Molti popoli e nazioni potenti verranno a cercare l'Eterno degli eserciti a Gerusalemme, e a implorare il favore dell'Eterno. Così parla l'Eterno degli eserciti: In quei giorni avverrà che dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni piglieranno un Giudeo per il lembo della veste, e diranno: "Noi verremo con voi perché abbiamo udito che Dio è con voi".
Zaccaria 8:22-23

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Rona Keinan




























La tregua tra Hamas e Israele spacca i partiti palestinesi

Il presidente dell'Anp Abu Mazen spara a zero sugli islamisti che dovrebbero firmare il cessate il fuoco con Tel Aviv oggi al Cairo. L'accordo di un anno dovrebbe prevedere infrastrutture a Gaza, negoziati per uno scambio di prigionieri e un corridoio navale tra la Striscia e Cipro.

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Il Per i media israeliani l'accordo di tregua tra il governo Netanyahu e Hamas, di un anno e non di cinque come si diceva qualche settimana fa, è cosa fatta e sarà messo nero su bianco oggi al Cairo. Il quotidiano Haaretz ieri scriveva che la prima della sei fasi dell'intesa -la calma lungo le linee tra Gaza e Israele e la riapertura del valico commerciale di Kerem Shalom - sarebbe già in atto da mercoledì. Da parte sua Hamas fa trapelare solo che l'intesa potrebbe essere raggiunta tra sabato e domenica.
   Le altre fazioni palestinesi, costrette ad accettare quello che hanno deciso gli islamisti, sbuffano e criticano Hamas che, affermano, in cambio di aiuti umanitari e un allentamento del blocco israeliano di Gaza ha concesso troppo, a cominciare dalla fine delle manifestazioni popolari della Grande Marcia del Ritorno. Nell'incertezza che regna intorno alla possibile tregua, l'unica cosa sicura è la rabbia del presidente dell'Anp Abu Mazen, furioso per un accordo che tende a relegarlo ai margini della diplomazia. Non ha avuto mezze parole per i suoi avversari Abu Mazen quando è intervenuto ai lavori del Consiglio centrale dell'Olp due giorni fa a Ramallah. Ha rivolto accuse pesanti all'amministrazione Usa e ha attaccato il «piano di pace», noto come Accordo del secolo, che Trump sostiene di poter realizzare tra israeliani e arabi (a scapito dei diritti dei palestinesi). Ha sparato a zero sul governo Netanyahu e affermato la volontà di lottare, assieme ai palestinesi con cittadinanza israeliana, contro la legge approvata dalla Knesset che definisce Israele Stato nazionale degli ebrei. E Abu Mazen non ha mancato di rivolgere attacchi al vetriolo anche ad Hamas che, a suo dire, ha silurato la riconciliazione con il suo partito, Fatah, e ora va a un'intesa separata con Israele senza aver ottenuto un granché per Gaza.
   Hamas replica che proprio «l'ostinazione» del presidente dell'Anp a voler raggiungere la riconciliazione interna solo alle sue condizioni finisce per dividere i palestinesi. U movimento islamico ricorda che le misure adottate dalla presidenza dell'Anp nell'ultimo anno hanno aggravato la condizione umanitaria di Gaza. Abu Mazen nel suo discorso al Consiglio Centrale ha evitato di attaccare frontalmente l'Egitto- il capo dell'intelligence egiziana Abbas Kamel è stato mercoledì a Tel Aviv e ieri a Ramallah - che pure dietro le quinte favorirebbe i disegni di Trump e, incurante delle perplessità della presidenza dell'Anp, ha deciso di mediare, assieme all'inviato dell'Onu Mladenov, un accordo separato tra Israele e Hamas. «Le preoccupazioni di Abu Mazen sono solo in parte comprensibili - spiega al manifesto l'analista di Gaza Saud Abu Ramadan - perché l'Egitto mentre lavora all'accordo di tregua allo stesso tempo ha invitato al Cairo le delegazioni di Fatah e delle altre formazioni palestinesi per arrivare alla riconciliazione». Tuttavia un pericolo per Abu Mazen è concreto, aggiunge Abu Ramadan: «È chiaro che se ci sarà un accordo tra Fatah e Hamas non sarà alle condizioni dettate dal presidente».
   A quel punto, prosegue l'analista, «Abu Mazen potrebbe essere costretto ad accettarlo perché rifiutando lo darebbe indirettamente luce verde a una separazione netta tra la Cisgiordania sotto la sua autorità e Gaza controllata da un Hamas più forte dopo l'intesa con Israele».
   I prossimi giorni o forse le prossime ore diranno se Gaza avrà a una "cessazione delle ostilità" di lungo periodo. Per ora si dice e si scrive un po' di tutto.
   La tregua sarebbe di un anno e prevederebbe la costruzione di infrastrutture civili a Gaza, negoziati per uno scambio di prigionieri che porti alla restituzione delle salme di due soldati morti in combattimento nel 2014 e di due civili israeliani trattenuti da Hamas in cambio della liberazione di prigionieri politici palestinesi. L'intesa potrebbe prevedere l'introduzione di un corridoio navale, sotto controllo israeliano, tra la Striscia di Gaza e Cipro con traffico di cargo.

(il manifesto, 17 agosto 2018)


Teheran non ci sta

Un rapporto della Agenzia Bloomberg rivela che durante il recente faccia a faccia tra Trump e Putin i due leader avrebbero concordato l'uscita delle forze iraniane dalla Siria, ma Teheran si oppone e Putin non insiste.

Sulla presenza iraniana in Siria gli Stati Uniti e la Russia avrebbero raggiunto un accordo di massima che prevede l'uscita delle forze iraniane dal territorio siriano. Lo rivela un rapporto dell'Agenzia Bloomberg (1) secondo il quale durante l'ultimo faccia a faccia tra Trunp e Putin i due presidenti avrebbero affrontato il problema che affligge Israele e che potrebbe portare a uno scontro diretto tra israeliani e iraniani.
Secondo Bloomberg, che cita come fonte un anonimo funzionario dell'amministrazione americana, il recente vertice di Helsinki tra il Presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin sarebbe stato dominato dalla discussione sulla attuale situazione in Siria e in particolare sulla presenza iraniana in territorio siriano.
I due leader mondiali avrebbero concordato sulla necessità che l'Iran e tutte le forze collegate a Teheran (Hezbollah e milizie sciite varie) debbano lasciare la Siria. Tuttavia il Presidente russo, Vladimir Putin, pur concordando con tale necessità si sarebbe detto "scettico" sul fatto che gli iraniani avrebbero accettato di buon grado il loro ritiro dalla Siria....

(Rights Reporters, 17 agosto 2018)


Eurovision: accordo governo-KAN sul deposito, sarà Israele 2019

di Federico Rossini

 
Netta e la delegazione israeliana
Alla fine, tutto è bene quel che finisce bene. Con un accordo tra il governo israeliano e la KAN, la tv di Stato, si è sbloccata la situazione legata ai 12 milioni di euro del deposito di garanzia da dare all'EBU affinché l'Eurovision Song Contest 2019 si svolga in Israele. Sono soldi che, lo ricordiamo, saranno restituiti a fine manifestazione.
   La KAN ha rilasciato un comunicato col quale ha assicurato che pagherà la somma necessaria affinché il concorso possa tenersi in Israele. In ogni caso, dovesse succedere qualcosa per la quale il Paese non fosse in grado di ospitare, facendo perdere così i soldi alla KAN, il Ministero delle Finanze interverrebbe per coprire la perdita. Secondo i media israeliani i 12 milioni sarebbero stati trovati tramite un prestito bancario.
   Nel frattempo, è ancora la stampa locale a gettarsi sulla questione che, a questo punto, preme più di tutte: in quale città si terrà il concorso? Gli indizi sembrano propendere sempre di più verso Tel Aviv, quasi a voler avverare la "profezia" che Nadav Guedj cantò nel 2015 in Golden Boy (un verso della canzone recita "and before I leave let me show you Tel Aviv"). Le altre città ufficialmente in corsa sono Gerusalemme, Eilat e Haifa. Dal momento che la Yad Eliyahu Arena (oggi Menora Mivtachim Arena) sarà perennemente occupata dal Maccabi Tel Aviv di basket, una soluzione alternativa ci sarebbe: il padiglione 2 del Centro Congressi di Tel Aviv, meglio noto come Fairgrounds. Questo padiglione, inaugurato nel 2015, ha recentemente ospitato gli Europei di judo.
   Israele ospiterà l'Eurovision 2019 a seguito della vittoria di Netta con Toy quest'anno, ottenuta a Lisbona con 529 punti. L'Italia è giunta quinta (e terza al televoto) con Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro.

(Eurofestival News, 16 agosto 2018)


Il «reality tv» dei calciatori israeliani

La famiglia di sportivi «Buzaglo» tra Duomo e Navigli

di Laura Vincenti

Sono un po' i Kardashian d'Israele: il docu-reality sulla loro vita, è uno dei più seguiti nel paese mediorientale. Solo che «I Buzaglo» sono una famiglia non di celebrità della tv bensì di calciatori, spesso in giro per il mondo. In questi giorni sono sbarcati anche qui in Italia in occasione della partita Atalanta-Hapoel Haifa in scena a Reggio Emilia e valida per il terzo turno di qualificazione di Europa League, Proprio nella squadra israeliana, infatti, gioca Almog, 26 anni, il più giovane del clan Buzaglo, che è composto anche da Yaakov, il capofamiglia, classe 1957, ex calciatore della nazionale israeliana negli anni '80, dalla mamma Hani e dai fratelli Maor e Asi, anch'essi calciatori, e da Oh ad, che, invece, è allenatore.
   Durante questa breve vacanza italiana, non poteva mancare una tappa a Milano, dove la sportivissima famiglia ha visitato i luoghi storici della città, dal Duomo alla Galleria Vittorio Emanuele, con tanto di partitella di calcio all'ombra della Madonnina e poi aperitivo e cena al nuovo ristorante di uno chef tv in Galleria. E poi tour sui Navigli, dove i Buzaglo, accompagnati dalla produttrice Ifat Shmueleviz e dalla regista Sigal Shavit, banno potuto gustare le specialità di uno dei ristoranti più rinomati della zona, vicino al Pont de Ferr. E non poteva mancare un giro di shopping nel Quadrilatero della moda e anche al nuovissimo store di abbigliamento sportivo vicino alla Galleria, dove la famiglia ha fatto incetta di maglie ufficiali, soprattutto di Milan e Inter. E chi vuole restare sempre aggiornato e vedere in diretta le avventure e gli spostamenti dei Buzaglo, può visitare le pagina Instagram dei protagonisti: in particolare Maor, che vanta 155 mila follower, è molto attivo nel postare fotografie, come quella davanti al Duomo di Milano, ma soprattutto nel realizzare stories, testimoniando così la sua vita e quella di tutta la sua grande fanti glia in tempo reale. E i tifosi dell'Inter probabilmente si ricordano di Maor, considerato uno dei migliori calciatori israeliani degli ultimi anni, perché nel 2016, quando indossava la maglietta dell'Hapoel Be'er Sheva, ha segnato un gol contro la squadra nerazzurra in Europa League.

(Corriere della Sera - Milano, 17 agosto 2018)


Egitto - Il capo dell’intelligence Abbas Kamel in Israele per colloqui su tregua

di Elena Panarella

Il cessate il fuoco sul campo tra Israele e Hamas, mediato da Egitto e Onu, si sta rafforzando sempre più. Il capo dell'intelligence egiziana, Abbas Kamel, avrebbe incontrato ieri a Tel Aviv funzionari israeliani nel tentativo di definire i dettagli di un accordo per una tregua tra Israele e Hamas che potrebbe essere annunciato già domani: lo scrive il quotidiano Al-Hayat che cita fonti palestinesi. Secondo l'articolo di Al-Hayat, rilanciato dai media israeliani, Kamel dovrebbe recarsi oggi a Ramallah per colloqui con il leader dell'Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, che ieri ha aperto i lavori del Consiglio centrale palestinese.
Il piano egiziano, sottolinea il giornale, riguarda anche progetti umanitari nella Striscia di Gaza e futuri negoziati indiretti tra Israele e Hamas per uno scambio di prigionieri, oltre alla riconciliazione palestinese. Una fonte palestinese ha sostenuto che già «domani un accordo potrebbe essere annunciato al Cairo con la presenza di tutte le fazioni» palestinesi. Nelle scorse settimane delegazioni di Hamas e della Jihad Islamica si sono recate al Cairo per discutere i dettagli dell'accordo. Il 9 agosto Hamas ha annunciato di aver raggiunto con Israele un accordo per una tregua grazie alla mediazione egiziana e dell'Onu, ma lo Stato ebraico ha negato l'esistenza di un'intesa.

(Il Messaggero, 16 agosto 2018)


La metà degli adolescenti palestinesi non frequenta la scuola

«Non andare a scuola vuol dire farsi sfruttare da quell'odio che in quella terra provoca e genera conflitti senza fine»

di Geremia Acri
    «I ragazzi qui studiano e pensano, ma anche io studio e penso con loro. […] normalmente arriviamo alla verità insieme. Quando rimane qualche divergenza, il bene che ci vogliamo ci aiuta a risolverla e a convivere senza tragedie. Perché questo bene è fatto di rispetto reciproco» (Don L. Milani, Lettera ad un amico, Natale 1965).
 
In Palestina quasi tutti i bambini fra i 6 e i 9 anni frequentano la scuola, ma a 15 anni circa il 25% dei ragazzi e il 7% delle ragazze abbandona gli studi, divenendo, così facile preda di abusi, sfruttamento, schiavitù e reclutamento coatto in un territorio perennemente dilaniato dal conflitto armato.
  A svelare, questa triste realtà è il rapporto "State of Palestine: Country Report on Out-of-School Children" -Palestina: Rapporto sui bambini che non vanno a scuola-, realizzato dall'UNICEF Palestina e dall'Istituto di Statistica dell'UNESCO, in collaborazione con il Ministero per l'Istruzione.
  I dati preoccupano l'agenzia dell'Onu per l'infanzia che evidenzia anche l'alto tasso di disoccupazione giovanile, pari al 60%, come conseguenza principale dell'abbandono scolastico, fenomeno che riguarda il 18,3% dei giovani in Cisgiordania e il 14,7% nella Striscia di Gaza.

 I motivi dell'abbandono
  Il motivo per cui gli adolescenti abbandonano anticipatamente la scuola dell'obbligo - sottolinea Andrea Jacomini, portavoce di Unicef-Italia - «…include un'istruzione di scarsa qualità, che spesso è vista come un fattore non rilevante nelle loro vite, violenza fisica ed emotiva a scuola, sia da parte degli insegnanti che dei coetanei, e inevitabilmente il conflitto armato. Andare a scuola può anche rappresentare una sfida per gli adolescenti maschi, in Palestina, spesso costretti ad attraversare diversi checkpoint, blocchi stradali e ad aggirare gli insediamenti israeliani solo per raggiungere l'aula. È inaccettabile! Pensiamo se nostro figlio, mentre cammina, venisse fermato, interrogato, violentato psicologica in maniera non indifferente. E come se non bastasse, durante le lezioni ci sono incursioni dei militari nelle classi».
  Un altro dato che emerge dal rapporto è il sovraffollamento nelle classi. «Nella Striscia di Gaza - prosegue il portavoce di Unicef-Italia - le aule sono sovraffollate, con in media 37 alunni per classe. Fra coloro che sono iscritti dal primo al decimo anno scolastico, circa il 90% frequenta scuole organizzate su due turni. Ciò riduce le ore per l'apprendimento e la capacità degli insegnanti di supportare adeguatamente i bambini, soprattutto quelli che hanno difficoltà di apprendimento o comportamentali».

 Abusi, sfruttamento, violenze
  «I bambini rimasti indietro a scuola hanno maggiori probabilità di abbandono scolastico e quindi incorrono in un rischio maggiore di abusi e sfruttamento fuori dalla scuola - sottolinea - Genevieve Boutin, Rappresentante Speciale dell'Unicef in Palestina -. Essere a scuola non aiuta solo i bambini palestinesi a imparare e svilupparsi, ma fornisce inoltre una stabilità e delle abilità utili per la vita che sono di particolare importanza in questi ambienti». Il rapporto evidenzia, inoltre, che le violenze colpiscono l'istruzione in diversi modi. Oltre due terzi dei bambini che frequentano dal primo al decimo anno scolastico sono esposti a violenze emotive e fisiche nelle loro scuole e, a causa dei conflitti, per oltre 29.000 bambini nel 2017 il loro percorso scolastico è stato interrotto a causa di 170 attacchi e minacce di attacchi su scuole, studenti o insegnanti, che colpiscono ulteriormente la frequenza scolastica».

 L'Unicef lancia delle proposte
  Per realizzare il diritto all'istruzione di ogni bambino in Palestina, l'Unicef chiede di migliorare la qualità dell'istruzione nelle scuole che hanno basso rendimento; aumentare l'accesso a servizi per l'istruzione su misura, fuori e dentro la scuola, migliorare la formazione e il supporto tecnico agli insegnanti per un'istruzione che sia inclusiva; migliorare e ampliare i programmi di prevenzione alla violenza, ma soprattutto proteggere le scuole dalla violenza legata al conflitto. «Non andare a scuola - conclude Jacomini - vuol dire farsi sfruttare da quell'odio che in quella terra provoca e genera conflitti senza fine».

(andrialive.it, 16 agosto 2018)


L'odio contro Israele

di Francesco Lucrezi

Ho già avuto modo di commentare la perfida e serpentina astuzia con cui l'antisemitismo mondiale, a partire dal 1967, ha trasformato il piccolo e coraggioso Israele, Davide aggredito da nemici cento volte più forti e numerosi, nel grosso e violento Golia, contrapposto al nuovo, minuscolo Davide-Palestina, fragile e indifeso (anche se non propriamente inoffensivo). I vecchi nemici di sempre, giocando abilmente a nascondino, si sono nascosti dietro il pargolo, e fanno finta di essersi dileguati nel nulla, e il nuovo Davide, qualsiasi cosa faccia, non può non essere, sempre e comunque, innocente. Più che normale, perciò, che il nuovo simbolo degli odiatori di tutto il mondo sia il volto grazioso di una ragazza diciassettenne dagli occhi di ghiaccio, che, picchiando soldati nemici armati fino ai denti, riscatta l'onore del suo popolo oppresso.
   Un soldato ebreo, che difende uno Stato ebraico, è un ossimoro, e chi lo colpisce ripristina l'ordine naturale. E se a farlo è una ragazzina - degna figlia di una madre orgogliosa, che si rammarica del numero troppo esiguo dei corpi dilaniati da una bomba in un ristorante - è il massimo. Il suo successo mediatico è fin troppo scontato. Qualche mese di prigione, poi, non poteva non farne una star internazionale, ovvio che tutti i giornali del mondo facciano la fila per intervistarla. Lei non si nega, e dice di volere rendere giustizia a tutti i bambini palestinesi, vittime di ingiustizia come lei. Lei è piccola, inerme, ma rappresenta soggetti ancora più piccoli e fragili di lei, così come il soldataccio israeliano da lei giustamente picchiato rappresenta un esercito potentissimo, zeppo di cingolati, caccia bombardieri, bombe atomiche. La sproporzione di forze tra Davide e Golia viene esaltata alla millesima, milionesima potenza, mai visto, nella storia, qualcosa di simile.
   Che dire? Nulla, solo due domande, a proposito dell'unico, vero protagonista di tutto ciò, che è l'odio.
   La prima domanda riguarda la possibilità di analizzare l'odio secondo le categorie della medicina. È contagioso, come una malattia infettiva. Può avere lunghe incubazioni, prima di manifestarsi. Ha i "portatori sani". Cresce e divora come un cancro. È un morbo autoimmune. E, soprattutto, pare spesso una malattia genetica, ereditaria, per la quale la parentela assume un'importanza essenziale (madre e figlia…). Mi rendo conto che quest'idea può apparire razzista, ma allora anche la natura lo è. Sono i medici a chiederci quanti casi di infarto o di neoplasia contiamo in famiglia, per poi dirci quanto siamo soggetti a rischio. Solo che noi - a differenza della giovanissima giustiziera - non ci rallegriamo delle malattie dei nostri genitori. Sì, l'odio somiglia, decisamente, a una malattia. Ma è una malattia particolare, dalla quale, molto spesso, i pazienti non hanno la minima intenzione di curarsi. E perché dovrebbero, poi? Non solo di odio non si muore, ma esso può dare un senso alla vita, può elargire fama, gloria, successo.
   La seconda domanda - che mi è capitato di pormi molte volte in vita mia - è cosa sia il contrario dell'odio, cosa si possa utilmente contrapporre ad esso. Certamente non l'amore, che all'odio, tante volte, appare alquanto vicino, o simile. Forse (omeopaticamente) altro odio, odio dell'odio? Per carità, ce n'è già fin troppo. E neanche la parola 'bontà' mi pare adatta, così retorica e melensa. Forse l'indifferenza? Non direi, non è il contrario di niente. La razionalità? Questa, forse, sì, perché l'odio è certamente irrazionale. Ma oggi mi verrebbe da dire, soprattutto, tristezza. Di fronte al bel viso della giovane 'Davida', e al suo immenso oceano di odio, non ho da contrapporre nulla, all'infuori di una minuscola goccia di tristezza. Che, ovviamente, non è una medicina, e non cura nulla.
   
(moked, 16 agosto 2018)


Israele riapre il confine di Kerem Shalom con la Striscia di Gaza

Israele ha deciso di riaprire oggi il confine di Kerem Shalom con la Striscia di Gaza. La mossa è destinata ad alleggerire le condizioni di vita dei palestinesi in quei territori, poiché da lì passano diversi beni necessari alla loro sopravvivenza. Inoltre, ha affermato un comunicato dell'esercito israeliano, "sarà estesa di nove miglia nautiche la zona di pesca definita per la Striscia di Gaza". Il confine era stato chiuso un mese fa, come reazione agli aquiloni incendiari che partivano dai territori palestinesi.

(AGI, 15 agosto 2018)


Sul Monte Scopus, le pietre del sapere

Cent'anni fa furono poste le prime pietre dell'Università Ebraica, un momento che segnerà la storia di Israele.

 
Di fronte a circa seimila persone, arrivate da tutta Eretz Israel e da oltremare, si tenne cento anni fa la solenne cerimonia della posa delle prime pietre dell'Università Ebraica di Gerusalemme.
 
 
Dodici pietre a simboleggiare le dodici tribù d'Israele, La storia dell'Università Ebraica di Gerusalemme iniziò con un gesto fortemente simbolico: la posa delle prime pietre angolari, dodici appunto (poi diventate 14). Era il 24 luglio 1918 e nelle cronache di allora si parla di seimila persone raccoltesi attorno al cerimoniere, Chaim Weizmann - futuro primo Presidente d'Israele - per celebrare la prima università di Eretz Israel. "Il paesaggio della cerimonia era una delle cose più belle mai viste, indimenticabile. Il sole al tramonto inondava le montagne del Moab e le alture della Giudea. Mi sembrava come se le montagne avessero cambiato forma e fossero stupite. Come se avessero intuito che questo fosse l'inizio del ritorno dei loro figli", scriverà dopo la posa delle pietre Weizmann con parole dal suono profetico. In quel 21 luglio prese il via la storia di una delle più prestigiose università del mondo, davanti a dignitari, rabbini e persone comuni venute dall'Yishuv ma anche da oltremare. Come il nonno del professor Sergio Della Pergola, rav Raffaello Della Pergola arrivato a Gerusalemme da Alessandria d'Egitto e chiamato a rappresentare l'ebraismo della Diaspora. ''A mio nonno fu riconosciuto il grande onore di posare una delle dodici pietre - racconta il nipote Sergio, illustre demografo nonché docente proprio dell'Università Ebraica - Nato a Firenze nel 1877, mio nonno fu chiamato nel 1910 a guidare la complessa e numerosa comunità di Alessandria d'Egitto". Sotto la sua guida, la comunità si affermò come un centro culturale e religioso sul Mediterraneo, passando in una decina d'anni da 15000 membri a 25000. Fervente sostenitore del sionismo e della costruzione di uno Stato ebraico nella Palestina mandataria, rav Della Pergola fu, nelle parole del nipote, "un uomo giusto che non risparmiò il proprio tempo e i propri risparmi per alleviare il disagio dei singoli e della comunità ebraica": Un'autorità dunque sotto tutti i profili, Per questo fu chiamato dall'Yishuv (l'insediamento ebraico precedente alla nascita d'Israele) a poggiare una pietra sul Monte Scopus, un gesto sognato da diverso tempo, ancor prima dell'arrivo del sionismo.
  L'impulso a creare un'istituzione di istruzione superiore nella terra di Israele nacque infatti nell'ultima parte del XIX secolo, prima della nascita del movimento sionista All'epoca furono avanzate diverse idee, alcune delle quali caddero in disparte, altre furono realizzate in un secondo momento. I primi progetti per la creazione dell'università furono presentati in una serie di articoli scritti nel 1882 da Zvi Hermann Shapira, un rabbino, professore di matematica e sionista convinto. Shapira presentò le sue idee al primo Congresso sionista nel 1897, ma non fu presa alcuna decisione. Chaim Weizmann, Martin Buber e Berthold Feivel pubblicarono nel 1902 un opuscolo intitolato Eine Judische Hochschule, che esponeva i principi per l'organizzazione di un'università del popolo ebraico. Nel 1913, l'11o Congresso sionista mondiale decise di istituire un'Università a Gerusalemme, la cui lingua d'insegnamento sarebbe stata l'ebraico. E così si arrivo alla posa. Purtroppo però di quelle prime, non c'è più traccia. "In pieno spirito mediorientale - sottolinea il professor Della Pergola - le pietre furono rubate". E così, come le tribù, anche le pietre andarono perdute: anche se in realtà alla fine furono 14, all'ultimo nel 1918 si decise di aggiungerne due. Del loro destino non si sa nulla ma a 100 anni dalla loro posa - e poi scomparsa - l'Università Ebraica ne ha portate delle altre: nel luglio scorso infatti, nel corso di una cerimonia affidata al professor Della Pergola, sono state posizionate 14 capsule del tempo con altrettanti messaggi provenienti da ogni parte del mondo. ''Abbiamo scritto la nostra visione per i prossimi 100 anni. Il nostro compito è continuare a lavorare affinché questa visione si realizzi'' ha dichiarato il presidente dell'Università Asher Cohen, richiamando la sfida lanciata un secolo fa da Chaim Weizmann.
  ''Qual è il significato dell'Università Ebraica? Quale sarà il suo ruolo? Da dove attingerà i suoi studenti e quali lingue si parleranno in questa sede? - dichiarò allora Weizmann- A prima vista, potrebbe sembrare un paradosso che una terra che ha una popolazione così piccola, una terra che ha ancora bisogno di tutto, una terra priva di elementi fondamentali come aratri, strade e porti che in una tale terra stiamo creando un centro per lo sviluppo spirituale e intellettuale. Ma il paradosso non esiste se si conosce l'anima ebraica". Ma l'università non fu ideata solo per gli ebrei. Sin dall'inizio i suoi ideatori e fondatori la percepirono come uno strumento utile al Medio Oriente: l'università era ed è aperta ai membri di tutte le religioni e culture.

(Pagine Ebraiche, agosto 2018)


Un pericoloso sviluppo dell'ideologia della sinistra

di Ugo Volli

Antisemitismo tra i cosiddetti "progressisti". Che ci sia una aperta tendenza antisemita nel partito laburista inglese e non tanto nascosta in fondo in buona parte della sinistra europea e americana, e che essa si giustifichi con la "solidarietà antimperialista" con la "lotta del popolo palestinese" è un fatto evidente, confermato da mille episodi recenti. Dopo l'articolo che ho dedicato all'antisemitismo di Corbyn qualche giorno fa sono emersi altri due episodi significativi che riguardano il leader laburista: il suo omaggio ai terroristi che sequestrarono e uccisero dopo orrende torture 11 atleti israeliani, con partecipazione alla preghiera islamica, un discorso in cui paragona Israele al nazismo e la partecipazione al matrimonio di un suo "carissimo amico", dichiaratamente antisemita e negatore della Shoah. Di Corbyn si parla molto, ma le stesse osservazioni si potrebbero anche fare, se ci fosse una stampa disponibile a investigare, per la maggior parte dei leaders socialdemocratici di paesi come la Svezia, la Norvegia e anche di alcuni tedeschi.
  Le giustificazioni sono spesso peggiori del male. Per esempio una candidata laburista protetta da Corbyn ha dichiarato che è solo un'opinione e non un fatto che ammazzare degli atleti israeliani centri con l'antisemitismo. O ci sono le pietose smentite dello stesso Corbyn e del suo ufficio stampa in cui cerca di far credere che in tutte le occasioni di antisemitismo cui ha partecipato, "se c'era dormiva". Per esempio, a proposito degli onori ai terroristi di Monaco, ha dichiarato: "ero presente alla deposizione della corona, ma non penso di essere stato coinvolto". "Non penso di essere stato coinvolto": Era sonnambulo? Ubriaco? Stava facendo jogging da quelle parti? Mah.
  C'è però un atteggiamento più generale e insidioso a questo proposito, che si va diffondendo, soprattutto a partire dagli Stati Uniti, che cerca di giustificare in generale l'antisemitismo. Ne trovate un'analisi qui. In breve, l'idea è che il crimine politico più grave sia il razzismo, e che esso vada definito da due fattori: "discriminazione più potere". Il potere in sé è male, agli occhi dell'ideologia anarcheggiante che domina il "progressismo" attuale. Quando esso prende di mira un gruppo sociale, diventa "razzismo". Ma quando un gruppo escluso dal potere ne attacca un altro, anche con argomenti riferiti a identità collettive immaginarie, non c'è nulla di male. Quindi se un bianco (per esempio un poliziotto, per definizione emblema del potere) maltratta un nero (magari anche un criminale), anche se non vi è nessuna relazione coi rispettivi gruppi etnici, secondo queste teorie che sono già diventate pratica politica e giornalistica, ciò dev'essere considerato a priori razzismo. Ma se un nero attacca un bianco, no, e neppure se un non-bianco usa un linguaggio che ai nostri occhi è chiaramente razzista, per attaccare "i bianchi", dire per esempio che devono tutti morire o che sono esseri inferiori, questo non sarebbe razzismo.
  L'esempio più noto è quello di Sarah Jeong, una blogger coreano-americana di argomenti tecnologici, che è stata assunta nello staff editoriale del New York Times. E' venuto fuori che aveva usato spesso su Twitter espressioni ovviamente razziste, come "White men are b***s***" and "#CancelWhitePeople." Ma è stata difesa dal giornale, che è il principale organo del progressismo americano, e da ambienti dell'estrema sinistra democratica proprio con gli argomenti che ho detto: dato che i bianchi sono il potere, proporne la cancellazione in blocco non sarebbe razzismo. Così il gruppo di estrema sinistra nera in sospetto di terrorismo "black lives matter" (le vite nere contano) ha rifiutato con scherno la proposta di integrazione "all lives matter" (tutte le vite contano), come "razzista".
  Il problema è che anche gli ebrei sono considerati "bianchi", anzi un gruppo di "bianchi"particolarmente potente. Dunque diffamare gli ebrei non sarebbe razzismo. E' ciò che sostengono per esempio a proposito di uno dei più famosi antisemiti neri americani, Louis Farrahkhan Linda Sarsour e Melissa Harris-Perry, leader del femminismo americano più politicizzato all'estrema sinistra. Naturalmente l'idea che gli ebrei siano tutti privilegiati economicamente e dotati di un potere più o meno occulto è uno degli stereotipi antisemiti più pericolosi e persistenti. E dunque l'argomentazione di questi gruppi è di per sé antisemita. Ma essi sono in realtà impermeabili all'accusa e perfino fieri di essa. Quel che conta è "essere dalla parte giusta": il razzismo contro Trump o gli ebrei va bene per loro, perché lo è. Che poi queste fossero anche le idee di un certo Hitler non ha grande importanza, forse era anche lui "dalla parte giusta".

(Progetto Dreyfus, 15 agosto 2018)


La storia dimenticata degli ebrei sefarditi di Macedonia

Solo da poco la piccola repubblica post-jugoslava ha iniziato a fare i conti con il capitolo dell'Olocausto che si svolse sul proprio territorio. Reportage da Skopje.

di Stefano Colombo

 
 
Nel 1492, pochi mesi prima che Cristoforo Colombo raggiungesse le coste americane, la monarchia cattolica spagnola di Castiglia e Aragona emetteva l'editto di Granada, che decretava la repentina espulsione degli ebrei dalla penisola iberica. Il provvedimento arrivava al culmine di una lunga ondata di violenza antisemita, sfociata in eventi come il massacro del 1391 a Siviglia e l'espulsione degli ebrei dall'Andalusia nel 1483.
  Se alcuni membri della comunità ebraica decisero allora di convertirsi - almeno di facciata - al cristianesimo, molti scelsero di lasciare la Spagna. I numeri non sono certi, ma si parla di circa 50-100.000 ebrei che lasciarono la penisola iberica. Questo esilio forzato produsse quella che viene definita diaspora sefardita, dal toponimo biblico per Spagna, "Sepharad." Meta di questi migranti furono allora il Portogallo, le coste settentrionali dell'Africa, gli staterelli italiani, l'Inghilterra, le terre fiamminghe, ma anche i territori dell'Impero Ottomano nel Medio Oriente e nei Balcani. Si dice che il sultano Solimano il Magnifico ironizzò sulla decisione di re Ferdinando: "Lo chiami re colui che impoverisce i suoi stati per arricchire i miei?", pronunciò secondo la leggenda.
  La Macedonia, allora ottomana, divenne presto un luogo fertile per l'insediamento degli esuli sefarditi. Nell'area vivevano ebrei già dall' epoca romana, ma fu solo in questo momento che Monastir (oggi Bitola) divenne, assieme a Skopje e Stip, un centro culturale dalla presenza ebraica preponderante. L'amministrazione ottomana garantiva a questa comunità una relativa autonomia, libertà di culto e di commercio, in cambio del pagamento regolare dei tributi. Nel 1497 a Bitola già comparve un cimitero ebraico, probabilmente il primo di tutta la regione balcanica.
  Per oltre 400 anni la comunità sefardita ha convissuto pacificamente nel patchwork di religioni e culture balcanico, tanto da mescolare molte sue caratteristiche con quelle locali. Anche la lingua, il ladino (parlato dai primi esiliati), assorbì tratti di altre lingue del bacino mediterraneo, quali il greco, il turco o l'italiano - pur conservando molte sonorità dello spagnolo. Questa lingua, studiata in alcune università statunitensi e israeliane, è oggi riportata in auge da artisti e cantanti tradizionali, come Sarah Aroeste.
La sua famiglia lasciò Bitola durante le guerre balcaniche di inizio Novecento. Sarah ricorda che da piccola era "confusa dal fatto che mio nonno chiamasse la propria patria Grecia, si definisse turco e dicesse di parlare spagnolo."
La fine dell'Impero Ottomano e la nascita del regno jugoslavo non intaccarono di molto la vita della comunità ebraica macedone. Come accadde nel resto dei Balcani e non solo, il vero spartiacque furono gli anni Quaranta e l'invasione dell'area da parte della Bulgaria nazista (1941). Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei in Macedonia erano stimati attorno ai 10.000 membri, di cui 8000 nella sola Monastir. Durante il conflitto circa il 98% di essi venne trucidato nel campo di Treblinka. La Bulgaria, in quanto membro dell'Assepur rifiutandosi di deportare gli ebrei con cittadinanza bulgara, rastrellò quelli che abitavano nella neoacquisita regione macedone. Prima vennero imposte restrizioni sul lavoro e la libera circolazione, quindi nel 1941 venne creato il ghetto di Monastir; infine la mattina dell'11 marzo 1943 iniziarono le vere e proprie deportazioni. L'enorme magazzino statale di tabacco Monopol a Skopje fu convertito in centro temporaneo di detenzione in quanto provvisto di linea ferroviaria: da qui in sei giorni tre lunghi convogli ferroviari portarono i deportati a Treblinka.
  Una fotografia scattata nel marzo del 1943 ritrae alcuni ebrei macedoni che salgono su uno di questi convogli. L'immagine era stata probabilmente commissionata da Aleksander Belev, il commissario bulgaro per gli Affari Giudaici, così da documentare la deportazione. Il ragazzino che vi compare è stato riconosciuto decenni dopo da Rachel Kornberg come suo fratello Victor Nahmias. Victor non sopravvisse, ma Rachel fu più fortunata. Ora vive negli Stati Uniti e ha da poco compiuto 100 anni. Suo nipote Neil ci ha raccontato la sua storia.
  I Nahmias erano una numerosa famiglia di mercanti di Monastir. Il padre e gli zii di Rachel avevano un negozio che vendeva tessuti, Barouch Franco; avevano filiali anche a Skopje e a Salonicco. Negli anni Venti si erano trasferiti in una zona più ricca della città, in via Re Pietro, oggi ancora riconoscibile dalla Stella di David al primo piano. La famiglia era attratta dallo stile di vita europeo occidentale e Rachel frequentò una cosiddetta "scuola francese", con curriculum di studi identico a quello europeo.
  Preoccupata per il futuro di Rachel durante l'occupazione bulgara, la madre si accordò con il vicino di casa, un console albanese, il quale la prese in casa come "au pair musulmana". Del 10 marzo 1943 - l'ultima volta che vide sua madre - Rachel ricorda:
    Le dissi ciò che il console mi aveva detto sui tedeschi, che stavano pianificando di prendere uomini e donne tra i 18 e i 25 anni. Mia madre mi guardò e disse: "Guarda, sono quasi le 5, non hai molto tempo da perdere. Vai e non pensare a me. Tuo padre arriverà domani, tuo fratello parte domattina presto. Dopo che tuo padre arriva verremo a trovarti ... ". Mi spinse alla porta, non ricordo se l'ho abbracciata. Alla porta venne mio fratello più piccolo. Dove stavo andando, mi chiese. Mia madre rispose "dal vicino". Immaginava gli avrei spiegato tutto dopo che me ne fossi andata. Mia madre chiuse la porta dietro di me e quella fu l'ultima volta che la vidi. Il giorno dopo, l'11 marzo, presero tutti gli ebrei - giovani, vecchi, malati. Mio fratello più piccolo non ebbe il tempo di fuggire. I tedeschi quel giorno bloccarono la città. Tutti i negozi erano chiusi, non c'era nessuno per le strade.
Quando qualcuno sembrò riconoscerla, il console portò Rachel a Tirana e da lì a sud, ad Elbasan. Così riuscì a sopravvivere. Oltre a lei soltanto un altro dei fratelli Nahmias, Jacques, passò indenne le vicende belliche: era riuscito a scappare a Milano, poi a Roma, dove sposò un'italiana.
Dei pochi ebrei rimasti in vita in Macedonia molti emigrarono, principalmente in Israele. Oggi a Bitola la comunità, una volta fiorente, non esiste più; a Skopje si contano 225 praticanti.
Dopo il collasso della federazione jugoslava lo stato macedone ha timidamente inaugurato una serie di azioni pubbliche per commemorare gli ebrei macedoni morti durante l'Olocausto.
  Oggi l'edificio del Monopol esiste ancora e una placca ricorda le deportazioni. A Bitola all' entrata del cimitero il visitatore è accolto dalla lista di tutti i deportati. Il cimitero municipale Butel di Skopje ha una sezione separata per le vittime ebree. Infine, nel 2005 a Skopje sono iniziati i lavori di costruzione per il Memorial Center degli ebrei di Macedonia.
  Progettato da Berenbaum Jacobs Associates, il nuovo museo racconta la storia millenaria degli ebrei macedoni, dai primi insediamenti alla contemporaneità, passando per il felice periodo ottomano. Il centro è stato aperto ufficialmente pochi mesi fa.
  L'inaugurazione del Memorial Center, la cui placca esterna riporta la dicitura anche in lingua ladina, è stata un segno importante. Oggi la Macedonia sembra dimostrare una nuova attenzione per la memoria dell'Olocausto. La cantante Sarah Aroeste è convinta che questa rinnovata cura sia ben rappresentata "dalle collaborazioni sponsorizzate dallo stato con Israele, ad esempio, per il restauro del cimitero [di Bitola] e dai numerosi festival culturali promossi dal governo dedicati agli artisti e alla storia ebraica". Lo scorso anno Sarah è stata invitata a Bitola a esibirsi. Lì, sostiene, "le persone sembravano affamate di sapere di più riguardo alla storia delle comunità ebraiche che vennero annichilite negli anni Quaranta".

(il submarine, 14 agosto 2018)


Gli ebrei di Rodi

L'antica comunità dove la "soluzione finale" ha avuto successo.

di Esther Fintz Menascé

Il 23 luglio, una data che tutti gli ebrei italiani dovrebbero ricordare e che invece mi pare quasi nessuno di essi ricordi. Il 23 luglio 1944, una domenica caldissima a Rodi, per quelle circa duemila persone tra cui oltre 600 bambini cui i tedeschi impartirono l'ordine di incamminarsi dall'improvvisata prigione in cui li avevano trattenuti per qualche giorno verso il porto principale. Erano tutti ebrei divenuti o nati italiani, i circa quaranta di nazionalità turca essendo stati strappati ai tedeschi dal giovane console turco Selahattin Ulkumen (in seguito riconosciuto tra i Giusti in Israele). Affinché quell'esodo forzato fosse visto da pochi i tedeschi fecero risuonare l'allarme aereo, ma non pochi capirono e videro, e alcuni testimoniarono. Come l'aviere ventenne Gino Manicone, che scrisse:
   "Il 23 luglio 1944, giorno sicuramente maledetto da Dio, io mi trovavo tra la folla che assisteva al passaggio di quella cordata di derelitti che veniva crudelmente spintonata verso il porto per l'imbarco. Fu un momento terribile, allucinante per un giovane di ventun'anni. Mai immaginavo che la crudeltà umana potesse raggiungere tale abiezione, tale stato di degradazione. Per molte notti non riuscii a prendere sonno perché quel quadro di dolore immenso ritornava forte nella mia mente, scuotendola con paurosi incubi. Quello che io vidi fu nulla di fronte alle atrocità cui furono sottoposti in seguito gli ebrei di Rodi".
   Molti anni dopo ebbi il piacere di incontrare l'ex aviere avendo letto alcuni dei suoi tanti lavori su Rodi e avendogli inviato a mia volta un volume di mia sorella Nora purtroppo uscito postumo. Grande e gradita fu la mia sorpresa nel leggere in un suo biglietto di ringraziamenti queste parole a proposito del mio nonno paterno, Michele Menascé, uno dei deportati da Rodi: "Vedendo la fotografia riportata nel volume ho riconosciuto tuo nonno Michele, un personaggio che avevo più volte visto aggirarsi nel quartiere israelita della città murata di Rodi, una splendida figura di uomo probo, importante e significativo, che svolgeva la funzione di Giudice Conciliatore. Mentre camminava lento, ma sicuro, attorno a lui si agitava sempre un alone di grandissimo rispetto. Alla mia vista tanto era solenne e ieratica la sua personalità, che mi sembrava la controfigura del grande Demostene". Mio nonno non giunse ad Auschwitz, come invece la nonna, la loro figlia Norma con il marito Salvatore Capelluto e le loro tre bambine, le mie cuginette Rascelica (diminutivo affettuoso giudeo-spagnolo di Rachele) e le gemelline Gioia e Fortunata, rispettivamente di nove e cinque anni quando vi arrivarono per esservi subito eliminate. Così, poco dopo la fine della guerra, la sua fine fu raccontata a mio padre da suo zio Jacques, un fratello del nonno che viveva a Parigi e riportava quanto un sopravvissuto gli aveva riferito (traduco dall'originale in francese):
   "Sbarcati in Grecia i tedeschi trasferirono gli ebrei in un campo e diedero loro l'ordine di spogliarsi, uomini, donne e bambini, con il pretesto di cercare i gioielli e i valori che avrebbero potuto nascondere. Michele, indignato per questa indecenza, ebbe il coraggio di protestare con veemenza; era religioso e questa esibizione gli parve una mostruosità. I tedeschi, furiosi per il suo atteggiamento, selvaggiamente lo percossero a morte".

(Karnenu, KKL Italia Onlus, settembre 2018)


Israele: quando trattare con il nemico diventa la cosa più prudente da fare

Una polemica tra il Ministro Bennet e il Ministro Lieberman apre una questione non da poco: quando, come e se conviene trattare con il nemico

Trattare o no con il nemico? E se si, come e quando farlo? L'annuncio del Ministro della difesa israeliano, Avidgor Lieberman, di riaprire il valico di Kerem Shalom e di consentire l'allargamento della zona di pesca di fronte alla Striscia di Gaza nel caso cessino le violenze lungo il confine tra Gaza e Israele ha scatenato non poche polemiche in Israele....

(Rights Reporters, 15 agosto 2018)


Tregua a Gaza, il vertice segreto con Al-Sisi

Riaprono i valichi

di Giordano Stabile

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi si sono incontrati, in segreto, lo scorso maggio, per mettere fine alla crisi di Gaza e arrivare a una tregua permanente fra Israele e Hamas. Le indiscrezioni dei media israeliani sono state confermate ieri dal ministro delle Finanze Moshe Kahlon, mentre quello della Difesa Avigdor Lieberman ha annunciato la riapertura, oggi, del valico di Kerem Shalom «se la situazione rimarrà calma». È la conferma ufficiale che accanto al binario morto di attacchi e rappresaglie è attivo anche il binario della diplomazia e che una svolta positiva per la Striscia è possibile.
   La mediazione dell'Egitto va avanti dallo scorso autunno e aveva portato a un primo accordo fra Hamas e l'Autorità nazionale palestinese guidata da Abu Mazen, per un governo di unità nazionale che negoziasse la pace con Israele. Gli sviluppi diplomatici sono stati però bloccati dalla questione posta dall'ala militare del movimento islamista palestinese, che rifiuta di deporre le armi, e dall'irrompere della decisione di Donald Trump di spostare l'ambasciata americana a Gerusalemme. Lo stallo è degenerato in una quasi guerra. Prima un misterioso attentato al premier palestinese Rami Hamadallah. Poi le marce del ritorno organizzate da Hamas al confine, e represse nel sangue da Israele, 160 morti da marzo. Infine gli attacchi con razzi e mortai sulle città israeliane vicine alla frontiera, con i raid israeliani in risposta.
   Ma il binario diplomatico non si è mai fermato. La mediazione è guidata dall'Egitto e dall'inviato speciale dell'Onu Nikolay Mladenov. E a maggio, mentre nella Striscia la situazione degenerava, sono intervenuti di persona Al-Sisi e Netanyahu. L'obiettivo è la fine del blocco, poiché anche l'Egitto tiene chiuso o semichiuso il suo valico a Rafah, e il lancio della ricostruzione con fondi internazionali. Il tutto a partire da un cessate-il-fuoco permanente. Anche per Il Cairo è essenziale «disinnescare» Gaza. La pace e la ricostruzione avrebbero ricadute economiche e in posti di lavoro in Egitto. E renderebbero più facile sconfiggere il terrorismo dell'Isis nel confinante Sinai. Il ministro Kahlon ha confermato che «tutto quello che accade a Gaza viene fatto con il coinvolgimento dell'Egitto» e un primo risultato si potrebbe vedere oggi con la riapertura del valico di Kerem Shalom, indispensabile per portare sollievo a 1,9 milioni di abitanti stremati.

(La Stampa, 15 agosto 2018)


Netanyahu mette all'angolo Corbyn. "Omaggia i terroristi di Monaco"

Il duello su Twitter per il tributo nel 2004 del laburista inglese ai leader Olp che contrattacca: la nuova legge sullo Stato-Nazione discrimina i palestinesi.

di Giordano Stabile

 
Benjamin Netanyahu attacca su Twitter Jeremy Corbyn per la corona di fiori deposta nel cimitero di Tunisi vicino alla tomba di uno degli ideatori della strage alle Olimpiadi di Monaco del '72. E Corbyn risponde, anche lui con un tweet, per condannare invece «l'uccisione di 160 manifestanti a Gaza» negli ultimi cinque mesi e la nuova legge sullo Stato-Nazione che «discrimina i palestinesi».
  Non si erano mai visti un premier straniero e il capo dell'opposizione britannico duellare sui social, senza nessuna formalità diplomatica, e per di più su una materia incandescente che rischia di azzoppare la corsa del 69enne leader laburista verso una possibile vittoria alle prossime elezioni, se il governo di Theresa May dovesse collassare.

 Le simpatie di Jeremy
  La materia è quella delle vicinanza di Corbyn alla causa palestinese, una simpatia che per le autorità israeliane e la comunità ebraica britannica esonda nell'antisemitismo. Per questo Netanyahu ha voluto dire la sua, dopo che il quotidiano «Daily Mail» ha rispolverato venerdì scorso il caso dell'omaggio, nel 2014, alle tombe dei palestinesi a Tunisi. Un gesto che per il leader israeliano deve essere «condannato da tutti, destra, sinistra, e tutto quello che sta in mezzo». Il caso è riesploso perché il «Daily Mail» ha scoperto, dall'analisi delle foto, che Corbyn reggeva la corona di fiori vicino alla sepoltura di Atef Bseiso, capo dell'Intelligence dell'Olp, ritenuto una delle menti dell'attacco Monaco e assassinato a Parigi dal Mossad nel 1992.
  Corbyn ha sempre sostenuto, e continua a farlo, che la sua era una commemorazione dei 47 palestinesi uccisi nel bombardamento del quartier generale dell'Olp a Tunisi del 1985. Il «Daily Mail» ribatte però che le loro tombe si trovano a 15 metri di distanza dal luogo dove Corbyn è stato fotografato. Tanto è bastato per riaccendere le polemiche sulle posizioni anti-israeliane del leader laburista, innescate anche dal rifiuto del Labour di aderire alla definizione di antisemitismo stilata dalla International Holocaust Remembrance Alliance.
  Ma la visita al cimitero di Tunisi è vista in Israele come un oltraggio soprattutto per via dei legami con il massacro di Monaco, undici atleti uccisi, una ferita ancora aperta. In quell'estate del 1972 lo choc fu così forte che il governo di Golda Meir lanciò una delle più complesse e durature operazioni del Mossad, «Collera divina». Si scatenò una caccia ai dirigenti dell'Olp e agli uomini del gruppo «Settembre nero» in tutto il mondo, che si è prolungata per vent'anni fino all'uccisione appunto di Atef Bseiso a Parigi nel 1992. Ci furono innumerevoli blitz, specie a Beirut, negli Anni Settanta la principale base palestinese.
  Uno dei più drammatici fu l'uccisione nel 1979 di Ali Hassan Salameh, il «Principe rosso», considerato il vero ideatore dell'attacco di Monaco, ma anche un informatore della Cia e un mediatore fra Olp e Stati Uniti. In Israele la caccia ai terroristi di «Settembre nero» non si è mai chiusa ma per Corbyn l'omaggio ai palestinesi sepolti a Tunisi era un gesto per «finirla con il ciclo della violenza e cercare la pace con un nuovo ciclo di dialogo», con tutti. Finora però si è attirato soltanto la «collera divina» di Netanyahu e di gran parte degli ebrei nel mondo.

(La Stampa, 15 agosto 2018)


Lieberman: riapertura del valico di Kerem Shalom se a Gaza permane una "calma relativa"

GERUSALEMME - Se presso la linea di demarcazione tra Israele e Striscia di Gaza permarrà "una calma relativa fino a domani mattina", il valico di Kerem Shalom tra lo Stato ebraico e l'enclave palestinese, chiuso a luglio scorso dalle autorità israeliane, verrà riaperto. È quanto reso noto oggi dal ministro della Difesa di Israele, Avigdor Lieberman. Secondo quanto riferisce il quotidiano israeliano "Jerusalem Post", Lieberman ha inoltre affermato che, se non si verificheranno scontri presso la linea di demarcazione tra lo Stato ebraico e la Striscia di Gaza, la zona di pesca per le imbarcazioni palestinesi al largo di Gaza tornerà a nove miglia marine dalla costa. Per Lieberman, la possibile riapertura del valico di Kerem Shalom e la riestensione della zona di pesca intendono rendere noto ai palestinesi che "il mantenimento della pace a Gaza è un loro primario interesse".

(Agenzia Nova, 14 agosto 2018)


Benedetto XVI ripreso per un nuovo articolo sul dialogo ebraico-cattolico

Diversi rabbini di lingua tedesca e teologi cristiani hanno criticato aspramente Benedetto XVI. Il rabbino Homolka: "Incoraggia un nuovo antisemitismo su basi cristiane".

di Matteo Orlando

 
Diversi rabbini di lingua tedesca e teologi cristiani hanno bruscamente criticato il Papa emerito Benedetto XVI per il suo recente articolo sul dialogo ebraico-cattolico che appare nell'attuale numero della rivista internazionale Communio.
Si tratta di uno strumento di formazione teologica che lo stesso Joseph Ratzinger aveva co-fondato nel 1972 con due importanti teologi dell'epoca, Hans Urs von Balthasar ed Henri de Lubac.
L'articolo, di 20 pagine, uscito nell'edizione tedesca del numero di luglio-agosto di Communio, è datato 26 ottobre 2017 ed è firmato "Joseph Ratzinger-Benedetto XVI".
È stato originariamente scritto come una riflessione sul 50o anniversario del documento del Concilio Vaticano II Nostra Aetate, la dichiarazione del 1965 sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane, e doveva servire come strumento di formazione destinato ad un uso interno presso il dicastero pontificio guidato dal sessantottenne cardinale Kurt Koch, che è il presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani e della Commissione per le Relazioni Religiose con gli Ebrei.
Dopo che il porporato svizzero ha chiesto a Benedetto XVI il permesso di pubblicarlo, la sua diffusione su Communio con il titolo "Gnade und berufung ohne reue" (che sarebbe la traduzione in tedesco del passo biblico di Romani 11,29: 'I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili') e il sottotitolo "Anmerkungen zum Traktat De Iudaeis" ("Commenti sul trattato De Iudaeis") ha subito generato delle polemiche.
Un rabbino, Walter Homolka, rettore del collegio Abraham Geiger di Potsdam, ha accusato Benedetto XVI attraverso un'intervista concessa al settimanale tedesco Die Zeit, di incoraggiare "un nuovo antisemitismo su basi cristiane", mentre il rabbino capo di Vienna Arie Folger ha affermato al Jüdische Allgemeine, il più grande quotidiano ebraico in Germania, che è "problematico" che il precedente papa insista su una impostazione cristologica dell'Antico Testamento.
Michael Bohnke, professore di teologia sistematica all'Università di Wuppertal, ha sostenuto che "dopo Auschwitz, non mi sarebbe mai aspettato di leggere qualcosa di simile da un teologo tedesco".
Ma cosa avrà mai potuto scrivere di tanto sconvolgente il mite papa emerito?
"Dopo averlo esaminato con molta attenzione ... sono arrivato alla conclusione che le riflessioni teologiche contenute dovevano essere introdotte nel futuro dialogo tra la Chiesa e Israele", ha scritto Koch, mentre Jan-Heiner Tück, editore dell'edizione tedesca di Communio, ha affermato che il testo di Benedetto XVI è "notevole per diversi motivi" e, in un'intervista con Kathpress, ha detto che papa Francesco"ha una seconda voce", per così dire, al suo fianco, specialmente da quando l'attuale papa ha parlato delle relazioni ebraico-cristiane in Evangelii gaudium e in altre occasioni.
Tück ha detto che l'articolo di Benetto XVI fornisce "cibo esplosivo per il pensiero" e dovrebbe essere affrontato "benevolmente".
Il già papa si occupa principalmente di due questioni: la teoria della sostituzione e l'espressione del "patto mai revocato". "Entrambe le tesi - che Israele non è stato sostituito dalla Chiesa e l'Antica Alleanza non è mai stata revocata - sono fondamentalmente corrette, ma per molti aspetti sono imprecise e devono essere ulteriormente esaminate criticamente", ha scritto Benedetto XVI.
Il 17 novembre 1980, a Mainz (Germania) San Giovanni Paolo II aveva affermato che l'Antica Alleanza non è mai stata revocata e rimane ancora valida.
Benedetto XVI dimostra che non è Dio che rescinde l'alleanza, ma il popolo che viola l'alleanza con Dio. La ri-istituzione dell'Alleanza del Sinai nella Nuova Alleanza nel Sangue di Gesù, "nel Suo amore che supera la morte, conferisce all'Alleanza una forma nuova e valida per sempre".
Questa affermazione sembra un ritorno ad una visione cattolica orientata verso una conversione al cristianesimo dei fedeli delle religioni non cristiane. "L'intero percorso di Dio con il suo popolo trova finalmente la sua somma e la sua forma finale nell'Ultima Cena di Gesù Cristo, che anticipa e contiene la Croce e la Resurrezione", ha aggiunto il papa emerito.
Per Benedetto XVI non esiste realmente una sostituzione, ma un"viaggio" che conduce"a una sola realtà, con la necessaria scomparsa del sacrificio degli animali", praticato nell'Antica Alleanza,"che viene sostituito dall'Eucaristia".
Benedetto XVI ha riflettuto anche sulle differenze tra la comprensione ebraica e cristiana del Messia e sulla fondazione di Israele come stato.
La fondazione di Israele è stata una conseguenza della Shoah e un evento puramente politico, ha detto, aggiungendo che non ha alcun significato teologico e non fa parte della storia della redenzione. La Chiesa Cattolica non è d'accordo sul progetto sionista di un "insediamento fondato teologicamente", nel senso di "un nuovo messianismo politico", di uno "stato confessionale ebraico" che comprende se stesso come il compimento delle promesse divine [risalto aggiunto].
La stoccata finale di Benedetto XVI è arrivato con il ricordo del secondo capitolo della Lettera a Timoteo, versetti 12-13: Se perseveriamo con Cristo "con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso".
Insomma, Benedetto XVI. vede nella questione della messianità di Gesù"il vero problema tra ebrei e cristiani". In Gesù Cristo e nel suo sangue (Eucaristia), il popolo del Sinai è stato "trasformato" in una nuova ed eterna alleanza; questo è legato anche alla distruzione del tempio pochi anni dopo la crocifissione di Gesù.
La formula "alleanza mai cancellata" può essere stata utile in passato, ma non è adatta a lungo termine"per esprimere la grandezza della realtà in modo ragionevolmente adeguato".
La Conferenza rabbinica ortodossa della Germania ha inviato una lettera aperta al cardinale Koch il 2 agosto per chiarire "se la Chiesa cattolica può apprezzare l'ebraismo contemporaneo" e come"questo apprezzamento si esprima teologicamente".
La Conferenza internazionale delle comunità confessanti il 5 agosto, invece,"con grande gratitudine" ha accolto le parole di Benedetto XVI come un "chiarimento incoraggiante", che è stato significativo per i cristiani protestanti mentre è stato"falsamente ritratto nella stampa come anti-ebraico".

(il Giornale, 14 agosto 2018)


I leader ebrei, soprattutto quelli più dialogici, s’illudono di poter avere con la CCR (Chiesa Cattolica Romana) un rapporto puramente politico e solo vagamente religioso. Questo significa non aver capito che cos’è la CCR. Se l’avessero capito, non sarebbero ogni tanto sorpresi e scandalizzati da certe dichiarazioni, considerate come passi indietro, quando in realtà non c’è stato nessun passo avanti. Più volte abbiamo sottolineato che il contrasto tra Stato del Vaticano e Stato d’Israele è strutturalmente teologico, e dunque insanabile, a meno che la CCR non decida di sciogliersi come istituzione. Il passaggio messo in risalto lo rivela chiaramente: lo Stato confessionale ebraico non ha peso teologico; non può averlo, non deve averlo perché questo toglierebbe peso teologico allo Stato confessionale cattolico. Saranno contenti gli ebrei laici universalisti e antinazionalisti: anche loro sono contrari allo Stato confessionale ebraico perché questo toglie peso ideologico allo Stato liberal-democratico, l’unico che riescono a concepire, perché sono teologicamente incapaci di fare altro. Non è qui il caso di farlo, ma è bene avvertire che, pur dando valore alle citazioni bibliche portate dall’ex papa (ma non alle sue deduzioni), esistono teologie evangeliche che trattano questo tema, traendone risposte ben diverse da quelle di Ratzinger. Non è affatto detto che convincerebbero gli ebrei, ma sarebbe comunque bene che cominciassero a prenderle in considerazione, sia pure per contrastarle, invece di continuare a spremere dichiarazioni papali nella speranza di trarne un succo almeno accettabile, se non proprio gradevole. Per poi restarne regolarmente sorpresi e delusi. M.C.


Una spia d'allarme le bandiere palestinesi sventolate sabato sera a Tel Aviv

Ancora sulla legge dello Stato nazionale del popolo ebraico, per un dibattito scevro da errori e disinformazione

Bandiere palestinesi sabato scorso in piazza Rabin, a Tel Aviv, durante la manifestazione dell'Alto Comitato Arabo di Monitoraggio contro la legge sullo Stato nazionale del popolo ebraico
«Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non avrebbe potuto chiedere di meglio - scrive l'editoriale del Jerusalem Post (13.8.18) - Dal suo punto di vista, le bandiere palestinesi sventolate in piazza Rabin a Tel Aviv la sera di sabato scorso dicono tutto. Solo una minoranza dei circa 20.000 partecipanti alla manifestazione ha issato i colori del nazionalismo palestinese, ma sapevano bene che avrebbero attirato tutta l'attenzione. Allo stesso modo, mentre la maggior parte degli slogan erano appelli all'eguaglianza o contro il governo, il mantra che naturalmente è riecheggiato più forte è stato il minaccioso: "Con il sangue e lo spirito, libereremo la Palestina"....

(israele.net, 14 agosto 2018)


Svezia, l'antisemitismo di importazione (islamica)

La Svezia sta superando la Francia in fatto di antisemitismo. Fra associazioni teoricamente anti-razzista, ma di fatto anti-semite, iniziative dei comuni e del governo e atti di puro vandalismo, la vita degli ebrei di Svezia è resa sempre più difficile dall'onda crescente di islamizzazione.

di Lorenza Formicola

 
Manifestazioni antisemite a Malmö
La Svezia è in procinto, se non lo ha già fatto, di superare la Francia in fatto di antisemitismo.
  Quando a dicembre 2017 il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale d'Israele, a Malmö è scoppiata la guerriglia. Una cappella del cimitero ebraico è stata attaccata con bombe molotov, a Göteborg lo stesso trattamento è stato riservato alla sinagoga della città. Sempre a Malmö, da un po', i luoghi ebraici sono circondati dai medesimi pali e blocchi di cemento, ormai stilema delle capitali europee per l'antiterrorismo. Ad oggi, si può dire tranquillamente che gli ebrei di Malmö sono sotto assedio ed è loro consigliato di non indossare simboli troppo visibili in pubblico: il rischio di essere aggrediti è troppo alto.
  Ma i media si occupano solo degli episodi più eclatanti. Molte organizzazioni che diffondono esplicito antisemitismo non ricevono alcuna attenzione né dai media svedesi né dai cosiddetti movimenti "antirazzisti". Un caso su tutti potrebbe essere il gruppo Youth Against Settlements (YAS), che ha la sua base a Hebron (Cisgiordania) e va in visita nelle scuole superiori svedesi in un'enorme campagna contro gli ebrei. Zleikha Al Muhtaseb e Anas Amro, i due uomini cooptati per la tournée in Svezia, su Facebook non lasciano dubbi su chi siano e quali siano le loro intenzioni. Celebrando, infatti, martirio e intifada, rientrano perfettamente nello spirito della YAS che ha sostenuto, recentemente, le rivolte organizzate da Hamas - l'organizzazione terroristica antisemita - al confine tra Israele e Gaza.
  Quelli della YAS sono stati invitati direttamente dal ministro degli Esteri svedese, Margot Wallström, a tenere lezioni per le istituzioni pubbliche del Paese, al punto da diventare un'organizzazione legittimata proprio dal governo svedese. In un corollario, dunque, che vuole che l'antisemitismo sia abbracciato direttamente dallo Stato.
  Ma la YAS è in buona compagnia. Un'altra organizzazione dalle chiare tendenze antisemite, supportata da istituzioni pubbliche in Svezia, è il Gruppo 194. Nome che riporta alla Risoluzione 194 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, adottata l'11 dicembre 1948, durante la guerra arabo-israeliana del 1948-1949. La risoluzione è usata dai palestinesi per provare a dimostrare il riconoscimento internazionale di un "diritto al ritorno" a quel che oggi è il cuore di Israele, e per cancellare Israele, come mostrano apertamente le cartine palestinesi. Il gruppo 194, è un'organizzazione politica pro-palestinese, dagli stretti legami con il Fronte democratico per la liberazione della Palestina (DFLP), un gruppo terroristico. Ed è suonato un po' strano, allora, quando il Consiglio dei lavoratori e dei servizi sociali della Municipalità di Malmö, in data 27 ottobre 2017, ha concesso 132.000 corone (circa $ 15.000) al Gruppo 194 e ad altre due organizzazioni, in modo da poter pattugliare il sobborgo di Rosengård durante la notte, presumibilmente per rendere l'area sicura. Oggi, è un fatto che le organizzazioni pro-palestinesi sono finanziate dal comune di Malmö.
  Il gruppo 194 sostiene l'estremismo violento e sulla loro pagina Facebook - poi abbandonata prima di essere chiusa direttamente dal social network - si possono vedere le foto di minori che impugnano i Kalashnikov. Ma sono diverse le immagini antisemite, come il fumetto raffigurante un ebreo che beve sangue e mangia un bambino con la kefiah al collo. Il gruppo 194 è stato anche premiato dal comune di Malmö in occasione di un galà organizzato, e ha ricevuto contributi da vari altri comuni svedesi per diversi anni. Ma perché il comune di Malmö supporta un'organizzazione di questo tipo con il denaro dei contribuenti?
  Diversi fattori ed episodi hanno finito con il rafforzarsi a vicenda e creare un vuoto in cui l'eco dell'antisemitismo arabo e musulmano s'è fatta talmente assordante da coprire il contraddittorio ed essere ormai accettata dalle autorità svedesi. A contribuire a questo clima è stata sicuramente l'immigrazione su larga scala da paesi in cui l'antisemitismo è la regola; il forte impegno a favore della Palestina tra i politici svedesi che ha portato nel Paese ad un dibattito surreale; la logica politica capace di rinunciare a tutto a patto di guadagnare i voti degli immigrati; il multiculturalismo svedese che non è più capace di operare una distinzione tra cultura e razzismo; e il terrore di apparire critici dell'immigrazione.
  Un processo che è andato talmente avanti da essere stato capace di interiorizzare l'antisemitismo, al punto che le organizzazioni che demonizzano Israele e diffondono l'antisemitismo sono considerate del tutto normali. Oldoz Javidi, candidata parlamentare per il partito femminista, Feminist Initiative, ad esempio, ha affermato che tutti gli ebrei israeliani dovrebbero trasferirsi negli Stati Uniti in modo che "i palestinesi possano vivere in pace e ricostruire il paese che un tempo era loro".
  Prepotente allo stesso modo è l'antisemitismo delle moschee svedesi. Nell'aprile 2017, una moschea nella città svedese di Borås ha invitato a parlare un condannato in Germania per aver chiesto l'omicidio di ebrei. E nel luglio 2017, un imam in una moschea nella città svedese di Helsingborg ha, invece, dichiarato che gli ebrei erano i discendenti delle scimmie e dei maiali. Due esempi su tutti. E quando, poi, il governo, dopo diversi scandali legati all'estremismo nelle comunità religiose musulmane, ha voluto indagare sui criteri per il sostegno finanziario dello stato, Ulf Bjereld - professore dell'università di Göteborg con alle spalle una lunga storia di difesa del mondo islamico in diversi contesti - è stato nominato a capo dell'indagine. Ma Bjereld è anche presidente dei socialdemocratici della fede e della solidarietà in Svezia, un'organizzazione che è stata criticata più volte per aver giustificato e legittimato l'antisemitismo del Partito socialdemocratico, il partito di governo svedese.
  Nel dicembre 2017, Nima Gholam Ali Pour ha presentato una mozione al consiglio comunale di Malmö per mappare e analizzare l'antisemitismo nella città. Una misura bocciata, ma che avrebbe dato ai politici un quadro chiaro del perché l'antisemitismo è aumentato da quelle parti, e indotto a pensare come adottare misure correttive. Ma si tratta di un proposta che probabilmente non verrà mai presa in considerazione perché una simile indagine sull'antisemitismo a Malmö costringerebbe le autorità a rendersi conto che l'antisemitismo arabo e musulmano è un problema enorme.

(La Nuova Bussola Quotidiana, 13 agosto 2018)


Hapoel Haifa a Reggio: il piano per proteggere squadra e tifosi israeliani

Giovedì alle 20 al Mapei Stadium Città del Tricolore il match contro l'Atalanta. Sotto i riflettori l'aspetto della sicurezza.

di Andrea Bassi

REGGIO EMILIA - In arrivo al Mapei Stadium giovedì ci sono gli israeliani dell'Hapoel Haifa. Soprannominati "gli squali". Affronteranno l'Atalanta nel terzo turno di qualificazione di Europa League. A prescindere dal nomignolo, alta sarà l'attenzione nei loro confronti da parte delle forze dell'ordine. In occasione della partita infatti è prevista l'adozione delle misure che scattano ogni volta che in campo gioca una squadra di Israele, stato considerato sensibile a livello internazionale. La gestione del piano di sicurezza è stata oggetto di due riunioni che si sono tenute questa mattina e oggi pomeriggio, rispettivamente in prefettura e questura. Questura alla quale spetta un ruolo di regia.
Circa trecento saranno i tifosi dell'Haifa presenti in città e allo stadio. Tutte le forze dell'ordine saranno presenti per garantire la sicurezza, con turni a partire dalle prime ore del mattino. 250 il numero di uomini e donne che verranno dispiegati tra poliziotti, carabinieri, fiamme gialle e vigili urbani. Particolarmente sotto controllo saranno gli spostamenti dei giocatori e dello staff dell'Hapoel Haifa. Al momento non risulta il coinvolgimento di agenti provenienti dallo Stato ebraico. Per spostarsi i sostenitori ospiti potranno utilizzare due navette concesse da Seta.
All'andata l'Atalanta si è imposta 4-1 dominando tutti i 90 minuti. Un risultato difficile da ribaltare per l'Hapoel Haifa. Soprattutto in presenza del buon momento che stanno vivendo i bergamaschi. Spinti dalle promettenti ultime prestazioni, i tifosi nerazzurri saranno numerosi a Reggio. Sugli spalti ne sono previsti almeno ottomila. Un banco di prova è stato, quasi un anno fa, Italia-Israele. Valevole per le qualificazioni ai mondiali, vide un alto dispiegamento di forze dell'ordine. Tutto filò liscio. In quell'occasione rimasero abbassate le serrande dei negozi della zona dello stadio. Misura che stavolta però non è prevista.

(Reggionline, 13 agosto 2018)


Soluzione due stati

Sondaggio congiunto. E' punto più basso di sostegno

La fiducia nella Soluzione a due stati è condivisa da sempre meno israeliani e palestinesi: solo il 43%, punto più basso nel decennio. Lo indica un sondaggio congiunto pubblicato oggi da Tami Steinmetz Center for Peace Research dell'Università di Tel Aviv e dal Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah, in Cisgiordania con fondi dell'Ue, che mostra una caduta libera, tra l'8% e il 9% tra i due blocchi di popolazione, del progetto.
Solo tra gli arabi israeliani il sostegno rimane stabile molto alto, l'82%. Tra i motivi del crescente calo di interesse della Soluzione a 2 stati c'è, sia per gli israeliani ebrei sia per i palestinesi, l'attuale espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, che ne impedirebbe l'attuazione. Ma anche la mancanza di reciproca affidabilità percepita dalle parti.

(ANSAmed, 13 agosto 2018)


In Israele il turismo dei record sfida la grande tensione del Medio Oriente

Israele sta conoscendo un vero e proprio boom turistico: nei primi sei mesi del 2018 gli arrivi hanno superato il tetto storico dei due milioni, generando introiti per 3,3 miliardi di dollari. Il ministro Yariv Levin: chi sceglie Israele non lo fa più soltanto per i luoghi sacri.

di Roberto Bongiorni

 
Tel Aviv
«Fully booked». È una risposta in cui ci si può imbattere con frequenza se non ci si organizza per tempo. Che sia nella dinamica Tel Aviv, o nell'austera Gerusalemme, fino alle assolate spiagge di Eilat, sul Mar Rosso, molte strutture alberghiere israeliane hanno spesso tutte le stanze occupate. Non che siano poche. Al contrario. Ma il flusso turistico senza precedenti che da tre anni si sta riversando in Israele ha colto di sorpresa persino l'organizzata ed efficiente rete del ministero del turismo.
   Ed è questa la sorpresa. Siamo in un Paese circondato da nemici e noto anche per il conflitto più incancrenito dell'ultimo secolo, quello israelo-palestinese. Da cinque anni la cruenta guerra civile in Siria sta destabilizzando la regione. I jihadisti e l'esercito di Assad si contendono i territori a ridosso delle alture del Golan. I caccia israeliani effettuano con regolarità incursioni militari contro le basi iraniane in Siria o contro i convogli di armi destinati agli Hezbollah libanesi. Nella tormentata striscia di Gaza sono ripresi i lanci di razzi. Eppure, a dispetto degli altri Paesi della regione, in Israele il turismo continua a crescere a ritmi impensabili. Nei primi sei mesi del 2018 gli arrivi hanno sfondato per la prima volta il tetto storico dei due milioni, generando introiti per 3,3 miliardi di dollari. Si tratta di un incremento del 19% sullo stesso periodo del 2017, anno in cui peraltro il turismo era cresciuto del 26 per cento . Quale è stato il segreto di questo successo? «Non c'è una sola ragione alla base di questo boom turistico - ci spiega il ministro del Turismo, Yariv Levin -. Con un'accurata politica di marketing abbiamo trasformato un turismo che prima era legato prevalentemente al pellegrinaggio ed alla visita dei luoghi sacri in un turismo a 360 gradi. Trasversale, da quello di élite a quello cosiddetto di massa. In un territorio ridotto abbiamo bellissime spiagge, città con grandi monumenti, il deserto, i boschi della Galilea. A cui si aggiunge il valore dei luoghi sacri. Abbiamo dato il via ad una strategia di cooperazione ed incentivi con le compagnie aeree straniere, facilitando loro l'apertura di tratte dirette. Solo dalla Romania ve ne sono sette».
   Il ministro prosegue, spiegando come da Eilat, sul mar Rosso, vi erano solo 4 voli settimanali dall'Europa. Ora ve ne sono 48, e nelle settimane di picco anche 50. «Solo dalla Polonia sono state create sei tratte. Il turismo polacco è più che raddoppiato da 65mila a 150mila visitatori. Insomma 54 nuove rotte in Israele da tutto il mondo non sono poche. Da Montreal, da Shangai, New Delhi, dalle maggiori città cinesi. Quest'anno aprirà la rotta Londra- Eilat».
   Sembrano lontani i ricordi della Seconda Intifada (2001-2005). Quando gli attentati kamikaze seminavano il terrore e le strade della città Vecchia di Gerusalemme erano deserte. «Israele - prosegue Yariv Levin - è ormai ritenuto un luogo sicuro, forse il più sicuro del mondo. D'altronde in un periodo in cui le capitali europee sono state vittima di gravissimi attentati terroristici, noi non siamo stati colpiti dal terrorismo jhihadista. Il 40% dei turisti che arriva in Israele poi vi ritorna. È una percentuale altissima».
   Il Paese dell'hi-tech, la nazione delle start up, sta dunque cercando di cambiare stimolando altri settori capaci di ridurre le sperequazioni sociali e creare lavoro. «Oggi - prosegue il ministro - il turismo in Israele rappresenta meno del 3% del Pil. Ma dal punto di vista occupazionale offre lavoro a 100mìla persone. Il nostro obiettivo è di portarlo al 5% del Pii».
   Obiettivi ambiziosi ma raggiungibili. A condizione che vengano realizzati grandi progetti infrastrutturali. «Israele è piccolo, ha solo un aeroporto internazionale. Ma nel 2019 prevediamo 25 milioni di passeggeri, il che significa che l'aeroporto Ben Gurion entrerà nella categoria più alta dei grandi aeroporti mondiali Abbiamo eseguito dei lavori per aumentare la sua capacità, ma in futuro potrebbe non essere sufficiente». «In novembre - prosegue il ministro - aprirà il nuovo aeroporto di Eilat. Allo studio c'è anche il progetto di convertire una base aerea in aeroporto civile. Uno dei progetti più interessanti che stiamo studiando è la costruzione di un aeroporto su di un'isola artificiale. Qui potrebbero essere convogliati per esempio i voli low cost».
   Altro punto critico sono le strutture alberghiere. Quelle di extra lusso non mancano. Come il prestigioso Hotel Mamila di Gerusalemme, a poche centinaia di metri dalla cittadella di Davi d. «La nostra clientela è composta per l'80% da stranieri.Nonostante disponiamo di molte stanze, 194, di cui 35 suite e 130 standard, in alcuni mesi siamo stati al completo», ammette il direttore delle pubbliche relazioni, Emanuel Shapira Rabbanian. Costruire nuove strutture alberghiere è dunque un passo necessario. Ma richiede tempo. In quest'ottica per venire incontro al settore il ministero del turismo ha elaborato incentivi governativi destinati a chi converte in alberghi edifici adibiti ad uffici, magazzini, persino fabbriche. «Abbiamo riscontrato interesse non solo da parte delle aziende locali ma da diversi partner internazionali». Con un punta di orgoglio il ministro conclude. «Il giro di Italia qui in Israele è stata una straordinaria occasione che ha contribuito e contribuirà all'espansione del nostro settore turistico. Siamo davvero fiduciosi».

(Il Sole 24 Ore, 14 agosto 2018)


Netanyahu: tutti condannino Corbyn

Per l'omaggio ai terroristi di Monaco

Ammessa la visita, le polemiche non si placano. Già da tempo nell'occhio del ciclone per le
accuse di ambiguità sul fronte della lotta all'antisemitismo, il leader laburista britannico è finito nel mirino del premier israeliano Benjamin Netanyahu dopo la pubblicazione di immagini che lo ritraevano nel 2014- a Tunisi a una cerimonia con dirigenti dell'Autorità palestinese. Corbyn aveva posato una corona di fiori sulla tombe di alcuni componenti del commando terrorista responsabili della strage di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco '72, poi uccisi dal Mossad. Ieri Corbyn ha ammesso la presenza. La stilettata più feroce è arrivata dal premier israeliano Netanyahu che ha twittato: «L'atto richiede una condanna inequivocabile da parte di tutti: sinistra, destra o qualsiasi altro schieramento». Ma Corbyn non ha chiuso l'episodio e ha risposto con parole che rinfocoleranno la polemica: «Quello che merita una inequivocabile condanna è l'uccisione a Gaza da parte delle forze israeliane di oltre 160 dimostranti palestinesi da marzo, incluse decine di bambini».

(Corriere della Sera, 14 agosto 2018)


Ministro dell’Istruzione israeliano: fallita la nostra politica di moderazione a Gaza

GERUSALEMME - La politica di moderazione perseguita da Israele nella gestione della crisi con l'enclave palestinese della Striscia di Gaza "ha fallito". Lo ha dichiarato Naftali Bennet, ministro dell'Istruzione israeliano che è anche membro del Consiglio di sicurezza nazionale dello Stato ebraico. In un'intervista rilasciata oggi all'emittente radiotelevisiva pubblica israeliana "Kan", Bennet ha inoltre affermato che Israele "deve prendere in considerazione risposte alternative" al movimento palestinese Hamas, che controlla la Striscia di Gaza dal 2006. In particolare, ha avvertito il ministro dell'Istruzione israeliano, "se continuerà a ricorrere alla formula della tranquillità", lo Stato ebraico "finirà per subire un Hamas sempre più forte a Gaza", paragonabile al partito sciita libanese Hezbollah.

(Agenzia Nova, 13 agosto 2018)


Le tecnologie agricole delle startup israeliane a sostegno degli agricoltori africani

 
Le tecnologie agricole sviluppate dalle startup israeliane possono aiutare gli agricoltori in Africa. È quanto sostiene una delegazione africana che nei giorni scorsi è stata in visita in Israele per conoscere le ultime innovazioni in campo agricolo.
   Il gruppo, guidato da Agnes Kalibata, presidente di AGRA un'organizzazione che si occupa di prodotti agricoli in Africa, è stato ospitato dall'organizzazione no-profit Start-Up Nation Central (SNC), con sede a Tel Aviv, e ha incontrato rappresentanti dell'industria tecnologica israeliana e funzionari del governo.
   L'obiettivo di AGRA, fondata nel 2006, è di ridurre la povertà e la fame in Africa investendo in agricoltura. L'organizzazione opera in tutto il continente con milioni di piccoli agricoltori - che costituiscono il 70% della popolazione africana - per incrementare la produttività e i redditi delle aziende agricole.
   Come riporta il Times of Israel, l'idea della delegazione africana è di individuare in Israele le tecnologie agricole che sono "pertinenti con le sfide presenti in Africa".
   Gli agricoltori africani lottano contro il suolo improduttivo, le forniture d'acqua inaffidabili e i semi di bassa qualità. La visita della delegazione di AGRA in Israele, conosciuta come Startup Nation, è servita per identificare le tecnologie che possono essere implementate sul campo, ma anche le persone che potranno comprendere le sfide future e sviluppare prodotti su misura per queste esigenze.
   Gli imprenditori israeliani interessati a schierare le loro tecnologie in Africa, a settembre parteciperanno all'African Green Revolution Forum, una conferenza sull'agricoltura che si terrà a Kigali, in Ruanda. Saranno presenti circa 2.000 agricoltori e funzionari governativi africani, a cui gli imprenditori israeliani mostreranno le loro tecnologie e studieranno i bisogni locali.
   Shira Goldblum, responsabile delle partnership strategiche di Start-Up Nation Central, ha dichiarato:
"AGRA ha il compito di trasformare l'agricoltura africana. Aiutare i contadini africani a diventare imprenditori agricoli di successo e sostenibili è un'opportunità estremamente importante. La delegazione giunge in un momento in cui sia gli agricoltori africani che gli imprenditori agroalimentari israeliani possono concretamente implementare le più recenti tecnologie per affrontare gli ostacoli storici, economici e ambientali che impediscono la crescita sostenibile delle aziende agricole"
(SiliconWadi, 13 agosto 2018)


Che cosa rappresentano quelle bandiere palestinesi in Piazza Rabin

La manifestazione contro la legge dello stato nazione unisce la sinistra israeliana e gli arabi di Israele.

Si è tenuta un paio di giorni in Piazza Rabin a Tel Aviv, la sede più importante per i raduni politici di massa in Israele, una seconda manifestazione dopo quella dei drusi della settimana scorsa, contro la legge che proclama Israele Stato nazionale del popolo ebraico. Meno seguita della prima, ma comunque con un pubblico intorno alle trentamila persone, questo incontro era organizzato dalle organizzazioni degli arabi israeliani e naturalmente appoggiata dall'estrema sinistra. Il fatto stesso che si sia svolta pacificamente e senza inciampi di sorta dimostra la falsità della tesi fondamentale che vi si sosteneva, quella dell'incipiente o già realizzata fine della democrazia israeliana, della perdita di diritti per gli arabi, dell'apartheid e di tutta la propaganda antisionista che si è diffusa a piene mani in Europa nelle ultime settimane, a proposito di questa legge, legittima e non dissimile da analoghe clausole costituzionali in molti paesi occidentali. E insieme ne dimostra la necessità. Vediamo il perché.
   La manifestazione, come dicevo, è stata organizzata dallo Higher Arab Monitoring Committee, un'organizzazione di raccolta degli arabi israeliani e vi hanno aderito tutte le Ong e i partitini di estrema sinistra; gli oratori principali erano il leader arabo Mohammad Barakeh, la professoressa di sociologia alla Hebrew University Eva Illouz, il deputato arabo Ayman Odeh l'editore di Haaretz Amos Schocken: una convergenza fra estrema sinistra intellettuale ebraica e dirigenti politici arabi che non è certo nuova. Quel che è una novità e che ha colpito molto i commentatori è stato il fiorire di bandiere palestinesi fra il pubblico e lo slogan più importante scandito durante la manifestazione: "Con lo spirito e il sangue ti libereremo o Palestina".
   Mentre da Gaza avevano appena smesso di lanciare razzi, palloni incendiari e bombe molotov sul territorio israeliano, a distanza di una settimana dall'ultimo sanguinoso attentato palestinista, arabi israeliani e estrema sinistra si ritrovavano a negare l'identità ebraica di Israele in favore non si capisce bene se di due stati o di uno stato binazionale, ma certamente della "liberazione della Palestina". Quella stessa bandiera che durante gli scontri a Gaza è stata spesso esposta insieme alla svastica, veniva esposta nel "tempio della democrazia israeliana" come segno del progetto politico alternativo all'idea fondamentale del sionismo, cioè lo stato nazionale del popolo ebraico.
   Difficile meravigliarsi che un progetto del genere sia adottato dagli arabi israeliani, perché fa parte della politica del doppio binario tradizionale per i palestinisti: Arafat parlava in inglese di pace e in arabo esaltava il terrorismo; Abbas rimprovera Trump per aver distrutto le prospettive di un accordo e finanzia i terroristi; gli arabi israeliani usano i loro privilegi di deputati alla Knesset, con tanto di immunità parlamentare e di supporto logistico e finanziario per andare in giro per il mondo a denunciare l'oppressione sionista, se non a contrabbandare materiali proibiti nelle prigioni e a partecipare alle flottiglie per Gaza; i propagandisti palestinisti vogliono uno stato binazionale e senza identità nei territori dello stato di Israele e allo stesso tempo rivendicano uno stato nazionale loro sullo stesso territorio, assicurando senza alcuna vergogna di volerlo judenrein, cioè senza nessuna presenza ebraica collettiva e neppure individuale.
   Più preoccupante è che le bandiere e gli slogan palestinisti non rappresentino una linea rossa per la sinistra israeliana, da tempo totalmente isolata dal paese e priva di solidarietà col popolo ebraico, ma ormai così accecata dall'ideologia e dall'odio viscerale per Netanyahu da non pensare neppure al pericolo evidente e concreto che il progetto palestinista rappresenta per la sopravvivenza fisica loro e delle loro famiglie. La rinuncia al sionismo è ormai compiuta. Gli elettori israeliani l'hanno capito e li hanno da tempo condannati all'insignificanza politica. Speriamo che anche le comunità della diaspora capiscano il senso di queste posizioni, spesso sopravvalutate perché si ammantano di prestigio intellettuale e "morale".

(Progetto Dreyfus, 13 agosto 2018)


La notizia manipolata dalla Bbc. Israele protesta

Israele ha presentato una protesta "formale" alla Bbc per un titolo pubblicato sulla pagina Facebook dell'emittente britannica sull'escalation della violenza a Gaza: "Raid israeliani uccidono una donna incinta e un bimbo". Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano ha chiesto una immediata "modifica" del titolo, che ha manipolato la realtà. Con un tweet postato sul proprio account, il portavoce Emmanuel Nahshon, ha scritto "@BBCWorld questo è una protesta formale di @IsraelMFA. Questo titolo è un travisamento intenzionale della realtà (equivalente educato di "questa è una BUGIA", se non l'avete capito). Gli israeliani sono stati presi di mira da Hamas e l'azione dell'IDF è stata lanciata per proteggerli. Cambiatelo IMMEDIATAMENTE !!! @IsraelMFA", dove MFA sta per ministero degli Esteri israeliano e IDF per Le Forze di Difesa Israeliane. "I razzi di Hamas - ha scritto il portavoce dell'ambasciata a Londra Udi Aviv in una lettera inviata alla Bbc e resa nota dal ministero degli Affari esteri a Gerusalemme - hanno colpito Israele prima che questi rispondesse con i raid aerei. Per questo, chiedo che il titolo sia modificato secondo l'ordine degli eventi occorsi".

(Shalom, 13 agosto 2018)


Holocaust.ch e Shoah.ch non sono più della Confederazione Elvetica

I due domini sono ora di proprietà della Federazione svizzera delle comunità israelitiche.

BERNA - La Confederazione Elvetica non è più proprietaria dei nomi di dominio internet www.holocaust.ch e www.shoa.ch, che deteneva dai tempi dello scandalo dei fondi in giacenza nelle banche elvetiche di vittime dell'Olocausto scoppiato a metà degli anni Novanta.
I due indirizzi internet sono stati rilevati dalla Federazione svizzera delle comunità israelitiche (FSCI), ha indicato oggi all'agenzia Keystone-ATS Philipp Rohr, responsabile della comunicazione dell'Amministrazione federale delle finanze (AFF).
Nel pieno della vertenza sui fondi ebraici in giacenza il Consiglio federale aveva creato nel febbraio 1997 il Fondo svizzero in favore delle vittime dell'Olocausto, indipendente da quello di 1,25 miliardi di dollari scaturito dall'accordo globale firmato successivamente, il 12 agosto 1998, da UBS e Credit Suisse con organizzazioni ebraiche e gruppi di querelanti collettivi negli USA. Essa mirava a sostenere persone nel bisogno e loro discendenti vittime della Shoah. Gli ultimi aiuti erano stati decisi nell'agosto 2001.
L'AFF si occupava della segreteria del Fondo. È stata dunque implicata in taluni compiti, come la registrazione di nomi di dominio, ha precisato Rohr. Dieci anni dopo gli ultimi versamenti, effettuati nel 2008, non c'era più motivo di conservare questi nomi di dominio, che costavano tra i 30 e i 40 franchi all'anno.

(tio.ch, 13 agosto 2018)


Israele nazione del popolo ebraico distrugge il sogno degli odiatori

La Nation State Basic Law, la legge cioè che riconosce Israele quale "nazione del popolo ebraico" non toglie e non dona Diritti a nessuno, nella sostanza non cambia nulla né per gli ebrei né per i non ebrei. Allora perché tante proteste?

Israele nazione del popolo ebraico. Dallo scorso 19 luglio l'equazione che vuole Israele uno Stato Ebraico è legge. Fino ad ora ci siano sempre tenuti fuori dalle discussioni in merito a questa controversa legge, ma le proteste strumentali viste a Tel Aviv da parte degli arabi e l'uso davvero sfacciato che ne fanno i nemici di Israele per attaccare la democrazia israeliana ci spingono a prendere un minimo di posizione.
Che la legge sia apparsa da subito divisiva è fuor di dubbio anche se di per se la Nation State Basic Law non cambia nulla né per i cittadini di fede ebraica né per quelli di altre fedi. Non concede maggiori diritti a nessuno e soprattutto non toglie Diritti a coloro che ebrei non sono. Dichiararsi uno Stato Ebraico non significa, come dicono alcuni, favorire la discriminazione o addirittura l'apartheid, parola talmente abusata da finire per svilire persino il significato importantissimo del termine stesso. D'altro canto non ci sembra che questo termine venga usato per la Repubblica Islamica dell'Iran o per tutti quei regimi islamici che nel nome hanno l'Islam quale indicativo. Eppure in quei regimi si che ci sono discriminazioni in base alla religione....

(Rights Reporters, 13 agosto 2018)


Pagamenti digitali: Visa punta sulla startup israeliana Behalf

 
Charlotte Hogg, Amministratore delegato di Visa Europe
TEL AVIV - Visa ha investito nella startup israeliana Behalf. La società, con uffici a Tel Aviv e New York, fornisce soluzioni per il capitale circolante delle piccole imprese, che possono quindi fornire credito immediato e termini di pagamento flessibili ai propri clienti.
L'accordo prevede che Visa offra alle piccole imprese clienti di Behalf una Carta virtuale Visa, una soluzione di pagamento basata sul credito che offre alle aziende un finanziamento istantaneo per gli acquisti aziendali. Sarà inizialmente offerta negli Stati Uniti, con un piano di espansione verso altri mercati nei prossimi mesi.
  - La partnership fa parte della strategia globale Visa, che punta ad ampliare l'offerta verso le piccole imprese attraverso la collaborazione con startup e fintech. Il progetto prevede un investimento fino a 100 milioni di dollari in startup europee, come annunciato dal ceo di Visa Europa, Charlotte Hogg.
«Questa intesa - spiega David Simon, responsabile globale delle piccole e medie imprese di Visa - è un'altra importante testimonianza di come Visa collabori con le società fintech per contribuire a migliorare le esperienze digitali e portare nuove soluzioni sul mercato per superare le sfide comuni delle piccole imprese».
  - «Le piccole imprese - aggiunge Shahar Friedman, general manager di Visa in Israele - sono la linfa vitale dell'economia globale, e Visa si impegna ad abilitare nuove esperienze di pagamento per questi importanti clienti. Questa partnership è il risultato della stretta collaborazione tra Visa Innovation Studio di Tel Aviv e il dinamico ecosistema startup israeliano». Behalf è il primo investimento fatto da Visa in un'impresa israeliana.

(Nazione-Carlino-Giorno, 13 agosto 2018)


Gli ebrei britannici alzano la voce

Cambia la comunità con l'antisemitismo del Labour, ma è cambiato anche il clima politico.

Scrive l'Atlantic (1/8)

Qualche volta penso di non riconoscere più gli ebrei britannici", scrive Ben Judah sull'Atlantic. "Per decenni la mia comunità è rimasta in silenzio, guardinga, trattenuta nel mettersi sotto gli occhi di tutti. Ma la scorsa settimana vedendo gli ebrei britannici protestare contro l'antisemitismo del Partito laburista di Jeremy Corbyn mi sono dato un pizzicotto per crederci. Erano davvero ebrei britannici quelli: pubblicamente furiosi, indignati, che sfogavano la loro paura e il loro disgusto mentre affrontavano quello che potrebbe ben essere il prossimo governo britannico? Ero basito, perché crescendo non avevo mai avvertito quell'orgoglio, o quel coraggio. Da dove veniva questa ritrovata combattività? Non era così una volta. Niente riassumeva meglio l'essere un ebreo britannico delle lettere che il giornalista Chaim Bermant diceva ricevere il Jewish Chronicle ogni volta che facevano passare l'annuale graduatoria di quelli come noi messi orgogliosamente in prima pagina. Non appena andavano in stampa, erano subissati dalle lamentele: di signori, signore, membri stimati del Parlamento i quali insistevano che no, loro in realtà non erano ebrei. Mi sono vergognato quella volta che Clement Freud, nipote di Sigmund, mandò una rettifica al giornale puntualizzando con una certa veemenza che dal giorno del suo matrimonio lui era di fatto un anglicano, e non più un ebreo.
   Ogni tanto desideravo essere un altro tipo di ebreo: un americano, un israeliano, magari un iracheno come i miei antenati, perché almeno essi sapevano come esserne fieri. Perché gli ebrei britannici sussurravano sempre quando usavano la parola ebreo in pubblico.
   Ma ora non sussurrano più. Lo scalpore suscitato dall'antisemitismo del Partito laburista di Corbyn ha galvanizzato la comunità. In marzo, centinaia di ebrei britannici hanno manifestato, con 24 ore di preavviso, contro l'antisemitismo del Partito laburista. Avvocati e banchieri, uomini tranquilli in giacca e cravatta davanti al Parlamento di Westminster hanno gridato: 'Dayenu'. Ora basta. Le organizzazioni che guidano la comunità, il Jewish Leadership Council e il Board of Deputies, hanno respinto il ramoscello d'ulivo rinsecchito che Corbyn aveva offerto loro nei colloqui d'aprile. Due settimane fa, il movimento degli ebrei laburisti, affiliato al Partito laburista, ha compiuto una missione che sembrava impossibile. E' riuscito a far sottoscrivere da 68 rabbini britannici - molti dei quali nemmeno si riconoscono reciprocamente il titolo di rabbino - una lettera che condanna il partito per aver 'ignorato la comunità ebraica'. La scintilla per quest'ultima ribellione è stata la riscrittura che il Partito laburista ha fatto del proprio codice di condotta rispetto all'antisemitismo. Piuttosto che lavorare con la definizione stabilita dall'Associazione internazionale per la memoria dell'Olocausto (Ihra) e largamente condivisa, ha adottato un suo proprio codice annacquato [...].
   Il punto cruciale in tutto questo è stato inevitabilmente Israele. Il nuovo codice del Labour consente di fatto l'equiparazione tra Israele e i nazisti. I più radicali intorno a Corbyn, come il responsabile della strategia, Seamus Milne, sono convinti che il vecchio codice dell'lhra possa mettere a tacere coloro che desiderano mostrare la vera natura dello stato di Israele. Al contrario, molti nella comunità ebraica ritengono che proprio questo tipo di critica sia il disgustoso virus dell'antisemitismo. E, interrompendo la loro tradizionale discrezione, hanno voluto dirlo così, ad alta voce.
   L'altra settimana, i tre principali giornali della comunità ebraica sono usciti con un editoriale comune, fatto senza precedenti, intitolato 'United we stand'. Descriveva un eventuale governo Corbyn come una 'minaccia esistenziale' per gli ebrei in Gran Bretagna. [...] Improvvisamente, però, ho sentito la mancanza dei vecchi ebrei e della loro diffidenza. Dopo aver visto stampate le parole 'minaccia esistenziale', ho alzato le mani. Perché, avendo preso sulle proprie spalle il compito delicato di parlare a nome della comunità ebraica, su qualcosa di scivoloso come l'antisemitismo, dove parole specifiche vogliono dire tutto, i giornali della comunità diffondevano nel mondo parole come 'minaccia esistenziale', come se non significassero niente.
   Una volta gli ebrei britannici non avrebbero diffuso sinonimi di genocidio con tale noncuranza e in un momento delicato e importante come questo. E questo mi colpisce. Ciò che è cambiato non è tanto la comunità, quanto la politica britannica. Questo è la Gran Bretagna della Brexit. Un paese conosciuto per la sua moderazione ha improvvisamente scoperto l'estremismo. Qualcosa di veramente importante è cambiato. Gli avversari politici ora sono 'traditori'. I giudici che scrivono regole indesiderate 'nemici del popolo'. [...] Gli scozzesi e gli inglesi, così a lungo orgogliosi della loro cultura politica, radicalizzati da due referendum si sono lasciati scivolare in una politica tra le più emotive d'Europa. E questo include anche gli ebrei.
   La retorica dell'antisemitismo si rispecchia nel populismo e nella demagogia, nel lento dispiegarsi di un linguaggio catastrofico che ha preso il sopravvento in Gran Bretagna.
   La comunità ebraica non è più così educata. Ora vediamo titoli di fuoco, ebrei di sinistra e pro Corbyn definiti traditori. Il problema dell'antisemitismo nel Labour di Corbyn è grave e reale, ma definirlo una 'minaccia esistenziale' fa un torto alle molte vere minacce esistenziali che hanno affrontato gli ebrei, oggi e nel corso della storia. [...].
   Quello che ho capito è che non sono gli ebrei britannici di una volta a mancarmi, ma la Gran Bretagna di una volta. Un paese in cui il discorso politico era misurato e proporzionato, a volte futile persino. Dove nessun dibattito pubblico si trasformava in panico esistenziale e in una dichiarazione di guerra. Quello che mi manca, nella febbrile Gran Bretagna di oggi, è l'impassibilità".
   
(Il Foglio, 13 agosto 2018)


Israele Stato-Nazione. La legge che divide. Perché no

"Ferisce la convivenza tra noi e gli altri popoli"

di Abraham B. Yehoshua

Abraham B. Yehoshua (Gerusalemme, 19 dic 1936)
Scrittore, drammaturgo e accademico israeliano. Vive ad Haifa dove insegna Letteratura all'Università. Tra i suoi romanzi più famosi L'amante e Viaggio alla fine del millennio.
Qual è, a mio parere, il motivo dell'approvazione della nuova legge che sancisce il carattere ebraico dello Stato di Israele, l'ebraico come unica lingua ufficiale e incoraggia lo sviluppo futuro degli insediamenti, sottolineandone il valore nazionale? Perché questo provvedimento suscita l'indignazione dell'ala liberale di Israele, dell'opposizione in Parlamento e di molti accademici, che la vedono come un ulteriore avvicinamento a uno stato di apartheid non solo nei territori palestinesi della Cisgiordania ma anche entro i confini della Linea Verde?
   Anche il presidente Reuven Rivlin, per anni membro del Likud (il partito di maggioranza al governo), ha criticato apertamente il premier Netanyahu e i suoi ministri chiedendo il rinvio dell'approvazione del recente decreto, o almeno alcuni suoi significativi emendamenti.
   La legge ha suscitato le forti proteste della comunità drusa, profondamente legata all'identità israeliana. Una comunità che ha rappresentanti in Parlamento (per lo più, ironicamente, nei partiti di destra) e i cui figli si arruolano nell'esercito e prestano servizio in unità di combattimento e di élite. Una comunità che parla l'arabo, retrocesso dalla nuova legge da lingua ufficiale - a fianco dell'ebraico - a «speciale»: una definizione poco chiara e non ben definita.
   Anche la minoranza palestinese è giustamente insorta contro questo decreto in cui non compaiono i termini «democrazia» e «uguaglianza», presenti invece nella Dichiarazione di Indipendenza redatta alla fondazione dello Stato, nel 1948, in cui si specifica che Israele assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti, senza distinzione di religione, razza o sesso.
   Nemmeno agli ebrei della diaspora è chiaro l'onnicomprensivo concetto di «nazionalità ebraica» che li vede inclusi. Un ebreo, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, il cui compito è di interpretare la costituzione di quello stato, può ritenersi parte della nazione ebraica? E in che modo la sua nazionalità americana si integrerà con quella ebraica? C'è una sovrapposizione fra le due o sono in contraddizione? Se l'ebraismo è per lui solo una componente culturale o religiosa della sua identità americana, Netanyahu ha il diritto di imporgli una nazionalità chiaramente connessa allo Stato di Israele che lui forse non desidera?
   Malgrado sia essenzialmente dichiarativa, la nuova legge è comunque superflua e colpisce gravemente l'identità israeliana, un'identità nella quale si accomunano tutti i cittadini dello Stato. Il nome della nazione in cui viviamo è Israele e tutti i suoi cittadini posseggono una carta d'identità israeliana, non ebraica. Che bisogno c'è quindi di un provvedimento simile? Dopotutto, già nel 1947, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale durante la quale un terzo del popolo ebraico è stato sterminato, le Nazioni Unite riconobbero il suo diritto a uno Stato.
   Se volessimo chiarire il motivo profondo di questa norma giuridica provocatoria e inutile, ho l'impressione che lo si debba cercare non nel passato ma nel futuro. Ovvero nel dibattito sull'avvenire della Cisgiordania, dove circa due milioni e mezzo di palestinesi vivono sotto occupazione militare. L'auspicata soluzione di due Stati per due popoli appare sempre più inattuabile col passare del tempo, soprattutto a causa della presenza di quattrocentomila israeliani negli insediamenti in Cisgiordania, che sarà impossibile sradicare con la forza se non a prezzo di una sanguinosa guerra civile.
   Lo schieramento per la pace sostiene che il proseguimento della costruzione di insediamenti e il deliberato e continuo rinvio del processo di pace trasformeranno profondamente l'identità ebraica di Israele, la cui popolazione, in futuro, sarà costituita dal quaranta per cento di palestinesi e dal sessanta per cento di ebrei. Per difendersi da questa asserzione, considerata dalla maggior parte degli israeliani più teorica che politica, il governo Netanyahu, convinto che le parole possano cambiare la realtà dei fatti, ha varato in maniera affrettata e irresponsabile una legge nazionalista che definisce Israele come Stato del popolo ebraico, rendendo così nebulosi i diritti democratici delle minoranze presenti nel Paese.
   Che lo si voglia o no Israele sta scivolando lentamente verso una realtà di doppia nazionalità, costituita dal sessanta per cento di cittadini ebrei e dal quaranta per cento di palestinesi, fra cui due milioni con cittadinanza israeliana e altri due milioni e mezzo privi di diritti civili in Cisgiordania. Due milioni e mezzo di palestinesi che, prima o poi, chiederanno i loro diritti e noi, a dispetto delle parole vuote della recente legge, non potremo negarglieli.

(La Stampa, 13 agosto 2018)


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Israele Stato-Nazione. La legge che divide. Perché sì

"Protegge la nostra identità dai nemici esterni"

di Mordechai Kedar

Mordechai Kedar (Tel Aviv, 25 nov 1952)
Studioso israeliano e docente di Letteratura araba all'Università di Barllan, tra i massimi esperti di Medio Oriente, per 25 anni è stato nell'intelligence militare dell'ldf, la Forza di difesa di Israele.
Molto si è scritto contro la nuova legge israeliana che proclama lsraele uno Stato nazionale del popolo ebraico. Molti, in Israele e all'estero, si chiedono a cosa servisse questa legge, come si concilia con la democrazia e quale sarà ora lo status delle minoranze, in particolare degli arabi musulmani, che rappresentano circa il 20 per cento della popolazione israeliana.
   Per comprendere la necessità di questa legge dobbiamo capire la sfida rappresentata dall'esistenza stessa di Israele in Medio Oriente. Prima di tutto l'aspetto religioso: secondo l'islam, il giudaismo e il cristianesimo sono «din al-ba tel» («religioni false»), mentre solo l'islam è «din al-haqq» («religione della verità»), e di conseguenza da quando il mondo ha conosciuto l'islam il giudaismo non vale più nulla, e non esiste alcun motivo di fondare uno Stato ebraico.
   Inoltre, secondo l'islam, gli ebrei (e i cristiani) dovrebbero vivere sotto la legge islamica come «Dhimmis» («Protetti fintanto che si comportano secondo le regole islamiche») e «pagare la jizya e rimanere sottomessi» (Corano 9:29). Di conseguenza, gli ebrei non avrebbero diritto ad avere uno Stato, un esercito, una polizia, e dovrebbero vivere umiliati, alla mercé dei musulmani. L'islam ha forgiato la cultura del Medio Oriente negli ultimi 14 secoli, e le altre minoranze religiose mediorientali - i cristiani, i drusi, gli alawiti e altri - hanno accettato questa idea musulmana.
   Quanti italiani accetterebbero di vivere sotto il governo islamico?
   Secondo punto, l'aspetto nazionale: il fatto che Israele sia uno Stato nazionale del popolo ebraico viene rifiutato da tutti i suoi vicini. Per esempio, l'articolo 20 della Carta nazionale palestinese recita (tra parentesi, il mio commentario): «Il Mandato palestinese e tutto quello che ne deriva» (la decisione internazionale di fondare uno Stato ebraico) «è ritenuto nullo. Le rivendicazioni di legami storici o religiosi degli ebrei con la Palestina sono incompatibili con i fatti storici e con la concezione vera di quello che costituisce uno Stato» (nella Terra Santa non c'è una storia ebraica). «Il giudaismo, essendo una religione, non è una nazionalità distinta, e gli ebrei non costituiscono una nazione distinta con una propria identità: essi sono cittadini degli Stati dai quali provengono» e quindi noi ebrei dovremmo lasciare la terra dei nostri padri e tornarcene in Polonia (Auschwitz), Germania (Dachau), Iraq, Marocco ecc.
   Ogni Paese al mondo, Italia inclusa, sostenendo la fondazione di uno Stato palestinese, sostiene implicitamente anche queste idee. La nuova legge vuole rendere chiaro quanto possibile che noi, ebrei, siamo una nazione, che «la terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, nella quale è stato fondato lo Stato israeliano; lo Stato d'Israele è la casa nazionale del popolo ebraico, che così realizza il suo diritto naturale, culturale, religioso e storico all'autodeterminazione; il diritto di esercitare l'autodeterminazione nazionale nello Stato d'Israele appartiene esclusivamente al popolo ebraico», recita la legge. Proprio come l'Italia, Stato nazionale del popolo italiano, la Francia, Stato nazionale dei francesi, Israele è lo Stato nazionale del popolo ebraico.
   Esistono però anche ebrei israeliani che si oppongono alla legge sullo Stato nazionale per varie ragioni, in primo luogo politiche: molti appartenenti alla sinistra della mappa politica non amano Netanyahu in quanto tale, e criticano tutto quello che fanno lui e la sua coalizione.
   Un'altra ragione, più importante, è quanto accaduto alla Corte Suprema dal 1992, quando venne nominato giudice Aharon Barak, che si dedicò alla «rivoluzione costituzionale» (una frase che egli stesso ha coniato) israeliana, privilegiando e promuovendo i diritti umani a spese del carattere ebraico dello Stato. Il migliore esempio di questa rivoluzione è il movimento arabo al-Ard, il cui scopo era quello di cancellare il carattere ebraico e sionista di Israele. Il movimento cercò di correre alle elezioni della Knesset nel 1965, ma venne respinto dalla Corte Suprema. 31 anni dopo, nel 1996, la Corte Suprema presieduta da Aharon Barak permise al Partito Balad di candidarsi alla Knesset, nonostante avesse - e abbia tuttora - un programma molto simile a quello di al-Ard negli Anni Sessanta.
   In Israele abbiamo anche quelli che credono nel multiculturalismo, che naturalmente si oppongono alla legge. Quando noi israeliani vediamo cosa è successo in Europa per colpa del multiculturalismo, vogliamo allontanarci quanto possibile da questa idea distruttiva. Se gli europei vogliono commettere un suicidio culturale auguriamo loro buona fortuna. Noi invece non vogliamo perdere il nostro carattere nazionale, la nostra patria, il nostro Stato e la nostra cultura. La legge sullo Stato nazionale deve garantire che Israele non venga sacrificata sullo stesso altare su cui l'Europa sta commettendo un suicidio culturale.

(La Stampa, 13 agosto 2018)


Gitai: con un viaggio in tram svelo le contraddizioni di Israele

Nel film, fuori concorso a Venezia, gli attori interagiscono con i passeggeri

di Giuseppina Manin

E' il tram più affollato di Gerusalemme. Circa duecentomila i passeggeri, arabi e ebrei, che ogni giorno salgono e scendono dalle 23 fermate della Linea rossa, 14 chilometri da est a ovest della Città Santa attraversandone varietà e differenze. «Dai quartieri palestinesi di Shuafat e Beit Hanina fino al cimitero di Mount Herzl dove sono sepolti Golda Meir, Rabìn, Peres» spiega Amos Gitai, voce scomoda e autorevole del cinema israeliano, da 40 anni impegnato a raccontare la tormentata saga del suo Paese con film quali Kadosh, Kippur, Free Zone fino al recente Rabin, the Last Day. E se la storia tira dritto nelle sue follie e orrori, lui la insegue senza tregua. Stavolta aggrappandosi in corsa a un tram che si chiama desiderio. Di una pace troppo a lungo rinviata.
   A Tramway in Jerusalem, fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, è una commedia utopica e un reportage inedito. «Quel microcosmo di persone stipate come sardine nella stessa vettura che si sopportano l'un l'altro accettando attriti e controversie senza scannarsi, è la metafora ironica e ottimistica di una città divisa che, almeno per lo spazio di un tragitto, mette da parte conflitti e violenze e cerca di simulare una convivenza possibile».
   La vita potrebbe essere così, persino a Gerusalemme. «L'esistenza di uomini e donne è la stessa che altrove. Gerusalemme è il centro spirituale delle tre grandi religioni monoteistiche, giudaismo, cristianesimo, Islam. Che una volta al giorno si ritrovano fianco a fianco su questo tram, diventato simbolo di normalizzazione».
   Tra fiction e non fiction, Gitai registra l'ordinario via vai di gente di origini e culture diverse, e fa salire sul tram anche alcuni attori, palestinesi, israeliani, europei. Volti noti come Noa, Pippo Del Bono, Mathieu Amalric, si mescolano con i passeggeri. «Noa è un'amica di lunga data, è lei che apre la storia in modo molto delicato. Pippo è un prete cattolico lacerato dal dramma della Passione di Cristo. Quanto ad Almaric, legge a suo figlio Elias un testo di Flaubert, contrappunto laico sulla religione che impregna da sempre questa terra». Piccoli momenti di vita normale che sembrano vincere la demagogia dell'odio. Ma basta scendere alla propria fermata e tutto ricomincia.
   Eppure lo sguardo di Gitai è sorridente. il paradosso della speranza corre sui binari del suo tram. «Saül Tchernikovskì, un poeta, scrive che l'uomo è "l'impronta del paesaggio dove nasce". lo sono cittadino di uno Stato che spero estenderà le sue regole democratiche a tutti e manterrà le istituzioni che permettono di continuare il dialogo. Israele è stato il rifugio degli ebrei in un certo momento della storia, la domanda è che tipo di società diventerà».
   I tempi sono oscuri. «Viviamo in uno tsunami xenofobo e razzista. Ovunque vengono eletti politici che diffondono odio verso l'altro. In questo contesto è essenziale che le arti tengano aperte le frontiere del dialogo, della cultura della convivenza. Picasso l'ha fatto dipingendo Guernica. Noi stiamo cercando di dirlo con un film».
   A Venezia ne porterà un altro, A Letter to a Friend in Gaza. Due titoli complementari? «Se il primo è quasi una fantasia su questa città la cui bellezza da secoli è speciale proprio perché mosaico di contraddizioni, il secondo cerca di rispondere all'attuale crisi tra Israele e Gaza. Con due attori palestinesi e due israeliani evochiamo le ragioni del conflitto attraverso testi di Mahamood Darwish, Izhar Smilansky, Emile Habibi, Amira Hass. In assenza di soluzioni politiche, diamo la parola ai poeti, agli scrittori, ai giornalisti. La mia Lettera rende omaggio a quella scritta da Albert Camus a un immaginario amico tedesco nel '43. Ma è anche un gesto civile che a volte il cinema deve osare per cercare di stabilire un dialogo diretto con la realtà».

(Corriere della Sera, 13 agosto 2018)


«A Gaza o tregua completa o niente»

Lo ha dichiarato il premier Netanyahu: «La nostra è una campagna militare contro il terrorismo»

Israele non si accontenterà con Gaza di null'altro che di «una tregua completa». Lo ha detto il premier Benyamin Netanyahu nella riunione di governo a Gerusalemme riaffermando così la mancanza attuale di un cessate il fuoco concordato come annunciato invece da Hamas.
Da giovedì scorso la calma, rispetto alla fiammata dei giorni precedenti, è tornata al confine con la Striscia. «Siamo - ha aggiunto - nel mezzo di una campagna contro il terrorismo: c'è stato uno scambio di colpi e non finirà tutto in un solo momento. La nostra linea è chiara: un totale cessate il fuoco e non saremo soddisfatti con meno».
«Abbiamo distrutto centinaia di obiettivi di Hamas e non rileverò i piani operativi preparati: il nostro obiettivo - ha concluso - è ristabilire la pace e lo raggiungeremo in pieno».

(Tel Aviv City, 12 agosto 2018)


Residenti del sud di Israele protestano a Tel Aviv

di Claire Dana-Picard

 
Residenti del sud di Israele manifestano contro il governo a Tel Aviv
Una calma tesa è tornata nelle località nel sud di Israele dopo il massiccio lancio di razzi dalla Striscia di Gaza della scorsa settimana. Ma la popolazione è esasperata da questa situazione intollerabile che li costringe a correre ogni volta nei rifugi per proteggersi dagli attacchi.
   Centinaia di persone hanno espresso la loro indignazione protestando sabato sera (Motsaei Shabbat) nel centro di Tel Aviv, al crocevia di Azrieli, un luogo molto frequentato della città. Esigendo che il governo "faccia qualcosa per fermare questo continuo terrorismo da Gaza", hanno temporaneamente bloccato la strada, provocando grossi ingorghi.
   I manifestanti hanno detto ai media che non ne possono più di essere considerati cittadini di seconda classe. Uno di loro, intervistato dal sito web di H'adashot, ha detto di essere venuto per denunciare la mancanza di azione del governo di fronte alle azioni terroristiche di Gaza.
   Il lancio di razzi per ora è cessato e la tregua sembra essere stata rispettata durante lo Shabbat, ma questo non ha impedito ai terroristi di proseguire le loro azioni ostili in altre forme, in particolare usando palloncini incendiari. Uno di questi proiettili è atterrato davanti alla sala da pranzo di un kibbutz, costringendo i residenti a correre verso i rifugi. A seguito di questi attacchi sono scoppiati almeno 16 incendi vicino al confine della Striscia di Gaza.
   Inoltre, sabato pomeriggio (Shabbat), un aereo israeliano ha preso di mira un camion che trasportava un commando di tre terroristi che si stavano preparando a lanciare palloni e aquiloni attrezzati con materiali infiammabili verso il sud di Israele.
   In questo contesto già di per sé estremamente teso, gli arabi di Gaza hanno provocato scontri, come fanno di solito, vicino alla barriera di sicurezza, nonostante il cessate il fuoco ufficiale. Hanno cercato di attraversare illegalmente il recinto e lanciato sassi e pietre contro i soldati israeliani, che sono stati costretti a rispondere.

(Chiourim.com, 12 agosto 2018 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


Perché va ribadito ogni giorno il diritto di esistere di Israele?

Lettera al Direttore di Varese News

Caro direttore
perché anche oggi, come ogni giorno, mi tocca ribadire il diritto di esistere del mio popolo? Perché dobbiamo sempre spiegare, motivare, dimostrare? Perché, nonostante la grandissima generosità che Israele dimostra perfino nei confronti di chi la vuole eliminare, deve giustificarsi per essere in grado di difendersi, quando è il caso?
   Perché in tutto il mondo ci sono quintali di sostenitori dell'inventata "causa palestinese" che non devono neppure sapere di cosa parlano mentre i pochi che si dichiarano sionisti devono spiegare e conoscere e motivare? Perché noi dobbiamo continuamente affermare il nostro diritto ad esistere e ad autodeterminarci? Perché non la smettono di riversare la propria indolenza e frustrazione su di noi ed odiarci perché studiamo, lavoriamo e quindi produciamo, inventiamo, evolviamo?
   Basta, finitela, ci state provando da millenni, non ci siete mai riusciti, non ce ne andremo, non moriremo, non ci estingueremo e neppure diventeremo come voi amanti della morte, lividi di rancore, non ricorreremo agli insulti personali, non approfitteremo delle vostre debolezze! Noi vivremo, prospereremo, continueremo a fare fiorire la nostra amata Eretz Israel così come porteremo luci alle nazioni in tutto il mondo, lo abbiamo sempre fatto e lo faremo sempre, così come tra noi ci saranno ladri, puttane, malfattori, peccatori di ogni genere, perché siamo umani esattamente come voi e dobbiamo imparare ad essere migliori, esattamente come voi!
   Però davvero basta, anche io, anche noi, vogliamo occuparci delle nostre vite, fare la nostre piccole grandi cose, vogliamo poter essere e stare o andare senza doverci costantemente guardare da tutti! Per lo più ci riusciamo, siamo talmente abituati che abbiamo sviluppato la capacità di vivere abbastanza serenamente, nonostante tutto l'odio, la falsità, il rancore… ma davvero i benpensanti paladini dei "più deboli" quelli proprio no, non li riesco a tollerare preferisco i nemici espliciti, quelli che dichiarano il proprio antisemitismo, quelli che perlomeno non tentano di dimostrare la propria superiorità morale rispetto a me con la scusa di essere "dalla parte dei poveri palestinesi"!
   Neanche sanno di cosa parlano, neanche conoscono la storia, non hanno mai visto un "palestinese" neppure in fotografia (visto che la maggior parte delle foto che circolano sono finte!), non hanno neppure vagamente idea di come sia fatta Israele e faticherebbero a trovarla su una carta geografica fisica, figurarsi indicarne le reali dimensione eppure si sentono investiti del diritto di giudicare noi, si sentono in diritto d'impartirci lezioni, d'insultarci perché ci permettiamo di difenderci, di difendere Israele… se questo non è odio anti-ebraico davvero non so cosa possa essere, sicuramente un problema loro non mio, non me ne voglio fare carico, se lo devono risolvere, che si occupino di ecologia, di meteoropatia, di scie chimiche, non di noi, non d'Israele, non del Popolo Ebraico!
   Sono davvero stufa di dover ripetere sempre le stesse cose, sono millenni che non studiano, che non s'informano, che giudicano e ci uccidono o realmente o lasciando che accada. Non sarà più.
Ariel Shimona Edith Besozzi

(Varese News, 12 agosto 2018)


Bloccati dai missili di Hamas in un albergo vicino a Gaza

Il titolare e un dipendente di un'azienda di calcestruzzi sono da una settimana in Israele per lavori nell'edilizia. «Viviamo nella paura».

di Rosario Padovano

 
Massimo Daneluzzi
PORTOGRUARO - «I razzi di Hamas ci passano sopra la testa. Siamo bloccati e abbiamo paura». Il titolare della ditta portogruarese Dacem, che si occupa di calcestruzzi, Massimo Daneluzzi residente a Gruaro, e il suo dipendente e concittadino Matteo Artico, sono in un albergo di Ashkelon, località israeliana che si affaccia sul Mediterraneo e si trova a pochi chilometri da Gaza.
   Da una settimana Daneluzzi e Artico si trovano nello Stato ebraico per alcuni lavori commissionati da ditte locali che lavorano nel campo dell'edilizia. Di fatto, però, sono ostaggi della pioggia di missili che Hamas ha lanciato in questi giorni verso le città israeliane poste appena oltre il confine, tra cui Sderot. Per loro è impossibile spostarsi verso Tel Aviv o zone ritenute più sicure.
   L'escalation militare tra palestinesi e Israele potrebbe costringere Daneluzzi e il suo assistente a chiedere l'aiuto diretto della Farnesina per un corridoio che metta al riparo gli italiani. Al momento i due non hanno ancora contattato il Ministero degli Esteri o l'ambasciata d'Italia a Tel Aviv. «Anche l'anno scorso, lavorando in Israele, eravamo capitati al centro di una crisi.
   Stavolta però è tutto diverso e soprattutto molto più pericoloso. Di fatto è impossibile muoversi. Siamo riparati in un albergo, lavoriamo alle nostre commesse con il cuore in gola», continua, «la scorsa notte abbiamo sentito per 125 volte il rumore delle sirene e, in lontananza, qualcosa di simile a fuochi d'artificio. Invece era sicuramente il rumore dei missili che colpivano Sderot, una ventina di chilometri da noi».
   Proprio le strutture ricettive di Ashkelon, località turistica, potrebbero essere un obiettivo alla portata di Hamas per alzare il tiro a livello internazionale, visto che negli alberghi al confine con la Striscia soggiornano molti stranieri.
   Per rendersi conto dell'angoscia dei civili israeliani basta collegarsi al sito dell'ambasciatore d'Israele in Italia Ofer Sachs. Daneluzzi e Artico sono al centro di una guerra. Portogruaro e Gruaro vivono questa situazione con il fiato sospeso.

(la Nuova di Venezia, 12 agosto 2018)


Israele, tra leggi e manifestazioni

Sui quotidiani israeliani si parla della manifestazione organizzata dalla minoranza araba ieri a Tel Aviv contro la Legge sull'identità ebraica d'Israele. Polemiche per la presenza di molte bandiere palestinesi." Gli organizzatori hanno commesso un grave errore consentendo l'uso delle bandiere", ha scritto l'ex primo ministro laburista Ehud Barak su Twitter, definendo le bandiere palestinesi un "servizio gratuito" per coloro che sostengono la legge oggetto della protesta. "Non c'è testimonianza migliore della necessità della legge dello Stato nazionale - ha commentato Netanyahu sui social - Continueremo a sventolare la bandiera israeliana e a cantare Hatikva con grande orgoglio".

(moked, 12 agosto 2018)


Corbyn e Israele, un punto di non ritorno

Nel 2014 Corbyn portò fiori sulle tombe dei terroristi palestinesi che uccisero gli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco '72.

di Paolo Lepri

Corbyn fotografato vicino alle tombe dei terroristi che hanno assassinato 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972
E' il momento di cambiare rotta, di assumersi la responsabilità degli errori. Le immagini del leader laburista Jeremy Corbyn che rende omaggio a uomini dalle mani sporche di sangue innocente - il sangue delle vittime del massacro anti-israeliano di Monaco, nel 1972 - provocano uno scandalo nelle coscienze e rappresentano un punto di non ritorno.
   Si azzerano, come passando uno straccio sulla lavagna del sentimento, anni di discussioni sul virus che si annida nel Labour. Bisogna inchinarsi ai tanti che hanno combattuto la loro battaglia in un partito che, ricordiamolo, ha adottato la definizione di antisemitismo dell'Alleanza internazionale per il ricordo dell'Olocausto tralasciandone alcuni capitoli, come l'accusa agli ebrei di essere più leali a Israele che al loro Paese.
   La linea di Corbyn non dimostra soltanto l'incapacità di tenersi in equilibrio tra le critiche legittime a Benjamin Netanyahu e la difesa del diritto di esistere di Israele oppure tra la rivendicazione del patrimonio positivo della comunità ebraica e la dissociazione implicita dai valori che quella comunità cementa. Quanto sta avvenendo è il segno di una cultura che va cambiata. Il Labour è l'unica grande forza progressista europea in cui resiste un internazionalismo dogmatico che non vuole avere nemici nella galassia minore dell'antagonismo, che legge la realtà come se negli ultimi decenni niente fosse accaduto.
   No, tutto è invece è cambiato, ma non si vuole capire che la lotta di un popolo senza Stato è stata dirottata su una strada senza uscita dagli attentati suicidi e dal fondamentalismo di Hamas. Corbyn non si rende conto che l'escalation antioccidentale del terrorismo islamico ha reso indispensabile compiere scelte di campo per isolare la minaccia e proteggerne i bersagli. Non è facile dimenticare il paragone assurdo da lui tracciato qualche tempo fa: «I nostri amici ebrei non sono responsabili delle azioni di Israele come i nostri amici musulmani per l'autoproclamato Stato Islamico».
   Un uomo che aspira a entrare nel numero 10 di Downing Street guarda il mondo con un cannocchiale rovesciato.

(Corriere della Sera, 12 agosto 2018)


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Corbyn sbugiardato: portò fiori ai terroristi

Negava di aver reso omaggio ai fedayn di Monaco '72: un giornale lo incastra

di Fiamma Nirenstein

Fu nel settembre del 1972 che l'orrore del terrorismo palestinese raggiunse il suo picco: 11 atleti israeliani che partecipavano alle Olimpiadi di Monaco furono presi in ostaggio da un commando. Due atleti furono torturati e uccisi sul posto, altri 9 trucidati all'aeroporto. Una vecchia vicenda purtroppo piena di significati contemporanei. Essi riguardano da vicino Jeremy Corbyn, che in una foto pubblicata dal Sunday Times, scattata in Tunisia nel 2014, onora con una corona di fiori la tomba di quei terroristi. Il leader dei laburisti inglesi, che potremmo trovarci presto primo ministro in Inghilterra, ha negato di essere là proprio per onorare quegli specifici palestinesi, ma le foto sono spietate: Corbyn prega con le mani rivolte verso l'alto, come un fedele musulmano, sulla tomba di Atef Bseiso, che ideò l'attacco a Monaco; lui ha detto che era là per ricordare le vittime di un attacco aereo israeliano a Tunisi (per altro tutti ben certificati terroristi, come Salah Khalaf capo di Settembre Nero) ma quelli sono seppelliti a una quindicina di metri da dove Corbyn si commuove. E’ solo una delle tante espressioni antisemite e antisraeliane del leader socialista che ha chiamato fratelli gli uomini di Hamas; ma nonostante l'alto prezzo politico dentro e fuori del partito, il leader del Labour non vuole, non può rinunciare al suo odio. E’ la rappresentazione in termini iperrealistici della scivolata della sinistra europea verso l'antisemitismo di cui ha sempre accusato la destra, ma è difficile immaginare che persino per un gesto così rivoltante Corbyn paghi un prezzo: anzi al suo estremismo si ispirano tutti quelli che di fronte alla crisi della sinistra immaginano un nuovo tipo di populismo che sgomini quello di destra.
  Corbyn ha incoronato la sua carriera pubblica di antisemita sostenendo dopo un viaggio a Gaza di aver visto lo stesso tipo di distruzione che i nazisti avevano portato a Stalingrado e a Leningrado; e ha fatto storia per aver portato il partito a rifiutare la definizione internazionale di antisemitismo (scritta dall'Alleanza Internazionale per la Memoria) basata su 11 esempi di antisemitismo contemporaneo, spingendo i giornali ebraici inglesi a una protesta collettiva anche se in genere sono su posizioni opposte. Corbyn e i suoi non accettano di considerare antisemita la comparazione di Israele ai nazisti (che gli piace particolarmente): Corbyn è una pellaccia di antisemita, la sua schiera può esserne fiera: loda i terroristi, nega l'Olocausto, ha partecipato a conferenze sul tema e ha donato denaro a Paul Eisen, un noto negazionista; ha tenuto una riunione in parlamento durante il Giorno dell Memoria del 2010 col maggiore negazionista olandese Hajo Meyer; è stato spesso implicato in manifestazioni di puro incitamento antisraeliano, e il suo palese odio per lo Stato Ebraico è diventato senso comune presso molti membri del suo partito. La confusione dell'opinione inglese può portare quest'uomo sullo scranno di primo ministro e creare quindi una situazione di persecuzione antiebraica? La risposta è si: nessuno dei populismi sospettati di antisemtismo si è spinto lontano come lui, sulla tomba degli assassini di Monaco.

(il Giornale, 12 agosto 2018)


Israeliani e palestinesi: al Cairo tre negoziati più uno

di Janiki Cingoli

Dopo gli ultimi scontri armati, fatti oramai quasi quotidiani, tra Hamas e l'esercito israeliano, con il lancio di oltre 180 razzi, oltre ai consueti aquiloni e palloni incendiari verso Israele, e 150 operazioni mirate dell'aviazione israeliana, una precaria tregua sembra nuovamente essere entrata in vigore a mezzanotte, grazie alla mediazione egiziana.
   Nel frattempo, al Cairo si intrecciano tre negoziati paralleli.
   I tentativi in corso sono così importanti che il Premier israeliano Netanyahu ha annullato una visita in Colombia da tempo programmata, convocando domenica scorsa il Consiglio di Sicurezza del Governo in un bunker sotterraneo a Tel Aviv, per garantire la massima segretezza alla discussione; mentre quattro alti dirigenti di Hamas dell'esterno, guidati dal capo militare di Hamas in Cisgiordania, Saleh al-Arouri, arrivavano a Gaza via Egitto, con garanzia di incolumità fornita dai servizi segreti israeliani.
   Due di questi negoziati sono condotti in parallelo dai servizi di sicurezza egiziani, il primo rivolto a ottenere il ripristino della tregua tra israeliani e palestinesi, interrotta il 30 di marzo con l'inizio delle "Manifestazioni per il Ritorno" del venerdì, indette da Hamas al confine con Israele, e duramente represse dalle forze armate israeliane.
   La proposta egiziana prevede l'impegno di Hamas a interrompere le marce del venerdì e il lancio di aquiloni e palloni incendiari sulle zone di confine israeliane, che hanno provocato numerosi incendi ai boschi e alle piantagioni, oltre che i lanci di razzi e i tentativi di infiltrazione in Israele.
   Di ritorno, verrebbe garantita la riapertura più prolungata del valico di Erez con Israele, l'allargamento dell'area di mare consentita ai pescatori della Striscia, ristretta dopo l'esplodere dei primi incidenti a fine marzo, una riapertura stabile del valico di Rafah con l'Egitto, la fine delle incursioni israeliane su Gaza.
   Il secondo canale negoziale è quello interpalestinese, volto a ridare vita all'accordo siglato tra Fatah e Hamas alla fine del '17, e mai in realtà entrato in vigore. L'accordo prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale, composto di tecnici (che è stato creato, ma non è mai entrato in funzione a Gaza) e l'indizione a breve di nuove elezioni presidenziali e legislative.
   Il nocciolo della disputa tra le due fazioni è che Hamas punta a attribuire a questo governo provvisorio la responsabilità amministrativa della popolazione, sempre più onerosa e difficile da mantenere, tenendo per sé il controllo delle forze militari di cui dispone, ben più forti di quelle dell'Autorità palestinese. Altro punto di contrasto è il diritto di riscuotere le tasse da parte di tale governo. Il Presidente palestinese Abbas vuole invece che all'Anp sia garantito il controllo totale della Striscia, non un controllo dimezzato.
   Il nuovo negoziato al Cairo parte quindi in salita, perché Abbas vede come un affronto e si sente emarginato per i negoziati indiretti in atto tra Hamas e Israele, accusa Hamas di tradimento, e ha posto agli egiziani 14 condizioni per l'accoglimento della loro proposta, che sostanzialmente la rendono inattuabile.
   Accanto ai due tentativi egiziani, è in atto un tentativo a più largo raggio del Coordinatore speciale dell'Onu per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, "che considera le proposte egiziane come un primo stadio, cui far seguire un piano più ambizioso per la riabilitazione di Gaza, con la creazione di un porto e successivamente di un aeroporto al servizio della Striscia, da costruire in territorio egiziano e sotto il controllo del Cairo, per evitare l'afflusso di armi, ed il varo di un vasto piano per la ricostruzione delle abitazioni dell'area, devastate dall'ultima guerra del 2014.
   Allo scopo sarebbero già stati reperiti ingenti fondi, del Qatar, degli Emirati, dell'Europa, di altre organizzazioni internazionali, per oltre 600 milioni di dollari. Questi fondi sarebbero utilizzati direttamente sul terreno, sotto il controllo egiziano e di altri donor.
   Su tutti questi canali negoziali in atto, aleggia infine il piano di pace Usa, di un cui rilancio si parla insistentemente in questi giorni, e che probabilmente attende l'esito di questi tentativi per materializzarsi, come riporta ancora in questi giorni un importante articolo del quotidiano israeliano Ha'aretz", ripreso sull'Huffington Post da Umberto Di Giovannangeli.
   Perché al Cairo si vada avanti, un primo problema è che, senza un accordo Fatah - Hamas, Israele dovrebbe procedere scavalcando l'Autorità palestinese. La cosa non dispiacerebbe del tutto a Netanyahu, che non considera l'Anp un interlocutore credibile, e anche i governi arabi e le organizzazioni internazionali potrebbero decidersi a procedere direttamente, in nome dell'emergenza, senza attendere il benestare di Abbas.
   Il Premier israeliano potrebbe vedere questa addirittura come un'opportunità, perché non lo impegnerebbe in una ripresa del negoziato di pace più generale, e manterrebbe in piedi la frattura interpalestinese.
   Quanto ai maggiori Stati arabi, i sauditi hanno sempre guardato con un'attenzione particolare alla Striscia di Gaza, considerandola come una potenziale piattaforma per la sua rinnovata proiezione verso il Mar Rosso; e inoltre la nuova generazione di leader arabi, di cui il saudita Mohammad bin Salman (MBS) rappresenta l'esponente più emblematico, contrariamente alla precedente generazione non vede la costituzione di uno Stato palestinese come un obbiettivo essenziale, ma come un potenziale rischio di deriva estremistica, un possibile nuovo anello dell'arco di influenza sciita.
   Ma vi è un secondo ostacolo: Hamas detiene i corpi di due soldati israeliani deceduti nella guerra del '14, e di due civili che hanno sconfinato nella Striscia, e per rilasciarli pretende la liberazione di prigionieri palestinesi, in particolare di quelli che erano stati rilasciati nel 2011 nello scambio per la liberazione del soldato Shalit e successivamente riarrestati, dopo l'eccidio dei tre giovani israeliani nel giugno 2014.
   Israele non vuole neanche sentirne parlare, al massimo potrebbe rilasciare quelli che non si sono macchiati di atti terroristici sanguinosi. Così, tutto è bloccato.
   La cosa più probabile è che si arrivi nelle prossime settimane almeno al primo stadio, al ripristino della tregua e della situazione esistente il 29 marzo, prima dell'inizio delle manifestazioni per il Ritorno, rinviando a un secondo stadio la discussione del piano Mladenov, lasciando intanto nel suo cantuccio Abbas.
   Ma intanto, nuovi incidenti scoppiano a ripetizione, anche molto gravi come quelli di questi ultimi giorni.
   Israele è perfettamente consapevole che, anche se scatena una guerra, con tutte le possibili perdite di militari e civili che potrebbero derivarne, oltre alle gravi perdite inflitte ai palestinesi che lo isolerebbero sul piano internazionale, al suo termine si ritroverebbe esattamente al punto di oggi; il suo obbiettivo non è quello di abbattere Hamas, cui potrebbero sottentrare gruppi jihadistici ancora più pericolosi, e tanto meno quello di riassumersi il pesante onere della popolazione civile della Striscia, in quanto potenza nuovamente occupante. Come scrive Amos Harel sul quotidiano israeliano Ha'aretz, è un po' uno di quei film in cui ci si sveglia la mattina e si è costretti a ripetere sempre lo stesso giorno da capo.
   Ma si cammina sul filo del rasoio. Basta che uno dei razzi di Hamas cada su un asilo israeliano facendo una strage di bambini, o che una bomba israeliana sbagli mira e faccia una strage di civili palestinesi a Gaza, perché la guerra ritorni. Speriamo che anche questa estate non sia funestata da questi lutti, invece di essere un'estate che porti pace e ristoro a questa Striscia in condizioni così drammatiche.

(L'HuffPost, 10 agosto 2018)


Buber. La nuova alleanza fra tedeschi ed ebrei

Tornano gli scritti sull'educazione del grande pensatore che negli anni 30 coltivò un progetto pedagogico fondato sulla cultura, la letteratura e la storia.

La coappartenenza ai due mondi non gli impedì di partecipare nel 1899 al congresso sionista di Basilea da cui prese le distanze nel 1903, criticando Theodor Herzl per l'identificazione fra Sion e Stato-nazione Dopo la Seconda guerra mondiale s'impegnò per la riapertura del dialogo con la Germania, contro la tesi della colpa collettiva sostenuta da Karl Jaspers, e per la riconciliazione tra palestinesi e israeliani

di Simone Paliaga

Martin Buber
Viviamo - bisogna ripeterlo - in un'epoca nella quale si realizzano momento dopo momento i grandi sogni e le grandi speranze dell'umanità: ma come caricature! Qual è la causa di questa illusione diffusa e incombente? Io penso che non sia altro che il potere del sentimento fittizio. Questo potere lo chiamo ineducazione dell'uomo di oggi. Contro di essa c'è la vera Bildung, la vera formazione, al passo con i tempi, che porta gli uomini a un legame vissuto con il proprio mondo e che a partire da ciò li fa elevare alla fedeltà, alla messa alla prova, alla responsabilità, alla decisione, alla realizzazione» scrive Martin Buber in Bildung e Weltanschauung del 1935, raccolto nel 1953 con altri interventi pedagogici nei Discorsi sull'educazione, ora riediti da Armando Editore (pagine 108, euro 12). Non è un argomento marginale quello dell'educazione, nel pensiero di Buber. Per lui il cammino dell'uomo gravita proprio intorno alla formazione. Non a caso Francesco Perrari avverte in La comunità postsociale. Azione e pensiero politico di Martin Buber (Castelvecchi, pagine 142, euro 19,50), che il pensatore ebreo «sostiene l'urgenza di un progetto educativo attraverso la cultura, la letteratura, la storia perché sono gli elementi mediante i quali è possibile "agire attraverso la vita stessa''». La riflessione pedagogica è tanto indispensabile per la passione sionista del Buber dei primi anni del Novecento come per la riconciliazione tra palestinesi e israeliani in vista dell'edificazione di uno Stato binazionale e per la riapertura del dialogo con la Germania dopo la guerra, in contrasto con l'ipotesi di colpa collettiva agitata da Karl Jaspers. Non a caso l'amico Ernst Simon definì il pensatore ebraico Gosher HaG'sharim, "costruttore di ponti". Altrimenti non si coglierebbe la ricerca continua di risanare le relazioni spezzate tra le persone, le nazioni e tra uomo e Dio. Progetto che resterebbero rinchiusi nel mondo ideale però se non intervenisse l'educazione.
  Nato nel 1878 a Vienna, fin dai primi studi Buber crede, a differenza di intellettuali come Gershom Scholem, in una profonda alleanza tra spirito tedesco e spirito ebraico. A testimoniarlo non è solo l'influenza esercitata sul suo pensiero dialogico da Wilhelm Dilthey e Georg Simmel ma anche la collana di monografie che pubblica nei primi due lustri del Novecento con testi di Werner Sombart, Ferdinand Tonnies, Fritz Mauthner o Lou Andreas-Salomé. Non gli impedisce però, la coappartenenza tra i due mondi, di partecipare nel 1899 al Terzo congresso sionista di Basilea dal cui progetto prende le distanze nel 1903, criticando la sovrapposizione di Sion e Stato-nazione. Il divorzio con Theodor Herzl non lo induce comunque ad abbandonare il sogno della]ildische Renaissence, o di avviare con Franz Rosensweig una traduzione della Scrittura in tedesco, o di dare voce alla tradizione chassidim, o ancora di promuovere la nascita della Hebrew University di Gerusalemme fino a diventarvi docente, nel 1938, in fuga dalla Germania.«L'uomo in quanto creatura - ammonisce Buber- non può creare, solo ricreare o trasformare, ciò che è stato creato. Ma può, e ognuno può, aprire se stesso e gli altri alla creatività: può esortare il creatore a salvare e portare a compimento la creatura fatta a sua immagine». Non solo nella sua passione per l'azione, dunque, ma anche nella dimensione teologica alligna l'attenzione di Buber per l'insegnamento di cui coltiva, fin dal 1934, una visione dialogica e non trasmissiva, centrata sull'incontro tra uomini.
  Nel rapporto con gli allievi «le forze creative del bambino vanno sviluppate - continua-, e su di esse, così come sulla capacità di essere naturalmente attivi e autonomi, va costruita l'educazione di tutta la persona». Il cardine della pedagogia di Buber mostra come «l'influenza decisiva - precisa il pensatore ebraico - non derivi dal dare libero sfogo all'impulso, ma dalle forze che questo impulso incontra, una volta liberato». Solo l'azione dell'educatore quindi riesce a condurre l'uomo fuori dall'isolamento. Se lasciato a se stesso infatti l'impulso creativo porta all'autoreferenzialità o alla violenza. Se guidato, invece, procede verso «i due elementi irrinunciabili per la costruzione di una vera esistenza umana: il coinvolgimento attivo e l'ingresso nella reciprocità».
  Solo così l'ipertrofia di alcuni elementi dell'uomo, come la libido o la competitività, svaniscono e affiora «la polifonia originaria dell'interiorità umana, all'interno della quale nessuna voce può essere ricondotta ad un'altra e l'unità non può essere scomposta analiticamente, ma solo individuata ascoltando tutti i suoni contemporaneamente». Restituendo unità all'esistenza umana l'educazione favorisce l'affiorare nel bambino di un «grande carattere capace - conclude Martin Buber-, grazie alle sue azioni e ai suoi atteggiamenti di rispondere alle richieste della situazione a partire da una profonda disponibilità e dalla responsabilità di tutta una vita» senza cadere nelle caricature dei grandi sogni e speranze dell'umanità.

(Avvenire, 12 agosto 2018)



«In verità vi dico: uno di voi mi tradirà»

Il primo giorno degli azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo la Pasqua?» Ed egli disse: «Andate in città dal tale e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te, con i miei discepoli"». E i discepoli fecero come Gesù aveva loro ordinato e prepararono la Pasqua.
Quando fu sera, si mise a tavola con i dodici discepoli. Mentre mangiavano, disse: «In verità vi dico: Uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono a dirgli uno dopo l'altro: «Sono forse io, Signore?» Ma egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Certo, il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Meglio sarebbe per quell'uomo se non fosse mai nato». E Giuda, il traditore, prese a dire: «Sono forse io, Maestro?» E Gesù a lui: «Lo hai detto».
Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo». Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati. Vi dico che da ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio». E dopo che ebbero cantato l'inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi.

Dal Vangelo di Matteo, cap. 26

 


Perché un accordo di lungo periodo tra Israele e Hamas è impossibile

Nei giorni scorsi si sono susseguite molte indiscrezioni che parlavano di un accordo nel lungo periodo tra Israele ed Hamas, ma a volerlo sono solo gli arabi. In realtà non è nell'interesse di Israele fare un accordo di questo tipo.

Bando alla ciance, lo sbandierato accordo tra Israele e Hamas che dovrebbe mettere fine alle ostilità per almeno cinque anni non è nell'interesse di Gerusalemme. Lo hanno detto chiaramente gli inviati israeliani al Cairo che dovevano trattare un cessate il fuoco con Hamas mediato dall'Egitto e dall'inviato ONU per il Medio Oriente, Nikolay Mladenov.
«Israele non ha alcun interesse a fornire su un piatto d'argento una vittoria politica ad Hamas» ci dice una fonte del Ministero degli Esteri israeliano. «Un accordo come quello che vorrebbero gli egiziani e l'inviato ONU per il Medio Oriente fornirebbe ad Hamas una grande vittoria politica che Israele non può concedere, specialmente in un momento in cui il gruppo terrorista palestinese è in fortissima difficoltà» continua la fonte....

(Rights Reporters, 11 agosto 2018)


Manifestazioni e scontri al confine con Israele

di Francesca Paci

Resta un'atmosfera tesa da prima della pioggia al confine di Gaza, dove ieri, nonostante il formale cessate il fuoco, almeno 9 mila palestinesi hanno manifestato per la "Marcia del Ritorno" in cinque diversi punti della barriera difensiva che li separa da Israele. Il bilancio serale non lascia ben sperare circa la possibilità di un'escalation: secondo il ministero della sanità di Gaza ci sarebbero 2 morti, tra cui un medico volontario caduto a Rafah, e almeno 84 feriti. L'esercito israeliano ha fatto sapere di aver risposto ai «violenti tumulti con mezzi di dispersione e in accordo con le procedure standard operative» e di aver colpito «una postazione di Hamas». Ma oltre la coltre di fumo che amalgama spari, gomme bruciate e esplosivi, il20esimo venerdì di protesta si lascia dietro una scia inquietante in cui l'Ue, attraverso l'alto rappresentate per la politica estera Federica Mogherini, coglie e denuncia l'allarme per una situazione «pericolosamente vicina a un nuovo conflitto».

 Mesi di scontri crescenti
  La giornata era inizia sotto auspici decisamente migliori, dopo che Hamas aveva parlato con la tv qatarina al Jazeera di un accordo per la sospensione delle ostilità e, nonostante la smentita delle autorità israeliane, sembrava che le acque cominciassero a rientrare negli argini. La notte tra mercoledì e giovedì aveva visto un intensificarsi delle ostilità con una pioggia di razzi contro il Negev, 3 morti a Gaza e feriti da ambo le parti, decine e decine di raid sopra la Striscia, una tensione tale da far ventilare a Gerusalemme un intervento su larga scala a Gaza, che in linguaggio militare significa un' altra guerra. Per questo ieri mattina il cessate il fuoco era stato letto come un segnale positivo soprattutto dell'Egitto, che nelle ultime settimane sta lavorando con le Nazioni Unite a una tregua di lunga durata.
  Nulla da fare. Dopo mesi di scontri crescenti, iniziati il 30 marzo nel nome della "Marcia del ritorno" capitanata da Hamas e costati la vita ad almeno 160 palestinesi, torna lo spettro del 2014, l'ultimo durissimo conflitto consumatosi a Gaza, il terzo dal 2008. Il contesto però è cambiato rispetto al 2004: Trump ha sostituito Obama scegliendo un linea molto più filoisraeliana simboleggiata dallo spostamento dell'ambasciata americana a Gerusalemme. I palestinesi sono schiacciati tra il nuovo ordine mondiale, le faide interne alla leadership di Ramallah e Hamas, tentato dalla strategia della spallata popolare per recuperare il consenso perduto.

(La Stampa, 11 agosto 2018)


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La tregua di Gaza è finita prima di iniziare. Chi negozia tra missili e raid

di Rolla Scolari

10 agosto 2018 - Un palestinese tiene una fionda durante una manifestazione a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, al confine con Israele.
MILANO - E' durata poche ore la tregua tra Hamas e Israele. L'esercito israeliano ha annunciato nella serata di ieri di aver colpito con l'artiglieria una postazione del movimento islamista che controlla Gaza dopo che dal confine - dove da mesi il venerdì continuano le proteste - è stato lanciato materiale esplosivo contro i soldati oltre la barriera di separazione. Negli scontri, due palestinesi, tra cui un paramedico, sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco, oltre 240 persone sono rimaste ferite, secondo fonti mediche locali. Hamas ha chiesto ai cittadini di tornare a manifestare venerdì mattina, dopo che fonti egiziane avevano annunciato il raggiungimento di una tregua, non confermata ufficialmente dalle parti. Nella notte tra giovedì e venerdì era cessato il lancio di missili da Gaza, e i jet israeliani erano rimasti a terra, in seguito a due giorni di violenze. Da quando a marzo sono iniziate proteste e scontri settimanali tra palestinesi ed esercito israeliano lungo il confine, la situazione rischia ciclicamente di precipitare. Soltanto quando un intervento di terra israeliano sembra imminente, con trattative in corso mentre volano missili e cadono bombe, torna la calma, che dura pochi giorni o, come accaduto ieri, poche ore. Si tratta di "deterrenza reciproca", spiega al Foglio Efraim Halevy, che è stato direttore del Mossad: "Né Hamas né Israele vogliono un conflitto totale, ma neppure mostrarsi deboli davanti all'opinione pubblica interna", e quindi portano avanti lo scontro fino all'ultimo, quando lasciano spazio alla diplomazia. E la diplomazia ha in queste ore un nome. Nickolay Mladenov, 47 anni, ex ministro degli Esteri bulgaro, è Coordinatore speciale dell'Onu per il medio oriente. Sarebbe a lui, rivela il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, che telefonano i leader di Hamas per inviare messaggi a Israele. E il governo israeliano, solitamente tiepido con i funzionari dell'Onu, organizzazione che per molti politici locali sarebbe troppo favorevole ai palestinesi, apprezza il suo operato. Israele e Hamas hanno combattuto tre guerre dal 2008, e i mediatori finora sono stati altri, come Qatar e Turchia. E' anche in assenza di questi poteri regionali, investiti nel frattempo da crisi politiche o economiche, che si rafforza l'operato di un funzionario con abilità come Mladenov, spiega una fonte diplomatica al Foglio. L'Egitto del rais Abdel Fattah al Sisi è al momento l'unico paese straniero con diretti interessi nella calma a Gaza: in guerra contro gruppi jihadisti nel vicino Sinai non può permettersi instabilità nella Striscia. E proprio attraverso l'operato del capo dell'intelligence del Cairo, Abbas Kamel, e dell'inviato dell'Onu, starebbero emergendo i contorni di un'intesa su Gaza da sottoporre alle parti. I giornali arabi parlano già di "accordo dei cinque anni": durata di un ipotetico cessate il fuoco. Gli scontri di ieri però raccontano una realtà diversa. In Israele, scrive Anshel Pfeffer sul quotidiano liberal Haaretz, Benjamin Netanyahu è già - non ufficialmente - in campagna elettorale, e per lui Gaza rappresenta una debolezza. Ogni soluzione possibile porta con sé un rischio politico. Un'operazione di terra causerebbe vittime civili palestinesi e la morte di soldati israeliani. Il tentativo di mantenere lo status quo lungo la Striscia. Un possibile accordo di tregua esporrebbe Netanyahu alle critiche degli alleati-avversari della destra più radicale, che preferirebbero un atteggiamento muscolare. Lo stesso potrebbe accadere al leader di Hamas, Yahya Sinwar, che però, a differenza di suoi predecessori, spiega al Foglio Tareq Baconi, autore di Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestinian Resistance, è un leader con una forte credibilità all'interno sia dell'ala politica sia militare del gruppo e avrebbe il sostegno necessario per far passare un'intesa e le concessioni a essa legate.

(Il Foglio, 11 agosto 2018)


Quante guerre ci sono nel mondo?

di Paolo Magliocco

TORINO - Gli scontri tra palestinesi e israeliani, con la minaccia di un intervento di terra da parte delle forze israeliane, fanno temere l'esplodere di un vero e proprio conflitto aperto.
Secondo l'ultima edizione dell'Atlante mondiale delle guerre e dei conflitti la situazione in Medio Oriente è già quella di una vera e propria guerra. In effetti, la dichiarazione di Camp David del 2000, sottoscritta dal Primo Ministro israeliano Ehud Barak e dal presidente dell'Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat davanti al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton che indicava l'obiettivo di «porre fine a decenni di conflitto e raggiungere una pace giusta e duratura» non ha mai prodotto i suoi effetti.
   E il conflitto israelo-palestinese, secondo l'Atlante messo a punto da un gruppo di giornalisti e ricercatori guidati da Raffaele Crocco, è solo una delle 36 guerre che oggi si stanno svolgendo nel mondo. Tre anni fa, di ritorno dal suo viaggio a Sarajevo, papa Francesco aveva descritto questa situazione come «una terza guerra mondiale combattuta a pezzetti».
   L'Atlante spiega come anche solo la situazione del Medio Oriente possa essere vista come una guerra mondiale in miniatura, con il coinvolgimento delle potenze mondiali nella guerra civile in Siria, in corso ormai da sette anni, e con la guerra civile in Libano.
Il Continente più colpito dai combattimenti è l'Africa, con 14 situazioni di conflitto, dalla Libia al Sud Sudan e alla Somalia, in guerra dal 1991. In Asia la guerra riguarda Afghanistan, Iraq e Yemen, ma anche il Tibet cinese, l'India e il Pakistan. Ci sono conflitti anche in Europa: in Cecenia, a Cipro, in Georgia, in Kosovo e in Ucraina.
   Le Missioni di pace delle Nazioni Unite in corso nel tentativo di arginare queste situazioni sono sedici e alcune durano da ormai settant'anni, come quella per il Medio Oriente iniziata nel 1948 e quella per il conflitto tra India e Pakistan avviata nel 1949. In tutto i militari Onu impegnati sono quasi 90 mila, più personale di polizia, osservatori civili e militari, volontari, per un totale di oltre 122 mila persone e una spesa che supera gli 8 miliardi di dollari.

(La Stampa, 11 agosto 2018)


“... per un totale di oltre 122 mila persone e una spesa che supera gli 8 miliardi di dollari”. E se scoppiasse la pace? Che fine farebbero le oltre 122mila persone mantenute in vita dalla perduranza delle guerre? Un dubbio che però certamente non agita i sorveglianti delle guerre, perché conoscendo da vicino come stanno le cose, sanno benissimo che il loro il lavoro non ostacolerà minimamente il perdurare delle guerre, e quindi con esse perdurerà anche, a tempo indeterminato, il loro invidiabile impiego. M.C.


«Per loro Dreyfuss non è un uomo, ma l'ebreo che sgozza la patria. .. »

Emile Zola insorge contro l'«antisemitismo imbecille» fomentato dalla stampa «vile e ignobile» che mette i francesi l'uno contro l'altro. Articolo pubblicato su "Le Figaro" il primo dicembre 1897.

di Emile Zola

Alfred Dreyfus
Contavo di scrivere per Le Figaro tutta una serie di articoli sul caso Dreyfus, un'intera campagna, via via che gli avvenimenti si fossero svolti. Per caso, durante una passeggiata, ne avevo incontrato il direttore, Fernand de Rodays. Ci eravamo messi a discorrere, accalorandoci, proprio in mezzo ai passanti, e da lì era nata bruscamente la mia decisione di offrirgli degli articoli, avendolo sentito d'accordo con me. Mi trovavo così impegnato, quasi senza volerlo. Aggiungo, tuttavia, che prima o poi ne avrei parlato, poiché tacere mi era impossibile. Non dimentichiamo con quale vigore Le Figaro cominciò e soprattutto finì per sposare la causa.
  Il concetto è noto. Ed è di una bassezza e di una stupidità semplicistica, degne di quelli che l'hanno immaginato. Il capitano Dreyfus viene condannato da un tribunale militare per alto tradimento. Da quel momento, diventa il traditore, non più un uomo ma un'astrazione, colui che incarna l'idea della patria sgozzata, venduta al nemico vincitore. Non si tratta solo di tradimento presente e futuro, rappresenta pure il tradimento passato, poiché a lui si ascrive l'antica sconfitta, nell'ostinata convinzione che solo il tradimento abbia potuto far sì che fossimo battuti.
  Ecco quindi l'anima nera, il personaggio abominevole, la vergogna dell'esercito, il bandito che vende i fratelli, proprio come Giuda ha venduto il suo Dio. E, trattandosi di un ebreo, è semplicissimo: gli ebrei che sono ricchi e potenti e senza patria, del resto, lavoreranno sott'acqua, con i loro milioni, per toglierlo dai guai; compreranno le coscienze e tesseranno attorno alla Francia un complotto esecrabile pur di ottenere la riabilitazione del colpevole, pronti a sostituirgli un innocente. La famiglia del condannato, anch'essa ebrea, naturalmente, entra nell'affare. Affare sì, poiché è a peso d'oro che si tenterà di disonorare la giustizia, d'imporre la menzogna, di sporcare un popolo con la più impudente delle campagne. Il tutto per salvare un ebreo dall'infamia e sostituirlo con un cristiano. Insomma, si crea quasi un consorzio finanziario.
  Vale a dire che alcuni banchieri si riuniscono, mettono dei fondi in comune, sfruttano la credulità pubblica. Da qualche parte, c'è una cassa che paga per tutto il fango smosso. C'è una vasta impresa tenebrosa, uomini mascherati, forti somme consegnate di notte, sotto i ponti, a degli sconosciuti, ci sono grandi personaggi da corrompere, pagandone a prezzi folli l'antica onestà. E a poco a poco questo sindacato si allarga, finisce per essere un'organizzazione potente, nell'ombra, tutta una spudorata cospirazione per glorificare il traditore e per annegare la Francia sotto una marea d'ignominia.
  Esaminiamolo, questo sindacato. Gli ebrei si sono arricchiti, e sono loro a pagare l'onore dei complici, profumatamente. Mio Dio, chissà quanto avranno già speso! Ma, se sono arrivati appena a una decina di milioni, capisco benissimo che li abbiamo sacrificati. Siamo di fronte a cittadini francesi, nostri uguali e nostri fratelli, che l'antisemitismo imbecille trascina quotidianamente nel fango. Si è tentato di schiacciarli per mezzo del capitano Dreyfus; del crimine di uno di loro, si è cercato di fare il crimine di un'intera razza. Tutti traditori, tutti venduti, tutti da condannare. E volete che gli stessi non protestino furiosamente, non cerchino di discolparsi, di restituire colpo su colpo in questa guerra di sterminio della quale sono oggetto? Va da sé, naturalmente, che si augurino con tutto il cuore di vedere risplendere l'innocenza del loro correligionario; e se la riabilitazione appare loro possibile, chissà con quanto ardore si staranno impegnando per ottenerla. Ciò che mi lascia perplesso è che, se esiste uno sportello dove si va a riscuotere, non ci sia nel sindacato qualche autentico briccone. Vediamo un po, voi li conoscete bene: come si spiega che il tale, o il tal altro, o il tal altro ancora, non lo siano? E' incredibile, ma tutta la gente che si dice gli ebrei abbiano comprato gode di una solida reputazione di probità.
  C'è forse un fondo di civetteria? Forse, gli ebrei vogliono soltanto merce rara, essendo disposti a pagarla? lo, però, dubito molto di questo sportello, anche se sarei prontissimo a giustificare gli ebrei qualora, portati all'esasperazione, si difendessero con i loro milioni. In un massacro, ognuno si serve di quello che ha. E parlo di loro con la massima tranquillità perché non li amo e non li odio. Non ho amici ebrei particolarmente vicini al mio cuore. Per me sono uomini, e tanto basta. Ma per la famiglia del capitano Dreyfus è ben diverso, e qui se qualcuno non comprendesse, non s'inchinasse, sarebbe un cuore davvero arido. Sia ben chiaro! tutto il suo oro, tutto il suo sangue, la famiglia ha il diritto e il dovere di offrirlo, se crede innocente il suo rampollo.
  Quella è una soglia sacra che nessuno ha il diritto di insozzare. In quella casa che piange, dove c'è una moglie, dei fratelli, dei genitori in lutto, è d'obbligo entrare con il cappello in mano; e soltanto gli zotici si permettono di parlare ad alta voce e mostrarsi insolenti. il fratello del traditore! è l'insulto che si getta in faccia a quel fratello. Sotto quale morale, sotto quale Dio viviamo, mi chiedo, perché ciò sia possibile, perché la colpa di uno dei componenti venga rimproverata a tutta la famiglia? Non c'è niente di più vile, di più indegno della nostra cultura e della nostra generosità. I giornali che ingiuriano il fratello del capitano Dreyfus, solo perché ha fatto il suo dovere, sono un'onta per la stampa francese.
  E chi mai doveva parlare, se non lui? E' compito suo. Quando la sua voce si è levata a chiedere giustizia, nessuno più aveva il diritto d'intervenire, si sono fatti tutti da parte. Lui solo aveva la veste per sollevare la spinosa questione di un possibile errore giudiziario, della verità su cui far luce, una verità lampante. Hanno un bell'accumulare ingiurie, nessuno potrà oscurare il concetto che la difesa dell'assente l'hanno in mano quelli del suo sangue, che hanno conservato la speranza e la fede. E la prova morale più forte in favore dell'innocenza del condannato è proprio la convinzione incrollabile di un'intera e onorata famiglia, di una probità e di un patriottismo senza macchia.
  Poi, dopo gli ebrei fondatori, dopo la famiglia che ne è a capo, vengono i semplici membri del sindacato, quelli che si sono fatti comprare. Due tra i più anziani sono Bernard Lazare e il comandante Forzinetti. In seguito, sono venuti Scheurer-Kestner e Monod. Ultimamente, si è scoperto il colonnello Picquart, senza contare Leblois. E spero bene, dopo il mio primo articolo, di far parte pure io della banda.
  Del resto, appartiene al sindacato, viene tacciato d'essere un malfattore e d'essere stato pagato, chiunque, ossessionato dall'agghiacciante brivido di un possibile errore giudiziario, si permetta di volere che sia fatta la verità, in nome della giustizia. Siete stati voi a volerlo, a crearlo, questo sindacato. Voi tutti che contribuite a questo spaventoso caos, voi falsi patrioti, antisemiti sbraitanti, semplici sfruttatori della pubblica sconfitta.
  La prova non è forse completa, di una luminosità solare? Se ci fosse stato un sindacato, ci sarebbe stata un'intesa; e dov'è l'intesa? E' semplicemente nato in alcune coscienze, all'indomani della condanna, un senso di malessere, un dubbio, di fronte all'infelice che grida a tutti la sua innocenza. La crisi terribile, la pubblica follia alla quale assistiamo, è sicuramente partita da lì, dal lieve brivido rimasto negli animi. Ed è il comandante Forzinetti l'uomo di quel brivido che tanti altri hanno provato, quello che ce ne ha fatto un racconto così cocente.
  Poi, c'è Bernard Lazare. Preso dal dubbio, lavora a far luce. La sua inchiesta solitaria si svolge però in mezzo a tenebre che gli è impossibile diradare. Pubblica un opuscolo, ne fa uscire un secondo alla vigilia delle sue rivelazioni di oggi; e la prova che lavorava da solo, che non era in relazione con nessun altro membro del sindacato, è che non ha saputo, non ha potuto dire niente della verità vera. Un sindacato proprio strano, i cui membri si ignorano!
  C'è poi Scheurer-Kestner, a sua volta torturato dal bisogno di verità e di giustizia, e che cerca, tenta di arrivare a una certezza, senza sapere niente dell'inchiesta ufficiale, dico - che contemporaneamente veniva svolta dal colonnello Picquart, messo sulla buona strada dalle sue stesse funzioni presso il ministero della Guerra. C'è voluto un caso, un incontro, come si saprà in seguito, perché i due uomini che non si conoscevano, che lavoravano ognuno per conto proprio alla stessa opera, finissero all'ultimo momento per raggiungersi e procedere fianco a fianco.
  La storia del sindacato è tutta qui: uomini di buona volontà, di verità e di equità, partiti dai quattro punti cardinali, senza conoscersi e lavorando a leghe di distanza, ma incamminati tutti verso uno stesso fine, procedendo in silenzio, esplorando il terreno e convergendo tutti un bel mattino verso lo stesso punto d'arrivo. Com'era inevitabile, si sono trovati tutti e presi per mano a quel crocevia della verità, a quel fatale appuntamento della giustizia. Come vedete siete voi che, ora, li riunite, li costringete a serrare i ranghi per dedicarsi a un medesimo sforzo sano e onesto, questi uomini che voi coprite d'insulti, che accusate del più nero complotto, quando miravano unicamente a un'opera di suprema riparazione. Dieci, venti giornali, ai quali si mescolano le passioni e gli interessi più diversi, una stampa ignobile che non posso leggere senza che mi si spezzi il cuore per lo sdegno, non ha cessato, come dicevo, di convincere il pubblico che un sindacato di ebrei fosse impegnato nel più esecrabile dei complotti, acquistando le coscienze a peso d'oro. Lo scopo era in un primo momento quello di salvare il traditore e sostituirlo con un innocente; poi, quello di disonorare l'esercito, di vendere la Francia come nel 1870. Sorvolo sui romanzeschi particolari della tenebrosa macchinazione. E questa opinione, lo riconosco, è diventata quella della grande maggioranza del pubblico. Quante persone ingenue mi hanno avvicinato in questi otto giorni, per dirmi con aria stupefatta: «Come! Dite che Scheurer-Kestner non è un bandito? e anche voi vi mettete con quella gentaglia? Ma non lo sapete che hanno venduto la Francia?». Il cuore mi si stringe per l'angoscia, perché so bene che una simile perversione dell'opinione pubblica rende molto facile imbrogliare le carte. E il peggio è che i coraggiosi sono rari, quando c'è da andare controcorrente. Quanti ti mormorano all'orecchio di essere convinti dell'innocenza del capitano Dreyfus, ma che non se la sentono di assumere un atteggiamento pericoloso, nella mischia!
  Dietro l'opinione pubblica, sulla quale contano naturalmente di potersi appoggiare, ci sono gli uffici del ministero della Guerra. Non voglio parlarne, oggi, perché ancora spero che giustizia sarà fatta. Ma chi non si rende conto che siamo di fronte alla cattiva volontà più cocciuta? Non si vuole riconoscere di aver commesso degli errori e, vorrei dire, delle colpe. Ci si ostina a coprire i personaggi compromessi e si è pronti a tutto, pur di evitare il tremendo repulisti. E la cosa è talmente grave, che gli stessi che hanno in mano la verità, dai quali si esige furiosamente che la dicano, esitano, aspettano a gridarla pubblicamente, nella speranza che la stessa si imponga da sé e che venga loro risparmiato il dolore di doverla dire. Ma è pur sempre una verità quella che, da oggi, io vorrei diffondere in tutta la Francia. Ossia che si è sul punto di farle commettere, a lei che è la giusta, la generosa, un autentico crimine. Non è più la Francia, dunque, perché si possa ingannarla a tal punto, aizzarla contro un infelice che, da tre anni, espia, in condizioni atroci, un crimine che non ha commesso? Sì, esiste laggiù, in un'isola sperduta, sotto un sole spietato, un essere che è stato separato dai suoi simili.
  E non solo il mare lo isola, ma undici guardiani lo circondano notte e giorno come una muraglia vivente. Undici uomini sono stati immobilizzati per sorvegliarne uno solo. Mai assassino, mai pazzo furioso è stato murato in modo così totale. E l'eterno silenzio e la lenta agonia sotto l'esecrazione di una nazione intera!
  Osereste dire, ora, che quest'uomo non è colpevole? Ebbene, è proprio quello che affermiamo, noi, gli appartenenti al sindacato. E lo diciamo alla Francia e ci auguriamo che prima o poi ci ascolti poiché sempre essa si infervora per le cause giuste e belle. Le diciamo che noi vogliamo l'onore dell'esercito, la grandezza della nazione. E' stato commesso un errore giudiziario e, finché non sarà riparato, la Francia soffrirà, malaticcia, come per un cancro segreto che corrode a poco a poco le armi. E se, per farla ritornare sana, è necessario ricorrere al bisturi, si faccia! Un sindacato per agire sull'opinione pubblica, per guarirla dalla demenza in cui l'ha gettata certa ignobile stampa, per riportarla alla sua fierezza, alla sua secolare generosità. Un sindacato per ripetere ogni mattina che le nostre relazioni diplomatiche non sono in gioco, che l'onore dell'esercito non è affatto in causa, che solo alcune individualità possono essere compromesse.
  Un sindacato per dimostrare che qualsiasi errore giudiziario è riparabile, e che perseverare in un errore del genere, con il pretesto che un consiglio di guerra non può sbagliarsi, è la più mostruosa delle ostinazioni, la più spaventosa delle infallibilità. Un sindacato per condurre una campagna fino a che verità sia detta, fino a che giustizia sia resa, al di là di tutti gli ostacoli, quand'anche occorressero ancora anni di lotta. Sì, di questo sindacato faccio parte anch'io e spero tanto che voglia farne parte tutta la brava gente di Francia!

(Il Dubbio, 11 agosto 2018)


"L'Università Ebraica, l'eccellenza è davvero messa al centro"

di Ada Treves

Manuela Consonni
Si illumina, Manuela Consonni, docente dell'Università Ebraica di Gerusalemme e direttrice del Centro Internazionale Vidal Sassoon per lo Studio dell'Antisemitismo presso la stessa università, quando racconta dell'istituzione in cui, come dichiara convinta "è cresciuta", e pur sottolineando più volte che non vuole assolutamente fare discorsi apologetici è evidente come si tratti di un rapporto positivo e ricco. "Sono arrivata a Gerusalemme giovanissima, nel 1989, per studiare alla Rothberg International School, che accoglie gli studenti 'd'oltremare', ed è stata per me un'esperienza importantissima, anche per motivi personali: poco dopo l'arrivo ho avuto dei seri problemi di salute, e tutto lo staff, a partire dal professor Immanuel Etkes allora rettore della Rothberg, esperto di chassidut del Baal Shem Tov mi ha mostrato grande solidarietà e affetto e mi hanno accompagnata e sostenuta in un periodo difficile". Arrivata con una borsa di studio legata all'ambasciata israeliana e al ministero degli Affari Esteri, Consonni ha poi visto subito riconosciuto il valore del suo percorso di studio e ricerca dal dottorato, ottenuto summa cum laude con il professor Sergio Della Pergola, ai suoi PostDoc, il Max Planck alla Freie Universität di Berlino, quello presso la School of Theory and Criticism alla Cornell Univesity e il terzo alla Scholion, il centro interdisciplinare in Jewish Studies alla stessa Università Ebraica, che nonostante le numerose offerte ricevute non ha mai voluto lasciare. Non ha dubbi: "Dal punto di vista dell'esperienza accademica non ci sono confronti possibili, è il milieu migliore che si possa trovare. Anche dal punto di vista umano… ovviamente conta il fatto che io venga trattata molto bene, e sentirmi stimata è importante, ma si tratta davvero di un centro di eccellenza. Sia nel mio specifico campo di studi, che negli altri ambiti". Professore associato presso il Dipartimento di Storia ebraica contemporanea e alla Scuola di storia, oltre che Direttore del Dipartimento di Studi romanzi e latinoamericani, è da qualche anno anche a capo del Centro studi sull'antisemitismo con l'obiettivo dichiarato di riportare lo studio di tale materia all'interno dell'Università Ebraica. "Il Vidal Sassoon racconta è stato il primo centro internazionale dedicato allo studio dell'antisemitismo, ed è stato voluto e fondato da Yehuda Bauer, massimo storico della Shoah e presidente onorario della International Holocaust Remembrance Alliance". Finanziato dal "re dei coiffeur, reso famoso grazie allo stile semplice ed elegante delle famosissime che si affidavano alle sue forbici da Mary Quant a Mie Farrow a Helen Mirren", filantropo che ha dedicato tutta la sua vita a cercare di sradicare l'antisemitismo dalla società, il Centro Internazionale Vidal Sassoon per lo Studio dell'Antisemitismo, noto come SICSA, ha aperto nel 1982, due anni prima della morte del suo mecenate. Dopo il primo direttore, Yehuda Bauer, figura chiave nella creazione e nello sviluppo degli studi sulla Shoah e ancora membro del comitato accademico del Centro, la SICSA è stata diretta da Robert Wistrich, autore prolifico che ha dato forma all'attuale comprensione dell'antisemitismo, che l'ha guidata dal 2002 al 2015. Sotto la sua direzione, il Centro si è molto occupato del fenomeno dell'antisemitismo politico di sinistra e della delegittimazione di Israele e del sionismo. E dopo di lui la direzione è passata a Manuela Consonni, esperta del post-Shoah da un punto di vista politico, intellettuale, sociale e letterario, in particolare sui temi di identità, pregiudizio e "alterità" degli ebrei in Europa.
  "Considero un grande privilegio essere parte del corpo docente dell'Università Ebraica, è una enorme ricchezza, un patrimonio vero per Israele, l'istituzione di Buber, di Scholem, in cui il centro della matematica è stato fondato da Einstein… non è strano che io non abbia mai voluto cambiare 'casa'. Mi hanno cercata altre istituzioni, negli anni, ma qui per me le soddisfazioni sono enormi, ed è davvero un posto dove è gratificante lavorare, studiare, e fare ricerca". Considerata un vero "avamposto" di democrazia e apertura, l'Università Ebraica di Gerusalemme, continua Consonni, è un luogo dove l'eccellenza non è solo accademica, ma anche umana: il lavoro di qualità viene premiato, e i rapporti interpersonali sono ricchi e positivi e nonostante siano ovviamente presenti le problematiche tipiche di tutti gli ambiti accademici c'è grande solidarietà.
  "Non bisogna poi dimenticare gli studenti, che sono meravigliosi. C'è anche fra loro un grande senso di orgoglio, e di appartenenza. Pluralismo e democrazia sono presenti a tutti i livelli, ed è importantissimo ricordarlo, soprattutto di questi tempi. Non dimentichiamo che nonostante si chiami 'università ebraica' essere ebrei non è affatto caratteristica necessaria, neppure per eccellere: abbiamo direttori di dipartimento anche di nomina recente che sono arabi israeliani, e sono cose di cui andiamo fieri. Il reclutamento, qui, è preso sul serio: contano il rigore negli studi, la serietà e il valore delle persone. Non altro".

(Pagine Ebraiche, agosto 2018)


La nipote di Bob Marley celebra il suo Bat Mitzva.

E il padre Ziggy festeggia con un concerto a Tel Aviv

di Roberto Zadik

Cosa c'entra la famiglia del grande Bob Marley e suo figlio Ziggy col mondo ebraico? A prima vista non sembrerebbero esserci legami. Ma invece già questa "leggenda del Reggae" - morto a soli 36 anni l'11 maggio 1981 per un tumore al cervello e passato alla storia per il carisma dal vivo e canzoni come "No woman no cry", "Is this love" e "Redemption song" - sembrava essere molto affascinato dall'ebraismo anche se era di cultura Rastafariana. Titoli come "Exodus", "Iron Lion Zion" e quel simbolo "Hay" che in alcune immagini gli si vede al collo, sono dettagli interessanti e alcuni gossip sostengono avesse un padre inglese di origini ebraico siriane.

 L'«ebreo» Ziggy Marley
 
Ziggy Marley


I will be glad
  Questo, però, non vale per il figlio Ziggy, il cui vero nome è David Nesta Marley perché, secondo il "Times of Israel", la moglie Orly Agai è israeliana di origini persiane e che in questi giorni, sabato 4 agosto, ha celebrato il Bat Mitzva di Judah Victoria, sua figlia maggiore in una sinagoga di Gerusalemme assieme a amici e parenti. Ma da bravo musicista ha festeggiato anche per prima con un favoloso concerto.
  Lo scorso 31 luglio, il musicista che compirà 50 anni il prossimo 17 ottobre, si è esibito in un trionfale live a Tel Aviv, al Barby Club davanti a migliaia di fans in adorazione. L'erede del leggendario papà Bob, è salito sul palco salutando la folla con un "Shalom Tel Aviv" intonando sia i classici reggae che soprattutto le canzoni recenti come "I will be glad" (Sarò felice) dal suo ultimo lavoro "Rebellion Rises"il suo settimo album calorosamente accolto dalla critica. Poco prima ha rivelato il sito, il simpatico Ziggy aveva suonato in Germania davanti a un vasto pubblico e sul palco israeliano è riuscito a replicare la stessa verve intrattenendo gli spettatori con improvvisazioni e grande energia.
  Vincitore di vari premi e riconoscimenti, nella sua carriera cominciata negli anni '80 quando cantava "Tomorrow people", Ziggy Marley ha sette figli, 4 di religione ebraica, Judah, Gideon e Abraham e altri tre avuti da altre partner e sembra essere molto legato a Israele, non solo per via della moglie, ma anche perché è la quarta volta che torna nello Stato ebraico. Autore originale e idealista, come suo padre, scatenato ma anche riflessivo, nella sua performance israeliana ha cantato successi come "See Dem Fake Leaders" (Guardateli questi falsi leader) e la vivace "World Revolution" (Rivoluzione Mondiale). "Noi gente del mondo vogliamo fare qualcosa che cambierà il mondo al meglio" ha gridato nella sua esibizione intonando poi una bella canzone come "Love is my religion" con alcune note di "All You Need is love" dei Beatles. Ma non solo canzoni nuove e di sua produzione bensì anche classici paterni,fu sempre molto legato al padre che morì quando lui aveva 13 anni, come "One Love" mischiando musica e discorsi politici e ideologici e religiosi. "Solo quelli che davvero ci credono vedranno i loro sogni realizzati, che la pace trionfi sui mali del mondo" ha annunciato speranzoso specificando che la fede è molto importante per lui.
  A questo proposito il sito Jewcy.com racconta vari dettagli sul matrimonio fra la star e la moglie, vissuta dall'età di 14 anni a Los Angeles e che ora si occupa di amministrare la carriera del marito. In una intervista citata dal sito e rilasciata nel 2011 a Ynet Ziggy Marley parla della sua fascinazione verso l'ebraismo e di come "devo rispettare le feste ebraiche anche perché non ho scelta" ha detto scherzando. Seriamente ha aggiunto "mi piace tutto dell'ebraismo perché mantengono vive le tradizioni e questo non accade in altre culture". Egli ha anche fatto notare che ben prima di sua moglie egli attraverso suo padre, di cultura Rastafari, conosceva i testi biblici e leggeva testi ebraici restandone, ogni volta, profondamente colpito.

(Bet Magazine Mosaico, 10 agosto 2018)


Incontro Hamas-Fatah al Cairo la prossima settimana

IL CAIRO - Medio Oriente: incontro Hamas-Fatah al Cairo la prossima settimana - I rappresentanti dei due partiti palestinesi rivali, Fatah e Hamas, si incontreranno la prossima settimana al Cairo. Lo riferisce il quotidiano egiziano "Al Ahram". L'incontro rientra nel quadro degli sforzi del governo egiziano di raggiungere una riconciliazione intra-palestinese. I funzionari della sicurezza egiziana avranno colloqui separati con i rappresentanti dei due partiti palestinesi, prima di giungere a colloqui diretti con l'obiettivo dell'unificazione. Lo scorso 12 ottobre Il Cairo aveva consentito ad Hamas, che amministra la Striscia di Gaza dal 2007, e a Fatah, anima dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), di trovare un accordo per la cessione del controllo di Gaza a Ramallah. Nonostante la visita del premier palestinese, Rami Hamdallah, a Gaza le parti non hanno concretizzato mai l'intesa. Inoltre, nelle ultime settimane Il Cairo ha ospitato per due volte una delegazione di Hamas guidata da Saleh al Arouri, fondatore del braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzedin al Qassam. Al centro dei colloqui un possibile accordo di cessate il fuoco con Israele. L'annuncio dell'incontro fra responsabili di Hamas e Fatah al Cairo giunge mentre negli ultimi giorni è cresciuta la tensione fra Israele e Gaza e all'indomani della visita a Washington del ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry. Negli Stati Uniti, il capo della diplomazia egiziana ha incontrato fra gli altri anche l'inviato Usa per il Medio Oriente, Jason Greenblatt.

(Agenzia Nova, 10 agosto 2018)


Gaza, una pioggia di missili su Israele. Gerusalemme avverte: operazione vicina

Hamas ha lanciato oltre 180 ordigni provocando undici feriti. Uccisi almeno tre palestinesi.

di Simona Verrazzo

Razzi da Gaza su Israele

ROMA - Oltre 180 razzi lanciati dalla Striscia di Gaza verso Israele e almeno tre morti palestinesi. E" il bilancio della notte di guerra, tra mercoledì e giovedì. Dalla serata di due giorni fa, Hamas ha lanciato oltre 180 razzi contro il territorio israeliano, provocando almeno undici feriti tra i quali una donna di trent'anni in gravi condizioni. Diverse persone sono state portate nei centri medici sotto choc.

 Il raid
  A riferirlo su Twitter è il portavoce delle forze armate dello Stato ebraico, secondo cui i razzi del movimento gruppo islamista palestinese, al potere nella Striscia di Gaza dal giugno 2007, hanno colpito in particolare le comunità al confine, tra cui le città di Sderot e Netivot. E nel primo pomeriggio di ieri quattro razzi sono caduti in un'area disabitata del Consiglio regionale di Eshkol. La contraerea israeliana ha intercettato trenta missili, mentre la maggior parte di quelli non intercettati sono atterrati "in aree all'aperto", con le sirene di allarme nel sud del paese che sono suonate 125 volte. La reazione dello Stato ebraico non si è fatta attendere. «In risposta, le forze armate hanno colpito oltre 150 obiettivi terroristici nella Striscia di Gaza», si legge in un comunicato dell'esercito israeliano, tra cui vi sono una fabbrica per componenti per i tunnel, un'area usata dal comando navale di Hamas, un deposito di armi e un punto di raccolta per ufficiali a Khan Younis.

 Le postazioni
  Nella prima mattinata di ieri, un velivolo israeliano ha colpito una squadra di lanciatori di razzi che aveva «appena tirato verso Israele». Il raid, come riferito dai media palestinesi, ha provocato almeno tre morti, tra cui una donna incinta, Enas Khammash (23anni), con sua figlia di 18 mesi, Bayan. Secondo l'agenzia di stampa palestinese Wafa, la terza vittima, nella parte settentrionale, è stata identificata come Ali Al Ghandour, 30 anni. La tensione è aumentata nella serata di mercoledì, con i primi lanci di razzi dalla Striscia di Gaza, dopo che Hamas aveva preannunciato che avrebbe risposto all'uccisione da parte di Israele di due suoi militanti nei giorni scorsi.

 I Colloqui in Egitto
  Questi nuovi venti di guerra arrivano mentre sono in corso, in Egitto, i colloqui di pace per la riconciliazione nazionale tra le fazioni palestinesi. Il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum, ha accusato Israele di voler sabotare la riconciliazione nazionale, in particolare tra il gruppo nella Striscia di Gaza e l'Autorità nazionale palestinese (Anp), che controlla la Cisgiordania. In discussione anche l'alleggerimento del blocco economico imposto dall'enclave costiera palestinese e il un cessate il fuoco con Israele.

(Il Messaggero, 10 agosto 2018)


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Gaza, razzi e raid aerei. Israele avverte Hamas: operazione su vasta scala

Il Gabinetto di Sicurezza di Netanyahu: continueremo a usare la forza I miliziani accusano: escalation voluta per boicottare le trattative di pace

Avigdor Lieberman
Ministro Israeliano alla Difesa
Faremo qualsiasi cosa si renda necessaria per fermare gli attacchi missilistici da Gaza
Fawzi Barhoum
Portavoce di Hamas
Israele vuole contrastare gli sforzi dell'Egitto e dell'Onu per ottenere un cessate il fuoco

di Francesca Paci

ROMA - Nonostante l'attivismo egiziano per fermare l'escalation delle ultime ore e i ripetuti annunci di un cessate il fuoco, la situazione a Gaza resta tesa. Ieri sera, durante la riunione del gabinetto di sicurezza presieduta dal premier Netanyahu nella base di Camp Rabin, i caccia israeliani hanno ripreso a bersagliare la Striscia (in serata è stato colpito un palazzo a Ovest di Gaza City) e le sirene anti-missile sono risuonate a Beer Sheva (per la prima volta dal conflitto del 2014) e nei kibbutz a ridosso della cittadina frontaliera di Sderot, dove si contano 4 feriti.
   Mercoledì notte, per la terza volta nel solo mese di luglio, gli scontri iniziati a fine marzo con le manifestazioni palestinesi per la «Marcia del Ritorno», hanno rischiato di scivolare in una nuova guerra ad alta intensità. Colonne di fumo nero si levano dal confine blindato. E mentre dalla moschea al-Furqan di Gaza City al campo profughi di Jabalya si invoca vendetta per le 3 vittime dei raid ( tra cui una donna incinta e la figlia) e i circa 30 feriti, l'esercito israeliano fa sapere di aver intercettato con il sistema di difesa Iron Dome 30 dei 150 razzi lanciati sul proprio territorio, di aver colpito oltre 140 postazioni di Hamas e di essere «più vicino che mai ad un'operazione su vasta scala a Gaza».
   Il Gabinetto di Sicurezza israeliano, dopo varie ore di riunione per discutere della situazione, «ha dato istruzione alle forze della Difesa di Israele perché continuino ad usare la forza contro i terroristi », ha detto in una nota il portavoce dell'ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
   Il contesto è altamente infiammabile. Sullo sfondo della crisi c'è il lavoro di Egitto e Onu per una tregua di lungo termine tra Israele e le diverse fazioni palestinesi che nei giorni scorsi ha visto convergere a Gaza e poi al Cairo diversi leader di Hamas in esilio per discutere la riconciliazione nazionale, l'alleggerimento del blocco economico sulla Striscia, il cessate il fuoco con Israele. Una settimana fa il leader islamista Khalil Al- Hayya aveva parlato ad Al Jazeera di «uno stato molto avanzato» dei negoziati indiretti. Secondo alcuni portavoce di Hamas, tra cui Fawzi Barhoum, il proseguimento dell'escalation, interrotta da Hamas ieri pomeriggio, sarebbe dunque responsabilità israeliana, «un sabotaggio per colpire le trattative» e «mascherare con la guerra la perdita del proprio potere di deterrenza».
   Se Israele ripete con le parole del ministro della difesa Lieberman che come sempre farà «il necessario» per fermare i missili, la strategia dei signori della Striscia è confusa. Dalla presa di Gaza contro i fratelli coltelli dell'Anp nel 2007, Hamas ha attribuito a Ramallah, a Israele, agli Usa e al disinteresse mondiale per la causa palestinese il proprio impasse politico senza riuscire a recuperare consenso. Uno studio del Palestinian Center Far Policy and Survey evidenzia che il 45% dei gaziani sogna di emigrare (in Cisgiordania il 19%), che il 60% vuole un accordo tra Hamas e l'arcinemico di Fatah Dahlan e che solo il 32% voterebbe oggi Hamas alle amministrative contro il 36% d'inizio 2018 (Hamas cresce invece in Cisgiordania, dal 26% al 30%).
   «Hamas è alla disperazione, la vita a Gaza è intollerabile: la disoccupazione è cronica, l'acqua imbevibile, l'elettricità gira meno di 4 ore al giorno e non c'è via d'uscita per 2 milioni di abitanti» nota Hussein Ibish dell'Arab Gulf States Institute di Washington, aggiungendo che i palestinesi uccisi negli scontri per la «Marcia del Ritorno» (165 in 4 mesi) sono per Hamas «la prima buona notizia da tempo». Gli studiosi la chiamano la «social warfare strategy», la nuova e antica strategia della guerra sociale, l'arma della manipolazione dell'opinione pubblica internazionale, l'amplificazione delle contraddizioni nel fronte avverso e la mobilitazione delle proprie società contro nemici militarmente superiori. Un gioco pericoloso. Fonti a Gerusalemme danno il conflitto al 90%. A Gaza si scruta il cielo senza stelle, oltre il confine, gli israeliani dormono nei rifugi.

(La Stampa, 10 agosto 2018)



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Chi ha abbattuto, sotto una pioggia di razzi, le trattative per una tregua fra Israele e Gaza?

Non è difficile capire che la decisione di affossare il possibile accordo di cessate il fuoco non è stata presa al Cairo e nemmeno a Gaza. E' stata presa a Teheran.

Meno di una settimana fa rappresentanti israeliani, egiziani e di Hamas esprimevano ottimismo, in varia misura, circa un possibile accordo di cessate il fuoco a lungo termine tra Israele e Gaza. La stessa Hamas affermava che le trattative mediate da Egitto e Onu erano in "fase avanzata" e che presto sarebbe stato possibile arrivare un accordo, che si prevedeva suddiviso in fasi su un periodo di cinque anni. In cambio della cessazione completa degli attacchi da parte di Hamas, compresi i lanci di aerostati incendiari e i tentativi di sfondare il confine, vi sarebbe stato un allentamento delle restrizioni ai valichi di frontiera con Israele ed Egitto e l'avvio di progetti economici e umanitari, con un aumento delle forniture di elettricità e di altri servizi atti a migliorare la vita quotidiana della popolazione di Gaza. Si stava già parlando di un porto e un aeroporto nel confinante Sinai egiziano ad uso della striscia di Gaza....

(israele.net, 10 agosto 2018)


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"I media riportino i fatti. È Hamas a innescare la violenza"

di Noemi Di Segni*

Ci sono fatti, ci sono interpretazioni dei fatti e purtroppo ci sono silenzi assoluti o titoli che restituiscono al lettore ascoltatore, già poco informato, una realtà totalmente diversa da quanto avviene in queste ultime 24 ore. È quanto sta gravemente accadendo su alcuni quotidiani e siti d'informazione italiani ed esteri, sui fatti al confine di Gaza. Non si può invertire l'ordine cronologico delle notizie e parlare di bombardamenti israeliani a Gaza come se fossero scelte deliberate senza un motivo scatenante: oltre 170 razzi lanciati da Hamas contro insediamenti civili. Mentre speriamo che le forze politiche condannino il comportamento di Hamas, sottolineiamo che non si può rivolgere lo sguardo sofferente solo verso un lato. Nessun paese al mondo rimarrebbe inerme di fronte a chi minaccia ed attacca i suoi cittadini. Un'informazione realmente libera, interessata a raccontare le vicende di un territorio e riflettere sulle ragioni e le conseguenze che per l'intera area ne derivano riporta anzitutto tutti i fatti. Se alla responsabilità di chi innesca conflitti armati o solo apparentemente pacifici, usando come scudo i propri figli, si aggiunge la leva dell'informazione selettiva, arma perfetta di chi ben sa che Israele ne risponde sul piano della reputazione umanitaria, allora sì che il conflitto si trasformerà in guerra. E allora cosa racconterete? di cosa vi preoccuperete?

* Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

(moked, 9 agosto 2018)


La legge Mancino e gli ebrei

Riceviamo e pubblichiamo.

Gentile Direttore,
apprendo dalla Stampa che il ministro L. Fontana, chiede di abrogare la legge Mancino per gesti legati all'ideologia nazifascista. Secondo la sig. Fontana la legge è un'arma nelle mani dei globalisti filo-islamici. Da quest'ottica il ministro ha visto giusto. Pochi si sono resi conto che la legge non venne fatta per proteggere le Comunità ebraiche dall'antisemitismo dilagante nella democratica Europa, ma per facilitare e tollerare l'invasione musulmana del Continente. George Ben Soussan ne sa qualcosa! Le Comunità ebraiche che hanno difeso giustamente questa legge, devono però rendersi conto che non venne fatta per proteggere gli ebrei, bensì per favorire l'ondata indiscriminata di profughi musulmani che invadevano il Continente europeo con la complicità delle benemerite ONG. Pertanto illudersi che gli ebrei siano a casa propria in Europa, vuole significare la scarsa conoscenza della storia (Inquisizione-Shoà), su cui è pericoloso addormentarsi. Detto questo avrei una proposta singolare da aggiungere ed è questa:
'' Imporre una pesantissima tassa in ''denaro'' per coloro che esternano azioni razziste-antisemite, dettate dai loro pregiudizi, che sono duri a morire. Tra le parole e il denaro c'è sempre una buona differenza e forse il denaro, può essere un deterrente maggiore della Legge Mancino per prevenire la barbarie. Grazie e shalom.
Fulvio Canetti

(Notizie su Israele, 10 agosto 2018)


70 anni fa rinasceva la lingua ebraica

L'affascinante storia di come, grazie alla tenacia di un uomo che aveva un sogno, nel 1948 l'ebraico, insieme all'arabo, divenne la lingua ufficiale del nascente stato d'Israele.

di Michele Genisio

1897: in un salotto di Basilea s'incontrano attorno a un tavolino due tipi, diversi l'uno dall'altro come la notte dal giorno. Qualcosa in comune però ce l'hanno: sono entrambi ebrei e animati da un grandioso ideale. L'uno, Theodor Herzl, sogna di far rinascere lo stato ebraico, che si è dissolto definitivamente da più di 1700 anni, quando l'imperatore Adriano nel 135 ha spianato Gerusalemme e cancellato il nome di Giudea dalle mappe geografiche.
  L'altro, Eliezer Ben Yehuda, sogna di far rinascere l'antica lingua ebraica, che da 2000 anni non è più comunemente parlata dagli ebrei. Si ascoltarono Theodor e Eliezer, con cordialità. Anche se solo formale. Appena finito l'incontro infatti iniziano a sparlare l'uno dell'altro. «Creare uno stato ebraico?! Quello è matto! È una utopia irrealizzabile?!» dice l'uno. «Resuscitare la lingua ebraica?! Quello è fuori di testa! È morta e sepolta. È più facile resuscitare un cadavere!» dice l'altro. Ma tutti e due hanno la testa dura… ed entrambi i loro sogni si realizzano.
  È ben nota la vicenda della nascita dello stato d'Israele. Forse meno nota è quella della rivitalizzazione della lingua ebraica. In fin dei conti: è più facile far rinascere uno stato o una lingua? Difficile rispondere. I fatti però dicono che diverse nazioni sono state ricostituite, ma nessuno al mondo è riuscito a far rinascere una lingua. Salvo gli ebrei. L'Irlanda ha provato a far rinascere l'irlandese, con grandissimi sforzi e molti investimenti. Ma risultati modesti. Anche il tentativo di una nuova lingua come l'esperanto non è mai decollato. Pensate: far rinascere l'ebraico era un'impresa simile a far rinascere il latino come lingua parlata in Italia. Una pazzia! Eppure oggi l'ebraico è tornato ad essere una lingua viva, parlata in terra di Israele e da tanti ebrei sparsi nel mondo.
  Come mai la lingua ebraica era morta? È una lunga storia. L'ebraico era la lingua degli antichi ebrei, gente come Abramo Sara Mosè Deborah Rachele Davide e compagnia bella. In ebraico è stata scritta la Bibbia (Antico Testamento). Ma già ben prima dei tempi di Gesù l'ebraico non era più usato, ed era stato soppiantato dall'aramaico, parlato in tutto il Vicino Oriente, un po' come l'inglese ai nostri giorni. Gesù, sua mamma e gli apostoli parlavano aramaico.
  Con la diaspora degli ebrei, dopo il 135, la situazione non migliorò per il vecchio ebraico. Restò relegato nelle sinagoghe e tra le scartoffie dei rabbini. Gli ebrei parlavano le lingue del luogo in cui vivevano; a Roma parlavano un giudaico-romanesco, a Venezia un giudaico-veneziano; quelli dell'Europa orientale parlavano lo yiddish; quelli espulsi dalla Spagna parlavano il ladino; molti di quelli che vivevano in territori musulmani parlavano l'arabo. L'ebraico era rimasto per la lettura della Bibbia, per il culto in sinagoga, per qualche affare legale. Finché quel giornalista lituano, Eliezer Ben Yehuda, decise di svegliarlo come se fosse la Bella Addormentata nel Bosco. Non bastava però un bacio.
  Serviva un'impresa colossale. In un celebre articolo del 1878 Ben Yehuda scrisse un accorato appello agli ebrei di parlare solo in ebraico. Ma la risposta fu tutt'altro che entusiasta: i più ortodossi si opponevano all'uso dell'ebraico nella vita quotidiana perché era una lingua sacra e non si poteva mescolare con atti profani; quelli che simpatizzavano per i bolscevichi consideravano controrivoluzionaria e retrograda la scelta dell'ebraico perché non favoriva la visione internazionale. Insomma, peste e corna da entrambe i fronti. Eliezer però non si scoraggiò.
  Nel 1888 si trasferì in Palestina e cominciò a lavorare sodo per trovare nuovi vocaboli adatti ai tempi moderni, che non esistevano ai tempi della Bibbia. Che cosa ne sapevano le matriarche Lia e Rebecca della locomotiva? E che ne sapeva re Davide di un cannone? Ben Yehuda inventò i nuovi termini. Aveva inoltre preso una ferrea decisione: di parlare con suo figlio solamente in ebraico, proibendo a chiunque di rivolgersi a lui in un'altra lingua. Giorno dopo giorno, i membri della comunità di immigrati ebrei in cui viveva provavano a usare le parole che aveva coniato. Alcune funzionavano e si tenevano, altre no e venivano abbandonate. Il lavoro tenace di Eliezer in poco tempo venne apprezzato. Sempre più ebrei iniziarono a parlare il nuovo ebraico, segno di una ritrovata identità.
  Nel 1948 l'ebraico, insieme all'arabo, divenne la lingua ufficiale dello stato d'Israele che allora nasceva. Settant'anni fa. E da settant'anni si è tornati a parlare per le strade di Tel Aviv, di Haifa e di Gerusalemme come parlavano gli antichi patriarchi e profeti. O in un modo un po' simile. Un ponte fra il presente e il passato biblico è stato costruito. Grazie alla tenacia di un uomo che aveva un sogno.

(Città Nuova, 9 agosto 2018)


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Aggiungiamo, sull’argomento, un brano tratto dal libro “Dio ha scelto Israele”.

La guerra delle lingue

Poche settimane dopo il suo arrivo a Gerusalemme il responsabile della "Alliance Israélite Universelle", Nissim Behar, offrì a Ben Yehuda di entrare a far parte del corpo docente di una scuola per ragazzi. Eliezer pose come condizione di poter insegnare l'ebraico, e si accorse con piacere che proprio per questo motivo lo volevano assumere. Anzi, poiché nel bilancio dell'associazione non era prevista una voce esplicita per pagare un docente di ebraico, Behar ricavò lo stipendio per Ben Yehuda decurtando il salario dei due insegnanti di religione.
   Il metodo usato in quella scuola è diventato oggi molto comune: insegnare l'ebraico con l'ebraico. Nella scuola si parlava sempre e soltanto ebraico, senza ricorrere mai a traduzioni in altre lingue. I risultati non tardarono a farsi vedere. Cominciarono a formarsi gruppi di ragazzi che parlavano tra di loro in ebraico, e lentamente questo fatto si diffuse.
   Ben Yehuda continuò a battersi affinché l'ebraico diventasse la "lingua di curriculum" in tutti i tipi di scuola, religiosi e laici, e le altre lingue, russo, tedesco, inglese, francese fossero insegnate come lingue straniere. Gradualmente l'abitudine si estese, ma naturalmente non mancarono resistenze, anche molto forti.
   Lo scontro più aspro passò alla storia come la "guerra delle lingue".
   Nel 1913 un gruppo di facoltosi ebrei tedeschi aveva finanziato la costruzione a Haifa di una scuola tecnica chiamata "Technion". A un certo momento si venne a sapere che la lingua di curriculum stabilita era il tedesco e che l'ebraico era bandito.
   La notizia provocò subito reazioni, anche all'estero, e nonostante gli ebrei tedeschi fossero i maggiori finanziatori del suo dizionario di ebraico, Ben Yehuda non esitò a gettarsi nella lotta. Sulla pubblica piazza affrontò personalmente Ephraym Cohen, direttore di tutte le scuole finanziate dai tedeschi, e gli ingiunse di far annullare l'ordine. Gli fu risposto che la disposizione veniva da molto in alto e che lo stesso Kaiser aveva espresso il desiderio che la lingua ufficiale di tutte le scuole in Palestina fosse il tedesco. Si può immaginare in quale considerazione tenesse Ben Yehuda il gradimento del Kaiser!
   Poiché non ottenne quello che riteneva assolutamente giusto, fu decretata immediatamente la mobilitazione. Gruppi di docenti decisero di abbandonare le aule, chiudere le scuole e reclutare studenti per la battaglia. Ephraym Cohen rimase solo nel suo edificio vuoto. Ragazzi e istruttori sfilarono per le strade gridando: "Abbasso i tedeschi! Viva l'ebraico!" Bambini ebrei bruciarono i loro libri scolastici tedeschi davanti al consolato di Germania. Ben Yehuda fece sapere che non ci sarebbe più stato bisogno di libri scolastici tedeschi e cominciò a organizzare scuole di emergenza in cui l'insegnamento era effettuato in ebraico. La battaglia continuò a infuriare per diversi mesi e, come in ogni guerra civile, spinse tutti a schierarsi chi da una parte chi dall'altra, e la linea di divisione passava spesso anche all'interno di una stessa famiglia.
   L'atmosfera cominciò a placarsi soltanto dopo l'intervento dell'ambasciatore americano presso il governo turco, Henry Morgenthau, che, di passaggio da Gerusalemme, si accorse del marasma esistente e decise di intervenire. Invitò gli esponenti delle due fazioni ad un banchetto in suo onore e con un discorso che esortava alla pace e all'amore riuscì a riportare un po' di distensione negli animi.
   Nessuno dei due schieramenti ottenne, nell'immediato, una vittoria netta, ma non molti anni dopo sarà l'insegnamento dell'ebraico a riportare il definitivo trionfo.



(Notizie su Israele, 10 agosto 2018)


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