Così parla il Signore, re d'Israele e suo salvatore, il Signore degli eserciti: Io sono il primo e sono l'ultimo, e fuori di me non c'è Dio. Chi, come me, proclama l'avvenire fin da quando fondai questo popolo antico? Che egli lo dichiari e me lo provi! Lo annunzino essi l'avvenire, e quanto avverrà! Non vi spaventate, non temete! Non te l'ho io annunziato e dichiarato da tempo? Voi me ne siete testimoni. C'è forse un Dio fuori di me? Non c'è altra Ròcca; io non ne conosco nessuna.
Isaia 44:6-8

Attualità



Iscriviti alla newsletter
Nome:     
Cognome:
Email:      
Cerca  

Inizio - Attualità »
Presentazione »
Approfondimenti »
Notizie archiviate »
Notiziari »
Arretrati »
Selezione in PDF »
Articoli vari »
Testimonianze »
Riflessioni »
Testi audio »
Libri »
Questionario »
Immagini »
Video »
Scrivici »





















Un'isola-porto davanti a Gaza per superare il blocco

La proposta del ministro dei trasporti israeliano: i controlli di sicurezza rimarrebbero a Israele

di Giordano Stabile

 
BEIRUT - Un'isola di 8 chilometri quadrati, con un porto per le navi mercantili, un porticciolo per gli yacht, hotel, case vista mare e un aeroporto. È il progetto israeliano, rilanciato nei giorni scorsi dal ministro dell'Intelligence e dei Trasporti Yisrael Katz, per togliere il blocco a Gaza e mantenere i controlli di sicurezza in mano israeliana.

 Il colpo di mano di Hamas
  La Striscia è sottoposta al blocco dal 2007, quando con un colpo di mano prese il potere il partito oltranzista palestinese Hamas. Da allora ci sono state due grandi operazioni militari, "Piombo Fuso" e "Protective Edge", e uno stillicidio di attacchi, lanci di razzi, rappresaglie con l'aviazione.

 Civili allo stremo
  È la popolazione civile che soffre più di ogni altro per il blocco. La disoccupazione è al 60 per cento, il reddito reale è calato del 26 per cento in dieci anni, scarseggia l'acqua potabile, l'elettricità è razionata e gli scambi con l'esterno sono ridotti al minimo, anche quelli clandestini con l'Egitto attraverso i tunnel, distrutti dal nuovo governo del Cairo sotto la presidenza di Abdel Fatah Al-Sisi.

 Pressioni turche
  L'allentamento del blocco a Gaza era una delle richieste della Turchia a Israele in vista della normalizzazione delle relazioni, che sarà annunciata oggi a Roma. I rapporti erano stati rotti dopo il blitz delle teste di cuoio israeliane sulla nave turca Mar Marmara, che cercava di entrare nella acque davanti alla Striscia. Morirono nove cittadini turchi.

 Cinque miliardi
  L'isola-porto potrebbe dare di nuovo uno sbocco sul mare alla Striscia, ma si troverebbe a cinque chilometri al largo e collegata a Gaza da un ponte stradale. In questo modo le forze di sicurezza israeliane potrebbero controllare che non vengano introdotte armi, materiali esplosivi o altre forniture militari ad Hamas, e chiudere il sito facilmente in caso di problemi. Il nodo cruciale sono i costi, cinque miliardi. Ma, secondo Katz, ci sarebbe già l'interessamento di grandi aziende saudite. Riad potrebbe finanziare in parte l'opera.

 "Ragioni di sicurezza"
  "Non penso che sia giusto chiudere fuori dal mondo due milioni di persone - ha detto Katz -. Israele non ha interesse a rendere la vita più difficile alla popolazione di Gaza. Ma non possiamo costruire un porto e un aeroporto all'interno della Striscia per ragioni di sicurezza".

(La Stampa, 26 giugno 2016)


*


Accordo fatto fra Israele-Turchia, sarà annunciato a Roma

Si va verso la normalizzazione delle relazioni rotte nel 2010 dopo l'incidente della nave Mar

di Giordano Stabile

BEIRUT - Israele e Turchia stanno per annunciare a Roma, dove è in visita il premier Benjamin Netanyahu, l'accordo per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche, rotte dopo il blitz delle forze speciali israeliani sulla nave Mar Marmara che stava per forzare il blocco a Gaza. Morirono nove cittadini turchi.

 L'ok del Mossad
  I negoziatori turchi e israeliani si incontreranno a Roma, riferisce il quotidiano Haaretz, e annunceranno l'accordo. Gli ultimi dettagli sono stati definiti in un incontro a Istanbul fra il capo del Mossad Yossi Cohen e il capo dell'Intelligence interna turca Hakan Fidan.

 Stop ad Hamas
  L'Intelligence turca ha garantito che ad Hamas non sarà consentito organizzare, pianificare o dirigere attività militari contro Israele, anche se potrà continuare a operare in Turchia dal punto di vista politico e diplomatico. Il ridimensionamento della cellula di Istanbul era la maggiore richiesta degli israeliani. Venerdì il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro Binali Yildirim avevano incontrato il leader politico di Hamas Khaled Meshaal.

 I negoziatori
  A Roma, da parte turca, sarà presente il sottosegretario agli Esteri Feridun Sinirlioglu, che ha condotto i negoziati con Israele negli anni scordi. Il team israeliano sarà guidato da Joseph Ciechanover, inviato speciale del primo ministro, e Yaakov Nagel, consigliere per la sicurezza.

 Il vertice con Kerry
  A Roma c'è anche il premier Netanyahu che avrà un incontro cruciale con il Segretario di Stato americano John Kerry. Sul tavolo il rilancio del processo di pace con i palestinesi, fermo da due anni, e il prossimo rapporto del Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu) sui Territori occupati, critico con Israele.

(La Stampa, 26 giugno 2016)


Kerry a Roma, vede Netanyahu e Gentiloni

ROMA - Il tentativo di rilancio del processo di pace tra israeliani e palestinesi riparte da Roma, dove John Kerry vede Benjamin Netanyahu. Il capo della diplomazia americana vuole incontrare il premier israeliano, ha riferito una fonte diplomatica americana alla Cnn, "per verificare se Netanyahu e' interessato a percorrere una soluzione due-Stati" attraverso una mediazione egiziana. Il Dipartimento di Stato ha gia' anticipato che Kerry non ofrira' nuove iniziative.
   Sia palestinesi che israeliani hanno indicato in in piano proposto dal presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, un punto di convergenza iniziale e sebbene mercoledi' scorso il capo di Stato israeliano, Reuven Rivlin, avesse sottolineato le difficolta' provenienti da divisioni interne ai palestinesi, l'amministrazione Obama non vuol lasciare il mandato senza un nulla di fatto per la ricerca di una soluzione a un nodo ormai divenuto storico nel Medio Oriente. Il Segretario di Stato americano vedra' oggi anche il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. Netanyahu e Kerry si vedranno anche domani mattina a Villa Taverna a Roma. Il premier israeliano sara' poi ricevuto a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e nel pomeriggio incontrera' i vertici della comunita' ebraica.

(AGI, 26 giugno 2016)


Dall'Australia a Tel Aviv, la moda dello stivale

di Francesca Matalon

 
Cosa hanno in comune un contadino che lavora nella fattoria di un kibbuz e una diciottenne che frequenta la vita glitterata di Tel Aviv? È una domanda difficile, ma partendo dal presupposto che 'assolutamente niente di niente' non può essere quella giusta, la risposta è il fatto che entrambi indossano un paio di Blundstones, un paio di stivaletti di pelle alti fino alla caviglia, con due elasticoni laterali e due linguette di tessuto per calzarli meglio. Nati, come è facile intuire, più per i contadini che per le teenager, arrivano dalla lontana Australia ma in Israele sono il fenomeno fashion del momento, con un cittadino su 15 ad averne acquistato un paio nel 2015. Come sia avvenuto rimane ancora in parte un mistero, ma di sicuro ha aiutato l'intuizione di Amos Horowitz, un distributore cinematografico che aveva deciso di cambiare carriera e nel 1999, dopo averli visti indossati da un suo vicino di casa di ritorno da un viaggio, ha deciso di importare i Blundstones in Israele. E per capire quanto valide siano le sue intuizioni, basti pensare che è sempre lui ad aver importato per primo anche le Cros, le ciabatte di gomma colorata e bucherellata della cui eleganza di cui si può essergli grati o meno, ma sicuramente nel bene o nel male tutti conoscono.
   "Israele è passato dall'essere un mercato importante a un vero e proprio fenomeno nel giro di circa tre anni", ha detto al Times of Israel l'amministratore delegato di Blundstones Steve Gunn. "Un cambiamento sicuramente legato alla bravura dei nostri partner nella distribuzione - ha osservato - ma in gran parte anche dettato dal fatto che le persone stesse hanno deciso che questo è quello che desiderano indossare". Quando da Israele Horowitz è arrivato nei suoi uffici nel bel mezzo della Tanzania, nessuno aveva mai pensato al piccolo Israele come mercato per gli stivaletti. Quando, dopo aver convinto Gunn grazie alla sua irrefrenabile energia, li ha portati in patria per la prima volta, non è difficile immaginare che siano stati i lavoratori di kibbuz e moshav i primi a diventarne affezionati clienti, ma presto le cose sono cambiate. Quando Gunn ha visitato Israele nel 2002, ha ricordato, "ho trovato che Horowitz avesse un bacino ragionevole di clienti, dal momento che vendeva circa 10 mila stivali all'anno in un paese relativamente piccolo, e pensando che non avrei potuto fare di meglio in quello specifico mercato, ero contento così". Solo che poi, inaspettatamente, è esploso, con decine di migliaia di paia di stivaletti venduti ogni anno. E così, in una visita più recente, Gunn ha raccontato di essere stato "colto alla sprovvista dalla quantità di Blundstones che vedevo ai piedi della gente". A colpirlo in particolare, ha proseguito, "le età e gli usi, dai bambini agli adulti, dalle ragazze giovani che li indossavano con la gonna ai lavoratori che ci camminavano nel fango. Persino turisti li portavano, chiaramente dopo averli comprati in Israele".
   Secondo Renana Peres, ricercatrice della School of Business Administration all'Università Ebraica di Gerusalemme, tutto questo successo non è tutto sommato così sorprendente. "Gli israeliani - ha osservato - sono persone inclini all'innovazione, e a cui piace essere i primi ad avere ogni cosa nuova. Amano anche viaggiare e comprare, e il loro essere un popolo molto coeso fa sì che il fenomeno Blundstones, che in fondo sono scarpe comode e non particolarmente brutte, sia una conseguenza non troppo stupefacente". Era avvenuto lo stesso con le Crocs, e si tratta secondo Peres di "una magica combinazione di fattori". E del resto è quello che dice anche Michael Horowitz, fratello di Amos nonché suo socio in affari, il quale ha sottolineato come "le cose succedono perché bisogna essere pronti a farle succedere". I due non hanno strategie di marketing di alcun tipo né si avvalgono del potere di internet, tutto si basa sull'individuazione di un'esigenza e sul conseguente passaparola. "Trovare il mercato giusto al momento giusto - le sue parole - richiede tanto, tanto lavoro sul campo e la rapidità di importare il prodotto nell'immediato".
   Per quanto riguarda le previsioni sul fenomeno Blundstones in Israele, dopo l'esplosione Gunn si è detto pronto a ogni cosa. "Ho avuto una conversazione con Horowitz circa un anno e mezzo fa in cui eravamo giunti alla conclusione di non poter espandere il mercato più com'era all'epoca - ha ricordato - ma alla fine da allora è raddoppiato". Di sicuro l'amore israeliano per i mitici stivaletti ha anche influenzato alcuni cambiamenti di stile dell'azienda. Poiché vengono preferiti i colori più chiari agli originali neri e marrone testa di moro, ad esempio c'è stato un passaggio a toni di marrone più chiaro, che almeno sono più estivi, adatti alle temperature calde del paese. Non saranno sandali, ma per quello restano sempre le Crocs.

(moked, 26 giugno 2016)


Netanyahu: la Brexit non avrà conseguenze dirette sull'economia in Israele

La Brexit non avrà "conseguenze dirette sull'economia israeliana". Questo il primo commento del premier Benyamin Netanyahu al referendum che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Europa. Il premier .- che ha parlato prima della riunione domenicale del governo a Gerusalemme - ha tuttavia sottolineato che "si vive in un'economia globale".

(ANSAmed, 26 giugno 2016)


Vittorio Veneto - La memoria perduta del Ghetto

di Ira Rubini

MILANO - Il Ghetto ebraico di Venezia, famoso in tutto il mondo, compie 500 anni e viene celebrato con incontri, concerti e appuntamenti culturali per tutto il 2016.
Ma poco distante, a Vittorio Veneto, c'è un altro Ghetto del quale nessuno sembrava ricordarsi. Solo grazie agli sforzi della violinista Lydia Cevedelli, studiosa di musica ebraica e docente al Conservatorio di Milano, le vestigia (sia pure in condizioni assai precarie) di questo luogo tanto importante e antico sono state inserite fra i Luoghi del Cuore del FAI 2016.
A Ceneda, quartiere a sud di Vittorio Veneto, gli ebrei furono chiamati nel 1597 dal vescovo Marcantonio Mocenigo, che chiese a Missier Isdrael Hebreo da Conegliano e alla sua famiglia di aprire un banco dei pegni per soccorrere bisognosi con prestiti e credito.
Dal 1607 era già presente una sinagoga privata, mentre la sinagoga della comunità fu inaugurata da un rabbino di Venezia nel 1790. La sinagoga rimase attiva, sia pure a fasi alterne, fino 1949 per poi essere smontata e portata al Museo d'Israele di Gerusalemme. La comunità disponeva anche di un cimitero, inaugurato nel 1857 e visibile ancora oggi.

Ghetto di Vittorio Veneto Ghetto di Vittorio Veneto Ghetto di Vittorio Veneto Ghetto di Vittorio Veneto Ghetto di Vittorio Veneto Ghetto di Vittorio Veneto mootools lightbox gallery by VisualLightBox.com v6.0m

Gli ebrei si ridussero progressivamente di numero, fino a scomparire dopo la Seconda Guerra Mondiale, come accadde in tante parti d'Europa. Del vecchio Ghetto di Vittorio Veneto sopravvivono oggi un magazzino con un grande porticato e alcune strutture adiacenti.
Nel Ghetto di Ceneda nacque nel 1749 Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart. Era figlio di Geremia Conegliano e fu chiamato Emanuele, ma la famiglia si converti' al cristianesimo nel 1763 e il futuro autore dei celebri recitativi di Don Giovanni fu battezzato dal vescovo Lorenzo Da Ponte e ne assunse il nome.
Maggiori info: http://iluoghidelcuore.it/luoghi/treviso/vittorio-veneto/ex-ghetto-ebraico/17100
Lydia Cevedelli è stata ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare e ha raccontato dei progetti di restauro del Ghetto di Vittorio Veneto.
Intervista a Lydia Cevedelli

(RadioPopolare, 26 giugno 2016)


La scritta "sindaco ebreo" condannata dalle forze politiche

TORRE DEL LAGO - La scritta "ebreo" riferita al sindaco Del Ghingaro comparsa a Torre del Lago ha suscitato molteplici reazioni. Anche se a chi l'ha tracciata bisognerebbe ricordare un po' di storia: gli ebrei sono stati vittime dei forni crematori nei quali venivano inseriti vivi. Per la precisione storica.
«Si tratta di un ennesimo segno di una strisciante e oscura barbarie che serpeggia nella società e che ora infanga anche la cultura della nostra città», commenta la senatrice del Pd, Manuela Granaiola.
Luca Poletti, capogruppo del Pd, esprime «la piena condanna per la scritta apparsa al cimitero di Torre del Lago contro il sindaco perché vergognosa e nulla la giustifica. Auspico che certi personaggi vengano isolati e non trovino nessuno spazio perché non lo meritano». Ciò detto - ricorda Poletti - «confermo la richiesta, già avanzata da tempo dal nostro gruppo consiliare, di ritiro del progetto per la realizzazione di un impianto di cremazione a Torre del Lago. Questa ubicazione non ci sembra opportuna e non ci trova d'accordo. Il problema però esiste perché sono aumentate le richieste per questo servizio e molte famiglie si trovano in difficoltà a gestire le volontà dei propri cari. Le istituzioni se ne devono far carico in un'ottica comprensoriale. Per questo è necessario un confronto che veda coinvolti tutti i Comuni almeno a livello provinciale. Viareggio si faccia promotore in tal senso».

(Il Tirreno, 25 giugno 2016)


Depurazione e conservazione dell'acqua: missione della Regione Abruzzo in Israele

PESCARA - Missione in Israele per il presidente della Regione Abruzzo Luciano D'Alfonso, che sarà a Tel Aviv da oggi a lunedì per "un'occasione di confronto con lo Stato leader mondiale per la conservazione dell'acqua, per lo sviluppo e la commercializzazione delle cleantech technologies, per la desalinizzazione dell'acqua, nonchè per il trattamento delle acque reflue con successiva depurazione e riutilizzo delle stesse per l'agricoltura e l'industria".
Nel corso della visita il presidente rende noto che incontrerà il presidente emerito dello Stato d'Israele Shimon Peres, i rappresentanti dell'azienda Noble Energy, l'ambasciatore d'Italia Francesco M. Talò, il vice ministro per la Cooperazione Regionale MK Ayoub Kara, il sindaco di Tel Aviv Ron Huldai.
Inoltre visiterà l'impianto di trattamento acque reflue "Shafdan", l'impianto di desalinizzazione di Sorek, l'azienda Hagihon, gli incubatori ed acceleratori di Tel Aviv.
Fanno parte della delegazione italiana in visita in Israele anche il sindaco di Pescara Marco Alessandrini, il presidente della Gran Sasso Acqua Spa Americo Di Benedetto e il managing director di Water Tosto Spa Luca Tosto.
Una rappresentanza dell'Università di Teramo, composta da nove docenti, guidata dalla prorettrice alla ricerca Barbara Barboni raggiungerà poi la delegazione italiana.
"Le spese della missione in Israele a carico della Regione Abruzzo sono pari ad euro 395,00", scrive su Facebook il governatore.

(Abruzzo Web, 25 giugno 2016)


Roma - L'ospedale Fatebenefratelli diventa "casa di vita".

Qui nacque il "morbo di K", la malattia inventata che salvò gli ebrei.

di Giovanni Rodriquez

 
L'Ospedale Fatebenfratelli
Ospedale Fatebenefratelli di Roma "Casa di Vita". Questo il titolo attribuito al nosocomio dell'Isola Tiberina dalla Fondazione internazionale Raoul Wallenberg, per ricordare il contributo della struttura che salvò decine di ebrei durante le persecuzioni naziste. A patrocinare l'evento, svoltosi lo scorso 21 giugno alla Sala Assunta dell'ospedale, la Comunità ebraica di Roma e la Fondazione Museo della Shoah.
  "Chi salva una vita, è come se avesse salvato il mondo intero", recita un proverbio talmudico. Perché esso sussiste soltanto per merito delle azioni dei "Giusti" che vivono in mezzo a noi, tra le nazioni del mondo. E tra questi figura Giovanni Borromeo, il medico che, il 16 ottobre 1943, nascose decine di ebrei scampati alla retata nazista, in un reparto del nosocomio. Mettendo a rischio la propria vita, Borromeo riuscì a salvare quella di oltre un centinaio di ebrei romani, inventando una malattia per la quale ricoverarli, che chiamerà Morbo di K (K sta indifferentemente per Kesserling o per Kappler), con i suoi sintomi, il suo decorso e, soprattutto, il suo temuto contagio.
  Aveva i connotati tipici della malattia neurodegenerativa, con una fase iniziale di convulsioni e in alcuni casi di demenza, per poi degenerare, nelle fasi successive, nella paralisi completa degli arti, fino alla morte per asfissia. Il morbo sarebbe stato estremamente contagioso, veicolato da un virus. Le SS, temendo il contagio, non fecero irruzione nel reparto di isolamento. Al morbo di K fu dedicato un intero padiglione clinico dell'ospedale, in cui furono ricoverati sotto falso nome ebrei e polacchi, in gruppi non troppo numerosi. Restavano qualche giorno, in attesa che una tipografia nel vicino quartiere di Trastevere producesse di nascosto documenti falsi con cognomi cattolici. Con i nuovi documenti i fuggitivi, che venivano dichiarati morti dall'ospedale, venivano in realtà nascosti nei conventi. Con la liberazione di Roma e con l'arrivo degli Americani, l'Ospedale Fatebenefratelli, ormai dimessi i pazienti affetti dal Morbo di K (tutti guariti), torna alla sua normale attività. Nel 2004 Yad Vashem ha riconosciuto Giovanni Borromeo Giusto tra le Nazioni.
  Presenti alla cerimonia anche due delle persone sopravvissute grazie al rifugio offerto presso l'ospedale, Gabriele Sonnino e Luciana Tedesco, che hanno svelato la targa in un cortile dell'ospedale insieme al vicepresidente Operativo dell'ospedale Fatebenefratelli all'Isola Tiberina Fra Giampietro Luzzato. "Oggi ricordiamo una storia di quotidiana devozione e straordinario coraggio che rispecchia nostra filosofia ispirata al valore dell'ospitalità, quella di rendere l'ospedale un luogo di accoglienza per tutti", le parole di Luzzatto.

(quotidiano sanità.it, 25 giugno 2016)


Schiaffo al dollaro: l'Iran venderà petrolio solo in euro

TEHERAN - Il ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha dichiarato che la Repubblica Islamica dell'Iran vendera' d'ora in poi il proprio petrolio ricevendo solo euro. La notizia, diffusa dalla rete all news IRINN, segna un'importante svolta considerando che in questo momento l'Iran esporta circa 2,3 milioni di barili di petrolio al giorno.
Sohbet Karbuz, direttore della sezione idrocarburi della "Mediterranean Association for Energy", con sede in Francia, ha detto all'agenzia Farsnews che l'iniziativa del governo iraniano, soprattutto se seguito da altri paesi della regione, potrebbe costituire un colpo molto duro per il dollaro e per l'economia degli Stati Uniti.

(AGI, 25 giugno 2016)


Biennale d'Arte 2017: sarà Gal Weistein a rappresentare Israele

Gal Weistein - "Huleh Valley"
Gal Weistein
Medio Oriente un po' più svelato, per la Biennale d'Arte 2017. Sarà Gal Weistein, 47enne (in home un autoritratto realizzato con lana di vetro) con studi a Gerusalemme e Tel Aviv, a rappresenterà il padiglione di Israele.
L'artista, che in Italia abbiamo potuto vedere anche alla galleria milanese di Riccardo Crespi, analizza le relazioni tra fenomeni naturali, la biologia, insieme a vari fenomeni "nazionali" e anche se non sono stati rilasciati dettagli sul lavoro, comunque site specific, che Weistein presenterà in laguna, non è improbabile che il progetto si occuperà in modo critico della politica israeliana.
Weistein è diventato piuttosto celebre nel 2002, quando ha rappresentato il suo Paese alla 25esima Biennale di San Paolo, mettendo un tetto di tegole rosse, in tipico stile europeo, in tutto lo spazio della galleria, rendendolo inagibile, in un riferimento a quelli che sono gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, che punteggiano il paesaggio.
E di un altro paesaggio non troppo lontano da Israele si occuperà Zad Moultaka, già alla Biennale 2015, sopra, nominato per rappresentare il Libano con quello che si prevede un ambiente immersivo e nato da Sacrum, l'ultimo brano del musicista e artista, integrando il linguaggio visivo e acustico, l'occidente e i Paesi arabi.

(exibart.com, 25 giugno 2016)


Vertice a Roma per rilanciare il processo di pace in Medio Oriente

Israele punta sulla mediazione di Egitto, Arabia saudita e Turchia. Pressing del premier per frenare un rapporto critico del Quartetto.

Benjamin Netanyahu arriva a Roma domani per un vertice cruciale con il segretario di Stato americano John Kerry e l'Alto rappresentate Ue Federica Mogherini. Sul tavolo c'è il processo di pace con i palestinesi, bloccato da due anni, e il rapporto del Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu) sulla situazione nei Territori occupati, che sta per essere reso pubblico.

 Il piano saudita
  Dopo il rimpasto di governo che ha portato alla Difesa il falco Avigdor Lieberman, il premier israeliano ha rassicurato gli alleati con il rilancio del "piano arabo" per la pace del 2002, in accordo con Arabia Saudita ed Egitto, in questo momento i partner più stretti di Israele in Medio Oriente. Ma Netanyahu ha detto no all'iniziativa francese che punta a sbloccare i colloqui in un contesto multilaterale, con le grandi potenze che fanno pressione sullo Stato ebraico per strappare più concessioni.

 Il rapporto del Quartetto
  Netanyahu ha reagito all'iniziativa di Parigi anche con un intenso lavoro diplomatico nei confronti di altri due attori importanti: la Russia e la Turchia. L'intesa con Putin, perfezionata in quattro vertici in sei mesi, ha portato la Russia su posizioni meno intransigenti in Siria e ha un possibile intervento per smorzare i toni del rapporto del Quartetto, secondo indiscrezioni diplomatiche riportate da Ynetnews, "molto duro" con Israele e dal linguaggio "inusuale".

 Normalizzazione con la Turchia
  Con la Turchia invece Israele è a un passo dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche, rotte nel 2010 dopo il blitz sulla nave Mar Marmara diretta verso Gaza in cui morirono 9 cittadini turchi. Ankara ha ottenuto scuse e risarcimenti per le vittime e un piano per allentare il blocco a Gaza senza mettere a rischio la sicurezza dello Stato ebraico. Netanyahu ha però chiesto al presidente Recep Tayyip Erdogan di ridimensionare la presenza a Istanbul di Hamas.

 Pressioni di Erdogan su Hamas
  Erdogan ha incontrato ieri il leader storico di Hamas Khaled Meshaal, ora in esilio in Qatar, per chiedere una cambio di politica. Hamas è sospettato da Israele si architettare un colpo di mano in Cisgiordania, come quello riuscito a Gaza nel 2007. E ha chiesto alla Turchia di intervenire.

 Ban Ki-moon a Gerusalemme
  Con queste carte in mano Netanyahu arriverà domani a Roma, prima di incontrare il Segretario generale del'Onu Ban Ki-moon a Gerusalemme. Il rapporto del Quartetto, previsto per la prossima settimana, potrebbe essere ancora rimandato. Indica come "principale ostacolo" la politica degli insediamenti nella Cisgiordania occupata ma accusa anche settori dei palestinesi di "incitamento alla violenza".

 Roma al centro della diplomazia mediorientale
  A Roma, tornata la centro della diplomazia mediorientale, Netanyahu discuterà con Kerry anche dell'accordo per gli aiuti alle forze armate, della durata di dieci anni, che dovrebbe vedere un incremento ma non nella misura voluta da Israele. Roma è vista in questo momento come "più neutrale", anche perché a Parigi in autunno, dovrebbe tenersi la grande conferenza internazionale di pace voluta dai francesi ma osteggiata dagli israeliani.

 Il discorso di Rivlin a Strasburgo
  Israele teme che la conferenza fissi una scadenza per il raggiungimento dell'accordo "due popoli, due Stati", vincolante per il ritiro dalla West Bank e da Gerusalemme Est. Una risoluzione in questo senso potrebbe essere presentata al Consiglio di Sicurezza dell'Onu dopo la conferenza di Parigi. Nel suo discorso al Parlamento europeo, il presidente israeliano Reuven Rivlin ha detto di capire l'impazienza dell'Europa per il rilancio del processo di pace ma che "le condizioni pratiche, la situazione politica regionale" per arrivare a un accordo permanente fra Israele e i palestinesi "non si stanno ancora materializzando".

 "Colloqui bilaterali"
  Israele insiste che la strada migliore "sono i colloqui bilaterali". Spera di rilanciarli con la mediazione di Egitto, Arabia saudita, e forse anche della Turchia, se le relazioni saranno ristabilite in tempi rapidi. Secondo il quotidiano "Haaretz" un memorandum di intesa dovrebbe essere siglato in tempi brevissimi, "in una capitale europea", forse nella stessa Roma.

(La Stampa, 25 giugno 2016)


Quando il Reich quasi travolse le democrazie troppo pacifiste

Il saggio di William L. Shirer racconta come la Germania riuscì a cogliere impreparate Francia e Inghilterra.

di Matteo Sacchi

Se c'è qualcosa di stupefacente nella storia della Seconda guerra mondiale è il modo in cui Francia e Inghilterra si fecero cogliere impreparate dall'attacco tedesco.
   La velocità con cui si fecero travolgere i polacchi (l'attacco contro Varsavia iniziò il primo settembre 1939 e terminò il 6 ottobre dello stesso anno) può essere spiegata.
   La Germania era riuscita a nascondere abilmente l'entità del suo riarmo. Soprattutto nessuno aveva ancora avuto modo di sperimentare l'efficacia del Blitzkrieg. Tecnica basata su un nuovo utilizzo dei carri armati come mezzi di sfondamento rapido ma anche su un riutilizzo furbo e cinico di vecchie attrezzature. Giusto per fare un esempio la decrepita corazzata tedesca Schleswig-Holstein (una vera carretta) venne fatta penetrare con l'inganno nella Vistola e da lì aprì il fuoco a sorpresa sulla fortezza di Westerplatte dando inizio ai combattimenti. Né i polacchi avrebbero potuto prevedere di essere aggrediti a tradimento dai sovietici.
   Ma è sul fronte occidentale che l'inazione di Francia e Inghilterra resta largamente inspiegabile. Tanto che faticarono a spiegarsela anche i generali tedeschi. Anni dopo il generale Halder dichiarò durante il processo di Norimberga: «Il successo della guerra di Polonia fu possibile soltanto perché si poté tenere quasi interamente scoperto il fronte occidentale. Se avessero compreso la logica della situazione e avessero sfruttato il fatto che le forze tedesche erano impegnate in Polonia, i francesi avrebbero potuto attraversare il Reno e minacciare la Ruhr che era il fattore decisivo per la condotta della guerra».
   Ma non solo, mentre Hitler nei suoi discorsi continuava ancora a martellare su temi pacifisti (una bella pace senza Polonia), si lasciarono organizzare sotto il naso l'attacco alla Danimarca e alla Norvegia. Un attacco che aveva fondamentalmente due scopi. Consentire alla Germania il vitale arrivo del ferro proveniente dalle miniere scandinave e consentire alla flotta tedesca un più facile accesso all'Atlantico per evitare l'imbottigliamento che aveva segnato i destini della Prima guerra mondiale. Così il 9 aprile 1940 ebbe inizio l'operazione Weserübung che solo Churchill, come primo lord dell'ammiragliato, aveva cercato di prevenire. La Danimarca cadde immediatamente senza vera resistenza, la Norvegia invece nonostante non mancassero i traditori si rivelò un osso più duro. Ma a quel punto ogni vantaggio strategico era perduto e tutti sappiamo come andò a finire quando le truppe di Hitler, a maggio, investirono il Belgio e la Francia. Successi così travolgenti da spingere Mussolini a commettere il più fatale dei suoi sbagli. Successi che gli Alleati, nonostante la discesa in campo degli Stati Uniti e il decisivo errore tedesco dell'Operazione Barbarossa, riuscirono a rovesciare solo a partire dal 1942 (Con Stalingrado e El-Alamein).
   Proprio riflettendo su questi errori si apre il terzo volume dell'opera di William L. Shirer pubblicata in allegato con il Giornale: Hitler e il Terzo Reich. Dai trionfi alla grande svolta. Un'indagine tra storia e giornalismo per penetrare i segreti di una delle più grandi ingenuità militari della storia.

(il Giornale, 25 giugno 2016)


Un'Ue debole potrebbe cambiare l'approccio per la risoluzione del conflitto in Medio Oriente

GERUSALEMME - Alcuni analisti israeliani guardano positivamente all'esito del referendum sulla Brexit. "Nessun esponente del governo israeliano lo dirà, ma a livello diplomatico un'Unione Europea debole non è necessariamente un male per Israele", è quanto si legge in un editoriale del "Jerusalem Post". Il fatto che l'Ue sia "attualmente scossa" dall'esisto del referendum che ha sancito l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea "non è qualcosa di necessariamente negativo per gli interessi di Gerusalemme". L'uscita del governo di Londra dall'Ue potrebbe portarla ad essere "meno energica quando pronuncerà i suoi discorsi su Israele ed il Medio Oriente". Il referendum sulla Brexit mostra che "in questo momento l'Ue è in confusione", in particolare a causa del fatto che alcuni paesi, tra cui Olanda e Francia, stanno mettendo in discussione il loro ruolo all'interno dell'Unione.

(Agenzia Nova, 24 giugno 2016)


Governo Netanyhau in forte calo di consenso

GERUSALEMME - Gli israeliani sono stufi della leadership politica del paese e avrebbero cambiato radicalmente la composizione della Knesset se si fossero svolte ieri le elezioni, dice un nuovo sondaggio Tns Teleseker.
Il sondaggio, ripreso da Arutz Sheva 7, riporta che solo il 23% vorrebbe avere come primo Ministro Benjamin Netanyahu, un terzo pieno degli intervistati non sapeva chi fosse il più adatto. Solo il 19% si è detto soddisfatti della politica economica del governo, mentre il 78% si dichiara insoddisfatto.
Sulla politica antiterrorismo, il 23% ha detto di essere soddisfatto, mentre il 72% che non lo era. Se le elezioni si fossero svolte il 23 giugno, i due partiti più grandi di Israele avrebbero subito perdite significative. Il Likud, che ha vinto 30 seggi nel 2015, sarebbe arrivato ad averne 22; la Zionist Union di Isaac Herzog avrebbe subito perdite catastrofiche, arrivando a soli 9 posti, mentre oggi ne ha 24. Meglio sarebbe andata a Yesh Atid, che dagli 11 odierni sarebbe andata 20 seggi; the Jewish Home da 8 a 13, mentre Yisrael Beytenu, il partito di Avigdor Lieberman, da 6 seggi a 9. Il nuovo partito centrista guidato dall'ex ministro della Difesa Moshe Yaalon e dall'ex primo ministro Ehud Barak avrebbe avuto 10 seggi; e via via s seguire le altre formazioni oggi presenti nella Knesset con un nmero di seggi simile all'odierno.

(agc, 24 giugno 2016)


Settore automobilistico: La nuova era dell'alta tecnologia israeliana

Quando si parla di legami tra Israele e l'industria automobilistica, possiamo sicuramente menzionare i recenti successi di aziende come Mobileye e Waze, che hanno generato una massiccia ondata di startup del settore delle auto.
Israele si è dedicata allo sviluppo di tecnologie avanzate per automobili, alcune nelle quali sono significativamente in anticipo sui tempi e stanno diventando strategicamente importanti per l'industria.
Il cambiamento più importante, è l'ingresso diretto delle case automobilistiche nello spazio di ricerca e sviluppo in Israele. Per comprenderne il significato, bisogna ricordare la gerarchia tradizionale secondo la quale l'industria automobilistica globale opera. La struttura è costruita su un sistema a due livelli: in alto ci sono le case automobilistiche, che compongono la "classe dirigente", mentre dall'altra ci sono i fornitori esterni, che comprendono aziende tecnologiche, aziende che sviluppano e producono materie prime, i pezzi di ricambio e tutti gli altri componenti.

 Ed è qui che entra in scena Israele.
  General Motors istituì il proprio centro di ricerca e sviluppo in Israele nove anni fa, molto prima del buzz creato da Mobileye e Waze. Per molto tempo il centro israeliano ha lavorato in silenzio.
Dietro le quinte, le tecnologie sviluppate presso il centro hanno dato alla General Motors un vantaggio competitivo soprattutto nel mercato degli Stati Uniti e hanno fornito una nuova fonte di entrate.
Le tecnologie israeliane saranno integrate in milioni di veicoli della General Motors.
In un messaggio semplice, all'inizio dell'anno, la General Motors ha annunciato l'intenzione di espandere notevolmente le proprie operazioni nei centri avanzati di Israele. La società aumenterà il pool di dipendenti in Israele da 100 a 300, un investimento strategico sia in termini locali e globali.

 Auto a guida autonoma
  Una delle divisioni chiave della ricerca che riceverà rinforzo nei prossimi anni, sarà quella dei veicoli autonomi. GM ha comunicato che il centro di sviluppo a Herzliya sarà l'unico centro specializzato General Motors fuori degli Stati Uniti. In futuro Israele potrà anche ospitare i prototipi specializzati di veicoli autonomi.
Per inciso GM è uno dei maggiori clienti di Mobileye (azienda made in Israel che si occupa di visione artificiale e tecnologie di prevenzione degli incidenti). Naturalmente, molti esperti sostengono che in futuro la Mobileye possa diventare il fornitore di tecnologie per i veicoli autonomi della General Motors
L'importanza di Israele all'interno della scena automobilistica non può essere sottovalutata, perché abbiamo grandi recenti investimenti, come il gigante delle auto Volkswagen che ha deciso di investire 300 milioni di dollari nella startup israeliana Gett.

(SiliconWadi, 24 giugno 2016)


Ebrei italiani, populismi e xenofobie veleno per Europa

ROMA - "L'Europa, cosi' come la conoscevamo, quella nata dalle macerie del Secondo conflitto mondiale, l'Europa libera, aperta e inclusiva, sognata e realizzata dai nostri padri, e' ora minacciata. Ci attendono mesi di grande difficolta' in cui tutti i moderati d'Europa saranno chiamati a cooperare per evitare altre brutte sorprese che rischierebbero di mettere a rischio e piu' importanti conquiste democratiche degli ultimi 70 anni". Lo sottolinea il presidente dell'Unione delle Comunita' Ebraiche Italiane Renzo Gattegna commentando la Brexit. "E' ora che tutte le nazioni che fanno parte della grande famiglia europea - prosegue Gattegna - ritrovino un reale senso di unita' e cooperazione e che insieme combattano affinche' i veleni del populismo e gli inquietanti propositi dei tanti gruppi razzisti, xenofobi e reazionari che in queste ore esultano per l'esito del voto sull'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea, siano sconfitti con la forza e il coraggio di idee, progetti e impegni di segno diametralmente opposto. "Ma e' anche il momento, per tutti gli ebrei d'Europa, di riprendere in mano quei valori che sono i nostri e che abbiamo da sempre il compito di attualizzare e disseminare nei luoghi dove viviamo: democrazia, tolleranza, rispetto per le diverse opinioni e per le altrui scelte di vita, amore per la cultura e per la ricerca, strenua difesa della liberta' d'espressione e della giustizia sociale, modestia, trasparenza, onesta'. Senza questi valori non sara' solo una singola realta' del Vecchio continente, ma l'Europa intera ad essere minacciata e ogni realta' che si affaccia sul Mediterraneo, a cominciare da Israele, il solo, prezioso, insostituibile modello di democrazia del Medio Oriente, corre il rischio di restare piu' sola. "Gli inquietanti segnali registrati in questi giorni servono anche a ricordarci che per gli ebrei non esiste pericolo peggiore della chiusura in se stessi, dell'astrazione dal contesto sociale nel quale vivono e nel quale hanno il diritto e il dovere di agire. Siamo una piccola minoranza, in Italia, in Europa e nel mondo, ma abbiamo il dovere di fare fino in fondo la nostra parte. Tutti insieme, mettendo da un canto le paure, i particolarismi e le gelosie, possiamo garantire alle generazioni che verranno un futuro degno delle speranze e degli ideali che il popolo ebraico si tramanda di generazione in generazione".

(AGI, 24 giugno 2016)


La Palestina piange, l'Olp colleziona capolavori

Spunta in un museo di Teheran il patrimonio artistico che Arafat abbandonò nel 1982 per fuggire a Tunisi.

di Enrica Ventura

Nasser Soumi
Abbiamo sempre immaginato il popolo palestinese come un popolo povero, senza una terra, sempre senza pace, un popolo di eterni sfollati (ovviamente sempre per colpa di Israele). E poi abbiamo sempre immaginato i suoi combattenti nelle vesti di uomini armati dediti a compiere stragi con il più alto numero di vittime possibile (infatti li consideriamo terroristi). Invece ora scopriamo che l'Olp, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, aveva un vero e proprio tesoro, non soltanto il fiume di denaro riversato nel corso di decenni dai dittatori dei paesi arabi fratelli, bensì un tesoro più raffinato, fatto di quadri. E a far conoscere questa incredibile storia, anzi a riportarla alla luce, è proprio un artista palestinese.
   Nasser Soumi, secondo quanto riferito da AnsaMed, sta recuperando parte delle circa 200 opere donate negli anni '70 da pittori di una trentina di paesi, che hanno voluto esprimere solidarietà alla causa palestinese. Risulterebbero anche quadri di Guttuso, Mirò, Tapies, Giò Pomodoro, Samonà e Treccani. L'Italia contribuì con il maggior numero di artisti, seguita dalla Francia.
   Soumi è un nome noto nel mondo dell'arte araba: nato nel 1948 a Silat el Dhahr, attualmente nel territorio della Cisgiordania, dal 1980 vive a Parigi e ha già organizzato diverse mostre. È appena rientrato dall' Iran, dove ha ottenuto dal direttore del Museo di arte contemporanea di Teheran, Majid Molla Norouzi, l'impegno a far tornare a Beirut 37 delle opere, che da oltre trent'anni giacciono nei suoi depositi. Si tratta di quegli stessi depositi in cui è custodita una delle più grandi e preziose collezioni di arte contemporanea e moderna del mondo (Warhol, Picasso, Giacometti, Van Gogh), cioè quella appartenuta allo scià di Persia e poi nascosta dopo la Rivoluzione khomeinista, esposta al pubblico dopo decenni soltanto nel dicembre scorso.
   Si scopre così che il museo di Teheran possiede anche questo secondo tesoro, che però sarebbe di proprietà dell'Olp. La storia risale al 1978. In quell'anno, infatti, alla Beirut Arab University venne organizzata l'Interna-tional Art Exhibition in Soli-darity with Palestine, con i contributi dei maggiori artisti dell'epoca provenienti da tutto il mondo. Organizzata dall'OLP, la mostra viene ancora oggi presentata come un evento, anche se di breve durata, poiché rimase visibile soltanto dal 21 marzo al 5 aprile del 1978. L'iniziativa palestinese si ispirò a quella andata in scena nel 1973 a Parigi, in solidarietà con il presidente cileno Salvador Allende. Dopodiché la collezione presentata a Beirut, come spesso accade, fu divisa e andò itinerante in diversi paesi, tra cui Giappone e Norvegia. Nel 1982 approdò in Iran, ospitata presso il Museo di arte contemporanea di Teheran. Si tratta dello stesso anno del conflitto israelo-libanese, con l'OLP che abbandona il paese dei cedri per riparare in Tunisia, mentre i capolavori restano nella capitale iraniana.
   Ora Soumi ha deciso di rimettere insieme la collezione, con l'obiettivo di creare il Museo internazionale di solidarietà con la Palestina, creando persino una fondazione a Parigi. Il Museo sarebbe ospitato a Beirut, almeno «finché la Palestina non sarà liberata», ha dichiarato non potendo rinunciare alla stoccata contro Israele. La sua iniziativa è soprattutto politica, volendo portare questa collezione nel Museo Palestinese, edificio costruito vicino a Ramallah, inaugurato a maggio dal presidente del-l'Anp, Abu Mazen, ma che finora non ha ospitato alcuna esposizione. Con questi quadri se ne potrebbe organizzare una, ma come la prenderebbe il popolo palestinese se sapesse del valore di questa collezione nelle mani di quei combattenti che credevano dediti soltanto alla «causa della terra»?

(Libero, 24 giugno 2016)


Musulmani in Israele

di Andrea Marcenaro

Allora. Il 17 per cento della popolazione israeliana è musulmana. Più di 300 imam e muezzin sono stipendiati dallo Stato. Un milione e 400mila israeliani musulmani parlano l'arabo, che è una delle due lingue ufficiali di Israele. 26mila musulmani studiano negli istituti accademici israeliani. I musulmani in Israele sono cresciuti di 10 volte rispetto al 1948. Sono colà diffuse 6 differenti correnti dell'Islam, le moschee sono cresciute del 500% sempre dal 1948, 13 deputati alla Knesset sono arabi e 1700 musulmani prestano servizio nell'esercito con la stella. Visto? Pure gli ebrei neonazisti-razzisti a loro insaputa, ci dovevano capitare.

(Il Foglio, 24 giugno 2016)


Un attaccante israeliano per il Lugano

Si tratta di Ofir Mizrachi, 22enne, proveniente dal Hapoel Kiriat.

 
I gol di Mizrachi
Il FC Lugano comunica che nella giornata odierna é stato sottoscritto il contratto che legherà per la prossima stagione al club bianconero l'attaccante Ofir Mizrachi, di nazionalità israeliana. La punta, che compirà 23 anni il prossimo 4 dicembre, ha disputato le ultime stagioni nel massimo campionato del suo paese con la maglia dell'Hapoel Kiriat di Shmone, totalizzando 24 reti in una sessantina di presenze. Ha anche vinto la coppa di Israele e ha giocato due partite di qualificazioni all'Europa League.
Mizrachi é stato più volte selezionato con la nazionale israeliana U21: lo scorso anno ha formato la coppia offensiva titolare assieme a Dabbur, l'attaccante che ha giocato nel Grasshopper e che é appena stato ceduto al Salisburgo. Quattro i gol segnati con la maglia israeliana dalla nuova punta bianconera.
Dopo aver firmato il contratto Ofir Mizrachi si tratterrà a Lugano per seguire l'allenamento pomeridiano dei compagni e domattina farà ritorno a Tel Aviv per sistemare le pratiche buracratiche. Tornerà in Ticino lunedì per mettersi a disposizione dell'allenatore Manzo e del suo staff.

(ticinonews, 23 giugno 2016)


L'economia israeliana in controtendenza

L'afflusso di capitali stranieri è quasi triplicato dal 2005, anno in cui venne lanciato il movimento per il boicottaggio anti-israeliano.

Israele è sempre più isolato? Sta subendo una diminuzione degli investimenti stranieri? Sembra proprio di no, stando ai dati sugli investimenti dall'estero in imprese israeliane.
Qualche esempio. Hewlett-Packard, gigante globale di personal computer e stampanti che in Israele gestisce otto centri di Ricerca&Sviluppo, ha recentemente istituito la Silicon Valley-Israel HP Tech Ventures, braccio finanziario alla ricerca di innovative aziende americane e israeliane nei campi 3D, realtà virtuale, iper-mobilità, internet delle cose, intelligenza artificiale e apparecchiature sofisticate. Manifestando fiducia nelle potenzialità delle innovazioni mediche israeliane, Orbimed, il principale fondo di investimento al mondo per assistenza sanitaria e gestione delle risorse, ha recentemente raccolto 300 milioni di dollari per il suo secondo fondo in Israele, superando i 222 milioni che aveva raccolto per il primo. Lo scorso mese di maggio la casa automobilistica tedesca Volkswagen ha concluso un accordo di partnership strategica per un investimento 300 milioni di dollari con la start-up israeliana Gett che si occupa di servizi taxi e applicazioni per logistica e distribuzione. Non basta. La General Motors ha annunciato il triplicamento del personale, da 100 a 300 dipendenti, nel suo centro Ricerca&Sviluppo a Herzliya. Il centro ha già sviluppato una serie di tecnologie contribuendo a migliorare i margini di competitività della GM sul mercato globale. Dal 2011 GM Ventures, braccio finanziario della società, ha continuato a investire in un certo numero di aziende start-up israeliane....

(israele.net, 24 giugno 2016)


Expo, inaugurata in Israele Kkl forest

Al progetto hanno oltre 45 mila persone provenienti da 50 Paesi

 
MILANO - Si è svolta nella foresta di Yatir (Israele) la cerimonia di inaugurazione di 'Kkl Expo Forest'.
L'area dedicata è stata creata grazie alla partecipazione dei visitatori del Padiglione Israele a Expo Milano 2015. Attraverso il totem interattivo del Kkl, presente nel Padiglione, ogni visitatore aveva la possibilità di piantare un albero in Israele.
Sulla targa è inciso: "In onore di Expo Milano 2015. Più di 45.000 mila persone, provenienti da 50 paesi diversi nel mondo, hanno partecipato a questo progetto". Alla cerimonia hanno partecipato il Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, l'ambasciatore Francesco Maria Talò, il direttore generale Kkl Israele, Meir Spiegler, il commissario generale padiglione Israele, Elazar Cohen, il direttore generale Kkl Italia, Shariel Gun, e la vincitrice del viaggio in Israele, Marta Frittella.
"Israele - ha detto Martina - è stato uno dei Paesi più importanti per Expo. Questa simbolica Foresta sarà l'eredità dell'Esposizione Universale, in Israele".

(ANSA, 23 giugno 2016)


La Svizzera non finanzia il boicottaggio commerciale di Israele

BERNA - La Svizzera non finanzia alcuna campagna per il boicottaggio di prodotti israeliani. Secondo il Consiglio federale, la Confederazione non aiuta nemmeno ONG che incitano alla violenza e all'antisemitismo.
Il consigliere nazionale Christian Imark (UDC/SO) mette in dubbio le organizzazioni non governative (ONG) sostenute dalla Svizzera attraverso l'aiuto allo sviluppo. In una mozione firmata da diversi esponenti di UDC, PPD e PLR si chiede di non sovvenzionare più progetti di organizzazioni implicate in azioni razziste, antisemite o di incitazione all'odio, o ancora in campagne di boicottaggio contro Israele.
La Svizzera si impegna nella promozione della pace e del rispetto dei diritti fondamentali di tutte le parti del conflitto israelo-palestinese. Le organizzazioni partner vengono scelte in base all'esperienza e al contributo a un obiettivo, afferma il governo in una risposta odierna.
Berna non sostiene nessuna organizzazione che incita all'odio, alla violenza, al razzismo o all'antisemitismo. È inoltre estranea anche alle campagne di boicottaggio. Riguardo al conflitto, il Consiglio federale si impegna per una pace negoziata, giusta e duratura.

(Corriere del Ticino, 23 giugno 2016)


F-35: gli Usa "consegnano" a Israele il codice primario per le implementazioni hardware

di Franco Iacch

Il Ministro della Difesa Avigdor Lieberman nella cabina di pilotaggio dell'F-35 israeliano Adir
"Israele è orgoglioso di essere il primo paese nell'area a ricevere ed utilizzare l'F-35: il migliore aereo al mondo. È evidente e ovvio per noi e per l'intera regione che l'F-35, l'Adir, sarà in grado di garantire una vera deterrenza e di accrescere le nostre capacità per un lungo lasso di tempo". È quanto ha commentato poche ore fa Avigdor Liberman, Ministro della Difesa di Israele per il rollout del primo F-35A Lightning II dell'Israeli Air Force.
   È stato considerato un momento fondamentale per il futuro della difesa nazionale del paese. È ritenuto da Israele come il game changer del Medio Oriente. Se considerassimo le attuali capacità, comunque in divenire, tale affermazione potrebbe essere azzardata e dovremmo posticiparla al 2020/22. Se, invece, la considerassimo proprio dal punto di vista di Israele potremmo, a diritto, accettarla. Il motivo è storicamente intuibile. L'F-35 di Israele sarà profondamente diverso, ad esempio, da quello che volerà per l'Italia o comunque da tutte le piattaforme JSF fuori dagli Stati Uniti. Modifiche che lo differenzieranno anche per il 40% dagli altri F-35.
   Tel Aviv, dopo lunghe ed estenuanti trattative, è stata autorizzata ad implementare (secondo prassi consolidata) hardware indigeno e svariati sistemi di guerra elettronica. L'esatta natura delle alterazioni (esterne ed interne) non è chiara, ma alcune di queste dovranno essere scritte nel prezioso codice sorgente, gelosamente custodito dagli USA. Proprio Israele sarebbe riuscita ad implementare le nuove funzionalità senza richiedere l'assistenza degli Stati Uniti. Sarà un'eccezione per l'alleato nel Medio Oriente, che non sarà mai consentita ad altri partner.
   Non è comunque una novità per Tel Aviv, basti guardare le cellule degli F-15 e F-16 profondamente stravolte per incontrare le richieste israeliane. Ufficialmente, Lockheed Martin eseguirà una particolare esigenza del Ministero della Difesa israeliano: estendere il raggio d'azione dell'F-35 di almeno il 30%. Tutte le altre modifiche saranno realizzate in patria. L'attuale raggio d'azione di un F-35 è di circa 1150 km. Se l'F-35 israeliano incrementasse del 30% il suo 'flight range' potrebbe colpire obiettivi iraniani. Tuttavia, anche con questa maggiore capacità, il caccia avrebbe sempre necessità di un rifornimento in volo, considerando che gli obiettivi iraniani si trovano ad una distanza minima di almeno 1000 km.
   L'F-35 è tecnologicamente più avanzato rispetto all' F-16I (la 'I' sta per Israele) ed è considerato uno dei più potenti caccia in produzione. Il velivolo della Lockheed Martin, diventerà il primo aereo stealth in forza all'IAF. A differenza di altri contesti, come il Canada ad esempio, Israele punta molto sulla bassa osservabilità e l'avionica.
   Per molti anni, la tecnologia stealth è stata ritenuta troppo costosa per essere implementata sui piccoli aerei, motivo per cui fu utilizzata solo sui bombardieri più grandi e costosi come il B-2, il B-1 e l' F-117. Il recente sviluppo dell'F-35 consente l'incorporazione delle caratteristiche a bassa osservabilità ad un prezzo "contenuto".
   L'F-35, infine, è stato progettato per essere equipaggiato con migliori sistemi elettronici di bordo al mondo: essi saranno parte integrante del velivolo e non come dotazione supplementare così come avviene per altri caccia tattici. Tecnologia stealth ed avionica che hanno già un ipotetico avversario: l'S-300 russo acquistato dagli iraniani. L'Almaz-Antey S-300PMU-1 è un sistema di difesa progettato per la difesa tattica contro bersagli ad ampio spettro come missili balistici, velivoli ed elicotteri. Secondo la Almaz-Antey, società russa che produce il sistema, l'S-300 dovrebbe essere letale contro tutti i caccia di quarta generazione e, comunque, contro tutti i vettori non dotati di tecnologia stealth. L'azienda russa sostiene anche che gli S-300 hanno una certa capacità di identificare i caccia di quinta generazione, ma queste sono soltanto supposizioni.
   La versione S-400, invece, è stata progettata proprio per intercettare le minacce stealth occidentali.

(Difesa Online, 23 giugno 2016)


State of the Heart: In Israele la conferenza sulle ultime novità cardiovascolari

 
Centinaia di ricercatori e operatori sanitari da tutto il mondo si sono riuniti presso l'ospedale Rambam di Haifa per una conferenza chiamata State of the Heart.
La conferenza ha affrontato le sfide globali nel trattamento cardiovascolare e ha evidenziato i cambiamenti innovativi nel campo, a seguito dell'utilizzo di tecnologia all'avanguardia. Il Campus Rambam Health Care è un ospedale accademico di circa 1000 letti che copre gli oltre due milioni di residenti del nord di Israele.
La conferenza è culminata con la cerimonia Rambam Award, che "riconosce i notevoli individui per il loro contributo alla medicina, la scienza e la tecnologia, così come la loro passione e generosità speciale verso lo Stato di Israele".
Quest'anno i riconoscimenti sono stati attribuiti al Prof. Eric Topol della Scripps Translational Science Institute, Sandor Frankel del Leona M. e Harry B. Helmsley Charitable Trust e al Prof. William Brody, già presidente del Salk Institute.
Brody è stato riconosciuto per innovazioni nel trattamento delle malattie cardiovascolari. Si è specializzato come medico e ingegnere in tecnologie di imaging un aspetto del trattamento cardiovascolare che ha percorso una lunga strada con funzionalità di scansione MRI e CT.
Il professor Yuval Noah Harari, l'autore del bestseller Sapiens: A Brief History of Humankind (Sapiens: Breve storia del genere umano), ha parlato alla conferenza di ciò che ha descritto come il futuro della medicina, il cambiamento di paradigma tra il curare il malato e migliorare la salute.
Rafi Beyar, Amministratore Delegato e Direttore Generale del Rambam Health Care Campus, ha commentato:

Il vertice annuale è a completamento di un intero anno di impegno del Rambam sulla ricerca medica e l'innovazione. Alla conferenza vengono presentate le più recenti tecnologie mediche d'avanguardia, nonché i metodi e le pratiche che compongono la medicina della frontiera digitale.

(SiliconWadi, 23 giugno 2016)


Brexit e Israele

di Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi

Il referendum sulla Brexit non è solo una questione esclusivamente British ma impone una attenta analisi fuori dei confini del Vecchio Continente. Il valore e il peso dell'esito di questo appuntamento hanno ricadute internazionali che vanno ben oltre la cornice europea. «L'uscita della Gran Bretagna dalla Ue sarebbe una battuta d'arresto non solo economica ma geopolitica» ha recentemente commentato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. L'ansia di Londra, in queste ore di voto, contagia le borse, le banche e le altre capitali europee.
    Anche in Medioriente il dibattito è aperto. La Brexit entra persino nella questione più intrigata di sempre: il conflitto israelo-palestinese. Non poteva essere altrimenti, la Terrasanta, come oggi la conosciamo geograficamente, è strettamente legata alle scelte politiche dell'Impero di Sua Maestà: il vulnus storico è, e rimane, il periodo del Governatorato britannico della Palestina post Prima Guerra Mondiale. Con l'inasprimento del confronto tra arabi ed ebrei, "l'uso e la strumentalizzazione" dell'odio degli uni verso gli altri, radicando nelle rispettive società e culture la paura e l'uso della violenza. Un orrore, che nasce da un errore, di cui ancor oggi paghiamo le drammatiche conseguenze.
    Alla vigilia del voto inglese è interessante osservare e capire come a Gerusalemme palestinesi ed israeliani riflettono su questa scadenza elettorale. La maggioranza delle persone, di qua e di là dal muro, dimostrano un approccio di fondo strettamente legato al proprio portafoglio, guardando la concretezza della cosa, gli effetti immediati sulla valutazione della moneta visto che l'Europa è il primo partner commerciale: cosa farà lo shekel, ci sarà la svalutazione del nuovo siclo israeliano in caso di Brexit? Domanda più che logica. Tuttavia, indipendentemente dagli effetti monetari, ci preme mettere in risalto anche taluni aspetti più tecnicamente "diplomatici". Secondo Tusk l'uscita rappresenterebbe un cataclisma: «potrebbe essere l'inizio della distruzione non solo dell'Unione europea, ma di tutta la civiltà politica dell'Occidente». Gli analisti israeliani sono divisi sul significato oggettivo della Brexit.
    Per Israele, c'è chi ritiene che produrrà un cambiamento in negativo "è preferibile che la Gran Bretagna rimanga nella Ue dove rappresenta una voce moderata in favore di Israele. Preferiamo vedere un'Europa solida economicamente, commercialmente e fortemente unita nella sua battaglia contro il terrorismo" ha affermato una fonte autorevole israeliana. E chi invece, in maniera diametralmente opposta, assume che ci sarà un effetto positivo con la riduzione della tendenza ad appoggiare la causa palestinese e il frastagliarsi dell'Ue. Indebolendo notevolmente l'influenza europea nello scenario Mediorientale e smontando definitivamente l'iniziativa di Parigi per la riapertura del processo di dialogo tra israeliani e palestinesi, osteggiata dallo stesso Netanyahu.
    Per parte della destra israeliana nazionalista vale il concetto che "con l'uscita britannica l'Ue diventa più fragile e questo avrà un impatto positivo, perchè nel suo complesso le istituzioni dell'Unione sono su posizioni molto più critiche nei confronti di Israele rispetto ai singoli paesi europei". La lettura della Brexit che fa il lato palestinese appare più distaccata, alcuni accademici ritengono infatti che, a prescindere dal risultato finale, il Regno Unito e l'Europa hanno imboccato un percorso irrefrenabile di "simpatia e vicinanza" per le sorti della Palestina: "La Gran Bretagna dentro o fuori non cambierà l'atteggiamento europeo", ripetono da Ramallah. La controversia degli insediamenti israeliani nella West Bank è materia sentita e fatta sentire da Bruxelles, la voce europea suona stonata per Gerusalemme. E così qualcuno mormora che i mal di pancia di Netanyahu per le richieste della Mogherini si curano con la Brexit.

(QuiNews Pisa, 23 giugno 2016)


L'insostenibile leggerezza del politicamente scorretto

Essere politicamente scorretti, purtroppo, non è una scelta.

di Michael Sfaradi

Lo si diventa quando senza guardare in faccia nessuno si cerca la verità dei fatti al fine di rimettere le cose al giusto posto. Lo si diventa per dare un senso alla propria onestà intellettuale e si agisce con tutta la buona fede possibile anche se poi ci si ritrova dalla 'parte sbagliata della barricata' con tutte le conseguenze che inesorabilmente colpiscono gli affetti, le amicizie e, come accade troppo spesso, la vita professionale.
    Inutile girarci intorno, viviamo in un mondo dove leggi, usanze e buon senso, si piegano ad uso e consumo degli interessi di coloro che pur di avere ragione, o dare ragione agli ideali con i quali sono cresciuti e davanti ai quali perdono sia il senso critico che la ragione, sono oggi capaci di sostenere tutto e il contrario di tutto.
    Poi, se il gioco vale la candela, gli stessi si svegliano una mattina, anche a brevissima distanza di tempo dai fatti e, con una nonchalance che farebbe invidia a un parigino D.O.C., riescono a sostenere l'esatto contrario smentendo se stessi e mentendo sapendo di mentire.
    Insomma cercare di far ragionare chi pur di avere ragione inizia le sue risposte a domande precise con il 'sì ma pure…' o con 'ma anche…' con l'intenzione di dribblare la questione scomoda portandola da qualche altra parte, o quando viene messo davanti alle sue responsabilità chiude le discussioni con un laconico 'mah', è un'inutile perdita di tempo.
    Un capitolo a parte tocca poi a quelli che inserendo un 'ma su…' all'interno di un qualsiasi commento o ragionamento credono di essersi assicurati la ragione a ogni costo.
Vi chiederete il perché di questa mia non breve introduzione, è molto semplice, si tratta di un leggero sfogo dopo aver letto le polemiche del popolo duro e puro della 'sinistra' italica, ma presumo che polemiche simili siano scaturite da tutte le sinistre europee, alle critiche, questa volta interne allo stato di Israele e al suo mondo politico, relative all'incontro che il leader laburista Yitzhak Herzog ha avuto con il presidente dell'A.N.P. Abu Mazen prima delle ultime elezioni politiche israeliane.
La critica principale che è stata posta a Herzog sta nel fatto che in uno stato democratico incontri politici di quel livello sono compito del Primo Ministro che, sempre in uno stato democratico propriamente detto, rappresenta la nazione intera.
    Se invece lo fa il leader dell'opposizione, che rappresenta solo il suo partito o la sua area politica, la sua azione oltre a sconfinare in territori che non gli competono può solo creare danno e confusione soprattutto quando si ha a che fare con il mondo arabo dove le trattative sono un'arte.
    Troppe volte siamo stati testimoni che proposte in fase di trattativa da parte palestinese sono state selezionate e vivisezionate con il fine di lasciare in vita ciò conveniva facendola diventare di fatto un vantaggio acquisito e mettendo nel dimenticatoio ciò che poteva loro ritorcersi contro.
    Ma le anime belle della sinistra israeliana e non, rispondono alle critiche che il leader laburista Yitzhak Herzog, al contrario di Netanyahu, con Abu Mazen ci si è incontrato e che ha portato avanti delle trattative su una base non lontana alle proposte avanzata da Bill Clinton a Camp David nel luglio 2000, proposte accettate dal premier israeliano Ehud Barak ma respinte da Arafat.
    Fermo restando, in questi casi a scanso di equivoci vale sempre la pena di ricordarlo visto che questo particolare fondamentale in molti a sinistra fa comodo dimenticarlo o nasconderlo, che Herzog non aveva nessun mandato per parlare a nome della nazione, che se Netanyahu non ha incontrato il Presidente palestinese, nonostante diversi inviti senza precondizioni è solo perché quest'ultimo non ha accettato gli incontri, che senso avrebbe avuto incontrare Abu Mazen per parlare con lui su di una base di trattativa che da parte palestinese è già stata rifiutata? Bisogna essere dei geni per capire che si trattava d'inutile perdita di tempo oppure si voleva dimostrare che Abu Mazen con le sinistre israeliane si incontra e con gli altri no? E anche ammesso: sono forse i palestinesi che gestiscono l'agenda politica israeliana decidendo a priori chi deve o no rappresentare lo Stato Ebraico? A questo punto la domanda nasce spontanea: Ma la 'sinistra' in genere, non solo quella israeliana, che con lo sfrontato supporto della stragrande maggioranza dei media è bravissima a tenere gli avversari politici sotto stretto controllo, guardando ogni loro mossa con la lente di ingrandimento, e che è sempre pronta ad alzare gli scudi quando gli altri escono dal seminato, lo sa che se esistono delle regole le stesse valgono anche per loro? Se non lo sanno è giunto il momento che vadano a studiare, se invece fanno finta di non saperlo è giunto il momento di cambiare atteggiamento anche perché alla lunga la corda può spezzarsi e le conseguenze sono sempre imprevedibili.
    Per aumentare la benzina sul fuoco è uscita anche la notizia, impossibile averne però conferma, che l'ispiratore di queste trattative illegali sia stato addirittura l'ex presidente Shimon Peres.
    Se questo dovesse essere confermato la faccenda diventerebbe ancora più grave di quello che è perché una vecchia volpe politica come lui non può non sapere che a certa azioni ci sono poi delle reazioni contrarie, e quando si tratta di politica non sono mai della stessa forza e potenza.
    Qualcuno ha chiamato traditori sia Herzog che Peres, e sicuramente questo è esagerato, ma così facendo oltre ad aver detto delle castronerie hanno dato modo ai difensori ad oltranza del 'sinistro' pensiero di usare quest'esagerazione per dare vita a una polemica sulla polemica cercando una cortina di fumo che copra l'incontro fra Herzog e Abu Mazen, vicenda che rischia di scoppiare loro fra le mani.
    Ma c'è un ma, il popolo ebraico, da sempre, è abituato a discutere su tutto anche sulle leggi divine, e se le leggi divine da più di cinquemila anni sono oggetto di discussione figuriamoci se un personaggio politico, anche il più rappresentativo, può sentirsi al sicuro da critiche e commenti.
    Per questo tutte le 'belle anime' sempre loro, quelle di sinistra, possono solo mettersi l'anima in pace anche perché Peres, inutile girarci intorno, è più amato all'estero che in patria.
    Nella sua lunga carriera infatti l'ex Presidente non ha mai vinto un'elezione e la sua carriera si è sviluppata al seguito di altri politici, a cominciare da Ben Gurion per finire con Rabin passando per Levi Eshkol e Golda Meir.
    Non si fa un grande regalo alla storia se si vuole dimenticare o nascondere che Shimon Peres, icona vivente di tutte le sinistre, era odiato da Rabin, altra icona storica delle sinistre, che male sopportava questa presenza obbligata come ministro nei suoi governi.
    Un commento che ho recentemente letto sui 'social network' diceva: "Prima di esprimersi con leggerezza nei confronti di Shimon Peres molte persone dovrebbero mordersi la lingua e ripensare al suo ruolo nella costruzione e nella difesa dello Stato d'Israele". Non credo di essermi espresso con leggerezza e posso assicurare i lettori che non mi morderò mai la lingua perché se sono convinto che il ruolo di Peres nella costruzione e nella difesa di Israele merita uno studio approfondito da parte di storici non di parte perché nella sua opera di chiaroscuro, come in ogni politico che si rispetti, ce n'è molto.
    Non è giusto, e questo vale per tutti da destra a sinistra, metterne in risalto le cose positive nascondendo per partito preso quelle negative o fare l'esatto contrario quando si valuta un avversario politico.
    Tutto questo perché in Israele un Presidente o un ex Presidente non è mai al di sopra di critiche, considerazioni e della legge, e Israele, nella sua alta democraticità che non ha pari, è l'unica nazione al mondo che quando si è trovata davanti al dilemma se aprire o no le porte del carcere a un altro ex Presidente (Moshe Katzav) ha deciso che le regole vanno rispettate e che quando si cade nella rete della giustizia i debiti vanno pagati… da tutti.

(TICINO live, 23 giugno 2016)


Nel deserto del Negev torre solare da record

Via al cantiere. Alta 240 m. sarà circondata da 55 mila specchi

di Maicol Mercuriali

Il progetto è Faraonico, sia nelle cifre in ballo che nella maestosità. al termine di un investimento tra i 500 e i 650 milioni di euro, nell'arido deserto del Negev, in Israele, sorgerà la più alta torre solare del mondo, un innovativo impianto per la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile.
   La Torre di Ashalim si ergerà per 240 metri e sarà circondata da 55 mila specchi che copriranno una superficie di 300 ettari Immaginate circa 400 campi da caldo, uno a fianco dell'altro, e poi al centro questo grosso cilindro alto quanto una discreta collina. La torre solare israeliana sarà visibile da decine di chilometri di distanza e, quando alla fine dell'anno prossimo sarà completata, abbatterà il record dell'attuale torre solare più alta del mondo, i 137 metri di un impianto simile costruito in California.
   La distesa di specchi serve per concentrare l'energia solare, la quale scalderà l'acqua fino a farla diventare vapore e raggiungere i 600 C. II vapore sarà fatto convogliare sino ai piedi della torre, dove sono poi presenti le turbine che produrranno energia elettrica. Quanta? Si stima possa soddisfare tra l'1 e il 2% del fabbisogno energetico di Israele, diciamo che la Torre di Ashalim è in grado di coprire i consumi energetici di una città con 110 mila famiglie.
   II progetto, finanziato dal gruppo statunitense General Electric e dal fondo di investimento israeliano Noy, fa parte della politica energetica di Israele che, nel 2020, vorrebbe utilizzare il 10% di energia rinnovabile e rendersi così meno dipendente dalle forniture di Paesi terzi. Secondo Eitan Parnass della Green Energy Association, Israele potrebbe soddisfare i suoi consumi elettrici usando solamente il 4% della superficie del deserto del Negev.
   Lo Stato di Israele si impegnato ad acquistare l'energia qui prodotta per una durata di 25 anni e non è un impegno da poco. Perché, come spiega su Le Parisien Eran Gartner, a capo del consorzio Megalim che sta portando avanti i lavori nel deserto del Negev, «l'energia prodotta da una torre solare è da due a tre volte più costosa rispetto all'elettricità prodotta da una centrale convenzionale a carbone o petrolio».
   La particolarità dell'impianto, rispetto ad esempio alle distese di pannelli fotovoltaici, è che sarà in grado di funzionare anche dopo il tramonto, grazie a un sistema di stoccaggio dell'energia solare.

(ItaliaOggi, 23 giugno 2016)


«Il mio piano per la comunità ebraica di Firenze»

Parla il neo presidente Bedarida: sì alla moschea, come luogo di studio e culto

di Jacopo Storni

«Porteremo cibo e vestiti alle persone bisognose che vivono ai margini della nostra città' la nostra comunità vuole contribuire a combattere il disagio sociale in aumento a causa della crisi». E il primo dei progetti annunciati da Dario Bedarida, nuovo presidente della Comunità ebraica di Firenze, eletto mercoledì sera al posto di Sara Cividalli che, al termine dei quattro anni di mandato, rappresenterà Firenze nel consiglio nazionale dell'Ucei. L'idea è quella di mettersi al servizio delle associazioni e del Comune che già operano su questo fronte e, come comunità ebraica, rendersi parte attiva nell'aiuto alle fasce più deboli della popolazioni.
   Ma è solo uno dei fronti su cui intende agire Bedarida, alla sua seconda presidenza (l'ultima dal 2004 al 2008). «Sarà un lavoro in continuità con la ex presidente - ha detto Bedarida - Vorrei lavorare sulla semplificazione e sulla razionalizzazione delle risorse, eliminando le cose inutili e concentrandosi sugli aspetti più importanti della comunità come culto, cultura, supporto sociale e le attività giovanili».
   A proposito di giovani, il neo presidente vuole puntare molto su di loro, che dovranno diventare una delle anime della comunità, tanto da aver nominato nel consiglio Rachel Camerini, 27 anni. Proseguirà anche l'attività del Balagan Cafè, il forum estivo in cui la sinagoga si apre con eventi alla città. «L'ho sempre sostenuto e sono contento che esista». E sono allo studio attività culturali da svolgere non solo in estate, ma anche durante l'autunno e l'inverno.
   Quanto al successore del rabbino Joseph Levi (che lascerà nel luglio 2017, secondo l'accordo trovato dopo anni di contrasti sul suo pensionamento), Bedarida ha detto che «ci attiveremo quando saremo più vicino alla fine del mandato per trovare un nuovo rabbino che possa continuare l'attività a Firenze e possa mantenere i rapporti con l'esterno».
   Infine, la delicata questione moschea, a cui il neo presidente si dice favorevole, a certe condizioni però: «Sono favorevole alla nuova moschea in città, noi come ebrei abbiamo la possibilità di avere i nostri luoghi di culto, così come tante altre religioni, ed è giusto che lo abbiano anche i fedeli islamici, a patto però che la moschea sia un luogo di studio e di culto». Tra l'altro, aggiunge Bedarida, «ho sempre avuto ottimi rapporti con l'imam Izzedin Elzir, lo conosco da 15 anni, è importante il lavoro che è stato fatto, e continueremo a fare in futuro, sul dialogo interreligioso e sul dialogo di conoscenza reciproca perché in questo modo si possono creare le condizioni per vivere in pace».

(Corriere Fiorentino, 23 giugno 2016)



Parashà della settimana: Shlach (Manda)

Numeri 13:1-15:41

 - La parashà di shelah che significa ''manda'' degli esploratori per conoscere la Terra d'Israele, è legata alla precedente parashà Be'alotehà dal comune denominatore della maldicenza.
  Miriam era stata punita con la "lebbra'' per aver calunniato suo fratello Moshè. Gli esploratori che non hanno imparato da questo episodio premonitore, avendo deliberatamente calunniato la terra d'Israele, sono stati puniti con ''l'esilio'' (Numeri13.32).
  Cosa stava accadendo nel deserto del Sinài?
  Il popolo era giunto ai confini della Terra promessa e Moshè designa un responsabile per ogni tribù con l'obiettivo strategico di andare ad esplorare il Paese onde preparne la conquista.
  I dodici capi designati partono e restano quaranta giorni nel Paese. Al loro ritorno portano dei frutti meravigliosi (grappoli d'uva giganteschi) ma dichiarono, ad eccezione di Giosuè e Calev, che giammai sarà possibile conquistare la Terra d'Israele, perché è ''un Paese che divora i suoi abitanti'' (Numeri 13.32).
  Una profonda depressione si impossessò allora del popolo in seguito all'ascolto di queste parole senza fede e senza speranza. Il popolo ''pianse'' tutta la notte, reclamando il suo ritorno in Egitto. Era il 9 del mese di Av!
  Il midrash a riguardo aggiunge: "Voi piangete questa notte per nulla, ma verrà una notte del 9 di Av dove piangerete con ragione''. E' la profezia della distruzione del Tempio di Gerusalemme. La mano aperta di D-o si trasformerà nel pugno chiuso di Roma. "Misura contro misura''.
  Il popolo dopo tutti i miracoli accaduti in suo favore, compreso il passaggio all'asciutto tra le acque del mare, aveva perso la fede in D-o Benedetto. Tutta la generazione uscita dall'Egitto fu per questo motivo condannata a finire la sua esistenza nel deserto del Sinài.
  Il peccato degli esploratori è considerato dalla Tradizione come uno dei più gravi, essendo il rifiuto di entrare in Terra di Israele l'origine dello esilio e delle sofferenze del popolo.
  Ma chi sono gli esploratori dei tempi moderni? Non dimentichiamo che gli esploratori biblici, mandati da Moshè, erano ebrei. Ma di questi soltanto due tribù quella di Giuda, guidata da Calev e quella di Giuseppe, capeggiata da Efraim, avevano dato speranza e coraggio al popolo per entrare nella Terra e conquistarla.
  Questo sta a significare che le due tribù suddette incarnano l'amore per la Terra d'Israele e la forza per conquistarla. Oggi i territori "contesi'' sono proprio la Giudea e la Samaria dove vivono degli ebrei che non si lasciano inpressionare dalle mezze verità di esploratori "rinunciatari'', che prepano, D-o non voglia, una nuova distruzione di Gerusalemme.
  Il messaggio della Torah è di un'attualità bruciante: tutte le rivendicazioni dei nostri nemici si concentrano proprio sulla Giudea-Samaria (BDS), tollerando il Terrorismo islamico nel mondo intero pur di soffocare Israele.
  La presenza ebraica in questi territori dipende dalla nostra fede e dal nostro coraggio. "Andiamo e prendiamo possesso del Paese!'' (Numeri13.30). Credere che l'avvenire del popolo ebraico sia altrove è una grossa illusione, che porta se stessi e gli altri a pericolosi errori, che sono stati pagati spesso con la vita.
  La parashà termina con l'episodio dell'uomo che raccoglie della legna nel giorno del Sabato (Numeri 15.32).
   Il fatto, che si inserisce tra due rivolte, quella degli esploratori e quella successiva del gruppo di Corach, vuole segnalare un caso di ribellione individuale alla Torah, come la profanazione del Sabato.
  La raccolta della legna difatti comprende anche altre azioni vietate come la spaccatura di questa per accendere il fuoco, farne delle fascine oppure il suo trasporto.
  Il gesto veniva aggravato perché fatto in pubblico e alla presenza di testimoni, che avevano avvisato l'uomo a non commettere la trasgressione. Esisteva dunque la sua volontà (mezid) a trasgredire, per cui non può essere accordata alcuna circostanza attenuante. La pena fu la condanna capitale mediante lapidazione. F.C.

*

 - Il popolo è ormai vicino alla terra che Dio ha promesso di dargli, non resta che entrare. Dio ordina a Mosè di mandare degli uomini a esplorare il paese, ma perché uno per tribù? Se era per motivi militari, non sarebbe stato meglio scegliere un gruppetto di persone particolarmente qualificate per quello scopo, indipendentemente dalla tribù di appartenenza? Dio però non vuole dei tecnici militari, ma dei rappresentanti politici, perché dal seguito del discorso si capisce che la missione era un test. Tutto il popolo doveva prendere conoscenza diretta della realtà che li aspettava e prendere posizione: Dio voleva vedere quello che avevano nel cuore. La relazione fatta dai rappresentanti delle tribù era corretta: il paese era meraviglioso e gli abitanti spaventosi. La domanda a cui adesso il popolo doveva rispondere non era "che fare?" ma "a chi dobbiamo credere?" Dobbiamo credere a chi dice che non ce la potremo mai fare o a chi dice che "se l'Eterno ci è favorevole ci condurrà in questo paese e ce lo darà" perché "l'Eterno è con noi"? L'Eterno aveva già detto che avrebbe dato loro quel paese, quindi il dilemma era se credere a Dio oppure no. E il popolo disprezzò l'Eterno mettendo in mostra la sua incredulità. Mosè, Aaronne, Giosuè e Caleb cercarono di convincerlo a manifestare in modo pratico la sua fede in Dio entrando nel paese, e il risultato fu che "tutta la comunità parlò di lapidarli" (Numeri13:10). In questo modo si vede che così come le nazioni nemiche di Dio si mettono contro il popolo di Dio, così il popolo disubbidiente a Dio si mette contro i servi di Dio mandati in mezzo al popolo.
  Erano nella disubbidienza incredula, ma sapevano con chiarezza che cosa bisognava fare. La prima volta non avevano saputo aspettare e nella di fretta di arrivare a destinazione avevano ordinato ad Aaronne di fargli un dio che li portasse a destinazione; questa seconda volta invece non si rivolgono a un sacerdote per chiedergli un dio, ma parlano fra di loro: «Nominiamoci un capo e torniamo in Egitto!» (Numeri 14:4). E' il trionfo della democrazia: un governo di popolo per andare in direzione contraria a quella indicata da Dio.
  A questo punto emerge la tipica domanda biblica: "Fino a quando?" E' una domanda che forse rivolgiamo anche noi a Dio con le parole del salmista: "Fino a quando avrò l'ansia nell'anima e l'affanno nel cuore tutto il giorno?" (Salmo 13:2). Qui invece è Dio che rivolge a Se stesso la domanda, prima riguardo al popolo: «Fino a quando mi disprezzerà questo popolo? Fino a quando non avranno fede in me dopo tutti i miracoli che ho fatti in mezzo a loro?» (Numeri 14:11); poi riguardo a Se stesso: «Fino a quando sopporterò questa malvagia comunità che mormora contro di me?» (Numeri 14:27). Anche Gesù rivolse a Se stesso questa domanda davanti al popolo che dubitava di Lui: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò?» (Matteo 17:17).
  Il Signore fa a Mosè la stessa offerta della prima volta: distruggerò questa nazione e farò di te una nazione più grande. Ma anche questa volta Mosè non accetta. Il popolo aveva già ricevuto il "dono della legge" dalle mani di Mosè, perché allora adesso rischia di essere distrutto? Era stato poco osservante della legge? poco solerte nel mettere in pratica i precetti di Dio? ne aveva trasgrediti un po' troppi? No, non era una questione di osservanza di comandamenti, ma di fede: non avevano creduto nella Parola di Dio.
  Qui interviene ancora una volta Mosè, il quale non si mette dalla parte del popolo, non cerca di difenderlo, non presenta attenuanti, ma si fa difensore dell'onore di Dio. Entra in gioco ancora una volta il fatto che Dio è presente in mezzo al suo popolo. E gli altri popoli lo sanno: «Essi hanno udito che tu, o Eterno, sei in mezzo a questo popolo, che ti mostri loro faccia a faccia, che la tua nuvola sta sopra di loro e che cammini davanti a loro di giorno in una colonna di nuvola e di notte in una colonna di fuoco» (Numeri 14:14). Tu, Signore - sembra dire Mosè - dal momento che hai scelto di abitare in mezzo al tuo popolo, hai impegnato il tuo Nome davanti agli altri popoli, i quali sanno tutto questo e ne tremano. Se il tuo popolo perisce, sei Tu che ci perdi la faccia. Quindi "perdona, ti prego, l'iniquità di questo popolo, secondo la grandezza della tua bontà, come hai perdonato a questo popolo dall'Egitto fin qui» (Numeri 14:20).
  Invece di fulminare l'impudente interlocutore, il Signore ascolta e perdona. Che c'entra la legge in tutto questo? Niente. Il popolo di Dio non vive per l'osservanza della legge e non muore per la sua inosservanza. Se ancora oggi è vivo, non è perché ha osservato diligentemente i precetti del severo legislatore Mosè, ma perché il Signore ha ascoltato la preghiera accorata del mediatore Mosè. E ha manifestato la sua grazia.
  Dio perdona e salva il popolo, ma lo punisce, facendo perire quella generazione nel deserto, ad esclusione dei pochi che avevano creduto in Lui. Le parole con cui il Signore spiega la sua decisione sono geniali. Avevate paura di essere uccisi? Questo avverrà, ma non saranno i Cananei a farlo, sarò Io stesso. Non volevate entrare nel paese? Non vi entrerete, vi farò girare nel deserto fino a che non morirete di morte "naturale". Quanto ai dieci esploratori che hanno screditato il paese davanti al popolo, loro non moriranno di morte naturale, loro moriranno «colpiti da una piaga, davanti all'Eterno» (Numeri 14:37). Eravate preoccupati per l vostri bambini? Niente paura, i bambini entreranno nella Terra promessa, ma non sarete voi ad accompagnarli, perché i vostri cadaveri saranno consumati nel deserto. Il Signore è misericordioso, ma con Lui non si scherza.
  La generazione di Mosè è stata pesantemente punita, ma per l'intercessione di Mosè il popolo è salvo. "Am Israel khai", il popolo d'Israele vive. M.C.

  (Notizie su Israele, 23 giugno 2016)


C'è il divino nel dna dell'ebraico

Lo scrittore Aharon Appelfeld sarà premiato sabato a Lignano per la vita e l'opera

di Aharon Appelfeld

La letteratura ebraica è una letteratura antica, che affonda le sue radici nella Bibbia e nel lungo groviglio della storia ebraica. È scritta in lingua ebraica, in quelle righe soffia il vento della Creazione e ai miei occhi è quasi un miracolo che sia comprensibile in traduzione.
   La letteratura ebraica moderna è in prevalenza secolare, ma una lingua estratta dalla Bibbia non può essere - neppure se lo volesse - completamente secolare. Le parole, le frasi, i silenzi fra le frasi evocano inevitabilmente i nomadi terrestri che erano in comunicazione con i cieli. Il divino calato nel terrestre è nascosto nella lingua ebraica.
   Il dialogo fra l'uomo e Dio mormora in lingua ebraica. La vita e le ideologie moderne hanno contribuito molto a secolarizzare la lingua ebraica, ma la lingua antica non si arrende facilmente. La religiosità continua a scorrere nelle sue vene. Quel flusso nascosto non è percepibile dall'orecchio esterno, ma ci sono giorni in cui esce allo scoperto e mette a disagio i suoi parlanti.
   La lotta della lingua ebraica è il destino dello scrittore ebraico. Naturalmente è possibile scrivere in ebraico e dimenticare da dove esso provenga e chi lo parlava, ignorare i contenuti che porta nelle sue cellule nascoste, ma il costo di quell'oblio a volte può essere fatale.
Ho parlato di religiosità, ma non intendevo con questo la religione organizzata, che è immobilizzata in strutture permanenti. La religiosità è un sentimento primordiale, che scaturisce dall'anima e provoca meraviglia, stupore, il mistero dell'esistenza e il dolore della nostra transitorietà. La Bibbia è capace di sfiorare questi sentimenti primordiali con ciascuna delle sue lettere.
   Tuttavia, oltre e insieme a questi sentimenti primordiali, la religiosità biblica - e la successiva ebraica - ci dicono che l'uomo non è una bolla chiusa/cieca che appare per un istante e subito scompare, è invece un essere fondamentale in tutta la creazione, che ha il potere non solo di vivere e di sussistere, ma anche di collaborare con Dio per guarire il mondo.
   Perfino nella Bibbia, intendo nel Vecchio testamento c'è una distinzione. Si dice che l'uomo è solo cenere, un'ombra passeggera. Questa è una visione molto pessimistica. L'uomo passa come un'ombra. Ma sempre nella Bibbia si dice anche che l'uomo è creato a immagine di Dio, che l'uomo è parte della divinità, non gli è estraneo. Dio non è solo. In seguito, nel misticismo ebraico, l'uomo diventa una parte di Dio. Perché? Perché il mondo non è perfetto, l'uomo non è perfetto. Forse neppure la divinità è perfetta. Dio ha bisogno dell'uomo per migliorare. Dio non è un estraneo.

(Il Piccolo, 22 giugno 2016)


Israele riceve fino a due milioni di attacchi Cyber al giorno

Israele si misura quotidianamente con un minimo di 200 mila ed un massimo di due milioni di attacchi cibernetici: lo ha detto al Times of Israel il professor Isaac Ben Israel, il direttore del Centro interdisciplinare di ricerca Cyber dell'Università di Tel Aviv.
Parlando ai margini di una conferenza internazionale di 'sicurezza cyber', Ben Israel ha confermato che per lottare con efficienza contro quel genere di attacchi occorre una maggiore cooperazione a livello globale. "La gente dice: scambiamoci informazioni di intelligence. Ma poi - ha osservato - nessuno lo fa; per cui occorre escogitare altri sistemi".
In Israele, ha spiegato Ben Israel, si punta a creare un "ecosistema cyber vivente" che sforni di continuo nuove idee e che sia abbastanza elastico da affrontare le sempre nuove minacce. Molta importanza viene annessa "allo sviluppo del capitale umano. Gli israeliani non fanno che discutere, siamo critici per natura. Il popolo di Israele criticava Mosè: tutto è cominciato là. Il senso critico - ha concluso - è un bene per l'innovazione".

(tio.ch, 22 giugno 2016)


Ero un fondamentalista

Le lapidazioni nel vecchio stadio di Kabul, l'odio per gli infedeli. Poi l'imboscata dei talebani e la redenzione. La storia di Farhad Bitani, figlio di mujaheddin.

di Matteo Matzuzzi

Farhad Bitani è figlio di un generale dei mujaheddin afghani. Oggi ha trent'anni, quando aveva sette otto anni, in piena guerra civile, con gli amici faceva a gara a chi trovava pit cose di valore nelle tasche dei cadaveri ammucchiati ai bordi delle strade. Poco più grande, partecipava alle lapidazioni pubbliche, triste rito della stagione talebana, quella della Kabul senza alcolici e televisore, perché così pretendeva l'ipocrita moralismo che in realtà, appena calava la sera, permetteva ogni nefandezza. Farhad le pietre addosso alle donne mezze sepolte nei campi che un tempo erano di calcio le tirava eccome, e provava pure un certo godimento, lì tra la folla berciante. Dopotutto, lo facevano tutti. E pazienza se a guardare c'erano pure orde di bambini, spesso pure i figli della condannata. Nessun senso di colpa né pentimento: era la giusta sanzione per i peccatori. Il primo cedimento, quando un uomo fece lapidare la moglie davanti alle proprie figlie, in lacrime: "Lì per la prima volta mi sono chiesto perché fossi lì". Oggi Bitani è in Italia, dove ha studiato all'accademia militare di Modena, quindi alla scuola militare di Torino. Non ci voleva venire, lo costrinse il padre, nominato addetto militare all'ambasciata di Roma dopo la cacciata dei talebani dai gangli del potere statale e il ritorno dei signori della guerra. "E quando il padre dice una cosa, da noi la si fa". Negli anni ha fatto la spola con l'Afghanistan, la madrepatria cui oggi guarda con ben poca fiducia per il futuro. Ha scritto un libro per raccontare la sua storia, "L'ultimo lenzuolo bianco" (Guaraldi), presentato nelle scuole e in tante sale ricreative lungo la penisola. Un'autobiografia che è anche una sorta di viaggio verso la redenzione, la scoperta che si può vivere anche senza montare e smontare kalashnikov dalla mattina alla sera. La scorsa settimana, Farhad è intervenuto al Centro Culturale Roma, intervistato da Roberto La poca fiducia nel futuro dell' Afghanistan: "Prima c'erano i mujaheddin, poi i talebani, ora di nuovo i mujaheddin" Fontolan. A margine dell'evento, l'ex capitano dell'esercito afghano racconta al Foglio la sua esperienza, come abbia fatto un giovane ragazzo che lapidava donne e che appena sbarcato in Italia si augurava "la morte di questi infedeli" a cambiare. Una folgorazione à la san Paolo? "Macché", ride. "Sono stati tanti piccolissimi gesti di umanità, tanti piccolissimi incontri. Dio, quello vero, mette nel cuore di ciascuno di noi un punto bianco, che consente a tutti di cambiare". Di avere una seconda occasione. Ci tiene a sottolineare quanto minuscoli fossero questi eventi, rimarcando così "un percorso lento, difficile e faticoso". Nulla di facile e immediato, insomma: "Non vale dire che si è cambiati svegliandosi al mattino, sarebbe troppo facile". Per Farhad Bitani, "il cambiamento è prima di tutto un incontro con il diverso, con colui da sempre considerato l'infedele. Poi però — spiega — arriva un momento in cui ci si chiede ma perché sto facendo questo?'. E' un momento che non arriva subito, sia chiaro. Ce n'è voluto di tempo. Ma non ci sono dubbi che sia stato proprio l'incontro con gli altri che mi ha cambiato. Piano piano, un passo alla volta, uno dopo l'altro".
   La svolta decisiva nell'aprile del 2011: "E' l'ultima volta che sono tornato in Afghanistan. Ero andato da mia zia. Tornando, lungo la strada, sono caduto in un'imboscata preparata dai talebani, nonostante viaggiassi seguito da una serie di macchine di scorta. Hanno iniziato a sparare contro la macchina con i kalashnikov, sono rimasto ferito gravemente a una spalla. Dio mi ha salvato, come sempre. Ma è li che ho iniziato a domandarmi perché mi avesse risparmiato, cosa volesse da me. Perché proprio me, in un paese dove ogni giorno muoiono migliaia di persone nel peggiore dei modi? In me qualcosa era cambiato, niente era pit come prima. Avevo tutto, eppure c'era qualcosa che mi ripugnava, guardandomi allo specchio. Forse, Dio voleva che lasciassi tutto".
  Il tutto di cui parla Fahrad è ciò che un figlio di mujaheddin aveva a disposizione: ville enormi, automobili da centocinquantamila dollari, viaggi a Dubai per divertirsi con le donne, il potere di scegliersi la propria ragazza organizzando una ronda in una scuola femminile. La carriera era avviata, sarebbe diventato maggiore dell'esercito e poi chissà cosa. Lo scopo della vita era di ammazzare qualche infedele così da assicurarsi il Paradiso. Farhad s'è accorto che non bastava, che la vita da gradasso poi non era granché, che s'avvertiva una mancanza. Da qui, la ricerca di una strada alternativa alla violenza, "all'uccidere in nome di Dio come mio padre, il sogno di ogni bambino dell'Afghanistan di allora". Niente di strano, dopotutto nelle scuole coraniche si imparava a vivere così: "Se tu uccidi qualcuno, vai in Paradiso, a ogni pietra che tiri durante una lapidazioni, il tuo peccato diventa meno grave". Farhad tirava pietre, andava con i suoi amici a toccare le mani tagliate e appese agli alberi come macabri amuleti, domandandosi quanti anni avesse il legittimo proprietario di quell'arto esposto come monito alla popolazione. Bitani si definisce fondamentalista, anzi, "esponente della prima famiglia fondamentalista d'Afghanistan" e se la prende con l'ipocrisia morale di quel mondo che impone il burga alle donne, punisce con le frustate chi beve una birra e poi manda i propri figli all'estero, consentendo loro di fare tutto quel che vogliono. Senza dimenticare quel che accadeva la notte, con le feste di gruppo tra vecchi barbuti e bambini truccati con sonagli alle caviglie, costretti a ballare dinanzi alla platea. Giravano soldi e droga, prima che qualche adulto — uno di quelli che al mattino era pronto a citare la sharia per punire chi si comportasse in modo immorale in pubblico, si appartasse con il ragazzino, nonostante questi piangesse e scongiurasse di essere risparmiato.
  "Il fondamentalista è la persona che perde la propria identità, che subisce un lavaggio del cervello. Lo percepiamo ovunque, oramai. L'abbiamo visto a Parigi, Bruxelles, negli Stati Uniti". E' in Italia, fuori dal pantano afghano e dalle relative lotte di potere, che qualcosa iniziò a cambiare, e quegli infedeli che disprezzava e voleva solo mandare all'altro mondo, si presentarono in realtà come persone vicine, disponibili e tendere la mano. "A Roma litigai con mio padre, al quale non è possibile neppure rivolgersi con il tu', altrimenti arrivano gli schiaffi, e a me è toccato. Uscito in strada con le lacrime agli occhi, una donna mi si avvicinò chiedendomi cosa avessi. Mi offrì da bere. Capii che eravamo noi a dissubbidire a Dio, e non quelli che noi chiamavamo infedeli', che invece seguivano la legge dell'amore". In patria parlano di lui come di un traditore, un apostata. Lo accusano d'essersi convertito al cristianesimo. Lui si schermisce e si limita a dire che "incontrando i cristiani ho capito chi è Dio".
  Il cambiamento l'ha portato a indagare le radici più profonde dell'islam, a interrogarsi su quale fosse lo scopo del credere in ciò che gli veniva quotidianamente presentato. "Il problema dell'islam è che è mischiato con la politica, sempre e ovunque", dice al Foglio. "A noi insegnano fin dalla nascita che dobbiamo vivere e morire come musulmani. Ma non abbiamo riferimenti, non si sa qual è la linea da prendere. E' solo una lunga teoria di permessi e divieti, di minacce e precetti". Dicevo sempre "Dio fai qualcosa per me, fammi cambiare. Per cambiare ho combattuto con me stesso, ho lasciato tutto. Avevo una villa enorme e sono andato ad abitare in una casa con una sola stanza, i miei amici d'un tempo erano tutti contro di me, la gente mi sputava in faccia, su un giornale mi hanno accusato d'essere diventato cristiano. Io sono cambiato perché credo di avere fede. Io sono rimasto musulmano, ma credo che tutte le religioni vadano rispettate. Io ho scelto di accettare la Verità, e di combattere con la pace e il dialogo questa Verità. Lo faccio in quanto sono convinto che la Verità unisce perché viene da Dio. E se non la mettiamo a tacere, è destinata a prevalere. Io ho nel mio cuore una fede forte e mi arrabbio con chi non è capace di presentare bene Dio ai nostri fratelli. Un Dio di cui si è appropriato chi taglia le teste, chi brucia altri uomini. Ma Dio non è questo, siamo noi umani a usare la religione per fini nostri". Quanto all'attualità, Bitani non è affatto sorpreso da quel che accade tra la Siria e l'Iraq, dove imperversa l'orda califfale agli ordini di Abu Bakr al Baghdadi. "E' esattamente quanto accadeva a Kabul sotto i mujaheddin prima e i talebani poi. Solo che nessuno ne parlava, l'Afghanistan era così lontano. Ma le armi c'erano anche lì. I talebani — dice — sono stati creati attraverso il Pakistan per eliminare i mujaheddin e per eliminare i talebani l'occidente ha riarmato i mujaheddin. E' chiaro che così i problemi dell'Afghanistan non potranno mai essere risolti". Ed è per questo che lui oggi non ci torna più, "almeno fino a quando non si dirà addio alle armi", dice citando il titolo del celebre romanzo di Ernest Hemingway. Probabilmente sa che si tratta di un'utopia, d'un qualcosa di irrealizzabile almeno nel breve e medio periodo. Anche perché "sono trent'anni che l'Afghanistan va avanti così e non si vede ancora la luce. Armi su armi, aiuti dall'estero che non si sa dove finiscano. Anzi, lo si sa fin troppo bene, e cioè sempre agli stessi", dice quasi rassegnato.

(Il Foglio, 22 giugno 2016)


Palestinese quindicenne ucciso per sbaglio

È imbarazzo tra le file dell'esercito israeliano che, dopo una più approfondita ricostruzione, ha ammesso di aver ucciso per errrore un passante palestinese innocente di soli 15 anni. Il tragico errore è avvenuto stanotte quando i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro un gruppo di giovani sospettati di lanciare «sassi e bombe molotov» contro auto israeliane tra il villaggio di Beit Sira e Beit UJr nelle prime ore di stanotte contro le auto di israeliani sull'autostrada 443 che passa accanto a Ramallah. Lo ha reso noto lo stesso esercito israeliano.

(Il dubbio, 22 giugno 2016)


Notizie archiviate



Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse liberamente, citando la fonte.