L'Eterno è giusto in tutte le sue vie
e benigno in tutte le sue opere.
L'Eterno è vicino a tutti quelli che lo invocano,
a tutti quelli che lo invocano in verità.
Salmo 145:17-18  
 

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Predicazioni
Dio con noi
    MATTEO 1
  1. Or la nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe; e prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo.
  2. E Giuseppe, suo marito, essendo uomo giusto e non volendo esporla ad infamia, si propose di lasciarla occultamente.
  3. Ma mentre aveva queste cose nell'animo, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prender con te Maria tua moglie; perché ciò che in lei è generato, è dallo Spirito Santo.
  4. Ed ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati.
  5. Or tutto ciò avvenne, affinché si adempiesse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
  6. Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele, che, interpretato, vuol dire: «Iddio con noi».
    SALMO 145

  1. Io ti esalterò, o mio Dio, mio Re, e benedirò il tuo nome in eterno.
  2. Ogni giorno ti benedirò e loderò il tuo nome per sempre.
  3. L'Eterno è grande e degno di somma lode, e la sua grandezza non si può investigare.
  4. Un'età dirà all'altra le lodi delle tue opere e farà conoscere le tue gesta.
  5. Io mediterò sul glorioso splendore della tua maestà
    GENESI 2
  1. L’Eterno Iddio formò l'uomo dalla polvere della terra,
  2. gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente
    ISAIA 53
  1. Egli è cresciuto davanti a lui come un germoglio, come una radice che esce da un arido suolo.
    GIOVANNI 20
  1. Allora Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi”.
  2. Detto questo, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”.
    PROVERBI 8
  1. Quando egli disponeva i cieli io ero là; quando tracciava un cerchio sulla superficie dell'abisso,
  2. quando condensava le nuvole in alto, quando rafforzava le fonti dell'abisso,
  3. quando assegnava al mare il suo limite perché le acque non oltrepassassero il suo cenno, quando poneva i fondamenti della terra,
  4. io ero presso di lui come un artefice, ero sempre esuberante di gioia, mi rallegravo in ogni tempo nel suo cospetto;
  5. mi rallegravo nella parte abitabile della sua terra, e trovavo la mia gioia tra i figli degli uomini.
    GENESI 2
  1. E udirono la voce dell'Eterno Iddio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l'uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell'Eterno Iddio fra gli alberi del giardino.
    GIOVANNI 3
  1. Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito figlio affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.
    1 CORINZI 15
  1. Così anche sta scritto: «Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente»; l'ultimo Adamo è spirito vivificante”.
    GENESI 3
  1. E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la sua progenie; questa ti schiaccerà il capo, e tu le ferirai il calcagno”.
    ISAIA 7
  1. Perciò il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.
    GIOVANNI 12
  1. “Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo, ma, se muore, produce molto frutto" .
    ESODO 3
  1. E l'Eterno disse: “Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; 
  2. e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani.
    ESODO 29
  1. Sarà un olocausto perenne offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io vi incontrerò per parlare con te.
  2. E là io mi troverò con i figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E dimorerò in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per dimorare tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro
    GIOVANNI 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.

Marcello Cicchese
febbraio 2024

Una grande gioia

ATTI 2

  1. Quelli dunque i quali accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.
  2. Ed erano perseveranti nell'attendere all'insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere.
  3. E ogni anima era presa da timore; e molti prodigi e segni eran fatti dagli apostoli.
  4. E tutti quelli che credevano erano insieme, ed avevano ogni cosa in comune;
  5. e vendevano le possessioni ed i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
  6. E tutti i giorni, essendo di pari consentimento assidui al tempio, e rompendo il pane nelle case, prendevano il loro cibo assieme con gioia e semplicità di cuore,
  7. lodando Iddio, e avendo il favore di tutto il popolo. E il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che erano sulla via della salvezza.

ATTI 4

  1. E la moltitudine di coloro che avevano creduto, era d'un sol cuore e d'un'anima sola; né v'era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva, ma tutto era comune tra loro.
  2. E gli apostoli con gran potenza rendevano testimonianza della risurrezione del Signor Gesù; e gran grazia era sopra tutti loro.
  3. Poiché non v'era alcun bisognoso fra loro; perché tutti coloro che possedevano poderi o case li vendevano, portavano il prezzo delle cose vendute,
  4. e lo mettevano ai piedi degli apostoli; poi, era distribuito a ciascuno, secondo il bisogno.

LUCA 2

  1. Or in quella medesima contrada vi erano dei pastori che stavano nei campi e facevano di notte la guardia al loro gregge.
  2. E un angelo del Signore si presentò ad essi e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e temettero di gran timore.
  3. E l'angelo disse loro: Non temete, perché ecco, vi reco il buon annuncio di una grande gioia che tutto il popolo avrà:
  4. Oggi, nella città di Davide, v'è nato un salvatore, che è Cristo, il Signore.

MATTEO 2

  1. Or essendo Gesù nato in Betlemme di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betlemme di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima gioia.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.

ATTI 8

  1. Coloro dunque che erano stati dispersi se ne andarono di luogo in luogo, annunziando la Parola. E Filippo, disceso nella città di Samaria, vi predicò il Cristo.
  2. E le folle di pari consentimento prestavano attenzione alle cose dette da Filippo, udendo e vedendo i miracoli che egli faceva.
  3. Poiché gli spiriti immondi uscivano da molti che li avevano, gridando con gran voce; e molti paralitici e molti zoppi erano guariti.
  4. E vi fu grande gioia in quella città.

ATTI 13

  1. Ma Paolo e Barnaba dissero loro francamente: Era necessario che a voi per i primi si annunziasse la parola di Dio; ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco, noi ci volgiamo ai Gentili.
  2. Perché così ci ha ordinato il Signore, dicendo: Io ti ho posto per esser luce dei Gentili, affinché tu sia strumento di salvezza fino alle estremità della terra.
  3. E i Gentili, udendo queste cose, si rallegravano e glorificavano la parola di Dio; e tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero.
  4. E la parola del Signore si spandeva per tutto il paese.
  5. Ma i Giudei istigarono le donne pie e ragguardevoli e i principali uomini della città, e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba, e li scacciarono dai loro confini.
  6. Ma essi, scossa la polvere dei loro piedi contro loro, se ne vennero ad Iconio.
  7. E i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

ROMANI 15

  1. Or l'Iddio della pazienza e della consolazione vi dia d'avere fra voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù,
  2. affinché di un solo animo e di una stessa bocca glorifichiate Iddio, il Padre del nostro Signor Gesù Cristo.
  3. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, siccome anche Cristo ha accolto noi per la gloria di Dio;
  4. poiché io dico che Cristo è stato fatto ministro dei circoncisi, a dimostrazione della veracità di Dio, per confermare le promesse fatte ai padri;
  5. mentre i Gentili hanno da glorificare Dio per la sua misericordia, secondo che è scritto: Per questo ti celebrerò fra i Gentili e salmeggerò al tuo nome.
  6. Ed è detto ancora: Rallegratevi, o Gentili, col suo popolo.
  7. E altrove: Gentili, lodate tutti il Signore, e tutti i popoli lo celebrino.
  8. E di nuovo Isaia dice: Vi sarà la radice di Iesse, e Colui che sorgerà a governare i Gentili; in lui spereranno i Gentili.
  9. Or l'Iddio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nel vostro credere, onde abbondiate nella speranza, mediante la potenza dello Spirito Santo.


    Marcello Cicchese
    maggio 2016

L'interesse di Cristo
FILIPPESI, cap. 1

  1. Soltanto, comportatevi in modo degno del vangelo di Cristo, affinché, sia che io venga a vedervi sia che io resti lontano, senta dire di voi che state fermi in uno stesso spirito, combattendo insieme con un medesimo animo per la fede del vangelo, 
  2. per nulla spaventati dagli avversari. Questo per loro è una prova evidente di perdizione; ma per voi di salvezza; e ciò da parte di Dio. 
  3. Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, 
  4. sostenendo voi pure la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e nella quale ora sentite dire che io mi trovo.

FILIPPESI, cap. 2

  1. Se dunque v'è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d'amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, 
  2. rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento
  3. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, 
  4. cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 
  5. Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 
  6. il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, 
  7. ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 
  8. trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. 
  9. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 
  10. affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 
  11. e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
  12. Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quando ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; 
  13. infatti è Dio che produce in voi il volere e l'agire, secondo il suo disegno benevolo. 
  14. Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute
  15. perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, 
  16. tenendo alta la parola di vita, in modo che nel giorno di Cristo io possa vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato. 
  17. Ma se anche vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede, ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi; 
  18. e nello stesso modo gioitene anche voi e rallegratevene con me.


Marcello Cicchese
novembre 2006

Salmo 92
Salmo 92
    Canto per il giorno del sabato.
  1. Buona cosa è celebrare l'Eterno,
    e salmeggiare al tuo nome, o Altissimo;
  2. proclamare la mattina la tua benignità,
    e la tua fedeltà ogni notte,
  3. sul decacordo e sul saltèro,
    con l'accordo solenne dell'arpa!
  4. Poiché, o Eterno, tu m'hai rallegrato col tuo operare;
    io celebro con giubilo le opere delle tue mani.
  5. Come son grandi le tue opere, o Eterno!
    I tuoi pensieri sono immensamente profondi.

  6. L'uomo insensato non conosce
    e il pazzo non intende questo:
  7. che gli empi germoglian come l'erba
    e gli operatori d'iniquità fioriscono, per esser distrutti in perpetuo.
  8. Ma tu, o Eterno, siedi per sempre in alto.
  9. Poiché, ecco, i tuoi nemici, o Eterno,
    ecco, i tuoi nemici periranno,
    tutti gli operatori d'iniquità saranno dispersi.

  10. Ma tu mi dai la forza del bufalo;
    io son unto d'olio fresco.
  11. L'occhio mio si compiace nel veder la sorte di quelli che m'insidiano,
    le mie orecchie nell'udire quel che avviene ai malvagi
    che si levano contro di me.
  12. Il giusto fiorirà come la palma,
    crescerà come il cedro sul Libano.
  13. Quelli che son piantati nella casa dell'Eterno
    fioriranno nei cortili del nostro Dio.
  14. Porteranno ancora del frutto nella vecchiaia;
    saranno pieni di vigore e verdeggianti,
  15. per annunziare che l'Eterno è giusto;
    egli è la mia ròcca, e non v'è ingiustizia in lui.

Marcello Cicchese
gennaio 2017

Saggezza che viene da Dio
PROVERBI 2
  1. Figlio mio, se ricevi le mie parole e serbi con cura i miei comandamenti,
  2. prestando orecchio alla saggezza e inclinando il cuore all'intelligenza;
  3. sì, se chiami il discernimento e rivolgi la tua voce all'intelligenza,
  4. se la cerchi come l'argento e ti dai a scavarla come un tesoro,
  5. allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio.
  6. Il Signore infatti dà la saggezza; dalla sua bocca provengono la scienza e l'intelligenza.
  7. Egli tiene in serbo per gli uomini retti un aiuto potente, uno scudo per quelli che camminano nell'integrità,
  8. allo scopo di proteggere i sentieri della giustizia e di custodire la via dei suoi fedeli.
  9. Allora comprenderai la giustizia, l'equità, la rettitudine, tutte le vie del bene.
  10. Perché la saggezza ti entrerà nel cuore, la scienza sarà la delizia dell'anima tua,
  11. la riflessione veglierà su di te, l'intelligenza ti proteggerà;
  12. essa ti scamperà così dalla via malvagia, dalla gente che parla di cose perverse,
  13. da quelli che lasciano i sentieri della rettitudine per camminare nelle vie delle tenebre,
  14. che godono a fare il male e si compiacciono delle perversità del malvagio,
  15. i cui sentieri sono contorti e percorrono vie tortuose.
  16. Ti salverà dalla donna adultera, dalla infedele che usa parole seducenti,
  17. che ha abbandonato il compagno della sua gioventù e ha dimenticato il patto del suo Dio.
  18. Infatti la sua casa pende verso la morte, e i suoi sentieri conducono ai defunti.
  19. Nessuno di quelli che vanno da lei ne ritorna, nessuno riprende i sentieri della vita.
  20. Così camminerai per la via dei buoni e rimarrai nei sentieri dei giusti.
  21. Gli uomini retti infatti abiteranno la terra, quelli che sono integri vi rimarranno;
  22. ma gli empi saranno sterminati dalla terra, gli sleali ne saranno estirpati.

Marcello Cicchese
aprile 2009

Sovranità e grazia di Dio
ROMANI 8
  1. Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.
GENESI 6
  1. Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo.
  2. Il Signore si pentì d'aver fatto l'uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo.
  3. E il Signore disse: «Io sterminerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato: dall'uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perché mi pento di averli fatti».
  4. Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.
GENESI 12
  1. Il Signore disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò;
  2. io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione.
  3. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
ESODO 3
  1. Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni.
  2. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei.
  3. E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire.
  4. Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele».
ESODO 6
  1. Il Signore disse a Mosè: «Ora vedrai quello che farò al faraone; perché, forzato da una mano potente, li lascerà andare: anzi, forzato da una mano potente, li scaccerà dal suo paese».
  2. Dio parlò a Mosè e gli disse: «Io sono il Signore.
  3. Io apparvi ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe, come il Dio onnipotente; ma non fui conosciuto da loro con il mio nome di Signore.
  4. Stabilii pure il mio patto con loro, per dar loro il paese di Canaan, il paese nel quale soggiornavano come forestieri.
  5. Ho anche udito i gemiti dei figli d'Israele che gli Egiziani tengono in schiavitù e mi sono ricordato del mio patto.
  6. Perciò, di' ai figli d'Israele: "Io sono il Signore; quindi vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi salverò con braccio steso e con grandi atti di giudizio.
DEUTERONOMIO 8
  1. Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi do, affinché viviate, moltiplichiate ed entriate in possesso del paese che il Signore giurò di dare ai vostri padri.
  2. Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant'anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti.
  3. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore.
  1. Nel deserto ti ha nutrito di manna che i tuoi padri non avevano mai conosciuta, per umiliarti e per provarti, per farti, alla fine, del bene.

Marcello Cicchese
gennaio 2008

Preghiera sacerdotale 1

    GIOVANNI 17

  1. Queste cose disse Gesù; poi levati gli occhi al cielo, disse: Padre, l'ora è venuta; glorifica il tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, 
  2. poiché gli hai data potestà sopra ogni carne, affinché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dato. 
  3. E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 
  4. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data a fare. 
  5. Ed ora, o Padre, glorificami tu presso te stesso della gloria che avevo presso di te avanti che il mondo fosse. 
  6. Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi, e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. 
  7. Ora hanno conosciuto che tutte le cose che tu mi hai date, vengono da te; 
  8. poiché le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute, e hanno veramente conosciuto ch'io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato. 
  9. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dato, perché sono tuoi; 
  10. e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; ed io sono glorificato in loro. 
  11. Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, essi che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi. 
  12. Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta. 
  13. Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in se stessi la mia allegrezza. 
  14. Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  15. Io non ti prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. 
  16. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  17. Santificali nella verità: la tua parola è verità.
  18. Come tu hai mandato me nel mondo, anch'io ho mandato loro nel mondo. 
  19. E per loro io santifico me stesso, affinché anch'essi siano santificati in verità.
  20. Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: 
  21. che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.
  22. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; 
  23. io in loro, e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me.
  24. Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché veggano la mia gloria che tu mi hai data; poiché tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo.
  25. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; 
  26. ed io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l'amore del quale tu mi hai amato sia in loro, ed io in loro.

    ATTI 10

  1. Voi sapete quello che è avvenuto per tutta la Giudea cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni: 
  2. vale a dire, la storia di Gesù di Nazaret; come Dio l'ha unto di Spirito Santo e di potenza; e come egli è andato attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo, perché Dio era con lui. 
  3. E noi siamo testimoni di tutte le cose ch'egli ha fatte nel paese dei Giudei e in Gerusalemme; ed essi l'hanno ucciso, appendendolo ad un legno. 
  4. Esso ha Dio risuscitato il terzo giorno, e ha fatto sì ch'egli si manifestasse 
  5. non a tutto il popolo, ma ai testimoni che erano prima stati scelti da Dio; cioè a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.


Marcello Cicchese
agosto 2017

Preghiera sacerdotale 2

    GIOVANNI 17

  1. Queste cose disse Gesù; poi levati gli occhi al cielo, disse: Padre, l'ora è venuta; glorifica il tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, 
  2. poiché gli hai data potestà sopra ogni carne, affinché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dato. 
  3. E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 
  4. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data a fare. 
  5. Ed ora, o Padre, glorificami tu presso te stesso della gloria che avevo presso di te avanti che il mondo fosse. 
  6. Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi, e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. 
  7. Ora hanno conosciuto che tutte le cose che tu mi hai date, vengono da te; 
  8. poiché le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute, e hanno veramente conosciuto ch'io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato. 
  9. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dato, perché sono tuoi; 
  10. e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; ed io sono glorificato in loro. 
  11. Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, essi che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi. 
  12. Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta. 
  13. Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in se stessi la mia allegrezza. 
  14. Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  15. Io non ti prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. 
  16. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  17. Santificali nella verità: la tua parola è verità.
  18. Come tu hai mandato me nel mondo, anch'io ho mandato loro nel mondo. 
  19. E per loro io santifico me stesso, affinché anch'essi siano santificati in verità.
  20. Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: 
  21. che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.
  22. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; 
  23. io in loro, e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me.
  24. Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché veggano la mia gloria che tu mi hai data; poiché tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo.
  25. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; 
  26. ed io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l'amore del quale tu mi hai amato sia in loro, ed io in loro.


Marcello Cicchese
ottobre 2017

Un sabato sacro
ESODO 31
  1. L'Eterno parlò ancora a Mosè, dicendo:
  2. 'Quanto a te, parla ai figli d'Israele e di' loro: Badate bene d'osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno fra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché conosciate che io sono l'Eterno che vi santifica.
  3. Osserverete dunque il sabato, perché è per voi un giorno santo; chi lo profanerà dovrà essere messo a morte; chiunque farà in esso qualche lavoro sarà sterminato di fra il suo popolo.
  4. Si lavorerà sei giorni; ma il settimo giorno è un sabato di solenne riposo, sacro all'Eterno; chiunque farà qualche lavoro nel giorno del sabato dovrà esser messo a morte.
  5. I figli d'Israele quindi osserveranno il sabato, celebrandolo di generazione in generazione come un patto perpetuo.
  6. Esso è un segno perpetuo fra me e i figli d'Israele; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli e la terra, e il settimo giorno cessò di lavorare, e si riposò'.
  7. Quando l'Eterno ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli dette le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte col dito di Dio.

Marcello Cicchese
maggio 2017

Benedizione a domicilio?
GENESI 12
  1. Il Signore disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò;
  2. io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione.
  3. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
  4. Abramo partì, come il Signore gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran.
  5. Abramo prese Sarai sua moglie e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che possedevano e le persone che avevano acquistate in Caran, e partirono verso il paese di Canaan.
  6. Giunsero così nella terra di Canaan, e Abramo attraversò il paese fino alla località di Sichem, fino alla quercia di More. In quel tempo i Cananei erano nel paese.
  7. Il Signore apparve ad Abramo e disse: «Io darò questo paese alla tua discendenza». Lì Abramo costruì un altare al Signore che gli era apparso.
  8. Di là si spostò verso la montagna a oriente di Betel, e piantò le sue tende, avendo Betel a occidente e Ai ad oriente; lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore.

MARCO 10
  1. Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»
  2. Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio.
  3. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"».
  4. Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù».
  5. Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
  6. Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.
  7. Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!»
  8. I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!
  9. È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».
  10. Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?»
  11. Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».
  12. Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito».
  13. Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo,
  14. il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.
  15. Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

PROVERBI 10
  1. Quel che fa ricchi è la benedizione dell'Eterno e il tormento che uno si dà non le aggiunge nulla.

Marcello Cicchese
giugno 2006


Salmo 56
Salmo 56
  1. Abbi pietà di me, o Dio, poiché gli uomini anelano a divorarmi; mi tormentano con una guerra di tutti i giorni;
  2. i miei nemici anelano del continuo a divorarmi, poiché sono molti quelli che m'assalgono con superbia.
  3. Nel giorno in cui temerò, io confiderò in te.
  4. Con l'aiuto di Dio celebrerò la sua parola; in Dio confido, e non temerò; che mi può fare il mortale?
  5. Torcono del continuo le mie parole; tutti i lor pensieri son vòlti a farmi del male.
  6. Si radunano, stanno in agguato, spiano i miei passi, come gente che vuole la mia vita.
  7. Rendi loro secondo la loro iniquità! O Dio, abbatti i popoli nella tua ira!
  8. Tu conti i passi della mia vita errante; raccogli le mie lacrime negli otri tuoi; non sono esse nel tuo registro?
  9. Nel giorno che io griderò, i miei nemici indietreggeranno. Questo io so: che Dio è per me.
  10. Con l'aiuto di Dio celebrerò la sua parola; con l'aiuto dell'Eterno celebrerò la sua parola.
  11. In Dio confido e non temerò; che mi può fare l'uomo?
  12. Tengo presenti i voti che t'ho fatti, o Dio; io t'offrirò sacrifizi di lode;
  13. poiché tu hai riscosso l'anima mia dalla morte, hai guardato i miei piedi da caduta, affinché io cammini, al cospetto di Dio, nella luce de' viventi.

Marcello Cicchese
agosto 2016

Una lampada al piede
Salmo 119
  1. La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero.
  2. Ho giurato, e lo manterrò, di osservare i tuoi giusti giudizi.
  3. Io sono molto afflitto; Signore, rinnova la mia vita secondo la tua parola.
  4. Signore, gradisci le offerte volontarie delle mie labbra e insegnami i tuoi giudizi.
  5. La mia vita è sempre in pericolo, ma io non dimentico la tua legge.
  6. Gli empi mi hanno teso dei lacci, ma io non mi sono allontanato dai tuoi precetti.
  7. Le tue testimonianze sono la mia eredità per sempre, esse sono la gioia del mio cuore.
  8. Ho messo il mio impegno a praticare i tuoi statuti, sempre, sino alla fine.

Marcello Cicchese
gennaio 2008

Il peggiore dei profeti
MATTEO

Capitolo 12
  1. Allora alcuni degli scribi e dei Farisei presero a dirgli: Maestro, noi vorremmo vederti operare un segno.
  2. Ma egli rispose loro: Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona.
  3. Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così starà il Figliuol dell'uomo nel cuor della terra tre giorni e tre notti.
  4. I Niniviti risorgeranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno, perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco qui vi è più che Giona!

GIONA

Capitolo 1
  1. La parola dell'Eterno fu rivolta a Giona, figliuolo di Amittai, in questi termini:
  2. 'Lèvati, va' a Ninive, la gran città, e predica contro di lei; perché la loro malvagità è salita nel mio cospetto'.
  3. Ma Giona si levò per fuggirsene a Tarsis, lungi dal cospetto dell'Eterno; e scese a Giaffa, dove trovò una nave che andava a Tarsis; e, pagato il prezzo del suo passaggio, s'imbarcò per andare con quei della nave a Tarsis, lungi dal cospetto dell'Eterno.
  4. Ma l'Eterno scatenò un gran vento sul mare, e vi fu sul mare una forte tempesta, sì che la nave minacciava di sfasciarsi.
  5. I marinai ebbero paura, e ognuno gridò al suo dio e gettarono a mare le mercanzie ch'erano a bordo, per alleggerire la nave; ma Giona era sceso nel fondo della nave, s'era coricato, e dormiva profondamente.
  6. Il capitano gli si avvicinò, e gli disse: 'Che fai tu qui a dormire? Lèvati, invoca il tuo dio! Forse Dio si darà pensiero di noi, e non periremo'.
  7. Poi dissero l'uno all'altro: 'Venite, tiriamo a sorte, per sapere a cagione di chi ci capita questa disgrazia'. Tirarono a sorte, e la sorte cadde su Giona.
  8. Allora essi gli dissero: 'Dicci dunque a cagione di chi ci capita questa disgrazia! Qual è la tua occupazione? donde vieni? qual è il tuo paese? e a che popolo appartieni?'
  9. Egli rispose loro: 'Sono Ebreo, e temo l'Eterno, l'Iddio del cielo, che ha fatto il mare e la terra ferma'.
  10. Allora quegli uomini furon presi da grande spavento, e gli dissero: 'Perché hai fatto questo?' Poiché quegli uomini sapevano ch'egli fuggiva lungi dal cospetto dell'Eterno, giacché egli avea dichiarato loro la cosa.
  11. E quelli gli dissero: 'Che ti dobbiam fare perché il mare si calmi per noi?' Poiché il mare si faceva sempre più tempestoso.
  12. Egli rispose loro: 'Pigliatemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa forte tempesta vi piomba addosso per cagion mia'.
  13. Nondimeno quegli uomini davan forte nei remi per ripigliar terra; ma non potevano, perché il mare si faceva sempre più tempestoso e minaccioso.
  14. Allora gridarono all'Eterno, e dissero: 'Deh, o Eterno, non lasciar che periamo per risparmiar la vita di quest'uomo, e non ci mettere addosso del sangue innocente; perché tu, o Eterno, hai fatto quel che ti è piaciuto'.
  15. Poi presero Giona e lo gettarono in mare; e la furia del mare si calmò.
  16. E quegli uomini furon presi da un gran timore dell'Eterno; offrirono un sacrifizio all'Eterno, e fecero dei voti.

Capitolo 4
  1. Ma Giona ne provò un gran dispiacere, e ne fu irritato; e pregò l'Eterno, dicendo:
  2. 'O Eterno, non è egli questo ch'io dicevo, mentr'ero ancora nel mio paese? Perciò m'affrettai a fuggirmene a Tarsis; perché sapevo che sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira, di gran benignità, e che ti penti del male minacciato.
  3. Or dunque, o Eterno, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me val meglio morire che vivere'.
  4. E l'Eterno gli disse: 'Fai tu bene a irritarti così?'
  5. Poi Giona uscì dalla città, e si mise a sedere a oriente della città; si fece quivi una capanna, e vi sedette sotto, all'ombra, stando a vedere quello che succederebbe alla città.
  6. E Dio, l'Eterno, per guarirlo della sua irritazione, fece crescere un ricino, che montò su di sopra a Giona per fargli ombra al capo; e Giona provò una grandissima gioia a motivo di quel ricino.
  7. Ma l'indomani, allo spuntar dell'alba, Iddio fece venire un verme, il quale attaccò il ricino, ed esso si seccò.
  8. E come il sole fu levato, Iddio fece soffiare un vento soffocante d'oriente, e il sole picchiò sul capo di Giona, sì ch'egli venne meno, e chiese di morire, dicendo: 'Meglio è per me morire che vivere'.
  9. E Dio disse a Giona: 'Fai tu bene a irritarti così a motivo del ricino?' Egli rispose: 'Sì, faccio bene a irritarmi fino alla morte'.
  10. E l'Eterno disse: 'Tu hai pietà del ricino per il quale non hai faticato, e che non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito:
  11. e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?'

Marcello Cicchese
febbraio 2015

Salmo 27
Salmo 27
  1. Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò?
    Il Signore è il baluardo della mia vita; di chi avrò paura?
  2. Quando i malvagi, che mi sono avversari e nemici, mi hanno assalito per divorarmi, essi stessi hanno vacillato e sono caduti.
  3. Se un esercito si accampasse contro di me, il mio cuore non avrebbe paura; se infuriasse la battaglia contro di me, anche allora sarei fiducioso.
  4. Una cosa ho chiesto al Signore, e quella ricerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore, e meditare nel suo tempio.
  5. Poich'egli mi nasconderà nella sua tenda in giorno di sventura, mi custodirà nel luogo più segreto della sua dimora, mi porterà in alto sopra una roccia.
  6. E ora la mia testa s'innalza sui miei nemici che mi circondano. Offrirò nella sua dimora sacrifici con gioia; canterò e salmeggerò al Signore.

  7. O Signore, ascolta la mia voce quando t'invoco; abbi pietà di me, e rispondimi.
  8. Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate il mio volto!»
    Io cerco il tuo volto, o Signore.
  9. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo;tu sei stato il mio aiuto; non lasciarmi, non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza!
  10. Qualora mio padre e mia madre m'abbandonino, il Signore mi accoglierà.
  11. O Signore, insegnami la tua via, guidami per un sentiero diritto, a causa dei miei nemici.
  12. Non darmi in balìa dei miei nemici; perché sono sorti contro di me falsi testimoni, gente che respira violenza.
  13. Ah, se non avessi avuto fede di veder la bontà del Signore sulla terra dei viventi!
  14. Spera nel Signore! Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi; sì, spera nel Signore!

Marcello Cicchese
dicembre 2007

Il Re dei Giudei
Il Re dei Giudei

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.
GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.
Marcello Cicchese
ottobre 2019

Come cerva che assetata
Marcello Cicchese
gennaio 2008

Vanità delle vanità
Vanità delle vanità, tutto è vanità

Dalla Sacra Scrittura

ECCLESIASTE 1
  1. Parole dell'Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
  2. Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.
  3. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
  4. Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
  5. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.
  6. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri.
  7. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.
  8. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire.
  9. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
  10. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto.
  11. Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.
  12. Io, l'Ecclesiaste, sono stato re d'Israele a Gerusalemme,
  13. e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino.
  14. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento.
  15. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato.
  16. Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza».
  17. Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento.
  18. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

ECCLESIASTE 2
  1. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità.
  2. Io ho detto del riso: «É una follia»; e della gioia: «A che giova?»
  1. Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.

ECCLESIASTE 12
  1. Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell'uomo.

1 PIETRO 1
  1. E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;
  2. sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,
  3. ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.
  4. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;
  5. per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio.
  6. Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore,
  7. perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.
  8. Infatti, «ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
  9. ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della buona notizia che vi è stata annunziata.

1 CORINZI 15
  1. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».
  2. «O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?»
  3. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge;
  4. ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo.
  5. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Marcello Cicchese
8 ottobre 2006

La prova della fede
La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006

L’enigma Gesù
L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
Marcello Cicchese
dicembre 2019

Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Il corpo dell'umiliazione
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Una mente rinnovata
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Dal Vangelo di Matteo

CAPITOLO 6
  1. Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.
  2. Perciò vi dico: Non siate con ansiosi per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?
  3. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Non siete voi assai più di loro?
  4. E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito?
  5. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano;
  6. eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.
  7. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba de' campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede?
  8. Non siate dunque con ansiosi, dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo?
  9. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.
  10. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
Marcello Cicchese
dicembre 2015



Una seconda fase della guerra al nord?

di Ugo Volli

• LE FALSE DESCRIZIONI DELLA STAMPA
  1Anche i media meno sbilanciati contro Israele presentano la situazione del Medio Oriente in questa maniera del tutto insostenibile: c’è stato il 7 ottobre, opera però solo di “estremisti” di Hamas, “esasperati dall’occupazione”; l’esercito israeliano ha reagito “troppo”, producendo delle stragi se non proprio un “genocidio” contro l’“innocente” popolo palestinese; ora si tratta di costringerlo a smettere le operazioni, accettando le condizioni di Hamas, che vuole il cessate il fuoco. Quel che accade intorno, in Libano e nel Mar Rosso, sono solo manifestazioni accessorie di solidarietà, da parte di altri “estremisti”, che non vanno “sopravvalutate”. L’Iran “non vuole la guerra”, dunque è “pacifico”, ma reagisce alle “provocazioni” e insomma bisogna venire a patti con lui anche sul nucleare. Gli stati arabi vogliono uno stato palestinese indipendente e se Israele lo riconoscesse, la pace sarebbe a portata di mano.

• LA SITUAZIONE REALE
  In realtà le cose non stanno affatto così. Il 7 ottobre è stato l’inizio di una guerra pianificata dall’Iran, che controlla i terroristi tanto di Hamas che del Libano, della Siria e dello Yemen. Lo scopo della guerra è la distruzione di Israele a tappe, per mezzo del logoramento militare successivo, dell’isolamento internazionale, del blocco economico, della creazione di tensioni politiche devastanti al suo interno. Su questa “lotta di lunga durata” e sui suoi obiettivi è d’accordo la grande maggioranza della popolazione araba di Gaza, Giudea e Samaria, che se può vi collabora volentieri. Lo stato palestinese sarebbe non una condizione di pace, ma lo strumento decisivo di questa strategia iraniana. Perciò in realtà gli stati arabi non fanno nulla per averlo, a parte un po’ di necessaria propaganda. La regia internazionale della guerra ha sfruttato la condizione di scudi umani che Hamas ha assegnato alla popolazione di Gaza, mettendosi in una condizione comunque vincente: poter colpire impunemente le forze israeliane, se queste non reagivano per la presenza di civili, oppure di attribuire loro con una forsennata campagna di diffamazione la responsabilità enormemente esagerata delle perdite, se reagivano. La politica americana, volendo impedire la distruzione dello stato ebraico ma anche il suo rafforzamento, ha puntato a impedire una vittoria rapida di Israele, ponendo continuamente ostacoli alla sua azione, ma poi ha sfruttato il conseguente prolungamento delle ostilità come pretesto per cercare di imporre a Israele la fine dell’azione militare senza la distruzione di Hamas, che significa concedere all’Iran una vittoria decisiva in questa fase e favorire la sua strategia di continuazione della guerra.

• VERSO LA CONCLUSIONE POSITIVA DELL’OPERAZIONE A GAZA
  Ora la fase in cui la guerra si svolgeva principalmente a Gaza si avvia alla conclusione. Il confine con l’Egitto è controllato da Israele, come pure il 40% di Rafah (senza che ciò abbia prodotta la catastrofe umanitaria mille volte minacciata dalla “comunità internazionale”). I capi di Hamas non sono però stati eliminati: c’è chi dice che sono fuggiti attraverso i tunnel e ora sono nascosti chissà dove all’estero, con alcuni rapiti come garanzia. Altri ostaggi sono forse custoditi in case private come gli ultimi salvati, o reclusi nei tunnel; certamente molti fra loro sono stati uccisi dai loro sequestratori. Secondo le ciniche dichiarazioni di un capo di Hamas a Beirut, nessuno può sapere quanti siano rimasti in vita. Si può sperare di liberarne alcuni, bisogna continuare a smantellare le installazioni militari di Hamas e a eliminare i terroristi che si trovano. Sarà un lavoro molto lungo, ma il fronte principale della guerra ormai si è trasferito al confine col Libano.

• LA SECONDA FASE: HEZBOLLAH
  Anche qui Hezbollah è in guerra con Israele da otto mesi, ma ha modulato con molta abilità il proprio intervento. All’inizio si trattava di pochi colpi d’armi da fuoco personali, poi è passato ai razzi anticarro (RPG) sparati anche su case e macchine, infine sono stati usati anche droni e missili veri e propri, su obiettivi civili e militari. Finora Hezbollah ha rivendicato più di 2000 attacchi (circa dieci al giorno) sparando almeno un terzo dei 20 mila missili diretti durante la guerra al territorio israeliano (cento al giorno in media). Il movimento terrorista dispone di fortificazioni sotterranee probabilmente ancor più vaste e solide di quelle di Hamas, anche perché agisce in territorio montagnoso, dove si è insediato stabilmente quando Ehud Barak nel 2000 abbandonò senza preavviso l’esercito del Libano del Sud che proteggeva la fascia di confine: una decisione altrettanto demagogica e sbagliata quanto lo sgombero dei villaggi ebraici di Gaza deciso da Sharon cinque anni dopo. Le sue truppe sono bene addestrate ed armate, allenate e selezionate nella guerra civile siriana. Si ritiene inoltre che Hezbollah detenga alcune centinaia di migliaia di razzi e missili di vario tipo forniti dall’Iran, compreso un buon numero di proiettili guidati da sistemi elettronici, in grado di colpire obiettivi delicati con grande precisione. Israele ha finora colpito in profondità caserme, depositi di armi, fortificazioni e soprattutto capi militari anche lontano dal confine, ben a nord di Beirut, ma il vantaggio strategico di questa fase della guerra resta a Hezbollah, che è riuscito a costringere Israele a evacuare le città e i villaggi più settentrionali e ha più volte minacciato o colpito obiettivi militari e città come Zfat e Haifa. Se un missile colpisse la zona portuale di questa città, dov’è ospitata fra l’altro la base principale della marina militare, potrebbe provocare una catastrofe ecologica incendiando i grandi depositi dell’industria chimica che vi hanno sede.

• LA PROSPETTIVA
  La scelta se lasciare l’offensiva ai terroristi, rispondendo con rappresaglie mirate soprattutto ai comandanti e alle installazioni militari, oppure prendere l’iniziativa con bombardamenti più vasti seguiti da un’operazione terrestre è dunque molto difficile, anche perché al solito la “comunità internazionale” (essenzialmente Usa e Francia, antica potenza coloniale del Libano) cerca di frenare l’azione di Israele. Ma, per scelta di Hezbollah (o più probabilmente dell’Iran), il fronte settentrionale è diventato sempre più attivo e pericoloso. Non bisognerà meravigliarsi, dunque, se nei prossimi giorni vi si svilupperà una guerra di grandi dimensioni. Beninteso, sarebbe facilissimo evitarla: basterebbe che Hezbollah smettesse di sparare sul territorio israeliano e di minacciarlo, ritirandosi a nord del fiume Litani, come previsto dalla risoluzione dell’Onu che pose fine alla guerra del Libano nel 2006. Ma I terroristi non intendono farlo, perché il loro obiettivo non è l’indipendenza del Libano, che nessuno discute, ma la distruzione di Israele.

(Shalom, 16 giugno 2024)

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A Sderot, al confine con Gaza, dal 7 ottobre essere anormali è la normalità

Sderot è una graziosa cittadina a meno di un chilometro dal confine con la Striscia di Gaza. Per arrivare al centro della località si incrociano diverse rotonde, una delle prime è dedicata a Yitzhak Shamir, il settimo Primo Ministro dello Stato di Israele. Sul monumento ubicato nella piazza dedicatagli sono incisi il suo nome, la data di nascita e di morte (1915-2012), una sua foto e una sua citazione: “Spero di essere ricordato come un uomo che ha amato la Terra d’Israele e ha fatto tutto ciò che era in suo potere per compiacerla”. Una statua con un suonatore di violoncello abbellisce l’intera rotonda adornata da fiori gialli. Bandierine blu, bianche, gialle e rosse rallegrano le strade d’ingresso che, piazza dopo piazza, conducono dentro la città. È evidente a colpo d’occhio che lo Stato di Israele si sia impegnato nel rendere vivibile e gradevole una cittadina fortemente problematica data la sua natura geografica, al netto dei confini attuali: Sderot, infatti, fu uno dei teatri del massacro del 7 ottobre per mano dei terroristi palestinesi....

(Bet Magazine Mosaico, 16 giugno 2024)

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Chi sono i “giornalisti” complici di Hamas

Il caso dei reporter che hanno il filo diretto con i terroristi palestinesi.

di Michael Sfaradi

Indro Montanelli, grande maestro, sosteneva che il giornalismo è tale quando svolge la funzione di sentinella o cane da guardia della democrazia. Se nelle democrazie del passato il giornalismo libero era poco ma c’era, nelle democrazie dei giorni nostri è diventato una via di mezzo fra un’utopia e un animale mitologico. Il giornalismo ormai, e noi ci siamo tristemente abituati a questa tremenda realtà, non è più informazione ma spettacolo delle notizie dove si strillano le novità che fanno ascolti secondo criteri che vanno dalla linea editoriale al bisogno di avere quanta più gente possibile davanti agli schermi quando passa la pubblicità. Perché la pubblicità è progresso anche se condita di propaganda e ideologia.
  Con buona pace della verità perché come scrisse George Orwell su Verità e Menzogna: “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.” Pertanto, nel tempo dell’inganno universale, le grandi reti televisive, per esempio le americane CBS News, NBC news e Fox News Channel, tanto per citare alcuni esempi, oppure la BBC britannica o la Antenne 2 francese, oppure, per rimanere in Italia, in alcuni telegiornali delle reti Mediaset (privata) o nella quasi totalità di quelli della Rai, che dovrebbe essere di Stato ma che invece è solo di qualcuno, quando fanno informazione, è sotto gli occhi di tutti ma solo in pochi sembra che se ne rendano conto, hanno tante linee editoriali, interessi politici, motivi di bottega.
  Questo perché, come detto prima, la pubblicità è progresso e porta il denaro che serve per la sopravvivenza delle reti stesse e per aumentare gli stipendi, già belli grassi, dei vari dirigenti che fanno il lavoro per cui vengono pagati. Cioè, da bravi Yesman, allinearsi e dire e far dire solo ciò che va bene al padrone di turno. Con tanti saluti ai cani da guardia della democrazia che ormai sono tutti in pensione o nei canili. Quei pochi ancora in libertà sono solo randagi pulciosi che quando abbaiano danno solo fastidio al vicinato.
  Tornando ai grandi network internazionali, soprattutto quando l’argomento è il Medioriente e Israele in particolare, abbiamo un ampio campionario di deviazioni giornalistiche che, almeno per diritto di cronaca, è necessario denunciare. Parafrasando Orwell, nel tempo dell’inganno universale, un giornalista che mette in luce le storture del giornalismo fa “un atto rivoluzionario.” Prendiamo i due esempi più eclatanti: la CNN e Al Jazeera. Questi due network televisivi godono della fama di essere fra i più rapidi e puntuali nel diffondere le notizie, ma essere rapidi e puntuali non basta per dare informazione di qualità. Non è un caso che proprio questi due network sono stati più volte attenzionati e silenziati dalle autorità israeliane sia per aver divulgato da Israele notizie sotto censura sia per aver divulgato notizie false.
  Ad Al Jazeera, novità di pochi giorni fa, è stato rinnovato il divieto di trasmettere da Israele per i prossimi 45 giorni. Al fine di stroncare le polemiche sul nascere faccio presente ai lettori che nessun network israeliano ha la possibilità di lavorare dal Qatar. Ci furono permessi limitati e momentanei concessi solo durante il periodo dei mondiali di calcio. Dirigenti della CNN diverse volte si sono trovati nell’imbarazzante condizione di dover volare in Israele per evitare la chiusura dei loro uffici di Gerusalemme, di casi in cui i loro giornalisti ne hanno combinate di tutti i colori, e sempre in un senso, ce ne sono stati tanti e le scuse a scoppio ritardato delle varie firme, anche importanti, non sono servite a sistemare i rapporti fra le parti.
  Per dare un senso alla mia critica sul modo di fare giornalismo alla CNN vorrei usare due esempi: il primo riguarda Sara Sinder, corrispondente CNN, che il 14 ottobre si è scusata con Hamas per aver riportato la versione secondo la quale i membri di Hamas avrebbero ucciso barbaramente bambini nell’offensiva in Israele di una settimana prima. Si è scusata di aver riportato la notizia di “neonati e bambini con le teste decapitate”. Vorrei ricordare che il 14 ottobre fotografie e filmati dei massacri erano già stati visti in tutto il mondo e i giornalisti accreditati in Israele erano stati invitati dal portavoce dell’esercito a visitare le case attaccate e distrutte dai terroristi di Hamas. In quei giorni c’erano ancora molti corpi a terra e ve lo dice chi quei corpi li ha visti in prima persona. E Sara Sinder si è scusata scusa con i terroristi.
  Se questo è il livello dei giornalisti responsabili delle informazioni che vengono divulgate, c’è davvero da preoccuparsi. Di questi giorni c’è il presunto scoop che sempre la CNN dice di aver fatto con il suo reporter di guerra Ben Wedeman. Benjamin C. Wedeman, per gli amici Ben è un giornalista di caratura internazionale e corrispondente di guerra senior della CNN con sede a Roma. Lavora con la rete dal 1994 e ha vinto numerosi Emmy Awards e Edward Murrow Awards. Proprio lui è volato a Beirut per intervistare Osama Hamdan che è uno dei tanti capi di Hamas all’estero e come tale, insieme ad Isma’il Haniyeh, Khaled Meshaal e tutta l’allegra brigata, non conta assolutamente nulla. E se questo lo so io ad Atlanta non possono non saperlo. Ben è volato fino a Beirut e, alla fine della fiera, si è grosso modo limitato a porre la domanda più inutile del mondo e cioè: perché Hamas non ha accettato la proposta di cessate il fuoco sostenuta dagli Stati Uniti. La risposta la conoscono tutti, non era necessario andare a Beirut.
  Hamas vuole il ritiro di Israele dalla Striscia per mantenere il potere e Israele non può permettere ad Hamas di rimanere al potere perché sarebbe una perenne spada di Damocle. Poi accettare passivamente l’idea che Hamas non sappia dove sono gli ostaggi e quanti sono ancora in vita, rasente il ridicolo. Ho ascoltato l’intervista e in questo pseudo scoop non ho trovato nulla di nuovo perché sono stati ripetuti a memoria i pizzini di Sinwar, vero padre e padrone di Hamas. Se Wedeman voleva davvero fare uno scoop e da bravo reporter di guerra avrebbe dato un senso ai premi ricevuti, magari guadagnandone un altro, gli sarebbe bastato scendere di una ottantina di chilometri verso sud per girare un reportage e raccontare come Hetzbollah si sta preparando ad affrontare l’esercito israeliano.
  Invece lui, reporter pluripremiato, si è accomodato in un ufficio con l’aria condizionata per parlare di un piano di pace nato morto mentre oltre duecento ordigni di tutti i tipi venivano lanciati verso Israele. Altro esempio della qualità dell’informazione di certi grandi network, qualcuno lo ha detto ma repetita iuvant, Abdallah Aljamal, il carceriere di tre dei quattro ostaggi liberati dall’esercito israeliano era un giornalista di Al Jazeera. Giornalista freelance la mattina e terrorista in servizio permanete effettivo per il resto del giorno. A pochi giorni dalla storica operazione di salvataggio dei quattro ostaggi, l’operazione dell’antiterrorismo israeliano risale a sabato 7 giugno, emergono nuovi dettagli.
  Ma partiamo dall’inizio. Che i quattro ostaggi fossero detenuti da Hamas in case private guardati a vista da famiglie della Striscia di Gaza che collaboravano come carcerieri è stato detto fin dal primo momento. Almog Meir Jan, Andrey Kozlov, e Shlomi Ziv, che erano stati rapiti durante il Nova Festival, erano detenuti proprio dal giornalista e fotoreporter Abdallah Aljamal che aveva trasformato la casa del padre, il dottor Ahmed Aljamal, un medico, in un carcere. Per cui un giornalista che lavorava per Al Jazeera e per il Palestine Chronicle e un medico, una persona che almeno in teoria avrebbe dovuto prendersi cura del prossimo, tenevano sotto chiave i tre ragazzi rapiti con la forza. Ci troviamo davanti a una situazione che fino a pochi anni fa avremmo ritenuto fantapolitica, nel nostro caso fantagiornalismo.
  Giornalismo che diventa terrorismo e va oltre ogni limite, ogni etica, ogni confine. E cosa ha fatto Al Jazeera? Nel momento in cui è stata presa con le mani nel sacco ha negato di aver avuto legami professionali con Abdallah Aljamal e ha cercato di cancellare dai suoi siti gli articoli e le fotografie da lui firmate. Una cosa però è certa, sia la CNN sia Al Jazeera continueranno ad essere citate come fonti di verità indiscutibili sulle quali non è ammissibile alcun dubbio e le persone meno attente continueranno ad essere informate poco e male.
  E i cani pulciosi? Tranquilli, fino a che avremo un pezzo di carta e una matita continueremo a scrivere e fino a che avremo fiato in gola continueremo ad abbaiare. Sì, continueremo a rompere le palle ai morti e ai vivi, continueremo ad essere le spine nel fianco di chi non ha mai capito, o non ha mai voluto capire, che il giornalismo non è un mestiere ma una missione.

(nicolaporro, 16 giugno 2024)

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Così i bimbi disabili e mutilati tornano ad avere un futuro nella clinica di Gerusalemme

Tra sirene antiaeree e minacce missilistiche, l'ospedale Alyn cura i piccoli pazienti con bisogni speciali, senza distinzione di etnia o religione. Una missione nata nel 1935.

di Luciano Bassani

Nell'agosto del 1918 una delegazione di medici arrivò a Gerusalemme con lo scopo di facilitare l'insediamento degli ebrei in quella terra da poco liberata dal dominio otto mano. Nel gruppo c'era un giovane chirurgo ortopedico, Henry Keller, già noto sia negli Usa che in Europa. Il suo compito era curare i bambini malati o feriti di guerra. Il suo approccio ai malati era inusuale, non si stancava mai intatti di spiegare ai genitori come la diagnosi precoce dei problemi ortopedici sia fondamentale per la guarigione e la prevenzione della disabilità. Si stupiva però di quanti ebrei e arabi si rifiutassero di sottoporre i propri figli alle cure, convinti che le disabilità dei bambini fossero una punizione divina.
  Nel 1930 ottenne un permesso per operare come medico nel mandato britannico in Palestina e aprì una clinica ortopedica privata per bambini disabili. Nel 1935 registrò un'altra associazione a Gerusalemme il cui nome è l'acronimo in ebraico di «Società per l'aiuto ai bambini disabili», che in alfabeto latino si scrive «Alyn». A quel tempo la struttura operava a Gerusalemme e offriva trattamenti gratuiti a chiunque ne avesse bisogno, senza distinzione di etnia, cultura o religione. Medici e infermieri venivano pagati direttamente da Keller e dai primi donatori. Keller si spense nel 1944 ma non il suo sogno. Il consiglio dell'Associazione che includeva personalità di tutte le comunità religiose aprì ad Haifa e a TeI Aviv e verso la fine del mandato britannico Alyn forniva servizi medici, cure a lungo termine, servizi educativi e servizi sociali a migliaia di bambini nella zona di tutto il Vicino Oriente.
  Nel 1948, durante la guerra d'Indipendenza per la nascita dello Stato di Israele, Alyn si occupò di curare i feriti di guerra, e nel 1949 fu in prima fila per curare i bambini dall'epidemia di polio che si era scatenata in Israele. Alyn Hospital oggi è riconosciuto come uno dei più importanti centri di riabilitazione pediatrica a livello mondiale. Un luogo dove i miracoli possono realizzarsi e in cui non si abbandona mai la speranza di vedere tornare il sorriso su una giovane vita che sembrava spezzata per sempre.
  L'innovazione e la ricerca tecnologica sono parte integrante di Alyn. Nei laboratori vengono continuamente create nuove soluzioni nel campo delle protesi, dei sistemi di mobilità, persino nuovi tipi di giocattoli adatti alle infermità dei bambini. Attraverso il progetto Alynnovation destinato agli imprenditori, vengono sviluppati prodotti e tecnologie in grado di migliorare la qualità della vita dei ragazzi con bisogni speciali, non solo in Alyn Hospital, ma in tutto il mondo. Ciascun piccolo paziente è seguito da un' équipe che ne valuta le esigenze e stabilisce un piano di riabilitazione coinvolgendo anche le loro famiglie. Alcuni richiedono una riabilitazione breve svolta in day hospital, altri devono imparare a gestire lesioni complesse e condizioni mediche che richiedono anni di degenza. La gamma delle terapie comprende ogni tipo di riabilitazione: motoria, respiratoria, del linguaggio, alimentare. Alyn dispone anche di un centro sportivo all'avanguardia attrezzato con una grande vasca per idroterapia, scuole che permettono ai ragazzi di continuare gli studi assieme alle terapie, luoghi dove le cure si fondono col disegno, videogame, realtà virtuale, musica e persino giardinaggio. Non mancano i clown medici, pet therapy e tutti gli strumenti che contribuiscono all'innovativo approccio olistico sviluppato in ospedale.
  Il 7 ottobre del 2023 ogni cosa è cambiata in Israele. Anche Alyn ha sperimentato le conseguenze di questa crisi, tra le più problematiche di sempre: parte del personale è stato mobilitato nelle forze di difesa; una delle principali fonti di finanziamento dell'ospedale, la corsa ciclistica Wheels of love, non ha potuto svolgersi; gli allarmi continui hanno costretto il personale a trovare il modo di far arrivare al rifugio in pochi secondi pazienti con gravi disabilità e spesso collegati ad apparecchi vitali.
  Nonostante ciò l'ospedale è riuscito a continuare a lavorare per i suoi pazienti e non solo: il personale si è occupato delle esigenze dei ragazzi e dei bambini disabili sfollati, per aiutarli nel ritrovare una quotidianità seppur lontano da casa. Inoltre, sono state sviluppate soluzioni ad hoc per i soldati feriti, per i quali si sono impegnati anche i fisioterapisti di Alyn, raggiungendoli direttamente negli ospedali dove sono ricoverati.
  C'è poi un altro tipo di impegno, non meno toccante: dal personale ai pazienti, agli amici sparsi sui cinque continenti, tutti ad Alyn si sono mobilitati per ricordare al mondo il dramma degli ostaggi nelle mani dei terroristi di Hamas e chiedere il loro rilascio immediato. Maurit Beeri, direttore di Alyn Hospital, ha più volte spiegato sui media lo stato di disagio e la situazione di precarietà vissuta da Alyn durante la guerra. Anche scrivendo una toccante poesia che scandisce il ritmo della corsa ai rifugi, un modo per ricordarci come ad Alyn le divisioni etniche e religiose non contano nulla, e persino la concitata strada verso la salvezza può diventare un motivo di gioia: «Genitori spaventati fanno correre i loro figli verso il rifugio antiaereo. Terrorizzati, con gli occhi spalancati e il cuore che batte forte. Novanta secondi. Svegliare il bambino che dorme. Afferrare il bambino. Novanta secondi. E anche il girello, la sedia a rotelle, il porta flebo. Novanta secondi. Sprint, con un bambino piccolo, tubi penzolanti collegati a un ventilatore. Novanta secondi. La pesante porta d'acciaio si chiude con un tonfo, tenendo lontano il male ... per dieci minuti. Una madre con l'hijab. Un padre con una grande kippah. Medici. Infermieri. E in quel silenzio improvviso, la piccola voce di una bambina: "Mamma, hai visto? Ho corso fino in fondo, da sola !"".
  Concludo con una frase di Golda Meir: «La pace arriverà quando gli arabi ameranno più i loro bambini di quanto odino noi".

(La Verità, 16 giugno 2024)

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Come ai tempi di Noè

di Samuel Rindlisbacher

A maggio [2019], nel giornale svizzero Anzeiger von Uster, un lettore ha lodato il cambiamento globale ed epocale del tempo in cui viviamo: «Sembra che nelle società illuminate e secolari il modo di pensare e agire sia cambiato in modo fondamentale e radicale. Anche la fede in Dio, così come la fede in spiriti, idoli e divinità ha fatto il suo tempo ed è ormai un modello superato.
  Sempre più persone riconoscono che la religione è un efficace placebo e il Dio antropomorfo, maschilista, onnipotente, onnisciente e infinitamente buono è una invenzione umana condizionata dai tempi, il che spiega il crescente ateismo.» Egli ricorda: «Più è alto il numero di atei senza Dio in una società, più sarà alto il livello intellettuale e culturale.» Mi chiedo quale livello intellettuale e culturale intenda. Ogni anno ci sono 50 milioni di aborti - alcuni addirittura al nono mese di gravidanza. Le madri che li subiscono, per scelta o per imposizione, ne rimangono spesso profondamente traumatizzate. E dov'è il livello intellettuale e culturale nella diffusione dell'ideologia gender, che cancella semplicemente le differenze fra uomo e donna e crea grande insicurezza in molti giovani? Essi non ottengono risposta a domande che spesso vengono poste per tutta la vita: «Chi o cosa sono?» È forse espressione dell'innalzamento del livello intellettuale e culturale la precoce sessualizzazione dei nostri bambini, in parte attraverso l'esibizione di pratiche sessuali perverse? Le sue conseguenze sono menti infantili disturbate, sconvolte e danneggiate.
  E se già parliamo del nostro alto livello intellettuale e culturale, che ne è della legalizzazione delle droghe? Questa porta con sé sempre più giovani affetti da psicosi ed incapaci di lavorare. Il portale internet «Neurologi e psichiatri in rete» scrive a proposito del consumo della cannabis: «L'azione della cannabis è caratterizzata da un'ampia gamma di effetti psichici. In tal modo, le sensazioni, i pensieri, la memoria e la percezione vengono influenzate. Il consumo intenso di cannabis nei ragazzi e nei più giovani può favorire la comparsa di psicosi.»
  Come ha ragione la Bibbia quando dice:

    «Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro» (Isaia 5,20).

Quale progresso con il nostro ateismo senza Dio! La rivista cristiana ideaSpektrum ha riportato la raccomandazione del Ministero federale della famiglia a scuole ed insegnanti: «riconoscere ed appoggiare la diversità sessuale nella scuola». Essi dovrebbero informare su «temi tratti dall'ambito dei modi di vita omosessuali e della diversità sessuale». Appendendo poster illustrativi, le scuole potrebbero «mettere in mostra la diversità». Dovrebbero rifornire le biblioteche scolastiche con «libri con protagonisti lesbiche, gay e bisessuali» e citare nelle conversazioni come normale il partner omosessuale di un amico: «Inoltre, il sostegno è efficace quando vi sono degli adulti che parlano a scuola liberamente del proprio storie di vita omosessuale.»
  Così viviamo oggi. Le conseguenze sono tragiche! A maggio è circolata la notizia di un uomo che si era presentato in un ospedale negli USA con forti dolori al basso ventre, ricorrenti in modo regolare. La tragedia: l'infermiera disse che egli era nato donna. L'uomo era un «transessuale», originariamente una donna. Tuttavia all'inizio nessuno dei medici fece un test di gravidanza. Quando infine scoprirono che si trattava realmente di una gravidanza, per il bambino era troppo tardi. In modo appropriato si esprime un vecchio canto cristiano: «Senza Dio si procede nell'oscurità, ma con Lui si entra nella Luce.»
  Dio ci parla attraverso i segni dei tempi. Le persone hanno paura. Lo vediamo dal loro rapporto con il cambiamento climatico. Qualsiasi cosa possiamo pensare in proposito, il fatto è che migliaia di persone scendono per le strade per dimostrare contro il surriscaldamento globale per paura di ciò che deve ancora avvenire.
  Sorprendenti le proposte di soluzione che vengono presentate: vale a dire ridurre il consumo di carne, non mettere più al mondo figli, poiché si suppone che essi costituiscano un aggravio per l'ambiente e non guidare più veicoli a diesel. Certo, anch'io penso che qualcosa con il nostro clima non funzioni più. Tuttavia, mi chiedo se la causa potrebbe essere un'altra. Pietro afferma:

    «… i cieli e la terra attuali sono riservati dalla stessa parola per il fuoco, conservati per il giorno del giudizio e della perdizione degli uomini empi» (2 Pietro 3,7).

Con queste parole egli si riferisce al «primo mondo» nei giorni di Noè (versetti 1-6), che venne distrutto dall'acqua. La causa: perché le persone non volevano più avere a che fare con Dio. Oggi andiamo incontro al ritorno di Gesù e le persone, sempre più, non vogliono avere nulla a che fare con Dio.
  Il tempo che precedette il diluvio viene così descritto:

    «Ora l'Eterno vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che tutti i disegni dei pensieri del loro cuore non erano altro che male in ogni tempo. E l'Eterno si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo» (Genesi 6,5-7).

La malvagità degli uomini all'epoca era molto grande (v. 5), i pensieri del loro cuore non erano altro che male (v. 6). Tutta la terra era corrotta (v. 11), piena di violenza (v. 12). Le persone, prima del diluvio, agivano come agiamo noi oggi: avevano voltato le spalle a Dio, lo avevano escluso dai loro pensieri, dai loro cuori, dalle loro vite, dalle loro famiglie, scuole e comunità. E quando si dice a Dio di uscire, Egli se ne va! E quando Egli se ne va, Egli porta via con sé la Sua protezione e benedizione. Forse dovremmo anche considerare quest'aspetto, parlando del cambiamento climatico.
  Anche per servire di esempio a noi, Dio aveva posto davanti a Israele la benedizione e la maledizione:

    «Ma se non ubbidisci alla voce dell'Eterno, il tuo DIO, per osservare con cura tutti i suoi comandamenti e tutti i suoi statuti che oggi ti prescrivo avverrà che tutte queste maledizioni verranno su di te e ti raggiungeranno.  […] L 'Eterno farà si che la peste si attacchi a te, finché ti abbia consumato nel paese che stai per entrare ad occupare. L'Eterno ti colpirà con la consunzione, con la febbre, con l'infiammazione, con il caldo bruciante, con la spada, con il carbonchio e con la ruggine, che ti perseguiteranno fino alla tua distruzione. Il cielo sopra il tuo capo sarà di rame e la terra sotto di te sarà di ferro. L'Eterno muterà la pioggia del tuo paese in sabbia e polvere, che cadranno su di te finché tu sia distrutto» (Deuteronomio 28:15, 21-24).

Dio ci ascolta e rispetta la nostra volontà. Ci lascia fare ciò che vogliamo. È dunque una concausa del cambiamento climatico la mancanza della benedizione divina?
  Non è un Suo modo di esortarci?
  Dio ci parla perché «Egli non si compiace della morte dell'empio, ma che l'empio si converta dalla sua via e viva» (Ezechiele 33, 11).
  Ed ancora vale il versetto: «E avverrà che chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato» (Atti 2,21 ).
  E noi che amiamo Gesù, aspettiamo il Suo ritorno e dobbiamo vivere in un mondo che diventa sempre più oscuro, possiamo fare ciò che a suo tempo fece Noè. Egli rimase fino alla fine un predicatore di giustizia (2 Pietro 2,5). Non venne meno al suo compito di esortare alla salvezza nell'arca (Gesù Cristo) e continuò a camminare con Dio - nonostante tutta l'opposizione. Così vogliamo fare anche noi.

(Chiamata di Mezzanotte, nov/dic 2019)



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L’odio antiebraico è diventato una moda

Riportiamo volentieri un articolo di grande peso, di cui varrebbe la pena commentare i singoli passaggi. L’evidenza in colore è stata aggiunta. NsI.

di Antonio Cardellicchio

Questa moda antiebraica – virale, mediatica e di piazza – si aggiunge e si integra con gli odiatori profondi e i massacratori seriali. Banalità del male che espande e rafforza il male assoluto. Superficialità idiota, che affianca l’abisso infernale del piano di morte del terrore jihadista. 
Moda come conformismo dell’obbligo, sudditanza mentale, miseria morale, riverniciature modernista dei più antichi, triti, nefasti e infami stereotipi antiebraici. 
La moda (“fashion”) è per Georg Simmel, che ha introdotto il termine nel lessico filosofico, il “mutamento obbligatorio del gusto”. Nel linguaggio ordinario, dal Seicento, vuol dire (provenendo dal francese) il cambiamento collettivo delle regole dell’abbigliamento.  
Un senso concettuale lo diede Leopardi nel “Dialogo della moda e della morte” (1824, nelle “Operette Morali”), con la considerazione della relazione inevitabile tra cambiamento e distruzione, che rende “sorelle” la moda e la morte, entrambe “figlie della caducità”. La variabilità nel tempo e il carattere effimero sono proprio quello che pone la moda in relazione alla morte, in contrapposizione all’eternità del vero. 
Gli individui atomizzati della società contemporanea hanno l’illusione di scegliere i loro abiti secondo i loro gusti e le loro identità, ma invece si osserva che queste scelte “libere” sono condizionate da molteplici e pesanti vincoli sociali, con le differenze tra abiti maschili e femminili, giovanili e per anziani, eccentrici trasgressivi e regolari. 
Dunque, nel vestirsi, vi sono ”codici” elementari, come li ha descritti Roland Barthes (“Sistema della moda”, 1972). 
La variabilità delle mode è, in una certa misura, imposta da apparati che la diffondono. La moda viene considerata, nell’ottica della “esteriorità”, cioè nella costruzione dell’apparenza sociale opposta a ogni pretesa o ricerca di verità. Proprio tali caratteristiche possiede l’attuale, dilagante, effimera, vacua, moda antisemita. 
Ad essa resistono i liberi e forti, gli uomini con il senso della verità nella ricerca, mentre la massa si intruppa, beve il veleno, si intossica, ripete a pappagallo. 
La massa delle menti servili si subordina a quel ribaltamento feroce dove gli ebrei assassinati diventano assassini, e i carnefici cannibali dell’azione genocida diventano liberatori. Le dosi di questa malattia, ideologica e sociologica, sono massicce, derivate dalla dittatura mediatica, dagli algoritmi coatti del web generatori di trogloditi di massa, dall’analfabetismo culturale e semi-analfabetismo grammaticale prodotti dal fallimento complessivo della scuola statale di massa, dalle ideologie dominanti degli accademici, dalla paura e dalla viltà. Nel complesso, quella “barbarie digitale” di cui ci ha parlato Bernard-Henry Levy.  
Nuova è la superficie della forma dell’antisemitismo in atto, vecchissima, plurimillenaria invece la stratificazione, ora sommersa, ora emergente, dei duri inamovibili stereotipi antiebraici: testa dura, vendicatività, assassini e rapitori di bambini, cospirazione per il dominio, usurai, deicidi. 
Ma, mentre la lunga tradizione antisemita è stata prevalentemente reazionaria, con un apice fascista (pur essendo presenti aspetti antisemiti illuministi e progressisti), oggi prevale un antisemitismo duro, implacabile, di tipo progressista o che si pretende tale. 
Un antiebraismo urlato, dogmatico, ossessivo, totalizzante, che uccide la libertà di parola, che chiude la bocca con violenza verbale e fisica alla voce ebraica, che condanna alla clandestinità e alla morte la vita ebraica, che affianca il braccio armato dell’apocalisse terrorista e di Stati totalitari impegnati in una guerra civile contro i propri popoli. 
Anche l’appello alla memoria di Hitler per completare l’opera della Shoah pretende di coprirsi con un segno progressista.  
Universi dittatoriali totalitari terroristi all’offensiva, democrazie oscillanti tra debolezza difensiva, inerzia, cedimento, collaborazionismo. 
Democrazie deboli, corrose all’interno da una malattia mortale. 
L’eminente e luminoso pensatore della libertà democratica, Alexis de Tocqueville, nel suo capolavoro “La Democrazia in America”, individua tale malattia, fin dai suoi albori: 

    “Penso dunque che la specie di oppressione che minaccia i popoli democratici non assomiglierà a nessuna di quelle che l’hanno preceduta nel mondo; i nostri contemporanei non possono trovare nessun antecedente nei loro ricordi. Cerco inutilmente lo stesso un’espressione che renda esattamente l’idea che me ne faccio, e la contenga; le vecchie parole come dispotismo e tirannide non sono più adeguate. La cosa è nuova, bisogna dunque cercare di definirla, visto che non posso darle un nome. Vedo una folla innumerevole di uomini simili ed uguali che non fanno che ruotare su se stessi, per procurarsi piccoli e volgari piaceri con cui saziano il loro animo. Ciascuno di questi uomini vive per conto suo ed è come estraneo al destino di tutti gli altri: i figli e gli amici costituiscono per lui tutta la razza umana; quanto al resto dei concittadini, egli vive al loro fianco ma non li vede; li tocca, ma non li sente; non esiste che in se stesso e per se stesso, e se ancora possiede una famiglia, si può dire perlomeno che non ha più patria. Ho sempre creduto che questa specie di servitù ben ordinata, facile e tranquilla, di cui ho fatto adesso il quadro, potrebbe combinarsi più di quanto non si immagini con qualche forma esteriore di libertà, e che non le sarebbe impossibile stabilirsi all’ombra stessa della sovranità popolare”. 

Hannah Arendt svolge considerazioni analoghe in “Le origini del totalitarismo”, la cui parte prima è significativamente destinata al tema dell’antisemitismo. Scrive la Arendt: 

    "L’atomizzazione della società sovietica venne ottenuta con l’abile uso di ripetute operazioni, che invariabilmente precedevano l’effettiva liquidazione di un gruppo. Per distruggere tutti i legami sociali e familiari, le epurazioni venivano condotte in modo da minacciare della stessa sorte l’accusato e tutta la sua cerchia, dai semplici conoscenti agli amici e ai parenti più stretti. La conseguenza dell’ingegnoso criterio della ‘colpa per associazione’ era che appena un uomo veniva accusato, i suoi vecchi amici si trasformavano di colpo nei suoi nemici più accaniti. […] Fu con l’impiego radicale di questi metodi polizieschi che il regime staliniano riuscì a instaurare una società atomizzata quale non si era mai vista prima, e a creare attorno a ciascun individuo un’imponente solitudine, quale neppure una catastrofe da sola avrebbe potuto causare”. 

Ancora, un filosofo politico ebreo nato in Polonia, Jacob L. Talmon (professore di Storia nell’Università di Gerusalemme), nel suo libro fondamentale “Le origini della democrazia totalitaria” mostra come lo scontro tra liberalismo e comunismo presentasse lontane radici storiche. La sua visione di una “democrazia totalitaria” è generata da una tendenza propria della democrazia illiberale, che viene da un’aspirazione messianica a pianificare una società perfetta. Un pensiero che si illude di un perfettismo raggiungibile, che la storia abbia una meta, e che la felicità possa essere ottenuta grazie alla politica. Talmon riconosce l’origine di questa tradizione nel messianisimo politico dei filosofi enciclopedisti e giacobini, e nella dittatura giacobina dei Robespierre e dei Saint-Just.
La moda antiebraica in corso è talmente prigioniera della cecità ideologica e di una servitù alla guerra psicologica dei macellai jihadisti, che non farà mai i conti con le dichiarazioni esplicite, brutali, genocide del gangster numero uno di Hamas, Yahya Sinwar, maledetto sia il suo nome.   
Il Wall Street Journal ha pubblicato il suo vero programma, nella forma di ordini ai mediatori di Egitto e Qatar durante le ultime trattative: più morti civili a Gaza, meglio è per la causa del jihad. Quello che era chiaro alle menti aperte, cioè che la responsabilità politica, militare, civile, morale di tutte le vittime a Gaza è interamente e direttamente di Hamas, ora dovrebbe essere chiaro per tutti. Ma non sarà così, perché continua la dinamica della militarizzazione e fanatizzazione mentale, della negazione del cuore, intrinseca alla polarizzazione rigida amico-nemico a prescindere dalla realtà fattuale e dall’umana decenza. 
I fanatici continueranno, come prima e più di prima, a pretendere l’eliminazione di Israele e la glorificazione liberatrice di Hamas e sodali. Del resto, all’inverso, Sinwar fa le sue dichiarazioni ultrahitleriane fidando sul servilismo degli idioti e degli schiavi. 
Sinwar ha accusato il colpo della liberazione degli ostaggi da parte di Tsahal con la collaborazione americana, e ha reagito alla sua maniera. Così ha reso più chiara di prima la vera natura della guerra, fin dalla lunga preparazione del 7 ottobre. È lui l’architetto della tattica e strategia dell’orrore smisurato del genocidio e della guerra psicologica vinta dal terrore, e persa da Israele. Proprio lui, che deve la sua stessa vita alla generosità radicale di Israele nello scambio tra il sergente Gilad Shalit e un numero enorme di assassini stragisti. Il suo scopo è sempre stato la morte del maggior numero possibile di palestinesi, soprattutto donne e bambini, in nome del martirio islamico o, più semplicemente, per calcolo utilitario, nella sua totale cultura della morte, in odio alla cultura della vita e alle ragioni della dignità e della libertà umana. 
Foreign Affairs ha pubblicato un saggio sulla “reinvenzione della guerra sotterranea” e sull’organizzazione delle emozioni attraverso la pornografia delle immagini del 7 ottobre. 
Una guerra sotterranea di tipo nuovo, diversa da quella delle trincee scavate nel fango della Prima Guerra Mondiale, attraverso l’organizzazione di 500 chilometri di gallerie tecnologiche, con centri di comando sotto scuole, ospedali e moschee, tutti in un lucido alluminio, perfetti, su più livelli, con prigioni, ospedali, centri distribuzione alimenti. Un piano strategico di una città metallica sotterranea, invisibile agli aerei e base per il massacro di ebrei, senza precedenti per disumanità efferata. 
Sinwar si è addestrato allo sterminio degli ebrei massacrando uomini e donne arabi palestinesi “traditori e apostati”. Fin dall’inizio, Sinwar ha realizzato l’ordine genocida del sangue che chiama sangue con il 7 ottobre, con una azione peggiore dei nazisti per ferocia e sadismo, tale da obbligare Israele a una autodifesa, per poi pianificare nella Striscia quanti più morti possibili. 
La realtà del 7 ottobre, di Hamas, del Jihad, dell’Iran e affini è la prova ulteriore della caduta del mito del progresso. Una caduta tanto radicale che i genocidi, i massacratori di figli davanti alle madri e madri davanti ai figli, di bambini arrostiti nei forni, di stupri omicidi di guerra fino a spezzare i bacini, di organizzazione di carne da macello per i palestinesi. Manifestanti che vogliono la continuazione dell’opera di Hitler e della Shoah, con forme più esibite e disumane, continuano a presentarsi senza vergogna, killer di verità, come “attori del progresso”.
Modaioli banali effimeri e mostri sanguinari uniti nella lotta per lo sterminio degli ebrei, e per aprire le porte a una schiavitù universale. 
Ci soccorre la geniale purezza del poeta. 
Leopardi, nel “Dialogo di Tristano e di un amico”, scrive parole di attualità feconda: 

    “Gl’individui sono spariti dinanzi alle masse, dicono elegantemente i pensatori moderni. Il che vuol dire ch’è inutile che l’individuo si prenda nessun incomodo, poiché, per qualunque suo merito, né anche quel misero premio della gloria gli resta più da sperare né in vigilia né in sonno. Lasci fare alle masse, le quali che cosa sieno per fare senza individui, essendo composti d’individui e di masse, che oggi illuminano il mondo. […]  Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono, si debbono andare a nascondere per vergogna, come quello che camminava dritto in un paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, così a un tratto senza altre fatiche preparatorie. Anzi vogliono che il grado al quale è pervenuta la civiltà, e che l’indole del tempo presente e futuro, assolvono essi e loro successori in perpetuo da ogni necessità di sudori e fatiche lunghe per divenire atti alle cose. […] Anche la mediocrità è divenuta rarissima; quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a quegli esercizi a cui necessità o fortuna o elezione gli ha destinati. In ciò mi pare che consista in parte la differenza ch’è da questo agli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli altri la mediocrità ha tenuto il campo. In questo, la nullità. Onde è tale il romore e la confusione, volendo tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che pure credo che vi sieno; ai quali, nell’immensa moltitudine de’ concorrenti, non è più possibile di aprirsi una via. È così, mentre tutti gl’infimi si credono illustri, l’oscurità e la nullità dell’esito diviene il fato comune e degl’infimi e de’ sommi”.

Quel che i gazzettieri non possono, non sanno dire, lo dice un genio, con acume trafiggente e preveggente.

(L'informale, 15 giugno 2024)
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L’attuale moda antisemita è un’espressione della variabilità delle mode che è un elemento essenziale della cosiddetta “civiltà occidentale”. Non ha alcun senso allora difendere Israele come baluardo dell’Occidente, perché è proprio il marcio costume occidentale, e precisamente quello a trazione americana, ad aver aperto la porta a quest’ultima immonda forma di antisemitismo. Purtroppo molti aspetti di questo marcio costume occidentale sono penetrati in profondità anche in parti estese della società israeliana. La novità storica del transgender LGBTQecc., di cui in Israele si fa vanto, fa parte della variabilità delle mode occidentali. Ma di questo si preferisce non parlare. M.C.

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Pride con polemica, gli ebrei non sfileranno: “Ci sentiamo bersagli”

di Marina de Ghantuz Cubbe

La ferita all’interno della comunità Lgbtq+ si è aperta poche ore prima del Pride e delle parate che oggi riempiono le strade a Roma, Bergamo e Torino: gli ebrei del movimento non parteciperanno. Troppa la paura di diventare dei bersagli. Grande la delusione per quella che definiscono una risposta troppo flebile delle organizzazioni territoriali agli attacchi antisemiti ricevuti da mesi sui social e per l’esclusione delle loro bandiere arcobaleno con la stella di David decisa a Bergamo. Intanto i partiti a Torino si spaccano.

• ”Una vera discriminazione”
  Keshet Italia, l’organizzazione ebraica queer, ha deciso che non parteciperà alle grandi parate dell’orgoglio per la propria identità sessuale. «Abbiamo fatto e tentato di tutto per capire anche con gli organizzatori se si potesse partecipare in sicurezza - spiega Raffaele Sabbadini, tra i fondatori di Magen David Keshet Italia - ma alla fine abbiamo dovuto arrenderci, e non ci saremo, a causa dei crescenti timori di aggressioni dovuti al clima d’odio attorno alla nostra partecipazione. Ci duole ad esempio che il Bergamo Pride abbia scritto che “nella piazza del 15 giugno non saranno gradite bandiere israeliane o inneggianti alla simbologia connessa allo Stato di Israele”, il che è una vera e propria discriminazione». Per questo il Comune guidato fino a qualche giorno fa da Giorgio Gori, ha tolto il patrocinio alla manifestazione stigmatizzando l’intolleranza dell’Associazione Bergamo Pride nei confronti dei simboli della comunità ebraica.

• “Siamo una minoranza delle minoranze”
  «Chi dice che sono bandiere israeliane dice un falso, le nostre sono bandiere rainbow e la stella ebraica che è di tutti noi non è da confondere né con lo Stato né tantomeno con il governo - continua Sabbadini - questa cosa ci ha lacerato perché noi siamo la minoranza delle minoranze, ma abbiamo ricevuto anche tanta solidarietà». Da esponenti storici del movimento come Ivan Scalfarotto e Anna Paola Concia, arrivando al consigliere comunale di Milano Daniele Nahum che ha letto il comunicato di Keshet Italia. Pubblicato sui social per ufficializzare la non partecipazione ai Pride, comprende “a corredo” alcuni degli attacchi ricevuti in questi mesi. Come «quest’anno onestamente farebbero meglio a starsene lontano gli ebrei», ma anche «forni ne abbiamo?».

• “Libera frociaggine in libero Stato"
  E se la polemica si sta diffondendo in tutta Italia, con l’associazione Keshet che chiede una riflessione ampia a tutta la comunità Lgbtq+, ogni città ha la propria organizzazione e anche le risposte dei partiti che storicamente sostengono il Pride sono diverse. A Roma ad esempio +Europa avrà il suo carro con la scritta "libera frociaggine in libero Stato". Nella Capitale, infatti, il portavoce del Roma Pride Mario Colamarino ha solidarizzato con la comunità ebraica Lgbtq+ sostenendo che «è una sconfitta per tutti quando succedono cose di questo tipo, noi come Roma Pride abbiamo sempre aperto le porte a tutti e quando ci sono stati gli incontri con il gruppo Lgbt ebraico gli abbiamo detto che il Pride è di tutti, anche vostro». D'altronde il manifesto politico della comunità romana condanna "la catastrofe umanitaria in corso a Gaza che sta provocando innumerevoli vittime tra la popolazione palestinese", chiede il cessate il fuoco e "la liberazione degli ostaggi, la protezione dei diritti umani e un processo di pace basato sulla soluzione di due popoli, due Stati", si legge nel documento.

• A Torino in tanti non partecipano
  Situazione diversa a Torino, dove infatti +Europa non parteciperà così come i Radicali dell'associazione Aglietta. È la prima volta che accade. La decisione è stata presa per supportare il grido d'allarme dell'associazione ebraica queer Keshet Italia sull'atteggiamento escludente dei Pride nei confronti delle persone ebree e fra le sigle che per gli stessi motivi non saranno presenti al Torino Pride ci sono anche Italia Viva Torino, Associazione Marco Pannella di Torino, Associazione Italia Israele, e Gruppo Sionistico Piemontese.

(la Repubblica, 15 giugno 2024)


Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole.
Levitico 18:22

Se uno ha relazioni carnali con un uomo come si hanno con una donna, entrambi hanno commesso una cosa abominevole; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro.
Levitico 20:13

Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: le loro femmine hanno mutato l'uso naturale in quello che è contro natura; allo stesso modo anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri, commettendo uomini con uomini cose ignobili, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento.
Romani 1:26-27



Perché Israele ha usato una catapulta in stile medievale per lanciare palle di fuoco in Libano

La scena, immortalata in un video, ha dato origine alle più svariate teorie sulle ragioni. L’Idf ha chiarito i motivi del gesto, spiegando che si è trattato di una scelta autonoma di una unità locale che sorvegliava il confine col Libano per evitare attacchi del gruppo islamico Hezbollah.

Tra radar, droni e missili teleguidati, oggi è decisamente inusuale vedere dei militari attaccare usando una catapulta in stile medievale e lo è ancora di più se a farlo è un esercito considerato tra i più potenti al mondo come quello di Israele. La scena è stata immortalata in un video, diventato virale sui social, in cui si vede una unità dell’Idf usare sistematicamente una catapulta creata per l’occasione per lanciare palle infuocate contro il nemico e cioè verso il Libano e le postazioni del gruppo islamico Hezbollah.
  Nel video si vedono almeno sei soldati in piedi attorno a quello che assomiglia del tutto a una tipica macchina da assedio spesso utilizzata nel medioevo per assaltare i castelli. Nel breve filmato si vede lo strumento assemblato con assi di legno su un carrello di metallo che lancia palle di fuoco proprio come un trabucco, dando ancora di più l’impressione di una battaglia antica visto che i lanci avvengono nei pressi di un grosso muro, in realtà una barriera di cemento per proteggere i confini.
  La scena ovviamente ha destato molto interesse e dato origine alle più svariate teorie sui motivi, dalla mancanza di mezzi, già massicciamente impegnati a Gaza, alla scarsità di munizioni. In realtà, come hanno confermato dall’esercito israeliano all’emittente pubblica israeliana Kan, si è trattato di un’iniziativa locale di una unità impegnata in zona per affrontare un problema sorto al momento e non di un ordine o un nuovo modello di combattimento.
  In particolare la scena, che si riferisce ad alcune settimane fa, vede un’azione dei militari dell’Idf volta ad appiccare il fuoco al sottobosco nel sud del Libano dove, secondo gli israeliani, Hezbollah si nasconde per mettersi in posizione e lanciare attacchi nel nord di Israele. Secondo il quotidiano israeliano Maari, il trabucco è stato opera della brigata di riserva Carmeli che in questo modo ha voluto liberare la zona oltre confine da arbusti e rovi per rendere più facile per le forze israeliane identificare i militanti Hezbollah che tentavano di raggiungere il confine.
  Il video del trabucco infatti arriva dopo che gli attacchi provenienti dal Libano hanno provocato grandi incendi nel nord di Israele la scorsa settimana, consumando aree di territorio e portando all’evacuazione dei residenti. Gli attacchi in questa zona di confine tra Israele e Libano sono aumentati questo mese, anche se al momento i combattimenti si mantengono a bassa intensità.

(fanpage.it, 15 giugno 2024)

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I due terzi dei palestinesi approvano ancora il massacro del 7 ottobre

A rivelarlo è un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research (PCPSR)

di Sarah G. Frankl

Dopo otto mesi di guerra a Gaza, due terzi dei palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania sostengono gli attacchi di Hamas contro Israele del 7 ottobre, secondo un nuovo sondaggio d’opinione del Palestinian Center for Policy and Survey Research (PCPSR), un think tank con sede a Ramallah che è una delle poche organizzazioni che effettua sondaggi sul campo tra i gazesi.
Il sondaggio ha rilevato che il 67% degli intervistati palestinesi ha sostenuto la decisione di Hamas di attaccare Israele quel giorno, un massacro che ha ucciso circa 1.200 persone e ha scioccato il mondo per la sua barbarie. Suddiviso per territorio, il sostegno in Cisgiordania era più alto, con il 73%, rispetto al sostegno a Gaza, con il 57%.
Sebbene il sostegno complessivo all’attacco di Hamas rimanga elevato, secondo il sondaggio, è diminuito di quattro punti percentuali rispetto all’ultima volta che il PCPSR ha condotto il suo sondaggio.
I sondaggi sui palestinesi sono notoriamente difficili, soprattutto a Gaza, dove i civili corrono il rischio di essere puniti se non dimostrano sufficientemente il loro sostegno ad Hamas.
Tuttavia, l’ultimo sondaggio del PCPSR è sorprendente. Più del 60% dei gazesi ha dichiarato di aver perso un familiare nella guerra in corso, ma un numero ancora maggiore ha affermato di aver sostenuto quanto accaduto il 7 ottobre, che ha portato all’invasione di Gaza da parte di Israele. Otto intervistati su 10 hanno dichiarato di ritenere che gli attacchi abbiano portato l’attenzione globale sulla causa palestinese.
Il sondaggio ha evidenziato un cambiamento significativo nelle difficili dinamiche politiche della regione, con un aumento del sostegno alla lotta armata e un netto calo del sostegno alla soluzione dei due Stati.
È aumentato anche il sostegno ad Hamas, con il 40% degli intervistati che preferisce il gruppo ad altre fazioni politiche – un aumento di sei punti rispetto al sondaggio precedente. Il sostegno a Fatah, guidato da Mahmoud Abbas in Cisgiordania, si è invece attestato ad appena il 20%.
Oltre il 60% degli intervistati ha espresso insoddisfazione nei confronti di Abbas e del suo approccio al conflitto e si è detto favorevole allo scioglimento dell’Autorità Palestinese (AP) che governa la Cisgiordania. La richiesta di dimissioni di Abbas è aumentata notevolmente, con il 94% dei palestinesi della Cisgiordania e l’83% di quelli di Gaza che ne chiedono l’allontanamento.
Walid Ladadweh, capo dell’Unità di ricerca sui sondaggi del PCPSR, ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters che l’aumento del sostegno a Hamas dovrebbe essere visto come una reazione all’offensiva di Israele a Gaza, che avrebbe provocato migliaia di morti tra i civili.
Guardando al di là dell’attuale conflitto, il sondaggio ha rilevato opinioni nettamente divergenti su chi dovrà governare una Gaza post-bellica. Il 56% degli intervistati ritiene che Hamas continuerà a governare la Striscia dopo la guerra. Una parte significativa dei gazesi ha anche espresso scetticismo sull’efficacia degli interventi internazionali e degli accordi di cessate il fuoco.
Il sondaggio del PCPSR, condotto tra il 26 maggio e il 1° giugno, ha intervistato 1.570 adulti palestinesi, con 760 interviste condotte faccia a faccia in Cisgiordania e 750 nella Striscia di Gaza. Il periodo del sondaggio ha coinciso con l’intensificarsi dell’offensiva di terra israeliana a Rafah, che ha esacerbato la situazione umanitaria e sfollato circa un milione di persone, secondo i dati delle Nazioni Unite.
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Una traduzione in inglese dell’indagine e della sua metodologia è disponibile qui.

(Rights Reporter, 15 giugno 2024)

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Rav. Messianico Moldava Shimon Podgorica in Italia

Il rabbino messianico moldavo, Shimon Podgorica, già relatore nel 2017 dell’incontro Edipi nella chiesa Apostolica di Milano, ci farà visita, e predicherà a Caerano San Marco in prov. di Treviso, il 20/06 giovedì alle ore 19 nella Chiesa Cristiana Evangelica Bellunese del past. Davide Ravasio.

Per info
info@edipi.net
annalisaedipi@gmail.com

(Edipi, 15 giugno 2024)

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Olimpiadi – Adam Maraana, nuotatore arabo-ebreo, in vasca a Parigi ‍‍

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Adam Maraana
Figlio di un pescatore di Yaffa, Rifaat “Jimmy” Turk è stato il primo calciatore arabo a giocare nella nazionale israeliana di calcio e l’ultimo cittadino arabo a rappresentare Israele alle Olimpiadi. Correva l’anno 1976 e i Giochi erano quelli di Montreal, successivi a quelli di Monaco di Baviera insanguinati dal terrorismo palestinese. Quasi mezzo secolo dopo nella Parigi blindata a cinque cerchi che si appresta a ospitare la 33esima edizione della manifestazione sportiva tra molte preoccupazioni legate alla sicurezza ci sarà tra gli altri Adam Maraana, nuotatore di talento ventenne che appena pochi giorni fa è andato sotto la soglia dei 53 secondi e 74 centesimi posta come limite per qualificarsi alla gara dei cento metri a stile libero. Il cronometro si è fermato 14 centesimi prima, suscitando l’inevitabile entusiasmo del diretto interessato, che farà parte di una delegazione in cui spicca il nome di Anastasia Gorbenko, pure lei ventenne, medaglia d’argento nei 400 misti ai Mondiali di nuoto di Doha dello scorso febbraio.
  Maraana ha origini arabe, ma è cresciuto come ebreo in una famiglia mista. «Mia madre è ebrea. Io ho servito nell’esercito, studiato Torah, celebrato il bar mitzvah (la maggiorità religiosa ebraica che i maschi conseguono all’età di 13 anni, ndr). Mio padre invece è musulmano», ha detto l’atleta in una recente intervista ripresa dal New York Post. «Sono orgoglioso di ciò e lui è orgoglioso di me». Il terzo atleta arabo in lizza per Israele alle Olimpiadi raccoglie idealmente il testimone da Turk e ancor prima dal sollevatore di pesi Eduard Meron, che fu in gara ai Giochi olimpici di Roma del 1960. Meron fu anche il portabandiera della squadra israeliana. Un anno dopo fu invitato alle Maccabiadi e vinse l’argento.

(moked, 14 giugno 2024)

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Medio Oriente: cresce il sostegno ad Hamas sia a Gaza che in Cisgiordania, rivela un sondaggio

Nella Striscia di Gaza il sondaggio è stato effettuato in zone dove non ci sono combattimenti

Nei Territori palestinesi – Gaza e Cisgiordania – il sostegno al movimento islamista palestinese Hamas si è attestato al 40 per cento, in crescita di sei punti rispetto a tre mesi fa. E’ quanto emerge dal sondaggio condotto dal 26 maggio al primo giugno dal Centro palestinese per la politica e la ricerca. Soltanto il 20 per cento degli intervistati sostiene il partito palestinese Fatah del presidente Mahmoud Abbas, al potere nella Cisgiordania. Prima del 7 ottobre, data dell’attacco terroristico di Hamas in Israele, il sostegno al gruppo islamista era pari al 22 per cento, mentre quello a Fatah al 26 per cento. Il sondaggio si basa su un campione di 1.570 intervistati, di cui 760 in Cisgiordania e 750 a Gaza.
  Nella Striscia di Gaza il sondaggio è stato effettuato in zone dove non ci sono combattimenti. In Cisgiordania, il 41 per cento dei residenti ha dichiarato di sostenere Hamas, in aumento rispetto al 35 per cento emerso dal sondaggio condotto tre mesi fa, mentre il 17 per cento sostiene Fatah (rispetto al 12 per cento di tre mesi fa). Nella Striscia di Gaza, il sostegno ad Hamas è del 38 per cento, in aumento rispetto al 34 per cento di tre mesi fa, mentre il sostegno a Fatah si attesta, secondo il sondaggio, al 24 per cento (in lieve calo rispetto al 25 per cento di tre mesi fa). Circa l’8 per cento degli intervistati ha espresso l’appoggio ad altri gruppi, mentre il 33 per cento ha affermato di non sostenere alcun gruppo o di non conoscerlo.

(Nova News, 13 giugno 2024)

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Scoperto lo stemma di Re Giorgio V in un ex ospedale di Gerusalemme

di Jacqueline Sermoneta

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Trovati alcuni stemmi della nobiltà britannica, incluso quello di Re Giorgio V, sulle pareti di un ospedale per la cura delle malattie oculari, attivo a Gerusalemme oltre 100 anni fa. La ricerca è stata condotta da Shai Halevi e Michael Tchernin dell’Israel Antiquities Authority (IAA), che hanno mappato e decifrato gli stemmi, considerati dagli studiosi una sorta di “carta d’identità grafica” per le famiglie nobili, che avevano contribuito all’ampliamento della struttura.
Lo straordinario edificio, uno dei primi ospedali costruiti a Gerusalemme, si trova ai margini della Valle di Hinnom, di fronte al Monte Sion, non lontano dalle mura della Città Vecchia. Nel corso degli anni, è stato trasformato nella “Jerusalem House of Quality”, un centro per l’arte e le mostre, e anche in un hotel.
  Gli esperti hanno spiegato che l’ospedale oftalmico fu fondato nel 1882 dall’Ordine di San Giovanni. Unico all’epoca, svolse un ruolo centrale nel trattamento delle malattie oculari, curando pazienti da tutto il Medio Oriente. Al bisogno offriva anche cure gratuite. Durante il mandato britannico, il complesso ospedaliero fu ampliato in modo significativo, con l’aggiunta di una nuova ala sull’altro lato di Hebron Road.
  Ciò fu reso possibile grazie alle generose donazioni di nobili e uomini d’affari britannici, molti dei quali erano membri dell’Ordine di San Giovanni. Come riconoscimento dei loro contributi, le pareti del complesso ospedaliero sono state adornate con decine di emblemi che rappresentano ciascuna famiglia donatrice.
  L’edificio subì molti cambiamenti durante la Prima guerra mondiale e la Guerra d’Indipendenza, dei quali si trovano testimonianze in varie parti del complesso. Nel corso dei decenni, la destinazione d’uso del sito si è evoluta: la parte orientale fa ora parte del Mount Zion Hotel, mentre la parte occidentale è diventata la ‘Jerusalem House of Quality’. Inoltre, l’appartenenza e l’identità delle insegne nobiliari, che decoravano le pareti dell’edificio, sono scomparse dalla memoria pubblica e alcune sono state addirittura deturpate o distrutte.
  Recentemente il fotografo Shai Halevi, Michael Tchernin, archeologo dell’IAA, e l’artista Anastasia Prokofieva sono riusciti a decifrare i simboli rimasti. Sono stati identificati 18 dei 23 stemmi, appartenenti a persone illustri della storia britannica. Tra loro figurano quello di Re Giorgio V (1865-1936), del famoso produttore di birra irlandese Edward Cecil Guinness (1847-1927), dell’architetto Alfred Bossom (1881-1965), del costruttore navale Henry Grayson (1865-1951) e del nobile britannico Edward de Stern (1854-1933), zio della filantropa Vera Salomons, fondatrice del Museo di Arte islamica L. A. Mayer di Gerusalemme.
  Inoltre, gli archeologi hanno scoperto un’iscrizione misteriosa su una pietra, che si è rivelata essere la pietra angolare dell’ospedale. “Per noi l’archeologia non si ferma all’antichità; questi sono reperti relativamente moderni, ma tra i nostri obiettivi c’è quello di indagare, fin d’ora, su ciò che sarà considerato archeologia in futuro”, ha detto il dott. Ram dell’IAA.
  “Ogni pietra di Gerusalemme racconta una storia. – ha concluso Eli Eskusido direttore dell’IAA – I nostri ricercatori esaminano ogni pietra, in senso letterale e figurato, per scoprire l’affascinante storia di Gerusalemme in tutte le sue espressioni e culture”.
  Le fotografie degli stemmi, le loro ricostruzioni artistiche a colori e le informazioni biografiche delle relative famiglie nobili, insieme a nuovi reperti archeologici saranno esposti dal 20 giugno al 2 luglio presso la ‘Jerusalem House of Quality’. La mostra è gratuita.

(Shalom, 14 giugno 2024)

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L’obiettivo dell’Autorità Palestinese nei tribunali internazionali? “Stringere il cappio” attorno a Israele “e porre fine” allo stato ebraico

Lo ha affermato esplicitamente in tv il viceministro degli esteri di Abu Mazen

di Itamar Marcus e Ephraim D. Tepler

La richiesta dell’Autorità Palestinese di affiancare il Sudafrica nella causa contro Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia non ha lo scopo di convincere Israele a cessare le operazioni a Rafah e nemmeno di fermare quello che chiamano falsamente il “genocidio dei palestinesi”.
Il vero obiettivo – come afferma in tv la stessa Autorità Palestinese – è quello di “stringere il cappio” attorno all’intero stato d’Israele “colonialista” e “porvi fine”.
Il che comporta la volontà di mettere sotto processo tutto Israele: “la politica e le istituzioni governative, il sistema legale, il sistema di governo e il sistema militare”.
Lo ha detto esplicitamente il viceministro degli esteri dell’Autorità Palestinese, Omar Awadallah.
Per essere chiari, quando il viceministro degli esteri dell’Autorità Palestinese parla di “questo sistema colonialista” si riferisce allo stato d’Israele come tale, esattamente come ha fatto il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen quando il 15 maggio 2023 alle Nazioni Unite ha definito Israele “un’altra entità nella nostra patria storica” fondata e impiantata dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti “per i loro scopi colonialisti” e per “sbarazzarsi degli ebrei” (video).
Allo stesso modo, il 23 ottobre 2023 l’allora primo ministro dell’Autorità palestinese Mohammed Shtayyeh definiva Israele “un’entità colonialista che ha occupato la nostra terra ed espulso il nostro popolo” (video).
Quello che segue è il testo dell’intervista della tv ufficiale dell’Autorità Palestinese al viceministro degli esteri dell’Autorità Palestinese Omar Awadallah (3 giugno 2024):

    Conduttore della tv dell’Autorità Palestinese:
    Lo Stato di Palestina ha chiesto di unirsi al Sudafrica nella sua causa contro Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.
    Omar Awadallah, viceministro degli esteri dell’Autorità Palestinese:
    Vi sono tentativi da parte di alcuni stati di dimostrare che in Israele, l’autorità che in effetti gestisce l’occupazione, ci sono alcuni estremisti che commettono un certo numero di crimini contro il popolo palestinese. Noi diciamo loro “no”. La Corte Internazionale di Giustizia sta mettendo sotto processo la politica e le istituzioni governative, il sistema legale, il sistema di governo e il sistema militare in Israele, nel senso che tutto Israele è accusato di aver commesso questo crimine, in aggiunta alla nostra causa presso la Corte Penale Internazionale che mette sotto processo gli individui. Come abbiamo sempre detto, questo fa parte del processo legale che la dirigenza palestinese sta implementando per stringere il cappio attorno a questo sistema colonialista allo scopo di smantellarlo e porvi fine.

(israele.net, 12 giugno 2024)

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Parashat Nasò. Come garantire la pace fra individui

Appunti di Parashà

a cura di Lidia Calò

La parashà di Naso sembra, a prima vista, una raccolta eterogenea di elementi del tutto slegati tra loro. Innanzitutto c’è il racconto delle famiglie levitiche Ghershon e Merari e del loro compito di trasportare parti del Tabernacolo quando gli Israeliti erano in viaggio. Poi, dopo due brevi leggi sull’allontanamento delle persone impure dall’accampamento e sul risarcimento, poi arriva la strana prova della Sotah, la donna sospettata dal marito di adulterio.
Segue la legge del nazireato, la persona che volontariamente (e di solito per un periodo prestabilito) assumeva speciali restrizioni di santità, tra cui la rinuncia al vino e ai prodotti dell’uva, al taglio dei capelli e alla contaminazione da contatto con un corpo morto.
Segue, sempre apparentemente senza alcun collegamento, una delle preghiere più antiche del mondo ancora in uso: la benedizione sacerdotale. Poi, con inspiegabile ripetitività, arriva il racconto dei doni portati dai principi di ogni tribù alla dedicazione del Tabernacolo, una serie di lunghi paragrafi ripetuti non meno di dodici volte, poiché ogni principe portava un’offerta identica.
Perché la Torà dedica tanto tempo a descrivere un evento che avrebbe potuto essere esposto in modo molto più sintetico nominando i principi e dicendoci poi genericamente che ciascuno di essi portò un piatto d’argento, un bacile d’argento e così via? La domanda che mette in ombra tutte le altre, però, è: qual è la logica di questa serie di argomenti apparentemente scollegati?
La risposta si trova nell’ultima parola della benedizione sacerdotale: shalom, pace. In una lunga analisi, il commentatore ebreo spagnolo del XV secolo Rabbi Isaac Arama spiega che shalom non significa semplicemente assenza di guerra o di conflitti. Significa completezza, perfezione, funzionamento armonioso di un sistema complesso, diversità integrata, uno stato in cui ogni cosa è al suo posto e tutto è in armonia con le leggi fisiche ed etiche che governano l’universo.
“La pace è il filo della grazia che esce da Lui, sia Egli esaltato, e che lega tutti gli esseri, superni, intermedi e inferiori. Essa sottende e sostiene la realtà e l’esistenza unica di ciascuno”. (Akeidat Yitzhak, cap. 74)
Allo stesso modo, Isaac Abarbanel scrive:
“Ecco perché Dio è chiamato pace, perché è Lui che lega il mondo insieme e ordina tutte le cose secondo il loro carattere e la loro particolare postura. Infatti, quando le cose sono nel loro giusto ordine, regnerà la pace”. (Abarbanel, Commento ad Avot 1:1)
Si tratta di un concetto di pace fortemente dipendente dalla visione di Genesi 1, in cui Dio fa uscire l’ordine dal tohu va-vohu, il caos, creando un mondo in cui ogni oggetto e forma di vita ha il suo posto. La pace esiste quando ogni elemento del sistema è valutato come parte vitale della complessità nel suo insieme e dove non c’è discordia in esso. Le varie disposizioni nella parashà di Nasò sono tutte volte a portare la pace in questo senso.
Il caso più evidente è quello della Sotah, la donna sospettata dal marito di adulterio. Ciò che più colpisce i Saggi del rituale della Sotah è il fatto che esso implicava la cancellazione del nome di Dio, cosa rigorosamente vietata in altre circostanze. Il sacerdote officiante recitava un ammonimento che includeva il nome di Dio, lo scriveva su un rotolo di pergamena e poi scioglieva la scrittura in acqua appositamente preparata. I Saggi ne dedussero che Dio era disposto a rinunciare al proprio onore, permettendo che il suo nome venisse cancellato, “per mettere pace tra marito e moglie”, scagionando così una donna innocente dai sospetti. Sebbene la prova sia stata abolita da Rabbi Yochanan ben Zakkai dopo la distruzione del Secondo Tempio, la legge è servita a ricordare quanto sia importante la pace domestica nella scala dei valori ebraici.
Il passo relativo alle famiglie levitiche di Ghershon e Merari segnala che ad esse fu assegnato un ruolo d’onore nel trasporto degli oggetti del Tabernacolo durante i viaggi del popolo attraverso il deserto. Evidentemente erano soddisfatti di questo onore, a differenza della famiglia di Kehat descritta alla fine della parashà della scorsa settimana, in cui uno dei membri, Korach, alla fine istigò una ribellione contro Mosè e Aronne.
Allo stesso modo, il lungo resoconto delle offerte dei principi delle dodici tribù è un modo drammatico per indicare che ognuna di esse era considerata abbastanza importante da meritare un proprio passaggio nella Torà. Le persone compiono azioni distruttive se si sentono offese e non ricevono il ruolo e il riconoscimento che spetta loro. Il caso di Korach e dei suoi alleati ne è la prova. Dando alle famiglie levitiche e ai principi delle tribù la loro parte di onore e attenzione, la Torà ci dice quanto sia importante preservare l’armonia della nazione onorando tutti.
Il caso del nazireo è per certi versi il più interessante. Esiste un conflitto interno al giudaismo tra, da un lato, una forte enfasi sulla pari dignità di tutti agli occhi di Dio e l’esistenza di un’élite religiosa nella forma della tribù di Levi in generale e dei Kohanim, i sacerdoti, in particolare. Sembra che la legge del nazireo fosse un modo per aprire ai non-Kohanim la possibilità di una santità speciale vicina, anche se non proprio identica, a quella dei Kohanim stessi. Anche questo è un modo per evitare i risentimenti dannosi che possono verificarsi quando le persone si trovano escluse per nascita da certe forme di status all’interno della comunità.
Se questa analisi è corretta, allora un unico tema lega le leggi e la narrazione di questa parashà: il tema degli sforzi speciali per preservare o ripristinare la pace tra le persone.
La pace è facilmente danneggiabile e difficile da riparare. Gran parte del resto del libro di Bamidbar è un insieme di variazioni sul tema del dissenso e della lotta interna. Così è stata la storia ebraica nel suo complesso. Nasò ci dice che dobbiamo fare di più per portare la pace tra marito e moglie, tra i leader della comunità e tra i laici che aspirano a uno stato di santità superiore al solito.
Non è quindi un caso che le benedizioni sacerdotali incluse nella parashà di Nasò terminano, come la stragrande maggioranza delle preghiere ebraiche, con una preghiera per la pace. La pace, dicono i rabbini, è uno dei nomi di Dio stesso e Maimonide scrive che l’intera Torà è stata data “per fare la pace nel mondo” (Leggi di Chanukah 4:14). La parashà di Nasò è una serie di lezioni pratiche su come garantire, per quanto possibile, che tutti si sentano riconosciuti e rispettati e che i sospetti vengano disinnescati e dissolti. Dobbiamo lavorare per la pace, oltre che pregare per essa.
Redazione Rabbi Jonathan Sacks zzl

(Bet Magazine Mosaico, 14 giugno 2024)
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Parashà della settimana: Nassò (Conta)

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L'Onu accusa Israele su Gaza: «Crimini contro l'umanità». E Hamas ostacola la tregua

I miliziani pretendono garanzie Usa sul ritiro dell'Idf dalla Striscia. Blinken: «Alcune condizioni sono inaccettabili». Altre tensioni col Libano: colpito un leader di Hezbollah

di Stefano Graziosi

Continua a salire la tensione al confine libanese. Hezbollah ha reso noto che, nella tarda notte di martedì, un suo comandante è rimasto ucciso nel corso di un raid israeliano. Si tratta di Abu Taleb: il più alto esponente dell'organizzazione terroristica sciita che ha finora perso la vita da quando sono iniziati i combattimenti con lo Stato ebraico lo scorso ottobre. «Per molti anni, il terrorista ha pianificato, portato avanti ed effettuato un gran numero di attacchi terroristici contro i civili israeliani. Nel raid sono stati eliminati anche altri tre agenti terroristici di Hezbollah», ha riferito, dal canto suo, l'Idf confermando così l'uccisione di Taleb. Nella giornata di ieri, Hezbollah ha lanciato una raffica di oltre 200 razzi contro la parte settentrionale di Israele, provocando degli incendi. Tutto questo, mentre le forze dello Stato ebraico hanno compiuto dei raid contro alcune basi dell'organizzazione sciita nel Sud del Libano.
  Insomma, la tensione sta salendo significativamente. E il rischio di un allargamento del conflitto è un'ipotesi sempre più probabile. Un ulteriore grattacapo per l'amministrazione Biden, che sta da giorni cercando di negoziare un accordo per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Una settimana fa, il sito Axios riportava che, stando a quanto reso noto da due funzionari americani, la Casa Bianca starebbe facendo di tutto per convincere lo Stato ebraico a non avviare un conflitto in territorio libanese. In particolare, Joe Biden teme che una simile eventualità possa portare a un intervento diretto dell'Iran, che è il principale sostenitore tanto di Hezbollah quanto di Hamas.
  Non solo. Le tensioni libanesi potrebbero avere impatti nefasti anche sul destino del piano, strenuamente caldeggiato dallo stesso Biden, per il cessate il fuoco. Sì, perché, almeno per ora, la strada su questo fronte continua a rivelarsi in salita. Ieri sera, un funzionario di Hamas, Osama Hamdan, ha accusato il segretario di Stato americano, Tony Blinken, di essere «parte del problema» in riferimento alla crisi in corso. Tutto questo, mentre alcune ore prima la stessa Hamas era sembrata aver proposto delle modifiche al piano sponsorizzato dalla Casa Bianca: modifiche che - secondo il Times of Israel - il governo di Gerusalemme aveva letto come un rifiuto de facto. Più possibilista, ma fino a un certo punto, si era invece mostrato Blinken. «Hamas ha proposto numerose modifiche alla proposta che era sul tavolo. Alcune modifiche sono realizzabili, altre no», aveva dichiarato ieri pomeriggio, durante una conferenza stampa a Doha insieme al primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. «C'era sul tavolo un accordo che era praticamente identico alla proposta avanzata da Hamas il 6 maggio: un accordo sostenuto da tutto il mondo, un accordo che Israele ha accettato. Hamas avrebbe potuto rispondere con una sola parola: "sì". Invece, Hamas ha aspettato quasi due settimane e poi ha proposto ulteriori cambiamenti, alcuni dei quali vanno oltre le posizioni prese e accettate in precedenza», aveva proseguito Blinken.
  Non va d'altronde trascurato che l'Iran respinse il piano per il cessate il fuoco appena pochi giorni dopo che Biden lo aveva pubblicamente proposto a fine maggio" mentre Hamas chiede garanzie Usa per il ritiro delle truppe israeliane e per un cessate il fuoco permanente: un punto difficile da digerire per Gerusalemme. Il problema è che l'attuale amministrazione Usa continua a tenere un approccio blando nei confronti del regime khomeinista. E questo non favorisce né una risoluzione del conflitto né il piano postbellico per la governance di Gaza: un piano che, ieri, Blinken ha detto che sarà presentato «nelle prossime settimane». Il nodo resta sempre lo stesso. Washington spera in un futuro governo della Striscia guidato dall'Anp. Ma non ha ancora chiarito in che modo punti a espellere Hamas da Gaza, neutralizzando il sostegno che Teheran fornisce al gruppo terroristico. E attenzione, Hezbollah e la stessa Hamas non sono gli unici gruppi sostenuti da Teheran a mostrarsi sempre più pericolosi: secondo l'intelligence americana, gli Huthi starebbero infatti trattando per fornire armi all'organizzazione islamista alShabaab in Somalia. Se continuerà a rifiutarsi di ripristinare la politica della «massima pressione» sugli ayatollah adottata dal predecessore, sarà difficile per Biden conseguire risultati in Medio Oriente.
  Non accennano frattanto a diminuire le tensioni tra lo Stato ebraico e le Nazioni Unite. Dei rapporti della commissione d'inchiesta sui territori palestinesi, istituita dal Consiglio per i diritti umani dell'Qnu nel 2021, hanno accusato sia Israele sia Hamas di aver compiuto crimini di guerra e atti di violenza sessuale da ottobre a oggi. «Israele respinge le accuse ripugnanti e immorali mosse contro l'Idf sia per quanto riguarda l'operazione militare a Gaza che per la sua risposta iniziale contro i terroristi di Hamas in Israele», ha replicato Gerusalemme, per poi aggiungere: «Hamas è un'organizzazione terroristica senza legge. Israele è un Paese democratico impegnato nello stato di diritto. L'Idf si comporta in linea con il diritto internazionale». La commissione d'inchiesta è guidata dalla giurista sudafricana, Navi Pillay, che fu alto commissario per i diritti umani dal 2008 al 2014. Sarà un caso, ma a dicembre il Sudafricaha accusato Israele di genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia (che fa parte dell'Onu). Blinken, dal canto suo, ha detto ieri di non aver ancora visionato i rapporti. «Ma ovviamente li esamineremo», ha specificato.

(La Verità, 13 giugno 2024)

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Gaza, media: Hamas chiede garanzie scritte di un cessate il fuoco permanente e il ritiro delle Forze di Israele

Il movimento islamista palestinese Hamas ha chiesto garanzie scritte di un cessate il fuoco permanente e del ritiro completo delle Forze di difesa d’Israele (Idf) dalla Striscia di Gaza per accettare la proposta delineata dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il 31 maggio scorso. Questa è una delle richieste presentate da Hamas nella sua risposta alla proposta di cessate il fuoco, consegnata l’11 giugno ai mediatori qatarioti ed egiziani. I nuovi dettagli delle modifiche richieste da Hamas sono stati pubblicati dalla rivista saudita “Al Majalla”, secondo cui il gruppo islamista ha affermato esplicitamente che l’accordo quadro è composto da tre fasi “collegate e interdipendenti”.
  La prima fase durerebbe 42 giorni, durante i quali ci sarebbe la cessazione temporanea delle operazioni militari da entrambe le parti e il ritiro delle Idf verso est e lontano dalle aree densamente popolate lungo il confine in tutte le zone della Striscia di Gaza. Nella risposta di Hamas, per la prima fase è stata aggiunta la frase “compreso il corridoio di Filadelfia” (striscia di terra lunga 14 chilometri lungo il confine tra Gaza e l’Egitto), l’area di Wadi Gaza (a nord del campo profughi di Nuseirat), il corridoio di Netzarim (nel centro della Striscia) e la rotonda Kuwait (a Gaza City).
  Un’altra delle principali modifiche alla proposta di accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi richiesta da Hamas è la richiesta che Cina, Russia e Turchia svolgano la funzione di garanti per qualsiasi accordo raggiunto con Israele. Una richiesta, secondo quanto riferito dall’emittente pubblica israeliana “Kan”, respinta sia dagli Stati Uniti che da Israele. Tra le altre modifiche proposte da Hamas figurano una nuova cronologia per il cessate il fuoco permanente e il ritiro delle forze militari israeliane da Gaza, inclusi Rafah e il corridoio di Filadelfia lungo il confine tra Egitto e Gaza.

(Nova News, 13 giugno 2024)

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Dove sono finiti tutti i turisti?

L'ottimismo prevale nell'industria dell'ospitalità israeliana.

GERUSALEMME - Un tassista fa un'inversione a U vicino a Mamilla, non lontano dalla Porta di Giaffa nella Città Vecchia di Gerusalemme, e incrocia una donna che cerca un taxi al cellulare. Suona il clacson e chiede alla cliente di salire. La donna chiede quanto costerà il viaggio verso la sua destinazione e il tassista risponde: "Quanto può pagare".
Dopo aver concordato un prezzo insolitamente basso, spiega che questo è il suo primo e unico viaggio della giornata e che lavora da tre ore.
Come gli albergatori, gli affittacamere e il Ministero del Turismo, il tassista cerca di rimanere ottimista nella speranza di poter in qualche modo rilanciare la sua attività estiva, un tempo fiorente.
"Il 7 ottobre eravamo al completo, soprattutto con gli ebrei americani", ricorda Aya Grundman, amministratore delegato dell'hotel di lusso Isrotel "The Orient", situato nel ricco quartiere German Colony di Gerusalemme. "La guerra ha cambiato tutto".
"Mentre alcuni turisti sono stati costretti a prolungare il loro soggiorno perché le compagnie aeree hanno cambiato gli orari dei voli, altri si sono affrettati a tornare a casa e molti del personale dell'hotel sono stati immediatamente richiamati, la gestione dell'albergo è diventata una sfida". L'hotel è rimasto chiuso per un mese e poi ha riaperto per accogliere gli sfollati dal sud e successivamente dal nord".
"I membri del Kibbutz Or HaNer [vicino alla Striscia di Gaza settentrionale] che sono stati collocati qui hanno apprezzato il fatto che abbiamo uno standard molto elevato in Oriente", ha spiegato Grundman. "C'erano dei limiti: ad esempio, non si possono stendere i panni sui balconi. Sono state fornite lavatrici/asciugatrici e frigoriferi per aumentare il comfort, ma siamo stati attenti a mantenere l'atmosfera e la qualità dell'hotel. I membri del kibbutz sono stati molto grati e disponibili".
Se all'inizio le missioni di solidarietà hanno attirato turisti internazionali, Grundman dice che è subentrata una "stanchezza da solidarietà".
Ciononostante, un giovedì mattina c'erano molti clienti interessanti nella hall, la maggior parte dei quali israeliani, secondo Jason Gardner, responsabile delle vendite per il turismo in entrata di Isrotel.
Egli attribuisce questo al fatto che molte compagnie aeree straniere hanno sospeso i voli verso Israele e che il costo dei biglietti aerei è salito alle stelle, che il desiderio di viaggiare durante la guerra è basso e che l'assicurazione di viaggio internazionale è diventata proibitiva. "Le compagnie aeree stanno tagliando la nostra ancora di salvezza", ha detto Gardner.
"Per gli israeliani la vita continua", ha spiegato Grundman. "Le persone hanno bisogno di tempo prezioso con la famiglia, quindi vanno al ristorante, al bar e alle feste. E tra l'antisemitismo e il desiderio di stare vicino ai propri amici e parenti soldati, sempre più israeliani optano per vacanze brevi e rilassanti".
"Siamo in ballo per il lungo periodo", dice Gardner, che passa il suo tempo a tenere riunioni Zoom con agenzie di viaggio, organizzazioni non governative e pastori cristiani, cercando di riportare i turisti. "Nessuno conosce la guerra come Israele. La storia dimostra che dopo ogni guerra c'è una grande ripresa del turismo", aggiunge.
"Il turismo è la seconda industria più importante dell'economia israeliana", afferma Grundman. Gli alberghi, i tour operator, le compagnie di autobus e gli imprenditori fanno tutti affidamento sul turismo".
Delta Air Lines ha ripreso i voli verso Israele il 7 giugno dopo averli sospesi da ottobre. Ci sono voli giornalieri tra l'aeroporto JFK di New York e l'aeroporto Ben-Gurion.
Dal 9 giugno, anche United Airlines ha ripreso i voli giornalieri tra Newark, New Jersey, e Tel Aviv.

• NON È COSÌ GRAVE COME SEMBRA
  "Non è così grave come sembra", afferma l'ambasciatore del turismo Peleg Lewi, consigliere del ministro del turismo per gli affari esteri. "Dopo che i numeri sono scesi a zero dopo l'8 ottobre, il turismo è tornato al 25% del suo livello precedente. Ogni giorno arrivano 4.000 turisti. Rispetto ai 15.000 al giorno di un anno fa".
Lewi ha sottolineato che El Al, le compagnie aeree emiratine e cinesi (Hainan Airlines) hanno continuato a volare nonostante la guerra, nonostante il numero ridotto di voli e gli alti prezzi dei biglietti. Anche le compagnie aeree israeliane Arkia e Israir hanno volato senza interruzioni.
"La compagnia aerea degli Emirati [flyDubai] non ha interrotto le sue operazioni nemmeno per un giorno, così come Etihad Airways da Abu Dhabi", ha detto.
Ciò è probabilmente dovuto ai viaggiatori israeliani, poiché anche prima della guerra pochi cittadini arabi della regione del Golfo visitavano Israele.
Secondo Levi, le pensioni e il turismo rurale sono stati i più colpiti.
"Il nord è un grosso problema", ha detto. "Oggi è difficile convincere qualcuno ad andare a nord. Eilat offre buone opzioni per i turisti che cercano una camera per gli ospiti".

• RISARCIMENTI
  Mercoledì il ministro del Turismo Haim Katz ha annunciato che i risarcimenti per i luoghi colpiti dalla guerra saranno estesi ai proprietari di pensioni e campeggi.
"Il piano darà una risposta alle imprese turistiche che non si trovano sulla linea del conflitto ma che sono state drammaticamente danneggiate dalla guerra", ha spiegato Katz. "L'industria del turismo è un motore di crescita economica che genera regolarmente molti miliardi di shekel per il Paese. Siamo impegnati a sostenere le imprese e i cittadini i cui mezzi di sostentamento sono stati distrutti".
Amit, che gestisce tre "ville per coppie" nell'Alta Galilea con 45 metri di superficie e piscine private con vista spettacolare sulle montagne, dice di aver approfittato dell'assenza di ospiti per rinnovare e modernizzare le ville.
"Rispetto a maggio e giugno dell'anno scorso, l'occupazione è calata del 50%", afferma. "La gente disdice perché ha paura. Accendono la TV e vedono incendi e razzi, ma non sanno che il confine settentrionale è lungo centinaia di chilometri. Abbiamo sentito solo un totale di sei o sette sirene [di raid aerei], e siamo dotati di rifugi".
Amit dice che le sue ville a Mishmar HaYarden e Nof Kinneret sono sicure come qualsiasi altro luogo del Paese.
"Nessuno sa cosa succederà, e al momento è terribile per gli affari", ammette. "Dopo l'apertura, c'è stata un'enorme richiesta di pensioni. E ora tutto dipende da cosa succederà con la guerra. Non è scontato e non è facile, ma siamo forti e amiamo il nostro Paese e non potremo che diventare più forti".
Per quanto riguarda i risarcimenti statali, dice che sono molto importanti. Per Amit significano, tra l'altro, la motivazione a continuare a impegnarsi per l'ospitalità in un momento complesso e difficile.
Edna possiede un bed and breakfast chiamato Asia Suite a Moshav Dalton, vicino a Safed. È stata costretta a ridurre drasticamente i prezzi per attirare i clienti.
Sebbene l'Asia Suite abbia accesso a una camera blindata e a un bunker pubblico, e non si sentano molte sirene, i suoi clienti, di solito israeliani, non hanno prenotato per l'estate.
"In questi giorni non ci sono nemmeno turisti a Safed".
Il piano del Ministero prevede anche il rimborso dei costi di riabilitazione per gli alberghi che hanno ospitato gli sfollati delle comunità vicine ai confini con il Libano e Gaza.
"Gli alberghi hanno ospitato intere famiglie con bambini, cani e gatti", spiega Lewi. "Sono diventati intere città".
Secondo Anat Aharon, vicepresidente delle vendite e del marketing, inizialmente gli hotel Fattal ospitavano quasi 20.000 sfollati. Ora sono solo 3.000, soprattutto da Kiryat Shmona.
 
• TURISTI, PELLEGRINI E ORGANIZZAZIONI EBRAICHE
  "Crediamo davvero che ogni guerra ci renda più forti", dice Aharon. "Dopo 25 anni nel settore dell'ospitalità e altre guerre, ho imparato che i turisti tornano, così come i pellegrini e le organizzazioni ebraiche che vogliono sostenere e vedere Israele. Le organizzazioni ci stanno ancora contattando, trattando con noi e progettano di riprendere la loro attività entro la fine del 2024. Sono molto ottimisti".
L'autrice racconta che gli hotel nel sud del Paese hanno attirato persone da New York che hanno aiutato l'agricoltura della regione e hanno donato molti soldi ai kibbutzim locali.
"Quando l'ho visto, questo mi ha reso davvero felice. So che le cose qui andranno molto bene quando la guerra sarà finita".
Lewi aggiunge: "Il giorno dopo non è ancora arrivato. Speriamo che la situazione si riprenda entro la fine dell'estate. Affinché Israele non scompaia dalla mappa turistica, chiediamo ai visitatori di non cancellare, ma solo di rimandare. Stiamo contattando i leader cristiani e gli evangelici e ci stiamo coordinando con altri ministeri, come quello della Diaspora".
Il sussidio per le imprese turistiche colpite sarà sotto forma di spese qualificate, ristrutturazioni per spese fisse e salari per le imprese con una perdita di entrate superiore al 25%.
Katz ha dichiarato che sono in fase di preparazione le bozze per fornire garanzie agli organizzatori del turismo in entrata e che il Ministero prevede di distribuire 200 milioni di shekel - circa 54 milioni di dollari - per la ristrutturazione degli alberghi che hanno ospitato gli sfollati.

(Israel Heute, 13 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Sacrificio necessario

Mentre a nord si inasprisce lo scontro tra Israele e Hezbollah, con il rischio dell’apertura di una guerra a tutto tondo, Hamas continua a chiedere quello che da parte di Israele è irricevibile, la fine della guerra, ovvero la sua permanenza a Gaza.
  I tentativi americani di costringere Israele a un accordo al ribasso si scontrano con il fatto duro e insormontabile che per Hamas Israele deve perdere la guerra. La guerra che Hamas ha voluto, che Hamas ha provocato, il 7 ottobre del 2023.
  Ieri, Yahya Sinwar, il capo militare di Hamas a Gaza ha dichiarato che la morte dei civili palestinesi è un “sacrificio necessario”. Nulla di sorprendente per chi conosce Hamas. Il gruppo jihadista ha sempre lucrato sulla morte dei civili, usati come carne da macello per potere poi incolpare Israele di massacri indiscriminati se non di genocidio.
  La dichiarazione di Sinwar è perfettamente in linea con la cultura della morte e del martirio professata dagli integralisti islamici, nella consapevolezza che questa carta diventa vincente quando i martiri non sono volontari, non si fanno saltare in aria con cinture esplosive ma diventano la popolazione di Gaza, i civili. Se non si donerà il proprio sangue volontariamente alla causa del jihad lo si farà obtorto collo, in modo da fomentare le piazze occidentali e l’odio nei confronti di Israele.
  Chi, in questi mesi, ha inneggiato alla “liberazione” della Palestina dal fiume al mare, lo ha fatto sempre e solo in ossequio all’integralismo islamico, alla cultura della morte, a chi ha cinicamente usato e sta cinicamente usando uomini, donne e bambini come carne da sacrificare sull’altare del proprio fanatismo.
  Che oggi, in tanti in occidente pensano che la responsabilità di quanto sta accadendo a Gaza sia principalmente di Israele, mostra solo a che punto di profondo e forse irrecuperabile smarrimento della ragione si sia giunti.
   Le livide parole di Sinwar stanno a testimoniarlo inequivocabilmente.

(L'informale, 12 giugno 2024)

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Maltrattamenti quotidiani sugli ostaggi: lo rivela il medico dello Sheba Medical Center

di Luca Spizzichino

Gli ostaggi venivano picchiati e maltrattati “quasi ogni giorno”. Lo ha affermato il dottor Itai Pessach, responsabile delle cure mediche per i quattro ostaggi israeliani salvati sabato e che ora si trovano allo Sheba Medical Center di Tel HaShomer.
  Il medico ha sottolineato che gli otto mesi passati in prigionia “hanno lasciato un segno significativo sulla loro salute”, nonostante sembrassero esternamente in buone condizioni. “Non assumendo abbastanza proteine i loro muscoli sono estremamente deteriorati, ci sono danni anche ad altri sistemi a causa di ciò”, aggiunge, sottolineando che la fornitura di cibo e acqua variava, e che venivano spostati più volte e gestiti da guardie diverse. “Ci sono stati periodi in cui non hanno praticamente ricevuto cibo”, ha aggiunto Pessach.
  Le condizioni disumane in cui vivevano durante la prigionia “hanno avuto un effetto significativo sulla salute”, anche dal punto di vista psicologico, spiega il dottor Pessach, che ha curato alcuni degli ostaggi rilasciati a novembre. Il danno psicologico di questi quattro è più intenso a causa del periodo di tempo in cui sono stati trattenuti, ha spiegato alla CNN. Infatti secondo il medico dello Sheba Medical Center, “col passare del tempo, la speranza di essere rilasciato diminuisce e inizi a chiederti se tutto questo finirà mai”. “Nel momento in cui si perde quella fede si arriva al punto di rottura” ha concluso.

(Shalom, 11 giugno 2024)

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Antisemitismo – Monteleone (Le Iene): Per Israele battaglia impari online

Criticare Israele utilizzando parole come “genocidio”, “sterminio” e “nazismo” non è «un esercizio innocente». E chi oggi utilizza quelle parole «si colloca di diritto nella lunga storia dell’antisemitismo». Partendo da questa premessa, vari relatori hanno animato un incontro su “Israele e l’antisemitismo negato” al Centro ebraico Il Pitigliani di Roma, promosso dalla Comunità ebraica, dal Maccabi Italia e dall’associazione Inoltre. Tra gli intervenuti, a confronto su recrudescenza dell’ostilità anti-israeliana nella società italiana e racconto e distorsioni del conflitto a Gaza, il presidente di Equality Italia Aurelio Mancuso, l’ex parlamentare e attivista per i diritti LGBT Paola Concia, il docente universitario Giovanni Bachelet e i giornalisti Tommaso Giuntella, Antonino Monteleone e Alessandra Libutti, moderati da Filippo Piperno.
  «Nelle ultime settimane, con la ciliegina sulla torta di “All eyes on Rafah”, abbiamo scoperto della grande bugia che il mainstream, con la prevalente componente dell’industria culturale, cinematografica e dei media sia schierata dalla parte di Israele. Tutto l’esatto contrario in questo momento», ha sostenuto Monteleone, inviato della trasmissione televisiva Le Iene. «Israele sta perdendo la partita della comunicazione, perché una quantità illimitata di capitali è stata investita su piattaforme che hanno trasformato le interazioni generate da alcuni contenuti, in linea teorica vietati dalle linee guida delle stesse piattaforme, nello strumento per cui si ascolta solo la voce di una parte, innescando un meccanismo con il quale il cosiddetto “antifascismo” interrompe ogni discussione con frasi come “Ma tu li hai visti i morti civili?”».
  Monteleone è impegnato da tempo nella diffusione di contenuti volti a smontare la propaganda propal. «Io e pochi altri giornalisti siamo stati additati con un’accusa infamante, quella di essere insensibili alle morti civili», ha dichiarato durante la serata al Pitigliani. «Ogni morte è disgustosa, ma qui c’è un tema da comprendere relativo alle intenzioni. Se l’accusa è il genocidio, c’è chi il genocidio ce l’ha nella propria ragione sociale e gli viene impedito di commetterlo e chi un genocidio potrebbe commetterlo perché ne ha i mezzi e la capacità militare e tecnologica e non lo fa».

(moked, 11 giugno 2024)

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L'operazione di salvataggio israeliana scredita la politica di appeasement

L'unico modo per fermare il ciclo del terrorismo islamico è non fare accordi con i terroristi.

di Daniel Greenfield 

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Un elicottero dell'IDF trasporta i membri delle Forze speciali israeliane che hanno preso parte
all'"Operazione Arnon" presso il Centro medico Sheba di Ramat Gan, 8 giugno 2024           

Dopo mesi in cui si è falsamente affermato che l'unico modo per salvare gli ostaggi era quello di scendere a patti con i terroristi islamici, Israele ha lanciato un'audace operazione di salvataggio alla luce del giorno, attaccando contemporaneamente due case in cui erano detenuti quattro ostaggi.
  L'operazione ha coinvolto la Israel Security Agency, la versione israeliana dell'FBI) e l'unità nazionale antiterrorismo della polizia israeliana "Yamam", che sono penetrate in profondità nel territorio nemico in un'operazione di salvataggio rischiosa che ha richiesto un tempismo preciso e che ha permesso di respingere le orde di terroristi che sciamavano fuori per attaccare i soccorritori.
  Contro ogni previsione, Israele ha avuto successo. E i media e l'establishment politico hanno rafforzato la loro narrazione.
  La Casa Bianca e i politici internazionali hanno ripetuto i loro appelli per un "cessate il fuoco" che avrebbe lasciato Hamas al potere e gli avrebbe permesso di lanciare un altro 7 ottobre.
  I media hanno diffuso con entusiasmo le affermazioni di Hamas sulle "vittime civili di massa".
  Entrambi hanno reagito al fatto che questa operazione ha dimostrato ancora una volta che l'unica strada giusta e morale è quella di sconfiggere i terroristi.
 C'è un solo modo per fermare la spirale del terrorismo islamico, ed è quello di non fare accordi con i terroristi.

(Israel Heute, 11 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Riservista con PTSD si toglie la vita dopo l’ordine di richiamo

L’IDF ha dichiarato che Eliran Mizrahi non può essere sepolto in un cimitero militare perché non era in servizio attivo al momento della morte; la madre dice che è rientrato dalla guerra di Gaza come “un uomo distrutto”.
  L’IDF si rifiuta di riconoscere come soldato caduto un riservista con disturbo da stress post-traumatico che si è tolto la vita dopo l’ordine di tornare a combattere nella Striscia di Gaza, lo ha dichiarato la sua famiglia. Eliran Mizrahi, di Ma’ale Adumim, era stato chiamato nelle riserve poco dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, quando era stato incaricato di aiutare a rimuovere i corpi delle persone uccise dai terroristi palestinesi al festival musicale Supernova. È stato poi inviato a Gaza, dove ha prestato servizio come ingegnere di combattimento fino a quando è stato ferito in aprile.
  Mizrahi era stato riconosciuto come veterano dell’IDF e gli era stato diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico, ma venerdì ha ricevuto l’ordine di presentarsi in servizio a Rafah due giorni dopo. Poi si è tolto la vita.
  Lascia moglie e quattro figli.
  La madre di Eliran, Jenny, ha raccontato che l’uomo è stato ferito due volte durante i sette mesi di servizio, e che la prima volta che è stato ferito si è rifiutato di lasciare Gaza, insistendo che voleva continuare a proteggere il Paese.
  Voleva continuare a combattere, proteggere lo Stato di Israele e riportare indietro gli ostaggi”, ha detto.
  Hila Mizrahi, sorella di Eliran, ha detto a Channel 13 news che il fratello ha “passato l’inferno” a Gaza e che si è rifiutato di parlare di molte delle sue esperienze di guerra. “Ha subito il lancio di razzi, ha visto morire i suoi amici, ha riportato i corpi e ha fatto comunque tutto per Israele”, ha detto. A seguito del periodo trascorso a Gaza, ha raccontato Hila, Eliran è stato ferito fisicamente e mentalmente e un medico gli ha detto che non sarebbe stato in grado di tornare a combattere.
  Era una persona felice, allegra, divertente, positiva e ottimista”, ha detto Jenny. “Era la luce principale nella nostra casa e tra i suoi amici, e tornò a casa diverso. Siamo tornati con un uomo distrutto, impaziente con i bambini. Era arrabbiato e aveva gli incubi”.
  La famiglia di Eliran ha lottato perché fosse riconosciuto come soldato caduto e fosse sepolto nel cimitero militare del Monte Herzl, ma l’IDF ha rifiutato la richiesta perché non era in servizio attivo quando è morto.
  Jenny ha espresso la sua frustrazione per il modo in cui Eliran è stato trattato dopo la diagnosi di PTSD, dicendo che lui le aveva detto che gli psichiatri che lo avevano in cura avevano detto che non poteva essere aiutato. “Mandarlo in guerra con i suoi amici va bene, ma riconoscerlo come soldato caduto no? Perché?”, ha detto, aggiungendo che si rifiuta di seppellirlo se non in un cimitero militare.
  La sorella di Eliran, Shir, ha detto a Canale 12 che il soldato ha perso la sua anima a causa della guerra. “Quest’uomo ha dato la sua vita a questo Paese e al nostro esercito, e non merita una sepoltura militare? Invece di concentrarci sul nostro dolore, siamo costretti a lottare per il suo onore”, ha detto la donna.
  “Mio fratello merita di essere sepolto con una bandiera israeliana e che i soldati gli facciano il saluto. Non si merita questo”, ha detto Hila.
  Rispondendo a una richiesta di commento, l’IDF ha detto che Eliran aveva fatto molto per l’esercito durante la guerra e nelle precedenti operazioni militari. Tuttavia, ha detto che “dopo aver esaminato la questione, abbiamo scoperto che al momento della sua morte, Eliran non era un soldato né in servizio attivo di riserva, quindi non è idoneo per la sepoltura militare secondo le leggi sui cimiteri militari”.

(Israel 360, 11 giugno 2024)

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Noa, Almog, Andrey, Shlomi: le storie dei quattro ostaggi liberati

di Olga Flori

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I quattro ostaggi liberati

La liberazione dei quattro ostaggi tenuti prigionieri da oltre otto mesi nella Striscia di Gaza realizzata dall’IDF e dallo Shin Beth ha ridato speranza anche alle famiglie degli altri 120 ostaggi detenuti da Hamas dal 7 ottobre, giorno in cui migliaia di terroristi hanno fatto irruzione in territorio israeliano uccidendo, stuprando e rapendo anziani, donne e bambini.
  I quattro ostaggi liberati sono Noa Argamani (26 anni), Almog Meir Jan (21 anni), Andrey Kozlov (27 anni) e Shlomi Ziv (41 anni). Erano detenuti in due distinti appartamenti di una zona ad alta densità abitativa di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza. La notizia del successo dell’operazione ha suscitato la felicità della popolazione. Il sentimento di gioia, tuttavia, è stato poco dopo offuscato dalla notizia della morte dell’ispettore capo della polizia israeliana Arnon Zamora, 36 anni, deceduto per le ferite riportate durante l’operazione di salvataggio degli ostaggi, che in suo onore è stata denominata “operazione Arnon”.
  Nelle ultime ore i medici che seguono gli ex ostaggi hanno reso note alcune informazioni sulle loro condizioni di salute. Soffrono, tra le altre cose, di deficit vitaminici, malnutrizione, perdita di peso. Il Dottor Itai Pesach, direttore del Safra Hospital allo Sheba Medical Center – Tel Hashomer ha spiegato anche che «la loro situazione è simile a quella di altri ostaggi. Nelle ore iniziali, dopo la liberazione, erano entusiasti: felici, volevano comunicare e parlare di quello che hanno vissuto». Alla gioia iniziale è seguito però un deterioramento delle loro condizioni. «Hanno affrontato situazioni difficili e serviranno tanti mesi di supporto medico e psicologico». Secondo quanto rivelato da fonti dell’ospedale, i quattro si cercano continuamente tra di loro per un conforto reciproco.
  Tra loro, Noa Argamani è l’unica ragazza liberata. Il suo volto aveva fatto il giro del mondo quando il 7 ottobre era stata rapita al Nova Festival dai terroristi a bordo di una moto. L’immagine di lei stretta tra due miliziani, con le braccia tese verso il fidanzato Avinatan Or mentre urlava disperatamente, ha fatto il giro del mondo ed è diventata emblematica di quella giornata. Durante la prigionia, sua madre Liora, malata di cancro al cervello al quarto stadio, si è battuta per ottenere la sua liberazione. I suoi appelli per vedere un’ultima volta la figlia prima di morire hanno commosso il mondo. Noa è stata liberata il giorno del compleanno di suo padre, che l’ha accolta abbracciandola. La possibilità di rivedere la figlia dopo otto mesi è stato considerato il regalo più bello. Nonostante la felicità per il suo rilascio, Noa non può dire di aver lasciato totalmente il trauma alle spalle, visto che il suo fidanzato Avinatan è ancora ostaggio di Hamas, mentre la madre, Liora è in gravissime condizioni di salute. Dopo una prima visita in ospedale, la ragazza è corsa proprio a trovare la madre, con la quale ha trascorso alcune ore. Al momento sono emerse poche informazioni sul periodo di prigionia di Noa a Gaza. La ragazza sarebbe stata nascosta in quattro diversi appartamenti. Da ostaggio ha imparato l’arabo, che le è servito inizialmente anche per aiutare altri ostaggi a fare alcune richieste ai loro carcerieri. Noa ha raccontato ai suoi parenti di aver rischiato più volte la vita. L’ultima volta durante l’operazione di salvataggio, quando il furgone che la trasportava si è improvvisamente rotto. In uno degli appartamenti in cui è stata detenuta avrebbe spesso lavato i piatti e cucinato per i suoi carcerieri. Per ora non si conoscono molti altri dettagli su cosa le sia accaduto in questi mesi. Noa resta ancora sotto osservazione.
  I tre uomini erano invece detenuti insieme in un appartamento di Nuseirat. L’operazione di salvataggio dei tre è stata molto rischiosa e ha implicato uno scontro con armi da fuoco con i terroristi che li detenevano.
  Almog Meir al suo ritorno è stato accolto dal caloroso abbraccio di amici e parenti che dopo mesi di attesa lo hanno salutato con canti e urla di gioia. La madre ha rivelato che dopo il ritorno del figlio ha finalmente potuto dormire la notte. Purtroppo il ritorno di Almog è segnato da una tragedia familiare, la perdita di suo padre. Il cuore dell’uomo non ha retto al dolore per il rapimento del figlio e dopo aver sofferto per otto mesi, dopo aver trascorso ore davanti alla televisione sperando di carpire qualche notizia su Almog, il suo cuore si è fermato poche ore prima della liberazione del figlio. Almog ha cominciato a rivelare qualche informazione sul suo periodo di prigionia. Come Noa, anche il ragazzo è stato preso in ostaggio durante il Nova Festival. La madre ha dichiarato che durante la prigionia ha imparato un po’ di arabo e di russo da Andrey Kozlov, che era detenuto insieme a lui. «Durante tutti questi mesi non hanno visto la luce del giorno. Sono stati chiusi in una stanza. Hanno provato a fargli il lavaggio del cervello» ha detto suo zio.
  Andrey Kozlov è stato tenuto prigioniero insieme ad Almog. Aveva fatto l’alyiah da pochi mesi quando il 7 ottobre al Nova Festival è stato rapito dai terroristi. Quando è stato liberato dall’IDF la sua famiglia si trovava a San Pietroburgo ed è arrivata in Israele il giorno dopo. Il giovane vedendo la madre è scoppiato a piangere mettendosi in ginocchio. Andrey ha raccontato ai suoi cari che durante la prigionia ha pensato ogni giorno alla sua famiglia e alla sua compagna Jennifer Master. Andrey ha anche insegnato il russo ai suoi compagni di prigionia.
  Shlomi Ziv, 41 anni, il 7 ottobre era al Nova Festival per lavorare come guardia di sicurezza insieme a due amici che sono stati assassinati dai terroristi, Aviv Eliyahu e Jake Marlowe, marito di sua cugina. Durante l’attacco di Hamas, Shlomi ha aiutato i ragazzi a scappare, fino a quando non è stato rapito. Dopo la liberazione, sua madre Rosa, intervistata da Maariv, ha commentato che il ritorno del figlio «è una grande gioia che non può essere descritta a parole . Ancora non ci credo che è qui. Credevo fermamente che Shlomi sarebbe tornato. Si deve credere nel bene, e il bene arriverà». In ospedale Shlomi è stato raggiunto dalla moglie, dalla madre e dalle figlie. Non sapeva che i suoi due amici fossero stati assassinati. Quando la moglie Miren gli ha detto che ne avrebbero parlato in un secondo momento, Shlomi ha intuito la loro sorte ed è scoppiato in lacrime. «È colpa mia» avrebbe detto ai presenti. Durante la prigionia Shlomi non sapeva cosa stesse accadendo in Israele e per ora non ha condiviso molto di cosa ha dovuto affrontare negli ultimi otto mesi a Gaza; ha però raccontato a Channel 13 di aver imparato l’arabo da trasmissioni di Al-Jazeera e che i terroristi li avrebbero quotidianamente fatti pregare leggendo il Corano. Shlomi abita a Elkosh, un moshav vicino al confine nord. I residenti dell’area sono stati evacuati a causa della minaccia di Hezbollah e la sua famiglia non ha ancora deciso se tornare a casa o meno.

(Shalom, 11 giugno 2024)

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Le lettere di Sinwar: “i bambini e le donne morte aiuteranno Hamas”

Una esclusiva del Wall Street Journal rivela la corrispondenza tra Yahya Sinwar e gli altri leader di Hamas dalla quale emerge il totale disprezzo per la vita umana del capo di Hamas a Gaza.

Per mesi, Yahya Sinwar ha resistito alle pressioni per un accordo di cessate il fuoco e scambio di ostaggi con Israele. Dietro la sua decisione, come dimostrano i messaggi che il capo militare di Hamas a Gaza ha inviato ai mediatori, c’è il calcolo che un maggior numero di combattimenti e di morti civili palestinesi vada a suo vantaggio.
“Abbiamo gli israeliani proprio dove li vogliamo”, ha detto Sinwar in un recente messaggio ai funzionari di Hamas che cercavano di mediare un accordo con funzionari del Qatar e dell’Egitto.
I combattimenti tra le forze israeliane e le unità di Hamas nel sud della Striscia di Gaza hanno interrotto le spedizioni di aiuti umanitari, causato un aumento delle vittime civili e intensificato le critiche internazionali agli sforzi di Israele per sradicare il gruppo estremista islamico.
Per gran parte della sua vita politica, plasmata da un sanguinoso conflitto con uno Stato israeliano che secondo lui non ha diritto di esistere, Sinwar si è attenuto a un semplice schema di gioco. Messo alle strette, cerca nella violenza una via d’uscita. L’attuale lotta a Gaza non fa eccezione.
In decine di messaggi – analizzati dal Wall Street Journal – che Sinwar ha trasmesso ai negoziatori del cessate il fuoco, ai compatrioti di Hamas fuori da Gaza e ad altri, ha mostrato un freddo disprezzo per le vite umane e ha chiarito di ritenere che Israele abbia più da perdere dalla guerra che Hamas. I messaggi sono stati condivisi da più persone con opinioni diverse su Sinwar.
Dall’inizio della guerra, secondo Hamas a Gaza sono state uccise più di 37.000 persone, la maggior parte delle quali civili. La cifra, sicuramente esagerata, non specifica nemmeno quanti fossero combattenti. Le autorità sanitarie hanno dichiarato che quasi 300 palestinesi sono stati uccisi sabato in un raid israeliano che ha salvato quattro ostaggi tenuti in cattività in case circondate da civili, facendo capire ad alcuni palestinesi il loro ruolo di pedine di Hamas.
In un messaggio ai leader di Hamas a Doha, Sinwar ha citato le perdite di civili nei conflitti di liberazione nazionale in luoghi come l’Algeria, dove centinaia di migliaia di persone sono morte combattendo per l’indipendenza dalla Francia, dicendo che “questi sono sacrifici necessari”.
In una lettera dell’11 aprile al leader politico di Hamas Ismail Haniyeh, dopo che tre dei figli adulti di Haniyeh sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano, Sinwar ha scritto che la loro morte e quella di altri palestinesi avrebbe “infuso vita nelle vene di questa nazione, spingendola a risorgere alla sua gloria e al suo onore”.
Sinwar non è il primo leader palestinese ad abbracciare lo spargimento di sangue come mezzo di pressione su Israele. Ma l’entità dei danni collaterali di questa guerra – civili uccisi e distruzione provocata – non ha precedenti tra israeliani e palestinesi.
Nonostante il feroce tentativo di Israele di ucciderlo, Sinwar è sopravvissuto e ha microgestito lo sforzo bellico di Hamas, redigendo lettere, inviando messaggi ai negoziatori per il cessate il fuoco e decidendo quando il gruppo terroristico aumenta o riduce i suoi attacchi.
Il suo obiettivo finale sembra essere quello di ottenere un cessate il fuoco permanente che permetta ad Hamas di dichiarare una vittoria storica, superando Israele e rivendicando la leadership della causa nazionale palestinese.
Il Presidente Biden sta cercando di costringere Israele e Hamas a fermare la guerra. Ma il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si oppone a porre fine in modo permanente alla lotta prima di quella che definisce “vittoria totale” su Hamas.
Anche senza una tregua duratura, Sinwar ritiene che Netanyahu abbia poche alternative all’occupazione di Gaza e all’impantanamento nella lotta contro un’insurrezione guidata da Hamas per mesi o anni.
È un esito che Sinwar aveva prefigurato sei anni fa, quando è diventato leader nella Striscia di Gaza. Hamas potrebbe perdere una guerra con Israele, ma ciò causerebbe un’occupazione israeliana di oltre due milioni di palestinesi.
“Per Netanyahu, una vittoria sarebbe ancora peggiore di una sconfitta”, ha detto Sinwar a un giornalista italiano che ha scritto nel 2018 su un quotidiano israeliano, Yedioth Ahronoth.
Sinwar, oggi sessantenne, aveva circa 5 anni quando la guerra del 1967 gli fece vivere la prima esperienza di violenza significativa tra israeliani e arabi. Quel breve scontro riordinò il Medio Oriente. Israele prese il controllo delle alture del Golan dalla Siria e della Cisgiordania dalla Giordania. Inoltre, conquistò la penisola del Sinai dall’Egitto e la Striscia di Gaza, dove Sinwar crebbe in un campo profughi gestito dalle Nazioni Unite.
Il conflitto era una presenza costante. Sinwar ha pubblicato un romanzo nel 2004, mentre si trovava in una prigione israeliana, e nella prefazione ha scritto che era basato sulle sue esperienze personali. Nel libro, un padre scava una buca profonda nel cortile del campo profughi durante la guerra del 1967, coprendola con legno e metallo per creare un rifugio. 
Un giovane figlio aspetta nella buca con la sua famiglia, piangendo e sentendo i suoni delle esplosioni che si fanno sempre più forti con l’avvicinarsi dell’esercito israeliano. Il ragazzo cerca di uscire, ma la madre gli urla: “È la guerra là fuori! Non sai cosa significa guerra?”.
Sinwar si unì al movimento che poi divenne Hamas negli anni ’80, diventando vicino al fondatore Sheikh Ahmed Yassin e creando una polizia di sicurezza interna che dava la caccia e uccideva i sospetti informatori, secondo la trascrizione della sua confessione agli interrogatori israeliani nel 1988.
Ha ricevuto diverse condanne all’ergastolo per omicidio e ha trascorso 22 anni in prigione prima di essere liberato nel 2011 in uno scambio con un migliaio di altri palestinesi per il soldato israeliano Gilad Shalit.
Durante i negoziati tra Israele e Hamas per lo scambio di Shalit, Sinwar ha esercitato una forte influenza nel chiedere la libertà dei palestinesi incarcerati per aver ucciso degli israeliani.
Voleva rilasciare anche coloro che erano stati coinvolti in attentati che avevano ucciso un gran numero di israeliani ed era così massimalista nelle sue richieste che Israele lo mise in isolamento per evitare che disturbasse i progressi.
Quando è diventato leader di Hamas a Gaza nel 2017, la violenza era una costante del suo repertorio. Hamas aveva strappato il controllo di Gaza all’Autorità Palestinese in un sanguinoso conflitto un decennio prima, e mentre Sinwar si è mosso all’inizio del suo mandato per riconciliare Hamas con altre fazioni palestinesi, ha avvertito che avrebbe “spezzato il collo” a chiunque si fosse messo di traverso.
Nel 2018, Sinwar ha sostenuto le proteste settimanali presso la recinzione tra Gaza e il territorio israeliano. Temendo una breccia nella barriera, l’esercito israeliano ha sparato sui palestinesi e sugli agitatori che si avvicinavano troppo. 

• Faceva tutto parte del piano.
  “Facciamo notizia solo con il sangue”, ha detto Sinwar nell’intervista rilasciata all’epoca a un giornalista italiano. “Niente sangue, niente notizie”.
Nel 2021, i colloqui di riconciliazione tra Hamas e le fazioni palestinesi sembravano procedere verso le elezioni legislative e presidenziali per l’Autorità Palestinese, le prime in 15 anni. Ma all’ultimo momento, il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha annullato le elezioni. Con la pista politica chiusa, Sinwar giorni dopo è passato allo spargimento di sangue per cambiare lo status quo, lanciando razzi su Gerusalemme in mezzo alle tensioni tra israeliani e palestinesi nella città. Il conflitto di 11 giorni che ne è seguito ha ucciso 242 palestinesi e 12 persone in Israele.
Gli attacchi aerei israeliani hanno causato danni tali da indurre i funzionari israeliani a ritenere che Sinwar sarebbe stato dissuaso dall’attaccare nuovamente gli israeliani.
Ma è accaduto il contrario: I funzionari israeliani ritengono che Sinwar abbia iniziato a pianificare gli attacchi del 7 ottobre. Uno degli obiettivi era quello di porre fine alla paralisi nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese e di rilanciare la sua importanza diplomatica a livello globale, hanno detto funzionari arabi e di Hamas che hanno familiarità con i pensieri di Sinwar.
L’occupazione israeliana dei territori palestinesi dura da più di mezzo secolo e i partner di coalizione di estrema destra di Netanyahu parlano di annettere terre in Cisgiordania che i palestinesi vogliono per un futuro Stato. L’Arabia Saudita, un tempo sostenitrice della causa palestinese, era in trattative per normalizzare le relazioni con Israele.
Sebbene Sinwar avesse pianificato e dato il via libera agli attacchi del 7 ottobre, i primi messaggi ai negoziatori del cessate il fuoco mostrano che sembrava sorpreso dalla brutalità dell’ala armata di Hamas e degli altri palestinesi e dalla facilità con cui commettevano atrocità sui civili.
“Le cose sono andate fuori controllo”, ha detto Sinwar in uno dei suoi messaggi, riferendosi alle bande che prendevano in ostaggio donne e bambini civili. “La gente è rimasta coinvolta in tutto questo, e non sarebbe dovuto accadere”.
Questo è diventato un argomento di discussione per Hamas per spiegare il bilancio civile del 7 ottobre.
All’inizio della guerra, Sinwar si è concentrato sull’uso degli ostaggi come merce di scambio per ritardare un’operazione di terra israeliana a Gaza. Un giorno dopo l’ingresso dei soldati israeliani nella Striscia, Sinwar ha dichiarato che Hamas era pronto a un accordo immediato per lo scambio degli ostaggi con il rilascio di tutti i prigionieri palestinesi detenuti in Israele.
Ma Sinwar aveva frainteso la reazione di Israele al 7 ottobre. Netanyahu ha dichiarato che Israele avrebbe distrutto Hamas e che l’unico modo per costringere il gruppo a rilasciare gli ostaggi era la pressione militare. 
Sinwar sembra aver frainteso anche il sostegno che l’Iran e la milizia libanese Hezbollah erano disposti a offrire.
Quando il capo politico di Hamas, Haniyeh, e il suo vice, Saleh al-Arouri, si sono recati a Teheran a novembre per un incontro con la Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, è stato detto loro che Teheran appoggiava Hamas ma non sarebbe entrata nel conflitto.
“È stato in parte ingannato da loro e in parte da se stesso”, ha detto Ehud Yaari, un commentatore israeliano che conosce Sinwar dai tempi della sua prigionia. “Era estremamente deluso”.
A novembre, la leadership politica di Hamas ha iniziato a prendere le distanze da Sinwar, dicendo che aveva lanciato gli attacchi del 7 ottobre senza informarli, come hanno detto funzionari arabi che hanno parlato con Hamas.
Alla fine di novembre, Israele e Hamas hanno concordato un cessate il fuoco e il rilascio di alcuni ostaggi detenuti dai terroristi. Ma l’accordo è crollato dopo una settimana.
Mentre l’esercito israeliano smantellava rapidamente le strutture militari di Hamas, all’inizio di dicembre la leadership politica del gruppo ha iniziato a incontrare altre fazioni palestinesi per discutere la riconciliazione e un piano postbellico. Sinwar non è stato consultato.
In un messaggio inviato ai leader politici, Sinwar ha definito “vergognoso e oltraggioso” il dietrofront.
“Finché i combattenti sono ancora in piedi e non abbiamo perso la guerra, questi contatti dovrebbero essere immediatamente interrotti”, ha detto. “Abbiamo le capacità per continuare a combattere per mesi”.
Il 2 gennaio, Arouri è stato ucciso in un sospetto attacco israeliano a Beirut e Sinwar ha iniziato a cambiare il suo modo di comunicare, hanno detto i funzionari arabi. Utilizzava pseudonimi e trasmetteva le note solo attraverso una manciata di aiutanti fidati e tramite codici, passando da messaggi audio, messaggi parlati a intermediari e messaggi scritti.
Tuttavia, le sue comunicazioni indicano che cominciava a sentire che le cose stavano andando dalla parte di Hamas.
Alla fine del mese, l’avanzata militare di Israele era rallentata fino a una battaglia estenuante nella città di Khan Younis, la città natale di Sinwar. Israele ha iniziato a perdere altre truppe. Il 23 gennaio, circa due dozzine di soldati israeliani sono stati uccisi nel centro e nel sud di Gaza, il giorno più letale dell’invasione per l’esercito.
I mediatori arabi si sono affrettati ad accelerare i colloqui per un cessate il fuoco e il 19 febbraio Israele ha fissato la scadenza del Ramadan – un mese dopo – perché Hamas restituisse gli ostaggi o affrontasse un’offensiva di terra a Rafah, quella che i funzionari israeliani hanno descritto come l’ultima roccaforte del gruppo terrorista.
Sinwar, in un messaggio, ha esortato i suoi compagni della leadership politica di Hamas al di fuori di Gaza a non fare concessioni e a spingere invece per una fine permanente della guerra. Sinwar ha affermato che un alto numero di vittime civili creerebbe una pressione mondiale su Israele. L’ala armata del gruppo era pronta per l’assalto, secondo i messaggi di Sinwar.
“Il viaggio di Israele a Rafah non sarà una passeggiata”, ha detto Sinwar ai leader di Hamas a Doha in un messaggio.
Alla fine di febbraio, una consegna di aiuti a Gaza è diventata mortale quando le forze israeliane hanno sparato sui civili palestinesi che affollavano i camion, aumentando la pressione degli Stati Uniti su Israele per limitare le vittime.
I disaccordi tra i leader israeliani in guerra sono emersi pubblicamente, poiché Netanyahu non è riuscito ad articolare un piano di governance postbellica per Gaza e il suo ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha avvertito privatamente di non rioccupare la striscia. Gli israeliani si sono preoccupati che il Paese stesse perdendo la guerra.
A maggio, Israele ha nuovamente minacciato di attaccare Rafah se i colloqui per il cessate il fuoco fossero rimasti in stallo, una mossa che Hamas ha considerato come una pura tattica negoziale.
Netanyahu ha detto che Israele doveva espandersi a Rafah per distruggere la struttura militare di Hamas e interrompere il contrabbando dall’Egitto.
La risposta di Sinwar: Hamas ha sparato al valico di Kerem Shalom il 5 maggio, uccidendo quattro soldati. I funzionari di Hamas al di fuori di Gaza hanno iniziato a fare eco alla posizione fiduciosa di Sinwar.
Israele ha poi lanciato l’operazione di Rafah. Ma, come Sinwar aveva previsto, ha avuto un costo umanitario e diplomatico.
I messaggi di Sinwar, nel frattempo, indicano che è disposto a morire nei combattimenti.
In un recente messaggio agli alleati, il leader di Hamas ha paragonato la guerra a una battaglia del VII secolo a Karbala, in Iraq, dove il nipote del Profeta Maometto fu ucciso in modo controverso.
“Dobbiamo andare avanti sulla stessa strada che abbiamo iniziato”, ha scritto Sinwar. “O lasciamo che sia una nuova Karbala”.

(Rights Reporter, 11 giugno 2024)

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Il progetto americano e la necessità della vittoria

di Niram Ferretti

Con estremo nitore, alla luce del giorno, si incastrano ormai tutti i pezzi del mosaico. L’Amministrazione Biden, che fin dall’esordio della guerra di Israele contro Hamas, ha cercato di commissariarla, ed in buona parte ci è riuscita, sta ora approntando gli ultimi dettagli per la sconfitta dello Stato ebraico.
  Il testo che è stato presentato ieri al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ne rappresenta con sigla notarile la certificazione. Il testo, in nessuno dei suoi paragrafi sottolinea che Hamas deve essere sconfitto e rimosso da Gaza, ed è questo esattamente il punto del contendere, che ha causato l’altro ieri l’ennesima presa di posizione di Netanyahu, il quale, dopo le indiscrezioni trapelate secondo le quali l’accordo prevede la fine della guerra senza lo smantellamento di Hamas a Gaza, ha ribadito che l’obiettivo principale della guerra in corso è sempre questo.
   Il problema è che non è l’obiettivo americano e non lo è mai stato fin dal principio al di là delle dichiarazioni ufficiali. L’obiettivo americano è infatti quello di implementare uno Stato palestinese imponendolo a Israele e, a questo scopo, può cinicamente considerare un governo Fatah-Hamas a Gaza, come un male necessario. Questo tassello fa parte di una strategia geopolitica più ampia che, nei fatti, è la continuazione del programma intrapreso da Barack Obama e che consiste nel trovare una intesa regionale con l’Iran a totale discapito della sicurezza dello Stato ebraico.
  Ieri, Gadi Taub, uno dei più acuti analisti politici israeliani, lo ha riassunto:
    “Dal momento in cui questa amministrazione è entrata alla Casa Bianca e ha iniziato a negoziare con gli iraniani su un nuovo accordo nucleare, hanno operato sulla base dell’assunto che l’Iran possa essere placato. Per questo hanno sbloccato circa 100 miliardi di dollari attraverso l’allentamento delle sanzioni, per questo hanno rimosso gli Houthi dall’elenco delle organizzazioni terroristiche, per questo hanno imposto a Israele un cattivo accordo con Hezbollah nel Mediterraneo, e per questo ora stanno cercando di imporci un altro accordo che salverà Hezbollah da una guerra totale…Come parte degli sforzi per placare l’Iran, gli americani stanno cercando in ogni modo di soddisfare la sua richiesta di porre immediatamente fine alla guerra a Gaza”.
La guerra deve finire per consentire a Biden di non avere una spina nel fianco durante la campagna elettorale che entrerà nel vivo nei prossimi mesi, e perché, in questo modo, si rafforzerà il programma di Obama per il Medioriente, che, dopo il clamoroso fallimento delle primavere arabe da lui promosse, si incardina su due punti: l’ammorbidimento totale nei confronti dell’Iran, di cui l’Amministrazione Biden ha dato ampie prove, e la nascita di uno Stato palestinese in Cisgiordania, che per l’Iran si trasformerebbe presto in un suo avamposto nel cuore di Israele. Perché questo disegno giunga a compimento gli strumenti a disposizione sono diversi e tutti in azione da mesi: la pressione internazionale spinta dalla Casa Bianca, le risoluzioni ONU, i costanti freni posti alla guerra in corso che hanno fortemente limitato l’operatività militare israeliana all’interno della Striscia, l’isteria mediatica costruita a tavolino contro una operazione su larga scala a Rafah dove Hamas è ancora forte, e non ultimo, l’appoggio interno in Israele da parte dell’opposizione allo scopo di fare cadere il governo Netanyahu e rimuovere gli ostacoli più forti alla realizzazione del progetto, ovvero, più che Netanyahu stesso, le formazioni ultranazionaliste guidate da Bezalel Smotrich e Itmar Ben Gvir.
  Siamo al cospetto di un programma micidialmente avverso agli interessi di Israele, che, se si realizzasse, ne metterebbe seriamente in mora la sicurezza presente e quella futura. Per sventarlo non c’è che una sola strada, proseguire fino alla fine l’offensiva a Gaza, cercare, se possibile, di liberare il più alto numero di ostaggi, ma soprattutto sconfiggere Hamas, cioè vincere.
  Solo una Striscia demilitarizzata da Hamas, delegato iraniano, può garantire a Israele di ristabilire la propria capacità di deterrenza dopo la catastrofe del 7 ottobre, arginare le spinte espansionistiche iraniane, e riabilitare la propria immagine fortemente lesionata. Si tratta esattamente di quello che l’Amministrazione Biden non desidera che accada.
  Gli uomini che a Washington si occupano del dossier mediorientale, quasi tutti funzionari dell’ex presidente Obama, hanno bisogno di un Israele ridimensionato, ammansito, che non faccia troppa paura all’Iran, convinti che in questo modo il regime islamico assumerà una postura meno aggressiva. Si tratta di una prospettiva che capovolge la realtà dalle sue fondamenta. È vero esattamente il contrario. Solo un Israele forte e determinato a difendersi in modo risoluto può determinare la stabilità regionale necessaria, tenendo a bada l’Iran e i suoi pericolosi delegati. Solo un Israele forte e temuto può garantire la stabilità regionale in quella che è una delle regioni più politicamente instabili del globo. Infine, sempre e solo un Israele forte e temuto può fare da argine all’estremismo islamico, costituendo e garantendo di preservare nella regione i valori occidentali che esso incarna: libertà, democrazia e pluralismo.

(L'informale, 11 giugno 2024)

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Argento israeliano nella mezza maratona agli Europei di Roma

Mentre è in corso la penultima giornata di gare, l’Italia dello sport è già in festa: mai la squadra azzurra aveva ottenuto il numero di successi conquistati agli europei di atletica leggera in svolgimento a Roma. L’Italia è saldamente in testa al medagliere con otto ori e la sua supremazia dovrebbe essere al sicuro. Nel medagliere è presente anche Israele, argento nella mezza maratona a squadre maschile dietro proprio all’Italia. Una prestazione d’alto livello per entrambe le squadre, con gli azzurri impostisi nella gara individuale con la doppietta firmata Yeman Crippa e Pietro Riva. Primo degli israeliani il quarto della graduatoria generale, Maru Teferi, di origine etiope come gli altri cinque connazionali in lizza a Roma: Gashau Ayale, Girmaw Amare, Haimro Alame, Godadaw Belachew e Tesema Moges.
  Teferi sarà uno degli atleti di punta della spedizione israeliana ai Giochi Olimpici di Parigi. Nel 2022 fu tra i protagonisti, insieme ad Ayale e Amare, dello storico oro vinto da Israele nella maratona a squadre agli Europei di Monaco di Baviera, a 50 anni dall’attentato palestinese nel villaggio olimpico della città bavarese. Lo scorso anno Teferi ha vinto l’argento ai Mondiali di Budapest, sempre nella maratona.

(moked, 11 giugno 2024)

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Europee – Le prime reazioni del mondo ebraico

Tra risultati attesi ed exploit sorprendenti, le elezioni europee sono il tema del giorno e stanno suscitando reazioni anche all’interno del mondo ebraico. «Non vediamo l’ora di lavorare con i nuovi membri eletti del Parlamento europeo. Il nostro impegno sarà volto garantire la sicurezza, il benessere e il futuro delle comunità ebraiche in tutta Europa», scrive in una nota lo European Jewish Congress (Ejc), l’organismo di riferimento a livello continentale. In questo senso, indica lo Ejc, «è imperativo affrontare e fermare l’allarmante aumento dell’antisemitismo, promuovendo una società unita contro l’odio e il pregiudizio». Nessun riferimento esplicito, almeno in questo primo commento, all’avanzata dell’ultradestra egemone in Francia e alla ribalta in Germania, oltre che in molti altri Paesi.
  A Parigi la presa di coscienza della netta affermazione da parte del Rassemblement National di Marine Le Pen ha portato il presidente francese Emmanuel Macron a sciogliere l’Assemblea nazionale e convocare il voto anticipato per fine giugno. Una mossa «coraggiosa» e animata da «spirito di responsabilità» a detta del filosofo Bernard-Henri Lévy, animatore negli scorsi giorni di un’iniziativa contro l’antisemitismo che ha avuto eco anche fuori dai confini francesi. Nel corso degli anni il Crif, il Consiglio rappresentativo degli ebrei di Francia, ha spesso puntato il dito contro l’estrema destra nelle sue varie declinazioni, da Marine Le Pen a Eric Zemmour. Nel primo commento a caldo dopo il voto, l’attenzione del suo presidente Yonathan Arfi è puntata innanzitutto su un partito populista di sinistra, La France insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon, che accusa di aver fatto dell’odio verso gli ebrei la cifra della sua campagna elettorale, molto focalizzata sui fatti di Gaza e sulla condanna senza appello di Israele. L’appello di Arfi al Partito socialista e a ogni altra forza di sinistra è a «rigettare» ogni possibile alleanza con LFI. Mentre sul Rassemblement National servirebbero «chiarimenti» su almeno quattro questioni, sottolinea il presidente del Crif, indicando tra le questioni dirimenti il contrasto all’islamismo, i rapporti con la Russia, le politiche sull’antisemitismo, le posizioni del partito sulla laicità dello Stato.
  In Germania un quarto dei voti è andato a forze populiste. Il presidente del Consiglio centrale ebraico tedesco Josef Schuster si è detto «preoccupato», in particolare per il 15,9% conquistato nell’urna da Alternative für Deutschland, partito «con chiari riferimenti a idee estremiste di destra» e con alcuni dei suoi candidati di punta «con legami con regimi dittatoriali». È un’Europa sempre più precaria per i suoi cittadini ebrei, ammoniva alcuni giorni fa il presidente della Conferenza dei rabbini europei Pinchas Goldschmidt in un intervento per Politico intitolato “For Jews voting in Europe, there are no good choices”. Secondo Goldschmidt, gli ebrei sentono «di non poter più fare affidamento sulla presunta incarnazione tradizionale degli ideali della democrazia europea per sostenere la nostra sicurezza o il nostro destino». Nel quadro incerto del presente, «una cosa è chiara: teniamo al futuro dell’Europa e per il nostro posto al suo interno come minoranza, indipendentemente dal nostro voto e dai vincitori».

(moked, 10 giugno 2024)

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Gantz e Eisenkot si dimettono dal gabinetto di guerra. Che succede ora

di Ugo Volli

• L’annuncio delle dimissioni
  In un colpo di scena da tempo annunciato, ieri sera si sono dimessi dal governo israeliano i due ministri senza portafoglio del partito di “Unità Nazionale” (HaMaḥane HaMamlakhti ) Benny Gantz e Gadi Eisenkot, ex capi di stato maggiore delle forze armate e membri del gabinetto di guerra. L’annuncio doveva essere fatto sabato sera, quando scadeva un ultimatum di Gantz a Netanyahu, ma è stato posposto a ieri in seguito alla liberazione degli ostaggi. L’appello di Netanyahu a non lasciare il governo in questo momento critico è rimasto inascoltato e le dimissioni sono state annunciate comunque, con la richiesta di far svolgere al più presto elezioni straordinarie. Il governo non cade per questo, perché conserva una maggioranza parlamentare di 64 seggi su 120, che nella politica israeliana è normale.

• Il quadro politico
  Ganz e Eisenkot erano entrati nel governo qualche giorno dopo il 7 ottobre senza condividerne il programma generale, solo per partecipare allo sforzo bellico, secondo un modello tradizionale di unità nazionale. Altri leader, come Yair Lapid e Avigdor Liberman non erano entrati o avevano posto condizioni che Netanyahu aveva giudicato inaccettabili; ora approvano la decisione di “Unità nazionale” e la sua richiesta di elezioni, che pure in tempo di guerra sarebbero difficili da tenere e molto devastanti sul piano politico. Va detto che i sondaggi di tutti questi mesi avevano premiato lo spirito unitario di Gantz con una forte crescita che ne faceva virtualmente il primo partito, mentre Lapid arretrava (come del resto il Likud di Netanyahu). Questo capitale politico accumulato con una scelta giudicata dall’elettorato come patriottica e costruttiva ora probabilmente rischia di erodersi.

• Che cosa vuole Gantz
  È difficile che la mossa di Gantz abbia effetti immediati sul piano parlamentare. È una presa di posizione politica e non un rovesciamento delle alleanze. Bisogna chiedersene dunque la ragione e gli effetti. Il piano di Gantz formulato a metà del mese scorso comprendeva sei punti. Quasi tutti erano condivisibili dalla maggioranza, come la liberazione degli ostaggi e la sconfitta di Hamas, ma il punto critico era la definizione di un assetto per Gaza dopo la guerra che escludesse immediatamente la presenza israeliana, secondo il progetto degli Usa. In sostanza, Gantz sosteneva il piano americano di trattative immediate con Hamas, cessate il fuoco con uscita dell’esercito israeliano da Gaza, amministrazione delle Striscia con coinvolgimento di forze arabe e palestinesi (auspicabilmente per l’amministrazione Biden una “Autorità Palestinese rinnovata”) e senza la presenza di forze israeliane, in cambio della normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita. Netanyahu ritiene invece che non si possa fermare la guerra ora se non per tregue momentanee allo scopo di scambiare i rapiti israeliani con detenuti terroristi e che non sia possibile prendere impegni così anticipati sullo stato di Gaza dopo la guerra, che secondo lui dovrà comunque essere controllata dall’esercito israeliano per un certo periodo.

• Pressioni americane
  Le dimissioni di Gantz sono dunque la conseguenza delle crescenti tensioni fra il governo di Netanyahu deciso a continuare la guerra fino alla vittoria, e a mantenere il diritto di intervento a Gaza per evitare la riorganizzazione del terrorismo e l’amministrazione americana, il cui scopo (certamente dovuto alle necessità della propaganda elettorale, ma corrispondente anche a scelte ideologiche che risalgono ai tempi di Obama) è invece la cessazione veloce delle ostilità anche al costo di non eliminare completamente le forze e i dirigenti terroristi e il rafforzamento dell’Autorità Palestinese, benché corrotta e complice del terrorismo. È uno scontro grave, che rende difficili le relazioni fra i due paesi. Per fare solo un esempio, oggi è uscita sui giornali israeliani la notizia che, alla vigilia dell’ennesima visita del segretario di Stato Blinken, un alto funzionario dell’amministrazione Biden ha dichiarato a NBC News che l’operazione israeliana che ha salvato quattro ostaggi sabato probabilmente complicherà gli sforzi del Segretario di Stato per raggiungere un accordo di cessate il fuoco. Secondo il funzionario, il successo dell’operazione ha rafforzato la determinazione del primo ministro Netanyahu a continuare le operazioni militari, piuttosto che accettare un cessate il fuoco, rafforzando allo stesso tempo la posizione della leadership di Hamas.

• Il problema del rapporto con Biden
  Insomma, probabilmente le dimissioni di Gantz vanno lette come una candidatura a formare in futuro un governo più vicino al progetto americano per il Medio Oriente. Il governo Netanyahu non si indebolisce sul piano interno, anzi probabilmente acquista compattezza e velocità di decisione, ma certamente sarà più esposto alle pressioni americane, che in questi mesi si sono anche tradotte in gesti molto gravi, come il rifiuto di consegnare i rifornimenti militari concordati e approvati dal Congresso. Questo è un tema molto grave e importante, non tanto per Gaza, dove Israele ha tutti i mezzi per proseguire la sua caccia ai terroristi e il lavoro per liberare gli ostaggi, ma per il conflitto con Hezbollah, che continua a crescere e ormai nei prossimi giorni rischia di diventare guerra di terra.

(Shalom, 10 giugno 2024)

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Gli ostaggi erano a casa di un noto giornalista che scriveva anche per Al Jaseera

Confermata la connessione tra Hamas e i giornalisti e tra Hamas e Al Jazeera.

Tre dei quattro ostaggi salvati dalle forze speciali nella Striscia di Gaza centrale durante il fine settimana erano detenuti nella casa di Abdallah Aljamal, giornalista palestinese e membro del gruppo terroristico di Hamas. Lo ha confermato domenica l’esercito israeliano.
  Le voci erano circolate sui social media dopo che Ramy Abdu, capo dell’Euro-Med Human Rights Monitor, aveva affermato in un post su X che i soldati erano entrati nella casa degli Aljamal durante l’incursione di sabato a Nuseirat, uccidendo diversi membri della famiglia, tra cui Abdallah e suo padre, il dottor Ahmed Aljamal.
  Abdu ha pubblicato un’immagine apparentemente proveniente dalla casa degli Aljamal accanto al suo post, anche se non ha menzionato la possibilità che vi fossero tenuti degli ostaggi.
  Abdallah Aljamal è stato in precedenza portavoce del ministero del Lavoro di Hamas a Gaza e in passato ha collaborato con diverse testate giornalistiche.
  Durante la guerra a Gaza, numerosi articoli di Aljamal sono stati pubblicati dal Palestine Chronicle, anche mentre gli ostaggi Almog Meir Jan, Andrey Kozlov e Shlomi Ziv erano presumibilmente tenuti prigionieri nella sua casa. Il quarto ostaggio, Noa Argamani, è stata salvata da un edificio vicino durante l’operazione di sabato.
  Le Forze di Difesa Israeliane, in un comunicato, hanno dichiarato di essere in grado di confermare, insieme all’agenzia di sicurezza Shin Bet, che Aljamal teneva i tre ostaggi nella sua casa di Nuseirat, insieme alla sua famiglia.
  “Questa è un’ulteriore prova del fatto che l’organizzazione terroristica di Hamas usa la popolazione civile come scudo umano”, ha dichiarato l’esercito.
  Aljamal ha scritto anche una rubrica per Al Jazeera nel 2019, suscitando voci che lo volevano corrispondente da Gaza per l’emittente qatariota – un’affermazione che ieri il network ha smentito con decisione.
  Argamani, Meir Jan, Kozlov e Ziv erano stati rapiti dal festival musicale Supernova vicino alla comunità di Re’im la mattina del 7 ottobre, quando circa 3.000 terroristi guidati da Hamas uccisero 1.200 persone e presero 251 ostaggi in una furia omicida nel sud di Israele.
  Gli agenti dell’unità antiterrorismo d’élite Yamam, insieme agli agenti dello Shin Bet, hanno fatto irruzione simultaneamente in due edifici a più piani nel cuore di Nuseirat, dove i quattro ostaggi erano tenuti in ostaggio da famiglie affiliate a Hamas e da guardie del gruppo terroristico, secondo quanto riferito dai militari.
  L’ufficio stampa del governo di Hamas ha affermato che almeno 274 persone sono state uccise durante l’operazione, una cifra non verificata che non distingue tra combattenti e civili.
  L’IDF ha riconosciuto di aver ucciso civili palestinesi durante i combattimenti, ma ha attribuito la colpa ad Hamas per aver tenuto degli ostaggi e aver combattuto in un ambiente civile densamente popolato. “Sappiamo di meno di 100 vittime [palestinesi]. Non so quanti di loro siano terroristi”, ha dichiarato sabato il portavoce dell’IDF Daniel Hagari.

(Rights Reporter, 10 giugno 2024)

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Israele deve avere paura di un'Europa di destra?

Sì e no! L'Europa si sta spostando a destra! Cosa significa questo per Israele?

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - In Germania, Francia, Italia, Polonia e persino in Spagna, i partiti di destra sono stati i grandi vincitori delle elezioni, poiché molti europei hanno votato per i partiti di destra a causa della crisi migratoria nel continente. Israele e le comunità ebraiche in Europa devono quindi avere paura o i partiti di destra dell'UE mostreranno maggiore comprensione per la politica mediorientale di Israele e la guerra contro Hamas? In che misura le relazioni dei partiti di destra europei con la Russia possono disturbare le relazioni con Israele?
In Israele si ritiene che "il prossimo Parlamento europeo sarà più favorevole a Israele". Tuttavia, non c'è consenso sul fatto che si tratti di un pericoloso spostamento a destra dei partiti di estrema destra o solo dei partiti di destra. Nei media israeliani di sinistra si parla di più di partiti di destra radicale in Europa, mentre le reti e i media religiosi di destra parlano di più di partiti di destra. Non dobbiamo dimenticare che anche Israele si è spostato sempre più a destra negli ultimi dieci anni, quindi c'è una sorta di simpatia nei confronti dei colleghi di destra dei Paesi europei. Dal punto di vista israeliano, una cosa è chiara: lo spostamento a destra in Europa era atteso da tempo, e la causa scatenante è l'immigrazione illimitata e incontrollata di musulmani dal Nord Africa e dal Medio Oriente. O si chiama le cose con il loro nome o ci si inganna.
Questa mattina, i titoli dei media israeliani sono questi:

  • "I radicali di destra governeranno l'Europa", secondo il sito ortodosso Kikar.
  • "L'Europa si sposta a destra: le drammatiche elezioni che stanno cambiando l'Unione", di N12.
  • "Terremoto in Europa. L'estrema destra ha guadagnato in modo drammatico in alcuni Paesi chiave", scrive il sito ortodosso Chadrei Chaderim.
  • "Risultati drammatici nelle elezioni del Parlamento europeo, un grande successo per la destra in diversi Paesi", secondo il canale televisivo di destra Now14.
  • "Sconvolgimento: vittoria dei partiti di destra alle elezioni europee", secondo il quotidiano israeliano Israel HaYom.
  • "Risultati storici per l'estrema destra in Europa: Macron scioglie l'Assemblea nazionale, il primo ministro belga si dimette", secondo il principale quotidiano israeliano Jediot Achronot e Ynet.

Per un'Europa che in passato era di sinistra e umana, non è facile ammettere che i migranti arabi e musulmani sono la causa del declino della sinistra e dei verdi. È una buona intenzione aiutare il prossimo in difficoltà, ma non ha nulla a che vedere con l'amore per il prossimo della Bibbia se il vicino o il migrante lo interpreta in modo diverso e si approfitta solo di chi lo ospita in Europa. Non solo, le crescenti manifestazioni pro-palestinesi nelle principali città europee hanno certamente esercitato una pressione sui governi che si è rivolta politicamente contro Israele. Con tutto il rispetto per i governi di sinistra in Europa e nel Parlamento dell'UE, di solito non sono stati schizzinosi nelle loro decisioni nei confronti di Israele. Quindi cosa ha da perdere Israele?
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sempre mantenuto buoni rapporti con i governi di destra in Europa nel corso degli anni, mentre il primo ministro ungherese Viktor Orban è un amico intimo di Bibi.
Naturalmente, la parola d'ordine "Europa di destra" è sempre foriera di un timore storico, che porta automaticamente con sé la paura di un crescente antisemitismo. Ma i governi di sinistra non sono stati migliori: l'antisemitismo ha imperversato in Europa anche sotto di loro. Il cosiddetto Occidente cristiano deve decidere se vuole essere un continente aperto a tutti o in primo luogo alle nazioni europee. Nelle discussioni in questo Paese si dice spesso che l'Europa è e resterà l'Europa e potrà fare ai musulmani quello che ha fatto agli ebrei o, come i crociati, ai musulmani. Ci sono anche altre voci che ritengono che questo sia meno vero oggi perché ci sono Paesi arabi e islamici che interverranno nel nostro tempo. Non è stato così con l'Olocausto e lo sterminio degli ebrei. L'Europa ha commesso un errore tattico aprendo le frontiere e accogliendo tutti, perché i migranti non vogliono più andarsene. E questo crea paura, e la paura spinge le persone a ripensare e a fare una scelta diversa.
È così che la maggioranza della popolazione israeliana vede la situazione in Europa. Gli israeliani lo capiscono perché Israele stesso è in costante conflitto con arabi, musulmani e palestinesi. Israele comprende la mentalità dei migranti arabi molto meglio degli europei e quindi anche il pericolo. Questo può non suonare piacevole alle orecchie europee, ma è proprio per questo che gli elettori di sinistra in Europa sono ora scioccati e rattristati. Quando i partiti di governo commettono errori a lungo termine, questo fa sempre il gioco dei loro avversari, la destra. È successo anche in Israele, come abbiamo visto con il fallimento degli accordi di Oslo con l'OLP. Un'idea giustificata dai partiti di sinistra del Paese, che alla fine ha portato a uno spostamento a destra della popolazione. I partiti di sinistra israeliani non hanno alcuna possibilità reale di formare una coalizione puramente di sinistra in questo momento.
Se in Europa i partiti di sinistra che si oppongono a Israele e sostengono uno Stato palestinese si indeboliscono, l'ascesa della destra potrebbe rallentare la tendenza, ma dipende anche da quanto questi partiti siano vicini alla Russia. Il rafforzamento della destra e dell'estrema destra nel Parlamento europeo aiuta Israele perché negli ultimi anni abbiamo visto che le risoluzioni contro Israele sono più difficili da approvare nel Parlamento europeo con una maggioranza di destra rispetto a quando in Europa prevale una maggioranza di centro-sinistra.
La sfida per Israele verrà dai partiti di estrema destra, non da quelli di destra. Da un lato vogliono abbracciare Israele, dall'altro Gerusalemme non vuole davvero questo abbraccio e vi si oppone. Non tutti questi partiti appartengono alla stessa piattaforma politica, né l'AfD di estrema destra in Germania né il partito di governo di destra di Geert Wilders, il Partito per la Libertà, nei Paesi Bassi. Israele deve esaminare ciascuno di questi partiti in relazione al loro rapporto con lo Stato di Israele.
In questo contesto, va detto che in Israele si discute spesso su quanto l'Alternativa per la Germania sia un partito di estrema destra o di destra. Anche nei circoli politici, i politici di destra del Paese vedono l'AfD come un partner legittimo in Germania, e io stesso conosco molti cittadini in Germania che votano per l'AfD e sono pienamente a favore di Israele. D'altra parte, anche i nazisti e i tedeschi estremisti di destra votano per questo partito e questo naturalmente spaventa.
Ma ad essere onesti, i risultati delle elezioni in Europa sono una buona notizia per Israele in un momento in cui l'Europa sta toccando il fondo. Un politico israeliano ha dichiarato ieri sera a Israel Today: "Il rafforzamento della destra in Europa è positivo per Israele, ma soprattutto la sinistra non potrà più sostenere azioni anti-israeliane contro di noi. Il rafforzamento della destra in Europa è una conseguenza della crescente resistenza all'immigrazione degli arabi e del loro crescente potere nei Paesi europei. Qualche mese fa, abbiamo visto un segnale di svolta in Europa con la vittoria elettorale di Geert Wilders nei Paesi Bassi. Si prevede che il prossimo Parlamento europeo sarà più favorevole a Israele. Questo è possibile, ma Israele deve fare attenzione.

(Israel Heute, 10 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Spagna – Rav P.P. Punturello «È venuto il momento di farsi sentire»

A fine maggio il governo spagnolo, insieme a quelli di Norvegia e Irlanda, ha formalmente riconosciuto lo Stato palestinese. Una mossa «storica» per avvicinare la pace in Medio Oriente, ha sostenuto il capo del governo di Madrid Pedro Sanchez. Un «premio» per i terroristi di Hamas, ha replicato Israele contestando l’iniziativa unilaterale dei tre paesi. «Per anni gli ebrei spagnoli si sono cullati nella speranza che l’agio economico della società in cui vivono avrebbe garantito loro una relativa sicurezza. Oggi questa illusoria certezza è crollata e per la prima volta si trovano nella condizione di dover fare qualcosa per tutelare loro stessi e i loro valori», spiega il rabbino Pierpaolo Pinhas Punturello, direttore degli studi ebraici del Centro Ibn Gabirol – Colegio Estrella Toledano di Madrid. «Non è semplice, perché in Spagna non c’è l’abitudine di ‘scendere in piazza’, di alzare la voce con la politica. Ci si illude che tutto un giorno passerà da sé, ma non è così. Serve un cambio di mentalità. È quello che cerco di trasmettere il più possibile ai miei studenti».
  Già rabbino della sua Napoli, Punturello vive a Madrid dal 2018. «Un altro mondo, un’altra mentalità. Lo spagnolo medio fa fatica a comprendere il valore dello scendere in piazza. L’ebreo spagnolo ancora di più, perché già costretto a ‘nascondersi’ sotto la dittatura di Franco in quanto cittadino non cattolico. È un problema culturale di cui si avverte oggi tutta la vastità. Perché senz’altro l’antisemitismo e l’antisionismo mi preoccupano, ma questa mentalità mi inquieta ancora di più». Non è forse un caso che il comparto educativo dell’istituto «sia in mano quasi esclusivamente a persone non spagnole, ma piuttosto a israeliani, argentini, educatori originari del Marocco francese: lo sforzo è di dare ai ragazzi una coscienza ebraica del proprio valore, dell’essere presenti nello spazio pubblico; c’è una cultura del dibattito da insegnare loro dalle fondamenta, affinché possa lasciare un segno». Un discorso che vale sempre, in ogni contesto, «ma ancora di più oggi», afferma rav Punturello. In un momento cioè in cui il risentimento verso Israele e l’ebraismo si fa sempre più forte, «sdoganato anche da iniziative come quella del governo Sanchez, anche se per fortuna abbiamo anche buoni amici in politica: ad esempio la governatrice della regione di Madrid, che poche settimane fa ha assegnato alla comunità ebraica un premio per la resilienza e il contributo culturale».
  E tuttavia il clima è sempre più teso: il rav ne sa qualcosa in prima persona. «All’incirca un mese fa a mia figlia hanno sputato in faccia mentre stava entrando all’università; è stato uno degli studenti propal accampati all’esterno dell’ateneo, in una delle tante ‘acampade’ di cui si sente parlare in questo periodo, insofferente alla vista della stella di Davide e della spilla gialla per gli ostaggi da lei indossate». Un contesto intimidatorio non solo in ambito universitario «davanti al quale non penso sia giusto tenere un profilo basso come alcuni suggeriscono; occorre al contrario reagire e farsi sentire, anche a livello politico».

(moked, 9 giugno 2024)

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Boaz e Jachin

SALMO 1
  1. Beato l'uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori; né si siede sul banco degli schernitori;
  2. ma il cui diletto è nella legge dell'Eterno, e su quella legge medita giorno e notte.
  3. Egli sarà come un albero piantato presso a rivi d'acqua, il quale dà il suo frutto nella sua stagione, e la cui fronda non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà.
  4. Non così gli empi; anzi sono come pula che il vento porta via.
  5. Perciò gli empi non reggeranno davanti al giudizio, né i peccatori nell'assemblea dei giusti.
  6. Poiché l'Eterno conosce la via dei giusti, ma la via degli empi conduce alla rovina.
SALMO 2
  1. Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché i popoli meditano cose vane?
  2. I re della terra si ritrovano e i prìncipi si consigliano insieme contro l'Eterno e contro il suo Unto, dicendo:
  3. “Spezziamo i loro legami e gettiamo via da noi le loro funi”.
  4. Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si befferà di loro.
  5. Allora parlerà loro nella sua ira, e nel suo furore li renderà smarriti:
  6. “Eppure”, dirà, “io ho stabilito (ספר) il mio re sopra Sion, il mio monte santo.
  7. Io annuncerò il decreto”. L'Eterno mi disse: “Tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato.
  8. Chiedimi, io ti darò le nazioni come tua eredità e le estremità della terra per tuo possesso.
  9. Tu le spezzerai con uno scettro di ferro; tu le frantumerai come un vaso di vasellaio”.
  10. Ora dunque, o re, siate saggi; lasciatevi correggere, o giudici della terra.
  11. Servite l'Eterno con timore, e gioite con tremore.
  12. Rendete omaggio al figlio, che talora l'Eterno non si adiri e voi non periate nella vostra via, perché d'un tratto l'ira sua può divampare. Beati tutti quelli che confidano in lui!
ISAIA 28
  1. Voi dite: “Noi abbiamo fatto alleanza con la morte, abbiamo stabilito un patto con il soggiorno dei morti; quando l'inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi, perché abbiamo fatto della menzogna il nostro rifugio e ci siamo messi al sicuro dietro la frode”.
  2. Perciò così parla il Signore, l'Eterno: “Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.
  3. Io prenderò il diritto come livella e la giustizia come piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna e le acque inonderanno il vostro riparo.
  4. La vostra alleanza con la morte sarà annullata, e il vostro patto con il soggiorno dei morti non reggerà; quando l'inondante flagello passerà voi sarete calpestati da esso.
  5. Ogni volta che passerà, vi afferrerà: poiché passerà mattina dopo mattina, di giorno e di notte; sarà spaventoso imparare una tale lezione!
  6. Poiché il letto sarà troppo corto per sdraiarsi e la coperta troppo stretta per avvolgersi.
ATTI 4
  1. E dissero: “Signore, tu sei colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi;
  2. colui che mediante lo Spirito Santo, per bocca del padre nostro e tuo servitore Davide, ha detto: 'Perché si sono adirate le genti, e i popoli hanno tramato cose vane?
  3. I re della terra si sono fatti avanti, e i prìncipi si sono riuniti insieme contro il Signore, e contro il suo Unto'.
  4. Proprio in questa città, contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme con i Gentili e con tutto il popolo d'Israele,
  5. per fare tutte le cose che la tua volontà e il tuo consiglio avevano prestabilito che avvenissero.
ATTI 13
  1. E noi vi annunciamo la buona notizia che, la promessa fatta ai padri,
  2. Dio l'ha adempiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche è scritto nel salmo secondo: 'Tu sei mio Figlio, oggi io t'ho generato'.
ROMANI 1
  1. Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, appartato per l'evangelo di Dio,
  2. che egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture
  3. e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne,
  4. dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la sua risurrezione dai morti, cioè Gesù Cristo nostro Signore.
LUCA 7
  1. Ed ecco, una donna che era in quella città, una peccatrice, saputo che egli era a tavola in casa del fariseo, portò un vaso di alabastro pieno di olio profumato;
  2. e, stando ai suoi piedi, di dietro, piangendo cominciò a rigargli di lacrime i piedi e li asciugava con i suoi capelli; e gli baciava e ribaciava i piedi e li ungeva con l'olio.
    PREDICAZIONE

Gabriele Monacis
Giugno 2024


(Notizie su Israele, 9 giugno 2024)


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“L’Idf minaccia i bimbi”: la lista nera di Guterres fa infuriare Israele

Netanyahu: “È un incoraggiamento al terrorismo di Hamas”. Gantz pronto a lasciare il governo

di Paolo Brera

Le forze armate israeliane entrano ufficialmente nella lista nera dell’Onu per i Paesi e le organizzazioni che minacciano i bambini: una lista del terrore in cui l’Idf, espressione dell’unica democrazia presente, sarà in pessima compagnia con l’Isis e al-Qaeda, Boko Haram e Paesi come Afghanistan e Russia, Iraq e Myanmar, Somalia, Yemen e Siria.
  L’annuncio lo ha dato ieri l’ambasciatore israeliano all’Onu, Gilad Erdan, pubblicando sui social la sua indignazione subito dopo aver ricevuto «la notifica ufficiale sulla decisione da parte del Segretario generale» dell’Onu, Antonio Guterres. «È semplicemente oltraggioso e sbagliato — ha twittato — perché Hamas usa scuole e ospedali come strutture militari. Il nostro esercito è il più etico al mondo. L’unico a finire in lista nera è Guterres, che incentiva e incoraggia il terrorismo motivato dall’odio per Israele. Dovrebbe vergognarsi».
  Non meno indignati sono gli uffici dello stesso Segretario generale dell’Onu, che avevano anticipato la decisione all’ambasciatore come atto di cortesia, come si fa di consuetudine. Sarebbe stata poi annunciata ufficialmente il 18 giugno: la pubblicazione annuale sugli eventi del 2023, di cui è un allegato, verrà portata nel Consiglio di sicurezza il 26 giugno. Spetta al segretario generale dell’Onu identificare «chi non ha messo in atto misure per migliorare la protezione dei bambini»: nella lista saranno iscritti anche Hamas e la Jihad islamica.
  La reazione di Israele è ovviamente furente: «Oggi l’Onu ha aggiunto se stessa alla lista nera della Storia unendosi a chi supporta gli assassini di Hamas», ha detto il premier Benjamin Netanyahu. Il ministro degli Esteri Israel Katz parla di «atto cialtronesco che avrà conseguenze sulle relazioni con l’Onu». Ed è d’accordo con loro persino il leader centrista e ministro del Gabinetto di guerra Benny Gantz, che proprio oggi dovrebbe dimettersi dal governo: lo aveva annunciato il 18 maggio lanciando un ultimatum a Netanyahu perché cambiasse strategia a Gaza, dove «sta trascinando il Paese nell’abisso».
  La decisione dell’Onu, dice ora Ganz, è «un nuovo minimo storico» in antisemitismo in cui «traccia spudoratamente false equivalenze tra Israele e Isis». Ma non è chiaro se basterà a rinsaldare le fila del governo, evitando una crisi che sbilancerebbe ancora più a destra l’esecutivo. La maggioranza resterebbe solida, ma altri mal di pancia come quelli dello stesso ministro della Difesa, Yoav Gallant, minacciano guai.
  La decisione dell’Onu arriva dopo gli arresti chiesti dalla Cpi e l’accusa di genocidio avanzata da Sudafrica e Spagna presso la Corte di giustizia, e può avere nuove ripercussioni su partner e accordi militari. Nulla sembra però fermare gli attacchi quotidiani delle forze israeliane: all’indomani della strage nella scuola gestita dall’Unrwa nel campo profughi di Nuseirat — dove decine di video mostrano bambini fatti a pezzi dalle bombe, ma per la quale l’Idf assicura di avere colpito con precisione una base di Hamas e mostra una lista con otto miliziani uccisi — ieri è stata colpita l’area di un’altra scuola dell’Unrwa nella Striscia, uccidendo tre persone.
  In questo clima difficilissimo inizia l’ottava missione del segretario di Stato Usa Antony Blinken: da lunedì torna in Israele, al Cairo e a Doha per tentare di chiudere l’accordo sulla bozza presentata dal presidente Joe Biden. Hamas non ha ancora risposto.

(la Repubblica, 8 giugno 2024)

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Scade l’ultimatum a Netanyahu. Gantz verso l’uscita dal governo. E si avvicina il conflitto con il Libano

Il leader centrista vuole le elezioni. L’ultradestra è pronta a subentrare e a dichiarare guerra a Hezbollah. L’Onu mette Israele nella lista nera: non rispetta i bambini. La replica: Nazioni Unite vicine ai terroristi.

di Aldo Baquis

Da otto mesi l’esercito israeliano manovra a Gaza, e i dirigenti militari di Hamas non sono ancora in ginocchio: continuano anzi a lanciare attacchi, a detenere oltre 120 ostaggi israeliani e a tergiversare nelle trattative per la fine dei combattimenti. In questo contesto problematico rischia adesso di spaccarsi il gabinetto di guerra di Israele, impegnato nel conflitto più lungo dalla guerra di Indipendenza del 1948. Dopo aver fissato la data dell’8 giugno come scadenza per l’uscita dal governo di emergenza, il leader centrista Benny Gantz ha preannunciato per stasera un annuncio alla nazione. Con lui lascerebbe il gabinetto di guerra anche il compagno di partito Gady Eisenkot, a sua volta ex capo di Stato maggiore. Dopo le dichiarazioni di Gantz, anche Benyamin Netanyahu parlerà al Paese.
  Queste divergenze profonde e insanabili – relative alla conduzione dei combattimenti e alla visione politica per il futuro di Gaza al termine della guerra – giungono mentre lo status internazionale di Israele ha toccato ieri un nuovo minimo storico. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha incluso Israele nella ‘lista nera’ di quanti, in condizioni di guerra, si astengono dal prendere misure necessarie per la difesa dei bambini. La lista include la Russia di Putin, al-Qaeda e lo Stato islamico.
  "L’Onu ha inserito sé stessa nella ‘lista nera’ della Storia essendosi associata ai sostenitori degli assassini di Hamas" ha replicato Netanyahu. "Il nostro è l’esercito più morale al mondo. Nessuna decisione delirante dell’Onu può alterare questo dato di fatto". Anche ieri familiari di ostaggi hanno lanciato appelli in extremis a Gantz affinché non abbandoni il governo. Ma Gantz ed Eisenkot ritengono di non riuscire più ad influenzare le decisioni. Lodano l’esercito per i successi tattici raggiunti sul terreno ma lamentano che non siano stati tradotti in un successo strategico. Ciò sarebbe invece possibile, secondo loro, se Israele assecondasse Joe Biden ed Antony Blinken, che lunedì torna in Israele.
  Il partito di Gantz invoca dunque elezioni anticipate. Ma anche senza il suo sostegno Netanyahu mantiene alla Knesset una solida maggioranza di 64 deputati su 120. Questi sviluppi sono già accolti con soddisfazione da due ministri di estrema destra, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. Da tempo reclamano l’ingresso nel gabinetto di guerra accanto a due altri ministri del Likud (Yoav Gallant e Ron Dermer). Il momento è reso particolarmente delicato dall’aggravarsi della situazione al confine col Libano dove mesi di bombardamenti degli Hezbollah hanno seminato distruzione e costretto alla fuga 60mila israeliani. "Dobbiamo ingaggiare la guerra con gli Hezbollah –, ha affermato Smotrich –. Dobbiamo piegarli, distruggerli, consentire ai nostri eroici combattenti di trionfare, di recuperare il nostro orgoglio nazionale". "Bruceremo tutte le postazioni degli Hezbollah" ha convenuto Ben Gvir.
  Ma la prospettiva della apertura di un secondo conflitto (nel crescente isolamento diplomatico di Israele) desta inquietudine nei vertici militari. Dal 7 ottobre l’esercito a Gaza ha avuto 650 caduti e migliaia di feriti. Le forze di leva sono stanche, e nelle unita’ dei riservisti si avverte lo stress familiare dopo mesi di combattimenti. Inoltre Israele non è ancora riuscito a ricevere 3500 bombe ad alta precisione bloccate negli Stati Uniti per un riesame. A ciò si uniscono le preoccupazioni per le capacita’ offensive degli Hezbollah contro le città israeliane.

(Il Quotidiano Nazionale, 8 giugno 2024)

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La religione dell’odio dei negatori del confronto

di Alex Zarfati

Ieri, a Ventimiglia è stato presentato il libro di David Elber, collaboratore fisso de L’Informale, “Il diritto di sovranità in terra di Israele” (Salomone Belforte Editore, 2024), durante il quale un gruppo agguerrito di contestatori ha cercato, senza successo, di impedire lo svolgimento dell’evento. Qui di seguito, il resoconto di quanto è accaduto.
  Se c’è un contesto in cui si rivela il disorientamento del popolo che occupa le università italiane con slogan su un conflitto di cui sanno ben poco, sono i luoghi di confronto. Se all’interno di una piazza con i militari schierati la tentazione di contrapporsi fisicamente alla polizia o all’avversario può apparire persino ragionevole per chi è in età di tempeste ormonali, utilizzare lo stesso registro comunicativo gridando al fascismo, al regime, al razzismo in una circostanza in cui il confronto tra posizioni diverse non sarebbe solo possibile, ma anche auspicabile, il cortocircuito si manifesta in tutta la sua grottesca evidenza.
  Ma andiamo per ordine. Siamo alla fine di una 3 giorni tra Liguria e Principato di Monaco dedicata all’informazione su Israele promossa da Maria Teresa Anfossi, presidente dell’Associazione Italia Israele di Ventimiglia. In agenda la presentazione di David Elber, storico, ricercatore, autore e brillante divulgatore che parlerà di diritto internazionale, requisito fondamentale per orientarsi in ogni discussione che inevitabilmente affronta i temi della sovranità, della terra e dello status di Gaza e dei territori contesi. Sullo sfondo c’è la Biblioteca Aprosiana di Piazza Bassi, nel centro di Ventimiglia, che questi giorni appare più bella che mai, baciata dalla bella stagione.
  Lo spazio è stato concesso dal sindaco Di Muro, seguendo una prassi che va oltre la cortesia istituzionale e che il nutrito gruppo di forze dell’ordine a presidiare l’entrata evidenzia. La richiesta della concessione di uno spazio che tocca i temi del conflitto non è solo un atto formale – e che i ringraziamenti in apertura sottolineano come non si dia per scontato – piuttosto si tratta di una meritevole scelta di campo, quella che contrappone legalità e dialogo al tentativo di una lettura a senso unico della guerra a Gaza e che rende in questi mesi un atto eroico anche il solo parlare di ebraismo e conflitto arabo-israeliano. La Resistenza, tema di cui una parte della società si è appropriata indebitamente, oggi è quella di chi mette gli spazi a disposizione di un evento potenzialmente in grado di richiamare frotte di facinorosi. Il coraggio sta dalla parte di chi decide di farsi quattrocento chilometri consapevoli che un pugno di fluidissimi figli di papà in un pomeriggio di giugno decida di combattere la noia cercando di venderci che lo fa per carità verso i palestinesi e amore della libertà e si possa sabotare un evento, tradendo il loro disinteresse per l’una e per l’altra causa.
  Alle 16 tutto è pronto per cominciare, quando tra il pubblico, oltre gli interessati al libro e alle parole di Elber cominciano ad occupare i posti in sala un gruppo nutrito di giovani, troppo numerosi, troppo colorati e troppo ben distribuiti per non apparire come l’alba di un’azione di disturbo coordinata. I relatori, tra i quali il sottoscritto, che ha il compito di introdurre l’incontro e l’editore Guido Guastalla non si scompongono anzi plaudendo alla partecipazione di così tanti giovani in un contesto in cui raramente si vede tanta partecipazione. Decido quindi di introdurre l’autore parlando della difficoltà di orientarsi basando la conoscenza solo sulle piattaforme digitali, portando esperienza diretta di dialogo e convivenza incoraggiando le nuove generazione al pensiero critico e all’imprescindibile studio condotto sui libri, perché l’elaborazione di una posizione – qualunque posizione si decida di avere sul conflitto – non può essere figlia di scorciatoie o regolata dall’esposizione di una qualunque narrativa suggerita dagli algoritmi dei nuovi media.
  Ma i ragazzi non sono attratti dal confronto né si dimostrano interessati al rispetto delle regole che assegna degli spazi a chi vuol fare domande e la pazienza di ascoltare le risposte. A nulla valgono i tentativi di spiegare la complessità dell’orientarsi in un epoca di bulimia informativa, dove farsi un idea ragionata del conflitto è già un atto sovversivo. Ma i gustatori non sono lì per ascoltare. Hanno consegne ben precise e non attendono nemmeno di un pretesto per esplodere. Con proclami scritti sugli schermi degli smartphone e recitati a memoria – come a ricordarci che oggi il problema passa principalmente per queste finestre digitali – Scattano in piedi a turno urlando slogan, impedendo ai relatori di intervenire. Il loro intento è quello di impedire lo svolgimento dell’incontro.
  Non hanno gli strumenti culturali per apprezzare dell’opportunità di beneficiare dell’esposizione nei pochissimi luoghi dedicati al bilanciamento dell’informazione su Israele. Vogliono prendersi tutti gli spazi e relegare in soffitta persino l’equidistanza ipocrita mostrata a piene mani prima del 7 ottobre: sono per il pensiero unico, per la tesi preconfezionata “Israele stato illegittimo e assassino”, la stessa propugnata dall’oscurantismo radicale. Sarebbe stato molto facile sbattergli in faccia che conciati come sono a Gaza molti di loro avrebbero fatto la fine degli israeliani linciati dalla folla. Ma a nulla valgono le parole nell’epoca della post-verità, della pietà a senso unico, dell’indignazione eterodiretta. Questi ragazzi sono un inconsapevole strumento di propaganda del quinto dominio, quella psychological warfare utilizzata da Hamas e dalle dittature che lo sostengono. Ma si illudono di combattere per loro stessi. Nella loro follia iconoclasta si abbattono non solo su tutto ciò che “israeliano” ma anche su ciò che è ebraico, confermando la sovrapposizione tra antisionismo e antisemitismo, se mai ci fosse ancora qualcuno che volesse distinguerle. Si appropriano di citazioni false di Primo Levi, fanno parallelismi con Auschwitz, parlano di lager a cielo aperto, di genocidio. Tutte parole ben scelte perché la vera lotta dell’asse Iran-Hezbollah-Hamas non è per la conquista di un fazzoletto di terra – militarmente impossibile da conseguire – ma per un bottino in grado di regalare ben più soddisfazione: le menti dei giovani occidentali, più facili da conquistare vista la loro ingenuità e autolesionismo.
  Le parole e i cartelli che si portano dietro – insieme alla sola bandiera palestinese che tradisce il superamento dell’anacronistico “due popoli due stati” – risuonano artefatte come le grafiche dell’intelligenza senza artificiale che ottengono decine di milioni di condivisioni grazie ad una nuova forma di antisemitismo. È quella che procede per imitazione, quella dell’aggregazione compulsiva alla scia di proteste ordite a tavolino dai nipotini del KGB che dalla guerra fredda hanno aggiornato i manuali investendo enormi capitali opachi nello sfruttamento della rete e dell’intelligenza artificiale.
  L’esposizione dell’autore continua, salvata dal provvidenziale intervento degli agenti della Digos che rimuovono uno ad uno i guastatori mentre si rivelano, urlando frasi scritte sugli smartphone e invitati a scattare in piedi grazie ad una regia che gli impone ordini su whatsapp. Le parole di David Elber sono uno strumento fondamentale per capire le basi del conflitto, se qualcuno di loro avesse la bontà di ascoltarle. L’incontro si conclude con gli organizzatori costretti ad uscire – inseguiti – da una porta sul retro, mentre nella piazza sottostante spuntano ancora più cartelli e megafoni nelle mani di contestatori venuti da Imperia, da Genova, da Milano.
  Senza timore di offendere l’autore, la vera lezione oggi è venuta dal comportamento delle forze dell’ordine, sempre più indispensabili a difesa dei pochi spazi di (potenziale) autentico confronto e dallo studio sociologico di un evento che rappresenta l’ennesimo esempio di quello che ci aspetta nel prossimo futuro.  L’”Italia in miniatura” non è a Rimini, ma a Ventimiglia, oggi. Gli ingredienti ci sono tutti. Contestatori, forze dell’ordine aggredite, “cattivi maestri” a distanza, contorno ipocrita di claque che applaude con volti, occhi, parole sguaiate, che tradisce la religione dell’odio che li anima e con la quale, purtroppo, dovremo convivere per molto.

(L'informale, 7 giugno 2024)

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I Radiohead nel mirino degli odiatori che vogliono eliminare gli ebrei ovunque vivano

“Vi spiego perché i boicottatori che demonizzano israeliani ed ebrei non mi faranno vergognare d'essere un'ebrea israeliana"

Poiché sono stata trascinata nella mischia (accusata addirittura di essere pro-guerra) con il reportage dal Guardian su mio marito Jonny Greenwood, dei Radiohead, che difende la decisione di continuare ad esibirsi con il musicista israeliano Dudu Tassa, ho deciso di scrivere della mia esperienza.
Tanto per cominciare, per togliere ogni dubbio: sono per la pace. Non dovrebbe essere necessario dirlo, eppure siamo a questo.
Sono figlia di ebrei egiziani e iracheni, nipote di un ebreo nato a Giaffa, nel 1912, epoca in cui molti ebrei vivevano a Giaffa insieme a musulmani e cristiani.
Sono passati 243 giorni da quando mi sono svegliata con la sconvolgente notizia che molte centinaia di ebrei erano stati massacrati nelle loro case, violentati e uccisi durante un festival musicale, e centinaia rapiti a Gaza da Hamas. Ho appreso che è andata avanti per ore senza soste. Senza pietà. Vecchi, donne, bambini, neonati fucilati, alcuni addirittura bruciati vivi da aggressori giubilanti....

(Israele.net, 7 giugno 2024)

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La guerra infinita di Israele

I combattimenti delle ultime settimane sono stati i più sanguinosi dall’inizio del conflitto e le trattative per il cessate il fuoco a Gaza proseguono a rilento.

di Federico Bosco

Le trattative per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza procedono a rilento: il piano proposto dagli Stati Uniti si è incagliato di fronte all’indisponibilità di Hamas nell’accettare un accordo che non preveda la tregua permanente e il totale ritiro dell’esercito israeliano (Idf), una condizione inaccettabile per Israele. Nel frattempo nell’enclave palestinese i combattimenti si stanno intensificando, anche in zone che l’Idf aveva detto di aver messo in sicurezza.
  Da settimane i soldati israeliani sono tornati a combattere a Jabalia, nella zona Nord di Gaza, e negli ultimi giorni sono in corso durissimi scontri a Bureij, nella zona centrale: due quadranti della Striscia separati dal cosiddetto ‘corridoio di Netzarim’, l’insediamento dell’Idf che ha lo scopo di rafforzare il controllo militare sull’enclave dividendola in due blocchi. Nella notte di mercoledì l’aviazione israeliana (Iaf) ha bombardato una scuola dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) a Nuseirat, molto vicino a Bureij, dicendo che all’interno vi si trovava una base di Hamas.
  Secondo gli analisti militari la presenza di Hamas nella parte centrale e settentrionale della Striscia è ancora massiccia e gli scontri di Jabalia e Bureij rivelano la capacità dell’organizzazione di riemergere in zone da cui era stata costretta a ritirarsi. Attualmente potrebbero esserci più miliziani di Hamas a Gaza Nord che a Rafah, la città meridionale al confine con l’Egitto descritta da Tel Aviv come «l’ultima roccaforte» dell’organizzazione dove si troverebbero «i quattro battaglioni rimasti» e il leader Yahya Sinwar.
  I combattimenti delle ultime settimane sono stati descritti come i più violenti dall’inizio del conflitto. Gli ufficiali dell’Idf hanno detto ai cronisti che le milizie adottano tattiche di contro-guerriglia organizzando imboscate e agguati con armi leggere e lanciarazzi a spalla. Una minaccia asimmetrica che può trascinare Israele in un’estenuante guerra di logoramento ancora per molti mesi o addirittura negli anni a venire.
  Hamas non si sta limitando a far riemergere gli uomini del suo braccio armato. Pur mantenendo un basso profilo per non farsi colpire con attacchi mirati, l’organizzazione sta cercando di riaffermare la sua autorità sulla vita civile di Gaza. I residenti di Jabalia hanno raccontato di aver visto i funzionari di Hamas pattugliare i mercati, imporre controlli sui prezzi dei beni essenziali e organizzare la distribuzione dei pochi aiuti umanitari che entrano nell’enclave. «Questo non è un governo ombra, tutt’altro. C’è una sola autorità dominante e prominente a Gaza ed è Hamas. I suoi leader si sono adattati alla nuova situazione e stanno preparando le prossime mosse» ha detto al “Guardian” Michael Milstein, analista del think tank israeliano Moshe Dayan Center.
  L’organizzazione non può dichiarare vittoria di fronte alla distruzione della Striscia causata dagli attentati del 7 ottobre, tuttavia non ha intenzione di arrendersi o abbandonare la lotta armata, consapevole di poter reclutare nuovi miliziani fra la popolazione palestinese disperata. La resilienza di Hamas è una minaccia non soltanto per le trattative di un cessate il fuoco, ma anche per la possibilità di progettare una ricostruzione efficace e un futuro diverso per la governance di Gaza, che dopo sette mesi di guerra sembra condannata a restare – in un modo o nell’altro – il regno di Hamas.

(La Ragione, 7 giugno 2024)

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Gordin: Israele ha completato i preparativi per un confronto con Hezbollah

"La settimana scorsa abbiamo completato i preparativi per un attacco nel nord".

Israele ha completato i preparativi per un confronto con Hezbollah. Lo ha detto il capo dell’Idf, il maggiore generale Ori Gordin.
  Secondo Ynet, citando fonti israeliane, Gordin ha parlato ad una cerimonia che celebra i 18 anni dalla seconda guerra del Libano.
  " L’esercito è pronto ad affrontare ancora una volta Hezbollah. La settimana scorsa abbiamo completato i preparativi per un attacco nel nord" ha detto e aggiunto "I soldati sono addestrati e determinati. Sono sicuro che saranno in grado di affrontare qualsiasi compito contro Hezbollah. Siamo preparati e pronti, e quando riceveremo l’ordine, il nemico incontrerà un esercito forte e pronto”.
  "Non ci fermeremo nemmeno per un momento. Continueremo a combattere usando forza e intelligenza fino a quando la missione non sarà completata. La missione è portare sicurezza al nord. L'esercito israeliano ha combattuto contro gli elementi armati di Hezbollah ogni giorno e ogni notte negli ultimi 8 mesi”.
  Israele, che continua i suoi attacchi alla Striscia di Gaza dal 7 ottobre, è in conflitto anche al confine nord con Hezbollah libanese.
  In questi scontri, è stato riferito che 325 membri di Hezbollah, 65 civili libanesi, 19 membri del Movimento Amal, 13 di Hamas, 15 della Jihad Islamica e 14 soldati israeliani e 10 civili israeliani sono stati uccisi.

(TRT italiano, 7 giugno 2024)


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Israele è pronto alla inevitabile guerra con Hezbollah

Il momento che tutti temevano sembra arrivato

di Maurizia De Groot Vos

Sin dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, Israele ha previsto l’apertura del secondo fronte. Negli ultimi otto mesi, ogni giorno il gruppo terrorista Hezbollah, legato all’Iran, ha provocato scontri a fuoco con le forze israeliane lungo il confine tra Libano e Israele.
  Finora, decine di migliaia di civili sono stati sfollati dal nord di Israele e dal sud del Libano, con dieci cittadini israeliani, 15 soldati e almeno 400 libanesi uccisi finora. Ma dati i numeri di Gaza, questi livelli relativamente bassi di vittime non hanno attirato molta attenzione.
  La violenza degli ultimi giorni, tuttavia, suggerisce che la situazione sta per cambiare. Lunedì, missili e droni di Hezbollah hanno scatenato vasti incendi nei campi di Galilea, ormai secchi, e mercoledì dieci israeliani sono stati feriti e un altro ucciso in un attacco di droni sulla città settentrionale di Hurfeish.
  Durante una visita a Kiryat Shmona, che dal 7 ottobre è stata regolarmente colpita dai missili di Hezbollah, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha assicurato i residenti locali che Israele “non se ne starà con le mani in mano” in risposta a questi ultimi attacchi.
  Sono stati richiamati altri 50.000 riservisti e le notifiche di dispiegamento sono in corso in tutto Israele. Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), Herzi Halevi, ha recentemente annunciato: “Ci stiamo avvicinando al punto in cui si dovrà prendere una decisione, e l’esercito israeliano è preparato e molto pronto per questa decisione”. Sembra che un’altra guerra sia imminente.
  Gli Hezbollah sono avversari più temibili di Hamas, sia in termini di calcolo strategico che di materiale. Hanno accumulato un vasto arsenale: alcuni stimano che il suo stock di razzi sia di quasi 150.000 unità, compresi i missili balistici. Avranno passato gli ultimi otto mesi a riflettere attentamente sulle loro opzioni e sul loro piano d’azione nel caso di un attacco israeliano su larga scala.
  Un tale conflitto sarebbe una cosa molto diversa dalla guerra di Gaza. Per cominciare, mentre qualsiasi attacco infliggerebbe danni immensi al Libano meridionale, i comandanti dell’IDF sono altrettanto consapevoli che il tasso di vittime relativamente basso dal 7 ottobre ad oggi sarebbe difficile da mantenere in qualsiasi guerra con Hezbollah.
  Ci sono anche considerazioni politiche riguardo alla popolazione locale: tra gli abitanti ebrei del nord di Israele (l’area ospita anche un gran numero di israeliani arabi e drusi), molti sono naturali sostenitori di Netanyahu e del suo partito Likud.
  Nella sua visita a Kiryat Shmona, mercoledì, Netanyahu ha evitato di incontrare il sindaco locale Avichai Stern, che ha criticato l’inazione del Primo Ministro nel nord del Paese nonostante sia un membro del Likud. Decine di migliaia di residenti del nord – che hanno trascorso gli ultimi otto mesi come rifugiati interni – hanno fatto pressione sul governo per rendere l’area sicura in modo da poter tornare a casa. Molti si lamentano di essere stati di fatto abbandonati da Netanyahu e insistono sulla necessità di trovare una qualche soluzione entro settembre, quando inizierà l’anno scolastico.
  A un recente forum per discutere l’impatto di otto mesi di dislocazione sull’economia e sulle imprese del nord, non un solo membro della Knesset si è preoccupato di partecipare. “Lo Stato di Israele si sta staccando da noi”, ha detto il sindaco della città settentrionale di Margaliot, Eitan Davidi, in un’intervista radiofonica: Non abbiamo bisogno di separarci, perché il governo lo ha già fatto per noi”. I cittadini qui sono attualmente più esposti dell’esercito”.
  La situazione nel nord ha esacerbato anche la crescente spaccatura tra i conservatori mainstream e i politici di estrema destra come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, che i primi accusano di essere ossessionati da Gaza e dalla Cisgiordania a scapito del territorio israeliano vero e proprio.
  Ciò ha incoraggiato gli israeliani di destra e centristi a diventare più favorevoli alla fine della guerra contro Hamas, in modo che l’esercito possa concentrarsi completamente sulla difesa del nord.
  Tuttavia, in questo momento, senza che si intraveda la fine della guerra a Gaza, Israele sembra pronto a un’altra battaglia più pericolosa con un avversario molto più attrezzato di Hamas. L’escalation da tempo prevista in questo conflitto regionale sembra sul punto di verificarsi.

(Rights Reporter, 7 giugno 2024)

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Shmuel Trigano – Ombre sul futuro degli ebrei d’Europa

Vede un futuro problematico per gli ebrei d’Europa Shmuel Trigano, professore emerito di Sociologia all’Università Paris X-Nanterre e fondatore del Collegio di studi ebraici dell’Alliance Israélite Universelle. Autore di importanti opere di sociologia, filosofia, religione e psicoanalisi, Trigano è una delle voci più influenti della cultura francese. È da poco uscito il suo nuovo libro, Le chemin de Jérusalem, in cui denuncia l’isolamento di Israele e di riflesso del mondo ebraico della diaspora. Un tema spartiacque in vista delle elezioni europee e dei nuovi assetti di potere che emergeranno dalle urne. A prescindere dai risultati «un’epoca è finita» e sarà bene tenere la guardia sempre più alta per l’impatto potenzialmente devastante del conflitto in Medio Oriente, spiega a Pagine Ebraiche rispondendo da Israele.
  Tante le insidie, rileva lo studioso: «Le principali minacce provengono innanzitutto dall’evoluzione del quadro europeo, intrinsecamente fragile, che incide sulla condizione strategica delle comunità. Vengono poi dall’antisemitismo di antica radice importato dai migranti, un antisemitismo islamico che ha trovato nell’odio verso Israele un modo per nascondersi e avanzare sul terreno politico: le attuali manifestazioni sono d’altronde promosse da giovani musulmani con kefiah e velo. Parimenti abbiamo trascurato il fatto che università come al-Azhar al Cairo e la tunisina Zitouna abbiano decretato legalmente la guerra santa contro gli ebrei; a livello mondiale come possiamo vedere. Il pericolo arriva ancora dalle prese di posizione contro Israele da parte delle autorità internazionali, ad esempio i tribunali dell’Aia, che fanno degli ebrei ovunque e in modo imprevedibile dei ‘paria’ globali». Preoccupa Trigano anche la minaccia proveniente dall’estrema sinistra: «In Francia la ‘Palestina’ è diventata il principale argomento di dibattito alle elezioni europee, con il partito LFI di Jean-Luc Mélenchon che ha adottato una posizione filo-islamica e oggettivamente antisemita per preservare il proprio elettorato musulmano». Ma cosa è oggi l’antisemitismo, come classificarlo rispetto ai precedenti storici? «Fino ad oggi si sono susseguite nella storia varie forme di odio verso gli ebrei», risponde Trigano. «L’antigiudaismo cristiano, poi islamico, l’antisemitismo specifico dell’età democratica, l’antisionismo ‘anticolonialista’. Oggi entriamo nell’era postmoderna. Il ‘palestinismo’ innesca un odio impazzito contro gli ebrei: invoca il popolo palestinese, il genocidio, l’apartheid, ma tutto è falso. Quando queste persone scandiscono lo slogan ‘dal fiume al mare’ non sanno né di quale popolo né di quale fiume parlano. È un odio insensato e quindi estremamente pericoloso. Può manifestarsi ovunque, all’improvviso. Questa isteria collettiva finirà per rivoltarsi contro gli ebrei in quanto ebrei». Nel frattempo i palestinesi sono diventati una sorta di «nuovo popolo messianico, l’idolo del pensiero woke». C’è una fonte di antisemitismo “globale” nel postmodernismo, riprende il ragionamento Trigano, evocando nel merito la «dottrina dell’intersezionalità che stabilisce una somiglianza tra tutte le condizioni ‘dominate’, intercambiabili di fronte all’oppressore ‘ebreo’ che ricalca l’archetipo del ‘bianco’: tutti questi odi si sommano e finiscono per pesare in modo grave sugli ebrei». Hamas sembra intanto vincere la “guerra” della comunicazione: «Hamas ha reinventato il modello delle invasioni musulmane in Europa: crudeltà, presa di ostaggi, schiavitù sessuale e decapitazioni: questi atti dimostrano che le vittime non sono considerate degli esseri umani». Forse, continua Trigano, «avrete notato nella sua propaganda un tratto tipico dell’odio verso gli ebrei: la messa in risalto dei bambini e delle donne palestinesi che sarebbero stati uccisi gratuitamente dall’esercito israeliano, come testimonianza della crudeltà degli ebrei e delle ragioni quindi per ucciderli». Al riguardo, rammenta Trigano, si è sentito dire durante la guerra nel nord di Gaza «che Israele aveva ucciso 32.000 bambini: una cifra inventata presa però per verità dai media occidentali». Ciò ha veicolato la riproposizione «delle classiche figure dell’odio, risvegliando una sindrome arcaica nei confronti degli ebrei di oggi».

(moked, 7 giugno 2024)

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Bemidbàr: Dove sono i kohanìm nel censimento?

di Donato Grosser

In questa parashà viene raccontato come venne fatto il censimento dei figli d’Israele. Prima vennero censite le tribù nell’ordine con cui avrebbero marciato verso la Terra Promessa. Per primo l’accampamento della tribù di Reuven con le tribù di Shim’on e Gad; poi le tribù di Yehudà, Issakhar e Zevulun; il terzo gruppo con le tribù di Efraim, Menashè e Binyamin; e infine le tribù di Dan, Asher e Naftalì. In tutto 603.550 uomini di età tra i venti e i sessant’anni (Bemidbàr: 1:1-47).
  La tribù di Levi venne censita separatamente, contando tutti i maschi da un mese in su. In totale ventiduemila (ibid., 3: 5-39).
  Dopo il censimento delle dodici tribù e prima del censimento della tribù di Levi, la Torà inserisce una breve sezione nella quale si parla di Aharon e dei suoi figli: “Questa è la discendenza di Aharon e di Moshè nel giorno in cui l’Eterno parlò a Moshè sul monte Sinai. Questi sono i nomi dei figli di Aharon: il primogenito era Nadav, poi Avihù, El’azar e Itamar. Questi sono i nomi dei figli di Aharon che furono unti come kohanìm e abilitati al servizio. Nadav e Avihù morirono davanti all’Eterno quando presentarono un fuoco non autorizzato davanti all’Eterno. Essi non avevano figli. El’azar e Itamar funsero da kohanìm (già) durante la vita del loro padre Aharon” (ibid., 3: 1-4).
  Rashì (Troyes, 1040-1105) fa notare che nel testo è scritto: “Questa è la discendenza di Aharon e di Moshè”. Poi però vengono solo nominati i figli di Aharon e non Gershom ed Eli’ezer, figli di Moshè. Rashì commenta che i figli di Aharon furono chiamati “discendenza di Moshè” perché fu Moshè che insegnò loro la Torà. E da qui impariamo, aggiunge Rashì, che chi insegna Torà al figlio di un suo compagno, viene considerato dalla Scrittura come se l’avesse generato.
  R. Meir Leibush Wisser (Ucraina, 1809-1879) detto Malbim dalle sue iniziali, offre un’altra spiegazione sul motivo per cui la Torà non cita i nomi dei figli di Moshè. Egli commenta che dopo avere censito separatamente i figli d’Israele e apprestandosi a censire i leviti, la Torà ricorda separatamente i kohanìm che non vennero censiti né tra gli israeliti, né tra i leviti. Aharon e Moshè furono entrambi kohanìm. Infatti è scritto nel Tehillìm (Salmi, 99): “Moshè e Aharon erano tra i Suoi kohanìm e Shemuel tra quelli che invocarono il Suo nome, che invocarono l’Eterno ed Egli li esaudiva” (Moshè servì nel ruolo di kohen nei sette giorni dell’inaugurazione del Mishkàn). Al monte Sinai erano vivi tutti i quattro figli di Aharon; Nadav e Avihù morirono durante l’inaugurazione del Mishkàn.
  Il motivo per cui la Torà, nel versetto commentato da Rashì, non parla dei figli di Moshè, è che essi non erano kohanìm. I figli di Moshè vengono ricordati più tardi dove è scritto: “Da Kehat, discendeva la famiglia degli amramiti…” (ibid., 3:27). ‘Amram era il padre di Aharon e di Moshè. I figli di Aharon erano già stati citati tra i kohanìm, pertanto la discendenza qui ricordata degli amramiti comprende solo i figli di Moshè. Per questo nella Torà sono citati solo i figli di Aharon che erano kohanìm, perché i figli di Moshè non furono nominati kohanìm e rimasero semplici leviti. Infatti così è scritto nel libro delle Cronache (I, 23: 13:15): “I figli di ‘Amram: Aharon e Moshè. Aharon fu prescelto per esser consacrato come kodesh kodashim, egli con i suoi figli, in perpetuo, per offrire i profumi dinanzi all’Eterno, per servirLo, e per pronunciare in perpetuo la benedizione con il Suo nome. Quanto a Moshè, l’uomo di Dio, i suoi figli furono contati nella tribù di Levi. I figli di Moshè: Ghershom ed Eliezer”.
  Così furono contati 603.550 israeliti, ventiduemila leviti e quattro kohanìm.

(Shalom, 7 giugno 2024)
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Parashà della settimana: Bamidbar (Nel deserto)

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Un figlio di italkim fra le vittime dell’attacco di Hezbollah

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Non sono suonati allarmi, non ci sono state intercettazioni. I due droni carichi di esplosivo lanciati da Hezbollah ieri contro il villaggio di Hurfeish, nel nord d’Israele, sono passati inosservati. Una breccia nella sicurezza costata la vita al sergente Refael Kauders, 39 anni, e il ferimento di altre nove persone. Per spargere più sangue, ha ricostruito Tsahal, i terroristi libanesi hanno fatto esplodere prima uno dei droni su un gruppo di soldati. Poi, quando sul luogo dell’attacco sono arrivate le squadre di primo soccorso, hanno colpito con il secondo.
  Riservista che prestava servizio nel 5030° Battaglione della Brigata Alon come coordinatore del rabbinato militare, Kauders era figlio di Vittorio Biniamin e Tirza Kauders. Alla famiglia in queste ore il Comitato degli italiani residenti all’estero (Comites) d’Israele ha inviato un messaggio di cordoglio.
  Il padre del sergente Kauders, Vittorio è parte della comunità degli italkim, gli italiani d’Israele. Cresciuto a Milano insieme ai fratelli Mirella e Bianca, sfuggì alle persecuzioni antisemite rifugiandosi con la famiglia in Svizzera nel novembre del 1943. Ad aiutarli a passare il confine fu don Franco Rimoldi, poi torturato dai nazifascisti per il suo sostegno agli ebrei perseguitati.
  Finita la guerra, dopo il ritorno a Milano, i fratelli Kauders scelsero di fare l’aliyah in Israele. Qui nel 2003 un’altra tragedia ha segnato la famiglia. Era il periodo della sanguinosa seconda intifada. Bianca Kauders, insieme a decine di persone, l’11 giugno 2003 era a bordo dell’autobus 14a, che stava percorrendo le vie centrali di Gerusalemme. Nei pressi di piazza Davidka, un terrorista di Hamas travestito da ebreo religioso si fece esplodere all’interno del mezzo. Nell’attentato morirono 17 persone, tra cui Bianca, e oltre cento furono i feriti.
  A distanza di 21 anni da quella tragedia, un’altra ha colpito la famiglia Kauders, con l’uccisione di Refael. «Tanta tristezza, dolori e lutti in questi mesi ci sconvolgono», ricorda il Comites nel suo messaggio di cordoglio. «L’onore ed il rispetto per i nostri caduti, ci impone di essere forti ed uniti. Verranno giorni migliori, ed anche se la strada è lunga ed in salita arriveremo alla pace ed alla serenità».
  I funerali si svolgono oggi al cimitero militare di Kfar Hetzion.

(moked, 6 giugno 2024)

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Cresce la tensione con Hezbollah. Netanyahu: “Siamo pronti ad un’azione molto forte nel nord”

di Luca Spizzichino

Cresce la tensione al Nord di Israele. Da ormai diverse settimane Hezbollah sta lanciando centinaia di razzi e droni suicidi verso le comunità al confine con il Libano. Una situazione insostenibile per chi abita al nord, che vede il suo ritorno a casa sempre più lontano.
  I missili e i droni da ormai diversi giorni stanno causando ingenti danni e stanno rendendo impossibile una vita normale di chi è rimasto nelle proprie case. Infatti, il gruppo terroristico libanese sta deliberatamente lanciando i missili e gli UAV in zone disabitate, eludendo così l’Iron Dome. Negli ultimi giorni sono stati diversi gli incendi causati dal continuo lancio di razzi da parte di Hezbollah.
  “Siamo pronti ad un’azione molto forte nel nord. In un modo o nell’altro ripristineremo la sicurezza”. Lo ha detto il premier Benyamin Netanyahu che questa mattina ha visitato Kiryat Shmona, dove ieri sono divampati incendi dopo il lancio di droni dal Libano. Hezbollah ha risposto con diversi attacchi contro le posizioni israeliane, compreso un raid con “missili guidati” contro una “piattaforma Iron Dome nella caserma Ramot Naftali”.
  In un articolo uscito martedì sul quotidiano israeliano Maariv, il ricercatore Tal Beeri, capo del dipartimento di ricerca dell’Istituto Alma, ha descritto gli scenari di una possibile guerra su vasta scala nel Nord.
  “Nel caso in cui scoppiasse una guerra totale, il fronte israeliano vedrebbe un volume di fuoco mai visto prima, più imponente di quello del 2006”, prevede Beeri. “La principale potenza di fuoco di Hezbollah sono i missili e i razzi, con alcuni in grado di colpire l’intero territorio dello Stato di Israele con una capacità di tiro precisa” prosegue, sottolineando come la principale area colpita in questo caso è l’intera area settentrionale fino ad Haifa. “In questa zona, la maggior parte degli incendi proverrà da razzi di vario tipo considerati a corto raggio”, secondo Beeri nelle prime due settimane di guerra “sarà quasi impossibile condurre una vita normale”.
  Secondo le stime dell’istituto di ricerca, Hezbollah dispone di 150.000 mortai, 65.000 razzi con una gittata fino a 80 km, 5.000 razzi e missili con una gittata di 80-200 km, 5.000 missili con una gittata di 200 km o più, 2.500 velivoli senza pilota (UAV) – e centinaia di missili avanzati, come missili anti aerei o missili da crociera.
  “Inoltre, la linea più meridionale – Hadera, Netanya e Gush Dan – sarà nel loro mirino” ha previsto il ricercatore di Alma. Per Hezbollah, infatti, colpire l’area del Gush Dan sarebbe una vittoria, e per questo “concentreranno i loro sforzi lì”.
  “Da un lato, questa è una guerra psicologica e dall’altro un segno di ciò che verrà. Dopotutto, è noto che prima del 7 ottobre Hezbollah voleva la guerra con Israele e intendeva invadere la Galilea, ma Hamas ha giocato le sue carte”, ha osservato Beeri, che ha rivelato di essere venuto in possesso di “un proclama interno di Hezbollah, inviato ai suoi membri in cui veniva loro detto di essere pronti alla guerra”, ovviamente prima del 7 ottobre.
  Dopo il massacro di Hamas, infatti, la strategia di Hezbollah è cambiata drasticamente, tuttavia “il 7 ottobre ha solo congelato i piani di Hezbollah, non li ha annullati”.

(Shalom, 6 giugno 2024)

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Nessuna fiducia negli arabi

C'è ancora speranza di pace con i palestinesi?

di Aviel Schneider

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Prima della guerra: lavoratori palestinesi aspettano al valico di frontiera di Erez verso Israele.
Oggi, gran parte della popolazione non vuole più vederli in Israele. La fiducia è venuta meno.

GERUSALEMME - Gli israeliani hanno perso la fiducia nella possibilità di vivere in pace con i palestinesi. Lo sento dire sempre più spesso negli ultimi otto mesi. Soprattutto dai miei figli adulti e dai loro amici. Una generazione che alla fine dovrà prendere in mano il futuro di Israele. Lo sento dire anche da colleghi e amici di ogni estrazione sociale del Paese. Il 7 ottobre ha distrutto ogni residuo di fiducia. Non solo verso gli arabi, ma anche verso altri popoli e pagani. La gente sta perdendo la fede e la fiducia negli altri, soprattutto in un momento in cui l'opinione pubblica mondiale non comprende il diritto alla difesa di Israele. A Israele si chiedono cose impossibili, come la moderazione e l'amore in guerra, che le altre nazioni non chiedono a se stesse, e questo rende il popolo della nazione furioso e triste.
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Inbar Haiman (a sinistra) con il fidanzato Noam Alon durante una partita di calcio del Maccabi Haifa

"Ho perso la fiducia negli arabi", afferma il noto presentatore televisivo Avri Gilad. La modella e celebrità israeliana Adel Bespalov ha scritto nel suo post che "ha paura dei bambini arabi che vanno all'asilo con i loro figli. Prima non ne parlavamo, ma ora lo facciamo". Hana Cohen, zia di Inbar Haiman, rapita nella Striscia di Gaza e uccisa dai terroristi di Hamas, ha detto in un monologo straziante: "La cosa assurda è che Inbar è stata uccisa dalle persone di cui si fidava e in cui credeva".
La gente non vuole tecnici arabi nelle proprie case. Questo è ciò che i cittadini dicono ai numerosi centri di assistenza del Paese e insistono per avere solo tecnici ebrei. Quando il frigorifero dei nostri vicini ha smesso di raffreddarsi, Naomi ha insistito solo per un tecnico ebreo e così hanno dovuto aspettare un giorno in più.
Sì, questa è la situazione nel Paese, gli israeliani non vogliono arabi in giro. Non ha nulla a che fare con il razzismo. È per questo che l'attuale governo non permette ai palestinesi ospiti e ai lavoratori edili dei territori palestinesi in Giudea e Samaria di tornare in Israele per lavorare. Tutte le attività edilizie nel Paese si sono quindi fermate.
Questa è pura paura. Questo è il risultato del massacro. Le persone sono lacerate all'interno, come dimostrano molte conversazioni. Gli amici di sinistra oggi hanno più paura e sono meno sicuri di potersi fidare davvero dei loro vicini palestinesi. Anche le mie idee e i miei pensieri sui nostri vicini sono cambiati. Ne parliamo spesso in famiglia e con gli amici.
Un recente sondaggio mostra chiaramente cosa pensano gli israeliani di uno Stato palestinese. Una maggioranza del 68% della popolazione israeliana continua a rifiutare la creazione di uno Stato palestinese. Anche se questo significherebbe rinunciare alla pace con l'Arabia Saudita, il 64% degli intervistati rifiuta uno Stato palestinese. L'Arabia Saudita ha legato la normalizzazione delle relazioni alla condizione che Israele si impegni a creare uno Stato palestinese. Il sondaggio è stato condotto dal Jerusalem Centre for Public Affairs (JCPA). Tuttavia, la situazione potrebbe cambiare se Donald Trump tornasse alla Casa Bianca dopo le elezioni presidenziali statunitensi di novembre.
Ai margini della società israeliana, ci sono ancora israeliani che vedono soltanto o maggiormente la parte palestinese nell'attuale conflitto e mostrano più considerazione per loro che per la propria parte del popolo. Israeliani che vedono l'attacco palestinese del 7 ottobre come una legittima lotta di liberazione da parte dei palestinesi e quindi vedono il leader terrorista Yahya Sinwar come il Nelson Mandela palestinese. Continuano a credere che uno Stato palestinese sia l'unica vera salvezza per la pace con i nostri nemici. Ma la maggior parte non ha una risposta, o semplicemente ne ha una senza senso, se messa alla prova.
Molti rabbini ripetono nei loro sermoni e nelle loro interpretazioni bibliche che "gli ebrei non possono credere e fidarsi dei gentili", come il rabbino Josef Mizrahi, il rabbino Amnon Itzchak, il rabbino Samir Cohen e molti altri rabbini. Naturalmente ci sono altri rabbini che non sono d'accordo, ma tutti concordano sul fatto che non c'è altro popolo su questa terra che sia stato espulso, perseguitato e distrutto più del popolo ebraico nella sua storia. Per generazioni, secoli e millenni, a partire dalla storia biblica, i gentili hanno combattuto contro il popolo di Israele. Questo ha lasciato al popolo d'Israele un pesante fardello che ancora oggi deve portare con sé. Il popolo eletto da Dio ha sofferto sotto gli Egiziani in schiavitù, sotto gli Amalekiti, sotto i Filistei, sotto altri popoli e imperi della storia biblica come l'Assiria e Babilonia e poi sotto l'Impero romano fino alla seconda distruzione del tempio.
Durante i duemila anni di esilio nella diaspora, le comunità ebraiche sparse hanno sofferto ovunque sotto il dominio cristiano e islamico, come nell'Inquisizione spagnola, nei Paesi arabi e in Europa durante l'Olocausto della Seconda guerra mondiale. Oggi, i vicini arabi e palestinesi cercano di espellere Israele dalla sua patria e di distruggerlo. È quindi naturale che gran parte della nostra popolazione abbia perso fiducia negli arabi. Ma non solo, la gente della nostra nazione ha perso fiducia negli stranieri, non per odio, ma per il semplice motivo che per generazioni altri popoli hanno cercato di espellere le persone di origine ebraica. Nessuno può accusare il popolo ebraico di razzismo. Questa è la reazione di Israele alle continue azioni dei popoli stranieri contro Israele nel corso della storia, che fondamentalmente hanno un problema con il popolo della Bibbia. Il fatto che oggi gli israeliani non vogliano far entrare gli arabi nelle loro case è evidente e non ha nulla a che fare con il razzismo.

(Israel Heute, 6 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dite a Biden che non può confondere Netanyahu con Sinwar

L’opinione mondiale dovrebbe esercitare una maggiore pressione sul leader militare di Hamas, Yahya Sinwar, piuttosto che sul leader della democrazia israeliana, Benjamin Netanyahu

di Daniel Henninger

Mentre dall’amministrazione Biden giungono indiscrezioni volutamente fuorvianti sui colloqui per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, sembra che si tenga poco presente che l’obiettivo di una delle parti in causa rimane l’eliminazione della nazione sovrana di Israele.
Lo statuto di Hamas del 1988 continua a chiedere la distruzione di Israele.
Ali Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica dell’Iran, le cui ricchezze sovvenzionano le operazioni militari di Hamas, ha dichiarato: “Il tema perpetuo dell’Iran è l’eliminazione di Israele dalla regione”. E tale rimane.
Nonostante la recente comparsa dei cessate il fuoco come mezzo per porre fine alle guerre, i conflitti militari attivi di questa portata di solito non si concludono in questo modo. Più spesso, i cessate il fuoco si verificano quando l’opposizione è stata effettivamente sconfitta, come la Germania e il Giappone nella Seconda Guerra Mondiale.
Il dibattito sui termini dell’attuale proposta di cessate il fuoco tra Israele e Hamas verte principalmente sul fatto che la cessazione dei combattimenti sia permanente o temporanea, dopo uno scambio di ostaggi e prigionieri. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu afferma di volersi riservare il diritto di riprendere i combattimenti contro Hamas.
La proposta dell’amministrazione Biden per un cessate il fuoco di sei settimane prevede il ritiro delle forze israeliane dalle aree popolate di Gaza. Tale ritiro sarebbe sicuramente interpretato come una vittoria per Hamas, e in particolare per il suo leader militare, Yahya Sinwar.
Sinwar – il principale artefice dell’invasione del 7 ottobre – che presumibilmente risiede all’interno del sistema di tunnel di Gaza, dovrebbe essere visto come la figura centrale del conflitto, più importante per la sua risoluzione di Netanyahu o del Presidente Biden.
Recenti notizie hanno suggerito che la cosiddetta leadership politica di Hamas in Qatar è più disponibile a porre fine al conflitto di quanto non lo sia Sinwar, sebbene entrambi insistano sul fatto che Hamas mantenga un ruolo primario di governo a Gaza. Sinwar sembra credere di aver impantanato Israele in un pantano e che l’opinione pubblica internazionale abbia trasformato lo Stato ebraico in un paria, spingendo gli israeliani verso un accordo alle sue condizioni.
Come nel caso degli attacchi agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001, che vivono semplicemente come “11 settembre”, l’origine della guerra tra Israele e Hamas è stata ridotta allo stesso modo a “7 ottobre”. Se l’attacco del 2001 aveva come obiettivo principale l’uccisione di americani, c’è il rischio di perdere di vista gli scopi politici molto più ampi dell’invasione del 7 ottobre da parte di Sinwar.
Quando è avvenuto, gli eventi dell’assalto sono sembrati incomprensibilmente atroci: sparatorie a bruciapelo di innocenti, stupri e il rapimento di 252 ostaggi a Gaza (molti dei quali si ritiene siano morti durante la prigionia). A posteriori è chiaro che la barbarie era la strategia a lungo termine di Sinwar.
L’intenzione di Hamas era quella di costringere le Forze di Difesa Israeliane all’interno di Gaza per un tempo indefinito, mentre perseguiva la politica israeliana di liberazione degli ostaggi. Con Hamas che teneva i prigionieri all’interno della sua virtualmente impenetrabile città sotterranea di tunnel, il calcolo politico di Sinwar era corretto: le immagini dell’inevitabile assalto di Israele ad Hamas nei quartieri di Gaza per liberare gli ostaggi avrebbero col tempo trasferito la colpa internazionale su Israele, aiutato, ovviamente, dai gruppi di protesta organizzati tra Palestina e Hamas negli Stati Uniti e in Europa.
E infine da Joe Biden. Alla domanda, rilasciata giorni fa in un’intervista, se pensasse che Netanyahu stesse prolungando la guerra per autoconservazione, il presidente americano ha risposto: “Ci sono tutte le ragioni per trarre questa conclusione”. A marzo, il leader della maggioranza del Senato Chuck Schumer ha dichiarato in un sorprendente discorso che Netanyahu “non è più adatto alle esigenze” di Israele. Nell’opinione pubblica mondiale è emersa la convinzione che se Netanyahu sarà costretto a lasciare l’incarico, emergerà una leadership israeliana “moderata” e in qualche modo la guerra finirà.
Raramente viene discussa, perché è così incredibile, l’ipotesi che un eventuale governo israeliano successivo a quello attuale consentirebbe ad Hamas, guidato da Sinwar, di emergere intatto da Gaza. La realtà più plausibile è che se Hamas e la sua leadership vogliono evitare la loro esecuzione, dovranno pianificare i loro prossimi passi in un luogo diverso dalla Striscia di Gaza. Forse la Spagna, l’Irlanda o la Norvegia, che hanno riconosciuto uno Stato palestinese, si potrebbero offrire di accogliere Hamas.
Un’ulteriore realtà, che nessuna proposta di cessate il fuoco può dissipare, è che l’eliminazione di Israele continuerà ad essere un obiettivo attivo di Iran, Hamas, Hezbollah e alcuni gruppi di protesta con sede negli Stati Uniti. Il 31 maggio, un altro gruppo di disinvestimento anti-israeliano ha invaso e chiuso il Brooklyn Museum, portando cartelli con slogan come “No alla normalizzazione del colonialismo dei coloni”.
Il dibattito sulla guerra tra Israele e Hamas è caduto profondamente in uno squilibrio morale. Lo status quo del conflitto – con i palestinesi e gli ostaggi israeliani che continuano a morire – ha poche speranze di cambiare fino a quando le dichiarazioni dei leader stranieri, degli analisti, dei media e, non da ultimo, di Biden e dei suoi numerosi traduttori non cominceranno a imporre una seria pressione politica e morale sull’uomo che ha messo in moto questo orrore: Il comandante militare di Hamas Yahya Sinwar. Incolpate lui per primo.
(da Wall Street Journal, 06/06/2024)

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Meloni: 'Israele caduta in trappola fondamentalisti, si sta isolando'

ROMA - "Io penso che gli amici di Israele debbano avere il coraggio di dire a Israele che si sta infilando un po' nella trappola che sembrava disegnata dai fondamentalisti islamici contro Israele: una trappola che puntava all'isolamento dello Stato di Israele. Purtroppo è quello che sta accadendo". Così la premier Giorgia Meloni al Tg La7.
"Penso che per questo chi crede nella sicurezza di Israele e nel suo diritto, non debba smettere di dire parole chiare. Così come penso che il modo più efficace per costruire una pace in Medio Oriente sia lavorare concretamente, e da ora, alla soluzione di due popoli in due Stati".

(Adnkronos, 6 giugno 2024)
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Dunque sul tema Israele anche il nostro Presidente del Consiglio non sa fare altro che ripetere a pappagallo la consunta formula della “soluzione di due popoli in due Stati”. Purtroppo dà l’impressione di essere sincera, il che significherebbe che sull’argomento non ci capisce niente. Oppure, se si vuol dare maggior credito alle sue capacità di comprensione, potrebbe essere che capisce più di quel sembra, ma trova politicamente più opportuno far finta di non capire e andare dietro all’onda di massima corrente. In ogni caso, sul tema Israele l’Italia è messa molto male. M.C.

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Israele – Governatore Yaron: economia regge, urge integrare haredim

«L’economia israeliana è fondamentalmente solida e possiede le caratteristiche necessarie per prosperare anche durante la guerra. Ma non avverrà in automatico», ha avvertito il governatore della Banca centrale d’Israele Amir Yaron. Tra i relatori della conferenza annuale del Jerusalem Post a New York, Yaron ha mandato un chiaro messaggio al governo di Benjamin Netanyahu: perché l’economia israeliana torni a crescere rapidamente saranno decisive le politiche messe in campo da Gerusalemme.
  I costi della guerra – stimati in 63 miliardi di euro – costringeranno Israele a prendere provvedimenti fiscali dolorosi ma necessari, ha spiegato l’economista. Alcuni sono già stati adottati dal governo, come l’aumento dell’Iva dal 17 al 18% per il 2025. Ma il ministero delle Finanze, riporta il sito Globes, sta valutando di introdurre la misura già quest’anno per rispondere all’aumento della spesa pubblica e per la Difesa.
  Sempre quest’anno potrebbero essere tagliati alcuni ministeri. A fine 2023 i tecnici del ministero delle Finanze ne avevano individuati dieci da cancellare per un risparmio di 4 miliardi di shekel (quasi un miliardo di euro), tra cui quello degli Insediamenti e delle Missioni nazionali, diretto da Orit Strock; il ministero di Gerusalemme e della Tradizione ebraica, guidato da Meir Porush; quello per la Diaspora e l’Uguaglianza sociale, guidato da Amichai Chikli.
  Per il governatore Yaron è necessario anche indagare in modo approfondito come sono strutturate le spese militari. Di recente il governo ha istituito una commissione per occuparsi proprio di questo argomento e per dare delle linee sui costi futuri della Difesa. Iniziativa applaudita da Yaron, che da tempo chiedeva un provvedimento simile.
  «È chiaro che un’economia prospera ha bisogno di sicurezza, ma anche la sicurezza ha bisogno di un’economia prospera», ha affermato il capo della Banca centrale. Per lui due sono le maggiori sfide su cui deve concentrarsi il governo: la mancanza di infrastrutture e l’integrazione nel mercato del lavoro di uomini haredi e donne arabe. Riguardo al secondo punto, «l’inserimento di queste due minoranze in posti di lavoro di qualità sosterrà l’economia israeliana». Yaron ha sottolineato come sia necessario per i giovani haredi studiare a scuola alcune materie del curriculum di base del sistema educativo israeliano, come matematica, scienze e inglese. Secondo un rapporto governativo del 2022, l’84% dei ragazzi delle scuole superiori haredi (13-18 anni) non ha studiato nessuna di queste materie. Senza queste competenze il loro inserimento nel mercato del lavoro è difficile. Ma si tratta di risorse fondamentali per il futuro d’Israele, ha avvertito Yaron, considerando che si prevede che questa minoranza continua ad espandersi e diventerà una percentuale importante della società israeliana con il passare del tempo». Attualmente i haredi rappresentano 14% della popolazione, ma nei prossimi 25 anni dovrebbero diventare il 25%. (moked, 4 giugno 2024)

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Gaza, stallo su cessate fuoco: perché Hamas e Israele diffidano della proposta Usa

Si registra un "momento di stallo" sulla proposta di accordo per un cessate il fuoco a Gaza ed il rilascio degli ostaggi avanzata nei giorni scorsi dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Lo ha riconosciuto anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani in un'intervista a La7, mentre il direttore della Cia, William Burns, ed il consigliere speciale per il Medio Oriente di Biden, Brett McGurk, sono volati rispettivamente in Qatar e Egitto per tentare di imprimere l'accelerazione decisiva sull'intesa.
  Proprio Doha ed Il Cairo sono i due tavoli in cui si continua a giocare la partita dei negoziati. Oggi nella capitale dell'emirato del Golfo è previsto un incontro trilaterale Usa-Egitto-Qatar alla presenza, oltre che di Burns, del suo omologo egiziano, Abbas Kamel e del primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdurrahman Al Thani. Sempre a Doha, i mediatori egiziani e del Qatar contatteranno i leader di Hamas per convincerli a mostrare flessibilità sull'ultima proposta. Intanto una delegazione che rappresenta i due dei più stretti alleati di Hamas - la Jihad islamica e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina - è arrivata al Cairo per colloqui con funzionari egiziani.

• Usa in pressing
  Gli Stati Uniti sembrano più che mai decisi a fermare l'operazione a Gaza. Da settimane il pressing di Washington su Tel Aviv si è intensificato. Lo stesso Biden in un'intervista al Time ha risposto che "ci sono tutte le ragioni per trarre questa conclusione" alla domanda se fosse d'accordo con chi in Israele ritiene che Netanyahu stia prolungando il conflitto per i propri interessi politici. Posizione rivista poche ore dopo, quando alla Casa Bianca ha detto di non pensare che il leader israeliano stia facendo la guerra per giochi politici, riconoscendo che Israele ha "un problema serio".
  Ma Netanyahu, nonostante gli appelli arrivati anche dall'Europa e dalle famiglie degli ostaggi a sottoscrivere l'accordo - sul quale vige il veto dei due ministri di estrema destra Smotrich e Ben Gvir che minacciano di far cadere il governo - sembra restio a chiudere la partita a Gaza. Il premier ha aperto alla possibilità di sospendere temporaneamente le ostilità per alcune settimane e, intanto, sembra voler aprire un fronte con Hezbollah. Israele è "pronto ad un'azione estremamente potente nel nord", è il monito che ha lanciato stamane durante una visita a Kiryat Shmona, al confine con il Libano.
  Ma perché la proposta di cessate il fuoco annunciata da Biden per Gaza è in fase di stallo dato che finora nessuna delle parti ha accettato ufficialmente il piano? A questa domanda prova a rispondere un'analisi di Middle East Eye, secondo cui Hamas, Israele e gli Stati arabi hanno dubbi sull'affermazione della Casa Bianca secondo cui il piano di cessate il fuoco sarebbe stato originato dal governo Netanyahu. E, data la premessa, il ritardo ad accettare il piano da parte di Israele, secondo il sito, è imbarazzante per gli Stati Uniti.

• Proposta israeliana o americana?
  Il piano - diviso in tre fasi, con una tregua di sei settimane accompagnata dal rilascio degli ostaggi in cambio di prigionieri palestinesi - sembra quasi identico a quello mediato dalla Cia e che Hamas aveva accettato all'inizio di maggio. La proposta, tuttavia, era stata respinta da Israele che aveva lanciato l'invasione di Rafah.
  Il dubbio principale della nuova proposta riguarda se sia israeliana o americana. Ieri il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar ha definito il piano consegnato a Hamas "la proposta degli Stati Uniti per Gaza". E' poi andato oltre, suggerendo che la proposta non ha il completo appoggio del governo israeliano, che appare spaccato. Non solo perché almeno due ministri, Smotrich e Ben Gvir appunto, hanno annunciato che lasceranno la maggioranza in caso di via libera all'intesa. Lo stesso Netanyahu ha dichiarato ai deputati della Knesset che Biden ha nascosto alcuni dettagli chiave della proposta.

• Il nodo del post tregua
  Per Hamas il nodo riguarda sempre cosa accadrà dopo che saranno scaduti i termini del cessate il fuoco temporaneo. Le sue capacità militari sono state degradate dopo otto mesi di combattimenti, ma il gruppo - senza la garanzia di un cessate il fuoco permanente e del ritiro israeliano da Gaza - probabilmente vede pochi vantaggi dal firmare l'accordo, dato che consentirebbe alle Idf di riprendere la guerra dopo aver liberato gli ostaggi.
  "Abbiamo chiesto ai mediatori di ottenere una posizione chiara da Israele affinché si impegni per un cessate il fuoco permanente e un ritiro completo da Gaza", ha spiegato l'esponente di Hamas, Osama Hamdan, in una conferenza stampa a Beirut.

(Adnkronos, 5 giugno 2024)

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Biden è l’unico che sta realmente prolungando la guerra a Gaza

Tutti gli errori (gravissimi) del Presidente americano, altro che Netanyahu.

di Gabor H. Friedman

I commenti del Presidente Biden su Israele continuano a peggiorare, come dimostra un’intervista pubblicata martedì dalla rivista Time.
  Alla domanda se il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu stia “prolungando la guerra per la propria autoconservazione politica”, Biden ha risposto: “Non ho intenzione di commentare”. Poi ha commentato: “Ci sono tutte le ragioni per cui la gente possa trarre questa conclusione”.
  Mettiamo da parte il fatto di minare in tempo di guerra il governo eletto di un alleato, che è tanto costante da parte di Biden quanto inopportuno. Sarebbe una cosa se intendesse dire che Netanyahu avrebbe dovuto mantenere più truppe a Gaza e invadere Rafah mesi fa per finire la guerra. Questo è ciò che sostengono molti critici israeliani, e hanno ragione. Ma Biden si oppone a tutto questo. Secondo lui Netanyahu avrebbe dovuto smettere di combattere e accettare una sconfitta con l’intermediazione degli Stati Uniti.
  Martedì poi, in modalità di controllo dei danni, il Presidente ha cercato di ritrattare il suo commento. La sua osservazione ha avuto un effetto negativo perché è lui che ha rallentato Israele in ogni fase. Dopo il 7 ottobre, ha detto a Israele di contenere la sua invasione di terra. Poi ha appoggiato la decisione dell’Egitto di intrappolare i gazesi nella zona di guerra. Quando gli israeliani hanno sconfitto Hamas nel nord di Gaza, ha fatto pressione su Israele affinché “passasse alla fase successiva”, rimandando a casa la maggior parte delle truppe e combattendo con meno potenza di fuoco nel sud di Gaza. Israele lo ha fatto e ha vinto molto lentamente a Khan Younis.
  Poi, Biden ha cercato di impedire a Israele di invadere Rafah, insistendo erroneamente sul fatto che Israele non avrebbe mai potuto evacuare i civili. Ha tagliato le armi come leva. Alla fine Israele ha invaso Rafah, ma con meno truppe per soddisfare il Presidente. Questo significa un’operazione più lenta.
  La decisione di Biden di fare pressione su Israele, mentre si è mostrato morbido nei confronti dei mediatori Egitto e Qatar, ha anche dato ad Hamas un motivo per far fallire i colloqui con gli ostaggi e continuare la guerra. Come ha riconosciuto il Presidente nella sua intervista al Time, Hamas è responsabile della mancanza di un accordo. “Hamas potrebbe porre fine a tutto questo domani”, ha detto. “L’ultima offerta fatta da Israele è stata molto generosa”, ha aggiunto. “Bibi è sottoposto a enormi pressioni sugli ostaggi e quindi è pronto a fare qualsiasi cosa per riaverli”.
  L’ultima offerta israeliana di ostaggi ne è la prova. Le critiche di Biden a Israele, d’altra parte, suggeriscono la frustrazione per il suo stesso fallimento politico.

(Rights Reporter, 5 giugno 2024)

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Israele in fiamme: incendi nell’Alta Galilea e sulle alture del Golan

di Sofia Tranchina

Israele in fiamme: gli attacchi di Hezbollah e il fallimento dell’Iron Dome hanno acceso gravi incendi nell’Alta Galilea e sulle alture del Golan.
Nella scorsa settimana si è verificata un’escalation delle ostilità tra Israele e il gruppo terroristico libanese.
Quest’ultimo ha lanciato raffiche di razzi sulla zona del Monte Meron, Zar’it, Kiryat Shmona e Malkia. Nel sito di lancio razzi contro Malkia, localizzato ad Aynata, l’IDF ha eliminato un agente terroristico.
Tra il 30 e il 31 maggio, aerei da combattimento israeliani hanno colpito edifici di Hezbollah a Houla, Maroun al-Ras, Aitaroun, Markaba, Jebbayn e Khiam, oltre ad aver neutralizzato un lanciarazzi a Majdal Zoun e una cellula terroristica a Naqoura.
Hezbollah ha poi lanciato 15 razzi contro le comunità di Ga’aton e di Peki’in, causando tre feriti israeliani: un uomo di 66 anni, una donna di 34 anni e un uomo di 26 anni ferito da schegge. Due razzi libanesi sono caduti anche in aree aperte vicino a Yiftah, mentre dei razzi Burkan con testate pesanti sono atterrati in una base militare israeliana adiacente a Kiryat Shmona, causando gravi danni alle infrastrutture, alle proprietà e ai veicoli.
Aerei da caccia israeliani hanno poi colpito i posti di osservazione di Hezbollah a Tayr Harfa e infrastrutture terroristiche a Rachaya al-Foukhar.
Il primo giugno l’IDF ha colpito due terroristi a Majdel Selm e degli edifici di Hezbollah a Baalbek, a Bint Jbeil, a Qana e Baraachit, e ha neutralizzato un deposito di armi a Mays al-Jabal.
Tra domenica 2 e lunedì 3 giugno, i detriti dei razzi di Hezbollah lanciati contro Nahariya, Katzrin, Kiryat Shmona, il Kibbutz Kfar Giladi, il Monte Adir e Amiad, hanno acceso diversi incendi nell’Alta Galilea e sulle alture del Golan.
Complice anche la nuova ondata di caldo, gli incendi hanno consumato già 10mila acri, causando danni significativi alla riserva naturale della foresta di Yehudiya.
Martedì mattina i vigili del fuoco sono finalmente riusciti a guadagnare il controllo dei fuochi, ma un nuovo attacco da parte di Hezbollah e il fallimento di un intercettore israeliano hanno provocato un nuovo incendio a Safed.
Secondo l’Alma Research and Education Center, maggio ha visto un drastico aumento degli attacchi da parte del Libano, contando un totale di 325 attacchi (ovvero, in media, più di 10 al giorno).
A seguito della netta presa di posizione di Hezbollah al fianco delle forze di Hamas e delle continue piogge di razzi finanziati dall’Iran, circa 250.000 residenti della zona settentrionale di Israele sono stati evacuati, e da allora – abbandonate le case e la routine – vivono come rifugiati interni.
I razzi lanciati dal libano dall’8 ottobre hanno mietuto 24 vittime israeliane, di cui 10 civili e 14 tra soldati e riservisti.
Inoltre, la gittata delle munizioni del gruppo terroristico si è allungata inglobando nel raggio d’azione di Hezbollah migliaia di residenti finora ritenuti al sicuro: il 31 maggio la difesa aerea israeliana ha annientato un razzo libanese sulla città di Acri.
Gli incendi di questa settimana e l’intensificarsi della guerriglia hanno riacceso con nuova forza la paura e la rabbia degli sfollati.
Dopo il massacro di civili perpetuato da Hamas il 7 ottobre, i residenti del nord si sono uniti in un’organizzazione che ha come obiettivo di garantire la sicurezza dei 120km del confine settentrionale israeliano.
Il gruppo, fondato da Nisan Zeevi lo scorso dicembre, si chiama Lobby 1701, prendendo il nome dalla risoluzione ONU 1701 firmata nel 2006, che stabiliva la smilitarizzazione del Libano settentrionale fino al fiume Litani dalle forze di Hezbollah, dando il controllo militare della “zona cuscinetto” alle forze dell’UNIFIL (Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite).
La risoluzione ONU è stata ripetutamente violata da Hezbollah, la cui presenza è stata normalizzata negli ultimi tre anni al punto che le sue truppe si spostano liberamente sulla linea blu (linea di demarcazione tra Libano e Israele resa pubblica dalle Nazioni Unite il 7 giugno del 2000).
Lobby 1701 ha fatto appello direttamente al presidente degli Stati Uniti Joe Biden, al primo ministro francese Emmanuel Macron e alla comunità internazionale per chiedere l’attuazione della risoluzione 1701.
Il gruppo, che per otto mesi si è sentito trascurato dal governo, chiede che venga restaurata la zona cuscinetto, sia attraverso mezzi diplomatici che – se necessario – con un’azione militare diretta, proclamando che l’attuale status di rifugiati interni è insostenibile sul lungo termine.
Nonostante non si veda ancora la fine della guerra nella Striscia di Gaza, alcuni ritengono che il governo di coalizione abbia concesso troppo spazio a Nasrallah (leader di Hezbollah), e spingono per una risposta militare massiccia contro il Libano.
Il governo israeliano si è detto disposto a una soluzione diplomatica, pur dichiarandosi pronto a una guerra totale se la diplomazia fallisse.
Perdere 120km di territorio israeliano sotto le forze nemiche può solo portare la guerra sempre più vicino al cuore del Paese, e, secondo il ministro della sicurezza nazionale di destra Itamar Ben Gvir, una risposta limitata a brevi contrattacchi mirati perpetra l’atteggiamento che ha portato al massacro del 7 ottobre.
Hezbollah, che si prefigge di invadere il Golan, conta ad oggi il più grande esercito terrorista del mondo, e riceve missili e finanziamenti dall’Iran.
Per questo motivo, una volta stabilito un confine riconosciuto tra Israele e Libano, una soluzione diplomatica dovrebbe passare, secondo Amos Hochstein (consigliere senior di Biden per l’energia e gli investimenti), per un rafforzamento delle forze armate libanesi (reclutamento, addestramento ed equipaggiamento), permettendo loro di contrastare la prevaricante potenza militare di Hezbollah. Una seconda fase potrebbe comportare un pacchetto economico per il Libano.

(Bet Magazine Mosaico, 5 giugno 2024)

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CyberWell esorta le reti a combattere la negazione dei crimini sessuali di Hamas

Il cane da guardia dell'antisemitismo online dice che i moderatori non stanno facendo abbastanza per rimuovere i contenuti che mettono in dubbio le testimonianze del 7 ottobre

di Sharon Wrobel

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Manifestanti durante una manifestazione che denuncia le violenze sessuali subite dalle donne israeliane durante l'assalto di Hamas al sud di Israele il 7 ottobre, davanti alla sede delle Nazioni Unite a New York, il 4 dicembre 2023.

Sulla prima pagina dell'edizione del 27 marzo 2024 del New York Times, accanto a articoli sul crollo del Francis Scott Key Bridge a Baltimora, sull'accesso alle pillole abortive e sui problemi legali di Donald Trump, c'era il titolo "Ostaggio israeliano racconta un'aggressione sessuale a Gaza".
In circa 4.000 parole, l'ostaggio rilasciato il 30 novembre come parte dell'estensione di un accordo temporaneo di cessate il fuoco, Amit Soussana, racconta il suo brutale rapimento dal Kibbutz Kfar Aza il 7 ottobre e il fatto di essere stata costretta a compiere atti sessuali dal terrorista che la teneva prigioniera nella Striscia di Gaza.
"Mi ha fatto sedere sul bordo della vasca da bagno. Ho chiuso le gambe. Ho opposto resistenza. Lui ha continuato a colpirmi e mi ha puntato la pistola in faccia", ha raccontato Soussana al New York Times. "Poi mi ha trascinato in camera da letto".
Il suo racconto, che secondo il giornale è coerente con quanto ha detto ai professionisti al momento del rilascio dopo 55 giorni di prigionia, conferma ciò che altri ostaggi liberati, sopravvissuti al massacro, familiari ed esperti forensi affermano da tempo: le violenze sessuali, tra cui stupri e mutilazioni, hanno avuto luogo il 7 ottobre, quando i terroristi di Hamas hanno brutalmente devastato il sud di Israele, e coloro che sono stati catturati e portati a Gaza con la forza hanno continuato a subire violenze sessuali.
Eppure, a quasi otto mesi dal barbaro e sadico assalto del gruppo terroristico palestinese Hamas al sud di Israele il 7 ottobre, e a più di due mesi da quando Soussana è stata la prima a parlare degli abusi subiti, i resoconti delle violenze sessuali continuano a essere messi in discussione o peggio. Questo nonostante le prove sempre più evidenti che Hamas ha usato la violenza sessuale come arma di guerra, tra cui un documentario dell'ex COO di Meta Sheryl Sandberg sulla violenza sessuale sistematica e un rapporto delle Nazioni Unite che ha trovato "ragionevoli motivi" per sostenere le accuse di stupro e violenza sessuale del 7 ottobre.
A causa di un'applicazione lassista o di standard obsoleti, i social network hanno ampiamente permesso agli apologeti del gruppo terroristico palestinese Hamas, ai critici di Israele e ad altri di diffondere e sostenere la falsa narrativa secondo cui i resoconti di aggressioni sessuali, stupri di gruppo e altre atrocità sono inventati o grossolanamente esagerati, secondo CyberWell, un'organizzazione no-profit fondata nel maggio 2022 per creare un database aperto per monitorare e aiutare a rimuovere i contenuti antisemiti online.

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Il team del gruppo di monitoraggio dei social media online CyberWell

"Nonostante i terroristi di Hamas documentino le loro atrocità, le trasmettano in livestreaming e carichino video e foto sulle piattaforme, i radicali che agiscono sui social network hanno rapidamente iniziato a negare il fatto stesso della violenza sessuale - narrazioni che hanno guadagnato slancio e continuano a essere diffuse online fino ad oggi", ha dichiarato il CEO di CyberWell Tal-Or Cohen Montemayor. "La negazione dello stupro è un tentativo di riscrivere la storia, oscurare i crimini deliberati commessi contro le donne e deviare la compassione dalle vittime alla giustificazione e alla celebrazione dei loro aggressori".
Gli eventi senza precedenti del 7 ottobre hanno portato alla luce un'ondata di terrorismo che utilizza il potere dei social network per prendere di mira i parenti delle vittime, danneggiare gli israeliani e raggiungere milioni di utenti internet in Medio Oriente e nel mondo.
David Saranga, responsabile della diplomazia digitale presso il Ministero degli Affari Esteri, avverte che i social network sono diventati una minaccia strategica per Israele e per le altre democrazie di stampo occidentale.
"Nessun Paese democratico dispone di mezzi efficaci per combattere questa cultura della menzogna", ha avvertito Saranga. "Anche se migliaia di persone segnalano il tweet come dannoso e alla fine viene rimosso dalla piattaforma, il danno è già stato fatto e milioni di persone sono state esposte alla menzogna".

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L'ostaggio liberato Amit Soussana parla degli abusi sessuali di Hamas in un filmato pubblicato il 3 aprile 2024, tratto dal documentario di prossima uscita "Screams Before Silence", prodotto da Kastina Communications

Una recente analisi di CyberWell ha rivelato che 135 post sui social network, in inglese e arabo, che negano che Hamas abbia perpetrato violenze sessuali e stupri il 7 ottobre, sono riusciti a raggiungere più di 15 milioni di utenti. Quasi la metà dei messaggi è apparsa su X, il 27% su Facebook, il 13% su TikTok e il 6% su Instagram.
CyberWell ha rilevato che gli utenti dei social network che negano l'esistenza di una violenza sessuale di solito fanno riferimento alla mancanza di prove concrete o di testimonianze di vittime di stupro, molte delle quali sono state anche uccise. Quando vengono rese pubbliche testimonianze toccanti, i critici cercano di minare la loro credibilità, accusandole di mentire, e tentano di screditare l'affidabilità dei giornalisti che riferiscono di aggressioni sessuali.
In alcuni casi, i negazionisti hanno usato affermazioni dubbie sulle atrocità, fatte nella confusione e nel caos che hanno seguito immediatamente i massacri senza precedenti, per assolvere il gruppo terroristico palestinese Hamas dalle sue colpe.
Secondo Montemayor, c'è anche chi sostiene che i terroristi di Hamas non avrebbero potuto commettere crimini sessuali perché guidati da un'ideologia religiosa musulmana, sostenendo che le vittime sono state violentate dagli israeliani, una teoria cospirativa che si unisce all'idea, generalmente marginale, che Israele sia dietro le atrocità commesse il 7 ottobre.

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Il presidente Isaac Herzog con i membri senior del social network cinese TikTok, a Gerusalemme, il 6 febbraio 2024.

Anche se queste storie violano le politiche delle piattaforme di social network che ospitano questi contenuti, il loro tasso medio di rimozione da parte dei moderatori è stato solo del 22% circa, inferiore al tasso medio di rimozione del 32% per i messaggi antisemiti nel 2023, secondo CyberWell.
I moderatori dei contenuti hanno eliminato poco più del 24% dei post segnalati su Facebook, il 20% su YouTube, il 12,5% su TikTok, mentre X ha contrassegnato il 4% dei tweet con il flag "visibilità limitata" della piattaforma e ha eliminato solo l'1,5% dei post.
Secondo il rapporto di CyberWell, Instagram, che è di proprietà della società madre di Facebook, Meta, ha avuto il tasso di cancellazione più basso per i contenuti che negano lo stupro del 7 ottobre, con un tasso di azione dello 0%.
Il basso tasso di cancellazione è dovuto a carenze significative nell'applicazione delle politiche della piattaforma o alla mancata inclusione dei massacri del 7 ottobre nella "lista" degli eventi violenti riconosciuti, secondo il gruppo di vigilanza nel suo rapporto.

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Tal-Or Cohen Montemayor, amministratore delegato di CyberWell

"Le piattaforme devono far rispettare le loro attuali politiche sull'hate speech e sulla violenza sessuale, riconoscere la negazione delle aggressioni sessuali del 7 ottobre come contenuto proibito e rimuovere questi messaggi su larga scala", ha sottolineato Montemayor. "Siamo a più di sette mesi dal 7 ottobre e notiamo che le piattaforme di social network non stanno ancora rimuovendo sistematicamente questi contenuti e non hanno pubblicato alcun tipo di dichiarazione o posizione su questo tema".
Montemayor ha lamentato il fatto che non esiste una guida alla cancellazione automatica per i moderatori di contenuti all'interno dei social network, ad eccezione della pornografia, in particolare quella infantile, e della violazione del diritto d'autore, in quanto esistono politiche chiare che riconoscono questo tipo di contenuti come "attività illegali".
"Ciò che stanno facendo è affidarsi a un sistema di fact-checking di terze parti, il che significa che tutto ciò che viene riportato sui social network è soggetto a un fact-checking di terze parti se si tratta di fatti, e quindi rallenta l'intero processo necessario per verificare o confutare un'affermazione, mentre le informazioni potenzialmente false rimangono online", ha lamentato Montemayor. "Il risultato è una popolarità senza precedenti per la campagna di smentita del 7 ottobre".
CyberWell mira a promuovere l'applicazione e il miglioramento delle politiche digitali e degli standard comunitari nello spazio dei social network e a combattere l'antisemitismo e l'incitamento all'odio online. Il gruppo di vigilanza ha utilizzato l'intelligenza artificiale (AI) per costruire un database open source in tempo reale che utilizza l'intelligence open source per monitorare e segnalare l'antisemitismo online.
CyberWell fa parte del programma Trusted Partner di Meta, che gli consente di comunicare direttamente con Facebook e Instagram sui contenuti che ritiene possano essere o siano considerati discorsi di odio. Il gruppo di monitoraggio partecipa a un programma simile con TikTok e condivide anche i dati con il social network X di Elon Musk quando identifica hashtag rilevanti o picchi di antisemitismo, ha detto Montemayor.
Il gruppo di monitoraggio ha creato un lessico esclusivo per segnalare i contenuti antisemiti che hanno un'alta probabilità di essere diffusi online. Il lessico si basa sulla definizione di antisemitismo dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). I contenuti segnalati vengono poi controllati manualmente dal team di ricerca di quattro persone di CyberWell e incorporati in un avviso di conformità di alto livello per i moderatori di contenuti, i team di policy e gli ingegneri dei social network.
"In effetti, siamo uno strumento di conformità all'antisemitismo online per le piattaforme di social network, in quanto forniamo loro dati reali sul mancato rispetto delle loro regole", ha sottolineato Montemayor. "Questo permette ai loro team di indagare in modo indipendente e quindi di rimuovere i contenuti in questione".
Dall'assalto del 7 ottobre, CyberWell ha contribuito a rimuovere oltre 50.000 contenuti che violano le politiche delle piattaforme di social network, ha dichiarato Montemayor.

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Manifestanti durante una manifestazione che denuncia le violenze sessuali subite dalle donne israeliane durante l'assalto di Hamas al sud di Israele il 7 ottobre, davanti alla sede delle Nazioni Unite a New York, 4 dicembre 2023

Tuttavia, le piattaforme di social network non stanno ancora rimuovendo questi contenuti su larga scala, ha accusato l'autrice.
I rappresentanti di Facebook, Instagram, della loro società madre Meta e di TikTok non hanno risposto alle richieste di commento prima della stampa di questo articolo. Non è stato possibile contattare alcun rappresentante di X.
Secondo Montemayor, i principali social network devono rilasciare una dichiarazione in cui si dichiari che la negazione del 7 ottobre è "un contenuto proibito perché è una negazione di eventi violenti, progettati per vittimizzare le vittime di un grande attacco terroristico".
CyberWell ha invitato tutti i social network a riconoscere e trattare i contenuti che confutano e distorcono le atrocità del 7 ottobre nello stesso modo in cui tratterebbero i contenuti che confutano o distorcono l'Olocausto, in base a politiche che limitano il discorso che nega l'esistenza di eventi violenti ben documentati.
"All'inizio, le piattaforme di social network erano riluttanti a stabilire qualsiasi tipo di politica sulla questione del 7 ottobre, dato che continuavano a essere pubblicate informazioni sugli eventi", ha detto Montemayor. "Ma a questo punto, l'esitazione a rispondere a questo appello e a riconoscere che si tratta di una campagna antisemita deliberata e a farne una questione di politica è una pigrizia che porterà alla violenza contro il popolo ebraico e questo è inaccettabile".

(The Times of Israël, 5 giugno 2024)

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Giusto in tempo per Yom Yerushalaim: la popolazione di Gerusalemme supera il milione di abitanti

di Michelle Zarfati

Yom Yerushalaim celebra quest’anno i 57 anni dalla riunificazione della città nella Guerra dei Sei Giorni. L’Istituto di Gerusalemme per la Ricerca Politica ha pubblicato il suo 38° rapporto annuale sulla città, che fornisce uno sguardo statistico approfondito sulla capitale. Con 1.005.900 abitanti nel 2022, la popolazione di Gerusalemme è il doppio di quella di Tel Aviv, secondo i dati dell’ultimo censimento.
  La costruzione a Gerusalemme ha raggiunto un nuovo massimo nel 2023, con l’inizio dei lavori per 5.800 unità abitative, il numero più alto fino ad oggi. Nel 2023, anche il tasso di partecipazione alla forza lavoro tra le donne arabe in città è continuato a salire, raggiungendo il 29%. Mentre 7.600 nuovi immigrati hanno scelto Gerusalemme come prima destinazione in Israele nel 2022, continuando una tendenza al rialzo, il saldo migratorio complessivo della città è rimasto negativo a -7.200 rispetto ai -6.600 dell’anno precedente.
  Le principali destinazioni per coloro che migrano fuori da Gerusalemme sono state Beit Shemesh (18%), Bnei Brak (4%), Givat Ze’ev (4%), Tel Aviv-Jaffa (6%), Modi’in (3%), Beitar Illit (3%), Modi’in Illit (2%), Ma’ale Adumim (2%) e Kochav Ya’akov (1%).
  Sul fronte dell’istruzione e del turismo, Gerusalemme ha guidato il Paese con 41.300 studenti nei suoi istituti di istruzione superiore nell’anno accademico 2022/23 e 2.735.400 pernottamenti di visitatori stranieri nel 2023. L’uso del trasporto pubblico è aumentato del 13% nel 2023 rispetto all’anno precedente, con un aumento del 20% dei passeggeri della metropolitana leggera. Il rapporto ha inoltre dettagliato l’impatto che la guerra con Hamas iniziata il 7 ottobre ha avuto sui dati statistici della città: sono infatti circa 13.800 gli sfollati dei kibbutzim che si troverebbero oggi negli hotel e nelle case di Gerusalemme.

(Shalom, 5 giugno 2024)


SALMO 118
  1. Celebrate l'Eterno, poiché egli è buono,
    perché la sua benignità (חסד) dura in eterno (לעולם).
  2. Sì, dica Israele:
    “La sua benignità dura in eterno”.
  3. Sì, dica la casa d'Aaronne:
    “La sua benignità dura in eterno”.
  4. Sì, dicano quelli che temono l'Eterno:
    “La sua benignità dura in eterno”.
  5. Dal fondo della mia angoscia invocai l'Eterno;
    l'Eterno mi rispose e mi portò in salvo.
  6. L'Eterno è per me; io non temerò;
    che cosa mi può fare l'uomo?
  7. L'Eterno è per me fra quelli che mi soccorrono;
    e io vedrò quel che desidero su quelli che mi odiano.
  8. È meglio rifugiarsi nell'Eterno
    che confidare nell'uomo;
  9. è meglio rifugiarsi nell'Eterno
    che confidare nei prìncipi.
  10. Tutte le nazioni mi hanno circondato;
    nel nome dell'Eterno, eccole da me sconfitte.
  11. Mi hanno circondato, sì, mi hanno accerchiato;
    nel nome dell'Eterno, eccole da me sconfitte.
  12. Mi hanno circondato come api,
    ma sono state spente come fuoco di spine;
    nel nome dell'Eterno io le ho sconfitte.
  13. Tu mi hai spinto con violenza per farmi cadere,
    ma l'Eterno mi ha soccorso.
  14. L'Eterno è la mia forza e il mio cantico,
    ed è stato la mia salvezza.
  15. Un grido d'esultanza e di vittoria risuona nelle tende dei giusti:
    “La destra dell'Eterno fa prodigi.
  16. La destra dell'Eterno si è alzata,
    la destra dell'Eterno fa prodigi”.
  17. Io non morirò, anzi vivrò,
    e racconterò le opere dell'Eterno.
  18. Certo, l'Eterno mi ha castigato,
    ma non mi ha dato in balìa della morte.
  19. Apritemi le porte della giustizia;
    io entrerò per esse e celebrerò l'Eterno.
  20. Questa è la porta dell'Eterno;
    i giusti entreranno per essa.
  21. Io ti celebrerò perché tu mi hai risposto
    e sei stato la mia salvezza.
  22. La pietra che i costruttori avevano disprezzata
    è divenuta la pietra angolare.
  23. Questa è opera dell'Eterno,
    è cosa meravigliosa agli occhi nostri.
  24. Questo è il giorno che l'Eterno ha fatto;
    festeggiamo e rallegriamoci in esso.
  25. O Eterno, salvaci!
    O Eterno, facci prosperare!
  26. Benedetto colui che viene nel nome dell'Eterno!
    Noi vi benediciamo dalla casa dell'Eterno.
  27. L'Eterno è Dio e ha fatto risplendere la sua luce su di noi;
    legate la vittima della solennità con le corde
    e conducetela ai corni dell'altare.
  28. Tu sei il mio Dio, io ti celebrerò;
    tu sei il mio Dio, io ti esalterò.
  29. Celebrate l'Eterno, perché egli è buono,
    perché la sua benignità dura in eterno.



Negoziare con il diavolo

Si può chiamare “piano Bibi” o“piano Biden”, resta il fatto che Israele ha formulato una proposta ideale per Hamas, ma Sinwar può rifiutare. La pressione internazionale, il Libano, i quattro ostaggi uccisi a Gaza.

di Micol Flammini

TEL AVIV - Non c’è scelta senza costi in Israele, non c’è decisione senza il dilemma: prima gli ostaggi o prima la sicurezza del paese? Tutto va al di là dei calcoli politici, della volontà del premier Benjamin Netanyahu di rimanere attaccato ai suoi alleati problematici di estrema destra – il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – e riguarda piuttosto come il paese si è trovato nella necessità di fare una proposta di accordo rischiosa per vedere tornare gli oltre centoventi israeliani rapiti il 7 ottobre e concedere il cessate il fuoco dentro alla Striscia di Gaza, secondo un piano che è stato descritto dal presidente americano Joe Biden venerdì sera e che ha seguito a una proposta israeliana. Nonostante le rettifiche di Netanyahu, israeliana la proposta lo è davvero: due settimane fa, dopo la pubblicazione del video che mostrava il rapimento delle ragazze dalla base di Nir Oz, sanguinanti, con le mani legate, trascinate dai terroristi di Hamas verso le jeep dirette a Gaza, era stato proprio il premier a dare alla squadra di mediatori israeliani il mandato di formulare una nuova proposta di accordo, prendendo in considerazione di assecondare molte delle richieste di Hamas. I negoziatori aveva portato la proposta al gabinetto di guerra, in cui Netanyahu siede assieme a un gruppo ristretto di ministri: tutti avevano accettato la nuova proposta, anche il ministro degli Affari strategici Ron Dermer, stretto collaboratore del premier, di rado contrario alle sue posizioni. Tutti, il premier per ultimo, avevano accettato, ma la proposta prima di essere condivisa con il resto del governo è stata mandata agli Stati Uniti, ai mediatori egiziani e qatarini e anche a Hamas. Prima di tenere il suo discorso, Biden non aveva raccontato fino a che punto avrebbe delineato il piano, neppure l’ambasciatore israeliano a Washington, Michael Herzog, sapeva quanto oltre si sarebbe spinto Biden. Il capo della Casa Bianca aveva deciso di andare davanti alle telecamere e raccontare di un piano in tre fasi che gradualmente porterebbe alla liberazione di tutti gli ostaggi e al cessate il fuoco permanente nella Striscia di Gaza. Un piano costoso per Israele che di fatto accetta tutte le condizioni di Hamas tranne una: il cessate il fuoco permanente immediato. Secondo la proposta israeliana la prima tregua dovrebbe durare sei settimane. Le proposte sono sempre soggette a interpretazioni, non sono accordi fatti e firmati, servono a far ripartire le trattative, per questo e non soltanto per motivi di politica interna, dopo l’annuncio di Biden, Netanyahu ha precisato che ci sono differenze tra il piano raccontato da Washington e quello delineato in Israele. “Biden ha collegato il cessate il fuoco temporaneo della prima fase a quello permanente della seconda, dando un forte segnale della fine della guerra, ed è un dettaglio non piccolo”, ha detto al Foglio Nahum Barnea.

• Il piano che lascia Hamas al suo posto e che Sinwar può rifiutare
  Barnea è un giornalista dello Yedioth Ahronoth, una leggenda del giornalismo israeliano ed è convinto che non ci sia trucco nella decisione di Biden di parlare per primo della proposta israeliana che le famiglie degli ostaggi chiamano “piano Netanyahu”, ribadendo la paternità dell’iniziativa del premier che non può rinnegare quanto già ha accettato. “Netanyahu ha chiarito le differenze su questo punto”. Per Biden durante le sei settimane di tregua bisognerà negoziare la seconda fase e se la seconda fase non verrà raggiunta, il cessate il fuoco verrà esteso. Questo rischia di mettere Hamas nelle condizioni di ritardare la liberazione degli ostaggi, legando Israele alla minaccia di non rivederli più. Ieri Netanyahu ha detto che i negoziati per la seconda fase cominceranno entro il sedicesimo giorno di tregua e se Israele avrà prove del fatto che Hamas sta costringendo i mediatori a discorsi infruttuosi allora i combattimenti riprenderanno. Secondo Barnea, “Biden non fa pressione su Israele, ma su tutti gli altri: su Hamas che comunque ancora non si è seduto al tavolo dei negoziati, e su Qatar ed Egitto affinché a loro volta ottengano un accordo serio da Hamas”.
  La politica israeliana è litigiosa di natura, per costituzione, e in tempo di guerra, con il paese dilaniato da una scelta tanto difficile, le ossessioni politiche di una maggioranza che ha poco in comune, non aiutano. I sondaggi dicono che Netanyahu sta recuperando consensi e forse deve temere le elezioni meno di qualche mese fa. Se il governo cadesse, con Smotrich e Ben-Gvir pronti a togliergli il sostegno perché contrari alla proposta di accordo, il premier avrebbe già pronta una nuova maggioranza, costituita dall’ex capo di stato maggiore già nel gabinetto di guerra, Benny Gantz, dal leader del partito Yesh Atid, Yair Lapid, dal suo ex ministro Gideon Sa’ar, e dall’eterno alleato-rivale Avigdor Lieberman, che da anni è pronto a creare e distruggere i governi di Bibi. Questo paracadute politico costituito da rivali acerrimi del premier si è messo a disposizione con una richiesta: elezioni anticipate, ma non immediate. Prima c’è da risolvere il dramma del paese, la situazione a Gaza e la guerra a nord, dove i combattimenti con Hezbollah stanno aumentando, sono furiosi, alcuni dei villaggi ormai evacuati sono circondati dalle fiamme. Israele ha sette fronti da guardare, difficile concentrarsi soltanto su Gaza, ma il pensiero comune dei Gantz, dei Lapid e dei Sa’ar è che non può risolverli sotto tanta pressione. “Non esiste una decisione semplice – ripete Barnea – gli israeliani vogliono il ritorno degli ostaggi e l’eliminazione di Hamas, la domanda è quale obiettivo viene prima? I sondaggi dicono che prima vengono gli ostaggi e non c’è consolazione perché per vederli liberi scarcereremo terroristi che torneranno a Gaza o in Cisgiordania”. Le parole di Barnea indicano la consapevolezza che Israele farà uscire dalle sue prigioni minacce reali e potenziali, la paura di un nuovo attacco. E il prezzo che il paese è disposto a pagare non finisce qui.
  Nella proposta israeliana e nel piano delineato da Biden non c’è la risposta a una domanda: che fine farà Hamas? Secondo alcuni retroscena israeliani, il capo della Casa Bianca e Netanyahu si intendono più del previsto, a porte chiuse il secondo è più incline al compromesso, quando apre la porta, cambia. In ebraico Bibi è in un modo e parla di fine della guerra, in inglese è in un altro e dice andiamo avanti a qualunque costo. Secondo chi lo osserva da anni, meglio ascoltarlo in ebraico che in inglese e Biden lo ha capito. Questo lascia la speranza per un negoziato ma non per la fine di Hamas: “Così come il piano è stato presentato, dimostra che sia Israele sia gli Stati Uniti accettano Hamas come dato di fatto. E’ ovvio che non è possibile sviluppare alcuna alternativa se il gruppo manterrà il potere e rimarrà il padrone degli aspetti militari e civili di Gaza”, spiega al Foglio Michael Milshtein, analista nel Moshe Dayan Center che segue e studia Hamas da tempo. Secondo l’Egitto, il gruppo della Striscia guarda in modo positivo alla proposta, “si adatta alla maggior parte dei suoi interessi e al desiderio di restare al potere a Gaza. Ma Hamas non ha ancora presentato una risposta formale”, conclude Milshtein. Netanyahu ha promesso la distruzione di Hamas, non ottenendola potrebbe controbilanciare l’insuccesso con la normalizzazione storica dei rapporti con l’Arabia Saudita, come già accaduto quando aveva promesso che Israele avrebbe annesso i territori dell’area C della Cisgiordania e dimenticò la promessa per l’avvio degli Accordi di Abramo. Fu una decisione oculata e con meno responsabilità rispetto a quella che è chiamato a prendere ora.
  Nel racconto di questi giorni di annunci mancano però dei personaggi: nessuno dei leader di Hamas ha parlato e Yahya Sinwar potrebbe avere buone ragioni per continuare la guerra. Con il 7 ottobre ha ucciso milleduecento cittadini israeliani nei kibbutz che continuano a restituire corpi, come quello di Dolev Yahud, identificato ieri; ha rapito più di duecento persone, alcune uccise durante la prigionia, come Nadav Popplewell, Amiram Cooper, Yoram Mezger, Haim Perri, la morte di tutti e quattro è stata annunciata ieri, i loro corpi sono ancora nelle mani dei terroristi; e nonostante la devastazione, è riuscito a trascinare Israele in un pantano di accuse internazionali, a ricucire la causa palestinese, a rafforzare il gruppo in Cisgiordania e davanti alla possibilità di indebolire ancora di più lo stato ebraico potrebbe volere altra guerra, altri morti a Gaza, altre proteste in Israele. La proposta di accordo è di fatto dettata da Hamas, l’aggressore che non è detto sia pronto ad accettare. La pressione internazionale unilaterale diretta contro Israele ha reso Sinwar il padrone di ogni mediazione e il maestro di una lezione pericolosa.

Il Foglio, 4 giugno 2024)

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Il problema della tregua

di Ugo Volli

• La proposta di Biden
  Ma perché non volete un cessate il fuoco? Perché non fate una tregua per salvare gli ostaggi? Sono domande che sentiamo spesso, anche da parte degli amici e certamente in cuor nostro ci siamo posti più di una volta questioni del genere. Soprattutto quando i giornali parlano di nuovi piani per sospendere e magari concludere la guerra. Vi sono state decine di tali progetti in questi otto mesi, spesso annunciati in maniera trionfalistica dai giornali. L’ultimo caso è il cosiddetto “Piano Biden” che però il presidente americano attribuisce (certamente per motivi negoziali) a una fonte israeliana, anche se questo non risulta vero. Israele ha comunque dichiarato di considerare “cattivo” il progetto Biden, ma di essere disposto ad accettarlo con le opportune precisazioni. Lo schema americano, condiviso con Egitto e Qatar, non è però molto diverso dai tanti già proposti.

• La sintesi del piano
  Prima fase: entrambe le parti rispetterebbero un cessate il fuoco di sei settimane. Israele si ritirerebbe dai principali centri abitati di Gaza e un certo numero di rapiti verrebbero rilasciati: donne, anziani e feriti, in cambio di centinaia di palestinesi condannati spesso di multipli omicidi e incarcerati. Gli aiuti a Gaza crescerebbero arrivando a circa 600 camion al giorno. Durante la prima fase, Israele e Hamas continuerebbero a negoziare per raggiungere un cessate il fuoco permanente. Se i colloqui durassero più di sei settimane, la prima fase della tregua continuerebbe fino a quando non si raggiungesse un accordo, ha detto Biden. Seconda fase: con un cessate il fuoco permanente, Israele si ritirerebbe completamente da Gaza. Tutti i restanti ostaggi israeliani viventi sarebbero rilasciati, compresi i soldati maschi, e in cambio verrebbero scarcerati altri detenuti palestinesi, a centinaia. Terza fase: Hamas restituirebbe i resti degli ostaggi morti. Le macerie verrebbero rimosse e inizierebbe un periodo di ricostruzione da tre a cinque anni, sostenuto dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalle istituzioni internazionali.

• I problemi
  Si tratta di uno schema estremamente povero, così generico da dare a Hamas praticamente quel che vuole. Israele lo vuole rendere concreto e fa alcune domande essenziali: quanti sono gli ostaggi vivi? Chi governerebbe Gaza dopo l’eventuale ritiro? Hamas certamente cercherà di sfruttare un cessate il fuoco per ricostituire il suo dominio a Gaza. Come essere sicuri che non si ripeta un 7 ottobre? Che garanzie che non ricominci subito il riarmo di Hamas? E che non si prolunghi artificialmente il cessate il fuoco, con trucchi negoziali o col semplice rifiuto di mettersi d’accordo, per trasformarlo in una tregua permanente anche senza liberare i rapiti? I terroristi dal canto loro non vogliono dare queste informazioni e sono disposti a trattare sul cessate in fuoco solo dopo e non prima del ritiro israeliano. O almeno vogliono la garanzia americana che comunque vadano le cose, Israele sarà costretto a ritirarsi da Gaza, senza terminare l’eliminazione delle loro forze militari e dei loro capi.

• Un bluff?
  È probabile insomma che il Piano Biden sia un bluff destinato soprattutto alla politica interna americana, e insieme sia una mossa nel tentativo di Biden di destabilizzare il governo israeliano per averne un altro guidato dalla sinistra e disposto a far prevalere gli interessi elettorali democratici sulla sicurezza di Israele. Ed è probabile che sia un bluff anche l’accettazione del governo israeliano pressato dagli americani e da un’opposizione di sinistra sempre più inquieta. Ed è un bluff naturalmente anche da parte di Hamas. Bisogna aver chiaro infatti che i terroristi non hanno fatto il massacro del 7 ottobre e rapito centinaia di persone allo scopo di far tacere le armi. Bastava che non facessero partire il pogrom e Gaza sarebbe rimasta in pace. Non si sono mossi per un’esplosione incontrollata di fanatismo, ma con un piano preciso e un obiettivo chiarissimo.

• Quel che vogliono i terroristi
  L’obiettivo di Hamas (e di Hezbollah, degli Houti, in definitiva dell’Iran) è la distruzione di Israele. Non possono sperare di ottenerla in un colpo solo, quindi si tratta di un piano a fasi che mira a indebolire, destabilizzare, isolare progressivamente lo Stato ebraico. Il 7 ottobre serviva a mostrare al mondo che Israele non è invincibile e a demoralizzare e dividere i suoi cittadini. Il rapimento degli ostaggi era finalizzato a ricattare il Paese e frammentare la sua opinione pubblica: sono obiettivi politici e non puramente militari, che in parte sono stati raggiunti. La trattativa serve a questi stessi scopi. Hamas non ha certamente sacrificato buona parte delle sue forze e costretto Israele a una difficile e dolorosa guerriglia urbana con molti caduti, al fine di ottenere alla fine la pace, e neppure di liberare qualche suo terrorista catturato e condannato. Lo scopo è quello di uscirne con un vantaggio politico sostanziale nel cammino verso la distruzione di Israele e la propria affermazione come organizzazione guida di questo progetto. Cioè la chiara sconfitta (politica, non militare) di Israele. Probabilmente non pensava di avere tanti alleati nei ceti intellettuali e nei dirigenti politici di Europa e Usa, molti di più di quanti ne abbia nel mondo arabo.

• Ciò cui Israele non può rinunciare
  Israele non può limitarsi a chiudere la guerra ottenendo indietro i rapiti sopravvissuti a otto mesi di sevizie, perché facendolo accetterebbe che si possa devastare il suo territorio, rapire i suoi cittadini, violentare le sue donne, bombardare la sue città e sopravvivere. Consentirebbe cioè all’esempio che Hamas vuole dare e aprirebbe la strada a altri episodi di terrorismo di massa, bombardamenti, stragi, stupri. Darebbe ragione a coloro che, come dicono spesso i terroristi “preferiscono la morte alla vita”. Salvare alcuni rapiti senza eliminare i rapitori, magari tenendosi addosso l’odio delle classi dirigenti occidentali e lo scetticismo degli alleati mediorientali, sarebbe un suicidio collettivo. La maggior parte degli israeliani, come mostrano i sondaggi, capisce benissimo la posta in gioco.

• Perché il cessate il fuoco non può che essere provvisorio
  Come ha detto Netanyahu, Israele può sospendere i combattimenti, non può chiudere la guerra senza aver eliminato completamente Hamas (e fatto i conti con Hezbollah, che è sempre più attivo). La pressione degli Usa e degli europei costringe Israele a diluire e prolungare la guerra, a combatterla con crescenti limiti tattici. Ma se Israele non vuole cadere in una terribile spirale terroristica, deve portare avanti questa guerra e vincerla chiaramente, senza consentire scappatoie ai terroristi. Sarà durissima, dovrà probabilmente farlo da solo, ma questo è lo spirito di Israele.

(Shalom, 4 giugno 2024)



ISAIA 31
  1. Guai a coloro che scendono in Egitto in cerca di soccorso e hanno fiducia nei cavalli, che confidano nei carri perché sono numerosi, e nei cavalieri perché molto potenti, ma non guardano al Santo d'Israele e non cercano l'Eterno!
  2. Eppure, anch'egli è saggio; fa venire il male e non revoca le sue parole, ma insorge contro la casa dei malvagi e contro il soccorso degli artefici di iniquità.
  3. Gli Egiziani sono uomini, e non Dio; i loro cavalli sono carne e non spirito; quando l'Eterno stenderà la sua mano il protettore inciamperà, cadrà il protetto e periranno tutti assieme.
  4. Poiché così mi ha detto l'Eterno: “Come il leone o il leoncello ruggisce sulla sua preda e, benché una folla di pastori gli sia raccolta contro, non si spaventa alla loro voce, né si lascia intimidire dallo strepito che fanno, così scenderà l'Eterno degli eserciti a combattere sul monte Sion e sul suo colle.
  5. Come gli uccelli spiegano le ali sulla loro nidiata, così l'Eterno degli eserciti proteggerà Gerusalemme; la proteggerà, la libererà, la risparmierà, la farà scampare”.
  6. Tornate a colui dal quale vi siete così profondamente allontanati, o figli d'Israele!




Sposarsi in tempo di guerra in Israele

Un matrimonio in Israele è l’occasione per alcune riflessioni sui tempi che viviamo.

di Giuseppe Kalowski

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Emanuele Luzzatti - Il matrimonio ebraico in italia

Ieri sono stato al matrimonio del figlio di un mio carissimo amico, a Tel Aviv: Michael e Benedetta – che vivono entrambi da tempo in Israele – sono stati sposati dalla “spina dorsale”della Rabbanut di Roma, Rav Riccardo Shmuel Di Segni, Rav Yoseph Pino Arbib e Rav Avraham Alberto Funaro.
E, nel momento più emozionante della cerimonia, con la Chuppah che ci regalava un ineguagliabile tramonto sul mare, non ho potuto fare a meno di pensare (ma dove va la testa, in certi momenti?) al sindaco di Bologna che ha esposto la bandiera palestinese dal Palazzo comunale della sua città. Inutile e superfluo chiedersi perché non abbia fatto lo stesso il 7 ottobre con la bandiera israeliana…
Peccato non fosse presente, magari come invitato, al matrimonio… Forse (dico forse) ci avrebbe ripensato e, sempre forse, avrebbe capito lo stato d’animo – degli ebrei, israeliani e non – in questo tempo di guerra in cui si celebrano (ancora e sempre) matrimoni.
In Israele, da sempre, la voglia di pace, di convivenza e di felicità, prevale su tutto, e tuttavia, in Israele, la via di mezzo, il compromesso – portatore di guai più gravi in futuro – non è mai piaciuto.
Con questo sentimento nazionale, sebbene trascinati in una guerra sanguinosa non voluta – che ogni giorno provoca morti e feriti nella gioventù – e nonostante che il nord d’Israele sia rimasto disabitato per evitare vittime civili, la società israeliana risponde con il Matrimonio che, oltre ad essere grande mitzvah, rappresenta l’aspetto più alto della resilienza ebraica.
Portiamo con noi le nostre ferite, ricordando che, oggi come un tempo, le alleanze e le amicizie sono fondamentali per affrontare il male. Per riemergere dalle tenebre alla luce: questa è la storia ebraica. Superiamo il male attraverso l’unità e, non meno importante, grazie ai legami e alle profonde amicizie e, nelle ore più buie, dalla persecuzione nazifascista alla strage di Hamas, il popolo ebraico comunque riesce a guardare avanti.
Le voci e le parole dei Rabbanim, che celebrano un rito antichissimo e prezioso, calmano la mia anima inquieta – che vaga avvolta dalla luce di un tramonto accecante – e aprono un sempre nuovo e rinnovato varco tra noi e il Divino. Ne abbiamo tutti bisogno, consapevolmente o meno.
In realtà, ammettiamolo, abbiamo pochissimi luoghi fisici, nel mondo, che ci accolgano per celebrare i nostri riti e le nostre sacre ricorrenze, ma di tempo, tempo dello spirito e della preghiera, oh, di quello ne abbiamo tanto, tantissimo, infinito e circolare.
E le parole, già, le parole del Rito matrimoniale e anche altre parole (ieri sera tutte le parole si intrecciavano, con significanze arcane): qui, in Israele, diciamo insieme vinceremo; ma chi è incluso in insieme?
Insieme Ebreo? Insieme Israeliani? Insieme di chi vuole la pace? Insieme a chi cerca la luce?
Forse dovremmo iniziare a decodificare le parole. Ma non oggi, domani.
Oggi c’è la cerimonia del matrimonio, con il suo fortissimo impatto emotivo e visivo che ci ricorda di rispettare e di non perdere tradizioni antiche e forti. La sua celebrazione è coinvolgente, ricca di usanze, rituali, nenie e litanie, è un’unione spirituale tra due persone e rappresenta l’adempimento dei comandamenti del Signore.
Oggi Israele non è guerra a Gaza, non è gioventù in divisa senza anima. Oggi si crea una nuova famiglia e, senza dimenticare quelle distrutte e gli ostaggi, si continua a guardare al futuro.
La vita, alle volte, diviene un turbine di impegni, obblighi e incertezze, ma oggi è un universo completo in se stesso e possiede in sé sentimenti ed emozioni, tocca corde differenti, che se ne stavano lì, tranquille, sopite, prima di cominciare il Rito.
Mi accorgo che solo così, solo attraverso il Rito, possiamo recuperare il giusto abbandono verso la Vita e ricominciare di nuovo tutto da capo.
Il Rito matrimoniale di Michael e Benedetta, così bello e compiuto nella sua perfezione, mi induce quella sensazione dolce-malinconica, quel delicato senso di perdita, quel piacevole struggimento che vorremmo sempre replicare… Mi sento come travolto da una tensione fisica che genera il mondo attorno a me.
Il fatalismo non appartiene all’anima ebraica, ma l’ostinazione e la  nostalgia, quelle sì.
E oggi parlo anche di uno struggimento, di una melancolia agra e dolce alla fine, con la sensazione di incrociare qualcosa di immenso, che travalica la nostra vita, la supera e assurge a caposaldo per manifestare tutto, mentre fisso le onde che – lente – si increspano sul bagnasciuga.
E non posso evitare di pensare a tutte le vite che abbiamo perso, dal 7 ottobre in poi. A chi non c’è più, agli ostaggi, ai nostri giovani al fronte – tutti celebravano ogni giorno la Vita e l’Amore, come noi, questa sera.
C’è forse bisogno del giusto periodo, un tempo di cura, per guarire dalla fine, ma voglio ancora stupirmi delle cose semplici, sorridere, perché dopo il dolore la vita continua, perché, quando provi un dolore insopportabile devi pensare che la vita va avanti e vivere con il sorriso.
Resistono gli affetti che non hanno bisogno del tempo materiale, i rapporti che non hanno bisogno di essere nutriti dal tempo materiale.
Per questa sera, evitiamo di dividerci in buoni e cattivi, anche se mai nella storia così tanti si sono trasformati in utili strumenti di un asse del male.
Decido di non farmi risucchiare e, con parole antiche, non chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano, di preservarci dal timore di poter perdere qualcosa della vita, di non darci ciò che desideriamo ma ciò di cui abbiamo bisogno, di insegnarci l’arte dei piccoli passi.
Mazal Tov, Michael e Benedetta!

(Riflessi Menorah, 4 giugno 2024)

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Clamoroso: salta il convegno sul 7 ottobre. Il motivo? C’erano esperti ebrei

Ennesimo sabotaggio nei confronti degli israeliani: niente confronto sui traumi dell’attacco di Hamas.

di Franco Lodige

Dal 7 ottobre si sono moltiplicati gli episodi di antisemitismo in Italia e in Occidente, questo è noto. In maniera più o meno subdola, sono state registrate iniziative di boicottaggio nei confronti degli israeliani, ritenuti responsabili di un presunto genocidio a Gaza. Dagli studenti dei collettivi a certi politici di sinistra, è stata sdoganata una pericolosa caccia all’ebreo che non conosce confini. L’ultimo episodio riguarda la conferenza internazionale intitolata “Trauma personale e collettivo, condivisione di punti di vista ed esperienze professionali” in programma – originariamente – il 9 giugno a Roma: il convegno  sulla psicanalisi sui traumi del 7 ottobre (data dell’attacco brutale dei terroristi di Hamas) è saltato per la presenza di esperti israeliani. Nessuna boutade, purtroppo.
  Nonostante l’assenza di qualsivoglia intento politico, la conferenza in programma tra esperti di Italia, Israele e Gran Bretagna per discutere dei traumi del 7 ottobre e delle terapie per aiutare adulti e bambini per superarli è stata sabotata per la presenza degli israeliani. Il portale “Moked Pagine Ebraiche” ha confermato che a far saltare il tutto sono state le critiche interne mosse dai soci dell’Aipa (Associazione italiana di psicologia analitica). Una sconfitta per tutti, l’ennesima testimonianza di una sorta di caccia all’ebreo. Ancora più preoccupante che il boicottaggio sia firmato dagli psicanalisti, abituati a discernere la complessità del pensiero umano. “Siamo di fronte a studiosi delle emozioni umane che fanno prevalere gli istinti peggiori del genere umano, come l’odio o la discriminazione, invece che la conoscenza e il ragionamento. Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza, avrebbe detto Dante”, la denuncia più che comprensibile di Emanuele Fiano.
  Lo stop all’evento in programma a Roma segue la scia dei tanti casi riguardanti gli israeliani, discriminati se non emarginati a causa del passaporto o della religione. Il più delle volte ci troviamo di fronte a un’esplosione di odio covato per anni, mentre in questo caso si tratta di una sconfitta del buonsenso: cancellare il dialogo – soprattutto tra psicanalisti – è una Caporetto del senno. E poco cambia con l’annuncio dell’Aipa, che parla di evento rimandato e non annullato: giustificare il sabotaggio con il “clima” in Medio Oriente o con le azioni militari in corso è clamorosamente sbagliato, perché gli psicanalisti ebrei non hanno nulla a che fare con tutto ciò. Ma si sa, l’ideologia è spesso più forte di tutto. Anche della ragione.

(Nicola Porro, 4 giugno 2024)

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Ebrei di Samaria assediano una città palestinese che ospita un terrorista

Un leader ebreo della Samaria chiede l'arresto del governatore palestinese di Sichem.

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Veicoli militari israeliani fuori Nablus (la biblica Sichem) durante un raid antiterrorismo la scorsa settimana

Centinaia di residenti ebrei della Samaria (i cosiddetti "coloni") hanno assediato domenica la città palestinese di Nablus dopo che la polizia locale dell'Autorità Palestinese ha dato rifugio a un terrorista. Nablus, la città biblica di Sichem, è un punto focale dell'attività terroristica palestinese. È la stessa città di Sichem che si comportò in modo incauto con i figli di Giacobbe (Israele) e ne subì l'ira (Genesi 34).
Gli ebrei locali hanno bloccato tutte le uscite di Sichem e hanno chiesto all'Autorità Palestinese di estradare il terrorista che mercoledì scorso ha compiuto un attacco con un'auto a un posto di blocco fuori città, uccidendo due soldati delle Forze di Difesa Israeliane, Eliya Hilel (20) e Diego Shvisha Harsaj (20).
L'aggressore è fuggito immediatamente a Sichem e si è arreso alle forze di sicurezza dell'Autorità Palestinese (AP).

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Familiari e amici di Eliya Hilel partecipano al suo funerale nel cimitero
militare di Monte Herzl, a Gerusalemme, il 30 maggio 2024             

Il corrispondente di Channel 14 News Hillel Baton Rosen ha raccontato che l'IDF e il servizio di sicurezza israeliano (Shin Bet) inizialmente pensavano che l'Autorità Palestinese avrebbe consegnato il terrorista come parte di una collaborazione. Invece lo hanno lasciato andare e l’hanno aiutato a sfuggire all'arresto da parte degli israeliani.
L'IDF non ha ripreso le ricerche del terrorista e i residenti ebrei ritengono di poter contribuire impedendo a chiunque di lasciare Sichem. Inoltre chiedono giustizia.
Secondo il servizio di notizie online HaKol HaYehudi (La Voce ebraica), la madre di Eliya Hilel ha chiesto l'assedio di Sichem: "Assedieremo Sichem finché il terrorista non sarà catturato, vivo o morto. Invito tutti a unirsi a questa giusta dimostrazione perché sia fatta giustizia".
I soldati dell'esercito israeliano ai posti di blocco a Sichem avrebbero incoraggiato i manifestanti civili e concordato sulla necessità di bloccare il traffico fuori dalla città.
Yossi Dagan, capo del Consiglio regionale della Samaria, ha dichiarato lunedì che l'IDF dovrebbe mettere in custodia il governatore dell'Autorità Palestinese a Nablus fino alla consegna del terrorista.
"L'Autorità Palestinese è un'organizzazione terroristica, proprio come i nazisti di Hamas. Loro [Hamas] sono nazisti con un nastro verde in testa, e loro [l'Autorità Palestinese] sono nazisti in giacca e cravatta", ha detto Dagan. "Se lo Stato di Israele ha anche solo un briciolo di onore nazionale, allora il terrorista in giacca e cravatta noto come "Governatore di Nablus", questa feccia che ha ospitato l'assassino dei nostri soldati e lo ha aiutato a fuggire, deve essere arrestato immediatamente".

(Israel Heute, 3 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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I mullah iraniani accelerano il programma nucleare: a qualcuno interessa?

Nel bel mezzo del conflitto tra Hamas e Israele, mentre l'attenzione del mondo è focalizzata sulla guerra iniziata dall'Iran e da Hamas, i mullah al potere in Iran hanno colto l'occasione per portare avanti il loro programma nucleare.

di Majid Rafizadeh*

Sostenendo, armando e addestrando Hamas, Hezbollah e gli Houthi, l'Iran ha iniziato una guerra per procura contro Israele, sfruttando in parte il conflitto per distogliere l'attenzione dalle proprie ambizioni nucleari.
Questa mossa calcolata favorisce gli interessi immediati dell'Iran nel destabilizzare i suoi avversari, ossia gli Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita, la Giordania, il Bahrein e soprattutto gli Stati Uniti, che Teheran vorrebbe vedere fuori dalla regione, in modo da poter presumibilmente avere il Medio Oriente tutto per sé. L'azione diversiva della guerra di Gaza è però in linea anche con l'obiettivo di sradicare Israele.
Mentre gli emissari dei mullah combattono in prima linea contro il "Piccolo Satana", Israele, l'Iran si muove nell'ombra, sfruttando il caos per fare passi da gigante nelle sue capacità nucleari.
Dallo scoppio della guerra, il programma nucleare iraniano è rapidamente cresciuto, spinto da attività clandestine all'interno del suo impianto super-fortificato di Fordow.
Da recenti rivelazioni del Washington Post è emerso che dietro il velo di segretezza di Teheran, la produzione iraniana di uranio arricchito ha raggiunto una soglia di purezza molto vicina al 90 per cento (il cosiddetto stadio "weapon grade", N.d.T.) necessario per lo sviluppo di armi nucleari.
Il report mette in luce uno sviluppo preoccupante: all'interno del sito nucleare, le apparecchiature appena installate, presumibilmente finanziate almeno in parte dall'amministrazione statunitense, ora hanno tutte le potenzialità per raddoppiare la produzione di uranio arricchito dell'impianto. Questa escalation clandestina non solo viola i confini degli accordi internazionali, ma sottolinea anche la determinazione dell'Iran a costruire quanto prima le sue armi nucleari.
L'intento di dotarsi di armi nucleari sembra essere dettato soprattutto da una forte determinazione a raggiungere l'obiettivo di lunga data di annientare Israele, un Paese più piccolo del New Jersey, che l'ex presidente iraniano Ali Akbar Hashemi Rafsanjani ha di fatto definito un Paese "[che può essere colpito con] una sola bomba", asserendo che "l'uso di una bomba nucleare su Israele non lascerà nulla al suolo, mentre danneggerebbe soltanto il mondo islamico".
Attraverso il suo sostegno a Hamas, Hezbollah e agli Houthi, l'Iran ha orchestrato un'escalation delle ostilità contro Israele secondo la strategia della "rana bollita" ("boiling frog"), adottando gradualmente, in primo luogo, la guerra per procura come mezzo per "cancellare Israele dalle carte geografiche", per usare le parole dell'ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
Hamas, il 7 ottobre 2023, ha sferrato il suo brutale attacco lanciando migliaia di razzi contro Israele, mentre circa 3 mila terroristi attraversavano la barriera tra Israele e la Striscia di Gaza, assaltando basi militari israeliane e 22 comunità civili.
Questo assalto ha portato i terroristi di Hamas a uccidere circa 1.200 persone in Israele: ebrei, musulmani, cristiani, israeliani, lavoratori stranieri e turisti. Hamas ha perpetrato atrocità che vanno dagli stupri di gruppo, alle torture di uomini, donne e bambini, all'uccisione di un neonato bruciato in un forno, fino alla decapitazione di bambini. Hamas ha inoltre preso in ostaggio 240 persone, portate nei tunnel di Gaza.
Queste barbare perversioni evidenziano la disponibilità, se non addirittura il piacere, dei leader iraniani nell'impiegare qualsiasi mezzo a disposizione per raggiungere i propri obiettivi. Molto probabilmente non considerano la devastazione all'estero come un fattore scatenante dell'instabilità, ma, al contrario, come un mezzo per raggiungere l'egemonia, dopo la quale ci sarà la pace, almeno per loro stessi.
Dal punto di vista dell'Iran, l'acquisizione di armi nucleari è il modo più semplice per completare in modo significativo la conquista della regione ed "esportare la rivoluzione":
"Esporteremo la rivoluzione in tutto il mondo. Finché il grido: 'Non vi è altro Dio fuorché Allah' non risuonerà in tutto il mondo, ci sarà lotta".
Armare le sue milizie per procura di capacità nucleari servirebbe da leva per rafforzare la posizione strategica di Teheran nella regione, fingendo allo stesso tempo di oscurare il suo coinvolgimento diretto. Fornendo armi nucleari a questi gruppi estremisti, e potenzialmente ad altri, l'Iran non solo amplificherebbe la minaccia per i suoi avversari, ma cercherebbe anche di ridurre al minimo il rischio di ritorsioni dirette contro di sé.
Purtroppo, il piano rappresenta una minaccia esistenziale non solo per la stabilità regionale, ma anche per la sicurezza globale. L'Iran si sta muovendo verso l'America Latina, forse per prendere di mira il "Grande Satana", gli Stati Uniti.
La prospettiva che gruppi terroristici dotati di armi nucleari operino impunemente richiede la massima attenzione. Considerata la dipendenza di Teheran dalle entrate derivanti dal petrolio e dal gas per finanziare le proprie ambizioni nucleari, imporre e applicare sanzioni contro l'industria petrolifera dell'Iran e prenderne di mira le sue infrastrutture petrolifere potrebbe almeno ritardare lo sviluppo di armi nucleari. Dovrebbero anche essere compiuti sforzi per colpire i siti nucleari iraniani e il suo brutale Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Non c'è assolutamente tempo per porre indugi nell'affrontare questa minaccia esistenziale. Il regime iraniano ha dimostrato la sua ferma determinazione ad acquisire armi nucleari ad ogni costo.
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* Majid Rafizadeh, accademico di Harvard, politologo e stratega, consulente aziendale, è anche membro del consiglio consultivo della Harvard International Review e presidente dell'International American Council on the Middle East. È autore di numerosi libri sull'Islam e sulla politica estera statunitense. Può essere contattato all'indirizzo e-mail Dr.Rafizadeh@Post.Harvard.Edu

(Gatestone Institute, 3 giugno 2024 - trad. di Angelita La Spada)

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Roma si unisce alla manifestazione internazionale di solidarietà per gli ostaggi israeliani

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“Riportateli a casa, ora!”. Questo il messaggio lanciato dagli organizzatori di “United we bring them home”, la manifestazione internazionale di solidarietà per gli ostaggi israeliani, che si è tenuta a Largo Argentina, nel cuore di Roma e che ha visto la partecipazione di oltre 200 persone. Promossa dal Forum delle Famiglie degli Ostaggi e Run for Their Lives, e a cui ha aderito anche l’Unione Giovani Ebrei d’Italia, la maratona oratoria si è tenuta in contemporanea con altre città in giro per il mondo, tra cui Londra e New York. A introdurre le varie personalità che sono intervenute, il noto giornalista di Mediaset Antonino Monteleone.
  Oltre 125 persone – bambini, ragazzi, donne, uomini e anziani – sono ancora nelle mani dei terroristi di Hamas. “Noi oggi siamo qui per dire alle loro famiglie e al mondo intero che non ci siamo dimenticati di loro. Non ci siamo dimenticati di ciò che hanno subito e stanno ancora subendo” ha affermato il portavoce italiano del Forum delle Famiglie degli Ostaggi e promotore dell’iniziativa, Benedetto Sacerdoti. “Il 7 ottobre è una giornata infinita, una ferita aperta che attende il ritorno a casa di ciascuna di quelle 125 persone per potersi finalmente rimarginare e guarire” ha continuato Sacerdoti, ribadendo più volte come sia necessario “riportarli a casa adesso”.
  “Vogliamo ricordare al mondo che ci sono ostaggi di 27 nazionalità diverse, cinque religioni diverse, e noi qui manifestiamo per tutti gli ostaggi” ha detto Tiziana Levy, coordinatrice italiana di Run for Their Lives, gruppo non politico privato e umanitario che è attivo in più di 200 città in tutto il mondo. “Manifestiamo per far aprire gli occhi a tutte quelle persone che ancora non credono quello che è successo, e infine camminiamo per mantenere una luce, la stessa luce che mantengono i familiari degli ostaggi” ha concluso Levy.
  “Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla barbarie che i terroristi di Hamas stanno compiendo da ormai 240 giorni sulla pelle dei nostri fratelli e sorelle. Il nostro pensiero va a tutti loro, ai loro volti e alle loro voci, che non possono gridare aiuto. Siamo qui per farlo al loro posto” ha affermato Luca Spizzichino, presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia. “È un nostro dovere morale alzare la voce e rivendicare con forza e determinazione che si faccia tutto il possibile per riportarli a casa” ha proseguito, ricordando come i giovani ebrei italiani non smetteranno mai di lottare per la loro libertà.
  “Tutti i morti che abbiamo contato fino a oggi, sia ebrei che palestinesi, sono da addebitare a Hamas” ha detto Stefano Parisi, presidente dell’associazione Setteottobre, che è intervenuto alla manifestazione. Sono scesi in piazza anche diversi consiglieri della Comunità Ebraica di Roma, tra loro anche Johanna Arbib, che ha preso la parola. “Oggi per noi è il 7 ottobre, sono passati 240 giorni, ma è ancora il 7 ottobre. – ha sottolineato Arbib – Noi abbiamo un compito chiarissimo, dobbiamo diffondere la verità e la verità è che il 7 ottobre Israele è stato attaccato e sono state uccise più di 1200 persone”.
  A chiudere il presidio una preghiera per il ritorno degli ostaggi letta da Elio Tesciuba.

(Shalom, 3 giugno 2024)

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La comunità israelita svizzera denuncia il crescente antisemitismo

La Federazione svizzera delle comunità israelite (FSCI) “condanna fermamente l’atto terroristico di Hamas e i relativi tentativi di minimizzazione”. Chiede anche che Parlamento e Consiglio federale attuino rapidamente il divieto dell’organizzazione palestinese e invita Berna a impegnarsi maggiormente per la liberazione degli ostaggi a Gaza.
  Questo il contenuto di una risoluzione approvata domenica da un’ampia maggioranza dell’assemblea dei delegati svoltasi nella capitale federale, nella quale viene espressa anche solidarietà al popolo israeliano e viene ribadito che il diritto di autodeterminazione di Israele non è negoziabile.
  “Allo stesso tempo, si esprime il rammarico per le grandi sofferenze della popolazione civile causate da questa guerra scatenata da Hamas. La pace e la sicurezza devono essere ricercate per la popolazione israeliana, per i palestinesi e per l’intera regione”, si legge in un comunicato diffuso nella serata di domenica dalla FSCI.

• Crescente antisemitismo
  I delegati si aspettano inoltre che l’Esecutivo federale e i Cantoni adottino misure efficaci per contrastare il crescente antisemitismo, anche nelle scuole universitarie. “Dopo l’iniziale solidarietà per gli attentati, il clima è cambiato improvvisamente. C’è una situazione politica a migliaia di chilometri da qui che porta molti ad accusarci di colpe cui siamo estranei, lo si vede soprattutto nelle università. Molti di noi subiscono questa situazione”, ha spiegato uno dei partecipanti all’assemblea ai microfoni della Radiotelevisione della Svizzera italiana RSI.
  “La cosa più difficile da far capire è la posizione degli ebrei svizzeri”, gli fa eco un altro membro della comunità. “Vediamo ovunque manifestazioni ed esternazioni che vanno contro i principi di una convivenza pacifica”.

(tvsvizzera.it, 3 giugno 2024)

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Riaperta a Gerusalemme la città sacerdotale dell'epoca erodiana

"La storia torna a vivere nel quartiere ebraico": le antiche case dei sacerdoti del tempio vengono riaperte dopo un lungo lavoro di restauro

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Il quartiere ebraico nella Città Vecchia di Gerusalemme

Dopo due anni di lavori di sviluppo e ristrutturazione costati 5 milioni di dollari, l'antico quartiere erodiano di Gerusalemme riaprirà al pubblico questa settimana.
Questo straordinario sito archeologico nel quartiere ebraico della Città Vecchia comprende un quartiere residenziale di 2.600 metri quadrati risalente al periodo del Secondo Tempio. Comprende case lussuose, squisiti mosaici, strade acciottolate e numerosi bagni rituali.
Il quartiere è stato scoperto durante gli scavi condotti dal professor Nahman Avigad dell'Università Ebraica di Gerusalemme dopo la riunificazione di Gerusalemme nel 1967. A causa della sua vicinanza al Monte del Tempio e dei numerosi bagni rituali e vasi di pietra ritrovati, gli archeologi ipotizzano che in questa zona vivessero le famiglie sacerdotali benestanti che prestavano servizio nel complesso del Secondo Tempio sotto il dominio degli erodiani.
I numerosi ritrovamenti di bagni rituali indicano la stretta osservanza delle leggi di purezza che caratterizzavano le case dei sacerdoti. Le grandi case, alcune grandi fino a 800 metri quadrati, con ornamenti elaborati e intricati mosaici, riflettono la ricchezza dei loro abitanti.
Il sito di scavo del Quartiere Erodiano è stato chiuso ai visitatori negli ultimi due anni per migliorare le infrastrutture e i servizi ai visitatori. Le case rimaste sono state ricostruite con cura e fedeltà, mentre esperti artigiani hanno restaurato i mosaici scoperti.
Un innovativo sistema di illuminazione e audio mette ora in scena in modo dinamico i reperti e riempie i resti dell'antico quartiere con suoni ambientali che ricordano la vita in questa enclave sacerdotale all'epoca del Tempio.
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Archeologi israeliani scoprono resti dell'epoca degli erodiani a Gerusalemme

Con l'aiuto di display multimediali che proiettano ologrammi, animazioni e video sugli antichi reperti, l'antico quartiere viene “riportato in vita". I visitatori possono simulare il percorso verso il Monte del Tempio dalla prospettiva di due abitanti. Passerelle di vetro sospese permettono di accedere da vicino alle case senza interferire con i reperti archeologici.
“Nel quartiere ebraico sta tornando in vita la storia, ha dichiarato Herzel Ben Ari, amministratore delegato della Società per la ricostruzione e lo sviluppo del quartiere ebraico. "Il museo rinnovato offre uno sguardo sul maestoso passato di Gerusalemme durante il periodo del Secondo Tempio. Invito tutti a visitare il museo e a entrare in contatto con questo magnifico patrimonio della città".

(Israel Heute, 3 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Che cosa significa oggi riconoscere la “Palestina”

di Ugo Volli

A Palazzo d’Accursio, sede del Comune di Bologna, il sindaco Matteo Lepore (Pd) ha appeso personalmente la bandiera palestinese. Lo stesso è accaduto a Pesaro per decisione di Matteo Ricci (Pd); anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala (sostenuto da tutti i partiti di sinistra) ha detto di avere intenzione di compiere lo stesso gesto dopo un passaggio in consiglio comunale. Le bandiere palestinesi sono state sventolate nell’emiciclo di Montecitorio durante un dibattito da deputati del Movimento 5 Stelle ed esposte all’esterno da un ex deputato dei Verdi. All’Università di Torino, al centro delle polemiche per le sue posizioni sul conflitto mediorientale, non ci sono solo le bandiere e i murales degli occupanti. Una bandiera palestinese è appesa anche a Palazzo Campana, sede del dipartimento di matematica. Che tutto ciò sia esplicitamente proibito dalla legge italiana (art. 8 del DPR 121/2000) evidentemente non interessa a nessuno.

• Perché questa epidemia?
  Che cosa significa questa moda di omaggiare la “Palestina” in una maniera che non è stata applicata né per il Tibet e gli Uiguri e Hong King oppressi dalla Cina, né per Cipro e i curdi minacciati dalla Turchia, né per Ucraina e Georgia sotto il tallone della Russia, né per tutti gli altri conflitti in corso nel mondo? Spiegare le cause di questa epidemia è complesso, ma i motivi e i fini dei responsabili sono invece semplici. Come ha detto Matteo Ricci: “Basta massacri, l’Italia riconosca lo Stato palestinese!” i massacri che si vogliono far finire non sono certo gli omicidi a sangue freddo non provocati di 1200 persone del 7 ottobre scorso, col contorno di centinaia di stupri e di rapiti. Sono un modo insensato ma diffuso di condannare l’autodifesa israeliana, che altre volte viene addirittura definita dalle stesse fonti “genocidio”, rovesciando orribilmente sugli ebrei il nome del reato coniato per descrivere la Shoah. Come si esprime in contorto politichese Matteo Lepore “per aprire alla possibilità di nuovo di avere due Stati, come in tanti spesso affermiamo, occorre avere anche due popoli e questo per quello che i palestinesi stanno subendo rischia di non potere più accadere”.

• I due gruppi nemici di Israele
  Bisogna prendere atto insomma che ci sono due gruppi di nemici di Israele: i “rivoluzionari” o espliciti filoterroristi che rivendicano il 7 ottobre e il progetto di eliminare lo Stato di Israele e i suoi abitanti, per esempio con lo slogan “Dal fiume al mare…”, come gli occupanti delle università e i membri dei gruppuscoli di estrema sinistra. Poi vi sono i “moderati” di tutti i partiti, ma soprattutto di quelli di sinistra, che vogliono “il riconoscimento della Palestina” perché, dicono, questa è la premessa ai “due stati”. Tale è del resto ormai la posizione ufficiale del Pd. C’è qualcuno fra loro che ha una fantasia sufficientemente sfrenata, o una faccia tosta così incurante dei fatti da sostenere che “riconoscere la Palestina” dopo il massacro guidato da Hamas sarebbe “una sconfitta per Hamas”.

• Le obiezioni
  Al riconoscimento ci sono ovvie obiezioni: il preteso Stato di Palestina non ha confini stabiliti, non esercita una sovranità incondizionata su alcun territorio, non ha moneta sua, non è autosufficiente dal punto di vista fiscale, energetico, dell’acqua, dei trasporti con l’esterno; il trattato costitutivo che ha firmato per potersi costituire (Oslo) esclude la sua statualità; non è una democrazia, non tiene neanche elezioni fittizie da vent’anni, non conosce la separazione dei poteri né i diritti della difesa, esercita largamente la tortura e l’omicidio dei dissidenti, ha una politica razzista che esclude dal suo territorio tutti gli ebrei, è completamente corrotto, finanzia ufficialmente il terrorismo, non accetta l’esistenza del suo maggior vicino, Israele, con cui si considera in guerra, anzi, che vuole completamente cancellare; non ha mai accettato di discutere le proposte di pace che le sono state sottoposte. Insomma non è uno stato e tanto meno è un’organizzazione rispettosa dei diritti umani e della pace.

• Dopo il riconoscimento
  Ma questi argomenti evidentemente non bastano ai sostenitori “moderati”. Proviamo allora a prenderli alla lettera. Che cosa succede se uno stato riconosce la “Palestina”, come hanno fatto Spagna, Irlanda e Norvegia? Questo riconoscimento che cosa comporta? Dei confini? Quali? Quelli attuali controllati dall’ANP, senza cioè Gaza e le zone A e B del trattato di Oslo, inclusa la città vecchia di Gerusalemme? Quelle che fino al ’67 erano controllate da Giordania e Egitto (la vecchia “linea verde”)? Quelle rivendicate da tutti i movimenti palestinisti, non solo da Hamas, cioè “dal fiume al mare”? E la capitale dov’è, a Ramallah, a “Gerusalemme Est” (qualunque cosa ciò voglia dire)? A Gaza? Il governo è quello attuale nominato da Muhammed Abbas? O uno di “unità nazionale” con Hamas? E che succede se Israele sta ai trattati e non riconosce l’Autorità Palestinese come stato, ma continua a combattere il terrorismo anche sul “suo” territorio? Vengono gli spagnoli o gli irlandesi a fermare gli attentatori suicidi? Mistero. La verità è che il riconoscimento non cambia niente, è solo propaganda.

• Due stati?
  Ma forse bisogna prendere sul serio la storia dei due stati. Il riconoscimento, dicono, serve a realizzare questa formula. Peccato che una lunga esperienza mostri che la formula non funziona. Hamas non li vuole e lo dice apertamente. Fatah, cioè l’Autorità Palestinese, non li vuole nemmeno, ma invece di dirlo chiaro ha sempre sabotato le trattative, si è sempre rifiutata di indicare anche solo un fazzoletto di terra che è disposta a lasciare allo Stato degli ebrei. Infatti si rifiutano di dire “due stati per due popoli”, perché nei più generosi l’idea è di avere una “Palestina 1” nei limiti della linea verde e una “Palestina 2” dove ora c’è Israele, perché condizione fondamentale dei due stati, come la intendono loro è che Israele accetti l’immigrazione selvaggia di tutti quanti dicono di essere “rifugiati palestinesi”, tanti da avere la maggioranza e da distruggere Israele senza colpo sparare. Sono pochi, oggi, gli israeliani così ingenui da cadere nella trappola.

• La ragione del fallimento
  Insomma se le trattative fra Israele e Autorità Palestinese sono sempre fallite con governi israeliani di destra, centro e sinistra, con presidenti da Clinton a Bush a Obama a Trump a Biden, la ragione è molto semplice: che i palestinisti non sono assolutamente disposti a convivere con uno Stato ebraico. E certamente il riconoscimento spagnolo o bolognese non fa loro cambiare idea, ma eventualmente li rafforza nelle loro convinzioni che “con l’anima e col sangue, la Palestina sarà libera”, cioè Israele sarà distrutta. I “moderati” credono di lavorare per una politica diversa dai filoterroristi, ma semplicemente sono più ipocriti. O molto meno lucidi.

(Shalom, 2 giugno 2024)

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La battaglia decisiva: intervista a Ugo Volli

di Niram Ferretti

Ugo Volli non ha bisogno di molte presentazioni. Il suo impegno documentato e accurato, appassionato e lucido a favore di Israele è noto a tutti coloro che si occupano da vicino dell’argomento. L’Informale ha voluto ascoltarlo un'altra volta in merito al contesto drammatico generato dall’eccidio compiuto da Hamas in Israele il 7 ottobre 2023.

- Stiamo entrando nell’ottavo mese di guerra e Israele sembra ancora lontano dalla vittoria.  In compenso si è scatenata una offensiva politico-giudiziaria contro lo Stato ebraico che non ha precedenti rispetto ad altre guerre. Quale è la tua riflessione in merito? 
  Questa guerra, insieme a quella in Ucraina e a quella che si prospetta a Taiwan, è un momento storico fondamentale non solo per Israele, ma per l’intera politica mondiale. Molti non capiscono che è in gioco il futuro della democrazia liberale: a seconda di come andranno queste guerre i prossimi decenni saranno dominati da feroci dittature islamiste, comuniste, fascistoidi o vedranno invece l’affermazione dei sistemi democratici. Se la Russia riuscirà a sfondare o anche solo a imporre lo status quo all’Ucraina e se Israele sarà costretto a fermarsi prima della distruzione di Hamas e dell’allontanamento della minaccia di Hezbollah, la Cina probabilmente capirà di potersi prendere Taiwan. Potrebbe essere l’inizio di una guerra mondiale, o più probabilmente gli Usa cederanno e si salderà in blocco che dominerà buona parte dell’Eurasia, dal Baltico al Mar Rosso, con forti influenze su Europa continentale, Africa e America Latina e il dominio di buona parte delle materie prime del mondo. Fuori da questo blocco resteranno solo potenze insulari residue, come Usa, Australia, India, Giappone qualche paese europeo e sudamericano. La situazione sarà molto peggiore di quella del 1941. Quanto a Israele, questa è una guerra esistenziale, accuratamente calcolata dai nemici che lo vogliono distruggere. Se non viene vinta ora, gli attacchi presto si moltiplicheranno, le alleanze si romperanno, sarà in gravissimo pericolo la sopravvivenza stessa di uno stato ebraico.

- Questa guerra ha fatto riaffiorare prepotentemente l’antisemitismo nelle sue più variegate sfaccettature, non ultimo quello di matrice cristiana dal sapore preconciliare. Il rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni ha parlato in proposito di “teologia regredita”. E’ qualcosa che ti ha sorpreso?  
  Purtroppo no. L’antisemitismo attuale non è un incidente di percorso, è connesso alla cultura europea e mediorientale da più di due millenni, è entrato nel paniere ideologico non solo della cristianità e dell’Islam, ma anche dell’Illuminismo, del socialismo, dell’attuale mondialismo. Pensare che il ricordo della Shoà lo inibisse era ottimismo ingenuo. A questo bisogna aggiungere la prevalenza di una tendenza filoaraba dei paesi europei e soprattutto di quelli mediterranei, sia per ragioni geopolitiche, sia per il senso di colpa del colonialismo, sia per la presenza di consistente minoranze islamiche, la cui importazione è stata a sua volta favorita da questo stesso orientamento E inoltre c’è l’odio di sé della sinistra occidentale, disposta ad appoggiare qualunque cosa possa distruggere la libertà di cui pure ha bisogno per esprimersi, organizzarsi, esistere. Qualunque valore progressivo, come l’uguaglianza dei sessi, la tolleranza, il suffragio universale, la tutela delle persone, la pace, viene sacrificata da costoro all’odio per l’Occidente. 

- A me sembra che questa guerra abbia messo in luce una cosa in modo particolare, come gli ebrei siano sempre e comunque il bersaglio preferito di una criminalizzazione unica nella storia. Sei d’accordo? 
  Sì, l’antisemitismo ha sempre avuto non solo un carattere eliminazionista (differenziandosi molto fortemente anche in questo da razzismi e altri pregiudizi), sia un aspetto ideologico. Ci sono stati altri odi fra popoli nella storia (ma durati molto meno, non a senso unico e non eliminazionisti) come quello fra francesi e tedeschi, fra russi e polacchi, o anche fra Europa e Islam, fino a un secolo fa circa. Ma essi funzionavano ritraendo il nemico come pericoloso, odioso, ridicolo, disgustoso, non come “colpevole”. L’ideologia antisemita funziona colpevolizzando gli ebrei e per di più accusandoli di quel che si vorrebbe fare loro. Si è detto a lungo che gli ebrei volevano ammazzare i cristiani innocenti, specie bambini, per levare loro il sangue; ciò serviva ad ammazzare gli ebrei, anche bambini. Oggi si imputa a Israele un “genocidio” per appoggiare l’esplicita e spesso ripetuta volontà genocida dei palestinisti. Si dice che i governi israeliani non rispettano i diritti dell’uomo per toglierli ai cittadini di Israele e in genere agli ebrei. 

- La vittimizzazione dei palestinesi, la loro trasformazione in reietti della storia, si propone come una sorta di teologia della sostituzione in chiave laica. Al posto degli ebrei, gli arabi. La Nakba diventa la nuova Shoah, la morte dei civili a Gaza si trasforma in genocidio, Israele viene portato davanti alla Corte Internazionale dell’Aia con questa accusa come se fosse il Terzo Reich. Cosa hai da dire in proposito?
  L’imitazione da parte dei palestinisti di temi e giustificazioni della storia ebraica è sotto gli occhi di tutti, dalla rivendicazione di un’antichità sul territorio che non ha alcuna base, al rovesciamento dei fatti rispetto alla guerra di liberazione del ‘48 e ai pogrom, alle accuse all’esercito israeliano. Non avendo ragioni, non avendo storia, non avendo tradizione culturale propria, i palestinisti provano a rispecchiare en travesti la storia ebraica. L’antisemitismo occidentale riprende questi temi per colpevolizzare gli ebrei, secondo la sua antica tradizione ideologica. Non è però una teologia rovesciata, niente di così elevato. E’ solo propaganda. Molto efficace e molto volgare, senza alcuna base di cultura o di realtà.

- Nelle università, soprattutto negli Stati Uniti, abbiamo assistito e assistiamo a una preoccupante saldatura tra sostenitori di Hamas e studenti occidentali convinti che Israele sia lo Stato canaglia per eccellenza. Come siamo arrivati a questo punto?
  E’ molto semplice, sono stati indottrinati fin dalle elementari a credere alle idee “progressiste”, di cui fa parte l’odio per Israele e la mitizzazione della “Palestina” C’è stato nelle scuole americane, ma anche in quelle europee un lungo indottrinamento di massa, durato generazioni. Già Allen Bloom quaranta o cinquant’anni fa parlava a questo proposito di “closing of American mind”. Spesso si attribuisce al progetto gramsciano, magari rivisto da Althusser, questa egemonia di sinistra nella scuola (ma anche nella cultura: in tutto l’Occidente sono molto rare case editrici, televisioni, radio, giornali, produttori cinematografici che non siano “politically correct”). E’ vero che la generazione dei Foucault,  dei Deleuze, dei Chomski, Calvino, Barthes, Marcuse ecc. ha avuto un ruolo importante nel lavoro di dissoluzione della “cultura borghese”. Ma in realtà il gioco è molto più vecchio, risale all’”impegno” di Sartre e compagni negli anni Cinquanta e prima ancora alla gigantesca occupazione della cultura realizzata dai totalitarismi negli anni Venti e Trenta del Novecento, distruggendo la cultura liberale con la violenza fisica e istituzionale. Oggi, senza bisogno di ripetere quegli eccessi, per semplice effetto di continuità, è quasi altrettanto difficile essere intellettuali liberali o democratici-conservatori quanto lo era nella Russia di Stalin o nell’Italia di Mussolini e nella Germania di Hitler. E c’è una totale persistenza nell’odio culturale attuale verso la società liberale con quello degli anni del totalitarismo, anche perché alla fine della guerra c’è stata una conversione di massa dal fascismo al comunismo. Non c’è solo l’insegnamento universitario, soprattutto nelle facoltà umaniste, che giudica suo compito non di trovare fatti relativi al proprio campo disciplinare, ma diffondere “le idee giuste”. Questa stessa forma di propaganda generalizzata si ritrova, in una forma o nell’altra in cinema, tv, romanzi, serie, canzoni, testi scolastici: una gigantesca camera a eco in cui è facilissimo focalizzare qualche tema, dal gender a Israele al ‘razzismo sistemico’ di Black Lives matter”.

- Oggi, a parte l’antisemitismo di matrice islamica, quello che maggiormente è emerso nella sua prepotenza e di cui si erano già date ampie prove nel recente passato, basti pensare alle posizioni su Israele di Jeremy Corbin, ex leader del Labour, è l’antisemitismo di sinistra. Quali sono, a tuo giudizio, le sue basi?
  Odiano Israele gli antisemiti, consapevoli o meno, che non tollerano un’identità separata e libera; ma odiano Israele anche i nemici interni ed esterni dell’Occidente (del capitalismo, del libero mercato, della democrazia pluralista, della libertà individuale) perché Israele ai loro occhi indica tutto questo: odiano Israele, perché la tradizione ebraica è alla base dell’idea della libertà e della responsabilità individuale che ne è il cuore e perché gli arabi odiano Israele per ragioni di conflitto religioso e territoriale; costoro pensano follemente che l’Islam possa essere l’arma decisiva per arrivare dove il comunismo non è riuscito, all’asservimento universale travestito da utopia.

- Ancora oggi gli ebrei devono lottare per il diritto alla loro sicurezza e alla loro esistenza, là dove hanno avuto origine, mentre intorno a loro, da parte di chi dovrebbe sostenere questa lotta contro il fanatismo islamico, assistiamo alla messa alla berlina di Israele. Quali riflessioni ti suggerisce tutto ciò?
  Ripeto in conclusione quel che ho detto all’inizio. Siamo a una battaglia decisiva non solo per Israele, ma per quella straordinaria forma di vita che si è costruita in Europa (e poi si è espansa negli Stati Uniti e altrove) sulla base della tradizione biblica. Come disse una volta Ugo La Malfa, la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme. Cioè oggi a Gaza e al confine col Libano.

(L'informale, 2 giugno 2024)

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Gli studi di Gabriele Monacis «Il Messia - percorsi paralleli» si possono trovare raccolti in un unico articolo nella rubrica «Approfondimenti».


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La grazia insegna

TITO, cap. 1
  1. Paolo, servitore di Dio e apostolo di Gesù Cristo per la fede degli eletti di Dio e la conoscenza della verità che è secondo pietà,
  2. nella speranza della vita eterna la quale Iddio, che non può mentire, promise avanti i secoli,
  3. manifestando poi nei suoi proprî tempi la sua parola mediante la predicazione che è stata a me affidata per mandato di Dio.
1 TIMOTEO, cap. 6
  1. Se qualcuno insegna una dottrina diversa e non s'attiene alle sane parole del Signor nostro Gesù Cristo e alla dottrina che è secondo pietà,
  2. esso è gonfio e non sa nulla; ma langue intorno a questioni e dispute di parole, dalle quali nascono invidia, contenzione, maldicenza, cattivi sospetti,
  3. acerbe discussioni d'uomini corrotti di mente e privati della verità, i quali stimano la pietà esser fonte di guadagno.
  4. Or la pietà con animo contento del proprio stato, è un gran guadagno;
  5. poiché non abbiam portato nulla nel mondo, perché non ne possiamo neanche portar via nulla;
  6. ma avendo di che nutrirci e di che coprirci, saremo di questo contenti.
  7. Ma quelli che vogliono arricchire cadono in tentazione, in laccio, e in molte insensate e funeste concupiscenze, che affondano gli uomini nella distruzione e nella perdizione.
TITO, cap. 2
  1. Poiché la grazia di Dio, salutare per tutti gli uomini, è apparsa
  2. e ci ammaestra a rinunziare all'empietà e alle mondane concupiscenze, per vivere in questo mondo temperatamente, giustamente e piamente,
1 TIMOTEO, cap. 4
  1. Ma schiva le favole profane e da vecchie; esèrcitati invece alla pietà;
  2. perché l'esercizio corporale è utile a poca cosa, mentre la pietà è utile ad ogni cosa, avendo la promessa della vita presente e di quella a venire.
    PREDICAZIONE

Marcello Cicchese
settembre 2017


(Notizie su Israele, 2 giugno 2024)


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Caccia israeliani colpiscono obiettivi di Hezbollah nel sud del Libano

La scorsa notte, i caccia israeliani hanno colpito “risorse significative” appartenenti al movimento filo-iraniano Hezbollah nel sud del Libano, in risposta ai recenti attacchi missilistici diretti verso Israele. Secondo le Forze di difesa israeliane (Idf), gli attacchi aerei hanno preso di mira le aree di Ain Qana, Hmaileh e Aadloun.
  Inoltre, i caccia israeliani hanno colpito postazioni di osservazione di Hezbollah a Tayr Harfa, edifici utilizzati dal gruppo sciita a Jebbayn e Khiam, e un lanciarazzi a Majdal Zoun, responsabile dell’attacco di ieri contro il nord di Israele. Ulteriori infrastrutture a Rachaya al Foukhar sono state anch’esse colpite.
  Questa mattina, due razzi sono stati lanciati dal Libano contro la comunità settentrionale israeliana di Yiftah. Le Ifd hanno confermato che entrambi i proiettili sono caduti in aree aperte, evitando così vittime e danni significativi.

(Agenzia Nova, 1 giugno 2024)

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Il piano poco geniale di Biden per Gaza

Descrivendo il piano come un percorso verso “una fine duratura” al conflitto attuale, Biden ha detto che Hamas “non è più in grado di portare avanti un altro 7 ottobre”. Ne siamo proprio sicuri?

di Maurizia De Groot Vos

Sono tre i motivi principali per cui Israele ha scatenato l’offensiva contro Hamas a Gaza: riportare a casa gli ostaggi, fare giustizia sull’eccidio del 7 ottobre e fare in modo che Hamas non possa mai più in alcun modo nuocere né a Israele né ai cittadini israeliani.
  Il mancato raggiungimento anche di uno solo di questi obiettivi inficia qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco e questo a prescindere da chi ci sia al governo a Gerusalemme.
  Ora, ieri sera il Presidente americano, Joe Biden, ha presentato il piano (definito “israeliano”) per un cessato il fuoco temporaneo da trasformare in un cessate il fuoco permanente dopo che gli ostaggi rimasti in vita e i corpi dei defunti saranno restituiti alle famiglie. Biden considera gli altri due punti raggiunti e quindi, secondo lui, giustizia è fatta per il massacro del 7 ottobre e, soprattutto, Hamas non è nelle condizioni di poter di nuovo nuocere a Israele.
  Hamas è sia un esercito terrorista che l’organo di governo di Gaza dal 2007. L’accordo presuppone che il gruppo terrorista sia stato così danneggiato dall’esercito israeliano da non poter più svolgere efficacemente nessuna delle due funzioni. Delinea inoltre rapidi passi per sostituirlo, prima inondando Gaza con gli aiuti umanitari, poi ricostruendo Gaza e installando un nuovo governo sotto l’Autorità Palestinese che ora governa la Cisgiordania.
  Ecco dove fa acqua piano di Biden. Prima di tutto, per quanto possa essere stato danneggiato, ancora Hamas non solo è in grado di nuocere ma siccome l’intera struttura gerarchica della Striscia di Gaza dopo tanti anni di governo di Hamas è basata totalmente sul gruppo terrorista, è semplicemente impensabile che Hamas non riesca a infiltrare suoi uomini nei punti di comando della “nuova Gaza”.
  In secondo luogo Biden continua a insistere di voler mettere la corrotta Autorità Palestinese al governo della Striscia di Gaza, una soluzione invisa sia a Israele che agli abitanti della Striscia e quindi impraticabile se non si vuole fare la fine del 2007 quando i dirigenti di Fatah volavano giù dai tetti dei palazzi di Gaza. Si era pensato a un “governatorato arabo” gestito da quei paesi arabi che hanno relazioni con Israele. Che fine ha fatto quella proposta? E solo il pensare di mettere nelle mani di Abu Mazen i miliardi della ricostruzione va venire i brividi.
  In terzo luogo c’è la questione non da poco della UNRWA alla quale verrebbe affidata la gestione degli aiuti umanitari. Dire UNRWA nella Striscia di Gaza significa dire Hamas. Non esiste un solo palestinese dipendente della UNRWA che non sia stato messo lì dal gruppo terrorista. Lasciare aperta l’agenzia ONU per i palestinesi significa quindi lasciare che Hamas gestisca tutto l’apparato umanitario. Che fine ha fatto l’obiettivo di distruggere completamente il gruppo terrorista palestinese?
  Io capisco la necessità elettorale per Biden di chiudere velocemente la faccenda, ma questo accordo salva la vita di Hamas e di tutta la sua struttura, non rende affatto più sicuro Israele e non è detto che restituisca gli ostaggi o quello che rimane di loro. Non credo che si siano fatti quasi otto mesi di guerra per questo.

(Rights Reporter, 1 giugno 2024)


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La capitolazione di Israele che chiede Biden

Il piano in tre fasi articolato ieri da Joe Biden nelle sue modalità essenziali, sei settimane di tregua congiunte a un cessate il fuoco completo e il ritiro di tutte le forze israeliane da Gaza e il rilascio di un numero limitato di ostaggi da pareggiare in ampio esubero con quello di terroristi palestinesi, a cui seguirebbe un negoziato preludente la fase due, ovvero la cessazione permanente delle ostilità con la liberazione di altri ostaggi e quindi l’avviarsi della terza fase la ricostruzione delle zone distrutte di Gaza, non è nulla di nuovo. Si tratta dello stesso canovaccio già presentato al Cairo e il cui esito sarebbe la sconfitta di Israele e la vittoria di Hamas. Nulla in questa bozza, infatti, fa accenno allo scopo fondamentale della guerra, che non è la liberazione degli ostaggi, ma la demilitarizzazione di Hamas a Gaza e il ripristino della sicurezza ai confini di Israele.
  Come ha lucidamente evidenziato Jonathan Spyer su The Spectator, “È possibile che la pressione interna delle famiglie degli ostaggi e dei loro sostenitori che giungono fino al gabinetto di guerra, unita alla pressione esterna delle potenze occidentali derivante dall’indignazione per come si presenta la guerra, portino alla fine della campagna militare, lasciando intatto il potere di Hamas. Se così sarà, questo esito conterrà una lezione molto incoraggiante per tutti coloro che desiderano danneggiare le democrazie occidentali”.
  Vincere la guerra, per Hamas, come qui non ci siamo mai stancati di ripetere, non significa sconfiggere l’esercito israeliano sotto il profilo militare, compito impossibile per l’esorbitante sproporzione di mezzi a disposizione a favore di Israele, ma restare a Gaza, potere continuare ad avere un ruolo politico nel suo futuro e dunque affermare di avere “resistito” contro “l’entità sionista”.
  Per giungere a questo esito, Hamas necessita della garanzia incontrovertibile che Israele lasci Gaza, e che quindi termini la guerra. È la garanzia che la Casa Bianca, appoggiata in maggioranza dalle Cancellerie europee, desidera concedergli.

(L'informale, 1 giugno 2024)

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Netanyahu ribadisce: “La distruzione Hamas resta la condizione”

“Le condizioni di Israele per porre fine alla guerra non sono cambiate: la distruzione delle capacità militari e di governo di Hamas, la liberazione di tutti gli ostaggi e la garanzia che Gaza non rappresenti più una minaccia per Israele”.
  Lo ha ribadito oggi il premier Benyamin Netanyahu in un comunicato diffuso dal suo ufficio. “Secondo la proposta, Israele continuerà a insistere sul fatto che queste condizioni siano soddisfatte prima che venga messo in atto un cessate il fuoco permanente. L’idea che Israele accetti un cessate il fuoco permanente prima che queste condizioni siano soddisfatte è un non-inizio”.

(swissinfo.ch, 1 giugno 2024)

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Torna a casa la Seconda casa di Ullman

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ROMA - Micha Ullman è uno scultore israeliano di fama internazionale, autore tra gli altri del memoriale sotterraneo collocato nella berlinese Bebelplatz in ricordo del rogo dei libri compiuto dai nazisti il 10 maggio 1933. Per il Giorno della Memoria del 2004 l’artista realizzò a Roma il monumento di dimensioni ridotte Seconda Casa (Gerusalemme – Roma) su un marciapiede di Piazza di Monte Savello, nelle vicinanze dell’ex ghetto. Si tratta di due case stilizzate in una sorta di clessidra a simboleggiare il legame tra due città faro della società occidentale ma anche le ferite di una relazione talvolta difficile. In particolare il rastrellamento nazifascista del 16 ottobre 1943 e la distruzione della “Seconda casa” per antonomasia dell’ebraismo, il Secondo Tempio di Gerusalemme devastato nell’anno 70 dalle truppe agli ordini di Tito.
  Smantellata per errore nel corso dei lavori per il rifacimento del manto stradale, l’opera sarà ripristinata il 5 giugno mattina, con una cerimonia convocata in una data doppiamente simbolica: l’ottantesimo anniversario della liberazione di Roma dall’occupazione nazifascista e il 57esimo anniversario della liberazione e unificazione di Gerusalemme durante la Guerra dei Sei Giorni. La proposta di ripristino in questa data «nasce da un’iniziativa della Comunità ebraica di Roma, in collaborazione con l’assessorato competente, il primo municipio e l’ambasciata israeliana», racconta la storica dell’arte e curatrice Giorgia Calò, direttrice del Centro di Cultura comunitario. «Quale data migliore per testimoniare questo messaggio?». Quella di Ullman è un’opera che Calò conosce molto bene, avendola scelta quale tappa del percorso in sei installazioni in altrettanti musei civici della Capitale di cui si componeva la mostra “Zakhor/Ricorda” da lei curata nel 2023. La memoria «appartiene a tutti noi, è un dovere civico», sottolineava allora. Non a caso nella Torah «l’imperativo ‘zakhor’, cioè ricorda, appare 222 volte: un segno dell’importanza fondamentale di questa attività».

(moked, 31 maggio 2024)

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Di Segni: «Noi ebrei mai più al sicuro in nessun luogo. L'antisemitismo ha radici profonde»

La presidente delle Comunità ebraiche italiane: il sentimento generale è di isolamento e diffidenza

- Alle bandiere palestinesi che sventolano dalle finestre delle università da Nord a Sud, da ieri si unisce quella che ha esposto il Comune di Bologna come simbolo dei diritti umani violati. Cosa prova vedendola, presidente Noemi Di Segni?
  «E' una domanda faticosa», risponde misurando le parole una ad una la presidente dell'Unione delle 21 comunità ebraiche italiane che riuniscono 25 mila ebrei italiani. «Quella bandiera non rappresenta i diritti umani violati ma si identifica con il popolo cui appartiene. Se mi sta chiedendo se vederla in un luogo istituzionale ci fa sentire più abbandonati da questa istituzione, la risposta è sì, certo».

- Potremmo dire che rappresenta una richiesta di pace.
  «Ma per far la pace ci vogliono due soggetti. Dunque due bandiere. I diritti umani calpestati, nel momento in cui ci sono ancora gli ostaggi ebrei nelle mani di Hamas dopo le stragi del 7 ottobre, riguardano anche gli israeliani e anche gli ebrei italiani. Una visione così unilaterale da un'istituzione italiana non me la sarei aspettata. Vuol dire dare ragione agli uni, i palestinesi, e non agli altri. Così rafforza quella scia di incitamento a odiare "gli altri"».

- L’impressione è che questi mesi siano stati per il senso di isolamento in patria degli ebrei italiani i più difficili dalla fine della Seconda guerra mondiale. Impressione giusta?
  «Sì, è assolutamente così. Dopo il 7 ottobre prevale la sensazione di essere in grave pericolo, non solo in Italia ma in Europa. Lo choc è stato ed è tale che per la prima volta da quando esiste Israele sentiamo che non esiste un luogo per noi sicuro».

- È cambiato il modo di vivere le relazioni, la vita di tutti i giorni?
  «Il sentimento generale è di isolamento e diffidenza. A furia di sentire tanto odio scorrere in qualsiasi spazio di dibattito pubblico, dalle televisioni alle università, e distorsioni argomentative, viene spontaneo restare in disparte. Assisto a una sorta di ritirata nelle case, nelle comunità, dove ci si sente almeno capiti. Nei luoghi di lavoro ma anche con le amicizie, si finisce per sentire tanti di quei "sì, ma", quando si parla di Israele e delle sue ragioni, che per evitare rotture dolorose si preferisce tacere, se non addirittura evitare di far sapere che si è ebrei».

- C'è la paura di azioni violente contro di voi?
  «Purtroppo si, e questo aspetto è seguito con il prezioso supporto delle forze dell'Ordine. Non ci sentiamo più liberi come prima».

- La solidarietà del dopo 7 ottobre che fine ha fatto?
  «Naturalmente ci sono persone che soffrono con noi e condividono il nostro dolore per la distorsione a cui stiamo assistendo. Ma la maggior parte si colloca su una fascia del: sì, avete sofferto, ma ora anche basta, guardate che succede a Gaza. Nell'illusione che la formale fine della guerra risolva magicamente una situazione così complessa».

- Ecco, Gaza. Come si spiega questa ondata di solidarietà nelle università di tutto il mondo, inclusa l'Italia, per i palestinesi mentre le vittime ebree e gli ostaggi tutt'ora in mano a Hamas sono stati presto dimenticati?
  «E' il cuore della questione. Il linguaggio del vittimismo usato dai media palestinesi fa breccia più facilmente rispetto a chi ha pudore a mostrare determinate immagini e usa la comunicazione con maggiore rigore come fa Israele».

- Non credo possa trattarsi solo di comunicazione, però.
  «C'è una radice di odio e antisemitismo latente nella società europea, che in quella italiana si sposa a un certo tipo di cultura caritatevole cattolica che tende ad avvicinarsi a chi mostra di soffrire di più. Anche questo Hamas lo sa bene e fa leva su questi sentimenti. Agli occhi del mondo Israele non avrebbe dovuto reagire, dopo il 7 ottobre, ma limitarsi a trattare per la liberazione degli ostaggi. Tornando sostanzialmente al 6 ottobre».

- Dunque sempre lì si torna, all'antisemitismo mascherato da difesa dei più deboli?
  «E' una radice profonda anche nella società italiana. E il multiculturalismo degli ultimi decenni, con l'arrivo di molti musulmani, se da un lato pone la sfida del pluralismo culturale che come comunità abbiamo voluto sostenere e partecipare, ha favorito anche la presenza di nuovi integralismi. Come Comunità ebraiche in questi anni abbiamo fatto un lavoro importante con la Comunità musulmana sul tema che ci accomuna della libertà religiosa. Sono sicura che anche loro non vogliano la vittoria di Hamas o la loro presenza comandata dall'Iran qui, e quindi condividano con noi il significato della parola terrore: rivolgo loro un appello perché lo dicano chiaramente».

- Stavamo dicendo delle proteste nelle università.
  «Negli atenei pochi studenti sul totale, e molti non sono neppure studenti, stanno stravolgendo gli istituti rappresentativi nati per favorire il confronto, per impedirlo e promuovere obiettivi totalmente diversi da quelli acclamati. Ancora più grave che partecipino anche i professori, da cui ci aspetteremmo rigore accademico nell'affrontare questioni così delicate. Perché un conto è la critica politica al governo di Israele, altro negargli il diritto di esistere e l'uso di slogan».

- E la politica, presidente Di Segni? La sinistra sembra aver lasciato alla destra la difesa della causa ebraica: immagino che per molti elettori ebrei di centrosinistra sia un motivo di ulteriore spaesamento.
  «Vede, la guerra al nazifascismo ha visto combattere fianco a fianco resistenza e brigate ebraiche. Poi il lungo percorso condotto insieme nel dopoguerra sui valori. Ecco, oggi ci aspetteremmo che la sinistra guardasse con la stessa lucidità al terrorismo, che sapesse analizzare in modo corretto il pericolo che corre Israele. Invece prevale la richiesta unilaterale di pace, come se dovesse farla solo Israele. Da destra sono arrivate espressioni di sostegno molto più lineari ed esplicite, va detto. Non penso, sia chiaro, che chi chiede il cessate il fuoco sia antisemita, ma se demonizza Israele per ogni cosa e associa alla stessa comportamenti genocidi allora sì, questo è antisemitismo, non aiuta a risolvere problema, e non aiuta neanche gli stessi palestinesi».

- Il governo Netanyahu è per voi a sua volta motivo di imbarazzo?
  «In Israele è stato creato un gabinetto ristretto di guerra che vede la partecipazione anche dell'opposizione nel cui operato dobbiamo avere fiducia, questo vale per le scelte su Rafah e per lo sforzo per liberare gli ostaggi. Dire che oggi non ci sono le condizioni per la pace, per un futuro di convivenza con uno Stato palestinese, non vuol dire voler annientare tutti i palestinesi».

- Non mi ha risposto però: la politica di Netanyahu imbarazza gli ebrei italiani?
  «Premesso che non esiste una posizione unica su questo degli ebrei italiani, io penso che in questo momento dobbiamo essere vicini a Israele. Si soffre insieme per i nostri destini incrociati e questo non vuol dire condividere ogni esternazione e scelta di un governo eletto per realizzare la faticosa missione di essere Stato ebraico».

(Il Messaggero, 31 maggio 2024)

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7 ottobre – Perché non abbiamo più paura

di Angelica Calò Livnè

Mi capita spesso in questi giorni di pensare che negli anni Trenta, quando furono pubblicate le leggi razziali, i miei nonni avevano l’età dei miei figli oggi. Ho immaginato spesso mio nonno Cesare trentenne, che gira per i villaggi delle Marche mentre stringe la manina di mia madre di sette anni, alla quale ha intimato di non rivelare mai di essere ebrea, per barattare stoffe e fili da ricamo del suo negozio di via Palestro, con qualche uovo o una pagnotta. O nonno Anselmo, quarantenne, che il 16 ottobre del 1943 carica la moglie, mia nonna Angelica e tre figli adolescenti, su un carretto per andare in cerca di un posto dove fuggire, dove nascondersi, per essere accolti in un convento o in qualche cascina. Trascorsero lunghi mesi di fame, di freddo, di odore di fieno, di chicchi di grano bruciati in qualche campo dove erano passati subito dopo la mietitura e mangiati con gusto insieme a qualche goccia di latte appena munto, prima di tornare nelle loro case romane a via della Reginella e su Ponte Sisto. Come tutti gli altri ebrei d’Europa, i miei nonni furono colti di sorpresa dall’ascesa e dal dilagare di un odio viscerale e irrazionale che devastò la loro vita. I trentenni e i quarantenni d’Israele non fuggono, non si nascondono. Non più. Sono ancora pochi contro tanti, contro tantissimi. Si chiedono ancora “perché” ma non aspettano la risposta, combattono. Combattono sul campo, combattono per mantenere la democrazia e lo spirito di questo Paese, combattono per mantenere le loro famiglie in uno dei periodi più difficili della storia d’Israele, dove ogni settimana sale il prezzo del latte, del pane e delle uova. Molti di loro sono lontani dalle loro case da quasi otto mesi, con scuole e asili improvvisati, missili lanciati e attentati non-stop che provengono da tutti i confini del Paese. I miei nonni non si diedero per vinti e al loro ritorno ricominciarono tutto da capo perché così è il nostro spirito. Israele cade e risorge, si alza dalle ceneri e inventa la chiavetta per il computer, l’irrigazione a goccia e l’Iron Dome. Non si arrende alla prepotenza, al potere, al razzismo e all’odio gratuito. Israele combatte e si difende e senza cancellare nessuna pagina continua scrivere la sua storia anche se è stanca, anche se è stufa di raccontare ai suoi bambini ogni anno, nel mese di Adar, che in Persia volevano impiccare tutti gli ebrei e nel mese di Nissan che in Egitto li avevano resi tutti schiavi. Anche se non se ne può più di correre nelle camere blindate quando gli altoparlanti gridano “Zeva Adom!” (Colore rosso!) o quando il suono delle sirene ti perfora il cuore e ti confonde l’anima. No, non vogliamo la guerra, non l’abbiamo mai voluta, ma il mondo deve capire che non abbiamo più paura né delle bugie che vengono diffuse su di noi né delle minacce e della violenza che imperversa nelle università, sugli schermi, nei social e nei discorsi al bar. Dicono che abbiamo l’esercito più forte del mondo… è vero, perché è un esercito animato dalla forza della disperazione, dalla consapevolezza che la storia si ripete scelleratamente, che l’umanità si rifiuta di imparare. Quindi non abbiamo altra scelta e come disse Herbert Pagani parafrasando Cartesio: «Mi difendo quindi sono!».

(moked, 31 maggio 2024)
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Cara Angelica, leggo il tuo ammirevole articolo pochi minuti dopo che un fiero nemico di Israele mi ha rinnovato per email (l’aveva già fatto altre volte) l’esposizione dei suoi inossidabili giudizi antisionisti criticando, anzi demolendo, le posizioni pro Israele del nostro sito. Sembra soddisfatto. Citazione:
«E’ cambiato il vento: Israele e tutti i suoi fan e sostenitori devono difendersi e giustificarsi per crimini orribile che TUTTO il mondo vede, giudica, e condanna ...
Mi decido a scriverle queste righe che sono di semplice critica di posizioni che ritengo assurde contrarie a ogni idea di diritto, religione, logica... ma aggressive nella misura in cui accompagnano le bombe che stanno cadendo su Gaza uccidendo donne e bambini... No! Per favore... Non mi sciorini il 7 di ottobre, Hamas e simili cose tipiche dell'Hasbara…»
Capito il riferimento all’Hasbara? Ormai qualunque prova voi ebrei presentiate a vostra difesa, per molti sarà sempre una nuova prova contro di voi, perché se sembra vera sarà la conferma di quanto bugiardi siete capaci di essere. Consiglio pratico a Israele: non cerchi di diffondere altri video orripilanti sul 7 ottobre: non servono. A chi ha già espresso la volontà di vedervi sparire dal mondo si può opporre soltanto, come ha fatto Angelica
Angelica raccoglie le mele del kibbutz Sassa ad un passo da Hezbollah con la pistola alla cintola

, la ferma volontà di voler continuare ad esserci, in questo mondo.
E così avverrà, “Non per potenza né per forza, ma per lo spirito mio, dice l'Eterno degli eserciti” (Zaccaria 4:7). Il problema di Israele riguarda Dio, dunque riguarda tutti: ebrei e gentili. Guai a chi pensa di poterlo trascurare, sia egli ebreo o gentile. M.C.

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Centinaia di milioni di shekel rubati da Hamas dalle filiali bancarie di Gaza

Lo rivela l’IDF

di Michelle Zarfati

Il portavoce in lingua araba delle Forze di difesa israeliane, il tenente colonnello Avichay Adraee, ha diffuso mercoledì un documento di Hamas, che mostra come l’organizzazione avesse pianificato di rapinare le casseforti delle banche di Gaza. Un mese dopo dal massacro del 7 ottobre, centinaia di milioni di shekel sarebbero stati rubati da Hamas dalle filiali bancarie della Striscia di Gaza. “Stiamo rivelando un documento scritto da un alto funzionario di Hamas, che mostra che in seguito alle difficoltà finanziarie di Hamas durante la guerra, i terroristi dell’organizzazione hanno fatto irruzione nelle filiali della Banca di Palestina a Gaza rubando oltre 400 milioni di shekel”, ha detto Adraee in un video pubblicato sul suo account X.
  “All’inizio di febbraio, i terroristi di Hamas hanno minacciato il personale della Banca di Palestina nel quartiere Rimal di Gaza City, intimando loro di non prelevare i contanti dalle casseforti della banca. Il 16 aprile hanno rubato centinaia di milioni di shekel dalla filiale. Due giorni dopo , hanno fatto irruzione in un’altra filiale a Gaza City e hanno rubato decine di milioni di shekel. Il 19 aprile, i terroristi hanno commesso un’altra rapina presso la filiale principale della banca a Gaza City, rubando centinaia di milioni di shekel”, ha continuato Adraee. “Cosa diranno gli abitanti di Gaza, che diventano ogni giorno più poveri a causa delle sanguinose battaglie di questi tiranni assassini di bambini? Hamas deruba senza vergogna i cittadini della Striscia di Gaza per sopravvivere e finanzia i suoi terroristi attivi sulle spalle e sulle tasche degli abitanti della Striscia di Gaza”, ha concluso il portavoce.
  Circa un mese e mezzo fa, il Ministero della Difesa e l’IDF hanno trasferito 12 milioni di shekel alla Banca di Israele, che sono stati successivamente sequestrati nelle roccaforti terroristiche nella Striscia di Gaza. Questa somma si aggiunge ai circa 17 milioni di shekel sequestrati nella Striscia di Gaza dall’inizio della guerra e depositati con una procedura simile presso la Banca d’Israele. L’organismo responsabile della localizzazione del denaro è la Direzione tecnologica e logistica dell’IDF (TLD), che ha confiscato e localizzato i fondi terroristici nella Striscia di Gaza.
  Il processo di conteggio del denaro ha avuto luogo nella base di Tzrifin ed è durato circa cinque ore. Sul posto erano presenti il capo del dipartimento delle Finanze del Ministero della Difesa, i comandanti del Dipartimento delle Pubbliche Relazioni, il vice contabile generale del Ministero delle Finanze e altri rappresentanti che hanno supervisionato il processo. Alla fine, il denaro è stato messo in apposite buste e un camion della “Brinks” è arrivato sul posto e ha trasferito il denaro per essere depositato presso la Banca d’Israele.

(Shalom, 31 maggio 2024)

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Canada, spari contro una scuola ebraica: la seconda in una settimana

Le forze dell’ordine di Montreal stanno indagando nella ricerca dei possibili responsabili che nella notte di lunedì hanno sparato dei proiettili contro la Belz School, una scuola ebraica situata nel quartiere Côte-des-Neiges–Notre-Dame-de-Grâce.
  Si tratta del secondo colpo d’arma da fuoco contro una scuola ebraica canadese in una settimana. La penultima risale al 25 maggio, a Toronto, dove a rimanere colpita è stata la scuola femminile Bais Chaya Mushka. Fortunatamente in entrambi i casi, nessuno è rimasto ferito.

• Ignorate le precedenti richieste sulla sicurezza fatte alle autorità
  Come menzionato dal Jerusalem Post, Yair Szlak, presidente della federazione ebraica CJA e Eta Yudin vice-presidente del CIJA, Canadian Jewish Advocacy, hanno chiesto un’azione decisiva da parte dal sindaco di Montreal Valérie Plante per porre fine ad un atteggiamento di permissività nei confronti dell’antisemitismo che è venuto a crearsi in città: «Ne abbiamo già avuto abbastanza. Un altro sparo di proiettili in una scuola ebraica in Canada. Pur non essendo a conoscenza di una specifica minaccia contro la comunità ebraica, ricordiamo a tutti di mantenere la dovuta vigilanza».
  Plante ha poi affermato attraverso i social media, che a Montreal non c’è posto per l’antisemitismo e che è inaccettabile che sia stata presa di mira una scuola ebraica.
  Più volte la JCC ha invitato le autorità canadesi ad attivarsi per vigilare sulla sicurezza, ma più volte è stata ignorata dei responsabili a livello comunale, provinciale e statale.
  «Chiediamo una risposta rapida e completa da parte del governo canadese, del governo del Quebec e della città di Montreal, in modo che gli ebrei di Montreal possano di nuovo sentirsi al sicuro andando a scuola, frequentando la sinagoga e svolgendo la loro vita quotidiana”, ha dichiarato il JCC –  Jewish Community Council of Montreal.

• L’antisemitismo non deve vincere
  Nella giornata di mercoledì 29 maggio Justin Trudeau, Primo Ministro del Canada, ha dichiarato:«Sono disgustato che un’altra scuola ebraica è stata bersaglio di un attacco di proiettili. Sono sollevato dal fatto che nessuno è stato ferito, ma penso ai genitori e ai membri della comunità di Montreal che devono essere incredibilmente scossi. Questo è antisemitismo, chiaro e semplice, e non lo lasceremo vincere».
   Dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 si è assistito in Canada ad un aumento spaventoso dell’antisemitismo, anche attraverso attacchi alle istituzioni.
  Mercoledì scorso un ventenne di nome Abdirazak Mahdi Ahmed è stato arrestato per avere sparato il 12 novembre 2023 alla scuola Yeshiva Gedola-Merkaz Hatora in Deacon Road a Montreal. Poco prima, il 9 novembre dei proiettili avevano colpito la stessa scuola e a pochi minuti di distanza un altro istituto scolastico ebraico della zona, il Talmud Torah situato in St-Kevin Avenue.

(Bet Magazine Mosaico, 30 maggio 2024)

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La lobby americana anti-Israele al Congresso e nelle Università

di Piero Di Nepi

C’era una volta, negli USA, la cosiddetta Jewish Lobby, la “lobby ebraica”. Ma la premessa favolistica è d’obbligo. Infatti non è mai esistita, se non nei peggiori e più tradizionali luoghi comuni diffusi da non pochi corrispondenti della grande stampa e delle TV, e comunque trasformata in materia di fede grazie a tutto ciò che fu conosciuto e riconosciuto come “stupidità di sinistra” già al tempo della Guerra dei sei giorni e poi nei decenni post-Sessantotto. Strumento di propaganda antiebraica finché furono in vita l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, utilissimo anche per i peggiori regimi arabi feudali o nazional-fascisti fornitori di ideologie e di petrolio.
  Da molti mesi i principali quotidiani liberal della East Coast come anche di tutta l’America che comanda davvero da Chicago alla California, dunque la tradizione “bianca, anglosassone, protestante” cioè WASP, aprono in prima pagina con foto da Gaza giustamente scioccanti. Perciò nessuno dovrebbe stupirsi se l’orientamento di quelli che contano, votano e decidono ha virato in senso apertamente anti-Israele. È il nuovo pensiero unico, e a confortarlo e sostenerlo non potevano mancare, e infatti non mancano, gli ebrei che si adeguano. Sempre in prima fila e sempre evidenziati da cartelli e stelle a sei punte, si sono affrettati a procurarsi un posto nelle tende dei campus accanto alle bandiere ormai celebrate dei cosiddetti pro-Pal. Mentre altri ragazzi e professori con o senza kippà restavano a casa, vivamente sconsigliati dal recarsi nelle aule di università prestigiose per premi Nobel (spesso ebrei) e assai ben finanziate con il sostegno di alunni ebrei pure loro, i quali forti di lauree importanti hanno fatto fortuna trasformandosi in donors devoti e fedelissimi.
  Francamente tutto ciò non stupisce, e senza azzardare paragoni sconfortanti si possono evocare vicende già accadute durante gli anni Trenta del secolo passato. Un paragone che tuttavia non spiega nulla, poiché certo non c’erano ebrei nei picchetti berlinesi delle SS. La perplessità assoluta dovrebbe nascere invece, forse, di fronte al silenzio apparentemente inesplicabile della più grande collettività ebraica della diaspora. E per le reazioni flebili, al limite della inconsistenza. Probabilmente saremo smentiti. Magari. Nel solo Stato di New York gli ebrei sono duemilioniduecentomila, e complessivamente negli USA circa 7.6 milioni ovvero il 2.4% della popolazione.
  Come sempre c’è dietro una storia, e occorre almeno accennarla. Arrivando in un Paese di immigrati, gli ebrei dell’est russo e polacco avevano lasciato dietro di sé il nulla. Per tutti gli altri, e soprattutto gli italiani e gli irlandesi, c’era invece una terra d’origine e una vera patria. Esattamente ciò che di nuovo accadde anche negli anni della guerra fredda, quando gli ebrei arrivarono a centinaia di migliaia negli States. L’Unione Sovietica si era infatti arresa alla campagna Scelach et amì/Lascia andare il mio popolo lanciata dai movimenti studenteschi ebraici in Europa e nel mondo. Non tutti scelsero la terra dei padri. Israele per la diaspora nordamericana non è baluardo né certezza. Se ne avvertiva e se ne sospetta tuttora la possibile precarietà. Tutti sapevano fin dal tempo della crisi di Suez, era il 1956, che gli interessi dello Stato ebraico non coincidono con quelli strategici di Washington e che la vera lobby, quella del petrolio, orienta la politica estera con il sostegno dei regimi arabi e musulmani. Come si è visto con chiarezza quando la vendetta per la distruzione delle Twin Towers colpì l’Afghanistan dei talebani, colpevoli all’epoca soltanto di vuota propaganda antioccidentale e di ospitare il clan miliardario degli esiliati arabi a marchio Osama bin Laden. Gli ebrei americani soffrono ormai di una sorta di ansia esistenziale, si sentono indifesi.
  Il nuovo islamismo made in USA appare invece fortemente consapevole di essere sostenuto da una massa di 1.500 milioni di individui in decine di paesi. Certamente non è condizionato dall’eredità del tempo degli schiavi, e quindi le attuali ondate di cortei antiebraici-antisionisti hanno un background ben diverso rispetto alle provocazioni isolate dei Black Panthers e dei Black Muslims nei tardi anni Sessanta.
  L’antisemitismo è devastante, è un fiume sotterraneo, carsico, che emerge in superficie quando le circostanze storiche o sociali sembrano in qualche modo legittimarlo. Così affermano personalità molto autorevoli della politica e della cultura. Ma si dovrebbe ormai sostituire il termine “antisemitismo” con la locuzione “odio antiebraico”, soprattutto per non dover ascoltare la solita e abusata litania: “anche gli arabi sono semiti”. Il problema ormai nasce nell’Islam collettivo, dall’Atlantico fino al Pacifico e attraversa l’Iran terra d’origine, per etimologia universalmente accettata, dei cosiddetti ariani. Peraltro, in Italia, due presidenti della nostra Repubblica nata dalla Resistenza (quella unica e vera) hanno detto senza ambiguità che antisionismo equivale esattamente ad antisemitismo. Di fronte a certi striscioni visti nelle piazze occorre ribadire l’assioma, finché si è in tempo.

(Shalom, 30 maggio 2024)

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Bechukkotài. L’etica del movimento

di Ishai Richetti

Una frase molto nota recita: Va dove ti porta il cuore. Questo, in qualche modo, ci porta alla Parashà di questa settimana, la Parashà di Bechukkotai (Vayikra 26:3-27:34). Nel primo versetto della nostra Parashà è scritto: “Se seguirai le Mie leggi e osserverai fedelmente i Miei comandamenti, ti concederò le piogge nella loro stagione…” Questa è la traduzione comune di questo versetto di apertura, ma una traduzione più letterale non dovrebbe iniziare con “Se seguirai le Mie leggi”, bensì con “Se camminerai secondo le Mie leggi”. La maggior parte dei traduttori sceglie comprensibilmente, in questo contesto, la parola “seguire” invece del letterale “camminare”. Il Midrash, tuttavia, adotta un approccio diverso usando la parola “cammino” nella traduzione letterale e lo collega alla frase riportata nei Tehillim (119:59) che recita: “Ho considerato le mie vie e ho rivolto i miei passi ai Tuoi decreti“. Dopo aver collegato il versetto all’inizio della nostra Parashà con questo versetto dei Tehillim, il Midrash continua, mettendo queste parole sulla bocca del re Davide: “Signore dell’universo, ogni giorno desidererei andare in questo e in quel posto, o a questa o quella dimora, ma i miei piedi mi porterebbero alle sinagoghe e agli studi, come è scritto: “Ho rivolto i miei passi ai Tuoi decreti”».
Molto prima che questo Midrash fosse composto, ma anche molto tempo dopo la vita di re Davide, il Talmud ricorda che il saggio Hillel disse: “Nel luogo che amo, è lì che i miei piedi mi guidano“. (Sukkà 53a)
La lezione è chiara. Il nostro inconscio conosce molto bene le nostre autentiche preferenze interiori, tanto che, qualunque siano i nostri piani coscienti, i nostri piedi ci portano nel luogo in cui vogliamo veramente essere. Per qualcuno, ad esempio, questo luogo potrebbe essere, quando andiamo a visitare una nuova città, il desiderio di vedere le antiche rovine, i musei, i palazzi e il Parlamento. Per altri il proprio io interiore potrebbe dare istruzione ai piedi di indirizzarli verso le vecchie librerie ammuffite dove è possibile curiosare a proprio piacimento, o in parchi rigogliosi fuori dai sentieri battuti dal turismo di massa dove si possono osservare i bambini che giocano.
Questo Midrash interpreta la frase di apertura della nostra Parashà, “Se camminerai secondo le Mie leggi”, come indicativo del desiderio della Torà che l’uomo possa interiorizzare completamente le leggi di D-o in modo che diventino il suo scopo principale nella vita. Anche se inizialmente definiamo il viaggio della nostra vita in termini di obiettivi molto diversi, si spera che le leggi di D-o diventino la nostra destinazione finale. Ci sono numerosi altri modi suggeriti dai commenti nel corso dei secoli per comprendere la frase in senso letterale: “Se camminerai secondo le Mie vie”. Rabbi Chaim ibn Atar, il grande autore dell’ Or haChaim, enumera non meno di 42 spiegazioni solamente per questa frase. Molte delle sue spiegazioni, sebbene non identiche a quella del Midrash che abbiamo citato precedentemente, sono coerenti con esso e ci aiutano a comprenderlo più profondamente. In uno di questi commenti, ad esempio, scrive che usando il verbo “camminare”, la Torà ci suggerisce che a volte è importante, nella vita religiosa, lasciare il proprio “ambiente familiare”. Bisogna “camminare”, intraprendere un viaggio verso un luogo lontano, per realizzare pienamente la propria missione religiosa. È difficile essere innovativi, è difficile cambiare, senza lasciare la propria “comfort zone”. L’Or haChaim ci lascia anche con la seguente profonda intuizione, basata su un passaggio nel libro delle fonti della Kabbala, lo Zohar: “Gli animali non cambiano la loro natura, non sono ‘camminatori’. Gli esseri umani, al contrario, sono “camminatori”, in quanto cambiamo continuamente le proprie abitudini, ‘allontanandoli’ da una condotta vile verso una condotta nobile, e da livelli di comportamento inferiori a comportamenti superiori. ‘Camminare’, progredire, è la nostra stessa essenza , la vera essenza dell’essere umano
La locuzione “camminare” è quindi una potente metafora di ciò che siamo. Pertanto, non c’è da stupirsi che questa parte finale del Libro di Vayikra inizi con questa particolare scelta di parole. Tutta la vita è un viaggio e, nonostante le nostre intenzioni, in qualche modo arriviamo a Bechukotai, “le Mie leggi”, così concludiamo il nostro viaggio attraverso questo terzo libro della Torà con queste parole: “Questi sono i comandamenti che il Signore diede a Moshè per il popolo d’Israele sul monte Sinai“.
La nostra Parashà rappresenta quindi come finale del libro di Vayikra un insegnamento molto importante. Se il libro di Vayikra è chiamato Torat Kohanim, perché perlopiù incentrato sulla costruzione del Mishkan, sui sacrifici e sul lavoro dei Kohanim e dei Leviim, la Parashà di Bechukkotai racchiude, nella prima parte, la promessa di D-o, con una seconda parte di ammonimenti per insegnarci che nonostante tutto abbiamo la promessa che D-o non ci abbandonerà. Il cammino che idealmente dobbiamo intraprendere e che è rappresentato bene in questa Parashà, la crescita personale, può avere degli inciampi, dei momenti di difficoltà, ma non è mai troppo tardi per rimettersi sulla strada giusta, per camminare secondo “i Miei decreti”, per realizzare la promessa di D-o riportata nella Parashà di Yitro: “In ogni luogo in cui ricorderai il Mio Nome, verrò da te e ti benedirò“. Interiorizzare questi concetti, osservare le mitzvot, fare atti di chesed, di giustizia, vivere una vita guidata da valori giusti, rappresenta quello cui tutti dobbiamo anelare, per la nostra crescita personale e per essere meritevoli di sempre più berachot.

(Morashà, 31 maggio 2024)
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Parashà della settimana: Vayikrà (E chiamò)

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E’ destinata a fallire una forza internazionale per Gaza?

I fallimenti storici sollevano dubbi fondati sulla capacità di tali forze di affrontare i movimenti terroristici.

di Yaakov Lappin

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L'IDF e l'UNIFIL coordinano le attività al confine israelo-libanese

L'idea di dispiegare una forza internazionale per aiutare a rendere sicura Gaza e affrontare Hamas è irta di sfide e i precedenti storici indicano il ricorrente fallimento di tali iniziative.
Una versione dell'idea esplorata negli ultimi mesi dal Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant è quella di una forza araba multinazionale guidata dagli Stati Uniti. L'idea non sembra aver attirato finora alcun Paese volontario.
Gli esempi storici e le realtà attuali a Gaza illustrano perché una tale missione sarebbe probabilmente inefficace nel migliore dei casi, o finirebbe per ostacolare le operazioni delle Forze di Difesa israeliane nel peggiore.
Il Magg. Gen. (ris.) Yaakov Amidror, ex consigliere per la sicurezza nazionale del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e ricercatore senior presso l'Istituto di Gerusalemme per la strategia e la sicurezza, ha fornito una prospettiva sulle esperienze passate con le forze ONU in Medio Oriente.
"C'è una lunga storia di forze ONU in Medio Oriente, e forse l'esempio più significativo è quello dell'UNIFIL in Libano", ha dichiarato al JNS. "La forza non è mai riuscita a riferire adeguatamente su ciò che accadeva sul campo", ha detto l'ex direttore della Divisione Analisi dell'Intelligence militare dell'IDF.
L'incapacità dell'UNIFIL di monitorare e riferire sulle attività di Hezbollah, per non parlare dell'applicazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che vieta a Hezbollah di operare nel sud del Libano, è un precedente difficile da ignorare quando si esamina il contesto di Gaza.
"Secondo le Nazioni Unite, nessuna arma di Hezbollah ha mai raggiunto il Libano meridionale", ha dichiarato Amidror. "Inoltre, anche quando si è verificata una rivendicazione, la forza armata non è mai riuscita a verificarla, perché nella maggior parte dei casi non è stata autorizzata ad entrare nei luoghi sospetti", ha aggiunto.
Tali restrizioni ostacolano gravemente la capacità delle forze internazionali di svolgere efficacemente i loro compiti".
Amidror ha sottolineato che la Guerra dei Sei Giorni è iniziata nel 1967 dopo che le Nazioni Unite hanno deciso di ritirare le proprie forze da Gaza in un momento critico, evidenziando l'inaffidabilità delle forze internazionali nel mantenere la sicurezza durante i periodi di instabilità.
"Secondo tutte le esperienze in Medio Oriente, le Nazioni Unite sono al massimo un organo di collegamento tra le parti, ma non hanno mai risolto un problema o permesso una supervisione in modo tale da poter agire", ha affermato.
Inoltre, l'introduzione di forze internazionali ha un impatto negativo su Israele più di quanto non lo abbia sui nemici di Israele.
"Quando le Nazioni Unite sono sul campo, ostacolano Israele più di quanto non faccia l'organizzazione terroristica che le sta di fronte. Israele deve tenere conto della forza delle Nazioni Unite, mentre l'organizzazione terroristica può ignorarle e persino ostacolare la forza internazionale nell'adempimento del suo ruolo, fino a uccidere i suoi soldati", ha affermato.
Questa dinamica sarebbe particolarmente problematica a Gaza, dove Hamas può sfruttare la presenza di forze internazionali a suo vantaggio, ostacolando le operazioni dell'IDF e usando le forze internazionali come copertura, ha ammonito.
"Di conseguenza, la presenza delle Nazioni Unite è molto negativa dal punto di vista della sicurezza dello Stato di Israele, e non solo non aiuta, ma è dannosa", ha spiegato.
Il professor Eyal Zisser, vice rettore dell'Università di Tel Aviv e titolare della cattedra di storia contemporanea del Medio Oriente, ha osservato che le forze internazionali tendono a essere dissuase dall'affrontare le forze terroristiche locali come Hezbollah o Hamas.
Le forze multinazionali "non hanno un mandato chiaro per combatterle [le fazioni terroristiche]; il loro mandato generale è quello di mantenere la calma lungo il confine", ha dichiarato. Ciò mette in forte dubbio la capacità delle forze internazionali di affrontare il radicamento di Hamas a Gaza o i futuri attacchi del gruppo terroristico.
Zisser ha evidenziato un'altra questione critica: la riluttanza dei Paesi che inviano truppe a subire perdite.
"I Paesi che hanno inviato le forze non vogliono perdite e perdite, che porterebbero a critiche interne", ha spiegato. Questa avversione al rischio porta a un approccio cauto che mina l'efficacia operativa delle forze.
Inoltre, secondo Zisser, le forze sono spesso dispiegate per un periodo limitato e non hanno l'impegno a lungo termine necessario per raggiungere una sicurezza duratura.
La natura temporanea dei dispiegamenti internazionali fa sì che i comandanti e i soldati sul campo siano riluttanti a impegnarsi a fondo nelle complessità del conflitto. Di conseguenza, "di solito cercano intese con gli elementi locali per garantire la calma a entrambe le parti", ha dichiarato al JNS.
"Se Israele elimina Hamas e ci sarà solo un vuoto, è una cosa, ma se Hamas rimane sul terreno ed è armato, è una questione diversa", ha detto.
Ha anche sottolineato le difficoltà intrinseche nel coordinare una coalizione di Paesi per tali missioni.
"Una coalizione di Paesi è più difficile da mobilitare di un solo Paese. È sufficiente che la Giordania, ad esempio, decida di voler combattere Hamas, per far crollare l'intera struttura".
La mancanza di coesione e di uno scopo unitario tra le forze internazionali ne diminuisce ulteriormente l'efficacia.
"In breve, tutto dipende da Israele. Nessuno smantellerà Hamas al posto nostro", ha concluso. Anche lui ha avvertito che le forze internazionali creeranno nuovi problemi, perché "quando saranno lì, Israele non sarà in grado di danneggiare Hamas, che si nasconderà accanto a loro".
Uno sguardo al Libano sembra confermare questi dubbi.
L'Alma Center, specializzato nelle sfide alla sicurezza nell'arena settentrionale, ha osservato in un rapporto del dicembre 2023 che Hezbollah utilizza spesso l'UNIFIL, così come le Forze armate libanesi, come scudi umani.
"Hezbollah spera che il fuoco di rappresaglia dell'IDF danneggi lo scudo umano, limitando l'attività dell'IDF e aumentando la pressione internazionale su Israele", secondo il centro.
Le forze internazionali a Gaza probabilmente sarebbero sfruttate da Hamas proprio nello stesso modo.

(Israel Today, 30 maggio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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«L’Unrwa sostiene i terroristi. Israele la dichiara fuorilegge»

di Amedeo Ardenza

Lo Stato Maggiore dell'UNRWA a Gaza nascondeva un centro di comando e controllo dei terroristi di Hamas. Per questo la Knesset ha votato un disegno di legge per definire l'agenzia Onu come "organizzazione terrorista". Non è ancora un atto ufficiale. Ma rispecchia la realtà. La stessa valutazione deve essere allargata all'intera Onu: gli Stati democratici dovrebbero abbandonare le Nazioni Unite, lasciandole agli Stati terroristi e creare una nuova organizzazione solo per le democrazie. Quale sarà il primo Stato a proporlo?
  È guerra aperta fra Israele e l’Onu. Il che non sarebbe una notizia: da decenni le Nazioni Unite si sono trasformate in un “risoluzionificio” per produrre condanne su condanne dello e contro lo Stato ebraico. Un esercizio in cui le larghe maggioranze di Paesi arabi e musulmani, non allineati, filorussi, filocinesi o semplicemente antiamericani finiscono per prevalere su ogni logica.
  Gli esempi non mancano: nel 1975 l’Assemblea generale definì il sionismo, la dottrina politica che crede nel diritto degli ebrei all’autodeterminazione politica, una forma di razzismo: lo stesso si sarebbe potuto dire del Risorgimento. Solo nel 2023 l’Assemblea generale ha adottato 21 risoluzioni di condanna: 14 per censurare lo Stato degli ebrei e le altre sette per il resto del mondo (una a testa per Corea del Nord, Iran, Siria, Myanmar, Stati Uniti e due contro la Russia) mentre la decisione con cui la Corte internazionale di giustizia (Cig) - il braccio giurisdizionale del Palazzo di Vetro - ha accusato Israele di essere vicino a sterminare i palestinesi è di appena qualche settimana fa.

• ELETTRICITÀ NEI TUNNEL
  Ieri però Israele ha risposto per le rime e nel suo stile molto assertivo lo ha fatto sparando ad alzo zero: mercoledì la Knesset, il Parlamento monocamerale dello stato ebraico, ha approvato in prima lettura un disegno di legge per definire l’Urnwa un’organizzazione terrorista.
  Cos’è l’Unrwa? Un’agenzia dell’Onu dedicata alla tutela, la conservazione e la moltiplicazione dei soli rifugiati palestinesi. Più rifugiati ci sono e più cresce il bilancio dell’Unrwa, fra i cui scopi non c’è l’integrazione degli stessi rifugiati nei Paesi ospitanti. Bizzarrie dell’antisionismo onusiano: i profughi di qualsiasi altra origine devono accontentarsi dei servizi dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur). Ma mentre nessuno si lamenta dell’Acnur, la letteratura giornalistica gronda notizie di docenti dell’Unrwa che insegnano ai bambini a odiare Israele e gli ebrei, di dipendenti dell’agenzia che ora online ora in prima persona partecipano ad azioni contro Israele, a scuole dell’Unrwa trasformate da Hamas in depositi di munizioni protetti dal logo dell’Onu.
  Lo scorso 10 febbraio, un tunnel lungo 700 metri e profondo 18 usato dall'intelligence militare di Hamas è stato rinvenuto sotto il quartier generale dell’Unrwa a Gaza. L’agenzia ha sempre proclamato la sua neutralità politica ma l’elettricità a quel tunnel, scrive il Jerusalem Post, arrivava proprio dalla sede Unrwa.
  Ieri con 42 voti contro 6 i deputati israeliani hanno detto basta. Nota politica non irrilevante, il disegno di legge non è stato presentato da alcun esponente della maggioranza fra il Likud di Benjamin Netanyahu, i partiti religiosi e nazionalisti religiosi, ma dalla deputata Yulia Malinovsky del partito laico e russofono Yisrael Beitenu. Se il provvedimento sarà approvato in via definitiva – in Israele sono necessari tre passaggi in aula – «la legge antiterrorismo si applicherà anche all’Unrwa, Israele cesserà successivamente tutti i legami con l'agenzia e le attività dell'organizzazione nel territorio israeliano saranno chiuse», spiega ancora il JPost.
  Agli israeliani ha risposto il capo della diplomazia dell’Ue, Josep Borrell, reduce da un incontro con il commissario dell’agenzia, Philippe Lazzarini. «L’Ue respinge ogni tentativo di designare l’Unrwa come un'organizzazione terroristica». Su X Borrell ha scritto che Lazzarini gli ha riferito di una situazione umanitaria tragica a Gaza e di come l’Unrwa «rimane un’ancora di salvezza indispensabile per i palestinesi».

• ULTIMATUM A NETANYAHU
  Sul piano politico continuano i mal di pancia interni alla maggioranza dopo che l’ex capo di stato maggiore e ministro del gabinetto di guerra Gadi Eisenkot ha criticato Netanyahu accusandolo di non riuscire a governare il Paese né di saper riportare la sicurezza. Eisenkot e l’altro ex generale centrista Benny Gantz hanno minacciato di togliere l’appoggio esterno al governo l’8 giugno se il premier non darà dei segnali di cambio di rotta politica. Sul piano militare, infine, le Israel Defense Forces (Idf) hanno affermato di aver ucciso il capo della logistica della polizia di Hamas, Salama Baraka, a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.

Libero, 30 maggio 2024)

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Roulette russa a Sderot

di Micol Flammini

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Sderot, dalla nostra inviata. Le strade sono vuote, si alza il vento e la sabbia entra nei rifugi messi qua e là, vicino alle fermate degli autobus, ai parchi giochi, sono colorati di blu, abbelliti con l’immagine di qualche animale, che per quanto sia stato disegnato con gli occhi grandi e amichevoli, non riesce a regalare grazia a questi blocchi di cemento. Sderot a essere bella neppure ci prova, ovunque ci sono edifici in costruzione e visto il vuoto per le strade sembra impossibile che prima o poi possano ospitare qualcuno. Nessuno passa, ma il lavoro è incessante, non si vedono operai, soltanto gru. Per chi è Sderot? La città nel deserto del Negev, all’angolo della Striscia di Gaza, è cemento e sabbia e sarebbe stata uno dei principali obiettivi dei terroristi di Hamas e del Jihad islamico il 7 ottobre, se non avessero trovato il Nova Festival: sono rimasti a massacrare i ragazzi e hanno posticipato l’arrivo a Sderot, che nel frattempo veniva svegliata dalle sirene che annunciavano l’arrivo dei razzi. Nulla di inconsueto, hanno pensato gli abitanti quel mattino, che da vent’anni sono abituati a correre nei rifugi e aspettare che finisca. Ma il 7 ottobre la sirena non finiva, continuava, imperterrita. Gitit era andata nel rifugio con sua figlia e suo marito, poi si era spostata da un amico che le aveva aperto esterrefatto: “Era shabbat, non uso il telefono e non sapevo nulla”. Poi è tornata a casa, ha fatto in tempo a notare una figura che cercava di fare di irruzione, ha preso il coltello ed è corsa nel rifugio. Eduard invece stava andando in sinagoga quando si è visto tagliare la strada da un pick up bianco a tutta velocità e accompagnato dalle grida degli uomini seduti dentro: “Allah Akbar!”. Ha pensato si trattasse di qualche disturbatore, ma è tornato a casa: “Mi ha chiamato il rabbino per dirmi di non andare più in sinagoga, ho acceso la televisione e ho visto la stessa macchina, gli stessi uomini”.
  Dopo il 7 ottobre, Sderot si è svuotata, sono rimasti gli anziani, un solo supermercato era aperto. Dopo cinque mesi ha iniziato a ripopolarsi, ora l’85 per cento dei suoi abitanti è tornato. “Noi vogliamo vivere qui, non possiamo andarcene. Perché dovremmo? Sono venuti a ucciderci per cacciarci, che senso avrebbe andare via? Anche se stiamo impazzendo tutti”, dice Gitit. A Sderot si sentono le esplosioni di Gaza, sono frequenti. La guerra qui ha una sola soluzione: Hamas va sconfitto. Da Sderot i terroristi avevano portato via un solo ostaggio, morto durante la prigionia, le scritte “Bring them home”, riportateli a casa, sono ovunque, ma al contrario di Tel Aviv, qui il pensiero va meno agli ostaggi e più al futuro.
  “Oggi è Sderot, domani Ashkelon. Non sarà l’ultima guerra, ma deve essere l’ultima contro Hamas”. Gitit dice di avere paura tutto il tempo, “qui il cuore ti batte in modo diverso, è come giocare alla roulette russa, ma la roulette qui è una missione”. I terroristi sono entrati a Sderot con una mappa in tasca in cui erano segnati vari punti chiave della città: la stazione di polizia e il municipio. Volevano occupare i posti del potere per avere il controllo, hanno preso la stazione, ma non il municipio, in cui lavorano sia Gitit sia Eduard, che quando parla disegna su un foglio di carta, riduce a schema ogni racconto. Giurano che Sderot non si spopolerà, ha aperto un nuovo bar, sono tornate le famiglie, ora i soldati sono davanti a ogni scuola, ma resta il silenzio per le strade. Qui si è infranto un patto. Il patto con il governo e con l’esercito, ora in città ci sono molti soldati, ma sembrano non fare la differenza. Prima Sderot, come le altre città o kibbutz vicini al confine, si sentiva protetta, ora c’è una fiducia da ricostruire. Sono i soldati i primi a sapere che il patto si è rotto, che nel paese c’è molto da rifare, tanto da rifondare: il ragazzo davanti all’asilo in uniforme con il fucile in spalla sembra chiedersi se qualcuno lo noti, se qualcuno si fidi. Si tiene la domanda per sé, conosce già la risposta. Gli abitanti sanno che le sofferenze evitate a Sderot sono state la condanna di chi era al Nova: l’evento che i terroristi non si aspettavano e in cui hanno ritenuto opportuno rimanere per causare il danno più profondo possibile.
  Non ci sono piani per il dopoguerra in questa città, si sente solo il battito impazzito del cuore, Eduard crede che Gaza dovrebbe diventare un affare di tutti: “Deve essere gestita dalla comunità internazionale, dagli europei. Tutti devono capire che da qui passa la sicurezza comune. Noi combattiamo per proteggerci, ma se scompare Israele, cosa verrebbe creato qui? Riguarda forse soltanto noi?”. Sderot non cerca amicizie. I soldati si aggirano senza sapere quando potranno essere trasferiti, non ispirano fiducia, ma a Sderot non importa, è qui per restare.

Il Foglio, 30 maggio 2024)

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Guerra a Gaza a colpi di storie Instagram, “tutti gli occhi su Rafah”

Ma “dove erano il 7 ottobre”? Il conflitto tra social e intelligenza artificiale

Una guerra totale. A Gaza, prosegue l’offensiva e continuano i bombardamenti israeliani, con la morte di migliaia di civili palestinesi. Nel frattempo, però, in previsione di un’operazione militare su Rafah si mobilitano ancora di più i social network. Questa volta però non sono solo i contenuti dei soliti account che parteggiano per uno schieramento o l’altro a invadere i social, come Instagram, X, Facebook e TikTok. Da ore rimbalzano su Instagram due storie, entrambe create con l’intelligenza artificiale: una che è diventata il simbolo del supporto al popolo palestinese, l’altra la risposta israeliana.

• Guerra a Gaza a colpi di storie Instagram
  “Tutti gli occhi su Rafah“, la scritta che compare nella storia Instagram che inquadra i campi e le tende dei rifugiati palestinesi. È stata creata da un fotografo amatoriale malese ed è stata ricondivisa più di 39 milioni di volte in tutto il mondo, numeri record per un trend diventato virale. Un appello ad aumentare l’attenzione su ciò che avviene sul centro di Gaza, teatro di stragi a causa dei bombardamenti israeliani. Una grafica fatta dall’IA che ha impazzato per il social e ha portato a un’improvvisa mobilitazione di milioni di persone. Alcuni lo hanno fatto per convinzione, altri per un interesse nato nelle ultime settimane, altri ancora per moda, fenomeno che specialmente sui social ha sempre la sua validità.
  Come risposta a questa storia, da account vicini invece alla causa di Israele ne è stata rilanciata un’altra. Un’immagine – sempre creata dall’IA – che illustra un terrorista di Hamas pronto a uccidere un bambino israeliano il 7 ottobre, con la bandiera con la stella a sei punte in fiamme, e la scritta: “Dove erano i vostri occhi il 7 ottobre?“. Quest’ultima è stata ricondivisa da meno persone, circa 500mila i numeri fino a mercoledì mattina, ma comunque ha riempito i profili di tante persone che non si sono sentite rappresentate dalla storia precedente.

(Il Riformista, 30 maggio 2024)

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Il Comune di Bologna espone la bandiera della Palestina. La Comunità ebraica: «Legittima il terrorismo»

La decisione del sindaco Matteo Lepore: «Quando Israele si fermerà metteremo anche la loro». Protesta la presidente della Comunità ebraica Di Segni: «Vada nelle zone del massacro del 7 ottobre». Il viceministro Bignami: «Scelta faziosa e irresponsabile». 

di Mauro Giordano

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Il sindaco Matteo Lepore espone la bandiera della Palestina dal Comune di Bologna

«La decisione del Comune di Bologna di esporre la bandiera palestinese è una scelta faziosa e irresponsabile, che divide e non unisce, alimentando un clima di contrapposizione e conflittualità che è esattamente ciò di cui oggi non c'è bisogno. Si rimuove totalmente l'origine di quanto sta avvenendo, vale a dire la strage del 7 ottobre compiuta contro civili israeliani inermi». Lo afferma il viceministro delle Infrastrutture Galeazzo Bignami in una nota. «Si dimenticano le violenze, gli stupri, i soprusi perpetuati contro donne e uomini colpiti solo perché israeliani o in territorio israeliano. Si rimuove la sorte degli oltre 100 ostaggi ancora detenuti dai terroristi di Hamas. Se è doveroso distinguere tra popolo palestinese e Hamas, altrettanto necessario è ribadire il diritto dello Stato di Israele di esistere e di difendersi e di difendere il suo popolo e i suoi confini. Non si costruiscono dialoghi esponendo bandiere ed alimentando divisioni», afferma Bignami.
  Oltre a Bignami, per Fratelli d'Italia prendono posizione anche i consiglieri comunali, che definiscono «inaccettabile e grave» la decisione del sindaco Matteo Lepore e annunciano che presenteranno un esposto in prefettura per un gesto che «vìola palesemente la neutralità delle sedi istituzionali».
  «Se davvero si vuole ribadire l'attenzione per il rispetto dei diritti umani e per la pace non esponi solo una bandiera ma le esponi entrambe. Una bandiera in un luogo pubblico non può essere usata come simbolo di contestazione di altri paesi. Un gesto simile da un'istituzione pubblica non fa che legittimare la voce del terrorismo e della prevaricazione». Così all'ANSA la presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni, assieme al presidente della Comunità di Bologna De Paz. «Invitiamo Lepore a recarsi in Israele nelle zone del massacro prima di esporre bandiere e slogan», hanno aggiunto. «Anziché strumentalizzare vicende di un conflitto lacerante per tutti, dimenticando totalmente il massacro del 7 ottobre, da un sindaco di una città dove la comunità ebraica è presente da secoli, ci aspettiamo che riconosca e tuteli tutti», ha sottolineato la presidente Ucei Di Segni. 

(Corriere della Sera, 29 maggio 2024)
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«Quando Israele si fermerà metteremo anche la loro», annuncia solennemente il sindaco di Bologna. Che un uomo delle istituzioni, una figura pubblica, per dare ragione dei suoi atti arrivi ad usare una frase di tale stupidità è disarmante. Letteralmente. Che arma dialettica si può usare per controbattere al vuoto della ragione? In tal modo disarmati, dovremo forse assistere ammutoliti al trionfo della stupidità? E' questa l'arma più potente dei nemici d'Israele? M.C.

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Quale Palestina vogliono Madrid, Oslo e Dublino?

‍‍di Noemi Di Segni, presidente UCEI

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Noemi Di Segni, presidente UCEI

Spagna, Irlanda, Norvegia, per iniziare. Forse poi qualcun altro deciderà di procedere unilateralmente al riconoscimento della Palestina. Tre Stati con una storia (con la S maiuscola) molto diversa tra loro risalendo nei secoli, rispetto alla presenza delle comunità ebraiche, l’inquisizione, la risposta all’occupazione nazista e i regimi totalitari, l’adesione al progetto europeo e ancora l’immigrazione. Stati con vicende e sfide odierne molto diverse, e che però all’unisono si sono attivati per accordare un riconoscimento che non può considerarsi di mero sostegno, sancendo di fatto il terrorismo quale percorso che merita legittimazione. I riconoscimenti pregressi da parte di Paesi africani o arabi, in qualche modo applaudito in ambito Onu, non sorprendono considerando i soggetti da cui promanano, ma poiché parliamo di due Stati dell’Unione europea e uno molto vicino all’Ue (la Norvegia) di certo non possiamo sottovalutare la gravità del gesto. “Stato” non è uno slogan o un’etichetta che si decide di associare per pietà o per premio condividendo una presunta lotta alla liberazione. Non è una spilletta consolatoria né un omaggio di rispetto.
La parola Stato è una parola seria. Genera responsabilità sul piano interno, internazionale e morale e presuppone impegno e capacità. Capacità sulla quale, qua in Italia, ci misuriamo tutti i giorni in termini di aderenza ai valori fondanti dell’Unione europea, della Repubblica, per noi Italiani e parimenti per Israele. A tutti si estende il vaglio e il rigore dell’osservanza dei principi che sono alla base della convivenza tra le nazioni e il perseguimento della pace giusta, sapendo riconoscere falle ed errori che mettono a rischio il sistema democratico e di tutela a cui teniamo massimamente. E sappiamo confrontarci anche nei fori internazionali a patto che siano degni e leali alla loro missione, non quando trasformano anche le Corti di giustizia in arene politiche.
“Stato” è un concetto giuridico ben preciso che presuppone la disponibilità di un territorio con confini precisi, una popolazione che possa considerarsi cittadina di quell’entità, una capitale non meramente ideologica ma integrata in quei medesimi confini e una leadership riconosciuta, autorevole e capace di guidare per costruire, innovare, fare progredire verso un lontano futuro, superando sfide sociali, politiche, ambientali, economiche.
Tutto questo è al momento inesistente per la Palestina ed è stato fermamente rigettato dai palestinesi stessi nelle diverse occasioni – nella proposta del ’47 e negli altri negoziati di pace. I “no” ancora tuonano e si sono trasformati in inneggiamenti al massacro e alla distruzione invocata di Israele, degli ebrei e di tutto l’Occidente. Anche per i più convinti sostenitori del “due popoli e due stati” è difficile oggettivamente definire il perimetro giuridico-territoriale dello Stato palestinese e non per una resistenza israeliana, ma per i contrasti e la dialettica interna al popolo palestinese e alle sue leadership.
Siamo abituati a ragionare con i nostri significati occidentali sulle categorie concettuali di Stato, Popolo, e valori costituzionali tratti della nostra esperienza storica, specialmente in Europa. A quale Stato pensano la Spagna, l’Irlanda o la Norvegia quando dichiarano il riconoscimento della Palestina? A uno Stato con una costituzione europea o a uno stato con costituzione simile a quella turca? Pensano alla Cina? Alla Russia? All’Iran? Ad uno Stato simile a Israele? Non riesco a correlare alcun modello di Stato alla frastagliata vicenda palestinese che non porti alla creazione di un altro presidio legalizzato del terrore e della teocrazia radicalizzata.
Si celebra quest’anno l'anniversario dalla morte di Theodor Herzl (3 luglio 1904). Il “visionario“ dello Stato ebraico e di quello che oggi è Israele. Ci uniamo idealmente a tutte le cerimonie e ai momenti dedicati alla sua immensa opera diplomatica e non solo. Per parafrasare Herzl dovremmo dire che uno Stato palestinese è possibile “se solo lo si vuole”, non certo con la forza del terrore e la cultura della morte, ma con la forza e la cultura della vita. Non certo con dichiarazioni unilaterali di chi ha per secoli perseguitato gli ebrei cacciandoli, ma con il concerto di nazioni libere dalla piaga della distorsione della storia e dell’antisemitismo, attraverso un negoziato con chi riconosce lo Stato di Israele e non inneggia con slogan all’annientamento dello stesso, non certo con chi ospita e dà rifugio ai capi del terrore, non certo con chi avalla il sistema degli scudi umani addossando responsabilità a un esercito che è più amico che nemico, non certo con la pretesa di collaborazione umanitaria rivolta ad uno solo dei paesi confinanti con la striscia di Gaza, lasciando immune da ogni disagio “collaterale” l’altro.
Il concetto di Stato – quello da sognare anche per i palestinesi – corrisponde a tradizione, maturità e prospettiva del futuro. Gestione di istituzioni pubbliche che riguardano la giustizia, il welfare, la pianificazione urbanistica, la pedagogia e l’insegnamento della lingua che pronuncia vita, la bellezza, il rispetto e l’empowerment delle donne, l’acquisizione di saperi innovativi, curativi e di promozione del benessere, l’ascolto, il dibattito, le manifestazioni e l’inclusione come meccanismi per la formazione delle decisioni, il riparto di competenze e l’uso di forze di polizia e di esercito per difendere e non per governare. Corrisponde a istituzioni capaci di riconoscere e valutare le proprie fatiche e défaillance, di articolare un sistema di informazione e media lontani da ogni nuance di propaganda, valori che affondano nella fede religiosa per generare bene, libertà e diritti che guidano singoli e istituzioni e non l’alibi e l’abuso del potere. Corrisponde a sistemi dove le università sono luoghi di ricerca aperta, libera e indipendente, che non si piega ai campeggiatori occupanti e minacce, a teatri come luoghi di aperta cultura e satira. Tutto questo è l’insieme di Stati che sono Nazioni da tenere unite. Tutto questo è l’insieme di vicini confinanti che ha senso avere. Ed è quello che dovrebbero continuare ad essere anche Spagna, Irlanda e Norvegia. Tutto questo è Israele in cui ci riconosciamo e in cui crediamo. Tutto questo è Israele, che abbina alle antiche parole tratte dalla Bibbia, le applicazioni di intelligenza artificiale, che affronta sfide e dilemmi morali laceranti di oggi trovando forza e conforto nella sapienza e nella preghiera millenaria. Tutto questo è Israele, che ha posto Gerusalemme sua capitale, luogo che accoglie e di convivenza, di canti delle preghiere ebraiche, canti di muezzin e suono campane, molto più di quanto narrato.
È nostro dovere come comunità ebraiche qui in Italia e altrove, in questi durissimi mesi – e proprio dinanzi alla catena di barbarie perpetrate da singoli indottrinati all’odio con atti materiali o da enti e istituzioni con parole e delibere – ribadire l’impegno dello Stato di Israele nella difesa dei suoi cittadini tutti e dei suoi confini nei quali si è ritirato, sulla base delle diverse risoluzioni internazionali accettate e accordi di pace sottoscritti. Proprio con il pensiero verso il 2 giugno – giorno del referendum del 1946, dopo la lunga e devastante guerra, con il quale fu sancita la Repubblica e nel quale venne eletta l’Assemblea Costituente – va ben chiarito che questo impegno non è solo indispensabile per la salvaguardia di Israele stessa, ma genera beneficio e tutela per l’intera civiltà occidentale, all’Italia e all’Europa ancora unita che va verso un importante rinnovo parlamentare e che certo non desidera trovarsi soffocata da alcuna radicalizzazione e minaccia al concetto di Stato cosi come lo ha sognato e maturato, cosi come lo ha difeso con i presìdi costituzionali. La pace e la convivenza non nascono dalle dichiarazioni unilaterali o sventolando solo bandiere palestinesi in cortei e aule parlamentari, ma dalla volontà di insegnare ai propri figli l’amore per la vita anche quella altrui, alzando lo sguardo verso il cielo ricordandoci che siamo esseri umani creati tutti a immagine di uno stesso D-o.

(moked, 28 maggio 2024)

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I diversi fronti dell’offensiva contro Israele

Di David Elber

È del tutto evidente che se Israele si dimostra debole e diviso su questo fronte, la sua esistenza stessa è posta in serio pericolo. Noi tutti ci ricordiamo delle innumerevoli manifestazioni di piazza quando il governo ha proposto una legge di riforma del sistema giudiziario del paese. Uno degli slogan più utilizzati fu “la riforma giudiziaria indebolirà Israele a livello internazionale e questo esporrà il paese al lawfare internazionale”. Bene, un anno dopo, la riforma della giustizia è stata congelata ma Israele è stato accusato dei crimini più turpi proprio dai (presunti) massimi organi di giustizia internazionale: la Corte di Giustizia Internazionale e il Tribunale Penale Internazionale. Quindi, è evidente che il rinunciare alla riforma della giustizia non ha fatto da “scudo” a queste false accuse, come pretendevano certi giudici, molti politici e una parte dell’opinione pubblica. Come mai nessun organo di informazione lo mette in rilievo? È semplicemente passato in sordina, come sono passati in sordina i gravi errori commessi da alcuni giudici e politici nell’affrontare il pericolo posto dalle corti internazionali.
  La gravità delle dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenuto oggi a SkyTg24, non può essere sottaciuta.
  Parlando della guerra a Gaza, e nello specifico, dell’operazione in corso a Rafah, l’esponente di Fratelli di Italia, dopo avere snocciolato il solito luogo comune che Hamas sarebbe una cosa e il popolo palestinese un’altra (quale popolo palestinese onorevole Crosetto, quello che vive a Gaza e nel 2005 ha votato convintamente Hamas e lo ha sempre sostenuto, o quello della Cisgiordania che secondo gli ultimi sondaggi è inequivocabilmente a maggioranza a favore di Hamas, o un altro?), e avere detto che Israele avrebbe dovuto fare una scelta “più coraggiosa  dal punto di vista democratico” (cioè quale?), e avere aggiunto che il problema di Hamas andava risolto in “modo diverso” (ovvero, magari come ha suggerito Michele Santoro durante una trasmissione di Piazza Pulita, ispirandosi alla serie tv “Fauda”?), è arrivato all’apice. E l’apice è questo “Ho l’impressione che con questa scelta quella dell’operazione militare a Rafah, Israele semini odio che coinvolgerà i loro figli e i loro nipoti”.
  Siamo dunque giunti a riproporre parafrasandolo, il celebre passo del Vangelo di Matteo (27,25), secondo il quale, tutto il popolo ebraico riunito davanti a Pilato per scegliere se graziare Gesù o Barabba, dopo avere scelto il secondo, avrebbe detto a proposito di Cristo, “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”.
  Non è certamente questa la sede per effettuare una esegesi teologica del significato dell’affermazione, sulla quale Benedetto XVI nel secondo volume di “Gesù di Nazaret, Dall'ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione”, ha chiarito pienamente il senso, ma è quella per evidenziare come i tropi dell’antisemitismo tradizionale, consapevoli e inconsapevoli, si manifestino ormai in piena libertà, e quello della trasmissione della colpevolezza presunta degli ebrei che dovrà essere espiata dalle generazioni future, è il più fosco e terribile, essendo stato la giustificazione, su base religiosa, per la persecuzione ininterrotta degli ebrei.
  Il ministro Crosetto è solo l’ultimo in ordine di tempo ma non di rango, a stigmatizzare Israele per una operazione militare inevitabile, che, se non consegnando la vittoria a Hamas e dunque al jihadismo, non può essere arrestata, anche se Crosetto sa, insieme ad altri, che per debellare Hamas a Gaza e impedire che si possa ripetere un altro 7 ottobre, Israele avrebbe potuto agire, diversamente, senza, ovviamente, essere in grado di specificare come.

(L'informale, 29 maggio 2024)

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Ritrovate antiche testimonianze vicino allo storico ghetto di Varsavia

di Michelle Zarfati

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Durante gli scavi nei sotterranei di due edifici a Varsavia, situati per la precisione al 39 e al 41 di via Muranowska – vicino a Mila 18, dove si trovava il famoso bunker di Mordechai Anielewicz nel ghetto di Varsavia – sono stati scoperti più di 5.000 oggetti appartenenti ai residenti ebrei prima della guerra. Questi manufatti sono stati analizzati e poi trasferiti al Museo del Ghetto di Varsavia.
  Secondo i ricercatori, a causa della loro vicinanza al bunker di Anielewicz, alcuni degli oggetti sarebbero stati usati proprio nel periodo della reclusione nel ghetto. Inoltre, questo sito di scavo ha conservato in modo unico la memoria della città prebellica. Nella Varsavia contemporanea, ricostruita dopo la Seconda guerra mondiale, questo sito permette di avvicinarsi ad una città che non esiste più e vedere che gran parte di essa giace ancora sotto i piedi dei suoi abitanti.
  “La ricerca archeologica inizialmente doveva durare quattro settimane. Ma ad un certo punto, siamo caduti tutti in un vortice magico. Non siamo riusciti a finire gli scavi perché man mano venivano scoperte sempre più stanze”, ha detto il ministro della Cultura e del Patrimonio Nazionale polacco Hanna Wróblewska.
  L’8 maggio, la Facoltà di Architettura dell’Università di Tecnologia di Varsavia ha tenuto un evento in cui si è discussa la gestione dello spazio pubblico, affrontando le possibilità e le sfide di preservare e commemorare in modo appropriato i sotterranei di Mila 18, scoperti durante precedenti lavori archeologici. Il Museo del Ghetto di Varsavia starebbe infatti prendendo provvedimenti per preservare e trasformare in un sito commemorativo gli spazi e gli oggetti rinvenuti dagli archeologi, una testimonianza materiale della storia e del patrimonio degli ebrei di Varsavia. La decisione di non riseppellire il sito di scavo è anche legata alla speranza che lo spazio possa servire come memoriale duraturo, un ricordo permanente della storia scomparsa della città.
  Albert Stankowski, direttore del Museo del Ghetto di Varsavia, ha sottolineato la necessità di preservare Mila 18 per le generazioni future: “Quello che mi ha colpito maggiormente è stato l’incontro con un gruppo di adolescenti israeliani. Una ragazza ha chiesto se poteva prendere una pietra dal sito di scavo. Solo allora mi sono reso conto di quanto sia importante per i giovani che vengono in Polonia, e cercano tracce materiali della storia, poter toccare e vedere questo sito. Questa consapevolezza ha in parte portato allo sforzo del Museo del Ghetto di Varsavia di preservare Mila 18”.

(Shalom, 29 maggio 2024)

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Andrée Ruth Shammah e le proteste contro Israele: “Ragazzi, siete pacifisti immaginari”

Nel 1968, scendeva in piazza. Oggi critica i giovani che manifestano a senso unico: “Per difendere i palestinesi, bisogna sconfiggere il terrorismo di Hamas”

di Giovanna Fumarola

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Andrée Ruth Shammah prima e dopo

«Pensare che io vorrei sempre e solo parlare di teatro, invece mi si chiede ancora di parlare di antisemitismo in quanto ebrea», provoca Andrée Ruth Shammah. «Che siano sempre solo gli ebrei in prima linea a difendere qualcosa che non riguarda solo loro, ma la difesa dei valori democratici dell’Occidente, le sembra giusto?».
A 24 anni, battagliera, Shammah lascia il Piccolo Teatro di Giorgio Strehler e Paolo Grassi, e fonda a Milano assieme a Franco Parenti e ad altri intellettuali come Giovanni Testori il salone Pier Lombardo, un teatro che diventa palcoscenico nuovo, giovane, sotto forma di cooperativa, oggi intitolato al suo amore di allora, Franco Parenti appunto. Spettacoli, concerti, rassegne cinematografiche, conferenze, festival, novità editoriali: dal 1972 tutto quello che è innovazione passa da questo luogo che lei dirige con indomita passione.

LE PROTESTE NELLE UNIVERSITÀ – Ventenne, scendeva in piazza e sui cartelli c’era scritto: «No al fascismo». Oggi gli studenti occupano le università con slogan tipo: «There is only one solution, Intifada revolution», (C’è una sola soluzione, la rivoluzione dell’Intifada, ndr). Per esempio alla Columbia, una delle più famose, a New York. «Una minoranza che urla non è la maggioranza. La maggioranza delle persone ha capito che bisogna sconfiggere soprattutto il terrorismo di Hamas per difendere i palestinesi. Gli arabi moderati sono con noi».

- Il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea parla di un raddoppio degli episodi di antisemitismo in Italia dopo i fatti del 7 ottobre; in Francia il Consiglio delle Istituzioni Ebraiche dice che in soli 3 mesi gli atti antisemiti hanno raggiunto quelli dei tre anni precedenti. Ci si deve allarmare? 
  «L’antisemitismo è latente da sempre. C’è sempre stato, di questo sono certa. Diciamo che adesso, dopo il 7 ottobre, ha trovato modo di uscire nuovamente allo scoperto».

- Lei ne è mai stata vittima? L’hanno mai trattata da diversa in quanto ebrea? 
  «Non me ne preoccupo».

- Va bene, ha la scorza dura, ma è capitato? 
  «Ma certo, fin da bambina! Questa cosa ce la portiamo addosso sempre. Pensate che quando a teatro ho ospitato gli spettacoli di Hanoch Levin, un grandissimo autore israeliano, che oltretutto era contro il governo, su alcuni social leggevo frasi tipo: “Bisognerebbe togliere i contributi statali al suo teatro, è un avamposto del sionismo”. C’è un insegnante dell’Accademia di Brera che mi ha persino scritto: “Signora Shammah, viste le sue posizioni, non porteremo più gli studenti nel suo teatro”. Ho risposto: “Peccato per gli studenti, perché si perderanno dei begli spettacoli».

- Al Salone del libro di Torino ci sono state proteste pro Palestina. 
  «La politica e la cultura devono essere più avanti delle persone, indirizzarle verso il meglio. Non ci si deve occupare sempre solo di Israele, un Paese piccolissimo in uno scacchiere enorme di ingiustizie. Quando si condannano le ingiustizie del mondo, non si dovrebbe citare solo Netanyahu, perché sennò si identificano gli ebrei con il governo di Israele.
Si arriva a fischiare la cantante Eden Golan all’Eurovision 2024 solo perché è ebrea e israeliana. Capite che è come se nel mondo, chi non si riconosce nel governo italiano attuale, odiasse un italiano a prescindere?».

- Invece si condanna la politica di Israele, ma tornano a galla anche fenomeni di antisemitismo.
  «È un meccanismo che ascrivo al senso di colpa dell’Occidente nei confronti della Shoah. È come se molti non ne potessero più di sentirsi addosso questa responsabilità. Finalmente qualcuno ha potuto dire: “Voi siete come i nazisti”, credendo di pareggiare le cose. Ci sono elementi della nostra cultura che da sempre infastidiscono e diventano pretesto. La dicitura “popolo eletto”, percepita come se contenesse un principio di superiorità, anche se la traduzione significa “popolo del patto”, del patto con Dio per custodire la sua parola. Citare i molti ebrei tra i vincitori di premi Nobel, oppure il fatto che il cinema in America non sarebbe esistito senza l’apporto creativo degli immigrati ebrei. Io da ebrea dico: “Saremo più forti di prima”. Molti Paesi arabi faranno la pace con Israele, anche se ora c’è un’ubriacatura, e tanti giovani si dimenticano che Hamas è contraria a ogni libertà civile. Gli omosessuali, per dire, Hamas li disprezza».

- I giovani chiedono la pace, il cessate il fuoco.
  «La pace è un concetto meraviglioso, ma se non ci fossero state le armi, il Nazismo non sarebbe mai stato sconfitto. Hamas ha dichiarato che vuole la distruzione di Israele, quindi cosa facciamo, accettiamo questo senza che il mondo occidentale combatta perché non accada?».

- Lei, figlia di ebrei sefarditi emigrati dalla Siria, ha spesso detto di aver valorizzato tardi la sua identità.
    «È la verità. Intanto,mi sono resa conto che quando gli altri ti additano, ti identificano con una definizione, tu stessa poi la riconosci. È lo sguardo degli altri che ti disegna, in un certo senso. Spesso la morte dei genitori segna il bisogno di conservare la tradizione. Mio figlio (Raphael Tobia Vogel, regista, nato dal matrimonio con l’odontoiatra milanese Giorgio Vogel, scomparso nel 2013, ndr) non ha avuto un padre ebreo. Suo padre era comunista, interessato alla cultura ebraica da un punto di vista letterario, leggeva Philip Roth e quasi solo scrittori ebrei, ma criticava la mia ostinazione nel voler preservare il senso delle origini».

- Che cosa direbbe quindi ai giovani che rischiano di fomentare l’antisemitismo? 
  «La nostra religione non ha la verità incarnata. Per noi ebrei, il Messia è una tensione, questo vorrei che capissero. Un ebreo a una domanda risponde sempre con un’altra domanda. L’ebraismo è quanto di più giovane e rivoluzionario esista».

(Oggi, maggio 2024)
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No, il Messia d'Israele non è "una tensione". E non riguarda soltanto gli ebrei. Qualcosa comincerà forse a cambiare quando gli ebrei capiranno che il loro compito non è "la difesa dei valori democratici dell’Occidente". È intorno a quel democratico idolo che stavano danzando i giovani all'alba di quel sabato 7 ottobre 2023? Ed è sempre a difesa di quei valori che sei mesi prima in Israele i giovani festeggiavano il Purim in modo adatto ai tempi nel NOVA AVAK PURIM GATHERING. M.C.

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Ebraismo italiano e Israele: come va la comunicazione?

Klaus David, esperto di comunicazione, esamina per Riflessi l’interesse del meridione per l’ebraismo e Israele, nonostante la comunicazione di cultura e valori ebraici non siano la migliore, come qui ci viene spiegato

di Massimiliano Boni

- Klaus David, da molti anni è noto il tuo impegno a sostegno della diffusione della cultura ebraica in Italia, specialmente nel meridione. A cosa si deve tanto interesse per una parte del paese da cui gli ebrei sono stati cacciati oltre cinque secoli fa?
  In Calabria, Sicilia, Campania, Puglia e Sardegna esiste un fenomeno che potremmo definire di giudaismo sommerso; e che a partire dal 900 è riemerso. L’esempio più significativo probabilmente è quello della comunità di San Nicandro, ma vorrei ricordare anche l’alto valore simbolico della riapertura di una sinagoga a Trani, una delle tante sinagoghe sottratte a una comunità ebraica. Ciò che caratterizza questo fenomeno, che spiega la sua larga diffusione, è che si tratta di un movimento che proviene dal basso: direi che l’interesse al giudaismo nel meridione d’Italia proviene direttamente dal popolo.

- Perché?
  L’interesse della gente del Sud per la cultura ebraica è ampio e costante. Basta fare un piccolo esempio: poche settimane fa, durante lo svolgimento dell’Eurovision, i dati auditel dimostrano che i voti a sostegno italiani della cantante israeliana sono arrivati prevalentemente dal Sud Italia, in particolare dai giovani. Una prima spiegazione di tanto interesse è che, nell’immaginario di queste terre, Israele è percepito come un paese modello, per la sua efficienza delle istituzioni, il suo notevole sviluppo tecnologico, in una parola perché rappresenta un esempio di Stato moderno, da imitare. A ciò si aggiunga anche che il sud spesso si sente scaricato dalle istituzioni nazionali che se ne dovrebbero occupare, e forse si sente lusingato dall’attenzione che riceve dal mondo ebraico.

- A cosa ti riferisci?
  Oggi sono molte le imprese israeliane che investono in Calabria e in generale nel Sud Italia. E poiché l’uomo del Sud sa essere anche molto pragmatico, intravede in questa vicinanza delle grandi potenzialità. Inoltre, considera che oggi il pregiudizio, soprattutto da parte delle nuove generazioni, è molto inferiore al passato. Certo, sappiamo che anche il sud purtroppo ha una storia di antisemitismo popolare nel corso dei secoli trascorsi. Tuttavia, mi sembra che esso sia ampiamente bilanciato da quell’interesse che ti dicevo. Ad esempio, quando mi sono candidato e sono stato eletto nel Comune di San Luca – in pieno Aspromonte, una terra difficilissima, con oltre 30 morti di faida, insomma il paese simbolo della ndrangheta – contro ogni previsione ho trovato un profondo interesse e ammirazione per la cultura ebraica. Essa si rintraccia soprattutto nella classe media: insegnanti, impiegati, liberi professionisti.
  E per questo che ritengo che l’interesse del Sud Italia per l’ebraismo nasce dal basso: perché esso non trova altrettanto spazio nelle classi alte. Prendi il caso di Benedetto Musolino: sono convinto che dovrebbe essere lui a essere indicato come l’inventore del sionismo, e non Herzl. Anche se Musolino non aveva esplicitato il suo pensiero sionista, è stato un personaggio straordinario, da sempre a favore della necessità della creazione di uno Stato ebraico. Eppure, una figura che sarebbe così importante da raccontare anche al mondo ebraico, dalle élite calabresi viene ancora oggi ignorata. Di fatto non si tengono convegni sulla sua figura nelle università del Sud, e solo qualche libro ne descrive la vita. Insomma, la volontà di escludere una figura che proviene dal popolo ha come effetto quello di non valorizzare questo legame fra la cultura ebraica e il Sud Italia.

- Un tale potenziale dovrebbe essere al centro anche dell’attenzione dell'Ucei. Quali sono le reazioni dell’ebraismo italiano a questo interesse?
  La presidente dell’Ucei, Noemi Di Segni, ha sempre mostrato la massima disponibilità a collaborare per promuovere la cultura ebraica nel meridione. Certo, questo richiederebbe anche un adeguato utilizzo di risorse finanziarie, che però non sempre sono disponibili.

- Quali iniziative, negli ultimi tempi, hai promosso per lo sviluppo e la conoscenza della cultura ebraica In Italia?
  La scorsa settimana ero nelle Marche a parlare di cultura ebraica in più località. Da anni mi occupo di organizzare eventi in Calabria per promuovere la cultura ebraica in collaborazione con la Regione e con il vicepresidente dell'Ucei Giulio Disegni, e spero che tali iniziative possano continuare. Più in generale, mi impegno perché ci sia un costante dialogo fra il mondo ebraico italiano e la società civile. Domenica, per esempio, ero a Napoli, dove la comunità locale ha incontrato il capo della direzione nazionale antimafia Giovanni Melillo. La mia idea è quella che sia necessario promuovere costantemente il dialogo fra le comunità ebraiche italiane e la società circostante, per spiegare la realtà dell’ebraismo italiano, ma anche di Israele.

- Cosa dovrebbe fare l’ebraismo italiano per migliorare la propria comunicazione?
  In generale comincerei col dire che negli ultimi anni mi sembra che la comunicazione di ciò che fa l’Ucei e in generale l’ebraismo italiano sia nettamente migliorata. Pensa alle giornate della cultura ebraica: sono momenti importanti, in cui l’ebraismo si apre sul territorio. In tali occasioni si registra sempre un grande interesse da parte delle persone, che vogliono conoscere la vita ebraica. Forse non ci rendiamo conto, infatti, quanto possa essere emozionante per una persona che non conosce il mondo ebraico fare ingresso in una delle tante sinagoghe storiche presenti nel nostro paese. Credo che questo sia un passo necessario per far comprendere la ricchezza della cultura ebraica, anche per fronteggiare il pregiudizio che poi può sfociare in vero antisemitismo. Al netto dell’antisemitismo esploso negli ultimi mesi, sussiste nel nostro paese una maggioranza che non intende farsi condizionare dal pregiudizio contro gli ebrei, e che avrebbe bisogno di più strumenti per conoscere il mondo ebraico.

- Che effetti ha avuto il conflitto nella percezione dell’ebraismo?
  È inevitabile che la guerra abbia inciso sulla percezione d’Israele, ma forse anche dell’ebraismo. Tuttavia, anche qui mi sembra che i pregiudizi che purtroppo sono riemersi in tutta Italia, nel meridione si siano fatti sentire in misura minore.

- Per passare a Israele, come giudichi la comunicazione fornita in questi mesi di conflitto?
  Anche se so che la mia posizione non è da tutti condivisa, credo che sia stato un errore sottrarre all’opinione pubblica generale la rappresentazione dell’orrore commesso da Hamas il 7 ottobre. Anche qui ti faccio un esempio: noi tutti ci ricordiamo del rapimento di Aldo Moro e della sua morte perché nella nostra memoria collettiva è rimasta fissata l’immagine del suo corpo nella Renault 4, un’immagine terrificante. Io credo che se quell’immagine non fosse stata trasmessa, il nostro paese non avrebbe mai elaborato quel senso di colpa collettivo che invece nacque. E così, per quel che riguarda il 7 ottobre, sottrarre al grande pubblico la rappresentazione di quello che è accaduto, per riservarla soltanto a proiezioni limitate per la stampa, può essere condivisibile su un certo piano di valori, innanzitutto per rendere omaggio e rispetto alle vittime. Tuttavia, se ragioniamo in termini strettamente comunicativi, se Israele avesse avuto “un’icona” da mostrare al mondo che rappresentasse quel che è accaduto il 7 ottobre, questo avrebbe avuto un effetto importante nel giudicare diversamente la reazione dello Stato ebraico.

- E, dall’altra parte, come giudichi la comunicazione di Hamas?
  Hamas ha semplicemente applicato le regole già le elaborate da Goebbels. Tutta la sua comunicazione è basata sulla manipolazione, sulla falsificazione dei filmati, dei dati. Questi strumenti, appositamente usati, vengono poi diffusi sui media più utilizzati dalle giovani generazioni, realizzando una comunicazione militante, che fa molto presa sul giovane pubblico. Al contrario, la comunicazione di Israele risulta più formale, rigida. In onda vediamo sempre un politico, oppure un militare. Si tratta di una comunicazione che non può reggere i video tagliati e montati ad arte che mostrano come sia Israele a commettere dei crimini. Certo, comprendo le ragioni di questa forma di comunicazione: Israele ha la necessità di mandare un messaggio chiaro innanzitutto ai suoi vicini arabi. Sappiamo che in quel contesto il linguaggio della forza spesso è l’unico efficace. Tuttavia, occorrerebbe considerare che nel mondo di oggi la comunicazione è globale, e che l’opinione pubblica internazionale rispetta codici comunicativi diversi. È paradossale che il popolo che più di altri esprime una spiccata capacità narrativa non sia stato ancora capace di comunicare il proprio punto di vista su questo conflitto.

- Come giudichi le proteste che in Occidente si susseguono contro Israele?
  Oltre che alimentate dalla falsa comunicazione che ti descrivevo, c’è anche da dire che alcuni stati arabi, come il Qatar, da tempo finanziano chi sostiene il boicottaggio di Israele e una lettura distorta del conflitto. Guarda ancora una volta quel che è accaduto per l’Eurovision: mentre il voto popolare ha nettamente premiato la canzone israeliana, la giuria ha di fatto boicottato quella canzone.

- Un’ultima domanda: cosa dovrebbe fare, secondo te, l’Ucei per migliorare la propria comunicazione sull’otto per mille?
  Nel 1998 fui coinvolto da Tullia Zevi per promuovere una campagna a favore dell’otto per mille per l’Ucei. In quel caso ricordo che scegliemmo di puntare su volti noti al grande pubblico, Gad Lerner ed Enrico Mentana. Potrebbe essere anche una soluzione da seguire, ma non l’unica. Pensa alla ricchezza culturale dell’ebraismo italiano: far conoscere i tanti beni culturali ebraici sparsi nella penisola potrebbe essere un altro strumento per favorire la scelta dell’otto per mille a favore dell’Ucei. O ancora, ad esempio, costruire una serie di itinerari nella nostra penisola alla scoperta dei siti ebraici. Insomma, i modi per sostenere l’ebraismo italiano sono molti.

(Riflessi Menorah, 29 maggio 2024)

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Medio oriente: Israele sotto accusa e Hamas vittima innocente

La politica nostrana mostra tutta la sua inettitudine nella crisi mediorientale

di Davide Racca

Medio oriente: Israele sotto accusa e Hamas vittima innocente.
  Nelle settimane scorse abbiamo assistito impotenti e allarmati ad un proliferare di dichiarazioni sconcertanti rilasciate da politici italiani di “presunto” alto livello inerenti la crisi mediorientale ed orientate ad accusare Israele di colpire civili inermi durante l’offensiva provocata dalla strage compiuta dai terroristi di Hamas il 7 ottobre scorso.

• L'APPROSSIMATIVA CONOSCENZA DEL MEDIO ORIENTE DEI NOSTRI POLITICI
  A tale proposito, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante un’intervista rilasciata a SkyTg24, ha dichiarato:”Ho l’impressione che Israele stia seminando un odio che coinvolgerà figli e nipoti”, “Hamas è una cosa, il popolo palestinese è un’altra. Dovevano discernere tra le due cose e fare una scelta più coraggiosa dal punto di vista democratico”.
  Inoltre, sempre Crosetto, aveva aggiunto: ”Siamo convinti che Israele dovesse risolvere il problema con Hamas, ma fin dal primo giorno abbiamo detto che questa cosa andava affrontata diversamente. Tutti gli Stati concordavano sul fatto che Israele dovesse fermarsi a Rafah. Non siamo stati ascoltati e ora guardiamo alla situazione con disperazione”.
  Appare semplice confutare le tesi del Ministro. Innanzitutto Israele applica una strategia militare che discerne da sempre i target selezionati per l’eliminazione dalle eventuali vittime civili, o danni collaterali, addirittura rinunciando a determinate operazioni se connesse al rischio di colpire indiscriminatamente innocenti e, tale direttiva, è da sempre stata seguita anche dal Mossad, sulla base di ordini superiori e sulla coscienza religiosa dei praticanti.
  In secundis, Crosetto si getta in una disamina geopolitica con un’aspra critica a Gerusalemme accusando il Governo israeliano di non avere approcciato al “problema con Hamas” nella maniera più consona e di guardare con disperazione all’attuale situazione relativa ai civili.
  In questo il Ministro, ci dispiace sottolinearlo, potrebbe essere in errore, anche sulla base di una lunga e vergognosa tradizione tutta italiana fatta di anti-militarismo e non- interventismo nelle crisi internazionali a meno che non vi siano le condizioni di un impiego scevro dall’uso delle armi. Una tradizione ridicola e non certo lungimirante per il nostro Paese che, peraltro, pone a rischio le vite dei nostri militari convinti di una loro presunta immunità di fatto non certificata da alcuno.
  Inoltre, Israele è un piccolo Stato accerchiato da Paesi, Giordania a parte, non certo “amici”, ed è da sempre schierato sulla difensiva poiché, come la storia racconta in ben tre occasioni, per non citare la quarta del 7 ottobre scorso, è stato attaccato in maniera inusitata proprio dai Paesi confinanti.
  Non possiamo certo fare scuola a tale politica militare di Gerusalemme, anche perché il nostro Paese è ritenuto, sulla base di quotidiani riscontri che noi stessi, purtroppo, condividiamo, con una politica di accoglienza indiscriminata e di un assurdo quanto pericoloso laissez faire nei confronti dei predicatori d’odio e dei loro sempre più numerosi seguaci.
  In questo è doveroso sottolineare quanto scrisse Samuel P. Huntington nel suo saggio edito nel 1996, titolato “Lo scontro delle civiltà”: “Il processo in indigenizzazione è ulteriormente favorito dal paradosso della democrazia: l’adozione di istituzioni democratiche occidentali da parte delle società non occidentali consente lo sviluppo e finanche l’avvento al potere di movimenti politici antioccidentali”. Parole profetiche risalenti a quasi 20 anni fa che trovano ampia conferma ai quotidiani eventi.
  Ma in tutto ciò non possiamo bypassare le dichiarazioni di un altro politico, il ministro degli Esteri Antonio Tajani che, nell’aprile scorso, si è calorosamente lanciato in una rassicurazione non richiesta sull’immunità devoluta ai nostri militari impiegati nelle missioni in Libano (UNIFIL) e nel Mar Rosso (ASPIDES), per assicurare la tutela  del confine Libano-Israele nel primo caso ed in quella del traffico commerciale marittimo nel secondo. E a supporto delle dichiarazioni relative alla missione Aspides, peraltro a guida italiana, Tajani aveva dichiarato che la nostra flotta non avrebbe corso alcun rischio poiché da parte degli Houthi “verranno attaccate solo le navi che porteranno armi a Israele”.
  L’assurdo in politica è da sempre presente nella storia italiana, ma dichiarazioni del genere possono solamente equivalere alle teorie dei sinistrati, non certo da rappresentanti di una maggioranza di Governo che non dimostra la sua vicinanza ad un Paese duramente colpito dal terrorismo islamista e perennemente sotto assedio.
  Peraltro, il noto “Lodo Moro” in vigore dagli anni ’70, pare perdurare nel tempo con la tolleranza dimostrata nei confronti di alcuni rappresentanti delle comunità islamiche (ed islamiste) in Italia e di numerosi sostenitori dell’Islam radicale che operano indisturbati nel nostro Paese con traffici illeciti di vario genere ed entità.
  Qui occorre citare Michael Dibdin, autore britannico, che nel suo romanzo Dead Lagoon”, affermò: “Non esistono veri amici senza veri nemici. Se non odiamo ciò che non siamo non possiamo amare ciò che siamo. Sono queste antiche verità che stiamo dolorosamente riscoprendo dopo un secolo e passa di ipocriti sentimentalismi. Chi osa negarle, nega la propria famiglia, la propria tradizione, la propria cultura, il proprio diritto di nascita, la propria stessa persona ! E non sarà perdonato tanto facilmente”.
  Parole che si adattano perfettamente all’insensata politica interna ed estera italiana portata avanti da decenni.

• GLI AUTOPROCLAMATI IMAM IN ITALIA TRA ARROGANZA E CERTEZZA DI IMPUNITÀ
  L’atteggiamento arrogante e parassitario di alcuni personaggi è ben noto alle cronache ed in questo è appena il caso di citare i sermoni antisemiti propinati dall’imam pakistano Zulfiqar Khan che, durante una Khutba (sermone) declamata presso il centro islamico Iqraa di Bologna affermò: “Se qualcuno dice a me ‘sei estremista islamico’ dico sì perché estremismo vuole dire seguire i fondamenti…” e ancora “Hamas, Hezbollah, Siria, Iran e Yemen, non vogliono uccidere, non vogliono fare male ai civili” e successivamente invocava: “Quel castigo che stiamo aspettando che viene da parte di Allah, con le mani di Hamas e Hezbollah…”.
  E, per sottolineare oltremodo quanto da noi sostenuto in merito all’oltraggiosa tolleranza nei confronti dei “soliti noti”, Zulfiqar nel novembre 2023, ammette che: “…In Italia, grazie ad Allah, siamo al sicuro e abbiamo il diritto di parola”. Parole che conclamano l’atteggiamento remissivo da parte degli apparati dediti alla nostra sicurezza, sulla pelle dei cittadini.
  Lo scorso 25 maggio, a Nonantola (MO), lo stesso Zulfiqar ha reso, in pubblico, altre dichiarazioni sconcertanti. Le affermazioni dell’autoproclamato imam, infatti, sono giunte a giustificare e sostenere la causa di Hamas, con esternazioni che di seguito vogliamo riportare per esteso: “Questo piccolo guerriero, un gruppo di persone che si chiama Hamas. Loro hanno fatto capire al mondo che questi sono vigliacchi (Israele, sionisti), non possono far niente contro gli uomini, loro possono solo andare contro i bambini, contro le donne, contro i civili”.
  “Noi abbiamo visto, tanti fratelli hanno paura di dire che Hamas è un gruppo sincero, mujahidin, perché avevano bombardato su tutti i musulmani d’Europa che per forza devo dire che Hamas è un’organizzazione terrorista. Hanno provato con me anche dal 7 ottobre in poi, sempre abbiamo avuto questa posizione che Hamas non è un’organizzazione terrorista. Loro stanno difendendo il loro territorio”.
  “Noi ringraziamo Allah (sws) tramite questi guerrieri mujahedin di Hamas che hanno fatto scoprire questa realtà, questa verità, che questi (israeliani, americani) sono terroristi, sono assassini…” .
  Un altro caso è quello relativo all’influencer e portavoce della Moschea Taiba di Torino, Brahim Baya, già segretario nazionale dell’associazione Partecipazione e Spiritualità Musulmana, che in occasione dell’assemblea organizzata dal “Coordinamento Torino per Gaza” il 17 maggio scorso, aveva espresso il proprio pensiero sulla crisi mediorientale affermando: “La Palestina è da sempre mira degli invasori, i palestinesi negli ultimi mesi hanno resistito a questa furia omicida ma sono ancora in piedi e il loro insegnamento arriva a noi, questa loro sofferenza è una forma di jihad nel più alto senso di questo termine come sforzo per difendere i propri diritti, come sforzo per difendere la vita umana, come sforzo per difendere la pace”. “Un jihad che vediamo in Palestina nella sua più importante manifestazione, in cui ognuno contribuisce a questa lotta di liberazione cominciata dal primo momento in cui i sionisti hanno calpestato quella terra benedetta”.
  Affermazioni oltraggiose al limite della decenza, espresse di fronte ad un pubblico compiacente di studenti ed attivisti pro-palestina che, presumibilmente, non hanno mai messo piede in quelle Terre e che, oltretutto, accettano di farsi manipolare dalla cosiddetta “Palliwood” palestinese.
  Ritornando a quanto affermato dal ministro Crosetto sulle modalità da adottare per un approccio più “democratico” alla crisi provocata da Hamas, è lecito affermare, a titolo esemplificativo, come l’Italia sia così sfacciatamente “democratica” nel consentire ad individui come il palestinese Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione palestinesi in Italia e sostenitore dell’UNRWA e dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese, possano esprimersi in pubblico con contenuti che glorificano l’assemblatore di ordigni esplosivi per Hamas nonché mente del terrorismo islamista Yahya Ayyash. 
  Inoltre Hannoun, dal palco di una manifestazione tenutasi di fronte alla stazione Centrale di Milano, aveva già invitato tutti gli arabi a “cacciare tutte le ambasciate israeliane, chiuderle e trasformarle in centri di resistenza”. Il 10 ottobre 2023 aveva definito “legittima difesa” la strage del 7 ottobre, affermazioni espresse in un’intervista andata in onda su Rai3.

• ISRAELE HA SOTTOVALUTATO SEGNALI CHIARI E INQUIETANTI
  Premesso tutto ciò, è lecito rivolgere le dovute critiche al Governo israeliano sulla gestione degli eventi pre e post 7 ottobre 2023.
  Un banale quanto inquietante esempio è fornito nella nota serie televisiva “Fauda”, di produzione israeliana, risalente al 2015, quando nella prima serie già si riscontra un accenno ad “un grande attacco” che Hamas avrebbe compiuto contro Israele, nonché ad un consistente appoggio iraniano alle operazioni dell’organizzazione terroristica palestinese. 
  I produttori della serie, come riscontrato, sono tutti ex membri dei corpi speciali dello Stato ebraico con esperienze sul campo come “Mista’arvim”(unità antiterrorismo) e di intelligence militare. E’ d’uopo immaginare come il copione seguito durante le riprese non sia unicamente frutto della fantasia degli autori, ma trovi riscontro in fatti concreti se non addirittura frutto di vaghe informazioni ottenute dagli organi della sicurezza israeliana. Ma questo unicamente a titolo esemplificativo di come Israele abbia sottovalutato la potenza di fuoco di Hamas e la sua organizzazione capillare soprattutto nella Striscia di Gaza così come in Libano.
  E, a titolo personale, è lecito rilevare come, durante una trasferta nel nord di Israele abbiamo personalmente rilevato le carenze della tutela del confine, soprattutto nella zona di Metulla.
  Così come ai confini con la Striscia di Gaza, la sottovalutazione dell’utilizzo delle centinaia di tunnel che dai quartieri di Al Remmal  e dalla stessa Gaza conducono nei pressi dei centri urbani israeliani, abbia provocato l’infiltrazione di un considerevole numero di miliziani di Hamas che hanno colpito la popolazione civile violentando, uccidendo, torturando e rapendo centinaia di persone inermi.
  Questo non implica certamente un coinvolgimento da parte del Governo di Israele nei noti fatti del 7 ottobre, ma intende sottolineare una certa presunzione dei vertici delle Forze di difesa di Gerusalemme, un dato di fatto che ha successivamente costretto lo Stato ebraico alla conduzione della doverosa controffensiva alla quale stiamo assistendo.
  Dal punto di vista operativo, è lecito affermare come la campagna per sradicare Hamas stia richiedendo troppo tempo a causa delle continue pause nell’offensiva che consentono una parziale riorganizzazione di Hamas nella “Striscia”, un fatto concreto ampiamente dimostrato dalla continuità del lancio di razzi contro il territorio israeliano che hanno colpito sino alle porte di Tel Aviv.

• SINWAR E DEIF, FANTASMI BEN CELATI
  Un secondo punto critico è relativo al mancato rintraccio o eliminazione di Yahya Sinwar e Mohammed Deif, rispettivamente leader di Hamas nella Striscia di Gaza e capo delle Brigate ‘Izz al-Din al Qassam il braccio armato di Hamas nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e non solo
  Ed a tutto ciò,  senza presunzione, intendiamo raccomandare ai delegati alla sicurezza israeliana di prestare attenzione all’interno dei confini dello Stato ebraico. Il ripetersi di un nuovo 7 ottobre è una spada di Damocle pendente sulla popolazione civile e sulla base di alcune delazioni, non è da escludere che si verifichi in tempi brevi, anche per ridare lustro ad un’organizzazione terroristica (Hamas) agli occhi dei suoi non pochi seguaci.
  La certezza che Sinwar si trovi rintanato in uno dei tunnel della Striscia non ha trovato, almeno sinora, alcun riscontro. L’ipotesi da noi accreditata, anche grazie all’apporto di fonti di settore, è quella che il leader terrorista si trovi in Cisgiordania, così come Deif e che entrambi si muovano continuamente nella zona di Ramallah, Nablus e Jericho cambiando di continuo percorsi e covi sicuri.
  Ma queste sono unicamente illazioni giornalistiche, sebbene debitamente supportate, che, comunque sono alla base dei forti dubbi sulla conduzione dell’offensiva militare nella Striscia.
  Un’azione che deve assolutamente avere carattere di continuità poiché l’occasione di un totale smembramento di Hamas e della Jihad islamica non si ripresenterà tanto facilmente anche in considerazione delle continue, seppur insensate, pressioni internazionali tese a chiedere più moderazione a Israele. Pressioni provenienti da paesi che, o non sono mai stati colpiti dal terrorismo di matrice palestinese, oppure, come nel caso dell’Italia, che si sono oramai pavidamente arresi all’arroganza  dell’islamismo e dell’antisemitismo dilaganti in tutto l’Occidente.

(ofcs.report, 28 maggio 2024)

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Giovani ebrei italiani in viaggio: uno strepitoso Shabbaton a Vienna

di David Fiorentini

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Oltre 100 giovani ebrei da tutta Europa si sono ritrovati nella splendida cornice di Vienna per passare uno speciale Shabbat insieme. Tra vecchie amicizie e nuove conoscenze, l’Unione degli Studenti Ebrei Austriaci (JöH) ha rilanciato dopo 4 anni il suo tipico evento primaverile.
Un’occasione imperdibile alla quale sono accorsi circa una ventina di italiani, formando un’allegra delegazione UGEI. La trasferta, intrapresa principalmente da Roma e da Milano, ha incluso una splendida Kabbalat Shabbat nello Stadttempel, la sinagoga centrale, arricchita dall'emozionante coro viennese, seguita da una vivace cena nella spaziosa sede di JöH.
Il giorno successivo, tra sessioni di politica o di riflessione, a cavallo tra il Museo di Sigmund Freud e il quartier generale di JöH, è stato particolarmente memorabile per l’attività condotta dall’Unione degli Studenti Austriaci (ÖH). A differenza degli atenei italiani, le principali liste studentesche sono apertamente schierate contro le occupazioni e gli accampamenti degli attivisti pro-palestinesi, e hanno una sensibilità nel merito della lotta all’antisemitismo che ha lasciato sbigottita l’intera sala.
Abituati all’atteggiamento ostile dei collettivi universitari italiani nei confronti degli studenti ebrei o israeliani, è stato davvero incredibile scoprire come delle realtà politicamente affini a queste siano invece le prime a scendere in piazza contro l’antisemitismo e la demonizzazione di Israele.
Dopo un giro turistico della meravigliosa capitale e una sentita Havdalah, è finalmente arrivata l’ora dell’immancabile festa con DJ set. Coinvolgendo altri giovani viennesi e israeliani, una bevuta dopo l’altra, la serata è volata fino alle prime ore del mattino.
La domenica, con le poche forze rimaste, ma con tanta adrenalina ancora in circolo, tutti i partecipanti sono balzati fuori dal letto per un’ultima iniziativa ad impatto. Muniti di bandiere e striscioni, abbiamo preso parte a un presidio di JöH presso la Casa Europea di Vienna, per ribadire il pericolo delle derive populiste ed estremiste alle prossime elezioni europee.
Rincasati alla principale location dello Shabbaton, è purtroppo giunto il momento dei saluti, al termine di una spedizione intensa, esilarante e pressoché insonne. Tuttavia, tra gli abbracci di congedo e le promesse di rivedersi presto, la prossima tappa è già stata annunciata: FEJJETON in Costa Brava!

(Bet Magazine Mosaico, 28 maggio 2024)

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Un conflitto a fuoco fra Israele ed Egitto: piccolo ma preoccupante

di Ugo Volli

• Un episodio degno di nota che ha avuto poca attenzione
  Una notizia importante – il primo scontro armato fra militari israeliani ed egiziani in questa guerra – ha avuto ieri poca eco in mezzo al nuovo ipocrita scandalo per cui Israele è stato accusato di strage, perché in seguito al colpo preciso che aveva colpito due importanti capi di Hamas, si è diffuso un incendio fra le tende degli sfollati in mezzo a cui essi si nascondevano, provocando una quarantina di morti. Il vero scandalo dovrebbe essere il fatto che i capi e i terroristi di Hamas usino la popolazione civile come scudi umani, non solo per nascondervisi, ma anche per proteggere depositi e officine militari, armi, vere e proprie caserme, luoghi di prigionia dei rapiti e anche le loro rampe di lancio. I missili diretti a Tel Aviv sparati l’altra notte per esempio sono stati lanciati dallo spazio protetto fra una moschea e una scuola. E anche i due capi terroristi colpiti si erano nascosti in un accampamento di sfollati, fra l’altro fuori dalla zona indicata da Israele come garanzia per i civili che fuggivano da Rafah. Tutto ciò è un crimine di guerra, ai sensi delle leggi internazionali.

• Lo scontro a fuoco
  Lo scandalo per questo episodio è dunque solo una tappa propagandistica del percorso di demonizzazione dell’esercito israeliano e della sua guerra di autodifesa, che purtroppo coinvolge ormai molti leader occidentali e anche italiani, oltre che la totalità della stampa. Ma lo scontro con i militari egiziani, avvenuto sulla linea di confine vicino a Rafah e al punto di transito che la corte di giustizia dell’Aia aveva ordinato di aprire (e che è stato tenuto chiuso dagli egiziani da quando Israele ha preso il controllo del “corridoio Filadelfia” che corre lungo il confine fra Gaza e l’Egitto) potrebbe essere uno sviluppo più significativo. Del conflitto a fuoco, al momento in cui scrivo, non si sa molto. L’Egitto dice che la sparatoria è stata aperta dai militari israeliani, Israele sostiene il contrario (ed è la versione più ragionevole, perché Israele non ha nessun interesse a suscitare un conflitto del genere). Sembra che da parte egiziana ci sia stato un ferito e un caduto, nessuna vittima fra gli israeliani.

• Le ipotesi
  Le ipotesi sulle ragioni di quel che è successo possono essere parecchie. Può essere stato un incidente casuale, dovuto a incomprensione, come ne sono capitati alcuni negli anni scorsi. Può esserci stato un militare egiziano fanatico e deciso a fare la guerra agli infedeli: anche questo è successo, per esempio poco più di un anno fa nel Negev, con due vittime israeliane. Può essere stato un segnale dei contrabbandieri beduini che dominano il Sinai e non sono contenti della presenza israeliana che disturba i loro affari.

• Una scelta del regime egiziano
  Tutte queste ipotesi sono ragionevoli e tutto sommato tranquillizzanti, non implicano problemi gravi per Israele. Ma poi ce n’è un’altra che invece preoccupa. L’incidente può essere stato voluto e provocato dalla dirigenza egiziana. Naturalmente bisogna chiedersene il perché. Una ragione può essere che il presidente egiziano Al Sisi abbia voluto dare soddisfazione alla “piazza” egiziana, che almeno dai tempi di Nasser è fortemente anti-israeliana. Bisogna ricordare che l’Egitto è stato il nerbo delle forze arabe che si sono scontrate con Israele nelle guerre fra la fondazione di Israele e la guerra del Kippur. Il fatto di averle perse tutte è una ferita nell’orgoglio nazionale che ancora chiede vendetta. L’Egitto è inoltre la sede principale della Fratellanza Musulmana, di cui Hamas è una filiale. Al Sisi è andato al potere con un colpo di stato che ha abbattuto il potere della Fratellanza, ma essa è ancora forte e non si possono conoscere naturalmente gli accordi più o meno taciti che ha negoziato col regime. Bisogna ricordare anche che Sadat è stato ucciso da un islamista per aver fatto un trattato di pace con Israele e Al Sisi non vuole certo subire la stessa sorte di questo suo predecessore. La pace con Israele è sempre stata gelida, e certamente mostrare di essere disposti a scontrarsi con “gli ebrei” può aiutare il regime, che soffre una grave crisi economica e sociale anche a causa del quasi blocco che gli Houti hanno imposto al traffico nel canale di Suez.

• Il contrabbando
  Infine vi è la pista più probabile, quella del contrabbando di stato egiziano. Si sa per certo che c’è un fiorente mercato degli ingressi in Egitto per gli arabi di Gaza, che pagano ciascuno molte migliaia di euro per superare il confine ufficialmente chiuso. Ne sono passate finora alcune centinaia di migliaia: un business gigantesco gestito dalle autorità militari locali, fra cui sembra anche il figlio di Al Sisi. Ma c’è di peggio. In questi mesi di guerra è emerso che Hamas era molto meglio armato di quanto si potesse pensare o potesse derivare dal normale contrabbando beduino. Nei primi giorni di presenza israeliana sul confine sono emersi oltre 50 tunnel di contrabbando fra l’Egitto e Gaza. È evidente che una decina di anni fa quando Al Sisi fece allagare alcuni tunnel di contrabbando, stava facendo una sceneggiata e che il contrabbando è continuato sotto il controllo dei suoi militari. Insomma, Hamas ha un accordo strutturale di qualche tipo con l’Egitto, magari pagato in qualche modo dal Qatar o dall’Iran. Una settimana fa è emerso che nelle trattative per gli ostaggi i mediatori egiziani avevano fatto un doppio gioco alle spalle di tutti per incastrare Israele in un accordo a favore di Hamas. È possibile che questi scontri indichino il fastidio egiziano per la scoperta del doppio gioco. È un problema serio, perché l’esercito egiziano si è molto rafforzato negli ultimi anni e con l’accordo israeliano ha potuto ignorare le clausole del trattato di pace che smilitarizzavano il Sinai. Ora, con il pretesto della lotta al terrorismo, gli egiziani hanno potuto allestire un apparato militare importante a ridosso di tutto il lungo confine con Israele, da Gaza fino a Eilat. Se decidessero che gli conviene unirsi al fronte che appoggia Hamas, sarebbe un bel problema. Ma si tratta di uno sviluppo improbabile. L’Egitto ha molto da perdere, sul piano militare, economico e diplomatico in uno scontro vero con Israele. Forse quel che è successo è un avvertimento e un segnale di fastidio, di cui Israele naturalmente dovrà tenere il debito conto.

(Shalom, 28 maggio 2024)

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Deborah Lipstadt: l’antisemitismo attuale è una minaccia per la democrazia

La modalità con cui si propaga oggi l’antisemitismo è molto più pericolosa a causa dei social media, ma paragonare l’attuale situazione a quella del 1938 è una considerazione un po’ estrema.
   Come ha riportato il Times of Israel, questo è il pensiero esposto venerdì 24 maggio da Deborah Lipstadt, storica, inviata speciale degli Stati Uniti per la lotta contro l’antisemitismo.
   L’accademica, nota in tutto il mondo per i suoi studi sull’ebraismo e la negazione della Shoah, ha detto che il clima odierno è da collocarsi dentro una fascia temporale che si trova, in termini di equiparazione, tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 del Novecento, in particolare se guardiamo alla destabilizzazione della società del tempo, in rapporto a quello che è successo in molti paesi dopo l’attentato del 7 ottobre, da parte di Hamas in Israele e la conseguente guerra a Gaza.
   Infatti, abbiamo assistito ad un vertiginoso aumento di casi di odio verso gli ebrei, negli Stati Uniti e in tutto il mondo, fatti che secondo la studiosa costituiscono una «minaccia alla democrazia e alla sicurezza globale». Un senso di sicurezza che è venuto a mancare tra gli studenti ebrei, nei campus universitari in seguito alle minacciose manifestazioni verso Israele.
   Ci sono ancora persone, come si può constatare sui social media, che credono a tutt’oggi nel mito del complotto, con i soliti stereotipi secondo cui gli ebrei controllerebbero i media, le banche e le elezioni governative.

• La fulminea negazione del 7 ottobre
   Non solo il 7 ottobre 2023 è stato dimenticato, praticamente il giorno seguente, ma c’è chi ha subito cominciato a negare le atrocità commesse dai terroristi di Hamas.
   «Sono rimasta scioccata dalla velocità con cui le persone si sono lamentate della risposta di Israele l’8, 9 e il 10 ottobre, prima che ci fosse una risposta. È stato davvero molto inquietante», ha affermato Lipstadt. C’è chi ha celebrato gli stupri e le mutilazioni e chi invece li ha messi in dubbio, nonostante le prove concrete. Ma ancora più sconcertante è stato il silenzio, «proprio di quei gruppi di donne, progressisti, gruppi che combattono la violenza sessuale, gruppi per i diritti umani», gli stessi che si affrettano invece quando l’autore è l’Isis o Boko Haram. Non è invece avvenuto per Hamas, quando a essere le vittime erano degli ebrei, degli israeliani. È questa la differenza secondo la studiosa. C’è chi ha messo in dubbio la veridicità dei fatti, chi ha addirittura pensato che se lo meritassero, solo perché ebrei.
   In riferimento ad alcuni illustri studiosi che hanno affermato che la violenza sessuale del 7 ottobre è stato un atto di resistenza ha detto: «Mi dispiace ma lo stupro non è mai resistenza».

(Bet Magazine Mosaico, 28 maggio 2024)

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Rafah: vittime innocenti, vigliacchi e avvoltoi

Aspettano la strage di innocenti come l'aspetta Hamas, soprassedendo spudoratamente sul perché della guerra e su come i civili vengano sistematicamente usati come carne da macello.

di Franco Londei

Sulle vittime innocenti dell’attacco israeliano a Rafah volto ad eliminare due importanti comandanti di Hamas non possiamo e non dobbiamo soprassedere. Quanto successo è terribile.
Tuttavia non facciamo un buon servizio nemmeno alle vittime se non andiamo oltre al pilota che ha sganciato la bomba sulla macchina di Yassin Rabia e Khaled Najjar senza calcolare le possibili conseguenze sui civili.
Non possiamo non evidenziare il fatto che i due comandanti di Hamas si nascondevano tra i civili innocenti e, anzi, approfittavano proprio del fatto che Israele avesse dichiarato quell’area una “zona sicura”.
È difficile stabilire chi è più colpevole, se chi ha ordinato il bombardamento o chi si nascondeva vigliaccamente tra i civili consapevole di metterli in serio pericolo.
Non possiamo poi non notare come la stampa anti-israeliana (e non solo) si sia buttata a capofitto su questa tragedia di guerra, ripeto il concetto, tragedia di guerra quasi che fossero tutti lì a sperare in un massacro da poter pubblicare in prima pagina, un po’ come i leader di Hamas che sperano nelle vittime civili per poter mettere Israele sul banco degli imputati invece di esserci loro.
Perché se non ricordiamo che tutto questo è partito dal massacro del 7 ottobre, se non ricordiamo che i vigliacchi di Hamas usano i civili come scudi umani ben consapevoli di metterli in pericolo, se non ricordiamo che nelle guerre, e questa è una guerra, le vittime civili ci sono e che questa guerra si svolge in un contesto urbano altamente popolato, se non ricordiamo tutto questo allora davvero non facciamo bene il nostro lavoro.
Che poi gli avvoltoi che si sono buttati a capofitto nella notizia che tanto aspettavano, queste cose le sanno ma fanno finta che non ci siano lasciando solo a Israele il fardello della colpevolezza, è tutto un altro discorso.
Ieri tutti quegli avvoltoi sembravano quasi il leader di Hamas, quel Ismail Haniyeh che ha chiesto il sangue di vecchi, donne e bambini per la causa. Anzi, il capo terrorista è persino migliore di quegli avvoltoi perché almeno non si vergogna di ammettere di usare la gente di Gaza come scudi umani, mentre i vigliacchi dal twitt facile e dalla penna con il veleno al posto dell’inchiostro vogliono passare pure per difensori dei Diritti Umani e del cosiddetto “popolo palestinese” quando invece pure loro fanno di questa gente un mezzo per attaccare Israele e per ottenere qualche click in più.
Mi sembra di vederli, dietro alle agenzie ad aspettare il prossimo episodio di guerra che coinvolga vittime innocenti, a sperare che accada per avere il titolone su Israele da sbattere in prima pagina o su X, dove ignoranti palloni gonfiati danno lezioni di Diritto Internazionale guardandolo solo da un lato quando la materia ha così tante sfaccettature che non la puoi discutere su un social a meno che tu non voglia solo fare il fenomeno.
Ieri a Rafah c’è stato un episodio di guerra dove sono morti oltre 40 innocenti. È la guerra, quella guerra fortemente voluta e scatenata da Hamas. Non possiamo far finta che i terroristi non abbiano responsabilità. Poi sulla gestione del conflitto da parte israeliana ne parleremo a tempo debito, per ora c’è da vincere la guerra, anche sugli avvoltoi che usano questa gente come carne per i loro cannoni sparaveleno.

(Rights Reporter, 28 maggio 2024)

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Università occupate: docenti e studenti non ci stanno

Nelle ultime settimane anche in Italia alcune università sono state occupate dai manifestanti pro-Gaza, che chiedono la sospensione degli accordi con le università israeliane, e che stanno tuttora impedendo in alcuni atenei di svolgere regolarmente a studenti e docenti di seguire le lezioni in presenza, obbligandoli in alcuni casi a seguirle online. Si tratta però di gruppi minoritari all’interno della galassia studentesca, che invece vorrebbe continuare a fare quello per cui è iscritta all’Università: studiare e acquisire conoscenze.
   Per questo ci sembra importante pubblicare la lettera scritta da alcuni gruppi studenteschi al Rettore dell’Università Statale di Milano Elio Franzini, in cui viene chiesto di restituire gli spazi alle loro funzioni e all’istituzione di riprendersi il suo ruolo di spazio di studio, conoscenza e confronto.
   Allo stesso modo, è doveroso pubblicare la lettera scritta da alcuni docenti al Ministro dell’Università Anna Maria Bernini e alla Conferenza dei Rettori Italiani – CRUI in cui viene espressa l’esigenza di un serio approfondimento della situazione mediorientale, nonché di rappresentare le studentesse e gli studenti preoccupati di una deriva culturale e politica che rischia di avere delle conseguenze devastanti sulla cultura della convivenza e del confronto pacifico nelle università”.

(Bet Magazine Mosaico, 27 maggio 2024)

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Archeologa setaccia il terreno e trova un anello di 2200 anni fa

Una bella scoperta, una settimana prima d’andare in maternità

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Un anello d’oro con una pietra preziosa risalente al primo periodo ellenistico è stato recentemente trovato durante lo scavo congiunto Israel Antiquities Authority-Tel Aviv University nella città di David, parte del parco nazionale delle mura di Gerusalemme, con il sostegno della Fondazione Elad. Il reperto sarà esposto al pubblico nel corso della conferenza “Misteri di Gerusalemme” organizzata dall’Autorità per le antichità israeliane il Giorno di Gerusalemme – martedì 4 giugno 2024 – mercoledì 5 giugno 2024 -, nel Campus nazionale di Jay e Jeanie Schottenstein per l’archeologia di Israele. Dettagli sono disponibili sul sito web dell’Autorità per le Antichità Israel. L’anello è d’oro e reca una pietra preziosa rossa, apparentemente un granato. Poiché l’oro non subisce alterazioni, il gioiello è apparso intatto e lucente, tra le mani degli archeologi.
Questo anello speciale è stato recentemente scoperto dall’archeologa Tehiya Gangate, un membro della squadra di scavi della Città di David, mentre stava setacciando la terra scavata. “Stavo setacciando la terra e improvvisamente ho visto qualcosa di luccicante”, racconta. “Ho subito urlato: ‘Ho trovato un anello, ho trovato un anello! ’ In pochi secondi, tutti si sono riuniti intorno a me, e c’è stata una grande emozione. Questa è una scoperta emotivamente commovente. In verità, ho sempre voluto trovare gioielli d’oro e sono molto felice che questo sogno si sia avverato – letteralmente una settimana prima di andare in maternità.”
Il Dr. Yiftah Shalev e Riki Zalut Har-tov, direttori degli scavi dell’Autorità Israel Antichities, hanno detto: “L’anello è molto piccolo. Ci starebbe il mignolo di una donna, o il dito di una ragazza o di un ragazzo. La dottoressa Marion Zindel dice che l’anello è stato prodotto martellando sottili foglie d’oro pretagliate su una base di anelli metallici. Stilisticamente riflette la moda comune del periodo persiano e dell’inizio ellenistico, risalente alla fine del IV all’inizio del III secolo a.C. in poi. In quel periodo la gente iniziava a preferire l’oro con le pietre piuttosto che l’oro decorato.
Il professor Yuval Gadot dell’Università di Tel Aviv e e Efrat Bocher, partecipante allo scavo, annotano: “L’anello d’oro recentemente trovato si unisce ad altri ornamenti del primo periodo ellenistico che si trovano negli scavi della città di David, tra cui l’orecchino con animale cornuto e la perlina d’oro decorata.”
Nella storiografia moderna, l’ellenismo si riferisce a quel periodo storico-culturale dell’antico Mediterraneo che inizia con le conquiste di Alessandro Magno (la spedizione contro l’Impero persiano nel 334 a.C.) e si estende fino alla nascita ufficiale dell’Impero romano, segnato dalla morte di Cleopatra VII e dall’annessione dell’ultimo regno ellenistico, il Regno tolemaico d’Egitto, nel 30 a.C., dopo la vittoria di Ottaviano ad Azio nel 31 a.C.
Gli studiosi sottolineano: “Gli scavi del parcheggio Givati stanno iniziando a dipingere un nuovo quadro della natura e della statura degli abitanti di Gerusalemme nel primo periodo ellenistico. Gli studiosi pensavano che Gerusalemme fosse allora una piccola città, limitata alla cima del versante sud-orientale (“Città di David”) e con relativamente pochissime risorse, questi nuovi ritrovamenti raccontano una storia diversa. L’aggregato di strutture rivelate ora costituisce un intero quartiere. Essi attestano sia edifici di Stato che di interesse pubblico, e che la città si estendeva dalla collina verso ovest. Il carattere degli edifici – e ora ovviamente, i ritrovamenti d’oro e altre scoperte – mostrano la sana economia della città e persino il suo status d’élite. Sembra sicuramente che gli abitanti della città fossero aperti al diffuso stile ellenistico e alle influenze prevalenti anche nel bacino orientale del Mediterraneo. ”
Le conquiste hanno contribuito a diffondere e trasportare beni e prodotti di lusso. Spesso le decorazioni dei gioielli erano tratti da figure mitologiche o da eventi simbolici significativi. Eli Escusido, capo dell’Autorità per le antichità israeliane, commenta che “Lo scavo nell’antica Gerusalemme ci rivela informazioni preziose sul nostro passato. In occasione del Giorno di Gerusalemme – dice l’autorità israeliana per le antichità – siamo lieti di invitare il pubblico a partecipare gratuitamente ad una serata dedicata alle affascinanti scoperte a Gerusalemme”“

(Stile Arte, 28 maggio 2024)

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Eliminati due funzionari di Hamas di alto livello a Rafah

di Luca Spizzichino

Durante un attacco aereo vicino a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, domenica notte sono stati eliminati dall’IDF Khaled Nagar e Yassin Rabia, due alti funzionari di Hamas in Cisgiordania. Il raid è avvenuto a Tel Sultan, nel nord-ovest di Rafah.
   Secondo l’esercito israeliano i due terroristi gestivano l’intera attività di Hamas in Cisgiordania, trasferendo fondi a obiettivi terroristici e pianificando attentati in tutto il territorio. Inoltre Nagar in passato ha compiuto numerosi attacchi terroristici che hanno caratterizzato anche i primi anni 2000. Sia Rabia che Nagar hanno scontato diverse condanne all’ergastolo in una prigione israeliana, ma sono stati liberati nel 2011 come parte di un accordo di scambio di prigionieri per il rilascio del soldato dell’IDF Gilad Shalit.
   L’esercito ha affermato che l’attacco è stato “effettuato contro obiettivi legittimi secondo il diritto internazionale, utilizzando munizioni precise e sulla base di precise informazioni di intelligence che indicavano l’uso dell’area da parte di Hamas”. Ha aggiunto di essere “a conoscenza di rapporti secondo cui a seguito dell’attacco e dell’incendio diversi civili nella zona sono rimasti feriti” e che l’incidente è “sotto revisione”.
   L’attacco è avvenuto poche ore dopo che il gruppo terroristico aveva lanciato otto missili a lungo raggio verso il centro di Israele, il primo attacco del genere in quattro mesi.

(Shalom, 27 maggio 2024)

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Napoli – I giovani ebrei in piazza per gli ostaggi

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«Da oltre 230 giorni 125 uomini, donne e bambini israeliani sono ancora ostaggio a Gaza. È importante che ripartano al più presto le negoziazioni per il rilascio, condizione necessaria per far la fine della guerra». È il messaggio testimoniato dall’Unione Giovani Ebrei d’Italia e dal Forum delle Famiglie degli Ostaggi durante un flashmob organizzato ieri a Napoli, in piazza del Plebiscito. «Ogni attimo è cruciale per ricordare i nostri fratelli ancora ostaggio di Hamas».

(moked, 27 maggio 2024)

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La morte di Raisi non fermerà l’ostilità del regime iraniano contro Israele

di Francesco Paolo La Bionda

Il presidente iraniano Ebrahim Raisi è morto lo scorso 19 maggio in seguito allo schianto dell’elicottero su cui stava viaggiando in una regione montuosa nel nord del paese, durante una giornata di fitta nebbia. Nell’incidente sono deceduti anche il ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian e altre sei persone.
   Raisi, sessantatré anni, di Tabriz, faceva parte dell’ala conservatrice più intransigente all’interno del regime iraniano, molto vicino alla Guida suprema Khāmeneī e considerato il suo potenziale successore. Eletto presidente nel 2021 in elezione considerate fraudolente e non libere dagli osservatori internazionali, Raisi aveva alle spalle una lunga carriera in campo giuridico, durante la quale si era guadagnato il soprannome “il macellaio di Teheran”, quando nel 1988, in veste di magistrato, firmò le condanne a morte di migliaia di oppositori politici del regime.
   La sua scomparsa apre una fase di incertezza per l’Iran: il 28 giugno si terranno nuove elezioni per scegliere il suo successore, che potrebbero però diventare l’occasione per nuove proteste come quelle che hanno scosso il paese negli ultimi anni. Il popolo è infatti prostrato da una perdurante crisi economica e dalla repressione sempre più severa del dissenso a opera del regime, e già alle elezioni parlamentari del marzo scorso ha fatto registrare il più alto tasso di astensionismo di sempre alle urne persiane. Sui social sono rimbalzate le immagini e i video di iraniani che, dentro e fuori i confini nazionali, hanno festeggiato la morte del loro presidente.

• Tra aggressività tattica e prudenza strategica, la linea su Israele resta invariata
  Tuttavia, difficilmente il nuovo vertice della Repubblica Islamica ne cambierà l’attuale linea verso Israele, radicalmente e attivamente ostile allo Stato ebraico ma timorosa delle conseguenze di un’escalation diretta. Già in questi giorni immediatamente successivi all’incidente, infatti, si sono visti elementi di sostanziale continuità con quanto accaduto negli ultimi mesi.
   Da un lato, quindi, si sono avute le consuete dimostrazioni pubbliche di odio antisraeliano, con le migliaia di partecipanti ai funerali di Raisi, tenutisi a Teheran il 22 maggio, che hanno intonato le solite grida “morte a Israele”. Alla processione funebre sono stati invitati sia Naim Qassem, vicesegretario generale di Hezbollah, sia Ismail Haniyeh, il leader di Hamas al di fuori di Gaza. Quest’ultimo ha prontamente dichiarato di sentirsi sicuro che l’Iran “continuerà a supportare il popolo palestinese”, che nella visione dell’organizzazione terroristica coincide appunto col sostegno finanziario e militare che in questi anni il paese ha fornito all’organizzazione terroristica.
   Dall’altro, le autorità iraniane hanno ufficialmente identificato la causa dell’incidente in un guasto tecnico, senza quindi voler cavalcare i sospetti già circolati in campo antisraeliano che puntavano il dito contro un ipotetico sabotaggio a opera del Mossad, tanto che alcuni ufficiali israeliani avevano dovuto esplicitamente dichiarare che lo Stato ebraico non c’entrava niente con l’accaduto. Del resto, Raisi viaggiava su un Bell 212, un elicottero di fabbricazione americana vecchio di decenni, i cui pezzi di ricambio sono oggi difficili da ottenere per l’Iran a causa delle sanzioni.
   L’atteggiamento prudenziale del regime iraniano ne dimostra comunque la volontà di non voler cavalcare la vicenda per alzare il livello dello scontro con Gerusalemme, così come era già avvenuto con l’attacco di missili e droni lanciato dalle forze iraniane contro Israele lo scorso 14 aprile, che non aveva provocato sostanzialmente danni. Un’azione praticamente dimostrativa, come tra le righe aveva ammesso la stessa Guida Suprema Khamenei già una settimana dopo, dichiarando che questioni come il numero di missili abbattuti dalla contraerea israeliana e se fosse stato colpito qualche bersaglio fossero “di secondaria importanza”.

• Resta calda la questione nucleare
  Lo schianto dell’elicottero nell’immediato ha avuto conseguenze invece sulla questione del nucleare iraniano. La scomparsa del ministro degli Esteri ha infatti forzato una pausa nei negoziati che erano in corso tra il paese e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), che solo due settimane prima aveva incontrato il funzionario iraniano per una serie di colloqui. Tuttavia, anche nel momento in cui dovessero riprendere, è difficile che l’Iran si sblocchi dalla sua posizione intransigente, di cui Raisi era un forte sponsor. Anche perché il paese ha ormai raggiunto la piena capacità di assemblare le bombe atomiche. Sempre ammesso, e non concesso, che in segreto non si sia già portato avanti: il parlamentare iraniano Ahmad Bakhshayesh Ardestani, durante un’intervista alla radio, ha dichiarato che a suo parere il paese possiede già armi atomiche, ma lo tiene riservato per continuare a giocare al tavolo delle trattative sull’accordo nucleare.

(Bet Magazine Mosaico, 27 maggio 2024)

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La guerra di Gaza non è finita

Benny Morris fa il punto sulla campagna militare di Israele contro Hamas

L'offensiva israeliana contro Hamas nella Striscia di Gaza, giunta al suo ottavo mese, a seguito della selvaggia invasione del sud di Israele da parte degli islamisti il 7 ottobre, sembra essere andata male sia militarmente che politicamente e non se ne vede la fine” scrive su Quillette lo storico Benny Morris. “Israele, un piccolo paese con una piccola popolazione ebraica e una piccola base militare-industriale, non è costruito per guerre lunghe. Dal 1948, le sue guerre sono state notevolmente brevi: una settimana nel 1956, sei giorni nel 1967, 18 giorni nel 1973. Anche la mini-guerra fallita con Hezbollah nel 2006 è durata solo un mese. Questa volta la guerra sembra infinita. È vero, all’inizio della campagna a Gaza, i capi dell’establishment della difesa israeliano hanno messo in guardia il governo e l’opinione pubblica a non aspettarsi una soluzione rapida e hanno avvertito che la guerra probabilmente avrebbe richiesto ‘molti mesi’, forse trascinandosi per un anno o più, prima che il suo obiettivo principale fosse raggiunto: la distruzione di Hamas come organizzazione militare e di governo. Tuttavia, mentre il 14 maggio Israele festeggiava i 76 anni di indipendenza, un’atmosfera di acuto sconforto ricopriva la nazione. Ovunque, sia il pubblico che il governo si sono confrontati con manifesti che mostravano i volti dei 100 ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas a Gaza. E la settimana scorsa si è verificata una serie di incidenti che hanno messo in luce sia i fallimenti dell’IDF sia i rischi politici – persino i pantani – che apparentemente si profilano all’orizzonte.
  Cinque soldati sono stati uccisi nel quartiere Zeitun di Gaza City, un quartiere già apparentemente ripulito dai combattenti islamici due volte dal novembre 2023; e salve di razzi lanciati da Hamas hanno colpito per la prima volta dopo mesi le città israeliane relativamente distanti di Ashkelon e Beersheba. Insieme, questi incidenti hanno dimostrato che, nonostante le sconfitte che Hamas ha indubbiamente ricevuto, l’organizzazione islamista è ancora in piedi ed è in grado di proiettare potere e letalità dalla sua ultima grande roccaforte, la città di Rafah all’estremità meridionale della Striscia, sul confine israeliano. Funzionari americani, compreso Joe Biden, da settimane avvertono Israele di non invadere Rafah senza garantire un’adeguata protezione e aiuti umanitari. Parlando davanti alla telecamera la scorsa settimana, Biden ha annunciato che Washington aveva ‘sospeso’ una spedizione di bombe a Israele e ha minacciato di imporre un più ampio embargo sulle armi, se Israele avesse proceduto con la sua tanto intenzione di conquistare la città. L’annuncio ha segnato un cambiamento radicale nella politica dell’amministrazione americana, sotto la pressione dell’ala progressista del Partito Democratico e degli studenti che seminano caos e odio anti-israeliano e antisemita nei campus universitari degli Stati Uniti (e in Europa). L’Egitto, da parte sua, teme – o almeno finge di aver paura – che la conquista di Rafah da parte d’Israele si estenda al Sinai, portando centinaia di migliaia di palestinesi a riversarsi nel territorio egiziano. Alcuni osservatori hanno suggerito che non è la prospettiva di un problema di massa di rifugiati nel Sinai, ma il desiderio del presidente Abdel Fattah El-Sisi di placare la ‘strada’ egiziana pro-Hamas a guidare l’attuale atteggiamento del Cairo. Nel frattempo, i due rappresentanti regionali dell’Iran – Hezbollah in Libano e i ribelli Houthi nello Yemen – stanno portando avanti le loro mini-guerre di logoramento contro Israele. Ma gli israeliani sono molto più angosciati dal martellamento quotidiano, anche se con bassa frequenza, dei villaggi di confine e delle postazioni militari israeliane, che ha causato solo una manciata di vittime, ma ha spinto i 70mila residenti della zona ad abbandonare le case e trasferirsi in anguste camere d’albergo e case di parenti nel sud. Molti israeliani ora considerano un errore strategico l’ordine di evacuazione impartito dal governo alla popolazione, compresi gli abitanti della città di Kiryat Shmona, nei giorni successivi ai primi attacchi di Hezbollah l’8 ottobre. Sostengono che se agli abitanti del confine fosse stato permesso o avessero ricevuto istruzioni di restare, Hezbollah non avrebbe mai osato prendere di mira quelle comunità. Allo stato attuale, questi 70mila sfollati si sono aggiunti ai 50mila abitanti dei kibbutz di confine attorno alla Striscia di Gaza presi di mira da Hamas il 7 ottobre, le cui case e infrastrutture sono state gravemente danneggiate sia dall’attacco che dalla successiva campagna militare per sradicare gli Hamasnik che occupavano i kibbutz. Questi due gruppi di sfollati rappresentano un grosso grattacapo per il governo e l’esercito israeliani e un costante promemoria dell’inefficienza e dell’impotenza del governo. Dato il perdurare dello stato di guerra lungo i confini settentrionali e meridionali di Israele, il governo non è ancora riuscito nemmeno ad avviare la ricostruzione che dovrà precedere il ritorno degli sfollati. La maggior parte degli osservatori ritiene che ci vorranno anni, mentre gli sfollati rimarranno nel limbo. Ma dopo sette mesi di campagna, il problema più urgente di Israele rimane la continua esistenza, anzi la resilienza, di Hamas a Gaza. Questa resilienza è in gran parte dovuta alla vasta rete di tunnel – lunga più di 700 chilometri – che l’organizzazione ha costruito sotto le città, gli ospedali, le scuole e i quartieri residenziali della Striscia negli ultimi due decenni. Centinaia – forse migliaia – di buchi all’interno dei complessi ospedalieri e dei condomini consentono l’ingresso o l’uscita dalla rete. I tunnel, costati miliardi di dollari, furono costruiti per fornire rifugio, punti di raccolta e aree di lancio per operazioni di guerriglia in superficie per i circa 30mila combattenti dell’organizzazione, in previsione di un attacco e dell’occupazione israeliane. Come hanno scoperto le truppe israeliane che sono lentamente penetrate nella rete negli ultimi mesi, i tunnel contengono anche recinti e gabbie costruite per ‘ospitare’ gli ostaggi. I tunnel sono 10, 20 e anche 50 metri sottoterra, rinforzati da muri di cemento armato e dispongono di generatori e sistemi di elettricità, acqua e servizi igienici. Sono in gran parte impermeabili agli attacchi aerei e di artiglieria. Hamas ha impedito ai civili di Gaza di entrare nella rete di tunnel e, allo stesso tempo, non ha costruito alcun rifugio antiaereo per la popolazione civile, un fatto che aiuta a spiegare le migliaia di vittime civili inflitte durante la controffensiva successiva al 7 ottobre. Ad aggravare il problema che la rete di tunnel pone ci sono gli ostaggi israeliani. Hamas è stato riluttante a scambiare gli ostaggi rimanenti con Hamasnik imprigionati nelle carceri israeliane, anche con un rapporto ostaggi-prigionieri di uno a trenta, perché servono come scudo umano tattico per i quadri di Hamas all’interno dei tunnel. Questo è uno dei motivi per cui Israele ha trovato così difficile liberare la rete di tunnel.
  Oltre a questo scudo tattico, Hamas ha anche uno scudo strategico: la popolazione civile di Gaza, dietro, in mezzo e sotto la quale i combattenti di Hamas hanno operato e continuano a operare. La popolazione di Gaza, che comprende nonni, genitori, fratelli, figli e parenti più lontani dei combattenti di Hamas, ha sostenuto in maniera schiacciante l’assalto del 7 ottobre. Secondo tutti i sondaggi d’opinione, la maggior parte della popolazione continua a sostenere l’obiettivo di Hamas di distruggere Israele.
  L’esercito si oppone a un’occupazione a tempo indeterminato in cui Israele sarà responsabile della sicurezza e degli affari civili nella Striscia. Sarebbe una guerra di logoramento senza fine, vittime israeliane e arabe su larga scala e caos amministrativo. Gli Stati Uniti, che si sono concentrati sul problema del ‘giorno dopo’, hanno proposto da tempo che la Striscia fosse consegnata ad un’Autorità Nazionale Palestinese ‘rinnovata’ basata sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, con, al suo centro, il partito Fatah, che attualmente governa gran parte della Cisgiordania. L’Anp sarebbe rafforzata dal sostegno politico, economico e forse militare da parte degli stati arabi sunniti ‘moderati’, come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e forse l’Egitto. Questi paesi potrebbero essere disposti a fornire all’ANP truppe per aiutarla a controllare la Striscia e intimorire le restanti squadre di Hamas. Questa idea sembra coincidere con la visione dello Stato Maggiore israeliano per una Gaza post-Hamas. Ma ormai da mesi Netanyahu afferma che il controllo dell’Anp-Olp avrebbe semplicemente convertito ‘Hamastan’ in ‘Fatahstan’, intendendo con questo – in linea con il pensiero della maggior parte degli israeliani – che non c’è alcuna differenza, in fondo, tra Hamas e Fatah, poiché entrambi cercano la distruzione di Israele come obiettivo finale. Nel frattempo, tutti gli occhi – israeliani, americani e arabi – sono puntati su Rafah. Può darsi che la popolazione di Gaza non mangi bene e che vi sia una grave carenza di frutta e verdura fresca, ma la situazione è ben lontana dalla fame e dalle epidemie di massa che Hamas e i suoi sostenitori hanno descritto.
  L’esercito ha subìto 280 morti e un numero dieci volte superiore di feriti nella sua offensiva di terra a Gaza, oltre ai 350 soldati uccisi e agli oltre 800 civili assassinati da Hamas il 7 ottobre, e una battaglia reale per Rafah potrebbe costare molte più vittime. L’esercito di Israele, come gli eserciti della maggior parte delle democrazie occidentali, teme di incorrere in gravi perdite e gli ospedali e le cliniche israeliane sono ancora affollati di soldati mutilati e traumatizzati che si stanno riprendendo da questi ultimi sette mesi di combattimento. La prospettiva di una decisiva vittoria israeliana a Gaza potrebbe spingere Teheran e Hezbollah a intervenire per salvare Hamas, scatenando così una guerra su vasta scala. Nel frattempo, non si vede alcuna conclusione positiva in vista per le sofferenze dei circa cento ostaggi che languiscono nei tunnel di Hamas. In effetti, se l’offensiva di Rafah riprendesse slancio, molti di loro probabilmente morirebbero mentre la città viene ridotta in macerie”.

Il Foglio, 27 maggio 2024 - trad. Giulio Meotti)


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Dio sta spingendo Israele in un angolo?

    «Allo stato attuale, tutto va contro Israele. E non ha niente a che fare con i fatti, la giustizia e la verità. È il solito destino di Israele. La condotta di Israele nella guerra di Gaza sta scatenando fuoco, caos e accuse internazionali contro lo Stato ebraico. I governi dell'altra sponda del mare hanno paura della rabbia nelle loro nazioni e per questo penalizzano Israele. Per placare le proteste nei loro Paesi, condannano e giudicano Israele. Il biblico destino di Dio sta portando le nazioni e i governi alla follia spirituale e politica. "La menzogna diventa l'ordine mondiale", come dice Franz Kafka. E ancora una volta Israele viene messo all'angolo. "Dio sta spingendo Israele in un angolo per farlo capitolare davanti a Lui”, dicono i rabbini in questi giorni.»

Questa osservazione è tratta da un articolo di Aviel Schneider pubblicato ieri sul quotidiano online “Israele heute” di cui è direttore. Da sottolineare quello che dicono i rabbini in Israele in questi giorni. Fanno riferimento a Dio.  Certo - dirà qualcuno - sono rabbini, e quindi fanno il loro mestiere. Benny Morris invece fa un altro mestiere: è uno storico, e non ha bisogno di questi riferimenti. Se no, che storico sarebbe, gli direbbero subito i colleghi. E poi Morris è colui che ha dato il via alla corrente dei “Nuovi storici” postsionisti, quelli che si sono assunti il compito di desacralizzare l’ufficiale narrazione mitologica del ritorno di Israele nella sua terra. 
Eppure, alla fine di un suo “scientifico” lavoro di ricostruzione di questa narrazione storica, nella sua monumentale opera “Vittime”, Benny Morris sembra non poter evitare di far riferimento a qualche elemento che sta fuori dei consueti steccati storiografici:

    “Fin qui, i sionisti hanno potuto considerarsi i vincitori dello scontro. Ogni vittoria può essere spiegata alla luce di fattori concreti e specifici, ma nell’insieme il successo dell’impresa sionista appare quasi miracoloso. Come descrivere altrimenti il radicarsi, in un paese inospitale, in un impero non amico e in una popolazione ostile, di una piccola e mal equipaggiata comunità di qualche decina di migliaia di ebrei russi? Come descrivere lo sviluppo di quella comunità, sia pure all’ombra delle baionette britanniche, nonostante la crescente opposizione e violenza arabe? E la vittoria contro la coalizione araba del 1948? La nascita di un paese solido e vitale? Le vittorie in altri quattro conflitti?”

Già, come descrivere? come spiegare di essere usciti vincitori in così tanti scontri “fin qui”, che per Morris significava la fine del secolo scorso? E adesso? Si ripeteranno i miracoli? 
«Allo stato attuale, tutto va contro Israele», osserva Schneider da Gerusalemme, dove è cresciuto e vive da sempre come israeliano. Forse è giunto il momento in cui Israele  deve riprendere in forte considerazione il suo rapporto con Dio come nazione. Il 7 ottobre forse è crollato qualcosa non solo negli usuali contrasti destra-sinistra, ma anche nel modo in cui la nazione vive il suo rapporto con Dio. Forse è crollata definitivamente la narrazione ottimistica del sionismo laico, che indubbiamente ha fatto nascere la nazione, ma l’ha fatto prescindendo o mettendo semplicemente a contorno la narrazione biblica di Israele. Gli ebrei, che all’inizio del secolo scorso avevano creduto di risolvere il loro problema di esistenza assimilandosi nella nazione in cui vivevano, e non ci sono riusciti, dopo la seconda guerra hanno sperato di risolvere la questione ebraica assimilandosi come nazione in quel turpe coacervo di gruppi etnici denominato ONU. Così la primordiale Società delle Nazioni, opportunamente aggiornata, è riuscita a trovare il suo Ebreo tra le Nazioni da angariare. Dopo il 7 ottobre la speranza dell’assimilazionismo nazionale ebraico è definitivamente tramontata.
Torna allora per Israele il problema Dio. E se si legge con attenzione nella Bibbia, si può vedere che il problema di Israele con Dio non è il suo allontanarsi dalla Torah, ma il suo avvicinarsi agli idoli. Un avvicinamento che spesso è finito in prostrazione, dipendenza vitale, attesa di soccorso:

    “Essi abbandonarono la casa dell'Eterno, dell'Iddio dei loro padri, servirono gl'idoli d'Astarte e gli altri idoli; e questa loro colpa trasse l'ira dell'Eterno su Giuda e su Gerusalemme” (2 Cronache 24:18).

Si può ripetere anche oggi qualcosa di simile? Nessuno può dirlo con certezza, ma nessuno anche può escluderlo. Dunque in un paese che non può neanche essere preso in considerazione senza fare riferimento a Dio, sarebbe forse fuori luogo fare di questo interrogativo un oggetto di discussione? Potrebbe esserci per la nazione un legame idolatrico che non solo impedisca il ripetersi di certi miracoli del passato, ma anzi funga da calamita di nuove sciagure? Propongo un nome: libertà. Precisamente, la libertà invocata dal laicismo occidentale. Nella coltura dei germi laicisti si è sviluppato un idolo. Un idolo che Israele si sente obbligato a venerare,  sollecitato anche da una parte del mondo (quella buona, s’intende, quella che pratica ogni giorno il culto al supremo idolo di nome LIBERTA’), in opposizione al resto del mondo soggetto ad altri idoli con nomi diversi. 
Nell’adorazione di questo idolo, il mondo occidentale ha scelto Israele come suo sacerdote, e come baluardo contro le orde dei barbari "fascisti" di vario tipo: “Se perde Israele, cade tutto l’Occidente”, scrivono anche ebrei e amici di Israele.
È nel nome di questo idolo che oggi Israele si sente spinto a combattere? M.C.

(Notizie su Israele, 27 maggio 2024)

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Dopo l’ordinanza dell’Aia, Israele resiste

di Ugo Volli

• Tre sconfitte
  Con l’ordinanza di venerdì della Corte di Giustizia Internazionale (ICJ) dell’Aia che accoglie (in parte) le richieste del Sudafrica, Israele ha subito la terza sconfitta in una settimana sul fronte giuridico-diplomatico, dopo la richiesta del procuratore presso l’altra corte dell’Aia (La Corte Penale Internazionale – CPI) e il riconoscimento dell’inesistente Stato di Palestina da parte di tre Paesi europei, (Spagna, Irlanda e Norvegia). È vero che la ICJ non ha ordinato a Israele, come chiedeva il Sudafrica (cui si erano associati fra l’altro due vicini importanti per Israele, Egitto e Turchia) di cessare subito la guerra di Gaza ma solo l’operazione a Rafah e che si tratta anzi di una disposizione formulata in termini abbastanza ambigui da permettere a Israele di continuare la caccia ai terroristi, facendo attenzione a danneggiare il meno possibile la popolazione civile, come sta già facendo. L’ordinanza della ICJ dice infatti: “Israele deve fermare immediatamente la sua offensiva militare e qualsiasi altra azione nel Governatorato di Rafah, che possa infliggere al gruppo palestinese di Gaza condizioni di vita che potrebbero portare alla sua distruzione fisica totale o parziale”. E dà a Israele 30 giorni di tempo per riferire, quanto basta cioè per infliggere seri danni all’infrastruttura sotterranea di Hamas e magari, si spera, di arrivare ai nascondigli dove sono prigionieri i rapiti e si celano i capi terroristi.

• Le cause delle scelte antisemite delle Corti
  Ma la sconfitta dell’Aia è chiara. Rafforza la propaganda antisemita e apre la strada a un intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che si potrà fermare solo con un veto americano, certamente pagato a caro prezzo. La Corte non ha avuto il coraggio di dichiarare legittima, com’è, l’autodifesa israeliana e di riconoscere gli sforzi dello Stato ebraico, davvero straordinari e senza precedenti in altre guerre in tutto il mondo, per tutelare i civili. Ha invece accettato l’impostazione accusatoria dei nemici, pur badando a limitarne le conseguenze pratiche. Questa linea di azione, come quella del procuratore della CPI, deriva da diverse cause. In primo luogo vi è la tendenza dei giudici di tutto il mondo (anche in Italia e in Israele) a sostituirsi ai politici nel prendere le decisioni fondamentali per la vita collettiva, anche se nessuno li ha eletti o delegati a questo. In secondo luogo c’è un’impostazione terzomondista dei giudici, della diplomazia, di molti politici, ma anche dei trattati internazionali formulati da diplomatici e giuristi di sinistra, per cui i vincoli vengono posti all’azione degli Stati e invece le azioni di guerriglia sono sempre considerate legittime e giustificate. La giustizia internazionale, come la conosciamo noi, si è consolidata a partire dagli anni Sessanta, in un clima in cui gli eroi dei giovani e degli intellettuali erano Vietnam, Cuba, gli ayatollah iraniani, e già allora i terroristi palestinesi. Oggi Cuba e Vietnam non sono più di moda, anche se pochi hanno preso atto del livello di repressione che li ha colpiti (in particolare nessuno ricorda del tremendo autogenocidio cambogiano) e pochissimi appoggiano davvero la lotta pacifica e davvero liberatoria di donne e giovani in Iran.

• Il mito palestinista e l’odio per le vittime
  Il mito che riassume oggi tutto questo esotismo politico è quello della “Palestina” e non c’è atrocità, corruzione, intolleranza, strage, oppressione a limitare l’appoggio che ottiene dai “progressisti” di tutto il mondo. Che giovani, intellettuali, governi di sinistra, giudici internazionali, personaggi mediatici, movimenti femministi esaltino assassini seriali, violentatori di massa, rapinatori e rapitori di donne e bambini, non può purtroppo meravigliare. Anche gli enormi crimini di Mao, Che Guevara, Gheddafi, Arafat, Khomeini non hanno mai impressionato i benpensanti di sinistra. Che poi le vittime ebree dei palestinisti facciano parte di un popolo che non solo l’Islam, ma anche l’Occidente cristiano e illuminista da sempre “love to hate” (ama odiare, come dicono in inglese), è un’altra ragione. Che gli ebrei abbiano una patria, che osino difendersi e sconfiggere i tentativi di genocidi, piace a pochissimi, nonostante tutte le giornate della memoria e la commozione sull’“Olocausto”. Una volta pensavamo che gli piacessero almeno gli ebrei morti, se non quelli vivi. Oggi sappiamo che piangono solo se gli assassini erano di estrema destra. Le vittime della “lotta popolare” non meritano lacrime per loro. È una verità molto amara, ma bisogna farci i conti.

• Che succede ora?
  Come ha detto l’ex primo ministro Naftali Bennett in un video molto chiaro, dopo il 7 ottobre Israele aveva tre possibilità: liquidare Hamas bombardando massicciamente Gaza, come gli inglesi fecero con Dresda, e liquidare la faccenda in due giorni, ma al prezzo di centinaia di migliaia di morti. Giustamente ha scelto di non farlo e non lo farà. Oppure poteva fare una azione simbolica di “deterrenza” come dopo i cinque attacchi precedenti (limitati però quasi solo ai missili) dei terroristi di Gaza. Questo voleva dire accettare che presto ci sarebbero stati altri 7 ottobre da Gaza, dal Libano e dalla Siria e anche dai territori amministrati dall’Autorità Palestinese. Inaccettabile: Israele non si è bloccato in una risposta “moderata” e non lo farà. Tiene alla vita dei propri cittadini. Oppure poteva prendersi il lavoro faticoso e pericoloso di andare a cacciare i terroristi nelle loro tane, eliminarli, distruggere le infrastrutture, impadronirsi del territorio per quel tanto che serve a ripulirlo, cercando di spostare la popolazione civile usata da Hamas come scudi umani per non colpirla, ma senza accettare “santuari” per il terrorismo, anche se si tratta di moschee, scuole, ospedali, sedi dell’UMRWA, sistematicamente usate come copertura.

• “Con le unghie e coi denti”
  Questa è la scelta di Israele, di tutta Israele a parte qualche manipolo di disfattisti estremisti di sinistra: non di Netanyahu, che è usato secondo una vecchia tecnica come “uomo nero” da odiare in rappresentanza degli ebrei, ma dell’intero popolo israeliano. Così si andrà avanti. I nemici nelle corti e nella diplomazia internazionale ignorano un fatto fondamentale, che il popolo ebraico conosce da millenni: di fronte alla persecuzioni bisogna rinsaldare l’unità, mettere da parte le divisioni, sostenere i propri leader. Chi si illudeva di indebolire il governo israeliano con mandati di cattura, ordinanze, riconoscimenti di movimenti che vogliono la “Palestina” judenfrei “dal fiume al mare” e che hanno sempre rifiutato le paci di compromesso che sono state offerte loro, stanno ottenendo l’effetto opposto: rafforzano l’unità di Israele e la sua determinazione di combattere “anche da solo”, “con le unghie e coi denti”, se necessario, come ha detto Netanyahu.

(Shalom, 26 maggio 2024)

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Il rappresentante della comunità ebraica iraniana offre un’immagine positiva del defunto Presidente Ebrahim Raeisi

Riportiamo questo articolo per dovere di cronaca. Sarebbe utile avere altre informazioni sulla comunità ebraica in Iran. NsI

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Sameh Yeh Najafabadi, rappresentante della comunità ebraica iraniana

Il Presidente Ebrahim Raeisi è morto insieme alla delegazione che lo accompagnava, compreso il ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian, dopo che il loro elicottero si è schiantato domenica scorsa nella foresta di Dizmar, nella provincia dell’Azarbaijan orientale. Dopo una ricerca durata ore, ostacolata dalle cattive condizioni meteorologiche, i soccorritori hanno trovato i rottami bruciati dell’elicottero e i suoi passeggeri sono stati confermati morti.
Milioni di iraniani si sono riuniti in varie città del Paese per commemorare la scomparsa del defunto presidente e dei suoi compagni come parte delle cerimonie tenutesi in seguito alla dichiarazione del Leader di lutto nazionale di cinque giorni per la tragica perdita. Decine di leader mondiali, presidenti, ambasciatori e personalità internazionali, hanno inviato messaggi di condoglianze. Tuttavia non è mancata la prevedibile reazione dei leader e media occidentali del tristemente noto “Asse del Bene”. Raesi è stato dipinto come un feroce conservatore, estremista e assassino e molti in Europa si sono rallegrati (più o meno apertamente) della sua morte.
Di opposto parere il rappresentante della comunità ebraica iraniana al parlamento Homayoon Sameh Yeh Najafabadi. In una intervista rilasciata a Press TV Najafabadi ha descritto il rapporto tra il governo del defunto presidente Ebrahim Raeisi e la comunità ebraica come positivo e costruttivo.
“Il rapporto tra l’amministrazione del presidente Raeisi e la comunità ebraica iraniana è sempre stato eccellente e la cooperazione tra l’amministrazione e la comunità ebraica è stata davvero notevole. Il presidente ha avuto ottimi rapporti con la comunità ebraica in diversi settori”, ha affermato .
Najafabadi ha continuato affermando che durante il mandato del presidente Raeisi è stato fornito un sostegno “notevole” alle scuole ebraiche di Teheran che avevano vari problemi, aggiungendo che questi problemi sono stati risolti grazie alla cooperazione e al sostegno fornito dal governo. Secondo Najafabadi il Presidente Raesi si è concentrato sulla trasformazione delle relazioni tra ebrei e mussulmani, trasformando i nemici in amici, riuscendo a costruire un quadro politico rispettoso e di dialogo che ha fatto nascere amicizia e fratellanza.
Il deputato ha inoltre osservato che il presidente Raeisi è riuscito a preparare il terreno affinché un ospedale di beneficenza ebraico in Iran abbia potuto riprendere le sue attività dopo che è stato costretto a chiudere a seguito della pandemia di coronavirus. Ha inoltre affermato che la comunità ebraica ha ricevuto “notevoli fondi” dal governo per questioni sociali, culturali e sportive a Teheran e in altre città del paese, aggiungendo che “il presidente Raeisi sarà ricordato nella comunità ebraica”.
Najafabadi ha inoltre affermato che la comunità ebraica convive comodamente e pacificamente con gli altri gruppi della società iraniana, sottolineando che non vi è alcun segno di antisemitismo nel Paese contro i membri della comunità ebraica e che essi sono rispettati da tutti i funzionari governativi.
Gli Yahudiyān-e Irāni (יהודים פרסים Yəhūdīm Parsīm in ebraico) sono presenti in Iran fin dall’era biblica e si trasferirono durante il periodo dell’impero persianoachemenide. I libri della Bibbia ebraica (Ester, Isaia, Daniele, Esdra e Neemia) raccolgono un’ampia narrativa che fa luce sulle esperienze di vita ebraica contemporanea nell’antica Persia. C’è stata una presenza ebraica continua in Iran almeno dai tempi di Ciro il Grande, che guidò la conquista dell’esercito persiano dell’Impero neo-babilonese e successivamente liberò i Giudaiti dalla prigionia babilonese.
Dopo il 1979, l’emigrazione ebraica dall’Iran è aumentata notevolmente alla luce della rivoluzione islamica del paese. L’emigrazione fu una scelta della diaspora ebraica dettata da motivi religiosi e non da pressioni, violenze o discriminazioni da parte del nuovo regime teocratico. Molti degli ebrei che scelsero di lasciare l’Iran risiedono in Israele e negli Stati Uniti. Secondo il censimento iraniano del 2016, la restante popolazione ebraica dell’Iran ammontava a 9.826 persone.
Dopo la rivoluzione il regime teocratico confiscò case, terreni agricoli e fabbriche agli ebrei compromessi con il regime filo americano dello Scià. Alcuni di loro erano sospettati di essere delle spie o dei sostenitori degli Stati Uniti e di Israele. Tuttavia si trattava di una ristrettissima minoranza tra la comunità ebraica in Iran che non fu molestata. La seconda ondata di confische avvenne dopo la partenza di vari ebrei verso Stati Uniti e Israele e fu fatta a seguito delle campagne di diffamazione di quest’ultimi all’estero che affermavano falsamente di essere fuggiti per non essere vittime dei massacri che Komehini stava organizzando contro la comunità ebraica.
Nessun ebreo rimasto in Iran fu ucciso, minacciato o perseguitato. Molti di loro si arruolarono nelle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran durante la guerra Iran-Iraq voluta dagli Stati Uniti e durata dal 1980 al 1988.
Nella repubblica islamica gli ebrei rimasti sono diventati più religiosi. Le famiglie che erano laiche negli anni ’70 iniziarono ad aderire alle leggi dietetiche kosher e ad osservare più rigorosamente le regole contro la guida durante lo Shabbat. Smisero di frequentare ristoranti, caffè e cinema e la sinagoga divenne il punto focale della loro vita sociale. Haroun Yashyaei, produttore cinematografico ed ex presidente della Comunità ebraica centrale in Iran, ha detto: “Khomeini non ha confuso la nostra comunità con Israele e il sionismo: ci vedeva come iraniani”.
Nel giugno 2007, nonostante ci fossero notizie secondo cui ricchi ebrei espatriati avrebbero creato un fondo per offrire incentivi agli ebrei iraniani affinché immigrassero in Israele, pochi hanno accettato l’offerta. La Società degli ebrei iraniani ha liquidato questo atto come “attrattiva politica immatura” e ha affermato che la loro identità nazionale non era in vendita.
Gli ebrei nella Repubblica islamica dell’Iran godono degli stessi diritti degli altri cittadini e sono liberi di praticare la propria religione. Nel parlamento iraniano c’è addirittura un seggio riservato al rappresentante degli ebrei iraniani. Sono riconosciuti come minoranza religiosa assieme agli zoroastriani e ai cristiani. Tutte queste minoranze religiose hanno diritto a risiedere al parlamento iraniano.
Gli ebrei iraniani hanno il loro giornale (chiamato “Ofogh-e-Bina”) con studiosi ebrei che svolgono ricerche ebraiche presso la “Biblioteca Centrale dell’Associazione Ebraica” di Teheran. L’ospedale ebraico Dr. Sapir è il più grande ospedale di beneficenza dell’Iran tra tutte le comunità di minoranze religiose del paese.
Il rabbino capo Yousef Hamadani Cohen è stato il leader spirituale della comunità ebraica dell’Iran dal 1994 al 2007, quando gli successe Mashallah Golestani-Nejad. Nell’agosto del 2000, Cohen incontrò per la prima volta il presidente iraniano Mohammad Khatami. Nel 2003, Cohen e Motamed incontrarono Khatami alla sinagoga Yusef Abad, che fu la prima volta che un presidente iraniano visitò una sinagoga dai tempi della rivoluzione islamica.
Gli ebrei iraniani sono conosciuti soprattutto per alcune occupazioni come la creazione di gioielli in oro e il commercio di oggetti d’antiquariato, tessuti e tappeti. La maggior parte degli ebrei vive a Teheran, la capitale.[109] Tradizionalmente, tuttavia, Shiraz, Hamedan, Isfahan, Tabriz, Nahawand, Babol e alcune altre città dell’Iran ospitavano grandi popolazioni di ebrei. A Teheran ha 11 sinagoghe funzionanti, molte delle quali con scuole ebraiche. Dispone di due ristoranti kosher, una casa di riposo e un cimitero. Esiste una biblioteca ebraica con 20.000 titoli. La comunità ebraica in Iran è la testimonianza diretta che il governo teocratico iraniano shiita non ha mai compiuto crociate religiose. La sua avversità è contro il regime coloniale di Tel Aviv che ha sempre massacrato i palestinesi e ora tenta il genocidio e non contro il popolo ebraico.

(Faro di Roma, 26 maggio 2024)

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“Siamo tornati alle epurazioni degli ebrei”, l’ex docente Ugo Volli chiede le dimissioni del rettore dell’Università di Torino

Per il professore è stata tradita la missione educativa e culturale dell’ateneo torinese: «Tutto è iniziato con la decisione sciagurata di sospendere il bando Maeci»

di Caterina Stamin

«Sono arrabbiato», ripete Ugo Volli. «Sono molto arrabbiato».

- Mi spiega il perché?
 «Provare vergogna per l’apparenza a un’università di cui sono sempre stato fiero è molto triste per me».

Per vent’anni il professor Volli ha insegnato Semiotica del testo all’Università di Torino. In quelle stesse aule ora occupate dai collettivi in tenda, da bandiere della Palestina e striscioni che chiedono la fine del «genocidio in corso a Gaza». Oggi, in pensione, si dice «inorridito» dall’aria che si respira nel suo Ateneo. «Penso alle lezioni spostate online, agli studenti e ai docenti che non vengono fatti entrare e a chi riceve minacce per la sua identità ebraica: mi sento in una situazione simile a quella che visse a mio padre nel ’38, quando le leggi razziste lo espulsero da scuola».

- Non è un po’ troppo?
 «Assolutamente no. C’è stata un’invasione dell’università da parte di soggetti antisemiti. E il rettore doveva bloccarla per difendere la libertà degli studenti e dei docenti».

- Cosa pensa del sermone dell’imam a Palazzo Nuovo?
 «Credo sia un fatto gravissimo».

- Perché?
 «Non tanto e non solo perché è un sermone religioso e l’università deve essere laica, ma perché si tratta anche di una cerimonia politica di parte ed estremista».

- Di quale parte?
 «Il sermone è stato fatto a favore di terroristi che hanno centinaia di stupri, rapimenti e omicidi sulla coscienza. Si tratta di un’esaltazione di crimini gravissimi».

- L’Università ha abdicato al suo ruolo?
 «Bisogna fare una distinzione tra le università».

- Prego.
 «Ci sono state università, come a Roma, a Bologna e anche a Torino, che hanno avuto la dignità di rifiutare comizi filo-terroristi e respingere ricatti di piccoli gruppi estremisti».

- A UniTo non è stato lo stesso?
 «No, l’Ateneo è stato l’esempio di un luogo che ha tradito la propria missione educativa e culturale: ha avuto la responsabilità di non svolgere il proprio dovere».

- Ovvero?
 «Garantire innanzitutto l’agibilità dei luoghi di studio e la convivenza di tutti. Poi il dovere di essere un’istituzione di ricerca e di studio che rispetta la Costituzione italiana. L’attuale direzione dell’Ateneo non ha fatto niente per bloccare l’occupazione né quel comizio. E ancora prima ha assunto un ruolo pilatesco di fronte alla domanda oltraggiosa di impedire la collaborazione scientifica con le università israeliane».

- Si riferisce al bando Maeci?
 «Sì, credo che quello di cui stiamo discutendo oggi sia la conseguenza di quella sciagurata decisione del Senato accademico di accettare il ricatto di gruppi che disturbano l’andamento dell’università, prevaricando».

- Di chi è la colpa?
 «La prima colpa è di questi gruppetti che approfittano di una licenza che gli viene concessa per fare violenza agli studenti, ai docenti e alla natura stessa dell’università».

- Poi?
 «Del rettore e del Senato accademico di non aver impedito queste prepotenze e di non aver fatto ricorso alla forza pubblica per ristabilire la legalità in ateneo».

- Al rettore è mancato coraggio?
 «Non so se sia vigliaccheria, ipocrisia o complicità ideologica. Senza dubbio è mancato al suo elementare dovere. E io chiedo le sue dimissioni».

- Al Politecnico è andata diversamente.
 «Il rettore del Politecnico si è comportato in maniera corretta, è intervenuto e non si è nascosto. Ma non è un eroe isolato: la maggior parte dei rettori italiani si sono comportati allo stesso modo. Solo alcuni singoli, come Geuna, hanno mostrato totale inadeguatezza al loro ruolo».

(La Stampa, 25 maggio 2024)

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«Big Pharma è nelle mani di gente senza valori e adesso controlla l’Oms”

Intervista a Aseem Malhotra. Il cardiologo britannico: «Etica, scienza e salute non contano. Importa solo il denaro. Il vaccino ha causato tanti morti, ma i media sono asserviti»

di Martina Pastorelli

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Aseem Malhotra

«Quando gli italiani sentono i nomi Pfizer, Big Pharma o Astrazeneca devono associarli a una parola: persone da cui stare in guardia che ora controllano perfino l'Organizzazione mondiale della sanità. Per ottenere più profitti possibili, senza curarsi delle possibili reazioni avverse hanno imposto che i vaccini Covid fossero obbligatori e adesso dobbiamo fare i conti con le conseguenze di un capitalismo aziendale cui è stato legalmente permesso di danneggiare la popolazione pur di guadagnare».
  Non usa giri di parole Aseem Malhotra, cardiologo britannico di fama internazionale che da tempo denuncia l'avidità delle aziende farmaceutiche e la loro influenza su istituzioni e organismi di controllo sanitari mondiali. Durante la pandemia, sostiene Malhotra, sull'opinione pubblica e sulla stessa classe medica sarebbe calata una cappa di disinformazione e bugie finalizzata a promuovere i vaccini,  con un'operazione analoga a quella che le grandi aziende del tabacco hanno portato avanti per decenni: «Mentre il fumo uccideva le persone, i dati sui danni provocati dalle sigarette venivano nascosti usando un mix di negazione, informazioni fuorvianti e appoggio prezzolato di scienziati e politici. Allora ci volle molto tempo prima che emergessero le evidenti correlazioni tra il fumo e il cancro ai polmoni. Pensi che ancora nel 1994 gli amministratori delegati di Big Tobacco giurarono davanti al Congresso Usa che la nicotina non dava dipendenza e che il fumo non era cancerogeno. Ecco, oggi abbiamo a che fare con persone dello stesso genere, le quali controllano l'informazione sanitaria».

- In termini di gestione sanitaria quale lezione ci ha lasciato la pandemia?
  «La più importante è che va rimossa qualsiasi influenza commerciale dalle decisioni di salute pubblica. Dobbiamo imparare che alle grandi corporation non interessa la nostra salute ma solo far cassa e che per raggiungere il loro obiettivo sono pronti a mentire, ingannare e manipolare».

- Qual è il legame tra Big Pharma e il mondo medico, oggi?
  «Le aziende farmaceutiche hanno l'obbligo fiduciario di realizzare profitti per i loro azionisti, non di fornirci la cura migliore. Il vero scandalo è che gli enti regolatori non sono riusciti a prevenire la cattiva condotta dei produttori e che quanti avevano la responsabilità di garantire la salute dei pazienti e della correttezza scientifica - accademici, pubblicazioni specializzate, medici - sono stati collusi con l'industria farmaceutica. Basti pensare che la maggior parte degli enti regolatori occidentali sono finanziati da Big Pharma: l'attuale sistema non solo non è scientifico né etico, ma nemmeno democratico».

- Sta venendo meno la fiducia negli stessi medici?
  «Da medico osservo una cosa: la salute delle persone peggiora. Già prima della pandemia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna l'aspettativa di vita era in declino e le malattie croniche in ascesa. Il motivo per cui la fiducia nei medici si sta erodendo è che la maggior parte di loro, inconsapevolmente, prescrive ai pazienti farmaci sulla base di informazioni falsate da altri interessi. Inevitabile che i risultati siano, nella migliore delle ipotesi sub-ottimali, e nella peggiore dannosi. Poi c'è un altro elemento: la professione medica è gerarchica e obbediente, il che facilita l'abuso di potere. Senza dimenticare la connivenza fra Big Pharma e organismi medici di primo piano, inclusa l'Oms, che per il 70% viene finanziata per ottenere una controparte. Il suo secondo contributore oggi è Bill Gates, che si stima che abbia guadagnato mezzo miliardo di dollari dagli investimenti nei vaccini Covid. Il problema è che queste società controllano la narrazione e sopprimono quelle informazioni, cruciali per pazienti e dottori, che ne ridurrebbero l'influenza e il potere sulla salute pubblica».

- Prima di ritirare il proprio vaccino, Astrazeneca ha ammesso la possibilità di effetti collaterali anche gravi. Pensa che un giorno Pfizer e Moderna faranno lo stesso?
  «La storia di Big Pharma ci mostra che negli ultimi decenni queste aziende hanno pagato multe di decine di miliardi per aver nascosto dati e danni. Dovremo ricorrere ai tribunali, per risolvere parte del problema e arrivare a una verità, se non totale, quantomeno più accurata di quella attuale».

- Come valuta il Trattato pandemico e il nuovo Regolamento sanitario internazionale che l'Oms vorrebbe approvare, anche se sembrerebbe avere poche speranze?
  «Sarebbe solo un altro mezzo con cui Big Pharma e le grandi corporation vogliono esercitare il loro potere e la loro tirannia, parandosi dietro alla maschera di "indipendente" che indossa l'Oms ma che non corrisponde alla realtà».
  
  - Davanti a tutto ciò che non ha funzionato e ai danni commessi, come si spiega l'insensibilità umana e l'irresponsabilità politica che stanno dimostrando tanti rappresentanti delle istituzioni?
  «Ci sono più cause: i politici - molti li conosco personalmente perché si affidano a me per consigli medici - riflettono l'atteggiamento della società, che è sempre più materialista e condizionata da entità che hanno messo da parte valori democratici e integrità morale. Il problema - di cui si è occupato anche The Lancet - dei "determinanti commerciali della salute", ovvero quell'insieme di strategie, azioni e omissioni del settore privato che influenzano la scelta di prodotti e hanno conseguenze negative sulla salute pubblica, secondo me va ridefinito in termini di "determinanti psicopatici della salute". Con ciò intendo dire che il comportamento di chi guida certe aziende rientra nei criteri che definiscono la psicopatia: incapacità di provare senso di colpa, disinteresse per la sicurezza altrui, insensibilità, bugie a scopo di profitto. Se queste realtà acquistano sempre più il controllo del sistema e delle nostre vite, ecco che anche l'atteggiamento dei politici sarà conseguente. Abbiamo aziendalizzato gli esseri umani e quando le persone sono patologicamente mosse puramente dall'interesse personale questo danneggia l'intera società, anche da un punto di vista fisico».

- L'abbandono di chi ha subito eventi avversi dopo la vaccinazione è emblematico: perché è ancora così difficile riconoscere questa realtà?
  «Il problema è che non c'è stato un processo indipendente di analisi dei dati prima dell'introduzione dei vaccini Covid, ma la maggioranza dei medici non lo sa. Quando successivamente un gruppo di eminenti scienziati, tra i quali Peter Doshi, Sander Greenland e Joseph Fraiman, ha potuto analizzare gli studi originali di Pfizer e Moderna, ha concluso che è più probabile soffrire di gravi eventi avversi dovuti al vaccino - in particolare quello a mRna - che di finire all'ospedale a causa del Covid. La stessa Oms aveva approvato una lista di reazioni potenzialmente gravi legati a questi prodotti, solo che nessuno ne ha saputo nulla. Se i dottori - me compreso, che ho fatto due dosi di vaccino Pfizer - vengono tenuti all’oscuro di questo e anzi subiscono un indottrinamento tale che la sicurezza del vaccino viene data per verità biblica, beh è inevitabile che non siano poi in grado di fare la diagnosi giusta e attribuiscano gli eventi avversi che si stanno verificando ad altre cause. Ma quando gli presenti i dati - come faccio io in giro per il mondo - cambiano completamente idea».

- L'alibi fu che bisognava procedere alla velocità della scienza ...
  «Certo, ma se l'autorizzazione era stata data in via emergenziale perché hanno raccontato alle persone che i vaccini erano completamente sicuri? E perché imporli? Sono certo che a spingere per renderli obbligatori sia stata Pfizer».

- Eppure sostengono che milioni di vite siano state salvate grazie ai vaccini.
  «Un'affermazione che fa parte del repertorio di inganni, bugie e propaganda cui ricorrono queste aziende per evitare che le informazioni circolino. Da cardiologo, sulla base della mia esperienza e dell'analisi dei dati, posso dire che i vaccini hanno causato almeno altrettanti milioni di decessi, se non di più. Senza contare quelli che registreremo a causa delle malattie oncologiche e dei danni al cuore, che si manifestano anche tempo dopo l'inoculazione, come è successo a mio padre: sei mesi dopo la seconda dose Pfizer ha avuto un arresto cardiaco ed è morto. L'autopsia ha confermato che la causa è stata proprio il vaccino».

(La Verità, 26 maggio 2024)

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Israele e il Messia – percorsi paralleli (6)

Nella figura di Rachele, e precisamente negli ultimi momenti della sua vita, si trova una chiave di lettura per intendere momenti fondamentali della storia di Israele, fino alla venuta del Messia Gesù.

di Gabriele Monacis

La figura di Rachele nella Scrittura è quella di una madre molto particolare. Non tanto per essere stata una delle mogli di Giacobbe a cui, nonostante fosse sterile, Dio diede miracolosamente due figli, Giuseppe e Beniamino. La particolarità di Rachele nella Scrittura sta nel racconto della sua morte, di come e dove morì. È la morte di Rachele, dunque, a fare di questa donna una madre unica nel suo genere.
   Rachele morì partorendo un figlio, Beniamino, l’ultimo tra i figli di Giacobbe. La morte di questa madre avvenne per dare alla luce un figlio, un tremendo e dolorosissimo atto d’amore. Inoltre, il libro della Genesi dice che Rachele morì e fu sepolta sulla via di Efrata, cioè di Betlemme, mentre Giacobbe, con tutta la sua famiglia, stava tornando da Paddam-Aram nella sua terra di origine, per rivedere suo padre Isacco.

    C'era ancora un certo tratto di strada prima di arrivare a Efrata, quando Rachele partorì: ebbe un parto difficile. Mentre penava a partorire, la levatrice le disse: “Non temere, perché ecco un altro figlio”. E mentre l'anima sua se ne andava, perché stava morendo, chiamò il bimbo Ben-Oni; ma il padre lo chiamò Beniamino. Rachele morì e fu sepolta sulla via di Efrata, cioè di Betlemme (Genesi 35:16-19).

Molti anni dopo, poco prima di morire, Giacobbe ricordò con queste parole quegli ultimi momenti tristi vissuti insieme alla sua amata Rachele.

    Quando tornavo da Paddan, Rachele morì, nel paese di Canaan, durante il viaggio, a qualche distanza da Efrata; e la seppellii lì, sulla via di Efrata, che è Betlemme. (Genesi 48:7).

Rachele dunque morì durante il viaggio, di ritorno nella terra di Canaan. Fu l’unica, tra le mogli dei patriarchi di Israele, a non essere mai vissuta nella terra che Dio aveva promesso loro. Lì lei fu solo di passaggio.
   Dopo essere stata ricordata da suo marito in punto di morte, Rachele viene menzionata altre tre volte in tutta la Bibbia. Quattro, se si considera un riferimento alla “tomba di Rachele” nella vita di Saul, prima che diventasse re di Israele (1 Samuele 10:2). A testimoniare che, anche dopo molti secoli, la tomba di Rachele esisteva ancora e il luogo della sua morte è rimasto un punto di riferimento per coloro che si trovavano nel territorio della tribù di Beniamino.
   Dopo la morte di Giacobbe, si diceva, Rachele è menzionata una volta alla fine del libro di Rut, quando Boaz decise di acquistare tutto ciò che apparteneva alla famiglia di Naomi e di sposare Rut, vedova di Malon.

    Tutto il popolo che si trovava alla porta della città e gli anziani risposero: “Ne siamo testimoni. L'Eterno conceda che la donna che entra in casa tua sia come Rachele e come Lea, le due donne che fondarono la casa d'Israele. Spiega la tua forza in Efrata, e fatti un nome in Betlemme! (Rut 4:11).

Queste parole del popolo furono profetiche, in un certo senso, poiché da lì a poco Rut partorì a Boaz un figlio, Obed, che poi divenne il nonno di re Davide. È importante notare che nelle parole del popolo, il nome di Rachele è associato alla città di Betlemme, da cui la famiglia di Naomi proveniva.
   La volta successiva in cui si trova il nome di Rachele, e anche ultima per quanto riguarda l’Antico Testamento, è nel libro di Geremia. Qui è l’Eterno stesso a nominarla, per descrivere la sofferenza di Israele nel vedere i propri figli deportati a Babilonia ad opera dei Caldei, quando questi conquistarono il regno di Giuda.

    Così parla l'Eterno: “Si è udita una voce in Rama, un lamento, un pianto amaro; Rachele piange i suoi figli; lei rifiuta di essere consolata dei suoi figli, perché non sono più” (Geremia 31:15).

Ma è l’Eterno che risponde a se stesso e dà speranza a Israele, chiedendogli di non piangere più, perché quei figli che le madri stanno piangendo torneranno dal paese nemico.

    Così parla l'Eterno: “Trattieni la tua voce dal piangere, i tuoi occhi dal versare lacrime; poiché la tua opera sarà ricompensata”, dice l'Eterno, “essi ritorneranno dal paese del nemico; e c'è speranza per il tuo avvenire”, dice l'Eterno, “i tuoi figli ritorneranno entro i loro confini (Geremia 31:16,17).

L’unica volta in cui Rachele è menzionata nel Nuovo Testamento, è nel vangelo di Matteo, il quale afferma che sì adempì quello che fu detto per bocca del profeta Geremia quando il re Erode ordinò di uccidere tutti i figli maschi nati a Betlemme e dintorni – eh sì, ancora Betlemme – per uccidere anche Gesù, il quale era stato indicato come il Messia dai magi giunti dall’Oriente.

    Un grido è stato udito in Rama; un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più (Matteo 2:18).

Mettendo in ordine questi brani biblici accomunati dalla figura di Rachele, troviamo prima la sua morte sulla via di Efrata, cioè di Betlemme, mentre partoriva Beniamino. Il secondo brano è nel libro di Rut, quando il popolo la benedice affinché diventi una madre di Israele come lo fu Rachele. Il terzo brano è in Geremia, quando è l’Eterno a paragonare il pianto di Israele per i suoi figli con quello di Rachele. Allo stesso tempo, promette che quei figli di Israele torneranno. Pertanto, il pianto deve lasciare spazio alla speranza nella Parola di Dio. Il quarto brano è quello nel vangelo di Matteo. A seguito della nascita di Gesù, i bambini maschi di Betlemme vengono uccisi e il pianto di quelle madri viene paragonato al pianto di Rachele, che piange i suoi figli.
   Oltre alla figura di Rachele, che cos’è che hanno in comune questi quattro eventi della storia di Israele? Come detto in precedenza, è la morte di Rachele a rendere la figura di questa donna così particolare, perché è negli ultimi momenti della sua vita che si trova la chiave per leggere gli altri eventi della storia di Israele legati al suo nome. Compreso quello del Nuovo Testamento.
   La morte di Rachele è stata una porta per la vita di suo figlio Beniamino. Non una morte fine a se stessa, dunque. Ma un’espressione di amore smisurato della madre, che arrivò al punto di morire per dare la possibilità al figlio di vivere. E la città di Betlemme diventa il teatro di questo fatto tragico, il luogo in cui la morte e la vita si sono incontrate e si sono abbracciate per qualche istante.
   La morte ha lasciato spazio alla vita anche nella storia di Rut, nuora di Naomi, la cui famiglia era destinata a scomparire dalla storia di Israele e ad essere rimossa dalle genealogie future, in quanto tutti i componenti maschi della famiglia erano morti. Grazie al matrimonio tra Boaz e Rut, e al figlio Obed nato da questa unione, una famiglia di Israele che era defunta torna a vivere, la sua memoria improvvisamente riprende forma e spazio nella storia di Israele. E la città di Betlemme è di nuovo il luogo che ospita questa rinascita.
   Anche l’Eterno promette una certa rinascita alle madri di Israele piangenti, che vedevano i propri figli deportati a Babilonia. Se non una rinascita individuale di ogni singolo figlio deportato, certamente una rinascita di Israele inteso come popolo. Per bocca di Geremia, l’Eterno promette che la deportazione non sarà per sempre e i figli di Israele torneranno nella loro terra. La devastazione che era davanti a quegli occhi pieni di lacrime non era la fine di tutto. E il popolo era chiamato ad aggrapparsi a questa promessa dell’Eterno, che concede speranza ai disperati. Infatti, così avvenne. Dopo settant’anni di deportazione, Israele poté tornare nella sua terra, come aveva promesso l’Eterno per bocca del profeta Geremia.
   Arriviamo così al brano del vangelo di Matteo, che evidentemente prolunga la retta che interpola gli eventi passati della storia di Israele, legati a Rachele e a Betlemme, e che passa anche per la nascita di Gesù Cristo, che avvenne proprio a Betlemme. Perché Israele dovrebbe smettere di piangere davanti a una tragedia come quella delle madri di Betlemme, che persero i loro figli per ordine di re Erode? In cosa consiste la speranza che offre la Scrittura in apertura del Nuovo Testamento?
   La speranza è proprio in Gesù, in questo figlio di Israele che è nato, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati, come disse l’angelo del Signore a Giuseppe. Questo figlio è come Beniamino, il figlio che Rachele partorì. Il quale prima era stato chiamato dalla madre morente Ben-Oni – ossia figlio della mia sofferenza; ma suo padre Giacobbe gli cambiò il nome e lo chiamò Ben-Iamin – ossia figlio della destra.
   La speranza di Israele risiede in questo figlio Gesù, il quale prese su di sé i peccati del popolo attraverso la sua sofferenza e morte - Ben-Oni. Ma poi fu risorto e salì alla destra del Padre - Ben-Iamin, dove siede tuttora, per dare speranza ai disperati, lui che dovette accettare di morire in croce, e per far rivivere i morti, lui che fu risuscitato. Ed è proprio in questo figlio Gesù, nel quale la morte ha lasciato spazio alla vita, che è conservata la speranza di Israele.

(6. fine)

(Notizie su Israele, 26 maggio 2024)



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Siria: due miliziani di Hezbollah sono stati uccisi in un attacco attribuito a Israele

Due combattenti del gruppo libanese sciita filo-iraniano Hezbollah sono stati uccisi in un attacco attribuito a Israele nella città di Qusayr, nel governatorato di Homs, nel centro-ovest della Siria. Lo ha riferito l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr), organizzazione non governativa con sede a Londra ma con una vasta rete di contatti sul territorio.
Nell’attacco, due missili hanno colpito “un’auto e un camion di Hezbollah vicino alla città di Qusayr, nella provincia di Homs, mentre si dirigevano verso l’aeroporto militare di Al Dabaa, uccidendo almeno due combattenti di Hezbollah e ferendone altri”, ha spiegato il Sohr. Sebbene Israele, di norma, non faccia commenti su attacchi specifici in Siria, ha ammesso in precedenza di aver condotto centinaia di sortite contro le milizie sostenute dall’Iran.

(Nova News, 25 maggio 2024)

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Il falso problema dei “coloni”

di David Elber

Uno dei mantra più diffusi e falsi inerenti al conflitto tra arabi e Israele è quello relativo ai così detti “coloni”. Non c’è articolo, intervista o libro favorevole o contrario ad Israele che non li citi a sproposito. Ormai l’opinione pubblica è talmente condizionata che li vede come uno “ostacolo alla pace”, anzi come l’unico ostacolo alla pace.
  La conseguenza politica di questa visione delle cose è diventata la criminalizzazione della presenza ebraica in Giudea e Samaria a prescindere dalla storia e dal diritto internazionale. Ciò ha portato la UE e gli USA a intraprendere una agenda politica discriminatoria nei confronti degli abitanti ebrei di quei luoghi e dello stesso Stato di Israele, trattato in maniera del tutto opposta rispetto ai casi di vera occupazione in giro per il mondo.
  Della politica della UE, nei confronti di Israele, ne abbiamo già scritto in maniera dettagliata (http://www.linformale.eu/la-ue-e-la-sua-ossessione-anti-israeliana/), qui è sufficiente ricordare che la UE applica nei confronti di Israele dei criteri che sono opposti a quelli applicati in tutti i casi di occupazione reale. Infatti, nel caso di occupazione del Sahara Occidentale operato dal Marocco, non solo i coloni marocchini non sono considerati un “ostacolo alla pace” ma per i prodotti di provenienza dal Sahara Occidentale occupato si applicano delle tariffe agevolate di importazione (e non sono “marchiati” come quelli israeliani). Lo stesso discorso vale per il caso di Cipro Nord, occupato dalla Turchia: nessuna presa di posizione politica della UE nei confronti dei coloni turchi o della Turchia che occupa un terzo della superficie di un paese membro della UE. Anzi, in questo caso la UE finanzia le colonie turche a Cipro. Perfino la Corte Europea dei Diritti Umani si è espressa contro le istanze presentate dai greco-ciprioti: nessun “diritto al ritorno” al massimo una compensazione economica per le proprietà occupate dai turchi. Analogamente sono stati trattati i casi di occupazione della Cambogia (da parte del Vietnam), di Timor Est (da parte dell’Indonesia): in nessun caso è mai stato chiesto dalla UE, dagli USA o dall’ONU l’allontanamento dei coloni delle potenza occupante dal territorio occupato. Questa non regola è richiesta unicamente a Israele che, per giunta, non occupa nessun territorio che non sia legittimamente suo sotto il profilo del  diritto internazionale. Perché nessuno – neanche tra gli amici di Israele – mette in evidenza questo doppio standard della comunità internazionale, anziché, fare da cassa di risonanza della propaganda politica antiebraica?
  Un’altra considerazione deve essere messa debitamente in evidenza, ed è quella relativa all’eradicazione “dell’ostacolo alla pace”. Anche in questo caso la comunità internazionale ha superato se stessa: Israele dovrebbe cimentarsi in un’operazione di pulizia etnica nei confronti della sua popolazione ebraica che vive in Giudea, Samaria e nella propria capitale perché solo così ci sarà “la pace”. Ma, viene da chiedersi, come mai nel caso di Timor Est o della Cambogia si è arrivati alla “pace” senza che un solo colono indonesiano o vietnamita sia stato allontanato dalla sua casa? Perché la comunità internazionale non obbliga i turchi o i marocchini a fare pulizia etnica dei propri cittadini per arrivare alla “pace” a Cipro o nel Sahara Occidentale? Anzi, in questi casi, afferma che non rappresentano affatto un ostacolo alla “pace”. Perché?
  La storia annovera innumerevoli casi di dispute territoriali tra i popoli. Ci soffermeremo, come esempio, solamente, su una in particolare: quella relativa alla popolazione tedesca dell’Europa dell’est.
  Alla fine della Seconda guerra mondiale fu deciso dalle Potenze vincitrici (USA, URSS e Gran Bretagna) con un accordo internazionale (Potsdam agosto 1945), che tutta la popolazione tedesca (circa 14 milioni di persone), che viveva in Polonia, Cecoslovacchia, Paesi baltici, Ungheria, Romania e URSS, dovesse essere allontanata “in maniera coercitiva” – così è scritto nell’accordo internazionale – perché ritenuta pericolosa per la pace. In pratica la comunità internazionale decise che i civili tedeschi che vivevano, in questi Stati, in molti casi da quasi mille anni, dovessero essere espulsi dalle loro case attraverso la più grande operazione pianificata di pulizia etnica della storia. Questo, non fu il primo caso di trasferimento coatto di popolazione civile, ammesso dal diritto internazionale, ma, fu senza dubbio il più massiccio. La motivazione era chiara: i tedeschi erano stati i responsabili di numerose guerre di aggressione nei confronti degli Stati vicini e la presenza di abitanti di lingua tedesca in numerosi Stati era vista come una minaccia alla pace e potenzialmente come un pretesto per future aggressioni. Ora, nel mondo capovolto di oggi, si ha la pretesa che Israele debba fare opera di pulizia etnica di una parte della propria popolazione in una porzione di territorio sulla quale ha piena legittimità, nonostante sia Israele lo Stato più volte aggredito dagli arabi (e non il contrario) e per giunta sempre vittorioso: cioè esattamente il contrario di quanto fatto con i tedeschi dopo il 1945. Si tratta, come è evidente, di un ribaltamento della logica: è come se, alla Germania sconfitta, fossero state date parti di Polonia, Cecoslovacchia e Paesi baltici, dalle quali fosse stato richiesto agli abitanti polacchi, cechi, ecc. di andarsene e, nel contempo, alle locali autorità fosse stato richiesto di compiere l’opera di pulizia etnica.
  Purtroppo si leggono libri e si sentono opinionisti – “amici di Israele” – che avvalorano questa tesi priva di ogni contenuto storico, morale e di buon senso; infatti, non è mai applicata, come esposto, in nessun altro contesto.

(L'informale, 25 maggio 2024)

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L'Aia ordina lo stop a Israele, che continua a trovare solo cadaveri dei rapiti da Hamas

La Corte internazionale di giustizia chiede di fermare l’offensiva militare a Rafah deliberando a favore della richiesta del Sudafrica. Per lo stato ebraico la priorità assoluta è la restituzione degli ostaggi: su oltre 240 catturati il 7 ottobre, secondo l'intelligence sarebbero vivi in trenta.

di Giulio Meotti

Dopo la richiesta di arresto di Benjamin Netanyahu da parte del procuratore della Corte penale dell’Aia, la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha ordinato a Israele di fermare l’offensiva militare a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, deliberando a favore della richiesta del Sudafrica, che ha accusato Israele di “genocidio”. Il risultato della votazione è stato di 13 a 2. I due voti contrari sono Julia Sebutinde, rappresentante dell’Uganda presso la Corte, e di Aharon Barak, ex presidente dell’Alta corte israeliana e nominato da Gerusalemme presso il comitato della Corte di giustizia. 
   Altri tre giudici sostengono che la clausola operativa della decisione della corte non limita Israele nell’immediato, ma solo nel caso che l’operazione a Rafah dovesse contravvenire alla Convenzione di Ginevra. Intanto Israele continua a trovare corpi di ostaggi a Rafah. La scorsa settimana sono stati ritrovati i corpi di  tre civili, fra cui quello di Shani Louk, la ragazza simbolo del 7 ottobre. L’esercito israeliano oggi ha recuperato i corpi di altri tre ostaggi, fra cui il cadavere del fidanzato di Shani, Orión Hernández Radoux, e quelli di Hanan Yablonka e Michel Nisenbaum. Erano al festival Supernova quando è stato attaccato dai terroristi di Hamas. 
   Il gabinetto di guerra di Israele ha intanto approvato la ripresa dei colloqui indiretti con Hamas per il rilascio degli ostaggi dopo settimane di stallo. La priorità assoluta è la restituzione degli ostaggi catturati da Hamas. Oltre 240 ostaggi sono stati presi il 7 ottobre. Ufficialmente ci sono 124  rapiti ancora a Gaza. Ma ogni giorno che passa, Israele trova sempre più solo ostaggi morti e diminuiscono le possibilità di trovarne di vivi. E il numero di  vivi o morti è fondamentale per le proposte di cessate il fuoco, che prevedono lo scambio  con terroristi palestinesi detenuti in Israele. Gli ostaggi vivi sarebbero solo trenta, secondo l’intelligence di Israele. Hamas non fornisce informazioni su quanti  siano vivi, perché sa che lasciare gli israeliani all’oscuro sulla sorte dei rapiti li mette nella condizione di non sapere per cosa stanno negoziando. 

Il Foglio, 25 maggio 2024)

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Appello degli ebrei europei per un’Europa unita e coerente con i suoi valori fondativi

Pubblichiamo l’appello di Jcall in vista delle elezioni europee a sostegno dei partiti e dei candidati che affermano una visione dell’Europa ispirata alla pace e alla difesa di tutte le minoranze etniche e religiose.

Noi come ebrei e cittadini europei,
- Legati ai valori ebraici di difesa dei deboli, giustizia sociale, dignità dello straniero;
- Difensori della democrazia e del pluralismo, essenziali per la protezione delle minoranze e il convivere di etnie, religioni e culture differenti;
- Allarmati per l’acuirsi di forme di intolleranza e discriminazione del diverso in Italia, Europa, Medio Oriente, così come altrove nel mondo.

  • Riaffermiamo i valori alla base della costruzione di un’Europa unita: pace, democrazia, tutela dei diritti umani, rispetto della diversità etnica e culturale, ripudio dell’etno-nazionalismo;
  • Condanniamo il risorgere di atti di antisemitismo così come di rimozione della memoria e di banalizzazione degli orrori degli anni ’30 e ’40 del Novecento;
  • Ci opponiamo all’irrompere nello spazio pubblico di atteggiamenti e atti di razzismo contro stranieri da parte di individui, movimenti e settori delle pubbliche amministrazioni, richiedendo alle istituzioni – dalla scuola agli enti pubblici ai mass media – un forte impegno a combatterne e rimuoverne le radici;
  • Sosteniamo, in vista delle elezioni per il Parlamento europeo, partiti e candidati che affermano e condividono questi principi e valori.

Per adesioni, scrivere a jcall.italia@gmail.com
Il testo dell’appello e l’elenco dei sottoscrittori saranno disponibili sul sito www.jcall.eu
Fra i primi firmatari: Marina Piperno, Giorgio Treves, Giorgio Gomel, Gad Lerner, Carlo Ginzburg, Sandro Ventura, Anna Foa, Stefano Levi della Torre, Fiorella Kostoris, Alberto Cuevas, Stefano Jesurum, Federico Fubini, Giovanni Levi, Francesca Ceccherini Silberstein, Luisella Gomel, Raul Wittenberg, Renata Segre, Ugo Caffaz, Valeria Gandus, Hugo Estrella, Rimmon Lavi, Giorgio Basevi, Emila Perroni, Franco Giovannini, Bice Fubini, Daniele Amati, Silvia Amati, Bruno Contini, Antonella Ortis, Daniela Della Seta, Ambra Dina, Lello dell’Ariccia, Paola Moscati, Sergio Tagliacozzo, Laura Voghera, Alessandra Ginzburg, Micaela Vitale, Lia Cammeo, Simonetta Polacco, Dunia Astrologo, Emilio Jona, Alberto Zevi, Maddalena Basevi, Claudio Treves, Enrico Franco, Ester Rosenbaum, Davide Banon, Rahel Schneider, Anna Nassisi, Anna Murgiannis, Francisco Estela Burriel

(Domani, 25 maggio 2024)

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«Palestina libera, dal fiume al mare» il ritornello buono per ministri, politici, rettori

Il ministro del Lavoro spagnolo, Diaz, ha pronunciato la frase utilizzata ormai non solo dai miliziani di Hamas.

di Stefano Piazza

Che la guerra scoppiata tra Israele e Hamas dopo l'operazione militare del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele ha fatto riesplodere l'antisemitismo a livello globale con aggressioni fisiche, insulti e minacce nei media, profanazioni di luoghi di culto e cimiteri ebraici lo abbiamo più volte raccontato; ma che un ministro di un Paese membro dell'Unione Europea (in questo caso la Spagna), si potesse presentare in televisione per dire: «La Palestina sarà libera dal fiume al mare», fino a ieri era impossibile da immaginare ma è successo. A farlo è stato il leader di Su mar (estrema sinistra che ha 37 seggi in parlamento), ministro del Lavoro e vice primo ministro Yolanda Diaz che pare davvero ossessionata da Israele, dato che si occupa a tempo pieno della questione israelo-palestinese. Ma che vuol dire esattamente questo slogan che anche gli studenti che occupano le università in tutto il mondo ripetono ossessivamente?
  «"Dal fiume al mare" - spiega Davide Riccardo Romano, Direttore del Museo della Brigata Ebraica - è uno slogan di Hamas che dice chiaramente qual è il suo obiettivo: cancellare Israele dalla mappa per fare spazio a uno Stato Islamico palestinese sul modello iraniano. Il dramma è che Hamas - come Hitler a suo tempo - è sincera e dice chiaramente quello che vuole fare, a partire dal proprio Statuto. Eppure non viene creduta, nonostante sotto il regime di Hamas fosse vietato il libro di Romeo e Giulietta (perché occidentale) mentre è permesso il Mein Kampf del leader nazista. Tanti, troppi, in Occidente non capiscono cosa sia veramente Hamas. Il fatto che gli studenti ripetano quello slogan genocidario, conferma come queste minoranze esagitate di giovani non stanno con il popolo palestinese in generale, ma solo con la parte più fanatica e sanguinaria di esso. Quella che vuole relegare la donna in casa con il velo, fuori dal mondo civile. Dimenticano - o meglio, non sanno - che Hamas prevede torture e morte per i gay e per i giornalisti o gli studenti disobbedienti. Sono ragazzi confusi: studenti di estrema sinistra che appoggiano un regime islamo-fascista. Sono i migliori alleati di Teheran, la migliore gioventù di un regime sanguinario e razzista».
  In una delle ultime dichiarazioni alla stampa, Yolanda Diaz, ha enfatizzato «l'impegno del governo nel chiarire e indagare su Netanyahu come un criminale» poi ha aggiunto che «questo è un passo che il nostro Paese deve incoraggiare e sostenere insieme ad altri Stati, al fine di porre fine alla barbarie una volta per tutte».
  Sia l'ambasciata israeliana che la Federazione delle comunità ebraiche spagnole hanno condannato le parole del ministro del Lavoro e dell'Economia Diaz e su X l'associazione ebraica scrive: «Invece di promuovere la sicurezza degli ebrei spagnoli, incoraggiano l'odio e il rifiuto nei loro confronti». Su X, l'ambasciata israeliana a Madrid scrive di respingere completamente le dichiarazioni di Yolanda Diaz: «Lo slogan è un chiaro appello alla distruzione di Israele, fomentando odio e violenza. Le dichiarazioni antisemite sono incompatibili con una società democratica ed è inaccettabile che provengano da un vice primo ministro. Ci auguriamo che la Spagna mantenga la sua promessa di combattere l'antisemitismo».
  La Spagna è uno dei tre Paesi europei, insieme a Irlanda e Norvegia, che si stanno preparando a riconoscere uno Stato palestinese entro pochi giorni, secondo gli annunci di questi governi questa settimana. Per Davide Riccardo Romano «se il vice primo ministro Yolanda Diaz ritiene che uccidere e torturare donne e bambini sia la strada per ottenere un riconoscimento statuale, mi domando perché non ha preso la stessa iniziativa per lsis o al-Qaeda, che peraltro ha già colpito a Madrid nel 2006 con 793 vittime. È pieno il mondo di terroristi che si accaniscono contro i civili, e non capisco come mai abbia questa predilezione per Hamas. Forse perché uccidere ebrei è per lei cosa encomiabile? Vorrei ricordare al viceministro che lo slogan dei jihadisti è 'prima il sabato e poi la domenica', che tradotto vuole dire "prima perseguitiamo gli ebrei e poi toccherà ai cristiani". Del resto, è visibile a tutti come nei territori governati da Hamas o dall'Anp i cristiani scappano, mentre Israele è l'unico luogo del Medio Oriente dove sono in aumento».

(Panorama, 24 maggio 2024)

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Teatro Parenti sotto attacco: studenti contestano la cultura ebraica

L’accusa è di «avamposto di sionismo in città»

«Firme contro il Teatro Parenti, avamposto del sionismo in città». Questo è il titolo che campeggia sulle pagine di Libero. Nell’articolo si legge che i collettivi e gli studenti dell’Accademia di Brera criticano le attività del Teatro, ritenute troppo influenzate dalla cultura ebraica.
   Intanto da stamattina la notizia si è diffusa rapidamente sui social, suscitando sgomento tra coloro che conoscono il prestigio del noto teatro, da sempre impegnato a offrire spettacoli di alta qualità con artisti di grande rilievo. Sin dal sodalizio fortunato tra Franco Parenti, Giovanni Testori e Andrée Ruth Shammah, il Teatro si è infatti distinto per la valorizzazione della drammaturgia d’autore e per la promozione della libertà di pensiero attraverso proposte eterogenee.
   «Di fronte al silenzio complice è l’indifferenza delle istituzione accademica sul genocidio del popolo palestinese, abbiamo deciso di far sentire la nostra voce in solidarietà alla resistenza del popolo palestinese», scrivono sui social gli studenti di Brera. E per questa ragione hanno deciso lanciare una raccolta di firme per chiedere di «interrompere la convenzione col teatro Franco Parenti, avamposto del sionismo a Milano».
   L’accusa degli studenti ha scosso e indignato la nostra Comunità ma anche chi conosce bene il variegato palinsesto del Teatro Parenti, sempre improntato alla pluralità, universalità e laicità di pensiero.
   Fin dalla sua fondazione, il Parenti ha ospitato anche spettacoli e incontri legati alla cultura ebraica, affermando, come si legge sul sito del teatro, che «nessuna manifestazione di cultura ebraica si è risolta in una questione di ebrei, ma è sempre stata un suggerimento e un atteggiamento, un modo di avvicinare la realtà. I progetti sulla cultura ebraica vengono affrontati con la consapevolezza che ricercare le radici non significa rifugiarsi in ancestrali deteriori. Al contrario, la cultura ebraica è forse l’unica che si fonda sul presente, integrandovi il passato. Un terreno ricco di racconti e leggende, di canti e danze, di dispute, di Storia, di feste come momenti teatrali e di Teatro come momento di vita».
   Nonostante la mission del Teatro volta a promuovere una cultura a 360 gradi, gli studenti dell’Accademia di Brera hanno attaccato questa realtà virtuosa contribuendo ad alimentare un odio delirante anti-israeliano e anti-ebraico, diffuso da mesi nelle università più prestigiose degli Stati Uniti e ora anche in Europa, Italia e infine Milano.
   «Pensiamo che l’Accademia non sia un ambiente isolato e fuori dal mondo, ma che, come luogo culturale e prestigioso, debba prendere posizione e usare l’arte e la cultura come strumenti politici contro le ingiustizie del presente – scrivono gli studenti –. In occasione del settantesimo anniversario della Nakba abbiamo organizzato una giornata di solidarietà con il popolo palestinese e una partecipata assemblea durante la quale abbiamo affermato che non vogliamo essere complici di un genocidio e che continueremo a mobilitarci partendo dai nostri luoghi di studio».

(Bet Magazine Mosaico, 24 maggio 2024)

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Un incidente grave nel tempio della laicità

di Elena Loewenthal

Che la situazione sia sfuggita di mano è soltanto un pallido eufemismo, perché quanto è successo venerdì scorso entro i confini dell’Università di Torino è ben di più, ben di peggio. E che il rettore Geuna si schermisca con l’argomento che la sede degli studi superiori piemontese è occupata, dunque al di fuori della sua giurisdizione, non aiuta certo a scendere a patti con questo grave incidente. Venerdì scorso gli studenti/occupanti hanno invitato all’Università Brahim Baya a celebrare la preghiera e il suo sermone inneggiante alla guerra santa. Constatava, anzi, che la guerra santa è in atto, condotta da uomini, donne e bambini contro i “sionisti” che hanno osato calpestare quella terra benedetta prima ancora della nabka.
   Com’è possibile che in una istituzione laica per definizione degli studenti che protestano in nome di una loro visione del progresso – civile, politico, sociale – decidano che la preghiera di una certa confessione abbia spazio e quasi tutto il resto no? Università non dovrebbe significare “universalità”? Dialogo? O forse fa molto, troppo più comodo a questi studenti (che detto fra parentesi non sono tutti e forse neanche la maggioranza, però occupano e dettano legge), semplicemente scimmiottare quanto accade negli atenei d’oltre oceano, giusto o deprecabile che sia? E quindi, dopo aver scrollato qualche video sui social, hanno deciso che anche a loro spettava la preghiera islamica, così da far schizzare le visualizzazioni?
   E poi c’è il sermone dell’imam Baya. Perché, va detto, l’islam è una realtà complessa, ricca di opinioni e approcci diversi. Tutt’altro che un monolite, come spesso si è tentati di pensare. E anche nel nostro territorio ci sono imam conservatori e altri progressisti, e ci sono molti modi diversi di sentire, esprimere e comunicare la propria fede islamica. Il sermone di venerdì scorso all’Università di Torino (che già scrivere questa frase per esteso – e rileggerla – fa rizzare i capelli in testa per la sua incongruità di fondo: dov’è finita la nostra società laica e pluralista?) era tutt’altro che un discorso di pace, di fede, di spiritualità. Ricco di iperboli infuocate – “la Palestina resiste a una furia genocida uscita dalla peggiore barbarie della storia” – invitava coloro che ancora non lo stanno facendo a “usare le mani” e contribuire alla lotta di “liberazione” di una terra che i sionisti hanno osato “occupare” ben prima che, per decisione votata a maggioranza dalle Nazioni Unite nascesse lo stato d’Israele (e sarebbe dovuto nascere anche uno stato palestinesi, se il fronte arabo non avesse opposto il suo rifiuto). Nella migliore tradizione di cui l’Iran degli ayatollah è ormai quasi l’unico erede, l’imam non nomina mai Israele.
   Come ripeteva Amos Oz, il conflitto fra Israele e i palestinesi è una tragedia perché è un confronto non fra un torto e una ragione bensì fra due ragioni. Quanto è accaduto all’interno dell’Università di Torino venerdì scorso è l’ennesima testimonianza di uno scollamento sempre più grande fra i sacrosanti diritti dei due popoli a un futuro vivibile e delle proteste sempre più avulse dalla realtà, dalla complessità di questo conflitto. Questi episodi nelle Università, le urla di chi sbraita “dal fiume al mare” senza alcuna cognizione geografica, storica e politica, sono sempre più lontani dalla tragedia in corso che israeliani e palestinesi – vittime entrambi – subiscono. Il fatto che il rettore declini ogni responsabilità perché l’Università di Torino è sotto occupazione – dunque non è più un bene comune, pubblico, aperto –, aggrava ulteriormente il quadro.

(La Stampa, 24 maggio 2024)
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“Dov’è finita la nostra società laica e pluralista?” Si chiede l’autrice. E non tenta di dare una risposta. E’ un fatto che per gli ebrei il laicismo della società occidentale non è più un rifugio. L’ebraismo non riesce più a disciogliersi dolcemente nel laicismo. Ed era inevitabile che finisse così. La pietra d’intoppo è Israele. M.C.

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Chi dice il vero, chi dice il falso?

di David Elber

A seguito delle mie critiche al capitolo “L’errore di Israele i coloni e il revanscismo biblico”, contenuto nel suo libro Il libro nero di Hamas, l’autore, Carlo Panella, ha reso noto attraverso Informazione Corretta, che ha ripreso il pezzo pubblicato qui su L’Informale che ciò che ho scritto si baserebbe su «dati di fatto del tutto inventati o falsi» e questo «a partire dalla affermazione che “la Giudea è la Samaria appartenevano dal 1922 al popolo ebraico”. Quando mai? Invenzione pura.».
Le mie tesi “inventate” o “false”, come sostiene Carlo Panella, partono proprio dai documenti di diritto internazionale, tutti consultabili nei miei libri sull’argomento: Il Mandato per la Palestina e il recente Il diritto di sovranità in Terra di Israele, entrambi editi da Salomone Belforte Editore, e che Panella può agevolmente consultare.
Questo perché, a differenza del libro di Panella, nei miei testi si possono trovare in originale tutti i documenti ufficiali che stanno a fondamento delle mie tesi relative alle radici giuridiche di Israele, tre le quali, quelle specificamente riferite al 1922, che, secondo Panella, sarebbero frutto della mia immaginazione.
È curioso che Panella accusi me di falsità e di invenzione quando può scrivere tranquillamente che Gaza “porto fenicio, era occupata dai filistei e successivamente è sempre e solo stata abitata da arabi”, invenzione di puro conio.
A Gaza la prima comunità ebraica, si installò nel periodo degli Asmonei,  cioè 145 anni prima di Cristo, mentre gli arabi sarebbero arrivati solo nel Settimo secolo. Ancora nel Seicento vi permaneva una piccola ma florida comunità ebraica alla quale apparteneva Nathan Ashkenazi, più noto come Nathan di Gaza, il profeta di Sabbatai Zevi.
Siccome nella sua mail a Informazione Corretta, Panella dichiara di confermare in toto quanto scritto nel capitolo “L’errore di Israele i coloni e il revanscismo biblico” mentre le mie tesi sarebbero fantasie e falsità, mi piacerebbe sapere su cosa si fondano invece le sue tesi, visto che ha poi rifiutato un confronto sereno sull’argomento.
Non ultimo esprimo la mia preoccupazione e il mio rammarico nei confronti di organizzazioni come “7ottobre” e varie altre associazioni Italia-Israele del territorio che si prestano a diventare megafono, cassa di risonanza ma soprattutto un veicolo attraverso il quale un libro lodevolmente contro Hamas, e il radicalismo islamico, nell’unico capitolo dedicato a Israele, lo accusa di violazioni inesistenti sostanzialmente identiche a quelle della peggiore propaganda anti-israeliana.

(L'informale, 24 maggio 2024)
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Anche Carlo Panella dunque sarebbe inciampato in Israele. Tante cose giuste dette su Medioriente e dintorni,  e pochi ma fondamentali sfondoni detti su Israele. Non sembra reperibile in rete quello che Carlo Panella ha dichiarato sulle tesi di David Elber, ma essendo stato chiamato pubblicamente in causa, sarebbe bene che difendesse apertamente le sue posizioni, se non vuole contribuire ad essere anche lui, volente o nolente, un espertissimo mestatore di quelle torbide acque in cui si mescolano cose vere e cose false col risultato di ottenere una robusta efficacissima menzogna. M.C.

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Riconoscete il Kurdistan altro che Hamastan

Invece di inventarsi uno stato terrorista si riconosca uno stato che ha lottato e sconfitto gli stessi terroristi che oggi si chiamano Hamas

di Sadira Efseryan

Il Kurdistan, uno stato e un popolo diviso tra Turchia, Iraq, Iran, Siria e appendici persino in Armenia, uno stato e un popolo che a differenza di quello palestinese, praticamente inventato dal nulla, ha secoli di storia di cui andare fiero.
Nei giorni scorsi abbiamo sentito che Spagna, Irlanda e Norvegia si sarebbero uniti ad altri babbei che riconoscono lo stato terrorista palestinese, Hamastan o HamasISIStan, premiando così i terroristi per il massacro del 7 ottobre.
Ai curdi che invece hanno combattuto e vinto lo Stato Islamico, ISIS, nemmeno un ringraziamento, anzi, li abbiamo lasciati alla mercé di Erdogan, colui che brama a prendere il posto del defunto Abu Bakr al-Baghdadi.
Dunque, si premiano i terroristi e si umiliano i salvatori dell’occidente, coloro che ancora adesso sono un presidio di democrazia nel nord dell’Iraq e nel sud della Siria. Coloro che ancora adesso sono una garanzia contro le milizie sciite legate all’Iran e contro quelle sunnite legate alla Fratellanza Musulmana di Erdogan.
Il Kurdistan e il suo popolo hanno una storia secolare fatta di sottomissioni e guerre, ma anche di orgoglio, di resilienza contro chi occupa le loro terre.
I palestinesi sono un popolo costruito a tavolino, nato negli anni sessanta per volere degli Stati Arabi come arma nella lotta araba contro Israele. Hanno vissuto di sussidi e terrorismo e ora sono diventati l’arma iraniana nella guerra che oppone gli Ayatollah a Israele.
Quello che vogliono riconoscere come stato palestinese si chiama Hamastan o HamasISIStan ed è uno stato terrorista come lo era ISIS.
Volete veramente fare qualcosa per i diritti globali e soprattutto per l’occidente? Riconoscete il Kurdistan. Se non altro se lo sono davvero meritato.

(Rights Reporter, 24 maggio 2024)

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Behàr Sinài: L’obbligo di aiutare i nostri fratelli in ogni situazione

di Donato Grosser

FOTO
Dirigenti del Joint e rifugiati a Selvino

Quando il popolo d’Israele entrò nella terra di Canaan, dopo sette anni di conquista Yehoshu’a impiegò altri sette anni per dividere il territorio tra le tribù e in ogni tribù alle rispettive famiglie. Ne risultò un popolo di liberi possidenti agrari, ognuno con il suo podere. Non vi erano poveri perché tutti avevano una loro proprietà. Con tutto ciò le circostanze della vita fanno sì che vi siano situazioni nelle quali anche i proprietari si impoveriscano. In questa parashà vi sono tre situazioni per le quali la Torà dà istruzioni su cosa fare quando un altro israelita diventa povero. In una di queste è scritto: “Quando un tuo fratello diventa povero (yamùkh) e perde la capacità di mantenere se stesso nella comunità, devi sostenerlo. Aiutalo a sopravvivere, sia egli un proselita o un residente” (Vaykrà, 25:35). Nella Torà viene anche intimato che se gli devi dare un prestito è proibito prendere interesse.
Nel Midràsh (Vaykrà Rabbà) i maestri affermano che vi sono ben otto espressioni che denotano povertà. La prima e la più comune è ‘anì (povero). Questa parola appare per la prima volta nel libro di Devarìm (24:12): “E se quell’uomo è povero”.
Un altro termine è evyòn, come in Devarìm (15:4): “Tuttavia non vi sarà un povero presso di voi”. Rashì spiega che evyòn è più povero di ‘anì, perché non ha proprio nulla.
Una terza espressione è miskèn, da cui deriva l’italiano meschino, come in Devarìm (8:9): “Una terra nella quale non mangerai pane in povertà (miskenùt)”. Nel Midràsh è spiegato che miskèn significa disprezzato da tutti. Cosi appare nell’Ecclesiaste (Kohèlet, 9:16): “La sapienza del meschino è disprezzata”.
La parola rash appare nei Proverbi (Mishlè, 19:22) dove è scritto “Meglio povero che bugiardo”. Nel Midràsh è scritto che significa “povero senza proprietà”.
In Vaykrà (14:21) appare la parola dal: “E se è povero e non ha mezzi adeguati”. Anche in questo caso significa senza proprietà.
Il termine dakh appare nei salmi (Tehillìm, 10:9): “L’Eterno sarà una protezione per il misero”. Nel Midràsh è spiegato che significa che si tratta di una persona povera e anche depressa.
La parola makh appare alla fine di questa parashà (25:47): “E tuo fratello diventa povero presso di lui”. La radice è la stessa della parola yamùkh citata all’inizio di questa pagina. Il Midràsh spiega che makh significa “basso” come una soglia che viene calpestata da tutti.
L’ottava e ultima espressione citata nel Midràsh è chelkhà e appare tre volte nei salmi. Una di queste in Tehillìm(10:14): “A te si abbandona il povero”.
Rashì (Troyes, 1040-1105) citando il Midràsh Sifrà, spiega che è doveroso sostenere il prossimo quando è in difficoltà senza aspettare che vada in bancarotta. E aggiunge che la cosa assomiglia a un asino il cui carico è pericolante. Per rimetterlo in equilibrio basta una persona. Se si lascia che cada ci vogliono più di cinque persone per rimetterlo in soma.
Questo insegnamento ha guidato il nostro popolo per tutta la sua lunga storia. Quando Tito distrusse Gerusalemme e vendette i prigionieri come schiavi, furono gli ebrei di Roma a riscattarli. Così pure gli esuli dalla Spagna nel 1492 furono aiutati dai loro fratelli in Italia, in Marocco e in Turchia. Ottanta anni fa l’American Joint distribuì grande somme per aiutare gli ebrei in Europa (nella foto: dirigenti del Joint e rifugiati a Selvino). E in tempi più recenti vennero dati aiuti quando Nasser cacciò gli ebrei dall’Egitto nel 1956 e Ghaddafi dalla Libia.
Ognuna delle parole che denotano povertà corrisponde a un diverso tipo di bisogno. La Torà ci vuole insegnare che dobbiamo essere sempre pronti ad aiutare i nostri fratelli in ogni situazione.

(Shalom, 24 maggio 2024)
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Parashà della settimana: Behar Sinài (Sul monte Sinai)

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L’IDF deve entrare a pieno titolo a Rafah e concludere il lavoro

di Giovanni Giacalone

Negli ultimi mesi abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto riguardo all’intervento dell’IDF a Rafah per eliminare ciò che resta dei battaglioni di Hamas e della sua leadership a Gaza.
L’ Amministrazione Biden ha ripetutamente messo in guardia Israele contro una grande offensiva militare a Rafah, affermando che non c’è modo di entrarvi senza danneggiare i quasi 1,5 milioni di palestinesi che vi hanno trovato rifugio.
Israele ha recentemente deciso di accantonare i piani per una grande offensiva a Rafah e di agire in modo più limitato, dopo aver discusso la questione con gli Stati Uniti. Il piano precedente di inviare due divisioni in città non verrà portato avanti e le operazioni saranno invece più circoscritte.
Secondo l’amministrazione Biden, Israele è ormai in linea con le preoccupazioni di Washington e i nuovi piani sono stati indicati come “inizialmente soddisfacenti”.
Sebbene non sia ancora chiaro cosa significhi questo “inizialmente soddisfacente”, è essenziale chiedersi, ancora una volta, perché Israele abbia bisogno dell’approvazione degli Stati Uniti per difendersi e sradicare un’organizzazione terroristica che ha perpetrato il peggiore eccidio contro il popolo ebraico dopo la Shoah.
L’Amministrazione Biden ha cercato di frenare gli sforzi di Israele per sradicare Hamas fin dall’inizio della campagna di Gaza e, nonostante tutto il rumore politico e mediatico sulla “questione umanitaria”, appare abbastanza chiaro che il vero problema sono i rapporti dell’Amministrazione Biden con il Qatar e l’Iran, i due principali sponsor di Hamas.
Il trattenimento delle armi, già pagate da Israele, per paura che venissero usate a Rafah, e la trappola dell’accordo emersa all’inizio di maggio, come pianificato da Egitto e Hamas, senza preavviso a Israele da parte dell’Amministrazione Biden nonostante ne fosse a conoscenza , sono azioni chiare, e sappiamo tutti che le azioni contano molto più delle parole. Poiché Washington non ha informato Israele dei cambiamenti apportati, si è ovviamente innescata un’intensa delusione israeliana nei confronti dell’amministrazione statunitense e il sospetto riguardo al suo ruolo di mediatore (abbiamo già discusso di questi temi e del fatto che l’Amministrazione Biden rappresenta “un terzo mandato di Obama”.
Ulteriori sospetti ricadono sull’Egitto, un altro partner teorico di Israele nella guerra al terrorismo che era totalmente contrario all’intervento dell’IDF nel corridoio Philadelphi. Non è di rilievo che l’IDF abbia scoperto circa 50 tunnel che collegano Rafah al territorio egiziano?
Inoltre, il fatto che l’Amministrazione Biden abbia tenuto “negoziati indiretti” con il regime iraniano sull’accordo sul nucleare appena due settimane dopo che l’Iran aveva lanciato oltre 300 droni e missili contro Israele rende l’intero quadro molto preoccupante.
Gli obiettivi di politica estera di Biden in Medio Oriente non sono in linea con la necessità di sicurezza di Israele, che implica lo sradicamento di Hamas e la neutralizzazione della minaccia iraniana. Come sottolineato dal senatore Ted Cruz confrontandosi con Antony Blinken in un’accesa udienza al Senato: “La vostra politica estera è esattamente l’opposto di quella che dovrebbe essere una politica estera americana razionale”.
Mettendo da parte la politica e parlando di questioni operative, sarà molto difficile per l’IDF entrare a Rafah, dare la caccia a Sinwar e Deif, distruggere le centinaia di tunnel sottostanti e annientare i rimanenti quattro battaglioni senza inviare le divisioni necessarie al raggiungimento dello scopo.
La settimana scorsa Aaron Cohen, esperto e veterano americano/israeliano dell’antiterrorismo, ha dichiarato a Fox News quanto sia importante per l’IDF entrare a Rafah con truppe di terra. Cohen ha spiegato che il motivo per cui Rafah è il centro dei rimanenti battaglioni di Hamas è che la campagna “pentola a pressione” condotta dall’IDF mirava, fin dall’inizio, a costringere i terroristi rimasti a convergere su Rafah, aggiungendo che l’unico modo per eliminare terroristi non è solo attraverso operazioni selettive, ma entrando a Rafah con le truppe:
“Quelle unità devono superare tutti quegli angoli di 90°, devono portare le canne di fucile all’interno delle stanze, devono portare i droni all’interno dell’area, questa è la natura della guerra non convenzionale.”
Una cosa deve essere chiara: Hamas non rilascerà mai gli ostaggi rimasti perché è l’unica leva di cui dispone l’organizzazione terroristica, e questa situazione non farebbe altro che estendersi nel tempo, a vantaggio di Hamas. Pertanto, il mantra della “pressione per i negoziati” non ha senso e ormai dovrebbe essere chiaro.
L’IDF deve andare a Rafah e “finire il lavoro” con la leadership di Hamas e le restanti unità. Questo può essere fatto solo inviando le divisioni. Non esistono piani “più contenuti” che possano consentire di raggiungere l’obiettivo, e chiunque abbia qualche esperienza sul campo di battaglia o nell’antiterrorismo lo sa perfettamente.
Il tempo è scaduto e il Primo Ministro Netanyahu deve decidere quale strada intraprendere, perché il metodo “un piede qui-un piede là” non è di alcun vantaggio per raggiungere l’obiettivo di sradicare Hamas e liberare gli ostaggi rimasti; inoltre, questa situazione rappresenta un problema per l’economia israeliana e per il ritorno alla normalità. L’ultima cosa di cui Israele ha bisogno è una lunga guerra di logoramento come quella in Ucraina, e questa è la direzione che, attualmente, è stata presa.

(L'informale, 23 maggio 2024)

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Israele ha dimostrato che Biden aveva torto su Rafah

A differenza di quello che pensa Biden, Rafah rimane fondamentale per qualsiasi piano di day after, poiché nulla può funzionare se Hamas governa il territorio con battaglioni militari e controlla il confine egiziano

Ricordate Rafah? Per mesi, l’amministrazione Biden si è opposta aspramente a un’invasione israeliana dell’ultima roccaforte di Hamas a Gaza. Il mantra era che Israele non aveva “alcun piano credibile” per evacuare gli 1,3 milioni di civili della città. Eppure gli israeliani sono andati avanti lo stesso e due settimane dopo hanno evacuato in sicurezza circa 950.000 persone.
Doveva essere impossibile. Rafah è diventata una linea rossa per Biden, in base alla logica che non era possibile condurre una grande operazione con tutti quei civili presenti. Questa è stata la giustificazione per l’embargo sulle armi del Presidente. “Ci stiamo allontanando dalla capacità di Israele di condurre una guerra in quelle aree”, ha detto.
Anche quando l’evacuazione è iniziata, il Segretario di Stato Antony Blinken ha ripetuto che Israele non aveva “alcun piano credibile”. Il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha aggiunto: “Crediamo ancora che sarebbe un errore lanciare una grande operazione militare nel cuore di Rafah”. Quando l’evacuazione ha iniziato a funzionare, il team di Biden è passato a criticare la prontezza di Israele per il “giorno dopo” i combattimenti principali, come se il successo a Rafah fosse una conclusione scontata.
Infine, martedì, l’Amministrazione ha rivendicato il merito. “È giusto dire che gli israeliani hanno aggiornato i loro piani. Hanno incorporato molte delle preoccupazioni che abbiamo espresso”, ha dichiarato ai giornalisti un alto funzionario statunitense. Ha anche detto che l’operazione di Rafah potrebbe creare “opportunità per rimettere in pista l’accordo sugli ostaggi”.
Rafah rimane fondamentale per qualsiasi piano di day after, poiché nulla può funzionare se Hamas governa il territorio con battaglioni militari e controlla il confine egiziano. Israele ha già scoperto 50 tunnel che da Rafah passano in Egitto per il contrabbando. Una volta che le truppe avranno completato lo sgombero di una zona cuscinetto lungo il confine, Israele potrà tagliare fuori Hamas dall’Egitto, una chiave per strangolare qualsiasi insurrezione possa seguire.
È ragionevole chiedersi quale forza controllerà Gaza in futuro. Ma nessun altro combatterà e morirà per sconfiggere Hamas per Israele, o anche solo per resistere come potenza civile. Certamente non la debole Autorità Palestinese, che vuole un accordo di condivisione del potere con Hamas a Gaza perché altrimenti sa che verrebbe massacrata.
Anche se ai liberali israeliani non piacerà sentirlo, Israele probabilmente avrà bisogno di riempire il vuoto a Gaza per un certo periodo. Anche se ai destrorsi israeliani non piacerà sentirselo dire, lo scopo sarebbe quello di fare spazio alla governance locale. 

(Rights Reporter, 23 maggio 2024)

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Ben-Gvir visita il Monte del Tempio e si impegna a distruggere Hamas

Non permetteremo nemmeno la dichiarazione di uno Stato palestinese, ha dichiarato il ministro della Sicurezza nazionale israeliano.

Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir durante una precedente visita al Monte del Tempio a Gerusalemme. Fonte: Itamar Ben-Gvir/X.

Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir è salito mercoledì sul Monte del Tempio a Gerusalemme, per la prima volta dopo quasi un mese.
"Dal luogo più sacro per il popolo di Israele e che appartiene solo allo Stato di Israele, dico: Questa sera riceveremo un'altra testimonianza sul perché Hamas deve essere totalmente distrutto". I Paesi che hanno riconosciuto uno Stato palestinese oggi stanno dando una ricompensa ai terroristi", ha detto in un video dalla cima del monte.
"E io dico che non permetteremo nemmeno la dichiarazione di uno Stato palestinese. E dico un'altra cosa: per distruggere Hamas, dobbiamo andare a Rafah fino in fondo. Per riavere i nostri ostaggi, dobbiamo fermare il carburante [la fornitura di carburante alla Striscia di Gaza], stabilire che l'umanitarismo è solo per l'umanitarismo. E controllare questo luogo, questa è la cosa più importante".
Durante il suo mandato di ministro della Sicurezza nazionale, Ben-Gvir si è impegnato a visitare il Monte del Tempio, il sito del Primo e del Secondo Tempio prima che venissero distrutti rispettivamente dall'impero neo-babilonese e da quello romano.
Israele ha liberato il Monte durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. In seguito ne ha restituito l'amministrazione al Waqf islamico sotto la custodia degli Hashemiti giordani, pur mantenendo il controllo di sicurezza israeliano.
Ben-Gvir ha spinto per l'emigrazione volontaria dei gazesi e per il reinsediamento della Striscia da parte di Israele. Ne ha parlato nel suo videomessaggio di mercoledì.
Martedì ha dichiarato al sito web Kikar HaShabbat: "Occupazione completa di Gaza, tutto è nostro. Pieno controllo israeliano, compresi gli insediamenti ebraici e l'incoraggiamento volontario dell'immigrazione. Non solo negli insediamenti che sono stati evacuati". Ben-Gvir ha detto che sarebbe disposto a vivere a Gaza.
Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha risposto più tardi nella notte, affermando in un'intervista alla CNN: "Se intendete reinsediare Gaza..., non è mai stato nei piani, e l'ho detto apertamente. Alcuni dei miei elettori non ne sono felici, ma questa è la mia posizione".

(Israel Today, 23 maggio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Diffuso un video del rapimento di cinque soldatesse da parte dei terroristi di Hamas alla base di Nahal Oz

Il Forum delle famiglie degli ostaggi e dei dispersi ha pubblicato mercoledì 22 maggio  un filmato straziante che mostra il rapimento di cinque giovani soldatesse della base di Nahal Oz da parte dei terroristi di Hamas il 7 ottobre 2023, descrivendo il video come una “prova schiacciante del fallimento della nazione nel riportare a casa gli ostaggi”.
Il video è stato ripreso dalle telecamere indossate dai terroristi di Hamas quel giorno, mentre attaccavano la base vicino al confine con Gaza, e mostra Liri Albag, Karina Ariev, Agam Berger, Daniella Gilboa e Naama Levy, nel filmato, girato 229 giorni fa. Tutte e cinque sono ancora tenute in ostaggio da Hamas a Gaza.
Le famiglie delle cinque soldatesse hanno chiesto la diffusione del filmato, e alcuni genitori hanno dichiarato che l’obiettivo è quello di svegliare la nazione, e in particolare la leadership, per lavorare più urgentemente per garantire il loro rilascio. “Voglio che trasmettiate questo filmato ogni giorno all’inizio del telegiornale”, ha detto il padre di Liri Albag, Eli, nello studio di Canale 12 dopo la proiezione del filmato, “finché qualcuno non si sveglierà”.
Il video di tre minuti autorizzato per la diffusione inizia all’interno di un rifugio della base intorno alle 9 del mattino, quando i terroristi legano le mani delle cinque soldatesse di sorveglianza il cui compito è monitorare le attività al confine, che appaiono scioccate, inorridite, ferite e sanguinanti.
Uno dei terroristi urla loro: “Cani, vi calpesteremo!”.
Ho amici in Palestina”, dice Levy, che ha partecipato a un progetto di coesistenza israelo-palestinese. Poi Albag chiede “qualcuno che parli inglese”. I terroristi rispondono urlando ai soldati prigionieri di fare silenzio e ordinando al gruppo di sedersi. “I nostri fratelli sono morti per colpa vostra. Vi spareremo tutti”, dice uno dei terroristi.
Uno dei terroristi chiede poi ad Albag di chiamare il suo amico a Gaza, anche se non è chiaro il motivo, mentre un altro chiede da dove vengono, e Berger risponde di essere di Tel Aviv.
Il filmato taglia sui terroristi che pregano, ancora nel rifugio. Uno dei terroristi descrive gli ostaggi come “donne che possono rimanere incinte”. Uno dice: “Questi sono i sionisti”, e un altro dice: “Siete molto belle”.
In una dichiarazione rilasciata dopo la pubblicazione del video, il presidente Isaac Herzog ha affermato che continuerà a offrire alle famiglie degli ostaggi “forza e amore”.
“Il mondo deve guardare a questa crudele atrocità. Chi ha a cuore i diritti delle donne deve parlare. Tutti coloro che credono nella libertà devono far sentire la propria voce e fare tutto il possibile per riportare a casa tutti gli ostaggi”, ha dichiarato.
“La crudeltà dei terroristi di Hamas non fa che rafforzare la mia determinazione a combattere con tutte le mie forze fino a quando Hamas non sarà eliminato, per garantire che ciò che abbiamo visto questa sera non si ripeta mai più”, ha scritto il premier Beniamin Netanyahu su X.
Molti familiari degli ostaggi hanno incolpato Netanyahu e il governo per il ritardo che ha impedito di raggiungere un accordo per il rilascio dei loro cari.

(Bet Magazine Mosaico, 23 maggio 2024)
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«Le famiglie delle cinque soldatesse hanno chiesto la diffusione del filmato, e alcuni genitori hanno dichiarato che l’obiettivo è quello di svegliare la nazione, e in particolare la leadership, per lavorare più urgentemente per garantire il loro rilascio». Il nemico ringrazia. Proprio questo voleva ottenere: prolungare mediaticamente il terrore del 7 ottobre e colpire indirettamente il suo nemico sperando di farlo crollare dall'interno. Che vuol dire "svegliare la nazione"? Con o senza il ritorno dei loro cari, queste famiglie forse un giorno si vergogneranno di quello che hanno detto e fatto. M.C.

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Lo sport unisce sempre: il Roma Club Gerusalemme in visita a Roma

di Michelle Zarfati

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Lo sport unisce sempre, anche nei momenti più difficili. La Comunità Ebraica di Roma ha accolto ieri i ragazzi del Roma Club Gerusalemme, arrivati domenica per giocare con alcune squadre della Capitale. “Siamo molto felici di aver ospitato al Tempio Maggiore il Roma Club Gerusalemme. Questo è un progetto che dimostra come lo sport possa essere uno strumento importante per superare barriere e difficoltà, specialmente in questo momento storico e in modo particolare fra i giovani” ha detto durante l’incontro l’assessore allo Sport della Cer Alessandro Gai.
   Ragazzi provenienti da Israele e non solo, che insieme, attraverso l’amore per il calcio, sono riusciti ad abbattere qualsiasi barriera. “Siamo arrivati domenica e siamo stati accolti con molto entusiasmo da tutti. Nella squadra ci sono tredici ragazzi israeliani, due ragazzi arabi israeliani, due arabi palestinesi, due armeni cristiani ortodossi, altri mussulmani e due belgi, figli del console belga a Gerusalemme – ha raccontato a Shalom Samuele Giannetti, presidente della squadra – Abbiamo portato inoltre alcuni ragazzi, figli delle famiglie di profughi che ormai da 5 mesi hanno abbandonato la loro dimora. Abbiamo accolto nella squadra questi giovani, offrendo completamente a nostre spese questo viaggio. Questo è il minimo che possiamo fare per loro, che da 7 mesi vivono un incubo. Una piccola goccia in un oceano di una tragedia, che ci auguriamo finisca quanto prima”.
   Un viaggio simbolico, portatore di un messaggio di pace e di speranza in un momento difficile per lo Stato Ebraico. “Ricevere il presidente, gli allenatori e soprattutto i giovani atleti del Roma Club Gerusalemme, è stato un piacere ed un onore. Questo gruppo, animato dai più puri principi sportivi, è formato da ragazzi israeliani di tutte le provenienze e religioni: ebrei, cristiani, musulmani, religiosi, laici che giocano insieme, uniti da quella unione che lo sport riesce sempre a creare. Tra loro anche ragazzi sfollati dal Nord di Israele che sono stati adottati dalla squadra subito dopo il 7 ottobre – ha aggiunto Alex Luzon, assessore ai Rapporti Istituzionali della Cer – Questo gruppo dimostra ancora una volta come lo sport possa abbattere qualsiasi barriera. Samuele Giannetti, il suo presidente, è un mio amico di vecchia data ed ho seguito questa sua preziosa iniziativa sin dagli esordi. Sono fiero del lavoro che lui e il suo team sono riusciti a realizzare fino ad oggi e fiducioso per quanto altro sapranno fare”.
   Inoltre, la squadra è stata accolta con una visita al Senato assieme al presidente del Roma Club. Dopodiché i ragazzi hanno proseguito allo Stadio Olimpico, dove hanno incontrato il Ministro Abodi e hanno giocato poi un match con la squadra ufficiale della Guardia di finanza. Fino all’accoglienza nel Tempio Maggiore, ospiti della Comunità ebraica: “Vorrei ringraziare la Elnett che si è attivata con entusiasmo e ha sostenuto con una sponsorizzazione questo viaggio. È sempre un piacere per noi tornare qui, quest’anno più che mai” ha concluso Giannetti.

(Shalom, 23 maggio 2024)

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La terra di chi

Cinquant'anni fa. Dal «Corriere della Sera» del 16 settembre 1972

di Indro Montanelli

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. 
   La terra di Israele è sempre stata la terra degli ebrei. Se leggiamo le descrizioni di Gerusalemme fatta nel 1800 da Marx e Mark Twain, leggiamo di “una città povera e miserabile abitata nella parte Est, interamente, da ebrei poveri e miserabili che erano sempre vissuti lì, da tremila anni”. Gli arabi erano sì in leggera maggioranza numerica ma in gran parte erano nomadi senza terra, l’unica vera comunità stanziale era quella ebraica che abitava le stesse case da migliaia di anni.
   Gli ebrei sionisti emigrati nel ‘900 si sono massacrati a dissodare, irrigare, fabbricare desalinizzatori, sono morti a migliaia di stenti e di malaria, parassitosi, colera, ameba, tifo, setticemia e tetano. Sono morti a decine di migliaia, ma poi hanno vinto, il deserto è fiorito, dove cerano lande desolate è nato un paese di filari di vite e di limoni.
   Per poter di nuovo odiare gli ebrei è violato il diritto civile, che per dirla con un toscanismo si riassume in “chi vende, poi, non è più suo”. Gli arabi la loro terra se la sono venduta, prima ai sionisti facendola pagare carissima, poi alla comunità internazionale intascando 66 anni di fiumi di denaro per risarcirgli il “dolore” di aver perso 20.000 chilometri quadrati di terra che non è mai stata loro, meno del Piemonte, che quando c’erano loro era un terra di sassi, paludi e scorpioni.
   Nel 1876, assai prima dunque della nascita del sionismo, vivevano a Gerusalemme 25.000 persone, delle quali 12.000, quasi la metà, erano ebrei, 7500 musulmani e 5500 cristiani. Nel 1905 gli abitanti erano saliti a 60.000. Di questi 40.000 erano ebrei, 7000 musulmani e 13.000 cristiani. Nel 1931 su 90.000 abitanti, gli ebrei erano 51.000, i musulmani 20.000 e i cristiani 19.000. Nel 1948, alla vigilia della nascita dello Stato ebraico, la popolazione di Gerusalemme era quasi raddoppiata: 165.000 persone, di cui 100.000 ebrei, 40.000 musulmani e 25.000 cristiani. La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Di nessun altro popolo Gerusalemme è mai stata capitale. E’ quindi una leggenda l’affermazione che gli ebrei siano stati assenti da Gerusalemme per quasi venti secoli o che costituissero una insignificante percentuale della popolazione.
   Prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, il nazismo in Germania già perseguitava i suoi 500.000 cittadini ebrei. Le disperate richieste di quegli ebrei di essere accolti nei paesi democratici al fine di evitare quello che già si profilava chiaramente come il loro tragico destino, vennero respinte.
   Nel luglio 1938, i rappresentanti di trentuno paesi democratici s’incontrarono a Evian, in Francia, per decidere la risposta da dare agli ebrei tedeschi. Ebbene, nel corso di quella Conferenza, la risposta fu che nessuno poteva e voleva farsi carico di tanti profughi. Dal canto suo la Gran Bretagna, potenza mandataria della Palestina, venendo meno al solenne impegno assunto verso gli ebrei nel 1917 di creare una National Home ebraica in Palestina, nel 1939 chiudeva la porta proprio agli ebrei con il suo Libro Bianco, nel vano tentativo d’ingraziarsi gli arabi.
   E’ stata questa doppia chiusura a condannare a morte prima gli ebrei tedeschi e poi, via via che la Germania nazista occupava l’Europa, gli ebrei austriaci, cechi, polacchi, francesi, russi, italiani, e così via. Il costo per gli ebrei d’Europa, che contavano allora una popolazione di dieci milioni, fu di sei milioni di assassinati, inclusi un milione e mezzo di bambini. Appena finita la seconda guerra mondiale i 5/600.000 ebrei superstiti, in massima parte originari dell’Europa orientale, si trovarono senza più famiglia, senza amici, senza casa, senza poter rientrare nei loro paesi, dove l’antisemitismo divampava (in Polonia ci furono sanguinosi pogrom persino dopo la guerra, e nell’Unione Sovietica Stalin dava l’avvio a una feroce campagna antiebraica).
   Tra il 1945 e il 1948 nessun paese occidentale, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa, volle accogliere neanche uno di quel mezzo milione di ebrei “displaced persons”, come venivano definiti dalla burocrazia alleata. La Palestina, malgrado la Gran Bretagna e il suo Libro Bianco, sempre in vigore anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, non fu quindi una scelta, ma l’unica speranza, cioè quella del “ritorno” a una patria, all’antica patria, una patria dove da tempo si era già formata una infrastruttura ebraica.
   Nel passato la vita degli ebrei nei paesi islamici e negli stessi paesi arabi è stata nell’insieme sopportabile. Di serie B, ma sopportabile. Gli arabi hanno incominciato a sviluppare in Palestina un odio “politico” nei confronti degli ebrei pochi anni dopo l’inizio, nel 1920, del Mandato britannico. L’odio, sapientemente fomentato dai capi arabi, primo tra i quali il Gran Muftì di Gerusalemme (che durante la seconda guerra mondiale avrebbe raccolto volontari per formare una divisione SS araba andata poi a combattere a fianco dei tedeschi contro l’Unione Sovietica), doveva culminare, dopo molti altri gravi fatti di sangue antiebraici, nella strage perpetrata a Hebron nel 1928 contro l’inerme, antica comunità religiosa ebraica.
   Chiunque abbia viaggiato e vissuto nei paesi arabi durante le guerre del 1947-1973, sa che l’intera coalizione araba (Egitto, Siria, Iraq e Giordania) con il sostegno dei paesi arabi moderati, avevano un solo scopo che non veniva tenuto celato: il compito non era dare una patria ai palestinesi. Era cancellare ed annientare lo Stato di Israele.Le tragiche vicende che hanno successivamente tormentato il popolo palestinese sono state sempre per mano araba. Due i fatti impossibili da dimenticare: lo sterminio dei palestinesi in Giordania per mano di re Hussein e delle sue artiglierie, dove, solo il primo giorno del terribile “Settembre Nero” si contarono 5.000 morti; le stragi nel Libano, dove i palestinesi sono stati assediati ed attaccati, distrutti e costretti alla fuga dai miliziani sciiti di “Amal” e dai siriani.

(«Corriere della Sera», 16 settembre 1972)

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Rabbia di Israele: «La parata della stupidità irlandese-norvegese non ci scoraggia»

Il ministro degli Esteri Israel Katz ha ordinato «l'immediato ritorno in Israele» degli ambasciatori in Irlanda e Norvegia «per consultazioni, alla luce della decisione di questi Paesi di annunciare il riconoscimento di uno Stato palestinese».
  Katz ha denunciato che «Irlanda e Norvegia intendono inviare oggi un messaggio ai palestinesi e al mondo intero: il terrorismo paga».
  Oslo, ha annunciato poco fa il primo ministro Jonas Gahr Støre, riconoscerà lo Stato palestinese dal 28 maggio. Dal canto loro, il primo ministro irlandese Simon Harris e il ministro degli Esteri Micheál Martin parleranno alla stampa stamattina e ci si attende che facciano lo stesso. «Israele - ha detto Katz - non sarà compiacente con chi vuole minarne la sovranità e ne mettono in pericolo la sicurezza».
  Il ministro ha poi ammonito che se la «Spagna realizzasse la sua intenzione di riconoscere uno Stato palestinese, un passo simile verrà fatto nei suoi confronti». Una comunicazione sul tema è infatti attesa, sempre per oggi, pure dal premier iberico Pedro Sanchez.
  «La parata della stupidità irlandese-norvegese non ci scoraggia, siamo determinati a raggiungere i nostri obiettivi: restituire la sicurezza ai nostri cittadini con la rimozione di Hamas e il ritorno dei rapiti. Non esistono obiettivi - ha concluso - più giusti di questi.»

(Corriere del Ticino, 22 maggio 2024)

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Le celebrazioni per Yom HaAtzmaut e il congedo dell’Ambasciatore Bar

di Luca Clementi

FOTO
Alon Bar
Dopo quasi due anni di mandato, per ragioni anagrafiche lascia gli incarichi diplomatici. Il pubblico congedo è arrivato nel corso della serata organizzata dall’Ambasciata all’Hotel Rome Cavalieri, in occasione del 76° anniversario dell’Indipendenza dello Stato ebraico e dei 75 anni delle relazioni diplomatiche tra questo e l’Italia. Presenti esponenti della politica nazionale ed ebraica, compreso il presidente della Comunità di Roma Victor Fadlun, attivisti e personaggi di spicco provenienti da vari ambienti della società civile.
  Nell’intermezzo del concerto durante il quale si sono esibiti i cori “Young Bat-Kol”, diretto da Dalia Lazar-Shimon e “Piccolo Coro Little Star, sotto la direzione di Alessandra Fralleone, l’Ambasciatore Bar ha preso la parola. Nel suo discorso, l’apertura è dedicata alla guerra in corso dal 7 ottobre e alle sue ripercussioni sull’opinione pubblica.
  “Ogni giorno sentiamo di gruppi, nella società italiana, che chiedono la sospensione delle relazioni con Israele e il suo boicottaggio. È triste e molto spiacevole. Questa è discriminazione. Non abbiamo visto richieste simili di boicottaggio economico, culturale e accademico nei confronti di nessun altro Paese o gruppo”.
  Nonostante questo, i rapporti con lo Stato italiano sono più che stabili.
  “Fortunatamente, settantacinque anni di relazioni tra Italia e Israele hanno costruito una solida base di amicizia tra le due nazioni. Credo che la maggioranza degli italiani, e senza dubbio le istituzioni ufficiali del Paese, non condividano questo festival dell’odio”.
  Bar ha proseguito non lasciando spazi di interpretazione sugli eventi che hanno portato alla crisi in essere nel Medio Oriente.
  “Siamo in guerra perché l’organizzazione terroristica palestinese Hamas, che controllava Gaza, ha violato il cessate il fuoco in vigore fino al 6 ottobre. Come ha affermato il Consigliere americano per la Sicurezza Nazionale, un cessate il fuoco immediato e un flusso di aiuti umanitari in grandi quantità a Gaza sarebbero stati possibili subito se Hamas avesse acconsentito a liberare le donne, i feriti, i bambini e gli anziani che tiene prigionieri nei tunnel. È stato Hamas a rifiutare le proposte di Israele e di altri per un cessate il fuoco. Fintanto che Hamas continua a mantenere un’influenza di governo e militare, nessuno sarà disposto ad assumersi responsabilità per Gaza”.
  In conclusione, i saluti alla “sua” Ambasciata, “la migliore al mondo per amicizia, professionalità e impegno”, e le parole dolci per sua moglie Ester, tra gli applausi del pubblico.
  “La ringrazio per la sua pazienza e saggezza e per tante altre cose che non sto qui ad elencare. Senza di te, amore mio, sono metà persona. Senza di te, non sono praticamente nulla”.
  Termina così, tra le foto, i fiori e il calore di chi c’è stato, la sua esperienza in Italia. La data di effettiva fine dell’incarico non è ancora nota, ma presto lascerà via Mercati per ritirarsi a vita privata.

(Shalom, 22 maggio 2024)

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Cosa succede quando non puoi semplicemente arrestare gli ebrei per essersi difesi?

di Seth Mandel

La mattina successiva alla domenica di Pasqua del 1903, Yehiel Pesker si recò al suo negozio al mercato di Kishinev per verificare eventuali danni. Il giorno precedente, le prime notizie di un pogrom avevano sconvolto la città.
Sulla via del ritorno a casa, vide circa 200 ebrei armati di mazze e persino qualche pistola: quel giorno sarebbe arrivata la seconda ondata di uno dei pogrom più famosi della storia e gli ebrei volevano essere pronti. Quando arrivarono i pogromisti ci fu una situazione di stallo, finché la polizia non intervenne contro gli ebrei e la violenza mortale continuò.
Sebbene questi ebrei manifestassero semplicemente il desiderio di difendersi nel caso fossero stati attaccati, e sebbene questo fosse un breve momento del secondo giorno di una rivolta sanguinosa durata tre giorni che avrebbe scioccato il mondo, “gli antisemiti locali e i loro simpatizzanti”, secondo lo storico Steven J. Zipperstein, cercarono di sostenere che si trattasse di una escalation da parte degli ebrei e che quindi, responsabili del pogrom fossero le vittime. Altrove in città, un uomo ebreo di quasi 60 anni respinse quattro aggressori, che in seguito sparsero la voce secondo cui un ebreo aveva ucciso dei cristiani. Per alcuni, quindi, un vero e proprio libello del sangue nel mezzo di un esteso massacro, si trasformò nella storia dell’origine dell’intera rivolta.
“Nelle argomentazioni avanzate dagli avvocati difensori nei processi per crimini legati ai pogrom, la rivolta di domenica venne liquidata come un putiferio che sarebbe finito rapidamente… se gli ebrei non avessero reagito in modo eccessivo”, scrive Zipperstein. “Secondo questa versione, fu l’aggressione quasi immotivata da parte degli ebrei e le successive voci di attacchi a una chiesa e l’uccisione di un prete a mettere in moto la sfortunata ma, date le circostanze, comprensibile violenza.”
Tutto ciò può sembrare ridicolo, perché pochi pogrom sono conosciuti meglio di quello di Kishinev e perché ha avuto un effetto così profondo sulla storia: modellò la prospettiva di importanti figure sioniste e allarmò il mondo, diventando persino un elemento della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti come esempio del perché le minoranze razziali ed etniche necessitavano di una protezione sancita dalla legge da parte dello Stato.
Ma tralasciamo i nomi di persone e luoghi, ci troveremo a descrivere la risposta al massacro di Hamas del 7 ottobre. Gli ebrei se lo dovevano aspettare; gli attacchi sono stati essenzialmente un atto di legittima difesa; sarebbe stato un evento di portata minore se gli ebrei non avessero reagito in modo sproporzionato difendendosi.
Il capo della polizia russa cercò perlomeno di sostenere l’equivalenza morale, basandosi su queste bugie, tra gli ebrei di Kishinev e i loro assassini. Si può sentire un’eco diretta di tutto ciò nelle parole di Karim Khan, pubblico ministero presso la Corte penale internazionale, che ha presentato richieste di mandati di arresto sia per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che per il leader terrorista di Hamas Yahya Sinwar: “Se non dimostriamo la nostra volontà di applicare la legge allo stesso modo, se verrà considerata applicata in modo selettivo, creeremo le condizioni per il suo collasso”.
Quell’eco è probabilmente ancora più forte sul New York Times, che descrive le reazioni all’acrobazia di Khan in questo modo: “La decisione di Khan di perseguire simultaneamente i leader israeliani e palestinesi è stata criticata sia dai ministri del governo israeliano che da Hamas. Entrambe le parti si sono chieste perché siano stati presi di mira i loro alleati e non solo i nemici”.
Ah sì, entrambe le parti. Un mese dopo gli attentati di Hamas, l’autore Sam Harris ha denunciato questo modo di pensare nel suo podcast in un monologo destinato a resistere alla prova del tempo. La parte fondamentale:

    “Naturalmente, il confine tra antisemitismo e generica stupidità morale è un po’ difficile da discernere, e non sono sicuro che sia sempre importante trovarlo. Non sono sicuro che abbia importanza il motivo per cui una persona non riesca a distinguere tra i danni collaterali in una guerra necessaria e gli atti consapevoli di sadismo genocida che vengono celebrati come sacramento religioso da un culto della morte. Le nostre strade si sono riempite di persone che inciampano letteralmente su se stesse nel desiderio di dimostrare di non sapere distinguere tra coloro che uccidono intenzionalmente i bambini e coloro che li uccidono inavvertitamente, avendo fatto di tutto per evitare di ucciderli, mentre si difendevano dalle stesse persone che hanno intenzionalmente torturato e ucciso uomini, donne e sì… bambini innocenti…Se sei finito, con orgoglio e ipocrisia, dalla parte sbagliata di questa asimmetria – questo vasto abisso tra ferocia e civiltà – mentre marciavi attraverso il cortile di un’istituzione della Ivy League indossando pantaloni da yoga, non sono sicuro che abbia importanza che la tua confusione morale sia dovuto al fatto che ti capita di odiare gli ebrei. Che tu sia un antisemita o semplicemente un apologeta delle atrocità, probabilmente non ha importanza. Il punto cruciale è che sei pericolosamente confuso riguardo alle norme morali e alle simpatie politiche che rendono la vita in questo mondo degna di essere vissuta”.
E nel caso di Khan, se non riesci o non vuoi distinguere tra la guerra di Hamas e quella di Israele, possiedi un deficit morale che ti squalifica da qualsiasi posizione di autorità o responsabilità sugli altri.
Ancora più importante, tuttavia, è l’idea centrale alla base di questa tendenza. Per gran parte della storia si potevano semplicemente punire gli ebrei per essersi difesi, per essere rimasti in vita. Un patetico pubblico ministero tronfio poteva osservare in silenzio l’assassinio degli ebrei e poi sporgere denuncia contro “entrambe le parti” non appena un ebreo prendeva in mano una mazza per legittima difesa. Perché la legge, vedete, deve essere applicata in modo uniforme. Il mondo non avrebbe fatto nulla contro Hamas, anche dopo gli atti demoniaci del 7 ottobre. Un pubblico ministero giusto deve aspettare finché non ci sarà anche un ebreo da mettere sul banco degli imputati. Questo è l’equilibrio. Questa è la giustizia.
Karim Khan può essere un debole pagliaccio, ma conferisce a Israele una motivazione ferrea per la sua esistenza.

(L'informale, 22 maggio 2024)

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Il viaggio in agenda e mai fatto del procuratore dell'Aia in Israele

Khan e la sua squadra sarebbero dovuti andare a Gerusalemme per discutere con il governo e vedere cosa è stato fatto. Per i giornalisti israeliani il governo di Netanyahu ancora una volta ha commesso un grosso errore di comunicazione. Le preoccupazioni per il sequestro delle attrezzature dell’Ap.

di Micol Flammini

Dietro alle minacce di un mandato di arresto contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant c’era un lavorio accorto, una triangolazione assennata tra Stati Uniti, governo israeliano e lo staff del procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan. Gli accordi prevedevano che la squadra del procuratore e Khan stesso si recassero  in Israele per discutere le indagini, parlare con il governo, valutare la natura degli aiuti umanitari mandati nella Striscia e verificare il meccanismo per farli entrare a Gaza. La visita di Khan, secondo accordi, sarebbe stata preceduta da quella della sua squadra che era attesa  ieri in Israele. Nessuno del gruppo però è salito sull’aereo, e il governo israeliano è stato informato della decisione quando ormai Khan aveva mosso le sue accuse. 
   La squadra del procuratore  sapeva già di non dover partire quando Khan dritto davanti alle telecamere ha accusato  Netanyahu e Gallant, accostandoli ai capi di Hamas, Yahya Sinwar, Mohammed Deif, Ismail Haniyeh. Per un attimo, nei mille rivoli in cui è divisa la politica israeliana, si è ritrovata l’unità, perché le modalità di reazione di  Israele  a Gaza sono una decisione comune, presa all’interno del gabinetto di guerra in cui oltre alla maggioranza ci sono anche esponenti dell’opposizione. 
  Gli Stati Uniti erano tra i registi della visita di Khan in Israele, volevano che il procuratore si facesse spiegare se Israele si sta impegnando per l’ingresso degli aiuti umanitari o meno. La Casa Bianca ha fatto molta pressione sul governo di Gerusalemme, ha preteso che venisse assicurato un flusso costante di aiuti, ha costruito un molo a Gaza che permette alle navi con i rifornimenti di attraccare e lo ha fatto con la collaborazione di Tsahal, chiedendo anche  a Israele di occuparsi dei valichi. Ma la visita di Khan non è mai avvenuta, il procuratore ha mosso le sue accuse e gli Stati Uniti ora lavorano a una risposta bipartisan da mandare al procuratore dell’Aia. 
  Netanyahu e Gallant sono accusati di usare “la fame come metodo di guerra, inclusa la negazione degli aiuti umanitari, di prendere di mira deliberatamente i civili”. Sinwar, Haniyeh e Deif sono accusati di sterminio, omicidio, sequestro, stupro. Il presidente americano Joe Biden, ha detto con chiarezza che “non esiste equivalenza” tra i funzionari di Hamas e i politici israeliani e ha assicurato:  “Saremo sempre al fianco di Israele contro le minacce alla sua sicurezza”. E’ stato il segretario di stato americano Antony Blinken a raccontare del viaggio che Khan e la sua squadra avrebbero dovuto compiere in Israele, ha parlato dell’impegno del governo israeliano di collaborare all’indagine e ha concluso: “Queste circostanze mettono in discussione la legittimità e la credibilità dell’indagine”. Gli Stati Uniti e Israele non hanno ratificato lo Statuto di Roma, che è alla base della Corte penale internazionale, ci vorranno mesi prima che la Corte prenda una decisione sulle accuse contro Netanyahu e Gallant, ma il timore dell’Amministrazione americana è che la prima vittima delle azioni di Khan siano i negoziati per raggiungere un accordo tra Israele e Hamas. Lo scorso fine settimana, il segretario americano per la Sicurezza nazionale,   Jake Sullivan, ha incontrato i leader israeliani e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, ha detto che Yahya Sinwar si sente abbastanza forte da rifiutare un’intesa perché sa che la pressione internazionale contro Gerusalemme aumenterà, quindi prevede che può chiedere sempre di più allo stato ebraico, qualsiasi accordo anche a costo di compromettere la sua sicurezza. La decisione di Khan di andare davanti alle telecamere prima che in Israele è un colpo a ogni negoziato, mentre gli Stati Uniti stanno coinvolgendo l’Arabia Saudita per strutturare un piano per Gaza. 
  Israele è una società molto critica, aspra nei confronti del governo, ma nessuno ha accettato l’equivalenza tra Sinwar e Netanyahu. Alcuni giornalisti israeliani, che da mesi evidenziano i grandi errori di comunicazione del governo, hanno detto che l’accusa di Khan è  il risultato di mesi di  dichiarazioni mal  gestite, della mancanza di sforzi per mostrare cosa stava  facendo Israele, dell’atteggiamento di una classe politica abituata a essere accusata e a essere trattata come il bullo del medio oriente. Ieri il governo, che per un giorno aveva riacquisito l’unità nazionale, si è attirato nuove critiche per la decisione di sequestrare le attrezzature dell’Associated Press, fermando la diretta dell’agenzia. Secondo il ministero delle Comunicazioni i giornalisti stavano violando la legge sulle emittenti straniere accusate di costituire un danno per la sicurezza dello stato. Non ci sono stati chiarimenti, gli Stati Uniti hanno definito la notizia preoccupante e hanno chiesto a Netanyahu di ripensarci. La decisione contro Ap non rafforza la posizione di Israele. 

Il Foglio, 22 maggio 2024)

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Lo storico americano fa a pezzi la narrazione occidentale che vuole demonizzare il leader del Cremlino

Intervista a Benjamin Abelow: «A parti invertite, Washington avrebbe fatto lo stesso. Anzi, è proprio lui ad aver causato questo disastro».

di Franco Battaglia

Specialista in Storia moderna europea, formatosi alla University of Pennsylvania (e anche medico, formatosi alla Yale school of medicine), Benjamin Abelow è autore di How the West broughtwar to Ukraine: understanding how U.S. and Nato policies led to crisis, war, and the risk of nuclear catastrophe, un best-seller, tradotto in sette lingue, compreso l'italiano, col titolo Come l'Occidente ha provocato la guerra in Ucraina» (Fazi editore, 2023). È un libro molto breve, e dovrebbe leggerlo chiunque ha voglia di ascoltare l'altra campana delle cose. Il saggio ha già ricevuto gli apprezzamenti pubblici di molti esperti, tra cui Jack Matlock, ambasciatore degli Stati Uniti in Unione sovietica, John Mearsheimer e Richard Sakwa, professori di Scienze politiche alle università di Chicago e del Kent.

- Dr. Abelow, lei afferma che la guerra in Ucraina è colpa degli Stati Uniti e della Nato. Ma l'aggressore è Putin, no?
  «Se si fa cominciare la storia dal giorno dell'invasione, ovviamente Vladimir Putin sembra essere la fonte del problema. Ma la storia non è iniziata il giorno dell'invasione. I nostri governi e i media ci dicono che Putin è un nuovo Hitler, o un nuovo zar o un nuovo Stalin, che è entrato in guerra per distruggere l'Ucraina e invadere altri Paesi. Non c'è alcuna prova a sostegno di questa tesi. Anzi, le prove sono completamente opposte».

- Allora perché Putin ha invaso l'Ucraina?
  «Il più importante fattore è stato il tentativo degli Usa di far entrare l'Ucraina nella Nato, cosa che la Russia percepisce come una minaccia inaccettabile. Non è una novità: già nel 1997, 50 tra i più importanti esperti di politica estera degli Stati Uniti inviarono una lettera pubblica al presidente Bill Clinton che lo avvertiva che l'espansione della Nato sarebbe stata un errore di politica estera di "proporzioni storiche". E nel 2007 o all'inizio del 2008 - non conosciamo la data esatta - il Consiglio di intelligence nazionale americano ha concluso che tentativi di far entrare l'Ucraina nella Nato avrebbero potuto indurre la Russia ad annettere la Crimea, e invadere l'Ucraina. Non si può prevedere il futuro meglio di così».

- Ma le risoluzioni della Nato richiedono l'unanimità: qual è stato il ruolo dei leader europei?
  «I leader dell'Europa occidentale all'inizio non concordavano con l'ingresso dell'Ucraina nella Nato. Quando il presidente Bush inviò il segretario di Stato Condoleezza Rice a Bucarest per cercare di convincerli, la loro opposizione fu così forte che la Rice si mise a piangere. Davvero, si mise a piangere. Alla fine, però, le pressioni americane prevalsero e i leader europei approvarono una risoluzione favorevole. Come ha ben detto lei, le risoluzioni Nato richiedono unanimità e ogni singolo leader nazionale avrebbe potuto bloccare la risoluzione, ma questi leader europei non hanno la forza, la fibra morale e l'integrità necessarie per distinguersi dal gruppo e dire no ».

- Non è che Putin sia paranoico?
  «Decida lei. Nel 2020 e 2021, in Estonia, la Nato ha effettuato esercitazioni missilistiche a fuoco vivo utilizzando 48 missili balistici con una gittata di 300 km. I missili sono stati lanciati a soli 110 km dal confine con la Russia. Ciò significa che i missili potevano colpire fino 190 km dentro il territorio russo. I missili non sono entrati nello spazio aereo russo, ma avrebbero potuto farlo. Ora, la Nato non stava realmente pianificando un attacco alla Russia. E questa fu solo una delle tante esercitazioni militari vicino il confine con la Russia. Ma come fanno i russi a sapere che l'Occidente non stava effettivamente progettando di attaccare la Russia? Dovrebbero fidarsi della nostra parola? Ci fideremmo della loro parola su queste cose?»

- Qual è la risposta?
  «Immagini uno scenario in cui il Canada sia alleato della Russia e che inizi a lanciare missili per esercitarsi a distruggere obiettivi di difesa aerea in America. Come pensate che reagirebbero gli Stati Uniti? Chiederebbero la fine di tutte le esercitazioni e l'immediata rimozione dei missili. Putin ha reagito proprio come avrebbero fatto gli Stati Uniti».

- Ma Putin sta combattendo da due anni, e ha conquistato il 20% del territorio ucraino. Come si fa a dire che non stava cercando di conquistare l'Ucraina?
  «Non tutti sanno che entro 24 ore dall'inizio dell'invasione, lo staff di Putin contattava l'ufficio di Zelensky offrendo l'interruzione delle ostilità in cambio della dichiarazione ucraina di neutralità. Questo è ciò che accadeva il primo giorno di ciò che Putin ha chiamato "Operazione militare speciale". Non fu un tentativo di conquista, ma un tentativo di "diplomazia coercitiva", iniziato mesi prima quando assembrava le truppe al confine con l'Ucraina. Putin stava cercando di costringere l'Ucraina ad accettare ciò che aveva cercato senza successo almeno dal 2007. Putin c'era quasi riuscito: Zelensky voleva discutere la sua offerta. Ma sembra che gli Stati Uniti abbiano interferito. La stessa cosa è accaduta il mese successivo: tra marzo e aprile del 2022 si sono svolti negoziati completi tra Russia e Ucraina, a Istanbul, in Turchia. L'ex primo ministro israeliano Naftali Bennett, che aveva contribuito a far nascere il processo di pace, ha dichiarato che un documento di lavoro per la pace era passato attraverso 17 o 18 bozze e probabilmente sarebbe culminato in un accordo. Ma proprio in quel momento, il primo ministro britannico Boris Johnson si è presentato in Ucraina da Zelensky, dicendogli: "Voi potete anche essere pronti per la pace, ma noi, l'Occidente collettivo, non lo siamo».

- Difficile pensare che Johnson avrebbe fatto una cosa del genere senza la piena approvazione del presidente Biden.
  «Già. In America sempre più persone si stanno rendendo conto che questo fiasco ucraino è stato altrettanto inutile, stupido e colpa dell'Occidente quanto la guerra in Iraq. Come l'Iraq, questa guerra viene sostenuta sulla base di false premesse. In Europa, pensate di opporvi al nuovo Hitler. Quando vi sveglierete, vi renderete conto che è come fu in Iraq, basato su false premesse».

- Perché Putin s'è mosso proprio nel febbraio 2022?
  «Nella seconda metà del 2021 si verificarono tre importanti eventi, uno dopo l'altro. Innanzitutto, in luglio la Nato emetteva un comunicato ribadendo la decisione di far entrare l'Ucraina nell'Alleanza. Due mesi dopo, il Pentagono firmava un accordo con l'Ucraina ribadendone l'ingresso nella Nato e - cosa ancora più importante - con l'impegno di armarla e militarizzarla, e ciò indipendentemente da ciò che sarebbe accaduto con la Nato in senso formale. Infine, due mesi dopo ancora, il dipartimento di Stato firmava un accordo di partenariato strategico con l'Ucraina confermando che l'Ucraina avrebbe aderito alla Nato. A sua volta, Putin inviava richieste formali sia agli Stati Uniti che alla Nato per lasciare l'Ucraina fuori dalla Nato. Ma sia gli Stati Uniti che la Nato respinsero la richiesta in modo assoluto, non ne vollero nemmeno discutere, sostenendo che un avamposto militarizzato guidato dagli Stati Uniti e al confine con la Russia non era affare della Russia».

- I leader occidentali non sarebbero d'accordo con la sua prospettiva. Come lo spiega? Anzi, probabilmente direbbero che lei è un agente del Cremlino.
  «I responsabili politici che hanno spinto senza sosta per l'espansione della Nato hanno causato questo disastro. Queste persone non si assumono quasi mai la responsabilità. Cercano altri da incolpare. Ci vorrebbe una notevole dose di onestà da parte di un leader che dica: "Abbiamo commesso un terribile errore". Pochissime persone hanno la capacità psicologica di riconoscere un terribile errore anche a sé stesse, tanto meno in pubblico. E così cercano di salvare la faccia: dicono che il loro piano era buono, così buono che dovremmo continuare a portarlo avanti; dicono che chi dice che il re è nudo è un agente del Cremlino. A questo si aggiunge il pessimo ruolo giocato dalla stampa: invece di agire in modo indipendente e di adempiere alla propria responsabilità sociale, i nostri media sono diventati asserviti ai nostri governi, e funzionano in gran parte come un'ala propagandistica dello Stato».

(La Verità, 21 maggio 2024)
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Come nel caso della vaccinazione coatta, l’obbligo morale a odiare Putin imposto dalla narrazione “occidentale” si dimostra essere, a conti fatti, un’enorme impostura marcatamente “occidentale”. E’ questo l’Occidente di cui dobbiamo sentire il dovere di difendere la libertà? La libertà di mentire per chi comanda e l’obbligo di accettare le menzogne per chi prima ancora di ubbidire deve sentirsi minacciato per il solo fatto che fa sapere   di non crederci? Purtroppo alcuni, anche tra gli amici di Israele, collegando insanamente la guerra in Ucraina con la guerra in Gaza,   hanno immaginato che questo Occidente menzognero potesse essere invocato a difesa dell’esistenza di Israele. Ma la verità del diritto di Israele a vivere sulla sua terra non può essere difeso dalla menzogna della difesa della libertà occidentale. E adesso si vede. M.C.

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Salman Rushdie: uno Stato palestinese sarebbe uno Stato del terrore

"Sarebbe uno stato come quello dei talebani. È davvero questo che vuole l'Occidente progressista?".

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Salman Rushdie
GERUSALEMME - Uno Stato palestinese sovrano verrebbe subito conquistato da milizie terroristiche e diventerebbe un focolaio di violenza terroristica in Israele e in tutto il Medio Oriente. Molti lo sanno da anni e la rapida conquista di Gaza da parte di Hamas, appena un anno dopo il ritiro di Israele dal territorio, lo ha confermato.
Eppure molti non sembrano aver imparato la lezione dello sfortunato "disimpegno" e hanno bisogno di sentirsi dire esplicitamente che uno Stato palestinese sarebbe uno Stato terrorista.
Tra coloro che cercano di far ragionare i leader occidentali c'è il famoso romanziere Salman Rushdie.
In un'intervista rilasciata al quotidiano tedesco Bild, lo scrittore britannico-americano di origine indiana ha dichiarato inequivocabilmente: "Se ci fosse uno Stato palestinese ora, sarebbe gestito da Hamas e avremmo uno Stato talebano. Uno Stato satellite dell'Iran".
Rushdie ha poi chiesto: "È questo che i movimenti progressisti della sinistra occidentale vogliono creare?".
Ha spiegato che il problema è che la maggior parte delle persone in Occidente reagisce emotivamente al conflitto, invece di guardare alla situazione in modo logico. E questo sfogo emotivo sta guidando la politica dei governi, soprattutto in un anno di elezioni.
Le masse liberali che protestano contro Israele sono così ignoranti che arrivano a sostenere a voce Hamas, anche se le loro posizioni e convinzioni sono in netto contrasto con quelle del gruppo jihadista ultraconservatore.
Due anni fa, Rushdie ha rischiato di morire quando uno jihadista lo ha accoltellato 14 volte durante uno spettacolo a New York.
Nel 1989, l'allora leader supremo iraniano Ayatollah Ruhollah Khomeini emise una fatwa contro Rushdie per il suo libro "I versi satanici". Da allora ha subito numerosi attacchi e tentativi di assassinio.
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(Israel Heute, 21 maggio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele non gioisce e non si preoccupa, la morte di Raisi non cambia nulla

L'incidente aereo che ha ucciso il presidente iraniano e il ministro degli Esteri Amir-Abdollahian per Gerusalemme è uno schianto inutile. Lo spassoso pilota-agente segreto del Mossad Eli Kopter.

di Micol Flammini

Nel rapporto tra Israele e la Repubblica islamica nulla cambia, anche se il presidente dell’Iran Ebrahim Raisi è morto assieme a tutti gli altri passeggeri che volavano a bordo dell’elicottero Bell 212, vecchio rimasuglio di fabbricazione americana carbonizzato nel tentativo di effettuare un atterraggio di emergenza tra le montagne nebbiose del Varzaqan, nella regione iraniana dell’Azerbaigian orientale. Raisi viaggiava con il ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian, l’imam di Tabriz Mohammad Ali al Hashem, il governatore della regione Malek Rahmati, due piloti e due guardie del corpo. Sono morti tutti e poco cambia per il futuro delle relazioni tra Iran e Israele. Dopo l’annuncio dell’incidente, alcune vignette satiriche avevano iniziato a tratteggiare l’esistenza a bordo dell’elicottero di un pilota-agente segreto del Mossad molto ardimentoso  chiamato Eli Kopter. 
  Il nome è assurdo e spassoso, ma qualcuno ha voluto vederci della verità e in poco tempo, il canale televisivo israeliano in lingua francese i24 e alcuni canali telegram anti israeliani iniziavano a riportare i dettagli del misterioso pilota pronto alla missione suicida, tramandando l’idea che Israele dovesse avere avuto un ruolo nella morte di Raisi e degli altri. I24 aveva preso per buona la satira finendo a sua volta oggetto di sberleffi, mentre canali vicini a Hamas e a  Hezbollah forse avevano pensato in modo furbesco che fingere di credere all’esistenza di Eli Kopter fosse il modo più rapido per accusare lo stato ebraico. Le teorie del complotto possono nascere anche da una vignetta satirica e pure se il regime iraniano dovesse decidere di addossare una responsabilità remota a Israele, lo farebbe con poca convinzione, soltanto per tenere alta l’attenzione e l’odio contro lo stato ebraico – come fece per esempio a gennaio, dopo l’attentato a Kerman durante le commemorazioni per la  morte del generale Qassem Suleimani, nonostante le rivendicazioni dello Stato islamico del Khorasan, l’allora ex vicepresidente Mohammad Mokhber ci tenne ad accusare “le mani del regime sionista”. Mokhber adesso è presidente, ha preso il posto di Raisi e tanto basta per capire che nelle intenzioni iraniane contro Israele è come se l’incidente aereo non ci fosse mai stato. Poco importa se i vertici del governo cambiano, poco importa se al posto di Amir-Abdollahian è stato nominato Ali Bagheri Kani, capo negoziatore per il programma nucleare dell’Iran. Israele guarda avanti, i funzionari iraniani sono la proiezione della volontà della Guida suprema e i funzionari passati come quelli  futuri continueranno a rappresentare gli interessi e le idee di Ali Khamenei. Le morti di Raisi e di Amir-Abdollahian non cambiano la politica estera di Teheran e Israele non si è mai interessato a loro.
  Il ministro degli Esteri non era un tessitore e un organizzatore della guerra contro lo stato ebraico nonostante fosse molto vicino al leader di Hezbollah e  raccontasse di lunghe chiacchierate a Beirut che si protraevano fino alle quattro del mattino: parlava bene l’arabo e male l’inglese, tanto da attirarsi le critiche e le beffe dell’opposizione – ha l’inglese di un venditore ambulante, dicevano. Come Raisi, Amir-Abdollahian era un soldato fedele, non un uomo scelto per cambiare, indirizzare, rafforzare le strategie del paese in politica estera. Erano entrambi l’emanazione delle idee di Khamenei, che contro Israele vuole una guerra lenta, combattuta dai gruppi armati in giro per il medio oriente, ne rappresentavano il modo di vedere il mondo, senza neppure avere troppo potere a disposizione se non quello di esaudire ed eseguire i desideri della Guida suprema.  Ognuno dei gruppi armati ha voluto esprimere la propria vicinanza alla Repubblica islamica, Hamas ha fatto le condoglianze a Khamenei per l’“immensa perdita”.  Hezbollah ha reso “onore al protettore dei movimenti di resistenza”, e ha ringraziato Raisi e Amir Abdollahian per lo sforzo politico e diplomatico intenso “per fermare l’aggressione sionista”, gli houthi si sono spinti oltre fino a parlare di “presunto martirio”. Sono loro il braccio armato dall’Iran contro Israele, non hanno mai preso ordini dal presidente e dal ministro degli Esteri, la loro battaglia rimarrà la stessa, senza cambiamenti. 
  La Repubblica islamica non è un nemico cambiato adesso che il presidente e il ministro degli Esteri sono morti, il loro ruolo è limitato, non sono strateghi. Anche se le teorie del complotto hanno voluto dare adito all’esistenza del potente pilota Eli Kopter, agente del Mossad infiltrato nell’elicottero presidenziale, dal punto di vista di Israele quanto successo sulle montagne del Varzaqan è stato un incidente inutile. 

Il Foglio, 21 maggio 2024)

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Eden Golan canta per la prima volta in pubblico ‘October rain’ nella piazza per gli ostaggi

La cantante israeliana Eden Golan, che ha rappresentato Israele all’Eurovision Song Contest di quest’anno arrivando al quinto posto, ha eseguito la sua canzone “October Rain” senza le modifiche richieste dall’Eurovision la sera di sabato 18 maggio durante un raduno a Tel Aviv organizzato dal Forum delle famiglie degli ostaggi e dei dispersi. Il raduno mirava a raccogliere l’attenzione globale e a convincere altri Paesi a fare pressione su Hamas affinché rilasciasse i 128 ostaggi ancora trattenuti a Gaza.
«È la prima volta che canto sul palco dopo essere tornata dall’Eurovision”, ha detto Golan alla folla riunita in quella che è stata chiamata Piazza degli ostaggi. “Volevo farlo su questo palco, in questa piazza. Volevo cantare ‘October Rain’ stasera ed è la mia preghiera per riportare tutti a casa. Non smetterò di far sentire la nostra voce in Israele e nel mondo, finché tutti non torneranno a casa”, ha detto.
  La canzone, che include un testo che fa riferimento agli ostaggi e alle persone uccise da Hamas, era stata originariamente scritta per il concorso Eurovision in Svizzera all’inizio del mese. Tuttavia, l’Unione europea di radiodiffusione l’ha squalificata per la presenza, a loro dire, di messaggi politici.
  La sua esibizione è stata rovinata dall’animosità degli altri concorrenti, dai fischi di alcuni membri del pubblico e dai raduni anti-israeliani fuori dalla sede di Malmo, in Svezia, per la guerra in corso a Gaza.
  La canzone ‘October rain’ include frasi come: I promise you that never again…/Writers of history stand with me/People go away but never say goodbye…/I’m still wet from the October rain, mentre la frase finale in ebraico diceva: There is no air left to breathe…/They were all good kids, every one of them –  riferito alle vittime del 7 ottobre.

(Bet Magazine Mosaico, 21 maggio 2024)

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Mandato d’arresto dell’Aia, da Israele un coro di condanne: “È uno scandalo”

Le reazioni alla richiesta del procuratore Khan: “Veniamo messi sullo stesso piano degli abominevoli mostri nazisti di Hamas”.

di Rossella Tercatin

GERUSALEMME — Indignazione bipartisan. Israele accoglie la notizia della richiesta dei mandati d’arresto della Corte penale internazionale per i suoi leader, il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, con un coro di condanne che attraversa l’arco politico e lascia sdegnati anche i critici più intransigenti dell’attuale governo.
  «Questa decisione è uno scandalo. Non ci fermerà», la reazione di Netanyahu. «Qui c’è un tentativo di negare la legittimità dello Stato ebraico a difendersi. Stanno cercando di imporci limiti che non sono stati mai dati a nessun altro esercito. È un tentativo di legarci le mani, cosa che mette in pericolo il nostro futuro e la nostra esistenza. Dobbiamo resistere uniti contro questa macchia».
  A scatenare la rabbia israeliana è stata anche l’equiparazione tra i propri leader e quelli di Hamas, organizzazione ufficialmente classificata come terrorista dalla maggior parte delle nazioni occidentali.
  «Mentre gli assassini e violentatori di Hamas stanno continuando a commettere crimini contro l’umanità nei confronti dei nostri fratelli e sorelle, il procuratore capo mette sullo stesso piano il primo ministro e il ministro della Difesa di Israele e gli abominevoli mostri nazisti di Hamas», il commento del Ministro degli Esteri israeliano Israel Katz in una nota. Mentre il Ministro della Giustizia Yariv Levin ha parlato apertamente di decisione motivata da antisemitismo e odio antiebraico.
  Dal tenore simile sono state anche le parole di Benny Gantz, che attualmente sostiene la maggioranza ed è membro dello speciale gabinetto di guerra formatosi dopo il 7 ottobre, ma solo due giorni fa aveva presentato a Netanyahu un duro ultimatum, accusando il premier di condurre il conflitto sulla base di considerazioni politiche in contrasto con gli interessi del paese.
  «Con Israele che combatte seguendo uno dei codici morali più severi della storia, nel rispetto del diritto internazionale e vantando un robusto sistema giudiziario indipendente, tracciare un parallelo tra i leader di un paese democratico determinato a difendersi dal terrorismo più spregevole e i leader di un’organizzazione terroristica assetata di sangue è una profonda distorsione della giustizia e un segno di evidente bancarotta morale», ha detto Gantz, che si è spinto a descrivere l’annuncio del procuratore capo della corte «un crimine di proporzioni storiche».
  Anche il capo dell’opposizione Yair Lapid ha duramente condannato la richiesta dei mandati d’arresto.
  «Non è possibile emettere mandati di arresto contro Netanyahu, Sinwar e Deif (leader di Hamas, ndr)», ha detto Lapid. «Un paragone del genere non può esistere, non possiamo accettarlo ed è imperdonabile», ha aggiunto, parlando di «terribile fallimento politico». Lapid, come anche il parlamentare del Likud Danny Danon, hanno espresso l’auspicio di un intervento americano per fermare gli sviluppi successivi in seno alla corte internazionale.
  Anche il Forum delle Famiglie degli Ostaggi, che da mesi critica l’operato del governo per quanto riguarda la gestione del conflitto ha espresso il suo disappunto, dichiarando il proprio “disagio” per l’equivalenza tracciata tra la leadership israeliana e i terroristi di Hamas.
  Una dichiarazione di condanna dell’Aja è stata sottoscritta da 106 parlamentari su 120. A non firmare i rappresentanti dei partiti arabi. «Netanyahu è l’unico capo di governo sotto processo nel proprio paese e fuori. Vale la pena di rifletterci», ha dichiarato il deputato Ahmad Tibi.

(la Repubblica, 21 maggio 2024)


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La scandalosa richiesta di mandato d’arresto contro Netanyahu e Gallant

di Ugo Volli

• Il mandato d’arresto e le reazioni La notizia era stata largamente anticipata già da tre settimane e c’erano già stati numerosi tentativi di scongiurarla; ma è esplosa comunque ieri, oscurando anche la morte del presidente iraniano Raisi. Il mandato di arresto emesso dal procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan contro il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e contemporaneamente contro tre capi di Hamas (Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh e Mohammed Deif) ha suscitato scandalo non solo in Israele, ma molto largamente nel mondo. Contro il mandato e soprattutto l’implicita equiparazione dei più importanti politici israeliani con i capi terroristi e quindi implicitamente di Israele con Hamas si sono espressi fra gli altri il presidente americano Biden (“una richiesta scandalosa”) il segretario di Stato Blinken, il ministro degli esteri e quello della difesa britannico. il primo ministro della repubblica ceca (“proposta scandalosa e inaccettabile”), il governo austriaco. Diversi membri autorevoli del Congresso americano hanno chiesto sanzioni contro il tribunale.

• La due corti
  Bisogna sapere che a L’Aya in Olanda vi sono due tribunali internazionali. Uno è la Corte di Giustizia Internazionale, davanti a cui il Sudafrica ha citato alcuni mesi fa Israele per “genocidio”. La corte ha respinto in quel momento la richiesta di provvedimenti contro lo Stato ebraico, riservandosi di deliberare sulla denuncia in seguito, ma in questi giorni vi si discute una nuovo ricorso del Sudafrica che chiede di proibire urgentemente la continuazione della guerra per impedire l’operazione a Rafah. Questa corte è un organo dell’Onu e giudica su conflitti fra gli stati che ne sono membri, in particolare rispetto alla convenzione contro il genocidio; ma non ha potere sulle persone. La Corte Penale Internazionale (CPI) è invece un organismo autonomo, istituito dal “Trattato di Roma” (1998) che ha giurisdizione solo sugli stati che l’hanno ratificato (non Usa, Russia, Cina, India e neppure Israele) per individui imputati di crimini contro l’umanità o crimini di guerra, a patto che il loro stato non abbia o non sia disposto ad applicare un procedimento giudiziario con adeguate garanzie. Entrambi questi elementi (mancata firma del trattato ed esistenza di un agguerrito sistema penale in Israele) escluderebbero la possibilità di azione per la CPI e il suo procuratore. C’è stata invece una forzatura, la cui natura politica è chiara, come si vede anche dalle dichiarazioni di Khan.

• Quel che ha detto il procuratore Khan
  “Se i mandati di arresto venissero concessi – ha detto Khan – Netanyahu e Gallant dovrebbero affrontare l’accusa di far morire di fame i civili come metodo di guerra, causando intenzionalmente grandi sofferenze o gravi lesioni al corpo o alla salute, e uccisioni intenzionali.” Le accuse includerebbero anche: “Sterminio e/o omicidio, anche nel contesto di morti causate dalla fame, come crimine contro l’umanità”, ha spiegato. “Riteniamo che i crimini contro l’umanità accusati sono stati commessi come parte di un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile palestinese in conformità con la politica dello Stato. Questi crimini, secondo la nostra valutazione, continuano ancora oggi. Il mio ufficio sostiene che questi atti sono stati commessi come parte di un piano comune volto a utilizzare la fame come metodo di guerra e altri atti di violenza contro la popolazione civile di Gaza come parte della strategia di Israele per distruggere Hamas e fare pressione sul gruppo affinché rilasci gli ostaggi e anche per punire collettivamente la popolazione civile di Gaza, che percepivano come una minaccia per Israele”. Chiunque abbia un minimo di informazione imparziale sulla guerra, per esempio sugli sforzi di condurla senza danneggiare la popolazione civile e di rifornirla dei beni necessari in vari modi, capisce che il quadro di Khan è del tutto irreale.

Le reazioni israeliane
  Quasi tutti in Israele hanno respinto con indignazione la richiesta di Khan. La Knesset, il parlamento israeliano ha approvato a grandissima maggioranza, 106 su 120 con la sola eccezione dei partiti arabi e dei laburisti, questa dichiarazione: “”Lo Stato di Israele è nel mezzo di una guerra giusta contro un’organizzazione criminale terroristica. L’IDF è l’esercito più morale del mondo. I nostri eroici soldati stanno combattendo con coraggio e dedizione che non hanno secondi, secondo il diritto internazionale, come nessun altro esercito lo ha mai fatto. Lo scandaloso paragone del procuratore dell’Aia tra i leader israeliani e i capi delle organizzazioni terroristiche è un crimine storico incancellabile e una chiara espressione di antisemitismo. Nessuno potrà impedire allo Stato ebraico di difendersi.” Si sono espressi nello stesso senso anche il presidente Herzog, il ministro degli esteri Katz, il ministro Gantz e molti altri.

• Il commento di Netanyahu
  Il primo ministro Netanyahu ha fatto una dichiarazione televisiva in cui ha detto fra l’altro: “L’ordinanza assurda e falsa del Procuratore dell’Aia non è diretta solo contro il Primo Ministro israeliano e il Ministro della Difesa, ma è diretta contro l’intero Stato di Israele. È diretta contro i nostri soldati, che stanno combattendo con supremo eroismo contro i vili assassini di Hamas, che ci hanno attaccato con terribile crudeltà il 7 ottobre. Procuratore dell’Aia, con quale audacia osi paragonare i mostri di Hamas ai soldati dell’esercito più morale del mondo? Con quale audacia confronti Hamas che ha ucciso, bruciato, massacrato, violentato e rapito i nostri fratelli e sorelle, e i soldati che stanno combattendo una guerra giusta che non ha eguali in fatto di moralità? In qualità di Primo Ministro israeliano, respingo con disgusto il paragone del Procuratore dell’Aia tra l’Israele democratico e gli assassini di massa di Hamas. Questa è una completa distorsione della realtà. Questo è esattamente l’aspetto del nuovo antisemitismo, che si è spostato dai campus dell’Occidente al tribunale dell’Aia. Cittadini israeliani, Vi prometto una cosa: il tentativo di legarci le mani fallirà. 80 anni fa il popolo ebraico era indifeso contro i nostri nemici, ma ora non più.”

(Shalom, 21 maggio 2024)


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Il mandato d'arresto a Netanyahu serve a fare d'Israele l'“ebreo fra le nazioni”

Il procuratore capo della Corte penale internazionale ha chiesto alla Camera preliminare del tribunale di emettere mandati di arresto contro il premier israeliano, il ministro della Difesa di Israele, il capo di Hamas a Gaza e in esilio e quello delle Brigate al Qassam a Gaza. Per la Corte, pari sono.

di Giulio Meotti

Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, Yahiya Sinwar, Ismail Haniyeh e Mohammed Deif. Il premier e il ministro della Difesa di Israele, il capo di Hamas a Gaza e in esilio e quello delle Brigate al Qassam a Gaza. Pari sono. Il procuratore capo della Corte penale internazionale, l’inglese di origine pakistana Karim Khan, ha chiesto alla Camera preliminare del tribunale di emettere mandati di arresto contro i cinque.  Il procuratore Khan ha dichiarato che le accuse a carico dei leader di Hamas riguardano “sterminio, omicidio, presa di ostaggi, stupro e violenza sessuale durante la detenzione”, mentre quelle a carico di Netanyahu e Gallant consistono nell’aver “causato lo sterminio, la fame come metodo di guerra” e nell’aver “colpito deliberatamente i civili”. Un capolavoro di equivalenza morale. 
  “Mentre gli assassini e gli stupratori di Hamas commettono crimini contro l’umanità a danno dei nostri fratelli e sorelle, il pubblico ministero dell’Aja cita nella stessa frase il primo ministro e il ministro della difesa israeliani insieme ai vili mostri nazisti di Hamas: una vergogna storica che sarà ricordata per sempre”, il commento del ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz. Il presidente d’Israele, Isaac Herzog, ha detto che qualsiasi azione del genere “servirebbe solo a legare le mani di tutte le nazioni libere e democratiche nella lotta contro il terrorismo, e deve essere contrastata con determinazione”. Anche il ministro Benny Gantz ha criticato l’Aia: “Israele sta conducendo una guerra giusta a seguito del vergognoso massacro perpetrato dai terroristi Hamas il 7 ottobre. Mentre Israele combatte con uno dei codici morali più severi della storia, nel rispetto del diritto internazionale e vantando un robusto sistema giudiziario indipendente, tracciare un parallelo tra i leader di un paese democratico determinato a difendersi dal terrorismo e i capi di un’organizzazione terroristica sanguinaria è una profonda distorsione della giustizia e un palese fallimento morale. La posizione del procuratore capo  è di per sé un crimine di proporzioni storiche da ricordare per generazioni”. 
  “È un po’ come se un tribunale internazionale avesse emesso un mandato d’arresto contro Winston Churchill per i bombardamenti su Dresda e Amburgo e non contro Adolf Hitler, il più spregevole mostro umano che l’umanità ha conosciuto” ha commentato su Yedioth Ahronoth Ben Dror Yemini. Il procuratore dell’Aia emette mandati per Israele e Hamas, ponendoli sullo stesso piano, nonostante le tonnellate di aiuti che ogni giorno entrano a Gaza e tutti i modi impiegati da Israele per avvertire la popolazione di Gaza di un attacco militare (telefonate, sms, volantini, apertura di corridoi umanitari da nord a sud). 
  Israele ha sperimentato per la prima volta il peso della giurisdizione internazionale nel 2001, quando in Belgio è stato emesso un mandato di arresto contro Ariel Sharon e l’ex capo di stato maggiore Raphael Eitan. Nel 2015 l’alto magistrato della Audiencia nacional spagnola, José de la Mata, ha ordinato alla polizia e alla guardia civil di arrestare Netanyahu e altri sei ex ministri se fossero entrati in territorio spagnolo. Dietro questi mandati d’arresto ci sono magistrati zeloti dal forte pregiudizio antisraeliano e gruppi di pressione filopalestinesi che avanzano le cause nei tribunali. Per evitare l’arresto a Londra, la leader dell’opposizione laburista israeliana, Tzipi Livni, aveva dovuto farsi dare l’immunità diplomatica dal governo. Se fosse andata in Inghilterra in “visita personale”, un magistrato avrebbe spiccato il mandato d’arresto. Mandati d’arresto furono spiccati in Belgio per Ariel Sharon. Il generale Doron Almog stava arrivando a Londra con un volo della El Al, quando l’ambasciata lo avvertì che c’era un ordine di arresto emesso da un magistrato per “violazioni della Convenzione di Ginevra”. Almog non scese neppure dall’aereo e Downing Street fu costretta a scusarsi. Anche l’ex direttore dei servizi segreti, Avi Dichter, ha dovuto rinunciare a una conferenza, mentre Aviv Kokhavi, capo di stato maggiore, ha cancellato una conferenza in un’accademia militare britannica. Finora questi tentativi di arresto erano stati vani. Adesso hanno il blasone del procuratore capo dell’Aia. 
  A differenza dei capi di Hamas, chiusi nei loro tunnel di Rafah e negli hotel di lusso di Doha, da dove ripetono che rifarebbero il 7 ottobre “ancora e ancora”, in spregio a ogni morale o diritto, irridendo mandati d’arresto o condanne internazionali, i politici israeliani devono potersi muovere, viaggiare e lavorare e i mandati di cattura hanno l’obiettivo di intimidire lo stato ebraico. Farne un paria. L’ebreo fra le nazioni.

Il Foglio, 20 maggio 2024)

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Ci protegge Dio?

Lo fa solo a volte? Perché non sempre?

di Rabbi Yossy Goldman

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Ebrei ortodossi esaminano i resti di un missile sparato dall'Iran vicino alla città meridionale israeliana di Arad, 28 aprile 2024

È stata una turbolenta corsa sulle montagne russe emotive in Israele e nell'intero mondo ebraico: commemorazioni, momenti di silenzio e poi di nuovo celebrazioni, anche se attenuate e piuttosto sommesse alla luce delle difficili circostanze attuali.
Nel brano settimanale Emor, leggiamo le regole di comportamento prescritte per i Kohanim, la tribù sacerdotale. Non possono entrare in contatto con i morti e le loro opportunità di matrimonio sono più limitate rispetto alla media degli israeliti.
Troviamo anche il comandamento del Kiddush Hashem. Ogni ebreo, non solo un Kohen, è tenuto a santificare il nome di Dio. A volte questo significa rinunciare alla propria vita per la fede, come hanno fatto milioni di nostri fratelli nel corso dei secoli. Per la maggior parte di noi, tuttavia, significa comportarsi in modo da lodare il Dio di Israele. Quando agiamo in modo moralmente, eticamente e rettamente, siamo generalmente rispettati dalle persone e questo porta onore al nostro Dio e alla nostra fede.
Fin dalla prima rivelazione al roveto ardente, Dio disse a Mosè che dovevamo diventare un "regno di sacerdoti e una nazione santa". Se siamo stati all'altezza di questa chiamata, siamo stati davvero una "luce per le nazioni".
Oggi Israele si trova di fronte a un mondo in cui l'ipocrisia ha raggiunto livelli senza precedenti. L'intero pianeta sembra aver perso la bussola morale e, francamente, la ragione. Persino i nostri amici ci fanno pressione, ci minacciano e ci ricattano.
Ma dobbiamo fare quello che dobbiamo fare. Tutte le centinaia di preziose giovani vite che sono state stroncate saranno state vane se non finiamo il lavoro a Gaza?
Le cose sembrano molto confuse. Da un lato, abbiamo assistito di recente alla mano incredibilmente miracolosa di Dio che ci ha protetto da più di 300 attacchi missilistici e di droni da parte dell'Iran. Il tasso di successo del 99,9% della nostra difesa non può essere spiegato militarmente o scientificamente. D'altra parte, abbiamo perso centinaia dei nostri migliori e più coraggiosi difensori. Dov'era Dio? C'è forse una contraddizione?
Siamo in una guerra esistenziale in cui è in gioco la nostra stessa sopravvivenza.
La domanda è: siamo al sicuro o no? Dio ci protegge o no?
Penso al 1991 e alla guerra del Golfo. Saddam Hussein, che oggi ricordiamo a malapena, minacciava Israele con i suoi micidiali missili Scud e persino con armi chimiche. Israele distribuì maschere antigas a tutti i suoi cittadini in caso di attacco chimico da parte del feroce dittatore.
L'Iraq aveva invaso il Kuwait. Gli Stati Uniti avevano intimato all'Iraq di ritirarsi e gli avevano dato una scadenza. Non era una nostra battaglia. Israele non ha confini con l'Iraq e la guerra non aveva nulla a che fare con Israele. Eppure Saddam ci ha minacciato e l'America ha dotato Israele del sistema di difesa missilistico Patriot e ci ha chiesto di starne fuori. Gli Stati Uniti si sarebbero occupati dell'Iraq.
Lo fecero, ma non prima che l'Iraq avesse lanciato decine di missili Scud contro Israele. Miracolosamente, non ci fu nemmeno una vittima.
Ricordo chiaramente come l'intero mondo ebraico fosse pietrificato in quel momento. Nelle comunità ebraiche di tutto il mondo, compresa la nostra, si tennero incontri di preghiera e campagne di raccolta fondi per Israele.
Tuttavia, c'era una voce solitaria nel deserto che dichiarava che Israele era al sicuro e sarebbe stato al sicuro da tali attacchi. Il rabbino Menachem Mendel Schneerson, il Rebbe di Lubavitch, si spinse oltre e disse al governo israeliano che le maschere antigas non sarebbero state necessarie. E aveva ragione.
Qui in Sudafrica, la Federazione Sionista organizzò una missione di solidarietà in Israele. Il Rebbe ci incoraggiò a partecipare e diversi colleghi Chabad mi accompagnarono, insieme al defunto rabbino capo Cyril Harris. Ho portato con me anche mia figlia Zeesy, di 12 anni. Era il membro più giovane della missione.
Personalmente credo che Israele sia stato miracolosamente protetto da Dio dagli Scud iracheni perché Israele si stava semplicemente facendo gli affari suoi. È stato attaccato senza alcun motivo. Non avevamo fatto nulla per mettere a rischio la nostra sicurezza. Il guardiano celeste di Israele ha risposto di conseguenza.
Allo stesso modo, eravamo un bersaglio del tutto innocente nel recente attacco iraniano. Non abbiamo confini con l'Iran e loro non hanno alcuna giustificazione per interferire. Quindi non abbiamo avuto nemmeno una vittima. Anche in questo caso, Dio ha miracolosamente vegliato su di noi.
Ma se commettiamo errori strategici nelle nostre azioni contro Hamas, se permettiamo che le pressioni internazionali e l'opinione pubblica mettano a repentaglio la vita dei nostri coraggiosi giovani soldati, se non sganciamo bombe e mandiamo invece i soldati in edifici con trappole esplosive, allora abbiamo tragicamente delle vittime.
Una cosa è vantarsi di essere l'esercito più morale del mondo (e lo siamo), ma è saggio dire in anticipo ai nostri nemici quando e dove li attaccheremo? Saremo giudicati se lo faremo, e giudicati se non lo faremo. I nostri nobili gesti senza precedenti sono completamente ignorati dal mondo e siamo ancora accusati di genocidio. Non dovremmo quindi proteggere i nostri innocenti e preziosi ragazzi dal male?
Mi piace citare il padre fondatore di Israele e primo Primo Ministro David Ben-Gurion, che una volta disse: "Non importa cosa dice il mondo. Ciò che conta è quello che fanno gli ebrei". È proprio vero.
Credo che quando noi facciamo ciò che dobbiamo fare, Dio fa ciò che deve fare. Che possiamo meritare ora e sempre la Sua protezione divina e che i nostri difensori siano completamente sicuri e vincenti.
Ti prego Dio, praticheremo il Kiddush Hashem comportandoci come nobili esempi di umanità e non come martiri in una guerra in cui a volte sembra che combattiamo con le mani legate dietro la schiena. Sei milioni di martiri sono stati sufficienti. Non uno di più, per favore Dio.

(Israel Heute, 20 maggio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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«Il libro nero di Hamas. Le radici profonde dell'antisemitismo e il miraggio dei due Stati»

Di questo libro abbiamo riportato pochi giorni fa la demolizione che ne ha fatto David Elber di un capitolo dal titolo «L’errore di Israele: i coloni e il revanscismo biblico». Dello stesso libro riportiamo adesso un capitolo in cui l’autore dà il meglio di se stesso sottolineando che per lui la vera causa dell’insolubilità del conflitto israelo-palestinese si trova in un irriducibile «antisemitismo islamico che arriva sino al punto di negare agli ebrei le ragioni e la dignità di costituirsi in nazione, e addirittura di avere mai avuto un biblico Regno di Israele».

di Carlo Panella

Il conflitto israelo-palestinese è l'unico tra i molti nati nel Novecento che non sia mai stato risolto con una trattativa, con un compromesso. Lunga più di un secolo e molto complessa è la sua storia e in molti hanno ricostruito le vicende intricate, i pogrom, le guerre e le stragi che l'hanno caratterizzata.
Il mio scopo è illustrare e motivare una tesi di fondo che spiega tutti gli avvenimenti: l'ostacolo fondamentale che ha impedito una composizione del conflitto attraverso la trattativa non è stata l'intricata questione della Terra, la complessa vicenda di due nazionalismi in urto. Questi sono stati elementi assolutamente presenti, ma di fatto e purtroppo secondari.
L'ostacolo vero, insuperato e difficilmente superabile è in un irriducibile antisemitismo islamico di parte araba e palestinese che non è intriso solo di odio, ma che arriva sino al punto di negare agli ebrei le ragioni e la dignità di costituirsi in nazione, e addirittura di avere mai avuto un biblico Regno di Israele. Un antisemitismo islamico che incredibilmente nega le radici ebraiche in Israele.
  Un antisemitismo islamico che accusa gli ebrei di avere sempre combattuto sin dai tempi della Bibbia inesistenti tribù arabe che avrebbero abitato la Palestina. Un antisemitismo islamico che arriva sino al punto di negare, come è storicamente inconfutabile, che sulla Spianata delle Moschee sorgeva il Tempio ebraico. Che riscrive la storia affermando che Gerusalemme è sempre stata araba e islamica, mai città ebraica. Un'assurdità totale, che irride alla storia reale, ma che è piantata nelle coscienze palestinesi e islamiche che vogliono liberare con le armi al Qods, Gerusalemme, da una presenza ebraica che incredibilmente ritengono abusiva e offensiva. Una faccia fondamentale dell'antisemitismo islamico ignorata e sottovalutata in Occidente.
  Se si vuole comprendere la logica profonda, carsica, del conflitto e se si vuole capire la logica perversa di Hamas, più che ricostruire la dinamica dei tanti fatti, conflitti e guerre, è indispensabile andare sotto la superficie degli avvenimenti e studiare, sondare, ricostruire le fasi di formazione nella tradizione musulmana di un punto focale e profondo che caratterizza anche larga parte dell'islam contemporaneo: l'antisemitismo islamico incarnato come non mai da Hamas e dal suo pogrom del 7 ottobre 2023.
  Un antisemitismo che ha enucleato mille e quattrocento anni fa nella tradizione islamica il dogma perverso del complotto ebraico come origine di tutte le fratture che si sono verificate nella comunità musulmana. Dogma del complotto ebraico poi fuso, già al tempo delle Crociate, con una tradizione antisemita cristiana che accusava sino ad allora gli ebrei dell'opposto: di avere pubblicamente, nel Sinedrio, urlato Crucifige! e poi di non avere, sempre pubblicamente, riconosciuto nel Cristo il Messia.
  Un antisemitismo basato sul dogma di un complotto ebraico coloniale e imperialista che oggi si è radicato miserevolmente in tante università occidentali, in tante manifestazioni oceaniche antisraeliane e in tanta, troppa parte, dell'opinione pubblica.
  L'antisemitismo islamico afferma che l'Ultimo Giorno verrà solo quando l'ultimo ebreo sulla faccia della terra sarà ucciso, là dove, all'opposto, il cristianesimo, da San Paolo e Sant'Agostino in poi, predice che il Giudizio Universale verrà quando l'ultimo ebreo sarà convertito, in pace.
  Un antisemitismo feroce che ha portato il Gran Mufti di Gerusalemme, indiscusso leader dei palestinesi dal 1920 al 1948, a condividere in pieno nei suoi colloqui con il suo alleato Hitler lo sterminio di milioni di ebrei. Così, il 21 gennaio 1944 ha esortato le Ss musulmane di Bosnia che aveva fondato e organizzato: La Germania nazionalsocialista sta combattendo contro il mondo ebraico. Il Corano dice: Voi vi accorgerete che gli ebrei sono i peggiori nemici dei musulmani.
  Un antisemitismo islamico che è assolutamente l'unica spiegazione del rifiuto arabo di accettare nel 1947 e oltre persino la fondazione uno Stato di Palestina, perché previsto a fianco di uno Stato di Israele.
  Reiterate le proposte formali di fondazione di uno Stato di Palestina nel 1936 e nel 1939, da parte della Gran Bretagna, nel 1947, da parte dell'Onu, nel 1967, nel 2000, nel 2001 e nel 2008 da parte dei governi dello Stato di Israele. Tutte e sempre rifiutate da parte araba e palestinese.
  Ribadiamo questa verità storica inconfutabile ma stranamente da tutti dimenticata: se oggi non esiste uno Stato di Palestina è solo e unicamente a causa del rifiuto arabo di fondarlo accanto allo Stato di Israele come da risoluzione ONU 181 del 1947. Tutti gli avvenimenti successivi sono stati indissolubilmente prodotti da quel rifiuto, dalle motivazioni di quel rifiuto.
  Motivazioni radicate che arrivano sino all'oggi e che oscurano le possibilità che si concluda la pace con la soluzione che tutti auspichiamo: uno Stato di Palestina, visti i precedenti totalmente demilitarizzato e bonificato dai network terroristi, a fianco dello Stato di Israele.
  Motivazioni che difficilmente saranno superate per una ragione tanto semplice e dura quanto complessa: l'odio islamico contro gli ebrei. Un odio che ha radici antiche e profonde, condiviso da larga parte, fortunatamente non da tutta, la comunità musulmana.
  L'auspicio è che le ragioni geopolitiche, economiche e di potenza che hanno portato alla stipula dei Patti di Abramo e alle trattative con l'Arabia Saudita per il riconoscimento di Israele, si consolidino e si allarghino ad altri paesi arabi e islamici e riescano a rompere la gabbia dell'antisemitismo di cui larga parte dell'islam è prigioniero.

(il Giornale, 20 maggio 2024)

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L’ultimo addio a Shani Louk, la ragazza divenuta simbolo del 7 ottobre

di Michelle Zarfati

Centinaia di persone hanno partecipato domenica al funerale della ventiduenne Shani Louk, il cui corpo è stato recuperato venerdì a Gaza da un commando israeliano, sette mesi dopo che la ragazza era stata rapita e poi uccisa dai terroristi il 7 ottobre.
Suo padre Nissim ha invitato il popolo israeliano a partecipare al funerale della figlia, che ha avuto luogo nel Moshav Srigim-LiOn, a sud di Beit Shemesh, nel centro di Israele.
Shani Louk è diventata un’icona del massacro di Hamas dopo che un video, trasmesso il 7 ottobre e attribuito al gruppo terroristico di Hamas, che mostrava il suo corpo martoriato sul retro di un camioncino bianco, i suoi capelli arruffati e sporchi di sangue e il corpo esanime. Era circondata da uomini armati e sfilava attraverso le strade Gaza.
In un messaggio, il presidente Isaac Herzog si è scusato per non essere presente al funerale, ricordando il talento di Louk nell’arte e nella musica. “La nostra leadership commette gli stessi errori più e più volte – ha detto Nissim il padre di Shani, citando Albert Einstein – Se continueremo a commettere gli stessi errori degli ultimi decenni, è probabile che ci perderemo e soprattutto che perderemo il nostro paese”
La madre di Louk, Ricarda, ha invece ricordato lo spirito indipendente di sua figlia e dell’amore per i viaggi, mentre amici e parenti hanno sottolineato come Shani riuscisse sempre a strappare sorrisi ed emanare luce ovunque andasse.
Gli elogi si sono conclusi con l’esecuzione di una canzone dal titolo “Non voglio più la guerra” che la stessa Louk aveva scritto.
La giovane ventiduenne, tatuatrice a tempo pieno, era uno spirito libero, che deteneva sia la cittadinanza israeliana che quella tedesca. Il 7 ottobre Shani stava festeggiando con gli amici al Nova Music Festival. La giovane è stata rapita il 7 ottobre e massacrata assieme a circa 360 ragazzi israeliani. Il corpo di Louk, così come quelli di Itzhak Gelernter e Amit Buskila, è stato recuperato giovedì sera durante un’operazione effettuata dai militari dell’IDF e dallo Shin Bet.

(Shalom, 20 maggio 2024)

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Il Museo di Israele ospita oggetti legati a Cristo

Il Museo d'Israele di Gerusalemme ospita un'esposizione di oggetti rari, e di grande interesse storico, chiamata "La Via dei Cristiani", che ricrea un percorso ideale nella storia della fede cristiana fin dalla sua fondazione e riflette eventi religiosi legati a Gesù Cristo.



(Christian Media Center - Italiano, maggio 2024)

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Francia – Bncva denuncia l’odio dei propal

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«Avevamo detto mai più. Varsavia, Treblinka e ora Gaza». È uno degli slogan della manifestazione che si è tenuta a Parigi negli scorsi giorni, il cui video – come riportato dal sito francese tribunejuive.info – è stato visionato dall’Ufficio nazionale di vigilanza contro l’antisemitismo, il BNCVA Bureau National de Vigilance contre l’antisémitisme. Un insulto alle vittime della Shoah, e un ulteriore preoccupante segnale di come concetti che nulla avrebbero a che fare gli uni con gli altri vengano mescolati e utilizzati in nome di un presunto sostegno ai palestinesi e della libertà di espressione. Il testo sottolinea come collegare quanto successo a Treblinka con la guerra che Hamas ha imposto a Israele massacrando il 7 ottobre civili israeliani in una azione terroristica senza precedenti sia un’azione da persone senza memoria e senza vergogna, guidate dall’odio contro gli ebrei. BNCVA ha presentato denuncia alla Procura di Parigi, chiedendo che venga avviato un procedimento penale.

(moked, 19 maggio 2024)

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Le prospettive di una guerra difficile

di Ugo Volli

• Una guerra che non finisce
  La guerra intorno a Israele prosegue ed è difficile vederne una conclusione. Ogni giorno vi sono notizie di scontri a Gaza, di attacchi missilistici dal Libano e altrove e di episodi di violenza antisemita più o meno grave ma purtroppo assai frequenti in quello che è diventato un nuovo fronte di guerra a bassa intensità contro il popolo ebraico diffusa in tutto l’Occidente, soprattutto nelle zone franche assicurate dalle università. Le truppe israeliane sono ora impegnate ad approfondire la pulizia di Gaza dai terroristi. Nei giorni scorsi c’è stata una serie importante di scontri nella città di Jabalia, nel nord della striscia in quartieri che non erano stati finora occupati e dove i terroristi si stavano riorganizzando. Ci sono stati combattimenti anche nella zona centrale dove ancora vi sono delle enclaves non controllate.

• Rafah
  Al sud l’operazione di Rafah procede per ora non come alcuni immaginavano, cioè alla maniera di una grande battaglia frontale, ma per piccoli passi, strada dopo strada. Questo accade innanzitutto perché la tattica terrorista è quella della guerriglia: fuggire e nascondersi quando si è più deboli e di uscire allo scoperto solo per compiere agguati e incursioni. Le famose rete di gallerie di Hamas serve a questo: per rifugiarvisi evitando lo scontro e per uscirne di nuovo da un’altra parte, quando sembra possibile prendere alle spalle gli israeliani. Sono state costruite per centinaia di chilometri proprio pensando a quest’uso e purtroppo funzionano. Della attica della guerriglia fa parte tra le altre cose non accettare la sconfitta, anche quando la sproporzione di forze diventa grande: basta che qualcuno continui a sparare. Vi è poi la presenza di una popolazione che volente o nolente fa da scudo umano ai terroristi e anche la pressione di alleati e terze parti che temono di pagare un prezzo politico per la vittoria di Israele e cercano di rallentarla e possibilmente di bloccarla. A Rafah poi vi è il problema dell’Egitto, che teme sia l’immigrazione di rifugiati da Gaza, fra cui si mescolerebbero i terroristi, sia il controllo israeliano del confine che potrebbe rivelare quanta complicità ci sia stata da parte egiziana per il loro armamento. È un coinvolgimento che sembrava escluso per l’appartenenza di Hamas alla Fratellanza Musulmana, che in Egitto è nemica di Al Sisi e anche per le operazioni propagandistiche esibite anni fa dall’esercito egiziano sommergendo con acqua e liquami qualche tunnel di contrabbando. Ma le truppe israeliane, avanzando verso il centro di Rafah dal corridoio “Filadelfia” che segna il confine, hanno trovato finora almeno 50 gallerie transfrontaliere attive. Ce ne sono indubbiamente molte altre, fra cui quelle in cui sono tenuti prigionieri i rapiti ancora vivi, o accatastati i loro corpi, se sono stati uccisi.

• I venditori di cadaveri
  Venerdì l’esercito israeliano ha denunciato di aver trovato nei tunnel ispezionati tre corpi di rapiti del 7 ottobre, uccisi poco dopo il pogrom e trattenuti dai terroristi. A quanto pare è in corso un’ispezione vasta nei cimiteri di Rafah con il sospetto di trovarne degli altri nascosti in questa maniera. Al di là della barbarie del pogrom, degli stupri, delle stragi, dei rapimenti condotti non solo dai terroristi inquadrati da Hamas ma anche da “civili innocenti”, emerge ora quest’altro orrore del trattenere le salme per venderle poi in cambio di un prezzo politico o militare. Non a caso nella proposta di Hamas della proposta di cessate il fuoco si parlava di “ostaggi vivi o morti”. Si volevano commerciare le salme degli assassinati. Agli occhi degli occidentali, non solo degli ebrei, questo dovrebbe essere l’abominio assoluto, già descritto in opere come “Antigone” o quel brano dell’ “Iliade” in cui il padre di Ettore si inginocchia davanti a chi l’ha ucciso per averne indietro il corpo straziato; e anche l’ira di Achille cede alle ragioni dell’umanità. Ma il commercio di salme è un costume che i terroristi islamici hanno praticato spesso e con la massima crudeltà: a Gaza in questa e altre operazioni ma anche in Siria (Ron Arad ed Elie Cohen). È un tema che gli apologeti del terrorismo non sfiorano mai, anche se proclamano di avere ragioni etiche; ma che dà un’idea precisa del livello morale dei loro eroi.

• La situazione attuale
  La guerra a Gaza si è insomma diluita e cronicizzata. È impossibile concluderla senza aver eliminato il potere militare di Hamas, perché il terrorismo ne trarrebbe la conseguenza di poter progettare subito altri 7 ottobre, ma per farlo non basta eliminare le sue maggiori formazioni militari e le fortificazioni sotterranee, occorre controllare il territorio, anche se magari nella forma che lo stato maggiore dell’esercito israeliano ha scelto, cioè entrare nella Striscia, bonificare una zona e poi staccarsene e uscire per non offrire bersagli al terrorismo. In fondo è quello che le forze di sicurezza israeliane fanno da anni in Giudea e Samaria e funziona. Ciò naturalmente esclude il piano per il dopoguerra condiviso da americani e da alcuni politici israeliani, cioè chiudere a un certo punto l’operazione e affidare il territorio a forze palestinesi, anche se non di Hamas (cioè per forza l’altro grande movimento, anch’esso terrorista, che controlla l’Autorità Palestinese, cioè Al Fatah). Come ha spiegato Netanyahu sostituire un Hamastan con un Fatahstan non è affatto una soluzione, perché le cose continuerebbero come prima. Del resto l’ala militare di Fatah, le “brigate di Al Aqsa”, continuano a rivendicare la loro partecipazione al 7 ottobre. E dunque bisogna pensare che ci sarà a Gaza ancora una fase abbastanza lunga di caccia ai terroristi, e poi una situazione in cui comunque l’esercito dovrà aver via libera per impedire ogni nuova concentrazione delle loro forze.

• Il nord
  Nel frattempo però si sta lentamente ma progressivamente scaldando il fronte settentrionale, dove Hezbollah ha forze ben più ingenti di quelle di Hamas, in Israele vi sono centinaia di migliaia di sfollati dai centri della Galilea e l’esercito israeliano schiera le proprie migliori unità pronte per intervenire. Gli scambi di colpi ora vanno in profondità e comportano salve di decine di missili. Non è un bel pensiero, ma forse la fase più difficile della guerra deve ancora incominciare. Perché non si tratta di un conflitto fra Israele e Hamas, ma di un’aggressione coordinata e ben pianificata contro lo stato ebraico da parte di un grande schieramento guidato dall’Iran. E che siano stati annunciati ieri dei “colloqui indiretti” fra Usa e Iran in corso in Oman che dovrebbero riguardare “l’equilibrio del Medio Oriente”, lascia molte perplessità e molti sospetti.

(Shalom, 19 maggio 2024)

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Israele e il Messia – percorsi paralleli (5)

La riabilitazione di Israele profetizzata nelle parole del profeta Geremia è cominciata a realizzarsi con la venuta del Messia Gesù.

di Gabriele Monacis

L’ultimo libro del Tanach, l’Antico Testamento in lingua ebraica, è quello delle Cronache, un libro che comincia con una lunga genealogia che parte da Adamo, continua con Abraamo e poi elenca i diversi discendenti del popolo di Israele, divisi per le dodici tribù, fino a quelli che si insediarono nuovamente a Gerusalemme dopo la deportazione in Babilonia. Dopo questa lunga genealogia, le Cronache raccontano il periodo della monarchia di Israele, che finì con la deportazione in Babilonia. La parte narrativa inizia dalla morte di re Saul e prosegue con il regno di Davide, che occupa gran parte della prima suddivisione del libro, quello che comunemente viene chiamato “primo libro delle Cronache”. In questo primo libro, un’attenzione particolare è dedicata ai preparativi del re Davide in vista della costruzione del tempio, con il censimento dei Leviti, la suddivisione dei cantori, l’istituzione dei portinai del tempio e altre iniziative, affinché tutto fosse pronto per quando il tempio sarebbe stato edificato.
  Il secondo libro delle Cronache inizia con il regno di Salomone, diventato re dopo la morte di suo padre Davide. Buona parte dei capitoli che raccontano il suo regno, è dedicata all’edificazione e alla consacrazione del tempio per mano del re Salomone. Dopo la sua morte, il regno viene diviso in due regni, quello di Israele a nord e quello di Giuda a sud. Dopodiché, la narrazione si concentra quasi esclusivamente sui re di Giuda che susseguirono a Salomone. In questi capitoli, l’attenzione è posta in particolare su ciò che questi re fecero nel tempio o per il tempio: restauri, profanazioni, purificazioni e altro. Anche nel secondo libro delle Cronache, il tempio, la casa dove l’Eterno dimorò in mezzo al Suo popolo, ha un ruolo centrale.
  Nell’ultimo capitolo delle Cronache, durante il regno dell’ultimo re di Giuda, Sedechia, avvenne ciò che il profeta Geremia aveva profetizzato che sarebbe accaduto se il re, i capi dei sacerdoti e il popolo non avessero abbandonato i propri peccati e non si fossero convertiti all’Eterno, Dio di Israele.

    I Caldei incendiarono la casa di Dio, demolirono le mura di Gerusalemme, diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi, e ne distrussero tutti gli oggetti preziosi. E Nabucodonosor deportò a Babilonia quelli che erano scampati dalla spada; ed essi furono assoggettati a lui e ai suoi figli, fino all'avvento del regno di Persia (affinché si adempisse la parola dell'Eterno pronunciata per bocca di Geremia), fino a che il paese avesse goduto dei suoi sabati; infatti esso dovette riposare per tutto il tempo della sua desolazione, finché furono compiuti i settant'anni (2 Cronache 36:19-21).

Il tempio di Salomone venne dunque distrutto dai Caldei. Ma il Tanach si conclude con due versetti dopo questi, cioè con l’adempimento della Parola del Signore per bocca di Geremia. Trascorsi i settant’anni da lui profetizzati, infatti, i figli di Israele poterono tornare nella loro terra, per ricostruire il tempio. Non è un caso, dunque, che il libro delle Cronache si concluda proprio con questa prospettiva: la ricostruzione della casa dell’Eterno come Sua dimora in mezzo al Suo popolo.
  Anche il Nuovo Testamento, come l’ultimo libro del Tanach, inizia con una genealogia, quella di Gesù Cristo, suddivisa in tre periodi storici con quattordici generazioni ciascuna: da Abraamo a Davide, da Davide alla deportazione in Babilonia e da quest’ultima a Gesù Cristo. Il tema con cui si conclude il Tanach, cioè il ristabilimento di Israele dopo l’esilio, sembra essere il tema che permea anche questa nuova genealogia, per anticipare il nuovo ristabilimento di Israele con Gesù Cristo. Questa volta non solo nella sua terra, ma con la sua storia.
  E come il ritorno da Babilonia ha comportato la ricostruzione della casa dell’Eterno, così Gesù Cristo, che nasce come figlio di Davide e figlio di Abraamo, diventa il figlio di Israele che incarna la dimora di Dio in mezzo al Suo popolo, secondo quella che era la Sua volontà fin dal Sinai: abitare in mezzo ai figli di Israele. In Gesù Cristo, però, ciò non è avvenuto in un’abitazione a mo’ di quelle degli uomini, ma è avvenuto in un uomo vero e proprio, in carne ed ossa.
  C’è ancora un altro aspetto che collega l’inizio del Nuovo Testamento con la fine del Tanach, ed è legato alle parole di Geremia riportate nel vangelo di Matteo. Alla fine del libro delle Cronache, questo profeta viene menzionato più di una volta, per mostrare che si era adempiuta la Parola del Signore detta per bocca di Geremia: sia quando Israele fu esiliato in Babilonia per settant’anni, sia quando Israele tornò nella sua terra dopo i settant’anni di esilio (vedi Geremia 29:10).
  Nei primi due capitoli del vangelo di Matteo, proprio all’inizio del Nuovo Testamento, per ben cinque volte al lettore è ripetuto che quei fatti avvennero per adempiere ciò che dissero i profeti dell’Antico Testamento. Per esempio: “affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta (1:22, 2:15) – o dei profeti (2:23)”; oppure: “poiché così è scritto per mezzo del profeta (2:5)”. Ma solo in un caso, il profeta viene chiamato per nome. “Allora si adempì quello che fu detto per bocca del profeta Geremia” (2:17).
  L’espressione “per bocca di Geremia” si trova in questo versetto del secondo capitolo del Nuovo Testamento e due volte negli ultimi tre versetti del Tanach (2 Cronache 36:21-23). Questa ripetizione crea un ponte tra la continuazione della storia di Israele nel vangelo di Matteo e la storia di Israele passata, vista attraverso gli occhi del profeta Geremia. L’evento che collega la storia passata di Israele, la profezia di Geremia e la storia del vangelo, è un triste evento accaduto qualche tempo dopo la nascita di Gesù. Il re Erode, essendo stato informato che a Betlemme era nato il Messia, per paura che questi diventasse re al suo posto, fece uccidere tutti i figli maschi nati a Betlemme e nel suo territorio, dall’età di due anni in giù. Questo evento tragico riporta il lettore a ciò che accadde ai primordi del popolo di Israele, quando il faraone d’Egitto decise di far annegare nel Nilo ogni figlio maschio che sarebbe nato tra i figli di Israele.
  La parola profetica, che cronologicamente si inserisce tra questi due eventi storici in parallelo e che viene adempiuta dalla strage di Betlemme ordinata da Erode dopo la nascita di Gesù, è ciò che fu detto per bocca del profeta Geremia:

    “Un grido è stato udito in Rama; un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più” (Matteo 2:18).

In che modo ciò che successe in quei tragici giorni a Betlemme adempì quello che fu detto per bocca di Geremia alcuni secoli prima? E perché viene tirata in ballo Rachele, che piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata?
  Per rispondere a questa domanda, occorre prima di tutto considerare il contesto del capitolo 31 di Geremia da cui è preso il versetto qui citato dal vangelo di Matteo (Geremia 31:15). Il tema ricorrente nel capitolo 31 di Geremia, è la ricostruzione del popolo di Israele a seguito della sua devastazione, la gioia che essi provarono dopo il lutto, il popolo viene riunificato in un unico luogo dopo essere stato deportato fino alle estremità della terra. Parlando dei figli di Israele, l’Eterno dice:

    Avverrà che, come ho vegliato su di loro per sradicare e per demolire, per abbattere, per distruggere e per nuocere, così veglierò su di loro per costruire e per piantare” (Geremia 31:28).

Geremia 31 parla dunque di una nuova fase storica del popolo di Israele: la riabilitazione di Israele dopo la sua demolizione. In questa nuova fase, l’Eterno promette un nuovo patto con la casa di Israele e con la casa di Giuda. Un patto che non sarà come quello stabilito all’uscita dall’Egitto e che essi violarono. Questo nuovo patto prevede che l’Eterno metterà la Sua legge nel loro intimo e la scriverà sul loro cuore. Egli sarà il loro Dio ed essi saranno il Suo popolo (31:31-33). In questa nuova fase, si raggiungerà un grado di avvicinamento tra Dio e il suo popolo che non ha pari nella storia di Israele.
  Ecco il motivo per cui il vangelo di Matteo riporta ciò che fu detto per bocca di Geremia: per affermare che quella fase di riabilitazione è iniziata con la nascita di Gesù Cristo. Come il popolo di Israele, impersonificato dalla figura di Rachele, pianse la deportazione dei suoi figli ai tempi di Geremia, a seguito della conquista operata dai Caldei, così piansero anche le madri di Betlemme e dintorni quando il re Erode fece uccidere i loro figli maschi al di sotto dei due anni. 
  Ma l’adempimento delle parole di Geremia non sta solo nella ripetizione di questo tragico evento storico. Sta soprattutto nel fatto che la riabilitazione di Israele, profetizzata in Geremia 31, è in atto con la nascita di Gesù Cristo. L’Eterno ricostruirà il popolo dopo la devastazione, ci sarà gioia dopo il pianto, Israele sarà riunificato in un unico luogo e non più disperso.
  Ma la domanda che riguarda Rachele non ha ancora una risposta: perché proprio lei viene menzionata, e non un’altra donna della storia di Israele? E qual è il legame tra il pianto di Rachele e quello delle madri di Betlemme? Cercheremo una risposta in una prossima occasione.

(5. continua)

(Notizie su Israele, 19 maggio 2024)



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Dieci ministri scrivono a Israele

Una lettera calibrata, ma la pressione internazionale su Israele rafforza sempre Hamas

I ministri degli Esteri di Italia, Canada, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Giappone, Nuova Zelanda, Olanda, Regno Unito e Svezia hanno scritto una lettera al loro omologo israeliano Israel Katz per avanzare richieste umanitarie in sette punti. I ministri esordiscono dicendo che Hamas deve rilasciare tutti gli ostaggi e che sono contrari all’operazione a Rafah. Nella lettera, che il Foglio ha potuto leggere, chiedono di implementare l’ingresso degli aiuti umanitari, di aprire il valico di Rafah, di lasciare aperti tutti i valichi.
  Ieri per la prima volta una nave carica di aiuti è attraccata al porto costruito dagli Stati Uniti a Gaza. Israele assieme all’Onu e all’Egitto vuole creare un’infrastruttura sicura a Rafah per permettere ai carichi di passare in sicurezza. L’idea di Tsahal di togliere a Hamas il controllo del valico è stata importante e fare in modo che i rifornimenti umanitari non finiscano più nelle mani dei terroristi dovrebbe essere interesse di tutti, anche dell’Egitto che teme una crisi di rifugiati palestinesi in fuga da Rafah e diretti verso la sua frontiera.
  L’Onu dovrebbe avere ancora più a cuore l’idea che il valico sia un posto quanto più sicuro possibile e senza infiltrazioni terroristiche. Il piano che ha presentato Israele prevede che dall’Egitto entrino i camion che trasportano benzina e intende rafforzare la capacità del valico di Kerem Shalom per gli aiuti umanitari. Nelle intenzioni di Israele c’è anche quella di affidare il controllo del valico di Rafah a palestinesi che non hanno rapporti con Hamas.
  Tra i firmatari si nota l’assenza degli Stati Uniti e anche della Spagna, che ieri ha detto che non permetterà ai carichi di armi diretti verso Israele di attraccare nei suoi porti. La lettera dei dieci ministri è ben calibrata, ma è una lettera a Israele e rischia purtroppo di avere l’effetto di tutti gli appelli mossi finora: far sentire Hamas più forte. E se Hamas si sente più forte grazie alla pressione internazionale su Israele, ai tavoli negoziali continuerà sempre ad avere meno motivi per accettare un accordo. 

Il Foglio, 18 maggio 2024)

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“Su Israele e Hamas troppe semplificazioni. La sinistra sta spingendo a destra gli ebrei, aiuti a fare chiarezza”

Le paure del maestro Wellber

di Leonetta Bentivoglio

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Il direttore d’orchestra israeliano Omer Meir Wellber

“M’indigna la mancanza di complessità che circola in Occidente nei giudizi sul tema che mi sta maggiormente a cuore, cioè quanto sta accadendo tra Israele e Palestina”, afferma il direttore d’orchestra israeliano Omer Meir Wellber. “Ci si affida a video superficiali di trenta secondi pescati su Instagram per valutare situazioni gravi e sofferte e scatenare proteste anti-israeliane, e l’atteggiamento dei partiti di sinistra non smentisce le approssimazioni più rozze e rischiose. Se si è contro Netanyahu vuol dire che si è antisemiti, mentre se si è contro Hamas significa che si è contro la Palestina. Ma questo è assurdo!”.
  S’infuoca, parlando dei problemi della sua terra, l’acclamato maestro Wellber, che è nato nell’81 a Beersheva, nel deserto del Negev, a 40 chilometri da Gaza. In questi giorni sta conducendo al Teatro Massimo di Palermo, di cui è il direttore musicale, le prove del “Tristano e Isotta” di Wagner (sì, proprio lui, il compositore adorato dai nazisti e inviso agli ebrei). L’opera debutterà sulla scena palermitana domenica 19 maggio, e durante una pausa dei lavori Omer si scaglia contro le “semplificazioni pericolose” che incrementano le reazioni di tanti occidentali alla difficilissima situazione in corso in Israele.

- Maestro Wellber, cosa la scandalizza tanto?
  “Il fatto che girino input razzistici avvalorati da un’estrema sinistra i cui partiti si dimostrano in crisi in tutta Europa, dove avanzano trionfalmente le destre. In realtà dovrebbe essere la sinistra a mettere ordine nei pensieri di quegli studenti universitari che oggi protestano contro Israele assumendo la questione “in toto”, e far comprendere loro che non si può celebrare un’organizzazione terroristica come Hamas, che specula sulla povertà e la sofferenza dei palestinesi. Non è ancora stata compresa la tragicità di quanto è avvenuto il 7 ottobre, ed è fondamentale tener conto del fatto che nel mio Paese si sono verificati episodi orrendi: mia madre mi ha raccontato di aver assistito al funerale di un’intera famiglia i cui membri sono stati seppelliti senza testa. Come può un ragazzo dell’Università di Milano esprimere le sue idee su drammi così dolorosi e complicati in maniera superficiale, senza una reale conoscenza storica? Le fonti non possono essere i video su Instagram. Le Università dovrebbero stimolare i giovani a fare le opportune differenze e a distinguere il vero dal non vero in maniera chiara e puntuale. In nessun caso è moralmente accettabile violentare le donne e decapitare gli anziani. Una radicale assenza di approfondimenti sta corrompendo l’intero dibattito e provocando situazioni paradossali”.

- Può fare esempi?
  “Ho vari amici ebrei in Germania, dove lavoro molto, che hanno deciso di votare per l’Afd, il partito populista dell’estrema destra. La comunità ebraica tedesca non si può più permettere di votare a sinistra. Inoltre, come può un’intellettuale influente come Judith Butler, filosofa e femminista statunitense, prendere posizione in modo pubblico sul conflitto israelo-palestinese attaccando in blocco Israele e non condannando la strage del 7 ottobre? È concentrata solo sulle proprie teorie e sembra non voler guardare la realtà. Ora più che mai, si sente forte l’esigenza di grandi umanisti capaci di segnalare che essere dalla parte del popolo israeliano non significa approvare l’operato di un leader criminale come Netanyahu”.

- Lei è contro Netanyahu?
  “Certo. Ha distrutto la fratellanza nel mio Paese. È un dittatore che ha danneggiato in maniera disastrosa il popolo ebraico. Perché in Europa nessuno lo punisce? Com’è possibile che continui a usare indisturbato la sua carta di credito in questo continente? Ma la sua presenza nefasta non potrà mai giustificare teorie che azzerano Israele. Netanyahu non va identificato col popolo israeliano, così come i palestinesi non vanno identificati con Hamas, che in sostanza è un’organizzazione nemica della Palestina”.

- In che senso?
  “È un gruppo di potere miliardario, i cui capi vivono in hotel a cinque stelle a Parigi, a Dubai e nel Qatar, mentre il popolo palestinese perisce nella miseria e nell’inconsapevolezza. Con tutti i suoi soldi, Hamas produce armi ma non costruisce scuole né ospedali, perché vuole mantenere ignorante la gente. Eppure la leadership europea insiste nel diffondere messaggi ambigui su questi terroristi in malafede, facendone quasi degli eroi”.

- Crede a soluzioni possibili?
  “In Israele vivono tre milioni di ebrei originari dei paesi arabi. E pensi che sono stati sempre sostenitori di Netanyahu. La chiave di un avvicinamento sarebbe potuta emergere proprio da lì, cioè da quella popolazione ebraico-araba che ha tanto in comune coi palestinesi: storia, lingua, cibo, cultura… E invece… Resto convinto che dovremmo lottare per un futuro senza Hamas e senza Netanyahu, chiedendo aiuto al mondo”.

- Nel frattempo lei ora sale sul podio per dirigere Wagner, il più antisemita dei compositori.
  “Eliminare Wagner dalla storia della musica sarebbe come cancellare il Rinascimento dalla storia dell’arte. Wagner equivale a una rivoluzione che ha cambiato tutto: senza di lui non ci sarebbero stati il jazz né i Beatles. Dopodiché l’uomo Wagner fu razzista, volgare e intellettualmente violento, e io lo disprezzo in quanto tale. Ma come musicista non posso sfuggire alla sua imponenza. Fronteggiare il “problema” Wagner è una sfida irrinunciabile. La sua musica tocca intensamente corde umane contraddittorie e oscure, e il conflitto, la contraddizione, è un territorio che ogni artista deve attraversare”.

(la Repubblica, 18 maggio 2024)

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Miti immarcescibili: Appunti su un capitolo

In questi giorni è uscito in libreria un nuovo libro di Carlo Panella, “Il libro nero di Hamas: L’antisemitismo islamico e il miraggio dei due Stati” (Lindau). Panella è da anni attento e meticoloso commentatore della realtà mediorientale e in Italia uno dei più competenti conoscitori della galassia jihadista e del radicalismo islamico, tuttavia, in questo suo nuovo testo, il capitolo dal titolo, “L’errore di Israele: i coloni e il revanscismo biblico”, presenta delle forti criticità, facendosi ricettacolo di tutta una serie di gravi errori e deformazioni che pur nell’apprezzamento dell’ottimo lavoro del giornalista, non possono essere sottaciuti. David Elber si è incaricato di evidenziarli. Red. L’informale

di David Elber

A pagina 138 del suo ultimo libro, Carlo Panella scrive perentorio: «L’occupazione israeliana conculca larga parte dei diritti civili dei palestinesi e deve cessare. Punto». 
Il problema di questa affermazione apodittica è che non c’è nessuna occupazione. Il territorio di Giudea e Samaria, o Cisgiordania, o West Bank, (denominazioni successive e spurie) non è mai stato “occupato” da Israele perché apparteneva già, dal 1922, in virtù di quello che stabiliva il Mandato britannico per la Palestina, al popolo ebraico. L’occupazione ci fu, è corretto, ma fu quella illegale della Giordania che si protrasse per diciannove anni.
Nel 1967 Israele riconquistò ciò che già gli apparteneva di diritto. Tuttavia, se proprio volessimo considerare quella di Israele una “occupazione” essa è terminata nel 1994 con il trattato di pace siglato con la Giordania. Inoltre, con gli Accordi di Oslo del 1993-1995, il 95% della popolazione palestinese è amministrata dall’Autorità Palestinese che ha tutte le competenze civili e di sicurezza sulla popolazione palestinese. Se ne deve forse non peregrinamente desumere che chi “opprime” i palestinesi sono i palestinesi stessi? 
Sempre a pagina 138, Panella scrive «resta sul tappeto l’ostacolo principale per la nascita di uno Stato palestinese: i coloni israeliani». 
Questo è un vecchio refrain, caro a tutte le  amministrazioni americane post Jimmy Carter, con la lodevole eccezione dell’Amministrazione Trump, e a tutte le Cancellerie europee che, a ricasco americano, lo ripetono senza sosta, ma si tratta di una menzogna. Perché i coloni sarebbero un ostacolo? Perché lo dicono i palestinesi? In nessun altro caso al mondo relativo ad una contesa territoriale che implica “dei coloni” essi sono mai stati considerati un “ostacolo”.
Solo alcuni esempi:
Trattative tra Cambogia e Vietnam: i “coloni” vietnamiti non sono mai stati considerati un ostacolo alle trattative mediate da ONU e Francia. Trattative tra Marocco e Sahara Occidentale: il fronte del Polisario in rappresentanza del popolo saharawi ha chiesto l’allontanamento di tutti i “coloni” marocchini dal territorio del Sahara occidentale rivendicato ma ONU e Stati Uniti in qualità di mediatori hanno rifiutato la richiesta. La stessa cosa si può dire per il caso di Cipro, dove i greco-ciprioti hanno richiesto l’allontanamento di tutti i “coloni” turchi. Nessun mediatore, neanche l’Unione Europea, della quale Cipro fa parte ha mai considerato i “coloni” turchi un “ostacolo alla pace”. Israele dovrebbe fare eccezione. Perché?
Continuando a pagina 138, «I coloni in Cisgiordania sono cresciuti in proporzione geometrica nei 16 anni di governo di Bibi Netanyahu». Poi a pagina 141: «A seguire, la crescita esponenziale degli insediamenti si è avuta con i governi del Likud di Bibi Netanyahu dal 2009 in poi.»  
Falso. La maggior parte degli insediamenti sono stati costruiti nell’arco di tempo che va dal 1967 al 1993. Dalla stipula degli Accordi di Oslo del 1993 fino ai primi anni 2000, sono sorti solo 9 nuovi insediamenti.
La grande crescita demografica invece, si è verificata tra il 1992 e il 1996 (periodo di governo laburista in Israele) e si è avuta all’interno degli insediamenti già esistenti. Questa crescita è stata pari al 50% della popolazione. Solo cinque nuovi insediamenti sono stati costruiti negli ultimi venti anni. Essi sono stati costruiti ottemperando alle competenze che gli Accordi di Oslo hanno fornito alle autorità di Israele.  
Panella prosegue, «Nel 2024 i coloni sono 470.600 e a loro si aggiungono 230.000 cittadini che abitano nella zona est e nord della giurisdizione municipale di Gerusalemme (un settore potenzialmente palestinese) da Gilo a Ma’ale Adumim». 
Considerare gli abitanti ebrei di Gerusalemme come “coloni” è del tutto inaccettabile. Per fare un solo esempio, nel 1948 i giordani fecero pulizia etnica a danno degli ebrei che vivevano nella parte est di Gerusalemme e in Giudea e Samaria. Furono vittime di pulizia etnica circa 70.000 persone (oltre il 10% della popolazione ebraica del Mandato). La maggior parte di essi viveva a Gerusalemme. Per Panella, evidentemente, coloro che sono tornati alle loro case e i loro discendenti sono “coloni”. Sulla base di questo criterio sono da considerarsi “coloni” i sopravvissuti dai campi di sterminio o chi fu cacciato dalle proprie case a seguito delle leggi razziali?
«Ulteriore e gravissimo tema: attorno agli insediamenti ufficiali, il governo di Israele ha steso la cortina di «zone militari di protezione», interdette ai palestinesi».  
Come fa Panella a non sapere che gli Accordi di Oslo sottoscritti dai palestinesi, forniscono a Israele tutte le competenza amministrative e di sicurezza nell’Area C dove sorgono tutti i centri abitati da ebrei, motivo per il quale, la sicurezza è fornita dall’esercito israeliano così come è sottoscritto dai palestinesi? Il “gravissimo tema” di cui scrive Panella è pertanto inesistente.
A p.139 troviamo scritto, «Non è infatti pensabile che lo Stato palestinese nascente sia privato della sovranità sul territorio che i coloni hanno occupato.»  
Repetita iuvant. I “coloni” o meglio i cittadini di Israele non hanno “occupato” nulla. Circa il 5% dei centri abitati da ebrei è stato regolarmente comprato da proprietari arabi che lo hanno venduto a caro prezzo. Oltre il 90% risiede in terre demaniali concesse dalla Stato di Israele in leasing quindi di proprietà dello Stato. Meno dell’1% risiede in terreno di proprietà araba confiscato (ma indennizzato economicamente). In ogni caso l’ultimo episodio di esproprio di territorio di proprietà araba è avvenuto nel 1978. Vogliamo dare la colpa a Netanyahu anche di questo?
Dopo il ricorso fatto dai proprietari alla Corte Suprema di Israele, noto come il caso “Dwaikat contro Israele del 1979”, o caso Elon Moreh, praticamente non ci sono stati più espropri per la costruzione di centri abitati. I pochissimi casi avvenuti riguardano delle istallazioni militari. Cosa peraltro legittima per le leggi internazionali.
Pagine 139 e 140: «L’ideologia fortissima dei coloni israeliani, in una Cisgiordania che chiamano Giudea e Samaria in omaggio al biblico regno di Israele, infatti si basa su un presupposto storico-religioso:…».  
I “coloni” israeliani chiamano la Cisgiordania con il loro vero e, sempre utilizzato nome, che è appunto quello di Giudea e Samaria. Se il fatto che sia di natura biblica pone un problema, sarà necessario cambiare il nome anche a Gerusalemme. Questi territori, nel corso dei secoli, anche durante il periodo ottomano durato 400 anni, si sono sempre chiamati Giudea e Samaria per designare questa area geografica (dal punto amministrativo i nomi erano quelli della città capoluogo). Inoltre, anche gli inglesi durante il periodo mandatario avevano utilizzato il termine di Samaria per designare un’area amministrativa. Infine anche l’ONU nella Risoluzione 181 (quella della proposta di partizione) avevano indicato quelle aree geografiche come Giudea e Samaria. Erano forse tutti dei fanatici religiosi?
Ultima annotazione: il termine “Cisgiordania” o West Bank nasce solo a partire dal 1950 quando la Giordania si è annesse, illegalmente, questi territori che si trovavano nella “parte ovest del Giordano” mentre tutto il resto del territorio del regno era nella parte est. Quindi, il termine, è frutto di un’azione illegale compiuta dai giordani. Perché questo termine dovrebbe avere più valenza di Giudea e Samaria? Solo per una ragione semantica: affermare che degli ebrei “occupano” la Cisgiordania è sicuramente più credibile, per l’opinione pubblica, che affermare che degli ebrei “occupano” la Giudea. Chi ci crederebbe? 

(L'informale, 18 maggio 2024)
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Le puntuali osservazioni di David Elber al libro di Carlo Panella ne screditano in modo decisivo l’autore come storico. Il fatto che anche su altri libri abbia scritto cose valide sul mondo islamico aggravano la negatività per Israele di questo suo ultimo libro. E’ confermato, ancora una volta, che uomini di pensiero validissimi su altri argomenti, quando si avvicinano troppo al tema Israele vanno, in modo apparentemente inspiegabile, “fuori di testa”. I consueti collegamenti logici non funzionano più come prima. La spiegazione sarebbe semplice, ma per i più è inaccettabile: ci entra di mezzo Dio. I loro pensieri si avvicinano pericolosamente a Gerusalemme. Si potrebbe quasi sentire la voce del profeta Zaccaria che avverte: “Ecco, io farò di Gerusalemme una coppa di stordimento per tutti i popoli circostanti”. Lo stordimento parte da lontano: comincia a rivelarsi già nelle parole degli empi che mettono la loro bocca nel cielo, e la loro lingua passeggia per la terra” (Salmo 73). Sono gli intellettuali che sul tema Israele pensano di poter trascurare quello che dice la Bibbia. Ma la Bibbia è un osso duro per tutti. M.C.

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Sinagoga in fiamme nel nord della Francia. “Vogliono imporre un clima di terrore agli ebrei”

Molotov contro il luogo di culto nel centro di Rouen. Nei tre mesi successivi agli attacchi di Hamas, in Europa gli incidenti antisemiti sono stati in numero equivalente a quelli dei tre anni precedenti messi insieme. L'ombra di una strategia.

di Giulio Meotti

Venerdì mattina presto, mentre a Stoccolma, nell’area in cui si trova l’ambasciata d’Israele, sono stati sentiti degli spari e nella giornata erano in corso arresti, la polizia e i vigili del fuoco francesi intervenivano per spegnere un incendio alla sinagoga in rue des Bons enfants, nel centro di Rouen. Un uomo ha tentato di entrare nella sinagoga arrampicandosi su un bidone della spazzatura, da cui ha tirato una molotov contro il luogo di culto ebraico. Se ci fossero stati dei fedeli sarebbe stata una strage. L’uomo, armato di coltello, si è poi avventato contro la polizia, che lo ha ucciso. “Bruciare una sinagoga significa intimidire tutti gli ebrei e imporre ancora una volta un clima di terrore agli ebrei”, ha affermato Yonathan Arfi, presidente del Consiglio di rappresentanza delle istituzioni ebraiche di Francia. Rias, che monitora l’antisemitismo in Germania, ha documentato in Europa un aumento del 320 per cento degli incidenti nel mese successivo al 7 ottobre.
     Nei tre mesi successivi agli attacchi di Hamas, in Europa gli incidenti antisemiti sono stati in numero equivalente a quelli dei tre anni precedenti messi insieme. Durante la cena del Consiglio di rappresentanza delle istituzioni ebraiche di Francia, a Parigi il 6 maggio, il premier Gabriel Attal ha rivelato che in Francia sono stati registrati 366 atti antiebraici nel primo trimestre del 2024, con un aumento del 300 per cento rispetto ai primi tre mesi del 2023. Un sondaggio per la Fondapol, presentato sabato da Le Parisien, rivela che la paura ha spinto il 33 per cento degli ebrei a ridurre o interrompere i viaggi con Uber, mentre il 44 per cento di chi indossa la kippah non la porta più per strada. Un segnale incoraggiante è che tre francesi su quattro ritengono che l’antisemitismo non sia solo un problema degli ebrei, ma “un problema di tutti”.
    Qualche giorno fa, a Parigi, in rue des Orteaux, un ebreo di sessantadue anni con la kippah è stato prima insultato e poi picchiato alla testa all’uscita da una sinagoga. L’aggressore ha accusato l’uomo di uccidere “la gente a Gaza”. “Per la prima volta dal 1945, gli ebrei francesi hanno paura al punto da nascondersi”, confessa la filosofa Elisabeth Badinter all’Express. Le famiglie con cognomi ebraici comuni come Cohen o Levy li stanno rimuovendo dalle cassette della posta e dai cancelli per evitare di essere identificate come ebrei.
   La sinagoga principale di Varsavia è stata appena attaccata con bombe incendiarie e il presidente del sindacato belga degli studenti ebrei è stato aggredito a Bruxelles. Dopo il 7 ottobre, sono state decine le sinagoghe colpite. “Palestina libera” e una stella di David verniciate su una sinagoga a Madrid. A Tilburg, in Olanda, la sinagoga subisce minacce. A Berlino vengono lanciate bombe molotov contro la sinagoga Kahal Adass Jisroel.  A Lione (dove René Hadjadj, un ebreo con la kippah di 89 anni, è stato defenestrato dal 17esimo piano dal vicino di casa),  la sinagoga Duchère è vandalizzata: “Vittoria ai nostri fratelli di Gaza”. A Malmö, in Svezia, una bandiera israeliana è bruciata davanti alla sinagoga.
  E spesso in Francia è bastato un incendio alla sinagoga perché una comunità ebraica si svuotasse per cercare luoghi più sicuri. Una delle prime sinagoghe è stata bruciata a Trappes. “Gli ebrei hanno quasi tutti lasciato la città”, raccontano nel libro “La Communauté” due giornaliste di Le Monde, Ariane Chemin e Raphaëlle Bacqué. “Oggi a Trappes non rimane più alcun ebreo”. 
  Si chiama “strategia della terra bruciata”.

Il Foglio, 18 maggio 2024)

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Startup Nation si mobilita per i bambini sopravvissuti al 7 ottobre

L’obiettivo della Startup Nation è assicurare donazioni di azioni da parte di 100 aziende tecnologiche israeliane entro la fine del 2024, che saranno convertite in contanti durante eventi di liquidità, uscite e IPO.

La piattaforma tecnologica per il mercato Valoo ha annunciato il lancio di un fondo costituito da un portafoglio di aziende private per fornire sostegno ai bambini sopravvissuti all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il fondo, che opera in collaborazione con il fondo sociale “Tmura”, distribuirà continuamente contanti nei prossimi 10 anni ai bambini colpiti dalla guerra del 7 ottobre.
Ad oggi, il fondo ha raccolto circa $20 milioni di dollari in donazioni azionarie da parte di azionisti di aziende della Startup Nation israeliane in settori quali la sicurezza informatica e l’intelligenza artificiale. L’obiettivo è quello di ottenere donazioni azionarie da 100 aziende tecnologiche israeliane entro la fine del 2024. Finora sono state donate azioni di aziende come eToro, Via, Zesty, Reflectiz, Neuroblade e altre. L’iniziativa riceve anche il sostegno di LeumiTech, dello studio legale israeliano Meitar e di PwC.
Le azioni saranno convertite in contanti durante gli eventi di liquidità, le uscite e le IPO, e i fondi saranno distribuiti a organizzazioni che sostengono migliaia di bambini affetti da necessità educative, economiche, mediche e di altro tipo, fornendo loro un sostegno finanziario a breve, medio e lungo termine nelle diverse fasi della loro vita. Il fondo utilizzerà il modello di dati di Valoo per valorizzare le donazioni, nella speranza di aumentarne l’impatto.
“Ringraziamo tutti i primi donatori che hanno dato fiducia a questo importante progetto. Dopo il 7 ottobre, abbiamo cercato un modo per aiutare e ci siamo resi conto che potevamo contribuire con la tecnologia di Valoo a creare un nuovo canale di donazione in cui l’intero settore tecnologico israeliano può contribuire, sfruttando il valore unico che genera”, hanno dichiarato i co-fondatori Adi Weitzhandler e Meir Steigman. “I destinatari ottengono un bene di valore crescente che può essere convertito in contanti in base alle loro esigenze. Abbiamo creato un nuovo fondo per coloro che si occupano dei bambini e delle loro esigenze, finanziando necessità come i trattamenti di salute mentale, i bisogni primari come l’alloggio e il cibo, e persino le borse di studio. Siamo felici che chi vuole donare possa avere un impatto significativo e aiutare i bambini”.
Il comitato direttivo comprende figure di spicco come l’imprenditore e venture capitalist Eyal Gura, che ha sviluppato l’idea dell’iniziativa e le collaborazioni all’interno del fondo. Tra gli altri membri figurano l’imprenditore sociale Adi Altshuler, Avner Stepak, proprietario della casa di investimenti Meitav, e altri soci amministratori di fondi di venture capital israeliani. Community O accompagna le attività del fondo con altre organizzazioni che contribuiscono con le loro competenze pro bono, tra cui lo studio legale Meitar, Avi Neuman con PWC e LeumiTech guidata da Maya Eisen-Zafrir.

(Israele 360, 16 maggio 2024)

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Nel Nord di Israele ora c’è un deserto. “Hezbollah spara, qui non torniamo”

Il reportage. Tutta la fascia a ridosso del confine libanese è stata evacuata per ordine dell’Idf. E sessantamila persone sono sfollate altrove

di Francesca Caferri

MIGDAL TEFEN (Nord Israele) — Da ottobre, Tal Lavi Shimron vive a Beirut, non lontano dall’aeroporto internazionale Rafiq Hariri: e non lo sa. Il centro direzionale dello scalo è ciò che appare sul navigatore ogni volta che si avvicina alla sua casa nel kibbutz Adamit, a 500 metri dalla frontiera libanese, e in tutta l’area circostante. È così per lei e per le decine di migliaia di persone che vivono nella zona settentrionale della Galilea, a poca distanza (nove chilometri, dal punto dove ci troviamo) dalla Linea Blu che segna il confine con il Libano, e dai villaggi di Ayat el Cheb e Ramyeh, dall’altra parte della frontiera, che nelle giornate di buona visibilità sembrano vicinissimi. La falsa posizione che danno i Gps è il più elementare dei provvedimenti che l’esercito israeliano (Idf) ha preso per tentare di limitare gli attacchi di Hezbollah in questa zona.
Il punto che Lavi Shimron ci tiene a sottolineare è che il problema non è questo. Dall’8 di ottobre, il giorno successivo all’attacco di Hamas sul Sud del Paese, qui corre il fronte dimenticato di Israele. Con gli occhi di tutti fissi su Gaza, gli scambi di artiglieria ai due lati del confine, gli attacchi israeliani – una dozzina, solo ieri – sul territorio libanese e quelli del gruppo sciita su obiettivi militari e civili da questa parte della Linea Blu, finiscono in fondo alle notizie che arrivano da questa parte del mondo. Non per la nostra interlocutrice e per gli altri 60 mila israeliani che da ottobre, su ordine dell’esercito, hanno dovuto evacuare 43 tra città e villaggi che si trovano entro cinque chilometri dal Libano, e che da allora vivono in alberghi, case affittate o ospiti di parenti. Dall’altra parte del confine, la stessa sorte è toccata a 90 mila persone.
«Sono andata via di corsa, lasciando la tazza con il caffè sul tavolo: quando mi autorizzano a tornare, sempre di corsa, per prendere qualcosa, la trovo ancora lì», ci dice la signora Lavi Shimron. Tre giorni fa un pallone spia israeliano è stato abbattuto sul cielo sopra la sua casa ed è atterrato intatto in Libano: una prima assoluta, che Hezbollah ha ampiamente celebrato sui suoi canali social e tv.
Sarit Zehavi, ex analista di intelligence, fondatrice e presidentessa dell’Alma research center, specializzato in analisi sul confine Nord, non sa (o non può) dire se contenesse informazioni rilevanti per il gruppo sciita. Ma è certa che nelle ultime 72 ore gli attacchi si sono intensificati: 60 missili ieri, 60 il giorno prima, compreso quello su una importante base militare vicino al lago di Tiberiade. «L’esercito dice che nel pallone non c’era nulla e ci credo: ma di certo abbiamo un occhio in meno dall’altra parte. Se a questo aggiungiamo le nuove armi che Hezbollah sta usando, eccoci all’escalation degli ultimi giorni», sostiene.
Con i suoi analisti, Zehavi ha individuato tre tipi di missili che il gruppo sciita sta usando: i Kornet, con un raggio d’azione di dieci chilometri, gli Almas, che colpiscono obiettivi fra i 4 e i 16 chilometri, e Tharallah, una versione modificata e più letale del Kornet che solo da pochi giorni ha fatto la sua apparizione in questo teatro di guerra.
La signora Lavi Shimron si occupa di turismo e non si intende di armi. Neanche le importa molto: quello che le interessa è tenere insieme i pezzi della sua vita. I due figli grandi che non vivono più con lei, perché le scuole dell’area sono chiuse e per studiare devono andare lontano. L’appartamento in affitto dove stringersi. Un lavoro andato a rotoli. Il mutuo che resta lì, nonostante sia stato congelato per qualche mese. A far indignare lei e altre decine di migliaia di persone è il fatto che il governo abbia rifiutato di garantire che potranno tornare a casa per il primo settembre, il giorno in cui in Israele riaprono le scuole. In occasione della festa dell’Indipendenza, martedì scorso, alcune delle comunità evacuate hanno inscenato una secessione simbolica dallo Stato di Israele nelle strade del Nord: un modo per dare sfogo alla rabbia.
Né Lavi Shimron né Zehavi, che pure vive in questa zona, hanno partecipato, ma ne condividono lo spirito. «Così non può proseguire, serve un cambio di passo – spiega l’analista –. Il mio incubo peggiore è che la guerra a Gaza finisca e il mondo si dimentichi di noi. Quello che chiediamo è alla comunità internazionale di mettere da parte la risoluzione Onu 1701 (quella che nel 2006 ha messo fine all’ultimo conflitto fra Israele e il Libano, ndr) e pensare a una soluzione definitiva per fermare l’arrivo di armi a Hezbollah. E al nostro esercito una migliore strategia: non chiedo una guerra aperta, ma dobbiamo agire. All’inizio è stata data priorità al Sud, ora è tempo di un cambio di passo. Se non ci sarà, moltissime persone non torneranno: sarebbe come chiedergli di aspettare il prossimo 7 ottobre nelle loro case».

(la Repubblica, 17 maggio 2024)

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Fatti nascosti sulla guerra di Gaza

Basta unire i puntini per rendersene conto: L'America e l'Iran sono contro Israele.

di Melanie Phillips

La misura in cui i politici e i media nascondono i fatti che minano la loro narrazione tossica per diffamare e minare la guerra di sopravvivenza di Israele è diventata mozzafiato.
L'amministrazione Biden ha fatto tutto il possibile per placare il regime genocida e terrorista iraniano. Ha versato miliardi nelle casse di Teheran alleggerendo le sanzioni. Si è rifiutata di rispondere efficacemente ai ripetuti attacchi sostenuti dall'Iran contro gli interessi statunitensi. E sta facendo di tutto per impedire a Israele di intraprendere azioni che potrebbero danneggiare le relazioni dell'America con il regime iraniano, come lo smantellamento di Hamas, una delle principali forze dell'esercito per procura di Teheran contro Israele e l'Occidente.
La politica americana di appeasement nei confronti dell'Iran ha lasciato molti perplessi. Avrebbero dovuto essere più vigili.
Dodici giorni prima del pogrom del 7 ottobre, Jay Solomon ha riferito sul sito web di Semafor che Ariane Tabatabai , capo dello staff dell'assistente segretario alla Difesa degli Stati Uniti per le operazioni speciali e i conflitti a bassa intensità, faceva parte di una "Iran Experts Initiative" istituita da alti funzionari del Ministero degli Esteri iraniano per rafforzare la posizione di Teheran sulle questioni di sicurezza globale, in particolare sul suo programma nucleare.
In altre parole, Tabatabai era un lobbista per l'Iran nel cuore del governo statunitense e godeva della massima autorizzazione di sicurezza.
Semafor e il gruppo di opposizione iraniano Iran International sono entrati in possesso di un'ampia raccolta di corrispondenza ed e-mail del governo iraniano. Queste hanno rivelato che Robert Malley - che è stato il punto di contatto con l'Iran sia sotto l'amministrazione Obama che sotto quella Biden, fino a quando non è stato rimosso dall'incarico nel giugno 2023 in seguito a un "uso improprio di informazioni classificate" ancora non spiegato - aveva piazzato Tabatabai nel Dipartimento di Stato americano nel 2021 per assisterlo nei suoi negoziati con l'Iran.
Il giorno in cui è apparso l'articolo di Solomon, 31 senatori statunitensi hanno scritto al Segretario alla Difesa Lloyd Austin per esprimere la loro preoccupazione:
"Troviamo scandaloso che un'alta funzionaria del Dipartimento della Difesa continui a ricoprire una posizione delicata nonostante il suo presunto coinvolgimento in un'operazione di intelligence del governo iraniano".
Hanno sottolineato che Tabatabai è stata segnalata da dissidenti iraniani nel marzo 2021, poco dopo la sua nomina a consigliere principale del Segretario di Stato per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, che da tempo faceva eco alle argomentazioni del regime iraniano.
Nello stesso mese, Adam Kredo ha riportato sul Washington Free Beacon lo shock dei dissidenti per la nomina di Tabatabai. Essi sostenevano che la donna avesse ribadito la posizione del regime iraniano in diverse apparizioni pubbliche e che suo padre facesse parte della cerchia ristretta del presidente iraniano Hassan Rouhani.
Nell'aprile 2021, diversi membri della Camera dei Rappresentanti hanno chiesto una revisione dell'autorizzazione di sicurezza di Tabatabai. L'amministrazione Biden ha respinto le accuse come "calunnie e diffamazioni".
Ancora più sorprendente è il fatto che Tabatabai sia a capo dell'ufficio che supervisiona i negoziati con gli ostaggi. Tre settimane dopo il pogrom del 7 ottobre, un giornalista ha chiesto al portavoce della Casa Bianca John Kirby se fosse appropriato che Tabatabai ricoprisse tale posizione alla luce delle accuse.  Kirby ha risposto negativamente. Tabatabai è ancora lì.
Diversi commentatori (tra cui il sottoscritto) ne hanno scritto su Internet. I media tradizionali l'hanno studiatamente ignorato. Negli ultimi giorni, hanno ignorato un'altra importante rivelazione.
Fin dall'inizio della guerra a Gaza, Israele è stato accusato di uccidere in modo sproporzionato i civili palestinesi. Il Ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, ha reso note le cifre giornaliere dei civili uccisi, che hanno superato i 35.000, la maggior parte dei quali sarebbero donne e bambini.
Queste cifre, diffuse dalle Nazioni Unite e utilizzate dall'amministrazione Biden e dal governo britannico per criticare e minacciare Israele, hanno scatenato manifestazioni di massa e attacchi contro gli ebrei in tutto il mondo.
Ciononostante, l'8 maggio, l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha dimezzato il numero di donne e bambini uccisi a Gaza rispetto ai dati del giorno precedente.
Assurdamente, il portavoce delle Nazioni Unite Farhan Haq ha cercato di affermare che la cifra di 35.000 morti è rimasta "invariata" e che l'unico nuovo sviluppo era che più di 10.000 corpi dovevano ancora essere completamente identificati.
Tuttavia, questo era solo un tentativo di nascondere il fatto che l'ONU aveva costantemente pubblicato cifre palesemente ridicole per Hamas, in quanto non distinguevano tra terroristi e civili.
All'inizio di aprile, dopo che gli statistici avevano etichettato queste cifre come "statisticamente impossibili", il Ministero della Sanità di Gaza ha tacitamente ammesso di avere "dati incompleti" per più di 10.000 persone nelle sue liste e ha rivelato di aver persino preso alcuni dei suoi dati dai media. L'ONU è stata ora costretta a correggere le proprie cifre senza fornire motivazioni.
Poiché Israele sostiene di aver ucciso circa 14.000 combattenti, il rapporto tra civili uccisi e combattenti è ora di circa 1:1 - una proporzione di civili uccisi molto più bassa che mai in una guerra.
In altre parole, si tratta di una completa smentita della menzogna incendiaria sull'uccisione "sproporzionata" di civili usata dai governi di Stati Uniti e Regno Unito e dai media occidentali per colpire Israele e fomentare l'odio contro gli ebrei in tutto il mondo. Ma né il governo né i media hanno detto una parola al riguardo.
Ora Fatah - il partito al potere dell'Autorità Palestinese, il cui presidente è Mahmoud Abbas - ha ammesso di essere coinvolto nel pogrom del 7 ottobre insieme ad Hamas e ad altri gruppi terroristici palestinesi.
Abu Muhammad, il portavoce ufficiale del braccio militare di Fatah, le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, ha dichiarato in un videomessaggio della scorsa settimana che le brigate hanno preso parte all'invasione "e hanno catturato molti sionisti insieme ai nostri fratelli delle organizzazioni combattenti palestinesi; alcuni di loro ci sono stati consegnati e altri sono ancora nelle nostre mani".
Le brigate sono coinvolte nei combattimenti contro l'IDF a Gaza e hanno condotto più di 470 "operazioni militari" dal 7 ottobre.
Secondo un rapporto di Arutz Sheva, le brigate hanno dichiarato per telegramma che negli ultimi giorni le loro truppe hanno sparato un missile anticarro contro un carro armato nel campo di Jabalya, hanno fatto esplodere un ordigno contro un carro armato a sud del quartiere di Zeytun e hanno lanciato razzi contro le truppe dell'IDF al bivio di Netzarim.
Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa sono un altro esercito per procura iraniano che consente all'Iran di attaccare Israele con la scusa della "negabilità plausibile". Come ha scritto Phillip Smyth lo scorso dicembre in un articolo per il Combating Terrorism Centre di West Point, alcuni membri delle brigate hanno ringraziato l'Iran e Hezbollah per le armi e l'equipaggiamento e hanno chiesto apertamente denaro all'Iran. Nel 2023, una fonte anonima della sicurezza dell'Autorità palestinese ha dichiarato al Jerusalem Post che il gruppo veniva pagato dall'Iran attraverso il gruppo terroristico della Jihad islamica palestinese.
Pensateci: Il braccio militare di Fatah, il partito al potere dell'Autorità Palestinese, tiene in ostaggio degli israeliani. L'ala militare di Fatah combatte contro Israele nella Striscia di Gaza e nei territori contesi. L'ala militare di Fatah è finanziata dall'Iran. L'amministrazione Biden finanzia l'Autorità palestinese e si serve dell'Iran. L'amministrazione Biden sta cercando di costringere Israele ad accettare un'amministrazione guidata dall'AP a Gaza dopo la guerra.
E Ariane Tabatabai è ancora al Ministero della Difesa.
Nulla di tutto questo viene riportato dai media tradizionali, perché nulla può distruggere la narrazione dell'oppressione israeliana e del vittimismo palestinese propagandata dalla sinistra.
Il tradimento di Biden nei confronti di Israele è ampiamente attribuito alla sua necessità di comprare la sinistra dura del Partito Democratico. Ma la sua amministrazione è stata corrotta fin dall'inizio, con molti funzionari anti-israeliani reduci da Obama. Alcuni di loro hanno sostenuto in passato gruppi terroristici palestinesi.
Ora si dice che l'Iran sia sul punto di produrre armi nucleari. Se annuncerà di esserci riuscito, Stati Uniti e Gran Bretagna diranno senza dubbio di aver fatto tutto il possibile per impedirlo. E se Israele tenterà di difendersi da questo scenario da incubo, l'Occidente accuserà Israele di aggressione.
I punti sono evidenti da anni. Colleghiamoli.

(Israel Heute, 17 maggio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Festival di Cannes 2024: misure di sicurezza e panel legati alla partecipazione israeliana

di Pietro Baragiola

Martedì 14 maggio ha avuto ufficialmente inizio la 77° edizione del Festival di Cannes, lo straordinario evento che ogni anno ospita i più grandi artisti dell’industria cinematografica mondiale.
Nonostante il grande clima di anticipazione per i film in gara, la nuova edizione si prospetta particolarmente turbolenta per via del conflitto israelo-palestinese e gli organizzatori del festival prevedono proteste, discorsi a sfondo politico e manifestazioni per le strade della città.
Alla luce delle crescenti minacce contro i rappresentanti di Israele presenti alla competizione, il Comune di Cannes ha preventivamente messo in atto delle misure di sicurezza particolarmente severe: sono state proibite le manifestazioni lungo la Croisette, la strada principale del festival, e una sicurezza privata verrà assegnata come scorta ai giurati.
Inoltre sarà proibito indossare spille in segno di protesta contro la guerra o verso la restituzione degli ostaggi ancora detenuti da Hamas dopo l’attacco del 7 ottobre. La stessa Laura Blajman-Kadar, sopravvissuta al massacro del 7 ottobre, è stata invitata a lasciare velocemente il red carpet dopo aver sfilato con un abito giallo brillante adornato con una fascia con su la scritta “Bring them Home” e le foto dei volti di alcuni dei prigionieri che si trovano a Gaza, tra cui diversi dei suoi amici. Blajman-Kadar si trovava quel giorno al festival musical Nova, riuscendo a fuggire assieme al marito e sette amici, quando hanno sentito gli spari da parte dei terroristi provenienti da Gaza.
Come riporta il Jerusalem Post, al fine di sensibilizzare e aumentare la consapevolezza della gravità dell’attentato terroristico, che in tanti hanno iniziato a dimenticare subito dopo, Laura ha condotto in Francia una campagna mediatica e ha pubblicato un libro, nella speranza che venga pubblicato presto anche in Italia, intitolato Croire en la vie, ‘Credere nella vita’.
“A Cannes la politica dovrebbe essere solo sullo schermo. Per questo motivo abbiamo deciso di bandire questi comportamenti, in modo che l’interesse principale di tutti fosse il cinema” ha dichiarato Thierry Frémaux, direttore del festival, durante una conferenza stampa alla vigilia dell’apertura.
Il segretario generale dell’evento, Francois Desrousseaux, ha voluto ulteriormente rassicurare i partecipanti della conferenza stampa affermando che, per la prima volta, nel Palais des Festivals verranno utilizzate telecamere alimentate dall’intelligenza artificiale e varchi di sicurezza che consentiranno ai partecipanti di passare più velocemente attraverso i controlli senza bisogno di aprire le tasche o le borse.
“Abbiamo avuto 15 briefing sulla sicurezza, rispetto ai soliti quattro o cinque degli anni passati, quindi posso confermare che affrontiamo la questione con grande serietà” ha affermato Desrousseaux, spiegando che un’attenzione ulteriore verrà rivolta al padiglione israeliano.

Il padiglione israeliano
  Situato all’interno del Marché du Film, il padiglione israeliano sarà aperto ai visitatori fino al 21 maggio e si dedicherà alla presentazione di progetti dei registi che lavorano nei territori al confine con Gaza.
“L’apertura del padiglione durante questo clima di guerra riflette la resilienza di Israele e il suo impegno nel costruire ponti di cultura e dialogo internazionale anche in tempi difficili” ha affermato il Ministro della Cultura e dello Sport Miki Zohar.
Tra i filmati proiettati vi saranno quelli di alcuni registi del Sapir College di Sderot che si concentrano sugli attacchi missilistici precedenti al 7 ottobre e sui loro effetti nelle vite quotidiane dei residenti della regione.
Uno dei registi presenti al padiglione è Michal Lavi, il cui cognato, Omri Miran, è stato rapito dal Kibbutz Nir Oz ed è uno dei 132 ostaggi ancora trattenuti da Hamas nei tunnel di Gaza.
Per promuovere il dialogo tra le diverse produzioni internazionali, il padiglione israeliano ospiterà anche una cena di Shabbat rivolta a tutti i leader dell’industria cinematografica. Questo evento sarà organizzato come ogni anno da Gadi Wildstron insieme al rabbino Mendel Schwartz e al Chai Center di Los Angeles.
Nonostante nel corso della storia il Festival di Cannes abbia visto numerosi film israeliani ricevere riconoscimenti prestigiosi tra cui il Premio della Giuria 2021 conferito al regista Nadav Lapid per Ahed’s Knee, quest’anno l’unico progetto di Israele ammesso in gara è il cortometraggio It’s not Time for Pop della studentessa Amit Vaknin.

Il cortometraggio di Amit Vaknin
  “Sono completamente sopraffatta dall’emozione.” Così ha voluto commentare la 28enne Amit Vaknin ad un’intervista con The Times of Israel, dopo aver scoperto che il suo progetto, It’s not Time for Pop, era stato selezionato al concorso studentesco La Cinef del Festival di Cannes.
Studentessa del terzo anno di cinema della Steve Tisch School of Film and Television dell’Università di Tel Aviv, Vaknin è l’unica israeliana a partecipare all’evento di quest’anno.
Il suo film della durata di 14 minuti segue le vicende di una giovane donna che non vuole celebrare l’annuale commemorazione dello Yom Hazikaron in memoria del padre, ucciso in guerra, ma preferisce trascorrerlo cercando di accaparrarsi un appartamento a Tel Aviv.
Un film che non ha a che fare con i lutti del 7 ottobre ma piuttosto con le proteste contro la revisione giudiziaria che, nel 2023, ha scosso il Paese e, in particolar modo, la città di Tel Aviv.
“Prima di questo scossone non mi ero mai resa conto di quanto amassi Tel Aviv di quanta preoccupazione nutro per lei” ha raccontato la giovane regista.
Il film verrà proiettato il 20 maggio e Vaknin, pur essendo preoccupata per il crescente clima di tensione che circonda il festival, atterrerà a Cannes la sera del 19 maggio per presenziare di persona all’evento.
Per prepararsi ad eventuali proteste, Vaknin ha affermato di aver letto attentamente tutte le regole del festival che condannano il razzismo e i commenti negativi su razza, nazionalità e religione.
“È quello che c’è scritto sul regolamento e spero che tutti lo leggano. Spero di poter tornare da Cannes e dire che nutro ancora speranza nel futuro dell’umanità” ha concluso Vaknin.

(Bet Magazine Mosaico, 17 maggio 2024)

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Così l'odio antiebraico destabilizza l'Europa

Presidente della Conferenza rabbinica europea e capo della comunità ebraica di Mosca, che ha lasciato allo scoppio della guerra in Ucraina. Le sue parole al Foglio.

di Giulio Meotti

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Il rabbino Pinchas Goldschmidt, Presidente della Conferenza rabbinica europea

Il muro dei Giusti presso il Memoriale dell’Olocausto di Parigi è stato vandalizzato con le mani rosse, riferimento diretto al massacro da parte della folla palestinese di due riservisti israeliani a Ramallah il 12 ottobre 2000, all’inizio della Seconda Intifada. Uno degli assassini   mostrò le mani insanguinate dalla finestra della stazione di polizia dove furono uccisi i soldati, uno dei quali fu impiccato e l’altro linciato. Il presidente del Consiglio di rappresentanza delle istituzioni ebraiche di Francia (Crif), Yonathan Arfi, ha denunciato: “Il simbolo delle mani insanguinate dei terroristi che linciarono due soldati israeliani nell’ottobre del 2000 risuona come un grido di battaglia odioso contro gli ebrei. Abietto!”.
  Il leader dei deputati macroniani, Sylvain Maillard, ha parlato di “un atto indicibile”. “Disgustoso”, secondo Olivier Faure, segretario del Partito socialista. E’ intervenuta anche la portavoce del governo, Prisca Thévenot: “A tutti coloro che dicevano che le mani rosse non erano un simbolo antisemita. A tutti coloro che li hanno giustificati. Eccoli affissi al Muro dei Giusti presso il Memoriale della Shoah. L’antisemitismo nella sua forma più sfrenata”. Ieri anche alla Sapienza gli studenti in corteo hanno lasciato impronte di mani sporche di vernice rossa davanti al rettorato. Come a Ca’ Foscari, assieme agli striscioni “fuori il sionismo dalle università”. 
  “E’ un antisemitismo nuovo, perché politicamente corretto e parte del discorso mainstream, per questo è molto pericoloso”, dice al Foglio il rabbino Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza rabbinica europea, insignito del Premio Carlo Magno. Goldschmidt è stato il capo della comunità ebraica di Mosca dal 1993 al 2022, quando ha deciso di lasciare il paese a causa della guerra in Ucraina.  “Dopo il pogrom di Hamas del 7 ottobre, l’antisemitismo è divampato in un modo che mette seriamente in pericolo la sicurezza e la libertà della vita ebraica”, ci spiega Goldschmidt. “Si presenta nella sua forma antica, razzista classica, ma assume anche nuove vesti”. “Come ‘antisionismo’, ‘critica di Israele’, ‘boicottaggio’. Si diffonde in discipline come gli studi postcoloniali. Si veste di morale, contro l’imperialismo, il capitalismo, la globalizzazione. In passato era facile identificare un antisemita. Bastava che aprisse bocca. Le persone nate in Unione sovietica sanno che l’antisionismo era usato come antisemitismo, ma ora chi manifesta nelle università in Europa e America non se ne rende conto. Parlano di ‘giudeo-nazisti’, una espressione usata dalla propaganda sovietica al tempo della Guerra fredda”. 
  Qualcuno immagina una fine della vita ebraica in Europa. “Non penso, ma temo che alle parole seguano gli atti, come abbiamo già visto”, ci dice Goldschmidt. “A Berlino ci sono stati molti tentativi di attacchi che sono stati sventati dalla polizia e uno dei maggiori colpevoli di questa atmosfera è l’Iran, perché pianifica gli attacchi alle scuole e ai diplomatici ebrei, ma anche perché le sue Guardie rivoluzionarie sono dei terroristi, ma pochi paesi europei sono disposti ad agire”. 
  Goldschmidt invita gli europei a pensare all’antisemitismo non solo come a un problema ebraico. “Non penso che l’obiettivo di queste dimostrazioni siano solo gli ebrei, ci sono molti utili idioti nelle università e nei paesi che destabilizzano, l’antisemitismo è un mezzo e il fine è la destabilizzazione della vita politica in Europa e America. L’antisemitismo è un sismografo. L’estremismo di destra e di sinistra e soprattutto l’islam radicale non solo mettono in pericolo la vita ebraica in Europa, ma ne minacciano la sicurezza, la libertà e il futuro”.

Il Foglio, 17 maggio 2024)

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Emòr: Due differenze tra sabato e le feste

di Donato Grosser

Nel mezzo della parashà di Emòr è scritto che l’Eterno disse a Moshè: “Parla ai figli d’Israele e dirai loro le ricorrenze (Mo’adè) dell’Eterno che proclamerete come sacre convocazioni. Queste sono le Mie ricorrenze. Sei giorni si potrà fare lavoro ma nel settimo giorno vi sarà una completa cessazione (Shabbàt Shabbatòn), un giorno di sacra convocazione nel quale non farete alcun lavoro; è Shabbàt destinato all’Eterno in tutte le vostre sedi”. (Vaykrà, 23: 1-3).
  Nei versetti seguenti vengono elencati i Mo’adim: la festa delle Matzòt, la festa di Shavu’òt, Rosh Hashanà, Kippur e la festa di Sukkòt. La Torà elenca sei giorni festivi: il primo e il settimo giorno di Pèsach, il giorno di Shavu’òt, il giorno di Rosh Hashanà, il primo giorno di Sukkòt e Sheminì Atzèret. In questi giorni, a differenza dello Shabbàt, è permesso cucinare e trasportare nel dominio pubblico (melèkhet okhèl nèfesh). Kippur ha le stesse regole dello Shabbàt.
  x2Rashì (Troyes, 1040-1105) nel suo commento pone una domanda: se in questo passo la Torà annuncia quali sono i Mo’adìm, per quale motivo viene elencato lo Shabbàt? Citando il Midràsh Sifrà, Rashì spiega che il passo sullo Shabbàt è stato accostato a quello dei Mo’adìm per insegnare che la profanazione dei Mo’adìm è considerata come una profanazione dello Shabbàt, e l’osservanza dei Mo’adìm è considerata come l’osservanza dello Shabbàt.
  La difficoltà nel testo della Torà messa in evidenza dalla domanda che ha posto Rashì, viene risolta in modo diverso da r. Eliyahu, noto come il Gaon di Vilna (1720-1797). Egli spiega che in questo passo della Torà si parla solo dei Mo’adìm e non si parla dello Shabbàt. La Torà insegna che per sei giorni festivi è permesso fare melakhòt come cucinare e trasportare nel dominio pubblico. Il settimo giorno nella lista dei Mo’adìm è Kippur, denominato Shabbàt Shabbatòn, nel quale è proibito fare alcuna melakhà, come di Shabbàt. Come nella settimana vi sono sei giorni lavorativi e un giorno di cessazione del lavoro, così nei Mo’adìm ve ne sono sei nei quali è permesso fare alcune melakhòt, e un giorno, Kippur, nel quale bisogna astenersi da ogni melakhà come di Shabbàt.
  Riguardo al significato del termine Shabbàt, r. Mayer Twersky (Boston, n. 1960) in Insights and Attitudes (p. 169) osserva che è generalmente definito e tradotto come “giorno di riposo”. Egli afferma che è più preciso definire lo Shabbàt come un “giorno di cessazione”. La parola riposo ci porta a pensare a rilassarsi e ad andare in vacanza. In questo modo lo Shabbàt è visto come un giorno fatto per rilassarsi e socializzare. L’espressione “cessazione” non fa venire in mente nulla di questo. Sabato come giorno di cessazione non denota riposo ma piuttosto pausa. Shabbàt è un giorno di pausa dalle tribolazioni quotidiane. Come scrive Rashì in Shemòt (20:9) citando il Midràsh Mekhiltà, “Per sei giorni lavorerai e completerai tutte le tue opere” significa che con l’arrivo dello Shabbàt bisogna considerare che non rimane più nulla da fare, ci si può dimenticare delle preoccupazioni economiche e ci si può dedicare allo studio della Torà.
  R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p. 180) prende spunto da questa parashà per spiegare un’altra differenza tra Shabbàt e i Mo’adìm. Lo Shabbàt è un giorno santificato dall’Eterno, avendo Egli stesso cessato l’opera della creazione alla fine del sesto giorno. Per questo nel kiddùsh che recitiamo di venerdì sera concludiamo con le parole “Benedetto tu o Signore, mekaddèsh ha-Shabbàt (che santifica il sabato)”. Nel kiddùsh che recitiamo all’entrata dei Mo’adìm chiudiamo invece con le parole “Mekaddèsh Israel ve-ha-Zemanìm” (che santifica Israele e le ricorrenze). Mentre lo Shabbàt ha la propria kedushà indipendentemente dalle azioni umane, i Mo’adìm, i giorni festivi, sono santificati dal popolo d’Israele tramite la fissazione dei capi mese. L’Eterno santifica Israele, e Israele santifica le feste.

(Shalom, 17 maggio 2024)
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Parashà della settimana: Emor (Parla)

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Israele – Scontro nel governo sul futuro di Gaza

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Non è più confinato dietro le quinte lo scontro in corso all’interno del governo israeliano sul futuro del conflitto a Gaza. Con una conferenza stampa, il ministro della Difesa Yoav Gallant ha portato alla luce i contrasti in corso con il primo ministro Benjamin Netanyahu sulla gestione del conflitto e soprattutto sul futuro della Striscia. In diretta tv il ministro della Difesa ha chiesto al capo del governo di «prendere una decisione e dichiarare che Israele non manterrà il controllo civile su Gaza, che non ci sarà alcun governo militare israeliano e che sarà promossa immediatamente un’alternativa al governo di Hamas nella Striscia di Gaza». Affermazioni in netta contraddizione con quanto affermato da Netanyahu solo poche ore prima: «Non ha senso parlare del giorno