Ogni parola di Dio è affinata con il fuoco.
Egli è uno scudo per chi confida in lui.
Non aggiungere nulla alle sue parole,
perché egli non ti riprenda e tu sia trovato bugiardo.
Proverbi 30:5-6  

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La sinagoga di Helsinki e la comunità ebraica in Finlandia

di Chiara Costa-Virtanen

 
Yaron Nadbornik
 
La sinagoga di Helsinki
 
La sinagoga di Helsinki
A Malminkatu, nel cuore di Kamppi, sorge la sinagoga di Helsinki. L'edificio, che rivela il suo carattere religioso per via delle finestrine sulla facciata con la stella di David e l'alta cupola, non è immediatamente visibile per chi arrivi da Runeberginkatu, coperta com'è dalla mole dell'Hotel Radisson. Abbiamo incontrato Yaron Nadbornik, presidente della comunità ebraica, e portavoce della comunità religiosa presso l'USKOT Foruumi, il forum nazionale finlandese per la cooperazione inter-religiosa. Yaron è la persona più giovane che sia mai stata eletta presidente della comunità ebraica finlandese.

- Quanti sono i membri della comunità ebraica finlandese? Dove risiedono principalmente?
  Ci sono circa 1500 ebrei a Helsinki, 1100 dei quali sono membri della comunità, e altri 200 a Turku. In passato erano presentti anche altre due comunità, una a Tampere ed una a Viipuri, purtroppo ormai scomparse. Le comunità si riuniscono intorno alle due sinagoghe della nazione, entrambe Ashkenazi-Ortodosse, costruite rispettivamente nel 1906 e nel 1912.

- A quando risale il primo insediamento ebraico in Finlandia?
  È relativamente recente, risale al 1825. Tutto iniziò quando i militari ebrei (i cosiddetti cantonisti) che prestavano servizio nell'esercito russo in Finlandia, furono autorizzati a rimanere in Finlandia dalle autorità militari russe dopo il congedo.
  Nel 1869 il governo emanò un decreto che regolamentava questa normativa, e nel 1889 un decreto amministrativo che limitava la presenza di ebrei in Finlandia, per cui solo un numero limitato di loro poteva rimanere nel paese fino a nuovo avviso, e con l'obbligo di risiedere in città loro assegnate. Furono rilasciati visti temporanei con un periodo di validità non superiore a sei mesi.
  I lavori consentiti agli ebrei, essendo anche questi regolati dal decreto del 1869, li obbligavano a occuparsi principalmente del commercio di abiti usati. Era vietato frequentare fiere o svolgere le attività fuori dalla città di residenza. La minima violazione di queste limitazioni significava l'espulsione dal Paese. Ai loro figli era permesso di rimanere in Finlandia solo fino al matrimonio.
  Alla fine del 1880 c'erano circa un migliaio di ebrei residenti in Finlandia. Fu solo nel 1917, quando la Finlandia divenne indipendente, che gli ebrei ricevettero maggiori diritti civili. Il 22 dicembre 1917 il Parlamento approvò una legge riguardante i "professanti della legge mosaica", secondo la quale gli ebrei potevano per la prima volta diventare cittadini finlandesi.

- Come cambiò la condizione degli ebrei con l'Indipendenza della Finlandia?
  Tra le due guerre mondiali, la popolazione ebraica salì a circa 2.000 membri, a causa dell'immigrazione principalmente dalla Russia sovietica durante il primo periodo della Rivoluzione. Molti giovani ebrei erano studenti all'università, altri invece svolgevano libere professioni come medici, avvocati e ingegneri. Altri continuarono nel settore tessile e nell'abbigliamento.
  Con poche eccezioni isolate, gli ebrei non presero parte alla politica interna dei partiti e non si unirono a nessun movimento politico.
  Durante la Guerra d'Inverno del 1939-1940 gli ebrei finlandesi combatterono al fianco dei loro connazionali gentili. Durante la guerra tra Finlandia e Russia del 1941-44, a cui parteciparono anche ebrei finlandesi, la Finlandia e la Germania nazista erano alleati.
  Nonostante le forti pressioni tedesche, il governo finlandese si rifiutò di agire contro i cittadini finlandesi di origine ebraica, i quali continuarono a godere di pieni diritti civili durante tutto il conflitto.
  Oggi gli ebrei sono ben integrati nella società finlandese. I membri della vecchia generazione sono per lo più lavoratori autonomi, mentre la maggior parte dei giovani ha trovato un impiego in diversi settori. Non mancano nella comunità scienziati ed artisti, pittori, musicisti ed autori di notevole fama.

- Qual è la storia della sinagoga di Helsinki?
  Nel 1900, la città di Helsinki assegnò un lotto di terra alla comunità ebraica, sul quale costruire una sinagoga. L'area era la zona del mercatino ebraico, dove si vendevano abiti di seconda mano, che nel frattempo era stato trasferito a Simonkenttä. Il luogo è significativo, data la posizione centrale, a dimostrazione di come la minoranza ebraica fosse stata accettata dalla società finlandese.
  La comunità si trovò però ad avere grandi difficoltà a raccogliere i fondi sufficienti. Fu solo nel 1904 che la congregazione fu in grado di assumere l'architetto Johan Jacob "Jac." Ahrenberg per progettare la sinagoga, con a sè annessa una scuola ebraica. I lavori di costruzione iniziarono nella primavera del 1905 e l'edificio fu terminato nell'agosto del 1906. E l'anno scorso, nel settembre 2016, nella capitale finlandese si è riunito il Congresso ebraico europeo, ente che riunisce le organizzazione ebraiche nazionali, per discutere delle sfide dell'ebraismo del Vecchio continente e per festeggiare i 110 anni della sinagoga della città.
  All'interno, oltre agli spazi del culto, ci sono anche degli uffici ed una piccola sala di preghiera, la cosiddetta minyan, che viene usata anche come aula dalla scuola ebraica. All'interno dell'edificio c'è un bagno adibito per il mikveh, ossia l' immersione rituale nell'acqua utilizzata allo scopo di purificazione religiosa. All'interno è presente una vasca di raccolta dell'acqua piovana, dove sia uomini che donne devono immergersi per riacquistare purezza rituale dopo vari eventi, secondo le regole della Torah.
  In Finlandia, oltre a Helsinki, c'è un'altra sinagoga a Turku. La maggior parte delle sinagoghe europee continentali furono distrutte durante la seconda guerra mondiale, ma le sinagoghe in Finlandia sono eccezionalmente sopravvissute alle devastazioni della guerra.
  Queste due sinagoghe hanno un ruolo importante per gli ebrei finlandesi, contribuendo a rafforzare la cultura: non funzionano solo come centri per la vita religiosa, ma anche come luogo di incontro per le attività sociali e come sede scolastica dove insegnare le proprie tradizioni alle generazioni future.

- La comunità ebraica ha sollecitato una petizione per aumentare la sicurezza della sinagoga, con annessa una raccolta fondi. Perché?
  La comunità ebraica di Helsinki vive nella paura di attacchi da parte di neonazisti ed antisemiti: L'edificio è costantemente sorvegliato in modo da prevenire possibili attacchi terroristici. La metà dei fondi della comunità viene spesa solo per la sicurezza dei suoi membri. C'è stata una campagna per raccogliere fondi a favore della comunità. Sono stati raccolti oltre 30.000 € da utilizzare per la sicurezza del luogo, ma nell'ultimo anno sono stati spesi oltre 200.000 € per sistemi di difesa, senza contare tutti i volontari che lavorano per proteggere le infrastrutture.
  La comunità si prende cura 24 ore al giorno, ogni giorno, della sicurezza di bambini, adulti e anziani. Questo per permettergli di vivere la propria identità culturale e religiosa senza preoccuparsi della sicurezza personale.

(la Rondine, 13 dicembre 2017)


Una grande luce viene dallo Stato di Israele

La festa di Chanukkah di quest'anno è "un evento molto buono" per il primo ministro israeliano Netanyahu, come dichiara durante una celebrazione al Dipartimento di Stato. Ha preparato anche un consiglio pratico per i diplomatici di tutto il mondo.

 
Netanyahu accende la prima candela di Chanukkah
GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano e ministro degli esteri Benjamin Netanyahu ha salutato i rappresentanti dello stato ebraico in otto paesi all'inizio della festa di Chanukkah. Durante una celebrazione nel ministero degli Esteri, martedì a Gerusalemme, ha acceso la prima delle otto candele di una Chanukkah. Ha sottolineato che Israele ha forza di splendore in una regione piena di "nemici crudeli". Lo stato ebraico sta invece dalla parte di progresso, umanità, inventiva e speranza.

 Cambiamento di reputazione
  Alla cerimonia erano presenti collaboratori del ministero degli Esteri israeliano in Brasile, Georgia, India, Svezia, Sud Africa, Turchia, Ucraina e Stati Uniti. Netanyahu ha detto che ha bisogno di rappresentanti dello Stato di Israele all'estero. Questi porterebbero la luce dello Stato nel mondo. "E in corso un gtande cambiamento in fatto di reputazione dello Stato di Israele." Questo è dovuto alle numerose missioni di aiuto e cooperazione in varie aree, come energia, salute e acqua.
Netanyahu ha anche detto, secondo l'annuncio del ministero degli Esteri, che la Festa delle Luci di quest'anno è stata "un evento molto buono". Si riferiva al riconoscimento di Gerusalemme come capitale d'Israele da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. E' un passaggio importante come la Dichiarazione Balfour scritta nel 1917.

 Soldati coraggiosi
  Allo stesso tempo, il capo del Likud ha ricordato i soldati del paese. Il loro coraggio è paragonabile a quello dei Maccabei nel II secolo a.C. I Maccabei combatterono contro la profanazione del tempio ebraico da parte degli ellenisti. La festa di Chanukkah celebra il miracolo di luce di quel tempo: una menorah nel tempio era quasi estinta, ma ha continuato ad ardere fino a quando il nuovo petrolio non tornò disponibile.
Netanyahu ha commemorato il soldato Ron Yitzhak Kokia, assassinato dai beduini ad Arad nella notte del 30 novembre. Ha anche ricordato i soldati uccisi a Gaza nel 2014, Hadar Goldin e Oron Schaul, i cui cadaveri Hamas non ha ancora rilasciato
Infine, Netanyahu ha invitato i paesi del mondo a riconoscere Gerusalemme come capitale e a spostare le loro ambasciate da Tel Aviv. "Questo farebbe risparmiare anche tempi di guida."

(Israelnetz, 13 dicembre 2017 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


«Il Giro partirà da Gerusalemme»

Il triathlon a gennaio, primo test per Israele

di Alessandra Camilletti

«Non ci saranno problemi, il Giro d'Italia partirà da Gerusalemme come da programma ufficiale». La situazione politica internazionale, con le recenti tensioni in Israele, non cambia la tabella di marcia della corsa rosa. L'organizzazione della gara ha già svolto i primi sopralluoghi e per il momento sono slittate le verifiche sul campo da parte Rai, che detiene i diritti televisivi della Corsa; verifiche che dovrebbero essere effettuate prima della fine dell'anno o a gennaio 2018. Tappa breve ma intensa, quella di Gerusalemme, che il 4 maggio darà via al Giro numero 101. Il ministero israeliano del Turismo è al lavoro sull'attività di comunicazione. Così come il Comune di Gerusalemme. Anche l'evento Triathlon Israman di gennaio potrebbe diventare occasione di promozione della tappa di primavera. E il campione spagnolo, Alberto Contador, amatissimo in Israele, ha visitato i percorsi.

(Il Messaggero, 13 dicembre 2017)


Quattordici milioni di tedeschi fuori dall'Est

Cacciati nel '45 da territori persi per sempre. Nessuno, 70 anni dopo, si illude di riaverli. Perché per Gerusalemme il problema dovrebbe essere diverso?

di Roberto Giardina

 
Königsberg, la città prussiana che i tedeschi hanno irrimediabilmente perso con la sconfitta
BERLINO - Domenica a Berlino sono state bruciate le bandiere di Israele, per protesta contro la decisione di Trump di spostare l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. Lunedì si è inaugurata una mostra su Gerusalemme sulla sua storia millenaria fino ad oggi. Ed un'altra mostra è aperta da qualche giorno al Martin Gropius Bau (fino al 14 marzo) sul rapporto tra musulmani ebrei e cristiani. Berlino è sempre stata una città di contraddizioni. E sono più evidenti in questi giorni. La Germania, come gli altri paesi dell'Unione europea, ha criticato il presidente americano che con la sua mossa avrebbe sabotato il processo di pace.
  Frau Merkel e il suo ministro degli esteri, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, hanno rilasciato dichiarazioni dure contro Trump. Ma due giornali nazionali, Die Welt e la Frankfurter Allgemeine hanno pubblicato commenti per lo più favorevoli. Il terzo, la Süddeutsche Zeitung, invece è critico. Il trasloco dell'ambasciata può innescare una pericolosa spirale di violenza. Ma i tre giornali, che hanno un forte peso sull'opinione pubblica, qualunque posizione sostengano, forniscono notizie, ricordano la storia con precisione. Nessuno è arrivato a scrivere, come ho letto su alcuni giornali italiani, che fino alla guerra dei sei giorni nel giugno 1967, «Gerusalemme era divisa tra Israele e Palestina».
  La maggioranza dei tedeschi, siano d'accordo con Trump o meno, è bene informata. Sa quale sia la situazione di fatto, senza dimenticare che alla fine della guerra, 14 milioni di tedeschi dovettero abbandonare le loro terre a est, da Königsberg, la città di Kant, a Stettino, a 140 chilometri da Berlino. Territori perduti per sempre, e che nessuno oltre 70 anni dopo si illude di poter riavere. Come è avvenuto per Fiume. «Perché in Israele dovrebbe essere diverso?» si chiede in molte lettere ai giornali. E non sono di ebrei. Il diritto internazionale, ricordano alcuni, è il diritto del più forte. Dal '67 sono trascorsi 50 anni, come tornare indietro? E i berlinesi si accingono a commemorare l'attentato al mercatino di Natale del 19 dicembre (12 morti, tra cui un'italiana, e 56 feriti), compiuto dal tunisino Amri. Tutti i mercatini in Germania, circa 2.500, sono sotto sorveglianza, ma è impossibile garantire la sicurezza totale. Una festa rovinata dalla paura.
  «Per le strade di Berlino si risente parlare ebraico ... gli ebrei tornano a vivere nella metropoli pacificamente ... », scrive il settimanale Die Zeit. Gli ebrei erano poche migliaia quando cadde il muro, oggi sarebbero 20mila secondo i dati ufficiali, forse 50mila, perché molti non si registrano nella comunità. Ma l'articolo risale a oltre due anni fa. Dal settembre del 2015, dall'arrivo in pochi mesi di oltre un milione di profughi, in gran parte musulmani, e l'improvviso furore nazionalistico che ha preso parte dei quasi tre milioni di turchi residenti in Germania che hanno votato (al 67%) per Erdogan, ha cambiato la situazione. Oggi, si consiglia agli ebrei di non farsi riconoscere per strada ad evitare aggressioni.
  La dimostrazione del week end, con 2.500 musulmani che marciano attraverso il cuore di Berlino, contro Israele e Trump, imbarazza il governo. Tutti stigmatizzano, ma con le loro parole, la Merkel e Gabriel hanno indirettamente incoraggiato i residenti arabi e turchi a scendere in piazza. «Bisogna vergognarsi se per le strade delle città tedesche torna a mostrarsi l'odio per gli ebrei», dichiara il portavoce del governo Steffen Seibert. «Noi ci opponiamo a ogni forma dell'antisemitismo e del razzismo», ha ribadito Frau Merkel. Il ministro degli interni, Thomas de Maizière, ha aggiunto: «Noi non accettiamo che ebrei e lo Stato di Israele vengano offesi in modo vergognoso». Leggermente diversa la posizione di Sigmar Gabriel: «Nonostante ogni comprensione per le critiche alla decisione di Trump su Gerusalemme, non si può giustificare che vengano bruciate le bandiere di Israele».
  In realtà, una situazione più che imbarazzante per il governo tedesco. La popolare Bild Zeitung pubblica un rapporto su Der Alltag van Juden in Deutschland, la vita quotidiana degli ebrei, in estrema sintesi, si lanciano razzi contro i bambini ebrei che giocano nei kindergarten, si aggrediscono i passanti, gli studenti musulmani minacciano i compagni ebrei. David Lieberberg, un gastronomo di Francoforte, ha dichiarato: «Ho proibito a mia figlia Luna, di dieci anni, di portare al collo la stella di David ... ». Il settimanale Der Spiegel, benché mai tenero con Trump, invita a visitare la mostra Welcome to Jerusalem (allo Judisches Museum fino al 30 aprile del 2019), per rispondere alla domanda «A chi appartiene la città?», ovviamente programmata da molti mesi. I visitatori potranno decidere con la loro testa al di là delle posizioni del governo dettate da convenienze politiche e economiche. A Berlino, almeno, è possibile.

(ItaliaOggi, 13 dicembre 2017)


Israele - Chiesa della moltiplicazione, quattro anni all'ultrà ebreo che la bruciò

GERUSALEMME - Un tribunale israeliano di Nazareth ha inflitto quattro anni di prigione a Yinon Reuveni, l'estremista ebreo condannato per aver dato fuoco alla Chiesa della moltiplicazione dei pani e dei pesci che si trova sul Lago di Tiberiade, nel nord di Israele. Reuveni è stato anche condannato ad altri due anni ai servizi sociali e al pagamento di 50mila shekel (12mila euro) di danni. Nel giugno 2015 Reuveni ed altri appiccarono fil fuoco, causando ingenti danni. Il presidente Reuven Rivlin si recò sul posto per solidarietà nei confronti dei benedettini tedeschi custodi del luogo. Il premier Benjamin Netanyahu dette ordine allo Shin Bet di condurre le indagini che portarono poi all'arresto di Reuveni. Alla condanna, in luglio, il giudice definì l'incendio «un crimine d'odio».

(Avvenire, 13 dicembre 2017)


Crisi su Gerusalemme capitale. Erdogan «gioca» da mediatore

Oggi il summit islamico a Istanbul. Scontri nei Territori

di Federica Zoja

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Recep Tayyip Erdogan
La mossa di Trump «aiuta la narrativa della cospirazione mondiale contro i musulmani, di cui Erdogan si sta servendo sia internamente sia all'esterno». Così Federico Donelli, ricercatore del Dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Genova, esperto di Turchia e di Medio Oriente, commenta gli attacchi del presidente Recep Tayyip Erdogan contro Israele e Stati Uniti d'America, seguiti al riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico da parte di Washington. Oggi Ankara ospiterà il summit dell'Organizzazione per la cooperazione islamica (Oci): è turca l'attuale presidenza di turno.

- Già in passato il "reis" Erdogan si è proposto come difensore della causa palestinese, ma con scarso risultato.
  Sì, dal 2014 in poi è emersa l'incapacità turca di svolgere un ruolo di mediazione nella regione. Ma ora Erdogan ci riprova, candidandosi al tempo stesso a difensore della causa palestinese, rispetto alla quale l'opinione pubblica turca è assai sensibile, e a leader della comunità islamica, la Umma, composta da sunniti e sciiti. In proposito, si dice che dalla riunione di oggi potrebbe scaturire la proclamazione di Gerusalemme come capitale della Palestina.

- Erdogan, dunque, gioca su più tavoli in contemporanea. Rischia grosso?
  Sì, perché tutto lo scenario è nebuloso. Ma lo fa in primis in chiave interna, gli serve. Un caso di corruzione che vede coinvolto il governo e che riguarda transazioni economiche a cavallo fra Turchia e Iran sta mettendo in crisi l'immagine della presidenza. In più, una parte della base dell' Akp (il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, "dominante" dal 2003) non si riconosce più nel partito com'è oggi. Il presidente, da grande comunicatore, sa come parlare alla sua audience e alle masse religiose per ritrovare consenso.

- Lo scenario è molto complesso e vede la Turchia alleata di Iran e Russia, e pure dialogante con l'Unione europea. È Ankara il nuovo pivot regionale?
  Non sappiamo quali accordi abbiano trovato a Soci (summit tripartito tenutosi in Russia a fine novembre) turchi e iraniani: ipotizziamo che abbiano raggiunto un'intesa che blocca la nascita di uno Stato curdo. Poi, c'è il rapporto con Mosca: da anni la Turchia segue una visione euro-asiatica, autonoma rispetto all'Occidente, pragmatica. Infine, ci sono i legami con le monarchie del Golfo, innanzitutto con il Qatar. E c'è ovviamente l'Europa, imprescindibile poiché rappresenta il grosso degli scambi commerciali e degli investimenti nel Paese. Viceversa, la questione del controllo delle rotte dei migranti (la Turchia ne ospita quasi 4 milioni) rappresenta una leva per far chiudere più di un occhio agli europei sulle violazioni dei diritti umani.

- E inoltre c'è Israele, con cui le relazioni non si sono mai interrotte.
  Esatto. Per la verità neanche fra sauditi e israeliani si sono mai interrotte. Ora la diplomazia americana è squalificata come mediatrice nel processo di pace. Potrebbe essere che ci provi quella turca. Ma il punto cruciale è: che cosa è stato chiesto a Israele in cambio di Gerusalemme capitale? Forse di colpire Hezbollah (sciita) in Libano per conto del fronte sunnita?

- Ci vorrà tutto l'equilibrismo turco, in tal caso, per conquistare e mantenere una posizione super partes nella contesa sunniti-sciiti.
  Sì. Molto dipende senza dubbio dall'evoluzione dello scenario siriano. Ma teniamo presente che la stabilità del regime, per quello turco come per tutti gli altri nella regione, rappresenta sempre il fine ultimo dei leader in campo.

(Avvenire, 13 dicembre 2017)


Giro d'Italia, rischia di saltare la partenza da Gerusalemme

L'escalation di violenze in Israele mette in dubbio l'organizzazione delle tre tappe La Rai, che ha i diritti tv, ha bloccato i sopralluoghi previsti nei prossimi giorni

di Francesca Monzone

ROMA - Il terrorismo e le questioni politiche internazionali colpiscono anche lo sport. Questa volta a finire sotto l'occhio del ciclone è il Giro d'Italia che per l'edizione numero 101, quella del 2018, potrebbe veder sfumare la storica partenza da Gerusalemme il prossimo 4 maggio. La Rai, che detiene i diritti televisivi del Giro, ha annullato tutte le partenze per Gerusalemme dove la prossima settimana i tecnici di viale Mazzini avrebbero dovuto effettuare i sopralluoghi per le riprese delle tre tappe in Israele.
  A quanto pare la stessa Farnesina avrebbe invitato la tv di Stato a non inviare personale in quella zona: si legge infatti dalla pagina del sito del Ministero degli Esteri di elevare la soglia di attenzione per i nostri connazionali a Gerusalemme e Cisgiordania e di evitare luoghi affollati nonché l'utilizzo di autobus o taxi collettivi.

 Lettera al papa
  La corsa "rosa" in Israele ha in programma tre tappe, una a Gerusalemme con una cronometro proprio nella città vecchia considerata attualmente zona ad alto rischio per attentati; una seconda frazione da Haifa a Tel Aviv e l'ultima da Be' Er Sheva a Eilat. La stampa sportiva internazionale nei giorni scorsi proprio riguardo la partenza del Giro d'Italia da Israele ha ricevuto comunicati provenienti dall'organizzazione belga ECCP Brussels e dalla Palestinian BDS National Committee attraverso le quali si stanno raccogliendo firme per evitare che la corsa passi da quei Paesi. È stata scritta una lettera anche a Papa Francesco nella quale si chiede di prendere le distanze dall'evento sportivo.
  La corsa a tappe italiana per il 2018 ha ideato un percorso speciale: non solo ha scelto di partire fuori dall'Europa, ma come tappa finale ha scelto Roma volendo accostare così due città così importanti dal punto di vista storico, religioso e politico, ossia Roma e Gerusalemme.
  Questi, però, momenti di grande conflittualità in Medio oriente: sono tempi di intifada, giorni di missili e di battaglia, di violenze e di morti.
  Lo sport purtroppo negli ultimi due anni è stato già coinvolto negli atti terroristici: è stato costretto ad annullare importanti partite di calcio oppure cambiare sede di grandi eventi sportivi, come nel 2016 quando i campionati Europei di ciclismo, che dovevano svolgersi a Nizza, vennero spostati a Plumelec in zona completamente opposta del Paese in seguito all'attentato del 14 luglio nella città francese. Prima ancora a rischio fu il Giro delle Fiandre dopo l'attentato all'aeroporto di Bruxelles e in quello stesso anno si temeva anche per l'arrivo a Parigi del Tour de France tanto che le misure di sicurezza furono imponenti e tutta l'area venne chiusa e presidiata due giorni prima dell'arrivo della corsa. Come non dimenticare poi l'attentato alla maratona di Boston nel 2013, dove morirono tre persone e i feriti furono oltre duecento.

 Alcune regioni candidate
  Gli organizzatori della corsa rosa non hanno detto nulla riguardo una possibile variazione del programma e un trasferimento della partenza da Israele, ma sicuramente avranno ideato un piano alternativo. A quanto pare ci sono regioni come la Puglia, la Toscana e l'Emilia che si sono già offerte di ospitare le eventuali tre tappe iniziali che non verrebbero disputate all'estero, ovvero in Israele. Se venisse meno la partenza dall'estero a quel punto si potrebbe ipotizzare un via direttamente dalla Sicilia che attualmente è la sede scelta per la partenza della quarta tappa della corsa italiana.

(Il Messaggero, 13 dicembre 2017)


La mossa era prevedibile. Ancora una volta si conferma che è la città di Gerusalemme il vero nodo politico della questione. Questione mondiale, non soltanto mediorientale o arabo-ebraica. Sarà interessante seguirne gli sviluppi nella parte ciclistica. M.C.


Gerusalemme, ignoranza capitale

di Vittorio Sgarbi

Il grande clamore di questi giorni e l'inverosimile dissociazione dell'Italia per la decisione del presidente Trump di stabilire la sede dell'ambasciata americana a Gerusalemme, sono la prova dell'ignoranza e dell'incompetenza del nostro governo e del consueto abusivismo dell'attuale ministro degli Esteri. Trump non ha inventato nulla e non ha fatto altro che prendere atto di una decisione del Parlamento israeliano. Ma nessuno sa che il vero Trump fu il democratico Clinton. Il Parlamento israeliano dichiarò Gerusalemme capitale dello Stato nel 1980, trentadue anni dopo l'indipendenza. Le ambasciate, pigramente, salvo qualche rara eccezione, rimasero a Tel Aviv, in attesa di una presa d'atto dai Paesi dell'Onu. Nel 1995 gli Stati Uniti decisero di riconoscere Gerusalemme capitale e, conseguentemente, di trasferirvi la rappresentanza diplomatica. Incoerentemente, e senza attenzione per la volontà dello Stato di Israele, i vari presidenti, tra demagogia e ipocrisia, hanno rinviato, di semestre in semestre, l'applicazione di quella legge per poter conservare il ruolo ambiguo degli Usa come potenza mediatrice tra israeliani e palestinesi. Giudicare politicamente una scelta o un'inadempienza amministrativa e arrivare a condannarla è una colpevole espressione di ragion di Stato che nega il senso stesso dello Stato. Vigliaccamente l'Italia, con altri Paesi canaglia, ha scelto questa strada, perseverando nell'ambiguità.

(il Giornale, 13 dicembre 2017)


Parlamentari alle marce antisemite, molotov sulle sinagoghe, roghi di bandiere israeliane.

La Svezia ha un problemino con gli ebrei

di Giulio Meotti

ROMA - Nel weekend, dopo la decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, slogan come "morte agli ebrei" e "morte a Israele" sono stati scanditi davanti all'ambasciata americana a Londra e sotto la Porta di Brandeburgo a Berlino. Ma è in Svezia che l'antisemitismo ha mostrato il suo volto più agghiacciante. Sabato sera, bombe molotov sono state lanciate contro una sinagoga a Göteborg, mentre un gruppo di ragazzi ebrei si barricava nell'adiacente centro ebraico. Poche ore dopo, bandiere israeliane venivano bruciate a Stoccolma. A Malmo, la terza città del paese, centinaia di persone si ritrovavano per gridare in coro "spareremo agli ebrei". E il giorno dopo, altre bombe molotov sono state lanciate contro una cappella ebraica. La polizia svedese ha incrementato la sicurezza attorno agli edifici della comunità ebraica dopo questi eventi che hanno scioccato il paese (il premier, Stefano Lòfven, ha condannato "l'incitamento alla violenza contro gli ebrei"). Ma il fatto che a una manifestazione in cui si gridava "morte agli ebrei" abbiano preso parte anche dei parlamentari svedesi (si difendono dicendo che non avevano compreso gli slogan in arabo) getta una luce sinistra sulla socialdemocrazia svedese.
   "Gli ebrei in Svezia sono spaventati e i genitori hanno paura di lasciare i figli all'asilo ebraico", ha detto Johanna Schreiber, una nota giornalista che vive a Stoccolma. "Si ha paura di andare in sinagoga e ci sono persone che si stanno togliendo le stelle di David perché hanno troppa paura a indossarle". Esprimere il sostegno pubblico a Israele può essere pericoloso, ma la polizia non sempre fornisce una protezione adeguata agli eventi proIsraele. Durante una manifestazione a Malmo, la piccola folla di sostenitori di Israele è stata costretta ad abbandonare l'evento dopo che la polizia non è stata in grado di impedire a migliaia di sostenitori palestinesi di attaccare le barricate e correre verso il gruppo. Idit Margulis, un israeliano che vive in Svezia da sette anni, ha smesso di andare ai raduni pro Israele dopo la nascita della figlia. "Ho paura che qualcuno mi ferisca quando sono lì", ha detto Margulis ai media svedesi.
   In seguito all'attacco a Göteborg, alcuni osservatori, tra cui il Simon Wiesenthal Center, hanno collegato gli incidenti all'atteggiamento del governo svedese nei confronti di Israele. Nel 2014, la Svezia è diventato il primo stato membro dell'Unione europea a riconoscere lo "stato di Palestina". Il ministro degli esteri Margot Wallström ha poi suggerito che la motivazione degli attacchi terroristici a Parigi, durante i quali i terroristi islamici hanno ucciso 130 persone, derivava dalla frustrazione dei palestinesi. Hanif Bali, un membro del Parlamento per il Partito moderato di centro destra, il più grande all'opposizione, ha ricevuto una miriade di lettere di odio a causa del suo aperto sostegno a Israele. Bali ha dovuto fare ricorso alla protezione della polizia dopo le minacce di morte.
   Qualche anno fa, dopo i primi clamorosi episodi di antisemitismo, il Wall Street Journal pubblicò un articolo dal titolo: "L'Eurabia si trova in Svezia". E andrà sempre peggio. Nei giorni scorsi, il Pew Forum ha spiegato che, a seconda dei flussi migratori, la Svezia entro trent'anni avrà fra il venti e il trenta per cento di popolazione di fede islamica. In quello scenario, lo slogan "Itbah al Yahud" (uccidete l'ebreo), risuonato nei giorni scorsi nelle piazze svedesi, rischia di diventare una colonna sonora nell'arrendevole socialdemocrazia scandinava.

(Il Foglio, 13 dicembre 2017)


Cosa significa il tour in Medio Oriente di Vladimir Putin. Parla Carlo Pelanda

Conversazione di Formiche.net con Carlo Pelanda, coordinatore del dottorato di ricerca in geopolitica e geopolitica economica dell'Università Guglielmo Marconi di Roma.

di Marco Orioles

Con tre tappe in rapida successione - Siria, Egitto e Turchia - Vladimir Putin ieri ha compiuto un blitz fulminante in Medio Oriente. Si tratta - sostiene Carlo Pelanda, coordinatore del dottorato di ricerca in geopolitica e geopolitica economica dell'Università Guglielmo Marconi di Roma in questa intervista a Formiche.net - della riprova del nuovo attivismo russo in una regione di tradizionale competenza degli Stati Uniti. Frutto dell'intervento di Mosca nel conflitto siriano, dove Putin ha sparigliato le carte permettendo al presidente Bashar al-Assad di protrarre il suo potere, ma anche della scelta strategica americana di "disingaggiarsi" e di "affidare all'Arabia Saudita" il compito di mantenere l'ordine.
  Putin si dimostra un maestro della tattica, interloquendo simultaneamente con potenze rivali come Iran e Arabia Saudita, Egitto e Turchia, Israele e Siria, e ponendosi tra loro - spiega Pelanda - come "honest broker". Ma non è detto che da un punto di vista strategico queste mosse si rivelino vincenti, come dimostra la difficoltà - nonostante gli sforzi profusi - a trovare una soluzione al puzzle siriano. Non è neanche detto del resto, sostiene Pelanda, che a Putin interessi davvero. Dal suo punto di vista, del resto, la missione è compiuta: "A Putin interessa trionfare nelle presidenziali dell'anno prossimo", e al mulino della campagna elettorale appena partita "può portare la vittoria in Siria, dichiarata ieri nella sua visita lampo alla base di Khmeimim".
  Nel breve tempo trascorso in Siria, parlando di fronte alle sue truppe, Putin ha annunciato il parziale ritiro del dispositivo militare. Ma "è solo una mossa elettorale", sottolinea Pelanda. "Il ritiro infatti è già avvenuto da almeno tre mesi, quando i russi hanno rischierato le proprie risorse in modo tale da garantire un presidio da cui sono pronti a reintervenire quando vogliono. Ciò che è più interessante, dietro l'annuncio di ieri, è che con esso Putin ha preso le distanze da Assad". Già. Come nota un editoriale del Foglio di oggi, i generali russi hanno invitato il presidente siriano a non salire sul palco da cui Putin ha pronunciato il suo discorso. Non è tutto però, aggiunge Pelanda: "L'altro messaggio generale che Putin ha lanciato dalla Siria riguarda il Libano: poiché potrebbe esplodere, Putin ha voluto far sapere che la Russia non è vincolata ad intervenire nel Libano".
  Eppure Putin è stato colui che ha assicurato la sopravvivenza politica, se non fisica, di Assad. Lo ha fatto dispiegando la sua aviazione che, a partire dal settembre 2015, ha bombardato a tappeto l'opposizione, con la scusa di sconfiggere il terrorismo. Due anni dopo, con i ribelli confinati in poche enclave, Assad si sente al sicuro. E il suo patron russo può permettersi di dichiarare vittoria e invitare le parti a sedere ad un tavolo e a trattare. Due settimane fa a Sochi, alla presenza del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e di quello iraniano Hassan Rouhani, Putin ha illustrato il suo piano di pace convocando un congresso del popolo siriano. Quante probabilità ha il capo del Cremlino di far siglare alle parti un accordo politico? "A Putin in verità della pace non gliene frega niente", è il giudizio tranchant di Pelanda. "L'interesse di Putin è fare fumo per tenere il pallino della crisi siriana. Il congresso del popolo significa solo che Putin, in accordo con l'Arabia Saudita, cercherà di gestire il post-Assad. La convergenza con Riad che Putin sta costruendo faticosamente altrimenti non reggerebbe. Putin vuole dunque apparire almeno pro forma come un buon mediatore, l'ago della bilancia, colui che fa il lavoro che l'America non fa più".
  L'America, dal canto suo, ha gestito - e vinto - il conflitto con lo Stato islamico. Lo ha fatto con la collaborazione militare dei curdi dell'YPG, inquadrati nelle Syrian Democratic Forces. Le stesse che Erdogan considera nemici mortali e che vuole mantenere fuori da ogni accordo di pace. Erdogan ora però è costretto ad assistere con orrore alla collaborazione tra russi e curdi in Siria. Come reagirà il sultano di fronte a questa provocazione? Pelanda invita a non farsi trarre in inganno. "Queste mosse sono comunque concordate. Non vengono fatte contro qualcuno, tanto meno contro Erdogan. Dimostrano semmai un'intelligenza strategica della Russia che vuole porsi in quel teatro come 'honest broker', come mediatore che ha soluzioni razionali per tutti e che cerca di accomodare tutti. Che gli riesca o meno, poi, questo è tutto da vedere".
  Oltre ad Assad, ieri Putin ha incontrato due alleati di Washington come Erdogan e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Che si sono recentemente avvicinati alla Russia. Un segnale che non è passato inosservato negli Stati Uniti, spingendo il New York Times a scrivere un articolo preoccupato che denuncia il declino dello storico ruolo americano nella regione. L'egemonia Usa in Medio Oriente è dunque al lumicino? "L'America si è disingaggiata da tempo", spiega Pelanda. "L'impero si sta ritirando, e non lo sta facendo a causa di errori, è una mossa pensata. Quanto a Donald Trump, il suo approccio è sintetico: il suo obiettivo primario è non disperdere le risorse. Dunque fa l'accordo coi sauditi e ci penseranno questi ora a tenere a bada gli egiziani. Inoltre Trump non vuole più spendere soldi per l'Egitto. L'approccio di questa amministrazione è cercare di guardare a ciò che veramente è l'interesse primario dell'America, per il resto se ne frega. Il proprio interesse vitale è fondamentalmente essere riconosciuti dall'Arabia Saudita come protettore contro l'Iran".
  Non è da oggi che si parla di declino americano. E non è da oggi che si parla di un'uscita della Turchia dalla sfera di influenza degli Stati Uniti. L'incontro di ieri tra Putin ed Erdogan ne è un'ulteriore conferma. Durante la conferenza stampa con il collega russo, il presidente turco ha annunciato che funzionari governativi di Mosca ed Ankara si incontreranno a breve per finalizzare la vendita alla Turchia del sistema missilistico S-400. "Qui però", secondo Pelanda, "la Turchia sta varcando una linea rossa. E secondo me pagherà un prezzo". Quale, gli chiediamo: l'uscita dalla Nato? "La Turchia è già fuori della Nato", risponde Pelanda. "Lo è da anni. A Trump comunque della Nato interessa poco. Non dimentichiamo che è dai tempi di George W. Bush che l'America sta maturando l'idea che è necessario convincere gli alleati a sviluppare competenze regionali, lasciando che l'America intervenga solo in casi estremi. È il concetto seguito da Barack Obama: leading from behind. Non confondiamolo però con una ritirata, perché l'America non vuole rinunciare al potere globale. Anche se non si capisce come l'America possa recuperare centralità".
  Sempre in conferenza stampa, Putin ed Erdogan hanno sottolineato che la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele "sta destabilizzando la regione e spazzando via ogni prospettiva di pace". Putin sta capitalizzando la rabbia anti-Trump? "Ma queste sono dichiarazioni per i giornali", dice Pelanda. "Di Gerusalemme non interessa nulla né a Putin né a Erdogan. L'unico a essere preoccupato per Gerusalemme è l'Iran. Queste dichiarazioni servono per rassicurare Teheran. Perché l'Iran vede la fine di Hezbollah e di Hamas".
  Ma anche l'Europa, ribattiamo noi, è preoccupata per la mossa di Trump. "L'unico ad essere davvero preoccupato è Emmanuel Macron", afferma Pelanda. Il presidente francese ha intuito che, come controparte per Gerusalemme, "Trump ha chiesto a Israele di fare pulizia dei terroristi. Che è poi anche una necessità: Israele non può andare avanti con i problemi di Iran ed Hezbollah sul collo. Se vuole sopravvivere deve annichilire Hamas e sconfiggere Hezbollah per evitare che continui a tenere il dominio sul Libano e quindi l'influenza sulla Siria. E questo è il motivo per cui Macron è molto agitato. Perché la Francia si sente il garante del Libano, che è il suo modo di sentirsi al centro della regione. Non dimentichiamo che la Francia ha benedetto l'accordo tra Hezbollah e i cristiani maroniti. Se adesso gli israeliani gli fanno fuori gli Hezbollah, la Francia è fuori. Questo è il motivo per cui Macron è stato molto attivo e ha chiesto ai governi europei di condannare subito la mossa di Trump".

(formiche.net, 12 dicembre 2017)


Collaborazione tra CREA e Comunità Ebraica di Roma per la produzione del tallèd di preghiera

 
Tallèd ebraico
Il prossimo 13 dicembre alle 11,30, la ricercatrice Silvia Cappellozza, responsabile del laboratorio di Padova del CREA Agricoltura e Ambiente, si recherà in visita al rabbino capo Di Segni, presso la Comunità Ebraica di Roma con una delegazione formata dal proprietario della ditta D'Orica, sig. Zonta, il rettore dello IUSVE di Venezia, prof. Arduino Salatin, il docente di Strategia e Fashion and Luxury Management della Bocconi di Milano, prof. Salvo Testa e il direttore dell'Agenzia veneta per l'innovazione nel settore primario, Ing. Alberto Negro. La visita ha lo scopo di rafforzare la collaborazione per la produzione degli tzitizit (frange) di seta per gli scialli di preghiera ebraici (tallèd), valorizzando la produzione agricola made in Italy.
Il tallèd, anche definito scialle di preghiera, è un indumento rituale ebraico il cui sviluppo della tradizione e storia risale ai tempi della compilazione della Torah.
Dopo lunghe e complesse ricerche, si sono ritrovate le radici di questa tradizione ed è stata avviata una nuova produzione, sotto il controllo dell'Ufficio Rabbinico della Comunità Ebraica di Roma.
La trattura del filo di seta e la realizzazione del tessuto per il tallèd è stato curato dalla ditta D'Orica, che ha anche coordinato e acquisito la produzione di bozzolo italiano realizzato dagli allevatori della rete Bachicoltura Setica, con la consulenza tecnico-scientifica, la formazione degli allevatori e la fornitura di uova da parte del CREA Agricoltura e Ambiente di Padova.

(CREA, 12 dicembre 2017)


Ruth Dureghello ricevuta dal Ministro Alfano

ROMA - La presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, è stata ricevuta alla Farnesina questa mattina dal ministro degli Affari Esteri Angelino Alfano. Nel colloquio, che è stato "franco e cordiale", la Comunità Ebraica di Roma riferisce in una nota di aver espresso "perplessità riguardo alla linea dall'Italia rispetto al tema di Gerusalemme, sottolineando la vicinanza degli ebrei di tutto il mondo alla città capitale dello Stato d'Israele".
   "L'incontro segue gli ultimi episodi di antisemitismo che si sono verificati in Europa, tra cui l'attentato alla sinagoga di Göteborg in Svezia. La presidente Dureghello ha ringraziato il ministro Alfano per gli sforzi compiuti dal Governo nelle sedi internazionali e per l'organizzazione della conferenza sull'antisemitismo prevista per gennaio a Roma durante la presidenza Osce. Ha poi chiesto di rafforzare la cooperazione con la Farnesina e il Governo italiano per contrastare la rinascita dei movimenti xenofobi e razzisti e le violenze antisemite, mascherate sotto la veste di antisionismo", conclude la nota.

(ANSAmed, 12 dicembre 2017)


Malcontento sociale e divisioni politiche fiaccano l'appello alla terza Intifada

Leader palestinesi pragmatici e crisi economica: ecco perché la rivolta non ha preso piede

di Rolla Scolari

 
Gerusalemme
Subito dopo l'annuncio dell'amministrazione Trump del trasferimento dell'ambasciata americana a Gerusalemme, Hamas - il gruppo islamista palestinese che controlla Gaza - ha chiesto ai suoi seguaci d'innescare una terza Intifada. Ci sono state manifestazioni nei Territori palestinesi della Cisgiordania e a Gaza, a Gerusalemme Est, la parte araba della città. Eppure, benché le violenze temute ci siano state, sono comunque risultate più contenute e meno sanguinose del previsto.
   Dopo la preghiera islamica di venerdì, tra Gerusalemme Est e Territori palestinesi secondo i dati delle autorità israeliane sono scese in piazza circa 3.000 persone, sabato il numero era sceso a 500, e domenica era inferiore. E se è troppo presto per fare bilanci, se la situazione resta a rischio e il minimo incidente può innescare terribili violenze, allo stesso tempo gli osservatori riflettono sull'utilizzo del termine Intifada: sollevamento, rivolta. «Terza Intifada» è un titolo che ricompare ogni volta che scoppiano scontri tra israeliani e palestinesi, come nel settembre 2015 e a luglio. Eppure, il quotidiano israeliano «Yedioth Ahronoth» ha fatto notare come ci siano stati «migliaia di like online», e meno manifestanti in strada, mentre sul tabloid «Israel Hayom», vicino alla destra, Oded Granot ha spiegato come «la scarsezza della violenza mostri come i palestinesi non siano interessati a un'altra Intifada».
   Muhammad Shehada, giovane attivista palestinese originario di Gaza, scrive sul quotidiano liberal israeliano «Haaretz» come una terza Intifada «non sia nell'interesse né di Hamas né dell'Autorità nazionale palestinese» (Anp) e lo stesso giornale, in un altro articolo, racconta in tre punti «perché non ci sarà una terza Intifada»: mancano gli elementi delle sommosse del 1987 e del 2000. Oggi, i palestinesi a Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est sono più divisi di allora, sia geograficamente sia politicamente, spiega «Haaretz». Da parte sua, Fatah, il partito del rais Abu Mazen che controlla la Cisgiordania, non ha intenzione di mettere in forse i suoi accordi di sicurezza con Israele, che garantiscono lo stipendio regolare a centinaia di membri degli apparati militari e delle forze dell'ordine, e permettono di arginare il rivale politico Hamas. Non è un caso che il giornale palestinese al-Ayyam, vicino a Fatah, abbia ripubblicato un editoriale del 2012 in cui si auspica un' «intifada calma». L'Autorità palestinese ha chiesto infatti alla popolazione di scendere in strada, ma in maniera pacifica, e agenti e poliziotti hanno lavorato al controllo del territorio e non, come accaduto nella seconda intifada nel 2000, abbandonato l'uniforme per unirsi agli scontri.
   Dall'altra parte, Hamas ha chiamato all'intifada, ma in Cisgiordania e Gerusalemme Est, non nella sua Gaza, perché come l'Anp il movimento non può permettersi oggi caos in casa.
   L'accordo raggiunto da poco dagli islamisti con i rivali di Fatah significa la fine del blocco economico sulla Striscia da parte di Egitto e Israele, la riattivazione della debole economia locale e quindi un auspicato indebolimento del malcontento sociale interno che mina la sua autorità. «Ci sono molta disperazione e rabbia palestinesi davanti alla mancanza di prospettive di progresso diplomatico e sulla fine dell'occupazione - scrive Haaretz - ma ci sono anche pragmatismo politico e la necessità di guadagnarsi da vivere».

(La Stampa, 12 dicembre 2017)


Ricordiamo qualche titolo dei media di sei giorni fa: Trump dà battaglia in Medio Oriente, Trump incendia il Medio Oriente, Trump agita i musulmani, Trump scatena l'ira araba, Trump infiamma il mondo arabo, Trump agita il mondo, Trump scuote il mondo. E all'interno: la terza intifada... la terza intifada... la terza intifada...La terza intifada sarebbe stata così bella da raccontare. Descrivere azioni violente contro il malvagio Israele, mostrare la ferocia dei suoi soldati, muovere a compassione per le sofferenze dei palestinesi occupati e oppressi. E invece niente. O poco, troppo poco. I palestinesi hanno deluso. Ma più che altro hanno deluso tanti, troppi giornalisti. M.C.


L'islam e Gerusalemme: una città senza valore, sacra per ordine di Arafat

Per secoli i musulmani non le hanno attribuito rilievo religioso. Ma la politica ne fa un simbolo: una bandiera filo-araba da sventolare contro l'Occidente.

di Fiamma Nirenstein

In questi giorni l'agguato dei media a qualsiasi ghiotto segnale che tutto da queste parti può prendere fuoco e esplodere in una carneficina, è stato commovente. Una passione che ha portato a esaltare ogni manifestazione, ogni piccolo falò di bandierine e ritratti come fossero una rivoluzione. In realtà anche il numero dei palestinesi coinvolti, salvo forse che il venerdì alla Moschea, è stato contenuto, la gente ha voglia di vivere e lavorare e per ora i leader sembrano distanti dal sentimento popolare. Ma il nome magico Yerushalaim, Jerusalem, Al Quds in arabo, sempre accompagnata dalla formula un po' stanca «sacra alle tre religioni» è diventata un passepartout che garantisce lettori, ascoltatori specie quando «prende fuoco» come si dice.
   E perché prende fuoco? Anche qui la lettura sembra ovvia, ma in realtà lo è meno di quel che si immagina. Sempre si ripete che la città è sacra alle tre religioni. Ma questo non basterebbe senza una miccia politica. La ragione sta nel fatto che l'Islam non può accettare che Gerusalemme non sia interamente sua. Lo ripetono anche i manifestanti «collo spirito, col sangue, ti difenderemo Gerusalemme», lo slogan che la Moschea di Al Aqsa sia in pericolo è un mantra caro ai terroristi suicidi che corrono a salvarla anche se lo status quo conserva la Spianata delle Moschee giorno dopo giorno. Ma Gerusalemme non è mai citata nel Corano e se ha avuto un'indubbia valenza politica per l'Islam conquistatore, meno ne ha avuto per l'Islam religioso. Finché diventa politico.
   La conquista araba nel 638 ha dato una sua impronta a quella che era stata per un millennio la capitale ebraica, conquistata dai romani nel 70, poi gestita dai Bizantini. Ma né gli ottomani né i giordani ne hanno fatto una capitale; al contrario anche sotto l'impero ottomano che inizia nel 1517 per passare la mano agli inglesi solo nel 1917 è stata periferica e negletta, nonostante le bellissime moschee. La città che al tempo del Secondo Tempio aveva 200mila abitanti, quando arrivarono i Turchi era scesa a 10mila. Gli ebrei, in genere bistrattati coi cristiani se non nel primissimo periodo sotto Omar, si abbarbicarono alla loro città santa, citata nella Bibbia più di 600 volte, nonostante le persecuzioni. Erano maggioranza già nell'800. Mecca e Medina sono per secoli le città sante per i musulmani. Il filosofo Ibn Taymyya vissuto all'inizio del '300 sostenne che l'esaltazione di Gerusalemme era giudeizzazione da rifiutare. Chi sostiene che la santità della città deriva dal viaggio notturno del profeta sul cavallo Al Buraq, contrasta con chi sostiene che quella città non è Gerusalemme. Nel 680 il califfo di Damasco decise di costruire un tempio sulla Rocca di Gerusalemme, il monte del Tempio, e di suggerire pellegrinaggi nel luogo per contrapporlo per motivi politici alla santità di Mecca e Medina. Ma Gerusalemme è rimasta in secondo piano fino alla guerra del '67 in cui Israele la unificò vincendo l'attacco di tutti i Paesi arabi coalizzati, compresa la Giordania che occupava mezza città. Da quel momento cresce di fronte alla disillusione araba la distanza del mondo arabo dalla leadership nazionalista e progressista (come Gamal Nasser, il grande sconfitto) e cresce vertiginosamente insieme al rifiuto di Israele, il ricompattamento intorno a temi religiosi.
   È da allora che si costruisce da parte della leadership palestinese che presto si definirà intorno alla figura di Arafat la potenza suggestiva e religiosa di Gerusalemme, anche per chiamare l'aiuto del mondo arabo alla propria causa. Arafat cominciò a invocare il martirio per Gerusalemme; fece di questa città la bandiera islamica più condivisibile contro Israele e l'Occidente, seguito a ruota dal conformismo terzomondista e antisraeliano dei tanti che non aspettavano altro prima nel mondo comunista, poi in Europa.

(il Giornale, 12 dicembre 2017)


La scelta americana su Gerusalemme è nata dall'accordo israeliani-sauditi

L'intesa contro gli sciiti vicini all'Iran: Riad ora punta sull'Egitto per chiudere la questione palestinese. L'Italia sbaglia a opporsi.

di Carlo Pelanda

Mike Pence
La decisione dell'amministrazione Trump di portare l'ambasciata a Gerusalemme, riconoscendola capitale di Israele in contrasto con la dottrina dei due Stati che la vede condivisa con i palestinesi, è un atto irrazionale e avventato, come accusano media e governi europei, o una strategia meditata?
   Va ricordato che lo spostamento dell'ambasciata è un atto approvato da anni dal Congresso e che da tempo, ogni sei mesi, viene sospeso dall'esecutivo. Donald Trump ha deciso di non sospenderlo più. Nella conferenza stampa in cui l'ha annunciato era evidentemente consapevole del vespaio che tale decisione avrebbe creato: in modo ripetitivo e agitato ha sottolineato che l'atto non implicava l'abbandono da parte degli Usa di un impegno per la pace e che avrebbe inviato subito, come è accaduto con un insuccesso diplomatico, il vice Mike Pence a fare un giro di rassicurazione in Palestina e dintorni. Tali immagini hanno alimentato nei critici l'idea che Trump non sia stato consapevole delle conseguenze. In realtà provano che lo era. Inoltre da giorni aveva avvertito i principali interlocutori arabi che avrebbe fatto la mossa. Israele, soprattutto, è da settimane che si prepara a contenere l'intifada ora in atto.
   Si tratta di una strategia. Quale? Alcuni sostengono abbia voluto creare una situazione di conflitto per dirottare le attenzioni dei media casalinghi sulle accuse di relazioni opache con la Russia in campagna elettorale. Altri ritengono che Trump abbia voluto dimostrare che mantiene le promesse fatte - Gerusalemme capitale è una di queste per compiacere le élite bibliste che vedono l'America come Seconda Gerusalemme protettrice della prima ed erede della sua missione - sia per ottenere consenso sia per dissuasione verso l'esterno. Difficile precisare il lato interno. Ma ci sono motivi sul lato esterno che giustificano la mossa strategica. Washington ha la priorità di contenere l'espansione di Russia e Iran, e in questa di eliminare in Libano il dominio degli Hezbollah filoiraniani, e dimostrare all'Arabia Saudita che l'America saprà aiutarla contro l'Iran stesso, anche per evitare che i sauditi, convergenti con la Russia in materia di prezzi del petrolio, espandano la collaborazione con Mosca.
   Probabilmente gli esperti di Trump gli avranno suggerito che bisogna ingaggiare Israele sia come potere nucleare di teatro per evitare che i Saud chiedano l'atomica sia come forza armata capace di eliminare i proxy filoiraniani nell'area, cioè Hezbollah e Hamas.In cambio bisognava dare qualcosa a Israele: il riconoscimento di Gerusalemme capitale. Trump, probabilmente, non ha l'intenzione di cambiare la dottrina dei due Stati contigui, Palestina e Israele, ma pare disposto ad abbandonarla per un obiettivo di rilievo maggiore, considerando che anche l'Arabia Saudita non ha interesse a difendere i palestinesi nel momento in cui ha bisogno di una convergenza con Israele.
   Mancano importanti dettagli, ma s'intravede un gioco strategico. Per tale motivo avrei preferito che l'Italia fosse stata zitta prima di dichiararsi in contrasto con gli Usa o per lo meno avesse mostrato riluttanza prima di aderire all'invito, di fatto proiraniano e pro Hezbollah, della Francia (che si considera protettrice del Libano) a dissociarsi come ha fatto intelligentemente la Germania. La mossa di Trump ha sbloccato lo scenario mediorientale e ha messo l'America non più in posizione di mediatore, ma di protettore dei sunniti. Gli europei hanno l'opportunità di fare con profitto i mediatori tra America e Russia-Iran: appare controproducente sul piano tecnodiplomatico mettere a rischio tale profitto potenziale per stare con la Francia che sostiene la parte avversa all'America. Ancor più strana è la difesa dell'idea di dare uno Stato ai palestinesi nel momento in cui questi mostrano, oltre alla corruzione che rende vago ogni accordo incentivante, di non saper controllare gli sciiti di Hamas collegati a Hezbollah.
   Dalla tomba, immagino, sta sorridendo l'ex premier israeliano Ariel Sharon, che anni fa progettò una strategia per tornare alla Giordania parte dei territori occupati da Israele e incentivare l'Egitto a prendere il controllo di Gaza. Chiaramente Giordania ed Egitto non vorranno incorporare tali virus, ma, qui forse la novità, l' Arabia Saudita ha i mezzi e l'interesse per incentivarli o forzarli, e chiudere così la stramaledetta questione palestinese. Sarà questo il secondo compenso per l'ingaggio di Israele? Tale opzione è una mia fantasia, ma la scossa data al teatro permette di pensarla. Israele? Sa che deve combattere per vivere e combatterà, sperando che la convergenza con Arabia Saudita e Stati Uniti porti a conflitti che poi chiudano con un nuovo equilibrio sia la questione palestinese sia quella mediorientale più generale.

(La Verità, 12 dicembre 2017)


Trump ha certificato la fine della causa palestinese, lo hanno capito anche gli arabi

Al di la delle parole di circostanza i regimi arabi danno poca importanza alla decisione di Trump. La questione palestinese non infiamma più nemmeno le folle arabe, lo hanno capito anche i giornalisti e gli analisti arabi che vedono la fine della causa palestinese così come la conoscevamo.

Se ne sono accorti anche i media arabi che la reazione del mondo musulmano alla decisione del Presidente Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele non ha "infiammato" il mondo islamico.
Fatima Mohie-Eldin scrive su Muftah che «la decisione degli Stati Uniti su Gerusalemme evidenzia l'indifferenza regionale nei confronti della Palestina» mentre Ali Abunimah, co-fondatore di Electronic Intifada, ha dichiarato ad Al Jazeera che «le dichiarazioni rese dai regimi arabi sono rigorosamente per il consumo pubblico» volendo intendere che sono solo a favore dell'opinione pubblica araba ma che in effetti agli arabi di Gerusalemme e della Palestina non importa nulla...

(Right Reporters, 12 dicembre 2017)


La pace secondo Usa e Israele: Gerusalemme Est ai palestinesi

Soluzione in vista: Netanyahu non cita più l'indivisibilità della capitale E Abu Mazen rivendica solo Al Quds, cioè la parte orientale della città. Solo l'Unione Europea non ha capito niente.

di Marco Respinti

Il 17 di Av del 5740, ovvero il 30 luglio 1980, la Knesset, il parlamento israeliano, ha emanato una legge fondamentale (analoga a una legge costituzionale) proclamando Gerusalemme capitale «unita ed indivisa». Ma dopo il riconoscimento di Gerusalemme capitale d'Israele da parte del presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump, il 6 dicembre, la grande assente è proprio l'indivisibilità della città. Non ne parla Trump, non ne parla il premier israeliano Benjamin Netanyahu, non ne parla il presidente palestinese Mahmoud Abbas alias Abu Mazen. Che sia questa la chiave di volta? Nel riconoscimento di Gerusalemme capitale, infatti, colpisce meno il fatto in sé che non il momento in cui ciò avviene, un momento reso ideale dal clima di guerra fredda che aleggia sull'universo arabo-islamico spaccato tra sciiti e sunniti.
   Sul fronte sciita ci sono l'Iran, la Siria governata dalla minoranza alauita, le milizie separatiste dello zaidismo in Yemen ed Hezbollah in Libano che pure puntella il presidente cristiano Michael Aoun. Via Damasco, è tutto più o meno in quota russa.Dall'altra parte (il nemico del mio nemico è mio amico) ci sono i Paesi sunniti e dunque gli Usa. Mentre la Turchia traccheggia attendendo venti favorevoli, l'Arabia Saudita finge di non sentire il mal di pancia e si appoggia a Washington. Ma questo, colmo dei colmi, la colloca di fatto dalla stessa parte d'Israele. Morale, forse la via che porta a Gerusalemme passa attraverso un maxiaccordo epocale e tutto il resto è teatro: sul palco ognuno recita il proprio ruolo storico e dietro le quinte, ottenuto da Israele il sacrificio del mito dell'indivisibilità di Gerusalemme in cambio della garanzia di poter issare la bandiera della vittoria finale, la sostanza potrebbe regalare ai palestinesi una sorte di enclave dorata che ne salvi la faccia e fischi la fine della partita. Scrive infatti Daniel Pipes, fondatore e direttore del Middle East Forum, che la decisione di Trump «in effetti riconosce come capitale d'Israele la Gerusalemme ovest pre-1967 e non l'intera Gerusalemme» conquistata con la Guerra dei seigiorni.
   Del resto Riad, mentre bolla la mossa dell'alleato Trump come «ingiustificata e irresponsabile», pare stia da settimane cercando d'indorare la pillola ai palestinesi, spingendoli ad accettare la decisone della Casa Bianca. Perché? Perché ora l'Arabia Saudita teme più l'Iran che non Israele e così per il nuovo uomo forte di Riad, il principe ereditario Mohammed bin Salman, la sicurezza (e l'egemonia sul mondo arabo-islamico), potrebbe valere bene una Gerusalemme. A novembre il ministro israeliano dell'Energia, Yuval Steinitz, aveva dichiarato alla radio dell'esercito che il Paese della Stella di David aveva avuto contatti segreti con Riad. Tutto smentito, ma si sa che è come confermare.
   Cosa ci guadagna Trump? La risoluzione della madre di tutte le diatribe e un posto nei libri di storia come re dei mediatori, visto che l'Ue, l'unica che in tesi potrebbe sostituire Washington in quel ruolo, si è chiamata fuori. Ieri infatti a Bruxelles Netanyahu, chiamato da votazioni importanti alla Knesset, ha avuto solo il tempo per scambiarsi gelo e freddezza con l'Alto rappresentate agli Affari esteri, Federica Mogherini, mentre il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker non lo ha visto poiché trattenuto dalla ... neve.

(Libero, 12 dicembre 2017)


Blitz di Putin da Assad; "Via le mie truppe". Ora Mosca lavora a un nuovo ordine regionale

Il presidente nella base militare di Hmeymim. Poi vola da Al Sisi e da Erdogan

Vladimir Putin
Se i terroristi in Siria rialzeranno la testa, condurremo contro di loro dei raid mai visti
Recep Tayyip Erdogan
Con i colloqui di Astana contribuiamo a quanto stabilito dall'Onu a Ginevra per la pace in Siria

di Giordano Stabile

Ha evitato di pronunciare, forse per scaramanzia, le parole «missione compiuta». Ma il senso della visita di Vladimir Putin alla base aerea russa di Hmeymim in Siria, con l'annuncio del ritiro delle truppe russe, assomiglia molto al proclama di George W Bush a bordo della portaerei Abraham Lincoln il primo maggio 2003. Allora si trattava di celebrare la fine del regime di Saddam Hussein in Iraq e l'inizio di un nuovo corso, democratico e filo-occidentale, in Medio Oriente. Ora il nemico sconfitto è l'Isis e la Russia spera di imporre «un suo ordine» nella regione, basato su alleanze a tutto raggio e senza guardare per il sottile circa la natura dei regimi amici.
   La tappa siriana è stata la prima di un tour che ha toccato anche Il Cairo e Ankara. Lo zar è arrivato con un Tupolev partito da Soci, senza essere annunciato, tanto che secondo fonti dell'opposizione lo stesso presidente siriano Bashar al Assad è rimasto sorpreso. Ha avuto una colazione di lavoro con i vertici militari, poi ha passato in rassegna le sue truppe, in tenuta «coloniale», e ha annunciato «l'inizio del ritiro». Putin ha ringraziato i suoi soldati per aver sconfitto «i più agguerriti gruppi terroristici della storia» e ha avvertito che anche dopo il ritiro la Russia può scatenare «raid aerei di potenza mai vista» contro il pericolo jihadista.
   La precisazione è importante, perché anche se ormai lo Stato islamico è al lumicino, e per Mosca «sconfitto» tout court, il Paese non è stabile. I russi resteranno nella base aerea di Hmeymim e a Tartus, ma a ranghi ridotti. Assad ha ricostruito le sue forze armate su una base demografica erosa, può contare su, poche, unità scelte di valore ma per il controllo del territorio è costretto ad affidarsi a milizie territoriali locali e internazionali addestrate dai Pasdaran iraniani.
   La presenza russa non è massiccia, fra gli 8 e i 10 mila uomini, ma il loro ruolo è stato decisivo. I vertici militari hanno cercato di preparare il ritiro con l'invio di «polizia militare» composta da musulmani caucasici e, anche se senza mai ammetterlo, di contractors, anch'essi islamici, originari delle ex repubbliche asiatiche dell'Urss. L'idea è quella di riequilibrare con una presenza militare «sunnita» lo strapotere delle milizie filo-iraniane, in modo da evitare l'esplosione di una nuova rivolta sunnita. Queste forze «alternative» sono già stimate in 4-5 mila uomini.
   Non bastano. Putin punta anche a un «accordo politico» con un Congresso nazionale siriano che vedrà la partecipazione di tutte le componenti «politiche, etniche, religiose» che sarà definito nel round di colloqui ad Astana a gennaio. Per stabilizzare la Siria, Paese all'80% sunnita, Mosca punta anche a coinvolgere i curdi, con i quali ha ristabilito a novembre il coordinamento militare anti-Isis. Il tour de force di ieri lega quindi le due cose: partita siriana e più ampia partita mediorientale. Dopo la Siria, Putin è volato dal presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi, che aveva appena incontrato il presidente palestinese Abu Mazen e Re Abdullah di Giordania per la questione di Gerusalemme.
   Con il rais ha definito gli accordi per l'uso delle basi aeronavali egiziani da parte delle forze russe e per la realizzazione della prima centrale nucleare egiziana. Stesso menù, militare e civile, nella cena con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Dopo il sistema antiaereo S400 Putin vuole definire il contratto per la centrale nucleare di Akkuyu. Ma c'erano anche pietanze più indigeste. Su tutte la richiesta pressante di Erdogan per un via libera alle operazioni anti-curde in Siria. Una mossa che rischia di far crollare l'equilibrio costruito a fatica dallo zar.

(La Stampa, 12 dicembre 2017)


Visita a sorpresa di Putin in Siria: "Via le nostre truppe dal Paese"

Il leader del Cremlino vedrà al Sisi ed Erdogan. All'ordine del giorno la questione Gerusalemme

Vladimir Putin ha ordinato l'inizio del ritiro delle truppe russe dalla Siria: lo riporta la tv filo-Cremlino Russia Today riferendo di una visita a sorpresa del presidente russo nella base aerea russa in Siria di Hmeimim. Putin ha visitato questa mattina la base aerea di Hmeimim, dove ha incontrato il presidente siriano Bashar al Assad alla presenza dei rispettivi ministri della Difesa. Una tappa a sorpresa, quella di Putin in Siria, prima di recarsi in Egitto e Turchia per discutere, tra le altre cose, degli effetti della decisione del presidente americano Donald Trump su Gerusalemme capitale d'Israele.
  "Mosca non dimenticherà mai i sacrifici e le perdite nella lotta al terrorismo in Siria e in Russia", ha detto Putin, sottolineando che i suoi militari "tornano con gloria" dal Paese mediorientale, dopo una campagna durata oltre due anni e che ha comportato anche perdite, non solo successi. "Non dimenticheremo mai i sacrifici e le perdite che sono stati affrontati nella lotta al terrorismo, sia qui in Siria, che in Russia", ha detto, parlando alle forze armate nella base russa a Latakia
  La base di Hmeimim è stata istituita il 30 settembre 2015 dalla difesa russa per condurre un'operazione militare in Siria e sostenere le truppe governative nella guerra, a sostegno di Assad e contro l'organizzazione terroristica dello Stato islamico, e anche successivamente al conflitto resterà un presidio sul Mediterraneo per Mosca, armata anche con sistemi antimissile S-400.
  Il leader russo è poi volato in Egitto, dove è stato accolto dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Il Cremlino ha riferito che al centro del bilaterale con l'omologo egiziano ci saranno i temi della cooperazione bilaterale, "politica, economica e commerciale", e la stabilità e sicurezza in Medio Oriente. I due leder avevano buone relazioni, finché il Cremlino non ha sospeso i voli diretti con l'Egitto, dopo l'attentato di ottobre 2015 a un volo di turisti russi in viaggio dal Mar Rosso a San Pietroburgo, in cui sono morte 224 persone. A rivendicare l'attacco è stato un gruppo affiliato all'Isis nel Sinai.
  Da tempo i due paesi tengono colloqui sul potenziamento della sicurezza negli aeroporti egiziani, condizione posta da Mosca per riaprire i collegamenti aerei, ma per ora non si è giunti ad un'intesa. La collaborazione nel campo della Difesa è un altro tema cruciale tra i due Paesi: la visita di Putin arriva meno di due settimane dopo che il governo russo ha annunciato di aver raggiunto un accordo preliminare col Cairo - della durata di cinque anni, ma estendibile - sull'uso congiunto dello spazio aereo e delle basi militari dei due paesi. Una volta formalizzato, l'accordo estenderà la presenza di Mosca in Egitto, alleato storico degli Usa fin dagli anni Settanta.
  Altra questione urgente nella cooperazione economica è la sigla del contratto con Rosatom per la costruzione della prima centrale nucleare in Egitto, ad El-Dabaa. L'accordo intergovernativo - dal valore di 30 miliardi di dollari e che prevede quattro reattori della potenza di 1.200 megawatt ciascuno - è stato siglato a novembre 2015 al Cairo, ma la firma del contratto è sempre stata rimandata; secondo il giornale ufficiale egiziano Al-Ahrman, questa potrebbe avvenire proprio durante la visita di Putin. Fonti anonime russe, riportate dall'agenzia Bloomberg, hanno detto che l'accordo è pronto da tempo, ma l'approvazione finale dipende dai risultati dei colloqui politici ad alto livello. L'Egitto spera che il primo reattore entri in funzione nel 2024.
  Nel pomeriggio Putin volerà ad Ankara, su invito dell'omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, per discutere sui conflitti nella regione, specialmente del caso di Gerusalemme. "Si prevede che nei colloqui del nostro presidente con Putin si scambieranno opinioni su affari internazionali e regionali, soprattutto sui fatti di Gerusalemme e quello che accade in Siria, oltre alle relazioni bilaterali tra Turchia e Russia", si legge in una nota delle presidenza turca. Secondo l'agenda, la riunione tra Putin e Erdogan inizierà alle 16.30. Per le 18 è in programma una cena di lavoro delle delegazioni, dopo la quale è prevista una conferenza stampa (alle 19).

(L'Huffington Post, 11 dicembre 2017)


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Vladimir Putin alleato di Trump in Medio Oriente e garante dello scontento arabo

Tour diplomatico per il presidente russo, che vede Assad, Erdogan e Al Sisi, e amplia la sfera di influenza. The Donald tiene per sé Israele e sauditi.

di Umberto De Giovannangeli

Il futuro ha il marchio del passato. Di un ritorno a prima del 1979, a una divisione del Medio Oriente in zone d'influenza con un ruolo forte dell'Urss. In questa chiave, oltre che "vincitore" della campagna di Siria, Vladimir Putin si appresta a vestire i panni, ancora più strategici, di "garante" dello scontento arabo, di un Grande Medio Oriente che non porta i suoi conflitti interni a un livello da allarme rosso per la sicurezza internazionale.
  Il presidente russo gioca anche un ruolo da alleato di Donald Trump, a cui assicura la non implosione di un'area cruciale sul piano geopolitico e militare per la potenza americana. Con un'Europa ridotta a ininfluente spettatore di una partita troppo più grande delle sue divisioni e della perduta grandeur, il Medio Oriente - ma non solo - diventa teatro di una nuova triangolazione, della quale Vladimir Putin è cruciale. Il presidente russo vede a sorpresa Bashar al Assad e annuncia il ritiro del vittorioso contingente militare di Mosca dalla Siria, si reca al Cairo per colloqui e accordi commerciali con il capo dello Stato Abdel Fattah Al Sisi, vola in Turchia dal presidente Recep Tayyip Erdogan per discutere di Siria e Gerusalemme e parlare di cooperazione, anche militare.
  Nella triangolazione c'è la Russia con i suoi alleati diretti, Iran su tutti. Ci sono le petromonarchie del Golfo, a guida saudita, che affidano agli Usa la gestione dell'equilibrio regionale, pur guardando con nuovo interesse a Mosca. C'è Israele.
  Le manifestazioni che agitano il mondo musulmano dopo lo strappo americano su Gerusalemme non inducano ad affrettate conclusioni: nessuna ambasciata europea, almeno di quelle che contano, si sposterà da Tel Aviv a Gerusalemme, ma di certo il patto di ferro stretto da Benjamin Netanyahu con il principe ereditario saudita, il giovane e ambizioso Mohammad bin-Salman, è destinato a reggere. Perché riequilibratore dell'espansionismo sciita nella regione. In questo scenario, Putin disegna i caratteri di una "Yalta mediorientale". Oggi può farlo al meglio, ma non contro "l'amico americano". Perché tale resta per "zar Vladimir" il tycoon statunitense impiantato alla Casa Bianca. Il miglior presidente Usa che Putin potesse desiderare. Perché The Donald è un presidente che gioca la partita mediorientale, malgrado alcune sue debolezze, nonostante i muri, i Muslim-ban, gli strappi gerusalemiti che gli creano ostilità crescenti.
  I due presidenti sono entrambi dinanzi a un appuntamento elettorale. Infastidito dagli scandali del Russiagate, e ora anche dalle denunce di molestie sessuali, Trump vede davanti a sé delicate elezioni di "midterm". Sul fronte opposto, il problema dello zar è uno solo: evitare di essere rieletto presidente col 99% dei consensi.
  Perché la "triangolazione" mediorientale possa reggere, c'è bisogno di un Putin mediatore, garante per l'appunto, anche in nome e per conto di Trump. Deve vincere, certo, ma non strafare. Emblematico, in tal senso, è il recente vertice di Sochi. La comunità internazionale legge i conflitti aperti in Medio Oriente come sunniti contro sciiti? Ecco Putin scompaginare i giochi e riunire, in un vertice a tre il presidente turco Erdogan (sunnita) e il presidente iraniano Rohani (sciita).
  Sarebbe ingeneroso, oltre che errato, imputare al solo Trump l'emergere della Russia putiniana come asse centrale nella geopolitica mediorientale. Una parte di responsabilità, e non marginale, ce l'ha il predecessore del tycoon miliardario: Barack Obama, con la sua determinazione ad azzerare la presenza militare statunitense in Medio Oriente senza preoccuparsi del vuoto lasciato e di chi poteva riempirlo. Di fronte all'incedere delle Primavere arabe e della crisi di vecchi e fedeli alleati, come il presidente egiziano Hosni Mubarak, Obama decise di non decidere. E questo fu un messaggio devastante per i rais della regione: l'America ci lascerà soli. E allora, è meglio guardare verso Mosca. Perché lì regna un presidente che le scelte le fa e le porta fino in fondo.
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  Così è accaduto in Siria. Mentre gli Usa provavano ad armare una parte dei ribelli anti-Assad, Putin assieme all'alleato iraniano sceglie di puntellare il regime alauita e, nel frattempo, convincere il presidente-generale egiziano al-Sisi, come il turco Erdogan, che lui gli alleati non li lascia in braghe di tela ma anzi li arma, li sostiene al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, delinea con loro possibili spartizioni territoriali e di ricchezze naturali.
  Armi e affari: è la ricetta di Putin. Che fin qui ha pagato. La guerra all'Isis era diventata la priorità assoluta per il mondo libero? L'incubo peggiore aveva le sembianze di Abu Bakr al-Baghdadi? Dalla base russa di Hmeimin, in Siria, il "comandante Vladimir", proclama la disfatta dello Stato islamico e poi incontrato il presidente siriano Bashar al-Assad e il ministro della Difesa russo Serghiei Shoigu. La presenza russa in Siria è destinata a durare a lungo, visto che il presidente Putin ha ratificato un accordo con il governo siriano che consente alla Russia di mantenere la base aerea di Hmeimin, nella provincia di Latakia, per 49 anni, con la possibilità di estensione per altri 25 anni.
  Missione conclusa. Dopo aver vinto la guerra, ora è tempo di edificare la "pax russa". Non da solo, ma con il benevolo coinvolgimento di altri leader regionali. Dell'Iran, si è detto. Così come della Turchia. Ora, Putin guarda al Paese delle Piramidi e al suo presidente, l'ambizioso al-Sisi. Geopolitica e affari, anche sul fronte egiziano. Una miscela che paga. Dal vertice fra Putin e al-Sisi emerge l'intesa sull'inizio della costruzione della centrale nucleare di El Dabaah, dopo che le parti avevano firmato un accordo in cui l'agenzia atomica russa Rosatom si era impegnata a fornire all'Egitto un prestito che avrebbe coperto l'80% del costo di realizzazione. Rosatom, costruirà i quattro reattori, e nell'arco di 60 anni fornirà il combustibile nucleare per poi decommissionare l'impianto. Sarà Mosca, in base all'accordo, a provvedere al finanziamento del progetto con un prestito di 25 miliardi di dollari. Complessivamente, Putin ha portato al suo omologo egiziani un "dono" (in affari e finanziamenti) di 30 miliardi di dollari. E questo mentre, lo scorso agosto, gli Usa avevano bloccato l'erogazione di 95,7 milioni di dollari in aiuti all'Egitto.
  Tra gli altri argomenti in agenda, vi era anche la ripresa dei voli regolari tra i due Paesi, sospesi dopo l'incidente del 31 ottobre 2015, quando un aereo russo cadde sul Sinai causando la morte di 224 passeggeri. Il ministero dei Trasporti russo ha dichiarato che i voli diretti con l'Egitto potrebbero riprendere prima dell'inizio della Coppa del mondo in Russia nell'estate 2018. L'Egitto giocherà proprio contro la nazionale russa nella fase a gironi.
  Il tour di Putin prosegue, vola ad Ankara. Tra Putin ed Erdogan è un reciproco scambio di complimenti e di rassicurazioni reciproche. Si fissano altri appuntamenti, si cementa un'alleanza che ha come perno una Russia garante, di nuovo, del contenimento delle spinte indipendentiste dei Curdi. Basta e avanza per Erdogan il cui incubo maggiore non si è mai chiamato Isis ma "Grande Kurdistan". Alla Turchia, Mosca garantisce ciò che Erdogan ha sempre voluto: una zona cuscinetto alla frontiera con la Siria. In cambio, il "sultano di Ankara" non fa dell'uscita di scena di Bashar al-Assad un discrimine strategico. Ci penserà Putin a scegliere il momento più opportuno per l'uscita di scena del rais di Damasco. Ma se ciò potrà avvenire, è perché il "triangolo" regge. Perché Riad non si sentirà tradita da Erdogan e al-Sisi, perché Israele non decida di cambiar verso alla sua politica "attendista" rispetto ai conflitti interarabi e tra Arabi e "Persiani".
  Per giocare questa partita epocale, Putin dovrà confermare di essere all'altezza di un compito durissimo. D'altro canto, la storia del Medio Oriente offre una lezione che il leader del Cremlino deve dimostrare di aver colto: una guerra si può vincere, un dittatore si può abbattere, ma se non si ha una visione sul dopo, la tragedia busserà alle tue porte. E' stato così per George W.Bush in Iraq, e i costi di questa assenza di strategia, se per strategia non si intende spacciare l'ideologia "scontrista" dei neocon, totalmente fallimentare, l'America continua ancora a pagarli. Competitori-alleati, dunque. Comunque complementari. Perché se oggi, di fronte ai proclami di vittoria lanciati da Putin in Siria, non si torna a parlare di una nuova Guerra Fredda, è perché, paradosso della Storia, alla Casa Bianca non siede un liberal che avrebbe fatto dei diritti umani e dei principi intangibili delle libertà la leva per una resa dei conti con l'autocrate russo. Che ciò sia un bene, sarà il tempo a dirlo. Ma se il futuro non ci consegnerà l'esplosione della polveriera (nucleare) mediorientale, con effetti domino devastanti sull'intero scacchiere mondiale (a cominciare dal trentottesimo parallelo) è solo perché la strana "triangolazione" avrà retto. Il mondo si governa così.

(L'Huffington Post, 11 dicembre 2017)


Israele distrugge un tunnel di Hamas nella Striscia Gaza

GERUSALEMME - L'esercito israeliano ha dichiarato aver distrutto un tunnel di Hamas nella Striscia di Gaza. Lo ha detto un portavoce dell'esercito israeliano, Jonathan Conricus, precisando che il tunnel è stato scoperto poche settimane fa e che l'operazione non ha provocato vittime. Il 30 ottobre le forze israeliane avevano distrutto una galleria simile costruita dal Jihad islamico, un altro gruppo armato palestinese. Questi tunnel sono destinati, secondo l'esercito, ad "attività terroristiche". Il tunnel distrutto partiva della città di Khan Younis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza, e penetrava per diverse centinaia di metri in territorio israeliano. "Consideriamo questa come una grave violazione della sovranità israeliana", ha detto Conricus ai giornalisti, aggiungendo che Israele non sta cercando di aumentare le tensioni con i palestinesi. Il tunnel era attivo da diverso tempo e, secondo il portavoce, non aveva alcuna correlazione con le proteste contro l'annuncio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. La Striscia di Gaza è controllata dal movimento islamista di Hamas, considerato dagli israeliani come un'organizzazione terroristica.

(Agenzia Nova, 11 dicembre 2017)


Gerusalemme - Città unica, indivisibile e inappropriabile

di Donatella Di Cesare

 
Unica, indivisibile, inappropriabile, impossibile da capitalizzare, Gerusalemme è la città che si sottrae all'ordine degli Stati-nazione. Ne eccede la ripartizione, la trascende, la interdice. Contro questo scoglio, o meglio, contro questa rocca, sono naufragati tutti i tentativi che, in un'ottica statocentrica e nazionale, hanno mirato solo a frazionarla e segmentarla. Smacco della diplomazia e, ancor più, fallimento di una politica che procede con il metro e con il calcolo.
   Gerusalemme non divide; al contrario, unisce. Ed è proprio questa unità la sfida che non è stata raccolta. Perché già da tempo avrebbe dovuto essere immaginata una nuova forma politica di governo capace di rispondere alla sovranità verticale di questa città straordinaria, di rispondere alla sua costitutiva apertura orizzontale.
   Qui sta il punto della questione, ma nulla di ciò è avvenuto. Piuttosto si è fatta valere l'ipotesi, oramai sempre più lontana, di due Stati separati da confini incerti, precari, minacciosi.
   Non sarebbe stata, non è, anzi, più saggia, seppure inedita, la via di due comunità confederate? Sono oramai molti a crederlo. Città degli stranieri, culla dei monoteismi, residenza dell'Altro sulla terra, anche per i laici, Gerusalemme è quel luogo dell'ospitalità che resiste a una forzata e artificiosa spartizione.
   Yerushalaim, capitale di Israele - chi potrebbe non riconoscerlo? - ma anche soglia che Israele è chiamato a oltrepassare. Come ha già fatto - è bene ricordarlo - con la libertà di culto. Ogni rivendicazione nazionalistica, da ambo le parti, è fuori luogo.
   Qui dove si richiederebbero mitezza, prudenza, perspicacia, l'atto arrogante e fragoroso del trumpismo danneggia sia israeliani sia palestinesi. E tuttavia, proprio perché è lo scoglio teologico contro cui urta la politica, Gerusalemme può divenire modello extrastatale e banco di prova di future lungimiranti relazioni fra i popoli.

(Corriere della Sera, 11 dicembre 2017)


Gerusalemme capitale? Sì, certamente, "chi potrebbe non riconoscerlo?” Capitale di che? Ma di Israele, ovviamente. Della nazione Israele? No, perché “ogni rivendicazione nazionalistica è fuori luogo”. Ma allora, di che cosa è capitale Gerusalemme? “Gerusalemme può divenire modello extrastatale”, dunque capitale di un’entità universale trascendente “l'ordine degli Stati-nazione” e “banco di prova di future lungimiranti relazioni fra i popoli”. Chiaro? La lezione di filosofia politica finisce qui. Grazie. M.C.


Su Israele un'altra colpa dell'Europa codarda

Eppure questo sarebbe il momento per una formidabile accoppiata politica: sì a Gerusalemme capitale e piano di vero aiuto per una regolamentazione della West Bamk.

di Giuliano Ferrara

Gli argomenti di Bret Stephens in favore della decisione di Trump, che è l'unico forse a disprezzare più di me, su Gerusalemme capitale sono irrecusabili (New York Times, 8 dicembre).
  1. La pace in medio oriente non dipende dalla questione israelo-palestinese: basta citare i massacri in Libia, Egitto, Yemen, Iraq e Siria per rendersene conto.
  2. Come dimostrano i realistici rapporti attuali di Israele con Arabia Saudita, Egitto, Bahrein, e Abu Dhabi, malgrado lo stallo delle politiche per i due popoli e due stati, non è quella la questione che può impedire un riavvicinamento tra il mondo arabo e l'entità "sionista".
  3. Non è vero che gli Stati Uniti con quella decisione indeboliscono il loro ruolo di fair broker in medio oriente: quel ruolo è fallimentare da molti anni.
  4. Il carattere sacro e multilaterale in senso religioso di Gerusalemme dipende dalla libertà di culto assicurata per tutti: nei 19 anni di dominio giordano gli ebrei non potevano pregare al muro del pianto, ecco, non è stato vero l'opposto sotto la dominazione israeliana.
  5. Il pericolo di violenze palestinesi, il rischio di un nuovo incendio nei territori. Ma la arab street è sempre stata l'integrazione cinica in carne umana sacrificale delle politiche negazioniste degli stati e delle classi dirigenti corrotte che le promuovevano (infatti, va notato, con la delegittimazione dell'Autorità palestinese, di Hamas eccetera la risposta popolare è stata più di frustrazione che sintomo di una rivolta di massa).
  6. E' un regalo senza riscontro a Netanyahu, una rinuncia a un oggetto di scambio per la pace. Non è vero: agli israeliani di ogni tendenza politica piace, ma senza alcun entusiasmo indebito per un fatto compiuto da millenni, il fatto che Gerusalemme, loro capitale politica da settant'anni, sia riconosciuta diplomaticamente dal maggior alleato, per il resto i giochi di pace e guerra si fanno altrove.
  7. Il riconoscimento della realtà toglie al partito della paura e dell'annientamento, la teocrazia cleptocratica che si agita alle spalle dei palestinesi e li inganna e illude da decenni, la capacità di tenere diplomaticamente e simbolicamente in ostaggio Gerusalemme.
Ce n'è abbastanza per domandarsi a quale titolo gli europei si facciano belli con il volto degli altri. Qui la Francia delude, l'Italia delude, e molto. Si capisce, c'è una logica onusiana in certi comportamenti, e un mercato di scambio complesso, un suk, di cui forse è meglio non parlare, per non vergognarsi - politicamente e non moralisticamente -, ma l'opposizione alla decisione del Congresso americano (1995, due anni dopo il fallimento di Oslo per colpa di Arafat), finalmente ratificata dall'amministrazione Trump, sa di codardia, di conformismo, di mero pregiudizio, un automatismo irriflesso e poco lungimirante. Il presidente Gentiloni e l'Alto rappresentante Mogherini avrebbero dovuto riflettere, prima di mettersi a fare gli attivisti in Consiglio di sicurezza e altrove di un'Unione europea che su Israele le ha sbagliate tutte, colpevolmente, alimentando il vero incendio, che è il tentativo di delegittimarla con varie aperture al boicottaggio e di illudere l'Autorità palestinese con leccornie ad alto valore simbolico passibili di alimentare il suo senso di onnipotenza vittimario. Morti palestinesi, disperazione palestinese, isolamento e frustrazione del popolo: sono elementi di una tragedia che come tale va considerata. Questo sarebbe il momento per una formidabile accoppiata politica: sì a Gerusalemme capitale e piano multiforme di vero aiuto e incoraggiamento alla prospettiva di una regolamentazione seria e responsabile dell'area tormentata della West Bank, mettendo energia, soldi, capacità di mediazione e iniziativa politica al servizio della pace e del rinnovamento delle classi dirigenti in Palestina. L'Italia, che fu pur sempre il paese dell'Israel Day, il 13 novembre del 2003, e che è stato il paese capace sotto Berlusconi di offrire a Gerusalemme i doni di grazia di una politica lungimirante, avrebbe potuto cercare nella sua identità e storia la via del dubbio, dell'attenuazione dei riflessi condizionati, pavloviani, delle delegazioni europee all'Onu. Ma non è successo. Non si scarta dall'ovvio e dal già visto. La mancanza di fantasia e di autonomia politica dei nostri governi e della loro diplomazia, nonché nella maggioranza della stampa e delle televisioni, è abbacinante.

(Il Foglio, 11 dicembre 2017)


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L'illusione del know how

L'involontario ballon d'essai lanciato da Trump continua a svolgere la sua funzione. Uno dopo l'altro, i vari commentatori della politica israeliana sono indotti a far emergere in modo più delineato la loro posizione. Anche l'autore di questo articolo, amico deciso di Israele e dispregiatore altrettanto deciso di Trump, questa volta sembra costretto a dire qualcosa che, senza essere in appoggio a Trump (non sia mai), appoggia "argomenti... in favore della decisione di Trump". Gli dev'essere costato molto. Poi se la prende, a ragione, con l'Unione europea, Mogherini, Gentiloni che, a suo avviso, avrebbero sbagliato a non cogliere la provvidenziale occasione offerta al mondo da Trump. Dice infatti l'autore: "Questo sarebbe il momento per una formidabile accoppiata politica: sì a Gerusalemme capitale e piano multiforme di vero aiuto e incoraggiamento alla prospettiva di una regolamentazione seria e responsabile dell'area tormentata della West Bank". Che significa? Forse che "mettendo energia, soldi, capacità di mediazione e iniziativa politica al servizio della pace", come dice in seguito, si potrà ottenere il "rinnovamento delle classi dirigenti in Palestina"? Beh, se è vero che la mancanza di fantasia dei nostri governi è abbacinante, come lui dice, ce ne vuole molta di fantasia per immaginare che si possa convincere gli islamici a rinunciare a Gerusalemme e al Monte del Tempio offrendo loro "una regolamentazione seria e responsabile dell'area tormentata della West Bank, mettendo energia, soldi, capacità di mediazione e iniziativa politica al servizio della pace". E' l'illusione laica, occidentale, anche berlusconiana, che la soluzione di tutti i problemi, anche di questo, stia nel know how. No, Israele è anzitutto una questione di verità, prima che di modi. Le prime domande a cui rispondere non sono del tipo "come si fa?", ma "è vero che?" M.C.

(Notizie su Israele, 11 dicembre 2017)


Due nomi sono in gioco

di Marcello Cicchese

Per la Bibbia i nomi sono importanti, perché dare il nome esprime autorità. Due nomi allora sono in gioco in questo conflitto: Israele e Palestina.
Chi ha scelto il primo nome? Il Dio che ha creato i cieli e la terra:
    "Perciò di': Così parla Dio, il Signore: Io vi raccoglierò in mezzo ai popoli, vi radunerò dai paesi dove siete stati dispersi, e vi darò la terra d'Israele" (Ezechiele 11:17).
Chi ha scelto il secondo nome? L'imperatore romano che ha distrutto Gerusalemme e si era proposto di cancellare il nome di Israele dalla terra.
Israele e Palestina sono dunque due nomi dietro i quali sono in lotta due campi spirituali: da una parte Dio e il Suo popolo, dall'altra Satana e le nazioni. I ben intenzionati, gli "amanti della pace" che soffrono per le intolleranze degli "opposti estremismi" vorrebbero risolvere il problema facendo a metà: due zone, due Stati, due nomi: Israele e Palestina. Come dire: un po' a Dio e un po' a Satana. Questi pacifisti che credono di poter essere più buoni di Dio assumendo il ruolo di mediatori tra due gruppi di violenti in lotta, in realtà finiscono sempre per difendere una sola delle due parti: la Palestina. Alla fine costituiranno le truppe di riserva dell'esercito di Satana: dopo i falchi oltranzisti dell'Islam, scenderanno in campo contro Israele le colombe accomodanti delle Nazioni Unite. E tutti e due i gruppi parteciperanno alla comune sconfitta.
    "In quel giorno, nel giorno che Gog verrà contro la terra d'Israele, dice Dio, il Signore, il mio furore mi monterà nelle narici [...] Verrò in giudizio contro di lui, con la peste e con il sangue; farò piovere torrenti di pioggia e grandine, fuoco e zolfo, su di lui, sulle sue schiere e sui popoli numerosi che saranno con lui. Così mostrerò la mia potenza e mi santificherò; mi farò conoscere agli occhi di molte nazioni, ed esse sapranno che io sono il Signore" (Ezechiele 38:18,22-23).
(Da “Dio ha scelto Israele”)


Scontro Macron-Netanyahu. L'Europa sceglie i palestinesi

Il presidente francese pretende «un gesto di coraggio». Il premier israeliano: «È la nostra capitale da tremila anni»

di Fiamma Nirenstein

Un leader sa distinguere la vieta consuetudine da ciò che è giusto, sa attribuire il peso necessario alla verità quando le bugie non hanno portato a nessun risultato, sa vedere quando per raggiungere l'unità. l'Europa non deve utilizzare come ostaggio l'unica preda a disposizione per ottenere un voto compatto, Israele, mentre tutto il resto è dissidio. Sa individuare un alleato valoroso di fronte alle sfide del tempo, specie in tempo di terrorismo.
   Invece Macron incontrando Netanyahu all'Eliseo ha marcato di nuovo la sostanziale indifferenza dell'Europa per Israele, per la sua sicurezza e la sua esistenza: è la posizione ufficiale, quella di ripetere la parola Israele coniugandola sempre con occupazione, ignorando la realtà dei fatti, e Macron si è mosso da bravo scolaretto. Eppure il suo linguaggio corporeo rispettoso e cordiale, il sorriso, le pacche sulle spalle nonché la sua promessa di visitare Israele nel 2018 e la dichiarazione di non avere nessuna intenzione di organizzare un'altra fallimentare conferenza di pace, segnalano un desiderio di accordo, un sottinteso proibito. Ma manca il coraggio di non essere quella solita Europa che biasima Israele e gli Stati Uniti.
   Netanyahu ha detto nell'incontro in cui Macron invocava la pace: «La cosa più importante per un negoziato è riconoscere che l'altra parte ha il diritto di esistere. È questo il punto che ha impedito la pace fra israeliani e palestinesi. Ecco la mia offerta: sediamoci insieme e negoziamo la pace. Ho più volte invitato il presidente Abbas e lo faccio di nuovo qui. Questo è un gesto di pace». È stata questa la risposta alla richiesta di Macron, che ha domandato al primo ministro d'Israele «un gesto coraggioso verso i palestinesi, lo stop agli insediamenti», accompagnato dalla condanna del riconoscimento di Gerusalemme da parte di Trump. Forse era l'Europa a dover mostrare un po' di coraggio, in particolare la Francia dove l'antisemitismo ossessivo e omicida ha già spinto all'emigrazione 8mila ebrei nel solo 2016.
   E non è abbastanza coraggiosa Israele a mantenere una decisa, puntigliosa democrazia e un sistema giudiziario impeccabile mentre è parafulmine dell'odio islamista che la bombarda di terrorismo? Non è abbastanza coraggiosa nel mantenere la sua proposta di dialogo per la pace quando i palestinesi pagano stipendi ai terroristi e nominano scuole e strade in loro onore? Non soddisfa l'Europa il fatto che Gerusalemme sia, benché unita come capitale di Israele dal '50, affidata per quel che riguarda le tre religioni ai poteri di ciascuna delle fedi che la caratterizzano, garantendo così il libero accesso? E dov'è la richiesta di un gesto coraggioso ai palestinesi e al mondo arabo, mentre la violenza sembra la carta preferita o l'unica che sa giocare, mentre in Europa si diffonde l'antisemitismo, come in Svezia dove è stata assalita una sinagoga?
   Netanyahu ha descritto a Macron una realtà evidente a tutti: «Gerusalemme è la capitale di Israele da tremila anni, dove ha sede la Knesset, gli uffici del governo, le istituzioni importanti e il cuore del popolo ebraico». Deve forse restare il solo a non scegliere la propria capitale? Macron, quando dichiara che riconoscere Gerusalemme è pericoloso, non ha in mente o finge di non sapere quanto sia pericoloso proseguire in una menzogna che tiene i palestinesi nell'illusione di potere ottenere tutto senza dare niente, usando come leva il terrorismo, nel sogno di veder sparire Israele dalla Terra.

(il Giornale, 11 dicembre 2017)


A un Presidente europeo che in questa svolta della storia ha la sfrontatezza di chiedere al Presidente israeliano un “gesto di coraggio” bisognerebbe rispondere chiedendo a lui un gesto di decenza: chieda scusa e annunci le sue dimissioni da una carica manifestamente superiore alle sue capacità. M.C.


Su Gerusalemme capitale non decide l'America. Demonizzare Israele è inaccettabile
      Articolo OTTIMO!


di Barbara Pontecorvo

Trump non conferma né nega che Gerusalemme sia la capitale di Israele: Gerusalemme è dal 1950 la capitale dello Stato ebraico.
   Nel 1870 il Piemonte, con le truppe del nascente Stato italiano, sconfisse Pio IX e travolgendo le sue truppe, fece di Roma la sua capitale. Gli Stati accreditati presso il Papato ne presero atto. Avrebbero potuto fare altrimenti, lasciando senza rappresentanza il loro Stato perché l'Italia aveva scelto Roma per capitale? Sì, sarebbero potuti rimane a Torino o a Firenze, ma sarebbe stato irreale. Non lo fecero. Era palese che Roma era stata scelta come capitale dal Regno d'Italia, non dagli Stati i cui ambasciatori erano rimasti a Roma, essendo ormai accreditati non più presso il Papa Re bensì presso il Regno d'Italia. Più tardi, si sarebbero sdoppiate le ambasciate, ma sempre a Roma rimasero. Un secolo e mezzo addietro (quasi) la tecnica e la scienza erano per certi versi ai primordi, ma la logica talvolta dominava sulle sole emozioni.
   Oggi prevalgono le emozioni e sembrerebbe che sia stata l'America a decidere che Gerusalemme è la capitale d'Israele. Piuttosto, gli Usa lasciano aperta, se non addirittura spalancata, la facoltà per uno Stato palestinese di insediarsi a Gerusalemme Est, qualora decidano di intraprendere la via della pace. Se non fosse che il processo di pace non è mai nato perché, malgrado Israele abbia lasciato che l'Autorità Nazionale Palestinese si insediasse in quasi tutta Cisgiordania e si sia ritirato da Gaza (senza nemmeno lo straccio di una contropartita), l'Anp continua a pensare che presto o tardi la logica dei grandi numeri e dello scarto morale di chi lancia i missili finirà per completare l'opera che mira a eliminare gli ebrei dalla zona, come sono stati eliminati dall'Europa.
   Mandare messaggi ambigui, con una logica dettata dalla paura, non comporta soltanto la firma di una sentenza di morte per gli israeliani, ma anche per gli europei, vittime di attentati spietati. Demonizzare Israele senza denunciare che da parte palestinese non arrivano né arriveranno mai proposte di pace comporta responsabilità morali inaccettabili in un continente che si vuole democratico. Continuare - come fa la Unione europea - a diffondere lo slogan dei due Stati senza fare assolutamente nulla per portarlo a compimento, costituisce un segno di debolezza materiale e non solo. Non condannare le manifestazioni violente e di incitamento all'odio di questi giorni non ci metterà al riparo dal terrorismo.
   Dovrebbero iniziare i mass media ad informare in modo obiettivo ed imparziale, ponendo l'accento sull'assoluta necessità che il mondo palestinese - deresponsabilizzato da chi ancora riflette una mentalità neo colonialista - si impegni per la pace.
   Dovrebbero farlo integrando anzitutto nel proprio nascituro Stato coloro i quali vivono ancora in campi profughi senza esser profughi per le leggi internazionali, perché chi aveva trent'anni del 1948 ora sarebbe centenario e non dovrebbe poter tramandare il suo status fino alla quarta generazione (unici nel genere). Un richiamo alla pace postula anche il richiamo alla serietà dell'informazione, che rimane l'unico baluardo per arginare la deriva fascista e antisemita che stiamo vivendo.

(il Fatto Quotidiano - blog, 10 dicembre 2017)


Amici dell'Università di Gerusalemme: in un evento a Milano

Ripercorsi 40 anni di scambi culturali fra Italia e Israele. All'evento ha partecipato il direttore della Stampa Maurizio Molinari con un toccante intervento denso di ricordi personali e professionali

Nel 1976 un gruppo di docenti universitari italiani in visita in Israele si rese conto delle grandi potenzialità che avrebbe avuto un rapporto di collaborazione stabile e duraturo con l'Università di Gerusalemme, uno dei più prestigiosi atenei del mondo, fondato nel 1925, più di vent'anni prima dello stesso stato d'Israele. Nacque così l'idea di creare una associazione accademica con lo scopo di promuovere continui scambi culturali ad alto livello fra l'ateneo del Monte Scopus e le università italiane. E' così che nacque, il 6 marzo 1977, l'Associazione Italiana Amici dell'Università di Gerusalemme, che annoverava fra i fondatori personalità come Romolo Deotto, che fu il primo presidente, il suo successore Vittorio Enzo Alfieri, e poi Claudio Barigozzi, Paolo Beonio Brocchieri, Giulia Bologna, Arturo Colombo, Vittore Colorni, Enzo Evangelisti, Liliana Grassi, Niky Molcho, Alberto Rollier, Cesare Segre, Vittorio Tedeschi.
Lo scorso 27 novembre l'Associazione ha festeggiato i suoi primi quarant'anni con un evento presso il Museo di Storia Contemporanea di Palazzo Morando, a Milano, che ha visto la partecipazione, fra gli altri, del direttore de La Stampa Maurizio Molinari....

(israele.net, 11 dicembre 2017)


Da martedì è la festa ebraica di Chanukkah

Per otto giorni con l'accensione delle luci, i fritti, la trottola e la preghiera

di Miriam Massone

Oltre all'accensione dei lumi, la Chanukkah si celebra con dolci e giochi, per questo è una festa molto amata dai bambini
TORINO - Quando si spegne il sole, si accendono le grandi lampade di Chanukkah, che fanno dialogare le fedi. Cominceranno a brillare al tramonto di quello che per il calendario ebraico è il 24 kislev 5778, alias martedì 12 dicembre. Luce alla vigilia della festa cristiana di Santa Lucia, protettrice della vista. Una coincidenza che rafforza il legame interreligioso (l'anno scorso cadeva a Natale). Parafrasando il romanziere ebreo-americano Foer, «Ogni cosa è illuminata». E ogni cosa ha senso e significato, specie per l'ebraismo, dove anche il cibo è un rito, con i piatti kosher che educano raccontando, attraverso 613 precetti, storie di sacrifici o gratitudini per la sopravvivenza della comunità ebraica.

 Storia e ricorrenza
  «Chanukkah ricorda gli avvenimenti che si svolsero in terra d'Israele tra il 165 e il 168 dell'era volgare - spiega Claudia De Benedetti, presidente dell'Agenzia Ebraica per Israele (Sochnut Italia) -: Antioco IV Epìfane aveva trasformato il Tempio di Gerusalemme in un luogo di culto pagano». Prova, tra l'altro, che la città- oggi al centro di un incendio politico innescato dall'«investitura» del presidente Trump a «capitale d'Israele» - in realtà «da sempre è stata centro del pensiero e dell'identità ebraica: all'epoca i Maccabei insorsero contro il sovrano greco Antioco e, pochi contro molti, riuscirono a vincere e riconsacrare il Tempo». È Davide che batte Golia. Riscatto e rinascita di un popolo. Ma perché le luci? Dopo la riconquista di Gerusalemme, il Tempio andava ripulito, e le luci del candelabro riaccese. Le candele avrebbero dovuto ardere per otto giorni di fila, alimentate da olio di oliva purissimo (quello ottenuto dalla prima spremitura), ma si trovò solo un'ampolla con l'olio sufficiente per un giorno appena. Eppure, incredibilmente (anzi, miracolosamente) quel poco resistette per una settimana, al termine della quale fu possibile riaprire il Tempio: «Chanukkah vuol dire proprio questo, inaugurazione». Ecco perché il candelabro a nove bracci e le candele (la nona serve ad accendere le altre). Ed ecco perché la festa contempla anche leccornie rigorosamente fritte nell'olio come i bomboloni, «sufganiot». E poi «latkes» e «blintzes», simili a pancakes e crepes. E i giochi: «I bambini fanno ruotare una speciale trottola di legno (dreidel o sevivon) con quattro facce sulle quali ci sono le lettere dell'alfabeto ebraico, che assieme formano le iniziali della frase "Un grande miracolo è accaduto qui"» dice De Benedetti. Vuol dire che comunque (e ovunque) la si guardi c'è sempre un messaggio positivo «antico e attuale, universale e di luce: Chanukkah ricorda persone che seppero preservare e tramandare la propria fede». Martedì, al crepuscolo dunque, le tre comunità piemontesi di Torino, Vercelli e Casale Monferrato (un migliaio di iscritti, in tutto) daranno vita alla prima accensione davanti alle Sinagoghe. Il rito si compie. A Torino, in piazzetta Levi. Ogni giorno si accenderà una luce in più, a partire dal lato destro della lampada, che illuminerà per almeno mezzora. Così per otto sere, fino a martedì.

 Il museo dei lumi
  Casale, come da tradizione, ha scelto il cortile delle Api, attiguo alla Sinagoga per accogliere, con i fedeli, gli appassionati e i curiosi, anche i rappresentanti delle religioni monoteiste sul territorio, domenica 17, a partire dalle 16. Agli ebrei la capitale del Monferrato è particolarmente cara, perché sede della Sinagoga più antica del Piemonte e di una collezione di lumi unica al mondo, 180 che diventeranno 208 quest'anno grazie all'arrivo di 28 nuovi pezzi da Mantova. Alla guida della comunità casalese, lo stesso carismatico presidente da più di mezzo secolo, Giorgio Ottolenghi, classe 1923, che ha visto nascere il museo (inserito nella carta Abbonamenti Musei) 23 anni fa. Casale aveva già alcune lampade realizzate da Elio Carmi, mentre l'artista Emanuele Luzzati stava creando un'opera simile in ceramica da regalare alla comunità. Da qui, l'idea di una raccolta di Chanukkiot d'arte contemporanea: ce ne sono, tra gli altri, di Nespolo, Colombotto Rosso e Pomodoro. Diciottomila visitatori l'anno «i due terzi sono ragazzi, arrivano anche dagli Usa, da Israele, e nell'ultimo periodo dalla Russia».

 Il messaggio di apertura
  Apertura e coinvolgimento fanno parte del dna del popolo ebraico, ma non è sedurre né convertire, l'obiettivo: «Non conosciamo il proselitismo, non ci appartiene, a noi interessa far comprendere chi siamo, la nostra spiritualità, la nostra identità» spiega De Benedetti. È anche il senso della festa condivisa di Chanukkah. «Haneròt hallàlu», si recita tutti assieme davanti alla luce: «Questi lumi sono sacri e non ci è permesso di servircene ma solo di guardarli...».

(La Stampa, 10 dicembre 2017)


Israele, un'economia a prova di guerra

Nessun Paese al mondo ha dimostrato di avere un'economia così resistente a guerre e crisi internazionali.

di Roberto Bongiorni

I precedenti.
Dal 2006 a oggi il Paese ha dimostrato di essere resistente alle crisi come nessun altro al mondo
I punti di forza
La capacità di adattamento del settore hi-tech e l'efficienza dell'esercito hanno sempre protetto il business

Guerre e rivolte mettono in ginocchio l'economia di ogni Stato? Non per Israele. Forse nessun Paese al mondo ha dimostrato, anche nel recente passato, di avere un'economia così resistente a guerre e crisi internazionali.
   Gli israeliani ricordano bene l'estate del 2006, quando scoppiò la guerra tra Israele e il movimento libanese degli Hezbollah. Per 40 giorni i razzi Katiusha lanciati dal Libano caddero sulle cittadine settentrionali. La popolazione viveva giorno e notte nei rifugi. Parecchi missili colpirono anche Haifa, terza città di Israele, nota per essere il centro industriale e il cuore della "digital economy" israeliana. Un quarto del territorio era paralizzato. Ci si sarebbe aspettati un disastro economico, invece il 2006 si chiuse con una crescita del 6% del Pil.
   L'economia si era contratta, moderatamente, solo nel trimestre in cui era scoppiata la guerra, per poi riprendere a correre più veloce di prima. Una crescita che è continuata in modo costante. Anche quando, nel 2008, l'economia mondiale accusava una crisi finanziaria epocale, Israele non ne risentì. Né, sempre in quel periodo, la sua economia fu danneggiata dalla seconda guerra contro Hamas, l'operazione militare "Piombo Fuso" (27 dicembre 2008- 18 gennaio 2009). E nemmeno cinque anni dopo, quando scattò l'ancor più estesa operazione "Margine di protezione" (8 luglio-26 agosto 2014) per difendersi dalle centinaia di razzi Qassam lanciati da Hamas contro il territorio israeliano.
   Sarà così anche per questa crisi? Guardando alla crescita media degli ultimi cinque anni - pari al 3% gli israeliani hanno motivo per non essere pessimisti. Vuoi per abitudine (Israele è in perenne stato di conflitto sin dalla sua nascita), vuoi per la grande capacità di adattamento e flessibilità del settore hi-tech a lavorare in condizioni estreme, vuoi per l'efficienza dell'esercito nel proteggere i luoghi strategici, anche questa volta sembrano più agitati gli uomini d'affari stranieri che gli stessi businessmen israeliani. Quando, a inizio settimana, il leader di Hamas, Ismail Haniyeh ha invocato una Terza Intifada contro Israele, la Borsa di Tel Aviv è rimasta sostanzialmente invariata (-0,4%) così come la valuta locale, lo shekel. Eppure le due precedenti Intifade provocarono migliaia di morti tra palestinesi e israeliani. E la seconda, la peggiore (ottobre 2000- 2005), sprofondò II Paese nella recessione (2001-2003). Ma fu l'ultima. E non appena cessarono le ostilità, l'economia ripartì subito.
   Prevedere cosa accadrà oggi non è però possibile. Non è dato sapere quanto dureranno i disordini, se scoppierà una guerra vera con Hamas, o se la crisi sarà contenuta. Le stime di due mesi fa indicavano per il 2017 una crescita del 3%, e del 3,4% nel 2018. Finora tutti i dati segnalano un'economia in salute, per quanto caratterizzata da grandi disparità nella distribuzione della ricchezza. La disoccupazione si è dimezzata in otto anni cadendo al 4,8% nel 2016. I consumi privati sono cresciuti, sempre nel 2016, del 6,3% e gli investimenti diretti esteri hanno superato i 100 miliardi di dollari (il 36% del Pil).
   Eppure c'è un settore, che la crisi la sente. E' il turismo, che l'anno scorso ha impiegato direttamente 130mila lavoratori e altri 100mila indirettamente (non poco per una popolazione di 7 milioni). In questo caso guerre e Intifade hanno sempre svuotato le località turistiche israeliane.
   Un colpo sarà inevitabile anche questa volta. Proprio quando il turismo stava vivendo un anno eccezionale. Nel periodo gennaio-ottobre 2017, sono stati registrati 3 milioni di ingressi di turisti (25,6% rispetto al 2016). Un record. Il ministro del Turismo Yariv Levin aveva festeggiato. «Si tratta di numeri senza precedenti. Abbiamo assistito a 12 mesi di record consecutivi».
   La stagione dei record si interromperà bruscamente. Ma l'economia israeliana ha le carte in regola per sopravvivere anche a questa crisi. E riprendere a correre.

(Il Sole 24 Ore, 10 dicembre 2017)


Ebrei italiani da mille anni

Il 13 dicembre apre nell'ex carcere cittadino il MEIS, il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah.

di Giulio Busi

 
Lavori di allestimento del Museo Ebraico di Ferrara, che il 13 dicembre sarà inaugurato dal Presidente della Repubblica Mattarella
Dov'è il passato? Per quasi tutti noi, figli (o figliastri) di un'epoca digitale, la risposta è intuitiva. Il passato è alle spalle. Per vederlo dobbiamo voltarci all'indietro, smettere di avanzare, fermarci. Davanti a noi abbiamo - o crediamo di avere - il futuro. Se ci rivolgiamo però all'ebraico, ci aspetta una sorpresa. Le-fanim significa "prima", "in passato". Tradotto alla lettera, vuol dire "davanti", "ciò che ci sta di fronte". Il passato lo si guarda. Non di sfuggita o con imbarazzo, ma con l'occhio attento di chi vuol capire, imparare, ricordare. Semmai, è il futuro a rimanerci nascosto, inafferrabile dietro la nostra nuca.
   È un antichissimo rovesciamento simbolico, questo dell'orientarsi su ciò che è stato, il tenere il volto su quanto è già accaduto, che accomuna le lingue venerande della Mesopotamia, dal sumerico all'accadico. Sapienza profonda o passatismo archeologico? Prendete i tremila anni di storia ebraica, secolo più o meno, guardate cos'è successo, quanto è cambiato, finito, cosa si è trasformato. Eppure, dopo tutto questo tormentato, tragico, vitale, vigoroso procedere, il filo non s'è perso, la voce non s'è spenta, e il futuro ebraico non è solo una parola vuota. Dei tre millenni, almeno due sono trascorsi anche, talvolta soprattutto, in Italia. Una poetica etimologia ebraica, I tal Yah, «Isola della rugiada divina», ci dà testimonianza eloquente del rapporto emotivo e culturale che lega il giudaismo alle sorti del nostro Paese. Il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah (MEIS), che s'inaugura a Ferrara, giovedì 14 dicembre, con una cerimonia, il giorno precedente, a cui parteciperanno il Presidente Mattarella e il Ministro Franceschini, è la prima, grande istituzione di respiro internazionale nata per racchiudere tutta questa "rugiada" di benedizione e continuità, senza nascondersi la pioggia buia della discriminazione e della persecuzione.
   Se la vita in diaspora è di per sé mobile, trasversale, fluida, potrà mai esserci un luogo che la contiene e la rappresenta davvero? La risposta, ebraicamente, è: «Sì, se ... » Il "se", in questo caso, è un Museo-non-museo, che tenga il passato davanti agli occhi, e lo metta a disposizione di tutti - ebrei e non, italiani e non. Lo scopo è quello di percepire la diversità come forza, opportunità, insegnamento. Quando è stato istituito dal Parlamento, nel 2003, quello ferrarese era un museo sulla carta. Per trasformarlo in pietre, oggetti, racconti, ci sono voluti quasi quindici anni e una bella dose di ostinazione. S'è preso un complesso dalla storia tormentata, l'ex carcere della città estense, in via Piangipane, verso i margini dell'addizione erculea, la cinta ampia e ambiziosa voluta da Ercole I d'Este, entro cui Ferrara ha vissuto e sognato per cinque secoli. In funzione fino al 1992, il carcere si porta con sé la sua eredità di luogo separato e separante. Poteva sembrare un'ipoteca troppo pesante, eppure oggi, dopo il recupero mirabile del corpo di fabbrica centrale, e in attesa che vengano realizzati gli altri, nuovi edifici già progettati, questi ambienti, un tempo di confine e di afflizione, danno il proprio misterioso impulso alla rappresentazione della storia "altra" dell'ebraismo italiano. A Michel Foucault, inventore della nozione di "eterotopo", spazio irreale e, assieme, realissimo, sarebbe certo piaciuta la metamorfosi di una prigione in contenitore di memoria riattivata. Anzi, più che un recipiente inerte di cose già accadute, il MEIS ci si rivela come una macchina in piena funzione, che guadagna velocità ed è pronta a mettere in circolazione consapevolezza e informazioni.
   La mostra inaugurale, curata da Anna Foa, Giancarlo Lacerenza e Daniele Jalla, s'intitola Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni, ed è accompagnata dallo spettacolo multimediale Con gli occhi degli ebrei italiani, che offre l'introduzione permanente ai temi del MEIS. Mille anni per cominciare, insomma, come un saggio dell'intero percorso, con il passo lungo di chi ha davvero tante cose da raccontare. Volete prendere l'avvio dalla Roma di Giulio Cesare, a favore del quale la comunità ebraica, già importante, si schiera compatta? O preferite vedervela con la conquista romana di Gerusalemme, nel 70 e.V., e l'orgoglioso sfoggio delle spoglie sottratte al Tempio, immortalato sull'Arco di Tito? Leopold Zunz, grande storico ottocentesco del giudaismo, ha scritto che i nomi rappresentano gli annali in cifra di un popolo. A giudicare dall'onomastica che ricorre negli oggetti e sulle lapidi in esposizione, fatte venire per l'occasione dai musei di mezza Italia e dall'estero, la vicenda ebraica nella Penisola, tra l'età antica e quella alto-medievale, è stata molto spesso al femminile. Tanti i nomi e gli scorci di vite di ebree - Claudia, Felicita, Marcella, Gaudentia, Isidora, Aster, Faustina, Coelia Paterna, Mara, Ammia, Artemidora. Spose e madri, naturalmente, ma anche orgogliose e prospere protettrici di sinagoghe, schiave deportate dopo la presa della Città santa, o bimbe strappate dalla morte all'affetto della famiglia. Ricordate in greco, in latino, in ebraico, perché dove c'è vita ebraica gli idiomi si moltiplicano e si accavallano, queste figure femminili, di cui intuiamo la vivacità, sono una delle novità di un racconto sempre avvincente. Che ci sia tanto ebraismo nel passato italiano sarà per parecchi una scoperta. E anche che ci sia tanta Italia nell'ebraismo. Durante il primo millennio, la geografia è vistosamente sbilanciata. L'ebraismo pulsa a sud e langue nella pianura padana e verso le Alpi. Da una parte i commerci, dall'altra la vita religiosa e quella culturale, poesia. La vita ebraica italiana attecchisce e si sviluppa tra Puglia, Campania, Calabria e Sicilia, sempre ravvivata dall'antica fiamma della Comunità di Roma, vera lampada perpetua, che ancor oggi rimane accesa, dopo tanti secoli. Sul giudaismo nel Settentrione sappiamo molto meno, soprattutto dopo il declino dell'impero romano. Un Museo dell'ebraismo italiano serve anche a questo. A prendere la carta geografica e a girarla sotto in su. Avete perso l'orientamento?Venite al Museo, e guardate davanti a voi.

(Il Sole 24 Ore, 10 dicembre 2017)


L'antisionismo assassino. Gli Usa avvertono l'Anp: stop alla taglia sugli ebrei

di Daniel Mosseri

Che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni non fosse il migliore amico di Israele lo si era già intuito a ottobre del 2016 quando l'Italia si astenne sulla risoluzione Unesco secondo cui il Muro del Pianto, il luogo più sacro all'ebraismo, altro non è che l'appendice del complesso islamico della Spianata delle Moschee. Complice un distratto Gentiloni, allora ministro degli Esteri, il nostro ambasciatore all'Unesco si astenne. L'allora premier Matteo Renzi tirò le orecchie al titolare della Farnesina, ma per la cronaca passò la linea dell'errore senza dolo. Scrollatosi di dosso il rottamatore fiorentino, oggi il premier detta la linea in politica estera. Così l'Italia prende le distanze da Donald Trump, secondo il quale Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico. Al Palazzo di Vetro, Roma si accoda a Parigi e Berlino, criticando le dichiarazioni di Trump che «non aiutano le prospettive di pace nella regione». Come se invece negare la natura ebraica del Muro del Pianto su iniziativa dei Paesi islamici fosse la trovata del secolo.
   Viene allora da chiedersi cosa pensi il governo italiano di un provvedimento, questo sì una legge vera e propria, che il presidente degli Usa vorrà presto promulgare. Martedì la Camera dei Rappresentanti ha approvato il Taylor Force Act, un progetto di legge che prende il nome dal cittadino americano Taylor Force, militare 28enne veterano di Iraq e Afghanistan, accoltellato 1'8 marzo 2016 da un palestinese a Tel Aviv mentre l'ex vicepresidente Joe Biden era a colloquio con l'allora capo di Stato israeliano Shimon Peres. Proposto da deputati repubblicani e democratici, il progetto di legge chiede lo stop degli aiuti finanziari Usa all'Autorità palestinese (Anp) finché questa sosterrà finanziariamente gli atti di terrore. Non contenta di dedicare scuole e piazze a terroristi pluricondannati, l'Anp di Abu Mazen eroga aiuti diretti agli accoltellatori di ebrei. Non importa se le vittime sono abitanti degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi o semplici pedoni a passeggio in qualche città d'Israele. Come Taylor Force, in gita di istruzione con la Vanderbilt University. Il suo assalitore, che ferì a coltellate altre undici persone (fra le quali un arabo israeliano e un palestinese), fu abbattuto dalla polizia. Da allora l'Anp gli tributa il titolo di shaheed (martire) e versa alla sua famiglia una pensione. Secondo i calcoli del Jerusalem Center far Public Affairs ripresi dal Jerusalem Post a un accoltellatore arrestato spettano 400 dollari al mese, che schizzano a 3400 se il «martire» ha ucciso un ebreo. In caso di sentenza, la famiglia riceve altri 1.500 dollari e l'entità dell'emolumento cresce al crescere degli anni di carcere. La famiglia di un terrorista ucciso riceverà 100 dollari e la vedova 250. A vita. Secondo alcuni il Taylor Force Act, che deve ancora essere votato dal Senato Usa, non fermerà i trasferimenti Usa verso l'Anp. Sarà il tempo a giudicare. C'è da sperare intanto che qualche zelante cancelleria europea non si metta a criticare anche questa legge come contraria allo spirito della pace.

(Libero, 10 dicembre 2017)


La mossa Usa: tagliare i fondi all'Anp

Via i contributi se i palestinesi stipendieranno i terroristi

di Fiamma Nirenstein

Vogliamo capire che cosa sta facendo Donald Trump, invece di esercitarci nel popolare gioco del panico e del disprezzo? «Quando sono stato eletto ho promesso di guardare alle sfide del mondo con gli occhi aperti e un modo di pensare fresco. Non possiamo risolvere i problemi con gli stessi concetti falliti del passato o ripetere le stesse strategie fallite ... Il mio annuncio marca l'inizio di un nuovo approccio al conflitto fra Israele e i palestinesi». Così ha detto riconoscendo Gerusalemme capitale d'Israele: «Un nuovo approccio». Fatto di cosa? Molti hanno ignorato queste parole e hanno preferito decidere che Trump è il solito oggetto di dileggio. Fra questi i leader europei, che non vogliono capire che il loro ruolo di mallevadori della pace sarebbe esaltato dall'acquisizione del fatto che così non si va da nessuna parte.
   Il primo tema è stato quello della verità: Israele è in Medioriente per restare, gli ebrei non sono polacchi o marocchini capitati per caso in zona (me lo sono sentito ripetere durante una trasmissione radio da un ufficiale palestinese) ma figli del popolo indigeno che ha sempre avuto Gerusalemme capitale.
   Ma l'altro punto basilare che si deve capire è: non sarà il terrorismo a fornire la vittoria. Questi due pilastri fondamentali, identità e rifiuto del terrorismo, sono il lavoro intrapreso dall'amministrazione americana. Martedì scorso la Camera ha votato a grandissima maggioranza il Taylor Force Act che prende il nome dal cittadino americano pugnalato a morte da un terrorista palestinese a Tel Aviv. Quando la legge passerà in Senato gli americani taglieranno gran parte dei 280 milioni di dollari l'anno che donano all'Autorità palestinese a meno che smetta di pagare lo stipendio ai terroristi in galera e alle loro famiglie. In un bel saggio edito dal Jerusalem Center far Public Affairs il generale Yossi Kuperwasser ha misurato l'impegno economico della Anp nel sostenere il terrore. Nel 2014 ha pagato circa 300 milioni di dollari ai prigionieri continuando a sussidiarli quando vengono rilasciati e a pagare le famiglie di chi è morto durante l'attentato, magari suicida. È il 20% di tutto l'aiuto annuale. Chi è condannato a 3 anni o meno prende 340 euro, fino a 20 anni 1.700 euro, fino a 30 anni 2.900 euro. Quando si è rilasciati si portano a casa dai 1.271 ai 21.260 euro, per ricominciare. Più grande l'attacco, più sono i soldi che l'Autorità di Abu Mazen dà ai terroristi, più di 30mila in totale. Il Taylor Act taglia i fondi nel caso i palestinesi non cessino dalla pratica di incentivare il terrorismo. Naturalmente a lato di questo sorge il grandissimo palazzo dell'incitamento sui media, nelle scuole, nelle istituzioni e degli eventi che prendono il nome dei terroristi tappezzate dei ritratti dei «martiri». È un castello gigantesco: la cultura palestinese l'ha costruito accanto alla rivendicazione dei suoi diritti, mentre la condivisione con Israele non è mai stata portata a buon fine nemmeno di fronte alle offerte più convenienti, a Camp David come ad Annapolis.
   Il terrorismo dei palestinesi, impugnato da Arafat come un'arma che ha poi fatto scuola in tutto il mondo, costellato di eventi mostruosi come Entebbe, Monaco, Lod e Fiumicino, il Park Hotel, i rapimenti e la schiera di attacchi suicidi della seconda Intifada, il bombardamento di missili da Gaza, non è mai stato preso in considerazione come una variante capace di mandare all'aria qualsiasi «due stati per due popoli». Adesso Trump se ne sta occupando. Dall'Europa nessun segno di vita, anche se i suoi finanziamenti non sono da meno.

(il Giornale, 10 dicembre 2017)


Gerusalemme capitale - La Mogherini preferisce gli islamici a Israele

Bruxelles segue la Turchia e vuole riconoscere la Palestina. Ma Praga e Budapest bloccano una censura a Trump.

di Tommaso Montesano

Federica Mogherini, "Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione Europea"
Il pericolo non è Hamas che lancia missili sulla pianura meridionale israeliana. Né l'ennesima Intifada palestinese, arrivata al terzo giorno di violenze in Cisgiordania e Gaza. E neppure l'assalto dei ribelli islamici alla base Onu in Congo, al termine del quale sono rimasti a terra i corpi di 14 caschi blu.
   No: il problema, il "nemico", è Donald Trump. Colpevole di aver deciso di rendere esecutivo il Jerusalem Embassy Act del 1995, che prevede il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d'Israele. E così le iniziative diplomatiche si susseguono. Non bastava il cartello dei cinque Paesi europei, tra cui l'Italia, che al termine della riunione del consiglio di sicurezza dell'Onu ha ufficializzato uno strappo senza precedenti tra le due sponde dell'Atlantico, prendendo platealmente le distanze dalla Casa Bianca. «Non riconosceremo alcuna sovranità su Gerusalemme», hanno messo a verbale gli ambasciatori di Francia, Italia, Gran Bretagna, Svezia e Germania in una dichiarazione congiunta. È a quel blocco di Stati che pensa Riyad al-Malkì, ministro degli esteri dell'Autorità nazionale palestinese, quando chiede l'approvazione, in Consiglio di sicurezza, di una risoluzione che sconfessi apertamente Trump.
   Alla mossa dei cinque diplomatici occidentali al Palazzo di Vetro, presto potrebbe seguire quella di Federica Mogherini. L'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e la sicurezza (Pd) morde il freno. A caldo, Mogherini ha definito la decisione di Trump «molto preoccupante. Rischia di mandarci indietro in tempi ancora più bui di quelli che stiamo vivendo». Poi è arrivato l'invito ad Abu Mazen, leader Anp, a partecipare al Consiglio Ue di gennaio. Infine, ecco l'ultimo tassello: la stesura di un documento di censura agli Stati Uniti simile a quello sottoscritto a New York dai cinque ambasciatori europei. Un testo che dovrebbe ribadire la contrarietà di Bruxelles a mosse unilaterali sulla capitale israeliana. Un nuovo «no» a Trump che avvicinerebbe ancora di più l'Europa, e l'Italia, alla Turchia di Erdogan - che ieri a proposito di Gerusalemme ha definito Israele «potenza occupante» - piuttosto che a Washington.
   E che il documento Ue trasudi ostilità nei confronti della Casa Bianca è confermato dalla reazione di Repubblica Ceca e Ungheria, i due Paesi Ue più vicini ali' amministrazione americana, che alla riunione preparatoria del Cops - il Comitato politico e di sicurezza, composto dai rappresentanti diplomatici dei Ventotto - si sono messi di traverso. Solo la loro opposizione ha bloccato, per il momento, il via libera al documento, che per ora resta a livello di posizione del "ministro" degli esteri Ue.
   Ma non è finita qui. Giovedì prossimo è in programma il Consiglio Ue. Quella potrebbe essere l'occasione per altre sortite anti-Trump da parte del blocco più ostile al presidente Usa. Non a caso dall'Italia Mdp ricorda al premier, Paolo Gentiloni, che il Parlamento nel 2015 ha approvato una mozione che impegna l'Italia a riconoscere lo Stato di Palestina. Una richiesta ribadita ieri dallo stesso al Malki: «Riconoscere lo Stato di Palestina da parte dell'Europa è un investimento sulla pace e sulla stabilità». «Non è il momento opportuno», ribattono dalla Farnesina, dove rimandano la trattazione del dossier a dopo le elezioni. Ma ora il tema è sul tavolo.

(Libero, 10 dicembre 2017)


La partita a poker di Trump

Trump è forse matto, ma non credo sia un idiota né che lo siano gli uomini che lo circondano.

di Marek Halter

Trump è forse matto, ma non credo che sia un idiota né che lo siano gli uomini che lo circondano. Perciò, piuttosto che il gesto non ponderato di un leader incendiario, la pericolosa decisione di spostare l'ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme mi pare più un'azzardata scommessa sul futuro della Palestina o, se preferite, una mossa da giocatore di poker.
   Nel momento in cui il mondo sembrava aver dimenticato il conflitto israelo-palestinese, il presidente americano ha lanciato un sasso in quello stagno, e improvvisamente il mondo intero è stato costretto a concentrarsi di nuovo sull'irrisolta questione. Da questo punto di vista, la sua strategia può sin da ora dichiararsi vincente perché si è finalmente tornati a discutere di quest'annosa crisi.
   Se questa è stata la sua prima mossa, vedremo molto in fretta quale sarà la seconda. Infatti, non credo che Trump abbia scelto di riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele soltanto per accontentare la lobby della destra ebraica di Washington o per fare un favore al premier israeliano Benjamin Netanyahu. Mi auguro che la sua decisione, sicuramente maturata dopo aver consultato i suoi principali alleati mediorientali, e cioè il presidente egiziano Al Sisi e il giovane monarca saudita Mohammed Bin Salman, sia stata presa per rilanciare un processo di pace arenato ormai da anni. È infatti verosimile che dopo aver fatto questo regalo a Netanyahu, Trump possa chiedergli o, meglio, imporgli di sedersi al tavolo del negoziato con il presidente palestinese Abu Mazen. Esiste ovviamente il rischio che la strategia americana non funzioni, o che Washington non dia seguito a quanto annunciato da Trump, sarebbe a dire usare una nuova linea tattica per raggiungere la pace nella regione. Se ciò dovesse accadere, aumenterebbero fortemente i rischi che la Palestina s'infiammi di nuovo. Al momento mi sembra un'eventualità poco probabile perché come tutti i politici del pianeta credo che anche Trump abbia l'ambizione di restare nella storia, per esempio con un accordo di pace tra israeliani e palestinesi nel momento in cui tutti accusano gli Stati Uniti di abbandonare il mondo arabo. E potrebbe anche riuscirci, perché la leadership palestinese non è mai stata così debole e così divisa. Trump riuscirebbe così a scrollarsi di dosso l'immagine di presidente che va in giro per il mondo con il fiammifero in mano ad appiccare incendi diplomatici. Vista la mia lunga amicizia con l'ex premier israeliano Yitzhak Rabin, assassinato nel 1995 da un colono ebreo della destra estremista, mi è stato chiesto mercoledì sera come avrebbe reagito alla decisione di Trump. Ebbene, non credo che una tale scelta sarebbe mai stata presa semplicemente perché Rabin non l'avrebbe mai chiesta. Diverso è per Netanyahu che si trova ora in grandi difficoltà, sia per l'opposizione della destra e degli ultra ortodossi all'interno del suo stesso schieramento politico, sia per il vicino esito di processi giudiziari che lo riguardano. La vicenda dell'ambasciata e della richiesta fatta a Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele è il suo canto del cigno.

(la Repubblica, 10 dicembre 2017)



Nuovo cielo e nuova terra

Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non c'era più. E io, Giovanni, vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. E udii una gran voce dal cielo, che diceva: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Ed egli dimorerà tra loro; ed essi saranno suo popolo e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, né cordoglio né grido né fatica, perché le cose di prima sono passate». E colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi mi disse: «Scrivi, perché queste parole sono veraci e fedeli». E mi disse ancora: «È fatto! Io sono l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine; a chi ha sete io darò in dono della fonte dell'acqua della vita. Chi vince erediterà tutte le cose, e io sarò per lui Dio ed egli sarà per me figlio. Ma per i codardi, gl'increduli, gl'immondi, gli omicidi, i fornicatori, i maghi, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno che arde con fuoco e zolfo, che è la morte seconda.

Dal libro dell'Apocalisse, cap. 21

 


"Io ti ho teso un laccio, e tu Babilonia vi sei stata presa"

Questo articolo è stato scritto nel 1991 dall’allora direttore del Centro Studi Galilea di Bridges for Peace. E’ stato ripresentato sulla medesima rivista nel luglio 2001, nel pieno della seconda intifada. Da lì l’abbiamo ripreso e tradotto sul nostro notiziario nell’agosto dello stesso anno. Lo ripresentiamo oggi in una forma grafica diversa. E’ una riflessione biblica, e la Bibbia non perde di attualità col passar del tempo. NsI

di Jim Gerrish
    "Il re di Babilonia sta sul bivio, all'inizio delle due strade, per tirare presagi: scuote le frecce, consulta gli idoli, esamina il fegato" (Ezechiele 21.26).
Molto tempo fa uno dei più potenti re della storia antica stava nella valle del Giordano, di fronte alla porta posteriore di Israele. Chiese ai suoi stregoni di stabilire se doveva andare avanti e attaccare Gerusalemme o girare ad est e sottomettere gli Ammoniti. I suoi stregoni lo condussero diritto a Gerusalemme. A causa di questa sua decisione, il glorioso impero di Babilonia precipitò in rovina e così è rimasto per più di 2.000 anni. Secondo la Scrittura, resterà maledetto di eterna desolazione.
   L'odierna situazione del Medio Oriente ci ricorda qualcosa dell'esperienza di Nabucodonosor. Entrambe le situazioni non solo erano previste da Dio, ma sembra che fossero specificamente scelte da Lui per mettere alla prova le nazioni. In parole povere, il re Nabucodonosor abboccò all'amo. Cadde nella trappola che gli era stata posta dall'Onnipotente:
    "Io ti ho teso un laccio, e tu, Babilonia, vi sei stata presa, senza che te ne accorgessi; sei stata trovata e fermata, perché ti sei messa in guerra contro il Signore" (Geremia 50.24).
Anche oggi i potenti e le nazioni guardano l'esca e non sembrano accorgersi che le loro azioni verso Gerusalemme sono una trappola posta da Dio. Consultano i loro saggi e i loro stregoni. Alcuni sono ancora nella valle della decisione, ma altri hanno già stabilito nei loro cuori di andare avanti contro Gerusalemme.
   Oh, se queste nazioni potessero solo udire le parole di Nabucodonosor, illuminato da Dio dopo essere stato umiliato. Egli ha questo da dire, riguardo al potente Dio di Israele:
    "Tutti gli abitanti della terra sono un nulla davanti a lui; egli agisce come vuole con l'esercito del cielo e con gli abitanti della terra; e non c'è nessuno che possa fermare la sua mano o dirgli: «Che fai?»" (Daniele 4.35).
Molti passi della Scrittura mostrano che Dio ha preparato le attuali difficoltà nel Medio Oriente per mettere alla prova e giudicare le nazioni, proprio come nel passato. Nel libro di Gioele il Signore parla di questo:
    "Io adunerò tutte le nazioni, e le farò scendere nella valle di Giosafat. Là le chiamerò in giudizio a proposito della mia eredità, il popolo d'Israele, che esse hanno disperso tra le nazioni, e del mio paese, che hanno spartito fra di loro" (Gioele 3.2).
Dio dice inoltre:
    "In quel giorno avverrà che io farò di Gerusalemme una pietra pesante per tutti i popoli; tutti quelli che se la caricheranno addosso ne saranno malamente feriti e tutte le nazioni della terra si aduneranno contro di lei" (Zaccaria 12.3).

 LA CONTROVERSIA DI DIO CON LE NAZIONI
  Nella Scrittura è detto chiaramente che Dio ha una controversia con le nazioni. I profeti parlano di questo e del giorno in cui essa sarà definita. Isaia indica questo giorno come
    "il giorno della vendetta del Signore, l'anno della retribuzione per la causa [o controversia] di Sion" (Isaia 34.8).

 QUALI SONO LE RAGIONI DI QUESTA CONTROVERSIA?
  Anzitutto, l'antico maltrattamento del Suo popolo. La Scrittura dice che Dio ha scelto il popolo ebreo tra tutti gli altri popoli per i Suoi scopi speciali:
    "Infatti tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio. Il Signore, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra" (Deuteronomio 7.6).
Adesso possiamo vedere che gli ebrei sono stati scelti per portare a tutte le nazioni la conoscenza dell'unico vero Dio. Gran parte di questo obiettivo certamente è stato raggiunto. Come cristiani, sappiamo che il nostro Messia e la nostra Bibbia ci sono stati dati dagli ebrei. Purtroppo le forze contro Dio di questo mondo hanno brutalmente attaccato il popolo ebreo per secoli. Sono stati spinti di nazione in nazione per 2.500 anni e sono stati perseguitati da ogni parte. Negli ultimi 2.000 anni perfino dei veri cristiani, e altri che solo di nome si dicevano cristiani, hanno compiuto alcune tra le più violente azioni antisemitiche, in diretta trasgressione del capitolo 11 dei Romani, cioè le crociate, l'inquisizione, le leggi e i precetti ecclesiastici antiebraici, ecc. In questo secolo gli ebrei sono stati massacrati dai nazisti, con il risultato che quasi un terzo della popolazione ebraica è stato annientato. Adesso le nazioni stanno stringendo il loro nodo intorno alla patria degli ebrei, la terra di Israele.
   Dio è in causa con le nazioni anche per la loro grande ipocrisia nei confronti di Israele. Le nazioni, attraverso l'agenzia delle Nazioni Unite, hanno continuamente usato Israele come capro espiatorio. Hanno condannato Israele in 49 occasioni mentre hanno rifiutato di condannare gli stati arabi per le loro flagranti atrocità. Fino allo scoppio della guerra del golfo non c'era stata neppure una singola condanna di uno stato arabo da parte delle Nazioni Unite. L'organizzazione, nella sua ipocrisia, ha anche votato quella vergognosa dichiarazione che equipara sionismo e razzismo. Le nazioni hanno di volta in volta riconosciuto le capitali di tutti i paesi della terra, ma rifiutano fino ad oggi di riconoscere la capitale di Israele, Gerusalemme.
   Le nazioni si sono spesso indignate per i più piccoli fatti in cui erano coinvolti gli ebrei, ma hanno chiuso gli occhi davanti a fatti molto più gravi quando gli ebrei non erano implicati. Per esempio, la stampa mondiale impazzisce di rabbia quando un palestinese è espulso da Israele, anche se quella persona è stata giudicata dalla sentenza di un tribunale ed è stato dimostrato che si tratta di un criminale che ha compiuto atti violenti. Ora, ci sono più die 230.000 palestinesi che recentemente sono stati espulsi dal Kuwait soltanto perché sono palestinesi e nonostante il fatto che durante la guerra del golfo sono stati pro-Kuwait, e questo compare a malapena nelle pagine posteriori dei giornali.
   E' difficile evitare la conclusione che Dio sta usando Israele per mettere alla prova le nazioni e verificare quale comprensione hanno di Lui e della Sua volontà per il mondo oggi. E' quasi come se Dio stesse attirando all'amo le nazioni usando Israele come esca. I profeti sembrano aver capito che Dio avrebbe usato Israele in questo modo negli ultimi giorni.
   Il Signore dice di Israele attraverso Geremia:
    "O Babilonia, tu sei stata per me un martello, uno strumento di guerra; con te ho schiacciato le nazioni, con te ho distrutto i regni" (Geremia 51.20).
Michea dice:
    «Figlia di Sion, àlzati, trebbia! perché io farò in modo che il tuo corno sia di ferro e le tue unghie siano di bronzo; tu triterai molti popoli; consacrerai i loro guadagni al Signore, e le loro ricchezze al Signore di tutta la terra» (Michea 4.13).
E infine Zaccaria dice:
    "In quel giorno, io renderò i capi di Giuda come un braciere ardente in mezzo alla legna, come una torcia accesa in mezzo ai covoni; essi divoreranno a destra e a sinistra tutti i popoli circostanti; Gerusalemme sarà ancora abitata nel suo proprio luogo, a Gerusalemme" (Zaccaria 12.6).

 ISRAELE SOPRAVVIVERÀ
  Oggi vediamo ancora presidenti e nazioni prendere posizione contro il popolo del patto e contro il paese che Dio ha dato loro. Sembrerebbe che tutto si muova contro Israele. Israele, comunque, ha una cosa a suo favore: il Re dell'universo è dalla sua parte e vi rimarrà per sempre. Sarà Israele ad essere alla fine vincitore, sotto tutti gli aspetti. Le nazioni che si muovono contro di lui spariranno come un sogno:
    "Sarai visitata dal Signore degli eserciti con tuoni, terremoti e grandi rumori, con turbine, tempesta, con fiamma di fuoco divorante. La folla di tutte le nazioni che marciano contro Ariel, di tutti quelli che attaccano lei e la sua cittadella e la stringono da vicino, sarà come un sogno, come una visione notturna" (Isaia 29.7-8).
Dio stesso combatterà contro di loro (Isaia 31.4-5) e contenderà con le nazioni che contendono con Israele (Isaia 49.26). Sarà pronto a punire tutti quelli che la opprimono (Geremia 30.20). Viceversa, coloro che stanno con Israele saranno benedetti qui ed ora (Genesi 12.1-3).
   La Scrittura dichiara che alcune nazioni non sopravviveranno alla loro contesa con Israele. Ci sono già state delle vittime, per esempio l'antico Edom (Malachia 1.3-4). Sappiamo dalla Scrittura che l'eterno nemico di Israele, la Siria, non sopravviverà. La città di Damasco certamente cesserà di esistere:
    "Oracolo contro Damasco. «Ecco, Damasco è tolto dal numero delle città e non sarà più che un ammasso di rovine" (Isaia 17.1).
Le nazioni che hanno perseguitato e disperso Israele potranno subire un destino simile. Il Signore dice attraverso il profeta Geremia:
    "Infatti io sono con te", dice il Signore, "per salvarti; io annienterò tutte le nazioni fra le quali ti ho disperso, ma non annienterò te; però, ti castigherò con giusta misura e non ti lascerò del tutto impunito" (Geremia 30.11)
Il profeta Zaccaria dipinge un quadro di come saranno in quei giorni le nazioni che avranno avuto la buona ventura di sopravvivere alla contesa con Israele:
    "Tutti quelli che saranno rimasti di tutte le nazioni venute contro Gerusalemme, saliranno di anno in anno a prostrarsi davanti al Re, al Signore degli eserciti, e a celebrare la festa delle Capanne" (Zaccaria 14.16).
Alla fine Dio porrà un termine all'odio che ha infettato i paesi arabi nel Medio Oriente. I loro aspri attacchi contro Israele cesseranno. Il Signore dice attraverso Ezechiele che
    "Non ci sarà più per la casa d'Israele né spina che punge, né rovo che lacera fra tutti i suoi vicini che la disprezzano; e si conoscerà che io sono Dio, il Signore" (Ezechiele 28.24).
E Isaia dice che
    "I figli di quelli che ti avranno oppressa verranno da te, abbassandosi; tutti quelli che ti avranno disprezzata si prostreranno fino alla pianta dei tuoi piedi e ti chiameranno la città del Signore, la Sion del Santo d'Israele" (Isaia 60.14).

 È TEMPO DI DECISIONI
  Se crediamo alla Bibbia, dobbiamo capire che questo è un tempo in cui dobbiamo prendere delle decisioni. Come reagiremo a quello che sta succedendo nel mondo, e come tratteremo noi stessi Israele? Dobbiamo decidere se la Parola di Dio è realmente vera storicamente e profeticamente, o se è soltanto valida nella sfera della salvezza personale.
    Noi crediamo che sia vera in ogni ambito, sia in quello della salvezza, sia in quello che concerne la natura spirituale dei fatti politici del mondo, sia nella storia, sia oggi. Avvertiamo che i tempi sono seri e che i credenti seri devono mettersi in azione contro le tendenze attuali.
   Chi, tra i timorati di Dio, non sarebbe stato con Giosuè quando entrò nella terra promessa con i figli di Israele, o con Davide quando vinse i Filistei e invase il paese che Dio aveva dato agli Israeliti? E se i media di oggi dovessero riportare quei fatti o altri avvenimenti biblici, sotto quale luce dipingerebbero Giosuè, i Giudici, Davide e altri? Abbiamo il sospetto che non agirebbero in modo diverso da come fanno adesso. I media e le nazioni si scagliano contro Israele perché la loro visione del mondo è secolare e contraria ai piani, agli scopi e ai giudizi di Dio.
   Il ristabilimento della nazione di Israele e il miracoloso ritorno dei suoi cittadini sparsi dispersi contro ogni aspettativa dimostra in modo sufficiente che Dio non ha cambiato opinione riguardo a questa nazione. Dio continua ad ammonire uomini e nazioni con queste parole che riguardano Israele:
    "Non toccate i miei unti..." (1 Cronache 16.22).
Quelli che insisteranno a toccarli dovranno accorgersi che stanno toccando
    "la pupilla dell'occhio di Dio" (Zaccaria 2.8).
Veramente, per tutti noi è un tempo di urgente decisione nella valle della decisione, e tutti noi, come il re Nabucodonosor del passato, ci troviamo ora davanti a un bivio. Vedremo la mano di Dio negli avvenimenti di oggi che riguardano Israele a partire dalle Scritture, o soccomberemo davanti agli oracoli del mondo? La scelta è nostra.

(Bridges for Peace, luglio 2001 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


Gerusalemme. "Non succederà proprio niente! Urleranno un po' e lanceranno un po' di pietre"

Intervista a Edward Luttwak

di Vanessa Tomassini

Edward Luttwak
"È un messaggio ai palestinesi che sono stati presi in giro da 60 anni. Da istituzioni e persone come la Mogherini (Alto-rappresentante e vice presidente della Commissione Europea, ndr.), la quale da 20 anni va in giro a parlare di palestinesi. C'è una famosa foto di Federica Mogherini a fianco di Arafat, come se fosse una stella del rock, o di musical, dove lei vuole sbaciucchiarlo, si vede dalla foto. Il governo iraniano, nel 1979, ha promesso che il suo unico scopo era quello di liberare Gerusalemme poi invece per errore, si sono fermati in Iraq, uccidendo quasi 800mila persone. Si sono sbagliati di strada. Poi è stata la volta di Saddam Hussein, anche lui voleva liberare Gerusalemme, ma per errore ha attaccato il Kuwait. Il governo di al-Assad ha giurato che avrebbe liberato Gerusalemme dagli ebrei, ed invece ha bombardato e quasi distrutto le tre principali città della Siria: Homs, Hama e soprattutto la metropoli di Aleppo".

- A dirci queste cose è il professor Edward Luttwak rispondendo da Washington alle nostre domande sulla scelta del presidente americano, Donald Trump, di spostare la sede diplomatica in Terra Santa, con tutto ciò che ne comporta.
  "L'Unione Europea invece ogni due minuti emette un comunicato a favore dei palestinesi, però non hanno mai fatto niente. Poi c'è il governo di Erdogan che giura che sarà lui a liberare Gerusalemme, intanto però il suo lavoro è quello di mettere in prigione i suoi concittadini: circa 60mila negli ultimi 12 mesi", prosegue l'economista e politologo, aggiungendo che "Abbiamo un fenomeno di macro-ipocrisia che ha preso in giro 3 generazioni di palestinesi. Trump invece vuole dare un messaggio chiaro: c'è stata una guerra dove qualcuno ha vinto e qualcuno ha perso, voi siete quelli che avete perso. Quindi dovete accettare la sconfitta, come tanti altri popoli hanno fatto, da sempre. È giunta l'ora di fare i conti con la realtà e procedere a ricostruire la loro esistenza e ripartire. Questo è il messaggio. Bisogna dire la verità ai palestinesi, che hanno rifiutato qualsiasi proposta di pace è stata fatta loro. Se avessero accettato una di queste proposte, come quella di Jimmy Carter tanti anni fa, o quella portata da Clinton, anziché sperare sempre in una migliore offerta, avrebbero fermato il processo della perdita del loro territorio".

- Perché questa scelta è arrivata proprio in questo momento?
  "Da quando Trump ha fatto la sua visita in Medio Oriente c'è stata una lunga deliberazione su questo fatto ed oggi l'amministrazione americana è giunta a questa conclusione".

- Quindi non ci sono altre motivazioni politico-economiche?
  "L'unica motivazione politica è la spinta da parte dei cristiani evangelici, ai quali Trump aveva promesso di spostare l'ambasciata a Gerusalemme già in campagna elettorale. Sono stati loro che hanno insistito, sicuramente non il Governo Israeliano, che se ne frega altamente di questo".

- Ecco, molti negano che Gerusalemme sia una città ebraica…
  "È una città di chi allora, dei portoghesi? Non ho capito. C'è stata una popolazione da oltre 2mila anni e questo è un dato di fatto. La gente può pensare di questo, ma ci sono evidenze storiche, ma anche queste non contano. Ma il dato di fatto è che Gerusalemme è capitale di uno Stato che da sempre gli arabi hanno cercato di cancellare. La cosa è finita… hanno perso".

- Questo lo abbiamo capito, ma mi faccia finire la domanda perché è importante chiarire un aspetto. Israele è il fulcro delle 3 più importanti religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islam…
  "Benissimo! Quando i musulmani controllavano la parte orientale di Gerusalemme, loro hanno distrutto molte sinagoghe, quando gli israeliani invece hanno preso il controllo della città non hanno distrutto nulla dei musulmani".

- Quello che vorrei cercare di chiarire con lei è che Gerusalemme diventa capitale di Israele, non dello stato ebraico. È corretto?
  "Certo è lo Stato d'Israele, non è lo Stato ebraico. Si chiama Israele punto e basta. I cattolici hanno il Vaticano che è lo stato dei Cattolici, ma Israele è lo Stato d'Israele. La cosa è differente".

- Viste le reazioni arrivate dall'Europa, lei prima parlava di Federica Mogherini, crede che Trump possa fare marcia indietro?
  "No. L'idea che la Mogherini possa far fare un passo indietro a qualcuno è assurdo. Questo è una prova di futilità, mettersi a fare rumore su un caso come questo illustra soltanto la mancanza di potere".

- Il primo ministro Benjamin Netanyahu, abbiamo già visto in altre occasioni essere una persona molto equilibrata, come sta reagendo?
  "Lui non ha chiesto questa cosa. È assolutamente contento anche se la scelta poteva essere fatta molto tempo fa. Notate bene che la federazione russa ha dichiarato Gerusalemme capitale un anno fa, senza alcuna reazione da parte di nessuno".

- E nei confronti degli alleati? Ad esempio come vede le dichiarazioni fatte dall'Italia ed altri 7 Paesi ieri al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite?
  "L'Italia ha sempre preso una posizione formale a tal riguardo e non c'è nulla di sorprendente. Nessuno ci crede e non ha alcuna importanza. Non c'è alcun contenuto".

- Ma quindi ora cosa succederà?
  "Non succederà proprio niente! Urleranno un po', lanceranno un po' di pietre, ma rispetto a quello che sta accadendo nel resto del Medio Oriente, questo è nulla, uno zero su zero".

- E la Turchia?
  "Vediamo se Erdogan prende un po' di tempo dall'arrestare i suoi concittadini. È da 60 anni che la Turchia fa dichiarazioni bombastiche senza poi fare nulla. Se inizieranno a fare qualcosa avranno a che vedere con la forza aerea israeliana. Se i turchi vogliono sperimentare, per sapere se sono cresciuti, se sono diventati capaci è la loro opportunità. Bene, ci provino".

- Invece come valuta il ruolo dell'Arabia Saudita?
  "I sauditi sono molto impegnati. Hanno appena comprato il Salvator Mundi per 400 milioni, avrebbero potuto darli ai poveri palestinesi nei campi. Si tratta di agire non di parlare".

(Notizie Geopolitiche, 9 dicembre 2017)


«Non siamo d'accordo con Trump». L'Italia con gli europei, strappo all' Onu

Al Consiglio di Sicurezza, dichiarazione di cinque Paesi su Gerusalemme.

di Giuseppe Sarcina

WASHINGTON - Lo strappo, ora, è un atto politico ufficiale e vistoso. Gli ambasciatori all'Onu di Francia, Italia, Gran Bretagna, Svezia e Germania hanno letto una dichiarazione comune davanti ai giornalisti dopo la riunione del Consiglio di Sicurezza: «Non siamo d'accordo con la decisione Usa di riconoscere Gerusalemme come la capitale di Israele e di cominciare la preparazione per spostare l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme». L'iniziativa è partita dalla rappresentanza francese che ha contattato Sebastiano Cardi e gli altri capi delle missioni europee presenti in questo momento nell'organo esecutivo delle Nazioni Unite. Al gruppo dei quattro (britannici e francesi sono membri permanenti) si è unita la Germania.
   Pur se ammantata nel linguaggio diplomatico, il documento è pesante. La mossa di Donald Trump «non è in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza e non aiuta le prospettive di pace nella regione». In sostanza il blocco europeo accusa gli americani di violare le direttive concordate a livello mondiale. «Lo status di Gerusalemme - è scritto - deve essere determinato attraverso i negoziati tra israeliani e palestinesi. È una posizione costante dei Paesi dell'Unione Europea che, in questo quadro, Gerusalemme dovrebbe essere la capitale sia dello Stato di Israele che di quello palestinese. Fino a quel momento, noi non riconosceremo alcuna sovranità su Gerusalemme».
   In apertura della riunione l'ambasciatrice americana, Nikki Haley, è stata durissima, accusando «l'Onu di essere ostile da molti anni a Israele». La decisione di riconoscere la Città Santa come capitale è «ovvia», mentre «le Nazioni Unite hanno fatto più danno alle possibilità di una pace in Medio Oriente, anziché farla progredire».
   Il quadro internazionale della crisi, ora, si è complicato. Il Dipartimento di Stato, al di là delle ruvide parole di Haley sta cercando di spezzare l'isolamento. Ma il presidente palestinese Abu Mazen, non ritiene più «qualificati» gli Usa per «occuparsi del processo di pace». La Russia cerca spazio, offrendosi come mediatrice. L'Unione Europea si sta compattando. Con qualche difficoltà a Bruxelles. Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri, sta lavorando a un documento simile a quello firmato dai 5 europei al Palazzo di Vetro. Ma ci risulta che nell'incontro preparatorio del Cops, il Comitato politico e di sicurezza, la discussione sia stata bloccata dall'Ungheria. Il premier Vicktor Orban si conferma grande estimatore di Trump e, almeno per ora, impedisce all'Ue di prendere una posizione unitaria sul tema.
   Negli Usa, invece, la strategia di Trump non ha diviso politici e opinione pubblica come ormai accade su tutti gli altri dossier. Osserva David Makovsky, analista del Washington Institute e, nel 2009 coautore con Dennis Ross (ex consigliere di John Kerry) di un best seller sul Medio Oriente («Miti, Illusioni e Pace ... », Viking/Penguin): «Parte del problema è nato perché Trump non ha preavvertito per tempo gli attori più coinvolti. Inoltre la comunicazione poteva essere molto migliore. Se si analizza bene il messaggio si vede che gli Usa mantengono aperta la questione dei confini tra Israele e Palestina. Penso che la Casa Bianca abbia spazio per spiegarsi meglio. Dovrebbe farlo subito con un grande sforzo rivolto soprattutto alla popolazione del Medio Oriente che segue con la tv satellitare gli "speech" del presidente».

(Corriere della Sera, 9 dicembre 2017)


L'Italia vota contro Trump su Gerusalemme

All'Onu l'Europa si schiera con i palestinesi contro il trasferimento dell'ambasciata Usa. E Bruxelles invita Abu Mazen.

di Carlo Nicolato

Cinque Paesi europei sono contro Donald Trump. E tra questi c'è l'Italia. Per il nostro Paese, e per Francia, Regno Unito, Svezia e Germania, la decisione della Casa Bianca di riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele «non è conforme alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza» dell'Onu. Così l'Italia, ha comunicato l'ambasciatore di Roma al Palazzo di Vetro, Sebastiano Cardi, «manterrà la sua ambasciata in Israele a Tel Aviv». I diplomatici dei cinque Paesi Ue, dopo la riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza, hanno dichiarato che la mossa Usa «non promuove la prospettiva di pace nella regione». Lo status di Gerusalemme, hanno aggiunto, va «negoziato fra Israele e Palestina».
   Fortuna, per l'Europa, che dall'altra parte c'è Trump. Ci fossero stati Clinton o Obama, stare dove ormai naturalmente sta, cioè con i palestinesi e contro Israele, per Bruxelles e associati sarebbe stato decisamente più complicato. Immaginatevi un Sigmar Gabriel qualsiasi che si metteva a dire «scusa Barack, la capitale di Israele è Tel Aviv, non Gerusalemme, e le ambasciate rimangono dove stanno». Impossibile. Contro Trump invece, vale tutto, non solo stare coi palestinesi che proclamano giorni di collera, guerra senza tregua, marce, violenze e distruzioni varie, peraltro già iniziate con relativi morti e feriti, ma anche invitare il loro guru a casa.
   Sì, è proprio così, il presidente palestinese Mahmoud Abbas, o Abu Mazen che dir si voglia, parteciperà in via ufficiale al prossimo Consiglio degli Esteri Ue previsto per gennaio, così come ha trionfalmente annunciato l'Alto rappresentante Federica Mogherini. Mogherini promette che inviteranno anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu e che anche con lui si parlerà di pace, ma questo è da vedere. Per il momento la presenza del favorito dell'Onu, Abu Mazen, lo stesso che fa gli accordi con i terroristi armati di Hamas, è assicurata.
   Così come sono assicurati i morti per le manifestazioni «pacifiche» da lui medesimo invocate e volute: si parla già di due o di uno e mezzo. L'esercìto israeliano ha confermato: a Khan Younis, al confine della Striscia di Gaza, i militari hanno sparato contro due scalmanati, indiziati di essere i principali istigatori delle rivolte violente. Uno dei due, Mahmoud al-Masri di 30 anni, sarebbe morto sul posto. L'altro è stato colpito alla testa da un proiettile ed è in fin di vita all'ospedale. In tutto sarebbero stati circa 3mila i palestinesi scesi in strada ieri. Oltre ai morti ci sarebbero circa duecento feriti. Ieri sera l'aviazione israeliana, in risposta ai razzi palestinesi (ieri sera colpita Sderot), ha attaccato tre basi di Hamas a Gaza. Dieci i feriti. D'altronde quando si fa appello alla piazza, come ha fatto il pacifico Abu, non si può certo pretendere che il tutto si risolva con qualche fiore infilato nei cannoni.
   Ed è un miracolo se le manifestazioni indette un po' in tutto il mondo islamico, dal Pakistan al Bangladesh, contro Israele e l'America rimangano tali e non diventino qualcosa di più di qualche slogan e bandiera bruciata. Eppure l'aizzatore di tutto questo non è Trump, ma il presidente palestinese, che volerà con tutti gli onori a Bruxelles a parlare con cognizione di causa tra quei politici sempre molto attenti nelle loro rispettive patrie e in quella comune, l'Europa, a puntare il dito contro chi predica odio e violenza, contro chi manifesta con le bandiere sbagliate. E contro chi calpesta uno dei diritti fondamentali dell'Ue, quello di «non discriminazione», quello che tutela le differenze di «sesso, razza, origine etnica, religione, convinzioni personali, handicap, età e tendenze sessuali». Vale la pena ricordare che Abu Mazen è presidente di quei territori nei quali i cristiani vengono emarginati, esclusi dagli aiuti economici e costretti a permessi speciali per studiare e lavorare. Nei quali le donne sono considerate proprietà dei loro mariti e della loro famiglia. Nei quali gli omosessuali vengono sistematicamente oltraggiati, incarcerati, e costretti a scappare. Dove? Naturalmente nell'odiata Israele, contro cui il mondo per bene manifesta mettendosi la coscienza in pace.

(Libero, 9 dicembre 2017)


Il ballon d'essai ha funzionato

di Marcello Cicchese

Sì, ha funzionato. Qualcuno, per motivi suoi, si è sentito spinto a dire una cosa ovvia, vera: Gerusalemme è la capitale dello Stato d'Israele, e i potenti della terra ci sono cascati: hanno dovuto dire in modo pubblico e chiaro che no, non è vero: nessuno può dire qual è e dove deve stare la capitale della nazione ebraica se non loro, i capi del mondo radunati nel consesso delle Nazioni Unite. Hanno dovuto dirlo anche quelli che avrebbero voluto traccheggiare, andare per le lunghe, esaminare i pro e i contro (per loro). Ha dovuto dirlo anche la nostra cara patria: l'Italia. L'Italia s'è desta: non ha taciuto, non si è schermita, si è decisamente accodata. Le nostre più alte autorità civili e religiose hanno preso posizione.
Così scrive Umberto De Giovannangeli su Huffpost:
    «L'Italia dunque rompe gli indugi e, dopo un iniziale "low profile", decide di schierarsi, politicamente, contro la scelta di Trump. Una scelta maturata in frenetiche consultazioni tra la nostra delegazione a New York, Palazzo Chigi, il Quirinale e la Farnesina. Al più alto Colle istituzionale, il Quirinale, il cattolico Mattarella non è rimasto insensibile, tutt'altro, alle parole pronunciate da papa Francesco su Gerusalemme nel corso dell'udienza generale, nell'Aula Paolo VI, del 6 dicembre: "Il mio pensiero va ora a Gerusalemme. Al riguardo, non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite. Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti", aveva concluso Bergoglio.»
Anche il papa dunque ha dovuto esprimere in modo netto, nel consueto stile mieloso della "profonda preoccupazione" e "accorato appello", la sua strutturale avversione per lo Stato ebraico. In mille modi le Nazioni Unite hanno dimostrato di essere contro Israele, ma questo non ha mai turbato la sensibilissima coscienza del romano Pontefice. Tutt'altro.
Anche Trump si è pericolosamente esposto, e non in favore di Israele, come superficialmente qualcuno potrebbe pensare. Ha detto qualcosa su Gerusalemme: che è la capitale di Israele, e forse pensava che questo sarebbe bastato. E' stata certamente messa in conto la prevedibile "rabbia" violenta dei palestinesi, che del resto non conoscono altro modo di far politica, ma forse pensava che questo sarebbe bastato e che si potesse gestire la cosa senza dover dire altro. La reazione dei potenti della terra invece lo costringerà a dire qualcosa di più. Dovrà rispondere a una precisa domanda: Gerusalemme è o no la capitale unica e indivisibile di Israele? Se risponde sì ed è coerente nelle sue decisioni, è storicamente dalla parte di Israele. Altrimenti no. Anche Trump, come tanti altri potenti della storia, avrà fatto i suoi progetti su come usare gli ebrei per i suoi scopi, ma quando sarà messo davanti a un bivio, non c'è dubbio che se necessario li lascerà andare dolcemente al loro destino.
Sì, il ballon d'essai ha funzionato.

(Notizie su Israele, 9 dicembre 2017)


Gerusalemme e la centralità ebraica

Lettera al Direttore di La Stampa

di Riccardo Di Segni *

Caro Direttore,
martedì gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno la festa di Chanukkà, accendendo ogni sera dei lumi per otto giorni. All'origine di questa festa c'è una storia militare: la rivolta degli ebrei ribelli contro il dominio dei greci seleucidi. La vittoria portò alla costituzione di un regno ebraico indipendente in Giudea, con capitale Gerusalemme, il cui Tempio fu ripulito dalle contaminazioni ellenistiche. Tutto questo avveniva intorno al 165 prima dell'era cristiana.
   La tradizione successiva ha cercato di concentrare l'attenzione più sul miracolo religioso della restaurazione che sull'evento militare; questa festa comunque rimane uno dei numerosi documenti della continua e intensa attenzione ebraica su Gerusalemme. Il nome della città evoca la pace; è stata invece perenne centro di scontri tra popoli e culture. Gli ebrei, conquistatori di quella città ai tempi del re David (nel X secolo prima dell'era cristiana ne fece la capitale del suo regno), esiliati, ritornati, per poco tempo sovrani indipendenti, poi di nuovo sconfitti ed esiliati, non hanno mai rinunciato a quella città, non solo come capitale dello spirito, ma come capitale reale. Anche quando le sanguinose guerre per il dominio di Gerusalemme avevano altri protagonisti (ad esempio cristiani, crociati e musulmani) gli ebrei erano presenti e marginali, vittime di massacri da parte dei belligeranti. Il pensiero sulla città comunque non veniva mai meno, sostenuto da riti, preghiere e date di calendario liturgico. Con queste premesse, il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del presidente Trump su Gerusalemme non può essere spiegato solo in termini politici.
   La prospettiva storica e religiosa è indispensabile per capire la vera entità della questione e i meccanismi profondi e ancestrali che si attivano. Da una parte la centralità ebraica, di cui si è detto. Dall'altra l'opposizione reale e dura delle altre religioni, al di là del politically correct. Per i musulmani, in termini teologici e politici, per loro difficilmente distinguibili, la sovranità e l'indipendenza ebraica, tanto più su Gerusalemme, sono semplicemente intollerabili, gli ebrei al massimo possono essere sottomessi. E in termini cristiani pesa ancora l'idea dell'esilio ebraico e della perdita della terra e di Gerusalemme come punizione per il mancato riconoscimento della verità cristiana. Questa idea è presente fin dalle origini e rimane ufficiale fino al XX secolo. In altri termini anche il cristianesimo, con tutte le sue recenti aperture all'ebraismo, non ha del tutto elaborato l'idea della sovranità ebraica, dello Stato di Israele (si parla sempre di «terra santa») e tanto più di Gerusalemme capitale ebraica. Se la reazione alla dichiarazione di Trump è stata così forte e persino viscerale, ciascuno, anche non credente, si interroghi sulle sue motivazioni più o meno inconsce, sull'educazione ricevuta, sulla riluttanza a riconoscere al popolo ebraico i diritti che per altri sarebbero scontati.
* Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma

(La Stampa, 9 dicembre 2017)


Patrimonio Israele. Israele patrimonio

"Lo stato ebraico è da sempre patrimonio dell'umanità". Intervista a Ruben Della Rocca.

di Micol Flammini
ROMA - "E' ora di dichiarare Israele patrimonio dell'umanità". E' la proposta di Claudio Cerasa sul Foglio di ieri, contro il tentativo sistematico di cancellare Israele e la sua storia, "per difendere il popolo ebraico dalla nuova intifada culturale". La decisione di Trump di spostare l'ambasciata americana a Gerusalemme ha fornito nuovo materiale ai tanti che non vedono negli attacchi contro Israele la matrice di un'ideologia violenta e distruttiva, e per questo è il momento di reagire. E' necessario portare avanti una nuova battaglia di civiltà - in cui l'Europa dovrebbe essere in prima linea - lanciando la candidatura di Israele come patrimonio dell'umanità. "Non posso che condividere l'iniziativa", commenta Ruben Della Rocca, vicepresidente della Comunità ebraica di Roma, contattato dal Foglio, "ma rispondo anche con una provocazione: Israele è già patrimonio dell'umanità per tutti coloro che hanno l'onestà di riconoscerla come faro di democrazia".
   "I paesi europei dovrebbero gettare il cuore oltre l'ostacolo", dice Della Rocca, "e assumersi la responsabilità di non lasciare spazio agli equivoci, fare dichiarazioni chiare e riconoscere a Israele i propri meriti, la sua civiltà e la storia".
   Per Della Rocca, il silenzio dell'Europa rischia di essere inteso come un tacito sostegno al progetto dei paesi che dominano l'Unesco di spazzare via l'eredità di una civiltà millenaria, negando la storia ebraica di luoghi come il Muro del Pianto o il Monte del Tempio.
   "Il Foglio ci ha sostenuti e noi come Comunità ebraica di Roma abbiamo sostenuto il Foglio nelle manifestazioni contro la risoluzione dell'Unesco", sorride il vice presidente. "Anche in questa battaglia non possiamo che essere vicini. Quale sia la posizione dell'Unesco nei confronti di Israele già lo sappiamo ma per chi sa distinguere è impossibile non notare quale sia il modello di civiltà che lo stato ebraico sta portando avanti". L'agenzia delle Nazioni unite per la cultura e la scienza, con le sue mozioni, ha annichilito il rapporto tra gli ebrei e Gerusalemme.
   Anche Della Rocca sostiene che l'attacco militare, culturale e politico con cui la decisione della Casa Bianca è stata accolta sia l'azione deliberata di un'ideologia distruttiva, che l'Europa deve combattere: "I vicini di Israele sono sempre stati pronti a tutto pur di cancellarlo e un sostegno maggiore da parte dell'Unione europea non farebbe altro che aiutare finalmente lo stato ebraico", che non solo è un faro di democrazia, ma anche di libertà politica e religiosa.
   Israele è l'avamposto d'Europa in medio oriente che però l'Europa non si decide a difendere. L'Italia dovrebbe farsi portatrice della battaglia per fare dello stato ebraico patrimonio dell'umanità e, perché no, l'inaugurazione il prossimo 14 dicembre del museo della Shoah di Ferrara potrebbe essere una buona occasione per ragionare sul tema: "La politica potrebbe dare un segnale più forte", conclude Ruben Della Rocca. "Alcune personalità importanti come il presidente Mattarella, che sarà presente all'inaugurazione, hanno già fatto molto, come la visita alle Fosse Ardeatine o il ricordo di Stefano Tachè, ma si potrebbe sempre fare di più. Intanto, noi stiamo con Cerasa e con il Foglio, lanciamo questa candidatura".

(Il Foglio, 9 dicembre 2017)


Quest'anno a Gerusalemme

E' stata divisa solo per diciannove anni. Ecco che cosa accadde dal 1948 al '67. Per la prima volta in un millennio di storia non rimase un solo ebreo nella Città vecchia. Fu un Isis ante litteram.

di Giulio Meotti

La città era divisa con filo spinato, bunker, cecchini e campi minati. I muri dividevano la città anche dentro le abitazioni. Agli ebrei era impedito l'accesso al Muro del pianto, ma anche i cristiani subirono vessazioni da parte del regime islamico di Amman. Il più antico cimitero del mondo venne devastato e le pietre usate per fare le strade. Di 150 mila tombe, 70 mila furono distrutte. Dopo il '67 gli israeliani hanno ripristinato il diritto dei musulmani di pregare sul Monte del Tempio, un diritto ora negato agli ebrei.

Nel gennaio 1964, quando Papa Paolo VI vi arrivò per la prima, storica visita di un pontefice nella moderna Gerusalemme, la città era divisa dal filo spinato. Si chiamava "kav ironi", la linea arbitraria di divisione della città. I cecchini giordani erano piazzati sui tetti, mentre i campi minati erano ovunque nella "no man's land", in ebraico "shetah hahefker", lunga sette chilometri. L'unico passaggio fra le due parti della città, quella israeliana e quella giordana, era attraverso la celebre Porta di Mandelbaum, dal nome dei coniugi Esther e Simcha Mandelbaum, proprietari della casa dove passava il confine.
   C'erano quartieri, come Abu Tor, con case che avevano un ingresso nella sezione giordana e uno in quella israeliana. I muri dividevano la città anche dentro le abitazioni. Ma mentre Paolo VI e il suo entourage furono in grado di attraversare liberamente Gerusalemme per pregare nei luoghi religiosi cristiani, israeliani ed ebrei potevano solo guardare dall'altra parte del filo spinato le mura della Città vecchia e, là sotto, sognare il Muro del pianto, il luogo più sacro al mondo per l'ebraismo. Allora, quando la Città vecchia era Judenrein, nessun Papa o Palazzo di vetro ha mai chiesto "l'internazionalizzazione di Gerusalemme".
   Quando altri tre pontefici (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco) sono tornati a far visita a Gerusalemme, hanno trovato una città aperta a tutte le tre religioni, senza barriere, né fili spinati, né cecchini, né campi minati o discriminazioni su base religiosa. Una città dove chiunque può venire a pregare e omaggiare il proprio Dio. E' facile imbattersi oggi in musulmani salafiti arrivati dall'Arabia Saudita per visitare la Spianata delle moschee. Ora che gli Stati Uniti si sono decisi a riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele, da più parti si riscopre un'ansia di ridividere quella città.
   La città santa è stata conquistata da Gebusiti, Ebrei, Babilonesi, Assiri, Persiani, Romani, Bizantini, Arabi, Crociati, Mamelucchi, Ottomani, Inglesi, Giordani... Ma in migliaia di anni, Gerusalemme è stata divisa soltanto per diciannove anni, dal 1948 al 1967. E fu davvero un incubo.
   Fu un regime asimmetrico di divisione: mentre per Israele Gerusalemme ovest divenne la capitale, Gerusalemme est fu sempre una città di confine, un fortilizio. Gerusalemme occidentale era moderna, fiorente di attività politica e culturale, ricca e in costante crescita, mentre Gerusalemme est era un villaggio sonnolento, sottosviluppato e trascurato.
   Un anno fa, tre lettere spedite nel febbraio 1948 dalla Città Vecchia di Gerusalemme, in quel periodo assediata dalle forze arabe, furono rivelate dalla casa d'asta Kedem Auction House. Sono scritte dai residenti del quartiere ebraico durante l'assedio di Gerusalemme da parte delle forze arabe nella prima fase della guerra di indipendenza israeliana. Le lettere vennero scritte tre mesi prima che le forze inglesi lasciassero la città, allo scadere del Mandato britannico, e la Città Vecchia venisse conquistata dalle truppe giordane. Una delle lettere è una richiesta di aiuto firmata da Yitzchak Avigdor Orenstein, primo rabbino del Muro occidentale ("del pianto"), destinato a rimanere ucciso tre mesi dopo quando la Città vecchia verrà bombardata. "Abbiate pietà di uomini, donne e bambini e prendete misure drastiche, ove necessario, affinché noi non moriamo", si legge nella lettera del rabbino Orenstein. "La vita degli abitanti della Città vecchia è in grave pericolo, le truppe britanniche hanno bombardato il quartiere ebraico nelle notti scorse danneggiando la santità della sinagoga", scriveva Orenstein.
   La Gerusalemme ebraica fu il principale bersaglio dell'attacco giordano durante la guerra che accompagnò la fondazione di Israele. Il comandante della Legione, Abdallah el Tal, ricordò che "solo quattro giorni dopo il nostro ingresso a Gerusalemme, il quartiere ebraico era diventato un cimitero. Il ritorno degli ebrei è impossibile". Il 27 maggio del 1948, 108 dei 150 difensori del Quartiere ebraico della Città vecchia cadevano in difesa della popolazione di 1.700 persone, piegate dalla fame e dalla sete. Se l'assedio fosse continuato, gli arabi avrebbero costretto gli ebrei alla resa o alla fame. Tutta la città rischiava di essere conquistata dagli arabi.
   Dopo la fine delle ostilità e con la divisione della città, a tutti gli israeliani - ebrei, musulmani e cristiani - fu impedito l'accesso alla Città vecchia, in flagrante violazione dell'armistizio fra Israele e la Giordania, firmato nel marzo 1949.
   Ai turisti stranieri in visita a Gerusalemme fu richiesto di presentare un certificato di battesimo. Anche se i cristiani, a differenza degli ebrei, avevano accesso ai loro luoghi santi, anch'essi furono soggetti a restrizioni secondo la legge giordana. C'erano dei limiti sul numero di pellegrini cristiani ammessi nella Città vecchia e a Betlemme durante Natale e Pasqua. Le organizzazioni di beneficenza e le istituzioni religiose cristiane non potevano acquistare proprietà immobiliari a Gerusalemme o possedere proprietà vicino ai luoghi santi. E le scuole cristiane erano soggette a severi controlli. Dovevano insegnare in arabo, chiudere di venerdì, il giorno santo musulmano, e insegnare a tutti gli studenti il Corano. Allo stesso tempo, non fu permesso di insegnare materiale religioso ai non cristiani.
   Nel corso degli anni sotto il dominio giordano, ogni vestigia della presenza ebraica nella città fu sistematicamente cancellata. Durante quei diciannove anni di occupazione illegale e non riconosciuta dal resto del mondo, agli ebrei non venne mai permesso di visitare i loro luoghi santi nella parte occupata della città, in spregio del diritto internazionale e in violazione degli accordi armistiziali. Il plurisecolare cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi venne sistematicamente profanato; le antiche sinagoghe, come la celebre Hurva, e la maggior parte degli edifici dell'antico quartiere ebraico della Città vecchia, vennero scientificamente distrutti dagli occupanti illegali. Centinaia di pergamene della Torah e migliaia di libri sacri furono saccheggiati e ridotti in cenere. Per la prima volta in mille anni non rimase un solo ebreo o una sinagoga nella Città vecchia. Fu una sorta di Isis ante litteram. La popolazione cristiana della città scese da trentamila a prima del 1948 a undicimila nel 1967.
   In ogni storia di Gerusalemme questi sono gli anni perduti della città, in cui pare non sia successo nulla. Un periodo morto e in cui i bunker giordani dominavano la città. Come a Mutzav Hapa'amon, una delle 36 postazioni giordane, che dominava tutto, da Gilo all'Herodion. Nel 1955, un gruppo di archeologi prese parte a una conferenza al kibbutz Ramat Rachel. I cecchini giordani fecero strage di archeologi. Quattro i morti.
   Dopo la conquista da parte giordana, gli ebrei furono costretti a lasciare le loro case. Sinagoghe, biblioteche e centri di studi religiosi furono distrutti, saccheggiati, utilizzati per alloggiamenti o come stalle per gli animali.
   Agli ebrei venne proibito anche di suonare lo shofar, il piccolo corno di montone. Furono fatti appelli alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale per dichiarare la parte antica come una "città aperta" e fermare questa distruzione, ma non ci fu risposta.
   Migliaia di pietre tombali provenienti dal cimitero sul Monte degli Ulivi furono utilizzate come pietre da pavimentazione per le strade e come materiale da costruzione nei campi militari giordani. Parti del cimitero furono trasformate in parcheggi, fu allestita una pompa di benzina e fu costruita una strada asfaltata. L'Intercontinental Hotel venne edificato nella parte superiore del cimitero. Il più antico cimitero ebraico del mondo si ritrovò così devastato. Delle 150 mila tombe, alcune risalenti ai tempi biblici di Assalonne e Zaccaria, ne furono distrutte 70 mila.
   L'Onu, che oggi si dice allarmato per il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale, non approvò mai alcuna risoluzione contro questa distruzione della zona ebraica. Non appena la Città vecchia cadde nelle mani degli arabi musulmani, la libertà religiosa a Gerusalemme venne cancellata. Gerusalemme antica divenne di fatto, sia pure conservando la presenza cristiana, una città islamica. Gli ebrei furono cacciati e l'ebraismo cancellato.
   Mishkenot Sha'ananim, oggi uno dei luoghi più belli e trendy di Gerusalemme, luogo di ritrovo degli scrittori e degli intellettuali, divenne un insieme di baracche dove si viveva in costante paura dei colpi dei giordani. Mamilla, oggi fitta di ristoranti e boutique, era la linea di attacco, la "Sderot del 1948", dal nome della piccola cittadina israeliana affacciata su Gaza e per anni bersagliata dal lancio dei missili di Hamas. Gli ebrei nella Gerusalemme divisa vivevano in case protette da sacchi di sabbia e strisciavano contro i muri.
   A memoria, ci sono le fotografie dei bambini e delle donne che sfollano dagli incendi delle loro case nella Città vecchia, il Muro del pianto che versa in rovina, spoglio, abbandonato, convertito all'islam come al Buraq Wall, e la città più bella del mondo trasformata in un grande Checkpoint Charlie mediorientale. Nei cinquant'anni successivi alla liberazione del 1967, Gerusalemme sarebbe riesplosa a livello urbanistico, religioso, demografico, economico. E' successo sotto Israele, mai prima.
   Israele è l'unico custode di Gerusalemme che si sia dimostrato affidabile e responsabile. Dopo la liberazione, il governo israeliano varò la Legge per la Protezione dei Luoghi Santi, che garantiva libertà di accesso e di culto a tutte le religioni e autonomia ai vari gruppi religiosi nella gestione delle loro rispettive proprietà e dei loro luoghi santi. La Knesset estese la legislazione israeliana a Gerusalemme est, unificando così la città sotto il governo israeliano e mettendo fine alle leggi islamiche discriminatorie. Gli israeliani ripristinarono subito il diritto dei musulmani di pregare sul Monte del Tempio, malgrado il fatto che fosse anche il luogo più sacro all'ebraismo. Oggi il Wakf musulmano (consiglio religioso), a cui è affidata l'amministrazione del Monte del Tempio, impedisce agli ebrei di pregare su questo luogo.
   La storia dimostra non soltanto che una grande città divisa non funziona (Nicosia, Berlino, Belfast per citarne alcune). Ma soprattutto che il migliore destino di una città mista come Gerusalemme è quello di essere garantito soltanto dagli ebrei, per due motivi. Il primo è che il pluralismo funziona soltanto in una democrazia e Israele è l'unico paese democratico in una mezzaluna che va dal Nord Africa fino all'Asia minore. La seconda è che il rispetto delle minoranze non esiste nel mondo arabo-islamico.
   Adesso si vorrebbero riportare le lancette della storia a quel terribile periodo, i diciannove anni perduti di una Gerusalemme atterrita e buia. E che divisa non deve tornare a esserlo più.

(Il Foglio, 9 dicembre 2017)


Gerusalemme - Putin ed Erdogan sono i veri vincitori della partita

L'iniziativa di Trump su Gerusalemme giunge come un regalo supplementare per il leader russo: alla sua influenza si aprono spazi insperati nei Paesi arabi che gli Usa hanno imbarazzato con il loro annuncio

di Franco Venturini

Era fatale che Trump, riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele e annunciando il trasferimento dell'ambasciata Usa, modificasse interessi e gerarchie delle potenze che si muovono nel grande disordine mediorientale. In attesa di capire se a sostegno della sua mossa filo-israeliana il Presidente riuscirà a proporre un piano di pace più equilibrato che accontenti anche i palestinesi e le capitali arabe (impresa che si annuncia ardua), due vincitori di questo ennesimo braccio di ferro su Gerusalemme possono sin d'ora essere identificati: si chiamano Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, che si incontreranno lunedì per discutere della situazione.
   La Russia di Putin aveva puntato tutte le sue carte sulla Siria, e ora che l'Isis è stato quasi completamente sconfitto, e che la guerra civile è in fase di superamento, il Cremlino può vantare un buon raccolto. Assad è ancora al suo posto e almeno per un certo tempo ci resterà, l'alleanza di guerra tra Russia, Turchia e Iran (con l'aggiunta dei libanesi sciiti di Hezbollah) controlla le vicende siriane assai più dei negoziati di Ginevra o degli Usa. L'iniziativa di Trump su Gerusalemme giunge come un regalo supplementare: all'influenza russa si aprono spazi insperati nei Paesi arabi che gli Usa hanno imbarazzato con il loro annuncio.
   L'Egitto è un buon esempio, ma non è il solo. La posta di una partita che comincia appena sarà il ritorno della Russia nel mondo arabo sunnita, come ai tempi dell'Unione Sovietica.
   Il secondo vincitore, oggi stretto alleato del primo, è il Presidente turco. L'esponente cioè di un Paese non arabo ma islamico, che si sente offeso dalla mossa Usa. Per Erdogan l'occasione è duplice: accrescere il consenso interno e tornare a porsi come potenza mediorientale approfittando della consueta doppiezza delle capitali arabe che si scandalizzano per la sorte dei palestinesi ma ben poco fanno a loro sostegno. Ankara, come molti altri, dichiara di temere che Trump abbia involontariamente incoraggiato quel terrorismo che era stato appena sradicato con la sconfitta dell'Isis. Tema che fa drizzare molte orecchie, anche in Arabia Saudita. Lunedì Erdogan e Putin dichiareranno la loro preoccupazione, prima di brindare alla salute di Donald Trump.

(Corriere della Sera, 8 dicembre 2017)


Oggi i sauditi sono più vicini agli israeliani che ai palestinesi

Perché è più forte l'ostilità contro gli iraniani

di Angelica Ratti

 
Per i paesi del Golfo oggi l'ostilità verso l'Iran è più importante delle sorti dei palestinesi. E si ridisegnano le alleanze in una regione messa sottosopra dalla nuova politica degli Stati Uniti e dall'aumentato potere dell'Iran.
   In Arabia Saudita, il principe ereditario Mohammed Ben Salman, detto Mbs, ha il gusto della rottura come ha dimostrato eliminando il divieto alle donne di guidare l'auto. E adesso prova ad instaurare un nuovo clima nei confronti di Israele, con il quale la corona saudita non ha relazioni ufficiali, anche se dietro le quinte la cooperazione in materia di sicurezza e contatti vanno avanti da molti anni. Ma da qualche tempo i segni di un riavvicinamento aumentano e diventano pubblici. E anche se cozza contro la questione palestinese, la prospettiva di una normalizzazione non è più un tabù.
   Il Bahrein e la federazione degli Emirati Arabi Uniti, i due alleati più vicini dell'Arabia Saudita nel Golfo, sono della partita. A settembre, il fondatore del centro Simon Wiesenthal di Los Angeles, il rabbino Marvin Hier, ha affermato che il sovrano del Bahrein, Hamad Ben IssaAl-Khalifa, si è detto favorevole alla revoca del boicottaggio di Israele da parte dei paesi arabi. Gli Emirati hanno permesso a Israele di aprire una propria rappresentanza sul proprio territorio in seno all'Agenzia internazionale dell'energia rinnovabile che ha sede a Abou Dhabi.
   Queste iniziative, secondo il parere di alcuni osservatori, sono un modo per preparare l'opinione pubblica dei paesi del Golfo a una possibile ufficializzazione dei legami fra le petromonarchie e Israele. In seno a queste società, la solidarietà con i palestinesi si indebolirebbe, secondo quanto ha riportato Le Monde. C'è da dire che secondo alcuni analisti, i palestinesi avrebbero tradito l'Arabia Saudita quando Hamas, il movimento islamico palestinese, si è rifiutata di considerare il movimento libanese pro Iran Hezbollah, come una organizzazione terroristica.
   L'Arabia Saudita è il capofila dell'asse anti Teheran in Medio Oriente. Intanto, il premier israeliano Benyamin Netanyahou coltiva il sogno di un riavvicinamento con i paesi sunniti e poi, eventualmente, trovare una soluzione al problema palestinese. Il contrario di quanto ha fatto finora la Lega Araba che ha condizionato tutta la normalizzazione tra Israele e i paesi arabi per la fine dell'occupazione dei territori palestinesi. Le condizioni arabe sono chiare: due Stati con uno Stato palestinese del quale la capitale è Gerusalemme Est, ha dichiarato alla fine di novembre il capo della democrazia saudita Adel al-Jubeir.
   Arabia e Stati Uniti, in particolare Mohammed Ben Salman e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, lavorano a un piano per regolamentare il conflitto israelo-palestinese e facilitare la normalizzazione arabo-israeliana, ma ai palestinesi non va bene.

(ItaliaOggi, 8 dicembre 2017)


Trump e Gerusalemme: genio o follia?

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele è un azzardo oppure il frutto di un piano geniale che vede il coinvolgimento delle potenze arabe in Medio Oriente?

Da ieri per gli Stati Uniti Gerusalemme è la capitale di Israele. E' il tardivo riconoscimento di una cosa ovvia e di un Diritto che però tutto il resto del mondo continua a ignorare e addirittura a negare.
Sulla decisione del Presidente Donald Trump ci sono due linee di pensiero all'interno del variegato mondo dei sostenitori di Israele, quella di coloro che temono un inasprimento del conflitto e che avrebbero preferito aspettare momenti migliori per il timore che gli sforzi volti a regolarizzare le relazioni con gli arabi finalizzati alla lotta contro l'Iran si potrebbero arenare, e quella del "se non ora quando", cioè di coloro che pensano che dopo 70 anni di inutili tentativi di pace con chi la pace non la vuole (i cosiddetti palestinesi) pensa che sia ora di mettere dei punti fermi e di mandare al diavolo la prudenza, costi quel che costi. Nessuno tuttavia mette in dubbio il fatto che la capitale di Israele sia Gerusalemme....

(Right Reporters, 8 dicembre 2017)


Trump cede qualcosa agli israeliani affinché gli israeliani cedano altro ai palestinesi

È meno semplicistico di come è stato descritto lo spostamento dell'ambasciata Usa

di Carlo Pelanda

Gli analisti si chiedono cosa ci sia sotto il riconoscimento formale, da parte statunitense, di Gerusalemme come capitale d'Israele nonostante gli avvertimenti da parte di tutto il mondo di non sfidare l'ira dell'Islam e dei palestinesi.
Le spiegazioni indicano motivi interni ed esterni, ma senza precisarli. Per quelli interni prevale l'idea che Trump in difficoltà abbia voluto marcare che mantiene le promesse elettorali.
In realtà, per il grande pubblico americano la questione di Gerusalemme non è sicuramente un tema primario.
Ma lo è per le élite americaniste massoniche, fuse con quelle bibliste, custodi del progetto (geo)simbolico che fu substrato di quello illuminista dei fondatori degli Stati
Uniti: far diventare Washington la terza Roma e, soprattutto, la seconda Gerusalemme, con potenza tale da sostituire le prime (Gerusalemme è il luogo del contratto con Dio) e diventare così il centro del mondo.
Per esempio, l'obelisco di Washington simboleggia, in linguaggio aperto, l'unità degli americani, ma, in linguaggio iniziatico, il centro del mondo stesso.
In sintesi, l'azione di Trump potrebbe essere finalizzata a comunicare l'ingaggio in tale missione americanista alle élite massoniche e bibliste per portarle a proprio sostegno e superare la crisi di credibilità interna.
L'ipotesi potrebbe apparire stravagante, ma bisogna considerare i codici simbolici che influenzano la formazione dei club di potere reale in America. Ci sono precedenti: George W. Bush enfatizzò il codice dei «Rinati in Cristo» sia per rafforzare il legame con le élite protestanti americaniste sia per affermare la fusione entro la figura presidenziale di capo religioso e imperatore, imitando la tradizione anglicana, in contrapposizione al cattolicesimo dove è il Papa a incoronare l'imperatore, simbolismo per affermare il diritto d'impero dell'America.
Sul piano dei motivi esterni sembra ovvio che Trump abbia ottenuto il consenso dell'Arabia, in cambio dell'alleanza anti iraniana in cui è inclusa anche Israele, prima di fare la mossa. Non si può escludere un segnale per limitare la convergenza petrolifera tra sauditi e Mosca.
Lo scenario è nebbioso, ma traspare che Trump voglia sbloccare lo stallo decennale della questione palestinese, dando a Israele qualcosa affinché molli qualcos'altro e mostrando ai palestinesi che non possono pretendere troppo.
Potrebbe essere una variante del piano Sharon che puntava a restituire parte del territorio palestinese alla Giordania, ingaggiare l'Egitto per il controllo di Gaza, il tutto in convergenza con i Saud, eliminando l'ipotesi di uno Stato palestinese.

(Italia Oggi, 8 dicembre 2017)


Per il momento l’annuncio di Trump resta soltanto una dichiarazione di principio: sul campo non è cambiato nulla. Lo spostamento dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme è stato annunciato per un futuro più o meno lontano, e affinché questo avvenga realmente sarà interessante vedere che cosa Trump chiederà in contraccambio a Israele. Dopo questo solenne, formale annuncio, sarà difficile per Israele dire no a Trump, qualsiasi cosa gli salterà in mente di chiedergli. E se lo farà, se li troverà tutti contro. Stati Uniti compresi. M.C.


Dominata dagli islamisti, l'Onu cancella la Gerusalemme ebraica.

Assalto dall'Onu. Una risoluzione dietro l'altra alle Nazione Unite per cancellare la storia ebraica di Gerusalemme.

di Giulio Meotti

 
Yasser Arafat, terrorista palestinese e Kofi Annan, 7o segretario dell'Onu
ROMA - Pochi giorni prima che gli Stati Uniti riconoscessero Gerusalemme capitale di Israele, l'Assemblea generale dell'Onu ha votato 151 a 6 una risoluzione che cancella le radici ebraiche della Città vecchia e vi definisce Israele "potenza occupante". Hezbollah, intanto, chiama a raccolta i paesi arabi contro il governo Netanyahu. Una risoluzione che ricalca quelle dell'Unesco. E' soltanto l'ultima di una offensiva che i paesi islamici, con il voto di tutti i paesi della Ue, hanno lanciato contro Gerusalemme.
   E' di Yasser Arafat l'invenzione senza precedenti che ha negato l'esistenza della storia ebraica a Gerusalemme. Nel luglio 2000, durante il summit di Camp David tra Bill Clinton, Arafat ed Ehud Barak, Arafat se ne uscì con un coniglio dal cilindro. "La storia ebraica di Gerusalemme è un mito, il Tempio non è mai esistito", disse il leader palestinese. Per la prima volta si negò la provenienza nazionale degli ebrei da Gerusalemme. Da allora, questa cancellazione è stata adottata dall'Onu e dalla Ue.
   E' di 151 voti a favore, sei contrari e nove astenuti il bilancio della risoluzione delle Nazioni Unite che, tre giorni prima che gli Stati Uniti riconoscessero Gerusalemme capitale di Israele, ha negato la presenza ebraica e israeliana a Gerusalemme. La risoluzione afferma che "qualsiasi azione intrapresa da Israele, la Potenza occupante, per imporre le sue leggi, giurisdizione e amministrazione sulla Città santa di Gerusalemme sono illegali, nulle e prive di validità".
   La risoluzione è in linea con quelle simili approvate dall'Unesco, compresa l'omissione del "Monte del Tempio", usando invece solo il termine arabo-islamico per il sito, "Haram al Sharif". Soltanto sei paesi hanno votato contro all'Onu: Canada, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Stati Uniti e Israele. Nove gli astenuti: Australia, Camerun, Repubblica Centrafricana, Honduras, Panama, Papua Nuova Guinea, Paraguay, Sud Sudan e Togo. L'Europa tutta ha votato contro lo stato ebraico assieme ai regimi islamici che l'hanno proposta e formulata.
   L'islam politico sta lanciando l'assalto a Israele dopo la decisione americana su Gerusalemme: l'Iran sciita, la Turchia di Erdogan, i potentati arabi, Hamas, Hezbollah (che ha espresso il suo sostegno a "una nuova sollevazione palestinese", affermando che tutti i paesi arabi e islamici dovrebbero appoggiarla". Ma a questa internazionale islamista si salda l'offensiva che le grandi burocrazie hanno lanciato contro Gerusalemme. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, adesso riunita per condannare la decisione americana, ha appena votato in modo schiacciante per sconfessare i legami israeliani con Gerusalemme all'interno di ben sei risoluzioni anti israeliane approvate a New York. Tutti gli stati membri della Ue, che ora si dice "preoccupata" per la decisione americana su Gerusalemme, hanno votato contro Israele e a favore della risoluzione su Gerusalemme, compresi i paesi che si sono astenuti o si sono opposti allo stesso testo all'Unesco.
   L'agenzia dell'Onu per la cultura e la scienza con più risoluzioni si era intestata una campagna negazionista intesa a cancellare gli ebrei dai libri di storia. Solo quest'anno, gli organismi delle Nazioni Unite hanno approvato 18 risoluzioni contro Israele.
   Il Consiglio di sicurezza ha anche approvato una seconda risoluzione che ha chiesto a Israele di ritirarsi sulla linea precedente al 1967. 157 nazioni hanno votato a favore del testo, sette si sono opposte e otto si sono astenute. Anche qui, tutti gli stati membri dell'Unione europea hanno votato a favore della risoluzione. Gli organismi sovranazionali non sono a favore di una equa divisione di Gerusalemme. Ogni volta votano per cancellare la presenza ebraica e israeliana a Gerusalemme. Lavorano assieme ai paesi arabo-islamici per fare della Città santa una capitale musulmana.
   Nell'attuale sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, tutti gli stati membri della Ue hanno votato per una risoluzione ciascuno per criticare Iran (1), Siria (2), Corea del Nord (3), Crimea (4), Myanmar (5) e Stati Uniti (6, per il suo embargo su Cuba). Al contrario, gli stati della Ue hanno votato per almeno 15 su 20 risoluzioni sponsorizzate dai regimi arabi che attaccano Israele.
   Lo scorso 22 novembre con la risoluzione "Peaceful settlement of the Palestinian question" l'Onu ha ancora una volta usato il termine islamico "Haram al Sharif" per indicare i luoghi santi di Gerusalemme, cancellando de facto quelli ebraici. Nessuno stato europeo si è fatto avanti contro la risoluzione. Stessa scena il 6 novembre: di nuovo soltanto "Haram al Sharif" nella risoluzione voluta da Sudan e Arabia Saudita.
   Tutte queste recenti risoluzioni dell'Onu indicano un assalto in corso da parte di una parte consistente dell'opinione pubblica internazionale contro Israele e Gerusalemme. Jeremy Corbyn, leader oggi del primo partito in Inghilterra se si andasse a elezioni, si è rifiutato di partecipare alla cena per il centenario della dichiarazione Balfour. In gioco, con quello storico testo, non c'erano i confini del 1967, ma l'esistenza e la nascita stessa di Israele.
   Altra che giusta divisione della città santa, all'Onu si lavora alacremente per una tabula rasa della storia ebraica e della presenza israeliana a Gerusalemme.

(Il Foglio, 8 dicembre 2017)


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