In quel giorno avverrà che io avrò cura di distruggere tutte le nazioni che verranno contro Gerusalemme. E spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo spirito di grazia e di supplicazione.
Zaccaria 12:9-10

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Ucraina e Israele firmano un accordo storico di libero scambio

Il presidente ucraino Petro Poroshenko e il presidente israeliano Reuven Rivlin
Ucraina e Israele hanno siglato un accordo di libero scambio commerciale. L'intesa è stata sottoscritta dal vice primo ministro ucraino e ministro per lo Sviluppo economico e il commercio, Stepan Kubiv, e il ministro israeliano dell'Economia e dell'industria, Eli Cohen. La sottoscrizione è avvenuta nel corso della visita ufficiale in Israele che si è appena conclusa del presidente ucraino, Petro Poroshenko. Secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa ucraina Ukrinoform, Poroshenko ha sottolineato che si è trattato di una giornata storica nelle relazioni tra Ucraina e Israele, aggiungendo che l'accordo di libero scambio eliminerà tutte le barriere nelle relazioni economiche tra i due Paesi.
   Secondo le stime del ministero per lo Sviluppo economico e il commercio, l'accordo contribuirà ad aumentare nel prossimo futuro le esportazioni dell'Ucraina verso Israele e a migliorare l'equilibrio commerciale tra i due Paesi. L'effetto dell'accordo di libero scambio non si applicherà ai territori temporaneamente occupati della Crimea, della città di Sebastopoli e di alcune aree delle regioni di Donetsk e di Luhansk fino al completo ripristino dell'ordine costituzionale, riferisce ancora l'agenzia di stampa Ukrinform.
   Secondo la Strategia di esportazione dell'Ucraina, in particolare la Road Map per lo sviluppo strategico per il commercio nel periodo 2017-2021, Israele è tra i primi 20 mercati più promettenti per l'esportazione di prodotti ucraini ed è anche uno dei principali partner commerciali dell'Ucraina nella regione del Medio Oriente. I settori con maggiori possibilità di sviluppo per la cooperazione sono l'agricoltura, il turismo, la lavorazione degli idrocarburi, le comunicazioni, la medicina, l'efficienza energetica e l'ecologia.

(ANSA, 22 gennaio 2019)


Siria, Israele non si nasconde: «Nostri gli attacchi all'Iran»

Netanyahu rivendica il blitz. L'obiettivo è Teheran, che vuole estendere la propria influenza su Damasco

Le bombe
L'offensiva all'alba contro obiettivi nell'aeroporto della capitale: 11 morti
La minaccia degli ayatollah
«I nostri giovani piloti non vedono l'ora di eliminare il regime sionista»

di Fiamma Nirenstein

"Siamo veramente impazienti di eliminare il regime sionista. I nostri giovani piloti non vedono l'ora di scontrarsi col regime sionista e di eliminarlo dalla faccia della terra". Così ieri Aziz Nasirzadeh, uno dei generali delle Forze di Quds, la sezione estera delle Guardie della Rivoluzione, poche ore dopo che i caccia israeliani hanno lanciato all'alba un attacco massiccio contro obiettivi iraniani all'aeroporto di Damasco in cui sono rimasti uccisi 11 soldati secondo le fonti siriane, 4 secondo quelle russe. Niente di nuovo nelle dichiarazioni di antisemitismo genocida dell'Iran, ormai una autentica antologia di ottusa ferocia. E nemmeno negli attacchi di Israele alle strutture iraniane (depositi di armi, strutture di intelligence...) in Siria, che secondo il capo di Stato maggiore uscente Gadi Eisenkot sono migliaia. Ma di cose nuove invece ce ne sono parecchie in ciò che è accaduto nelle ultime ore, e nessuna promette bene.
  La prima: qualche ora prima dell'ultima tornata di scontri che è in corso da tre giorni prima il Capo di Stato maggiore e poi il Primo ministro Benjamin Netanyahu stesso hanno rivendicato pubblicamente a Israele la paternità degli attacchi. Un gesto che contraddice decenni di ambiguità, che invita il nemico a confrontarsi direttamente con una richiesta che da parte di Israele è sempre la stessa ma è sempre più dura: vattene dal mio confine, non consentiremo che sia stabilito qui uno Stato siriano vassallo delle Guardie della Rivoluzione. In particolare, chi doveva ascoltare l'invito stavolta era il grande generale cui è affidata l'espansione dell'Iran impegnato nella rivoluzione islamica mondiale, Qasem Suleimani. Dopo che Israele aveva causato il ritorno in Iran di un aereo carico di suoi colleghi della Guardia di Quds diretto a Damasco, piccato dall'atteggiamento israeliano diretto e minaccioso e preoccupato forse che Khamenei lo giudicasse indeciso rispetto alla tenuta sciita in Siria, ha deciso per il lancio di un missile terra-terra di grandi dimensioni, capace di una gittata di 300 chilometri, lanciato non su obiettivi militari ma sui campi di sci (gli unici di Israele, molto frequentati in questi giorni di neve) del Monte Hermon. Per fortuna "Iron Dome" il sistema israeliano di difesa antimissile ha bloccato l'attacco. Suleimani, pare, aveva preparato quel missile speciale: un analista famoso, Ron Ben Yshai, ritiene che ne abbia curato il lancio personalmente.
  I russi domenica pomeriggio dopo aver avvertito l'aereo iraniano della minaccia e averlo indotto a non atterrare hanno ancora trasferito un messaggio israeliano, stavolta ai siriani, chiedendo di non attivare le batterie quando gli F15 hanno attaccato in risposta al missile terra-terra. Ma Assad non ha accettato e perciò, più tardi, altra novità, Israele ha colpito le batterie anti aeree siriane dopo aver abbattuto vari obiettivi iraniani. La Russia non ha condannato Israele, ma non è contenta della situazione infuocata. Putin si accontenta di dominare la Siria, non gli interessa affatto consegnarlo all'Iran, né trovarsi impicciato in una guerra che coinvolga Israele e Ayatollah. Israele forse sta pensando che le conviene tornare a una politica di ambiguità in modo da evitare che ci siano ripercussioni dirette dei suoi atti che comunque devono tenere gli iraniani per lo meno a 80 chilometri dal confine, come concordato (e non mantenuto) con Putin. Per ora ce la sta facendo? Sembra di sì. Sono anni ormai che l'Iran ha mandato i suoi uomini e le armi sul confine di quel Paese che è la sua più ambita preda, e per ora sembra non aver davvero combinato un gran ché. Costruisce e gli viene distrutto, fra i suoi ci sono morti e feriti, la sua forza internazionale ha perso colpi, dopo la fine dell'accordo stabilito da Trump, anche in Europa. Se Soleimani volesse dar fuoco alle polveri, questo potrebbe indurre gli americani a ripensare la loro ritirata dalla Siria, in cui adesso i topi ballano, e potrebbe anche mettere in pericolo Assad.

(il Giornale, 22 gennaio 2019)


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Israele colpisce i Pasdaran in Siria: cacceremo l'Iran

Dopo i missili delle milizie sciite sul Golan scatta il raid Netanyahu: chiunque ci minaccia pagherà le conseguenze.

di Giordano Stabile

 
«Iran, forse ti sei perso». L'esercito israeliano sfida con ironia sul suo account Twitter il regime di Teheran. «Questo è il territorio che appartiene all'Iran», si legge e invece «sta qui, con una freccia che indica la Siria.
La battaglia aerea fra Israele e Iran in Siria si gioca per la prima volta a viso aperto, con lo Stato ebraico che rivendica gli ultimi raid come mai ha fatto prima e illustra le operazioni con tweet, foto e filmati per dimostrare che è in grado di contrastare i Pasdaran fino alle porte di Damasco, e che il prossimo ritiro americano dal territorio siriano non pregiudicherà la sua volontà di impedire «il radicamento iraniano» a poche decine di chilometri dalle sue frontiere.
   L'ultimo scambio fra le due potenze regionali in lotta si articola fra domenica e l'alba di ieri. Prima «da sei a otto missili» vengono lanciati a Sud della capitale, diretti verso la base di Kiswah. Parte degli ordigni sono intercettati e sembra finita lì. Ma nel pomeriggio milizie sciite, o gli stessi Pasdaran, lanciano razzi e missili verso il Golan. Uno viene abbattuto dal sistema Iron Dome di fronte al Monte Hermon e filmato persino da alcuni sciatori. Poco prima dell'alba di ieri scatta la rappresaglia dei cacciabombardieri con la Stella di David, con almeno «tre ondate di missili e bombe teleguidate», su basi iraniane e depositi all'aeroporto internazionale di Damasco.
   Le difese vengono attivate con tutta la loro forza. Trenta ordigni, secondo i comandi militari russi, sono «abbattuti». La reazione allarga ancor più il conflitto. Gli israeliani, come hanno poi precisato in un comunicato ufficiale, avevano preavvisato i siriani di non «interferire». A questo punto prendono di mira anche le batterie anti-aeree. Almeno due, compresa una di moderni Pantsir S-1, sono distrutte. Le stesse forze armate israeliane mostrano i filmati, registrati da telecamere montate sulle bombe, dei mezzi disintegrati dalle esplosioni. In questa fase almeno quattro militari siriani rimangono uccisi, mentre il bilancio complessivo, secondo l'Osserva torio siriano per i diritti umani, è di undici vittime, alcune civili, forse anche consiglieri militari iraniani.
   Ma è soprattutto la comunicazione israeliana a colpire. Per anni, per lo meno dal 2013,jet e missili terra-terra hanno preso di mira postazioni Hezbollah, convogli di armi, poi basi con presenza di Pasdaran delle forze d'élite Al-Quds. Israele non ha mai negato né confermato, fino all'abbattimento di un suoF- 16 il 10 febbraio 2018. Dopodiché, prima l'ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman e poi il premier Benjamin Netanyahu hanno ammesso che «centinaia» di raid erano stati compiuti. Ora però il nuovo capo delle Forze armate Aviv Kochavi parla di «migliaia» di obiettivi colpiti e tutto viene pubblicizzato come ai tempi dell'operazione americana Tempesta nel Deserto in Iraq. Il messaggio all'Iran è chiaro. Anche se gli Usa si ritirano, gli ayatollah non avranno campo libero in Siria.
   La replica arriva dal comandante delle Forze aeree iraniane, generale Aziz Nasirzadeh, che assicura come «le attuali e future generazioni di piloti sono impazienti e pronte a combattere Israele per cancellarlo dalla faccia della Terra».
   Alla provocazione risponde Benjamin Netanyahu. Colpiremo, ribatte, «chiunque cerchi di farci del male, chiunque minacci di eliminarci ne pagherà le conseguenze». Analisti israeliani, come Anshel Pfeffer, notano però il «disinteresse» americano, mentre la Russia non va oltre il plauso all'efficacia dei sistemi anti-aerei, tutta da verificare. Mosca, nonostante abbia fornito a Damasco i più potenti S-300, evita di usarli per non innescare una escalation incontrollabile.
   A complicare ancora di più lo scenario è il fronte iracheno. L'Intelligence occidentale ha notato nell'autunno scorso lavori per costruire rampe di lancio per missili a media-lunga gittata vicino a Baghdad. Già nel 1991 Saddam Hussein riuscì a raggiungere Israele con i suoi Scud posizionati nella parte occidentale del Paese e ora Teheran dispone di missili più sofisticati, come gli ultimi Zulfiqar, con una portata di 700 chilometri.
   Questi ordigni sono stati testati dall'Iran contro obiettivi dell'Isis in Siria, lo scorso novembre. Dall'Iraq potrebbero raggiungere lo Stato ebraico. In più, se l'Iran ha la possibilità di colpire il territorio israeliano, Israele non ha la stessa libertà d'azione, perché lo spazio aereo attorno alla Repubblica islamica è controllato dagli Stati Uniti ed eventuali raid dovrebbero essere coordinati e concordati con Washington.

(La Stampa, 22 gennaio 2019)


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Israele muove guerra alla "Pasdaran holding" in Siria

Sale la tensione, Israele: "Elimineremo gli iraniani in Siria". Teheran: "Vi distruggeremo"

di Umberto De Giovannangeli

"La nostra politica è eliminare la presenza iraniana in Siria": Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele. "Siamo pronti per la guerra decisiva che porterà alla scomparsa di Israele. Le nostre forze armate sono preparate per il giorno in cui Israele sarà distrutto": Aziz Nasirzadeh, capo dell'aeronautica iraniana (secondo la tv di Stato di Teheran, parole riportate dal sito Times of Israel ). Almeno nei proclami, la red line tra Israele e Iran è stata superata. E la Siria diventa il campo di battaglia di una guerra diretta che rischia di far esplodere la polveriera mediorientale. Le affermazioni del generale Nasirzadeh arrivano dopo gli attacchi israeliani in Siria contro presidi militari iraniani. Da parte sua, Israele ha precisato che "il missile terra-terra di media gittata contro le Alture del Golan controllate da Israele è di produzione iraniana e non è mai stato usato all'interno della guerra in Siria". Il portavoce militare israeliano Jonathan Conricus lo ha spiegato ai giornalisti sottolineando che "il missile è stato portato in Siria dall'Iran con l'intento di colpire nel futuro Israele. Quello di domenica sul Monte Hermon è stato un attacco premeditato in un'aerea dove c'erano migliaia di civili israeliani". Le forze armate israeliane, ha avvertito il portavoce, "restano determinate ad agire per impedire il rafforzamento iraniano in Siria".
  Il portavoce militare ha precisato che l'aviazione israeliana ha colpito in Siria diversi obiettivi della forza 'Quds' iraniana fra cui "magazzini di munizioni ed installazioni vicine all'aeroporto di Damasco, un sito dell'intelligence ed un campo di addestramento delle forze armate iraniane". Durante l'attacco verso i jet israeliani sono stati lanciati decine di razzi terra-aria siriani e di conseguenza sono state colpite anche batterie della difesa aerea della Siria. Secondo la radio militare, tutti gli aerei israeliani sono rientrati indenni alle loro basi. Per ragioni prudenziali, il sito sciistico israeliano del Monte Hermon - dove ieri al momento del lancio del razzo iraniano si trovavano circa 5.000 escursionisti - oggi è rimasto chiuso. Nel suo comunicato il portavoce militare afferma che "sparando ieri verso Israele l'Iran ha dato la prova definitiva delle sue reali intenzioni in Siria" ed ha aggiunto che da parte sua il regime siriano resta responsabile per tutto quanto avviene nel suo territorio.
  Tsahal, l'esercito dello Stato ebraico, ha dunque rivendicato apertamente la responsabilità degli attacchi contro la forza Quds delle Guardie della rivoluzione iraniana. "Abbiamo la costante politica di danneggiare l'arroccamento dell'Iran in Siria e di colpire chiunque provi a danneggiarci. Una politica che non cambia, sia se sono in Israele o in visita storica al Ciad", ribadisce Netanyahu evocando così, seppure indirettamente, l'attacco israeliano di ieri. "In Siria, dove si è ritirato l'Isis, è entrato l'Iran. E questo mina la nostra sicurezza e destabilizza il Medio Oriente", insiste il premier che fa sempre più del confronto (militare) col Grande Nemico iraniano, il centro della sua campagna elettorale in vista del voto del 9 aprile. Non c'è più riservatezza. L'attacco si fa e lo si rivendica pubblicamente: ecco spiegato perché Netanyahu abbia tenuto a sé, ad interim, il ministero della Difesa dopo le polemiche dimissioni del super falco Avigdor Lieberman. Yuval Steinitz, ministro dell'Energia e delle Risorse idriche, tra i più vicini a Netanyahu, è ancora più esplicito "Da tempo e in ogni consesso internazionale denunciamo la pericolosità del regime iraniano e la sua determinazione ad assumere una posizione di comando in Medio Oriente. Non si tratta solo del dossier nucleare. Non c'è Paese del Medio Oriente in cui Teheran non ha allungato i suoi tentacoli, direttamente, come in Siria, Iraq e Yemen, o indirettamente, come in Libano attraverso Hezbollah o a Gaza con Hamas", dice ad HuffPost che l'ha raggiunto telefonicamente nel suo ufficio a Gerusalemme. Lo scontro israelo-iraniano s'intreccia con il ritiro, sia pur diluito nel tempo, delle truppe statunitensi di stanza in Siria.
  "La presenza delle truppe statunitensi nelle aree controllate dai curdi nella Siria orientale ha finora impedito a Teheran di completare quell'arco sciita che porterebbe l'influenza dell'Iran fino al Mediterraneo, passando senza soluzione di continuità attraverso l'Iraq, la Siria e il Libano - rimarca sul Jerusalem Post Herb Keimon, analista di punta del JP -. La presenza degli Stati Uniti nella Siria orientale era ciò che impediva a Teheran di trasportare armi moderne e potenti via terra, lungo quell'arco, fin nelle smaniose mani di Hezbollah in Libano. Era dunque una zona cuscinetto di importanza cruciale. Come ha detto l'ex vice capo di stato maggiore israeliano Yair Golan in una conferenza sul Mediterraneo orientale la scorsa settimana, 'abbiamo bisogno della massima presenza possibile degli Stati Uniti nella regione, soprattutto in Iraq e nella parte orientale della Siria: con la presenza americana e il sostegno americano ai curdi, possiamo in qualche modo contenere il peso dell'Iran nella regione, cosa che è estremamente importante'". Per proseguire: "La presenza americana era anche una carta che poteva essere giocata con i russi per convincerli a sospingere gli iraniani fuori dalla Siria. I russi non gradiscono la presenza americana nell'area e, di conseguenza, gli Stati Uniti potevano dire: "Usate la vostra influenza per far uscire l'Iran, e noi ce ne andremo".
  Ma ora gli Stati Uniti se ne stanno andando senza che i russi - perlomeno a quanto è dato sapere - stiano facendo nulla per far uscire gli iraniani". Le conclusioni a cui giunge l'analista del Jerusalem Post aprono scenari inquietanti quanto realistici: "Israele, ha affermato Netanyahu rilasciando un commento molto contenuto all'annuncio americano, saprà come difendersi anche con le truppe Usa fuori dalla Siria e lasciato da solo ad affrontare le enormi sfide e minacce che si profilano in Siria: dalla presenza russa a quella dell'Iran. Uno dei modi a cui Israele potrebbe fare ricorso per difendersi è quello di agire contro il braccio iraniano rappresentato da Hezbollah in Libano". O puntare direttamente contro i Pasdaran in Siria. I Pasdaran iraniani sono sempre più massicciamente presenti sul Golan siriano mentre Hezbollah continua con l'opera di fortificazione dei villaggi libanesi vicini al confine con Israele. Un rapporto del Mossad parla di decine di abitazioni civili trasformate in depositi di armi e postazioni di lancio per missili.
  Gli uomini di Hezbollah sono ormai talmente fidati per l'Iran che, secondo un comandante che ha parlato con Buzz Feed, circa duemila di loro sono in Iraq per fare formazione alle decine di migliaia di nuove reclute. Questo programma di addestramento e accompagnamento, scrive Daragahi, è talmente opaco da non avere un nome specifico: è però frutto di un progetto minuzioso, che segue attentamente ogni reclutato, con un mix di misticismo - sono i "Protettori dei Santi", dicono i media di Stato - e obiettivi politici per creare un nuovo ordine regionale. A chi si arruola anche una ricompensa materiale: stipendi decenti rispetto agli standard, ma regole rigorose e continua sorveglianza. Spiega un ex ufficiale israeliano al giornalista del sito americano che è una strategia tremenda, perché "non importa se tu hai F-16 o F-35?, non puoi combattere contro soldati che si confondono con la popolazione; che sono la popolazione. Nel Golan siriano le Guardie della Rivoluzione iraniana sono diventate stanziali e stanno cercando di fare di tutto per aprire un corridoio diretto che attraverso la Siria e l'Iraq permetta alle forze iraniane di trasferirsi facilmente al confine con Israele. Tutto fa pensare che l'Iran stia posizionando le sue pedine per dare scacco allo Stato ebraico. E naturalmente Israele non lo può permettere.
  Di certo, Hezbollah e gli sponsor iraniani hanno deciso di sfruttare il caos siriano e di allargare il fronte e i siti di lancio alle alture del Golan tagliate dal confine tra Israele e Siria e lo hanno anche annunciato ai giornalisti locali. Scrive Ron Ben Yishai, tra i più autorevoli analisti militari israeliani, sul quotidiano Yedioth Ahronoth: "Hezbollah e gli iraniani hanno più o meno esaurito il potenziale del Libano di diventare la base delle operazioni contro il fronte nord israeliano e contro le comunità di civili. Per questo hanno bisogno di un nuovo fronte sul Golan, da cui lanciare missili sulla fascia centrale di Israele e anche incursioni di terra contro il nord e contro gli abitanti delle aree adiacenti al confine". "Israele - rimarca ancora Ben Yishai si sta già preparando all'opzione militare, acquistando armi avanzate e potenziando le proprie capacità. Israele - conclude - rafforzerà l'intelligence sull'Iran per minimizzare il rischio di una sorpresa strategica, migliorerà la difesa missilistica, così come gli attacchi aerei e navali, si preparerà per un potenziale attacco preventivo contro gli impianti nucleari iraniani e Hezbollah, che dovrà essere attaccato allo stesso tempo, perché è chiaro che avrà un ruolo proattivo nel conflitto tra Israele e Iran".
  Per sostenere direttamente il regime di Assad, l'Iran, come Stato, attraverso le proprie banche, ha investito oltre 4,6 miliardi di dollari, che non includono gli armamenti scaricati quotidianamente da aerei cargo iraniani all'aeroporto di Damasco, destinanti principalmente ai Guardiani della Rivoluzione impegnati, assieme agli hezbollah, a fianco dell'esercito lealista. Non basta. Almeno 50mila pasdaran hanno combattuto in questi anni in Siria, ricevendo un salario mensile di 300 dollari. Lo Stato iraniano ha pagato loro anche armi, viaggi e sussistenza. E così è avvenuto anche per i miliziani del Partito di Dio. "Sono anni che l'Iran paga tutte le spese degli Hezbollah libanesi e ora anche dei ribelli Houthi yemeniti - afferma Shirin Ebadi, avvocata, attivista dei diritti umani, premio Nobel per la pace 2003 - Abbiamo speso molto denaro nella guerra in Siria e in Iraq, fondi che avrebbero dovuto essere convogliati al miglioramento delle condizioni di vita del mio popolo e che, invece, hanno creato ulteriore povertà nel Paese e nella regione".
  Ritirarsi dalla Siria, ora che hanno contribuito alla vittoria sul campo di Bashar al-Assad, per Teheran significherebbe per i Pasdaran rinunciare a partecipare, da vincitorei alla partita che più conta: quella della ricostruzione. Una partita multimiliardaria, vitale per mantenere in piedi, dentro e fuori l'Iran, la "Pasdaran holding". "L'escalation di domenica a Damasco - annota Anshel Pfeffer, tra le firme più autorevoli di Haaretz - dimostra cosa succede quando l'inazione delle due potenze globali (Usa e Russia) - crea un vuoto in Medio Oriente". Un vuoto esplosivo.

(L'HuffPost, 22 gennaio 2019)


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Israele e Iran si sparano in Siria. Mogherini-&c. tifano ayatollah

Netanyahu colpisce i pasdaran. Teheran: pronti per la guerra decisiva contro lo Stato ebraico. I vertici della Ue vogliono che i nuovi nazisti abbiano il nucleare.

di Giovanni Sallusti

Godetevi le dichiarazioni di ieri del generale Aziz Nasirzadeh, capo dell'aeronautica iraniana. «Siamo pronti per la guerra decisiva che porterà alla scomparsa di Israele». Perché che «il giorno promesso» arrivi è fuori discussione, nella personale teologia del generale e degli ayatollah. Per cui l'Iran è «impaziente di combattere il regime sionista» onde «eliminarlo dalla Terra».
  Da quando è scomparso un celebre imbianchino austriaco, non si ricordano affermazioni d'intenti così coerentemente antisemite. Beh ma questo sicario con le stellette e i suoi mandanti, l'oligarchia teocratica islamista di Teheran, saranno dei paria internazionali, osteggiati dall'intero mondo civile, in primis quelle anime belle progressiste sempre pronte a tirare in ballo la Shoah al primo barcone di migranti in difficoltà.
  Macché. Ali Khamenei, la Guida Suprema del regime, i suoi gerarchi, i suoi generali che dichiarano in mondovisione di puntare alla cancellazione dello Stato ebraico dalla carta geografica, sono ad esempio i cocchi dell'Unione Europea, quel Politburo così ossessionato dall'avanzata elettorale dei "sovranisti", da perdersi per strada l'avanzata strategica e militare dei nuovi nazisti.

 Contro gli Usa
  Per ricordare solo l'ultima puntata di questa saga di amorosi sensi, rispetto a cui il patto di Monaco assume i contorni di un momento dignitoso: le istituzioni europee, ha rivelato recentemente il Wall Street Journal, non parteciperanno al summit sul Medio Oriente organizzato dagli Stati Uniti in Polonia per metà febbraio. Come hanno poi confermato sotto anonimato parecchi eurodiplomatici, la scelta è «espressione della volontà di non unirsi al fronte anti-iraniano capeggiato da Trump». Nessuna urgenza di imbastire un fronte del mondo (in teoria) libero contro un totalitarismo religioso che mira a "eliminare" l'unica democrazia dalla mappa del Medio Oriente, l'odiato Stato degli odiati ebrei.
  Tra le graziose politiche di buon vicinato adottate da Teheran figurano: finanziamento e sostegno militare ad Hezbollah, perennemente intenta a scavare tunnel attraverso cui portare morte e attentati dentro le viscere d'Israele.

 Soldi ad Hamas
L'Alto rappresentante per gli affari esteri dell'Unione Europea...
.... si abbassa davanti all'altissimo rappresentante della Repubblica islamica dell'Iran
Finanziamento e sostegno militare ad Hamas, nel cui statuto è scolpito che Israele «rimarrà in esistenza finché l'islam non lo ponga nel nulla». Presenza e attività anti-israeliana sul suolo siriano della Forza Quds, l'unità speciale del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica addetta alle operazioni all' estero. Responsabile di quella che il governo Netanyahu ha indicato come l'ultima escalation: il lancio di un missile terra-terra di media gittata contro le alture del Golan. «Un attacco premeditato in un'aerea dove c'erano migliaia di civili israeliani», ha detto il portavoce militare da Tel Aviv. Sono quei civili di cui non leggete mai nei nostri giornaloni, che anche ieri indugiavano sui raid aerei israeliani in Siria omettendo la lievissima postilla per cui si trattava della risposta al lancio del suddetto missile. Nessuna meraviglia: il coro del Giornale Unico è stato tutto a favore dell'accordo sul nucleare coi nuovi nazisti, zelante ripetitore delle tesi dell'Unione Europea. L'Alto rappresentante Ue per gli affari esteri (non ridete, così è) Federica Mogherini all'indomani dell'accordo si precipitò in visita omaggiante con velo d'ordinanza e proclamò che «con l'Iran è il momento di costruire un'alleanza di civilizzazioni», una frase che poteva stare bene in bocca al dottor Goebbels, visto l'antisemitismo radicale degli interlocutori.

 Juncker dixit
  Ma anche Jean-Claude Juncker si è difeso, quanto a sottomissione volontaria, ribadendo recentemente che «l'Ue è determinata a salvare l'accordo con l'Iran» nonostante la fuoriuscita e le sanzioni degli Stati Uniti imposte da Donald Trump. Sanzioni che del resto la Ue aggira esplicitamente, da quando ha annunciato la creazione di un canale speciale per «facilitare i pagamenti legati alle esportazioni iraniane».
  Non sappiamo quanti missili da scaraventare sulle teste dei cittadini israeliani siano stati costruiti con tali "pagamenti". Sappiamo però che eurocrati, giornaloni, intellettuali avvezzi a menarcela con la causa palestinese, domenica prossima, Giorno della Memoria, si affolleranno tutti sul pulpito ad ammonirci sull'Olocausto di ieri, mentre tengono bordone a chi prepara l'Olocausto di oggi. Si chiama ipocrisia, e fa un po' schifo.

(Libero, 22 gennaio 2019)


Israele e USA testano con successo il nuovo sistema di difesa missilistica

Secondo il ministero della Difesa israeliano, il lancio del test è iniziato poco prima delle 6:45 (ora locale) mentre un missile finto veniva lanciato al largo delle coste israeliane.
"Dopo il lancio, il radar di Arrow ha individuato l'obiettivo sul suo array radar e ha trasferito i dati al suo centro di gestione che lo ha analizzato e pianificato completamente l'intercettazione. Una volta che la pianificazione è stata completata, un intercettore Arrow 3 è stato sparato contro il bersaglio, che ha completato la sua missione con pieno successo", ha riferito il ministero in una dichiarazione citata dal quotidiano israeliano 'The Times of Israel'.
"Il test è stato condotto dalla Difesa missilistica del Ministero della Difesa e dall'Agenzia statunitense per la difesa missilistica, con l'assistenza dell'Aviazione israeliana e delle industrie aerospaziali israeliane, che produce l'Arrow 3", si legge sul The Times of Israel.
"Questo test di successo fornisce fiducia nella capacità di Israele di proteggersi dalle minacce esistenti nella regione", ha affermato il direttore della MDA, il generale Samuel Greaves.
"Mi congratulo con la Israel Missile Defense Organization, l'Israeli Air Force, il nostro team MDA e i nostri partner industriali. Siamo impegnati ad assistere il governo di Israele nel migliorare la sua capacità di difesa missilistica nazionale contro le minacce emergenti", ha aggiunto.
Secondo il Times of Israel, "il sistema Arrow 3, un modello più avanzato dei modelli Arrow e Arrow 2, è stato dichiarato operativo a gennaio 2017. Il sistema di difesa aerea, sviluppato come progetto congiunto con gli Stati Uniti, è progettato per abbattere i missili balistici - come quelli che Israele teme che l'Iran possa un giorno lanciare - mentre il proiettile in arrivo è ancora al di fuori dell'atmosfera terrestre."
"Il successo di questo test rappresenta un'importante pietra miliare nelle capacità operative dello Stato di Israele nel difendersi dalle attuali e future minacce esistenziali", ha aggiunto il ministero della Difesa.

(l'AntiDiplomatico, 22 gennaio 2019)



Il generale Gantz e la modella Levy, ecco chi sfiderà Bibi alla guida d'Israele

La soldatessa e il generale
Il generale Gantz si esibisce durante
una festa dell'indipendenza di Israele
Orla Levy
Oltre Hamas, oltre Hezbollah, oltre l'Iran. Al di là delle guerre "vere" che il premier di Israele è costretto a combattere c'è la campagna elettorale, lo scontro politico che culminerà nelle elezioni del 9 aprile. Domenica scorsa i militanti del Likud hanno innalzato lungo le strade di Tel Aviv i cartelloni che additano l'ultimo "nemico" del premier: i quattro giornalisti che secondo Bibi, assieme ai giudici e alla polizia, hanno portato il paese a vivere una campagna elettorale che sembra appesa a un solo evento: Netanyahu verrà incriminato per corruzione? Ma la questione giudiziaria naturalmente non ha cancellato del tutto la battaglia politica. Netanyahu, uno degli uomini politici più contrastati ma anche di maggior successo nella vita di Israele, ha pochi rivali diretti, capaci di organizzare un partito in grado di sfidarlo. L'unico forse è Benny Gantz, un ex generale dei paracadutisti alto 1,92, un uomo che grazie al modo in cui ha comandato per 4 anni l'esercito israeliano gode di un rispetto che adesso ha deciso di verificare fondando un suo partito. Il gruppo politico di Gantz negli ultimi sondaggi è sempre stato in seconda posizione, con 14/18 seggi dietro i 29/32 del Likud (i deputati della Knesset sono 120).
Il curriculum di Gantz sotto le armi è notevole: tutti gli israeliani sanno che a 21 anni partecipò al primo assalto contro un campo di terroristi in Libano. Poi, mentre seguiva un corso negli Usa con i "berretti verdi" americani, chiese di ritornare in patria per combattere durante la guerra in Libano del 1982 e guidò 200 uomini di un reggimento che diede l'assalto a Beirut. Come ricorda il Jerusalem Post, anche le credenziali sioniste di Gantz sono impeccabili: è figlio di una ebrea bulgara sopravvissuta al campo di concentramento di Bergen Belsen; la mamma incontrò il suo futuro marito nato in Romania mentre entrambi viaggiavano su una nave per Israele. Da capo delle forze armate, Gantz è stato un incredibile innovatore: ha rivisto le priorità nell'assegnare le risorse per le unità combattenti, ha sviluppato il sistema anti-missile "Iron dome", ha ristrutturato i comandi regionali dell'esercito. Dei 19 capi di stato maggiore che hanno servito prima di lui, 10 sono stati ministri e 2 - Rabin e Barak - premier. Gantz potrebbe farcela? Non è detto: finora sulla fiducia, leggendo solo il suo curriculum da militare, il popolo di Israele gli assegna un buon livello nei sondaggi. Ma alla prova del voto Bibi Netanyahu saprà bene come combattere contro questo generale.
Altro personaggio che verrà fuori in queste elezioni di aprile è una donna, figlia di David Levy, ex ministro degli Esteri la cui famiglia immigrò dal Marocco. Orli Levy-Abekasis ha 45 anni, è stata una modella, ha lavorato come anchor in televisione, ma da quando è in politica la sua forza è stata la capacità con cui ha lavorato sui temi del welfare, della sanità, delle scuole, sui temi sociali che dopo la sicurezza sono il grande argomento per gli elettori. La Levy ha organizzato un partitino, "Gesher" (il ponte), che in tutti i sondaggi viaggia sugli 8/10 seggi. Alla Knesset è moltissimo. Orli Levy alla testa del suo gruppo laico potrebbe essere decisiva nel decidere chi sarà il nuovo primo ministro. Un generale e una ex modella, solo due dei combattenti che Bibi incrocerà in questa lunga corsa verso la nuova Knesset di Israele.

(la Repubblica, 22 gennaio 2019)


Esportare il modello di Israele. Il segreto del successo di Israele


Storici, imprenditori e intellettuali spiegano perché una democrazia in guerra da 70 anni può insegnare molto all'Italia e all'Europa. Fa il doppio dei figli di noi, l'economia cresce il triplo della nostra, il debito cala, il lavoro aumenta e ora è il terzo paese più innovativo al mondo. Uno stato sotto assedio che non vive della spada, ma della ricerca e dello sviluppo. Uno stato di rifugiati diventato potenza mondiale.
David Schueftan": Gli europei sono andati in vacanza rispetto al mondo reale". Yossi Klein Halevi: "L'Europa è fatalista, pessimista, noi ebrei abbiamo scelto la vita". Nahum Barnea: "Il destino del nostro paese è sempre anche una questione personale".

di Giulio Meotti

Nessuno lo ha mai visto, ma l'unicorno vive in molte leggende occidentali. E' il celebre animale con un corpo di cavallo, la coda leonina e sulla fronte un unicorno attorcigliato. E' presente sullo stemma reale inglese e negli arazzi dei più raffinati musei e palazzi del mondo, dai Cloisters a New York a Cluny in Francia. Lo si è incrociato sul grande schermo in "Fantasia" di Walt Disney o in "Images" di Robert Altman. Nel mondo della tecnologia, gli unicorni invece sono molto reali e indicano le start-up che valgono almeno un miliardo di dollari. Il termine è stato coniato dalla venture capitalist americana Aileen Lee nell'articolo "Welcome to the Unicorn Club" e da allora è decollato. Gli Stati Uniti e la Cina hanno 125 e 77 unicorni.
  L'Europa ne ha 30. Gli israeliani, secondo il database di TechAviv, hanno creato ben 18 unicorni. Al recente concorso delle Nazioni Unite per le migliori start-up del turismo (tremila partecipanti da 132 paesi), quattro su dieci erano israeliane. Come è possibile che un paese di nove milioni di abitanti faccia in proporzione molto meglio di un continente di cinquecento milioni di persone?
  Il banchiere ebreo-tedesco Siegmund Warburg, durante la Guerra dei sei giorni del 1967, paragonò Israele alla Prussia del XVIII secolo. Warburg rimase colpito dal Weizmann Institute a Rehovot, il centro di ricerca fondato dal famoso chimico israeliano che diverrà primo presidente dello stato. Nell'anfiteatro di Rehovot, Warburg si soffermò su una citazione incisa su tavole di pietra: "La scienza porterà in questa terra sia la pace sia il rinnovamento, creando qui le sorgenti di una nuova vita materiale e spirituale".
  La pace Israele ancora non l'ha trovata, ma il suo rinnovamento è senza precedenti fra le democrazie occidentali. Come ha detto l'oracolo del capitalismo americano Warren Buffett quando ha investito cinque miliardi di dollari in Israele, "non è importante se un missile distruggerà uno stabilimento, perché lo si ricostruisce: ciò che è importante è il talento dei lavoratori". Il piccolo Israele è il più talentuoso dei paesi occidentali.
 
  Il paese è stato appena nominato il terzo più innovativo al mondo dal World Economie Forum. Israele raccoglie venture capital pro capite a un ritmo trenta volte superiore all'Europa. Israele è da poco diventato il terzo paese al mondo per numero di start-up sull'intelligenza artificiale, secondo solo a Stati Uniti e Cina, mentre Tel Aviv è il terzo maggiore hub dopo San Francisco e Londra. Israele ha il più grande giacimento al mondo, ma non di petrolio, quanto di cervelli e idee. Al Global Innovation Awards di Pechino, due start-up israeliane sono arrivate prima e seconda. Alvaro Pereira, capo economista dell'Ocse, ha detto che "negli ultimi quindici anni l'economia israeliana è cresciuta più rapidamente e in modo più coerente di quasi ogni altro paese". Non sono soltanto ricette economiche, è un modello culturale e di società.
  Sembra che Israele abbia da insegnare molto ai paesi europei: Israele, il paese che detiene l'uno per cento della popolazione e il due per cento della terra di tutto il medio oriente, ma che tutti sognano di voler cancellare dalla mappa? Israele, condannato all'Onu ventuno volte di più del gulag nordcoreano? Il paese dei checkpoint, delle maschere antigas, delle batterie antimissile, dei rifugi, degli accoltellamenti, delle Intifade in cui c'erano più candidati al martirio che giubbetti esplosivi, dei confini chiusi, delle siringhe di atropina in caso di guerra chimica, dei riservisti e della leva obbligatoria?
  "In Israele siamo isolati, non abbiamo niente, né il petrolio né le risorse, così dobbiamo darci da fare", dice al Foglio Ben Dror Yemini, columnist del principale quotidiano ebraico, Yedioth Ahronoth. "Appena hanno messo piede in questa terra, gli ebrei dovevano concentrarsi sulla costruzione di un paese. Ci siamo concentrati sulla desalinizzazione, l'energia solare e altro. Non avevamo opzioni. E questo è parte dell'ottimismo israeliano. Molti europei stanno andando bene, ma qui a Parigi dove mi trovo vedo molta depressione, non solo per i gilet gialli, gli europei non sorridono quasi mai. Noi israeliani oggi siamo leader mondiali in molti campi. E' questo che noi non abbiamo, l'autoflagellazione. E anche gli arabi in Israele con cui puoi parlare non ti diranno di apartheid e sionismo, ma di quanto si trovano bene. Mia nonna è arrivata cento anni fa dal più primitivo dei paesi arabi, lo Yemen, non avevano niente. A Gaza oggi hanno i soldi, molti soldi, ma li impiegano nei tunnel. Paragona quanto investono nella vita delle persone e nell'industria della morte che è il terrorismo. Nessuno impedisce loro di leggere, informarsi, studiare, ma pensano solo alla vendetta e alla morte. In Israele abbiamo creato dal niente qualcosa che non ha uguali o precedenti al mondo. Per questo sorridiamo".
  Israele stato dei paradossi. "Siamo il paese che più ha contribuito all'umanità e il paese più odiato da quella stessa umanità", continua con il Foglio Ben Dror Yemini. "Israele è uno dei leader mondiali nello sviluppo di farmaci, sistemi di irrigazione (il primo al mondo nel trattamento delle acque reflue), nei brevetti (primo al mondo per quelli medici) e nelle pubblicazioni scientifiche (secondo al mondo nelle tre riviste più importanti). Non esiste un indice di 'contributo pro capite all'umanità'. Ma se esistesse, Israele sarebbe al primo posto".
  Milioni di persone devono la vita ai sistemi di irrigazione e ai prodotti agricoli provenienti da Israele. "Non solo il Terzo mondo", continua conversando con il Foglio il giornalista Ben Dror Yemini. "Israele è lontano dall'essere perfetto. Ma nonostante tutti i problemi, è un miracolo. Uno stato fondato da settanta comunità della diaspora, la maggior parte delle quali non sapeva nulla della democrazia. Uno stato di poveri rifugiati diventato una potenza mondiale nell'agricoltura e nell'irrigazione e nella depurazione delle acque e negli sviluppi dell'alta tecnologia. Uno stato che non vive della spada, ma della ricerca, dello sviluppo e dell'imprenditorialità. Uno stato in cui i discorsi sul boicottaggio e la sospensione degli investimenti nascondono il fatto che è il paese dove si investe di più al mondo".
  Il primo ministro Benjamin Netanyahu, che ad aprile affronta le elezioni più difficile della sua lunga storia politica, otto anni fa disse che Israele sarebbe entrato nel club dei quindici paesi più ricchi del mondo. Secondo l'Organizzazione per lo sviluppo economico, in un rapporto pubblicato pochi mesi fa, Israele ora è il numero ventuno e potrebbe raggiungere l'obiettivo prefissato da Netanyahu nei prossimi quarant'anni.
Israele guida il mondo in termini di riduzione del debito pubblico, ha appena avuto la doppia AA da Standard & Poor's, ha raggiunto la piena occupazione, cresce ininterrottamente da dieci anni e spende in sviluppo più di qualsiasi altri paese industrializzato. Come ci è arrivato?
Scorgere così lontano nel futuro è un'attività rischiosa, specie per un paese minacciato di distruzione come Israele, ma l'Ocse non prevede gli eventi. Si concentra sulle tendenze a lungo termine, in particolare quelle demografiche. Già, la demografia.
  A Netanya, sulla costa israeliana, c'è appena stata la fiera "Baby Land". In tre giorni, 50 mila persone hanno percorso il centro congressi con i passeggini da tre bambini. Religiosi e laici, arabi ed ebrei, tutti in missione: comprare pannolini scontati, latte in polvere, lenzuola. Israele ha il più alto tasso di crescita della popolazione nel mondo ricco e sviluppato. Le famiglie israeliane hanno 3,1 bambini rispetto a 1,7 in altri paesi sviluppati e 1,3 in Italia. A questo ritmo la popolazione di Israele, oggi di quasi nove milioni di abitanti, salirà a 15 milioni nel 2048, senza contare l'immigrazione. Sarà grande come un medio paese europeo, mentre l'Europa sta perdendo popolazione. Anche tra gli ebrei laici, tre bambini sono la norma. Le famiglie con uno o due figli sono guardate con curiosità. Elly Teman, antropologa medica e docente al Ruppin College, dice che "in Israele l'intera base della società è familiare". L'atteggiamento israeliano verso i bambini contamina anche gli immigrati, dice Teman. E fa l'esempio dell'ondata di immigrati arrivati dall'ex Unione Sovietica. Arrivarono con un solo figlio, plasmati dal declino demografico russo. Oggi mediamente ne hanno tre.
  Alcuni esperti israeliani ora paventano la minaccia opposta a quella dell'occidente colpito dalla birth dearth, la carestia delle nascite: Israele rischia l'esplosione demografica. All'Israel Forum for Population, Environment and Society (in ebraico Tsafuf, affollato), l'urbanista Rachelle Alterman ha tenuto una conferenza che descrive Israele fra quindici anni. Una distesa di cemento da Ashkelon, al sud verso Gaza, a Nahariya, a nord verso il Libano, sul modello di Singapore, Hong Kong, i Paesi Bassi e il Belgio. La Shoresh Institution, guidata dall'economista Dan Ben-David, ritiene che Israele sarà la nazione più affollata del mondo. In Israele di sicuro la crescita demografica è il grande traino dello sviluppo economico impetuoso.
  Israele è l'unico paese occidentale che ha ridotto il proprio debito in percentuale del pil nel 2012, quando il debito aumentava in tutti i paesi occidentali e in alcuni (come l'Italia) schizzava alle stelle. A causa del declino del debito, Israele è l'unico paese occidentale il cui rating è sempre aumentato dal 2008, quando scoppiò la crisi dei mutui subprime e il rating di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Austria, Belgio e Giappone si riduceva a causa di un enorme aumento dei debiti. Quando fu sottoscritto il trattato di Maastricht, i debiti di Israele erano il cento per cento del pil. Oggi sono la metà, tanto che il ministro delle Finanze Yuval Steinitz dichiara che "Israele guida il mondo in termini di riduzione del debito".
  Il suo mercato del lavoro è alla piena occupazione. Il tasso di disoccupazione nel paese è di 4,1, come gli Stati Uniti, rispetto al 6,8 dell'Unione europea. "Israele è passato da un enorme debito e un'inflazione galoppante a un'eccedenza nella bilancia dei pagamenti e un'inflazione che vorremmo fosse più alta", ha detto il governatore della Banca d'Israele, Karnit Flug. A novembre, il ministro dell'Economia Eli Cohen ha detto che Israele mira a entrare a far parte dei primi dieci paesi al mondo per pil pro capite. L'agenzia di rating Standard and Poor's ha aggiornato il rating di Israele alla doppia AA, il più alto che Israele abbia mai avuto, come la Germania e altri 17 paesi. L'agenzia di rating, come aveva fatto già Moody's, stima che l'economia israeliana crescerà del 3,3 per cento tra il 2018 e il 2021. Il settore dell'innovazione tecnologica israeliano sta crescendo più velocemente dell'offerta, portando a una carenza di 15 mila lavoratori necessari per coprire le posizioni, come ha rivelato uno studio dell'Israel Innovation Authority.
  Un rapporto di Deloitte&Touche ha dimostrato che in sei campi chiave - telecomunicazioni, microchip, software, biofarmaceutica, dispositivi medici ed energia pulita - Israele è secondo solo agli Stati Uniti per innovazione. Come riporta il Financial Times, "Israele spende di più in ricerca e sviluppo di qualsiasi altro paese sviluppato" e ha superato anche la tigre Corea del Sud, trasformando lo stato ebraico nella Hong Kong del medio oriente.
  Un programma statale che ha facilitato la crescita in questo settore è "Yozma" (in ebraico, iniziativa), istituito per liberare l'economia israeliana da un'eccessiva dipendenza dal settore pubblico. Secondo l'Ocse, è "il programma di maggior successo nella storia della politica di innovazione di Israele". Ogni anno, le autorità israeliane organizzano la Fuel Choices and Smart Mobile Initiative, radunando start-up e innovatori da ogni parte del mondo. Senza dubbio Israele è più trivellazioni e mega infrastrutture. La recente scoperta di immense risorse di gas naturale al largo delle coste israeliane è stata una svolta per l'economia, e ha portato il paese all'indipendenza energetica. Il giacimento di gas naturale Tamar, con dieci trilioni di metri cubi di gas naturale, ora soddisfa il 95 per cento della domanda del paese.
  Centinaia di chilometri di linee ferroviarie saranno costruiti nel centro di Israele: è il più grande progetto infrastrutturale pianificato per i prossimi decenni, costerà centinaia di miliardi e permetterà di collegare regioni e città a Tel Aviv. Il paese non si ferma mai.
  Secondo Yaron Samid, uno dei grandi nomi delle start-up israeliane, imprenditore tecnologico direttore di consigli di amministrazione di aziende del valore di 500 milioni di dollari, fondatore di Bill Guard che ha
Parla Yaron Samid, turbocapitalista di Tel Aviv: "Qui se fallisci, provi con una nuova start-up. In Italia se fallisci, sei finito". In un solo anno Israele è migliorato di otto posizioni nell'elenco del Forum economico mondiale sulla competitività e per la prima volta è fra i primi venti al mondo.
aperto la strada al crowdsourcing per proteggere i consumatori (una delle applicazioni di finanza personale in più rapida crescita nella storia), l'Europa ha molto da imparare da Israele. Lo stato ebraico è al 16esimo posto nel rapporto 2017-2018 del Forum economico mondiale sulla competitività, migliorando di otto posizioni la propria performance rispetto all'anno precedente. E' la prima volta che Israele è tra i primi venti. "Israele è densamente popolato, è un grande cluster di compagnie tecnologiche, un microsistema, da Tel Aviv a Herzliya in dieci minuti di auto hai il 90 per cento delle start-up israeliane", dice Samid al Foglio. "Questo è sicuramente un vantaggio che l'Europa non ha. E' come la Silicon Valley per gli Stati Uniti. Ma c'è un aspetto culturale israeliano, che risale a 70 anni fa. Sto parlando con lei da un grattacielo di Tel Aviv, ma allora qui c'era il deserto e la gente venne a costruire un paese dal niente. I miei nonni sono tutti morti nella Shoah, in Germania, in Polonia, e i loro figli hanno fatto tutto dal niente. Un terzo elemento culturale è la facilità nell'ottenere denaro per aprire una start-up, e se fallisce ne apri un'altra. In Europa se fallisci, sei finito. Voi europei avete paura di fallire, in Israele no. Questa è cultura. Il quarto elemento è il servizio militare che si basa molto sull'high tech. Un diciottenne qui entra subito a contatto con un mondo speciale, e quando finisce entra nella società civile con una consapevolezza molto forte. Un ventunenne israeliano che ha finito il militare è il frutto di questa cultura. In Europa non sapete neppure cosa sia l'esercito. In Israele la prima domanda che ti fanno è: 'Da quale unità vieni?' In Israele entri in un qualsiasi bar e senti parlare di start-up".
  Come si è arrivati a tutto questo partendo da una economia socialista fatiscente? "Il più grande evento in 70 anni di storia economica israeliana si è verificato il 1 luglio 1985", scrive Sami Peretz su Haaretz. "Quel giorno, l'economia ha subito un cambio di sesso: la più drammatica transizione da un'economia socialista a una capitalista che conosciamo". Fu l'inizio del "programma di stabilizzazione economica" di Shimon Peres (il pil sarebbe passato da 30 miliardi nel 1984 a 300 nel 2014). L'economia fu aperta alle importazioni, il mercato valutario liberalizzato, il deficit ridotto e le imprese statali privatizzate. Ma già nel 1977 il ministro delle Finanze, Simcha Ehrlich, aveva avuto un'idea: liberare l'economia e rendere la vita migliore per la gente comune. Ehrlich, che possedeva una piccola fabbrica di ottica a Tel Aviv, era un uomo basso, dalle guance rosate e molto laconico. I media presero a chiamarlo "il seguace di Milton Friedman", il guru del libero mercato che aveva vinto il Nobel per l'Economia. Ma Ehrlich non sapeva leggere e scrivere in inglese, né conosceva Friedman. Però aveva una visione: "Israele è troppo piccolo e troppo povero per mantenere uno stato sociale". Al tempo, l'economia israeliana aveva più cose in comune con i paesi comunisti che con i paesi occidentali. La vignetta di un giornale israeliano, il Jerusalem Post, rifletteva bene le ansie del paese. Un israeliano cerca di spiegare il significato delle riforme liberiste a un altro. "E' semplice", dice il primo. "Lasciamo che la moneta israeliana diminuisca di valore, consenta lo scambio in dollari, le esportazioni diventano a basso costo e nel lungo periodo l'economia si rafforza". "E nel breve?", chiede il secondo. "Facciamo la fame", risponde il primo. Le riforme di Ehrlich furono meno ambiziose del previsto, ma un vero "seguace di Friedman" come Benjamin Netanyahu, che si servì dell'aiuto dell'economista di George W. Bush John Snow come consulente, se ne sarebbe ispirato.
  Sotto Netanyahu, Israele ha calato le tasse dal 60 al 49 percento, ha ridotto drasticamente il welfare, ha alzato l'età pensionabile da 65 a 67 anni, ha privatizzato la compagnia aerea El Al, ha ridotto il ruolo dello stato nel settore telefonico, dell'elettricità e delle banche. Al tempo, l'economia di Israele era una bizzarra combinazione di cronico assistenzialismo e di high tech fiorito alla fine degli anni Novanta. Come scrive l'economista americano George Gilder in "The Israel Test", "il governo negli anni Novanta possedeva
Bibi Netanyahu è riuscito nella "più travolgente trasformazione nella storia dell'economia". Ha bloccato le assunzioni nel settore pubblico, ridotto il welfare, convinto i disoccupati a cercare lavoro, venduto tutto il vendibile dello stato. Un paese socialista fatiscente è diventato una potenza globale
quattro grandi banche, duecento società e gran parte della terra. Le tasse di Israele salirono al 56 per cento dei guadagni totali, fra le più alte del mondo". Da ministro delle Finanze, Netanyahu si trovò di fronte a un settore pubblico che rappresentava il 55 per cento dell'economia israeliana, rispetto al 45 per cento del settore privato, in netto calo. E lo paragonò a un uomo magro e in forma, il privato, costretto a portare un uomo pesante sulle spalle, il pubblico. "Se non cambiamo lo scenario, collasseremo", disse Bibi. Così bloccò le assunzioni nel settore pubblico, ridusse la rete di protezione sociale, convinse i disoccupati a cercare lavoro, vendette il vendibile e costrinse i porti a competere. Come scrive Gilder, "in 25 anni - a partire da quelle prime modeste riforme fiscali della metà degli anni Ottanta - Israele ha compiuto la più travolgente trasformazione nella storia dell'economia".
  L'arrivo tra il 1989 e il 2000 di un milione di immigrati avrebbe dato un'altra sterzata all'economia. La società ha assorbito tutti e oggi mostra livelli di coesione interna assente, ad esempio, in un paese come la Francia. Basta leggersi l'Israeli Democracy Index 2018. La percentuale di israeliani che definiscono la situazione generale del paese come "buona" o "molto buona" è la più alta mai registrata. Anche il 64 per cento dei cittadini arabi è soddisfatto. L'Indice di Sviluppo umano dell'Onu che da trent'anni assegna ai paesi un punteggio calcolato sulla base di parametri come reddito, aspettativa di vita e istruzione, colloca Israele in 18esima posizione su 188 paesi, entrando a pieno titolo nella categoria dei paesi a "sviluppo umano molto elevato". Solo gli abitanti di Svizzera, Danimarca e Islanda risultano più soddisfatti della propria vita dei solitamente lamentosi israeliani.
  "La storia di Israele lo rende un'eccezione tra le nazioni", dice al Foglio Nahum Barnea, decano del giornalismo israeliano, editorialista principe del maggiore quotidiano del paese, Yedioth Ahronoth. Nel 1996, Barnea perse il figlio Yonatan in un attentato terroristico di Hamas a Gerusalemme, quando su un autobus saltarono in aria 17 israeliani. "Sono passati 70 anni dall'istituzione dello stato, ma vediamo ancora il nostro paese come un progetto, una visione da realizzare, un sogno che dovrebbe diventare realtà", dice Barnea al Foglio. "Questo è uno dei motivi per cui la maggior parte degli israeliani non dà per scontato il proprio paese, il proprio stato. Il suo destino, crescita, fallimento, successo, sono diventati una questione personale. Abbiamo assistito a un lungo periodo di successo economico, basato principalmente sul nostro settore hi-tech. La sicurezza, una questione importante in Israele, è migliorata. La vita è migliore che in qualsiasi momento nel passato. Come nazione di emigrati che sono venuti in Israele a mani vuote, possiamo apprezzare la differenza tra passato e presente. Ciò non significa che il nostro problema, come stato e come società, sia svanito. Israele è un paese senza confini riconosciuti. Un accordo che porrà fine al nostro conflitto centenario con i palestinesi non è in vista e ha effetti negativi sulla nostra sicurezza, morale e politica. L'Iran è un altro grosso problema". Secondo Barnea, Israele come paese occidentale ha molte qualità da offrire alle altre democrazie: "Non sono sicuro se possiamo servire da modello ad altri paesi occidentali. Ogni paese ha la sua forza e le sue debolezze. Posso citare alcune delle nostre qualità: innovazione, ambizione, pensare fuori dagli schemi, scetticismo, spirito democratico, unità nazionale in tempi di emergenza".
  "Ci sono differenze molto chiare fra la società israeliana e quasi tutte le società occidentali, siamo un paese occidentale - studi, innovazione, economia, Nobel - l'israeliano medio è come un italiano medio, vanta uno stile di vita occidentale, ma stranamente la demografia va da un'altra parte", dice al Foglio Ofir Haivry, storico, vicepresidente dello Herzl Institute di Gerusalemme, fra i fondatori dello Shalem College, autore di saggi come "John Selden and the Western Political Tradition" per la Cambridge University Press. Haivry parla di un aspetto decisivo di Israele: il minor ruolo del welfare, rispetto all'occidente. "Negli ultimi anni, il tasso di natalità sta crescendo fra le famiglie laiche, non quelle religiose. Ci sono due elementi. In una società in conflitto, il tasso di natalità è più evoluto e forte, il boom delle nascite dell'Europa è stato dopo la Seconda guerra mondiale. Più una società si sente sicura, senza pericoli, più il tasso demografico scende. Puoi dare più risorse a te stesso quando sei in pace. In America dopo l'11 settembre 2001 c'è stato un forte tasso demografico, che negli ultimi anni è sceso. Oggi l'America è come l'Europa. Una società in conflitto è più coesa, porta più capitale sociale ad avere più figli. L'elemento centrale della società israeliana è la famiglia in una dimensione diversa da quella classica. In Israele, la famiglia è molto più importante e centrale dello stato. Nei paesi europei ci sono molti movimenti contro la centralità della famiglia. La religione ebraica ha festività in gran parte familiari, la Pasqua, il Capodanno, a parte il Kippur che è individuale, tutte le altre feste sono in casa. La continuità familiare in Israele è centrale, mentre in occidente non lo è più. Per il 90 per cento degli israeliani, la maggioranza assoluta dei laici, quando c'è la Pasqua si festeggia in famiglia. In Israele l'individualismo è molto temperato. Non è esasperato come in occidente. Le donne single che hanno un figlio in occidente sono molto comuni. Il padre non esiste. In Israele questo fenomeno è irrilevante. Anche le coppie gay in Israele sono quelle che hanno più figli di tutto il mondo occidentale. Fino al 2000-2001, in Israele esisteva un sostegno alla famiglia per ogni figlio. La crisi spinse Netanyahu a tagliare il welfare. E questo portò al crollo demografico fra gli arabi, che passarono da sei a tre figli, mentre fra gli ebrei aumentò".
  La grande differenza fra Europa e Israele è dunque la relazione fra welfare e società. "L'Italia quando era un paese più povero e con meno welfare, aveva molti figli. Lo stato sociale in Italia e in occidente ha preso il posto della famiglia. Gli italiani hanno dimenticato come camminare da soli. In Israele quando lo stato sociale ha avuto meno soldi e risorse, c'erano ancora le tradizioni familiari a sostenere la società. Ogni responsabilità che si prende il welfare, la trasporta in società e l'individuo si sente deresponsabilizzato. Mio padre, orfano a nove anni, a quattordici è andato a lavorare. Il senso di responsabilità dell'educazione dei figli in Israele appartiene alla famiglia. La società in cui lo stato è più piccolo ha bisogno di aiuto dalle persone e dà una spinta alle persone, nel volontariato ad esempio, che in Israele è molto forte. Qui c'è sempre bisogno di difendere lo stato dai nemici, in occidente il senso del pericolo è scomparso, e la leva militare è un laboratorio sociale importante. Per i nostri giovani, lo stato non è una estensione dei diritti, ma della famiglia e della nazione".
  Poi c'è l'aspetto religioso, forte in Israele e fragile in Europa. "L'Italia un tempo era cattolica, anche i comunisti erano cattolici. A tutti era chiaro che la cultura italiana era ispirata al cattolicesimo occidentale.Negli anni si è imposta l'idea che lo stato deve essere neutrale, secolarizzato. Avete chi vuole togliere i crocifissi, ma l'opinione pubblica è legata all'identità. Come in America c'è un laicismo esasperato. In Israele non è mai esistita una identità religiosa che non sia anche culturale e nazionale, ma gli ebrei nel mondo e in Israele sono in maggioranza laici, secondo standard occidentali. Il 90 per cento degli israeliani partecipa alla tradizione religiosa: la circoncisione non è obbligatoria ma il 97 per cento di noi la esegue, così come la mezuzah alla porta è nel 99 per cento delle case. E' un po' come fino a due generazioni fa la storia inglese che era intimamente connessa alla Church of England".
  Uno studio del Jewish People Policy Institute ha rilevato che l'83 per cento dei cittadini ebrei di Israele considera la propria nazionalità "significativa" per l'identità. L'80 per cento dice che la cultura ebraica è "significativa". Più dei due terzi (69 per cento) cita la tradizione ebraica come importante. "E questo rafforza Israele" continua lo storico Ofir Haivry. "C'è una connessione diversa fra uno stato civile e astratto e uno stato nazionale. Lo stato di Locke e Hobbes è uno in cui nessuno vuole combattere, lo stato occidentale è un apparato tecnico, a cui pago le tasse e che mi fornisce diritti. E' una visione che crea un abisso fra l'individuo e la società. Invece fra gli israeliani lo stato è lo 'stato della nazione ebraica', e questo crea una realtà dove non puoi dividere lo stato dall'identità nazionale e culturale. In molti paesi europei, quello che lo stato ti fa sentire tutto il tempo è 'non solo non sono interessato alla tradizione, ma la voglio combattere'. E' questo ad esempio un difetto dell'Unione europea. Ho fatto il dottorato a Londra e ho visto come in un paese europeo tutti i sistemi statali siano indirizzati a combattere la cultura. In Israele è il contrario. Prendi l'immigrazione. In occidente c'è questa idea delle élite che lo stato deve essere 'cieco'. Devo ricevere ogni migrante, anche se viene dalla società dove esiste la poligamia, e questa persona deve poterne beneficiare anche qui. Lo stato occidentale però non ha cultura e non sa come opporsi. In Israele siamo contrari a una immigrazione 'cieca'. Se vogliono venire qui, noi diciamo che come ogni stato abbiamo il diritto di stabilire i criteri per l'accesso. In Inghilterra questi criteri sono professionali. Anche in occidente si potrebbe fare una forma di 'legge del ritorno' come in Israele per gli ebrei, ma solo se gli stati occidentali valorizzassero la cultura. Può l'Italia decidere ad esempio che vuole migranti che appartengono alla propria cultura? In Israele per questa ragione abbiamo ricevuto centomila neri dall'Africa di origine ebraica. I migranti africani economici invece non li abbiamo accettati. Ma tutti e due sono di colore. Abbiamo preso un milione di migranti dall'Unione Sovietica, l'equivalente della Francia che emigra in America, che ha portato a una crisi economica forte a causa di questa ondata, ma erano parte della nostra cultura. Come stato devo decidere quale migrante voglio. Poiché Israele è sempre più lo stato della nazione ebraica, e non ha un welfare state cieco all'identità, questo non lo porta a ingraziarsi la minoranza araba. E' anche la forza dell'identità: la minoranza è protetta, sta bene, tutelata, ma resta una minoranza, non come in Europa".
  In Israele non esiste il multiculturalismo alla europea. "Per avere successo, il multiculturalismo deve cancellare l'identità della maggioranza. L'egemonia deve finire. Poiché ci saranno dei bambini musulmani in classe, allora togliamo il crocifisso. Cosa comporta? Il multiculturalismo è un terzomondismo trapiantato in occidente. Gli europei, cattivi col colonialismo, devono accettare il trapianto anche in occidente. In Israele guardiamo a tutto questo come a un suicidio culturale. Posso capire la Germania che, a causa del nazismo, voglia cancellare la propria identità. Ma la storia italiana, coi suoi mille anni, non deve essere cancellata. Eppure questo fa il multiculturalismo".
  Poi c'è la questione dell'innovazione. "Un fattore culturale di alto tasso di innovazione fra gli ebrei fa parte della nostra storia", prosegue Haivry. "Ma anche nell'Europa occidentale fino a molti anni fa c'era molta innovazione, che è finita. La cultura occidentale è diventata anti innovazione. Il welfare crea anche qui una passività culturale e sociale che non aiuta l'innovazione. Gli israeliani diventano indipendenti molto presto, a 18 anni escono di casa. In Israele un trentenne che sta con i genitori, come in Italia, è impensabile. Dopo la leva da noi un ragazzo fa un viaggio all'estero per sei mesi o un anno. Non rientra quasi mai a casa dei genitori. Da noi non esiste il brain drain, la fuga dei cervelli, mentre in Italia siete diventati esperti in questo. In Israele abbiamo tagliato molto il numero di dipendenti dello stato, abbiamo alzato l'età pensionabile, abbiamo deregolamentato, abbiamo tagliato molti sussidi sociali. Non abbiamo inventato niente. E lo facemmo durante la Seconda Intifada, quando la nostra economia è entrata in recessione. Avevamo di fronte una scelta: cambiamento o declino. La rana se la metti nell'acqua bollente
"Siamo al centro di tutti i paradossi umani. Come coniugare sicurezza e democrazia? Siamo al centro fra laicità e tradizione religiosa. Siamo stato laico in terra santa. Siamo al centro degli scontri fra le norme democratiche e il bisogno delle persone di uno spazio culturale collettivo"
salta via. Se la metti a fuoco lento, ci muore senza accorgersene. Noi siamo saltati fuori. All'Europa direi: più identità e più responsabilità portano a più coesione, è questo che vi manca di più. Scrollatevi di dosso il multiculturalismo che sta vincendo la battaglia e vi fa perdere la guerra. In ebraico c'è un detto: 'L'intervento chirurgico ha avuto successo ma il paziente è morto'. E' questa l'Europa".
  Secondo Yossi Klein Halevy, intellettuale ebreoamericano fra i più noti a Gerusalemme, collaboratore del New York Times e altre testate, Israele ha avuto successo perché ha saputo gestire le contraddizioni. "Siamo al centro dei paradossi umani", dice Klein Halevy al Foglio. "Come coniugare sicurezza e democrazia? Siamo una democrazia sotto assalto dalla nascita. Siamo al centro fra laicità e religione. Siamo stato laico in terra santa. Siamo fra oriente e occidente. Siamo al centro degli scontri fra norme democratiche e bisogno di uno spazio culturale collettivo. E potrei andare avanti. La natura dell'identità israeliana è la gestione delle contraddizioni. Ho paura del futuro della democrazia israeliana e noi siamo più vulnerabili a causa della pressione delle minacce su di noi. Oltre i propri confini, Israele ha missili e tunnel che hanno il preciso scopo di distruggere il sogno israeliano, non di abbracciarlo come vorrebbero fare i messicani in America. Ma se guardo a questi 70 anni di esistenza di Israele, vedo la capacità di gestire la tensione. Se prendiamo la Cisgiordania, ritirarsi a un confine di dieci chilometri o mettere a rischio la democrazia e restare. Ho molte ansie. Ma l'Europa ha qualcosa da imparare da noi. Facciamo ogni giorno compromessi fra ideale e reale".
  La tentazione europea è dividersi lungo gli estremi politici, come sull'immigrazione, conclude parlando con il Foglio Yossi Klein Halevy, "Capisco la paura sull'immigrazione, ma l'estremismo politico non è più una opzione per l'Europa. Avete perso questa possibilità e avete bisogno di pragmatismo. C'è bisogno di sobrietà politica che è l'equilibrio fra autodifesa e principi. L'Europa e gli ebrei sono emersi dalla Seconda guerra mondiale con due strade opposte: l'Europa ha abdicato alla forza, gli ebrei hanno deciso di difendersi, l'Europa è fatalista, pessimista, noi ebrei che abbiamo perso un terzo della nostra popolazione abbiamo scelto la vita. Non è una decisione consapevole, conscia. L'Europa ha un 'death wish', noi israeliani l'opposto. Mio padre è un sopravvissuto alla Shoah, aveva quel tipo di pessimismo, nel 1945 decise di non voler mettere figli al mondo dopo quello che aveva visto. Ma alla fine ha avuto due figli. La nostra innovazione viene dalla qualità dell'immigrazione che abbiamo avuto dall'Unione Sovietica, che era l'élite della superpotenza sovietica. A quel tempo, Israele stava declinando economicamente e quell'immigrazione fu una forza enorme. Un'altra ragione è la centralità dell'esperienza militare in Israele, è un paese fondato sull'esercito ma informale, non militarizzato, saluti gli ufficiali con il nome e mai i gradi, è la capacità della società israeliana di sacrificarsi, coraggio, innovazione, che poi si rovescia nel settore civile. La creatività è strategica. Non conosciamo conformismo come in Europa".
  Secondo David Schueftan, scienziato politico fra i più stimati in Israele, reduce da due anni di insegnamento alla Georgetown University e di cattedra all'Università di Tel Aviv e Haifa, dove dirige il programma internazionale di studi per la sicurezza, Israele sarebbe un grande modello "se soltanto l'Europa non ci odiasse. Sono sorpreso che ci sia un livello altissimo di antisemitismo in Europa. Voi europei non capite come mai abbiamo così tanto successo. Noi israeliani abbiamo imparato tanto dall'Europa, ora è il turno dell'Europa di imparare da noi israeliani. La nostra unicità viene da un mix di millenni di cultura ebraica, e dall'essere in un ambiente molto ostile e barbarico in cui dobbiamo difenderci. L'Europa non si difende più, pensa che sia compito degli Stati Uniti. Noi rispettiamo l'Europa per la sua cultura ed economia, ma non possiamo rispettarla quando cessa di battersi per quello in cui crede. Noi israeliani siamo arroganti, voi europei siete narcisisti. L'ottimismo in Israele si riflette nel numero dei bambini, il pessimismo dell'Europa nel suo suicidio demografico. Voi italiani avete un tasso di 1,3 nascite, Israele ne ha il doppio anche escludendo gli ultra ortodossi. Noi israeliani facciamo più del doppio dei bambini di voi italiani. Voi italiani siete così simili a noi israeliani, più dei tedeschi. E la ragione è l'ottimismo. Eppure ora avete bisogno di immigrati che vengono da una cultura radicalmente diversa. Ma state distruggendo la vostra cultura e retaggio. In Israele abbiamo portato qui un milione di persone dall'Unione Sovietica. Sono arrivati con un figlio o nessuno e oggi solo il 17 per cento dei russi ha un solo figlio. Si sono assimilati rapidamente. Grazie all'orgoglio nazionale".
  Qui Schueftan introduce un altro aspetto. "L'Europa oggi è post nazionale e per molti europei la cultura nazionale è un male. Il nazionalismo non è sciovinismo o fascismo, è un grande elemento di solidarietà collettiva. E' una forma di patriottismo temperato da una forte tradizione democratica e liberale. L'Europa
"Abbiamo imparato tanto dall'Europa. E oggi Israele sarebbe un grande modello se solo l'Europa non ci odiasse"
si è persuasa che esista invece una solidarietà universale. Forse una piccola élite occidentale lo crede, ma le opinioni pubbliche no. Gli immigrati dal Nord Africa o dalle regioni subsahariane non possono far parte di questa solidarietà. L'Europa, come Israele, deve rivalutare l'importanza della cultura nazionale. Gli israeliani non sono fascisti o sciovinisti. La terza questione è limitare il liberalismo culturale, che è molto buono in teoria, ma che oggi è diventato radicalismo: negli Stati Uniti si chiama progressismo. Questa radicalizzazione porta a una rivolta populista. Serve una combinazione fra liberalismo e nazionalismo, come in Israele. Noi non abbiamo una polarizzazione della società come in Europa, con pezzi dell'opinione pubblica che non si parlano. In Israele incoraggiamo le persone a pensare da sole, senza disciplina, fin dalla prima età. Ai miei figli ho detto fin da piccoli che ero per loro un padre che si doveva conquistare il rispetto. I bambini israeliani domandano, non danno nulla per scontato. E questo porta a una cultura dell'innovazione e dell'imprenditorialità. A scuola, a casa, nell'esercito, nella società, impari a non essere d'accordo, a sfidare tutto, ogni opinione e idea consolidata. L'innovazione inizia quando dici 'ho un'idea migliore'. Gli europei sono andati in vacanza rispetto al mondo reale, prigionieri della fantasia. Pensano che esista una cosa chiamata 'comunità internazionale'. Imparate dal nostro realismo e uscite dalla vostra La La Land".
  Jack Ma, il leggendario fondatore di Alibaba, è appena stato a Tel Aviv, dove a un forum economico ha detto: "Israele sa che la risorsa più preziosa al mondo non è il petrolio o il gas, ma il cervello umano. In Israele, l'innovazione è ovunque. Gli altri innovano per il successo. Israele innova per la sopravvivenza". Considerando che ora si discute della sopravvivenza a rischio dell'Europa, che si crogiola nel proprio torpore e décadence, non ci farebbe male prendere a esempio da Israele. Che la La La Land diventi una Baby Land.

(Il Foglio, 21 gennaio 2019)


Tu Bishvat 5779 (21 gennaio 2019)

Tu BiShvat (o Rosh Hashana Lailanot) è una festività anche chiamata

 L'origine di Tu-bishvat
Il nome della festività significa 15 del mese di Shevat, ovvero il giorno centrale del mese ebraico di Shevat. Anche quest'anno, all'inizio dell'estate, dovremo, nostro malgrado, fare la nostra dichiarazione dei redditi. E lo faremo raccogliendo tutta la documentazione di quanto abbiamo guadagnato e speso nell'anno precedente, dal 1 gennaio al 31 dicembre. Ciò che sta prima e dopo queste date non conta. Conta solo l'anno fiscale, che comincia e finisce in momenti precisi.
  Per quanto possa sembrare strano, la ricorrenza del Tu-bishvat, 15 del mese di Shevat, è strettamente legata al concetto di anno fiscale. Anche nell'antica società ebraica si pagavano le tasse, e questo certo non sorprende. Il calendario era diviso in cicli di sette anni, e in ogni anno bisognava prelevare una "decima" sul prodotto agricolo. La "prima decima" spettava ogni anno ai Leviti. Sul prodotto che rimaneva dopo il prelievo si applica una seconda decima; nel primo, secondo, quarto e quinto anno questa decima rimaneva al produttore, ma con l'obbligo di consumarla (direttamente o nel suo equivalente valore economico) a Gerusalemme; nel terzo e sesto anno veniva invece versata ai poveri. Si noti per inciso come l'entità di queste tasse fosse molto più modesta di quelle che ci impone uno stato moderno.
  Era quindi importante stabilire a quale anno appartenesse un certo prodotto; se ad esempio era del secondo anno, rimaneva al produttore con l'obbligo di portarlo a Gerusalemme, se era dell'anno dopo doveva essere dato ai poveri. Ma come si faceva a valutare se un prodotto era di un certo anno? E ancora: la Torà proibisce di mangiare i frutti prodotti nei primi tre anni di vita di un albero ('orlà): ma come si calcola l'età di un albero e di un frutto? È necessario stabilire delle date di inizio dell'anno, che sono strettamente legate al ciclo agricolo. Come capodanno per la frutta prodotta dall'albero viene considerato il momento d'inizio della formazione di gemme, dopo la pausa invernale. Ogni frutto che è nato (o che ha iniziato a maturare, secondo alcune opinioni) prima della data stabilita come capodanno, appartiene all'anno precedente, se è nato dopo è dell'anno in corso.
  Nel clima della terra d'Israele il capodanno (fiscale) degli alberi è strettamente legato al momento in cui la maggior parte delle precipitazioni piovose (che avvengono quasi totalmente in autunno e in inverno) sono passate. La Mishnà (la prima del trattato di Rosh haShanà) indica quali sono i diversi capi d'anno del calendario ebraico e riferisce, a proposito degli alberi, una divergenza tra la scuola di Shammai e quella di Hillel; i primi fissano il capodanno al 1 di Shevat, i secondi al 15. La regola, come sappiamo , segue l'opinione di Hillel, quindi si inizia il 15. Ma se si tratta di una data legata al flusso delle piogge, è difficile capire i motivi del dissenso tra le due scuole. Uno studio recente, basato sui dati attuali di piovosità - che si presume non si discostino molto da quelli di duemila anni fa -, spiega che in Eretz Israel esistono fasce climatiche molto differenti; in tutta la pianura costiera le piogge maggiori terminano alla data fissata da Shammai, mentre nelle colline della Giudea e a Gerusalemme in particolare la data è spostata avanti di 15 giorni. Questo significa in pratica che noi fissiamo il calendario fiscale degli alberi in base al clima di Gerusalemme.
  Quando si parla di tasse e ancora di più quando si pagano non si è molto allegri e in linea di principio non si capisce perché, dopo tutto, Tu-bishvat sia diventata una piccola festa. Per questo ci sono diverse spiegazioni. Intanto le tasse non si pagano a Tu-bishvat, ma a raccolto avvenuto; quando si celebra un capodanno, quale che sia, si sta in allegria e non si pensa che è l'inizio e la fine di un anno fiscale, piuttosto ci si augura che il raccolto o il guadagno dell'anno che inizia sia migliore di quello dell'anno precedente.
  A parte questo, la storia della celebrazione del Tu-bishvat mostra una certa evoluzione e indica che c'è voluto molto tempo prima che si creassero modi speciali di ricordare e festeggiare questo giorno. Come festa minore è sempre stato un giorno in cui il lavoro è permesso, ma sono proibite alcune manifestazioni di tristezza, come le orazioni funebri o la lettura del tachannun. Ma c'è voluto molto tempo per arrivare a forme di celebrazione attiva, e in questo è stato determinante il contributo dei cabalisti di Safed, nel XVI secolo. L'uso più semplice e antico, probabilmente risalente all'alto medioevo, e ormai diffuso in tutto il mondo, è quello di mangiare in questo giorno frutta di tipi diversi, in particolare i prodotti dell'albero per cui nella Torà è celebrata la Terra d'Israele: uva, fichi, melograni, olive, datteri; oltre a questi altri frutti menzionati nella Bibbia, come mandorle, pistacchi, noci, tappuchim (che nella Bibbia non sono le mele, come si ritiene comunemente e come oggi si indica nell'ebraico moderno, ma sono agrumi), e poi ogni altro tipo di frutto dell'albero.
  Un rito vero e proprio, risalente almeno agli inizi del XVIII secolo è documentato per la prima volta nell'opera cabalistica Chemdat Yamim, e consiste in una specie di Seder (o Tikkùn) in cui si alterna il consumo di frutta diversa, in un ordine speciale, e di vino (bianco e rosso), alla lettura e al commento di brani biblici, rabbinici e della letteratura mistica. Questo rito, da tempo dimenticato in Italia, è stato reintrodotto di recente da Rav Shalom Bahbout che ha anche curato la stampa del testo con traduzione italiana e commenti: ne sono uscite già due edizioni, la prima nel 5746 (1986): Seder Tu Bishvat per il Capodanno degli alberi, la seconda (edizioni Lamed) nel 5760 (2000); il nostro pubblico ha accolto con piacere questa reintroduzione e ormai il Seder si fa in molte famiglie.
  Altri modi di ricordare questo giorno sono cerimonie di piantagione di alberi; sono iniziate in Eretz Israel nei primi decenni del secolo scorso, come testimonianza di attaccamento alla terra e all'importanza della ripresa della vita agricola, e della riforestazione in particolare. Forse non è stato estraneo un influsso di cultura americana (arbor day), ma in ogni caso hanno avuto la prevalenza nella società ebraica i valori positivi specificamente interni, collegati al rapporto con Eretz Israel, la sua ricostruzione, e l'importanza tradizionale degli alberi, specialmente quelli da frutta. Per educare a questi valori si usa in molti luoghi anche fuori da Eretz Israel di piantare simbolicamente un albero a Tu-bishvat.

 I significati simbolici
  Ricordando il Tu-bishvat vengono richiamate e sottolineate alcune idee molto importanti nella coscienza ebraica.
  Il rapporto con le realtà nascoste: la mistica ebraica parla delle realtà a noi invisibili, che spesso paragona ad un albero, come paragona le diverse forme di frutta (buccia commestibile o no, nucleo duro o morbido ecc.) ai simboli dei mondi diversi. La "buccia" (qelippà) è anche simbolo del male. Per questo i cabalisti propongono un percorso simbolico tra le diverse specie di frutta e i colori del vino, suggerendo un viaggio tra i mondi diversi, tra la Giustizia e la Misericordia, con l'intenzione di contribuire a riparare (tikkùn) il mondo visibile dove viviamo. Sono messaggi e insegnamenti che per essere compresi richiedono conoscenze e sensibilità speciali, ma che non possono essere trascurati nella ricchezza di simboli che questo giorno propone alla comunità ebraica.

(Comunità Ebraica di Bologna, 21 gennaio 2019)


Il viaggio di Netanyahu in Ciad. La strategia per fermare la jihad

Dopo l'Oman, il premier israeliano a N'Djamena per ripristinare le relazioni internazionali in Africa. "Avanziamo nel mondo musulmano: non piacerà all'Iran". E ora punta a Sudan e Bahrein.

di Rolla Scolari

Benjamin Netanyahu è volato ieri in Ciad per ripristinare le relazioni diplomatiche con la nazione africana, interrotte da decenni.
   Il premier israeliano ha parlato di «momento storico», ed è stato molto esplicito sul perché la sua visita rappresenti per lui una svolta: «Israele avanza nel mondo islamico», e la tappa in Ciad «è parte di un cambiamento drammatico che stiamo facendo nel mondo arabo e islamico», «un cambiamento che disturba, e perfino fa infuriare l'Iran e i palestinesi, che tentano di prevenirlo».
   Circondato da vicini inquieti - a Nord la Libia, a Est il Sudan, a Ovest il Niger, a Sud la Repubblica Centrafricana e a Sud-ovest il Camerun e la Nigeria-, con 15 milioni di abitanti e una popolazione a maggioranza musulmana, il Ciad è tra le 30 nazioni più povere del pianeta (dati del Fondo monetario internazionale), e tra i cinque Paesi meno democratici al mondo (fonte EIU Democracy Index 2018).

 La lotta comune
  Il premier Netanyahu ha giustificato l'interesse per la ritrovata amicizia, interrotta nel 1972 all'apice delle tensioni tra israeliani e palestinesi, nella comune lotta al terrorismo.
Il Ciad, infatti, principale alleato francese nell'area, con il sostegno finanziario e logistico di Parigi è l'esercito più importante all'interno del cosiddetto GS Sahel: un dispositivo militare creato nel 2014 che riunisce anche gli eserciti di Mali, Mauritania Niger e Burkina Faso e ha l'obiettivo di contenere le spinte di gruppi jihadisti come Boko Haram e le filali locali di Stato islamico e Al Qaeda. Nella capitale N'Djamena, Netanyahu e il presidente Idriss Déby hanno siglato accordi securitari e di cooperazione, e nei mesi passati funzionari della sicurezza ciadiana hanno rivelato alla stampa internazionale che gli israeliani avrebbero fornito equipaggiamento militare alle truppe nazionali per contrastare i ribelli ai confini settentrionali.

 Sicurezza e tecnologia
  Negli ultimi anni, Israele ha ampliato la cooperazione securitaria e tecnologica (soprattutto nel campo dell'agricoltura) con Paesi africani musulmani che tradizionalmente in seno alle Nazioni Unite hanno votato con i palestinesi.
   La nuova strategia del premier, che cerca l'ennesima rielezione nel voto anticipato di aprile, è quella di cercare relazioni diplomatiche con nazioni musulmane che non riconoscono Israele, sfruttando il fatto che da anni il conflitto israelo-palestinese non è più al centro delle priorità geopolitiche della comunità internazionale.
   E se ora secondo la stampa israeliana Netanyahu punta a Sudan e Bahrein, il 2018 è già stato un anno di viaggi ed eventi soltanto fino a pochi anni fa impensabili: la ministra israeliana dello Sport Miri Regev in lacrime ad Abu Dhabi accanto a un judoka israeliano sul podio, mentre suona l'Hatikva, l'inno d'Israele, per la prima volta nel mondo arabo; il ministro dei Trasporti Yisrael Katz ospite in Oman a parlare del progetto di una ferrovia che colleghi Israele al Golfo; un altro ministro israeliano, quello delle Comunicazioni, Ayoub Kara, a una conferenza a Dubai.
   Un recente studio del Tony Blair Institute For Global Change parla inoltre di un miliardo di dollari di esportazioni da Israele verso il Golfo via Paesi terzi nel 2016. Per decenni, la condizione per l'attivazione o il ripristino di relazioni diplomatiche tra Paesi arabi e musulmani e Israele è stato il raggiungimento di un accordo di pace tra israeliani e palestinesi e la nascita di uno Stato palestinese. La strategia di Netanyahu cerca invece la normalizzazione di questi rapporti senza passare da negoziati, da anni ormai in stallo.

(La Stampa, 21 gennaio 2019)


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"Ciad importante per Israele, per aprirsi al mondo islamico"

Mentre sul fronte interno la politica israeliana si accende in vista delle elezione del 9 aprile, sul fronte internazionale arrivano segnali di distensione. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente del Ciad Idriss Déby hanno annunciato nelle scorse ore la ripresa delle relazioni diplomatiche, portando a 161 il numero di paesi con cui Israele ha legami formali.
   "Il Ciad è un paese molto importante", ha detto Netanyahu durante un'apparizione congiunta con Déby al palazzo presidenziale di N'Djamena. "C'è molto che possiamo fare insieme. Abbiamo discusso i modi per approfondire la nostra cooperazione in ogni campo, a cominciare dalla sicurezza, ma anche agricoltura, cibo, acqua, energia, salute e molto altro ancora". "Siamo stati accolti qui con rispetto, così come abbiamo accolto il presidente Déby con grande rispetto in Israele", ha proseguito Netanyahu. "Israele sta entrando nel mondo islamico. Questo è il risultato di un grande sforzo degli ultimi anni. Stiamo facendo la storia e stiamo trasformando Israele in una potenza mondiale in ascesa".
   Il Ciad aveva interrotto i legami con Israele nel 1972 a causa delle pressioni de leader libico Muammar Gheddafi. Il presidente del Ciad Déby ha detto che il suo paese e Israele hanno accettato non solo di rinnovare i legami diplomatici, ma anche di aumentare la cooperazione bilaterale in una vasta gamma di settori.
   "La nostra amicizia con Israele non sostituisce le nostre preoccupazioni sulla questione palestinese - ha aggiunto il presidente africano - Siamo favorevoli a portare avanti un processo di pace tra israeliani e palestinesi. E quindi rinnovo il mio appello allo Stato di Israele affinché si impegni in un processo di pace….. basato su accordi precedenti" affinché Israele possa "vivere in pace e sicurezza accanto a uno Stato palestinese".

(moked, 20 gennaio 2019)
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Cosa ci guadagna Israele dai rapporti diplomatici con il Ciad?

In effetti non sono pochi i vantaggi politici, diplomatici e strategici

Quando paesi come la Cina e l'India esprimono interesse in un significativo miglioramento dei legami con Israele, come hanno fatto negli ultimi anni, inevitabilmente sorgono domande su quale sia esattamente il loro tornaconto. È chiaro il motivo per cui Israele aspira a rapporti migliori con paesi che sono potenze mondiali e mercati di oltre un miliardo di persone. Ma perché questi paesi sono interessati a rapporti con il piccolo Israele? La risposta è sempre la stessa: sicurezza, intelligence, tecnologia e una corsia diplomatica verso Washington.
Ma nel caso del primo ministro Benjamin Netanyahu che è andato in Ciad domenica a ristabilire formalmente i rapporti con il paese centro-africano, la domanda deve essere rovesciata. E' chiaro cosa vuole da Israele il Ciad, un paese povero, assetato di acqua e impegnato in una lotta con Boko Haram nella zona del Lago Ciad: vuole competenza e intelligence in fatto di armi e sicurezza, vuole imparare dall'esperienza israeliana su come difendere i confini, vuole avvantaggiarsi del know-how tecnologico d'Israele in fatto di acqua e agricoltura, vuole migliorare i legami con l'America. Ma cosa può ricevere Israele dal Ciad? Come mai il ristabilimento di rapporti diplomatici con un paese dittatoriale, povero e senza sbocchi sul mare è così importante da spingere Netanyahu a dedicargli un viaggio lampo di 23 ore, di cui 16 di volo (bisogna aggirare lo spazio aereo di paesi come Libia e Sudan ndr) e solo sette sul suolo ciadiano?...

(israele.net, 21 gennaio 2019)


Tensioni e lanci di razzi tra Siria e Israele. Gli attacchi neutralizzati dalle contraeree

Domenica di tensione tra Tel Aviv e Damasco: un razzo partito dalla Siria e diretto verso le alture del Golan è stato intercettato dal sistema Iron Dome. "Una risposta agli oltre dieci missili dei jet israeliani", secondo i media siriani.

Un razzo lanciato dalla Siria verso Israele e missili lanciati da Israele verso la Siria. Sono i rispettivi eserciti a rendere noti gli attacchi incrociati, neutralizzati dalle stesse forze armate. L'esercito di Israele ha annunciato che un razzo lanciato dalla Siria "verso le zone settentrionali delle alture del Golan" è stato intercettato dal sistema di difesa aerea Iron Dome ("Cupola di ferro").
   Poco prima, Damasco aveva denunciato di avere intercettato e distrutti diversi missili ("almeno dieci", per l'Osservatorio siriano per i diritti umani) lanciati dai jet israeliani verso il sud della Siria, in particolare verso l'aeroporto internazionale della capitale, come affermato da una fonte militare all'agenzia Dpa."La zona presa di mira si trova nell'area sud di Damasco, vicino al settore della Kesswa, in cui si trovano depositi di armi di Hezbollah come pure combattenti iraniani". Per i media di Stato siriani, il razzo lanciato contro Israele è una "risposta ai raid israeliani che hanno preso di mira le regioni del sud". Entrambi gli attacchi sono falliti.
   Israele, ufficialmente in stato di guerra con la Siria, occupa dal 1967 la maggior parte delle Alture del Golan, che ha annesso nel 1981. Questa annessione non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale. Negli ultimi anni l'esercito israeliano ha colpito più volte in Siria gli obiettivi dell'Iran e del suo alleato, il gruppo libanese Hezbollah. I due nemici di Israele hanno aiutato a loro volta il regime del presidente siriano Bashar Assad ad avere la meglio sui ribelli e sui jihadisti nel corso della guerra civile. Il portavoce dell'esercito israeliano ha rifiutato di reagire all'annuncio di questi raid da parte della Siria: "Non commentiamo le informazioni provenienti dall'estero", ha detto. Dal canto suo, Netanyahu afferma spesso che non lascerà che l'Iran si serva della Siria come testa di ponte contro Israele. Mentre Teheran smentisce l'invio di soldati dell'esercito regolare per battersi in Siria, affermando che a fianco delle forze del regime siriano sono presenti solo consiglieri militari o "volontari" iraniani o afghani.

(il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2019)


Israele, occhi a Oriente e cuore a Usa ed Europa

La nuova global strategy di Gerusalemme. Apertura economica ma anche politica verso l'Asia, senza lasciare Usa e Ue

di Giancarlo Elia Valori*

Giancarlo Elia Valori
In primo luogo, se vogliamo studiare le posizioni politico-militari di Israele, dobbiamo analizzare la Siria.
  E il problema In Siria, per Gerusalemme, si chiama Mosca, anche se apparentemente si chiama Teheran. Una delle aree di de-escalation si trova infatti nel Golan, e lo Stato ebraico non apprezza certo che Iran e Hezb'ollah possano operare tranquillamente nel Golan, anche senza compiere atti bellici ma sotto la protezione russa, che è peraltro la garante di tutta quell'area.
  Il governo di Gerusalemme vuole, soprattutto, che la Federazione Russa non intervenga mai a favore dell'Iran.
  Ma, se vanno via dalla Siria gli iraniani e le forze sciite, si indebolisce, fino forse a diventare periclitante, Il controllo stesso della Russia per garantire la stabilità siriana.
  Quindi, Israele vuole che siano i russi e perfino i siriani che allontanino l'Iran dallo stesso quadrante di Damasco, minacciando una guerra vera e propria sul suolo siriano. insieme agli Usa.
  Americani e israeliani potrebbero buttar giù Assad dal potere e, comunque, allontanare la Russia dall'area, e quindi dal Medio Oriente. E questo è un obiettivo primario di Mosca, ovvero rimanere, con un forte e decisivo potere, nel grande Medio Oriente e nel Mediterraneo.

- Ma gli Usa ci starebbero, a questa operazione antirussa?
  Non credo. Gli americani parteciperebbero, per poi allontanarsi, dopo aver compiuto le prime operazioni con successo. Letti i primi titoli sul New York Tìmes, ritornerebbero a casa. Gli Usa o fanno una usucapione ventennale, come in Afghanistan, oppure si limitano a una sveltina strategica.

- Ma gli Stati Uniti saranno comunque un partner affidabile per Gerusalemme, in questo frangente siriano, a parte la possibile guerra?
  È probabile di no. Washington ha già in mano i suoi curdi che, dopo l'uscita degli Usa dalla Siria, sono subito andati tra le braccia di Assad, in funzione antiturca.

- E quale sarebbe, poi, la configurazione del sistema siriano-iranico dopo questo assalto al potere baathista siriano?
  Probabilmente più pericolosa ancora di quanto non lo sia oggi. Per distruggere le pulsioni egemoniche dell'Iran sciita ci vuole una grande coalizione, certo con gli Usa ma anche e soprattutto con partner islamici, e non mi riferisco solo all'Arabia Saudita.
  E Mosca non accetterebbe mai nemmeno un millesimo di questo progetto. La Russia non vuole non solo la stabilizzazione della Siria attuale, che è infatti, ormai, un 'client state' russo, ma nemmeno una nuova guerra nel Grande Medio Oriente, per nessun motivo.
  Allora, una amicizia di Gerusalemme con Mosca è possibile e auspicabile, ma l'unica vera possibilità, realistica, di contenimento dell'Iran dentro la Siria, ovvero sui confini di Israele, è comunque un isolamento forte del potere sciita dentro l'area di Assad, il che può essere anche l'obiettivo di Mosca.
  Questo anche per saldare i rapporti, sempre più stretti, della Federazione Russa con l'Arabia Saudita, competitor acerrimo dell'Iran, un avversario di Teheran che potrebbe essere decisivo in una ricomposizione postbellica del quadrante siriano.
  Quindi, ogni strategia realistica di duro 'containment' dell'Iran presuppone un accordo tra la Russia e Israele. Ed è bene ricordare che Mosca ha un assoluto bisogno, economico, tecnologico, strategico, dello Stato ebraico.
  Questi argomenti, come altri, li ho fin qui trattati con quella durezza che pertiene alla amichevole chiarezza, con il mio amico Moshe Ya'alon. quando ho presentato recentemente a Gerusalemme l'edizione israeliana del mio più recente volume.

- Una guerra preventiva, quindi, sulla Siria, per distruggere l'asse Iran-Hezbollah?
  Probabile, come credo potrebbe essere probabile un sostanziale disinteresse militare della Russia, che si troverebbe così a non avere più molti contatti proprio con un pericoloso concorrente petrolifero, l'Iran, che ha politiche ben diverse da Mosca sugli idrocarburi.
  Senza dimenticare, peraltro, che i sauditi stanno facendo già la loro guerra nello Yemen, certo per evitare la pressione di un gruppo sciita come gli Houthy, ma anche e soprattutto per venire in possesso delle nuove (e colossali) riserve petrolifere di Kharkhir e di Najran, a parte il fatto che il 60% del petrolio yemenita è oggi già 'rubato' dall'Arabia Saudita, tramite l'ex-presidente yemenita Mansour Hadi.
  E, ovviamente, lo scontro nello Yemen riguarda anche il controllo dello stretto di Bab-el-Mandeb, il passaggio via mare per 3mila 800 milioni di barili di greggio mediorientale.
  Ma la Stria è comunque grande, polimorfa, da sempre politicamente instabile e, comunque, con aree minoritarie cristiane, druse e sciite o para-sciite che potrebbero rivelarsi un osso troppo duro per realizzare quella guerra-lampo che è sempre nelle corde del pensiero strategico israeliano.
  E, inoltre, data la presenza, oggi, di numerosi armamenti iraniani in Libano e, probabilmente, nelle Alture del Golan, un attacco molto rapido dovrebbe basarsi su un'analisi estremamente attenta delle postazioni e delle forze dei gruppi sciiti da parte dei Servizi israeliani.
  E, comunque, un attacco rapido dovrebbe evitare la contromossa sui confini Nord dello Stato ebraico.
  Quindi, l'unica operazione logica sarebbe, a tutt'oggi, quella di impostare una geopolitica siriana comune con Mosca, che ha interessi paralleli e controlla, sul terreno, le forze sciite. Che è in cerca, proprio Mosca, di un alleato affidabile per contrastare l'ipoteca territoriale iraniana sulla stessa Siria.
  L'accordo di Israele con gli Usa e la Russia, della fine del luglio 2018, ha permesso poi l'accettazione, da parte di Gerusalemme, della presenza dell'esercito siriano al confine del Golan, ma a poco più di ottanta chilometri dalla linea di confine.
  Il che implica che le Forze armate israeliane non entreranno in guerra per minare le prospettive di Mosca e le operazioni siriane, fuori dai confini con Israele. Un'evidente accettazione della protezione russa sulle armate di Assad.
  Gli americani hanno ormai abbandonato anche i loro 'clientes' meridionali, ovvero gli 'jlhadlstl democratici', beato chi ci crede, segno di una ormai verificata impossibilità, da parte degli Usa, di pensare in modo strategicamente corretto.
  Infatti, sia Mosca che Gerusalemme sanno che lo scontro siriano è una guerra che può riguardare tutto il globo. Non il solo Medio Oriente o la solita storia della 'democrazia' contro il 'terrorismo'.
  È stato l'innesco, lo scontro siriano, di una possibile guerra mondiale. Washington ha invece letto la guerra In Siria come una semplice 'war on terror', una sorta di Tavor geopolitico.

- Certo, Israele ha rafforzato molto le sue postazioni nel Golan, ma basterà?
  Non credo. La possibilità dell'Iran (che finanzia e addestra anche il Jihad Islamico a sud di Israele) di avviare uno scontro regionale contro lo Stato ebraico anche dalla Striscia di Gaza è tale da non permettere un'eccessiva fiducia nell'attuale status quo.
  Intanto, c'è l'apertura di Israele in Asia, economica ma anche politica.
  Ovvio, la motivazione di Gerusalemme risiede nel fatto che l'Asia sarà la regione dominante, per l'economia ma anche in senso politico-militare. E qui c'è l'opportunità, da sfruttare in un prossimo futuro, di un nesso geopolitico tra Pechino e Gerusalemme, che potrebbe condizionare facilmente anche il Grande Medio Oriente.
  Le relazioni ufficiali di Israele con i paesi asiatici risalgono tutte, a parte Singapore e Burma, dal periodo successivo alla caduta dell'Urss. L'interscambio economico con la Cina e le altre potenze asiatiche è già rilevante, si tratta infatti di 15 miliardi di dollari. Con le attuali tensioni commerciali tra Cina e Usa, il rapporto tra Cina e Israele potrebbe diventare determinante, soprattutto nel campo dell'alta tecnologia.
  C'è anche in ballo il progetto di una ferrovia Eilat-Ashdod, la Med-Red, una linea che potrebbe una alternativa terrestre al canale di Suez, con effetti strategici notevolissimi e appena immaginabili, oggi. Dove gli Investimenti cinesi sarebbero rilevanti, vista la simmetria geografica e politica della Red-Med con la Nuova Via della Seta.
  Se l'Ue, con le sue attuali leggi commerciali, sostanzialmente punitive nei confronti dello Stato ebraico, rimane un'area sostanzialmente nemica, allora è proprio Israele a aprirsi al commercio asiatico e, in particolare, cinese, che largamente sostituisce l'interscambio con l'Ue.
  Fatti economici, questi, che hanno ampie derivazioni strategiche: Israele si lega,diversamente dalla vecchia Europa 'renana', non raggiunta dalla nuova 'Via della Seta', alla grande area di sviluppo dell'Asta centrale e, quindi, rallenta i suoi legami con gli Usa e, ancora di più, con l'Europa, ormai ipocritamente antisemita.
  L'Asia è quindi una sorta di polizza di assicurazione, anche geopolitica, dello Stato ebraico nel confronti dell'Occidente, che sarà sempre meno amichevole in futuro. E, in ogni caso, Israele potrà sempre aprirsi canali preferenziali ad Est, qualora essi si chiudano ad Ovest.
  Ma lo stato ebraico non vuole certo diminuire oggi i suoi rapporti con gli Usa e con l'Europa, anche se aumenteranno certamente le relazioni, anche di tipo securitario, di Gerusalemme con l'Est.
  Se, quindi, i rapporti con Washington si raffredderanno, anche dal punto di vista politico, Israele potrebbe aprire buoni contatti con l'India, mentre la Cina, a causa dei suoi ottimi rapporti con l'Iran, potrebbe non essere il partner esclusivo di Gerusalemme con l'Oriente.
  Sempre sul plano regionale, potrebbe essere utile una soluzione a lungo termine, se non definitiva, della questione palestinese.
  Se non si securizzano i confini tra lo stato ebraico e l'Autorità nazionale palestinese (Anp), quel nesso strategico sarà sempre usato come spina nel fianco nei confronti di Israele, che non potrà mai diventare attore globale se non si libererà rapidamente delle vecchie memorie geopolitiche di tante guerre regionali.

- Come si può risolvere la tensione con i palestinesi, che potrebbe essere sfruttata, in futuro, da chiunque voglia indebolire lo stato ebraico?
  La soluzione di mettere l'Anp in mano alla Giordania è poco razionale. Il regno bashemita non ha la solidità economica e, forse, nemmeno quella militare, per ingoiare tutta l'area palestinese. Può certo diventare, Amman, un elemento di controllo dei territori palestinesi, ma non di più.
  La soluzione dello Stato da costruire è comunque ormai fallita, e non certo per colpa di Israele.

- Allora?
  Si potrebbe pensare ad un'area controllata, sostenuta economicamente dai Paesi islamici, pro quota, ma non certamente dall'Iran.
  Altre vie non le vedo. Certo, però, è che il rafforzamento di buone relazioni economiche con l'Egitto, la Giordania, persino con l'Arabia Saudita, sarebbe utile anche per la risoluzione della querelle palestinese.
  Un altro elemento da non dimenticare è la superiorità strategica dello Stato ebraico nell'ambito della cybersecurity attiva e passiva, che può eliminare duramente molte tensioni prima che sorgano.
  Certamente, la guerra cyber è, per lo Stato ebraico, la possibilità di depotenziare le reti infrastrutturali e protettive del nemico tanto da non renderlo capace di combattere. È anche certo che Israele è un leader mondiale in questo settore, ma deve sempre mantenere il passo, la rapidità delle trasformazioni in questo campo è massima.
  Ma stanno anche arrivando i cyber-mercenari, e qui ci sarà da lavorare moltissimo. Ovviamente, anche se l'eccellenza della cyber strategy israeliana è notoria, occorrerà mantenere e migliorare ancora il livello e, soprattutto, dirigere le operazioni a distanza verso nemici e avversari, anche temporaneamente, ma nuovi e mai attenzionati prima.
  I nemici cambiano, ma è bene non fidarsi mai dell'amicizia eterna.
  Sarà bene, comunque, allontanarsi oggi dal modello occidentale della 'società spettacolo', che porta fuori dalla formazione tecnica, scientifica, razionale e storica i giovani, come oggi accade anche in Israele, e ritornare allo stile dei padri e dei nonni, con una migliore formazione scolastica e, quindi, una più efficace 'nazionalizzazione delle masse' anche nelle Forze armate.
  Sarà poi necessario investire ancora di più nella scuola e nell'università anche se, in Israele, non sono ancora arrivati allo stato disastroso di moltissimi stati europei e, soprattutto, dell'Italia.
  Sarà anche molto utile migliorare il rapporto tra università e sistema produttivo e militare. È molto difficile tutto questo, ma credo proprio che lo Stato ebraico ce la farà, ancora una volta.

* Honorable de l'Académie des Sciences de l'Institut de France; presidente di Intemational World Group

(Nuovo Corriere Nazionale, 20 gennaio 2019)


Shoah, il treno dei lager arriva a Ostia

di Arianna Di Cori

 
Non un evento di un giorno. Commemorare la tragedia dell'Olocausto è un esercizio collettivo che deve trovare una continuità del tempo. E la decima edizione della rassegna "Arte in Memoria", curata da Annachiara Zevi, punta proprio a questo: coinvolgere la comunità degli artisti perché trasformi un luogo di culto in luogo di cultura, ripopolandolo con visioni ispirate alla storia e radicate nell'attualità. Alla mostra, da oggi fino al 14 aprile nella sinagoga di Ostia Antica, quest'anno partecipano l'italiana Ruth Beraha, l'austriaco Norbert Hinterberger, il polacco Zbìgniew Libera, Karyn Olivier (Trinidad e Tobago) che, così come i 46 artisti che hanno esposto nelle 9 edizioni precedenti, creeranno un lavoro appositamente per il luogo sul tema della memoria. Grandi installazioni: dalla lunghissima rotaia di Libera a fianco del cancello (nella foto) al grande muro-lavagna di Olivier lungo la cancellata che separa la Sinagoga dalla strada ad alta percorrenza, fino alla grande buca dove è caduto Golia colpito da Davide di Beraha e l'anomalo capitello poggiato da Hinterberger in prossimità delle quattro alte colonne all'ingresso della Sinagoga. Peccato che in 20 anni di storia di una rassegna che nelle scorse edizioni ha ospitato, tra gli altri, Sol Le Witt e Liliana Moro, le istituzioni pubbliche sembrino defilarsi, almeno dal punto di vista economico. «È scandaloso che un evento come questo debba rivolgersi agli istituti di cultura stranieri - chiosa Zevi - nemmeno il Comune di Roma ha contribuito». Eppure il Campidoglio ha finanziato il ripristino delle 20 pietre d'inciampo rubate a Rione Monti lo scorso dicembre, progetto anch'esso curato da Arte in Memoria. "Il motivo è che le pietre d'inciampo danno al Comune più visibilità", conclude Zevi.

(la Repubblica - Roma, 20 gennaio 2019)



Dialogo tra cattolici ed ebrei: l'attualità del libro di Ester

di Michela Altoviti

E' una donna, Ester, la protagonista del libro biblico scelto per orientare le riflessioni della XXX Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei che è stata celebrata il 17 gennaio. In diocesi ha avuto luogo nel pomeriggio un incontro alla Pontificia Università Lateranense: in un dialogo a due voci, si sono confrontati sul significato della vicenda di questa giovane orfana ebrea deportata in terra straniera - la cui situazione a un certo punto cambia in modo radicale tanto da diventare la regina e la salvatrice di una grande potenza mondiale - Riccardo Di Segni rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, e Nuria Calduch Benages, docente di Antico Testamento alla Pontificia Università Gregoriana e membro della Pontificia commissione biblica. A moderare i lavori, monsignor Giuseppe Pulcinelli, biblista e responsabile diocesano per i rapporti con l'ebraismo. «Questo piccolo-grande rotolo», ha chiosato Di Segni mostrando una pergamena antica, «assume nell'ebraismo un ruolo liturgico e istituzionale ben preciso e se è vero che anche gli altri quattro rotoli sono legati ciascuno ad una ricorrenza del calendario ebraico, nel caso di Ester il legame è più forte ed è attestato da un obbligo preciso di lettura ripetuta e preceduta da formule di benedizione». In particolare, l'esegesi rabbinica evidenzia in questo testo «la dinamica tra ciò che appare e il nascondersi - ha continuato -: non compare mai esplicitamente un nome divino, solo una volta con una tenue allusione, e ciò rappresenta l'apparente invisibilità e assenza di Dio nella storia, in contrasto con la prepotente presenza del potere umano». La storia di Ester è infatti alla base della festa ebraica di Purim in cui si fa memoria della presenza velata e salvifica di Dio".
   Ancora, Di Segni ha posto l'attenzione sulla protagonista femminile sottolineando come la tradizione accosti la figura di Ester a quella della matriarca Sara: di entrambe il testo biblico sottolinea la bellezza fisica e la saggezza morale.
   Anche Calduch-Benages ha associato il personaggio di Ester a quello di altre due donne sagge della Bibbia, identificate unicamente con la propria città di origine. A differenza della regina Ester, la donna di Tekoa e quella di Abel «non eccedono per la loro bellezza - ha sottolineato - né per la loro condizione sociale» mentre «tutte e tre si distinguono, invece, per la loro sapienza, manifestata nell'abilità oratoria: servendosene, queste donne lavorano e operano per la salvezza e la pace del loro popolo, rischiando la vita e mettendosi a servizio del bene comune con coraggio».
   Monsignor Marco Gnavi, incaricato dell'Ufficio diocesano per l'ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti, al termine dell'incontro ha evidenziato l'importanza delle provocazioni proposte dai relatori e come «il tema della insperata liberazione del popolo ebraico dallo sterminio stabilito dal primo ministro Haman, sventato per mano della regina Ester, sia quanto mai attuale a motivo delle minacce che la comunità ebraica subisce purtroppo ancora oggi».

(Avvenire, 20 gennaio 2019)


E' vero che...?
  1. E' vero che il popolo ebraico è stato formato da Dio in modo unico e diverso da tutti gli altri ed è un suo strumento per la sua azione nel mondo?
  2. E' vero che il Messia promesso nelle Sacre Scritture del popolo ebraico è il Gesù di cui parlano i Vangeli?
  3. E' vero che la terra ora indicata come Israele e Palestina appartiene di diritto biblico e giuridico al popolo ebraico, quali che siano i fatti storici passati e presenti che possano far pensare il contrario?
Questa redazione risponde SÌ a tutte e tre le domande, ma si può essere certi che il complesso delle risposte dividerebbe trasversalmente tutte le società: quella ebraica, quella cristiana e quella laica.
L'articolo che presentiamo qui di seguito in cornice è stato scritto nel marzo del 2001, proprio quando cominciava a nascere "Notizie su Israele", a conferma del fatto che in questo sito la "questione ebraica" è sempre stata intesa come una questione di verità, non di modi. NsI


E' violenta la verità?

di Marcello Cicchese
    Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce». Pilato gli disse: «Che cos'è verità?» (Giovanni 18.37-38)
 E' utile parlare di verità?
  Il pretorio di un governatore romano, con la folla fuori che rumoreggia e le autorità religiose che chiedono la condanna a morte di un loro connazionale, non sembra essere il luogo adatto per un'ordinata e pacata discussione sulla verità. Così almeno potrebbe sembrare a noi, che dagli anni passati a scuola abbiamo forse ereditato l'impressione che discutere sul tema della verità sia un'esercitazione intellettuale da lasciare a persone che hanno tempo e voglia di farlo o, al massimo, da riservare a momenti particolarmente tranquilli della nostra vita.
  Di verità invece bisogna parlare, e bisogna parlarne come ne parla la Scrittura, perché è tutt'altro che un argomento ozioso. Oggi si preferisce parlare d'amore, perché nell'opinione corrente l'amore unisce, mentre la verità divide. Salvo poi a scoprire, davanti a un tribunale, che l'amore di cui tanto si parlava non era vero amore. La disprezzata verità entra allora in scena e a questo punto si rivela utile, perché viene impugnata come un randello per bastonare l'altro con il lungo elenco dei suoi veri torti.
  Dopo di che intervengono i professionisti del soccorso psicologico, i quali spiegano ai contendenti che nelle disturbate relazioni interpersonali l'elemento che più di altri contribuisce a peggiorare la situazione è proprio il riferimento alla verità.
    "Il fatto di introdurre dei concetti "vero o falso", "bugia o verità", immette all'interno di qualsiasi relazione un elemento molto negativo e fastidioso; nel caso della relazione di aiuto, dove uno è un professionista e l'altro è la persona che chiede aiuto, la situazione diventa veramente molto grave".
Chi si richiama alla verità è un "dogmatico" - secondo questa visione - e il suo dogmatismo lo rende rigido, intollerante, tendenzialmente violento, perché convinto di potersi e doversi riferire a una realtà esterna, oggettiva, al di sopra delle parti. Ma per alcuni questo non è possibile, e quindi lo stesso professionista deve stare ben attento a non assumere l'atteggiamento dogmatico di chi pensa di avere una verità da trasmettere alla persona che sta curando, perché è proprio il dogmatismo la malattia più grave da cui il paziente deve essere guarito.
    "In realtà noi non possiamo passare al paziente niente di nostro, possiamo solo aiutarlo a trasformarsi da dogmatico in scettico".
Conseguenza inevitabile e disastrosa del dogmatismo è il moralismo, con il quale si vorrebbe dire ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
    "Il rischio più grave è il tentativo di «moralizzare»: in un rapporto di aiuto non deve infatti esistere nessun tipo di giudizio di valore".
    "Tutte le volte che si dice «devi», «bisogna», «si deve», «ma come si fa a non capire che...», tutte le volte che si introducono elementi di questo tipo si introduce un giudizio di valore, un giudizio morale. In una relazione di aiuto questo è disastroso. La gente non desidera essere giudicata, e men che meno desidera essere duramente castigata. Quasi sempre si è già data da sola dei giudizi di valore, e in ogni caso non viene a cercare aiuto perché qualcuno alzi il dito e gli dica cosa dovrebbe fare".

 Dogmatici intransigenti e scettici tolleranti
  Dogmatismo e moralismo sarebbero dunque conseguenze inevitabili e nocive del richiamo ad una verità assoluta, immutabile nel tempo e universale nello spazio.
  Convinzioni di questo tipo sono correnti non solo nell'ambito della cura psicologica della persona, ma anche nella sfera delle relazioni politiche. Un esempio eloquente è dato dall'attuale crisi mediorientale. Due popoli, gli ebrei e gli arabi, rischiano di provocare una carneficina mondiale perché entrambi si riferiscono ad una verità religiosa assoluta e immutabile che li obbliga a rivendicare per sé il medesimo pezzo di terra. Il loro dogmatismo intransigente, basato sulla pretesa di sapere con certezza assoluta a chi Dio ha dato quella terra, li spinge alla violenza. Se qualcuno potesse guarirli dal loro dogmatismo e riuscisse a trasformarli in scettici tolleranti molti guai potrebbero essere evitati. Così pensano alcuni, anche tra gli ebrei e gli arabi "illuminati".
  La domanda "Che cos'è verità?" è quindi tutt'altro che l'esercitazione oziosa di una mente troppo filosofica. Alcuni sostengono che nel mondo biblico-ebraico il termine "verità" ha una connotazione più morale che conoscitiva. In parte questo può essere vero. Nella Bibbia infatti il contrario di verità non è "errore", ma "menzogna", con tutti gli aspetti di colpevolezza che questo termine implica. Gesù parlò di verità quando disse ai Giudei: "Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Giovanni 8.31-32). E nominando il diavolo come colui che si oppone alla verità disse: "Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna" (Giovanni 8.44).
  Ma non bisogna credere che il tema della verità possa esaurirsi in una discussione sui corretti comportamenti che popoli e persone dovrebbero tenere per assicurare a tutti una pacifica e civile convivenza. Questo è ciò che pensano gli scettici laici del nostro tempo, che intimamente si compiacciono del loro pragmatismo utilitarista e considerano le cosiddette verità religiose assolute come moleste pastoie che possono essere benevolmente sopportate fino a che si presentano in forma di folcloristici costumi locali, ma che devono essere fermamente combattute quando minacciano la tranquillità della vita sociale.

 La natura personale-giuridica della verità
  La verità di cui parla la Bibbia ha un carattere che si potrebbe dire personale-giuridico. Non risponde in primo luogo alla domanda "che cosa?" (atteggiamento teoretico) o alla domanda "come?" (atteggiamento utilitaristico-morale), ma a domande del tipo: "Chi?", "Chi è?"; e subito dopo: "Che cosa ha detto?", "Che cosa ha fatto?", "Che cosa vuole?". E' in risposta a domande come queste che si pone il problema della verità e della menzogna. I popoli antichi non mettevano in dubbio che ci fossero degli dèi, cioè delle potenze celesti che avevano potere sugli uomini e sulla terra, ma la domanda era: "Chi è il più forte?", "Chi comanda?". "Chi bisogna ingraziarsi?". La Scrittura risponde che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è l'unico che "nel principio" "creò i cieli e la terra" (Genesi 1.1), e di conseguenza "gli dèi che non hanno fatto i cieli e la terra scompariranno dalla terra e da sotto il cielo" (Genesi 10.11). Questa è la verità, e chi dice il contrario mente.
  Ma questo Dio, che è l'unico Creatore dei cieli e della terra, ha parlato e tuttora parla. Sorgono allora altre domande: "A chi ha parlato?", "Che cosa ha detto?" "Che cosa dice?" La verità si trova nella risposta a queste domande, perché la verità è, per definizione, quello che il Creatore del cielo e della terra dice, cioè la sua Parola. Chi non accetta questa parola e ne diffonde un'altra si trova automaticamente fuori dalla verità, e non è soltanto qualcuno che sbaglia in buona fede, ma è un bugiardo.
  Il problema della verità si pone dunque in relazione alla Persona di "Colui che parla" (Ebrei 12.25) ("Chi è?") e al contenuto della sua Parola ("Che cosa ha detto?").
  Cominciò per primo il serpente, nel giardino di Eden, a fare domande intorno alla verità quando chiese alla donna: "Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?" (Genesi 3.1). Ecco il problema: "Che cosa ha detto Dio?" E qui fa il suo ingresso nel mondo il contrario della verità, cioè la menzogna. "No, non morirete affatto" (Genesi 3.4), disse il serpente, e si rivelò come "bugiardo e padre della menzogna" (Giovanni 8.44).
  Il problema della verità fu posto ancora dal faraone d'Egitto in un contesto tutt'altro che filosofico. A Mosè ed Aaronne che gli comunicavano:"Così dice il Signore, il Dio d'Israele: Lascia andare il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto", il faraone rispose con durezza: "Chi è il Signore che io debba ubbidire alla sua voce e lasciare andare Israele? Io non conosco il Signore e non lascerò affatto andare Israele" (Esodo 5.1-2), e concluse negando la verità delle parole udite dicendo: "Questa gente sia caricata di lavoro e si occupi di quello, senza badare a parole bugiarde" (Esodo 5.9).

 La verità si è manifestata agli uomini
  l problema della verità si è presentato al mondo, insieme con la sua soluzione, in modo decisivo e definitivo quando "la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità" (Giovanni 1.14). A un certo punto del suo ministero Gesù chiese ai discepoli: "Chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?" ed essi risposero: "Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti". E allora rivolse loro direttamente la domanda: "E voi, chi dite che io sia?" . Conosciamo la risposta di Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Matteo 16.13-16).
  La verità dunque è apparsa agli uomini nella Parola di Dio fatta carne, e davanti alla domanda: "Chi è Gesù?", Simon Pietro, per rivelazione del "Padre che è nei cieli", rispose secondo verità. Si potrebbe dire, usando un linguaggio attuale, che Pietro fece una corretta "confessione di fede". Non sembra però che questo sia stato sufficiente per fare di lui un fedele seguace di Gesù.
  Usando le parole del faraone, si potrebbe dire che Pietro, dopo aver riconosciuto chi è Gesù, si rifiutò di ubbidire alla sua voce. Nell'episodio della trasfigurazione il Padre rese testimonianza a Gesù dicendo: "Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo" (Matteo 17.5). Non basta dire la verità su chi è Gesù; bisogna anche ascoltarlo, cioè agire in modo conforme alla verità della sua parola. Dopo aver riconosciuto chi è Gesù, Pietro avrebbe dovuto "camminare nella verità" (2 Giovanni 1.4) ascoltando le parole di Colui che aveva riconosciuto come Messia e Figlio del Dio vivente. Invece da quel momento cominciò a contrastare ripetutamente le parole di Gesù, mostrando di essere piuttosto all'ascolto dei suggerimenti di Satana, il padre della menzogna, fino al punto di farsi suo portavoce presso Gesù. Questo conferma che si può "professare di conoscere Dio" e "rinnegarlo con i fatti" (Tito 1.16). Pietro sfuggì alla tentazione di Satana soltanto quando riconobbe, con umiliazione, la verità delle parole di Gesù: "Prima che il gallo abbia cantato due volte, tu mi rinnegherai tre volte" (Marco 14.72).
  Il problema della verità si presentò a Pilato, in una forma chiaramente personale-giuridica, quando gli misero davanti quel Rabbi giudeo di controversa fama. In qualità di magistrato romano, Pilato doveva prendere le sue decisioni sulla base di risposte a domande come: "Chi è Gesù?", "Che cosa ha detto?", "Che cosa ha fatto?", "Che cosa vuole?" Si stava svolgendo un processo, sia pure sommario, e l'aula di un tribunale è la sede adatta per discutere il problema della verità. Tutte le persone coinvolte sono tenute a dire o a riconoscere la verità; dopo di che si esegue la sentenza.
  Nel processo di Gesù la verità fu ripetutamente calpestata da diversi falsi testimoni, ma non fu questo che fece condannare il Signore Gesù: la sua morte non fu la conseguenza di un errore giudiziario. Alle domande: "Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?" (Marco 14.61), "Sei tu il re dei Giudei?" (Marco 15.2) Gesù rispose con verità, dicendo che era venuto nel mondo "per testimoniare della verità" (Giovanni 18.37). E per questo fu condannato. Non furono le menzogne dei falsi testimoni a provocare la morte di Gesù, ma la verità uscita dalla sua bocca.
  Questo conferma la natura personale-giuridica della verità, che viene contrastata non dall'errore teoretico-scientifico, ma dalla menzogna che provoca ingiustizia. Se Dio ha parlato e attraverso la Sacra Scrittura da Lui ispirata ha rivelato agli uomini la verità intorno a fatti storici, naturali, morali, chi si oppone alla sua rivelazione in nome di qualche altra autorità non è un onesto ricercatore che vuole stabilire il reale svolgersi dei fatti o un sincero pensatore che vuole comprendere il mutare dei costumi, ma è un bugiardo, un falso testimone che sostituisce la parola di verità proveniente da Dio con la parola di menzogna proveniente da uomini. Un giorno la verità sarà ristabilita, e a questo non seguirà la pubblicazione di un articolo su qualche rivista scientifica o teologica, ma la verbalizzazione di una sentenza pronunciata dalla giuria di un tribunale. Gli uomini non sanno che con le loro dissertazioni culturali e morali riempiono verbali che un giorno saranno letti, esaminati e valutati. E il tutto si concluderà con una sentenza definitiva a cui non si potrà interporre appello.

 La verità soffocata dall'ingiustizia
  Ma oggi, nel tempo della pazienza di Dio, le parti si presentano invertite. Spesso, come nel caso di Gesù davanti a Pilato, è la verità ad essere posta sotto accusa da qualche tribunale umano. Ma le sedi giuridiche in cui gli uomini tentano di soffocare la verità con l'ingiustizia sono anche i luoghi in cui Dio vuole che i suoi servitori siano testimoni della verità, avendo la promessa di una particolare assistenza da parte dello Spirito Santo (Marco 13.9-11). "Dare la propria testimonianza" significa essere testimoni di Gesù Cristo, non di sé stessi, ed è bene ricordare che il termine "testimone" appartiene al linguaggio giuridico dei tribunali, non a quello artistico dei teatri. Alle testimonianze segue una sentenza, non un applauso.
  Eppure Pilato non voleva condannare Gesù. Da buon cittadino romano era attento soprattutto alle questioni di potere; quanto alle cose religiose poteva essere considerato uno scettico tollerante. Fosse stato per lui, Gesù avrebbe potuto essere liberato. In bocca sua la frase "Che cos'è verità?" forse significava: "Piantiamola una buona volta con tutte queste beghe intorno alla verità e cerchiamo di essere persone pratiche e di buon senso". Ma il fanatismo religioso dei Giudei e l'insistenza con cui Gesù continuava a presentarsi come testimone della verità gli avevano reso impossibile resistere alla pressione delle autorità religiose e della folla, pena il rischio di essere denunciato come nemico di Cesare. Non era certo un pacifista integrale, Pilato, ma in quel caso la violenza gli sembrava proprio inutile. Non voleva crocifiggere Gesù e avrebbe potuto non farlo. E tuttavia lo fece. Perché? Quale forza glielo impose?
  Erode e Pilato divennero amici dopo la condanna di Gesù (Luca 23.12), forse perché le loro storie avevano qualcosa in comune. Entrambi erano stati spinti a uccidere qualcuno contro la loro volontà. Erode non avrebbe voluto uccidere Giovanni Battista e Pilato non avrebbe voluto uccidere Gesù, ma entrambi lo fecero perché non vollero ascoltare la voce della verità che li spingeva ad agire secondo giustizia. Di conseguenza furono costretti a praticare l'ingiustizia soffocando la verità (Romani 1.18). Gesù aveva detto: "Per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce" (Giovanni 18.37). Davanti alla verità che gli stava davanti nella persona e nelle parole di Gesù, Pilato aveva voluto rimanere in una posizione neutrale, distaccata, e di fatto era caduto sotto il potere della menzogna. Non aveva capito in che senso Gesù si proclamava re dei Giudei, ma certamente aveva capito che glielo avevano consegnato "per invidia" (Marco 15.18) e che i suoi accusatori mentivano. Ma invece di mettersi decisamente dalla parte della verità liberando Gesù e castigando i testimoni bugiardi (Deuteronomio 19.16-19), Pilato aveva cercato un compromesso con la menzogna: non lo avrebbe ucciso e non lo avrebbe assolto, si sarebbe limitato a farlo flagellare. Ma il suo tentativo di rimanere equidistante dagli "opposti estremismi" di coloro che forse considerava come fanatici religiosi non gli riuscì: poiché non era interessato alla verità ma al potere, fu costretto da colui che è il "padre della menzogna" (Giovanni 8.44) a usare il potere per soffocare la verità con l'ingiustizia.

 Da che parte viene la violenza?
  E' dunque violenta la verità? Viene inevitabilmente spinto alla violenza chi vuole attenersi alla verità? Nel processo di Gesù chi ha finito per usare violenza?
  Non è la verità che genera violenza, ma la menzogna, sia quando assume la forma dogmatica della contrapposizione frontale alla verità in nome di un'altra "verità" con la quale si vogliono difendere interessi inconfessabili, come hanno fatto i Giudei con Gesù, sia quando assume la forma dello scetticismo tollerante che mira a dissolvere il concetto stesso di verità per sostituirlo con un nebuloso e bonario pragmatismo che qualcuno vorrebbe chiamare "amore", mentre in realtà è soltanto voglia di potere, come mostra l'esempio di Pilato.
  Chi non "è dalla verità" (Giovanni 18.37) non si trova sul terreno di una pacifica neutralità ma su quello della violenta menzogna, che può essere religiosamente dogmatica o laicamente scettica. Se in altri tempi (medioevo "cristiano") e in altre culture (islam) la menzogna ha usato e usa ancora la violenza brandendo l'arma di una verità distorta, nel nostro tempo e nella nostra cultura postmoderna la menzogna sta producendo germi di violenza che si sviluppano sulla carcassa di una verità dissolta. Osservatori attenti, anche tra i non cristiani, da tempo avvertono che il vuoto prodotto dall'abbandono del riferimento ad una verità assoluta sarà prima o poi colmato dall'assunzione di un potere assoluto. Il clima "dolce" promosso e diffuso dalla New Age si presta bene a disgregare, insieme con la verità, anche la personalità degli individui e a renderli adatti per essere asserviti a un potere tirannico.
    "Se un giorno sorgerà un governo mondiale, avrà sicuramente bisogno di un'ideologia per legittimarsi e vi sono buone possibilità che la New Age possa rappresentare questa ideologia. Possiamo sorridere a questa idea e pensare che quel giorno è ancora lontano. Conviene però fare molta attenzione, perché questi fantasmi planetari non sono solo innocenti fantasie ... La nostra ipotesi è che la New Age stia per varare una nuova forma di totalitarismo."
E' un'ipotesi che non dovrebbe sembrare strana a noi cristiani. Non dice forse la Scrittura che un giorno farà la sua comparsa in scena "l'uomo del peccato, il figlio della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando sé stesso e proclamandosi Dio" (2 Tessalonicesi 2.3-4)?
  Gesù, che è la verità e davanti a Pilato ha testimoniato della verità, non ha usato violenza, ma l'ha subita. La verità di Dio porta amore, non violenza; ma chi resiste all'amore di Dio si oppone alla verità con la forza della menzogna, ed è questa che genera violenza. Chi vuole comunicare agli uomini la verità dell'amore di Dio, manifestatosi nella persona del Signore Gesù, deve essere pronto a subire violenza, non a farla.

 Il compito di chi annuncia il vangelo
  E' necessario allora che gli annunciatori del vangelo abbiano la franchezza di dire sempre che la verità è una sola. Non è sufficiente che io dica: "Gesù è il mio Signore e il mio Salvatore", perché alle orecchie di molti questo significa che ho voluto comunicare loro la mia verità, quella mi ha soddisfatto e reso felice. Di questo tutti sono disposti a rallegrarsi, come quando mi sentono dire con orgoglio, mentre sollevo un bambino di pochi mesi: "Questo è mio figlio". Ma guai a me se poi aggiungo che "c'è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo" (1 Timoteo 2.5) e che "in nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati" (Atti 4.12). Questo può dare fastidio e provocare stizzite reazioni, che un giorno potrebbero anche portare a forme di repressione.
  Ma proprio per questo coloro che vogliono annunciare agli altri l'unica buona notizia che può salvare gli uomini dall'eterna perdizione, e vogliono farlo in modo onesto e credibile, devono mantenersi in una posizione di umana debolezza, che può anche significare essere fraintesi e disprezzati. Devono essere disposti a patire torti, non cercare di ottenere privilegi. In un mondo dominato dalle informazioni, questo può anche significare la rinuncia a curare premurosamente la propria immagine pubblica. Voler attirare troppo l'attenzione sulla propria "identità" rivela soltanto il desiderio di avere un piedistallo su cui salire per essere approvati e ammirati. Si comincia col dire che si sale per predicare meglio la verità e si finisce con il rimanerci perché si sta più comodi. E una volta che si è preso gusto alla comodità, anche la verità comincia ad essere guardata con altri occhi. Il "buon deposito" resta tale, ma nell'annuncio si comincia a selezionarne i contenuti, accantonando quelli "secondari" e "negativi" per sottolineare quelli "fondamentali" e "positivi", che spesso sono anche quelli che non provocano noie e consentono di rimanere sul piedistallo.
  Il testimone è chiamato a dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. La verità che annuncia è una realtà d'amore che porta la vita agli uomini, ma il testimone fedele sa che potrebbe incontrare la reazione d'odio della morte. In quel caso non reagirà con violenza, ma sarà disposto a subire violenza, sapendo che anche questo darà forza alla verità del messaggio di Gesù Cristo , morto in croce per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione.

"... portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo; infatti, noi che viviamo siamo sempre esposti alla morte per amor di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Di modo che la morte opera in noi, ma la vita in voi" (2 Corinzi 4.10-12).
(da "Il Cristiano", marzo 2001)

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Monito russo a Israele: «Gli attacchi all'aeroporto di Damasco devono cessare»

Gli attacchi israeliani all'aeroporto di Damasco non verranno più tollerati. E' questo il monito lanciato da alcuni funzionari russi a Israele attraverso le pagine del giornale arabo con sede a Londra Al-Quds Al-Arabi subito ripreso dai media israeliani.
Secondo il quotidiano arabo i russi sarebbero infuriati con Israele in special modo dopo l'ultimo attacco israeliano all'aeroporto di Damasco che ha distrutto un importante deposito di armi e missili iraniani probabilmente destinati a Hezbollah.
Citando quelli che sono definiti "tecnici russi" il giornale arabo riferisce che il nervosismo russo sarebbe dovuto al fatto la Russia sta cercando di riportare l'aeroporto di Damasco alla completa funzionalità e alla normalità, due operazioni che sarebbero rese difficili dagli attacchi aerei israeliani.
Più probabilmente il disappunto russo è dovuto al fatto che nonostante il posizionamento di batterie di missili S-300 gli israeliani hanno continuato imperterriti a colpire obiettivi iraniani in Siria senza incontrare il minimo problema.
Non si spiega altrimenti il monito rivolto a Israele per i suoi attacchi e il contemporaneo silenzio sui voli iraniani carichi di armi e missili che atterrano regolarmente a Damasco, che poi sono all'origine degli attacchi israeliani.

 Il silenzio di Gerusalemme
  Quello riportato dal giornale arabo è solo l'ultimo dei moniti lanciati da Mosca nei confronti di Israele. In altre occasioni la Russia si era fatta sentire protestando vivacemente per gli attacchi israeliani in Siria arrivando infine a trasferire alcune batterie di S-300 in Siria a seguito di un incidente che portò all'abbattimento di un aereo russo da parte della contraerea siriana.
Israele non ha mai replicato a parole alle minacce russe. In compenso ha proseguito con i suoi attacchi contro obiettivi iraniani e di Hezbollah in Siria senza curarsi degli S-300.
Anche in questo caso a Gerusalemme tutto tace nonostante le richieste di una risposta da parte di alcuni media israeliani. La strategia non cambia e colpire obiettivi iraniani e di Hezbollah in Siria rimane prioritario a dispetto delle minacce russe.
Tra i denti si sussurra solamente che se i russi vogliono che Israele interrompa i suoi attacchi contro le infrastrutture iraniane in Siria dovrebbero impedire agli iraniani di trasferire armi in territorio siriano. Insomma, chi è causa del suo mal pianga se stesso.

(The World News, 19 gennaio 2019)


Un metro di neve nei monti d'Israele

Fortissime nevicate hanno colpito nei giorni scorsi le alture del Libano ed Israele, provocando forti disagi alla circolazione ed alla popolazione.
Non tutti sanno che esistono stazioni sciistiche anche in Israele ed in Libano, grazie alla posizione delle montagne che, durante l'inverno, intercettano i venti umidi e freddi provenienti dall'Egeo, scaricando abbondanti nevicate sulle cime dei rilievi.
Tuttavia, e abbastanza raro che possa giungere una tempesta come quella avvenuta lo scorso 9 gennaio, quando oltre un metro di neve fresca e caduto sul Monte Hermon, in Israele.
Il Monte Hermon, è un'altura posta al confine tra Israele, Siria e Libano, e raggiunge la considerevole altezza di 2814 metri.
Già citato nella Bibbia, la neve cade piuttosto abbondante nella stagione invernale, e, grazie all'altitudine, la montagna resta priva di neve solamente d'estate.
Da qui nascono diversi fiumi, tra cui il noto fiume Giordano, che sbocca nel Mar Morto, un bacino d'acqua salata che è posto a ben 397 metri al di sotto del livello del mare.
Proprio a causa delle abbondanti precipitazioni, il Mare di Galilea e aumentato di 20 cm di altezza, avvicinandosi al limite rosso di pericolo di esondazione.
Alcune zone del Fiume Giordano hanno avuto un flusso di portata di 100 m/cubi al secondo, un record per gli ultimi 5 anni.
Le parti più basse del Monte Hermon hanno visto cadere 90 cm di neve in tre giorni di bufera, un evento che non capitava da parecchi anni.
Si prevede l'apertura della locale stazione sciistica in tempi brevissimi.

(Previsioni Meteo, 19 gennaio 2019)


Un ex generale sfida Netanyahu: "Israele prima di ogni cosa"

 
                                                                Per me Israele viene prima di tutto.
                                                                Unisciti a noi e apriremo una nuova via.
                                                                Perché abbiamo bisogno di cose diverse
                                                                e faremo cose diverse...
                                                                Penso di aver parlato troppo

Questa volta niente basco rosso in testa, niente divisa addosso: Binyamin Gantz si mostra agli israeliani senza l'uniforme dei paracadutisti che l'ha sempre contraddistinto nelle immagini pubbliche, parlando in un video di 17 secondi in cui annuncia la sua candidatura. È tempo di elezioni in Israele, il 9 aprile si vota e dunque ad un Benjamin Netanyahu che corre per una riconferma fanno da contraltare i suoi sfidanti. Tra questi, per l'appunto, dalle scorse ore c'è Binyamin Gantz.

 Chi è Binyamin Gantz
  Il suo è un nome noto in Israele in quanto per anni è stato capo delle forze armate. Dal 2011 al 2015 è lui il ventesimo capo di stato maggiore dell'esercito israeliano, apice di una carriera militare iniziata nel 1977 tra i paracadutisti. Ed è lì che si forma, partecipando a tutte le varie più importanti operazioni militari che il paese ebraico affronta negli ultimi trent'anni. Classe 1959, tra gli incarichi più delicati a lui affidati, figura quello di comandante della divisione Giudea e Samaria tra il 2000 ed il 2002 e dunque nel pieno della seconda intifada. Diverse anche le mansioni nel delicato confine settentrionale, infine per l'appunto la direzione dell'esercito israeliano. Un incarico quello affidatogli da Ehud Barak, all'epoca ministro della difesa e leader dei laburisti.
  E Gantz avrebbe, anche se dal passato non emergono conferme del diretto interessato in merito, delle preferenze per il partito laburista negli anni della sua carriera militare. Adesso la svolta in politica, ma a capo di un partito di recente formazione. Il suo obiettivo è puntare molto sul proprio livello di popolarità: la fama tra gli israeliani infatti è quella di un militare integerrimo, un baluardo contro la dilagante corruzione.

 La corsa con Hosen L'Yisrael
  "Israele prima di ogni cosa" è il motto che pronuncia Binyamin Gantz nel suo video e che scorre nelle immagini al termine dei suoi diciassette secondi di discorso. Uno slogan che potrebbe sembrare trumpiano e che proietterebbe a prima vista il suo partito verso destra. In realtà la formazione politica, novità di queste elezioni, si proclama centrista: Hosen L'Yisrael, Resistenza per Israele, vuole raccogliere i voti moderati di chi appare sfiduciato dai dieci anni di Netanyahu al potere. Quest'ultimo però non sembra preoccupato. Il sistema elettorale israeliano al momento gli permette di dormire sonni tranquilli: il suo Likud è accreditato secondo i sondaggi della maggioranza relativa, almeno 31 seggi su 120 alla Knesset. Raschiando tra i vari partiti di centro destra e della destra religiosa, non dovrebbe avere difficoltà a mettere in piedi una coalizione di almeno 61 membri per avere la maggioranza e quindi il nuovo incarico. Lo stesso premier ha affermato che, in caso di maggioranza relativa del Likud, la coalizione nella prossima legislatura sarà una fotocopia dell'uscente.
  Ma Gantz non si dà per vinto. È bene ricordare che in Israele non esiste l'elezione diretta del primo ministro, ma la popolarità di cui gode l'ex militare potrebbe essergli ugualmente d'aiuto. Il suo obiettivo infatti è fa guadagnare più seggi possibili ad Hosen L'Yisrael, per poi formare un vasto cartello centrista con il partito Yesh Atid, guidato dall'ex star televisiva Yair Lapid. Se quello di Gantz attualmente è accreditato di 13 seggi, il partito di Lapid invece dovrebbe ottenerne 10. Con il lancio della sua candidatura, l'ex capo di stato maggiore mira a far ottenere alla sua formazione più dei 13 seggi previsti e sperare, in tandem con Yesh Atid, di insidiare i 31 seggi attualmente dati al Likud. Sono solo sondaggi, ma di certo il quadro israeliano, con i laburisti molto in basso che non dovrebbero andare oltre i dieci seggi, sembra parlare chiaro: nonostante le indagini per presunta corruzione e qualche altra ombra, le alternative a Netanyahu appaiono molto limitate. Tra queste, a spiccare è senza dubbio Gantz. La campagna elettorale è comunque solo all'inizio.

(Gli occhi della guerra, 19 gennaio 2019)


Trump inventa la "formula-Gerusalemme": una sovranità per due città

Tra gli obiettivi del presidente Usa il "piano del secolo": la pace tra Israele e Palestina

di Umberto De Giovannangeli

Ha ottenuto il via libera delle monarchie del Golfo, con i loro miliardi fondamentali per la ricostruzione di Gaza e per il mantenimento in vita degli apparati palestinesi, sia in versione Hamas che in quella dell'Autorità nazionale palestinese del presidente Mahmoud Abbas. Ha garantito all'amico Netanyahu il sostegno incondizionato da parte americana ad ogni operazione che Israele intenda continuare a portare avanti per contrastare la presenza dei Pasdaran iraniani in Siria. In cambio, però, Donald Trump ha preteso un sì del premier israeliano a non ostacolare quei "sacrifici" necessari per dare realizzazione al "Piano del secolo": quello che nelle ambizioni dei suoi ideatori alla Casa Bianca dovrà portare alla pace in Palestina. Un piano che nel corso del tempo ha subito correzioni e postulato varianti su questioni strategiche. Una di queste, a quanto risulta ad HuffPost attraverso una verifica incrociata di fonti israeliane e palestinesi, riguarda la possibilità di costituire una Confederazione giordano-palestinese, con un sovrano riconosciuto, Abdullah II, e la Cisgiordania come un cantone con ampissima autonomia amministrativa e legislativa.
  Ma il punto di svolta nell'ultima bozza dell'"Accordo del secolo" riguarda un tema che Netanyahu e i suoi alleati di destra avevano ormai ritenuto definitivamente archiviato: il tema-Gerusalemme. Così non è. Nell'ultima formulazione del piano-Trump, che l'amministrazione Usa intenderebbe presentare prima delle elezioni anticipate in Israele del 9 Aprile, la quadratura del cerchio sarebbe la seguente: "due Gerusalemme, unica sovranità". La traduzione è complicata da spiegare anche per coloro che, a Gerusalemme come a Ramallah, ne hanno sentito parlare o hanno avuto la possibilità di prenderne visione: la sovranità sulla città resterebbe a Israele, ma la parte della Città vecchia, con annessi i luoghi sacri per i musulmani (la Spianata delle Moschee, al Haram al Sharif in arabo, con la Moschea di al-Aqsa e la Cupola della roccia, è considerata dai musulmani il terzo luogo sacro al mondo, dopo Mecca e Medina), farebbe parte di una amministrazione ad hoc palestinese legata all'Autorità nazionale. Insomma, controllo, gestione, ma non sovranità. O meglio, una sovranità "differita" di qualche chilometro: una decina per la precisione, quelli che separano Gerusalemme dalla città di Abu Dis, la quale sarebbe poi collegata con la Spianata delle Mosche da un avveniristico. sistema viario sotterraneo. Dell'ultima versione del "Piano del secolo" hanno parlato anche il segretario di Stato Usa Mike Pompeo e il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton nelle loro recenti missioni nella regione. La nuova formula "una sovranità, due città", escogitata dal team mediorientale di Trump, porta con sé un elemento di valenza strategica che ora viene messo nero su bianco: l'amministrazione Usa fa sua, rimodulandola, la soluzione a due Stati.
  Il 26 settembre, durante un incontro con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a New York, a margine dell'Assemblea Generale della Nazioni Unite, Trump aveva espresso esplicitamente, per la prima volta, il suo sostegno alla soluzione a due Stati, che prevede la creazione di uno Stato Palestinese indipendente. In quell'occasione, l'inquilino della Casa Bianca aveva dichiarato di ritenere che, a suo avviso, questa è la soluzione che "funzionerebbe meglio". Tuttavia, poco dopo, Netanyahu ha replicato ai commenti del presidente americano, ribadendo che la sicurezza, innanzitutto nei territori a ovest della Giordania, che includono la Cisgiordania occupata, rimane la priorità di Israele in qualsiasi accordo di pace con i Palestinesi. "Sono disposto ad accettare che i Palestinesi abbiano l'autorità di governarsi, ma non avranno l'autorità di farci del male", ha affermato in quell'occasione il leader israeliano.
  Nei nuovi confini d'Israele entrerebbero a far parte tre grandi blocchi d'insediamenti oggi parte dei territori palestinesi occupati, ma dello Stato palestinese entrerebbero a far parte territori oggi limitrofi a Gaza dei quali l'Egitto del presidente al-Sisi cederebbe la sovranità (in cambio di una fetta importante della torta miliardaria della ricostruzione della Striscia di Gaza. I soldi la fanno da padrone nell'"Accordo del secolo". Gran parte del quale si concentrerà sul rafforzamento dell'economia palestinese e dei suoi legami con Israele. Quanto allo Stato palestinese per una fase transitoria sarebbe smilitarizzato con garanzie internazionali sui confini. Diverse fonti al di fuori dell'amministrazione che hanno parlato con Haaretz nelle ultime settimane hanno confermato che la Casa Bianca sta attualmente "limando" un documento alquanto ponderoso, "molto più lungo di alcuni piani precedenti di questo tipo", secondo una fonte diplomatica coinvolta nella stesura. discussioni. Il piano dell'amministrazione Trump comincia a prendere forma a metà del 2017, quando Jason Greeenblatt, l'inviato speciale di The Donald per il processo di pace , fa il suo primo viaggio nella regione.
  Le fonti che sono state in contatto con Greenblatt durante questo periodo hanno detto ad Haaretz che il principale obiettivo del suo primo viaggio era lo stretto allineamento degli interessi tra Israele e il mondo arabo, che a suo avviso rappresentava una rara opportunità per una svolta nei negoziati. E' questo un punto nodale del "piano Trump": coinvolgere quei Paesi arabi che, nel quadro regionale, hanno interessi strategici convergenti con Israele. Una fonte governativa israeliana li elenca ad HuffPost: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania. Paesi del fronte sunnita che, con Israele, condividono la necessità di arginare la penetrazione iraniana in Medio Oriente, contrastando l'affermarsi della mezzaluna rossa sciita sulla direttrice Baghdad, Damasco, Beirut. E Gaza. A questo è particolarmente interessato l'erede al trono saudita, il giovane e ambizioso principe Mohammad bin Salman Al-Sa'ud, fautore dell'avvicinamento, in funzione anti-iraniana, di Riyadh a Tel Aviv: per il futuro sovrano, e attuale Primo vice primo ministro e ministro della Difesa saudita, togliere ai suoi nemici regionali la "carta palestinese" sarebbe un risultato rilevante, da far pesare nella definizione dei nuovi equilibri regionali. Un approccio condiviso dalle petromonarchie del Golfo- dagli Emirati Arabi Uniti al Qatar - che hanno una potente arma di convinzione di massa: i miliardi da investire sulla ricostruzione di Gaza e il sostegno all'economia palestinese ormai sull'orlo del collasso. "È ovvio che la regione è cambiata rispetto a pochi anni fa", dice ad Haaretz un funzionario dell'amministrazione Usa . "Il mondo arabo e Israele hanno molti interessi e obiettivi comuni, così come minacce comuni nelle attività destabilizzanti dell'Iran nella regione".
  Fonti esterne all'amministrazione coinvolte nelle discussioni sul piano hanno affermato al quotidiano di Tel Aviv che il gruppo mediorientale di Trump ritiene che il piano in fase di completamento potrebbe essere il primo a ricevere una risposta positiva sia da Israele che dai principali Paesi arabi, indipendentemente dalla posizione palestinese. Il cuore di questo piano, rivelano le fonti, sarà in Cisgiordania e a Gaza. "Vorremmo che il piano parlasse da solo - confida una fonte dell'amministrazione Usa al quotidiano di Tel Aviv - la gente capirà che dopo l'accordo staranno tutti meglio che senza: crediamo che le persone coinvolte siano interessate al loro futuro e al futuro dei loro figli. Questo piano darà molte più opportunità a tutti in futuro rispetto alla situazione che hanno ora". L'amministrazione Usa sta cercando di promuovere progetti economici nel Sinai settentrionale che potrebbero migliorare la situazione, sempre più degradata, nella Striscia. Nell'immediato, l'obiettivo principale di Washington è vedere l'Autorità nazionale palestinese ripristinare il proprio controllo sull'enclave costiera, da undici anni in mano ad Hamas. A questo fine, nella visione statunitense, saranno decisivi i finanziamenti delle petromonarchie del Golfo per la ricostruzione di Gaza. L'amministrazione Usa ha provato lo scorso anno a promuovere una serie di iniziative minori che potrebbero creare uno slancio positivo per il processo di pace e mostrare segni di progresso sul terreno. Alcune di queste iniziative sono riuscite - ad esempio, un accordo idrico congiunto israelo-palestinese firmato l'estate scorsa - ma altri sono falliti a causa di ostacoli politici a Gerusalemme e Ramallah. Ad esempio, il ministero della Difesa israeliano aveva proposto un piano l'anno scorso, fortemente sostenuto dai vertici militari, per ingrandire la città palestinese di Qalqilya, situata nella West Bank, a ridosso di Gerusalemme.
  Il piano di Qalqilya avrebbe permesso alla municipalità palestinese di costruire nuove case per migliaia di residenti. Il piano è stato respinto dal governo israeliano a causa delle pressioni esercitate dal partito di destra Habayit Hayehudi e da alcuni membri della Knesset del Likud. Ma la Casa Bianca quel progetto non lo ha accantonato ma, al contrario, lo ha inserito nel "Piano del secolo". Il'" Piano del secolo" permetterebbe alla popolazione di Gaza di tornare a respirare. Il che significa anche agire su Israele per porre fine ad un embargo pluridecennale. Ed è questo uno dei punti del "piano Trump" che potrebbe essere indigesto per la destra oltranzista israeliana. D'altro canto, The Donald ad oggi ha molto dato all'amico Netanyahu, a cominciare dallo spostamento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, e poco riavuto indietro. Ora sembra giunto il momento dell'incasso. Per entrare nella Storia.

(L'HuffPost, 19 gennaio 2019)


Netanyahu invita l'omologo romeno a trasferire l'ambasciata a Gerusalemme

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha invitato l'omologo romeno, Viorica Dancila, a trasferire l'ambasciata della Romania da Tel Aviv a Gerusalemme. Lo riferisce il quotidiano israeliano "The Times of Israel" a margine dell'incontro fra i due premier. La Dancila è presidente di turno del Consiglio dell'Unione europea per questa ragione l'invito di Netanyahu è esteso anche ad altri paesi europei. "Spero che agisca per fermare le risoluzioni negative contro Israele presso l'Ue, e ovviamente per trasferire l'ambasciata del suo paese e altre ambasciate a Gerusalemme", ha precisato Netanyahu. Lo scorso anno, il governo romeno aveva adottato una bozza di risoluzione con la proposta di trasferire l'ambasciata in Israele sull'onda della decisione del presidente statunitense Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale ufficiale dello Stato ebraico e spostarvi l'ambasciata Usa.

(Agenzia Nova, 18 gennaio 2019)


L'Università delle LiberEtà si gemella con Israele

A Udine, una delegazione della città di Modi'In, riconosciuta dall'Unesco come Learning City

 
Continua il fitto lavoro di relazione tra Udine e Israele, intessuto dall'Università delle LiberEtà del Fvg. Da martedì 22 gennaio, infatti, è prevista proprio la visita di una delegazione israeliana capeggiata dal sindaco di Modi'In, Haim Bibas, anche presidente dell'Unione delle Municipalità israeliane. Questa visita è frutto di un progetto regionale e, soprattutto, delle ottime e costruttive relazioni e della lunga collaborazione con l'Università delle LiberEtà oltre che delle importanti relazioni internazionali, nazionali e locali della presidente, Pina Raso, che ha assunto per l'occasione il ruolo di "ambasciatrice" informale.
   Bibas è una figura di primo piano in Israele sia per la sua carica, che lo porta a rapporti diretti con il primo ministro e con il parlamento, sia per il grande carisma che ha permesso alla sua municipalità di farsi conoscere anche fuori dal paese. Haim Bibas sarà accompagnato anche da Orna Mager, direttrice del Centro Mutlidisciplinare di Modi'In, gemellato con l'Università delle LiberEta, che rappresenta il fiore all'occhiello della politica del sindaco Bibas in un Paese in cui si spende il 50% del Pil per l'istruzione.
   La città di Modi'In è, infatti, riconosciuta dall'Unesco come Learning City, fatto che attesta l'importanza di questa visita proprio a Udine, città che grazie alle attività dell'Università delle LiberEtà ha fatto molti progressi in questo ambito di educazione permanente. Orna Mager, direttrice del centro, è altresì una figura di livello nazionale per l'impegno nella promulgazione dell'educazione degli adulti e per l'impegno rispetto alla parità di genere: è stata lei a creare, grazie al finanziamento del governo a un suo progetto, una rete nazionale di Learning City.
   Ha anche creato l'Associazione Nazionale delle Consigliere di Parità, di cui è stata la prima presidente. È stata inoltre eletta per ben due volte donna dell'anno a livello nazionale. Orna Mager ha un rapporto di amicizia consolidata e di stretta collaborazione con l'Università delle LiberEtà e con la sua presidente, Pina Raso, con cui ha un continuo scambio culturale e progettuale.
   Questa collaborazione, ormai quindicennale, ha avuto il suo momento clou nel triplice gemellaggio culturale tra l'Università delle LiberEtà, la città di Mod'In e la città a maggioranza araba di Daburjia. La visita della delegazione israeliana, che durerà fino al 27 gennaio, arriva a conclusione di un progetto volto alla promozione delle "soft skills" elaborato dalla dirigente della Regione Fvg Ketty Segatti.
   Dopo aver incontrato i rappresentanti dell'Agenzia Nazionale Erasmus+ a Firenze, la delegazione arriverà a Udine martedì 22, quando incontrerà il Consiglio Direttivo, lo staff e gli insegnanti delle LiberEtà nella sede di via Napoli. Seguiranno poi incontri istituzionali con la giunta comunale e regionale.

(il Friuli, 18 gennaio 2019)



L'alleanza che non ti aspetti tra Pechino e Israele

La Cina punta al Mediterraneo e considera Tel Aviv un elemento fondante per la visione marittima della nuova Via della Seta

La visita nello scorso ottobre del vicepresidente cinese Wang Qishan in Israele per un summit hi-tech ha dimostrato la svolta nelle relazioni tra i due Paesi. In meno di vent'anni (dalla visita nel 2000 dell'allora leader Jiang Zemin) commercio, investimenti, cooperazione tecnologica e turismo hanno alimentato un rapporto che proietta Pechino nel Mediterraneo, ma spaventa, per ragioni di sicurezza, gli Stati Uniti. Gli scambi tra i due Paesi sono passati dai 50 milioni di dollari nel 1992 (anno della normalizzazione dei rapporti) agli oltre 13 miliardi nel 2017. Parallelamente, gli investimenti cinesi in Israele hanno raggiunto i 16 miliardi nel 2016.
   La Cina ormai considera Israele al pari del canale di Suez e del porto greco del Pireo (già nelle sue mani) come elementi fondanti per la visione marittima della sua nuova Via della Seta. La società SIPG di Shanghai ha vinto una concessione da 25 anni per l'allargamento del porto di Haifa, operativo dal 2021. Un'altra azienda del Dragone, la PMEC, costruirà un nuovo porto ad Ashdod, a Sud di Tel Aviv. E Pechino ha messo gli occhi anche sulla linea ferrovia ad alta velocità Red-Med, che avvicinerà Mar Rosso e Mediterraneo collegando Eilat e Ashdod.
   Dopo anni di isolamento nello scacchiere mediorientale, il piccolo Stato di Israele sta percorrendo la nuova Via della Seta - in direzione opposta rispetto all'amico Dragone - per riaprire il dialogo con gli sceicchi del Golfo: una ferrovia collegherà Haifa e la capitale omanita Mascate; i sauditi si affidano alla tecnologia israeliana (leggi: droni) per proteggersi da possibili attacchi; il Qatar tratta con lo Stato ebraico per inviare aiuti nella Striscia di Gaza; nell'emiratina Dubai è sorta la prima sinagoga; il Bahrein sostiene gli sforzi di Gerusalemme contro Hezbollah.
   C'è sì un comune obiettivo strategico che ha favorito la distensione tra Israele e gli sceicchi (isolare l'Iran sciita), ma c'è anche una ragione geopolitica: il riconoscimento (ecco l'elemento nuovo e rivoluzionario) dell'importanza dello Stato ebraico come collegamento tra l'Oriente (Estremo, Medio o Vicino che sia) e il Mediterraneo su cui Pechino ha messo gli occhi. La partita è appena iniziata, ma potrebbe portare a riscrivere gli equilibri dell'intera regione.

(Il Sole 24 Ore, 18 gennaio 2019)


Non serve a niente gridare "Basta con l'occupazione"

Non esistono ricette facili e gli slogan superficiali non aiutano. Vediamo perché Israele non può semplicemente "andarsene" dalla Cisgiordania.

"Basta con l'occupazione! - mi ha gridato un uomo di mezza età durante una mia recente conferenza - E' così semplice, finitela con l'occupazione!". Siamo nell'era dell'impazienza, nell'era delle risposte istantanee su Twitter, delle notizie a portata di mano, di "pace subito" e così via. Magari fosse così semplice.
Mentre aspettiamo tutti l'"accordo del secolo" del presidente Donald Trump, dobbiamo essere realisti e tenere a mente alcune cose. Non sto parlando dell'eterno dibattito su diritti storici e religiosi: diritti che sono ampiamente menzionati da politici e osservatori, e fonte di ispirazione per tante polemiche, ma che non costituiscono i fattori di real-politik in gioco per arrivare a un accordo definitivo tra israeliani e palestinesi. Sono questioni importanti, ma non servono per capire le sfide e le difficoltà con cui dobbiamo fare i conti, di fronte alla pressante domanda da parte di organizzazioni nazionali e internazionali di "porre fine all'occupazione". In Israele, anche quello che ama definirsi "il campo della pace" non dispone di una ricetta pronta per arrivare alla pace: e questo è dovuto al fatto che non riesce a cogliere le vere sfide con cui Israele deve fare i conti....

(israele.net, 18 gennaio 2019)


Paralimpiadi, quel no della Malesia ai nuotatori israeliani: è bufera

Negato il permesso ad Israele di poter gareggiare all'evento per le qualificazioni alle Paralimpiadi di Tokyo 2020. Caso diplomatico. Le reazioni.

Un caso internazionale diplomatico a sfondo sportivo, definito "odioso e del tutto contrario allo spirito olimpico. Israele condanna questa decisione ispirata senza alcun dubbio dal furioso antisemitismo del premier malese, Mahathir Mohamad». Lo dice il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon, facendo riferimento al divieto imposto da Kuala Lumpur agli sportivi israeliani di partecipare alle gare sul suo territorio. Un comunicato del ministero di Israele ha sottolineato che la squadra di nuoto del Paese non potrà gareggiare alla competizione organizzata dal Comitato paralimpico internazionale in Malesia. "Chiediamo al Comitato paralimpico internazionale di cambiare questa decisione sbagliata o di cambiare il luogo di questo evento", ha aggiunto il portavoce israeliano, senza precisare la data della gara. La Malesia, dove l'Islam è religione di Stato, non ha rapporti diplomatici con lo Stato ebraico. Il "rabbioso antisemitismo" era nell'aria dopo che già la settimana scorsa Mohamad aveva annunciato che sarebbe stato negato l'ingresso ai nuotatori israeliani per un torneo di qualificazioni alle Paralimpiadi 2020 di Tokyo.
  Posizione poi confermata dal ministro degli Esteri, Saifuddin Abdullah: "Si tratta di una lotta a favore degli oppressi", ha detto il ministro.
  Da qui la reazione di Israele, che ha definito la decisione "vergognosa", e l'appello al Comitato internazionale paralimpico affinché si impegni a "far cambiare questa decisione sbagliata". La Malesia è uno dei Paesi a prevalenza musulmana che non hanno formali relazioni diplomatiche con Israele. Già in passato il Paese aveva negato ad atleti israeliani a competere a eventi sportivi. Il nuoto israeliano è cresciuto molto in questi anni e fa parte della Len, la federazione europea del nuoto, il cui presidente Paolo Barelli dice: "Apprendo con sconcerto, ritengo inaccettabile e condanno fortemente il divieto imposto agli atleti israeliani di partecipare ad eventi sportivi in Malesia. Mi sento colpito come presidente della Len, la Lega Europea di Nuoto, di cui la Federazione israeliana è membro; come presidente della Federazione italiana nuoto, che ha sempre rifiutato e contrastato ogni discriminazione di qualsiasi genere, etnica, linguistica, di religione e di sesso come prescrive fin dall'origine la Carta Olimpica e come appartiene all'essenza dello sport; come parlamentare della Repubblica italiana che ugualmente pone la tolleranza alla base dei diritti civili. Come uomo ed ex atleta olimpico che ha sempre ritenuto lo sport un ponte e non un muro, uno strumento di fratellanza e rispetto a prescindere da razza, religione, usi e costumi".
  Questa odiosa discriminazione antisemita, in un momento in cui è sotto gli occhi di tutti il rigurgito di sentimenti che speravamo fossero per sempre scomparsi, è particolarmente da combattere. Lo dimostrano anche recenti episodi di cronaca che purtroppo hanno portato nuovamente all'attenzione generale momenti di violenza originati da minoranze, ma non per questo insignificanti frange". Lo sport - aggiunge Barelli - è sempre stato in prima fila nella lotta all'intolleranza, votato alla pacifica convivenza, all'integrazione; è riuscito dove molti avevano fallito, come ha potuto di recente l'azione del Comitato Internazionale Olimpico nel tentativo di avvicinare le due Coree che, sempre più spesso, si presentano nelle grandi competizioni mondiali con una squadra unificata". "Dobbiamo tutti insieme continuare ad opporci ad azioni di chiusura, non dobbiamo cedere a nessuna prevaricazione; lottare affinché i sacrosanti principi dello sport non vengano stracciati in questa come in tutte le altre occasioni. Credo che dal punto di vista dello sport, l'intervento del Cio - conclude Barelli - e delle Federazioni mondiali e continentali sia indispensabile, insieme con eventuali azioni di diplomazia politica".

(La Gazzetta dello Sport, 18 gennaio 2019)


"Gerusalemme divisa ma la sovranità a Israele"

Il piano di pace proposto dagli Usa per la soluzione dei due stati

di Giordano Stabile

La rivelazione bomba è stata lanciata da un decano del giornalismo politico israeliano, BarakRavid, sulla tv Reshet 13. Un «leak» ottenuto da un «funzionario della Casa Bianca» con i dettagli dell'atteso piano di pace americano per il Medio Oriente. Le speculazioni si sono succedute in questi due anni a ritmo serrato, assieme a tweet sibillini di Donald Trump, come quello sul fatto che Israele, dopo aver ottenuto il trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme, dovesse fare «concessioni importanti» ai palestinesi.
  I dettagli emersi in parte confermano. Il piano prevede «un massiccio allargamento» delle zone «A» e «B» della Cisgiordania, quelle sotto controllo parziale o totale dei palestinesi, e questo dovrebbe portate alla nascita di uno Stato palestinese «sul 90 per cento della Cisgiordania». Israele conserverà gli insediamenti costruiti lungo la frontiera del 1967 ma dovrà evacuare o «congelare» quelli all'interno. In cambio otterrà la sovranità sulla Città vecchia di Gerusalemme e sulla Spianata delle moschee, che però sarà gestita in accordo con la Giordania e forse «altri Stati arabi». La capitale della Palestina si stenderà sulla «maggior parte dei sobborghi arabi» della Città Santa.

 Tutti scontenti
  È un piano destinato a scontentare tutti. Nel 2000 Arafat, per esempio, aveva rifiutato l'offerta del 97 per cento della Cisgiordania. E per la stragrande maggioranza dei partiti politici israeliani Gerusalemme «capitale unica e indivisibile» è un dogma intoccabile. Lo stesso funzionario della Casa Bianca avrebbe ammesso che secondo il team di negoziatori della Casa Bianca il piano è destinato «a essere rigettato dei palestinesi». Ma gli americani avrebbero invitato i dirigenti israeliani ad accettarlo, come segno di «buona volontà a impegnarsi nella trattative».
  La Casa Bianca ha liquidato il leak come «speculazioni». Uno dei tre negoziatori, l'inviato della Casa Bianca Jason Greenblatt, ha aggiunto che «anche se rispetto Barak Ravid, questo servizio non è preciso, le speculazioni sul contenuto del piano non aiutano, pochissime persone sul nostro Pianeta sanno che cosa c'è dentro, per ora».

 Le reazioni israeliane
  Le reazioni dei politici israeliani sono state più prudenti, anche se i partiti della destra religiosa hanno messo in chiaro che «non accetteranno di negoziare la divisione di Gerusalemme». Ma una chiave di lettura è stata data dall'ex ambasciatore a Washington Dan Shapiro che ha parlato di ballon d'essai, indiscrezioni lasciate trapelare per tastare il terreno.
  «E' certo che nessun piano di pace verrà presentato prima delle elezioni e la formazione di un nuovo governo israeliano - ha spiegato -. Ma la presentazione di una proposta articolata può servire a tenere in vita l'ipotesi dei due Stati, in vista dell'emergere di nuove leadership», sia in Israele che fra i palestinesi. Una modo per non far precipitare la situazione da qui al 9 marzo, quando sono previste le elezioni israeliane.
  Ieri, con la candidatura ufficiale dell'ex capo della Forze armate Benny Gantz, il fronte centrista ha per la prima volta visto la possibilità di battere Netanyahu, anche se resta una impresa difficilissima. E un generale d'acciaio, come a suo tempo Yitzhak Rabin, potrebbe essere propenso alle «grandi concessioni» necessarie per lo storico compromesso.

(La Stampa, 18 gennaio 2019)


Shlomo nel Sonderkommando. Il destino che Primo Levi non capì

Auschwitz. Addetto al trasporto dei corpi ai forni, testimone assoluto della Shoah. Sbagliato parlare di "zona grigia"

di Donatella Di Cesare

 
Shlomo Venezia
Svastiche nere, impudenti e minacciose, erano comparse d'un tratto a segnare i negozi degli ebrei lungo viale Libia e nelle strade attigue del quartiere romano. Di là Shlomo ci passava ogni giorno per tornare a casa. La vista di quelle croci uncinate lo straziò, lo afflisse. Era all'inizio degli anni Novanta. Non voleva, non poteva crederci. Ma qualche tempo dopo, mentre camminava, si trovò faccia a faccia con alcuni fascisti che volantinavano sbraitando. La tensione era forte. Qualche passante rifiutava il volantino, rispondeva per le rime. I fascisti erano pronti alla violenza. Per un attimo ebbe l'impulso di intervenire. Poi pensò che la risposta sarebbe stata un'altra. Nel 1992 Shlomo Venezia cominciò a parlare.
   Dunque esisteva un membro del Sonderkommando, di quelle Squadre speciali, costrette a operare tra la camera a gas e il forno crematorio! Era, anzi, un ebreo italiano. Quel nome, «Venezia», rievocava il tempo in cui i suoi antenati, espulsi dalla Spagna nel 1492, si erano fermati nella città della laguna, prima di proseguire per le coste greche. Shlomo era nato a Salonicco il 29 dicembre 1923. Il padre aveva trasmesso ai figli la cittadinanza italiana, quasi fosse una difesa che avrebbe dovuto proteggerli. In casa si parlava ladino, o meglio, giudeo-spagnolo, ricordo di quel leggendario passato perduto. La famiglia tentò di fuggire durante l'occupazione nazista; furono, però, catturati e deportati ad Auschwitz, dove giunsero 1'11 aprile 1944. A Shlomo fu «iniettato» il numero 182727. Passate le prime selezioni, gli fu proposto un «lavoro supplementare» per una doppia razione di cibo. «Se avessi saputo che quel lavoro consisteva nel tirar fuori i cadaveri e portarli al crematorio, avrei preferito morire di fame; ( ... ) quando compresi era troppo tardi». Così ha confessato nel libro Sonderkommando Auschwitz, pubblicato nel 2007 in Italia da Rizzoli e tradotto in moltissime lingue.
   Impossibile immaginare che cosa dovette provare un ventenne costretto a vivere per mesi accanto ai forni crematori. Quando scrive Shlomo non indugia su di sé, sulle sue emozioni, sul suo dolore. Con «onestà irreprensibile» - come ha notato Simone Veil nelle pagine introduttive dell'edizione francese - ricostruisce la catena dell'annientamento: dalla discesa negli spogliatoi all'avvio nelle camere spacciate per «docce», dal trasporto nei forni fino all'incinerazione. Chi voglia capire che cos'è stata davvero la Shoah, questa ignominiosa fabbricazione di cadaveri, questa degradazione della morte, deve leggere la sua testimonianza che non può essere paragonata ad altre.
   Shlomo lo sapeva. Perciò aveva taciuto così a lungo. I nazisti avrebbero voluto eliminare l'ebreo e il testimone. Lui invece era sopravvissuto non solo per raccontare la rivolta del Sonderkommando, la marcia attraverso la neve, la liberazione, ma anche per dire quel che nessuno avrebbe mai dovuto sapere. Era consapevole di essere il superstite assoluto. Perché era stato in quel luogo, tra la camera a gas e il forno crematorio, peculiarità dello sterminio hitleriano, che sarebbe stato sempre decisamente negato. Shlomo Venezia è il superstite, non nel senso del testimone terzo, bensì in quello del superteste, in grado di parlare, per sé e per gli annientati, perché è sopra-vissuto, rimasto oltre - oltre la camera a gas, il crematorio, lo sterminio. Unica e preziosa, la sua testimonianza sarebbe stata perciò la più temuta dai negazionisti.
   È tempo, però, anche di sollevare una questione troppo a lungo tabuizzata. Shlomo Venezia ha rivelato il suo «terribile segreto» solo dopo la morte di Primo Levi, che aveva puntato l'indice contro i membri delle Squadre speciali ricorrendo a termini molto duri, a verdetti non di rado sprezzanti. Proprio in quel contesto aveva coniato l'espressione «zona grigia» con cui rinviava alla «complicità» di coloro che erano stati costretti alla colpa.
   Aveva ragione quando scrisse che le Squadre erano state «il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo». Ma per il resto lui, che parlava da Auschwitz-Monowitz, campo di concentramento, non di sterminio, avrebbe forse dovuto rivedere il suo giudizio a partire dalla testimonianza di Shlomo Venezia. Quell'industrializzazione della morte, che nelle officine hitleriane ha evitato il faccia a faccia con le vittime, è stato il sapiente trionfo dell'anonimato e l'intenzionale frantumazione della responsabilità. Così i criminali tentarono in seguito di definirsi innocenti. E oggi sappiamo che, se c'è stata resistenza, se c'è stata rivolta, ciò è avvenuto grazie ai membri del Sonderkommando.
   Chi l'ha conosciuto, sa quanto soffrisse di un'angoscia tetra, di una disperazione sorda, che rischiavano di logorarlo. Dopo il filo spinato del lager, il pericolo era il silenzio in cui avrebbero potuto spegnersi le sue parole. Eppure Shlomo, combattente instancabile, ha vinto la sua battaglia.

(Corriere della Sera, 18 gennaio 2019)


Il premier Conte in visita alla Sinagoga di Roma

"Ribadisco l'impegno dell'Italia per la tutela della libertà religiosa e la lotta alla discriminazione. Il governo farà la sua parte". Così il premier, Giuseppe Conte, in visita al Tempio Maggiore di Roma per un incontro con la comunità ebraica. Il premier ha indossato la tradizionale kippah, il copricapo obbligatoriamente usato dagli uomini nei luoghi di culto ebraico. Prima di fare il suo ingresso nella Sinagoga, Conte ha reso omaggio alla giovane vittima di due anni e ai 40 feriti dell'attentato dell'82, in un momento di raccoglimento davanti alla targa affissa all'ingresso del Tempio Maggiore dove è stata deposta una corona di fiori. "Ancora oggi, mentre assistiamo a volte colpevolmente indifferenti all'antisemitismo, dobbiamo trarre insegnamento dal passato", ha aggiunto Conte ricordando i "molti episodi di cronaca degli ultimi mesi, come i cori razzisti negli stadi o le testimonianze di privati cittadini" che denunciano episodi discriminatori.
   Parlando alla comunità ebraica di Roma, il premier ha detto che "al cospetto dell'immane tragedia dell'Olocausto, non è il silenzio la risposta all'abisso del male". "La memoria dei sopravvissuti ai campi di sterminio ha bisogno di parole per essere trasmesso alle generazioni" e giungere "fino a noi come monito. Come è possibile che nella culla dei diritti si sperimentasse un ottundimento delle coscienze di tale portata?". "Ogni forma di antisemitismo è una forma di suicidio dell'uomo europeo che rifiuta se stesso", ha affermato ancora, perché "nega una componente fondamentale della sua identità". Il presidente del Consiglio ha ricordato ripetutamente lo "straordinario contributo di civiltà" offerto dalla comunità ebraica: "Credo che un modo forse ancor più autentico per onorare la memoria e non ricadere negli errori del passato sia quello di ricordare il patrimonio culturale ebraico", anche in termini di "educazione europea".
   Nel corso dell'incontro con il presidente del Consiglio, Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica di Roma, ha manifestato "preoccupazione per la tenuta sociale del Paese". Dureghello ha denunciato "l'animosità del dibattito pubblico" e la "violenza nei linguaggi", rimarcando come "in questo clima generale", non manchino "episodi di antisemitismo che continuano a trovare spazio e terreno fertile negli ambienti più disparati": "Dagli spalti degli Stadi, nelle aule universitarie fino ai social network, dove ormai il fenomeno ha assunto numeri e misure incontrollabili e l'uso di linguaggi vessatori se non intimidatori di matrice razzista e antisemita sono ormai una costante". Per Dureghello, occorrono dunque "atti concreti e scelte significative per meglio definire gli ambiti di legalità e non lasciare spazio ad alcuna ambiguità o minimizzazione".
   Dureghello ha parlato anche dell'immigrazione, rilevando che "per quanto complicato gestire il fenomeno, la salvezza delle vite umane viene prima di tutto". La presidente della comunità ebraica di Roma è tornata sulla vicenda della Sea Watch, ringraziando il presidente del Consiglio "per il suo personale sforzo di trovare una soluzione dignitosa nei confronti di quelle persone" per settimane in balia del mare.

(Adnkronos, 18 gennaio 2019)


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Conte visita la Comunità Ebraica di Roma: "L'antisemitismo è il suicidio dell'uomo europeo"

Il Presidente del Consiglio dei Ministri ha deposto una corona di fiori alla lapide commemorativa dell'attentato alla Sinagoga di Roma nell' '82 e si è trattenuto anche con il sopravvissuto ai campi di sterminio, Sami Modiano

di Ariela Piattelli

 
Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni
 
 
E' iniziata con la deposizione di una corona di fiori alla lapide commemorativa dell'attentato alla Sinagoga di Roma nell' '82, la prima visita del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte alla comunità ebraica di Roma. Accolto dal Rabbino Capo Riccardo Di Segni, dalla Presidente della comunità ebraica Ruth Dureghello e dalla Presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni, Conte, prima di entrare in Sinagoga, ha voluto così, per prima cosa, ricordare Stefano Gaj Tachè, il bambino di soli due anni rimasto ucciso nell'attentato.
   A pochi giorni dalle celebrazioni del Giorno della Memoria, e dopo essersi trattenuto in una conversazione con il sopravvissuto ai campi di sterminio Sami Modiano, il Presidente del Consiglio ha parlato, nel Museo Ebraico di Roma, della Shoah come «la notte più buia della storia», del contributo degli ebrei alla cultura e all'identità dell'Europa, del pericolo dell'antisemitismo e dell'impegno del Governo nella difesa della libertà religiosa e contro ogni forma di intolleranza.
   «Ogni forma di antisemitismo è una forma di suicidio dell'uomo europeo che rifiuta se stesso - ha detto Conte - perché nega una componente fondamentale della sua identità». Riferendosi poi ai cori razzisti negli stadi e agli episodi degli ultimi mesi, come il furto delle pietre d'inciampo a Roma, ha affermato che «assistiamo spesso impotenti e talvolta colpevolmente indifferenti al riaffiorare di forme latenti o esplicite di antisemitismo, dobbiamo trarre insegnamento dal passato nella consapevolezza che i più grandi orrori sono sempre l'esito di una rassegnazione, talvolta inconsapevole, alla inevitabilità degli eventi e una resa dei presidi morali che sorreggono e devono proteggere i nostri ordinamenti giuridici».
   «Conosciamo l'impegno delle istituzioni per contrastare l'antisemitismo - ha detto la Presidente della comunità ebraica Ruth Dureghello - , ma occorrono atti concreti e scelte significative». A tale proposito Dureghello e la presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni, rivolgendosi a Conte, hanno entrambe sottolineato l'urgenza di adottare anche in Italia la definizione sull'antisemitismo dell'IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), «compresi i riferimenti alle subdole forme di antisemitismo che boicottano Israele e le associano gli atroci atti commessi dal nazismo e dal fascismo» ha spiegato Di Segni. «Questo governo farà la sua parte» ha assicurato Conte.

(La Stampa, 18 gennaio 2019)


Israeliani interdetti ai Mondiali di nuoto

La Malaysia ne impedisce l'ingresso e i paesi liberi hanno il dovere di reagire

Sport e politica dovrebbero essere separati", recita l'adagio. Eppure continuano a mischiarsi. Esaurita la polemica sulla Supercoppa italiana in Arabia Saudita, se ne apre un'altra. Il governo della Malaysia ha interdetto l'ingresso ai cittadini di Israele. Il provvedimento di Kuala Lumpur è inteso a escludere i cittadini israeliani dai Mondiali di nuoto per disabili che si svolgeranno nel paese a luglio. Il ministro degli Esteri Saifuddin Abdullah ha ribadito ieri che non intende ritirare il divieto di ingresso agli israeliani per il campionato di nuoto valevole per le qualificazioni alle Paralimpiadi del 2020, e che anzi da oggi nessun rappresentante israeliano potrà entrare in Malaysia per eventi di qualsiasi tipo.
   Tristemente ironico, visto che le Paralimpiadi sono state create da un ebreo tedesco scampato alla Shoah, Ludwig Guttmann. Nel 1958 Guttmann decide insieme a Antonio Maglio, medico italiano che si occupava di riabilitazione dei disabili, di portare le Paralimpiadi a Roma nel 1960. E' la prima volta che Olimpiadi e Paralimpiadi si svolsero nella stessa città.
   La Malaysia è un paese il cui primo ministro Mahathir ha detto che gli ebrei hanno il naso adunco in una intervista alla Bbc di qualche mese fa. La sua leadership è antisemita. Il punto sono le dirigenze sportive internazionali. A fronte di un simile boicottaggio, che nello sport mondiale colpisce soltanto lo stato ebraico, i paesi civili non possono rispondere con mera retorica. Si deve fare altro. Si può condizionare ad esempio lo svolgimento dei Giochi in quel paese al diritto di ingresso per gli israeliani. A ottobre scorso, le note dell'inno israeliano sono risuonate per la prima volta ad Abu Dhabi quando un judoka israeliano ha vinto la medaglia d'oro in una competizione internazionale. L'attitudine del mondo islamico verso Israele sta attraversando un piccolo disgelo, attraverso i rapporti diplomatici con paesi come Dubai e Oman (ieri il premier Netanyahu ha annunciato una visita nel Ciad). Spetta anche all'occidente far sì che questa distensione possa estendersi ad altri paesi. Ma non potrà accadere se si accettano odiosi diktat come quelli malesiani.

(Il Foglio, 18 gennaio 2019)


Alle origini del Sabbatianismo

Studiosi di alto livello a confronto a Roma, nelle sedi di Unione delle Comunità ebraiche Italiane e Università La Sapienza, per un convegno internazionale sul Sabbatianismo in Italia, organizzato dall'Università del Maryland, da Johns Hopkins University di Baltimora e da un gruppo di ricerca sull'antisemitismo finanziato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.
   "Sabbateanism in Italy and its Mediterranean Context", il titolo della prestigiosa conferenza. Durante la stessa saranno discussi e presentati i risultati di una serie di ricerche innovative sulla storia degli ebrei in Italia.
   Come si ricorderà nel corso del convegno, il movimento sabbatiano nasce nella primavera del 1665 quando il cabalista ebreo Sabbatai Zevi di Smirne (l'odierna ─░zmir in Turchia) proclamò di essere l'atteso messia degli ebrei. In poche settimane si raccolse attorno a lui un impetuoso movimento di fedeli di cui si parlò in tutto il Medio Oriente e in Europa. Nel febbraio 1666 Sabbatai si recò a Istanbul dove venne arrestato e condannato a morte. Gli venne però offerta la salvezza nel caso si fosse convertito all'Islam. Clamorosamente Sabbatai accettò di farsi musulmano. I suoi fedeli si divisero tra quanti credevano che la sua conversione all'Islam fosse una calunnia, quelli che ritenevano che la sua apostasia fosse parte di un dramma apocalittico che al momento solo lui poteva comprendere ma che in seguito sarebbe stato rivelato a tutti e quanti invece pensavano che a convertirsi fosse stata la sua ombra e che lui fosse invece asceso in cielo. Nel 1672, a causa della sua ambiguità religiosa, Sabbatai venne esiliato in Montenegro dove morì il 17 settembre 1676. Quanti ancora credevano in lui, pur facendosi passare per musulmani, vennero chiamati i dönmeh (in turco "convertiti") e continuarono a vivere in semi-clandestinità sino almeno ai primi anni del '900.
   L'Italia ebraica, spiega la professoressa Serena Di Nepi, svolse un ruolo di primo piano nella diffusione del movimento sabbatiano, che finora è stato trascurato dagli storici nonostante la proliferazione dei circoli sabbatiani e nonostante lo stesso Gershom Sholem avesse dedicato alla questione italiana pagine molto importanti nel suo classico lavoro su Zevi (Sabbetay Sevi: il messia mistico 1626-1676, Torino: Einaudi, 2001). Il convegno romano rappresenta così la prima iniziativa dedicata all'impatto del sabbatianesimo sull'Italia e al peso specifico delle comunità ebraiche italiane nella complessa evoluzione del fenomeno. Al centro dei lavori sarà la ridefinizione dell'Italia di età moderna da una prospettiva ebraica: terra di transizione, spazio privilegiato di discussione rabbinica e di costruzione di nuove forme di sociabilità (le confraternite e le accademie ebraiche, ad esempio) ma anche tassello essenziale delle reti della diaspore sefardite.
   Gli studi più recenti vanno, infatti, ridefinendo le categorie tradizionali che consideravano gli ebrei italiani come soggetti passivi, chiusi nei ghetti e dunque isolati dai grandi fatti della storia italiana e anche da quelli della storia ebraica. Come il caso del sabbatianesimo che verrà presentato a Roma chiaramente dimostra, i ghetti segnarono una trasformazione profonda e costruirono modelli di interazione "attraverso le mura" che coinvolsero, in forme sempre variabili, tanto la maggioranza cristiana quanto la collettività ebraica sul piano nazionale e internazionale.

(moked, 18 gennaio 2019)


La Shoah come insulto tra due club israeliani

Punito l'Hapoel Tel Aviv

ROMA - "Shoah" per il Maccabi. L'insulto rivolto dai tifosi dell'Hapoel Tel Aviv contro i rivali durante il derby di lunedì scorso nel campionato israeliano, e per il lancio di oggetti in campo, il club dell'Hapoel Tel Aviv è stato sanzionato con una multa di 25 mila shekel (circa 6 mila euro). Il giudice sportivo, nella sua motivazione, ha criticato duramente l'episodio e la dirigenza della squadra, invitando i tifosi dell'Hapoel ad andare in visita al memoriale dell'Olocausto dello Yad Vashem a Gerusalemme. Erez Naaman, portavoce dell'Hapoel, ha detto che quanto accaduto è stato un incidente isolato e che i tifosi non hanno citato l'Olocausto come attacco al popolo ebraico ma come espressione di odio profondo. Per quanto riguarda il lancio di oggetti in campo, il giudice sportivo ha raccomandato che la dirigenza dell'Hapoel incontri i funzionari per la sicurezza di altre squadre, come il Maccabi Tel Aviv,e impari da loro come prevenire tali episodi in futuro.

(Il Messaggero, 18 gennaio 2019)


Per studiare l'ebraico ci vogliono tre C: consapevolezza, conoscenza e cultura

È la lingua della Torà che unisce ebrei di Israele ed ebrei della diaspora.

di Luisa Basevi*

L’identità individuale, di un gruppo e di un popolo è composta da vari elementi fra cui la lingua. La lingua, oltre ad essere mezzo di comunicazione, è veicolo di cultura, quindi un popolo lontano dalla propria lingua è lontano dalla sua cultura e dalla sua identità più profonda. Nel caso della lingua ebraica, la questione è ancora più complicata; storicamente, nella Diaspora, l'identità si è conservata proprio attraverso la ritualità e la lettura dei testi scritti in Leshon HaKodesh, l'ebraico, elemento unificante del popolo ebraico, e quindi l'ebraico è stato l'unico spazio fisico di un popolo lontano dalla propria terra, unico luogo possibile per mantenere viva la memoria del passato e per continuare ad esistere, nonostante i numerosi e continui tentativi di cancellazione. Da un centinaio di anni, però, e soprattutto dalla nascita dello Stato di Israele, l'ebraico rinnovato e parlato si è affermato come lingua nazionale di un popolo che parla la sua lingua nel suo spazio fisico. Terra e lingua si sono ritrovate e in Israele si parla, si scrive, si studia, si inventa, si commercia, si crea tecnologia in ebraico. Esiste un intero mondo espresso in ebraico, eppure la distanza con gli ebrei della Diaspora continua ad esserci, proprio perché non si parla, letteralmente, la stessa lingua. Si dice spesso che l'ebraico di Israele è un altro ebraico rispetto a quello che si conosce qui, ma non è così. L'ebraico è una unica lingua, con i suoi registri e le sue contaminazioni, come tutte le lingue vive.
   Come insegnante di lingua ebraica al Liceo Renzo Levi, al Collegio Rabbinico e ai corsi online dell'Uceì per le Comunità di tutta Italia, posso testimoniare lo stupore di molti studenti giovani e meno giovani nel ritrovare in testi contemporanei vocaboli o espressioni conosciuti nella Torah, nella Tefillah o nella Mishnali e collocati in altri contesti, più discorsivi. La lingua ebraica, infatti, è impregnata di citazioni e di riferimenti biblici e questo proprio in virtù del fatto che la lingua rinnovata da Eliezer Ben Yehuda e dagli altri, non meno importanti, appassionati sostenitori dell'ebraico come unica lingua del popolo ebraico in Terra di Israele, è la lingua della Torah. L'ebreo diasporico continua ad avere il cuore e la mente rivolti verso Sion e l'amore per Israele è un dato di fatto, ma tale sentimento, seppur nobile, non basta. Bisogna mettere in campo le tre C: consapevolezza, conoscenza e cultura, che vanno alimentate attraverso lo studio della lingua. La consapevolezza della propria posizione nel mondo è di sicuro il primo passo per non perdere l'identità ebraica. Chi sono io, da dove vengo, dove sono.
   La conoscenza della storia e delle regole della vita ebraica consolida la posizione dell'ebreo e lo differenzia dagli altri. Questo sono io, in qualsiasi parte del mondo.
   La cultura, infine, è la risposta più completa per costruire un'identità individuale e collettiva.
   Nel corso dei secoli è stata prodotta una quantità infinita di scritti, musiche, poesie, e, in epoca più moderna, in Terra di Israele e nello Stato di Israele, pièce di teatro, film; dunque la cultura in lingua ebraica in Israele è la cultura di confluenza delle varie Diaspore, è il luogo in cui si crea l'unità ed è il luogo dove ci si guarda negli occhi, chiedendosi: chi sono io e chi sei tu?
   Ora, lo spazio dedicato allo studio della lingua ebraica nelle nostre Comunità è davvero troppo ristretto per poter raggiungere un livello necessariamente alto per capire un commento a un testo sacro, un articolo, una poesia di un autore contemporaneo, un racconto mediamente alto, per vedere un film in ebraico. A scuola si studia l'ebraico fin dalla prima classe e al Liceo, dove insegniamo secondo il programma dell'Università Ebraica di Gerusalemme, la quale certifica i nostri ragazzi con diplomi universitari, le ore a nostra disposizione sono troppo poche per far acquisire agli alunni la sicurezza necessaria per immergersi nella cultura israeliana. Eppure, molti dei nostri ragazzi, durante e dopo il liceo. vanno in Israele per studiare o per arruolarsi nell'esercito e ciò a riprova del riferimento culturale che Israele rappresenta per tutti noi. E allora, ancora una volta, e proprio per il bene delle nostre Comunità, potenziamo l'ebraico, in modo da creare una vera fusione fra noi e Israel. Se non capiamo i testi sacri che leggiamo, come è possibile sentirci forti della nostra identità culturale, riconoscendo, anche, le tendenziose traduzioni e interpretazioni, che hanno creato una cultura antisemita? Se non capiamo la lingua dei parlamentari israeliani, come facciamo a capire la loro politica e a formarci una coscienza critica? Come possiamo apprezzare le parole delle canzoni, se non le capiamo? Cosa sappiamo della zavà e della storia di Israele? Che mezzi abbiamo per spiegare cosa succede in Israele a chi non lo sa, se le nostre fonti di informazione sono quelle locali, censurate o manipolate? Spesso ci difendiamo con argomentazioni retoriche e zoppicanti. Ma la retorica è facilmente attaccabile da altre retoriche, mentre la cultura è la sola risposta del popolo del libro. È il vero orgoglio ed è l'unica, vera hasbarà.

* Insegnante Scuole Ebraiche di Roma

(Shalom, gennaio 2019)


Sono arrivati in Israele i tre carabinieri assediati a Gaza

di Giordano Stabile

Ha mediato anche il Qatar per sbloccare la situazione dei tre carabinieri italiani assediati da Hamas a Gaza. Lo ha rivelato il portavoce del ministero degli Interni della Striscia, Yiad al-Bozum, nel ringraziare «quanti hanno partecipato alla soluzione della vicenda» e cioè «l'inviato speciale dell'Onu Nickolay Mladenov, il consolato generale italiano e l'ambasciatore del Qatar». Già nella tarda notte di martedì, dopo gli interventi diplomatici, la tensione era scesa attorno alla sede dell'Onu nel centro della città, dove si erano rifugiati i tre. Gli uomini di Hamas hanno controllato i documenti dei nostri militari e chiarito l'equivoco. Non erano «forze speciali israeliane» infiltrate, come sospettavano, ma gli uomini del Nucleo Scorte del consolato italiano a Gerusalemme, nella Striscia per un sopralluogo in vista di una visita del console generale.
   I carabinieri non si erano fermati a un controllo non previsto e i miliziani avevano sparato in aria e inseguito il fuoristrada Toyota sul quale viaggiavano. I militari avevano passaporti diplomatici e non erano tenuti a sottoporsi a ispezioni, se non in casi di emergenza. Il ministero degli Interni di Gaza ha spiegato che si è creata la necessità di controllare il veicolo «transitato in un'area in cui si erano verificati spari», poi inseguito fino all'ingresso dell'agenzia Onu. «Dopo che abbiamo compiuto verifiche, è emerso che si trattava di cittadini italiani, entrati peraltro nella Striscia in maniera regolare, e che il loro veicolo non era collegato agli spari», ha concluso.
   I tre carabinieri sono usciti dal valico di Erez poco dopo le 14 locali diretti a Gerusalemme. L'incidente nasce anche dal fatto che il livello di tensione nella Striscia è molto più elevato del solito. Il 12 novembre scorso i miliziani hanno intercettato un gruppo di uomini armati, che si fingevano palestinesi. Erano dell'esercito israeliano, in missione di ricognizione. Ne è scaturito un conflitto a fuoco, con sette militanti e un colonnello israeliano uccisi. Il blitz ha fatto alzare il livello di guardia e contribuito all'equivoco che ha coinvolto i nostri militari. Ma c'entra anche il clima avvelenato fra Hamas e l'Autorità nazionale palestinese guidata dal presidente Abu Mazen. I miliziani si sentono sotto un triplice assedio, da parte di Israele, dell'Egitto e di Al-Fatah, il partito di Abu Mazen che fino al 2007 governava la Striscia. In questo clima anche un sopralluogo di routine diventa una missione ad alta tensione.

(La Stampa, 17 gennaio 2019)


La Malaysia vieta l'ingresso nel proprio territorio agli israeliani

Tra le prime "vittime" del provvedimento restrittivo varato da Kuala Lumpur ai danni dei cittadini israeliani vi saranno degli "atleti paraolimpici".

di Gerry Freda

 
Saifuddin Abdullah, ministro degli Esteri della Malaysia
Il governo della Malaysia ha in questi giorni interdetto l'ingresso nel Paese ai cittadini di Israele.
   La nazione islamica è da sempre strenua sostenitrice dei diritti dei Palestinesi e non ha mai instaurato relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico.
   Saifuddin Abdullah, ministro degli Esteri di Kuala Lumpur, ha recentemente annunciato che, da oggi in poi, il territorio del suo Paese "non accoglierà più Israeliani" e ha presentato tale divieto come una "ritorsione più che proporzionata" alle "reiterate umiliazioni subite dagli abitanti di Gaza e della Cisgiordania ad opera dell'esecutivo Netanyahu". Secondo il capo della diplomazia malaysiana, le "brutalità" perpetrate dai militari dello Stato ebraico ai danni dei Palestinesi avrebbero ormai "superato ogni limite".
   Il ministro ha poi evidenziato un ulteriore motivo alla base del recente divieto: la decisione di alcune nazioni occidentali di riconoscere Gerusalemme come "capitale di Israele". Ad avviso dell'esponente del governo di Kuala Lumpur, tale riconoscimento, effettuato, tra gli altri, da Usa, Brasile e Australia, costituirebbe una "criminale revisione della storia". L'interdizione disposta ultimamente dalle autorità malaysiane sarebbe quindi anche una reazione a tale "brutale attentato alla verità storica", promosso, a detta di Abdullah, da una "cricca revisionista capeggiata da Netanyahu".
   Tra le prime "vittime" del provvedimento restrittivo varato da Kuala Lumpur ai danni dei cittadini israeliani vi saranno degli "atleti paraolimpici". La delegazione sportiva dello Stato ebraico, in virtù della ritorsione decisa dalla nazione islamica, non potrà infatti prendere parte ai mondiali di nuoto per disabili. La manifestazione si svolgerà il prossimo luglio proprio in Malesia.
   La reazione di Gerusalemme non si è fatta attendere. Dichiarazioni di condanna nei riguardi del Paese asiatico sono state pronunciate da numerosi componenti dell'esecutivo Netanyahu. Ad esempio, Yisrael Katz, ministro dell'Intelligence, ha bollato il divieto disposto da Kuala Lumpur come una "vigliacca aggressione ai danni del popolo israeliano", mentre Miri Regev, ministro della Cultura e dello Sport, ha tratto spunto dalla vicenda degli atleti paraolimpici per accusare le autorità malaysiane di "calpestare i diritti dei disabili in nome del fanatismo e dei pregiudizi politici".

(il Giornale, 17 gennaio 2019)


Se il sabato ebraico è la festa del mondo
      Articolo OTTIMO!


Benjamin Gross, da poco scomparso, fu l'ultimo dei grandi maestri ebrei di oggi. Esce ora una sua analisi teologica sul tema che segna l'identità del popolo eletto. È nello Shabbat che si fa memoria congiunta di due eventi distinti ma paralleli, uno naturale e universale e uno storico, inscindibili nell'economia del racconto biblico: la creazione del mondo e l'uscita di Israele dall'Egitto. Due memorie che convergono nell'unico giorno che Dio ha voluto "santo".

di Massimo Giuliani

Nessuno può dire di conoscere l'ebraismo se non ha davvero compreso cosa sia il Sabato ebraico, e nessuno può dire di averlo capito se non ha vissuto, almeno una volta, lo spirito e le norme dello shabbat. È il segreto palese, se mi è concesso l'ossimoro, della vita ebraica più autentica, ma proprio perché è sotto gli occhi di tutti e perché non si possono leggere le Scritture senza imbattersi continuamente nella santificazione del Sabato (che è esplicitamente uno dei dieci comandamenti), questo precetto è anche tra i più trascurati, per non dire il più frainteso. Molta cultura cristiana pensa che la domenica sia il "sabato degli cristiani". Ma se non si capisce cos'è lo shabbat ebraico, la metafora resta vuota non solo di prassi ma soprattutto di senso. E tradurlo con il termine "festa" è estremamente riduttivo: non è una festa, ma la festa nel senso più pieno. Celebra infatti il compimento divino del più grande miracolo umanamente immaginabile: l'esistenza del mondo. Non solo, del mondo questo giorno settimo, che Dio ha comandato di santificare, rivela il senso e la vocazione nonché la trascendenza. Nel ricordo del riposo divino - shabbat vuol dire cessazione e riposo - sono inscritte la finalità e la speranza del creato, inteso come unità di natura e storia. Non è esagerato affermare che, se esiste, la metafisica dell'ebraismo sta tutta nei valori e nella prassi che costituiscono lo shabbat. Non a caso i rabbini hanno sempre insegnato: «Non è Israele che custodisce il Sabato ma il Sabato che custodisce e preserva e fa sopravvivere Israele», né è un caso che nelle lingue derivate dal latino questo giorno settimanale abbia fino ad oggi mantenuto il suo nome ebraico.
  Il filosofo francese-israeliano Benjamin Gross, da poco scomparso, è l'ultimo dei grandi maestri ebrei contemporanei, sulla scia di Franz Rosenzweig, Joseph Soloveitchik e Avraham Joshua Heschel, ad aver scritto sul valore cosmico e religioso del Sabato nella tradizione ebraica. Nel volume Momento di eternità (appena pubblicato dalle Edb nella collana "cristiani ed ebrei"), Gross sostiene che esiste un preciso parallelo tra Israele e il Sabato: «La nascita della società ebraica, all'epoca dell'esodo dall'Egitto, rappresenta sul piano della storia ciò che lo shabbat rappresenta sul piano della natura: una traccia della trascendenza inserita nell'universo per testimoniare l'Origine ossia il Creatore. Lo shabbat e Israele sono consustanziali». In questo giorno si fa memoria congiunta di due eventi distinti ma paralleli, uno naturale e universale e uno storico e particolare, inscindibili nell'economia del racconto biblico: la creazione del mondo e l'uscita di Israele dall'Egitto. Due memorie che convergono nell'unico giorno che Dio ha voluto "santo", che cioè ha separato dagli altri elevandolo a memoriale vivente.
  Il precetto di santificare questo giorno sta nella lista dei doveri verso Dio, che simbolicamente si trova nella prima delle due tavole dei comandamenti. Ma ciò non significa che esso non racchiuda alcuni doveri verso il prossimo o non veicoli un messaggio sociale e politico. Anzi, di tutti i comandamenti è proprio quello che contiene la rivoluzione politica più radicale che sia mai stata annunciata: nel giorno del Sabato, infatti, l'obbligo del riposo e della celebrazione investe alla pari uomini e donne, genitori e figli, padroni e servi, esseri umani e animali domestici. Di fatto, sottolinea Gross, lo shabbat prospetta ciò che in linguaggio moderno chiameremmo "l'abolizione della divisione delle classi, l'insubordinazione verso le leggi dell'economia e il superamento dell'alienazione causata dalla necessità del lavoro quotidiano". Un'utopia marxiana ante litteram (non dimentichiamo le radici ebraiche del pur ateo Marx) ma che meglio si comprende alla luce della categoria dello shalom messianico. Come potrebbe lo spirito del Sabato ebraico non includere questa prospettiva escatologica di giustizia, integrità e armonia per tutti gli esseri viventi, animali inclusi? Lo shabbat è, per i maestri di Israele, un sessantesimo del mondo futuro, del paradiso, della redenzione finale; è un anticipo e funge una promessa di ciò che può già essere gustato quaggiù e che diventa modello e ispirazione per i riscatti e le piccole redenzioni di cui necessitano i sei giorni di quotidiano lavoro, che dallo shabbat ricevono luce e orientamento.
  Per esplicitare questo senso etico universale, contenuto nella prassi sabbatica, il teologo chassidico Heschel aveva scritto il suo libro più famoso Il sabato e il suo significato per l'uomo moderno, un classico della spiritualità occidentale. L'ebraismo privilegia la santificazione del tempo alla monumentalizazzione dello spazio: non ha lasciato piramidi o cattedrali ma ha consegnato all'umanità un'architettura temporale ossia il suo calendario liturgico e la sacralità del riposo settimanale e dalla speranza messianica. All'uomo contemporaneo, stressato dalla conquista dello spazio e della visibilità, Heschel contrappone la conquista del tempo, che è interiorità e persino nascondimento, perché i valori e i significati profondi dell'esistenza non sono merce da trattativa mercatile. Non si comprano né si vendono, possono solo essere coltivati, curati e condivisi. Lo shabbat, nell'idea di astenersi dal lavoro e nel porsi un limite, ammonisce l'homo faber a coltivarsi anche e soprattutto come creatura, in una passività che preserva e dà senso alla stessa attività lavorativa. Emmanuel Levinas ha fatto di questa passività, cifra positiva del riposo sabbatico, una parola chiave della sua riflessione etica, eredità dei profeti che i rabbini hanno sviluppato in dettaglio nello studio del Talmud. Solo un approccio superficiale può liquidare quei dettagli come formalismo o mera esteriorità; al contrario, ogni singola norma per la santificazione del Sabato è spia e rivelazione di una dedizione piena a compiere il progetto divino sul mondo. E nella visione profetico-rabbinica, il valore e la prassi dello shabbat sono un messaggio per tutti, non solo per gli ebrei. Isaia al capitolo 56 ricorda che eunuchi e stranieri, nella misura in cui "si guarderanno dal profanare il Sabato", verranno condotti sul santo monte di Sion, casa della preghiera e luogo dove anch'essi offriranno sacrifici. In Geremia l'osservanza assoluta dell'astensione dal lavoro nel giorno santo non è meno forte e anticipa le prescrizioni del trattato talmudico che porta appunto il nome di Shabbat. Un precetto universale, dunque, che sintetizza quell'imitatio Dei in cui consiste la religiosità ebraica. «Lo shabbat è stato osservato da Dio prima che dall'uomo, scriveva nel XIX secolo il rabbino livornese Elia Benamozegh, ed è proprio perché Dio lo ha osservato che è stato comandato all'uomo di osservarlo a sua volta». È utile, poi, sapere che l'insegnamento di Gesù sul «sabato che è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato» era un'idea diffusa in tutto il giudaismo farisaico dei primi secoli. La si ritrova, con spiegazione annessa, nel Talmud, trattato Yomà, che è dedicato al "sabato dei sabati" ossia al giorno di Kippur: «A voi uomini è stato dato lo shabbat: ciò comporta che ci sono situazioni in cui si deve osservare lo shabbat e situazioni in cui si può profanarlo non osservandolo se ciò è richiesto dalla salvaguardia della vita». Quanti fraintendimenti e quanto pregiudizio antiebraico è stato costruito su quest'affermazione evangelica, che comparando le fonti trova invece Gesù e i farisei in piena sintonia di vedute.
  La cifra del Sabato ebraico è il doppio. I maestri di Israele si spingono a ritenere che «all'ingresso del sabato, ogni uomo riceve un'anima supplementare». Ma cos'è questo raddoppio dell'anima umana se non il dono di un'intelligenza nuova, quasi un surplus di coscienza e di consapevolezza circa quel che davvero siamo e soprattutto perché siamo al mondo? Un doppio che viene ritualmente ricordato nell'accensione di due lumi, nella benedizione su due pani (ciascuno doppiamente intrecciato) e nei due verbi, zakor e shamor, ricorda e osserva, che ne comandano la santificazione.
  L'attesa messianica, nell'ebraismo, è frutto della fede che "quel giorno", il giorno storico della redenzione ultima, sarà "tutto shabbat", perché sarà il giorno in cui tutti i popoli saliranno con Israele a Sion. E come la Torà è stata data sul monte Sinai nel giorno di shabbat, ricorda Benjamin Gross, così sarà in uno shabbat senza fine dove l'umanità intera abbraccerà «il giogo del regno dei cieli». Se non è metafisica questa.

(Avvenire, 17 gennaio 2019)


Incontro a Torino con Magdi Allam per il Giorno della Memoria

“Chiamata di Mezzanotte” organizza un incontro, Domenica 27 gennaio a Torino, per il “Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione degli ebrei e la loro deportazione. E’ un giorno in cui tutti siamo chiamati a ripensare a ciò che è accaduto affinché non vengano mai più scritte pagine di storia come questa.
In modo particolare prenderemo in considerazione una crescente forma di antisemitismo che si può osservare oggi in Italia e in Europa.
Magdi Cristiano Allam illustrerà il suo ultimo libro “Il Corano senza veli”.
Introdurrà Marcello Cicchese.
Luogo: Hotel “Il Fortino”, via del Fortino 36 - Torino - info 011 283966
Giorno: 27 gennaio, ore 17

(Chiamata di Mezzanotte, 17 gennaio 2019)



Israele: il food & wine mercato di riferimento importante

L'ente del turismo ha organizzato una Cooking Challenge a Milano, in cui un nutrito gruppo di agenti di viaggi si è sfidato tra i fornelli, a colpi di ricette e pietanze tipiche israeliane.

Conoscere Israele attraverso il cibo e i sapori, questa l'idea alla base della Israel Cooking Challenge, organizzata dall'ente del Turismo, che si è svolta ieri sera a Milano e che ha visto un nutrito gruppo di agenti di viaggi sfidarsi (simpaticamente) tra i fornelli, a colpi di ricette e pietanze tipiche israeliane. I partecipanti sono stati divisi in due squadre, guidati dai sapienti consigli di due chef, si sono cimentati nella preparazione di alcuni dei piatti più famosi del Paese, scoprendo anche tante curiosità, usi e costumi di Israele e della sua cucina.
   Un modo per conoscere sempre più da vicino il Paese, partendo dal cibo, in quanto "il cibo israeliano è come Israele, un insieme di gusti, sapori, colori e profumi perché arriva un po' da tutto il mondo come influenze, esattamente da oltre 130 Paesi diversi", ha dichiarato Avital Kotzer Adari, consigliere per gli affari turistici Ambasciata d'Israele nel corso della serata.
   Il piatto che si mangia riflette le influenze delle diverse culture. "Il piatto è una festa - commenta Adari -. Il nostro è un Paese molto dinamico, come si può vedere dalle diverse campagne che stiamo facendo tra tram, metrò ed anche tv, per questo abbiamo pensato allo spunto della cucina per conoscerlo meglio". Non solo, il food & wine "non è più solo un segmento, ma è diventato un mercato di riferimento importante, con tanti progetti da portare avanti".
   E i numeri lo dimostrano. Per esempio a Tel Aviv vi sono più di 1.700 ristoranti, caffè, bar, locali. Non solo, conta anche più di 400 ristoranti vegani, vanta uno street food di alto livello. Tra le possibili esperienze che i turisti possono vivere vi è la visita dei mercati, "che possono diventare dei tour guidati o per individuali, assaggiando i prodotti tipici in sette diversi mercati, da quelli più tradizionali a quelli più chic, che sono aperti anche di notte. Dopo Tokyo e Ny, Tel Aviv è la città con il maggior numero di shushi bar al mondo. Tra le tendenze forti c'è anche quella della birreria boutique, non solo, i ristoranti diventano location per ospitare eventi culturali, come in occasione di Eat Tel Aviv, che si terrà nel mese di maggio".
   Gerusalemme non è da meno nella sua offerta. Vi si respira un'atmosfera internazionale, in quanto ospita tanti studenti, grazie alla presenza dell'Università ebraica. Ha una sua zona storica per il vino che è la Giudea, ma vanta anche ristoranti moderni o che propongono le ricette citate nella Bibbia. I mercati la sera diventano location per ascoltare la musica. s.v.

(Guida Viaggi, 17 gennaio 2019)


Il piano di Trump: stato palestinese in West Bank con Gerusalemme est capitale

Giudea e Samaria quasi completamente ai palestinesi oltre a una parte di Gerusalemme Est. Sarebbe questo, secondo Reshet 13 TV, il "piano del secolo" studiato da Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Non proprio un piano "amico di Israele".

Il cosiddetto "piano del secolo" annunciato da mesi dal Presidente Trump prevederebbe uno Stato palestinese nella West Bank (Giudea e Samaria) con Gerusalemme Est come capitale. A sostenerlo è un report della Tv israeliana Reshet 13 TV.
Secondo quanto appreso da Reshet 13 TV il piano di Trump prevederebbe la creazione di uno Stato palestinese in buona parte della West Bank (circa il 90%) che abbia come capitale una parte di Gerusalemme Est. I grandi insediamenti sarebbero annessi da Israele mentre quelli più piccoli sarebbero fatti evacuare....

(Rights Reporters, 17 gennaio 2019)


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Un discorso tra amici

In un articolo del 4 gennaio 2018 sul quotidiano “il Giornale”, Fiamma Nirenstein commentava con soddisfazione le scelte di Trump contro le pretese palestinesi e a favore di Israele. Diceva:
    «Show me your money, mostrami i soldi, è un modo di dire per verificare le intenzioni dell'interlocutore. Non si scherza coi soldi. Trump è un businessman e lo fa sapere ai suoi elettori, come quando rivede il bilancio del suo Paese, tagliando di qua (clima, sanità), aumentando di là (difesa). [...] Trump ha anche detto che la questione di Gerusalemme avrebbe richiesto un prezzo elevato anche da Israele. Come a segnalare che Netanyahu avrebbe dovuto, se i palestinesi avessero accettato la trattativa, cedere qualcosa di importante».
All'articolo seguiva un commento:
    «Che cosa avrebbe dovuto cedere Netanyahu, per la precisione? Qualcuno lo sa? Forse non lo sa nemmeno Trump, perché nel suo pragmatismo, da buon businessman avrà voluto aspettare che il gioco si chiarisse prima di far sapere che cosa era disposto a dare e che cosa avrebbe voluto chiedere in cambio. Fino a questo momento, Trump ha soltanto enunciato una cosa ovvia: che Gerusalemme è la capitale di Israele. E questa ovvietà linguistica ha scatenato un finimondo altrettanto linguistico. Ma non ha detto, il Presidente degli Stati Uniti, quanto è grande questa capitale e fino a dove arriva. Comprende tutta Gerusalemme Est? Non l'ha detto. Comprende tutto il Monte del Tempio, chiamato da alcuni per convinzione, da altri per prudenza Spianata delle Moschee? Non l'ha detto. Finora ha detto soltanto che il Muro del Pianto appartiene a Israele. Contenti gli israeliani? Non so. Ma supponiamo che il businessman chieda a Netanyahu: "Show me your money, quanti soldi hai per chiedermi che io ti dia il resto di Gerusalemme? Ti ho dato il Muro del Pianto, e sai bene quanto mi è costato imporlo ad Abu Mazen; che cosa vuoi di più? In fondo, se gli ebrei hanno pianto per duemila anni lontani da Gerusalemme e in terra straniera, adesso potranno continuare a farlo per qualche altro migliaio di anni davanti al muro, nel mezzo di Gerusalemme, in un pezzo di terra tutto loro. Ma che vogliono questi ebrei?»
Forse si avvicina il momento in cui Trump chiederà chiaro e tondo a Netanyahu: «Show me your money, mostrami i soldi!». E avendo visto che sono troppo pochi chiuderà il discorso su Gerusalemme e dirà al capo d'Israele: "Goditi quello che hai già e accontentati". "Gerusalemme capitale unica e indivisibile di Israele!" griderà convinto il nazionalista Netanyahu. "Spiacente, l'affare è svantaggioso per me", risponderà tranquillo il businessman Trump. Un discorso tra amici? Sì, certo. E vatti a fidare degli amici! M.C.

(Notizie su Israele, 17 gennaio 2019)


Il lancio del satellite iraniano che preoccupa Stati Uniti e Israele

di Emanuele Rossi

Un misterioso satellite iraniano non è riuscito a raggiungere l'orbita stabilita, precipitando nell'oceano Indiano. L'episodio ha riacceso le polemiche sul programma missilistico di Teheran. Washington e Gerusalemme hanno alzato i toni, ma Rouhani tira dritto.

 
Un innocuo satellite "non militare" per Teheran. "Il primo stadio di un missile intercontinentale" per Tel Aviv. "Una minaccia alla comunità internazionale" per Washington. Sono le tre diverse letture del fallito lancio spaziale iraniano, che ieri ha riacceso il dibattito relativo al programma missilistico di Teheran, tra l'altro proprio in un momento in cui la tensione con Israele è tornata ad alzarsi sul complesso dossier siriano.

 Cosa è successo
  A comunicare il fallito lancio è stata la tv di Stato iraniana, che ha riportato le parole del ministro della Telecomunicazioni Mohammad Javad Azari Jahromi. Partito dalla base spaziale Imam Khomeini, situata nella provincia settentrionale di Semnan, il vettore Simorgh (che in farsi significa "fenice") non è riuscito a "raggiungere la velocità necessaria" al suo terzo stadio, anche se avrebbe condotto con successo le prime due fasi di volo. A bordo c'era il satellite per telerilevamento Payam ("messaggio"), destinato secondo Teheran a scopi "non militari" e prevalentemente per applicazioni in campo agricolo. Eppure, il suo destino è stato diverso, con un brusco e imprevisto rientro nell'oceano indiano. Tra l'altro, Payam è stato progettato insieme a Doosti ("amicizia"), sulla cui partenza potrebbe influire ora il fallito lancio. Solitamente, l'Iran concentra le sue attività spaziali tra gennaio e febbraio, in modo da inserirle nei festeggiamenti per l'anniversario della Rivoluzione del 1979.

 Il programma spaziale iraniano
  Così è stato per quasi tutti i lanci oltre l'atmosfera, eseguiti in passato soprattutto con il programma Safir ("ambasciatore"), al debutto spaziale nel 2009. Particolari furono i due lanci nel 2013, con cui Teheran sparò in orbita due scimmie, mentre già nel 2010 l'allora presidente Mahmud Ahmadinejad annunciava che il primo astronauta iraniano avrebbe raggiunto lo spazio su un veicolo spaziale iraniano entro il 2019 (cosa ad ora molto improbabile). Come per ogni altro Paese con ambizioni di potenza regionale, anche l'Iran ha conservato obiettivi spaziali carichi di significato simbolico più che scientifico. Prima di apprendere il fallimento, la tv di Stato aveva celebrato la partenza del Simorgh come "un messaggio di orgoglio, autostima e forza di volontà della gioventù iraniana nel mondo".

 Il punto di Mike Pompeo
  Ad ogni modo, il fallito lancio ha riattivato tutte le polemiche e le preoccupazioni relative al programma missilistico iraniano. Una ferma condanna è arrivata dal dipartimento di Stato Usa, che ha definito l'azione "una sfida alla comunità internazionale e la risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite". In un comunicato stampa, Mike Pompeo ha definito la tecnologia di lancio "virtualmente identica e intercambiabile con quella usata nei missili balistici, inclusi i missili balistici intercontinentali". Perciò, ha aggiunto, gli Stati Uniti stanno lavorando con i suoi partner "per contrastare le numerose minacce della Repubblica islamica, incluso il suo programma missilistico, che minaccia l'Europa e il Medio Oriente". Simili accuse erano arrivate anche in occasione di altri lanci iraniani, sempre concernenti il fatto che il programma di vettori spaziali nascondesse in realtà l'obiettivo di perfezionare razzi in grado di trasportare testate nucleari.

 La risposta di Teheran
  In passato, era stato lo stesso presidente Hassan Rouhani a non nascondere una simile ambizione: "I missili oggi sono il nostro unico modo per difenderci e siamo orgogliosi del nostro programma". D'altra parte, anche quando il Joint comprehensive plan of action (Jcpoa) era nella delicata fase di negoziazione, Teheran ha portato avanti con decisione il programma missilistico. Nonostante le parole di Pompeo, sono in molti a dubitare che l'Iran violi le norme internazionale. Il Jcopa, da cui gli Usa sono usciti a maggio, riguarda il programma nucleare e le percentuali di arricchimento dell'uranio (e il loro rispetto è confermato periodicamente dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica dal 2015), non i missili. Ad essi è dedicata per l'appunto la risoluzione 2231 del 2015 del Consiglio di sicurezza dell'Onu, la quale però "invita" (e non "obbliga" come la precedente 1929 del 2010) l'Iran a sospendere ogni attività sui missili balistici. Ciò lascia ampi spazi alle ambizioni balistiche di Teheran, soprattutto a quelle che il governo definisce "non concepite per trasportare armi nucleari", proprio come il programma spaziale.

 Le proteste di Netanyahu
  Non ha però dubbi il presidente israeliano Benjamin Netanyahu: l'Iran vuole costruire missili nucleari. Il satellite lanciato da Teheran non sarebbe altro che "il primo stadio di un vettore intercontinentale", ha spiegato. La bugia sul lancio, tra l'altro, sarebbe solo una delle "tante menzogne del governo iraniano", tra cui andrebbe annoverato soprattutto "il tentativo di sviluppare armi nucleari". Nei giorni scorsi, la tensione era aumentata sul dossier siriano. "Andate via velocemente, perché non smetteremo di colpire", aveva detto Netanyahu partecipando alla cerimonia di insediamento del nuovo capo di Stato maggiore della Difesa, in risposta a quanto dichiarato dal portavoce della diplomazia iraniana Bahram Qasemi, secondo cui l'Iran "non ha basi militari e non ha truppe presenti nel Paese".

(formiche, 16 gennaio 2019)


«La barbarie delle leggi razziali»

Storie e tragedie degli ebrei bolognesi perseguitati dai nazisti, nel libro "Barbarie sotto le Due Torri" di Lucio Pardo, già presidente della Comunità Ebraica di Bologna. Il libro sarà presentato lunedì 28 gennaio, nei locali della Sinagoga di via Mario Finzi.

di Luca Orsi

La memoria contro l'oblio. Fissare i ricordi perché chi verrà dopo di noi sappia. E non dimentichi. Perché gli orrori della Storia non si ripetano. Lucio Pardo, già presidente della Comunità ebraica, mette nero su bianco in un libro le storie e le parole di tanti ebrei bolognesi che - a partire dalla prima retata dei nazisti nella nostra città, il 7 novembre 1943 - vennero perseguitati e deportati con il pretesto della razza.
   Nelle pagine di Barbarie sotto le Due Torri (che sarà presentato lunedì 28 gennaio, alle 16, nei locali della sinagoga, in via Mario Finzi) riecheggiano le voci di intere famiglie che abitavano in città, le loro sofferenze quotidiane: come i Calò e i Saralvo, completamente annientate dalla Endlösung, la «soluzione finale» voluta da Adolf Hitler; rivivono le tragedie di Mario Finzi e di Moisè Alberto Rossi, del rabbino Orvieto e della famiglia Sermoneta. Secondo alcuni calcoli, gli ebrei bolognesi morti nei lager furono 114, su circa 150 deportati.
   Il libro - un volume-testimonianza edito con la collaborazione dell'assemblea legislativa della Regione, pubblicato in concomitanza con il Giorno della Memoria - parla di tutto questo. E «dell'infamia dell'Ovra (la polizia segreta fascista, ndr) e dei nazisti da un lato, e dall'altro dell'impegno della brava gente di Bologna, che capì e si oppose», spiega Pardo.
   La tragedia delle «leggi per la difesa della razza» si abbatté anche sopra la nostra città, dove la comunità ebraica era bene inserita, tanto da avere una sinagoga, da annoverare tra i propri iscritti alcuni dei nomi più illustri dell'Università, delle categorie produttive e delle libere professioni più in vista.
   «Le leggi razziali furono la pagina più nefasta della Storia patria, per le tragiche conseguenze che quel provvedimento portò agli italiani», scrive nella prefazione del volume Simonetta Saliera, presidente dell'assemblea legislativa regionale.
   In occasione della Giornata della Memoria 2019, «come assemblea legislativa abbiamo sentito la necessità di collaborare con la comunità ebraica per realizzare una pubblicazione in cui Pardo intreccia il proprio racconto con una ricostruzione storiografica dei principali fatti di quei drammatici anni: ricordare è un modo per non dimenticare ed evitare il ripetersi di ignobili tragedie».
   Per la prima volta, la Comunità ebraica bolognese ha aperto i propri archivi. E Pardo ha potuto pubblicare scritti finora inediti di testimoni diretti della persecuzione degli ebrei in città. Come quelli, datati 7 novembre '43, di Ubaldo Lopes Pegna, decente di filosofia nella scuola ebraica; e di Loris Goldstaub, docente di disegno. «Per gli ebrei - scrive Pardo - non restava che un'alternativa: o restare al proprio posto e farsi uccidere, lontano da casa chissà dove, chissà quando;, oppure allontanarsi, mimetizzarsi, sparire. Allontanarsi cioè abbandonare la propria abitazione, il cui indirizzo compariva negli schedari della polizia italiana destinati a cadere nelle mani della polizia tedesca. Mimetizzarsi significava procurarsi una nuova identità con relativi nuovi documenti falsi, coerenti con la propria persona e con il nuovo luogo, ove da sconosciuti si andrà a stare».

(Il Resto del Carlino, 17 gennaio 2019)


In «scioccante aumento» la persecuzione dei cristiani

Pubblicata la World Watch List 2019, il rapporto annuale della Ong Porte Aperte. Preoccupante la situazione in Asia.

La persecuzione dei cristiani nel mondo è in «scioccante aumento»: circa 245 milioni i cristiani perseguitati nel mondo a causa della propria fede. È quanto viene fuori dal rapporto annuale pubblicato ieri dalla Ong Open Doors. Secondo i dati della World Watch List 2019, a destare particolare preoccupazione è la situazione in Asia dove la persecuzione sta registrando un notevole aumento. In Cina, che è salita di 16 posti al numero 27, alcune nuove leggi stanno cercando di controllare tutte le espressioni religiose.
   L'amministratore delegato di Open Doors UK e Irlanda, Henrietta Blyth, ha dichiarato: «La nostra ricerca svela un aumento scioccante della persecuzione dei cristiani a livello globale. In Cina le cifre indicano che la persecuzione è la peggiore da oltre un decennio - in modo allarmante alcuni leader della chiesa dichiarano che è la situazione peggiore da quando la Rivoluzione culturale si è conclusa nel 1976. Nel mondo, i nostri dati rivelano che il 13,9% in più di cristiani sta vivendo livelli elevati di persecuzione rispetto all'anno scorso. Sono 30 milioni di persone in più.
   L'India, la più grande democrazia del mondo, è entrata per la prima volta nella Top 10 dei World Watch List: qui gli estremisti indù agiscono con impunità compiendo violenti attacchi contro cristiani e chiese. Ciò è guidato dal crescente ultra nazionalismo, che ha portato ondate di violenza contro le significative minoranze religiose non indù».
   L'aumento del nazionalismo sta portando a simili persecuzioni in altri paesi come il Bhutan, il Myanmar e il Nepal, dove l'identità nazionale è legata alla religione e coloro che appartengono a fedi minoritarie diventano bersagli delle violenze estremiste.
   A soffrirne maggiormente sono i cristiani nelle zone rurali remote. Blyth ha dichiarato: «È sconvolgente che l'India - il paese che ha insegnato al mondo la via della "non violenza" - ora si affianchi nella nostra World Watch List a paesi come l'Iran. Per molti cristiani in India, la vita quotidiana è ora piena di paura, completamente diversa da soli quattro o cinque anni fa».
   La persecuzione in Corea del Nord è peggiore di qualsiasi altro paese al mondo e dura da 18 anni. Cinque anni fa, solo la Corea del Nord era nella categoria estrema per il livello di persecuzioni subite dai cristiani. Quest'anno i primi 11 paesi della World Watch List in cui la persecuzione contro i cristiani è estrema sono: Corea del Nord, Afghanistan, Somalia, Libia, Pakistan, Sudan, Eritrea, Yemen, Iran, India e Siria.
   Nel 2018 oltre 4.305 cristiani sono stati uccisi semplicemente a causa delle loro convinzioni, con la Nigeria ancora principale terra di massacri, non solo per mano dei terroristi islamici di Boko Haram.
   Nella fascia settentrionale della Nigeria, almeno 3.700 cristiani sono stati uccisi per la loro fede - quasi il doppio di un anno fa (circa 2.000).
   Il maggior numero di decessi è stato registrato nello Stato di Plateau (1885), dove le morti cristiane per mano di mandriani musulmani sono state dichiarate «genocidio» dalla Camera nigeriana dei deputati.
   Dalla ricerca emerge che la persecuzione di genere è utilizzata per colpire la comunità cristiana. Nei primi cinque paesi dove per i cristiani è più difficili vivere, l'esperienza femminile della persecuzione è caratterizzata da violenza sessuale, stupri e matrimoni forzati. Ciò significa che le donne e le ragazze cristiane affrontano maggiori persecuzioni in ambito familiare e sociale, mentre gli uomini cristiani hanno maggiori probabilità di essere detenuti senza processo o uccisi sommariamente dalle autorità o dalle milizie.
   In continuità con la ricerca dello scorso anno, la persecuzione degli uomini è, in generale, «concentrata, severa e visibile», mentre quella delle donne è «complessa, violenta e nascosta.

(Riforma.it, 16 gennaio 2019)



Israele, esempio per far crescere l'economia

di Carlo Alberto Pratesi

Come far crescere un'economia se non si hanno risorse naturali da sfruttare? Investendo sulla ricerca e sulle imprese che producono l'innovazione di cui il mercato ha sempre più bisogno. Lo Stato, in questa ottica, deve finanziare sia gli imprenditori che si assumono il rischio relativo allo sviluppo delle nuove tecnologie, sia le università che producono talenti e brevetti. Questo, in sintesi, è quello che l'ambasciatore d'Israele Ofer Sachs ha spiegato nell'incontro organizzato da Comin & Partners su «Startup e innovazione». Il suo Paese, adottando questa strategia, in 30 anni ha aumentato di sette volte il reddito pro-capite, azzerato l'inflazione e ridotto a un terzo il debito pubblico. Oltre 340 multinazionali che hanno situato lì i loro centri di ricerca e migliaia di startup nate in Israele oggi sono a caccia di laureati (soprattutto ingegneri) e sono interessate a qualunque tipo di collaborazione con le università romane.

(Corriere della Sera - Roma, 16 gennaio 2019)



Austria - Kurz: «I cittadini ebrei non si sentono sicuri in Europa»

Il cancelliere austriaco ha chiesto agli Stati un'«azione coesa» contro l'antisemitismo «Preoccupazione» della Commissione

STRASBURGO - «Ci sono dei cittadini ebrei che non si «sentono al sicuro in alcuni Paesi d'Europa». A sollevare la questione della persistenza dell'antisemitismo nel Vecchio Continente - a pochi giorni dal 27 gennaio, Giornata della Memoria - durante la plenaria del Parlamento di Strasburgo, è stato il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, leader del Partito Popolare.
   La lotta all'antisemitismo e all'antisionismo è una «questione fondamentale» per Vienna, ha sottolineato. Ricordando che nella capitale austriaca si è svolta a novembre «la prima conferenza europea su questo tema, con tutte la comunità ebraiche d'Europa». «Ancora, però - ha rilevato - alcuni cittadini ebrei si sentono nel mirino. È dunque cruciale un'azione coesa e decisa di Bruxelles». Un'indagine esclusiva della Cnn, realizzata a novembre con rilevazioni in Germania, Austria, Gran Bretagna, Ungheria, Francia, Polonia e Svezia, rivelava che per un europeo su cinque l'antisemitismo sarebbe «colpa degli ebrei». Un quarto degli intervistati - spiegava il rapporto - ritiene poi «eccessiva» l'influenza degli ebrei negli affari e nella finanza. Il sondaggio non parlava solo di una «resistenza» dei vecchi pregiudizi. Mostrava anche la progressiva perdita della memoria della Shoah: un quinto dei giovani tra i 18 e i 34 anni non ne ha mai sentito parlare. In Austria, tale quota arriva al 12 per cento. Un successivo studio dell'Agenzia dei diritti fondamentali dell'Ue ha confermato l'allarme. In base alla rilevazione - condotta su un campione di 16mila ebrei sopra i 16 anni - il 90 per cento degli intervistati ha rilevato un aumento dell'antisemitismo, mentre il 28 per cento ha denunciato di aver subito una qualche forma di discriminazione.
   Alle affermazioni di Kurz, ha risposto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker. «È molto preoccupante che dei cittadini ebrei abbiano paura di professare la propria fede, e che l'antisemitismo dilaghi. Non credevo di poter rivedere una cosa del genere nella mia vita. Ma abbiamo dimostrato che siamo in grado di lottare e dobbiamo continuare a farlo», ha detto.

(Avvenire, 16 gennaio 2019)


Sanata la ferita alla storia

di Paolo Conti

Oggi viene sanata a Roma una gravissima ferita alla Memoria e alla Storia. Le strade della Capitale, in queste ore, accoglieranno altre ventisei pietre d'inciampo dedicate alla memoria delle vittime del nazifascismo. Ma c'è un atto riparatorio molto significativo, che avviene alla presenza della sindaca Virginia Raggi: la ricollocazione delle venti pietre rubate il 10 dicembre 2018 in via Madonna dei Monti 82 e dedicate ai deportati nei campi di sterminio delle famiglie Di Castro e Di Consiglio. Un atto violento, odioso, un autentico sfregio progettato e consapevole. Dunque nulla che abbia a che fare con il solito teppismo che, purtroppo, lascia le sue tracce quotidiane in tutta Roma. Noemi Di Segni, presentando recentemente a palazzo Chigi le manifestazioni per la Giornata della Memoria, ha invitato tutti a non sottovalutare le nuove forme di antisemitismo e di razzismo che si manifestano in Italia e in Europa. Il ritorno di queste pietre d'inciampo appare come una giusta e doverosa risposta a questo timore, come aveva scritto recentemente Pierluigi Battista sollecitando un rapido ritorno di quei segnali-monumento.
   Dunque stavolta Roma, nel suo complesso, ha reagito bene. E stata capace di chiudere un orribile capitolo in tempi ragionevoli, dimostrando compattezza e unità d'intenti.
   E il Campidoglio, va doverosamente sottolineato, si è mosso esattamente come dovrebbe fare sempre, mostrando fermezza, rapidità e anche capacità organizzativa. In una Capitale «normale» dovrebbe essere la regola, ma Roma - lo sappiamo - sta facendo i conti con una stagione drammatica e angosciosa, dove il degrado sembra stia vincendo su tutto e su tutti. L'episodio delle Pietre d'Inciampo, nei suoi tanti ed evidenti simboli, porta anche questo segno: la possibilità di tornare alla «normalità», a una capacità amministrativa quale si merita una grande Capitale europea. Le pietre d'inciampo riguardano tutti noi: per la Memoria, per l'orrore della Shoah, per nutrire la Memoria. Ma anche perché indicano a Roma una possibile via d'uscita dall'immobilismo e dal Brutto che ci opprime.

(Corriere della Sera - Roma, 16 gennaio 2019)



Israele: crisi nel sistema giudiziario, indagini e un arresto

Presidentessa della Corte Suprema: 'Faremo piena luce'

L'unità di elite della polizia israeliana, la 433, ha avviato un'indagine su possibili infrazioni compiute nella nomina di giudici. Lo ha reso noto il portavoce della polizia. E' la prima conferma di voci insistenti diffusesi nei giorni scorsi su internet circa un grave scandalo che sarebbe maturato nel sistema giudiziario.
Il portavoce ha precisato che un avvocato, sospettato di essere coinvolto nella vicenda, è stato arrestato oggi. Inoltre una donna-giudice di un tribunale di pace ed una avvocatessa sono state convocate oggi dalla 433, come testimoni. Agenti hanno anche compiuto perquisizioni e requisito documenti e computer. La presidentessa della Corte Suprema Ester Hayut e la ministra della giustizia Ayelet Shaked hanno assicurato che l'inchiesta farà piena luce e hanno espresso fiducia che si concluderà al più presto "per assicurare la fiducia del pubblico nel sistema giudiziario". Secondo la radio statale, il presidente dell'ordine degli avvocati Effi Naveh starebbe per rassegnare le dimissioni, ma finora da parte sua non c'e' conferma.

(ANSAmed, 16 gennaio 2019)


Gaza, tre carabinieri italiani assediati da Hamas

Dopo un controllo a un checkpoint. L'inseguimento e gli spari: asserragliati nella sede Onu dei territori.

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Tre carabinieri italiani si sono rifugiati a Gaza nella sede dell'Unrwa, l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, dopo un drammatico inseguimento da parte degli uomini armati di Hamas che ancora ieri sera, da lunedì, li tenevano sotto assedio. Sembra che la pattuglia italiana fosse entrata a Gaza per una missione Onu, che la loro auto in movimento abbia suscitato i sospetti delle forze di Hamas, e che esse abbiano intimato l'alt. Da questo rifiuto è nato un inseguimento accompagnato da uno scontro a fuoco, e fra glispari i nostri connazionali sono riusciti a trovare rifugio nell' edificio dell'Onu.
   Hamas non si è tirato indietro di fronte alle mura della istituzione internazionale e ha chiesto la consegna dei tre militari, riuscendo nel corso della trattativa a verificarne l'identità coi documenti, a interrogarli, a esaminarne le armi. I tre ora sono nella pericolosa condizione di assediati e di sospettati: perché la polizia di Hamas, secondo Arab21, nonostante l'Onu abbia ripetuto che s«i tratta di tre cittadini con passaporto italiano in missione autorizzata a Gaza» sospetta un' operazione coperta di forze israeliane, e dice che «i tre potrebbero essere membri delle forze speciali israeliane».
   Hamas ha circondato la sede delle Nazioni Unite. Da Gaza si riferisce che droni dell' esercito israeliano volano sulla città e che anche che jet militari sorvolano la zona, esplodendo dei colpi a salve di avvertimento.
   L'atteggiamento sospettoso di Hamas nei confronti di eventuali operazioni coperte all'interno della Striscia perdura da quando nel novembre scontro l'avvistamento di un'auto suscitò sospetti e una reazione molto aggressiva da parte delle forze di Hamas, fino allo scontro armato con l'uccisione, molto sofferta da Israele, del capo di una importante operazione israeliana sotto copertura, la fuga avventurosa del resto del gruppo di infiltrati e l'uccisione, nello scontro, di sette uomini di Hamas. Da allora l'allerta e la ricerca sulla base dell'operazione compiuta prosegue, mentre anche ieri a seguito di rinnovati bombardamenti da parte di Hamas sul territorio israeliano, la situazione resta molto tesa.
   I metodi di Hamas non sono certo garantiti da uno sfondo giuridico condiviso e sicuro: si può solo sperare che Hamas si convinca rapidamente che l'inclusione nei suoi problemi interni di forze a carattere internazionale non gli giova. Tuttavia allo spregiudicato atteggiamento che gioca sulla vita di donne e bambini può far gioco che la partita si allarghi cercando di impelagare Israele nelle difficoltà che possano nascere in questa situazione. La diplomazia italiana, che per quel che riguarda le questioni palestinesi fa capo al consolato di Gerusalemme, è al lavoro.

(il Giornale, 16 gennaio 2019)


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"Sbloccata la vicenda dei carabinieri italiani" a Gaza

Secondo i media Hamas ha accertato la loro identità. Presto sarà possibile l'uscita dalla Striscia

Si è sbloccata la vicenda dei tre carabinieri italiani rifugiatisi nella sede dell'Onu a Gaza. Lo riferiscono media palestinesi e israeliani, secondo cui Hamas ha tolto l'assedio dopo aver accertato la loro identità di italiani e non di israeliani, come sospettato in precedenza.
Fonti stampa hanno aggiunto che con la riapertura del valico di Eretz con Israele i carabinieri dovrebbero poter uscire da Gaza e fare ritorno a Gerusalemme. Non ci sono al momento conferme ufficiali.
I tre carabinieri del nucleo scorte del consolato a Gerusalemme si trovavano nella sede dell'Onu di Gaza City da ieri notte, circondati dalle forze di sicurezza di Hamas che sospettavano appartenessero invece alle forze speciali israeliane.
La vicenda era iniziata, secondo le ricostruzioni locali, con il mancato arresto la notte scorsa ad un posto di controllo nel centro di Gaza dell'auto con a bordo i tre che si sono poi rifugiati nella sede delle Nazioni Unite.
L'Onu stessa aveva confermato, tramite canali ufficiali con il ministero dell'Interno a Gaza, la nazionalità dei tre carabinieri e fonti della sicurezza di Hamas, riportate da media della Striscia, avevano riferito che anche l'Italia aveva inviato informazioni al ministero dell'Interno a Gaza spiegando che si trattava di "cittadini italiani entrati in missione ufficiale".
Dopo la mezzanotte locale, lo sblocco della situazione, con la decisione di Hamas di interrompere l'assedio, dopo aver concluso gli accertamenti sulla loro identità.

(RaiNews, 16 gennaio 2019)


Sub israeliani nel Danubio in cerca dei resti degli ebrei trucidati nel '44

Noemi Di Segni, Presidente Ucei: «Per la nostra religione il corpo è sacro, va seppellito anche a distanza di secoli»

di Francesca Nunberg

 Il caso
  Il memoriale dell'Olocausto degli ebrei ungheresi è un'installazione lungo il Danubio fatta con 60 paia di scarpe in bronzo di uomini, donne e bambini. Prima di essere uccise a gruppi di tre, con un colpo alla nuca, le vittime venivano costrette a togliersi le scarpe e i cadaveri poi buttati nel fiume. A 75 anni da quell'eccidio, consumato tra il novembre del 1944 e il gennaio del '45 dai miliziani filonazisti e antisemiti delle "Croci frecciate", adesso si cercherà ciò che resta di quei corpi. A immergersi nelle acque del Danubio saranno i sommozzatori israeliani di Zaka, l'associazione di volontari specializzata nel soccorso e nel recupero delle vittime di attentati, che dopo tre anni di negoziati internazionali ha ottenuto il permesso per questo recupero senza precedenti.

 Il precedente
  Ad annunciare l'accordo è stato il ministro degli Interni israeliano Aryeh Dari dopo un incontro con la sua controparte magiara Sàndor Pinter. Verrebbe da chiedersi cosa possa mai emergere dopo tutto questo tempo, ma in realtà alcune ossa sono già state trovate nel 2011 in occasione dei lavori di restauro del Margit Bridge; se adesso ne dovessero venir fuori altre (le ricerche cominceranno tra oggi e domani) verrebbero portate in Israele e seppellite con tutti i crismi.
  Secondo Yad Vashem, gli ebrei ungheresi morti nella Shoah sono stati 600 mila: centinaia di loro sono stati trucidati sulle rive del Danubio tra la fine del '44 e il gennaio del '45. «A prescindere dall'entità dei ritrovamenti - chiarisce Noemi Di Segni, presidente dell'Uniofil del'ie"comunità ebraiche italiafil- dal punto di vista ebraico questa ricerca ha molto senso. I resti umani sono sacri e degni di sepoltura anche a distanza di secoli. A Roma abbiamo avviato un progetto per la risistemazione delle ossa delle catacombe di Villa Torlonia che hanno duemila anni, e lo stesso accade per un cimitero del '700 di Mantova e per uno di Bologna: le ossa vanno adagiate su un terriccio particolare, separate le une dalle altre e riseppellite recitando le preghiere».

(Il Messaggero, 16 gennaio 2019)


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