Quelli che son piantati nella casa dell'Eterno
fioriranno nei cortili del nostro Dio.
Porteranno ancora frutto nella vecchiaia;
saranno pieni di vigore e verdeggianti
Salmo 92:13-14  

Attualità



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Ofer Sachs
Netanyahu nomina il nuovo ambasciatore in Italia

Ofer Sachs, nominato nuovo ambasciatore di Israele in Italia dopo la rinuncia di Fiamma Nirenstein. E' il direttore dell'Istituto israeliano per l'esportazione.

(Fonte: la Repubblica, 26 maggio 2016)


Non riportiamo l'articolo di Repubblica, che non dà notizie oltre questa ma come al solito aggiunge soltanto osservazioni piene di acredine su Netanyahu. M.C.


Giovane ebreo aggredito a Milano, la Digos dà la caccia a quindici bulli

II ragazzo preso a pugni domenica perché portava la kippah

di Davide Milosa

Milano tra via Soderini e via San Gimignano, i ristoranti kosher sono molti. Qui si concentra buona parte degli ebrei della città.Qui c'è la scuola ebraica piantonata giorno e notte da camionette dell'esercito. Qui nel novembre scorso è stato accoltellato un ebreo ortodosso di circa 40 anni. Indagini in corso e aggressore ancora in libertà. E sempre qui domenica pomeriggio un ragazzino ebreo di 15 anni, residente in zona ma nato a Roma, è stato picchiato dal branco al grido: "Ebreo di merda, qui non puoi stare, vattene".
  La vittima, in quel momento, indossava la kippah, tradizionale copricapo ebraico. Nulla stava facendo, se non bere alla fontanella del campo Olimpia, struttura sportiva di via Soderini frequentata da famiglie e bambini. In realtà il ragazzo, assieme agli amici, stava camminando sul marciapiede. Nel campo è entrato solamente per bere. Anche per questo motivo è forte l'ipotesi che gli aggressori non siano della zona. Inizialmente l'episodio era stato derubricato a semplice ragazzata. Dopodiché le indagini della Digos coordinate dal dottor Claudio Cicimarra hanno chiarito meglio lo scenario. Nessuna ragazzata, ma un atto violento e di bullismo con marcate connotazioni razziali. Di più: se l'aggressore che alla fine del diverbio ha sferrato un pugno in volto al ragazzino è uno solo, il gruppo che per tutto il tempo lo ha spalleggiato, ridendo e urlando, è composto da almeno quindici persone. Molti ragazzi ma, sospettano gli investigatori, anche alcuni maggiorenni. Le indagini proseguono non senza difficoltà. Visto che la zona del campetto non è monitorata dalle telecamere. Fortunatamente alla scena hanno assistito molti testimoni che in questi giorni sono stati tutti sentiti dalla polizia. La vittima, medicata sul posto e non trasportata in ospedale, ha fornito indicazioni non sul suo aggressore ma sulla composizione del gruppo in generale. Per capire se il branco dei 15 è della zona oppure no, la Digos sta accertando se nelle ultime settimane tra viaSoderini evia San Gimignano ci siano state altre aggressioni di questo tipo.
  Ma certo l'episodio allarma, visto il precedente di novembre. Allora furono diverse coltellate a ferire Nathan Graffi, 40 anni. "Ha mirato subito al volto, mi voleva uccidere", dirà la vittima dopo il ricovero all'ospedale Niguarda. Ad oggi, però, e nonostante la diffusione di un identikit, l'aggressore non è ancora stato catturato.

(il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2016)


La Spezia ricorda l'esodo ebraico con un premio a Napolitano

Settant'anni fa salpavano dalla città ligure due navi cariche di profughi diretti verso il futuro Stato d'Israele.

di Stefano Stefanini

 
Una nave carica di profughi ebrei salpa l'8 maggio 1946 verso la Palestina
Nel 1961 il film Exodus di Otto Preminger, Oscar per la colonna sonora, tenne per tre ore attanagliati al grande schermo gli spettatori italiani. AI cinema Goldoni di Lerici, il proiettore cigolava, e ogni tanto s'inceppava, come nell'indimenticabile Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, premiato a Cannes e a Los Angeles quasi trent'anni dopo. Sulle sgangherate sedie di legno, nella nebbia delle sigarette, un'indisciplinata platea pendeva dalle labbra doppiate di Paul Newman e Eva Marie Saint. Il cinema era la finestra sul mondo.
   Il Goldoni non è andato a fuoco; l'edificio ospita oggi una banca. Il tempo passa. Per fortuna la memoria rimane. Anzi, re suscita. Quando il film Exodus arrivò alla Spezia e poi a Lerici, quasi nessuno volle parlare dell'Exodus reale di cui la città era stata teatro una quindicina d'anni prima. Dal molo Pirelli (oggi Pagliari), a pochi chilometri in linea d'aria, 1'8 maggio 1946 erano salpate alla volta della Palestina le navi Fede e Fenice, stipate all'inverosimile di profughi. A Portovenere dall'altra parte del Golfo dei Poeti, il cantiere dell'Olivo che ristrutturò il vero Exodus.
   Nell'800 Lord Byron nuotava attraverso il braccio di mare per venire a trovare Percy Shelley a San Terenzo (impresa ripetuta annualmente da qualche centinaio di appassionati). Ma, si sa, il passato remoto si ricorda più facilmente del passato prossimo. Nel 1961 La Spezia aveva rimosso dalla memoria il ruolo della città e della popolazione nel sostenere l'emigrazione ebraica verso la Palestina, tanto fuga dagli orrori dell'Europa dei campi di sterminio e dell'antisemitismo quanto anelito verso la «terra promessa». Solo qualche decina di migliaia (23.000 da tutta l'Italia) arrivò, ma fecero la differenza nel gettare i semi internazionali dello Stato d'Israele.
   Il legame di civiltà, cultura e umanità che unisce Israele all'Italia e all'Europa nasce allora. Nasce dai gesti di generosità, di riscatto e di solidarietà di un'Italia prostrata dalla guerra, indecisa fra monarchia e repubblica, con le cicatrici della Resistenza ancora aperte, col rimorso sotterraneo delle complicità antisemite (ce le ricorderà molto più tardi un altro Oscar, La vita è bella di Roberto Benigni). Un'Italia francescana, che non aveva gli occhi per piangere, eppure sapeva aiutare disinteressatamente il prossimo. La speranza nel futuro avrebbe premiato entrambi: con l'Italia del miracolo e con lo Stato d'Israele.
   Nel 1961, in piena Italia del miracolo, la memoria si è fatta corta. Le ferite, rimarginate dal successo, sono ancora tenere. Rimessasi in piedi, l'Italia guarda avanti, non indietro. Il conflitto arabo-israeliano bolle in pentola, i venti di guerra soffiano in Medio Oriente, a metà strada fra la crisi di Suez del 1956 e la guerra dei Sei Giorni del 1967. La Guerra fredda spacca il mondo, e l'Italia, in due. È una guerra di culture e d'intellettuali, non solo di divisioni e testate nucleari. Israele galleggia sulle sabbie mobili della «correttezza politica» del tempo. Meno se ne parla, meglio è. Solo nell'autunno del 1999, Carlo Azeglio Ciampi effettuerà la prima visita di Stato italiana in Israele.
   La Spezia non è sola nello stendere un velo di silenzio su una pagina di storia cittadina di cui avrebbe tutti i motivi per andare orgogliosa. Lo solleva solo agli albori del nuovo secolo. L'8 maggio 1996 (cinquantenario) il Comune pone una lapide sul molo Pagliari; nel 2000 istituisce il Premio Exodus per «celebrare la straordinaria pagina civile» di cui è stata protagonista e che (nell'ignoranza di molti spezzini) le è valsa l'appellativo «Porta di Sion». Nel settantesimo anniversario, Exodus va al Presidente emerito, Giorgio Napolitano. Nel consegnarglielo, oggi a Roma, il sindaco della Spezia, Massimo Federici, assieme il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche in Italia (Ucei), Renzo Gattegna, chiude anche la parabola cittadina di recupero della memoria.
   Giorgio Napolitano ha lasciato un'impronta profonda, in Italia, in Europa, in campo internazionale, e non solo nei nove anni di Presidenza della Repubblica. Lo testimonia il Premio Kissinger assegnatogli quasi un anno fa a Berlino «per la difesa della democrazia in Italia». Fu il primo non americano e non tedesco a riceverlo. La città della Spezia tocca oggi un altro tasto. Exodus non premia tanto la dimensione politica quanto quella civile, intellettuale e culturale. Da politico come da massima carica istituzionale, Giorgio Napolitano ha sempre saputo nobilitare la prima con la seconda.

(La Stampa, 26 maggio 2016)


Parashà della settimana: Bechukotài (Le mie leggi)

Levitico 26:3-27-34

 - Il terzo libro della Torah, il Levitico, termina con questa parashà che possiamo definire ''terrificante'' per le maledizioni che (D.o non voglia) si abbatteranno sul popolo ebraico se questo si allontanerà dalle strade indicate dal Signore. Bechukotai significa ''con le Mie leggi''.
 ''Se seguirete le Mie leggi… la terra darà il suo prodotto… e mangerete pane a sazietà'' (Levitico 26.3).
  ''Ma se non eseguirete i Miei precetti... e violerete il Patto con Me stabilito… rivolgerò la Mia faccia contro di voi… e manderò gli animali selvatici che vi priveranno dei figli'' (Levitico 26.14)
 Dopo oltre tremila anni queste parole della Torah appaiono di una drammatica attualità. Come dimenticare due milioni di bambini ebrei ridotti in cenere dalle fiamme delle ''bestie feroci'' del nazifascismo?
 Quali sono allora queste regole da cui il popolo ebraico, popolo dalla ''dura cervice'' si è allontanato? Secondo l'insegnamento dei nostri maestri (cazal) i precetti infranti riguardano in particolare il riposo sabatico della Terra e l'anno Giubilare, legati alla maledizione dell'esilio.
 ''I-o stesso desolerò la Terra e desolati saranno i vostri nemici che vi abiteranno… e Voi spargerò tra i popoli'' (Levitico 26.33)
 In questa maledizione, la più grave, il rabbino Rashì vede un barlume di speranza. Difatti durante i duemila anni dell'esilio nessuna Nazione è riuscita a far rivivere la Terra d'Israele, che è restata sempre ''desolata'', per rifiorire solo quando il popolo ebraico è ritornato a stabilirsi su di questa. Esiste dunque un legame indissolubile tra il popolo, la Terra e D-o Benedetto, legame che trova nella Torah d'Israele il suo punto di riferimento e di incontro.
 Ora la domanda è questa: come mai le tremende maledizioni vengono descritte proprio nel libro del Levitico, considerato il fatto che questo parla esclusivamente del servizio dei sacerdoti (Cohanim) nel Tempio di Gerusalemme?
 Perché il Tempio è il luogo della connessione tra il cielo e la terra, l'unico luogo sacro per la tradizione ebraica, da cui verrà proclamato il Suo Nome e la Sua unità (Zaccaria 14.9).
 Il sacerdozio di Israele dunque come sinonimo di responsabilità verso gli uomini e verso D-o, che consiste nell'osservanza della Legge da cui Israele non deve allontanarsi. ''Tutti quelli che ti abbandonano saranno scritti nel libro dei maledetti della Storia'' (Geremia 17.13).
 Maledetto sia l'uomo che costruisce contro il Signore, l'uomo che innalza la torre di Babele e l'uomo che rinuncia alla sua libertà per servire un altro uomo. La fonte delle maledizioni sta quindi nel comportamento errato dell'uomo, che non intende mettersi in ascolto della parola di D-o.
 Ed è sempre Geremia nel nostro caso che tenta di dare una risposta a questa recidiva sordità.
 ''Tu che hai fatto uscire il tuo popolo Israele dal paese d'Egitto… hai dato loro questa terra stillante latte e miele… ma essi (Israele) non hanno dato ascolto alla tua voce… ed ora che la città (Gerusalemme) sta per essere espugnata dai Caldei, perché mi ordini di comprare un campo?'' (Geremia 32. 21-25).
 La domanda del profeta è quella di tutti gli uomini e di tutte le epoche storiche, che si domandano: "Come la Redenzione potrà arrivare finché la permanenza d'Israele nella sua Terra dipende dalla sua condotta?''
 E' questo il mistero della Redenzione. D-o solo può rendere possibile quello che sembra impossibile. Difatti D-o risponde a Geremia in questi termini: "I-o sono il Signore di ogni essere e c'è forse un miracolo che mi sia impossibile fare?'' (Geremia 32.26).
 E' tempo che l'uomo ritorni alla sorgente di vita e cominci a guardare la realtà con gli occhi dell'anima e non con quelli del corpo, per apprendere un insegnamento straordinario. Egli può beneficiare di un flusso di ''benedizioni'' infinite e cominciare a gustare le primizie dell'era messianica, mettendosi in ascolto della voce del Sinài, senza paura delle sue conseguenze.
 Nel terminare la spiegazione di questa parashà, rivolgo un invito alle Nazioni del mondo perché smettano di ostacolare Israele nella realizzazione del progetto Divino nella storia.
 Nello stesso tempo estendo l'invito alla Comunità di Israele a non ''allontanarsi'' dall'osservanza della Torah e riflettere su quanto è scritto: "Essi Mi fecero provare gelosia per chi non era D-o e Mi fecero adirare con le loro vane divinità. Perciò I-o li farò diventare gelosi di gente che ''non è un popolo'', li farò irritare a causa di una nazione indegna'' (Deuteronomio 32.21). F.C.

*

 - Il capitolo 26 del Levitico introduce una novità nel modo di rapportarsi di Dio col popolo. Mai prima d'ora il Signore aveva rivolto al popolo una simile serie di terrificanti e particolareggiate minacce. Ci si può chiedere allora: perché soltanto adesso? perché Dio non aveva presentato subito al popolo i rischi che correva a stringere un patto con Lui? Si possono confrontare le parole di questo capitolo con quelle del capitolo 23 dell'Esodo, pronunciate prima della firma del contratto (Esodo 24:8). Dio chiede soltanto che si ubbidisca alla sua voce (non parla di precetti) e che si distruggano gli idoli; da parte sua s'impegna a benedire il pane e l'acqua, a cacciare i nemici dalla terra promessa, ad allontanare le malattie, e non aggiunge alcuna postilla minacciosa in caso di inadempienza da parte del popolo. Come mai?
  La cosa si spiega considerando che il patto proposto da Dio al popolo non era un contratto d'affari ma un patto d'amore di tipo matrimoniale. Oggi nei matrimoni è invalso l'uso che gli sposi si scambino pubbliche promesse. Così si può sentire lo sposo che promette alla sposa di avere sempre cura di lei e di proteggerla in tutti i modi e in ogni caso. Ma non si sentirà certo aggiungere avvertimenti del tipo: "Però ricordati che se mi tradisci con qualcun altro ti riempio di botte e ti caccio via di casa". La cosa potrebbe anche accadere in seguito, ma nel momento in cui si contrae il vincolo d'amore non ci si vuole neppure pensare.
  Supponiamo allora che la cosa invece accada e che lo sposo tradito dalla moglie decida in un primo momento di cacciarla via di casa, ma poi, per l'amore che ancora le porta, ci ripensi e decida di continuare la convivenza. A questo punto il discorso con la moglie sarà di altro tipo: adesso dovranno essere poste precise clausole di comportamento, con relative minacce in caso di inadempienza, perché a questo punto non c'è soltanto un futuro di comunione da preparare, ma anche un passato di tradimento da sanare e da impedire che si ripeta.
  Proprio questo è accaduto nella storia di Israele. Si rilegga la prima stesura del patto del Sinai contenuta nei capitoli da 19 a 31 del libro dell'Esodo, scritta su tavole fatte personalmente da Dio, senza farsi condizionare da quello che è accaduto dopo. Si vedrà un Signore che corteggia il popolo per indurlo ad accettare spontaneamente il vincolo d'amore che gli offre. Un vincolo naturalmente rispettoso della differenza che esiste e ci deve essere fra Creatore e creatura. Quel patto è stato accettato dal popolo e subito dopo violato (Geremia 31:32). Ed è stato violato proprio lì, ai piedi del monte Sinai. Ed era un patto di sangue, quindi richiedeva la morte di chi non l'avesse mantenuto.
  Il fatto del vitello d'oro non è una delle tante storie di infedeltà come quelle commesse in seguito dal popolo, così come il peccato di Adamo ed Eva non è uno dei tanti peccati che gli uomini hanno commesso e continuano a commettere nella loro vita. In entrambi i casi quei peccati si trovano all'inizio di una storia e ne costituiscono l'origine che condiziona tutto lo svolgimento successivo dei fatti. La seconda stesura del patto del Sinai, quella scritta su tavole che non Dio ma Mosè ha fatto, non deve essere fusa e confusa con la prima. I drammatici capitoli 32 e 33 dell'Esodo costituiscono uno spartiacque che non permette di tornare indietro. Si potrebbe dire che la seconda stesura del patto del Sinai sta alla prima come il patto con Noè sta al patto con Adamo. In entrambi i casi il primo patto è stato violato in origine, e in entrambi i casi con il secondo patto Dio ha rinunciato, dopo un primo momento, al proposito di distruggere.
  Secondo una linea interpretativa ebraica, il patto con Mosè è riservato agli ebrei e il patto con Noè a tutti gli altri. La cosa si può anche accettare se si pensa che entrambi i patti sono conseguenza di peccati originali: il patto con Noè è stato introdotto dal Signore per non distruggere l'umanità dopo il peccato di Adamo ed Eva, e il patto con Mosè di seconda stesura è stato stilato autonomamente da Dio, su richiesta del profeta, per non distruggere Israele dopo il peccato di Aaronne e popolo ai piedi del Sinai. Si può dire allora che il patto con Mosè ricorda ai figli d'Israele la loro posizione di peccatori davanti a Dio, e il patto con Noè ricorda la stessa cosa a tutti gli altri. In entrambi i casi si tratta dunque di patti che ricordano agli uomini il loro peccato e servono a preservare dalla distruzione, ma da soli non conducono a niente di veramente nuovo e salvifico. Legano tutti, "giudei e greci", ad un presente di male che non si riesce ad eliminare, offrendo solo qualche rimedio parziale e temporaneo che può aiutare a sopportarlo, ma non sono portatori di autentica speranza per il futuro.
  Anche la speranza però "viene dai giudei". Ma non arriva attraverso il patto con Mosè, né tanto meno attraverso quello con Noè. Il Tanach, la Bibbia ebraica, detta anche Antico Testamento, parla di un "nuovo patto".
  "Ecco, i giorni vengono, dice l'Eterno, che io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci coi loro padri il giorno che li presi per mano per trarli fuori dal paese d'Egitto: patto che essi violarono, benché io fossi loro Signore, dice l'Eterno; ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni, dice l'Eterno: io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo" (Geremia 31:31-33).
  Questo nuovo patto, citato alla lettera anche nel Nuovo Testamento (Ebrei 8:8-12), è nuovo rispetto al patto con Mosè, ma è il compimento di un patto antico ricordato anche nella parashà di questa settimana:
  "Ma se allora il cuor loro incirconciso si umilierà, e se accetteranno la punizione della loro iniquità, io mi ricorderò del mio patto con Giacobbe, mi ricorderò del mio patto con Isacco e del mio patto con Abraamo, e mi ricorderò del paese" (Levitico 26:41-42).
  
Il patto veramente salvifico che dà speranza e porta benedizione al mondo non è dunque quello con Mosè, né quello con Noè, che sono patti originati da peccato, ma quello con Abramo, che scaturisce da un'originaria e unilaterale volontà salvifica di Dio. In questo patto si parla di una "grande nazione", che certamente è Israele, ma si dice anche che in lui "saranno benedette tutte le famiglie della terra" (Genesi 12:3), quindi non solo gli ebrei. Ed è in relazione ad Abramo che la Bibbia usa per la prima volta la parola "giustizia" (zedaka). Come l'ha ottenuta Abramo? Quali precetti della legge ha puntigliosamente osservato? Quali opere buone "supererogatorie" ha compiuto per meritarla? Il testo non dice nulla in proposito, ma nello stesso versetto in cui si parla per la prima volta di giustizia, si usa anche per la prima volta il verbo "credere" (aman):
  "Poi lo condusse fuori e gli disse: «Mira il cielo e conta le stelle, se le puoi contare», quindi aggiunse: «Così sarà la tua progenie». Ed egli credette all'Eterno, che gli contò questo come giustizia" (Genesi 15:5-6). M.C.

(Notizie su Israele, 26 maggio 2016)


Studenti americani ben lieti di finanziare le stragi di Hamas

Un colpo d'occhio sugli agghiaccianti frutti del veleno sparso dalle campagne anti-israeliane

Il film-maker ebreo americano Ami Horowitz ha recentemente girato sui prati della Portland State University (Oregon) una sorta di candid-camera per vedere fino a che punto è possibile spingere i sentimenti anti-israeliani degli studenti soggetti alle campagne BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele).
Fingendosi il rappresentante di una immaginaria organizzazione denominata "Amici americani di Hamas", Horowitz fermava gli studenti dicendo che stava raccogliendo donazioni per la causa di Hamas e affermando esplicitamente che i soldi donati avrebbero finanziato propositi violenti volti a promuovere la distruzione dello stato di Israele....

(israele.net, 26 maggio 2016)


Venezia: la città e il suo Ghetto selezionati da "Best in Europe"

La buona notizia di oggi riguarda la città di Venezia che, con il suo cinquecentenario Ghetto, è stata selezionata tra le destinazioni "Best in Europe", lo speciale tradotto in nove lingue, sulle dieci migliori mete nel Vecchio Continente, realizzato dalla prestigiosa guida turistica Lonely Planet le cui classifiche, da sempre, sono punto di riferimento per viaggiatori ed operatori del settore.
La notizia, ovviamente, è stata accolta con soddisfazione dall'amministrazione comunale e, particolarmente, dall'assessore al turismo Paola Mar che parla di un riconoscimento importante perché sottolinea la bellezza, tra le tante di Venezia, proprio del Ghetto, che con la sua storia ha saputo contribuire in maniera significativa alla vita cittadina mantenendo sempre la propria identità e dove si respira un'atmosfera particolare per una conformazione architettonica e urbanistica unica in città.
L'assessore ha approfittato dell'occasione per ringraziare il comitato che ha organizzato e sta gestendo, con la collaborazione dell'Amministrazione comunale, tutti gli eventi legati a questa importante ricorrenza come la cerimonia-concerto inaugurale al Teatro La Fenice, la mostra "Venezia, gli Ebrei e l'Europa. 1516-2016? e la conferenza internazionale "Birth and evolution of Venice Ghetto" entrambe a Palazzo Ducale, l'opera teatrale "Il mercante di Venezia" di Shakespeare in Campo del Ghetto nuovo.

(Venezia Radio TV, 25 maggio 2016)


Parte la quinta edizione di Start-Up Tel Aviv Boot Camp

Start Tel Aviv è un concorso internazionale promosso dal Ministero degli Affari Esteri Israeliano e la Municipalità di Tel Aviv. Il contest punta a selezionare le migliori start up di 23 Paesi del mondo e a riunirle in Israele, in un 'boot camp' (corso d'addestramento) di cinque giorni ospitato a Tel Aviv, il cuore del sistema dell'innovazione israeliano, negli stessi giorni della DLD Conference, dedicata alla tecnologia.
   L'edizione 2016 parla al mondo delle startup "in rosa" e uno dei criteri di selezione è costituito dalla composizione del team, che deve essere declinata al femminile. Insieme alle ideatrici di start up selezionate negli altri Paesi del mondo che hanno aderito all'iniziativa, la vincitrice italiana di Start Tel Aviv 2016 parteciperà al boot camp che si terrà in Israele dal 25 al 29 settembre, a margine della DLD Tel Aviv Conference.

(Notiziario Finanziario, 25 maggio 2016)


Vacanza al mare in Israele, tra spiagge, cultura e cibo

Per una vacanza dedicata al mare ed alla spiaggia, Israele offre qualità, sicurezza, tutela dell'ambiente e moltissimi comfort.

 
In Israele si è aperta ufficialmente la stagione balneare, le temperature finalmente permettono di poter godere del sole sulla pelle e del piacere del bagnarsi in mare. Sempre più belle e sicure, molte delle quali sono state premiate con la Bandiera Blu (similarmente all'Italaia), che garantisce una situazione ambientale ottimale dove la purezza dell'acqua e la sicurezza della spiaggia sono la chiave principale per ottenere questo ambito riconoscimento.
E l'attenzione all'ambiente è talmente alto che anche i porti turistici di Herzeliya e di TelAviv hanno ottenuto anch'essi la Bandiera Blu.
Le spiagge più rinomate in Israele sono la Dado di Haifa regno dei surfisti ed amata molto dai più giovani e poi Chanz, Onot, Amfy, Herzl, Sironit Nord, Sironit Sud, Laguna-Argaman, Poleg e Netanya che ha addirittura un ascensore per arrivare alla spiaggia situata al di sotto della scogliera. A Tel Aviv vi sono la spiaggia di Metzizim e Gerusalemme sul Mar Mediterraneo, la spiaggia HaKachol è a Rishon Lezion; vi sono poi quelle di Mei Ami, Oranim, Lido, Kshatot, Yod Alef, Riveria ad Ashdod e la Hash'hafim Beach a Eilat, detta anche la "spiaggia dei gabbiani" collocata sul Mar Rosso.
In tutte queste spiagge, per rispettare l'ambiente e la natura non è possibile l'utilizzo di veicoli a motore, barche ma anche moto d'acqua, a riva e neppure qualsiasi altro veicolo a motore anche in spiaggia e sul lungomare.
In alcune spiagge vi sono zone apposite dove poter stare con i propri animale sempre rispettando l'ambiente.
La tutela dei bagnanti è garantita dalla presenza di bagnini, altrimenti è vietato fare il bagno.
Altre quattro spiagge, sempre affacciate sul Mediterraneo a nord di TelAviv, sono totalmente attrezzate per persone con disabilita e sono Tzuk, Tzuk Nord, Metzizim e Hilton.
Da Israele sino a Jaffa tutte le spiagge sono attrezzate con spogliatoi, docce, servizi igienici e poi trovate anche palestre all'aperto, giochi per bambini, locali, pub, ristoranti per un ristoro adatto a tutti.
E a completare la vacanza vengono organizzati eventi e manifestazioni dove poter conoscere meglio la cultura del luogo e assaggiare tutte le varie specialità israeliane.

(Vera Classe, 25 maggio 2016)


Milano - Giornalisti ebrei e musulmani fanno formazione insieme

Ebrei e islamici assieme per la formazione e l'aggiornamento dei giornalisti italiani, affrontando temi scottanti come il corretto inquadramento e la corretta lettura delle diverse identità dell'Italia plurale, l'etica medica, la strategia della comunicazione.
In una giornata ricchissima nei contenuti e nei diversi spunti a disposizione, che si è svolta a Milano nella prestigiosa Sala del Grechetto di Palazzo Sormani, un primo centinaio di giornalisti italiani ha intrapreso un processo di conoscenza e di maturazione capace di migliorare la qualità e la credibilità delle testate per cui lavorano.
Il seminario "Mondo islamico ed ebraico a confronto: etica, bioetica, terminologia" organizzato dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia, introdotto dal Consigliere nazionale dell'Ordine dei giornalisti Stefano Jesurum, ha visto la partecipazione di IlhamAllah Chiara Ferrero e Abd as Sabur Turrini, rispettivamente esperta di bioetica e direttore generale della Comunità religiosa islamica (Coreis) per parte islamica, del responsabile dell'area cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane rav Roberto Della Rocca e del medico e Consigliere UCEI Giorgio Mortara. Assieme a loro, per offrire un quadro delle strategie di comunicazione attuate dalle istituzioni dell'ebraismo italiano, il direttore dell'area Comunicazione e della redazione giornalistica dell'Unione, Guido Vitale.

(ANSAmed, 25 maggio 2016)


Ismail e l'islam nel Pd: «Io ho una visione laica, Sumaya è conservatrice»

La portavoce somala: moschea, l'iter va rivisto, il mio islam è lontano da Sumaya.

di Pierpaolo Lio

Maryan Ismail, 56 anni, portavoce della comunità somala, è componente della segreteria metropolitana del Pd e candidata al Consiglio comunale
Sumaya Abdel Qader, 37 anni, tre lauree, è responsabile culturale del Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e candidata Pd al Consiglio comunale
MILANO - «I Fratelli Musulmani non possono essere, né devono essere interlocutori dell'amministrazione. Lo dico a chiunque sarà sindaco. A maggior ragione se a essere eletto sarà Beppe Sala. Se sarò in Consiglio comunale non permetterò mai che abbiano spazio persone legate alla Fratellanza».
A lanciare l'appello è Maryan Ismail, storica portavoce della comunità somala di Milano, 56 anni, da oltre 35 in Italia. Docente di antropologia dell'immigrazione, musulmana sufi, è componente della segreteria metropolitana del Partito Democratico e candidata per l'aula di Palazzo Marino.

- Quando parla di Fratelli Musulmani si riferisce a Sumaya Abdel Qader, altra candidata pd, su cui si è polemizzato nei giorni scorsi?
  «No. È stata lei stessa a spiegare di non fare parte della Fratellanza. Anzi, a lei va la mia solidarietà per le minacce che ha subito. Però la sua visione della religione non è la mia. Siamo entrambe donne, musulmane, candidate nel Pd. Ma lei ha una visione ortodossa mentre la mia è laica».

- Si riferisce allora al Caim?
  «Certo, perché rappresenta un'ideologia religiosa wahabita, ortodossa e conservatrice che non appartiene a tutto l'Islam, e che soffoca la ricchezza culturale e religiosa del mondo musulmano. Non vorrei che Sala si ritrovasse a doversi confrontare solo con quell'interpretazione. Sarebbe un grave errore. Spero vorrà dialogare e conoscere anche le altre anime della comunità. Sarebbe drammatico che la politica non ascolti anche gli altri. Sarebbe un riproporre a Milano le lacerazioni presenti nei nostri Paesi d'origine».

- Lei aveva già criticato il Caim in passato, in occasione del bando della giunta Pisapia sui luoghi di culto. Ma secondo lei va costruita a Milano una moschea o no?
  «Ribadisco il mio sì, il diritto di culto va garantito. Ma serve una "via meneghina". Per questo spero che il prossimo sindaco riveda il percorso seguito finora. Serve una grande moschea dove siano rappresentate tutte le anime dell'lslam, dove religione e politica siano separate, e dove nessuna componente sia egemone sulle altre. E poi ci vuole un direttorio per la sua gestione che comprenda anche una rappresentanza istituzionale che vigili con attenzione. Non solo: la moschea va costruita insieme alla città. VuoI dire ascoltare i dubbi dei residenti del quartiere, magari con un questionario diffuso, e iniziare un percorso di dialogo per creare il giusto consenso».

- Quali sono gli altri punti del suo programma?
  «Vorrei lavorare sul diritto di voto alle amministrative agli stranieri lungo residenti, favorire la cultura della solidarietà e dell'accoglienza di questa città, impegnarmi su temi come le pari opportunità e il contrasto alla violenza contro le donne, oltre che su un progetto importante come il "fiume verde" immaginato da Stefano Boeri negli ex scali Fs».

(Corriere della Sera, 25 maggio 2016)


Il vero nemico di Israele è l'Iran

Teheran trasforma Hamas ed Hezbollah in un esercito allo scopo di annientare lo Stato ebraico.

di Carlo Panella

Israele è l'unica democrazia occidentale in contatto fisico, quotidiano, con i jihadisti dell'Isis e di Al Qaeda. E non solo. Ragione ulteriore per accettare l'invito per un viaggio tra i suoi massimi esperti di antiterrorismo.
   Viaggio che inizia, appunto, dalle alture del Golan, dalle quali, in una giornata di sole spazzata dal vento teso, posso vedere più di 60 chilometri della frontiera di Israele con la Siria i cui villaggi sono presidiati vuoi da Al Nusra, vuoi dall'Isis. A occhio nudo, senza binocolo, vedo i loro pick-up e minibus che pattugliano discretamente le strade a ridosso della linea di confine che parte dal monte Hermon. A sud invece, tutta la frontiera tra Israele ed Egitto pullula di miliziani di Beit al Maqdis, inseriti nell'Isis, che fanno stragi di militari egiziani, con la media di 10 al mese a El Arish, Sheikh Zuwald e Rafah. Ma anche la frontiera tra Gaza e Israele segna il confine materiale con l'Isis.
   Il generale Yoav Mordechai, coordinatore dell'esercito nei Territori, valuta infatti che l'Isis ormai conti su un migliaio di aderenti dentro la Striscia di Gaza e riceva da Hamas aiuti e supporto logistico per le sue azioni terroristiche nel Sinai. E 1'Isis, sul Golan, dispone di armi chimiche. Sia quelle prese all'esercito di Assad (che le usa tuttora, nonostante la commedia del disarmo chimico inscenata dall'Onu), che quelle che produce autonomamente a Mosul. Pure, Israele, non considera l'Isis o Al Qaeda i più pericolosi tra i suoi avversari.
   E questa è una notizia. Da qui si parte per comprendere una delle tante differenze che separano l'unica democrazia piena del Medio Oriente dal punto di vista dell'Occidente.
   Abituato a soffrire la morsa degli attentati terroristici, i più infami, sulla pelle dei propri abitanti, anche i civili, le donne, i bambini, i vecchi, Israele non ragiona sul breve periodo, come l'Europa. Ha imparato a guardare avanti e in profondità. A separare il pericolo di attacchi, anche ignominiosi, alla vita dei propri abitanti nelle città, da quello - esiziale - alla propria stessa esistenza.
   Israele è l'unico Stato al mondo che guarda a un terrorismo che punta direttamente - e lo urla a gran voce nelle moschee e sui media - a «spazzare via dalla terra l'entità sionista». Slogan - va ricordato alle anime belle del politically correct - sotto cui sfilavano pasdaran e militari iraniani nella prima parata a Teheran presieduta dal neo eletto presidente Rohani. Il «riformista».
   Nessun'altra nazione democratica al mondo guarda alla sua sicurezza in modo così ultimativo, perché in realtà è il contrasto alla negazione della sua stessa esistenza. Ma questa è l'impostazione d'obbligo, naturale, acquisita da anni, di tutti gli esperti di antiterrorismo israeliani che incontro in questo viaggio, a partire da Emmanuel Nahshon, portavoce del ministero degli Esteri, che esordisce con un poco rassicurante: «Viviamo nel terremoto e nessuno può dire cosa succederà da qui a tre mesi». Nahshon ha chiaro il contesto, la configurazione delle faglie tettoniche che si scontrano, con epicentro su Israele: «L'Europa e l'Occidente faticano a dominare la complessità dei conflitti e si rifugiano nel dogma della centralità del conflitto israelo-palestinese, panacea per tutte le strategie. Ma non è così. Il tema centrale oggi è la distruzione di Stati come la Siria, l'Iraq, lo Yemen, il conflitto devastante tra sciiti e sunniti, la fuga e l'emigrazione di decine di milioni di profughi (più di 6 milioni solo dalla Siria, milioni da Iraq e Yemen). Il tutto accompagnato dalla presa dell'islam jihadista su decine, centinaia di migliaia di musulmani.
   Viviamo in un conflitto permanente». Un conflitto che ormai lambisce l'Europa, che si illude di arginarlo con i muri per i profughi. Profughi che sono il sintomo di superficie di un terremoto ben più profondo.
   Beniamin Degan, responsabile del Center for Policy Research, ragiona sulle cause del sisma incombente partendo da un assunto: «Negli ultimi anni i parametri economici di molti paesi mediorientali sono disastrosamente crollati. Ed è in questo contesto che l'Iran sviluppa il suo programma missilistico aggressivo contro Israele, ma anche contro Turchia, Arabia Saudita, emirati del Golfo, Yemen e Egitto. E sobilla le guerre civili in Iraq, Siria e Yemen. Ma soprattutto l'Iran cura il passaggio ad una dimensione militare nettamente più aggressiva di Hamas e Hezbollah. Oggi Hezbollah dispone in Siria e in Libano di un efficiente esercito regolare con la massima professionalità, dotato di blindati e corazzati, droni, razzi e addirittura missili di media gittata».
   Il fondato timore di Israele è dunque che Hezbollah - organizzazione terroristica sia per la Ue che per gli Usa - si doti di ogive nucleari per i suoi missili, sia quelle in preparazione in Iran, sia quelle acquisibili sul mercato clandestino (dominato dalla Corea del Nord e dalle bande caucasiche).
   Questa è la vera dimensione del terrorismo su cui ragiona Israele. Questa è la ragione per cui tanta parte dell'Occidente, a partire da Barack Obama, non capisce Israele.

(Libero, 25 maggio 2016)


Cambiamenti climatici e salute. Italia e Israele a confronto

Un confronto tra esperti dei due paesi, giovedì 26 maggio all'Università Roma 3, con la presenza del ministro dell'ambiente Gian Luca Galletti, per capire come le variazioni del clima si ripercuotono sulla salute fisica e psichica. Nella tradizione ebraica l'attenzione per la natura ha radici antiche: dei 613 precetti biblici che l'ebreo dovrebbe osservare, ben 213 sono legati alla tutela della salute o al rispetto dell'ambiente.

di Eva Antoniotti

 
Si terrà giovedì 26 maggio, nella sede di Via Ostiense 234 dell'Università Roma 3, il convegno organizzato dall'associazione Beautiful Israel per mettere a confronto le esperienze e le conoscenze acquisite in Italia e in Israele sui cambiamenti climatici e sulle loro ripercussioni sulla salute e sull'ambiente. Sarà presente il Ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, il professor Marcello Sternberg dell'Università di Tel Aviv, lo psicanalista David Meghnagi, il rabbino Gianfranco Di Segni e lo psichiatra Alberto Sonnino.
   Mettere a confronto conoscenze ma anche esperienze sul campo, per affrontare la grande sfida del futuro, proprio come hanno solennemente affermato i capi di Stato e di Governo nella Conferenza sul Clima di Parigi, lo scorso dicembre: "Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta".
   Giovedì 26 maggio, alle ore 9,30, si terrà l'introduzione di Emilio Nacamulli e David Megnhagi, seguiranno le relazioni di Marcelo Sternberg sugli effetti del cambio climatico nell'ecosistema mediterraneo, di David Megnhagi su psiche ed ecologia e di Alberto Sonnino della Società Psicoanalica Italiana (SPI) Consigliere "Italian Council for a Beautiful Israel" su clima e salute mentale.
   Il dott. Gianfranco Di Segni dell'Istituto di Biologia cellulare e Neurobiologia CNR e membro del Collegio Rabbinico Italiano affronterà il tema "Ebraismo ed ecologia". Nella cultura e nella tradizione ebraica l'attenzione per la natura ed il conseguente rispetto per l'ambiente hanno radici antiche: la custodia del mondo è, infatti, uno dei primi compiti affidati ad Adamo, che fu posto nel Giardino dell'Eden "per lavorarlo e custodirlo", come recita il versetto della Genesi. Dei 613 precetti biblici che l'ebreo dovrebbe osservare, ben 213 sono legati direttamente o indirettamente alla tutela della salute o al rispetto dell'ambiente.
   L'approccio multidisciplinare e il lavoro per sviluppare una coscienza civica fondata sul rispetto e sulla tutela della natura e dell'ambiente, attraverso interventi nelle scuole, sulla cittadinanza e nelle istituzioni sono fondamentali per l'Italian Council for a Beautiful Israel che, quest'anno, propone una approfondita riflessione scientifica su questi inderogabili temi per il futuro dell'umanità.
   Nella sessione serale, presso la sede della Comunità Ebraica di Roma, interverranno il Ministro per l'Ambiente Gian Luca Galletti, Rav Riccardo Di Segni Rabbino Capo di Roma, Amb. Dan Haezrachy Vice Capo Missione Ambasciata d'Israele, Fulvio Mamone Capria Presidente LIPU Onlus e Ruth Dureghello Presidente Comunità Ebraica di Roma.
   Massimo Finzi, medico e socio fondatore "Italian Council for a Beautiful Israel", affronterà il complesso tema delle conseguenze dei cambiamenti climatici sulla salute.
PROGRAMMA

(quotidianosanità.it, 25 maggio 2016)


Valls nega la cittadinanza a Ramadan, star islamica delle banlieue

"Voglio inviare un messaggio: l'islam è parte della Francia" dice il predicatore svizzero. Ma il premier continua a sostenere che "non c'è alcun motivo" di dare la nazionalità a Ramadan. "Quando si aspira a essere francesi, bisogna aspirare a condividere determinati valori".

di Giulio Meotti

Il Primo Ministro francese Manuel Valls
ROMA - Sulla carta, la richiesta di cittadinanza francese è più che legittima: sua moglie è francese, i suoi quattro figli pure ed è in Francia che il predicatore svizzero Tariq Ramadan è emerso nei primi anni Novanta. Ha preso la decisione di chiedere la cittadinanza dopo la proposta della privazione della stessa agli islamisti, voluta da François Hollande il 16 novembre dopo gli attentati di Parigi e mai approvata. E' allora che Ramadan ha lanciato la sua sfida al governo. "Voglio inviare un messaggio: l'islam è parte della Francia". Di questi giorni la risposta del premier Manuel Valls, che ha detto che "non c'è alcun motivo" di dare la nazionalità a Ramadan. "Quando si aspira a essere francesi, bisogna aspirare a condividere determinati valori", ha detto Valls alla radio ebraica di Parigi Radio J prima di partire per Israele. Ramadan manda "un messaggio contraddittorio" e proprio tali "ambiguità sono il terreno su cui attecchiscono violenza e radicalizzazione". Nell'intervista, Valls attacca anche Clémentine Autain, femminista e ideatrice di Ensemble, che con Tariq Ramadan ha organizzato numerosi incontri. Secondo Valls i due formano un "islamo-sinistrismo".
   Alla fine di aprile, il segretario di stato per i Rapporti con il Parlamento, Jean-Marie Le Guen, aveva pubblicato un libro in cui li accusava di "separatismo". Jean Baubérot, studioso di laicità, ha stabilito un parallelo tra Ramadan e la cultura comunista. Entrambi condividono l'idea di una egemonia culturale. E infatti Ramadan, che il 3 giugno sarà a Milano a ridosso delle elezioni comunali, ha messo in piedi una formidabile macchina di propaganda e seduzione. E' nella banlieue parigina che si trova il quartier generale di Ramadan, da cui coordina altri quattro uffici (Londra, Doha, Ginevra, Washington). Con due milioni di fan sul proprio account Facebook, autore di trenta libri e di cinquantamila audiocassette che le edizioni Tawhid hanno distribuito ai giovani delle periferie, il volto di Ramadan campeggia in un maxischermo alla cena di gala del Comitato contro l'islamofobia. Dopo un messaggio di solidarietà agli ospiti, Ramadan si offre per mettere all'asta un pranzo con lui. Cattedre in tutto il mondo, da Friburgo alla Malesia, direttore del Centro di ricerca per la legge islamica a Doha (Qatar), presidente della Rete europea musulmana (Emn), membro dell'Unione internazionale degli studiosi musulmani, star di al Jazeera come dell'iraniana Press Tv, Ramadan ha appena pubblicato "Il genio dell'islam" (Presses du Châtelet), che fa il verso al "Genio del cristianesimo" di Chateaubriand.
   "Ci sono ormai cloni di Ramadan che imitano il suo look e il suo modo di parlare", accusa Abdelaziz Chaambi, che presiede la Coalizione contro l'islamofobia, una struttura rivale. Uno dei "ragazzi" di Ramadan, Marwan Muhammad, ha appena assunto l'incarico di consulente sull'islamofobia all'Ocse a Vienna. "Quello di Ramadan è l'unico movimento intellettuale che alimenta una riaffermazione dell'identità islamica", accusa Didier Leschi, ex prefetto di Saint-Denis. Ramadan è legato a personaggi diversi fra di loro, dal pastore Jean-Claude Lenoir al guru degli indignados, il compianto Stéphane Hessel, fino al filosofo Edgar Morin, con cui ha scritto un libro nei giardini della Mamounia, hotel di lusso a Marrakech. Una macchina di propaganda ben oliata dal Qatar, "il suo sassolino nella scarpa", come dice Haoues Seniguer, ricercatore presso Sciences Po di Lione. Il Qatar promuove Ramadan per la nomina di docente all'Università di Oxford (Mediapart ne ha anche diffuso lo stipendio mensile: 4.800 euro). In realtà, gran parte del lavoro che oggi svolge è quello presso la facoltà di Scienze islamiche di Doha.
   Tariq Ramadan ci trascorre due settimane al mese. "Il Qatar ha comprato Ramadan", ha detto il politologo Vincent Geisser.
   La Francia sta facendo ancora i conti con questo enigma dal successo planetario, che ha imparato a conoscere nel dicembre 1993 a una conferenza a Bourget, quando per la prima volta apparve questo ginevrino ben vestito e dalla barba curata, dall'impeccabile francese e a proprio agio con il Corano e la laicità. Il Monde lo definì "uno choc", che Ramadan continua ad alimentare dal suo ufficio a Saint-Denis, al fianco delle tombe dei re cristiani di Francia, quel sobborgo che Gilles Kepel ha definito "la Mecca dell'islam francese".

(Il Foglio, 25 maggio 2016)


Predicatore anti-Israele. Parisi e Boeri «alleati» della comunità ebraica

Sulla rottura fra ebrei e islamici si schierano l'ex capolista del Pd e il candidato del centrodestra.

di Alberto Giannoni

 
Tariq Ramadan
Si allarga e si rafforza il fronte dei preoccupati. E si intravede qualche crepa nel mondo dei centri islamici milanesi (Caim). Sale la tensione per l'arrivo in città di Tariq Ramadan, previsto a due giorni dalle elezioni e a tre dall'inizio del mese sacro per i musulmani.
   Ramadan è un personaggio controverso. Di origini egiziane, nipote del fondatore dei Fratelli musulmani, lo scrittore ginevrino è osannato come una star carismatica dai musulmani di mezzo mondo. Al contrario, gli ebrei (ma non solo) lo considerano il campione di un islam ambiguo, bifronte e per questo insidioso. L'accusa, che gli viene rivolta anche da intellettuali importanti, è nota: avrebbe posizioni anti-israeliane che sfocierebbero nell' antisemitismo. La Comunità ebraica milanese si è mobilitata contro l'incontro del 3 giugno (promosso dall'European muslim network con il Caim alla Camera del lavoro). Ha chiesto una presa di posizione di istituzioni e partiti. E ha avvertito: le sue posizioni «sono state recentemente condannate dalla Conferenza degli imam di Francia».
   Contro l'intervento della Comunità ebraica si è scagliato il coordinatore del Caim, Davide Piccardo, che ha usato parole di fuoco: «Siamo di fronte - ha scritto - all'ennesimo tentativo di censura da parte di esponenti della comunità ebraica milanese nei confronti delle voci critiche verso Israele». Piccardo ha parlato addirittura di «squadrismo sistematico».
   La Comunità ebraica ha riposto duramente: «Sentire tale linguaggio in bocca a un esponente religioso ci preoccupa, oltre che ricordarci tempi oscuri». La Comunità si è appellata agli altri dirigenti del Caim, «perché prendano le distanze da queste parole di odio». L'appello non è stato accolto forse dai dirigenti del Caim, ma si è schierato invece Stefano Boeri, capofila di un' area importante del Pd, che è stato candidato sindaco nel 2010 e poi assessore alla Cultura dopo aver fatto registrare il record di preferenze l'anno dopo. Boeri cita la comunità ebraica milanese che ha sollevato il problema delle «posizioni integraliste» di Ramadan e ammette: «Penso che Milano, città aperta alle posizioni più diverse, sappia arricchirsi anche dei contrasti e delle polemiche, anche le più dure. Ma poi - aggiunge - leggo un post di Davide Piccardo, rappresentante del Caim che definisce come "sistematico squadrismo" le critiche della comunità ebraica a Ramadan. E mi viene subito da pensare che giudicare "squadristi" i membri di una comunità che ha pagato un prezzo immenso alla barbarie del nazifascismo, solo per avere espresso un giudizio, per quanto duro, va al di là, ben al di là dei limiti tollerabili».
   Boeri conclude con due auspici: «Mi aspetto che i rappresentanti del Caim correggano subito questo giudizio». E mi aspetto che i protagonisti della politica milanese - tutti - non stiano in silenzio». Al primo risponde Reas Syed, responsabile legale del Caim: «Le parole di Piccardo, per quanto possano essere non condivisibili, giudicano chi oggi guida la comunità ebraica meneghina. Non certo la storia della comunità ebraica in toto». Al secondo risponde Stefano Parisi, candidato sindaco del centrodestra, che definisce giusto il richiamo di Boeri. E scrive: «Grazie Stefano, servono parole chiare come le tue. È importante che la politica non sia ambigua sui temi dell'antisemitismo».

(il Giornale - Milano, 25 maggio 2016)


Anniversario - Israele, antiche emozioni

di Marcello Malfer,
Presidente Associazione Trentina Italia-Israele

Le recenti celebrazioni per il 68o anniversario dell'indipendenza dello Stato d'Israele, hanno riproposto, in tutti coloro che si sentono partecipi in vario modo delle sorti del popolo ebraico e di ciò che esso rappresenta, antiche e nuove emozioni, riflessioni, trepidazioni.
   Un rinnovato sgomento innanzi al pensiero di chi è stato travolto dalla più spaventosa ecatombe della storia del mondo consumata in un ribaltamento fuori da ogni morale e giustizia; una rinnovata ed eterna gratitudine per le migliaia di giovani militari che hanno sacrificato le loro meravigliose esistenze in difesa di quel piccolo fazzoletto di terra, che tanto significava per loro, così come per le generazioni vissute prima di loro e per quelle che sarebbero venute dopo; un rinnovato orgoglio e l'ammirazione per i meravigliosi progressi raggiunti dal piccolo Paese in molti campi, nonostante le innumerevoli difficoltà e il continuo stato di guerra; la preoccupazione per le sempre vive minacce del presente e del futuro, alimentate da un antisemitismo cieco e rabbioso che, in inquietante crescita in vari stati, va a gonfiarsi in modo impressionante ai confini di Israele, e rendendo terribilmente seri i proclami di violenza e distruzione. La ricorrenza di tale anniversario è una rinnovata e ferma determinazione a non cedere mai, a rafforzare gli sforzi di difesa della sua democrazia, della libertà, della civile convivenza, contro tutti i predicatori dell'odio. Israele - disse Rabin - non sarà mai stanca di difendersi, e mai stanca di lottare per la pace. Nella medesima intervista aggiunse che le speranze di pace saranno tanto più concrete quanto più Israele sarà forte.
   Ma qual è la forza d'Israele? Una risposta immediata fa pensare a Tsahal, il suo esercito, e questa dà una concretezza tutta particolare a quel sentimento di gratitudine prima ricordato. Ma tutti sanno che i soldati di Israele non sono soli. Accanto a loro c'è l'amore delle loro famiglie, la fratellanza dei loro compagni, il sostegno del loro popolo. Intorno a loro, il contributo di tutti coloro che, giorno dopo giorno, ora dopo ora, fanno progredire il Paese con il loro impegno, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle fattorie, nei centri di ricerca, nei kibbutz, nelle università, nei teatri, nelle istituzioni, nei giornali, nei tribunali. Dietro di loro c'è stata la tenacia, la perseveranza, il coraggio di tutte quelle generazioni di uomini che, nei secoli, hanno mantenuto la fedeltà a un antico patto, conservando quell'apparenza e quella identità che il mondo avrebbe voluto cancellare e hanno permesso che un'idea di Alleanza, di comunità e di solidarietà restasse sempre viva e attuale, fino a rifiorire, nuova e diversa, grazie al miracolo sionista; la visione di quei pionieri che nell'ultimo secolo e mezzo hanno incominciato in Eretz Israel una nuova vita e di tutti quelli che avrebbero voluto farlo ma non hanno potuto. E se il resto del mondo è prevalentemente stato con il popolo ebraico indifferente e ingiusto, in questo suo rinnovato anniversario, Israele non dimentica quei tanti uomini di altre fedi e di altre nazioni che lo hanno difeso e hanno sostenuto la nascita del suo Stato, giusto 68 anni fa.

(Corriere del Trentino, 25 maggio 2016)


La russa Gazprom non più interessata al giacimento israeliano Leviathan nel Mediterraneo

MOSCA - La compagnia russa Gazprom non è più interessata a partecipare allo sviluppo del progetto israeliano di estrazione offshore Leviathan. Lo ha detto un rappresentante della società al quotidiano russo "Vedomosti". In passato la compagnia era in trattative per acquistare il 30 per cento del progetto da un consorzio di società operative che comprendeva l'israeliana Delek Drilling (22,67 per cento), Avner Oil & Gas (22,67 per cento), Ratio (15 per cento) e Noble Energy degli Stati Uniti (39,66 per cento). Il rappresentante di Gazprom non ha spiegato le cause che hanno portato Gazprom a perdere interesse nei confronti del progetto Leviathan. "Attualmente la compagnia russa non sta prendendo in considerazione né il Leviathan, né altri progetti in Israele", secondo quanto dichiarato dal rappresentante della compagnia di stato russa.

(Agenzia Nova, 25 maggio 2016)


Roma - Krav Maga per Tzedakà

di Claudia Sermoneta

Sulla scia del successo dello scorso anno, l'Assessorato alle politiche giovanili della Comunità ebraica di Roma, in collaborazione con la Securdan Krav Maga, ha organizzato un evento di beneficenza denominato "Krav Maga per Tzedakà" a favore dei ragazzi che volontariamente e giornalmente si adoperano per garantire la sicurezza dei luoghi più sensibili.
Una lezione di Krav Maga,il sistema ufficiale di difesa personale e di combattimento a contatto dell'esercito israeliano, che negli ultimi anni ha avuto una maggiore diffusione nelle palestre e nei centri sportivi grazie alla sua praticità ed efficacia.
Il Capo Istruttore Daniele Rossi, manager nel settore della sicurezza, grazie alla sua formazione sportiva maturata in Italia e in Israele nelle file del Maccabi e cresciuta con la sua preparazione atletica nell'ambito delle diverse e specifiche arti marziali, è uno dei massimi esperti, primo ad importare in Italia questa disciplina, un mix di tecniche di autodifesa e psicologia del confronto rendendolo fruibile ad un pubblico adulto, sempre più vasto.
L'incidenza e l'aumento casi di violenza comune e di femminicidio spingono moltissime persone a frequentare i suoi corsi, sia quelli diretti agli operatori della sicurezza sia quelli dedicati alla difesa personale, corsi specifici dedicati anche all'autodifesa femminile.
Lo stesso assieme ai suoi istruttori terrà - a titolo gratuito - questa lezione che ha riscontrato un successo inaspettato con una emissione di più di duecento biglietti.
Tutti gli acquirenti si sono prestati a una simpatica foto ricordo per sponsorizzare e supportare un evento che unisce tutta la Comunità. Una maniera per ringraziare tutti coloro che ogni giorno garantiscono sicurezza e serenità con la loro discreta presenza.

(moked, 24 maggio 2016)


Iran: possiamo distruggere Israele in pochi minuti, "peggio dell'ISIS"

di Daniele Chicca

Hassan Rohani, presidente della Repubblica islamica iraniana, ha reso noto con un discorso che l'Iran è pronto a entrare in un anno di prosperità economica dopo che il suo governo è riuscito a mantenere la promessa di far revocare le sanzioni internazionali.

NEW YORK - La Guida Suprema dell'Iran ha annunciato che il paese resta un nemico degli Stati Uniti e che continuerà a ignorare le richieste del governo americano, proseguendo nella fabbricazione del suo arsenale missilistico balistico. Il paese "sionista", fanno sapere dall'Iran, è raggiungibile dai missili del paese a guida sciita.
   L'affronto lanciato dal capo religioso iraniano è stato riferito da Ahmad Karimpour, consulente del corpo speciale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, la Quds: "Se gli ordini della Guida Surpema dovessero venire eseguiti, con le capacità e armi a nostra disposizioni, saremmo in grado di distruggere il regime sionista in meno di otto minuti".
   Per l'esercito dell'Iran l'Isis e il fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qaeda, sono il male minore, "piccoli nemici", se confrontati alla minaccia israeliana e americana. Uno dei suoi generali ha detto chiaramente che i due violenti gruppi estremisti sono stati creati dagli americani e che Teheran è in grado di difendersi con la forza.
   Se da un lato le Guardie Rivoluzionarie rappresentano l'ala estrema conservatrice di un paese ancora non secolare, il presidente attuale Hassan Rohani rappresenta invece l'ala moderata e riformista, che tiene con l'Occidente un atteggiamento molto più conciliante. Detto questo, nonostante gli accordi di Ginevra, anche Rohani ha espresso il suo sostegno al programma missilistico dell'Iran.
   Nell'ultima puntata del Trono di Spade (Game of Thrones), la serie tv di enorme successo tratta dalla saga di fantascienza nata dalla mente di George R. Martin, si scopre che sono stati i primi cittadini abitanti di Westeros, (mondo di ispirazione medievale, fantastico ma molto simile al nostro) a creare la più grande minaccia per l'umanità: l'armata degli Estranei, i non-morti White Walkers. La speranza dei Children of Men (i Figli della Foresta nella traduzione italiana) era quella di difendersi dall'avanzata degli esseri umani e di impedirli di conquistare le loro terre.
   Allo stesso modo alcuni politologi e paesi nemici degli Stati Uniti sostengono che questi ultimi dopo aver armato e reso più potenti le forze talebane, per respingere la minaccia comunista sconfiggendo i russi in Afghanistan negli anni della Guerra Fredda, avrebbero in seguito anche gettato le basi per la nascita di al-Qaeda, nonché per quella di uno dei gruppi che oggi minacciano l'esistenza dell'intera umanità occidentale, l'ISIS, la cui idea fondatrice è nata nelle prigioni irachene controllate dagli americani durante la guerra del Golfo.

(Wall Street Italia, 24 maggio 2016)


L'obiettivo è sempre quello: invadere Israele

Per Fatah, diritto al ritorno significa diritto di stabilirsi dentro Israele invece che nello stato palestinese. E senza rinunciare agli indennizzi internazionali.

Zakaria al-Agha, membro del Comitato esecutivo dell'Olp e del Comitato centrale di Fatah, il movimento che fa capo al presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ha recentemente dichiarato che il "diritto al ritorno" dei palestinesi, così come formulato nella risoluzione 194 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è fuori discussione, e che comunque "chi ritorna ha anche il diritto di ottenere un risarcimento". "Si tratta di ritorno ed anche di risarcimento" ha detto Al-Agha. Zakaria al-Agha ha anche chiarito che per "ritorno" si intende che i profughi devono tornare "alle loro città, villaggi e case", e non nello stato palestinese che verrà istituito. L'intervista è andata in onda su Palestine TV l'11 maggio 2016. Eccone i brani salienti....

(israele.net, 24 maggio 2016)


Che regalo al terrorismo l'abbraccio del papa all'imam

L'abbraccio «di pace» del Papa all'imam amico dei kamikaze. Perfino la Boldrini prese le distanze

di Magdi Cristiano Allam

 
Un'abbraccio, il papa non lo nega a nessuno. L'uno o l'altro per lui pari sono
E' più che un tradimento dello spirito di Ratisbona, la testimonianza dell'indissolubilità di fede e ragione, che è intrinseca al cristianesimo mentre è incompatibile con l'islam. È più che uno schiaffo alla politica della schiena dritta di Benedetto XVI nei confronti dell'islam, quando nel gennaio 2011 denunciò l'ennesima strage di cristiani in Egitto. L'abbraccio in Vaticano di Papa Francesco al Grande Imam della Moschea-Università di Al Azhar, Ahmed al-Tayyeb, è una imbarazzante legittimazione di un apologeta del terrorismo islamico suicida palestinese, di un feroce predicatore di odio, violenza e morte degli ebrei e degli israeliani.
   Persino l'islamofila Laura Boldrini fu costretta lo scorso anno ad annullare un invito ufficiale ad al-Tayyeb che avrebbe dovuto tenere alla Camera una lectio magistralis dal titolo beffardo «Islam, religione di pace». Perché soltanto dopo scoprì che questo «Papa dell'islam maggioritario sunnita» disconosce la ragione e il cuore e riconosce solo ciò che Allah prescrive nel Corano e ciò che ha detto e ha fatto Maometto. Quando il 3 febbraio 2015 i terroristi dell'Isis diffusero un video in cui si vedeva la scena del pilota giordano musulmano Muaz Kassasbe, catturato e arso vivo in una gabbia, al-Tayyeb emise una «fatwa», sentenza legale islamica, in cui condannava «questo vile atto terrorista, che merita la punizione prevista nel Corano per quegli aggressori corrotti che combattono Dio e il suo profeta: la morte, la crocifissione o l'amputazione delle loro mani e piedi». La sua condanna dei terroristi si basa sul versetto 33 della sura 5 del Corano che, incredibilmente, è la stessa sura invocata dai terroristi islamici per bruciare vivo il pilota giordano!
   Il 4 aprile 2002 al-Tayyeb disse: «La soluzione al terrore israeliano risiede nella proliferazione degli attacchi suicidi che diffondono terrore nel cuore dei nemici di Allah». Nel 2003 al-Tayyeb confermò: «Le operazioni di martirio in cui i palestinesi si fanno esplodere sono permesse al cento per cento secondo la legge islamica».
   Nessun cristiano vittima del genocidio islamico iniziato nel VII secolo, nessun ebreo e israeliano, principali bersagli del terrorismo islamico, potranno mai concepire che i' abbraccio tra il Papa e il Grande Imam di Al Azhar sia «un messaggio contro il terrorismo».

(il Giornale, 24 maggio 2016)


E Francesco porge l'altra guancia all'Islam

Era dai tempi del discorso di Ratzinger a Ratisbona nel quale il predecessore di Francesco collegava chiaramente la religione islamica alla violenza e dalla forte denuncia seguita all'attentato alla cattedrale copta di Alessandria dopo il quale Benedetto XVI denunciava la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente che un Imam del calibro di Ahmed al-Tayeb non si affacciava dalle parti del Vaticano. Per quel discorso Ratzinger (Benedetto XVI) fu messo in croce, accusato di islamofobia, la sua figura trasformata in fantoccio a cui dare fuoco come avvenne in Palestina e in India, il suo accostamento dell'Islam alla violenza e la sua più che giusta richiesta di "un dialogo sincero" tra Islam e Cristianesimo vennero prese dal mondo islamico (e anche da molti "progressisti" occidentali) come una offesa. La Chiesa Cattolica venne crocefissa per aver detto la verità e non aver porto l'altra guancia come ci si aspetterebbe da un "buon cristiano"....

(Right Reporters, 24 maggio 2016)


Insulti antisemiti dopo la partitella poi il pugno in faccia a un ragazzo ebreo

Milano, via Soderini, gruppo di scout con la kippah aggredito da giovani italiani del quartiere. La polizia ha evitato il peggio ma il responsabile è fuggito. Il presidente della comunità: "La vigilanza resti alta".


La partita
Alle 15 di domenica un gruppo di ragazzi scout della comunità ebraica gioca a calcio nel campo di via Soderini 47 nei pressi della sede della scuola.
Gli insulti
Da fuori arrivano gli insulti di un gruppo di giovani italiani che inveiscono contro gli scout che indossano la kippah con epiteti riferiti alla loro religione.
L'aggressione
Quando i giovani ebrei escono dal campo trovano ad aspettarli i ragazzi che passano agli spintoni. Un giovane ebreo romano viene preso a pugni.


di Zita Dazzi e Simone Bianchin

MILANO - Non avevano fatto altro che giocare a calcetto per poi andare a rinfrescarsi alla fontana. Come fanno tutti i ragazzi del mondo, dopo una partita su un campo in terra battuta, in un pomeriggio afoso. Solo che quei ragazzi al campo Olimpia di via Soderini 47, zona Frattini, avevano sul capo la kippah, la papalina di stoffa che indossano spesso gli ebrei praticanti. E questo è bastato a scatenare gli insulti di un altro gruppo di ragazzi, tutti italiani, che hanno cominciato ad inveire urlando «ebrei di m.» ai coetanei che stavano ancora in campo. I giovani scout della comunità ebraica sul momento hanno fatto finta di niente, senza rispondere alle ingiurie e alle provocazioni. Erano abbastanza tranquilli anche quando sono usciti poco dopo dalla recinzione del campetto, che si trova a poca distanza dalla sede della comunità ebraica. Ma qui ad attenderli hanno trovato di nuovo il gruppo di giovani del quartiere, che dalle parole è passato agli spintoni e alle botte.
   L'episodio è avvenuto domenica pomeriggio ed è stato registrato anche dalla pattuglia della polizia di Stato che in quel momento stava nei pressi della struttura sportiva. Pattuglia che è riuscita ad intervenire quasi subito a fermare il pestaggio, anche se non a individuare il 15enne che ha steso con un pugno un giovane della comunità ebraica di Roma, ospite a Milano, colpito al volto. L'ambulanza chiamata subito per i soccorsi ha medicato sul posto il 16enne, che non ha voluto andare in ospedale e al momento non ha sporto denuncia. Nel rapporto steso dagli agenti della volante si parla degli insulti a sfondo antisemita che tutti i ragazzi scout ebrei hanno riferito. «Purtroppo ogni tanto questi episodi avvengono — commenta il presidente della comunità ebraica Raffaele Besso — . Chi è ebreo e indossa qualche capo che individua la sua identità, rischia. Per fortuna il nostro quartiere è ben presidiato dalle forze dell'ordine, che controllano nei pressi della scuola e della comunità, oltre a continuare a girare per le strade. Ma anche questo non basta ad avere la sicurezza completa».
   Il ragazzo ferito dal pugno è rientrato a Roma e non commenta i fatti, come i suoi amici, che sono molto spaventati e sorpresi dell'aggressione, in quello che hanno sempre considerato il "loro" quartiere. La polizia sta cercando di individuare il giovane aggressore, che dai racconti dei testimoni pare esser già stato notato per i suoi comportamenti aggressivi verso altri abitanti. A poca distanza da dove è avvenuta l'aggressione di domenica, davanti a un ristorante kosher di via San Gimignano, il 12 novembre venne aggredito Nathan Graff, 40 anni, anche lui riconosciuto per la kippah, genero del rabbino Hetzkia Levi. Graff venne ricoverato all'ospedale Niguarda con sei ferite, provocate da coltellate alla schiena, al volto, alla gola e a un braccio. Anche in quel caso non si riuscì ad identificare l'aggressore. «Chiediamo alle forze dell'ordine di mantenere alta la sorveglianza sul quartiere, che come si vede da questi episodi è a rischio», commenta il presidente Besso.

(la Repubblica, 24 maggio 2016)


Meno i matrimoni e pochi i figli

C'è in Italia un preoccupante calo demografico, confermato anche dal trend nella comunità ebraica romana.

di Daniele Toscano

 
Secondo i dati ISTAT, nel 2013 in Italia sono stati celebrati 194.057 matrimoni, 13.081 in meno rispetto al 2012, per un calo di 53 mila negli ultimi cinque anni. Non solo: per la prima volta il numero dei matrimoni è sceso sotto quota duecentomila. L'unica variazione positiva è del 2012, un lieve aumento che si inserisce in una generale tendenza alla diminuzione dei matrimoni in atto dal 1972. In particolare, negli ultimi 20 anni il calo annuo è stato in media dell'1,2%. Qual è stato il ruolo della Comunità Ebraica di Roma in questi numeri?
   Negli ultimi dieci anni c'è stato un andamento altalenante, che non permette di individuare un vero e proprio trend. Considerando il totale dei matrimoni (religiosi e misti, con questi ultimi che costituiscono sempre una percentuale inferiore al 20%, considerando ovviamente solo coloro che lo denunciano) dal 2005 ad oggi la media è di 47 all'anno, con il minimo di 36 nel 2012 e il massimo di 60 nel 2008. I 51 matrimoni del 2013 e i 42 del 2014 rendono l'idea dell'assenza di una vera e propria tendenza. In altri termini, un ipotetico grafico presenterebbe una forma a zig-zag, ma senza discostarsi troppo dal centro, vista la non eccessiva discrepanza tra le cifre che si alternano.
   Ciò che può preoccupare maggiormente sono invece i dati relativi alle nascite: dai 115 del 2004, si è progressivamente scesi, fino a una media di 71 nati tra il 2012 e il 2014. I morti tra il 1997 e il 2007 sono sempre stati tra 120 e 150: numeri che suscitano quantomeno qualche perplessità in vista del futuro, con un ricambio generazionale che risulta insufficiente.
   I motivi sociali, economici e di altro genere che sono alla base di questi fenomeni demografici sono numerosi e abbastanza noti, spesso legati a processi che coinvolgono tutto il Paese. Le emigrazioni dalla Comunità di Roma, ad esempio, sono raddoppiate: ad abbandonare la Capitale erano tra le 20 e le 30 persone l'anno nel periodo compreso tra il 1997 e il 2006, mentre si riscontra una media di 60 negli ultimi 5 anni.
   Basterà mantenere stabile il numero dei matrimoni nei prossimi decenni per mantenere la solidità della più antica comunità della Diaspora? Poi ci sono anche i divorzi, ma cerchiamo di rimanere ottimisti!

(Shalom, maggio 2016)


Tunisia: forze di sicurezza schierate a Gerba per il pellegrinaggio ebraico

TUNISI - Il governo tunisino ha schierato le forze di sicurezza nell'isola di Gerba in vista della celebrazione del pellegrinaggio ebraico che si tiene ogni anno in questo periodo presso la sinagoga di Ghirba. In vista dell'arrivo di ebrei provenienti da tutta l'Europa tra domani e dopodomani, sono state prese misure di sicurezza eccezionali secondo quanto riferisce l'emittente radiofonica locale "Shems Fm". Il ministero della Difesa ha anche allestito dei centri di pronto soccorso sull'isola tunisina. L'annuale rito del pellegrinaggio ebraico alla sinagoga di Ghirba prenderà il via domani. Secondo la tradizione, la sinagoga di Ghirba è la più antica dell'Africa: è stata fondata nel 586 avanti Cristo da un gruppo di ebrei in fuga dopo la distruzione del tempio di Salomone ad opera dei babilonesi.

(Agenzia Nova, 24 maggio 2016)


«Sono degli ignoranti Giorgio salvò tanti ebrei»

di Manuel Fondato

Signora Almirante, otto anni dopo è tornata d'attualità la proposta di una strada per suo marito.
«È ammirevole la proposta di Giorgia Meloni, spero solo che questa volta si riesca a fare dal momento che anche Alemanno l'aveva lanciata senza riuscire a mantenere l'impegno. Spero che Giorgia, che mi sembra molto decisa, riesca ad andare fino in fondo».

- Anche in questo caso le reazioni contrarie sono state immediate.
  «Pacifici ha detto che su quel giornale, la "Difesa della Razza", hanno scritto molte persone che da fascisti sono diventate di sinistra. Non vedo perché ci può essere apprezzamento per loro e non per Giorgio. Lui ha una storia politica democratica lunga molti anni. Lui stesso ha riconosciuto di aver scritto articoli in età giovanile dai quali successivamente si è distaccato. Bisogna avere rispetto per chi, come Almirante, ha lavorato per il bene del paese, commettendo errori gioventù, dei quali si è pentito per poi dimostrare con la sua correttezza, onestà, capacità, di meritare un posto nella storia».

- Quali furono i rapporti di suo marito con l'ebraismo?

  «Mio marito salvò la vita a un suo amico ebreo e alla sua famiglia, che ricambiarono quando Giorgio, nel dopoguerra, fu costretto alla clandestinità. Un'altra nostra amica ebrea ha pagato di tasca sua per piantare un ulivo dedicato a lui sul monte di Gerusalemme. Non capisco francamente tutto questo astio da parte della comunità, ma sono convinta che non tutti la pensino come Pacifici. Secondo me sono problematiche superate anche all'interno della comunità essendo passati tanti anni. Tengo comunque a dire che abbiamo il massimo rispetto per la tragedia che ha subito il popolo ebraico, che comunque è stato perseguitato anche dai comunisti in Russia. È giusto che i giovani conoscano quelle tragiche vicende ma bisogna andare oltre rancori e divisioni».

- Alemanno propose anche una via a Berlinguer e una a Craxi. Lei è favorevole?

  «Assolutamente sì. A quei tempi io parlai con Alemanno proponendo un dibattito politico e storico anche insieme alla comunità ebraica, carte alla mano, per dimostrare che Almirante non ha nulla a che fare con lo sterminio del popolo ebraico. Questo dibattito venne meno per l'indisponibilità della Comunità ebraica. Ripeto, a suo tempo ci potevano essere delle ragioni storiche per determinate contrapposizioni, ora penso che sia venuto il momento di andare oltre l'odio. Dobbiamo dialogare tutti insieme senza arroccarsi ognuno sulle proprie posizioni».

(Il Tempo, 23 maggio 2016)


Israele-Egitto, gasdotto al Arish-Ashkelon, risarcimento a compagnia elettrica israeliana

GERUSALEMME - L'Egitto potrebbe presto risarcire la Israel Electric Corporation (Iec) per la mancanza di rifornimenti di gas attraverso il gasdotto al Arish-Ashkelon, bloccati da febbraio 2011. Se dovesse essere firmato, l'accordo prevede che l'Egitto paghi 865 milioni di dollari in 14 mesi, una cifra inferiore rispetto a quella richiesta dall'Iec, pari a 1,73 miliardi di dollari. La somma, versata a titolo di compenso, sarebbe stata stabilita in seguito alle trattative bilaterali durate anni. Lo riferisce il quotidiano israeliano "Yediot Ahronot".
   Il gasdotto ha interrotto le forniture nel 2011, in seguito alla caduta del ex presidente egiziano Hosni Mubarak e ai numerosi attacchi, condotti da gruppi terroristici, che ne hanno compromesso il funzionamento. In quel periodo molti attivisti egiziani avevano chiesto che fossero fermati i rifornimenti ad Israele perché, secondo loro, Mubarak aveva concesso delle tariffe "molto basse".
   La firma di questo accordo rappresenterebbe un viatico alla realizzazione di altri accordi che sono rimasti fermi per più di due anni. La conduttura al Arish-Ashkelon a regime fornirebbe gas naturale ad Israele, e fa parte del Gasdotto arabo, che transita attraverso Giordania, Libano e Siria. La condotta sottomarina parte da al Arish, nel nord della penisola del Sinai, passa per Aqaba, in Giordania, e si conclude ad Ashkelon, in Israele. La lunghezza complessiva del gasdotto è 1,200 chilometri e il costo della sua costruzione ammonta a 1,2 miliardi di dollari. Il primo segmento del gasdotto, Ya Libnan, che collega al Arish con Aqaba è stato costruito nel 2003. Mentre i lavori della seconda sezione, che prosegue il tracciato fino ad Ashkelon, sono iniziati nel 2008. La conduttura appartiene al consorzio israelo-egiziano East Mediterranean Gas Company (Emg). L'accordo iniziale stabiliva che l'Egitto avrebbe fornito all'Iec 1,7 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Secondo questi accordi Israele sarebbe diventato il principale paese importatore del gas egiziano. La capacità totale della conduttura è di 9 miliardi di metri cubi di gas.

(Agenzia Nova, 23 maggio 2016)


Israele e Parma uniti dalla musica: concerto in Palatina

La musica che unisce - Tesori del barocco ebraico

 
In un periodo storico di grande conflittualità tra culture e religioni, un messaggio di speranza arriva dalla musica. Da anni la violinista milanese Lydia Cevidalli si dedica a mettere in luce i legami nascosti, ma strettissimi, tra i compositori di area ebraica e quelli della tradizione cristiana-occidentale. Il suo instancabile impegno - che si concentra in particolare sul repertorio di barocco, di cui è tra le interpreti più autorevoli - ha sottratto all'oblio molte bellissime pagine, che la Cevidalli ha eseguito alla testa dell'Ensemble Salomone Rossi in sedi prestigiose, di recente anche al Palazzo del Quirinale in diretta su Rai Radio3 e al Festival EffettoBibbia di Bergamo.
La prossima occasione per ascoltare queste preziose riscoperte è fornita da un seminario internazionale realizzato in collaborazione con la Biblioteca Nazionale di Israele e dedicato ai Manoscritti ebraici conservati nella Biblioteca Palatina di Parma. Giovedì 26 maggio nella Sala Maria Luigia della Biblioteca Palatina si terrà un concerto dell'Ensemble Salomone Rossi, per l'occasione formato dal baritono Alessandro Nuccio, dal violoncellista Issei Watanabe, dal virtuoso di tiorba Diego Leveric, oltre che dalla stessa Cevidalli. Il variegato programma comprende le Sonate ispirate ai salmi ebraici del veneziano Benedetto Marcello, i raffinati Madrigaletti scritti dal compositore ebreo Salomone Rossi che lavorò a fianco di Claudio Monteverdi alla corte dei Gonzaga a Mantova, le gustose Villotte parodistiche del bolognese Filippo Azzaiolo, l'affascinante Cantata ebraica scritta nel 1861 a Venezia da Carlo Grossi e molto altro ancora. Il risultato è un affresco dai colori vividi, dove ritmi, melodie e armonie creano una felice integrazione culturale attraverso il linguaggio universale della musica.
Giovedì 26 maggio, ore 17.00
Parma, Biblioteca Palatina, Sala Maria Luigia
La musica che unisce - Tesori del barocco ebraico
Ensemble Salomone Rossi: Alessandro Nuccio, baritono;Lydia Cevidalli, violino; Issei Watanabe, violoncello; Diego Leveric, tiorba
Musiche di: Benedetto Marcello, Salomone Rossi, Carlo Grossi, Filippo Azzaiolo, Giovanni Giacomo Gastoldi
Ingresso libero - tel. 0521-220411

(parmadaily.it, 23 maggio 2016)


Coppie di fatto dai legali

La legge sulle unioni civili apre la porta a nuove opportunità per gli avvocati

di Roberto Miliacca

In molti hanno segnato la data dell'11 maggio ~ 2016 tra quelle da ricordare nella storia dell'ordinamento giuridico italiano. L'approvazione, da parte della Camera, della legge sulla «Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze» ha, infatti, consentito all'Italia di sanare un vuoto normativo: oggi il Belpaese è il ventisettesimo Stato europeo che regolamenta le convivenze al di fuori del matrimonio e riconosce legalmente le coppie omosessuali: La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale farà iniziare a decorrere i tempi per l'adozione, da parte del governo, di una serie di provvedimenti di natura pubblicistica, di attuazione della legge. Ma la legge Cirinnà, come ampiamente illustrato anche da ltaliaOggi in questi giorni (da ultimo, la settimana scorsa, proprio da ltaliaOggi Sette), ha previsto un nuovo strumento, il contratto di convivenza, che vedrà gli avvocati e i notai parti attive nell'attuazione della legge. «I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza», si legge all'articolo 50 della legge. Si tratta, di fatto, del riconoscimento legislativo di una attività di consulenza alle famiglie nella quale i legali sono già molto spesso coinvolti per scelta dei propri assistiti. Per gli studi legali, così come emerge dall'inchiesta condotta da Affari Legali questa settimana, si tratta insomma di una nuova opportunità di lavoro su cui gli avvocati possono avere molto da dire. Molti studi, poi, specie quelli di matrice anglosassone, sono da tempo attenti al tema del sexual orientation, sia nei confronti della propria clientela che dei propri associati. E oggi, con la legge Cirinnà, ci sono anche gli strumenti normativi per le nuove tutele.

(ItaliaOggi, 23 maggio 2016)


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Divisioni razziali e unioni civili

di Marcello Cicchese

Nel settembre del 1941 la Demorazza (Direzione generale per la demografia e la razza), a tre anni dall'emanazione delle leggi razziali, inviò al sottosegretario all'Interno una relazione in cui si diceva che le leggi sui matrimoni misti erano state applicate «con scrupoloso senso del rigore», ma si ammetteva che restavano molti nodi da sciogliere. Nel rapporto era scritto:
    «Maggiori difficoltà presentano, invece, le soluzioni dei vari quesiti che dalle provincie, ove risiede il maggior numero di ebrei, vengono continuamente inoltrate e che riflettono le questioni più disparate: dalle semplici concessioni amministrative alle licenze di pubblica sicurezza, ai permessi ed alle autorizzazioni varie, alle richieste di assistenza, di ricovero, ai permessi di importazione ecc. che, specie nei riguardi degli ebrei e anche degli ariani appartenenti a famiglie miste, non sempre permettono delle soluzioni che possono conciliare la direttiva razziale colla opportunità politica e con le esigenze umanitarie quando, come spesso accade, la intransigenza razziale si risolverebbe in un grave danno, spesso essenziale per la vita di ariani o misti considerati non ebrei dalla legge. In molti casi la severità dell'applicazione può far nascere delle gravi ripercussioni nei genitori e nei fratelli di misti non ebrei, che per tale situazione, essendo in servizio militare, possono trovarsi in guerra o addirittura prigionieri o dispersi e feriti.
    Queste, e molte altre delicatissime situazioni (consorti e familiari di personalità di senatori di ex ministri, generali, ammiragli. consiglieri nazionali, eminenti scienziati ecc, genitori di caduti in guerra e decorati al valor militare nell'attuale conflitto, familiari di caduti per la rivoluzione fascista), non permettono la emanazione di uniformi e rigide disposizioni legislative razziali che, data la grande disparità e diversità delle situazioni stesse, darebbe adito a increscìoee possibilità di ingiustizie. Così, per esempio, il caso di ariane mogli di ebrei alle quali è stata inibita ogni attività che possa procacciare sostentamento alla famiglia (portieri. affittacamere, venditori ambulanti, albergatori ecc.) in evidente contrasto con le mogli ebree di ariani, personalità che, appartenendo alle classi privilegiate, non risentono alcun danno né morale né materiale dalla loro posizione razziale.» (Riccardo Calimani, "Storia degli Ebrei italiani", Vol. III, p. 566)
Leggendo queste pagine del pregevole testo di Calimani, in cui l'autore cerca di raccontare quel groviglio di problemi giuridici e umani che si accumulavano ogni giorno dopo l'emanazione delle leggi razziali, prima ancora di essere colpiti dalla loro cattiveria si è colpiti dalla loro stupidità. E viene fatto di chiedersi: ma quale forma di ottundimento collettivo aveva colpito la classe dirigente di quel tempo? Che motivo c'era, con tutte le nubi che si presentavano all'orizzonte politico in quel momento, di crearsi in piena autonomia una serie autosviluppantesi di problemi laceranti senza che ce ne fosse il minimo tornaconto, né in termini sociali né in termini politici?
   Follia, pura follia, che finisce per non essere più riconoscibile proprio a causa del suo lento, graduale estendersi a tutta la popolazione.
   Qualcosa di analogo sta accadendo oggi con l'omofilia, ma di tipo speculare. Se ieri si sono volute fare innaturali, stupide divisioni; oggi si vogliono fare innaturali, stupide unioni. Quello che è accaduto ieri alla popolazione si sta ripetendo oggi.
   Ieri la gente in massima parte era disinteressata al tema; la stessa cosa è vera oggi.
   Ieri il tema era stato portato all'attenzione e successivamente imposto attraverso leggi alla nazione da una piccola minoranza della popolazione; la stessa cosa avviene oggi.
   Il groviglio di leggi, decreti circolari per indicare che cosa si dovesse fare in una molteplicità di casi diversi l'uno dall'altro, ha portato ieri a una fioritura di malcontenti, ingiustizie, corruzioni di cui solo i peggiori si sono avvantaggiati. La stessa cosa comincia a verificarsi oggi, e già se ne presentano i segni.
   Ieri bisognava stabilire caso per caso quanto "ariana" fosse una coppia per decidere se poteva rimanere giuridicamente unita; oggi si dovrà stabilire caso per caso quanto "di fatto" sia la coppia che chiede di avere il riconoscimento giuridico.
   Come si dice nell'articolo precedente, ci sarà davvero molto lavoro da fare per avvocati e giudici. Quanti casi "interessanti" saranno sottoposti alle autorità competenti! Ne proponiamo solo uno a mo' di esempio.
   Otello e Clorinda si sposano e mettono al mondo un figlio. Dopo due anni Otello pianta moglie e figlio e senza divorziare va a convivere con Filippo per otto anni. Arrivata la legge, Filippo ne vuole approfittare e chiede che gli sia riconosciuta la coppia "di fatto" con Otello. Ne ha titolo, più di Clorinda, perché lui ha vissuto ben otto anni con Otello, cioè quattro volte più di Clorinda. Clorinda però può dire che ha vissuto due anni con Otello come coppia "di diritto", avendone avuto anche un figlio. E due anni come coppia di diritto, costituita oltretutto da un uomo e una donna che hanno messo al mondo un figlio, non valgono forse più di otto anni vissuti come coppia di fatto tra due uomini?
   Si potrà sorridere, ma di tipo simile erano i problemi giuridici che si presentavano alle autorità che al tempo del fascismo dovevano dirimere problemi di "arianità". A un certo punto la Demorazza, non sapendo più come venire fuori da una serie interminabile di casi e sottocasi intricati, fece una proposta semplificante e risolutiva: "arianizzare" tutti i membri ebrei di famiglie miste e espellere tutti gli altri. Forse un giorno, davanti al guazzabuglio di casi e sottocasi che sarà venuto a crearsi con le leggi sulle coppie di fatto unisex, si arriverà a decidere qualche sanatoria dello stesso tipo: si "fattualizzeranno" tutte le coppie, senza indicazione di sesso, che ne faranno formale richiesta "in carta bollata", come si diceva una volta.
   Follia, pura follia, che finisce per non essere più riconoscibile proprio a causa del suo lento, graduale estendersi a tutta la popolazione.
   La morale che qui si vuole trarre è semplice, quindi anche facilmente individuabile per chi vuole fare il tiro al bersaglio: l'omofilia è l'aberrazione spirituale speculare dell'antisemitismo. Con tutte le conseguenze che prima o poi ne verranno.

(Notizie su Israele, 23 maggio 2016)


Un banco di pegni di Ebrei a Vallo di Diano agli inizi del '500

Gli ebrei Daniele e Michele prestavano denaro, ricevendo in deposito dei pegni

di Arturo Didier

Non dovevano essere soddisfacenti le condizioni economiche e sociali del Vallo di Diano (SA) agli inizi del Cinquecento, se troviamo in piena funzione, nel febbraio del 1510, a Diano (Teggiano), un banco di pegni tenuto dagli ebrei Daniele e Michele, i quali prestano danaro a molti clienti provenienti da Sala, Polla, San Giacomo, Sassano, Padula, Sanza e dalla stessa Diano, ricevendo in deposito dei pegni il cui valore corrisponde più o meno al danaro dato in prestito. Il saldo del prestito deve avvenire, a seconda dei casi, entro due o al massimo undici mesi; trascorso tale periodo, i creditori insolventi incorreranno in una penale consistente nel pagamento del doppio della somma ricevuta in prestito.
   Le somme erogate oscillano da quella di 1 tarì e un grano per una pezza di fustagno a quella di 1 oncia d'oro e 20 tarì per diversi anelli d'oro ed altri oggetti di valore. L'operazione bancaria viene gestita non da Daniele e Michele ma da alcune interposte ed autorevoli persone di Diano e viene debitamente riportata in un registro di protocolli notarili del famoso notaio Giacomo Carrano.
   Ed è proprio dall'odierno Archivio Carrano di Teggiano che provengono gli 11 documenti che attestano l'esistenza del suddetto banco dei pegni a Diano nel 1510. Va detto che i clienti di questo banco (complessivamente risultano 113 persone, provenienti dai suddetti paesi) non erano dei poveri, ai quali peraltro provvedevano le locali istituzioni civili e religiose, ma semplicemente dei valligiani che certamente attraversavano un momento di indigenza per varie ragioni che non è dato di sapere. Sta di fatto che tra essi sono presenti anche un magister ed un mastro, che sono esponenti del ceto professionistico. Quanto alla tipologia dei pegni depositati dai clienti, risulta che essa comprendeva anelli d'oro, collane, tuniche, mantelli, cinture decorate, lenzuola, coperte, tovaglie, pezze di stoffa e casse.
   Quella di Teggiano è una delle rarissime attestazioni della presenza di un banco dei pegni di Ebrei nel Mezzogiorno medievale, tanto da essere evidenziata dalla rivista "Italia Judaica".

(ondanews.it, 22 maggio 2016)


Ricordare la storia. Un nuovo museo in Polonia

Lo scorso marzo, a Markowa, nel profondo sud-est della Polonia, ha inaugurato un nuovo museo dedicato a un importante capitolo storico. Una narrazione delle eroiche vicende della famiglia Ulma, i cui membri vennero fucilati dai nazisti il 24 maggio 1944. Colpevoli di aver cercato di salvare alcuni ebrei.

di Giuseppe Sedia

 
Karolina Ozog, direttrice dell'Ulma Family Museum di Markowa
 
Ulma Family Museum di Markowa
 
Ulma Family Museum di Markowa
Abbiamo incontrato Karolina Ozog, curatrice indipendente che ha lavorato all'allestimento del nuovo Museo dei polacchi che salvarono gli ebrei, il piccolo spazio espositivo a otto chilometri dal centro di Lancut, celebre per la splendida residenza settecentesca voluta dal nobile polacco Stanislaw Lubomirski.
Un'esposizione a dimensione umana, che va a completare, lontano dai centri urbani che contano, l'offerta museale in Polonia in un segmento specifico che già può avvalersi del Museo della Fabbrica di Schindler a Cracovia e del Museo di Storia degli ebrei polacchi a Varsavia.

- Com'è nata l'idea di mettere in piedi il Museo dei polacchi che salvarono gli ebrei?
  Quando mi hanno chiesto di unirmi al progetto, la parte dedicata agli Ulma era già in corso di allestimento. Tutto è cominciato da un monumento per commemorare l'eroismo di questa famiglia, voluto fortemente, qualche anno fa, da Mateusz Szpytma dell'Istituto per la Memoria Nazionale (IPN) e attualmente direttore del neonato museo. È stato possibile realizzare questo progetto anche grazie alla tenacia e all'impegno di altri protagonisti, come il cittadino israeliano Abraham Segal, uno dei sopravvissuti ai pogrom di Markowa.

- Quali sono le maggiori difficoltà incontrate nell'allestimento?
  È stato un progetto estremamente impegnativo da tutti i punti di vista. Abbiamo optato per una segnaletica in tre lingue. Oltre alla lingua polacca, le informazioni presenti nel percorso espositivo sono disponibili anche in inglese ed ebraico. Tra i vari compiti che mi sono stati assegnati, c'è stato proprio il coordinamento della traduzione in ebraico. Ma è stata una sfida difficile, soprattutto per i grafici.

- Qual è stato il suo ruolo nell'allestimento degli spazi espositivi?
  Mi sono occupata delle parti storiche dedicate alla fase prebellica e alla Seconda guerra mondiale. Durante la mia ricerca mi sono imbattuta in alcuni materiali molto interessanti. In particolare, abbiamo rispolverato il diario di Barbara Rosenberg, allora 15enne, che racconta la furia nazista abbattutasi su Przeworsk, uno dei paesini della zona, poco dopo l'invasione della Polonia. Barbara descrive l'incendio della sinagoga del suo villaggio da parte dei tedeschi. Ho ritrovato per caso una foto che documenta tale evento durante un'asta in Rete. Tutti materiali che sono stati messi a disposizione dei visitatori del museo.
Non sappiamo che cosa ne sia stato di Barbara: è probabile che sia finita, una volta e per sempre, come molti ebrei della zona, nel campo di concentramento di Belzec. "Voglio partire in America, punto e basta", sono state le ultime parole ritrovate nel diario della ragazza.

- Potrebbe fornirci qualche dato in più sulla superficie museale?
  Il museo non è affatto grande. Lo spazio espositivo a Markowa infatti misura appena 117,3 mq. Non so come sia stato possibile includere anche un piccolo ambiente per le mostre temporanee. Eppure ci siamo riusciti. Al centro del museo troviamo una ricostruzione a grandezza naturale dell'ultima abitazione degli Ulma. Alcuni elementi in mostra rimandano direttamente alla morte, come la porta di una stalla crivellata da colpi di proiettile e una fotografia macchiata di sangue ritrovata nella casa degli Ulma, subito dopo la loro fucilazione.

- Come si presenta la struttura museale all'esterno?
  Le mura del museo sono circondate da un Giardino della memoria con dieci file di alberi da frutto che rimandano, allo stesso tempo, a una delle attività del capofamiglia Jozef Ulma e, sul piano simbolico, ai corpi dei superstiti messi in salvo dalla sua famiglia. All'esterno si trova anche una targa commemorativa con la lista delle persone morte nel tentativo di aiutare la popolazione ebrea della zona.

- Il percorso espositivo fa riferimento anche gli episodi di collaborazionismo da parte dei polacchi nei pogrom antiebrei, come il massacro di Jedwabne?
  Lo spazio espositivo di Markowa è un museo dedicato alla memoria storica degli abitanti e dei luoghi della zona [il pogrom di Jedwabne ha avuto luogo nel nord-est del Paese, lontano dalla regione Podkarpackie in cui si trova Markowa, N.d.R.]. Questo non vuol dire che non ci siano stati episodi di collaborazionismo da parte dei cittadini della regione.
Il museo di Markowa è destinato a suscitare un dibattito sulla questione. Soltanto guardando alla complessità delle relazioni tra polacchi ed ebrei, sarà possibile apprezzare veramente l'eroismo della famiglia Ulma e delle altre persone impegnate a salvare delle vite il cui destino appariva già segnato sin dall'inizio della guerra.

- In che modo il Museo di Markowa intende promuovere le proprie attività educative e di divulgazione sul territorio?
  Molte scuole, anche a Tel Aviv, hanno mostrato interesse nei confronti del nostro progetto. Attualmente nella società israeliana è in corso un dibattito sul modo in cui tramandare ai giovani la memoria dell'Olocausto. In molti si stanno rendendo conto che organizzare delle visite all'estero soltanto nei luoghi dello sterminio non aiuta di certo i giovani ebrei a capire la complessità degli eventi, né sembra poter favorire un dialogo con i discendenti degli abitanti dei luoghi della tragedia.
Il Museo di Storia degli ebrei polacchi a Varsavia è stato concepito proprio con l'intento di cambiare le cose e facilitare un percorso di avvicinamento. Da parte mia, posso confermare che sto già lavorando a un'offerta formativa per insegnanti e alunni a Markowa, utilizzando dei canovacci basati su una documentazione e materiali interamente "locali" legati allo spazio espositivo.

- In che modo intendete potenziare l'offerta turistica della regione?
  Intanto posso confermare un buon riscontro da parte del pubblico. Nonostante le dimensioni lillipuziane e la carenza di collegamenti nella zona, il museo ha già superato la soglia dei 10mila visitatori due mesi dopo l'apertura. Vogliamo anche sfruttare la collocazione del museo, che si trova a pochi chilometri dallo splendido castello di Lancut, senza dimenticare che a Markowa è presente anche un interessantissimo museo etnografico all'aperto.

(ARTRIBUNE, 22 maggio 2016)


"L'antisemitismo esiste ancora in Europa". Intervista a Michael Sfaradi

di Mattia Sacchi

- Michael Sfaradi, che cos'ha scritto questa volta?
  Chi ha letto i miei libri mi conosce come scrittore di thriller e di romanzi di investigazione. In questo caso invece racconto la storia di un ragazzo che, dopo aver vissuto alcuni episodi di antisemitismo in Italia, decide di lasciare tutto per andare in Israele. Un libro che ho scritto non con l'inchiostro ma con le lacrime e il sangue.

 
Michael Sfaradi
- Un libro dai contorni autobiografici…
  Faccio parte di quella generazione, presente in tutta Europa, che tra gli anni '70 e gli '80 ha deciso di non accettare più di vivere in posti dove non si sentiva bene accetto e anzi, era straniero in casa propria. Me ne andai dall'Italia per trasferirmi in Israele a 23 anni, come tanti miei coetanei. E' stata una piccola immigrazione, 4-5000 persone. Però fanno parte della mia storia e di quella dei miei amici: non volevo andasse persa.

- Cos'era Israele per voi ragazzi ebrei?
  Una "terra promessa", dove si poteva vivere lontano dall'antisemitismo. In Israele ho incontrato persone che venivano dal Sudamerica, dall'Europa, da paesi impensabili, anche la Svizzera italiana. Ognuno aveva lasciato la propria terra natia con motivazioni differenti, ma il minimo comun denominatore era la discriminazione religiosa costante che avvertivamo nella nostra quotidianità. Eravamo stufi di vivere in quella condizione, volevamo stare in un posto dove era possibile difendersi autonomamente da qualsiasi tipo di attacco.

- In quegli anni Israele era impegnata nella guerra del Libano: non era più pericoloso che stare in Europa?
  Assolutamente no. Per gli ebrei era più rischioso essere in posti come Italia o Germania. Basti pensare agli attentati di Monaco, con i terroristi sopravvissuti che sono stati addirittura liberati e accolti come eroi in Libia. I governi europei locali scendevano a patti con i terroristi per evitare attentati sul proprio suolo nazionale: si ragionava ribaltando le responsabilità delle violenze, come se la stessa esistenza di Israele fosse una colpa. Le vittime diventavano colpevoli.

- In Israele ha trovato la "terra promessa" che cercava?
  Sotto certi aspetti sì, anche se ero cosciente che non sarebbe mai stato possibile sperare in una tranquillità completa e assoluta. Ma tutti quelli che hanno fatto il mio stesso percorso hanno sicuramente trovato un modo diverso di affrontare la vita, rispetto a quello che avrebbero fatto rimanendo nei paesi natii. Gli episodi di discriminazione ci hanno segnato, questo cambio di vita ci ha fatto crescere e diventare persone diverse. Aprendo molte possibilità che non avremmo mai avuto nei paesi d'origine.

- Ad esempio?
  Personalmente, mai avrei pensato di diventare scrittore o giornalista. In Israele ho potuto. Figuriamoci in Italia, dove la libertà di stampa è a dir poco pessima: pensate che non potevo parlare della situazione mediorientale altrimenti sarei stato immediatamente censurato. Mentre il tanto discusso Israele è uno dei pochi paesi al mondo dove la stampa araba non viene sottoposta a censura governativa.

- La convivenza tra ebrei e arabi è mai stata possibile?
  Sicuramente in questi anni si stanno deteriorando certi rapporti, ma la realtà è molto diversa all'immagine che vogliono dare i media internazionali. Io ogni sabato da ragazzo andavo al centro di Gaza per fare la spesa nello splendido mercato della città, che era piena di israeliani che convivevano in tutta serenità con i palestinesi. Anzi, eravamo ben visti perché portavamo un sacco di lavoro. Pensate che, nei conflitti del '67 e del '73, gli arabi israeliani facevano i turni doppi e gli straordinari per non chiudere le fabbriche dove lavoravano gli ebrei impegnati al fronte. Era una società multietnica che aveva reciproci vantaggi. Gli arabi delle zone di confine sapevano che con i coloni arrivavano le fabbriche, il lavoro, acqua, energia, quando la Giordania non aveva mai costruito nulla: i boicottaggi contro Israele non fanno male non solo agli israeliani ma anche agli stessi palestinesi.

- E allora come mai nonostante i trattati di pace non si riesce a far cessare le tensioni?
  Credo che alcune volte abbiano avuto per assurdo gli effetti contrari. Come quello di Oslo, che ha sezionato alcuni territori, creando divisioni e disparità all'interno della stessa popolazione palestinese, causando tensioni sociali. Tutti i miliardi arrivati dall'Europa e dagli Stati Uniti sono finiti nelle tasche di gente corrotta e non sono stati investiti nei progetti per far progredire la popolazione. Parliamo di miliardi, che dovevano avviare scuole, ospedali e infrastrutture e che invece sono finiti nel tesoro di Arafat… Ma tanto basta dire che è tutta colpa di Israele e i movimenti di massa si comportano come un'onda anomala.

- Come si esce da questa situazione?
  L'unica soluzione è la convivenza. Far convivere culture, religioni, situazioni diverse. E' la grande sfida dei prossimi anni. L'attualità internazionale racconta di ragazzi di seconda e terza generazione che provengono da famiglia musulmane e che si rendono autori di terribili atti di terrorismo. Bisogna convivere mettendo quei paletti che servono alla difesa culturale delle proprie tradizioni e del rispetto reciproco. Non possiamo cancellare il nostro passato.

- A proposito di convivenza, le politiche di molti governi europei vanno però in direzione opposta.
  Esatto. E la cosa mi preoccupa molto. Non so quanto ancora i governi europei possano continuare a pretendere che la popolazione accetti cose che la maggior parte di loro ormai non vuole più sentire. Il rischio è che la situazione sfugga di mano, con il potere che finirà in mano a chi saprà cavalcare il malcontento con politiche estremiste e ancora più dannose. La realtà è che l'Europa non è pronta a questa immigrazione di massa, gestita senza pianificazione. Ci sono decine di rapporti del Mossad che già tanti anni fa spiegavano come tra il 20% degli immigrati che arrivavano in Europa si nascondessero terroristi o cellule dormienti. Rapporti totalmente ignorati dai paesi europei.

- Torna regolarmente in Italia: c'è un differente approccio verso gli ebrei rispetto a quando è partito?
  Torno meno di un paio di settimane l'anno e posso constatare che la differenza è più dal punto di vista formale. All'epoca l'antisemitismo era comunque nascosto da un certo pudore. Che oggi manca: la gente non ti dice più che è antisemita ma che è antisionista, giustificando quindi un certo disprezzo e le critiche a Israele, qualsiasi decisione il governo israeliano prenda. Mentre lo stesso non è stato fatto verso il governo palestinese, nonostante scelte scellerate ed egoistiche prese dai loro capi di stato. Io di fronte a questo non voglio rimanere in silenzio: è nostro compito denunciare la realtà e raccontarla ai quattro venti.

(TICINOlive, 23 maggio 2016)


"Monte del Tempio, onestà sulle definizioni"

Dopo la risoluzione dell'ONU sui luoghi santi di Gerusalemme.

di Sergio Della Pergola

Il 21 aprile scorso l'Unesco ha approvato una mozione che, fra l'altro, definisce i Luoghi Santi a Gerusalemme. La mozione elimina dalla terminologia dell'Unesco l'espressione Monte del Tempio (in ebraico: Har Habayt) e indica la Spianata solo come al-Haram al-Sharif (in arabo: Il Santuario Nobile) e sede della moschea di al-Aqsa. La risoluzione è passata con 33 voti favorevoli (fra cui la Francia), 6 contrari (Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Estonia e Lituania) e 17 astenuti (fra cui l'Italia). Il governo francese ha poi dichiarato che si è trattato di un malinteso e che in futuro la cosa non si ripeterà. Ossia non ha detto che chiede di annullare la votazione, ma solamente che non voterà di nuovo a favore della stessa mozione (ora che è già stata votata). Il che vuol dire o essere o prendere il mondo per imbecilli. Da parte sua, l'astensione dell'Italia su una questione che riguarda le coscienze non solo di tutti o quasi tutti i cittadini italiani nella circoscrizione di Gerusalemme, ma anche di tutti gli Ebrei e di tutti i Cristiani al mondo, non è un atto ammissibile. Al di là della scelta di un certo codice linguistico ad esclusione di un altro, il voto dell'Unesco implica infatti la scelta di cancellare il legame cardinale fra Israele, la sua terra, e i Luoghi Santi, e con questo la storia degli ultimi 3000 anni. Ma anche il Cristianesimo risulta vittima di questo tentativo di cancellare la storia. La predicazione di Gesù, così ci è stato insegnato per 2000 anni, avveniva sulla Spianata del Tempio, e si rivolgeva criticamente agli ebrei. Oppure tutto il tempo ci siamo sbagliati e invece Gesù predicava (in arabo) ai Palestinesi a Haram al-Sharif? Il voto dell'Unesco appare come un evidente oltraggio alla storia, un'inutile provocazione ai danni del popolo ebraico e dello stato d'Israele, e un attentato alla pacifica convivenza fra i diversi popoli e le diverse religioni a Gerusalemme. L'astensione dell'Italia in questa votazione appare come un vergognoso atto di opportunismo politico, anche di fronte al voto negativo di molti importanti Paesi dell'Unione Europea e degli Stati Uniti. Chiediamo al Governo italiano, attraverso la sua rappresentanza presso l'Unesco, di far re-inserire la dicitura "del Tempio" accanto alla definizione "Spianata delle Moschee". Dopo; anzi, meglio se prima. Confrontiamoci con la storia onestamente e apertamente. Non è politica, è rettitudine etica.

(moked, 22 maggio 2016)




Gesù e il Tempio

Dai quattro Vangeli
  • Mt 21:12 - Gesù entrò nel tempio, e ne scacciò tutti quelli che vendevano e compravano; rovesciò le tavole dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombi.
  • Mt 24:12 - Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio.
  • Mt 26:55 - In quel momento Gesù disse alla folla: «Voi siete usciti con spade e bastoni, come contro un brigante, per prendermi. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare e voi non mi avete preso;
  • Mr 11:11 - Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.
  • Mr 11:15 - Vennero a Gerusalemme e Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare coloro che vendevano e compravano nel tempio; rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombi;
  • Mr 12:35 - Gesù, mentre insegnava nel tempio, disse: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è Figlio di Davide?
  • Lu 2:27 - Egli, mosso dallo Spirito, andò nel tempio; e, come i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere a suo riguardo le prescrizioni della legge,
  • Lu 21:37 - Di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi.
  • Gv 5:14 - Più tardi Gesù lo trovò nel tempio, e gli disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio».
  • Gv 7:14 - Verso la metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare.
  • Gv 7:28 - Gesù dunque, insegnando nel tempio, esclamò: «Voi certamente mi conoscete e sapete di dove sono; però non son venuto da me, ma colui che mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete.
  • Gv 8:20 - Queste parole disse Gesù nella sala del tesoro, insegnando nel tempio; e nessuno lo arrestò, perché l'ora sua non era ancora venuta.
  • Gv 8:59 - Allora essi presero delle pietre per tirargliele; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.
  • Gv 10:23 - e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone.
  • Gv 11:56 - Cercavano dunque Gesù; e, stando nel tempio, dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Verrà alla festa?»
  • Gv 18:20 - Gesù gli rispose: «Io ho parlato apertamente al mondo; ho sempre insegnato nelle sinagoghe e nel tempio, dove tutti i Giudei si radunano; e non ho detto nulla in segreto.
Se il Tempio ebraico non è mai esistito, neanche Gesù è mai esistito. Com’è allora che il suo “Vicario” sulla terra esiste? E visto che esiste, ha qualcosa da dire in proposito? E il nostro cattolico Presidente del Consiglio, che istruzioni ha dato alla delegazione italiana all’Unesco? Forse anche in questo caso avrà detto: sono cattolico, ma prima viene l’Onu, poi il Vangelo. Appoggio all’omofilia, appoggio all’antisemitismo: su questi punti di mondiale attualità il nostro governo non vuole assolutamente restare indietro. M.C.

(Notizie su Israele, 22 maggio 2016)


Nuovo messaggio dell'Isis: 'Attaccate gli Usa, i cristiani e gli ebrei'

Nuove minacce da parte dello Stato Islamico rivolte contro l'Occidente.

di Salvatore Santoru

Abu Muhammad al Adnani, il portavoce dell'Isis
I militanti dello Stato Islamico sono tornati a minacciare l'Occidente, questa volta direttamente con un messaggio audio del portavoce Muhammad al Adnani. Secondo quanto è stato riferito dal sito web antiterrorismo di Eva Katz "SITE" e riportato sul quotidiano "il Messaggero", l'ISIS ha diffuso un messaggio che invita a lottare contro gli Stati Uniti e dove si sostiene che la sola possibilità che la "coalizione anti-ISIS" ha di vincere è quella di "strappare il Corano dai nostri cuori".
Il messaggio audio di al Adnani è stato diffuso dalla Al Fuqan Media, uno dei più importanti media di proprietà dello Stato Islamico.

 Il monito all'Occidente, ai 'crociati' e agli ebrei
  Nel messaggio audio diffuso dalla "Al Furqan Media", al Adnani ha lanciato un forte monito agli Stati Uniti D'America nonché ai cristiani e agli ebrei, considerati nemici in quanto "infedeli".
Secondo quanto riportato dall'ANSA, in tale messaggio al Adnani ha affermato che "Ascoltate USA, ascoltate crociati e ascoltate ebrei, vi combatteremo, non abbiamo paura di voi, né delle vostre forze, né delle vostre minacce. Sarete sconfitti".
In tal modo, il portavoce dell'Isis ha inteso esortare i seguaci dello Stato Islamico a continuare a combattere contro l'Occidente nel nome della guerra "santa" che il Califfato sostiene di stare intraprendendo.

 Le responsabilità della politica estera USA sull'attuale situazione in Iraq e l'avanzata dell'ISIS
  Sull'attuale situazione dell'Iraq c'è da segnalare che vi sono grosse responsabilità della politica estera degli USA. Difatti, dopo la fine della guerra e la caduta del regime di Saddam Hussein, gli States non sono riusciti a preparare il paese verso una seria transizione democratica e hanno contribuito ad aizzare il malcontento nella popolazione sunnita, popolazione sunnita che si è vista discriminata dal nuovo governo sciita sostenuto dall'Iran e dagli stessi Stati Uniti.
Tale malcontento è sfociato nell'abbraccio a posizioni estremiste per alcuni settori dell'islamismo sunnita locale, ed è da questa "radicalizzazione" che sono nate formazioni estremiste come la stessa Isis.

(blastingnews, 22 maggio 2016)


Addio Nella Fortis, comunità ebraica in lutto

Impegnata nell'Associazione donne ebree d'Italia e molto conosciuta, era vedova del già rabbino capo di Livorno Bruno Polacco e madre della guida del Benè Berith toscano Gadi.

 
Bruno Polacco e Nella Fortis durante una festa per la ricorrenza ebraica del Purim
LIVORNO - Nel corso del sabato ebraico è scomparsa a 85 anni, all'ospedale di Livorno, Nella Fortis, vedova del già rabbino capo di Livorno Bruno Polacco. Pluridecennale la sua attività nel mondo delle comunità ebraiche nelle quali ha vissuto e operato: Venezia, Ferrara e Livorno. Forte il suo impegno, anche con incarichi di presidenza, nell'Adei (Associazione donne ebree d'Italia) che in una nota diffusa all'indomani della scamparsa la ricorda "valorosa e assidua componente della nostra associazione, anzi una delle sue colonne portanti per molti decenni, oltre che maestra di numerosissime generazioni di giovani ebrei livornesi che la ricordano con grande nostalgia e affetto".
   Già prima che la notizia venisse diffusa,al termine del riposo sabbatico, in molti hanno raggiunto la camera mortuaria di Livorno o hanno inviato messaggi nelle pagine social delle comunità ebraiche.
Classe 1931, Nella Fortis arrivò a Livorno nel 1960, quando il marito venne chiamato dal rabbino Alfredo Shabbetai Toaff per affiancarlo nella conduzione religiosa della comunità labronica (diverrà poi rabbino capo nel 1963,dopo la scomparsa del primo). Tra le sue attività, anche molti anni di direzione di colonie per la gioventù dell'Organizzazione sanitaria ebraica (Ose). Il figlio maggiore, Daniele, è attualmente consigliere della comunità ebraica di Livorno, mentre
   il secondogenito Gadi è ora alla guida del Benè Berith toscano nonché esponente liberale. Riposerà nel cimitero ebraico di Venezia, al Lido, accanto al marito scomparso nel 1967. Sempre al cimitero ebraico del Lido di Venezia sarà celebrato l'ultimo saluto lunedì 23 maggio a mezzogiorno.

(Il Tirreno, 22 maggio 2016)


I giorni di Exodus, 70 anni fa la partenza dal Golfo verso la vita

Maggio 1946, partono le navi degli ebrei scampati. Domani la cerimonia, poi un premio a Napolitano.

di Marco Ferrari

Settant'anni fa salparono dal Molo Pirelli della Spezia le navi "Fede" e "Fenice" che aprirono la via dell'emigrazione in Palestina degli ebrei scampati ai lager nazisti. Erano le ore lO dell'8 maggio 1946 quando le due imbarcazione con 1.014 profughi lasciarono gli ormeggi con un coro di canzoni ebraiche che si spense nel Golfo. Quelle navi raggiunsero Haifa in modo regolare, dopo un viaggio avventuroso, aprendo di fatto la strada all'emigrazione di migliaia di persone. I protagonisti di quella vicenda sono passati alla storia come i primi veri cittadini del nascente stato israeliano. n sostegno della gente, la resistenza dei profughi, l'intervento dei giornalisti e la visita a bordo di Harold Lasky, segretario del partito laburista britannico, costrinsero le autorità londinesi -le cui navi bloccavano l'uscita dal porto della Spezia - a togliere il blocco alle due imbarcazioni. Per un destino beffardo aguzzini e vittime dei campi di sterminio si trovarono poco distante sulla via del mare: all'operazione Exodus dalla Spezia corrispose l'Operazione Odessa da Genova, la fuga dei gerarchi nazisti sopravvissuti alla distruzione di Berlino. «Nella storia dell'immigrazione ebraica dalle coste europee - ha scritto Mario Toscano nel libro "La Porta di Sion" - la vicenda della Spezia segnò una svolta sotto il profilo politico e sotto quello qualitativo». Da quella mattinata La Spezia divenne per migliaia di sopravvissuti ai lager la "Porta di Sion", il porto dal quale spiccare il volo per lasciarsi alle spalle l'orrore dell'Europa e ritornare alla Terra dei Padri. Gli occhi di coloro che si erano salvati dallo sterminio e avevano conosciuto la persecuzione hitleriana, la Shoà, l'inferno dei campi di concentramento, un'esperienza che non fu a lungo raccontabile, ora guardavano al mare con la speranza di raggiungere la "Terra promessa".
   La riuscita dell'operazione portò alla costituzione nell' estate del 1946 della base operativa del Mossad a Bocca di Magra. L'accoglienza della comunità e la solidarietà delle autorità spezzine convinsero gli organizzatori del Mossad a puntare sulla Spezia con operazioni di maggior peso. Alcune imbarcazioni presero il largo dalla Spezia, da Bocca di Magra, Marina di Carrara, Genova, Bogliasco, Vado, ritornò e ripartì il Fede; nella notte tra il 7 e l'8 maggio 1947 1a nave "Trade Winds/Tikva", allestita in Portogallo, salpò dal Golfo della Spezia portando in Palestina 1.414 profughi.
Nelle stesse ore era giunta nelle acque del Golfo della Spezia la nave "President Warfield", un goffo e pesante battello da crociera adatto a portare i turisti per il Potomac, da Baltimora a Norfolk, in Virginia. Nel cantiere dell'Olivo a Portovenere fu allestita per ospitare 5 mila persone e assunse il nome di "Exodus".
   A narrarci le peripezie dei profughi dello sterminio ebreo ci ha pensato Ada Sereni nel suo libro "I clandestini del mare. L'emigrazione ebraica in terra d'Israele dal 1945 al 1948" uscito in Italia per le Edizioni Mursia nel 1973 e recentemente ristampato, da cui è stato tratto un discusso sceneggiato televisivo a puntate. Ma già nel 1958 Leon Uris pubblicò il celebre romanzo "Exodus". A "Exodus" è dedicato anche il film del 1960 di Otto Preminger interpretato da Paul Newman, Peter Lawford e Eva Marie Saint. n libro "n comandante dell'Exodus" di Yoram Kaniuk è incentrato sulla figura di Yossi Harel, il marittimo che cercò di portare a Haifa uomini, donne, bambini e orfani, volti dal sorriso indecifrabile. Nel 2007, poco prima di morire, Harel è tornato alla Spezia per ricevere il Premio Exodus.
n nome "Exodus" da allora significò il desiderio di giustizia di ogni migrazione. Ma solo con la fine del mandato britannico i profughi che si trovavano su quella nave respinta dai soldati britannici a pochi metri dalla meta sarebbero potuti entrare nella Erez Israel (terra d'Israele). Quei fatti di solidarietà è valsa la Medaglia d'Oro al merito Civile al Comune della Spezia consegnata il25 aprile 2006 dall' allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
   Cosa resta oggi di quell' episodio? Il giorno dell'anniversario, a differenza di dieci anni fa, nessuna cerimonia a Molo Pirelli, oggetto di una ristrutturazione portuale. Appuntamento rinviato a domani, 23 maggio alle 17,30 in Sala Dante con il Premio Exodus consegnato al Vescovo della Spezia Mons. Luigi E. Palletti, ai volontari della Caritas, della Croce Rossa e del Gruppo Betania Sermig Onlus, che si sono distinti per l'impegno nell' accoglienza ai profughi e rifugiati. n26 maggio a Roma verrà consegnato un altro Premio Exodus 2016 al presidente emerito Giorgio Napolitano.

(la Repubblica, 22 maggio 2016)


Sos terrorismo, l'esperto israeliano: «Tra i profughi possibili infiltrati»

di Giuseppe Crimaldi

 
Intervista a Yoram Schweitzer (a destra)
All'indomani degli attentati di Bruxelles è stato l'uomo inviato dal governo Netanyahu per fornire informazioni e collaborazione nelle indagini contro le cellule dei foreign fighters. Yoram Schweitzer è il massimo esperto israeliano in terrorismo internazionale, direttore del programma "Terrorismo e Conflitti Minori" dell'Istituto di Studi per la Sicurezza Nazionale di Tel Aviv. Da due giorni è a Napoli, dove ha partecipato a un seminario di studi organizzato in un albergo del lungomare. «Il quadro generale della situazione - esordisce - è tale da non lasciare molto spazio all'ottimismo: il terrorismo di matrice islamica, quello che considera apostati e dunque nemici tutti gli "infedeli", è pronto a colpire di nuovo. E lo farà, probabilmente, utilizzando anche nuove forme di attacchi clamorosi». Impossibile non cominciare, allora, dai misteri che ancora avvolgono l'incidente aereo del boeing Egyptair.

- Fonti governative americane, ma anche molti media francesi, parlano di un attentato. Lei che idea si è fatto su quest'ultima tragedia aerea?
  «Non sono abituato a giudicare senza avere elementi oggettivi, e in questo caso nessuno ha ancora elementi sufficienti per poter affermare che dietro l'incidente ci sia la mano del terrorismo. Se dovesse essere confermata l'ipotesi dell'attentato questa sarebbe davvero una cattiva notizia per tutti, specialmente per i sistemi di sicurezza di Francia ed Egitto. Sarebbe un fatto gravissimo, specie dopo la tragedia di Sharm el Sheik dove precipitò un aereo civile russo».

- Che cosa ci dobbiamo aspettare adesso? Come si muove la galassia del terrorismo jihadista?
  «Queste organizzazioni, che dispongono di fonti economiche ingentissime, puntano su due strumenti: l'innovazione e la sorpresa. Vogliono stupire, vogliono dimostrare di essere in grado di bypassare i sistemi di sicurezza, anche quelli più raffinati ed elevati. È il nuovo jihadismo globale. Un movimento che dispone di esperti in esplosivi e che con determinazione cambia sempre il proprio modus operandi. Per mia natura non sono mai un allarmista, e non voglio ingenerare paura: ma le capacità e le dotazioni di questi gruppi oggi sono tali da non dover essere sottovalutate».

- Esiste dunque anche un rischio legato all'impiego di armi chimiche?
  «La loro strategia è chiara. Dopo aver iniziato a spargere terrore e morte utilizzando un livello tutto sommato basso e "convenzionale", adesso studiano nuove forme di attacchi. Probabilmente anche con sostanze chimiche. L'obiettivo resta comunque quello di determinare nella gente un fortissimo choc. Dobbiamo purtroppo prendere in considerazione anche questa eventualità».

- Ma chi c'è dietro questi terribili progetti?
  «Vede, ho sempre considerato un errore considerare Al Qaeda estranea all'Isis, e viceversa. Molti continuano a credere che Al Qaeda guardi all'Occidente solo per i propri interessi economici, privilegiando i conflitti locali in Medio Oriente e in Asia. Il nuovo terrorismo ha forme molto più complesse e vuole colpire con nuovi attentati sempre più complessi e anche spettacolari».

- Quanto rischia l'Italia di fronte a queste nuove minacce?
  «A mio avviso non c'è un Paese che non rischi. Dunque anche l'Italia, che dal jidahismo è massimamente considerata come l'emblema dell'apostasia deve prendere in seria considerazione ogni fattore di rischio e calcolare che - oltre a soggetti forse già presenti sul territorio nazionale - i fattori di ulteriore pericolo possono magari venire da Paesi vicini, come la Libia, o dai Balcani».

- Esiste in Italia un rischio concreto che il terrorismo cerchi nuove sponde e magari anche alleanze con le mafie?
  «Partiamo da un presupposto: la criminalità organizzata, secondo un abusato clichè, è poco ideologizzata e punta solo a fare affari sporchi, a cominciare dal traffico di droga. Il denaro è tuttavia il più pericoloso attrattore che rende reale questa saldatura. E le occasioni possono essere rappresentate da tanti fattori: dal traffico degli esseri umani a quello delle armi, per non parlare della droga. Dove ci sono i soldi c'è anche questo pericolo: e l'Isis di soldi ne ha davvero tanti...».

- E dunque esiste anche un rischio di infiltrazioni terroristiche legate agli sbarchi dei clandestini che arrivano dal Nordafrica?
  «Certamente. Tra le migliaia di profughi che fuggono dal regime del macellaio Assad questa è una possibilità da non escludere. Napoli, inoltre, è da sempre una centrale di rifornimento di falsi documenti. Per questo serve un impegno straordinario da parte dei servizi segreti e degli organi di polizia nell'identificazione di tutti i soggetti che sbarcano in Italia. C'è bisogno di una vera e propria task force per combattere questi pericoli e prevenire ogni rischio».

(Il Mattino, 21 maggio 2016)


Auschwitz, anello e collana d'oro trovati in una tazza rubata a un ebreo deportato

I nazisti, durante la Seconda Guerra Mondiale, si divertivano anche a privare gli ebrei delle loro cose di valore, come gioielli e oggetti preziosi, oltre che privarli della loro dignità. Ebbene, dopo 70 anni è stata fatta una scoperta straordinaria: in una tazza verniciata, appartenuta a una delle tante persone uccise nel lager di Auschwitz, sono stati trovati una collana d'oro e un anello. La notizia è stata diffusa dal portavoce del museo, Pawel Sawicki, secondo cui gli oggetti preziosi sono stati notati in occasione delle attività di conservazione di oggetti smaltati trafugati dai nazisti alle persone segregate e poi uccise nel campo di sterminio di Auschwitz. Sawicki ha spiegato:

"E' altamente probabile che la tazza appartenesse a un ebreo portato nel campo per essere sterminato. La scoperta dimostra che la persona era consapevole che gli oggetti potevano essere rubati ma, allo stesso tempo, nutriva speranza che potessero essere usati in futuro".

 
La tazza ritrovata
Il fondo della tazza
L'anello
L'anello e la collana erano infagottati in un drappo e nascosti in un doppiofondo composto da un contenitore di metallo. Gli oggetti sono stati esaminati attentamente ed è stato scoperto che entrambi furono realizzati in oro. Una vecchia tazza, tutta arrugginita, ha nascosto dunque un segreto per oltre 70 anni. La tazza fa parte di una vasta collezione di reperti appartenuti alle vittime del lager di Auschwitz, che ultimamente sono stati sottoposti a manutenzione. Lo stupore è stato grande quando sono stati scoperti l'anello e la collana nel doppiofondo arrugginito della tazza. Molti ebrei nascondevano gli oggetti di valore nei loro bagagli quando venivano trasferiti nei campi di sterminio, come quello di Auschwitz, tristemente noto. Rammentiamo che tra il 1940 e il 1945 furono uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, 1,1 milioni di ebrei ed oltre 100.000 prigionieri. Il Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau ha reso noto che "i gioielli, come gli altri oggetti scoperti per caso, sarebbero stati accuratamente documentati e garantiti. Sono poche, comunque, le probabilità di rintracciare i proprietari, o i loro parenti, perché sugli oggetti non ci sono tracce tali da permettere di risalire a loro".
La tazza smaltata è solo una delle 12.000 tazze, ciotole, pentole e brocche custodite nel Museo, ovvero oggetti rubati dai nazisti agli ebrei arrivati nel lager di Auschwitz-Birkenau durante il Secondo Conflitto Mondiale. Hanna Kubik, membro dello staff del Museo, ha dichiarato:

"Si è scoperto che una delle tazze ha un doppio fondo, ben nascosto a causa del passar del tempo. I materiali si sono deteriorati. Il secondo fondo è separato dalla tazza".

Il direttore del museo polacco, Piotr Cywinski, ha asserito:

"Il nascondiglio degli oggetti di valore è spesso citato nei racconti dei sopravvissuti all'Olocausto. Il fatto che molti oggetti di valore furono nascosti, dimostra da un lato la consapevolezza degli ebrei della natura della deportazione; dall'altro la speranza delle famiglie ebree di poter usare tali oggetti per sopravvivere in caso di liberazione".

Forse non tutti sanno che i nazisti hanno lasciato alla Germania un'immensa quantità di oro e preziosi. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale si pensò di imballare tutto il materiale prezioso e riporlo in diversi magazzini. Sono passati 70 anni dal declino del nazismo ma la Germania detiene ancora oggetti preziosi, dipinti di immenso valore, mobili, arazzi, tappeti, libri, orologi etc. che i nazisti trafugarono agli ebrei deportati nei campi di sterminio. Secondo voi, è giusto tutto questo? E poi la Germania fa la morale agli altri! In base a una recente stima, gli oggetti rubati agli ebrei sarebbero circa 20.000, tra cui 2.300 quadri di valore. Il problema è che tali reperti non sono nascosti nei magazzini ma ostentati: molti si trovano anche nell'ufficio del presidente della Repubblica e negli uffici della Cancelleria. Nessun cancelliere tedesco, da Adenauer alla Merkel, si è preoccupato della delicata questione. Tutto il materiale dovrebbe essere restituito ai parenti delle vittime della carneficina nazista! Se vogliono fare una buona azione, i tedeschi dovrebbero vendere tutti gli oggetti preziosi di incerta provenienza, dai quadri ai libri, e devolvere il ricavato ai familiari delle vittime del nazismo.

(zz7.it, 21 maggio 2016)


Video: 68 fatti che probabilmente non conoscevate a proposito di Israele

Un video scanzonato, pieno di dati reali

Alcuni giorni fa, in occasione del 68esmo anniversario della nascita di Israele, il Ministero degli esteri di israeliano ha diffuso un video che in poco più di sei minuti propone 68 buoni motivi per festeggiare Israele: pluralismo, hi-tech, divertimento, gastronomia e molto, molto altro....

(israele.net, 21 maggio 2016)


Iran: Kim Kardashian è una minaccia alla sicurezza

Kim Kardashian
Per l'ala più conservatrice del governo, la star dei reality show in America incoraggerebbe le donne iraniane a pubblicare su Instagram immagini di sé, violando i codici di abbigliamento obbligatori e i valori morali del Paese.
Chi avrebbe mai pensato che la regina dei selfie e dei reality show americani Kim Kardashian fosse un pericolo per la sicurezza! Ebben, in Iran la pensano così. Almeno questa è l'opinione degli esponenti più conservatori del governo, secondo i quali la moglie di Kanye West incoraggerebbe le donne iraniane a pubblicare su Instagram immagini di sé, violando i codici di abbigliamento obbligatori e di conseguenza i valori morali del Paese.
A riferirlo è stato il riferisce il Financial Times. Mostafa Alizadeh - portavoce del Centro che combatte il cyber-crimine organizzato, un organismo statale - ha riferito che Kim Kardashian sta collaborando con la app Instagram proprio per attuare quel piano messo a punto da alcuni Paesi del Golfo e dal Regno Unito, che ha garantito "un sostegno finanziario serio" per prendere di mira donne e giovani.
Per mettere al sicuro la moralità del Paese, è stata lanciata l'Operazione Spider II. Circa 150 tra saloni di bellezza e studi fotografici sono stati chiusi e una trentina di modelle, truccatrici e fotografi sono ora perseguiti; otto di loro restano in carcere. Alcuni concerti sono stati cancellati e non è mancato chi è stato fermato mentre guidava per comportamento "non islamico".
Secondo Khamenei Kim Kardashian sarebbe una spia che "lavora per Instagram, in un complicato piano volto a prendere di mira giovani e donne, per corromperli con immagini che inneggiano a uno stile di vita lontano anni luce dall'Islam".

(globalist, 21 maggio 2016)


Il vero motivo del risentimento arabo verso gli ebrei
     Articolo OTTIMO!


di Fred Maroun
Fred Maroun è un giornalista canadese di origine araba orientato a sinistra, scrive tra l'altro per New Canadian Media. Maroun ha vissuto in Libano dal 1961 al 1984.
  • Il mondo arabo continua oggi a non accettare l'idea di uno Stato ebraico di qualsiasi dimensione o forma. Anche l'Egitto e la Giordania, che hanno firmato degli accordi di pace con Israele, non accettano il fatto che Israele sia uno Stato ebraico e continuano a promuovere l'odio antisemita contro Israele.
  • Durante la guerra d'indipendenza di Israele, gli ebrei furono sottoposti a pulizia etnica a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e negli anni successivi nel resto del mondo arabo.
  • Gli ebrei rivendicano il diritto ad esistere, e di esistere alla pari degli altri, sulla terra in cui vivono e che appartiene a loro da più di tremila anni.
  • Preferiamo dire che il conflitto riguarda "l'occupazione" e "gli insediamenti". Gli ebrei vedono cosa stanno facendo gli integralisti islamici ai cristiani e alle altre minoranze, che erano in Medio Oriente migliaia di anni prima della nascita del profeta Maometto.
  • Il vero motivo del risentimento arabo verso gli ebrei è dovuto al fatto che essi esistono.
Come arabi, siamo molto bravi a pretendere che i nostri diritti umani vengano rispettati, almeno quando si vive nelle democrazie liberali come in Nord America, Europa e Israele. Ma che succede quando siamo noi a non rispettare i diritti umani degli altri, in particolare degli ebrei?
  Quando esaminiamo il nostro atteggiamento nei confronti degli ebrei, storicamente e al presente, ci rendiamo conto che esso è finalizzato a negare loro il più fondamentale dei diritti dell'uomo, quello senza il quale nessun altro diritto umano è rilevante, vale a dire il diritto di esistere.

 Il diritto di Israele di esistere in Medio Oriente prima del 1948
 
                                   Nel maggio 1948, la Legione araba giordana espulse tutti i circa 2000 ebrei che vivevano
                                   nella Città Vecchia di Gerusalemme e poi ridusse in macerie il quartiere ebraico.

  Gli antisionisti spesso ribadiscono l'accusa che prima della nascita del moderno Stato di Israele, gli ebrei erano in grado di vivere in pace in Medio Oriente e che la creazione dello Stato di Israele ha generato l'ostilità araba verso gli ebrei. Questa è una bugia.
  Prima della nascita del moderno Stato di Israele, come lo storico Martin Gilbert ha scritto, "gli ebrei vivevano in condizione di dhimmi, in stato di inferiorità, anche se veniva loro accordata la possibilità di professare la propria fede sotto la protezione statale, soggetti a molte restrizioni vessatorie e umilianti nella vita quotidiana". Come ha scritto anche lo storico G.E. von Grunebaum, in Medio Oriente gli ebrei hanno dovuto far fronte a "una lunga lista di persecuzioni, confische arbitrarie, tentativi di conversioni forzate o pogrom".

 Il diritto di esistere come Stato indipendente
  Il sionismo è nato dalla necessità degli ebrei di essere padroni del loro destino: non più vittime di discriminazioni o massacri per il semplice fatto di essere ebrei. Questo progetto è stato accettato e formalmente riconosciuto dagli inglesi, ai quali era stato concesso dalla Lega delle Nazioni un mandato sulla Palestina. Il mondo arabo però non ha mai accettato il riconoscimento formulato dalla Gran Bretagna nella Dichiarazione Balfour del 1917 e nemmeno il piano di spartizione approvato dalle Nazioni Unite nel 1947, che riconosceva il diritto degli ebrei ad avere un proprio Stato.
  Il rifiuto arabo di accettare il diritto dello Stato ebraico di esistere, un diritto che ha un peso giuridico più internazionale del diritto di esistere di quasi tutti gli altri paesi, ha dato luogo a una serie di guerre, a partire dalla guerra d'indipendenza del 1948-1949. Il mondo arabo continua oggi a non accettare l'idea di uno Stato ebraico di qualsiasi dimensione o forma. Anche l'Egitto e la Giordania, che hanno firmato degli accordi di pace con Israele, non accettano il fatto che Israele sia uno Stato ebraico e continuano a promuovere l'odio antisemita contro Israele.

 Il diritto di esistere a Gaza, in Cisgiordania e Gerusalemme Est
  Nel 2005, Israele evacuò le truppe e la popolazione ebraica da Gaza, nella speranza che questo avrebbe portato alla pace, almeno su quel fronte, per permettere alla Striscia di Gaza, abbandonata dagli ebrei, di diventare una fiorente Riviera araba o una seconda Singapore, e magari fungere da modello per la Cisgiordania. L'esperimento è fallito miseramente. Questo è un caso in cui gli ebrei hanno rinunciato volontariamente al loro diritto di esistere su un pezzetto di terra, ma che purtroppo i palestinesi di Gaza non hanno preso come un'opportunità di pace ma come un segnale che se avessero continuato a sparare agli ebrei, questi se ne sarebbero andati - e così hanno continuato a sparare.
  Esistono molteplici punti di vista tra i sionisti in merito a cosa fare della Cisgiordania. C'è chi parla di completo ritiro unilaterale come a Gaza, di annessione piena e di altre alternative. Al momento, prevale lo
Tutti sanno, nonostante la sleale riscrittura della storia da parte dell'Unesco, che prima che quel fazzoletto di terra fosse chiamato Cisgiordania, fu chiamato Giudea e Samaria per più di duemila anni.
status quo, senza piani specifici per il futuro.
Tutti però sanno, nonostante la sleale riscrittura della storia da parte dell'Unesco, che prima che quel fazzoletto di terra fosse chiamato Cisgiordania, fu chiamato Giudea e Samaria per più di duemila anni.
Tutti sanno che Hebron è secondo la tradizione biblica il luogo di sepoltura dei Patriarchi e della Matriarche, i cui resti riposano all'interno della Grotta dei patriarchi, ed è considerato il secondo luogo sacro per l'Ebraismo. Ogni persona di buon senso sa che gli ebrei dovrebbero indiscutibilmente avere il diritto di esistere in questo territorio, anche se è sotto la giurisdizione araba o musulmana. Tuttavia, tutti sanno che nessun regime arabo è in grado e nemmeno disposto a proteggere la sicurezza degli ebrei che vivono sotto la propria giurisdizione dall'odio antisemita proveniente dal mondo arabo.
  Gerusalemme Est, che è stata divisa dal resto della città dal Regno di Giordania durante la guerra d'indipendenza, fa parte di Gerusalemme e lì si trova il Monte del Tempio, il sito più sacro per gli ebrei. La Città Vecchia, a Gerusalemme Est, era abitata dagli ebrei fino a quando essi furono sottoposti a pulizia etnica dalla Giordania nella guerra del 1948-1949.
  Anche se Israele ha offerto in passato per due volte - la prima sotto il premier Ehud Barak e la seconda sotto il primo ministro Ehud Olmert - Gerusalemme Est come parte di uno Stato palestinese, un'offerta simile non potrà essere avanzata di nuovo. Gli ebrei sanno che questo significherebbe una nuova ondata di pulizia etnica, che negherebbe il diritto ebraico di esistere su quel pezzo di terra in cui questo diritto è più importante che altrove.

 Il diritto di esistere ora in Medio Oriente
  Durante la guerra d'indipendenza di Israele, gli ebrei furono sottoposti a pulizia etnica a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e negli anni successivi nel resto del mondo arabo.
  Oggi, i nemici di Israele, molti dei quali arabi, mettono in discussione il suo diritto di esistere, e quindi il diritto di esistere degli ebrei, su due fronti: minacciandolo di distruzione nucleare e di annientarlo soffocandolo demograficamente.
  Il regime islamista iraniano ha ribadito più volte le sue intenzioni di distruggere Israele usando armi nucleari. Solo nel caso in cui l'Iran non abbia "successo", il cosiddetto movimento "pro-palestinese", tra cui il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), ha un piano diverso per distruggere lo Stato ebraico: un unico Stato con il "ritorno" di tutti i discendenti dei profughi palestinesi. Il rifiuto del presidente palestinese Mahmoud Abbas e del suo predecessore Yasser Arafat di accettare qualsiasi soluzione dei due Stati a loro presentata fa parte di questo piano.

 Il diritto di esistere altrove
  Gli antisionisti affermano che gli ebrei sono imperialisti in Medio Oriente, come lo furono gli inglesi e i francesi, e proprio come questi dovrebbero tornarsene a casa loro. Ovviamente, quest'analogia non è vera: in Medio Oriente, gli ebrei hanno una storia ancora più lunga di quella dei musulmani o degli arabi.
  Ma gli ebrei appartengono all'Europa, che solo pochi decenni fa ha cercato di uccidere ogni ebreo, uomo, donna o bambino? Gli ebrei appartengono al Nord America dove fino a qualche centinaio di anni fa non c'erano europei, ma solo nativi americani?
  Dire che gli ebrei "appartengono" a questi luoghi è solo un'affermazione comoda per gli antisionisti.

 Gli ebrei non si arrenderanno
  Da arabi, ci lamentiamo del fatto che i palestinesi si sentono umiliati ad attraversare i posti di blocco israeliani. Ci lamentiamo perché Israele costruisce in Cisgiordania senza il permesso palestinese e protestiamo perché Israele osa difendersi dai terroristi palestinesi. Ma quanti di noi hanno mai pensato come questa situazione si sia venuta a creare? Quanti di noi hanno il coraggio di ammettere che fare una guerra dopo l'altra contro gli ebrei al fine di negare il loro diritto di esistere, rifiutando ogni ragionevole soluzione al conflitto, ha portato alla situazione attuale?
  Il messaggio che abbiamo lanciato agli ebrei, nel corso della storia e in particolare quando hanno avuto l'audacia di voler autogovernarsi, è stato chiaro: non possiamo tollerare la vostra stessa esistenza.
  Tuttavia, gli ebrei rivendicano il diritto ad esistere, e di esistere alla pari degli altri, sulla terra in cui vivono e che appartiene a loro da più di tremila anni.
  Inoltre, negare a un popolo il diritto di esistere è un crimine di proporzioni inimmaginabili. Noi arabi facciamo credere che la nostra mancanza di rispetto per il diritto degli ebrei di esistere non sia la causa del conflitto esistente tra gli ebrei e noi. Piuttosto, preferiamo dire che il conflitto riguarda "l'occupazione" e "gli insediamenti". Gli ebrei vedono cosa stanno facendo gli integralisti islamici ai cristiani e alle altre minoranze, che erano in Medio Oriente migliaia di anni prima della nascita del profeta Maometto: yazidi, curdi, cristiani, copti, assiri, aramei e molti altri. Dove sono ora queste popolazioni autoctone dell'Iraq, della Siria e dell'Egitto? Vivono liberamente o sono perseguitare, costrette a lasciare la loro terra, massacrate dagli islamisti? Gli ebrei sanno che questo è ciò che sarebbe accaduto a loro se non avessero avuto un proprio Stato.
  Il vero motivo del risentimento arabo verso gli ebrei è dovuto alla loro esistenza. Vogliamo che gli ebrei scompaiano o siano sottomessi ai nostri caprici, ma gli ebrei rifiutano di piegarsi al nostro bigottismo e non accettano di farsi influenzare dalle nostre minacce e calunnie.
  E chi, con un briciolo di cervello, può biasimarli?

(Gatestone Institute, 19 maggio 2016)


Alunergy, in Israele spunta una batteria basata sull'alluminio

di Davide Comunello

 
TEL AVIV - Mentre le Case automobilistiche lavorano sull'elettrico e sull'idrogeno, nella Silicon Valley israeliana (a Tel Aviv e dintorni) c'è chi vuole rivoluzionare tutto con una tecnologia basata sull'alluminio: un obiettivo molto complicato da raggiungere ma altrettanto intrigante, sostenuta dall'ambizione di chi l'ha studiata - la start-up Phinergy - e dalla curiosità di diverse aziende automotive.

 L'idea
  Come ci spiega Aviv Tzidon, Ceo e fondatore dell'azienda, "Alunergy" è di fatto una soluzione fuel cell alimentata da batterie alluminio-aria: "Con un chilogrammo di alluminio, un litro d'acqua e un chilo di ossigeno possiamo sviluppare 8,1 kW", esordisce l'ideatore. Stando ai suoi calcoli, un pacco con una capacità di 50 kWh potrebbe garantire mediamente "300 o 400 km di autonomia, senza problemi per quanto riguarda l'approvvigionamento".

 La sosta in stazione
  Ovviamente, nel processo di scarica l'alluminio si consuma, ma non solo: all'interno della batteria, la reazione chimica produce idrossido di alluminio, il quale deve essere eliminato rigenerando l'elettrolita "esausto". Stando alla Phinergy, quest'ultima operazione potrebbe avvenire in soli tre minuti grazie a macchinari dalle dimensioni molto contenute: dove? Nelle normali stazioni di servizio, un'infrastruttura esistente in cui la nuova tecnologia potrebbe affiancarsi alle propulsioni tradizionali. I pellegrinaggi in stazione dipendono ovviamente dalle percorrenze: nel caso di un taxi, comunque, non si dovrebbe andare oltre la sosta quotidiana. Infine, il consumo dell'alluminio richiede la sostituzione della batteria dopo 1.500 miglia (circa 2.400 km): per semplificare la procedura, la start-up ha studiato un sistema a cassetto in grado di risolvere tutto in tre minuti.

 I costi e il modello di business
  Per far quadrare i conti, Phinergy pianifica di rivendere l'idrossido di alluminio dopo averlo separato dall'elettrolita grazie a speciali macchine sviluppate dall'Alcoa: il prodotto, infatti, è utilizzato in vari settori, ad esempio nell'industria della plastica, nel trattamento delle acque e nelle costruzioni. "Da un chilo di alluminio si ottengono tre chili di idrossido", assicura Tzidon. Aiutato dal basso costo delle batterie ("il 50% in meno rispetto agli ioni di litio") e idealmente ancorato a materie prime prodotte con energie rinnovabili, l'ecosistema israeliano potrebbe garantire costi finali "decisamente inferiori a quelli della benzina" a fronte di un impatto ambientale minimo.

 Occhi puntati
  Phinergy ha già studiato delle architetture ibride in cui un accumulatore alluminio-aria da 100 kWh può essere affiancato a una batteria tradizionale da otto, in modo da ottenere autonomie fino a 680 km: sono numeri ancora teorici, ma in linea con le prospettive dell'idrogeno. Secondo la start-up, rispetto al carburante green l'alluminio presenta diversi vantaggi, soprattutto sul fronte dello stoccaggio: in ogni caso resta la sfida infrastrutturale, peraltro condivisa dalle altre fuel cell. Solo il tempo dirà se ci troviamo di fronte a un'occasione imperdibile o a una missione impossibile: di certo, il progetto della Phinergy sta riscuotendo un certo interesse, soprattutto in Cina (dove la tecnologia potrebbe essere applicata ai bus) e nel quartier generale di un importante Costruttore europeo.

(Quattroruote, 20 maggio 2016)


Perché Israele è considerata la patria delle start-up

Il Paese ha trovato il modo di sviluppare l'imprenditorialità promuovendo la sicurezza interna.

di Stefania Medetti

 
Con una popolazione di meno di otto milioni di abitanti, Israele è considerata la patria delle start-up e, con l'esclusione di Stati Uniti e Cina, è il Paese con il maggior numero di imprese quotate al Nasdaq. In termini pro-capite, Israele conta il maggior numero di venture capital, start-up, scienziati e professionisti della tecnologia di qualsiasi altro paese del mondo. Perché? Secondo Forbes, tutto ha a che fare con la Unit 8200, una divisione di intelligence che conta circa 5000 persone e che utilizza la tecnologia più innovativa, molto spesso in situazioni di vita o di morte, senza supervisione. "Il fatto che nessuno ti dia istruzioni dà un grande libertà di pensare in un modo diverso e quando sei un imprenditore è una qualità molto importante. Quando segui cinque, dieci, venti progetti di questo tipo, hai già sperimentato con almeno tre cose che potrebbero diventare una start-up", racconta uno dei partecipanti al programma.
  Dunque, basta moltiplicare queste condizioni per migliaia di geni tecnologici e decenni di lavoro per capire come mai, secondo le stime di Forbes, oltre mille aziende sono state fondate da ex-membri della Unit 8200, da Waze a Check Point a Mirabilis e tante di queste sono state vendute per centinaia di milioni di dollari. Negli ultimi tre anni, per esempio, Microsoft ha comprato Adallom, una società specializzata nella privacy dei dati per 320 milioni di dollari; Facebook ha acquisito per 150 milioni di dollari Onavo, una società che analizza il mobile e PayPal ha speso 60milioni di dollari per CyActive, un servizio che prevede gli attacchi informatici.
  La Unit 8200 affonda le radici nella storia dei servizi segreti israeliana e, proprio per non correre il rischio che i nemici sappiano a cosa sta lavorando, è strutturata a compartimenti separati, come una galassia di start-up. Consapevole del fatto di non poter contare sulla tecnologia fornita da altri, 8200 è diventata anche il centro di ricerca e sviluppo del Paese. Il 90% dei dati su cui lavora l'intelligence israeliana, inoltre, proviene dal lavoro della Unit 8200 che è un'alternativa al servizio militare obbligatorio che dura quattro anni, mentre il team della Unit 8200 ha un turnover annuale del 25%.
  Come se non bastasse, le procedure di recruiting dei talenti contano sull'intero bacino della popolazione studentesca e i giovani possono essere selezionati già al liceo, in base al loro rendimento: si valutano matematica, lingue straniere, capacità di apprendere velocemente. Il pool di talenti, dunque, è molto più ampio rispetto a quello delle principali università del mondo che possono selezionare solo sulla base alle candidature ricevute. Ma non finisce qui. Perché i colloqui di selezione sono condotti dai soldati ventenni dell'8200 che valutano persone in grado di prendere il loro posto. Anche la mancanza di risorse economiche, in certi casi, viene utilizzata come una leva per produrre buone idee: ai nuovi team, infatti, vengono presentati problemi che i team precedenti non hanno risolto, ma senza informarli di ciò e questo è un modo per affrontare l'ostacolo da prospettive sempre nuove. Una volta finito il servizio nell'unità, i partecipanti possono essere selezionati per contribuire a nuove start-up fuori dal settore militare, semplificando a questo modo il processo di recruiting e rimettendo in gioco le competenze acquisite.

(Panorama, 20 maggio 2016)


Il giallo dei giornalisti scomparsi a Beirut

Toni e De Palo svaniti dopo Ustica e Bologna

di Gabriele Paradisi

Il 2 settembre 1980, un mese dopo la strage alla stazione di Bologna, i giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo sparirono da Beirut.
Da quel giorno di loro non si è saputo più nulla, né i loro corpi sono mai stati ritrovati. Erano partiti da Roma il 22 agosto. Intendevano svolgere un'inchiesta sul traffico d'armi e i campi di addestramento palestinesi in Libano.
Italo Toni aveva 50 anni. Era diventato famoso nel 1968 con uno scoop sui guerriglieri palestinesi in Giordania. Graziella De Palo aveva 24 anni. Era una brillante promessa del giornalismo investigativo italiano. Dal marzo 1980 scriveva per Paese Sera.
Sul tragico destino dei due giornalisti, precipitati in quel terribile groviglio politico-diplomatico che ha riguardato i rapporti tra lo Stato italiano e le organizzazioni palestinesi (l'Olp e il Fronte popolare per la Liberazione della Palestina) si è estesa l'ombra lunga del vero indicibile segreto della Repubblica, che il defunto presidente Cossiga ha chiamato il «lodo Moro», ossia gli inconfessabili patti segreti tra lo Stato italiano e i palestinesi. Il fine dell'accordo era preservare il territorio nazionale da attacchi terroristici, permettendo il libero transito di armi ed esplosivi da parte dei palestinesi e la loro liberazione nel caso fossero fermati o arrestati. Era stato Aldo Moro a tessere la sottile trama di quella "diplomazia parallela" che incarnava la "ragion di Stato" e coinvolgeva inevitabilmente gli apparati dell'intelligence, la diplomazia "ufficiale", la magistratura.
Tra i protagonisti di questa dolorosa vicenda si situa il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sid, poi Sismi, a Beirut dal 1972 al 1981. Giovannone, evocato da Aldo Moro in due lettere dalla prigionia brigatista, alzò una spessa cortina fumogena intorno a tutti coloro che cercarono di indagare sulla scomparsa dei due giornalisti, famigliari compresi. I tentativi dell'allora ambasciatore italiano a Beirut Stefano D'Andrea di contrastare Giovannone risultarono vani, tanto che l'ambasciatore fu rimosso e trasferito in altra sede. Una vicenda nella quale ancora una volta la ragion di Stato, tramite la diplomazia parallela, aveva prevalso sulla diplomazia ufficiale.
Messo alle strette nell'inchiesta giudiziaria sulla scomparsa di Toni e De Palo, nel 1984 Giovannone oppose il segreto di Stato «sui rapporti a suo tempo tenuti dal Sismi con l'Olp».
Segreto di Stato ratificato dal presidente del Consiglio Bettino Craxi e poi prolungato fino al limite della massima durata di 30 anni da Silvio Berlusconi. Quel segreto di Stato è scaduto il 28 agosto 2014. La nuova commissione Moro, che ha ottenuto l'estensione della Direttiva Renzi alle proprie attività di indagine, ha acquisito le carte della vicenda Toni-De Palo coperte dal segreto di Stato, ma le ha riclassificate come «segrete», rendendole di fatto inaccessibili per chiunque, a parte i 60 componenti della Commissione, che però non possono divulgarne i contenuti. Un segreto di Stato infinito?

(Il Tempo, 21 maggio 2016)


In ricordo di Marco Pannella

Il Presidente di EDIPI ci invia questo ricordo di Pannella

Pur con opinioni diverse, su un punto concordavamo con Marco: la vera amicizia per Israele.
In alcune occasioni in Italia e in particolare a Bruxelles al Parlamento Europeo avevamo più volte discusso sulla sua utopia di vedere Israele all'interno dell'Unione Europea, come unica soluzione per la situazione israeliana in Medio Oriente. A nulla sono valse le mie argomentazioni bibliche sull'assurdità di questa posizione; accettava comunque senza polemiche anche se era evidente che parlavamo due lingue diverse.
Ivan Basana

(Notizie su Israele, 21 maggio 2016)


Startup Tel Aviv Boot-Camp, si punta sulle donne

Mancano sei giorni al Wired Next Fest.

Dopo il successo degli scorsi anni, parte la quinta edizione di Startup Tel Aviv Boot-Camp, concorso destinato a giovani startupper promosso dall'Ambasciata d'Israele in Italia e la Municipalità di Tel Aviv.
Il contest punta a selezionare le migliori startup di 23 Paesi del mondo e a riunirle in Israele, in un bootcamp di 5 giorni ospitato a Tel Aviv, il cuore dell'ecosistema dell'innovazione israeliano, negli stessi giorni della DLD Conference.
   L'edizione 2016 parla al mondo delle startup in rosa e uno dei criteri di selezione è costituito dalla composizione del team, che deve essere declinata al femminile.
Insieme alle startupper selezionate negli altri Paesi del mondo che hanno aderito all'iniziativa, la vincitrice italiana di Start Tel Aviv 2016 parteciperà al bootcamp che si terrà in Israele dal 25 al 29 settembre, a margine della DLD Tel Aviv Conference.
   Conosciuto in tutto il mondo come la startup nation, Israele investe molto nel suo capitale umano: genera molte più startup dei più grandi paesi industrializzati del mondo, in termini d'investimenti pro-capite ad alto rischio attira oltre il doppio di quanto investito negli Stati Uniti e cifre 30 volte superiori in confronto a tutti i Paesi membri dell'Unione Europea messi insieme.
   Tel Aviv è la capitale commerciale di Israele e l'hub dell'innovazione israeliana, con un ecosistema che riunisce, nello stesso spazio, talenti di fama mondiale nel campo dell'innovazione tecnologica, decine d'importanti multinazionali e centinaia di startup. Il Wall Street Journal l'ha nominata hub tecnologico leader in Europa, Startup Genome l'ha indicata come il secondo miglior posto al mondo per aprire una startup e, più recentemente, Savills l'ha classificata tra le tre migliori tech cities al mondo, insieme a San Francisco e Austin .
   La DLD-Tel Aviv Digital Conference è il più grande evento di carattere internazionale organizzato in Israele sul tema della tecnologia. Vi si ritrovano centinaia di startup, VC, investitori e le più grandi multinazionali del mondo. Polo d'attrazione dei migliori talenti dell'innovazione, dei più alti investimenti di capitale ad alto rischio e dei maggiori leader di settore come Google, Microsoft, Kimberly Clark, Amazon, GM, Amdocs, Facebook e altri ancora, Tel Aviv è il posto migliore per conoscere da vicino l'intero ecosistema dell'innovazione israeliana.

(Wired, 20 maggio 2016)


Così si difende l'aeroporto più sicuro del pianeta

Siamo stati al "Ben Gurion" di Tel Aviv. "Gli attentatori di Bruxelles? Da noi non avrebbero fatto un passo nell'aeroporto".

di Giuseppe Marino

 
Tel Aviv, aeroporto Ben Gurion
TEL AVIV - I duri della sicurezza aeroportuale israeliana? Sembrano ragazzini, studenti un po' secchioni. E lo sono: a proteggere il "Ben Gurion" di Tel Aviv è un corpo di guardia interno con poteri di polizia.
   La prima interfaccia con i passeggeri ha il volto rassicurante di studenti universitari, spesso part time, che però, come è normale in Israele, devono avere svolto il servizio militare. "Preferiamo giovani e studenti, anche part time", spiega l'alto ufficiale della sicurezza aeroportuale che racconta al Giornale come si difende l'aeroporto più sicuro del mondo nel Paese con più nemici al mondo. Una lezione interessante nelle ore in cui tutta Europa si interroga su come il volo MS804 della Egyptair sia potuto sparire nel nulla, forse a causa di un'azione terroristica dai contorni ancora tutti da chiarire.
   Il governo ha dichiarato lo scalo infrastruttura strategica, anche perché essendo l'unico internazionale è il ponte che mantiene il Paese in contatto con il mondo, il che implica, tra l'altro, essere regolamentati direttamente direttamente dall'Agenzia israeliana per la sicurezza. L'intelligence del resto è il primo delle dodici cerchie di sicurezza che bisogna fanno da scudo agli aerei in transito nello scalo. "Ma è un bonus, se hai informazioni sul passeggero sospetto tanto meglio, altrimenti i nostri sono addestrati a considerare di avere sempre potenzialmente davanti a sé una valigia che contiene esplosivo o un potenziale kamikaze", spiega l'esperto.
   Lo scalo è gestito da Shmuel Zakay, ex generale della brigata Golan, l'elite della fanteria israeliana. In Israele l'attenzione alla sicurezza è una costante, ma sull'aeroporto si concentra una particolare attenzione, anche perché secondo l'intelligence israeliana sta sviluppando una strategia del terrore volta a colpire l'Occidente in un punto debole: il diritto a volare che sostiene una delle sue libertà, quella di movimento, e che lo rende interconnesso. Se la paura ci costringe con i piedi a terra, le nostre economie soffriranno sempre di più.
   Israele l'ha capito e sta rafforzando sempre più lo scudo intorno all'aeroporto, tanto che durante l'ultima operazione militare a Gaza, "Protective Edge", contro il Ben Gurion Hamas ha sparato centinaia di razzi in poche ore. Le maglie del sistema anti missili sono così fitte che l'aeroporto non è mai stato colpito, non ha chiuso e alla fine anche le compagnie straniere si sono convinte di poter continuare ad atterrare e decollare senza troppi rischi.
   Ogni attentato messo a segno in altri aeroporti occidentali viene studiato e replicato in forma simulata al Ben Gurion. "Nessuno di quegli attacchi avrebbe funzionato da noi", dice orgoglioso l'ufficiale, "Quei tipi dell'aeroporto di Bruxelles? Da noi non avrebbero fatto un passo dentro all'aeroporto".
   In effetti, oltre alle più avanzate tecnologie di sorveglianza, dai radar agli scanner, i raggi X, gli infrarossi e le telecamere che riconoscono le targhe e le controllano automaticamente su un database dei veicoli sospetti, Israele conta molto sull'addestramento del proprio personale di sicurezza, cui viene chiesto di fermare le macchine in arrivo all'aeroporto e porre semplici domande, apparentemente ingenue, come: "Lei porta con sé un'arma?". Gli addetti sono addestrati a "leggere" le reazioni anche attraverso il linguaggio del corpo e in ogni zona dell'aeroporto ci sono sia addetti alla sicurezza sotto copertura, nascosti tra i passeggeri, sia team di pronto intervento in grado di scattare in pochi secondi in caso di allarme. Un modello diventato oggetto di studio anche per le autorità aeroportuali europee, incluse quelle italiane che sono attese nei prossimi giorni a Tel Aviv per confrontare le rispettive esperienze e studiare i meccanismi del Ben Gurion.
   "Anche l'Europa dovrà adeguarsi, ad esempio adottando il database dei passeggeri schedati attraverso un numero di riconoscimento, il Pnr", dice l'ufficiale, "in questa guerra al terrore, pur mantenendo i propri valori, bisogna cedere qualcosa alle esigenze della sicurezza. O vinceranno loro".

(il Giornale, 20 maggio 2016)


Biennale, biomimesi e resilienza al padiglione di Israele

"LifeObject": fin dal titolo architettura e biologia si incontrano

 
 
Facciate viventi, autopulenti, biosensori per monitorare gli inquinanti ambientali, nanomateriali innovativi e prospettive sulla bioluminescenza: ecco alcuni dei temi proposti alla Biennale di Venezia
   Architettura, biologia e le loro ibridazioni. È una panoramica vorticosa quella offerta dal padiglione di Israele alla Biennale di Venezia. Dalla scala microscopica degli organismi unicellulari alla resilienza di quello spicchio di Medio Oriente provato da conflitti e cambiamenti climatici di portata epocale, toccando le prospettive della biomimesi in architettura.
   Le intenzioni del padiglione sono di configurarsi come una piattaforma di ricerca, uno stadio in divenire a tutti gli effetti, variamente connesso al tema centrale: "LifeObject: Merging Architecture and Biology". Il panel di curatori per il padiglione israeliano dell'edizione 2016 comprende gli architetti Bnaya Bauer, Arielle Blonder, Noy Lazarovich e lo scienziato Ido Bachelet, coordinati da Yael Eylat Van-Essen.
   Da loro è partita l'idea di invitare un gruppo di 7 tra architetti e scienziati, tra i quali figura il prof. Dan Shechtman, premio Nobel per la chimica nel 2011 grazie agli importanti studi sui cristalli quasiperiodici.
   A loro si devono le installazioni e tutto l'ampio ventaglio di materiale dell'esibizione, da progetti e idee che possono verosimilmente venire implementate fin da subito, fino a quelle che vengono definite "nuove visioni per il futuro". Più nel dettaglio, si spazia dall'impiego di nanomateriali per il controllo naturale della trasparenza negli edifici situati nell'ambiente desertico all'uso - vagamente spaesante - di tecniche di trattamento del cancro per affrontare l'aumento della densità urbana.
   Al centro del padiglione domina la scena il LifeObject che riassume ed esemplifica il resto dell'esibizione e mette fin da subito la biomimesi in primo piano: una struttura autoportante ispirata alla scansione 3D di un nido d'uccello. Questa struttura combina materiali di differenti origini - composti e leghe, ma anche materiale biologico - e funzioni (ad esempio dispositivi intelligenti integrati).
   Altra sezione di estremo interesse è il "cabinet de curiosités". Il nome di gusto barocco anticipa una Wunderkammer di oggetti, ipotesi di lavoro ma anche idee non prive di ambiguità. Un esempio su tutti, la possibilità di trasformare in sensori ambientali dei batteri geneticamente modificati. L'esempio presente al padiglione unisce un "elemento senziente" - una molecola che si attiva in presenza di composti tossici - e un "elemento rispondente", qui un gene derivato da una specie di medusa che viene attivato dalla molecola e stimola l'organismo a sintetizzare una proteina verde fluorescente.
   La bioluminescenza ottenuta, spiegano gli organizzatori del padiglione israeliano della Biennale, potrebbe essere impiegata per creare delle "sentinelle in tempo reale" per il monitoraggio della qualità di acqua, aria, terreno o cibo. Più o meno su questa lunghezza d'onda prosegue il "cabinet". Dei minuscoli invertebrati acquatici, appartenenti al phylum dei Briozoi, capaci di architettare colonie fatte di strutture estremamente complesse, per creare facciate viventi e nuovi materiali da costruzione. O ancora si ipotizza di migliorare la sostenibilità complessiva di un edificio sfruttando i funghi responsabili della carie del legno, grazie alla loro azione scolorante che deriva dalla capacità di "digerire" la lignina e altre molecole con strutture simili.

(Rinnovabili.it, 20 maggio 2016)


Pacifici: "Pannella ha insegnato agli ebrei a non isolarsi"

L'intervento dell'ex capo della Comunità di Roma: «Con noi un rapporto privilegiato».

di Riccardo Pacifici

L'ex presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, con Marco Pannella
Difficile fare una sintesi di ciò che Marco Pannella ha rappresentato per noi ebrei.
Negli anni 70/80 in cui imperava il pensiero unico, figlio delle politiche catto-comuniste, l'Italia intera era prostrata al filo arabismo.
Yasser Arafat, fondatore e capo assoluto dell'organizzazione terroristica dell'OLP veniva ricevuto con tutti gli onori nel nostro Paese nonostante un Mandato cattura internazionale per forniture armi alle Brigate Rosse.
Chiunque volesse sostenere in quegli anni le ragioni dello Stato d'Israele, unica democrazia in medio oriente, nel migliore dei casi gli veniva impedito parlare in altri rischiava il linciaggio. Specie nelle università.
Marco Pannella ed il Partito Radicale decisero come loro stile di andare controcorrente. Ai Congressi del Partito Radicale i banchetti degli amici d'israele erano sempre aperti e a noi studenti ebrei veniva concesso poter parlare su Israele.
Marco aveva un rapporto privilegiato, poi che con i leader della comunità, in particolare con il nostro rabbino capo Elio Toaff z.l. ma soprattuto con tutta la base. Ed ogni volta veniva accolto nel Portico D'Ottavia con affetto e onore.
Mai dimenticherò la sua accoglienza, dopo l'attentato alla Sinagoga del 9 ottobre 1982. Un privilegio concesso solo a lui e Giovanni Spadolini. Gli unici a rappresentare quelle forze politiche che mai si erano allineate all'odio antisionista.
Con Marco ed Emma Bonino, si anticiparono anche i temi d'israele non solo sotto gli aspetti politici. Israele era avamposto di progresso , di ricerca e soprattutto sui temi dell'ambiente che ancora oggi sono il pilastro del l'agenda politica israeliana.
Marco Pannella ci ha insegnato a non temere i nostri nemici e detrattori. Ci ha incoraggiati a non isolarci e se oggi le nostre comunità godono maggior rispetto nel dibattito società civile, lui ha certamente una porzione di merito
Grazie Marco e noi "non molleremo" come ci hai sempre chiesto di fare.
Shabbat Shalom

(La Stampa, 20 maggio 2016)


L'archeologo Dan Bahat a Verona

Verona, 26 maggio, conferenza su "La Citta' di Davide"

Organizzata dall’Associazione Veronese Italia-Israele e dalla Comunità ebraica di Verona, relazionerà il famoso archeologo biblico Dan Bahat.
L'incontro è anche in preparazione all'Archeotour EDIPI 2016 sull'archeologia biblica di Gerusalemme, in programma dal 15 al 22 giugno, organizzato dall'associazione Evangelici d'Italia per Israele.
Per informazioni ivan.b@edipi.net - 3475788106

(EDIPI, 20 maggio 2016)


Antisemitismo, Piras: "Interrogazione al Governo, valutare l'incandidabilità in casi simili"

ROMA - Molte proteste sta scatenando in Sardegna l'ex sindaco dal 2001 al 2006 del paese di Bonorva nel sassarese, Antonello Zanza, e di nuovo candidato per le sue esternazioni su facebook di chiara matrice antisemita "Per gli ebrei ho un forno artigianale. Quella domenica … a pranzo agnelli e porcetti cotti qui, lo stesso forno». «Il costo per lo Stato è minimo… fornetti crematori monouso della ditta riassorbiamoli». «Ecco bravo… capisci perche' sono nati i campi di sterminio… per sostituire i campi coltivati a merda». Pubblica poi selfie col saluto fascista, o foto di gruppo con la mano tesa, condivide l'inno nazionale delle SS italiane. Presenteremo un'interrogazione dei deputati di Sinistra Italiana al governo - annuncia l'on. Michele Piras - mentre i nostri legali stanno approfondendo il testo della legge Mancino ma presto chiederemo che Zanza risponda del reato di apologia del fascismo. Il network Facebook - prosegue l'esponente della sinistra - e' da considerare non solo per la sua natura ludica ma perche' ha implementato il mondo dell'informazione online, assumendo anche il ruolo di veicolo per le campagne elettorali o per la propaganda politica, e siamo preoccupati soprattutto dell'immediatezza del mezzo e dell'estrema diffusione che possono raggiungere tali messaggi devastanti. Chiediamo al ministro Alfano se non intenda disporre misure piu' stringenti per evitare che vi sia, soprattutto da parte di personaggi istituzionali e pubblici, la diffusione di messaggi caratterizzati da contenuti discriminatori, di odio e di violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, cosi' come previsto dalla normativa nazionale - conclude Piras - e se non ritenga di valutare l'incandidabilita' di chi porta avanti tali messaggi.

(Prima Pagina News, 20 maggio 2016)


Pane challah e frittelle, a Milano il primo corso di cucina ebraica

Tre appuntamenti curati dalla cuoca Daniela Di Veroli durante il festival «Jewish in the City».

di Laura Ballio

 
Challah, pane a forma di treccia preparato secondo la tradizione ebraica
Non tutti lo fanno per credo religioso. Ma anche per molte più prosaiche ragioni come il gusto, la salute e la curiosità. il cibo kasher (in ebraico vuoI dire permesso, adatto), che nei soli Stati Uniti ha un giro d'affari vicino ai 200 miliardi di dollari, è ormai diffuso su tutte le tavole, tanto che gli ebrei che lo consumano costituiscono solo il 20% del mercato. Con questa premessa, il festival Jewish in the City (in programma a Milano, dal 29 al 31 maggio), ha organizzato tre incontri presso la sede di Eataly, all'ex Teatro Smeraldo, che daranno vita al primo corso di cucina kasher sotto stretta osservanza rabbinica, aperto a tutti, ebrei e non. La cheftutor è Daniela Di Veroli: classe '61, tre figli, «romana di Testaccio» ma a Milano dal 1998, attiva nelle comunità ebraiche di Roma e Milano e presso il Memoriale della Shoah, è anche riuscita a coltivare la sua passione per la cucina fino a trasformarla in una professione e a essere accolta nella Federazione italiana cuochi.
   «La mia base è la cucina ebraica romanesca», dice Daniela, «che ho imparato da mia madre quand'ero ancora piccolissima. Ma il mio obiettivo è sempre stato quello di realizzare una cucina "culturale", in cui le regole alimentari ebraiche di origine biblica (come il divieto di mescolare carne e latte, di mangiare maiale, coniglio e molluschi, di usare una serie di conservanti, ndr) si unissero alla storia e alle tradizioni dei diversi Paesi».
   E questa impostazione Daniela Di Veroli la proporrà anche nei tre giorni del corso dedicato alla preparazione dei cibi delle feste. La prima lezione (domenica 29, ore 17) sarà dedicata ad Hannukkah, la festa delle luci, e presenterà cibi della tradizione askenazita e sefardita come le latkes, frittelle di patate e cipolle; la seconda (lunedì 30, ore 19) affronterà le ricette di Purim, la festa delle sorti, tra cucina libanese e romana; nell'ultima lezione (martedì 31, ore 19), invece, saranno realizzati i piatti del Sabato, lo Shabbat, il giorno in cui gli ebrei cessano ogni tipo di attività e si dedicano allo spirito e al legame con il Creatore: per questo giorno speciale la chef insegnerà a fare il tipico pane che non può mai mancare sulla tavola del sabato, la challah, e poi ricette tratte dalla tradizione persiana e tripolina, tutte rigorosamente da preparare il giorno prima, visto che di Shabbat non si cucina e non si accendono i fuochi. Informazioni su: www.jewishinthecity.it.

(Corriere della Sera, 20 maggio 2016)


Aereo EgyptAir, proseguono le ricerche in mare

Secondo il ministro della Difesa greco Panos Kammenos il volo Egyptair ha effettuato una virata prima di precipitare in mare
   Proseguono le ricerche del volo Egyptair partito mercoledì sera dallo scalo parigino di Roissy Charles de Gaulle e atteso quattro ore dopo al Cairo, ma poi scomparso dai radar sopra il mare Egeo. A bordo viaggiavano 66 persone. Le autorità stanno ispezionando una vasta area a sud dell'isola di Creta alla ricerca degli eventuali relitti dell'aereo. Secondo il ministro della Difesa greco Panos Kammenos il volo Egyptair ha effettuato una virata prima di precipitare in mare. L'esercito egiziano afferma che nessun segnale di sos è stato inviato da parte del pilota. Ieri il ministro dell'aviazione egiziano Sherif Fathi aveva affermato che la probabilità che l'aereo sia stato abbattuto a seguito di un attacco terroristico è "superiore alla possibilità che si sia verificato un guasto tecnico". I parenti dei passeggeri hanno trascorso la notte in un albergo al Cairo in attesa di notizie.
   Disastro aereo nel Mediterraneo su una rotta calda del terrorismo, fra Parigi e Il Cairo. Un Airbus A320 della Egyptair partito ieri sera con 66 persone a bordo dall'aeroporto parigino di Roissy Charles de Gaulle e atteso nella capitale egiziana dopo 4 ore è sparito dai radar attorno alle 2.45 mentre stava ancora sorvolando la Grecia. In serata una serie di notizie si sono susseguite sul ritrovamento dei rottami, annunciato prima dalla Grecia, poi confermato dall'Egyptair alla Cnn e poi smentito sia dalle autorità greche che dalla stessa compagnia aerea. Incidente o terrorismo? Una fatalità o un attentato, un'esplosione a bordo o un attacco dall'esterno? Tutte le ipotesi sono al momento in piedi e fino a sera non è arrivata alcuna rivendicazione. Che possa trattarsi di un attentato tutti l'hanno ipotizzato, nessuno l'ha sancito. Dagli Stati Uniti, fonti dell'amministrazione Obama si sono sbilanciate: "Indicazioni di una bomba", ma poi la Casa Bianca ha frenato.

(Corriere quotidiano, 20 maggio 2016)


Si possono prevenire gli attacchi. Basta utilizzare il metodo israeliano

di Carlo Panella

L'aeroporto di Sharm El Sheik
L'analisi delle caratteristiche dell'Isis in Egitto che mi fomisce «Ron», anonimo portavoce del Military Intelligence Corp, che mi riceve nel Quartier Generale delle forze armate di Israele, porta a conclusioni interessanti, che indicano che la responsabilità dell'esplosione sopra il cielo di Karpathos, non va fatta risalire probabilmente all'Isis egiziano, ma a quello che opera in Libia.
Non c'è dubbio infatti che l'Airbus russo sia esploso il 31 ottobre scorso sul Sinai grazie a un ordigno imbarcato a Sharm El Sheik dall'Isis. Ma è difficile raccordare le caratteristiche dell'Isis in Egitto, che è radicato solo nel Sinai, con quelle di un'organizzazione in grado di posizionare una bomba o un Kamikaze a Parigi o altrove.
   «L'Isis nel Sinai - mi spiega Ron - è una organizzazione "glocal". "Local", perché è formata da beduini, ben radicati sul territorio e tra la popolazione, "global" per il richiamo al Califfato universale. È tanto "local" che i suoi singoli clan operano per comparti, è difficile che membri di un clan beduino collaborino con altri clan in un'azione».
   Dunque, è facile immaginare come abbiano fatto a convincere uno dei tanti beduini che lavorano nell'aeroporto di Sharm El Sheik a posizionare l'esplosivo sull'aereo russo. Ma ora, come hanno fatto questi beduini dell'Isis, così "local" a operare persino a Parigi? D'altronde, in Egitto, l'Isis agisce esclusivamente nel Sinai. Non al Cairo. Dunque, si apre un'inquietante pista. Che cioè l'attentato sia stato organizzato dal più vicino raccordo dell'Isis egiziana, del Sinai, dall'Isis che opera in Libia. Una risposta, una ritorsione, contro l'offensiva militare che l'Egitto sta operando contro Sirte, tramite l'esercito di Khalifa Haftar, che agisce in nome e per conto del presidente Abdelfattah al Sisi.
   Come Ron, anche Shmuel Zakay, ex generale di brigata, con grande esperienza in guerra e nell'antiterrorismo, direttore dell'Israel Airport Authority, responsabile plenipotenziario e operativo della sicurezza dell'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, mi risponde che «è troppo presto per avere certezze sull'esplosione dell'aereo dell'Egypt Air ». Poi aggiunge: «Ad un aereo della nostra compagnia area, la El Al, non potrebbe mai accadere un'esplosione a bordo», ma subito accompagna questa sua affermazione con un energico colpo di nocche sulla scrivania (in Israele, come altrove, lo scongiuro si fa toccando il legno, non il ferro), segno di un auspicio, non di una certezza assoluta. Poi specifica: «Un attentato a bordo è il nostro principale incubo, per questo i nostri aerei sono sempre ispezionati palmo palmo e se sono fermi in sosta all'estero, anche per due giorni, sono chiusi ermeticamente e sorvegliati a vista».
   I passeggeri invece - come ben sa chi viaggia in Israele - non solo hanno i bagagli controllati da strumenti ben più raffinati di quelli in uso negli altri aeroporti, ma sono anche sottoposti a una serie di domande, a volte sorprendenti come «lei ha armi o esplosivi?»
   La ragione di questa domanda - apparentemente assurda - è semplice: «Noi conosciamo personalmente ogni passeggero, lo valutiamo; la short interwiew ci permette di valutare non tanto le parole delle risposte, ma il linguaggio del corpo che i nostri addetti sanno interpretare attraverso i movimenti degli occhi, delle mani, i tic eventuali, il nervosismo appena percettibile di chi ha qualcosa da nascondere».
   Certo, Israele ha solo un aeroporto internazionale da difendere e solo 47 vettori civili. Ma sta di fatto che, dopo la strage di Lod del 1972, ha prevenuto ogni attacco, a terra o in aria. Questo, grazie a un sistema complesso, basato sulla priorità assoluta dell'obbiettivo di garantire la sicurezza dell'aria, assegnandola a terra a un'organizzazione, la Israel Airport Authority, che presidia capillarmente l'aeroporto con consistenti forze di sicurezza autonome, ben armate e addestrate (la polizia ha autorità e può intervenire solo all'esterno dell'aeroporto). Un modello che dovrebbe essere imitato.
   
(Libero, 20 maggio 2016)


Viaggi di Boscolo e Israele incontrano le agenzie a Milano

 
Salvatore Sicuso e Avital Kotzer Adari
Tappa a Milano per il roadshow "I cinque sensi di Viaggi di Boscolo", un percorso multisensoriale attraverso le destinazioni del tour operator di Padova che è iniziato in aprile e si concluderà a Catania il 15 giugno. L'evento si è tenuto all'hotel Boscolo Exedra, nel centro storico della città, in partnership con l'ente del turismo israeliano e la partecipazione di una sessantina di agenti di viaggio. «Abbiamo coinvolto Israele perché si tratta di una meta in grado davvero di coinvolgere i cinque sensi - ha dichiarato Salvatore Sicuso, direttore vendite Viaggi di Boscolo - e oggi più che mai è una destinazione leisure a tutti gli effetti, dove si mangia benissimo e si degustano ottimi vini. La proponiamo da maggio a ottobre con tre tour di gruppo a partenze fisse e garantite, con accompagnatore dall'Italia e guida in italiano: "Galilea e Mar Morto" e "Mar Morto e Gerusalemme" di 5 giorni e "Israele classico" di 8 giorni».
«Quest'estate - ha poi ricordato Avital Kotzer Adari, direttore per l'Italia dell'Ufficio nazionale israeliano del turismo (nella foto con Sicuso) - l'aeroporto Ben Gurion, che si trova a metà strada tra Tel Aviv e Gerusalemme, sarà collegato all'Italia da ben 70 collegamenti diretti alla settimana, con la possibilità di raggiungere la destinazione in meno di quattro ore di volo partendo da Milano, Venezia, Roma e Napoli». E Pietro De Arena, direttore marketing dell'Ufficio, ha aggiunto: «Tra gli eventi di spicco segnaliamo il prossimo Gay Pride di Tel Aviv, perché si tratta di una festa coloratissima ed elettrizzante che coinvolge tutta la città, anche le famiglie: l'appuntamento è dal 29 maggio al 4 giugno, con una previsione di 180 mila partecipanti da tutto il mondo». A rappresentare Gerusalemme c'era invece Elisa Eterno, di Interface Tourism, che ha ricordato il Festival Opera Jerusalem (22-26 giugno) che si aprirà con una rappresentazione all'aperto del Rigoletto di Verdi ai piedi della Città Vecchia, mentre il Jerusalem Light Festival si terrà dal 25 maggio al 2 giugno.

(Travel Quotidiano, 20 maggio 2016)


Rottura fra islamici ed ebrei. Pd travolto dalle polemiche

Tensione alle stelle per la visita a Milano di un predicatore anti-Israele. Ma intanto Beppe Sala annuncia che vuole un minareto «velocemente».

di Alberto Giannoni

Beppe Sala annuncia che vuole una moschea «velocemente». «Oggi gli scantinati sono incontrollabili. Bisogna fare in fretta» ha detto il candidato del Pd rammaricandosi del fallimento di un piano comunale che prevedeva due minareti.
   Intanto il previsto arrivo a Milano di Tariq Ramadan il 3 giugno (due giorni prima delle elezioni comunali, tre prima dall'inizio del Ramadan) sta innescando reazioni a catena, nel mondo musulmano e nel Pd. Osannato dalle folle islamiche di mezzo mondo, indesiderato negli Usa, accusato di essere nemico di Israele, lo scrittore di origini egiziane (il nonno fu fondatore dei Fratelli musulmani al Cairo), è una «star» controversa e ambigua. E la sua presenza eccita tutte le contraddizioni irrisolte nelle moschee milanesi e fra i «dem» che per il voto comunale con questo mondo hanno stretto un patto. La trepidazione con cui Ramadan è atteso dai giovani musulmani è pari alla preoccupazione manifestata degli ebrei, che hanno chiesto a partiti e istituzioni una presa di distanze dal personaggio, le cui idee - hanno ricordato - «sono state recentemente condannate dalla Conferenza degli imam di Francia». Un intervento, quello degli ebrei, che ha scatenato una reazione inferocita di Davide Piccardo, leader del Caim, il coordinamento delle moschee milanesi che organizza l'evento del 3 giugno con l'European muslim network alla Camera del lavoro. Piccardo ha usato parole di fuoco: «Siamo di fronte - ha scritto - all'ennesimo tentativo di censura da parte di esponenti della comunità ebraica milanese nei confronti delle voci critiche verso Israele. Si tratta di uno squadrismo sistematico con cui mirano a intimidire chiunque osi mettere in discussione la sacralità di Israele e delle sue politiche criminali». Piccardo si è detto anche preoccupato nel vedere «i responsabili di una comunità religiosa italiana che lavorano al servizio di uno Stato straniero».
   Reazione sempre più preoccupata dalla comunità ebraica (che aveva già interrotto i rapporti col Caim dall'invito a Milano di un imam che inneggiava al «martirio religioso» dei kamikaze). «La violenza dei vocaboli utilizzati da Piccardo - dicono dalla comunità - si commenta da sola: sentire tale linguaggio in bocca a un esponente religioso e rivolto alla comunità ebraica ci preoccupa, oltre che ricordarci tempi oscuri». «Speriamo solo che tali affermazioni non siano condivise dagli altri nove membri dell'esecutivo del Cairo, a cui ci appelliamo perché prendano le distanze da queste parole di odio».
   Ormai imbarazzatissimo il Pd, che in lista schiera Sumaya Ab-del Qader responsabile cultura del Caim che il giorno precedente, dopo un discorso (maldestro) sullo Stato ebraico e sulla Brigata ebraica, ha subito l'altolà di Lele Fiano, responsabile sicurezza del partito ed ex presidente della comunità ebraica: «Basta ambiguità su Israele».
   
(il Giornale, 20 maggio 2016)


Pannella, bestione politico

Marco il politico, il fisico roccioso, il conversatore instancabile, l'amerikano, l'israeliano. Pannella nella frontiera piu' estrema d'Europa: Israele.

di Giulio Meotti

 
Il primo grande gesto di Marco Pannella a favore di Israele risale al 1986, quando con il Premio Nobel Elie Wiesel vola a Gerusalemme a perorare l'emigrazione degli ebrei sovietici, rinchiusi nei manicomi e nei Gulag. La moglie di Nathan Sharansky, Avital, in segno di riconoscenza si iscrisse al Partito Radicale assieme ad altri venti ebrei russi. A Roma, Pannella aveva indetto una manifestazione anche di fronte all'ambasciata sovietica di Via Gaeta per protestare contro la repressione degli "ebrei del silenzio". L'ambasciatore d'Israele a Roma, Naor Gilon, ha ringraziato così Pannella: "Per l'amicizia con Israele anche quando era difficile e voi radicali eravate isolati per questo". E il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, ha detto che "con Marco Pannella scompare un grande amico di Israele e del mondo ebraico". Forse uno dei pochi, assieme a Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini.
   Nel 1988, durante la Prima Intifada, Pannella chiamò addirittura a raccolta i membri del consiglio federale dei Radicali in un grande albergo di Gerusalemme. Fu quando tutto il mondo cominciò ad associare Israele al colonialismo che Pannella ebbe il genio di riconoscere che "se Israele si fosse ritirato dai Territori dieci o vent'anni fa, vi si sarebbero verificati orrori e stragi e lo stesso Ara-fat avrebbe chiesto asilo in Israele".
   Passano gli anni, è la Seconda Intifada, ben peggiore della prima, e Pannella torna a Gerusalemme in segno di solidarietà con Israele. Stavolta fece visita a un luogo simbolo del terrorismo dei kamikaze assassini: il Moment Caffè, subito dopo un attentato suicida che si era portato via dodici giovani ebrei. Nel visitare il caffè, Pannella si allacciò la bandiera israeliana al petto, mentre i voli da e per Israele erano vuoti, abbandonati. "Israele è una marca di frontiera dell'Europa" disse il leader dei Radicali. E propose di far entrare lo stato ebraico nell'Unione europea, "l'unica possibilità di andare a una rivoluzione democratica in tutto il medio oriente. Israele può forse rappresentare lo 0,2 per cento dell'intera superficie del medio oriente, ma gli stati arabi guardano a Israele come a una specie di melanoma mentre in realtà ciò che temono è la sua democrazia". Secondo Pannella, "Israele è l'avamposto della democrazia in medio oriente" e per questo gli stati arabi che lo circondano lo vogliono "eliminare chirurgicamente perchè ne hanno paura come di un tumore democratico".
   Pannella aderì al decennio di campagne del Foglio in favore dello stato ebraico e difese apertamente il sionismo, ricordandone le "radici profondamente umanistiche", dicendo di averne mai tollerato l'assimilazione all'imperialismo, come aveva fatto l'Onu. L'Europa era in piena ondata pacifista e Pannella ricordò come a volte il pacifismo delle democrazie si fosse dimostrato "vile" come nell'Europa del 1939 che non seppe opporsi ad Hitler e tradì gli ebrei. Pannella disse di "ribellarsi" a quel pacifismo per cui "un arabo, un palestinese diventa un uomo solo se ha la fortuna di incontrare una pallottola israeliana".
   La sua battaglia per Israele aveva qualcosa di prometeico, di impossibile, di utopistico, dall'adesione di Gerusalemme alla Ue all'idea di "israelizzare il medio oriente" (la Ue oggi marchia i prodotti israeliani e il medio oriente rigetta la sola presenza ebraica). Ma fu straordinario proprio per questo, Marco Pannella, perché in un'Italia e in un'Europa pilatesca, che si lavava le mani sulla sorte degli ebrei oppure li demonizzava, lui scelse di diventare il portabandiera delle ragioni di Israele. Per questo Pannella manifestava affinché gli fosse riconosciuta la sua vera nazionalità: quella israeliana. Per questo i suoi Radicali esponevano sempre tre drappi agli eventi ufficiali: italiano, americano e israeliano. Per Pannella era questo il minuscolo stato ebraico coi suoi mille chilometri stretti fra il mare e cinque nazioni ostili, ottanta volte pit vaste e venti volte pitt popolate: "la frontiera pitt estrema di trecento milioni di europei". Per questo andava difesa.
   
(Il Foglio, 20 maggio 2016)


Israele, un tesoro romano riaffiora dall'acqua: scoperte statue e bronzi di 1600 anni fa

di Luisa Mosello

Una pesca fortunata. Soprattutto per il mondo dell'archeologia che ora ha un nuovo tesoro in più. Tutto merito di due sub israliani Ran Feinstein and Ofer Ra'anan che hanno rubato al mare un bottino davvero ricco, di storia e cultura millenaria: il relitto di un mercantile romano affondato nelle acque del porto di Cesarea, a nord di Tel Aviv, ben 1600 anni fa. I due erano lì per un'immersione di routine e mai si sarebbero immaginati di essere protagonisti di un ritrovamento tanto importante.
Ai loro occhi annebbiati dalle onde si è mostrato a poco a poco il prezioso carico rappresentato da sculture, piccoli bronzi fusi e riciclati e vari manufatti conservati alla perfezione nella stiva di quell'antichissima nave divenuta l'attenta custode di veri e propri gioielli dell'universo romano. Come i 20 chili di monete con le effigi impresse, quelle del volto dell'Imperatore Costantino (312-324 dopo Cristo) e del suo rivale Licinio. Accanto a lampade con l'immagine del Dio Sole o con la testa di uno schiavo africano, una statuina della dea Luna e una carrellata di oggetti scolpiti a forma di animale.
I due sub hanno subito segnalato alla Soprintendenza archeologica israeliana la loro scoperta marina, la più importante del genere degli ultimi trent'anni.

(Il Messaggero, 20 maggio 2016)


I vincoli matrimoniali fra famiglie ebraiche fiorentine e ferraresi

Ne parleranno alla libreria Sognalibro Rav Luciano Meir Caro, rabbino della Comunità Ebraica di Ferrara, e Lionella Neppi Modona.

Mercoledì 25 maggio alle ore 17.30 presso la libreria Sognalibro di via Saraceno 43, Rav Luciano Meir Caro, rabbino della Comunità Ebraica di Ferrara e Lionella Neppi Modona parleranno del denso reticolo di vincoli matrimoniali che si stabilì alla fine dell'Ottocento tra alcune famiglie ebraiche fiorentine e ferraresi, i conseguenti legami commerciali e finanziari che si instaurarono.
   Lionella Viterbo Neppi Modona, laureata in scienze matematiche a Firenze, al termine della sua carriera di docente e preside si è dedicata allo studio della storia e della vita della Comunità ebraica fiorentina anche come corrispondente per varie testate "Israel", "Shalom" e "Il Portavoce". Ha pubblicato i seguenti volumi: "Spigolando nell'archivio della Comunità ebraica di Firenze", "La comunità ebraica di Firenze nel censimento del 1841", "Le Comunità ebraiche di Siena e Pitigliano nel censimento del 1841 e il loro rapporto con quella fiorentina", "Di amare di essere amata non osavo sperarlo. Antologia di lettere tra i fidanzati Giulia Ambron - Costante Carpi e Ada Carpi - Leone Neppi Modona".

(estense.com, 20 maggio 2016)


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