torinese come lui - fu promotore del dialogo di pace tra le religioni e tra credenti e non credenti, come ricorda Milo Hasbani, uno dei due presidenti della Comunità ebraica milanese. Rav Laras è stato un'autorità tra i rabbini europei. E ha dedicato buona parte della sua vita allo studio, la filosofia medievale e rinascimentale, il pensiero di Maimonide, fino alla Summa plurimillenaria del pensiero ebraico, dalla Bibbia a Hanna Arendt. Il Rav sarà sepolto in Eretz Israel, in Terra di Israele, come aveva chiesto. Dopo una cerimonia di commiato, oggi alle 13, nella sinagoga di via della Guastalla. Il sindaco Giuseppe Sala ha ricordato come Laras sia stato «una figura chiave nel dialogo ebraico-cristiano a Milano e in Italia». Si stringe alla Comunità anche la
   Casa della Carità che «è stata voluta dal cardinale Martini proprio come luogo di confronto, dove la parola è centrale. Per questo - scrive don Virginio Colmegna - in un tempo in cui spesso il confronto cede il passo allo scontro, la perdita del rabbino Laras ci addolora e interroga tutti noi». E lo ricorda Stefano Parisi, di Energie per l'Italia: «La sua scomparsa priva l'Europa di un maestro. Milano, che è stata la città elettiva di Laras, ha il dovere di promuovere la conoscenza del suo insegnamento». Nella sua lettera-testamento rav Laras ricorda che «la distruzione degli ebrei d'Europa ha sfiorato la mia esistenza, segnandola per sempre». Aveva nove anni: nel 1944 i fascisti bussarono alla porta della nonna, a Torino, dove con la mamma si era rifugiato. Si salvò per miracolo. «Con lui se ne va un maestro che ha vissuto da protagonista gli ultimi anni della nostra storia», conclude Davide Romano, assessore alla Cultura della comunità.

(Corriere della Sera - Milano, 16 novembre 2017)


«Mia madre, la signora dello zoo di Varsavia ha salvato tanti ebrei solo perché era giusta»

Teresa Zabinska è la figlia di Antonina, interpretata nel film da Jessica Chastain: «Non era un'eroina, ma una donna perbene».

di Francesca Nunberg

Una storia di speranza nel buio della Shoah, un'ambientazione insolita ma straordinariamente cinematografica e il coraggio nascosto nei dettagli quotidiani. «Jessica ha voluto sapere com'era mia madre, come si vestiva, le ho raccontato che non portava mai i pantaloni anche se lavorava con gli animali, che usava sempre il rossetto, che quando i tedeschi sparavano alle cornacchie per divertirsi, lei le raccoglieva e ne faceva conserve di carne per nutrire i suoi ospiti.;». Non erano ospiti qualsiasi quelli che a Varsavia dal 1939 al '45 si nascosero nella casa di Antonina e Jan Zabinski e di cui oggi la loro figlia Teresa parla ancora con commozione. Lei all'epoca era piccola e i suoi ricordi risalgono al dopoguerra, ma negli anni ha ascoltato e riascoltato queste storie. E Jessica Chastain le ha volute conoscere da lei prima di calarsi nel personaggio di Antonina Zabinski. Esce oggi, distribuito da M2 Pictures, La signora dello zoo di Varsavia diretto dalla regista neozelandese Niki Caro e interpretato da Jessica Chastain e Johan Heldenbergh nel ruolo di custodi dello zoo e Daniel Brühl in quello dello zoologo nazista.

 Animali in fuga
  Teresa Zabinska, che ha 73 anni e fino a 10 ha continuato ad abitare nella "villa" del giardino zoologico, è a Roma per la presentazione del film tratto dal best-seller di Diane Ackerman, a sua volta basato sui diari di Antonina. Quello che soprattutto tiene a dire è che i suoi genitori «non erano eroi ma persone oneste che hanno fatto solo quello che ritenevano giusto, e che ogni volta che qualcuno ha bisogno di aiuto abbiamo il dovere incondizionato di darglielo».
  Questa la storia: siamo nella Polonia del '39 invasa dai nazisti, le bombe su Varsavia non risparmiano lo zoo gestito da Antonina e Jan Zabinski. Elefanti, zebre e giaguari scappano (gli animali di scena sono tutti veri, tranne un elefantino appena nato) e la coppia si ritrova a salvare le poche bestie sopravvissute, nonché a subire le nuove politiche del capo zoologo del Reich, Lutz Heck, attratto dalla bella Antonina. Quando comincia la persecuzione degli ebrei, i due coniugi decidono di collaborare con la Resistenza: le gabbie e le gallerie sotterranee degli animali possono servire a nascondere fuggiaschi, così mettono in atto un piano per salvare gli ebrei del ghetto di Varsavia. Jan è autorizzato a entrare con un camion, nasconde i bambini sotto l'immondizia e li porta fuori, Antonina sistema i poveretti nei sotterranei, li accudisce, suona il piano come segnale di pericolo, mettendo a rischio la vita sua e dei suoi figli, il maschietto Ryszard e la piccola Teresa.
  «Non si sa esattamente quante persone riuscirono a salvare - spiega Teresa, che fa un piccolo carneo all'inizio del film - si parla di 300 ebrei, ma non erano solo ebrei, anche disabili e membri della resistenza polacca - Il numero è impreciso, alcuni stavano poche ore in attesa di documenti falsi, altri giorni, altri mesi. Comunque, tutti gli ospiti dello zoo si salvarono. Nonostante i tedeschi avessero proprio lì un magazzino di armi e fossero sempre di guardia». Dopo la guerra lo zoo ha riaperto, la villa degli Zabinski è diventata un museo, Antonina e Jan sono stati nominati da Israele "Giusti tra le Nazioni".

(Il Messaggero, 16 novembre 2017)


“Israele il cancro” colpisce ancora

Riceviamo e diffondiamo

Alla c.a. della Preside Prof. Patrizia D'Incalci

Gentile Preside,
siamo stati informati che oggi verrà proiettato nel Liceo Michelangiolo da Lei diretto il documentario "Israele il cancro". Si tratta di un lavoro intriso del più ripugnante antisemitismo, la cui proiezione è stata in molte occasioni bloccata dai responsabili delle istituzioni pubbliche presso le quali si voleva presentarlo. Ricordo in particolare l'intervento del Rettore dell'Università di Firenze Luigi Dei nell'autunno 2016, presso il Polo delle Scienze Sociali, che impedì la proiezione pubblica dell'ignobile documentario. Siamo certi che Lei farà tutto quanto in suo potere per impedire che di fronte ai giovani si metta in atto questo tentativo di incitamento all'odio razziale.
Con stima,
Prof. Valentino Baldacci
Presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze

(Associazione Italia-Israele di Firenze, 16 novembre 2017)


Web tax, Israele prepara il conto per Google & Co.

In anticipo sulle mosse europee il paese invierà entro un anno la richiesta di pagamento delle tasse in linea con il prelievo richiesto a qualunque altra azienda con attività stabili in Israele: "Pronti a fare da apripista".

di Patrizia Licata

Il fisco israeliano prepara il conto per Google, Facebook e tutti i colossi di Internet: secondo quanto riporta il quotidiano TheMarker, Israele si allineerà alle strategie dei paesi dell'Unione europea e di altre parti del mondo determinati a porre fine a quella che viene considerata una vera elusione fiscale da parte dei giganti dell'online.
   Il presidente della Tax Authority, Moshe Asher, ha affermato che il fisco israeliano sta lavorando sul conto da presentare a Google & co: al momento sta cercando di capire come effettuare i calcoli per equiparare le Internet companies a qualunque altra azienda che produca fatturato nel paese. Fondamentalmente la Tax Authority deve decidere la percentuale di prelievo fiscale da applicare: l'imposta sulle aziende con sede stabile in Israele è del 24% ma con agevolazioni per i gruppi che fanno investimenti ingenti nel paese.
   "Le tasse saranno basate sulle attività condotte in Israele", ha confermato Asher a TheMarker. "Il nostro obiettivo è raccogliere più dati possibile, anche in base a documenti conservati all'estero. Nel giro di un anno presenteremo la richiesta di pagamento delle tasse a queste aziende".
   I paesi dell'Ocse stanno cercando una strategia comune di lotta all'elusione fiscale; di fronte a chi tentenna, l'Unione europea ha detto chiaramente che andrà avanti da sola e imporrà una forma di tassazione sulle Internet companies basata sul fatturato. Asher ha affermato che l'Ocse si sta muovendo; anzi, istituirà presto un comitato per le ispezioni fiscali.
   "Crediamo in questo processo e presto saremo in grado di inviare alle aziende di internet i conti da pagare al fisco: saranno cifre giustificate dal reddito", ha dichiarato Asher aggiungendo che Israele è pronta ad essere tra i primi paesi al mondo a livellare il terreno di gioco fiscale anche per Google & co.

(CorCom, 15 novembre 2017)


Visita a Perugia del rabbino capo di Roma Riccardo Shemuel Di Segni

Delegazione della comunità ebraica accolta dal sindaco Romizi

Il rabbino capo della comunità ebraica di Roma Riccardo Shemuel Di Segni ha incontrato a Palazzo dei Priori il sindaco Andrea Romizi, il presidente del Consiglio comunale Leonardo Varasano e l'assessore Dramane Wagué. L'ospite è stato accolto nella sala Rossa, alla presenza del dirigente Fabio Ricci, della presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello, della presidente della sezione perugina dell'Associazione Italia-Israele Maria Luciana Buseghin, della vice presidente Gabriela Sabatini e del presidente della sezione di Foligno.
La delegazione dapprima si era recata nel cimitero monumentale nella sezione ebraica e poi presso il cimitero ebraico vecchio di San Girolamo.
Il sindaco Romizi, a nome dell'intera Amministrazione, ha espresso apprezzamento per la presenza della delegazione a Perugia. Una visita che conferma la frequentazione assidua tra le due istituzioni e la volontà conseguente di portare avanti progetti condivisi.
Particolarmente apprezzabile, in questo contesto, è l'attività che sta svolgendo la sezione perugina dell'Associazione Italia-Israele che sta cercando di recuperare una parte importante della storia di Perugia, quella che fa capo alla comunità ebraica.
"Oggi abbiamo voluto partecipare fortemente alla visita ai due cimiteri per celebrare insieme un momento di grande commozione e di riflessione".

La presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello ha confermato che vi è la volontà di continuare ad intrattenere un rapporto tanto stretto con l'istituzione e la cittadinanza perugine perché l'interazione col territorio favorisce il dialogo e la crescita reciproca. A Perugia ci sono tanti ebrei cui, purtroppo, non può essere più garantita come un tempo la rappresentanza di un proprio rabbino capo; tuttavia la comunità di Roma, di cui Perugia è una sezione, resta a disposizione per ogni esigenza che dovesse manifestarsi.

Il Rabbino Di Segni, nel ringraziare l'Amministrazione perugina per l'ospitalità, ha tenuto a precisare che nell'organizzazione ebraica italiana Perugia è una circoscrizione facente capo alla comunità di Roma. "Siamo felici di essere qui per l'ennesima volta: spesso siamo stati presenti a Perugia per motivi di ordine culturale e commemorativo ed ogni volta è un grande piacere. Per questo manifestiamo la nostra disponibilità piena a portare avanti una collaborazione che finora si è dimostrata tanto efficace".

Il rabbino ha detto di aver apprezzato, in particolare, l'attenzione dell'Amministrazione per la manutenzione degli spazi ebraici presenti nei cimiteri cittadini ed ha rivolto un auspicio affinché in futuro si possa ulteriormente approfondire la storia degli ebrei di Perugia con l'obiettivo di valorizzare ulteriormente il territorio. Varasano ha confermato che ormai da tempo prosegue un percorso condiviso, avviato l'anno scorso con la cerimonia di conferimento della cittadinanza onorario a Piero Terracina. Si tratta di iniziative, principalmente rivolte ai giovani studenti, finalizzate a conservare valori fondamentali come la memoria e la pacifica convivenza.

Uno stretto rapporto lega l'Amministrazione comunale alla sezione perugina dell'Associazione Italia-Israele; questo connubio consentirà il prossimo anno di dar vita a molteplici iniziative tra cui quella in programma il 25-26 e 27 gennaio in collaborazione con Prefettura e Regione Umbria. All'incontro di oggi ha partecipato anche la presidente dell'associazione Italia-Israele di Perugia Buseghin; quest'ultima ha sottolineato che per la prima volta l'associazione si trova a vivere un rapporto così sereno e collaborativo con l'Amministrazione di Perugia. "Ciò ci dà speranza per il futuro per poter realizzare nel 2018 tutto il programma pensato per commemorare gli 80 anni dalle leggi razziali". Iniziative - ha detto la presidente - finalizzate a far capire quanto siano stati importanti gli ebrei per l'Italia e non solo per ricordarli per le tragedie subite.

L'incontro è stato chiuso dall'assessore Dramane Wagué, il quale ha ricordato come grazie all'impegno dell'attuale Amministrazione è stato possibile procedere tempo fa alla ripulitura e manutenzione dell'antico cimitero ebraico di San Girolamo, restituendo così l'area alla memoria della città. L'obiettivo ora è di continuare a garantire la manutenzione della zona, in collaborazione con l'associazione Italia-Israele che si occupa di curare l'accesso al cimitero. Infine Wagué ha ricordato che il prossimo 1 dicembre si terrà la cerimonia di inaugurazione della rotatoria, sita in via della Pallotta, ad Alessandro Seppilli, già sindaco di Perugia.

(Quotidiano dell’Umbria, 15 novembre 2017)


Presentazione del libro 'Perfidi giudei, fratelli maggiori'

PISA - Tutta la cittadinanze è invitata alla presentazione del volume di Elio Toaff 'Perfidi giudei, fratelli maggiori' (Il Mulino, 2017), che si terrà alle ore 10 del 23 novembre 2017 presso l'Aula Magna di Palazzo Matteucci.
L'introduzione sarà di Sergio Della Pergola.
Durante l'appuntamento ci saranno interventi di: David Gianfranco Di Segni e di Daniel, Miriam e Ariel Toaff, nonché da un'appendice di testi, tra cui spiccano la corrispondenza tra Elio Toaff e il fratello Renzo in Palestina e il discorso di commiato del Rabbino dalla Comunità romana..

(PisaToday, 15 novembre 2017)


Siria: incontro tra USA e Israele

Gli ufficiali del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti sono arrivati in Israele per discutere con le proprie controparti israeliane in merito all'accordo sul cessate il fuoco in Siria, adottato da Stati Uniti e Russia, e sul ruolo dell'Iran nella regione.
   L'incontro si svolge dopo che, domenica 12 novembre, il presidente americano, Donald Trump, e il presidente russo, Vladimir Putin, avevano confermato il proprio impegno per stabilizzare la situazione in Siria. In un comunicato congiunto, emesso da Mosca e Washington sabato 11 novembre 2017, le due parti hanno confermato la loro determinazione nello sconfiggere lo Stato Islamico in Siria e hanno ribadito che la soluzione al conflitto siriano non sarà militare, ma politica e verrà raggiunta grazie ai negoziati di Ginevra. Trump e Putin hanno altresì sottolineato l'importanza delle zone cuscinetto, come passaggio necessario per ridurre la violenza in Siria, e la necessità di rafforzare l'accordo in merito al cessate il fuoco, che permette il passaggio degli aiuti umanitari e la realizzazione di una soluzione politica al conflitto. Infine, le due parti hanno ribadito l'importanza del Memorandum di principi, raggiunto l'8 novembre 2017 tra la Giordania, la Russia e gli Stati Uniti ad Amman, che prevede il potenziamento del cessate il fuoco, che include la riduzione progressiva delle forze straniere e dei foreign fighters presenti nel territorio, al fine di garantire una pace duratura nel Paese.
   Il 7 luglio 2017, a margine del G20, Stati Uniti, Russia e Giordania avevano raggiunto un accordo in merito a una tregua nella Siria meridionale. L'accordo prevedeva un cessate il fuoco che era iniziato a mezzogiorno - ora locale siriana - di domenica 9 luglio nelle province di Dar'a, Quneitra e Al-Suwayda. Si era trattato di un tentativo internazionale di realizzare la pace nel Paese, attraverso la mediazione tra il regime siriano e le forze di opposizione. Le tre province di Dar'a, Quneitra e Al-Suwayda costituiscono una delle quattro zone cuscinetto, o "zone di de-escalation", previste dal memorandum d'intesa firmato da Russia, Iran e Turchia a Astana il 5 maggio 2017. Le altre tre aree interessate comprendono la provincia di Idlib, le province di Latakia, Aleppo, Hama e Homs e la zona di Ghouta, a est di Damasco.
   In merito all'accordo stretto tra Russia e Stati Uniti, lunedì 13 novembre 2017, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, aveva dichiarato che Israele non sarebbe stato vincolato dall'accordo. Nel suo discorso, Netanyahu aveva dichiarato: "Ho chiarito ai nostri amici a Washington e a Mosca che opereremo in Siria, compresa la Siria meridionale, in accordo con le nostre esigenze di sicurezza".
   L'asse Damasco - Teheran preoccupa notevolmente Israele, che teme che l'Iran stia trasformando la Siria in una fortezza miliare, come parte di un più ampio piano mirato a cancellare il proprio Stato, secondo quanto affermato dal Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, il 28 agosto 2017 a Tel Aviv, in occasione di un incontro con il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Già il 13 agosto 2017, durante un incontro con il governo israeliano, il capo dell'intelligence israeliana (Mossad), Yossi Cohen, aveva rivelato che le forze iraniane avevano iniziato a occupare le aree da cui si era ritirato lo Stato Islamico sia in Siria sia in Iraq. Gli ufficiali della sicurezza israeliana temevano che Teheran potesse utilizzare la zona occidentale dell'Iraq e quella orientale della Siria come un "ponte" per unire l'Iran al Libano, permettendo il transito di combattenti e di armi tra i due Paesi.
   Venerdì 10 novembre 2017, una fonte dell'Intelligence aveva riferito alla BBC che l'Iran starebbe costruendo una base permanente in un luogo utilizzato dall'esercito siriano, vicino a El-Kiswah, situata a sud di Damasco, vicino al confine con Israele, mostrando alcune immagini che proverebbero l'affermazione.
   Per tutta risposta, domenica 12 novembre, il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, aveva dichiarato che Israele avrebbe risposto a qualsiasi provocazione o violazione della propria sovranità e aveva esortato il presidente siriano, Bashar Al-Assad, a trattenere tutte le parti attive all'interno del suo territorio. In tale occasione, il ministro aveva altresì minacciato la Siria di distruggere la base militare, affermando: "Non permetteremo all'asse sciita di utilizzare la Siria come base di prima linea".

(Sicurezza Internazionale, 15 novembre 2017 - trad. di Laura Cianciarelli)


Muore a 82 anni il rabbino Laras, figura chiave del dialogo ebraico-cristiano

Rav prof. Giuseppe Vittorio Laras è stato presidente emerito e onorario dell'Assemblea Rabbinica Italiana, dopo una presidenza più che ventennale, è stato dal 1980 al 2005 Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Milano

Rav Giuseppe Vittorio Laras
«Con tristezza immensa e con cuore infranto, comunichiamo, a nome della famiglia e dei Rabbini membri di questo Tribunale, la notizia della morte del nostro amato e venerato Maestro Rav prof. Giuseppe Vittorio Laras z.z.l. presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia, rabbino capo emerito di Ancona, Livorno e Milano, per decenni presidente dell'Assemblea Rabbinica Italiana. Sia il suo ricordo in benedizione». Il Tribunale rabbinico del centro nord Italia comunica la morte di Rav Laras, 82 anni, Laureato in legge e filosofia e pedagogia, è una figura chiave, assieme al cardinale Carlo Maria Martini e Paolo De Benedetti, del dialogo ebraico-cristiano e tra cultura laica e cultura religiosa a Milano e in Italia. Presidente emerito e onorario dell'Assemblea Rabbinica Italiana, dopo una presidenza più che ventennale, è stato dal 1980 al 2005 Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Milano. In precedenza è stato il Rabbino Capo di Ancona e, successivamente, di Livorno, nonché Presidente del Tribunale Rabbinico di Milano. "Figlio della Shoah", ha vissuto la sua infanzia e adolescenza a Torino. Si tratta di una delle maggiori autorità rabbiniche contemporanee in Italia e in Europa. Molti rabbini, italiani e non, hanno ricevuto da lui la semichah (laurea/ordinazione rabbinica). Vasta e variegata è stata la sua formazione accademica, conseguendo prima la laurea in Giurisprudenza (diritto penale) e, successivamente, quella in Filosofia (pensiero dell'Illuminismo).

 Le cariche
  Nato a Torino nel 1935, ha studiato al Collegio Rabbinico di Torino dove ha conseguito il titolo di "Maskil" nel gennaio 1956, e la "Semikhà" con il titolo di "Chakham" al Collegio Rabbinico Italiano di Roma nel 1959. È stato Rabbino Capo di Ancona dal 1959 al 1968, di Livorno dal 1968 al 1980, di Milano dal 1980 al 2005 e nuovamente di Ancona dal 2011. È stato Direttore del Collegio Rabbinico Italiano dal 1992 al 1999 e Presidente dell'Assemblea dei Rabbini d'Italia fino al 2009. È stato Presidente del Bet Din - Tribunale Rabbinico di Milano dal 1980 al 2008 e Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia dal 2003.

 Le pubblicazioni
  Tra le sue pubblicazioni: «Ricordati dei giorni del mondo». Storia del pensiero ebraico dalle origini all'età contemporanea. Vol I-II (Edb, 2014); Il problema della teodicea. La Shoah tra teologia ed etica,Immortalità e resurrezione nel pensiero ebraico medievale, Le dispute giudaico-cristiane nel medioevo (Cuem 2013); La mistica ebraica (Jaca Book 2012); Onora il padre e la madre (Il Mulino 2010); Meglio in due che da soli. L'amore nel pensiero di Israele (Garzanti 2009).

(Corriere della Sera - Milano, 15 novembre 2017)


Dopo L'Olocausto: Le vendette delle Brigate Ebree

di Giovanna Fraccalvieri

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale molti ebrei giunsero alla consapevolezza della necessità di una vendetta; l'orrore dei campi di sterminio nazisti non poteva restare impunito. Per molti ebrei reduci dai campi di sterminio fare i conti con il passato era necessario per ricominciare a vivere.
  Già durante la Guerra, molti ebrei della Palestina si erano arruolati volontari nell'esercito britannico e il 20 settembre 1944 il governo di Londra aveva finalmente accettato di organizzarli in una Brigata autonoma sotto la bandiera di Davide; nacque così la cosiddetta Brigata Ebrea.
  Alla fine della guerra, nel maggio del 1945, i soldati della Brigata si imbatterono nei superstiti dello sterminio e videro con i loro occhi l'orrore dei Campi da poco aperti; questo rappresentò il primo vero contatto dei ragazzi della Brigata ebrea con la realtà del genocidio, esperienza che fece maturare sempre più in loro i propositi di rivalsa. Fu così che, nel segreto più assoluto, una piccola unità di soldati della Brigata decise di condurre in proprio una campagna di vendetta; l'obbiettivo era quello di dare la caccia ai nazisti che si erano rifugiati nella clandestinità e ucciderli. Il gruppo dei vendicatori prese contatti con i servizi segreti alleati e riuscì così ad ottenere una lista di ufficiali delle SS.
  I nazisti venivano rapiti, portati in una foresta, strangolati e gettati in un corso d'acqua. Tutto doveva essere fatto senza pietà e nella massima segretezza.
  Per comprendere meglio le azioni dei Brigatisti ebrei, però, è fondamentale inserirle nel difficile contesto storico che ne fa da contorno.
  I combattimenti erano terminati, ufficialmente, l'8 maggio del 1945, ma la guerra, che aveva fatto più di 25 milioni di morti, stava per avere un seguito nei mesi successivi. In questo periodo si farà giustizia di tutti i collaborazionisti in quasi tutti i paesi vittime dell'occupazione nazista; ci sarà anche la riconsegna a Stalin di tutti i russi prigionieri in Occidente, la loro eliminazione fisica o il loro internamento nei Gulag.
  Anche molti ex soldati della Wehrmacht saranno abbandonati a morire di fame, stenti e malattie nei campi di concentramento alleati. Non solo, ma anche dalle aule di Norimberga e di Tokyo la giustizia uscirà più tradita che vittoriosa: troppi responsabili di crimini orrendi contro l'umanità, infatti, si preparavano a restare impuniti.
  Proprio in questo clima era naturale che ci fossero superstiti del genocidio che decidevano di farsi giustizia da soli.
  Per la Brigata ebrea i responsabili del genocidio non furono solo i politici o gli aguzzini dei campi di sterminio, ma tutto il popolo tedesco e per questo bisognava avviare una vendetta indiscriminata.
  Alla fine del 1944 un gruppo di attivisti ebrei si incontrarono a Lublin, la prima città polacca liberata dalla morsa criminale dei nazisti; le questioni all'ordine del giorno furono due: riunire i superstiti e organizzare la vendetta.
  Abba Kovner, poeta e membro del movimento sionista, fu l'animatore del gruppo; era stato capo dei combattenti clandestini nel Ghetto di Vilnius e aveva comandato un gruppo di partigiani nelle foreste nei dintorni di Vilnius, impegnandosi in atti di sabotaggio e guerriglia contro i nazisti. Il carisma connaturato e l'eloquenza, combinato alla sensibilità e alla reputazione di combattente fecero di lui un leader indiscusso. Kovner diventò la forza unificatrice del gruppo e la mente del progetto.
  L'Europa nel 1945 era un continente nel caos, con milioni di profughi ebrei in marcia, strappati alle loro esistenze dalla furia nazista e alla ricerca di un posto in cui iniziare una nuova vita. All'inizio della sua attività il gruppo di Kovner organizzò la fuga di milioni di ebrei dall'Europa verso la Palestina; nessun ebreo doveva più restare in Europa, secondo il poeta bisognava "tirare fuori le radici dalla terra dei morti e ripiantarla nella terra dei vivi". Questa operazione di emigrazione di massa ebbe una sua prima tappa a Bucarest e fu chiamate dagli ebrei "L'esodo dall'Europa".
  Proprio qui, a Bucarest, molti ebrei rimasero colpiti dai progetti di vendetta della Brigata e, per questo, scelsero di collaborarvi.
  I progetti messi a punto furono due:
  Progetto A - Le risorse d'acqua in molte città della Germania sarebbero state avvelenate provocando così la morte di migliaia di tedeschi.
  Progetto B - L'avvelenamento di massa di SS prigioniere nei campi di concentramento degli alleati.
  Il progetto A fu abilmente progettato e perseguito, ma fu presto bocciato da diversi componenti dei vari gruppi sionisti che collaboravano con le Brigate.
  Il progetto B, invece, fu accettato e, dopo essersi recato in Palestina per avere il veleno necessario all'operazione di vendetta, Kovner ripartì, insieme a quattro agenti segreti, verso l'Europa; qualcuno però lo tradì e, durante il viaggio di ritorno, intuito l'inganno, Kovner cercò di liberarsi del "corpo del reato" facendo gettare a uno dei suoi complici il veleno in mare ma, nonostante ciò, fu comunque arrestato.
  Dopo l'arresto di Kovner, i componenti della Brigata decisero, malgrado tutto, di portare avanti il progetto B; per farlo era necessario insinuarsi in uno dei Campi in cui erano state imprigionate le ex SS naziste e monitorare la vita in quegli spazi. L'occasione favorevole arrivò a Dachau, l'ex campo di concentramento nazista vicino Monaco di Baviera in cui riuscirono a farsi assumere, sotto falsa identità, due brigatisti.
  Anche in un campo di Norimberga il gruppo riuscì a infiltrare due sue componenti scoprendo, qui, che le derrate alimentari venivano portate dagli americani che gestivano il campo e, in particolare, il pane proveniva da un forno della zona. Un brigatista cercò e ottenne lavoro proprio presso questo forno e qui si adoperò per contaminare il pane con un veleno prodotto da un chimico ebreo in Italia. La stessa operazione fu progettata per il campo polacco ma, ancora una volta, la delazione di un traditore fece saltare il progetto.
  Fu così che decisero di portare avanti il piano B solo nel campo di Norimberga dove migliaia di uomini delle SS mangiarono il pane avvelenato, ma il corpo medico americano mise a frutto tutta la sua esperienza per tentare di salvare loro la vita. I vendicatori appresero l'esito della loro operazioni dai giornali locali dove il numero esatto dei morti variava da un quotidiano all'altro rimanendo, ancora oggi, oscuro.
  L'operazione dunque, non ebbe grande successo, né sul piano materiale, dato che molte delle ex SS furono salvate dall'intervento dei medici americani, né sul piano simbolico, dato che l'episodio non venne ripreso né dai giornali nazionali né, tantomeno dalla Stampa internazionale per cui l'opinione pubblica ne rimase pressoché all'oscuro.
  Intanto, con il passare del tempo, le azioni di vendetta si fecero sempre più sporadiche fino a giungere, nel 1946 allo smantellamento definitivo della Brigata Ebrea. Si giunse alla consapevolezza che, ormai, era inutilmente pericolosa e priva di riscontri effettivi l'azione di ritorsione ebraica in Europa; nel giugno del 1946 il gruppo di vendicatori giunse in Palestina e, accolti da Kovner che, intanto era uscito di prigione, si riunirono in un Kibbuz per progettare la loro nuova battaglia per la nascita dello Stato di Israele. Era l'inizio di una fase inedita della storia ebraica.

(La Voce di Lucca, 15 novembre 2017)


Elezione del Presidente della Knesset

La Knesset elegge come Presidente la parlamentare Revita Swid, proposta dal Partito Laburista

La neo Presidente Revita Swid
«Onorevoli colleghi di questa assemblea, vi ringrazio per la vostra fiducia, farò del mio meglio per meritarmela in questi prossimi quattro anni. Essere presidente di questo Parlamento che rappresenta tutto il popolo di Israele è per me è un'onore, le nostre culture politiche sono differenti, ma tutte hanno in comune una cosa, il lavoro per il bene di questa nazione. la democrazia e la partecipazione politica sono i pilastri della nostra nazione. intendo rispettare questi pilastri perché solo attraverso la partecipazione di tutti i membri di questa assemblea possiamo fare il bene del popolo che qui rappresentiamo. Buon lavoro a tutti noi!»

(Power and Money, 15 novembre 2017)


Cieli bianco-blu

Dall'Europa all'Asia al mondo arabo, oggi molti paesi capiscono che i vantaggi della cooperazione con Israele superano le ripercussioni negative nei rapporti coi paesi musulmani estremisti

Jet della Luftwaffe che volano sopra il Negev, piloti di caccia polacchi che scendono sotto il livello del mare nella depressione del Mar Morto, forze speciali indiane che scambiano suggerimenti con i loro colleghi israeliani nelle basi aeree di Nevatim e Palmachim. Sono scene che fanno facilmente dimenticare le ricorrenti angosce circa il presunto isolamento diplomatico di Israele
Da domenica 6 novembre, Israele ospita una vasta esercitazione militare di undici giorni che vede riunite le forze aeree di Germania, Polonia, India, Francia, Italia, Grecia e Stati Uniti. Vi prendono parte cinque diversi tipi di aerei da combattimento in decine di esemplari, e più di mille militari. Nel quadro dell'esercitazione sono state effettuate centinaia di sortite aeree e sono state sperimentate decine di tattiche. Si chiama Blue Flag (Bandiera Blu) ed è l'esercitazione aerea più grande mai effettuata dalle forze aeree israeliane. In realtà, esercitazioni Blue Flag si sono tenute anche nel 2013 e nel 2015, ma l'edizione di quest'anno ha superato per qualità e dimensioni tutte le precedenti....

(israele.net, 15 novembre 2017)


Israele, le Two Cities in mostra a Milano: Tel Aviv e Gerusalemme

di Dorina Landi

Alla Mondadori di Piazza Duomo a Milano è stata accolta la mostra fotografica Two Cities One Break-Tel Aviv e Gerusalemme: per esploratori di luoghi e anime, che ha chiuso al pubblico martedi 14 novembre. Una selezione di fotografie, in tutto 20, che hanno portato le persone alla scopertà delle due città, con sette di queste scelte tra le 100 finaliste del concorso JerusaLens, realizzato nello scorso marzo in Israele per mostrare aspetti inediti di Gerusalemme, al quale hanno partecipato fotografi provenienti da ben 84 Paesi.
   «L'iniziativa, realizzata in collaborazione con l'Ufficio del Turismo Israeliano - ha sottolineato Francesco Riganti, direttore marketing di Mondadori Retail - rientra nella missione di Mondadori Store di offrire ai clienti, oltre alla proposta libraria, un'ampia gamma di servizi e prodotti dedicati alla cultura e alle emozioni. Oltre alla promozione online e sui social, ne prevede anche una speciale in oltre 30 punti vendita, selezionati in tutto il territorio nazionale. Fino al 16 novembre 2017, i clienti che effettuano un acquisto e si registrano sul sito www.2cities1breakmondadoristore.it, avranno la possibilità di vincere un viaggio per due persone per visitare le due città».
   «Da gennaio a settembre di quest'anno - ha detto Ilanit Melchior, direttrice per il turismo di Jerusalem Development Authority - abbiamo registrato un +28% nei soggiorni con quasi 10mila visitatori e pensiamo di chiudere l'anno con circa 13mila presenze».
   «La promozione Two Cities One Break sta andando molto bene e incontra la tendenza del mercato italiano a vacanze brevi - ha aggiunto Avital Kotzer Adari, direttrice dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo - Insieme a Gerusalemme, una delle più importanti destinazioni culturali e religiose del mondo, si unisce Tel Aviv, la città che non dorme mai, vivace e moderna, adatta come vacanza anche per i giovani con più di 1700 locali notturni e oltre 400 ristoranti di ogni tipo e tendenza».

(L’Agenzia di Viaggi, 15 novembre 2017)


Gaza: rinviata riapertura valico Rafah, delusione in citta'

La popolazione di Gaza ha accolto oggi con delusione la notizia che e' per il momento rinviata la riapertura del valico di Rafah, fra la Striscia e l'Egitto. Il terminal di Rafah - inoperativo da molti mesi - e' stato in queste settimane riordinato nel contesto degli accordi di riconciliazione fra Hamas e al Fatah ed e' adesso in grado di funzionare. Ma restano irrisolte questioni di sicurezza: sia nel Sinai egiziano - dove l'esercito e' impegnato in continue operazioni contro gruppi armati islamici - sia nella Striscia stessa dove, secondo l'Autorita' nazionale palestinese, ancora non e' stato possibile dislocare forze dell'ordine dell'Anp.
Le fazioni palestinesi hanno fissato per il 21 novembre al Cairo un incontro in cui intendono affrontare tutte le questioni rimaste aperte con il ritorno dell'Anp a Gaza, dopo 10 anni di assenza. Con tutta probabilita' si dovra' attendere a quella data per la riapertura del valico di Rafah: cosa che ha provocato reazioni di frustrazione fra quanti avevano gia' progettato viaggi di lavoro o di studio in Egitto.

(ANSAmed, 15 novembre 2017)


Kurdistan. per l'Occidente "Curdi usa e getta": sul terremoto sparisce la regione autonoma

di Shorsh Surme

I curdi avevano sfatato un loro detto secondo cui loro "al di fuori delle montagna non hanno amici": essi infatti avevano creduto che tutti i politici occidentali che si sono recati in Kurdistan dell'Iraq negli ultimi 7 anni e in particolare dal 2014, ovvero i vari Francois Hollande, Mateo Renzi e vari ministri sia dell'Unione Europea che degli Stati Uniti, rappresentassero un cambiamento dell'occidente circa la politica di complicità coi i governi occupanti del Kurdistan, cioè la Turchia di Erdogan, l'Iran degli ayatollah e l'Iraq degli sciiti. Invece, ahimè, non era cosi, ed andavano in Kurdistan soltanto per spingere i curdi al sacrificio e farsi difendere dal più grande gruppo terrorista che era lo Stato Islamico (Isis) attraverso i Peshmerga curdi.
Ora, che non c'è più Dahsh (Isis) o per lo meno che ha avuto una sconfitta militare completa, i curdi non servono più, come sempre.
Si è capito anche dalla tragedia del terremoto, dal momento che che quasi tutti i media hanno indicato la zona colpita come confine tra Iraq e Iran, come non ci fossero i curdi o come se fosse proibito nominare la parola Kurdistan. Tuttavia l'area più colpita è quella della città curda di Kirma┼čan, in persiano Kermanshah, che ha avuto più di 600 vittime e 7mila feriti.
La comunità internazionale e in particolare l'occidente non devono dimenticare il Kurdistan e il sacrificio che ha fatto il popolo curdo contro l'Isis. Moltissimi giovani curdi hanno dato la loro vita per combattere i tagliagole del "Califfato", e se i valorosi Peshmerga non avessero fermato questi criminali, sicuramente avremmo avuto molti più di questi cosiddetti jihadisti qui in occidente di quelli che hanno colpito l'Europa in questi ultimi tre anni.
La verità è che in questo momento sia gli Usa sia Europa sono interessati solo a consolidare il loro legame con paesi come Arabia Saudita, Turchia e Iran. Il resto per loro non esiste.

(Notizie Geopolitiche, 15 novembre 2017)


Intesa per una zona cuscinetto sulle alture del Golan

DAMASCO - Un'intesa di principio è stata raggiunta da Stati Uniti, Russia e Giordania per la costituzione di una "zona cuscinetto" in Siria, a ridosso della linea di demarcazione con le alture del Golan controllate da Israele. Questa zona raggiungerà anche il confine con la Giordania.
Lo ha riferito ieri la televisione israeliana Canale 10, che ha però precisato che numerosi punti dell'intesa restano ancora da definire. L'obiettivo dell'accordo - che riguarda l'area a sud della città siriana di Quneitra - è di garantire che cessino tutti i combattimenti e che dalla "zona cuscinetto" escano le milizie delle varie fazioni.
Sabato scorso, sul Golan, un missile israeliano aveva abbattuto un drone che stava sorvolando la zona di confine. Secondo un portavoce militare, si trattava di un drone siriano in missione di perlustrazione.
Intanto, un convoglio di aiuti della Croce rossa internazionale è riuscito a entrare ieri nella parte orientale di Ghouta, la città sotto assedio alla periferia di Damasco.

(L'Osservatore Romano, 14 novembre 2017)


Ragazzi di Tehran: "Caro Alfano, se il Libano è disunito la colpa è di Hezbollah cioè dell'Iran"

In queste ore la Farnesina ha pubblicato un comunicato stampa ufficiale, in cui il Ministro degli Esteri Alfano esprime il sostegno italiano per un Libano stabile, unito, sovrano e indipendente. Ovviamente, si tratta di un comunicato che arriva come risposta a quanto sta accadendo in queste settimane in Libano, dopo le dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri, annunciate non da Beirut, ma dall'Arabia Saudita.
Altrettanto ovvio è che la nuova Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman, abbreviato MbS, sia in estrema difficoltà nella sua guerra al regime iraniano, sia per l'impantanamento in Yemen, che per le rivalità interne al regime wahabita. Ecco allora che, la destabilizzazione del Libano, rientra nella strategia di colpire Teheran, sperando nell'ingresso diretto nella partita anche di Israele e degli Stati Uniti di Trump.
Detto questo, non è assolutamente possibile cominciare a parlare oggi dell'assenza di un Libano unito, stabile e sovrano. Se questo Libano non esiste, non lo si deve certo al trentenne MbS, ma alle politiche del regime iraniano dagli anni '80 del precedente secolo, ad oggi.
E' stato il regime iraniano, infatti, a creare Hezbollah, diventato un vero e proprio Stato nello Stato, non solo come partito, ma soprattutto come milizia paramilitare, agli ordini diretti dei Pasdaran iraniani. In questa veste, Hezbollah ha attaccato Israele nel 2006, provocato una guerra che ha sfiancato il Libano, rifiutato di disarmarsi nonostante un'apposita risoluzione ONU e deciso di entrare direttamente nel conflitto siriano.
Ecco allora che, rilette in questi termini, le parole del Ministro Alfano - per quanto formalmente corrette - risultano assolutamente parziali e incapaci di avere un effetto pratico. Se davvero la diplomazia italiana vuole un Libano stabile, sovrano e unito, non è dalle dimissioni di Hariri che deve iniziare a riflettere, ma dall'esistenza stessa di Hezbollah.
Senza ridimensionare Hezbollah, ovvero senza renderlo veramente una entità meramente politica, indipendente dal mostro che l'ha creato - ovvero l'Iran - non sarà mai possibile per il Libano definirsi Stato, almeno nel senso weberiano del termine…

(Galaitalia.com, 14 novembre 2017)


Perché il problema del Libano (e del Medio Oriente) è Teheran, non Riad

di Federico Punzi

I grandi media e i cosiddetti "esperti" dimostrano ancora una volta di avere la memoria molto corta. Dalle cronache di questi giorni sembra quasi che sia l'Arabia Saudita, con le sue ultime mosse (isolamento del Qatar, guerra nello Yemen, dimissioni del premier libanese Hariri), il principale fattore di destabilizzazione del Medio Oriente. E' vero che il giovane principe ereditario Mohammed bin Salman ha dato il via a un nuovo corso politico nel Regno caratterizzato da un attivismo senza precedenti, sia all'interno che all'estero. Riad ha iniziato a giocare duro, ma questo perché le attività destabilizzanti e le ingerenze iraniane nella politica e negli equilibri del mondo arabo, del tutto trascurate negli ultimi otto-dieci anni dall'amministrazione Obama e dai governi europei, per non compromettere l'accordo sul nucleare (e la ripresa dei commerci con Teheran), hanno raggiunto i livelli di guardia, lambendo le "linee rosse" sia dei sauditi che degli israeliani.
   Bisogna evitare di commettere l'errore di scambiare gli effetti con la causa. Per esempio, parlando come se il Libano fosse un paese pienamente indipendente minacciato oggi dalle mire dei sauditi che hanno preteso le dimissioni di Hariri, mentre è da anni nelle mani di Teheran. Non i sauditi, ma gli iraniani attraverso Hezbollah hanno trascinato il Libano nella guerra del 2006. Non i sauditi, ma Hezbollah (gli iraniani) ha ucciso l'ex premier Rafiq Hariri, padre di Saad. Il problema del Libano si chiama Teheran, non Riad.
   A infiammare il Medio Oriente (Siria, Libano, Yemen) è l'Iran attraverso i suoi proxy. Il fatto che nell'ultimo decennio l'America di Obama e l'Europa abbiano preferito voltarsi dall'altra parte e che siamo stati presi dalla minaccia dell'Isis, non cancella le attività destabilizzanti e terroristiche iraniane nella regione. Con l'Isis quasi sconfitto, i curdi sempre più isolati, Iraq, Siria e Libano sotto la sua influenza, l'Iran potrà presto aprirsi la sua via diretta al Mediterraneo. Attraverso Hezbollah sta già conducendo una vera e propria guerra per procura contro l'Arabia Saudita e il piccolo Libano potrebbe essere presto, come in passato, il campo di battaglia di una prossima guerra contro Israele. Sempre più ricco e influente, con le risorse incamerate grazie all'accordo sul programma nucleare può permettersi di fornire alle sue milizie tutte le armi (tranne l'atomica, almeno per il momento) necessarie per minacciare, sempre più da vicino, i suoi rivali regionali, Israele e Arabia Saudita, i quali cominciano a reagire con azioni commisurate all'entità e all'imminenza della minaccia. Il regime iraniano sta inoltre osservando molto attentamente cosa succede alla Corea del Nord, ormai dotata di armi nucleari, e avrà tutto il tempo di valutare la credibilità della deterrenza degli Stati Uniti e dei suoi alleati.
   Spingendo alle dimissioni Saad Hariri i sauditi hanno voluto togliere la foglia di fico di un premier sunnita su un governo, e un paese, di fatto nelle mani di Hezbollah e, quindi, di Teheran. Durante il mandato di Hariri, Hezbollah ha consolidato il suo dominio sul paese dei cedri, stringendo la sua presa sulle strutture statali: le forze armate libanesi, le agenzie di sicurezza e di intelligence, il sistema giudiziario e amministrativo.
   L'Arabia Saudita cercava un contrappeso all'influenza iraniana in Libano, ruolo che Hariri non è riuscito a svolgere. La sua funzione era ormai diventata quella di fornire una copertura politica sunnita di facciata alla presa del potere da parte delle milizie sciite. Ma in realtà, i sauditi non si sono mai illusi né hanno mai sostenuto l'accordo politico di Hariri con Hezbollah. Hanno ritirato i loro aiuti alle forze armate regolari libanesi, ritenute ormai ausiliarie di Hezbollah, e il loro ambasciatore non è ancora tornato a Beirut. Sebbene probabilmente avrebbero fatto meglio a fermare l'azzardo di Hariri dall'inizio, ora hanno deciso di staccare la spina ad un compromesso disastroso per denunciare l'ingerenza iraniana prima che la situazione possa precipitare. Tra l'altro, Hariri domenica ha fatto sapere di poter lasciare l'Arabia Saudita quando vuole e che tornerà presto in Libano.
   Gli ultimi sviluppi dimostrano anche la fondatezza delle preoccupazioni di Israele per una minaccia iraniana che va ben oltre la prospettiva dell'atomica. Preoccupazioni snobbate come nevrosi dalle agenzie di intelligence americane durante gli anni di Obama alla Casa Bianca.
   Gli israeliani si chiedono "quando", non "se" dovranno di nuovo combattere contro Hezbollah. Più probabile di una nuova guerra coreana, o di un'invasione russa dei paesi baltici, ad oggi è un attacco missilistico contro Israele da parte di Hezbollah per procura iraniana e siriana, con un esercito di terroristi trincerato e fortificato per difendersi dalla ritorsione terrestre israeliana in Libano. Ma non sarebbe un semplice secondo tempo della guerra tra Israele e Hezbollah del 2006. Questa volta sarebbe, innanzitutto, una guerra tra Israele e Libano, visto il livello di penetrazione delle milizie filoiraniane nei glangli dello stato libanese. E perché questa volta, lungi dal condannare la reazione israeliana, sarebbero gli stati sunniti a chiedere a Tel Aviv di usare la mano pesante contro un nemico - l'Iran - che ritengono una minaccia maggiore rispetto allo Stato ebraico.
   Il ministro saudita per gli affari del Golfo, Thamer al-Sabhan, ha avvertito che Riad tratterà il governo libanese come un governo nemico che ha "dichiarato guerra", a causa del coinvolgimento di Hezbollah in operazioni contro le truppe e gli interessi sauditi nello Yemen o altrove. Ed è davvero difficile immaginare come il Libano possa non essere ritenuto responsabile per attacchi facilitati o addirittura condotti da un'entità come Hezbollah che controlla il governo e le forze armate del paese.
   Il premier israeliano Netanyahu ha definito il discorso di dimissioni di Hariri come un "campanello d'allarme" e avvertito che l'Iran sta replicando in Siria il modello grazie al quale è riuscito a dominare il Libano. Di questi giorni la notizia di immagini satellitari che mostrerebbero una base militare permanente iraniana in costruzione sul territorio siriano.
   Il Libano è già una provincia iraniana e presto lo diventerà la Siria di Assad. E' l'espansionismo iraniano, la sua crescente egemonia, finalizzata a cancellare Israele dalle mappe, cacciare gli Stati Uniti dal Medio Oriente ed esportare la rivoluzione khomeinista, la principale minaccia all'ordine regionale. Il presidente Trump ha pronunciato una strategia di contrasto delle mire iraniane. Ora è urgente metterla in pratica - a partire dal corridoio terrestre Teheran-Beirut, che sta per essere completato in Siria - prima che sia troppo tardi. Faster, please!

(formiche.net, 14 novembre 2017)


Teheran ha deciso: a Gaza ci deve essere una nuova guerra

Teheran punta dritto a un nuovo conflitto a Gaza. Ha bisogno che Israele sia impegnato sul fronte sud in modo da poter portare avanti il suo piano di posizionamento a ridosso del Golan

A Gaza ci deve essere una nuova guerra. A deciderlo questa volta non è Hamas, che forse in questo momento non ha molto interesse a scontrarsi militarmente con Israele ed è molto più interessato a sistemare le proprie questioni interne, ma è Teheran che attraverso il suo proxy a Gaza, la Jihad Islamica, ha portato il livello della tensione a livelli altissimi, livelli che non si vedevano dal 2014....

(Right Reporters, 14 novembre 2017)


Netanyahu vieta l'accesso ai politici francesi sostenitori del boicottaggio di Israele

Facevano parte di una delegazione che avrebbe voluto incontrare anche Marouane Barghouti, condannato a cinque ergastoli per la seconda intifada.

Il governo di Benyamin Netanyahu ha deciso di impedire a sette politici francesi di entrare in Israele perché ritenuti sostenitori del movimento ''Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni'', che contesta ulteriori insediamenti in Cisgiordania.
I destinatari del provvedimento sono il segretario nazionale del Partito comunista francese, Pierre Laurent; la deputata nazionale Clémentine Autain, gli europarlamentari Pascal Durand e Patrick Le Hyaric; i sindaci comunisti Azzedine Taibi (Stains), Eric Roulot (Limay) e Patrice Leclerc (Gennevilliers). Fanno parte di un gruppo di venti persone che, tra il 18 ed il 23 novembre, dovevano visitare Israele e territori palestinesi occupati.
I partecipanti alla visita, in particolare, speravano di incontrare Marouane Barghouti, il più famoso dei 6.200 detenuti palestinesi in Israele, condannato a cinque ergastoli per il suo ruolo nell'organizzazione di attacchi durante la seconda intifada. Volevano anche ascoltare l'avvocato francese-palestinese Salah Hamouri, che è in detenzione amministrativa in Israele dal 23 agosto. L'incontro con Hamouri sarebbe stato difficile in quanto il regime di detenzione amministrativa in Israele è estremamente restrittivo, non prevedendo, tra l'altro, un termine chiaro in termini di durata. Il Quai d'Orsay ha dichiarato di essere "preoccupato" della sua situazione.
"Non permetteremo l'accesso a coloro che attivamente invitano a prendersela con Israele, specialmente quando chiedono di incontrare e dare conforto ad un assassino come Barghouti, incoraggiando così il sostegno al terrorismo", ha detto il ministro israeliano della Sicurezza pubblica, Gilad Erdan.
La comunicazione del divieto di ingresso in Israele non è stata ancora ufficializzata, come ha detto Pascal Durand: "Non sono ancora stato informato. Se sarà confermato, è incomprensibile. Esiste un accordo di associazione tra l'Unione europea e Israele. Sono andato in delegazione con altri deputati un anno e mezzo fa e siamo stati accolti nella Knesset."
Pascal Durand è ancor più sorpreso dall'accostamento al movimento per il boicottaggio di Israele. "Non vi ho mai preso parte. Sono sempre stato un difensore della pace, della soluzione a due Stati e del ritorno alle frontiere del 1967''.

(globalist, 14 novembre 2017)


Il boom del kosher. Perché ci fanno gola i cibi della Bibbia

I prodotti realizzati come Dio comanda conquistano il mercato non ebraico. Sono diventati sinonimo di qualità. In un anno l'acquisto dei prodotti benedetti dai rabbini è cresciuto del 7,8%: sono diventati sinonimo di igiene e salute.

di Stefano Filippi

E' un vero mangiare da Dio, preparato, cotto, conservato e servito come l'Onnipotente comanda. I primi libri dell'Antico Testamento ci tramandano un lungo elenco di prescrizioni alimentari che i più osservanti nel popolo ebreo rispettano da tremila anni. Un insieme di regole che vanno sotto il nome di cibo kosher, cioè consentito, idoneo, conforme alla legge della religione ebraica. Ma non è soltanto per ossequio al Padreterno che la dieta kosher si sta facendo largo sulle tavole degli italiani. Secondo una ricerca dell'osservatorio Immagino della Nielsen, istituto specializzato nell'analisi su consumi e abitudini alimentari, l'acquisto di prodotti kosher nel 2016 è cresciuto del 7,8%. E non è che le sinagoghe italiane si siano riempite in misura analoga.
  Il prodigio del cibo divino - miracolo nel miracolo - è avvenuto in un periodo in cui la spesa degli italiani ristagna. Soltanto negli ultimi mesi del 2017 l'Ismea ha colto un'inversione di tendenza dopo cinque anni caratterizzati dal segno meno: l'incremento medio è del 2,5 per cento, con una prevalenza dei prodotti confezionati (+3,2 per cento) rispetto ai freschi (+1,1). È un indice di ripresa che segnala anche un cambiamento nel carrello della spesa, con acquisti più attenti e più consapevoli. L'andamento segue quello delle tendenze recenti, con una grande espansione dei cibi biologici, vegani, privi di intolleranze alimentari, e anche halal, rispettosi della tradizione islamica, e appunto kosher.
  Sono consumatori avveduti, a reddito alto, trasversali alle classi d'età. Per qualcuno può essere una moda, un ultimo trend da seguire; più spesso si tratta di persone che soffrono di qualche allergia, per esempio al lattosio o al glutine, e pensano di aggirare le restrizioni alimentari affidandosi a prodotti alternativi. Qualcuno è attratto dal richiamo spirituale: un nutrimento dell'anima oltre che del corpo. Per gli ebrei osservanti i precetti kosher sono definiti «statuti», ovvero leggi divine incomprensibili all'intelletto. E l'ossequio a un comando celeste senza capirne il motivo è un segno di abbandono a Dio. Ma soprattutto c'è molta gente per cui il cibo «free» è garanzia di igiene e salute.
  Gli alimenti kosher rispondono anche a queste esigenze. Sono conformi a regole codificate da secoli, molto scrupolose, che riguardano non soltanto le materie prime ma anche la loro preparazione, la cottura, la conservazione, la distribuzione: tutta la filiera è sotto il controllo delle autorità rabbiniche che devono rilasciare una certificazione tanto al prodotto quanto alla fase produttiva.

 Il rituale
  Che cos'hanno di così speciale i cibi biblici da raccogliere tutto questo successo al supermercato e in tavola? Sono privi di grassi animali e anche gli altri grassi, oltre agli additivi come coloranti e conservanti, sono sottoposti a controlli minuziosi. Seguono prassi dietetiche efficaci, come evitare carne e latticini (burro, besciamella, formaggi) nello stesso pasto, un abbinamento che renderebbe più problematica la digestione. Ma comunicano anche un senso di maggiore sicurezza alimentare. L'etichetta, per esempio, è completa e trasparente. L'animale macellato secondo i dettami della Torah dev'essere ucciso senza soffrire, interamente dissanguato e lavorato in cucina con utensili ( coltelli, pentole, forni) distinti da quelli usati per gli altri cibi.
  Il rituale kosher è un processo super controllato e igienicamente garantito. I mammiferi ammessi devono essere ruminanti e avere lo zoccolo fesso: bovini, capre, agnelli. Vietati maiale, cavallo, coniglio. Ammessi pollo, anatra, tacchino. Attenzione al pesce, che deve avere pinne e squame: proibiti l'anguilla, lo storione (e il caviale), il pesce spada, i frutti di mare. Devono essere certificati anche i prodotti che entrano a contatto con la pelle e possono essere ingeriti involontariamente o penetrare nel corpo, come cosmetici, detersivi per lavapiatti, detergenti per le pulizie di casa, piatti di plastica, spugnette.
  I profumi devono essere privi di alcol etilico derivato da cereali; creme e dentifrici non possono contenere grassi animali; i rossetti devono durare a lungo perché di sabato, giorno sacro per gli ebrei, è vietato truccarsi. Nel make-up va utilizzato un pennello per ogni colore per non mescolare i colori tra loro. I siti che vendono articoli kosher on line hanno un campionario sconfinato. Le prossime frontiere sono quelle della tracciabilità nelle aziende farmaceutiche che producono integratori alimentari e anche i colossi petrolchimici da cui si ricava la paraffina che può essere impiegata per produrre cosmetici. Ma anche in casa, e non solo all'interno delle aziende alimentari o cosmetiche certificate, vanno seguite regole precise per non rendere impuro ciò che si mangia: per esempio, lavare la lattuga foglia a foglia, setacciare la farina per eliminare i piccoli insetti, controllare che le uova non contengano tracce di sangue. E ci vuole attenzione anche alle etichette: non sempre segnalano dettagliatamente tutti gli ingredienti.

 Alta qualità
  Negli Stati Uniti un sondaggio ha rivelato che i consumatori comprano kosher perché è sinonimo di sicurezza alimentare, standard di qualità e controllo della filiera. Soltanto il 10 per cento ha alle spalle motivazioni religiose, compresi i musulmani che possono mangiare kosher, più rigido dell'halal (ma non viceversa). Il mercato kosher americano è uscito dalla cerchia dei supermercati di settore, ha conquistato le maggiori catene della grande distribuzione alimentare compresi i servizi di consegna a domicilio e così ha toccato i 200 miliardi di dollari quando una quindicina di anni fa, nei primi anni '90, non raggiungeva i 40. Significa che oggi un terzo dei cibi confezionati venduti dalla grande distribuzione Usa risponde ai rituali giudaici con 250mila tra alimenti e bevande, nonostante che gli ebrei ( 6,4 milioni di persone) rappresentino il 2 per cento dei 322 milioni di abitanti degli Stati Uniti, e i rigidi osservanti siano molti meno.
  La crescita in Italia è legata anche alla presenza di visitatori stranieri che chiedono ristoranti, fast food e piatti kosher. Se ne trovano soprattutto nelle capitali del turismo e nei quartieri ebraici. La convivenza spinge anche a elaborare nuove ricette e «meticciare» quelle tradizionali, come dolci senza lievito, hamburger senza maiale, le spezie usate per insaporire invece del sale, la pasta alla carbonara con carne secca di manzo soffritta al posto della pancetta e una bella grattugiata di parmigiano reggiano «chalav Yisrael».
  Esiste anche quello, assieme al salame senza maiale (ma con manzo e tacchino) e la gelatina senza cotenna: viene prodotto nel Parmense con latte (da bovini che non hanno subito interventi chirurgici), caglio (di vitello macellato come si deve), sale e l'intera procedura di lavorazione sotto supervisione rabbinica. Il caseificio che lo produce, Bertinelli di Noceto, ha decuplicato in fatturato in dieci anni e ora ha messo in vendita anche il formaggio vegetariano, privo di lattosio e di glutine.

 Affari planetari
  Per le aziende alimentari italiane ottenere la qualificazione kosher significa la possibilità di conquistare nuovi mercati all'estero e supermercati e ristoranti frequentati dai consumatori più attenti alla qualità. Sul portale Kosheritalianguide.it, promosso dal ministero dello Sviluppo economico con Federalimentare, Federbio, Unione delle comunità ebraiche e Centro islamico culturale assieme alle Fiere di Parma, risultano 177 aziende italiane certificate.
  «Un'azienda alimentare che voglia espandersi all'estero non dovrebbe rinunciare a certificarsi», dice Marco Mansueto, tra i referenti italiani dell'americana Orthodox Union (il maggiore ente certificatore al mondo) e autore del libro Conoscere il kosher. Ma in generale il bollo di garanzia ebraico è un business planetario, come prova la disputa che si accese quattro anni fa attorno all'assegnazione del suffisso «kosher» per i siti internet di vendita on fine di prodotti. Cinque organizzazioni, tra cui la stessa Orthodox Union, hanno fatto cartello contro la Kosher marketing assets Llc, agenzia rabbinica che ne aveva chiesto la titolarità. Il dominio è stato affondato, al contrario della concorrenza tra i certificatori.




Il rabbino di Venezia

Il supervisore: «Facciamo controlli su tutto, persino sull'acqua frizzante»

Per saperne di più

Ecco perché gli alimenti kosher hanno successo nei negozi e a tavola.
1) Sono privi di grassi animali e anche gli altri grassi, oltre agli additivi come coloranti e conservanti, sono sottoposti a controlli minuziosi.
2) Seguono prassi dietetiche efficacì, come evitare carne e latticini (burro, besciamella, formaggi) nello stesso pasto, un abbinamento che renderebbe più problematica la digestione.
3) Comunicano un senso di maggiore sicurezza alimentare. L'etichetta, per esempio, è completa e trasparente. L'animale macellato secondo i dettami della Torah dev'essere ucciso senza soffrire, interamente dissanguato e lavorato in cucina con utensili (coltelli, pentole, forni) distinti da quelli usati per gli altri cibi

Rav Scialom Bahbout guida la cinquecentenaria comunità ebraica di Venezia: ha insegnato fisica per 35 anni alla facoltà di medicina della Sapienza ed è stato rabbino a Bologna, Napoli e Roma. Fa da supervisore a molte richieste di certificazione per Kosher Italy, una delle agenzie più autorevoli.

- Di che cosa si occupa un certificatore kosher?
  «Di tutto, dalla qualità della materia prima alla preparazione degli alimenti, secondo Le regole ebraiche dettate dalla Bibbia e dai testi successivi».

- Si reca di persona in macellerie e caseifici?
  «Non solo. Qualche giorno fa sono stato nell'azienda Pasta Cipriani, quella dell'Harry's Bar».

- Ci sono controlli particolarmente impegnativi?
  «La lavorazione dei formaggi va controllata fin dalla mungitura, anzi si deve verificare anche come il bovino è stato allevato. I formaggi kosher si ottengono con un caglio vegetale o microbico, non con il tradizionale caglio animale».

- Come si diventa certificatore di un cibo kosher?
  «Dopo un lungo percorso che è teorico e pratico. Occorre conoscere testi e regole e maturare un' adeguata esperienza. Il macellatore, che sia o no W1 rabbino, deve conseguire un diploma in accademie ebraiche».

- Ce ne sono in Italia?
  «Da noi si può studiare ma per fare esperienza bisogna andare all'estero. Nel primo libro della Bibbia è scritto che gli uomini non dovrebbero mangiare carne: è una concessione regolata».

- Che cosa s'impara?
  «L'animale macellato non deve soffrire, quindi va giugulato per recidere subito le arterie che portano il sangue al cervello. Il coltello dev'essere privo di intaccature. Il sangue va interamente eliminato, perciò la carne viene messa in acqua e poi sotto sale per assorbire i residui di sangue dai tessuti».

- Va certifìcato l'intero processo produttivo?
  «Ogni passaggio. Per questo esistono numerose agenzie di certificazione in tutto il mondo».

- Perché certificare anche i cibi «parve», cioè né latte né carne?
  «Un'acqua minerale frizzante potrebbe contenere additivi non ammessi. Nei vegetali possono annidarsi insetti e noi dobbiamo avere la garanzia che il prodotto esca dalla catena di lavorazione perfettamente lavato e pulito. Ogni alimento va controllato».

- Che durata ha un certificato?
  «Normalmente un anno. Non esiste rinnovo automatico, quindi ogni 12 mesi nelle aziende alimentari certificate svolgiamo un controllo, a volte anche 2 o 3 nell'arco dell'anno».

- Anche nelle aziende maggiori?
  «Non conta la dimensione di chi produce ma le garanzie di qualità offerte».

(il Giornale - Controcorrente, 14 novembre 2017)


In Israele la diseguaglianza sociale è in calo

Ma resta ancora una delle più elevate fra i Paesi dell’Ocse.

Dati raccolti di recente dall'Ufficio centrale di statistica (Cbs) indicano che la diseguaglianza sociale in Israele e' in calo continuo negli ultimi anni. Ieri alla Knesset (parlamento) il premier Benyamin Netanyahu ha indicato questo sviluppo come uno dei maggiori successi economici del suo governo. Nel 2016, dati raccolti dal Cbs hanno stabilito che l 'indice di diseguaglianza' fra gli strati sociali e' calato a 0.359: il tasso minore dal 2001. La diseguaglianza - riferisce il quotidiano laburista online Davar-Rishon - e' andata crescendo progressivamente nel periodo 1997-2006 (fino a raggiungere il tasso 0.390), mentre poi la tendenza si e' invertita. Ciononostante - osserva ancora il giornale - la societa' israeliana resta ancora una delle piu' polarizzate fra i Paesi dell'Ocse.

(ANSAmed, 14 novembre 2017)


I piedi in due boots

di Daniele Raineri

ROMA - Ora che lo Stato islamico non è più quella giunta militare estremista che controllava un terzo dell'Iraq nell'estate 2014 e che anzi è sull'orlo dell'estinzione come potenza territoriale (non ancora come gruppo terroristico, come non ci si può stancare di dire), per i partiti conservatori in Italia arriva il momento di un test sulla tenuta delle loro posizioni in politica estera. Ci sono larghi settori del centrodestra che sono strenui e naturali difensori di Israele, ma che al contempo simpatizzano con la triade che governa la Siria (Russia-Iran-governo di Bashar el Assad) e che talvolta strizzano l'occhio ai movimenti identitari che stanno ingrossando in tutta Europa.
  E' una contraddizione che non creava problemi fino a quando i terroristi sunniti erano una minaccia dal punto di vista militare ed erano in grado di conquistare città e di rovesciare governi arabi. Ma ormai adesso i tagliateste sono inseguiti dai droni in pezzi di deserto periferici, le cose che contano stanno diventando altre e tocca considerare alcuni cambiamenti un po' più da vicino. Partiamo dalla questione Siria. La notizia è che Mosca e Washington vedono di buon occhio un allargamento del cessate il fuoco del 7 luglio anche alla Siria meridionale, che confina con Israele. Ma il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che sostanzialmente ignorerà questo clima di accordo: "Israele agirà in Siria, inclusa la Siria meridionale, secondo la nostra comprensione della situazione e secondo le nostre necessità di sicurezza". Tradotto: non importa se si parla di cessate il fuoco, per noi il conflitto contro le truppe iraniane e i combattenti di Hezbollah che hanno di fatto vinto la guerra civile e che infestano la Siria continua, anzi è soltanto all'inizio. Continueremo come abbiamo fatto finora, quindi a lanciare raid aerei per impedire ai nostri nemici mortali di radicarsi a pochi chilometri dalla linea di confine.
  Questa posizione politica e militare non è una novità: a partire dal gennaio del 2013, Israele ha lanciato moltissimi bombardamenti aerei contro le basi dell'esercito siriano - in media uno ogni diciassette giorni per cinque anni - che ospitano iraniani e Hezbollah. Tutte queste operazioni non fanno notizia, inclusa l'uccisione con un drone di un generale iraniano al confine - aveva commesso l'errore di accendere il telefonino - ma ci sono e potrebbero aumentare di intensità. Anzi, che aumentino d'intensità è quasi certo. C'è di più: secondo fonti israeliane, il governo di Gerusalemme vuole una linea di demarcazione dentro la Siria che dovrà segnare il punto massimo fino a cui le milizie filoiraniane possono spingersi. La linea comincerebbe cinque chilometri oltre il fronte dei combattimenti tra gruppi ribelli nel sud della Siria e forze assadiste, che si trova a una distanza variabile tra i cinque e i trenta chilometri dal confine israeliano. In pratica questa è la successione immaginata dagli esperti di sicurezza: confine israeliano, poi zona occupata dai ribelli, poi fronte dei combattimenti, poi cinque chilometri e soltanto allora milizie iraniane.
  Insomma, gli israeliani considerano il territorio ancora in mano ai gruppi ribelli come una zona cuscinetto e gli iraniani per loro devono arretrare di almeno altri cinque chilometri. Il calcolo militare è chiaro: i gruppuscoli siriani armati non rappresentano una minaccia esistenziale, gli iraniani - che intendono usare la Siria come una piattaforma per operazioni militari contro Israele - invece sì, hanno una tecnologia e un'organizzazione molto più avanzata. Di questo per ora in Italia si parla pochissimo. Intanto le prime sortite italiane a Damasco degli anni scorsi fatte da esponenti delle frange meno convenzionali della destra, tipo CasaPound e Forza nuova, lasciano progressivamente il posto a visite politiche sempre più rappresentative e strutturate. Ma la contraddizione irrisolta, il fatto che da una parte c'è Israele e dall'altra un governo che talvolta nella sua propaganda divide i suoi nemici in "ebrei interni" (i siriani che non stanno con il governo) e sionisti, non andrà via e anzi acquisterà sempre più importanza. C'è poi un altro rischio politico da valutare, e qui passiamo alla Polonia, dove domenica migliaia di manifestanti hanno celebrato la Giornata dell'indipendenza in un corteo che era dominato da due gruppuscoli di nazionalisti che chiedono che il paese sia purificato "dalla presenza dei musulmani e degli ebrei".
  Quella manifestazione non è che l'episodio più recente del nuovo clima politico in Europa che mescola vecchio e nuovo in modo preoccupante. La campagna in Ungheria contro George Soros, il miliardario accusato di essere l'organizzatore delle ondate migratorie, era soltanto una questione di protezione dei confini o c'entra il mai sopito antisemitismo? I successi elettorali di Jobbik Ungheria, e di AfD in Germania, del Front national in Francia, di Alba dorata in Grecia e dei partiti nazionalisti nei paesi scandinavi (successi nel senso che le percentuali sono cresciute di molto, non che sono arrivati a governare) raccontano una deriva preoccupante. La presenza di questi partiti non è più marginale e adesso impone una nuova necessità: quella di differenziarsi, di prendere le distanze. I tempi chiedono un plus di attenzione alla linea politica. Si può avere una posizione forte contro i terroristi dello Stato islamico o di al Qaida senza dimenticare che il partito Baath in Siria e gli alleati iraniani coltivano il sogno di una guerra definitiva contro Israele. Si può considerare l'immigrazione come un tema centrale delle campagne elettorali in tutta Europa - lo è senz'altro - senza per questo tralasciare di tenersi a debita distanza dai "purificatori" polacchi.

(Il Foglio, 14 novembre 2017)


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