אמר נבל בלבו אין אלהים 
Lo stolto ha detto nel suo cuore: non c'è Dio
Salmo 14:1

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Waltraud Rennebaum
כאיל תערג, Come un cervo anela



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Il 24 maggio 2018, duemila giovani ebrei provenienti da tutto il mondo sono arrivati all'aeroporto internazionale Ben Gurion, come parte del diciottesimo anno di Birthright Israel. Ricorrendo 85 anni di attività, l'Accademia di musica e danza di Gerusalemme ha deciso di celebrare il settantesimo anniversario di Israele e di sorprenderli con un caloroso benvenuto ...

























Tunisia: il premier Chahed alla sinagoga di Ghriba per la festività ebraica

TUNISI - Il primo ministro tunisino, Youssef Chahed, si è recato oggi alla sinagoga di Ghriba, sull'isola di Djerba, in occasione del pellegrinaggio della festa di Lag B'Omer. Quest'anno la festività si celebra oggi e domani, 23 maggio. Parteciperanno alle celebrazioni previste il ministro del Turismo, René Trabelsi, ebreo, i titolari dei dicasteri della Cultura e degli Affari religiosi, rispettivamente Mohamed Zine El Abidine e Ahmed Adhoum, e l'ambasciatore degli Stati Uniti a Tunisi, Donald Blome. Nell'ambito degli eventi previsti, si terrà anche un Iftar (ovvero la rottura del digiuno quotidiano nel mese musulmano di ramadan) e una conferenza sulla convivenza pacifica tra le diverse religioni in Tunisia.

(Agenzia Nova, 22 maggio 2019)


Il campo di internamento per gli ebrei corsi ad Asco nel 1943

Asco (Corsica)
Nel 1943, ad Asco, 86 persone vivevano in questo campo di internamento installato dagli italiani. Le condizioni di vita non avevano fortunatamente nulla a che fare con quelle del resto d'Europa. E questo è in parte grazie all'aiuto degli abitanti del villaggio. Alcune persone ricordano ancora

 Azioni contro gli ebrei condotte durante l'occupazione italiana
  Quando arrivò nel marzo del 1943, il generale Giovanni Magli chiese al prefetto l'elenco dei residenti ebrei in Corsica. Chiese se c'era un campo di concentramento sull'isola per loro. Su questo punto, la risposta è negativa. Il 10 maggio, a Bastia, tre mercanti ebrei vengono arrestati dalle Camicie nere, poi rilasciati. Il 27, ancora a Bastia, vengono arrestati gli ebrei di età compresa tra i 18 e i 60 anni. L'ordine viene dal comando italiano ed eseguito dalle autorità francesi collaborazioniste. Trasferiti ad Asco, sono sorvegliati da soldati e carabinieri italiani. Un totale di 86 persone, tutte provenienti dalla Corsica settentrionale, sono internate ad Asco. È solo il 9 agosto ad Ajaccio che cinque mercanti ebrei vengono arrestati e imprigionati nella prigione della Cittadella. Non vengono interrogati e vengono rilasciati lo stesso giorno con l'obbligo di rimanere in residenza forzata ad Ajaccio. Quando scoppia l'insurrezione del 9 settembre, gli internati di Asco ritrovano la loro libertà.
C'è stata quindi una politica particolare in Corsica che è dovuta a diversi fattori: l'assenza di un progetto chiaro da parte degli italiani, la loro ferma determinazione a non lasciare che i tedeschi invadano un terreno che considerano esclusivamente della loro competenza, e anche l'assenza di sentimenti antisemiti anche nel prefetto Balley come nella popolazione corsa.

 La storia del campo di internamento di Asco
  Nel 1940, mentre quasi tutta l'Europa era in guerra, la Corsica contava circa 600 ebrei. L'isola non ha una tradizione antisemita come si trovava sul continente in quel momento. E il rifiuto degli isolani di denunciare i loro vicini o la loro conoscenza ebraica è stato ampiamente documentato.
Ma nel 1941, per ordine della prefettura, le autorità devono registrare gli ebrei e sono costretti a mostrare la menzione "ebrei" sulla loro carta d'identità.
Gli italiani e il loro generale, Magli, chiedono al loro arrivo nel 1943 se c'è un campo di concentramento sull'isola. In questo momento non ce n'è. Magli ha arrestato, principalmente a Bastia, gli ebrei dai 18 ai 60 anni che riesce a identificare e li trasferisce ad Asco.
In quello che servirà da campo di internamento in Corsica tra cui il rabbino Toledano Mayer. Gli abitanti del paese li sosterranno, contro ogni previsione e tutto il resto.
L'8 settembre cominciò la liberazione della Corsica grazie anche ai soldati italiani e ai partigiani corsi contro i tedeschi e l'isola venne liberata il 4 ottobre.
Il 19 maggio ad Asco è stata messa sulla scuola del paese una targa a ricordo del campo di internamento del 1943.

(Corsica Oggi, 22 maggio 2019)


Immagini antisemite e filonaziste sulla chat degli studenti di un liceo

Arezzo, una madre racconta: «Foto raccapriccianti sul cellulare di mio figlio». «A chi su whatsapp ha cercato di dissociarsi hanno detto che non aveva humor».

di Chiara Calcagno

AREZZO - C'è un Cristo inchiodato ad una svastica, un ebreo in fiamme, Hitler esaltato per gli stermini perpetrati dal Nazismo, Anna Frank vilipesa. Meme razzisti, antisemiti e filonazisti. A crearli, un gruppo di ragazzi dai 12 ai 15 anni che poi li ha diffusi nelle chat studentesche di scuole medie e superiori di Arezzo. Due diversi gruppi whatsapp dove condividere le terrificanti immagini per ridere e scherzare, che nella chat definiscono «black humour».
   E così nei telefonini degli studenti, fra i compiti di inglese e gli accordi per incontrarsi in centro il pomeriggio, sfilano sconcertanti foto realizzate con una particolare app: immagini associate a scritte da rendere virali sui social. Sarebbero censurate su internet, così vengono diffuse di nascosto, dove spesso i controlli non arrivano. In uno dei gruppi, ci sono giovani di 12 anni che rispondono divertiti. Hitler e Mussolini esaltati per le torture e i soprusi che inflissero ai più deboli, ingiurie a persone di colore, battute sessiste e freddure macabre nei confronti del popolo ebraico.
   Conversazioni online che sarebbero rimaste segrete se non fossero capitate nelle mani di una madre. «Non tutti i figli parlano in famiglia. Il mio, fortunatamente, lo fa e un giorno mi ha mostrato cosa circolava in chat ormai da mesi». Secondo il racconto del genitore, tutto è cominciato verso gennaio quando nel gruppo whatsapp di una classe di prima liceo hanno iniziato a essere diffusi questi meme. Un macabro divertimento che poteva spegnersi nel giro di qualche settimana ma così non è stato. Anzi si è creato poi un altro gruppo, questa volta con ragazzi delle scuole medie, alunni di 12 anni. E, anche in questo caso, con condivisione di simili immagini di odio e satira.
   «Mio figlio mi ha fatto vedere le reazioni dei partecipanti: sorrisi, altre battute, ulteriori post. Non voglio additare o condannare nessuno, sono giovani e non credo che siano cattivi ragazzi ma non esistono controlli e forse loro non si rendono conto della gravità della cosa». «A quelli che si sono dissociati da tali comportamenti - continua la donna che ha raccolto le parole del figlio - hanno rinfacciato di avere poco senso dell'umorismo. Difficile poi, per un ragazzo di quell'età far sentire la propria voce o uscire dal gruppo: il rischio sarebbe quello di attirare su di sé gli sbeffeggi della classe, di rimanere escluso per la troppa serietà. Non capiscono che si tratta di discriminazione razziale, sessista o religiosa e, questa, va sempre condannata».
   La donna ha letto la chat e alcuni degli studenti della classe hanno cercato di dissociarsi, scrivendo il loro disgusto verso certe immagini e chiedendo che non vengano più fatte. «Ma gli autori dei meme - racconta ancora la mamma di uno dei ragazzi - si sono giustificati sbandierando il black humor che ha l'obiettivo di suscitare ilarità con argomenti tabù». La donna ha già parlato con i genitori di sua conoscenza per metterli in guardia di quello che succede sui telefoni dei propri figli ma il fenomeno potrebbe essere diffuso anche in altre classi.
Le immagini che girano sul gruppo whatsapp non sono state denunciate alla polizia postale. «La mia segnalazione - chiarisce la mamma -vorrebbe sensibilizzare le famiglie, invitare i genitori a controllare quel mondo chiuso e inaccessibile che si nasconde dentro i cellulari dei nostri figli. Spesso ci sono segreti che non devono essere ignorati. Poi, magari, dovremmo reagire nel modo opportuno di fronte a tali circostanze».

(Corriere fiorentino, 22 maggio 2019)


La questione palestinese in svendita: il compromesso del secolo

Può essere utile venire a conoscere, da un sito filohamas, l'idea che hanno in ambito palestinese dell'«accordo del secolo» preparato da Trump. NsI

di Mohammad Hannoun

La lobby sionista nell'amministrazione USA, rappresentata dal trio formato dal genero di Trump, il super-sionista Jared Kushner, da John Bolton e da Mike Pompeo, considerati i "falchi" sionisti, e da Jason Greenblatt, il prossimo 25-26 giugno andranno verso Manama, la capitale del Bahrain, per liquidare, attraverso l'affare diabolico del secolo promosso da Trump e architettato dal genero Kushner, con l'appoggio del suo amico il principe saudita Mohammad Ben Salman, la Causa palestinese.
Per noi palestinesi, anche il più corrotto non potrà mai accettare di mettere sul banco come fosse merce da svendere, una questione che portiamo avanti di oltre 71 anni, nemmeno Mahmoud Abbas Abu Mazen, neanche il suo primo ministro Mohammad Shtayya.
Il popolo palestinese guarda con tutti i dubbi e sospetti il ruolo dell'amministrazione Trump nei nostri confronti, un'amministrazione molto sionista a partire dalla dichiarazione di riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele.
Trump non potrà mai avere un ruolo da mediatore dopo aver espresso apertamente il suo essere sionista.
Non sarà mai possibile "normalizzare" con Israele perché è uno stato-entità coloniale razzista, ma c'è chi cerca di normalizzare attraverso un workshop per la prosperità in Medio Oriente…Chi vuole sostenere i diritti del popolo palestinese deve cessare ogni rapporto con Israele: deve boicottare, non normalizzare.
La conferenza di Manama sarà un fallimento come tutte le scommesse. Noi siamo fiduciosi perché il diritto internazionale è dalla nostra parte, così come le risoluzioni dell'ONU e i popoli liberi della Terra. Inoltre, abbiamo assoluta fiducia nella nostra resistenza, in tutte le modalità attuabili, fino alla completa liberazione della nostra Palestina storica, al ritorno di tutti i profughi alle loro cittadine e città, alla liberazione di tutti i prigionieri nelle carceri israeliane.

(infopal, 22 maggio 2019)


Una caffettiera "impossibile" non fermò l'artista ebreo che voleva essere argentiere

l libro di Gianfranco Fina racconta gelosie professionali e antisemitismo nella Torino del Settecento

di Ariela Piattelli

 
Un piatto in argento creato da Vista Levi
A metà Settecento una diatriba tra argentieri torinesi durata 4 anni scosse le stanze di Re Carlo Emanuele III. Questa storia, tra gelosie professionali e antisemitismo, è racchiusa in un faldone dimenticato conservato all'Archivio di Stato di Torino, e sarà raccontata da chi l'ha scoperta, l'antiquario Gianfranco Fina, oggi alla presentazione del suo libro «Argentieri piemontesi del '700», e all'inaugurazione della mostra a loro dedicata al Museo Ebraico di Roma.
   Nei documenti d'epoca è una caffettiera, naturalmente in argento, l'oggetto della discordia. Ma dietro al manufatto c'è la vicenda dai contorni del giallo, che ha come protagonista Moise Vitta Levi, un maestro dell'arte, figlio di un argentiere di Acqui che si trasferì a Torino. Vitta Levi fece domanda alla corporazione degli argentieri per poter sostenere l'esame e diventare maestro a tutti gli effetti, ovvero poter aprire bottega, fare ogni tipologia di oggetto, compresi quelli grandi «di grosseria», firmare con il marchio personale.
   All'epoca agli ebrei come Moise non era concesso di entrare a far parte della corporazione, ma era permessa qualche eccezione per «grazia» del Re. Quando Vita Levi chiede nel '53 ai sindaci dell'Università degli orefici di sostenere l'esame, lui era già, di fatto, un maestro di grande talento. Poteva lavorare, in quanto artigiano ebreo, soltanto oggetti di piccola taglia, ma li rendeva delle vere e proprie opere d'arte. «L'argento antico era un materiale preziosissimo, molto più di quanto lo sia oggi. Valeva come l'oro - racconta Fina - L'argento vive in continuazione, perché si fonde e si rilavora. Ma per lavorarlo da maestro d'arte serve immaginazione e abilità tecnica, qualità che Vitta Levi aveva da vendere, e questo, assieme al fatto che l'argentiere fosse ebreo, dava un certo fastidio: far entrare il candidato nel già affollato Olimpo dei maestri, sarebbe stato un problema. A quell'epoca a Torino c'erano 70.000 abitanti, tra cui 1000 ebrei. Gli argentieri erano un centinaio. Per la corporazione questi dovevano essere cattolici». È così che i sindaci fanno «orecchie da mercante», ed ignorano la richiesta di Vitta Levi, che si appella al Re ed ottiene la possibilità di essere esaminato.
   «L'ebreo», come viene chiamato in tutti i documenti, dopo due anni di appelli, suppliche e richieste, è così ammesso all'esame, e da questo momento inizia un percorso fatto di polemiche, prove sabotate, giuramenti, testimonianze, piccoli dispetti ed angherie. Tra i capi d'opera richiesti al candidato c'è una caffettiera «a contorno storto» che lui disegna con impegno e maestria. Ma agli esaminatori la creazione non piace, secondo loro la caffettiera non si terrebbe neanche in piedi. Quindi inutile dar seguito all'esame. Vitta Levi si appella di nuovo, spiegando che di meglio non sa fare e lancia una provocazione: «Faccio istanza ad uno di loro signori di formare un altro secondo la loro dimanda», ovvero che la facciano loro, gli esaminatori, la caffettiera.
   Carlo Emanuele III, dopo l'ennesimo appello, concede la possibilità all'artigiano di creare la sua caffettiera, e Vitta Levi coglie l'opportunità, appoggiandosi a una bottega fuori dal ghetto, dove può lavorare soltanto di giorno. Alla sera è costretto a chiudere il manufatto in una cassetta, con tanto di sigillo, per dimostrare di non lavorarlo di notte nel ghetto in cui è segregato. Era l'ennesimo dispetto per ostacolarlo in ogni modo. Nel frattempo gli si chiedono rimborsi, soldi per il materiale, e per il «disturbo» dell'Università. E lui, con sei figli a carico, nei tre mesi concessi non riesce a completare il lavoro.
   «Finì l'oggetto un po' di corsa - continua Fina - lo presentò di persona al Re, a cui piacque e "per sua grazia" gli concesse l'autorizzazione ad entrare nella corporazione. Però non verrà mai accolto veramente nel circolo». Siamo nel '57, Moise adesso può creare opere di grosseria e firmarle con il suo marchio.
   «È stato un grande maestro, ha prodotto opere importanti, - continua l'antiquario - come i due piatti per Pesach (la Pasqua ebraica) di cesello e raffinatezza unica, esposti nella mostra a Roma».
   Si direbbe un lieto fine, ma la storia continua con i due figli maschi di Vitta Levi: Pacifico, che segue con successo le orme del padre, scamperà alla rigida burocrazia grazie a Napoleone che sopprime le corporazioni. Lui potrà lavorare tranquillo, e produrrà una grande quantità di opere. Al Museo Ebraico di Roma ci sono anche le sue coppe, i piatti, ed i candelieri per lo Shabbat.
   Il figlio minore Isachia però vivrà la Restaurazione, il rientro dei Savoia, con cui tornano anche le corporazioni. Nel 1818 l'aspirante argentiere si appellerà all'Università e chiederà di non aver filo da torcere come fu per il padre, allegando alla missiva i faldoni del processo. La commissione prometterà un esame facile, ma di Isachia oggi non sembra esserci traccia: «Non sappiamo se passò la prova. - spiega Fina - Io non ho mai trovato il suo marchio».

(La Stampa, 22 maggio 2019)


Riattivazione dell'elettricità nel palazzo occupato da Action

Aperta un'inchiesta

ROMA - Una denuncia contro ignoti presentata da Areti Spa, la società di Acea che gestisce la distribuzione elettrica capitolina, è giunta fino alla Procura di Roma, la quale ha aperto un fascicolo relativo ai fatti accaduti nello stabile occupato da Action in via Santa Croce di Gerusalemme 55: qui l'11 maggio scorso il cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, si era calato nei tombini dell'edificio per riallacciare la corrente elettrica, interrotta per una morosità di 300mila euro degli occupanti dello stabile. Come riportato dal Tempo, "il reato ipotizzato dal denunciante, un funzionario di Areti, è furto aggravato d'energia". Per questa tipologia di reato l'autorità giudiziaria deve procedere d'ufficio, per cui "a questo punto è d'obbligo l'apertura di un fascicolo". Sebbene la denuncia sia stata sporta contro ignoti, il cardinale si è subito attestato la paternità del gesto, assumendosene la responsabilità, e ora rischia di essere iscritto al registro degli indagati.

(Il Primato Nazionale, 22 maggio 2019)


La strategia iraniana colpevolmente sottovalutata dall'Occidente

Una crisi grave e importantissima, che non è seguita con sufficiente attenzione

 
La strategia espansionista dell'Iran in Medio Oriente
Iran, USA e Medio Oriente. Pochi fanno caso a quel che accade in Medio Oriente salvo che Israele sia coinvolto, possibilmente nella posizione dell'imputato. Anche se il rischio di una guerra è abbastanza alto, come in questi giorni. Le notizie vengono date dai giornali, anche se senza troppo rilievo, ma è difficile che il pubblico le metta assieme e ne tragga le conseguenze.
   La storia è questa. L'Iran aveva accettato il trattato sulla limitazione del suo armamento atomico, offerto da Obama, dall'Unione Europea, da Russia e Cina, con la ragionevole convinzione di trarne solo vantaggi. In cambio della riduzione provvisoria e poco verificabile dell'arricchimento dell'uranio, parte essenziale dell'armamento nucleare che l'Iran sta perseguendo da vent'anni, le maggiori potenze economiche e militari del mondo gli offrivano l'annullamento delle sanzioni causate proprio dal riarmo e dal comportamento aggressivo, offrendogli riparazioni e lauti affari. Nelle trattative si era accennato all'imperialismo iraniano, al suo programma missilistico, alle minacce che distribuiva contro i suoi nemici. Ma nulla di questo era finito nel trattato, e anzi l'Iran aveva tratto dalla firma dell'accordo la convinzione di essere legittimato a esercitare un'egemonia regionale sul Medio Oriente. Ai danni naturalmente di Israele e dei paesi sunniti che rifiutavano il dominio dell'Iran, come Egitto e Arabia.
   Dato che, per una "furbata" procedurale di Obama, l'accordo non era mai stato sottoposto alla ratifica del Senato come la costituzione americana richiede per i trattati internazionali, Trump è potuto uscirne facilmente, giudicandolo pessimo: ha restaurato le sanzioni all'Iran e ha costretto gli europei a obbedire. Trump non vuole che le truppe americane restino in Medio Oriente e non vuole la guerra. Pensa però che sia necessario costringere l'Iran a rinunciare al suo imperialismo, che nel frattempo si è molto esteso, anche grazie alla protezione della Russia: ha conquistato in pratica Siria e Libano, minaccia Israele (a 1000 km dalla sua frontiera), ha provocato la guerra civile in Yemen (anch'esso molto lontano dai suoi confini). Il piano iraniano è molto lucido e preveggente. Cerca di stabilire il proprio controllo sui due stretti che chiudono il mar Rosso e il Golfo persico, essenziali per il commercio petrolifero mondiale e anche per i collegamenti dell'Europa, di Israele e dell'Egitto con l'Oriente; ha costruito un collegamento terrestre fra il suo territorio e il Mediterraneo, che usa per portare il suo esercito vicino a Israele (e in prospettiva all'Europa), ha costruito una solida alleanza con la Russia e con la Corea del Nord, ha buoni legami con la Cina e con la Turchia, ha trovato nel Qatar un alleato nel mondo sunnita, costruisce sistemi missilistici che potranno portare le armi atomiche (quando verranno) in mezzo mondo, ha reso suoi mercenari i principali gruppi terroristici di Gaza e del Libano, ha asservito i dirigenti Siriani e Iracheni, arma con molto anticipo basi militari in tutto il Medio Oriente. In questa politica imperialista spende somme gigantesche, anche se l'economia iraniana è in grave difficoltà.
   Di fronte a questa situazione e al crescendo di provocazioni dell'Iran contro l'America e i suoi alleati, Trump non poteva lasciar perdere, continuare il ritiro annunciato dalla Siria e dall'Iraq senza fare nulla. Il costo sarebbe stato la conquista iraniana di buona parte del Medio Oriente (che anche se il petrolio arriva anche da fonti americane sicure, resta uno snodo strategico importantissima), con il conseguente isolamento dell'Europa e lo scoppio di una guerra difensiva da parte di Israele, Egitto, Arabia. Ma sarebbe stata messa in crisi la credibilità americana nel mondo, già duramente messa alla prova dagli errori di Obama e dei suoi predecessori. D'altro canto anche la teocrazia iraniana non può rinunciare senza gravissimi problemi al suo progetto imperialista: il costo per gli ayatollah sarebbe probabilmente una rivolta generalizzata, la resa dei conti di quarant'anni di politica estremista, di oppressione politica e religiosa, di ladrocinio generalizzato. Per loro, al di là di qualunque credenza religiosa, è questione di vita o di morte.
   Questo è il gioco difficilissimo e pericolosissimo che si gioca in questi giorni soprattutto nel Golfo Persico, ma che coinvolge almeno in parte Israele, che da anni svolge una guerra sempre più aperta contro la costruzione di una forza militare iraniana ai propri confini e che ancora nei giorni scorsi ha bombardato impianti e depositi militari iraniani in Siria. Non per divertimento, naturalmente e neppure perché Israele abbia mire di potere sulla Siria. Ma solo perché per Israele è questione vitale impedire l'accumulo di armi e di truppe nemiche ai propri confini, pronte a tentare l'invasione al primo momento che giudicassero opportuno.
   Il mondo farebbe bene a guardare con attenzione a questa situazione e ad appoggiare il presidente Trump che si sta prendendo il rischio di domare l'equivalente contemporaneo della Germania nazista.

(Progetto Dreyfus, 21 maggio 2019)



Il presidente Mattarella visita il Memoriale della Shoah di Milano

di Paolo Castellano

 
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha visitato il Memoriale della Shoah il 21 maggio. La sua visita è durata circa 45 minuti. Ad accogliere Mattarella, la senatrice a vita Liliana Segre, il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il Presidente del Memoriale Roberto Jarach. Hanno assistito alla visita istituzionale del presidente della Repubblica anche il rieletto presidente della Comunità ebraica di Milano Milo Hasbani e Gadi Schoenheit, entrambi appartenenti alla lista Milano ebraica.
Roberto Jarach ha commentato così la visita di Sergio Mattarella: «Vogliamo ringraziare di cuore il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la visita di oggi al Memoriale. Le istituzioni sono custodi della memoria di un popolo, un ruolo e una responsabilità di cui, oggi più che mai, noi tutti sentiamo forte la necessità» ha dichiarato il presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano. «La mostra al Quirinale 1938: l'umanità negata - Dalle leggi razziali italiane ad Auschwitz a cui abbiamo avuto il piacere di collaborare e per cui abbiamo in progetto la possibilità di allestimento qui, al Memoriale di Milano, e la nomina di Liliana Segre a senatrice a vita, rappresentano la piena comprensione di questa funzione da parte delle Istituzioni, e dimostrano l'attenzione della Presidenza della Repubblica nei confronti di un tema, oggi così centrale, come quello della memoria».

(Bet Magazine Mosaico, 21 maggio 2019)


Le mani della Cina su Israele: ora punta sulla metro di Tel Aviv

di Federico Giuliani

Necessità, interessi economici, strategia politica: questo è molto altro si trova alla base della scelta di Israele di avvicinarsi sempre di più alla Cina. Anzi, il paradigma funziona meglio se invertiamo i soggetti. È la Cina che, sfruttando il fattore commerciale, sta infilando i suoi artigli a Tel Aviv e dintorni.

 Cinque società cinesi in gara
  L'ultima notizia riguarda una gara pubblica indetta dal governo israeliano per la costruzione della linea verde della metropolitana leggera di Tel Aviv. A contendersi l'appalto ci sono cinque società cinesi, che presenteranno le loro offerte in una sfida fratricida. Come riporta il quotidiano israeliano Globes, in lizza troviamo China Railway Construction oltre a tre soggetti già attivi sul suolo israeliano. China Railway Tunnel Group è alle prese con la realizzazione della linea rossa della stessa metropolitana, mentre China Harbour sta costruendo una parte del porto di Ashdod. A seguire troviamo China State Construction, in passato vicina a entrare nel settore dell'edilizia residenziale d'Israele, e Power China, impegnata con la centrale idroelettrica di Gilboa.

 La nuova linea verde
  Gran parte della metro di Tel Aviv sarà dunque made by China. Il costo per la nuova linea verde è stimato in 15 miliardi di shekel, cioè più o meno 3,75 miliardi di euro. I lavori dovrebbero iniziare nel 2020 e comportano la realizzazione di un tunnel di quasi 5 chilometri assieme a tre stazioni sotterranee.

 I rapporti sempre più stretti fra Pechino e Tel Aviv
  Cina e Israele si sono avvicinati soltanto da pochi anni. Pechino mira a rubare lo storico alleato degli Stati Uniti offrendogli una mano per quanto riguarda la realizzazione di infrastrutture strategiche. Il piano fin qui funziona, visto che oltre sul porto di Asdod il Dragone ha le mani pure su quello di Haifa. Controllare i porti israeliani, per la Cina, significa avere uno sbocco nel Mar Mediterraneo, aspetto fondamentale per il progetto della Nuova Via della Seta. Dall'altra parte Israele spera di penetrare nel mercato cinese, e magari ritagliarsi un ruolo di primo piano nello scacchiere asiatico. Intanto basta imprimersi nella mente un dato: gli investimenti della Cina in Israele hanno toccato quota 16 miliardi di dollari, una cifra presto destinata ad aumentare.

(InsideOver, 21 maggio 2019)


Comunità ebraica di Milano, vincono i «laici»

A sorpresa prevale Hasbani, Vital indicata come portavoce. Fair play di Besso.

di Alberto Giannoni

Milo Hasbani
Ha vinto «Milano ebraica». Un po' a sorpresa, è stata la lista di Milo Hasbani a prevalere nelle elezioni per il rinnovo del Consiglio della Comunità ebraica di Milano, le prime celebrate col nuovo sistema «maggioritario», varato per garantire un esito netto e un vincitore, escludendo altri «pareggi» con conseguenti «stalli».
   Hasbani è stato, nell'ultimo mandato, co-presidente insieme a Raffaele Besso. Poi entrambi si sono ricandidati, rispettivamente a capo delle due liste che si sono affrontate nelle urne, domenica: Hasbani con «Milano Ebraica», Besso con «WellCommunity». Sfumati i riferimenti politici: entrambe le compagini annoveravano candidati di vario orientamento. Ma la prima lista è l'erede dell'area che rappresenta l'anima più laica e «progressista» della Comunità, mentre l'altra si può iscrivere nell'area più «tradizionalista».
   Mosaico, il portale della Comunità, ieri ha raccolto le dichiarazioni dei protagonisti: «Siamo molto soddisfatti che il nostro impegno sia stato premiato ha detto Hasbani - un buon programma e un'ottima squadra hanno ottenuto il risultato di fare breccia sull'elettorato. Siamo pieni di entusiasmo e di energia. Con l'altra lista abbiamo in comune l'amore per la comunità e la volontà di lavorare per il bene collettivo». Raffaele Besso ha sportivamente accettato i risultati: «Faccio i complimenti a Milo Hasbani e alla sua lista, - ha detto - onore al merito, sono stati molto bravi. In questo Consiglio cercheremo di fare rispettare i nostri valori e le nostre idee, dalla opposizione o, se sarà possibile, in un clima di collaborazione con la lista vincitrice».
   La lista vincitrice, prima del voto, ha indicato Roberta Vital come portavoce della Comunità in caso di vittoria. «Stiamo attraversando un momento delicato in cui l'antisemitismo sta rialzando la testa - ha detto Vital alla vigilia - Stiamo assistendo alla normalizzazione del razzismo e dell'odio anti ebraico, stiamo leggendo parole pericolose rivolte allo Stato di Israele volte e ricordiamo bene dove questo ci può portare».

(il Giornale - Milano, 21 maggio 2019)



Il romanzo censurato

Scrive di un attacco iraniano su Tel Aviv. "lslamofobo". E l'editore manda al macero il libro di Kestin.

di Giulio Meotti

ROMA - Che il regime iraniano desideri la distruzione di Israele non è certo un mistero. La Guida Suprema, Ali Khamenei, ha pubblicato anche un libretto di istruzioni sulla fine dello stato ebraico. A Teheran, c'è un orologio che segna l'ultima ora di Israele. E anche l'attuale presidente, il "moderato" Hassan Rohani, lo scorso novembre ha definito Israele "tumore canceroso". Israele a sua volta prende molto sul serio le minacce iraniane. Che un giornalista possa raccontare tutto questo in forma di narrativa, di fiction, è meno scontato. E' quello che è successo al giornalista israelo-americano Hesh Kestin, che due settimane fa ha pubblicato per la casa editrice statunitense Dzanc il suo nuovo romanzo, "The siege of Tel Aviv", thriller fantascientifico ma nemmeno troppo su un attacco iraniano a sorpresa contro Israele, che aveva il blurb di Stephen Kìng: "Il romanzo di Hesh Kestin è più spaventoso di qualsiasi altro scritto da Stephen King". Dopo la sconfitta, i cittadini israeliani sopravvissuti sono radunati nel centro di Tel Aviv, che diventa un ghetto dove si attende evacuazione o annientamento. Quello che è successo dopo, purtroppo, è diventato una scena fin troppo familiare nell'editoria americana. Gli attivisti letterari si sono rivolti immediatamente a Twitter per denunciare il romanzo come "razzista" e "islamofobico". Forse non è andato loro giù questo passaggio:
   "Mentre gli Stati Uniti e l'occidente assistevano, gli eserciti musulmani si preparavano a uccidere l'intera popolazione". Dopo aver chiesto la cancellazione del romanzo, l'editore ha tentato di rilasciare una dichiarazione conciliante, invitando gli oppositori a leggere il romanzo prima di condannarlo. Passano i giorni ed emergono altre denunce e la casa editrice alla fine cede. E Dzanc annulla la pubblicazione. L'editore ha "imparato la lezione". "Razzista", ha scritto Nathan Goldman della rivista ebraica di sinistra Jewish Currents. E gli fa eco il poeta Cortney Lamar Charleston. John Englehardt, prossimo autore della casa editrice, tuitta di essere "molto deluso dalla pubblicazione di 'Siege of Tel Aviv"'. L'editore fondatore di Dzanc, Steve Gillis, dice che "non è mai stato nostro intento pubblicare un romanzo che mostrasse i musulmani come cattivi". Emma Smith-Stevens, autrice di "The Australian", annuncia su Facebook di aver riconsegnato i diritti sul suo prossimo libro in segno di protesta. L'editore di Kestin lo informa che le copie invendute sarebbero finite al macero.
   Kestin ha risposto autopubblicando il romanzo con l'aiuto di Amazon ed è probabile che venda più copie grazie alla controversia di quante ne avrebbe vendute senza. La furia satirica del romanzo non si limita ai suoi invasori musulmani. Anche la leadership americana ne esce male. Il presidente degli Stati Uniti è un Ivy Leaguer antisemita concentrato esclusivamente sulla propria rielezione. La politica estera degli Stati Uniti è determinata dal prezzo nelle pompe di benzina. Quindi, quando i sauditi minacciano di tagliare i rifornimenti di petrolio, la neutralità americana è assicurata, e quando sei milioni di rifugiati ebrei cercano un posto dove riparare, gli Stati Uniti e l'Europa si mostrano contrari. Suona familiare? Anche la classe politica israeliana è presa a pugni, troppo occupata a celebrare una implausibile offerta di pace per accorgersi delle concentrazioni iraniane oltre i confini. Il romanzo è simile ad altri. Come "Here I am" di Jonathan Safran Foer, in cui lo stato ebraico è paralizzato da un terremoto e invaso dai vicini arabi. Come "The Yiddish Policemen's Union", in cui Michael Chabon immagina gli ebrei post-Shoah fuggire in Alaska dopo che Israele è distrutto. "Hanno abbandonato la norma che noi vecchi credevamo sacrosanta: che tu possa avere opinioni impopolari", ha detto Kestin sull'autocensura del proprio editore. "Abbiamo incontrato il nemico e siamo noi". E non eravamo molto diversi dagli ayatollah iraniani che censurano i libri.

(Il Foglio, 21 maggio 2019)


Accordo Israele-Hamas per una tregua di sei mesi

 
Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo per una tregua di 6 mesi mediata da Onu ed Egitto. Lo hanno riferito alcuni media israeliani, ma un portavoce del Movimento islamico ha negato, sottolineando che "il cessate il fuoco è in cambio dell'impegno di Israele ad attuare tutti gli accordi presi". Secondo Channel 12, l'intesa include l'obbligo per Hamas di mettere fine alle violenze lungo il confine tra la Striscia di Gaza e lo Stato ebraico, agli scontri notturni con l'esercito israeliano, al lancio di palloni incendiari e ai tentativi delle barche di violare il confine marittimo. Il gruppo palestinese si impegnerebbe inoltre a mantenere una zona cuscinetto di 300 metri dalla barriera. In cambio, Israele estenderà la zona di pesca fino a 15 miglia nautiche, darà il via libera ai programmi dell'Onu 'cash-for-work' che servono per sostenere la popolazione impoverita, permetterà l'ingresso nella Striscia di medicine e altri aiuti per i civili e aprirà negoziati su questioni riguardanti l'elettricità, i valichi, la salute e i fondi.

(AGI, 20 maggio 2019)


Hamas e il business dei viaggi

I dati forniti dalle organizzazioni internazionali di aiuto all'ONU, come la UNRWA, rivelano che nel 2018 ci sono state 60.907 partenze dalla Striscia di Gaza verso l'Egitto attraverso il valico di Rafah e 37.075 arrivi a Gaza. Da questi dati comparabili ottenuti da altre fonti e secondo le stime in Israele, il numero di partenze da Gaza lo scorso anno ha raggiunto 35.000.
   Secondo la testata Haaretz, all'inizio, Hamas ha visto l'apertura degli incroci come una nuova fonte di reddito, dal momento che il gruppo terroristico era in grado di fornire i migranti di passaporti, visti fiscali e permessi supplementari. Poi si è sviluppata un'industria di corruzione intorno a questa ondata migratoria, e oggi coloro che vogliono accelerare le loro procedure e assicurarsi che i vari permessi arrivino in tempo sono tenuti a pagare i funzionari del governo a poche centinaia di dollari ciascuno.
   D'altra parte l'Egitto si fa carico degli abitanti di Gaza, i quali desiderano volare in Europa, per il trasporto dal valico di Rafah all'aeroporto. Questi infatti sono tenuti a presentare un biglietto aereo per la specifica data di partenza e non possono soggiornare in Egitto al di fuori dell'area aeroportuale, vista la mancanza di un aeroporto battente bandiera palestinese.
   Secondo fonti interne alla Striscia di Gaza, dal momento che Hamas ha finalmente capito che il valico di Rafah permette alla generazione giovane, istruita e relativamente benestante della Striscia, che comprendeva 150 medici, di lasciare in massa, ora sta cercando di frenare questa tendenza. Il governo di Hamas ha già vietato ai medici di lasciare la Striscia di Gaza.
   Molti degli abitanti di Gaza in partenza volano in Turchia, dove vengono portati in Grecia, per proseguire il viaggio verso altri paesi dell'Unione Europea. Tra le dozzine di profughi che sono morti quando una barca affondò al largo della Turchia in aprile c'erano 13 arabi fuggiti da Gaza. Il viaggio costa complessivamente $ 4,000, che gli abitanti di Gaza spesso prendono in prestito dai prestatori locali contro i loro guadagni futuri all'estero.
   Le destinazioni preferite per chi parte sono Germania e Svezia.
Haaretz ha anche riportato un aumento del consumo di droghe pesanti e della prostituzione diffusa nella Striscia di Gaza. C'è anche un aumento di elemosine sulle strade, che Hamas teme per il morale generale.
   D'altra parte, i suicidi sono diminuiti nella Striscia di Gaza, presumibilmente perché Hamas, facendo leva sulla disperazione, ha garantito che chiunque venga ucciso dall'IDF durante le rivolte di confine sarebbe ricompensato con le pensioni per le proprie famiglie.

(European Affairs, 20 maggio 2019)


Lombardia/Israele: collaborazione costante per sviluppo

Progetti ad alto contenuto tecnologico

MILANO - Il vicepresidente di Regione Lombardia e assessore alla Ricerca, Innovazione, Università, Export e Internazionalizzazione delle imprese, Fabrizio Sala, ha incontrato oggi a Palazzo Pirelli l'ambasciatore israeliano in Italia Ofer Sachs.
"Vogliamo creare un team che collabori costantemente con Israele in diversi campi - ha dichiarato il vicepresidente - da quello dell'automotive a quello aerospaziale, passando per quello sanitario".
"Dopo la missione dello scorso mese di marzo - ha proseguito - questa mattina con l'ambasciatore israeliano in Italia Ofer Sachs abbiamo stilato un piano comune per favorire ricerca e innovazione e migliorare sensibilmente la vita dei nostri cittadini attraverso i continui progressi tecnologici".
"La Lombardia - ha concluso il vicepresidente - può mettere in campo le sue competenze e Israele la sua grande capacità innovativa di sviluppare progetti ad altissimo contenuto tecnologico".

(aise, 20 maggio 2019)


Il primo robot tuttofare, che vola e guida su terreni difficili

Il mondo della robotica è in continua evoluzione: i ricercatori della Ben-Gurion University del Negev (BGU), in Israele, hanno realizzato il primo robot davvero tuttofare, che vola e guida su terreni difficili. Si chiama FSTAR e verrà presentato al mondo domani a Montreal, alla Conferenza internazionale sulla robotica e l'automazione 2019. Si tratta di uno dei mezzi più avanzati e versatili mai realizzati, con applicazioni che coprono una vasta gamma di settori, dall'agricolo allo spettacolo (riprese), dalla consegna di pacchi in modo preciso e silenzioso agli interventi anti terrorismo.

 Il robot multifunzione che vola, guida e si stringe
  FSTAR è il primo drone robot sperimentale così versatile. È stato sviluppato nel BGU Bio-Inspired and Medical Robotics Lab dal prof. David Zarrouk, e alla base ha un motore quadricottero che permette al mezzo di sorvolare gli ostacoli o correre sotto di loro.
  La sua struttura innovativa gli consente di trasformare il movimento e cambiare configurazione, da quella tipica del volo di un quadricottero a quella di un'auto in corsa, ma non solo: l'automa israeliano si autoregola nella lunghezza per poter strisciare o correre su superfici piane, scavalcare ostacoli di grandi dimensioni e adattarsi su pareti ravvicinate. Può anche comprimersi quando si trova a dover passare attraverso un tunnel, un tubo o spazi stretti. Il video mostra le sue potenzialità.

 Dalla consegna di pacchi agli interventi militari
  Grazie ai soli 4 motori utilizzabili per tutti gli usi, la creatura della BGU consuma poca energia e può correre a terra su terreni accidentati raggiungendo una velocità di 2,6 metri al secondo. Questo lo rende un mezzo ideale per applicazioni di vario tipo e per lavori di fatica e tempi lunghi. Si pensa a un impiego nelle consegne di pacchi (volando velocemente o guidando silenziosamente verso una zona preimpostata, fino alla porta del destinatario).
  Ma FSTAR può anche essere utilizzato per le azioni di ricerca e soccorso, per la sua capacità di sorvolare gli ostacoli e strisciare sotto le fessure, cose che un drone normale non può fare. Altri campi di applicazione potrebbero essere agricoltura, manutenzione, pulizia, riprese video e usi militari anti terrorismo.

(Quotidiano.net, 20 maggio 2019)


Gli avvocati di Netanyahu avviano consultazioni con l'ufficio del procuratore generale

GERUSALEMME - Gli avvocati del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, hanno avviato i colloqui con l'ufficio del procuratore generale, Avichai Mandelbit, per fissare un'audizione preliminare del capo dell'esecutivo in relazione a tre presunti casi di corruzione. Secondo quanto riferisce il quotidiano economico "Globes" gli avvocati del premier cercheranno di posticipare l'audizione di sei mesi, mentre il procuratore generale sarebbe propenso a concedere un posticipo minore. Al momento, quindi, appare concreta la possibilità che l'audizione del premier non avvenga il prossimo 10 luglio. Lo scorso 10 maggio gli avvocati di Netanyahu avevano chiesto di rinviare oltre il termine previsto del 10 luglio l'audizione del capo dell'esecutivo su tre casi di corruzione. I legali avevano motivato la richiesta spiegando che il loro assistito ha dovuto affrontare tre casi "complessi", non soltanto uno. In particolare, i legali spiegano di non essere riusciti a raccogliere le prove dopo che il 10 aprile scorso il procuratore generale Avichai Mandelbit ha consegnato il materiale che incriminerebbe Netanyahu.

(Agenzia Nova, 20 maggio 2019)


Beresheet: la NASA mostra il luogo di impatto del lander israeliano

 
Nonostante non sia riuscita nel suo atterraggio, forse Beresheet potrebbe rivelarci lo stesso delle preziose informazioni sul nostro satellite. Da alcune immagini del sito dove il lander israeliano si è schiantato, potrebbero infatti emergere importanti indizi sulla conformazione del suolo lunare in quel punto.

 Il Lunar Reconnaissance Orbiter: uno strumento prezioso
  L'immagine in questione è stata scatta dalla sonda NASA Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO), che dal 2009 orbita attorno al nostro satellite analizzandone il suolo da un altitudine tra i 50 ed i 200 km. Il suo scopo originario era quello di individuare dei siti di particolare interesse in cui atterrare con il lander e che avessero delle caratteristiche appropriate per il successo delle missioni. Adesso invece svolge delle vere e proprie indagini scientifiche, mappando la superficie lunare, analizzandone la temperatura e regalandoci delle meravigliosi immagini ad alta risoluzione.
  In particolare le immagini del sito in cui si è schiantato il lander israeliano Beresheet, sono state scattate dalle videocamere ad angolo stretto (Narrow Angle Cameras - NAC). Sul LRO ci sono due camere NAC che scattano immagini pancromatiche e sono accompagnate da due fotocamere grandangolari (Wide Angle Cameras - WAC). Le WAC sono in grado di scattare immagini su una scala di 100 metri per pixel, in sette bande di colore.
  I dati provenienti da entrambi i tipi di fotocamere sono inviati al Sequence and Compressor System (SCS), che insieme alle fotocamere forma il complicato apparato di cattura delle immagine del Lunar Reconnaissance Orbiter, rendendolo in grado di scattare fotografie altamente dettagliate della superficie lunare.

 Il particolare sito di impatto di Beresheet sulla Luna
  Da questa complessità tecnologica ed ottica, sono nate le immagini che mostrano il sito di impatto di Beresheet, sul quale sembra che la sonda non abbia lasciato un cratere. Dalle immagini infatti, gli scienziati non sono riusciti ad affermare con certezza che lo schianto del lander abbia provocato un cratere sulla superficie della Luna.
  In proposito il dott. Mark Robinson della Arizona State University, ha dichiarato che "alla scala dell'immagine NAC non possiamo rilevare un cratere; forse ce n'è uno, ma è semplicemente troppo piccolo per essere visto". Potrebbe anche essere però, sempre secondo il dott. Robinson, che Beresheet abbia avuto un impatto sulla superficie con un angolo talmente da basso da produrre solo una profonda scalfittura, piuttosto che un cratere. Ma potrebbe anche darsi che, il peso leggero e le ridotte dimensioni di Beresheet, non fossero sufficienti per creare un cratere sulla Luna, potrebbe addirittura essersi disintegrata prima dell'impatto.
  Lo schianto del lander sulla Luna è dunque considerato un cratere di piccolo impatto, un evento che nonostante l'insuccesso della missione, potrebbe comunque fornire indirettamente delle informazioni sul suolo della Luna che, chissà, potrebbero anche essere utili per la futura missione Beresheet 2, che tutti ci auguriamo abbia stavolta un gran successo.

(FochusTECH, 20 maggio 2019)


Quel negazionismo di sinistra

"La nostra rappresentazione del male è limitata esclusivamente alla peste marrone" scrive Pascal Bruckner. "Non viene in mente a nessuno di includere la catastrofe del comunismo e le sue decine di milioni di morti in questo disco. Sebbene molti intellettuali combattano sulle orme di Hannah Arendt, Raymond Aron, François Furet, per bilanciare il totalitarismo, il doppio standard continua. Come sottolinea lo storico Thierry Wolton in un libro agghiacciante e malinconico, non c'è stata una Norimberga per il comunismo. L'Urss è crollata senza processo e la Russia, come la Germania post nazista, non ha fatto il lavoro della memoria. Questo negazionismo che minimizza i fatti o li deforma non sorprende nessuno quando si tratta di valutare la storia della Cina, del blocco sovietico o della Cambogia. I regimi marxisti sono sempre perdonati a causa della purezza delle loro intenzioni. Mantengono il monopolio della speranza e sembrano esenti da una condanna per il semplice fatto della nobiltà del loro ideale.
   Eppure, se il fascismo uccideva in nome della razza, il comunismo uccideva inesorabilmente in nome della classe. Silenzio assordante. I due negazionismi si uniscono nella sintesi rosso-bruna di cui oggi tanti nostri intellettuali si fanno testimoni. Serge Thion, attivista di estrema sinistra, ardente difensore dei Khmer rossi come il linguista Noam Chomsky, sostiene Robert Faurisson nella negazione dell'olocausto. Il negazionismo di sinistra oscilla tra due posizioni: attenua gli orrori osservati - 'i comunisti non hanno il sangue fino ai gomiti', esclama Jean-Luc Mélenchon. O per sostenere che il vero comunismo non è mai esistito, che deve ancora venire. Il silenzio assordante che accompagna l'ordalia comunista deriva dall'impunità che fornisce ai suoi difensori. Né la rovina economica né la desolazione culturale ed ecologica sono imputate a loro. Non sorprende che la morte del messianismo comunista abbia liberato uno spazio di utopia in cui la jihad si è infilata. Le giovani generazioni, avendo dimenticato il disastro sovietico e maoista, ora vedono il capitalismo solo come la fonte del male. Applaudono i vecchi stalinisti arroccati su una montagna di cadaveri e trovano la seduzione nelle utopie marxiste".

(Il Foglio, 20 maggio 2019)


Unisce Israele e Palestina: bufera su Madonna

Sul palco la popstar sventola entrambe le bandiere. Gli organizzatori: «Noi ignari».

di Paolo Giordano

Mettete del pop nei vostri cannoni. Oppure due ballerini che si abbracciano con le bandiere di Israele e Palestina. Mentre Mahmood si giocava il secondo posto all'Eurovision Song Contest di Tel Aviv, Madonna ha confermato di essere ancora al primo posto tra le popstar. L'altra sera in quello un tempo conosciuto come Eurofestival ha fatto due colpacci in uno. Intanto si è dimostrata ancora una volta la più indipendente di tutte le signore del pop, quella che se ne frega di tutti.
   Per frenare la sua (pagatissima, si dice 1,3 milioni di euro) apparizione alla finale del Festival tanti opinion leader e rockstar si erano scatenati contro di lei. Mica gente qualunque ma associazioni pro-palestinesi e superstar come Roger Waters dei ( defunti) Pink Floyd e figure di culto come Bobby Gillespie dei Primal Scream («È una prostituta») che hanno sfruttato tutta la propria influenza per farla rinunciare a esibirsi in eurovisione nell'odiatissimo Israele. Figurarsi. Madonna, che sta per pubblicare l'attesissimo disco Madame X, è sbarcata a Tel Aviv senza fare una piega con il suo mastodontico seguito di assistenti e ha fatto lo show.
   In tutti i sensi.
   Oltre a presentare una rivisitazione di Like a prayer (sono giusto trent'anni dalla pubblicazione), ha cantato con il rapper Quavo il nuovo singolo Future mentre due ballerini si mostravano al pubblico con le bandiere di Israele e Palestina sulle spalle. Poi si sono abbracciati. Un colpo di scena che qualcuno aveva immaginato ma che l'Unione Europea di Radiodiffusione (Ebu) ha smentito di aver approvato preventivamente: «Quella parte di show non era comparsa nelle prove».
   In ogni caso, missione compiuta. Tutto il mondo ieri ha parlato di Madonna, del suo look corsaro con un occhio bendato, un po' Game of Thrones e un po' heavy metal, e di questa scelta spettacolare, ma estremamente efficace, di mettere insieme le bandiere di due stati che si combattono da decenni.
   D'accordo, il regolamento dell'Eurovision proibisce agli artisti di promuovere qualsiasi «organizzazione, istituzione, causa politica, marchio o prodotto». Ma Madonna e il suo staff non sono principianti e quindi hanno scelto una strada «equidistante». Insomma, non è stata una scelta politica, non è stata la promozione di un marchio ma un chiaro invito alla pace. Punto.
   Di certo, tanto per capirci, Roger Waters, caloroso attivista pro Palestina, non ha mai preso una posizione pacifista così chiara, anzi, è da sempre schierato drasticamente contro Israele senza se e senza ma. Alla fine, nonostante molti dicano che la sua performance vocale non sia stata ineccepibile, Madonna ha «fatto» lo show alla propria maniera: spettacolo, impegno, polemiche. E mentre i siti e i social di tutto il mondo impazzivano dopo la sua performance, la gara andava avanti con la vittoria del favoritissimo Duncan Laurence che ha dato all'Olanda il primo posto dopo 44 anni. Il «microfono di cristallo» se lo è preso lui e quindi all'Olanda toccherà organizzare la prossima edizione. E il secondo posto di Mahmood conferma la grande qualità del suo brano e, soprattutto, la dimensione sempre più internazionale del nostro pop. Non a caso, l'altro recente secondo posto all'Eurovision è stato di Raphael Gualazzi, un compositore che sa parlare all'Europa.

(il Giornale, 20 maggio 2019)


I palestinesi evitano la conferenza economica guidata dagli Stati Uniti

Dicono che non sono stati consultati

 
Il primo ministro palestinese
RAMALLAH - I palestinesi non parteciperanno ad una conferenza a guida Usa in Bahrein il mese prossimo che l'amministrazione Trump ha lanciato come preliminare al lancio del suo piano per fare pace con Israele, ha detto un ministro palestinese lunedi.
   Washington ha annunciato la conferenza di domenica, descrivendola come un'opportunità per aumentare gli investimenti internazionali per la Cisgiordania occupata da Israele e la Striscia di Gaza, controllata dal gruppo islamico palestinese Hamas.
   I palestinesi, che hanno boicottato l'amministrazione Trump da quando ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele alla fine del 2017, hanno mostrato scarso interesse nel discutere un piano che, secondo le loro previsioni, non saranno all'altezza delle loro richieste fondamentali.
   Il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha detto lunedì che il suo governo non è stato consultato nel meeting del 25-26 giugno a Manama.
   Dopo che il gabinetto si è riunito, Ahhmed Majdalani, ministro per lo sviluppo sociale e membro del comitato esecutivo dell'ombrello Palestine Liberation Organization, ha dichiarato: "Non ci sarà alcuna partecipazione palestinese al seminario di Manama".
   Ha aggiunto: "Qualsiasi palestinese che prenderà parte non sarebbe altro che un collaboratore per gli americani e Israele".
   I funzionari degli Stati Uniti hanno previsto che l'evento includerà rappresentanti e dirigenti d'azienda provenienti da Europa, Medio Oriente e Asia, nonché alcuni ministri delle finanze. La componente economica discussa costituirà una rivelazione della prima parte del piano di pace di Trump, hanno detto funzionari statunitensi.
   I leader israeliani non hanno commentato la conferenza. Il ministro delle finanze israeliano, Moshe Kahlon, ha detto domenica tramite un portavoce che non ha ancora ricevuto alcun invito.
   Shtayyeh ha ribadito le richieste dei palestinesi di un accordo di pace a due stati con Israele che implica il controllo della Cisgiordania e di Gaza, così come Gerusalemme Est come loro futura capitale. Israele chiama Gerusalemme il suo capitale indivisibile e ha affermato che potrebbe dichiarare la sovranità nei suoi insediamenti in Cisgiordania.
   L'amministrazione Trump ha detto che il suo piano di pace ancora segreta richiederebbe un compromesso da entrambe le parti. Da quanto è stato visto dai palestinesi, ha ridotto gli aiuti statunitensi per loro, contribuendo alle difficoltà economiche in Cisgiordania e a Gaza.

(YouFocus.TV, 20 maggio 2019)


Israele è terreno fertile per innovative tecnologie agricole

Israele è situato in una regione che è fortemente colpita dai cambiamenti climatici e questo incide sull'agricoltura.
  Questa problematica ha portato Israele a diventare un terreno fertile. Un successo è rappresentato dall'irrigazione a goccia che è praticata nell'80% delle colture, mentre in altre parti del mondo rappresenta solo il 25% delle pratiche di irrigazione.
  Alon Ben-Gal dell'Istituto di Scienze del suolo, dell'acqua e dell'ambiente presso il Centro di ricerca di Gilat, afferma:
"L'irrigazione a goccia ha il vantaggio di poter irrigare frequentemente e quindi di fornire acqua e fertilizzanti ottimali, mentre, nei metodi tradizionali, come le inondazioni, i campi ricevono acqua solo una volta ogni pochi giorni".
 Le tecnologie agricole israeliane
  Nel settore dell'agricoltura, come afferma Nocamels in un articolo, Israele ha creato un mercato competitivo e tecnologico.
  Solo nel 2016, 204 aziende israeliane hanno esportato tecnologie agricole. Tra le esportazioni c'erano i sistemi di irrigazione, le attrezzature per i settori lattiero-caseario e avicolo, nonché i materiali di sementi e di propagazione.
  Le sfide che Israele sta affrontando nel settore agricolo hanno incoraggiato la creazione di numerose start-up che si pongono l'obiettivo di rivoluzionare il settore agricolo.
  Molte di queste aziende hanno sviluppato metodi per il miglioramento del rendimento delle colture in condizioni aride o difficili.

Tra le startup nate in Israele e che hanno sviluppato tecnologie innovative, ne segnaliamo alcune:
  • Salicrop, una società che ha sviluppato un trattamento con semi che consente alle colture di sopravvivere in terra salina o con irrigazione salmastra.
  • PlantArcBio, è una startup che si occupa di migliorare la resistenza delle colture attraverso la scoperta dei geni. L'anno scorso la società ha stretto una collaborazione con l'Università del Wisconsin-Madison. L'attività dell'azienda si concentra sulla scoperta di geni che potrebbero aiutare le colture a far fronte agli stress ambientali. In questo contesto, PlantArcBio sta lavorando con geni estratti da piante originarie del deserto e della regione del Mar Morto.
  • Taranis, giovane startup israeliana ha sviluppato un motore di analisi che aiuta gli agricoltori a monitorare efficacemente i loro campi, a determinare il momento e il luogo giusto per l'applicazione di prodotti agrochimici e a prevenire problemi alle colture, malattie e danni causati dalle intemperie.
(SiliconWadi, 20 maggio 2019)


Ebrei erranti senza volerlo

Pienamente integrati nel nostro paese costretti all'esilio dalle leggi razziali. Lo storico Sandro Gerbi rievoca in un libro pubblicato da Hoepli le vicende della sua famiglia. L'effetto devastante dell'antisemitismo di Stato introdotto da Mussolini sulle vite di persone che rimasero segnate da quell'esperienza.

di Paolo Mieli

Edmo Gerbi, ebreo livornese venuto al mondo nel 1874, ebbe tre figli: Antonello nato nel 1904, Giuliano (1905), Claudio (1907). La moglie di Edmo, Iginia Levi, che morì quarantasettenne nel 1926, si era data carico di allevare i tre ragazzi secondo i dettami della religione mosaica. Religione che, però, a quei tempi non era al centro dell'esistenza né del padre, né dei figli. Si può dire che nessuno di loro fosse particolarmente osservante: Antonello al censimento del 1931 si dichiarò, scherzosamente, buddista e nel 1932 uscì dalla comunità ebraica rivendicando con orgoglio la propria laicità. Nel 1938, al momento delle leggi razziali, Edmo era un agente di cambio a riposo, Antonello dirigeva l'Ufficio studi della Banca Commerciale Italiana sotto l'ala protettrice di Raffaele Mattioli, Giuliano faceva il giornalista sportivo su carta («L'Ambrosiano») e per radio (Eiar), Claudio era un apprezzato medico internista.
  Erano ragazzi affermati, scapoli, poliglotti, allegri: Giuliano a Parigi fece amicizia con Joséphine Baker, che venne poi a trovarlo in Italia; Antonello di passaggio a Berlino (aveva vinto una borsa di studio su raccomandazione di Luigi Einaudi e Benedetto Croce) si presentò su un giornale locale con la seguente inserzione: «Giovane italiano settentrionale cerca compagnia femminile per migliorare il proprio tedesco (cinema, teatri, concerti ecc.). Mandare foto». A un certo punto la loro esistenza cambiò. Alla fine degli anni Trenta, come conseguenza delle citate leggi razziali, furono costretti ad espatriare. Poi nel secondo dopoguerra alcuni dei sopravvissuti rientrarono in Italia. Ma fu molto complicato riannodare il filo delle loro vite. Alle storie di questi ragazzi (e ad altre consimili) è dedicato il libro del figlio di Antonello, lo storico Sandro Gerbi, Ebrei riluttanti, che esce domani pubblicato dall'editore Ulrico Hoepli.
  Il medico Claudio fu il più veloce a «capire» che cosa stava accadendo e ottenne, non senza difficoltà, il passaporto per gli Stati Uniti. Si trasferì a Boston e, successivamente (1942), a Manhattan, ebbe una clientela per lo più di ebrei italiani, «che in parte già conosceva perché rifugiati come lui», divenne il classico medico di famiglia, famoso per una battuta a cui ricorreva per rassicurare i clienti ipocondriaci: «Esistono le malattie lievi e quelle gravi; per le prime basta una spremuta d'arancia, per le seconde raccomando un paio di aspirine!».
  Poi fu la volta dei suoi fratelli. Il loro padre, Edmo, fu l'ultimo a partire, verso la metà del 1939, poco prima dell'invasione hitleriana della Polonia. Così, nota Sandro Gerbi, «in brevissimo tempo, quattro ebrei più o meno secolarizzati e ben integrati nella società italiana si trasformarono loro malgrado in ebrei erranti». Un loro cugino, Paolo Treves, nella pagina conclusiva di una sua autobiografia, uscita a Londra nel 1940, ben descrisse, parlando di sé, questo stato d'animo: «L'autore di questo libro è anche ebreo. Per la verità, solo quando cominciò la lotta antisemita in Italia questo fatto emerse dal complesso della sua personalità di uomo e solo da allora se ne sentì particolarmente fiero. Prima non si era mai fermato con il pensiero su questa circostanza».
  Antonello, sempre su raccomandazione di Mattioli, ebbe la fortuna di trovare un posto al Banco de Crédito del Perù e fu sostituito a Milano da Ugo La Malfa. Giuliano, il giornalista sportivo, soggiornò per qualche tempo a Parigi, dove provò anche a collaborare con il «Corriere della Sera». Cercò di aiutarlo l'allora corrispondente da Parigi Paolo Monelli. Che però nel gennaio del 1939 si vide recapitare una lettera del direttore, Aldo Barelli, il quale, dicendosi informato del fatto che «in queste ultime sere ha telefonato più di una volta il giornalista ebreo Giuliano Gerbi», invitava Monelli non solo a non farlo collaborare «né direttamente, né indirettamente», ma anche ad informare la direzione del giornale su «chi lo ha incaricato di fare per noi dei servizi da Parigi». Lettera alla quale Monelli, con grande dignità, rispondeva che era stato lui stesso a decidere di dare una mano a quel ragazzo che era «senza un soldo» e, ad ogni evidenza, «bisognoso d'aiuto urgente». In ogni caso - proseguiva Monelli - lo si era utilizzato solo come «dettatore» durante le assenze dello stesso Monelli, che l'aveva pagato personalmente senza gravare in alcun modo sui bilanci del «Corriere».
  Giuliano raggiunse allora il fratello Claudio negli Stati Uniti e trovò impiego in una ditta che vendeva abiti a rate. Per un po' cadde in depressione, ma un amico gli trovò un posto in una stazione radio di New York e in lui si riaffacciò una vena di ottimismo. Agli israeliti in America era possibile vivere come avevano vissuto in Europa fino a qualche tempo prima. Philip Roth ironizzò una volta sul fatto che un ebreo, Irving Berlin, fosse il compositore di White Christmas che, cantato da Bing Crosby, divenne il singolo discografico più venduto nella storia.
  Dal settembre del 1943 ( dopo l'armistizio che aveva diviso l'Italia in due: al Sud la parte del Paese alleata agli anglo-americani, al Nord la Repubblica sociale controllata dai tedeschi) a Giuliano Gerbi fu affidato un commento radiofonico giornaliero della «Voice of America» con il nome Mario Verdi. I fascisti repubblichini reagirono con rabbia a quella rubrica. Alcuni attacchi della stampa della Rsi alle sue trasmissioni dall'America sono ricordati nel libro di Gianni Isola Cari amici vicini e lontani. Storia dell'ascolto radiofonico nel primo decennio repubblicano, edito dalla Nuova Italia: « L'ex redattore sportivo Giuliano Gerbi, alias Mario Verdi», scrisse un giornale della Repubblica di Salò, «ha abbandonato le cronache ciclistiche per le radio concioni retribuite in dollari. Allora sarà come dire: dalla foratura alla foraggiatura, dall'Arena all'avena, dal Giro d'Italia al Tiro all'Italia!». Ma il successo di queste trasmissioni fu tale che - per la colonia italo americana - esse furono fatte proseguire anche nel dopoguerra e si guadagnarono l'elogio del primo presidente della Repubblica italiana: Luigi Einaudi.
  Anche il padre dei tre ragazzi, Edmo, all'epoca sessantaseienne, emigrò negli Stati Uniti per poi raggiungere Antonello in Perù. Per lui, però, allontanarsi dall'Italia fu un dramma e «a poco a poco i sintomi delle sue nevrosi divennero sempre più gravi e imbarazzanti». Litigava con l'impiegato di un ufficio postale non capacitandosi che non capisse l' «idioma di Dante»; comprava scatole e scatole di farmaci che, alla sua scomparsa, furono trovate intonse; si convinse che la moglie di suo figlio volesse avvelenarlo; poco prima della morte (gennaio 1944) annunciò al nunzio apostolico Fernando Cento (futuro cardinale) di volersi convertire; ma il religioso, ritenendo che quel desiderio non fosse basato su solide convinzioni, rifiutò di impartirgli il battesimo. Ebbe poi un funerale ebraico.
  Finita la guerra, Claudio decise di restare negli Stati Uniti. Giuliano provò a farsi riassumere dalla Rai per occuparsi di ciclismo, ma gli fu preferito, scrive Sandro Gerbi su una testimonianza di Antonio Piccone Stella, Mario Ferretti, «un più giovane giornalista sportivo con non trascurabili trascorsi fascisti», con la motivazione che in tempi in cui non esisteva il fotofinish Ferretti era in grado di comunicare subito al pubblico degli ascoltatori l'ordine preciso con cui i corridori avevano tagliato il traguardo. Poi Giuliano rientrò ugualmente nel suo Paese d'origine e lo stesso fece Antonello. Adesso era venuto il tempo dei loro figli, tirati su in modo laico, ma con una particolare attenzione a gergo e rituali ebraici.
  A proposito di gergo il libro contiene alcune gustose notazioni: l'uso del termine «negro» è quello del padre di Natalia Ginzburg in Lessico famigliare (Einaudi) e sta per persona dai modi goffi, impacciati, che si veste in modi inappropriati, non sa andare in montagna, non parla le lingue straniere. C'è poi lo schlemihl, il pasticcione che vende la propria ombra al diavolo in cambio di un borsello vuoto; il nebbish (come sostantivo) indica il classico perdente, timido e timoroso, «cugino primo dello schlemihl». C'è ancora il meshugge, un mattoide, un essere assurdo e lunatico, appartenente alla «categoria degli stravaganti che compaiono in tante pagine della letteratura yiddish».
  Infine lo scroccone o accattone immortalato nel 1894 dall'inglese Israel Zangwill in Il re degli schnorrer (Marietti). Il protagonista del libro di Zangwill è un ebreo sefardita decaduto, ma di nobili ascendenze, che esercita con molto decoro la sua professione di mendicante nel ghetto di Londra tra Sette e Ottocento, sfruttando i sensi di colpa che assediano la psiche degli ebrei più facoltosi (nella fattispecie ashkenaziti). Per riuscire lo Schnorrer deve essere coltissimo e dotato di notevole chutzpah, ovvero faccia tosta. Non a caso «in sinagoga partecipa a lunghe discussioni teologiche con i suoi potenziali benefattori». Talché, scrive Gerbi, «occorrerebbe forse rivedere il giudizio comune sugli schnorrer»; se il termine corrisponde a uno scroccone da quattro soldi può anche essere svillaneggiato, ma, nel caso possegga le straordinarie qualità descritte da Zangwill, è decisamente un modello da imitare: «Chi in qualche modo lo aiuta, anche solo invitandolo a cena, non ha che da essergli grato».
  Così, quasi impercettibilmente, con una dissertazione sui termini sopravvissuti nel lessico ebraico si giunge all'ultima generazione degli «ebrei riluttanti», quella dei nati negli anni Quaranta o poco dopo, alla quale appartiene l'autore del libro. Qui si parla del viaggio dell'autore ventenne in Israele a ridosso della guerra dei Sei giorni (1967), dove intuisce i problemi di cui tratterà qualche decennio più tardi Ahron Bregman, in La vittoria maledetta. Storia di Israele e dei territori occupati (Einaudi). Israele è un Paese da cui Sandro Gerbi si allontana quasi volentieri: «Ripartii per l'Italia con un senso di sollievo; Israele è un Paese tanto diverso e tanto ricco di contrasti da generare spesso nei visitatori occasionali un senso di claustrofobia», confessa. E in cui lui stesso tornerà solo nel 2010, quarantatré anni dopo. Racconta del suo essere ebreo (laico) e di sinistra con ampi riferimenti ai libri di Maurizio Molinari, La sinistra e gli ebrei in Italia (1967-1993) edito da Corbaccio, e di Matteo Di Figlia, Israele e la sinistra. Gli ebrei nel dibattito pubblico italiano dal 1945 a oggi, pubblicato da Donzelli.
  Tornato in Italia, Sandro Gerbi fu colpito dalla «superficialità delle argomentazioni e dalla scarsa conoscenza storica» degli «ebrei di destra che sostenevano Israele ad ogni costo». Anche se poi cita qualche «colossale abbaglio» della sua parte, quella degli «ebrei di sinistra» che Israele invece criticavano in eccesso. Il giovane Gerbi è amico adesso del re della Borsa di Milano Renato Cantoni e del banchiere Raffaele Mattioli: è lui (sembra incredibile!) a presentare l'uno all'altro. C'è nel libro il gustoso racconto di un incontro con il filosofo Cyorgy Lukàcs a fine 1969. Un'altrettanto sapida descrizione di Ugo Stille - sulle orme del libro di suo figlio, Alexander, La forza delle cose. Un matrimonio di guerra e pace tra Europa e America, (Garzanti)- che gli offre l'occasione di stringere la mano della bellissima Lauren Bacall, ma anche al già chiacchieratissimo finanziere Michele Sindona, incontrato per caso tra la Seconda e la Terza Avenue di New York: Sindona gli porse la mano e, racconta Gerbi, «per educazione dovetti contraccambiare»; di colpo l' «effetto Bacall» svanì e - aggiunge - «mi ritrovai contaminato per l'eternità».
  Si parla poi dell'agente letterario Erich Linder - di cui al libro Il dio di carta. Vita di Erieh Linder (Avagliano) di Dario Biagi - che rivelò a Grazia Cherchi come considerasse che l'esercizio del potere per il potere denotasse «un carattere vile e non di rado abietto». Ma che è probabile abbia collaborato, in momenti decisivi, con i servizi segreti israeliani. Un caleidoscopio di immagini tra cui rientrano anche quelle del suo rapporto con Indro Montanelli. Tutti «ebrei riluttanti» o, come nel caso di Montanelli, grandi amici degli «ebrei riluttanti».

(Corriere della Sera, 20 maggio 2019)


Un codice etico? Lontano dai libri

di Pierluigi Battista

Speriamo in un ripensamento, in un soprassalto di razionalità che scacci via la tentazione di un «codice etico» da applicare ai libri come criterio di discriminazione. Speriamo davvero che ci sia il tempo di non dar corso alla proposta, forse dettata dallo stress della mobilitazione sull'editore fascista da mettere al bando, di imporre la camicia di forza di un «codice etico» che dovrebbe vidimare con piglio autoritario gli ingressi di libri e persone nel «Salone del libro» di Torino: un'arena di libertà e di spirito critico che si trasforma in un mesto ufficio di passaporti culturali da distribuire con logiche del tutto arbitrarie. Il codice etico dovrebbe stare lontano dai libri, per principio innanzitutto. Ma anche perché si trasformerebbe immediatamente in uno strumento discrezionale, iniquo, capriccioso, fonte di faziosità infinita. Con quale criterio stabilirebbero la compatibilità etica di un libro o di un editore? Sarebbe poco etico un libro fascista? E uno che inneggia a Stalin o a Mao e ai massacri immani delle Guardie Rosse al suo servizio? E se si discrimina una casa editrice perché il suo proprietario si è reso responsabile di atti decisamente poco etici, in quale categoria morale potrebbe rientrare una casa editrice fondata dal capo delle Brigate Rosse? E «Lolita» di Nabokov risponde ai criteri etici arbitrariamente fissati da una commissione occhiuta, oppure via, da respingere assieme all'editore che se ne voglia fare megafono. E a Céline, incidentalmente autore di uno dei romanzi più importanti del Novecento e incidentalmente anche parecchio fascista, glielo diamo il cartellino per potere partecipare al Salone del libro o dobbiamo sottoporre i suoi discendenti al rito dell'autocritica etica? Anche i libri considerati «blasfemi» da qualche autocrazia fondamentalista, inoltre, potrebbero essere esclusi dai commi del lugubre codice: attento Salman Rushdie. E se la Cina chiedesse di sottoporre a condanna etica qualche scritto a favore del Dalai Lama o del Tibet martoriato, come comportarci? Speriamo davvero che non se ne faccia niente, che si lasci stare l'etica e si pensi soltanto ai libri, che sono libri validi solo se sono scritti senza ipocrisie e riserve mentali dai loro autori. Che il Salone del libro resti una festa o non un luogo dell'intolleranza e dell'autocensura. Speriamo, davvero...

(Corriere della Sera, 20 maggio 2019)


Un video su Al Jazeera nega l'Olocausto: ira di Israele, l'emittente lo rimuove

«Nelle camere a gas uccisi milioni di ebrei. Così si dice. Quale è la verità dietro l'Olocausto, e come ne ha tratto vantaggio il movimento sionista?». Così su Al Jazeera un video in arabo sulla Shoah prodotto dalla rete qatariota per i giovani del Medio Oriente. In un primo commento, alcuni giorni fa, il portavoce del ministero degli esteri israeliano, Emmanuel Nachshon, dopo averne preso visione, ha accusato Al Jazeera di voler fare «un lavaggio del cervello» ai giovani del Medio Oriente, diffondendo un testo «folle ed antisemita». Ieri Al Jazeera lo ha rimosso, ammettendo che esso era «in contrasto con gli standard editoriali delle rete televisiva».
   In seguito Nachshon ha scritto su twitter: «Avete fatto bene ad eliminarlo. Non avreste mai dovuto produrre un video che nega l'Olocausto».
   Il quotidiano Israel ha-Yom scrive oggi che il tema centrale del programma era che «gli ebrei hanno sfruttato gli orrori della Seconda Guerra Mondiale per il loro profitto, inducendo il mondo a ricordare le vittime ebree, e a dimenticare le altre». Secondo il servizio andato in onda sull'emittente del Qatar, il numero delle vittime ebree nella Shoah resta tuttora oggetto di un dibattito storico.
   Fra le tesi del video, aggiunge il giornale, anche quella secondo cui «i sionisti collaborarono con i nazisti» e che poi «lo Stato di Israele ha sfruttato la Shoah per ricevere dalla Germania indennizzi che sono stati poi sfruttati per opprimere il popolo palestinese». Secondo il giornale, prima che fosse cancellato questo programma è stato visto sul sito web di Al Jazeera da almeno un milione di persone.

(Il Messaggero, 20 maggio 2019)


Netanyahu: le trattative per la coalizione sono ferme

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la odierna seduta del consiglio dei ministri.

Il premier israeliano Benyamin Netanyahu - che è uscito vincente alla guida del Likud dalle elezioni politiche del 9 aprile - ha affermato oggi che sono ancora ad un punto fermo le trattative con gli altri partiti che dovrebbero costituire la coalizione di governo.
Ciò mentre mancano dieci giorni al termine massimo concessogli dal Capo dello Stato Reuven Rivlin per presentare il nuovo esecutivo.
"Spero che sia possibile riportarli al più presto sul terreno della realtà", ha detto Netanyahu durante la odierna seduta del consiglio dei ministri. "In quel modo potremo costituire un governo forte e stabile e beneficio di Israele, un governo che continuerà a condurre il paese verso nuovi record".

(tvsvizzera, 19 maggio 2019)


Finale Eurovision. Mahmood secondo, vince l'Olanda

Nella scenografia del vincitore di Sanremo le immagini di quando era bambino

di Davide Frattini

Duncan Laurence
TEL AVIV - L'olandese Duncan Laurence ha confermato le previsioni dei bookmaker. Riporta a casa il Microfono di cristallo dopo 44 anni e conquista la quinta vittoria del suo Paese all'Eurovision. Racconta che Arcade - suonata alle tastiere, solo, circondato da un cielo scuro attraversato da aurore boreali - è ispirala da «una persona profondamente amata e morta giovane. Fino ad ora ho scritto soprattutto per gli altri e sono contento di salire in scena e condividere la mia esperienza».
   I partecipanti entrano uno dopo l'altro come atleti, le bandiere nazionali fatte ruotare da un giocoliere, in fondo queste sono le Olimpiadi (euro-allargate) della canzone. Ogni concorrente è introdotto da un video girato in un pezzetto dei 22 mila chilometri quadrati coperti da Israele, a Mahmood sono toccati i container e i mercantili del porto di Ashdod.
   La serata finale è stata aperta da Lucy Ayoub, che saluta anche in ebraico e arabo, dalla modella Bar Refaeli, in abito lungo argento, affiancate da Erez Tal e Assi Azar. A fare da madrina Netta Barzilai che l'anno scorso ha vinto a Lisbona vent'anni dopo il trionfo transex di Dana International. Il premier Benjamin Netanyahu non ha partecipato per «ragioni di sicurezza», a rappresentare la famiglia di governo c'era la moglie Sara.
   Madonna ha firmato il contratto definitivo pochi giorni fa, è atterrata in Israele con una squadra di 130 persone, tra loro 40 coristi e 25 ballerini. La diva americana - con benda nera da pirata sull'occhio sinistro - non ha ceduto alle pressioni globali del movimento che promuove il boicottaggio di Israele e a quelle personali di Roger Waters: il co-fondatore dei Pink Floyd incita gli artisti stranieri a cancellare gli spettacoli nello Stato ebraico, li accusa di oscurare con le luci dei riflettori le condizioni dei palestinesi nei territori occupati. L'operazione per guastare la festa dell'Eurovision non ha funzionato, un evento che per statuto e missione vuole evitare le polemiche politiche: 10 mila turisti sono arrivati a Tel Aviv, un po' meno del previsto, nessun partecipante ha defezionato. Madonna ha deciso comunque di mandare il suo messaggio: uno dei danzatori indossava la bandiera israeliana, un'altra quella palestinese, con i due che alla fine della canzone si abbracciano.
   La canzone con cui ha vinto il Festival di Sanremo ha portato Mahmood al secondo posto. E apparso in camicia a maniche corte con fiori orientali dorati.
   Sulla scenografia alle spalle scorrono le immagini di quand'era bambino, i tre ballerini indossano una maglietta nera con il punto rosso al centro che alla fine si riflette ingigantito sullo schermo con la scritta: «I soldi non comprano l'amore».
   Il cognome paterno Mahmoud - il nome d'arte sostituisce la «u» con un'altra «o» - aveva forzato le domande dei giornalisti internazionali che durante le conferenza stampa si sono concentrati sulle origini egiziane del padre e su quel verso di Soldi ( «Bevi champagne sotto Ramadan»), i musulmani celebrano proprio in queste settimane il mese a loro più sacro.
   Anche il francese Bilal Hassani - ieri sera con parrucca bionda lunghissima - ha scontato gli stereotipi contro cui reagisce la sua Roi. La televisione israeliana Kan, che ha trasmesso l'Eurovision, ha prodotto una miniserie in tre puntate per raccontare la storia di un cantante di origine nordafricana e omosessuale (come Bilal) che lo Stato Islamico costringe a commettere un attentato a Tel Aviv durante un concorso canoro. Troppe somiglianze con la realtà, gli organizzatori europei del festival hanno imposto di rinviare la messa in onda prevista proprio per maggio.

(Corriere della Sera, 19 maggio 2019)


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Eurovision, una grande festa per Israele

Circa 200 milioni di persone in tutto il mondo si sono sintonizzate per guardare l'Eurovision di Tel Aviv. Un'occasione per Israele di raccontarsi a livello internazionale e per vivere una festa che ha portato decine di cantanti sul palco del Tel Aviv's Expo Center. A vincere la competizione canora, Duncan Laurence dei Paesi Bassi. "Questo vuol dire sognare in grande, questo vuol dire la musica prima di tutto, sempre, grazie!", le parole di Laurence dopo aver ricevuto il premio dall'israeliana Netta Barzilai, vincitrice della rassegna lo scorso anno con il suo Toy. Secondo classificato l'italiano Mahmood con la sua soldi: "Non mi sarei mai aspettato di raggiungere il secondo posto, ringrazio tutta l'Italia, tutta l'Europa per avermi sostenuto", le sue parole su Instagram.
   "Benvenuti al gran finale dell'Eurovision Song Contest 2019", ha proclamato Barzilai in apertura di serata. Uno spettacolo che ha riunito un variopinto mix di artisti israeliani; dalla vincitrice dell'Eurovision del 1998, Dana International, tornata con un mashup musicale che includeva sia "Tel Aviv" di Omer Adam che la sua canzone Diva, alla cantante Ilanit che ha eseguito "Ey Sham", la canzone che ha cantato la prima volta che Israele ha partecipato all'Eurovision nel 1973.
   Nel 1978 a vincere a Parigi era stato Izhar Cohen, israeliano di origini yemenite, che in Francia si presentò con una canzone un po' alternativa: A-Ba-Ni-Bi. Il brano utilizzava il "linguaggio Bet", un gioco linguistico per bambini dove ogni sillaba di una parola è ripetuta con l'aggiunta delle sillabe "ba", "be", "bi", "bo" e "bu". La versione in ebraico dell'alfabeto farfallino. "Eravamo un paese molto piccolo, che voleva mostrare al mondo intero qualcosa oltre alle guerre e all'essere i migliori combattenti e soldati. Volevamo mostrare la nostra cultura", ha dichiarato in una recente intervista Cohen, che allora divenne una vera e propria popstar. "Tutti sapevano che Israele è hava nagila hava. Io ho portato un cambiamento nel modo in cui ci guardavano, perché improvvisamente Israele era a-ba-ni-bi-o-bo-he-be-v, erano giovani, belli, attivi, che portavano cose nuove al mondo, ed è stato come un punto di svolta". E un altro punto di svolta per Israele arrivò 20 anni dopo quando a salire sul palco fu Dana International, anche lei di origine yemenita. La sua canzone, Diva, conquistò la giuria e Dana diventò la prima transgender a vincere l'Eurovision, diventando un'icona del movimento LGBT israeliano e internazionale. E a raccoglierne l'eredità - avendo cantato al Pride subito dopo la vittoria all'Eurovision - dopo altri 20 anni, Netta Barzilai. Il suo successo è stato celebrato da migliaia di israeliani in festa e la sua canzone - Toy - ha continuato a dominare a lungo le radio del paese. E il suo successo ha permesso a Israele di mettersi nuovamente in vetrina, con una rassegna di successo.

(moked, 19 maggio 2019)



Natasha Solomons. "Il lato B della Storia raccontato tramite una famiglia ebrea"

di Annarita Briganti

Rompersi un dito e scrivere il libro della propria vita. Nasce da una pausa forzata dalla scrittura di un paio di mesi, nei quali ha avuto la possibilità di dedicarsi solo alla lettura finendo le ricerche che le servivano, il romanzo storico dell'inglese Natasha Solomons, I Goldbaum (Neri Pozza). Trentanove anni, residente nel Dorset col marito scrittore e due figli, la romanziera parla di un matrimonio combinato tra l'Austria e l'Inghilterra - tra Greta e suo cugino Albert, perché i Goldbaum si sposano solo tra di loro - d'identità ebraica e del ruolo delle banche nel finanziamento della Prima guerra mondiale. Una storia che intreccia la Storia del primo decennio del Novecento, ispirata ai banchieri europei di origine ebraica Rothschild, pubblicata in una ventina di Paesi, paragonata a Downton Abbey, che presto sarà serie televisiva.

- Perché raccontare i Rothschild/Goldbaum?
  «Nella casa dei miei genitori c'è un ritratto di un mio avo, ebreo, che aveva conosciuto i Rothschild nel ghetto di Francoforte. Mi ha colpito come la nostra famiglia, di origini più umili, il lato B della Storia, fosse stata così vicina alla dinastia più ricca d'Europa. I Goldbaum hanno tutto. La gente dice che potrebbero affittare il sole nelle giornate uggiose. Eppure, non sono mai tenuti nella giusta considerazione perché sono ebrei. In quanto ebrei sono sempre considerati "altri", restano sempre outsider. "Se qualcuno se la prende con me, preferirei che fosse per motivi personali, non per la mia razza", faccio dire a Otto, il fratello della protagonista».

- Com'è oggi essere ebreo?
  «Il mio romanzo storico sta diventando sempre meno storico. Mentre mi documentavo, alcuni testi sembravano risalire agli anni del mio libro, invece erano stati pubblicati da poco. Sento l'ostilità verso gli ebrei, ho paura per i miei figli e per la mia famiglia, l'Europa è di nuovo un posto non sicuro dove stare per l'avanzata delle estreme destre. La stessa Inghilterra, a causa della Brexit, è in un limbo».

- Anche i giardini nel libro hanno un loro significato, che va al di là della passione, non solo degli inglesi, per il verde.
  «I bambini ebrei non potevano giocare nei parchi, così i Goldbaum hanno sempre giardini immensi. Greta riceve come regalo di nozze dalla madre di Albert un giardino tutto suo. Coltivare rose può essere un modo per ribellarsi alle discriminazioni, ma non sono così brava. Posto sui social le foto del mio giardino, ma guardando bene è pieno di erbacce. Tra scrivere e fare giardinaggio, avendo poco tempo a disposizione in quanto mamma di due bambini, preferisco la scrittura, che pratico in ogni momento possibile».

- Scritto con la sicurezza di chi è alla quinta opera, "I Goldbaum" è il suo bestseller. Che cos'ha di speciale rispetto agli altri suoi libri?
  «Parlo di famiglia, potere, amore, guerra. Temi minori (dice ridendo, ndr). Credo che i lettori provino empatia per i personaggi, in particolare per Greta, che è costretta a sposare un uomo che non ha mai visto. Lei estroversa, ribelle, lui che non riesce neanche a farsi toccare da sua moglie in pubblico. Ci mettono un anno per consumare il matrimonio. La loro unione sarebbe potuta essere un disastro, invece...».

- Che cosa si aspetta dalla sua venuta a Milano per il suo booktour?
  «Di ritrovare una città elegante. Sono stata a Milano da ragazza. Guardavo le vetrine immaginando di potermi comprare tutto. Non avevo soldi, ma era ugualmente eccitante, magico».

(la Repubblica, 19 maggio 2019)


Addio a Baghdad, antica casa degli ebrei

Elena Loewenthal. Vite all'ombra del Farhud: la prima persecuzione del 1941

di Giulio Busi

E' fatale che, in un romanzo popolato di molti volti, ci si affezioni a uno in particolare. Un personaggio più attraente degli altri, che ci accende la fantasia, e che ci piacerebbe molto poter incontrare dal vivo. "Affezionarsi" non è la parola giusta. Se il racconto prende, si finisce per innamorarsi. Sulla carta, naturalmente, ma chi lo dice che siano amori meno duraturi di quelli in carne e ossa? Per certi libri ben riusciti, simili amori possono durare per anni, magari per tutta la vita. La mia preferita è Violette. Così bella, con quegli occhi «bui e celesti». E soprattutto, così indolente:« Violette saliva di malavoglia sulla terrazza della casa, perché di malavoglia si alzava dalla montagna di cuscini su cui dormicchiava per tutto il giorno nel vano tentativo di sognare qualcosa». La Baghdad di Elena Loewenthal, quella dove, fin dal titolo, «nessuno torna più», non è solo il luogo della memoria. È uno spazio di solenne lentezza, dove il tempo segue, quasi inerte, la maestosa antichità di pomeriggi smisurati, tutti protesi verso il tardivo, liberatorio spegnersi della vampa del sole.
  I protagonisti, che cominciano a sgranarsi fin dalle prime pagine, sono fatti di un materiale particolare. Certo, godono di molti privilegi ma sono anche gravati da un senso di precarietà, di fine imminente. Appartengono a una famiglia ebraica alto-borghese, solidamente inserita nella vita dell'impero ottomano prima e in quella del fragile Regno iracheno poi. Il loro è però uno statuto sempre più precario, in cui benessere e agi si uniscono al senso di una svolta che si avvicina inesorabile. Da quanto tempo gli ebrei vivono in Mesopotamia? Da due millenni? No, da molto di più, almeno dal primo esilio, quando sono arrivati al seguito del conquistatore neo-babilonese. Sembra impossibile che una storia così imponente finisca. Ma è tempo di rivalsa araba, e il colonialismo, diretto e indiretto, ha turbato equilibri consolidati. I sospetti e le violenze si fanno sempre più vicini. Tutto sta per finire, ed è forse per questo che Violette rimane impressa nel cuore: poco più che bambina eppure già in attesa di un marito, lei che sperpera le ore come fossero petali di un fiore.
  Loewenthal ha il grande talento della dilazione. Tutto dovrebbe correre veloce verso un precoce epilogo. E in effetti, i tempi della prima, grande persecuzione antiebraica del 1941, il Farhud, battono sincopati e crudeli. La vita domestica, i sogni e le rivalità delle due sorelle, Flora e Violette, e la maturità del maschio, Ameer, vengono però centellinati con la giusta calma. Lo sappiamo tutti, l'adolescenza e la prima giovinezza hanno i loro segreti, un loro sbocciare che, mentre lo si vive, sembra terribilmente lento.
  Il maggiore fascino di questo racconto esotico, ambientato tra paesaggi che ben pochi di noi conoscono per averli visti di persona, è proprio la sospensione temporale. Tutto vi si sgrana come se la verde stagione della vita, quella delle attese e delle promesse, potesse durare per sempre. Non è un caso se, dopo avere dovuto abbandonare la Baghdad dei loro anni giovanili, tutti o quasi i membri della saga vivano esistenze lunghissime, e quasi si convincano d'essere immortali. «Addio a Baghdad, che fino a poche ore prima era stata il suo mondo esclusivo: un mondo che pareva sconfinato, come se potesse essere fatto soltanto di strade e vicoli, del fiume che passava lento, delle case chiare e scure, della luce che d'inverno era trasparente e nei giorni caldi della lunga estate diventava opaca, torbida». Nella stoffa del racconto, di simili addii ne sono cuciti parecchi, uno per ogni personaggio. È vero che a Baghdad non si tornerà mai più. Ma è anche vero che nessuno se n'è mai andato del tutto. Non dentro di sé, non nei profumi, non nell'acqua del Tigri, dall'effluvio dolciastro, non in quel destino, così ebraico, di ricordare un luogo col cuore, di giorno in giorno. E di lasciarlo di nuovo, ogni giorno, con la mente.

(Il Sole 24 Ore, 19 maggio 2019)



La vita vostra è nascosta con Cristo in Dio

Se dunque voi siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di sopra dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Abbiate l'animo alle cose di sopra, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste, e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria.

Dalla lettera dell'apostolo Paolo ai Colossesi, cap. 3

 


Il Bundestag: "Il boicottaggio Bds contro Israele è antisemita"

di Walter Rauhe

Il parlamento tedesco ha approvato ieri a larga maggioranza una mozione nella quale il discusso "Movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele" viene classificato come antisemita e verrà dunque privato dagli incentivi e finanziamenti pubblici garantiti a tutte le associazioni senza scopi di lucro. «La campagna di boicottaggio contro prodotti, artisti e beni culturali israeliani lanciata dal Bds ricorda in modo fatale il capitolo più terribile e scuro della storia tedesca, quando anche i nazisti incitarono la popolazione a non fare più la spesa nei negozi degli ebrei», si legge nella mozione. Il movimento fondato nel 2005 da 171 organizzazioni non governative palestinesi e appoggiato da note personalità dello spettacolo e della letteratura come il co-fondatore dei Pink Floyd Roger Waters o la scrittrice ed attivista canadese Naomi Klein (No Logo) esige il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati, la piena uguaglianza dei cittadini arabi e palestinesi in Israele e il ritorno dei profughi palestinesi nella loro patria d'origine.

 La lettera aperta ai deputati
  «Le argomentazioni e il linguaggio utilizzato dai militanti e simpatizzanti del movimento è molto simile a quello utilizzato a suo tempo dal regime nazista e discrimina l'intera comunità ebraica e i cittadini israeliani senza fare alcuna distinzione», prosegue il testo del comunicato approvato quasi all'unanimità dai deputati dei partiti di governo (cristiano-democratici e socialdemocratici) come da quelli dell'opposizione (liberali e verdi). Solo i post-comunisti della Die Linke si sono astenuti mentre la destra populista dell'AfD ha chiesto la messa al bando dell'organizzazione. La Germania è così il primo Paese europeo a condannare ufficialmente il movimento Bds e a classificarlo come «razzista e antisemita».
  Mentre il Ministro degli esteri ad interim di Israele, Yisrael Katz ha espresso ieri la sua soddisfazione per la mozione approvata dal Bundestag a Berlino auspicando che altri parlamenti europei seguano l'esempio tedesco, un gruppo di 60 intellettuali israeliani ha criticato l'iniziativa. «Definire antisemita chi critica la politica israeliana è scorretto e pericoloso e criminalizza chi esprime solidarietà col popolo palestinese» si legge in una lettera aperta inviata ai deputati tedeschi. Nelle ultime settimane il Bds aveva anche invitato a boicottare la finale dell'Eurovision Song Con test in programma oggi a Tel Aviv e alla quale partecipano cantanti e gruppi musicali da 41 Paesi europei, Italia compresa.

(La Stampa, 18 maggio 2019)


Livorno - Scritte antisemite su un banco in via Buontalenti

Stella di David, croce e una freccia per indicare il negozio. Indagini della Digos e della Scientifica

 
La scritta in via Buontalenti
La scritta sulla saracinesca
LIVORNO - Scritte antisemite sono comparse questa mattina su uno dei banchi dell'area del mercato in via Buontalenti. Il titolare ha avvertito la polizia che questa mattina di sabato 18 maggio ha raggiunto l'area per avviare le indagini. Sul posto agenti della Digos e della Scientifica. Sull'asfalto della strada, proprio davanti al banco che vende abbigliamento e biancheria intima, è stata disegnata una stella di David ed una freccia che indica la saracinesca del banco su cui compaiono altre scritte e simboli antisemiti. Un episodio inquietante che il titolare dell'attività ha denunciato alle forze dell'ordine.

(Il Tirreno, 18 maggio 2019)


Hamas ringrazia Corbyn

Il gruppo terroristico di Gaza apprezza la solidarietà del leader laburista

Sono giorni duri, questi, per il Labour di Jeremy Corbyn: si vota giovedì alle europee e la strategia dell'ambiguità sembra non aver affatto pagato. E' per la Brexit, dice l'elettore laburista disilluso che darà (se lo darà) il voto ai partiti europeisti, forse proprio ai lib-dem resuscitati. E' contro la Brexit, dice l'elettore laburista disilluso che darà il suo voto a chi non dà adito a dubbi, forse proprio al Brexit Party pigliatutto. Ieri Corbyn ha deciso di uscire dai negoziati con il governo May sulla Brexit, e questa è stata una mossa prevedibile e tattica: quel dialogo con i conservatori si stava tramutando in un veleno e già c'è poco da stare allegri, anche il contagio tossico dei Tory era troppo (i conservatori si stanno avvitando su loro stessi e non fanno campagna elettorale: sono al 10 per cento dei consensi, e sperano che i sondaggi si stiano sbagliando). Nell'ambiguità di Corbyn però, ambiguità tattica e studiata perché lui è davvero convinto che per tenere insieme le due anime del partito e del paese sia necessario non scegliere, ci sono sempre dei punti fermi. Riguardano la politica estera, che è anche visione del mondo. Il Labour si è logorato (e anche ristretto) a causa delle accuse di antisemitismo:
   Corbyn ha fatto qualche dichiarazione più ferma, ma sempre generalizzando e di fatto non ha curato nulla. Anche qui: non ha voluto farlo. Perché con tutta probabilità non lo considera un problema. Corbyn ha inviato un messaggio di solidarietà alla marcia che si è svolta a Londra (quattromila partecipanti) per celebrare il giorno della Nakba, "la catastrofe", il dislocamento di 700 mila palestinesi quando nel 1948 fu creato lo stato di Israele. Il leader laburista ha ricevuto una lettera di ringraziamento da Hamas, il gruppo terroristico di Gaza che Corbyn aveva in passato definito "amico" (aveva poi rivisto l'espressione). "Abbiamo ricevuto con grande rispetto" il messaggio di Corbyn, ha scritto Hamas, e lo ringraziamo "per la sua posizione di principio nel rifiutare il cosiddetto Piano Trump per il medio oriente". Dopo le polemiche, il portavoce di Corbyn ha ribadito: il leader laburista "è sempre stato solidale con il popolo palestinese. E' la cosa giusta da fare".

(Il Foglio, 18 maggio 2019)


Con Mahmood e Madonna Tel Aviv stasera canta su Rai1

di Simona Orlando

 Il programma
  Se per scaramanzia non si vuole ipotizzare la vittoria di Mahmood, diciamo che rischia il podio all'Eurovision Song Contesi a Tel Aviv, finale in onda stasera su Rai1 dalle 20.35 (commentatori Flavio Insinua e Federico Russo, mentre su Radio2 ci saranno Gino Castaldo ed Ema Stokholma). Il favorito per gli scommettitori è Duncan Laurence dai Paesi Bassi, ma le quote del trionfatore sanremese, che salirà sul palco 22esimo in scaletta (in tutto sono 26), sono in forte ascesa e su Spotify la sua Soldi è il brano più ascoltato fra quelli dei finalisti.

 Imbarazzo
  I social ironizzano sul suo inglese forfettario, ma in conferenza stampa l'imbarazzo vero lo hanno creato i giornalisti impreparati sulla sua biografia: «Stai facendo il Ramadan?», «Sono cristiano». «Vivi ancora nel ghetto?», «Sto a Milano». «Sei egiziano, hai subito pressioni venendo qui?», «Sono italiano al cento per cento». Intanto Madonna è atterrata con jet privato e ha prenotato l'intero quinto piano del Dan Hotel. Sarà la superospite imbrillocata e con benda all'occhio in versione Madame X, nuovo tentativo, a 60 anni, di ristabilire il suo primato di regina del pop davanti a una platea di duecento milioni di telespettatori.

 Due canzoni
  Porterà due canzoni: il nuovo singolo Future, quarto estratto del disco di inediti in uscita il 14 giugno, inciso con il rapper Quavo e co-prodotto con Diplo, e Like A Prayer, classico del 1989, un pop elevato dal gospel che fu condannato dal Vaticano e che stavolta, sostenuto da un coro di trentacinque voci, proverà forse ad elargire un messaggio di pace. Un atto coraggioso più che altro perché mette pericolosamente a confronto l'artista creativa del passato e quella che deve dimostrare di essere ancora rilevante. Di certo non è una che tace e ama passare inosservata, soprattutto dopo le accuse di aver ignorato il boicottaggio della manifestazione in Israele. Gli attivisti per la causa palestinese hanno organizzato i due eventi alternativi Globalvision e Gazavision per protesta contro «l'apartheid israeliana» (pare alla presenza di Brian Eno) mentre Lady Ciccone, folgorata dagli insegnamenti Kabbalah, potrebbe optare per una visita sulla tomba dei rabbini fondatori della mistica ebraica. Insomma canzonette in un contesto geopolitico teso, in cui entra anche lo sfottò dell'ambasciata americana in Israele che sui social ha postato la stilettata: «Senza offesa, Europa, ma l'esibizione che ci aspettiamo di più all'Eurovision di Tel Aviv è di un'artista americana».

(Il Messaggero, 18 maggio 2019)


Gaza respira, sono arrivati gli aiuti del Qatar

Da alcuni giorni vengono distribuiti 11 milioni dollari giunti da Doha destinati a 108mila famiglie che vivono in condizioni di estrema indigenza. Ogni famiglia riceve 100 dollari con cui affrontare le necessità più urgenti

GERUSALEMME - L'emiro del Qatar ha mantenuto le promesse fatte dopo l'ultima escalation a Gaza tra Israele e le formazioni armate palestinesi. Oltre all'aiuto, 15 milioni al mese per sei mesi, che ha già elargito dalla fine dello scorso anno per Gaza, ora sono arrivate le prime tranche dei 480 milioni di dollari - 300 per l'Autorità Nazionale a Ramallah e 180 per aiuti umanitari a Gaza - messe a disposizione per coprire in parte i deficit dei due governi palestinesi e permettere il pagamento degli stipendi degli impiegati pubblici e i sussidi alle famiglie più povere. Un aiuto che giunge ancora più gradito in questo periodo in cui i musulmani osservano il Ramadan, un mese che prevede dopo il digiuno dall'alba al tramonto riunioni di famiglia, la preparazione di piatti tradizionali per il pasto serale e l'acquisto di regali per i bambini.
   Da alcuni giorni lunghe code si formano già all'alba davanti agli sportelli bancari dove vengono distribuiti 11 milioni dollari giunti da Doha destinati a 108mila famiglie che vivono in condizioni di estrema indigenza. Ogni famiglia riceve 100 dollari con cui affrontare le necessità più urgenti. La distribuzione avviene secondo un elenco alfabetico di nomi pubblicato su internet.
   L'ingresso dei fondi del Qatar avviene comunque con l'autorizzazione di Israele che continua il blocco di Gaza controllata da Hamas. Il movimento islamico, attraverso il leader Ismail Haniyeh, ha affermato nei giorni scorsi che la sua forza militare ha imposto "nuovi equilibri" a vantaggio dei palestinesi. La realtà sul terreno dice che per Gaza dopo guerre, scontri e combattimenti pagati a cari prezzo dalla popolazione civile, non è cambiato nulla. Israele continua ad imporre le sue rigide restrizioni a questo piccolo territorio palestinese.
   Il 13 maggio l'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha lanciato un appello per donazioni internazionali pari a 60 milioni di dollari entro la fine del mese, altrimenti a partire da giugno non potrà fornire assistenza alimentare a più di un milione di palestinesi di Gaza. Sono 620.000 i poveri estremi a Gaza che non possono coprire le loro necessità alimentari basilari e devono sopravvivere con 1,6 dollari al giorno, e quasi 390.000 poveri assoluti che sopravvivono con 3,5 dollari al giorno.

(Nena News, 18 maggio 2019)


I duemila anni di storia degli ebrei in Italia

Il museo dell'ebraismo italiano, a Ferrara, dimostra che integrare le minoranze arricchisce tutto il paese. Un messaggio fondamentale in un'epoca di crescente intolleranza.

di Harry D. Wall (The New York Times)

 
MEIS - Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah
L'epigrafe incisa in latino sull'antica tavola di pietra era breve e affettuosa: "Claudia Aster, prigioniera da Gerusalemme". Fu portata a Roma in catene dopo la repressione di una rivolta a Gerusalemme nel 70 dC. Sembra fosse la concubina di un notabile romano che volle darle una sepoltura dignitosa e che aggiunse un elemento insolito alla pietra funeraria: "Vi prego di prendervene cura e di rispettare la legge che vieta di rimuovere questa iscrizione". Questo omaggio è una delle tante rivelazioni del nuovo Museo dell'ebraismo italiano e della shoah (Meis), a Ferrara, e il cuore della prima grande mostra organizzata dal museo nel 2017, intitolata: Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni. La mostra esamina il lungo e complesso legame tra Roma e Gerusalemme, tra cristianesimo ed ebraismo.
  Gli ebrei vivono in Italia da più di duemila anni e sono una delle più antiche comunità della diaspora occidentale. Anche prima della distruzione del tempio di Gerusalemme, a quell'epoca il cuore dell'ebraismo, e il trasferimento e la messa in schiavitù dei prigionieri ebrei a Roma, c'erano ebrei che vivevano nell'Italia meridionale, dove erano arrivati come mercanti o profughi.
  La storia della vita degli ebrei in Italia potrebbe sembrare una lunga epopea di sofferenza e traumi: schiavitù all'epoca dei romani, nel medioevo l'inquisizione e la persecuzione da parte della chiesa, segregazione forzata in quartieri angusti. Nel 1516 a Venezia fu creato il primo di molti ghetti. Nel novecento ci furono il fascismo, le leggi razziali antisemitiche e l'olocausto. Quasi 7.700 ebrei furono uccisi su una popolazione totale di 44.500 persone.
  Esiste però un'altra faccia della storia ebraica italiana, fatta di accettazione, integrazione e perfino apprezzamento nel lungo arco di tempo di civilizzazione nella penisola. "Il dialogo storico con la cultura italiana ha arricchito l'ebraismo italiano e a sua volta l'ebraismo ha portato alla cultura italiana importanti contributi e valori", spiega Simonetta Della Seta, che dal 2016 è direttrice del museo.

 Dialogo e coesistenza
  Il museo è organizzato cronologicamente secondo le età della storia italiana, e la collezione permanente si arricchisce nel tempo di nuovi elementi. Ad aprile di quest'anno è stata inaugurata un'altra mostra dedicata agli ebrei e al rinascimento. All'olocausto il museo dedicherà un'esposizione permanente, che sarà inaugurata a settembre.
  Ferrara, una città dell'Italia nordorientale a metà strada tra Bologna e Venezia, che nel medioevo fu centro della vita ebraica, può sembrare una scelta strana come sede del museo. La città è stata un importante centro del rinascimento - dominata da un grande castello, centro nevralgico della potente famiglia degli Este, e circondata da mura e fortificazioni medievali -ma non rientra nelle destinazioni italiane più frequentate per quanto riguarda la cultura ebraica o il turismo più in generale. Il Meis, però, potrebbe cambiare le cose.
  Il museo è costruito in parte sui resti di una vecchia prigione di via Piangipane, un complesso di mattoni di due piani a poca distanza da quello che era il ghetto ebraico. Durante la seconda guerra mondiale nell'edificio furono rinchiusi i partigiani e gli ebrei. L'edificio ospitò le carceri cittadine fino al 1992. Perché scegliere una vecchia prigione per ospitare il museo?
  "La sfida è stata prendere un luogo buio in cui le persone venivano rinchiuse per trasformarlo in uno spazio aperto alle idee, alla cultura e al dialogo. Questa è la nostra missione", spiega Della Seta.
  La collezione del museo, con più di duecento pezzi e installazioni multimediali, sostiene questa narrazione alternativa fatta di coesistenza e di vari contributi. Un mosaico del quinto secolo, che ritrae due matrone, una con l'antico testamento e l'altra con il nuovo, mostra un'unica comunione di fede, un capitolo importante della relazione tra ebraismo e cristianesimo, che in altri momenti storici è stata difficile. Ci sono preziosi documenti e strumenti che descrivono il contributo ebraico nella medicina, nella scienza e nell'astronomia. In mostra ci sono anche i frammenti di antichi testi e manoscritti che sottolineano l'importanza della scrittura nella storia ebraica d'Italia. "Per secoli gli ebrei sono stati scrittori e scrivani. Poi sono diventati gli stampatori degli italiani", spiega Della Seta, aggiungendo che tra i primi editori d'Italia, durante il medioevo, ci sono state le stamperie ebraiche di Venezia e Soncino.
  Ferrara rappresenta un'epoca d'oro per l'ebraismo italiano. Nel cinquecento i duchi della città, gli Este, decisero di accogliere gli esiliati sefarditi spagnoli e altri ebrei, in un periodo in cui il potere politico della chiesa cattolica era dominante e gli ebrei venivano confinati nei ghetti a Roma e a Venezia.
  "Il duca capì che gli ebrei, in gran parte mercanti e commercianti, potevano contribuire alle ambizioni degli Este per lo sviluppo dell'industria tessile di Ferrara", spiega Andrea Pesaro, 82 anni, ingegnere in pensione e presidente della piccola comunità ebraica di Ferrara, che conta circa ottanta persone.
  Al suo apice, nel medioevo, la comunità ebraica di Ferrara era composta da duemila persone, racconta Pesaro. C'erano studiosi, medici e stampatori. Ma dopo la fine del regno degli Este la chiesa cattolica aumentò la sua influenza, le persecuzioni antisemite s'intensificarono e gli ebrei furono costretti a vivere in un ghetto dal 1627 fino all'emancipazione del 1859.
  "Gli ebrei vivono a Ferrara da più di mille anni", racconta Pesaro di fronte all'edificio della sinagoga, in via Mazzini 95, sede originale dal 1603. Oggi è in fase di restauro dopo che nel 2012 un terremoto l'ha danneggiata gravemente. L'edificio è semplice, di mattoni rossi, quasi indistinguibile. L'unica differenza con gli altri edifici sono le due targhe, vicino all'ingresso ad arco, che commemorano le vittime ferraresi dell'olocausto. All'interno gli ambienti più importanti sono la Scola tedesca (ashkenazita) e la Scola italiana. I soffitti a volta della Scola tedesca, con i candelabri e i vivaci motivi ebraici sulle pareti, contrastano con la semplicità dell'Arca della Torah e dei banchi di legno scuro.

 Un'istituzione pubblica
  Una passeggiata nel ghetto con Pesaro permette una commovente osservazione di un tempo lontano. Via Giuseppe Mazzini, una volta la principale strada del ghetto, oggi è piena di caffè e negozi, e di gente in bici che va in direzione della piazza centrale, dominata dalla cattedrale e dal castello estense.
  Due strette strade di ciottoli, adiacenti a via Mazzini, formano il cuore più riconoscibile del ghetto. Camminando in una di queste, via Vignatagliata, Pesaro mi indica gli edifici dove sorgevano il forno che produceva pane azzimo o la scuola ebraica, i cui alunni aumentarono dopo che le leggi razziali del 1938 impedirono agli ebrei di frequentare le scuole pubbliche. A sinistra c'è la piccola piazzetta intitolata a Isacco Lampronti, un noto rabbino, studioso e medico del settecento. La sera, quando le luci fioche danno un'aria malinconica alle strade, è facile immaginare quel periodo così buio per gli ebrei di Ferrara.
  Il cimitero ebraico, fuori dal ghetto, è impressionante, se non altro per le ampie porzioni d'erba senza lapidi. Quando chiedo a Pesaro dove siano finite tutte le pietre tombali, mi spiega che marmo e pietra furono requisiti nel Settecento, all'epoca dell'Inquisizione, per costruire i due pilastri che incorniciano l'ingresso alla sede del comune, di fronte alla cattedrale.
  Il cimitero ebraico attira molti visitatori, italiani e stranieri, che vengono soprattutto per rendere omaggio allo scrittore ferrarese Giorgio Bassani, noto in particolare per il romanzo Il giardino dei Pinzi Contini, che racconta la storia di una ricca famiglia ebrea che deve fare i conti con le leggi razziali prima di essere travolta dall'olocausto. La tomba dello scrittore è isolata rispetto alle altre e ha una lapide di bronzo che poggia su una lastra di pietra. Secondo Pesaro e altri componenti della comunità ebraica ferrarese, il libro è offensivo nei confronti della famiglia Pesaro, su cui il romanzo sembra essere basato, perché descrive la sua famiglia e gli ebrei di Ferrara come una comunità ignara del fascismo e dell'imminenza del proprio tragico destino. Il museo è un'istituzione pubblica, finanziata dallo stato, istituita con una legge nel 2003. Originariamente era stato concepito come un museo dell' olocausto, ma in seguito è stato deciso di includere anche la storia e l'eredità culturale dell'ebraismo italiano. È stato inaugurato il 13 dicembre 2017in due degli ex edifici carcerari. Quattro nuovi edifici, costruiti in modo da sembrare cinque, come i libri della Torah, saranno terminati entro il 2021. A quel punto il museo avrà una superficie di novemila metri quadri, per un costo stimato di cinquanta milioni di euro.

 Finalità più vaste
  All'ingresso si può vedere un filmato di 24 minuti che racconta la storia degli ebrei italiani attraverso alcune vicende individuali: uno schiavo ebreo, deportato da Gerusalemme a Roma nel primo secolo, uno studioso medievale che gode di uno status privilegiato, e una ragazza costretta a lasciare la scuola nel 1938 a causa delle leggi razziali. Dopo questo riassunto di storia si può raggiungere il secondo edificio facendo una breve passeggiata attraverso un giardino didattico che spiega le regole alimentari ebraiche.
  La mostra Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni, si concentrava soprattutto su Roma e sulle regioni meridionali (Sicilia, Puglia, Campania e Calabria) dove nel corso del primo millennio si stabilì la maggior parte degli ebrei. Dopo essere passati accanto a una replica dell'arco di Tito, che commemora la vittoria di Roma su Gerusalemme e ritrae alcuni soldati che portano con sé la menorah (la lampada a olio a sette bracci), i visitatori possono osservare alcuni manufatti originali o riproduzioni: antiche stampe, amuleti, anelli, sigilli e lampade a olio con simboli ebraici, manoscritti medievali. Alcuni di questi concessi in prestito permanente da altri musei italiani.
  Ci sono stanze che simulano le catacombe ebraiche di Roma, con pareti decorate da affreschi che ritraggono la menorah e altri simboli religiosi e caratteri scritti in ebraico. "Le catacombe ebraiche di Roma sono state una miniera per le nostre conoscenze sugli ebrei dell'età imperiale, circa quarantamila persone", spiega Della Seta.
  La mostra è organizzata in maniera tematica e cronologica: gli ebrei in Italia, il legame tra ebrei e cristiani, il contributo degli studiosi e degli scienziati ebrei. Gli schermi per vedere i video sono sistemati in modo strategico con interventi di storici, archeologi e rabbini che spiegano le loro scelte sui pezzi da esporre e gli eventi storici. I due piani del museo fanno emergere la tenacia e la portata della storia ebraica nel corso dei millenni. La penisola italiana è stata abitata da romani, goti, bizantini, longobardi e musulmani. L'unica presenza ininterrotta è stata quella degli ebrei, rimasti fedeli alla loro identità e alla loro civiltà nonostante le tante sfide alla loro sopravvivenza. Secondo l'Unione delle comunità ebraiche italiane, oggi in Italia ci sono circa trentamila ebrei, la maggioranza dei quali a Roma e a Milano.
  La missione del museo è alimentare il dialogo, la comprensione e la coesistenza, spiega Dario Disegni, presidente del Meis: "Il Meis racconta la storia di una minoranza che si è integrata nella società italiana ed è stata in grado di mantenere la sua identità culturale e religiosa. È davvero un modello, un punto di riferimento per la società italiana ed europea di oggi".
  È un messaggio, in un periodo in cui l'Italia e altri paesi europei sono messi alla prova da una nuova ondata d'immigrazione e di crescente intolleranza, che potrebbe conferire al Meis un'eco e finalità più vaste di quelle che normalmente hanno i musei storici.

(Internazionale, 17 maggio 2019)


I nuovi volti dell'ebraismo americano

Alla scoperta delle comunità indipendenti, fenomeno di un ebraismo giovane che non accetta etichette.

di Simone Somekh

 
NEW YORK - Stando ai numeri, la comunità ebraica degli Stati Uniti è la più grande al mondo; si parla di circa sette milioni di ebrei. Ma parlare di ebraismo americano come di un monolite è una forzatura, date le mille sfaccettature, movimenti e identità che lo compongono.
   Fino a pochi decenni fa, risultava forse più facile distinguere tra le tre correnti di ebraismo principali negli Stati Uniti, ovvero ebraismo riformato, conservative e ortodosso. All'interno di queste tre denominazioni, però, vi sono miriadi di sfumature, gruppi, organizzazioni differenti; esistono poi altri movimenti, come l'ebraismo ricostruzionista e quello renewal. Negli ultimi anni, con l'emergere di nuove comunità che non si identificano con alcun movimento e si definiscono «non-denominational», se non addirittura «post-denominational», risulta ancora più difficile compartimentare l'ebraismo americano.
   Nasce così il fenomeno degli independent minyanim, gruppi di preghiera indipendenti, ovvero comunità pop up fondate dal basso, gestite per lo più da volontari, sintomo di un ebraismo giovane che non accetta etichette. Spesso non vengono create per carenza di sinagoghe, ma, al contrario, per il desiderio di alcuni ebrei di distaccarsi dai modelli istituzionalizzati e tradizionali di comunità.

 Upper West Side
  Il primo esemplare nasce forse in un piccolo appartamento sulla 110ima strada dell'Upper West Side, a Manhattan, nell'aprile del 2001, quando sessanta giovani ebrei si stipano in un bilocale per recitare insieme la preghiera mattutina dello shabbat. È questo l'esordio di Kehilat Hadar, un gruppo di preghiera egalitario e indipendente che oggi conta almeno 200 partecipanti e che si riunisce quasi ogni venerdì sera e sabato mattina all'interno di uno spazio affittato dalla scuola Solomon Schechter. Negli anni, Hadar è diventato una vera e propria comunità basata su tre valori, la preghiera, lo studio e il volontariato. Oggi, oltre a lezioni e teffillot, organizza cene di shabbat e un ritiro annuale nella natura durante la festa di Shavuot.
   Nel suo libro Empowered Judaism: What Independent Minyanim Can Teach Us about Building Vibrant Jewish Communities, il rabbino Elie Kaunfer, uno dei tre fondatori di Hadar, definisce il concetto delle comunità indipendenti: sono gruppi di preghiera che si riuniscono regolarmente, spesso in spazi affittati per l'occasione, organizzati e gestiti da volontari, non affiliati ad alcuna denominazione o movimento religioso. Spesso vengono finanziati tramite donazioni piuttosto che da tasse annuali. Negli ultimi vent'anni ne sono emerse più di cento, tra New York, Washington D.C., Chicago, Los Angeles e San Francisco, in aree che attraggono giovani ebrei che, terminato il college, desiderano far parte di una comunità religiosa ma non si identificano nelle istituzioni più stagionate, che di solito attraggono famiglie e anziani.

 Mission District
  Una di queste comunità è il Mission Minyan, gruppo fondato nel 2003 nel Mission District di San Francisco, in California. Ogni sabato, una cinquantina di persone si riunisce in una stanza del Women's Building, a due passi dal Dolores Park, per una tefillà pluralistica vagamente simile al modello «partnership» di Shira Hadasha a Gerusalemme.
   Il Mission Minyan è egalitario, ma si pone la sfida di rispettare la halacha per quanto riguarda il ruolo delle donne nel rito della preghiera. I suoi fondatori hanno trovato un'interpretazione innovativa del termine minyan: se per gli ortodossi significa un gruppo di dieci uomini adulti e per i riformati un gruppo di dieci adulti (senza distinzione di genere), allora al Mission Minyan si raggiunge il minyan solo quando sono presenti dieci uomini adulti e dieci donne adulte.
   «Abbiamo fondato questo minyan perché non vi erano altre sinagoghe nella zona», spiega David Henkin, professore di storia presso l'università di Berkeley. Nato come ritrovo di dieci amici in un appartamento privato, grazie al passaparola, ha attratto col tempo molti sconosciuti, desiderosi di far parte di una comunità ebraica in cui studio, preghiera e spiritualità ricoprono un ruolo centrale.
   Nel 2005, il gruppo ha deciso di affittare uno spazio nel Women's Building, un centro comunitario di quartiere, dove tenere preghiere, lezioni ed eventi; talvolta, il venerdì sera, vi si riuniscono 90 partecipanti, che per Yom Kippur diventano quasi 300. Per permettere a tutti di partecipare, gli organizzatori hanno trovato un compromesso che accoglie sia gli ortodossi più liberali che coloro che provengono da ambienti più progressisti. Vi sono tre sezioni diverse in cui i partecipanti possono prendere posto durante la preghiera: una per gli uomini, una per le donne ed una mista.
   «Non vi è una struttura gerarchica», dice Henkin. La gestione dei diversi aspetti della vita comunitaria è affidata a gruppi di volontari. «Anche i giovani possono partecipare e ricoprire ruoli di leadership». La comunità è formata, tra gli altri, da professionisti della Silicon Valley, accademici e rabbini progressisti; le occasioni di studio e di confronto non mancano. La sfida? «Dipendiamo più dal volontariato e dalla manodopera dei partecipanti che dalle loro donazioni», dice Henkin.
   La preghiera e lo studio sono i due elementi che legano i partecipanti. «Tipicamente, queste sono attività che dividono gli ebrei piuttosto che unirli. Ciò che lega altre comunità - il Sionismo, la politica, le raccolte fondi - non ricoprono un ruolo centrale nella nostra»

 Washington Heights
  All'estremità nord di Manhattan, a pochi passi dalla Yeshiva University - una delle più grandi istituzioni del mondo ebraico ortodosso modern negli USA - nel 2014 è spuntata una nuova sinagoga «pop up». Situata all'interno del basement di un palazzo residenziale, la Beis Community è nata più come un esperimento della Orthodox Union che come vera e propria comunità indipendente. L'idea era quella di creare un nuovo modello di sinagoga ortodossa modern che includesse giovani professionisti provenienti da background religiosi differenti. La sinagoga segue la prassi ortodossa, ma si è distinta subito per la sua apertura, in netto contrasto con altri ambienti ortodossi che adottano l'etichetta modern.
   Forse proprio per via di questa «apertura», a un paio di anni dalla sua nascita, nel 2017, il Beis si è distaccato dalla Orthodox Union ed è diventato una comunità indipendente, finanziata dalle donazioni dei suoi partecipanti e gestita interamente dal basso. Tra la famosa musical havdalah, programmi di studio e di volontariato, lezioni sulla sessualità e sugli stereotipi di genere, il Beis certamente si distingue da una qualsiasi comunità ortodossa tradizionale.
   «Il nome parla chiaro. Volevamo creare una casa», dice Nathaniel Moldoff, uno dei giovani leader comunitari. «Altre sinagoghe sono molto istituzionalizzate. Noi volevamo creare uno spazio dove i partecipanti fossero anche coloro che organizzano le attività. Volevamo fare più spazio per le donne, che spesso si sentono marginalizzate in altre comunità, ma anche per le persone LGBTQ, per i convertiti e per gli ebrei di colore. Uno spazio che fosse ortodosso, ma dove tutti si sentissero benvenuti».
   Creare il Beis, continua Moldoff, ha permesso ai suoi leader di essere creativi e di inventare un concetto unico e nuovo, ispirato ad altre comunità sperimentali, come il Lab/Shul di New York e il Kitchen di San Francisco. Pur seguendo il rito ortodosso, il Beis non è formalmente affiliato al movimento ortodosso americano.
   Nonostante le ovvie differenze, in ognuna di queste comunità vige lo stesso mantra: Be the change you want to see. Sii il cambiamento che vuoi vedere. Questo è il motore che permette a queste piccole comunità indipendenti di sopravvivere e crescere, grazie all'impegno di ogni singolo partecipante.

(JoiMag, 17 maggio 2019)


Molto interessante la realtà di questo movimento giovanile di ebrei americani. "Ebrei del dissenso", potrebbero essere chiamati, ricordando il fenomeno dei "cattolici del dissenso" italiani di cinquant'anni fa. Tra questi molti avevano spinte fortemente politiche che li portavano ad essere adiacenti con quei "comunisti del dissenso" che negavano Stalin e osannavano Ho Chi Minh. Altri invece erano più calmi e cercavano un rinnovamento spirituale-liturgico che permettesse loro di continuare a dirsi cattolici, ma di prendere le distanze da certe forme istituzionali che apparivano ormai superate e limitanti. "Gruppi di preghiera indipendenti", "comunità fondate dal basso", giovani che "desiderano far parte di una comunità religiosa ma non si identificano nelle istituzioni più stagionate", sono espressioni presenti in questo articolo che in forma analoga venivano usate anche tra i giovani cattolici di allora. Stranamente, si direbbe che questa volta gli ebrei si sono fatti precedere dai cristiani. Ma forse non è così. Forse è soltanto il vento della “religione fai da te” che soffia sempre più forte e continua ad avanzare, cominciando dalle zone più esposte per arrivare a quelle più protette. M.C.


Cristiano Ronaldo e la maxi donazione ai palestinesi di Gaza in occasione del Ramadan

Giocatore indiscutibile in campo (chi potrebbe discutere un calciatore che ha vinto cinque palloni d'oro) ma discretamente discutibile nei comportamenti accessori (l'ultimo battibecco con Florenzi era abbondantemente evitabile), Cristiano Ronaldo dimostra ancora una volta di avere una forte sensibilità su alcuni temi extracalcistici.
Stavolta, secondo quanto riportato da diversi media online (e postato sui social in primo luogo dalla organizzazione no profit Onwadan's Charity Foundation), Cristiano Ronaldo avrebbe donato ben un milione e mezzo di dollari ai palestinesi di Gaza in occasione del Ramadan.
Cristiano Ronaldo non è nuovo a gesti di questo tipo, rivolti specialmente ai palestinesi:nel Novembre 2012 CR7 ha messo all'asta la propria Scarpa d'Oro per raccogliere fondi da devolvere ai bambini palestinesi.
Nel 2016, quindi, CR7 ha incontrato Ahmad Daubasha, bimbo di 5 anni unico sopravvissuto in una famiglia sterminata dai coloni israeliani, regalandogli una maglietta con dedica.
In mezzo, un altro gesto di "supporto" alla causa palestinese - che sicuramente ha fatto poco piacere alla controparte israeliana: nel Marzo del 2013, ai margini della gara tra Portogallo ed Israele per le qualificazioni al Mondiale del 2014, il fuoriclasse lustiano ha rifiutato lo scambio di maglia con un giocatore israeliano. Pur stringendogli la mano, CR7 si sarebbe giustificato dicendo che non avrebbe potuto indossare una maglietta con quella bandiera.
Tornando all'ambito della solidarietà - sicuramente meno opinabile - nel dicembre del 2016 CR7 ha effettuato una altra sostanziosa donazione a favore dei bambini siriani.
Pare evidente la forte sensibilità del numero 7 della Juventus, specialmente nei riguardi delle realtà meno fortunate tra i paesi islamici.

(NewNotizie, 17 maggio 2019)


Come Maradona. In quale misura un “amore” di questo tipo è sorretto dall'odio?


Università italiane stringono accordi con quella di Gaza dove si insegna la guerra a Israele

Tutto normale?

di Giulio Meotti

ROMA - Il 12 novembre responsabili della cooperazione Ue nei Territori palestinesi e dell'Agenzia Ue per l'istruzione hanno lanciato da Ramallah il nuovo programma Erasmus fra le università europee e palestinesi. Aderiscono l'irlandese Cork, Siena, Lubiana, la portoghese Evora e l'Unione delle università del Mediterraneo di Roma. Siena è la prima al mondo a mandare studenti all'Università islamica di Gaza. Iniziativa con le migliori intenzioni per tessere scambi fra la Striscia e l'Europa. Una delegazione senese fa visita all'Università di Gaza, come si legge nel portale universitario. Se non fosse che l'Università di Gaza non è come tutte le altre. "L'università presenta la filosofia di Hamas", ha detto al Baltimore Sun Jameela El Shanty, docente in quella università di Gaza. Voluta dal fondatore di Hamas, lo sceicco Yassin, l'università è stata accusata da Israele di mettere a disposizione "laboratori per i razzi", oltre che a fungere da "sede per riunioni segrete dei leader militari". Per questo Israele la colpì nel 2014. Al Fatah - rivale di Hamas - vi ha confiscato armi. Jonathan Halevi, ex ufficiale dell'intelligence israeliana, ha detto che l'università è un centro di "indottrinamento di Hamas". Parlamentari americani hanno fatto interpellanze su quell'università e Fatah ha accusato Hamas di avervi nascosto il caporale israeliano Gilad Shalit. L'Anti Defamation League ha rivelato che l'università ha tenuto un convegno sul "conflitto islamico-sionista". Uno dei partecipanti, Riyadh Qassim dell'Università di Gaza, ha detto che la sconfitta di Israele è una promessa divina. Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, vi ha parlato. Subhi Al Yaziji, decano di Studi coranici all'Università di Gaza, in tv ha detto che "sinagoghe e scuole" in Israele sono obiettivi, che "anche i bambini ebrei sono combattenti" e ha invocato la conquista islamica del Vaticano. Negli stessi giorni in cui da Siena partiva un primo studente per Gaza (con articolo sul Corriere della Sera), un docente di quella università, Muhammad Suleiman al Farra, su al Aqsa Tv (l'emittente di Hamas) diceva che tutto Israele è "un campo di battaglia". Ne sapeva qualcosa uno dei professori di quell'ateneo, Abdel Aziz al Rantisi, il capo di Hamas che organizzava attentati suicidi in Israele. Lo studente senese si sta specializzando in chirurgia d'urgenza a Gaza nel dipartimento creato da un altro dei capi di Hamas, il chirurgo Mahmoud al Zahar. E' lecito chiedere al Miur, a Siena e ai responsabili dell'Erasmus: è legittimo che le nostre università stabiliscano legami e interscambi con istituzioni accademiche usate da una organizzazione che persegue la distruzione di Israele?

(Il Foglio, 17 maggio 2019)


Una ragazza ebrea e il Sentiero della libertà

Il Sentiero della libertà arriva da Sulmona a Casoli. All'ingresso del paese, proprio dove passa "Il sentiero", c'era un campo di concentramento per ebrei.

di Ezio Pelino

 
Il Sentiero della libertà, arriva da Sulmona a Casoli. All'ingresso del paese, proprio dove passa "Il sentiero", c'era un campo di concentramento per ebrei. Chissà se qualcuno dei viandanti ne è stato a conoscenza: la "marcia" non si è mai fermata, per un doverosa riflessione, davanti a quel luogo. Durante le prime edizioni del "Sentiero" promosse dal liceo scientifico, non si sapeva nulla di quel luogo maledetto, di quell'anticamera della morte. È il libro di Livio Isaak Sirovich, "Non era una donna, era un bandito", che ci svela la tragica storia di un giovane ebreo triestino, Giacomo Nagler, recluso a Casoli con il padre e una cinquantina di altri ebrei italiani. E ci fa conoscere anche la straordinaria storia della sua fidanzata, Rita Rosenzweig, medaglia d'oro della Resistenza, unica donna che non fu staffetta, ma partigiana combattente.
   Scrive di lei, Furio Colombo: "coraggiosa e tenacissima partigiana della Brigata Aquila, in un piccolo distaccamento che cade nelle mani di un vasto rastrellamento congiunto di militi fascisti e di soldati tedeschi, e viene subito uccisa, mentre è già ferita, da un ufficiale italiano". Con l'entrata in guerra dell'Italia, vengono arrestati a Trieste cinquantuno ebrei, fra questi il giovane Kubi, rinchiuso nel campo di concentramento di Casoli. Rita scriveva a Kubi che era andata per curiosità a vedere un film, "Suss l'Ebreo", ma l'esperienza era stata terribile. "Ho sofferto le pene dell'inferno, durante la proiezione c'è stato un lancio di manifestini dalla galleria con la scritta a caratteri cubitali «Morte agli ebrei»".
   Alla famiglia viene tolta la cittadinanza e imposto il suo vecchio nome ebraico di Rosenzweig. Una svolta nella sua vita è la conoscenza di un uomo più maturo, un quarantenne. Un eroe pluridecorato, che, capo di Stato Maggiore della divisione Pasubio, ha combattuto da tenente colonnello in Russia. Intanto Kuby marcisce nel campo di concentramento di Casoli. L'unico conforto, qualche chiacchierata con il parroco. Le storie dei due fidanzati si dividono, ma entrambi troveranno una tragica morte. Kubi ad Auschwitz. Rita da eroina, combattendo insieme al suo uomo, divenuto capo partigiano della banda "L'Aquila", sul monte Comun, in contatto con il CLN di Verona. Rita rifiuta il ruolo femminile di staffetta, è partigiana combattente.
   La città di Verona, nel dopoguerra, tributerà onoranze speciali a Rita. Al suo nome sarà dedicata la via della sinagoga e le verrà assegnata la medaglia d'oro alla memoria. Alla cerimonia, a Verona, sarà presente Umberto Terracini, Presidente dell'Assemblea Costituente, con le rappresentanze dei Gruppi partigiani. Ora che il campo di concentramento di Casoli non è più anonimo, ma ha il volto di Kubi, di suo padre e di tanti altri ebrei, "Il sentiero della libertà" avrà il dovere di sostare davanti al tragico Campo, per un momento di riflessione. Essi non hanno avuto il loro sentiero della libertà. Finirono eliminati ad Auschwitz.

(L’incontro, 17 maggio 2019)


Felix Klein, un commissario contro l'antisemitismo in Germania

di Marina Gersony

Dai primi di maggio Felix Klein, classe 1968, nato a Darmstadt, diplomatico e avvocato tedesco specializzato in diritto internazionale, è stato nominato responsabile per la lotta all'antisemitismo in Germania. Un antisemitismo dai diversi volti e dalle molte sfaccettature a partire dall'antisemitismo dei pregiudizi che ha radice nei secoli a quello attuale delle estreme destre a quello che Klein chiama l'antisemitismo "importato" di matrice islamica.
   Come ha dichiarato in diverse interviste il nuovo commissario, la sua priorità è di registrare in modo più sistematico e preciso gli episodi di antisemitismo in Germania, un fenomeno in ascesa che desta la preoccupazione della comunità ebraica tedesca e internazionale: il 90% di quelli registrati ufficialmente - nel 2017 sono stati circa 1.500 - e provenienti da estremisti di destra anche se finora molti attacchi di matrice islamica non sono stati registrati.
   Già rappresentante del Governo Federale per la Vita Ebraica e la Lotta contro l'Antisemitismo in Germania, il diplomatico avrà un ruolo chiave per dare una risposta, contrastare e rendere più visibili i problemi legati all'antisemitismo.
   In un'intervista pubblicata dalla Jüdische Allgemeine (di Martin Krauss, in data 16.05.2019), Klein ha spiegato, tra l'altro, che da come è strutturata la Repubblica Federale, in molti casi il governo non è responsabile del tema in questione: «Pertanto - ha osservato Klein -, nei primi mesi del mio mandato ho sentito l'esigenza di creare anche delle strutture: ora ci sono dieci province rappresentative sulla lotta contro l'antisemitismo e per promuovere la vita ebraica. Siamo sulla strada giusta». Klein ha quindi dichiarato che «come Commissario Federale, non ho il diritto di ispezionare il fascicolo o di imporre sanzioni. Ma posso dire che tutti i ministeri federali lavorano insieme e c'è un'eccellente cooperazione con gli attori dei Länder, i comuni, le chiese, le fondazioni politiche e molte altre istituzioni».
   Chi è Felix Klein? Figlio di Hans Klein, violinista degli anni '50 nella Philharmonic Orchestra di Sibiu, il commissario ha un curriculum di tutto rispetto: dopo aver frequentato l'United World College a Duino (Trieste), ha studiato Legge a Friburgo e ottenuto in seguito un master presso la London School of Economics laureandosi infine a Bonn. Dopo altri studi prestigiosi, ha iniziato la sua carriera nel Foreign Office a Bonn. Tra i molti incarichi, è stato per un breve periodo anche Vice Console Generale a Milano.

(Bet Magazine Mosaico, 16 maggio 2019)



Antisemitismo: nuovo caso in Francia

'Morte agli ebrei' in vernice nera, con diverse svastiche, sul muro di cinta di una proprietà privata. A Villerest non è il primo caso.

Nuovi tag antisemiti sono stati scoperti a Villerest, nei pressi di Roanne, in Francia. La scritta in vernice nera "Morte agli ebrei", accompagnata da diverse svastiche è stata "scoperta sul muro di cinta di una proprietà privata lungo l'asse stradale che collega il comune di Roanne, il che la rende molto visibile", ha precisato il sindaco di Villerest, Philippe Perron, citato dalla stampa francese.
Un'inchiesta per fatti simili venne già aperta a fine marzo nello stesso comune.

(la Regione, 16 maggio 2019)


Show Eurovision, attacchi hacker. Madonna star: no al boicottaggio

di Davide Frattini

GERUSALEMME Il bar sul lungomare copre un centinaio di metri, le 85 bancarelle offrono ricette da tutto il mondo (l'hummus locale non può mancare), i grandi schermi garantiscono lo sguardo ingigantito sullo spettacolo. Banana Beach, così è chiamato questo tratto di spiaggia a Tel Aviv, potrebbe suonare come il titolo di una canzone in corsa all'Eurovision. E il pubblico che si gode la gara da qui è internazionale quanto la sfida canora: sono arrivati diecimila turisti musicali, meno del previsto, tanti per una città che conta mezzo milione di abitanti.
   «Sembrano dappertutto», commenta Eytan Schwartz, incaricato dal sindaco di organizzare l'accoglienza, di addestrare e rabbonire gli autisti di bus o i taxisti a volte piuttosto ruvidi. Di preparare la metropoli sul Mediterraneo - ormai ultracentenaria, è più vecchia di Israele, resta la bambina ribelle del Paese - ad accogliere quello che definisce «il regalo di Netta Barzilai»: con la vittoria l'anno scorso a Lisbona ha riportato in Israele il Microfono di cristallo vent'anni dopo il trionfo transex di Dana International.
   È stata Netta ad aprire la prima semifinale negli studi a nord di Tel Aviv emergendo da un enorme Maneki neko, il tradizionale gatto giapponese che dà il benvenuto. Delle diciassette nazioni in gara martedì sera, dieci hanno conquistato la finale. Ce l'ha fatta l'australiana Kate Miller-Heidke, considerata tra i favoriti con Zero Gravity: e in apparente assenza di gravità si è presentata sul palco, vestita come una principessa di ghiaccio, sostenuta da aste di ferro che i commentatori israeliani hanno bollato come shipudim, in ebraico significa spiedini. Alla serata di sabato approdano anche un'altra possibile vincitrice - la greca Katerine Duska con Better Love - e gli Hatari. Il gruppo ha voluto moderare le polemiche che si è portato dietro dall'Islanda - il centro Simon Wiesenthal contro l'antisemitismo ha chiesto il bando della loro canzone perché inneggerebbe all'odio - con un messaggio di pace: «Dobbiamo restare uniti e ricordarci di amare».
   I cinque Paesi che contribuiscono di più all'organizzazione dell'evento (i cosiddetti Big Five, più quest'anno Israele) passano automaticamente alla sfida dell'ultimo giorno. Così l'italiano Mahmoud - favorito dai sondaggi - si esibisce sabato sera con la canzone che gli ha fatto vincere Sanremo - Soldi - e con le parole «beve champagne sotto Ramadan» che potrebbero urtare le orecchie ipersensibili dei religiosi, il mese più sacro per i musulmani è cominciato una decina di giorni fa. I fedeli che pregano nella moschea non lontana dal villaggio festaiolo sulla spiaggia si sono già lamentati perché «il chiasso rovina la solennità del momento». Protestano anche i rabbini ultraortodossi che accusano la finale di essere «una profanazione dello Shabbat ebraico».
   Chi non si preoccupa delle critiche è Madonna, che è arrivata martedì sera e si è presa tutto l'ultimo piano di un albergo sul mare. L'ospite d'onore non ha ceduto alle pressioni del movimento che preme per il boicottaggio di Israele e accusa le celebrità di contribuire a oscurare con la luce dei riflettori la situazione dei palestinesi nei territori occupati. A Gaza diecimila manifestanti hanno marciato ieri per commemorare la Nakba, la catastrofe, quella che per loro è la nascita dello Stato d'Israele.
   Il sito della tv nazionale è stato piratato per pochi minuti e sugli schermi sono apparse le immagini di esplosioni a Tel Aviv: gli israeliani accusano Hamas del raid digitale, i fondamentalisti che spadroneggiano su Gaza hanno minacciato di guastare la festa dell'Eurovision.

(Corriere della Sera, 16 maggio 2019)


"Missili in arrivo", un finto allarme hacker turba l'Eurovision a Tel Aviv

Guerra cibernetica e guerra vera

di Gabriele Carrer

MILANO - Chi martedì sera era collegato con il centro Expo di Tel Aviv per la prima semifinale dell'Eurovision Song Contest 2019 dal sito Web della Kan, la tv di stato israeliana, è stato vittima di un attacco hacker. Al posto delle canzoni per due minuti è stato trasmesso un videomontaggio: il logo dell'Idf, le Forze di difesa israeliane, e una serie di minacce, tra cui esplosioni a Te! Aviv e messaggi come "Attenzione: rischio di attacco missilistico", con tanto di invito alla fuga per gli spettatori che si trovavano nel raggio di un chilometro dalla sede della gara, nel nord della città, e "Israele non è un posto sicuro. Vedrai!".
   Ieri, mentre a Gaza cominciavano le manifestazioni lungo il confine per la Nakba (cioè la "catastrofe" con cui i palestinesi ricordano la nascita dello Stato di Israele nel 1948), la Kan, l'emittente che trasmette il festival ha accusato Hamas, l'organizzazione palestinese che controlla la Striscia. L'amministratore delegato della Kan, Eldad Koblenz, ha spiegato alla radio militare israeliana che c'è stato un tentativo, "apparentemente da parte di Hamas" di prendere il controllo della trasmissione sul sito. Il tentativo è stato respinto in pochi minuti e questo ha evitato che l'hackeraggio influisse sulla trasmissione televisiva in Israele e all'estero.
   Hamas non ha minacciato esplicitamente l'Eurovision. Ma a inizio mese, pochi giorni prima dell'apertura del festival e delle celebrazioni per il settantunesimo anno di Israele, abbiamo assistito a 72 ore di razzi contro il Sud di Israele da parte di Hamas, decisa ad alzare la pressione con l'obiettivo di sbloccare i fondi dei donatori internazionali verso la Striscia, e raid aerei dell'Idf su una serie di obiettivi dell'organizzazione terroristica. Una tregua ufficiosa negoziata al Cairo tra i servizi segreti israeliani e l'ala politica di Hamas ha messo fino alle violenze.
   Rassicurata dalle parole del premier Benjamin Netanyahu nonostante alcuni giornali locali avessero definito Israele "ostaggio" del festival, l'Eurovisione, cioè l'organizzatore, ha deciso che "the show must go on", che lo spettacolo dovesse continuare. Il tutto nonostante il fermento dei gruppi filopalestinesi di boicottaggio contro Israele, fomentati da un gruppo nutrito di star e pronti a sfruttare il palcoscenico del concorso, un'occasione di respiro internazionale con imponenti flussi di turismo e che l'anno scorso ha visto collegati 186 milioni di persone per semifinali e finale, per ricattare il governo israeliano.
   Benché la tregua ufficiosa sia stata raggiunta anche per le preoccupazioni di Gerusalemme in vista dell'Eurovision, Hamas non pare disposta a rinunciare alle minacce, anche se cibernetiche e non a suon di razzi, contro la popolazione israeliana, come conferma l'hackeraggio di martedì sera. Da un po' di tempo, il gruppo terroristico della Striscia di Gaza sta utilizzando anche i cyber-attacchi per colpire Israele. Tuttavia, per la prima volta, domenica 5 maggio, Gerusalemme ha risposto con un raid, cioè un bombardamento, a un tentativo di hackeraggio, cioè un attacco cibernetico: è una svolta per la cyberwarfare. Israele, bloccato un attacco hacker da parte di Hamas, ha risposto abbattendo il quartier generale informatico dell'enclave. "Alcuni stati, come per esempio gli Stati Uniti, sin dal 2011 hanno previsto nelle loro policy di poter rispondere cineticamente ad attacchi cibernetici", ha spiegato Stefano Mele, avvocato esperto in diritto delle tecnologie e presidente della Commissione sicurezza cibernetica del Comitato Atlantico Italiano, all'agenzia Cyber Affairs. Ma, continua l'esperto, "questa è la prima volta che si ha notizia dell'attuazione pratica di una simile opzione all'interno di un conflitto tra stati e soprattutto con una reazione quasi in tempo reale".
   Guardando al piano legale della risposta di Gerusalemme si nota come, spiega Mele, considerando Hamas un "ente paragovernativo" Israele ritiene il "conflitto militare già in atto", di cui l'attacco hacker di Hamas "è da considerare soltanto come un piccolo tassello". Un tassello, assieme ai razzi dalla Striscia e alle minacce durante la diretta dell'Eurovision, per mettere pressione al premier Netanyahu.

(Il Foglio, 16 maggio 2019)


Cento ebrei sotto attacco. Helsingborg, laboratorio dell'antisemitismo europeo

"Schiacciare i sionisti" nella citta' svedese. Una donna accoltellata

di Giulio Meotti

 
Helsingborg
ROMA - Dal porto di Helsingborg, nel sud della Svezia, la Danimarca è vicinissima. Appena dieci chilometri separano la svedese Helsingborg dalla danese Helsingor e nell'ottobre 1943 lì arrivavano le barche che portavano in salvo gli ebrei danesi.
   Due giorni fa, Helsingborg ha visto l'aggressione a una donna appartenente alla locale comunità ebraica, accoltellata nove volte per strada in una delle ore di punta del mattino. "Ancora una volta gli ebrei in Europa sono in pericolo", ha detto il capo di stato israeliano Reuven Rivlin dopo aver appreso del "brutale accoltellamento". Questo episodio, ha aggiunto, "ci fa constatare che non bastano le memorie dell'Olocausto, che peraltro stanno svanendo, per garantire la sicurezza delle comunità ebraiche. Nel mentre le nostre scuole, le sinagoghe e i centri sociali vengono trasformati in fortezze".
   Helsingborg è un piccolo laboratorio dell'antisemitismo europeo. Una comunità piccolissima, soltanto cento membri su una popolazione di centomila abitanti, ma da anni sotto attacco e tensione. La scorsa settimana, un imam di Helsingborg, Samir El Rifai, è finito in tribunale per aver definito gli ebrei "figli di scimmie e maiali" durante un sermone a una manifestazione antisraeliana nella piazza Gustav Adolf in città. Il processo, che è stato riportato nei media nazionali, è il risultato di una denuncia presentata dall'ex leader della comunità ebraica di Helsingborg.
   La sinagoga di Helsingborg è già stata il bersaglio di un attacco incendiario. Il rabbino Shneur Kesselman ha personalmente assistito e sperimentato centinaia di episodi antisemiti e quasi tutti provenienti da famiglie di immigrati dal medio oriente. Quasi duecento gli episodi di antisemitismo in dieci anni. Circa un terzo della popolazione della vicina Malmö sono immigrati di prima o seconda generazione dal medio oriente, con grandi comunità provenienti da Iraq e Siria, secondo le statistiche del governo svedese. Lo scorso primo maggio, Ilmar Reepalu, già sindaco di Malmö, è stato filmato in una marcia di attivisti che hanno incitato a "schiacciare il sionismo" mentre sventolavano le bandiere della Lega socialdemocratica giovanile svedese, una branca del Partito socialdemocratico svedese del primo ministro al potere Stefan Löfven. Reepalu ha consigliato agli ebrei di Malmö e Helsingborg di prendere le distanze da Israele se vogliono rimanere al sicuro. Davide discolpati!
   Negli anni Settanta, la comunità ebraica di Malmö contava oltre duemila membri: oggi ne sono rimasti meno di cinquecento. Gli altri sono partiti per Stoccolma o per Israele. Il Centro Simon Wiesenthal ha diramato un avvertimento a tutti gli ebrei che si recano in visita a Malmö: "Togliete i segni religiosi in pubblico e non parlate ebraico". Per questo fra gli ebrei americani e israeliani, il nome di Malmö è associato alla città al mondo più pericolosa per gli ebrei.
   A Helsingborg, la comunità ebraica ha rifiutato persino di partecipare alle commemorazioni della Notte dei Cristalli del 1938 perché l'incontro era stato organizzato da partiti di sinistra e da attivisti musulmani ostili alla comunità ebraica. Dopo il pugnalamento della donna due giorni fa, Amnon Tsubari, padre di sette figli con la doppia cittadinanza svedese e israeliana, ha affermato: "Penso che il futuro dei miei figli sia in Israele".
   Nel 1943 a Helsingborg arrivavano gli ebrei in fuga dai rastrellamenti e dalle deportazioni naziste. Nel 2019 si rischia il percorso inverso.

(Il Foglio, 16 maggio 2019)


Storia di Merci, lo Schindler di Salonicco

Il nuovo libro di Nico Pirozzi. L'eroe: il capitano che salvò dalla deportazione circa trecento ebrei.

di Angelo Agrippa

Un diario misterioso, riscritto dopo qualche decennio dai tragici avvenimenti di Salonicco, nel quale il capitano Lucillo Merci racconta la coraggiosa operazione di cui si rese artefice per salvare circa 300 ebrei, ai quali fu concesso lo status di cittadini italiani per sottrarli alla deportazione. La fitta ragnatela di coincidenze che riporta, per alcuni tratti, a Napoli il bandolo della storia, dove il capitano si trasferì per studiare il tedesco presso l'Istituto Orientale, seguendo le lezioni del professore Christof Derichsweiler, traduttore dei libri di Benedetto Croce, per poter accreditarsi nel delicato ruolo di interlocutore dei vertici nazisti. Ed il profilo semplice, ma gloriosamente illuminato, dei due consoli italiani, Guelfo Zamboni e Giuseppe Castruccio, protagonisti di quell'eroismo della normalità che a distanza di così tanto tempo continua a seminare una scia di insinuanti domande in ciascuno di noi: se ci fossimo trovati al loro posto, saremmo stati in grado di agire con la stessa intrepida determinazione?
   La lezione che ne viene è che l'eroismo non si ammanta mai di vanità, tanto meno ha bisogno di motivazioni oltre quelle evidenti: agire per salvare vite umane. Un messaggio che piomba come un macigno sulle nostre coscienze soffocate dal silenzio complice e disorientato dinanzi all'attuale sterminio dei naufraghi del Mediterraneo. Durante il regime, gli ebrei furono vittime di persecuzioni e a milioni sterminati; qui, oggi, vi sono donne incinte e violentate, sofferenti traversate nel deserto, spietati trafficanti di uomini e il mare che, spesso, non separa il peggio del passato dalla speranza di un nuovo futuro, ma ciò che resta della vita - racimolata tra le piaghe della miseria e delle guerre - dalla morte che giunge come un inciampo maledetto sulle ultime miglia di navigazione. Nico Pirozzi, con le sue storie avvincenti dedicate a quegli «eroi normali» che salvarono migliaia di ebrei, continua ad inchiodarci alle responsabilità di oggi. E lo fa con questo suo ultimo lavoro Salonicco 1943 - Agonia e morte della Gerusalemme dei Balcani (Edizioni dell'Ippogrifo) con il quale rievoca i terribili 157 giorni che servirono ai nazisti per dichiarare Salonicco Judenfrei: città liberata dagli ebrei. Pirozzi non concentra l'attenzione esclusivamente sui documenti in suo possesso, ma ne esplora l'anima, indaga i contesti, ridisegna i volti dei protagonisti, illumina la scena senza perdersi un angolo del racconto e ci accompagna per mano fino alla fermata del bus di Villa Olga, l'antica sede del Consolato italiano a Salonicco, oggi in abbandono, metafora esiziale del nostro neghittoso rapporto con il passato, ma anche del distacco dalla atroce esperienza del presente.
   La ricostruzione della vicenda si avvale del diario manoscritto lasciato dall'allora capitano del Regio esercito, Merci, interprete presso gli uffici consolari e vero ponte tra la rappresentanza diplomatica italiana e i due ufficiali delle SS incaricati della soluzione finale. Uno dei numerosi Schindler italiani che hanno saputo fare dell'anonimato il marmo scolpito della loro generosità di eroi: un monumento alla dignità umana. Sentendosi fino in fondo persone normali.

(Corriere del Mezzogiorno, 16 maggio 2019)


L'identità ebraica dalle mille anime

A La Sapienza di Roma un seminario dedicato al libro di Maurizio Molinari: "Ebrei in Italia: un problema di identità (1870 - 1938)"

 
Un'identità ebraica italiana viva, composta da molte anime, figlia dell'Emancipazione, che il nazifascismo ha tentato di distruggere, tradita poi dal Comunismo, ed oggi protagonista di una rinascita. Questo il tema del seminario che si è tenuto all'Università "La Sapienza" di Roma, alla Facoltà di Giurisprudenza, titolato "L'identità ebraica" e dedicato al libro del Direttore de La Stampa Maurizio Molinari: "Ebrei in Italia: un problema di identità (1870 - 1938)" pubblicato nel '91, che ripercorre ed interpreta la storia dell'ebraismo italiano dall'Emancipazione sino alle leggi razziali.

- Tre identità "più una"
  «La migliore risposta alla Shoah e alla persecuzione - ha spiegato Molinari - è la ricostruzione dell'identità precedente, che il nazifascismo voleva distruggere». La fotografia dell'ebraismo italiano prima delle persecuzioni è il ritratto di un'identità forte, viva e partecipe nella vita pubblica, composta da tre anime, "più una": «Si trattava di un mondo ebraico che aveva fondamentalmente un'identità laica, di natura risorgimentale, una religiosa, e un'altra Sionista, quindi l'identificazione con il Risorgimento in terra d'Israele. Ma c'è un'altra identità, ed è quella degli ebrei libici di cultura italiana: quando gli italiani entrano a Tripoli nel 1911, gli ebrei libici, in gran parte di cultura italiana, si riconoscono in questa. Anche questa è una storia ebraica italiana».

- Dal nazifascismo alla Seconda Repubblica
  Il Direttore ha poi ricordato come il fascismo e il nazismo hanno tentato di distruggere tutto questo, rievocando gli studi e le riflessioni di Dan Segre e Bruno Zevi, «due grandi ebrei italiani», sull'impatto delle persecuzioni sulla popolazione. Dopo la guerra la Democrazia Cristiana, che dimostrò tolleranza e comprensione nei confronti degli ebrei, come partito confessionale non accettò l'identità ebraica. Il Partito Comunista, che con gli ebrei condivise molte battaglie, nel 1967 li tradì schierandosi con l'Unione Sovietica e abbracciando l'antisionismo. Queste "ferite", secondo il Direttore, «oggi in Italia sono state superate con la Seconda Repubblica e la nascita di nuove forze politiche, di centro destra e di centro sinistra, portatrici della volontà di ricongiungersi con l'identità ebraica».

- Il Rinascimento dell'ebraismo italiano
  È così che oggi l'ebraismo è tornato a vivere in Italia: «Nelle Comunità ebraiche ci sono i religiosi, i laici, gli ultralaici, e i sionisti. Stiamo assistendo a un Rinascimento dell'ebraismo italiano. In termini di vivacità intellettuale, capacità di espressione, e contrasti, anche aspri. Gli ebrei italiani ripetono la vivacità culturale che c'era prima del 1938, e questo testimonia come la vita è sempre più forte della morte».
  Al seminario sono intervenuti tra gli altri Guido Alpa (Professore emerito di diritto civile a La Sapienza), Massimo Brutti (Professore Emerito di Istituzioni di diritto romano), Riccardo Di Segni (Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma), Ruth Dureghello (Presidente della Comunità ebraica di Roma), David Meghnagi (Professore dell'Università Roma Tre), Paolo Ridola (preside della Facoltà di Giurisprudenza), Laura Moscati (direttore del Dottorato di Ricerca), e Massimo Brutti (ordinario di Diritto Romano a "La Sapienza" di Roma).

(La Stampa, 16 maggio 2019)


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