Ogni parola di Dio è affinata col fuoco.
Egli è uno scudo per chi confida in lui.
Non aggiungere nulla alle sue parole,
affinché egli non t'abbia a riprendere,
e tu non sia trovato bugiardo.
Proverbi 30:5-6  

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Jewish Dance
























Da Sirte a Idlib

di Daniele Raineri

ROMA - A vedere l'appoggio trasversale per i curdi siriani, l'orrore generale provocato dall'offensiva turca, il titolo di ieri di Repubblica "Europa vergognati" contro le nazioni europee colpevoli di non essere abbastanza reattive contro la Turchia, viene da pensare che la salvezza viene dalla narrazione chiara. I curdi siriani si sono fatti capire. Hanno creato una connessione con il resto del mondo. E a volte per creare questa connessione basta una foto che è diventata un luogo comune, ma non fastidioso, come quella della donna curda in mimetica che imbraccia un fucile Kalashnikov. E per la prima volta da anni succede una cosa a cui siamo disabituati, ci sono manifestazioni per un tema di politica estera - un conflitto fra turchi e curdi che si combatte a migliaia di chilometri di distanza. Da quanto non succedeva?
   Viene da pensare a tutti quelli che non sono stati capaci di creare questa connessione. Le milizie della città di Misurata in Libia nel 2016 hanno sradicato lo Stato islamico da Sirte, in tandem con i soliti bombardieri americani. E' sufficiente dare un'occhiata alla cartina per vedere che la questione ci riguarda molto più da vicino. Hanno perso seicento uomini e c'è un numero triplo di feriti - e non sono sulla lista dei gruppi terroristici di nessun paese. In questo momento sono sotto attacco da parte del generale Khalifa Haftar e la guerra ha già fatto mille morti e rischia di creare un'ondata di problemi che arriverà dritta fino alla costa italiana, ma è come se non esistessero. Si sono persi in una narrazione troppo complicata da fare. Due governi libici, le milizie, il terrorismo. Finisce tutto in una storia complicata di arabi.
   Hanno combattuto lo Stato islamico, ma le loro donne non le vedi fiere e in divisa. Se chiedi in giro la narrazione si è per sempre fissata su: si stava meglio (noi) quando c'era Gheddafi.
   La salvezza sta nella narrazione semplice, così semplice che diventa irresistibile. I ribelli siriani hanno commesso molti errori stupidi, ma il più stupido di tutti è stato non capire questa cosa: se complichi troppo la situazione, sarai abbandonato. Da fuori non ti capiscono e non si interessano. Il termine dispregiativo Daesh per indicare lo Stato islamico l'hanno inventato loro nel 2013, quando presero le armi e cacciarono Daesh, appunto, da un territorio ampio centinaia di chilometri nel nord della Siria (un capitolo della guerra in Siria che nessuno ricorda, ma è successo). A parte questo è stato un disastro. Per anni si sono scissi e separati in formazioni sempre più irrilevanti, con annunci di cambi di nome che interessavano soltanto a loro, e di fatto hanno lasciato il dominio dei territori in cui vivono ad altri gruppi, diversi dallo Stato islamico ma islamisti e in alcuni casi altrettanto fanatici. Da una parte i curdi si sono dati il nome di Forze siriane democratiche e concedevano permessi ai giornalisti internazionali di visitare le loro zone. Dall'altra i ribelli siriani avevano nomi esotici in arabo e non riuscivano a garantire ai giornalisti protezione contro i rapimenti (e oggi in gran numero sono finiti a fare i "sepoy" della Turchia). Quando nel 2013 l'esercito siriano bombardò i civili alla periferia di Damasco con un agente nervino e uccise più di mille persone, Repubblica per i lettori italiani pubblicò un pezzo di Barbara Spinelli che asseriva che la strage non fosse un vero attacco chimico, ma una montatura (non lo era). Immaginarsi se oggi la Turchia usasse armi chimiche su una città curda: quanti controlli si farebbero nei media prima di scrivere che è una montatura dei curdi? Molti di più, senza dubbio.
   Il fatto è che pure i curdi, che ci stanno simpatici per istinto con le loro foto fiere e la loro narrazione chiara - ci siamo difesi da fanatici che ci volevano spazzare via e vi abbiamo fatto un grande favore perché poi gli stessi fanatici sarebbero venuti da voi, perché ci tradite così presto? - alla fine sono stati abbandonati. Non sarà un embargo debole sulle armi a interrompere il piano turco e infatti le Forze siriane democratiche hanno subito fatto un patto con i russi e con il regime siriano, che da molto tempo rifiutavano di firmare perché era troppo svantaggioso. Ma ormai sono stati lasciati da soli, non hanno più potere negoziale. Ecco, se pure i curdi finiscono gettati via così, figurarsi cosa succede a tutti gli altri, quelli che non hanno mai avuto speranza di ottenere l'apertura dei telegiornali e gli album a fumetti.

(Il Foglio, 16 ottobre 2019)


Il dentista curdo che vive a Bologna e l'invasione turca: «Presto andrò lì»

Issamadden, rifugiato politico da anni in città: «Per fortuna l'Italia ha sempre avuto grande interesse per la questione curda, al contrario dei governi»

di Andreina Baccaro

David Issamadden
Da quasi cinquant'anni vive in Italia, a Bologna si è laureato e in Bolognina ha uno studio di dentista. È stato direttore sanitario del Bologna calcio ed è presidente della comunità curda in Italia. A 67 anni David Issamadden, anche se giura di «sentirsi più italiano che curdo», non vede l'ora di tornare lì, nel Kurdistan ancora martoriato da un'invasione. «Appena sarà possibile cercherò di tornare laggiù, come ho sempre fatto nella mia vita, per portare aiuti umanitari e aiuto negli ospedali».

- Dottor Issamadden, da quanto tempo è andato via dal Kurdistan?
  «Sono originario di Kirkuk, nel Kurdistan iracheno. Sono uscito legalmente nel 1972 e sono venuto in Italia per studiare Medicina. Ma poco dopo iniziò la persecuzione dei curdi da parte del governo di Baghdad, il regime di Saddam non ha mai rispettato i patti internazionali che riconoscevano la rivoluzione curda. Io avevo iniziato a fare politica qui a Bologna, le Nazioni Unite mi hanno riconosciuto lo status di rifugiato politico».

- Cos'è successo in quegli anni alla sua famiglia rimasta in Iraq?
  «Mio fratello è stato torturato perché io ero ricercato dal regime come dissidente e ogni volta che andavano a casa e trovavano lui lo imprigionavano, lo torturavano, ha avuto menomazioni gravissime, non è più riuscito a camminare bene, a lavorare, finché non è morto sette anni fa. Io spedivo lettere a casa scrivendo di non cercarmi, che non dovevano più considerarmi loro figlio, in modo che il regime li lasciasse in pace, ma non serviva. Sono tornato a Kirkuk negli anni '90, dopo vent'anni, ma nel frattempo i miei genitori erano morti».

- Oggi il suo popolo, in Siria, è di nuovo sotto attacco…
  «Siamo amareggiati, avviliti, abbiamo perso la fiducia nell'Europa. Quello che succede al popolo curdo non interessa da sempre a nessuno, ci usano quando serviamo. Siamo stati perseguitati da quattro Stati: dall'Iran, dalla Turchia, dalla Siria e dall'Iraq e la comunità internazionale non ci ha mai rispettato. Ho sentito le parole di Federica Mogherini (Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e la sicurezza, ndr), ha fatto riferimento a "quello che succede in Siria del Nord", non l'ha chiamata "invasione turca". L'unica preoccupazione dell'Europa sono i prigionieri di Isis, ma la sorte di migliaia di profughi curdi costretti a scappare dopo aver resistito allo Stato islamico non interessa a nessuno».

- In questi anni invece, che accoglienza ha ricevuto in Italia e a Bologna?
  «Per fortuna l'Italia ha sempre avuto grande interesse per la questione curda, al contrario dei governi. Ci sono stati anche politici singolarmente, come Massimo D'Alema. A Bologna da anni grazie all'associazione Bologna Kurdistan raccogliamo fondi per gli orfani della regione di Garmian, nel Kurdistan iracheno, dove negli anni '80 il regime di Saddam deportò e fece scomparire 182mila uomini, lasciando donne e orfani».

(Corriere di Bologna, 16 ottobre 2019)


Perché dovremmo veramente avere paura di Erdogan

Erdogan non è un pazzo. Ha un piano e un obiettivo ben preciso che persegue con meticolosa perseveranza.

di Franco Londei

In questi giorni in cui Erdogan ha dato seguito alle sue minacce di attaccare il Kurdistan siriano, si leggono tante cose sull'uomo che ha trasformato la Turchia da Stato laico a regime islamico.
  In molti lo giudicano un "pazzo islamico", altri "il nuovo Hitler", altri ancora un "criminale di guerra" e un "opportunista che ricatta l'Europa" con milioni di profughi.
  In realtà Erdogan è tutto fuorché un pazzoide nazi-islamico schizzato. Erdogan è molto più pericoloso di quanto si pensi perché ha un piano, ha un obiettivo ben preciso ed è fermamente intenzionato a perseguirlo.

 Capo della Fratellanza Musulmana
  Prima di tutto Erdogan è (per auto-proclamazione) il capo della Fratellanza Musulmana. Ma cosa è la Fratellanza Musulmana? Per dirla in due parole, la Fratellanza Musulmana è una organizzazione islamica sunnita che ha come obbiettivo principale l'instaurazione del califfato globale.
  Dalla ideologia della Fratellanza Musulmana sono nate Al Qaeda, Hamas, lo Stato Islamico e una infinità di gruppi terroristi islamici.
  Il loro motto è: "Allah è il nostro Obiettivo. Il Profeta è il nostro Leader. Il Corano è la nostra Legge. La Jihad è la nostra Via. Morire sulla via di Allah è la nostra più alta Speranza".
  La loro strategia, detta "strategia della gradualità", si basa su due punti fondamentali:
  1. graduale sviluppo della comunità islamica in occidente
  2. progressiva diffusione dell'Islam nella sfera politica occidentale
Vista così sembra innocua, quasi una linea di proselitismo pacifico, un po' come quella che proprio Erdogan sta facendo nei Balcani e in Africa.
Peccato che a quei due "innocui" punti di programma se aggiungano altri, dette fasi, che di pacifico non hanno nulla.
  • Fase 1: Da'wa (letteralmente significa chiamata all'Islam). Questa prima fase è caratterizzata dalla formazione dei musulmani. I Fratelli Musulmani locali cercano di creare gruppi di studio tra tutti i musulmani insegnando loro i principi dell'Islam e la presentazione di una immagine pacifica e positiva dell'Islam da trasmettere all'esterno. Questo primo stadio non è violento e si concentra sulla costruzione di moschee o luoghi di preghiera e di comunità.
  • Fase 2: Da'wa parte seconda. Attivo proselitismo con mezzi pacifici dei non musulmani. Questa fase è volta a convertire quanti più settori della società occidentale attraverso la diffusione di letteratura islamica, conferenze e attiva collaborazione con la "comunità ospitante". In questa fase è possibile usare anche una tattica offensiva e ingannevole denominata taqiyya che permette di nascondere o addirittura rinnegare esteriormente la fede, di dissimulare l'adesione a un gruppo religioso e di non praticare i riti obbligatori previsti dalla religione islamica per ingannare l'infedele.
  • Fase 3: Jihad. Uso della violenza, ove necessaria, per diffondere l'Islam. Questa fase esplicitamente l'uso della violenza che all'inizio deve essere solo di carattere difensivo, cioè volta a liberare territori musulmani dagli infedeli. In seguito può diventare offensiva, cioè volta a conquistare i territori degli infedeli. La Jihad può essere lanciata contro i non musulmani o contro Governi musulmani che sono considerati "takfir", cioè non rappresentativi del "vero Islam".
  • Fase 4: Khalipha, il Califfato. Questa ultima fase è la ri-creazione di un califfato islamico e la diffusione dell'Islam in tutto il mondo. Il califfato è governato da un Califfo, un sovrano che governa in conformità con la Sharia.
 La sottovalutazione di questi obiettivi
  Ora, in occidente si tende facilmente a sottovalutare gli obiettivi su cui si basa la Fratellanza Musulmana e, soprattutto, la volontà dei Fratelli Musulmani nel perseguire quegli obiettivi. Troppo spesso si tende a ritenere tali obiettivi "esagerati" quando non "fantasiosi". Chi mette in guardia su questi obiettivi molto spesso viene giudicato "allarmista" quando non "islamofobo".
  È un errore fatale. È lo stesso errore di sottovalutazione che si fece con lo Stato Islamico quando dichiarò di voler costituire un Califfato. Anche allora chi metteva in guardia sul pericolo venne giudicato "esagerato", quasi deriso.

 Erdogan
  Torniamo allora a Erdogan. Il 12 dicembre 2017 durante un vertice straordinario della Organizzazione per Cooperazione Islamica (OIC) organizzato dopo la decisione di Trump di spostare l'ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, Erdogan propose la costituzione di un "esercito dell'Islam" che "ripulisse il Medio Oriente dalla presenza non islamica".
  In quella occasione, secondo il quotidiano turco Yeni Safak, vicinissimo al regime, Erdogan disse: «la Turchia sta attivamente perseguendo e rinnovando alleanze con i paesi musulmani in Medio Oriente e in Africa. Quelli che oggi credono di essere i proprietari di Gerusalemme (Israele n.d.r.) domani non troveranno nemmeno un albero dietro cui nascondersi».
  Ora occorre fare attenzione perché non è la dichiarazione di un venditore di Kebab di Istanbul, è la dichiarazione del Presidente della Turchia, capo del secondo più potente esercito della NATO e, soprattutto, capo della Fratellanza Musulmana.
  E dopo il Medio Oriente sarà la volta dell'Europa, perché il piano è quello. Oltre tutto Erdogan non fa nemmeno mistero di quello che vuol fare e del disprezzo che nutre verso gli europei. Occupa militarmente la metà di Cipro, un paese europeo di cui troppo spesso ci dimentichiamo. La sua marina militare impedisce alle società europee di fare prospezioni sui giacimenti di gas nel Mediterraneo. Minaccia l'Europa con milioni di profughi siriani se solo qualcuno si azzarda ad alzare la voce sulle sue malefatte interne ed esterne (vedi la recente invasione della Siria nord orientale).
  In Europa qualcuno pensa che la furia islamista di Erdogan si esaurirà una volta finito di massacrare i curdi. Sbagliato. È solo l'inizio di una operazione, di un piano più vasto e ragionato al quale il nuovo Califfo lavora da tempo, spesso finanziato proprio con i nostri soldi.
  Nei giorni scorsi sui social in molti sostenevano che applicare sanzioni alla Turchia avrebbe comportato solo problemi per la popolazione turca che già vive una situazione difficile a causa del regime. Sbagliato di nuovo. I turchi votano liberamente Erdogan almeno dal 2003 e non solo lo votano, nel 2007 gli hanno dato pieni poteri con un referendum costituzionale che in sostanza lo trasforma da presidente a "uomo con pieni poteri" su tutto e su tutti. I turchi sono con Erdogan e ne condividono appieno le idee.

 Il nuovo leader del mondo musulmano (non solo sunnita)
  Lo scopo finale non è quindi solo quello di essere riconosciuto come capo della Fratellanza Musulmana, una cosa ormai acclarata, lo scopo finale è quello di essere riconosciuto come nuovo leader del mondo musulmano, come Califfo del grande Califfato globale. Un leader che non ha paura di sfidare armi in pugno le grandi potenze, un leader che non si fa scrupolo di eliminare i nemici dell'Islam e di "epurare" il Medio Oriente dalla presenza non islamica.
  Allora toglietevi dalla testa che Erdogan sia "solo" un pazzo fanatico. Il Califfo turco ha un piano ben preciso che, da buon Fratello Musulmano, porta avanti con "gradualità" e "puntigliosa perseveranza". Non capire questo, non considerarlo, significa fare lo stesso errore fatto con Abu Bakr al-Baghdadi. E tutti abbiamo visto come è andata a finire.

(Rights Reporters, 16 ottobre 2019)


Allarme in Israele: «Degli Usa non ci si può fidare»

Prima il mancato confronto con l'Iran, ora il disimpegno nel Rojava

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Il «Mettiamola così, il presidente Trump è come un mezzofondista che corre forte per quasi tutta la gara ma poi si ferma all'improvviso sulla pista e non taglia il traguardo». Il professor Eytan Gilboa, del Centro di studi strategiciBeSa di TelAviv, vicino al governo Netanyahu, ci propone questo paragone con l'atletica per spiegare ciò che pensa del disimpegno degli Stati uniti dalla Siria, culminato poco più di una settimana fa nell'abbandono degli alleati curdi alla mercé dell'offensiva militare di Ankara. Il traguardo al quale si riferisce Gilboa è il pugno di ferro con Siria, Iran e i suoi alleati. Trump però non ha alcuna voglia di raggiungerlo e in casa israeliana è scattato l'allarme. «Netanyahu -prosegue Gilboa - ha apprezzato la decisione di Washington di sanzionare di nuovo Tehran e minacciare la guerra. Da qualche mese però l'incantesimo è svanito di fronte alla linea rinunciataria di Trump».
  Il premier di destra Netanyahu ha espresso solidarietà ai curdi e promesso aiuti umanitari. I riservisti dell'esercito israeliano hanno invocato l'assistenza militare diretta ai combattenti delle Fds. Ma non è tanto la sorte dei curdi, con cui Tel Aviv ha legami da tempo - in Iraq, non nel Rojava -, a tenere in apprensione il governo Netanyahu. Per Israele il voltafaccia di Trump verso le Fds è solo l'ultimo episodio tra i tanti che indicano l'inaffidabilità della Casa bianca.
  «Trump era l'alleato di ferro su cui Netanyahu contava ciecamente - spiega Gilboa - Nelle ultime due campagne elettorali (9 aprile e 17 settembre) il premier aveva fatto costante riferimento all'amicizia con il presidente Usa che ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele e la sovranità israeliana sulle Alture del Golan, ha preso a schiaffoni i palestinesi ed è uscito dall'accordo internazionale sul nucleare iraniano. Ora Netanyahu non capisce più un alleato che cambia con eccezionale rapidità le sue decisioni e altrettanto velocemente mette alla porta i suoi consiglieri e ministri». «Le recenti aperture all'Iran hanno fatto venire meno le certezze - aggiunge- e a ciò si è aggiunta la mancata risposta degli Usa al recente attacco con i droni ai giacimenti petroliferi sauditi per il quale era stato accusato l'Iran.Un segno di debolezza da cui trarrà vantaggio Tehran»,
  Gli alleati degli Stati Uniti in Medio oriente non possono più fidarsi degli Usa, dicono gli israeliani. E questo sta spingendo l'Arabia saudita -che come TelAviv punta sullo scontro duro con Tehran -a ridefinire le sue strategie, al punto da rivolgersi alla Russia che sta occupando lo spazio vuoto lasciato nella regione dal disimpegno di Trump. Lo confermano anche il viaggio storico di Vladimir Putin a Riyadh e negli Emirati e il ruolo svolto da Mosca nel favorire l'accordo tra curdi e governo di Damasco.
  Netanyahu è preoccupato anche dai riflessi che l'immagine di presidente debole e incerto in politica estera che Trump si sta cucendo addosso finisca per danneggiarlo agli occhi dell'opinione pubblica mentre Israele non ha ancora un governo. Sono ben visibili in giro i manifesti elettorali con i due leader che si stringono la mano, con la scritta «Grazie, presidente Trump». Foto diventate imbarazzanti.
  Netanyahu non ha criticato pubblicamente Trump dopo il ritiro Usa dal nord della Siria ma sta prendendo le distanze in attesa di tempi migliori. E in occasione dell'anniversario della guerra dello Yom Kippur del 1973, ha dichiarato che Israele apprezza il sostegno degli Stati uniti ma applicherà la sua regola di base: agirà da solo contro ogni minaccia.

(il manifesto, 16 ottobre 2019)



Dal ghetto ad Auschwitz, l'olocausto degli ebrei romani

Rav Funaro suona lo Shofar
in ricordo del 16 ottobre 1943
Un luogo simbolo per ricordare il rastrellamento nazista del ghetto di Roma del 16 ottobre del 1943. È lì, in via del Portonaccio, 194/196, che sarà deposta una corona in memoria delle vittime.
   Il luogo è quello dell'abitazione della famiglia Efrati, 15 persone, madre, padre e 13 figli. I coniugi Efrati, Abramo Umberto, la moglie incinta Maria Di Segni e otto figli, Enrica, Angelo, Cesare, Fortunata, Grazia, Giuditta, Dora e Marco vennero arrestati e poi deportati ad Auschwitz. Solo Angelo, liberato a Ravensbrueck il 2 maggio del 1945 e il fratello Cesare Efrati, liberato a Flossenburg il 22 maggio del 1945, faranno ritorno.
   Alla commemoriazione della pagina più nera della capitale che riguardò oltre 1200 cittadini ebrei di Roma, parteciperanno tra gli altri il vicesindaco Luca Bergamo e Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah.
   Della famiglia Efrati, gli altri figli sfuggiti al rastrellamento perché non vivevano insieme con i genitori, Lazzaro sarà arrestato successivamente e morirà ad Ebensee nel 1945, Rosa Samuele ed Anselmo sopravviveranno al periodo dell'occupazione nazista così come Emilia, l'unica ancora in vita.
   «Gli arresti e le deportazioni del 16 ottobre - ricorda la Fondazione Museo della Shoah - avvennero in tutta la città ed è per questo importante rendere partecipi i cittadini di una storia spesso ai più sconosciuta, affinché ciò che è stato, non venga dimenticato».
   Il rastrellamento coinvolse 1259 persone, 689 donne, 363 uomini e 207 bambini. Le truppe della Gestapo e delle Ss agli ordini di Herbert Kappler, fecero irruzione all'alba in via del Portico d'Ottavia di quel sabato e le operazioni condotte in simultanea anche in altre zone della città, durarono fino all'ora di pranzo.
   Al termine, 236 vennero rilasciati e lasciarono il collegio militare di palazzo Salviati di via della Lungara dove erano stati radunati. Gli altri 1.023 cittadini furono spediti al campo di sterminio di Auschwitz per il "trattamento speciale" raccomandato da Kappler al capo del campo.
   Il convoglio di diciotto vagoni piombati partì due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, dalla stazione Tiburtina alla volta della Polonia dove arrivò il 22 di quel mese. Soltanto 16 sopravvissero (15 uomini e una donna). L'unica donna era Settimia Spizzichino, deportata insieme con la madre, due sorelle e una nipote e morta il 3 luglio 2000. Settimia Spizzichino è stata una delle principali testimoni della memoria di quell'orrore. A lei è dedicato il ponte che collega la circonvallazione Ostiense all'omonima via.

(la Repubblica - Roma, 16 ottobre 2019)


Minacce a Pacifici: condanne a Militia

Un anno e due mesi per Boccacci e Schiavulli

di Adelaide Pierucci

ROMA - «Ci vediamo presto. Lo vedrai». Ed ancora: «Morirò a breve, ma vedrò il modo di farmi precedere dal presidente della Comunità Ebraica». Maurizio Boccacci e Stefano Schiavulli, leader dell'ultradestra, non avevano fatto mistero il 5 marzo del 2014 di volersi vendicare di Riccardo Pacifici, allora presidente della Comunità ebraica della capitale, quel giorno sentito come testimone in un processo a carico dell'organizzazione negazionista Militia.

 In aula
  Ieri per quelle minacce, rivolte a Pacifici in aula e poi per telefono a una cronista del Messaggero, i due imputati sono stati condannati a 1 anno e 2 mesi di reclusione per minacce aggravate dalla discriminazione razziale, etnica e religiosa, ma anche a risarcire la vittima con 9.000 euro, 4.500 ciascuno. La prima minaccia era stata rivolta di fronte al tribunale. Schiavulli aveva avvertito Pacifici: «Ci vediamo presto» e, alla richiesta di quest'ultimo se si trattasse di una minaccia, aveva ripetuto l'intimidazione: «Lo vedrai, ci vediamo presto, lo vedrai». Poco prima il presidente della Comunità ebraica aveva raccontato alla Corte «di aver ricevuto presso la sua abitazione un pacco con una testa di maiale», oltre ad altre, scritte comprese, destinate alla Sinagoga, a una mostra sulla Memoria e all'ambasciata israeliana. Nella stessa giornata si era aggiunta la minaccia telefonica di Boccacci. Il fondatore di Militia voleva far recapitare a Pacifici e non solo un avvertimento chiaro. Ossia l'intenzione «di voler attentare alla vita di Pacifici». Nella stessa telefonata il "camerata" aveva precisato di essere un malato terminale: «Mi resta un mese, ma troverò il modo di farmi precedere dal Presidente della Comunità Ebraica». A chiedere la condanna il pmErminio Amelio: «Le minacce, gravi e giunte separatamente, erano cariche di odio razziale e religioso».

(Il Messaggero, 16 ottobre 2019)


Censimento del patrimonio librario, l'UCEI lancia due bandi

L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha lanciato nelle scorse ore due bandi in occasione dell'avvio della seconda fase del progetto Censimento short title del patrimonio librario con testo ebraico, avviato in collaborazione con la National Library of Israel (NLI), la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (BNCR) e il supporto della Rothschild Foundation - Hanadiv Europe.
Uno si rivolge a catalogatori di libri in ebraico antichi e moderni, mentre l'altro a fotografi.
I volumi, si annuncia, saranno fotografati, nelle pagine essenziali, da fotografi all'uopo addestrati che lavoreranno direttamente presso le Biblioteche. Invieranno ai catalogatori, attraverso il sistema informatico GOOBI (sistema offerto dalla Rothschild Foundation per la gestione operativa del progetto) il materiale digitale con gli identificativi dei volumi su cui avranno lavorato. I catalogatori a loro volta identificheranno i volumi che saranno censiti e catalogati grazie al supporto e alle informazioni del Catalogo della National Library of Israel, questi stessi dati saranno poi traslitterati grazie alle informazioni di catalogazione presenti nella Library of Congress. Il risultato della catalogazione, in ebraico e in lettere latine sarà, con apposita procedura, inviato alla Teca Digitale della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
Obiettivo del progetto è il censimento, la catalogazione e la visibilità del patrimonio librario ebraico in Italia presso la BNCR e la NLI.

Clicca qui per il bando rivolto ai fotografi.
Clicca qui per il bando rivolto ai catalogatori di libri in ebraico antichi e moderni.

(moked, 16 ottobre 2019)


"La Germania simpatizza per gli ebrei morti, non per i vivi"

Parla Broder

di Giulio Meotti

 
ROMA - "Nie wieder?", titola lo Spiegel di questa settimana, mettendo in copertina una stella di Davide bucherellata. I colpi sono quelli contro la sinagoga di Halle da parte di un neonazista, Stephan Balliert, che ha lasciato a terra due morti fra i passanti e un bilancio che sarebbe stato molto più tragico se le porte della sinagoga non avessero retto all'assalto (era Kippur e la sinagoga era piena). Nie wieder significa mai più. Numeri impressionanti. "Nella sola Berlino, oltre mille incidenti antisemiti nel 2018, il 14 per cento in più rispetto all'anno precedente. Quasi 75 anni dopo la fine dell'Olocausto, gli ebrei che celebrano Kippur in sinagoga devono temere per la propria vita". I rabbini sono attaccati a Berlino, Monaco e Amburgo. A Colonia, il rabbino non usa i mezzi pubblici per sicurezza. A Hemmingen, vicino Hannover, una anziana coppia di ebrei ha trovato lo zerbino bruciato e sulla porta la scritta "ebreo". A Bamberg sul muro di un ponte: "Non comprare dagli ebrei". In una column al vetriolo pubblicata da Welt, Politico e Business Insider, Mathias Dòpfner, l'amministratore delegato del gigante dei media Axel Springer (possiede anche la Bild, il quotidiano più venduto), ha dato voce a tutto il pessimismo possibile. Dopfner attacca la segretaria della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer, che ha definito Halle come una "sveglia". "Rappresenta simbolicamente una cultura politica perseguitata dagli eufemismi", scrive Dopfner. "C'è una mancanza di volontà di chiamare le cose con il loro nome. Invece, si nasconde o minimizza. Le élite politiche e mediatiche dormono il sonno dei giusti e del politicamente corretto. Hanno paura di disturbare la pace?". Altro che sveglia, secondo Dopfner è "il fallimento sistemico della società aperta".
   Eccoli i colpevoli secondo il magnate dei media: "Le politiche sui rifugiati, una forza di polizia troppo debole e mal equipaggiata, una pubblica amministrazione e un sistema giudiziario inattivi, un'élite politica che rifiuta di affrontare la realtà, dei media che troppo spesso descrivono come dovrebbero essere le cose invece della situazione così com'è". Il finale è disarmante: "Non voglio vivere in un paese in cui le persone rimproverano i propri vicini per non riuscire a separare la spazzatura, ma guardano dall'altra parte quando i propri concittadini vengono assassinati a causa del colore della pelle o perché sono ebrei". Nie wieder? non ha più molto significato.
   Henryk M. Broder
Henryk M. Broder
columnist della Welt e intellettuale ebreo, è la coscienza tedesca sull'antisemitismo, almeno dal 1981, quando in un articolo per la Zeit si rivolse così ai tedeschi contemporanei: "Siete ancora i figli dei vostri genitori. Il vostro ebreo oggi è lo stato di Israele". "Oggi dicono che l'antisemitismo è Auschwitz", dice Eroder al Foglio. "Quello che è successo alla sinagoga di Halle ricorda il 1938, ma quando si dice che l'antisemitismo è sinonimo di Auschwitz tutto quello che accade oggi perde di importanza. C'è un desiderio inconscio nella Germania di vedere l'Iran finire il lavoro, la prossima Shoah. E' infantile essere sorpresi dall'antisemitismo, perché l'antisemitismo è parte del dna tedesco". Sì, ma a Hall e è stato un neonazista ad attentare per la prima volta mortalmente alla vita degli ebrei, mentre in Francia sono stati gli islamisti. "Non è vero che è la prima volta", ci dice Eroder. "Negli anni Sessanta e Settanta in Germania ci furono attacchi mortali contro gli ebrei lanciati dalla banda Baader-Meinhof e dall'intelligence libica. Destra, sinistra, islamismo, tutto si tiene qui, e le autorità tollerano slogan antiebraici, come 'Hamas Hamas ebrei ebrei al gas', e roghi di bandiere israeliane. Non pensavo che Halle sarebbe mai successo. Ma la società di oggi ha una grande simpatia per gli ebrei morti, mentre fatica a lottare per gli ebrei vivi".

(Il Foglio, 15 ottobre 2019)


La «normalità» degli ebrei oltre la Shoah

La storia è un susseguirsi di eventi, che hanno, come protagonisti, soggetti umani autonomi dotati di soggettività storica che li possa aiutare nella produzione di eventi. Ma è sempre così? Spesso, non sempre. Non lo è stato e non lo è, ad esempio, quando si parla degli ebrei. Dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi - la storia della Shoah (catastrofe o distruzione in ebraico) si è sovrapposta alla storia di questo popolo e della sua civiltà antichissima, finendo per operare una sorta di mistificazione.
   Sergio Luzzatto nel libro Un popolo come gli altri (Donzelli, 310 pagine, 19,50 euro) sostiene la tesi che la narrazione dell'Olocausto non possa rappresentare se non un episodio, un momento, certamente tragicissimo nella storia di questo popolo, ma ci offre un'immagine distorta di esso.
"Rappresentato così - pensa l'autore che insegna storia moderna all'Università di Torino - il popolo ebraico corrisponde fin troppo (in una forma rovesciata) allo stereotipo antisemita: il Popolo eletto come sublimazione edificante del Popolo maledetto.
   Dalla Roma di Tito all'Europa dei pogrom, dal ghetto di Venezia alle leggi razziali, dalla Soluzione finale al complotto contro Israele, il popolo ebraico diventa un metafisico tutt'uno di ashkenaziti e sefarditi, uomini e donne, poveri e ricchi, rabbini e laici, marrani e coloni, contadini e commercianti, banchieri e intellettuali, miracolosamente tenuto insieme dagli altrui vizi, e dalle proprie virtù. Come dire, che la storia recente, attraverso l'apologia della Shoah ha forse il demerito di avere mitizzato il popolo ebraico, facendone un popolo unico, monolitico, redento, che sta solo e sempre dalla parte giusta. Ma così non è. E sarebbe sbagliato e antistorico affermare il contrario.
   Luzzato, invece, ci propone un'idea diversa degli ebrei nella storia. Più che riconoscerli sempre e comunque buoni, sempre e comunque innocenti, sempre e comunque vittime, si appassiona della varietà di vicende storiche e della molteplicità di profili umani che hanno reso (e che rendono) il Popolo eletto, un popolo come gli altri. G.P.

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 15 ottobre 2019)


*


Come tutte le nazioni”

Certamente, non è la Shoah a dare il carattere di popolo unico a Israele, ma è il carattere di popolo unico dato in origine da Dio a Israele, come sta scritto nella Bibbia, a dare alla Shoah il carattere di avvenimento unico nella storia. Forse a Luzzatto dà fastidio non tanto quello che gli uomini pensano di Israele a partire dalla Shoah, ma quello che potrebbe pensarne Dio a partire da quello che sta scritto nella Bibbia.
   Non c'è nulla di nuovo sotto il sole: fin dall'inizio Israele ha desiderato essere "un popolo come gli altri". Si sono stancati presto della teocrazia e allora si sono rivolti a Samuele : "... or dunque stabilisci su di noi un re, che ci amministri la giustizia come l'hanno tutte le nazioni" (1 Samuele 8:5). “Come l’hanno tutte le nazioni”, questo è il fatto importante. Samuele li mise in guardia, cercò di far capire loro che il re desiderato, come hanno tutte le nazioni, sarebbe stato un re come quelli di tutte le nazioni, cioè li avrebbe angariati e sfruttati in tutte le maniere. Conseguenza: "Allora griderete a causa del re che vi sarete scelto, e in quel giorno l'Eterno non vi risponderà" (8:18) . Ma non ci fu verso: "Il popolo rifiutò di dare ascolto alle parole di Samuele e disse: «No! Ci sarà un re su di noi; e anche noi saremo come tutte le nazioni»” (8:19-20) .
   
“Come tutte le nazioni”, è questo, ancora oggi, l’anelito di molti ebrei “illuminati”. La cosa può essere ben illustrata mettendo l’espressione “governo democratico” al posto della parola re: «No! Ci sarà un governo democratico su di noi; e anche noi saremo come tutte le nazioni». E si può dire, proseguendo nell’immaginifica traslazione, che il Signore ha assecondato per il momento questo desiderio, e a un ipotetico Samuele ha dato ordine: “Dà ascolto alla loro voce, e stabilisci su di loro un governo democratico” (8:22). Ma con questo l’Eterno non ha detto l’ultima parola. M.C.

(Notizie su Israele, 15 ottobre 2019)


E' nei cieli che Israele difende i suoi confini

Già oggi l'esercito israeliano è in grado di intercettare i missili lanciati dal Libano e dalla Siria ma soprattutto di fermare i missili balistici iraniani.

di Luca D'Ammando

 
Il cielo. È questo il 'campo' su cui Israele potrebbe essere costretto a combattere la prossima guerra. Una guerra che, nello scenario peggiore, si annuncia particolarmente complessa e frastagliata. Perché sono tre i fronti su cui appare coinvolto l'esercito israeliano, tutti e tre lungo il confine settentrionale: Iran, Hezbollah e Siria. Senza escludere, in aggiunta, il fronte di Gaza. Stando alle recenti analisi dell'Institute for National Security Studies dell'Università di Tel Aviv, per continuare a sventare gli sforzi dell'Iran di stabilire una presenza militare a lungo termine in Siria, così come i tentativi di Teheran di arricchire ulteriormente l'arsenale di armi di Hezbollah in Libano, Israele dovrebbe formulare una nuova linea d'azione. A rendere più concreto lo scenario del conflitto sul "confine settentrionale", lo scorso luglio l'ex generale israeliano Michael Herzog ha presentato un rapporto che descrive come sarà la prossima guerra contro Hezbollah e l'Iran nel settore nord: «Millecinquecento missili al giorno, per molte settimane, molti dei quali riusciranno a saturare e quindi a superare le capacità di difesa missilistiche israeliane».
   In realtà, da tempo l'esercito israeliano si sta attrezzando per affrontare al meglio un conflitto aereo. Basti pensare all'avvertimento lanciato a Teheran da Benjamin Netanyahu che, da un podio montato su una pista in una base militare, ha dichiarato: «Israele può raggiungere l'Iran, l'Iran non può raggiungere Israele». Il premier aveva alle spalle un caccia F-35 Adir modificato per allungare il suo raggio d'azione e può arrivare in Iran e tornare senza fare rifornimento. E proprio i caccia F35 Adir dell'aeronautica militare israeliana hanno sorvolato a più riprese l'Iran e per la precisione hanno volato nei cieli di Teheran, Karajrak, Isfahan, Shiraz e Bandar Abbas, senza che le difese aeree della Repubblica Islamica se ne siano accorte (raid avvenuti nel 2018 ma resi noti solo di recente).
   C'è poi il fronte siriano. Già dal gennaio 2013 gli israeliani hanno cominciato a eseguire raid aerei per impedire agli iraniani di trasformare la Siria in una piattaforma militare per aggredire lo Stato ebraico. In questi anni i caccia hanno bombardato centinaia di bersagli: convogli, posti di comando, magazzini segreti di armi, laboratori per la ricerca e la produzione di armi chimiche. Il governo di Gerusalemme per anni non ha riconosciuto la responsabilità di questi bombardamenti e si è comportato come se non stesse succedendo nulla, ma di recente ha cominciato ad ammettere alcune azioni. E, proprio in vista di una pioggia di missili provenienti dalla Siria, dal Libano o da Gaza, a luglio Israele ha segretamente condotto in Alaska tre test del missile Arrow-3, in cooperazione con le autorità statunitensi. Test riusciti «oltre ogni immaginazione», ha fatto sapere il premier Netanyahu. Arrow-3 ha intercettato con pieno successo missili balistici oltre l'atmosfera, ad altitudini e a velocità finora mai raggiunti. «Adesso - ha aggiunto Netanyahu - Israele dispone della capacità di agire contro missili balistici che fossero lanciati contro di noi dall'Iran o da altre località».
   Nel frattempo, mentre nei cieli si gioca questo Risiko inquietante, Hezbollah porta avanti la guerra sotterranea. L'organizzazione terroristica libanese continua a scavare tunnel per attaccare Israele. Sei tunnel (almeno quelli conosciuti) disposti lungo la Linea Blu, la linea di demarcazione che le Nazioni Unite stabilirono nel 2000 per segnare il ritiro di Israele dal Libano. L'obiettivo di Hezbollah era quello di infiltrare i combattenti nelle comunità agricole, con assalti e prese di ostaggi, e di riuscire a conquistare la Galilea spostando il conflitto dentro ai confini dello stato ebraico. Una guerra sotterranea che di recente è stata interrotta da un'operazione di intelligence da parte delle Forze di difesa israeliane che hanno utilizzato nuove tecnologie basate su minionde sismiche per localizzare gli scavi. Una guerra strisciate che di certo non può considerarsi conclusa.

(Shalom, No 9/10 sett-ott 2019)



Le due facce dell'antisemitismo

Bisogna rendersi conto che l'invocazione a distruggere Israele da parte dei neonazisti negatori della Shoà non è diversa da quella dei capi del movimento BDS

L'Europa di oggi ha due facce. Da un lato c'è la Corte Europea dei diritti dell'uomo che lo scorso 3 ottobre ha deciso, senza quasi menzionare Israele, che la negazione della Shoà non rientra nella libertà di espressione e non è un diritto umano. La petizione era stata presentata da Udo Pastörs, un membro del partito di estrema destra tedesco NPD già condannato da un tribunale locale per le sue prese di posizioni di incitamento all'odio. Dall'altro c'è l'antisemitismo, che continua ad aumentare fino al sanguinoso attentato dello scorso Yom Kippur contro una sinagoga tedesca.
Come definire l'antisemitismo è uno dei temi più discussi in questi giorni in Germania. Poco più di una settimana fa dei neonazisti hanno marciato per le strade di Dortmund incitando i palestinesi a distruggere Israele. Nel frattempo è in corso un dibattito sul fatto se sia definibile antisemita la campagna BDS (per il boicottaggio e le sanzioni contro Israele). Già alcuni mesi fa il Bundestag tedesco ha stabilito che la risposta è sì. Lo stesso hanno fatto diversi altri paesi europei che hanno adottato questa interpretazione (che si riallaccia alla definizione operativa dell'antisemitismo proposta dall'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto ndr). I circoli di estrema sinistra fanno campagna contro la decisione e contro la definizione....

(israele.net, 14 ottobre 2019)


Mohammed Ali Reda, «La mia terra veersa lacrime e sangue»

Da 50 anni in Italia, l'ex medico di Calestano (PR) piange la sorte della propria famiglia e della propria gente: «Dopo aver lottato contro l'Isis, siamo stati abbandonati».

di Roberto Longoni

Gli F16 bombardano oltre, a sud; e oltre avanzano le truppe di Ankara. I parenti di Haji Mohamed Ali Reda, medico curdo-calestanese, non sono più al fronte: la loro terra, i turchi la conquistarono già nel 2018 con il raid «Ramoscello d'ulivo». Bastonate, altro che sventolii di ramoscelli: e gli ulivi se li presero tutti. «Ho appena ricevuto un messaggio da mio fratello - racconta Ali Reda - . I curdi raccolgono le olive e la gente mandata da Erdogan gliele porta via. Siamo quasi schiavi». Ad altri, sulla rotta dei carri armati turchi va peggio: in armi o civili che siano. Con l'operazione «Fontana di pace» a sgorgare sono il sangue in Siria e lontano le lacrime degli espatriati.
  Ali Reda è tra loro. figlio di Afrin, angolo di Siria colpevole di confinare con la Turchia e ancor di più d'essere territorio curdo. In Italia, dove è venuto per laurearsi in Medicina, tra Bologna e Parma, e da dove non è più ripartito, ha sposato la calestanese Elena Rossi. Le colline dell'Appennino sono diventate specchio della sua terra natia: qui sono cresciuti i figli Ivan, 40 anni, e Serena 32, entrambi battezzati. Al medico ora in pensione è rimasto uno spiccato accento mediorientale, ma non c'è più nessuno che lo consideri straniero. Ha saputo farsi amare: per decenni è stato al servizio della sua nuova patria, tra gente che non manca di fargli sentire il proprio abbraccio. «Non c'è giorno che passi senza la testimonianza di solidarietà di qualcuno» sottolinea lui. Bende sottili su una ferita che sanguina. E al tempo stesso lui non può sentirsi estraneo al dolore e ai lutti che colpiscono la sua gente: al di là della famiglia che ancora vive in quella terra martoriata.

 «Fontana di sangue»
  L'offensiva scatenata da Erdogan su un fronte lungo 700 chilometri, ha l'obiettivo dichiarato di formare una «zona cuscinetto» profonda almeno una trentina di chilometri, nel territorio abitato per 1'80 per cento dai curdi. La causa? Presunte minacce terroristiche. L'effetto? Una quasi certa pulizia etnica. Atroce destino, quello del popolo smembrato tra quattro stati (Turchia, Siria, Iraq e Iran), senza averne uno proprio. Popolo tradito oltre che dagli uomini di troppe bandiere anche dal dizionario. Ogni volta che da Ankara risuonano parole di concordia e armonia, deve tremare. Deve subire o fuggire (sì, ma dove?) o imbracciare il fucile (ma per cosa, quando ti sganciano bombe dal cielo?). Mentre il mondo balbetta impotenti proteste.
  Il califfato di Al Bagdhadi è stato sconfitto? E allora i peshmerga possono pure finire sotto la terra sulla quale furono gli unici a mettere gli scarponi nella guerra contro i tagliagole dell'Isis (che temevano di essere uccisi dalle donne curde: niente «paradiso», in tal caso). Magari mentre i terroristi (quelli veri) si radono le guance e indossano una divisa ripulita di tutto punto. Pare che già un centinaio di loro siano riusciti a fuggire dai campi sorvegliati dai curdi. «Sembra assurdo, ma è proprio ciò che sta avvenendo dove sono nato» scuote il capo Ali Reda. «A che cosa è servito il sacrificio di oltre diecimila nostri giovani, ragazze e ragazzi, morti per difendere il mondo dall'Isis? Ora tuonano di nuovo i cannoni su Kobane ... Con la differenza che da una parte c'è un esercito armato di tutto punto e dall'altra la mia gente senza più alcun aiuto».

 Violenze culturali
  Nonostante la diaspora e l'emigrazione dei nipoti in Germania, gran parte della famiglia di Ali Reda è in Medio oriente. «Una trentina di parenti tra fratelli e sorelle, nipoti e cugini: una metà al di qua del confine turco, costretti perfino a cambiare cognome, l'altra sul lato siriano. Almeno, quello che fino all'altro ieri non era ancora Turchia di fatto. Tutti condividono lo stesso destino culturale: a ognuno è stato impedito di imparare il curdo scritto, ognuno ha dovuto frequentare la scuola in lingua o turca o araba. Ora la bandiera di Ankara sventola ovunque. Tutto è stato depredato. Tempo fa, mio fratello mi ha spiegato che ad Afrin i curdi ormai rappresentano solo il 10 per cento della popolazione».
  Le notizie, il medico le ottiene dalle varie tv satellitari e dai siti internet dei Paesi arabi: quelle di prima mano sono interrotte. Dei suoi, fuggiti da Afrin durante l'operazione
  «Ramoscello d'ulivo» e sfollati in un campo profughi tra Maydanki e Aleppo, non sa quasi più nulla. «I social sono stati bloccati e così i telefoni - spiega lui -. Prima del messaggio vocale di mio fratello, una ventina di giorni fa ne avevo avuto uno da un nipote. "Ci stiamo sciogliendo come una palla di neve al sole" mi ha detto». Quanto sia rovente il sole a quelle latitudini crudeli è noto. «Erdogan si è preso Idlib, A'zaz e Al'Rai. E non ha intenzione di fermarsi». Troppe le ragioni che lo spingono: da quelle geopolitiche a quelle etniche, senza dimenticare quelle economiche. Il sottosuolo è ricco di petrolio, le campagne di olio di oliva.
  «Solo lo scorso anno - spiega Ali Reda - alla Spagna ne è stato venduto per 200 milioni di euro. Nella nostra zona ci sono 18 milioni di ulivi».

 Traditi nei secoli
  Quante volte siano stati traditi, ormai nemmeno più i curdi lo ricordano. Un secolo fa, a rimangiarsi la parola furono francesi e inglesi, con il trattato di Sèvres. Il «loro» Kurdistan nacque solo su una sterile mappa. In tempi più recenti, il voltafaccia è stato di altri. «Fino all'offensiva dell'aprile del 2018, ad Afrin c'erano i russi: lasciarono il campo libero ai turchi dopo l'acquisto dei turchi di missili antiaerei da Mosca. Ora è stato Trump ad abbandonarci. In ballo ci sono altre forniture militari. Molto probabilmente quella degli F-35 che in un modo o nell'altro saranno venduti ad Ankara ... Del resto, già Henry Kissinger nel 1972 disse che non avremo mai avuto un nostro Paese. La nostra terra è troppo ricca. Basti pensare a tutto l'uranio dell'Ararat».
  E i curdi, sono troppo odiati. Tanto da mettere d'accordo tra loro anche chi si scontra su tutti gli altri fronti. «Erdogan - prosegue il medico calestanese - vuole rimettere in piedi l'Impero ottomano; anticipare i tempi e acquisire militarmente il potere che la Turchia avrà a partire dal 2023, quando scadranno i vincoli di sfruttamento delle risorse del sottosuolo». Nel frattempo, che cosa accadrà ai curdi? «Stiamo parlando di 45 milioni di persone, 22 in Turchia e sei in Siria. Ma solo nell'Iraq del nord abbiamo qualche diritto. Speriamo almeno che non vengano perpetrati genocidi e che non vada perduta anche la nostra cultura già a rischio per ciò che subiamo a scuola. Erdogan ha promesso 500 piante di ulivo e una casa a ogni soldato e a ogni guerrigliero che entra nel nostro territorio: già ora si trovano paesi nei quali afgani, ceceni, pakistani o arabi sunniti hanno preso il nostro posto. È cominciata così: la demografia farà il resto».

(Gazzetta di Parma, 14 ottobre 2019)


Siria: la Turchia attaccherà Kobane dal fronte occidentale

Numerosi carri armati, mezzi blindati e unità militari dell'esercito turco e delle milizie arabe filo-Ankara sono entrati nelle ultime ore nel nord della Siria per sferrare un attacco a Kobane dal fronte occidentale.

 Erdogan: "La Nato sta con noi o con i terroristi?"
 
  L'approccio" mostrato dalla "Russia non sarà un problema a Kobane" per il nostro attacco. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, nel suo primo commento sull'intesa raggiunta dai curdi con il regime siriano con la mediazione russa per difendersi dall'offensiva di Ankara partita il 9 ottobre scorso. "In questo momento girano molte voci", ha aggiunto Erdogan, sminuendo gli effetti immediati dell'accordo dei curdi con Damasco per proteggere Kobane, dopo l'abbandono dell'avamposto da parte dei marines americani.
  Il leader di Ankara ha confermato anche l'intenzione di prendere d'assalto Manbij, altra località strategica curda che si trova a ovest del fiume Eufrate. "Il nostro accordo con gli Stati Uniti prevedeva che Manbij fosse evacuata dai terroristi in 90 giorni. È passato un anno e Manbij non è ancora stata evacuata", ha detto Erdogan parlando all'aeroporto Ataturk di Istanbul, prima di partire per un summit in Azerbaigian. Il presidente turco ha definito "chiacchiere" le notizie riguardanti un accordo tra le milizie curde siriane Ypg e il regime di Damasco, sostenuto dalla Russia. "Ci sono troppe chiacchiere in giro. Al momento non sembra ci sia alcun problema con la Russia rispetto al nostro avvicinamento a Kobane. Per Manbij siamo nella fase in cui vanno applicate le decisioni prese.

 "La Nato sta con noi o con i terroristi?
  "Ho parlato ieri con la cancelliera tedesca Angela Merkel e il giorno prima con il premier britannico Boris Johnson. Nei nostri colloqui ho capito che c'è una seria disinformazione. Starete dalla parte del vostro alleato Nato, o dalla parte dei terroristi? Ovviamente loro non possono rispondermi a questa domanda retorica". Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan."Noi non combattiamo i curdi nella regione. Noi siamo lo stato. Loro sono i terroristi. Non può esserci una guerra con i terroristi, ma solo una lotta al terrorismo", ha sostenuto Erdogan. "I nostri colloqui con l'America e la Russia proseguono" sulle operazioni previste a Kobane e Manbij, ha aggiunto il leader turco.

 Truppe di Damasco al confine turco
  Intanto le forze governative siriane sono avanzate nel nord-est siriano e sono arrivate ad Ayn Issa, tra Raqqa e il confine turco. Lo riferisce la tv di Stato siriana che mostra le immagini delle truppe di Damasco nella località siriana, 50 km a sud della frontiera turca. La decisione di Damasco di inviare proprie truppe nel nordest della Siria segue un accordo tra il regime di Bashar al-Assad e l'amministrazione curda. ''Per evitare e affrontare questa aggressione è stato raggiunto un accordo con il governo siriano. In questo modo l'esercito siriano può essere dispiegato lungo il confine sirio-turco per aiutare le Forze democratiche siriane (Fds)''. L'obiettivo, prosegue la nota, è quello di ''liberare le città siriane occupate dall'esercito turco, come Afrin'' nel nordovest. Il generale curdo Ismet Sheikh Hasan ha detto all'agenzia di stampa russa Rt che dalla notte le truppe siriane e russe possono entrare a Kobane e Manbij per contribuire a contrastare i turchi.

 Cremlino: impensabile azione militare Russia
  "Non ci piace nemmeno pensarlo".Così ha risposto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov quando gli è stato chiesto se la Russia potrebbe essere trascinata nel conflitto siriano a causa dell'intervento turco. Peskov ha poi precisato che fra Mosca e Ankara vi sono stati contatti a livello "dei presidenti" e "dei ministeri degli Esteri" nonché "fra le strutture militari". Peskov non ha però commentato in modo chiaro le affermazioni di Erdogan secondo cui l'intervento è stato concordato con Putin. Lo riporta Interfax.

 Cnn turca: convoglio di soldati Usa lascia la base di Kobane
  I militari americani hanno abbandonato le basi di Kobane, città a maggioranza curda del nord della Siria. A riportare la notizia è la Cnn turca, che riferisce di un convoglio di blindati americani che ha abbandonato Kobane, diretta probabilmente verso la base di Raqqa. Le operazioni sono iniziate dopo che il Pentagono ha annunciato ieri il ritiro di altri 1000 soldati stanziati nel nord della Siria, dove avanza l'esercito turco affiancato dall'Esercito libero siriano (Els). In sostanza, il ritiro americano equivale ad un semaforo verde per l'avanzata delle truppe di Ankara su Kobane.

 L'attacco di Ankara a Kobane
  Numerosi carri armati, mezzi blindati e unità militari dell'esercito turco e delle milizie arabe filo-Ankara sono entrati nelle ultime ore nel nord della Siria a ovest del fiume Eufrate, in un'area già controllata dalla Turchia, per sferrare l'attacco a Kobane dal fronte occidentale. Questa nuova offensiva partirebbe da Jarablus, località strategica siriana di confine passata nelle mani della Turchia con l'operazione 'Scudo dell'Eufrate'del 2016-2017. Il nuovo dispiegamento di forze intende attraversare l'Eufrate, che rappresenta un confine naturale della regione amministrata dai curdi-siriani, costruendo un ponte temporaneo sul fiume. Da lì punterà prima sull'area curda di Zormagar e poi verso Kobane/Ayn al Arab.
  Il ministero della Difesa turco ha annunciato che due capoluoghi, Tel Abyad e Ras al Ayn, nonché un grande centro, Suluk, e 56 villaggi sono stati "liberati dai terroristi" delle milizie curde Ypg, contro cui è diretta l'offensiva.

 Milizie filo-turche si rafforzano a Manbij
  Le truppe turche e le milizie arabo-siriane cooptate da Ankara stanno inviando rinforzi a Manbij, a ovest dell'Eufrate, in vista di uno scontro con le forze governative siriane, accordatesi con quelle turche per "proteggere" la zona di confine nel nord e nel nord-est della Siria. Lo riferisce la tv panaraba al Jazira che cita fonti delle milizie siriane filo-turche. Le fonti affermano che la Turchia ha anche rafforzato la sua presenza a ridosso della cittadina chiave di Ayn Arab/Kobane, controllata dai curdi ma minacciata dall'offensiva di Ankara. Anche Ayn Arab/Kobane rientra nell'accordo tra curdi e forze di Damasco.

 Oms: servono cure per 1,5 milioni di persone
  In questo momento nel nord est della Siria, l'area interessata dagli scontri con l'esercito turco, ci sono 200 mila profughi e 1,5 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza sanitaria, con un forte rischio di malattie infettive. Lo afferma l'Oms dicendosi "gravemente preoccupata" per la situazione, anche per gli attacchi che stanno subendo gli ospedali e le altre strutture sanitarie.

 Raid turco: morto giornalista curdo
  Un giornalista curdo-siriano è morto oggi in seguito alle ferite riportate durante un bombardamento turco compiuto ieri nel nord-est della Siria. Lo riferiscono media curdi, precisano che Muhammad Efrin è morto stamani in ospedale. Era stato vittima, assieme ad altri giornalisti, civili e miliziani curdi, di un raid dell'esercito turco a sud di Ras al Ayn/Serekaniye. Nell'attacco erano morte 14 persone, tra cui un altro giornalista curdo Saad Ahmad, e un reporter straniero di cui non si conoscono ancora le generalità.

 Conte: su stop armi Italia non timida ma capofila
  "Non è vero che l'Italia è rimasta indietro" sull'embargo alle armi alla Turchia, "l'Italia è capofila di una decisione forte dell'Ue sul tema, ma deve essere unitaria, altrimenti non è efficace. Se siamo capofila di una simile decisione non vuol dire mica che vogliamo vendere armi a Ankara". Lo afferma il premier Giuseppe Conte interpellato dai cronisti ad Avellino.

(RaiNews, 14 ottobre 2019)



I curdi accerchiati dall'avanzata turca. Assad manda l'esercito a Kobane

l tank di Ankara conquistano città e villaggi. Gli americani lasciano le basi e si spostano a Sud.

Erdogan allarga la "fascia di sicurezza" oltre i limiti promessi a Trump Il ministero della Difesa turca: eliminati 525 "terroristi", 60 le vittime civili

di Giordano Stabile

 
bombardamenti nella città siriana di Ras al-Ein, visti dal confine turco
ERBIL - Le terre del Rojava passano di mano a una velocità impressionante. La decisione di Donald Trump, nella notte fra sabato e domenica, di ritirare «il più presto possibile» i mille militari statunitensi ancora nella regione ha scatenato una corsa di tutte le forze in campo. Senza più lo scudo americano, privi di mezzi anti-aerei, per i guerriglieri curdi non c'è scampo. E allora hanno deciso di concentrare le loro forze alle estremità Ovest e Est del fronte. E di chiedere aiuto ai russi e al governo di Damasco. Bashar al-Assad aveva già ammassato truppe verso l'Eufrate ed è ora pronto ad attraversarlo «entro 48 ore» per arrivare a Manbij e Kobane prima dei turchi. Anche perché l'aviazione americana «non ostacolerà la manovra».
   Per il raiss è un successo insperato, per i curdi si tratta di sopravvivere. La parte centrale del fronte, fra Tall Abyad e Ras al-Ayn è al collasso. Nonostante i contrattacchi notturni le due cittadine sono in mano a esercito di Ankara e miliziani arabi alleati.Nel mezzo è stato aperto un nuovo varco, e i combattenti dell'Esercito nazionale siriano hanno raggiunto l'autostradaM4, che corre a 30-40 chilometri di profondità. Lo stesso presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha allargato la «fascia di sicurezza» a 35 chilometri, per includere la principale via di comunicazione. Avanguardie dei miliziani sono arrivate fino ad Ayn Issa, ancora più in giù, sulla strada che da TallAbyad porta a Raqqa.
   I limiti posti all'inizio dell'operazione «Fonte di pace», nella telefonata di domenica 6 ottobre fra Trump e Erdogan, non hanno più senso. Il capo della Casa Bianca, dopo che venerdì sera i soldati statunitensi erano finiti sotto il fuoco dell'artiglieria turca, ha capito che la situazione non era più sostenibile, a meno di un confronto armato con la Turchia, impensabile. E ha deciso di togliere il disturbo. Ieri funzionari hanno ammesso che la situazione «si sta deteriorando con grande rapidità», perché turchi e alleati «possono isolare le basi americane» e Washington non controlla più «le vie di comunicazione» e neppure «i jet turchi sopra le teste dei soldati«. Poi il segretario alla Difesa Mark Esper ha spiegato con una certa brutalità che «Erdogan ci ha informato che stava arrivando: ci ha informato, non ci ha chiesto il permesso». E non c'era modo di «fermare 15 mila turchi che avanzano verso Sud». Una determinazione confermata ieri dallo stesso Erdogan. «Sapevamo - ha spiegato - che dopo aver lanciato la nostra operazione avremmo dovuto affrontare la minaccia di sanzioni o di embargo sulla vendita di armi. Quelli che pensano di farci ritirare con questa minacce si sbagliano di grosso». I primi ad averlo capito sono i curdi. Senza la leadership americana i Paesi europei non possono impensierire la Turchia e tanto meno proteggere i curdi sul terreno. Per questo il Pyd, il braccio politico delle Ypg, ha riaperto subito i canali con il governo di Damasco. Ieri una delegazione è arrivata nella base russa di Hmeimim e c'è stato un primo accordo. L'esercito siriano, preceduto dalla polizia militare di Mosca, sarà dispiegato a Manbij e a Kobane, la principale città curda nel Rojava, ormai tagliata fuori dai territori più a Est. Le perdite fra i guerriglieri sono troppo elevate. Il ministero della Difesa turca sostiene di aver eliminato 525 «terroristi», mentre le vittime civili sono almeno 60, 130 mila gli sfollati.
   La cessione di Manbij, che i curdi hanno strappato all'Isis nell'agosto del 2016, è dolorosa ma non troppo. La città è a maggioranza araba, si trova a Ovest dell'Eufrate ed era indifendibile fin dall'inizio.
   Perdere Kobane, città martire della lotta all'Isis, è un altro discorso, significa la fine del sogno di indipendenza. Ma sempre meglio finire nelle grinfie
   di Assad, con assicurazioni da parte dei russi, che sotto i talloni di miliziani infiltrati da jihadisti di Al-Qaeda. Come riassume il decano degli analisti mediorientali, Joshua Landis, «l'amara verità è che Putin è oggi l'unico statista in grado di disinnescare i conflitti in Medio Oriente, in Siria come nel Golfo. La politica estera americana è collassata con Trump, una decisione sbagliata dopo l'altra. Porta soltanto caos».

(La Stampa, 14 ottobre 2019)


Israele e il disimpegno della Casa Bianca: così si favorisce l'espansionismo iraniano

La preoccupazione di Gerusalemme arrivata a Washington tramite emissari di Netanyahu.

di Marco Ventura

ROMA Le tre "lezioni" di Eyal Tsir Coen, esperto del think tank americano Brookings e per trent'anni consigliere nell'ufficio del primo ministro israeliano, sintetizzano lo sconforto e la preoccupazione di Israele per il disimpegno di Trump dalla Siria e l'abbandono dei curdi al loro destino.
  L'isolazionismo del Presidente Usa significa molto per gli israeliani. Non a caso Benjamin Netanyahu, commemorando la guerra dello YomKippur del 1973 che quasi costò la sopravvivenza di Israele, pur apprezzando gli Stati Uniti di Trump che negli ultimi anni hanno spostato l'ambasciata a Gerusalemme e caldeggiato l'annessione del Golan e la politica degli insediamenti in Cisgiordania, ha tuttavia ribadito che Israele è pronto a «difendersi da solo, contro ogni minaccia». Da solo. Perché la mossa di Trump fa pensare che gli Stati Uniti potrebbero non essere al fianco di Israele nella battaglia decisiva.
  Ma quali sono le tre "lezioni" di Eyal Tsir Coen per Brookings? La prima: «Combattiamo da soli». Il fatto è che le milizie curde hanno guerreggiato contro l'Isis per 5 lunghi e sanguinosi anni, dal 2014 al 2019. Mentre l'esercito siriano era tutto impegnato nel contrastare l'opposizione interna sunnita, i curdi già morivano per liberarsi del Califfato. Solo nel 2015 è sceso in campo anche l'esercito di Assad, spalleggiato dalla Russia.

 I dubbi
  La decisione di Trump di avallare l'offensiva turca smentisce la convinzione che siano gli Usa il "poliziotto globale". Di fronte a questioni di vita o di morte per i curdi, gli americani spariscono.
  E se facessero lo stesso con Israele? Questo l'interrogativo che si pongono a Gerusalemme. In modo discreto e invisibile, gli emissari di Netanyahu alla Casa Bianca si sono mossi per segnalare il «forte disagio». E l'intervento potrebbe avere influito sulla mezza retromarcia di Trump e l'annuncio di sanzioni alla Turchia.
  La seconda lezione è una domanda che ritorna: «È finita l'idea di un nuovo Medio Oriente?», Sotto l'ombrello protettivo di un alleato affidabile come gli Usa (prima del disimpegno di Trump) era ipotizzabile un riavvicinamento tra Israele e i Paesi arabi in chiave anti-iraniana, in un simile contesto sarebbe stato persino possibile un accordo di pace israelo-palestinese. Ma la mancata reazione americana ai droni esplosivi contro gli impianti petroliferi sauditi ha fatto capire al principe Mohammed bin Salman che sarebbe meglio raggiungere un'intesa con l'Iran, magari attraverso la mediazione dei premier pakistano e iracheno, e non affidarsi completamente a Trump. Succede così che l'isolazionismo della Casa Bianca isola pure Israele, favorisce l'espansionismo iraniano e la continuità territoriale delle milizie degli Ayatollah nell'area, e rafforza la Russia sulla scena mediorientale. Di qui la terza "lezione", che per Eyal Tsir Coen va sotto il titolo «Un nuovo sceriffo in città». E chi se non Putin è questo "nuovo sceriffo"? Con una controindicazione per Israele: se la Russia impone in Siria la sua legge ( e le batterie antimissile S-300), potrà Israele reagire prontamente alle future minacce, o dovrà coordinare le proprie azioni con lo "sceriffo Putin"?

 L'esercizio
  In conclusione, la volubilità (per usare un eufemismo) dell'alleato americano obbliga Gerusalemme a un "cheshbon nefesh'', un esercizio spirituale che corrisponde a «fare i conti con la propria anima». Pro e contro. Profitti e perdite. Fare i conti con la realtà.

(Il Messaggero, 14 ottobre 2019)


Qamishli, città in bilico. I curdi traditi da Trump ora trattano con i russi

Nel Nord sotto attacco: i colloqui con gli emissari del Cremlino

di Lorenzo Cremonesi

 
Nel centro di Qamishli domenica si sono tenute piccole manifestazioni pro Bashar Assad
La mossa era inevitabile. Con il sentimento di essere stati traditi, abbandonati, lasciati da soli dai vecchi alleati americani e in generale dell'Occidente, i curdi di Rojava avviano il dialogo diretto con il regime di Bashar Assad grazie all'attenta mediazione russa.
  In realtà non hanno alternative, sono con le spalle al muro e stanno capitolando per non essere annullati. Così, qui in questa regione contesa a Nord della Siria, piatta ma ricca d'acqua, fertile e ricca di campi petroliferi, si consuma l'ennesimo smacco delle diplomazie e degli eserciti dell'alleanza Nato a beneficio della Russia di Putin.
  Sono queste le informazioni confermate dai repentini cambiamenti sul terreno che arrivano qui a Qamishli, la città più popolosa all'interno della regione autonoma curda. «Questa mattina è arrivata una delegazione russa all'aeroporto di Qamishli assieme ad altri funzionari del regime di Damasco. È stata ricevuta dai massimi dirigenti curdi. Si sono incontrati in un edificio vicino alla pista di atterraggio, uno dei compound mai abbandonati dal 2011 dai fedelissimi di Assad assieme ad alcuni loro quartieri nel centro città. Nel frattempo contatti stanno proseguendo alla presenza dell'ambasciatore russo a Damasco. L'intesa pare ormai raggiunta. Rojava si ritira e al suo posto stanno già schierandosi le truppe agli ordini diretti dello stato maggiore di Assad».

 Identità nascoste
  A parlare gli ambienti locali cristiani. Per motivi di sicurezza non vogliono svelare le loro identità, sono legati ai patriarchi delle chiese locali. Sono ambienti che sono rimasti sempre fedeli al regime, non lo hanno mai abbandonato, neanche nei momenti più difficili. Su questo punto tutti i sacerdoti delle chiese locali parlano la stessa lingua, senza differenze tra assiri, armeni, cattolici, ortodossi o caldei: l'unica via d'uscita dalla crisi e il solo modo per bloccare l'avanzata turca da Nord assieme alle milizie sunnite siriane legate ad Ankara è contrapporre a loro la piena sovranità di Damasco puntellata dai forti alleati militari russi e iraniani. «È interesse del regime creare una barriera contro l'invasione turca del nostro Paese. Noi cristiani non potremo mai dimenticare le responsabilità dell'antico Impero Ottomano nel massacro di armeni e in generali dei cristiani durante la Prima guerra mondiale. Anche se i curdi allora furono strumento delle violenze ottomane nei confronti dei cristiani, oggi abbiamo tutto l'interesse a creare un fronte comune», sostiene un alto esponente della Caritas locale, legato strettamente alla Chiesa di Roma.
  È stata questa una dolorosissima concessione per i curdi. Ieri sera girava già la notizia secondo la quale le loro forze verranno assimilate all'esercito siriano della Quinta Brigata. È infatti ben noto che Assad non intende dare loro alcuna autonomia sia politica che militare.

 Il pericolo
  Ma di fronte al pericolo maggiore di massacri e distruzioni hanno poche alternative. «Per salvare il nostro popolo siamo pronti a fare un patto anche il diavolo», ammettono all'unisono al Corriere tutti i capi politici e militari curdi incontrati negli ultimi cinque giorni. Del resto dinamiche simili sono già avvenute l'anno scorso per cercare di combattere l'aggressione turca contro l'enclave di Afrin, presso Aleppo. Anche allora i curdi hanno dovuto chiedere aiuto a Damasco e cercare la protezione russa.
  Oggi però il dramma è molto più profondo, radicale. L'intera Rojava si sta dissolvendo sotto i nostri occhi. Ieri sera molti tra noi giornalisti stranieri abbiamo dovuto abbandonare in fretta il nostro albergo e il centro di Qamishli. Collaboratori locali e ufficiali curdi davano come imminente l'arrivo dei fedeli di Bashar. E del resto le prime avvisaglie erano apparse la mattina, quando centinaia e centinaia di militanti locali del partito del regime baathista hanno sfilato indisturbati per le vie del centro inneggiando al presidente siriano sventolando le bandiere del regime. Non accadeva dal 2011. Più tardi per le vie della città sono spariti anche i drappelli di militari curdi che fino ad allora avevano continuamente pattugliato le strade, gli alberghi e tutti gli edifici pubblici.
  Ma le notizie più gravi arrivano dal fronte delle prigioni curde dove sino a ieri mattina erano detenuti i più pericolosi militanti dell'Isis catturati nelle battaglie tra il 2014 e il marzo 2019. Nelle ultime ore circa un migliaio di detenuti Isis sono fuggiti dal campo di Ain Issa, non lontano dalla cittadina di Kobane, e a nord di Raqqa, la vecchia capitale del Califfato.

 Scontri violenti
  Fughe di massa e rivolte si registrano nel gigantesco campo di Al Hol, dove sono detenuti oltre 70 mila tra donne e figli dei jihadisti dell'Isis.
Scontri violenti avvengono in generale in una trentina di centri di detenzione curdi. E l'intero sistema che crolla. I curdi abbandonano i servizi di guardia alle prigioni per concentrarsi sull'autodifesa militare, dove possono. A far precipitare la loro situazione è anche la notizia arrivata da Washington dell'imminente ritiro del migliaio di soldati americani che li avevano sostenuti nelle lunghe battaglie contro l'Isis, a partire da quella di Kobane nell'autunno 2014, e che ultimamente fungevano soprattutto da garanzia contro le mire turche.
È la fine, la sconfitta militare e politica. Le strade di Rojava sono ormai diventate labirinti di sconosciuti. I centri stampa curdi tornano a diffondere i vecchi comunicati dei tempi della battaglia di Afrin in cui si accusava la Turchia di sostenere gli stessi jihadisti dell'Isis che Erdogan oggi proclama di voler combattere. Il grande problema dei curdi resta lo stesso di sempre: «Tra i pericoli percepiti da Ankara loro vengono molto prima dell'Isis».

(Corriere della Sera, 14 ottobre 2019)


Israele, i curdi e Trump

Un tradimento che non lascia presagire nulla di buono a Gerusalemme


Scrive il Jerusalem Post (7/10)

 
Una donna anziana viene evacuata da un edificio ad Akcakale, una città vicino al confine turco con la Siria il 13 ottobre 2019
Non ci si faccia ingannare dalla mancanza di una risposta israeliana ufficiale al drammatico ribaltamento politico rappresentato dalla decisione del presidente Usa Donald Trump di rimuovere le truppe statunitensi dalla Siria settentrionale: in realtà, Gerusalemme è profondamente preoccupata per questo passo", scrive Herb Keinon. "Viene confermata l'idea che davvero Israele può fare affidamento unicamente su se stesso. La decisione di Trump non può essere vista come una scelta isolata. Deve anche essere vista nel contesto degli attacchi sostenuti dall'Iran il mese scorso contro le strutture petrolifere saudite e l'assordante mancanza di reazione da parte americana. Entrambi questi incidenti dimostrano che l'attuale amministrazione è ben poco diversa dalla precedente amministrazione Obama nella sua riluttanza a prender partito e affrontare, ove necessario, le forze negative in medio oriente. E questo è un dato che riveste un enorme significato per Israele. Esso conferma nei pianificatori strategici del paese la convinzione che, sebbene gli Stati Uniti sotto un'amministrazione amichevole siano pronti a sostenere Israele alle Nazioni Unite e offrire assistenza con aiuti per le armi e sostegno morale, difendendo il paese dalle pressioni internazionali, quando si tratta del ricorso alla forza Israele deve essere preparato e pronto a difendersi da solo. L'ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano Eran Lerman dice che nella regione oggi nessuno che sia lucido di mente' farebbe affidamento sugli americani, e questo è un fatto che potrebbe benissimo spingere vari attori fra le braccia degli iraniani, che non aspettano altro. Lerman definisce la mossa di Trump `un'onta morale' e dice che una sua possibile conseguenza potrebbe essere quella di spingere i curdi, nella loro battaglia con i turchi, dalla parte del regime di Assad e dei suoi padrini iraniani. Il che avrebbe gravi conseguenze per Israele, poiché eliminerebbe l'ultima barriera nel nord della Siria che impedisce un corridoio terrestre, vale a dire una linea di rifornimento continua dall'Iran attraverso l'Iraq e la Siria, fino al Libano e ai porti sul mar Mediterraneo".

(Il Foglio, 14 ottobre 2019)


Siria: raggiunto accordo tra le forze curde e Damasco per fermare Erdogan

L'accordo raggiunto nella serata di ieri con la mediazione russa. Già schierato l'esercito siriano

Ieri sera è stato annunciato un accordo tra Damasco e le forze curde finalizzato a fermare l'invasione turca della Siria.
Ad annunciarlo è stato un portavoce del SDF con una dichiarazione diffusa ai media.
«È stato raggiunto un accordo tra l'SDF e il Governo di Damasco finalizzato a permettere all'esercito siriano di entrare nei territori sotto controllo curdo al fine di fermare l'invasione turca della Siria Nord-Orientale» si legge nel comunicato.
Secondo fonti siriane l'accordo è il frutto di tre giorni di negoziati tra le forze curde e gli inviati di Damasco e di Mosca.

 Esercito siriano già schierato nel Kurdistan
  Secondo quanto riferisce questa mattina la Reuters in un lancio di agenzia, l'esercito siriano avrebbe già iniziato il proprio schieramento all'interno della zona sotto controllo delle forze curde.

 Erdogan usa milizie islamiche ex Al Qaeda ed ex ISIS
  Come ampiamente previsto e come già successo nell'area di Afrin, Erdogan sta facendo ampio uso di miliziani islamici ex Al Qaeda ed ex ISIS. Secondo diverse testimonianze raccolte da organismi internazionali i miliziani islamici si sarebbero abbandonati a indicibili violenze.

(Rights Reporters, 14 ottobre 2019)


Danni alla barriera protettiva del cervello si verificano anche con trauma cranico lieve

In un nuovo studio su atleti adolescenti e adulti, i ricercatori dell'Università Ben Gurion del Negev, della Stanford University e del Trinity College di Dublino hanno trovato prove di danni alla barriera protettiva del cervello, senza commozione cerebrale.
Per la prima volta, i ricercatori sono stati in grado di rilevare danni alla barriera emato-encefalica (BBB), che protegge il cervello da agenti patogeni e tossine, causati da lievi lesioni traumatiche al cervello (mTBI).
I risultati sono stati pubblicati questo mese sul Journal of Neurotrauma.

 Lo studio dei ricercatori israeliani
  I ricercatori israeliani e i colleghi stranieri hanno studiato gruppi di persone ad alto rischio, in particolare combattenti di arti marziali miste (MMA) e giocatori di rugby adolescenti, per verificare se l'integrità della barriera emato-encefalica (BBB) è alterata e sviluppare una tecnica per diagnosticare meglio un trauma cerebrale lieve.
Il prof. Alon Friedman, neuroscienziato e chirurgo innovativo, che ha fondato la Brain Sciences School Inter-Faculty presso l'Università Ben Gurion, come riporta un comunicato, ha spiegato:
"Mentre la diagnosi di lesioni traumatiche al cervello moderate e gravi è visibile attraverso la risonanza magnetica [MRI] e la tomografia computerizzata [TC], è molto più difficile diagnosticare e trattare lesioni cerebrali traumatiche lievi, specialmente una commozione cerebrale che non compare su una normale TC".
 Sport e danni alla barriera protettiva del cervello
  Lo studio dimostra che un lieve impatto nella pratica professionale di arti marziali miste e del rugby negli adolescenti può causare danni alla barriera emato-encefalica.
Se in uno studio più ampio i risultati sono simili, le tecniche di brain imaging in fase di sviluppo potrebbero essere utilizzate per monitorare gli atleti per determinare linee guida più sicure per il "ritorno al gioco".
I ricercatori israeliani nella loro ricerca hanno esaminato i ragazzi che praticano arti marziali miste prima della lotta e di nuovo entro 120 ore dopo la lotta competitiva.
I giocatori di rugby sono stati esaminati prima della stagione e di nuovo dopo la stagione o dopo la partita.

 Risonanza, analisi, sensori
  Entrambi i gruppi sono stati valutati utilizzando il protocollo di risonanza magnetica avanzata sviluppato dalla BGU, l'analisi dei biomarcatori del sangue della barriera emato-encefalica e un paradenti sviluppato a Stanford con sensori che rilevano velocità, accelerazione e forza a quasi 10.000 misurazioni al secondo.
Dieci dei 19 giocatori di rugby adolescenti, entro la fine della stagione, hanno mostrato danni alla barriera emato-encefalica. Otto giocatori di rugby sono stati sottoposti a scansione dopo la partita e due hanno avuto disturbi alla barriera protettiva del cervello. Le lesioni rilevate erano inferiori all'attuale soglia per un lieve trauma cranico.
I ricercatori sono stati anche in grado di correlare il livello di danni alla barriera protettiva del cervello osservati su una risonanza magnetica con le misurazioni effettuate dai sensori del paradenti.
Nella fase successiva della ricerca, il gruppo prevede di condurre uno studio simile in una cerchia più ampia per determinare se le interruzioni della barriera emato-encefalica guariscono da sole e quanto tempo ci vuole.

Il prof. Alon Friedman ha infine affermato:
"È probabile che i bambini stiano vivendo queste lesioni durante la stagione ma non ne siano consapevoli o siano asintomatici. Speriamo che la nostra ricerca usando la risonanza magnetica e altri biomarcatori possa aiutare a rilevare meglio una lesione cerebrale significativa che può verificarsi dopo quella che sembra essere una 'lieve lesione traumatica al cervello ' tra atleti dilettanti e professionisti".
(SiliconWadi, 14 ottobre 2019)


Adesso Trump vuole fermare l'escalation. Pronte le sanzioni e pattuglie nei cieli

L'avvertimento di Putin. "Fuori le forze straniere presenti illegalmente sul territorio siriano"

di Francesco Semprini

NEW YORK - I bombardamenti dell'esercito turco sfiorano una postazione dei corpi speciali statunitensi nell'estremo nord della Siria causandone l'immediata evacuazione e spingendo Donald Trump ad attivare una serie di procedure volte a prevenire la deriva bellica di Recep Tayyip Erdogan. Mentre Vladimir Putin invoca il ritiro di tutte le forze straniere presenti «illegalmente» sul territorio siriano.
   Venerdì, intorno alle 21 (le 20 in Italia), l'artiglieria di Ankara ha preso di mira un'area in prossimità dell'avamposto Usa sulla collina di Mashtenour, non lontano dalla città martire di Kobane, nella zona siriana che si trova sotto il controllo delle forze curde. Nella base si trovavano unità scelte Usa (tra alcune decine a un centinaio) e - sembra - francesi, le stesse che hanno coadiuvatole Forze democratiche siriane (composte da curdi, arabi sunniti e cristiani) nella guerra contro lo Stato islamico. Anziché rispondere al fuoco, i militari hanno avuto l'ordine di lasciare la base temporaneamente e in via cautelare, come riferisce un funzionario del Pentagono. Ankara assicura che nessuna postazione americana è stata presa di mira dalle sue forze impegnate nell'operazione "Fonte di pace", ma un comunicato della Difesa Usa ribadisce come «l'esplosione è avvenuta a poche centinaia di metri da una posizione al di fuori della "zona del meccanismo di sicurezza" e in un'area conosciuta dai turchi per la presenza di unità Usa». Il Pentagono mette in guardia il sultano dall'evitare azioni che possano tradursi in un'immediata azione di difesa americana, e ribadisce la propria opposizione a ogni operazione che avvenga al di fuori delle zone cuscinetto. Le stesse che blindati di Washington e Ankara pattugliavano congiuntamente sino a qualche giorno fa per impedire incidenti come la violenta entrata dell'armata turca, all'inizio del 2018, ad Afrin (Operazione ramoscello d'ulivo).
   La storia si ripete e questa volta con la (forse involontaria) complicità di Trump che, annunciando di ritirarsi ( e disinteressarsi) di una «guerra durata troppo»,ha di fatto dato luce verde alla controversa operazione antiterrorismo di Erdogan, salvo ripensarci una volta preso atto del rischio «escalation». Ripensamento che mette in difficoltà le stesse forze sul campo, come dimostra il militare americano che rivela a Fox News come «sia vergognoso» assistere alla mattanza di chi sino a poco tempo fa era alleato nella lotta al terrorismo. Trump conferisce mandato al Tesoro di predisporre le opportune sanzioni nei confronti della Turchia in caso la situazione sfugga di mano, non fissando, tuttavia, una scadenza precisa per l'attuazione. Le contromosse Usa potrebbero giungere anche sul terreno, con la mobilitazione di forze tra le tremila che il Pentagono è pronto a inviare in Medio Oriente. E dai cieli visto che lo spazio aereo dal quale i caccia di Ankara martellano le postazioni curde è lo stesso pattugliato da jet Usa a est dell'Eufrate (a ovest i russi) nell'ambito dell'operazione anti-terrorismo «Inherent Resolve» attivata nell'ottobre del 2014.
   Tutte le truppe straniere presenti «illegalmente» in Siria devono andare via, afferma il presidente Putin, forte del fatto che la presenza di quelle russe è «legittimata» dal governo di Damasco. Chiara anche la presa di posizione della Lega Araba che riduce i rapporti con Ankara: «L'aggressione turca alla Siria costituisce una minaccia diretta per la sicurezza nazionale araba, così come per la pace e la sicurezza internazionali».

(La Stampa, 13 ottobre 2019)


La marcia per i deportati del Ghetto. «Mai più odio»

Comunità ebraica e Sant'Egidio ricordano il rastrellamento di Roma: «Isolare gli antisemiti»

di Rinaldo Frignani

 
ROMA - «Non basta restare a guardare, non basta la cultura. Vogliamo sconfiggere chi ci odia, lo dobbiamo ai sei milioni che sono morti in quei campi, ma anche a noi e ai nostri figli». Il messaggio lanciato da Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica romana, scuote chi è sceso in piazza per la marcia organizzata insieme con Sant'Egidio in memoria del rastrellamento del Ghetto, il 16 ottobre 1943, quando 1.023 ebrei furono deportati nei Lager nazisti. «Solo quindici uomini e una donna tornarono da Auschwitz. Nessun bambino fece ritorno. Ricordiamo l'orrore di quel sabato nero. Mai più», chiede Dureghello nel giorno in cui il pensiero non può non andare a quanto accaduto pochi giorni fa ad Halle, in Sassonia, con l'assalto antisemita del neonazista Stephan Balliet, che ha ucciso due passanti e lanciato bombe a mano contro la sinagoga. «Non possiamo ignorare i fatti di cronaca, troviamo vicende che spaventosamente ricordano quei giorni - spiega ancora la presidente -. Durante lo Yom Kippur e nell'anniversario dell'attentato alla Sinagoga di Roma, un nazista ha cercato di ripetere una strage. L'antisemitismo minaccia ancora l'Europa, questa è una marcia di consapevolezza. Il messaggio è che fare memoria oggi è reprimere con gli strumenti giuridici questi fenomeni».
   All'iniziativa hanno partecipato centinaia di persone. Una fiaccolata aperta dagli striscioni «Non c'è futuro senza memoria» e «La pace è il futuro», che si è mossa proprio da Trastevere, per raggiungere poi il Portico d'Ottavia e la Sinagoga. Sparsi lungo il corteo i cartelli con i nomi dei campi di sterminio: Auschwitz, Birkenau, Flossenbürg, Treblinka, Buchenwald e tanti altri. In prima fila, oltre a Dureghello, il rabbino capo Riccardo Di Segni, l'ambasciatore d'Israele Dror Eydar, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, la sindaca Virginia Raggi, il presidente della Comunità di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo. «Bisogna isolarli, conoscerli e combatterli, altrimenti il 16 ottobre del 1943 non sarà solo una memoria», ribadisce proprio il rabbino capo riferendosi a chi si rende responsabile di atti antisemiti, mentre il vescovo Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso, ammette: «Ricordiamo una storia di disprezzo, troppo spesso giustificata anche da uomini di fede. Non possiamo permettere che il male ci assedi». E l'ambasciatore Eydar sottolinea come «la nostra marcia urla "Siamo qui", il popolo di Israele è vivo».
   Per Impagliazzo «il razzismo antisemita è un veleno che ancora scorre nelle vene delle città europee, anche a Roma. Siamo qui per bonificare luoghi e menti. Serve la reazione di tutti». Gli fa eco la sindaca Raggi: «Occorrono iniziative, come cancellare da Roma le strade che ricordano in maniera indegna i sottoscrittori del manifesto della razza», mentre Zingaretti auspica «una battaglia culturale e sociale, affinché razzismo e antisemitismo non rialzino la testa».

(Corriere della Sera, 13 ottobre 2019)


Strage Bologna, passaporti cileni falsi: lettera 007 italiani tirava fuori giallo già nel 1976

"Egregio sig. giudice, Le allego un piccolo promemoria concernente le connessioni fra diversi fatti criminosi, uno dei quali - l'abbattimento in volo del Twa 841 presso Corfù dell'8.9.74 - di estrema gravità". Scriveva così, il 21 gennaio 1976, Silvano Russomanno, all'epoca dirigente dell'Ispettorato generale per l'azione contro il terrorismo (poi sarà il numero due dell'Ufficio Affari Riservati e vicedirettore del Sisde), in una lettera inviata al giudice istruttore che seguiva il processo per l'attentato all'oleodotto transalpino di Trieste.
  La lettera, che il giornalista Rai triestino Giuliano Sadar pubblica nel suo libro 'Il grande fuoco: 4 agosto 1971, l'attentato all'oleodotto di Trieste', è la testimonianza diretta che l'Italia fosse già a conoscenza di quello che l'Fbi metteva nero su bianco nel rapporto di cui l'Adnkronos è entrata in possesso e del quale ha scritto nei giorni scorsi.
  "Secondo noi - scriveva lo 007 italiano nella lettera di accompagnamento all'appunto in cui metteva in relazione diversi episodi legati al terrorismo mediorientale - la rete è sempre la stessa, dato che diversi personaggi riappaiono e i passaporti hanno somiglianze tali da escludere il caso". I passaporti, dunque. Già qui si mettevano in relazione alcuni dei passaporti cileni falsi che, come l'Adnkronos ha raccontato nei giorni scorsi, farebbero parte di uno stock di sei, uno dei quali utilizzato da una misteriosa donna per soggiornare in un albergo di fronte alla stazione di Bologna nei giorni dell'attentato che fece 85 morti e 200 feriti e per il quale sono stati condannati in via definitiva gli ex Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.
  Russomanno chiama in causa anche Rita Porena, la controversa giornalista italiana amica del capocentro del Sismi a Beirut, Stefano Giovannone, e di diversi capi palestinesi e del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. "Il primo passaporto della Porena (quello di cui la giornalista denunciò la scomparsa, ndr), ci si potrebbe scommettere, è oggi in tasca a qualche feddayn, maschio o femmina che sia. Non è la prima volta che gli estremisti denunciano lo smarrimento al solo scopo di procurarsi un secondo passaporto per far dono dell'originale all'organizzazione", scriveva Russomanno nell'appunto, nel quale metteva in relazione diversi episodi, dando evidenza al lavoro dell'intelligence sul problema degli attentati palestinesi dei primi anni 70.
  Tra gli eventi messi in fila da Russomanno, il primo risale al 4 aprile 1973, quando, "nella sala transiti dell'aeroporto di Fiumicino vennero arrestati due sedicenti iraniani, Shirazi e Mirzada, perché trovati in possesso di 3 bombe a mano di produzione cecoslovacca e di una rivoltella spagnola cal. 7,65 ciascuno". Poi il fallito attentato al volo Twa: "Il 26 agosto 1974, all'aeroporto di Fiumicino, durante lo scarico dei bagagli dall'apparecchio Tra, volo 841, giunto da Tel Aviv-Atene e diretto a New York, si verificò un principio di incendio in una valigia appartenente al sedicente cileno Jose Mario Aveneda Garcia, munito di passaporto nr. 037976 rilasciato a Quillota, poi risultato falso. Poiché l'Fbi rilevò tracce di esplosivo nei residui della citata valigia e scoprì inoltre un congegno d'accensione, si dovette pensare a un attentato fallito. Ipotesi convalidata dal fatto che l'8 settembre successivo, lo stesso aereo Twa 841 si inabissa nel mar Ionio ad ovest di Corfù, provocando la morte di 88 persone".
  "L'Ispettorato Generale per l'Azione contro il Terrorismo - prosegue Russomanno - diramò le ricerche del sedicente Aveneda Garcia, anche a tutti i servizi di sicurezza collegati. In data 24 febbraio 1975 la polizia svedese comunicò al citato Ufficio di non aver traccia alcuna della presenza dell'Aveneda Garcia in Svezia, ma di conoscere un certo Eduardo Hernandez Torres, cileno, munito di passaporto nr. 037972 rilasciato a Quillota. Questi, che aveva chiesto asilo politico in quel paese, si identificava in realtà in Michel Archamides Doxi, nato a Gerusalemme, cittadino giordano, ex elemento del Fronte popolare di liberazione della Palestina".
  "Il Doxi - scrive ancora lo 007 italiano - confidò ai funzionari svedesi di essere stato istruito dai feddayn in un campo libanese e di essere stato inviato, nel marzo 1973, da Beirut a Roma, via Bari, in compagnia di due donne per portare in Italia delle granate a mano e delle pistole. Per tale viaggio egli utilizzò un falso passaporto honduregno al nome di Tomas Gonzalo Perez. Delle due ragazze, una era la libanese Maha Abu Halil, l'altra una cittadina italiana di nome Rita. Le armi erano quelle stesse trovate indosso ai due sedicenti iraniani il mese successivo all'aeroporto di Fiumicino".
  "L'Ispettorato Generale per l'Azione contro il Terrorismo - prosegue Russomanno -, in possesso delle rivelazioni del Doxi, fece delle indagini presso il porto di Bari, rilevando come effettivamente un Tomas Gonzalo Perez fosse giunto il 4 marzo 1973 da Beirut con la turbonave Ausonia, in compagnia di tale Claudia Garcia Morales e dell'italiana Rita Porena, nata 21.5.1937. Ricerche effettuate a Roma misero poi in luce il fatto che il Perez e la Morales (cioè il Doxi e la Halil) avevano soggiornato nella capitale, alla 'Pensione dei Principi' dal 4 al 5 marzo".
  "Secondo il Doxi, la Rita ha l'apparente età di 29 anni, è alta circa 1.60, di corporatura robusta, di faccia piena, e ha i capelli bruni; appartiene all'estrema sinistra e ha già compito diversi viaggi in diversi Paesi europei allo scopo di introdurre armi per i feddayn. Le organizzazioni terroristiche arabe, infatti, usano di preferenza delle donne per il trasporto delle armi; eleganti, in possesso di molto denaro, esse alloggiano in hotel di prima classe facendosi passare per sudamericane o italiane".
  "Il Doxi - aggiunge il capo dell'Ispettorato - ha inoltre rivelato che nel maggio 1973 ricevette dall'organizzazione un ulteriore incarico: fu inviato a Ginevra, di nuovo con la Halil, per prendere in consegna un ordigno incendiario che era custodito da 'una donna danese'. Egli avrebbe dovuto recarsi poi in aereo a Lod e deporre la bomba nell'aeroporto israeliano. Mentre la Halil lasciò la Svizzera in treno, diretta in Italia, il Doxi si presentò all'Ambasciata di Israele a Berna, dichiarò di voler lasciare per sempre l'organizzazione terroristica e consegnò l'ordigno".
  "Il complesso delle dichiarazioni del Doxi appare del tutto credibile", sottolinea Russomanno, evidenziando che "a ulteriore prova di ciò si osserva che, nei vari progetti del notissimo terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, ve n'era uno denominato 'operazione Danimarca' o 'operazione Mike', che consisteva nell'eliminazione di Michel Doxi, quale traditore. In effetti, questi si trovava a Copenaghen prima di passare in Svezia e chiedervi asilo".

(Adnkronos, 13 ottobre 2019)


"Sukkot, una festa per superare le barriere"

 
"È tradizione consolidata che in occasione della festa di Sukkot il presidente apra la sua residenza a tutti gli israeliani, e la sua sukkah diventa la sukkah del popolo. È una tradizione meravigliosa, che porta con sé il ricordo del pellegrinaggio del nostro popolo a Gerusalemme. Beit HaNasì, la residenza del Presidente, è la casa di tutti gli israeliani. La sukkah del presidente appartiene a ciascuno di voi ed è aperta a tutti". È il messaggio del Presidente d'Israele Reuven Rivlin in occasione della festa di Sukkot che prende il via questa sera. Come negli anni passati, nella residenza presidenziale è stata costruita la tradizionale capanna con la partecipazione di diversi bambini. "A Sukkot, ci viene ordinato di lasciare le nostre case per trovare un rifugio temporaneo: la sukkah. - sottolinea Rivlin nel suo messaggio augurale - La sukkah è aperta a tutti e ci permette di vedere le persone e la natura che ci circonda. La sukkah, che è sempre fuori, ci permette di percepire e sentire ciò che facciamo fatica a vedere nella nostra vita quotidiana a causa dei muri che ci circondano. La sukkah ci fa uscire, invitandoci a notare cose e persone che normalmente non notiamo. Non viviamo in isolamento. Le nostre azioni hanno un'influenza decisiva sul nostro ambiente. Sukkot, più di ogni altra festa ebraica, simboleggia il legame tra l'umanità e la natura. Simboleggia il nostro viaggio verso la Terra di Israele. E quando siamo qui, in Israele, dovremmo ricordare che il nostro viaggio non è ancora finito. Dobbiamo far fiorire e sviluppare la terra, guardandoci intorno e ascoltando".
   Sul fronte politico intanto Rivlin sta facendo le sue valutazione e sembra non essere intenzionato a concedere al Primo Ministro Benjamin Netanyahu del tempo supplementare per formare una coalizione di governo. Probabilmente darà quindi il mandato al leader del partito Kachol Lavan Benny Gantz, secondo quanto riportano i media israeliani.
   Netanyahu, incaricato di formare un governo il 25 settembre scorso, ha ancora 11 giorni per provare a mettere insieme una maggioranza alla Knesset. Se dovesse fallire, Gantz allora avrà a disposizione 28 giorni per farlo.

(moked, 13 ottobre 2019)



"Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perito"

Poi Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco, un uomo di nome Zaccheo, che era capo dei pubblicani ed era ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse innanzi, e per vederlo montò su un sicomoro, perché doveva passare per quella via. Quando Gesù arrivò in quel luogo, alzò gli occhi e gli disse: "Zaccheo, scendi presto, perché oggi debbo venire a casa tua". Ed egli s'affrettò a scendere e l'accolse con gioia. Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: è andato ad alloggiare da un peccatore! Ma Zaccheo, fattosi avanti, disse al Signore: "Ecco, Signore, la metà dei miei beni la do ai poveri; e se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo". Gesù gli disse: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d'Abramo: perché il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perito".

Dal Vangelo di Luca, cap. 19


 


Siria, Ankara: "Abbiamo conquistato Ras Al-Ain"

Il ministro della Difesa turco parla di un successo significativo, ma le forze democratiche siriane smentiscono: "La città non è caduta, i combattimenti vanno avanti". Dieci civili uccisi nei bombardamenti, sei giustiziati. I curdi attaccano gli Usa: "Ci avete lasciati al massacro"

Le forze di Ankara hanno conquistato la città di confine Ras Al-Ain, nel nord-est della Siria, strappandola ai curdi, secondo quanto riferisce il ministero della Difesa. Si tratta di uno dei due ingressi principali dell'offensiva di terra turca. Ma le autorità curde smentiscono la notizia e replicano: "Ras Al-Ain resiste", precisando che i combattimenti continuano.

 Ankara: "La città è nostra
  A quattro giorni dall'inizio dei bombardamenti contro le milizie curde, sostenute dall'Occidente, "la città è passata sotto il nostro controllo", si legge nella nota di Ankara. Comunicando la notizia della conquista della località ad est dell'Eufrate, le autorità turche parlano di "un'operazione coronata con successo nell'ambito dell'offensiva 'Fonte di pace'". La città è stata al centro delle operazioni contro i militanti curdi in questi primi quattro giorni di scontri militari.

 Le forze curde: "Ras Al-Ain non è caduta"
  Un portavoce delle forze democratiche siriane a guida curda, secondo i media internazionali, sostiene invece che la città non è caduta. L'Osservatorio siriano dei diritti umani afferma che forze turche e alleate siriane sono entrate nella città, ma continuano i combattimenti. Sempre secondo l'Osservatorio siriano, almeno dieci civili sono stati uccisi sabato mattina dalle bombe turche lanciate nel nord-est della Siria, dove sono in corso violenti scontri, e altri sei civili siriani sono stati uccisi sommariamente a sangue freddo da miliziani filo-turchi.

 L'accusa dei curdi agli americani: "Ci avete venduti"
  Intanto la Cnn riferisce di un incontro, avvenuto giovedì, tra il generale Mazloum Kobani Abdi, il leader militare dei curdi siriani, e il vice inviato speciale americano per la coalizione contro l'Isis, William Roebuck. "Ci avete mollati, ci avete lasciati al massacro. Ci avete venduti, questo è immorale", avrebbe detto il leader curdo. "Devo sapere se siete in grado di proteggerci perché se non lo siete devo fare un accordo con la Russia e il regime e invitare i loro aerei a proteggerci",

 L'Iran: "Pronti a mediare tra Siria e Turchia"
  Il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha offerto la mediazione di Teheran tra Siria e Turchia per ristabilire una situazione di sicurezza al confine tra i due Paesi. In un'intervista con l'emittente pubblica turca Trt World, il capo della diplomazia iraniana ha fatto riferimento a un accordo del 1998 in base al quale Damasco non avrebbe dovuto più ospitare i militanti curdi del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) in lotta contro la Turchia. "L'accordo di Adana tra Turchia e Siria, ancora valido, può essere la via migliore per ristabilire la sicurezza", ha detto Zarif.

(TGCOM24, 12 ottobre 2019)


"Ora neanche Israele può fidarsi più degli Usa"

Jean-Pierre Darnis, consigliere scientifico dello IAI, spiega come il voltafaccia di Washington sia il tassello di un più ampio disimpegno dell'amministrazione Trump dal ruolo di leadership globale. Un arretramento che lascia spazio a "disordine ed entropia", un vuoto che né la Russia né l'Europa possono colmare.

Il voltafaccia di Washington nei confronti dei curdi è il tassello di un piu' ampio disimpegno dell'amministrazione Trump dal ruolo di leadership globale che porta anche gli alleati piu' stretti, come Israele, a dubitare di poter continuare a contare sugli Stati Uniti. È quanto sottolinea all'Agi Jean-Pierre Darnis, consigliere scientifico dell'Istituto Affari Internazionali e professore associato presso l'Università di Nizza Sophia-Antipolis.
  "Cambiare alleato succede, ma la presidenza Trump si mostra molto poco affidabile da questo punto di vista e crea così un problema di fondo perché tutti gli alleati degli Stati Uniti hanno ormai il sospetto, la paura o il timore che questa loro alleanza possa non essere più valida, a partire da un Paese chiave come Israele, e questo ha delle implicazioni piuttosto gravi", osserva Darnis. "Gli israeliani" aggiunge, "non sono sprovveduti e nel momento in cui sorgono dubbi sulla capacità degli Usa di mantenere tutta una serie di impegni, anche militari, Israele, che è abituata a porsi lo scenario peggiore, ha già messo in conto di dover fare da sé, anche nei confronti della crescita del pericolo iraniano".
  Va considerata, da questo punto di vista, anche "la debolezza del sostegno americano all'Arabia Saudita, altro alleato che dovrebbe essere ancoratissimo al cuore della politica trumpiana. Durante le vicende più recenti la reazione americana non è stata cosi' forte". Ciò "è un fattore di entropia: siccome non c'è più la percezione di una potenza egemone, si aprono scenari pericolosi".

 "Senza una potenza egemone vince il disordine"
  Secondo Darnis, non bisogna farsi illusioni sulla possibilità che la Russia possa riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti: "Mosca rimane una potenza limitata, che ha sicuramente giocato un ruolo realista e coerente nel campo siriano, dove fu già la ritirata strategica di Obama a lasciarle spazio, ma non dobbiamo pensare che la Russia possa proteggere un'area dove peraltro ha rapporti complicati con la Turchia".
  Se anche i curdi, come è stato affermato da alcuni loro leader militari, fossero costretti ad accordarsi con il capo del governo di Damasco, Bashar al-Assad in funzione anti-turca, "la Russia non avrebbe da guadagnare subito da un sostegno ai curdi; ne guadagnerebbe Assad, che era un leader molto indebolito, ma, più che guadagnarci davvero qualcuno, ci guadagnerebbero l'entropia e il disordine". "Se una potenza egemone come gli Usa non c'è più, si torna a un gioco di piccole potenze dal sapore ottocentesco", prosegue Darnis.
  La leadership di Washington, oltre che dalla Russia, non può essere rimpiazzata nemmeno dall'Unione Europea che "per ragioni politiche, anche pacifiste, è una potenza economica e diplomatica, ma non militare". Gli unici che potrebbero aiutare i curdi contro l'offensiva turca sono Regno Unito e Francia e "hanno mezzi molto limitati". La stessa debolezza, sottolinea Darnis, che ha consentito a Erdogan di ricattare l'Europa con la minaccia di spalancare le porte a milioni di profughi siriani.

 Quando l'Europa mollò Ankara
  Ma che fare con la Turchia? Le radici dell'aggressività di Ankara, secondo Darnis, stanno nel "giro di boa funesto" che fu la chiusura di Parigi alla possibilità di un avvicinamento della Turchia all'Unione Europea, "non nella forma di un ingresso nella Ue, al quale probabilmente Erdogan nemmeno pensava, ma di un'associazione". La chiusura ha invece creato "un'onda lunga di enorme diffidenza" tra Usa ed Ue da una parte e uno dei membri più forti della Nato dall'altra.
  È possibile ipotizzare un punto di rottura? Difficile, dal momento che "non esiste una procedura di esclusione dalla Nato", spiega Darnis. "Per entrare nella Nato bisogna anche rispettare criteri democratici di stampo occidentale", conclude, "ma una volta dentro non c'è una corte di giustizia Nato. Ormai da anni alcuni membri osano dire che la Turchia non ha più posto nella Nato ma è molto complicato arrivare a buttarla fuori, con le conseguenze destabilizzanti che tale decisione avrebbe".

(AGI, 12 ottobre 2019)


Israele. Mentre i politici litigano, la Difesa si prepara alla guerra con l'Iran

di Maddalena Ingrao

Aviv Kochavi, Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa di Israele (IDF)
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto che Israele deve aumentare la sua spesa per la Difesa di «molti miliardi immediatamente e poi molti miliardi ogni anno», mentre la minaccia dell'Iran si è intensificata nelle ultime settimane, riporta Breaking Defense. Israele, ha detto il premier, deve affrontare la minaccia crescente dell'Iran. L'esercito israeliano ha recentemente attaccato il ponte di Albukamal, forse la parte più importante del corridoio terrestre iraniano dall'Iraq alla Siria, lungo il quale Hezbollah avrebbe ricevuto missili e altre forniture dall'Iran.
   La situazione qui è pericolosa e potrebbe sfuggire al controllo molto rapidamente, preoccupando diverse fonti israeliane, riprese da Asia Times; lo scenario previsto potrebbe essere che Israele continui a battere il ponte di Albukamal. L'Iran reagisce e lancia missili da crociera dall'Iraq occidentale per attaccare obiettivi in Israele. Lo stesso fanno gli alleati iraniani in Siria e Libano; poi Israele sfrutta la situazione per colpire i principali impianti nucleari iraniani.
   La situazione regionale è già complessa. Fonti dell'intelligence israeliana dicono che i recenti attacchi iraniani all'impianto petrolifero saudita fanno parte del piano di Teheran per controllare l'ingresso nel Mar Rosso: Israele, dicono, non accetterà una situazione del genere.
   Mentre la politica litiga, l'establishment della Difesa israeliana è giunto alla conclusione che il paese è stato lasciato solo ad affrontare la minaccia iraniana, riferendosi a Washington e a Trump.
   Nel frattempo, le forze armate israeliane, Idf, hanno effettuato una settimana di esercitazioni per una guerra contro Hezbollah.
   Il Capo di Stato Maggiore, generale Aviv Cochavi, ha recentemente affermato che le crescenti minacce richiedono alle forze di difesa israeliane di apportare modifiche alle strutture delle forze e ai metodi di combattimento per garantire che gli spazi urbani israeliani non servano da protezione per il nemico. Quindi, secondo alcune fonti, mentre in Israele si diffonde la sensazione che gli Stati Uniti non intendono agire contro l'Iran se non attraverso sanzioni, le possibilità di confronto militare con l'Iran e i suoi alleati sembrano ogni giorno più probabili.
   Anche se i dettagli dell'attacco agli impianti petroliferi in Arabia Saudita non sono noti, gli esperti israeliani hanno sottolineato la precisione dei sistemi d'arma usati che «colpiscono esattamente dove dovrebbero». Gli esperti aggiungono che i sistemi d'arma sono stati lanciati o dal sud-est dell'Iran o da alleati iraniani in Iraq (…) La cosa sorprendente legata all'uso di questi missili o delle loro copie è la prontezza dell'Iran, spiegabile solo attraverso il modo in cui gli Stati Uniti hanno gestito la situazione nucleare in Corea del Nord e in Iran. Gli iraniani hanno capito che non succederà nulla se useranno missili da crociera e Uas contro le installazioni petrolifere saudite», ha detto Aahron Zeevi Farkash, ex capo dell'intelligence dell'Idf, ripreso da Breaking Defense.
   Farkash cha detto che gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita sapevano che l'Iran aveva comprato i missili da crociera: sette missili da crociera Quds 1 azionati da motori a reazione di costruzione iraniana derivati da un motore ceco. Inoltre, gli iraniani usavano otto armi droni che sono stati sviluppati in Iran sulla base della tecnologia acquisita in altri paesi.

(AGC, 12 ottobre 2019)


Israele potrebbe pagare a caro prezzo la troppa fiducia in Trump

Più passano le ore e più a Gerusalemme ci si rende conto che potrebbe non essere stata una buona idea quella di fidarsi al 100% di Trump

di Sarah G. Frankl

Mano a mano che il tradimento di Donald Trump nei confronti dei curdi appare in tutta la sua deflagrante follia, sempre più analisti della difesa a Gerusalemme si chiedono se il Premier Benjamin Netanyahu abbia fatto bene o meno a puntare tutto sul Presidente americano.
In queste ore si susseguono le riunioni tra gli esperti militari e gli analisti della intelligence per valutare ogni possibile scenario, ma soprattutto per valutare le mosse che stanno facendo gli iraniani galvanizzati dal tradimento americano verso i loro alleati curdi.
Ieri molte agenzie di stampa iraniana mettevano in risalto il "panico" in cui la decisione di Trump aveva gettato Israele.
Sono in molti nel comparto della intelligence a temere che gli iraniani possano approfittare del momento per spingere i loro proxy ad attaccare Israele.
Per di più il tradimento di Trump verso i fedelissimi alleati curdi arriva in un momento in cui Israele sta attraversando un delicatissimo stallo politico mentre tutto intorno allo Stato Ebraico fervono i preparativi per il più volte annunciato attacco.
Parlando con una importante analista della intelligence israeliana (che non può essere nominata) ieri sera abbiamo potuto capire lo sgomento e la confusione creata da questa orrida decisione dell'Amministrazione americana.
«Siamo bloccati» ci dice l'analista. «A parte la situazione politica interna che non ci aiuta, ora non sappiamo nemmeno se possiamo contare sul supporto americano alle nostre azioni preventive contro l'Iran» continua.
«Paradossalmente l'unica cosa su cui siamo certi di poter contare è l'accordo con Mosca sulle azioni in Siria che però non sappiamo per quanto potrà tenere, per tutto il resto è buio anche nelle comunicazioni con l'intelligence americana» conclude l'analista.
Ormai da diverso tempo i caccia israeliani non colpiscono obiettivi iraniani in Siria mentre l'Iran, al contrario, continua nel suo posizionamento intorno a Israele. «È una finta calma» ci confida l'analista. «Abbiamo una lunga lista di obiettivi e di azioni da compiere, ma per ora è tutto bloccato».
La nostra fonte ci tiene comunque a precisare che Israele è in ogni caso in grado di muoversi in maniera del tutto autonoma militarmente e che anche in caso di un attacco le difese sono pronte a reagire a prescindere da quello che decidono a Washington o a Mosca.
Ma la "mazzata politica" si sente. Netanyahu, che aveva puntato tutto sulla fiducia nel Presidente Trump, è silente. I media dell'opposizione infieriscono sul Premier rinfacciandogli la "troppa fiducia" concessa a Trump nonostante i segnali che arrivavano da Washington, ma non lo fanno con troppa convinzione rendendosi conto della delicatezza del momento.
Inutile negarlo, il tradimento americano dei curdi pesa tantissimo e tutto va rivisto sotto l'ottica che vi sia la possibilità che in caso di una guerra con l'Iran, Israele si trovi a doverla combattere da solo.
Ora però più che mai è indispensabile che la situazione politica interna allo Stato Ebraico trovi velocemente un soluzione, che venga formato un nuovo governo senza lasciare nell'incertezza il paese.
Non è la prima volta che Israele si trova a dover combattere una guerra da solo e probabilmente non sarà nemmeno l'ultima. Ma adesso serve una fortissima coesione nazionale che superi le divisioni politiche.
Il pericolo iraniano è sempre più incombente e il tradimento americano dei curdi sembra aver rivitalizzato gli Ayatollah che potrebbero decidere di fare il "grande passo". È un rischio che Israele non si può permettere di correre.

(Rights Reporters, 12 ottobre 2019)


Antisemitismo, italiani preoccupati

 
La percezione dell'antisemitismo in Italia è in notevole crescita. È quanto emerge dalla sesta indagine sulla Memoria condotta in gennaio dall'istituto di ricerca SWG in collaborazione con la redazione di Pagine Ebraiche, un rapporto che permette, nell'arco di tempo monitorato, di cogliere alcuni segnali importanti. Il 49% del campione, il dato più alto del sessennio, ritiene infatti significativa la minaccia antiebraica. Alla domanda "Secondo lei oggi in Italia esiste ancora molto, abbastanza, poco o per niente un sentimento antisemita?" L'11% per cento dei rispondenti ha scelto l'opzione "molto", il 38% "abbastanza". Nel 2018, chi riteneva questa minaccia particolarmente intensa era appena il 5% degli intervistati, un dato non dissimile dalle rilevazioni precedenti. Questa opzione era stata infatti scelta dal 7% sia nel 2014 che nel 2015, dal 4% nel 2016, dal 6% nel 2017. Per la prima volta si va quindi in doppia cifra.
   L'invito di Riccardo Grassi, direttore di ricerca SWG, è a leggere questo numero in relazione al rafforzamento di una percezione del Giorno della Memoria che emerge dall'indagine: non più un appuntamento soltanto giusto o formativo, ma "necessario" per un numero sempre più rilevante di italiani. La domanda "Secondo lei, ricordare il genocidio degli ebrei e delle altre vittime del nazismo attraverso il Giorno della Memoria è?" è stata infatti completata con l'aggettivo "necessario" dal 36% dei rispondenti (erano 32% nel 2018, appena 26% nel 2017). Cala il dato di chi ritiene "retorico" l'appuntamento (dal 13 al 12%). Stabile invece il numero di chi lo definisce "inutile" (8%).
   Significativi anche i risultati di un'altra indagine che ha visto il coinvolgimento di SWG, "Change. L'Europa alla prova del cambiamento". presentata in marzo. a poche settimane dal voto per il Parlamento europeo. Quattro le sfide concrete per chi governa oggi l'Europa, sembrano indicare le risposte pervenute: ricucire le nuove fratture. rigenerare il sogno europeo, ricostruire il senso di comunità, ridisegnare il ruolo della UE.
   È un vento teso infatti quello che attraversa l'Europa, segnato da una impennata di sentimenti negativi rispetto a quelli positivi. un contesto in cui diffusamente aumentano, conferma la ricerca, "rabbia, disgusto e paura". E in cui la chiusura difensiva del "Prima gli ..... declinato nei diversi contesti è in quasi tutti i paesi sopra al 50% con numeri ancor più alti nei cosiddetti ceti popolari. Popolo contro élite: uno scontro acceso, è stato fatto osservare, "in tutti i paesi".

(Pagine Ebraiche, ottobre 2019)


Meitner, la scienziata ebrea privata del Nobel

di Piero Casati

L'Occidente illuminista che giustamente si indigna perché la donna nella cultura dei Paesi islamici non viene equiparata agli uomini e viene tenuta in stato di inferiorità dovrebbe farsi un esame di coscienza e ricordare ciò che succedeva da noi fino a cento anni fa. Chi si ricorda dell'austriaca Lise Meitner? Nata a Vienna nel 1878, mente eccelsa e scienziata di prima grandezza, in quanto donna, e per di più di famiglia ebrea, all'inizio del secolo scorso non poteva studiare come un uomo, non poteva avere accesso ai laboratori universitari come un uomo, non otteneva i riconoscimenti dovuti anche quando, non ufficialmente, studiava e risolveva enigmi fisici riguardanti l'atomo. Sua è la spiegazione teorica della prima fissione nucleare, riuscita a Otto Hahn nel 1938. Ma non le fu riconosciuto il premio Nobel perché donna. Per di più, nel 1933, a causa delle sue origini ebraiche, le venne ritirato il permesso d'insegnamento. Poté però continuare il suo lavoro agli esperimenti di irradiazione mediante neutroni al Kaiser-Wilhelm-Institut, che non era controllato dallo Stato. Ma con l'annessione dell'Austria alla Germania nel 1938, Lise divenne cittadina tedesca e come ebrea non era più tollerata come caporeparto all'istituto di chimica. In fuga dai nazisti, si rifugiò in Svezia. Nel 1946, negli Usa fu definita «madre della bomba atomica». Morì a Cambridge nel 1968.

(il Giornale, 12 ottobre 2019)


Nella Germania hitleriana la vita di un ebreo valeva meno di una manciata di cioccolatini

Fame e miseria. violenza e tradimenti (ma anche lampi d'ironia): in dieci racconti il ritratto di un Paese stremato. Il nazismo inquina le vite anche in pace, come quella dell'uomo che scambia i temporali per bombardamenti.

di Luigi Forte

La scrittura è stata forse la vera, unica patria di Helga Schneider. Lì ha potuto proiettare se stessa e il suo terribile passato, prosciugando il male nella memoria, rivisitando l'orrore con le parole di una lingua straniera che la metteva al riparo da ogni eco di violenze. Perché Helga nata in Slesia nel 1937, fu abbandonata dalla madre a quattro anni con il fratellino Peter di diciotto mesi mentre il padre era al fronte. La donna arruolatasi come ausiliaria nelle SS divenne guardiana nel lager femminile di Ravensbrück e poi in quello di Auschwitz.
   Helga nel frattempo finì in vari istituti e collegi per bambini indesiderati e trascorse gli ultimi mesi della guerra in una Berlino ormai ridotta a un cumulo di macerie. Eventi che l'hanno incalzata per tutta la vita e di cui ha offerto intensa testimonianza in libri come Il rogo di Berlino (1995) o Lasciami andare, madre (2001).
   Fin dall'inizio degli anni Sessanta l'Italia è stato il paese d'adozione e l'italiano la sua lingua letteraria, simbiotico strumento ormai con cui ci offre il bel volume di racconti Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti (Oligo editore).
   Il suo sguardo fisso in quel tempo lontano, sullo sfondo di una tragedia collettiva, scivola ora in una quotidianità intessuta di angosce e speranze. E dà vita a personaggi che si arrabattano tra fame e miseria, vittime di violenze e tradimenti, alla ricerca di qualche briciola di solidarietà. Il realismo di questa prosa, semplice e incisiva, lascia affiorare in ogni pagina la follia di un'intera epoca così come nei dettagli si nasconde il perverso risvolto di un'ideologia brutale. Tanto più convincente è la fragile distanza con cui la scrittrice accompagna i suoi personaggi, non priva di ironia, come nel caso del cane Sep che, felicemente abituato al rumore delle bombe, morirà, alla fine del conflitto, per la troppa pace, o come il signor Martin che amava i temporali e che nel dopoguerra li scambia per bombardamenti e, come impazzito, si rifugia in cantina con la sua maschera antigas.
   Nessuno sfugge all'abbrutimento di una guerra fatale. Il soldato russo Pàvel violenta la giovane tedesca Gertrud e in preda alla vergogna uccide un commilitone che sta per imitarlo, per poi, disorientato e confuso, suicidarsi. Ma fra di loro c'è anche chi conosce l'umana pietà, come i soldati sovietici che aiutano il giovane ebreo Erich esausto dopo lunghi giorni passati in uno scantinato mentre la capitale brucia giorno e notte. Si è lasciato dietro il cadavere della madre morta di stenti e come in preda al delirio crede di sentirne la voce che lo esorta a uscire da quel buco verso la speranza.
   Meglio fuggire e disertare come fanno il nonno e il giovanissimo nipote richiamati nell'aprile del 1945: il Rei eh non conosce soste nella sua corsa verso l'abisso. Così come ha instillato nei suoi fanatici sostenitori l'imperativo antisemita: padri che invitano le figlie a scovare e denunciare ebrei e signore borghesi che con una manciata di cioccolatini carpiscono fatali segreti a ingenue adolescenti.
   Il nazismo ha inquinato le coscienze al punto che una figlia plagiata dalla Gestapo si rifiuta di riconoscere, a guerra finita, la propria madre. Versione capovolta del destino di Helga che nel racconto Una nazista per madre ricorda il vano sforzo di riaccostarsi a Berlino a quella genitrice che con orgoglio ancora conserva la divisa dell'epoca.
   È in queste pagine autobiografiche, come nel ricordo straziante del fratello morto alcolizzato, che la scrittrice riscopre nella parola letteraria, senza cedimenti né pathos, il pregio di una distanza mai slegata del proprio cuore. A cui non mancano comprensione e perdono, come nel racconto L'intervista, dove la giornalista Annie sente svanire odio e sdegno di fronte al pentimento del vecchio scrittore Sommers. Attraverso gli specchi infranti del passato Helga Schneider tiene viva, oggi più che mai, una memoria che rimuove l'oblio e si nutre di speranza.

(Tuttolibri, 12 ottobre 2019)


Sefarditi, ritorno a casa cinque secoli dopo

Si è chiuso a inizio ottobre il processo di "riparazione" avviato da una legge del 2014 che ha consentito ai discendenti degli ebrei cacciati dalla Spagna alla fine del XV secolo di "riacquisire" la cittadinanza iberica sulla base di evidenti prove documentali. Le richieste certificate sono state 150 mila.

di Paola Del Vecchio

MADRID - Il colombiano Andrés Villegas spera di trascorrere «una gradevole vecchiaia» in Spagna. E per questo non gli è costato spulciare nei registri ecclesiastici e perfino negli archivi dell'Inquisizione di Cartagena, che condannava chi praticava riti ebraici, per risalire ai suoi avi. In particolare al capitano Cristobal Gomez de Castro, che nacque nel 1595 e fu perseguitato per diffondere l'ebraismo. Andrés Villegas è uno delle decine di migliaia di ebrei sefarditi che recupereranno la nazionalità spagnola persa oltre cinque secoli fa dai propri ascendenti, cacciati in massa per effetto dell'editto di conversione al cattolicesimo o di espulsione degli ebrei (Decreto di Alhambra), firmato il 31 marzo del 1492 dai Re Cattolici.
   È all'origine della diaspora che pose fine a 1.500 anni di presenza degli ebrei a Sefarad, il toponimo col quale la tradizione ebraica identificava la penisola iberica, per cui i discendenti sono identificati come ebrei sefarditi. Molti si rifugiarono nell'adiacente Portogallo, in nord Africa, nei Balcani, in Turchia, ma anche in Sardegna e Sicilia, sotto il dominio spagnolo, e poi nelle Americhe. «Alcuni di loro, come avviene nei bazar di Istanbul, ancora conservano le chiavi delle case dalle quali furono cacciati», ricorda Ibrahim Lorenz, sefardita marocchino naturalizzato spagnolo.
   Per riparare quella «ingiustizia storica», il governo di Madrid varò nel 2014 un disegno di legge per riconoscere la nazionalità - senza perdere quella d'origine - a tutti coloro in grado di dimostrare, con un certificato della Federazione delle comunità ebraiche in Spagna o dell'autorità rabbinica riconosciuta nel proprio Paese, la propria condizione di sefarditi per cognome, lingua, parentela e vincoli speciali con la cultura sefardita. La normativa, approvata all'unanimità dal Parlamento, puntava a «riparare un aggravio storico».
   Il primo ottobre scorso, alla scadenza del termine previsto dalla normativa, sono state 149.822 le richieste pervenute al Ministero di giustizia e al Consiglio generale del notariato, delle quali oltre 72 mila nel solo ultimo mese, in gran parte provenienti dall'America Latina: circa 20 mila dal Messico, 15 mila dal Venezuela e 10 mila dalla Colombia. «I sefarditi non sono più "spagnoli senza patria"», ha celebrato Isaac Querub, presidente della Federazione di comunità ebraiche, promotrice dell'iniziativa con l'allora ministro di Giustizia, Alberto Ruiz-Gallardon. «La Spagna ha chiuso una ferita storica con un atto di giustizia perdurante nella memoria», ha rilevato.
   Un rush finale per quello che è stato un percorso ad ostacoli, «relativamente difficile», secondo il quotidiano israeliano "Haaretz". Con la proroga di un anno della dead line, sono stati infatti semplificati alcuni dei requisiti richiesti. Non solo per la difficoltà delle comunità ebraiche di evadere le numerosissime petizioni, ma anche per la necessità di sostenere esami all'Istituto Cervantes, per accreditare la conoscenza di lingua e cultura spagnola. Più di tutto, l'esigenza di doversi recare in Spagna per registrare in atto notarile l'origine sefardita ha rappresentato un ostacolo per i circa 2 milioni di sefarditi stimati inizialmente da Madrid come eredi degli almeno 200 mila deportati e dispersi nel XV secolo.
   «Nello spirito della legge c'è una sorta di risarcimento storico, per compensare la sofferenza che i sefarditi hanno manifestato nei secoli nella propria letteratura, poesia e canzoni», spiega Santiago Palacios, dottore di Storia Medievale all'Università Autonoma di Madrid. «Ma - afferma - è puramente simbolico. Colpisce che non sia stato avviato lo stesso processo con i moreschi, che soffrirono le stesse persecuzioni, per la comunità musulmana oggi radicata in prevalenza nel Magreb».
   Per alcuni, come Doreen Alhadeff, statunitense di 69 anni di Seattle, che ha ottenuto la nazionalità per sé e le due nipoti, è stato più facile. In casa ascoltava parlare ladino, lo spagnolo che dal Medioevo le comunità sefardite ancora conservano. «Sentivo che era stato tolto qualcosa di importante alla mia famiglia e volevo recuperarlo», ha scritto nelle sue motivazioni. Per altri, come lo scrittore francese Pierre Assouline, è stato più difficile. «Ho amici francesi che hanno ottenuto il passaporto spagnolo in maniera più rapida, è deludente», spiega l'autore, che nel suo dossier ha incluso una lettera al re Felipe VI.
   La misura di «riconciliazione» consente di avere un passaporto europeo che, per molti latinoamericani, è il principale obiettivo. Da qui la corsa finale. Già nel 2007 il governo socialista di Zapatero lanciò un'iniziativa di "riparazione" nei confronti dei discendenti di spagnoli emigrati durante la Guerra civile (1936- 39) e il franchismo, naturalizzando mezzo milione di latinoamericani che riuscirono a provare la loro discendenza dagli esiliati.

(Avvenire, 12 ottobre 2019)


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