Si grida per le molte oppressioni, si alzano lamenti per la violenza dei grandi; ma nessuno dice: "Dov'è Dio, il mio Creatore, che nella notte concede canti di gioia.
Giobbe 35:9-10

Attualità



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Youkali, l’isola che non esiste

C'est presque au bout du monde,
Ma barque vagabonde,
Errant au gré de l'onde,
Cherchant partout l'oubli,
A, pour quitter la terre,
Su trouver le mystère
Où nos rêves se terrent
En quelque Youkali.

Youkali,
C'est le pays de nos désirs,
Youkali,
C'est le bonheur, c'est le plaisir,
Youkali,
C'est la terre où l'on quitte tous les soucis,
C'est, dans notre nuit,
Comme une éclaircie,
L'étoile qu'on suit,
C'est Youkali.

Youkali,
C'est le respect de tous les voeux échangés,
Youkali,
C'est le pays des beaux amours partagés,
C'est l'espérance qui est au coeur de tous les humains,
La délivrance que nous attendons tous pour demain

Youkali,
C'est le pays de nos désirs,
Youkali,
C'est le bonheur, c'est le plaisir,
Mais c'est un rêve, une folie,
Il n'y a pas de Youkali!
Mais c'est un rêve, une folie,
Il n'y a pas de Youkali!

Et la vie nous entraîne,
Lassante, quotidienne,
Mais la pauvre âme humaine,
Cherchant partout l'oubli,
A, pour quitter la terre,
Su trouver le mystère
Où nos rêves se terrent
En quelque Youkali.

Youkali,
C'est le pays de nos désirs,
Youkali,
C'est le bonheur, c'est le plaisir,
Mais c'est un rêve, une folie,
Il n'y a pas de Youkali!
Mais c'est un rêve, une folie,
Il n'y a pas de Youkali!

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Due giornate di guerra tra Hamas e Israele: undici morti. Poi scatta una fragile tregua

Il timore della comunità internazionale è un'escalation simile a quella del 2014 che portò a un vero e proprio conflitto

di Valerio Sofia

Crescono le tensioni insieme al conto delle vittime nella Striscia di Gaza, dove si è riacceso lo scontro tra palestinesi e israeliani. Da lunedì è battaglia, e dalla Stri-scia sono partiti centinaia di razzi contro Israele che ha risposto con pesanti bombardamenti. Il conto dei morti, in costante aggiornamento, è di dieci palestinesi e un israeliano ucciso, mentre sono numerosi i feriti.
   Gli aerei israeliani poi hanno distrutto la sede della televisione di Hamas, l'organizzazione che governa la Striscia e che da mesi organizza manifestazioni anche violente al confine israeliano, costate a loro volto un pesante tributo di vittime. Domenica notte c'è stata addirittura un'incursione delle forze speciali israeliane nella Striscia, e il premier Benjamin Netanyahu che era in visita a Parigi ha interrotto i suoi incontri per tornare in patria.
   Si è trattato - dicono a Tel Aviv - di «un'operazione importante per la sicurezza di Israele», negando però che fosse un tentativo di sequestro o una uccisione mirata. Fatto sta che l'operazione è finita con un conflitto a fuoco a Khan Yunis, nel sud di Gaza: gli israeliani hanno perso un ufficiale, i palestinesi sette uomini tra cui Nour Barake, capo delle Brigate palestinesi nella zona, numero due di Ezzedim Al Qassam.
   Da allora lo scambio di razzi e di raid aerei si è intensificato e non accenna a diminuire. Le violenze sono le più gravi dalla guerra del 2014, e alcuni giornali ventilano l'ipotesi che ci sia il rischio di un nuovo vero e proprio confronto armato, dato l'accumulo di tensioni negli ultimi mesi, dalle giornate della Rabbia allo spostamento dell'Ambasciata Usa a Gerusalemme. Tutto questo nonostante la schiarita degli scorsi giorni: proprio la scorsa settimana infatti Hamas e Israele avevano raggiunto un accordo, che oltre a fermare le violenze aveva garantito l'arrivo di gasolio e finanziamenti qatarioti a Gaza per pagare gli stipendi fermi da mesi.
   Adesso però non solo è tutto di nuovo in discussione, ma si può dire che la situazione è ulteriormente peggiorata e la parola è tornata alle armi. Ora bisognerà attendere gli sviluppi. E infatti anche possibile che Netanyahu e Hamas non vogliano disperdere l'impegno e la credibilità politica profusi per raggiungere una tregua, la stessa tregua annunciata ieri sera dalle autorità di Gaza senza però ricevere una conferma ufficiale da parte del governo israeliano.

(Il Dubbio, 14 novembre 2018)


Missili su Israele

Così Netanyahu prova a fermare a Gaza quella che secondo lui è una "guerra non necessaria"
Offerte di trattative e nuovi attacchi. Due esperti ci raccontano alcuni dettagli rilevanti dello scontro a Gaza.


di Rolla Scolari

MILANO - Quattrocento missili di Hamas su Israele, raid dell'esercito israeliano nella Striscia di Gaza, proposte di trattative e nuove minacce. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha definito lo scontro "una guerra non necessaria", ma ha molte pressioni da parte dei suoi alleati di governo. E la crisi umanitaria a Gaza è molto grave.
   Milano. Lo schema si ripete da mesi, ogni volta che Israele e Hamas sono sull'orlo di una guerra. L'intensità degli attacchi aerei israeliani non si placa, centinaia di razzi continuano a essere lanciati da Gaza su Israele. E intanto, sia da una parte sia dall'altra si accenna a un possibile cessate il fuoco.
   Così ieri, mentre le brigate Ezzedine al Qassam, braccio armato del gruppo islamista che controlla Gaza dal 2007, minacciavano più profondi attacchi contro Ashdod e Beer Sheva, il leader di Hamas Ismail Haniyeh segnalava l'interesse del movimento a trattare: la cessazione del lancio di missili contro la fine dei raid aerei. Dall'altra parte, il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva già detto di voler evitare una "guerra non necessaria", anche se su di lui aumenta la pressione degli alleati politici della destra più radicale per trovare una soluzione militare ai cicli di violenza a Gaza. Il suo gabinetto per la sicurezza nazionale, dopo un incontro d'emergenza durato sei ore, ha dato ieri indicazione all'esercito di continuare gli attacchi, e fatto sapere allo stesso tempo di cercare la via del negoziato, attraverso la mediazione di Nazioni Unite ed Egitto.
   Nell'attesa di risultati concreti nelle trattative, cresce il numero delle vittime. Da domenica a martedì pomeriggio, secondo l'esercito israeliano 400 razzi sarebbero stati lanciati su Israele da Gaza, cento intercettati dal sistema antimissilistico Iron Dome. L'aviazione israeliana ha colpito oltre cento obiettivi nella Striscia. In Israele, nella città costiera di Ashkelon, un lavoratore palestinese della Cisgiordania è rimasto ucciso quando un razzo ha colpito l'edificio in cui si trovava, mentre due vittime ieri a Gaza hanno portato il bilancio dei raid israeliani a sette morti, tra cui cinque miliziani delle fazioni armate palestinesi.
   L'ultimo ciclo di violenze è stato innescato domenica da un'azione delle forze speciali israeliane nella Striscia andata male, sventata da Hamas. Sette palestinesi e un ufficiale israeliano sono rimasti uccisi.
   Da quando Hamas è al potere a Gaza, ci aveva spiegato ad agosto, l'ultima volta che la Striscia sembrava sull'orlo di un conflitto, l'ex capo del Mossad, Efraim Halevy, "Israele sostiene di arginare Hamas, con la deterrenza. Hamas sostiene di usare i razzi per difendersi. Viviamo in una deterrenza reciproca da oltre dieci anni. Nessuna delle due parti vuole pagare il prezzo di mettere fine a questa deterrenza. Hamas non è pronto a una guerra totale contro Israele, e Israele non è pronto a terminare il controllo di Hamas sulla Striscia, perché significherebbe prendersi la responsabilità di quasi due milioni di palestinesi che a Gaza vivono in una situazione terribile". Non è un caso che proprio pochi giorni fa, 15 milioni di dollari provenienti dal Qatar abbiano riempito le casse delle autorità di Gaza per il pagamento dei funzionari pubblici. Il presidente palestinese Abu Mazen, che controlla la Cisgiordania ed è rivale politico degli islamisti, ha in parte tagliato il flusso di denaro pubblico che, nonostante la divisione politica tra Autorità palestinese a Ramallah e Hamas a Gaza, continuava ad arrivare nella Striscia. I 15 milioni sarebbero parte di una donazione di 90 milioni del Qatar da versare in sei mesi con approvazione di Israele, che in passato ha bloccato somme in arrivo dal Golfo. L'aiuto finanziario del piccolo emirato avrebbe contribuito, assieme alla mediazione egiziana, ad arginare in queste settimane le tensioni lungo il confine, dove per mesi da marzo la popolazione si è riversata ogni venerdì in protesta contro Israele.
   Sebbene Hamas riceva soldi dal Golfo, ci spiega Tareq Baconi, dello European Council on Foreign Relations e autore di "Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestinian Resistance", il gruppo non ha appoggi paragonabili a quelli che Bashar el Assad ha in Siria da Iran e Hezbollah. E' sempre più isolato. In Israele, scrive il quotidiano liberal Haaretz, "il pubblico e i media esprimono crescenti preoccupazioni per l'erosione della deterrenza israeliana nei confronti di Hamas", e fanno pressioni sul premier che, con le elezioni politiche del 2019 in avvicinamento, non è interessato a un conflitto. Hamas è nello stesso dilemma: una nuova guerra porterebbe devastazione a Gaza e un malessere sociale incontrollabile per la leadership interna. Dall'altra parte, però, il gruppo non vuole apparire arrendevole, per preservare la propria deterrenza.
   
(Il Foglio, 14 novembre 2018)


Scuole ebraiche, educazione ebraica

Cominciò tutto nel 1925. Oggi bisogna misurarsi con la formazione 4.0

di Piero Di Nepi

 
E' il 26 dicembre del 1922: il filosofo Giovanni Gentile, Ministro della Pubblica Istruzione, dichiara l'intenzione di stabilire sulla religione cattolica e sull'insegnamento di essa la base fondamentale "del sistema della educazione pubblica e di tutta la restaurazione morale dello spirito italiano". Gli ebrei italiani usufruivano largamente e con profitto delle strutture educative nazionali, che andavano crescendo, anno dopo anno, in qualità e prestigio. L'educazione religiosa dei giovani era affidata alle ore pomeridiane dei Talmud Torà, istituiti ovunque ci fosse una collettività ebraica. Ma già nel 1925, con la fondazione di una scuola elementare, la Comunità cominciò a dotarsi di valide strutture per l'educazione primaria. Neanche i rabbini più autorevoli riuscirono a trovare qualche ragione di compiacimento. L'istruzione rigorosamente laica che il Regno d'Italia aveva garantito divenne ben presto un ricordo. "Laico" sta naturalmente per "non cattolico". Inutile ogni riferimento ai dibattiti e alle polemiche di oggi, dopo quasi novanta anni di inquinamento di una verità semplice: lo Stato deve essere neutrale tra le fedi, e l'educazione religiosa è affidata all'iniziativa di quanti intendano, giustamente, provvedervi. Le leggi razziste antiebraiche del 1938 mutarono di nuovo, e crudelmente, le regole della partita. Studenti e professori ebrei furono espulsi dalle scuole di ogni ordine e grado, e dalle università. Si dovevano trovare soluzioni d'emergenza. In poche settimane, e con scarsi mezzi finanziari, dopo la rovina economica cui la legge del 1938 esplicitamente condannava gli ebrei d'Italia, nacquero il Ginnasio Inferiore e Superiore, e poi i Licei e gli Istituti Magistrali. Già con l'anno scolastico 1938-39, per il corpo insegnante si utilizzarono professori famosi nel mondo: erano stati cacciati da tutte, ma proprio tutte, le università italiane, anche le più prestigiose. Passata la tempesta, dopo il 1945 si cominciò a ragionare sul senso e sul futuro delle scuole nelle comunità ebraiche d'Italia. Le scuole avrebbero dovuto essere un ponte per la continuità della buona cittadinanza, in attesa di tempi migliori. Con il sostegno finanziario delle organizzazioni ebraiche che aiutarono - dopo la Shoah - le comunità superstiti, anche a Roma furono avviate strutture di formazione professionale, aperte a tutti i cittadini. Ma occorreva prima di tutto difendere un'identità minoritaria, esposta alla pressione religiosa e ideologica della cultura dominante. Lentamente, gradualmente, nel mondo ebraico prese a svilupparsi un movimento inarrestabile di ritorno all'identità nella tradizione. Anche in termini forti, benché il fondamentalismo non appartenga alla psicologia collettiva degli ebrei. La ferita vera, e mai più rimarginata, era stata quella del 1938: gli ebrei italiani che a decine avevano combattuto sotto le bandiere di Garibaldi e dei Savoia, che avevano militato sia tra i mazziniani che tra i monarchici, che avevano la più bella collezione di medaglie d'oro e d'argento "alla memoria" guadagnate durante la prima guerra mondiale sulle colline del Carso e sulle rive del Piave, si erano visti ritirare la cittadinanza attiva -peggio che i carcerati - e sequestrare oltre i beni (spesso scarsi, a dispetto di ogni luogo comune) anche - e soprattutto - l'onore e la dignità. I nazisti avrebbero assassinato i corpi, il fascismo aveva distrutto anime e menti già nel 1938. Dai giardini d'infanzia fino alle Università dei Littoriali, bambini e bambine, ragazzi e ragazze - spesso i primi e le prime della classe - erano stati cacciati senza un attimo di esitazione. Occorreva dare un senso nuovamente accettabile ad una tradizione e ad un'appartenenza che sembravano aver precipitato ogni singolo individuo nella notte e nella nebbia di un odio antiebraico mai sperimentato in precedenza. Il nuovo pogrom di massa non s'era accontentato di qualche migliaio di vite ebraiche: le aveva cercate tutte. E occorreva, infine, costruire personalità non condizionate dai traumi dei genitori. Insomma, un ebraismo anche propositivo, tranquillizzante, appagante.
  Negli anni dell'immediato dopoguerra, dunque, bambini e bambine ricevevano alle elementari il primo imprinting: nozioni di lingua, storia e cultura ebraiche, ben inserite in un percorso di introduzione ai valori della cultura nazionale e di preparazione alla cittadinanza attiva che si sarebbe completato con la scuola media inferiore. Per gli ebrei romani il miracolo economico, se pure arrivò, arrivò con qualche anno di ritardo. Nel frattempo bisognava formare personalità solide, integre. Ai ragazzi e alle ragazze del secolo passato, forse fino al 1970, si insegnava che nelle scuole statali bisogna primeggiare: non per dimostrarsi più bravi e intelligenti, ma perché l'ebreo - per definizione - parte svantaggiato, e dunque deve esprimere particolari capacità. Oggi parliamo d'altro, anche tra ebrei. Comunque, la conservazione di una specifica identità ebraica è dunque affidata quasi esclusivamente alle nostre scuole. Il mondo ebraico non sfugge alla regola. L'educazione dei giovani e giovanissimi costituisce il principale capitolo di spesa per ogni gruppo di ebrei che voglia continuare a definirsi tale, soprattutto nelle diaspore. Sono due i capisaldi della formazione di questa moderna identità nei giovani: il ricordo dell'ultima, terrificante persecuzione ed il rapporto psicologico con lo Stato di Israele, vissuto sia come garanzia di sopravvivenza che restituzione di un diritto troppo a lungo negato, e dunque - in qualche modo - "risarcimento" storico. E infine, l'adempimento quotidiano dei precetti tradizionali costituisce il terzo, fondamentale elemento di preparazione alla vita adulta. La missione è chiaramente delineata. Occorre formare giovani che dovranno trovarsi in parità di mezzi nel confronto con un mondo attento alle capacità individuali, che non intende sciupare risorse, che non perdona errori. Anche per gli ebrei, se non si accetta l'idea che sia l'istruzione la vera garanzia per il futuro di ogni collettività, non ci sarà un futuro, quale che sia. Nelle intenzioni dichiarate, per l'attuale classe dirigente ebraica, la cura amorosa delle scuole è la base di ogni buona e corretta amministrazione. "Sarebbe preferibile chiudere una sinagoga piuttosto che una scuola": regola antica, continuamente ricordata e ripetuta. Senza scuola non c'è identità, e senza identità non potrebbero esistere i luoghi simbolici dell'identità. A Roma, inoltre, esistono situazioni assolutamente specifiche. Qui la Comunità appare caratterizzata da una presenza importante di ceti popolari. Soltanto una parte dei giovani passava nei licei. E così nel 1973 si decise di fondare il Liceo Scientifico "Renzo Levi". Nelle intenzioni, la Comunità si dotava di un percorso formativo per l'istruzione superiore e lo costruiva su valori ebraici. In seguito, fu aggiunto anche un corso di tecnica aziendale che durò un buon quarto di secolo. Una scelta probabilmente giusta, dettata dalla speranza di aiutare in modo pratico e concreto le famiglie del piccolo e piccolissimo commercio. Le periodiche riforme della scuola inflitte al sistema dai governi della Repubblica ne resero infine assai grama e poco produttiva la vita didattica. Arrivò infine anche il tentativo del liceo classico, finito dopo una breve esperienza. Oggi abbiamo, come è noto, liceo scientifico e liceo linguistico. Il liceo delle scienze umane si avvia alla conclusione. La crisi economica e la chiusura complessiva della società, che si arrocca negli spazi protetti dei privilegi di casta, sottraggono ormai alla scuola italiana la tradizionale funzione di "ascensore sociale". I giovani e le famiglie sono preoccupati, temono il futuro e vorrebbero certezze. Le nostre scuole hanno di fronte una mission molto difficile. Fallire non è un'opzione

(Shalom, ottobre-novembre 2018)



Trecento razzi lanciati da Gaza. Raid e carri armati alla frontiera

Rischio escalation. Netanyahu torna da Parigi

di Giordano Stabile

Un blitz notturno all'interno della Striscia di Gaza, finito con un sanguinoso conflitto a fuoco che non era previsto, rischia di innescare una nuova guerra fra Israele e Hamas. Nella battaglia a Khan Younes, nella tarda serata di domenica, sono morti un colonnello israeliano e un comandante del braccio militare del movimento islamista. La reazione dei militanti, con trecento razzi e colpi di mortai lanciati in territorio israeliano nella giornata di ieri, ha provocato non soltanto massicci raid dell'aviazione, ma anche una concentrazione di carri armati alla frontiera come non si vedeva da mesi.
   Tutto è cominciato fra le 10 e le 11 nella serata di domenica. Un commando di forze speciali israeliane era in missione di ricognizione all'interno della Striscia, vicino alla cittadina meridionale di Khan Younes. Una operazione «di routine» come è stata in seguito definita da un generale dell'esercito. Il commando però viene intercettato da una pattuglia di Hamas, guidata dal comandante Nour Bakara. Lo scontro è violentissimo. Sul terreno rimangono il comandante e altri sei militanti palestinesi. Ma anche il colonnello M. - il nome completo ieri sera non era ancora stato rivelato - viene ucciso, e un altro militare ferito in modo serio.
   Hamas parla subito di «omicidio mirato» da parte dell'esercito. Ondate di razzi si abbattono sul Sud di Israele, seguiti da raid dell'aviazione israeliana che lasciano sul terreno altri due palestinesi. Gran parte degli ordigni vengono intercettati dal sistema Iron Dome, ma nel pomeriggio un colpo di mortaio colpisce in pieno un autobus. Un uomo rimane gravemente ferito. L'aviazione reagisce con altri raid «contro settanta obiettivi dei terroristi», mentre nella serata di ieri vengono segnalati massicci concentrazioni di tank al confine.
   Un aereo F-16 israeliano centra a Gaza City la palazzina dove si trovano gli studi centrali della emittente Hamas, la televisione al-Aqsa. Lo ha riferito la televisione al-Quds. A quanto pare, nell'attacco non ci sono state vittime perché in precedenza i dipendenti avevano ricevuto un avvertimento da Israele ed avevano lasciato l'edificio.
   Il premier Benjamin Netanyahu torna in anticipo da Parigi, dove era alla celebrazioni per il centenario dell'Armistizio che ha segnato la fine della Prima guerra mondiale, e presiede il comitato ristretto per la sicurezza.
   C'è aria di intervento di terra. Amnesty International si appella a «tutte le parti» perché evitino di compiere «attacchi sproporzionati o indiscriminati: i civili devono essere protetti». Interviene anche Mosca che esorta «palestinesi e israeliani a tornare immediatamente ad un cessate il fuoco stabile».
   La crisi arriva proprio quando la mediazione dell'Egitto e del Qatar, che ha inviato 15 milioni di dollari cash per pagare i funzionari statali, sembrava sul punto di concretizzare una tregua duratura. Tanto che ambienti vicini a Netanyahu hanno fatto trapelare anche l'ipotesi di un trabocchetto del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, che spinge molto di più del premier per un intervento di terra.

(La Stampa, 13 novembre 2018)


*


Israele, pioggia di missili dalla Striscia di Gaza

Tre morti e tredici feriti, colpito anche un bus. Risposta di Gerusalemme con un raid.

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Dalla possibilità di un accordo a quella di una guerra con morti e feriti e Hamas che torna insieme alle altre milizie terroriste a tenere in ostaggio tutti i cittadini israeliani del Sud.
   Ce l'ha messa tutta Netanyahu per evitare una guerra, ha persino consentito che il Qatar consegnasse a Hamas 15 milioni di dollari in contanti. Ha accettato come mallevadore il presidente al Sisi, che ha parlato con gli israeliani e con Abu Mazen per creare le condizioni di un accordo dopo le aggressioni contro il confine israeliano. Ma lo scorpione sul dorso della rana la punge mortalmente mentre nuota portandolo in salvo.
   Nonostante le tasche piene e la promessa di un porto, di zone di pesca, di apertura dei confini, in un'ora ieri fra le quattro e le cinque del pomeriggio una grandine di missili, circa duecento, si è abbattuta sul sud di Israele. A Ashdod un supermarket è stato distrutto, un ragazzo di 19 anni che viaggiava su un autobus colpito rischia di morire, a Netivot una casa è stata rasa al suolo. Le sirene suonano ovunque, la gente è chiusa o corre al soccorso, il fuoco divampa, gli aerei dell'aviazione israeliana bombardano Gaza e il canale tv Al Aqsa. Là per ora si parla di tre morti, tredici feriti e di 20 obiettivi militari colpiti. Netanayhu è tornato in gran fretta da Parigi, dove, alla riunione dei capi di Stato riuniti in memoria della fine della Prima Guerra Mondiale, aveva ripetuto l'intenzione di gestire lo scontro con Hamas con cautela. Una intenzione criticata fino nel gabinetto di sicurezza. La gente della Striscia protesta che non può più vivere sotto la minaccia continua, il primo ministro è accusato di debolezza. Hamas che con manifestazioni un po' meno aggressive si era trasformato per poco in un interlocutore possibile, è tornato a essere se stesso, e Abu Mazen che avrebbe voluto piegarlo tagliandogli i fondi forse è soddisfatto.
   La fiammata di ieri ha origine in una vicenda ancora misteriosa: Israele si è svegliata con l'annuncio che il comandante di Hamas a Khan Yunis, Nur el Din Baraka, era stato ucciso e con lui un suo luogotenente. Poco dopo, il nome avvolto nel segreto, si è saputo che un alto ufficiale di un'unità speciale israeliana era stato ucciso, che un altro soldato era ferito gravemente. Ufficialmente non si sa ancora il nome del comandante israeliano, un 4lenne che lascia mogli e tre bambini e che viene chiamato soltanto «M» nella disperazione dei suoi cari che lo hanno sepolto alla presenza di migliaia di persone e del presidente della Repubblica Reuven Rivlin.
   Il giovane ucciso è stato definito un eroe che «ha fatto molto di più di quello che si possa rivelare». Qui pare non si sia trattato di un tentativo fallito di eliminazione, ma di un gruppo coperto speciale che già da tempo era infiltrato per raccogliere informazioni su armi e piani, e che è stato scoperto. Qui è cominciata la sparatoria e l'attacco di oggi viene chiamato reazione, vendetta, punizione. Ma ha ragione un cittadino che mentre corre nel rifugio e la sirena urla (come fa ogni cinque minuti) trascinando i suoi bambini grida: «Primo ministro, deciditi, non possiamo vivere così, rischiando la vita dei nostri figli ogni giorno».

(il Giornale, 13 novembre 2018)


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Hei mondo, ti sei accorto che Israele è sotto attacco?

Oltre 400 missili in 24 ore lanciati contro Israele dovrebbe essere la notizia di apertura di tutti i TG del mondo, essere in prima pagina a caratteri cubitali in tutti i giornali del mondo, e invece i media ne danno appena notizia. Forse aspettano la "reazione sproporzionata" di Israele per parlarne.

Buongiorno mondo. Mentre tu dormivi pacificamente nel tuo letto non molto lontano da casa tua migliaia di persone, donne, vecchi e bambini, erano costrette nei rifugi antimissile. In un giorno ne sono piovuti oltre 400, hanno ucciso diverse persone, altre ne hanno ferite. Una guerra si prepara, ma tu non ne sai niente perché nessuno in TV o sui giornali te ne parla o se lo fa ne parla distrattamente, come se fosse una cosa poco più che "insolita".
Quattrocento missili in 24 ore sparati contro un territorio poco più grande di una piccola provincia, lo voglio rimarcare con forza perché visto che se ne parla così poco potresti pensare che siano poco più che petardi, il tuo subconscio potrebbe portarti a pensare che non sia una cosa importante, che non meriti la tua attenzione....

(Rights Reporters, 13 novembre 2018)


Ebrei perseguitati nei Paesi arabi. L'odio precede la nascita d'Israele

Il saggio di Bensoussan (Giuntina) riporta l'attenzione su fatti tragici che molti non vogliono affrontare. In Francia l'autore ha attirato su di sé accuse di razzismo.

di Paolo Mieli

Sotto l'occupazione tedesca della Tunisia (novembre 1942-maggio 1943) alcune case di ebrei furono saccheggiate e alcune donne ebree furono stuprate da musulmani. «In generale gli autori di queste violenze furono incoraggiati dai tedeschi», ha scritto Norman Stillman anche se, «temendo disordini di maggiore ampiezza, il comandante tedesco intervenne per mettere fine a quegli incidenti». Quegli «incidenti», in ogni caso, furono ricondotti — in tema di responsabilità — all'occupazione nazista. Ma lo stesso Stillman notò, non senza sorpresa che «i saccheggi di case ebraiche ad opera degli arabi furono più gravi dopo che i tedeschi si ritirarono dalla città». Proprio così: le violenze antiebraiche in Tunisia nel corso della Seconda guerra mondiale sono cresciute dopo il ritiro dei nazisti. E quando arrivarono gli Alleati, Philip Jordan, corrispondente di guerra britannico, scrisse che «tutti gli ebrei della città avevano subito saccheggi dagli arabi e che erano state rubate persino porte e finestre». Anche, se non soprattutto, dopo che i soldati con la svastica se n'erano andati.
  Come mai? E perché subito dopo il mondo arabo si è svuotato dei suoi ebrei nel corso di appena una generazione (1945-1970)? Tra l'altro quasi senza espulsioni palesi, eccetto l'Egitto… Perché questo strappo così rapido da una terra sulla quale gli ebrei vivevano da oltre duemila anni? Georges Bensoussan ha scritto un libro, Gli ebrei del modo arabo. L'argomento proibito, che sta per essere pubblicato da Giuntina, nel quale analizza le vessazioni a cui sono stati sottoposti gli israeliti in quell'area geografica da molto prima che esplodesse il conflitto tra Israele e i palestinesi. Gli ebrei sono stati costretti ad abbandonare quelle terre in una misura davvero rimarchevole: se ne dovettero andare novecentomila persone nel secondo dopoguerra, nell'arco di poco più di due decenni. Un esodo che, secondo Bensoussan, «mise fine ad una civiltà bimillenaria, anteriore all'Islam e all'arrivo dei conquistatori arabi». Come è potuto accadere? «Più del sionismo e della nascita dello Stato di Israele», risponde l'autore, «sono stati l'emancipazione degli ebrei attraverso l'istruzione scolastica e l'incontro con l'Occidente dei Lumi a provocarne la scomparsa in quei Paesi, quindi il loro riscatto, un evento inconcepibile per l'immaginario di un mondo in cui la sottomissione dell'ebreo aveva finito per costituire una pietra angolare». Generalmente, scrive Bensoussan, «ci dicono che le società ebraiche d'Oriente sarebbero declinate con il conflitto arabo-israeliano e che l'antigiudaismo arabo sarebbe una ricaduta del conflitto palestinese». Ma «questa tesi è smentita da moltissimi testimoni occidentali riguardo agli anni 1890-1940, siano essi amministratori coloniali, militari, medici, giornalisti o viaggiatori». Tutti raccontano «della virulenza di un sentimento antiebraico, ad ogni evidenza variabile a seconda delle regioni e dei periodi, senza connessione alcuna con la questione palestinese».
  Bensoussan è uno storico francese ebreo nato nel 1952 in Marocco. Timido, ha sempre scelto di starsene in disparte. Non ha mai amato il palcoscenico letterario. Fino al 2015 non godeva, anzi, di grande notorietà, nonostante avesse scritto diversi libri, avesse ricevuto importanti premi, fosse stato nominato direttore editoriale del Mémorial de la Shoah. Che cosa è allora che lo ha portato alla ribalta nel 2015 quando aveva 63 anni? Nel corso di una trasmissione radiofonica su France2, Répliques, gli sfuggirono (o forse le pronunciò intenzionalmente) le seguenti parole: «Il sociologo algerino Smaìn Laacher, con grande coraggio, ha detto che nelle famiglie arabe in Francia — è risaputo ma nessuno vuole dirlo — l'antisemitismo arriva con il latte materno». Era la citazione di un ragionamento altrui, anche se ad ogni evidenza Bensoussan lo condivideva nel merito. Comunque sarebbe passata inosservata se non fosse sceso in campo il «Movimento contro il razzismo e per l'amicizia tra i popoli», accusando lo storico d'aver fatto sue «parole antiarabe e razziste» per di più «in un servizio pubblico». Il Movimento chiese alla radio nonché ai responsabili del Mémorial di prendere le distanze da Bensoussan, e lo trascinò per ben due volte in giudizio. Radio e Mémorial lo misero in quarantena assai prima della sentenza definitiva e pochi solidarizzarono con Bensoussan: tra questi meritano di essere ricordati Pierre Nora, Alain Finkielkraut e, dall'Algeria, Boualem Sansal. Dopodiché la sua vita fu praticamente distrutta. Infine nel 2018 è arrivata la definitiva assoluzione, ma ormai sarebbe stato difficile per lui recuperare una qualche serenità. Ma, con ostinazione, Bensoussan ha continuato a studiare le condizioni in cui gli ebrei vivevano nel mondo arabo quando lo Stato di Israele non era ancora neanche all'orizzonte. Mettendo in evidenza anche i (pochi) caratteri positivi di quella coabitazione con il mondo musulmano. In un quadro per il resto agghiacciante.
  All'inizio del XVI secolo il frate francescano Francesco Suriano descriveva con queste parole la vita degli israeliti in Palestina: «Questi cani, gli ebrei, sono calpestati, picchiati e tormentati come meritano. Vivono in questo Paese in una condizione di sottomissione che le parole non possono descrivere. È una cosa
 
Ebrei provenienti dai Paesi arabi in un campo di raccolta allestito in Israele. La foto risale al 1950, due anni dopo la fondazione dello Stato ebraico, nel quale affluirono molti profughi dai Paesi arabi.
istruttiva vedere che a Gerusalemme Dio li punisce più che in ogni altra parte del mondo. Ho visto questo luogo per lungo tempo. Essi sono anche uno contro l'altro e si odiano, mentre i musulmani li trattano come cani… Il più grande obbrobrio per un individuo è di essere trattato da ebreo». E ancora: «Ovunque — scrive nel 1790 l'inglese William Lemprière a proposito degli ebrei di Marrakech — sono trattati come esseri di una classe inferiore alla nostra. In nessuna parte del mondo li si opprime come in Berberia… Malgrado tutti i servigi che gli ebrei rendono ai mori, essi sono trattati con più durezza di quanto farebbero con i loro animali». La stessa immagine che usa l'abate francese Léon Godard nel 1857, di ritorno da un viaggio: «Gli ebrei in Marocco sono considerati tra gli animali immondi… La tolleranza dei prìncipi musulmani consiste nel lasciare vivere gli ebrei come si lascia vivere un gregge di animali utili». «Se un musulmano li colpisce», prosegue Godard, agli ebrei «è proibito, pena la morte, di difendersi eccetto che con la fuga o con la destrezza».
  A ridosso della Seconda guerra mondiale, il Marocco fu relativamente al riparo dalle esplosioni di violenza antiebraica. Molto relativamente. Nel Maghreb, qualcuno sostiene, la popolazione musulmana non avrebbe gioito per le misure antiebraiche promulgate da Vichy. Avrebbero perfino manifestato solidarietà nei confronti dei perseguitati. Ma secondo Bensoussan (e con lui, adesso, la maggioranza degli storici) «la popolazione musulmana tutt'al più rimase indifferente». In Tunisia (finché fu una colonia) le autorità francesi fingevano di non vedere le persecuzioni antiebraiche per evitare di affrontare la maggioranza araba. Lo stesso accadde in Marocco dopo i pogrom di Oujda e Jérada (giugno 1948): le stesse autorità francesi raccomandarono a quelle locali «di usare indulgenza» (nei confronti dei responsabili degli atti antiebraici) al fine di «evitare ogni esplosione di violenza da parte araba».
  E nel secondo dopoguerra dopo la nascita dello Stato di Israele (1948)? Ad eccezione dell'Egitto, sostiene lo storico, non ci sono state praticamente espulsioni di ebrei dal mondo arabo. E la Tunisia è stato il Paese più tollerante. Qui la Costituzione del 1956 assicurava che gli ebrei erano cittadini come gli altri e potevano «esercitare qualsiasi professione». Tuttavia «dovevano sempre aspettare più degli altri le necessarie autorizzazioni amministrative» e, per così dire, «elargire più bustarelle». Anche sotto la guida del presidente Bourghiba, gli ebrei furono a poco a poco estromessi dai posti più importanti («eccetto che al Ministero dell'Economia dove non c'erano musulmani competenti per rimpiazzarli»).
  Nel 1960 gli ebrei rappresentavano ancora il 14% della popolazione di Tunisi, ma nel Consiglio comunale della capitale ce n'erano solo due su sessanta membri (il 3%). Poi venne la «guerra dei Sei giorni» (1967) e per gli israeliti furono dolori. Scriveva — in una lettera del 7 giugno 1967 a Georges Canguilhem — Michel Foucault che all'epoca insegnava all'università di Tunisi: «Qui lunedì scorso c'è stata una giornata (una mezza giornata) di pogrom. È stato molto più grave di quanto abbia detto "Le Monde", una cinquantina buona di incendi. Centocinquanta o duecento negozi — ovviamente i più miserevoli — saccheggiati, lo spettacolo della sinagoga sventrata, i tappeti trascinati per strada, calpestati e bruciati, gente che correva per le strade si è rifugiata in un edificio al quale la folla voleva dar fuoco. E poi il silenzio, le saracinesche abbassate, nessuno o quasi nel quartiere, i bambini che giocavano con le suppellettili rotte… Quanto successo appariva manifestamente organizzato… Se poi a questo si aggiunge che gli studenti, per "essere di sinistra" hanno dato mano (e un po' di più) a tutto questo, si è abbastanza tristi. E ci si domanda per quale strana astuzia (o stupidità) della storia il marxismo ha potuto dare occasione (e vocabolario) a tutto ciò».
  Al Cairo, nel 1927, dall'oggi al domani, la legge egiziana chiude agli ebrei l'accesso agli impieghi pubblici. Qui nel 1950 (ben diciassette anni prima di quel che si sarebbe venuto a creare dopo la guerra dei Sei giorni), Sayyd Qutb, successore di Hassan el-Banna a capo dei Fratelli musulmani, pubblicò un manifesto, La nostra battaglia contro gli ebrei, che conteneva parole inquietanti. «Gli ebrei», si poteva leggere in questo testo, «hanno ricominciato a fare il male… Allah inviò loro Hitler per dominarli; poi la nascita di Israele ha fatto provare agli arabi, i proprietari della terra, il sapore della tristezza e della sofferenza».
  In Siria dopo il 1945 imperversa una violenza antiebraica che spinge la maggior parte dei 15 mila ebrei del Paese ad andarsene; tutte persone che sono poi scomparse da ogni «memoria ufficiale». Nei confronti degli ebrei rimasti si ebbero attentati come la bomba che colpì un'istituzione ebraica a Damasco nel 1948,e le altre che nel corso dell'estate di quello stesso anno, uccisero decine di israeliti. Analoghe violenze si ebbero in Yemen. In Libia rimasero solo cinquemila ebrei su trentacinquemila e questa minoranza «fu progressivamente spinta a partire, strangolata socialmente e assoggettata a un clima di paura». A Tripoli nel 1961 la legge stabilì che a ogni ebreo che intrattenesse «rapporti ufficiali o professionali» con Israele (vale a dire, per la maggior parte dei casi, con i loro connazionali trasferitisi nello Stato ebraico) sarebbero stati confiscati i beni.
  Ma perché di tutto questo si comincia a parlare in modo esplicito soltanto adesso? La storia degli ebrei del mondo arabo, risponde Bensoussan «è stata a lungo confiscata». Il più delle volte è stata scritta da degli ebrei di corte ed è per questo che solo recentemente si è emancipata dalla visione irenica di un tempo. A lungo il racconto ufficiale illustrava un universo sereno di un "mondo che abbiamo perduto", una visione storica unita a un pensiero consolatore, «tanto grande era il dolore di mettere a nudo una vita da dominato». Più si scendeva in basso nella scala sociale e «più la memoria ebraica diventava dolorosa», mentre coloro che coltivavano una memoria felice, «il più sovente provenivano da ambienti agiati, dove i contatti con il popolino musulmano erano generalmente limitati al personale di servizio». Accade così, conclude lo studioso, che «scrivere la storia degli ebrei dell'Oriente arabo mette a nudo i rapporti di servitù mascherati da racconti folcloristici». Una complicazione che ha fin qui impedito di raccontare la vera storia degli ebrei nel mondo arabo.

(Corriere della Sera, 12 novembre 2018)


Pitigliani Kolno'a Festival, nuovi sguardi su Israele

A Roma la XIII edizione tra film, documentari e serie tv

di Marzia Apice

Dal lungometraggio "Laces" di Jacob Goldwasser
ROMA - La storia e le tradizioni del popolo ebreo, la modernità e il multiculturalismo della società israeliana contemporanea, raccontati con una narrazione efficace e nella costante attenzione rivolta alle nuove generazioni: torna a Roma il Pitigliani Kolno'a Festival, in programma dal 17 al 22 novembre, diretto da Ariela Piattelli e Lirit Mash. Giunto alla XIII edizione, il festival si svolgerà tra la Casa del Cinema, il Cinema Farnese e il Centro Ebraico il Pitigliani: attraverso proiezioni (molte rivolte agli studenti e in anteprima italiana), ma anche incontri e dibattiti con registi e addetti ai lavori, l'obiettivo sarà accendere i riflettori sulla cinematografia israeliana e di argomento ebraico, per provare a spiegarne la complessità e le ragioni del successo, con un occhio anche all'importante anniversario del 2018, in cui si celebrano i 70 anni dalla fondazione dello Stato di Israele. Film e documentari, serie tv e corti d'animazione compongono un calendario denso e variegato: dal lungometraggio "Laces" di Jacob Goldwasser ai documentari "The Museum" di Ran Tal, "Etgar Keret: based on a true story" di Stephane Kaas e "Einstein in the Holy Land" di Noa Ben Hagai fino alle serie televisive "When heroes fly" di Omri Givon e "Significant other" di Ram Nehari, il festival racconta le produzioni israeliane a 360o. Tra gli appuntamenti principali quello con il regista Avi Nesher, che riceverà il Premio alla Carriera 2018, del quale saranno proiettati tre film: l'ultimo (in anteprima italiana) "The Other Story", il capolavoro del 1984 recentemente restaurato "Rage and glory" e "Turn left at the end world".
  Altrettanto significativa la proiezione di "La razzia. Roma, 16 ottobre 1943", documentario per la regia di Ruggero Gabbai prodotto dalla Fondazione Museo della Shoah e realizzato con le testimonianze dei sopravvissuti al rastrellamento del Ghetto a opera dei nazisti. Infine il focus sull'animazione con il regista e autore Hanan Kaminski, che ha firmato anche l'immagine del Festival (una pianta di fico d'india, frutto dolce e spinoso come gli israeliani): sarà lui a proporre al pubblico alcuni corti realizzati da giovani registi. Oltre alla seconda edizione del Premio Emanuele (Lele) Luzzati, la manifestazione ospiterà anche il dibattito "Da Cannes a Netflix. Il segreto del successo delle serie tv da Israele" (il 19 novembre), a cui prenderanno parte, oltre alle direttrici del festival, il regista Alessandro D'Alatri e la sceneggiatrice e attrice Dana Modan. "Con oltre 20 film, tutti diversi per contenuti e stile, il festival quest'anno sarà particolarmente colorato", spiega oggi a Roma la direttrice artistica Ariela Piattelli, "protagonista assoluta sarà la narrazione: ospiteremo registi che sono straordinari narratori delle relazioni umane e di una realtà particolare come quella di Israele".

(ANSAmed, 12 novembre 2018)


Israele: al via Conferenza cybersecurity, delegazione Italia

Con sottosegretari Affari Esteri e Giustizia, Picchi e Morrone

Considerata dagli esperti uno dei principali appuntamenti del settore, si è aperta oggi a Tel Aviv, per chiudersi il 15, la quinta edizione della conferenza biennale internazionale sulla sicurezza 'HLS & Cyber', con più di 5 mila partecipanti da oltre 80 Paesi.
   Incontro tra istituzioni governative e realtà industriali per fronteggiare le sfide globali della cybersecurity, l'evento vede l'arrivo di una folta delegazione italiana - la maggiore -, guidata dal Sottosegretario agli Affari esteri Guglielmo Picchi e da quello alla Giustizia Jacopo Morrone. Della delegazione fanno parte oltre 50 delegati di forze dell'ordine, delle Authority nazionali, delle multinazionali delle telecomunicazioni e, per la prima volta grazie alla collaborazione con Confindustria, un gruppo di piccole e medie imprese italiane. Tra gli speaker della conferenza oltre il ministro israeliano della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan e quello dell'Economia, Eli Cohen, anche il Commissario della Consob, Paolo Ciocca. "La conferenza - ha detto l'ambasciatore israeliano in Italia, Ofer Sachs - rappresenta una piattaforma eccezionale, in quanto unisce in un unico spazio le più significative novità che Israele può offrire in termini di sicurezza fisica e cibernetica. E la composizione della delegazione italiana dimostra ancor più il grado di proficua collaborazione raggiunta tra i nostri due Paesi".
   "La presenza di due sottosegretari di Stato e di una numerosa delegazione italiana - ha sottolineato l'ambasciatore italiano in Israele, Gianluigi Benedetti, che domani sera ospiterà la rappresentanza italiana in Residenza a Tel Aviv - è una conferma della partnership strategica bilaterale e di una crescente attenzione delle aziende italiane per le opportunità di cooperazione tecnologica e imprenditoriale con Israele".

(ANSAmed, 13 novembre 2018)


Franceschini nuovo direttore del Centro Interdipartimentale di Studi Ebraici

In carica da novembre, ha appena svolto un ciclo di conferenze negli USA su Levi

 
Fabrizio Franceschini
Fabrizio Franceschini il nuovo direttore del Centro interdipartimentale di Studi Ebraici dell'Università di Pisa (CISE). In carica da novembre, il professore di Linguistica Italiana nel Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dirigerà il Centro per i prossimi tre anni.
   Il CISE, nato nel 2003, si è affermato come un'importante realtà italiana nel campo dei Jewish Studies, con ricerche che spaziano dal Medioevo all'ebraismo contemporaneo, e ha contribuito all'organizzazione delle iniziative di "San Rossore 1938" legate all'80 esimo anniversario della firma leggi razziali.
   Fabrizio Franceschini guida anche il Progetto di Ricerca d'Ateneo Shem nelle tende di Yafet. Ebrei ed ebraismo nei luoghi, nelle lingue e nelle culture degli altri ed ha appena tenuto una serie di lezioni su Primo Levi in università statunitensi come la Princeton University e la University of Notre Dame.
   "Il vivo interesse e le ricche discussioni che hanno accompagnato le mie lezioni a Princeton e Notre Dame - dichiara Franceschini - confermano che Pisa è un centro significativo di studio e di ricerca sull'opera di Primo Levi in tutti i suo aspetti storici, letterari e linguistici. Su questi temi il CISE lavorerà anche l'anno prossimo, quando ricorreranno l'anniversario della nascita di Levi e di un'altra sopravvissuta da Auschwitz, la livornese Frida Misul, il cui diario inedito dell'arresto e della prigionia sarà da me prossimamente pubblicato".
   "Accanto a questo filone di studi e a una serie di seminari interdisciplinari - conclude Franceschini - il programma del mio mandato, condiviso dai colleghi e dal precedente direttore Alessandra Veronese, prevede iniziative tese a radicare gli Studi ebraici negli ordinamenti istituzionali della nostra Università. Come infatti ha sottolineato la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, nell'importante Cerimonia delle Scuse tenutasi all'Università di Pisa lo scorso 20 settembre, il conseguente sviluppo degli impegni ivi assunti dalle Università italiane sono nuovi corsi di studio e formazione specialistica dedicati ai temi del mondo ebraico. Anche in questa direzione, dunque, è bene che Pisa sia in prima fila".

(Unipinews, 12 novembre 2018)


Cristiani condannati a morte in applicazione della legge islamica della sharia

di Majid Rafizadeh*
  • In risposta agli ultimi abusi contro i cristiani, Amnesty International ha lanciato un appello per una "azione urgente". L'organizzazione ha chiesto al regime iraniano di "annullare le condanne di Victor Bet-Tamraz, Shamiram Isavi, Amin Afshar-Naderi e Hadi Asgari, in quanto presi di mira unicamente per l'esercizio pacifico dei loro diritti alla libertà di religione e credo, espressione e associazione, attraverso la loro fede cristiana". Tuttavia, in Iran, ci sono molti più casi di persecuzione dei cristiani oltre a questi quattro.

  • Ciò che è importante notare è che nei paesi, dove vige la legge islamica della sharia, la costituzione è subordinata alle leggi islamiste del posto. Quando l'Islam radicale ottiene il potere, ogni articolo della costituzione è condizionato al rispetto della sharia e i diritti promessi nella costituzione diventano quindi nulli.

  • Non basta sperare che un giorno, in Iran, i cristiani saranno in grado di professare la loro fede religiosa senza paura di essere perseguitati o uccisi; la comunità globale deve agire per assicurare che il regime iraniano si attenga alla propria Costituzione e offra pari diritti e protezione della legge ai propri cittadini cristiani.
Si sente spesso dire ai predicatori e ai leader islamici sciiti che l'Islam ha riconosciuto "la gente del Libro", espressione che si riferisce ai cristiani e agli ebrei. Questa affermazione suona come se l'Islam accordasse a cristiani ed ebrei lo stesso livello di status e il medesimo rispetto riservato ai musulmani.
   Tale tesi è stata di recente confermata dal presidente della Repubblica islamica dell'Iran, Hassan Rohani, il quale ha dichiarato che "i cristiani hanno gli stessi diritti degli altri". Ribadendo questo concetto sarebbe facile pensare che i cristiani siano relativamente sicuri in Iran. Ma è davvero così?
   Nei discorsi e sulla carta, queste parole danno probabilmente l'impressione che i cristiani non siano i benvenuti in Iran, ma che abbiano uguali diritti e godano della stessa protezione della legge. Ma le esperienze quotidiane dei cristiani in Iran raccontano una storia molto diversa.
   La violenza e le persecuzioni contro i cristiani sono considerevolmente aumentate, in applicazione della sharia imperante nell'Iran. Un caso recente documenta le esperienze traumatiche del pastore evangelico Victor Bet-Tamraz e di sua moglie Shamiram Issavi, cristiani assiri, nonché di Amin Afshar Naderi e di Hadi Asgari, ex musulmani che si sono convertiti al Cristianesimo. Ognuno di loro è stato condannato dal Tribunale rivoluzionario di Teheran cumulativamente a 45 anni di carcere. Nonostante le dichiarazioni dell'Iran che essi sono uguali di fronte alla protezione della legge e godono di pari diritti, potrebbero non vedere mai più la libertà.
   Che terribile crimine devono aver commesso per meritarsi una condanna così dura? Forse non sono stati condannati per il semplice fatto di essere cristiani? Dopotutto, il presidente iraniano aveva detto che i cristiani godono di uguali diritti. Le accuse ambigue che sono state loro mosse includevano termini vaghi, come l'aver condotto "attività di culto illegali" e il fatto di costituire una minaccia alla "sicurezza nazionale".
   Perché in Iran ci sarebbe tutta questa ostilità nei confronti dei cristiani che si è tradotta nel tipo di persecuzione a cui sono state sottoposte queste quattro persone? Anche se i cristiani sono una piccolissima parte della popolazione, sono sempre stati considerati, ai sensi della sharia, una minaccia alla "sicurezza nazionale". La popolazione totale iraniana conta circa 80milioni di abitanti, tra i 117mila e i 3milioni dei quali sono cristiani, secondo varie stime.
   La comunità internazionale ha di recente preso atto dell'abuso di potere esercitato contro i cristiani in Iran. L'ultimo rapporto di Amnesty International sottolinea che "i cristiani in Iran sono bersaglio di molestie, arresti e detenzioni arbitrarie, processi iniqui e reclusione per accuse relative alla sicurezza nazionale unicamente a causa della loro fede". Eppure, le atrocità contro di loro continuano.
   È opportuno rilevare che, prima della rivoluzione islamica, per ottenere sostegno e potere, i leader musulmani fondamentalisti avevano promesso ai cristiani in Iran che avrebbero goduto degli stessi diritti dei cittadini islamici. Avevano inoltre assicurato ai cristiani che sarebbero stati in grado di professare liberamente la loro religione. Di conseguenza, molti cristiani, confidando nel fatto che avrebbero goduto della libertà che era stata loro promessa, appoggiarono i leader musulmani. Al contrario, dopo la rivoluzione islamica, chiunque non credeva negli ideali islamisti e rivoluzionari della teocrazia della sharia divenne il nemico. Anche di recente, il presidente iraniano ha dichiarato:
   "La nostra rivoluzione è stata vittoriosa quando eravamo tutti insieme (...) Tutte le razze iraniane, tutte le religioni iraniane, musulmani sciiti e sunniti, cristiani, ebrei e zoroastriani - chiunque crede nella Costituzione, questo è il nostro criterio. È un rivoluzionario e va rispettato".
   Purtroppo, i cristiani in Iran non vengono affatto rispettati.
   In risposta agli ultimi abusi contro i cristiani, Amnesty International ha lanciato un appello per una "azione urgente". L'organizzazione ha chiesto al regime iraniano di "annullare le condanne di Victor Bet-Tamraz, Shamiram Isavi, Amin Afshar-Naderi e Hadi Asgari, in quanto presi di mira unicamente per l'esercizio pacifico dei loro diritti alla libertà di religione e credo, espressione e associazione, attraverso la loro fede cristiana". Tuttavia, in Iran, ci sono molti più casi di persecuzione dei cristiani oltre a questi quattro.
   Molti altri cristiani sono stati arrestati per accuse infondate come "fare propaganda contro la Repubblica islamica a favore del Cristianesimo". L'organizzazione "Articolo 18", che promuove la libertà religiosa e sostiene i cristiani perseguitati che vivono sotto la sharia, il 9 agosto 2018, ha scritto su Twitter:
   Una coppia #cristiana ha riferito che un tribunale in Boushehr ha appena condannato loro e altri 10 cristiani iraniani a un anno di prigione ciascuno per "propaganda contro la Repubblica islamica in favore del cristianesimo". Questo gruppo di convertiti cristiani è stato arrestato il 7 aprile 2015.
   Non ci sono ancora informazioni sulla loro versione.
   E l'oppressione non finisce qui. Un'altra coppia che si è convertita al Cristianesimo dall'Islam è stata di recente accusata di "orientamento verso la terra del Cristianesimo", secondo [l'agenzia di informazione cristiana] Mohabat News. Anche se ai cristiani è stato detto che hanno diritto a professare la loro religione, vengono arrestati e torturati proprio perché la praticano.
   Il pastore protestante Youcef Nadarkhani è stato condannato a morte nel 2010 per "apostasia", perché si era convertito al Cristianesimo dall'Islam. Dopo una significativa pressione esercitata da parte delle organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti giuridici e umani, un ulteriore processo ha portato al proscioglimento dall'accusa di apostasia che ha determinato la condanna a morte. Il nuovo processo si è concluso con un verdetto di colpevolezza relativo all'accusa di "evangelizzare i musulmani", e il pastore è stato per questo condannato a tre anni di prigione, che però aveva già scontato [visto che era in carcere dall'ottobre del 2009, N.d.T.], pertanto, Nadarkhani è stato rilasciato.
   Nel 2016, il religioso è stato "accusato di 'agire contro la sicurezza nazionale' oltre che di sionismo ed evangelizzazione". Il 6 luglio 2017, il pastore è stato condannato a 10 anni di reclusione e ad altri due di esilio a Nikshahr (nel sud dell'Iran). Gli è stato consentito di appellarsi ed era stato rilasciato su cauzione quando la polizia, il 22 luglio 2018, ha fatto irruzione nella sua abitazione e lo ha portato nel carcere di Evin. Gli sono stati rubati dieci anni di vita solo perché ha professato la sua fede religiosa.
   L'American Center for Law & Justice (ACLJ) di Washington, D.C., ha lanciato una petizione per il rilascio di Nadarkhani. A partire dal 2 ottobre, più di 112mila persone hanno firmato questa petizione. L'ACLJ ha puntualizzato che "le azioni dell'Iran violano la sua stessa Costituzione che garantisce la libertà religiosa e molteplici trattati internazionali sui diritti umani". Tuttavia, rimane in carcere.
   Questo può sembrare poco chiaro e contraddittorio per qualcuno; ciò che è importante notare è che nei paesi dove vige la legge islamica della sharia, la costituzione è subordinata alle leggi islamiste del posto.
   Quando l'Islam radicale ottiene il potere, ogni articolo della costituzione è condizionato al rispetto della sharia e i diritti promessi nella costituzione diventano quindi nulli. I cristiani iraniani, i quali credevano che appoggiando la rivoluzione islamica avrebbero ottenuto protezioni e pari diritti, ora vivono costantemente nella paura. Solo una maggiore pressione da parte della comunità internazionale può provocare un cambiamento in Iran che potrebbe offrire a queste persone innocenti una certa protezione dagli atti brutali che devono affrontare.
   Non basta sperare che un giorno, in Iran, i cristiani saranno in grado di professare la loro fede religiosa senza paura di essere perseguitati o uccisi; la comunità globale deve agire per assicurare che il regime iraniano si attenga alla propria Costituzione e offra pari diritti e protezione della legge ai propri cittadini cristiani.
* Majid Rafizadeh si è laureato a Harvard ed è membro del consiglio consultivo della Harvard International Review, una pubblicazione ufficiale della Harvard University.

(Gatestone Institute, 11 novembre 2018 - trad. Angelita La Spada)


Gaza, scontri a fuoco, un soldato israeliano e sei palestinesi uccisi

Secondo quanto trapelato, ci sarebbe stato il tentativo dei reparti speciali di Israele di infiltrarsi nella striscia di Gaza: tra le vittime un capo di Hamas. Poi l'escalation della tensione con lancio di missili palestinesi (intercettati) e operazioni aeree di Israele. Timore per lo scoppio della quarta guerra a Gaza dal 2008
   Un soldato delle forze speciali israeliane e sei palestinesi (fra cui un capo di Hamas) sono stati uccisi, domenica, nel corso di un conflitto a fuoco nella striscia di Gaza. Questa situazione minaccia di riaccendere la tensione (e c'è timore che scoppi la quarta guerra dal 2008), dopo un recente accordo che doveva contribuire a restituire una tregua. A conferma della gravità della situazione, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha deciso di interrompere la sua visita a Parigi, dove si era recato per assistere al centenario dell'armistizio della Prima Guerra Mondiale.
   "In merito agli incidenti nel Sud della regione - si legge in una nota del governo - il primo ministro israeliano ha deciso di sospendere la sua visita a Parigi e di tornare in serata in Israele". Netanyahu avrebbe dovuto incontrare oggi il presidente francese Emmanuel Macron. A Gerusalemme, in un comunicato diffuso in tarda serata, l'esercito ha precisato che un "ufficiale delle forze speciali israeliane è stato ucciso e un altro è stato leggermente ferito".
   All'inizio della giornata, le brigate Ezzedine al-Qassam, un'ala armata di Hamas, sostenevano che si trattava di un'operazione delle forze speciali israeliane che aveva tentato di infiltrarsi a est di Khan Younis a bordo di un veicolo civile. Fonti della sicurezza palestinese hanno successivamente affermato che l'esercito israeliano ha effettuato attacchi aerei nell'area.
Secondo l'Idf - che ha confermato su twitter la notizia di aver perso un ufficiale durante l'operazione - in serata una dozzina di missili sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza verso Israele, ma sono stati intercettati dal sistema di difesa antimissile.

(la Repubblica, 12 novembre 2018)


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Gaza, Israele uccide capo di Hamas, incursione con vittime

Un soldato delle forze speciali israeliane e sei palestinesi fra cui un capo di Hamas sono stati uccisi, domenica, nel corso di uno o più scontri nella striscia di Gaza, forse al suo interno. A conferma della gravità della situazione, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha interrotto la sua visita a Parigi per il centenario dell'armistizio della Prima Guerra Mondiale. Gerusalemme, in un comunicato diffuso in tarda serata, l'esercito ha precisato che un "ufficiale delle forze speciali israeliane è stato ucciso e un altro è stato leggermente ferito".
   All'inizio della giornata, le brigate Ezzedine al-Qassam, un'ala armata di Hamas, sostenevano che si trattava di un'operazione delle forze speciali israeliane che aveva tentato di infiltrarsi a est di Khan Younis a bordo di un veicolo civile. Fonti della sicurezza palestinese hanno successivamente affermato che l'esercito israeliano ha effettuato attacchi aerei nell'area. Il portavoce del ministero della salute di Gaza, Ashraf al-Quds, ha fatto sapere che sei palestinesi sono stati uccisi: tra le vittime, un capo locale delle brigate di Ezzedine al-Qassam, Nour Baraka.
   L'uccisione di Barake è stata attribuita da Hamas all'azione di una unità d'elite israeliana penetrata all'interno della Striscia. I militari israeliani - ha aggiunto - sono entrati a bordo di un'auto, tre chilometri all'interno della Striscia, hanno raggiunto una moschea e là hanno ucciso il comandante locale Nur Barake. Una volta scoperti - ha proseguito Hamas - si è tentato di impedire il loro ritorno in Israele e sono poi seguiti attacchi da parte di velivoli dell'aviazione israeliana.
   L'esercito israeliano - che ha smentito il rapimento di un soldato riportato da alcune fonti e ha affermato che tutti i soldati sono rientrati - ha confermato che "durante una sua attività operativa all'interno della Striscia di Gaza si è sviluppato uno scontro a fuoco". Fonti locali della Striscia hanno riferito che le fazioni armate palestinesi hanno proclamato lo stato di massima allerta. Le rotte per i voli dell'aeroporto Ben Gurion sono state spostate più a nord vista la situazione.

(Remocontro, 12 novembre 2018)


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Israele: intensi scontri nel sud di Gaza tra IDF e Hamas. Diversi morti

GERUSALEMME - Intensi scontri sono scoppiati nella notte appena passata tra forze speciali del IDF e terroristi di Hamas. Un colonnello dell'esercito israeliano è rimasto ucciso e un altro ufficiale ferito mentre ci sarebbero almeno sette morti tra i terroristi tra i quali un importante capo dell'ala militare di Hamas.
Tutto sembra essere nato da una operazione condotta dalla intelligence militare israeliana nella città di Khan Younis, all'interno della Striscia di Gaza. Le unità speciali israeliane che viaggiavano a bordo di un mezzo civile sarebbero state scoperte dai terroristi di Hamas. Ne è nato uno scontro a fuoco violentissimo che ha dato il via a tutta una serie di eventi che rischiano di sfociare in un conflitto aperto....

(Rights Reporters, 12 novembre 2018)


Abu Mazen: Trump e Hamas falliranno, la Palestina sarà uno Stato unico

Nel giorno dell'anniversario della morte di Yasser Arafat, Abu Mazen ne ha ricordato la lunga lotta per i diritti dei palestinesi.

Il presidente Abu Mazen da Ramallah, in Cisgiordania, ha denunciato il Piano di pace di Donald Trump e il comportamento di Hamas a Gaza per i soldi del Qatar arrivati dalla Striscia: "l'Accordo del secolo dell'amministrazione Trump" ha detto Abu Mazen, "non passerà, come falliranno le manovra di Hamas per fermare l'insediamento di un unico stato palestinese".
Abu Mazen ha rivolto le sue accuse nel discorso di commemorazione del 14/o anniversario della morte di Yasser Arafat, l'11 novembre del 2004 in Francia. "Qui siamo e continueremo a lottare per il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese e la creazione di uno stato indipendente". Abu Mazen ha parlato nella sede della Muqata, il palazzo presidenziale di Ramallah dove c'e' la tomba di Arafat e sulla quale il presidente palestinese ha deposto una corona di fiori. Abu Mazen nel suo discorso ha poi ricordato la "lunga lotta di Abu Ammar (Arafat)" per i diritti dei palestinesi.

(globalist, 11 novembre 2018)



Kochavi, il predestinato in divisa

Kochavi è il candidato più probabile per il posto di Capo di Stato Maggiore dell'esercito
Aviv Kochavi, attuale vice del capo di Stato Maggiore Cadi Eisenkot. è il candidato che il ministro della Difesa Avigdor Lieberman vuole alla guida dell'esercito israeliano. A fine ottobre Lieberman ha presentato ufficialmente la candidatura di Kochavi, considerato un predestinato a questo ruolo. Classe 1964, ha servito nelle fila di Tsahal su tutti i fronti caldi e, scrivono diversi media israeliani, nessuno oggi conosce meglio di lui le minacce che circondano Israele: da Hamas a Hezbollah, dai palestinesi in Cisgiordania all'Iran fino al pericolo della guerra 2.0. Per poter succedere ad Eisenkot, il cui mandato scadrà il 31 dicembre. Kochavi dovrà ottenere il benestare di una commissione di controllo ufficiale e poi del gabinetto di governo.
   Il suo curriculum, dal punto di vista militare, è di alto profilo: negli ultimi due anni è stato vice capo di stato maggiore e in precedenza è stato comandante della divisione di Gaza, capo della divisione operativa dello Stato maggiore, capo dell'intelligence militare e capo del comando del Nord.
   Nel 1998, dopo aver conseguito il master alla Harvard University negli Stati uniti, venne nominato comandante della divisione orientale dell'unità di collegamento per il Libano e servì sotto il comando del generale di brigata Erez Gerstein, ucciso nel marzo 1999 da una bomba di Hezbollah posta sul ciglio di una strada. "In generale, l'intero periodo in Libano fu molto formativo - ha raccontato in passato Kochavi - Era la prima volta che ero al comando per quasi due anni in una zona di combattimento molto intensa, e ho affrontato tutti i dilemmi che esistono nelle situazioni di combattimento in generale, e nella lotta al terrorismo e alla guerriglia nelle aree urbane in particolare".
   Nel 2002, dopo l'attacco terroristico palestinese al Park Hotel di Netanya in cui morirono 30 persone e 140 furono ferite, il Primo ministro Ariel Sharon lancia l'operazione Defensive Shield in Giudea e Samaria (West Bank). Kochavi è comandante del corpo dei Paracadutisti e avrà un ruolo centrale nel conflitto, guidando la missione Masa Tzva'im nel campo profughi di Balata. Qui, per evitare che i suoi uomini siano presi di mira dai cecchini palestinesi, Kochavi idea uno stratagemma: passare attraverso i muri. "Non c'è quasi nessun posto nel campo su cui i nostri piedi non abbiano camminato - affermò allora Kochavi - Il nostro messaggio è chiaro: troveremo ogni terrorista, non importa dove si trovi. Anche se dovessimo attraversare i muri. I soldati hanno evitato strade, porte e finestre dove sapevano che il nemico li avrebbe aspettati. Invece, hanno fatto saltare in aria pareti, soffitti e pavimenti, e in questo modo si sono spostati attraverso l'intero campo". Le informazioni che Tsahal ha raccolto durante quell'operazione nel campo profughi di Balata furono un elemento chiave per l'intera operazione nella West Bank.
   Nel 2005, il brigadiere generale Shimon Naveh presentando un modello di guerra urbana nell'era postmoderna in una conferenza a Barcellona, racconta il Jerusalem Post, prese come esempio la missione nel campo profughi di Balata. "Kochavi ha pensato ad ogni potenziale problema prima dell'operazione. La sua capacità di concettualizzare gli aspetti tattici e strategici della missione fu incredibilmente sviluppata. capì che le strategie militari che erano state implementate fino ad allora non avrebbero funzionato in questa situazione, e quindi spettava a lui trovare qualcosa di nuovo". "I soldati - spiegava Naveh - si muovevano come api. Kochavi divise la divisione in 13 squadre, che entravano tutte contemporaneamente nel campo come uno sciame. In questo modo, i residenti erano costretti a scendere in strada e venivano uccisi o catturati. Le forze di difesa israeliane subirono una sola vittima, e fu causata da fuoco amico".

(Pagine Ebraiche, ottobre-novembre 2018)


Netanyahu: non esiste una soluzione diplomatica per Gaza

GERUSALEMME - Israele sta facendo del proprio meglio per prevenire "inutili guerre" con la Striscia di Gaza, ma "non esiste una soluzione diplomatica" con i leader di Hamas. Lo ha detto oggi da Parigi il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. "Non esiste una soluzione diplomatica per Gaza, così come non esiste una soluzione diplomatica per lo Stato islamico", ha detto. E ancora: "Sto facendo tutto il possibile per evitare una guerra inutile", ricordando la morte di milioni di persone durante la Prima guerra mondiale come un esempio di insensata guerra sanguinosa. "Non ho paura della guerra se è necessaria, ma voglio evitarla se non è necessaria", ha concluso. Le dichiarazioni di Netanyahu giungono in concomitanza con la mediazione da parte delle Nazioni Unite e dell'Egitto per raggiungere una tregua tra Israele e Hamas.

(Agenzia Nova, 11 novembre 2018)


Leggi razziali in Italia, cosa stabilivano e contro chi furono emanate

I 180 decreti che privarono gli ebrei di ogni libertà

Quando si parla di leggi razziali, ci si riferisce a quell'insieme di norme legislative ed amministrative il cui comune denominatore è la discriminazione razziale: tali norme, varate per la prima volta nella Germania nazista a cavallo tra gli anni '30 e '40 del Novecento, erano principalmente rivolte agli ebrei, agli omosessuali, ai disabili, ai Rom, agli afro-tedeschi ed ai Testimoni di Geova. Sarà questo il seme da cui avrà origine il genocidio messo in atto dalla Germania nei confronti delle minoranze "non gradite" dai nazisti per ragioni politiche o razziali, noto con il nome di Shoah.
  Sulla scia delle cosiddette "leggi razziali antisemite" tedesche, qualche anno più tardi furono applicate in Italia le leggi razziali fasciste: Benito Mussolini ne annunciò per la prima volta il contenuto il 18 settembre 1938 a Trieste, davanti al Municipio in Piazza Unità d'Italia. Il presupposto su cui si fondavano le leggi razziali era la teoria, rivelatasi priva di qualunque valore scientifico, dell'esistenza della razza italiana e della sua appartenenza alla categoria, tanto inesistente quanto assurda, delle cosiddette razze ariane.
  Il Regio decreto legge n. 880, entrato in vigore nel 1937, che vietava il madamismo (l'acquisto di una concubina) e il matrimonio fra italiani e "sudditi delle colonie africane", fece da apripista ad altre leggi di stampo razzista promulgate dal parlamento italiano.

 Il "Manifesto della Razza", base ideologica della legge razziale
  Pubblicato inizialmente in forma anonima sul Giornale d'Italia il 14 luglio 1938, con il titolo "Il Fascismo e i problemi della razza", il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della Razza fu ripubblicato il 5 agosto del '38 sul primo numero della rivista "La difesa della razza" e firmato stavolta da 10 scienziati.
  Il testo del manifesto era costituito da dieci punti in cui veniva analizzata la questione razziale secondo la politica fascista: si sosteneva l'esistenza delle razze umane e di grandi e piccole razze; si definiva il concetto di razza come concetto puramente biologico; si affermava che l'origine della popolazione italiana era per la maggior parte ariana; si sosteneva che, a differenza di altre nazioni europee, in Italia la composizione razziale di allora era la stessa di mille anni prima data la mancanza, dopo l'invasione dei Longobardi, di significativi movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione; si dichiarava l'esistenza di una pura razza italiana data da un'antica purezza di sangue; si esortava gli italiani a proclamarsi razzisti e a trattare la questione da un punto di vista puramente biologico senza intenzioni filosofiche o religiose; veniva fatta una netta distinzione tra i mediterranei d'Europa (occidentali) e quelli orientali e africani; si negava l'appartenenza degli ebrei alla razza italiana; era definita inammissibile l'unione degli italiani con qualunque razza extra-europea, portatrice di valori diversi rispetto a quelli ariani.

 Leggi razziali in Italia: cosa stabilivano?
  Il 5 settembre del 1938 il Regio Decreto Legge 1340, voluto da Mussolini e firmato dal re Vittorio Emanuele III, stabiliva l'allontanamento di alunni ed insegnanti ebrei dalle scuole italiane, in nome della "difesa della razza nella scuola fascista". Considerando anche i ricercatori e gli studiosi, furono espulse più di trecento persone, tra cui molti intellettuali di spicco, come Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Franco Modigliani, Arnaldo Momigliano.
  Solo quando fu annunciato l'armistizio tra l'Italia e gli Alleati, l'8 settembre del 1943, si giunse all'abrogazione delle leggi razziali, grazie ad una clausola posta proprio dagli Alleati: "Tutte le leggi italiane che implicano discriminazioni di razza, colore, fede od opinione politica saranno, se questo non sia già stato fatto, abrogate, e le persone detenute per tali ragioni saranno, secondo gli ordini della Società delle Nazioni, liberate e sciolte da qualsiasi impedimento legale a cui siano state sottomesse". Tuttavia, fu solo tra il 1944 e i 1947 che si ebbe la cancellazione della legislazione razzista e antisemita: la prima deliberazione in tal senso fu opera del governo Badoglio e risale al 20 gennaio 1944. Si intitolava "Disposizioni per la reintegrazione nei diritti civili e politici dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica o considerati di razza ebraica".
  In cinque anni furono emanate circa 180 leggi razziali in Italia. Fino alla loro abolizione, gli ebrei non erano più stati considerati cittadini come tutti gli altri. Ciò vuol dire perdere i diritti civili e politici: dal più banale, come possedere una radio, andare in spiaggia o partecipare a gare sportive, ai più sacri, come poter studiare, svolgere liberamente la propria professione o non essere ingiustamente privati della patria potestà sui propri figli. Sembra assurdo, ma tutto questo accadeva nel nostro Paese meno di un secolo fa. In nome di un'astrusa quanto scellerata catalogazione degli individui, che presupponeva l'esistenza di razze umane distinte, tra l'indifferenza e la rassegnazione di coloro che si lasciavano affabulare dalle parole o zittire dalla paura del "diverso", fu consentita l'attuazione di tali leggi razziali, il primo tragico passo verso la pagina più brutta della storia italiana e mondiale.

(Eroica Fenice, 11 novembre 2018)


Calcio - Finge di soccorrere il compagno e segna

Clamoroso gesto di "finto" fair play di Habib Habibou, calciatore del Maccabi Petah Tikva.

Ha del clamoroso quanto accaduto in Israele durante la partita tra Netanya e Maccabi Petah Tikva. L'attaccante degli ospiti Habib Habibou si è reso protagonista di un gesto tutt'altro che nobile nel fine della partita vinta per 1-0 proprio grazie ad un suo gol.
Habibou era fermo nell'area avversaria per soccorrere un compagno di squadra steso a terra. Il gioco prosegue e dalla destra arriva un traversone velenoso non trattenuti dal portiere del Netanya: palla per Habibou che in pochi secondi vede la sfera e la deposita in rete prima di tornare dal compagno di squadra infortunato.

(Tuttocalcio, 11 novembre 2018)


Intesa su Gaza. Ecco come si incastrano le tessere del mosaico

L'accordo, perseguito da Egitto e Qatar, dovrebbe prevedere l'allentamento dell'embargo e la fine delle ostilità. La settimana prossima una delegazione di Hamas si recherà in Egitto per discutere dei termini della tregua.

di Giovanni Quer

Il Qatar ha effettuato il primo pagamento a Hamas, nell'ambito di quella che è ritenuta l'intesa su Gaza. 15 milioni di dollari in contanti, portati a Gaza dal mediatore del Qatar Muhammad al-Amadi, prima tranche di un totale di 90 milioni di dollari (riporta l'Afp). Hamas può finalmente pagare i propri dipendenti, mentre annuncia che non c'è nessuna intesa con Israele, ma un accordo con l'Egitto, una "vittoria per la dirigenza".
   L'Autorità Palestinese condanna l'intesa. In un articolo pubblicato su Wafa News, si accusa Hamas di "vendere il sangue dei palestinesi", di cedere a un "accordo con Satana", di fare il gioco dei piani "sionisti-americani" per "minare il progetto nazionale" palestinese. A Gaza il convoglio di Muhammad al-Amadi è stato accolto a sassate da attivisti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, sostiene Hamas.
   L'intesa, perseguita da Egitto e Qatar, dovrebbe prevedere l'allentamento dell'embargo e la fine delle ostilità. La settimana prossima una delegazione di Hamas si recherà in Egitto per discutere dei termini della tregua.
   Israele ha poche speranze riguardo all'intesa con Gaza. Gli scontri al confine con Gaza continuano (12.000 partecipanti), e solo ieri un palestinese da Gaza si è infiltrato verso Israele e ha dato fuoco a delle serre agricole in una comunità israeliana al confine nord di Gaza. Un'iniziativa di giovani studenti israeliani delle comunità al confine con Gaza è iniziata questa settimana con una manifestazione di protesta a Gerusalemme, alla quale ha partecipato anche il presidente Rivlin. I giovani studenti chiedono al governo che si riporti la tranquillità nell'area, "perché almeno i nostri fratelli più piccoli possano vivere una vita normale che a noi è stata negata".
   Gerusalemme pare però preferire mantenere Hamas al potere o forse pare non avere una politica strutturata. Nei mesi scorsi alcuni leader del Gabinetto di sicurezza paventavano l'ipotesi di una risposta militare più estesa per riportare la calma ai confini con Gaza, ma l'opzione militare è stata scartata. Ora Israele si accorda con il Qatar per il trasferimento di denaro a Hamas e anche per una parziale apertura dei confini marittimi di Gaza, che rimarranno comunque sotto controllo navale israeliano.
   Ramallah vede il gesto del Qatar e la determinazione egiziana come una circonvenzione delle sanzioni imposte su Hamas e di sicuro indebolisce il già precario potere politico dell'Autorità, che continua la politica isolazionista (nessuno spiraglio di dialogo con Israele, boicottaggio degli Stati Uniti).
   Dopo la visita di Netanyahu in Oman e della ministra della Cultura ad Abu Dhabi (visti come gesti di "normalizzazione") Ramallah si sente ancor più isolata, abbandonata anche dal mondo arabo, e perciò guarda con sempre più speranza all'Unione Europea e alle organizzazioni internazionali perseguendo la tradizionale politica di demonizzazione e criminalizzazione di Israele. Ma anche l'Europa sta cambiando: dall'anno scorso alcuni Stati europei, tra cui Danimarca e Svizzera, hanno ridotto i finanziamenti ad associazioni palestinesi politicizzate, mentre la Norvegia ha annunciato l'anno scorso che avrebbe tagliato i fondi ad alcuni gruppi palestinesi. Anche in altri Paesi vi sono iniziative simili, e l'Autorità considera questi cambiamenti come una perdita del tradizionale sostegno incondizionato al discorso politico palestinese.
   Una tregua con Hamas è di beneficio a Israele e all'Egitto, che non vuole problemi al confine sud. Una calma relativa a Ramallah è di beneficio a Israele e alla Giordania, che non vuole il rafforzamento di movimenti sovversivi anti-regime in nome della propaganda palestinese. Ma l'Autorità Palestinese, che si sente circondata e abbandonata, può cedere a scelte politiche estreme. Hamas, per contro, potrebbe limitarsi, nell'ambito di una tregua, a urlare invettive contro Israele, lasciando il grilletto alle altre organizzazioni terroristiche che operano a Gaza (Jihad Islamico per esempio).

(formiche, 11 novembre 2018)



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C'è un'intesa tra Israele e Hamas su Gaza

Nelle ultime due settimane sono arrivati nella Striscia gasolio e soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici: l'accordo è stato mediato dall'Egitto e finanziato dal Qatar.

Israele e Hamas hanno trovato un'intesa per ridurre le violenze e le tensioni che proseguivano da mesi nella Striscia di Gaza, territorio controllato proprio dai palestinesi radicali di Hamas. Il piano - mediato dall'Egitto, finanziato dal Qatar e avviato alla fine del mese scorso - prevede l'arrivo nella Striscia di gasolio per azionare un secondo generatore nell'unica centrale elettrica di Gaza, e di soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici impiegati da Hamas. L'obiettivo è quello di fermare la pericolosa escalation di tensione a cui si stava assistendo nella Striscia, e che rischiava di provocare una nuova guerra tra Israele e Hamas: negli ultimi mesi gli scontri al confine e i bombardamenti su Gaza avevano provocato la morte di 170 palestinesi, mentre molti territori sul lato israeliano erano stati danneggiati dal lancio di oggetti e razzi provenienti dalla Striscia.
   Gli effetti dell'intesa hanno già cominciato a vedersi, anche perché la situazione della Striscia era da mesi vicina al collasso.
   L'arrivo di gasolio ha già aumentato in maniera significativa la fornitura giornaliera di elettricità (da poche ore al giorno ad almeno 12), permettendo per esempio a ospedali e aziende di riprendere le loro attività a un ritmo più intenso. Giovedì 8 novembre, Israele ha permesso l'entrata nella Striscia di un'auto con a bordo 15 milioni di dollari in contanti mandati dal Qatar per pagare i migliaia di dipendenti pubblici e agenti di polizia che lavorano nel territorio. Da parte sua Hamas ha iniziato a ridurre l'intensità delle proteste vicino alla recinzione che divide la Striscia da Israele, durante le quali negli ultimi mesi erano stati uccisi diversi palestinesi.
   Gli aiuti delle ultime due settimane, nonostante non ancora ingenti, sembrano essere già molto importanti per la Striscia di Gaza, che da mesi è in una situazione complicatissima. I problemi non derivano solo dall'embargo imposto da Israele ed Egitto, che impedisce l'arrivo di beni di prima necessità nella Striscia, ma anche dall'aggravarsi della crisi nei rapporti tra Hamas e Fatah, fazione politica palestinese considerata molto più moderata rispetto ad Hamas. Da mesi Fatah - che guida l'Autorità Palestinese, il governo palestinese in Cisgiordania - ha tagliato le forniture di energia elettrica alla Striscia e gli stipendi di decine di migliaia di impiegati pubblici, contribuendo a far precipitare la situazione di Gaza.
   Il giornalista David Halbfinger ha provato a capire sul New York Times quali siano i rischi e le pressioni che potrebbero subire in futuro le parti coinvolte nell'intesa.
   Secondo Halbfinger, l'accordo potrebbe mettere in difficoltà sia il governo conservatore israeliano guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, sia la leadership di Hamas. Per Netanyahu il problema potrebbero essere le pressioni che arrivano da destra, cioè dai partiti politici più intransigenti verso Hamas, ma necessari per la sopravvivenza del suo governo. Hamas potrebbe invece essere accusata da altre fazioni radicali di avere "venduto" la causa palestinese. Tuttavia, ha scritto Halbfinger, il gruppo più danneggiato dall'intesa è certamente Fatah, che ha già iniziato a sostenere che qualsiasi accordo che non lo coinvolga è un tentativo di dividere la popolazione palestinese: c'è però da considerare che Fatah e il suo leader, il presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas, hanno reso difficile qualsiasi tentativo di riconciliazione con Hamas, imponendo per esempio come precondizione per i colloqui il disarmo del gruppo rivale. Halbfinger ha scritto che molti in Israele credono che Fatah vedrebbe di buon occhio una nuova guerra nella Striscia di Gaza, mentre ogni tentativo di cooperazione tra Hamas e Israele è visto dalla leadership di Fatah come una minaccia seria alla sopravvivenza politica del partito.
   Non è facile dire quanto sollievo porterà l'intesa raggiunta da Israele e Hamas agli abitanti della Striscia di Gaza. Per come stanno le cose oggi, ci si aspetta che nelle prossime settimane Hamas continui a bloccare le forme più aggressive e violente di protesta vicino al confine con Israele, per esempio evitando l'uso di esplosivi, ha detto Basem Naim, ex ministro della Salute di Gaza. In cambio Hamas si aspetta che l'Egitto, cioè il paese che ha mediato l'accordo e che ha facilitato le conversazioni tra le parti, permetta agli abitanti di Gaza di muoversi attraverso il passaggi di Rafah, l'unico che collega la Striscia con l'Egitto; Hamas vorrebbe anche che fosse permesso il passaggio attraverso il territorio israeliano di migliaia di lavoratori di Gaza, cosa che finora il governo di Israele ha sempre negato per ragioni di sicurezza.
   
(il Post, 10 novembre 2018)


Il terrorismo palestinese in Israele ha un unico obiettivo: evitare la pace

Perché tanti attentati terroristici? I dati forniti dal capo del servizio di sicurezza israeliano fanno riflettere

di Ugo Volli

Terrorismo palestinese in Israele. Chi scrive di Israele si trova spesso in un dilemma: bisogna raccontare i tentativi terroristici che sono frequenti e quasi sempre frustrati dalla vigilanza delle forze dell'ordine e dell'esercito, oppure è meglio non cadere nel trabocchetto dei terroristi, che cercano innanzitutto di accedere ai media e basarsi sull'esperienza - del tutto reale - di grande sicurezza che il visitatore prova visitando le città, la natura, i luoghi storici dello stato ebraico? Israele è davvero un paese sicuro, è molto più problematico muoversi in certi quartieri delle città italiana che in una israeliana, nessuno si sognerebbe da noi di frequentare i parchi dopo il buio, quando a Tel Aviv o a Gerusalemme è comunissimo andare a fare sport o a passeggiare anche in tarda serata. La sicurezza del resto è avvertita non solo dagli israeliani, ma anche dai turisti, il cui numero batte tutti i record, mese dopo mese.
  E però qualche giorno fa il direttore del servizio di sicurezza interno israeliano, il famoso Shin Bet (che corrisponde solo a una sigla come S2) è andato a una commissione parlamentare per fare il suo rapporto sullo stato del terrorismo e fra le altre cose ha detto che il suo servizio ha neutralizzato nell'ultimo anno 480 attentati terroristici, oltre a 590 attacchi isolati e ha catturato oltre 200 cellule terroristiche. Sono cifre raccapriccianti. Vogliono dire che ogni giorno che passa, se non ci fosse la vigilanza dei servizi, ci sarebbero tre attacchi sanguinosi. Vogliono dire anche che migliaia di persone, fra arabi israeliani, sudditi dell'autorità palestinese, abitanti di Gaza, sono coinvolte in attività terroristiche. Infine significano che la calma che noi percepiamo e difendiamo è il frutto di un'attività ininterrotta, una lavoro continuo dei servizi di sicurezza. Come del resto il fatto che gli attacchi terroristi compiuti, che non compaiono in questo conto e comunque sono in media almeno uno o due la settimana senza contare gli attacchi da Gaza coi palloni molotov o direttamente con gli assalti al confine che ormai sono spesso compiuti con armi da fuoco e bombe a mano, sono bloccati per lo più dall'esercito o da civili armati.
  Se si fanno i conti, probabilmente il numero degli attacchi non è inferiore a quello delle ondate terroriste dette "intifade". Semplicemente la barriera di separazione, la professionalità dei servizi che oltre a informazioni, intercettazioni, sorveglianza web usa anche algoritmi di intelligenza artificiale, rende molto difficile usare le armi più efficaci e più tracciabili come le cinture esplosive, i mitra e le bombe nei locali pubblici e neutralizza anche i mezzi più facili e disponibili a tutti come i coltelli e le automobili usate contro i passanti.
  Vale la pena di ricordare che l'attività dei servizi israeliani si estende anche all'estero: si è detto che i recenti attentati iraniani sventati in Francia, Germania e Danimarca si siano potuti evitare grazie a informazioni fornite dal Mossad, l'altro servizio israeliano, quello esterno.
  Insomma, il territorio israeliano è oggetto di una ininterrotta aggressione terroristica, che tende a estendersi anche al territorio europeo. Bisogna chiedersi il perché di questa guerra di attentati, che non ha logica politica né strategica. E' dimostrato ormai da decenni che il terrorismo non riesce a danneggiare seriamente il funzionamento economico e politico di Israele né a spaventare la popolazione e perfino i turisti. Dunque non è efficace al livello concreto e materiale. Ma è fortemente praticato, anche perché continuamente incoraggiato da Hamas e dall'Autorità Palestinese, oltre che da Iran e dai suoi mercenari. I terroristi in carcere sono pagati, se muoiono lo sono le loro famiglie, essi ricevono onori, gli si dedicano strade e scuole, sono protagonisti in televisione e nelle scuole.
  La domanda è perché. E la risposta è orribilmente semplice: per evitare la pace. Per impedire l'integrazione. Per creare una barriera di odio fra arabi ed ebrei. Un terrorista cerca di uccidere degli ebrei, qualche volta ci riesce, spesso viene ucciso per fermarlo. Riceve comunque delle condanne e anche le famiglie, di solito complici sono sanzionate dalla giustizia israeliana. Ci sono lutti, danni, memorie atroci. E' un'industria del dolore inflitto, gestita con totale cinismo dall'autorità palestinese. Che potrebbe impedire gli attentati, scoraggiandoli sistematicamente, e in questo caso l'atmosfera sul terreno si rasserenerebbe immediatamente, la vita diventerebbe più facile per tutti; ma al contrario le organizzazioni palestiniste li incoraggiano in tutti i modi. E lo fanno perché il loro senso è questo: non la costruzione di uno stato che cerchi di far vivere meglio possibile i suoi abitanti ma l'odio, la guerra, l'impossibilità di convivere, l'impossibile rivincita contro gli ebrei, la vendetta che prolunga il lutto. La prossima volta che sentite qualcuno chiedere perché non c'è la pace in Medio Oriente, pensateci.

(Progetto Dreyfus, 11 novembre 2018)


Haber, l'ebreo che inventò le armi chimiche

Cento anni fa finiva il primo conflitto mondiale: fondamentale la figura del chimico tedesco che sviluppò la micidiale Iprite l'anna di sterminio che gli valse il Nobel. Fuggì dalle leggi razziali di Hitler ma un suo pesticida fu usato nelle camere a gas.

di Massimo Capaccioli

 
Fritz Haber
Esattamente 100 anni fa, alle 11 del mattino dell'11 novembre 1918, entrò in vigore l'armistizio negoziato a Compiègne dai delegati del Kaiser con gli Alleati. Una settimana prima, a Villa Giusti, nei pressi di Padova, l'Austria s'era arresa agli Italiani. Si chiudeva così, con la clamorosa sconfitta delle Aquile Nere, la Grande Guerra, dopo quasi un lustro di scontri dissennati e di logoranti attese nel fango delle trincee. Un dramma architettato e gestito nel più totale sprezzo della vita umana e con l'impiego criminale di veleni chimici e psicologici. Logorati nel corpo e nello spirito, i reduci dal massacro tornarono a casa per scoprire che, nonostante il sangue versato, l'ottuso odio verso l'altro era semplicemente passato dai campi di battaglia alle piazze. Apparentemente tutto era cambiato. Caduti quattro imperi ritenuti eterni, completata l'unità territoriale dell'Italia, affermata la candidatura degli yenkee a ereditare, senza un adeguato apprendistato come si vede anche oggi, ruolo e rango delle grandi culture della Vecchia Europa. Novità importanti e potenzialmente foriere di un futuro sereno, all'ombra effimera della Società delle Nazioni, promossa con utopica ingenuità da Woodrow Wilson. E invece i milioni di morti avevano fertilizzato il seme del nazionalismo più gretto. Un cancro che in soli vent'anni avrebbe riportato il mondo alla guerra globale, e prima ancora anestetizzato le coscienze di quelli che, per paura o per comodo, non videro o non seppero vedere gli olocausti in Africa, in America Latina, in Germania, in Russia e in Cina.
  Contorsioni di un'umanità che, tra il 1914 e il 1915, aveva inneggiato alla guerra con futuristico entusiasmo, immaginando enormi vantaggi a spese degli altri e al prezzo di minimi sacrifici. Colpa dell'ignoranza e dell'attitudine al plagio, si dirà. Questo è certamente vero, come insegnano millenni di storia. Il popolino è un gregge belante che non pensa, né individualmente e men che meno collettivamente, e che si lascia manovrare con bastone e carota. E gli intellettuali, cioè coloro che invece riflettono con la loro testa - o credono di farlo - e in particolare gli scienziati? Domanda legittima e intrigante. Infatti, se "la guerra è madre di tutte le cose e di tutte è regina", per dirla col greco Eraclito, è altrettanto vero che dall'inizio del Novecento la scienza prese a svolgere negli umani conflitti un ruolo di matrigna, bella sì, ma con la mela avvelenata in mano come nella favola di Biancaneve. "La fisica ha conosciuto il peccato", sarebbe stata la confessione di Robert Oppenheimer, dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki.
  Indubbiamente la Grande Guerra non fu un conflitto genuinamente high-tech, almeno nel significato che questa espressione avrebbe assunto 25 anni dopo, né un determinante stimolo al progresso tecnologico. Fu piuttosto l'esaltazione della seconda rivoluzione industriale. Essa fece leva sulla capacità di organizzare una produzione di massa, con molte innovazioni, frutto più del lavoro dei tecnici che di autentici sviluppi del sapere. Si pensi, per esempio, al proliferare degli aerei, ai dirigibili, ai tank e agli U-boat; alla produzione massiccia di armi pesanti e automatiche, di veicoli su gomma e su ferro, o di chilometriche matasse di filo spinato; al telegrafo; alla gestione dei rifornimenti e delle vettovaglie per milioni di soldati sepolti nelle trincee. In questo contesto come si schierarono gli scienziati dei diversi paesi in guerra, a cominciare dall'Italia? Quali furono i loro ruoli, i loro crimini, e i loro successi? Quale la lezione da imparare, che tuttavia non è stata imparata?
  In una stagione di patriottismi esasperati, mitigata dal buonsenso di pochi, gli uomini di scienza si schierarono per la guerra, o almeno presero le parti del proprio paese contro le pretese degli avversari. Successe in maniera eclatante nella Germania imperiale. Il 4 ottobre 1914, a seguito della generalizzata reazione di condanna per aver violato la neutralità del Belgio nel tentativo di aggirare le difese francesi, 93 intellettuali tedeschi sottoscrissero e diffusero un manifesto per difendere le ragioni del proprio impegno patriottico: "Credete pure che noi combatteremo questa battaglia sino alla fine come un popolo civile, cui l'eredità di un Goethe, di un Beethoven, di un Kant è altrettanto sacra quanto il suo focolare e la sua zolla". Tra i firmatari più illustri, i matematici Felix Klein e Walther Nernst, il chimico Fritz Haber, sulla cui tragica figura ritorneremo a breve, e il celebre fisico Max Planck. Gli inglesi reagirono prontamente. Il 21 ottobre seguente, 150 studiosi stilano un contro-manifesto per denunciare la Germania come "il nemico comune dell'Europa e di tutti i popoli".
  In Italia la situazione era resa più complessa dal sovrapporsi di elementi diversi e in qualche misura contrastanti. Guerra o pace? E se guerra, con chi, visto il sussistere d'un patto di alleanza difensiva con gli Imperi centrali? Ma chi era il nemico naturale e storico se non l'invasore del patrio suolo? Gli scienziati del piccolo Regno d'Italia, pochi e per lo più matematici perché il governo post-unitario non poteva permettersi di investire nelle discipline più costose, si schierarono per la guerra a fianco dell'Intesa, servendo fedelmente il paese dalle aule universitarie e dalle trincee del Carso. Uomini veri e grandi studiosi come Vito Volterra, Federigo Enriquez, Tullio Levi Civita e Gregorio Ricci Curbastro, che presero posizione per le ragioni espresse con lucida semplicità da Salvatore Pincherle subito dopo la fine del conflitto: "All'indomani del giorno fatale in cui le Potenze Centrali, svelando ad un tratto un disegno lungamente preparato, scatenavano sul mondo esterrefatto un turbine i cui orrori hanno sorpassato ogni immaginazione, i maggiori dotti della Germania, i capi di quell'esercito della scienza che si riteneva non conoscesse confini di nazioni, gettavano la maschera al pari dei loro governanti; ed un manifesto celebre che, se le idee cui s'ispira dovessero prevalere, segnerebbe davvero la bancarotta della scienza, dichiarava che le dottrine valgono in quanto giovano ad attuare quelle idee di egemonia che il militarismo tedesco si preparava a tradurre in realtà". Un j'accuse ex post non diverso da quello ex ante del matematico francese in una lettera all'amico Volterra: "La ringrazio molto vivamente per i suoi calorosi auguri per il trionfo della Francia sui barbari, la cui condotta richiama le invasioni di un tempo. Il Tedesco, come ho sempre pensato, è civilizzato solo in apparenza; nelle cose più piccole è grossolano e privo di tatto, e molto spesso un complimento di un Tedesco si traduce in una gaffe enorme. Amplifichi questa grossolanità innata e avrà gli orrori che noi vediamo oggi. Inoltre, manca di franchezza e si serve di un groviglio filosofico per giustificare i suoi crimini; è tempo ormai che questo immenso orgoglio sia abbattuto e che l'Europa possa respirare per un secolo. Tutta l'Europa dovrebbe sollevarsi contro questi nuovi Vandali che pensano di sottomettere tutte le nazioni". Una sola voce illustre fuori dal coro, quella di Benedetto Croce, filogermanico convinto.
  In questa saga dei più alti valori e dei massimi orrori, dalla più fitta nebbia della ragione emerge la figura di Fritz Haber, carnefice e vittima di quella follia collettiva che trasforma l'homo sapiens in carne da cannone. Era nato da famiglia benestante di religione ebraica perfettamente inserita nel tessuto sociale prussiano. Laureatosi in chimica con prestigiosi maestri, iniziò a lavorare ai fertilizzanti azotati, scoprendo un meccanismo di sintesi dell'ammoniaca. Era la chiave di volta per risolvere il problema della fame e delle carestie in un mondo sempre più brulicante di bocche da sfamare. Fritz era ormai avviato a diventare un grande benemerito dell'umanità quando scoppiò la guerra. Convinto che "in tempo di pace uno scienziato appartenga al mondo, in tempo di guerra alla sua patria", si arruolò volontario con il grado di capitano, mettendo il proprio straordinario talento a servizio della causa prussiana. Serviva un'arma nuova per stanare gli avversari dalle loro trincee. "Scienza e industria devono essere al servizio della guerra, sfornando nuove armi per sbloccare lo stallo sul Fronte Occidentale", aveva dichiarato il comandante in capo Erich von Falkenhayn. Così Haber sviluppò la micidiale Iprite, il gas mostarda che egli sperimentò personalmente sul campo di battaglia, prima contro i Russi e poi contro l'Intesa. Per il dolore, la moglie, anche lei chimica, si suicidò sparandosi al cuore. Nonostante questi crimini, un'umanità dimentica gli concesse il premio Nobel nel 1918, negandolo ancora per tre anni ad Einstein che invece era stato contro la guerra. Poi venne il nazionalsocialismo e Haber entrò nel mirino di Hitler. Le leggi raziali naziste lo costrinsero a emigrare, nonostante la mediazione tentata da Max Planck, cui Hitler rispose: "Se la scienza non può fare a meno degli ebrei, noi in pochi anni faremo a meno della scienza". Morì nel 1935, nel viaggio verso la Palestina. Nel frattempo aveva sintetizzato un pesticida per l'agricoltura che venne usato efficacemente nei campi di sterminio tedeschi. Qualche volta la sorte è persino più cattiva degli uomini.

(Il manifesto, 11 novembre 2018)


La campagna iraniana per portare Jeremy Corbyn a Downing Street

Sapevamo dei sospetti sulle interferenze russe nelle presidenziali USA e nel referendum sulla Brexit. In merito sono state scritte tonnellate di parole. Quello che non potevamo sapere (anche se lo dovevamo sospettare) era l'interesse iraniano per prossimo inquilino di Downing Street.
A rivelare l'interesse di Teheran alla politica britannica e in particolare a favorire l'ascesa di Jeremy Corbyn è il The Jewish Chronicle che con un articolo di Daniel Sugarman ci racconta come Russia e Iran cerchino, attraverso i social media, di portare Corbyn a Downing Street in quanto ritenuto "amico" di Teheran e utile alla causa russa.
Il The Jewish Chronicle pone l'accento su migliaia di Twitt di provenienza russa e iraniana (soprattutto su questi ultimi) i quali supportano apertamente Jeremy Corbyn. Pure su Facebook gli iraniani sono molto attivi nel promuovere il capo dei laburisti britannici con pagine apparentemente britanniche come "The British Left" ma gestite da iraniani attraverso le quali veicolare messaggi a favore del leader laburista giudicato "molto amichevole" nei confronti dell'Iran....

(Rights Reporters, 11 novembre 2018)


Un rapporto in evoluzione

Una manifestazione cinese a favore dei rapporti con Israele
Per 30 anni, a partire dal 1948, Israele a lungo non ha avuto rapporti favorevoli con la Cina. All'epoca, Israele faceva parte di un'alleanza anticomunista, e la Cina era tra i sostenitori della causa palestinese. Questo aveva reso le relazioni tra due nazioni tese, anche se le preoccupazioni della Cina si sono poi spostate verso il Vietnam, la Russia e la Corea. Dopo il 1978, le due nazioni hanno invece stabilito un legame proficuo e dagli anni '90 la Cina è diventata un partner strategico di Israele in Asia. Gli scambi bilaterali tra le due nazioni si sono intensificati e sono saliti a un livello importante. Nel 2017 i due paesi hanno deciso di accelerare le procedure per la creazione di una zona di libero scambio e realizzare un "corsia preferenziale" per gli investitori cinesi ed israeliani. Importante anche il settore del turismo: in particolare Gerusalemme ha lavorato per attirare sempre più turisi dall'Estremo Oriente e nel 2016 si è registrato un aumento del 66 per cento rispetto all'anno precedente di arrivi dalla Cina.


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Attenti all'influenza cinese

 
Nelle scorse settimane l'autorevole settimanale britannico The Economist ha lanciato l'allarme sui crescenti rischi che l'intensificarsi dei rapporti commerciali tra Cina e Israele pone per la sicurezza nazionale di Israele. Il problema di fondo è che le imprese israeliane che esportano e importano con la Cina sono soggette a pochi controlli da parte delle autorità civili e militari. Due sono le forme di interscambio che suscitano maggiori preoccupazioni.
   In primo luogo vi è il timore che la Cina arrivi a controllare delle infrastrutture strategiche in Israele e sfrutti tale controllo per attività di spionaggio. L'esempio più eclatante è il porto di Haifa, dove nel 2015 un'impresa cinese (l'autorità portuale di Shanghai) ha vinto una gara per la costruzione di un nuovo terminal per il trasporto marittimo e da qualche mese ha iniziato i lavori per realizzarlo. Il problema risiede nel fatto che Haifa è il principale porto israeliano ed ospita la flotta militare del paese, inclusi i sommergibili nucleari. Ciononostante e sorprendentemente, l'accordo con l'impresa cinese non è mai stato discusso né tantomeno approvato dal Governo o dal Consiglio per la sicurezza nazionale.
   La seconda preoccupazione riguarda il trasferimento di tecnologia militare israeliana alla Cina. Su richiesta pressante degli Stati Uniti, dal 2005 Israele ha cessato la vendita di armamenti alla Cina. Tuttavia, vi è una zona grigia rappresentata dalla cosiddetta tecnologia a "duplice utilizzo", civile e militare, come l'intelligenza artificiale oppure i prodotti per la sicurezza informatica (cyber-security): queste tecnologie possono essere infatti utilizzate per la sorveglianza o per lo spionaggio militare.
   A peggiorare le cose vi è il fatto che la Cina è il principale partner commerciale dell'Iran, a cui fornisce anche armamenti e tecnologia nucleare: in altre parole, Israele potrebbe risultare fornitore indiretto di tecnologia militare al suo arcinemico Iran. Perché le autorità israeliane non pongono rimedio a questa pericolosa e imbarazzante situazione? Negli ultimi anni l'interscambio commerciale tra Israele è cresciuto a ritmi vertiginosi, anche su iniziativa del primo ministro Netanyahu. Il suo timore è che un eccesso di controlli possa rallentare questo interscambio: è per questo motivo che di recente si è opposto all'istituzione di una Agenzia statale per il controllo degli accordi commerciali con la Cina. In questo vuoto di controlli, la sorveglianza è affidata alle stesse imprese israeliane che, ovviamente, hanno pochi incentivi ad autolimitarsi.

(Pagine Ebraiche, ottobre-novembre 2018)




Dio li ha abbandonati all’impurità e a passioni infami

L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, perché, pur avendo conosciuto Dio, non l’hanno glorificato come Dio, né l’hanno ringraziato; ma si son dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d’intelligenza si è ottenebrato. Benché si dichiarino sapienti, son diventati stolti, e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
Per questo Dio li ha abbandonati all’impurità, secondo i desideri dei loro cuori, in modo da disonorare fra di loro i loro corpi; essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen.
Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura; similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento.
Siccome non si sono curati di conoscere Dio, Dio li ha abbandonati in balìa della loro mente perversa sì che facessero ciò che è sconveniente; ricolmi di ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di contesa, di frode, di malignità; calunniatori, maldicenti, abominevoli a Dio, insolenti, superbi, vanagloriosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza affetti naturali, spietati. Essi, pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette.

Dalla lettera dell'apostolo Paolo ai Romani, cap. 1

 


In aumento in Francia le aggressioni contro i cittadini ebrei

In un post pubblicato su Facebook, il primo ministro Edouard Philippe, suona il campanello d'allarme: nei primi nove mesi del 2018, gli atti antisemiti sono cresciuti del 69%, dopo i due anni precedenti in calo. «Ogni aggressione perpetrata contro uno dei nostri compatrioti perché ebreo risuona come una nuova rottura dei cristalli», afferma il premier, a 80 anni esatti dalla Notte dei Cristalli, il pogrom condotto dai nazisti contro gli ebrei in tutta la Germania, nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938. «Siamo molto distanti dall'esserci liberati dell'antisemitismo». Dopo un 2015 da record, le manifestazioni di odio contro gli ebrei erano calate del 58% nel 2016 e del 7% nel 2017. Ora, invece, una nuova inversione di tendenza, con una progressione del 69%.

(La Stampa, 10 novembre 2018)


Hamas, i giorni della rabbia valgono 15 milioni di dollari

Confine turbolento Il Qatar manda i soldi, l'organizzazione si impegna a tenere bassa la protesta, Fatah attacca: "Ha sfruttato la sofferenza".

di Fabio Scuto

 
Osama Qawasmi, portavoce di Fatah
E' stato un venerdì diverso nella Striscia di Gaza. Animazione per le strade, lungo la lingua d'asfalto sulla costa che arriva fino a sud, fino a Rafah, la città tagliata in due dal confine con l'Egitto. La notizia ha percorso la Striscia come un fulmine. I frutti dell'accordo raggiunto al Cairo - fra Hamas e le altre fazioni palestinesi di Gaza, e Israele con l' Anp di Abu Mazen a fare da spettatore - grazie alla mediazione dell'Egitto e alla "generosità" dell'emirato del Qatar sono arrivati. Stipati in quattro valigie di quart'ordine, 15 milioni di dollari in contanti pagheranno gli stipendi ai dipendenti pubblici da mesi senza salario, una prima boccata d'ossigeno per un territorio devastato dalle guerre e dalla miseria nera. Mohammed Al Amadi, "l'ambasciatore" del Qatar a Gaza, è tornato l'altra notte nella Striscia con in tasca gli esiti della lunga trattativa, Israele acconsente al pagamento dei dipendenti pubblici, all'acquisto di gasolio per far funzionare la centrale elettrica, in cambio Hamas e le fazioni si impegnano a mantenere basso il tasso di violenza lungo i 37 km di frontiera con lo Stato ebraico e a ridurre il numero di aquiloni incendiari che hanno devastato le coltivazioni nel sud del Paese.
   Uno dei portavoce di Fatah, Osama Qawasmi - citato dall'agenzia Wafa - ha detto che "Hamas ha sfruttato i bambini e le donne di Gaza e approfittato della sofferenza del popolo palestinese accettando senza il minimo dubbio", le richieste americane e sioniste, approvando "il principio di 'sangue per denaro"'.
   Dopo sei mesi di manifestazioni, costati 200 vite e 16.000 feriti, è iniziata una hudna, tregua di 6 mesi - al ritmo di 15 milioni di dollari al mese - da perfezionare con l'allentamento dell'embargo israeliano e l'ingresso nella Striscia di altri genere di prima necessità. Una delegazione egiziana era ben visibile ieri nella zona di Khan Younis per osservare Hamas fare la sua magia sui manifestanti. C'erano meno manifestanti, mantenevano una distanza maggiore dal Muro. La conclusione, sia egiziana che israeliana, è che Hamas non solo è in grado di innescare lo scontro ma può anche regolarne l'intensità. Se vuole, in migliaia torneranno a confrontarsi come nei mesi scorsi con l'Idf lungo la frontiera, se invece lo ritiene, può fermare gli attacchi alla barriera.
   Nei giorni scorsi già si percepiva un'atmosfera di cambiamento, soprattutto nella vita quotidiana, causato da un aumento della fornitura di energia elettrica fino a 12-16 ore al giorno. È la fornitura giornaliera più lunga per gli abitanti di Gaza dalla guerra del 2014, più del doppio della media giornaliera dello scorso anno, da quando l'Anp di Abu Mazen impose sanzioni contro Hamas dopo il fallimento della "riconciliazione". La luce è arrivata grazie a una fornitura di carburante pagata sempre dal Qatar. La relativa calma lungo il confine nella scorsa settimana ha consentito ai camion di carburante di entrare nella Striscia attraverso il valico israeliano di Kerem Shalom.
   È arrivata l'elettricità, sono arrivati i primi (pochi) soldi per gli stipendi. I gazawi tornano a sperare che il peggio sia alle spalle.Nessuno dei boss di Hamas si è visto in giro negli ultimi giorni, ma i loro "uomini di fiducia" hanno fatto circolare progetti che prevedono la creazione di 10.000 nuovi posti di lavoro per laureati (il 56% è disoccupato). Con i soldi arrivati dal Qatar verranno pagati il 60% dei salari ai dipendenti pubblici (350 euro) e verrà data una sovvenzione della metà a 5.000 famiglie i cui componenti sono rimasti feriti durante le proteste iniziate a marzo. Mai s'erano visti per le strade di Gaza tanti mendicanti all'angolo di ogni strada, alle uscite delle scuole, agli angoli dei mercati. L'economia di Gaza è in ginocchio, i settori trainanti - pesca, economia e edilizia, sono bloccati, l'Unrwa - l'agenzia Onu che assiste un milione su due di abitanti ha iniziato a ridurre il personale locale e da quattro mesi Hamas non paga gli stipendi. Economia ferma e disoccupazione alle stelle, una miscela che come una bomba poteva esplodere in faccia a Hamas. Se lo aspettavano per motivi diversi anche Israele e l' Anp di Abu Mazen. Non è successo.
   Il presidente egiziano al Sisi ha dovuto faticare molto per far "ingoiare" al presidente palestinese i termini dell'accordo, che di fatto riconoscono in Hamas l'interlocutore per Gaza - anche per Israele - mandando in soffitta i sogni della riconciliazione palestinese.
   Sarebbe facile farsi contagiare dall'euforia che si avverte a Gaza City sulla Omar Mukhtar, nei giardini davanti all'università, nelle conversazioni che si colgono per la strada, ma la speranza anche a Gaza non costa niente.

(il Fatto Quotidiano, 10 novembre 2018)


Le linee rosse che l'Europa deve rispettare contro l'antisemitismo in crescita

I risultati dei lavori della European Jewish Association

di Daniel Mosseri

BRUXELLES - Ottant'anni dopo una delle crisi peggiori, il malato non è ancora in remissione. Anzi, le ricadute sono cicliche, né i dottori sembrano molto capaci. Il malato è l'Europa e il male è l'antisemitismo, così difficile da estirpare sia per mancanza di volontà sia perché si tratta di un virus antico e versipelle. Un male capace di infettare in primis chi sostiene di amare gli ebrei, salvo odiare Israele, che degli ebrei è lo stato. Nell'ottantesimo anniversario della Kristallnacht - eufemismo che rimanda a vetrine in frantumi ma i morti ammazzati furono centinaia-l'allarme per una volta viene dalla Francia. "Dopo essere calati per due anni, gli atti di odio antiebraico sono aumentati del 69 per cento nei primi otto mesi del 2018", ha twittato il primo ministro Edouard Philippe. Citando le esortazioni di Elie Wiesel a combattere l'indifferenza, Philippe ha annunciato la creazione di una commissione contro l'odio online. I social media si confermano i vivai più fertili per la diffusione di contenuti antisemiti e anche l'ultimo rapporto della FRA, l'Agenzia Ue per i diritti fondamentali, raccomanda a molti paesi, Italia inclusa, di istituire un meccanismo coerente di raccolta dei dati per registrare sistematicamente gli episodi di odio razzista e di applicare le sanzioni pertinenti.
   In questi giorni un'iniziativa di rilievo è partita anche dal basso. Presieduta dal rabbino Menachem Margolin, la European Jewish Association - sigla delle principali organizzazioni ebraiche attive sul continente - ha lavorato per due giorni a Bruxelles alla stesura di alcune "linee rosse" da presentare ai partiti politici in lizza alle europee di giugno 2019. Il principio ispiratore è semplice: anziché commemorare i morti di ieri e prepararsi a piangere quelli di domani, l'Europa garantisca la vita ebraica sul suo territorio. Una necessità resa ancora più forte dall'arrivo di centinaia di migliaia di cittadini extra Ue. Persone che, ha ricordato il rappresentante della Commissione Ue contro l'antisemitismo Katharina von Schnurbein, presente ai lavori dell'Eja, "devono riconoscere che la vita ebraica è una componente dell'Europa, a prescindere dal conflitto israelo-palestinese". Colpisce poi una premessa dell'Eja: "Così come sono le donne a definire cosa costituisce molestia sessuale e ai neri dire cosa sia il razzismo, agli ebrei deve essere permesso di definire l'antisemitismo". Premessa lapalissiana quanto necessaria in un'Europa affetta da un corbinismo che, non pago di essere antisionista, pretende di dire agli ebrei a che età debbano circoncidere i loro figli o se possono mangiare carne kasher.
   Le linee rosse stilate dall'Eja chiedono l'esclusione dai governi dei partiti che sostengono l'antisemitismo secondo la definizione dell'Ihra e risoluzioni vincolanti contro il Bds. Un obiettivo realistico: in Francia le discriminazioni contro l'origine nazionale delle persone sono vietate dall'articolo 225 del codice penale, "il che ci permette un maggiore ricorso all'autorità giudiziaria", ha ricordato al Foglio il presidente degli universitari francesi ebrei Sacha Ghozlan. Se la Francia farà scuola ci sarà da essere ottimisti. Eppure nel corso di un incontro al Pe, la delegazione Eja ospite del deputato italiano Stefano Maullu (FI) ha sentito il deputato slovacco Boris Zala (Pse) dire "negli ultimi decenni la Chiesa cattolica ha dovuto fare tante rinunce in nome del rispetto dei diritti dell'uomo: le comunità ebraiche si preparino a fare altrettanto". L'Eja chiede anche che in ogni stato sia istituito un rappresentante speciale contro l'antisemitismo. "E' una questione di efficacia della nostra azione", ci ha spiegato Margolin. "Non possiamo rivolgerci al ministero della Sanità per le circoncisioni, alla Cultura per i libri di testo negazionisti, agli Interni per l'odio online e moltiplicare tutto per 28 paesi". Un endorsement indiretto all'Eja, ossia a un impegno di partiti e di governo contro l'intolleranza è giunto da von Schnurbein: "Non si può demandare alle sole comunità ebraiche la cura della propria sicurezza".

(Il Foglio, 10 novembre 2018)


L'innovazione sale sul bus a La Spezia

 
La Spezia - Gli ecologici e innovativi smartBus, frutto della collaborazione tra Politecnico di Milano e l'azienda israeliana Chariot
 
Dallo scorso aprile il Comune di La Spezia ha avviato un progetto innovativo sul fronte del trasporto per renderlo più ecologico: ha infatti adottato per la sua nuova linea 3 degli smartbus, innovativi autobus elettrici a ricarica veloce e senza le classiche batterie. SmartBus è un progetto messo appunto grazie all'azienda dei trasporti del comune ligure con E-CO Electric&Hybrid Drive Company e l'israeliana Chariot, player tecnologici di elettromobilità che hanno sviluppato e realizzato l'intero sistema di "autobus intelligenti" insieme al Politecnico di Milano. A fare da trade union tra le diverse realtà, l'associazione ecologista The Italian Council for a Beautiful lsrael, impegnata a promuovere e tutelare l'ambiente. Da qui l'interesse a promuovere il progetto SmartBus: questi veicoli una volta raggiunto il capolinea si ricaricano in appena 5 minuti immagazzinando, attraverso un apposito captatore a pantografo, la carica sufficiente a completare in assoluta tranquillità la tratta assegnata. L'innovazione risiede nel sistema di accumulo ad elevata densità energetica in grado di recuperare energia in frenata. Un sistema che evita la necessità di batterie, che pesano e costano molto: incidono mediamente per il 30-40 per cento sul prezzo finale dell'autobus elettrico e arrivano a "prendersi", in media, fino tra le 2,5 (per 250 kWh) e le 3,5 (per 350 kWh) tonnellate. I condensatori, da parte loro, immagazzinano energia con procedimenti non elettrochimici ma esclusivamente fisici. E pesano circa 500 chili. E-co Engineering, azienda di Aosta, spin-off e partner del Politecnico di Milano, si è inventata a soluzione "Hess" acronimo di Hybrid energy storage system) che, si legge sull'inserto "Tuttoscienze" del quotidiano La Stampa, "ibridando un grande condensatore (il cosiddetto ultracondensatore) con una piccola batteria e un'unità elettronica di controllo, moltiplica le prestazioni e promette di rivoluzionare la mobilità elettrica".
   Il nuovo concetto di bus intelligente, implementato da SmartBUS, è dunque il più indicato a rispondere alle nuove esigenze di Mobilità e Territorio - spiega Paolo Bernardini, Presidente della E-CO- che prevedono uno sfruttamento sempre più ottimizzato delle risorse energetiche, più comfort per il passeggero, un alleggerimento stesso del bus, l'abbattimento dei costi di ricarica, di fermo dei mezzi in deposito, di smaltimento delle batterie e, soprattutto, più sicurezza.
   L'israeliana Chariot da tempo opera sul mercato dei trasporti e il suo primo e-bus ecologico lo ha lanciato a Sofia per poi portarlo anche a Tel Aviv. Cinque Chariot e-bus hanno infatti iniziato a muoversi lungo le trafficate strade della Città bianca nel settembre 2016, sulla linea 4, una delle più utilizzate che collega la Stazione Centrale di Tel Aviv Sud con il Terminal di Tel Aviv Nord. La linea ha una lunghezza totale di 15 chilometri, 32 fermate e rappresenta una delle iniziative per decongestionare il traffico della città, assieme all'attesa metropolitana leggera ancora in costruzione. Strumenti utili per portare nel futuro le grandi città così come i piccoli comuni come La Spezia.

(Pagine Ebraiche, novembre 2018)



Abbas pronto alla tregua con Israele

Per riportare la calma in Cisgiordania e nella striscia di Gaza

Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, è pronto a firmare un cessate il fuoco con Israele per riportare la calma in Cisgiordania e al confine con la striscia di Gaza. A rivelarlo è il «Jerusalem Post», secondo il quale la decisione sarebbe arrivata al termine di un incontro faccia a faccia con il presidente egiziano Al Sisi nei giorni scorsi a Sharm El-Sheikh. L'accordo è stato confermato anche da fonti di Hamas.
   Le trattative - dice il «Jerusalem Post» - sono in corso da almeno sei mesi e a più livelli grazie alla mediazione del Cairo e delle Nazioni Unite. Sono due punti cruciali sui quali i negoziatori hanno lavorato: da una parte, la riconciliazione tra le due fazioni palestinesi rivali, Hamas e Al Fatah (il partito di Abbas); dall'altra, la tregua tra Hamas e il governo israeliano di Benjamin Netanyahu. L'emergenza al confine della striscia di Gaza è stato il principale punto nell'agenda: dal 30 marzo scorso, giorno della prima "Grande marcia del ritorno" (organizzata da Hamas per ricordare la Naqba, ovvero la catastrofe, che per i palestinesi coincide con la nascita dello stato di Israele nel 1948), ogni venerdì si registrano scontri tra esercito israeliano e palestinesi. Nei combattimenti sono morti a oggi più di 200 palestinesi. Israele ha più volte ventilato l'ipotesi di lanciare una campagna militare su vasta scala per fermare le ostilità.
   Altro punto cruciale delle trattative è stata la situazione umanitaria a Gaza. Su questo fronte sono stati fatti notevoli passi in avanti nelle ultime settimane. La relativa normalizzazione nella erogazione della corrente elettrica e l'ingresso di fondi necessari per il pagamento di stipendi hanno creato in questi giorni un clima di cauto ottimismo, riferiscono fonti locali. A Gaza si notano oggi code ai bancomat, dopo che Hamas ha annunciato che è adesso in grado di pagare, almeno in parte, gli stipendi dei suoi dipendenti.

(Avvenire, 10 novembre 2018)


80 anni fa le SS lanciano lassalto alle sinagoghe e ai negozi degli ebrei: inizia il grande pogrom

La notte dei cristalli quando il male divenne assoluto. Quattrocento i morti. Diecimila tra vetrine e luoghi di culto distrutti e incendiati. La via che doveva portare ad Auschwitz e alla soluzione finale fu imboccata in quel momento.

di Paolo Delgado

Kristallnacht, la Notte dei Cristalli: forse mai nella storia un evento tanto feroce e tanto atroce è stato ricordato con un nome così poetico. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre circa 7500 negozi ebrei furono assaltati, distrutti, spesso rasi al suolo, 1400 sinagoghe e Yeshivot, case di studio e preghiera, vennero devastate e incendiate. Le strade delle città tedesche furono cosparse dai vetri dei negozi contro i quali si era scatenato il primo pogrom della Germania nazista: erano quelli i "cristalli". Gli ebrei furono assaliti spesso anche nelle loro case, aggrediti e picchiati a morte per strada e nelle abitazioni: le vittime accertate furono 91 ma lo storico del nazismo Richard Evans, la cui trilogia sul Terzo Reich è per ora forse la più esaustiva storia della Germania nazista, ritiene che i morti siano stati molti di più: intorno ai 400.
  La polizia aveva l'ordine di intervenire solo per arrestare le vittime: nella notte e nel giorno seguente mentre gli attacchi proseguivano e si moltiplicavano, furono presi e spediti nei lager 30mila maschi ebrei tra i 16 e i 60 anni. Anche ai vigili del fuoco era stato ordinato di non muoversi a meno che le fiamme non minacciassero anche edifici ariani. Le sinagoghe e le yeshivot bruciarono letteralmente sotto gli occhi di polizia e pompieri immobili. In compenso Reinhard Heydrich, potentissimo capo dell'SD, il servizio di sicurezza delle SS, si era premurato di mobilitare sia la Gestapo che la Kripo, la polizia criminale, per proteggere tedeschi non ebrei e turisti.
  Il costo delle vetrine destinate a fissare nella memoria quella tremenda notte fu altissimo e ricadeva spesso sui proprietari degli stabili, quasi tutti "ariani": 40 milioni di marchi. Furono addebitati agli ebrei, ai quali vennero anche confiscati i risarcimenti delle assicurazioni. Non bastava a compensare i gravissimi danni che la furia del pogrom aveva inflitto all'economia tedesca. Nel vertice dei gerarchi nazisti che si riunì il 12 novembre fu Goering a trovare una parziale soluzione: un miliardo di marchi di multa a carico della comunità ebraica. «Così quei porci ci penseranno bene prima di commettere un secondo omicidio», commentò. Poi aggiunse: «Non vorrei essere un ebreo in Germania di questi tempi».
  L'omicidio a cui alludeva Hermann Goering era quello del funzionario presso l'ambasciata a Parigi Ernst vom Rath. A sparargli era stato un ebreo diciassettenne, Herschel Grynzspan. Era nato ad Hannover, in una famiglia di ebrei polacchi trasferitisi in Germania nel 1911, ed era arrivato a Parigi due anni prima per sfuggire a una vita quotidiana già flagellata dal razzismo antisemita. Lo aveva spinto a sparare la crisi dei profughi che si era aperta in ottobre tra Germania e Polonia.
  Il 29 ottobre erano stati espulsi circa 12mila ebrei polacchi residenti in Germania ma la Polonia aveva aperto i confini solo per quelli con i documenti in ordine. Ottomila persone erano rimaste per giorni nella terra di nessuno tra i due confini sbarrati, sotto una pioggia sferzante. Tra loro c'erano i genitori di Herschel, che il 7 novembre aveva deciso di compiere un gesto clamoroso per imporre il dramma degli apolidi ebrei all'attenzione di un mondo che voleva tenere assolutamente gli occhi chiusi. Aveva comprato una rivoltella, si era recato all'ambasciata, aveva chiesto di parlare con l'ambasciatore o con qualche alto funzionario per richiedere il visto per tornare in Germania. L'unico funzionario disponibile in quel momento era vom Rath. Appena entrato nel suo studio Herschel gli aveva sparato cinque colpi, uno dei quali fatale, arrendendosi poi senza opporre resistenza alla polizia francese. Negli ultimi anni uno storico ha avanzato l'ipotesi che tra l'attentatore e la sua vittima ci fosse una relazione omosessuale e che ad armare la mano dell'attentatore fosse stata la passione non la politica.
  Sporadici attacchi contro sinagoghe in Germania, in quei casi effettivamente spontanei, c'erano stati già il giorno dell'attentato, mentre vom Rath combatteva tra la vita e la morte. Il funzionario spirò il 9 novembre, la data più sacra per i nazional-socialisti, ricorrenza del fallito putsch hitleriano del 1923 a Monaco. Il Führer si trovava effettivamente a Monaco per il tradizionale raduno dei vecchi combattenti ma decise di rinunciare al discorso dopo aver saputo della morte del funzionario. Al suo posto parlò Goebbels ed esortò al pogrom: «Il Führer ha deciso che non ci saranno manifestazioni organizzate dal partito. Ma se dovessero verificarsi spontaneamente non saranno ostacolate». Contemporaneamente venivano diramati ordini ai Gauleiter per scatenare gli attacchi in tutta la Germania e nell'Austria annessa pochi mesi prima. La disposizione era di evitare le divise delle SA e agire in borghese, mettendo fine agli attacchi entro le 5 del mattino. Contemporaneamente lo Standartenführer delle SS Heinrich Muller inviava un messaggio alle sedi della Gestapo avvertendo degli imminenti assalti e ordinando di collaborare con la polizia evitando però i saccheggi. A mezzanotte meno un minuto arrivò la prima telefonata ai vigili del fuoco di Monaco: la vetrina di un negozio ebreo era stata infranta ed era stato appiccato il fuoco alla merce. Appena tre minuti e una seconda telefonata diede un nuovo e più grave allarme, stavolta era in fiamme una sinagoga. Per gli ebrei si erano aperte le porte dell'inferno. Nelle ore seguenti attacchi, incendi, aggressioni, pestaggi, in alcuni casi stupri si verificarono ovunque ci fosse una comunità ebraica.
  A decidere il pogrom era stato in realtà il solo Goebbels, con il "permesso" del Führer. Gli altri gerarchi nazisti restarono spiazzati e furibondi. «Suppongo che la responsabilità di aver iniziato questa operazione in un momento particolarmente difficile sul fronte diplomatico sia della megalomania e della stupidità di Goebbels». Commentò gelido il Rechsführer delle SS Himmler. «Ne ho abbastanza di queste manifestazioni che non danneggiano gli ebrei ma me, in quanto responsabile supremo della tenuta dell'economia», sbottò Goering. In effetti Saul Friedlander, massimo studioso della persecuzione degli ebrei nella Germania nazista, ritiene che a muovere Goebbels fosse la necessità di risollevare le proprie quotazioni agli occhi di Hitler, offuscate dall'irritazione del Führer per la sua relazione con l'attrice Lida Baarova.
  Ma questi sono in realtà particolari. La sterzata dalla discriminazione alla persecuzione che fu inaugurata dalla Kristallnacht era in realtà già scritta, comunque imminente. I primi anni del regime nazional-socialista, dal 1933 al 1936, erano stati durissimi per gli ebrei. I nazisti erano partiti con il boicottaggio dei negozi ebrei già il primo aprile 1933, due mesi dopo essere arrivati al potere. Una settimana dopo era stato il turno della legge che proibiva agli ebrei di lavorare nell'amministrazione pubblica. Da quel momento aggressioni e discriminazioni erano state all'ordine del giorno, il numero dei paesi judenfrei, senza più ebrei, si era moltiplicato. Nel 1935 le leggi di Norimberga avevano privato della cittadinanza gli ebrei e proibito i matrimoni misti.
  L'obiettivo, allora, era solo spingere gli ebrei ad abbandonare la Germania e aveva avuto successo. Se ne erano andati circa 25mila ogni anno, fino a un quarto dell'intera popolazione ebraica. Ne restavano 300mila, senza contare i mischlinge, i cittadini di sangue misto. Nel 1936, in occasione delle Olimpiadi, però le manifestazioni antisemite erano state quasi messe al bando. Un'atleta ebrea era addirittura salita sul podio col saluto nazista. Anche a giochi olimpici chiusi il clima era rimasto relativamente sereno fino a tutto il 1937.
  La nuova ondata era iniziata con l'Anschluss, l'annessione dell'Austria. All'improvviso la Germania si era ritrovata con altri 191mila ebrei, problema che si sarebbe riproposto in forma macroscopica durante la guerra, in particolare con l'invasione della Polonia e poi dell'Urss. Il paese razzista che voleva essere judenfrei, contava d'occupazione in occupazione milioni di ebrei al proprio interno, e l'elemento ebbe il suo peso nell'ulteriore passaggio dalla persecuzione allo sterminio. Anche prima del grande pogrom il '38 era stato un anno terribile. Erano riprese le aggressioni per le strade, in giugno era stata incendiata la grande sinagoga di Monaco, in agosto quella di Norimberga. Il 17 agosto era stato cambiato il nome di tutti gli ebrei: doveva sempre essere preceduto da Israel per i maschi, Sara per le femmine. In settembre arrivò la proibizione di esercitare per gli avvocati ebrei, in ottobre il ritiro dei passaporti sostituiti da una speciale carta d'identità.
  Ma la Notte dei Cristalli fu il punto di non ritorno. Pochi giorni dopo, il 15 novembre, gli ebrei furono cacciati dalle scuole. A fine mese le varie autorità locali si videro riconosciuto il potere di imporre il coprifuoco per gli ebrei. In dicembre fu vietato loro l'accesso a gran parte degli spazi pubblici tedeschi. La "soluzione finale" era ancora lontana. Ma la via che doveva portare ad Auschwitz fu imboccata quella notte.

(Il Dubbio, 10 novembre 2018)


Il Dna conferma: il corpo ripescato ad Anzio è dello skipper israeliano disperso a Capri

Il velista si era misteriosamente allontanato dal gruppo di amici. Mai ritrovato il suo gommone

di Anna Maria Boniello

 Il giallo
 
  È del turista israeliano di 62 anni Doron Nahshony, ingegnere con la passione per la vela, scomparso il 10 ottobre scorso mentre si trovava su un piccolo gommone nelle acque di Capri, il corpo rinvenuto una decina di giorni dopo al largo di Anzio, sul litorale romano. A trascinarlo fin sulle coste laziali erano state le correnti. Il corpo, recuperato dalla Guardia Costiera il 24 ottobre, era in avanzato stato di decomposizione, per cui fu impossibile effettuare il riconoscimento. Necessaria l'estrazione del dna e la comparazione con il profilo genetico dei familiari del 62enne. Ieri la Capitaneria di Porto di Napoli ha reso noto i risultati degli esami: quello recuperato ad Anzio era proprio il cadavere dell'israeliano scomparso a Capri. Ora continuano le indagini e gli accertamenti medico-legali per risalire alle cause della morte e a risolvere quello che è stato un vero e proprio giallo di fine estate a Capri. Resta del tutto oscuro, infatti, il motivo dell'improvviso allontanamento dell'uomo dal gruppo di amici con cui era in vacanza, a bordo di un piccolo tender che, a un mese esatto dalla scomparsa, non è ancora stato ritrovato.

 La crociera
  L'uomo di nazionalità israeliana era in crociera nel golfo con un gruppo di persone che avevano noleggiato a Procida due imbarcazioni a vela presso la società Sail Italia, tra le compagnie più importanti per l'organizzazione di charter in barche di questo tipo. Una gita finita tragicamente per il velista, che si è da subito ammantata di giallo: le condizioni del mare in quei giorni erano infatti perfette, il vento era lieve e nulla sembrava giustificare un incidente, peraltro in un tratto di costa breve e frequentato. Alle ricerche contribuì da subito l'ambasciatore israeliano, che fe-
ce arrivare da Israele uomini specializzati a cui si aggiunsero anche gli uomini della compagnia assicurativa israeliana "The Phoenix'', Vennero impegnati mezzi aerei e navali, droni e anche attrezzature Sonar. Mai a memoria dei marinai di Marina Grande erano state impiegate tante unità navali, aree e moderne tecnologie per ricercare un disperso.

 La rotta
  Il ritrovamento del corpo ad Anzio - a 240 km di distanza da Capri - aveva aperto un giallo nel giallo: le barche degli israeliani infatti ormeggiavano a Marina Piccola, sulla rotta che conduce a Positano ed Amalfi e cioè nel golfo di Salerno. Una rotta del tutto opposta. Perciò si è ipotizzato che lo skipper si sia diretto con il tender a Marina Grande, verso la punta di Tiberio, che si trova in zona nord, e qui sia stato colto da malore: perciò la sua piccola imbarcazione ha continuato il percorso spinta dalle correnti verso nord.

(Il Mattino, 10 novembre 2018)


Stop di Riad ai viaggi alla Mecca dei palestinesi

Negati i visti necessari al pellegrinaggio. Sospetto accordo con Israele per spingere Giordania e Libano a naturalizzare i rifugiati.

di Gian Micalessin

Può essere la soluzione della questione palestinese. O la sua definitiva cancellazione. Ma anche la scintilla di un colossale incendio capace di risvegliare la rivolta a Gaza e in Cisgiordania per poi arroventare Beirut e Amman. Certo è che da qualche mese, stando al sito «Middle East Eye», i palestinesi di Gerusalemme Est, come quelli residenti in Libano e Giordania, si vedono rifiutare i visti per l'Arabia Saudita indispensabili per il pellegrinaggio alla Mecca. Dietro la mossa, stando a fonti giordane e libanesi, vi sarebbe un accordo segreto tra Israele e Arabia Saudita per spingere Amman e Beirut a naturalizzare i 634mila e i circa 500mila rifugiati palestinesi ospitati, rispettivamente, dai due stati arabi. La mossa, potenzialmente rivoluzionaria, metterebbe implicitamente fine a tutte le discussioni sul cosiddetto «diritto al ritorno», una delle questioni che da 70 anni impedisce la conclusione di qualsiasi negoziato di pace tra Israele e l'Olp. Ma le mosse saudite potrebbero avere dimensioni ancor più vaste. L'eliminazione del «diritto al ritorno», considerato «inalienabile» dai palestinesi e inaccettabile da Gerusalemme, diventerebbe il presupposto per l'avvio di quel piano di pace tra Israele e Olp messo a punto dal principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e Jared Kushner, il genero di Donald Trump.
   Per il presidente americano, azzoppato dalle elezioni di medio termine, la conclusione di un accordo di pace miraggio di tanti suoi predecessori, rappresenterebbe la svolta per una nuova candidatura alla Casa Bianca e per un posto nella storia. Ma a dividere sogni e progetti dalla cruda realtà c'è un oceano tempestoso disseminato di scogli insidiosi. Il primo è la carica assolutamente devastante di un piano capace di innescare la rivolta di quelle masse palestinesi che per generazioni si sono tramandate lo status di rifugiati nel nome di un «diritto al ritorno» custodito come un totem irrinunciabile. Per non parlare dell'altrettanto esplosiva contrarietà di Libano e Giordania, pronti a tutto pur di non garantire la cittadinanza ai rifugiati palestinesi. E a rendere la faccenda ancor più scottante s'aggiunge la questione religiosa. Impedendo ai palestinesi il pellegrinaggio alla Mecca che ogni buon musulmano deve, in base al Corano, intraprendere una volta nella vita l'Arabia Saudita, regno Custode dei Luoghi Santi dell'Islam, finisce per violare uno dei pilastri della religione. Una violazione che diventa sacrilega se raccontata come conseguenza di un'intesa con Israele. Ipotesi non peregrina visto che la Fratellanza Musulmana - a cui fa capo Hamas ed era assai vicino il giornalista saudita Jamal Khashoggi eliminato dal principe saudita Bin Salman - non vede l'ora di isolare Riad. E ad appoggiare la Fratellanza non c'è solo la Turchia, ma anche quel Qatar da cui trasmette Al Jazeera, il più potente e incendiario megafono del Medio Oriente.

(il Giornale, 9 novembre 2018)


Adler in Israele con il pensatoio dell'«hi-tech»

di Davide Frattini

 
TEL AVIV - Viste dal trentesimo piano le case costruite dai templari tedeschi nel 1871 sembrano ancor più fuori tempo massimo, pressate dai grattacieli della Tel Aviv che vuole crescere verso l'alto. Le fattorie di quei pionieri sono state trasformate nei caffè dove si ritrovano i giovani imprenditori israeliani che vogliono crescere più veloce degli altri. Qua attorno è stata inventata Waze (l'applicazione per navigare nel traffico acquistata da Google per oltre 1 miliardo di dollari) e a un centinaio di metri passa la tangenziale che porta verso Gerusalemme gli ingegneri di Mobileye, così avanti rispetto ai concorrenti nel progettare i sistemi per le automobili senza guidatore da spingere Intel a comprarsela per 15 miliardi.
    La mobilità del futuro come la vede anche Paolo Scudieri che ieri ha firmato un accordo con l'Autorità per l'innovazione tecnologica israeliana proprio per attingere alle idee generate nel Paese con il più alto numero di startup pro capite al mondo. «L'intesa consentirà alla nostra attività di ricerca e sviluppo di crescere fino a livelli che in passato avremmo solo potuto immaginare», commenta. Il padre Achille nel 1956 seppe intuire che quel poliuretano espanso tastato e testato durante un viaggio in Germania sarebbe diventato il futuro per l'imbottitura di divani e poltrone. Il figlio Paolo che quella comodità da salotto poteva essere portata dentro le automobili. Così Adler, di cui è presidente, da Ottaviano in provincia di Napoli è diventata una multinazionale con 65 stabilimenti in 23 Paesi ed è la prima azienda italiana a cooperare con l'Autorità israeliana.
   L'intesa dà la possibilità di valutare in anteprima i progetti e di avere il sostegno israeliano nell'eventuale sviluppo: tra i primi individuati, un trattamento per i tessuti uscito dai laboratori dell'università Bar Han e una tecnica per produrre componenti leggeri come la plastica e resistenti come il metallo. Israele parteciperà anche al Borgo 4.0 promosso da Adler in Irpinia: un villaggio «smart» dove sperimentare gli «auto idi» come Ii chiama Scudieri e dove attrarre intelligenze locali e internazionali, come spera Valeria Pascione, l'assessore che spinge il piano per la Regione Campania.

(Corriere della Sera, 9 novembre 2018)


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Auto senza pilota, accordo Adler a Tel Aviv

Adler Plastic (holding presieduta da Paolo Scudieri a capo del gruppo italiano leader nella componentistica automotive) e il Governo israeliano hanno siglato a Tel Aviv un protocollo d'intesa dedicato all'innovazione nell'ambito della mobilità, compresa quella a guida autonoma.

Pil di Israele
L'hi-tech da solo genera il 13% del Pil nazionale e il 50% delle esportazioni
Innovazione
Israele fornirà all'azienda supporto per individuare innovazioni tecnologiche
Scudieri
Questa operazione rappresenta una pietra miliare per l'azienda

di Laura Cavestri

 
da sinistra, Amiram Appelbaum e Paolo Scudieri
TEL AVIV - Un club esclusivo, in cui, per la prima volta, trova posto un imprenditore manifatturiero italiano, in una platea di amministratori delegati.
   Firmato ieri pomeriggio a Tel Aviv, nella sede della Israel Innovation Authority, l'accordo tra il Governo italiano e Adler Plastic (la holding di controllo del gruppo Adler Pelzer, la multinazionale dell'automotive, con sede a Ottaviano, nell'hinterland napoletano: 1,4 miliardi di fatturato e 11mila addetti su 80 siti produttivi nel mondo), guidata da Paolo Scudieri.
   L'accordo - sottoscritto da Amiram Appelbaum per l'Autorità israeliana per l'Innovazione tecnologica, braccio operativo del Governo israeliano sul fronte delle intese con le multinazionali e da Paolo Scudieri per Adler Plastic - prevede che lo Stato d'Israele fornisca all'azienda italiana un sostegno per l'individuazione di innovazioni tecnologiche interessanti. Se Adler Group troverà innovazioni di suo interesse, la Israel Innovation Authority finanzierà le startup locali che le offrono e la multinazionale napoletana darà il suo contributo attraverso il supporto dei suoi centri di R&D. Non solo. In aggiunta all'accordo di base con Tel Aviv, Adler Group ha proposto (ed è stato accettato) l'inserimento e lo sviluppo del progetto Borgo 4.0, cioè l'ambizioso progetto di dotare un'area dell'alto Irpino di infrastrutture e connettività per la sperimentazione su strada dell'auto senza pilota.
   Per radicare la propria attività di scouting in Israele, Adler Group ha già aperto un Osservatorio tecnologico in partnership con la Inlight a Tel Aviv, fondato da Roberta Anati, presso la Azrieli Sarona Tower. Obiettivo, coprire lo scouting e l'integrazione delle innovazioni del settore sia israeliane che italiane. Adler sarà, per ora, l'unica azienda manifatturiera privata italiana a beneficiare di questa "piattaforma" per il trasferimento tecnologico, assieme a multinazionali del calibro di Microsoft, Intel, Audi, Unilever, IBM, Philips, Renault, P&G.
   «Questo accordo rappresenta una pietra miliare nella storia di Adler - ha affermato Scudieri, visibilmente emozionato - perché Israele è uno di Paesi più tecnologici al mondo e maggiormente in grado di fornire soluzioni nei campi più appetibili per il nostro settore, l'automotive, e per la manifattura in generale: connettività, cybersecurity, ricerca avanzata sui materiali. L'accordo consentirà alla nostra ricerca e sviluppo di crescere a livelli sinora inattesi. E darà una spinta decisiva al progetto di ricerca sulla mobilità intelligente di Borgo 4.0, perché diventi un punto di riferimento internazionale».
   In un mondo globale, in cui per accedere a piattaforme di sviluppo, finanziamenti e opportunità occorre anche avere l'ambizione di una crescita dimensionale, le imprese italiane non devono temere di diventare multinazionali, devono volere una forte verticalizzazione e credere nelle loro specializzazioni, che poi sono valorizzate nelle catene internazionali del valore» ha sottolineato Maurizio Tamagnini, amministratore delegato di Fondo Strategico Italiano, che ha recentemente acquisito una quota di minoranza di Adler Group, con un investimento modulare che arriverà complessivamente a 200 milioni di euro.
   L'hi-tech in Israele è un settore che, pur impiegando appena l'8% della forza lavoro, da solo genera il 13% del Pil nazionale e il 50% delle esportazioni. Un ecosistema che ha saputo attrarre 5 miliardi di dollari nel solo 2016, e, negli anni, ha accolto oltre 300 multinazionali hi-tech venute da ogni parte del mondo per aprire centri di ricerca e sviluppo in Israele.
   Un ecosistema in cui dialogano e investono privati, venture capitals, università e il governo israeliano. Con un afflusso sempre più consistente di investimenti dalla Cina. Anche perché se ogni anno nascono circa 1.400 start up, oltre la metà sono quelle che falliscono. E il governo israeliano interviene proprio perché quello delle start up è un business ad alto rischio e perché il fallimento di un'esperienza non abbia un impatto negativo sul sistema; ad esempio consentendo ai dipendenti di una società fallita di potersi facilmente ricollocare in un'altra con le proprie competenze acquisite o di essere assorbiti da una multinazionale.

(Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2018)


«Brigata Ebraica, Sala ospiti la mostra a Milano»

Appello dopo che i partigiani dell'Anpi e gli antifascisti hanno contestato l'esposizione a Lodi.

di Davide Romano*

Il Comune di Lodi ha deciso, a partire da oggi 9 novembre, di ospitare una mostra su una pagina della Liberazione dell'Italia dal nazi-fascismo e subito sono piovute le contestazioni. Dai nostalgici del fascismo? Macché, da parte di estremisti di sinistra. Com'è possibile? Semplice: ci sono di mezzo gli ebrei sionisti, quei «cattivoni» della Brigata Ebraica che combatterono in Italia contro i nazi-fascisti e che di lì a qualche anno fonderanno l'unica vera democrazia in Medio Oriente: lo Stato di Israele. Da parte di questi fanatici di sinistra contestare chi ha fatto nascere due democrazie evidentemente è un dovere morale.
   Per questo l'esposizione non ha avuto il patrocinio dell'Anpi di Lodi (pur avendo quello dell'Anpi milanese) e soprattutto sarà contestata all'inaugurazione dal Fronte Palestina con il supporto del gruppo Memoria antifascista. Tutte sigle sedicenti antifasciste che manifesteranno contro chi ha combattuto ed è morto per sconfiggere il nazi-fascismo. Situazione curiosa, ne converrete. Ma che ci porta a riflettere su quanto il termine antifascista sia sempre più usato in tutta la sua ambiguità. Diciamola tutta: non avendo più il coraggio di definirsi comunisti, in troppi si nascondono dietro l'antifascismo per avere la legittimità di salire in cattedra e dare del fascista a tutti gli altri. Sono la perfetta incarnazione della frase attribuita a Flaiano: «In Italia i fascisti si dividono in fascisti e antifascisti».
   La pagina di storia patria che costoro non digeriscono è quella della Brigata Ebraica, quella scritta dagli ebrei sionisti che peraltro avevano una caratteristica particolarmente nobile: erano tutti e 30mila volontari. Solo a 5mila di loro fu permesso di combattere sotto le insegne della Brigata Ebraica, gli altri si arruolarono nell'esercito britannico ordinario. La mostra realizzata dal nostro Centro studi vuole ricordare questi eroi e raccontare una pagina di storia. Niente di più. Inquieta vedere come tutti i combattenti che hanno partecipato alla Liberazione possono essere ricordati senza problemi, tranne uno specifico gruppo: quello ebraico. A 80 anni dalle leggi razziste, il pregiudizio e la discriminazione non sono morti. E insieme ad essi un'altra eredità del fascismo - propria anche del comunismo e dell'islamismo - resiste: la pericolosa tendenza a voler riscrivere la storia a proprio uso e consumo per motivi politici. Dalle foibe alla Shoah, il nostro Paese ha già visto troppe volte la storia maltrattata o sottaciuta per convenienza da politici e istituzioni. Per questo lancio una proposta al sindaco Sala: ospiti la mostra della Brigata Ebraica, lanci questo segnale di diversità e contribuisca a combattere il pregiudizio.
* Direttore del Museo della Brigata ebraica

(il Giornale - Milano, 9 novembre 2018)



Il Qatar propone una coalizione anti-israeliana e anti-saudita

Il Qatar ha proposto la nascita di una nuova coalizione militare, politica ed economica per affrontare le sfide regionali e in particolare per opporsi a Israele e Arabia Saudita.
Secondo quanto riferisce la stampa irachena a lanciare la proposta durante la sua visita a Baghdad è stato il vice primo ministro e ministro degli affari esteri del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al-Thani.
Stando a quanto si è potuto apprendere, il Qatar avrebbe proposto una coalizione militare, politica ed economica formata dallo stesso Qatar, dalla Turchia, dall'Iran, dalla Siria e dall'Iraq...

(Rights Reporters, 9 novembre 2018)


Il "liberal" Trudeau condanna il Movimento BDS. "E' una minaccia all'esistenza di Israele"

Justin Trudeau
In un discorso alla Camera dei Comuni Justin Trudeau si è scusato per la decisione del Canada di respingere la MS St. Louis, un transatlantico tedesco che trasportava più di 900 ebrei in fuga dalla persecuzione nazista. Erano stati precedentemente respinti da Cuba e dagli Stati Uniti.
Dopo che il Canada li ha respinti, i rifugiati sono stati costretti a tornare in Europa. Più di 250 tra i 900 rifugiati in seguito morirono per la persecuzione nazista. Trudeau ha dichiarato: "... il governo liberale di Mackenzie King non è stato toccato dalla situazione di questi rifugiati. Nonostante la disperata richiesta della comunità ebraica canadese, nonostante le ripetute richieste dei due membri del governo, nonostante le numerose lettere di canadesi preoccupati di diverse fedi, il governo ha scelto di voltare le spalle a queste vittime innocenti del regime di Hitler ". Mentre si scusava, Trudeau ha poi condannato la "insensibilità della risposta del Canada" e ha detto: "Siamo spiacenti di non esserci scusati prima".
Dopo essersi scusato per l'ingiustizia storica verso i rifugiati ebrei, il primo ministro ha continuato a condannare l'antisemitismo moderno e il modo in cui il popolo ebraico continua a subire crimini di odio, una dichiarazione in cui ha inserito anche il movimento pro-palestinese BDS. "Secondo le cifre più recenti, il 17% di tutti i crimini di odio in Canada è rivolto agli ebrei - molto più alto pro capite di qualsiasi altro gruppo. Esistono ancora negatori dell'Olocausto. L'antisemitismo è ancora troppo presente. Le istituzioni e i quartieri ebraici sono ancora oggetto di atti vandalici con svastiche ", ha affermato Trudeau prima di condannare il BDS e sostenere il "diritto di esistere" di Israele.
"Gli studenti ebrei si sentono ancora sgraditi e scomodi in alcuni dei nostri campus universitari e universitari a causa di intimidazioni relative al BDS. E' il diritto all'esistenza di Israele che è ampiamente - e ingiustamente - messo in discussione".

(Fonte: l'AntiDiplomatico, 8 novembre 2018)


Ministro israeliano propone un piano per collegare Israele con paesi del Medio Oriente

Yisrael Katz, il ministro israeliano dei trasporti, si è recato in Oman, per una conferenza internazionale, per discutere la sua proposta di un nuovo sistema di trasporto via mare, oltre ad una ferrovia che collegherà Israele ed il Medio Oriente.
Durante il Congresso mondiale dell'International Road Transport Union di Mascat, Katz ha presentato la sua proposta, intitolata "Strade per la pace regionale", creando una rete di trasporto merci tra Israele e Giordania, e da questa, collegata con altri paesi arabi.
Israele diventerebbe così il punto focale per le spedizioni in Medio Oriente via mare, e le merci verrebbero spedite via ferrovia verso la Giordania.
Secondo agenzia stampa Ma'an News, Katz sostiene che la sua proposta farebbe rivivere la ferrovia Hijaz, la linea dell'era ottomana che collegava Damasco a Medina, attraverso la regione dell'Hijaz in Arabia Saudita, con una diramazione al distretto di Haifa, lungo il Mar Mediterraneo.
L'inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, ha pubblicato una dichiarazione, sul suo account Twitter, elogiando la proposta di Katz, che cerca di stabilire una rotta commerciale che collega l'Europa con Israele ed il Golfo Persico, attraverso la ferrovia.

(Infopal, 8 novembre 2018)


Ma gli ebrei americani gli hanno voltato le spalle

Non serve essere il presidente più filoisraeliano della storia: la comunità ebraica resta «liberal».

di Fiamma Nirenstein

L'antisemitismo ha aleggiato come un fantasma, dopo la strage di Pittsburgh, sulle elezioni americane, ed è diventato imprevedibilmente una parola chiave. E forse la tragedia che ha dovuto subire la più grande comunità ebraica del mondo, il desiderio di voltare quella pagina macchiata di sangue, causa almeno in parte la preferenza ebraica per gli oppositori del presidente. Una preferenza che si collega con la tradizione liberal della comunità americana, ma che adesso assume un carattere paradossale, dopo le tante, sostanziali prese di posizione di Trump favorevoli a Israele, la messa al bando del trattato con l'Iran, il passaggio dell'ambasciata a Gerusalemme, i suoi legami familiari col mondo giudaico (la figlia e il genero ebrei). Paradossale, a meno che non si consideri cosa fatta il divorzio fra gli ebrei di quella diaspora e Israele.
Ancora numeri precisi sul voto non li abbiamo, ma il 71 per cento votò per Hillary Clinton nel 2016 e oggi il 74 per cento si dichiara democratico; solo il 34 approva il suo approccio alla politica internazionale, ovvero a Israele. Il divorzio è evidente: secondo l'American Jewish Committee il 77 degli israeliani approva il modo in cui Trump ha gestito i rapporti fra i due Stati, e solo il 34 per cento degli americani è d'accordo. Il 59 per cento degli americani vuole uno Stato palestinese, e solo il 44 per cento degli israeliani ormai ci crede.
Subito dopo l'attentato Trump è stato accusato quasi di averlo causato: gli ebrei liberal americani sono stati in testa a questa interpretazione. Nessuno è andato a prendere Trump all'aeroporto di Pittsburgh, 82mila persone hanno firmato una lettera di biasimo: «Hai rinvigorito gli antisemiti».
A questo atteggiamento si collega una crescente divaricazione fra la diaspora e Israele: quel mondo ebraico sembra non avere in nessun conto se il loro presidente è il più amichevole mai visto verso Israele. Gli ebrei americani mettono a rischio il piano di pace in preparazione che potrebbe saldare il mondo arabo sunnita agli interessi israeliani e anche a quelli dei palestinesi. Sostenuta da JStreet, il movimento degli ebrei di sinistra americani, è stata eletta la prima palestinese al Parlamento, la democratica Rashida Tlaib, antisraeliana quanto si può esserlo. Una strana situazione. Trump può d'un tratto domandarsi se gli ebrei sono amici o nemici, e Israele è lo Stato Ebraico.

(il Giornale, 8 novembre 2018)


«Rashida ci darà voce»: la Palestina celebra la deputata Tlaib

Festa nel suo villaggio. Netanyahu non si preoccupa, i media sì: aumentano i parlamentari Usa vicini ai palestinesi.

di Michele Giorgio

                                       Rashida Tlaib                                                                  Ilhan Omar
GERUSALEMME - Siamo felici per la nostra famiglia e per Beit Ur al Fouka. Dio darà a Rashida la forza per svolgere bene il suo compito. È una donna forte e coraggiosa, non ha esitato ad attaccare frontalmente Trump».
   Bassam Tlaib ieri, rispondendo alle nostre domande, non riusciva a contenere la gioia per l'elezione alla Camera dei Rappresentanti Usa di sua nipote, Rashida Tlaib, che con Ilham Omar, di origine somala, forma la coppia delle prime donne musulmane che entreranno nel Congresso. «Siamo stati in contatto con Rashida in questi giorni, è molto felice. A gennaio, quando si insedierà ufficialmente, faremo una grande festa nel villaggio e speriamo di rivederla al più presto». Le elezioni americane di midterm hanno portato una buona notizia alla piccola comunità di Beit Ur al Fauka, meno di mille persone, e l'opportunità per una rivincita sul più famoso villaggio gemello, Beit Ura Tahta, dove a distanza di 40 anni gli abitanti si vantano ancora di essere stati determinanti per la conversione all'Islam di Cat Stevens.
   La speranza di Bassam Tlaib è che sua nipote, oltre a svolgere il suo mandato al servizio dei cittadini americani, porti al Congresso la voce della Palestina e quella del villaggio colpito dalle politiche di Israele. Situato a ovest di Ramallah a ridosso della «linea verde» tra Israele e Cisgiordania, Beit Ur al Fouka ha subito dopo il 1967 la confisca di molte terre.
   Grazie al successo di alcuni dei candidati proposti dai democratici, il Congresso è l'immagine, molto più che in passato, della composizione sociale attuale degli Stati uniti. E le musulmane Ilhan Omar e Rashida Tlaib, assieme alla giovane di origine portoricana Alexandria Ocasio-Cortez, incarnano questo cambiamento.
   «Abbiamo cambiato il corso della storia in un momento in cui pensavamo fosse impossibile. Se continuerai a crederci, allora crederai sempre nelle possibilità di qualcuno come me», ha dichiarato Tlaib alla Cbs, mostrandosi consapevole della svolta rappresentata dalla sua vittoria elettorale.
   In Israele invece le cose si guardano con occhi ben diversi. Il Congresso resta saldamente pro-israeliano ma da gennaio si potranno ascoltare al suo interno voci diverse sul Medio Oriente e la questione palestinese. La cosa non preoccupa più di tanto il governo Netanyahu - forte anche dell'alleanza di ferro con Donald Trump - ma in casa israeliana si pensa alle elezioni future che potrebbero portare nel Senato e nella Camera degli Usa molti più parlamentari che la pensano come Tlaib. La neo parlamentare di recente è passata dal sostegno alla soluzione a due Stati (Israele e Palestina) a quella per lo Stato unico democratico per ebrei e palestinesi, perdendo così l'appoggio di JStreet, un'organizzazione ebraica progressista ma ancorata ai due Stati. Tlaib peraltro vede con favore il taglio degli aiuti militari statunitensi a Israele.
   L'altra parlamentare musulmana eletta Ilhan Omar, nata in Somalia ed eletta in Minnesota, riconosce il diritto dello Stato ebraico di esistere ma descrive Israele come un «regime di apartheid» colpevole di «azioni malvagie».
   I media israeliani ieri davano un certo risalto anche allo spoglio delle schede elettorali nel distretto di San Diego dove il repubblicano Duncan Hunter, travolto con la moglie da scandali e accuse di corruzione, era impegnato in una battaglia all'ultimo voto con il democratico Ammar Campa-Najjar, nato e cresciuto a Gaza e con il padre ex impiegato dell'Autorità nazionale palestinese, che in più occasioni ha mostrato il suo attaccamento personale e politico alla terra d'origine.
   Sarà da scoprire anche la linea sul Medio Oriente che avrà al Congresso Alexandria Ocasio-Cortez che, pur avendo di recente moderato il tono dei suoi attacchi alle politiche di Israele, continua a sostenere apertamente il diritto dei palestinesi a essere liberi e indipendenti.

(Il manifesto, 8 novembre 2018)


La sinistra odia Israele e protegge i musulmani

Giornali e intellettuali rossi si sono mobilitati per la questione delle mense a Lodi, ma se nella stessa città l'Anpi si oppone a una mostra sugli ebrei va tutto bene.

di Francesco Specchia

C'è qualcosa di tragico - una ripulsa della Storia, una vigliaccata, un grottesco cortocircuito ideologico- nella vicenda che oggi coinvolge la Brigata Ebraica. Ossia uno dei più valorosi commandos antinazisti di sempre, oggi colpevole di appartenere ad un popolo, quello ebraico, accusato di sterminio di massa e, praticamente, di nazismo.
Mi piacerebbe che gli stessi giornali "di sinistra" che insorsero per la terribile vicenda della mensa scolastica di Lodi negata ai figli degl'immigrati; che l' orgogliosamente ebreo Gad Lemer; che perfino la Piazza pulita dell'amico Corrado Formigli (fu giustamente il primo a denunciare la discriminazione della preside a Lodi); che tutti costoro, insomma, oggi, si schierassero contro la furia ideologica dei presunti partigiani del Lodigiano. I quali non solo hanno declinato l'invito a partecipare alla bella mostra sulla "Brigata ebraica" già allestita con successo nella sinagoga Bet Shlomo di Milano e dedicata all'eroica formazione sionista che contribuì alla Liberazione; ma hanno pure declinato in modo sdegnoso, rivolgendo accuse pesantissime allo Stato d'Israele che «si è dotato di armamento nucleare rifiutando qualsiasi controllo della comunità internazionale, occupa illegalmente i territori palestinesi e il Golan siriano, tiene sotto assedio la popolazione di Gaza, pratica la segregazione e la discriminazione nei confronti della popolazione arabo-palestinese, utilizza anche l' assassinio nei confronti dei dirigenti palestinesi e di civili inermi».

 Le altre sigle
  I partigiani di Lodi, nella loro tenace azione "antifascista" contro gli ebrei sono sostenuti, per inciso, dall'immancabile Fronte Palestina il quale sta organizzando le truppe per il prossimo, illivorito presidio pubblico contro la mostra a Lodi domani sera. Il Fronte Palestina non è un coro di boy scout. Trattasi di un'organizzazione tignosamente ideologica che annovera, tra i suoi leader, Francesco Giordano detto Franco. Giordano ha fatto parte della Brigata 28 marzo responsabile dell'omicidio di Walter Tobagi il 28 maggio 1980 a Milano. Condannato a 30 anni e 8 mesi per aver fatto da copertura al gruppo di fuoco, l'uomo è uscito di prigione nel 2004, scontando l'intera pena ridotta a 21 anni in appello. Per dire, una personcina.
Anpi e pattuglia di filopalestinesi incazzati, dunque, contro una mostra storica che celebra la Brigata Ebraica. Ossia il Jewish Infantry Brigade Group, quel corpo militare composto da 5000 ebrei volontari che operò, sotto il comando del canadese Emest Frank Benjamin, in Italia e in Austria; e che fu voluto da Winston Churchill su mandato delle Società delle Nazioni nel 1941 quando l'avanzata del feldmaresciallo Rommel pareva essere inarrestabile.

 Plotone indomito
  La Brigata era un plotone d'indomiti che risultò determinante per la sconfitta del nazifascismo in Europa. Solo che a Lodi non tutti lo sanno. L'altro aspetto assurdo di tutta la vicenda lodigiana è che Roberto Cenati, presidente dell'Anpi Milano, è schierato contro i colleghi lodigiani a favore della stessa Brigata Ebraica («Chi la offende ingiuria l'intero patrimonio storico delle Resistenza italiana»). E lo
stesso vicesindaco di Lodi delegato alla cultura, Lorenzo Maggi, ha evocato nel paradossale comportamento di Anpi Lodi e Fronte Palestina le leggende orribili dei libelli antisemiti medievali secondo cui gli ebrei si macchiavano di omicidi rituali. La qual cosa, nel racconto allucinato di questi giorni, a 80 anni delle leggi antiebraiche e con il solito rigurgito di fascisterie latenti a sinistra, quasi quasi non stona. Il vero problema è che ci stiamo assuefacendo a queste idiozie. Vorremmo, appunto, che coraggiosi colleghi anche - diciamo così - di segno politico opposto se ne prendessero carico. Mah ...

(Libero, 8 novembre 2018)


«Il mio è un canto d'amore"

Ha perso due figli in guerra. Uriel, nel 1998, in Libano. Eliraz, nel 2010, nella Striscia di Gaza. Un dolore immenso con cui convivere, che si è inciso nell'anima ma che non l'ha fatta desistere dal suo impegno di testimonianza e amore. L'israeliana Miriam Peretz, madre coraggio e simbolo di un paese che ha scelto di non arrendersi alle minacce e al terrorismo, ci insegna a guardare avanti, a non perdere la fiducia nel futuro per quanto dure siano le prove da superare. ''Ho scelto di essere felice - ci spiega - di svegliarmi la mattina ed essere felice, perché dopo aver perso i miei figli ho capito che la vita è in assoluto il dono più grande. Quando riceviamo un regalo siamo felici, perché allora quando ci svegliamo la mattina non lo siamo? Abbiamo appena ricevuto il dono più straordinario di tutti, la vita, dobbiamo essere felici, dobbiamo scegliere di essere felici. Non è Dio a scegliere per noi, siamo noi gli unici responsabili della nostra felicità. E' questo il messaggio che cerco di trasmettere a chi mi ascolta.

di David Zebuloni

 
Miriam Peretz
Nel 2018 vince il Pras Israel, il più prestigioso riconoscimento conferito dallo Stato di Israele, ma non ne capisce proprio il motivo, dice di non meritarselo. "Sono una donna semplice". Nel 2014 viene scelta per accendere una delle dodici fiaccole in onore della Festa d'Indipendenza israeliana, ma racconta di aver temuto per un attimo di non farcela. "I miei figli mi hanno dato la forza". Nel 2011 pubblica un' autobiografia che vende migliaia di copie in Israele e nel mondo, ma confessa che quel libro in realtà era destinato a rimanere nascosto nel suo cassetto. "Più mi nascondo e più Dio mi scopre". Miriam Peretz è una delle figure più amate, apprezzate, citate e studiate all'interno della società israeliana. Tutto ha inizio nel 1998, quando il suo primogenito Uriel viene ucciso durante un combattimento in Libano. Il marito Eliezer non riesce a sopportare il dolore della perdita e poco dopo viene a mancare a causa di un infarto, all'età di 56 anni. La tragedia culmina nel 2010 quando il secondogenito Eliraz viene ucciso durante la prima guerra con Gaza lasciando così, oltre che la madre, anche la moglie e quattro figli. Da allora Miriam dedica le sue giornate ad incontrare il popolo israeliano in tutte le sue infinite sfumature. "Non parlo mai di morte, al contrario, parlo di vita. Di amore per la vita. Cerco di spiegare a chi mi ascolta che svegliarsi la mattina è il più grande dei regali': Uriel e Eliraz, entrambi ufficiali dell'esercito israeliano, vengono ricordati come due eroi e Miriam ... Beh, Miriam diventa la madre del popolo ebraico, l'essenza del Sionismo, l'emblema della forza, del coraggio, della fede. Una donna che ha saputo tradurre il dolore in parole, toccando così i cuori di milioni di persone in tutto il mondo. "Darei qualsiasi cosa pur di tornare nell'anonimato e riavere indietro i miei figli". La incontro un venerdì mattina a casa sua, a Ghivat Zeev. Mi racconta subito del suo viaggio a Roma, di aver sentito l'abbraccio caldo della Comunità ebraica e mi confessa che desidera tanto tornarci. I minuti prefissati per l'intervista sono trenta precisi precisi, ma ci ritroviamo a chiacchierare un'ora più del dovuto. E poi ancora fuori di casa, su per le scale, fino al cancello. "Chiamami appena entri in macchina" si raccomanda. La conversazione con Miriam potrebbe durare in eterno, infatti conclusa la telefonata cominciano subito i messaggi su Whatsapp, fino all'entrata dello Shabbat. Accade così che una giornata qualunque si tramuta in ricordo indelebile e una semplice intervista si trasforma in un incontro magico. Una straordinaria lezione di vita.

- Sono giorni interi che mi domando come sia giusto cominciare questa intervista, ed ogni volta che provo a formulare una domanda mi ritrovo al punto di partenza. Ovvero, mi domando come, come sia possibile convivere con il dolore di tre perdite così tragiche.
  Sai, comincio dicendo che vivere in Terra di Israele richiede dei grandi sacrifici, solo chi ha fede può abitarcisi. Questo angolo di terra non ci è stato servito su un piatto di argento, ma in un piatto pieno di sangue. E non parlo solo di oggi, del nostro presente, ma di una realtà storica che ci perseguita sin dalle origini. A volte mi domando se è questa la pena che ci è stata decretata: vivere in una guerra infinita. Ma io voglio credere di no, io voglio credere che la pace non sia solo un sogno. E credimi, io so bene cosa sia la pace, sono una delle poche madri in questo paese che conosce il vero significato della parola pace. Una delle poche che ha pagato un prezzo così caro per ottenerla. Eppure ti dico che preferisco e preferirò sempre le pene della pace, che il dolore della guerra.

- Ma non è giusto Miriam. Non è giusto tutto cìò che ti è capitato, come fai ad accettarlo?
  Lo so, non è giusto. Non è giusto e non è normale che una madre debba seppellire i propri figli. No, non è una cosa normale. Non è normale che ad ogni mio arrivo al Monte Herzl io debba prendere una decisione talmente difficile che nemmeno Dio stesso potrebbe prendere al posto mio. Io sono una madre che deve scegliere quale dei suoi due figli abbracciare per primo. Accanto a quale tomba stare quando suona la sirena in memoria dei soldati caduti in guerra. Capisci? Io sono una madre che deve rinunciare ad uno dei propri figli. Già settimane prima li sento litigare nella mia mente, proprio come quando erano bambini e desideravano le mie attenzioni. No, non è giusto e non è normale. Ti confesso che ci sono tante cadute, tanti momenti in cui la nostalgia quasi mi soffoca, ma ho capito che l'importante è rialzarsi sempre, non rimanere a terra. Guardo i miei figli e i miei nipoti e torno a sorridere, perché mi rendo conto che Hamas e Hezbollah sono riusciti ad uccidere solo il corpo di Uriel ed Eliraz. Il loro spirito vive ancora, in me e in tutti quelli che portano avanti i loro valori ed i loro ideali. Finché io sarò in vita, anche lo spirito dei miei figli lo sarà.

- Dicono che il tempo curi ogni ferita. Pensi che sia possibile abituarsi al dolore e convivere con esso?
  Il dolore si fa più intimo nel tempo, come un verme che mangia il frutto dal suo interno. Ma con tuo permesso vorrei non utilizzare la parola "tempo". Vorrei utilizzare la parola "vita". Sì, è la vita che ci cura, non il tempo. E' preparare il pranzo ai tuoi nipoti, ballare al matrimonio dei tuoi figli. Convivere con la vita e con la morte e scoprire che la forza della vita è maggiore di ogni altra forza. Persino della morte. Probabilmente se qualcuno mi avesse chiesto di venire al mondo, avrei subito rifiutato, ma nessuno mi ha dato questa possibilità, nessuno mi ha dato la possibilità di scegliere. Così me la sono presa da sola, la possibilità di scegliere. Sì, ho scelto di essere felice, di svegliarmi la mattina ed essere felice, perché dopo aver perso i miei figli ho capito che la vita è in assoluto il dono più grande. Quando riceviamo un regalo siamo felici, perché allora quando ci svegliamo la mattina non lo siamo? Abbiamo appena ricevuto il dono più straordinario di tutti, la vita, dobbiamo essere felici, dobbiamo scegliere di essere felici. Non è Dio a scegliere per noi, siamo noi gli unici responsabili della nostra felicità. E questo il messaggio che cerco di trasmettere a chi mi ascolta.

- Sempre parlando di felicità, in passato hai raccontato che quando ti è stata comunicata la morte di tuo figlio Uriel non riuscivi a credere che fuori di casa il sole continuasse a splendere come se nulla fosse accaduto. Ecco, il tuo sole, quello dentro di te, quando ha ricominciato a splendere?
  Proprio come il sole, anche la felicità sorge piano piano. Ci sono tanti piccoli eventi che ti fanno tornare il sorriso, ma la felicità vera, quella autentica, senza ombre né piaghe, l'ho provata dopo tre anni, al matrimonio di mio figlio Eliraz. Quella mattina sono andata a trovare Uriel sul Monte Herzl e ho pregato sulla sua tomba. Ho pregato chiedendo a Dio di regalarmi un cuore nuovo. Già proprio così, un cuore nuovo. Di sostituire il cuore vecchio e spezzato con quello nuovo. E Dio ha ascoltato le mie preghiere.

- Parli sempre di Uriel ed Eliraz, ma oltre a loro hai altri quattro figli. com'è cambiato il tuo rapporto con loro dopo la perdita del primo e secondogenito?
  Beh, sono diventata molto più ansiosa. Non tanto con i miei figli quanto con i miei nipoti. Perdo la testa se scopro che uno di loro non sta bene. Ma al contempo ho imparato ad essere molto più affettuosa, a trasmettere tutto l'amore che nutro per loro oggi, perché domani potrebbe essere troppo tardi. Tra l'altro mi si associa sempre ad Uriel ed Eliraz, ma io lo dico e lo ripeto: io non sono madre solo dei morti, io sono madre anche dei vivi! Vorrei che mi chiamassero la mamma della vita. Forse mi si addice di più di altri soprannomi che mi sono stati dati in questi anni, sempre e solo associati alla morte.

- Sai, molti ti considerano l'emblema della gioia, dell'amore per la vita, dell'ottimismo. credo di capirne ora il motivo.
  Beh, non dimenticarti che sono rossa. Sai cosa si dice di noi.

- Eppure Il colore del tuoi capelli temo non basti a nascondere tutte le cicatrici che ti porti dietro. Qual è quella che ancora oggi brucia più di tutte?
  Ascolta... Ogni volta che bussano alla porta mi si riapre una cicatrice. Solo una mamma che ha perso il proprio figlio in guerra può riconoscere quel suono, rivivere quell'attimo in cui ti entrano in casa per comunicarti la tragedia. Sono ferite che rimangono aperte, che non si rimarginano mai. Ma se parliamo di ferite, anche quelle hanno una cura. La mia è uno spazzolino.

- Uno spazzolino?
  Già, proprio così. Quando un soldato viene a mancare, il suo comandante raccoglie tutti i suoi effetti personali, li mette in uno scatolone e li consegna alla famiglia. La scatola di Uriel non l'ho ancora aperta, sono trascorsi vent'anni e non sono ancora riuscita ad aprirla. L'unica cosa che ho estratto da quella scatola è il suo spazzolino, che porta ancora l'odore della sua bocca. Ti rendi conto? L'odore di mio figlio! Così una volta l'anno, a Pesach, quando pulisco a fondo tutta la casa, apro la scatola e annuso per un attimo mio figlio ... Non esiste dono più grande per una mamma, Prego sempre Dio affinché non faccia mai sparire il suo odore da quello spazzolino.

- Miriam. so che non te la sei cercata tutta questa fama, ma ormai sei diventata una vera e propria celebrltà. SI parla di te ovunque. Com'è fare i conti con la popolarità?
  È una grandissima responsabilità, ne sono pienamente consapevole, ma se un tempo scappavo dalle persone che mi riconoscevano per strada, oggi corro ad abbracciarle prima ancora che facciano in tempo a rivolgermi la parola. Mi dico che forse ciò che piace alla gente è la mia semplicità, il sentirmi una di loro, non dimenticarmi mai le mie origini. Le telecamere non mi hanno cambiata e nemmeno la notorietà. Mi chiedono di parlare ovunque, in qualsiasi circostanza, anche a pagamento, ma io non voglio un centesimo. Io il mio lavoro ce l'ho, nel Ministero dell'Istruzione. Tutto ciò che faccio è per puro amore, per il mio popolo, a cui non rinuncerei mai, Sì, a nessun tassello del puzzle potrei rinunciare.

- Lo sai che si vocifera che sei tra ì prossimi candidati alla presidenza dopo il mandato di Rlvlin, vero?
  Sì, l'ho saputo, ma non fa per me la politica. Sono una donna semplice io. Mi immagini seduta ogni giorno in Parlamento con indosso un abito elegante?

- Al popolo non importa come ti vesti Miriam, al popolo basta solo sentirti parlare. Ha bisogno di sentirti parlare.
  Facciamo così, ti do la stessa risposta che ho dato a Bibi Netanyahu quando mi ha chiesto di entrare a fare parte del suo partito. La politica non fa per me, ma io lascio sempre la porta aperta. Ovunque Dio mi vorrà, io ci sarò.

- Nel 2014 Dio ti ha voluta a Gerusalemme, per accendere una delle dodici fiaccole in onore del Giorno d'Indipendenza dello stato di Israele. Terminato Il tuo breve discorso hai pronunciato la classica formula "Ve le tiferet Medinat Israel" alla gloria dello stato di Israele, proprio come da prassi. Tutti recitano questa frase con grande pathos, ma ml domando quale sia Il suo vero significato, quello più profondo.
  Quando mi hanno comunicato che avrei acceso una delle dodici fiaccole, ricordo che guardai immediatamente la parete, dove vi era appesa la fotografia di Uriel ed Eliraz e dissi loro: "Avete sentito? Quest'anno accenderete voi le fiaccole" Il problema si presentò il giorno stesso, in quanto in Israele si festeggia il Giorno dell'Indipendenza subito dopo aver celebrato il Giorno della Memoria dei soldati caduti Ecco, io avevo trascorso tutto il giorno in cimitero, a piangere. Gli altri invitati avevano avuto modo di prepararsi a dovere per la cerimonia, mentre io arrivavo direttamente dal Monte Herzl. Non pensavo che ce l'avrei fatta, lì dove tutti vedevano i propri famigliari felici, io vedevo solo le tombe dei miei figli. Così parlai con loro, chiesi loro di sedersi tra il pubblico, di darmi la forza. E loro mi ascoltarono, vennero subito in mio soccorso. Li vidi seduti in platea, con in mano le bandiere di Israele. Che gioia! Quando una madre vede i propri figli non può che essere felice. Capii immediatamente che non stavo semplicemente accendendo una fiaccola, stavo riaccendendo il loro spirito. Lo spirito del mio Uriel, del mio Eliraz. Quindi sorrisi e pronunciai il mio discorso. Infine arrivò quella frase: "Alla gloria dello Stato di Israele". Dissi in cuor mio che nessuno più di me poteva comprendere a fondo il significato di quella gloria. Che nessuno aveva pagato un prezzo così caro pur di averla. Nessuno.

- E quest'anno è arrivato il riconoscimento più straordinario di tutti, il Pras Israel. Alla cerimonia hai fatto un discorso che è diventato virale in rete ed è stato inserito in tutti i programmi di studio delle scuole di tutto il paese. Qual è il segreto di tanto successo?
  Un cuore spezzato, diviso in tre parti. Nulla di più. Quando mi dissero che avevo vinto non ci credevo, pensavo fosse uno sbaglio. Io? Miriam Peretz? Una donna così semplice, che non ha fatto proprio nulla per meritarselo. Poi mi chiesero di fare il discorso a nome di tutti i premiati ed io rifiutati immediatamente. C'era David Grossman seduto accanto a me, come avrei potuto prendere io la parola? Proprio io, che in infanzia non sapevo nemmeno cosa fosse un libro e la prima volta che vidi un tagliere da cucina fu quando avevo sedici anni. Proprio io, figlia di due genitori che fino al loro ultimo giorno non erano riusciti ad imparare nemmeno una parola di ebraico, che hanno vissuto in povertà per tutta la loro vita. Com'era possibile? Eppure il Ministro Bennett insistette molto e io dovetti accettare. Così dissi la verità, dissi che a differenza degli altri premiati io non avevo inventato nulla, non avevo condotto ricerche o fatto scoperte importanti. L'unica cosa che avevo da offrire era un cuore. E con quel cuore parlavo a tutti, nessuno escluso, con parole semplici. Parole d'amore.

- Un altro importante traguardo è stata la pubblicazione della tua biografia, che ha avuto un successo clamoroso non solo in Israele, ma in molti paesi nel mondo. Il titolo che hai scelto è "Il canto di Miriam", lo stesso canto che accompagnò il popolo ebraico fuori dall'Egitto, nell'apertura del Mar Rosso. come mai questo parallelismo?
  Semplice, Miriam la profetessa cantava quando si aprivano le acque. Io canto quando mi sento affogare. Ma entrambe cantiamo, lo spirito di entrambe non si spegne mai. Tra l'altro ti racconto un aneddoto, quel libro doveva rimanere nascosto nel mio cassetto. Lo scrissi per i figli di Eliraz, affinché potessero ricordare per sempre il loro papà. Però Dio ha sempre dei piani per me, più mi nascondo e più lui mi scopre. Così la scrittrice Smadar Shir scoprì l'esistenza di questo libro e insistette affinché lo pubblicassimo. Ed io, un'altra volta, accettai.

- Siamo quasi giunti alla fine Miriam e da uomo di fede a donna di fede ti vorrei chiedere, se avessi la possibilità di scambiare qualche parola con Dio, che cosa gli diresti?
  Ah, aspettavo questa domanda. Beh, gli chiederei perché. Perché? Perché? Perché? Perché combattere contro una donna così piccola. Perché affondare un coltello nel mio cuore e rigirarlo per così tante volte. Cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo. Ma sai cosa? Non credo esista una risposta a tutti i miei perché, e proprio per questo motivo credo di aver vinto la mia battaglia. Ho imparato in questi anni ad amare Dio incondizionatamente, nonostante tutte le difficoltà. Ho imparato ad amare il cielo anche quando ha taciuto. Dico sempre che è facile amare Dio quando si ha tutto, ma non è affatto facile amarlo quando non si ha più nulla. E io ce l'ho fatta. Tutti incontrano Dio da morti, io invece lo incontro ogni giorno, da viva.

Prima di salutarci vorrei citare tuo figlio Uriel, recitare la frase che scrisse prima di morire. Una frase che a mio avviso racchiude in sé l'essenza del Sionismo. "Con tutte le spine che sono entrate nel mio corpo, potrei riempire metri quadri di terra. Ma queste non sono semplici spine: queste sono le spine della Terra di Israele". Ecco, abbiamo finito. Grazie Miriam, grazie di cuore.

(Pagine Ebraiche, ottobre-novembre 2018)


Roma - Ospedale Israelitico, più tecnologia e i quattro poli «super-specializzati»

La struttura sull'isola tiberina sarà un centro di primo soccorso odontoiatrico aperto anche la domenica

 Il restyling
 
  L'Ospedale Israelitico rivoluziona il suo percorso di assistenza e cura del paziente potenziando l'offerta sanitaria nel Lazio. Grazie alla valorizzazione delle sue quattro strutture dislocate sul territorio romano prende vita il Network Ospedale Israelitico dove ognuna delle sedi viene caratterizzata da specifici servizi per la salute dei cittadini. Il rinnovamento arriva a conclusione di un potenziamento tecnologico del nosocomio che si è dotato di nuove apparecchiature soprattutto nel campo della diagnostica per immagini. La nuova fase dell'Ospedale passa anche per un progressivo cambio di look delle strutture che saranno contraddistinte da quattro colori che guideranno i percorsi all'interno dei poliambulatori. Il restyling coinvolgerà anche l'immagine on line del Network Ospedale Israelitico con un nuovo portale web che rispecchierà i quattro percorsi e darà agli utenti tutti i servizi di informazione, prenotazione, trasmissione referti e assistenza del nosocomio. Parte anche il servizio "Call Back" del Cup.

 I servizi
  «L'Ospedale Israelitico - spiega il direttore generale, Giovanni Naccarato - nasce nel 1600 con una prima Opera pia ebraica e da allora non ha mai smesso di essere al servizio della salute della città. Con un rilancio tecnologico e di immagine interpretiamo ancora una volta un nuovo modo di fare sanità in Italia. Lo facciamo con professionalità e passione grazie al nostro team di medici e ai nostri direttori di area, senza mai dimenticare da dove arriviamo perché da noi anche il futuro ha una lunga storia» Il network Ospedale Israelitico contraddistingue le quattro sedi:
Isola Tiberina ( contrassegnato dal colore bordeaux è il poliambulatorio che si specializza nei Servizi Odontoiatrici, aperto anche la domenica e accessibile anche senza appuntamento).
Contraddistinta dal colore blu la sede di via Fulda, la più importante del Network Ospedale Israelitico che può vantare una affermata attività di degenza e ambulatoriale. Il colore verde guiderà i pazienti dentro il poliambulatorio specializzato nella Diagnostica per Immagini di via Veronese 53, mentre al civico 59 il poliambulatorio specializzato in attività ambulatoriale è segnato dal colore azzurro.

(Il Messaggero - Roma, 8 novembre 2018)


Notte dei cristalli. L'inizio della barbarie

Ottant'anni fa sui territori del Terzo Reich si scatenarono i pogrom antiebraici. Vennero colpite sinagoghe, case e botteghe. Fu il primo atto della Shoah.

di Roberto Festorazzi

Tra il 9 e il 10 novembre 1938, ottant'anni fa, ebbe luogo il più violento pogrom che fino ad allora si fosse verificato nel Terzo Reich: la Kristallnacht, ovvero la "Notte dei cristalli", che comportò l'attacco sistematico alle proprietà e ai luoghi di culto della comunità giudaica, dilagato dalla Germania, all'Austria e alla regione ex cecoslovacca dei Sudeti da poco occupata dalle truppe di Hitler. Le prime notizie riservate parlavano di 171 case d'abitazione incendiate, di 815 botteghe devastate e saccheggiate, di sinagoghe bruciate ovunque. La vera entità dell'aggressione, che segnò la prima accentuazione della pressione terroristica e intimidatoria contro gli israeliti tedeschi, fu resa nota al processo di Norimberga del 1946.
   Dal protocollo stenografico di una riunione dei ministri del Reich, avvenuta il 12 novembre, si poté apprendere che 7.500 negozi furono demoliti, 101 sinagoghe vennero date alla fiamme, mentre altre 76 furono distrutte. Trentasei ebrei vennero ammazzati, altrettanti feriti in modo grave: complessivamente, ne erano stati arrestati almeno ventimila. Si verificarono anche casi di stupro. Le cifre, in ogni caso, restano controverse. Alcune fonti, indicano in 267 il numero dei templi assaltati, e fissano in circa 100 l'entità totale delle vittime, tenendo anche conto dell'estensione del pogrom oltre i confini della Germania. Il regime di Hitler disse che si era trattato di un'esplosione spontanea di collera popolare, dopo che, a Parigi, un ebreo tedesco diciassettenne, Herschel Grynszpan, attentò, con successo, alla vita del terzo segretario dell'ambasciata del Reich in Francia, Ernst von Rath. In realtà, il regista e l'organizzatore delle violenze, aizzate, dilagate e poi estinte su precisi ordini scritti, fu Reinhard Heydrich, il numero due di Heinrich Himmler alla guida delle Ss e degli apparati di sicurezza e di polizia.
   Il ministro della Propaganda, Joseph Goebbels, descrive, con rivoltante compiacimento, nel suo diario, la vera dinamica della "reazione" seguita all'assassinio del diplomatico a Parigi: «Sottopongo la faccenda al Führer. Lui decreta: lasciare libero sfogo alle manifestazioni. Richiamare la polizia. Che una volta tanto gli ebrei sappiano cosa sia la rabbia popolare. Giusto. Trasmetto subito le necessarie direttive alla polizia e al partito. Poi ne parlo brevemente alla dirigenza del partito. Applausi scroscianti. Tutti si precipitano ai telefoni. Adesso il popolo agirà». Goebbels racconta di aver visto «rosseggiare», all'orizzonte, nelle tenebre della notte, la sinagoga berlinese di Fasanenstrasse.
   La Kristallnacht fu il segnale tremendo del fatto che il Reich aveva imboccato il tunnel della politica più odiosa e selvaggia nei confronti della minoranza israelitica. Il maresciallo Hermann Göring, nel suo sfogo di estremismo, chiese che agli ebrei fossero interdetti i teatri e i cinematografi, e che non potessero condividere neppure, con i tedeschi "ariani", i luoghi di villeggiatura, gli ospedali, perfino i giardini pubblici.
   Quando si pose il problema di chi dovesse pagare i 25 milioni di marchi di danni causati dal pogrom di Stato, le società di assicurazione bussarono alla porta delle autorità, in preda alla disperazione. Se, infatti, le compagnie avessero dovuto indennizzare l'intero importo (per i soli cristalli delle vetrine infrante, si quantificava una cifra di 5 milioni di marchi), sarebbero state trascinate al fallimento. Göring suggerì un'abominevole soluzione: le assicurazioni avrebbero dovuto pagare agli ebrei tutte le somme dovute, ma queste sarebbero state confiscate dallo Stato e le compagnie rimborsate di parte delle loro perdite. Göring stesso sentenziò, mentre in tutta la Germania i roghi erano stati appena spenti, che i «nemici del popolo tedesco» dovessero versare, per i loro «crimini», un contributo di un miliardo di marchi. Del resto, tutto ciò era perfettamente in linea con quanto Hitler aveva illustrato, nel suo Mein Kampf, puro distillato di delirio antisemita, e fonte di una predicazione che non risparmiò alcuna famiglia tedesca.
   Le premesse giuridiche di tale inasprimento della politica razziale, erano state poste, il 15 settembre 1935, con l'approvazione, da parte del Reichstag, delle cosiddette "leggi di Norimberga". Tali normative, anzitutto, privavano gli ebrei della piena condizione di cittadinanza germanica, in quanto ritenuti appartenenti a una razza inferiore, perdendo in tal modo anche i diritti politici riservati ai soli Reichsbürger, cioè agli ariani tedeschi, forti del privilegio di sangue. Le leggi di Norimberga, inoltre, vietavano i matrimoni tra gli ebrei e i soggetti di sangue tedesco e, retroattivamente, dichiaravano nulli quelli già contratti anche all'estero; proibivano anche i rapporti sessuali extra-matrimoniali tra gli ariani e i non ariani. I giudei non potevano inoltre avere al loro servizio donne tedesche di età inferiore ai 45 anni e neppure avevano facoltà di esporre la bandiera del Reich.
   La barbarie della "Notte dei cristalli" sconvolse e indignò l'opinione pubblica internazionale. L'ambasciatore americano a Berlino, Hugh Wilson, venne richiamato a Washington, dal presidente Roosevelt, per consultazioni, e non tornò più in Germania. Analogamente, il rappresentante del Terzo Reich nella capitale statunitense, Hans Dieckhoff, rientrò a Berlino, lasciando vacante la sede.
   Le élite dirigenti delle potenze democratiche europee si mostrarono del tutto inerti, di fronte alla gravità mostruosa di quanto era accaduto: in Francia e in Inghilterra, i rispettivi governi erano ancora avvinti dalle pie illusioni di una pace durevole, dopo la Conferenza di Monaco di fine settembre, in cui avevano ceduto completamente a Hitler. In tal modo, il Führer poté perseguire indisturbato i suoi piani. In quello stesso autunno del '38, ebbero inizio le deportazioni di massa: il lager di Buchenwald, vicino a Weimar, accolse le prime migliaia di ebrei. Era iniziata la corsa verso l'abisso.

(Avvenire, 8 novembre 2018)


Israele, il ciclismo è ancora di casa

 
"Tutti hanno negli occhi il Giro, una grande festa che è stata l'antipasto a una grandissima gara. È una esperienza che non si potrà replicare, per evidenti motivi. Ma questo non esclude che possano andare in porto altri progetti, se Israele avrà la volontà di realizzarli. I presupposti ci sono. Bisognerà eventualmente sedersi attorno a un tavolo e parlarne. Il ferro va battuto finché è caldo.
   Paolo Bellino, direttore generale di Rcs Sport, così si confidava con Pagine Ebraiche a Giro d'Italia da poco concluso. Un'edizione entusiasmante per molteplici motivi. Primo tra i quali la partenza da Israele, per tre giornate sui pedali che restano indimenticabili nella memoria di ciclisti e addetti ai lavori. Da Gerusalemme ad Eilat, emozioni ben oltre l'aspetto agonistico e raccontate nei cinque continenti grazie a centinaia di troupe e giornalisti accorsi da tutto il mondo per filmare le mura della Città Vecchia illuminate di rosa o l'inedito passaggio della carovana in un deserto come nel caso della terza tappa interamente nel Negev. Un'iniziativa, auspicava Bellino, cui sarebbe stato saggio dare continuità. Input entusiasticamente raccolto.
   I dettagli restano ancora in parte da definire, ma il "Giro di Israele" è realtà ed entra nel calendario ciclistico internazionale che conta. Un'operazione che vede ancora Rcs tra i protagonisti, oltre al magnate Sylvan Adams, principale artefice della Grande Partenza del maggio scorso, e alla lsrael Cycling Academy. La prima squadra professionistica locale, che ha ben figurato nello scorso Giro d'Italia entrando in diverse fughe e sfiorando la vittoria in una delle tappe di montagna più dure con il suo veterano, lo spagnolo Ruben Plaza, tra l'altro fresco di rinnovo. Segnatevi le date: 10-14 aprile. "Una lunga volata che ci porterà alle soglie di Pesach, la Pasqua ebraica. Un ottimo modo per festeggiare questi anni di impegno" sottolinea il general manager della squadra Ran Margaliot. E un test tra i più importanti per chi, qualche settimana dopo, lotterà per la conquista del Giro d'Italia. Ancora una volta la determinazione di Adams è risultata vincente.
   Ci raccontava l'imprenditore di origine canadese (ma israeliano d'adozione) alla vigilia del Giro: "Ho due obiettivi principalmente. In prima istanza far convogliare l'interesse del mondo intero su questo bellissimo paese di modo che tanti insospettabili possano scoprire quanto è aperto, tollerante, inclusivo, pluralista, libero e sicuro. Una scoperta che sono certo stimolerà nuovi flussi di turismo, anche in bicicletta perché no ... Perché è importante che il contatto sia diretto, con una testimonianza oculare non filtrata da una narrazione molto spesso faziosa sulle vicende di Israele e del Medio Oriente". Il Giro d'Israele si inserisce in questa prospettiva, insieme ad altre iniziative che stanno vedendo la conclusione.
   Come un velodromo all'avanguardia che presto sarà inaugurato a Tel Aviv, finanziato dallo stesso Adams. "Voglio fare di questo paese un paradiso della bicicletta. E di Tel Aviv una sorta di Amsterdam" ci diceva. Sorridendo, sì, ma con le idee molto chiare.

(Pagine Ebraiche, novembre 2018)


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