L'Eterno non ripudierà il suo popolo e non abbandonerà la sua eredità. Il giudizio sarà di nuovo conforme a giustizia e tutti i retti di cuore lo seguiranno.
Salmo 94:14-15

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Islamici ed ebrei insieme e con il cuore: il terremoto fa crollare anche i pregiudizi

Tra le macerie di Amatrice lavorano i volontari di Islamic Relief e lsraAid

di Massimo Malpica

Hemi Pedhazur da Tel Aviv
«Quando si tratta di aiutare non c'è posto per la religione o, peggio, per la politica»
Il marocchino Ossama El Hamriti
Collabora con l'Ordine di Malta,praticamente i crociati: «Per me non ci sono problemi»

Il terremoto che ha sconvolto l'Italia centrale ha portato dolore e lutti, ma anche scatenato una gara di solidarietà. Ha fatto crollare case e palazzi, ma anche un po' di pregiudizi. Così ecco che tra le macerie di Amatrice, sul retro del palazzetto dello sport, si incontrano mentre lavorano fianco a fianco i volontari di Islamic Relief ltalia e quelli di IsraAid. Musulmani ed ebrei in azione, insieme, per alleviare le sofferenze di una città famosa per un sugo a base di un animale, il maiale, tabù per entrambe le religioni. Non male, visto che qualche starlette vegana ha affidato ai social il suo dimenticabile pensiero, sentenziando che il sisma ad Amatrice, col suo carico di lutti e distruzioni, sarebbe opera del karma, proprio per aver la cittadina ideato il condimento col guanciale di maiale (e peccato per i fondamentalisti che tra i volontari ci siano anche i buddisti vegani della «Supreme Master Ching Hai international association», evidentemente meno schizzinosi, quando si parla di solidarietà).
   Insomma, il terremoto distrugge, ma cancella anche diffidenze radicate. «Quando si tratta di aiutare chi ha bisogno, si pensa ad aiutare, non alla politica o alla religione», taglia corto Hemi Pedhazur, volontaria di IsraAid arrivata da Tel Aviv a dare una mano. Sono in due ad Amatrice, ma altri volontari ebrei volati in Italia da diversi Paesi sono al lavoro ad Arquata e ad Accumoli. «Non ho problemi a lavorare accanto alla Islamic Relief, stiamo qui per la stessa ragione, aiutare chi ha bisogno, e tanto basta», spiega ancora Hemi. E sulla stessa linea è anche Ossama El Hamriti, 23enne nato a Carpi, di famiglia marocchina, prossimo a laurearsi in economia e finanza a Modena. Lui è qui con altri otto volontari di Islamic Relief Italia, ed era già stato sul campo per i terremoti dell'Aquila e in Emilia, dove la sua organizzazione aveva portato aiuti e generi di prima necessità. «Qui abbiamo incontrato ex sfollati aquilani, ora volontari, che sono venuti ad abbracciarci appena ci hanno visti. In Abruzzo siamo stati una delle ultime ad andarcene, e anche qui siamo venuti per dare una mano, senza limiti di tempo, visto che facciamo tutti parte dello stesso paese».
   A coordinare e orientare gli aiuti e i soccorsi sono Croce Rossa e Protezione civile, così i ragazzi di Islamic Relief sono stati inviati a lavorare con il Sovrano Militare Ordine di Malta, praticamente i Crociati. Ma Ossama non fa una piega. «Collaboriamo con l'ordine di Malta alla gestione del palazzetto dello sport, portando aiuti agli sfollati all'interno». Ma davvero non ci sono pregiudiziali a lavorare con volontari di ogni paese e colore, dagli israeliani alle "salamandre" di Casapound, dai buddisti agli eredi dei Cavalieri Ospitalieri? Il volontario musulmano giura di no. «Non è una collaborazione scritta sulla carta, ognuno è autonomo, ma si viene qui, si incontrano altre realtà e si cerca di convivere con tutte, aiutandosi a vicenda e cercando di ottenere l'unico fine di portare speranza nelle vite di persone che hanno perso tutto: case, amici, madri, padri». Perché in fondo la morale di Hemi da Tel Aviv è la stessa di Ossama da Carpi. Più che la fede, conta aiutare. «Qui non si parla di credo, ma si parla di persone bisognose. E anche nell'Islam le persone vengono prima di tutto. Pure della religione».

(il Giornale, 28 agosto 2016)


Un piccolo paese dal cuore grande

di Deborah Fait

L'orologio del campanile di Amatrice si è fermato alle 3.36 del mattino quando la prima grande scossa di terremoto ha distrutto il centro Italia. Meno di tre ore dopo, tra le 6 e le 7 di quella stessa mattina, erano già allestiti in Israele (IsrAID) gli aiuti da mandare in Italia: medici, psicologi, infermieri, cani da salvataggio, ospedali da campo, pronti a partire al primo OK del Ministero degli esteri italiano.
  Come sempre Israele è in prima linea nel mandare il proprio sostegno a tutti i paesi colpiti da disastri naturali, di guerra e di terrorismo. E' un grande orgoglio soprattutto al pensiero che aiuti concreti vengono inviati anche a Paesi nemici come l'Iran. Ricordo i terremoti del 2010 e del 2013 che devastarono vaste aree di quel paese dove Israele arrivò per primo, come al solito, ma fu rifiutato perché sui pacchi di cibo e medicinali era visibile quello che per gli iraniani è l'abominio, la bandierina di Israele. Gli aerei con il loro prezioso carico tornarono in patria , gli addetti di IsrAID levarono le bandierine e rimandarono il tutto in Iran lanciando dall'alto cibo e medicinali sulle popolazioni. Senza l'odiata bandiera sionista gli aiuti furono ipocritamente accettati.
  Israele a tutt'oggi è presente a Haiti dal giorno del terremoto che distrusse l'Isola nel 2010. IsrAID ha offerto un programma contro la malnutrizione in Malawi, ha portato aiuti quando un vulcano ha eruttato in Congo nel 2002, durante lo tsunami in Thailandia nel 2005, aiuta i rifugiati in Ciad, e' stato presente con medici e psicologi durante l'uragano Katrina a New Orleans, ha organizzato un lungo programma di riabilitazione dopo il terremoto in Cina nel 2008, dopo il tifone nelle Filippine nel 2009, e ancora in India, in Pakistan nel 2010, in Giappone dopo lo tsunami del 2011, ancora negli Stati Uniti dopo il tifone Sandy e ancora ancora, in Sierra leone, in Sud Sudan, in Kenia, in Giordania, in Sud Corea, , Uganda, in Grecia, a Lesbo per aiutare chi fugge dalla Siria, all'Aquila nel 2009 e adesso ancora nell'Italia devastata. A Haiti soprattutto ma anche in Giappone, in ex Jugoslavia, come in Thailandia molti bambini portano il nome di Israel in onore di chi li ha aiutati a nascere in mezzo alle devastazioni. IsrAID è presente costantemente in 35 paesi, riesce a raggiungere 1 milione di persone addestrando più di 5000 locali in modo professionale.
  Ha a disposizione centinaia di professionisti e volontari in maggioranza medici, paramedici, infermieri, terapisti e meravigliosi cani addestrati per il salvataggio in ambienti ostili e pericolosi.
  Si, sono arrivati, primi come sempre! Hanno le magliette e i caschi arancioni colla bandierina di Israele. Sono arrivati ad aiutare gli italiani, unendosi alle squadre del soccorso civile di tante regioni , soprattutto dal Veneto e Friuli, purtroppo esperto di terremoti. La comunità ebraica italiana ha organizzato raccolta di sangue e ogni genere di aiuti.
  Si sono offerti anche altri Paesi, gli USA, la Comunità europea, Serbia, Russia, Francia, Germania. Tantissimi telegrammi di cordoglio da altrettanti Capi di Stato con la differenza che, mentre Bibi Netanyahu e Ruven Rivlin, il presidente dello Stato, esprimevano la loro solidarietà, IsrAID era praticamente già in volo verso i luoghi del terremoto con tutte le sue squadre specializzate.
   Mi manca però qualcuno, non so, sto pensando a paesi ricchissimi dove persino le tavolette dei WC sono in oro massiccio, si, quei paesi che galleggiano sul petrolio, come si chiamano? Ahh ecco, Arabia Saudita, Qatar (il paese più ricco del mondo), Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Brunei, paesi di sceicchi che spendono nei Casinò cifre pari al PIL di molte nazioni del mondo e con cui l'Italia ha rapporti commerciali, sceicchi che hanno comprato pezzi interi d'Italia oltre alla compagnia di bandiera, che non hanno ancora accolto un solo profugo delle centinaia di migliaia che premono sui confini d'Europa.
  Non so, forse sono stata disattenta ma nell'elenco degli aiuti dall'estero all'Italia in ginocchio, non ho letto nessuno di questi nomi.
  Eppure, che strano, Israele così odiato, piccolo come una regione italiana, questi ebrei considerati alla pari del demonio da tanti che usano la parola sionismo come fosse una parolaccia, non si risparmia mai quando può portare aiuto.
  I paesi dei nababbi arabi che sono amati, ammirati, rispettati e temuti stanno là tra montagne d'oro e eserciti di concubine senza preoccuparsi di solidarietà, parola che probabilmente non esiste nel loro vocabolario.
  Se lo ricorderanno gli italiani? Ne dubito. Sono pronta a scommettere che al primo capo musulmano che arriverà in Italia, i soliti lecchini correranno a vestire le statue e a velare i quadri che occhio islamico non può sfiorare. Il mio pensiero di dolore va a tutti gli abitanti colpiti dal terremoto e ai familiari delle vittime.

(Inviato dall'autrice, 27 agosto 2016)


Le ebree "ortodosse" indossano lo Zanua, non il Burkini

Lettera scritta al quotidiano VicenzaPiù. Il giornale presenta l'autrice come "una delle otto ebree di Vicenza".

di Paola Farina

 
Il Burkini va a ruba anche tra ebree ortodosse, induiste e mormone... e chi lo ha detto? Lo riporta un articolo ripreso da questo giornale; lasciamo in pace "le ebree ortodosse", perché mi sembra che qui si confonda Renzi con Brunetta…
   Ortodosso non è sinonimo di ebraismo conservatore, ma significa in linea coi principi di una dottrina ideologica, politica o religiosa, che segue regole tradizionali (e vale per tutte le religioni). Zia Bianca era ebrea ortodossa sefardita, vestiva in modo sobrio-elegante ed in spiaggia indossava costumi interi neri, tutti sobri ed elegantissimi!
   Nemmeno le ebree harediot (Harediot al femminile, Haredim al maschile in ebraico significa «coloro che tremano davanti alla parola di Dio», ossia quella vasta galassia di gruppi religiosi che formano il cosiddetto fondamentalismo ebraico) indossano il burkini in spiaggia o in piscina. Portano sempre un copricapo, una gonna sotto il ginocchio o lunga e di solito maglie lunghe con maniche lunghe, talvolta le calze anche in agosto, inoltre non frequentano spiagge aperte a tutti…, ma spiagge loro riservate dove possono andare a giorni alterni, vietato l'accesso ai maschi (e viceversa sulle spiagge dedicate ai maschi)… insomma nessuna speranza per un flirt da spiaggia. Va precisato che ci sono molte sfumature tra ebraismo Habbad, Naturei Karta (quelli che io amo di meno), Satmar, "Hardalim" = Haredim nazionali, cioè Haredim che fanno il militare e Haredim che non fanno il servizio militare, Haredim ashkenazim e sefardim.
   Le donne sposate portano sul capo, secondo la mia amica, Simona di Roma, un "chissui-rosh", secondo me il "tichel", che alla fine è la stessa cosa, ovvero un copricapo che lascia scoperto il viso e un po' di capelli. Questa divergenza tra due donne italiane cresciute nello stesso ambiente, la dice lunga sulla complessità della cultura ebraica… intorno alla quale gravitano saccenti, filosofi, giornalisti e politici che ostentano il max del mix del non sapere. La copertura di testa, inoltre, varia molto secondo le correnti religiose: le harediot portano cappello o parrucca, le moderne un fazzoletto. Carla, mia amica di pancia e di pelle, che ha lasciato Vicenza nel 1966 e vive in Israele mi scrive: "Le ebree religiose moderne, dette "datiot leumiot", cioè "religiose nazionali", che fanno il militare o il servizio civile, portano la testa coperta ed un costume - zanua - , cioè pudico o modesto, con mezze maniche, costume fino al ginocchio e sopra un gonnellino. Così per esempio lo porta Maia, moglie di mio figlio Raffaello. Mia figlia l'anno scorso è stata al moshav Matta, dove abbiamo la casa. Tutte le piscine intorno erano state affittate dagli Haredim, quindi poteva entrare lei con la bambina e doveva lasciare fuori da solo il bambino, il che era abbastanza pericoloso. Anche al mare le Harediot hanno spiagge solo per loro, con giorni alterni per donne ed uomini (haredim). È difficile entrarci e fotografare".
   Nelle piscine pubbliche, all'università ed in vari circoli, ci sono anche strutture per soli uomini e per sole donne.
   L'ebraismo si basa su un principio fondamentale: il libero arbitrio, la possibilità di ogni individuo di intraprendere la propria strada, quindi chi si veste "secondo regole", lo fa per libera scelta. La Torah, la legge ebraica, suggerisce una via, poi a seguirne o diversificare il suggerimento spetta all'essere umano, uomo o donna che sia! Dal mio punto di vista credo che ognuno possa presentarsi in spiaggia vestito o spogliato come meglio crede, purché il mezzo nudo o il nudo non vada a scadere fino ad offendere la sensibilità di altre persone; non sono contraria al burkini, ma sono contraria a quello che rappresenta, ovvero la sottomissione a un diktat, che la donna accetta con vassallaggio perché non può fare altrimenti... Non so però se il burkini o lo zanua siano connaturali con l'igiene in un luogo pubblico e non mi riferisco al mare aperto… ma a una piscina (non c'è garanzia che questo abbigliamento venga usato solo come costume da bagno).
   Per amor di chiarezza, le donne che in Israele indossano il burkini sono israeliane musulmane arabe che frequentano spiagge libere, le stesse frequentate da donne ebree, vestite, in bikini, in costume in topless come garba a loro ed anche da uomini. Io sono indifferente al divieto del burkini perché non cambierà nulla, gli integralisti sono incompatibili con l'Occidente ed il fatto che siano infastiditi dal Crocefisso deve portare a una riflessione… Abbiamo fatto entrare in Europa milioni di persone ed ora pretendiamo che si occidentalizzano… suvvia… sono loro che cercano di spiegarci quanto sia bello "il velo" e non quello del baby doll… o del perizoma e che pretenderebbero che noi andassimo incontro alle loro esigenze e non loro alle nostre. Sono entrate persone che scappano dalla guerra, ma sono entrati sia i pentiti, sia i sostenitori dell'Isis e molti ibridi con la jjhad in testa (altro che il burkini). Francamente di fronte ai tanti problemi di natura ben più grave, il burkini mi fa sorridere. Pensarci prima è stato impossibile, perché gli italiani sono bravi nella prima accoglienza, poi non hanno mezzi e competenza per risolvere i problemi ed è questo che mi spaventa; il burkini è il niente ed il tutto, un nuovo strumento da promuovere, un nuovo mezzo per ricollocare un'azienda fallita di costumi da bagno tradizionali, un pretesto per obbligarci a concedere, un parlare per puntare il dito contro noi occidentali, accusandoci di razzismo perché non accettiamo questa cultura, seppur noi siamo più tolleranti di loro… insomma basta rompere i cabbasisi per il burkina, dateci la possibilità di costruire chiese e sinagoghe nei vostri paesi, solo allora si potrà parlare di vera democrazia, libertà religiosa ed interscambio culturale.
   Ho impiegato molto tempo per confrontare i dati… per trovare il maggior numero di confronti sui costumi da bagno delle "ebree ortodosse", ma credetemi… gli ebrei censiti al mondo sono meno di 14 milioni, ma proprio per i vari esodi e quella grande voglia di portarsi appresso un pezzo di cuore e di vita personale, le diversità non sono poche; nonostante il mio impegno profuso ci sarà di certo qualcuno che mi farà notare qualche imperfezione.... Fotografare donne religiose in costume è una impresa impossibile. Ho recuperato un website di un'azienda israeliana che produce burkini islamici per donne musulmane e costumi modesti per donne ebree: ovvero laddove c'è il business si convive pacificamente!

(VicenzaPiù, 27 agosto 2016)


Niente dolci israeliani su Brussels Airlines. "Allora via dai cieli di Tel Aviv"

Anziché preoccuparsi del terrore islamico, in Belgio c'è chi pensa a boicottare l'unica democrazia del Medio Oriente.

di Giulio Meotti

ROMA - Gli europarlamentari, i loro assistenti, i loro portaborse, che a Roma si imbarcheranno sui voli di linea della Brussels Airlines diretti nella capitale dell'Unione europea, a bordo non troveranno più i tipici snack israeliani alla vaniglia Ahva. No, non sono né scaduti né esauriti. Semplicemente la compagnia del Belgio, che per il 45 per cento è di proprietà della Lufthansa, ha deciso di boicottarli. Un attivista del Palestine Solidarity Movement partito dal Ben Gurion Airport di Tel Aviv per Bruxelles si era ritrovato fra le mani il celebre dessert, rendendosi conto che era prodotto in Israele, così ha detto ai compagni attivisti di mobilitarsi. Questi si sono lamentati con la compagnia aerea che ha acconsentito rapidamente a rimuovere il dolce israeliano. Il dolce viene prodotto "nei territori occupati illegalmente in Cisgiordania".
  "Il ministero degli esteri belga deve intervenire", avevano scritto gli attivisti del boicottaggio di Israele. La Brussels Airlines ha risposto che "come azienda che serve un pubblico internazionale pieno di persone provenienti da una vasta gamma di culture, è nostra responsabilità che i prodotti presenti siano ben voluti da tutti". Yaakov Malach, proprietario del marchio Ahva, ha risposto che "la nostra fabbrica è piena di palestinesi, arabi-israeliani, ebrei, samaritani, tutti lavorano qui. La pace inizia qui, non dalle compagnie aeree. La pace viene da luoghi in cui le persone lavorano fianco a fianco". Furiosi, gli israeliani sono andati a controllare. E il Kohelet Policy Forum ha scoperto che uno degli azionisti della Brussels Airlines, la banca olandese Ing, fornisce servizi nella parte settentrionale di Cipro occupata dai turchi. Tanto per capire chi dà lezioni di "occupazione" e moralità agli israeliani. Il ministro del Turismo d'Israele, Yariv Levin, ha definito"inaccettabile" la decisione della compagnia aerea e che da oggi la loro è la "bandiera nera della vergogna". "Tale società non ha posto nei cieli dello stato di Israele e il suo nome dovrebbe essere cancellato dall'aeroporto Ben Gurion", ha aggiunto Levin. Intanto sui social media si è scatenata la protesta contro la compagnia aerea. Il designer e personalità televisiva Shai DeLuca-Tamasi ha annullato quattro biglietti prenotati con la Brussels Airlines per una vacanza in famiglia. E' nata la pagina Facebook per boicottare la Brussels Airlines: "Se boicottano i prodotti israeliani, noi non voliamo con Brussels Airlines". Utenti hanno inondato la pagina Facebook di Brussels Airlines, con commenti che accusano i manager della compagnia aerea di essere dei "razzisti" e di "discriminare gli israeliani e gli ebrei".
  Quello della Brussels Airlines non è il primo caso di una grande azienda europea che elimina alcuni prodotti israeliani. Il magazzino di lusso di Berlino conosciuto come KaDeWe, il più grande d'Europa, è finito al centro delle polemiche per aver ritirato delle bottiglie di vino israeliane. La scelta, poi ritrattata, sarebbe stata dettata dalle controverse linee guida dell'Unione europea del 2015 (contro cui il Foglio aveva lanciato una campagna). Intanto, le merci israeliane stanno scomparendo da alcune città europee. Come Leicester, la decima più grande città del Regno Unito, dove il Consiglio comunale dominato dal Labour l'ha trasformata nella prima città della Ue a mettere al bando i prodotti "made in Israel". Lo stesso hanno fatto i Consigli comunali di Swansea e Gwynedd. Un caffè di Londra ha invece esposto la scritta "No Israeli products here". Ricorda qualcosa? Anziché preoccuparsi di Molenbeek e del terrorismo islamico, in Belgio c'è chi pensa bene di boicottare l'unica democrazia del medio oriente.

(Il Foglio, 27 agosto 2016)


Parigi scopre che i suoi prof insegnano jihad

Licenziati in dieci

Lo ha confermato su Europe 1, dopo alcune indiscrezioni apparse nei giorni scorsi: una decina di insegnanti schedati «S» per radicalizzazione sono stati rimossi dal loro incarico. La ministra dell'Istruzione francese, Najat Vallaud-Belkacem, ha dichiarato giovedì che una decina di insegnanti oggetto di schedatura «S», che rappresentano cioè una minaccia per la sicurezza dello Stato, sono stati sospesi dal ruolo. «Le informazioni ci sono state trasmesse dal ministero dell'Interno e la nostra risposta è semplice: sospensione immediata e procedimento disciplinare attivato ( ... ) in vita di una esclusione definitiva», ha spiegato la ministra, prima di precisare che gli insegnanti sono stati allontanati dall'universo scolastico in ragione di «fatti concreti che fanno pensare che possono essere pericolosi per gli studenti». Accanto agli insegnanti, dalle affermazioni della ministra dell'Istruzione, è emerso che anche tra gli studenti vi è un aumento degli episodi di radicalizzazione. Dall'inizio dell'anno accademico 2015-2016 alla primavera di quest'anno, sono stati segnalati ben 600 allievi per sospetta radicalizzazione, la maggior parte dei quali nei licei. In Francia sono circa 20.000 gli schedati «S», numeri inquietanti che non risparmiano nessun settore.

(Libero, 27 agosto 2016)


Odio a scuola

di Daniele Scalise

Con loro aveva condiviso i banchi di scuola fin dalle elementari ma il vero incubo sarebbe arrivato solo più tardi, alle medie. L'involontario protagonista è un ebreo di undici anni, età in cui non si è più bambini e non si è ancora ragazzi, gracile nei suoi trenta chili di peso, pronti ad allargarsi in uno stupore o a rimanere annichiliti dopo un'umiliazione. È cosa nota quanto i pari siano capaci di immense crudeltà, di indicibili beffe e spesso e volentieri di non sopportabili violenze. Succede però che a volte lo siano più della media. I carnefici del piccolo ebreo sono due coetanei di origine maghrebina, bulletti alti dai muscoli scattanti e le maniere brusche come si conviene a ogni maschio pronto a impossessarsi di quel ruolo da duro che gli suggerisce il suo genere e gli impone la sua cultura. All'inizio i bulletti si accontentano di deriderlo: «Uno di questi giorni ti riduciamo a una saponetta». Il ragazzino di solito non reagisce ma se ne sta serio, impietrito. Nemmeno a casa osa dire nulla. Quando sei così mortificato, quando senti il coltello dell'odio che ti devasta il cuore cerchi solo di dimenticare il più presto possibile, di nascondere come puoi quella ferita. Non ne parli perché il solo parlarne la rinnova e la fa sanguinare. Non fai altro che pregare il cielo che quella sia l'ultima volta anche se raramente lo è.
   Quando non basta più, quando le parole, gli insulti, le minacce non sono più sufficienti a soddisfare la libido gonfia e pulsante, i due delinquentelli passano alle vie di fatto e prendono a picchiarlo sodo. Prima qualche sberla, poi il gusto è troppo e allora giù calci e pugni in quantità. Tanto da lasciare segni. Sul corpo del bambino ebreo di undici anni, trenta chili di peso, vengono a galla, giorno dopo giorno, lividi vasti, poi delle scorticature lunghe e inspiegabili, poi dei tagli più profondi. Per giorni e giorni, per due lunghissimi mesi. I due bulletti accompagnano le sberle, i calci e i pugni con il solito «sporco ebreo» e rincarano la dose: «Prima o poi vi facciamo scomparire dalla faccia della terra». Fin quando il preside del liceo - un liceo di gente molto per bene in un quartiere molto per bene - viene a conoscenza della storia ormai non più celabile perché i genitori del piccolo ebreo, appena si sono resi conto di quel che accadeva, sono corsi da lui e gli hanno chiesto di fare qualcosa.
   Lo sbigottito capo dell'istituto decide di espellere i due teppistelli ma i loro genitori si rivolgono a un tribunale. In fin dei conti che mai avranno fatto i loro figlioletti? Giustificano e minimizzano l'accaduto sostenendo che «in fondo si è trattato di una piccola crudeltà durante l'ora di ricreazione ... ». Alla fine il tribunale decide: i due ragazzi maghrebini possono tornare a scuola perché dare a qualcuno dello «sporco ebreo», tormentarlo, umiliarlo e picchiarlo ogni volta che gira l'angolo, non è motivo sufficiente per comminare una punizione così definitiva come un'espulsione. «Se le azioni dei due allievi giustificano una sanzione» si legge nella sentenza, «questa non deve per forza essere la più grave.» Non bastasse, lo Stato si offre di ripagare le famiglie dei due teppistelli con tremila euro per rifondere le spese processuali. Commenta soddisfatta la Lega dei diritti dell'uomo, molto vicina alla comunità araba: «La lotta contro l'antisemitismo non può giustificare la designazione di capri espiatori». Il ragazzo con i suoi undici anni e i suoi trenta chili di peso cambierà scuola. Non è nemmeno pensabile che continui a frequentare lo stesso luogo in cui torneranno i suoi carnefici. Cala il silenzio sulla scuola per bene, sul quartiere per bene, sulle famiglie per bene degli altri alunni, sicuramente molto annoiate da tutto quel rumore.
   Tranquilli (tranquilli?): non è successo in Italia ma in Francia, nell'esclusivo sesto arrondissement parigino nell'agosto 2004: Tranquilli (tranquilli?): da noi certe cose, si sa, non potrebbero mai accadere. È opinione diffusa che in Italia non vi siano che tracce deboli, residuali e insignificanti di antisemitismo. I nostri ragazzi in fondo ci assomigliano: un po' indisciplinati ma non certo crudeli. Al massimo possono allagare una scuola per evitare un compito in classe, niente di più. Potete dormire tranquilli. Soprattutto se non siete ebrei.

(Notizie su Israele, 27 agosto 2016)


L'Egitto riaprirà il valico di Rafah martedì 30 agosto per il passaggio di pellegrini palestinesi

ANKARA - Le autorità egiziane riapriranno eccezionalmente il valico di Rafah al confine con la Striscia di Gaza martedì prossimo per consentire ai pellegrini palestinesi di attraversarlo. Lo ha riferito oggi Hisham Adwan, direttore palestinese del valico, all'agenzia di stampa turca "Anadolu". Almeno 2 mila fedeli musulmani palestinesi della Striscia di Gaza dovrebbero partecipare quest'anno al pellegrinaggio dell'Haji. Nel 2015 milioni di pellegrini si sono recati in Arabia Saudita per partecipare alle celebrazioni dell'Haji, il grande pellegrinaggio che coinvolge tutto il mondo islamico. Il pellegrinaggio dello scorso anno è stato segnato dalla tragedia di Mina, dove a causa della calca, dovuta a problemi organizzativi, hanno perso la vita quasi mille persone.

(Agenzia Nova, 27 agosto 2016)


L'israeliana spacecom acquisita da un gruppo cinese

Il provider satellitare israeliano SpaceCom è stato acquisito dal gruppo cinese Beijing Xinwei Technology per 285 milioni di dollari (250 milioni di euro).

 
AMOS-6 nella camera pulita di Israel Aerospace Industries (IAI)
Il passaggio di proprietà di SpaceCom è avvenuto tramite una controllata lussemburghese del gruppo di Pechino, che unirà in questo modo tutti i suoi assest satellitari in un'azienda con diritto del Granducato.
Space Communication possiede una flotta di 3 satelliti con un quarto, AMOS-6, ormai pronto per essere lanciato il prossimo 3 settembre da un Falcon 9 di SpaceX. Una volta completato il passaggio, la gestione dei satelliti continuerà dalle strutture dell'azienda in Israele attraverso la Big Bird, azienda di diritto israeliano controllata dal gruppo cinese.
AMOS-6 è costruito dalla Israel Aerospace Industries (IAI). Parte del payload del satellite è stato acquistato da Facebook, che lo utilizzerà per lanciare il suo servizio di connessione ad internet in Africa.
La SpaceCom è stata finora controllata dal gruppo di telecomunicazioni di Tel Avic Eurocom, che negli ultimi anni ha provato più volte a vendere, senza successo, i suoi asset satellitari.
«Il mercato globale dei satelliti per telecomunicazione è in una fase di consolidamento, con le aziende che partecipano alle fusioni che riescono a migliorare la loro competitività», ha spiegato l'Amministratore delegato di SpaceCom David Pollack in un comunicato.
Pochissime le notizie sul Beijing Xinwei Technology Group. Nel comunicato diffuso da SpaceCom c'è scritto che il gruppo è uno dei principali conglomerati cinesi con una capitalizzazione presso la Borsa di Shanghai pari a 7,6 miliardi di dollari. Fondato nel 1995 da due esperti di telecomunicazioni cinesi, vanta asset per 2,5 miliardi di dollari.

(Fly Orbit News, 26 agosto 2016)

AMOS-6 nella camera pulita di Israel Aerospace Industries (IAI)


Delegazione imprenditoriale turca arriva in Israele per rafforzare business sull'energia

A seguito del recente riavvicinamento tra Israele e Turchia, i rapporti nel business tra i due Paesi si intensificano, soprattutto nel settore dell'energia. Lo dimostra l'arrivo, nelle ultime ore in Israele, di una delegazione turca, che ha visto la partecipazione di Ahmed Zorlu, proprietario del colosso energetico Zorlu e personalità vicina al presidente turco Recep Tayyip Erdogan. In programma anche un incontro con Erez Halfon, presidente della compagnia petrolifera israeliana Eilat Ashkelon Pipeline Company (Eapc) proprietaria dell'impianto di gas naturale di Dorad, il secondo sito energetico più grande di Israele. La visita si focalizza su opportunità di cooperazione tra i due Paesi per sviluppare nuovi progetti nel crescente settore energetico israeliano. Recentemente Israele ha aumentato il suo export di gas verso l'Europa e i turchi sono interessati a molteplici progetti israeliani nel settore del gas, che includono la costruzione di un gasdotto tra la Turchia e il campo di Leviathan, il più grande giacimento di gas, al largo delle coste mediterraneee di Israele.

(Agenzia Nova, 26 agosto 2016)


"Israele non vedrà i prossimi 25 anni: ad Allah piacendo"

L'eliminazione di Israele "entro 23 anni" è l'obiettivo principale di un'unità militare iraniana creata di recente per combattere nei paesi arabi della regione. Lo ha detto la scorsa settimana l'ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, il generale Mohammad Ali Al Falaki, parlando del cosiddetto "Esercito di Liberazione Sciita", agli ordini di Teheran, che conduce operazioni militari fuori dall'Iran. Lo ha riferito Al Arabiya, citando un'intervista all'agenzia di stampa iraniana Mashregh. Falaki ha sottolineato che l'unità militare, già attiva in Iraq, Yemen e Siria, è strategicamente posizionata per distruggere lo stato ebraico giacché già combatte in prossimità delle frontiere d'Israele. La scadenza "23 anni" fa riferimento alle parole diffuse nel 2015 dalla Guida Suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, all'indomani della trattativa sul nucleare con le potenze occidentali: "Nel regime sionista dicono che non avranno più preoccupazioni dall'Iran per i prossimi 25 anni - twittò in quell'occasione Khamenei - Ma tanto per cominciare Israele non vedrà i prossimi 25 anni: ad Allah piacendo, fra 25 anni non ci sarà più nulla del regime sionista".

(israele.net, 26 agosto 2016)


ReoGo: Il dispositivo israeliano per la riabilitazione

ReoGo: Il dispositivo israeliano per la riabilitazione

ReoGo è un dispositivo pensato per la riabilitazione dopo le lesioni neurologiche. Si tratta di una piattaforma portatile e facile da usare ideata da Motorika per permettere ai pazienti che hanno subìto un ictus o altre lesioni neurologiche di riqualificare il cervello attraverso il movimento ripetitivo. Consiste in un braccio motorizzato che offre cinque modalità di funzionamento che vanno dal sostegno passivo per coloro che non riescono a muoversi fino al movimento guidato in casi di poca mobilità. ReoGo aumenta la motivazione del paziente attraverso una varietà di giochi interattivi e stimolanti che imitano i movimenti naturali della mano.
Completamente motorizzato, il sistema è costituito da un braccio robotico ergonomico che, insieme ad un software avanzato, combina esercizi specifici, personalizzati e coinvolgenti per la riabilitazione. I giochi sono stati progettati da importanti terapisti. Secondo l'azienda, ReoGo è altamente efficace per la terapia degli arti superiori.
Caratteristiche di ReoGo:
  • Facile da installare e da utilizzare;
  • L'interfaccia utente è altamente intuitiva, con supporto multi-lingua;
  • Software di gestione avanzato con valutazione globale che permette al terapeuta di progettare e personalizzare il trattamento in tempo reale, a seconda delle capacità del paziente e dello stato di salute;
  • Feedback dettagliati sui progressi del paziente;
  • Il monitoraggio della qualità del movimento;
  • Possibilità di esportare i dati relativi al progresso del trattamento;
  • Cinque modalità di funzionamento che consentono il trattamento di tutte le fasi della riabilitazione, partendo dal soggetto completamente passivo fino ai pazienti attivi;
  • Dispone di una biblioteca con una vasta gamma di esercizi e giochi per i vari obiettivi di riabilitazione.
Negli Stati Uniti, Giappone, Italia, Germania e Israele sono state condotte valutazioni cliniche su una terapia basata sull'utilizzo di questo strumento. In totale sono stati valutati circa 350 pazienti colpiti da ictus e le conclusioni mostrano che la piattaforma è sicura, non ha effetti collaterali ed ha un effetto positivo sulla riabilitazione che viene mantenuta nel tempo.
Video

(SiliconWadi, 26 agosto 2016)


Guerra delle Falkland, Israele vendette armi all'Argentina

La conferma arriva da documenti dell'epoca declassificati dall'archivio del Foreign Office britannico.

LONDRA - Israele vendette armi ed equipaggiamento all'Argentina della dittatura militare ai tempi della guerra delle Falkland, le isole che Buenos Aires rivendica come sue con il nome di Malvinas.
La rivelazione, già contenuta in un libro pubblicato nel Paese sudamericano nel 2011, trova ora conferma autorevole in documenti dell'epoca declassificati dall'archivio del Foreign Office britannico e citati dai media.
I file fanno riferimento a passi di protesta compiuti a quel tempo riservatamente dal Regno Unito nei confronti dello Stato ebraico, sulla carta alleato di Londra. Ma anche al fatto che ancora nel 1984 le forniture belliche in effetti proseguivano.
Fra le armi israeliane utilizzate dall'Argentina durante il conflitto dell'82, spiccano alcuni caccia Skyhawk, con i quali le forze di Buenos Aires bombardarono diverse unità della Royal Navy provocando la morte di decine di marinai.
Stando al libro del 2011, gli israeliani riuscirono ad aggirare i divieti e a vendere armi all'Argentina del generale Leopoldo Galtieri stivandole su cargo mascherati e attraverso il Perù. "Israele è stato uno dei pochi Paesi a fornire armi all'Argentina durante la guerra delle Falklands e continua a farlo", si legge ora in uno dei documenti rilasciati dal Foreign Office, un memorandum scritto nel 1984 dal diplomatico C.W. Long, all'epoca capo del Near East and North Africa Department.
Secondo alcuni storici, dietro la decisione di sostenere la giunta argentina (a dispetto delle storiche responsabilità degli ambienti militari di quel Paese nella fuga di vari criminali nazisti) vi era pure "l'odio per la Gran Bretagna" coltivato fin dai tempi della lotta armata condotta in gioventù contro l'ex potenza mandataria in Palestina dall'allora premier, Menachem Begin. Ma i documenti inglesi evidenziano soprattutto gli interessi economici dell'industria della difesa israeliana. Mentre i media non escludono anche una componente di 'ripicca', visto che il Regno Unito vendeva a sua volta armamenti a Paesi arabi considerati nemici dallo Stato ebraico.

(Corriere del Ticino, 25 agosto 2016)


Fotografia: il Ghetto di Venezia nel reportage di Scianna

Nel Palazzo dei Tre Oci per i 500 anni di storia del Ghetto

ROMA - Apre domani a Venezia, alla Casa dei Tre Oci sull'isola della Giudecca, la rassegna fotografica 'Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo', in occasione dei 500 anni della fondazione del Ghetto ebraico a Venezia.

Cena di Shabbat nella sede del gruppo Chabad-Lubavitch Preghiera del mattino nel Midrash Luzzatto dentro la sinagoga Levantina Insegnamento del rabbino nel Midrash Luzzatto dentro la sinagoga Levantina Visitatori di una comunità ebraica americana attraversano il ponte del Ghetto Vecchio Meditazione notturna in Ghetto Nuovo Il sapore visivo della tradizione nell'immagine di un uomo che attraversa il Ghetto Le arcate dentro le quali è ospitato il banco rosso Signore vestite a festa per Shabbat     mootools lightbox gallery by VisualLightBox.com v6.0m  
Foto di Ferdinando Sciannna

Il grande fotografo siciliano ha realizzato un reportage fotografico in pieno stile Street Photography, raccogliendo immagini di vita quotidiana nel Ghetto, senza tralasciare ritratti, architetture, interni di case e luoghi di preghiera. Chiese, ristoranti, campi, gondole sono i soggetti che animano il panorama visivo del progetto. Da segnalare, in questa narrazione, la compresenza di una dimensione simbolica, storica, rituale, connessa a sua volta con luoghi e gesti, nella semplicità descrittiva di un tempo presente e ordinario.

(ANSAmed, 25 agosto 2016)


I Lumi di Chanukkah in mostra a Palazzo Ducale di Mantova

L'esposizione che tanto successo ha riscosso a Casale Monferrato visitabile nella città lombarda dal 4 al 28 settembre

CASALE MONFERRATO - Dopo il grande successo della mostra I Lumi di Chanukkah - oggetti rituali del mondo ebraico -, presso il Castello del Monferrato una selezione di opere giunge a Palazzo Ducale di Mantova per un nuovo importante appuntamento all'insegna dei ponti ideali, identitari e storici. Una mostra che inaugura il 4 Settembre 2016 e che sarà fruibile al pubblico fino al 28 settembre 2016 presso il Refettorio di Corte Vecchia.
A unire le due città infatti il passato grandioso del Ducato di Mantova e del Monferrato.
Il Castello di Casale Monferrato fu dimora dei Paleologi e in seguito fortezza Gonzaghesca, qui si celebrarono nel 1517 le nozze -mai consumate-. fra Maria Paleologi e Ferdinando di Gonzaga, che si sposò in seconde nozze con Margherita Paleologi a Mantova nel 1531.
Da qui, simbolicamente, parte la collezione Lumi di Chanukkah, e viaggia fino a Palazzo Ducale di Mantova, città nella città, cuore pulsante per ben 4 secoli del ricco regno gonzaghesco.
Ad accumulare Casale Monferrato e Mantova infatti anche molti elementi generati dalla politica colta, aperta e tollerante dei Gonzaga che hanno visto nel mondo ebraico una risorsa e non un pericolo.
Da queste premesse lungimiranti nasce la mostra che raccoglie una selezione di 34 opere di artisti e designer internazionali che hanno lavorato sul tema ebraico della festa di Chanukkah, o Festa della Luce, interpretandolo e declinandolo in stili, linguaggi e visioni differenti.
Da queste premesse nasce la mostra negli spazi quasi inediti e suggestivi del Refettorio di Corte Vecchia (Santa Croce) che vede esposte una selezione di 36 Chanukkiot provenienti dalla collezione della Fondazione Arte Storia e Cultura Ebraica di Casale Monferrato.
La collezione delle Chanukkiot di Casale Monferrato nasce circa 20 anni fa da un designer e un artista, uno ebreo e l'altro no, che condividono una visione e le danno corpo. Partono dalla storia, riflettono sul valore intimo, personale, dell'identità ebraica e sul suo senso nella contemporaneità: riconoscono nella Festa di Chanukkah un simbolo di luce, resistenza, volontà di esistere e disegnano due chanukkiot che sono opere d'arte. Poi invitano altri artisti a fare la stessa cosa. Il processo prende vita e il contagio funziona: minimo comune denominatore l'esigenza di esistere, quella degli ebrei, e quella delle opere d'arte. Due esigenze diverse ma fortissime, originali, non compromettibili. Ad oggi circa 180 designer e artisti di fama internazionale si sono misurati con le lampade rituali che esprimono nella celebrazione della festa delle luci l'identità del popolo ebraico.
Il progetto è stato possibile grazie alla collaborazione fra Palazzo Ducale di Mantova, Comune di Casale Monferrato, Fondazione Arte, Storia e Cultura Ebraica di Casale Monferrato e del Piemonte Orientale ONLUS, Associazione di cultura ebraica "Man Tovà - la città della manna buona".

(Casalenews, 25 agosto 2016)


Turchia - Zeybekci: la distensione con Israele apre la via del gas

 
Il ministro dell'Economia turco, Nihat Zeybekci

ROMA - La distensione dei rapporti con Israele avra' come effetto "il passaggio del gas naturale dal Mediterraneo orientale verso il mondo intero attraverso la Turchia", uno sviluppo "molto importante che avra' influenze positive". Ne e' convinto il ministro dell'Economia turco, Nihat Zeybekci, che in un'intervista all'AGI ricorda come lo Stato ebraico sia "un partner commerciale molto importante, lo e' sempre stato" e tale "resta", con "5 miliardi di dollari interscambio".
   Dopo sei anni di tensione diplomatica, a fine giugno Ankara e Gerusalemme hanno raggiunto un accordo di riconciliazione. Tra i punti dell'intesa, il pagamento di 20 milioni di euro da parte dello Stato ebraico come risarcimento per la morte di 10 attivisti turchi nel raid delle teste di cuoio israeliane sulla nave Mavi Marmara che nel giugno 2010 era in rotta verso Gaza per cercare di forzare il blocco. Inoltre, Israele ha dato il via libera all'invio di aiuti umanitari turchi nell'enclave palestinese attraverso pero' il porto di Ashdod. In cambio, Ankara si e' impegnata a non perseguire i militari israeliani coinvolti nell'operazione.
   La normalizzazione dei rapporti permettera' di sviluppare il progetto per portare il gas del giacimento israeliano Leviatano in Europa attraverso un gasdotto che passera' per la Turchia, con ricadute positive per entrambi i Paesi coinvolti. Israele non e' l'unico tassello nella politica di distensione attuata recentemente dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Dopo la crisi causata dall'abbattimento di un caccia russo da parte di due F-16 turchi nei cieli della Siria nel novembre scorso, alla fine di giugno Ankara e Mosca hanno ripreso gradualmente il dialogo, percorso culminato nell'incontro tra Erdogan e il presidente russo Vladimir Putin a San Pietroburgo il 9 agosto.
   Una ritrovata intesa che apre a una nuova stagione nei rapporti economici tra Turchia e Russia, come ha auspicato lo stesso Zeybekci che nell'intervista ha indicato "l'obiettivo molto ambizioso di aumentare a 100 miliardi di dollari l'interscambio commerciale". "Stiamo effettuando i passi necessari per raggiungerlo - ha aggiunto - vorremmo liberalizzare il nostro commercio in vari settori, a cominciare da quelli prioritari come infrastrutture, energia, turismo, agricoltura e metallurgia".
   Ankara, infatti, nonostante le recenti turbolenze politiche, e' piu' decisa che mai a continuare sulla strada della crescita e dello sviluppo economico, rassicurando imprese e investitori sulla tenuta del Paese e sui tanti progetti da realizzare. Proprio questo e' lo scopo della visita compiuta in Italia dal ministro, parte di quella "campagna informativa" lanciata "per eliminare tutti i dubbi e le preoccupazioni sulla stabilita' economica del nostro Paese".
   E da questo punto di vista, ha sottolineato Zeybekci, la reazione e' stata generalmente di fiducia. Anche la decisione di Fitch della settimana scorsa di confermare il rating della Turchia ma di rivedere l'outlook da stabile a negativo ce la "potevamo pure aspettare alla luce dei fatti recenti", ha confermato il ministro. Che ha aggiunto, "siamo venuti qui apposta, dobbiamo soprattutto combattere la percezione sbagliata" che si ha della Turchia in questo momento e "far capire a imprenditori e societa' civile che ci impegneremo al massimo per superare questo periodo nel modo migliore, subendo il minor danno possibile".
   Dopo il tentato golpe del 15 luglio scorso, "siamo riusciti a ridurre al minimo i danni grazie alla grande fiducia di investitori e cittadini che ha dato i risultati desiderati". Anche Moody's "non si e' pronunciata ma ha lasciato il suo giudizio invariato. Non voler valutare la Turchia e la sua credibilita' in un momento difficile e' una dimostrazione di fiducia".

(AGI, 25 agosto 2016)


Festival del Cedro, ospiti il rabbino Moshe Lazar e la cantastorie Francesca Prestia

                                                   Il rabbino Moshe Lazar                                                                                            La cantastorie Francesca Prestia

Sabato 27 agosto alle ore 21, a Santa Maria del Cedro si terrà il "Festival del Cedro", promosso dal presidente del Consorzio del Cedro Angelo Adduci.
Principale ospite della serata sarà il noto rabbino Moshe Lazar, della Comunità ebraica di Milano, che parlerà sul significato simbolico e rituale del cedro nella tradizione ebraica e sul senso del loro ritornare, ogni anno, sulla riviera calabra per raccogliere il sacro frutto, uno dei migliori del mondo.
Nei miti e nelle leggende la Calabria per gli ebrei ha rappresentato una terra dove dimorare durante il loro pellegrinare. E nel corso dei secoli in ogni luogo hanno fondato comunità laboriose. Medici, artigiani, commercianti, astronomi, scienziati, tipografi diedero un contributo fondamentale alla storia calabrese.
Francesca Prestia, donna cantastorie, arricchirà la serata con la sua ballata "I figli di Aschenaz". Il brano, scritto in collaborazione con il prof. Giovanni Sole, è dedicato alla raccolta dei cedri in Calabria per la festa del Sukkot. Gli ebrei allontanati dalla Calabria agli inizi del Cinquecento, ritornano a Santa Maria del Cedro rinnovando il loro millenario legame. La cantastorie ha incluso nel suo repertorio la ballata "I figli di Aschenaz" per ricordare una pagina di storia della regione in gran parte dimenticata. Nella ballata riecheggia la storia di un popolo che ha vissuto nelle numerose giudecche disseminate nelle nostre città e borghi antichi.

(ntaCalabria, 25 agosto 2016)


Yad Vashem - Fantoni, un altro Giusto italiano

di Giorgio Bernardelli

C'è un nuovo italiano fra i Giusti tra le nazioni riconosciuti dallo Yad Vashem. Ancora una volta è una figura legata a Firenze: si tratta dell'intellettuale liberale Renato Fantoni, protagonista della Resistenza che nel dopoguerra nella città del Giglio fu anche assessore alla casa nella prima giunta comunale guidata da Gaetano Pieraccini. A dare la notizia del riconoscimento ufficiale decretato a Gerusalemme è il portale dell'Unione delle comunità ebraiche italiane che proprio attraverso il suo mensile Pagine ebraiche nel dicembre 2014 aveva ricostruito la storia di come Fantoni, nei giorni più bui della persecuzione, avesse dato ospitalità in una sua casa a Pian del Mugnone agli amici ebrei Eugenio Artom e Giuliana Treves e al loro maggiordomo Amedeo.
   A far riscoprire questo aspetto della vita dell'intellettuale fiorentino, a cui Firenze ha già dedicato la via della stazione ferroviaria di Rifredi, sono stati il figlio adottivo Piero Sarti Fantoni e la nipote della coppia, Fortunee Treves, la cui testimonianza è stata decisiva per i criteri seguiti dallo Yad Vashem. Già nel maggio 1945 Artom (amministratore delegato della compagnia di assicurazioni "La Fondiaria" fino alle leggi razziali e membro del Consiglio della comunità ebraica di Firenze) citò l'impegno di Fantoni in una dichiarazione ufficiale alla Comunità ebraica. Ma dagli archivi recentemente è riemersa anche una lettera scritta dalla signora Giuliana nel 1951: «La vostra accoglienza così immediata. affettuosa e senza riserve - scriveva a Fantoni -, oltre alla salvezza materiale, ha ridato col vostro esempio anche la fede nella fratellanza umana». Renato Fantoni sarebbe poi morto nel 1954, ali' età di sessant'anni.
   «È una notizia straordinaria, il giusto omaggio a un grande uomo che ho avuto il privilegio di poter chiamare babbo, anche se per troppo poco tempo. Non riesco a smettere di piangere, il titolo di Giusto è il mio modo per dirgli grazie», ha dichiarato Piero Fantoni, la cui famiglia, ricorda il portale dell'Ucei, fu massacrata dai nazisti a Cerreto Maggio e che, da bambino a casa Fantoni ritrovò la fiducia negli uomini e la speranza nel futuro. Secondo le statistiche aggiornate al 1 gennaio 2016 sono complessivamente 671 su 26.120 gli italiani a cui è stato attribuito il titolo di Giusti tra le nazioni. Un numero cresciuto negli ultimi anni se si pensa che nel 1994 erano appena 120 e ancora una decina di anni fa erano circa 400. In questo contesto il nome di Fantoni va ad aggiungersi ad altri molto significativi per Firenze, da quello del cardinale arcivescovo Elia Dalla Costa che insieme al rabbino Nathan Cassuto diede vita a una delle più significative reti per il salvataggio degli ebrei. Un'opera a cui diede contributo Gino Bartali (Giusto tra le nazioni), ma anche tanti religiosi e persone comuni. Non va dimenticato che la Comunità ebraica di Firenze contò comunque 248 vittime nella Shoah, tra cui lo stesso rabbino Cassuto, arrestato il 26 novembre 1943 in una retata nella sede dell'Azione cattolica, che segretamente ospitava le riunioni della Delasem, l'ente clandestino ebraico di assistenza ai profughi.

(Avvenire, 25 agosto 2016)


Lo chef internazionale israeliano Moshe Basson propone una cucina biblica

A Gerusalemme si può provare nel suo ristorante Eucalyptus

di Mario Del Monte

 
Moshe Basson

Domenica 12 Giugno si è svolto a Milano il concorso "The Vegetarian Chance", il festival internazionale di cultura e cucina vegetariana. Ospite d'eccezione e giudice del con test è stato lo chef israeliano Moshe Basson, specializzato in cucina biblica ovvero tutti quei piatti che vengono menzionati nei testi sacri rigorosamente preparati con ingredienti e metodi di cottura antichissimi. Oltre ad essere esperto in cucina mediterranea e storico dell'alimentazione lo chef Basson si batte da anni per la rivalutazione dei cibi antichi ed è stato nominato Cavaliere della Repubblica Italiana nel 2006. Il suo amore per la cucina nasce nel 1951 quando si trasferisce con la famiglia dall'Iraq a Gerusalemme e comincia ad aiutare il padre nella sua panetteria di Beit Safafa. Grazie ai consigli delle donne incontrate nei villaggi coltiva la sua passione fino a decidere di aprire un ristorante a Gerusalemme nella casa di famiglia. Una casa decisamente particolare visto che era stata costruita intorno ad un albero di Eucalipto piantato da lui stesso molti anni prima a Tu Bishvat, il Capodanno degli Alberi. L'Eucalyptus è oggi uno dei ristoranti più famosi al mondo ed ha ricevuto diversi riconoscimenti fra cui quello della Vegan Friendly Society israeliana. La cucina biblica consente infatti un'ampia scelta di piatti vegani e gli ingredienti utilizzati nel suo locale sono principalmente raccolti fra le colline della città. Questo perché, come ha spiegato lo chef Basson nello show cooking "prima della faine" che si è tenuto al termine del concorso, la Bibbia ci racconta che l'uomo, prima del diluvio universale, era vegetariano.
   Nella due giorni della kermesse internazionale, giunta quest'anno alla terza edizione, c'è stato spazio per diversi aspetti della cucina vegana: tra un piatto di legumi e un assaggio di cioccolato diversi esperti del settore sono intervenuti per dire la loro sul futuro della cucina e sugli effetti di questa sulla salute dell'uomo. Il primo posto del concorso è stato assegnato dalla giuria ad Antonio Zaccardi che con il suo tacos di mandorle, un piatto a base di frutta secca e profumi di zafferano, fiori ed erbe, ha convinto per presentazione, sostenibilità, valore nutrizionale e, ovviamente, gusto. Il Presidente della giuria e fondatore del festival Pietro Leemann al termine della premiazione ha sottolineato come quest'anno sia notevolmente cresciuto il livello dei concorrenti che hanno dimostrato di aver studiato duramente per rendere i vegetali i veri protagonisti delle pietanze.
   Avital Kotzer Adari, direttore dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo ha lodato l'iniziativa di portare Basson al The Vegetarian Chance descrivendola come "un'occasione eccezionale per scoprire un volto inedito della nostra Israele. Attraverso la cucina del nostro Moshe Basson, e non solo, condurremo tutti i visitatori del festival a scoprire quanto sia varia l'offerta turistica della nostra terra dove la sola Tel Aviv è stata prescelta come la miglior destinazione al mondo per l'offerta di cibo vegetariano dalla preziosa CNT Traveller di Condenast per l'abbondanza di materia prima, per le piramidi scintillanti di melanzane, peperoni e cavolo ammucchiati come pin-up al mercato Carmel della città."

(Shalom, luglio 2016)


Spariti gli alunni ebrei dalle scuole di Francia

di Graziella Giangiulio

PARIGI - Non è più tempo era gli ebrei di Francia e Belgio di andare nelle scuole pubbliche. Decine di migliaia di giovani ebrei francesi e belgi, riporta Arutz Sheva 7, in un periodi di forti tensioni nei loro paesi stanno crescendo più "isolati" rispetto alle generazioni precedenti. Mentre 30 anni fa la maggior parte degli ebrei francesi iscrivevano i loro figli nelle scuole pubbliche, ora solo un terzo lo fa. I restanti due terzi sono divisi equamente tra scuole ebraiche e le scuole private non ebrei, secondo Francis Kalifat, il neo eletto presidente del Crif, che unisce le comunità ebraiche francesi.
    Il cambiamento è stato particolarmente drammatico nella zona di Parigi, che ospita circa 350mila ebrei, il 65 per cento degli ebrei francesi. «Nella regione di Parigi, non ci sono praticamente più ebrei tra gli alunni delle scuole pubbliche», ha detto Kalifat, che attribuisce la loro assenza a «una brutta atmosfera di vessazioni, insulti e aggressioni» contro gli ebrei a causa della loro etnia, e alla crescita simultanea del sistema di educazione ebraico. Mentre la maggior parte episodi di antisemitismo consistono in insulti, spesso non segnalati alle autorità, in alcuni casi si tratta di minacce di morte e aggressioni armate.
  L'aumento antisemitismo scolastico in Francia, registrato per la prima volta in un rapporto interno del ministero dell'Istruzione nel 2004, è coinciso con un aumento di episodi di antisemitismo diffuso. Se prima del 2000, solo poche decine di incidenti erano stati registrati ogni anno in Francia; da allora in poi, ne sono stati segnalati ogni anno a centinaia. Dagli attentati di Tolosa del 2012, le scuole ebraiche francesi sono protette da soldati armati. In Belgio, la Lega contro l'antisemitismo ha documentato molteplici incidenti tesi a rendere le scuole pubbliche del paese "libere da ebrei". Non sono mancate le polemiche e le accuse verso il sistema socratico di Bruxelles che sarebbe più riluttante rispetto al francese nel punire gli alunni per comportamenti anti-semiti.
  Oltre a tracciare l'antisemitismo tra gli studenti, le autorità civili e statali dei due paesi stanno registrando, per la prima volta da decenni, un crescente numero di incidenti che coinvolgono insegnanti, sia come vittime che come carnefici. L'atmosfera è tale, riporta po, l'emittente, che sta spingendo molti genitori ebrei francesi a partire per Israele, che sta registrando infatti livelli record di immigrazione proprio dalla Francia. Dal 2012, 20mila ebrei hanno preso questa decisione.

(agc, 25 agosto 2016)


Erdogan si butta nella guerra di Siria

I piani egemonici del «sultano». La Turchia manda i carri armati a Jarablus: «Sono contro l'Isis». Ma Ankara vuole soprattutto bastonare i curdi.

di Carlo Panella

Svolta clamorosa della Turchia di Tayyip Erdogan che ieri all'alba ha passato con una colonna di carri armati il confine con la Siria e ha attaccato e conquistato, con un forte impiego dell'aviazione e dell'artiglieria pesante, la città di Jarablus, subito al di là della linea frontaliera e controllata da anni dall'Isis. Per anni le televisioni di tutto il mondo hanno mandato in onda le immagini dei vessilli neri del Califfato dell'Isis che svettavano su tutti i minareti di Jarablus, visibili a occhio nudo dal territorio turco. Prova indiscutibile di una tolleranza, anzi di una complicità oggettiva con l'Isis di un Erdogan che accettava senza reagire la sfida di un provocatorio presidio armato del Califfato subito al di là dei propri confini. Il tutto, all'interno di una ambigua strategia turca che favoriva chiunque si opponesse a Beshar al Assad, anche i terroristi di al Baghdadi. Una strategia fortemente contestata da ampia parte degli stessi vertici militari turchi e ragione non secondaria del tentato golpe poi fallito del 15 luglio scorso.
   Pur pienamente giustificato, l'attacco via terra e via aria di armate turche sul territorio siriano costituisce indubbiamente - e volutamente - una violazione della sovranità siriana e infatti il governo di Damasco ha reagito con furibonde proteste. Dietro le colonne dei carri armati turchi infatti si sono mossi ben 5.000 miliziani ribelli siriani turcomanni e soprattutto della laica Free Syran Army, alleati di Ankara, che intendono prendere possesso della città in funzione anti Assad, oltre che anti Isis, per poi probabilmente marciare sulla vicina Aleppo, per impedirne la caduta nelle mani del regime di Damasco.
   Naturalmente non è stata casuale la coincidenza tra questa mossa di Erdogan e la contemporanea visita ad Ankara del vice presidente Usa Joe Biden, la prima dopo il fallito golpe. Una sfida aperta alla pasticciata strategia americana in Siria e la marcatura di una piena autonomia di azione della Turchia nella crisi siriana, peraltro anche nei confronti di una Russia tenacemente alleata di Assad.
   Joe Biden, naturalmente, dovrà affrontare con Erdogan anche lo spinoso tema dell'estradizione dagli Usa di Fetullah Gülen, il teologo islamico che la Turchia accusa di essere stato il promotore del golpe del 15 luglio e che imbarazza non poco Washington, che teme di essere accusata dalla comunità internazionale, a ragione, di cedere a pressioni turche per nulla motivate sul piano legale. Un imbarazzo che è trapelato dalle parole di Joe Biden, che si è confermato come gaffeur, dichiarando: «Vorrei che Gülen fosse in un altro paese e non negli Stati Uniti». L'imbarazzo di Biden è poi accresciuto dal contemporaneo attacco aereo disposto da Erdogan contro la città siriana di Kharkamis, controllata dai curdi del Ypg, alleati degli americani - ma anche di Assad - nel contrasto all'Isis. L'apertura di questo secondo fronte militare turco in Siria, oltre a costituire uno schiaffo nei confronti degli Usa, segna una seconda sfida aperta ad Assad e alla Russia.Nei progetti russo-siriani, infatti, la nascita di una repubblica curda del Ypg - denominata Rugava - nel nord della Siria costituisce un fatto strategico, anche perché grazie a questa blasfema alleanza Assad ha potuto liberare consistenti forze militari dal presidio del nord del Paese. Specularmente, la nascita di questa entità curda in Siria è intollerabile per la Turchia, anche perché funziona come «santuario» per i ribelli curdo-turchi del Pkk, alleato del Ypg, che conducono dal luglio scorso una guerra senza esclusione di colpi - e di attentati - contro i militari e le città turche.
   Dunque, da ieri è iniziata una escalation militare nella crisi siriana, dagli sviluppi imprevedibili.

(Libero, 25 agosto 2016)



Parashà della settimana: Ekev (In conseguenza)

Deuteronomio 7:12-11:25

 - "Se osserverete queste leggi e le avrete eseguite, il Signore tuo D-o manterrà per te il patto che giurò ai tuoi padri. Ti amerà, ti benedirà e ti moltiplicherà" (Deuteronomio 7.12).
La prosperità e la pace del popolo ebraico dipendono dall'osservanza dell'Alleanza stabilita con D-o. Il ricordo delle ribellioni accadute nel deserto del Sinài dovrebbero servire al popolo dalla "dura cervice" per evitare gli errori commessi e ritornare a D-o (teshuvà)
Ekev significa "tallone" ma anche "in conseguenza" dell'obbedienza alle leggi verrà mantenuto da D-o il patto contratto con Israele. Difatti la ricompensa (benedizione) per aver eseguito i precetti non si trova davanti ai tuoi occhi ma nel tallone cioè nella parte nascosta ma di certo essa verrà.
La parola Ekev secondo la tradizione orale, fa allusione alla fine dell'esilio, alla fine di un ciclo storico e più precisamente alla fine della civiltà di Edom (Roma).
Il riferimento a questa interpretazione è scritto nel libro della Genesi. "E dopo Esaù uscì suo fratello Giacobbe che teneva la mano sul tallone di Esaù" (Genesi 25.26).
Nella profezia di Daniele la civiltà di Edom è rappresentata dalla statua sognata da Nabucodonosor, re di Babilonia, che distrusse il primo Tempio in Gerusalemme.
Secondo l'interpretazione della profezia, la statua con le gambe di ferro (Roma) e i piedi di argilla (Islam) simboleggia il quarto ed ultimo esilio del popolo ebraico.
L'argilla mescolata al ferro provocherà la caduta della statua realtà questa sotto gli occhi di tutti. Nel momento in cui l'Islam avrà invaso tutti i paesi con una immigrazione di massa incontrollata sarà l'inizio della fine della civiltà occidentale.
Simbolicamente nella mescolanza tra ferro ed argilla l'Occidente verrà ad identificarsi con l'Islam, perdendo la sua identità per rovinare su se stesso.

Israele: la terra della benedizione
"Perché la terra in cui tu vai ad installarti non è come l'Egitto…….essa è una terra di cui il Signore si prende cura e sulla quale si posano i Suoi occhi dal principio alla fine dell'anno" (Deuteronomio 11.10).
La Torah vuole richiamare la nostra attenzione su un fatto straordinario che spesso dimentichiamo. La benedizione di D-o è sempre presente sulla Terra d'Israele e non è un caso che in questa parashà viene nominato l'Egitto il paese simbolo della potenza e della prosperità.
Uno dei problemi degli ebrei è quello di ritenere che altrove si trovi la benedizione di D-o. Per questi motivi avvennero le rivolte del popolo che voleva tornare in Egitto, come fanno oggi molti di questi ebrei che preferiscono stare in America.
La Torah afferma con chiarezza che solo sulla Terra d'Israele viene data la benedizione a condizione di osservare le leggi che D-o ha comandato (Deuteronomio 11.13).
Questo massà u matan (do ut des) è difatti un atto materiale ma per niente in contrasto con il giudaismo che ha ricevuto il dono della Torah per vivere su questo mondo, essendo il regno di D-o tra gli uomini e non tra i fantasmi delle ideologie.

Un paese di grano e di orzo, di uva e melograni ecc..
Dopo l'elenco dei sette prodotti agricoli presenti nella Terra d'Israele, la Torah riporta la benedizione da recitare dopo il pasto.
"Mangerai e ti sazierai e benedirai il Signore tuo D-o per la buona terra che ti ha dato" (Deuteronomio 8.10).
Due qualità del paese vengono descritte in questa parashà: i prodotti agricoli e la ricchezza del sottosuolo consistenti in giacimenti di rame e di ferro a cui oggi potremmo aggiungere anche i giacimenti di gas naturale.
Il paese darà ai nuovi abitanti tutte le risorse necessarie per una vita economica normale compreso il nutrimento di base rappresentato dal pane. Questo alimento conferisce al pasto una santità particolare a cui fa seguito una benedizione di ringraziamento, che non riguarda solo il sostentamento quotidiano, ma anche il "buon paese che il Signore ti ha donato".
A riguardo la Torah mette in guardia e continua: "L'uomo non vive di solo pane, ma anche della parola di D-o" (Deuteronomio 8.3).
La lotta per la conquista del pane quotidiano (in lingua ebraica pane e lotta hanno le stesse consonanti n.d.r.) non deve autorizzare l'uomo ad allontanarsi dall'osservanza della legge di D-o, ritenendo se stesso l'artefice della sua prosperità.

Il timore di D-o
"Che cosa chiede a te il Signore se non di temerLo?" (Deuteronomio 10.12).
Tutto è nelle mani di D-o ad eccezione del timore di D-o che è nelle mani dell'uomo. In effetti soltanto con un atto di libertà da parte nostra possiamo riconoscere il Creatore del mondo e sottometterci alla Sua volontà.
In cosa consiste il timore di D-o? Non a caso la Torah a riguardo riporta le seguenti espressioni:
"Circonciderete il prepuzio del vostro cuore e non siate di dura cervice…. perché il Signore vostro D-o fa la giustizia della vedova e dell'orfano ed ama lo straniero" (Deuteronomio 10.16).
Non la paura, ma la libertà di scelta è il criterio essenziale della vita dell'uomo, nel fare la volontà di D-o. E' in questo che la strada dell'uomo e quella della bestia si separano. Cosa chiede D-o all'uomo? Di essere temuto, amato e servito (Deuteronomio 11.13).
Quale è il servizio che Egli chiede? La preghiera rispondono i nostri maestri.
La preghiera non deve essere solo una domanda per avere un aiuto, ma anche una riflessione su noi stessi. Il verbo ebraico da cui deriva la parola tefillà (preghiera) è una coniugazione riflessiva che significa "interrogarsi" sul proprio comportamento verso D-o e verso il prossimo.
Questo è il senso della preghiera, che deve portare l'uomo a migliorare il suo operato, affinché il Creatore del cielo e della terra, possa risiedere in mezzo a noi. F.C.

*

 - "Ama dunque l'Eterno, il tuo Dio, e osserva sempre quello che ti dice di osservare: le sue leggi, le sue prescrizioni e i suoi comandamenti" (Deuteronomio 11:1).
  Mosè ripete al popolo l'invito ad amare Dio e a osservare i suoi comandamenti. Qualcuno si è chiesto se anche l'amore per Dio rientra tra i comandamenti o se invece è una raccomandazione rivolta da Mosè al popolo. Può sembrare strano che Dio ordini di amarlo; a livello umano questo certamente non è possibile; potrei costringere qualcuno alla sottomissione, potrei asservirlo ricattandolo, ma non potrei mai costringerlo ad amarmi. L'amore vero è libero, spontaneo o non è amore, così si pensa usualmente tra uomini. Ma quando entra di mezzo Dio le cose diventano meno scontate.
  Esaminiamo allora alcuni passaggi biblici, così come sono, cercando anzitutto di capire chi è il soggetto dell'azione. Grammaticalmente si potrebbe pensare che quando Mosè parla in prima persona si riferisce a se stesso e quando parla in terza persona si riferisce a Dio. Osserviamo allora il proseguimento dei discorso iniziato nel capitolo 11. A un certo punto Mosè dice: "Osservate dunque tutti i comandamenti che oggi vi do, affinché siate forti..." (v. 8). Qui può sorgere la domanda: chi è che dà i comandamenti, Dio o Mosè? Credo che tutti risponderemmo: Dio, certamente; e aggiungeremmo che Mosè dà i comandamenti al popolo nel senso che glieli trasmette da parte di Dio. Più avanti, infatti, parlando dell'opera del Signore usa la terza persona: "... affinché prolunghiate i vostri giorni sul suolo che l'Eterno giurò di dare ai vostri padri e alla loro progenie..." (v. 9). Poco più avanti però continua: "Se ubbidirete diligentemente ai miei comandamenti che oggi vi do, amando l'Eterno, il vostro Dio, servendolo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima, io darò al vostro paese la pioggia nella stagione giusta: la pioggia d'autunno e di primavera..." (vv.13,14). Chi è qui il soggetto che parla? Non può essere Mosè, perché certamente non è lui che può dare la pioggia al paese. Dunque il soggetto è Dio, ed è lo stesso soggetto che ordina al popolo di ubbidirgli, amarlo e servirlo con tutto il cuore e con tutta l'anima.
  C'è anche un altro versetto in questa parashà che è abbastanza chiaro a questo proposito: "Ed ora, Israele, che cosa chiede da te l'Eterno, il tuo Dio, se non che tu tema l'Eterno, il tuo Dio, che tu cammini in tutte le sue vie, che tu l'ami e serva all'Eterno, che è il tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua" (Deuteronomio 10:12).
  Chiedendogli di ascoltarlo, temerlo, servirlo e amarlo, Dio chiede all'uomo una stessa cosa. Ma noi facciamo fatica a capirlo, perché quando parliamo di amore abbiamo l'illusione di sapere di che cosa parliamo, e ci meravigliamo quando nella Bibbia non troviamo le stesse cose che abbiamo in mente. Davanti a certi passaggi ostici, alcuni si tolgono d'impaccio dicendo che sono antropomorfismi a scopo didattico; altri invece, più sofisticati, tentano di spiegare il testo usando concetti intellettualmente più elevati. E qualche volta credono perfino di esserci riusciti.
  Ma non è la Bibbia a fare uso di antropomorfismi tratti dal linguaggio corrente, siamo noi, al contrario, che nel linguaggio corrente facciamo uso di teomorfismi tratti dalla Bibbia. Questo è particolarmente vero quando si parla d'amore, perché "Dio è amore" (1 Giovanni 4:8). Dunque, quando parliamo d'amore, che lo sappiamo o no, che lo vogliamo o no, facciamo riferimento a Dio. Quando i nostri nonni (o i nostri genitori nel caso di chi scrive) cantavano quella dolce canzone degli anni '30: "Parlami d'amore Mariù, tutta la mia vita sei tu", non si rendevano conto di imitare nel linguaggio una forma di relazione che ha la sua reale autenticità soltanto nel rapporto tra l'uomo e il suo Creatore. Ogni sofisticazione di questa realtà è un teomorfismo che conduce all'idolatria.
  Certo, anche il nostro limitato, offuscato, distorto concetto di amore ha una temporanea funzione limitativa e regolativa nei rapporti umani, ma dobbiamo essere consapevoli che quando ne parliamo stiamo usando, in modi che talvolta possono essere utili (e talvolta no), un concetto che nel fondo ci è sconosciuto.
  E allora che si fa? come si può arrivare a conoscere qualcosa che ci è sconosciuto? "Io alzo gli occhi ai monti, da dove mi verrà l'aiuto?" si chiede il salmista (Salmo 121:1). Come sempre, l'aiuto può venirci soltanto da "Colui che ha fatto il cielo e la terra", e questo, Dio lo fa con il semplice atto di rivolgerci la Parola.
  Proprio qui sta la peculiarità che distingue il popolo ebraico da tutti gli altri: a lui, e soltanto a lui come popolo e nazione, Dio ha rivolto la parola. Anche nel dare ordini e nell'annunciare o eseguire castighi Dio ha manifestato il suo amore per il popolo, perché l'amore che si muove in linea verticale dall'Alto in basso contiene anche, per sua natura, ordinamenti punitivi. "Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge suo figlio, l'Eterno, il tuo Dio, corregge te" (Deuteronomio 8:5).
  La punizione di Dio è espressione d'amore perché è preannunciata dalla sua parola. Per esercitare soltanto la sua autorità, il Signore non ha bisogno di parlare; le nazioni che si trovavano sulla terra destinata ad Israele furono distrutte "per la loro malvagità" (Deuteronomio 9:5) senza ricevere alcun preavviso.
  Dio dunque ordina al popolo di amarlo, ma il solo fatto di formulare quest'ordine dopo aver dato tante manifestazioni d'amore, quasi mai contraccambiato, è un segno di grazia. Dio però accetta che il suo ordine, nella sua formulazione storica, possa essere trasgredito. E ne soffre, e si arrabbia, ma non demorde. Riprende un faticoso percorso fatto di parole, ordini, avvertimenti, punizioni, liberazioni, fino a che non arriverà il giorno in cui il suo amore sarà pienamente contraccambiato.
  E tutti gli altri? Quello che resterà del mondo dopo il compimento dell'inevitabile giudizio finale di Dio si rallegrerà con Israele.
  "Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa dell'Eterno si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al disopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno ad esso. Molti popoli v'accorreranno, e diranno: 'Venite, saliamo al monte dell'Eterno, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci ammaestrerà intorno alle sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri'. Poiché da Sion uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola dell'Eterno" (Isaia 2:2-3).
  Ma per questo bisognerà aspettare il ritorno del Messia. M.C.

  (Notizie su Israele, 25 agosto 2016)


Intesa Israele-Palestina per gli animali di Gaza

di Lucia Capuzzi

Ci volevano Laziz e i suoi compagni per mettere d'accordo, almeno una volta, israeliani e palestinesi. Il ministero palestinese dell'Agricoltura, l'ente israeliano responsabile dei Territori (Cogat) e il ministero della Difesa dello Stato ebraico hanno lavorato fianco a fianco - sotto lo sguardo vigile dell' associazione internazionale "Four Paws" (Quattro zampe) - per trasferire gli ultimi reduci dello zoo di Khan Younis (Gaza). Quindici animali in tutto -s cimmie, pellicani, gazzelle, istrici e la "star", la tigre Laziz - sono stati portati via dalla struttura, ormai decadente, attraverso il valico di Erez e da lì sono stati ricollocati. La gran parte degli ex ospiti è andata negli zoo di Israele e Giordania, dove potranno ricevere migliori cure e trattamento. Laziz, invece, è stata portata più lontano: il felino, di nove anni, è stato caricato su un aereo con destinazione Sud Africa, dove avrà maggiori possibilità di adattamento. Certo, prima dovrà fare dei test. Secondo "Four Paws", le sue condizioni sono buone.
Il trasferimento non è stata un'operazione banale. È stato necessario un lungo lavoro di preparazione per mettere d'accordo i due eterni rivali. Tanto che gli animali sono stati ricollocati in diverse tappe. A marzo era partito il penultimo gruppo, di cinque esemplari. Aperto dieci anni fa con un centinaio di animali, Io zoo di Khan Younis è stato messo a dura prova dalle successivi crisi che hanno colpito l'area. Impossibile per le autorità della Striscia continuare a provvedere al mantenimento degli ospiti. E, così, con l'aiuto di "Four Paws" li hanno lasciati andare. Verso una vita migliore.

(Avvenire, 25 agosto 2016)


Ampio sequestro di armi in Giudea e Samaria

Armi sequestrate in Giudea e Samaria
Armi sequestrate in Giudea e Samaria
GERUSALEMME - Il Idf ha condotto una operazione in Giudea e Samaria contro impianti di produzione di armi illegali.
Queste fabbriche sono state usate da terroristi che hanno attaccato obiettivi israeliani in questi settori. Nel corso della notte del 23 agosto, un'operazione congiunta delle brigate della Giudea e Samaria, dello Shin Bet, e delle forze di polizia è stato lanciata contro le infrastrutture di produzione e distribuzione di armi nella zona di Betlemme e Hebron, riporta Arutz Sheva7. Si è trattato dell'azione più ampia presa contro la produzione e la distribuzione di armi dallo scorso anno e ha portato alla confisca di grandi quantità di armi e all'arresto dei loro distributori. Le armi venivano contrabbandate in molti luoghi tra cui la Giordania. Il Idf ha chiuso rapidamente il cerchio sull'organizzazione composta da arabi. Decine di indagini sugli attacchi in Giudea e Samaria nel corso degli ultimi anni hanno portato alla collusione, prosegue l'emittente, che le armi non sono state acquistate per l'attacco in sé e per sé, ma sono state usate più volte. Attraverso una vasta operazione di intelligence sono stati trovati una trentina di impianti di produzione di armi. Nel corso dell'operazione sette fabbriche che producevano centinaia di armi che erano già state distribuite sono state localizzate e chiuse, portando al sequestro di un ampio arsenale di parti di ricambio.
L'operazione, che è durata alcune ore, è stata caratterizzata anche da una serie di proteste; durante i sequestri, due arabi che possedevano grandi impianti sono stati arrestati per ulteriori indagini.

(agc, 24 agosto 2016)


Terremoto - L’Unione delle Comunità Ebraiche attiva un punto per donare il sangue

Al Centro trasfusionale del Fatebenefratelli di Roma

ROMA - L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Comunità Ebraica di Roma, in collaborazione con l'Associazione Medica Ebraica e il Gruppo Ebraico Donatori, hanno attivato un punto dedicato per la donazione del sangue, a sostegno delle persone colpite dal sisma.
Si invita a recarsi al Centro trasfusionale del Fatebenefratelli, Lungotevere de' Cenci 5, Roma e destinare la donazione al "gruppo ebraico donatori 201".

(askanews, 24 agosto 2016)

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Terremoto - Netanyahu offre a Renzi assistenza per ricerche e salvataggio

ROMA - Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha inviato le condoglianze al popolo italiano per le vittime del terremoto che ha colpito il paese e l'augurio di un pronto ristabilimento per i feriti. Lo ha reso noto l'ufficio del primo ministro stesso. Netanyahu ha anche offerto al Presidente del Consiglio Matteo Renzi assistenza per le ricerche e il salvataggio.

(Agenparl, 24 agosto 2016)


Da Israele un trattamento per le ustioni

 
Da Israele un trattamento per le ustioni. L'azienda israeliana MediWound Ltd ha sviluppato una formula innovativa chiama NexoBrid che potrà migliorare notevolmente il trattamento delle gravi ustioni cutanee.
Le ustioni possono causare molte complicazioni locali e sistemiche (disidratazione, infezione ecc).
Le ustioni generalmente si presentano come piaghe sulla superficie della pelle che impediscono di valutare con precisione la gravità dell'ustione stessa. La prima procedura medica ha lo scopo di rimuovere queste croste ma può causare alcune complicazioni perché si potrebbe causare il danneggiamento dei tessuti sani.
NexoBrid, ideato dalla Prof.ssa Lior Rosemberg, Direttrice di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva al Soroka Hospital, si presenta come un farmaco-lozione che va somministrato localmente. Composto da una miscela di vari enzimi, NexoBrid rimuove il tessuto necrotico evitando l'intervento chirurgico. Oltre ad essere più efficiente, meno costoso e meno gravoso per il paziente, questo metodo innovativo riesce a rimuovere tutto il tessuto necrotico in solo 4 ore, preservando allo stesso tempo il tessuto sano. Ciò consente di risparmiare tempo ed avviare rapidamente il processo di guarigione riducendo il rischio di complicanze.

(SiliconWadi, 24 agosto 2016)


Ristoranti con cucina Kosher di Roma

La comunità ebraica ha una buona presenza in Italia, specialmente a Roma, nell'area dell'ex ghetto. Nonostante l'integrazione e la convivenza tra i fedeli ebrei ed il resto della città sia ormai un dato di fatto, è anche vero che non molti conoscono le tradizioni e il fascino di questa antica religione. Sono pochi i ristoranti al di fuori dell'area attorno al Tempio Maggiore, la principale sinagoga di Roma (se non d'Italia), che propongono cucina Kosher, ovvero una cucina che rispetti i precetti e le leggi imposte dalla legge ebraica. Alcune carni considerate impure non possono essere mangiate, così come esiste una ferrea regolamentazione sul modo di trattare le materie prime e gli ingredienti per preparare piatti che non violino i tabu culinari della tradizione giudaica.
   Nonostante nella cultura ebraica non manchino giorni dedicati al lutto e al digiuno, il calendario delle festività ebraiche è ricco di momenti di gioia e di celebrazione della felicità e dello stare insieme. In questi momenti, le tavole delle famiglie ebree si riempiono di piatti succulenti e dall'aspetto meraviglioso (come i blintzes, frittatine tipiche dello Shavuoth, ripiene di ricotta lavorata con uova e formaggio piccante, oppure di mele grattugiate amalgamate con mandorle tritate, zucchero, cannella, buccia e succo di limone). Il gusto per il buon cibo è di casa quindi tra gli ebrei, che amano accompagnare alle pietanze anche balli e festeggiamenti vari e con un significato sempre rituale.
   Un esempio di una festa gioiosa e ricca di significato è quella indetta per celebrare l'ingresso di un ragazzo o di una ragazza nell'età adulta, l'età della responsabilità di fronte alla Halakhah, la legge ebraica. Si tratta del Bar Mitzvah (o Bat Mitzvah se si tratta di una ragazza) e segna momento in cui un ragazzo viene ammesso a partecipare all'intera vita della comunità al pari degli adulti e diventano personalmente responsabili della ritualità, dell'osservanza dei precetti, della tradizione e dell'etica ebraica. Dal tredicesimo (per le ragazze è il dodicesimo) compleanno in poi i ragazzi sono ritenuti in grado di distinguere il bene dal male e devono rispondere delle proprie azioni di fronte a Dio e alla comunità.
   Generalmente, una volta conclusa la celebrazione per così dire "rituale" del Bar o Bat Mitzvah, si può passare ai veri e propri festeggiamenti, i B'nai Mitzvah. Tali festeggiamenti includono tipicamente un seudat mitzvah, ovvero un pasto celebrativo con la famiglia, gli amici, e i membri della comunità. Le feste di Bar e Bat Mitzvah in America sono spesso affari sontuosi svolti presso hotel e Country club con centinaia di ospiti. Tali feste secondo l'ortodossia hanno il ruolo di rendere il festeggiato così felice che da quel momento in poi si impegnerà a ricambiare l'affetto ricevuto rispettando e osservando le mitzvot, i precetti della legge ebraica. In Italia le celebrazioni sono di solito più modeste, ma in ogni caso lo scopo è sempre quello di rendere felice i ragazzi, poiché quello è il loro giorno speciale.
   Come già accennato, i ristoranti a Roma in cui poter celebrare delle feste ebraiche sono pochi, ecco perché lo staff di Feste Ebraiche a Roma ha creato un portale in cui poter trovare la location ideale per i propri festeggiamenti. Ciascun ristorante presente sul sito può all'occorrenza preparare piatti kosher per i suoi ospiti. Basta scegliere la struttura e chiamare per un preventivo.

(A-Zeta.it, 24 agosto 2016)


Chiudete quell'ateneo. Non dovrebbe esistere

di Fausto Carioti

 
A sinistra, l'imprenditore Giampiero Paladini, convertito all'Islam quattro anni fa
Bisognerebbe chiedere al ministro Stefania Giannini di chiudere la prima ( e per ora fortunatamente unica) università islamica d'Italia, dopo che il responsabile della segreteria dell'istituto ha invocato la «soluzione finale per i sionisti» e le sue parole sono arrivate sui giornali israeliani. Ma non si può fare, perché quell'università, che pure ha nel proprio comitato scientifico un luminare del calibro di Franco Cardini, non esiste. Almeno non come soggetto accreditato dal ministero dell'Istruzione. Lo dice la stessa Giannini alla giornalista di Libero Brunella Bolloli: «La cosiddetta università islamica di Lecce non è affatto riconosciuta dal Miur e non ci risulta alcuna loro richiesta di accreditamento». Eppure i responsabili del sedicente ateneo, sul sito, sostengono che esso sia «in attesa del riconoscimento Miur». Qualcosa non torna.
   La storia di quella che avrebbe dovuto essere «la corrispondente della Cattolica di Roma e Milano, ma di matrice musulmana», è stata opaca sin dall'inizio. Il suo fondatore e attuale presidente, l'imprenditore salentino Giampiero Khaled Paladini, non ha mai spiegato chi sarebbero stati i finanziatori. E ancora oggi non si è capito quanti e quali soldi ci siano dietro al progetto.
   Nel novembre del 2014 Paladini convocò alcuni giornalisti nello studio del suo avvocato e spiegò i suoi progetti. Volò molto alto: disse che i suoi punti di riferimento erano l'Unione delle comunità islamiche, e questo era prevedibile, ma citò anche la Qatar Foundation, che per capirsi è quella
che appartiene agli sceicchi del ricchissimo staterello arabo e sponsorizza il Barcellona di Lionel Messi. Per realizzare l'ateneo, raccontò la Gazzetta del Mezzogiorno, sarebbero stati coinvolti anche «i Paesi della Lega Araba e quelli aderenti all'Opec». «È già stato avviato il progetto "Un milione di barili per la gloria di Allah e per il dialogo dei popoli del Mediterraneo", nato proprio per finanziare la nascita dell'ateneo islamico», annunciò quel giorno Paladini. Solo questa voce, alla quotazioni di allora, avrebbe dovuto garantire entrate per 65 milioni di euro.
   Fatto sta che né sul sito della Qatar Foundation, che pure elenca in modo minuzioso tutti i progetti che sponsorizza, né in quelli delle altre istituzioni citate da Paladini, è mai apparsa traccia della Università islamica d'Italia. Né si è visto il milione di barili promesso, che avrebbero dovuto essere importati in Italia, lavorati in due raffinerie e venduti sul mercato per foraggiare l'ateneo. Intanto, anziché nell'imponente struttura dell'ex Deposito tabacchi di Lecce, che era l'obiettivo iniziale, la gloria culturale dell'Islam italiano si è accomodata nei più modesti locali
di via Matteotti, in una sede teoricamente provvisoria.
   Chi la stia finanziando è ancora un mistero: sul sito dell'istituzione (unislamitalia.it), dove peraltro abbondano i refusi, essa è presentata come «una libera e nonprofit Università secondo la legge italiana», ma non c'è alcun riferimento ai generosi sottoscrittori. L'unica cosa chiara è il ruolo della Confime come fondatrice dell'ateneo. Si tratta della Confederazione imprese mediterranee, che raggruppa alcune aziende del Sud ed è presieduta dallo stesso Paladini. Ha la sede a Roma, in un palazzone condominiale che affaccia sulla tangenziale.
   In ogni caso le ambizioni restano intatte. L'ateneo per ora si limita a proporre un corso di Laurea coranica e società occidentale («2.500 euro annui, escluse borse di studio e incentivi»], per il quale non occorre l'accreditamento del Miur, e nei prossimi mesi dovrebbe avviare due master: uno in Diritto e finanza islamica («realizzato col supporto delle più importanti organizzazioni delle banche islamiche presenti in Bahrain», garantisce la brochure) e l'altro in Strutture aerospaziali (per ambedue la tassa d'iscrizione è di 25.000 euro).
   Ma già a ottobre, spiega quello che con una certa enfasi è chiamato «Master Plan», dovrebbe decollare la facoltà di Scienze Umanistiche, seguita nel 2017 da quella di Scienze Agrarie e l'anno successivo da Medicina e Scienze Infermieristiche. Come questo sia possibile senza che ancora sia stato chiesto l'accreditamento, è un mistero la cui soluzione solo Allah conosce.

(Libero, 24 agosto 2016)


Napoli - «Israele, assassini»: bufera sulla De Majo

Un post della consigliera Dema scatena la protesta delle associazioni: «È odio anti-semita»

di Valerio Esca

NAPOLI - «È ancora una volta davanti a immagini come queste, che mostrano semplicemente la potenza militare di uno Stato che si abbatte su un popolo senza riconoscimento e senza esercito, che il governo di Israele si mostra per quello che è: un manipolo di assassini senza scrupoli. Un vero governo del terrore». Questo è soltanto un estratto del lungo post su Facebook pubblicato dalla consigliera comunale di Napoli, Eleonora de Majo. La giovane «pasionaria» arancione, da poco eletta nell'assise cittadina nella lista Dema, torna a far discutere con i suoi messaggi anti-Israele.
   «È stata una lunga notte per la gente di Gaza - scrive la de Majo -. Israele ha dato avvio al più duro bombardamento dal 2014. Chissà stavolta che nome inventerà per questa ennesima barbarie». La consigliera, militante del centro sociale Insurgencia, non ha mai nascosto la sua posizione filo-palestinese e conclude così il suo post: «Bisogna avere il coraggio di scriverlo e gridarlo, come lo scriviamo e lo urliamo davanti a tutti gli altri Stati autoritari del mondo. Bisogna farlo perché a Gaza, ogni volta che cadono le bombe, i morti sono migliaia e il numero dei bambini tra i morti è una vergogna per l'umanità».
   Passano poche ore dalla pubblicazione ed esplode la polemica. Sugli scudi l'associazione di Napoli-Israele fa sapere: «Mentre il mondo brucia, mentre l'Isis fa esplodere i bambini usandoli come kamikaze e mentre Hamas ammazza omosessuali a Gaza lanciandoli dai tetti dei palazzi, a Napoli, in Consiglio comunale, c'è qualcuno che continua a nutrire il proprio odio anti-semita. Non è quello che auspichiamo nei rapporti con la nuova amministrazione de Magistris».
   Poche parole che riaprono una vecchia ferita. La ruggine risale al 27 aprile 2013, quando de Magistris consegnò, al Maschio Angioino, la cittadinanza onoraria al presidente palestinese Abu Mazen. Successivamente, a Natale dello stesso anno, il leader dell'Anp ricambiò il riconoscimento e ospitò a Betlemme il sindaco di Napoli. Quello che le associazioni filo-israeliane più contestano all'amministrazione de Magistris riguarda la sua vicinanza «ideologica» alla questione palestinese, alla quale il primo cittadino ha sempre risposto con la filosofia dei «Due popoli, due stati».
   L'ultima querelle in ordine di tempo si è avuta durante la seduta del Consiglio comunale sul bilancio, quando il capogruppo di Napoli in Comune, Mario Coppeto, presentò un ordine del giorno (approvato dall'assise) per conferire la cittadinanza onoraria a Bilal Kayed, militante palestinese, detenuto in un carcere israeliano, in sciopero della fame da quasi due mesi. A quel punto inevitabile la bagarre con l'opposizione di centrodestra, che si giocò a suon di ordini del giorno. Il tutto si concluse con l'approvazione di un altro odg in riconoscimento della cittadinanza onoraria ai rappresentanti delle Comunità abramitiche del Medioriente e il rinvio della discussione ad un Consiglio monotematico sul tema. Al di là della questione palestinese altre polemiche sono cadute sull'ex pm quando, il 15 febbraio scorso, a Palazzo San Giacomo, fu insignito della stessa onorificenza di Abu Mazen anche il leader curdo, Òcalan.

(Il Mattino, 24 agosto 2016)


Babbo bastardo islamico cresce i figli da kamikaze

Il fratello del ragazzino con la maglia di Messi si è fatto esplodere su ordine del padre. Usare bimbi come «martiri» non è una prerogativa Isis. Lo facevano Khomeini e Arafat.

di Carlo Panella

Il ragazzino di 12 anni bloccato a Kirkuk
L'orrore si aggiunge all'orrore. Il ragazzino di 12 anni che è stato bloccato a Kirkuk in Iraq, perché sotto la maglia del giocatore Messi portava un troppo visibile giubbotto esplosivo, faceva parte di un'orrida famiglia il cui padre aveva appena spinto non solo lui, ma anche il fratello di 15 anni a fare, due ore prima, un attentato in una moschea sciita, provocando per fortuna soltanto due feriti. L'obbiettivo del mini attentatore fortunosamente intercettato, invece era una moschea nella via Husseinya, nel quartiere turcomanno Tesin di Kirkuk. Quindi due obietti tipici dell'Isis: gli odiati sciiti che vengono considerati dai jihadisti degli idolatri, perché venerano i 12 Imam, e la minoranza turcomanna, che è sunnita, ma che resiste in Iraq all'espansione del Califfato nero di Abu Bakr al Baghdadi. Naturalmente, il quindicenne intercettato si difende ora sostenendo di fronte ai poliziotti che lo hanno interrogato di «essere stato rapito, sedato e costretto dall'Isis a compiere un attentato». Ma la polizia sostiene una ben diversa tesi.

 Scuola d'orrore
  Questa terribile famiglia proviene da Mosul, «capitale» dell'Isis e del suo Califfato e, secondo la polizia irachena, si è trasferita a Kirkuk, per iniziativa del padre, miliziano jihadista, che avrebbe istigato i suoi figli a diventare «martiri» uccidendo idolatri e infedeli. Non è la prima volta che un intero nucleo famigliare partorisce kamikaze, ma in questo caso l'orrore, oltre che dal ruolo del padre, è dato dalla giovanissima età dei due kamikaze.
  È questa la conseguenza di una vera e propria mitologia del «martirio», anche di ragazzini, che non è affatto patrimonio indecente del solo Isis, ma che ha precedenti raccapriccianti in Palestina e in altri Paesi islamici. Durante l'Intifada delle stragi che Yasser Arafat promosse dal 2001 al 2005, dopo avere rifiutato la restituzione di ben il 95% dei Territori da parte di Israele, la televisione e i media dell'Anp, assieme alle moschee, lanciarono il mito della morte da kamikaze dei giovani martiri. Ancora oggi sul sito di Palestinan Media Watching, una organizzazione israeliana che monitora i media palestinesi, si possono trovare spaventose clip che esaltano, con musiche, trucchi vari e scenografie paradisiache, il sacrificio di martiri come Wafa, una adolescente palestinese che si era fatta esplodere a Tel Aviv uccidendo un ebreo di 80 anni e alcuni passanti.

 Lo scisma
  Dunque, la prassi diabolica di spingere adolescenti a diventare kamikaze, largamente praticata anche da Boko Haram in Nigeria, e in Turchia, non è affatto patrimonio esclusivo dell'Isis o dei jihadisti.
  Lo è stato anche dei palestinesi sotto gli ordini di Arafat per una ragione tanto semplice quanto misconosciuta da chi, incredibilmente, sostiene che questo terrorismo non è islamico, non è parte di una guerra di religione.
  A partire dal 1980 infatti, nel corso della guerra Iran Iraq, infatti, Khomeini è riuscito a introdurre nel corpo dell'islam un vero e proprio scisma che fa del martirio non una eventualità, ma un nuovo dogma di fede secondo il quale il buon musulmano, oltre a rispettare i 5 precetti dell'islam deve tendere assolutamente al martirio.
  Con questo passaggio Khomeini mandò centinaia di migliaia di ragazzini, i Bassiji, a farsi esplodere sui campi minati iracheni e trasformò il suo islam in una vera e propria religione di morte. Una fede apocalittica e mortifera che purtroppo dimostrò di avere in sé una tale carica persuasiva, perché aderente ad una parte fondamentalista e oscura dell'islam, da riuscire a contagiare anche il mondo sunnita.

(Libero, 24 agosto 2016)


Il comunismo del pensiero unico

Intervista a Ryszard Legutko, filosofo ed ex dissidente polacco, autore di "Demon in Democracy": ''Le coscienze in occiden.e sono sradicate e asservite con una violenza che farebbe arrossire i regimi sovietici".
   
di Giulio Meotti

ROMA - La Polonia era spaccata in due come nessun altro paese dell'Europa comunista. Mai quanto lì la società parallela, clandestina, era sviluppata, potente, ricca di riviste, edizioni clandestine, dissenso. Furono queste ad animare la "solidarietà degli squassati" di cui parlava il filosofo ceco Jan Patocka, morto ostracizzato. Ryszard Legutko fu uno dei principali animatori di questa solidarietà underground, in quanto responsabile culturale di Solidarnosc e direttore del samizdat (rivista del dissenso, ndr) Arka. Legutko sarebbe poi stato protagonista della democrazia dopo la caduta della Cortina di ferro, in quanto ministro dell'Istruzione e docente di Filosofia all'Università Jagellonica di Cracovia. Adesso, in un saggio uscito in America col titolo di "Demon in Democracy", Legutko traccia un parallelo ardito e affascinante fra il regime comunista e le democrazie liberali. E' quella che il grande poeta polacco Czeslaw Milosz ribattezzò "la mente prigioniera", in un libro apparso nel 1953 a Parigi, in cui svelò l'espropriazione del pensiero nei paesi del "socialismo reale", il brutale sradicamento delle coscienze e degli intelletti. Come aveva previsto il suo compatriota Stanislaw Witkiewicz in un romanzo del 1932, una specie di oppio mentale, la "pillola di Murti-Bing", che consentirà ai conquistatori di ottenere l'assenso dei conquistati, nonostante la miseria, gli alloggi che sono celle, le scarpe sformate, le lunghe code davanti a negozi sprovvisti.
  "Numerosi segnali indicano che la civiltà occidentale sta scivolando verso un nuovo dispotismo", dice Legutko al Foglio. "Questa tendenza in democrazia è stata sottolineata da molti studiosi di politica, da Platone a Tocqueville e Ortega y Gasset, ma una volta che la regola democratica è stata istituita e santificata, gli avvertimenti sono stati respinti. Lasciatemi elencare due di questi segni. Il primo è una profonda politicizzazione: oggi tutto tende a essere politica e quindi tutto tende a essere sottoposto a regolamenti politici, la vita familiare, le scuole, la religione, anche il sesso. Il privato è politico, come le
L'esistenza privata è arrivata a essere considerata come 'struttura di potere', e come tale protagonista di un riarrangiamento aggressivo secondo i criteri politici di equa redistribuzione del potere. Gli apostoli del nuovo dispotismo professano che i genitori hanno troppo potere sui figli, i mariti sulle mogli, gli insegnanti sugli studenti, gli eterosessuali sugli omosessuali, l'Europa sulla non Europa.
femministe hanno orgogliosamente dichiarato, e tale dichiarazione fa eco a quella dei comunisti che in passato hanno cercato di abolire la barriera che proteggeva la sfera privata dalla pressione politica. L'esistenza privata è arrivata a essere considerata come 'struttura di potere', e come tale protagonista di un riarrangiamento aggressivo secondo i criteri politici di equa redistribuzione del potere. Gli apostoli del nuovo dispotismo professano che i genitori hanno troppo potere sui figli, i mariti sulle mogli, gli insegnanti sugli studenti, gli eterosessuali sugli omosessuali, l'Europa sulla non Europa, e così via. Com'era prevedibile, i tribunali e le legislature passano all'azione cambiando queste presunte strutture di potere, ridefiniscono il matrimonio e la famiglia, regolano i rapporti tra genitori e figli, aboliscono le clausole di coscienza, impongono la nuova morale che legifera su tutto, compreso il clero, e fanno molte altre cose altrettanto oppressive. Tutte queste pratiche di ingegneria sociale rendono quasi impossibile trovare un nascondiglio contro il potere intrusivo delle istituzioni politiche. Le nuove leggi in materia di matrimonio, adozione di bambini, vita e morte, vita sessuale, leggi che cambiano drasticamente le regole che esistevano da tempo immemorabile, sono imposte con tale scrupolosità che farebbero arrossire i comunisti. Nessuna scuola, nessuna regione, nessuna comunità, nessuna persona può sfuggire al lungo braccio del nuovo ordine".
  In secondo luogo, vi è sempre più ideologia nelle società democratiche. "L'ideologia consiste in una serie di direttive e spiegazioni semplicistiche che coprono tutto, dal passato al futuro, dalle norme generali ai casi concreti. Per ogni ideologia, compresa quella attuale, la distinzione di base non è quella tra bene e male, bello e brutto, giusto e ingiusto, ma tra corretto e scorretto, tra ciò che si accorda con le direttive ideologiche e cosa no". Per fare un esempio: "Oggi l'unico modo accettabile per parlare di donne è quello considerato corretto dall'ideologia femminista. Ogni altro discorso è inammissibile e illegittimo. La legislazione, i programmi scolastici, le opere scientifiche, i media, sono tutti conformi a questo linguaggio. Lo stesso vale per la santa triade dell'ideologia moderna: 'Classe, razza e genere'. Non si può pubblicare un articolo su una rivista scientifica a meno che non si seguano i criteri di correttezza. Questa pratica orrenda di controllo ideologico è stata quasi universalmente accettata e pochi studiosi la considerano discutibile, e ancora meno hanno il coraggio di resisterle. Il controllo ideologico del linguaggio non è una questione da poco, perché di fatto equivale al controllo di ciò che si pensa e come si pensa. In ogni regime dispotico il controllo del linguaggio è stato il primo obiettivo, mentre la liberazione della lingua dal giogo ideologico è stato il presupposto di una rivolta. La distinzione tra corretto e scorretto si estende al passato, così che ci sono scrittori corretti e non corretti, filosofia corretta e non, domande corrette e non".
  Numerose le fonti di questo nuovo conformismo. "E' stato un processo lungo e ci sono certamente diverse cause. L'ispirazione politica diretta è stata il Sessantotto. Non solo si è spostato lo spettro politico molto più a sinistra, ma si è riusciti a legittimare l'ipotesi generale che 'non vi è alcuna alternativa' rispetto a ciò che è stato considerato allora e ciò che è considerato oggi come progresso. Siamo giunti a credere che non ci sono alternative all'uguaglianza, alla proliferazione di 'diritti umani' (sotto questa bandiera molta ingegneria sociale è stata effettuata), alla liberazione sessuale, all'aborto e all'eutanasia, agli omosessuali che hanno tutti i diritti degli eterosessuali, al multiculturalismo. Se non c'è alternativa, non vi
Intellettualmente i figli e i nipoti del Sessantotto assomigliano ai loro cugini comunisti: "I quali hanno creduto che non ci fosse alternativa al comunismo. Secondo loro, opporsi era da idioti, fascisti e lacchè dell'imperialismo".
è alcun punto in discussione. E qualsiasi opposizione va considerata, nel migliore dei casi, come un ostacolo al progresso, e, nel peggiore dei casi, come fascismo o follia".
  Secondo il filosofo polacco Ryszard Legutko, intellettualmente i figli e i nipoti del Sessantotto assomigliano ai loro cugini comunisti: "I quali hanno creduto che non ci fosse alternativa al comunismo. Secondo loro, opporsi era da idioti, fascisti e lacchè dell'imperialismo", continua Legutko al Foglio nel presentare il suo libro "Demon in Democracy". "Una causa più generale di quello che vediamo oggi è il ruolo fondamentale che per molti secoli l'Europa ha attribuito all'uguaglianza. La maggior parte delle rivoluzioni più sanguinose è stata realizzata in nome dell'uguaglianza, mettendo da parte altre idee come la giustizia, la virtù, la moderazione e la libertà. Il problema con l'uguaglianza è che non ce ne è mai abbastanza: più egualitaria la società diventa più rivendicazioni di uguaglianza compaiono sulla scena. L'uguaglianza davanti alla legge ha smesso di soddisfare tali affermazioni molto tempo fa. Ora vi è una richiesta per l'uguaglianza di status, il prestigio, la dignità, il rispetto e molte altre 'uguaglianze', che sono sempre più impossibili da soddisfare. Il politicamente corretto è l'ultima tappa di questa ricerca, e si vede dalla sua assurdità. In nessun luogo questo processo è più visibile che nel campo dell'istruzione e della cultura, dove le gerarchie sono state abolite o stanno per essere abolite. Un esempio calzante è l'offensiva contro il canone letterario, la lista delle più grandi opere della letteratura che ogni persona istruita dovrebbe conoscere. Bellezza e arte sono viste come una gerarchia inaccettabile, e ci sono tentativi sia di abolire il canone sia di sostituirlo con uno nuovo, in cui i maschi bianchi del passato sono rimossi e i mediocri politicamente corretti prendono il loro posto. Poiché l'uguaglianza è impossibile in pratica, questa richiede una grande e potente macchina burocratica che si impone sulla società e tutti i suoi segmenti. Il nuovo dispotismo deve molto a questa lunga tradizione della lotta europea per l'uguaglianza, anche se i mezzi usati oggi sono molto più miti rispetto a quelli utilizzati in passato".

 "Ero interessato al consenso comunista"
  Ilya Ehrenburg, sulla rivista Novi Mir, negli anni Sessanta diede libero sfogo al suo rimorso sul meccanismo con cui l'intellettuale in clima totalitario si era asservito al tiranno, dopo avere soppresso il libero giudizio con i veleni partoriti dal suo stesso intelletto. Fu così che Stalin trasformò i cittadini in quello che Ehrenburg definì "un popolo di imbecilli".
  "In tutta la mia vita sotto il vecchio regime comunista ero interessato a come il sistema funzionava, quali erano le sue radici e che impatto hanno avuto sulla gente", continua Legutko. "Ero particolarmente curioso di sapere come il comunismo fosse riuscito a coinvolgere così tante persone nel sistema, a renderle complici volontari e involontari. Non c'era solo il terrore e l'intimidazione. Il servilismo è venuto da dentro, per così dire, e la gente, tra gli intellettuali e gli artisti, acconsentì a mentire, o almeno ad astenersi dal dire la verità. Era evidente che il sistema era irrimediabilmente inefficiente eppure per molti decenni si è creduto che questa inefficienza fosse solo transitoria, e che sostanzialmente il sistema funzionasse. Quello
E' come nella storia di Andersen sui vestiti nuovi dell'imperatore che tutti lodano anche se non c'erano vestiti e l'imperatore era nudo. Il rifiuto del vecchio regime è stato possibile perché, alla fine, le persone hanno imparato a ignorare quei costumi ideologici e a vedere l'imperatore nella sua nudità.
che scoprii non era molto rassicurante, cioè che è estremamente difficile vedere le cose come sono se vi è una forte industria ideologica. E' come nella storia di Andersen sui vestiti nuovi dell'imperatore che tutti lodano anche se non c'erano vestiti e l'imperatore era nudo. Il rifiuto del vecchio regime è stato possibile perché, alla fine, le persone hanno imparato a ignorare quei costumi ideologici e a vedere l'imperatore nella sua nudità. E' stata una straordinaria esperienza osservare milioni di persone che finalmente hanno visto le cose che non erano stati in grado di vedere prima. Quando il nuovo sistema della democrazia liberale è emerso, si sperava che alla fine ci saremmo liberati da tutti quegli intermediari ideologici e che saremmo stati in grado di risolvere le differenze ricorrendo all'evidenza empirica e agli argomenti razionali. Ci è voluto un po' di tempo prima di capire che, invece di aria fresca, l'atmosfera era diventata soffocante quasi come prima. Anche in questo caso abbiamo creato una ortodossia e stabilito una serie di risposte a tutte le domande. Ci hanno detto di lodare il sistema per la sua 'pluralità' e la 'diversità', e molti lo hanno lodato fino alla nausea anche se era chiaro a qualsiasi occhio senza pregiudizi che la diversità stava diventando sempre più limitata".
  Secondo Legutko, non c'è migliore esempio di quello fornito dalle istituzioni europee, in particolare il Parlamento Ue a Bruxelles. "Centinaia di deputati dicono esattamente le stesse cose su quasi tutto. Quando la stragrande maggioranza fa rispettare un insieme di idee e lo chiama 'diversità' con regolarità assordante, amplificato da tutti i tipi di strumenti di propaganda, molte persone credono che prima o poi essere conformi a questo insieme di idee sia infatti la più alta forma di diversità. Come in passato nella Polonia comunista, questa lingua menzognera nelle istituzioni europee è un riflesso della mente gravemente distorta che è stata contaminata dall'ideologia e che ha cessato di vedere le cose come sono".
   
 Le accuse al cristianesimo
  Quello a cui stiamo assistendo oggi è un esperimento di ingegneria sociale il cui scopo è quello di creare una nuova società. "Se per secoli l'educazione si basava sulla metafisica classica e il patrimonio cristiano, gli ingegneri sociali di oggi rifiutano entrambi", dice Legutko. "E nuovi programmi educativi non sono più radicati nella metafisica classica e nel cristianesimo. Tutti questi sono considerati sospetti. Il cristianesimo
La metafisica classica è un male perché considera la verità oggettiva, e i nuovi ideologi dicono che la verità è sempre di genere. La metafisica classica è colpevole di affermare l'esistenza dell'Asso- luto, che, ancora una volta, è politicamente dannosa per la politica di emancipazione perché mette restrizioni sull'azione della gente e mette in guardia contro l'arroganza.
è accusato praticamente di tutti i peccati contro il politicamente corretto: nei confronti delle donne, contro gli omosessuali, contro la libertà di scelta, contro il sesso libero. Mentre la metafisica classica è un male perché considera la verità oggettiva, e i nuovi ideologi dicono che la verità è sempre di genere. La metafisica classica è colpevole di affermare l'esistenza dell'Assoluto, che, ancora una volta, è politicamente dannosa per la politica di emancipazione perché mette restrizioni sull'azione della gente e mette in guardia contro l'arroganza. La tradizione giuridica classica non va bene dal punto di vista del politicamente corretto perché stabilisce regole che sono troppo restrittive. Il Parlamento europeo approva leggi, per esempio, in materia di molestie sessuali, che rifiutano la massima classica secondo la quale ognuno è innocente fino a prova contraria. E così via. In generale direi che la nuova egemonia è essenzialmente anti europea, cioè, si ispira a idee che si trovano al di fuori del corpo principale della cultura europea, questa cultura che è stata creata da Atene, da Roma e dal cristianesimo. Come il marxismo e i regimi che erano basati su idee marxiste, i nuovi ingegneri sociali desiderano emanciparsi dalla saggezza del patrimonio europeo. Commettono lo stesso errore dei loro predecessori: credono che liberandosi dalle vecchie regole l'umanità ne potrà beneficiare e avere più libertà. Sono consapevoli che le nuove regole impongono sulle persone vincoli perniciosi. Nonostante la propaganda rumorosa, abbiamo meno libertà, meno pluralismo, meno spazio del dibattito pubblico. E, come allora, le nostre menti sono diventate più sensibili alla pressione esterna di cui abbiamo poco controllo - conclude Legutko - L'imperatore è nudo, ma elogiamo la bellezza esuberante e la ricchezza dei suoi vestiti".

(Il Foglio, 24 agosto 2016)
   


Pokémon Go

וילכו אחרי ההבל ויהבלו
Andarono dietro al vapore e svaporarono
                                        Geremia 2:5

Una traduzione corrente suona così:
Andarono dietro alla vanità e diventarono essi stessi vanità.

Come si vede, il testo ebraico è molto più secco ed incisivo
. Il termine tradotto con "vanità" è hevel (הבל), ed è quello usato anche nel libro dell'Ecclesiaste: Vanità delle vanità, tutto è vanità (הבל הבלים הכל הבל). Il dizionario di ebraico biblico di Louis Alonso Schökel, alla voce hevel, dice: «Soffio, vento, sospiro; vuoto, nulla, stoltezza, vacuità, irrealtà, vanità, illusione, fatuità. Prevalente è l'aspetto metaforico di vacuità (mentale, o verbale o esistenziale), inconsistenza, fugacità».

La vacuità che gli appassionati di Pokemon Go inseguono correndo dietro alla realtà evaporata di mostriciattoli apparenti e sparenti non mancherà di produrre prima o poi i suoi effetti sugli inseguitori.
Si conferma, come sempre, quello che dice la Scrittura:

בני איש במאזנים לעלות המה מהבל יחד
Gli uomini, messi sulla bilancia tutti insieme, sono più leggeri del vapore.
                                                                                       Salmo 62:9

 
(Notizie su Israele, 24 agosto 2016)


Tel Aviv: scoperto il meccanismo per fermare le metastasi del melanoma

di Guglielmo Gatti

A 24 ore dall'annuncio dell'importante scoperta italiana, ecco un nuovo passo per sconfiggere il melanoma. Scienziati israeliani e tedeschi hanno reso noto di aver individuato il meccanismo attraverso il quale il tumore maligno della pelle si diffonde agli altri organi del corpo umano e il modo di fermarne le metastasi. Tanto da far dire al dottor Carmit Levy, direttore del team di studiosi israelo-tedesco, che la scoperta «è un passo importante sulla strada per un completo rimedio al più mortale cancro della pelle. Confidiamo - ha aggiunto - che i nostri risultati ci aiutino a trasformare il melanoma in una malattia non minacciosa e facilmente curabile». Lo studio - pubblicato sulla rivista Nature Cell Biology - dimostra che prima di diffondersi ad altri organi, «il tumore emette minuscole vescicole con molecole endogene di acido ribonucleico (microRna). Sono loro a provocare cambi morfologici nel derma in preparazione del ricevimento e del trasporto delle cellule cancerose». I ricercatori - che fanno parte della Tel Aviv University e del German Cancer Research Center di Heidelberg - hanno anche annunciato di aver trovato «sostanze chimiche che possono mettere fine al processo e che sono promettenti candidati farmaci».

 Da Tel Aviv si apprende che il cancro si può combattere prima che invada il derma
  Dopo aver ricordato che «la minaccia del melanoma non risiede nel tumore iniziale che appare sulla pelle, quanto piuttosto nelle sue metastasi», Levy ha spiegato che la ricerca si è concentrata «sugli stadi iniziali della malattia prima della fase invasiva e che con grande sorpresa degli scienziati sono stati scoperti cambiamenti, prima non riportati, nella morfologia del derma, lo strato interno della pelle. Il passo successivo è stato scoprire cosa erano questi cambiamenti e come fossero collegati al melanoma». Punto di svolta è stata la scoperta che - contrariamente a quanto si sapeva fino ad oggi - prima ancora che «il cancro stessa invada il derma, emette appunto minuscole vescicole di microRna e che queste inducono cambi strutturali nel derma stessa per ricevere e trasmettere il tumore alle cellule. Ed oggi ci è chiaro che bloccando queste vescicole, siamo in grado di fermare anche la malattia». I farmaci candidati individuati sono due sostanze chimiche: la prima, SB202190, inibisce il rilascio delle vescicole dal melanoma al derma; la seconda, U0126, previene i cambi morfologici nel derma stesso anche dopo l'arrivo delle vescicole. Entrambe le sostanze - ha sottolineato Levy - sono state testate con successo in laboratorio e possono servire come candidate a future medicine. «Per di più - ha aggiunto il direttore del team tramite l'ufficio stampa del governo israeliano - i cambi nel derma, come le vescicole stesse, possono essere usate come indicatori potenti per la diagnosi precoce del melanoma».

(Il Secolo d'Italia, 23 agosto 2016)


Accordo fra Israele e Kazakhstan per la fabbricazione di droni

Il kazako Imangali Tasmagambetov e l'israeliano Avigdor Lieberman

GERUSALEMME - Israele e il Kazakhstan hanno raggiunto un accordo in materia di produzione congiunta di aeromobili a pilotaggio remoto (Apr). È quanto riferito dal ministero della Difesa kazako che tuttavia non ha specificato quale tipologia di droni sarà prodotta dai due paesi. L'accordo è stato raggiunto durante una riunione fra i ministri della Difesa dei due paesi, il kazako Imangali Tasmagambetov e l'israeliano Avigdor Lieberman, che si è svolta ieri a Tel Aviv. In base all'accordo, i droni saranno realizzati in Kazakhstan sulle base della tecnologia israeliana. "Questo progetto sarà attuato nel settore dedicato all'aviazione del centro tecnico di Astana, che ha la capacità necessaria di produzione e di risorse umane per la fabbricazione, l'assemblamento e la manutenzione tecnica degli Apr, se verrà fornito delle tecnologie appropriate e di attività di formazione condotte da specialisti", ha detto Tasmagambetov durante l'incontro.

(Agenzia Nova, 23 agosto 2016)


Guerra in Siria: che cosa nasconde l'attrito tra Russia e Iran

Teheran non intende più concedere a Mosca la base aerea di Nojeh. Colpa di un comportamento non proprio da gentiluomini

La spiegazione l'ha fornita il ministro della Difesa iraniano Hossein Deghan, quando incalzato da alcuni deputati che volevano chiarimenti sul perché il governo iraniano avesse concesso alla Russia l'uso della base aerea iraniana di Shahid Nojeh per bombardare le postazioni dei ribelli in Siria, è stato costretto a una precipitosa retromarcia. E ha dovuto spiegare in parlamento che la cooperazione politico-militare con la Russia - che tanto scalpore aveva suscitato negli ambienti diplomatici la settimana scorsa - non prevedeva affatto carta bianca all'aviazione putiniana in territorio iraniano. Non prevedeva soprattutto - è questo il sospetto - che i russi annunciassero a tutti il contenuto di un accordo per l'uso della base aerea che, per Teheran, avrebbe dovuto rimanere segreto.
   «I russi vogliono dimostrare a tutto il mondo di essere una superpotenza, in modo da garantirsi un ruolo nel decidere il futuro politico della Siria. Ovviamente nel farlo hanno voluto mettersi in mostra e non si sono comportati da gentiluomini».
   Questa la frase che spiega esattamente quale è il punto dell'attrito tra Russia e Iran sulla Siria: l'accordo per la concessione ai russi della base aerea iraniana avrebbe dovuto rimanere segreto, stando a quanto scrive la stampa americana, e il precipitoso (e unilaterale) annuncio della settimana scorsa da parte di Mosca, quasi che l'Iran si fosse messo a disposizione spalancando le porte ai cacciabombardieri russi, ha finito per indispettire Teheran e la sua opinione pubblica, sempre molto gelosa delle sue prerogative formali e sovrane.
   Un classico autogoal politico-diplomatico - quello di Mosca - dettato più dalla necessità di esibire simbolicamente, e agli americani, i muscoli in Medioriente che da attriti sostanziali con Teheran sul futuro di Assad o sulla cooperazione energetica. Il fatto è che l'Iran è un grande Paese, e tale si percepisce, e trattarlo con sufficienza - non concordando tutte le mosse - significa commettere il più ingenuo degli errori. Tanto più in un Paese come l'Iran che mai, nemmeno ai tempi dello shah, aveva concesso agli americani l'uso delle proprie basi aeree, come ha correttamente notato il diplomatico americano di lungo corso John Limbert sul New York Times.
   In buona sostanza, non cambia molto. L'attrito - con quell'accento sui gentiluomini - attiene più alla dimensione diplomatica che a quella militare. In Siria, Russia e Iran continuano a essere alleate, almeno in questa fase, con l'esercito di Assad, uscito malconcio nelle ultime settimane dalla battaglia di Aleppo.
   Gli aerei militari russi continueranno a bombardare i nemici di Assad - soprattutto i ribelli che operano nella Siria nord-occidentale - partendo dalla base militare di Mozdok, nel sud della Russia, e passando dal corridoio aereo che attraversa il Mar Caspio, l'Iran e l'Iraq.
   Gli iraniani continueranno a dare manforte sul terreno agli uomini di Assad, sfruttando i buoni rapporti con le milizie sciite presenti sul terreno.
   La speranza moscovita di ridurre il tempo di volo del 60 per cento e di trasportare bombe molto più grandi e potenti - grazie all'uso della base iraniana - rimarrà tale almeno per un po'. O, per usare le parole del ministro della Difesa iraniano, «almeno per il momento». Gli americani, intanto, stanno alla finestra e sperano di strinfere un accordo con Putin per il futuro della Siria.

(Panorama, 23 agosto 2016)


Terrorismo - Israele rafforza prevenzione e contrasto delle minacce cyber

Stefano Mele: "Misure utili per arginare propaganda in Rete"

Stefano Mele

ROMA - La nuova normativa israeliana per il contrasto al terrorismo, che entrerà in vigore a novembre di quest'anno, "tra le varie previsioni di reato introdotte, guarda anche al tema particolarmente attuale dell'utilizzo di Internet per scopi terroristici". A dirlo a Cyber Affairs è Stefano Mele, avvocato specializzato in Diritto delle Tecnologie, Privacy, Sicurezza delle Informazioni e Intelligence.
   Seppure "questo genere di organizzazioni non sia riuscito finora a compiere veri e propri attacchi terroristici nel e attraverso il cyber spazio, e da più parti si dubita fortemente che questo potrà avvenire nel prossimo futuro", rimarca Mele, "gruppi come lo Stato Islamico da tempo fanno della rete Internet e delle tecnologie degli strumenti impareggiabili per svolgere attività di propaganda, proselitismo, reclutamento, radicalizzazione e per una prima fase di indottrinamento, così come per il finanziamento e la pianificazione, preparazione e coordinamento delle attività terroristiche".
   Per queste ragioni, rimarca ancora l'esperto, "delimitare e arginare questo genere di comportamenti attraverso norme equilibrate rappresenta, quindi, senz'altro uno dei principali obiettivi per anticipare eventuali attacchi terroristici e per depotenziare brand particolarmente forti come, ad esempio, quello dello Stato Islamico, che ancor oggi appare essere particolare attrattivo soprattutto in Europa".
L'attuale normativa per il contrasto al terrorismo predisposta dal governo israeliano, sottolinea ancora, "mira proprio al raggiungimento di questa fondamentale esigenza. Nel far ciò, tuttavia, il governo di Benjamin Netanyahu non ha guardato all'introduzione di una specifica fattispecie normativa atta a punire l'utilizzo di Internet per scopi terroristici, ma - in maniera corretta, secondo Mele - ha inserito l'ambito digitale all'interno delle fattispecie di reato di incitamento al terrorismo e di solidarietà verso questo genere di attività e verso le organizzazioni che li commettono. Spetterà, quindi, al lavoro degli interpreti e di coloro che dovranno applicare questa normativa verificare caso per caso se un incidente informatico possa rientrare o meno, a seconda dei suoi effetti, nella rinnovata e particolarmente ampia definizione di atto terroristico".
   Un lavoro, conclude Mele, "certamente molto delicato e che, se male interpretato, rischia di comprimere alcune libertà fondamentali del popolo israeliano, ma che, se opportunamente tarato, garantirà uno strumento utilissimo per il contrasto al terrorismo e alla sua propaganda anche nel cyber spazio".

(askanews, 23 agosto 2016)


''Invasione'' di israeliani a San Martino

È il raduno organizzato da ex studenti che vivono e lavorano in tutto il mondo

di Nicola Savino

VITERBO - Metti una settimana a Viterbo. A San Martino al Cimino, per la precisione. Meta scelta per l'annuale ritrovo di un numeroso gruppo di under 30 di origine israeliana che hanno scelto proprio il cuore della Tuscia per l'appuntamento 2016. Ex studenti, compagni di classe e di università, con relativi compagni o mogli o fidanzate che da tempo organizzano questo ritrovo scegliendo ogni anno un Paese e una terra diversi. E stavolta per trascorrere una settimana di relax hanno optato per il Balletti Park Hotel sulla Sammartinese. Circa quattrocento i partecipanti che hanno letteralmente ''requisito'' l'intera struttura alberghiera e le relative pertinenze.

(Viterbo News24, 23 agosto 2016)


All'Università islamica c'è chi invoca la "soluzione finale per i sionisti", lo "sterminio" di Israele

Un post su Facebook del responsabile della segreteria della Fondazione Università islamica di Lecce recita così: " Gli ebrei reali sono vittime". Che dice, ministro Giannini?

di Giulio Meotti

ROMA - Pensata sul modello della Cattolica di Milano ma con la faccia rivolta a est, in direzione della Mecca, l'Università islamica d'Italia è stata lanciata un anno fa a Lecce. Sede legale, amministrazione, rettorato, moschea e college per cinquemila studenti. Tre i corsi di laurea previsti finora, Scienze umanistiche, Scienze agrarie-ambientali e Medicina. Come ha spiegato la Gazzetta del Mezzogiorno, "dietro il progetto dell'Università islamica promosso a Lecce dalla Confederazione di imprese mediterranee ci sono i barili di petrolio provenienti dalla Lega araba e dall'Opec, l'organizzazione che riunisce i paesi esportatori di 'oro nero'. Non solo. Ci sono l'Unione delle comunità islamiche d'Italia (Ucoii) e la Qatar Foundation". Emblematico il motto della raccolta fondi: "Un milione di barili di petrolio per la gloria di Allah". Fra i partner accademici dell'Università islamica d'Italia troviamo anche l'Università al Azhar del Cairo. Voluta da Giampiero Khaled Paladini, presidente della Fondazione e imprenditore-filantropo convertito all'islam, questa università nel fine settimana è stata al centro di un caso diplomatico fra Italia e Israele. Il primo a riportare le parole di Raffaello Yazan Abdallah Villani, responsabile della segreteria della Fondazione università islamica di Lecce e referente dell'associazione Mediterraneo Islam Italia, è stato il Centro di documentazione ebraica di Milano.
   La notizia è poi rimbalzata su tutti i siti di informazione israeliani. "Un [sic] altra soluzione finale", ha scritto su Facebook il dottor Villani. "Ma questa volta fatta bene… ci vorrebbe. Ma per i sionisti… solo per loro. Sterminio completo. Gli ebrei reali sono vittime". Il post, poi cancellato, è stato scoperto dall'ambasciata di Israele a Roma e dal ministero dell'Interno ed è stato condannato dal fondatore dell'Università islamica Paladini: "Tale situazione sarà sottoposta al Comitato scientifico di Unislamitalia, ma fin da subito posso esprimere il mio personale pensiero: tale dichiarazione non è condivisibile assolutamente nei suoi contenuti né nel linguaggio usato". Che un funzionario di una università accreditata presso il Miur invochi la cancellazione dello stato ebraico, paragonandola alla soluzione finale pianificata dai nazisti a Wannsee per i sei milioni di ebrei, non è cosa da poco. Molti nomi noti siedono nel board scientifico della Università islamica d'Italia. Come Franco Cardini, celebre medievista e islamologo, ma anche Abdel Fattah Hassan, imam della Grande moschea di Roma, che all'Università islamica d'Italia sarà responsabile del corso di formazione per imam. Cosa ne pensa delle parole di Villani il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, che un anno fa aveva elogiato l'Università islamica di Lecce come un esempio di "diplomazia culturale"?
   Un "ponte" verso l'islam che, nelle intenzioni di alcuni suoi funzionari, sembra anche auspicare una "Endlösung der Israel-Frage". La soluzione finale per i sei milioni di ebrei israeliani.

(Il Foglio, 23 agosto 2016)

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L'università islamica sogna la Shoah

Proteste da Israele per le frasi di un funzionario dell'ateneo di Lecce: «Ci vorrebbe un'altra soluzione finale»

di Brunella Bolloli

«Ci vorrebbe un'altra soluzione finale, ma questa volta fatta bene. Sterminio completo ma per i sionisti, solo per loro». Il mondo combatte contro il terrorismo, ma in Puglia c'è chi invoca un nuovo massacro di ebrei. Il problema è che non si tratta di qualche anonimo squilibrato che, ad agosto, ha preso un colpo di calore, bensì del responsabile della segreteria della neonata Fondazione Università islamica di Lecce, un ateneo annunciato in pompa magna con tanto di soldi provenienti dall'Opec, secondo gli organizzatori, che dovrebbe cominciare i corsi ad ottobre.
   Raffaello Yazan AbdAllah Villani, questo il nome del funzionario della scuola per musulmani, il 4 agosto ha postato un delirante messaggio sul suo profilo Facebook, augurandosi la fine completa dei sionisti «ma solo per loro ... perché gli ebrei reali sono vittime». Il messaggio nel frattempo è stato oscurato, ma la notizia dei vergognosi commenti antisemiti pubblicati sul social network dai seguaci di Villani è stata ripresa da alcuni siti di informazione israeliani, tra cui Ynet e Times of Israel, e ieri ne ha parlato Moked, il portale dell'ebraismo italiano. I post erano talmente offensivi e intrisi di antisemitismo da scatenare la denuncia, oltre che lo sdegno, dell'Unione delle Comunità Ebraiche italiane (Ucei). Denuncia fatta in collaborazione con l'ambasciata d'Israele a Roma. In pratica si è sfiorato l'incidente diplomatico tra il nostro Paese e Israele. La questione è stata perfino portata all'attenzione del ministero dell'Istruzione e della Ricerca sebbene l'Università islamica di Lecce non abbia ancora tutti i crismi e le autorizzazioni per essere equiparata ad un vero ateneo.
   A sollecitare la cancellazione del post incriminato sarebbe stato lo stesso Viminale, sollecitato da alcuni funzionari israeliani che avrebbero trasmesso i commenti di Villani al presidente di un gruppo interparlamentare IsraeleItalia, il quale aveva presentato una richiesta formale al governo italiano e al ministro degli Interni, Angelino Alfano, che è dovuto intervenire per scongiurare il peggio.
   In verità, Villani non è nuovo a polemiche sui social. Da tempo si lascia andare a sfoghi in chiave anti-sionista. Prende di mira politici europei, oltre a buddisti, una quantità variegata di giornalisti italiani, che ha definito «una massa di deficienti senza cervello che scrivono per il padrone di tumo», e, soprattutto, gli «ebrei infami». Alcuni osservatori ricordano sue preoccupanti esternazioni: immagini di uomini e donne con i visi coperti dalla kefya, con fionda in mano e il commento: «Allah benedici la Palestina, Allah uccidi tutti i nemici della Palestina».
   Forse anche per le polemiche scaturite da tali frasi pronunciate dal responsabile della segreteria, l'università Islamica di Lecce fatica a vedere la luce. Cominceranno, certo, alcuni corsi in autunno, specie di lingua araba, ma poca cosa rispetto all' ambizioso progetto originario partorito da un'idea di Giampiero Khaled Paladini, 56enne salentino convertito all'Islam e presidente di Confime, la Confederazione imprese mediterranee, si è molto discusso. La città, che conta 3500 residenti extracomunitari bene integrati, certamente non ne sentiva la mancanza. Il Comune, guidato da Paolo Perrone, fin da subito ha manifestato molte perplessità di fronte all'ambizione di Paladini di fare arrivare nella città di Sant'Oronzo, culla del barocco salentino, cinquemila studenti desiderosi di formarsi sulle orme di Maometto con corsi di recitazione del sacro Corano, master in diritto e finanza islamica e studi in teologia coranica e società occidentale. Perrone, interpellato da Libero, è chiaro sull'argomento: «È sembrata da subito una cosa non fattibile. Non potevamo dare il nostro via libera in assenza di un progetto reale, che non ci è mai stato mostrato, e con nessuna garanzia sui costi, su chi avrebbe finanziato l' opera e su tutto il resto». Palladini, una laurea in Legge in tasca e la folgorazione per il mondo musulmano, l'anno scorso aveva parlato di un campus alla periferia della città con mensa, residenze, impianti sportivi e, ovvio, una moschea. «È infatti in corso l'acquisto di terreni e di una villa per un investimento complessivo di 45 milioni di euro», aveva spiegato a Tgcom24. «Vari percorsi didattici e tre facoltà in tutto».
   L'obiettivo dell'ateneo, diceva l'ideatore, sarà quello di formare «una nuova classe dirigente islamica che saprà imporre la pace religiosa in Europa». Addestrare cioè gli imam del futuro, moderati e non estremisti. Peccato, però, che il suo collaboratore Villani in quanto a messaggi di pace tra i popoli non la pensi esattamente come lui, visti gli scritti inneggianti a un nuovo Olocausto messi in Rete, che hanno fatto rischiare un incidente diplomatico.
   Palladini si è detto dispiaciuto per una «dichiarazione», quella del suo segretario, «assolutamente non condivisibile né sui contenuti né per il linguaggio usato». Villani, intanto, ha deciso di autosospendersi. Così potrà evocare la Shoah altrove.

(Libero, 23 agosto 2016)

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E se si chiedesse qualcosa anche allo "Sportello dei Diritti"?

 
L'esternazione su Facebook del segretario della Fondazione dell'Università Islamica di Lecce, Raffaello Yazan Abdallah Villani, è apparsa il 4 agosto. Il presidente della medesima Fondazione, Giampiero Khaled Paladini, sembra che ne sia venuto a conoscenza soltanto due giorni fa attraverso una nota comparsa sul sito dell'associazione "Sportello dei Diritti" e riportata sul Corriere Salentino. Il presidente Paladini allora ha scritto una breve nota in cui afferma che è grazie a Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei Diritti", che ha appreso "solo adesso" la notizia. Il fatto interessante però è che la nota di Giovanni D'Agata non appare affatto come una critica a Rodolfo Villani, ma piuttosto come un'accusa alla stampa israeliana e ai gruppi italiani amici di Israele che hanno strumentalizzato la vicenda. In quello che è avvenuto il presidente dello "Sportello dei Diritti" non vede un'altra manifestazione di vergognoso antisemitismo, ma un "nemico in più" da combattere: le lobby collegate al sionismo. Ecco la conclusione della nota dello "Sportello dei Diritti", riportata anche in un articolo del Corriere Salentino:
    «Un fatto eclatante ed un incidente diplomatico sfiorato, rileva Giovanni D'Agata presidente dello "Sportello dei Diritti", che evidenzia come sia potente l'influenza delle relazioni tra Israele e Italia che arrivano a spegnere sul nascere il pensiero di chi osa criticare le politiche sioniste, mentre comprende che l'Università Islamica di Lecce, per la quale la nostra associazione si è sempre battuta, ha un nemico in più rappresentato proprio dalle lobby collegate al sionismo.»
(Notizie su Israele, 23 agosto 2016)


Unifil villeggia, Hezobollah si arma, militarizza e spadroneggia nel sud Libano

Nel sud Libano ormai è noto a tutti meno che a UNIFIL, è stato creato uno stato nello stato da Hezbollah che da tempo ha messo su una vera e propria organizzazione statale e un esercito pesantemente armato anche con droni di ultima generazione gentilmente forniti dall'Iran.
Hezbollah nel sud del Libano controlla tutto, controlla e benevolmente accetta la presenza di UNIFIL che gli fa da parasole e contribuisce all'economia dell'area fortemente depressa.
   Insomma, UNIFIL con i suoi oltre 7.000 uomini e un raggruppamento elicotteri italiano che dal 1979 è dislocato nel sud del Libano come attività primaria ormai ha solo il mantenimento del personale senza un vero e proprio compito operativo, e per economia dell'area .
Praticamente oltre 7.000 uomini si danno il cambio ogni sei mesi per passare, sotto il comando italiano, un turno di vacanze lautamente pagato.
   In questa situazione ovviamente Hezbollah si prepara alla guerra e se non fosse per l'attenta opera di intelligence di Israele e dell'opera di controllo e prevenzione dell'IDF, oltre che dall'ormai famoso addestramento dei civili che sono gli occhi e le orecchie dell'apparato difensivo israeliano, potrebbe tranquillamente attaccare in ogni momento.
   E' di pochi giorni fa la notizia che poco oltre il confine un agricoltore a israeliano ha trovato una borsa contenente esplosivi, probabilmente pronti per una azione terroristica di Hezbollah contro i civili anche se inizialmente si pensava a criminalità locale.
   Questo fatto dimostra come Hezbollah, che per bocca del suo leader Hassan Nasrallah minacciato Israele di un riaccendersi delle ostilità dopo 10 anni, tenti sempre di portare in Israele esplosivi e droghe sotto gli occhi "distratti" di UNIFIL. E se la maggior parte delle volte non riesce nell'intento, lo si deve non certo ad UNIFIL che villeggia nel paese dei cedri, ma alla costante opera di intelligence e la capacità delle pattuglie dell'IDF che controllano l'area.
E UNIFIL ? Già UNIFIL, perché mai l'ONU, che spende oltre l'80% del budget per mantenersi, continua a mantenere un ingente spiegamento di forze in Libano praticamente per far effettuare un turno di sei mesi di villeggiatura a personale delle varie nazioni ?

(Osservatorio Sicilia, 23 agosto 2016)


Pallamano - Campionato Europeo 2 under 18: Italia fermata da Israele in finale

Un solo goal ha fermato gli azzurrini della pallamano, che contro Israele nella finale di 2a divisione del campionato Europeo di pallamano a Kaunas, Lituania, si giocavano il passaggio in prima divisione. Purtroppo gli azzurri hanno faticato a rompere le maglie della difesa israeliana, pur riuscendo a creare un maggior numero di occasioni. Un 26-25 che lascia un po' di amaro in bocca, poiché l'impressione destata è stata di una squadra che vale più della seconda divisione in cui milita.

(Fonte: SportFace, 22 agosto 2016)


Ombre sulla polemica tra Mosca e Teheran per la base di Hamadan

Jet russi nella base aerea di Hamadan

MOSCA - Da dove nasce la polemica scoppiata oggi tra Mosca e Teheran? L'interazione tra i due Paesi sulla base iraniana di Hamadan - usata da alcuni giorni per raid sulla Siria - è regolata da accordi bilaterali, e la Russia utilizza solo l'infrastruttura di Hamadan, senza che negli accordi rientri la fornitura o vendita all'Iran di armi. A dichiararlo è Ministero degli Esteri russo, che sottolinea come non sia necessario il consenso del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, per utilizzare la base. Il commento segue il rincorrersi di dichiarazioni relative a un malcontento iraniano, apparentemente in merito a come da Mosca sarebbe stato sbandierato per il mondo, l'uso della base iraniana. Ma che di fatto potrebbero rispecchiare un'impazienza iraniana su forniture militare promesse da Mosca.

 Polemica rientrata?
  Il Ministero della Difesa di Mosca in giornata ha chiarito attraverso il suo rappresentante ufficiale, il generale Igor Konashenkov: "La base aerea di Hamadan nella Repubblica islamica dell'Iran sarà utilizzata ulteriormente dall'aviazione russa sulla base degli accordi reciproci in materia di lotta contro il terrorismo, e in funzione della situazione in Siria". Il portavoce del ministero della Difesa russo ha anche aggiunto che però al momento i bombardieri e i jet partiti dall'Iran hanno fatto rientro in patria. "Tutti gli aerei russi che hanno partecipato a questa operazione si trovano nel territorio della Federazione Russa", ha detto.

 Contraddizioni da Teheran
  Va notato che se prima il ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan aveva parlato di frasi "sconsiderate" della Russia che voleva dimostrare di essere una "superpotenza" utilizzando la base iraniana per i suoi raid in Siria e aveva aggiunto che la struttura non era stata data in alcun modo in concessione alla Russia. "È una specie di spettacolo", ha detto. Lo stesso ministro due giorni fa, all'indomani dell'inizio dei raid dei bombarideri e dei jet russi dalla base, aveva detto che i russi "potranno usare la base per tutto il tempo necessario". Peraltro i ministri della difesa della Russia, Iran e Siria si erano incontrati a giugno a Teheran per discutere della strategia militare congiunta.

 La svolta strategica
  Lasciando molte facce interdette, dal 16 agosto scorso la Russia aveva utilizzato la base iraniana per la prima volta in quella che Mosca definisce una "campagna anti-terrorismo" in Siria, facendo partite i bombardieri a lungo raggio Tupolev e i jet russi dall'Iran, per attacchi aerei contro lo Stato islamico e Jabhat Al Nusra, ossia i gruppi jihadisti in Siria. In uno sviluppo a sorpresa, i bombardieri russi Tu-22M3 sono apparsi nella base iraniana di Hamadan, in Iran, e il ministero russo della Difesa aveva confermato il dispiegamento. Le immagini erano state pubblicate inizialmente su Twitter da Warfare Worldwide. Oltre ai Tu-22M3, nella foto si vedevano aerei da trasporto militare IL-76 colorati in base alle varianti previste dall'aviazione militare russa.

 Cooperazione militare e commerciale
  Il riavvio dei negoziati e la fornitura dei sistemi russi antimissile S300 all'Iran è stato il calcio di inizio per una nuova stagione della cooperazione militare tra i due Paesi. L'Iran è noto che vorrebbe anche i caccia intercettori a lungo raggio Su-30 russi. Ed è anche su questo forse che verte la tensione delle ultime ore. Dehghan ha infatti spiegato oggi che Teheran si aspetta che Mosca onori gli impegni sul resto delle consegne di sistemi di difesa aerea S-300 a settembre. "La parte principale del lotto è stato consegnato. Spero che i sistemi di difesa aerea rimanenti saranno consegnati a Teheran entro il prossimo mese", ha detto secondo Sputnik. L'affare del costo di circa 800 milioni di dollari venne in realtà concluso quasi 10 anni prima, nel 2007. Mosca avrebbe dovuto consegnare a Teheran cinque divisioni di sistemi missilistici S-300 composte da 40 rampe di lancio. Tuttavia a causa delle sanzioni internazionali contro l'Iran la Russia è stata costretta a bloccare la procedura. L'Iran spoerse querela contro Mosca al tribunale di Ginevra chiedendo 4,2 miliardi di dollari.

 Il permesso dell'Onu
  Secondo Mikhail Ulyanov, il capo del dipartimento del ministero degli Esteri russo per la non proliferazione e il controllo degli armamenti , ha ribadito che Mosca sta esclusivamente utilizzando l'infrastruttura presso Hamadan in Iran come campo di volo, il che esonera dalla approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Altrimenti si dovrebbe "procedere in base alla Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza Onu, che stabilisce le misure di regolamentazione delle forniture di armi all'Iran. In questo caso, non stiamo parlando di forniture di armi o di vendita", ha sottolineato Ulyanov.

(askanews, 22 agosto 2016)


"Dichiarazione assolutamente non condivisibile"

Dopo la notizia del funzionario del segretario della fondazione dell'Università islamica d'Italia, a Lecce, puntuale arriva la precisazione di Giampiero Khaled Paladini, presidente della Fondazione, in esclusiva allo "Sportello dei Diritti".

"Grazie a Giovanni D'Agata presidente dello "Sportello dei Diritti", ho appreso solo adesso della Ynet. Tale situazione sarà sottoposta a discussione prossima del Comitato Scientifico di Unislam personale pensiero: tale dichiarazione non è condivisibile assolutamente nei sui contenuti né ne DNA la ricerca ad oltranza del dialogo per la pace con tutte le parti in causa e rifugge da ogni odio razziale a tutti i livelli. Siamo impegnati insieme a cristiani ed ebrei nella messa in cantiere componenti religiose e laiche per la lotta alle guerre e per il contrasto al radicalismo e ad ogni fo mediatico che possano determinare conflitti e l'arretramento nei rapporti di cooperazione cultura più stretti e continui tra comunità musulmana, cristiana ed ebraica".

(Corriere Salentino, 22 agosto 2016)


Eitan, il nuovo trasporto truppe ruotato israeliano

Il ministeri della Difesa israeliano ha reso note a inizio agosto le prime foto del prototipo del nuovo trasporto truppe corazzato (APC) Eitan, un ruotato 8?8 destinato a rimpiazzare (insieme al cingolato Namer ricavato dallo chassis del carro Merkava e prodotto finora in 120 esemplari) le diverse versioni e varianti dei cingolati della famiglia M-113 presenti in circa 6 mila esemplari nelle caserme e nei depositi di Tsahal e impiegati anche come portamortaio, ambulanza e lanciamissili anticarro.
L'Eitan è un veicolo da 30/35 tonnellate propulso da un motore da 750 HP, con una velocità massima di 90 km/h su strada asfaltata e in grado di trasportare 12 militari (3 di equipaggio e 9 fanti).
Il generale di brigata Baruch Matzhliah, a capo della "Tank Authority" del Ministero della Difesa, ha detto che al termine dei test sul prototipo verrà deciso quanti veicoli produrre.
Come ha evidenziato il Jane's Defence Weekly, la necessità di rimpiazzare gli M-113 è legata non solo all'età dei mezzi ma anche alle insoddisfacenti prestazioni registrate nelle operazioni a Gaza del 2014 contro i sistemi anticarro portatili di Hamas.
Matzhliah ha precisato che l'Eitan sarà un veicolo complementare al Namer, che garantirà il vantaggio di muovere con rapidità verso il campo di battaglia senza bisogno di veicoli portacarri necessari invece per i mezzi cingolati.

(Analisi Difesa, 22 agosto 2016)


Quello che le Olimpiadi ci dicono sul razzismo arabo

Il vero problema è l'odio del mondo arabo: non solo verso Israele, ma verso i singoli israeliani

Israele può consolarsi un po' con i rimbrotti ricevuti dal judoka egiziano Islam El-Shehaby che si è rifiutato di stringere la mano o di fare l'inchino cerimoniale al suo avversario israeliano Or Sasson. Shehaby è stato infatti rimproverato dal Comitato Olimpico Internazionale per comportamento "in contrasto con le regole del fair play e lo spirito di amicizia incarnato nei valori olimpici". Tutto qui. Per la maggior parte dei mass-media, l'incidente non rappresenterebbe altro che l'ennesimo caso di tensioni del Medio Oriente che tracimano dentro le Olimpiadi, come la squadra olimpica libanese che si è rifiutata di far salire atleti israeliani a bordo dello stesso autobus, e le notizie (non confermate) sulla judoka saudita Joud Fahmy che avrebbe dato forfeit pur di evitare di incontrare una israeliana al turno successivo....

(israele.net, 22 agosto 2016)


Razzo da Gaza, gli israeliani replicano attaccando Hamas

Dopo il lancio sulla città di Sderot, colpiti due obiettivi a nord della striscia. Non cl sono
notizie di vittime.

L'esercito israeliano ha confermato di aver attaccato due obiettivi di Hamas nel nord della Striscia in risposta al lancio da Gaza di un missile sulla cittadina di Sderot nel sud del paese. L'attacco è avvenuto sia con l'aviazione sia con colpi di artiglieria sparati da carri armati.

 L'obiettivo
  Secondo il portavoce del ministro della sanità di Gaza Ashraf al-Qidra, citato dall'agenzia Maan, un giovane palestinese di circa 20 anni è stato ferito dai colpi di artiglieria israeliana diretti verso un campo di addestramento militare a Beit Hanoun, nel nord della Striscia, non distante dal valico di Erez. Fonti locali, citate anche queste dalla Maan, parlano di altri due feriti palestinesi ma non ci sono al momento conferme.
Fino ad ora il lancio da Gaza verso Sderot - il razzo è caduto nei pressi di alcune case non distante da una stazione ferroviaria e un collegio - non è stato rivendicato ufficialmente anche se alcune fonti riportate dai media parlano delle Brigate «Abu Ali Mustafà», ala militare del Fronte popolare della liberazione della Palestina nell'enclave palestinese. L'ultimo razzo lanciato dalla Striscia verso Israele è stato lo scorso primo luglio ed è caduto su una casa disabitata sempre di Sderot. L'esercito israeliano - che ha contato in totale quattordici razzi arrivati dalla Striscia dall'inizio dell'anno ad oggi - ha detto di ritenere Hamas, come forza che detiene il controllo di Gaza, «responsabile» di ogni tiro verso lo stato ebraico.

 La novità
  L'esercito israeliano ha cominciato ad addestrare i soldati all'uso del primo robot da com battimento. E previsto - dicono i media - che la nuova arma sia usata in largo numero dall'esercito. Dotato di batterie al litio con un'autonomia di oltre due ore, il soldato robot - messo a punto dalla compagnia israeliana Roboteam - ha un microfono e cinque telecamere che possono essere usate di giorno e di notte con una visuale a 360 gradi in modo da fornire all'operatore una chiara visione di dove si trovi l'arma e di permettere una veloce reazione ad ogni situazione. In grado di percorrere 3 chilometri e mezzo in un'ora, il robot può portare un peso fino a 10 chili ed è equipaggiato con due braccia che gli consentono di portare e raccogliere oggetti. Le nuove armi - dal costo di decine di migliaia di dollari - saranno usate principalmente a fianco dei soldati veri e propri in modo da aiutarli nelle operazioni sul campo.

(Il Messaggero, 22 agosto 2016)


La fuga dei giovani italiani. «Noi, i soldati di Israele»

Lo stipendio è basso, ma alla fine in tanti restano. La carrista Nancy: «Qui ho trovato la mia dimensione».

di Marco Pasqua

Sempre più i ragazzi ebrei che decidono di prestare il servizio militare per Tel Aviv. Molti vivono nei kibbutz e vengono arruolati per un periodo che varia da uno a tre anni.

Hanno scelto di lasciare gli affetti, la sicurezza della loro casa, di congedarsi da genitori, parenti e amici, per rischiare la vita, ogni giorno. Si chiamano "chayal boded" ovvero "soldati soli" (Ione soldiers, in inglese), ragazzi e ragazze ebrei italiani che, già all'età di 18 anni, decidono di arruolarsi nell'IDF, le forze di difesa israeliane. Scelgono con la testa e il cuore, perché vogliono difendere la terra dei loro padri. E' un moto quasi spontaneo, quello che li ha portati a imbracciare l'M 16 in dotazione alle truppe israeliane e a combattere, per un periodo che varia da uno a 3 anni. Perché dei 6300 "soldati soli" arruolati nell'IDF, la metà ha ruoli operativi. Ragazzi che sanno di poter morire durante un attentato o un'operazione militare. In quattro anni, il numero di soldati soli nello Tsahal, l'esercito, è aumentato del 24%. Gli italiani che hanno lasciato la loro famiglia a casa, secondo i dati dell'IDF, sono circa 60. I soldi non sono mai il motore, vista la paga riservata ai militari: dai 200 ai 300 euro.

 Vita in comune
  Molti vivono nei kibbutz, altri condividono appartamenti per risparmiare. Quello che li guida, a sentirli parlare, mentre si prendono una pausa durante l'orario di servizio, è l'amore per Israele. «Venivo spesso in vacanza a Tel Aviv - racconta Nancy Saada, 24 anni, originaria di Milano - e ho sempre avuto un forte
 
 
attaccamento a questa terra. I miei nonni sono dovuti fuggire, per sopravvivere, dal Libano e dalla Libia». Nancy, oggi, è istruttrice di carri armati: nello specifico, insegna a guidare il "Nagmash", un mezzo da 11 tonnellate, relativamente rapido (viaggia fino a 60 Km/h), che viene usato per trasportare soldati e feriti nelle zone di guerra. Niente volante, ma solo due bastoni, gli "stikim". Si è arruolata nel dicembre del 2014 e il suo servizio terminerà a dicembre di quest'anno. «Questo è un esercito in cui credo tanto, dove c'è una moralità molto alta - dice, parlando al telefono dalla base di Eliat -. Lavoriamo molto, la mia giornata inizia alle 7 e si chiude a sera tardi, ma qui ho trovato la mia dimensione». L'Italia è il Paese in cui è cresciuta e dove torna, in vacanza, per salutare parenti e amici. Da giovane, ricorda, è stata vittima, con la famiglia, di alcuni episodi di antisemitismo: «Durante la festa delle capanne, disegnarono nel mio giardino delle svastiche. Altre volte, alle fermate del bus sono apparse le scritte 'Juden raus'. Episodi che non posso dimenticare». Silvia T., 21 anni, è arrivata a Tel Aviv da Torino. Si è arruolata nell'aprile del 2015 e presta servizio in Cisgiordania, sulle ambulanze, con il personale paramedico. Ha visto corpi mutilati, cadaveri, ha aiutato persone in fin di vita. «Qui soccorriamo tutti e affrontiamo ogni genere di emergenza - racconta -. Quando ho prestato giuramento, ho promesso di non fare differenza tra le persone che assistiamo e questo è un valore da cui non possiamo prescindere, mai».

 Uomini e donne
  La cosa più bella di questo lavoro è il "grazie" che raccoglie quando aiuta uomini e donne in difficoltà: «Quello che proviamo dopo aver salvato una vita è indescrivibile». Micol Debash, 24 anni, ha lasciato la capitale, dove era impiegata come addetta stampa presso la comunità ebraica e nell'IDF si occupa di relazioni internazionali. Un altro romano è Dario Sanchez, che, grazie alle sue esperienze nel settore della comunicazione, si è arruolato come fotografo e documenta, quotidianamente, le attività dell'esercito. Un esercito che ha scelto di affidarsi ai giovani, alla loro energia e al sano entusiasmo per quella che rimane una missione. «Amo l'Italia - ammette Shirel Sasson, 24 anni - e ogni volta che torno dai miei mi emoziono. Ma quello che ho trovato in Israele è unico». Nessuno mostra segni di pentimento, anche se, quotidianamente, convive con il pensiero di un attacco terroristico. La paura è un sentimento che non conoscono, o che hanno imparato a dissimulare. «Rifarei questa scelta a occhi chiusi», dice Nancy, prima di tornare dai suoi "Nagmash".

(Il Messaggero, 22 agosto 2016)


Piccola maggioranza israelo-palestinese a favore dei due stati

Un sondaggio indica che solo una piccola maggioranza di palestinesi (51%) e di israeliani (59%: 53% di ebrei israeliani e 87% di arabi israeliani) si schiera a sostegno della Soluzione a 2 Stati, pur non fidandosi dell'altra parte.
Il sondaggio è stato effettuato dall'Israel Democracy Institute (Idi) di Gerusalemme e dal Palestinian Center for Policy and Survey (Psr) di Ramallah, con fondi Ue e in partnership con il Konrad-Adenauer Stiftung.
Pubblicata oggi, l'inchiesta - 1,270 i palestinesi e 1,184 gli israeliani coinvolti - indica anche un gradimento minore se agli intervistati si prospetta un accordo di pace basato su punti che derivano da precedenti negoziati: solo il 39% dei palestinesi e il 46% degli israeliani (39% di ebrei israeliani e 90% di arabi israeliani) lo sostiene.
I punti dell'ipotetico accordo sono: la Palestina come stato smilitarizzato, il ritiro israeliano ai confini del '67 con eguali scambi di territorio, la riunificazione familiare in Israele per 100,000 rifugiati palestinesi, Gerusalemme ovest capitale di Israele e quella est della Palestina con il Quartiere ebraico della Città Vecchia e il Muro del Pianto sotto controllo israeliano mentre la Spianata delle Moschee, il quartiere musulmano e quello cristiano andrebbero ai palestinesi. Il consenso ad una simile intesa aumenterebbe però di un quarto per i due campioni di intervistati se l'accordo includesse anche un'intesa regionale arabo-israeliana.
Ma chi dovrebbe fare l'accordo? Il 44% dei palestinesi preferisce negoziati multilaterali mentre il 40% degli israeliani propende per negoziati bilaterali. Se prevalessero i primi, il 28% degli israeliani e il 22% dei palestinesi si schierano per un supporto arabo (Arabia Saudita, Giordania, Egitto). Altri sponsor multilaterali come Usa, Ue o Onu non raccolgono che pochi consensi.
Equanime il giudizio del campione per quanto riguarda la responsabilità del fallimento di precedenti negoziati: la maggioranza dei palestinesi incolpa gli israeliani e viceversa.
Così come solo il 43% dei palestinesi e la stessa percentuale di israeliani crede che l'altra parte voglia veramente la pace.

(ANSAmed, 22 agosto 2016)


Termina per il momento l'utilizzo base area iraniana Hamadan da parte dell'Aviazione russa

La base aerea di Hamadan

TEHERAN - L'utilizzo della base aerea di Hamadan, nell'Iran nord occidentale, da parte dell'Aviazione russa per lanciare raid in territorio siriano si è momentaneamente concluso. Lo ha annunciato oggi il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Ghasemi, secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa iraniana "Tasmin". Parlando in una conferenza stampa, Ghasemi ha sottolineato le importanti relazione strategiche con la Russia, soprattutto nella lotta contro lo Stato islamico, precisando che l'utilizzo della base frutto di un protocollo d'intesa per azioni comuni è avvenuta nel quadro della lotta contro il terrorismo. In merito all'utilizzo della base aerea di Hamadan il portavoce ha precisato che l'operazioni dell'Aviazione di Mosca sono per il momento terminate.
  La notizia della momentanea interruzione dell'utilizzo della base aerea di Hamadan da parte di Mosca giungono in concomitanza con una serie di critiche mosse da diversi esponenti politici iraniani contrari alla concessione dell'aeroporto militare ai jet russi. Intervistato da "Tasmin" il presidente della commissione parlamentare per la sicurezza e la politica estera, Alaeddin Boroujerdi ha sottolinea che l'articolo 146 della Costituzione iraniana proibisce la creazione di qualsiasi tipo di base militare straniera in Iran, anche per scopi pacifici, ma ha tuttavia osservato che i velivoli russi utilizzano l'aeroporto di Hamadan e lo spazio area solo per il rifornimento. Il deputato ha anche ricordato che la concessione della base è parte dell'accordo di cooperazione che coinvolge Iran, Russia, Iraq e Siria nella lotta contro i gruppi terroristici in Siria.
  Ieri il ministro della Difesa, Hossein Dehgan ha sottolineato in una conferenza stampa a Teheran che l'Aviazione russa potrà utilizzare la base aerea Shaid Nojeh ad Hamadan (Iran) per tutto il tempo di cui ha bisogno. Secondo il ministro, la decisione dell'Iran di permettere all'aviazione russa di utilizzare la base di Hamadan fa parte della cooperazione contro lo Stato islamico richiesta dal governo siriano. "E' una decisione militare - ha aggiunto - realizzata nel quadro della cooperazione nella lotta contro l'Is e altri gruppi terroristici". Il ministro ha anche commentato le critiche sull'utilizzo dei russi della base di Hamadan espresse da alcuni membri del parlamento (Majlis). "Il Majlis non ha nulla a che fare con questo argomento", ha risposto Dehgan. "Molto presto - ha aggiunto - saremo in grado di vedere i risultati delle azioni anti-terrorismo da parte di Iran e Russia in Siria".
  La Russia ha dato il via ai primi raid aerei in Siria partendo dalla base di Hamadan, nell'Iran nord occidentale, lo scorso 16 agosto utilizzando sia bombardieri Su-24 e che quelli a lungo raggio Tu-22 M3. L'accordo fra Russia e Iran per l'utilizzo dell'aeroporto di Hamadan rappresenta secondo gli analisti un salto sia nelle relazioni tra Mosca e Teheran che della strategia volta ad aumentare l'influenza russa in Medio Oriente, a partire dal conflitto in corso in Siria. Nonostante i bombardieri russi stiano già utilizzando la base, l'accordo deve essere ancora sottoposto al vaglio del Consiglio della federazione russa (Camera alta) e del Majlis, il parlamento iraniano.
  La base aerea iraniana ha consentito di ospitare e far successivamente decollare verso la Siria un numero non precisato di bombardieri Tu-22M3 ed aerei da trasporto Ilyushin Il-76 consentendo una riduzione delle ore di volo per raggiungere gli obiettivi dello Stato islamico in Siria. In questi mesi i bombardieri russi a lungo raggio sono decollati dalla base russa di Mozdok e per raggiungere la Siria percorrono circa 2 mila chilometri, mentre dalla base di Hamadan la distanza che i velivoli dovranno percorrere è di circa 700 chilometri. L'utilizzo della base iraniana, quindi, ha permesso di ridurre le ore di volo e i costi del carburante, oltre a migliorare la tempestività dei bombardamenti.

(Agenzia Nova, 22 agosto 2016)


L'assalitore egiziano liberato accoltella subito un ragazzo

Aveva massacrato un anziano nel Lodigiano per un euro. Rilasciato, ferisce il giovane che lo aveva bloccato.

di Flavia Mazza Catena

SANT' ANGELO LODIGIANO - Massacra un anziano a calci, pugni e bastonate. Viene lasciato libero e, qualche ora dopo, trova per strada il giovane che lo aveva bloccato, nella sequenza da arancia meccanica che avrebbe potuto uccidere il 67enne, e lo accoltella forandogli un polmone e facendolo finire dritto in sala operatoria.
   Finalmente arrestato, ora il trentenne egiziano è stato portato in cella di sicurezza nella caserma dei carabinieri di Lodi e stamattina dovrà affrontare, in tribunale a Lodi, il giudizio per direttissima per lesioni personali aggravate. Si chiama Moustafa Hussein, ha 30 anni. Da dieci anni circolava per Sant' Angelo Lodigiano e da qualche mese chiedeva, dal pomeriggio alla sera, la carità, di negozio in negozio in centro. E bisognava dargliela. E c'è anche chi gli ha detto no e si è trovato le gomme dell'auto tagliate come raccontano diverse persone in paese.
   Tre giorni fa l'egiziano blocca, fuori da un bar, per l'ennesima volta un anziano del posto. Si chiama Andrea Grossi, prende 500 euro di pensione al mese e ha fondato, per poi esserne l'animatore volontario per 35 anni, la locale sezione della Croce Bianca. L'uomo gli aveva dato due euro di mancia il giorno precedente. Stavolta non ha moneta. Cerca di spiegarlo all'egiziano che all'improvviso scatena l'inferno. Prima gli assesta, violentissimo, due pugni in faccia. Poi si guarda intorno veloce e, in pochi secondi, trova un manico di scopa abbandonato: inizia a colpire Andrea a bastonate dappertutto. All'addome, alle braccia, alle gambe e anche in testa. L'uomo trova la forza di chiedergli perché gli stia facendo tutto questo. Per tutta risposta, l'egiziano continua a assestare nuovi colpi. Intorno a loro diverse persone che, però, si allontanano velocemente temendo il peggio.
   Solo un ventisettenne, italiano, a un certo punto urla all'immigrato: «Cosa fai? Smettila subito, non vedi che lo stai ammazzando?», Dopo di che, prendendo colpi a sua volta, lo allontana dal pensionato. Sarà un ufficiale della polizia locale a disarmare del bastone l'egiziano e a placcarlo. Poi arrivano anche i carabinieri. E l'ambulanza. Andrea Grossi viene portato in ospedale. El' aggressore? Se ne torna a casa tranquillo. È così che due giorni dopo, a due passi da casa, incontra il ventisettenne che aveva difeso l'anziano e che ha la sfortuna di abitare vicino a lui, e lo colpisce diverse volte al torace con un coltello da tasca lungo cinque centimetri, mandandolo in prognosi riservata. Finalmente arriva l'arresto.
   Il sindaco di Sant'Angelo Lodigiano Maurizio Villa oggi chiederà, urgentissima, la riunione del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica perché «fatti simili non si debbano mai più vedere». A Sant'Angelo Lodigiano gli stranieri rappresentano, ormai, il 18 per cento della popolazione. Solo un mese fa un nordafricano aveva fatto irruzione nella basilica locale, durante la Messa, terrorizzando e urlando frasi in arabo.
   E tutti ricordano ancora il massacro di capodanno di sette anni fa, quando fu ucciso brutalmente nel suo negozio, per rubare due soldi e quattro gratta e vinci, il tabaccaio settantacinquenne Mario Girati: da tre tunisini e un egiziano.

(il Giornale, 22 agosto 2016)


I brutti presagi di Momigliano sugli ebrei

di Alberto Cavaglion

L'intervista postuma e un genere promiscuo, atterra e rincuora. Ci sembra di riascoltare una voce perduta, ma sappiamo che si tratta di un'illusione. L'eco lontana si protende ormai verso «l'intervista impossibile», che invece diverte. Nell'attesa, accontentiamoci della dolcezza triste delle conversazioni postume. Di Primo Levi, a cura di Giovanni Tesio, è uscito nei mesi scorsi Io che vi parlo (Einaudi). Esce adesso - bizzarra coincidenza - una nuova edizione di Pagine ebraiche (Edizioni di Storia e Letteratura), uno dei libri più fortunati di Arnaldo Momigliano, storico dell'età classica scomparso nel 1987, lo stesso anno di Levi. In appendice, Silvia Berti inserisce una intervista rimasta a lungo in un cassetto.
   La premessa di Pagine ebraiche è datata luglio 1987, Hospital of tho University of Chicago. Momigliano non farà in tempo a vedere il volume stampato, ma in bozze dedica il volume alla memoria di Levi scomparso in aprile. Un anno prima, Levi aveva evocato Momigliano nei Sommersi e i salvati. Interessante osservare i giudizi sulla anomala fioritura di studi ebraici avvenuta negli Usa, dove «Mom» trascorreva larga parte del suo tempo. Una esplosione di interessi, favorita proprio dalla scoperta oltreoceano di Primo Levi, inattesa, ma sospetta, dato il contesto.
   Nel saggio più bello, un sintetico profilo della bimillenaria presenza ebraica nella penisola, uscito sulla New York Review of Books, si legge: «Sarebbe follia concludere su una nota di ottimismo quando accade che un bambino ebreo possa essere assassinato nella sinagoga di Roma, come avvenne nel 1982, senza che si manifesti un sollevamento dell'opinione pubblica». E, in una lettera all'editore del 1986, altri brutti presagi. Sarà bene, sospira, che «il tometto» (sono definite cosi le Pagine ebraiche) veda presto la luce: «Gli ebrei non rimarranno molto di moda nella nostra penisola». Ecco dunque pronta la prima domanda che ci riserveremmo di fare nella intervista impossibile, tra circa un anno: «Professor Momigliano, in occasione del trentennale della scomparsa, sua e di Primo Levi, secondo lei, gli ebrei pensa che siano ancora di moda?»

(La Stampa, 22 agosto 2016)


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