Così dice l'Eterno alla casa di Giacobbe, l'Eterno che riscattò Abraamo: Giacobbe non avrà più da vergognarsi, e la sua faccia non impallidirà più. Poiché quando i suoi figli vedranno in mezzo a loro l'opera delle mie mani, santificheranno il mio nome, santificheranno il Santo di Giacobbe, e temeranno grandemente l'Iddio d'Israele.
Isaia 29:22-23

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Ebrei e arabi adorano insieme a Nazaret
























67% dei palestinesi per le dimissioni Abu Mazen

Aumenta la sfiducia dopo le leggi su cyber crime e arresti di giornalisti

La grande maggioranza dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza ritiene che il presidente Abu Mazen (Mahmoud Abbas) debba dimettersi. Lo indica un sondaggio - condotto dal Centro palestinese per la politica e la ricerca (Psr) e riferito oggi dall'agenzia Maan - secondo cui il 67% del campione - era al 62% tre mesi fa - si schiera per le dimissioni di Abu Mazen mentre il 27% vuole che resti in carica. Il Centro sottolinea che in Cisgiordania questa percentuale è al 60% e all'80% nella Striscia di Gaza controllata da Hamas.
Ad aumentare la sfiducia nei confronti del presidente dell'Anp è la preoccupazione della popolazione palestinese per il futuro delle libertà civili nei Territori" dopo le recenti legge di Abu Mazen sul cyber crimine e gli interventi su giornalisti e attivisti critici dell'Autorità nazionale palestinese (Anp). Il sondaggio assegna, in caso di elezioni, il primato al leader di Hamas, Ismail Haniyeh, che batterebbe Abu Mazen. Ma Fatah resterebbe il partito più popolare in Cisgiordania.

(ANSAmed, 22 settembre 2017)


Sulle rive del Bosforo, tra dolce vita e nuove inquietudini

Come vivono oggi gli ebrei in Turchia? Di fatto, nell'ultimo anno, sono circa 6200 gli ebrei ad aver chiesto (e ottenuto) passaporti da Spagna, Portogallo e Israele. Eppure, le partenze effettive sono ancora poche. Nonostante i timori e il rischio attentati, per i 17 mila ebrei turchi la vita prosegue nell'assoluta e pacata normalità.

di Mara Vigevani

Chiedere a un ebreo turco oggi perché non ha ancora deciso di lasciare il suo Paese, suona offensivo: le radici dell'ebraismo sefardita turco risalgono a più di 500 anni fa, alla cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492. Da allora ci sono stati periodi di tensione, ma anche molti altri di prosperità. La comunità turca è oggi l'ultimo avamposto dell'ebraismo Sfaradi, sefardita, e della quasi estinta lingua degli ebrei di origine spagnola: il Ladino o spagnolito. Dopo l'espulsione gli ebrei sefarditi si sono insediati in Turchia, Yugoslavia, Bulgaria e Grecia. La Germania nazista ha annientato quasi tutte le comunità balcaniche e solo quella turca è rimasta intatta. Negli anni
  Venti del Novecento, la comunità turca contava circa 80.000 ebrei. Oggi, ce ne sono circa 17.000, di cui circa 2000 a Izmir (Smirne), qualche decina sparsi tra Bursa, Ankara e il resto del Paese e la stragrande maggioranza a Istanbul. Una comunità, quest'ultima, oggi abbastanza grande per sostenere e organizzare una ricca vita comunitaria, ma anche piccola se pensiamo in termini assoluti, e difficile da mantenere. Istanbul è una città dinamica, in continua evoluzione; molti ebrei vivono in case sulle rive del Bosforo e hanno abbandonato il vecchio quartiere genovese di Galata dove tuttavia c'è la Grande Sinagoga di Nevè Shalom, oggi aperta solo per i matrimoni. Negli ultimi vent'anni, il numero di matrimoni misti tra ebrei e musulmani è aumentato, soprattutto a causa del fatto che la Comunità è piccola e non offre quindi un'ampia scelta di partner. La maggior parte degli ebrei vive nei "quartieri bene" della città, ad esempio a Nisantas, Sisli, Etiler, abitati da musulmani laici e professionisti, dove non si respira in nessun modo un'atmosfera antisemita.
  La dicotomia tra discorso pubblico e società civile è oggi il nodo principale per il mondo ebraico che vive sul Bosforo. E il doppio registro del discorso politico, non solo limitato al sentimento anti-israeliano, è forse il più grande problema che gli ebrei turchi si trovano a dover affrontare. Siamo quindi di fronte al prologo di un altro periodo buio, come ce ne sono stati molti nella storia - e che verrà superato da una comunità radicata da più di 500 anni -, o stiamo per assistere alla scomparsa della presenza ebraica in Turchia? Cosa sta accadendo di diverso agli ebrei rispetto agli altri cittadini turchi? «Gli ebrei oggi vivono le stesse difficoltà dei loro connazionali di altre etnie o fedi religiose, la loro realtà riflette quella del Paese. Molti provano le stesse inquietudini e timori, al di là della loro origine e appartenenza», spiega A. C., 55 anni, di Smirne.
  Di fatto, il presidente Recep Tayyip Erdogan proclama insistentemente di non essere affatto un antisemita. Nell'augurio per la festività di Pesach alla Comunità ebraica, nello scorso aprile, ha sottolineato nuovamente che gli ebrei della Turchia sono da secoli parte integrante del Paese e della sua società. «Essi hanno contribuito notevolmente alla crescita del nostro Paese nell'economia, nel commercio e nella società», ha ripetuto. ll leader turco ha anche descritto gli ebrei turchi come «cittadini uguali a tutti nel nostro Stato, persone con cui viviamo in pace e fiducia». Ma i sondaggi documentano un aumento dell'antisemitismo nell'ultimo decennio, senza capire se sia legato al clima generale o al vento più nazionalista e islamico che sta soffiando ovunque. Di fatto, le istituzioni ebraiche sono fortemente protette, con un maggiore apparato di sicurezza interna dopo gli attacchi alle due sinagoghe di Istanbul nel 2003, che hanno provocato venti morti. Il cittadino turco "medio" non sempre distingue tra Israele e gli ebrei, e in un paese di 80 milioni di cittadini la maggior parte delle persone non ha mai incontrato un ebreo, lasciando la comunità vulnerabile e vittima di stereotipi, pregiudizi e caratterizzazioni negative. Proprio per questo il mondo ebraico aspetta ancora di capire quale influenza avranno sulla sua vita i cambiamenti politici degli ultimi anni.
  «Ho deciso di lasciare Istanbul già qualche anno fa, quando mio figlio doveva iniziare la prima elementare - dice A. Y., un giovane ebreo di Istanbul, che ha fatto l'aliyà tre anni fa -. In Turchia avevo una fabbrica tessile con mio fratello; tutto andava bene, ma nell'ultimo periodo abbiamo notato che gli ispettori per il controllo anti inquinamento arrivavano solo nella nostra fabbrica, quasi una volta al mese. Nelle altre, invece, i controlli avvenivano una volta all'anno e non era difficile convincerli a chiudere un occhio. Con noi erano diventati molto severi. Ogni volta ero molto teso, avevo paura che il loro obiettivo fosse accusarmi di qualcosa e trovare un pretesto per danneggiare la nostra attività. Così, con mio fratello, abbiamo deciso di fare l'aliyà».
  Per la Turchia, quest'ultimo è stato un tempestoso periodo politico, culminato nel voto controverso al referendum del 16 aprile 2017, che ha esteso il potere esecutivo, già considerevole, del Presidente Erdogan, Non a caso, negli ultimi 15 mesi quasi 4.700 ebrei turchi hanno chiesto o ricevuto passaporti da Spagna, Portogallo e Israele. Contando anche i bambini, il numero sale a oltre 6.200. Cifre non trascurabili.
  Nel 2015 le richieste di passaporti stranieri da parte degli ebrei sono aumentate, specie dopo l'approvazione di una legge in Portogallo che rende più facile richiedere un passaporto, per chi dimostra origini sefardite. Certo più facile rispetto alle procedure della Spagna. Tra il marzo e il dicembre 2016, circa il 13 per cento della Comunità ebraica ha chiesto passaporti stranieri. Nello stesso periodo, la Spagna ha approvato le richieste di 2.400 ebrei turchi la cui domanda era in sospeso.
  Senza contare poi che i dati dell'Agenzia Ebraica dimostrano che il numero di ebrei che decidono di trasferirsi in Israele è in netta crescita: più di 220 nel 2016 e 7 4 tra gennaio e marzo 2017, quasi il triplo rispetto al trimestre dello scorso anno. Nonostante tutto, però, la vita della comunità continua nella sua pacata normalità: le numerose sinagoghe di Istanbul sono attive, così come l'unica scuola ebraica della città, mentre a Smirne le sinagoghe sono 16, di cui nove antichissime ( e restaurate con soldi pubblici), ma non tutte aperte ogni shabbat.
  Anche Virna Gumusgerdan, managing editor presso Salom, il giornale della comunità ebraica, ha richiesto il passaporto spagnolo: «La possibilità di presentare la domanda per ottenere il passaporto spagnolo si è aperta quasi dieci anni fa. Ho fatto domanda otto anni fa e l'ho ricevuto l'anno scorso. Il motivo della richiesta è stato semplicemente quello di avere un passaporto europeo con cui fosse più facile viaggiare, invece di dover sempre chiedere il visto: ma per ora non sto pensando affatto di andare a vivere in Spagna. Credo che la maggior parte dei candidati al passaporto non abbia davvero voglia di trasferirsi, ma desideri solo un passaporto più agile. Rispetto a solo qualche anno fa, oggi è diventato meno facile ricevere il documento spagnolo, bisogna fare un esame di cultura e storia spagnola e anche di lingua. Per questo, adesso molti ebrei optano per il passaporto portoghese. Ad esempio, mia nipote ha fatto domanda per ottenere il passaporto spagnolo con me, e all'epoca aveva 12 anni. Quando la sua richiesta è stata accettata ne aveva già compiuti 18 e avrebbe dovuto rifare la procedura come maggiorenne. Stufa di aspettare, ora ha chiesto il passaporto portoghese». Di fatto, un esodo vero e proprio dalla Turchia sembra ancora un'ipotesi remota. «Penso che siano pochi, tra i 100 e i 150, gli ebrei che lasciano la Turchia ogni anno. C'è un aumento del 25-30 per cento rispetto all'anno scorso ... Ma devo dire che i numeri non sono precisi e non sono ufficiali. La politica non influisce sulla nostra vita quotidiana o comunque la influenza quanto qualsiasi altro cittadino. Di solito l'antisemitismo non ci tocca mai personalmente, ne veniamo a conoscenza attraverso i media, con casi specifici». «Qui si vive bene, non c'è motivo di preoccupazione seria, le nostre paure sono quelle condivise con qualsiasi cittadino europeo oggi», sottolinea C.V. imprenditore. Serpeggia tuttavia, più che in passato, la paura di attacchi ai centri ebraici. «L'anno scorso è stato arrestato un terrorista che stava progettando un attentato alle istituzioni ebraiche. La cosa ha causato un'enorme ansia. Penso che alcuni genitori abbiano deciso di non mandare più i loro figli alla scuola ebraica per questo motivo». M. H. e E. G., genitori di due ragazzi in età da Bar e Bat Mitzvà, non avevano mai preso in considerazione l'idea di lasciare Istanbul: «Qui abitano i nostri genitori, qui siamo cresciuti, abbiamo un buon lavoro e fino alla scorsa estate, dopo il tentato colpo di Stato, non abbiamo mai pensato di andarcene. - racconta M. H. - Solo negli ultimi mesi abbiamo capito che la crisi economica c'è. Ora abbiamo un passaporto portoghese e abbiamo fatto richiesta per ottenere un permesso di lavoro in Canada». Anche l'incerta situazione economica porta molti ebrei a decidere di lasciare il Paese. Alcuni settori come il turismo, l'agricoltura e le esportazioni sono in crisi; altri invece, come le costruzioni, l'immobiliare e l'edilizia in genere, stanno rifiorendo.
  Attaccatissimi alla Turchia e innamorati della bellezza del loro Paese, gli ebrei preferirebbero non dover mai partire né dover mettere in valigia antiche tradizioni o delizie del palato (fasulia, tomat con aroz, kofte, umam bayildi). La maggior parte di loro oggi, per scaramanzia, pensa a preparare una eventuale via di fuga. Ma di certo aspetterà fino all'ultimo secondo pur di non intraprenderla.

(Bollettino della Comunità Ebraica di Milano, settembre 2017)


Apple e Israele: le collaborazioni e novità più interessanti

Apple e Israele: le collaborazioni e novità più interessanti. Apple Israel già dallo scorso mese di febbraio aveva attivato una campagna volta a reclutare ingegneri israeliani specializzati in sensori, elaborazione delle immagini, imaging del computer e ottica, per produrre il nuovo iPhone.
Infatti, una gran parte della nuova tecnologia della fotocamera inclusa nei prossimi modelli di iPhone, secondo indiscrezioni, sarebbe stata prodotta proprio dagli ingegneri israeliani di Herzliya.
Una fonte anonima ha rivelato:
Il prossimo iPhone includerà molte tecnologie sviluppate in Israele.
Sotto la direzione del nuovo amministratore delegato di Apple Israele, Rony Friedman, Apple ha reclutato decine di ingegneri tra cui un direttore tecnico in grafica informatica, che sarà responsabile della modellazione tridimensionale.
Ciò che emerge dalla campagna di reclutamento è che probabilmente nell'iPhone 8 ci sia una impronta israeliana. Mentre ulteriori informazioni non sono ancora state rese note, indiscrezioni rivelano che forse la nuova fotocamera 3D, che consentirà all'iPhone di identificare le profondità nelle immagini e nei video, sia made in Israel. Ciò consente, ad esempio, la creazione di modelli tridimensionali di oggetti applicazioni avanzate o giochi.
Inoltre, occorre ricordare la recente acquisizione da parte di Apple dell'israeliana RealFace la cui tecnologia probabilmente contribuisce alla possibilità di una fotocamera 3D di identificare con precisione la faccia dell'utente, simile all'identificazione delle impronte digitali.

(SiliconWadi, 22 settembre 2017)


Hezbollah è un vero esercito

Hezbollah dispone di più di 10.000 combattenti, nella Siria meridionale, pronti ad affrontare Israele. Lo ha dichiarato questa settimana un alto comandante del gruppo terroristico sciita libanese sostenuto dall'Iran. "Hezbollah ha oltre 10.000 combattenti dispiegati nel sud della Siria - ha detto il comandante, citato da Middle East Eye - Hezbollah è un vero esercito con fanteria, razzi, carri armati e forze d'élite". Il comandante ha spiegato che i combattenti sono schierati nelle zone attorno alle alture del Golan, dove vengono costruite postazioni e gallerie in vista di uno scontro con Israele. "Operiamo come nel Libano meridionale - ha spiegato - ma ovviamente in modo più nascosto". A proposito della tregua nella Siria meridionale sotto gli auspici di Russia e Nazioni Unite, il comandante ha affermato che il "piano di de-escalation a noi sta bene: operiamo con maggiore libertà, non ci sono più bombardamenti". Il comandante ha poi detto che la prossima guerra con Israele potrebbe partire dalla Siria "ma ciò che conta davvero è dove finirà: magari a Netanya, Haifa o Kiryat Shmona" (tutte località israeliane). Gli osservatori stimano che Hezbollah disponga di un arsenale tra i 100 e i 150.000 missili a breve, medio e lungo raggio, e di una forza combattente di circa 50.000 miliziani, compresi i riservisti.

(israele.net, 22 settembre 2017)


Interprete iraniano "edulcora" il discorso di Trump

Traducendolo per la TV di Stato ha alleggerito le condanne: «Parlava male del mio Paese, chiunque l'avrebbe fatto».

Donald Trump. Nel tondo il traduttore Nima Chitsaz
NEW YORK / TEHERAN - Donald Trump può denunciare e minacciare l'Iran quanto vuole se, quando viene tradotto dalla televisione di Stato degli Ayatollah, i suoi strali vengono "edulcorati" dagli interpreti. È successo, emerge ora, durante il primo discorso tenuto dal presidente americano all'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Come riporta la BBC, uno zelante interprete ha infatti modificato a suo piacimento le frasi di condanna più dure espresse da Trump alla volta di Teheran. Così, quando in inglese il presidente USA diceva:
«Il regime di Teheran ha trasformato un Paese benestante e con una ricca storia e cultura in uno Stato canaglia economicamente impoverito le cui esportazioni principali sono la violenza, lo spargimento di sangue e il caos»
L'interprete del canale statale IRINN traduceva in persiano:
«Secondo noi, gli iraniani potrebbero stare meglio».
E ancora:
«È questo che porta il regime a limitare l'accesso a internet, rimuovere le parabole satellitari, sparare a studenti che manifestano disarmati e imprigionare i riformisti»
diventata:
«Ci sono molte cose in Iran che consideriamo inaccettabili».
L'interprete responsabile di questa traduzione non proprio ortodossa ha difeso il proprio operato in un video postato su Twitter. «Nel suo discorso alle Nazioni Unite Trump ha fatto delle considerazioni contro l'Iran che io non ho tradotto», ha spiegato Nima Chitsaz come riporta la BBC. «Perché ho scelto di non tradurle? Punto primo, perché non corrispondevano al vero. Punto secondo, perché erano contro il mio Paese, contro l'Iran», ha argomentato l'interprete. E ha aggiunto: «Non penso che sarebbe stato giusto parlare male del mio proprio Paese sulla televisione nazionale». Chitsaz è convinto che molti, o meglio, «tutti» gli darebbero ragione: «Penso che chiunque altro avrebbe fatto lo stesso», ha concluso.
Ad accorgersi della discrepanza fra il discorso in inglese (trasmesso live dal canale anglofono di IRINN) e quello in persiano sono stati alcuni telespettatori che l'hanno segnalato sui social media.
Su Twitter, molti utenti hanno criticato Chitsaz. «Non stavi parlando male del tuo Paese. Stavi solo traducendo. Almeno trova una scusa migliore», scrive uno. «Stai dicendo che chi ascolta non è abbastanza intelligente da capire quali considerazioni (di Trump, ndr) sono sbagliate e quali giuste?», gli fa eco un altro. «No comment», chiude il discorso un terzo.

(tio.ch, 22 settembre 2017)


La Corte suprema: In Israele servizio militare per tutti!

Finora la comunità ultraortodossa era esentata dalla naia, obbligatoria per gli altri i cittadini israeliani. Il 12 settembre la Corte suprema ha annullato il privilegio. Il governo ha un anno di tempo per adeguarsi.

di Christophe Lafontaine

 
Militari di Tzahal, l'esercito israeliano
Nei giorni scorsi la Corte suprema israeliana è tornata ad occuparsi dell'esenzione dal servizio di leva per gli ultraortodossi. Obbligatorio dall'età di 18 anni, salvo eccezioni, in Israele il servizio militare è di due anni e otto mesi per gli uomini, e di due anni per le donne. Le norme sul servizio militare sono formalizzate in una legge del 2014, denominata «condivisione del fardello», varata grazie alle pressioni esercitate dal partito Yesh Atid, allora al governo. All'esame dei giudici vi era un emendamento a questa legge, introdotto nel 2015, che prevedeva un sensibile innalzamento dei coscritti tra i maschi ultraortodossi. Questi ultimi (gli haredim) erano tuttavia riusciti a far fare dietro-front al governo, ottenendo nel 2015 l'emendamento favorevole che avrebbe dovuto garantir loro una vita religiosa lontano dagli obblighi militari fino al 2023. I giudici della Corte suprema, otto contro uno, hanno invece deciso che quel testo favorisce gli studenti di religione rispetto agli altri. Giudicando che l'emendamento «viola il principio dell'uguaglianza», la più alta istanza giudiziaria del Paese lo scorso 12 settembre ne ha invalidato il testo.
   Dalla creazione dello Stato di Israele (1948), e su decisione del suo padre fondatore David Ben Gurion, gli ultraortodossi beneficiano di esenzioni generalizzate per via del loro statuto di studiosi delle yeshiva, le scuole religiose. Sono interamente consacrati allo studio della legge e della religione ebraica, osservano scrupolosamente tutte le regole del giudaismo in ogni aspetto della vita quotidiana e spirituale. Considerano perciò la coscrizione come una sorta di tentazione per i giovani, esposti fuori dal mondo chiuso della preghiera e dello studio religioso. Non di rado, in passato, si sono visti haredim arruolati a forza, cosa che ha generato tensioni, come nel marzo di quest'anno vicino a Tel Aviv, quando l'arresto di alcuni haredim che si rifiutavano di entrare nelle forze armate provocò manifestazioni della comunità ultraortodossa.
   In un Paese in cui l'esercito occupa uno spazio centrale, l'esenzione degli ultra-ortodossi dal servizio militare è diventata motivo di risentimento sempre più forte da parte degli altri cittadini israeliani. Tanto più che la comunità degli haredim, nota per avere famiglie numerose, rappresenta circa il 10 per cento della popolazione e, secondo le proiezioni demografiche, da qui al 2050 potrebbe costituire un quarto degli israeliani.
   Il capofila di Yesh Atid, il centrista laico Yair Lapid, membro del precedente governo Netanyahu, ha applaudito sulla sua pagina Facebook la decisione della Corte suprema. La coscrizione è fatta «per tutti, non solo per gli imbecilli che non hanno un partito nella coalizione» ha scritto. Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman il 13 settembre ha annunciato che sosterrà il giudizio della Corte suprema. «Non ci sono cittadini di prima e di seconda classe - ha detto -. Ciascun giovane di 18 anni si deve presentare per un servizio nazionale o militare». E davanti alla Knesset ha precisato: «Parlo degli ebrei, ma anche dei musulmani e dei cristiani. Mi aspetto da tutti i cittadini di Israele che si identifichino nello Stato».
   Citato dal Times of Israel, Yisrael Litzman, del partito Yahadout HaTorah, ha invece affermato che la decisione rientra in una «guerra totale contro il giudaismo». Il ministro della Sanità Yaacov Litzman, alla testa del partito religioso Afoudat Israel, alla radio pubblica ha accusato la Corte suprema di tentare di rovesciare il governo, e uno dei suoi giudici «d'essere da sempre» contro gli ultraortodossi. Il ministro dell'Interno Aryé Dery, del partito religioso Shas, su Twitter ha scritto che per lui la Corte suprema è «completamente scollegata dalle nostre tradizioni» e ha promesso che «gli studenti delle yeshiva continueranno a impegnarsi negli studi e a proteggere, per il loro merito spirituale, gli altri abitanti del Paese». Ha aggiunto che Shas «lavorerà con tutte le sue forze per (…) mantenere la situazione attuale».
   È da notare che «la maggioranza dei giudici ha stabilito che l'annullamento [dell'emendamento] avrà effetto solo un anno dopo la data del giudizio». Questo ritardo è pensato per consentire alla coalizione di Netanyahu di trovare una formula alternativa, che possa essere accettabile per la Corte, l'esercito e i partiti ultraortodossi, il sostegno dei quali è decisivo per il governo in carica.
   Va ricordato che, dopo le elezioni del marzo 2015, in seno alla coalizione al potere vennero conclusi degli accordi: le due formazioni ultraortodosse Shas e Giudaismo unito della Torah presentarono una propria lista di condizioni per confluire nell'attuale governo Netanyahu con il Likud e HaBayit HaYehudi. La questione del servizio militare figurava in primo piano. Secondo gli osservatori, una crisi di governo resta comunque poco probabile. Il quotidiano The Jerusalem Post sottolinea che Netanyahu ha già avuto molte occasioni per rompere gli accordi durante crisi simili, che hanno toccato questioni come il riconoscimento delle conversioni al giudaismo, la preghiera mista al Muro occidentale o il lavoro nel giorno di shabbat. Ogni volta ha scelto la parte degli ultraortodossi. Un editorialista del giornale Maariv ha scritto: «Sono persuaso che la ministra della Giustizia Ayelet Shaked (…) abbia già un progetto di legge che passerà l'esame della Corte suprema».
   Per confermare l'ipotesi degli osservatori, Eliezer Moses, del partito Giudaismo unito della Torah, ha dichiarato al canale pubblico One TV che la decisione della Corte è «un giudizio deplorevole», ma ha promesso di «non smantellare il governo» ritirando il suo sostegno a Netanyahu prima delle elezioni legislative previste fra due anni.

(Terrasanta.net, 22 settembre 2017)


Alleanza islam e nazifascismo: l'analisi storica di Rosselli con Souad Sbai

di Fabrizio Graffione

GENOVA, 21 set. - In copertina c'è la storica fotografia del Gran Muftì di Gerusalemme che fa il saluto nazista alle truppe islamiche schierate con Adolf Hitler.
Domani il giornalista e storico Alberto Rosselli presenta a Roma il libro "Islam e nazifascismo" Mattioli 1885 editore. L'appuntamento è alle 17,30 nella sala del Centro culturale Averroè. Interviene l'onorevole Soaud Sbai, giornalista e scrittrice di origine marocchina, responsabile Immigrazione, Integrazione e Sicurezza della Lega Nord-Noi con Salvini.
Il merito dell'autore genovese è l'esatta ricostruzione delle idee che mossero i nazisti e gli islamici del Medio Oriente ad un'alleanza finalizzata alla rivolta contro gli anglo-francesi e contro gli immigrati ebrei.
L'analisi storica del libro, ricavata dalle risultanze di fatti e circostanze contenuti in vari archivi nazionali ed internazionali, informa i lettori sull'alleanza, semisconosciuta ed indigesta agli accademici di sinistra.
La puntuale ricostruzione delle ragioni dell'alleanza che si stabilì tra la politica nazista e fascista e l'insorgenza islamica, è il risultato della faticosa consultazione dei documenti emersi dagli archivi tedeschi, italiani, americani, inglesi, francesi, israeliani, serbi, croati ed ex-sovietici e dalla lettura critica della conflittuale biblioteca sull'argomento, ora più che mai attuale.

(Liguria Notizie, 21 settembre 2017)


"Haaretz": Israele si prepara a una offensiva di Hezbollah, ma la vera minaccia viene dall'Iran

Gerusalemme - La massiccia esercitazione delle Forze di difesa israeliane conclusasi la scorsa settimana riflette davvero le nuove sfide che potrebbe trovarsi di fronte l'Esercito in caso di un eventuale conflitto con Libano e Siria? Questo il quesito proposto ieri dal quotidiano israeliano "Haaretz" in seguito all'analisi della strategia proposta dalle forze di difesa israeliane (Idf) in caso di attacco. L'Idf infatti ha prospettato una veloce manovra terrestre per entrare nel sud del Libano come risposta e possibili bombardamenti da parte di Hezbollah. Ciò che è cambiato rispetto al passato, sottolinea l'analisi, è che oggi l'Iran può minacciare i confini di Israele, grazie al posizionamento di milizie sciite nel versante siriano delle Alture del Golan e nel sud del Libano, mentre Israele non ha un confine diretto con l'Iran.

(Agenzia Nova, 21 settembre 2017)


Io, scrittore musulmano e marxista, costretto a vivere sotto scorta

Il politologo egiziano Hamed Abdel-Samad ha scritto Fascismo Islamico, un saggio crudo e interessantissimo per cui ha dovuto lasciare il suo Paese. Siamo riusciti a incontrarlo

di Rock Reynolds

 
Lo scrittore egiziano Hamed Abdel-Samad
"Una miscela fatale di vittimismo e vendetta è diventata il motore principale dell'islamismo." "In tutto il mondo, i musulmani radicali mostrano la stessa mentalità e il medesimo potenziale di violenza… poiché il virus della jihad trae la sua potenza distruttiva dagli insegnamenti dell'Islam e dalla sua storia, l'islamismo è un fenomeno inscindibile dall'Islam stesso." "Per gli islamisti, la modernità è semplicemente un segno di quanto la gente possa allontanarsi dalla vera fede."
  Di frasi come queste, che fuori contesto potrebbero suonare provocatorie, ne troverete tante nel saggio Fascismo Islamico (Garzanti, pagg 221, euro 16) del politologo egiziano Hamed Abdel-Samad, che risiede e lavora sotto scorta in Germania, dopo essere stato fatto oggetto di svariate minacce di morte. Attenzione, però: in questo libro non ci sono frasi a effetto e posizioni preconfezionate. Persino chi si trovi solidale con i palestinesi e non condanni tout court certe rivendicazioni della galassia islamica riconsidererà inevitabilmente le sue posizioni o, quanto meno, le sottoporrà a una radicale revisione critica. Fascismo Islamico è un libro di grande profondità, non un manifesto ideologico. Naturalmente, l'accostamento tra Islam e Fascismo, soprattutto in merito alla nascita dei totalitarismi di destra più tristemente noti, a qualcuno potrebbe risultare indigesta, ma lo storico egiziano è convinto che la visione di onnipotenza insegnata ai bambini musulmani non sia tanto diversa dalla disumanizzazione del nemico predicata soprattutto dai nazisti. D'altro canto, è difficile confutare la sua tesi secondo cui l'obbedienza cieca e la propensione al sacrificio siano tratti comuni a tutti i musulmani, nel solco tracciato da Abramo. La sua vita oggi è difficile e, per venire a Roma, dove lo abbiamo raggiunto, si è dovuto muovere con una scorta armata di cinque uomini giunti con lui dalla Germania.
  "Mi sento un illuminista" dice "e, come tale, andrei contro i miei principi se non esprimessi liberamente le mie idee. Ho sacrificato tanto, ma lo rifarei."

- Ci racconta come è finito tra le fila dei Fratelli Musulmani?
  Sono cresciuto in una famiglia osservante e sarei dovuto diventare io stesso un imam, ma, all'età di 14 anni, hanno iniziato a interessarmi le lingue straniere e le ragazze, il che non si sposa per nulla con quel mondo, e così mi sono trasferito al Cairo, dove ho vissuto un vero e proprio shock culturale. I Fratelli Musulmani cercano giovani alienati dalla società, alla ricerca di un'utopia, e gliela vendono insieme all'illusione di poter cambiare il mondo cambiando te stesso. Ero musulmano ma pure marxista e non c'è nulla di peggio dell'utopia per radicalizzare una persona.

- Perché la separazione tra stato e religione, un cardine di ogni democrazia, è così estraneo al mondo musulmano?
  Perché l'Islam interpreta la storia nel modo sbagliato, sostenendo che tale separazione sia stata necessaria in Europa, dove la chiesa si opponeva alla scienza e alla modernità, e implicando che, al contrario, sia stato il mondo musulmano a promuovere il progresso attraverso figure come Averroè e Avicenna. L'Islam non ha alcun merito: quel progresso è frutto dell'incontro tra diverse culture del mondo arabo, quella persiana, ebraica, siriana, egiziana e altre ancora. Per questo, l'Islam si considera un movimento religioso e un ordinamento politico, senza rendersi conto di aver in realtà frenato il progresso iniziato nel Medio Evo. Il mondo islamico ha imboccato una china pericolosa non a causa delle Crociate e delle invasioni mongoliche, bensì per aver voltato le spalle alla modernità e al pensiero libero, facendo della religione l'unica fonte della propria identità.

- Non pensa che in ogni religione vi sia una propensione all'assolutismo?
  Per legittimarsi, ogni religione ha bisogno di verità assolute. La differenza sta nel fatto che il testo sacro dell'Islam, il Corano, è considerato l'ultima rivelazione di dio all'uomo. Ed è un bel problema, perché il Corano si occupa di ogni singolo aspetto della vita degli uomini, comprese cose di cui non si sarebbe dovuto occupare affatto, per esempio del diritto di punire una moglie disobbediente. Perché mai dio dovrebbe preoccuparsene? Dunque, dio avrebbe atteso miliardi di anni prima di fare queste rivelazioni. Perché non ha atteso l'invenzione della stampa? Oggi, almeno, ci sarebbe la versione originale delle sue parole. Per uscire da questo vicolo cieco, bisogna delegittimare il Corano come autentica parola di dio.

- La soluzione della questione palestinese può riequilibrare il Medio Oriente?
  Nel mondo musulmano se ne parla fin troppo, ma la realtà è che si tratta di una scusa bella e buona. Ai musulmani non interessa quasi nulla della tragedia palestinese. Nessuno si preoccupa delle violenze insensate in Siria e Yemen. Nessuno si lamenta se a infliggere indicibili patimenti alle popolazioni musulmane sono altri musulmani, però se a farlo è Israele c'è una levata di scudi generale. La questione va affrontata diversamente, di certo non con un odio verso gli israeliani che non ha aiutato minimamente la causa palestinese. Abbandoniamo una volta per tutto l'odio sacro covato dall'Islam nei confronti degli infedeli. Capisco la rabbia dei palestinesi e dei libanesi, ma certo non quella di marocchini o pakistani che non sanno neppure dove sia esattamente la Palestina. Tutto dipende dal concetto di umma, la comunità di tutti i musulmani, descritta da Maometto nel Corano. C'è troppa emotività e scarso ragionamento. Pensiamo a Sadat. Nel 1977 tenne un discorso alla Knesset di Gerusalemme, chiedendo la restituzione di tutti i territori strappati all'Egitto con la Guerra dei Sei Giorni e promettendo in cambio la sicurezza dei confini tra Israele ed Egitto. Gli israeliani gli credettero e Sadat passò alla storia. I palestinesi non hanno mai avuto un leader di tal spessore. Il punto centrale è il seguente: combattere perché lo chiede il Corano oppure cercare una vera soluzione negoziale del problema? Hamas propugna la prima via, che è senza futuro.

- La rapida diffusione dell'Islam e la sua immediata conquista del potere sono davvero il peccato originale del fondamentalismo?
  Sì. È quello che definisco il difetto atavico dell'Islam. Maometto era un profeta, un condottiero e un legislatore. L'Islam si è imposto subito, tracciando un solco da cui non si è più staccato. La sharia è un sistema di leggi che governa ogni aspetto della vita e la jihad è un concetto sacro. Si tratta di ostacoli alla modernità.

- Qual è il ruolo dell'Occidente nel Medio Oriente?
  L'Occidente ha commesso tutti gli errori che avrebbe potuto commettere, non optando mai per un piano strategico di lungo termine, non cercando di aiutare i paesi in cui si percepiva uno slancio libertario, facendo affari con governi dispotici e spesso armandoli, com'è successo con i talebani e con Saddam Hussein e come sta succedendo con l'Arabia Saudita. L'Occidente non si è mai preoccupato di quei giovani musulmani che vorrebbero un cambiamento e ha continuato a sostenere dittatori secolari, come Assad, oppure fondamentalisti, come la famiglia reale saudita.

- Secondo alcuni, il mondo musulmano andrebbe abbandonato a se stesso…
  Se capitasse, il sistema globale crollerebbe. In qualche modo, sta già succedendo. Qualcuno mi ha addirittura definito un profeta per aver previsto le "primavere arabe" e il flusso migratorio epocale che ne è conseguito. La distruzione dell'equilibrio mediorientale porterebbe al tracollo assoluto della stessa Europa.

- Cosa pensa dell' incontro tra Papa Francesco e l'Imam el-Tayeb?
  Un'occasione persa. L'università di al-Azhar offre insegnamenti solo apparentemente aperti, ma in realtà si ispira apertamente all'assolutismo del Corano. Io stesso ho ricevuto una fatwa da un Imam che insegna in quell'ateneo e oggi molti giornalisti sono in carcere in Egitto per una fatwa emessa da al-Azhar, così come parecchi pensatori nel mondo musulmano sono stati messi a morte perché è dovere di ogni musulmano osservante uccidere chi parla male di Maometto. Il Papa avrebbe dovuto spingere el-Tayeb a gettare la maschera e a fare proposte concrete.

(globalist, 21 settembre 2017)


Israele - Concerto il 3 ottobre nella Chiesa di San Pietro a Jaffa

Gli Istituti Italiani di Cultura di Tel Aviv e di Haifa tra i sostenitori del Festival

La Chiesa di San Pietro a Jaffa
TEL AVIV - Adriano Falcioni al Terra Sancta Organ Festival-Musica dalle Chiese del Medio Oriente. Il maestro organista terrà un concerto martedì 3 ottobre, ore 18:00, nella Chiesa di San Pietro a Jaffa, nelle vicinanze di Tel Aviv. Ingresso libero.
Adriano Falcioni è un organista italiano, riconosciuto a livello mondiale per la sua capacità tecnica e musicalità. Finalista e vincitore di numerosi concorsi internazionali in Europa e negli Stati Uniti, ogni anno tiene concerti a festival e in cattedrali in tutta Europa. È primo organista della cattedrale di San Lorenzo a Perugia.
Il Festival di musica d'organo Terra Sancta è un evento musicale e culturale internazionale. I concerti, tutti ad ingresso gratuito, si tengono nelle chiese e sono aperti a tutti, indipendentemente dalla religione di appartenenza. Per il quarto anno consecutivo, la stagione autunnale del Festival si svolge anche in Israele, con 12 concerti, dal 2 al 26 ottobre.
In Israele il Terra Sancta Organ Festival è sostenuto dagli Istituti Italiani di Cultura di Tel Aviv e di Haifa, dal Monastero Francescano di Terra Santa in America, dall'Ambasciata di Ungheria in Israele, dall'Istituto Rumeno di Cultura, da ATS Pro Terra Sancta.
Il concerto di Adriano Falcioni è segnalato dai Comites Israele.

(Inform, 21 settembre 2017)


È arrivato il 5778

Sino a domani tutte le comunità ebraiche celebrano la festività di Rosh Ha-shanà: il capodanno ebraico.

«Nel nostro calendario il conteggio degli anni parte dalla creazione del mondo - ricorda su Pagine ebraiche Noemi Di Segni, la presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei) - quindi dall'esistenza fisica del creato, culminata con la creazione dell'uomo. Anni riferiti all'avvio della vita e i cicli della natura nella quale si inseriscono i nostri ritmi. Anni, decenni, secoli sui quali in questo giorno riflettiamo per capire dove ci collochiamo rispetto alla Storia».
La Festa di Rosh Hashanah è sempre vissuta con grande attesa dalle comunità ebraiche, sia per il suo significato ideale-religioso, sia per le modalità che ne caratterizzano la celebrazione. Ricette, cibi con simbologia speciale, grano che decorano le tavole, abiti bianchi: «il suo carico maggiore in questi giorni, che ci porteranno fino a kippur (Yom Kippur che cade il 30 settembre, con vigilia il 29, è la festa dell'espiazione e della penitenza ed è considerato il giorno dell'anno più santo e solenne, ndr), è il bilancio di quello che abbiamo realizzato o mancato, di quello che abbiamo imparato o perso - prosegue Di Segni -. Il primo pensiero in queste prime ore e primo giorno di solenne celebrazione va alle persone che non sono più tra noi […]».
È dunque arrivato l'anno 5778: «il conteggio dei mesi, l'ordine numerario biblico, è riferito all'uscita dall'Egitto, con la liberazione dalla schiavitù, quindi - ricorda Di Segni - riferiti alla nostra creazione ed esistenza come popolo - momento dell'affermazione della libertà fisica e libertà di culto […]».
Quest'anno la festa, tra le più sentite per le comunità ebraiche nel mondo, è iniziata con il tramonto di ieri e terminerà al tramonto di domani, venerdì 22.
I festeggiamenti vissuti in modo comunitario avvengono nelle sinagoghe o in altri luoghi scelti per l'occasione con la lettura della Torah (l'Antico Testamento) e si ascolta il suono dello Shofar, strumento di origine biblica e ricavato dal corno di un ariete maschio che ricorda al popolo ebraico alcune tra le vicende più importanti della Torah e l'invito a compiere le Mizvot (i precetti) e a portare avanti le buone azioni attraverso la Teshuvà, il pentimento.
Il capodanno che si festeggia in famiglia attraverso la preparazione del Seder, la cena rituale in cui si mangiano cibi dal valore altamente simbolico come ad esempio le mele accompagnate al miele, zucche, pesce, fichi, melograno.

(Riforma, 21 settembre 2017)


Putin incontra il capo rabbino della Russia Berel Lazar

 
MOSCA, 21 set 2017 - Vladimir Putin ha incontrato il capo rabbino della Russia Berel Lazar e il presidente della Federazione delle comunità ebraiche Alexander Boroda. Il presidente ha esteso i saluti a tutti gli ebrei della Russia su Rosh Hashanah, il nuovo anno ebraico.

Presidente della Russia Vladimir Putin: Abbiamo un paese così grande.
Capo rabbino della Russia Berel Lazar: Un grande paese.
Vladimir Putin: Grande e molto grande, multietnico e multi-religioso. Abbiamo sempre cosa festeggiare. Oggi celebriamo Rosh Hashanah, il nuovo anno ebraico. Vi auguro a voi e tutti gli ebrei della Russia un felice anno nuovo. Domani sera, il 21o, i musulmani inizieranno celebrare il loro nuovo anno, anche se il profeta ha detto loro di riservare più grandi celebrazioni per altre feste. Poi noi cristiani celebreremo il nostro nuovo anno e in Russia questo è fatto due volte - secondo il nuovo e vecchio calendario. Il 16 febbraio i buddisti avranno il loro nuovo anno. Quindi abbiamo vacanze per festeggiare tutto l'anno.
  Ma oggi stiamo celebrando il nuovo anno ebraico. Vorrei esporre nuovamente i miei migliori auguri. Auguro a tutti gli ebrei della Russia prosperità, felicità e fortuna. Spero che tutto sia nella vostra comunità. So che la vita religiosa sta sviluppando attivamente e che hai delle cose da discutere con persone e nuovi siti - sia secolari che religiosi - per mostrarli. Questo è qualcosa che tu e noi abbiamo sempre prestato attenzione. So che si presta sempre molta attenzione a questo. Sono lieto di vedere che sei in dialogo regolare con le autorità secolari e, soprattutto, a tutti i livelli.
Berel Lazar: Grazie mille! A differenza di altri nuovi anni, celebriamo esattamente il giorno in cui Dio ha creato il primo uomo nella nostra tradizione. Questa non è una vacanza meravigliosa come in altre religioni. Il nostro è più solenne. La gente prega e riflette su ciò che è stato fatto e come vivere meglio.
  Una delle principali lezioni è che Dio ha creato un singolo uomo. Il Talmud spiega che l'idea era quella di insegnarci a tutti che la vita di una persona contiene tutto il mondo. Chi salva la vita di una persona, salva l'intero mondo, come era. Così, durante Rosh Hashanah, in questi giorni ricorderemo gli exploit di coloro che hanno salvato il nostro popolo - soldati e ufficiali che hanno dato la loro vita per salvare gli altri. Su una nota correlata, vorrei ringraziare la Russia per aver fatto di tutto per preservare la verità storica.
  E speciale ringraziamento per la decorazione postuma di un uomo nel Cremlino quando eravamo lì recentemente, un uomo di estrazione ebraica chiamato Alexander Pechersky. La sua guida della rivolta a Sobibor è sempre stata molto importante per noi. Penso che ora, grazie a te, tutti i cittadini russi sanno di questo e sono molto grato a te per questo. Apprezziamo che la memoria della guerra è sacra per tutti i cittadini in Russia oggi.
  Ho pensato a questo oggi perché volevo fare una domanda a nome dell'intera comunità ebraica circa la partecipazione della Russia al rinnovamento del museo sul sito del campo di concentramento di Sobibor. I soldati russi hanno svolto il ruolo principale nella liberazione dell'Europa dai nazisti e hanno sostenuto le maggiori perdite durante la guerra. Pensiamo che i tentativi di escludere la Russia da questo progetto siano immorali e incomprensibili.
  Quando si parla della guerra, la cosa principale è dimenticare tutti questi problemi politici. Non so nemmeno cosa sia questo, ma certamente non la giustizia. Ciò che stiamo assistendo oggi è una sorta di gioco che si gioca con una materia sacra come la guerra. Solleveremo questo problema con i nostri colleghi, dirigenti di organizzazioni internazionali e altre ebraiche. Faremo tutto il possibile per portare questa materia a una soluzione adatta.
  La Russia dovrebbe partecipare in ogni modo a questo progetto e in altri progetti legati alla guerra. L'abilità dei soldati rimane sacra per noi, e sfruttarlo o giocare con esso è inaccettabile. Quindi, grazie ancora una volta. Appoggiamo pienamente la posizione della Russia su questo tema.
Vladimir Putin: Grazie per aver definito il problema in questo modo e anche per la tua posizione. Non è nuovo per me, il tuo atteggiamento a questo problema. Ma è importante per le persone del nostro paese sapere che i leader della comunità ebraica condividono la nostra visione ufficiale sulla verità e la giustizia per tutti gli eventi della seconda guerra mondiale.
  È molto importante che siamo insieme su questi temi estremamente importanti e dobbiamo guardare al futuro. Ma i nostri punti di vista devono basarsi sul solido fondamento della comprensione in cui idee odiose di sterminio di nazioni intere, milioni di persone, possono condurre.
  E dobbiamo fare tutto per evitare che questo accada in futuro. Questo è il motivo per cui faremo tutto il possibile per evitare qualsiasi politicizzazione di tali questioni e cercheremo certamente di adottare un approccio e una verità imparziali, che è l'unica base per una società giusta e le giuste relazioni nel mondo.
  Spero che le tue parole saranno ascoltate dai nostri partner, dai nostri colleghi in tutto il mondo. Mi riferisco anche a questo caso. E l'uomo che hai citato era certamente un eroe, un uomo molto coraggioso. È dovuto a coloro che hanno mostrato tali qualità, persone di ogni genere di origine etnica, che siamo riusciti a vincere questa terribile guerra.
  Ma ancora oggi è il nuovo anno. E io conosco le tradizioni del popolo ebraico e li capisco. Questa è ancora una tappa nuova. Il nuovo anno è il nuovo anno, e ancora una volta vi auguro una felice vacanza.
Berel Lazar: Grazie, signor Presidente!

(Agenparl, 21 settembre 2017)


Hezbollah più forte che mai

Sembrava che la guerra civile in Siria avesse indebolito il gruppo libanese, invece l'ha trasformato in un esercito puntato contro Israele. Avviso per i fan della stabilità assadista.

Hezbollah ha in serbo per Israele una strategia della saturazione: così tanti missili da sopraffare "l'ombrello di difesa" israeliano Israele ha chiesto ai russi una fascia di sessanta chilometri dal confine senza Hezbollah, ne ha ottenuti cinque
Luttwak diceva: lasciamo che in Siria si scannino tra loro. Non è andata benissimo e oggi il paese è una piattaforma militare iraniana Trump dice che ha già deciso cosa fare con il deal nucleare iraniano ma non lo annuncia, l'Iran parla di risposte dure

di Daniele Raineri

 
La recente operazione di Hezbollah contro lo Stato Islamico sulle montagne del Qalamoun, in Siria, è stata una dlmostrazione dell'efficienza militare raggiunta dal gruppo libanese
 
Hezbollah ha perso più di 1.100 combattenti in Siria negli ultimi cinque anni, qui le immagini di un funerale, ma il conflitto è stato anche un laboratorio militare. Israele osserva con preoccupazione
È l'agosto 2013, subito dopo una strage di civili con armi chimiche alla periferia di Damasco, e lo stratega Edward Luttwak scrive un editoriale sul New York Times in cui sostiene che la scelta migliore per l'America è restare fuori dalla guerra civile siriana: la situazione è perfetta per noi (americani), argomenta Luttwak, perché al Qaida e Hezbollah sono entrambi nostri nemici e si stanno scannando tra loro, quindi lasciamoli fare e più a lungo vanno avanti meglio sarà. Luttwak - che in Italia gode dello status di oracolo della realpolitik - omette di dire una cosa in quell'editoriale del New York Times, ed è questa: il ragionamento è passabilmente sensato per chi vive in America, quindi al riparo dalle conseguenze immediate della guerra civile siriana, ma non per chi vive in Europa a soltanto due ore di volo dal centro arroventato della violenza. E infatti negli anni successivi vedremo le conseguenze del conflitto ("che più va avanti e meglio è") farsi sempre più vicine a noi: è difficile fare un elenco degli effetti orrendi che poi ci hanno toccato, ma ricordiamo tutti le immagini delle centinaia di migliaia di profughi siriani attraversare in colonna mezza Europa e le altre immagini delle stragi di Parigi e Bruxelles (compiute da attentatori dello Stato islamico addestrati in Siria). Ora che la guerra civile ha imboccato una fase terminale, che cosa è successo alle parti in lotta: si sono distrutte a vicenda? Anche in questo caso il risultato è diverso dalla previsioni, ci sono molti vincenti e ci sono molti perdenti. In cima al gruppo di chi vince c'è Hezbollah, che "è più forte di prima" - dice Qassim Qassir, un esperto libanese interpellato ieri da Associated Press. Gli analisti dicono che è come se in Siria il gruppo avesse fatto una cura rinvigorente, i suoi combattenti adesso sono veterani con alle spalle anni di esperienza in combattimenti diretti, sono equipaggiati come i soldati di un esercito moderno e sono utilizzati come "shock troop" durante le offensive, vale a dire che aprono la strada a tutti gli altri soldati - assai meno efficienti.
  Prendiamo per esempio cosa è successo soltanto nell'ultimo mese. Nell'est della Siria un contingente hezbollah di due brigate (circa duemila uomini, non è dato sapere il numero esatto) ha fatto da avanguardia al corpo di spedizione assadista che ha rotto l'assedio della città di Deir Ezzor - era circondata dallo Stato islamico - mettendo fine al pericolo di vita immediato per novantamila assediati. E' stata un'operazione gestita assieme ai russi, che hanno fornito i pontoni mobili usati per attraversare con i mezzi il fiume Eufrate e anche la copertura aerea con i bombardieri. Nel frattempo a ovest un altro contingente hezbollah ha disinfestato il massiccio montuoso del Qalamoun dalla presenza dello Stato islamico, che era arroccato lì da tre anni, e per evitare una resistenza fino all'ultimo uomo da parte dei quattrocento guerriglieri di al Baghdadi ha stretto un patto di evacuazione con loro: vi diamo alcuni bus, voi ci salite con le vostre famiglie, attraversate la Siria e raggiungete l'Iraq. La campagna sul Qalamoun è stata fatta insieme con l'esercito libanese, che è armato e addestrato dall'Amministrazione americana. Così, nelle stesse settimane di guerra, Hezbollah ha combattuto con i siriani appoggiati dai russi e con i libanesi appoggiati dagli americani. Poi il Pentagono in questa storia del Qalamoun ha avuto un ripensamento, ha provato a bloccare il convoglio dei guerriglieri diretto verso l'Iraq (il principio è corretto: quelli dello Stato islamico sono come scorie radioattive, continuano a fare danni per anni, dove li metti causano devastazione) e ha bombardato alcuni ponti davanti ai bus. Infine anche l'America ha convenuto che ormai non c'era altra soluzione che lasciare passare il convoglio (altrimenti avrebbe dovuto uccidere tutti: famiglie e guidatori dei bus). Il punto è che Hezbollah fa da attore protagonista in queste battaglie ed è al centro della scena: siriani, russi, iraniani, americani, tutti devono parlare con loro.
  C'è da notare come per raccontare il ruolo di Hezbollah in questa guerra ormai si utilizzano parole che sono adatte a descrivere una forza regolare impegnata contro guerriglieri jihadisti. Ma Hezbollah fino a pochi anni fa era proprio questo: un gruppo di guerriglieri jihadisti. Il fondatore di al Qaida, Osama bin Laden, si è ispirato alla tattica del camion bomba guidato da un attentatore suicida inventata da Hezbollah, che nell'ottobre 1983 l'aveva usata per uccidere 241 marines e 58 paracadutisti francesi di stanza a Beirut come peacekeepers, Dopo la strage, i peacekeepers si ritirarono dal Libano e tutti i gruppi jihadisti presero nota dell'impatto enorme che si può ottenere con il sacrificio di un paio di guidatori suicidi. Trent'anni fa la reputazione del Partito di Dio non era molto dissimile da quella dello Stato islamico oggi - anche se c'è l'ovvia differenza che Hezbollah è sciita e lo Stato islamico sunnita. Poi ad alterare questa reputazione sono intervenuti altri passaggi.
  C'è stata una fase recente in effetti in cui il Partito di Dio si è pentito con amarezza del suo ingresso al fianco del presidente Bashar el Assad nel tritacarne siriano, avvenuto nella seconda metà del 2012. C'è una regola non scritta che dice che la guerra in Siria punisce chi si avvicina troppo e il gruppo libanese non ha fatto eccezione. L'ultimo bilancio dice che ha perso più di millecento combattenti e l'emorragia non accenna a diminuire, ad agosto ci sono stati 28 morti (fonte Ali Alfone del think tank Atlantic Council, che conta con pazienza da cinque anni). Oltre al logoramento materiale c'era quello di immagine. Il gruppo che sparava nelle strade di Aleppo e vicino Damasco, contro altri arabi, era diventato materia di dileggio. "Non eravate quelli della Resistenza contro Israele? E allora che ci fate in Siria? Qui non ci sono sionisti. Non dovevate liberare al Quds, Gerusalemme? E' più a sud, vi siete persi". La sua natura di vassallo delle politiche iraniane non aveva più la protezione del confronto con Israele. Inoltre, a dispetto della preparazione militare, non riusciva a salvare Assad. E nemmeno ci stavano riuscendo gli stessi militari iraniani, arrivati in Siria un anno dopo, nel 2013. L'avventura a Damasco era una perdita secca e ci sono resoconti molto poco ufficiali di litigate furiose con i gerarchi di Assad, che da Hezbollah volevano ancora più sacrifici e ancora meno visibilità. Poi nel settembre 2014 sono arrivati i russi ed è cambiato tutto. L'intervento di Putin ha cambiato di segno a gran parte di quello che stava succedendo in Siria, dove c'era un segno meno è arrivato un segno più e viceversa. Il Partito di Dio che era impantanato in una guerra di contro insurrezione bestiale e che rischiava di uscirne a pezzi è finito dalla parte dei vincenti. Durante la battaglia per prendere Aleppo est gli ufficiali russi hanno cominciato a incontrare in pubblico i comandanti di Hezbollah (che è pur sempre un gruppo sulla lista americana del terrorismo. Controargomento pronto: anche gli americani collaborano con lo Ypg curdo, che è legato al Pkk, anche quello un gruppo sulla lista del terrorismo).
  Due giorni fa Hezbollah ha fatto alzare in volo un drone di fabbricazione iraniana da Damasco e l'ha fatto entrare in territorio israeliano. Metafora perfetta dello scenario mediorientale prossimo venturo - anzi già presentissimo. Hezbollah è il braccio armato dell'Iran e ora agisce dalla Siria, che è una piattaforma militare molto comoda e ampia in caso di guerra contro Israele. Gli israeliani al confine hanno abbattuto il drone con un missile Patriot di cinque metri di lunghezza, valore tre milioni di dollari, e anche questa risposta spiega molto bene lo scenario di guerra (è un episodio simile a quello raccontato a marzo da un generale americano, David Perkins, durante un simposio dell'esercito, senza citare Israele: "Un nostro alleato ha sparato un missile da tre milioni di dollari per abbattere un drone da 200 dollari"). Secondo gli analisti israeliani, Hezbollah e gli sponsor iraniani vogliono combattere la prossima guerra con attacchi a saturazione, una moltitudine di missili lanciati assieme dalla Siria e dal Libano verso bersagli dentro Israele in quantità così elevata da sopraffare le contromisure missilistiche. Israele è protetto da un ombrello di difesa che in teoria distrugge ogni missile nemico con un contro-missile in tempi così rapidi da azzerare il pericolo. Ma cosa succede se il nemico usa la forza bruta della quantità e lancia troppi missili, troppi per essere fermati tutti? Questo timore degli sciami di missili è la spiegazione di molti dei cento raid aerei israeliani che a partire da gennaio 2013 hanno colpito installazioni e convogli di Hezbollah dentro la Siria. L'obiettivo è impoverire le scorte di missili, intralciare il trasferimento, ritardare l'accumulo e il raggiungimento di quella soglia di pericolo oltre la quale l'ombrello israeliano non riuscirà più a bloccare tutto. Inoltre, secondo gli esperti, gli ordigni di Hezbollah non sono più roba artigianale, sono armi precise, più pesanti e con gittata più lunga per incrementare la capacità di fare danni, in modo che quelli che sfuggono alla rete di intercettazione non finiscano a spegnersi fra le colline, ma colpiscano bersagli paganti come le città. Mentre il resto del mondo osserva la guerra contro lo Stato islamico, Israele svuota le scorte di missili di Hezbollah in Siria e Hezbollah le riempie di nuovo. E' lecito supporre che l'intelligence israeliana non riesca a vedere proprio tutto e che la joint venture Iran-Damasco-Hezbollah sia in vantaggio, altrimenti i raid aerei non continuerebbero a questo ritmo. Il complesso militare industriale in Siria cresce ed è più esteso delle operazioni per contrastarlo. Quando c'è maltempo i camion possono spostarsi sulle strade, gli aerei non possono levarsi in volo. Una settimana fa i jet israeliani hanno bombardato uno stabilimento per la produzione di armi nel nord della Siria dove lavorava anche personale iraniano, ed era un sito che faceva parte anche del programma chimico. Del resto stiamo parlando della Siria, il paese che nel settembre 2013 aveva detto alla comunità internazionale di avere consegnato tutto l'arsenale chimico e che poi il 4 aprile ha lanciato una bomba al sarin contro un villaggio ribelle. Secondo una notizia apparsa sul sito francese Intelligence Online a luglio, Hezbollah ha anche due fabbriche militari in Libano, una nella Beqaa libanese per produrre il razzo al Fatah 110 e l'altra per produrre munizioni tra Tiro e Sidone.
  Il problema è che prima Hezbollah aveva a disposizione soltanto il sud del Libano per fare la guerra, ora ha quasi tutta la Siria. Prima il terreno di gioco era quel pezzo di Libano a sud che s'incunea verso Israele, ora è tutta la linea di confine del Golan. Questo vale per le squadre di fuoco che prima sparano i missili contro Israele e poi si nascondono prima di essere visti dai jet, e vale anche per la logistica. Oggi i rifornimenti non devono essere più contrabbandati in Libano di soppiatto, atterrano alla luce del giorno sulle piste dell'aeroporto internazionale di Damasco - nelle stive di voli passeggeri, che non possono essere abbattuti. Oppure attraccano ai moli militari dei porti di Tartous e Latakia, al riparo da sguardi curiosi. Se prima la guerra era difficile, ora la difficoltà è aumentata di qualche ordine di grandezza. Israele ha chiesto per favore ai russi di garantire una fascia di rispetto di circa sessanta chilometri a partire dal confine, niente Hezbollah oppure iraniani, ma i russi hanno ridotto questa fascia a cinque chilometri - che contano zero in una guerra moderna. Da poco hanno trasportato alcuni uomini di Hezbollah a Quneitra, città siriana a ridosso delle alture del Golan. Chi scrive l'ha osservata l'anno scorso dall'altro lato del confine: da una postazione dell'esercito israeliano la si vede a portata di mano, adagiata nella pianura che comincia subito dopo una ripida discesa erbosa oltre i reticolati, così vicina che si vedono le macchine andare e venire tra gli edifici. Un po' oltre la portata di un fucile.
  Tre giorni fa la rivista americana Atlantic ha pubblicato un pezzo in cui racconta "la hybris di Hezbollah", è firmato da Andew Exum, ex consigliere militare americano che ha studiato a Beirut. La tesi è che a volte anche soltanto il gesto di accumulare e ammodernare un arsenale equivale a una dichiarazione di guerra contro i vicini e che il fatto che Hezbollah stia acquisendo le capacità per cominciare e continuare un conflitto contro Israele verrà letto inevitabilmente da Israele come un casus belli. E' una linea rossa perché oltre una certa soglia di armamento l'inazione diventerà più pericolosa e costosa dell'azione e quindi è soltanto questione di tempo prima che cominci il secondo tempo della guerra tra Hezbollah e Israele sospesa nell'estate 2006. Approfittare della guerra civile siriana per diventare un'arma puntata contro Gerusalemme è una strategia quasi suicida e per questo il titolo parla di hybris, l'arroganza che nelle tragedie greche porta alla rovina. Mentre il mondo parla del deal atomico dell'Iran e alle Nazioni Unite il presidente iraniano Hassan Rohani dice che il suo paese "risponderà in modo determinato e decisivo a qualsiasi violazione dell'accordo" e mentre il presidente americano Donald Trump sostiene di avere preso già una decisione su quel dossier, senza però dire quale, si alza il rischio di una guerra convenzionale e che potrebbe essere catastrofica. Exum nota che questa volta il gruppo libanese ha sparpagliato le sue postazioni in tutto il paese e che quindi c'è il rischio, anzi la certezza, di danni molto più gravi e profondi di quelli di undici anni fa, senza contare le basi in Siria. Exum non fa che un accenno, ma si riferisce alla cosiddetta dottrina Dahiye, che è quella correntemente adottata dall'esercito israeliano come risposta di default in caso di guerra contro Hezbollah e che prevede la distruzione deliberata e punitiva di tutte le infrastrutture che sostengono il nemico, anche in zone civili, per dare un colpo di grazia e assicurarsi che non ci siano nuove riprese e ulteriori capitoli di un conflitto infinito. Il nome viene dal quartiere di Dahiye, nella parte meridionale di Beirut, che fa da base per Hezbollah e che nel 2006 fu quasi raso al suolo.
  Questo scenario, tuttavia, è come se fosse ancora ignorato dall'opinione pubblica, anche perché i contendenti sono stati bravi a tenerlo sottotraccia. Non per questo è meno probabile. Nel prossimo futuro il presidente siriano Bashar el Assad, che oggi da alcuni è considerato un bastone di solidità, potrebbe tornare a essere il centro del problema, perché è l'incubatore consenziente di un conflitto esplosivo. Allora forse si assisterà a un cambio repentino di posizione da parte di chi - per esempio una delegazione di politici italiani appena stata in visita a Damasco e Aleppo - sta ancora celebrando i fasti della finta "stabilità" assadista. Per tornare all'assunto di Edward Luttwak: no, non siamo più al sicuro, non ci si salva se si lascia che i nemici si scannino tra di loro.

(Il Foglio, 21 settembre 2017)


Mossad: «l'lsis cerca la ribalta. Rischio attacco in Vaticano»

Allerta del servizio segreto israeliano che ha simulato un attentato a San Pietro

007 nei panni dei terroristi
Giochi di ruolo per evitare attentati anche nelle stazioni della metro
Lo scenario
I terroristi sconfitti in Siria e Iraq cercano l'azione eclatante
700 dollari
Il costo di un drone su Amazon a portata di ogni tasca

di Francesca Musacchio

Dabiq, la copertina con le bandiere nere dell'lsis sul periodico di propaganda jihadista
L'Isis è a caccia di visibilità per dimostrare che la sua potenza non è in crisi. Le pesanti sconfitte subite tra Siria e Iraq hanno offuscato l'immagine del gruppo terroristico e quindi serve una risposta adeguata, un attacco spettacolare. Quale migliore obiettivo se non il Vaticano? E' questo il presupposto dal quale è partita la simulazione dell'Itc, Herzliya International lnstitute for Counter-Terrorism Conference, a cui hanno partecipato anche alcuni ex ufficiali del Mossad e dell' esercito israeliano. Uno scenario spaventoso, messo in campo per immaginare come potrebbe svolgersi un attacco terroristico a San Pietro, da sempre considerato l'obiettivo numero uno dello Stato islamico.
   La simulazione, fatta anche attraverso un inquietante gioco di ruoli dove i leader lsis erano interpretati da alcuni 007, è stata attuata per ricreare possibili scenari, motivazioni e organizzazione degli jihadisti. È stata persino inscenata una riunione tra i vertici del Califfato per pianificare il mega-attacco che avrebbe l'ambizione di dimostrare che l'Isis è ancora esistente, nonostante le sconfitte subite in Siria. Il tutto è avvenuto, per tragica coincidenza, il giorno prima dell'esplosione nella metropolitana di Londra. La Gran Bretagna, però, non è un obiettivo facile, vista la difficoltà di entrare liberamente, e neanche uno dei più importanti dal punto di vista mediatico.
   Nonostante l'attacco a Person Green non abbia sorpreso gli esperti israeliani, la loro analisi li ha portati a considerare uno scenario ben più appetibile per gli jihadisti: l'Italia e in particolare il Vaticano.
   Boaz Ganor, fondatore del think tank, ha interpretato il ruolo del leader dell'Isis, Abu Bakr al-Baghdadi. L'ex capo di Mossad, Naftali Granot, ha invece svolto la parte del capo del consiglio militare dell'Isis, Nello scambio di battute previste dalla simulazione, il concetto dei terroristi suona come una profezia: «Negli ultimi anni abbiamo subito delle sconfitte militari. Ma questa non è sicuramente la fine. Ora ci concentreremo principalmente su ciò di cui siamo più capaci: colpire gli infedeli in vari Paesi usando gli attacchi suicidi e altre operazioni terroristiche. Per noi sarà molto più semplice che combattere una vera e propria campagna militare. Questa nuova fase sarà una lunga campagna terroristica».
   L'attacco a San Pietro, dunque, avrebbe «un grande valore simbolico in quanto è il simbolo del cristianesimo».
   Nella simulazione sono stati persino utilizzati dettagli operativi come il numero di kamikaze che potrebbero essere messi in campo, l'uso di droni e di componenti esplosivi che si possono facilmente acquistare per costruire bombe artigianali. Proprio in merito ai droni, inoltre, gli specialisti hanno spiegato come sia facile reperirne di ottima qualità su Amazon al costo di 700 dollari. Insomma, la simulazione di uno scenario devastante, ma allo stesso tempo realizzabile, che allerta anche su un possibile attacco in contemporanea nelle stazioni metro nei pressi di San Pietro. Secondo l'analisi utilizzata per progettare la simulazione, I'Isis avrebbe inviato in Europa la maggior parte dei combattenti stranieri. Tutti mujaheddin pronti a compiere attacchi nei Paesi d'origine e già in possesso di armi, esplosivi e munizioni per «avviare una vera e propria campagna di terrore».
   Non è la prima volta che da Israele arrivano avvertimenti sul rischio di attentati in Italia. I servizi segreti israeliani hanno segnalato tra gli obiettivi il Vaticano e il Papa, oggetto anche della propaganda jihadista nel web. Mai come questa volta, però, è inevitabile pensare alla ormai famosa copertina di Dabiq, il magazine online dello Stato islamico, dove si vede issata la bandiera nera dell'Isis sull'obelisco di piazza San Pietro. Un'immagine che negli anni ha simboleggiato più di ogni altra le intenzioni dell'Isis: arrivare a Roma, conquistarla, sottometterla e sostituire tutti i simboli del cristianesimo con quelli dell'Islam. Le informazioni delle varie intelligence e la continua propaganda sul web, inoltre, hanno contribuito ad innalzare l'allerta per possibili attentati nel nostro Paese, come durante il Giubileo quando Roma si è blindata.
   Tra le immagini agghiaccianti che continuano ad affollare gli incubi di quanti devono occuparsi della sicurezza in Italia, ci sono le foto postate nel corso degli ultimi tre anni da alcuni account Twitter in cui si vedono Roma e piazza San Pietro a ferro e fuoco, mentre la terribile bandiera nera dello Stato islamico sventola sulla città eterna. In un'altra immagine, invece, la mappa della Libia sovrasta Roma e sotto la frase: «Le armi degli ottomani sono state lanciate e hanno accerchiato Roma dopo avere conquistato la Libia a sud dell'Italia. Chi vuole prendere Roma e l'Andalusia deve cominciare dalla Libia».
   La simulazione israeliana dei giorni scorsi, quindi, evoca gli scenari più volte temuti dagli esperti e da non sottovalutare.

(Il Tempo, 21 settembre 2017)


Netanyahu: coloro che minacciano di annientarci si espongono ad un pericolo mortale

NEW YORK - Coloro che minacciano Israele di annientamento si espongono "ad un pericolo mortale". Lo ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, nel suo discorso pronunciato ieri nel quadro della 72ma Assemblea generale delle Nazioni Unite, in corso a New York. "Israele si difenderà con la forza delle sue braccia e con il potere delle sue convinzioni", ha sottolineato il premier israeliano. Nel suo discorso Netanyahu ha elencato i progressi diplomatici israeliani in seguito ai lunghi viaggi effettuati dal premier in Australia e America Latina, precisando che il suo paese ha molto da offrire in termini di tecnologia ed esperti anti-terrorismo. Tuttavia Netanyahu ha dedicato un'ampia parte del suo discorso al tema dell'Iran e alla minaccia che la Repubblica islamica rappresenta per lo Stato di Israele. Il premier ha ricordato come il paese si sia sempre opposto all'accordo sul nucleare iraniano divenuto realtà nel luglio 2015, avvisando i paesi della Comunità internazionali. "Ho avvisato che quando le sanzioni sarebbero state rimosse, l'Iran si sarebbe comportato come una tigre affamata e scatenata", ha dichiarato Netanyahu.
   Per il premier israeliano l'Iran non è entrato nel novero della comunità delle nazioni, ma sta divorando gli Stati uno dopo l'altro. Netanyahu ha avvertito, facendo un parallelismo con la cosiddetta "cortina di ferro" del periodo della Guerra fredda, che "una tenda iraniana sta calando sul Medio Oriente, estendendosi su Iraq, Siria, Libano e altre zone, intenzionata a spegnere la luce di Israele". "Io - ha aggiunto - ho un semplice messaggio per Khamenei (la guida suprema dell'Iran ayatollah Ali Khamenei): la luce di Israele non potrà mai estinguersi".
   Durante il suo intervento, Netanyahu si è rivolto direttamente al popolo iraniano, inviando un messaggio di ringraziamento in lingua farsi, sottolineando che Israele non è "loro nemico e che una volta che il regime sarà cambiato, i popoli potranno riprendere quella che in passato è un'amicizia storica". Il premier ha inoltre elogiato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sia per il contenuto del suo discorso, sia per il suo forte sostegno allo Stato di Israele presso le Nazioni Unite. Netanyahu ha detto che nei suoi 30 anni di esperienza con l'Onu, non ha sentito un discorso più coraggioso di quello pronunciato da Trump.

(Agenzia Nova, 20 settembre 2017)


Israele, inaugurata la prima base militare Usa

Decine di cadetti frequenteranno la School of Air Defence

di Maria Grazia Labellarte

Il generale israliano Zvika Haimovich e il generale statunitense John L. Gronski firmano un accordo durante una cerimonia alla base aerea di Bislach, vicino a Mitzpe Ramon, lunedì 18 settembre 2017
La prima base militare americana è stata inaugurata sul suolo israeliano lo scorso 18 settembre all'interno della già esistente Bislach Air Base. Situata nel cuore del Negev, sarà frequentata da decine di cadetti americani che frequenteranno la School of Air Defense.
Già due anni fa fu siglato da entrambe le parti un accordo per l'avvio dei lavori per un'installazione militare americana, consolidando così le volontà reciproche di una strategia di cooperazione militare. La base vuole essere un nuovo simbolo della presenza a stelle e strisce nel Medio Oriente e, per Israele, ribadire il permanente stato di allerta della difesa israeliana verso il nemico di sempre, l'Iran. Proprio con gli Stati Uniti, infatti, Israele ha sviluppato un sistema multistrato di difesa contro gli attacchi di missili a lungo raggio lanciati dall'Iran sulla Striscia di Gaza.
   Tuttavia, in Israele, matura sempre più la preoccupazione per il chiaro coinvolgimento dell'Iran nella guerra civile nella confinante Siria ed il timore che lo stato persiano insieme al partito politico libanese Hezbollah possa stabilire una presenza a lungo termine sul confine con lo stesso Israele.
   Hezbollah ha sofferto nello stesso conflitto pesanti perdite, la stima si avvicina a più di 1300 morti e più di 5000 feriti, la sua partecipazione, inoltre, ha richiesto ingenti finanziamenti relativi ad armamenti, manutenzione e personale militare. In aggiunta a questo, Hezbollah è stato costretto a schierarsi contro i gruppi sunniti radicali cercando di estendere il campo di battaglia oltre confine, in territorio libanese. Nel Paese dei cedri sono affluiti, dall'inizio della guerra, oltre 1 milione di profughi e l'intera popolazione libanese, che oscilla intorno ai 4,5 milioni di abitanti tra cui 400 mila profughi palestinesi, sta subendo da mesi una forte pressione politica, sociale ed economica.
   Lo stesso partito politico da piccola organizzazione terroristica munita di una sua milizia armata è divenuta, ultimamente, un esercito nazionale, a tutti gli effetti. Con il tempo si è dotato di missili a lungo raggio ad alta precisione con testate più grandi di quanto non fossero nel 2006 ed oggi può contare su 100.000 vettori armati, rispetto ai circa 12.000 nel 2006. Il gruppo ha anche ampliato e migliorato la sua dotazione di droni, le difese antiaeree, missili terra-mare, armi anticarro, la capacità di acquisizione di informazioni, così come ha ammodernato i sistemi di comando e controllo. Oltre a tutto ciò, ha acquisito una enorme esperienza sul campo di battaglia, comprensiva sia delle capacità logistiche sia, soprattutto tattiche, schierando i suoi battaglioni in teatri operativi complessi, come la Siria per l'appunto.
   L'arrivo di decine di soldati americani presso la Bislach Air Base, unitamente alla sua attività operativa, acquista un grande valore simbolico nell'area, soprattutto nella sua funzione di deterrenza e contrasto contro eventuali incursioni in territorio israeliano.

(ofcsreport, 20 settembre 2017)


Israele, incubo lupi nel deserto: "Attaccano i bambini per mangiarseli"

Almeno dieci attacchi quest'anno. Gli zoologi: non temono più l'uomo, lo considerano un preda

di Giordano Stabile

 
C'è un nuovo nemico alle frontiere di Israele ma non è un gruppo terroristico o uno Stato arabo in cerca di rivincite. Sono i lupi. Si sono adattati alla presenza umana nel deserto, ai margini delle città, e ora cominciano ad attaccare gli uomini. Sono stati registrati già una decina di episodi, nel Negev. L'ultimo in un piccolo accampamento di famiglie in gita vicino a Masada.

 Assalto al campeggio
  «C'erano almeno dieci tende - ha raccontato Ramat Hasharon al quotidiano Haaretz -. All'improvviso, nella notte, un animale che sembrava un cane è entrato nell'accampamento. Ho urlato ma non se ne andava». Il predatore è stato cacciato dagli altri campeggianti ma è tornato due ore dopo e ha assalito la figlia di Ramat: «L'ho visto sopra di lei, con lei a terra, muoveva il suo naso sopra di lei». La piccola ha riportato una ferita per un morso. «Non sembrava che volesse ucciderla ma piuttosto che volesse trascinarla via, portarsela via».

 Bambini come prede
  L'attacco risale a quattro mesi fa. Da allora ne sono stati registrati almeno altri nove, tutti nella zona del deserto. Quasi tutte le vittime erano bambini piccoli. Per esempio due bambini sono stati attaccati alla scuola all'aperto Ein Gedi. Anche una donna è stata assalita, mentre dormiva in una tenda con il marito. Lo zoologo Haim Berger ha analizzato i casi e ha concluso che i lupi non attaccano per mordere o spaventare gli uomini ma proprio per predare i bambini, per nutrirsi. Questo li rende un pericolo molto preoccupante.

 "Se non ti teme, devi temerlo"
  Lo stesso Berger lo ha sperimentato, durante un campeggio nel deserto. «I bambini grandi non volevano dormire nelle tende ma fuori. A un certo punto mia figlia mi ha detto di aver visto un lupo. La cosa anomala è che non sembrava aver paura degli uomini. Non è normale che un predatore stia vicino a te e non abbia paura. Vuol dire che sei tu a dover avere paura. Un lupo che non è spaventato dall'uomo è un lupo che attacca».

 Adattamento all'uomo
  Berger è convinto che i lupi nel deserto israeliano sono passati attraverso una lunga fase di adattamento alla società umana. Hanno imparato che non è necessario temere gli uomini, e che la gente può essere una fonte di cibo, come le gazzelle. Se un lupo non riesce a trovare cibo per giorni e si imbatte in un gruppo di uomini, sente l'odore del cibo cucinato, si avvicina. Cento anni fa nessun lupo avrebbe osato avvicinarsi a un accampamento di beduini. «Ma oggi la situazione è differente».
Già nel 2008 c'era stato un incidente del genere, sempre vicino a Masada, con tre ragazzine assalite a pochi metri dai loro genitori. Il lupo era riuscito a trascinarne una per alcuni metri prima che i genitori riuscissero a scacciarlo. La ragazza era rimasta ferita al collo e alla gola. Allora, l'Autorità per i parchi e la natura aveva promesso di recintare le aree di campeggio ma non l'ha mai fatto.

 Fucili ai ranger
  Quest'anno però gli attacchi sono moltiplicati. Al Kibbutz Ein Gedi una piccola di due anni e mezzo che stava giocando in un campo è stata assalita e ferita alla schiena. Un ranger ha confermato che l'animale ha attaccato per predarla. Gild Gabau, il direttore del distretto meridionale dell'Autorità per i parchi e la natura, ha confermato che ci sono stati almeno dieci gli attacchi nel corso del 2017. Ha aggiunto che la minaccia è presa «sul serio»: è stato proibito dare cibo agli animali selvatici e i ranger sono stati muniti che fucili che sparano pallottole di vernice per spaventare e cacciare i lupi che si avvicinano alle zone abitate e ai campeggi.

(La Stampa, 20 settembre 2017)


I consigli dello 007 israeliano: "Così si combatte il terrorismo"

Nadav Argaman, capo dell'Agenzia di sicurezza israeliana
Dieci giorni fa, il capo dell'Agenzia di sicurezza israeliana (Shin Bet), Nadav Argaman, ha rivelato, durante la riunione del governo israeliano presieduto da Benjamin Netanyahu, che dall'inizio di quest'anno, in Israele, sono stati sventati circa 200 attacchi terroristici, 70 dei quali nei soli mesi di agosto e settembre. Va detto che Argaman ha incluso in questa lista non soltanto gli attentati terroristici come li percepiamo noi in Europa, ma anche rapimenti e scontri a fuoco. Quindi una vasta gamma di episodi terroristici di cui, alcuni, non ancora parte dell'immaginario collettivo europeo sul terrorismo di matrice islamica, come appunto possono essere i rapimenti. In particolare, a destare preoccupazione nell'intelligence israeliana è la situazione in Cisgiordania, che per lo Shin Bet è "fragile" e caratterizzata da una forte presenza simultanea di organizzazioni terroristiche e attori individuali privi di legami con le forze principali del terrorismo, ma pieni di sentimenti di odio verso Israele.
  Con l'avvento del fenomeno terroristico in Europa, in molti considerano il sistema israeliano come un modello da prendere ad esempio per combattere il radicalismo islamico e reprimere le organizzazioni terroristiche. Gli attentati di Barcellona, Manchester, Londra, Parigi, Bruxelles, così come i vari attacchi all'arma bianca o con pulmini tra Regno Unito, Germania e Svezia, hanno posto l'accento su quello che da molti è teorizzato come l'israelizzazione dell'Europa. Ogni capitale europea si sta, infatti, lentamente trasformando, a detta di molti osservatori, come una Tel Aviv del Vecchio Continente. Non c'è più una città tranquilla e non si rischia più soltanto un attentato di vaste proporzioni come potevano essere quelli orribili e devastanti degli anni precedenti, Oggi la tensione è continua e la minaccia costantemente presente in ogni area del continente. Per controllare questa nuova minaccia, il sistema israeliano sembra essere l'unico modello in grado di poter far fronte al problema, comprimendo il rischio nei limiti del possibile. Gianluca Perino, per il Messaggero, ha riportato le parole di un ex 007 dello Shin Bet, Adi Carmi, che ha spiegato come l'Europa dovrebbe comportarsi di fronte al pericolo jihadista.
  "Ci sono soltanto due possibili scenari - spiega Carmi al quotidiano romano - e in entrambi i casi il nostro obiettivo è arrivare prima dell'attacco. Di fronte a gruppi terroristici tradizionali, se hai una buona intelligence, la possibilità di far saltare i piani dei terroristi è sicuramente alta. Di solito gli jihadisti commettono degli errori o, comunque, utilizzano smartphone, computer, tablet e altri sistemi che possiamo intercettare. Lo stesso discorso vale in presenza di una rete che si muove sul territorio, che importa armi ed esplosivo o che è comunque costretta a spostamenti nelle città: anche in questo caso possiamo riuscire a fermarli in tempo. E lo abbiamo già fatto, noi come le polizie di altri paesi europei. Ma questo scenario potrebbe non essere più prevalente, perché in realtà il mondo del terrore è cambiato". Secondo l'ex agente dell'intelligence israeliana, il problema nasce dal fatto che ai miglioramenti del terrorismo islamico nell'uso delle tecnologie, deve esserci un contemporaneo miglioramento delle forze di sicurezza per prevenire queste nuove forme di sviluppo ed espansione dello jihadismo. Nell'ambito dei social network, ad esempio, alcuni sistemi europei si sono ritrovati nettamente impreparati. Le parole di Carmi sono essenziali per comprendere cosa deve cambiare: "La nostra salvezza è rappresentata dalla capacità di cambiare mentalità e strutture, magari anche qualche legge: dobbiamo pensare come loro, vivere come loro, infiltrare i loro ambienti. Servono agenti che parlino arabo perfettamente, che studino il Corano in modo maniacale, che riescano a capire cosa accade realmente nelle moschee dove si predica quell'odio che poi arma i terroristi improvvisati".
  Secondo Adi Carmi, va cambiata anche la percezione delle leggi in materia di antiterrorismo. Nel 2002, Israele modificò le leggi in materia di antiterrorismo unificando i vertici dell'intelligence, che adesso rispondono solo al primo ministro e soprattutto concessero ampi poteri discrezionali alle agenzie di sicurezza del Paese e alla polizia. Il tempo è essenziale, non si può perdere in rimpalli di responsabilità e in cavilli burocratici. E devono essere riformate anche le leggi per prevenire il terrorismo. L'ex agente israeliano pone in particolari due temi fondamentali: migranti e moschee. Per Carmi il problema delle migrazioni è una tema semplicemente di sicurezza interna., E le sue parole sono chiarissime nel delineare quali sono le politiche che l'Italia dovrebbe intraprendere: "Se devo occuparmi della sicurezza del mio Paese, devo sapere tutto: chi sono, da dove vengono, quali contatti hanno, dove stanno andando, dove vanno a dormire. Arrivano a milioni, e tra questi volete che non ci sia qualche potenziale pericolo?". E le moschee e i centri culturali islamici sono un altro grave problema che la politica italiana dovrebbe regolare il prima possibile con leggi più dure. "Perché l'estremismo islamico passa proprio da quei posti, proprio come a Bruxelles o a Malmö", e, aggiunge Carmi, "il problema è che le nostre democrazie devono essere nette quando si parla di integrazione: diritti sì, ma rispetto totale delle nostre regole". Parole che dovrebbe essere stampate a caratteri cubitali nelle aule del nostro Parlamento.

(Gli occhi della guerra, 20 settembre 2017)


Torino, le istituzioni in visita alla sinagoga di San Salvario

La Circoscrizione 8 accolta dal presidente della comunità ebraica torinese e dal Rabbino capo. "Ampliare la collaborazione".

 
La sinagoga di Torino
La sinagoga, le scuole, la casa di riposo e gli spazi di socialità. Il grande patrimonio architettonico e culturale contenuto negli spazi di una delle comunità ebraiche più grandi d'Italia. Si, perché dopo Roma e Milano, è proprio a Torino e Firenze che queste realtà sono maggiormente radicate e ampie. Il tutto aperto alle porte dei consiglieri della Circoscrizione 8 di Torino, per una visita in cui sono state raccontate la storia e le attività della comunità.
   A guidare questa visita il presidente Dario Disegni, che ha mostrato ai consiglieri anzitutto la sinagoga, raccontandone la storia: un edificio arrivato tardi in San Salvario, ricostruito nei suoi interni dopo lo scoppio di una bomba nella seconda guerra mondiale. Ma non solo quella perché, come racconta Disegni, la comunità ebraica è ben più ampia, fatta di scuola elementare e media e casa di riposo, tutte e tre aperte anche ai non ebrei.
   Malgrado sia tra le prime quattro del nostro Paese, ormai la comunità non conta più di 900 membri, "per tutte le variabili comuni nella società italiana: i giovani vanno via per cercare lavoro e l'età della popolazione è sempre più avanzata". Ma nonostante questo lo spazio è fiorente "di attività culturali aperte anche all'esterno. Ormai siamo una comunità allargata in tutti i sensi".
   "Siamo profondamente impegnati nel dialogo religioso - dice il rabbino capo - cosa ancora più importante in un quartiere come San Salvario, che è un laboratorio vero e proprio per la città, dove svolgiamo tantissime iniziative. La nostra comunità non è importante solo per la sua storia, ma anche per la presenza sul territorio".
   Molto soddisfatta la coordinatrice di commissione Noemi Petracin: "E' una realtà importante che dev'essere conosciuta ancora di più, anche per evitare di fare di nuovo degli errori terribili, soprattutto visto il momento storico che vediamo. In questa prospettiva sarebbe bello ampliare la collaborazione, soprattutto per quanto riguarda le scuole e il sociale. Potrebbe dare un senso forte di comunità per il territorio e le sue associazioni".

(TorinOggi, 20 settembre 2017)


Prima base militare statunitense in Israele

Per la prima volta nella storia, gli Stati Uniti hanno stabilito una base militare permanente di difesa aerea in Israele, nel cuore del deserto del Negev, nel sud del paese. Lo ha annunciato ieri, citato dal quotidiano «The Times of Israel», il capo del comando della difesa aerea israeliana, il generale di brigata Tzvika Haimovitch.
Al giornale il generale ha detto che la base statunitense è collocata all'interno di quella israeliana di Mashabim, a occidente delle città di Dimona e Yerucham. «La base - ha aggiunto Haimovitch - dimostra la lunga alleanza tra Stati Uniti e Israele e ci consente di aumentare le nostre difese, nella ricognizione, nell'intercettazione e nella capacità di reagire».
Nonostante abbia sottolineato che l'apertura della nuova installazione non sia legata a nessun evento specifico - e che è stata allestita e preparata in due anni - Haimovitch ha spiegato che la presenza permanente di una base statunitense su suolo israeliano «fa comprendere ai nostri vicini quanto la nostra amicizia con gli Stati Uniti sia importante».
Il generale ha confermato che nella nuova base prenderanno servizio decine di militari israeliani e statunitensi.

(L'Osservatore Romano, 20 settembre 2017)


Ebreo chi?

"Ebreo chi? Sociologia degli ebrei italiani oggi", Jaca Book, 330 pp., 35 euro

di Alessandro Litta Modignani

Ma tu sei ebreo? non è una domanda come tutte le altre. E' un interrogativo che genera "imbarazzo", avverte Furio Colombo nella prefazione, e sulla natura profonda, intima, di questo imbarazzo è necessario scavare e riflettere. Va a Ugo Pacifici Noja e Giorgio Pacifici, i due curatori, il merito di avere assemblato in questo volume collettaneo e multidisciplinare un forte mix di contributi scientifici e di testimonianze di alto valore morale. I coautori sono 16, il focus è sugli ebrei italiani, ma molte considerazioni sull'identità ebraica e l'antisemitismo hanno carattere generale. Analizzando i dati statistici, si scopre per esempio che circa il 50 per cento degli ebrei italiani dichiara di avere un livello di osservanza religiosa medio-bassa, bassa o nulla. Oppure che il 73 per cento degli ebrei americani indica il primo significato dell'identità ebraica nel "Remembering Holocaust", risposta che scende sotto il 20 per cento per gli ebrei italiani. Sergio Della Pergola riprende i complessi e sofisticati sondaggi internazionali dell'Anti Defamation League, Nel 2013-14 poteva essere classificato come "antisemita" il 26 per cento della popolazione mondiale, percentuale che sale al 74 per cento in medio oriente e nord Africa e che si attesta al 24 per cento in Europa occidentale. In Italia la media era al 20 per cento - è salita però al 29 solo un anno dopo. Lo storico Claudio Vercelli, fra i massimi esperti di genocidi e negazionismo, affronta i temi di più bruciante attualità, dai processi migratori ai fenomeni populistici. "L'insediamento di comunità provenienti dal Mediterraneo meridionale e dall'ampia regione mediorientale (. . .) influisce (. . .) anche sulle dinamiche di formazione, rinegoziazione e diffusione di pregiudizi antichi". Per fornire una definizione, Vercelli scrive che "si ha antisemitismo quando vi è la diffusa convinzione che la storia umana sia attraversata e condizionata in maniera permanente, da una cospirazione tramata nell'ombra dall'ebraismo ai danni dei non ebrei", cospirazione che "avrebbe come obiettivo il conseguimento di un potere di controllo, se non di dominio, pressoché assoluto sull'intera comunità umana.(…) La nascita di Israele viene letta come una peculiare manifestazione di questo processo di 'rivelazione' della intrinseca malignità degli ebrei". Alcune suggestioni di questo tipo, aggiunge Vercelli, si possono riscontrare nei richiami anti politici dei movimenti populisti europei e italiani. "E' infatti tipico della stereotipia antisemitica l'identificare la politica democratica come prodotto della corruzione e dell'affarismo", una concezione "storicamente propria di quei ceti che hanno faticato a definire un ruolo economico e un profilo culturale certi". Nelle conclusioni, Giorgio Pacifici sottolinea la pericolosa interazione fra due stereotipi profondi: "Avarizia, ricchezza e potere" costituiscono un insieme strettamente interconnesso con la presunta "estraneità della comunità ebraica italiana, il suo essere 'altro' rispetto alla collettività nazionale. (. . .) Un'immagine indubbiamente banale, ma pericolosa soprattutto in un momento storico come quello presente".

(Il Foglio, 20 settembre 2017)


Marocco - Rabbini riuniti a Essaouira per la celebrazione dell'Hiloula

RABAT - Si è svolto ieri a Essaouira, nella parte centrale del Marocco, l'annuale raduno dei rabbini e della comunità ebraica marocchina per la celebrazione dell'Hiloula. Questa riunione religiosa annuale è rivolta agli ebrei marocchini del Nord America, dell'America Latina e di tutta l'Europa, ed è un momento di riunione per il Marocco. Per celebrare l'ultimo giorno di Hiloula, è stata organizzata una grande serata musicale a Essaouira in onore di re Mohammed VI. Le celebrazioni commemorano la figura di uno dei rabbini più importanti della storia dell'ebraismo marocchino, Rabbi Haim Pinto. Durante la serata di chiusura l'orchestra ha eseguito l'inno nazionale della "marcia verde" come tributo al re.

(Agenzia Nova, 20 settembre 2017)


Il Giro che fa la storia. «Il primo capitolo di una nuova era. Così uniremo Israele e Italia»

Il direttore Vegni: «Sulla sicurezza non dobbiamo insegnare niente. I team arabi? Nessuna obiezione»

«Useremo tre aerei e due navi. squadre con due strutture» «Israele fornirà 120 tra auto e furgoni e tutte le moto» «Esiste anche un piano B tutto italiano, ma non voglio pensarci»

di Luca Gialanella

GERUSALEMME - Il giorno dopo la nascita di Gerusalemme rosa, la soddisfazione è ancora più forte. Mauro Vegni, direttore del Giro d'Italia, giustamente parla di «un evento che non è stato formale, ma ha toccato tutti perché la partenza da Israele nel 2018 rappresenta un punto di non ritorno, una svolta epocale che resterà per sempre nella storia del ciclismo mondiale». Tre tappe, dal 4 al 6 maggio: la cronometro inaugurale a Gerusalemme, 10,1 chilometri sotto le Mura della città cuore di ebraismo, cristianesimo e islamismo; l'arrivo sul lungomare di Tel Aviv e quello di Eilat, dopo aver attraversato il deserto del Negev, tappe per velocisti, con le insidie di vento, caldo, soprattutto di un mondo da esplorare anche in bicicletta. Sul tavolo, questioni complesse di logistica e sicurezza. Una carovana di 2000 persone a notte da porta-
re nel Medio Oriente a 4 ore di volo dall'Italia, la polizia, i mezzi. Vegni spiega tutto.

- Partiamo dalla logistica. Come si porta il Giro in Israele e poi lo si riporta in Itala?

  «Il progetto della Grande Partenza a Gerusalemme nasce ambizioso e mi ha affascinato subito proprio per questo motivo. È il primo capitolo della nuova storia del Giro, ma non ci spaventa perché ho la fortuna di avere una grande squadra alle spalle. Anche le partenze dall'Irlanda del Nord nel 2014 o dall'Olanda (2010 e 2016) erano complesse. Intanto ci sarà un contributo importante da parte di Israele: le transenne, i podi, le tribune, i villaggi di partenza e arrivo saranno realizzati in loco su nostre indicazioni. E Israele fornirà anche tutti i mezzi dell'organizzazione: parliamo di 120 auto e furgoni, da quelli della Giuria ai mezzi della pubblicità, per esempio. E anche tutte le moto di supporto, come quelle dei motociclisti e della scorta tecnica. Auto e moto che saranno ufficiali, della stessa marca con la quale abbiamo firmato il contratto di fornitura».

- Per quanto riguarda i team?

  «Porteranno le loro ammiraglie e i pullman, con i rispettivi sponsor. Non ci sembrava bello partire con auto noleggiate sul posto. Abbiamo invece lasciato discrezionalità per i mezzi di supporto, come il camion officina: in questo caso, lo possiamo fornire in Israele».

- Martedì primo maggio i corridori saranno a Gerusalemme.

  «Partiranno direttamente dalle loro sedi in aereo per Tel Aviv, perché è più comodo per tutti. Chiaramente questo aspetto sarà compensato nei costi riconosciuti alle squadre. Mentre per il ritorno, da Israele all'Italia, ci saranno due voli charter che lunedì 7 maggio porteranno i corridori, più un aereo cargo per le biciclette e il materiale tecnico».

- E i mezzi delle squadre?

  «Organizzeremo due navi-charter che partiranno da un porto ancora da stabilire, uno tra Venezia, Ancona o Ravenna. Sono quattro giorni di navigazione. Il personale delle squadre arriverà con i voli dei corridori in anticipo per organizzare tutto per tempo. Lo stesso per il ritorno. Ma in questo caso i team si organizzeranno con una seconda struttura logistica, ammiraglie e pullman, per accogliere i corridori: le due navi-charter arriveranno in Italia dopo che la corsa sarà già ripartita».

- Passiamo alla polizia.
  «In Israele, la responsabilità della scorta del Giro sarà della polizia israeliana. La nostra Stradale non ha facoltà per intervenire in uno stato estero. Gli israeliani sono già venuti al Giro e torneranno al Lombardia per definire gli ultimi dettagli. Problemi non ce ne saranno».

- La sicurezza. .
  «La Grande Partenza ha il sostegno totale del governo israeliano. L'avete visto alla presentazione: due ministri, turismo e sport, il sindaco di Gerusalemme, che è una figura di primissimo piano, e lo stesso premier Netanyahu che segue questo evento sin dal primo momento. Con la corsa rosa, Israele ha investito tantissimo sulla propria immagine e la sicurezza non è un problema che dobbiamo insegnar loro come si risolve. Lo conoscono molto bene: sulla sicurezza si giocano l'investimento di questa operazione. C'è sempre, all'esterno, questa idea di Israele come nazione pericolosa, ed è proprio questo il motivo per cui vogliono investire sul Giro. Per loro, il discorso sicurezza è implicito nell'organizzazione del Giro. E io aggiungo che in questo momento può essere molto più pericoloso partire da Bruxelles, per esempio».

- Le squadre arabe come Bahrain-Merida o Uae-Emirates?
  «Già da marzo avevo informato il Ccp (il Consiglio del professionismo dell'Uci, ndr) che si sarebbe potuti partire da Gerusalemme. Ci siamo risentiti il 7 settembre. Nessuno ha avuto da ridire, e da parte sua Israele è una nazione molto aperta. "Siamo aperti a tutti", hanno sempre detto».

- Nel 2018 i corridori nei grandi giri scenderanno da 9 a 8. Questo vuol dlre che verrà invitata una squadra in più?
  «Assolutamente no, anche perché attualmente il regolamento non lo prevede. Restiamo a 22 squadre con tetto massimo di 176 corridori: 18 WorldTour, se non ci saranno cambiamenti, e quattro wild-car»,

- Nel caso di eventi catastrofici che impedissero il via da Israele, come si regolerà il Giro?
  «Ho già un piano-B, tutto italiano, ma è davvero una soluzione da prendere in considerazione come ultimissima possibilità. E in ogni caso tenete presente che il nostro ministero degli Esteri segue passo passo la Grande Partenza. Ho la possibilità di inserire nel tracciato del Giro, diciamo tra il sud e il centro, risalendo l’Italia, un pacchetto di tre tappe per sostituire eventualmente le tre di Israele. Il programma originale prevede l'arrivo della carovana da Eilat alla Sicilia, e quindi il nuovo via verrebbe dato qui. Ma, ripeto, sono soluzioni davvero estreme alle quali non voglio proprio pensare».

(La Gazzetta dello Sport, 20 settembre 2017)


Vladimir Putin si congratula con gli ebrei russi per il Rosh Hashanah

 
MOSCA, 20 set 2017 - Vladimir Putin si è congratulato gli ebrei russi per il Rosh Hashanah.
"La celebrazione del nuovo anno ebraico è un evento importante nella vita della comunità ebraica, tributo al patrimonio storico e spirituale degli ebrei e alla loro cultura e costumi distintivi. Sono contento che incoraggiate i giovani a seguire queste tradizioni secolari. In questa festa i sostenitori dell'ebraismo analizzano i loro risultati, elaborano piani per il futuro e si rendono conto della loro speciale responsabilità per il benessere di coloro che hanno bisogno della loro assistenza e supporto.
Sono fiducioso che le organizzazioni ebraiche della Russia contribuiranno attivamente all'attuazione di iniziative educative e di sensibilizzazione tanto necessarie, sia agli atti di compassione e di carità, nonché promuoveranno la tolleranza religiosa e le buone relazioni tra persone di diverse fedi."

(Agenparl, 20 settembre 2017)


Hannah e Leni divise dalla Shoah

La corrispondenza fra la filosofa Arendt e la storica Yahil si interrompe bruscamente nel 1963, dopo gli articoli pubblicati dalla prima sul processo Eichmann e riuniti nel volume "La banalità del male". La simpatia che le unisce viene scalfita dalle dissonanze su totalitarismi e responsabilità individuali. Ora in italiano le lettere delle due intellettuali.

di Massimo Giuliani

Una piccola corrispondenza, solo quindici lettere, tra due grandi donne, da cui trapelano le drammatiche domande del XX secolo. Le amiche sono la filosofa Hannah Arendt e la storica Leni Yahil, due intellettuali ebree che si incontrano a Gerusalemme nella primavera del 1961, in occasione dell'inizio del processo Eichmann, il criminale nazista responsabile della deportazione e della morte di molte migliaia di ebrei. "Rapito" dai servizi segreti israeliani in Argentina, Eichmann viene trasferito in Israele e portato in tribunale alla presenza di molti testimoni sopravvissuti alla Shoah, in un processo voluto dal!' allora primo ministro David Ben Gurion anche a scopi "pedagogici": elaborare in ambito ebraico il trauma dell'esperienza nazista e forgiare un ethos diverso da quello esilico nelle nuove generazioni di ebrei israeliani. Tutto il mondo ne parlò. La posta in gioco era grande: chiudere o meglio affrontare un passato recente enormemente doloroso, e complesso dal punto di vista storico, e far comprendere come l'obbedienza cieca e irresponsabile non fosse più una virtù per nessuno.
  Tornata in America (la sentenza non è ancora stata emessa), Arendt riceve un piccolo regalo dalla sua nuova amica israeliana, una "mano della fortuna" con una lettera d'amicizia. È l'inizio di un dialogo epistolare dove però già emergono le spinose questioni sulle quali le idee delle due amiche divergono: la laicità di Israele e il rapporto con la tradizione, la separazione tra religione e stato, il senso del sionismo e del nazionalismo ebraico ... Grande simpatia sul piano umano ma progressive dissonanze sul piano ideologico, politico e persino culturale. La rottura tra le due si consuma tra il marzo e l'aprile del 1963, a processo concluso e sentenza (di morte) eseguita, quando i reportage della Arendt sul processo di Gerusalemme escono sul "NewYorker" e il mondo ebraico insorge contro i commenti e le obiezioni che la filosofa ebrea-tedesca-statunitense muove al processo stesso. Queste lettere, scritte originariamente in tedesco e inglese, e rimaste a lungo private, sono ora disponibili in italiano (Hannah Arendt, L'amicizia e la Shoah. Corrispondenza con Leni Yahil, introduzione di Ilaria Possenti, traduzione di Fabrizio lodice, Edb, pagine 112, euro 9,80) e fanno riflettere, perché anticipano i temi di un'altra dolorosa rottura amicale, quella tra la stessa Arendt e Gershom Scholem, in due lettere rese subito pubbliche, dove lo studioso di qabbalà accusa l'autrice di La banalità del male (che raccoglie quei reportage sul processo Eichmann) di aver espresso giudizi falsi e avventati (falsi appunto perché avventati), di non essersi messa a sufficienza nei panni degli ebrei perseguitati dal regime nazista e di mancare di quella solidarietà e sensibilità umana, «il tatto del cuore» dice Scholem, senza il quale i giudizi storici rischiano di mancare l'obiettivo.
  È interessante vedere in parallelo le reazioni di Yahil e di Scholem all'approccio della Arendt: la storica della Shoah le chiede brutalmente a chi pensa di servire con i suoi duri giudizi: alla verità storica? Oppure alla giustizia? Al popolo ebraico o al popolo tedesco? O vuole negare a Israele il diritto a una giustizia che non può conseguire altrove se non in un proprio stato? E Scholem, poche settimane dopo, le rinfaccia di mancare di amore per il popolo ebraico e di cadere in contraddizione con le riflessioni sul totalitarismo dei suoi libri precedenti. Già nelle risposte all'amica israeliana Arendt è chiara: si processano le persone, non le ideologie o gli stati; quello che le sta a cuore è capire e valutare le responsabilità dell'individuo e non i sistemi in quanto tali; e ciò anche a costo di smettere di parlare di «male radicale» e fermarsi invece a pensare il «male estremo», appunto più esteso che profondo. Da qui la tesi della «banalità del male», che per oltre cinquant'anni ha fatto discutere filosofi e sociologi, storici e scienziati politici. Questo carteggio illumina quella riflessione al suo stato nascente, e se poco aggiunge ai contenuti, molto aiuta a capire che il rigore intellettuale della Arendt, che non teme di andare controcorrente e ben coglie, e se non denuncia tuttavia evidenzia i punti più critici della nuova esperienza politica dello stato di Israele: il rapporto tra la laicità delle istituzioni e il retaggio religioso del popolo ebraico ovvero il conflitto tra modernità e tradizione, la separazione tra stato e sinagoga, il rischio che un legittimo patriottismo sconfini nell'estremismo tipico di ogni nazionalismo.
  Avevano ragione Scholem e Yahil a rimproverare alla loro amica di non capire il momento storico, unico e irripetibile, che stava vivendo la giovane nazione ebraica nata (anche) dalle ceneri della Shoah? O aveva ragione la Arendt nell'insistere che, nei sistemi totalitari, la linea tra vittime e persecutori resta confusa ... e che già quella generazione era in grado di esprimere giudizi storici ben precisi sugli eventi contemporanei? Forse, in questo avvio di dibattito mancò una categoria che sarebbe emersa lentamente tra gli studiosi, che anzi fu formulata in modo chiaro solo da un testimone-pensatore come Primo Levi, la categoria della «zona grigia». E anch'essa, all'inizio, fu fraintesa e avversata, come se volesse offuscare la linea di demarcazione tra vittime e carnefici, tra chi il male lo subisce e chi lo compie, e sollevare i nazisti dalle loro responsabilità. Ma in Levi era chiaro che l'esistenza innegabile della zona grigia nei sistemi totalitari non fa venir meno la «colpa dei carnefici», che in ultima istanza sono responsabili anche della corruzione morale delle loro vittime. La distinzione resta netta, anche nel grigiore delle condizioni storiche dei regimi di terrore. Su un punto, credo, Levi e Arendt avrebbero concordato: che le responsabilità penali restano comunque individuali, in tribunale si portano e si valutano le azioni degli individui e non i sistemi e le ideologie, dato che questi ultimi sono meglio vagliati, e se necessario condannati, dai tribunali della ricerca dei fatti, della valutazione etica e non ultimo del giudizio critico degli storici. Ecco perché, pur nelle divergenze e nelle obiezioni alle procedure del processo Eichmann, Hannah Arendt non dubitò mai che la sentenza fosse giusta, soprattutto se venne dettata non dal «cuore», dalle molte emozioni che il processo aveva suscitato, ma dai fatti, ossia dalle azioni (malvagie) compiute dal gerarca nazista. Del resto, anche Scholem approvò la sentenza anche se si era attivato, senza successo, per una sua sospensione. Così la Storia, termine che alla Arendt non piaceva perché ciò che conta sono solo le storie, si è frapposta tra amici, pur tutti ebrei e in un certo senso sopravvissuti alla Shoah. Si è frapposta e ha rotto quel sentimento, quell'empatia che, da Aristotele in poi, chiamiamo amicizia. È una dinamica che la storia del pensiero occidentale ben conosce: «amicus Plato, sed magis amica veritas» ossia Platone è un amico, ma ancor di più lo è la verità. Peccato (o fortuna) che, nei giudizi storici, spesso tale verità assume volti nuovi in epoche diverse.

(Avvenire, 20 settembre 2017)


Storico incontro Netanyahu-Trump: archiviati tutti gli errori di Obama

di Giovanni Trotta

 
Israele e Usa, dopo la devastante èra Obama, si riavvicinano. Per la prima volta nella storia, gli Stati Uniti hanno stabilito una base militare permanente in Israele. Si tratta di una base aerea nel deserto del Negev, all'interno della base aerea israeliana di Mashabim. Lo ha annunciato questa sera il capo del comando della difesa aerea israeliana, generale Tzvika Haimovitch, citato dai media locali. La base americana, con decine di militari statunitensi, permetterà di "migliorare la nostra difesa, nella ricognizione, le intercettazioni e la capacità di reazione", ha sottolineato il generale. La cosa è collegata al colloquio tra i due leader: con Donald Trump discutiamo "di come possiamo affrontare insieme questo terribile accordo nucleare con l'Iran" e di come possiamo respingere la "crescente aggressione" dell'Iran "nella regione, specialmente in Siria". Lo ha detto il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, in dichiarazioni pronunciate davanti alla stampa all'inizio del suo incontro a New York con il presidente americano. Interpellato dai giornalisti sull'Iran, Trump si è limitato a dire: "lo vedrete molto presto". "Signor presidente, sotto la sua leadership l'alleanza fra l'America e Israele non è mai stata così forte, mai così profonda", ha aggiunto Netanyahu, che aveva avuto un difficile rapporto con il predecessore di Trump, Barack Obama. Donald Trump da parte sua si dice convinto che vi sia "una buona possibilità" per un accordo di pace in Medio Oriente. "Parleremo di molte cose, fra cui un accordo di pace fra israeliani e palestinesi, un fantastico risultato - ha detto il presidente americano all'incontro a New York con il primo ministro israeliano. "Noi diamo un assoluto via libera. Penso ci sia una buona possibilità che possa accadere". "Israele vuole vederlo. I palestinesi vogliono vederlo. Posso dire che l'amministrazione Trump vuole vederlo - ha proseguito il presidente americano parlando dell'accordo di pace -. Lavoriamo duramente. Vedremo cosa accadrà. Storicamente la gente dice che non può accadere. Io dico che può accadere". Netanyahu ha anche detto di voler discutere con Trump "dell'opportunità per la pace" fra Israele e i palestinesi e "fra Israele e il mondo arabo".

(Il Secolo d’Italia, 19 settembre 2017)


Incontro bilaterale Israele -Egitto. Al Sisi guida la svolta dei Paesi arabi

di Yossy Raav

I segnali positivi si rincorrono. Si susseguono. Non era mai accaduto dal 2009 che Israele e Egitto avessero un incontro bilaterale, che i due leader si offrissero a teleobiettivi e cineprese. Sorrisi, strette di mano, un'atmosfera cordiale e amichevole. Benjamin Netanyahu e Abdel Fattah al-Sisi faccia a faccia a New York per poco più di un'ora e mezza. Una svolta. Può cambiare la politica dei Paesi arabi nei confronti di Israele.

 
Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri paesi del Golfo ormai da un po' di tempo stanno beneficiando della cooperazione in materia di sicurezza e di intelligence con Israele. E questo perché ora hanno nemici comuni, l'Iran e il terrorismo radicale sunnita.
Tuttavia fino ad ora, nonostante la collaborazione ed i nemici comuni, i Paesi Arabi non sono stati disposti a dare a Israele qualcosa di importante in cambio, il riconoscimento pubblico di tali legami, dei nuovi rapporti.
A rompere questo velo di ipocrisia, incontrando Netanyahu pubblicamente, Sisi ha voluto riconoscere pubblicamente ciò che tutti sanno: e cioè che l'Egitto ha un rapporto importante e significativo con Israele. E che non ritiene più sia necessario di nasconderlo. Una svolta che potrebbe indurre gli altri Paesi a fare altrettanto e che potrebbe disegnare nuove strategie in Medio Oriente.

(Italia Israele Today, 19 settembre 2017)


Perché quella di Hamas con Fatah potrebbe essere una mossa politica

di Emanuele Rossi

Domenica Hamas, il gruppo che Stati Uniti e Unione Europea considerano un'organizzazione terroristica e che controlla la Striscia di Gaza, ha annunciato unilateralmente di aver avviato la strada per la riconciliazione con Fatah, altro gruppo (teoricamente) ex-combattente che guida l'Autorità Palestinese (AP) del presidente Mahmmoud Abbas. Hamas accetterebbe le richieste di Abbas per tenere elezioni nazionali sia sulla Striscia che in Cisgiordania. Ma alcuni analisti, come Grant Rumley della Foundation for Defense of Democracy (autore del libro fresco d'uscita "The Last Palestinian", sull'ascesa politica di Abbas), ritengono che si possa trattare di "un'altra mossa di un gioco di scacchi di cui da dieci anni i palestinesi pagano quotidianamente il prezzo".

 L'avvicinamento
  I funzionari di Hamas hanno parlato dal Cairo e dichiarato di "rispondere ai generosi sforzi egiziani che riflettono il desiderio egiziano di porre fine alla divisione e di raggiungere la riconciliazione, e sono basati sul nostro desiderio di trovare l'unità nazionale". Le due entità palestinesi sono formalmente divise dal 2007, anno in cui le forze di Abbas sono state cacciate dalla Striscia, su cui Hamas detiene il controllo militare, e una fitta serie di tentativi di riconciliazione sono via via falliti: la Mecca 2007, Sana'a 2008, Cairo 2011, Doha nel 2012, il Cairo ancora nel 2012 e infine il campo profughi Shati nel 2014, sono stati teatri di negoziati sempre chiusi con un nulla di fatto. L'ultimo grave argomento di contenzioso è stata l'istituzione, nel mese di marzo, di un comitato amministrativo per governare Gaza. L'AP è stata da subito contraria perché lo vedeva come un ulteriore passo voluto da Hamas per far diventare Gaza uno stato - e dunque allontanando una riconciliazione nazionale che dalla Cisgiordania vedono più come una sottomissione dei cugini. Abbas ha reagito sanzionando la Striscia: pesanti tagli alle forniture elettriche (da anni l'AP sopperisce al fabbisogni dei gazzaschi dato che Hamas non ha rapporti formali con Israele) e alle forniture mediche, più una serie di misure restrittive per i lavoratori.

 La situazione nella striscia
  La situazione ha messo ancora più in crisi Gaza, che subisce già un severo blocco israelo-egiziano sugli accessi clandestini di beni di prima necessità alla Striscia - una misura di pressione nel quadro della lotta al terrorismo che Gerusalemme e il Cairo stanno coordinando più o meno ufficialmente a cavallo delle aree di confine. La situazione attuale è da sommare a un malcontento diffuso che per la prima volta è venuto alla luce pubblicamente a gennaio, quando migliaia di persone si erano riunite per protestare contro le politiche adottate dal gruppo che amministra la Striscia. La nuova leadership di Hamas, finita sotto pressione, potrebbe aver scelto la via pragmatica della riconciliazione. Ma non è chiaro quanto il regime militarista islamista accetti di sottoporre le proprie forze armate al controllo di Abbas e dell'AP.

 Il gioco di Hamas
  È possibile, nell'ipotesi Rumley, che le dichiarazioni di domenica siano un mossa politica per complicare la strada ad Abu Mazen. Abbas si incontrerà con il presidente americano Donald Trump a New York, in occasione dell'assemblea generale della Nazioni Unite. Trump ha piantato nella pace mediorientale un caposaldo della sua politica estera, anche per cercare di marcare un successo su uno sforzo in cui il suo predecessore ha fallito. La riconciliazione palestinese è stata la base della dottrina con cui John Kerry, l'ultimo segretario di Stato obamiano, ha affrontato la questione, senza successo. Ora Hamas proponendo un avvicinamento a Fatah mette in difficoltà sia Trump che Abbas, perché sa che il primo difficilmente potrà aprirsi se l'AP accetterà l'inclusione di un gruppo colpevole di atti terroristici, spiega Rumley.

(formiche.net, 19 settembre 2017)


I nostri cugini ebrei festeggiano l'anno 5778. E' tempo di capodanno

E' usanza festeggiare Rosh haShanah con una cena preparata appositamente. Pur assumendo forme diverse nelle comunità, in questa cena si è soliti consumare dolci a base di mele e miele, segno di buon auspicio che il nuovo anno possa essere dolce. Anche il melograno viene spesso consumato come segno di prosperità e dolcezza auspicata.

di Alessandro Anderle

In questi giorni il popolo ebraico celebra il suo capodanno Rosh haShanah (letteralmente il capo dell'anno). Ebrei e musulmani hanno conservato il proprio calendario, nato in epoca molto antica e basato sulle fasi lunari (quello gregoriano, che comunemente usiamo, è stato invece calcolato sull'anno solare). Per questo motivo le giornate di festività mutano di anno in anno e, per quanto riguarda il 2017, Rosh haShanah inizia mercoledì 20 settembre al tramonto del sole e termina venerdì 22 settembre.
   È una delle feste più sentite dagli ebrei e originariamente - come le altre festività giudaiche - era una festa legata alla vita contadina, la festa del raccolto (mentre Pasqua era la festa della semina e, sette settimane dopo, cadeva quella di "Pentecoste" legata alla raccolta delle primizie). Oggi rappresenta l'inizio dell'anno ebraico, coincidente con la creazione di Adamo. Il 20 settembre 2017 inizia, secondo il calendario ebraico, l'anno 5778 dalla creazione adamitica.
   Nel pentateuco (Torah), i giorni di Rosh haShanah vengono anche definiti Yom Terua (il giorno del suono dello Shofar - corno di montone), Yom haDin (il giorno del giudizio). Lo Shofar viene suonato per chiamare simbolicamente a raccolta il popolo d'Israele, risvegliarlo per ricordargli che il giudizio è vicino. Secondo la letteratura rabbinica, in questi giorni il Signore esamina la storia dell'umanità intera per giudicarla. Per questo motivo la festa di Rosh haShanah è occasione di meditazione sull'anno appena trascorso, e di riconciliazione. Se vi sono delle offese irrisolte, colui il quale ha offeso ha l'occasione per chiedere perdono a colui che ha offeso. E l'offeso, salvo qualche eccezione, deve saper concedere il perdono. Questo periodo di pentimento, riconciliazione umana, e giudizio divino si protrae per dieci giorni, fino al giorno dell'espiazione (Yom haKippur).
   Dal punto di vista tradizionale, è usanza festeggiare Rosh haShanah con una cena preparata appositamente. Pur assumendo forme diverse nelle comunità, in questa cena si è soliti consumare dolci a base di mele e miele, segno di buon auspicio che il nuovo anno possa essere dolce. Anche il melograno viene spesso consumato come segno di prosperità e dolcezza auspicata.
   Durante la cerimonia di Rosh haShanah viene recitato il passo del profeta Michea (7,18-20): "Qual dio è come te, che toglie l'iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità; che non serba per sempre l'ira, ma si compiace d'usar misericordia? Egli tornerà ad aver pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati. Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo la tua benevolenza, come hai giurato ai nostri padri fino dai tempi antichi". Dalla lettura di questo passo biblico è nata, in tempi antichi, la tradizione di gettare via i peccati commessi - spesso simboleggiati da piccoli sassi - nelle acque di un fiume, di un lago o nel mare. Tale usanza, molto sentita ancora oggi, prende il nome di Tashlikh, che, appunto, significa buttare.
   Auguri ai fratelli (maggiori) del popolo ebraico, che il 5778 possa essere un anno di pace. Shalom!

(il Dolomiti, 19 settembre 2017)


La diaspora e il destino dei beni culturali sottratti agli ebrei nella Seconda Guerra Mondiale

La Scuola IMT di Lucca
LUCCA - Il dramma delle comunità ebraiche insediate nella regione dell'Alpe Adria durante la Seconda Guerra Mondiale narrato attraverso la ricostruzione delle requisizioni di cui furono vittime in quegli anni. Questo il tema affrontato dal team internazionale di studiosi provenienti da università e istituzioni culturali di Croazia, Germania, Italia, Slovenia e Austria che si è riunito in questi giorni alla Scuola IMT di Lucca per il seminario internazionale "Transfer of Cultural Objects in the Alpe Adria Region in the 20th Century (TransCultAA)". Il workshop, in corso fino al pomeriggio del 19 settembre 2017, si è focalizzato in particolare sull'appropriazione dei beni culturali di proprietà ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale nel territorio che comprende Slovenia, Carinzia, Stiria, Friuli Venezia Giulia e Croazia. Un capitale simbolico, oltre che materiale, fatto di quadri, opere d'arte, collezioni di libri, ma anche di oggetti di uso comune di cui è importante ricostruire le vicende per comprendere la storia e i cambiamenti più profondi della società europea.
   Il progetto che vede la partecipazione di IMT con il professor Emanuele Pellegrini, coordinatore del programma di dottorato in Beni Culturali della Scuola, e con Daria Brasca, nel ruolo di post doc, intende analizzare la complessità del fenomeno dell'appropriazione e della gestione del patrimonio appartenuto agli ebrei a livello transnazionale e confrontare le diverse pratiche amministrative, cercando anche di documentare gli oggetti presenti o in transito nei vari territori coinvolti. L'evento fa parte del progetto europeo HERA - Humanities in the European Research Area (Le scienze umanistiche nell'area europea della ricerca, ndr), un partenariato tra 24 consigli di ricerca di tutta Europa, nato per garantire alle scienze umanistiche uno spazio e un'attenzione specifici nei programmi quadro della Commissione europea. Parte essenziale del workshop è la mostra allestita nel chiostro di San Francesco a Lucca. Si tratta di dodici manifesti realizzati dal gruppo di studiosi afferente al progetto HERA per presentare il destino di beni ebraici durante la Seconda Guerra Mondiale. L'esposizione è gratuita e resta aperta al pubblico fino al 28 settembre.

(Toscana, Eventi e News, 19 settembre 2017)


I palestinesi dimenticati

di Khaled Abu Toameh (*)

Originale inglese: The Forgotten Palestinians

 
Il campo profughi di Yarmouk, in Siria, è stato sotto assedio da parte dell'esercito siriano per più di 1510 giorni. Nella foto: i residenti di Yarmouk fanno la fila il 31 gennaio 2014 per ricevere derrate alimentari.
In Siria, dall'inizio della guerra civile, sono scomparsi più di 1.600 palestinesi e centinaia sono stati uccisi. Ma questo non è il tipo di notizie riprese dai media mainstream in Occidente.
   Per attirare l'attenzione della comunità internazionale e dei media, i palestinesi devono vivere in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza o a Gerusalemme. Sono questi i palestinesi fortunati le cui storie (e i drammi) ricevono regolarmente copertura da parte dei mezzi di comunicazione internazionali. Per quale motivo? Perché si tratta nella maggior parte dei casi di episodi spesso collegati, direttamente o meno, a Israele.
   Non è un segreto che i giornalisti e i media mainstream occidentali abbiano sviluppato un'ossessione per Israele. Tutto ciò che Israele fa (o non fa) riceve un'ampia copertura mediatica, soprattutto se c'è un modo per accusare Israele di infliggere sofferenze ai palestinesi.
   Se il presidente dell'Autorità palestinese (Ap) Mahmoud Abbas impone misure coercitive contro i due milioni di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza, negando loro farmaci, energia elettrica e stipendi, in qualche modo i media mainstream trovano il modo di implicare Israele.
   Anche l'offensiva in atto lanciata da Abbas contro i media palestinesi, tra cui l'arresto di giornalisti e utenti di Facebook, pare che non faccia notizia, a giudizio dei media occidentali. Che importa se Abbas blocca 30 siti web di notizie a causa delle critiche mosse alle sue politiche e azioni? Che importanza ha se Abbas la settimana scorsa ha ordinato l'arresto del giornalista Ayman Qawasmeh, direttore di una emittente radiofonica privata di Hebron?
   Qawasmeh è stato arrestato dopo aver criticato Abbas, chiedendo a lui e al suo primo ministro Rami Hamdallah di dimettersi. I giornalisti occidentali che si occupano del conflitto israelo-palestinese ignorano queste notizie solo perché, a quanto pare, non offrono alcun appiglio per prendersela con Israele.
   Come se non bastasse l'arresto di Qawasmeh, le forze di sicurezza di Abbas hanno poi arrestato Issa Amro, un attivista palestinese di Hebron, per aver criticato su Facebook l'Autorità palestinese per la
Sarebbe stato meglio se Ayman Qawasmeh e Issa Amro fossero stati arrestati dalle autorità israeliane. Se fosse accaduto, le loro vicende sarebbero finite sulle pagine dei principali quotidiani occidentali
detenzione del giornalista, accusandola di soffocare la libertà di espressione.
Sarebbe stato meglio se Ayman Qawasmeh e Issa Amro fossero stati arrestati dalle autorità israeliane. Se fosse accaduto, le loro vicende sarebbero finite sulle pagine dei principali quotidiani occidentali. La CNN e la NBC avrebbero potuto dedicare un intero programma alla loro disavventura. Ma senza alcuna implicazione di Israele, non c'è nessuna attenzione mediatica occidentale e le loro vicissitudini rimangono sepolte, insieme alla loro libertà.
   La tragica notizia dei palestinesi morti in Siria rivela l'approccio dei due pesi e due misure che i media internazionale adottano per quanto riguarda il Medio Oriente: se Israele non è coinvolto in qualcosa, i giornalisti non se ne occupano.
   Ciò che accade ai palestinesi nei paesi arabi sembra essere piuttosto banale per la maggior parte del mondo. Pertanto, cosa succede se migliaia di palestinesi sono scomparsi o sono stati uccisi? Se è coinvolto un paese arabo, i media stanno alla larga.
   Il Gruppo d'azione per i palestinesi in Siria (AGPS) afferma di aver documentato 1.632 casi di detenuti palestinesi, compresi donne e bambini, che sono scomparsi in Siria. Tra loro ci sono giornalisti, medici, infermieri e operatori umanitari. Secondo questa organizzazione per i diritti umani, i detenuti hanno subito "ogni forma di tortura" in varie strutture di detenzione e prigioni siriane.
   L'AGPS afferma di aver documentato circa 472 casi di decessi per le torture inflitte nelle strutture di detenzione e nelle prigioni siriane negli ultimi anni. Il numero reale potrebbe essere molto più alto, tenuto conto del silenzio e delle severe restrizioni imposte dalle autorità siriane. I familiari non annunciano la morte dei loro cari per paura di una rappresaglia da parte delle autorità siriane.
   In un altro report, il gruppo precisa che dall'inizio della guerra civile in Siria sono stati uccisi circa 3.570 palestinesi, tra cui 462 donne. Al contempo, il campo profughi di Yarmouk, in Siria, è stato sotto assedio da parte dell'esercito siriano per più di 1510 giorni
   Un altro campo profughi palestinese, quello di Dara'a, è rimasto senza acqua per più di 1247 giorni (A Yarmouk non c'è stata acqua potabile per 1088 giorni). Il report rileva inoltre che alla fine del 2016 più di 85.000 palestinesi sono fuggiti dalla Siria verso l'Europa, e più di 60.000 hanno trovato rifugio in Giordania, Turchia, Egitto e nella Striscia di Gaza.
   Questi dati raccapriccianti sono la norma nei paesi del mondo arabo devastati dalla guerra, dove arabi e
Il dramma dei palestinesi nei paesi arabi desta una scarsa attenzione internazionale. Questo silenzio ha conseguenze devastanti ed è diret- tamente legato alla sproporzionata copertura mediatica internazionale che viene riservata a Israele.
musulmani si spostano da un paese all'altro, si torturano e si uccidono a vicenda da molti anni. In modo preoccupante, il dramma dei palestinesi nei paesi arabi desta una scarsa attenzione internazionale. Questo silenzio ha conseguenze devastanti ed è direttamente legato alla sproporzionata copertura mediatica internazionale che viene riservata a Israele.
Si consideri che la notizia di un palestinese ucciso da un poliziotto o un soldato israeliano rischia di ottenere una maggiore attenzione rispetto alla vicenda di migliaia di palestinesi che vengono illegalmente incarcerati e torturati a morte in una paese arabo.
   Potrebbero essere pubblicati un'infinità di articoli sul modo in cui i paesi arabi maltrattano i palestinesi, da come negano loro diritti fondamentali come la cittadinanza e l'uguaglianza a come li imprigionano e li torturano.
   Qualcuno vorrebbe conoscere le vere leggi sull'apartheid applicate ai palestinesi nei paesi arabi? Le informazioni sono facilmente disponibili: tutto ciò che occorre è che i media occidentali e il resto della comunità internazionale riflettano sulla loro ossessione per Israele e inizino a prestare attenzione alle vere vittime palestinesi: quelle che vivono nei paesi arabi.
(*) Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.

(Gatestone Institute, 19 settembre 2017 - trad. Angelita La Spada)



A Gerusalemme il bosco in memoria dei magistrati italiani

Ventisette, come le piante che oggi, a perenne memoria di quei caduti, affondano le radici non lontano dal luogo in cui si ricordano i Giusti

di Ludovica Passeri

 
A Gerusalemme il bosco in memoria dei magistrati italiani. Ventisette, come le piante che oggi, a perenne memoria di quei caduti, affondano le radici non lontano dal luogo in cui si ricordano i Giusti.
"A Gerusalemme c'è la tradizione che quando si pianta un albero rinasce una nuova vita, per cui una persona, anche se è morta, viene ricordata per sempre". Lo ha detto Enrico Mairov, Presidente dell'Associazione Lombardia-Israele e della Mediterranean Solidarity Association. Assieme a Stefano Amore, magistrato, ha ideato il bosco commemorativo dedicato ai ventisette magistrati italiani uccisi dalla fine della Seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Ventisette, come le piante che oggi, a perenne memoria di quei caduti, affondano le radici non lontano dal luogo in cui si ricordano i Giusti.
Un'iniziativa inaugurata il 6 settembre scorso nella Foresta Presidenziale Tzora, sulle colline di Gerusalemme, nell'angolo di mondo dove, sempre secondo la tradizione ebraica, si è «molto vicini a Dio, al cielo, alla pace mondiale». È qui che è approdato il progetto, salpato all'inizio di quest'anno da Milano. Un viaggio che ha attraversato il Mediterraneo facendo idealmente tappa a Palermo, la città di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il venticinquesimo anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio ha offerto l'occasione per tenere vivo il ricordo dei caduti al servizio della "democrazia e della libertà del popolo italiano e quindi di tutti" ha concluso Mairov.
Oltre la dimensione della memoria c'è l'orizzonte 'polispecialistico': ambiente, sanità, giustizia sono stati protagonisti di un dialogo interdisciplinare. Il Keren Kayemeth Leisrael, la più antica organizzazione ecologica al mondo, ha progettato il 'giardino' in linea con la sua azione secolare di «rimboschimento e bonifica della Terra di Israele», mentre la rivista giuridica 'Nova Itinera', unitamente all'Associazione F.A.B.I.I.U.S. (Friendship Association Between Italy, Israel and United States), ha sostenuto l'iniziativa.
Il significato di una manifestazione come quella del 6 settembre si spiega alla luce dell'attualità dei progetti di collaborazione tra Italia e Israele. La Sanità è il terreno privilegiato in cui avviene questo incontro tra popoli, cullato nella prospettiva di un sistema sanitario globale. Il sodalizio in ambito medico tra l'eccellenza lombarda e israeliana già sta dando i suoi frutti. Nei giorni scorsi, secondo Mairov, si è compiuto un ulteriore passo avanti nel «grande processo di amicizia» tra i due Paesi.

(L'Indro, 19 settembre 2017)


Israele ha abbattuto un drone proveniente dallo spazio aereo siriano

Questa mattina l'aviazione israeliana ha abbattuto un drone che dallo spazio aereo siriano era entrato in territorio israeliano. Il drone si è inoltrato per quattro chilometri oltre il confine prima di invertire la rotta e tornare verso la Siria. L'aviazione israeliana ha abbattuto il drone lanciando un missile Patriot. Il drone probabilmente appartiene ad Hezbollah, una milizia libanese sciita che opera anche in Siria. Israele interviene da tempo in Siria con attacchi aerei mirati ed altre azioni, soprattutto per indebolire il movimento libanese Hezbollah, che appoggia il regime siriano dal quale riceve armi e altri aiuti.

(il Post, 19 settembre 2017)


I tre Nobel un po' razzisti

In un saggio di Andrea Colombo (Lindau) una rassegna di illustri intellettuali che si schierarono dalla parte del nazismo e del fascismo. Dopo il 1945 di solito preferirono nascondere il passato e non fornirono spiegazioni delle loro scelte.

Eugenetica
Favorire lo sviluppo degli «esemplari di sangue puro» era una necessità per gli animali ma anche per gli uomini, sosteneva Lorenz
Pavidità
Martin Heidegger non partecipò ai funerali del suo maestro (di origini ebraiche) Edmund Husserl, che si tennero nel 1938

di Paolo Mieli

Da sinistra: Knut Hamsun, Konrad Lorenz e T.S. Eliot
Come fu possibile che persone di grande ingegno e di altrettanto grande talento artistico si lasciarono sedurre dal fascismo e dal nazionalsocialismo? Nel libro I maledetti. Dalla parte sbagliata della storia (in via di pubblicazione per i tipi delle edizioni Lindau) Andrea Colombo cerca di rispondere a questa domanda esaminando in maniera approfondita i casi di Gottfried Benn, Martin Heidegger, Giovanni Gentile, Emil Cioran, Robert Brasillach, Ezra Pound, Wyndham Lewis, Julius Evola, Adolfo Wildt, Mario Sironi, Louis Ferdinand Céline, Mircea Eliade, Filippo Tommaso Marinetti, Leni Riefenstahl e dei tre premi Nobel che a pieno titolo possono essere inseriti nell'elenco: Knut Hamsun, T.S. Eliot e Konrad Lorenz. Il tratto che li accomuna è «la consapevolezza che l'Ottocento, il secolo dei buoni sentimenti, del liberalismo, delle democrazie, della speranza ottimistica in un progresso senza limiti, era definitivamente tramontato» e l'idea che «dalle macerie della Prima guerra mondiale doveva sorgere un mondo nuovo, radicalmente trasfigurato». Qualcosa di simile a ciò che avrebbe spinto molti intellettuali della stessa generazione ad abbracciare in quegli anni la causa comunista. Ma mentre questi ultimi non sarebbero mai stati costretti a rinnegare il loro passato ( se non per qualche eccesso), coloro che, magari per un caso, erano finiti «dalla parte sbagliata» - con l'ovvia eccezione di quelli che ( come Gentile) furono uccisi- si sentirono in obbligo di occultare, chi più chi meno, i loro ingombranti trascorsi. Tutti, tranne il drammaturgo norvegese Hamsun che aveva avuto il Nobel nel 1920, prima che i fascismi entrassero in scena, e che il 7 maggio del 1945, quando Hitler e Mussolini erano stati sconfitti, scrisse sul quotidiano «Aftenposten» un necrologio proprio di Adolf Hitler, del quale si proclamava «fedele seguace» per poi definirlo «un pioniere dell'umanità», «un apostolo del diritto di tutte le nazioni», «un riformatore di altissimo rango». Hamsun aveva 86 anni, la Norvegia era in procinto di essere liberata, e i tipografi dell' «Aftenposten» trasecolarono al cospetto di quel testo che sarebbe costato all'autore detenzione, processo e manicomio criminale. Ma lo diedero ugualmente alle stampe.
  Hamsun, secondo Colombo «uno dei più grandi romanzieri del secolo scorso», si era avvicinato ai nazisti su spinta della giovane moglie, che per conto proprio aveva precedentemente preso contatto con Joseph Goebbels. In seguito Goebbels si era invaghito di quell'intellettuale norvegese che in segno di stima gli aveva addirittura donato la sua medaglia del Nobel: più volte il ministro della Propaganda del Terzo Reich lo aveva citato nei suoi diari con espressioni assai amichevoli ed elogiative.
  Hamsun era uno scrittore molto particolare. Il suo Il risveglio della terra, pubblicato nel 1917 -e che tre anni dopo gli sarebbe valso il Nobel - conteneva diversi spunti antisemiti a dispetto del fatto che nel suo Paese, la Norvegia, la comunità ebraica praticamente non esistesse. Nonostante ciò il libro fu universalmente elogiato e considerato pressoché dall'intera comunità letteraria internazionale alla stregua di un capolavoro. Fu solo nel 1934 che Hamsun si iscrisse al partito filonazista norvegese di Vidkun Quisling. Quando nell'aprile del 1940 la Germania hitleriana invase la Norvegia, scrisse articoli per accusare di tradimento re Haakon VII, che aveva scelto l'esilio, e biasimò il presidente del Parlamento (di origine ebraica) Carl Joachim Hambro, fuggito in Svezia. Suo figlio Arild fu poi tra gli ottomila giovani norvegesi che si arruolarono nelle Waffen SS per combattere sul fronte orientale contro i russi. Ma, rileva Andrea Colombo, il suo rapporto con gli uomini di Hitler - e con lo stesso Hitler - fu «tutt'altro che idilliaco».
  Allorché i nazisti presero il potere in Germania, il drammaturgo norvegese fece di tutto per salvare l'ebreo tedesco Max Tau, suo amico di lunga data. E quando i tedeschi invasero il suo Paese, condusse una sfibrante battaglia, costellata da telegrammi a Hitler e al suo luogotenente in Norvegia Josef Terboven, per ottenere la liberazione di alcuni condannati a morte. Il 26 giugno del 1943 fu ricevuto da Hitler nel rifugio bavarese di Berghof. Il dittatore voleva essere piacevolmente intrattenuto con una conversazione di carattere letterario da uno scrittore, Hamsun, che sapeva essere un suo estimatore. Ma Hamsun lo sorprese con una serie di rilievi al comportamento di Quisling e Terboven; chiese ancora una volta insistentemente che alcuni prigionieri venissero rilasciati e diede prova, nel colloquio con il dittatore, di un coraggio che nessun altro degli invitati a quel genere di colloqui aveva e avrebbe mai mostrato. Fino al punto che Hitler perse le staffe e all'improvviso, senza neanche salutarlo, uscì dalla stanza urlando: «Non voglio più vedere questo pazzo!». Quel «pazzo» fu dunque l'unico che, quando Hitler era vivo e al potere, osò sfidarlo incontrandolo di persona. Ma fu anche l' «unico» che, quando il Fiihrer fu sconfitto e si uccise, si sentì in dovere di parlarne in termini elogiativi. Pur sapendo che sarebbe stato lasciato solo e l'avrebbe pagata cara.
  Quando nel 1948 gli fu concesso di uscire dal manicomio criminale, si mise a scrivere un'autobiografia, Per i sentieri dove cresce l'erba, nella quale non ritrattò nulla della propria «fede» filonazista, disse di aver avuto l'impressione di essere «spiato» dai tedeschi, ricordò che in ogni momento avrebbe potuto andarsene in Inghilterra, dove sarebbe stato accolto a braccia aperte, e non lo aveva fatto. Ma, in merito alle sue parole filonaziste degli anni Trenta e Quaranta, volle anche aggiungere:
  «Nessuno mi disse allora che quanto andavo scrivendo era sbagliato, nessuno in tutto il Paese. Mai che mi sia arrivato il minimo cenno d'avviso, né un piccolo buon consiglio dal mondo esterno». A proposito del rapporto dell'Europa settentrionale con il nazismo, Colombo ricorda che «parte dei settori più avanzati e progressisti della società norvegese avevano visto con simpatia quel movimento pangermanico che predicava il ritorno al paganesimo nordico, al naturismo e ai valori della terra». Ed è da sottolineare che l'autore parli dei «settori più avanzati e progressisti».
  Un discorso che per vie traverse ci conduce a Konrad Lorenz, ispiratore dell'ecologismo contemporaneo, il quale da giovane fu un convinto nazista. Sosteneva, Lorenz, che i malati mentali e i portatori di patologie genetiche andassero sterilizzati per far trionfare la «bestia bionda», la razza ariana perfetta. Volontario nella Wehrmacht sul fronte russo, fu catturato dai sovietici e per sopravvivere mangiò ragni. Rinchiuso in un gulag, ne approfittò per studiare i rituali di corteggiamento tra le pulci da cui era afflitto nella sua baracca. Diceva Lorenz: «Se non effettuassi costantemente una certa selezione tra le mie oche domestiche, eliminando i frutti in eccesso degli incroci, entro poco tempo gli esemplari di sangue puro di oca selvatica verrebbero sopraffatti dalla concorrenza numerica dell'oca domestica». Mutatis mutandis, «lo stesso vale per l'uomo della grande città». È, sostiene Lorenz, «statisticamente assodato che gli individui che presentano degenerazioni morali raggiungono in media un tasso di riproduzione enormemente più alto degli individui di pieno valore». Ecco perché, per lui, bisognava eliminare nelle oche come nell'uomo, «i frutti in eccesso degli incroci» e favorire lo sviluppo degli «esemplari di sangue puro». Ne discende che sterilizzare la popolazione «dal germe della degenerazione», sottolinea Colombo, è «un passo necessario per la sopravvivenza di un popolo».
  Abbiamo detto che nel 1941 Lorenz indossò la divisa della Wehrmacht. Ma le sue attività, secondo Colombo, sono avvolte da «un inquietante velo di mistero». Nella sua autobiografia scrive «erroneamente» che già nel 1942 fu preso prigioniero dai russi, i quali invece lo catturarono solo nel 1944. Nel frattempo, ricostruisce l'autore, «sembra che abbia lavorato alla "selezione" del popolo polacco, per valutare chi poteva vantare una componente di sangue tedesco e quindi evitare i lavori forzati e i campi di concentramento». Dopodiché Lorenz finirà nei campi russi dove, come si è detto, si applicherà allo studio delle pulci. E farà anche amicizia con i carcerieri sovietici. Rientrato in Austria nel 1948, tacerà del tutto sul suo passato nazista e in breve diventerà un astro nell'ambito della ricerca zoologica. Nel 1973 riceverà il Nobel.
  I suoi trascorsi filo-hitleriani verranno alla luce solo nel 1977 grazie a un articolo di Leon Eisenberg sulla rivista «Science». Lorenz si difenderà, undici anni dopo, alla vigilia della morte, con un'intervista in cui si dichiarerà pentito e dirà di aver «ingenuamente» sperato che il nazionalsocialismo avrebbe portato «qualcosa di buono in particolare in rapporto alla preservazione dell'integrità biologica dell'uomo». Ma a questo punto della sua vita era da tempo un idolo degli ecologisti, si era messo alla testa dei manifestanti che si battevano contro il nucleare e si opponevano alla costruzione di una centrale idroelettrica sul Danubio. Sicché in pochi gli rinfacciarono le rivelazioni di Eisenberg.
  Del grandissimo poeta T. S. Eliot, Colombo ricorda l'editoriale che nel 1928 scrisse su «Criterion» per difendere le idee di Charles Maurras e dell'Action Française dagli attacchi del Vaticano. Riporta altresì in luce le conferenze che nel 1933 Eliot fece in un'università della Virginia in cui auspicava di vivere in una società senza «pensatori ebrei». In questi discorsi Eliot contrappone alla «modernità omologante» gli americani della Bible Belt, usciti sconfitti dalla guerra civile, ma portatori dei tradizionali valori cristiani. «Il conflitto», scrive, «è tra tutto ciò che è locale e spiritualmente vivace», in contrapposizione «all'uniformità del modello newyorkese». L'America dominante, quella dell'«industrializzazione senza freni», «distrugge prima di tutto le classi superiori»: un «presidente di un consiglio di amministrazione», afferma l'autore di Assassinio nella cattedrale, «non sarà mai un aristocratico». L'unico «artista che sopravvive» in una società yankee è il «produttore cinematografico». Eliot in queste allocuzioni universitarie è allarmato perché la società è sempre più «corrosa dal liberalismo». Il tarlo dell'industrializzazione, così come è stata imposta dal mondo nordista, si è rivelato come «il più grande disastro della storia americana». Dalla «tragedia della guerra di Secessione» l'America «non si è mai ripresa e forse non si riprenderà mai». Anche se, dice ancora Eliot, negli Stati del Sud, rimasti fedeli alle loro tradizioni, una rinascita è ancora possibile, se non altro in quanto «sono i più lontani da New York» e da tutto ciò che la grande città rappresenta. In primis «l'invasione di razze straniere», a cominciare dagli ebrei.
  L a tradizione, per Eliot, è questione di razza. Lo dice lui stesso esplicitamente: «La tradizione è nel sangue non nel cervello». È «il mezzo attraverso cui la vitalità del passato arricchisce la vita presente». È un «organismo vivente», non un «sentimento» o un' «astrazione politica». Parte importante di tale «organismo» sono la «stabilità», «l'omogeneità etnica» e «l'unità di un retroterra religioso comune». Per noi «l'unica tradizione giusta è quella cristiana». Ecco perché in questo tipo di società «gli ebrei liberi pensatori» non sono bene accetti. Nella società vagheggiata dall'autore di Quattro quartetti uno spirito eccessivamente tollerante «va deprecato». Dobbiamo condannare chi auspica una riconciliazione con il progresso, il liberalismo, la civiltà moderna. Il testo di riferimento, per Eliot, deve essere il Sillabo di Pio IX. Da queste conferenze verrà tratto un libro che Colombo definisce «in qualche modo maledetto», After Strange Gods, che Eliot «non vorrà mai più ristampare». Nel 1948 il poeta conquisterà il Nobel. A differenza di Hamsun e Lorenz, gli altri due premiati a Stoccolma, Eliot aveva però fatto in tempo a prendere le distanze dalle sue idee precedenti. E lo aveva fatto già alla vigilia della Seconda guerra mondiale: in un pamphlet del 1939 aveva sferrato un durissimo attacco al razzismo nazista. Nel 1940, poi, si era pubblicamente ricreduto sul suo appoggio all'Action Française e aveva biasimato Maurras per essersi schierato con Vichy e con i tedeschi. Anche per questo, nel secondo dopoguerra non si sentirà mai in dovere di dare spiegazioni approfondite circa le sue prese di posizione degli anni Venti e Trenta.
  Si può parlare di viltà? Colombo non si spinge a tanto, ma parla esplicitamente di «viltà» per l'assenza di Martin Heidegger ai funerali del suo maestro ( di origini ebraiche) Edmund Husserl, che si tennero a Friburgo il 29 aprile del 1938. L'autore loda invece il coraggio mostrato con la domanda di grazia per Robert Brasillach da parte di François Mauriac, Paul Valéry, Jean Cocteau, Albert Camus e alcuni altri. Domanda che verrà ignorata dal generale de Gaulle e non risparmierà allo scrittore trentacinquenne la fucilazione il 6 febbraio del 1945.

(Corriere della Sera, 19 settembre 2017)


Il Giro di Gino il Giusto. «A Gerusalemme per una tappa storica»

Presentata la corsa rosa. Lotti: Bartali orgoglio toscano

GERUSALEMME - Il campione che sui pedali ha scritto pagine indimenticabili nella storia del ciclismo, ma anche e soprattutto l'uomo che non ha esitato di fronte al pericolo e che non ha voltato indifferente lo sguardo in una stagione di scelte difficili. C'è un marchio indelebile sul Giro d'Italia che prenderà il via il prossimo 4 maggio da Gerusalemme. E il marchio è, e non poteva essere altrimenti, quello di Gino Bartali. La figura del ciclista «Giusto» come ponte ideale tra Italia e Israele nel nome dello sport, del dialogo, della Memoria.
I nipoti Gioia e Giacomo in prima fila, il nome del plurivincitore di Giro e Tour de France che è presenza costante negli interventi della spettacolare presentazione della corsa tenutasi ieri nella capitale israeliana. Prima tappa a cronometro, tutta interna a Gerusalemme. Quindi due tappe in linea: da Haifa a Tel Aviv, e poi da Be'er Sheva a Eilat. Il Giro d'Italia esce per la prima volta dai confini europei per approdare in una delle realtà più affascinanti e allo stesso tempo complesse al mondo. Una sfida cui si è iniziato a lavorare circa due anni fa, in un crescendo di concretezza.
   La corsa non passerà fisicamente dallo Yad Vashem, il Memoriale della Shoah che dal 2013 ospita il nome di Bartali nel suo luogo più nobile. Ma il muro dei Giusti, il monumento in pietra che rende onore ai salvatori del popolo ebraico durante la Shoah, e il suo illustre ospite, tra le figure più celebri che hanno ottenuto questo riconoscimento, saranno comunque protagonisti. La forma andrà definita nel dettaglio, ma è facile immaginare una cerimonia al Memoriale con atleti, dirigenti, appassionati locali di ciclismo. E potrebbe non essere l'unica, visto che si rincorrono voci a proposito di un possibile arrivo in quella Assisi meta di Ginettaccio di incessanti viaggi per consegnare documenti di identità falsificati.
   «Quella di Bartali è una figura centrale nel nostro progetto», conferma il direttore del Giro Mauro Vegni, che dal palco della conferenza stampa allestita in un hotel a poche decine di metri dal luogo in cui prenderà il via la corsa (si partirà non lontano dalla porta di Jaffa, uno degli storici accessi alla Città Vecchia) ha parlato di edizione «storica», con Ivan Basso logica speranza di trionfo italiano ( «Questa corsa è il massimo, non finisce mai di stupire», ha detto lo Squalo siciliano). «Il fatto che questa edizione del Giro nasca nel ricordo di Bartali è un aspetto che, da toscano, mi rende particolarmente orgoglioso», sottolinea il ministro dello Sport Luca Lotti.
   «È bello - ha poi aggiunto - che la sua figura venga ricordata proprio qui, a Gerusalemme, perché Ginettaccio non è stato soltanto un grande campione dello sport. E stato anche uno straordinario campione nella vita, un uomo di virtù eroiche che vanno trasmesse soprattutto alle giovani generazioni». L'intenzione, ha poi annunciato al termine dell'evento, è quella di intensificare l'impegno a favore del Museo Bartali a Ponte a Ema.
   Gioia e Giacomo siedono accanto, visibilmente commossi. Un lungo applauso li avvolge quando lo speaker fa il loro nome e racconta alla platea chi fosse il loro nonno, i suoi indimenticabili meriti al servizio dell'umanità. È la seconda emozione di giornata per entrambi. Poche ore prima infatti la Israel Cycling Academy, la prima squadra professionistica israeliana di ciclismo, li aveva accompagnati allo Yad Vashem per una breve ma intensa visita sulle tracce di Gino. Prima il racconto dell'orrore, di vite infrante e sogni brutalmente spezzati. Quindi, l'atteso momento al Giardino dei Giusti. «Ciao nonno, eccoci finalmente qua», dice Gioia con voce spezzata, mentre la sua mano indica il nome di Gino sul grande muro del coraggio.

(Corriere Fiorentino, 19 settembre 2017)

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E il team israeliano punta tutto sul corridore turco. «Lo sport unisce»

La squadra ha indetto un bando su Facebook tre anni fa: ora ha 24 atleti di 17 nazionalità.

Ahmet Örken con la mezzaluna sulla maglia e i compagni con la stella di David
GERUSALEMME - Questa squadra fa sul serio. E non solo dal punto di vista sportivo. La Israel Cycling Academy tira fuori il colpo a sorpresa nel giorno giusto e presenta uno dei suoi nuovi corridori di punta, Ahmet Orken. Che è turco. E prima di chiedere un selfie a Ivan Basso posa per le foto con la mezzaluna di campione del suo Paese, accanto ai nuovi compagni che hanno la stella di David sul petto. Un messaggio fortissimo, per una squadra che probabilmente riceverà la wild card a gennaio per correre il Giro sulle strade di casa. «Se avessi paura di una reazione in patria per la mia scelta - dice il musulmano Orken, professione velocista - non sarei qui adesso. Ci sono stati dei problemi tra i nostri Paesi, ma qui non mi sento straniero. Ho visitato Gerusalemme per la prima volta e assomiglia a Istanbul. Adesso corro con gli israeliani e ci aiuteremo a vicenda per vincere le corse, perché credo che la fratellanza dello sport passi oltre i problemi politici. E fa capire al mondo quale deve essere la strada giusta da seguire».
   Questa allora è la squadra giusta su cui percorrere quel tragitto. Non solo perché «se saremo al Giro non ci accontenteremo di partecipare, ma vogliamo vincere delle tappe» come sottolinea Sylvain Adams, uno dei mecenati che sostiene l'unico team al mondo no profit. Ma anche perché «vogliamo fare la storia di una Nazione, non solo della nostra squadra».
   Il giovane manager della Cycling Academy, l'ex professionista Ran Margaliot, parla apertamente di «diplomazia sportiva per cambiare l'immagine di Israele». E racconta le peripezie in giro per il mondo dei suoi corridori, alcuni dei quali fanno ancora il servizio militare obbligatorio ( di tre anni) o sono cresciuti nei kibbutz: «Roy Goldstein al Giro dei Paesi Baschi è stato insultato per la questione palestinese da un tifoso. È un simbolo ed è orgoglioso di esserlo». Guy Sagiv, campione nazionale a cronometro, un anno fa ha disubbidito all'esercito israeliano, del quale faceva ancora parte, ed è andato lo stesso al Mondiale in Qatar: «Se voglio fare il corridore mi sono detto che non potevo mancare, anche se in quel Paese non potremmo entrare. Ma grazie al ciclismo non ci sono stati problemi e ho gareggiato. E poi ho evitato anche la galera in patria, anche se ci sono andato molto vicino. Lo sport non deve dividere».
   A cominciare dal meccanismo di reclutamento (tre anni fa agli albori del progetto) di una squadra che ha 24 corridori di 17 nazionalità, 5 continenti e 3 religioni differenti: un «bando» via Facebook che invitava i giovani di tutto il mondo a presentare la candidatura e a sottoporsi a un test di tre giorni a Peschiera del Garda. A Margaliot arrivarono 628 curriculum per 16 posti di lavoro. E oggi l'ossatura della squadra è più che dignitosa, dato che nel 2017 sono arrivate finora 22 vittorie. Il 28enne canadese Guillaume Bovin, secondo alla spalle dell'azzurro Colbrelli alla Bemocchi, la settimana scorsa, è il più competitivo del gruppo. Ma il turco Orken promette battaglia.

(Corriere della Sera, 19 settembre 2017)


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Ivan Basso e Alberto Contador, due amici incantati

I due corridori hanno pedalato sul percorso della prima tappa del Giro d'Italia 2018. Il varesino: «Il Giro non finisce di stupire, ogni volta questa corsa tocca un'altra vetta». Lo spagnolo: «Questa grande partenza è incredibile, è una cosa straordinaria per il mondo del ciclismo. La sicurezza non è un problema».

 
Da sinistra: Alberto Contador, Nir Barkat, sindaco di Gerusalemme, Sylvan Adams, presidente onorario del comitato Grande Partenza Israele, e Ivan Basso
GERUSALEMME - Due amici, una stanza da dividere nell'ultimo Giro di Basso vinto da Contador nel 2015. Cinque trionfi rosa sulla strada (tre per lo spagnolo, uno revocato; due per il varesino) e adesso ... un lavoro insieme, fianco a fianco, per i giovani, per il futuro del ciclismo. Ivan, scherzo del destino, è ... dipendente della squadra Continental nata dall'evoluzione della Fundacion Contador, con Alberto ispiratore. È il team manager di un nuovo progetto che, tra i 12 corridori, comprende gli italiani Gazzoli e Moschetti.

 Ammirazione
  Non corrono più, ma negli occhi si vede l'ammirazione per questa Grande Partenza. Sentite Contador che, reduce dalle pendenze dell'Angliru, ha scalato, bici in spalla, il Muro di Gerusalemme per raggiungere il punto di osservazione più bello di tutta Israele: «Questa Grande Partenza è incredibile. È una cosa straordinaria per il mondo del ciclismo. Io ero venuto qui a pedalare già nel 2011, avevo fatto un ritiro con la mia Saxo, conosco queste strade, avevo anche visitato una scuola di ciclismo per i giovani». Ascoltate Basso: «Il Giro è nato nel 1909 ma non finisce mai di stupire. Pensi di aver visto tutto, di esserti sorpreso con un tracciato spettacolare, e invece ogni volta questa corsa tocca un'altra vetta».

 Pensieri
  Alberto è tra i più applauditi. Ritirato? Certo, però anche una semplice passeggiata sul percorso della crono è analizzata con l'occhio del supercampione. «Sarà una partenza bellissima, ma bisogna essere pronti. Sono solo 10 km? È vero, ma puoi perdere secondi importanti. Ci sono tante curve a gomito, e poi dipende da quanti rischi vuoi prenderti. L'asfalto è scivoloso. E' una cronometro impegnativa». Sulle altre due tappe: «La tensione sarà tanta, nessuno conosce come si corre qui. Si lotterà su ogni metro, ci sarà vento lungo il mare, e poi l'attraversamento del deserto». Sulla sicurezza: «Qui la sicurezza non è un problema. Questo è un posto sicuro. E' il mondo che è un po' pazzo».
  E sul nome che è sulla bocca di tutti, se deciderà di affrontare la sfida del Giro d'Italia: Chris Froome. «Certo, può fare benissimo il tris consecutivo con Tour e Vuelta, se si programma bene non ci sono problemi. La doppietta più difficile è quella Giro-Tour, perché è molto più stressante». Ma negli occhi, mentre scorrono le immagini del Giro 100, c'è sempre la corsa Gazzetta: «È quella a cui sono più legato. Soprattutto per i tifosi, eccezionali. Io ho sempre corso il Giro d'Italia con il sorriso. Ritornare? No, proprio no. Adesso ho chiuso con una parte della mia vita, e ho grandi progetti da realizzare. Tra questi la missione di aiutare i malati di ictus, che la mia Fondazione sostiene. Ho sempre questa cicatrice in testa, con le placche di titanio, a ricordarmelo ... Senza ciò che ho sofferto nel 2004, non avrei vinto quanto ho vinto».

(La Gazzetta dello Sport, 19 settembre 2017)


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Tre tappe in Israele, poi la Sicilia: come sarà il Giro d'Italia del 2018

Per la prima volta la corsa rosa fuori dall'Europa. Il via da Gerusalemme

di Paolo Brusorio

 
GERUSALEMME - Tre tappe in Terra Santa. Il Giro 2018 fa le cose in grande ed esporta per la prima volta in 101 edizioni la partenza oltre i confini dell'Europa. Non una scelta qualsiasi, ma Israele. Non una città qualsiasi, ma Gerusalemme. Tre tappe prima di traferire armi (biciclette), uomini e bagagli in Sicilia. La prima una cronometro che abbraccia Gerusalemme, 10 km a disegnare i saliscendi con vista sulla città vecchia con arrivo sotto le mura della città vecchia; la seconda da Haifa fino ad Tel Aviv, 167 km chilometri, con un arrivo sul lungomare e la terza, per il gran finale, da Be'er Sheva a Eilat, la più lunga con i suoi 226 chilometri verso sud e lo spettacolare attraversamento del deserto del Negev e l'arrivo sulle rive del Mar Rosso.
  Tre tappe disegnate con attenzione certosina, sia sportiva sia politica, che Rcs insieme con i ministeri dello sport e del turismo israeliani hanno messo nero su bianco dopo un anno e oltre di sopralluoghi. Un tracciato tutto da scoprire, un Paese che scoprirà la bicicletta, non questa sconosciuta o quasi, nella sua massima espressione. Un Paese che vorrà farsi scoprire. «Problemi di sicurezza? Non più che in qualsiasi altro Paese europeo in questo momento. Anzi» spiega Mauro Vegni direttore organizzativo del Giro.
  Partenza da Gerusalemme il 4 maggio, sbarco in Sicilia con la salita sull'Etna, giusto per un fil rouge nel segno della spettacolarità, e poi la risalita che culminerà nella penultima tappa a Cervinia, dopo tre probabili arrivi in Piemonte. Resta da svelare il traguardo, meglio, dove sarà piazzato l'ultimo striscione del Giro numero 101. Il sogno è piazza San Pietro, per unire le due citta sante nel segno della pace, ma se è complicato portare il Giro in Israele può esserlo pure trasportarlo in Vaticano. Ci proveranno.

(La Stampa, 18 settembre 2017)


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Giro d'Italia 2018: da Israele una storica grande partenza

Per la prima volta un grande giro partirà fuori dai confini del Vecchio Continente. Si tratta del 13o start dall'estero. Ecco tutti i dettagli.

Segnatevi questa data: 4 maggio 2018. Per la prima volta nella storia, un grande giro partirà fuori dai confini del Vecchio Continente. Si tratta della 13a partenza dall'estero. La Corsa Rosa - in programma fino al 27 maggio e organizzata da Rcs Sport e La Gazzetta dello Sport - scatterà con una cronometro individuale da Gerusalemme e proporrà tre tappe sul territorio israeliano, nel ricordo di Gino Bartali, il cui nome è impresso sul muro d'onore del Giardino dei Giusti nel Mausoleo della Memoria Yad Vashem a Gerusalemme.

 La partenza
  Si comincia venerdì 4 maggio con una prova contro il tempo individuale a Gerusalemme di 10,1 km. Percorso molto articolato all'interno dell'abitato, con l'arrivo a ridosso delle mura della città storica. Si affrontano in sequenza numerose svolte tra vie cittadine in un susseguirsi di saliscendi che costeggerà alcuni luoghi simbolo come il Parlamento (Knesset) e le mura storiche. Finale tutto in salita da leggera a impegnativa.

 Il percorso
  Sabato 5 maggio la prima frazione in linea che porterà il gruppo da Haifa a Tel Aviv dopo 167 km. Dopo la partenza si affrontano le uniche asperità di giornata con i saliscendi attorno ad Acri e in particolare con il GPM di Zikron Yakov. Nella seconda parte l'altimetria della corsa si addolcisce notevolmente fino a diventare sostanzialmente piatta su strade ampie man mano che ci si avvicina all'arrivo. Gli ultimi chilometri sono in parte all'interno dell'abitato di Tel Aviv con arrivo sul rettilineo del lungomare.

 L'arrivo
  Ultima tappa in terra israeliana di 226 km, in programma la domenica, da Be'er Sheva a Eilat sul Mar Rosso. Tappa interamente allineata in direzione sud. Dopo la partenza si affrontano le uniche asperità che portano al deserto del Negev e poi ancora sulle rive del Mar Rosso. Nello specifico, si attraversa tutto l'abitato di Mitzpe Ramon e poi ci si addentra in una lunga discesa che conduce fino all'arrivo di Eilat.

 Le dichiarazioni
 
Da sinistra: Alberto Contador, vincitore Giro d'Italia 2008 e 2015, Yariv Levin, ministro del turismo in Israele, Sylvan Adams, presidente onorario del comitato Grande Partenza Israele, Mauro Vegni, direttore Giro d'Italia, Paolo Bellino, direttore generale RCS Sport, Nir Barkat, sindaco di Gerusalemme, Miri Regev, ministro della cultura e dello sport in Israele, Luca Lotti, ministro dello sport e Ivan Basso, vincitore Giro d'Italia 2006 e 2010
  "Per tutto il gruppo RCS e per il Giro d'Italia in particolare è un'opportunità unica portare un evento come il nostro in Israele, prima volta per un grande Giro fuori dall'Europa", ha dichiarato Paolo Bellino, direttore generale di RCS Sport. Fanno da eco le parole di Luca Lotti, ministro dello sport: "La partenza da Gerusalemme sottolinea l'esistenza di un ponte ideale, fatto di storia, cultura e tradizioni, tra le nostre terre". Entusiasta delle novità del giro anche Ivan Basso: "Questa corsa è il massimo, non finisce mai di stupire. Ogni anno il Giro presenta qualche novità, rendendola unica. Questa volta lo è ancora di più con la partenza dalla città più spirituale del mondo. Lo renderà ancora più speciale".

(La Gazzetta dello Sport, 18 settembre 2017)


Accordo tra Hamas e Fatah. Le prove di pace? Una farsa

Il movimento islamista dà l'ok a elezioni generali. I legami con l'Iran. Abu Mazen, successo di facciata I soldi degli ayatollah. La spiegazione di un accordo contro natura sta nell'arrivo di decine di milioni di dollari

di Fiamma Nirenstein

 
Il successo di facciata presentato da euronews
Abu Mazen deve dedurre dalla novità che è il capo riconosciuto di tutti i palestinesi? Per carità. Hamas deve mettersi la coda fra le gambe e uggiolare? Ma nemmeno per sogno. Israele e il mondo devono immaginare che adesso si parla di pace? Nemmeno per idea. Eppure Ismail Haniyeh, il capo politico di Hamas, ha annunciato che la sua organizzazione, il gruppo terrorista islamico che domina Gaza e fa capo alla Fratellanza Musulmana, campione di guerre e attacchi terroristici, è pronta a parlare di riconciliazione senza precondizioni e che dissolverà il suo governo. Si formerà un governo di coalizione, si indiranno elezioni legislative e presidenziali, si smetterà di ammazzarsi e di mettersi in galera a vicenda.
   Naturalmente la richiesta immediata è che Abu Mazen ponga fine a una serie di sanzioni economiche molto pesanti che si erano abbattute nei mesi scorsi sulla Striscia: gli stipendi dei funzionari amministrativi erano stati ridotti del trenta per cento, l'elettricità era stata tagliata, settemila persone erano andate in prepensionamento, ovvero le loro famiglie erano state condannate alla fame. Hamas non si è dato da fare quest'estate come in genere fa nella calura: incursioni terroristiche, tentativi di rapimenti, esplosioni omicide che negli anni passati sono finiti in guerre ... quest'anno non si sono viste. Hamas non ha fatto certo mancare i suoi terroristi all'attacco generalizzato con coltelli, veicoli, armi da fuoco, né le sue lodi e rivendicazioni. Del resto anche Abu Mazen ha glorificato il terrore. Ma non è stata l'attività centrale. Troviamo la spiegazione del nuovo accordo a Teheran: durante l'estate, mentre gli Hezbollah appoggiati con armi e denaro dall'Iran combattevano sul confine Siriano, Hamas cercava una grande prospettiva di rafforzamento nella riconquista di un rapporto con l'Iran. Nell'ambito di una sua larga visione egemonica del Medio Oriente, esso accettava nella grande famiglia anche Hamas col suo nuovo capo, Yahya Sinwar.
   Il capo ideologico del riavvicinamento è la primula rossa Muhammad Deif, che, capo militare, ha sempre visto il futuro di Hamas nel rapporto con l'Iran nonostante Teheran sia sciita, e i palestinesi sunniti. Ma gli Ayatollah hanno aperto il portafogli con decine di milioni di dollari, mentre l'Egitto sunnita considera Hamas un nemico del presidente al-Sisi, che ha destituito la Fratellanza musulmana. Dunque Hamas cerca nella quiete con Abu Mazen lo spazio, il tempo per una nuova prospettiva strategica, e per Abu Mazen, astuto ma bisognoso di una lucidatina il conto torna: Hamas, un lupo coi denti affilati, terrà per un po' chiusa la bocca, mentre lui rafforzerà la sua posizione internazionale.
   Intanto il suo nemico politico Mohammed Dahlan fa di tutto per mantenere Hamas nell'ambito sunnita, temendo la deriva sciita. Ma Abu Mazen vuole l'accordo per stare tranquillo: ora terrà uno dei suoi discorsi pieni di odio all'Onu, come sempre, mentre tuttavia porge la solita scaletta di corda ai pacifisti di tutto il mondo, e però paga lo stipendio ai terroristi. Niente di nuovo. Nemmeno il fatto che Abu Mazen non può dimenticare che i suoi uomini nel 2007, quando Hamas prese il potere, furono buttati dai più alti palazzi.

(il Giornale, 18 settembre 2017)


"Sono partito dall'Iraq per andare a vedere Israele. E vi dico che è un posto speciale"

"Soltanto lì ho visto arabi in spiaggia, moschee piene e in sicurezza, fedi diverse mescolate. E anche il 'muro' è meglio del terrorismo, credetemi".

da Jerusalem Post (10/9)

Recentemente sono stato in Israele nel quadro di un programma di studio all'estero dell'American University di Washington", scrive Diliman Abdulkader. "In quanto studente di un master focalizzato su pace e risoluzione dei conflitti e in quanto curdo originario dell'Iraq settentrionale, ero molto incuriosito dall'intensa ostilità verso gli ebrei così diffusa in medio oriente, dal pregiudizio negativo nei principali mass-media e dalle continue conferenze e iniziative antiebraiche nei campus universitari, compreso il mio. Il viaggio in Israele è stato unico. Sono riuscito ad arrivarci dalla regione autonoma del Kurdistan. Partendo dall'aeroporto internazionale Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno, sono stato salutato fra i sorrisi dei miei compagni curdi senza alcuna vergogna, nonostante il fatto che un viaggio in Israele sia un vero tabù per i mediorientali.
   Il mio primo incontro con un israeliano è stato quello con il tassista che mi ha portato all'hotel. Era un tipo dalla conversazione vivace e idee politiche pragmatiche. Ha detto che non gli importa in che religione si crede, che vuole solo vivere in pace. Ho sondato il terreno dicendogli che sono curdo e lui si è dimostrato entusiasta. A Tel Aviv sono rimasto poco tempo, poco più di una settimana. Ma quello che mi ha offerto quella città era per me senza precedenti, soprattutto in Medio Oriente. E' moderna, piena di giovani israeliani che si godono le spiagge, i locali, i ristoranti. Ha anche spessore storico e varietà di popolazione. Ho visto musulmani ed ebrei mescolati fra loro, moschee che chiamavano alla preghiera, famiglie arabe che trascorrevano il tempo libero sulle spiagge una volta finito il digiuno di Ramadan. Nessuno si preoccupava della presenza di altri diversi, ognuno si faceva i fatti propri. Ho cercato attentamente di cogliere casi di interazioni negative tra i due popoli, ma niente da fare: fumavano pure il narghilè insieme nei caffè del posto.
   Naturalmente ho ipotizzato che Tel Aviv fosse una sorta di bolla a parte, lontana dalla realtà di cui ci parlano ogni giorno stampa e tv. Così, insieme ai miei compagni di corso, abbiamo fatto una gita in autobus a Gerusalemme. Abbiamo visitato l'Università Ebraica, dove avremmo studiato per il resto del tempo. Ancora non riuscivo a capacitarmi e a far coincidere quello che vedevo con l'immagine che ne danno nel mondo arabo e sui media di più larga diffusione. Durante la mia permanenza a Gerusalemme ho avuto l'opportunità di parlare con abitanti comuni e rappresentanti eletti, arabi ed ebrei, nelle caffetterie, nei ristoranti, nei bar, nel quartiere musulmano, alla Knesset, nel shuk (bazar) e così via. Le mie interazioni con i palestinesi si sono svolte nel quartiere musulmano, nei ristoranti del posto e nelle sale da tè: sempre con uomini, giacché parlare con le donne viene mal visto. Entravo nella Città Vecchia attraverso la Porta di Damasco, anche se ero stato avvertito che era un luogo dove in quel periodo avvenivano aggressioni all'arma bianca. Pensavo tra me e me: 'Non avrò problemi, sono di Kirkuk, una città molto più pericolosa'.
   Ho visto anche il famoso muro costruito a ridosso dei territori palestinesi. Ne ho ricavato sensazioni contrastanti. Ma avendo sperimentato personalmente la guerra e i campi profughi ad opera di governi arabi, del presidente siriano Bashar Assad e dell'ex capo iracheno Saddam Hussein, un alleato dei palestinesi, ho pensato che, sebbene non sia la soluzione ideale per nessuna delle due parti, incolumità e sicurezza sono comunque meglio del terrorismo. Una conversazione che mi è rimasta impressa è stata quella con un soldato di poco più di vent'anni in uniforme delle Forze di difesa israeliane. L'ho avvicinato mentre era seduto da solo a pranzare, e lentamente sono passato dai convenevoli banali a discorsi più seri. Era orgoglioso di servire il suo paese ed era pronto a difenderlo, sia a parole che in senso letterale. Non era affatto un 'duro', semplicemente uno che ama la sua nazione. Era curioso di sapere da dove venivo. Quando ho risposto dal Kurdistan, ha scosso il capo tristemente convenendo che siamo senza uno stato, e mi ha ringraziato per la nostra gente che combatte l'Isis in Siria e in Iraq.
   Abbiamo avuto il privilegio di visitare la Knesset. Grazie al mio professore, che si è adoperato per mantenere equilibrati gli incontri con i parlamentari, abbiamo sentito le opinioni dall'estrema sinistra all'estrema destra e tutte quelle in mezzo. Le osservazioni più sorprendenti sono state quelle del parlamentare Taleb Abu Arar, della Lista Araba Comune, che ha apertamente definito Israele un paese terrorista antidemocratico, ha difeso Hamas e ha espresso fermo appoggio al presidente turco Erdogan, ignorando le mie domande sui doppi standard applicati a danno dei curdi in Turchia. Pensavo fra me e me: 'Definisci Israele non democratico? Intanto hai un seggio alla Knesset, sostieni apertamente Hamas e definisci terrorista il governo israeliano. Interessante'.
   Purtroppo, l'ultima sera del programma, mentre prendevo un caffè all'interno della Porta di Damasco, si è verificato un attacco terroristico. Una soldatessa israeliana di nome Hadas Malka, di soli 23 anni, è stata pugnalata e ha perso la vita mentre veniva trasportata d'urgenza in ospedale. Le porte sono state chiuse, la città è stata messa in allarme e i palestinesi sono scesi per le strade a protestare. Tel Aviv potrà essere nella sua bolla, ma Gerusalemme è fragile. La gente vuole la pace da entrambe le parti. Bisogna solo andare oltre quelli che fomentano il terrorismo. Israele non è il film horror che ci raccontano dotti e televisioni. E' semplicemente un paese che si sforza di sopravvivere in una regione ostile".

(Il Foglio, 18 settembre 2017)


Israele e il sogno del Giro. "Siamo come una start-up"

L'Israel Cycling Academy spera di partecipare. Nel mito di Bartali: "Per noi è un simbolo"

di Paolo Brusorio

 
GERUSALEMME - Chiedere a un israeliano se conosce il ciclismo è fiato sprecato. Chiedergli poi se ha mai sentito parlare del Giro d'Italia significa farsi del male da soli. Ci sono le piste ciclabili, il popolo delle due ruote messo tutto insieme arriva a seicentomila persone, ma trasformare la bicicletta in una competizione, questo no. Qui non si è mai visto. Il prossimo anno da Gerusalemme partirà il Giro d'Italia e c'è una squadra che farebbe carte false, senza esagerare, per essere al via. È il primo team israeliano di professionisti, si chiama Israel Cycling Academy, è nato nel 2014 ed è in via di svezzamento. Sogna il Giro, aspetta la chiamata dall'organizzazione con una wild card e intanto pedala e pedala. «Più che un team, siamo una start-up», racconta Ran Margaliot, 29 anni, che di lca è il manager. Lui ha importato il ciclismo, meglio ci sta provando in un Paese dove calcio e basket si mangiano una buona fetta dei giovani.
Margaliot ha tentato la carriera professionistica, un anno e mezzo in Italia nella Saxo Bank, «ho lasciato, è finita troppo presto ma proprio non ce la facevo».

 Il ds ex professionista
  Sceso dalla bici, Ran ha moltiplicato quelle forze che gli sono mancate sui pedali e si è messo in testa di reclutare giovani atleti e di formare una squadra. Ci sta riuscendo. Forse, c'è riuscito. «L'anno prossimo avremo un team di 24 atleti, dodici sotto i 25 anni». Sette saranno israeliani in una rosa che rappresenterà 17 Paesi. Quando Margaliot spiega il reclutamento, si capisce quanto sia difficile far salire un giovane in bicicletta: «Siamo un Paese giovane, i modelli da eguagliare sono quelli che abbiamo cresciuto in casa. A diciotto anni poi, un ragazzo parte per il servizio militare, tre anni di leva. Si interrompe la preparazione, ma è proprio lì che io vado a pescare i potenziali atleti. Se uno durante i permessi continua a correre, significa che non ha paura della fatica. E io ho trovato un corridore perché il ciclismo è fatica».

 Stipendio da 30 mila euro
  A Margaliot piace Contador, «è caduto e si è rialzato», ma è inutile portare modelli a un movimento così giovane. Sono 1500 i tesserati, un'élite che sfiora i 50 e qualcuno che butta fuori la testa. Roy Goldstein ha vestito la maglia del miglior scalatore nel Giro di Portogallo, Guy Sagiv si è messo in luce al Giro del Quebec. Trentamila euro l'anno, il minimo garantito dall'Uci, è lo stipendio. Estrazioni sociali diverse, uno (Aviv Yechezkel) è cresciuto in un kibbutz «ma è meglio che non si mettano in testa di gareggiare per i soldi o che non comincino a fare paragoni con i campioni e con le cifre che girano in Europa».
E poi c'è Bartali. L'uomo il cui nome è tra i Giusti tra le Nazioni per aver salvato almeno 800 ebrei dalle persecuzioni durante la guerra. Faceva la spola, Bartali, tra Assisi e Firenze e nella canna della bicicletta nascondeva i documenti falsi. Un documento, una persona salvata. «Per noi Bartali è un simbolo. Qualcuno che ha fatto qualcosa non per sé ma per gli altri. Gesti che oggi esistono sempre di meno». L'epica della vita, prima ancora che del ciclismo.

(La Stampa, 18 settembre 2017)


''L'islam è l'ultima utopia della sinistra. Benpensanti alleati coi bigotti del Corano"

Contro l'introduzione del reato di "islamofobia". "Si impone il silenzio agli occidentali e ai musulmani liberali. Perché non si parla di 'cristianofobia'?"

da "City Journal" (settembre 2017)

E' un nuovo arrivato nel campo semantico dell'antirazzismo, un termine che ha l'ambizione di rendere l'islam intoccabile e sullo stesso livello dell'antisemitismo". Così il filosofo e saggista Pascal Bruckner smonta la più micidiale accusa dei nostri giorni: "l'islamofobia". "A Istanbul, nell'ottobre 2013, l'Organizzazione della Conferenza islamica, finanziata da decine di paesi musulmani che perseguitano senza vergogna ebrei, cristiani, buddisti e indù, ha chiesto ai paesi occidentali di porre fine alla libertà di espressione sull'islam. L'intenzione dei firmatari era di fare della critica alla religione del Corano un crimine internazionale.
   Questa richiesta è sorta alla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo a Durban già nel 2001 e sarà riaffermata quasi ogni anno. Il primo obiettivo è quello di imporre il silenzio agli occidentali, colpevoli del colonialismo, della laicità e della ricerca dell'uguaglianza tra uomini e donne. Il secondo obiettivo, ancor più importante, è quello di forgiare un'arma di esecuzione contro i musulmani liberali che hanno osato criticare la loro fede e che hanno chiesto la riforma. Il concetto di 'islamofobia' maschera l'offensiva, guidata dai salafisti, dai wahhabi e dalla Fratellanza musulmana in Europa e in Nordamerica per islamizzare l'intero mondo occidentale.
   Una grande religione universale come l'islam include un vasto numero di popoli e non può essere assimilata a un particolare gruppo etnico. Il termine 'islamofobia', tuttavia, invita alla confusione tra un sistema di credenze specifiche e i fedeli che aderiscono a queste credenze. Dovremmo allora parlare di 'razzismo' o fobia anticapitalista, antiliberale o antimarxista? Non ostante le minoranze cristiane nelle terre islamiche siano perseguitate, uccise e costrette all'esilio, e siano ormai minacciate di estinzione entro la metà di questo secolo, la parola 'cristianofobia' non ha mai attecchito. In Francia, con la sua tradizione anticlericale, possiamo prenderci gioco di Mosè, di Gesù e del Papa, e li descriveremo in ogni posizione, anche la più oscena. Ma non dobbiamo mai ridere dell'islam. Perché questo doppio standard? Per aver criticato due gruppi islamici francesi per complicità ideologica con gli assassini di Charlie Hebdo, mi sono ritrovato davanti a un tribunale, accusato di diffamazione.
   Ed ecco dove emerge il più strano fattore di tutta la polemica sulla 'islamofobia': una parte della sinistra americana e europea a difesa della forma più radicale dell'islam. Dopo aver perso tutto - la classe operaia, il Terzo mondo - la sinistra si aggrappa a questa illusione: l'islam, ribattezzato come la religione dei poveri, diventa l'ultima utopia, sostituendo quelle del comunismo e della decolonizzazione per i militanti disincantati. Il musulmano prende il posto del proletario. Ora è il credente del Corano che incarna la speranza globale per la giustizia, che si rifiuta di conformarsi all'ordine delle cose, che trascende i confini e crea un nuovo ordine internazionale, sotto l'egida del Profeta: un Comintern verde. Peccato per il femminismo, l'uguaglianza femminile, il dubbio salvifico, lo spirito critico. Questo atteggiamento politico è evidente sul velo islamico: il velo è lode ai cieli, tanto che per alcuni commentatori di sinistra una donna musulmana svelata e che sostiene questo diritto può solo essere una traditrice, una rivoluzionaria, una donna in vendita.
   L'ironia di questa fascinazione neocoloniale per gli uomini barbuti e le donne velate - e per tutto ciò che suggerisce un bazar orientale - è che il Marocco stesso, il cui re è il 'comandante dei fedeli', ha recentemente proibito l'uso, la vendita e la fabbricazione del burka nel suo paese. Chiameremo la monarchia marocchina 'islamofobica'? Saremo più lealisti del re? Generazioni di sinistra hanno visto la classe operaia come il lievito messianico di un'umanità radiosa; adesso, disposti a flirtare con la bigotteria più oscurantista e a tradire i propri principi, hanno trasferito le loro speranze agli islamisti.
   Secondo il punto di vista dei fondamentalisti islamici e di molti progressisti, il musulmano dovrebbe sostituire l'ebreo, che ha disonorato il suo status ed è diventato a sua volta un colonizzatore con la creazione dello Stato di Israele. La giudaizzazione dei musulmani comportava la nazificazione degli israeliani. C'è il buon ebreo di ieri, eternamente perseguitato, e il cattivo israeliano che si è impadronito del medio oriente, imperialista e razzista. Il vero ebreo di oggi porta il copricapo e parla arabo; l'altro è un impostore e un usurpatore.
   Una volta stabilita l'equivalenza tra la giudeofobia e l'islamofobia, il passo successivo è quello di mettere in atto il principio di eliminazione. In questo modo l'islam è in grado di presentarsi come creditore dell'umanità nel suo complesso: siamo in debito a causa dei torti inflitti dalle Crociate, dalla ferita della colonizzazione e dall'occupazione della Palestina da parte dei sionisti, e infine per la cattiva immagine di cui soffre la religione del Profeta.
   La Francia è attaccata non perché opprime i musulmani, ma perché li libera dalla presa della religione. Offre loro una prospettiva che terrorizza il devoto, quella dell'indifferenza spirituale, il diritto di credere o di non credere, come gli ebrei e i cristiani sono in grado di fare. Passeggiate per le strade di qualsiasi grande città europea o americana e passerete vicino a innumerevoli chiese battiste, cattoliche, luterane e evangeliche, templi indù, sinagoghe, moschee, pagode. Questa pacifica convivenza di diverse espressioni del divino è una meraviglia dell'occidente. Il meglio che possiamo desiderare per l'islam non è 'la 'fobia' o la 'philia' ma un'indifferenza benevola in un mercato spirituale, aperto a tutte le fedi. Ma è proprio questa indifferenza che i fondamentalisti vogliono sradicare".

(Il Foglio, 18 settembre 2017)


«Spese del Vaticano fino al 1997». E' un giallo il dossier su Emanuela

Riportiamo questo articolo del Corriere della Sera perché il mondo, in particolare quello “cristiano”, dovrebbe porsi il problema della legittimità internazionale morale e spirituale di uno “stato” come quello del Vaticano, invece di continuare a chiedersi se lo Stato di Israele ha o no il "diritto all’esistenza". NsI

Verifiche sull'autenticità di un carteggio che circola nella Santa Sede La famiglia: «Abbiamo diritto a sapere, il Papa ha detto che la verità non si negozia»

di Fiorenza Sarzanini

LA VICENDA
Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia, scompare a Roma il 22 giugno 1983, all'età di 15 anni. Il pomeriggio della sua sparizione, Emanuela andò a lezione di musica in una scuola in piazza Sant'Apollinare vicino a Palazzo Madama. All'uscita telefonò a casa, dicendo a una delle sorelle di aver ricevuto una proposta per un lavoro di poche ore per promuovere prodotti cosmetici. Alla fermata dell'autobus, incontrò due compagne di corso che furono le ultime due persone a vederla.
La scomparsa di Emanuela resta ancora un mistero. Negli anni le diverse ricostruzioni si sono intrecciate con l'attentato a Giovanni Paolo II, lo scandalo lor, i collegamenti con la banda della Magliana, la pista della pedofilia, il caso di Mirella Gregori, adolescente scomparsa il mese prima.

ROMA - Un nuovo, inquietante mistero segna la ricerca della verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta il 22 giugno 1983. E avvalora l'ipotesi che i «corvi» siano tornati in Vaticano. Perché un dossier che circola negli uffici della Santa Sede chiama in causa le gerarchie ecclesiastiche sulla fine della giovane sparita a 15 anni nel 1983 e sembra voler accreditare la possibilità che sia morta nel 1997. Elenca le spese che sarebbero state sostenute Oltretevere proprio per gestire la vicenda. L'esame del carteggio non fornisce alcun riscontro che si tratti di un documento originale perché non contiene timbri ufficiali, ma appare verosimile che venga utilizzato nell'ambito dei ricatti incrociati che hanno segnato la vicenda Vatileaks ed evidentemente non sono ancora terminati. Per questo la famiglia Orlandi torna a chiedere alla Segreteria di Stato di «sgomberare il campo da ogni dubbio» e attraverso le avvocatesse Annamaria Bernardini De Pace e Laura Sgrò insiste «per avere accesso a tutti i documenti e comunque poter incontrare il segretario di Stato Pietro Parolin: il caso non è e non può essere chiuso».

 Il furto nella cassaforte
  Si torna alla notte tra il 29 e il 30 marzo 2014 quando viene scassinata la cassaforte che si trova nella Prefettura vaticana e contiene l'archivio della commissione Cosea, della quale facevano parte monsignor Balda e Francesca Chaouqui, entrambi finiti sotto processo con l'accusa di aver divulgato documenti segreti relativi alle finanze vaticane. Nel libro Via Crucis di Gianluigi Nuzzi, che svela una parte di quelle carte segrete, vengono pubblicate le fotografie della misteriosa irruzione.
Durante le indagini su Vatileaks il promotore di giustizia della Santa Sede interroga il capo ufficio monsignor Alfredo Abondi che a verbale dichiara: «Nella sezione riservata della Prefettura venivano conservati i documenti sulla sicurezza e sulle situazioni rilevanti relative all'Amministrazione. Nei giorni successivi al furto nel dicastero ci fu recapitato un plico con i documenti sottratti». Non entra nel dettaglio ma specifica che «si tratta di materiale che riguarda pratiche risalenti a 10 o anche 20 anni fa». Poco dopo comincia a circolare l'indiscrezione che tra quei dossier ce ne sia anche uno sulla scomparsa della ragazza.

 I milioni di Apsa
APSA è l'acronimo dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, l'organismo del Vaticano che gestisce il patrimonio economico, una sorta di «banca centrale» della Santa Sede. E' stata istituita da papa Paolo VI nel 1967, riformata nel 1988 da Giovanni Paolo li e nel 2014 da papa Francesco che le ha lascialo le funzioni più strettamente finanziarie.

  Sei mesi fa Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, rilancia questa possibilità, entra nel dettaglio parlando di «cinque fogli, mostrati anche a papa Francesco che proverebbero che non sarebbe morta subito, perché datati fino al 1997». È il plico che viene adesso fatto circolare. Si intitola «Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi».
È datato 28 marzo 1998, firmato dal cardinale Lorenzo Antonetti, all'epoca presidente dell'Apsa, l'amministrazione del Patrimonio della sede Apostolica, e indirizzato al sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato il cardinale Giovanni Battista Re e al sottosegretario Jean Louis Tauran. Elenca spese per circa 500 milioni di lire sostenute tra gennaio 1983 e luglio 1997. Si chiude con il pagamento di 21 milioni di lire per «attività generale e trasferimento presso città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali».

 Ricatto o depistaggio
  Le «voci» e i relativi pagamenti accreditano la possibilità che la giovane sia stata ospitata in alcuni conventi e appartamenti in Italia e all'estero, ricoverata in almeno due strutture sanitarie in Gran Bretagna, trasferita più volte. Specifica che una parte dei soldi è stata versata a «fonti investigative», e cita il pagamento per l'attività relativa a un episodio di «depistaggio».
Il documento - dattiloscritto con un carattere risalente a vent'anni fa - contiene nomi e luoghi realmente esistenti, parla dell'attività investigativa svolta anche dall'allora responsabile della gendarmeria, si riferisce ad «allegati» su «quantità di denaro autorizzate e prelevate per spese non fatturate». Il fatto che la prima data sia gennaio 1983, cioè sei mesi prima della sparizione, sembra voler avvalorare la possibilità che Emanuela fosse sotto il controllo di autorità vaticane già da quel periodo. Potrebbe trattarsi di un documento che contiene circostanze vere, fatto circolare proprio da chi continua ad esercitare il proprio potere di ricatto contro le gerarchie ecclesiastiche, visto che mai è stato fugato il sospetto sul loro ruolo in questa vicenda. Oppure un depistaggio. «In ogni caso - chiariscono le due avvocatesse - la famiglia ha diritto a ottenere chiarimenti e per questo torniamo ad appellarci direttamente a papa Francesco affinché voglia ascoltare la loro supplica. Lui stesso ha detto che "la verità non si negozia"».

(Corriere della Sera, 18 settembre 2017)


Il carteggio


Sarà una ditta israeliana ad essere coinvolta nella costruzione del muro Usa anti-immigrati

Il premier Benjamin Netanyahu e' atterrato nei giorni scorsi in Messico, ultima tappa - dopo Argentina e Colombia - di un tour in America Latina volto a rilanciare i rapporti di cooperazione. Ma la notizia che un'azienda israeliana si occupera' della costruzione del muro anti-migranti potrebbe essere fonte di imbarazzo durante il suo colloquio col presidente Enrique Pena Nieto.
Il quotidiano 'Jerusalem Post' spiega che la Elta North America, un'azienda israeliana con sede negli States, e filiale della Israel Aerospace Industries, si e' aggiudicata l'appalto per la realizzazione di prototipi "intelligenti" di muro insieme ad altre sette societa', in un affare che ha un valore complessivo di 25 miliardi di dollari. Quattro aziende sono incaricate di presentare progetti per il muro di cemento, mentre le restanti quattro dovranno impiegare un materiale "smart" che consentira' di vedere attraverso le pareti. E' di quest'ultimo che la Elta si occupera'.
   La Elta e' ben nota sia all'esercito americano che israeliano, in quanto fornisce loro sistemi radar. Altro motivo di imbarazzo per Netanyahu il fatto che, all'indomani dell'annuncio del presidente Trump di voler innalzare un muro di mattoni il confine col Messico, il premier da Tel Aviv ha espresso il proprio appoggio: "Il presidente ha ragione" twitto' il primo ministro. "Anch'io ho costruito un muro al confine meridionale. Ha bloccato l'immigrazione irregolare, e' stato un grande successo. E' una grande idea". Questa dichiarazione suscito' la risposta del ministero degli Esteri messicano, che si disse "sorpreso e offeso". Ondata di proteste anche all'interno del Paese, e anche durante la visita di oggi sono attese manifestazioni pubbliche. Come ricorda la stampa latino-americana, Israele vanta con il Messico un accordo di libero scambio, che lo scorso anno ha prodotto 905 milioni di dollari di introiti.

(Controlacrisi, 17 settembre 2017)


Ebrei nella Grande Guerra, le immagini dal fronte

L'ultima conquista del Risorgimento, come molti vollero credere illudendosi amaramente, o l'inizio della catastrofe che condusse infine al tradimento dell'Italia nei confronti dei propri cittadini ebrei e agli anni bui della persecuzione e della Shoah. Furono centinaia di migliaia e combatterono su tutti i fronti, gli ebrei che vestirono la divisa durante la Prima guerra mondiale. E furono migliaia gli ebrei italiani che obbedirono, in molti casi entusiasticamente, alla chiamata per difendere l'Italia e donare al nostro Paese la vittoria al costo di un devastante contributo di sangue.
Il dramma del conflitto che aprì il Novecento fu anche un dramma ebraico, e nel caso degli ebrei italiani costituì il preludio del loro infamante tradimento da parte del regime che avrebbe presto preso il potere.
Una mostra, curata dalla Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) e oggi esposta nella Sala d'onore del palazzo municipale di Ferrara, ripercorre le loro storie e mette in luce il contributo di civiltà, di patriottismo, di coraggio e spesso di eroismo dimostrato dagli ebrei coinvolti nel conflitto.
   L'esposizione, ideata da Paola Mortara e Annalisa Bemporad e curata da Gadi Luzzatto Voghera e Daniela Scala, ricchissima di materiale documentario e di suggestive immagini provenienti dagli archivi della Fondazione ebraica, è stata aperta, nel quadro della Festa del libro ebraico organizzata dal Meis, dallo stesso primo cittadino della città estense Tiziano Tagliani, che era accompagnato dai presidenti di Meis e Cdec Dario Disegni e Giorgio Sacerdoti e dai rispettivi direttori dei due enti Simonetta Della Seta e Gadi Luzzatto Voghera.
   Un'occasione importante, ha ricordato il presidente Disegni subito prima di accogliere il ministro della Pubblica istruzione Valeria Fedeli e di firmare con lei un accordo strategico d'azione comune, che resterà aperta alla popolazione fino al 10 novembre e ci porterà quindi in prossimità con l'inaugurazione del museo dell'ebraismo italiano di metà dicembre. Ma soprattutto è un'occasione per comprendere un passaggio fondamentale della storia italiana e per capire, proprio quando si stanno per celebrare gli 80 anni dalla proclamazione delle leggi razziste antiebraiche del 1938, le sofferenze e le ingiustizie patite dagli ebrei italiani, la degradazione dell'onore della nazione e la perdita inestimabile di ingegni e valori.
   "Gli anni della Grande Guerra - spiegano i curatori - determinano anche per la società italiana un passaggio epocale. In un contesto di profonde trasformazioni, la popolazione ebraica è coinvolta da protagonista e viene profondamente segnata dagli eventi. In tutta Europa, per la prima volta nella storia, gli ebrei si trovano a combattere su fronti contrapposti. Questi i numeri: circa 600.000 soldati ebrei in Russia, 350.000 nell'esercito Austro-ungarico (compresi numerosi triestini e fiumani), 100.000 fra i tedeschi, 50.000 ebrei inglesi, 50.000 francesi, decine di migliaia nell'esercito degli Stati Uniti. In Italia furono circa 5.400 gli ebrei che combatterono, interpretando il conflitto come l'ultima delle guerre risorgimentali, che consegnava definitivamente anche agli ebrei lo status di cittadini.
   Le comunità ebraiche e i singoli si adoperano sia nelle organizzazioni che operavano sul territorio, sia organizzandosi in comitati e tentando di sopperire alle esigenze religiose legate alla tradizione religiosa, fornendo cibo e oggetti d'uso per le pratiche rituali (libri di preghiera e arredi).
   "La mostra 1915-1918 Ebrei per l'Italia intende portare l'attenzione sulle principali dinamiche del coinvolgimento degli ebrei italiani nella Grande Guerra proponendo un percorso fondato in gran parte su materiale fotografico conservato presso l'archivio della Fondazione CDEC di Milano. Un itinerario per ragionare sull'origine del concetto di cittadinanza nell'Italia a cavallo fra Ottocento e Novecento".

(moked, 17 settembre 2017)


Tra eros ed eroismo. Louise Bourgeois a Tel Aviv

Gordon Gallery, Tel Aviv - fino al 28 ottobre 2017.

di Antonello Tolve

 
Prima personale di Louise Bourgeois in Israele, con un ventaglio di opere su carta realizzate tra il 2000 e il 2010, che disegnano un percorso inconfondibile e avvincente tra le emozioni umane.
Una nuova mostra di Louis Bourgeois (Parigi, 1911 - New York, 2010), ma questa volta solo carte e tessuti (vecchi fazzoletti, biancheria da letto, vestiti), disegni e stampe (litografie, serigrafie), che mostrano un mondo fatto di sogni, di desideri erotici ed eroici, di ansie, di solitudini, di rabbie, di gioie e di dolori. Con Pink Days / Blue Days la Gordon Gallery di Tel Aviv centra il bersaglio e propone non solo la prima personale in Israele di una figura dell'arte tra le più importanti e influenti del XX secolo, ma anche un itinerario visivo su carta - meravigliose le sessualità in "blu" (Tryptic for the Red Room, 1994) o la serie delle "ore" che rende circolare l'esposizione - la cui freschezza salta il fosso del tempo e dello spazio per porre l'accento sull'acutezza miocinetica, sul fare e sul pensare.
Come due sentieri cromatici che si incrociano e si confondono, Pink Days / Blue Days (mostra luminosa la cui ritmica interna evidenzia le varie anime dell'artista) è un viaggio nel prato espressivo di Bourgeois, in un perimetro linguistico dove il calore eretico e la freddezza erotica della mano tessono una tela "familiare" che stuzzica e stordisce lo sguardo, che sequestra la riflessione alla riflessione, che mostra il precipizio irresistibile del tempo.

(Artribune, 17 settembre 2017)


Hamas si dice pronto ad un accordo con al Fatah, elezioni e governo unitario

L'annuncio arrivato dopo anni di durissima contrapposizione tra i due movimenti. Alla base la gravissima situazione umanitaria della striscia di Gaza, per il blocco imposto da Israele
Con una iniziativa che è giunta a sorpresa, anche se i timidi segnali in questo senso si coglievano da qualche tempo, Hamas si è detto pronto ad una riconciliazione con al Fatah, guidato da Mahmud Abbas. Al potere a Gaza nel 2007, Hamas, con un comunicato di questa mattina, ha dato la sua disponibilità a discutere la formazione di un governo di riconciliazione con i suoi rivali di Fatah e tenere le elezioni generali.
   La svolta giunge dopo che Hamas è stata indebolita da anni di blocco israeliano e dal deterioramento dei suoi rapporti con l'Egitto dopo la cacciata, nel 2013, dell' ex presidente egiziano Mohamed Morsi, islamista, grande protettore del movimento.
   Il raffreddamento dei rapporti con l'Egitto, con la presa del potere da parte del generale al Sisi ha comportato un netto cambio di atteggiamento nei confronti di Hamas. Infatti, dopo la caduta di Morsi, quasi il 90% dei tunnel che venivano usati per contrabbandare merci tra Egitto e Gaza (un sistema vitale per l'economia di sopravvivenza della striscia) sono stati distrutti dal Cairo.
   Hamas ha dovuto anche arretrare dalle sue posizioni a causa della gravissima crisi umanitaria a Gaza, che ha giustificato l'offensiva diplomatica dell'Autorità palestinese per indurre il movimento islamista a comporre le fratture ideologiche ed a negoziare il varo di un governo di unità nazionale. Secondo le Nazioni Unite Gaza. una delle aree più densamente popolate al mondo (vi risiedono due milioni di persone), potrebbe diventare "invivibile" entro il 2020.

(globalist, 17 settembre 2017)


Così Israele ha anticipato tutti nella prevenzione

di Francesco Palmas

 
IDF - Oketz Unity
L 'ondata di terrorismo inedito che sta investendo l'Europa con attacchi ali' arma bianca, lupi solitari, ordigni non sempre efficienti e veicoli-killer ha risvegliato in molti l'interesse per il "savoir faire" israeliano, modello per antonomasia di gestione quotidiana del rischio terroristico.
   Sul territorio nazionale ebraico, nei confini del '67, a Gerusalemme est e sul Golan, l'esercito è invisibile. Non ci sono militari che pattugliano le strade, come in Francia, in Italia e in Belgio. Tranne rare eccezioni, la protezione dei luoghi sensibili è affidata a società di sicurezza private, onnipresenti anche sui mezzi di trasporto pubblico. Le telecamere fioccano, come gli occhi esperti. Sorvegliano le anomalie e le segnalano tempestivamente, si tratti di una valigia abbandonata o di un contenitore sospetto. I civili collaborano. È il concetto di "resilienza totale", arma preziosa contro il terrore. L'antiterrorismo interno è un affare del servizio d'intelligence Shabak, dell'unità d'elite Yasam, della polizia civile (Mishtarat) e della sua branca paramilitare (Magav). L'Home Front di Tsahal c'entra poco o nulla. Si occupa di difesa passiva, in caso di attacchi missilistici massicci. Al check point di Kerem Shalom, porta di Gaza, i "vigilantes" armati hanno fisionomia est-africana. Vengono da lì, reclutati e pagati per servire Israele e ovviare al sequestro di soldati autoctoni. Ci sono cani anti-esplosivo, in dotazione alla polizia e a un'unità molto speciale dell'esercito: l'Oketz, i cui cani, pastori tedeschi e belgi, sono addestrati per compiti di antiterrorismo e per l'individuazione di armi o esplosivi. Parliamo di una delle più antiche forze speciali israeliane, oggi aperta anche al personale femminile.
   La società civile partecipa alla prevenzione antiterroristica, come visto prima. Il porto d'armi è concesso facilmente, in un Paese in cui tutti gli uomini servono per tre anni nelle forze armate e le donne per due. Siamo nel sancta sanctorum dei sensori e delle tecnologie innovative, che stanno fruttando. Un gran numero di dati catalizzato da Internet è setacciato dall'Israel Security Agency per sviluppare indicatori d'intenzioni. L'esercito ha introdotto un sistema d'allerta che segnala gli individui potenzialmente pericolosi, indicando in certi casi perfino il luogo dove prevedano di attaccare, con quale mezzo e quali attività abbiano in itinere. Sembra che fra l'anno scorso e quello in corso siano stati identificati così più di 2.200 sospetti, pronti ad uccidere con coltelli o veicoli-killer. Il Paese ha dovuto adattarsi a una minaccia mutevole nel tempo. È entrato nell' era dei "lupi solitari". Dall' ottobre 2015 a fine 2016, la Giudea, la Samaria e Israele hanno temuto l'emergere di una terza Intifada, con individui radicalizzati che hanno sferrato attacchi all'arma bianca, sparato fucilate, scagliato pietre, bottiglie incendiarie e lanciato sulla folla veicoli-killer. Sono spuntate barriere in cemento alle fermate dei bus. Le zone di raduno e di assembramento sono state spesso interdette alla circolazione, con barriere filtranti e barricate. Ronen Horowitz, ex capo della divisione d'information technology all'Israel Security Agency, parla di maglie ancora più strette, grazie ai Big Data e al Cloud.
   Mezzi che permetteranno la gestione comune di enormi database e l'elaborazione di analisi predittive, sincronizzando i dati di chi si sposta con quelli di chi fa acquisti sospetti (leggi grandi quantitativi di acetone o bombole a gas). e soprattutto di chi noleggia furgoni dal peso inferiore alle 3 tonnellate e mezzo, prediletti dai terroristi.
   Nel frattempo, l'esercito ha inasprito i controlli "oltreconfine". Ha imposto il pugno di ferro in Cisgiordania e smantellato le reti nascenti. Ma qui il gioco è facile. L'Anp collabora e Israele ha forze di occupazione, con abbondanza di informatori, di human intelligence e di tecnologie di monitoraggio. Ha in mano l'amministrazione civile e un altro atout: gli anelli stradali che avvolgono i villaggi cisgiordani permettono la circolazione rapida dei soldati di Tsahal e l'eventuale accerchiamento. Metodi draconiani, in parte irreplicabili altrove.

(Avvenire, 17 settembre 2017)


Putin cerca di spezzare l'Occidente

Le mosse del Cremlino

di Maurizio Molinari

Dal Mar Baltico alla Nord Corea fino al Medio Oriente: la mappa delle crisi vede la Russia di Vladimir Putin nel ruolo di protagonista, con la costante intenzione di portare scompiglio nel campo dell'Occidente al fine di allontanare l'America dai suoi alleati.
  È l'evoluzione delle crisi regionali a descrivere la miscela di aggressività militare ed abilità diplomatica grazie alle quali Mosca guadagna terreno, praticamente ovunque, ai danni dell'Occidente. Nel Mar Baltico sono iniziate le manovre militari Zapad- 2017, le più imponenti dalla fine della Guerra Fredda, che vedono Putin schierare un'armata convenzionale, con l'appoggio di reparti bielorussi, lungo i confini di Lettonia, Lituania ed Estonia, a cui si aggiunge il posizionamento nell'enclave di Kaliningrad di missili a medio raggio. Se a ciò aggiungiamo le pressioni esercitate da Mosca su Finlandia e Svezia affinché non aderiscano alla Nato, è facile dedurre che Putin ha scelto questo angolo d'Europa per mostrare i muscoli all'Alleanza. Recapitando alle minoranze russofone - a cominciare dalla Lettonia - il messaggio che Mosca è pronta a proteggerle, come già fatto nel marzo 2014 con l'annessione della Crimea ai danni dell'Ucraina. I timori di invasione russa che rimbalzano da Varsavia a Riga lasciano intendere come Putin abbia già raggiunto l'obiettivo di mettere sulla difensiva la Nato lungo la sua frontiera più avanzata, i Paesi ex comunisti.
  Anche in Estremo Oriente Putin è all'offensiva, ma con armi più sofisticate di tank e missili. Nei confronti del Giappone di Shinzo Abe esercita un tentativo di seduzione basato sulla possibilità di restituire le isole Kurili occupate negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale. Per almeno tre volte Putin ha fatto balenare tale ipotesi, senza dargli mai seguiti concreti ma limitandosi ad incassare un canale privilegiato con Tokyo. In maniera altrettanto disinvolta il Cremlino si muove nella partita nordcoreana: fa quadrato con Pechino nell'opporsi al cambio di regime a Pyongyang e propone la «simultanea sospensione» dei test atomici di Kim Jong-un e delle manovre militari Usa-Sudcorea all'evidente fine di rovesciare la responsabilità dell'escalation sulla Casa Bianca. Per fare breccia, a Seul come a Tokyo, fra quei leader politici locali che perseguono l'appeasement con la spietata dittatura nordcoreana. Dall'Accademia di Scienze Sociali di Liaoning, il politologo cinese Lu Chao, riassume così quanto sta avvenendo: «Mosca e Pechino vogliono difendere lo status quo dal tentativo Usa di stravolgerlo». Ovvero, è il patto Putin-Xi a garantire la stabilità. Se a questo aggiungiamo gli incontri fra il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e gli inviati di Kim, il moltiplicarsi dei traffici illeciti fra Vladivostok ed i porti nordcoreani, come a cavallo del fiume Tumen che separa i due Paesi, ne esce l'immagine di una Russia che non vuol far cadere Kim e cerca spazio politico in Giappone e Sudcorea, ovvero sfida gli interessi americani su entrambi i fronti.
  E ancora: sullo scacchiere della Siria, dove è riuscita a far sopravvivere il regime di Bashar Assad grazie all'intervento militare del settembre 2015 a fianco dell'Iran, la Russia sta ora tentando di accreditarsi come garanzia di sicurezza per Israele, il maggior alleato di Washington nella regione. Se in meno di due anni il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha incontrato
  Putin almeno cinque volte è perché Gerusalemme oramai considera la Russia un «Paese confinante» in ragione della presenza delle sue truppe in Siria dove possono creare un cuscinetto strategico di separazione con Hezbollah e milizie sciite pro-iraniane. In maniera analoga Lavrov si è recato in Arabia Saudita e Giordania per recapitare un messaggio inequivocabile: proprio perché la Russia è alleata dell'Iran, dopo la vittoria in Siria, può garantire - assai meglio di Washington - gli interessi dei sunniti. Infine, ma non per importanza, l'Egitto: Putin gli offre aiuto in Cirenaica contro i jihadisti e lo spinge a sostenere Assad suggerendogli come tornare protagonista nel mondo arabo.
  Ciò che tiene assieme tali e tante mosse è la strategia di Putin di voler portare scompiglio in Occidente, ovvero indebolire il legame fra Washington ed i suoi alleati tradizionali fino a spezzarlo del tutto. Intimorire i Paesi Baltici significa fiaccare la deterrenza della Nato in Europa, difendere il regime di Kim serve a incunearsi nella partnership di Washington con Seul e Tokyo in Estremo Oriente, giocare la carta siriana consente di creare una relazione inedita con Israele e sunniti in Medio Oriente, sempre in alternativa alla Casa Bianca. Scompaginando ovunque il fronte americano. È una strategia che nasce dalla volontà russa di privare Washington della rete di alleanze costruite durante la Guerra Fredda - strumento della dimensione globale del potere americano - per ridisegnare i rapporti internazionali sulla base di relazioni fra singole nazioni, consentendo così a Mosca di riacquistare un ruolo di leadership.

(La Stampa, 17 settembre 2017)


I Ritchie Boys, gli ebrei tedeschi che aiutarono a sconfiggere Hitler

Arruolati dagli americani per operazioni speciali e interrogatori

di Mirella Serri

Tre dei Ritchie Boys
Nell'autunno del 1942 una notizia volò di bocca in bocca nella valle del Maryland dove l'esercito aveva attivato il campo militare di Fort Ritchie: i nazisti erano arrivati in America e si stavano esercitando proprio da quelle parti. Un paio di operai che si erano addentrati nell'area top secret del campo raccontavano di aver visto un plotone con l'uniforme della Wehrmacht che marciava spedito: «Links, zwei, drei». Non era un miraggio ma non si trattava di fedelissimi di Hitler negli Usa, bensì di giovani militari ebrei tedesco-americani la cui vicenda è stata per decenni dimenticata e che adesso è stata ricostruita sulla base di diari ritrovati dallo scrittore e giornalista Bruce Henderson in Fratelli e soldati. La vera storia degli ebrei che sconfissero Hitler (in uscita da Newton Compton).
   I giovani che procedevano al passo dell'oca furono ribattezzati i Ritchie Boys, combattevano sotto la bandiera a stelle e strisce e si stavano esercitando per trasformarsi in perfetti soldati tedeschi pronti a infiltrarsi nelle linee nemiche. Ma si stavano allenando anche ad apprendere nuove tecniche di guerra, ovvero gli interrogatori dei prigionieri messi in atto per la prima volta dagli americani e dai britannici dopo lo sbarco in Nord Africa. Erano tutti ebrei nati in Germania da dove erano fuggiti verso la fine degli Anni Trenta lasciandosi alle spalle amici e parenti che non avrebbero mai più rivisto. Dopo l'addestramento di otto settimane nel Maryland, i circa duemila ragazzi che frequentarono i 31 corsi ottennero la cittadinanza americana e poi furono paracadutati in Francia: al seguito del generale Patton conquistarono Nantes, Orléans, Nancy e parteciparono nel dicembre del 1944 alla battaglia delle Ardenne.
   Il loro intervento fu decisivo nella sconfitta tedesca. Un rapporto a lungo tenuto riservato dell'esercito americano ha rivelato che quasi il 60 per cento delle informazioni attendibili sul nemico raccolte in Europa furono frutto del lavoro svolto dai Ritchie Boys addestrati dal Military Intelligence Training Center (Mite). Il loro segreto? I Ritchie Boys erano a conoscenza delle abitudini, del modo di esprimersi, della mentalità e della psicologia dei connazionali nazisti. Ma soprattutto operavano spinti da un drammatico e personale coinvolgimento.
   Racconta Martin Selling, uno dei più famosi Ritchie Boys divenuto abilissimo nello «spremere» i prigionieri, che un ufficiale appena catturato gli chiese con arroganza dove aveva imparato così bene il tedesco. «Nel lager di Dachau», rispose Martin. A questo punto il graduato non svenne ma per la paura se la fece letteralmente addosso.
   Ma era proprio vero: Martin era stato chiuso in quel campo di concentramento e ne era uscito vivo per miracolo. Non aveva comunque nessuna intenzione di applicare torture analoghe a quelle che gli erano state inflitte. Al contrario. Doveva agire sui prigionieri con grande velocità: le informazioni sui movimenti delle truppe, sulle postazioni difensive, sui campi minati e sul morale dei tedeschi diventavano rapidamente obsolete. E poi Martin e gli altri ragazzi che si chiamavano Werner Angress, Stephan Lewy, Guy Stern proprio per aver subito l'orrore della sopraffazione nazista non amavano la violenza.
   Erano a conoscenza, per esempio, che i tedeschi temevano di essere catturati dai sovietici e di finire in Siberia. Allestirono così una pittoresca tenda russa dove Guy si fingeva un isterico Commissario sovietico con alle spalle una gigantesca fotografia di Stalin. L'espediente fu molto efficace nel convincere i nazisti a vuotare il sacco. Solo in alcuni casi, rammenta ancora Martin, si dovette ricorrere alle maniere forti. Così costrinse un detenuto assai reticente a scavarsi la fossa. E ottenne le notizie che desiderava.
   Nel febbraio 1945 quando Guy fu informato che Marlene Dietrich avrebbe portato in scena il suo show per la Uso (United Service Organizations) nei pressi della sua armata, convinse la celebre attrice e cantante berlinese a fare un'escursione. La portò a visitare le gabbie dove erano chiusi i soldati della Wehrmacht. Voleva dare un segnale di pace e informare i detenuti che la loro collaborazione sarebbe stata preziosa per evitare un ulteriore spargimento di sangue.
   Il momento più tremendo per i Ritchie Boys fu quando si imbatterono per la prima volta in un lager, nel sottocampo di Wòbbelin, Capirono così l'indicibile orrore che aveva inghiottito genitori, fratelli, amici. Ma i Ritchie Boys non chiedevano vendetta e non cambiarono nemmeno allora i loro metodi di interrogatorio. Furono eroi dissimulati e protagonisti di azioni che non finirono sotto la luce dei riflettori anche perché l'America postbellica non era pronta per ricordare le loro imprese. Molti di loro persero la vita ma la loro storia esemplare è caduta nel dimenticatoio fino ai nostri giorni.

(La Stampa, 17 settembre 2017)


Merano ricorda i duecento ebrei deportati

Elisabetta Rossi Innerhofer, presidente della comunità ebraica di Merano
La sera del 16 settembre gli ebrei meranesi terrorizzati furono caricati sul camion della ditta di autotrasporti Fracaro e portati attraverso il passo del Giovo e del Brennero nel campo di rieducazione al lavoro di Reichenau, a Innsbruck. Dei quasi 200 ebrei catturati a Merano , nessuno tornò». A ricordare il tragico anniversario, ricorso ieri, la presidente della comunità ebraica di Merano, Elisabetta Rossi Innerhofer. «Il 9 settembre 1943 i treni con le truppe tedesche della Wehrmacht attraversarono il Brennero - ricorda Rossi Innerhofer -. I membri della comunità ebraica di Merano capirono subito di aver perso il loro ultimo rifugio. Il rastrellamento e la cattura degli ebrei di Merano avvenne il 16 settembre 1943 . Vennero rinchiusi nella casa del Balilla , in via Otto Huber 36. Verso le 17, spostati nel cinema dietro la casa del Balilla, furono tutti schedati».

(Corriere dell'Alto Adige, 17 settembre 2017)


Molodowsky, che liriche!

di Giulio Busi

Merkavah, «carro», è la parola ebraica che indica il segreto divino. Il carro celeste è il simbolo della dottrina mistica, l'essenza misteriosa dell'ordine del cosmo. Non un'imponente cattedrale di luce, ma un veicolo, in continuo, fulmineo movimento. Il Dio inconoscibile si muove, sfugge allo sguardo, corre le nuvole, s'inabissa nei cuori, si avvolge dei cieli dei cieli. Srotola l'orizzonte, scuote il proprio manto di lettere, lo agita, lo raccoglie, lo stende. Dio di nomadi, che rifugge dagli agi sedentari, diasporica divinità di diaspora, il cui Esilio precede ogni esilio. «Persino i cieli non possono contenerlo» (1 Re 8:27). Troppo smisurato per l'immobilità, il Dio d'Israele vive della distanza. E la distanza, l'anelito a guadare il fiume dell'essere, a dislocarsi per trovare e trovarsi, rimane anche quando i riti impallidiscono, nei tempi - lunghi, drammatici - in cui la Shekinah, la Presenza divina, si eclissa. Sono una vagabonda. È la firma di Kadye Molodowsky, tra le più grandi poetesse yiddish di metà Novecento. Vagabonda per vita, dalla Bielorussia in cui nasce nel 1894, alla Varsavia dell'impegno politico, della letteratura e delle speranze sioniste, agli Stati Uniti dell'esilio, a Israele, amata e non trovata, e di nuovo al rifugio statunitense, sino alla morte, a Filadelfia, nel 1975. Soprattutto, Molodowsky è vagabonda perché la letteratura la trascina, la spinge, la strattona. Sono i suoi versi a portarla con loro, dove c'è bisogno di qualcuno che dica e sogni al posto di chi non può più farlo. Versi-angeli, mattinieri, servizievoli, instancabili:
    «Arrivano gli angeli a Gerusalemme
    ancor prima che il sole sorga,
    ancor prima, ancor prima.
    Vestono abiti
    incisi e ricamati -
    la Shekinah illumina
    i loro vestiti rappezzati».
Non si fermano mai a lungo. Giungono alla spicciolata, ripartono assieme. Nessun secolo ha mai avuto altrettanta sete di poesia. Nel Novecento la poesia è morta. Poi è rinata, col volto pallido di chi torna dalla Terra del Non. Col volto gioioso di chi, nonostante tutto, vuole ricominciare. Per questo gli angeli di Kadye Molodowsky si vestono da muratori, danno una mano, manovali della speranza:
    «Arrivano gli angeli a Gerusalemme
    e camminano sulle vie non ancora lastricate.
    Portano la sabbia,
    trasportano le pietre».
Forse, come narra il Talmud, gli angeli non conoscono l'aramaico, ma certo possiedono ogni segreto dell'yiddish. Gli angeli dello sterminio conoscono a menadito la lingua degli sterminati. I messaggeri di morte parlano la lingua dei milioni di morti della Shoah, e sanno trasformarla in vita. Questo libro di poesie è anche un omaggio ad Alessandra Cambatzu, fine traduttrice e intellettuale vivacissima, scomparsa prematuramente dopo aver portato in italiano, assieme a Sigrid Sohn, le parole-carri della Molodowsky. Per ogni angelo che arriva, un altro riparte.
    «Ancor prima che il sole sorga,
    ancor prima, ancor prima».
- Kadye Molodowsky, «Sono una vagabonda», Liriche scelte, a cura di Alessandra Cambatzu e Sigrid Sobn. Nota di Katbryn Hellerstein, Free Ebrei, Torino, pagg. 221, e 7,84

(Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2017)



"Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso"

Passato il sabato, Maria Maddalena e Maria madre di Giacomo e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù. E la mattina del primo giorno della settimana, molto per tempo, vennero al sepolcro sul levar del sole. E dicevano tra loro: Chi ci rotolerà la pietra dall'apertura del sepolcro? E alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande. Ed essendo entrate nel sepolcro, videro un giovinetto, seduto a destra, vestito d'una veste bianca, e furono spaventate. Ma egli disse loro: Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l'aveano posto. Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro, che egli vi precede in Galilea; quivi lo vedrete, come v'ha detto. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore, e non dissero nulla ad alcuno, perché avevano paura.
Dal Vangelo di Marco, cap. 16


 


«Io ebreo del Pd boccio la legge Fiano»

L'ex vicepresidente della Comunità ebraica: «Testo controproducente»

di Alberto Giannoni

MILANO - Daniele Nahum, ex vicepresidente della Comunità ebraica di Milano e dirigente Pd ( ex responsabile cultura), il suo giudizio sulla legge Fiano sull'apologia di fascismo?
  «Lele Fiano è mosso da opinioni nobili e io capisco il punto di vista suo e di chi è favorevole alla legge, davvero. Ma devo dire che io reputo controproducente una legge del genere. Lo penso anche del reato di negazionismo: hanno un effetto opposto, possono far scaturire un meccanismo negativo. Uno dei rischi più grossi è che, vietando un'opinione, la rendi ... più attraente? Le dai appeal? Vietandola rischi di renderla appetibile. E rischi di produrre una cultura del sospetto. È chiaro che quelle idee sono sbagliate ma per me, che vengo da una scuola pannelliana-radicale, la cultura liberaldemocratica deve avere la forza di batterle dibattendole, non vietandole. Abbiamo tutti gli strumenti per farlo, parliamone.»

- Cita Marco Pannella, che andò a un congresso Msi a dire: i vostri elettori vi ascoltano grazie alla nostra «Radio Radicale».
  «Sì, lui incarnava questo andando ospite di un movimento all'epoca illiberale, per fare lì una battaglia di idee. Poi avrei un'altra perplessità. Questa: chi è che giudica?».

- Chi giudica sul fascismo?
  «Se andiamo a vedere, uno potrebbe alzarsi e dire: "Allora perché questa idea può circolare?". Ci sono in Italia partiti che si rifanno alla storia del comunismo. Il Pci stava dentro un sistema democratico ma insomma, se qualcuno si richiama a quella storia, magari di altri Paesi ... ecco forse anche altre idee si potrebbero vietare».

- Nelle comunità ebraiche c'è dibattito sulla legge Fiano?
  «La maggior parte sono favorevoli. Capisco, ma io credo che le comunità dovrebbero aprire un grande cantiere delle idee su queste dottrine oscurantiste».

- Enrico Mentana andrà a discutere con CasaPound. Fa bene?
  «Benissimo. Intendiamoci, politicamente li disprezzo, sono fuori dalla realtà ma farei con loro un dibattito tv, per metterli all'angolo. È un momento delicato ma nel Pd c'è molta timidezza nel far uscire un'idea di società aperta».

- Sa che l'Anpi non vuole una targa per Giuseppina Ghersi, 13enne violentata e uccisa dai partigiani nel 1945?
  «Aberrante. La lotta partigiana, gloriosa, stava dalla parte giusta, ciò non vuol dire che non abbia commesso crimini. E Sergio Ramelli? È stato ucciso a 18 anni con una chiave inglese, perché "era fascista". Io dico che è aberrante».

- Tornando a Fiano, forse non condivide perché lei è liberale.
  «Non credo. Spesso siamo d'accordissimo, Lele ha una visione liberal, si discute sul fatto che questo strumento sia giusto o no».

- Ma lei si sente a casa nel Pd?
  «È casa mia e spero che lo resti, ma per essere una sinistra moderna ed europea deve iniettarsi una dose di liberaldemocrazia, di culture che gli sono mancate, come quella radicale, laica, repubblicana e socialista».

(il Giornale, 16 settembre 2017)


La lettera: "On. Fiano, mio padre fascista salvò tre famiglie ebree"

Lettera aperta che il giornalista e sindacalista Massimo Visconti ha inviato all'onorevole Emanuele Fiano in merito alla sua proposta di legge sulla propaganda fascista.

Onorevole Fiano,
 
Emanuele Fiano
chi Le scrive è un semplice cittadino che ha sempre pensato che la politica, quella con la P maiuscola, fosse la rappresentazione della vera democrazia ovvero di quella democrazia, anch'essa con la D maiuscola, che è in grado di rappresentare le volontà del popolo italiano attraverso libere elezioni e soprattutto grazie alla circolazione del libero pensiero. Purtroppo da molti anni ho dovuto ricredermi su questa mia convinzione alla luce di scandali e malversazioni che hanno visto politici corrotti inquinare anche le nostre Istituzioni. Onorevole Fiano, chi Le scrive è anche figlio di un padre che simpatizzava per il regime fascista, riconoscendo a Benito Mussolini il fatto di aver portato in Italia tutte quelle innovazioni sociali che hanno costruito quello Stato Sociale che oggi si sta distruggendo legge dopo legge. La mia famiglia abitava a Roma in via Grotta Pinta 19 e ai due piani sopra il nostro appartamento vivevano due note famiglie di religione ebraica molto famose nella capitale e di cui non faccio il nome per riservatezza. Ebbene mio padre, simpatizzante del fascismo, il 13 ottobre del 1943, giorno della famigerata retata nazista nel ghetto, non esitò a nascondersi dentro la sua casa un'intera famiglia composta da padre, madre in attesa di un figlio, e altri tre figli adolescenti per salvarli dalla deportazione. Quando i tedeschi vennero nel palazzo bussarono anche nella nostra casa per chiedere notizie di queste due famiglie che non risultavano più nelle loro abitazioni. Mio padre disse che erano giorni che non li vedeva e i tedeschi credettero a mio padre e andarono via. Questa famiglia rimase nascosta per tre giorni in casa nostra e poi riuscì a fuggire fuori Roma.
  Immagini, Onorevole Fiano, cosa sarebbe successo se i soldati tedeschi fossero entrati in casa nostra e avessero trovato l'intera famiglia ebrea cui la mia famiglia diede rifugio? Mi scusi la premessa forse troppo lunga ma vorrei farLe una domanda: Lei pensa che quella famiglia ebrea accettando l'aiuto di "un fascista" si sia preoccupata del fatto che mio padre fosse simpatizzante del regime e di Mussolini? Quando mio padre morì, nel 1986, venne nella nostra casa il capofamiglia di quella stessa famiglia di ebrei che piangeva come un bambino, e abbracciandomi non faceva altro che dire "grazie a tuo padre siamo tutti vivi".
  Ecco, Onorevole Fiano, questo per dirLe che la legge che porta il Suo nome non solo è contraria ad ogni principio di democrazia e di libertà ma, mi permetta di dirLe, offende anche quella famiglia ebrea, un cui membro è attualmente un alto dirigente della Comunità ebraica romana, perché quell'odio la Sua proposta sta fomentando, una volta diventata legge dello Stato, potrebbe non permettere più certi gesti Eroici come quello di mio padre in nome di un razzismo intrinseco presente nella Sua legge.
  Onorevole Fiano, so che questo mio appello non servirà a nulla ma Le chiedo, in nome della Libertà e della Vera Democrazia di far si che in Senato quello scellerato disegno di legge che porta il Suo nome sia fermato.
  Onorevole Fiano, capisco che con i problemi che affliggono il nostro Paese questo "diversivo" sposta l'attenzione dell'opinione pubblica dalle storie di politici corrotti, da una sanità che non funziona, da una politica che ormai non rispetta più il popolo permettendo, per la sopravvivenza del potere, a parlamentari di farsi eleggere da una parte e passare disinvoltamente dall'altra, che vede Istituzioni ormai troppo distanti dalle esigenze dei cittadini. Capisco tutto questo ma non accetto che i principi Costituzionali che garantiscono il libero pensiero vengano cancellati da una minoranza parlamentare (261 deputati su 630). Altro effetto che pongo alla Sua attenzione è il fatto che Lei e i suoi 260 seguaci, volendo impedire quei pochi saluti romani che giravano per l'Italia, domani potrebbero ritrovarsi centinaia di migliaia di persone che, per convinzione o per protesta, alzeranno la mano tesa o esporranno gadget del ventennio. Lei e i suoi 260 seguaci state amplificando una forma di manifestazione esteriore di un periodo che ormai appartiene alla Storia. Non mi risulta che i Francesi abbiano vietato di parlare di Napoleone o di De Gaulle, anzi custodiscono il ricordo di due dittatori che comunque hanno fatto del bene alla Francia.
  Onorevole Fiano, a me non fanno paura i saluti romani o i pugni chiusi (anch'essi sono la rappresentazione esteriore di un regime dittatoriale che però ha provocato milioni di morti), a me fa paura il sistema delle tangenti che nonostante "mani pulite" oggi non arricchisce più i partiti ma i singoli deputati, fa paura il Jobs Act che ha precarizzato il mondo del lavoro soprattutto quello giovanile, fa paura il futuro dei nostri giovani che non so come potranno mantenere non le loro famiglie ma le loro singole persone, fa paura il fatto che ci sono 130 mila giovani che lo scorso anno hanno lasciato l'Italia perché il nostro Paese non offre loro prospettive, fa paura il fatto che un parlamento non riesce a darsi una legge elettorale decente solo per garantire a chi nel 2018 sarà eletto di poter fare il contrario di ciò che ha promesso in campagna elettorale, fa paura vedere le nostre strade piene di prostitute di colore che vengono "importate" e schiavizzate, fa paura vedere il nostro paese invaso da chi non vuole integrarsi ma pretende che siano gli italiani ad adeguarsi alle loro culture.
  Di fronte a tutto questo Lei Onorevole Fiano, e i suoi 260 seguaci, non avete trovato di meglio di cui discutere se non del saluto romano o dei gadget fascisti? Triste ma è così. Io, e con me penso tanti italiani, mi auguro che qualche "crisi di coscienza" in Senato spunti prima del voto definitivo di una legge che uccide la libertà di pensiero ma non ucciderà la Storia riuscendo, però, solo ad offendere le tante coscienze, non solo nostalgiche, che ancora in Italia rappresentano la maggioranza della popolazione. Prima di chiudere questa mia forse troppo lunga esternazione, Le rinnovo, Onorevole Fiano, l'invito a far si che questa legge in Senato non abbia i voti per passare in caso contrario, come penso, Lei sarà considerato il responsabile di un atto discriminatorio senza precedenti. Colgo l'occasione non per inviarLe i soliti e scontati saluti ma per invitarLa ad un momento di seria riflessione prima di mettere veramente in pericolo la caduta dei Valori Democratici del nostro Paese.
Massimo Visconti

(Il Secolo d’Italia, 16 settembre 2017)


Russia e Israele distanti sul futuro della Siria

Secondo il giornale israeliano Haaretz, Israele avrebbe chiesto alla Russia di garantire una zona cuscinetto, profonda tra i 60 e gli 80 Km, dalle alture del Golan ad Ovest della strada che collega Damasco alla città di Al - Suwayda nel Sud Ovest della Siria.
   Nella richiesta israeliana, l'area in questione, dovrebbe essere interdetta alle forze iraniane, agli Hezbollah e alle milizie sciite operanti sotto il coordinamento iraniano. I russi in realtà si sono limitati a promettere che gli iraniani ed i loro alleati resteranno ad una distanza di circa 5 Km dal confine israeliano.
   Lo stesso Premier Benjamin Netanyahu, così come i più alti funzionari iraniani, hanno più volte manifestato preoccupazione rispetto alla possibilità di ritrovarsi gli Hezbollah e gli iraniani sul confine. Ad oggi la stessa intelligence israeliana non avrebbe riscontrato elementi utili a dimostrare questa tesi, ma si ritiene che nel lungo periodo gli iraniani, insieme agli Hezbollah intendano posizionarsi lungo il confine con Israele e poter così disporre delle alture del Golan come un secondo fronte di guerra in caso di conflitto tra le IDF e gli Hezbollah in Libano.
   Tenendo ben presente questo scenario si comprende la guerra condotta, quasi sempre in silenzio, da Israele in Siria, sin dalle prime fasi delle rivolte anti - Assad del 2011. Sebbene confermati in una sola circostanza, sarebbero centinaia i raid e le operazioni speciali condotte dalle IDF contro gli Hezbollah e gli iraniani in territorio siriano.
   Una guerra segreta, con dinamiche differenti dall'insorgenza e dal confronto tra milizie, formazioni jihadiste e forze governative, che ha caratterizzato in questi fasi il conflitto siriano.
   Una guerra, che nelle intenzioni israeliane, serve ad impedire trasferimenti di armi dalla Siria al Libano e soprattutto prevenire possibili trasferimenti di tecnologia nelle mani degli Hezbollah. Sebbene le autorità israeliane abbiano a più riprese denunciato un incremento quantitativo dell'arsenale del Partito di Dio, confermato in più di un'occasione dalle minacce dello stesso leader Hassan Nasrallah, l'intelligence israeliana non ritiene che gli Hezbollah, nonostante gli sforzi iraniani, siano entrati in possesso di missili e razzi ad alta precisione.
   Questo tuttavia non limiterebbe il livello della minaccia e non garantirebbe l'assoluta capacità del sistema anti missile israeliano Iron - Dome, di intercettare tutti i razzi degli Hezbollah, lanciati contro Israele, in un possibile conflitto.
   Per queste ragioni il contenimento delle milizie sciite resta per Israele prioritario, soprattutto alla luce dello scenario che sembra delinearsi in Siria. La decisione di Donald Trump di interrompere il sostegno alle milizie anti - Assad, viene sempre più vista dai media israeliani come una pericolosa concessione alla Russia e all'Iran.
   Per questo motivo, molti analisti hanno interpretato il raid, non confermato né smentito dalle IDF, contro il Syrian Scientific Researches Centre di Masyaf, nella provincia di Hama, un preciso segnale sia agli Stati Uniti sia alla Russia.
   Un messaggio, inviato da Israele a Stati Uniti e Russia che, proprio lo scorso luglio al G20, hanno trovato un accordo su un limitato cessate il fuoco in Siria. Un messaggio al quale ha risposto, senza far riferimenti ad Israele, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che qualche giorno fa, ha accusato tutti coloro che operano in Siria, sul suolo o nello spazio aereo e senza l'approvazione delle autorità di Damasco, di violare il diritto internazionale. Lavrov ha quindi ribadito che la Russia sta collaborando con Damasco per sconfiggere il terrorismo, creare le condizioni per la fine della guerra civile e per assicurare la risoluzione politica della crisi. La Russia, sempre secondo Lavrov, insieme agli iraniani e gli Hezbollah, starebbe operando su invito del governo siriano.
   Una stoccata, quella del Ministro degli Esteri russo, che sembra anticipare la ridefinizione dei rapporti di forze nell'area in uno scenario in cui Mosca, da attore militare determinante per l'andamento delle operazioni sul campo al fianco di Assad, dovrà saper gestire il processo di dialogo nel prossimo 6o incontro delle trattative ad Astana, previsto per il mese di ottobre. Una formula, all'interno della quale operano Russia, Turchia ed Iran e che potrebbe non essere sufficiente a disinnescare le possibili e future tensioni tra Israele ed Iran.

(Gli Occhi della Guerra, 16 settembre 2017)


"Le reti dei nuovi antisemiti"

MILANO - Lunedì 18 settembre - alle ore 18 - presso la sala Toscanini a Palazzo delle Stelline in corso Magenta 61, si terrà la presentazione del libro "Le reti dei nuovi antisemiti", un'accurata indagine sul tema degli attuali antisemitismi a cura del giornalista Alberto Giannoni e di Davide Romano, assessore alla Cultura della comunità ebraica di Milano.
   Promotore dell'evento l'Eurodeputato di Forza Italia Stefano Maullu: "Mettere e rimettere al centro dell'attenzione il tema degli antisemitismi è di fondamentale importanza per prevenire ogni tipo di ritorno di fenomeni che hanno segnato tragicamente la storia in modo indelebile. Fenomeni che in varie forme, purtroppo, non scompaiono: per questo il libro di Giannoni e Romani è un punto di riferimento utilissimo. L'amicizia tra Italia e Israele, tra Milano e la sua comunità ebraica sono valori da tutelare e da difendere quotidianamente, partendo dal contrasto di certe tendenze di ritorno, anche semplicemente striscianti, che non devono trovare spazio per svilupparsi e diffondersi".
   All'evento prenderanno parte anche il consigliere regionale di Forza Italia Vittorio Pesato, Enrico Mairov dell'associazione Lombardia-Israele e Raffaele Besso, Presidente della comunità ebraica milanese.
La partecipazione è gratuita e al termine della presentazione è previsto un piccolo rinfresco.

(Milano Post, 16 settembre 2017)


La 'Festa del libro ebraico' a Ferrara si apre con la musica

Dibattito e concerto di Yakir Arbib alla Sala Estense

Yakir Arbib
FERRARA - Si apre questa sera, sabato 16 settembre, la 'Festa del libro ebraico a Ferrara', promossa dal Museo nazionale dell'Ebraismo italiano e della Shoah - Meis e quest'anno dedicata al tema 'Ebraismo, partecipazione e cittadinanza'.
Presso la Sala Estense (piazza del Municipio 2), alle 21 il sipario si alzerà sui saluti di Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara, Daniele Ravenna, consigliere del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per la tutela e la valorizzazione della memoria storica, Massimo Mezzetti, assessore alla cultura della Regione Emilia-Romagna, Rav Luciano Caro, rabbino capo della comunità ebraica di Ferrara, e Dario Disegni, presidente del Meis.
La scena passerà poi al pianista e compositore Yakir Arbib, vincitore di premi internazionali come il 'Montreux International Piano Jazz Competition'. Arbib si esibirà in 'Machloket: controversie musicali', una rivisitazione, tra jazz e classica, dei temi della musica ebraica italiana. Il concerto, introdotto dal direttore del museo, Simonetta Della Seta, è organizzato in collaborazione con il Jazz club Ferrara ed è a ingresso gratuito.
La festa è patrocinata dal MiBact, dalla Regione Emilia-Romagna, dal comune di Ferrara, dall'unione delle comunità ebraiche italiane e dalla comunità ebraica di Ferrara.

(estense.com, 16 settembre 2017)


Israele e Messico rilanciano i rapporti

CITTA DEL MESSICO - «Accordi nell'ambito di un percorso verso maggiore prosperità e sviluppo per le nostre società»: così il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha commentato i risultati degli incontri avuti ieri in Messico, terza tappa della sua visita in America latina, iniziata in Argentina e proseguita in Colombia. Il presidente Enrique Peña Nieto, ha accolto Netanyahu con parole di particolare soddisfazione sottolineando il «legame forte» esistente tra i due paesi. Quella di Netanyahu è la prima visita di un capo di governo israeliano in Messico da quando, nel 1952, sono state stabilite relazioni diplomatiche.
   Nel corso degli incontri a Città del Messico è stato deciso l'aggiornamento dell'accordo di libero scambio in vigore dal 2000 - l'unico finora siglato da Israele in America latina — che al momento non contiene alcun capitolo di servizi o investimenti. Inoltre, è stato stabilito che Israele appoggerà gli accordi di cooperazione esistenti tra il Messico e i tre paesi del triangolo settentrionale: El Salvador, Honduras e Guatemala. Sono stati anche firmati memorandum di intesa su temi inerenti all'innovazione tecnologica, su questioni urgenti che riguardano l'acqua e l'agricoltura. Nel 2016, le esportazioni del Messico in Israele ammontavano a 198 milioni di dollari statunitensi e le importazioni a 704 milioni. Con 150 società coinvolte, l'investimento diretto di Israele in Messico dal 1999 a oggi risulta essere stato di 2.202 miliardi di dollari.

(L'Osservatore Romano, 16 settembre 2017)


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