Io vi libererò da tutte le vostre impurità; chiamerò il frumento, lo farò abbondare, e non manderò più contro di voi la fame; e farò moltiplicare il frutto degli alberi e il prodotto dei campi, affinché non siate più esposti all'obbrobrio della fame tra le nazioni.
Ezechiele 36:29-30

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Hallelujah - Live Symphony & Choir - McKenna Breinholt




























Siria, l'esercito avanza a sud-ovest

La bandiera siriana adesso sventola su una collina strategica strappata dai soldati di Assad e dai suoi alleati ai ribelli. L'esercito ha diffuso un video che mostra la sua nuova conquista, che si trova proprio vicino alle Alture del Golan controllate da Israele.
La zona è a sud di Quneitra ed è in una buona posizione per proseguire l'offensiva in tutta l'area del Golan Orientale. La conquista fa parte dell'offensiva in corso dell'esercito per conquistare le parti rimanenti della zona sudoccidentale in mano ai ribelli.
Le forze di Assad si stanno avvicinando al confine di Israele, che ha minacciato una dura risposta se le forze siriane dovessero entrare nella zona di disimpegno.
Israele ha chiesto a Mosca di intervenire. Proprio della zona vicino alle Alture del Golan hanno discusso Trump e Putin nel corso del loro incontro a Helsinki. Non sono emersi molti dettagli ma sembra che i due leader abbiano concordato sulla necessità di proteggere i confini settentrionali di Israele.

(euronews, 18 luglio 2018)


La Bei gela l'Ue sull'accordo nucleare: "Non possiamo concedere prestiti all'Iran"

Il presidente della Banca europea per gli investimenti: "Non possiamo mettere a rischio il business model, trovare soluzioni più intelligenti"

BRUXELLES - Per salvare l'accordo per il nucleare iraniano e i buoni rapporti con Teheran l'Unione europea dovrà fare a meno della Banca europea per gli investimenti. Lo chiarisce il presidente della stessa Bei, Werner Hoyer, nel corso di una conferenza stampa in cui spiega chiaramente come l'istituto comunitario di credito di Lussemburgo "non può" concedere prestiti alla repubblica islamica. Prevedere operazioni con l'Iran, avverte, vorrebbe dire "mettere a rischio il modello di business" della Bei, cosa che Hoyer vorrebbe evitare. Per questo motivo l'Ue deve rinunciare all'idea di utilizzare la Bei per gestire la delicata situazione siriana, e "trovare un modo più intelligente" per tentare di salvare l'accordo sul nucleare.
   L'Unione europea è decisa a fare il possibile per colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, che unilateralmente hanno deciso di uscire dall'accordo internazionale, entrato in vigore il 20 gennaio 2014, in base al quale Teheran si impegna a non produrre energia nucleare per fini bellici e in cambio la comunità internazionale normalizza le relazioni con il Paese e rimuove l'embargo economico decretato contro il regime degli ayatollah. L'Ue ha ottenuto del tempo. Il governo iraniano ha fatto sapere sin da subito che si riserva il diritto di recedere a propria volta dagli impegni.
   L'uscita di scena della Bei pone certamente degli interrogativi sia sulla tenuta in vita dell'accordo tra Iran e altri partner, sia sulle misure a cui l'Ue dovrà concepire in alternativa alla Banca europea per gli investimenti. La Commissione potrebbe a questo punto chiedere un contributo economico agli Stati membri, ma non è chiaro se su una simile ipotesi i governi troverebbero un accordo.

(EuNews, 18 luglio 2018)


Orbàn in Israele, per incontrare "l'amico" Netanyahu

da Cinzia Rizzi

E' arrivato in Israele il primo ministro ungherese Viktor Orbàn, per la due giorni di visita ufficiale, durante la quale incontra l'omologo, Benjamin Netanyahu, e il presidente israeliano, Reuven Rivlin. Un viaggio che sta dividendo l'opinione pubblica nello Stato Ebraico. Una manifestazione di protesta è stata organizzata infatti per questo giovedì, quando il premier magiaro si recherà a Gerusalemme, al Museo della Shoah. Venerdì, poi, vedrà il Muro del Pianto, ma non incontrerà il presidente palestinese, Mahmoud Abbas.
Si tratta della prima visita di Orbàn in Israele, un anno dopo quella lunga quattro giorni di Netanyahu, a Budapest. Da allora, i due leader sono rimasti in ottimi rapporti, anche a causa della loro avversione comune verso i media, i migranti e l'attivista George Soros.

(euronews, 18 luglio 2018)


Dopo la pioggia di razzi da Gaza, Israele riduce gas e carburante

Hamas minaccia Israele: "Per voi gravi conseguenze"

di Paolo Castellano

Non si sono fatte attendere le contromisure economiche di Israele dopo i 31 razzi lanciati da Hamas il 14 luglio sul territorio israeliano. Dal 16 fino al 22 luglio, lo Stato ebraico ha deciso di ridurre il trasferimento di carburante e gas nella Striscia di Gaza, applicando misure stringenti al valico di passaggio Kerem Shalom. Come riporta Israel National News, la notizia ha fatto infuriare la dirigenza di Hamas, che ha diramato un comunicato stampa attraverso il suo portavoce Fawzi Barhoum minacciando "gravi conseguenze".

 "Israele non fermerà l'assedio palestinese"
  «Questo è un altro crimine che Israele sta commettendo contro il popolo palestinese e contro i residenti della Striscia di Gaza nel bel mezzo di un silenzio regionale e internazionale sui crimini di Israele, e dell'assenza di risoluzioni deterrenti contro gli israeliani nell'arena internazionale», ha dichiarato il portavoce del gruppo terroristico palestinese. Fawzi Barhoum ha poi rincarato la dose: «Gli atti di pura vendetta di Israele illustrano il suo intento d'ingiustizia nella Striscia di Gaza - ha poi sottolineato - gli israeliani non influenzeranno la politica di Hamas e non fermeranno l'assedio palestinese».

 La decisione del ministro della Difesa israeliano
  Nella mattina del 16 luglio, il ministro della Difesa israeliano Avigdor Liberman, con l'appoggio del capo staff dell'IDF (l'esercito israeliano), ha deciso di vietare il trasferimento di carburante e gas attraverso il valico di passaggio tra Gaza e Israele fino al 22 luglio. Il governo israeliano ha però specificato che sarà consentito solo il passaggio di medicinali e viveri dopo previe verifiche. Liberman ha infine aggiunto che verrà ridotta anche l'area di pesca a Gaza.

 I recenti attacchi di Hamas verso Israele
  Israele ha preso questa decisione alla luce dei continui e violenti attacchi terroristici di Hamas. Nell'ultima offensiva palestinese, avvenuta tra il 13 e 15 luglio, sono piombati 200 ordigni esplosivi sul territorio dello Stato ebraico. Solamente nella nottata del 14 luglio i miliziani islamici hanno lanciato 31 razzi sulle comunità israeliane di confine, dove hanno risuonato a lungo le sirene. Fortunatamente non ci sono state vittime anche grazie al sistema missilistico di protezione Iron Dome, che ha intercettato 6 missili sparati contro le abitazioni israeliane. Non cessano inoltre le attività incendiarie dei rivoltosi palestinesi, che nelle ultime settimane hanno provocato parecchi roghi con l'utilizzo di aquiloni e palloni gonfiabili incendiari.

(Bet Magazine Mosaico, 18 luglio 2018)


Hamas d'accordo con la proposta egiziana per la riconciliazione palestinese

GAZA - Una delegazione del gruppo islamico palestinese Hamas, presente da diversi giorni al Cairo, avrebbe raggiunto con i mediatori egiziani un accordo sulla ripresa dei negoziati per la riconciliazione con al Fatah. Secondo quanto riferisce l'emittente televisiva libanese "al Mayadeen" sarebbe stata conclusa anche un'intesa di massima sulla rimozione delle restrizioni imposte dall'Egitto alla Striscia di Gaza e sulla consegna del controllo della città al governo di riconciliazione palestinese. Vi sarebbe poi una identità di vedute sul futuro degli impiegati pubblici assunti da Hamas a Gaza, circa 20 mila. L'11 luglio scorso Hamas ha deciso di accettare l'appello egiziano di discutere con i suoi funzionari a proposito delle relazioni bilaterali e delle questioni palestinesi.

(Agenzia Nova, 18 luglio 2018)


Yesh Atid: la visita di Orban è una "disgrazia"

Benjamin Netanyahu e Viktor Orban
GERUSALEMME - La visita del primo ministro ungherese Viktor Orban in Israele, che si terrà nelle giornate di oggi e domani, è una "disgrazia". È quanto affermato da Yair Lapid, presidente di Yesh Atid ("C'è un futuro"), partito centrista e laico all'opposizione in Israele. In un messaggio sul suo profilo Twitter, Lapid ha poi criticato duramente il premier israeliano Benjamin Nethanyahu per la visita di Orban, noto per le sue posizioni xenofobe, nello Stato ebraico. Il presidente di Yesh Atid ha scritto: "Dopo aver insultato la memoria di quanti sono morti durante l'Olocausto con un accordo con la Polonia, oggi Netanyahu renderà gli onori al primo ministro ungherese Orban, che ha elogiato il governo antisemita e collaboratore della Germania nazista nello sterminio degli ebrei ungheresi: che disgrazia! Il riferimento di Lapid è ai regimi succedutisi in Ungheria durante la seconda guerra mondiale e alle loro politiche antisemite.

(Agenzia Nova, 18 luglio 2018)


Israele, pazza idea: è meglio Hamas di un nuovo nemico

Tensioni sulla Striscia. L'ultra-destra esorta il premier Netanyahu all'offensiva ma per gli osservatori il vuoto di potere è più pericoloso.

di Fabio Scuto

GERUSALEMME - L'estate di Gaza è sempre bruciante. La calura insopportabile, la mancanza di acqua ed energia. È in estate che gli artiglieri di Hamas e degli altri gruppi armati testano i loro arsenali di missili e mortai, provano a sfruttare la rabbia e la disperazione dei due milioni di civili "assediati". L'estate per Gaza è propizia alla guerra.
  Ci sono i politici dell'ultra-destra che incalzano il premier Benjamin Netanyahu perché "si tolga i guanti" e ordini all'Idf un'offensiva su vasta scala che liberi il sud di Israele dalla minaccia dei missili e dalle fiamme innescate dagli aquiloni incendiari che divorano i campi coltivati appena oltre il confine della Striscia. Ieri Netanyahu si è recato in una base militare vicina alla striscia di Gaza per consultazioni; con lui il ministro della difesa Avigdor Lieberman, il capo di stato maggiore, generale Gady Eisencot, il capo dello ShinBet (sicurezza interna) Nadav Argaman e il consigliere per la sicurezza nazionale Meir Ben Dhabbato.
  La "questione Gaza" deve essere affrontata, concordano anche molti ufficiali dell'Idf. Ma come? Le condizioni di vita dentro sono terribili e l'emergenza umanitaria è dietro l'angolo. Israele può combattere contro Hamas ma non può riconquistare Gaza militarmente, il costo umano - oggi - sarebbe spaventoso.

 L'Anp di Abu Mazen non è in grado di riprendere politicamente il controllo della Striscia. E in caso di un attacco che faccia crollare il potere di Hamas nella Striscia, è altamente probabile che il movimento islamista - già diviso in tre fazioni al suo interno - possa polverizzarsi, dando vita a decine di altri gruppetti e cellule incontrollabili. Altri movimenti potrebbero vedere in questo la grande occasione, come le cellule salafite filo-Isis finora represse dalla Preventive Security di Hamas. Ecco perché alla fine sembra che Israele preferisca tollerare un "diavolo che conosce".
  L'Idf e Hamas sono in una situazione di stallo da mesi, mentre le proteste della "Marcia di ritorno" lungo il confine della Striscia sono sfociate in incessanti episodi di incendi che, a loro volta dopo la risposta dell'Idf, hanno portato al modello abituale di scambio di razzi e attacchi di rappresaglia da parte delle forze aeree israeliane.
  La tensione senza fine, le sirene di allarme che ululano tutto il giorno spingono la popolazione civile a chiedere al suo esercito di eliminare ciò che il ministro della Difesa Avigdor Lieberman chiama un gruppo di "cannibali".

 Se il governo israeliano decidesse di rovesciare Hamas, ci sarebbe un vuoto di potere ed è incerto quale gruppo riuscirebbe rapidamente a riempirlo. In tale eventualità,la paura è che un nemico o una minaccia ancora più grande possa riempire quel vuoto. Dopo gli attacchi di domenica da parte dell'Idf contro 40 obiettivi di Hamas a Gaza, sorge spontanea la domanda: perché non vengono distrutte queste infrastrutture terroristiche che sono note da tempo?
  "È meglio che Hamas abbia una struttura di comando", spiega Eran Lerman, dello Shalem College e vicepresidente dell'Istituto per gli studi strategici di Gerusalemme. La reticenza di Israele nel varcare la linea sottile tra una "risposta militare proporzionale" e un'invasione completa è aggravata dalla mancanza di desiderio di rioccupare Gaza, che costerebbe dal punto di vista militare centinaia di vite e sarebbe un enorme fardello politico ed economico da gestire. Secondo Gabriel Ben-Dor, che insegna all'Università di Haifa, il governo preferisce spendere queste risorse per combattere l'Iran, il cui potenziale nucleare è considerata una minaccia esistenziale. Inoltre, ha sottolineato, due organizzazioni che potrebbero giovarsi della caduta di Hamas sono la Jihad islamica e i Comitati di resistenza popolare, che hanno entrambi legami più stretti (di Hamas) con Teheran.

 "Se Hamas è abbastanza stupido da entrare nella fossa dei leoni", sostiene Lerman, allora Israele potrebbe passare a una risposta militare più forte. Tuttavia, come dimostra l'apparente cessate-il-fuoco raggiunto nel fine settimana, dimostra che Hamas non vuole la guerra aperta. Per questo Ben-Dor sostiene che la migliore possibilità per una soluzione a lungo termine è quella di migliorare condizioni umanitarie a Gaza e pressioni per la smilitarizzazione di Hamas. Questo, visto l'inafferrabile processo di pace israelo-palestinese, potrebbe col tempo portare a una svolta importante.

(il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2018)


Medio Oriente: meglio tornare con i piedi in terra. E di Erdogan ne parliamo?

Non condivido l'ottimismo del dopo-incontro tra Trump e Putin, soprattutto perché si continua a sottovalutare il pericolo rappresentato da Erdogan

Dopo lo show offertoci dall'incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin, dopo la ritrattazione del Presidente americano in merito alle sue affermazioni sul ruolo della Russia nelle elezioni americane, finite le sparate propagandistiche sui media, in Medio Oriente si torna come sempre con i piedi in terra e a fare i conti con la realtà....

(Rights Reporters, 18 luglio 2018)


“Islamofobo" e "reazionario", Zemmour estromesso dalla prima radio di Francia

La redazione era "inorridita" dalle sue idee

di Giulio Meotti

 
Eric Zemmour
ROMA. In Rtl ci fu più di un mugugno quando a Eric Zemmour offrirono una piattaforma mattutina sulla prima radio di Francia. "E' una personalità iconoclasta e uno spirito originale", disse Christopher Balzelli, patron di Rtl. E poi il divisivo Zemmour, ancora prima che vendesse un milione di copie col Suicide Français e diventasse l'oggetto del consumo di massa "reazionario", lo trovavi ovunque, da France2 a Bfm Tv, fino alla prima pagina del Monde e le copertine di Libération. La decisione di Rtl non ha nulla di commerciale. Zemmour bucava lo schermo. Eppure, la sua rubrica "Non siamo necessariamente d'accordo", che teneva due volte alla settimana, non ci sarà alla rentrée. Rtl aveva ricevuto numerosi avvertimenti dal Consiglio superiore degli audiovisivi per i commenti del giornalista su islam, società e immigrazione, e dalla prossima stagione farà a meno del suo format. Due mesi fa, Zemmour è stato condannato dalla Corte d'appello di Parigi a cinquemila euro di multa per "incitamento all'odio religioso per le osservazioni antimusulmane fatte nel 2016 in un programma televisivo". Zemmour aveva detto che era necessario imporre ai musulmani "la scelta tra l'islam e la Francia" e che "negli innumerevoli sobborghi francesi in cui molte ragazze sono velate" è in corso una "lotta per islamizzare il territorio". Lo staff di Rtl aveva chiesto alla direzione di "lasciarlo andare" in numerose occasioni, ma Zemmour era stato sempre difeso. "Rispetto le persone che sono disposte a morire per ciò in cui credono, cosa che non siamo più in grado di fare", aveva detto Zemmour un anno fa sui jihadisti. Yves Calvi, a capo della redazione di Rtl, criticò Zemmour dal vivo: "Lo staff di Rtl è inorridito". Nel 2015, Rtl aveva già ridotto della metà la presenza di Zemmour in programmazione, dopo aver cassato Z comme Zemmour, mentre la rete televisiva iTélé quell'anno lo aveva messo alla porta.
   Il Collettivo contro l'islamofobia aveva più volte invocato il suo licenziamento, la Società dei giornalisti aveva detto che "le posizioni di Zemmour offuscano i valori della convivenza che sono sempre stati difesi da Rtl", le organizzazioni islamiche lo avevano trascinato in tribunale, i fondamentalisti islamici lo avevano minacciato di morte e costretto a girare con la scorta dopo che Charlie Hebdo e il Movimento contro il razzismo e per l'amicizia tra i popoli e il Club Averroes (associazione di media a favore della "diversità") avevano presentato esposti contro di lui all'Authority per radio e tv. Il cordone sanitario si stava stringendo sempre di più. Rtl era già vicino al suo licenziamento quando Zemmour aveva attaccato il ministro della Giustizia socialista: "Christiane Taubira ha già scelto chi sono le sue vittime e i carnefici: le donne e i giovani delle banlieue stanno nel campo dei buoni, il maschio bianco fra i cattivi". Se in Francia c'è spazio per Edwy Piene!, l'ex eminenza grigia del Monde passato a moralizzare e islamizzare il giornalismo con la sua Mediapart, non si vede perché non dovrebbe essercene per la sua nemesi, il petit juif conservatore Zemmour. Ma questo è proprio il punto. Perché come ha detto ieri l'avvocato Gilles-William Goldnadel, che difese Oriana Fallaci quando a Parigi provarono a bandire il suo La Rabbia e l'Orgoglio: "Scopriamo che è stato a causa della pressione di alcuni dei redattori che Rtl è stata costretta a salutare l'editorialista. Tale decisione, da parte di un'emittente commerciale, dà la misura del potere della censura dilagante che anima il clero dei media". E' la sorte dei malpensanti "islamofobi": Robert Redeker perde la sua cattedra, Richard Millet il suo lavoro da editor in Gallimard, Renaud Camus la sua casa editrice (Fayard) e ora l'ossessivo Zemmour perde il suo microfono. Liberté, ma non per te.

(Il Foglio, 18 luglio 2018)


La famiglia ebrea Foà sterminata a Meina

Lettera al Giornale

Leggendo in «Tempo di guerra» il racconto «l'8 settembre sul Lago Maggiore» (il Giornale 10/7), mi è tornata alla mente la storia della famiglia ebrea Foà. La maggiore delle quattro figlie Foà era stata compagna alle scuole medie di mia sorella e all'epoca dei fatti aveva venti o ventun anni. Il padre, fino alla promulgazione di quel malaugurato «Manifesto della razza» fu un dirigente della Pirelli. Dopo di che l'azienda, data la sua ottima conoscenza dell'inglese, lo inviò a Londra. Ma i Foà si sentivano talmente italiani che quando «l'uomo del balcone» fece la sua alzata d'ingegno, vollero tutti tornare in Italia. Ovviamente, la Pirelli non poteva riassumerlo (anche volendo, non le sarebbe stato possibile in virtù delle leggi razziali). Perciò si occupava di consulenze esterne nella sua villa a Meina. In quei tragici giorni anche tutta la famiglia Foà fu sterminata. Furono immersi uno per uno in vari bidoni di benzina a cui fu dato fuoco. Si salvò soltanto l'ultima delle sorelline, una bambina di tredici anni, grazie alla sua istitutrice svizzera. Questo fatto la dice lunga su quanto si sentissero italiani molti ebrei e su come invece furono ricompensati dalla «grata patria».
Mario S. Manca di Villahermosa, Milano

(il Giornale, 18 luglio 2018)


I nuovi percorsi delle comunità ebraiche d'Emilia oltre la Shoah

Le comunità ebraiche della nostra regione si raccontano, andando oltre la Shoah e l'Olocausto per rappresentare la contemporaneità, attraversando piazze, entrando in palazzi storici e in luoghi sacri -come le sinagoghe e i cimiteri - ma riscoprendoli attraverso chi li frequenta e li vive oggi. È questo il senso del volume "Ebrei d'Emilia-Romagna. Voci, luoghi e percorsi di una comunità", pubblicato da Pendragon e in libreria da domani. Il curatore, Dantel Fishman, l'ha presentato ieri con il sindaco Virginio Merola, l'assessore alla Cultura della Regione Massimo Mezzetti, che firma la prefazione del volume, Daniele De Paz e rav Alberto Sermoneta. L'autore ha intervistato una cinquantina di persone, a rappresentare tutte le comunità emiliano romagnole, «per spiegare non solo cosa siamo stati ma anche cosa abbiamo da dire al mondo oggi». Molti sono ritratti nelle foto originali di Michele Levis. C'è chi ha lasciato la sua città, Ferrara, come Corrado lsmael Debenedetti che oggi vive in Israele, e chi si è convertita all'ebraismo in età adulta, come Valentina Rebecca Soluri.
Ci sono i ricordi di Alessandro Haber, che da bambino viveva a Tel Aviv, e quelli di Luisa Modena Marini che parla del padre Flaminio, direttore del carcere ma anche poeta che scriveva sonetti in dialetto giudaico modenese. Ci sono le testimonianze dei rabbini e chi si è messo pubblicamente al servizio della società come Arrigo Levi. «In questo libro si raccontano pochissimi periodi bui perché è importante ascoltare storie di vivi e non di archeologia», dice il rabbino capo Alberto Sermoneta.

(la Repubblica - Bologna, 18 luglio 2018)


L'Egitto chiude il valico di Rafah

Gaza è quasi del tutto isolata, dopo che ieri l'Egitto ha chiuso - senza preavviso - il valico di Rafah e Israele ha inasprito la chiusura del valico commerciale di Kerem Shalom.
Il provvedimento del Cairo impedirà fino a domenica l'ingresso nella Striscia di combustibili, ma non di medicinali e di prodotti alimentari.
   Nelle ultime ore, da Gaza - nonostante la tregua concordata sabato da Hamas - sono stati lanciati verso lo stato ebraico un razzo e molti palloni incendiari. Poco prima, l'aviazione israeliana aveva colpito due postazioni di Hamas nel nord della Striscia. In Israele è stata elevata l'allerta.
   Nel timore di una recrudescenza dei combattimenti con Hamas, Israele ha dislocato batterie di difesa aerea Iron Dome attorno a Tel Aviv e ha richiamato in servizio riservisti addetti a quelle postazioni. Lo ha reso noto un portavoce militare israeliano.
   In parallelo, la radio militare ha riferito che il governo, in una nota, ha istruito le forze armate di impedire - «anche col fuoco, se necessario» - ulteriori lanci da Gaza di aquiloni incendiari verso Israele.

(L'Osservatore Romano, 17 luglio 2018)


Israele, dopo i missili regge la fragile tregua

Il cessate il fuoco annunciato sabato dalle fazioni palestinesi, con la mediazione dell'Egitto. Netanyahu: «Agiremo in base ai fatti». Hamas a Gaza non ferma gli aquiloni.

di Camllle Eid

Calma precaria tra Israele e la Striscia di Gaza, dopo la lunga giornata di sabato che ha visto lo scambio di colpi di artiglieria, il lancio di oltre 200 missili oltre il confine e la risposta con i raid dell'Aviazione israeliana su decine di obiettivi. Il cessate il fuoco, annunciato sabato sera da Hamas e dalla Jihad islamica con la mediazione dell'Egitto, sembra reggere nonostante alcuni lanci sporadici di razzi verso Israele e i commenti scettici della stampa visto che Hamas non si è impegnato a cessare i lanci di aquiloni incendiari né di organizzare manifestazioni sul confine.
   Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ieri si è recato in visita alle zone colpite, ha fatto sapere che «l'atteggiamento di Israele si fonderà sui fatti sul terreno e non sulle dichiarazioni delle fazioni palestinesi». Intanto, nel timore di una nuova escalation, Israele ha dislocato batterie di difesa aerea attorno a Tel Aviv e ha richiamato in servizio riservisti addetti a quelle postazioni. «Sulla base della valutazione del contesto operativo - si legge nel comunicato diramato dall'esercito -, i militari hanno rafforzato le posizioni di Iron Dome nell'area di Gush Dan, nel centro di Israele, così come nella parte meridionale del Paese. È stato richiamato un numero limitato di riservisti per aumentare la preparazione della contraerea».
   In parallelo la radio militare ha riferito che il governo ha dato istruzioni alle forze armate di impedire - anche col fuoco, se necessario - ulteriori lanci da Gaza di aquiloni incendiari verso Israele. La risposta agli aquiloni incendiari aveva creato una certa tensione alla riunione del governo israeliano. Secondo quanto emerso sui media, il ministro dell'Istruzione Naftali Bennett, leader del partito vicino ai coloni "Focolare Ebraico", ha detto che non bisogna sparare colpi d'avvertimento a chi lancia gli aquiloni, ma colpirli direttamente, ma ha trovato contrario il capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, il quale ha replicato dicendo che «non è giusto sparare a bambini e adolescenti, che a volte sono fra i lanciatori di aquiloni». Proseguono, intanto, le incursioni israeliane contro presunte basi iraniane in Siria.
Secondo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, almeno nove miliziani siriani e tre militari iraniani sarebbero stati uccisi nel raid missilistico compiuto domenica sera nei pressi dell'aeroporto militare di Nayrab, a est di Aleppo.
   Altre fonti non governative parlano di 22 uccisi, tra cui una decina di pasdaran iraniani. La zona era stata colpita da raid attribuiti a Israele già nei mesi scorsi.

(Avvenire, 17 luglio 2018)


"Non traducete i miei libri in Israele". Un'inquietante moda letteraria

Quegli scrittori che rifiutano la pubblicazione in ebraico

di Giulio Meotti

ROMA - Il romanziere John Berger, vincitore di un Booker Prize, chiese ai colleghi di rifiutare di pubblicare in Israele. Poco prima di morire, il celebre scrittore inglese Iain Banks annunciò che i suoi romanzi non sarebbero mai più stati pubblicati nello stato ebraico. Per ostracismo e inimicizia nei confronti di Israele, alcuni scrittori occidentali hanno sempre praticato questa odiosa forma di intolleranza ideologica, ordinando ai propri agenti e alle proprie case editrici di rifiutare qualsiasi traduzione in ebraico. Ma adesso sta diventando un fenomeno letterario, tanto da spingere Haaretz, il giornale della sinistra israeliana, a dedicargli un intero dossier.
   "La scorsa settimana un editore israeliano ha fatto un'esperienza insolita", scrive Haaretz. "L'editore voleva acquisire i diritti degli ultimi due libri dell'autrice britannica Kamila Shamsie, premiata e apprezzata scrittrice britannica. I suoi primi libri furono pubblicati in Israele nel 2010 da Keter. Da allora ha pubblicato altri due libri e l'editore voleva acquistare anche quelli. La risposta è arrivata: 'Sfortunatamente, non potrò condividere il lavoro dell'autore con i lettori ebraici in questo momento' ha risposto l'agente di Shamsie".
   Quando l'editore ha chiesto chiarimenti, la risposta è arrivata da Shamsie: "Sarei molto felice di essere pubblicata in ebraico, ma non conosco editore ebraico che non sia israeliano". Anche il britannico China Miéville, uno dei più noti scrittori viventi di fantascienza, ha annunciato il rifiuto di tradurre i suoi libri in ebraico. "Volevo pubblicare uno dei suoi libri che considero un capolavoro e avevo parlato con i suoi agenti, ma mi hanno informato che era impossibile", ha detto l'editore israeliano Rani Graff.
   "Ho incontrato casi del genere diverse volte", afferma Ornit Cohen-Barak, editor della serie di pubblicazioni di editori di Modan. "Come Christos Tsiolkas, uno scrittore australiano di origine greca (la serie televisiva 'The Slap' è basata sul suo omonimo libro). Mi è stato detto che non è disposto a essere pubblicato in Israele a meno che non pubblichiamo un'edizione in arabo per i palestinesi.
   Quando abbiamo rifiutato ci ha informato che non era disposto". Anche Alice Walker, autrice del celebre "Il colore viola" da cui fu tratto il film di Steven Spielberg, ha rifiutato la traduzione in ebraico, attaccando lo "stato di apartheid" di Israele.
   Deborah Harris è uno dei principali agenti letterari di Israele (David Grossman, per citarne uno, è fra i suoi autori assieme a Meir Shalev). Negli ultimi dieci anni, Harris ha scoperto che alcuni editori in tutto il mondo stanno rifiutando le opere di autori israeliani, boicottando gli eventi letterari israeliani e rifiutandosi di tradurre i loro libri. "Libri che avrei potuto facilmente piazzare con i principali editori dieci anni fa sono stati educatamente respinti", ha detto Harris al Time.
   "Non c'è un solo autore israeliano che non abbia mai assistito a un'interruzione", dichiara Eshkol Nevo, i cui libri sono stati tradotti in inglese, italiano e tedesco. "Ho avuto un incontro con un pubblico in Sudafrica, un paese in cui non ho un pubblico particolare, quindi ero contento di vedere che molte persone si erano presentate. Ma poi ho iniziato a parlare e l'ottanta per cento di loro si è alzato ed è uscito".
   Nevo dice che in alcuni paesi c'è un vero e proprio diktat non scritto. "Non sono stato tradotto nei paesi scandinavi e le persone con cui lavoro mi hanno detto che il boicottaggio è la ragione". Il ministero della Cultura israeliano ha sovvenzionato la traduzione di titoli israeliani nella speranza di farli pubblicare all'estero. Ogni anno sono scelti 23 titoli, ma dopo la loro traduzione molti di questi titoli sono rimasti senza editore. Tradotti e poi consegnati alla spazzatura.
   Non risultano autori occidentali che abbiano mai respinto la pubblicazione dei loro romanzi in Turchia o in Cina, dove gli scrittori languono a decine in carcere e dove un premio Nobel per la Pace, come lo scrittore Liu Xiaobo, ci è anche morto dietro le sbarre. Ma ai boicottatori interessa soltanto dare addosso a Israele, l'unica società aperta di tutto il medio oriente.

(Il Foglio, 17 luglio 2018)


Mostra di Chagall a Mantova: una serie di capolavori, dal Teatro ebraico di Mosca

Chagall a Mantova dal 5 settembre al 13 gennaio: "Come nella pittura così nella poesia". Aspetti inediti racchiusi in oltre 130 opere. La mostra apre in concomitanza con il Festivaletteratura.

di Roberto Zadik

 
Una tela di Chagall del museo Tretyakov
Marc Chagall, come non si era mai visto, arriva a settembre al Palazzo della Ragione di Mantova. Una serie di opere di grande fascino e suggestione saranno oggetto dell'importante esposizione "Marc Chagall - Come nella pittura così nella poesia", curata da Gabriella Di Millia e in corso dal 5 settembre 2018 al 13 gennaio 2019. L'evento è stato presentato l'11 luglio alla Triennale di Milano dalla curatrice, che ha raccontato una serie di interessanti aneddoti sul grande pittore ebreo bielorusso, e da altri due relatori di primo piano come il sindaco di Mantova Mattia Palazzi e Rossana Cappelli, direttore generale arte, mostra e cultura Electa.
   La mostra, promossa dal Comune di Mantova in collaborazione con la Tretyakov Gallery, che ha prestato i quadri per l'occasione, organizzata e prodotta con la casa editrice Electa, esplora dunque aspetti del tutto inediti racchiusi in oltre 130 opere, fra dipinti e acquerelli, realizzate da questo immenso talento (Vitebsk, 7 luglio 1887 - Saint-Paul-de-Vence, 28 marzo 1985) che sicuramente non solo è l'artista ebreo più conosciuto di tutti i tempi ma una leggenda internazionale dell'arte del Novecento per abilità, originalità, carisma e intensità.
   Ma quale era la personalità del pittore , quali gli eventi salienti della sua vita e come egli influenzò il suo tempo? Da cosa nasce questa mostra e quali le caratteristiche di queste opere? Come ha ricordato la curatrice della mostra nella sua introduzione Chagall, era un personaggio intenso, carismatico e originale e personalizzò tutti i linguaggi e i messaggi con cui venne a contatto. Come il cubismo, che egli trovava però "troppo realistico" e che colorò di elementi onirici e fantastici, "trasformando oggetti e persone in qualcosa di nuovo e sconosciuto". Divenne un autore "capace più di ogni altro di far sognare grandi letterati e scrittori del suo tempo, stringendo amicizia con grandi nomi come i poeti Apollinaire Guillaume e Paul Eluard, che divennero suoi grandi amici, lo scrittore Andrè Malraux e il collega Max Ernst".
   Ripercorrendo alcune fasi salienti della sua vita, dal matrimonio con l'adorata prima moglie, Bella Rosenfeld nel 1915, morta nel settembre 1944, ai periodi a Parigi e a Berlino, Chagall poi tornò in Russia allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Lì si scontrò però con diverse difficoltà, come la lotta al suprematismo di un altro artista suo rivale, Kazimir Malevich, che "voleva azzerare tutto" mentre Chagall era un uomo sensibile ed emotivo.
   Fu a Mosca che lavorò per il Teatro ebraico da camera realizzando opere innovative di estrema originalità, con vistosi echi di cultura chassidica e richiami fiabeschi ben visibili nelle scene, dove i personaggi danzano e ballano gioiosi. A Mantova sarà presentato il ciclo completo dei 7 teleri dipinti da Chagall nel 1920 per il Teatro ebraico da camera di Mosca: opere straordinarie che rappresentano il momento più rivoluzionario e meno nostalgico del suo percorso artistico. I teleri sono di assai rara presenza in Italia: furono esposti a Milano nel 1994 e a Roma nel 1999 dopo le esposizioni del 1992 al Guggenheim di New York e del 1993 al The Art Institute di Chicago. Il progetto espositivo proporrà, attorno alle sette opere, la ricostruzione dell'environment del Teatro ebraico da camera, ossia una "scatola" di circa 40 metri quadrati di superficie, per cui Chagall aveva realizzato, oltre ai dipinti parietali, le decorazioni per il soffitto, il sipario, insieme a costumi e scenografie per tre opere teatrali.
   Si tratta, dunque, di opere esclusive e pregiate, un prestito eccezionale della Galleria di Stato Tretjakov di Mosca e, come ha ricordato il sindaco di Mantova, "ottenerli non è stato semplice perché c'era molta richiesta e non era scontato avere nella nostra esposizione queste opere. La nostra è una città di grande cultura e tradizione, con un importante Comunità ebraica e iniziative prestigiose come il Festival della Letteratura. Il Palazzo della Ragione di Mantova - ha proseguito il sindaco - è un luogo straordinario che, dopo un lungo restauro, è tornato al suo splendore originario di sontuoso edificio comunale medievale, costruito nel 1250 e divenuta poi sede podestarile nel '400". Mantova si conferma così prestigiosa capitale culturale, grazie a importanti realtà e iniziative, come il Festival della Letteratura.
   La Mostra sarà un'occasione in più per visitare la città del grande poeta latino Virgilio, scoprendone il fascino e le bellezze, e per conoscere o riscoprire il genio di Chagall, al secolo Moshe Segall, e il suo periodo russo con i dipinti e le immagini più caratteristiche della sua arte fascinosa e simbolica. Come le stralunate e oniriche figure umane e animali e l'audace anticonformismo di questo autore che non aderì mai veramente a nessuna corrente artistica, sviluppando uno stile unico e molto personale. Fra le opere presenti nell'esposizione mantovana, ci saranno le raffigurazioni di forme d'arte, dalla Letteratura (simboleggiata da un Sofer, mentre scrive un Sefer Torah) alla Musica, con "I musicanti" di cui uno imbraccia il violino, alla Danza; fino al famoso e splendido quadro "Sopra la città" dove un uomo e una donna, forse gli stessi Marc e Bella, volano abbracciati. Un caleidoscopio di linguaggi, tematiche, sogni e speranze che ci riporta nel fantasmagorico universo artistico di Chagall e al suo fertile periodo russo.
   In mostra anche una serie di acqueforti, eseguite tra il 1923 e il 1939, tra cui le illustrazioni per le Anime morte di Gogol', per le Favole di La Fontaine e per la Bibbia. Le incisioni si inseriscono nel percorso espositivo a testimoniare lo stretto rapporto tra arte e letteratura nel periodo delle avanguardie.

(Bet Magazine Mosaico, 17 luglio 2018)


Medio Oriente: dal vertice Trump - Putin brutte notizie per Hamas e Iran

Seppur con le dovute cautele dovute alla segretezza e alla "volubilità" dei due leader, dalle dichiarazioni rilasciate dal Presidente Trump dopo il vertice e da alcune "indiscrezioni" si evincono alcune cose interessanti.

Non si poteva non parlare di Medio Oriente nel vertice Trump - Putin, troppo importante la stabilizzazione della regione per non essere un punto fondamentale della discussione dei due leader. Lo conferma lo stesso Presidente Trump in una intervista rilasciata a Fox News dove ha detto che «il vertice è stato molto positivo per Israele».
Premesso che il Presidente Trump non è entrato nei dettagli né della discussione riguardante il Medio Oriente né in quelli di una eventuale intesa sui "punti caldi" che con molta probabilità hanno riguardato la Siria e la presenza iraniana in quella regione, ma tra le righe si può leggere che la discussione è stata molto proficua per le richieste israeliane....

(Rights Reporters, 17 luglio 2018)


Haaretz: Gli ebrei cominciano a temere la democrazia

Riprendiamo questo articolo da un sito chiaramente anti-israeliano, che a sua volta lo riprende e lo traduce da un articolo di Haaretz, presentato come “il più autorevole dei quotidiani israeliani”, che da noi sarebbe come dire: “Il manifesto”, il più autorevole dei quotidiani italiani. L’articolo tuttavia è degno di essere letto perché effettivamente tocca punti nodali e mette in evidenza inevitabili contraddizioni della situazione e della politica di Israele. Sì, le contraddizioni ci sono, e sono ineliminabili all’interno di qualsiasi collocazione puramente umana di Israele, sia di sinistra, sia di destra. NsI

di Anshel Pfeffer

Martedì mattina una parlamentare della Knesset è stata espulsa da una riunione della commissione parlamentare per aver declamato una parte della Dichiarazione di Indipendenza israeliana.
  L'articolo che ha letto sancisce che lo Stato di Israele "promuoverà lo sviluppo del Paese a beneficio di tutti i suoi abitanti; si baserà sulla libertà, la giustizia e la pace, come previsto dai profeti di Israele; garantirà la completa eguaglianza dei diritti sociali e politici per tutti i suoi abitanti, a prescindere dalla religione, dalla razza o dal sesso."
  Dubito che la 'Legge sullo Stato-Nazione', che la commissione stava discutendo e che cerca di vanificare formalmente quella "completa eguaglianza", verrà davvero approvata in tempi brevi. Benjamin Netanyahu la sta improvvisamente promuovendo per ciniche ragioni elettorali. La legge, al centro di controversie, non ha bisogno di percorrere tutto il suo iter perché i suoi detrattori - i partiti di opposizione, i consiglieri legali dello stesso governo, i media, potenzialmente l'Alta Corte - siano tacciati di essere traditori.
  E comunque, al di là della sceneggiata parlamentare di Tzipi Livni (dirigente della coalizione di centro "Unione Sionista", all'opposizione, ndtr], quegli articoli non sono stati mai applicati in 70 anni di esistenza di Israele. Ma è stato certamente un momento simbolico. L'espulsione di Livni, dopo che le è stato vietato di presentare una copia della Dichiarazione d'Indipendenza in una tribuna nell'aula della commissione, ha rappresentato un chiaro slittamento di Israele da ogni aspirazione a costruire il proprio futuro in base a valori, verso un Israele edificato esclusivamente sul nazionalismo ebraico.
  Ciò significa una scelta tra due tipi di democrazia e due tipi di stile di vita ebraico. E non si tratta solo di Israele. Lo stesso slittamento sta avvenendo dovunque. Nel 1945, quando gli ebrei hanno incominciato a realizzare il fatto devastante che un terzo del loro popolo era stato sterminato in pochi anni, si è verificato un altro mutamento importante. Con la distruzione di ciò che era stato il cuore della civiltà ebraica per 1000 anni, per la prima volta gli ebrei che vivevano nelle democrazie vittoriose del nord America e della Gran Bretagna stavano diventando la maggioranza [degli ebrei in Occidente, ndtr.].
  Per molti secoli il benessere degli ebrei, spesso la loro stessa sopravvivenza, erano dipesi dalla benevolenza di monarchi e dittatori. Questo aveva imposto un certo tipo di discreta ricerca di indulgenza. I dirigenti delle comunità ebraiche dovevano valutare quale despota ingraziarsi. Era una questione di sopravvivenza.
  Con lo spostamento del centro di gravità della vita ebraica verso le Nazioni democratiche e con l'aumento del numero di ebrei che conducevano una vita di cittadini liberi ed uguali - con l'emigrazione dei sopravvissuti in Europa e degli ebrei Mizrahi [detti anche sefarditi, ndtr.] dai territori arabi verso l'Occidente ed Israele - l'attivismo ebraico assunse un carattere molto differente. Venne allo scoperto, con campagne pubbliche, pressioni politiche, uso dei media e attività di sensibilizzazione. Infine gli ebrei ebbero eguali diritti e parallelamente fiducia in sé stessi sufficiente per esigerli fino in fondo e pubblicamente.
  Gli anni del dopoguerra annunciarono anche un nuovo tipo di coinvolgimento degli ebrei nella società. Alcuni ebrei in precedenza erano stati importanti in tutti i movimenti per l'eguaglianza e la giustizia, ma questo avveniva normalmente a livello personale. Spesso, come nel caso degli ebrei comunisti, era un passo verso l'assimilazione e la perdita di identità religiosa e nazionale a favore di una più grande fratellanza umana. Nelle situazioni in cui ebrei si univano tra loro per lottare per cause sociali, si occupavano abitualmente delle questioni specifiche dei lavoratori ebrei.
  Ma vivere in un ambiente più aperto e libero incoraggiò per la prima volta l'ampia partecipazione degli ebrei nelle Nazioni democratiche a cause più generali, per i diritti civili, identificandosi come ebrei, sia che si trattasse di rabbini in quanto membri di intere comunità. Non vi era più la preoccupazione che marciare per obbiettivi controversi e contestati avrebbe provocato la collera delle autorità verso tutti gli ebrei.
  E vi era anche un senso del dovere. Gli ebrei conducevano una vita tranquilla. Nella diaspora ogni grave minaccia fisica di antisemitismo stava scomparendo. Per coloro che lo scegliessero, vi era uno Stato ebraico sovrano dove vivere. Per gli altri, una vita come membri di una minoranza rispettata e ben integrata. Per molti ebrei una nuova era di sicurezza e prosperità significava che noi ora dovevamo garantire che altre, meno fortunate, minoranze, come anche i rifugiati e gli immigrati, avrebbero ricevuto il nostro incondizionato appoggio: un grande senso etico di 'tikkun olam' [riparare il mondo, ndtr.], che ha animato molti ebrei negli ultimi 60 anni. E quando nei primi anni '90 l'impero sovietico crollò, rendendo liberi ancor più ebrei sia di emigrare in Occidente e in Israele, sia di restare nelle loro patrie di nuova democrazia, la tendenza sembrò irreversibile.
  Un quarto di secolo fa, per la prima volta nella storia, quasi l'intero popolo ebraico viveva in società libere. Con l'eccezione dell'Iran e di poche piccole e isolate sacche, tutti gli ebrei, dovunque vivessero, sono stati liberi e uguali ormai da una generazione. Non abbiamo ancora cominciato a comprendere il vero significato di quel fenomeno storico - e stiamo ormai affrontando un enorme problema riguardo a quale sia il tipo di libertà in cui vogliamo vivere.
  Non avviene solo in Israele, dove siamo in un limbo tra la costruzione di una società basata sui valori ed una che considera la preservazione della nazionalità ebraica superiore ad ogni considerazione morale. Lo stesso divario si sta aprendo nell'America di Trump ed in tutta Europa, dove un Paese dopo l'altro soccombe alla nuova ondata di politiche populiste.
  La grande maggioranza degli ebrei americani può in questo momento mostrare tendenze progressiste, ma vi è una sostanziale, forse crescente, minoranza tra loro che crede fermamente che una stabile sicurezza si possa trovare soltanto nell'alleanza con un establishment conservatore, e sì, bianco.
  E se si parla con gli ebrei in Europa si troveranno molti con un approccio sfrontatamente illiberale. Non solo tra le comunità ebraiche in Francia e Belgio, dove gli ebrei sono stati uccisi in anni recenti per il fatto di essere ebrei. Questa mentalità si rafforza più si va verso est.
  Come mi ha detto il capo di una comunità regionale in Russia: "Quando Israele bombarda Gaza ed uccide gli arabi è una buona cosa per gli ebrei. È ciò che fa sì che i nostri vicini qui ci rispettino molto di più. È il miglior antidoto all'antisemitismo."
  Questa settimana un rabbino in Ungheria mi ha detto: "Gli ebrei progressisti sono attori di un dramma storico in cui loro rappresentano le vittime, tutte le vittime. Perché questo è ciò che apprendono dall'esperienza storica ebraica. Ma questo è solo un sacco di buoni propositi.
  Il mondo adesso sta diventando un posto meno liberale, un posto in cui i non ebrei stanno dimenticando l'olocausto. Gli ebrei hanno bisogno di una strategia di sopravvivenza, perché non diventiamo vittime un'altra volta. Questo significa essere una Nazione forte, alleata con altre Nazioni forti. Non con le vittime."
  È una strategia di sopravvivenza nel mondo di Trump, Putin e Netanyahu.
  In Europa, non più un importante centro di vita ebraica, ma ancora una patria per ben due milioni di ebrei sparsi nel continente, ho incontrato sempre più ebrei alle prese con i valori liberali del dopoguerra con cui sono stati educati. Istintivamente rifiutano la retorica anti-immigrati e islamofobica che li circonda. Non gli appare soltanto sbagliata. È troppo simile a ciò che i loro genitori e nonni sentivano non molto tempo fa.
  Ma poi portano i figli nelle sinagoghe e nelle scuole ebraiche circondate da guardie armate e temono di dover scegliere da che parte stare. Potrebbe essere terminato il breve periodo nella storia ebraica in cui è sembrato che il mondo intorno a noi stesse allineandosi con ciò che volevamo credere fossero valori sia ebraici che liberali, che la bilancia pendesse dalla parte opposta al razzismo e all'odio, non solo verso gli ebrei, ma verso chiunque, ed in cui pensavamo che fosse solo questione di tempo perché potessimo costruire società migliori e più giuste, in Israele ed in ogni altro Paese dove vivono gli ebrei.
  Di sicuro non può più essere dato per scontato. Prepariamoci a dover mettere alla prova quei valori.

(Nena News Agency, 17 luglio 2018)


Come abbiamo detto, seguendo vie e logiche puramente umane, Israele non riuscirà mai ad essere “una nazione come tutte le altre”: ogni tentativo in questa direzione non può che far nascere contraddizioni. I “buoni di sinistra”, pur di eliminare le contraddizioni sarebbero disposti a sopportare l’eliminazione di Israele; i “cattivi di destra”, pur di lasciar vivere Israele sono disposti a sopportare qualche contraddizione. M.C.


Israele, Hamas e lo scenario generale
      Articolo OTTIMO!


di Niram Ferretti

Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas dopo il lancio di duecento missili verso le comunità che si trovano lungo il confine con Gaza e la massiccia risposta di Israele sulla Striscia, la maggiore dal 2014, è fragile quanto può mai esserlo ogni tregua tra il gruppo integralista islamico e lo Stato ebraico.
   Dal 30 marzo scorso, quando cominciò ai confini della Striscia la manifestazione orchestrata da Hamas e mascherata come protesta pacifica culminata il 14 maggio in coincidenza del trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, con l'uccisione da parte di Israele di 62 "pacifici" manifestanti tutti affiliati con l'organizzazione terrorista che dal 2007 controlla Gaza, si è poi giunti agli aquiloni incendiari corredati anche da svastiche che hanno bruciato centinaia di ettari di coltivazioni. Fa tutto parte del medesimo copione.
   Hamas ha disperatamente bisogno di rilegittimarsi agli occhi di chi domina e a fronte di un disastro socio-economico che si fa sempre più drammatico nella Striscia. Disastro che è la conseguenza della gestione mafioso terroristica dell'organizzazione, la quale continua imperterrita a utilizzare una parte cospicua dei fondi che le arrivano per armarsi e costruire tunnel. Tutti soldi immancabilmente sottratti alla popolazione, allo sviluppo delle infrastrutture, a un benessere maggiore. Ogni bene che entra all'interno della Striscia dalla parte di Israele e dell'Egitto è una ghiotta opportunità per il mercato nero, per gli ottimi affari che Hamas fa alle spalle dei suoi sudditi.
   Prendiamo ad esempio i 30 milioni di litri di diesel fatti arrivare dall'Egitto nel corso di un intero anno e che avrebbero dovuto essere utilizzati per potenziare la maggiore centrale energetica consentendo di incrementare le ore di elettricità disponibili nella Striscia (attualmente solo 4 al giorno). Di questo ammontare solo 17, 8 milioni di litri sono arrivati alla centrale, 12, 2, milioni sono stati venduti sul mercato nero e i profitti convogliati a scopo militare.
   Per non sprofondare nell'assoluta irrilevanza, Hamas non può rinunciare, di tanto in tanto, a mostrare di essere il principale attore palestinese del conflitto arabo-israeliano a fronte di un'Autorità Palestinese ormai completamente screditata. E' una questione fondamentale di immagine, prima di tutto a scopo interno e poi internazionale. Il consenso si guadagna, infatti, su due fronti politico-mediatici.
   In Medioriente Hamas mostra ai palestinesi di continuare a combattere Israele e di offrire martiri per la "causa", mentre all'estero offrendo "vittime" e non "martiri" può godere della simpatia di chi ama travestire i terroristi con i panni laceri degli "oppressi", Europa in testa. E' così, d'altronde, dall'epoca dell'OLP, quando il lord of terror Yasser Arafat veniva ricevuto nelle capitali europee come un combattente irredentista, con, in Italia, Bettino Craxi che giunse, in un memorabile discorso, a paragonarlo a Giuseppe Mazzini.
   La realtà, naturalmente, presenta ben altri scenari rispetto a quelli dipinti su i fondali, il principale riguarda la natura stessa del conflitto tra arabi (poi declinatosi strumentalmente come palestinesi) e israeliani. Un conflitto ormai estenuato e conclusosi da anni sul terreno con la vittoria manifesta di Israele. Nessuno dotato di favella può pensare che Hamas, nella Striscia, possa contrapporre la propria esigua forza alla sproporzione militare tecnologica dello Stato ebraico. Nessuno stato arabo può farlo. La storia ha insegnato agli arabi una lezione amara.
   Come evidenziato da Daniel Pipes in una intervista pubblicata da L'Informale l'anno scorso, "I palestinesi vivono in un mondo di fantasia". Una fantasia alimentata dalla propaganda e dal sostegno mediatico dato principalmente loro dall'Europa. Ma i fatti sono più pervicaci dei sogni, e tra questi un fatto emerge chiaro. Se Israele lo volesse, Hamas verrebbe spazzato via con facilità, ma, dopo avere abbandonato la Striscia nel 2005, non ha alcuna intenzione di farsi carico di due milioni di arabi lungo la costa, ha già le sue grane in Cisgiordania. Hamas lo sa di essere funzionale a Israele, e che fintanto che le condizioni permarranno, resterà al governo della Striscia. Un altro conflitto potrebbe costringere Israele a rimuoverlo permanentemente, e non è questo quello che i due contendenti auspicano.
   Nel frattempo la Storia si muove sulla testa del gruppo terrorista figliato dai Fratelli Musulmani, si fa in altri luoghi, in altre stanze. Si fa in virtù del coordinamento americano-israeliano con la sponda degli stati arabi, in testa l'Arabia Saudita che ha posto Hamas nella lista delle organizzazioni considerate nemiche del regno, insieme a Hezbollah e Al Qaeda. Si prova a ridisegnare il Medioriente in funzione anti-sciita (oggi il principale finanziatore di Hamas) con un consenso che va da Riad ad Amman al Cairo, passando per gli emirati arabi.
   In questo ampio scenario geopolitico, il conflitto arabo-israeliano risulta essere il residuo di un'epoca passata, di una storia esausta, ormai accartocciata su se stessa. Hamas è solo una piccola escrescenza, una purulenza passeggera. Per Israele non si tratta di sconfiggerlo, ma di tenerlo a bada e al contempo di mantenere gli occhi bene aperti su sommovimenti circostanti ben maggiori, nella regione più politicamente tettonica del mondo. Sulla Turchia, che cerca di agguantare attraverso il suo proselitismo il Monte del Tempio, ma soprattutto sulla Siria, con alle spalle l'ombra dell'Iran, il nemico principale, il regime da mettere in ginocchio. La convergenza degli sguardi di Donald Trump e Mohammad bin Salman è, in questo senso, la medesima.

(L'informale, 17 luglio 2018)


Batterie Iron Dome dislocate a Tel Aviv

Nel timore di una recrudescenza dei lanci di missili di Hamas sparati da Gaza, Israele ha dislocato batterie di difesa aerea Iron Dome attorno a Tel Aviv e ha richiamato in servizio riservisti addetti a quelle postazioni. Lo ha reso noto il portavoce militare. In parallelo la radio militare ha riferito che il governo ha istruito le forze armate di impedire - anche col fuoco, se necessario - ulteriori lanci da Gaza di aquiloni incendiari verso Israele. "Siamo determinati a proteggere i civili israeliani e siamo pronti ad affrontare sviluppi diversi, che potrebbero intensificarsi" ha affermato il portavoce militare in un comunicato relativo al dislocamento delle batterie di Iron Dome nella zona di Tel Aviv. Il portavoce militare ha peraltro confermato che oggi "cellule di lanciatori di palloni incendiari" sono state prese di mira da velivoli israeliani mentre si apprestavano ad attaccare Israele dalla striscia di Gaza.

(Shalom, 16 luglio 2018)


Netanyahu: contro Hamas un muro d'acciaio

''L'importante e' che Hamas comprenda che si trova di fronte ad un muro d'acciaio, composto in primo luogo da un governo determinato, da una forte leadership locale, e da una popolazione di coltivatori sionisti che noi continueremo a sostenere con l'aiuto delle forze armate'': lo ha affermato il premier Benyamin Netanyahu incontrando a Sderot (pochi chilometri a nord della striscia di Gaza) una delegazione di rappresentanti della popolazione locale. ''Ho detto loro - ha aggiunto - che siamo impegnati in una lotta prolungata. Cosi' come stiamo completando la ostruzione dei tunnel terroristici, bloccato gli attacchi di massa sui reticolati di confine, dato istruzione all'esercito di mettere fine al terrorismo degli aquiloni e dei palloni incendiari''. ''Da un secolo combattiamo contro il terrorismo. In questo momento questa zona e' il punto di frizione col terrorismo islamico. Siamo determinati a vincere - ha concluso - ma si tratta di una lotta prolungata, per il sionismo''.

(ANSA, 16 luglio 2018)


Nuovo lancio di razzi su Israele. A Tel Aviv il sistema antimissile

Bombardate le postazioni di Hamas dopo la violazione del cessate il fuoco. nel fine settimana partiti dalla striscia più di 200 tra missili e colpi di mortaio.

di Rolla Scolari

Israele bombarda le postazioni di Hamas nella Striscia di Gaza come rappresaglia al nuovo lancio di razzi e dispiega l'Iron dome (il sistema di difesa anti-missile) per proteggere Tel Aviv e non soltanto il Sud. Il cessate il fuoco annunciato l'altra notte da Hamas è durato poche ore, poi i miliziani hanno lanciato due razzi: in totale nel fine settimana sono stati sparati almeno 200 tra razzi e colpi di mortaio contro Israele dalla Striscia di Gaza e sono rimaste ferite quattro persone.
   Per questo, nel timore di una recrudescenza dei combattimenti con Hamas, Israele ha richiamato in servizio riservisti addetti alle postazioni dello scudo anti-missili. In parallelo la radio militare ha riferito che il governo ha istruito le forze armate di impedire - anche con il fuoco, se necessario - ulteriori lanci da Gaza di aquiloni incendiari verso Israele.
Ma da Gaza tornano minacciose le parole del leader politico di Hamas Ismail Haniyeh. In un discorso durante i funerali dei due adolescenti morti sabato, ha avvertito Israele che la «Marcia del ritorno» - ossia la protesta popolare che ogni venerdì ha luogo lungo il confine di Gaza - è destinata a continuare «fino al raggiungimento dei nostri obiettivi». L'emissario americano per il Medio Oriente Jason Greeblatt ha criticato il comportamento di Hamas e lo ha sollecitato a «provare la pace».
   Intanto un sondaggio ha evidenziato come il 44% degli israeliani ritenga che Hamas abbia prevalso nel confronto degli ultimi due giorni. Secondo il 61 % Israele avrebbe dovuto opporsi al cessate il fuoco.

(La Stampa, 16 luglio 2018)


Briciole

Dal primo gennaio di quest'anno compare sul nostro sito la rubrica "Briciole" (colonna di sinistra), con il commento giornaliero di un versetto della Bibbia, tratto da calendari evangelici degli anni scorsi. Riportiamo qui un commento comparso in un calendario di quest'anno.

"La salvezza viene dai Giudei". (Giovanni 4:22)
Dio ha scelto un popolo per benedire tutta l'umanità. È Israele, il popolo che prende nome dal nipote di Abramo al quale Dio promise: "Tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza" (Genesi 26:4). Dio ha mantenuto queste promesse perché, attraverso Israele, ha dato all'uomo la Sua Parola. Quella scritta, la Bibbia, l'unica, vera, infallibile rivelazione di Dio e dei Suoi piani, affidata appunto agli ebrei (Romani 3:2) e quella incarnata, quel Gesù Cristo nato da una famiglia ebrea, vissuto tra Galilea e Giudea, morto, risorto e asceso al cielo in Gerusalemme per aprire ai Suoi discepoli le porte del Paradiso. Forse non lo sai, ma quel popolo da sempre disprezzato, deriso, odiato, combattuto, perseguitato è lo strumento che Dio ha scelto per salvare la tua anima. m.m.

(Il Calendario - Edizioni CEM, 15 luglio 2018)


Israele felice nonostante tutto: per l'abbondanza di significato

di Rolla Scolari

Il conflitto israelo-palestinese non trova soluzione da 70 anni, come provano le ricorrenti violenze lungo il reticolato che separa Gaza e Israele, mentre nel Nord, sul confine con la Siria in guerra, sono più recenti disequilibri a tenere alta la tensione con il rafforzarsi dell'Iran atomico. Nel vicino Sud del Libano, Hezbollah rappresenta una costante minaccia per Israele.
   Come è possibile che un Paese da decenni anni nel mezzo di questa instabilità si trovi all'undicesimo posto nella lista del World Happiness Report, vicino a Costa Rica e Finlandia? Che sia quinto tra i Paesi dell'Ocse per soddisfazione dello stile vita, prima di Gran Bretagna e Stati Uniti? «Come può essere così?» per un Paese che non vive soltanto una realtà di guerra e terrorismo, ma anche di «governi instabili, corruzione, abuso di potere, condanna internazionale, servizio militare obbligatorio, alte tasse, mancanza di alloggi a prezzi accessibili, scuole affollate, immigrazione massiccia», è la domanda cui cerca risposta Giulio Meotti, giornalista del Foglio, nel suo Israele. Ultimo Stato europeo (Rubbettino, pp. 169, € 13).
   «L'origine paradossale della felicità israeliana», scrive, è forse spiegata da uno studio del Jewish People Policy Institute: «Risiede in un modello culturale opposto a quello ormai in voga in Occidente. Questo studio ha rivelato che l'83% dei cittadini ebrei di Israele considera la propria nazionalità "significativa" per l'identità. L'80% dice che la cultura ebraica è "significativa". Più dei due terzi (69%) cita la tradizione ebraica come importante. Tutti questi fattori rafforzano la ragion d'essere dello Stato ebraico».
   Ciò che rende «dannatamente» felici gli israeliani, spiega Meotti, scarseggia oggi all'Occidente: il significato. Per gli ebrei, Israele non è un posto qualsiasi in cui vivere, è l'unico luogo possibile. E in questa «abbondanza di significato» che per l'autore Israele diventa lezione per un Occidente che «sta attraversando un periodo di immensa confusione causata da una sorta di sfiducia nella nostra identità: il politicamente corretto, il multiculturalismo, un floscio secolarismo che si inginocchia di fronte a islamisti che promuovono la più fanatica incarnazione della fede. L'Occidente è quello che è grazie alle sue radici bibliche. Se l'elemento ebraico di quelle radici è rovesciato e Israele è perso, allora anche noi siamo persi».

(La Stampa, 16 luglio 2018)


Il mondo riconosca il Golan israeliano

Cinquant'anni di Israele sul Golan. Godetevi le vacanze, il prossimo anno potrebbero essere politicamente scorrette. Il popolo usato a fare da mascotte, come se fosse una capra. La verità sull'antisemitismo ungherese.

Scrive il Times of Israel (6/7)

 
Il confine con la Siria sulle alture del Golan
Viviamo in un mondo pieno di complicati dilemma diplomatici, ma per una volta eccone uno semplice: prendereste una regione che sta prosperando in uno stato democratico, dove vivono in armonia cinquantamila persone di etnie e religioni diverse, e la cedereste a una violenta dittatura retta dal peggiore genocida del nostro tempo in modo che possa distruggere questa regione e uccidere la maggior parte degli abitanti?", Così Yair Lapid e Moshe Yaalon. "Se la vostra risposta è 'no', ciò denoterebbe un riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan.
   Nel 1981, Israele applicò formalmente le sue leggi alle alture del Golan. I siriani ne pretendevano la restituzione. La maggior parte dei paesi, tra cui gli Stati Uniti, evitarono di assumere una posizione chiara. Riteniamo che sia giunto il momento di prendere una decisione. Le alture del Golan sono una vicenda singolare nel conflitto arabo-israeliano. Sono una regione montuosa dell'estensione di 695 miglia quadrate (1.800 kmq, circa quanto un ranch texano di dimensioni medie), nel nord di Israele. C'è da dire che ovviamente tale vicenda non è collegata al conflitto di Israele con i palestinesi. Nessun palestinese vive in questa regione. Storicamente, il Golan è conosciuto come la terra biblica di Bashan, come si legge nel libro del Deuteronomio. E' una regione con uno storico e profondo legame ebraico. I siriani, invece, governarono sulle alture del Golan per solo 21 anni, tra il 1946 e il 1967. Nei cinquantuno anni trascorsi da allora, Israele ha sviluppato la regione trasformandola in uno straordinario luogo di riserve naturali, meta di turismo, applicando metodi di agricoltura hi-tech, producendo vini di eccellenza, sviluppando una fiorente industria tecno-alimentare e costruendo strutture alberghiere di lusso molto richieste. Ai drusi delle alture del Golan, che costituiscono quasi la metà della popolazione, sono stati garantiti gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino residente in Israele, come si farebbe in una vera democrazia.
   Dall'altra parte del confine, la vita è andata nella direzione opposta. Un regime oscuro guidato da uno psicopatico sostenuto dalle forze più malvagie esistenti oggi sulla terra. L'uomo che non ha esitato a usare armi chimiche contro donne e bambini ha continuato a chiedere la restituzione delle alture del Golan in nome del 'diritto internazionale'. Il fatto che le alture del Golan siano sotto la sovranità israeliana è l'unica cosa che le ha salvate dalla valle della morte siriana, che sta crollando sotto il peso della violenza e della distruzione. La comunità internazionale, con gli Stati Uniti in testa, deve fare una cosa semplice: dire di vedere il mondo per com'è.
   Esortiamo dunque l'Amministrazione americana, i repubblicani e i democratici, a guidare un processo internazionale volto a riconoscere la sovranità israeliana sulle alture del Golan. E' storicamente giusto, è strategicamente intelligente e permetterà agli Stati Uniti di porre un freno al comportamento spregevole della Siria senza dover mettervi piede".

(Il Foglio, 16 luglio 2018)


Il Mossad. Lancia termica per trafugare

Un'azione coordinata al secondo, con gli 007 israeliani impegnati a superare porte blindate, allarmi e le corazze di 32 casseforti con una lancia termica capace di raggiungere i 3.600 gradi. Tutto per recuperare mezza tonnellata di documenti segreti che racconterebbero la verità sul programma atomico iraniano. L'impresa del Mossad in una località imprecisata della Repubblica islamica risale alla notte del 31 gennaio. In parte il contenuto dei documenti rubati è stato già presentato alle intelligence alleate e determinati leader occidentali (Trump li ha utilizzati come la prova decisiva per ritirarsi dall'accordo sul nucleare siglato con l'Iran). Ma nei giorni scorsi il governo di Israele ha invitato alcuni giornali, tra i quali il New York Times, a esaminare una selezione dei «piani» trafugati. il quotidiano Usa ne riferisce dettagliatamente facendo però notare come i documenti - giudicati autentici dalle intelligence Usa e britannica - si riferiscano al passato, agli anni precedenti l'accordo siglato a Vienna nel 2015 e che dopo quella data tutto si sarebbe fermato. Ma il condizionale è d'obbligo.

(Corriere della Sera, 16 luglio 2018)


Gli ebrei, Visegrad e l'islam radicale

L'ebreo Coldman smonta un po' delle favole che circolano su Orbàn

Scrive First Thinge (5/7)

Viktor Orbàn
La battuta dell'epoca di Breznev chiedeva se fosse un crimine dire che il presidente del partito era un idiota. La risposta era sì, perché è un segreto di stato. Per chi ha perso l'umorismo dell'era sovietica, il presidente francese Emmanuel Macron ha fornito qualche consolazione, licenziando l'ambasciatore francese a Budapest per aver osservato in un memorandum privato che il presidente dell'Ungheria non è un antisemita. Evidentemente questo è un segreto di stato in Francia". Così scrive David Goldman.
   "In un dispaccio del 18 giugno, Eric Fournier, l'ambasciatore francese in Ungheria, ha riferito che il presunto antisemitismo del presidente ungherese Viktor Orbàn era 'una fantasia della stampa straniera'. Ha aggiunto che l'accusa ha distolto l'attenzione dal 'vero moderno antisemitismo', 'la cui fonte sono 'i musulmani in Francia e Germania'. Il memo era privato, ma Macron lo ha licenziato comunque. Il memo di Fournier ha colpito un nervo scoperto. L'ambasciatore Fournier era del tutto corretto: i dati dei sondaggi forniscono enormi prove dell'antisemitismo musulmano in Francia. I soldati francesi proteggono sinagoghe e scuole ebraiche. Gli ebrei francesi sono avvisati dai leader delle loro comunità di non mostrarsi per la strada con segni visibili di identità ebraica, come una kippah.
   Al contrario, i 100 mila ebrei dell'Ungheria camminano indisturbati fino alla sinagoga in costume tradizionale ebraico. Durante una visita a Budapest a maggio, ho camminato dal mio hotel alla sinagoga venerdì sera indossando una kippah, attraversando la città quattro volte. Nessuno mi ha guardato due volte. Non tenterei di farlo in Francia o in Germania. Budapest è sicura per gli ebrei perché ospita pochi migranti musulmani.
   L'Ungheria, insieme a Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, ha rifiutato di accettare le quote comunitarie per i migranti musulmani dopo il 2015, quando la Germania ha accettato più di un milione di rifugiati di guerra putativi (tre quinti dei quali si sono rivelati migranti economici). Orbàn non è un radicale di alcun tipo; al contrario, è un cristiano-democratico della vecchia scuola. Dire che Orbàn è antisemita è scandalosamente sbagliato. L'Ungheria è uno dei pochi amici di Israele nella diplomazia mondiale. La porta di Orbàn è aperta ai leader ebrei di Budapest, e alcuni dei più importanti rabbini della città mi hanno detto che è un buon amico della comunità ebraica. E Budapest sta diventando un luogo di scelta per gli imprenditori israeliani, grazie alla sua buona infrastruttura e ai bassi costi. Ho partecipato a una cena serale di sabato in una sinagoga di Budapest con 200 invitati, più della metà dei quali erano israeliani".
   L'accusa di antisemitismo contro Orbàn dipende dalla questione di George Soros. "Orbàn ha fatto campagna contro Soros. Questa strategia non aveva nulla a che fare con le origini ebraiche di Soros, e tutto ciò che aveva a che fare con il suo sostegno alle frontiere aperte e la sua enorme impronta nella politica ungherese. Il miliardario nato in Ungheria ha speso 600 milioni di dollari in Ungheria. Se un miliardario espatriato avesse speso quella somma di denaro negli Stati Uniti, ci si aspetterebbe che i politici facessero una campagna contro di lui".
   
(Il Foglio, 16 luglio 2018)


«I miei 14 anni, dalle celle di San Vittore al lager di Bolzano»

Essere adolescenti nel 1938. La fuga, la cattura, la tortura dei fascisti… A 89 anni, Luciano Modigliani rievoca il clima di delazione e violenza, la sua deportazione a Bolzano, vero campo di sterminio su cui fu steso un velo di omertà e insabbiamento, a partire dalla ferocia del Comandante Franz. «Andrò dal Presidente Mattarella, l'Italia ha avuto un altro lager della morte e nessuno ne sa nulla…»

di Marina Gersony

«Mi hanno portato a San Vittore e mi hanno fatto scendere in uno scantinato per interrogarmi. Erano in tre, un comandante delle SS, un brigadiere dell'esercito tedesco e un fascista italiano, probabilmente un delatore. Mi hanno intimato a parlare, volevano che rivelassi dove si trovavano i miei fratelli maggiori che si erano uniti ai partigiani. Ma io non lo sapevo, non ne avevo la più pallida idea. A un certo punto uno di loro mi ha afferrato gli indici e li ha spezzati. Poi mi hanno gettato per terra e un altro ha iniziato a calpestarmi e a camminare sul mio corpo. "Parla, parla", gridava. Improvvisamente ho avuto un'intuizione, è stato il Dio di Israele a darmi la forza di rispondere. Ho avuto la prontezza di dire che anche se anche avessi affermato la verità non mi avrebbero creduto. A quel punto mi hanno lasciato andare e mi hanno rinchiuso in una cella del quinto raggio. Le dita penzolavano e provavo un dolore senza nome. Porto ancora i segni di quelle torture. Avevo 14 anni e mezzo. Fino a quel momento avevo vissuto come un principino, ultimogenito di dieci figli. Con le Leggi razziali tutto cambiò».
 
Il lager di Bolzano
  Luciano Modigliani è nato a Siena nel 1929, figlio di Germano Modigliani, italiano, e di Emma Misul, di origine spagnola. Ricorda ogni dettaglio come se fosse oggi. «La mia era una famiglia toscana di religione ebraica - racconta -. Amedeo Modigliani, il pittore, era nostro cugino. Oggi della mia famiglia di origine non è rimasto più nessuno. L'unico sopravvissuto sono io». Elegante, curato nell'aspetto, sembra molto più giovane rispetto all'età anagrafica. Occhi vivaci, tono affabile, accompagna ogni parola da gesti garbati, disposto a raccontare ancora una volta le atrocità vissute in un periodo storico di oscura memoria. Sì, perché dopo quarant'anni di silenzio, in cui non aveva mai voluto parlare del suo passato («Nessuno mi avrebbe creduto»), da qualche anno ha deciso di andare nelle scuole a raccontare: «Lo sento come un dovere, il tempo che mi resta lo dedico a diffondere quello che è accaduto, non solo a me e a quelli che hanno avuto la fortuna di sopravvivere, bensì a tutti quei sei milioni di fratelli uccisi nella Shoah. Le nuove generazioni devono sapere. Se non lo faccio io, chi lo farà? Dopo di me, chi parlerà?». Per questo suo encomiabile impegno, Modigliani è stato insignito della cittadinanza benemerita di Brugherio, dove vive attualmente.
  Nel corso dell'intervista ha raccontato la storia della sua famiglia, di come suo padre, uomo di sani principi e grande lavoratore, sia sempre stato rispettato da tutti, anche dagli stessi fascisti. «Quando al mattino presto andava a lavorare incontrava le squadracce - spiega - che, vedendo in lui un onesto lavoratore al servizio di una numerosa famiglia, lo salutavano con gentilezza».
  Tuttavia, i tempi erano quelli che erano, e per gli ebrei tirava un'aria brutta. La paura era diffusa e sempre in agguato. «Già poco prima dell'emanazione delle Leggi razziali nella scuola che frequentavo a Milano, dove ci eravamo trasferiti, alcuni ragazzi cominciavano a burlarsi dei compagni ebrei - racconta -. E ricordo quanto questo mi facesse male …». Dopo la promulgazione delle norme antiebraiche suo padre decise di lasciare la città: prima andarono a Fiorenzuola, poi a Salsomaggiore e, infine, a Cabiate, in provincia di Como. Come sfollati in fuga dai bombardamenti, i Modigliani cercavano di stringere rapporti cordiali con gli abitanti di tutte le località in cui si trasferivano, senza però mai rivelare la propria identità ebraica. Tutto questo fino al 1944. «Non dimenticherò mai quel 23 dicembre del '44 in cui sono andato con i miei a Milano per salutare alcuni parenti - racconta commosso -. Quella mattina faceva molto freddo e nostro padre ci raccomandò di andare a ripararci al Cristal Bar, all'angolo con via Boscovich. Dopo qualche minuto entrò un Capitano della Squadra d'azione Muti. Conosceva mio padre e sapeva delle nostre origini ebraiche, ma non gli aveva mai detto nulla in proposito. Quel giorno, invece, lo apostrofò con tono aspro, molto diverso dal solito: "Ma tu cosa ci fai qui? Stai proteggendo per caso degli antifascisti, dei partigiani e degli ebrei?". Poi prese il fischietto e di corsa arrivarono i suoi soldati. Ci condussero prima in piazza Lima e poi verso San Vittore. Durante il tragitto mia madre mi esortò a scappare adottando una sua tipica espressione portoghese che equivale all'italiano di "Vai, vai". Mi sussurrò l'indirizzo di una cugina, Floretta Coen, che stava in via Canaletto: "Vai da lei - mi incitò -, vai, vai". Di colpo mi ritrovai solo, spaesato e confuso. Ricordo che presi un tram e arrivai da Floretta che mi accolse a braccia aperte nel suo appartamento. C'erano nascosti altri ebrei e non ebrei. Dopo una decina di giorni, in seguito alla delazione di un condomino che denunciò la nostra presenza in cambio di soldi, fummo prelevati dalle SS e dai fascisti che ci portarono a San Vittore. Lì mi hanno riconosciuto, interrogato, torturato e buttato in una cella del quinto raggio come ho raccontato all'inizio».

 Troppa omertà sul campo di Bolzano
Luciano Modigliani si ferma un attimo, sembra soppesare ogni parola. Il mondo deve sapere. Prende fiato e procede. «Dopo una decina di giorni, una mattina all'alba, ci hanno fatto vestire in fretta e furia e ci hanno portati in Stazione Centrale, al Binario 21. Eravamo una settantina di persone, tutte destinate alla deportazione. Ci hanno stipati in un carro bestiame dove siamo rimasti rinchiusi per tre giorni senza mangiare. L'aria era irrespirabile. Avevamo bisogno di espletare i nostri bisogni fisiologici, lo spazio vitale era ridotto al minimo, qualcuno non ce l'ha fatta a resistere ed è morto. Non so come ho fatto, ma sono riuscito a trascinarmi verso un finestrino, ho respirato un po' d'aria e sono ritornato a vivere. A un certo punto ci hanno portato del cibo, una brodaglia disgustosa che galleggiava in un enorme catino. Infine siamo arrivati nel campo di sterminio di Bolzano. Sì, un campo di sterminio, questo era Bolzano e ancora oggi non viene definito nel modo giusto. Ho deciso che scriverò una lettera al Presidente Mattarella perché questa cosa venga chiarita e si sappia che lì, in quella città, c'era un lager».
  È indignato Luciano Modigliani: perché sul campo di Bolzano c'è stata troppa omertà. Tutta la documentazione, compresi gli elenchi degli internati, è stata distrutta dal comando nazista poco prima della liberazione. Inizialmente il Polizei und Durchgangslager Bozen era stato concepito come campo di transito nazista. Fu attivo dall'estate del 1944 alla fine del secondo conflitto mondiale. Raccoglieva prigionieri civili politici e razziali - e in misura minore prigionieri militari - smistati per essere dirottati ad Auschwitz, Mauthausen, Dachau e Flossenbürg. «Dopo i bombardamenti americani del Brennero, che avevano interrotto i collegamenti ferroviari con la Germania - osserva Modigliani -, il campo fu trasformato in un vero e proprio campo di sterminio. Ci hanno rasati, ci hanno dato una divisa di iuta e un numero di matricola. Lavoravamo ininterrottamente con turni massacranti dalle sei di mattina alle sei di sera con venti gradi sottozero. Una povera anziana è stata innaffiata con dell'acqua e lasciata mezza nuda a morire al gelo fino a quando si è trasformata in una statua di ghiaccio. Il cibo era scarso e rivoltante. Ricordo il comandante Franz, sempre in giro con il suo cane lupo. Per farci capire che era lui a comandare aveva fatto appendere un prigioniero a un albero a testa in giù. Un monito per noi prigionieri. Per non parlare delle punizioni frequenti, le violenze e le angherie. Noi ebrei eravamo considerati meno dei topi e degli scarafaggi, dormivamo accatastati sopra delle cuccette, una sopra l'altra, l'igiene era precaria, le coperte puzzavano, avevamo i pidocchi che ci corrodevano la carne».
  Il campo fu liberato alla fine dell'aprile 1945: a partire dal 29 aprile e fino al 3 maggio gli internati cominciarono ad essere rilasciati. Modigliani si salvò insieme ai suoi genitori: «Gli americani arrivarono insieme al Comité International della Croix-Rouge de Genève il 28 aprile 1945. Ci hanno portati a Merano in un castello per curarci, riaprire lo stomaco atrofizzato e riabituarci a mangiare. Io ero entrato nel campo che pesavo 59 chili e ne sono uscito che ne pesavo 29. In seguito ho saputo che tre dei miei famigliari erano morti a Dachau e altri tre a Mauthausen. Mia cugina Luisa Millul, una bellissima cantante di 23 anni, è stata costretta a cantare per settimane in prossimità dei forni crematori. Due mesi dopo l'hanno gasata ad Auschwitz. Vuole sapere perché mi sono salvato? Non lo so. O forse sì. Probabilmente per un senso di sopravvivenza, ma soprattutto grazie all'aiuto di Dio. Sono stato fortunato. Molto fortunato».
  La voce di Luciano Modigliani si incrina. Nonostante abbia raccontato questa storia infinite volte, si commuove ogni volta. Gli occhi si riempiono di lacrime e abbassa il capo. Durante l'intervista non ha mai espresso una sola parola di odio e di rancore verso i suoi aguzzini. Gli rimane solo un cruccio, un pensiero fisso che lo addolora. «Se non ci fossero stati italiani che denunciavano noi ebrei, mettendo in pericolo la nostra vita, i nazisti non avrebbero mai saputo dove trovarci. E non avremmo vissuto e visto tanto orrore».

(Bet Magazine Mosaico, 16 luglio 2018)


Startup israeliane nominate Cool Vendor da Gartner per le tecnologie innovative

 
L'intelligenza artificiale (AI), l'Internet delle cose (IoT) e la rivoluzione digitale sono al centro delle tecnologie di aziende e startup innovative.
Tra queste aziende ci sono anche le startup israeliane che la società Gartner, con sede negli Stati Uniti, ha inserito nell'elenco dei Cool Vendors per il 2018.
Gli analisti di Gartner nominano nella loro classifica i vendors le cui innovazioni hanno il potenziale di trasformare i mercati. Essere selezionati come Cool Vendor è un'occasione unica per un'azienda perché potenzia la sua traiettoria di crescita.
Gartner è leader mondiale nella consulenza strategica, ricerca e analisi nel campo dell'Information Technology con oltre 60.000 clienti nel mondo. L'attività principale consiste nel supportare le decisioni di investimento dei clienti attraverso ricerca, consulenza, benchmarking, eventi e notizie.
Nell'elenco dei Cool Vendors, in cui figurano 256 aziende, sono presenti gli Stati Uniti con 133 startup, Israele con 30, il Regno Unito con 20 e la Cina con 10.
I vendors sono raggruppati per settore. Nel settore della sicurezza informatica sono presenti 13 startup israeliane: Cymulate, Snyk, Luminate Security, Alcide, BigID, InnoSec, Demisto, Logz.io, Diskin Advanced Technologies, Siga, GuardiCore, CyberWrite e D-ID.
Nella categoria Digital Commerce/AI/Retail sono elencate cinque startup israeliane: Syte.ai, Twiggle, Namogoo, Pepperi e Unbotify.
Quattro le aziende nella categoria IoT e Enterprise: Vayyar, Neura, Sedona Systems e Presenso.
Nella categoria Automotive/Mobility troviamo Otonomo, Phantom Auto, Moovit e Karamba.
Nella lista, come riporta Israel21c, troviamo anche Amenity Analytics, Augury, 3DSignals e Techsee.

(SiliconWadi, 16 luglio 2018)


Gaza, decine di razzi contro Israele. E lo Stato ebraico bombarda Hamas

Tensione alle stelle. distrutti due tunnel usati dai terroristi e raid sulla striscia. Poi, in serata, l'annuncio di tregua.

 Lo scontro
  Hamas ed Israele sono tornati ieri in rotta di collisione anche se in tarda serata è stata annunciata una tregua dopo colloqui con l'Egitto. Per tutta la giornata di ieri l'aviazione israeliana ha colpito a ripetizione «obiettivi terroristici» a Gaza, e dalla Striscia sono stati lanciati oltre cento razzi verso località israeliane, cosa che ha costretto decine di migliaia di persone a trascorrere la giornata nelle immediate vicinanze di rifugi.
  A Gaza due adolescenti sono rimasti uccisi in un bombardamento israeliano. Il premier Benyamin Netanyahu, da parte sua, ha avvertito che Israele è determinato ad estendere ulteriormente le operazioni militari «se Hamas non cesserà gli attacchi terroristici».

 «Una lezione»
  «Se non ha appreso la lezione oggi, la apprenderà domani», ha aggiunto. Da più parti, affermano i media, si è cercato di fare opera di mediazione poi andata a buon fine. Scambi di messaggi sono intercorsi fra Gerusalemme e Gaza grazie ai buoni uffici dell'emissario dell'Onu Nickolay Mladenove della diplomazia egiziana. Ma dietro alla fiammata di violenza, si afferma in Israele, c'è in realtà l'Iran che secondo questa tesi sospingerebbe l'ala militare di Hamas ad adottare una linea inflessibile.
  Ciò per tenere impegnato Israele a sud, mentre in queste settimane l'Iran continua a sostenere lo sforzo militare di Bashar Assad nel sud della Siria a ridosso del Golan. Chi resta per ora tagliato fuori dagli sviluppi sul terreno è invece il presidente dell' Anp Abu Mazen che ieri era a Mosca per un incontro con Putin e che oggi su suo invito assisterà alla finale dei mondiali di calcio.
  La catena di violenze è iniziata venerdì quando migliaia di palestinesi si sono lanciati da Gaza verso il confine con Israele cercando di aprire una breccia al valico di Karni.
  Là un ufficiale israeliano è stato ferito dal lancio di un ordigno esplosivo. Negli stessi incidenti un ragazzo palestinese di 15 anni è stato ucciso mentre si arrampicava sui recinti di confine. Oggi un suo compagno è morto in ospedale. L'aviazione israeliana è così entrata in azione colpendo due tunnel militari di Hamas nel nord e nel sud della Striscia. Ma nelle ultime settimane i gruppi armati palestinesi hanno adottato una nuova tattica in base alla quale mentre gli aerei israeliani sono ancora in volo, dalla Striscia partono già i primi razzi verso Israele. «Questo è il nuovo deterrente della resistenza» ha ribadito a Gaza un portavoce di Hamas.
  Per decine di migliaia di israeliani è stata una nottata di fuoco. Lungo i 50 chilometri di confine le sirene di allarme sono risuonate in continuazione. Si è così creato un circolo vizioso: l'aviazione ha colpito decine di obiettivi a Gaza, mentre i miliziani hanno lanciato un centinaio di razzi verso Israele. L'episodio più grave è avvenuto quando l'aviazione ha colpito, a Gaza City, un edificio di 5 piani adibito, secondo Israele, ad addestramenti militari. Due ragazzi che giocavano in un campo vicino sono morti sul posto. Altre 25 persone sono rimaste ferite.

(Il Messaggero, 15 luglio 2018)


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Hamas annuncia la tregua con Israele

Il termine di una giornata in cui l'aviazione israeliana ha colpito a ripetizione «obiettivi terroristici» a Gaza, provocando la morte di due ragazzi, e dalla Striscia sono stati lanciati oltre cento razzi verso località israeliane, che hanno costretto decine di migliaia di persone a trascorrere la giornata nei rifugi, Hamas ha annunciato, ieri sera, di aver raggiunto un accordo per una tregua con Israele su Gaza dopo alcuni colloqui con l'Egitto e altre entità internazionali, come riferisce il Times of Israel. Hamas e la Jihad islamica hanno fatto sapere che si asterranno da ulteriori lanci se lo Stato ebraico fermerà i suoi raid sulla Striscia. Un annuncio che Israele accoglie con riserva: «I fatti sul terreno decideranno se continueremo con la nostra reazione» ha detto un portavoce militare israeliano.

(Corriere della Sera, 15 luglio 2018)


Arabi e ebrei in Israele: hummus e convivenza

ROMA - Il dissacrante spettacolo di teatro e danza contemporanea We love arabs del coreografo israeliano Hillel Kogan della prestigiosa Batsheva Dance Company di Tel Aviv stasera alle 21 di scena al Vascello (via Carini 78, info: 06.5881021 o 06.5898031). Il balletto, insignito dell'Outstanding creator award, con testo e coreografia di Hillel Kogan, anche interprete con Adi Boutrous, porta in scena la storia di un coreografo israeliano che sceglie un ballerino arabo per affrontare il tema della convivenza tra ebrei ed arabi in Israele. Uno show politico portatore di un messaggio di pace e coesistenza, che si interroga sull'identità, e, nel mettere in scena le differenze, si arrende all'uguaglianza tra gli uomini. Nella parodia corrosiva sui cliché coreografici ed etnici, Kogan si ritrova intrappolato nelle stesse idee fuorvianti che cerca di combattere. Gli stereotipi spariscono quando il danzatore propone l'hummus come simbolo della propria identità culturale: un piatto sia israeliano che arabo.

(Corriere della Sera - Roma, 15 luglio 2018)


L'idea di Netanyahu: via le sanzioni a Mosca se rimanda l'Iran a casa

di Fiamma Nirenstein

Mentre si scalda al calor bianco il fronte sud con Gaza, e Israele manda a Hamas un messaggio che si intitola «adesso basta», il nord ha contorni complessi, che si sfumano sui pavimenti disegnati a scacchi su cui Putin ha incontrato mercoledì scorso Netanyahu, in vista dello storico incontro fra Putin e Trump, domani. Il viaggio di John Bolton di qualche giorno fa a Mosca dice che il destino della Siria e del Medio Oriente sono fra le leve decisive dell'incontro, anzi, come ha detto Bolton: «Non credo che Assad sia il centro strategico: è l'Iran a esserlo» e ha aggiunto: «Ci sono le possibilità di un largo negoziato che aiuti a spingere le forze iraniane fuori dalla Siria, a casa loro». E questa è la ragione, il disegno pluriennale per cui Netanyahu ha fatto a Putin ben nove visite: per Israele avere l'Iran insieme agli hezbollah sul proprio confine è impossibile, si tratta del Paese e della milizia che hanno fatto della distruzione di Israele lo scopo principale. Ma l'Iran è molto ambizioso: ha speso in questi anni in Medio Oriente e in particolare in Siria la bellezza di 30 miliardi di dollari mentre la sua gente soffre la fame; senza la sua gestione crudele della guerra Assad non esisterebbe più. Anche la sua ultima vittoria a Daraa nel sud della Siria, che si fregia della guerra contro l'Isis, ha ucciso e sgomberato centinaia di migliaia di sunniti terrorizzati. Tutto questo, tuttavia, gli Ayatollah l'hanno fatto con l'appoggio armato della Russia.
   Netanyahu ha preso un volo El Al nove volte per Mosca, ma anche Putin ha steso nove volte i tappeti rossi per Bibi (stavolta è andato alla partita con la moglie Sara e due bambini malati): la ragione non è una passione sionista. Putin tiene solo per Putin, e pensa che Bibi possa avere un ruolo interessante. Netanyahu a sua volta, proprio nelle ore del Cremlino, ha bombardato la centrale più tecnologica dei mezzi bellici iraniani. Dunque, si può notare un primo accordo: si può attaccare l'Iran senza che la Russia si arrabbi. E se non si arrabbia, dato che a Putin Assad serve, vuol dire che è chiaro che Israele ce l'ha con l'Iran, ma non col dittatore siriano finché non spara. Ma la storia è più scottante e non tutta israeliana: dal 2016, secondo il New Yorker, Mohammed Bin Zayed, principe di Abu Dhabi, sollevò il problema di spingere la Russia lontano dagli ayatollah iraniani, i peggiori nemici. Formò un fronte con i Paesi arabi moderati, che hanno immaginato un affare in grande stile, in cui gli Stati Uniti possano sollevare da Putin le sanzioni comminategli per l'invasione dell'Ucraina in cambio della fuoriuscita iraniana. Nessuno lo può dire con certezza, ma forse Israele è in grado di illustrare a Trump quanto sia essenziale e storico distogliere l'Iran dalla conquista del Medioriente. Questo grosso deal sarebbe, prima del summit di domani, il nodo su cui i due discuterebbero fra gli altri argomenti: Assad resta, l'Iran se ne va, Trump cerca di ottenere che Putin scalzi gli ayatollah.

(il Giornale, 15 luglio 2018)



C'è un campionato del mondo anche per 720 vini "eroici". Debutto per Capo Verde e Israele

In Val d’Aosta il concorso Cervim

di Francesca Soro

Roberto Gaudio, presidente del Cervim, Centro di ricerca e valorizzazione per la viticoltura montana in Valle d'Aosta
AOSTA - Sarà il Salone del Gusto - Terra Madre, ad ospitare la premiazione dei migliori vini eroici del mondo. Il 26o Mondial des vins extrèmes, l'unico concorso enologico dedicato ai vini frutto di coltivazioni in quota, in pendenza o a terrazzamenti, luoghi «difficili», di montagna o di isole, si è appena concluso a Sarre, in Valle d'Aosta. «Terra Madre è il contesto ideale per la premiazione di queste eccellenze frutto di terroirunici, vitigni autoctoni e quindi biodiversità» dice Roberto Gaudio, presidente del Cervim, il Centro di ricerca e valorizzazione per la viticoltura montana con sede in Valle d'Aosta, che organizza il concorso. Quest'anno le etichette in gara sono state 720 provenienti da 277 aziende di 19 paesi vitivinicoli, tra cui new entry come Cile, Capo verde, Israele, Macedonia, Slovacchia e Polonia.

(La Stampa, 15 luglio 2018)


Appendino si occupi della sua città, non di Israele

di Roberto Cota

A mio avviso, i Consigli Comunali dovrebbero occuparsi delle materie di competenza del Comune. In questo modo si eviterebbero perdite di tempo ed infortuni come quello capitato al sindaco Chiara Appendino ed alla maggioranza a Cinquestelle al Comune di Torino con l'approvazione dell'ordine del giorno che conteneva espressioni poco opportune sullo Stato di Israele. Il Consiglio Comunale di Torino era chiamato a prendere in esame «la difficile situazione dei cittadini palestinesi nei territori occupati, con particolare riferimento alla Striscia di Gaza».
   A parte la perdita di tempo della discussione mentre Torino sembra arretrare nella partita dell'assegnazione delle Olimpiadi anche a causa dei problemi interni al Consiglio Comunale, in questi giorni la notizia ha tenuto banco nel teatrino mediatico con la conseguenza di costringere le istituzioni cittadine torinesi ad un giro di chiarimenti a fronte della presenza in città di un'importante comunità ebraica.
   Chi fa il Consigliere Comunale a Torino ha accesso al circuito mediatico, anche perché la stampa piemontese è concentrata a Torino, ma, evidentemente, non ha a disposizione gli strumenti per poter valutare le conseguenze di certe posizioni.Sono stato diplomatico, ma con tutto il rispetto per i cittadini palestinesi, forse sarebbe meglio occuparsi delle condizioni di vita dei torinesi nelle periferie oppure del rapporto prezzo qualità del trasporto pubblico rispetto alle altre città o ancora di più non dividersi sulle Olimpiadi (utili per rilanciare la città). Capisco che le cose sono semplici a dirsi e meno a farsi, ma potrebbe esserci una soluzione intermedia che è quella di riunirsi il meno possibile, così da limitare i danni.

(Libero, 15 luglio 2018)



«Non v’illudete!»

Non sapete che gl'ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v'illudete: né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né oltraggiatori, né rapaci erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio.
Dalla prima lettera dell'apostolo Paolo ai Corinzi, cap. 6

 


Odg anti Israele: "Documento del Consiglio comunale fazioso e a senso unico"

La denuncia di Igor Boni (Direzione Radicali Italiani) e Giulio Manfredi (Associazione Radicale Adelaide Aglietta): "Il Sindaco Appendino avrebbe dovuto leggere il testo prima e non dopo il voto".

Igor Boni (Direzione Radicali Italiani) e Giulio Manfredi (Associiazone Radicale Adelaide Aglietta) denunciano: "Il 14 luglio 1938 era pubblicato sul "Giornale d'Italia" il "Manifesto della razza", primo passo verso la rapida adozione delle leggi razziali contro gli ebrei. Purtroppo, il triste anniversario cade in concomitanza con l'approvazione da parte del Consiglio Comunale di Torino di un ordine del giorno (n. 5 del 9 luglio 2018) che ripropone una visione a senso unico del conflitto israelo-palestinese, che riteniamo inaccettabile sia perché oggettivamente falsa sia perché foriera di nuove fiammate antisioniste e antisemite".
   "Nel documento approvato si citano "le proteste pacifiche della popolazione palestinese dei Territori Palestinesi Occupati (TPO)" senza che sia mai scritto il nome "Hamas" (organizzazione che anche ieri ha portato attacchi con mortai e razzi contro Israele), senza che sia mai ricordato che tali proteste sono organizzate nei minimi particolari da un'organizzazione terroristica che ha ancora nel proprio statuto, fra le sue finalità, la distruzione dello Stato di Israele. E come è possibile definire, come fa il documento, "Paese occupante" Israele quando è proprio Israele ad avere deciso di abbandonare unilateralmente la Striscia di Gaza nel 2005?".
   "Si può e si deve criticare la politica del governo israeliano ma questo non giustifica, mai, per nessun motivo, l'avallo (espresso o tacito) a documenti faziosi e unilaterali. Si doveva votare contro un documento siffatto e non cavarsela non presenziando alla votazione, come hanno fatto sia la sindaca sia i consiglieri del PD".
   "Al danno si aggiunge la beffa. Leggiamo la seguente dichiarazione della sindaca: "Mi farò mandare il testo e lo leggerò". Forse era meglio per l'immagine di Torino che la sindaca leggesse il testo prima della votazione e cercasse di far desistere i suoi dal votarlo. Ora la frittata è fatta ed è una frittata avvelenata".

(TorinOggi, 14 luglio 2018)


Jet israeliani colpiscono due volte Gaza in risposta a razzi di Hamas

Le Forze Armate israeliane hanno bombardato due volte la Striscia di Gaza. I raid sarebbero la risposta del Governo Netanyahu al doppio attacco con razzi lanciato da Hamas contro lo Stato ebraico.

di Gerry Freda

Raid aerei di Israele contro obiettivi di Hamas. Video diffuso dall'esercito israeliano
Questa mattina [14 lug] , jet israeliani hanno condotto, in due diverse ondate, raid contro le postazioni di Hamas nella Striscia di Gaza.
   All'alba, infatti, l'organizzazione terroristica ha lanciato una prima "pioggia" di razzi sullo Stato ebraico e le Israel Defense Forces (Idf) hanno risposto bombardando le basi dei fondamentalisti situate nell'enclave. I terroristi palestinesi hanno quindi reagito colpendo il Sud di Israele con una nuova raffica di missili. I caccia con la Stella di Davide, di conseguenza, hanno sorvolato una seconda volta la Striscia per distruggere altre postazioni degli estremisti.
   Alle prime luci dell'alba, 14 proiettili di mortaio sono stati sparati da Hamas contro le regioni meridionali dello Stato ebraico. Obiettivo dell'attacco erano le comunità di Hof Ashkelon, di Sdot Negev e di Eshkol. Le Idf hanno risposto alla "pioggia" di missili bombardando, nel Nord della Striscia, campi di addestramento e tunnel utilizzati dai terroristi. Nonostante la rappresaglia ordinata da Gerusalemme, l'organizzazione fondamentalista decideva di colpire i territori meridionali di Israele con un ulteriore lancio di razzi. 17 proiettili di mortaio sarebbero stati impiegati da Hamas per il secondo attacco. La nuova raffica, come la precedente, non avrebbe causato vittime tra la popolazione dello Stato ebraico. Una volta cessata la "pioggia" di missili, il Governo Netanyahu ordinava un secondo raid aereo su Gaza. Questa mattina, i jet israeliani sono decollati per dirigersi nuovamente verso l'enclave palestinese. Lo Stato Maggiore di Gerusalemme ha annunciato che, nell'ultima incursione aerea sulla Striscia, sono stati colpiti importanti obiettivi militari. Tra questi vi sarebbero le basi in cui gli estremisti realizzavano aquiloni incendiari e palloncini esplosivi, tutte armi impiegate nelle settimane scorse contro le Idf. I jet israeliani avrebbero anche reso inutilizzabili i tunnel di Hamas situati nel Sud della Striscia. L'organizzazione terroristica avrebbe sparato complessivamente 31 proiettili verso i territori meridionali dello Stato ebraico. Secondo il Governo Netanyahu, il sistema di difesa Iron Dome ne avrebbe intercettati.

(il Giornale, 14 luglio 2018)


Haaretz: Nasrallah ha ragione, gli israeliani non vogliono combattere

Riportiamo questo articolo anti-israeliano ispirato dal giornale anti-israeliano Haaretz. NsI

di Giovanni Sorbello

Con il titolo, "Nasrallah di Hezbollah ha ragione: gli israeliani non vogliono combattere", Haaretz ha ricordato che "il mese scorso nientemeno che il grande nemico di Israele, il leader della Resistenza libanese, Hassan Nasrallah, ha messo in dubbio l'eroismo e la forza degli israeliani".
  In un rapporto dettagliato di Ofrai Ilany, il quotidiano citava Sayyed Nasrallah dichiarando: "L'unica cosa che interessa gli israeliani è seguire le trasmissioni di cucina in televisione". Per lui, questa impressione rafforza il suo famoso detto che Israele è "più debole di una ragnatela". Per Nasrallah, gli israeliani sono diventati edonisti e vulnerabili, forse persino effeminati.
  Il famoso quotidiano ha continuato dichiarando: "Non devi essere il capo di Hezbollah per capire che l'attuale Israele è una società post-eroica". Pareri simili sono espressi anche in Israele, in particolare nei rapporti tra esercito e società. Proprio il mese scorso, l'ombudsman dell'esercito israeliano, Maj. Gen. Yitzhak Brik, avvertito dei problemi disciplinari nell'esercito derivanti dall'uso degli smartphone, Brik ha ammonito che: "Invece di parlare direttamente con i loro soldati, gli ufficiali preferiscono mandare loro dei messaggi di testo, e questo, secondo Brik, erode il comando ethos ed esprit de corps".
  Non molto tempo fa, il giornale israeliano Yedioth Ahronoth ha riportato un altro sintomo di decadenza nei militari dell'entità sionista: "L'uso di droga è diventato diffuso nell'esercito israeliano, anche tra gli ufficiali comandanti e incluso il massiccio traffico di cannabis attraverso l'app Telegramma. Inoltre, ci sono state accuse sul vizio dei disgraziati, che si lamentano con i loro genitori di ogni problema percepito, dal cibo insipido ai materassi scomodi. Con il sostegno dei genitori preoccupati, trattano l'esercito come un fornitore di servizi e recitano la parte di clienti scontrosi". Secondo Haaretz, "anche i sociologi israeliani hanno identificato una "condizione post-eroica nella società israeliana".
  Israele ha anche trasformato la condizione post-eroica in un vantaggio di diplomazia pubblica. Un Paese militarista machista in stile anni '50 non sarebbe molto popolare oggi. Ma l'ansioso, sensibile soldato israeliano che guarda "Master Chef" in televisione e scambia messaggi su WhatsApp con sua madre sta catturando i cuori americani e talvolta anche europei.
  Il quotidiano israeliano ha concluso: "In un'epoca in cui i cecchini e i droni israeliani massacrano le persone scalze sull'orlo della carestia, i soldati eroici sono meno necessari. Al contrario, le persone che sopravvalutano l'eroismo potrebbero erroneamente identificarsi con i palestinesi che a mani nude affrontano lungo il confine di Gaza, l'esercito più armato e brutale del mondo".

(Il Faro sul Mondo, 14 luglio 2018)


"Via gli ebrei dalla Germania". Un'ondata di attacchi antisemiti sciocca il paese

Aggressioni a rabbini, giovani con la kippà, professori israeliani

di Giulio Meotti

ROMA - E' sulla Faz di questa settimana che Michael Hanfeld ha denunciato l'assuefazione tedesca all'antisemitismo: "Nel fine settimana a Berlino, un ebreo è stato picchiato da un gruppo di persone perché indossava una collana con la stella di David. La polizia ha arrestato sette uomini e tre donne, siriani. La vittima ha subìto una lacerazione alla testa. L'atto non ha smosso molti sentimenti. Dopo l'attacco lanciato da due giovani, a Prenzlauer Berg, su un diciannovenne a metà aprile, duemilacinquecento persone si sono ritrovate per la marcia di solidarietà 'Berlino indossa la kippah'. Quasi tre mesi dopo, manca un tale gesto. E anche la risposta dei media all'attacco è bassa. Ciò dimostra quanto sia superficiale la presunta sensibilità all'antisemitismo. L'antisemitismo sta diventando un fenomeno quotidiano".
   In una settimana, la Germania è stata scioccata da ben tre aggressioni antisemite di alto profilo in tre diverse città del paese. Un professore israeliano di cinquant'anni è stato assalito da un tedesco di origini palestinesi che gli ha tolto di testa la kippah e lo ha spinto mentre urlava: "Nessun ebreo in Germania". Prima un rabbino di Offenbach è stato vittima di un assalto fuori dalla sinagoga. "Hanno urlato, 'ebrei di m ... a' e 'Free Palestine' e altre cose contro di me", ha detto il rabbino Menachem Mendel Gurevitch. "Di solito ignoro cose del genere, ma questa volta ho deciso di provare a parlare con loro. Ma più parlavo, più mi urlavano". Poi il rabbino ha confessato: "I miei figli non vogliono camminare con me se indosso una kippah perché sono spaventati".
   Poche ore prima, un ragazzo con la stella di Davide è stato attaccato e colpito in un parco della capitale. Intanto prendeva corpo la storia del bullismo subìto dagli studenti ebrei al liceo d'élite berlinese John F. Kennedy, frequentata dai rampolli della Berlino bene. E non era ancora calata l'indignazione per la sorte subìta dal ristorante israeliano di Feinberg, che aveva ricevuto messaggi di odio e minacce di morte. Ad aprile, un video aveva fatto il giro del mondo. Un ragazzo arabo israeliano si era messo la kippah per vedere cosa sarebbe successo a passeggiare per le strade di un quartiere bene di Berlino. Un ragazzo siriano lo ha colpito a cinghiate al grido di "ebreo".
   Adesso il commissario federale per l'antisemitismo, Felix Klein, vuole che gli incidenti antisemiti siano registrati a livello nazionale. Ieri intanto Margaret Taub, presidente della comunità ebraica di Bonn, ha invitato i correligionari a non indossare più i simboli ebraici in pubblico: "Diventa sempre più difficile essere ebrei in Europa. Se la gente vuole ancora indossarne uno per motivi religiosi, consiglio di indossare un cappello sopra. Per proteggere se stessi e le loro vite, non dovrebbero essere riconoscibili come ebrei". Il governo Merkel ci prova, denuncia come meglio può, stanzia fondi per nuovi programmi di sensibilizzazione, aumenta le misure di sicurezza attorno ai siti ebraici. Ma la sensazione è che siamo di fronte a una diga che ormai è crollata. L'ex presidente tedesco, Joachim Gauck, ha ammesso di essere "terrorizzato dal multiculturalismo" soltanto dopo aver lasciato ogni carica, aggiungendo: "Trovo vergognoso ... quando l'antisemitismo tra la gente dei paesi arabi viene ignorato o se la critica dell'Islam viene immediatamente sospettata di far crescere il razzismo".
   Kein Jude in Deutschland ha gridato uno degli assalitori nei giorni scorsi. Niente ebrei in Germania. E' il 2018, ma sembra il 1938.

(Il Foglio, 14 luglio 2018)


Il carattere «ebraico» della Nazione, la legge che divide Israele e la Ue

di Davide Frattini

La «clausola 7b» è giudicata inaccettabile dal presidente Reuven Rivlin e anche i consiglieri legali del parlamento la considerano difficile da difendere. Perché se dovesse venire votata nella formula attuale permetterebbe «allo Stato di garantire che una comunità composta da persone di una stessa fede o nazionalità resti tale in modo esclusivo». In sostanza - commentano i critici - i leader di un villaggio potrebbero esporre il cartello «qui non si accettano gli arabi musulmani». O - fa notare Rivlin - «qui non si accettano gli ultraortodossi, gli ebrei sefarditi, gli omosessuali». Per il capo dello Stato (che pure viene dallo stesso partito del premier Netanyahu) rappresenterebbe «la fine del progetto sionista».
   Per i promotori la legge nel suo insieme, che in una prima versione è già stata approvata in aprile e dovrebbe essere votata in modo definitivo settimana prossima, servirà a rafforzare il carattere ebraico della nazione: è stata strutturata come un intervento con valore fondante in un Paese che non ha ancora una costituzione e tra l'altro sancisce il primato delle feste e della lingua ebraici sull'arabo parlato dal 20 per cento di arabi israeliani, cittadini a tutti gli effetti.
   Nella lettera di protesta Rivlin scrive di «temere che la norma possa danneggiare gli ebrei nel mondo e in Israele, che venga usata dai nostri nemici come un'arma». Sta già succedendo che a criticare l'iniziativa siano pure gli amici, o almeno i non nemici visto che il rapporto tra Israele e l'Europa è complicato. Netanyahu, che ricopre anche il ruolo di ministro degli Esteri, ha dato ordine di convocare Emanuele Giaufret, perché l'ambasciatore dell'Ue «ha tentato di interferire con la legislazione israeliana, deve ricordarsi che siamo un Paese sovrano». Giaufret ha contattato alcuni deputati per esprimere le preoccupazioni degli europei. Perplessità che ieri sono state ribadite dalla Commissione, intervenuta per difenderlo dopo la chiamata di rimprovero: «Rispettiamo il dibattito interno a Israele, un Paese che si è impegnato a proteggere valori come i diritti dell'uomo e ci aspettiamo che tali valori non vengano rimessi ìn discussione o minacciati».
   E' dal 2013 che il Likud di Netanyahu sta spingendo gli altri partiti della coalizione a sostenere la legge, che da allora ha subito modifiche nella formulazione. Il premier la considera una delle sue priorità, vuole vederla passare prima che la Knesset si fermi per la pausa estiva: «Israele è una nazione ebraica e democratica, negli anni si è creato uno squilibrio tra questi due elementi, a favore dei diritti individuali e a scapito di quelli nazionali», ha dichiarato. E proprio quello che temono gli oppositori: la legge rischia di essere discriminatoria e negare un trattamento paritario ai cittadini non ebrei.

(Corriere della Sera, 14 luglio 2018)


La letteratura ebraica riscopre la Qabbalah per parlare dell'indicibile

Nell'ebraismo non c'è iconografica: la mistica è ciò che più somiglia a un' arte figurativa. Diversi nuovi romanzi si rifanno all'antica dottrina spirituale per decifrare il lato inspiegabile del mondo

di Elena Loewenthal

 
Una rappresentazione qabbalistica delle porte dell'Eden
Lev, uno dei protagonisti del romanzo della canadese Sigal Samuel I mistici di Mile End, è un ragazzino attento alla realtà che lo circonda. Infatti è intrigato dall'albero della conoscenza, quello che costò ad Adamo ed Eva la famigerata cacciata. Che frutto darà mai? Lui stila liste ipotetiche, procedendo per esclusioni: le pesche no, ad esempio, perché «vengono dalla Cina e il Giardino dell'Eden mi sa che era in Israele». Neanche le fragole o i cocomeri, «perché non crescono sugli alberi» ... Nel racconto c'è anche un'altra lista, quella di «tutti i silenzi che conosco e dove si possono trovare»: sono quindici, dalla «biblioteca» a «la mattina presto, quando tutti dormono ancora», per finire con «dopo la pioggia».
   Più degli altri personaggi di questo brillante romanzo, più dell'atmosfera mistica che sta già nel titolo, Lev incarna le grandi domande che l'ebraismo si pone sul mondo e su Dio e soprattutto la consapevolezza che tanto nel mondo quanto in Dio c'è molto più inconoscibile che certezza. Sigal Samuel sa il fatto suo perché è figlia di un professore di Qabbalah e considera la scrittura e la lettura una «pratica spirituale». E non a caso tutto il romanzo, con le sue diverse voci, si snoda intorno a quell'albero atavico che ci ha dato tanti guai, ma anche la vita - e la consapevolezza più fondamentale di tutte: quella di essere mortali. Mangiare quel frutto che è costato tanto, ed è forse anche per questo che l'amore - anche per i ricordi - è la forza che guida tutto ma è sempre, irrimediabilmente, destabilizzante.
   La tradizione ebraica postula quattro diversi metodi interpretativi del testo sacro, cioè dello scrigno in cui la verità sta racchiusa. Questi quattro approcci alla parola biblica formano l'acrostico Pardes-cioè «paradiso» - e procedono dal senso letterale verso quello simbolico, che in ebraico è detto Sod, cioè «segreto». Quest'ultimo è il terreno della Qabbalah, cioè la mistica ebraica: esplorare i mistero del creato e del Creatore, in cerca del senso più profondo da cogliere.
   Qabbalah è una parola che originariamente significa solo «cosa ricevuta» (così si chiede il conto al ristorante in Israele, ad esempio), ma che ha assunto dal Medioevo in poi i connotati di un'esplorazione iniziatica nella parola sacra: tanto è vero che nel Talmud è detto che può affrontarla solo chi ha più di 40 anni ed è maschio. Non tanto per misoginia quanto perché questa disciplina intellettuale deve avere per presupposti una profonda competenza lessicale e una lunga consuetudine di studio.
   Ma i tempi cambiano e oggi la Qabbalah diventa il fil rouge di una narrazione ebraica contemporanea a più voci. Yaniv Izckovits è uno scrittore israeliano, un suo romanzo (Batticuore) è uscito in italiano per Giuntina nel 2010, e oggi Neri Pozza pubblica Tikkun. In questa storia ambientata nella Zona di Residenza, là dove lo zar aveva confinato tutti gli ebrei dell'Impero, ci sono molti colpi di scena. C'è molto sangue. C'è una donna giovane e coraggiosa che viene da una stirpe di macellatori rituali ed è capace di passare il coltello nel punto esatto del collo dell'animale. Ma un giorno parte per un viaggio che deve fare giustizia, anzi riparare un guasto perché, dice la Qabbalah, tutti dobbiamo lasciare un po' migliore di come l'abbiamo trovato questo mondo che nasce dalla «lesione» dell'onnipresenza divina. Bisogna ricomporre i cocci di quella frattura primigenia, perché trionfi il bene. Ma c'è in questo romanzo soprattutto un alone di mistero che tutto circonda, e succedono cose che non è dato capire né con la ragione né con il cuore.
   Proprio come in Satana a Goraj del grande Isaac Bashevis Singer, che Adelphi riporta in libreria in questi giorni, e dove tutto è oscuro, inquietante, inspiegabile. Il mondo è un codice da decifrare, e ai più non è data la chiave. Solo la Qabbalah riesce a descriverlo con le sue vertiginose associazioni, la sua capacità di disegnare usando le parole. Se infatti l'ebraismo non ha una tradizione iconografica, la mistica è ciò che più somiglia a un'arte figurativa: usa le parole per costruire un'immagine del mondo fitta di chiaroscuri e di bellezza.
   Anche nel monumentale Il peso dell'inchiostro (sempre per Neri Pozza) di Rachel Kadish, autrice di Boston non nuova a grandi affreschi storici, la vicenda è intrisa di mistero: ci sono antichi manoscritti da decifrare, c'è una studiosa che viene catapultata dentro il passato attraverso di essi, ne emerge la storia degli ebrei rifugiatasi nella Londra elisabettiana per sfuggire alle persecuzioni. C'è una misteriosa figura femminile che ha con la scrittura un rapporto quasi proibito, eppure molto fecondo. Anche qui la storia tocca punti delicati. Il femminile. La potenza della parola. La tentazione dell'inconoscibile, l'impulso ad andare sempre più giù - o sempre più su - nella conoscenza, anche là dove brucia.

(La Stampa, 14 luglio 2018)


Qualche precisazione filologica. “Il Giardino dell’Eden mi sa che era in Israele”, si dice nel libro, ma tutti sanno che nella Bibbia non è così: il Giardino dell'Eden era in Mesopotamia. Si parla poi di “quell'albero atavico che ci ha dato tanti guai, ma anche la vita”, dimenticando forse, per fantasia artistica o per ignoranza, che nell’Eden gli alberi erano due. Adamo ed Eva hanno preso il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, e per questo a loro è stato interdetto l’accesso all’albero della vita. Così nel mondo è entrata la morte, non la vita. Ma si sa, gli scrittori sono artisti, dunque creatori di una realtà che dev’essere piegata alla loro fertile immaginazione. E se i fatti negano questa immaginifica realtà, “tanto peggio per i fatti”, come disse in altro contesto il famigerato Hegel.
Un mondo come il nostro, aperto a tutto, non poteva che essere aperto anche al diabolico. La Qabbalah non è che la via ebraica all’occultismo, in questo caso presentato in forma letteraria. I non ebrei, anche “cristiani”, hanno altre vie per l'occultismo, ma tutte hanno in comune lo stesso traguardo: un misterioso mondo “oscuro, inquietante, inspiegabile” che alla fine si rivelerà essere nient’altro che il mondo di Satana. Alla fine l’inspiegabile sarà spiegato, ma per molti non sarà una spiegazione gradevole. M.C.


Libero il bimbo arabo-israeliano rapito e portato nei Territori

di Rolla Scolari

Un'automobile chiara è ferma in una strada tranquilla. Due bambini parlano con un passeggero, aprono lo sportello posteriore. Dall'altra parte scende un uomo mascherato, fa il giro del veicolo, spinge il piccolo Karim Jumhour, sette anni, a bordo, e cerca di fare lo stesso con il suo amico, che però riesce a scappare, urlando «Un rapimento!». I due bambini stavano giocando davanti a casa. Più tardi, la polizia israeliana ricostruirà come i sequestratori abbiano utilizzato la stessa targa su due veicoli diversi: uno si è diretto a nord, l'altro a sud, per far perdere le tracce dell'ostaggio. E' accaduto martedì, a Kalansuwa, una cittadina araba di 20mila abitanti nel centro di Israele.

 Le indagini dei servizi segreti
  Le sorti del bambino arabo-israeliano, rapito per motivi ancora ignoti, hanno creato tensione nell'intero Paese, fino a ieri quando è arrivata la notizia della sua liberazione. Nei giorni del sequestro, seguito da giornali e televisioni sia israeliani sia palestinesi, hanno lavorato a localizzare Karim polizia israeliana, nelle ultime ore lo Shin Bet, i servizi segreti interni di Israele, le forze dell'ordine palestinesi e parallelamente, rivela il sito del quotidiano Yedioth Ahronoth, anche elementi della criminalità organizzata arabo-israeliana.
  Sarebbe infatti la famiglia Jarushi, legata a una rete criminale, ad aver assicurato la liberazione del bambino che, dopo il sequestro, sarebbe stato portato nei Territori palestinesi, nell'area di Ramallah. Proprio per questo c'è stata tensione sulle responsabilità dell'operazione tra polizia israeliana e palestinese.
  Il decennale conflitto regionale sembra non avere a che fare con il sequestro, che ha però causato nervosismo tra cittadini arabi e polizia: gli abitanti di Kalansuwa hanno manifestato accusando le forze dell'ordine israeliane di non lavorare abbastanza per la sicurezza della popolazione araba. Secondo alcuni media israeliani, dietro al sequestro ci sarebbe una questione di debiti non regolati del padre dell'ostaggio con una famiglia criminale dell'area. «La polizia israeliana non permetterà che bambini diventino giocattoli nelle mani di conflitti finanziari o di altro tipo», hanno detto i portavoce delle forze dell'ordine. Nel secondo giorno del rapimento, il padre di Karim avrebbe ricevuto una richiesta di riscatto di quattro milioni di shekel, circa due milioni di dollari. La liberazione del bambino, dice la stampa locale, sarebbe però avvenuta senza alcuna somma.

(La Stampa, 14 luglio 2018)


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