In quel giorno, io renderò i capi di Giuda come un braciere ardente in mezzo alla legna, come una torcia accesa in mezzo ai covoni; essi divoreranno a destra e a sinistra tutti i popoli che stanno intorno; e Gerusalemme sarà ancora abitata nel suo proprio luogo, a Gerusalemme.
Zaccaria 12:6

Attualità



Iscriviti alla newsletter
Nome:     
Cognome:
Email:      
Cerca  
Yana Rabinovich

Inizio - Attualità ยป
Presentazione ยป
Approfondimenti ยป
Notizie archiviate ยป
Notiziari ยป
Arretrati ยป
Selezione in PDF ยป
Articoli vari ยป
Testimonianze ยป
Riflessioni ยป
Testi audio ยป
Libri ยป
Questionario ยป
Immagini ยป
Video ยป
Scrivici ยป

"Durme, Durme", tradizionale ninna nanna sefardita in ladino






























Israele, attacco in Siria con gli F35: «Siamo i primi al mondo ad usarli in zone di guerra»

 
F35
F35 per la prima volta in azione in un teatro di guerra. Israele è il primo stato ad ammettere l'impiego del cacciabombardiere di quinta generazione avendo già abilitato il primi 9 dei 15 velivoli già in servizio rispetto ai 50 esemplari ordinati. Gli unici altri F35 operativi sono quelli dell'Usaf.
«Siamo stati i primi al mondo a farlo», ha rivelato il comandante dell'aviazione israeliana generale Amiram Norkin. In un incontro con comandanti delle forze di aviazione giunti a Herzlya (Tel Aviv) da 20 Paesi, Norkin ha anche precisato che nei recenti attacco israeliano contro obiettivi militari iraniani in Siria 100 missili sono stati lanciati contro i jet israeliani, i quali sono però tornati indenni alle basi.
Le versione usata dall'Heyl Ha'Avir, che ha ribattezzato "Adir" il jet multiuso, è la Lightning II: i velivoli sono in forza al 140o stormo "Golden Eagle" della base aerea di Nevatim, che riunisce i piloti di elite dell'aviazione militare israeliana.
Il generale Norkin ha anche rivelato che nell'attacco del 10 maggio le forze iraniane dislocate in Siria hanno sparato verso le alture del Golan 32 razzi (e non 20, come affermato finora dalle autorità israeliane). «Quattro - ha detto - sono stati intercettati della nostra antiaerea, mentre gli altri sono caduti in aree che non sono sotto controllo israeliano». Un'alta fonte dell'aviazione israeliana, citata da Maariv, ha lasciato intendere che l'aviazione israeliana continua ad agire tuttora nello spazio aereo siriano.
«Noi manteniamo in Siria la nostra libertà di manovra - ha detto. - La determinazione dell' Iran di creare fermenti nel Paese vicino resta immutata e noi agiamo per neutralizzarla e per metterle scompiglio, mantenendoci però sotto ai livelli di guerra». Secondo questa fonte, nell'aviazione israeliana c'è soddisfazione per le capacità mostrate dagli aerei F35 a cui, ha aggiunto, si aggiunge anche una importante componente di deterrente.

(Il Messaggero, 22 maggio 2018)


Ofer Sachs: con Hamas uno stato di terrore a Gaza

L’Ambasciatore di Israele in Italia ad un forum ANSA

"La situazione a Gaza è diventata veramente drammatica, dopo la presa di Hamas che ha commesso molti errori nel controllo della Striscia. E milioni di dollari a Gaza non sono stati investiti per il bene del popolo ma per creare un 'terror country'. Decina di migliaia di razzi sono stati lanciati contro Israele". Lo ha detto l'ambasciatore israeliano a Roma Ofer Sachs nel corso di un forum all'ANSA. "Israele vuole prevenire la penetrazione nel nostro paese, e finora ci siamo riusciti. Quello che non siamo riamo riusciti a spiegare e che cosa succederebbe se l'infiltrazione avesse successo", ha detto l'ambasciatore Sachs.
"Ci dobbiamo preparare a una nuova ondata" di manifestazioni organizzate a Gaza da Hamas, ha aggiunto Sachs, sottolineando che nel corso delle proteste scoppiate la scorsa settimana "l'esercito israeliano ha cercato di contenere il numero di vittime". Tra i manifestanti c'erano "molte donne che non figurano tra le vittime": se i confini "fossero stati violati", ha detto Sachs, "la situazione sarebbe stata molto peggiore".
"Lo status di Gerusalemme come capitale di Israele non è in discussione. La scelta di Trump può creare problemi nel prossimo periodo, ma ha anche portato un messaggio. Noi vogliamo il dialogo con i palestinesi, ma Gerusalemme rimarrà la nostra capitale. Questo non bloccherà il dialogo. Se i palestinesi non accetteranno la mediazione degli Usa sarà un errore", ha poi aggiunto, ricordando che anche gli europei, che si oppongono al riconoscimento di Gerusalemme capitale, fanno ogni meeting ed incontrano le autorità israeliane a Gerusalemme.
Parlando dell'accordo nucleare con Teheran, Sachs ha sottolineando che "gli Usa hanno fatto bene a uscire". L'Iran "sostiene e finanzia il terrorismo, manovra l'intera regione creando instabilità, continua a investire sui missili balistici, alcuni in grado di portare una testata nucleare", ha aggiunto. L'intesa "guarda alla regione con un punto di vista molto limitato, offre a Teheran troppi margini, invece serve uno sguardo più ampio più complesso" per capire quello che sta accadendo, ha poi detto.

(ANSA Mondo, 23 maggio 2018)


A Castiglioncello un convegno sui primi 70 anni dello stato ebraico

Domenica 24 maggio

Da Israele è partito, con un grande successo organizzativo, il Giro d'Italia; una cantante israeliana vince l'Eurocontest Festival; il Maxxi di Roma celebra l'architettura Bauhaus di Tel Aviv e a Rio de Janeiro il Cristo sul Corcovado si tinge di bianco e di azzurro.
  Donald Trump dà seguito alle promesse fatte da tutti i Presidenti americani e sposta l'Ambasciata Usa a Gerusalemme, con un interesse partecipe di molti paesi europei, mentre annuncia di stralciare l'accordo sul nucleare con l'Iran.
  Le start-up israeliane si impongono come modello di sviluppo tecnologico in tutto il mondo.
  Israele festeggia i suoi primi 70 anni con una serie di vittorie politiche, diplomatiche, economiche, di immagine, nonostante le consuete distorsioni e manipolazioni ideologiche rispetto alla recente vicenda di Gaza.
  Di tutto questo, della storia, dell'attualità, del futuro di Israele, della sua natura di Stato democratico, cosmopolita, libero e pluriconfessionale, delle realizzazioni, della risposta alle offensive militari e ideologiche dei suoi nemici, si parlerà nel corso di un convegno, in programma Domenica 27 Maggio presso il Centro di Educazione Ambientale (CEA) di Villa Celestina, a Castglioncello, in Via della Pineta, 10/A, dal titolo BUON COMPLEANNO ISRAELE YOM HULEDET SAMEACH ISRAEL - Una giornata per raccontare futuro di uno Stato straordinario e sorprendente, organizzato dall'Associazione Italia - Israele di Livorno, con il main sponsor Zeugma e con il Patrocinio dell'Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), della Comunità Ebraica di Livorno e di Adei Wizo.
  Il Convegno, che si svolgerà nell'arco dell'intera giornata e che sarà trasmesso in Streaming-live sulla pagina Facebook dell'Associazione Italia Israele di Livorno, metterà a confronto giornalisti, studiosi, imprenditori e politici sui temi più rilevanti dell'agenda di e su Israele, con un vero e proprio parterre de roi.
  Dopo il Coffee Welcome delle 10 e l'apertura del Presidente dell'Associazione Celeste Vichi, ci sarà il video saluto di Sua Eccellenza Ofer Sachs, Ambasciatore dello Stato di Israele in Italia e i saluti di Vittorio Mosseri, Presidente della Comunità Ebraica di Livorno e di Carla Guastalla, Presidente Adei Wizo Livorno.
  Alle 10.30 il primo incontro, moderato dal giornalista Andrea Pannocchia, con Niram Ferretti de L'Informale, autore del libro Il sabba intorno ad Israele (Lindau 2017), con Alessandro Litta Modignani (Presidente Udai).
  Alle 11.30 la tavola rotonda a più voci Israele, Italia, Europa, coordinata da Edoardo Tabasso (Università di Firenze), con la presenza di Daniele Capezzone (New Direction Italia), Zeffiro Ciuffoletti (Università di Firenze), Manfredi Potenti (Deputato Lega), Andrea Romano (Deputato Partito Democratico), Marco Taradash (CentroMotore), Bruno Spinazzola (Ceo Zeugma).
  Alle 13.30 light lunch presso il Ristorante Il Cardellino.
  Alle 15 spazio dedicato a Moses Montefiore, un livornese cosmopolita, con presentazione del video realizzato da Zeugma per ricordare un personaggio caro alla comunità livornese, che gli ha dedicato una via, e che emigrato in Inghilterra e diventato Lord acquistò, nel 1857, un'area fuori dalla città vecchia di Gerusalemme, chiamata Mishkenot Sha'ananim, e che divenne in breve tempo l'avamposto della "città nuova".
  Si torna all'attualità alle 15.15 con Fiamma Nirenstein (Jerusalem Center for public Affairs), che, intervistata in video da Spinazzola e Tabasso, presenterà, il suo ultimo libro In Israele (il Giornale).
  Alle 15.40 presentazione, a cura di Claudio Tongiani (amministratore unico di GLT srl), di ITr Israele Toscana Room, una della business economic room per realizzare scambi economici, commerciali, finanziari, tecnologico scientifici, accademici e turistico-culturali tra Israele e la Toscana.
  Alle 16 Incontro con Giulio Meotti (Il Foglio) a partire dal suo libro Israele. L'Ultimo Stato Europeo, (Rubbettino 2018), moderato da Edoardo Tabasso.
  Durante la giornata il pubblico potrà assistere alla mostra Uno sguardo controcorrente del vignettista israeliano Izhar Cohen, alla rassegna di videoclip sul tema Israele, un Paese normale?, alla proiezione del film Cosa vuol dire essere israeliano.

(Associazione Italia - Israele di Livorno, 22 maggio 2018)


"L'Europa diventera' islamica"

E' dal 1990 che Bernard Lewis avverte: ''Voi europei vi autodenigrate e non fate figli. I musulmani hanno fervore e fertilità". Le profezie inascoltate del compianto arabista

"E' il terzo tentativo di islamizzare l'occidente. E sta succedendo. Nei dibattiti pubblici, l'islam gode di una immunità". "I musulmani sono convinti della correttezza della propria causa, mentre gli occidentali trascorrono il tempo ad autodegradarsi".

di Giulio Meotti

ROMA - Nel 1990 Bernard Lewis fu invitato a tenere una lezione all'Università di Oxford. E fu uno choc per il pubblico presente. Gli accademici e gli opinion maker allora erano impegnati pressoché all'unanimità a contemplare le rovine dell'ex blocco sovietico che stava franando. Vaclav Havel non aveva ancora spodestato il comunismo a Praga, il Muro di Berlino non era ancora caduto e Mikhail Gorbaciov era ancora impegnato a vendere le sue "riforme", ma Francis Fukuyama era già rimasto folgorato come Hegel a Jena: la storia era davvero "finita", non esistevano più avversari visibili, credibili, ali 'unica idea trionfante, la democrazia liberale e la sua ancella, la globalizzazione. Ma Fukuyama era fin troppo ottimista nell'annunciare l'happy end. Bernard Lewis, infatti, si era già portato avanti col lavoro, frugando e diradando le nuvole che si stagliavano all'orizzonte dell'Europa. A Oxford, quel giorno, il celebre islamologo e arabista, scomparso domenica a 101 anni, annunciò la "terza invasione islamica dell'Europa, che avrà maggior successo della prima e della seconda". Secondo questa visione, disse Lewis, "il capitale e il lavoro hanno avuto successo dove le armate dei Mori e dei Turchi hanno fallito. Adesso ci sono due milioni di turchi e altri musulmani in Germania, numeri persino maggiori di nordafricani in Francia, pachistani e bengalesi nel Regno Unito". Così siamo in procinto di vedere "per la prima volta dal ritiro oltre lo Stretto di Gibilterra nel 1492 una massiccia e permanente presenza islamica in Europa".
  Secondo Lewis, queste comunità islamiche avevano un vantaggio rispetto all'occidente: "Sono legate dal linguaggio, dalla cultura, dalla religione. I loro figli e nipoti avranno conseguenze immense per il futuro dell'Europa e dell'islam". Tuttavia, il teorema Fukuyama prevalse e Lewis tornò a occuparsi del mondo arabo, seminando il suo sentiero accademico di titoli rimasti epocali. L'11 settembre cambia tutto. Parlando al quotidiano tedesco Welt, Lewis torna sull'argomento con una intervista che fece scalpore. Ma le sue tirate sull'islamizzazione dell'Europa sarebbero state trascurate dai chierici, minimizzate dai media come un sussulto senile e demonizzate dai pigri islamofili di professione. "L'Europa sarà islamica alla fine del secolo" disse Lewis quattordici anni fa. Secondo l'arabista, "in futuro i protagonisti globali saranno la Cina, l'India e la Russia, mentre l'Europa farà parte dell'occidente arabo, il Maghreb, Questo è sostenuto da migrazioni e demografia. Gli europei si sposano tardi e hanno pochi o nessun figlio. Ma c'è una forte immigrazione: turchi in Germania, arabi in Francia e pakistani in Inghilterra. Questi si sposano presto e hanno molti bambini. Secondo le attuali tendenze, al più tardi entro la fine del XXI secolo, l'Europa avrà maggioranze musulmane".
  Nel 2006, Lewis torna a parlare con la Welt e incalza: "Le minoranze diventeranno maggioranze in un certo numero di paesi europei. Un siriano ha chiesto: l'Europa islamizzata o l'islam europeizzato? Questa è la domanda chiave. Non lo sappiamo. E' chiaro che le comunità islamiche in Europa sono terrorizzate dalla loro stessa gente. Molti non osano parlare in pubblico. Certo, ci sono molti più musulmani in Europa che preferiscono un approccio europeo di quanto non stia diventando evidente. Ma sono facilmente raffigurati come traditori e persino uccisi". L'intervistatore gli fa presente che i musulmani in Europa potrebbero adottare i costumi dei popoli del vecchio continente. "Le attuali tendenze in materia di immigrazione e demografia dicono il contrario, l'Europa diventerà islamica. Non ci sono stati cambiamenti finora. Vedono l'Europa come parte della regione islamica, il Dar al Islam". Nel 2007, Bernard Lewis ripetè le stesse tesi a un giornale israeliano, il Jerusalem Post. Stavolta parlò di un Muslim take aver, una presa del potere da parte dell'islam. Disse che "il futuro delle comunità ebraiche in Europa è grigio". Anche qui fu profetico Lewis, perché allora nessuno parlava di ondate di immigrazione ebraica, di stragi ebraiche a Bruxelles e Parigi, di antisemitismo radicale nelle strade dell'Europa, di kippah scomparse. Ma questa rivoluzione, secondo Lewis, era stata resa possibile, più che dalla intraprendenza islamica, dalla debolezza europea: "Gli europei stanno perdendo le proprie fedeltà. Non hanno rispetto per la propria cultura". Lewis disse che il "politicamente corretto" e il "multiculturalismo" erano un mix letale per l'occidente. "No, non posso dare una data, ma posso dire le tappe del processo: immigrazione e democrazia dalla loro parte, uno stato d'animo di autoumiliazione da parte europea, la resa". Quest'ultimo intervento di Lewis venne ripreso dall'arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del pontificio consiglio della pastorale per i Migranti, secondo cui l'islam potrebbe presto diventare "la forza dominante in Europa". Intervenuto a un seminario dell'Aspen Institute a Venezia, Marchetto invitò a riflettere sulla possibile egemonia islamica in Europa, che Lewis desumeva "dalle migrazioni e dalla demografia". "L'invecchiamento della popolazione europea -disse l'arcivescovo - influenza, nel contesto della globalizzazione, il fenomeno migratorio". Nel 2010, in una intervista pubblica con Robert Wistrich all'Università ebraica di Gerusalemme, Lewis prosegue, solitario: "Nella prima invasione, l'islam conquistò la Spagna, l'Italia del sud e venne rimandato indietro. Nella seconda invasione, l'islam conquistò l'Anatolia, la moderna Turchia, che era cristiana, fino all'Europa sudorientale, arrivando fino a Vienna. Questo è il terzo tentativo di islamizzare l'Europa. I primi due hanno fallito. Il terzo ha buone possibilità di avere successo. E' una migrazione pacifica. Lo vediamo da come i governi europei accolgono la sharia. E ci sono molte concessioni". Lewis fece l'esempio della poligamia. "Parliamo dei matrimoni contratti all'estero e riconosciuti una volta tornati in Europa". Poi fece l'esempio dei dibattiti pubblici. "Un altro esempio dell'islamizzazione è l'immunità di cui gode l'islam".
  Un anno dopo, all'American Enterprise Institute di Washington, Bernard Lewis torna a parlare di Europa, dopo aver attaccato "lo straordinario spettacolo di un Papa che si è scusato con i musulmani per le crociate" (si riferiva a Giovanni Paolo ID. "Dove si trova ora l'Europa?" si chiese Lewis. "I musulmani hanno alcuni chiari vantaggi. Hanno fervore e convinzione, che nella maggior parte dei paesi occidentali sono deboli o mancanti. Sono per la maggior parte convinti della correttezza della loro causa, mentre gli occidentali trascorrono gran parte del loro tempo ad autodenigrarsi e autodegradarsi. Hanno lealtà e disciplina, e forse più importante di tutti hanno la demografia, che potrebbero portare nel prossimo futuro a importanti maggioranze musulmane in almeno alcune città europee o anche paesi". Un anno dopo, nel suo ultimo libro" Notes on a century", Lewis non arretra: "Secondo la narrativa islamica, il Profeta Maometto spedì messaggi agli imperatori di Bisanzio, Iran ed Etiopia chiedendo loro di accettare la versione finale della vera fede. L'Iran venne conquistato e islamizzato. I seguaci del Profeta hanno conquistato paesi cristiani come Iraq, Siria, Palestina, Egitto, Nordafrica e hanno invaso l'Europa, conquistando Sicilia, Spagna e Portogallo. Dopo centinaia di anni, i cristiani hanno ripreso la Spagna, Portogallo e Sicilia ma non l'Africa del nord. Il secondo attacco islamico venne quando gli ottomani conquistarono l'antica città di Costantinopoli e invasero l'Europa. Anche questa fase è finita con una sconfitta. Questa volta non sarà tramite l'invasione e la conquista, ma l'immigrazione e la demografia". Non blandiva, non assecondava, non lisciava il pelo, non ammansiva mai Bernard Lewis, anche a costo di assumersi dei rischi intellettuali. Per questo i Fratelli musulmani, che coltivano i sogni di "conquista soft" dell'Europa di cui parlava il compianto arabista, lo rispettavano tanto, come un onesto avversario. Le intemerate di Lewis mancheranno, non soltanto a quel mondo arabo che lui amava e voleva curare dalle proprie maledizioni, ma anche a un'Europa sempre più in preda alle convulsioni sviscerate da quell'ebreo fortunato.

(Il Foglio, 22 maggio 2018)


Putin fa la spia per Israele contro Teheran

di Andrea Morigi

Tutta Damasco è tornata sotto il pieno controllo di Bashar Assad, dopo circa sette anni dall'inizio dell'insurrezione armata anti-siriana. Una trentina di bus carichi di jihadisti con le loro famiglie hanno lasciato la capitale fra domenica e ieri, diretti verso l'area desertica vicino a Palmira, dove l'Isis si riorganizza lontano dai centri urbani della Siria occidentale.
   Ormai, per combattere quell'ombra residuale del Califfato, non servono più nemmeno gli hezbollah iraniani. Lo suggerisce soprattutto la Russia, che preme per il ritiro di tutte le forze straniere dal territorio. Da Teheran ribattono che i combattenti iraniani presenti in Siria resteranno di stanza nel Paese arabo finché il governo di Damasco avrà bisogno di aiuto e lo richiederà. Ma in Iran pesa il sospetto che la Russia stia rafforzando il proprio ruolo di gendarme del Medio Oriente attraverso un patto nemmeno tanto segreto di alleanza con Israele. Lo scorso 9 maggio Benjamin Netanyahu ha presenziato alla parata militare sulla Piazza Rossa di Mosca in occasione della Giornata della Vittoria a fianco di Vladirnir Putin. E la Russia pare si sia convinta a non fornire alla Siria i missili S-300, in grado di colpire Israele.
   Per gli sciiti, è la prova che i satelliti russi indicano agli israeliani gli obiettivi iraniani da colpire in Siria. Ieri si sono udite esplosioni a sud di Damasco, nella zona di Najjah che ospita un'accademia militare e, pare, un'installazione iraniana per la guerra elettronica. Il 18 maggio vicino ad Hama era esploso un deposito di munizioni, armi e carburante. Due indizi fanno un sospetto. Tanto più che se l'Iran si ritirasse farebbe contenta anche Washington.

(Libero, 22 maggio 2018)


Enel si affida agli israeliani: un drone protegge gli impianti

Progetto pilota a Civitavecchia

di Alessandro Farruggia

Il drone Sparrow della startup israeliana Percepto in azione
ROMA - Un drone multiuso a sorvegliare l'impianto, uno scudo elettronico per proteggerlo da droni ostili. E' un passo verso il futuro della gestione dei grandi impianti industriali quello intrapreso da Enel nella centrale a carbone di Civitavecchia. Per farlo, Enel ha scelto due start up israeliane, Convexum e Percepto, con le quali è entrata in contratto tramite l'innovation hub che Enel ha in Israele. Convexum ha realizzato un sistema a radiofrequenza che intercetta i droni ostili e in pochi secondi li hackera, ne prende il controllo e li fa atterrare in tutta sicurezza. Lo Sparrow della start up Percepto è invece un drone del peso di 8.5 chili e con autonomia di 35 minuti, in grado di operare autonomamente e tenere sotto controllo una serie di paramenti di sicurezza, qualità dell'ambiente, funzionalità degli impianti, in modo da garantirne una manutenzione più tempestiva e meno costosa.
«Il drone della Percepto - spiega Ernesto Ciorra, responsabile Innovability di Enel - ha una telecamera normale e una infrarossa e ha una sofisticata elettronica che con i suoi algoritmi consente di leggere e interpretare quello che vede». «Attualmente - continua Ciorra - trasmette video e segnalazioni alla sala operativa della centrale, ma stiamo giù lavorando con Enac per avere la certificazione per far operare in maniera completamente automatica». «Il drone - conclude Ciorra - sarà usato per il monitoraggio dell'impianto, in particolare i camini, le coperture e le condotte esterne e sarà in grado di identificare eventuali piccole crepe o perdite di liquidi o fumi. Grazie alla telecamera termica potrà misurare la temperatura del mare e persino rilevare eventuali sversamenti. Sarà utile anche a verificare la presenza di intrusi in aree sensibili dell'impianto». Enel ci crede e se la sperimentazione sarà positiva potrebbe estendere l'impiego ad altri impianti. Campi fotovoltaici ad esempio. Ma anche dighe, e centrali turbogas.

(Nazione-Carlino-Giorno, 22 maggio 2018)


La protesta palestinese può diventare non violenta?

Nei giorni successivi alla strage compiuta dall'esercito israeliano durante le manifestazioni di protesta a Gaza, il dibattito si è concentrato sulla proporzionalità della reazione di Israele. Ora che le proteste hanno superato il loro picco - le prossime manifestazioni sono state indette per i primi di giugno, ma saranno probabilmente meno partecipate - ci si chiede cosa potrebbero fare i palestinesi per approfittare delle rinnovate attenzioni di tutto il mondo e far ripartire i negoziati di pace, fermi da quattro anni.
   In un articolo pubblicato questa settimana, l'Economist elenca tre punti perché si realizzi questo obiettivo. Per prima cosa secondo l'Economist Hamas - il gruppo politico terroristico che governa la Striscia di Gaza dal 2007 e ha come obiettivo la distruzione di Israele - dovrebbe abbandonare la lotta armata e riconciliarsi con Fatah, il partito palestinese "moderato" che governa in Cisgiordania. Hamas dovrebbe anche impegnarsi a riconoscere l'esistenza di Israele, che non viene nemmeno menzionata nel nuovo statuto approvato nel 2017. Infine, l'intera comunità palestinese dovrebbe impegnarsi a manifestare in maniera compiutamente pacifica, «senza armi o esplosivi», in modo da non fornire pretesti a Israele.
   Sono tre affermazioni condivisibili e apparentemente di buon senso, ma che hanno poche possibilità di realizzarsi.
   Hamas è nato nel 1987 all'inizio della prima intifada, le cosiddette rivolte popolari dei palestinesi, come braccio armato del potente gruppo islamista e pan-arabo dei Fratelli Musulmani. Nella Striscia di Gaza, dove ha preso il potere nel 2007, governa in modo autoritario: le sue forze di sicurezza sono note per la repressione del dissenso e le sfarzose parate militari. La sezione politica di Hamas è divisa da quella militare, ma il confine è poroso: Yahya Sinwar, il leader politico di Hamas nella Striscia, viene dalla sezione militare ed è considerato un terrorista dagli Stati Uniti. Ultimamente ha rallentato, ma negli anni ha compiuto decine di attacchi e attentati suicidi in territorio israeliano.
   La lotta armata, insomma, fa parte dell'identità di Hamas: e infatti l'ultimo tentativo di riconciliazione con Fatah, avviato meno di un anno fa, è fallito fra le altre cose perché Hamas non ha accettato di sciogliere le sue forze armate in un unico corpo di sicurezza palestinese. Anche il riconoscimento di Israele è probabilmente fuori discussione: il nuovo statuto, assai ammorbidito rispetto a quello adottato in passato, è stato negoziato con grande fatica ed è considerato una concessione notevole. Per esempio ha ammesso per la prima volta l'idea che i confini della Palestina siano quelli del 1967, cioè precedenti alla guerra dei Sei Giorni vinta da Israele. È una novità importante, perché in passato Hamas sosteneva che i confini palestinesi dovessero ricalcare quelli stabiliti dall'ONU nel 1947, molto più estesi. Eppure, neppure la versione finale del nuovo statuto contiene il riconoscimento di Israele, che Hamas considera ancora il nemico.
   È vero che di recente Hamas ha fatto dei passi in direzione di una lotta non violenta. In pochi mesi ha interrotto i lanci di missili verso le città israeliane al confine con la Striscia e abbandonato gli attacchi suicidi. Durante le proteste di queste settimane, però, centinaia di palestinesi, soprattutto giovani e maschi, hanno lanciato pietre contro i soldati israeliani, provato a violare la recinzione sulla linea di confine e piazzato piccoli dispositivi esplosivi.
   Eppure, agli occhi di Hamas e dei suoi seguaci, le proteste sono state pacifiche. In una conferenza stampa di un mese fa il capo politico Ismail Haniya ha invocato proteste «popolari, pacifiche e civili» parlando dietro ai ritratti di Gandhi, Martin Luther King e Nelson Mandela. Siamo abituati a usare l'aggettivo "pacifico" in termini assoluti: ma per un gruppo politico-armato con una forte connotazione militare, limitare gli atti di violenza ad alcune centinaia di persone armate di pietre e molotov è un notevole passo in avanti. Fra gli analisti, ci si sta chiedendo se la strategia di Hamas sia cambiata definitivamente oppure se stia cavalcando le manifestazioni. Non si parla di forme di protesta puramente pacifiche, perché almeno per il momento restano fuori discussione.
   Questo discorso non vale solo per Hamas e gli abitanti della Striscia di Gaza: migliaia di palestinesi, anche in Cisgiordania, sono nati e cresciuti sotto l'occupazione israeliana. Significa che fin da piccoli hanno sviluppato familiarità con soldati molto armati, checkpoint militarizzati, embarghi e forme di resistenza armata. La violenza ha sempre fatto parte della loro vita: soprattutto per quelli che non hanno una famiglia agiata che possa mandarli a studiare in Israele o all'estero. «Non lanciamo pietre perché siamo palestinesi; siamo palestinesi perché lanciamo pietre», ha spiegato ad ABC News un ragazzo palestinese che vive in Libano.
   
(il Post, 21 maggio 2018)


Chiedere a Hamas di riconoscere l’esistenza di Israele è come chiedere alla mafia di riconoscere l'esistenza dello Stato italiano. M.C.


Usa: sanzioni "storiche" se l'Iran non collabora

Una promessa, una minaccia: l'Iran si prepari, gli Stati Uniti sono pronti a imporre sanzioni memorabili. Lo ha affermato il segretario di Stato americano Mike Pompeo, dopo il recente ritiro statunitense dall'accordo, siglato nel 2015, tra Teheran e le potenze mondiali sul programma nucleare iraniano.
"Saranno sanzioni molto dolorose se il regime non cambierà l'inaccettabile e infruttuoso percorso che ha intrapreso. Una volta completate, potranno davvero essere le sanzioni più forti della storia", ha dichiarato il "falco" dell'amministrazione Trump.
La risposta del presidente Hassan Rohani non si è fatta attendere: "L'epoca in cui gli Stati Uniti decidono per l'Iran e il mondo è finita".
A tutto questo assiste preoccupata l'Unione Europea, che vuole preservare l'accordo e sta mettendo in piedi misure per salvaguardare gli interessi delle imprese europee che investono in Iran.
"Comprendiamo che il nostro riposizionamento sulle sanzioni e questa campagna di crescente pressione sul regime iraniano, possano causare difficoltà finanziarie ed economiche per i Paesi amici. In realtà si tratta di una sfida economica anche per l'America, sono mercati in cui anche le nostre imprese vogliono fare commercio".
Tra le richieste di Washington per aderire ad un nuovo accordo con l'Iran, ci sono l'interruzione dell'arricchimento dell'uranio e il divieto di processare plutonio, l'accesso a tutti i siti nucleari del Paese, il rilascio dei cittadini americani, lo stop alle ingerenze iraniane in Siria, in Yemen e alle minacce contro Israele.

(euronews, 21 maggio 2018)


Pompeo minaccia le sanzioni più dure della storia contro l'Iran. Europei al bivio

Le condizioni durissime di Pompeo e l'appello al popolo iraniano

di Paola Peduzzi

MILANO - C'è il regime iraniano e c'è il popolo iraniano, ha detto il segretario di stato americano, Mike Pompeo: il primo deve soddisfare una serie di richieste se vuole riaprire il dialogo con gli Stati Uniti; il secondo deve sentire la mano tesa, mano di solidarietà e aiuto, da parte dell'America. Pompeo ha parlato alla Heritage Foundation, think tank conservatore, per delineare la politica dell'Amministrazione Trump ora che gli Stati Uniti si sono ritirati dal deal internazionale sul nucleare iraniano: il segretario di stato non è un gran oratore, parla veloce con gli occhi sul testo scritto, ma è chiaro, e durissimo: il regime iraniano rischia le sanzioni più severe della storia, e i suoi "proxy" rischiano di essere spazzati via. L'accordo siglato nel 2015 ha fallito, ha detto Pompeo, e per questo si imposterà un nuovo negoziato quando saranno rispettati alcuni requisiti che "non isolano la questione nucleare dalle altre urgenze di sicurezza". Pompeo li ha letti quasi d'un fiato, anche se sono tanti e irricevibili per la leadership di Teheran. L'Amministrazione Trump chiede come premessa a un "nuovo corso" che: l'Iran dia la misura esatta delle sue capacità nucleari militari; smetta di arricchire uranio e chiuda tutti i reattori; dia accesso agli ispettori internazionali a tutti i siti (compresi quelli militari); smetta di testare missili che hanno la capacità di trasportare armi nucleari; liberi i cittadini americani imprigionati ("ostaggi"); si ritiri completamente dalla Siria; fermi la sponsorizzazione di Hamas, Hezbollah, le forze sciite in Iraq, gli houti in Yemen, i talebani in Afghanistan e fermi le attività delle forze al Quds in tutto il mondo; non dia ospitalità a Teheran ai leader di al Qaida; e rispetti gli alleati dell'America nella regione mediorientale, Israele prima di tutto, ma anche l'Arabia Saudita e gli Emirati arabi. "La lista è lunga - ha detto Pompeo - ma sono i mullah che l'hanno creata".
   Pompeo si è rivolto agli alleati europei che aspettano con ansia di capire le prossime mosse americane: il segretario di stato dice di aver parlato molto con i partner oltre Atlantico, ed è sicuro che molti di loro condividano il fatto che la "scommessa" insita nell'accordo del 2015 non sia stata vinta. I fondi che sono stati dati all'Iran congelando le sanzioni e togliendo il paese dall'isolamento in cambio della sospensione del programma nucleare sono diventati "bloody money'', ne ha beneficiato soltanto il terrorismo internazionale. Gli europei faranno quella che credono sia la scelta migliore, dice Pompeo, ma devono stare attenti perché tenendo in piedi un piano fallito, ci perdiamo tutti: Europa, America, stati del medio oriente, ci perde soprattutto il popolo iraniano. Mentre molti dicevano che non si sentiva parlare di regime change in modo tanto diretto dagli anni bushiani, il segretario di stato ha ribadito che la pressione finanziaria su Teheran sarà "senza precedenti", perché il regime deve scegliere: o investe i fondi che gli arrivano dall'apertura ai mercati per migliorare la vita degli iraniani, o li spende all'estero, per sponsorizzare guerre in cui le vite degli iraniani vengono sacrificate:
   "State certi che il regime non potrà fare entrambe le cose". Il popolo iraniano non aspetta che questa mano tesa dall'esterno, dice il segretario di stato: le proteste continue, assieme a una situazione economica che si deteriora di giorno in giorno, mostrano che corruzione e malagestione non saranno tollerate a lungo, il regime deve "sostenere le aspirazioni del popolo, non reprimerle".
   Pompeo manderà una task force di diplomatici americani dagli alleati per discutere insieme su come gestire il regime iraniano, e per "ascoltare" quel che hanno da dire i partner strategici, e mentre annuncia che, a differenza dell'Amministrazione Obama, anche il Congresso sarà coinvolto nel prossimo negoziato, dice: l'obiettivo non è un accordo, ma come vogliamo che si trasformi l'Iran. Il prossimo anno si celebrano i 40 anni dalla Rivoluzione, ci sono tre generazioni di cittadini della Repubblica islamica che non sanno com'è la vita fuori dal regime: mentre i diplomatici di tutto il mondo si mettono le mani nei capelli perché con queste premesse - e con l'insistenza sulla difesa di Israele e dell'Arabia Saudita - un compromesso è quasi impossibile, Pompeo chiede: "Che cosa ha dato la Rivoluzione agli iraniani?", e dice che la sicurezza di tutti noi dipende dalla risposta che daremo a questa domanda.

(Il Foglio, 22 maggio 2018)


Contrordine: Israele verso il riconoscimento del genocidio armeno

di Eletta Cucuzza

Sembra molto probabile il riconoscimento del Genocidio armeno da parte di Israele. Presentata alla Knesset dal deputato di centrosinistra Itzik Shmuli, membro di "Unione Sionista", la proposta è stata sottoscritta da 50 parlamentari appartenenti sia ai partiti di governo che a quelli dell'opposizione, e prevede anche l'istituzione di una giornata di commemorazione del genocidio avvenuto ad opera dell'Impero ottomano tra il 1915 e il 1916. Solo a febbraio scorso il Parlamento israeliano aveva respinto un analogo progetto di legge per il riconoscimento, «tenendo conto - erano state le parole del vice-ministro degli esteri israeliano, Tzipi Hotovely - della sua complessità e delle sue implicazioni diplomatiche».
   Che il "grande crimine", come gli armeni definiscono la tragica eliminazione di circa 1,5 milioni di morti, si possa definire genocidio è da sempre negato dalla Turchia, che protesta fortemente di fronte ad ogni Paese che lo riconosca formalmente.
   Riferisce l'agenzia Fides che Shmuli, in dichiarazioni rilanciate dai media israeliani, ha fatto notare che non c'è motivo «di trattare con particolare delicatezza i turchi, vista l'istigazione contro lo Stato d'Israele scatenata dal Presidente turco Erdogan». Lo stesso Presidente della Knesset, Yuli Edelstein, ha dichiarato che farà il possibile per facilitare l'approvazione della proposta di legge.
   I rapporti tra i due Paesi sono ai ferri corti: la Turchia ha espulso l'ambasciatore di Israele, Eitan Naeh, dopo che il 14 maggio gli israeliani hanno lasciato sul terreno, al confine con la Striscia di Gaza , 60 palestinesi morti. «Netanyahu è il primo ministro di uno Stato che pratica l'apartheid e ha le mani sporche del sangue dei palestinesi», è stata la motivazione delle misura "diplomatica" del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. La reazione del governo di Israele è stata immediata: espulso il console generale turco.
   In un crescendo di tensione, ieri Erdogan, parlando ad un vertice straordinario dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica (Oic), ha chiamato i leader musulmani ad unirsi contro Israele, ritenuto responsabile delle uccisioni al confine della Striscia. Peraltro il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite il 18 maggio ha votato a maggioranza una risoluzione in cui si chiede di istituire una commissione internazionale indipendente che indaghi sulle violenze a Gaza.

(Adista, 21 maggio 2018)


La Tv palestinese e lo spot per la Nakba: "Ritorneremo nelle nostre terre del 1948"

di Paolo Castellano

Dal 10 maggio, sul canale televisivo dell'Autorità Palestinese, va in onda uno spot per bambini dedicato alla commemorazione della "Nakba" (la catastrofe della fondazione dello stato di Israele) in cui si ribadisce il "diritto al ritorno" delle nuove generazioni di palestinesi nei territori che oggi appartengono a Israele.

 I contenuti del video
Come riporta la traduzione del sito Palestinian Media Watch, i titoli e la canzone (in lingua araba) contenuti nella pubblicità televisiva affermano che "di generazione in generazione, non c'è alternativa al ritorno" e poi "torneremo nonostante il tempo e le distanze aumentate tra di noi". La musica accompagna inoltre la presentazione di alcune immagini simbolo della propaganda palestinese come le chiavi consegnate da un anziano a un bambino. Nella retorica palestinese la chiave simboleggia infatti il "diritto al ritorno". Compaiono poi le fotografie del Monte del Tempio di Gerusalemme e della moschea Al-Aqsa commentate così dalla voce narrante: «Il nostro ritorno è certo, e Gerusalemme è l'eterna capitale del nostro stato».

 La questione del "diritto al ritorno" dei palestinesi
  Da molto tempo Israele ritiene non negoziabile il "diritto al ritorno" che i palestinesi vogliono inserire a tutti i costi nei futuri accordi di pace. Lo Stato ebraico non è d'accordo su questo punto per il semplice fatto che il supposto diritto legittimerebbe gli eredi dei palestinesi sfollati tra il 1947-48, che nel frattempo sono cresciuti a dismisura, a entrare nel territorio israeliano, mettendo in pericolo l'equilibrio statale. Ricordiamo inoltre che l'ONU sostiene il "diritto al ritorno" dei rifugiati palestinesi che ogni anno aumentano, invece che diminuire come tutti gli altri profughi presenti nel resto del mondo.

 "La marcia del ritorno"
  Da quasi due mesi nella Striscia di Gaza, Hamas ha organizzato una violenta protesta che è stata battezzata "la marcia del ritorno". Il gruppo terroristico, che governa con il pugno di ferro il territorio di Gaza, sta cercando in tutti i modi di infiltrare i suoi agenti nel territorio israeliano, mescolandoli ai civili giunti sul confine per protestare contro l'esistenza dello stato di Israele (Nakba appunto) e contro il trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.
Hamas ha inoltre perso 50 membri durante gli ultimi scontri sul confine con l'esercito israeliano (IDF).

(Bet Magazine Mosaico, 21 maggio 2018)


La storia della comunità ebraica di Merano

Prime tracce

Le prime testimonianze di vita ebraica nel Tirolo si trovano già nel medioevo. Nell'anno 1297 l'ebreo Maisterlino fu esattore del dazio a Tell sopra Merano. Nell'anno 1311 la zecca di Merano fu amministrata da Bonisak di Gorizia. E nell'anno 1403 Isaak e Samuel con le loro famiglie ottennero da vescovo Ulrich II. il permesso di gestire un banco creditizio a Bressanone....

(Comunità ebraica di Merano, 21 maggio 2018)


Israele : il segreto del successo economico è nella ricerca

 
Gideon Saar, Ministro dell'Istruzione israeliano
Nonostante l'annoso conflitto che l' affligge, lo Stato d'Israele cresce. Nel 2017 il Pil ha raggiunto il 3,3% e nel 2016 è cresciuto del 6,2 %, superando così tutti i paesi dell'Ocse.

 Haifa è stata la capitale industriale del paese e centro nevralgico per la digital economy
  Uno dei fattori che maggiormente ha contribuito alla crescita economica d'Israele è rappresentato dalle nuove tecnologie, e specificatamente da quelle hi-tech. Infatti, in circa 10 anni, il paese è diventato patria della 'Silicon Valley' del Medio Oriente, ossia la Silicon Wadi, nei pressi di Tel Aviv. Qui start up e aziende hanno potuto contare sugli investimenti di imprenditori locali e stranieri. Per avere un'idea dell'economia israeliana bisogna fare riferimento al tasso di disoccupazione, che nel 2016 è calato al 4,8%.
Per molto tempo Haifa è stata la capitale industriale del paese e centro nevralgico per la digital economy. Successivamente è stata soppiantata da Tel Aviv e dopo ancora da Gerusalemme, dove attualmente nascono nuove startup ogni anno. Ad oggi il numero di startup presenti in Israele è di 8.000, delle quali circa un terzo sono nell'area di Tel Aviv. Questo avviene grazie al diffuso senso imprenditoriale che ha contraddistinto le generazioni più giovani del paese. Quest'ultime, infatti, sono più inclini a vedere l'industrializzazione da un punto di vista puramente tecnologico. Waze, Monday e Mobileye - il sistema di automatizzazione di guida dei veicoli- sono solo alcune delle più famose startup israeliane, vendute poi a imprese straniere.

 Il 14% del Pil in Israele è speso in ricerca, molto più che in altri paesi europei
  Ed è in questo contesto che Israele si configura come il paese con i più innovativi dipartimenti universitari al mondo. Particolarmente sviluppati sono, infatti, i settori delle nanotecnologie, dei big data, della cybersecurity e delle biotecnologie. Non stupisce, quindi, che il 14% del Pil sia speso in ricerca, molto più di altri paesi europei a loro volta fortemente impegnati nella ricerca. Il segreto del boom economico d'Israele risiede nella capacità del settore di riuscire a coniugare progetti di ricerca e politiche governative. Infatti, le ricerche sull'innovazione sono alimentate tramite fondi provenienti da capitalisti di ventura.

 La correlazione tra ricerca e istruzione è imprescindibile in Israele
  Il connubio tra scienza e istruzione è talmente consolidato in Israele che l'Istituto di Microbiologia e i dipartimenti di biochimica, batteriologia ed igiene dell' Università Ebraica di Gerusalemme furono la base per la fondazione del Centro Medico di Hadassa, il maggiore centro di ricerca medica del paese. 10 i premi Nobel conseguiti da Israele nell'arco di 45 anni. Non è un caso che tre dei quattro premi Nobel per la chimica provenissero dall'Università tecnologica di Haifa, il Technion. Il Weizmann Insititute of Science di Tel Aviv è invece il luogo di provenienza del quarto premio Nobel per la chimica. Il Weizman negli ultimi dieci anni ha anche sviluppato ben 7 degli ultimi 25 farmaci prodotti. Un dato che neanche le più grandi università al mondo possono vantare.

 "Investire nell'istruzione è la chiave per il successo della ricerca scientifica"
  Secondo il Ministro dell'Istruzione israeliano, Gideon Saar, investire in tutti i livelli d'istruzione, è la chiave per il successo della ricerca scientifica, da cui dipende il futuro d'Israele stesso.
Anche l'Unicusano da tempo si fa promotore di questo principio, accostando l'istruzione alla ricerca. La Fondazione Niccolò Cusano per la Ricerca Medico-Scientifica opera, infatti, in tre grandi ambiti: quello della ricerca in campo bio-medico e diagnostico, quello della divulgazione e quello della formazione. Inoltre, dal 2012 finanzia l'attività di ricerca dell'Ospedale Bambino Gesù sulla sindrome del QT Lungo, una patologia aritmogena su base genetica, caratterizzata da un prolungamento sull'elettrocardiogramma dell'intervallo QT e dal rischio di aritmie potenzialmente letali. Inoltre, la Fondazione Università Niccolò Cusano ha istituito all'interno del complesso universitario un centro di Ricerca medico-scientifica.

(Tag24 - Radio Cusano Campus, 21 maggio 2018)


Il presidente malato avvicina un governo gialloverde anche in Palestina

Abu Mazen stabile, ma resta in ospedale. Fatah converge verso Hamas, per non implodere

di Umberto De Giovannangeli

Un governo gialloverde anche in Palestina. Per garantire che l'uscita di scena di un presidente malato porti all'implosione dell'Autorità nazionale palestinese e spiani la strada per la Muqata (il quartier generale dell'Anp a Ramallah) ad Hamas.
  Dietro il giallo sulle condizioni di salute di Abu Mazen c'è anzitutto questo: la consapevolezza, da parte della dirigenza dell'Anp e ancor più di quella di al-Fatah (il movimento nazionalista palestinese fondato da Yasser Arafat e di cui lo stesso Abu Mazen è il capo) che una uscita di scena non governata dell'ottuagenario presidente, significherebbe l'implosione di Fatah, spaccato al proprio interno in miriadi di fazioni locali e familistiche e incapace di indicare una candidatura interna forte per la successione ad Abu Mazen. E allora, ecco il "male minore": convergere su un candidato di Hamas meno divisivo di altri e legare questa scelta alla formazione di un governo giallo (il colore della bandiera di Fatah) e verde (quello di Hamas).
  Sulla gravità delle condizioni dell'ottantatreenne presidente palestinese, le notizie ufficiali vengono corrette dalle indiscrezioni, ufficiose, che giungono da Ramallah e Gaza. Di certo c'è che Abu Mazen resterà anche oggi ricoverato in ospedale, ha annunciato un portavoce dell'ospedale in cui il presidente palestinese è stato ricoverato in seguito alle complicazioni sopravvenute dopo un'operazione all'orecchio. Il portavoce dell'ospedale Istichari, nei pressi di Ramallah, ha affermato che il presidente dell'Anp sta bene, ma non ha offerto altri dettagli sulla durata della sua ospedalizzazione. Domenica sera Saeb Erekat, segretario generale dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), tra i dirigenti palestinesi più vicini a Mahmoud Abbas, aveva detto alla France Press che il presidente aveva una "infiammazione all'orecchio sviluppatasi a seguito dell'operazione che aveva subito".
  È la terza volta che il leader dell'Anp è ospedalizzato in una settimana, Nel febbraio scorso, il suo stato di salute era stato al centro di voci preoccupate dopo che Abu Mazen, impegnato in una missione negli Usa, si era sottoposto ad esami medici in un ospedale di Boston. I boatos proseguono, c'è chi parla di un cancro ai polmoni (il presidente è un accanito fumatore), chi tende a minimizzare, ma tutti gli analisti politici nei Territori, si trovano d'accordo sul fatto che l'interrogativo su cui ruota il futuro politico dei Palestinesi, non è "se" ma "quando" e "come" il vecchio e malato presidente uscirà di scena. E il tempo stringe. Una soluzione non lacerante va ricercata al più presto. Una soluzione va ricercata dentro e soprattutto fuori i Territori, coinvolgendo i leader arabi, quelli che hanno nelle loro mani la "questione palestinese".
  Una cosa è certa: se si dovesse votare in un futuro ravvicinato, Fatah rischia seriamente di subire una sonora sconfitta da parte di Hamas. Ma uno scontro frontale tra le due più importanti fazioni palestinesi, sarebbe un regalo per Israele e segnerebbe probabilmente la fine della "questione palestinese" per come si è manifestata dal 1967 ad oggi. E qui entra in gioco l'Egitto di Abdel Fattah al-Sisi. Il presidente egiziano è stato il facitore, prima, dell'accordo di riconciliazione nazionale tra Hamas e Fatah, e dopo una gestione non deflagrante della drammatica crisi di Gaza.
  Una uscita non divisiva dall'"era Abu Mazen" passa per la realizzazione all'accordo di unione nazionale raggiunto qualche mese fa tra Hamas e al-Fatah ma rimasto in gran parte ancora sulla carta. Quell'accordo prevedeva lo scioglimento del "governo" di Hamas nella Striscia e il passaggio dei poteri all'Anp. Tra i punti in discussione c'è quello di una progressiva smilitarizzazione di Hamas e un passaggio di una parte delle forze del movimento islamico nei servizi di sicurezza dell'Autorità palestinese. Agli uomini di Hamas rimaneva il controllo del valico di Rafah, oltre che la garanzia di essere parte del "consiglio della ricostruzione", l'organismo palestinese che dovrebbe gestire i finanziamenti internazionali per la ricostruzione.
  Ricostruire Gaza significa investire 5,4 miliardi di euro. Israele ha presentato un piano da 800 milioni di euro per la ricostruzione di Gaza, nell'ambito di una riunione di emergenza dell'"Ad Hoc Liason Commettee", il gruppo di Paesi donatori che fornisce aiuti economici ai Paesi in via di sviluppo, che si è tenuta il 31 gennaio 2018 a Bruxelles. L'Egitto può mettere sul tavolo qualcosa di più vitale oggi per Hamas: i finanziamenti necessari per ricostruire Gaza e dare respiro ad una popolazione stremata. Sono i petrodollari del Qatar. Al-Sisi si fa garante della disponibilità qatarina, e questo definisce già un qualcosa di nuovo e di estremamente significativo nella geografia delle alleanze in campo arabo e, in particolare, in quello sunnita: mentre l'Arabia Saudita, seguita dal suo satellite Bahrain, ha di fatto sposato la causa israeliana in funzione anti-iraniana, ponendo la "questione palestinese" come una subordinata del tutto marginale, il Qatar, che non ha ricomposto la frattura con Riyadh, ha mantenuto una linea più flessibile, autonoma, che l'ha portato a stringere un patto d'azione con l'Egitto. L'"hudna" a Gaza è il terreno di sperimentazione di questo patto. Il capo di Hamas non ha chiuso le porte a questa prospettiva, e nelle interviste rilasciate nei giorni più tragici nella Striscia, ha evocato questa possibilità, un cessate-il-fuoco di lungo termine (dieci anni) con il Nemico israeliano, subordinandolo a condizioni che Israele, nella "diplomazia sotterranea" in atto con l'Egitto, non ha scartato a priori.
  In questo contesto, la scelta del successore di Abu Mazen è questione cruciale. Fino a qualche mese fa, prima comunque delle "Marce del Ritorno" susseguitesi nella Striscia, con un tragico bilancio di sangue (oltre 120 palestinesi uccisi, più di 3000 feriti), Fatah sembrava avesse trovato un candidato su cui convergere: Mohammed Dahlan, l'ex uomo forte di Fatah nella Striscia. Cinquantasette anni, Dahlan ha guidato la lotta di Fatah contro Hamas a Gaza, proponendosi come un leader energico capace di cambiare davvero le cose. Ma è anche stato esiliato dalla Cisgiordania con accuse di corruzione quando ha iniziato ad opporsi politicamente ad Abu Mazen. Per altre persone questa avrebbe potuto essere l'inizio della fine politica, ma per Dahlan è invece stato un nuovo inizio: rifugiatosi negli Emirati Arabi Uniti è diventato consigliere del sovrano locale. Come inviato degli Emirati negli ultimi anni ha girato l'Europa e il Medio Oriente, come diplomatico, contribuendo, tra le altre cose, a mediare gli accordi diplomatici tra Egitto ed Etiopia circa il progetto della Renaissance Dam. In passato ha dovuto subire l'emarginazione sulla base di accuse di corruzione; accuse rivoltegli quando Dahlan annunciò di voler correre contro Abu Mazen. Nel gennaio 2017. Lo scorso gennaio, nel pieno di una sanguinosa guerra civile a Gaza, Dahlan concesse una interessante intervista ad Haaretz, il quotidiano progressista israeliano. Il presidente in pectore palestinese aveva sfidato Hamas intervenendo ad una manifestazione di Fatah nella Striscia, la prima dopo tanti anni. All'intervistatore che gli chiedeva sul perché fosse il bersaglio dei radicali islamici, Dahlan rispose così, in terza persona: "Sono sicuri che se uccidono Mohammed Dahlan, Fatah scomparirebbe, ma non capiscono che questo (Fatah) è un movimento popolare...". E poi l'avvertimento, una sorta di pizzino palestinese: "Loro (i capi di Hamas, ndr) sanno che io li conosco personalmente meglio di chiunque altro, da quando Israele ha cercato di collaborare con loro contro Fatah, dagli anni in cui Mahmoud al-Zahar (il ministro degli Esteri di Hamas, ndr) era in contatto con Yitzhak Rabin... ma hanno commesso una infinità di errori, indebolendo la causa palestinese, e adesso pensano di risalire la china minacciando di morte fratelli palestinesi solo perché aderiscono a Fatah...".
  Dall'avvertimento all'apertura. Nell'intervista Dahlan non chiude le porte ad un riavvicinamento, poi messo in atto. "La soluzione - rimarcò allora - è quella democratica: libere elezioni, alla fine dobbiamo andare avanti assieme, ma per procedere in questa direzione dobbiamo prima rafforzare Fatah per dimostrare ad Hamas che Gaza non è loro, Gaza non è Tora Bora. In passato abbiamo commesso degli errori, ma abbiamo imparato la lezione, e non li ripeteremo". Ma ora le cose sono cambiate: Hamas si è rafforzato con le manifestazioni di Gaza dalle quali Fatah si è o è stato estromesso, comunque assente. E allora, come in un giallo che si rispetti, ecco il nome del presidente papabile di un governo gialloverde in Palestina: Khaled Meshaal, 62 anni, l'ex capo dell'Ufficio politico di Hamas in esilio.
  Un tempo, quando era sotto la protezione siriana, Meshaal era il punto di riferimento dell'ala più dura del movimento islamico. Ma d'allora, molta acqua è passata sotto i ponti palestinesi, e oggi Meshaal, nel frattempo stabilitosi a Doha, in Qatar, è stato l'unico leader di Hamas disposto a far suo l'appello dell'Anp a passare dalla violenza a forme di ''resistenza popolare'' disarmata contro ''l'occupazione''. Non solo: proprio a Meshaal - identificato in passato con l'asse di ferro con Damasco e Teheran - si deve la strategia attuale di rilancio dei contatti con altri Paesi: primi fra tutti l'Egitto di al-Sisi e la Tunisia. Quanto a tregue, Meshaal le ha teorizzate e negoziate con Israele.
  Mahdi Abdel Hadi, direttore di Passia, autorevole, perché indipendente, rivista palestinese di Gerusalemme Est, sintetizza la situazione così: "Divisi, Hamas e Fatah si sarebbero ulteriormente indeboliti e, divisi, non potrebbero affrontare la gravissima crisi che investe Gaza né acquisire credito nella comunità internazionale". Un "matrimonio d'interessi", dunque, che il vecchio Abu Mazen non ha la forza, né forse la volontà, di "officiare". Ma quel matrimonio s'ha da fare, perché l'alternativa sarebbe catastrofica per i due contraenti. Il governo grigioverde è il "male minore".

(L'HuffPost, 21 maggio 2018)


Domanda: questo coacervo di tribù in perenne lotta fra loro, tenuto insieme soltanto dall’odio variamente graduato per Israele, sarebbe uno stato? Ed è con questo “stato” che un vero Stato come Israele dovrebbe accordarsi per “vivere uno accanto all’altro in pace e sicurezza”? M.C.


Israele-Paraguay: inaugurata la nuova ambasciata a Gerusalemme

GERUSALEMME - Il Paraguay ha aperto oggi la nuova ambasciata a Gerusalemme, diventando il terzo paese, dopo Stati Uniti e Guatemala, a trasferire la propria sede diplomatica da Tel Aviv. Lo riferisce la stampa israeliana. Presenti alla cerimonia il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ed il presidente paraguaiano, Horacio Cartes. "Un grande giorno per Israele, un grande giorno per il Paraguay, una grande giornata per la nostra amicizia", ha affermato Netanyahu. La cooperazione fra i due paesi incrementerà, nell'ambito dei settori dell'agricoltura, della sicurezza e della tecnologia, ha affermato il capo dell'esecutivo di Gerusalemme. Da parte sua, Cartes ha definito il trasferimento dell'ambasciata a Gerusalemme un "evento storico", osservando che "questo episodio ha un significato profondo poiché esprime un'amicizia sincera ed una piena solidarietà con Israele".

(Agenzia Nova, 21 maggio 2018)


Addio a Lewis, cassandra dello «scontro di civiltà»

Già a metà degli anni '70 previde il «ritorno dell'Islam» e denunciò i pericoli dell'estremismo musulmano

Severità e rispetto
Capiva l'Oriente perché ne parlava le lingue e lo studiava a fondo
«Occidentalista»
Capì prima di tutti che una religione di potere non può essere democratica

di Fiamma Nirenstein

Lo storico britannico naturalizzato statunitense Bernard Lewis, insigne orientallsta di fama internazionale, gigante degli studi sul mondo arabo e dell'Islam, il primo a coniare nel 1990 in un articolo l'espressione «scontro di civiltà» che Samuel Huntington avrebbe reso popolare, è morto ieri. In una casa di riposo a Voorhees, nel New Jersey, all'età di 101 anni. I suoi libri hanno influenzato generazioni di studiosi del Medio Oriente. Fu tra i consulenti della Casa Bianca e del Pentagono al tempo dell'invasione dell'Irak nel 2003.
Quando nel 1976 i lettori di Commentary, il sofisticato mensile americano diretto da Neal Kosodoy, lessero un articolo del professore intitolato «Il ritorno dell'Islam», spalancarono gli occhi: il saggio prevedeva, in tempi in cui ancora non si era avuta la rivoluzione islamica degli Ayatollah, e Osama Bin Laden era solo un giovane sunnita estremista, che l'Islam presto avrebbe rovesciato il tavolo troppo inaccuratamente apparecchiatogli dall'Occidente, e invitava a stare attenti. Fu sempre Bernard Lewis a spiegare - quando nemmeno ci si pensava - le intenzioni totalitarie di Khomeìni, a quei tempi un chierico in esilio mentre lo Scià era saldamente sul trono iraniano. Col suo tipico understatement inglese spiegò: «Era facile capire cosa avrebbe fatto l'ayatollah leggendo i suoi testi, ma pochi sapevano il parsi».
   Bernard Lewis di lingue ne sapeva almeno una decina, e nelle minime sfumature; e le parlava, dall'arabo al turco, con una ironica elegante sfumatura di orgoglio quando citava testi sconosciuti dai più, minimizzando l'accento, rimasto britannico anche dopo che si era naturalizzato americano.
   Lewis ha scritto un'intera biblioteca, e ha lasciato anche due libri intervista con la sottoscritta: aveva un profondo rispetto per l'islam e quindi anche una severità diretta, da amico a amico, per le sue cattive pulsioni. Non aveva remore a dire che l'attuale violenza dell'islam proveniva dall'interno, dalla sua struttura, dal suo Corano .. eppure i musulmani l'hanno tradotto, invitato, imparato. Lo si è definito un «occidentalista» per sfottere il classico termine «orientalista», rovesciato da Edward Said. Lo era? Si può dire che era un amante dell'analisi storica, mal tollerava gli estremismi, frenava sempre persino quello degli amici. Anche nei modi era un maestro: un maestro di stile, spiritoso e che amava la battuta.
   Su mio invito è venuto in Italia tante volte a spiegare un universo sconosciuto; nel mondo lo si consultava ai massimi livelli: mi ricordo svariate limousine che negli Stati Uniti lo venivano a prendere per portarlo alla Casa Bianca ... Israele è sempre stato il suo amore, la sua cura, la sua preoccupazione.
   Amava l'Occidente e la democrazia, ma con garbo, senza fanatismi e senza illudersi che l'islam potesse adottarne il sistema. E questo fin da quando, ufficiale di Sua Maestà Britannica negli anni Quaranta si avventurava nel deserto, era un giovane Lawrence d'Arabia affascinato dal mondo islamico. Quando fece il suo Bar mitzvah (il momento in cui un bambino ebreo raggiunge l'età matura) a Londra imparò a leggere la sua porzione biblica in ebraico, e da qui si avventurò per i rami delle lingue semitiche di cui si sarebbe occupato per sempre. Guardava il Medio Oriente da umanista, parlò di tutto quello che vi era connesso: poesia, letteratura, armi, «assassini», antisemitismo, donne, leader.... Che fortuna hanno avuto i suoi allievi, fra cui la sottoscritta, a incontrarlo, a amarlo, a esserne curati come lui sapeva fare senza apparire.
   Lo incontrai la prima volta a Bologna nel 1991, per una «lettura» del Mulino e lo intervistai. Non capivo quasi niente di quel che diceva, ma ne intuii l'importanza. In Israele mi presentai, non invitata, all'ospedale quando seppi che doveva subire una operazione. Quando si svegliò, c'eravamo io e Uri Lu brani, il governatore israeliano del Libano, a sua volta un grande conoscitore della cultura musulmana, specie dell'Iran. Da allora è stato tutto un ascoltare le sue storie, le sue interpretazioni: me le ha regalate durante lunghe passeggiate, spesso in compagnia della sua compagna, Buntzie Churchill, sul lungomare di Tel Aviv.
   Bernard adesso se n'è andato, ha lasciato un drappello compatto che dodici anni fa si riunì al Bellevue Stratford Hotel di Philadelphia (famoso per aver ospitato lo zar Nicola Il) in una conferenza a cui parteciparono anche grandi leader: il capo dei Sufi sceicco Kabbani, l'ex vice presidente americano Dick Cheney, il grande storico libanese Fuad Ajarni, la eroina anti-islam estremista Hirsi Ali, Henry Kissinger. .. e poi noi, i suoi allievi, che ricevemmo una maglietta con stampata sopra la sua foto. Si discusse della grandiosità di una cultura che ha dato forza e dignità a tanti milioni di persone, ma che - cito Bernard Lewis - «è una religione di potere, e nel mondo musulmano è giusto e ben fatto che il potere sia posseduto dai musulmani, e solo da loro. Altri possono ricevere la tolleranza, persino la benevolenza, di uno stato islamico, ma devono riconoscerne la completa supremazia. Che non musulmani governino i musulmani, è un'offesa alle leggi di Dio. L'islam non è solo una religione, nel senso limitato dell'Occidente, ma una comunità, una fedeltà, un modo di vivere».
   Ultimamente ci siamo parlati via Skype con l'aiuto del nostro comune amico e compagno di strada Harold Rhode: voleva sapere dov'ero, come stavo... Il suo affetto era un tutt'uno con la sua cultura, anche se non aveva più tanta forza.
   Ha seguitato a parlare a tutti quelli che hanno voluto capire il Medio Oriente, e seguiterà a farlo con i suoi scritti e la sua voce, nella nostra memoria e nel nostro cuore.

(il Giornale, 21 maggio 2018)


Viaggio nel modello Israele, terra promessa dell'hi-tech

Quasi il 20% del Pii va in ricerca e istruzione. Le imprese di Tel Aviv hanno raccolto 5 miliardi creando un ecosistema per lo sviluppo del futuro. L'indice di competitività parla chiaro: Israele è al 16o posto, l'Italia solo al 43o. Del resto, investimenti nell'istruzione e nella tecnologia e contributi del governo allo sviluppo di imprese innovative fanno la differenza: per costruire una 'Silicon Wadi' competitiva serve un serio ripensamento delle politiche nel nostro Paese.

di Elena Comelli

TEL AVIV - Dai pompelmi Jaffa all'alta tecnologia, la strada non è breve. Israele l'ha percorsa in una ventina d'anni e ora la bilancia commerciale del Paese è in attivo proprio grazie all'hi-tech, che costituisce oltre il 50% del suo export. Se è vero che il modello israeliano non si può copiare, dal successo di questo ecosistema innovativo si può trarre comunque qualche insegnamento anche per un Paese come l'Italia, che nel 2017 era al 43o posto dal Competitivness Index del World Economie Forum, contro il 16o posto di Israele.
MALGRADO il perenne stato di conflitto, l'economia israeliana è florida: nel 2017 è cresciuta del 3,3%, con un Pil pro capite di oltre 37mila dollari (contro i 32mila dell'Italia), un debito pro capite di 23mila dollari ( contro i 42mila dell'Italia) e un rating S&P di A1 (contro il BBB dell'Italia).
Qual è il segreto di questo successo? «Ricevo delegazioni da tutto il mondo che mi chiedono come abbiamo fatto, ma non esiste una ricetta valida ovunque per mettere in moto una rivoluzione tecnologica», spiega Avi Hasson, Chief Scientist del ministero dell'Economia.
LA CAPACITÀ israeliana di cavalcare l'onda hi-tech affonda le sue radici nella valorizzazione del suo capitale umano: in Israele ci sono alcuni dei dipartimenti universitari più avanzati al mondo in settori chiave quali l'intelligenza artificiale, i big data, le nanotecnologie, le biotecnologie, la cybersecurity. Attorno a questi dipartimenti, tra Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme, si sono sviluppati nel tempo tre distretti tecnologici fra i più avanzati al mondo.
Non a caso, Israele spende il 14% del suo Pil per l'istruzione ( contro l'8% dell'Italia) e il 4,3% in ricerca e sviluppo, più di Paesi campioni dell'innovazione come la Svezia, la Svizzera o la Germania, per non parlare dell'Italia (1,29%), con una forte prevalenza di investimenti privati sui contributi del governo, che coprono appena il 15% della torta.
In questo contesto nasce la Silicon wadi, una straordinaria fioritura di startup innovative, che rivaleggia con la Silicon Valley americana: l'anno scorso oltre 6mila startup israeliane hanno raccolto quasi 5 miliardi d'investimenti dai capitalisti di ventura.
TEL AVIV è stata per lungo tempo l'epicentro del settore, ma ora le aziende innovative nascono come funghi anche a Gerusalemme, dove perfino il sindaco, Nir Barkat, è un ex-startupper di successo, e dove si è sviluppato l'unicorno più famoso, Mobileye.
La società israeliana leader mondiale nei sistemi di guida assistita, nata dal dipartimento d'intelligenza artificiale della Hebrew University, dove insegna il suo fondatore Amnon Shashua, è stata acquisita l'anno scorso da Intel per 15,3 miliardi, una cifra record anche per un Paese abituato alle iperboli. Nel distretto di Har-Hotzvim a Gerusalemme, dove Mobileye ha i suoi uffici, un centinaio di altre startup stanno lavorando a questo mercato del futuro. Accanto a loro si concentrano i centri di ricerca di molte grandi multinazionali tecnologiche, da Cisco a Bae Systems, in un circolo virtuoso che garantisce la piena occupazione per gli scienziati che escono dalle prestigiose università locali.
«LO SVILUPPO di questo ecosistema è stata una felice combinazione fra il boom della net-economy, la concentrazione di centri di ricerca di alto livello e le politiche del governo», sostiene Erel Margalit, il fondatore di Jerusalem Venture Partners, selezionato da Forbes come unico non americano tra i grandi capitalisti di ventura del mondo. «Vengo spesso in Italia perché è un bellissimo Paese, ma purtroppo non brilla per imprenditorialità innovativa nelle nuove tecnologie, peccato per le giovani generazioni che se ne vanno», commenta Margalit, che fuori da Israele ha una sede a New York e un'altra a Parigi. Insieme a una settantina di altre società, Margalit anima il vivace mercato israeliano dei capitali di rischio, pronti a mettersi in gioco per finanziare innovazioni promettenti. Dalla fondazione nel '93, Jvp ha raccolto oltre un miliardo di dollari e creato 120 società, 12 delle quali sono state quotate con successo al Nasdaq.
INSIEME ai suoi incubatori collegati, Jvp Media Labs per l'hi-tech e The Lab dedicato agli artisti, Jvp ha completamente trasformato la faccia di un quartiere di Gerusalemme contiguo alla vecchia stazione ferroviaria dismessa, German Colony, oggi fra gli indirizzi più ambiti della capitale. Qui affluiscono giovani imprenditori anche dall'estero, da quando l'Israel Innovation Authority ha lanciato un programma chiamato Innovation Visa, che offre un visto per 24 mesi e incentivi agli stranieri con un'idea in testa, con un prolungamento di 5 anni se il progetto riesce a diventare una società.
In questo modo Israele allarga la platea: il pallino del governo è diventare il centro di ricerca e innovazione del mondo. Seguendo il motto di Steve Jobs: «Stay hungry, stay foolish».

(QN Economia & Lavoro, 21 maggio 2018)


*


«Fate come noi, imparate a rischiare». Il segreto per diventare Startup Nation

Come può Israele produrre più startup innovative di Italia, Francia o Regno Unito? Per l'economista Saul Singer non bastano le idee, che sono ovunque, ma serve slancio e la volontà di rischiare.

di Elena Comelli

 
Saul Singer
MILANO - Saul Singer, nel suo libro 'The Startup Nation' ha coniato un termine che ormai tutti usano riferendosi a Israele e ha cercato di rispondere alla domanda da un milione di dollari: com'è possibile che Israele - un Paese di appena 8 milioni di abitanti, nato solo 70 anni fa, circondato da nemici, in costante stato di guerra dalla sua fondazione, senza risorse naturali - riesca a produrre più startup innovative di nazioni grandi, pacifiche e stabili come l'Italia, la Francia o il Regno Unito.

- Israele è un Paese ossessionato dall'innovazione e dagli ecosistemi nascenti. Può spiegare il perché?
  «La cosa importante da capire sull'innovazione è che non si tratta di idee. Ci sono grandi idee ovunque. Quello che conta è ciò che si aggiunge alle idee per produrre innovazione, che è soprattutto un grande slancio e la volontà di rischiare. Il nostro libro parla principalmente di dove Israele ha ottenuto questi due ingredienti aggiuntivi».

- Quali sono i fattori fondamentali di questa crescita?
  «Da un lato, Israele è di per se stesso una startup, è un'idea che ha richiesto molto impegno e molti rischi personali per trasformarsi in realtà. Dall'altro lato, ci sono i valori e le capacità che gli israeliani imparano nell'esercito, come lo spirito di sacrificio, la leadership, l'orientamento alla missione e il lavoro di squadra. Infine c'è un terzo elemento importante: Israele è un Paese di immigrati e gli immigrati tendono a essere più motivati e disposti a correre dei rischi».

- Quali sono i tre consigli che lei darebbe a un imprenditore ai suoi esordi?
  «Prima di tutto: trova un problema importante che ti interessa davvero risolvere. Visto che dovrai lavorare duro, tanto vale farlo su qualcosa che ti sta molto a cuore. In secondo luogo: esci fuori da casa tua, esponiti ai grandi problemi degli altri Paesi, che non avresti mai immaginato. Lungo la strada troverai grandi imprenditori che capiscono meglio i problemi del proprio Paese, ma hanno bisogno anche di uno sguardo esterno. Insieme, avrete una possibilità molto migliore di trovare il problema giusto e risolverlo rispetto a quello che fareste ognuno per conto proprio. In terzo luogo: ragiona oltre gli Stati Uniti, l'Europa e la Cina. Ci sono grandi problemi di rilevanza globale da affrontare in molti altri luoghi e questi altri luoghi possono essere il punto di partenza migliore per iniziare a costruire qualcosa di grande».

- Dall'uscita del suo primo libro a oggi Israele si è evoluto da una Startup Nation a una Unicom Nation. Cosa succederà adesso?
  «Israele e la Silicon Valley sono i primi ecosistemi arrivati al terzo livello, quello di aver prodotto più di dieci unicorni (ovvero le imprese innovative con un valore superiore a un miliardo di euro, ndr), nel mondo di oggi. Molti altri Paesi stanno cercando di superare una soglia raggiunta da Israele alla fine degli anni '90, quando abbiamo avuto le nostre prime storie di successo, quelle che ci hanno messo sulla mappa globale dell'innovazione. Dovremmo aiutarli a raggiungere quella soglia più velocemente, innovando con loro, combinando le nostre forze. Non possiamo limitarci a dialogare con il mercato americano, dobbiamo gettare ponti con altri Paesi e continenti. Se lo faremo, la StartUp Nation potrebbe ampliarsi per dimensioni e impatto. Allo stesso tempo, dobbiamo colmare il divario all'interno d'Israele tra l'hi-tech e il resto dell'economia. Credo che aumenterebbe notevolmente sia l'equità sociale che la crescita».

(QN Economia & Lavoro, 21 maggio 2018)


La sinistra inglese antisemita

La Gran Bretagna sempre meno sicura per gli ebrei

Scrive il Jerusalem Post (29/3)

Melanie Phillips, editorialista del Times
Felice per essere riuscita a porre la propria testa collettiva oltre il parapetto per la prima volta, la leadership della comunità ebraica britannica si sta auto convincendo di essere riuscita a cambiare l'umore politico del paese" ha scritto l'editorialista del Times Melanie Phillips sul Jerusalem Post. La scorsa settimana, il Comitato dei deputati e il Consiglio della leadership ebraica hanno pubblicato un attacco senza remore al capo dei laburisti, Jeremy Corbyn, per aver facilitato l'antisemitismo nel suo partito. Una protesta organizzata fuori dal Parlamento, che ha chiamato ad adunata circa duemila persone, soprattutto ebrei, nelle strade di Londra, ha avuto lo straordinario risultato di far sì che dozzine di deputati laburisti si siano presentati per esprimere solidarietà contro il proprio leader, chiedendo a gran voce una purga dell'antisemitismo rampante nel proprio partito. Dinnanzi a questa protesta senza precedenti, Corbyn ha continuato a cambiare posizione. Inizialmente ha concesso che nel partito vi fossero 'sacche' di antisemitismo, poi che ci fosse 'più di qualche mela marcia' e infine che c'è dell'antisemitismo in 'parti' della retorica anti Israele. Questo vuol dire che il Partito laburista verrà obbligato a espellere questo veleno che lo sta mandando in cancrena? No. I deputati laburisti e altri contrari a Corbyn pensano che egli sia la causa dell'antisemitismo nel loro partito. Si stanno prendendo in giro da soli. Questo tipo di veleno è organico alla politica 'progressista' britannica". L'idea mainstream che i progressisti hanno di Israele, prosegue l'autrice, è che sia il prodotto di un'usurpazione territoriale fatta ai danni dei palestinesi. "Questa idea su Israele è la posizione di default della sinistra, che sposa appieno la causa palestinese. Questo significa che i 'progressisti' britannici sostengono tutti i palestinesi fautori di un antisemitismo su modello nazista, che incitano all'omicidio di massa degli ebrei e sono guidati da un negazionista dell'Olocausto, Mahmoud Abbas, che venera l'alleato dei nazista Hai Amin al-Husseini. Perché, allora, i laburisti 'moderati' sono scioccati dal fatto che gli amici di Corbyn ripetano lo stesso tipo di bigotteria contro gli ebrei? La sinistra pensa di impersonare l'essenza della virtù e che dunque sia impossibile, per lei, essere associata con un fenomeno così malvagio ai danni di Israele. Eppure è così. Corbyn sarà pure un ultrà della sinistra radicale con il bagaglio anti Israele più estremo, ma non è la causa dell'antisemitismo del partito laburista. Ne è un prodotto. L'antisemitismo del Labour è il risultato di una crisi esistenziale che non riguarda soltanto il partito, ma la sinistra intera. Il Partito conservatore sarà pure al governo, nel Regno Unito, ma la sinistra controlla le università, la Bbc e il mondo artistico e culturale. E' il paese in sé, dunque, a non essere più un luogo sicuro per gli ebrei".

(Il Foglio, 21 maggio 2018)


Terzo ricovero per Abu Mazen. Rischio islamista per i palestinesi

di Giordano Stabile

Abu Mazen viene ricoverato per la terza volta in una settimana e la salute sempre più vacillante del leader palestinese rischia di innescare una nuova crisi in Medio Oriente. La successione alla carica di presidente è ancora tutta da definire e Israele teme l'ascesa di una leadership più radicale. L'82enne raiss è stato portato ieri in ospedale con una «febbre molto alta», dovuta a una infezione all'orecchio. Martedì aveva subito un piccolo intervento e venerdì era stato ricoverato per un controllo al cuore. Abu Mazen ha problemi cardiaci seri, è stato già sottoposto a una cateterizzazione nell'ottobre del 2016 per controllare la funzionalità del muscolo. A fine febbraio il presidente palestinese era stato ricoverato per alcune ore a Baltimora, durante la sua visita negli Stati Uniti. Gli attivisti palestinesi che si oppongono alla sua leadership sostengono che sia affetto da una malattia «grave», forse un «cancro al sistema digestivo», ma non ci sono conferme.

 La variante decisiva
  Secondo i servizi israeliani le condizioni di Abu Mazen sono comunque «in costante peggioramento da marzo». La sua salute è una variante politica decisiva, perché non c'è ancora un erede definito alla successione. Il mandato presidenziale è scaduto nel 2009. Nei Territori non si tengono elezioni generali dal 2006. I sondaggi non ufficiali danno Hamas in forte crescita in Cisgiordania, dove vivono 2,5 milioni di palestinesi, e in calo nella Striscia di Gaza, che ha 1,8 milioni di abitanti. Il rischio di una vittoria del movimento islamista non è quindi da escludere. Abu Mazen è finito nella bufera all'inizio di maggio, quando, durante il suo discorso al Consiglio nazionale palestinese (Pnc), ha indicato nelle «attività di usura» degli ebrei la causa della Shoah. Poi si è scusato ma il governo di Netanyahu lo ha accusato di antisemitismo. Nonostante alcuni passi falsi, però, l'erede di Arafat ha mantenuto la rotta lungo il percorso tracciato dagli accordi di Oslo ed è sempre stato ostile al rilancio della lotta armata.
Anche dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico da parte di Trump, il raiss ha preferito la via diplomatica e ha tenuto sotto controllo gli incidenti in Cisgiordania, mentre sulla frontiera fra Gaza e Israele ci sono stati oltre cento morti. Ora però dovrà dare indicazioni più chiare sulla sua successione. Dalla riunione del Pnc sono emersi soprattutto due nomi. Uno della vecchia guardia, il suo ex braccio destro Nabil Shaath, e uno della «nuova generazione», il 55enne Nasser al-Qudwa, nipote di Arafat e teorico di una «Intifada diplomatica» per arrivare all'indipendenza della Palestina.

(La Stampa, 21 maggio 2018)


Israeliani sconosciuti: Hossam Haick

Professore di ingegneria chimica e nanotecnologia presso il Technion di Haifa è tra i 35 migliori scienziati al mondo. Sta lavorando alla creazione dello SniffPhone, un 'naso' elettronico che fiuterà il cancro allo stadio iniziale.

di Nicola Zecchini

Hossam Haick, professore di ingegneria chimica e nanotecnologia presso il Technion di Haifa
Un giorno non molto lontano l'umanità arriverà ad individuare la presenza del cancro con uno smartphone, In che modo? Fiutando la malattia. L'idea e lo sviluppo del progetto appartengono a Hossam Haick, professore di ingegneria chimica e nanotecnologia presso il Technion di Haifa, divenuto in pochi anni una vera e propria superstar scientifica. Nato a Nazareth nel 1975, nonostante la sua giovane età Haick ha ricevuto più di quaranta premi e riconoscimenti per il suo lavoro, tra cui il Marie Curie Excellence Award ed il Prix du Conseil européen de la recherche (ERC). È stato anche nominato Cavaliere dell'Ordine delle Palme Accademiche dal governo francese e incluso dal MIT nel 2008 tra i 35 migliori scienziati dell'anno. Haick è attualmente a capo di un team di ricercatori tedeschi, austriaci, finlandesi, irlandesi e lituani per sviluppare il suo progetto più ambizioso al quale sta lavorando dal 2007: lo SniffPhone, nato dalle sue precedenti ricerche sulla composizione chimica delle molecole odoranti. Si tratta di una sorta di naso elettronico collegabile ad un telefonino in grado di rilevare il cancro allo stadio iniziale. Una tecnologia portatile ed economica che una volta perfezionata potrebbe rivoluzionare il processo di diagnosi sia in termini di accorciamento drastico dei tempi che di costi a carico del paziente. Il funzionamento è semplice e intuitivo come gonfiare un palloncino: basta soffiare in un piccolo imbuto tecnologico dotato di micro e nanosensori per trasmettere i dati rilevati ad uno smartphone che elabora le informazioni e visualizza la diagnosi direttamente sul display. Con un soffio potremmo tagliare di netto le tempistiche che occorrono per effettuare esami del sangue, biopsie o altri esami invasivi diagnosticando la malattia.
   Al momento, sottoponendo all'esame diagnostico 1.400 pazienti che soffrivano di 17 diverse malattie, la nuova tecnica ha attribuito la diagnosi corretta nell'86% dei casi. L'idea alla base delle ricerche scientifiche condotte da Haick è che il nostro alito, come per esempio le nostre impronte digitali, sia una sorta di carta d'identità sanitaria in grado di rilevare la presenza di infiammazioni, disturbi neurologici e forme tumorali. "Noi possiamo insegnare al sistema che una determinata impronta del respiro potrebbe essere associata a una particolare malattia spiega Haick È la stessa cosa che si fa con i cani per spingerli a individuare specifici composti chimici. Avviciniamo qualcosa al naso del cane, il cane traduce il composto chimico in un segnale elettrico e lo fornisce al cervello, dopodiché lo memorizza in una determinata area cerebrale ma al posto del naso abbiamo a che fare con sensori chimici e al posto del cervello abbiamo gli algoritmi. Così in futuro il dispositivo può riconoscere la malattia come un cane riconosce un certo odore".
   Haick è convinto che il Na-Nose, questo il nome del dispositivo, diventerà lo strumento principe nella rivelazione precoce delle malattie, comprese quelle asintomatiche, rivoluzionando i concetti stessi di medicina e prevenzione. Non chiamatela semplicemente un'applicazione.

(Shalom, aprile-maggio 2018)


L'ambasciatore siriano in Russia chiarisce la posizione di Damasco

Damasco ritiene che gli attacchi contro obiettivi iraniani situati in Siria da parte d'Israele siano un'aggressione ed è pronta a difendere il proprio territorio, ha dichiarato l'ambasciatore siriano in Russia Riyad Haddad.
Martedì 15 maggio Israele ha bombardato una zona a sud di Damasco. Nella notte del 10 maggio Israele aveva denunciato che le forze iraniane avevano bombardato le Alture del Golan. Lo stesso giorno gli aerei israeliani avevano effettuato raid contro decine di obiettivi in Siria e batterie della contraerea. I militari dello Stato ebraico hanno spiegato che si trattava di una risposta al lancio di razzi della notte da parte dalle forze iraniane.
"La Siria ha la sua sovranità e qualsiasi attacco proveniente al di fuori del territorio della Siria è un'aggressione. Le nostre forze, tra cui la contraerea, difendono i cieli ed i territori siriani. Qualsiasi aggressione contro la Siria, da qualunque parte arrivi, verrà respinta", — ha detto l'ambasciatore, rispondendo alla domanda dei giornalisti di Sebastopoli se Damasco sia disposta a difendere le strutture iraniane sul suo territorio.

(Sputnik Italia, 20 maggio 2018)


Morto Bernard Lewis, storico del Medio Oriente

A lungo contestato, lo studioso nato da una famiglia di origine ebraica, aveva studiato gli archivi ottomani, analizzando le tendenze in atto nel mondo arabo-musulmano.

di Antonio Carioti

Bernard Lewis
Nella sua lunga esistenza lo storico inglese Bernard Lewis, scomparso all'età di 101 anni, era stato spesso contestato, anche duramente. Il fatto di avere dedicato la sua vita allo studio del Medio Oriente, regione funestata da una serie impressionante di conflitti sanguinosi dalla caduta dell'Impero ottomano in poi, lo aveva esposto a polemiche su temi molto delicati: il giudizio sulla decadenza araba, le stragi inflitte agli armeni, le vicende dello Stato d'Israele, la «guerra al terrore» dopo l'11 settembre. Ma neanche i suoi critici più feroci potevano negare la competenza e la passione di un autore che, dotato di conoscenze linguistiche eccezionali, sin da giovane aveva scandagliato gli archivi arabi e soprattutto ottomani, producendo lavori di indiscutibile eccellenza scientifica.
  D'altronde Lewis si era dimostrato un passo avanti rispetto a tutti nell'analizzare le tendenze in atto nel mondo arabo-musulmano. Con un saggio comparso sulla rivista «Commentary» nel 1976, tre anni prima della rivoluzione khomeinista in Iran, aveva annunciato il ritorno della religione islamica come fattore politico di primaria importanza. E nel 2001, alla vigilia dell'attacco alle Torri gemelle, aveva pubblicato Il suicidio dell'Islam (Mondadori, 2002), un saggio nel quale si soffermava sulle persistenti difficoltà incontrate dalle società musulmane di fronte alla sfida della modernizzazione. Per molti versi alcuni suoi testi sulla conflittualità tra Islam e Occidente avevano anticipato la teoria dello «scontro di civiltà» (espressione che aveva usato già nel 1957) formulata negli anni Novanta da Samuel Huntington.
  Nato a Londra il 31 maggio 1916 in una famiglia di religione ebraica, Lewis si era presto specializzato negli studi islamici e durante la Seconda guerra mondiale aveva operato nei servizi d'informazione britannici. Dopo il conflitto, a soli 33 anni, gli era stata assegnata nel 1949 la nuova cattedra in Storia del Vicino e del Medio Oriente presso la Scuola di studi orientali dell'Università di Londra. Più tardi sarebbe passato negli Stati Uniti alla Princeton University, dove insegnò dal 1974 al 1986, e avrebbe preso la cittadinanza americana nel 1982.
  Il suo primo lavoro di grande risonanza, Gli arabi nella storia, era uscito nel 1950, per essere tradotto in Italia da Laterza nel 1995. Poi ne erano seguiti molti altri, diffusi in tutte le lingue più importanti, pubblicati a ritmo molto intenso a partire dagli anni Sessanta. In Italia era uscito innanzitutto Europa barbara e infedele (Mondadori, 1983), un testo sull'immagine del nostro continente coltivata dai musulmani, seguito da Semiti e antisemiti (il Mulino, 1990, poi riedito da Rizzoli nel 2003), un saggio in cui Lewis rigettava le accuse di razzismo rivolte a Israele e mostrava come l'ostilità araba e sovietica verso il sionismo si nutrisse ampiamente dell'antico pregiudizio antiebraico.
  Ovviamente l'impegno a favore di Israele aveva attirato a Lewis notevoli antipatie, ma non era l'unico tema che lo aveva visto al centro di forti dispute. Molto acceso era stato negli anni Settanta il dibattito tra lui e l'intellettuale palestinese Edward Said, che nel libro Orientalismo (Feltrinelli) del 1978 aveva accusato gli studiosi occidentali di aver costruito una visione distorta del mondo arabo, condizionata da una mentalità eurocentrica e consona agli interessi delle potenze coloniali. Una requisitoria alla quale Lewis aveva replicato con argomenti efficaci, ricordando tra l'altro che l'interesse degli europei per l'Oriente era sorto ben prima delle imprese coloniali.
  Aspri erano stati poi gli attacchi rivolti allo storico inglese per via della sua posizione sui massacri subiti dagli armeni durante la Prima guerra mondiale per mano dei turchi. Secondo Lewis era storicamente scorretto definire quei crimini un «genocidio» deliberato, poiché nei documenti, a suo avviso, non vi era prova che il governo ottomano li avesse programmati e ordinati. Si era quindi opposto al riconoscimento del genocidio armeno da parte del Congresso americano e nel 2004 era anche stato condannato da una corte francese a risarcire la somma simbolica di un franco alle associazioni armene per via delle affermazioni contenute in un'intervista rilasciata l'anno prima a «Le Monde».
  Critiche ancora più severe erano piovute su Lewis per via del suo sostanziale appoggio all'invasione dell'Iraq da parte angloamericana, nel 2003, anche se lo storico orientalista si era sempre mostrato scettico verso il progetto neoconservatore di esportazione della democrazia. E aveva consigliato prudenza anche nei riguardi delle «primavere arabe», pur dicendosi convinto che l'Islam potesse imboccare una sua strada verso la libertà. Lungi dall'essere pregiudizialmente avverso al mondo musulmano, di cui aveva esplorato la storia e la civiltà con indubbia partecipazione emotiva per tanti decenni, Lewis era deluso e allarmato per le tendenze liberticide, teocratiche e violente che vi crescevano. E non si stancava di sottolineare la gravità del pericolo.

(Corriere della Sera, 20 maggio 2018)


"lsraele e Arabia più vicini, così cambia il mondo"

di Alain Elkann

Lionel Barber è direttore del Financial Times dal 2005 e ha contribuito a trasformarlo in un'agenzia di comunicazione globale e multicanale. «È il giornale della globalizzazione. Offre una prospettiva globale su politica, economia, finanza e affari. Abbiamo 568 giornalisti. La sede è a Londra, nella City ma abbiamo una rete mondiale di oltre 100 corrispondenti».

- Il FT va bene?
  «Abbiamo circa 1 milione di lettori a pagamento, due terzi nel Regno Unito e negli Usa, 20% in Europa, e il resto in Asia. Il gruppo Nikkei, il nostro nuovo proprietario giapponese, è un investitore a lungo termine e ci garantisce un'assoluta libertà editoriale. Siamo molto soddisfatti»

- Il mondo sta andando come dovrebbe secondo il FT?
  «Il presidente Trump è il Distruttore in capo. Sta mettendo in discussione non solo l'eredità del suo predecessore Obama, ma persino i fondamenti basilari dell'ordine liberale del dopoguerra. Dice che le alleanze sono scomode e vuole arrivare a un aggressivo bilateralismo. Non sono i nostri valori. Fondamentalmente è una sfida all'approccio europeo verso il mondo ed è anche molto diverso da ciò che disse un anno fa, quando esprimeva totale adesione ai valori della Nato».

- Cosa è cambiato?
  «È entrato nel ruolo, ritiene di agire per il meglio, e ha cambiato squadra. I globalisti, come Gary Cohn e H.R. McMaster se ne sono andati e adesso è circondato da gente che crede nel bilateralismo più feroce. E pensa che il suo approccio fortemente transazionale si dimostrerà vincente. Un anno fa sono andato alla Casa Bianca a intervistarlo e c'era il caos più totale, sembrava un set cinematografico, gente che andava e veniva . Riuscii perfino a mettere il telefono sulla sua scrivania, un'evidente falla nella sicurezza. A settembre quando sono tornato tutto era stato risolto. Tuttavia, come ho scritto in aprile "c'è un po' più di metodo nella follia di quanto non appaia a prima vista". Non c'è ancora una vera procedura, perché Trump non crede nelle procedure e gli piace tenere tutti in bilico»

- È più professionale?
  «No, per nulla; si diverte a infrangere le regole, a essere imprevedibile. la prima domanda per me è: in cosa crede veramente? E la seconda è: quanto del suo atteggiamento, i tweet, il voler essere al centro dell' attenzione, è in realtà solo una gigantesca distrazione da ciò che davvero accade? Ho chiesto a Bannon: "State facendo impazzire la gente, ma in realtà ci distraete?" E lui ha detto: "Sì. In Marina lo definivamo un tiro diversivo"».

- In che cosa crede Trump?
  «Fondamentalmente, nel potere americano. Crede che l'America abbia combattuto troppe guerre oltreoceano. Se si pensa al costo dell'Iraq e dell'Afghanistan, 2,3 trilioni di dollari, si vede come nasce questa convinzione. Ed è anche convinto che il potere americano debba occuparsi delle minacce nucleari, in particolare del Nord Corea».

- E le sue idee sul riassetto economico dell'America?
  «Ha una visione Anni 50 di ciò che ha reso grande l'America, basata sulla produzione manifatturiera. Pensa, secondo me a torto, che l'America non abbia beneficiato della liberalizzazione del commercio globale. E pensa anche che sia stata superata da altre nazioni, in particolare dalla Cina».

- Ma le sue azioni hanno provocato un'immediata reazione da parte della Cina, no?
  «Normalmente, durante un negoziato, i presidenti calcolano il prezzo richiesto e finché sono disposti a negoziare. Trump inizia chiedendo il 99% e poi si ritira e aspetta di vedere fino a dove scende l'altro. Il suo stile di negoziazione è progettato per intimidire. Probabilmente ha capito che i cinesi si sarebbero vendicati, ma per lui sono solo affari».

- Trump ha rotto l'accordo con l'Iran. Cosa ne pensa?
  «Che era prevedibile; l'ha detto che era il peggiore affare di sempre. Il paradosso è che se l'Iran riprende i suoi programmi nucleari, l'Arabia Saudita diventerà un'altra potenza nucleare. Il che potenzialmente è molto allarmante».

- E che mi dice di Israele?
  « Trump è amico di Israele. I sauditi non saliranno sulle barricate per i palestinesi e nemmeno faranno storie per l'ambasciata Usa a Gerusalemme. L'avvicinamento tra Arabia Saudita e Israele dà la misura di come stia cambiando il mondo. Non è un caso che Trump abbia scelto l'Arabia Saudita come meta del suo primo viaggio all'estero».

- Il bombardamento in Siria è una mossa contro la Russia?
  «No, è stato prima concordato con la Russia, non è stata assolutamente una mossa antirussa. Partiva dal presupposto che chi usa armi chimiche va incontro a una risposta militare. Io lo definisco un approccio Abo (Anything But Obama - tutto tranne quel che ha fatto Obama) alla politica estera».

- Trump è contro l'Europa?
  «No, ma è influenzato da persone come Nigel Farage, che lui considera un grande rivoluzionario. Per Bannon è un eroe. Per loro la Brexit è una liberazione».

- L'Europa si rimpicciolisce?
  «L'Ue parla ma non agisce. Al vertice di Lisbona del 2000 si discusse di come rendere competitiva l'economia europea entro il 2010, ma non è andata così. Al momento siamo schiacciati tra l'America e il potere emergente della Cina. Merkel, Macron e Tony Blair dicono di aspettare che passi la tempesta, ma ora come ora sullo scacchiere geopolitico noi siamo forse alfieri, certo non re, né regine o torri».

(La Stampa, 20 maggio 2018 - trad. Carla Reschia)


Palestina: colpo di mano "alla turca". Ahed Tamimi nella dirigenza OLP

Abu Mazen copia Erdogan e con un colpo di mano alla turca nomina la nuova dirigenza palestinese riuscendo a scontentare tutti, anche i Paesi arabi. Tanto sa che Europa, Turchia e Iran lo appoggeranno.

L’ultima trovata di Abu Mazen è stata quella di nominare Ahed Tamimi, la donna in carcere per aver dato uno schiaffo a un militare israeliano, quale "membro onorario" del Consiglio Nazionale Palestinese. Ma è solo l'ultima di una lunga serie di scelte che ha indispettito anche i Paesi arabi.
Aveva annunciato nuove elezioni il Presidente palestinese invece anche stavolta ha fatto tutto da solo nominando il "nuovo" Comitato Esecutivo della OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) senza passare per le elezioni, senza consultare nessuno, come un dittatore qualunque....

(Rights Reporters, 20 maggio 2018)


Ricoverato il presidente palestinese Abu Mazen

Il presidente palestinese Abu Mazen è stato ricoverato in Cisgiordania. Lo ha reso noto un esponente palestinese senza fornire dettagli sulle sue condizioni.
È la terza volta in una settimana che Mahmoud Abbas, 82 anni, va in ospedale. Martedì scorso era stato sottoposto a un semplice intervento a un orecchio ed era stato dimesso dopo poche ore. E venerdì era stato ricoverato di nuovo per poche ore.

(Le-ultime-notizie-eu, 20 maggio 2018)


L'Egitto ha un buon motivo per tenere a bada Hamas, e si vede

Il Cairo usa toni duri (e minacciosi) per contenere il gruppo palestinese a Gaza. L'intesa con Israele e la priorità del Sinai.

di Rolla Scolari

MILANO - Dopo il lunedì di violenza lungo il reticolato che separa Gaza da Israele, l'intensità delle proteste e il numero di manifestanti sono diminuiti. All'origine del ritorno alla calma, c'è la mediazione del vicino Egitto. Il Cairo aveva già provato domenica a mediare, quando "la marcia del ritorno" e le manifestazioni palestinesi non erano ancora cominciate, ma era già partita la mobilitazione da parte di Hamas, il gruppo islamista che controlla la Striscia di Gaza. Il capo dell'intelligence egiziano, il generale Abbas Kamel, ha convocato una delegazione di Hamas, guidata da uno dei suoi leader, Ismail Haniyeh, per convincere il movimento a cancellare la marcia di lunedì. Gli egiziani avrebbero offerto in cambio l'allungamento dei tempi di apertura del valico di Rafah tra Gaza ed Egitto, finora aperto meno di una settimana al mese a causa dell'embargo imposto sulla Striscia da Israele e dal Cairo.
   Secondo fonti riportate in queste ore dalla stampa israeliana, non si sarebbe trattato di un incontro cordiale: due ore di toni poco pacati. I vertici di Hamas sono tornati a Gaza senza accettare l'offerta e cancellare la manifestazione, e il resto è noto: lunedì migliaia di manifestanti si sono avvicinati tra il fumo nero dei copertoni bruciati e il lancio di sassi al reticolato di separazione con Israele, e i tiratori israeliani hanno sparato uccidendo oltre 60 palestinesi, 50 dei quali, secondo la leadership della Striscia, membri delle milizie di Hamas.
   I tentativi di mediazione egiziani sarebbero ricominciati proprio nel pomeriggio di lunedì, telefonicamente, mentre il numero delle vittime saliva. A rivelare il ruolo dell'Egitto sono stati sia i vertici palestinesi sia i politici israeliani. Il leader di Hamas Yahya Sinwar ha raccontato in un'intervista ad al Jazeera, emittente del Qatar(anche l'emirato avrebbe svolto un ruolo di mediazione), come l'Egitto abbia contribuito a sgonfiare le violenze. Dall'altra parte, il ministro dell'Intelligence israeliano Yisrael Katz ha fornito più dettagli. Il Cairo avrebbe in un certo senso minacciato Hamas, informando i suoi vertici di avere prove su come il movimento avrebbe finanziato le manifestazioni e istigato la folla a convergere verso la barriera. L'Egitto, ha detto Katz alla radio militare israeliana, avrebbe "inequivocabilmente" detto a Ismail Haniyeh che, "se la situazione fosse proseguita, Israele avrebbe preso misure molto dure e l'Egitto si sarebbe fatto da parte". Benché il Cairo, come tutta la comunità internazionale, abbia condannato l'eccessivo uso della forza da parte dell'esercito israeliano, la posizione del regime del presidente Abdel Fattah al Sisi nei confronti di Israele è stata contenuta rispetto a quella di altri paesi della regione. Soltanto mercoledì, due giorni dopo l'effettivo trasferimento da Tel Aviv, il generale ha dichiarato che la controversa apertura dell'ambasciata americana a Gerusalemme potrebbe fomentare "una certa instabilità".
   L'Egitto ha un interesse immediato nel mantenere la situazione calma a Gaza e rapporti solidi con il vicino israeliano. A inizio mese, il suo esercito ha informato i vertici militari israeliani di un rafforzamento della presenza dei soldati egiziani lungo i confini, nella instabile provincia del Sinai. Da febbraio è in corso nel nord della penisola un'operazione contro gruppi jihadisti. Un attacco contro una moschea della zona, a novembre, ha ucciso quasi 300 persone. E ora il regime è preoccupato: teme che con il collasso dello Stato islamico in Iraq e Siria decine di uomini armati possano trovare rifugio nell'area. Benché il trattato di pace tra Israele ed Egitto siglato nel 1979 preveda che il Sinai resti una zona demilitarizzata, in caso di emergenze nazionali e in presenza di un'intesa tra le parti è possibile un aumento di truppe. Dal 2013, il regime del Cairo cerca di debellare dalla penisola la presenza jihadista, e per questo la cooperazione militare con Israele è fondamentale, quanto il fatto che a Gaza regni la calma.

(Il Foglio, 20 maggio 2018)


La faccia tosta del turco Erdogan

Lettera a "Libero"

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan non finisce di meravigliare per la sua faccia tosta affermando che quello che si sta verificando tra Israele ed i palestinesi è un genocidio. Lui dovrebbe essere l'ultima persona a fare tali dichiarazioni vista quanto fecero i turchi contro gli armeni e lui, oggi, contro i curdi.
Armando Vidor loano (Savona)


(Libero, 20 maggio 2018)



«Le nazioni si sono adirate, ma la tua ira è giunta»

Poi il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo si alzarono voci potenti, che dicevano: «Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli».
E i ventiquattro anziani che siedono sui loro troni davanti a Dio, si gettarono con la faccia a terra e adorarono Dio, dicendo: «Ti ringraziamo, Signore, Dio onnipotente, che sei e che eri, perché hai preso in mano il tuo grande potere, e hai stabilito il tuo regno. Le nazioni si sono adirate, ma la tua ira è giunta, ed è arrivato il momento di giudicare i morti, di dare il premio ai tuoi servi, ai profeti, ai santi, a quelli che temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di distruggere quelli che distruggono la terra».
Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca del patto. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata.
(Dal libro dell'Apocalisse, cap. 11)

 


Giorni fatidici

Che cosa è successo dalla dichiarazione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 a quando David Ben Gurion Dichiarò la fondazione dello Stato di Israele?

di Yaacov Sholnik*

Yaacov Shkolnik
Nel 1917 la Gran Bretagna conquistò la Terra d'Israele dall'Impero Ottomano. Iniziò così il periodo del Mandato britannico sulla regione. Dal punto di vista culturale, le autorità mandatarie concessero autonomia agli abitanti del Paese. La Terra di Israele divenne il centro culturale del mondo ebraico. Fiorirono l'educazione ebraica, il teatro, la letteratura, la stampa e altre forme d'arte. L'ebraico divenne una lingua vibrante e un comune denominatore per la gente.
La popolazione ebraica nelle città crebbe. L'ascesa al potere dei nazisti portò negli anni '30 all'immigrazione di circa 180.000 persone, fra le quali vi erano molti liberi professionisti, scienziati e industriali tedeschi. Nuovo capitale e spirito di iniziativa spinsero in avanti l'economia ebraica, mentre, al contempo, il Sionismo riuscì a sviluppare un quadro politico. Il KKL acquistò alacremente terreni e contribuì a fondare nuovi insediamenti.
Questa situazione non era gradita agli arabi, ed episodi di violenza tra arabi ed ebrei, e anche contro gli inglesi, trascinarono il Paese nel caos totale. Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la cessazione del Mandato e il Piano di Spartizione per uno stato ebraico, uno stato arabo e un'area internazionale a Gerusalemme e dintorni. Gli arabi si opposero, e scoppiò la guerra di indipendenza.

 Guerra civile verso uno Stato nascente
  Inizialmente la guerra fra gli abitanti del Paese si svolse come una sorta di guerra civile: 1.200.000 arabi, contro 630.000 ebrei. Gli arabi puntarono maggiormente a isolare le vie di accesso agli insediamenti ebraici, mentre gli ebrei cercarono di sfondare i blocchi con convogli di camion e autobus blindati (cosiddetti "sandwich"). Alcune carcasse di blindati costeggiano ancora oggi la strada che conduce a Gerusalemme.
Fu una guerra difficile. A marzo del 1948, erano stati uccisi 1.200 ebrei, metà dei quali civili, nonostante gli arabi non fossero riusciti a conquistare nemmeno un insediamento ebraico. Il disastro sul piano della sicurezza trovò espressione a livello politico: il 19 marzo, il rappresentante degli Stati Uniti propose alle Nazioni Unite di annullare il piano di spartizione e di reintrodurre un'amministrazione fiduciaria internazionale in Terra di Israele.
Gli ebrei capirono allora che era necessario cambiare strategia. Il 3 aprile 1948, dopo l'arrivo di un grosso carico di armi dalla Cecoslovacchia, le forze ebraiche lanciarono il primo attacco nell'ambito dell'operazione Nachshon. Una forza di 1.500 persone conquistò terreno sulla strada per Gerusalemme, nel tentativo di imprimere un cambiamento su questo fronte. La battaglia del 9 aprile per la conquista di Deir Yassin (oggi nei pressi di Giv'at Shaul, a Gerusalemme) provocò molti morti fra i residenti e demoralizzò gli arabi. L'indomani, l'Esercito arabo di Salvezza attaccò Mishmar Ha'emek, al fine di circondare la città di Haifa, ma l'attacco fallì. Altrove, di fronte all'addestrata Legione araba, lo Yishuv ebraico subì delle sconfitte. Il 13 maggio 1948 cadde Gush Etzion e gli insediamenti circostanti furono evacuati, così come l'impianto di potassio nel Mar Morto settentrionale e il Kibbutz Beit Ha'arava. Gerusalemme era completamente sotto assedio.

 La "Casa del KKL'' a Tel Aviv. Sede del Parlamento e del Governo
  David Ben Gurion, a capo del governo provvisorio, si trovava di fronte a una decisione difficile: da una parte, qualora avesse dichiarato uno stato indipendente, era chiaro che gli stati arabi lo avrebbero invaso da ogni direzione, mettendo in pericolo l'intera impresa sionista. Solo per miracolo l'Yishuv ebraico sarebbe stato in grado di resistere agli eserciti di Egitto, Giordania, Siria, Iraq e Libano. Dall'altro lato, rinviare la dichiarazione d'indipendenza avrebbe potuto fornire agli inglesi ulteriori motivi per opporsi al piano di partizione, e il momento storico per avere uno Stato indipendente sarebbe potuto non tornare mai più. All'inizio di maggio del 1948 furono gettate le basi: David Ben Gurion decise di "scommettere tutto il piatto" e dichiarare la fondazione dello Stato di Israele. In quei giorni era impossibile tenere nella Gerusalemme assediata le sedute del Consiglio popolare (la Knesset) e del Governo provvisorio. Gli incontri si tenevano dunque alla sede del KKL, la cosiddetta "Casa del KKL'', in via Herman Shapira a Tel Aviv, proprio nei pressi dell'odierno Dizengoff Center. Chiunque visiti l'edificio, vedendo la stanza dove Ben Gurion presiedeva le sedute del Consiglio Popolare, stenterebbe a credere che in un luogo così piccolo siano state prese delle decisioni così fatidiche: qui fu presa la decisione di proclamare lo Stato; qui fu discusso il testo della Dichiarazione di Indipendenza (una delle versioni è ancora ivi esposta), e qui fu anche stabilito che il nome del nuovo Stato sarebbe stato Israele.

 Retroscena della proclamazione dello Stato
Il momento della proclamazione dello Stato di Israele
La cerimonia della proclamazione dello Stato avrebbe dovuto svolgersi, in gran segreto, nella sala del Consiglio Popolare presso la "Casa del KKL''. Un vero e proprio Governo non c'era ancora, ma le fughe di notizie c'erano eccome! La notizia della cerimonia trapelò, e la sala del KKL era troppo piccola per tutti i notabili che volevano prendervi parte; pertanto, fu necessario trovare un altro posto. Il luogo cui toccò questo onore fu la casa di Meir Dizengoff, il primo Sindaco di Tel Aviv, al 16 di Rothschild Boulevard.
La cerimonia della dichiarazione dello Stato era fissata per il 14 maggio 1948, alle quattro del pomeriggio. Soltanto alle tre di quel giorno, ancora presso la "Casa del KKL'', fu approvato il testo finale del rotolo della dichiarazione di indipendenza. Mancava soltanto un'ora alla cerimonia. I membri dell'assemblea erano già in viaggio sui taxi; ma Zeev Sherf, segretario di gabinetto, aveva ancora alcune incombenze. A soli 20 minuti dalla cerimonia, con il rotolo del testo in mano, uscì dalla "Casa del KKL'' e si incamminò a piedi verso l'edificio di Rothschild Boulevard. Guardò l'orologio e si rese conto che non sarebbe mai arrivato in orario. Per fortuna per strada Zeev Sherf si imbatté in un poliziotto e gli chiese di fermare una macchina. Il poliziotto fermò la prima macchina in transito e spiegò la questione all'autista. L'automobilista però si rifiutò di dare un passaggio al Segretario. "Che cosa? Ma è pazzo?". Aveva fretta di rientrare a casa. Con difficoltà il poliziotto riuscì tuttavia a convincere il conducente a portare Sherf a destinazione.
Lungo il tragitto Zeev Sherf scoprì la vera ragione dell'iniziale rifiuto dell'automobilista a dargli un passaggio: non aveva la patente di guida! Alle quattro meno due minuti Sherf balzò su per i nove gradini che portano da Rothschild Street al civico 16, ed entrò nella sala principale. li tesissimo David Ben Gurion tirò un sospiro di sollievo.
Ben Gurion lesse il testo della Dichiarazione di indipendenza da un foglio di carta. Quando i membri del Consiglio popolare andarono a firmare la Megillah si accorsero, con loro grande stupore, che si accingevano a firmare una pergamena vuota. Il calligrafo Otto Walisch non aveva avuto neanche il tempo di copiare la versione finale del testo sulla pergamena.
A 33 minuti dall'inizio della cerimonia, David Ben Gurion concluse con le parole: "Lo Stato di Israele è sorto ... Questa seduta è conclusa".
L'indomani l'Aeronautica egiziana bombardò Tel Aviv ...

* Nato in Israele nel 1954. È stato membro del kibbutz Malkiya e guida turistica nella Haganat Hateva. Laureato presso la Facoltà di Agraria all'Università Ebraica di Gerusalemme, è uno storico dello Stato di Israele.

(Karenu, Rivista della fondazione KKL, maggio 2018)


Erdogan a caccia di voti rivuole Gerusalemme musulmana

In piazza a Istanbul, Erdogan elettorale si fa paladino dell'islam offeso a Gaza e tra slogan contro l'Occidente e insulti a Israele, propone la riconquista musulmana di Gerusalemme, non più contro i 'crociati' (anche contro di loro sul fronte americano), ma soprattutto contro l'attuale dominio ebraico.

 Gerusalemme musulmana
  Erdogan rivuole Gerusalemme musulmana. Venerdì della collera «à la Turka», lo chiama Marta Ottaviani su La Stampa, «con il presidente della Mezzaluna, Recep Tayyip Erdogan, che ha coniugato l'azione diplomatica, con quella, dirompente, della piazza dalla quale il capo di Stato ha lanciato un messaggio non solo a Israele, ma a tutto l'Occidente: l'Islam non è disposto a fare un passo indietro su Gerusalemme e deve coalizzarsi per lottare per quella che non è solo una città, ma un simbolo».
Questo mentre i leader per l'Organizzazione della Conferenza Islamica si sono date appuntamento sulla Costa del Mar di Marmara dietro lo slogan «Stop alla persecuzione, solidarietà a Gerusalemme».

 Ramadan elettorale
  Per Erdogan, il prossimo 24 giugno, a fine digiuno sacro ma con l'economia turca che tentenna, alla prova decisiva. E qui 60 morti palestinesi a Gaza, lo possono aiutare. E nel suo comizio, più predicatore che capo di Stato, Erdogan lancia la sua sfida non solo a Israele, ma all'Occidente intero. Erdogan, insolito, che indossava una kefiah con ricamate all'estremità le bandiere turca e palestinese. «Gerusalemme - ha esordito il presidente non è solo una città, è un simbolo». Erdogan incendiario, da quanto riporta Marta Ottaviani: «I sionisti che vedono i musulmani come nemici non possono esser perdonati».

 Poi un azzardo compromettente.
  «Abbiamo conquistato Gallipoli, conquisteremo anche Gerusalemme». Memorie di Impero ottomano nel lontano 1915, quell'impero musulmano perduto a cui al quale lui, presidente-sultano, vorrebbe tornare.

(Remocontro, 19 maggio 2018)


Erdogan vuole portare l'esercito turco a Gaza. «Libereremo Gerusalemme»

Era scontato che Erdogan avrebbe approfittato dei fatti di Gaza per ribadire la sua leadership nella Fratellanza Musulmana e nel mondo islamico. E adesso punta a portare i militari turchi nella Striscia di Gaza

l dittatore turco, Recep Tayyip Erdogan, ha chiesto (ancora una volta) alle nazioni musulmane di unirsi contro Israele per «riprendersi Gerusalemme». Ha rispolverato l'idea della costruzione di un "esercito islamico" che con la scusa di difendere i palestinesi dovrebbe «estrarre il pugnale piantato nel cuore dell'Islam», cioè Israele.
La chiamata all'unità del mondo islamico contro Israele è arrivata ieri, prima attraverso la riunione speciale della Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) che ha emesso un documento finale nel quale si condannano i "crimini israeliani", poi durante una manifestazione organizzata per mostrare la solidarietà turca ai palestinesi durante la quale tra lo sventolio di bandiere turche e palestinesi la folla ha chiesto a gran voce a Erdogan «di condurre il popolo musulmano alla riconquista di Gerusalemme»....

(Rights Reporters, 19 maggio 2018)


Gelo ebrei-Pd per la condanna a senso unico sui fatti di Gaza

Comunità ebraica irritata

di Alberto Giannoni

MILANO - A cinque giorni dai fatti di Gaza è gelo fra Comunità ebraica e Pd. Un gelo che non sarà semplice da superare, neanche con gli imminenti prevedibili incontri chiarificatori. Nella Comunità serpeggia delusione e irritazione per le prese di posizione dei Dem milanesi, che nella valutazione dell'accaduto sono apparsi sorprendentemente sbilanciati e unilaterali, in stile «vecchia sinistra». E pensare che su questo fronte il Pd pareva cambiato davvero (rispetto al Pci), tanto che il suo servizio d'ordine da qualche anno meritoriamente consente alla Brigata ebraica di sfilare al corteo del 25 aprile in tutta serenità, al riparo dall'aggressione degli estremisti. Ora il Pd sembra riportare indietro le lancette dell'orologio. La deputata Lia Quartapelle, ex capogruppo in commissione Esteri, considerata «amica» anche come artefice della medaglia d'oro alla Brigata ebraica, ha definito «oltraggiosa» l'apertura della nuova ambasciata Usa. E la stessa Quartapelle che aveva intitolato un suo saggio da esperta «Siamo tutti fratelli musulmani». Il gruppo comunale del Pd, invece, ha licenziato un comunicato che individua nella «irresponsabile decisione di spostare l'ambasciata Usa a Gerusalemme» la «causa di nuove gravi tensioni». La Comunità si è vista costretta a rispondere, manifestando «grande rammarico» per il fatto che le preoccupazioni del Pd si fossero tradotte «con la sola condanna di Israele per avere difeso il confine», mentre mancava analoga condanna nei confronti di Hamas (che di quei «Fratelli» è la sezione palestinese). Impossibile non notare che la linea del gruppo Pd (in mano alla sinistra interna) fosse quasi sovrapponibile a quella di Sumaya Abdel Quader, la consigliera musulmana che l'anno scorso ha preso parte a un'iniziativa del Bds Lombardia, sigla che promuove il boicottaggio di Israele.

(il Giornale, 19 maggio 2018)


Erdogan e la rabbia islamica. "Conquistiamo Gerusalemme".

In piazza con i sostenitori del leader turco, tra slogan contro l'Occidente e insulti a Israele "Invito tutti i musulmani ad agire contro i sionisti". A Istanbul summit dei Paesi islamici

Non c'è differenza tra le atrocità subite dagli ebrei e la brutalità che i fratelli di Gaza stanno subendo Se non combattiamo per Gerusalemme, daremo un segnale di grande debolezza all'Occidente I sionisti che vedono noi musulmani come i loro nemici non possono essere perdonati

di Marta Ottaviani

 
ISTANBUL - E' stato un vero e proprio venerdì della collera «à la Turka», con il presidente della Mezzaluna, Recep Tayyip Erdogan, che ha coniugato l'azione diplomatica, con quella, dirompente, della piazza dalla quale il capo di Stato ha lanciato un messaggio non solo a Israele, ma a tutto l'Occidente: l'Islam non è disposto a fare un passo indietro su Gerusalemme e deve coalizzarsi per lottare per quella che «non è solo una città, ma un simbolo».
  E così, mentre i leader per l'Organizzazione della Conferenza Islamica si riunivano d'urgenza nel centro di Istanbul, decine di migliaia di persone, ma molte meno delle attese, secondo la poca stampa di opposizione rimasta nella Mezzaluna, si sono date appuntamento sulla Costa del Mar di Marmara sotto lo slogan «Stop alla persecuzione, solidarietà a Gerusalemme».
  Sono state a centinaia le persone che hanno iniziato ad ammassarsi nel quartiere di Laleli, vicino alla spianata di Yenikapi, fin dalla prima mattinata. Ognuno con la sua storia e la sua concezione della storia, tutti con un obiettivo comune: combattere Israele e, per estensione tutto l'Occidente. Fuori dalla Bodrum Camii, in un reticolo di vie e palazzi tutti uguali, un tempo regno dei russi, oggi appannaggio dei grossisti che parlano arabo, è facile perdersi. Ruota tutto attorno a questa minuscola moschea, i cui interni sono stati intonacati secoli fa, dopo la caduta di Costantinopoli. Chi si reca a pregare qui, non lo sa, ma questo è uno degli edifici più antichi di Istanbul, costruito su quello che rimaneva del Palazzo dell'imperatore romano Lecapeno.
  Un passato che, in qualche modo, ritorna, ma sotto forma di acredine nelle parole dei fedeli all'uscita dopo la preghiera del pranzo. «Gerusalemme è nata musulmana e morirà musulmana» afferma Mustafa, che vende cinturini per orologi poco distante.
  C'è poi chi segue la strada del complotto internazionale: «Gerusalemme- spiega Ramazan, che si chiama proprio come il mese del digiuno sacro - , è la battaglia che non possiamo perdere. Se rinunciamo l'Islam darà all'Occidente un segnale di debolezza». Menti in cui l'odio è stato instillato scientemente giorno dopo giorno e che aspettano solo le parole del residente Recep Tayyip Erdogan per aver conferma che sono sulla strada giusta. Il capo di Stato è arrivato a Yenikapi con una delegazione dei leader che partecipavano alla riunione straordinaria dell'Oic.

 Verso le elezioni
  Il grande protagonista della giornata, che il prossimo 24 giugno, con l'economia turca che tentenna, sarà chiamato a un importante test elettorale, non li ha delusi. In meno di 40 minuti, il capo di Stato ha lanciato la sua sfida non solo a Israele, ma all'Occidente intero. Erdogan, che indossava una kefiah con ricamate all'estremità le bandiere turca e palestinese. «Gerusalemme - ha esordito il presidente turco - non è solo una città, è un simbolo». E qui, il primo boato della folla. Il capo di Stato, ha voluto sottolineare con forza che essere contro il sionismo non significa essere contro gli ebrei. Ma, per il resto, il suo discorso è stato incendiario. «I sionisti che vedono i musulmani come nemici non possono esser perdonati», ha detto, sottolineando che l'Islam deve essere unito nella difesa di quella città che ora ufficialmente è la capitale dello Stato di Israele.
  E mentre la folla sventolava bandiere palestinesi, turche e qualcuna anche dell'Asia Centrale, dove il mito della grande regione panturca è particolarmente vivo, Erdogan ha lanciato il messaggio più inquietante: «Abbiamo conquistato Gallipoli, conquisteremo anche Gerusalemme». Il richiamo è al respingimento delle truppe inglesi e francesi nel marzo 1915, a quel Mediterraneo carico di conflitti, dove esisteva ancora l'Impero Ottomano e al quale il presidente turco vuole tornare, come un'età dell'oro perduta. Oggi, però, sulla pelle di tutta la comunità internazionale.

(La Stampa, 19 maggio 2018)


*


Erdogan alla conquista del mondo musulmano. Nel silenzio europeo

L'Occidente, soprattutto Bruxelles, non ha ancora imparato a relazionarsi al leader turco, probabilmente sottovalutandolo.

di Marta Ottaviani

Marta Ottaviani
Un occhio al mondo islamico, un occhio alla campagna elettorale, ma soprattutto un messaggio chiaro, e poco conciliante all'Occidente. Credo sia questo il messaggio ultimo del "venerdì della collera a la turka". Recep Tayyip Erdogan ha voluto fare capire a tutti che i tentativi di dividere la comunità musulmana si riveleranno inutili e che anzi potrebbero essere la spinta definitiva per favorire la sua riunione e la lotta contro un nemico comune, che con poca fantasia, ha tre attori principali: gli Stati Uniti, Israele e l'Unione Europea.
La causa palestinese, qui, più che un fine è un mezzo. La certezza che davanti a un movente del genere anche chi ne resterebbe fuori volentieri, come l'Arabia Saudita e l'Egitto, in realtà non può tirarsi indietro.
Una visione distorta della Storia, dove il passato non serve a riflettere sul presente, ma a rinfocolare vecchi attriti. "Ci siamo presi Gallipoli nel 1915, ci prenderemo anche Gerusalemme", ha tuonato Erdogan, sottolineando che lui non ha nulla contro gli ebrei e che i nemici sono i sionisti. Sarà anche così, ma la manifestazione di ieri aveva una connotazione religiosa fortissima, oltre a essersi svolta nel primo venerdì di Ramadan.
Il discorso del presidente è stato anticipato da una preghiera, molti dei partecipanti avevano fascette o altri ornamenti con frasi del Corano dipinte sopra, "Allah Akbar" sono state le parole più ripetute della folla. "Gerusalemme non è solo una città, è un simbolo" ha detto Erdogan, scatenando l'entusiasmo delle decine di migliaia di persone presenti, che però avrebbero potuto essere molte di più.
Del resto, in vista del voto del 24 giugno, il capo di Stato di utilizzare tutti i simboli a disposizione ha assolutamente bisogno. E quindi se tre giorni fa c'era la foto con il giocatore turco-tedesco Ozil e ieri la chiamata alla lotta per la difesa di Gerusalemme, domani ci sarà il comizio a Sarajevo. Il primo comizio all'estero del leader turco per scopi elettorali interni.
Questo servirà a Erdogan per creare un precedente importante. In Bosnia vivono molti studenti che si sono trasferiti lì per studiare e poi hanno deciso di rimanerci. Come altri Paesi balcanici sta entrando nell'orbita di Bruxelles che, tardivamente, si è accorta che su quella regione gravitano anche gli appetiti di Russia, Turchia e Cina.
Dei tre, però, la Mezzaluna è il più pericoloso di tutti, perché non mira tanto all'aspetto economico, quanto all'influenza sulle popolazioni di origini musulmane, quelle nei Balcani e quelle che già vivono in Unione Europea. È un passato che ritorna, quello ottomano, fatto di una visione forse troppo romantica, della Storia, di flussi demografici e di ambizioni che impatteranno direttamente sulla quotidianità degli europei. Perché quando Erdogan parla si rivolge a tutto il mondo musulmano, si sente autorizzato ad agire come garante per quelli che considera tutti la sua gente.
L'Occidente, soprattutto Bruxelles, non ha ancora imparato a relazionarsi a questo leader e probabilmente lo stanno sottovalutando. Con buona pace di Erdogan, che se dal punto di vista diplomatico porta a casa risultati spesso deludenti, da quello dell'influenza e del soft power sta tessendo una tela nella quale rischiamo di rimanere intrappolati tutti.

(formiche.net, 19 maggio 2018)


I veri nemici del popolo palestinese

di Rita Faletti

L'antefatto lo conosciamo, il fatto è il trasferimento dell'ambasciata americana a Gerusalemme, ora capitale politica oltre che simbolo .religioso del popolo ebraico. Esultano gli israeliani, insorgono i palestinesi che rivivono in questi giorni la frustrazione e la rabbia della "nakba", la catastrofe della sconfitta degli eserciti arabi nella guerra contro Israele del 1948, anno della fondazione dello Stato ebraico e della fuga dei palestinesi nei Paesi vicini. Allora gli arabi giurarono che avrebbero distrutto Israele, Israele si espresse a favore della costituzione di uno Stato palestinese. Oggi, a settant'anni da quegli eventi, il tempo sembra essersi fermato, mentre il conflitto israelo-palestinese continua e il progetto di uno Stato palestinese sembra evaporato. Le responsabilità sono un po' di tutti, meno di tutti dei due popoli direttamente coinvolti, non di tutti i loro capi che si sono avvicendati alla loro guida, meno di tutti di Israele, che, più di tutti, aspira alla pace. E' una convinzione, questa, che nasce dai fatti e dalle innegabili conseguenze del rapporto causa-effetto che spiega il divenire della storia.
   In questi difficili giorni di maggio, lungo il confine con la Striscia di Gaza, il furore muove masse di palestinesi verso la cosiddetta linea rossa, che le autorità israeliane vietano di oltrepassare. Armate di fionde e pietre, dal fumo denso di pneumatici dati alle fiamme, emergono figure di giovani e di donne impegnati a colpire le postazioni militari schierate sul lato opposto Lo scenario è lo stesso di sempre e la
La solitudine in cui si trova lo Stato ebraico l'ha reso consapevole del fatto che la difesa della propria popolazione e del proprio territorio è unicamente affidata alla determinazione della sua politica e alla forza indubbia delle sue armi.
risposta, come sempre, non si fa attendere. L'esercito israeliano è abituato alla violenza del nemico e risponde con metodi violenti: sessantadue morti e numerosi feriti. Puntualmente arriva la condanna da paesi amici e nemici, che fingono di ignorare due cose fondamentali: il diritto dello Stato di Israele di esistere, sempre negato dagli arabi, e a difendersi. La solitudine nella quale si trova lo Stato ebraico lo ha reso consapevole del fatto che la difesa della propria popolazione e del proprio territorio è unicamente affidata alla determinazione della sua politica e alla forza indubbia delle sue armi. La guerra dei sei giorni del 1967 combattuta contro sei Stati arabi, si sarebbe dovuta concludere con l'annientamento delle forze israeliane, "spazzeremo la baracca sionista", si concluse invece con l'umiliazione del nemico arabo e delle sue strategie militari.
   Bombe suicide, raffiche di missili, sofisticati tunnel di attacco, non sono fortunatamente riusciti a piegare il piccolo Stato dove il valore della vita e il sentimento di felicità si sono dimostrati più forti dell'odio e dell'invidia che li perseguita. E se l'invidia ha "diritto" di asilo tra i sentimenti umani, nei confronti di Israele è giustificata da buoni motivi: dalla sua fondazione ad oggi, Israele è diventata una delle nazioni più ricche, più libere, più tecnologicamente avanzate e istruite del mondo. E questo nonostante il pericolo ininterrotto di attacchi cui è esposta in un mondo dominato dall'ambiguità e dal cinismo e nonostante le sofferenze estreme che ha patito nei secoli e che qualche imbecille ha la spudoratezza di negare.
   Se una ragione esiste, e certamente esiste, che spieghi il coraggio e la serenità degli israeliani, essa va ricercata nella convinzione incrollabile di una fede: la missione affidatale da Dio di realizzare i suoi piani.
Per un islamico andare alla preghiera è come andare alla vittoria. La sconfitta, quindi, è qualcosa di insopportabile che reclama la vendetta. Per questo il successo degli ebrei è intollerabile, come il loro amore per la vita invece dell'amore per la morte.
Un aspetto che li avvicina agli arabi, rigidi osservanti della dottrina islamica, ma, secondo le statistiche, dagli esiti opposti: gli arabi sembrano essere depressi e tristi. Qual è la spiegazione allora? La promessa dell'islam ai suoi fedeli non è l'amore, bensì il successo. Per un islamico andare alla preghiera è come andare alla vittoria. La sconfitta, quindi, è qualcosa di insopportabile che reclama la vendetta. Le sconfitte subite, non solo militari, ma anche economiche e culturali (gli arabi sono tra i popoli meno liberi, meno istruiti e i più poveri del mondo, eccezion fatta per i Paesi produttori di petrolio) rendono il successo degli ebrei intollerabile, come intollerabile è il loro amore per la vita contrapposto all'amore per la morte. Per un arabo uccidere un ebreo significa uccidere quella felicità, ecco che il sacrificio di sé del kamikaze acquista un valore nel mondo islamico. "Proprio come voi amate la vita, noi amiamo la morte" è scritto in un manuale di scuola palestinese per studenti delle medie. Tornando al diritto di Israele a difendersi, la distruzione di postazioni militari iraniane in Siria e delle basi missilistiche di Hamas nella Striscia non sono stati atti di pirateria aerea, le sessanta vittime palestinesi non sono state il brutale compiacimento dell'efficienza militare, ma le reazioni a un mai accantonato piano di aggressione che ha la finalità di distruggere Israele e che porta la firma di Teheran dal tempo della rivoluzione khomeinista. L'asse Washington-Riyad-Tel Aviv in funzione anti-iraniana potrà aprire prospettive nuove, con Putin nella funzione di "pompiere" che gli è stata assegnata in Medioriente e con la fiducia di Netanhyau.
   E l'Europa? Il vecchio continente è ostaggio di ipocriti imperativi morali e della retorica pacifista che stigmatizzano Israele e stendono un velo su responsabilità antiche che risalgono agli anni della caduta dell'Impero ottomano e del successivo smembramento secondo i precisi interessi di alcune nazioni. Non si sono nemmeno accorti, alcuni Stati europei, che il pregiudizio antisionista è stato superato persino da qualche Stato arabo La Giordania è uno di questi. Il suo re, Abdullah II, ha affrontato il tema della convivenza impossibile tra Israele e i Paesi arabi, attribuendone la causa all'antisemitismo islamico rintracciabile nel Corano e collegato all'ossessione complottista contemporanea che attribuisce ogni male agli ebrei. Il complotto ebraico è evocato anche nello Statuto di Hamas, movimento notoriamente estremista, fanatico e terrorista, purtroppo scelto dai palestinesi come loro guida politica.

(RTM, 19 maggio 2018)


Netanyahu: "A tutti i musulmani auguro Ramadan kareem"

Le forze di sicurezza israeliane rimarranno in stato di allerta al confine con la Striscia di Gaza, in previsione della ripresa della "Marcia del ritorno" in questo primo venerdì della festa del Ramadan. E anche in Cisgiordania vi sarà un aumento del dispiegamento di forze. Mentre il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, attraverso i suoi canali social, parla ai "musulmani d'Israele e del mondo", augurando loro un buon inizio per il Ramadan - e auspicando che la festa sia occasione di "pace e prosperità per tutti" -, i vertici militari e di polizia del paese danno istruzioni affinché la guardia rimanga alta: sul confine con Gaza ma anche in Cisgiordania si prevedono infatti nuovi scontri, in particolare con l'avvicinarsi della sera, quando ci sarà la rottura del digiuno.
A giustificare le preoccupazioni israeliane, le parole di uno dei leader del movimento terroristico di Hamas, Ismail Haniyeh, che nelle scorse ore ha auspicato che le violenze si espandano anche alla West Bank. "La Marcia del Ritorno continuerà fino a quando non raggiungerà i suoi obiettivi, tra i quali esprimere opposizione all'accordo di pace Trump - le parole di Haniyeh, riportate dal Canale 10 israeliano - La marcia non si fermerà fino a quando il blocco sulla Striscia di Gaza non sarà stato completamente revocato. Non accettiamo mezze soluzioni".
Secondo il sito israeliano Ynet, nelle ultime sei settimane i miliziani di Hamas hanno posizionato più di 100 cariche esplosive lungo il confine, utilizzando le proteste come copertura. A causa della natura semi-militare e semi-civile dei disordini sul confine con Gaza, spiega ynet, la sede centrale della divisione militare israeliana che si occupa dell'area ha inaugurato una speciale sala per le operazioni di intelligence, che raggruppa tutti gli aspetti del lavoro di raccolta di informazioni di quanto accade nell'enclave sotto il controllo di Hamas: dalle fotografie con i droni ai filmati prodotti dagli stessi palestinesi o dai media arabi durante le proteste. d.r.

(moked, 18 maggio 2018)


In difesa di israele: "Sui fatti di Gaza c'è una narrazione faziosa"

di Massimo Finzi

A proposito dei fatti di Gaza confesso di assistere con sorpresa e incredulità alla narrazione faziosa dei media che finisce di fatto con il sostenere e incoraggiare il terrorismo.
    I fatti in breve: gli Usa decidono di trasferire la loro ambasciata a Gerusalemme ovest (non est!) che è sempre stata la capitale di Israele e Hamas, che è una organizzazione terroristica riconosciuta tale perfino dall'Europa, raduna migliaia di persone al confine tra Gaza e Israele con lo scopo dichiarato di marciare in territorio israeliano per riprendere possesso di quei territori perduti dopo la guerra del 1948.
    Un po' come se gli esuli italiani dell'Istria e della Dalmazia si organizzassero per attraversare i confini della Slovenia e della Croazia per riprendere possesso delle terre perdute con la seconda guerra mondiale.
    Nei primi articoli dello statuto di Hamas è indicato chiaramente lo scopo di questa organizzazione terroristica: distruggere lo stato di Israele, quindi qualsiasi infiltrazione attraverso quel confine deve essere considerata estremamente pericolosa per la sicurezza dei cittadini israeliani.
    Con tutti i mezzi, compreso un volantinaggio dagli elicotteri, il governo israeliano ha diffidato i palestinesi di Gaza dall'accettare l'invito di Hamas di superare il confine israeliano ma Hamas ha cinicamente deciso che il sacrificio di qualche vita avrebbe reso bene da un punto di vista della propaganda e non a caso in quei territori è in funzione da anni "Pallywood" (l'Hollywood palestinese) che sceglie e spesso fabbrica ad arte scene in grado di fare breccia nell'animo sensibile occidentale.
    La notizia della neonata morta a causa dei gas lacrimogeni è probabilmente falsa: quella creatura sarebbe deceduta a causa di una malformazione cardiaca ma dalla falsa notizia ha guadagnato Hamas in termini di propaganda e ha guadagnato la famiglia che ha ricevuto 3.000 dollari (la cifra che riceve ogni famiglia per ogni vittima). Dei sessanta morti nei recenti scontri ben 24 erano membri attivi di Hamas come ammesso dalla stessa organizzazione.
    La Turchia ha espulso l'ambasciatore di Israele e qui si arriva all'assurdo: la Turchia che rifiuta di fare i conti con il genocidio degli armeni, che afferma sempre più una deriva dittatoriale con soppressione delle libertà individuali, che imprigiona la dissidenza, che ricatta l'Europa con l'arma dei migranti, che ha favorito il passaggio di terroristi verso la Siria, che sta massacrando i Curdi... Mi chiedo se sia ancora degna di essere accettata all'interno della Nato.
    Che dire della Francia? Non si è fatta scrupolo di bombardare in Libia e in Siria per difendere i suoi interessi e ora condanna Israele perché difende i propri confini.
    La pavida Europa conduce una politica tutta tesa a difendere i propri interessi economici con Iran e Turchia: pecunia non olet. Oppure teme di "urtare la suscettibilità" dei musulmani che in molti stati (Belgio, Olanda, Svezia, Francia, Inghilterra) potrebbero creare ulteriori problemi.
    Nella piazza principale di Teheran è stato istallato un orologio che scandisce il tempo che manca alla distruzione dello stato di Israele: lo stesso Iran che arma Hezbollah al confine nord di Israele, Hamas al confine sud e che, profittando della guerra in Siria, ha dislocato armi e militari al confine est. Il mondo dovrebbe allarmarsi per questa morsa che neppure velatamente minaccia di cancellare Israele e invece esprime biasimo e condanna per chi si difende.
    Se il XVIII secolo è stato quello dei lumi, l'attuale mi appare quello della oscurità dell'intelletto e del vuoto etico.

(DagoSpia, 19 maggio 2018)


Ebrei francesi: vittime dell'antisemitismo e dell'indifferenza

Negli ultimi anni è cresciuta la violenza antiebraica, soprattutto di matrice islamica. Per troppo tempo la Francia ha fatto finta di non vedere. Solo ora si preoccupa. È tardi? Migliaia di ebrei hanno già lasciato il paese.

di Luca D'Ammando

 
Da Parigi a Marsiglia passando per Lione, lo scorso 28 marzo i francesi sono scesi in strada per marciare in silenzio contro uno spettro sempre più reale: l'odio contro gli ebrei. L'ennesimo episodio di antisemitismo è sembrato aver svegliato l'opinione pubblica, la politica, gli intellettuali che negli ultimi anni sono rimasti in silenzio, quasi a voler negare l'avanzata di un fenomeno tanto inquietante quanto diffuso. L'ultima vittima di quest'odio è stata Mireille Knoll, 85 anni, scampata alla retata del Vel d'Hiv nel 1942 ma non all'antisemitismo che da una decina di anni torna a uccidere in Francia. La signora Knoll conosceva il suo assassino, il 27enne musulmano Yassine, da quando questi era un bambino di sette anni. Quello che è più terribile è che durante l'aggressione Yassine ha detto al suo complice «È un'ebrea, per forza deve avere dei soldi». E ancora, l'assassino ha gridato «Allah Akbar» mentre la colpiva con undici coltellate, prima di dare fuoco al cadavere e alla casa. Un episodio che conferma come all'antisemitismo tradizionale dell'estrema destra e a quello antisìonista prevalentemente di estrema sinistra, si sommi ormai l'antisemitismo di una fetta di giovani musulmani, nelle periferie ma anche dentro Parigi, che considerano gli ebrei colpevoli di tutti i mali, e anche della loro esclusione sociale. Già sei mesi fa il settimanale Express titolava in copertina: "Il nuovo malessere degli ebrei francesi", ovvero il malessere di una comunità che si sente minacciata dall'antisemitismo dilagante e vittima dell'indifferenza generale dei media. «Perché così tanto imbarazzo a parlare di razzismo antiebraico? », si chiedeva l'Express. I numeri d'altronde parlano chiaro: la violenza antisemita è cresciuta del 26 per cento nell'ultimo anno in Francia, il danneggiamento di luoghi ebraici del 22 per cento. E poi undici ebrei francesi uccisi in dieci anni, lettere di minacce e bombe molotov contro i negozi kosher, metà del contingente militare francese stanziato dal 2015 che deve presidiare i 700 siti ebraici. L'antisemitismo in Francia «rimane, si trasforma, riappare, muta», ha detto il primo ministro Edouard Philippe.
  Solo per ricordare gli ultimi atti di odio. Nel 2006 il giovane Ilan Halimi viene rapito e torturato per tre settimane da una banda di nordafricani, per poi essere abbandonato morente. A fine gennaio suscitò indignazione l'episodio di un bimbo ebreo di 8 anni aggredito in strada a Sarcelles, mentre si recava a lezione con in testa una kippah. Un anno fa, aprile 2017, Sarah Halimi, una donna ebrea di 65 anni, è stata picchiata e gettata dalla finestra di casa sua. Ancora prima, nel 2012, tre bambini e un insegnante erano stati uccisi in una scuola ebraica al centro della città di Tolosa. Le cose sono cambiate anni dopo. Dopo l'attacco al negozio kosher nel 2015, due giorni dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo, una cifra record, 7.900 ebrei, hanno cominciato ad emigrare in massa verso Israele. «Da anni gli ebrei si sentono meno sicuri in Francia e partono per Israele o per altri Paesi. Oggi siamo intorno alle cinquemila partenze l'anno, in diminuzione dopo il picco seguito all'attentato al supermercato kasher, ma è sempre il doppio del normale», ha denunciato il presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia, Francis Kalifat.
  Con circa mezzo milione di persone, la Francia è la prima comunità ebraica dell'Europa occidentale. Finora lo Stato, di fronte all'ascesa dell'islam radicale, sembra essersi ritirato, almeno in alcune realtà e in alcuni quartieri. Ad esempio ad Aulnay-sous-Bois il numero di famiglie di fede ebraica è passato da 600 a 100, a Blanc-Mesnil da 300 a 100, a La Courneuve da 300 a 80. «La Francia non sarebbe più la stessa se i nostri connazionali ebrei dovessero abbandonarla perché hanno paura», ha detto di recente Macron, che ha presentato un nuovo piano contro il razzismo e l'antisemitismo per il biennio 2018-2020. È stata necessaria un'atmosfera di guerra per rendersi conto di come, a settant'anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli ebrei francesi non siano al sicuro a camminare per strada.

(Shalom, aprile-maggio 2018)


Inchiesta Onu su Gaza: Israele denuncia "ipocrisia e assurdità"

Squadra del Palazzo di Vetro dovrebbe indagare sugli avvenimenti di Gaza

GERSUALEMME - Israele ha respinto la votazione, da parte del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, di una risoluzione per l'invio di una squadra internazionale specializzata in crimini di guerra, per indagare sugli avvenimenti di Gaza.
"Israele respinge completamente la decisione del Consiglio dei diritti umani, che dimostra una volta di più che si tratta di un organismo ad automatica maggioranza anti-israeliana dominato da ipocrisia e assurdità", ha affermato il ministero degli Affari esteri israeliano in un comunicato.

(askanews, 18 maggio 2018)



L'Onu è illegale

 


Anche il Paraguay trasferisce la sua ambasciata in Israele a Gerusalemme

L'inaugurazione della nuova sede nei prossimi giorni

ASUNCION - Il Paraguay inaugurerà nei prossimi giorni la propria ambasciata a Gerusalemme, seguendo quanto già fatto da Stati Uniti e Guatemala. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Eladio Loizaga, senza però precisare la data della cerimonia.
Secondo fonti non ufficiali, la nuova sede diplomatica dovrebbe essere inaugurata martedì prossimo, alla presenza del presidente Horacio Cartes.
"Il presidente ha pianificato questa decisione circa otto mesi fa, ne abbiamo discusso, e ora è arrivato il momento. La decisione non ha nulla a che fare con il fatto che altri governi abbiamo fatto la stessa cosa", ha detto Loizaga a radio 780 AM di Asuncion.
Il trasferimento dell'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme non impedirà al Paraguay di mantenere un rapporto "intenso e molto stretto" con la Palestina, ha aggiunto il ministro.

(askanews, 18 maggio 2018)


Le mosse di Putin, che suggerisce ad Al-Sisi di fermare Hamas

Per il leader del Cremlino è importante che Israele non si senta isolato, e dunque spinto tra le braccia di Trump, e che l'Iran moderi le sue ambizioni

di Franco Venturini

Quando Vladimir Putin parla poco come ha fatto ultimamente, gli altri si preoccupano. Eppure per capire i giochi del Cremlino basterebbe ricordare la parata della Vittoria dello scorso 9 maggio. Mentre sfilavano truppe e mezzi, chi c'era in tribuna a poca distanza da Putin? Il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il quale, poco dopo, ha affiancato Putin nel rendere il tradizionale omaggio floreale alla tomba del milite ignoto, e poi alle tombe di caduti illustri. E' vero che Netanyahu si trovava a Mosca. Ma certe presenze sottolineate parlano da sole.Passano due giorni, e Mosca annuncia che non venderà più alla Siria i micidiali missili antiaerei S-300. L'equazione è semplice: se l'avesse fatto, le incursioni aeree israeliane per colpire strutture iraniane in Siria oppure convogli di armi destinate a Hezbollah sarebbero diventate molto più complicate. Bravo Netanyahu, si dirà. Certo, ma dietro alla sua improvvisa arrendevolezza Putin ha una strategia: garantire per quanto può la sicurezza di Israele per allontanare la prospettiva di una guerra contro l'Iran cui si starebbero preparando Trump , l'Arabia Saudita e in caso di necessità lo stesso Israele.
   Secondo fonti diplomatiche attendibili nella notte tra il 14 e il 15 maggio scorsi, subito dopo la strage al confine con Gaza, è stato Putin a «suggerire» al presidente egiziano Al-Sisi, suo amico e alleato, di intimare ad Hamas il ritiro dei manifestanti dalla rete confinaria. Cosa che è puntualmente avvenuta, evitando un nuovo bagno di sangue. E non basta. Il Cremlino non auspica apertamente la divisione della Siria, ma la creazione delle «zone di de-escalation», un'idea russa, vengono viste da molti come un primo passo. Putin intenderebbe ora rimescolare le carte tra alleati in modo che le milizie di Teheran non siano tanto vicine da colpire, nemmeno con i razzi, il territorio israeliano. Golan Compreso. I rapporti tra Israele e Russia sono da tempo migliorati. Putin afferma volentieri di «avere dei doveri» perché la popolazione israeliana è in parte russofona (un sesto del totale). Ma il Medio Oriente di oggi non è posto per sentimentalismi. Piuttosto, conta per Mosca che Israele non si senta isolato e dunque spinto tra le braccia di Trump, e conta che l'Iran moderi le sue ambizioni. Comprese quelle nucleari, se le sanzioni Usa affonderanno il tentativo europeo di salvare il patto del 2015.

(Corriere della Sera, 18 maggio 2018)


*


C'è l'Egitto dietro la «resa» di Hamas a Gaza

Al-Sisi ha messo in guardia contro i rischi dell'escalation. Erdogan attacca Israele: "Banditi"

di Roberto Fabbri

Tra Israele e Hamas non c'è di mezzo solo il leader turco Recep Tayyip Erdogan, che con le elezioni tra un mese soffia sempre più forte sul fuoco dell'odio anti-israeliano: c'è anche, e forse soprattutto, Abdelfattah al-Sisi, presidente di quell'Egitto che cerca di porsi come interlocutore fra Israele e palestinesi, forte delle buone relazioni che intrattiene con entrambi, oltre che della geografia.
   Così, se da una parte l'aspirante Sultano di Ankara non fa che alzare i toni contro lo Stato ebraico, dall'altra il generalissimo del Cairo si impegna per spingere Hamas, che governa Gaza, su posizioni più ragionevoli. E non è improbabile che ci sia stato proprio al-Sisi dietro la scelta apparentemente inspiegabile di trattenere le masse palestinesi della Striscia dallo scatenarsi nella annunciata giornata campale contro Israele di martedì scorso.
   Le Monde scrive che Ahmed Youssef, una delle poche figure pragmatiche di Hamas, ha riconosciuto che l'Egitto ha messo esplicitamente in guardia il suo movimento: evitate qualsiasi escalation - questo il messaggio - o rischierete che Israele vi colpisca con durezza e metta nel suo mirino i vostri dirigenti. Ora Hamas - preoccupata del grave contraccolpo che ha inferto al morale della popolazione di Gaza l'uccisione di 60 dimostranti e il ferimento di quasi tremila - considererebbe una svolta strategica più pacifica. In cambio, al-Sisi avrebbe assicurato al capo di Hamas Ismail Haniyeh, che si è recato al Cairo venerdì scorso, il suo impegno per «migliorare la situazione a Gaza»: in particolare verrebbe offerta la riapertura del valico di confine egiziano-palestinese di Rafah.
   Sull'altro fronte, come si diceva, c'è invece un Erdogan tonitruante, deciso a impersonare davanti all'opinione pubblica musulmana nel mondo la reazione alla «iniquità degli israeliani». Erdogan ha sostenuto ieri che «il silenzio» sulle uccisioni di palestinesi a Gaza è la prova che «le Nazioni Unite sono collassate», e ha rincarato la dose affermando che «se questo silenzio continuerà, il mondo sarà rapidamente trascinato in un caos dove prevarrà il banditismo». A Erdogan non è mancato il sostegno del presidente «moderato» dell'Iran, Hassan Rouhani, che insiste sulla necessità di formare «un fronte islamico forte e unito contro Israele».
   Le frontiere dello Stato ebraico restano comunque all'erta, e non solo a Gaza: ieri è suonato un allarme antimissile che ha costretto i residenti delle Alture del Golan, ai confini con la Siria, a raggiungere i rifugi antiaerei. Era stata udita una forte esplosione che ha fatto temere un attacco. Si è poi saputo che un drone era penetrato nei cieli israeliani dal territorio siriano, e che era stato abbattuto da un missile del sistema difensivo Iron Dome. L'allarme è così rientrato.

(il Giornale, 18 maggio 2018)


Caos in Germania per le vignette antisemite sulla stampa

di Daniel Mosseri

"L'anno prossimo a Gerusalemme!"
BERLINO - Oltre che odioso, il pregiudizio è un vizio difficile da mettersi alle spalle. Ne sanno qualcosa alla Süddeutsche Zeitung, progressista quotidiano tedesco pubblicato a Monaco, prodigo di scoop e inchieste interessanti. Nessuno però è perfetto: in tema di vignette, per esempio, la Süddeutsche lascia spesso a desiderare, soprattutto quando i soggetti ritratti sono di fede ebraica. Decidere cosa si possa o non si possa disegnare, cosa sia satira e cosa insulto non è compito facile. Giorni addietro la SZ pubblicava una vignetta in cui una timida pecorella bianca con addosso il cartello «Accordo nucleare» brucava innocente in cima a una collinetta mentre da sotto due lupi neri con la bava alla bocca si accingevano a saltarle addosso. Le due fiere assetate di sangue erano invece «Usa» e «Israele». Associare il regime khomeinista a una pecorella è senza dubbio una forzatura che non insulta nessuno, quanto ai lupi vi si può leggere un vecchio riflesso antiatlantico e antisionista diffuso nella sinistra europea. Decisamente scorretto è invece ritrarre gli ebrei con il naso adunco o con le sembianze di una piovra. Fare riferimento all'iconografia del Terzo Reich non lascia dubbi: è antisemitismo, e che a cadere in errore sia una testata tedesca colta e innovatrice è particolarmente triste. SZ lo ha fatto dopo i recenti fatti di sangue sul confine fra Gaza e Israele: l'indomani il giornale di Monaco ritraeva il primo ministro di Israele Bibi Netanyahu dotato di labbroni, nasone e orecchioni di ordinanza nelle vesti della paffuta vincitrice israeliana dell'Eurovision 2018, Netta Barzilai. Sul palco della gara canora con un missile anziché il microfono in mano, il politico annunciava «l'anno prossimo a Gerusalemme». Particolare osceno, la «v» di Eurovision sullo sfondo era sostituita nel disegno con una stella di Davide. Una vignetta che richiama «l'intollerabile propaganda nazista», si è lamentato con la Bild Felix Klein, il neo commissario tedesco contro l'antisemitismo. A favore dell'istituzione del suo ufficio si è espresso tutto l'establishment tedesco, preoccupato per il risorgente antisemitismo di matrice araba e islamica e forse dimentico di quello made in Germany. Il direttore di SZ si è prontamente scusato. Nel 2014 a fare pubblica ammenda era stato invece il vignettista che aveva ritratto il fondatore di Facebook, l'ebreo Mark Zuckerberg, come una piovra tentacolare intenta a controllare telefoni e computer del mondo. Se non fosse stato per i riccioletti biondi, Zuckerberg non lo avrebbe riconosciuto nessuno: nella vignetta della Süddeutsche era ritratto con un naso enorme.

(il Giornale, 18 maggio 2018)


Sport-tech, Israele chiama Italia

Crossborder. Il programma Spin Accelerator Italy premia la padovana Wearit, che volerà ai Mondiali di Russia

di Tiziana Pikler

La prima edizione di SpinAccelerator Italy, il programma internazionale dedicato allo sviluppo di startup sport tech promosso dal network israeliano Hype Sport Innovation con Trentino Sviluppo e l'Università di Trento, ha il suo vincitore d'esordio. È la realtà padovana Wearit che si è aggiudicata un periodo di preincubazione nel polo green del Trentino Progetto Manifattura, oltre alla partecipazione a un evento pubblico curato da Hype Sports lnnovation nel corso dei prossimi mondiali di calcio in Russia. La piattaforma smart per l' engagement offre agli sciatori la possibilità di monitorare le proprie performance e lo stile della sciata, grazie all'uso di diversi dispositivi tecnologici indossabili e installabili sugli scarponi. La startup si rivolge anche al settore turistico invernale, con la possibilità di integrare la tecnologia ai servizi offerti a chi visita il territorio.
   Dalle 65 application pervenute agli organizzatori, sono state selezionate le 24 migliori startup dalle quali sono emerse poi le dieci finaliste, dopo un percorso di accelerazione di quattro mesi. I Paesi maggiormente rappresentati sono stati Italia, Stati Uniti, Austria, Repubblica Ceca ed Estonia. Circa un quarto delle proposte erano trasversali a diverse discipline, rivolgendosi per lo più al training, quattro al calcio, due rispettivamente al bike/motorbike, corsa, sci, atletica, tennis e fitness, una ciascuna per hockey, sicurezza/sport estremi ed e-sport. «Come prima esperienza è stata sicuramente positiva - dichiara Paolo Pretti, direttore operativo di Trentino Sviluppo-Adesso vorremmo costruire una storia di successo trattenendo almeno quattro delle startup finaliste da noi, in modo che possano essere anche un traino alla seconda edizione». Il programma SpinAccelerator Italy fa parte del più ampio progetto di sviluppo del cluster dello sport del Trentino che punta a diventare un riferimento nazionale e internazionale.
   «Tutte le iniziative che riguardano le startup e la tecnologia contribuiscono a creare una cultura dell'innovazione legata allo sport che è vitale per poter costruire un ecosistema forte e strutturato di startup sport-tech» dice Vittoria Gozzi, ceo Wylab, nonché mentore membro della giuria dello Spin Lab, aggiungendo: «Il Trentino ha intuito in maniera lungimirante quanto sia importante operare su sport e turismo sportivo come driver dell'economia. È un esempio di modello di intervento pubblico che potrebbe essere applicato anche in altre regioni italiane».
   Per Gozzi una menzione speciale, tra le dieci finaliste, spetta a Sense Arena, startup proveniente da Praga, che sfrutta le potenzialità della realtà virtuale per la preparazione dei giocatori di hockey. «In Wylab abbiamo già visto qualche soluzione del genere applicata al calcio, la tecnologia in questo senso sta avanzando rapidamente» aggiunge.
   Il settore della tecnologia applicata allo sport ha un valore economico, a livello mondiale, che si aggira sui 650 miliardi di dollari e gli investimenti continuano a crescere, attestandosi oggi a circa 4,5 miliardi di dollari. «Iniziative come questa vanno nella direzione della modernità. Lo sport deve essere in prima linea nell'innovare e nel cercare nuove soluzioni tecniche per stare al passo con il resto del mondo» ribadisce il presidente del Coni Giovanni Malagò.

(Il Sole 24 Ore, 18 maggio 2018)


Notizie archiviate



Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse liberamente, citando la fonte.