Dio è per noi un rifugio e una forza,
un aiuto sempre pronto nelle distrette.
Perciò noi non temeremo, anche quando fosse sconvolta la terra,
quando i monti fossero smossi in seno ai mari,
quando le acque del mare muggissero e schiumassero,
e per il loro gonfiarsi tremassero i monti.
Salmo 46:1-3  

Attualità



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Charles Aznavour

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                                                             Sulle tue mura, o Gerusalemme

                                         Sulle tue mura, o Gerusalemme, ho posto delle sentinelle,
                                         che per tutto il giorno e tutta la notte non taceranno mai.
                                         Voi, che ricordate all'Eterno le sue promesse,
                                         non state in silenzio, e non dategli riposo,
                                         finché non abbia ristabilito e reso Gerusalemme la lode di tutta la terra.
                                                                                                                             Isaia 62:6-7





























Segretario Olp esorta i paesi arabi a rompere le relazioni diplomatiche con l'Australia

In precedenza le autorità australiane avevano riconosciuto Gerusalemme Ovest come capitale d'Israele.

Il segretario generale del comitato esecutivo dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) Saeb Arikat ha invitato i Paesi arabi a rompere le relazioni diplomatiche con l'Australia, che ha deciso di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale d'Israele. La dichiarazione corrispondente, come riportato dal portale di notizie Dunya Al Watan, è stata fatta oggi commentando la decisione delle autorità australiane.
Arikat ha fatto appello ai Paesi arabi chiedendo "di onorare le decisioni prese nelle riunioni tra i leader, che obbligano tutti gli Stati arabi a troncare i rapporti con qualsiasi Paese che riconosca Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico".
Il segretario generale dell'Olp ha condannato fermamente la decisione del governo australiano, affermando che
"Gerusalemme è una città indivisibile e la determinazione del suo status è la questione più importante del processo di risoluzione del conflitto con Israele".
Il primo ministro australiano Scott Morrison aveva affermato in precedenza che il governo riconosce ufficialmente Gerusalemme Ovest come capitale d'Israele, tuttavia non trasferirà l'Ambasciata da Tel Aviv fino a quando non sarà raggiunto un accordo di pace con i palestinesi.
Lo status di Gerusalemme è uno dei problemi chiave nel conflitto israelo-palestinese. Gli israeliani hanno occupato la parte orientale della città durante durante la guerra del 1967. Insistono sul fatto che Gerusalemme sia la capitale "unica e indivisibile" di Israele. I palestinesi vogliono fare come capitale del loro Stato la parte orientale della città.

(Sputnik Italia, 15 dicembre 2018)


Coro antisemita in Ungheria, il Chelsea rischia l'inchiesta Uefa

Nel caso in cui i tifosi fossero ritenuti colpevoli di antisemitismo, il Chelsea rischia la chiusura (parziale o totale) di Stamford Bridge per i sedicesimi di Europa League.

 Durante Vidi-Chelsea
  I tifosi del Chelsea ancora una volta sotto i riflettori per presunte manifestazioni razziste. Secondo quanto riportato dal Guardian, i sostenitori del club londinesi avrebbero intonato un coro antisemita durante la partita giocata in trasferta contro il MOL Vidi, squadra ungherese. I funzionari Uefa stanno valutando l'apertura do un procedimento disciplinare contro i Blues. Tutto dipenderà dai rapporti presentati dai delegati presenti alla Groupama Arena. Non è certo positivo che quest'altra vicenda di (presunto) razzismo sia avvenuta a poche ore dal caso-Sterling, il calciatore del Manchester City insultato dai tifosi di casa a Stamford Bridge.
  Il Guardian spiega come il regolamento Uefa preveda la chiusura parziale dello stadio come prima sanzione minima in caso un gruppo di tifosi venga riconosciuto colpevole di un comportamento «che insulta la dignità umana di una persona o di una comunità per qualsiasi motivo, inclusi colore della pelle, razza, religione o origine etnica». Quindi, Stamford Bridge potrebbe rischiare di essere chiuso per il match di ritorno dei sedicesimi di Europa League.

 La reazione del Chelsea
  Sul Guardian si legge di come il Chelsea abbia già condannato il comportamento dei suoi tifosi in trasferta. Il coro antisemita «ha fatto vergognare il club». Anzi, la dirigenza dei Blues si sta adoperando per identificare tutti i colpevoli del canto discriminatorio, così da «bandirli da Stamford Bridge». Ovvero, la stessa punizione immediata riservata a coloro che hanno insultato Sterling. Dopotutto, Abramovich è di religione ebraica e nel passato lo stesso Chelsea si è reso protagonista di campagna di sensibilizzazione sul tema dell'antisemitismo. Evidentemente non è bastata, e ora il Chelsea rischia.

(ilnapolista, 15 dicembre 2018)


Mahmoud Abbas: sarà ricostruita la casa demolita vicino a Ramallah

RAMALLAH - Il presidente dell'Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, ha stabilito che verrà ricostruita la casa del responsabile della morte di un militare israeliano abbattuta questa mattina nel campo profughi di Al Amaari, vicino a Ramallah, in Cisgiordania. Lo ha annunciato oggi Hussein al Sheikh, membro del comitato centrale del partito palestinese Fatah, anima dell'Anp. La casa apparteneva a Islam Yusef Abu Hmaid che aveva lanciato una lastra di marmo con il sergente Ronen Lubarsky, uccidendolo. Sia l'Anp che il movimento palestinese Hamas hanno condannato la demolizione della casa, esortando la popolazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza a continuare la "resistenza" nei confronti di Israele.

(Agenzia Nova, 15 dicembre 2018)


L'antisionismo letale

I tunnel di Hezbollah, l'Onu, gli attacchi di Hamas e le periferie europee. Lo stesso assalto a Israele

di Giulio Meotti

ROMA - "Gli israeliani sperimentano l'antisionismo in modo diverso rispetto ai lettori della New York Review of Books, non come una sortita audace nel mondo delle idee, ma come una minaccia alla loro esistenza", scriveva ieri Bret Stephens sul New York Times. "E' un po' come la differenza che c'è tra discutere degli effetti del marxismo-leninismo in un seminario al Reed College nel 2018 e sperimentarli a distanza ravvicinata a Berlino Ovest nel 1961. In realtà, è anche peggio di così, dal momento che i sovietici volevano semplicemente dominare o conquistare i loro nemici e impossessarsi delle loro proprietà, non cancellarli dalla mappa e porre fine alle loro vite". E tre vite israeliane sono state prese dai terroristi palestinesi in Cisgiordania in 24 ore, un bambino di appena tre giorni e due soldati, in quella che sembra essere una escalation del terrore, mentre al confine nord col Libano Israele sta scoprendo una serie di tunnel scavati da Hezbollah per infiltrarsi nello stato ebraico. Hamas e i suoi alleati (l'Iran in testa) hanno un piano e neppure segreto: esportare la loro "lotta armata" contro Israele al di fuori della Striscia di Gaza e, in ultima analisi, prendere il controllo della Cisgiordania. Hamas e i suoi amici sono stati galvanizzati dal recente fallimento dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite di adottare una risoluzione sponsorizzata dagli Stati Uniti che condannava Hamas e altri gruppi terroristici palestinesi. Ogni attacco "riuscito" e portato avanti da Hamas gli fa guadagnare popolarità in Cisgiordania a spese di Mahmoud Abbas e della sua Autorità palestinese. Intanto emergono i dettagli dei piani di Hezbollah a proposito dei tunnel: infiltrare terroristi col compito di isolare il villaggio israeliano di Metulla nell'estremo nord del paese, prendere posizioni chiave (con ostaggi) e iniziare a bersagliare i rinforzi israeliani con cecchini e missili anticarro. Il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, aveva già minacciato di "conquistare la Galilea". In questi giorni, le Nazioni Unite hanno celebrato l'adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani, 70 anni fa. Nella stessa settimana hanno de facto assolto Hamas fallendo sulla risoluzione americana di condanna dei terroristi palestinesi. Hamas ha ringraziato l'Onu e ordinato ai suoi di passare all'azione. C'è un solo paese che in 70 anni di vita non si è mai visto riconoscere davvero, moralmente e politicamente, quei diritti umani. E' l'"antisionismo che uccide", come lo ha definito due giorni fa Daniel Schwammenthal sul Wall Street Journal. Il 51 per cento degli ebrei europei ha detto di sentire "frequentemente" o "sempre" che "gli israeliani si comportano come i nazisti nei confronti dei palestinesi". '"L'antisionismo non è la stessa cosa dell'antisemitismo', si continua a sentire", scrive Schwammenthal. "Il nuovo studio suggerisce che per gli ebrei europei la distinzione non ha senso. Il politico tedesco Heinrich von Treitschke disse che 'gli ebrei sono la nostra disgrazia', una frase ripresa dai nazisti e che trova il suo equivalente oggi in 'il mondo sarebbe un posto migliore senza Israele"'. E' l'eco che si propaga dai tunnel di Hezbollah sotto l'unghia più a nord di Israele, alle fermate degli autobus in Cisgiordania, al Palazzo di vetro delle Nazioni Uniti e nelle periferie delle capitali europee.

(Il Foglio, 15 dicembre 2018)


Nuovi attentati in Israele, di nuovo con le armi da fuoco

di Ugo Volli

Ancora attentati in Israele: il terrorismo palestinese non si ferma. C'è una pericolosa novità per la sicurezza di Israele, un terzo fronte che si sta aprendo. Si tratta della Giudea e Samaria, dove sempre più di frequente alle due modalità più diffuse di "resistenza popolare", come dicono loro, o di terrorismo diffuso, come è più giusto dire, e cioè gli accoltellamenti e gli investimenti automobilistici, si sta aggiungendo l'uso delle armi da fuoco, sempre contro civili sconosciuti, per esempio colpiti da una macchina di passaggio mentre attendono l'autobus a una fermata. Così è andata a Ofra, così più di recente a Givat Asaf, così (all'interno di una fabbrica e non in una fermata) a Barkan.
   Naturalmente l'uso delle armi dà ai terroristi un vantaggio tattico e li rende più pericolosi e difficili da prendere, anche se poi vengono presi ed eliminati, presto, come è successo al killer di Ofra o magari dopo alcune settimane di caccia, come è accaduto all'assassino di Barkan. Resta il fatto che la situazione di sicurezza si è decisamente deteriorata, anche perché gli accoltellamenti non sono cessati.
   E' un fatto grave e pericoloso, perché il meccanismo dell'imitazione è forte fra i palestinisti e purtroppo le armi non mancano, anche se l'esercito continua a sequestrarne e a distruggere fabbriche artigianali. L'origine di questa ondata è probabilmente Hamas, che cerca di continuare su altri fronti l'offensiva bloccata a Gaza. Usando le armi da fuoco e dunque alzando il livello dello scontro, sfoga il suo odio antisemita, ma cerca anche di mettere in difficoltà l'Autorità Palestinese che per motivi tattici e di propaganda aveva tollerato negli ultimi anni i metodi non ortodossi del terrorismo, più camuffabili nei media come reazioni popolari e aveva invece scoraggiato l'uso di pistole e mitra. Ma anche Fatah fa del suo meglio per non mancare in questa ondata, e continua a esaltare i terroristi e a propagandare l'assassinio degli ebrei. Su questo, come sull'obiettivo di eliminare lo stato di Israele, le varie correnti del palestinismo sono tutte uguali.
   Naturalmente questa deriva va contrastata energicamente, ma non bisogna sbagliarsi: essa non è un segno di forza da parte dei palestinisti, ma il suo opposto. Significa prendere atto che la partita sul piano politico è perdente per loro, che è loro sempre più difficile trovare sponde per i loro progetti e che l'insignificanza è il loro evidente destino politico. Questi attacchi criminali contro i civili non hanno certo un impatto sul piano militare, anche se provocano lutti e sofferenze gravi. Il loro senso non può essere neppure quello di terrorizzare il popolo israeliano, che ha sempre mostrato di saper resistere ad attacchi assai più massicci. E' dunque solo un modo di canalizzare l'odio razzista alimentato dal sistema palestinista, che non ha altro modo di emergere. Ed è un tentativo di mostrare, prima di tutto a se stessi, di essere ancora capaci di agire, sia pure nella modalità più stupida e crudele del terrorismo.
   Chi deve capire soprattutto questa situazione è l'Europa, che continua ad appoggiare il palestinismo, con l'illusione di distinguerlo dal terrorismo, e prova a dare una mano alla sola potenza regionale importante che lo appoggia, cioè l'Iran, proprio mentre è essa stessa vittima del terrorismo islamista, lo stesso praticato da Hamas. Deve capirlo la sinistra israeliana, che soggiace sempre più alla tentazione di lasciar cadere la lotta contro il terrorismo. Israele, ne siamo sicuri, saprà difendersi e conserverà la lucidità politica che con Netanyahu caratterizza la sua azione.

(Progetto Dreyfus, 13 dicembre 2018)


Tutti i retroscena della operazione Northern Shield

Quattro anni, ci sono voluti quattro anni per organizzare l'operazione Northern Shield volta a scoprire e distruggere i tunnel del terrore di Hezbollah anche se il mondo ne è venuto a conoscenza solo una decina di giorni fa.
Quattro anni di riunioni e discussioni top secret, di contatti con gli informatori, un mix di tecnologia e di intelligence alla vecchia maniera, cioè "sul terreno", quattro anni di consultazioni con gli ingegneri per capire quando era il momento migliore per agire.
"White Gold", è questo il nome in codice dato alla operazione strutturata che per quattro lunghi anni ha monitorato costantemente ogni minimo movimento di Hezbollah e che ha portato alla operazione Northern Shield.
Il nuovissimo centro di comando è posto molti metri sotto il comando del IDF a Tel Aviv in quello che viene definito "Fort Zion" o più volgarmente "la fossa". Per costruire questa base operativa, che non monitora solo Hezbollah, ci sono voluti ben dieci anni di lavori fatti nella massima segretezza....

(Rights Reporters, 15 dicembre 2018)


Salonicco, principale città ebraica del Mediterraneo. Lì nacque anche Atatürk!

di Davide Rossi

Salonicco
Salonicco, Salonik in ebraico, in turco Selanik, ha una storia antica, greca, macedone, romana. Ai tessalonicesi scriveva Paolo di Tarso nel 53 e quelle lettere sono il più antico documento della cristianità. Qui nascono ai tempi di Carlo Magno Cirillo e Metodio, fondatori della lingua slava. La storia della città però si fa ingarbugliata già in pieno medioevo, prima bizantina, diventa arabo - musulmana dagli albori del X secolo e vive in quel periodo la prima trasformazione di alcune chiese bizantine paleocristiane in moschee e in hammam, tre secoli dopo arrivano i Normanni di Sicilia per una ventina d'anni e poi sulla città mettono le mani gli europei durante la quarta crociata, poco dopo tornano per un paio di secoli i bizantini, fino a che il sultano Murad II nel 1430 la rende ottomana per quasi mezzo millennio fino al 1912, quando la guerra dei Balcani vede prima insediarvisi brevemente i bulgari e quindi subentrare la Grecia di cui tutt'oggi fa parte.
  Già nel 1430 la comunità ebraica è considerevole, ma i sultani invitano gli ebrei tessalonicesi a trasferirsi a Costantinopoli, diventata Istanbul dopo la sua conquista nel 1453 e rimasta spopolata dopo la partenza di molti cristiano-ortodossi trasferitisi in Italia, a Firenze e non solo, in cui contribuiranno all'affermazione dell'Umanesimo. Tuttavia Salonicco e le sue sinagoghe trovano ben presto nuovi ospiti di uguale sentimento religioso. La cacciata degli ebrei dalla penisola iberica meno di quarant'anni dopo, nel 1492, porta molti ebrei a prendere la via dell'Egeo. Il porto macedone diventa così per secoli la più grande città ebraica del Mediterraneo, ben più di Giaffa o di Gerusalemme, in cui ancora un secolo fa i cristiani rappresentavano metà della popolazione e i musulmani un terzo. Il censimento del 1910 registra a Selanik 130mila abitanti, di cui 65mila ebrei, 35mila greci di fede ortodossa e 30mila turchi, albanesi e macedoni, tutti di fede musulmana, la lingua parlata in città è il ladino giudeo-ispanico, di derivazione castigliana, il giorno di riposo settimanale il sabato, lo shabbat ebraico. Come e più di Trieste, Salonicco è città poliedrica e poliglotta per i mercanti che la popolano e i viaggiatori che vi sostano.
  L'incendio della città del 1917 e l'atteggiamento ostile e in certi casi razzistico dei nazionalisti greci, che accusano la comunità ebraica di scarso patriottismo, convince molti ebrei a emigrare, i più prossimi alle idee sioniste verso la Palestina, i marxisti verso la Francia, la Germania ed anche l'Unione Sovietica. In città oggi un museo ricorda la storia ebraica della città e soprattutto come allo scoppio della seconda guerra mondiale ancora il 40% dei cittadini fosse formato da seguaci della Torah e come l'occupazione nazista abbia sterminato il 98% di loro, deportati principalmente verso Auschwitz.
  Tra le chiese bizantine e il minareto che svetta a fianco della rotonda dell'imperatore romano Galerio, vi sono altri due musei interessanti. Quello dedicato al movimento nazionalista greco e la casa natale di Mustafa Kemal Atatürk, padre della Turchia moderna, emancipatore e promotore del ruolo delle donne nella società.
  Atatürk nasce in casa il 19 maggio 1881 a Salonicco, nel quartiere di Koca Kasım Paşa, in via Islahane 17, oggi via dell'apostolo Paolo. Il padre Ali Rıza Efendi è un ufficiale dell'esercito e un commerciante di legnami, instraderà il figlio verso la carriera militare, la madre Zübeyde Hanım è di origini turcomanne, in famiglia non mancano parenti albanesi e macedoni, d'altronde i musulmani di Salonicco sono una minoranza e come immaginabile vivono spesso insieme, almeno nei giorni festivi. Il museo ripercorre tutta la vita con particolare attenzione alla giovinezza dello statista con un considerevole numero di immagini di Mustafa Kemal e della città ai tempi degli ottomani. A Selanik il movimento dei Giovani Turchi ha il suo quartier generale all'inizio del XX secolo.
  Mustafa Kemal Atatürk, fondatore del primo Partito Comunista Turco (TKF), teorico della dottrina del socialismo di stato "Devlet sosyalizmi", comandante partigiano nella guerra di liberazione nazionale contro i colonialisti e primo presidente della Turchia repubblicana e laica, ha affermato: "Il potere della borghesia sul mondo finirà quando la classe operaia occidentale e le popolazioni oppresse dell'Asia e dell'Africa capiranno di essere schiavi degli interessi della classe capitalista internazionale e quando il proletariato internazionale percepirà i crimini del colonialismo".
  La casa - museo è attigua al consolato generale di Turchia, protetto da un alto muro e da un contingente della polizia ellenica, a segno che tanto il museo quanto la sede consolare sono oggetto di attacchi nazionalistici. Un nazionalismo dalle tinte vivaci che traspare con evidenza dal museo ad esso dedicato, sito in quello che in tempo ottomano era il consolato greco. Anche qui vediamo immagini e ricostruzioni di un secolo fa, ma tutte sono protese a sottolineare una particolare oppressione da parte degli ottomani, un fatto che tuttavia ha scarsa aderenza con la realtà, essendo represso il dichiarato separatismo su basi etniche, ma non la libera espressione linguistica, culturale, religiosa dei greco-ortodossi.
  Con i suoi quattrocentomila abitanti oggi Salonicco ha superato di molto le mura bizantine, anche in centro molti palazzi privi di storia e poco ricercati si sono fatti strada, stravolgendone l'antica armonia. Seconda città greca per numero di abitanti, raggiunge con il circondario un milione di persone, un decimo di tutto il paese, impegnate nell'agro-industria, nelle fabbriche e nel porto, peschereccio e commerciale, a segno che il quieto golfo protetto dalla penisola calcidica ha mantenuto inalterate nei secoli le pregiate qualità capaci di coniugare il verde delle colline con la profonda e azzurra bellezza del mare ancora vigilato dalla Torre Bianca a lungo occupata dai giannizzeri ed edificata dal geniale Sinan.

(Sinistra.ch, 15 dicembre 2018)


Il premier australiano: "Gerusalemme Ovest è la capitale d'Israele"

Nei mesi scorsi, diversi Paesi hanno riconosciuto Gerusalemme Ovest quale "capitale" dello Stato ebraico: Usa, Guatemala, Paraguay, Brasile, Repubblica Ceca

di Gerry Freda

Il governo australiano ha in questi giorni affermato di volere riconoscere Gerusalemme Ovest quale "capitale d'Israele".
È stato il primo ministro di Canberra in persona ad annunciare ai media tale intenzione, la quale ha subito innescato la reazione indignata dei leader palestinesi. Nei mesi scorsi, diversi Paesi hanno effettuato tale riconoscimento: Usa, Guatemala, Paraguay, Brasile, Repubblica Ceca.
Scott Morrison, premier dallo scorso agosto, intervenendo a un convegno tenutosi presso l'ente di ricerca The Sydney Institute, ha dichiarato: "Oggi l'Australia riconosce Gerusalemme Ovest, sede della Knesset e delle principali istituzioni governative israeliane, quale capitale dello Stato ebraico". Egli ha quindi presentato tale "svolta" nella politica estera nazionale come una decisione "ponderata" e "ragionevole". Tuttavia, il premier ha precisato che, per il momento, l'ambasciata di Canberra in Israele resterà a Tel Aviv, mentre nella "città santa" verrà "a breve" istituita soltanto una semplice "rappresentanza commerciale".
Morrison ha poi promesso che, non appena i delegati di Netanyahu e Abu Mazen avranno raggiunto un accordo di pace incentrato sul principio "due popoli, due Stati", riconoscerà immediatamente "Gerusalemme Est" quale capitale del nuovo "Stato di Palestina". Egli ha inoltre auspicato che, in Medio Oriente, possano svilupparsi sempre più entità statuali basate sui "valori tipici delle democrazie liberali".
Nel suo intervento a The Sydney Institute, l'esponente conservatore non ha però risparmiato critiche nei confronti delle Nazioni Unite. Il primo ministro australiano ha infatti accusato l'organizzazione internazionale di "bullismo ai danni di Israele" e ha quindi condannato quest'ultima per le recenti prese di posizione "indulgenti" verso Hamas.
Il riconoscimento australiano di Gerusalemme Ovest come "capitale di Israele" è stato subito duramente biasimato dalle autorità palestinesi. Ad esempio, Nabil Shaath, stretto collaboratore di Abu Mazen nonché influente funzionario del governo di Ramallah, ha definito "scioccanti" le dichiarazioni rese da Morrison e ha poi esortato gli Stati arabi e musulmani a "punire" l'Australia per tale "svolta filoisraeliana". Shaath ha infatti affermato che le nazioni islamiche dovrebbero "sospendere ogni esportazione" verso il Paese del Commonwealth se l'ambasciata di quest'ultimo nello Stato ebraico dovesse venire realmente spostata da Tel Aviv a Gerusalemme Ovest.

(il Giornale, 15 dicembre 2018)


Dire che "Gerusalemme Ovest è la capitale d'Israele" è peggio che non dire niente, perché dà per scontato che Gerusalemme debba essere divisa. M.C.


La Francia protesta per la benzina e tace sull'islam

di Kaver Rubin

La rivolta dei gilet gialli piace perché conferma lo stereotipo per cui i fieri e civili gallici sarebbero migliori di noi.
Loro capaci di alzare la testa per far rispettare i loro diritti, mentre noi, lassisti, mandolinari e pizzaioli, accetteremmo ogni sorta di sopruso. Stavolta a riattivare l'immaginario rivoluzionario francese non ci sono valori irrinunciabili come libertà, uguaglianza e fraternità ma il più pratico e meno intellettuale caro benzina. Mentre il popolo sbraitava per l'aumento delle tasse, a Strasburgo il marocchino Chérif Chekatt ammazzava poveri innocenti con il solito refrain: Allahu Akbar. La reazione francese è consistita nel solito, imbarazzato immobilismo, mentre per le vittime né fratellanza né rivoluzione. Per i morti sono scesi in piazza con candele postume e inutili, manifestazioni in cui era più importante ribadire l'estraneità dell'Islam, del Corano e del Profeta della violenza e dell'intolleranza che sta pervadendo l'Europa. Non tollerano la minima critica a una religione che lascia spazio a una radicalizzazione che ha esiti mortali tacciandola di razzismo e islamofobia, mentre la loro ipocrisia che permette all'arabo, anche di nazionalità francese, di perseguitare quotidianamente gli ebrei è ritenuta necessaria e legittima. Libertà, uguaglianza e fraternità non sono garantite agli ebrei francesi, presi di mira anche dalla fazione ultrasinistra di questi eroici gilet gialli. La comunità ebraica ha diffuso numerosi video antisemiti, graffiti e minacce reali che stanno costringendo gli ebrei a nascondersi e a non frequentare le sinagoghe ormai ritenute luoghi ad alto rischio. L'ebreo è di nuovo capro espiatorio, accusato di controllare il presidente Macron come fosse un burattino nelle sue mani, per ottenere meno tasse soltanto per lui, ovviamente ricco e avido. In un video diffuso sul web un attivista in divisa gialla invita i manifestanti ad andare di fronte alle sinagoghe in cui nei giorni scorsi si celebrava una festività religiosa, per rovinare la Hannukah a questi traditori, che festeggiano mentre i francesi non hanno nulla da mangiare. Sulla Route A6, l'arteria principale tra Parigi e Marsiglia campeggiava uno striscione: «Macron è una puttana degli ebrei».

(il Giornale, 15 dicembre 2018)


Una comunità antica, avvolta dal mistero

 
Yossi Vasa e Shai Ben Atar, ideatori di Nevsu
"Due amici, uno ashkenazita, l'altro etiope, conversano. Il primo racconta al secondo: "Lo sai che mia cugina si è sposata con un etiope? Che altre alternative aveva, poverina? È nata senza una mano, aveva mille difficoltà. Cosa gli rimaneva? O un personal trainer per anziani, o un ex galeotto o..", "O chi? Chi? - chiede l'altro - Quanti gradini bisogna scendere per arrivare a scegliere un etiope?"
   È uno degli sketch più significativi di Nevsu, la sitcom di successo che sta ottenendo un riscontro internazionale e di cui parliamo anche nelle pagine di Eretz aprendo con una scena ancora più inquietante. L'ironia come arma per trattare temi seri come i pregiudizi e le incomprensioni che ancora permeano la società israeliana rispetto ai rapporti con la comunità etiope.
   Una comunità antichissima, avvolta da mistero e fascino. Si rincorrono infatti diverse ipotesi sulle loro origini, ancora oggi non del tutto chiarite dagli addetti ai lavori. Si dice che i loro antenati fossero migrati dalla Terra d'Israele all'Egitto dopo la distruzione del secondo Santuario nel 586 a.e.v., e che dopo la conquista dell'Egitto da parte dei romani fossero migrati ancora più a sud fino all'Etiopia. Un'altra tradizione vuole invece che fossero discendenti delle tribù israelite che arrivarono in Etiopia con il figlio del re Salomone Menelik I e la regina di Saba. Qualunque sia la verità, risulta chiaro che i "Beta Israel" (così sono conosciuti) si identificano come una comunità di ebrei da tempi remoti. Noti anche come Falascia - anche se altre denominazioni sono preferite in quanto quest'ultima ha l'accezione negativa di 'esiliato, straniero' - furono un popolo fiorente, con re che governavano su un loro regno autonomo chiamato Gondar nella regione appunto dell'attuale Etiopia, conquistato dall'Impero etiope nel 1627. La vita da quel momento non fu facile per i Beta lsrael, la cui condizione era di estrema povertà e resa ancor più dura dalle carestie, ma nonostante le persecuzioni perpetrate dall'imperatore continuarono a praticare la religione in segreto, anche se adattandola con qualche cambiamento.
   Gli ebrei etiopi contemporanei loro discendenti hanno trovato nel duo rap Cafe Shahor Hazak composto da Uri Alamo e Ilak Sahalo una voce ulteriore per raccontarsi nel mondo dell'arte e del loro spettacolo. Già il loro nome esprime con una nota ironica la loro differenza: la traduzione infatti è "caffè nero forte", e sono loro ad aver composto la sigla di Nevsu. Uri e llak sono cugini e insieme hanno seguito la strada dell'hip hop, ispirati dai rapper americani come Tupac Shukur, Nas e il più giovane Kendrik Lamar. Nonostante le difficoltà di essere cresciuti nella periferia più povera, i due hanno sempre adottato una filosofia positiva.
   "C'è sempre stato e sempre ci sarà il razzismo - ha spiegato Elman in un'intervista - La questione è se sia il caso sedersi e piangersi addosso per questo tutto il giorno o piuttosto fare altro". Per Shalahu, "la prima cosa che la gente si aspetta quando vede degli etiopi cantare è che diciamo quanto la vita sia difficile per noi. Ma la vita a volte è bella". Una delle canzoni di successo del duo è "Ihiye Beseder", "Andrà tutto bene", con una melodia allegra e un coro accattivante che ad un certo punto recita:
   "So che tutto andrà bene
   Non importa ciò che gli altri dicono in privato
   Ce la caveremo con l'aiuto di Dio".
La canzone ha fatto milioni di visualizzazioni su Youtube. E nel frattempo Nevsu si è accaparrato un prestigiosissimo International Emmy Award.

(Pagine Ebraiche, dicembre 2018)



Israele di nuovo sotto attacco. Dieci attentati in un mese

Uccisi ieri due militari e altri due feriti a coltellate

di Giordano Stabile

Due soldati uccisi a colpi di arma da fuoco vicino all'insediamento di Ofra, due accoltellati nella Città vecchia di Gerusalemme, la morte di un bambino nato prematuro dopo che la madre incinta era stata ferita in un agguato domenica sera. Quella di ieri è stata una giornata di sangue, dopo una notte di battaglia attorno a Ramallah, che aveva portato i militari israeliani a uccidere due degli attentatori degli ultimi attacchi. Un risultato che però ha visto la reazione immediata dei militanti palestinesi, non si capisce fino a che punto organizzati in una rete, o lupi solitari in cerca di vendetta. In ogni caso l'Intifada strisciante in Cisgiordania ha subito una tremenda accelerazione, dopo che per tre anni gli attacchi si erano succeduti in maniera sporadica. Nell'ultimo mese sono stati invece dieci, e gli analisti temono un cambio di strategia di Hamas che, anche se non rivendica mai direttamente gli attentati, sarebbe il regista dell'ondata di violenza.
   L'accelerazione è cominciata con l'attacco, domenica, a una fermata dell'autobus davanti all'insediamento di Ofra, poco distante da Gerusalemme e Ramallah. Colpi di arma da fuoco da un auto in corsa che hanno lasciato a terra sette feriti, due gravi, compreso Amichai Ish-Ran e sua moglie Sarah, incinta. Per Israele, che festeggiava l'ultimo giorno dell'Hanukah, la celebrazione delle luci, è stato uno choc. E' cominciata una gigantesca caccia all'uomo, che ha portato i soldati israeliani fin nel centro di Ramallah, dove ha sede l'Autorità nazionale palestinese, a setacciare locali e perfino la sede dell'agenzia palestinese Wafa. La caccia è finita nella notte fra mercoledì e ieri, quando i militari hanno trovato e ucciso l'autore, legato ad Hamas. Il figlio di Sarah era però già morto.
   Prima dell'alba di ieri un altro blitz portava all'uccisione nel campo profughi di Askar, accanto a Nablus, di una altro sospetto terrorista, autore della strage nella zona industriale di Barkan all'inizio di ottobre. La reazione dei militanti è stata però massiccia. Nella prima mattinata due soldati di pattuglia a Gerusalemme vecchia venivano feriti a coltellate, l'assalitore ucciso sul posto. Poi l'attacco più grave, all'incrocio di Givat Asaf sulla superstrada 60, ancora vicino all'insediamento di Ofra. Un palestinese ha bloccato la sua auto, è sceso e ha sparato sui soldati di guardia. Due sono rimasti uccisi. Il killer è fuggito a piedi. Infine, al check-point di Be El un palestinese ha investito un soldato, ed è stato ferito gravemente.
   Il premier Benjamin Netanyahu ha promesso «che chiunque ha commesso l'attacco pagherà, i nostri nemici sanno che li troveremo». Anche il presidente palestinese Abu Mazen è intervenuto per «respingere la violenza, nella convinzione che entrambe le parti ne paghino il prezzo». E' partita una nuova caccia all'uomo, ma la spirale in Cisgiordania preoccupa. Da ottobre, nota l'analista militare Amos Harel, ci sono stati dai quattro agli otto attacchi al mese, una media superata di molto nella prima metà di dicembre. I servizi interni, lo Shin Bet, temono di trovarsi di fronte a una fenomeno «ibrido», un misto fra i lupi solitari protagonisti dell'Intifada «dei coltelli» cominciata nell'ottobre 2015, e una rete organizzata come quella della Seconda Intifada. Un rete fatta di micro cellule, che non presuppone un'affiliazione dichiarata, e si basa soprattutto sui legami famigliari come supporto. Una minaccia di un nuovo tipo che richiede una nuova strategia di contrasto.

(La Stampa, 14 dicembre 2018)


Washington avverte: "Sanzioni all'Iran, l'esenzione italiana non sarà rinnovata"

Fare pressione sugli ayatollah serve per tornare a negoziare e ottenere un'intesa migliore sul nucleare. "Alla scadenza dei sei mesi Roma dovrà scegliere se fare affari con noi o con loro".

di Paolo Mastrolilli

L'esenzione dell'Italia dalle sanzioni americane contro l'Iran non verrà più rinnovata. Le nostre compagnie dovranno decidere se concludere affari con gli Usa, o con la Repubblica islamica, e le violazioni saranno punite. A lanciare questo avvertimento è Brian Hook, rappresentante speciale di Washington per la nuova politica verso Teheran, avviata dopo la denuncia dell'accordo nucleare negoziato dall'amministrazione Obama.
   Mercoledì il segretario di Stato Pompeo è venuto all'Onu per chiedere al Consiglio di Sicurezza di vietare i test missilistici iraniani. Alcuni osservatori hanno chiesto se questa strategia non sia in realtà la preparazione del terreno per un intervento militare, come era accaduto con l'Iraq nel 2003. Dopo l'intervento al Consiglio, Hook ha incontrato un gruppo ristretto di giornalisti per spiegare gli obiettivi degli Usa. La Stampa gli ha chiesto se Washington è disposta ad estendere l'esenzione che ha concesso all'Italia, oltre i sei mesi previsti: «Gli Stati Uniti - ha risposto - non stanno considerando di concedere waiver alla nostra campagna di massima pressione economica sul regime. Abbiamo dato esenzioni petrolifere ad alcuni Paesi, principalmente perché all'epoca c'era un mercato molto fragile. Non avremmo svolto bene il nostro compito se avessimo provocato un aumento del prezzo del petrolio, dando all'Iran un vantaggio proprio mentre cerchiamo di imporre pressione economica. Siamo riusciti a togliere dal mercato oltre un milione di barili iraniani tra maggio e novembre. Abbiamo concesso alcuni waiver e il prezzo del petrolio è sceso. Noi pensiamo che nel 2019 l'offerta supererà la domanda. Ciò ci mette in una posizione molto migliore per accelerare la strada verso zero importazioni di greggio iraniano. L'80% dei ricavi del regime viene dalle esportazioni di petrolio. Se vuoi essere serio nella deterrenza di questo stato, primo sponsor mondiale del terrorismo, devi colpire i soldi, e ciò significa il greggio. Nel prossimo futuro vedremo meno petrolio sul mercato, e non intendiamo offrire esenzioni, perché è molto importante negare al regime le risorse che usa per destabilizzare il Medio Oriente, e mettere pressione affinché torni al tavolo negoziale per ottenere un nuovo accordo migliore». Oltre al petrolio, l'Italia ha molti altri interessi nella Repubblica islamica. Alla domanda se gli Usa stanno monitorando come Roma disinveste, e cosa si aspettano da noi, Hook ha risposto così: «Io ho avuto buoni incontri con il governo italiano. Sono stato in Italia dopo la sua formazione, e continuo ad essere in contatto regolare con le mie controparti italiane».
   Una questione sul tavolo è anche il sostegno dell'Unione Europea per l'accordo nucleare, che continua, e lo «special purpose vehicle» che Bruxelles vorrebbe costruire per proseguire gli scambi commerciali con Teheran senza usare il dollaro. «Lasciatemi prima dire che abbiamo visto solo conformità in sostegno alle nostre azioni da parte delle compagnie europee: se devono scegliere tra il mercato iraniano e quello americano, sceglieranno sempre l'America. Perché è molto più grande.
   Quando fai affari in Iran, non sai mai se stai aiutando il commercio o il terrorismo, perché la Guardia repubblicana è responsabile di oltre la metà dell'economia locale. Ho fatto questo preambolo, perché non vedo molta domanda per lo special purpose vehicle, non vediamo compagnie che vogliono avvalersene. Come ha detto il segretario Pompeo, se l'obiettivo è facilitare le transazioni umanitarie, che le nostre sanzioni incoraggiano, va bene. Noi però sanzioneremo qualunque comportamento sanzionabile. Tuttavia la mia impressione è che non sarà necessario, specialmente con l'Europa, perché abbiamo visto solo sostegno dalle sue compagnie». Diverso è il discorso con Russia e Cina, con cui «siamo in disaccordo».
   Hook ha ribadito che l'obiettivo degli Usa non è il cambio di regime, ma spingere il regime a cambiare politica: «Quando vedi i complotti iraniani per un attacco con le bombe a Parigi, un tentato omicidio in Danimarca, o il massiccio traffico di eroina che il governo italiano ha appena intercettato, queste non sono azioni difensive. Hanno condotto attacchi terroristici in cinque continenti. Perché il principale sponsor mondiale del terrorismo ha bisogno di missili capaci di raggiungere il cuore dell'Europa, o gli Usa? Questa tecnologia può essere trasferita ai vettori intercontinentali. Perciò dobbiamo essere vigilanti, e non possiamo aspettare che la minaccia si materializzi. L'Iran ci sta aiutando a costruire il caso per fermare i suoi test missilistici, la proliferazione, e l'aggressione regionale».

(La Stampa, 14 dicembre 2018)


Il cantautore Nick Cave contro il "vergognoso" movimento BDS

di Nathan Greppi

Nick Cave (in una delle poche foto in cui non riesce a presentarsi come brutto e cattivo come vorrebbe)
Il musicista australiano Nick Cave, che si è esibito a Tel Aviv nel novembre 2017 con il suo gruppo dei Bad Seeds, ha recentemente definito "vigliacca e vergognosa" la campagna di boicottaggio culturale nei confronti di Israele messa in atto dal movimento BDS.
   Secondo The Jewish Chronicle, tutto è iniziato quando Cave ha pubblicato, sul proprio sito, una risposta alla domanda di un ammiratore, affermando che osteggiare il BDS non implica automaticamente un sostegno al governo di Benjamin Netanyahu. Ha inoltre accusato il BDS di voler "bullizzare, imbarazzare e mettere a tacere i musicisti" per impedire loro di esibirsi in Israele.
   Sempre sul suo sito, ha condiviso una lettera che ha inviato al musicista inglese Brian Eno, che al contrario è un fervente sostenitore del boicottaggio: "Io non appoggio l'attuale governo israeliano," ha scritto Cave, "e tuttavia non accetto che la mia decisione di esibirmi nel paese sia in qualunque modo vista come un tacito sostegno alle sue politiche." Ha aggiunto che le pressioni ricevute per non esibirsi l'hanno invece motivato ancora di più nell'andare avanti. Cave ha accusato Eno di voler strumentalizzare la musica: "Cosa ci ha portati al punto che certi musicisti ritengano legittimo usare forme di coercizione e intimidazione, nella forma di 'petizioni', verso i loro colleghi musicisti che sono in disaccordo con il loro punto di vista?"
   Tuttavia, Cave ha voluto sottolineare di non essere contro i palestinesi: ha dichiarato di sentirsi vicino anche alla loro causa, e che le loro sofferenze "possono finire solo grazie a una giusta e ragionevole soluzione, una che prevede una forte volontà politica da entrambe le parti." Ha aggiunto di aver donato 150.000 sterline alla Hoping Foundation, vicina ai palestinesi.
   Cave non è l'unico musicista che, in questi anni, ha tenuto testa al BDS: anche il gruppo dei Radiohead, pur avendo subito molte pressioni, nel luglio dell'anno scorso si è esibito. Altri, invece, hanno annullato i propri concerti, come fece nel dicembre 2017 la neozelandese Lorde.

(Bet Magazine Mosaico, 14 dicembre 2018)


Australia - Domani la decisione su Gerusalemme capitale d'Israele: si temono rappresaglie

Il governo di Canberra ha raccomandato cautela a quanti si recano nella vicina Indonesia, il paese musulmano più popoloso a mondo

Alta tensione in Australia. Il governo di Canberra, che si prepara a riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele, ha raccomandato cautela a quanti si recano nella vicina Indonesia, il paese musulmano più popoloso a mondo. Si temono infatti rappresaglie. "Ci sono state proteste nelle ultime settimane attorno all'ambasciata australiana a Giacarta e al consolato generale australiano a Surabaya", la seconda città dell'Indonesia, ha ammonito il ministero degli Esteri.

 Si raccomanda massima cautela
  "C'è il rischio che ce ne siano altre, è raccomandata la massima cautela". Il premier Scott Morrison dovrebbe annunciare domani il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, come già fatto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Lo hanno detto alla France presse funzionari australiani, aggiungendo però che non sono escluse variazioni di programma.

(Gente d'Italia, 14 dicembre 2018)


Sospetti, pregiudizi, simpatie: gli occhi dell'Italia su Israele

di Paolo Salom

Israele vista dall'Italia nel corso di settant'anni di storia, dal 1948, anno della fondazione ( o della rinascita) dello Stato ebraico, al 2018, epoca di disillusioni e orizzonti sempre più velati dalle nubi della guerra. Una raccolta di saggi, scanditi per decenni, a cura di Mario Toscano per la casa editrice Viella (L'Italia racconta Israele 1948-2018), propone un'interessante analisi di come, nel tempo, politici, scrittori, giornalisti hanno narrato il ritorno degli ebrei nella loro patria, il trionfo del sionismo realizzato, il conflitto mai spento con il mondo arabo e musulmano, le speranze di pace esaltate (raramente) o (più spesso) travolte dalle docce fredde della realtà del rebus mediorientale.
   È un viaggio affascinante che ci illustra, con competenza e chiarezza, i limiti e anche i pregiudizi alla base dell'interpretazione via via data di fronte allo svolgersi di avvenimenti che, dalla cronaca, passavano rapidamente attraverso il setaccio delle diverse ideologie politiche non meno che della religione.
   Dunque, per la stampa cattolica, la nascita di Israele rimaneva un «problema» teologico che non poteva essere accolto con favore; mentre negli scritti pubblicati sulle nuove riviste di orientamento socialista, il progetto sionista rimaneva - nella sua proposta di un uomo nuovo capace di redimersi attraverso il lavoro - un esperimento da guardare con interesse, pur nel rispetto dei «diritti degli arabi».
   Con il passare degli anni, e il mutare delle alleanze internazionali non meno dei rapporti con il mondo arabo - favorito dalla classe dirigente democristiana - l'ambiguità nei confronti dello Stato necessariamente guerriero si farà costante. Con punte di ostilità accesa nei momenti di conflitto aperto. La guerra del Sinai (1956) e, soprattutto, quella dei Sei Giorni (1967) provocheranno un vero e proprio choc nelle coscienze italiane, incapaci di collocare con sufficiente obiettività l'inevitabile capacità bellica degli ebrei israeliani: popolo sotto assedio o aggressore?
   Più avanti, dopo la breve stagione della pace con l'Egitto, i fuochi di altri scontri - in Libano, oltre il confine settentrionale dello Stato ebraico, soprattutto - e dell'Intifada palestinese faranno prevalere visioni antiebraiche (peraltro presentate come antisioniste) così nette da riportare alla luce convinzioni antiche e mai del tutto archiviate nel cestino della Storia.
   Il pendolo del pregiudizio continua a oscillare tuttora, anche se con minore foga, visti i recenti avvenimenti mediorientali, che paiono ingarbugliarsi sempre più, invece di sciogliersi in una dicotomia pace-guerra più intellegibile all'opinione pubblica del nostro Paese.

(Corriere della Sera, 14 dicembre 2018)


L'italiano che cura la comunicazione in Israele

Il toscano Francesco Giannelli, 24 anni, è tirocinante all!ambasciata italiana a Tel Aviv. Ha preso parte all'organizzazione della visita di Salvini nel Medio oriente.

di Filippo Merli

Francesco Giannelli
La chiamano The Bubble. «La bolla. Perché a Tel Aviv la vita culturale e frizzante, come quella della Miami degli anni '70». Il toscano Francesco Giannelli, 24 anni e un futuro da diplomatico, cura la comunicazione nell'ambasciata italiana in Israele. Originario di Certaldo, in provincia di Firenze, lavora a stretto contatto con politici, funzionari di Stato ed ex generali del Mossad, il servizio di intelligente israeliano. E stato lui, dal suo ufficio di Tel Aviv, a pianificare alcuni aspetti della visita di Matteo Salvini in Medio oriente.
   Durante gli anni del liceo, Giannelli ha frequentato la quarta superiore a Helsingborg, in Svezia, nell'ambito di un programma di intercultura. Dopo il diploma scientifico ha iniziato a frequentare la facoltà di Scienze internazionali e diplomatiche a Forlì, in un distaccamento dell'Università di Bologna. La sua prima esperienza politica risale al 2017, con l'elezione a presidente del consiglio dei giovani di Certaldo, il suo paese d'origine. «In questi anni i miei rapporti e la modalità di approccio sono cambiate, a testimonianza di come la carica con il consiglio dei giovani sia stata estremamente utile», ha spiegato Giannelli. «Non dimenticherò mai quel giorno che sono entrato in consiglio comunale per parlare dallo scranno di un assessore: l'assise, all'unanimità, ha approvato il mio percorso».
   Il 14 settembre del 2018 un aereo l'ha portato a Tel Aviv per un tirocinio universitario in attesa della laurea magistrale. Lì, in Israele, ha iniziato a occuparsi di comunicazione. «Dirigo una rassegna stampa dove, per la maggior parte, seleziono articoli in lingua inglese», ha raccontato Giannelli al Tirreno. «La seconda parte, invece, riguarda quei pezzi che possono interessare a Roma, soprattutto alla Farnesina, che a sua volta li distribuisce agli uffici preposti».
   Giannelli parla italiano nei corridoi dell'ambasciata, inglese sul lavoro e ha cominciato a prendere dimestichezza con l'ebraico. «Parlare con l'ex direttore del Mossad, l'agenzia di intelligence dello Stato di Israele, è una opportunità da cogliere al volo, in quanto, una volta andato in pensione, nei limiti della riservatezza puoi affrontare argomenti molto interessanti». Nella bolla di Tel Aviv, Giannelli si trova bene. «In Italia arrivano molto spesso notizie di missili e bombardamenti, ma è tutta un'altra storia, perché basta spostarsi non di molto per arrivare a Gerusalemme, dove trovi ben tre religioni e ti senti catapultato in un altro mondo».
   Il giovane toscano, tra le altre cose, gestisce il profilo di Twitter dell'ambasciata, partecipa a incontri e conferenze con le altre delegazioni di ambasciatori europei e segue da vicino la politica italiana. È stato lui, insieme con gli altri funzionari, a organizzare parte della visita di Salvini in Medio oriente. Interpellato sull'eventuale trasferimento dell'ambasciata italiana da Tel Aviv a Gerusalemme, il ministro dell'Interno ha risposto: «Sapete come la penso: step by step», Per ora, Giannelli resta nel suo ufficio di Tel Aviv. Con una rassegna stampa sulla scrivania e un futuro da diplomatico davanti.

(ItaliaOggi, 14 dicembre 2018)


Netanyahu: entro un mese verrà nominato il Ministro degli Esteri

GERUSALEMME - Il capo dell'esecutivo israeliano, Benjamin Netanyahu, ha detto oggi davanti al gabinetto dei ministri che nominerà uno di loro alla guida del dicastero degli Esteri. Lo riferisce il quotidiano israeliano "The Times of Israel". In tal modo, Netanyahu porrebbe fine a un periodo di circa quattro anni in cui ha gestito personalmente la diplomazia dello Stato ebraico. Il capo dell'esecutivo ha assunto il mese scorso anche l'interim del dicastero della Difesa, dopo le dimissioni di Avigdor Liberman. L'accentramento della guida di alcuni dei ministeri chiave da parte del premier ha attirato le critiche da parte di altri membri della coalizione di governo. In una lettera indirizzata ai ministri, Netanyahu ha detto di voler assegnare l'incarico a gennaio e di nominare la prossima settimana il ministro dell'Immigrazione, carica attualmente nelle mani del premier. Secondo quanto riferisce "The Times of Israel", l'anticipazione di Netanyahu appare come uno sforzo per facilitare la formalizzazione della guida del ministero della Difesa da parte della Knesset.

(Agenzia Nova, 14 dicembre 2018)


Cimitero ebraico profanato in Alsazia

PARIGI - Decine di lapidi del cimitero ebraico di Herrlisheim, un villaggio nel dipartimento del Basso Reno a nord est di Strasburgo, sono state ricoperte di scritte antisemite nella notte tra lunedì e martedì; lo si è appreso da fonti concordanti. «Trentasette stele sono state profanate ed è stato rovinato anche il monumento ai martiri della Shoah», lo si legge nel comunicato della comunità ebraica del Basso Reno, una informazione confermata anche dalla prefettura e dalla polizia che ha aperto un'inchiesta.
I responsabili della comunità ebraica locale hanno espresso in un comunicato «viva e profonda indignazione» nei confronti di «un nuovo atto di odio che non fa che accrescere l'esasperazione della comunità di fronte allo spettro di un antisemitismo crescente».

(L'Osservatore Romano, 13 dicembre 2018)


Le 24 ore di Matteo Salvini in Israele

L'incontro con Netanyahu, le polemiche sulle frasi su Hezbollah, il chiarimento con il comandante di Unifil, la visita al Santo Sepolcro e allo Yad Vashem. La visita del vicepremier, in sintesi.

di Federica Valenti

 
 
Salvini con il Ministro della Giustizia israeliano Ayelet Sheked
Quarantacinque minuti di faccia a faccia con Benjamin Netanyahu. Dopo l'intesa con 'Russia Unita' di Vladimir Putin, e le alleanze con le diverse formazioni populiste ed euroscettiche del Vecchio continente, da quella della francese Marine Le Pen all'ungherese di Viktor Orban, Matteo Salvini allarga la tela dei suoi rapporti politici al Medio Oriente, dove trova una sponda nel leader del Likud, il partito conservatore israeliano. A Gerusalemme, Bibi Netanyahu dà il benvenuto al vice premier italiano definendolo "grande amico di Israele".
  Una investitura per il capo della Lega, al suo secondo viaggio nello Stato ebraico dopo quello di fine marzo 2016. "Hai avuto l'opportunità ieri di vedere con i tuoi occhi i tunnel dei terroristi, questo è un chiaro atto di aggressione di Hezbollah contro di noi e contro le regole della comunità internazionale", scandisce subito il primo ministro israeliano che chiede a Salvini che Unifil, missione a comando italiano, "fermi Hezbollah" adottando un "ruolo più forte e piu' attivo".

 Sì a un gasdotto che colleghi i due Paesi
  A Netanyahu Salvini garantisce anche che si farà "carico di un cambiamento" dell'atteggiamento dell'Italia a tutela di Israele nei sedi internazionali, in particolare le Nazioni Unite e l'Unione europea, finora troppo sbilanciate contro lo Stato ebraico.
  La breve visita di Salvini, poco più di 24 ore, serve al vice premier italiano anche per porre le basi per rinsaldare la cooperazione tra i due Paesi: sia dal punto di vista della sicurezza e della lotta al terrorismo internazionale sia dal punto di vista economico. Sul fronte del business, il ministro dell'Interno italiano si fa promotore dell'ipotesi di progetto di un "gasdotto che colleghi Israele al Sud dell'Italia" che "andrebbe ad aggiungersi, senza creare alcun danno, al Tap per cui sono già in corso i lavori".
  Nel corso della conferenza stampa conclusiva, prima di fare rientro in Italia, il ministro dell'Interno quindi annuncia che si terrà a Gerusalemme a inizio dell'anno prossimo una conferenza governativa italo-israeliana ai massimi livelli.
  Oltre all'incontro con il primo ministro israeliano, in mattinata Salvini visita la Basilica del Santo Sepolcro e partecipa alla cerimonia in ricordo delle vittime dell'Olocausto allo Yad Vashem. Incontrando la comunità italiana, al museo della Shoah garantisce il massimo impegno del governo nel contrastare ogni episodio di anti-semitismo.
  E, a chi gli chiede se vorrà spostare l'ambasciata italiana a Gerusalemme, come fatto, tra le polemiche, dal presidente Usa Donald Trump, risponde: "Sapete come la penso: step by step (passo dopo passo), c'è un governo di coalizione e quindi devo ascoltare anche i partner".

 La telefonata col comandante di Unifil
  Salutando Netanyahu, Salvini scherza anche sulle polemiche sollevate dalla sue dichiarazioni di sui "terroristi islamici di Hezbollah", trovando la sponda del premier israeliano. In conferenza stampa prima di partire, spiega però di aver sentito al telefono il comandante di Unifil, Stefano De Col, dopo che ieri ambienti della Difesa e della missione avevano espresso "preoccupazione e stupore" per le sue frasi che avrebbero potuto danneggiare la missione dei soldati italiani al Sud del Libano.
  "Il generale l'ho sentito: collaboriamo e collaboreremo per la riuscita della missione e per la ovvia tutela del benessere dei nostri ragazzi", garantisce. E a chi gli chiede se risponderà alle richieste di Israele riguardo a un rafforzamento della missione, risponde: "È chiaro ed evidente che porremo il tema nelle opportune sedi, lo farà chi di competenza" nel governo. "Se ci sono dei rischi i militari devono essere messi in condizione di individuare e neutralizzare quei rischi" e occorre valutare "l'estensione delle competenze".
  "Devo dire che di Netanyahu mi ha colpito l'assoluta informalità, la schiettezza, la concretezza e la chiara visione a livello geopolitico e internazionale che condivido su quasi tutti i fronti e l'incredulità nei confronti dell'inettitudine o dell'ipocrisia di alcuni contesti internazionali che fanno finta di non vedere che esiste una 'Internazionale' del terrorismo che ha l'unico obiettivo di colpire le democrazie delle civiltà occidentali" sostiene Salvini.
  "Sono orgoglioso del lavoro dei nostri ragazzi e dei nostri soldati per portare serenità in alcuni Paesi: l'importante è capire che se abbiamo un nemico alle porte questo nemico va identificato. Se fai finta di niente, usi mezze parole, metti la testa sotto la sabbia - insiste - non fai l'interesse né dell'Italia, né dei nostri militari all'estero".

 "Accoglienza straordinaria e fiducia"
  "Ci tengo a ringraziare sia il popolo che il governo israeliani per la straordinaria accoglienza e fiducia dimostrate in queste 24 ore molto intense che mi hanno portato ai confini del Nord", aggiunge poi nella conferenza stampa conclusiva.
  Nel corso della mia visita "ho incontrato il ministro del Turismo e abbiamo concordato di intensificare i rapporti culturali e commerciali fra i due Paesi, il ministro per la Sicurezza interna con cui abbiamo condiviso non solo la collaborazione che già esiste tra le forze di sicurezza italiane e israeliane ma anche alcuni miglioramenti e ulteriori passi in avanti nella gestione del fenomeno dell'immigrazione irregolare, dei rimpatri e delle iniziative anti-terrorismo".
  "Al di là dell'onore e del piacere personale di visitare il Santo Sepolcro e portare un ringraziamento a nome di milioni di pellegrini ai custodi della Terra santa, al di là dell'emozione della visita allo Yad Vashem che dovrebbe essere patrimonio comune per sei miliardi di abitanti di questa Terra per evitare che il triste passato ritorni, ho appena incontrato il ministro della Giustizia con cui abbiamo deciso di condividere alcune iniziative per cooperare insieme allo sviluppo e limitare sbarchi partenze e arrivi", sostiene.
  "Nelle due ore di incontro con il premier Netanyahu di cui una buona parte, 45 minuti, a due, ci siamo detti molte cose - afferma -. Alcune riguardano la cooperazione tra i due Paesi, l'amicizia tra i due Paesi: l'impegno italiano a sostenere i legittimi diritti di Israele in tutte le sedi internazionali, dall'Onu all'Unesco, all'Unione europea, perché ci sembra evidentemente sbilanciato in senso anti-israeliano l'atteggiamento in tutte queste istituzioni internazionali".

 Nel 2019 un bilaterale "ai massimi livelli"
  "Abbiamo ipotizzato un incontro bilaterale ai massimi livelli tra i due governi nei primi mesi del 2019 da tenersi a Gerusalemme - aggiunge -. Siamo anche entrati nel merito di collaborazioni economiche e industriali fra i due Paesi.
  Il primo dossier su cui lavorerò è un elenco di imprese e imprenditori italiani da portare il prima possibile in Israele per collaborare alla crescita del Paese e per creare business, valore aggiunto e lavoro in Italia perché in Israele ci siamo ancora troppo poco rispetto ad altri Paesi e c'è voglia di Italia, di produzione e di manifattura italiana di collaborazione con l'Italia. Da vice presidente del Consiglio ritengo di avere il dovere di aiutare l'export e la produzione industriale italiana, senza che nessuno si offenda.
  Abbiamo parlato anche di altri fronti: un ipotesi di lavoro che mi piacerebbe percorrere e che condivido con il premier Netanyahu riguarda alcune iniziative bilaterali congiunte Italia-Israele in alcuni Paesi africani per coordinare cooperazione, crescita e sviluppo".
  Sul fronte Hezbollah, il titolare del Viminale insiste: "I terroristi vanno chiamati terroristi, ho passato la notte con il dizionario dei sinonimi e dei contrari. Scegliete voi che altro tipo di definizione si possa dare a chi ha centomila missili pronti a partire e a chi da anni scava tunnel sotterranei che sconfinano nel Paese vicino".
  "Israele è l'unica certezza di stabilità per quanto riguarda l'Occidente e l'Europa: chi mette in discussione il diritto a esistere di Israele è un sadico masochista che mette a repentaglio l'esistenza stessa della civiltà occidentale e dell'Europa", sostiene.
  "Torno a casa assolutamente felice, contento e soddisfatto, convinto che questa missione, al di là di cementare un rapporto positivo, possa essere utile anche alle imprese e alle industrie italiane, agli imprenditori, non solo ai grandi ma anche ai piccoli e ai medi", conclude.

(AGI, 13 dicembre 2018)


Le critiche ai rapporti di Israele coi leader della destra populista odorano di ipocrisia

E' singolare come quegli stessi critici non vedano alcun problema nell'arruffianarsi con regimi antisemiti e oppressivi come quelli in Iran e Venezuela

L'arrivo in Israele, martedì, del vice primo ministro italiano Matteo Salvini ha offerto a molti un'ulteriore occasione per accusare Israele di sostenere leader di estrema destra inquinati da fascismo e persino antisemitismo. Ma le loro lamentele sono in odore di ipocrisia. Vale la pena ricordare quali sono i personaggi che queste persone ammirano e quelli che scelgono di criticare.
Federica Mogherini, il "ministro" degli esteri dell'Unione Europea, è da sempre alla testa degli sforzi a favore dell'accordo sul nucleare iraniano (e per aggirare le rinnovate sanzioni americane). Il dibattito su quell'accordo è legittimo. Il problema è che Mogherini è diventata il difensore del regime degli ayatollah. Si fa fatica a trovare una sola parola che Mogherini abbia mai pronunciato per condannare un regime che invoca apertamente la distruzione di un altro paese, un regime attivamente impegnato nella negazione della Shoà, un regime il cui coinvolgimento nel Medio Oriente sta causando enormi spargimenti di sangue, un regime tutt'ora implicato in attività terroristiche sul suolo europeo....

(israele.net, 13 dicembre 2018)


Non fate di Unifil un ostaggio di Hezbollah

Accertare le violazioni al confine è ciò che deve fare. Altrimenti a cosa serve?

Quando, lo scorso agosto, il generale italiano Stefano Del Col ha preso il posto di Michael Beary come comandante dell'Unifil (la forza interinale dell'Onu nel Libano meridionale), l'allora ambasciatore israeliano all'Onu, Ron Prosor, gli scrisse una lettera aperta che recitava: "Lei sta per assumere il comando di una forza Onu che ha toccato un punto molto basso. Il suo predecessore è diventato lo zimbello della regione e ne ha minato la credibilità e la deterrenza. Non sorprende che nessuno da queste parti prenda minimamente sul serio l'Unifil. Ripristinare la sua credibilità ne ripristinerà anche la forza deterrente". Si fece sentire anche l'ambasciatrice degli Stati Uniti all'Onu, Nikki Haley, che criticò duramente l'allora capo dell'Unifil, l'irlandese Beary, accusandolo di ignorare il riarmo nemmeno troppo segreto di Hezbollah da parte dell'Iran. "Hezbollah si vanta apertamente del proprio riarmo e fa sfilare le sue armi davanti alle telecamere - aveva detto Haley - Il fatto che il comandante dell'Unifil lo neghi dimostra che l'Unifil ha bisogno di riforme".
   Di Unifil si è tornati a parlare due giorni fa, dopo che il vicepremier Matteo Salvini ha usato l'espressione "terroristi islamici" per Hezbollah, che ha costruito tunnel dal Libano per infiltrarsi in Israele. Apriti cielo! La nostra Difesa si è detta "sconcertata", come se Salvini avesse rivelato al mondo la formula segreta per l'energia pulita. E' dal 2013, infatti, che Hezbollah è nella lista nera delle organizzazioni terroristiche dell'Unione europea. Ci volle molto tempo per convincere gli europei a farlo. Fu l'attentato compiuto da Hezbollah a Burgas, in Bulgaria, ai danni di un gruppo di turisti israeliani, a spingere la Ue a fare la cosa giusta: riconoscere Hezbollah per quello che è. Un gruppo terroristico, non una ong politica e caritatevole.
   Ora, tre tunnel che partivano dal territorio libanese sono stati scoperti questa settimana da Israele. Tre tunnel che Hezbollah ha costruito letteralmente fra i piedi e sotto il naso dell'Unifil. Le nubi di guerra si sono andate addensando sotto gli occhi di questa forza di pace delle Nazioni Unite. Su direttiva del suo protettore iraniano, Hezbollah ha accumulato nel sud del Libano un arsenale di armi e di combattenti micidiale. Mentre l'Unifil girava la faccia dall'altra parte, Hezbollah si preparava alla guerra. All'Unifil è stata attribuita una significativa autorità per impedire l'attività illegale e ostile di Hezbollah, il problema è che non la sta utilizzando. Ha sviluppato una sorta di mentalità del tipo "non vedo e non sento". Capita che i caschi blu dell'Unifil incappino in posti di blocco mentre sono di pattuglia nel Libano meridionale. Improvvisamente compaiono uomini in abiti civili che bloccano i mezzi delle Nazioni Unite, rubano il loro equipaggiamento e li prendono a sassate finché non girano i tacchi e se ne vanno. Tutti sanno di chi si tratta. E' Hezbollah: Hezbollah non vuole che l'Unifil veda cosa c'è al di là di quei blocchi stradali. E normalmente i caschi blu dell'Unifil fanno dietrofront e se ne vanno senza fare rapporto su chi li ha fermati e perché. L'Unifil non sa cosa nasconde Hezbollah e il mondo non viene a sapere perché le pattuglie vengono fatte tornare indietro. Le forze Onu in Libano sono "ostaggio di Hezbollah", disse ormai dieci anni fa Toni Nissi, a capo del comitato di monitoraggio internazionale-libanese per la Risoluzione del Consiglio di sicurezza 1559 (2004). E' cambiato qualcosa da allora?
   Washington e Gerusalemme, i due paesi che di più hanno fatto per potenziare e rendere effettiva la missione dell'Unifil, non si aspettano che l'Unifil affronti militarmente l'organizzazione terroristica libanese, ma chiedono che siano migliorate la qualità e la quantità dei rapporti sulle violazioni. Se Hezbollah intensifica i suoi sforzi, anche le Nazioni Unite devono potere intensificare gli sforzi contro di loro. Altrimenti, a quarant'anni dalla sua nascita, a cosa serve l'Unifil, a parte monitorare i tour di giornalisti che Hezbollah organizza nel sud mettendo in mostra il suo imponente arsenale di fabbricazione iraniana che gli servirà nella prossima guerra contro Israele?

(Il Foglio, 13 dicembre 2018)


In viaggio tra le sinagoghe che non lo sono più

A volte grandiosi, a volte modesti e funzionali edifici che servivano le loro comunità. A volte deserte, ma spesso utilizzate per scopi diversi, sono le sinagoghe ritratte nell'Europa dell'est dalla fotografa Bernadett Alpern. Tra queste una sala concerti, un museo, un monumento all'esercito serbo, un negozio di mobili, un centro di allenamento olimpico e persino una lavanderia a secco.

di Michele Miglion

Nata nel 1987 a Budapest, Bernadett Alpern vive e lavora nella capitale ungherese. Ha completato i suoi studi presso l'Università di Kaposvar - Dipartimento di Arte - nella facoltà di Fotografia per la stampa. In Inghilterra, ha realizzato la sua serie "Identità nella terra" concentrandosi sul rapporto tra uomo e paesaggio. Il suo ultimo progetto, Used Stones, è stato concepito in un viaggio alla ricerca delle radici familiari a sarbooérd. in Ungheria. Lì ha trovato una vecchia sinagoga usata come negozio di mobili.
Tutto ha inizio nel 2012, quando Bernadett Alpern, fotografa di Budapest allora venticinquenne, in seguito alla scomparsa del nonno, decide d'intraprendere una ricerca genealogica della propria famiglia e le sue radici ebraiche. Così, una volta arrivata a Sàrbogàrd, città natale di suo nonno a metà strada tra Budapest ed il celebre lago Balaton, decide di visitare i luoghi principali legati alla giovinezza del parente appena scomparso, tra cui la sinagoga che frequentava insieme alla sua famiglia prima della Shoah. Tuttavia, una volta giunta difronte all'edificio che una volta ospitava la piccola comunità ebraica cittadina, che fino al 1944 contava circa 500 persone, scoprì che questo ospitava un negozio di mobili usati. Infatti, in seguito allo sterminio dell'ebraismo ungherese per mano dei nazisti e dei suoi alleati magiari, solo 34 ebrei tornarono nella loro città natale, dove tentarono, invano, di ricostruire la propria vita, Così, nel 1960 la sinagoga venne venduta, e da allora adoperata per altri scopi, Nel 2012, quando Bernadett visitò gli interni dell'edificio, vi si potevano ancora trovare, nascosti in soffitta, degli antichi libri di preghiera, mentre nel negozio poco o nulla richiamava il suo antico uso religioso. Nel 2013, appena un anno dopo il viaggio a Sàrbogàrd, quello che nacque come una semplice ricerca famigliare, grazie ad un finanziamento dell'Associazione Europea per la Cultura Ebraica, diventa un progetto fotografico vero e proprio.
   Così, Bernadett ha potuto iniziare un viaggio nella memoria perduta dell'ebraismo est-europeo, e non solo. Nell'arco di due anni ha visitato 46 città in 15 paesi europei diversi, fotografando 57 ex-sinagoghe, oggi utilizzate per gli scopi più disparati. "Used Stones", pietre consumate, è il nome che l'autrice ha voluto dare al proprio progetto fotografico, che ha come obiettivo quello di immortalare gli interni ed esterni di edifici che un tempo servivano alle comunità ebraiche, e che oggi hanno un uso totalmente differente. Nei suoi viaggi ha fotografato ristoranti, musei, accademie di musica, stazioni di polizia, negozi, università e, addirittura, una chiesa ed una moschea, un tempo utilizzate dalle comunità ebraiche come luoghi di preghiera. Ad esempio, ad Osijek, nella Croazia occidentale, l'antica sinagoga è oggi utilizzata come chiesa evangelica, mentre l'ex tempio di Poznan, in Polonia, convertito nel dopoguerra in piscina pubblica, oggi versa in uno stato di abbandono totale. In Repubblica Ceca, due ex-sinagoghe ospitano invece una stazione di polizia ed una scuola elementare, mentre a Budapest all'interno di un antico tempio ha sede il club sportivo Honvéd.
   Ma, come menzionato, il progetto non si ferma alla sola Europa Orientale. A Londra, per esempio, ha potuto fotografare la vecchia sinagoga del quartiere Brick Lane, utilizzata ora dalla locale comunità islamica come moschea, mentre a Parigi una vecchia sinagoga è sede di un locale notturno, ed un'altra ospita una libreria. Locali rinnovati, "riciclati", che oggi servono a tutt'altro. In alcuni casi i luoghi visitati da Bernadett mantengono un lontano e vago ricordo del loro uso precedente, mentre in altri solo lo studio e la preparazione dell'autrice possono confermare il loro antico utilizzo.


Dopo una serie di mostre e pubblicazioni su riviste e giornali, tra cui l'israeliano Israel Hayom, nel 2015 Bernadett ha deciso di interrompere momentaneamente il suo progetto. I motivi principali dietro questa decisione risiedono nella mancanza dei fondi necessari, e per il suo trasferimento in Israele, dove attualmente risiede. Tuttavia, l'obiettivo e la speranza è quello di portare a termine il lavoro iniziato nel 2012, visitando i paesi mancanti, e scoprendo nuove storie di un mondo che non esiste più. In memoria di suo nonno e degli ebrei di Sarbogàrd.

(Pagine Ebraiche, dicembre 2018)



Ridateci in fretta le pietre

di Plerlulgl Battista

Sono passate più di quarantotto ore e ancora le «pietre dell'inciampo» che ricordano le vittime romane della Shoah non sono state restituite. Chi le ha trafugate ha tra le mani uno scrigno prezioso dove è custodita una memoria comune che non può essere dispersa.
   Gli investigatori devono sapere che abbiamo molta fretta. Che vorremmo che si impegnassero allo spasimo per ridare alla città, agli ebrei romani, a tutti quelli che non vogliono cancellare il ricordo dello sterminio nazista, quelle pietre tanto indispensabili.
Deplorare, lo abbiamo fatto. Protestare, lo abbiamo fatto. Stringersi attorno ai parenti delle vittime, anche. Ora abbiamo fretta, molta fretta, rivogliamo in fretta quelle pietre. Vogliamo di nuovo inciampare in una memoria terribile.
   Non vogliamo che una città che ha conosciuto lo scempio del 16 ottobre del 1943, la deportazione degli ebrei del Ghetto, la partenza dei treni destinazione Auschwitz, una città capitale d'Italia sia privata di quei simboli imprescindibili. Vogliamo che la polizia arrivi presto ai ladri, che punisca chi ha trafugato quelle pietre, che venga consegnata la refurtiva alla città. Presto.
   Non è che come al solito i mugugni, le fiaccolate, i comunicati di sdegno e poi basta. Abbiamo fretta, Roma rivuole le pietre dell'inciampo. Subito.
   Lo sappiano gli inquirenti: subito, o altrimenti una vergogna si aggiungerà alla vergogna di uno scempio.

(Corriere della Sera, 13 dicembre 2018)


Evitato lo scontro con Hamas e le elezioni anticipate, Bibi riuscirà a fare la storia?

di Emanuele Mainetti

In 3 sorsi - I recenti scontri tra Israele e Hamas lasciavano presagire un'azione massiccia delle forze israeliane contro Gaza. Il premier Netanyahu è riuscito, nel giro di pochi giorni, a raggiungere un accordo per il cessate il fuoco con Hamas e a evitare le elezioni anticipate.

1. Nuovi scontri tra Hamas e Israele
    Domenica 11 novembre, nella località di Khan Yunis, a Gaza, un'unità delle forze speciali dell'esercito israeliano (IDF) è stata intercettata da un gruppo armato i cui membri appartenevano ad Hamas e al Movimento per il Jihad Islamico in Palestina. Gli scontri avvenuti a sud della Striscia di Gaza hanno causato la morte di 7 miliziani palestinesi e di un ufficiale dell'IDF. Tra le vittime del blitz condotto dalle forze speciali israeliane c'era Nour Baraka, numero due delle Brigate Izz ed-Din al-Qassam, il braccio armato di Hamas. Secondo le stime del Governo israeliano, il giorno seguente il sistema di difesa noto come Iron Dome (Cupola di Ferro) ha intercettato più di 300 missili o razzi provenienti da Gaza. Malgrado l'efficienza del sistema antimissile israeliano, due razzi sono riusciti a colpire un palazzo e un pullman nel Sud del Paese, con l'uccisione di un civile. Israele ha risposto con una serie di raid aerei che hanno causato la morte di 5 palestinesi e distrutto la sede della stazione televisiva di Hamas. Il livello di tensione raggiunto nell'arco di due giorni, nonché il cospicuo numero di vittime, sembrava destinato a degenerare, e gli occhi del mondo erano puntati su Gaza, temendo che si potesse assistere all'ennesima carneficina, soprattutto considerando che nel 2014, durante l'operazione israeliana "Margine di protezione" si erano registrate oltre 2mila vittime civili palestinesi.

2. Netanyahu: il cessate il fuoco e lo spettro delle elezioni anticipate
    Il primo ministro Benjamin "Bibi" Netanyahu, a causa della gravità degli eventi, ha così deciso di interrompere la permanenza a Parigi in vista del Forum per la pace e di fare ritorno in Israele appena due giorni dopo essere atterrato nella capitale francese. Malgrado le pressioni subite da parte di alcuni membri del suo Governo, primo fra tutti il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, al fine di adottare una strategia più aggressiva nei confronti di Hamas, Netanyahu ha deciso di rispettare i termini del cessate il fuoco raggiunto grazie alla mediazione egiziana, che ha evitato una possibile escalation. In polemica con la tregua tra Israele e Hamas, però, il 14 novembre Lieberman ha annunciato le proprie dimissioni, dichiarando che il cessate il fuoco era una capitolazione al terrorismo e aggiungendo che il partito Israel Beitenu avrebbe smesso di sostenere l'esecutivo di Netanyahu. La decisione di Lieberman, il cui gruppo occupa cinque seggi nella Knesset, ha ulteriormente indebolito la coalizione del premier Netanyahu, che ora ha una maggioranza di un solo seggio (61 su 120). Dopo le dimissioni Lieberman aveva chiesto di procedere con le elezioni anticipate e lo stesso concetto era stato reiterato dal partito Habayit Hayehudi del ministro dell'Educazione Naftali Bennett, il quale aveva promesso di privare del sostegno Netanyahu e la sua coalizione di Governo se non gli fosse stato assegnato il dicastero della Difesa.

3. Niente elezioni anticipate, ma a novembre 2019 Netanyahu proverà a entrare nella storia
    Dopo che Bibi aveva deciso di non accettare la proposta di Bennett, facendosi lui stesso carico del ministero della Difesa, le elezioni anticipate sembravano alle porte. Il premier israeliano aveva fatto appello al buon senso degli alleati, dichiarando che non sarebbe stato opportuno far cadere il Governo in un momento caratterizzato da così tante tensioni a livello regionale contro la sicurezza di Israele, lasciando molti esperti a speculare circa eventuali nuove azioni da parte del Governo nei confronti di Hamas ed Hezbollah. Per l'ennesima volta, tuttavia, Netanyahu si è dimostrato un politico estremamente abile ed è così riuscito a convincere Naftali Bennett a ritornare sui suoi passi, a sostenere il Governo e a rispettare la data prestabilita per le elezioni. Netanyahu, probabilmente, avrebbe potuto anche accettare delle elezioni anticipate, soprattutto perché, fatta eccezione per Bennett, la scena politica israeliana, e men che meno la sinistra, non è in grado di offrire un'alternativa valida. Inoltre il premier, con una vittoria conseguita tramite elezioni anticipate, avrebbe potuto schivare o quanto meno minimizzare le accuse per corruzione rivoltegli di recente. Ora però, se Netanyahu vorrà entrare nella storia di Israele come il Primo Ministro più "longevo" di sempre, dovrà aspettare fino a novembre 2019, ma senza un ministro della Difesa su cui scaricare le colpe per eventuali minacce alla sicurezza del Paese e con lo spettro di un'accusa per frode, la strada verso il successo potrebbe dimostrarsi inaspettatamente tortuosa.

(Il Caffè Geopolitico, 13 dicembre 2018)


L'esercito israeliano scopre un terzo tunnel scavato sotto al confine con il Libano

Prosegue l'operazione "Scudo del Nord" per impedire infiltrazioni in territorio israeliano

200 metri
la lunghezza media dei tre tunnel scoperti al confine con il Libano
25 metri
la profondità in metri degli scavi di Hezbollah per entrare in Israele

di Giordano Stabile

Israele scopre un terzo tunnel al confine con il Libano e l'operazione Scudo del Nord entra nella sua «fase esplosiva», mentre anche l'Unifil ammette che il «caso è serio» e gli Stati Uniti chiamano il presidente Michel Aoun per disinnescare la crisi. A una settimana dall'annuncio dell'offensiva per eliminare le gallerie di attacco di Hezbollah genieri continuano a esplorale la zona di frontiera con l'aiuto di una tecnologia basata su onde microsismiche sviluppata dai centri di ricerca militari. E così che ieri hanno individuato un nuovo tunnel, «non ancora operativo e che non pone una immediata minaccia». Le ricerche richiederanno ancora tempo ma nei prossimi giorni dovrà cominciare l'opera di demolizione, la più delicata perché va a impattare nel territorio libanese.
   Nei giorni scorsi l'esercito israeliano ha avvertito con sms gli abitanti del villaggio di Kafr Kila, dove c'è l'ingresso della prima gallerie, che le loro case potrebbero essere danneggiate dalle esplosioni. L'annuncio ha fatto salire la tensione e sabato si è sfiorato l'incidente quando i militari dello Stato ebraico sono stati tratti in inganno dagli spari in aria durante una festa di matrimonio e hanno tirato a loro volta colpi di avvertimento. Il problema principale è però il secondo tunnel, a Ovest di Kafr Kila, perché si trova in una zona dove non c'è la barriera al confine e l'esercito israeliano e quello libanese si trovano faccia a faccia. Per questo l'analista militare Hamos Arel parla di «fase esplosiva» in arrivo e una delegazione delle Forze armate, guidata dal generale Aharon Haliva, è andata ieri Mosca per discutere con i colleghi russi.
   Israele vuole che Mosca faccia pressione su Beirut e Damasco per evitare incidenti e dietro le quinte si muovono anche gli Stati Uniti. Lo ha rivelato ieri il presidente libanese Aoun. Washington lo ha chiamato per tranquillizzarlo e spiegare che «Israele non ha intenzioni ostili». Il leader dei Paesi dei Cedri, alla prese con una crisi di governo che dura da sei mesi, ha ribadito che «neanche il Libano ha intenzioni ostili» e prende le questione «sul serio». Le dichiarazioni sono arrivate dopo un incontro con il comandante della missione Unifil, generale Stefano Del Col, al palazzo presidenziale di Baabda, sulle colline di Beirut. Le autorità libanesi, ha precisato, «risponderanno quando le indagini dell'Onu saranno concluse».
   Il Libano, in piena crisi finanziaria, ha bisogno di tutto tranne di una guerra. Aoun ha insistito che Beirut «rispetta la risoluzione dell'Onu 1701 » che invece «Israele continua a violare». Ma non ha alzato i toni né nei confronti di Israele né nei confronti di Hezbollah. Il Partito di Dio è un alleato essenziale nel suo tentativo di rafforzare le strutture dello Stato, a partire dalle Forze armate, senza far saltare i precari equilibri settati. Sulla stessa linea sembra anche il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, che ha tenuto finora un profilo basso, ha limitato la presenza dei miliziani al confine per non imbarazzare l'Unifil né il governo, e ha lasciato il campo libero all'esercito libanese.
   L'operazione Scudo del Nord sembra averlo colto di sorpresa e questo aspetto è stato sottolineato ieri dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Hezbollah «pagherà un prezzo inimmaginabile», ha avvertito, se reagirà all'azione dei militari: «Sapevamo che stavano scavando i tunnel e abbiamo pianificato la nostra operazione - ha spiegato-. Tutto procede secondo i piani ma la cosa più importante è essere pronti a una forte reazione se Hezbollah dovesse commettere l'errore di colpirci».

(La Stampa, 12 dicembre 2018)


Anche al confine libanese, la guerra è prosecuzione della politica con altri mezzi

Ugo Volli

La crisi alla frontiera fra Israele e Libano è appena iniziata. Mentre scrivo, l'esercito israeliano ha scavato e reso inutilizzabili tre tunnel d'assalto che dal territorio libanese conducevano in Israele (ma probabilmente ce ne sono parecchi altri sui 130 chilometri del confine). C'è stato uno scambio a fuoco con un gruppetto di Hizbollah che il governo di Beirut significativamente ha definito "una pattuglia dell'esercito libanese", una dichiarazione che dice molto su come il gruppo terrorista si è fatto Stato e può dunque anche usufruire degli approvvigionamenti militari americani e francesi.
  Netanyahu ha personalmente informato il segretario di stato americano Pompeo degli sviluppi prima di iniziare lo smantellamento dei tunnel e l'ha fatto per telefono subito dopo con Putin. Inoltre ha guidato un gruppo di ambasciatori a vedere con i propri occhi la minaccia.
  La stessa dimostrazione è stata fatta fra capi militari col comandante della forza Uno in Libano Unifil, l'italiano generale Stefano Del Col, che non ha potuto che confermare l'esistenza dei tunnel, aggiungendo che avrebbe "parlato con le autorità competenti". Peccato che il compito dell'Unifil non sia affatto quello di comunicare con i politici libanesi, ma di "adottare tutte le misure necessarie in aree di schieramento delle sue forze e, nella misura delle sue capacità, di assicurare che la sua area di operazioni non sia utilizzata per attività ostili di alcun tipo" (così dice la risoluzione 2373 del Consiglio di sicurezza, adottata nell'agosto 2017). Difficile non considerare attività ostile lo scavo di un tunnel militare, capace di far passare truppe su carro e anche artiglieria oltre la frontiera. Difficile anche che Unifil non se ne fosse accorto, visto che un tunnel partiva proprio accanto a una sua postazione. Ma non ha fatto nulla. Un'altra dimostrazione dell'assoluta inutilità dei corpi di interposizione dell'Onu.
  E però Israele ha fatto vedere i tunnel a tutti, che volessero o no sentire, come ha fatto vedere a tutti i documenti sull'armamento atomico iraniano. Come ha fatto circolare le immagini delle aggressioni di Hamas a Gaza. Senza agire precipitosamente, ma mostrando il livello di intelligence raggiunto e ponendo le basi per le azioni che deciderà di intraprendere quando lo riterrà opportuno. Molti strateghi da salotto in Italia e in Israele, e molti oppositori di Netanyahu in Israele a destra e a sinistra gli hanno rimproverato, addirittura come "vigliaccheria" la freddezza prudente con cui si è mosso in questi mesi. Ma in realtà si tratta di visione strategica, di fare le mosse una alla volta con calcolo preciso. Il problema è quello di affrontare una minaccia prossima su tre lati (Hamas, Autorità Palestinese, Hezbollah) evitando che i fronti si uniscano e tenendo che essi hanno una retroguardia reale e attiva (l'Iran, entro certi limiti la Russia, la Turchia, il Qatar) e un secondo retroterra potenziale, i paesi sunniti che hanno bisogno di Israele per opporsi al pericolo iraniano e stanno stringendo con esso alleanze operative, ma potrebbero essere costretti dalla pressione religiosa in caso di conflitto sui confini dello stato ebraico a schierarsi con gli attaccanti; e infine un terzo retroterra ostile, quello della dirigenza antisemita dell'Unione Europea.
  In questo contesto, Netanyahu usa la superiorità tecnologica israeliana per distruggere le minacce immediate, i razzi e i tunnel di Hamas come quelli di Hezbollah, ma pone anche le premesse per poter tenere una condotta più attiva senza doverne pagare i prezzi politici e in parte quelli militari.
  Pochi fuori dal Medio Oriente hanno notato l'ultimatum che Netanyahu ha dato al Libano: eliminare i missili di Hezbollah se non vuole che venga l'esercito israeliano a occuparsene. Questo è il discorso che deve aver fatto anche a Putin, mentre agli arabi e all'America deve aver detto che Israele è il solo argine all'egemonia iraniana sull'intero Medio Oriente. Il tema è quello di costruire uno schieramento per poter effettivamente combattere la guerra vera con l'Iran, in maniera politicamente vincente. Il pericolo militare è molto grave, ma può essere eliminato efficacemente solo con una logica più sofisticata di quella di coloro che invocano la "deterrenza" (cioè in soldoni, il far paura ai nemici) come unica soluzione.
  Si tratta di far capire ai nemici che le loro forze sono nel mirino, che le loro strategie sono note e vi sono le contromosse, ma soprattutto di ottenere un appoggio più vasto di loro. L'incrocio disegnato da Netanyahu di alta tecnologia, tattica militare, intelligence, diplomazia degli annunci pubblici, serve proprio a questo. Perché, come insegnava Clausewitz, la guerra, per servire a qualche cosa e per compensare i suoi terribili costi umani, dev'essere "continuazione della politica con altri mezzi", non semplice reazione automatica alla minaccia. L'operazione al confine libanese è appena iniziata. Senza dubbio nei prossimi giorni e settimane avremo nuove sorprese.

(Progetto Dreyfus, 12 dicembre 2018)


«Gli hezbollah? Terroristi». E' un caso la frase di Salvini

A Gerusalemme attacca giustamente gli estremisti. Ma la Difesa protesta: mette a rischio i nostri soldati.

di Domenico Di Sanzo

Tra una diretta Facebook e un piatto di bucatini al ragù, Matteo Salvini sembra uno e trino. E non perde occasione per far storcere il naso agli alleati di governo del MSs, infastiditi dagli sconfinamenti del Capitano. Gli ultimi giorni sono stati pieni di «invasioni di campo» da parte del ministro «tuttofare»: Salvini sabato, dalla manifestazione di Piazza del Popolo, ha chiesto il mandato per trattare con l'Europa sulla manovra «a nome di 60 milioni di italiani», domenica e lunedì ha incontrato gli imprenditori, ieri è atterrato in Israele. La parte settentrionale del paese, al confine con il Libano, e la capitale Gerusalemme sono stati i luoghi visitati ieri dal ministro dell'Interno. E la giornata si è conclusa con un botta e risposta tra il leader della Lega e la parte grillina del governo gialloverde, ministero della Difesa e Luigi Di Maio in testa.
   In mattinata l'arrivo a Tel Aviv, battezzato con un tweet: «In elicottero, pronto a sorvolare Israele - ha scritto Salvini - e a visitare i tunnel costruiti dagli estremisti islamici nella zona Nord del Paese». Il vicepremier leghista ha poi detto, vestendo i panni di ministro degli Esteri e premier: «Chi vuole la pace, sostiene il diritto all'esistenza ed alla sicurezza di Israele. Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel e armano missili per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione». E ha aggiunto: «Il nascente antisemitismo fa rima con estremismo islamico».
   Subito sono arrivate le reazioni del comando Unifil e della Difesa. «Tali dichiarazioni - scrivono i militari italiani - mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio a Sud nella missione Unifil. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell'area». Frasi alle quali Salvini ha replicato: «Non capisco lo stupore, che ho letto su un'agenzia, per la definizione di Hezbollah come terroristi islamici - aggiungendo - se si scavano tunnel sotterranei a decine di metri che sconfinano nel territorio israeliano, non penso lo si faccia per andare a fare la spesa». Nell'ennesima crisi più o meno a bassa intensità interna alla maggioranza è arrivato anche il «soccorso giallo» a Unifil e alla ministra della Difesa Elisabetta Trenta da parte di Luigi Di Maio. «La missione Unifil è una delle missioni di pace più importanti nel mondo - ha sottolineato Di Maio - abbiamo sempre citato quella missione come vero modello super partes. Quello che c'è da dire sulla vicenda lo ha detto il ministero della Difesa, io mando un abbraccio ai militari che sono lì e gli dico di tenere duro e andare avanti», ha concluso il vicepremier pentastellato. Uno scontro tra due visioni molto diverse di politica estera sul ruolo dell'Italia nel complicato scacchiere del Medio Oriente.
   Con il capo del Carroccio che ha anche stigmatizzato il comportamento di Ue e Onu colpevoli di «sanzionare Israele ogni quarto d'ora». Ma nel MSs ci sono molti esponenti con posizioni storicamente controverse sulla crisi israelo-palestinese. Soprattutto Alessandro Di Battista e il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, protagonista di un battibecco con Salvini a maggio scorso sul trasferimento dell'ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme.

(il Giornale, 12 dicembre 2018)


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La visita di Salvini in Israele: "gli hezbollah sono terroristi"

Tensione con la ministra Trenta per le dichiarazioni del vicepremier

di Amedeo La Mattina

GERUSALEMME - L'accoglienza che Benjamin Netanyahu gli ha riservato ha tante implicazioni e significati, non solo simbolici. Appena atterrato con l'aereo di Stato a Tel Aviv, Matteo Salvini è stato prelevato dall'esercito israeliano, imbarcato su un elicottero militare e portato al nord, al confine con il Libano. Destinazione quell'area strategica dove gli Hezbollah hanno scavato tunnel sotto il territorio israeliano per portare a termine le loro azioni. «Azioni terroristiche perché di terroristi stiamo parlando». Non usa mezzi termini dopo aver visitato, in mezzo al fango con un cappellino blu dell'aeronautica militare italiana, quei passaggi sotterranei. Facendo saltare sulla sedia il ministro della Difesa 5 Stelle, Elisabetta Trenta, «preoccupata e imbarazzata» per la reazione che potrebbero avere gli Hezbollah definiti terroristi contro i nostri militari. Gli stessi timori del comando italiano Unifil impegnato in Libano. Dalla Difesa si fa sapere che le dichiarazioni di Salvini «mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio lungo la blu line. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell'area». Anche Luigi Di Maio interviene. «Quello che doveva dire lo ha detto il ministro della Difesa. Io mando un abbraccio ai militari che sono lì e dico loro di tenere duro e andare avanti».
   Uno scontro tra alleati su una questione nevralgica. Ma Salvini dice di essere stupito di questa reazione. Rincara la dose ricordando che diversi organismi della comunità internazionale definiscono allo stesso modo gli Hezbollah. «A casa mia i terroristi si chiamano terroristi. Se scavano decine di tunnel che sconfinano nel territorio israeliano, non credo che lo facciano per andare a fare la spesa», ironizza il leader del Carroccio. «Chi vuole la pace - afferma Salvini - deve sostenere il diritto all'esistenza ed alla sicurezza di Israele, baluardo della democrazia in questa regione». Poi manda un messaggio che ne nasconde un altro: va bene l'idea dei due Stati, ma l'Ue secondo il leghista è sempre poco equilibrata nei confronti di Israele, sanzionandolo «ogni quarto d'ora». Per combattere il terrorismo islamico e riportare la pace, per rinsaldare la collaborazione e amicizia fra popolo italiano e popolo israeliano, Salvini dice di essere in prima fila. «Aspettiamo che anche Onu ed Unione Europea facciano la loro parte».
   Salvini non dimentica mai la partita europea e la posizione della Commissione Ue che continua a sostenere gli accordi siglati sul nucleare dagli Usa con l'Iran, il nemico giurato dello Stato ebraico. Ma che Trump ha cestinato. L'Europa che verrà dopo le elezioni europee di maggio sarà la stessa? Netanyahu scommette molto su Salvini, che incontrerà oggi al King David di Gerusalemme, sul successo della Lega sovranista, insieme a coloro che potranno ribaltare la politica estera europea, sostituire il commissario Federica Mogherini con un amico di Israele. E questo Salvini vorrebbe farlo insieme ad altri nazionalpopulisti e pezzi importanti del Ppe, a cominciare dal premier ungherese Orban che da queste parti riceve le stesse attenzioni riservate a Salvini.
   Nell'incontro tra il leghista e Netanyahu il convitato di pietra sarà Putin al quale il vicepremier italiano guarda come modello di statista. Un'attenzione al leader russo che per motivi strategici si coltiva a Gerusalemme per tenere a bada gli amici di Teheran. Nelle logiche della ragion di Stato e geopolitiche tutto si tiene e Salvini in questo Great game sta giocando la sua mano in vista delle elezioni europee. Con un occhio a Washington e a quel Trump che ha fatto la sua scelta al fianco di Netanyahu, sostenendo lo spostamento dell'ambasciata americana a Gerusalemme. Cosa ne pensa Salvini? «È vero che io nel 2016 ho detto che sono d'accordo di spostare l'ambasciata italiana a Gerusalemme - dice mentre lascia il King David - ma non è all'ordine del giorno. Io oggi faccio il ministro dell'Interno in un governo di coalizione.
   Questo è un problema che affronteremo in futuro. Per carità - aggiunge accendendosi una sigaretta - non fatemi aprire un altro fronte caldo. Ne ho già abbastanza». E tanto per far capire da che parte sta, ha chiuso la giornata pregando 5 minuti al Muro del Pianto con la kippah in testa. «Ho proprio bisogno di un momento di raccoglimento. Questo muro appartiene a tutti, ti dà forza e pace».

(La Stampa, 12 dicembre 2018)


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Salvini si schiera con Israele, i Cinquestelle con i terroristi

Il vicepremier in visita ai territori dello Stato ebraico minacciati da Hezbollah. Ma il ministero della Difesa ribadisce la neutralità del contingente di pace italiano.

di Andrea Morigi

Con un fuori programma, taciuto per motivi di sicurezza alla vigilia della visita in Israele, Matteo Salvini schiera senza esitazioni l'Italia contro l'antisemitismo e contro i terroristi islamici. La prima delle due giornate si apre con un'incursione del vicepremier italiano al confine con il Libano, «dove i terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione».
  È un gesto di forte sostegno al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (che Salvini vedrà oggi), il quale nelle stesse ore avvertiva di essere pronto a dare «una risposta molto forte» a Hezbollah se il movimento armato sciita libanese opporrà resistenza all'operazione in corso al confine tra Israele e Libano. Durante una visita in una base dell'esercito nel Nord del Paese, il capo del governo israeliano ha detto che l'esercito è pronto a «dare una risposta molto forte se Hezbollah commette il grave errore e decide di farci del male o resistere al nostro intervento. Subirà colpi inimmaginabili».

 La missione Unifil
  Oltre il confine, in Libano, è di stanza a missione Unifil, a guida italiana. Sono loro ad aver avvertito Gerusalemme dei tentativi degli sciiti del "Partito di Dio" di penetrare in territorio ebraico. Però dal ministero della Difesa si lamentano per l'appellativo impiegato da Salvini. La ministro Elisabetta Trenta non interviene mica per denunciare l'utilizzo dei tunnel, però fa trapelare «preoccupazione e imbarazzo» per «gli uomini impegnati nella missione Unifil». Non avrebbero nulla da temere, se non avessero davanti dei terrorist». Tuttavia, il vicepremier Luigi Di Maio si schiera con la Difesa, indicando «quella missione di pace come vero modello di missione super partes».

 L'Ue squilibrata
  Salvini replica che «chi scava sottoterra per entrare in territorio israeliano non lo fa per andare a fare la spesa». Lui invece è arrivato lì a prendere posizione, non a fare la forza d'interposizione, ma «per combattere il terrorismo islamico e riportare pace e stabilità, per un rapporto sempre più stretto fra scuole, università e imprese, per cooperare in ricerca scientifica e sanitaria, per rinsaldare collaborazione e amicizia fra popolo italiano e popolo israeliano», in attesa «che anche Onu e Unione Europea facciano la loro parte».
  Finora, spiega in conferenza stampa, «l'Unione Europea è stata sbilanciata e poco equilibrata, condannando Israele ogni quarto d'ora». Tanto da indurlo perfino a dubitare «che gli aiuti diretti alla popolazione palestinese siano effettivamente arrivati a destinazione». Cioè che in realtà siano finiti nelle tasche dei dirigenti dell' Anp o di Hamas e forse anche ai jihadisti antiisraeliani.
  Oggi, la visita di Salvini proseguirà con l'omaggio allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah. È la prima volta che l'esponente leghista vi si reca da vicepremier e ministro dell'Interno, ma è la quarta in totale. Oltre a Netanyahu, Salvini vedrà la ministro della Giustizia, Ayelet Shaked e quello del Turismo, Yarvin Levin.

(Libero, 12 dicembre 2018)


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Salvini accolto bene in Israele: isteria a sinistra

di Antonio Pannullo

Salvini arriva in Israele e i compagni miliardari schiattano di rabbia. "Un saluto da Tel Aviv, amici. In elicottero, pronto a sorvolare Israele e a visitare i tunnel costruiti dagli estremisti islamici nella zona Nord del Paese". È il tweet che accompagna la foto dall'elicottero del vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini, in visita in Israele. La visita del nostro vicepremier ha causato in Italia alcune, inspiegabili, polemiche, anche da parte della comunità ebraica italiana, l'unica d'Europa a essere da sempre schierata a sinistra. Polemiche che in realtà non hanno ragion d'essere, come spiega lo stesso vice premier: "Non è che ogni volta che vado in Israele devo dire che gli antisemiti sono dei delinquenti ... Vado in Israele, perché credo che sia una delle nazioni più grandi ed evolute democrazie del pianeta", ha detto infatti Salvini, ospite della stampa estera, alla vigilia della sua visita in Israele. "Che io poi - ha avvertito il ministro dell'Interno - non sia simpatico a Gad Lerner e chissenefrega ... ". Salvini si riferisce alle continue prese di posizione di Lerner e della comunità ebraica italiana contro i governi italiani che non siano di sinistra.
In realtà tutti sanno che il governo di Israele, e non da ora, è molto più vicino al governo italiano che alle opposizioni, e forse è proprio questo che dà fastidio alle sinistre. Comunque, "Matteo Salvini sarà ricevuto con amicizia e onore in Israele". Avi Pazner, ex ambasciatore di Israele in Italia, si esprime così. «Nei giorni scorsi, il quotidiano israeliano Haaretz, che è rimasto piuttosto indietro con le informazioni sull'Italia e che è concentrato ad attaccare il premier israeliano Netanyahu piuttosto che dare le notizie correttamente, in un editoriale ha affermato che 'Salvini dovrebbe essere persona non gradita in Israele'. Ieri, lo stesso giornale ha diffuso la notizia secondo cui il presidente dello Stato d'Israele, Reuven Rivlin, non incontrerà il ministro dell'Interno italiano. lo - dice Pazner - credo che il ministro Salvini sarà ricevuto con amicizia e onore in Israele. Lui è il ministro dell'Interno italiano, è capo di un movimento legittimo in Italia, incontrerà tutti i leader della politica israeliana, incluso il primo ministro Benjamin Netanyahu». «Per ragioni tecniche, Salvini non incontrerà il presidente dello stato d'Israele, Rivlin» - osserva Pazner - evidenziando che «tutti i poteri esecutivi in Israele sono nelle mani del primo ministro e del governo. E Salvini sarà ricevuto dal primo ministro. In Israele, oltre a incontrare il primo ministro Netanyahu, Salvini visiterà lo Yad Vashem - il memoriale dell'Olocausto - e farà tappa alla sinagoga italiana di Gerusalemme». E il Viminale precisa: "Si prende atto della dichiarazione del portavoce del presidente israeliano, secondo il quale Reuven Rivlin non potrà incontrare il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini solo per motivi di agenda. Proprio per questo, il colloquio tra i due non era mai stato previsto". Il presunto sgarbo del presidente Rivlin al vicepremier e ministro dell'Interno Salvini è frutto di una fantasiosa ricostruzione di un quotidiano israeliano di sinistra". Lo sottolineano fonti del Viminale a proposito della visita del ministro dell'Interno e vicepremier, prevista oggi e domani in Israele.

(Secolo d'Italia, 12 dicembre 2018)


Salvini dice cose troppo favorevoli a Israele, troppo vere e quindi troppo pericolose, perché da una posizione troppo debole. Chissà fino a quando lo lasceranno parlare. M.C.


Pietre d'inciampo, prima svolta. «Dieci in strada la notte del furto»

di Rinaldo Frignani

Dieci persone che si muovono a piedi. Con il volto coperto, più per proteggersi dal freddo che per nasconderlo. Sono passate fra l'una e le cinque della notte fra domenica e lunedì scorsi in via Madonna dei Monti, nel tratto di strada in cui sono state rubate le pietre d'inciampo. Non sono tante, tenendo presente che si tratta di una zona di movida, ma sapere chi sono non sarà certo facile. Alcune di loro potrebbero essere residenti. È quanto emerge dai primi video esaminati dai carabinieri della compagnia Roma Centro: non si esclude che fra i soggetti in questione possano esserci coloro che hanno staccato i sampietrini dedicati a venti vittime della Shoah. Ieri da Gerusalemme il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha assicurato: «Farò di tutto perché vengano presi e puniti in maniera esemplare».
   Le indagini non si annunciano brevi. Sia per il fatto che i dieci non sarebbero riconoscibili - se non dall'abbigliamento -, sia perché le telecamere hanno ripreso solo un lato della strada, mentre i ladri potrebbero essere passati su quello opposto ed essersi allontanati in una qualsiasi delle quattro vie che partono dall'incrocio vicino al luogo del furto. Ma è comunque un punto di partenza importante. Nelle stesse ore i carabinieri hanno sentito numerose persone: fra loro ci sono anche automobilisti e scooteristi, rintracciati dall'esame delle targhe, che sono transitati in zona proprio in quel lasso di tempo. Gli investigatori hanno allargato il raggio delle indagini a mezzo chilometro da via Madonna dei Monti per acquisire altri filmati registrati dagli impianti degli esercizi commerciali. Purtroppo per ora mancano fotogrammi del punto in cui si trovavano le pietre. «Siamo sempre più certi che si tratti di un atto premeditato - spiega un investigatore -. Chi le ha rubate si è organizzato non solo per fare in fretta per non essere notato, ma anche senza fare rumore. I condomini dei palazzi vicini confermano di non aver sentito alcun rumore».
   Fra le ipotesi c'è quella di pali o vedette appostati in strada per avvertire chi materialmente stava staccando i sampietrini dell'eventuale arrivo di qualcuno. Più complicato pensare a veicoli d'appoggio, almeno su quella strada, «anche perché - viene sottolineato - per portare via le pietre sarebbe bastata una busta di plastica». Che comunque nessuna delle persone finite sotto l'obiettivo delle telecamere sembra tenere in mano. Insomma un rebus che a questo punto potrebbe essere risolto anche con il ricorso alla tecnologia. Accertamenti saranno ad esempio svolti sulle celle telefoniche per capire chi, sempre fra l'una e le cinque, si trovava, a parte i residenti, nella zona interessata dal furto. Ma anche in questo caso ci vorrà comunque del tempo.

(Corriere della Sera, 12 dicembre 2018)


Il capo della Lega in Israele da Netanyahu per cementare l'asse con Trump e Putin

Gelo 5stelle: nel luglio 2016 una delegazione con Di Maio aveva provato a entrare a Gaza.

di Mario Ajello

 
GERUSALEMME - «Sconfina, sconfina sempre, in ambiti che non sono i suoi. Ora, dopo aver fatto la domenica il ministro del Lavoro nell'incontro con gli imprenditori, s'improvvisa ministro degli Esteri.;.». Questo il mood, ai piani alti dei 5 stelle, di fronte al viaggio di Matteo Salvini in Israele. Arriva stamane il leader del Carroccio. Vede il premier Bibi Netanyahu, e sarà un incontro lungo e non solo una foto opportunity; e incontra anche il ministro dell'Interno e quello della Giustizia; e non è esclusa una visita al muro che divide lo Stato ebraico dai territori palestinesi.
   Il senso di questo viaggio in Terra Santa è proprio quello di mostrare a livello internazionale la nuova fase della Lega, virtualmente al 30%, primo partito italiano secondo i sondaggi, che non è certo una forza moderata - espressione bandita dalle parti del Carroccio - ma ha assunto un format e una fisionomia rassicurante e questo può valere anche nei rapporti di politica estera. Rassicurante ovvero un partito che tesse, e che non spacca, non un pierino inaffidabile, in Europa e nel resto del mondo, ma una compagine aderentissima agli interessi nazionali e pronta a farli interagire sullo scacchiere mondiale. Anche a costo di creare discrepanze, che già ci sono e sono evidenti, rispetto all'alleato di governo in Italia.

 Gerusalemme capitale
  Salvini è d'accordo con Donald Trump sulla decisione di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. Un punto su cui l'intesa con MSS non c'è, e perciò, non a caso, questo tema non è stato inserito nel Contratto di governo. Mesi fa, il sottosegretario agli Esteri del MSS, Manlio Di Stefano, ha polemizzato: «La sede della ambasciate italiane nel mondo è competenza della Farnesina. Gerusalemme è capitale dei due Stati, nessun dubbio a riguardo». Posizione filo-palestinese, che non è quella di Salvini. Il quale è già stato in Israele nel marzo 2016, e anche quella volta ha visitato - come farà di nuovo in queste ore il memoriale dell'Olocausto, lo Yad Vashem. Allora, facendosi fotografare davanti al muro anti-palestinesi in t-shirt verde padano, spiegò la sua posizione che è esattamente quella che mantiene tuttora: «È la politica della sinistra a innalzare muri e fili spinati. Io non li voglio, io sono per il dialogo. Ma in un quadro di regole e certezze. Se si abbattesse questo muro, per esempio, verrebbe giù tutto». E ancora: «La demografia è una scelta esatta. Gli arabi si moltiplicano. E alla fine, se non cambiamo verso, ci dovremo barricare».
   Adesso rieccolo in Terra Santa. Un po' lo stesso viaggio e le stesse tappe di Gianfranco Fini nel 2003, quando da vicepremier veniva in qualche modo sdoganato, ripulendosi dall'immagine del post-fascista. Anche Salvini è vicepremier, ma pur essendo considerato d'estrema destra all'estero, non viene dalla stessa storia. Con Netanyahu, la sintonia sarà completa.
   Mentre i 5Stelle nel luglio 2016 hanno cercato di entrare a Gaza, e per questo Di Maio protestò scatenando una quasi crisi diplomatica - «ci impediscono di entrare nella Striscia», dimenticando che nella Striscia non si può entrare - Salvini ha sempre polemizzato contro i «nazisti di Hamas», Il leader leghista rientra a pieno titolo in quel sionismo di destra che ha in Trump il suo campione mondiale. E questo viaggio - bersagliato da qualche critica della sinistra israeliana subito amplificata da quella italiana: secondo l'attore e intellettuale Moni Ovadia lui è un sionista alla maniera dei dittatori come Stalin e della peggiore destra razzista - gli serve per accreditarsi a livello internazionale come garante degli interessi israeliani, e come interlocutore politico e commerciale affidabile di quel Paese sempre a rischio nella polveriera mediorientale.
   Rientrano in questo discorso le elezioni europee di maggio. Netanyahu, che accoglie con molto favore Salvini a cui lo unisce il comune apprezzamento per le politiche di Putin e di Trump e l'idea che un nuovo ordine o disordine internazionale è finalmente possibile nell'epica dei sovranismi, festeggerà la futura composizione del parlamento europeo, con il probabile rafforzamento dei partiti populisti, che sono quelli oggi più schierati a favore della destra israeliana al governo.

(Il Messaggero, 11 dicembre 2018)


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«Da Roma vorrei qualche parola in più di verità su Israele»

Intervista a Davide Riccardo Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo di Milano

di Osvaldo Migotto

Martedì 11 e mercoledì 23 dicembre il vicepremier italiano Matteo Salvini sarà a Gerusalemme per una visita ufficiale. Non tutti nella comunità ebraica vedono di buon occhio questo viaggio in Israele del leader della Lega, mentre in diversi Paesi europei si moltiplicano gli episodi di antisemitismo. Nella notte tra domenica e lunedì a Roma sono ad esempio state rubate 20 pietre d'inciampo dedicate alle vittime dell'Olocausto. Sulle preoccupazioni della comunità ebraica italiana abbiamo sentito il parere di Davide Riccardo Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo di Milano, nonché ex assessore alla Cultura della Comunità ebraica del capoluogo lombardo.

Il vicepremier Salvini sarà per due giorni a Gerusalemme ma non incontrerà il presidente Rivlin. Ufficialmente per problemi di agenda, ma secondo Haaretz il presidente israeliano avrebbe detto che movimenti neo-fascisti non dovrebbero essere ben accetti in Israele. Lei cosa ne pensa?
  «Io sposo la tesi delle agende non combacianti perché Salvini ha mille difetti ma la Lega non è assimilabile a un partito neofascista. Non è un partito liberale né un partito tradizionale e fa parte di una destra radicale che però non tende ad abolire democrazia e libertà di stampa e non cerca di asservire la magistratura. Quindi la Lega non ha le caratteristiche tipiche dei partiti fascisti che tendono ad occupare tutte le istituzioni».

Recentemente un centinaio di ebrei italiani ha firmato una lettera aperta nella quale si chiede a Salvini di condannare, nel suo viaggio a Gerusalemme, l'antisemitismo ma anche il razzismo contro stranieri e migranti. Crede che lo farà?
  «Io me lo auguro. Credo che sia un atto doveroso, tanto più quando Salvini visiterà il Museo della Shoah e potrà vedere con i suoi occhi la gravità di quello che è successo durante la Seconda guerra mondiale e conoscere anche come le parole sbagliate possano portare ad azioni sbagliate. Penso che chiunque possa convenire che il razzismo e l'antisemitismo vadano condannati. Questo vale per Salvini e vale per chiunque vada in Israele a visitare il Museo della Shoah».

Purtroppo in Italia e in altri Paesi europei assistiamo a crescenti atti di antisemitismo, come abbiamo ad esempio visto domenica notte a Roma, quando venti pietre d'inciampo dedicate alle vittime dell'Olocausto sono state rubate. Il Governo italiano dovrebbe fare di più per contrastare questo preoccupante fenomeno?
  «Diciamo che l'operato delle forze di polizia e di sicurezza italiane è encomiabile, in quanto ci proteggono nei nostri eventi e in varie circostanze. Vorrei inoltre fare i complimenti anche ai servizi segreti che hanno evitato che in Italia ci fossero attentati come quelli che purtroppo ci sono stati in altri Paesi europei. Ma c'è una cosa che vorrei chiedere al Governo in carica: usare qualche parola in più di verità su Israele e sul Medio Oriente. Nel senso che l'antisemitismo moderno si traveste da odio nei confronti di Israele, ma poi gratta gratta viene sempre fuori l'odio nei confronti degli ebrei. L'ho visto anche a Milano quando ci sono manifestazioni per il 25 aprile o manifestazioni anti-Israele; poi alla fine si sente sempre la frase 'morte agli ebrei' o altre cose del genere. Pertanto la prevenzione dovrebbe riguardare anche questi aspetti. Bisogna lavorare di più sull'odio antiebraico e dare una maggiore attenzione all'islam italiano, perché i musulmani in maggioranza sono persone per bene, ci sono però alcune associazioni un po' troppo radicali che vanno monitorate e non troppo aiutate dallo Stato».

(Corriere del Ticino, 11 dicembre 2018)


Il paradosso (vincente) di Israele

Alta natalità, integrazione e forte sviluppo: il Paese che da 70 anni vive in una situazione di conflitto cresce e va in controtendenza. Il demografo Della Pergola: il progetto iniziale continua a funzionare.

La famiglia è un valore che qui si è corroso meno rispetto ad altre società occidentali L'immigrazione? Positiva per l'economia, ma a precise condizioni Antisemitismo (e antisionismo) in aumento, pesanti tensioni interne ed esterne, eppure gli indicatori dello Stato ebraico parlano in positivo

di Barbara Uglietti

Il conflitto con i vicini regionali, le spaccature interne, le difficoltà politiche, l'antisemitismo (spesso vestito di antisionismo). Eppure Israele cresce. E cresce in controtendenza rispetto agli altri Paesi sviluppati, riuscendo a combinare indicatori impensabili nell'Europa più avanzata, a cominciare da binomio (quasi) impossibile tra alta natalità e sviluppo.

- Professor Della Pergola, Israele è stabile al 16esimo posto nell'Indice di sviluppo umano compilato dall'Onu (ISU); l'Italia è al 26esimo. Israele ha il più alto tasso di fecondità tra i Paesi sviluppati: il 3 contro l' 1,3 dell'Italia ( e in tutta Europa il dato non sale sopra il 2). A cos'è dovuto?
  Aggiungerei anche un altro elemento: la forte partecipazione attiva della donna alla vita economica e politica del Paese. Gli indicatori, se comparati, fotografano sicuramente un paradosso tutto israeliano. Un paradosso di successo. Ma c'è una precisa linea logica che sottende a tutto questo, e che parte da lontano. È il grande progetto da cui è nato questo Stato: un progetto di riscatto umano da una condizione storica che ben conosciamo. Questa tensione ideologica, inquadrata in una programmazione molto razionale, ha dato luogo a uno sviluppo eccezionale.

- Le premesse demografiche, economiche e ideologiche di Israele nel 1948 non erano certo incoraggianti. Come sono state superate?
  Far convergere milioni di persone che, sì, avevano in comune un nucleo di valori, al centro dei quali i testi sacri, ma anche enormi differenze culturali, è stato uno sforzo immane. Questo è l'aspetto più interessante della cultura di Israele. La spiegazione più immediata sta nell'abitudine alla convivenza che la società israeliana ha dovuto acquisire in fretta.

- E la natalità?
  Il dato demografico rientra totalmente nel progetto iniziale, perché è il prodotto di un sistema valoriale che considera la famiglia nucleare tradizionale come l'elemento portante della società. La famiglia è un valore che qui si è corroso un po' meno rispetto ad altre società occidentali in cui vediamo gravi fenomeni di invecchiamento e impoverimento demografico.

- Tutto questo sull'onda di quella spinta progettuale iniziale?
  Sì: è ancora molto forte la vitalità di quell'idea originale. Se guardiamo le ultime indagini sociali su Israele, la cosa più sorprendente è l'ottimismo delle persone, la dichiarata soddisfazione nei confronti della vita, la speranza nel futuro. È difficile da spiegare razionalmente, ma è qualcosa che riflette perfettamente il fatto di credere nei valori fondamentali storici e religiosi.

- Progetto, convivenza, famiglia, ottimismo: parole decisamente fuori moda in Italia e in Europa.
  Purtroppo rilevo in molti Paesi occidentali, e l'Italia è quello che mi è più vicino, una grande apatia, una sostanziale mancanza di volontà di fare e di capire quello che si vuole fare. È una forte crisi identitaria. In Israele questo non c'è. Semmai il contrario.

- Però dentro la società israeliana le tensioni sono forti. E se una volta gli israeliani si differenziavano soprattutto tra "religiosi" e "non religiosi", adesso la spaccatura sembra essere più politica: "destra", "sinistra".
  Va chiarita una cosa: l'asse identitario religioso è sempre fondamentale, anche per chi religioso non è. Detto questo, la società israeliana è un mosaico composto di posizioni, spesso anche agli estremi: dagli Haredim (ultraortodossi) ai secolari. Ora, che succede con la politica? Succede che nella democrazia israeliana l' elemento religioso diventa un elemento di partito, e poi si consolidano alleanze in cui l'interesse di partito, che è sempre un interesse laico, materialista, si sovrappone a richieste di tipo culturale o spirituale. Questo finisce per condizionare la vita del Paese.

- Per esempio, nei mesi scorsi si è sfiorata una crisi di governo sul problema della leva per gli ortodossi. E si sono registrate polemiche sul tema dello spazio di preghiere per le donne al Muro Occidentale, negato dalle correnti dell'ebraismo più ortodosso.
  Per l'appunto. La legge elettorale crea una grande frammentazione. In un tale Parlamento si devono creare delle coalizioni, e in queste coalizioni anche il partito più piccolo ha il potere di ricattare il partito più grande, di imporgli concessioni su temi specifici. È una situazione che considero malsana, e sarebbe auspicabile una riforma elettorale in senso meno proporzionale.

- Ci sono state molte polemiche anche sulla questione di 50mila immigrati, soprattutto africani, entrati illegalmente in Israele. Il Paese ha bisogno di queste persone o no?
  Ritengo che l'immigrazione sia un fatto positivo per l'economia di un Paese. Ma a determinate condizioni: il limite è quello dell'integrazione culturale degli immigrati. Va considerata anche la loro volontà di partecipare a questa società, adottando determinate norme di lingua, cultura e comportamento.

- Poi però c'è la popolazione palestinese. E lì il discorso cambia.
  Cambia perché non c'è un progetto simmetrico a cui lavorare. Lo dico con grande rammarico: non riesco più a vedere possibilità di dialogo. Ci sono due Palestine, Ramallah e Gaza, in guerra civile una con l'altra. Trattare diventa quasi impossibile.

- E i ritorni dalla dìaspora? L'antisemitismo è in crescita, soprattutto in Europa. Questo continua a essere un fattore sensibile?
  Il dato più alto lo si è registrato nel 2015-2016. Poi nel 2017 e 2018 c'è stato un forte calo. Questo significa che anche se i fattori scatenanti delle migrazioni dall'Europa sono ancora lì, e per certi versi sono anche peggiorati, la diaspora è forte e solida. Ieri è stato pubblicato a Bruxelles uno studio dell'Agenzia per i Diritti Fondamentali: il pubblico ebraico ha una sensazione di forte aumento dell'ostilità, non tanto del pregiudizio generico, che è stabile, ma di quella parte dell'ostilità percepita come "molto forte". Credo ci sia un'erosione del discorso civile nel sistema politico dei Paesi europei e anche negli Stati Uniti: determinati modi di esprimersi, fare e di agire sono senza precedenti. Si tratta di forme deplorevoli che in genere sono dirette verso altri gruppi come immigrati, musulmani, ma che alla fine colpiscono anche gli ebrei, percepiti sempre come "altro". Tutto questo crea premesse tragiche. Un segnale che tutti dovremmo imparare a leggere.

(Avvenire, 11 dicembre 2018)


Quando la difesa è l'attacco. La «guerra segreta» di Israele

Ronen Bergman analizza la storia nascosta degli omicidi mirati. E i problemi politici e morali che comportano

Alto rischio
Fra le operazioni celebri la caccia ai nazisti in fuga e ai terroristi di Monaco
Tecnologia
Nel mirino anche molti scienziati impegnati in programmi nemici

di Matteo Sacchi

C'è una frase del Talmud che viene citata spesso: «Chi salva una vita salva il mondo intero». Ma c'è anche un'altra frase del Talmud che viene citata molto meno spesso: «Se qualcuno viene per ucciderti, alzati e uccidilo per primo». Può sembrare duro da accettare ma le due frasi non sono per forza antitetiche. A volte per salvare molte vite si può essere costretti a spegnerne una. Solo che decidere e mettere in atto questa politica richiede di fare ragionamenti terribili, di mettere in gioco la propria coscienza e di sporcarsi le mani.
   Per rendersene conto niente di meglio che leggere Uccidi per primo. La storia segreta degli omicidi mirati di Israele (Mondadori, pagg. 754, euro 36). Scritto dal famoso giornalista israeliano Ronen Bergman, il saggio racconta nel dettaglio come sin dalla sua origine lo Stato ebraico abbia dovuto prendere in considerazione la pratica degli omicidi mirati per difendersi dalla minaccia dei Paesi arabi.
   Anzi la prassi, per certi versi, era addirittura precedente alla nascita di un vero e proprio Stato. Nella guerra civile che insanguinava la Palestina sotto mandato britannico i coloni ebraici dovettero organizzarsi sin da subito per colpire i vertici delle formazioni paramilitari arabe. E anche tra i membri della brigata ebraica che combatteva con gli alleati in Europa si organizzò
   una unità clandestina (nota come Gmul) per colpire i nazisti che avevano compiuto efferati massacri durante la Shoah e che, a conflitto finito, si stavano dando alla macchia. La Gmul riuscì a colpirne più di cento.
   Ma ab origine si evidenziò il problema inevitabile di operazioni di questo tipo. Condotte per forza in maniera informale, e passando attraverso informatori, non erano esenti da rischi e da errori. Nella caccia al nazista più di una volta gli uomini della Gmul finirono per essere, inconsciamente, utilizzati per vendette personali dai loro delatori e indirizzati su persone ben diverse dai loro originali bersagli.
   La questione divenne ancora più pressante e delicata dopo la fondazione dello Stato di Israele. Sul piano pratico di scelte ce ne erano poche. Come disse Moshe Dayan, nel 1956, dopo che un commando palestinese aveva attaccato un kibbutz uccidendone uno dei coloni e poi deturpandone orrendamente il cadavere: «Oggi non vogliamo gettare la colpa sugli assassini ... Noi siamo la generazione degli insediamenti, e senza gli elmetti di acciaio e le bocche dei cannoni non riusciremmo a piantare un albero o a costruire una casa». Ma spesso più che un cannone risultava utile una pistola o un pacco bomba. Era già in corso quella che Bergman chiama «una guerra segreta» e che continuò ad infuriare anche nei periodi in cui formalmente Israele era in pace con i suoi bellicosi
   vicini. Vennero presto organizzate unità speciali per l'intelligence o squadre d'assalto come la Mifratz del Mossad. Vennero reclutati esperti come Nathan Rotberg per compiti non simpatici: univa in una grande vasca tnt, tetranitrato di pentaeritrite e altri prodotti chimici in miscele mortali. Rotberg, un pacioso colono di kibbutz, lo raccontava così: «Bisogna sapere come perdonare il nemico. Anche se non abbiamo alcuna autorità per perdonare persone come Bin Laden: quello può farlo solo Dio. Il nostro compito è organizzare un incontro tra loro. Nel mio laboratorio avevo aperto un'agenzia di incontri ... Ne ho organizzati più di 30».
   Il problema era semmai politico e morale. Come poteva uno Stato democratico agire per via clandestina? E come si poteva cercare di dare a queste procedure un contesto di accettabilità e controllo? Il problema angustiava Ben Gurion e anche Golda Meir. Vennero approvati appositi comitati per decidere quali operazioni approvare.
   Si trattava sempre e comunque di fare patti col diavolo. Uno degli esempi più eclatanti fu il caso degli scienziati tedeschi che iniziarono a sviluppare la tecnologia missilistica egiziana nel 1962. Israele di colpo si ritrovò vulnerabile. Una pioggia di testate chimiche avrebbe potuto in brevissimo tempo annientare il Paese. Ne nacque una vera e propria psicosi e una disperata corsa contro il tempo. Gli operativi di Tel Aviv dovevano, a tutti i costi, riuscire a mettere le mani su Eugen Sanger e Wolfgang Pilz (due degli scienziati che avevano lavorato con Von Braun). Il Mossad arrivò anche a contattare e ad utilizzare Otto Skorzeny (sì, proprio quello che liberò Mussolini sul Gran Sasso) per riuscire ad avvicinarsi ai tecnici tedeschi. A molti si gelò il sangue nelle vene all'idea di quella collaborazione. Ma non vi era altra via.
   E il saggio poi racconta moltissimi altri episodi al cardiopalma, come la caccia ai militanti dell'Olp che avevano favorito e appoggiato la strage degli atleti ebraici alle olimpiadi di Monaco, o la pianificazione dell'eliminazione del leader di Hamas Ahmed Yassin nel 2004, o la caccia agli scienziati nucleari iraniani. In ogni caso Bergman è molto onesto nel bilanciare la narrazione che non è mai a scarico di responsabilità di Israele ma nemmeno sottovaluta l'enorme minaccia a cui il Paese è da sempre sottoposto. Un libro da leggere, con l'avvertenza che ovviamente molti degli argomenti sono stati secretati e che quindi Bergman ha delle sue fonti. Ma in questo settore niente è mai oro colato.

(il Giornale, 11 dicembre 2018)


Roma - Rubate venti pietre d'inciampo dedicate a vittime della Shoah

Le "targhe" della Memoria, a forma di sampietrino, dedicate alle famiglie ebree Di Castro e Di Consiglio. Sono state divelte nella notte in pieno centro, in via Madonna dei Monti. "Un gesto antisemita e di stampo fascista". La procura ha aperto un fascicolo per furto aggravato da odio razziale.

di Laura Barbuscia

 
Rubate venti pietre d'inciampo dedicate alle vittime dell'Olocausto. A denunciare lo sfregio Adachiara Zevi, presidente dell'Associazione culturale Arte e Memoria e curatrice del progetto "Pietre d'inciampo a Roma". Le pietre della memoria sono state divelte dal selciato e rubate questa notte in via Madonna dei Monti, 82, nel rione Monti, a Roma.Olocausto
   Le "targhe", della dimensione di un sampietrino (10x10), erano poste davanti ai portoni per ricordare le vittime della Shoah deportate da quei palazzi. Quelle rubate a Monti erano state installate il 9 gennaio 2012, ed erano state dedicate tutte alle famiglie Di Castro e Di Consiglio, vittime del nazi-fascismo. La più piccola, Giuliana Colomba Di Castro, aveva solo 3 anni. Le pietre d'inciampo erano state finanziate dalla Comunità ebraica di Roma, ed erano state commissionate da una testimone, Giulia Spizzichino, sopravvissuta alla Shoah e scomparsa nel 2016. La famiglia Di Consiglio fu tra le più colpite a Roma, non solo nella razzia al Ghetto del 16 ottobre del '43, ma anche nella retata del 21 marzo 1944: più di 20 persone vennero deportate ad Auschwitz o trucidate alle Fosse Ardeatine.
   "E' un attacco inaudito di fascismo e di antisemitismo fatto da gente che non scherza e purtroppo un governo come quello che abbiamo, che aizza all'odio per il diverso, legittima questi atti", ha dichiarato Zevi, che promuove ogni anno l'installazione delle pietre d'inciampo in memoria dei cittadini ebrei deportati nei campi di concentramento (a Roma finora ne sono state collocate circa 200). "E' a rischio la nostra democrazia - ha aggiunto la figlia di Tullia Zevi, l'intellettuale che per anni è stata punto di riferimento dell'ebraismo italiano - Sono stravolta, è una cosa inenarrabile".
   Lo scorso 12 luglio la stessa Zevi aveva ricevuto lettere di minacce presso la sede dell'Associazione. Un'intimidazione che qualcuno lega allo sfregio della scorsa notte. "È gravissimo un attacco a coloro che sono stati sterminati e a coloro che, con i loro ricordi, testimoniano ogni giorno cosa accadde", ha annunciato Zevi. In serata varie centinaia di persone si sono radunate in via Madonna dei Monti, sotto la casa della famiglia Di COnsiglio, per un presidio silenzioso.
   Dall'Osservatore Romano alla Cgil, sono tanti i commenti che definiscono il gesto "vergognoso". "E' un furto inaccettabile - ha dichiarato la sindaca di Roma, Virginia Raggi - un gesto che condanno con forza e profonda indignazione. La memoria esige rispetto". "Il furto delle pietre di inciampo è il segnale preoccupante di una nuova barbarie. Atto scellerato contro la testimonianza e la memoria della ferocia conosciuta dal popolo ebraico e dalla comunità romana a cui vanno la solidarietà mia e del Senato. Dobbiamo ricostruire subito il percorso delle pietre perché nessuno si senta in diritto di cancellare quanto scritto indelebilmente nelle menti e nei cuori", ha detto la presidente del Senato Alberti Casellati in un messaggio alla comunità ebraica."E' un atto grave, un oltraggio antisemita", ha scritto su Twitter il presidente della Camera, Roberto Fico.
   Intanto, sono in corso i rilievi tecnici da parte dei carabinieri che indagano e la Procura ha aperto un fascicolo per furto, aggravato dall'odio razziale. Il fascicolo è stato affidato al procuratore aggiunto Francesco Caporale.
   Era già accaduto in passato che a Roma i sampietrini in ottone, con sopra inciso il nome delle vittime della deportazione per razza o credo politico, l'anno di nascita e di morte, venissero oltraggiati. Nel febbraio 2014 in via Urbana venne rubata la pietra dedicata a Don Pietro Pappagallo, il sacerdote che si impegnò per proteggere e assistere i perseguitati dal regime nazi-fascista.
   E ancora, nel gennaio 2012 ad essere state divelte furono le pietre d'inciampo collocate in via Santa Maria in Monticelli, di fronte alla casa da cui furono deportate le sorelle Spizzichino. In quell'occasione l'autore del gesto ammise le proprie responsabilità e si giustificò: "Sembra un cimitero e non le voglio davanti al mio portone".
   Nella notte tra il 29 e il 30 maggio dello stesso anno venne invece divelta e sostituita da un normale sampietrino la pietra d'inciampo collocata a via Garibaldi 38 in memoria di Augusto Sperati, falegname trasteverino antifascista, deportato nel lager di Mauthausen e ucciso nel '44 nel Castello di Hartheim. La pietra è stata poi ricollocata pochi mesi dopo, il 4 gennaio 2013.

(la Repubblica - Roma, 11 dicembre 2018)



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«C'è un clima in cui le parole dividono attenti che non succeda anche di peggio»

Intervista a Ruth Dureghello. Parla la presidente della Comunità Ebraica di Roma

di Fabio Rossi

- Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma. Che segnale arriva dal furto delle pietre d'inciampo dell'altra notte?
  «Sono gesti gravi e molto preoccupanti, che non si possono sottovalutare. Quelle pietre non rappresentano solo un sampietrino, ma fanno parte della memoria di questa città. Ma le istituzioni non hanno fatto mancare da subito la loro vicinanza: ciò ci rassicura sul fatto che i valori della memoria, che dobbiamo difendere e condividere, siano tutelati dalle forze politiche che ci rappresentano».

- Teme che possano ripetersi gesti del genere?
  «La più grande delle preoccupazioni per quanto mi riguarda è che, per quanto possa essere grave aver divelto una pietra d'inciampo e aver offeso nuovamente la memoria dei martiri delle Fosse Ardeatine, domani si possa passare a gesti più eclatanti, e offendere le persone».

- C'è un problema di ignoranza dilagante sulle tragedie del passato?
  «Su questo argomento ci interroghiamo sempre: il tempo non aiuta a mantenere vivo il sentimento di ciò che è stato, il dolore e la tragedia. E nemmeno ad aver così chiaro che buona parte di quella tragedia è stata frutto dell'ignoranza e anche dell'indifferenza di persone che, non percependo il pericolo di una situazione grave, l'hanno trascurata con superficialità o si sono voltate dall'altra parte».

- Cosa si può fare per evitare che si ripeta lo stesso schema?
  «È per questo che costantemente si fanno attività con gli studenti e con i giovani: per fornire gli strumenti per riconoscere ogni segnale che possa far scattare un campanello d'allarme su un rigurgito antisemita o di odio di qualunque natura».

- Gli ebrei romani si sentono più insicuri?
  «Assolutamente no. Le forze dell'ordine ci sono vicine e garantiscono i valori sanciti dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato. Avvertiamo però un clima in cui, con superficialità o leggerezza, le parole dividono: come per i messaggi di odio che giungono sul web. Bisogna mantenere gli occhi ben aperti per evitare che dilaghino fenomeni ben più gravi».

(Il Messaggero, 11 dicembre 2018)


Storie Shoah, il sergente americano che salvò 200 ebrei dai nazisti

Quella che vi stiamo per raccontare è una storia di coraggio. Di come un sergente dell'esercito americano salvò 200 ebrei, la cui vita poteva mettere in pericolo la sua e quella degli altri del suo drappello.
Si stava per entrare nell'ultimo anno della Seconda Guerra Mondiale, la vittoria degli Alleati si stava per concretizzare, ma i sussulti della Germania nazista tenevano ancora in piedi lo spietato disegno di morte di Adolf Hitler, reso possibile anche da tutti coloro che lo appoggiarono per tornaconto e avidità.
Era il dicembre 1944 e il Terzo Reich lanciò l'offensiva delle Ardenne, ultimo grande tentativo tedesco sul fronte occidentale, in origine chiamato "operazione Wacht am Rhein" (guardia al Reno) per nasconderne la vera natura, e successivamente rinominato "Herbstnebel" (Nebbia autunnale) che terminò al fine di gennaio dell'anno successivo.
Durante l'attacco in territorio belga, i nazisti catturarono 1000 soldati americani deportandoli in un campo di lavoro nei pressi della città tedesca di Ziegenhain. Al capo di quella legione gli fu ordinato di fare i nomi dei soldati ebrei che componevano la sua legione.
Quel capo era il Sergente Maggiore dell'Esercito americano, Roddie Edmonds, ignaro che il suo coraggio l'avrebbe portato a diventare un Giusto fra le nazioni. Roddie Edmonds radunò i suoi uomini, dicendogli di rimanere uniti qualsiasi cosa fosse accaduta.
E "qualcosa" accadde. Edmonds disse che tutti i suoi militari erano ebrei a un comandante tedesco, che lo minacciò con una pistola alla tempia. Il Sergente non indietreggiò e con estremo coraggio disse:
"Se spari a me, dovrai farlo anche a tutti i miei soldati e ne dovrai rendere conto al tribunale che ti giudicherà quando la guerra sarà finita".
Il comandante nazista ritirò l'arma e 200 ebrei ebbero salva la vita. Quelle parole salvarono anche quella di Paul Stern che a decenni di distanza ha sempre affermato: "Mi sembra ancora di sentirle".
Come spesso accade in questi casi, l'episodio rimase sconosciuto per 50 anni. A sverlarlo fu Chris, figlio di Roddie Edmonds, che dopo molte ricerche scoprì l'eroico gesto del padre.

(Progetto Dreyfus, 11 dicembre 2018)


Netanyahu vorrebbe ufficializzare i rapporti tra Israele e Arabia Saudita

GERUSALEMME - Sabato scorso, 8 dicembre, l'emittente "Hadashot Tv" ha riferito che Netanyahu starebbe lavorando dietro le quinte per normalizzare le relazioni tra Israele e Arabia Saudita. Secondo l'emittente, l'obiettivo di Netanyahu sarebbe quello di portare a termine una svolta e rendere ufficiali i rapporti tra i due paesi prima delle elezioni israeliane del 2019. Il capo del Mossad Yossi Cohen, il responsabile dell'organizzazione della storica visita del premier in Oman, avvenuta lo scorso 26 ottobre, sarebbe l'uomo di riferimento del capo del governo per quanto riguarda la costruzione delle relazioni con i sauditi. In questi mesi, osserva "Hadashot Tv", Netanyahu ha mantenuto un profilo particolarmente basso sulla vicenda dell'omicidio del giornalista saudita e collaboratore della "Washington Post", Jamal Khashoggi all'interno del consolato del regno a Istanbul lo scorso 2 ottobre, appoggiando l'erede al trono Mohammed bin Salman, attaccato dai media statunitensi e dai rivali di Turchia e Qatar.
   L'emittente israeliana, citando fonti diplomatiche di alto livello, precisa che Israele sarebbe in contatto con molti Stati arabi per capire la loro posizione nei confronti dell'Iran, tra cui l'Arabia Saudita. Lo stesso Netanyahu, dopo la storica visita nel regno dell'Oman, ha annunciato che "ci saranno altre" visite ai paesi musulmani con cui Israele attualmente non ha relazioni diplomatiche. In queste settimane è circolata la voce di una possibile visita del premier israeliano nel regno del Bahrein, che insieme agli Emirati è il principale alleato di Riad nel Golfo.

(Agenzia Nova, 10 dicembre 2018)


Nuovo grave attentato in Israele. E ci vengono a fare la morale sui diritti umani

Terroristi palestinesi sparano da una macchina in corsa su un gruppo di civili israeliani ferendone sette tra i quali la più grave è una ragazza 21enne incinta. E intanto oggi all'ONU cominciano gli ipocriti festeggiamenti per i 70 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Ancora un attentato in Israele. Ancora civili colpiti da terroristi che non si fanno scrupolo di sparare contro donne incinta e bambini. E' di sette feriti, tra i quali la più grave una ragazza 21enne incinta, il bilancio di un attentato avvenuto ieri sera a Ofra.
Da una macchina palestinese sono partiti colpi di arma da fuoco diretti contro un gruppo di civili israeliani che partecipavano a una cerimonia di accensione delle candele in memoria di un giovane morto in un incidente.
Sul terreno sono rimasti sette feriti, la più grave dei quali è una ragazza incinta di 21 anni. Suo marito e un altro uomo sono rimasti feriti in maniera meno grave. Feriti anche quattro adolescenti di 16 anni....

(Rights Reporters, 10 dicembre 2018)


Mezza Europa sempre più antisemita, 9 ebrei su 10 nell'Ue si sentono sotto attacco

Il risultato nel secondo rapporto dell'Agenzia per i diritti fondamentali. Timmermans: "Dati preoccupanti, essenziale debellare il fenomeno collettivamente".

di Emanuele Bonini

BRUXELLES - Non arrivano buone notizie dall'Europa. Mezza Unione europea nutre sempre più antipatia per le comunità ebraiche, che si sentono sempre più vittime di atteggiamenti ostili. E' questo il principale elemento del secondo rapporto sull'antisemitismo prodotto dall'Agenzia per i diritti fondamentali e diffuso al pubblico oggi. Il sondaggio è stato condotto su oltre 16.395 membri delle comunità ebraiche di 12 Stati Membri dell'Ue (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria), e il dato generale che ne emerge è scoraggiante.
   Nove intervistati su dieci (89%) ritengono che l'antisemitismo stia crescendo nel proprio Paese, e oltre otto persone su dieci (85%) vedono nell'antisemitismo il principale problema sociale, prima ancora di disoccupazione, immigrazione e sicurezza. Le comunità ebraiche d'Europa non si sentono al sicuro. Un fenomeno che inquieta Frans Timmermans, primo vicepresidente della Commissione europea. "Sono profondamente preoccupato per la crescita dell'antisemitismo. La comunità ebraica in Europa deve sentirsi al sicuro e a casa, altrimenti l'Europa cessa di essere l'Europa".
   Ma a giudicare dal rapporto l'Europa ha già smesso di essere ciò che era, iniziando a tradire sé stessa. Se spesso gli atteggiamenti ostili si registrano su internet (lo dichiara l''89% degli intervistati), nella vita reale la situazione non cambia di molto. Spazi pubblici (73%), giornali (71%) e vita politica (71%) sono le arene dove più si avverte un atteggiamenti antisemita crescente. La questione palestinese incide, in questo. Un intervistato su due (51%) ritiene che affermazioni come "nei confronti dei palestinesi si comportano come i nazisti" siano alla base di molti attacchi alle comunità ebraiche.
   "Sostenere che chi critica il governo di Israele è antisemita non ha senso", tiene a precisare Timmermans, convinto che "chiunque ha pieno di diritto di criticare le azioni del governo israeliano se considerate come contrarie ai valori che difendiamo o alle decisioni della comunità internazionale". Ma invita tutti a studiare la storia, con particolare attenzione al capitolo dell'Olocausto. C'è comunque un problema di fondo. "Il XX secolo ha conosciuto tanti mali, quello che resta più difficile da curare è l'antisemitismo, ed è essenziale combattere questo flagello con vigore e collettivamente".

(eunews, 10 dicembre 2018)


Hanukkah, acceso il candelabro: antico rito ebraico

VERONA - La festa delle luci, l'Hanukkah, l'accensione delle candele un giorno dopo l'altro, al calar del sole. Il rito che si è ripetuto ieri in piazza delle Erbe. La Comunità Ebraica si è ritrovata per continuare quel gesto antico che commemora la nuova consacrazione di un altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la riconquistata libertà dal giogo degli Ellenici. Tra canti, scatti fotografici e curiosità, la magia di quelle candele accese è tornata a Verona.

(L’Arena, 10 dicembre 2018)


In dieci anni i cristiani evangelici hanno investito 65 milioni di dollari nelle colonie israeliane

Riprendiamo un articolo da un sito manifestamente anti-Israele perché, pur con i termini tipici degli antisionisti (colonie, territori palestinesi occupati) fornisce utili notizie e senza volerlo fa propaganda a Israele e agli evangelici che lo sostengono.

ROMA - Gruppi di cristiani evangelici hanno investiti nelle colonie israeliane in Cisgiordania 65 milioni di dollari negli ultimi dieci anni. È il risultato di un'inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz che ha ricostruito i progetti portati avanti in questo decessio in termini di lavoratori volontari e finanziamenti.
   Secondo il giornale, sono stati inviati nella sola colonia di Har Brakha, a sud del distretto palestinese di Nablus, 1.700 volontari, mentre ogni anno il ministero israeliano per gli Affari strategici ha investito 16mila dollari per una sola associazione evangelica, Havoyel, perché produca materiali per fare campagna a favore di Israele all'estero. È Havoyel a inviare centinaia di persone da tutto il mondo a lavorare appezzamenti agricoli nelle terre occupate.
   Altro caso è quello dell'associazione statunitense Heart of Israel, il cui fondatore, Aaron Katsof, residente nella colonia di Shiloh: l'organizzazione raccoglie ogni anno centinaia di migliaia di dollari per finanziare progetti negli insediamenti, considerati illegali dal diritto internazionale. Raccoglie in media tra i 50 dollari e i 1.500 da ogni donatore, sia ebrei residenti all'estero che cristiani, zoccolo duro del sostegno allo Stato di Israele soprattutto negli Stati Uniti.
   Una realtà radicata che ha le sue radici nella religione: i cristiani evangelici credono che il regno di dio si realizzerà, insieme alle profezie bibliche tra cui il ritorno del Messia, quando il grande Israele si concretizzerà su tutta la Palestina storica. Lo scorso marzo l'agenzia israeliana YnetNews aveva pubblicato i dati sul sostegno all'immigrazione ebraica nello Stato di Israele, spesso dirottata dalle autorità di Tel Aviv nei Territori Palestinesi Occupati: nel solo 2017 su 28mila persone che hanno compiuto l'aliyah, la "salita", ovvero l'immigrazione in Israele - o, nella visione sionista, il "ritorno" - almeno 8.500 hanno avuto a disposizione fondi raccolti da organizzazioni cristiane partner dell'Agenzia ebraica.
   Se l'Agenzia ebraica si occupa da anni dell'inserimento dei nuovi cittadini nello Stato, attraverso corsi di lingua ebraica, abitazioni e aiuto nella ricerca del lavoro, il denaro raccolto dagli evangelici ne è una stampella: copre le spese del viaggio, fornisce sussidi per il primo periodo nel nuovo Stato e aiuta nella costruzione di una casa. Anche in questo caso i finanziamenti sono consistenti: l'International Fellowship of Christian and Jews (Ifcj), una delle più grandi organizzazioni, ha raccolto e utilizzato dal 2014 al 2017 20 milioni di dollari per l'aliyah e 188 milioni di dollari dalla fine degli anni Novanta alla metà degli anni Dieci del 2000.
   Un sostegno radicato che si lega a doppio filo, negli Stati Uniti, con il sostegno indefesso allo Stato di Israele e all'appoggio a politiche filo-sioniste. Non è un caso che i cristiani evangelici siano elettori devoti del partito repubblicano e, negli ultimi anni, sostenitori dichiarati del presidente Trump, l'inquilino della Casa Bianca più vicino a Tel Aviv che gli Usa abbiano mai avuto. Nel giro di un anno la presidenza Trump è riuscita dove nessuno aveva mai osato arrivare: ha dichiarato Gerusalemme capitale dello Stato di Israele, trasferito nella Città Santa l'ambasciata, cacciato la rappresentanza dell'Olp da Washington e tagliato i fondi all'agenzia Onu Unrwa che si occupa da oltre 60 anni dei rifugiati palestinesi.
   Ma soprattutto ha coltivato la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Golfo, quei paesi arabi storicamente legati agli Stati Uniti, riuscendo nell'obiettivo di marginalizzare l'agenda palestinese, facendola sparire dal tavolo di qualsiasi possibile negoziato.

(Nena News, 10 dicembre 2018)


Truppe israeliane cercano i terroristi che hanno sparato su civili

Le forze di sicurezza israeliane stanno perlustrando i villaggi palestinesi in cerca dei terroristi che hanno aperto il fuoco contro gli abitanti di uno degli insediamenti ebraici in Cisgiordania il 9 dicembre, ha detto il servizio stampa dell'esercito.
I terroristi hanno sparato su un'auto di passaggio ferendo sette israeliani, tra cui una donna incinta. E' stata ricoverata in ospedale in gravi condizioni ed è stata sottoposta ad un parto cesareo per salvare la vita del bambino.
"Dopo le sparatorie di ieri all'incrocio di Ofra, le forze di difesa israeliane, la polizia di frontiera e i servizi speciali hanno iniziato una ricerca su vasta scala di terroristi nei villaggi situati nella zona", si legge nella dichiarazione.
Inoltre sono stati attaccati civili alla fermata dell'autobus all'ingresso del grande insediamento Ofra, situato a poche decine di chilometri a nord di Gerusalemme.
Non ci fermeremo fino a quando gli aggressori non saranno catturati e "pagheranno per le loro azioni", ha promesso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha registrato un videomessaggio con sua moglie Sarah.
"Preghiamo tutti per la giovane madre che sta lottando per la vita, il suo bambino è stato salvato e auguriamo una veloce guarigione a tutti i feriti", ha detto.

Il ministero degli Esteri israeliano ha attirato l'attenzione sul fatto che l'attacco è stato sostenuto dal movimento palestinese Hamas nella Striscia di Gaza, condannato dagli israeliani insieme agli americani all'Assemblea generale delle Nazioni Unite la scorsa settimana, senza raccogliere voti sufficienti per adottare una risoluzione.
"La sete di violenza di questo gruppo terroristico è un rimprovero per coloro che hanno bloccato la sua condanna alle Nazioni Unite", ha scritto il ministero su Twitter.
(Sputnik Italia, 10 dicembre 2018)


Franco Di Mare racconta i settant'anni di Israele: «Un Paese senza pace ma già nel futuro»

di Valentina Tocchi

 
Franco Di Mare
Un viaggio da Gerusalemme alla modernissima Tel Aviv, passando per i tunnel che Hezbollah stava costruendo dal Libano e la piccola Sderot, la cittadina più vicina alla Striscia di Gaza dove in 30 secondi bisogna mettersi in salvo dai razzi dei terroristi.
Franco Di Mare, conduttore di Unomattina, il 9 dicembre su RaiUno racconterà "Israele: i 70 anni", lo speciale Tg1, in onda a mezzanotte, firmato con Paola Miletic e il produttore esecutivo Eleonora Iannelli. Un viaggio in una regione che, nata sulle ceneri della guerra nel 1948, in 70 anni di vita di pace ne ha vista ben poca.

- Franco Di Mare, in molte delle cronache Israele è sinonimo di attacchi terroristici e una pace mai raggiunta nonostante i tanti negoziati. Cosa mostra nel suo speciale?
  «Israele in realtà è molto altro. Non dobbiamo mai dimenticare che è l'unica democrazia in una regione dove pullulano regimi satrapisti e autoritari. Nonostante la guerra sia una realtà percepita e i giovani vengano addestrati ad una leva militare di 3 anni c'è un indice di felicità altissimo, c'è speranza, creatività, voglia di fare. Le invenzioni tecnologiche sono ai massimi livelli, le start up proliferano a ritmi da Silicon Valley. Noi ci siamo addentrati in questo universo di creatività e inventiva con il guru israeliano Chemi Peres, il figlio dell'ex presidente Shimon Peres. Siamo rimasti a bocca aperta visitando il museo della ricerca».

- Su cosa si sta orientando la ricerca israeliana?
  «Ci hanno mostrato la macchina che è in grado di ricavare acqua dall'atmosfera, il sistema di irrigazione goccia a goccia. Qui l'acqua è il bene più prezioso e non bisogna sprecarne neppure una goccia. Loro sono riusciti a far fiorire il deserto con piantagioni di frutta e verdure. Ma non solo».

- Spieghi.
«Quando siamo andati a girare lo speciale, circa due settimane fa, erano appena uscita la notizia dei tunnel che il gruppo libanese Hezbollah stava costruendo per giungere in Israele. Siamo andati a visitarli e siamo rimasti colpitissimi dal metodo di Israele. Quei tunnel, che erano un'opera ingegneristica e tecnologica raffinatissima, sicuramente aveva coinvolto ingegneri di alto livello. I lavori erano in corso da mesi ma Israele, che probabilmente aveva scoperto la cosa monitorando i cambiamenti termici del sottosuolo, aveva lasciato fare per capire fin dove si sarebbe spinta quella costruzione e a quale livello tecnologico erano arrivati. Una grande lezione di intelligenza«.

- Lo scorso maggio si sono festeggiati i 70 anni da quando Ben Gurion dichiarava la nascita dello Stato di Israele. La pace è un miraggio?
  «L'ho chiesto al presidente Rivlin in persona. Gli ho chiesto se questo era lo Stato che sognavano. Mi ha risposto: «Questo non è lo stato che sognavamo, ma ci stiamo lavorando». Israele sogna la pace e ne ha bisogno, perché per fare business e per fare ricerca tecnologica gli investimenti ingentissimi che lo Stato fa ogni anno nella difesa sono una zavorra.
Tuttavia si ha ben chiaro che il metodo per arrivare alla pace è quello di "prepararsi alla guerra". La cosa sconvolgente, però, è che la popolazione nonostante il costante pericolo di attacchi e attentati continua a vivere.
A Sderot, la cittadina che sorge proprio sul confine con la striscia di Gaza che viene denominata Sderocket (con un gioco di parole con la parola inglese "rocket", razzo) da quando suona l'allarme antirazzo a quando si viene colpiti passano 30 secondi. Trenta secondi per mettersi in salvo».

- Da poco più di un anno Gerusalemme è stata riconosciuta capitale di Israele dagli Stati Uniti. Come l'ha trovata?
  «Grazie ai muri che sono stati costruiti Gerusalemme è una città più sicura, che tenta di evitare la strage degli innocenti presi di mira dai terroristi. Gerusalemme è una città unica al mondo, contesa dalle grandi religioni monoteiste che si contendono a colpi di risoluzioni dell'Unesco, come quella purtroppo votata nel 2016 anche dall'Italia, la paternità di luoghi come la Spianata delle Moschee o il Monte del Tempio».

- A proposito di Italia. In settimana Matteo Salvini ha annunciato un viaggio in Israele. Come vedono l'Italia anche alla luce dei rapporti con l'Iran?
  «Gli israeliani ci accusano di scarsa autostima e vorrebbero sicuramente stringere un legame più profondo con noi. Per il momento sono ancora tutti entusiasti per il Giro d'Italia della scorsa primavera, che come ricorderete è partito da Gerusalemme Ovest, ha toccato Haifa, Tel Aviv fino a Eilat. Quel Giro, che da noi ha sollevato le solite polemiche per l'arrivo a Roma, a loro ha permesso di mostrare Israele sotto un profilo diverso, di mostrare luoghi di cui le cronache non si occupano. Per un paese come Israele è stato davvero importante».

(Il Messaggero, 10 dicembre 2018)


Quel consiglio delle Nazioni Unite agli israeliani sotto attacco

L'Onu agli israeliani: "Perché vivete lì?"

Scrive Yedioth Ahronoth (26/11)

Batia Holin, del kibbutz Kfar Aza, e Adele Raemer, del kibbutz Nirim, hanno accettato l'invito a parlare di fronte alla commissione indipendente d'indagine del Consiglio Onu per i Diritti umani, incaricata di investigare gli eventi del 2018 ai confini della striscia di Gaza, e hanno accettato di raccontare ai membri della commissione come si vive sotto la minaccia continua di attacchi di razzi, infiltrazioni di terroristi, incendi dolosi", scrive Yedioth Ahronoth, il primo quotidiano israeliano. "La commissione le ha convocate avendo notato la loro attività sui social network, dove le due israeliane hanno tenuto un diario degli eventi al confine postando foto e video e soprattutto scrivendo degli incendi scoppiati negli ultimi otto mesi a causa degli aerostati con ordigni incendiari ed esplosivi lanciati quasi quotidianamente dalla striscia di Gaza verso Israele. Benché invitate a parlare davanti alla commissione Onu, a Ginevra, Batia Holin e Adele Raemer dicono di esservisi recate con poche aspettative, ben conoscendo il pregiudizio anti-israeliano che caratterizza in generale le agenzie delle Nazioni Unite. Ciò nonostante, dicono d'essere rimaste sbalordite quando, dopo che avevano descritto la propria vita sotto la minaccia di razzi, tunnel e incendi dolosi, uno dei membri della commissione ha tranquillamente chiesto loro, come fosse la cosa più normale del mondo, perché insistano a vivere nella regione di Israele che confina con Gaza. Per inciso, si calcola che siano tra 800 mila e un milione i civili israeliani che vivono nel raggio di 35 km dal confine di Gaza, cioè alla portata dei razzi Grad-Katyusha di cui Hamas dispone almeno dal 2008-2009. 'Quando mi è stato chiesto perché mai rimango nella mia casa e non me ne vado via a causa della situazione - dice Holin - ho capito quanto i membri di quella commissione siano scollegati dalla realtà. Non hanno la minima idea di come viviamo qui e di cosa siano Israele e la storia del sionismo. Siamo arrivati di fronte alla commissione con una presentazione e un sacco di materiale - continua Holin - per mostrare a quel comitato, che è presieduto da un giurista, com'è la nostra vita al confine con Gaza. Dovevamo parlare un'ora a testa, ma le cose da spiegare erano talmente tante che abbiamo finito col parlare per quattro ore. Abbiamo raccontato loro della nostra vita sotto i razzi, dei tunnel che sono stati scoperti vicino a dove abitiamo, del fumo nero dei pneumatici che ogni venerdì appesta l'aria e ci soffoca. Abbiamo capito che i membri della commissione non conoscono per nulla Israele, né la striscia di Gaza. Non sono mai stati qui. Ho dovuto mostrare loro su una mappa quanto il mio kibbutz si trovi vicino al confine e spiegare cosa significa questo nella vita di tutti i giorni'. Conclude Holin: 'A un certo punto mi hanno chiesto: come spiega il fatto che un venerdì, durante le proteste, le Forze di difesa israeliane hanno ucciso tanti manifestanti palestinesi che si erano avvicinati alla barriera di confine? Ho dovuto spiegare loro che quegli attivisti, mandati da Hamas, non volevano attraversare il confine per manifestare: volevano infiltrarsi nelle nostre comunità, infiltrarsi in casa mia per farci del male, e quindi abbiamo il pieno diritto di difenderci'.

(Il Foglio, 10 dicembre 2018)


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