Lo Spirito del Signore, l'Eterno, è su di me,
perché l'Eterno mi ha unto per recare una buona notizia agli umili;
mi ha inviato a fasciare quelli che hanno il cuore rotto,
a proclamare la libertà a quelli che sono in cattività,
l'apertura del carcere ai prigionieri.
Isaia 61:1  

Attualità



Iscriviti alla newsletter
Nome:     
Cognome:
Email:      
Cerca  
Inizio - Attualità »
Presentazione »
Approfondimenti »
Notizie archiviate »
Notiziari »
Arretrati »
Selezione in PDF »
Articoli vari »
Testimonianze »
Riflessioni »
Testi audio »
Libri »
Questionario »
Immagini »
Video »
Scrivici »





















26 febbraio 1569 - Gli Ebrei sono cacciati da Rimini e da tutto lo Stato della Chiesa

Nel 1569, il 26 febbraio, papa Pio V dà il bando agli Ebrei da tutte le sue terre, ad eccezione di Ancona e Roma. Ne è ovviamente interessata anche Rimini insieme a tutta la Romagna.
Non è il primo atto di persecuzione degli Ebrei in Italia, né sarà l'ultimo. Ma questo passo di papa Ghisleri, che era stato Inquisitore dei Domenicani, segna certamente una svolta decisiva nell'atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronto degli israeliti. Svolta dettata dal Concilio di Trento (terminato nel 1563) e dalla conseguente Controriforma, che vide in Pio V uno dei principali artefici e promotori.
Si inaugura così una una delle trame più infamanti della storia europea. E non accade nei remoti "secoli bui" del "barbarico" medio evo, quando verso le fedi minoritarie né gli attriti né le atrocità erano mancate, eppure un modo per vivere assieme si era pur sempre trovato. Ma è solo nel pieno del raffinato Rinascimento che si scatena più virulento il morbo dell'intolleranza. Prima, mai si era arrivati a istituzionalizzare in tal modo la persecuzione; da allora si dà al via alla "pulizia etnica", che in Spagna era invocata con lo stesso nome di oggi, "limpieza". Ebrei e mussulmani, "streghe" e protestanti devono semplicemente essere cancellati dalla faccia della terra, al pari di chiunque osi credere in qualcosa che non è deciso dall'autorità suprema di Roma. A loro volta, le chiese riformate da Lutero sapranno dar prova di altrettanta inclemenza, sia reciprocamente fra le diverse sette che contro i cattolici; e contro le "streghe" anche più ferocemente e più a lungo, perfino nelle colonie del Nuovo Mondo. E le guerre di religione insanguineranno l'Europa per un intero secolo dell'era "moderna", con stragi e distruzioni da fra impallidire le imprese dei "barbari" di mille anni prima....

(ChiamamiCittà, 26 febbraio 2017)


Cagliari - In rettorato la visita dell'ambasciatore israeliano Ofer Sachs

Da sinistra: Ofer Sachs, Maria Del Zompo e Raphael Erdreich nello studio del Magnifico Rettore

Foto ricordo nell'Aula Magna del Rettorato di Cagliari

Incontro sulle collaborazioni scientifiche dell'ateneo cagliaritano con le università di Tel Aviv, Gerusalemme, Ben-Gurion del Negev, Technion e altri istituti di ricerca israeliani. Roadmap per ulteriori sviluppi delle relazioni internazionali
   
Ieri mattina si è svolto in via Università il meeting tra i vertici dell'Ateneo di Cagliari con Sua Eccellenza Ofer Sachs, Ambasciatore di Israele in Italia. Hanno preso parte all'incontro il Magnifico Rettore Maria Del Zompo, i prorettori Annalisa Bonfiglio (Innovazione e Territorio) e Alessandra Carucci (Internazionalizzazione) e i professori Maria Chiara Di Guardo (direttrice dei Contamination Lab), Maura Monduzzi (direttrice Dipartimento Scienze chimiche e geologiche), Alberto Angioni (docente di chimica degli alimenti), Piero Addis (ecologia, Dipartimento Scienze della vita e dell'ambiente), Michele Brun (Dipartimento Ingegneria meccanica), Alessio Squassina e Miriam Melis (farmacologia, Dipartimento Scienze biomediche). Presenti inoltre per l'Università il capo dell'Ufficio di Gabinetto del Rettore, dott.ssa Elisabetta Cagetti, e l'avv. Giovanni Marini dell'Ufficio affari legali.
Il Ministro Consigliere dell'Ambasciata d'Israele a Roma Rafael Erdreich

(Università di Cagliari, 25 febbraio 2017)


Israele e Arabia Saudita: l'abbraccio che spaventa l'Iran

Grandi manovre in Medio Oriente sulla scia di un rimescolamento di equilibri ormai in atto da alcuni anni. La parte del leone la fa in queste ore Israele, tornato in vetrina dopo un lustro dedicato all'ascolto vigile e pressoché silenzioso.
   Il primo dato con cui Tel Aviv si deve misurare è la crescita geopolitica e lo sdoganamento dell'Iran, ormai protagonista assoluto in tutti i quadranti critici della regione. La vera scossa a Israele è arrivata nel 2015: da una parte gli accordi sul nucleare di Vienna; dall'altra la prospettiva che il fronte sciita in Siria non sarebbe crollato, grazie all'appoggio di Russia e Iran.
   Secondo un approccio pragmatico, endemico nella filosofia di autodifesa dello Stato ebraico, Tel Aviv ha cominciato a guardarsi intorno, riscrivendo sulla lavagna l'intero elenco dei buoni e dei cattivi, così da aprire o chiudere le porte a seconda dei casi.
   È bene però tenere a mente un aspetto che in Medio Oriente riecheggia come una litania: arabi, ebrei e persiani non si amano.
   Su questa verità incidono delle note di eccezione che rendono l'eterna partita mediorientale estremamente complessa.
   Il primo dato è che gli arabi non sono tutti uguali, ma in quanto prevalentemente islamici sono tagliati dalla diagonale sunnismo-sciismo. Non solo: se le differenze confessionali hanno alimentato le divisioni per secoli, ancor più hanno fatto le diverse visioni ideologiche del Secondo dopoguerra. La generica contrapposizione fra nasseriani-socialisti-nazionalisti e petrol-monarchie filoccidentali si è sovrapposta alle questioni religiose, creando ancora più confusione.
   Israele ha campato di rendita su queste lacerazioni, tenendo a bada gli estremismi antigiudaici che di volta in volta si sono presentati, in virtù di una innegabile superiorità militare e tecnologica.
   Il secondo dato è che iraniani e arabi, seppur connotati da una diffidenza ancestrale, convergono su un punto strategico: gli israeliani occupano la Palestina e Gerusalemme non potrà mai essere solo giudea. La convergenza è stata a tratti così forte che il paladino più pervicace della causa palestinese da fine anni '70 in poi, è diventato proprio l'Iran. Nell'immaginario collettivo israeliano, non a caso Hezbollah contende ad Hamas la palma di nemico pubblico numero uno.
   Israele dal canto suo cerca di inserirsi negli spiragli che si aprono di volta in volta, secondo la regola "il nemico del mio nemico è mio amico". La polarizzazione tra Iran e Arabia Saudita ha offerto così l'occasione per un cambio di rotta agli storici equilibri regionali: Tel Aviv e Riad non si considerano più nemici "senza se e senza ma". Le dichiarazioni a questo proposito dei rispettivi ministri degli esteri Lieberman e Al Jubeir rilasciate a febbraio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco rasentano il corteggiamento reciproco.
   In realtà i legami sordidi fra Israele e Arabia Saudita sono cosa antica e trovano una sponda nei contatti segreti esistenti fra Stato ebraico e Paesi islamici sunniti anche esterni al mondo arabo. Basta citare come esempio l'esercitazione Red Flag dell'agosto 2016, dove insieme all'ISAF, si sono cimentate in addestramento congiunto le aeronautiche nientemeno che degli Emirati Arabi e del Pakistan.
   Tra tutti i 22 Paesi della Lega Araba, solo Egitto e Giordania hanno relazioni diplomatiche ufficiali con Israele. In via ufficiosa però, i contatti, soprattutto a livelli di intelligence, continuano da anni, soprattutto con Arabia Saudita e Qatar. le relazioni si sono intensificate da quando i rispettivi obiettivi strategici hanno iniziato a sovrapporsi.
   L'isolamento dell'Iran è il primo traguardo in ordine di importanza condiviso dai due Paesi. Per Israele e Arabia Saudita le trame antigiudaiche e antisunnite degli ayatollah sono una vera e propria questione di sopravvivenza.
   Un altro fattore determinante è la necessità di sostituire l'Egitto nel ruolo di rispettivo partner privilegiato. Al Sisi non è Mubarak, né tantomeno Sadat e il ruolo giocato dal Cairo in Siria, nello Yemen e in Libia risulta quantomeno ambiguo sia per Tel Aviv che per Riad. La riapertura delle ambasciate tra Iran ed Egitto, è l'ulteriore tassello di un quadro di diffidenza sempre crescente.
   Come madrina di tutti i sunniti, l'Arabia Saudita si candida inoltre a supervisore dei rapporti arabo-israeliani e per esteso delle relazioni tra islamici ed ebrei, trovando un salotto sempre disponibile sia a Washington che a Londra. In altre parole, quello che fino a dieci anni fa sembrava un'autentica eresia, oggi può uscire allo scoperto: israeliani e sauditi se la intendono e non hanno più bisogno di nasconderlo.
   Per l'Iran il monito è evidente e lo spauracchio agitato per decenni dalla propaganda interna diventa realtà. Se infatti Israele e Arabia Saudita fanno di necessità virtù, Teheran capisce l'antifona paventando il suo più grande male possibile: gli arabi e gli ebrei diventano alleati. Sembra fantapolitica, ma in Medio Oriente, tranne forse la pace, tutto è possibile.
   La strada per una decodifica ufficiale dei rapporti fra Riad (e i suoi dignitari del Golfo) e Tel Aviv è ancora lunga s'intende, ma la diplomazia si basa spesso su fatti concreti. Molte delle mosse israeliane sono legate alla presa di posizione che ciascun Paese assume riguardo agli insediamenti ebraici nei Territori. Parafrasando, le simpatie di Israele oscillano in base a come ci si pone sulla questione palestinese e in particolare su ogni risoluzione delle Nazioni Unite che denunci nuovi insediamenti. In considerazione della guerra siriana ad esempio, non è difficile intendere l'idillio fra Riad e Tel Aviv. Sono lontani i tempi della guerra civile libanese in cui i siriani entravano in conflitto con l'OLP di Arafat. Oggi sono migliaia i palestinesi che hanno deciso di affiancare Hezbollah nella comune causa pro Assad. Su questa scorta, le forti pressioni saudite affinché Israele accetti un piano di pace duraturo (con riconsegna del Golan e di una fetta del Cisgiordania, n.d.a.), sembrano più orientate a togliere all'Iran il ruolo di difensore della Palestina (e dell'Islam) che a sponsorizzare la causa dei fratelli arabi più sgangherati.
   A questo si aggiungono i contatti segreti informali tra israeliani e sauditi segnalati dalla stampa araba, le voci della prossima apertura di una sede diplomatica saudita a Tel Aviv, i voli aerei diretti introdotti tra Arabia e Israele e la sempre meno oscura collaborazione militare mediata dagli USA. Il colloquio e la stretta di mano tra il ministro della difesa israeliano Moshe Ya'alon e il principe saudita Faisal al Saud alla Conferenza di Monaco di febbraio sono in questo senso emblematici.
   Israele, orfano anche dell'asse privilegiato con la Turchia di Erdogan, ha bisogno di un nemico in meno e di un mezzo alleato in più. I sauditi non aspettano altro. L'Iran lo sa e per bocca del presidente Rouhani ha iniziato ad accusare gli arabi di aver abbracciato la causa sionista. La palla ora passa a Teheran.

(tg5stelle, 25 febbraio 2017)


Israele-Libano: gas lacrimogeni contro manifestanti libanesi lungo il confine

GERUSALEMME - Le Forze di difesa israeliane (Idf) avrebbero utilizzato questa mattina gas lacrimogeni contro un gruppo di manifestanti libanesi che, secondo alcune fonti, avrebbero oltrepassato irregolarmente il confine tra i due paesi. Lo riferisce il quotidiano libanese "The Daily Star". L'incidente avviene dopo che la scorsa settimana il movimento sciita libanese Hezbollah ha accusato Israele di aver installato dispositivi di spionaggio in territorio libanese. Secondo il Partito di Dio, militari delle Idf avrebbero oltrepassato la Blue Line, che segna il confine tra i due paesi, nelle prime ore di mercoledì scorso per installare telecamere e trasmettitori a energia solare con l'obiettivo di raccogliere informazioni sui movimenti del gruppo. Hezbollah aveva anche pubblicato su Twitter foto dello sconfinamento. Sempre mercoledì, inoltre, i media libanesi avevano riferito di un attacco condotto in Siria da caccia israeliani contro un carico di armi destinato a Hezbollah.

(Agenzia Nova, 25 febbraio 2017)


Interviste davanti alla moschea

di Daniele Scalise

 
La grande moschea di Villa Ada a Roma
Sul piazzale della moschea romana, in un venerdì di affilata tramontana, un gruppo di uomini (le donne, anche qui, riescono a rendersi invisibili come non appartenessero a questo nostro mondo) discute fermo su uno dei marciapiedi esterni che costeggia il tempio islamico. Alcuni parlano nelle varianti dell'arabo, altri in un francese cavernoso, lento e frammentato, molti in italiano. Ogni tanto lancio un sorriso amichevole nella speranza di captare un segnale di disponibilità da parte di qualcuno. Superato un leggero imbarazzo chiedo chi di loro abbia voglia di scambiare due chiacchiere.
   «Su cosa?» domanda diffidente un giovane uomo sulla trentina, basso, camicia bianca e larga, le mani indurite dal freddo e dal lavoro, gli occhi di un profondo marrone e una rosea cicatrice ricamata su una guancia. È tunisino e all'inizio tengo la conversazione alla larga spiegandogli che sto indagando sui rapporti tra le religioni.
   «Dimmi che vuoi sapere» balbetta in un italiano malmesso, mischiandolo a un francese accidentato.
   Dopo avergli fatto lunghe domande sulla sua storia, sul suo viaggio da immigrato, sulla sua devozione all'islam, dopo avergli chiesto come vede noi italiani, come viene trattato, gli chiedo di parlarmi degli ebrei. Che idea ne ha, come li vede.
   «Les juifs? Ils sont des chiens.» Dice con rapida voluttà: gli ebrei sono dei cani.
   Quindi ucciderli ...
   «Ils sont des chiens. Si tu veux savoir, c'est pas péché les tuer. Il sont des mécréants. Non, c'est pas péché ... » Ripete come ubriaco o estasiato o come recitante una preghiera memorizzata: son dei cani gli ebrei. Se proprio vuoi che te lo dica, ucciderli non è peccato. Sono miscredenti. No, non è peccato.
   Il tono della sua voce si è sensibilmente alzato e qualcuno prende a osservarci con una perplessità che presto potrebbe trasformarsi in fastidio o peggio. Sarebbe forse meglio andare da qualche altra parte a parlare in pace?
   «Qui va bene», dice e mi domanda se sono ebreo. Non gli rispondo. Sul piazzale della moschea la tramontana ha ripreso a spazzare via fogli di giornale. Dice di chiamarsi Abdelbaki.
   Abdelbaki, che cosa ti hanno fatto gli ebrei?
   «Je te l'ai dit: ils sont des chiens.» Te l'ho già detto: sono dei cani.
   Non è una risposta: spiegami perché li odi.
   «T'a pas vu ce qu'ils ont fait en Palestine?» Non hai visto quel che hanno fatto in Palestina?
   Continui a non rispondermi, Abdelbaki. Vorrei capire perché tu, tu in persona senti quest'odio. Vorrei sapere cosa hanno fatto a te o alla tua famiglia o ai tuoi amici.
   «Dove abitavo ... »
   Dove abitavi?
   «Vicino a Kef. Un tempo da noi c'erano un sacco d'ebrei. Mia nonna mi raccontava che erano i più ricchi, i più prepotenti e che, dopo averci sfruttato, se ne sono partiti per la Francia portandosi via tutto mentre noi siamo rimasti lì a morire di fame.»
   Insomma, mi stai dicendo che vi hanno derubato.
   «Credo proprio di sì.»
   E questo ti basta per volerli vedere tutti morti.
   «Bien sur, ça me suffit» certo che mi basta. «E basta anche questa conversazione.»
   Il gruppo di uomini da cui è uscito Abdelbaki si è intanto tenuto a distanza. Alcuni di loro non hanno smesso di fissarmi finché uno si stacca dagli altri e si avvicina con il suo sorriso sprezzante. È italiano.
   «Cosa cerca?»
   Sono giornalista, faccio domande.
   «Che tipo di domande?»
   Sugli ebrei.
   «Perché?»
   Lei è italiano?
   «Sono un figlio dell'islam, è questo ciò che conta.»
   Parlando evita, quanto può, lo sguardo diretto. Quell'aria ieratica e aggressiva che inalbera mi pare buffa e non lo nascondo.
   «Lo trovi ridicolo?»
   Non il fatto che lei sia il figlio dell'islam.
   «E allora cosa ti fa ridere?»
   Continua a darmi del tu e io, da parte mia, insisto nel dargli del lei. Ciò lo irrita e quando un uomo è irritato è più facile che perda il controllo e quando perde il controllo è più facile che sia sincero.
   «Posso aiutarti?»
   Forse. Lei odia gli ebrei? Lui scoppia in una finta risata.
   «Noooo» ulula.
   «Noooooo, io o-dia-re gli e-bre-iiiii? Ma noooo!»
   Fa boccucce. Torna di colpo serio.
   «Che cosa cerchi?»
   Per esempio, cosa sentono gli italiani convertiti all'islam nei confronti degli ebrei.
   «Vuoi sapere davvero cosa sentiamo per loro? Non ci piacciono. Li odiamo. E devono essercene grati.»
   Addirittura grati? E per quale motivo?
   «Gli ebrei, e lasciatelo dire da uno che li conosce bene, esistono grazie all'odio che si portano dietro sennò da mo' che erano scomparsi. Senza odio non esisterebbero. Sono capaci di farsi odiare ovunque. Da chiunque. Li odiano i cristiani. Li odiano i musulmani. Li odiano gli hindu. Li odiano gli atei. Li odiano tutti. E se non li odiano, li schifano.»
   Deve avere tra i trentacinque e i quarant'anni. Ha grandi occhi verdi, ben disegnati, lineamenti quasi perfetti che lo rendono di una bellezza trasparente, quasi femminea.
   È sposato?
   «Certo che sono sposato. Ogni buon musulmano lo è.»
   Non mi ha risposto: perché lei odia gli ebrei?
   «Perché sono odiosi, te l'ho detto.»
   È una tautologia che non spiega. Appena faccio il gesto di tirar fuori dalla tasca un piccolo registratore mi afferra il polso e lo stringe e molto lentamente scuote la testa.
   «Se vuoi parlo, ma niente registratore.»
   Gli ordino di togliermi le mani da dosso. Per un nano secondo continua a tenere la presa. Una macchina della polizia con dentro due uomini, posteggiata a non più di una trentina di metri, accende i motori. Li guardo facendo un breve gesto della testa per far capire che è tutto a posto. Uno dei due poliziotti mi risponde con un altro cenno del capo. Appena arrivato avevo spiegato loro il motivo della mia presenza e mi avevano consigliato prudenza.
   «Gli ebrei sono avidi e vili. Approfittatori pronti a tradire, interessati solo a difendere il proprio territorio.»
   Gli spiego che quel che mi sta dicendo si definisce come uno stereotipo, come un pregiudizio. Che è come dire che tutti i musulmani sono terroristi, che tutti gli uomini di colore violentano le donne bianche e stronzate del genere. Si vede che ha studiato. Non se la può cavare con qualche volgarità, faccia uno sforzo.
   «Basta vedere quel che fanno in terra di Palestina.»
   Mi dica quel che ci vede lei.
   «Hanno occupato una terra che non è loro. Ammazzano senza pietà. Buttano giù case. Costruiscono sulle macerie di quei poveracci. Li schiavizzano. Li sfruttano.»
   Un piccolo, splendente grumo di saliva si ferma a metà del labbro inferiore e nel parlare gli si congiunge con quello superiore allungandosi o accorciandosi a seconda delle parole e del respiro.
   Gli chiedo di lui, da dove viene, quando si è convertito.
   «Mi sono convertito dieci anni fa. Non avevo Dio e non avevo fede. Credevo solo nelle sciocchezze che questa società offre. Adesso sono in pace con me e con Dio.»
   Mi racconta anche che viene da una famiglia della destra moderata, padre ex alto funzionario, madre titolare di un'agenzia di viaggi. I genitori considerano con condiscendenza la sua conversione, convinti che prima o poi gli passerà come gli sono passate tante altre idee strane. Ha sposato una donna italiana anche lei convertita all'islam più osservante: se ne sta a casa, alleva un numero imprecisato di figli, porta il velo e sostanzialmente fa quello che le donne italiane o le donne francesi o le donne americane non vogliono più fare, le schiave dei loro maschi e le fattrici di bambini. L'italiano se ne va ondeggiando ma prima di andarsene, mi porge una mano che stringo a fatica. Poi, inshallah, scompare.

(da "I soliti ebrei")


Francia, allarme scuola: qui nasce il nuovo antisemitismo

La fuga dei ragazzi ebrei dalla scuola pubblica. La débacle degli insegnanti. Il disagio delle famiglie e l'impotenza delle istituzioni. Nella Francia di oggi, la scuola è il vero barometro della temperatura sociale, terreno di scontro di tensioni religiose e razziali. Cosa che spiega il boom degli istituti ebraici.

di Anna Lesnevskaya

E' diventata la banlieue per eccellenza, quella di Seine-Saint-Denis, conosciuta in Francia semplicemente come il 93. Chi, come l'orientalista Gilles Kepel, autore del libro Novantatré (Quatrevingt-treize, Gallimard, 2012), cerca di capire le radici della jihad made in Francia, la radicalizzazione islamica dei giovani della periferia, la disintegrazione della seconda generazione della popolazione proveniente dal Maghreb, studia con attenzione la realtà di questo dipartimento della ''petite couronne parisienne", a nord est della capitale, con le sue cités e i palazzoni formato Scampìa. Seine-Saint-Denis non è stata solo la periferia che si è popolata di manodopera araba, arrivata in massa nella Francia del dopoguerra. In effetti, dopo la decolonizzazione dei Paesi dell'Africa del Nord negli anni Sessanta, nel 1993 sono confluiti proprio qui, numerosi, anche gli ebrei sefarditi. Ma di fatto, a partire dagli anni 2000, Seine-Saint-Denis si sta svuotando dalla sua popolazione ebraica, che non si sente più al riparo dall'ascesa del nuovo antisemitismo....

(dal Bollettino della Comunità Ebraica di Milano, febbraio 2017)


L'Iran sviluppa nuove tecnologie missilistiche

Nel corso di un evento pubblico, svoltosi a Noushahr, città centro-settentrionale dell'Iran, il Generale Hossein Dehqan, ministro della difesa iraniano, ha ribadito l'intenzione dell'Iran di aumentare la portata e la precisione dei propri missili balistici a lungo raggio.
   Secondo Dehqan, lo sviluppo di nuove tecnologie legate all'industria della difesa consentirà al paese di reagire a qualsiasi tipo di minaccia e di sventare eventuali complotti contro la Repubblica Islamica.
Il ministro della difesa iraniano ha altresì sottolineato che Teheran non vuole interrompere il proprio programma missilistico per paura della probabile reazione ostile di Washington.
   A seguito dell'inaugurazione del lancio di un missile balistico iraniano a medio raggio, avvenuto lo scorso 29 gennaio, gli Stati Uniti avevano richiesto l'avvio di consultazioni urgenti in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tenutesi il 31 gennaio.
   In quell'occasione, Danny Danon, rappresentante permanente di Israele presso le Nazioni Unite, aveva accusato l'Iran di aver violato una serie di risoluzioni ONU poiché, a suo parere, i missili balistici utilizzati nel test possedevano capacità nucleari.
   Il giorno successivo, la Casa Bianca, tramite una dichiarazione rilasciata da Mike Flynn, ex consigliere alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, aveva fatto sapere che l'Iran sarebbe stato posto "sotto attenzione", per consentire l'avvio di un'investigazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. In un commento pubblicato su Twitter, il presidente americano Donald Trump aveva chiarito la propria posizione in merito alla questione, definendo il test balistico iraniano il risultato dell'accordo nucleare, a suo avviso, uno dei peggiori errori dell'ex amministrazione.
   Secondo alcuni funzionari dei servizi segreti americani, il governo iraniano, nei giorni successivi al test, avrebbe rapidamente sgomberato il sito utilizzato per il test, accingendosi a preparare, prima che fosse rimosso, un altro missile sulla stessa piattaforma di lancio, nei pressi di Semnan, a circa 140 miglia ad est di Teheran.
   Washington aveva quindi invitato il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ad esaminare la controversia sul test balistico. Secondo gli americani, il test sarebbe stato effettuato in violazione della risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, base legale dell'accordo nucleare internazionale siglato il 14 luglio 2015 a Vienna tra l'Iran e sei potenze mondiali.
   La risoluzione 2231 impone all'Iran, fino a otto anni dall'implementazione dell'accordo, di "non svolgere alcun tipo di attività riguardante missili balistici in grado di portare testate nucleari" e vieta al paese di ricorrere alla tecnologia applicata ai missili balistici per effettuare i test di lancio.
   Lo scorso 1 febbraio, la Repubblica Islamica ha replicato alle accuse mossegli da Washington affermando che il lancio del missile sarebbe in linea con la dottrina di difesa convenzionale. Pertanto, non sarebbe in contrasto né con la suddetta risoluzione ONU, né con altre risoluzioni internazionali. Denqan ha precisato che i missili non sono stati costruiti per portare testate nucleari e saranno impiegati dall'Iran a scopo strettamente difensivo; di conseguenza, saranno utilizzati per la difesa legittima del territorio nazionale, come previsto dall'accordo sul nucleare iraniano.

(Sicurezza Internazionale, 25 febbraio 2017)


Iran: criticò Khomeini, arrestato il figlio dell'ayatollah Montazeri

Il figlio dell'ayatollah Hossein-Ali Montazeri, Ahmad, è stato arrestato dopo essere stato condannato a sei anni di reclusione per attività volte a "indebolire la base del sistema della Repubblica Islamica dell'Iran", in particolare per aver criticato l'Imam Khomeini.
La condanna di Ahmad Montazeri, che avrebbe detto alcune frasi contenenti "bugie", era stata decisa dal Tribunale speciale del Clero sciita "a causa del suo sostegno ai terroristi in linea con l'arroganza globale".
Le accuse al figlio di Montazeri erano scaturite dal fatto che, in una trasmissione radio degli ayatollah, aveva parlato dell'esecuzione di migliaia di dissidenti del partito Mojahedin del Popolo Iraniano (MKO) avvenute nel 1980.
L'ayatollah Montazeri, morto nel 2009, è stata una delle personalità di spicco del mondo sciita e tra i più stretti collaboratori di Khomeini, che lo aveva indicato come suo successore. Nel 1989 fu però destituito dalle sue funzioni per alcune posizioni critiche sulle politiche del sistema.

(swissinfo.ch, 25 febbraio 2017)


Guida Suprema ribadisce appoggio dell'Iran alla Palestina

Tehran-Iqna-La Guida Suprema ha aperto i lavori della sesta conferenza di appoggio alla causa palestinese di Tehran

L'Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, Leader Supremo della Rivoluzione Islamica
Il Leader Supremo della Rivoluzione Islamica, l'Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha aperto i lavori della sesta conferenza di appoggio alla Palestina, tenutasi a Tehran nei giorni scorsi, tenendo un discorso ai presenti.
Nelle sue parole il Leader supremo ha tracciato un quadro dell'attuale situazione della Palestina, e ripercorso la storia della lotta del popolo palestinese attraverso i decenni, indicando nella resistenza contro l'occupazione sionista la via maestra per la liberazione di tale popolo.
Egli ha criticato i passati accordi tra alcuni paesi arabi e una parte dei palestinesi con il regime israeliano, in quanto in essi non e' stata tenuta in considerazione la natura aggressiva ed espansionista di Israele, che ha approfittato dei cosiddetti colloqui di pace per estendere ulteriormente la propria influenza sulle terre arabe ed islamiche.
L'Ayatollah Khamenei ha criticato alcune voci che cercano di denigrare la lotta armata dei palestinesi, e che affermano l'inutilita' di tale lotta, ricordando invece i successi della resistenza, come la liberazione del Libano meridionale, la liberazione di Gaza, e le vittorie nelle guerre dei 33 giorni (Libano 2006), 22 giorni (Gaza 2009), 8 giorni (Gaza 2012), 51 giorni (Gaza 2014). Secondo la Guida suprema la resistenza islamica in Libano e Palestina, nate all'inizio degli anni 80, pochi anni dopo la rivoluzione islamica in Iran, e' riuscita in un primo momento a porre fine all'estensione territoriale di Israele, che nei decenni precedenti aveva accaparrato nuove terre arabe dopo ogni guerra, e in seguito a liberare le terre occupate, come il sud del Libano e la striscia di Gaza.
Il Leader supremo si e' inoltre soffermato sulla necessita' dell'unita' tra i gruppi della resistenza palestinese, e sulla necessita' che tali gruppi non si facciano influenzare dagli interessi di alcuni paesi mediorientali, che sono a parole a favore del popolo palestinese, ma che in realta' vogliono utilizzare la resistenza come merce di scambio nei loro rapporti internazionali con le potenze mondiali.
L'Ayatollah Khamenei ha quindi ribadito la volonta' della Repubblica islamica dell'Iran a continuare l'appoggio alla causa palestinese, senza fare distinzione tra i vari gruppi coinvolti nella lotta contro Israele, fino a quando tali gruppi dimostrano di voler continuare sulla strada della resistenza. Infine la Guida suprema della rivoluzione islamica ha riaffermato la propria previsione sulla fine del cosiddetto stato di Israele entro i prossimi 25 anni.

(Iqna, Agenzia Stampa Internazionale del Sacro Corano, 25 febbraio 2017)


La “resistenza” di cui parla il Leader Supremo della Rivoluzione Islamica naturalmente è “resistenza islamica”, che significa opposizione a qualsiasi pretesa ebraica su qualsiasi parte del territorio islamico, che naturalmente comprende tutto il territorio ora nelle mani dell’”entità sionista”. Ma per i progressisti di sinistra, ebrei e non ebrei, parlare di “sicurezza” è una fissazione strumentale del vero nemico della pace: Benjamin Netanyahu. M.C.


A Trastevere il tunnel che salvò gli ebrei

Un'équipe di speleologi ha riscoperto un cunicolo segreto che attraversa il Gianicolo, da Villa Alibert al famoso cannone.

Dopo il rastrellamento del Ghetto il parroco del Sacro Cuore di Gesù nascose molti fuggitivi facendoli entrare nella galleria. L'ingresso si trova nella fontana Ninfeo in via delle Mantellate. Durante l'esplorazione gli speleologi hanno trovato anche un osso

di Laura Lacan

 
Un tunnel nascosto, un parroco coraggioso, il ninfeo di una villa con passaggio segreto, lo spettro della follia nazista. Se il ventre del Gianicolo restituisce ora un capitolo sconosciuto di storia della Roma città aperta, dell'occupazione nazista, della deportazione degli ebrei. Un'emozione per l'équipe di speleologi del Centro ricerche Sotterranei di Roma, guidata da Lorenzo Grassi, che ha riscoperto ed esplorato per la prima volta dopo oltre settant'anni il lungo cunicolo dimenticato che salvò numerose vite umane. Un percorso che entra nelle viscere del Gianicolo, dalla fontana della settecentesca Villa Alibert alle Mantellate e attraversa il colle per salire fino all'altezza del cannone. I fatti risalgono a quel 16 ottobre del 1943. Erano ore concitate, momenti di paura ottenebrati dal panico. Quella lunga terribile attesa dopo il rastrellamento del Ghetto, eseguito dalle SS naziste. Gli ebrei destinati alla deportazione erano stati provvisoriamente radunati a Palazzo Salviati, alla fine di via della Lungara, a Trastevere. E in quel delirio, il coraggio di un uomo riuscì a consumare il miracolo. Nelle fasi concitate del trasferimento, malgrado la stretta e violenta sorveglianza dei soldati tedeschi, qualcuno riuscì a fuggire. Anche altri ebrei erano scappati dalle proprie abitazioni di Trastevere. Un gruppetto di fuggitivi, fra i quali una coppia, raggiunse Villa Alibert. Qui il parroco li accolse, li nascose e li indirizzò in un passaggio segreto. Proprio al centro della fontana monumentale sulla facciata dello storico palazzo, infatti, si apre un condotto idrico che un tempo alimentava la fontana-ninfeo.

 La minaccia delle ronde
  Quel cunicolo avrebbe permesso di raggiungere la sovrastante zona del Gianicolo, allontanandosi dalla minaccia imminente delle ronde dei soldati nazisti. E in più occasioni, il gesto del parroco e quel prezioso passaggio avrebbero consentito di salvare molte vite. Una storia autentica, persa nella nebbia di ricordi, trasfigurati in leggenda. Niente più tracce. L'oblio. E di questo aneddoto hanno fatto tesoro, per fortuna, i curatori del sito TrastevereApp curato da Walter Candiloro e Massimo Casavecchia, che documenta con passione il Rione. Grazie a loro è sopravvissuta l'ultima voce narrante, quella di monsignor Marcello Giannini (morto a 74 anni nel 2015) che l'aveva ascoltata a sua volta dai suoi predecessori che durante la guerra curavano la chiesetta del Sacro Cuore di Gesù. Ed è da questa suggestione storica che sono partite le ricerche degli speleologi. «Per confermare il racconto, abbiamo chiesto alle autorità vaticane, in particolare a Monsignore Antonio Interguglielmi e all'Istituto dei Santi Spirituali esercizi per uomini presso Ponte Rotto, di poter esplorare il cunicolo, per verificarne l'effettiva percorrenza», racconta Grassi. Ieri sono andati in scena i primi sopralluoghi. L'ingresso si nasconde dietro una grata incastonata tra le rocce della grande fontana-ninfeo sulla facciata di Villa Alibert (costruita dal conte Giacomo d'Alibert, noto per aver aperto il primo teatro pubblico di Roma in Tordinona). Gli speleologi di Sotterranei di Roma sono riusciti a percorrerne oltre cinquanta metri in condizioni ambientali difficili (dal fango è spuntato persino un misterioso osso, probabilmente di animale). L'intero cunicolo finisce per sbucare poco sotto il Gianicolo, al confine tra Villa Lante e le mura vicine al famoso cannone che spara a Mezzogiorno. La luce sulla storia bellica.

(Il Messaggero, 25 febbraio 2017)


Roma - Convegno anti-israeliano nella sala del Campidoglio: la protesta dell'ambasciata

All'incontro di martedì annunciata la presenza di Stefano Fassina. L'ambasciatore: grave che simili eventi trovino spazio nelle istituzioni. Polemiche sull'evento organizzato nella piccola Protomoteca.

di Marco Pasqua

 
Una settimana contro quella che viene faziosamente definita l'"apartheid israeliana", e che comprende una serie di eventi di ispirazione filopalestinese. Giunge alla tredicesima edizione e, come avviene ogni anno, ha luogo in svariate città del mondo. E, martedì 28, per quanto riguarda la Capitale, partirà addirittura dal Campidoglio, dove è stata organizzata (nella sala della piccola Protomoteca, alle 17) una conferenza che spiega il senso di questa settimana anti-israeliana: "Gaza, rompiamo l'assedio". All'incontro, sostenuto dal movimento BDS, che promuove il boicottaggio dei prodotti israeliani, viene annunciata la presenza, sui social, oltre che di Ann Wright, tra i leader della Freedom Flotilla (protagonista di numerosi blitz non autorizzati nelle acque antistanti Gaza), di Stefano Fassina, consigliere comunale di Si. Una presenza che non è passata inosservata all'Ambasciata di Israele, nella persona del vice capo della missione diplomatica, Dan Haezrachy, che ha rilevato l'inappropriatezza del luogo scelto per questo convegno filopalestinese: «E' triste che eventi simili trovino spazio in luoghi istituzionali. E' oltremodo assurdo che si accosti il termine apartheid ad Israele, proprio mentre Israele nomina un giudice arabo come nuovo membro della Corte Suprema», sottolinea l'ambasciatore, che aggiunge: «Questo genere di eventi sarebbe il caso di dedicarli a Hamas, che da anni tiene in ostaggio l'intera Striscia di Gaza; o alla Siria, ove un regime brutale sta compiendo terribili massacri settari, sostenuto e armato dai fondamentalisti iraniani; o ad uno dei tanti regimi Mediorientali che quotidianamente abusano dei diritti umani e dei valori democratici». «Purtroppo, sfortunatamente - evidenzia Haezrachyci sono ancora persone che vogliono vedere solo in Israele - unica democrazia del Medioriente - la fonte di tutti i mali nel mondo».

 Contro il boicottaggio
  Una posizione condivisa da Gianluca Pontecorvo, vice-presidente dell'associazione Progetto Dreyfus, che monitora, tra le altre cose, i fenomeni di antisemitismo in Italia: «Mi domando come sia possibile che un'istituzione come Roma Capitale conceda una sala ad un movimento che vuole un boicottaggio tout court di un paese democratico e alleato dell'Italia come Israele - sottolinea - Concedere una sala comunale per affermare 'rompiamo l'assedio di Gaza' è un'operazione politica sbagliata perché a Gaza non c'è nessun assedio. Israele quotidianamente permette a decine di camion di aiuti di entrare a Gaza mentre da sotto i tunnel Ha-mas contrabbanda e importa armi per uccidere i civili israeliani. Spero che Stefano Fassina si renda conto che prenderà parte ad un evento intrinsecamente antisemita e rinunci a partecipare». La settimana di eventi in chiave anti-israeliana prevede, inoltre, il 14 e 15 marzo, alcune proiezioni al Nuovo cinema Aquila, tra le quali quella di'This is my land...Hebron", contro i coloni israeliani.

(Il Messaggero, 25 febbraio 2017)


Finzione obsoleta: L'Opzione dei due stati

di Niram Ferretti

Non è ancora chiaro quale sarà la linea politica che l'amministrazione Trump intenderà seguire relativamente a Israele. Le opzioni sono aperte e siamo entrati dentro uno scenario ancora da definire. Il primo incontro a Washington tra il presidente americano e il primo ministro israeliano ha smosso dal suo piedistallo quella che è stata considerata per decenni la soluzione obbligata del conflitto arabo-israeliano, i due stati separati. Non l'ha, come molti frettolosi e tendenziosi commentatori si sono affrettati a dichiarare, archiviata, ma sicuramente gli ha fatto perdere il suo primato dogmatico. Questa è sicuramente una nota positiva. Una onesta sepoltura alla soluzione dei due stati sarebbe la cosa migliore ma è ancora troppo presto per decretarne la morte clinica. Si continuerà così a muoversi intorno al suo capezzale per un'ordinaria manutenzione medica.
  Di fatto, la soluzione dei due stati separati è sempre stata una finzione da parte araba, solo una occasione per guadagnare tempo e continuare la battaglia. Gli Accordi di Oslo del '93-'95 furono un regalo fatto ad Arafat al quale non parve vero di potere essere riabilitato come interlocutore e di uscire dal cono d'ombra della semi irrilevanza politica nel quale si era cacciato dopo la sua adesione all'attacco iracheno nei confronti del Kuwait. Chi lo riabilitò fu il terzetto delle colombe, Yitzakh Rabin, Shimon Peres e Yossi Beilin. Secondo il loro wishful thinking, il terrorismo, un volta che fosse stato messo nelle condizioni di deporre le armi e la violenza e venire responsabilizzato come potenziale nation builder, si sarebbe ammansito e avrebbe cambiato pelle. Risultato? La radicalizzazione dell'odio nei confronti di Israele e il conseguente incremento del terrorismo.
  La guerra voluta da Arafat e introdotta in Israele come un cavallo di Troia dal terzetto per la pace il quale credeva di trasformare i lupi in docili agnelli, costò allo stato ebraico, 1,028 vite israeliane a seguito di 5,760 attacchi. Di queste vittime, 450 (il 43,8 %) morirono a causa di attacchi suicidi, una tecnica praticamente ignota prima degli accordi di Oslo. Tale fu il computo fino alla morte di Arafat nel 2004. Nel totale, dalla firma degli accordi alla fine delle seconda intifada, l'8 febbraio del 2005, le vittime israeliane furono 1600 e i feriti 9,000.
  Ad Arafat non parve vero potere avere una simile occasione per rivitalizzare il jihad contro Israele offertogli nel cuore stesso dello stato. Quando si giunse agli accordi di Oslo, dopo che quelli di Camp David del 1978 erano stati rigettati dal leader dell'OLP, egli aveva già mostrato da tempo la sua totale inaffidabilità e doppiezza. Da una parte c'erano i discorsi rivolti al pubblico occidentale concepiti per ingraziarsi le sue simpatie, dall'altra quelli in arabo rivolti ai militanti e al popolo palestinese, tra cui spicca il "sermone" tenuto a Johannesburg il 10 maggio del 1994 nel quale Arafat fece esplicito riferimento alla necessità del jihad per liberare Gerusalemme, chiamando a raccolta il mondo islamico e rivendicando la città come primo sito sacro dell'Islam. Fu durante questa concione che paragonò l'accordo raggiunto con lo Stato ebraico a quello istituito nel VII secolo da Maometto con la tribù Quraish per consentirgli di pregare alla Mecca. Nulla più che una "spregevole tregua", disse Arafat in quella circostanza, citando le parole del Califfo Omar. Infatti, dieci anni dopo, quando Maometto fu abbastanza forte, abrogò l'accordo e sterminò la tribù.
  Per Arafat l'accordo firmato a Oslo nel 1993 sulla creazione di una area palestinese autonoma era solo una manovra tattica contingente come fece presente riferendosi alla storia islamica: 'Noi rispettiamo gli accordi nello stesso modo in cui il Profeta Maometto e Saladino rispettavano gli accordi che firmavano'.
  Oggi ci dobbiamo confrontare con uno scenario mediorientale mutato in cui la realtà sul territorio chiama a una risposta diversa. Il relitto ideologico della soluzione dei due stati di cui la rovina di Oslo fa da testimone, si deve confrontare innanzitutto con una diversa determinazione americana la quale sembra avere al primo posto la deterrenza nei confronti del più pericoloso attore regionale, l'Iran. Lo stato sciita è di nuovo confermato sull'agenda americana come il "principale stato sponsor del terrorismo", sia da parte del Segretario alla Difesa, James Mattis che dell'ambasciatrice all'ONU, Nikki Haley.
  La velleitaria e ondivaga politica obamiana in Medioriente ha sortito l'effetto paradossale di riavvicinare ulteriormente gli stati arabi sunniti agli USA in funzione anti-sciita. In questo senso, una collaborazione con Israele quale principale alleato americano nella regione, diventa prioritaria rispetto a un nation building palestinese che da Oslo in poi si è mostrato irrealizzabile.
  Al coinvolgimento degli stati arabi sunniti in una ridefinizione del conflitto hanno accennato sia Donald Trump che Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa alla Casa Bianca del 15 febbraio scorso. Che forme possa assumere, se le assumerà, è ancora tutto da vedere, ma quello che appare rilevante è la messa tra parentesi dell'opzione bi-statale come esito scontato da santificare.

(Progetto Dreyfus, 24 febbraio 2017)


Hamas deve scegliere tra Egitto e Iran

Il leader uscente del movimento di Hamas, Ismail Haniyeh, ha consigliato al suo successore, Yahya Sinwar, di rafforzare le relazioni con il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi.
   Il 21 Febbraio, è avvenuto il passaggio di poteri tra Ismail Haniyeh e il suo successore alla guida di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar. Haniyeh resterà vicecapo dell'ufficio politico del movimento, ma dovrebbe essere promosso, sostituendo Khaled Meshaal come capo dell'ufficio presidenziale, dopo le elezioni del Consiglio della Shura, organo supremo dell'organizzazione. Un membro di Hamas, parlando in condizione di anonimato, ha dichiarato ad Al Monitor che il processo elettorale si concluderà presto e che Haniyeh otterrà la carica di leader del movimento.
   In occasione del passaggio di poteri, Haniyeh ha aggiornato Sinwar sui colloqui sostenuti nel mese di gennaio con Khaled Fawzy, capo dei servizi segreti egiziani. Il suo consiglio parrebbe quello di rafforzare le relazioni con l'Egitto. Secondo Haniyeh, intrattenere buoni rapporti con il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, è la chiave per la sopravvivenza della leadership di Hamas.
   Al Monitor riporta che il 30 gennaio l'Egitto aveva presentato all'ex leader di Hamas una serie richieste. Una di queste prevede l'impegno dei palestinesi a consegnare i sospettati di attacchi terroristici contro le forze egiziane nella penisola del Sinai e che si nascondono a Gaza. Si tratta, in alcuni casi, di attivisti di Hamas, la cui estradizione potrebbe trovare l'opposizione del braccio armato dell'organizzazione, Izz ad-Din al-Qassam.
   Il giorno del passaggio di consegne tra Haniyeh e Sinwar, tutte le fazioni palestinesi, ad eccezione di Fatah, si sono riunite a Teheran per la Conferenza Internazionale sull'Intifada Palestinese. Il leader supremo iraniano, l'ayatollah Ali Khamenei, ha aperto la sesta riunione annuale, dichiarando: "Il supporto al movimento di resistenza è di vitale importanza". Con supporto si intende appoggio finanziario, equipaggiamento militare e formazione, nonché tutela da parte del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. L'osservazione di Khamenei può avere molteplici interpretazioni. Una potrebbe essere che l'Iran, che aveva recentemente ridimensionato il proprio supporto ad Hamas a causa delle posizioni contrastanti in merito alla guerra civile in Siria, ritorni a sostenere l'organizzazione, a patto che quest'ultima continui a combattere "l'occupazione israeliana".
   Negli ultimi tempi, le relazioni tra Egitto e Hamas hanno scatenato un acceso dibattito all'interno dell'organizzazione. É dubbio se sia preferibile per Hamas contare sul sostegno di Teheran o optare per l'appoggio di Arabia Saudita e Qatar, e così facendo, indirettamente ottenere sostegno politico dall'Egitto. Su questo tema non possono esserci compromessi.
   Sinwar, eletto capo di Hamas a Gaza il 3 febbraio, fu detenuto prima nel 1982 per attività sovversive, poi nel 1985 e infine nel 1988, con l'accusa di aver ucciso due soldati israeliani. Nel 2011, dopo 22 anni di prigionia in Israele, fu rilasciato in cambio della liberazione del soldato israeliano, Gilad Shalit. Dal 2012, è diventato membro dell'ufficio politico, curando i rapporti con l'ala militare del suo movimento, le brigate Ezzedin al-Qassam.

(Sicurezza Internazionale, 24 febbraio 2017)


Il Paese delle meraviglie naturali

 
Ventiduemila chilometri quadrati di meraviglia. Israele, grande più o meno quanto il Lazio o la Toscana, è un'immensa riserva di sorprese naturali. Pur nella sua superficie stretta, ridotta e in ampie zone semiaride, da nord a sud e dal mare verso l'entroterra può contare su un patrimonio di flora e fauna strepitoso.
La vita di piante e animali è ricca e diversificata, anche grazie alla collocazione geografica del Paese che si trova al punto in cui s'incontrano tre continenti. Boschi naturali prevalentemente formati da querce calliprine si distendono dalla Galilea al Monte Carmelo: qui in primavera sboccia la rosa selvatica e l'erica spinosa; negli altopiani del Negev si inerpicano, imponenti, i pistacchi atlantici e le palme da dattero.
In Israele sono stati identificati oltre 2600 tipi di piante. Una varietà straordinaria. Altrettanto incredibili sono le cifre della fauna: pensate che solo le specie di uccelli sono più di 500. Alcuni - come l'usignolo - risiedono stabilmente, altri - come le folaghe e gli storni - vi trascorrono l'inverno.
I cieli d'Israele vengono attraversati due volte l'anno da milioni di uccelli migratori: bozzagri, pellicani, cormorani, germani reali e molti altri ancora offrono spettacoli d'incanto per gli appassionati del bird-watching. Diverse specie di rapaci, tra cui le aquile, i falchi e gli sparvieri, come pure piccoli uccelli canterini come le capinere silvestri, nidificano in Israele. A proposito: sapevate che l'uccello nazionalle di Israele è l'upupa?
Natura incantata. Delicate gazzelle di montagna vagano sulle colline; volpi, gatti selvatici e altri mammiferi vivono nelle zone boscose, lo stambecco nubiano dalle corna maestose balza fra le rocce del deserto, mentre fra le 100 specie di rettili originari del paese ci sono camaleonti, serpenti e lucertole.

 Tutela della Natura
  La tutela dell'ambiente è rigorosamente regolata da leggi restrittive per la protezione della natura e della selvaggina, rendendo illegale persino cogliere i fiori più comuni sui bordi delle strade. L'Autorità per i Parchi e per la Natura d'Israele (INPA) lavora egregiamente, e i risultati si vedono. Sparse, e sotto la supervisione dell'Autorità, vi sono oltre 150 riserve naturali e 65 parchi nazionali, che coprono quasi circa
1.000 kmq. Circa 20 riserve sono state sviluppate per l'uso pubblico, con centri per visitatori e sentieri per escursioni che attraggono più di due milioni di persone l'anno. Una delle zone più importanti d'Israele, il Monte Carmelo, è stata dichiarata Riserva della Biosfera, nel contesto del programma dell'UNESCO "l'uomo e la biosfera". Sono centinaia le piante e gli animali protetti: fra questi la quercia, la palma, la gazzella, lo stambecco, il leopardo e l'avvoltoio, mentre sono state intraprese speciali operazioni di soccorso, per assicurare la sopravvivenza di alcune specie esposte al pericolo d'estinzione. Si sono allestite stazioni per il nutrimento di lupi, iene e volpi, come pure località sicure per la nidificazione degli uccelli. Le uova di tartarughe marine vengono raccolte regolarmente dalle coste mediterranee e covate in incubatrici, e le giovani tartarughe sono poi restituite al mare.
Un sito internet (http://birds.org.il) sviluppato in Israele con il motto "Gli uccelli non conoscono "confini", mette in contatto bambini di tutto il mondo per un progetto educativo e di ricerca.

(Italia Israele Today, 24 febbraio 2017)


Prossime iniziative dell'Associazione Italia-Israele di Firenze

4 marzo Maurizio Molinari presenta il suo ultimo libro "Duello nel Ghetto. La sfida di un ebreo contro le bande nazifasciste nella Roma occupata"
11 marzo Benedetto Allotta: "Droni subacquei e archeologia marina": esperienze di collaborazione tra Università di Firenze e Israel Antiquities Authority"
20 marzo Yoram Gutgeld: "Ricerca e innovazione alla base del successo dell'economia israeliana"
1o aprile Marco Reis: "Palliwood. La manipolazione dell'informazione attraverso le immagini. Israele e altre storie"

Tutte le iniziative avranno luogo alle ore 17.30 presso il Complesso comunale delle Murate (Piazza delle Murate, Firenze), ad eccezione dell'incontro con Yoram Gutgeld che si svolgerà alla stessa ora presso l'ASEV - Agenzia per lo sviluppo economico Empolese Valdelsa, Via delle Fiascaie 12, Empoli.

(Associazione Italia-Israee di Firenze, 24 febbraio 2017)


Il mondo accademico strizza l'occhio ad Israele (ma l'Italia si astiene)

L'impegno israeliano per l'istruzione, la ricerca post-universitaria, l'innovazione e lo sviluppo, sono noti in tutto il mondo, e tutto il mondo beneficia della ricerca applicata prodotta nel piccolo stato ebraico. L'ecosistema realizzato in questo lembo di Medio Oriente fa sì che qui si registri la maggior concentrazione di società tecnologiche al mondo, dietro la Silicon Valley americana. La società di ricerca e consulenza KPMG calcola in nove le società israeliane incluse nel ranking delle 100 FinTech più promettenti al mondo; erano otto nel 2015.
In termini omogenei di "parità dei poteri d'acquisto", Israele impiega in ricerca e sviluppo il 4.1% del PIL; è il secondo stato al mondo, dietro alla Corea del Sud (4.3% del PIL) e davanti a Giappone, Singapore, Finlandia, Svezia e Danimarca. L'Italia, in questo classifica cruciale per la crescita economica di lungo periodo, si attesta 28esimo posto. Come è stato ampiamente dimostrato, un impegno costante su questo fronte garantisce opportunità di impiego qualificato alla popolazione, e crescita economica e benessere generalizzati....

(Il Borghesino, 24 febbraio 2017)


Kesher: ultima serata sulla storia ebraica. Ebrei italiani e fascismo

di Roberto Zadik

Martedì 21 febbraio presso la Biblioteca Hasbani si è tenuto l'incontro conclusivo dell'interessante seminario sugli ebrei italiani e la loro complessa storia condotto dal docente universitario e storico ebreo cuneese Alberto Cavaglion. Stavolta il docente ha analizzato e approfondito le relazioni fra comunità ebraiche e intellettuali ebrei e regime di Mussolini, soffermandosi sul clima molto complicato che già si respirava in Italia dopo la "Prima Guerra Mondiale che, come ha detto il docente, "ha provocato un numero notevole di morti anche fra i tanti ebrei italiani che per patriottismo sono caduti in guerra".
  Ma come vissero quelli anni dal 1920 al decennio successivo gli ebrei italiani e cosa successe con l'avvento del Regime? Prevalsero le divisioni e le spaccature e "dopo l'iniziale unitarietà di intenti con il Risorgimento e i suoi valori che mettevano d'accordo un po' tutti" ha sottolineato "con il Primo conflitto mondiale cominciarono gli scismi che poi si sarebbero accentuati sempre di più col fascismo. Ci furono diversi ebrei che pensarono che il fascismo li avrebbe salvati e che tennero rapporti col governo Mussolini. A Ferrara il podestà Ravenna fu un esempio di uomo del compromesso e la città fu un centro di fondamentale importanza per il mondo ebraico rappresentato mirabilmente nel romanzo di Giorgio Bassani il Giardino dei Finzi Contini che però venne molto criticato e considerato mieloso e poco realistico da diversi scrittori d'avanguardia. Nonostante le polemiche fu un testo di fondamentale importanza per capire quel tormentato periodo e la storia di una famiglia ebraica altoborghese che pensava di scamparla a quanto stava accadendo ma che venne arrestata e deportata".
  Negli anni '20, ha ricordato lo storico, si stava formando anche il futuro dittatore Mussolini che frequentava i salotti culturali della borghesia milanese mostrando già, come ha evidenziato lo storico "atteggiamenti di stizzosa antipatia verso gli ebrei e in particolare nei confronti di membri di spicco di questi ambienti, come Treves". Tratteggiando efficacemente la personalità di Mussolini e il seguito che, purtroppo per ingenuità o per sopravvivenza molti ebrei li diedero, Cavaglion ha aggiunto "Nonostante fosse totalmente emarginato dagli ambienti colti, Mussolini seppe inserirsi nella vita politica. Era un manipolatore, si mostrò da subito nazionalista e interventista e se la prese con Treves, amico di Turati e ebreo piemontese prendendolo in giro e chiamandolo Claudio Tremens, schernendo la sua codardia". Nella sua analisi egli si è soffermato sulle "varie spaccature che lacerarono il tessuto sociale degli ebrei italiani. Essi erano divisi su varie questioni, pacifisti e irredentisti, fascisti e antifascisti e anche sionisti, una minoranza e antisionisti, la maggioranza, tanti pensavano che il fascismo non fosse pericoloso come il nazismo e ne sottovalutavano la gravità". Il 1917 fu poi un anno cruciale, fra la dichiarazione Balfour e la Rivoluzione d'ottobre che rappresentò uno spartiacque, fra chi aderì al comunismo e quelli che restarono socialisti." Fu una fase molto agitata per l'Italia e per gli ebrei italiani, quella fra lo scoppio della Prima Guerra mondiale e l'avvento del fascismo e, come ha fatto sapere Cavaglion, "ci furono diversi ebrei che giurarono fedeltà al regime e professori universitari che furono costretti a emigrare perché coraggiosamente si opposero al fascismo. Fra questi Giorgio Levi Della Vida che venne sostituito dal suo migliore discepolo, Umberto Cassuto".
  Ma cosa accadde alle comunità italiane in quegli anni e quali furono le città dove ci furono maggiori divisioni e contrasti? Centri nevralgici di questi scontri furono le città di Ferrara e di Modena dove Cavaglion ha raccontato le storie, citando il giornalista Arrigo Levi e le sue memorie, la storia dei due fratelli Donati che divennero uno "un fascista molto rispettato dai membri del regime, mentre l'altro venne arrestato e ucciso come oppositore". Numerose furono le vicende di "lotta fratricida, di dolorosi compromessi come il Concordato del 1931 fra Mussolini e rabbini che dovettero negoziare col governo e col Vaticano". In tutto questa cornice, "nella quale per noi è un dovere morale cercare di non giudicarne i protagonisti, perché lo storico non è un giudice ma uno studioso", ha specificato, un ruolo molto importante è stato quello dei Fratelli Rosselli e di personaggi come Leone Ginzburg, originario di Odessa e che divenne marito della celebre scrittrice Natalia Levi.
  Liberali, progressisti, molto legati alla loro identità ma laici, sia Ginzburg che Rosselli, furono fieri oppositori del fascismo fino all'ultimo e Nello Rosselli scrisse un sentito discorso "Il mio ebraismo" che ricevette molti elogi ma anche diverse critiche, specialmente da rabbini e da religiosi. In tema di lacerazioni e lotte fra ebrei, i Rosselli e altri come Vittorio Foa vennero denunciati e fatti arrestare da Dino Segre, noto con lo pseudonimo di Pittigrilli, scrittore e intellettuale ebreo torinese molto vicino al fascismo.
  La situazione precipitò sempre di più quando vennero emanate le leggi razziali; fra il 1935 e il 1938 furono "anni di profondo disorientamento ebraico, con arresti, eccidi e provvedimenti restrittivi che per molti arrivarono come un fulmine a ciel sereno" ha ricordato amaramente lo storico. Il decennio fra la fine della Prima Guerra Mondiale e la fine del Secondo conflitto, fu dunque un periodo chiave, dove si delinearono divisioni che ancora oggi lacerano il mondo ebraico, come quella fra laici, assimilati e religiosi, fra socialisti, comunisti, fra chi aveva perso la speranza e chi invece come in libri come "Se questo è un uomo" continuava a credere che "si potesse rinascere dalle ceneri".
  Lo studioso ha concluso il suo corso con una nota ottimistica, citando il grande letterato ebreo torinese, scomparso 30 anni fa, l'undici aprile del 1987, che in conclusione del libro racconta gli ultimi giorni prima della Liberazione di Auschwitz del 27 gennaio. "E questo è quello che è successo nella storia dell'ebraismo nel nostro Paese" ha concluso Cavaglion.

(Mosaico, 23 febbraio 2017)


Israele vieta ingresso a Human Rights Watch. Finita la pacchia per le ONG antisemite?

Sembra essere finita la pacchia per le ONG antisemite che fino ad oggi hanno abusato della democrazia israeliana per attaccare e denigrare Israele. Le autorità israeliane hanno fatto sapere di aver bloccato l'ingresso in Israele dei lavoratori di Human Rights Watch, una delle principali organizzazioni - insieme ad Amnesty International - per la difesa dei Diritti Umani. Lo fa sapere la stessa organizzazione sul suo sito web.
La decisione del Governo israeliano risale al 20 febbraio quando è stato negato il permesso di ingresso in Israele a Omar Shakir, direttore di Human rights Watch per Israele e per i territori arabi....

(Right Reporters, 24 febbraio 2017)


L'odio per Israele rende ciechi (e poveri)

Cosa insegna il caso della ricercatrice di Torino che boicotta Tel Aviv .

Le università israeliane sono espressione delle politiche di oppressione del governo e io non ci collaboro". La storia di Ilaria Bertazzi, dottoranda in Economia, tiene banco da due giorni sulle cronache dell'Università di Torino. Bertazzi ha, infatti, rifiutato un contratto di ricerca legato a Horizon2020, un progetto di studi dell'Unione europea sulle energie rinnovabili e sulle case "intelligenti" e che ha come partner l'ateneo di Torino e quello di Tel Aviv. Quando ha scoperto che Israele era tra i partner, Bertazzi ha preferito rinunciare. Un anno fa il Foglio aveva scritto più volte che il boicottaggio di Israele aveva infiltrato anche le università italiane, quando venne promosso un appello con trecento firme per isolare i colleghi israeliani. Il caso Bertazzi dimostra che quel movimento ha pesanti conseguenze pratiche. La più pesante, in questo caso, è per la ricercatrice che rinuncia a fondi preziosi pur di inseguire questa ideologia pestifera che si chiama antisionismo, spesso una maschera dell'antisemitismo. Ma anche Israele nel lungo periodo ne viene toccato profondamente. La Dan David Foundation ogni anno assegna un premio di un milione di dollari. L'anno scorso lo aveva vinto la studiosa inglese Catherine Hall, docente di Storia allo University College London. Catherine Hall ha rifiutato il premio, assieme a 300 mila dollari, perché è denaro israeliano e lei aderisce al movimento di boicottaggio dello stato ebraico. L'odio per Israele è una ossessione che rischia di deturpare il volto dell'università israeliana e che sta già corrodendo quello dei nostri atenei.

(Il Foglio, 24 febbraio 2017)


Parigi, picchiati due giovani ebrei con la kippà

L'aggressione sarebbe avvenuta martedì sera nella banlieue di Saint-Denis: i due ragazzi sarebbero stati vittime di insulti antisemiti e poi aggrediti "selvaggiamente". Uno dei due avrebbe rischiato di perdere un dito

PARIGI - Due ragazzi ebrei con la kippà, che circolavano in auto a Saint-Denis, una banlieue di Parigi, sono stati vittima di un'aggressione "selvaggia" e di feroci insulti antisemiti, come riporta il quotidiano della capitale Le Parisien. Secondo il padre dei due fratelli, 29 e 17 anni, i due, mentre erano alla guida di un'automobile, sono stati insultati dagli occupanti di un'altra auto che li hanno costretti a fermarsi al grido "sporco ebreo, ti ammazzo". Una volta fermi, gli aggressori sarebbero stati raggiunti da altri complici che avrebbero malmenato i due ragazzi ebrei.
L'aggressione sarebbe avvenuta martedì sera. Il padre dei due giovani, Armand Azoulay, presidente della comunità ebraica della vicina Bondy, ha parlato di "chiara aggressione antisemita" e di una violenza di "bestialità incredibile". Uno dei due ragazzi avrebbe anche rischiato l'amputazione di un dito, mentre l'altro, oltre alle contusioni, è stato ferito lievemente a una spalla. Gli aggressori, non identificati, si sono dati alla fuga.
Qualche giorno fa Marine Le Pen, leader del partito di estrema destra Front National, aveva detto durante un'intervista televisiva che sarebbe meglio per gli ebrei (e i fedeli di altre religioni) non esporre i simboli del loro culto, come la kippà. Le sue dichiarazioni avevano scatenato polemiche, anche perché,
nella stessa circostanza, Le Pen aveva detto che, con lei all'Eliseo, i cittadini israeliani e gli altri extraeuropei (ma non russi) non avrebbero potuto mantenere la doppia cittadinanza, essendo dunque costretti a scegliere tra quella francese e quella, in questo caso, israeliana.

(la Repubblica, 24 febbraio 2017)


"Via la Pasquetta, entri il Ramadan"

La gauche in Francia propone di scristianizzare e islamizzare il calendario

di Giulio Meotti

Dalil Boubaker, rettore della grande moschea di Parigi, propose di usare le chiese vuote per ospitare i musulmani
ROMA - Due anni fa furono le comunità islamiche a proporre la conversione delle chiese in moschee. Il rettore della grande moschea di Parigi, Dalil Boubaker, nella sua "Lettera aperta ai francesi" propose di ricorrere alle chiese vuote per ospitare i musulmani: "E' un problema delicato, ma perché no?", disse Boubaker. Adesso la sinistra al governo sembra averli presi sul serio. Un rapporto uscito ieri per la fondazione Terra Nova, principale pensatoio che fornisce le idee al Partito socialista, afferma che per meglio integrare l'islam si dovrebbero sostituire i lunedì di Pasqua e Pentecoste con le feste islamiche. E per essere ecumenici hanno inserito anche una festa ebraica. Scritto da Main Christnacht e Marc-Olivier Padis, lo studio intitolato "L'emancipazione dell'islam di Francia" afferma che "affinché tutte le denominazioni siano trattate allo stesso modo, si dovrebbero includere due nuove date importanti, Yom Kippur e Eid el Kebir, con la rimozione di due lunedì che non corrispondono a particolari solennità".
   Via dunque Pasquetta e Pentecoste per far posto a quella che segna la fine del Ramadan. La proposta è respinta dalla Conferenza episcopale di Francia, ma è fatta propria dalla Unione delle organizzazioni islamiche francesi, vicina ai Fratelli musulmani, che vorrebbe includere nel calendario le feste islamiche di Fitr ed Eid. L'idea di sostituire le feste cristiane è sposata dall'Osservatorio della laicità, l'organo voluto dal presidente François Hollande per coordinare le politiche secolariste, che ha proposto di eliminare le feste cristiane per far posto a quelle islamiche, ebraiche e laiche. L'idea è arrivata da Dounia Bouzar, membro del direttivo dell'osservatorio: "La Francia deve sostituire due feste cristiane per far posto al Kippur e all'Eid".
   D'accordo con la proposta il presidente dell'Osservatorio, Jean-Louis Bianco. E ora arriva la raccomandazione di Terra Nova. Ma i socialisti francesi sembrano più islamofili dei musulmani, se pensiamo che Abdallah Zekri, presidente dell'Osservatorio sull'islamofobia, ha detto: "Aggiungiamo due feste, anziché eliminarle. Non si dica che vogliono spogliare Pietro per vestire Maometto". Simile la proposta arrivata da un altro pensatoio, stavolta liberale, l'Istituto Montaigne che consiglia il candidato Emmanuel Macron. Nel rapporto scritto da Hakim El Karoui, l'istituto propone la creazione di un "Grande Imam di Francia". Ma l'equivalenza morale non funziona nella laicità francese. Così Hollande, in occasione della Pasqua, si "dimentica" di rivolgere gli auguri ai cristiani, salvo che pochi mesi prima aveva rivolto i migliori auguri ai musulmani per il Ramadan. L'Istituto Montaigne ha anche suggerito di insegnare l'arabo nelle scuole. Lo ha appena chiesto anche Jack Lang, goscista e presidente dell'Istituto del mondo arabo: "Il mondo arabo è parte di noi". A forza di ibridare culture, la Francia finirà per insegnare non anche l'arabo, ma solo l'arabo, e a officiare il Ramadan anziché la Pasqua. Quanto agli ebrei francesi, sono in tanti oggi a voler togliere loro la kippà.

(Il Foglio, 24 febbraio 2017)


E' vano il tentativo di difendere sia il cristianesimo trionfante del remoto passato, sia il laicismo trionfante del recente passato. Entrambi sono movimenti storici che hanno inglobato strutturalmente l’antiebraismo. L'islam non arriverà a dominare il mondo ma, come l'Assiria dei tempi biblici, oggi potrebbe essere la verga dell'ira dell'Eterno. Prima che arrivi il suo turno. «Guai all'Assiria, verga della mia ira! Ha in mano il bastone della mia punizione. Io la mando contro una nazione empia e la dirigo contro il popolo che ha provocato la mia ira, con l'ordine di darsi al saccheggio, di far bottino, di calpestarlo come il fango delle strade. Ma essa non la intende così; non così la pensa in cuor suo; essa ha in cuore di distruggere, di sterminare nazioni in gran numero» (Isaia 10:5-7). M.C.


La paura del presente

di Ugo Morelli

Se la storia non riesce a essere maestra di vita, almeno può aiutarci a comprendere il presente. Una recente inchiesta dell'Ucei (l'Unione delle comunità ebraiche italiane) pubblicata su «Pagine Ebraiche» di gennaio, ci segnala come cali la sensibilità verso genocidi e processi di emarginazione ed esclusione, e come aumenti l'indifferenza. Presi dalla paura del presente, non ci accorgiamo di scivolare nella ricerca di capri espiatori a cui attribuire la responsabilità di tutto ciò che non va. Accade ad esempio che la parola sicurezza sia usata per ridurre e decimare i diritti di libertà e, per molti aspetti, la democrazia stessa. Ma non solo. A manifestarsi è la tendenza in base alla quale l'identificazione e il riconoscimento di sé, da parte di interi gruppi sociali e di intere società, si costruisce negando un'altra parte di quella stessa società. Solo il sapere e la conoscenza di simili dinamiche possono aiutarci a distinguere tra civiltà e barbarie.
   Ben venga, allora, l'iniziativa dell'associazione «Piazza del mondo» dal titolo «Sapere e futuro» che si svolge tra Trento e Rovereto. Oggi si parlerà dell'antigiudaismo. Cosa può insegnarci l'antigiudaismo? Non si tratta solo dell'insieme dei pregiudizi e delle persecuzioni contro gli ebrei, la qual cosa già basterebbe per occuparsene con l'attenzione dovuta. Stiamo parlando, in realtà, dell'intero impianto con cui le società occidentali, comprese le comunità locali, hanno costruito e costruiscono se stesse. A un certo momento della storia alcune idee divengono il modo dominante con cui una cultura deve fare i conti. Quelle idee si trasformano con l'uso e tendono a confermarsi e consolidarsi. Si pensi all'immigrazione oggi: sta diventando, e in parte lo è già, un'ossessione. L'idea diviene un dispositivo con cui rassicurarsi, scegliere come governarsi, quanto chiudersi e aprirsi (soprattutto chiudersi). Come aveva ben intuito Max Weber. «Le idee e non gli interessi (spirituali o materiali che siano) controllano intuitivamente le azioni degli uomini. Ma le visioni del mondo che sono forgiate dalle idee hanno spesso servito da guardascambi per i binari sui quali la dinamica degli interessi ha mosso l'azione». Il dispositivo costruisce ponti di causalità e svolge una funzione rassicurante contro la paura. Ma è un meccanismo pesante per le nostre fondamenta conoscitive troppo fragili: le spiegazioni e le azioni peggiori finiscono per affermarsi con la complicità della nostra stessa autogiustificazione. Solo la conoscenza critica del presente ci potrà salvare.

(Corriere del Trentino, 24 febbraio 2017)


Georges Bensoussan in tribunale. Con lui sotto accusa il vero anti-razzismo

di Rossella Tercatin

 
Georges Bensoussan
Qualcuno non esita a chiamarlo l'Affaire Bensoussan. E se a confermare o meno la portata del paragone con il caso Dreyfus dovrà essere la storia, non c'è dubbio che il processo contro lo storico Georges Bensoussan, che si è aperto a Parigi nelle scorse settimane stia facendo discutere la Francia. A carico dello studioso, uno dei massimi esperti di storia della Shoah, un'imputazione per incitamento all'odio razziale per aver denunciato come nel paese "nelle famiglie arabe, tutti sanno, ma nessuno ammette come l'antisemitismo sia trasmesso con il latte della madre". Queste parole vengono pronunciate nel corso di un dibattito radiofonico nel dicembre 2015. Nonostante Bensoussan abbia ripetutamente tentato di spiegare che la sua fosse semplicemente una metafora per riferirsi a un pregiudizio culturalmente diffuso, le grandi associazioni antirazzismo d'Oltralpe, Ligue des droits de l'homme, Licra, MRAP, SOS-Racisme ainsi que le Collectif contre l'islamophobie en France (CCIF) lo denunciano. E ora che il caso è davanti ai giudici, accademici, intellettuali ne discutono, interrogandosi su quale sia il suo significato non solo per la reputazione dello storico, ma per il futuro della Francia. Perché la sentenza determinerà il confine della libertà di espressione, e il caso rappresenta anche la contrapposizione, forse mai così netta, fra attivisti che combattono l'intolleranza in ambiti diversi (o almeno dichiarano di farlo). Tra coloro che si sono schierati apertamente con Bensoussan, molti esponenti della comunità ebraica francese, che denunciano il crescente antisemitismo e gli atti di violenza, in massima parte compiuti proprio da giovani di famiglie arabe, ma anche Alain Finkielkraut, uno dei massimi pensatori contemporanei, che conduceva la trasmissione radiofonica nel corso della quale è stata pronunciata la frase incriminata e ha lasciato il suo posto di membro onorario del consiglio del Licra in segno di protesta.
   "Questo processo significa impedire qualunque tipo di ricerca o espressione pubblica nei confronti dell'Islam se non per lodarlo" ha dichiarato Finkielkraut in un'intervista radiofonica, denunciando un clima che in Francia si manifesta spesso: a farne le spese, oltre agli stessi Bensoussan e Finkielkraut, anche, per esempio, il saggista Bernard-Henry Levi, accusato di 'difendere Israele' e lo scrittore Michel Houellebeq, che ha ricevuto minacce di morte per il suo libro in cui racconta una Parigi del futuro governata dall'Islam politico.
   Davanti ai giudici, Bensoussan ha sottolineato come in realtà lui abbia parafrasato quanto viene messo in luce da molti intellettuali musulmani, che però hanno negato decisamente. Tra loro il giornalista Mohamed Sifaoui, che ha dichiarato di essere rimasto scioccato da quanto sostenuto da Bensoussan, in quanto arabo e non anti-semita. Sifaoui ha sostenuto che quanto da lui scritto in un precedente articolo, secondo cui gli arabi "succhiano da capezzoli intrisi di antisemitismo" sia "completamente diverso".
   Lo stesso giudice ha poi fatto notare come tutti gli studi dimostrino che l'antisemitismo sia più diffuso tra i francesi di religione islamica e di estrema destra che nel resto della popolazione.
In una République sempre più in crisi d'identità, c'è chi teme che siano anche episodi come le accuse a Bensoussan a rendere facile il gioco di Marine Le Pen, che con l'estrema destra del Front National continua a guadagnare consenso. Anche se l'esperienza insegna che le campagne elettorali con la loro retorica non sono forse il momento più propizio, trovare delle risposte a questa crisi si fa sempre più pressante. Nel frattempo, la sentenza è prevista per il 7 marzo.

(moked, 23 febbraio 2017)


Purtroppo Georges Bensoussan ha commesso un errore che forse con la sua esperienza avrebbe potuto evitare. Sarà senz'altro vero che la sua espressione voleva essere soltanto una metafora, ma si doveva prevedere che i suoi avversari non si sarebbero accontentati di questa spiegazione. Anche perché in altri soggetti potrebbe non essere vera. Mi è capitato poco fa di sentir dire con la massima naturalezza che gli ebrei, l'amore per i soldi "ce l'hanno nel sangue". Alla mia osservazione che la frase aveva un suono piuttosto razzista, il mio interlocutore ha precisato che sì, forse era meglio dire che "l'hanno preso dalla culla". Sono abbastanza convinto che la prima espressione era autentica e verace, e se fosse stata ripetuta in sede pubblica, davanti a uditori ebrei, avrebbe anche potuto essere oggetto di denuncia. L'antisemitismo purtroppo è una realtà che sta crescendo in estensione e aggressività, per questo è bene essere attenti e, soprattutto, astenersi dall'usare argomenti biologici. Anche come metafora. Per esempio, se un ebreo si sente dire: “Ma voi ebrei, l’amore per i soldi ce l’avete nel sangue”, deve resistere alla tentazione di rispondere: “Ma voi gentili, l’antisemitismo ce l’avete proprio nel sangue”. Anche se la tentazione di farlo sarebbe comprensibile. M.C.


Roma - Scuola ebraica, la visita della ministra

Si conclude con questo messaggio ai giovani raccolti nel cortile la visita della ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Valeria Fedeli alla scuola ebraica di Roma.
Un'ora e mezzo abbondante al Portico d'Ottavia, per la ministra, che incontra i vertici della scuola, i rappresentanti dell'ebraismo romano e italiano, chi a vario titolo è impegnato nel mondo dell'educazione e della formazione. Visita le classi, i diversi ambienti, incontra gli studenti.
Ad accoglierla e ad accompagnarla all'interno dell'istituto la ministra trova la presidente della Comunità romana Ruth Dureghello, la preside delle elementari Milena Pavoncello, la presidente UCEI Noemi Di Segni, e i presidenti delle altre tre Comunità dove è attiva una scuola ebraica: Milo Hasbani e Raffaele Besso per Milano, Dario Disegni per Torino, Alessandro Salonichio per Trieste.
Presenti inoltre, tra gli altri, gli assessori alla scuola di UCEI (Livia Ottolenghi) e Comunità di Roma (Daniela Debach), il preside delle scuole ebraiche rav Benedetto Carucci Viterbi, il direttore delle materie ebraiche rav Roberto Colombo.
Ad accompagnare la ministra il consigliere diplomatico Gianluigi Benedetti.

(moked, 23 febbraio 2017)


*


"I vostri valori, i valori di tutti"

di Ada Treves

Una visita alla scuola ebraica di Roma, che sarebbe dovuta essere molto breve ma si è invece trasformata in un'occasione di emozione e di dichiarazioni importanti: così, con volontà tenace, la ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, in un giorno pieno di impegni, ha dato un segnale importante alle comunità ebraiche italiane. Segno tangibile di un'attenzione che non cala e della ferma e precisa volontà di vedere, incontrare, conoscere direttamente la multiforme realtà della bimillenaria minoranza ebraica a partire proprio dai luoghi deputati alla formazione dei più piccoli, i veri garanti del futuro di una comunità piccola nei numeri ma grande nei valori e nelle tradizioni.
Dopo il Viaggio della Memoria cui ha partecipato insieme alla presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, per non dimenticare, ora Valeria Fedeli guarda avanti, e mostra il suo impegno e la sua intenzione di incontrare quelle istituzioni che accolgono e accompagnano la crescita, che educano, formano e sostengono lo sviluppo identitario dei giovani e dei giovanissimi ebrai italiani. Così, dopo la visita alla scuola di Roma, accompagnata dalla presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni e alla padrona di casa, la presidente della Comunità romana Ruth Dureghello, Valeria Fedeli ha incontrato i presidenti di Milano, Torino e Trieste, ossia di quelle comunità che pur fra mille difficoltà tengono aperta una scuola ebraica.
Un incontro importante, Dureghello ha scelto di aprire con parole sentite: "Grazie. Un grande e caloroso grazie, innanzitutto, per aver deciso di essere qui con noi e di visitare un'istituzione che è centrale e fondamentale per la Comunità di Roma, così come le scuole sono il cuore delle Comunità di Milano, Torino e Trieste, qui rappresentate dai rispettivi presidenti. Sono per noi imprescindibili, importantissime, e non intendiamo rinunciarvi, per nessun motivo. Ma abbiamo bisogno di sostegno e dell'appoggio suo e del Ministero tutto".
Evidentemente emozionata, accolta dai canti degli allievi e da un caloroso benvenuto della direttrice Milena Pavoncello, la ministra si è rivolta direttamente ai bambini e ai ragazzi che affollavano il cortile della scuola: "Siete una parte fondamentale del nostro futuro: siete italiane e italiani portatori di valori, di cultura e di storia, siete una componente imprescindibile della società".
Dopo aver assistito a una lezione sui dieci comandamenti, "Seduta in classe tra gli allievi - ha voluto sottolineare - ho sentito la forza di idee e valori e che sono portatori di un messaggio straordinario che coinvolge la comunità tutta. Il riconoscimento del rispetto e del valore dell'altro sono particolarmente importanti nell'avvicinarsi dell'ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziste del '38 e voglio ricordarvi le parole dell'Articolo 3 della nostra Costituzione: 'Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali'. Si tratta di un Articolo che va studiato, conosciuto, e che deve diventare parte integrante del lavoro in tutte le classi". Una visita, questa a Roma, che è solo un primo appuntamento e segna un passaggio importante nel processo di conoscenza e riconoscimento delle scuole ebraiche italiane, un impegno che la ministra Fedeli ha oggi riconosciuto come fondamentale, ribadendo più volte come si tratti di istituzioni che sono parte integrante e fondamentale del tessuto sociale e culturale, un'esperienza, ha concluso, "straordinaria e imprescindibile".

(moked, 23 febbraio 2017)


*


Dureghello: sostenere le scuole per garantire il futuro della comunità ebraica

ROMA - Le scuole ebraiche di Roma, che questa mattina hanno accolto la ministra della Pubblica istruzione Valeria Fedeli, hanno voluto darle un "messaggio per noi fondamentale: la trasmissione dei valori e dell'identità ebraica avviene all'interno delle scuole ebraiche". Lo ha spiegato a margine dell'incontro la presidente della Comunità ebraica capitolina, Ruth Dureghello.
"Non c'è nessun altro luogo in cui questo valore si può trasmettere. Gli ebrei da sempre studiano, gli ebrei da sempre trasmettono nella scuola l'importanza di appartenere al nostro popolo. E se si vogliono degli ebrei italiani nel futuro così
come nel passato hanno tanto segnato la storia del nostro paese, questi devono formarsi all'interno delle scuole ebraiche". Le scuole ebraiche "sono a rischio purtroppo sia perché sono prevalentemente sostenute dalle comunità, a parte uno scarso contributo da parte dello Stato come tutte le scuole paritarie, e in un momento in cui i bisogni sociali ed economici delle famiglie pesano molto, le stesse comunità ebraiche devono sobbarcarsi dell'istruzione, questo diventa complicato da mantenere e garantire per il futuro".
In questo senso, la presidente degli ebrei romani ha espresso soddisfazione per gli impegni presi dalla ministra Fedeli: "Sono soddisfatta dell'impegno, mi aspetto comunque atti concreti per il futuro. Siamo sempre disponibili a ragionare sulle strade che si possono e si debbono perseguire, ma ribadisco: se si vuole che in Italia la presenza ebraica non sia purtroppo destinata a scomparire bisogna che questo impegno si accompagni ad atti forti e importanti".

(askanews, 24 febbraio 2017)


Israele, no alle gonne corte: il Parlamento conferma il divieto

di Rachele Grandinetti

La Knesset conferma il divieto di indossare gonne corte negli edifici del Parlamento israeliano. Un comitato composto da parlamentari e dipendenti si è riunito appositamente per discutere della questione "dress code" sul luogo di lavoro. In realtà non si parla di orli e centimetri e per gonne "corte" è probabile che si intenda capi che lasciano un po' scoperte le gambe. Il comitato non stabilisce, dunque, una lunghezza minima fissa ma annuncia che procederà per step: le vittime nel mirino, infatti, avranno tre avvertimenti prima del divieto di ingresso nel palazzo. La riunione è stata indetta dopo i fatti di dicembre quando alcune donne, sempre più frequentemente, venivano fermate dagli agenti all'ingresso e rimproverate per il loro abbigliamento poco adatto al ruolo e al luogo
   È stata Shaked Hasson, assistente parlamentare, tra le prime ad essere trattenute dalle guardie, cinque uomini che si sono arrogati il diritto di commentare il suo look: «Mi hanno detto che violavo le regole, che la mia gonna non rispettava il dress code parlamentare. Il mio stupore si è trasformato in un senso di umiliazione», ha raccontato alla stampa la Hasson. Così, alcuni funzionari non solo hanno invitato le donne a preferire i pantaloni ma anche a rivolgersi alla sicurezza in modo più gentile e delicato. Già in ottobre era stato diffuso una sorta di memorandum in cui si davano istruzioni relative alle scelte da fare nell'armadio, un codice per mettere al bando un abbigliamento inopportuno, insomma. La buona norma viene nuovamente ricordata dal comitato del "gonna gate" che proibisce anche l'uso di t-shirt, pantaloncini, sandali, gonne e abiti corti e capi sportivi.

(Il Messaggero, 23 febbraio 2017)


Possibili intese Sardegna-Israele su ICT e agroalimentare

CAGLIARI - Una possibile collaborazione tra la Sardegna e Israele, in particolare su ICT e agroalimentare, e' stato uno dei temi affrontati nell'incontro che oggi il presidente della Regione Sardegna, Francesco Pigliaru, e il vicepresidente Raffaele Paci hanno avuto a Villa Devoto con l'ambasciatore di Israele a Roma, Ofer Sachs. Israele ricopre infatti un ruolo di rilievo nello scenario internazionale delle nuove tecnologie, e applica, in particolare, metodi e tecnologie di grande interesse in campo agricolo, finalizzati a rendere i terreni maggiormente produttivi. "Vogliamo essere un cluster dell'ICT - ha dichiarato Pigliaru - Abbiamo diverse aziende importanti e parecchie piccole start up, tra le migliori in Italia, che stanno seguendo un cammino virtuoso. Siamo molto fiduciosi sul loro sviluppo. Ci sono anche alcuni grandi player che stanno investendo in Sardegna, dove esiste un chiaro potenziale per un'agricoltura moderna e di qualita'".
   Pigliaru e Paci hanno inoltre sottolineato gli sforzi che la Regione sta compiendo nel campo della ricerca: "Puntiamo molto sulla ricerca nel nome dell'innovazione", ha aggiunto Paci citando "lo sviluppo del distretto aerospaziale, il Joint Innovation Center di Huawei a Pula per le Smart & Safe City, il Radiotelescopio di San Basilio e la rinata Manifattura Tabacchi, centro di creativita' in cui far dialogare tecnologia e arti".
   Si e' infine parlato di turismo, sottolineando come la Sardegna, 'Isola della longevita'', sia una della quattro "blue zone" al mondo grazie a qualita' e stili di vita, cibo, paesaggio.

(AGI, 24 febbraio 2017)


Falci di 23mila anni fa potrebbero cambiare la storia dell'agricoltura

Gli strumenti sono stati ritrovati durante una campagna di scavi effettuata nei pressi del lago di Tiberiade, in Israele, e consentirebbero di retrodatare notevolmente le teorie sulla nascita delle coltivazioni.

 
Falci ritrovate presso il lago di Tiberiade

Le origini dell'agricoltura potrebbero essere molto più antiche di quanto si è pensato fino a questo momento. È questa la scoperta emersa grazie a una campagna archeologica di scavi effettuata presso il lago di Tiberiade in Israele. I ricercatori dell'Università di Haifa hanno infatti ritrovato nelle vicinanze di Ohalo-2 - un piccolo villaggio di pescatori e agricoltori tornato alla luce in seguito all'abbassamento del livello dello specchio d'acqua - cinque selci affilate, alcune delle quali collegate a pezzi di legno a formare delle rudimentali falci: "Quegli agricoltori - ha spiegato la dottoressa Iris Groman-Yaroslavsky dell'ateneo di Haifa, come riporta il quotidiano Haaretz - sapevano che era preferibile mietere le spighe prima che fossero mature, per non perderne i chicchi".

 Un'ipotesi rivoluzionaria
  Se la tesi scaturita da questa campagna archeologica, che vede la collaborazione di ricercatori provenienti anche dalle Università di Tel Aviv, Harvard e Bar-Ilan, dovesse esser confermata, cambierebbe radicalmente la scansione temporale della storia dell'agricoltura. Quelle rinvenute sarebbero infatti le falci più antiche mai trovate, in anticipo di migliaia di anni rispetto a tutte le altre. Finora infatti l'ipotesi più accreditata era che l'agricoltura, per come la intendiamo attualmente, fosse nata circa 12mila anni fa tra la Turchia, l'Iran e l'Iraq. Questi resti risalenti a circa 23mila anni fa, però, potrebbero modificare radicalmente quelle che erano le convinzioni sull'origine delle coltivazioni.

 Nessuna conclusione affrettata
  Nonostante la portata della scoperta sia potenzialmente notevole, è ancora presto per trarre conclusioni: gli archeologi stanno ancora esaminando gli altri utensili in pietra ritrovati. Tuttavia l'affidabilità della collocazione temporale sarebbe garantita dalla presenza di alcuni residui vegetali su questi strumenti grazie ai quali è stato possibile effettuare le analisi con il metodo del Carbonio 14, ovvero una particolare tecnica di datazione utilizzata soprattutto in archeologia e basata sull'analisi degli isotopi del carbonio nei reperti di materia organica. Il sito infatti era ben conservato essendo stato coperto dai sedimenti del lago e privato in pratica dell'ossigeno.

(Sky Tg24, 23 febbraio 2017)


Una ricercatrice di Torino rifiuta la collaborazione con l'università di Tel Aviv

Una ricercatrice di Torino si è rifiutata di collaborare con l'università di Tel Aviv in segno di protesta contro Israele. La scelta rientra nella campagna tesa a boicottare le collaborazioni con gli atenei dello Stato ebraico e in particolare in quella portata avanti da alcuni docenti e studenti per fare in modo che Università e Politecnico rinuncino all'accordo con il centro Technion, istituto accusato di fare ricerca al servizio del governo di Gerusalemme e dei militari. "Rinuncio all'assegno di ricerca per boicottare l'università di Tel Aviv e Israele". Sono le parole della protagonista di questa vicenda che non ha voluto uscire dall'anonimato:
    "Mi è stato proposto un assegno di ricerca all'interno di un progetto finanziato dal fondo europeo Horizon 2020. Si sarebbe trattato di un lavoro nell'ambito della ricerca energetica in collaborazione con l'università israeliana di Tel Aviv, ma ho rifiutato l'offerta perdendo di conseguenza il lavoro e, con ogni probabilità, qualsiasi velleità di carriera accademica in Italia".
Dentro e fuori l'Università torinese si è aperto un accesso dibattito sulla distinzione fra ricerca e politica, sostenuta dai rettori, convinti che le applicazioni non debbano avere nulla a che fare con l'operato dei governi. L'ex sindaco di Torino, Piero Fassino, si espresse in maniera molto dura su chi invitava al boicottaggio di Israele.
La giovane ha messo in scena tutti i cavalli di battaglia della propaganda e delle bugie contro Israele:
    "Le istituzioni accademiche sono un punto chiave della struttura ideologica ed istituzionale del regime di oppressione, colonialismo ed apartheid di Israele contro la popolazione palestinese.
    Fin dalla sua fondazione, l'accademia israeliana ha legato il proprio destino a doppio filo con l'establishment politico-militare, e nonostante gli sforzi di una manciata di accademici interni, tale istituzione rimane profondamente impegnata a supportare e perpetuare la negazione dei diritti dei palestinesi da parte di Israele".
Per chi sa leggere è una litania. Per chi legge con occhi antisionistici è linfa vitale per la demonizzazione di Israele sul piano politico ed economico e qui la cosa si fa più sottile. Perché a queste persone non basta puntare il dito contro il governo di Gerusalemme, ma vuole minare alla base l'economia di un paese che fin dalla sua nascita si difende da attacchi vergognosi.

(Progetto Dreyfus, 23 febbraio 2017)


Dai club omosessuali ai gruppi anti-Israele: è il grande affare onlus

Tolto il finanziamento scandalo all'Anddos. Ma l'Italia mantiene oltre 250 associazioni. Ci sono pochi controlli e rendiconti opachi: il sistema è ad alto rischio.

di Silvia Cocuzza

66 mila
È la retribuzione lorda più alta degli operatori che lavorano nelle onlus. Quella minima è di 10mila euro
38 milioni
Emergency ha visto crescere il proprio bilancio a 38 milioni di euro, dai 23 del bilancio precedente
68 %
È la percentuale dei finanziamenti pubblici che sostengono le onlus. Solo il restante 32%, arriva da privati

ROMA - Non governano, ma sono potentissime. Non fatturano, ma sono un business. Il sottobosco delle organizzazioni non governative vale milioni di euro e conta su risorse importanti: in Italia le Organizzazioni non governative riconosciute ufficialmente eleggibili per il finanziamento pubblico sono almeno 250 e il «fatturato» totale di quelle registrate supera i 500 milioni di euro. Come l' associazione Anddos, finita nella bufera per le orge nei circoli gay finanziate dall'Unar e rivelate dalle Iene: dopo lo scandalo, ieri la presidenza del Consiglio ha revocato il finanziamento da 55mila euro annullando l'inserimento in graduatoria.
   Gli introiti sono costituiti per il 68% da finanziamenti istituzionali e «solo» per il restante 32% da donazioni di privati e tax payers. Un indotto che ha molto che vedere con il tema dell'occupazione, se si pensa che il 31% degli operatori può contare su contratti a tempo indeterminato e il 38% su collaborazioni a progetto, con una retribuzione che oscilla fra 66mila euro lordi annui (la più alta) e i dieci mila. Comparando le più recenti top 10 delle Ong classificate per totale di entrate, emerge un aspetto interessante: si scopre che l'altalena dei numeri fa variare, e di molto, le posizioni. Così (ai dati di maggio 2016) Save the Children scala il primo posto, passando da 25 milioni a 66 milioni di euro, Medici senza Frontiere segue con 50 milioni (più dieci), Emergency vede crescere il bilancio a ben 38 milioni di euro (dai 23 precedenti). Ma l'elenco continua, ed è lungo. Dove finiscono, tutti questi fondi pubblici? La questione è stata sollevata non molto tempo fa, da Gerard Steinberg, che ha dichiarato: «Milioni di euro pagati dai contribuenti italiani sono sperperati ogni anno in favore di un piccolo gruppo di Ong politicizzate che non realizzano obiettivi in particolare». Per esempio, le associazioni anti-Israele: un nutrito gruppo di attivisti che operano per diffondere il verbo della propaganda pro-palestinese, con il beneplacito, tra gli altri del Ministero degli Affari esteri. Quanti sono i soldi dei contribuenti che finiscono a finanziare progetti «umanitari» o di cooperazione dai contorni non sempre trasparenti, è una domanda a cui non c'è ancora una risposta univoca. Spesso, non è noto l'ammontare dei contributi e del costo dei progetti finanziati nel settore delle onlus, né i criteri di selezione per l'assegnazione degli incarichi.
   Ancora più spesso, accade che gli stessi progetti vengano presentati dalle stesse associazioni, finanziati dagli stessi enti, in anni diversi. Mentre in altri Paesi, come Stati uniti e Canada, esistono precisi meccanismi di controllo, in Italia il sistema delle Ong non ha mai vincolato i finanziamenti statali sulla base di gare pubbliche né sono fissati criteri specifici che definiscano di qualità e costi dei progetti, soprattutto per le Onlus con i bilanci che pesano di più. Ufficialmente, non vi sono enti indipendenti di controllo e certificazione obbligatori. Una lacuna legislativa che è, a tutti gli effetti, un limbo.
   La necessità di maggiori controlli è stata auspicata nel luglio 2012 anche dalla Corte dei conti, che ha monitorato 84 progetti in 23 Paesi, trovando di tutto: soldi mai arrivati, progetti fermi o in ritardo da anni, rendiconti spariti. In effetti, a rendere pubblici i propri bilanci, o il proprio organigramma, sono per lo più le organizzazioni internazionali, cosa che accade molto più di rado nel no-profit delle piccole associazioni all'italiana. Incrociando gli open data, per esempio, incuriosisce che la classifica delle dieci ong più «ricche» non corrisponda affatto a quella delle più trasparenti. Discutere delle competenze, dell'operato, degli ambiti d'intervento e del funzionamento generale delle organizzazioni non governative sembra un tabù su cui vige, a tutt'oggi, una specie di silenzio assenso. È lecito sospettare che quello scoperchiato dal caso Unar, coi finanziamenti contro la discriminazione razziale devoluti al sollazzo omosessuale, sia solo un vaso di pandora. Scoperchiarlo, non basta.

(il Giornale, 23 febbraio 2017)



Parashà della settimana: Mishpatim (Leggi)

Esodo 21.1-24.18

 - Dopo la promulgazione del Decalogo il testo della Torah continua con la parashà di Mishpatim (Leggi) che si apre sulle regole riguardanti la schiavitù di un servitore ebreo e il divieto di uccidere. C'è da chiedersi: come mai la Torah ritorna su questi due temi? La Torah parla di una schiavitù temporanea (sei anni). Trascorso tale periodo lo schiavo deve essere messo in libertà. Secondo Maimonide (Rambam) colui che acquista uno schiavo acquista un padrone (Mishnè Torah). Difatti il proprietario di uno schiavo è tenuto a mantenerlo e se dovesse percuoterlo, è tenuto a rimborsare a questo i danni causati dalla violenza (Es. 21.26).
Il divieto di uccidere è connesso con la schiavitù. Soltanto un uomo libero non uccide essendo egli il padrone di se stesso. Pertanto chi uccide nel nome di D-o (Jihad!) è un vero ateo miscredente. E' questo un insegnamento della Torah su cui riflettere ai nostri giorni, dove la società moderna uccide l'uomo nel nome di D-o senza alcun timore e rispetto per il suo Creatore.
"Il servitore resterà sei anni al tuo servizio e nel settimo anno deve essere liberato" (Es.21.2). Ma se il servitore dice: "Io amo il mio padrone… e non voglio essere liberato" (Es.21.5). Allora il padrone gli forerà il lobo del suo orecchio con una lesina perché non ha ascoltato la Parola di D-o. "I-o sono il Signore tuo D-o che ti ha liberato dalla schiavitù". L'ebreo dunque non deve accettare di vivere tutta la sua vita sotto il giogo di un padrone, perché ha l'obbligo di servire D-o.

Santità e Legge
Nella parashà la dimensione di santità (chedushà) viene descritta subito dopo le regole di carattere sociale (ben Adam lehaverò). "Non salirai sul Mio altare mediante scalini, in modo che la tua nudità non venga a scoprirsi" (Es. 20.26)- Rashì si chiede: "Perché alle leggi civili seguono quelle relative all'altare?" Per affermare che queste leggi devono essere fatte rispettare da un tribunale (Sinedrio) che siede nel Tempio, dove è ispirato dal Signore. Secondo i nostri Saggi cazal la "giustizia" è il fondamento del mondo. Lo scopo della giustizia difatti non è solo quello di punire, ma anche quello di reintegrare l'uomo nel progetto Divino (santità) da cui si era allontanato. In questo parallelo tra leggi civili e Tempio, la Torah vuole farci comprendere sia il rigore nel rispettare la legge sia la misericordia di D-o nel concedere clemenza all'uomo smarrito. Ora sorge una domanda che non è possibile evitare. Il non-ebreo è obbligato a rispettare questa legislazione della Torah? Il rabbino Moshè Isserles così risponde: "I non-ebrei devono osservare le "sette regole" spettanti ai figli di Noè, che sono l'intera Umanità". Nel Talmud babilonese, trattato Sanhedrin 56b, vengono riportate queste regole tra cui quella di istituire i Tribunali per l'amministrazione della giustizia. Due sono i motivi secondo Isserles per cui i non-ebrei sono obbligati a rispettare questi comandamenti. Il primo è di carattere sociale, per evitare l'anarchia, il secondo è di carattere etico, legato alla Rivelazione sinaitica. E' una giustizia che nasce dalla Torah e gestita dall'uomo, in cui la dimensione spirituale e quella materiale si incontrano per servire D-o Benedetto con la fede e con la ragione (cuore e cervello).
L'espressione "Mishpatim" sta a significare la legge che l'uomo può comprendere con la sua ragione. La nota espressione "Occhio per occhio e dente per dente…" (Es.21.24) non è una "vendetta" come spesso si ritiene nel mondo non-ebraico bensì un principio "assicurativo" che tutela gli individui colpiti dai danni. La riparazione difatti consiste nella valutazione da parte di giudici competenti del danno subito con successiva retribuzione del suo valore, come oggi accade nella gestione di polizze assicurative.

Diritti dello straniero e riposo della terra d'Israele.
"Non angustiare lo straniero… perché stranieri siete stati in terra d'Egitto. Per sei anni seminerai il tuo terreno, ma nel settimo anno gli darai riposo" (Es. 23.9).
I diritti dello straniero trovano la loro ragione d'essere nel rispetto della persona umana a condizione che questa abbia il timore di D-o osservando i principi morali che sono alla base di ogni società.
In questa parashà infine, abbiamo un'anticipazione dell'anno sabatico per la terra d'Israele, durante il quale questa non verrà coltivata, ma lasciata riposare. Penserà D-o al nutrimento del popolo, che avrà fede nel Signore essendo Egli il suo vero proprietario. F.C.

*

 - «Secondo Rashì, la Torah stessa è la ketubah fra il Santo, sia Egli Benedetto, e Am Israèl, ossia il contratto di matrimonio che Hashèm ha stipulato prendendo la comunità d'Israele in sposa». Questa citazione, tratta da un sito ebraico, si presta bene al commento di questa parashà, perché il monte Sinai non è il luogo in cui è avvenuta una "erogazione liberale" di Dio al popolo, senza richiesta di controprestazione: al Sinai è stato firmato un contratto con impegni da entrambe le parti.
Anche se stravolto dalla terrificante scena che ha visto sul monte Sinai, il popolo ha rinnovato il suo impegno a sottostare alle leggi di Dio. Ha soltanto chiesto che i rapporti avvenissero attraverso Mosè, perché sono convinti che se ascoltassero ancora una volta il "viva voce" del Signore, morrebbero tutti.
Il Signore li accontenta: richiama Mosè e si apparta con lui sul monte per procedere all'elaborazione del contratto.

4o passo - La stesura del contratto (Es. 21:1-23:33)
Se è corretto dire che al Sinai è stato stipulato un contratto di tipo matrimoniale fra Dio e il popolo, è però sbagliato pensare che la forma giuridica di questo contratto sia la generica Torah, cioè l'insieme di tutti i precetti contenuti nei libri di Mosè, con l'aggiunta magari di altri accordi fatti a voce. L'esatta formulazione del contratto, quella avente valore giuridico, è contenuta nei capitoli 21, 22, 23 dell'Esodo, preceduti dalle fondamentali "dieci parole" che il popolo ha udito con le sue orecchie dalla bocca del Signore.
In questi tre capitoli sono contenute, da una parte, le condizioni che il Signore pone al popolo: ordinamenti civili molto concreti di vario genere, con pochi ma importanti punti che si riferiscono alle feste e in particolare al sabato (Es. 21:1-23:19); e dall'altra gli impegni che Dio si assume verso il popolo: guida durante il cammino verso la Terra promessa, cibo assicurato, cure mediche, anzi totale assenza di malattie, garanzia di vittoria in caso di guerra (Es. 23:20-33).
Mosè prende atto di quello che propone il Signore, scende dal monte e comunica la proposta al popolo. E per la terza volta il popolo dichiara di essere d'accordo:
"Mosè venne e riferì al popolo tutte le parole dell'Eterno e tutte le leggi. E tutto il popolo rispose ad una voce e disse: Noi faremo tutte le cose che l'Eterno ha dette" (Es. 24:3).
Dopo di che Mosè scrive tutte le clausole del contratto in un documento che prende il nome di "libro del patto" (Es. 24:4). Ed è proprio questo il documento giuridico che entrambe le parti saranno chiamate a sottoscrivere. Il che avviene subito dopo, come atto finale della procedura.

5o passo - La stipulazione del contratto (Es. 24:3-8)
Se il rapporto tra Dio e il suo popolo è un patto matrimoniale, l'ultimo passo giuridico da fare è l'atto formale che ne sancisce la validità. La procedura della "firma" avviene in questo modo. Mosè costruisce un altare che rappresenta Dio e dodici stele che rappresentano le dodici tribù d'Israele. Quello che deve essere stipulato è un "patto di sangue", il che significa che non sono ammessi trasgressori, cioè non è possibile che una delle parti possa trasgredire e continuare a vivere: pagherà col sangue la sua trasgressione. Il simbolo che esprime questo tipo di accordo richiede dunque la presenza di sangue di vittime uccise. A questo scopo Mosè ordina a dei "giovani tra figli d'Israele" di immolare giovenchi in sacrifici e raccoglie il sangue versato. Sarà questo sangue a testimoniare delle parole pronunciate dalle parti nell'atto che sancirà la validità del patto. Poi prende metà del sangue raccolto e lo sparge sull'altare, che rappresenta Dio. Dio è presente, e ha già dichiarato di voler prendere il popolo come sua sposa; adesso tocca al popolo fare la sua formale dichiarazione. Prima di questo, come farebbe un notaio in casi simili, Mosè legge in pubblico il testo del patto e chiede al popolo di dichiararsi:
"Poi prese il libro del patto e lo lesse in presenza del popolo, il quale disse: Noi faremo tutto quello che l'Eterno ha detto, e ubbidiremo" (Es. 24:7).
Dopo di che prende la seconda metà del sangue raccolto, lo sparge sulle dodici stele rappresentanti il popolo e pronuncia la solenne proposizione con cui Dio e il popolo sono dichiarati uniti in matrimonio:
"Allora Mosè prese il sangue, ne asperse il popolo e disse: Ecco il sangue del patto che l'Eterno ha fatto con voi sul fondamento di tutte queste parole"
(Es. 24:8).
Degna di nota è la dizione "sangue del patto" (dam habrit, דם הברית) che nell'Antico Testamento compare soltanto qui e in Zaccaria 9:11. Compare invece più volte nel Nuovo Testamento, in particolare nei Vangeli. Nell'ultima cena Gesù, passando il calice ai discepoli, disse: "Questo è il mio sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati" (Matteo 26:28). Esiste una relazione? Lasciamo aperta la domanda.

Un avvenimento incredibile
Dopo la stipulazione del patto ai piedi del Sinai, avviene qualcosa di unico, incredibile:
"Poi Mosè ed Aaronne, Nadab e Abihu e settanta degli anziani d'Israele salirono, e videro l'Iddio d'Israele. Sotto i suoi piedi c'era come un pavimento lavorato in trasparente zaffiro, e simile, per limpidezza, al cielo stesso. Ed egli non mise la mano addosso a quegli eletti tra i figli d'Israele; ma essi videro Dio, e mangiarono e bevvero" (Es. 24:9-11).
Una scena simile non si ripeterà mai più in tutta la storia d'Israele descritta nell'Antico Testamento. Il popolo, rappresentato qui non dal solo Mosè ma dai settanta anziani, vede Dio nella sua gloria. E quel popolo che prima non poteva neppure avvicinarsi al monte se non voleva essere fulminato, adesso può non solo avvicinarsi, non solo salire, ma addirittura mangiare e bere alla sua presenza, gustando un'intimità che neppure immaginava ci potesse essere. Come spiegare questo cambiamento di atteggiamento di Dio verso il suo popolo? Che cos'è che ha fatto cambiare tutto? La risposta non può che essere una sola: l'esistenza del patto. E se questo è il patto matrimoniale che unisce Dio e il popolo, allora il gioioso pranzo sulle pendici del monte Sinai è il banchetto di nozze.
Qualcuno continuerà a non capire gli atteggiamenti di Dio; forse non capirà come mai Mosè davanti al roveto ardente "si nascose la faccia perché aveva paura di guardare Dio" (Es. 3:6), mentre qui settanta anziani possono tranquillamente guardare Dio senza provare alcun timore. Qualcun altro farà notare che poco più avanti Dio dirà a Mosè che "l'uomo non mi può vedere e vivere" (Es. 33:20), e di nuovo sembrerà una contraddizione. Questo accade perché si pensa alla Legge di Mosè in termini di "etica sacra" invece che di "storia sacra". E si passa il tempo a contemplare e analizzare questa universale etica sacra operando allargamenti e restringimenti, traendone applicazioni ed esclusioni a non finire, in un chiacchierio infinito che finisce per essere fine a se stesso. Quando invece Dio interviene direttamente nella storia, essa diventa storia sacra. E questo determina un prima e un dopo che fa cambiare i parametri etici.
Il patto del Sinai, nella precisa forma in cui è stato presentato nei capitoli della Bibbia che abbiamo qui considerato, è uno di quegli interventi di Dio che determinano un prima e un dopo. Altri ne seguiranno nei prossimi capitoli. M.C.

  (Notizie su Israele, 23 febbraio 2017)


Vino dal deserto: la scommessa di un italiano nel deserto del Negev

di Rossella Tercatin.

 
I gialli, gli ocra, i rossi, qua e là le macchie scure degli arbusti. Poi all'improvviso il verde che non ti aspetti, quello tenero e rigoglioso di un vigneto. Il deserto del Negev, che copre l'intero Sud di Israele, ha rappresentato sin dalla nascita dello Stato un incubatore di vita in condizioni difficili. Oggi dai suoi istituti di ricerca arrivano risposte alle sfide dello scombussolamento climatico. Come quella di crescere le vigne in condizioni di siccità.
   È la specialità di Aaron Fait, biochimico delle piante che, nato e cresciuto tra i monti di Bolzano, è a capo di un laboratorio dell'Istituto Blaustein per le Ricerche del Deserto di Sde Boker, uno dei campus dell'Università di Ben Gurion. A Sde Boker, Fait è arrivato una decina d'anni fa, dopo la laurea a Tel Aviv, il dottorato al prestigioso Weizmann di Rehovot, e il post-dottorato in Germania.
   «A fare la differenza nel mondo della ricerca israeliana sono la meritocrazia e l'investimento sui giovani, compresa la possibilità di uscire dal Paese, sapendo di avere un posto dove tornare e, magari, che lo Stato ti metterà a disposizione un milione di dollari per creare il tuo laboratorio, come è successo a me».
   Temperature che superano i 45 gradi, suolo salino, evaporazione media di 2 mila millimetri l'anno a fronte di piogge per meno di 100 sono i principali ostacoli per la viticoltura nel Negev. Per vincerli, Fait e la sua squadra reinventano una saggezza antica, declinandola nell'età dell'high-tech. «La vite è stata centrale nell'economia della regione per millenni grazie ad avanzate tecniche di conservazione dell'acqua - spiega, accogliendoci nel suo ufficio -. Con la conquista musulmana del VII secolo i vigneti sparirono per oltre mille anni. Furono i grandi filantropi del progetto sionista a riportare qui la viticoltura. A essere introdotto fu però il metodo francese, che presuppone un clima mediterraneo. E così le coltivazioni sorsero a Nord e in collina. Solo di recente si è tornati a guardare al deserto».
   Negli ultimi anni la produzione di vino in Israele sta conoscendo una forte espansione: nel 2015 ha toccato i 40 milioni di bottiglie, 9 in più del 2014, e per il 2016 la cifra stimata è 49 milioni. Dei 20mila acri coltivati a vigneti, solo 250 si trovano nel Negev. Ma - assicura Fait - il numero cresce esponenzialmente e il lavoro quotidiano del laboratorio rappresenta un virtuoso tandem pubblico-privato. «Collaboriamo con i vigneti commerciali - sottolinea lo scienziato -. Definiamo con le aziende l'esperimento: loro crescono le piante, noi andiamo sul campo a svolgere le misurazioni e ne condividiamo i risultati». Tra le tecniche messe a punto ci sono teli di nylon per proteggere il suolo dall'evaporazione, reti colorate sui grappoli per far passare soltanto la quantità di luce necessaria perché il frutto maturi senza bruciare e un'irrigazione intelligente basata sui bisogni della pianta, rilevati da appositi sensori.
   Le ricerche di Fait sono arrivate anche in Europa. Se in molte zone l'irrigazione dei vigneti in passato era considerata un tabù, i capricci del clima portano anche i più tradizionalisti a cambiare parere. «Per esempio in Friuli dagli anni 2000 ci sono state ricorrenti ondate di siccità che hanno messo le vigne a dura prova. Così è nato il progetto "Irrigate", a cui abbiamo lavorato con l'Università di Udine e con Netafim, azienda israeliana leader nell'irrigazione a goccia».
   Anche se il legame con Italia rimane forte, a Fait il Negev è entrato nel cuore: «Lavorare nel deserto ha qualcosa di speciale. Quando esco dal laboratorio per una passeggiata, ho me stesso, il vento e basta. Una sensazione unica».

(La Stampa, 22 febbraio 2017)


I due musulmani che hanno raccolto i soldi per ricostruire un cimitero ebraico distrutto

Un centinaio di lapidi sono state danneggiate e divelte a St. Louis, in Missouri. Per ripararle un gruppo di cittadini di fede musulmana ha lanciato una raccolta fondi.

Un'immagine del cimitero ebraico di St Louis con le lapidi profanate
Giovedì 21 febbraio 2017, nel cimitero ebraico di St. Louis, nello stato americano del Missouri, sono state divelte e distrutte un centinaio di lapidi da un gruppo di vandali non ancora identificati dalla polizia, in seguito a un'ondata di minacce antisemite negli Stati Uniti.
Ventiquattrore dopo, alcuni cittadini di fede musulmana hanno lanciato una raccolta fondi per racimolare i soldi necessari alla riparazione delle lapidi vandalizzate. In poche ore sono stati raccolti oltre 50mila dollari, superando le aspettative degli organizzatori Linda Sarsour e Tarek el-Messidi.
"Con questa campagna vogliamo dare un messaggio di unità da parte delle comunità ebraiche e musulmane, vogliamo far capire che in America non c'è spazio per l'odio e la violenza", hanno sottolineato gli attivisti. Nel caso dovessero avanzare soldi, sarebbero destinati ad altri centri ebraici.
Con la raccolta fondi è partita una gara di solidarietà per ricostruire il cimitero distrutto. Non sono mancate le repliche amareggiate dell'associazione rabbini di St. Louis, che in un post su Facebook ha denunciato la distruzione come "un atto orribile e vergognoso di vandalismo".
Nelle ultime settimane sono state numerose le minacce di attentati dinamitardi contro una decina di centri della comunità ebraica negli Stati Uniti. Tutte queste minacce sono state classificate dalle autorità come falsi allarmi.
Il governatore del Missouri, Eric Greitens, si è detto "disgustato" per gli atti vandalici e si è recato in prima persona sul luogo con una squadra. Armato di rastrello ha iniziato a ripulire il luogo.

(The Post Internazionale, 22 febbraio 2017)


In Israele una stage race particolare

Anche due italiani al via della Samarathon Desert Mtb Race con i migliori esponenti locali in gara. Downhill di scena in Cile.

di Gabriele Gentili

In attesa della partenza di domenica dell'Andalucia Bike Race, prima grande gara a tappe della stagione (grande soprattutto nel senso della durata impegnando gli atleti per oltre una settimana), nello scorso fine settimana si è svolta una prova molto particolare, la Samarathon Desert Mtb Race, principale gara a tappe del calendario israeliano su un percorso decisamente fuori dell'ordinario. L'appuntamento era al Timna Park, a un passo dal confine con Giordania e Egitto, per tre giornate di gara decisamente impegnative: il prologo era costituito da 22 km per 200 metri di dislivello disputato in condizioni di pioggia e freddo inconsuete per il luogo. Prima tappa di 82 km per 1.100 metri, seconda e conclusiva di 62 km per 800 metri. Pochi gli stranieri al via, tra cui i nostri Marco Toniolo e Andrea Sicilia che dopo aver condotto la classifica M40 nel prologo sono scivolati indietro finendo comunque 11esima assoluti e quarti di categoria. La gara ha visto primeggiare i concorrenti locali, con la doppietta del Cycling Academy Team con Guy Sessler e Guy Leshem primi con 59" sui nazionali Shlomi Haimy e Guy Niv, autori di un grande recupero nell'ultima tappa. Terza posizione per Drod Pekatch e Chanoch Redlich a 32'02". Due sole coppie femminili con Yarden Golan e Yael Goren prime con 3h42'24" su Simona Barel e Dana Meir. Una presenza di spicco nelle coppie miste, quella della svizzera ex Colnago Nathalie Schneitter, in gara con suo fratello Michael per il Rose Vaujany:per loro prima posizione con 55" su Noam Schiller e Idit Hub, terzo Yulia e Dima Repkin a 44'13".
Spostiamoci dall'altra parte del mondo per occuparci di downhill e dell'edizione 2017 della Red Bull Valparaiso Cerro Abajo, urban downhill giunta alla 15esima edizione e considerata la capostipite in questo genere di competizioni. Una quarantina gli atleti provenienti da tutto il mondo, ma la vittoria non poteva sfuggire al "maestro" delle urban, il ceko Tomas Slavik, che con il tempo record di 2'48"48 ha preceduto il britannico Bernard Kerr di 2"08 e il cileno Pedro Ferreira di 4"04. Per Slavik si è trattato di sfatare un tabù visto che nelle sue precedenti quattro esperienze non era mai riuscito a cogliere il risultato pieno.

Samarathon Desert Mtb Race Samarathon Desert Mtb Race Samarathon Desert Mtb Race Samarathon Desert Mtb Race Samarathon Desert Mtb Race Samarathon Desert Mtb Race Samarathon Desert Mtb Race Samarathon Desert Mtb Race  mootools lightbox gallery by VisualLightBox.com v6.0m

(4actionsport, 22 febbraio 2017)


Il Jihad contro Israele

di Niram Ferretti

Di fronte ai 700 delegati riunti a Teheran il 21 febbraio per la sesta conferenza internazionale in sostegno dell'intifada, il supremo leader l'ayatollah Ali Khamenei ha nuovamente e chiaramente evidenziato il carattere jihadista dell'offensiva contro Israele.
"Il popolo palestinese non ha nessuna altra opzione se non quella di mantenere alte le fiamme della lotta confidando in Allah l'Eccelso e basandosi sulle loro innate capacità così come hanno fatto autenticamente fino ad oggi. Fin dall'inizio questo tumore canceroso (Israele, n.d.r.) è andato sviluppandosi in diverse fasi per trasformarsi nell'attuale disastro. La cura per questo tumore deve svilupparsi anche essa in fasi".
Chi non tenesse conto della profonda componente jihadista della guerra musulmana contro Israele, di cui l'Iran rappresenta la maggiore minaccia a livello regionale, mancherebbe di comprendere un aspetto essenziale, determinante e irriducibile del conflitto che ha, oltre allo stato sciita, in Hezbollah e in Hamas le altre sue manifestazioni principali. Fatah gioca di sponda tra le due, essendo meno programmaticamente esplicito nel collocare il conflitto dentro una dimensione religiosa, senza tuttavia rinunciare ad attingere abbondantemente al suo repertorio di radicalismo.
Il vocabolario dell'estremismo contempla divisioni nette, radicali, irriducibili. Per i jihadisti sciiti e sunniti il nemico sionista è assoluto, cosmico, è l'incarnazione stessa del male.

"Il religioso più anziano di Hezbollah, lo Sceicco Husayan Fadlallah", ha scritto Robert S. Wistrich, "durante gli anni '90 ha continuamente sottolineato come Israele non fosse solo uno stato ebraico nel senso formale del termine ma l'espressione definitiva della personalità 'ebraica', corrotta, traditrice e aggressiva. Gli ebrei erano indubbiamente 'i nemici dell'intero genere umano'".

Gli ebrei. Non gli israeliani. Ed è agli ebrei e non agli israeliani che nel 2015, durante un discorso, il "moderato" Abu Mazen fece riferimento quando invocò il "sangue puro" arabo a difesa della Moschea di Al Aqsa che gli ebrei volevano profanare con i loro "piedi sporchi".
Ma non è il negazionista Abu Mazen né sono i volonterosi continuatori dell'antisemitismo eliminazionista hitleriano di Hamas e di Hezbollah, i pericoli maggiori per Israele. E' L'Iran ad esserlo. Il principale finanziatore ed esportatore del terrorismo islamico a livello mondiale, ben più organizzato, strutturato e economicamente rigoglioso (grazie all'amministrazione Obama) di quanto lo sia il califfato nero dell'IS.
E' su queste pagine che Matthias Küntzel, uno dei maggiori studiosi di jihadismo a livello internazionale, ha sottolineato la natura del regime sciita:
"Fin dal 1979 l'Iran ha propagato una guerra religiosa globale contro il 'mondo dell'arroganza' il che significa una guerra contro coloro i quali sono sufficientemente 'arroganti' da farsi le proprie leggi invece di inchinarsi alla sharia di Allah. All'inizio degli anni Ottanta, l'Ayatollah Khomeini scoprì il culto del martirio e dei suicidi esplosivi come strumenti per la guerriglia islamica. Questa tecnica è unicamente basata sulla religione e la promessa del paradiso eterno per coloro che perpetrano omicidi di massa. 'E' necessario mantenere vivo il culto del martirio', ha detto Alì Khamenei, il Supremo Leader dell'Iran nel marzo 2015 durante i negoziati sul nucleare. 'Questo è uno dei principali bisogni del paese. La cultura del martirio è una cultura dell'autosacrificio per il bene di obiettivi a lungo termine'. Questi obiettivi sono, ovviamente, obiettivi religiosi. Khamenei è convinto di ottemperare a una missione religiosa. E' il motivo per il quale la politica estera iraniana non è mai orientata allo status-quo ma è millenarista e rivoluzionaria, con la distruzione di Israele in cima alle sue priorità".
Questa consapevolezza sulla natura della politica estera iraniana è da tempo fatta propria da Benjamin Netanyahu, ribadita recentemente in una intervista durante la sua visita negli Stati Uniti e al centro del suo discorso al Congresso americano nel marzo del 2015 nel tentativo di ostacolare l'accordo sul nucleare con l'Iran fortissimamente voluto da Obama.
La salvaguardia dell'identità palestinese ha sottolineato Khamanei nel suo discorso, in presenza del presidente iraniano Hassan Rouhani, è "una necessità e una santa jihad.
L'antisemitismo in chiave islamica è uno degli aspetti essenziali dell'odio per Israele che informa una nuova versione della soluzione finale: la distruzione di Israele con, idealmente, tutti gli ebrei concentrati nella sua area geografica. Le parole di Hassan Nasrallah, segretario di Hezbollah, propaggine libanese dell'Iran, apparse sul Daily Star di Beirut nell'ottobre del 2002 sono eloquenti, "Se gli ebrei si radunassero in Israele, ci risparmierebbero la fatica di cercarli in giro per il mondo".
Affermazione perfettamente allineata con la volontà eliminazionista hitleriana, la quale aveva come obbiettivo la distruzione degli ebrei in quanto ebrei, fino all'ultimo di essi.

(L’informale, 22 febbraio 2017)


Australia-Israele: Netanyahu partecipa con omologo Turnbull a un forum economico

 
Malcolm Turnbull e Benjamin Netanyahu
GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e l'omologo australiano, Malcolm Turnbull, hanno partecipato oggi ad un evento economico a cui hanno preso parte circa 500 imprenditori dei due paesi. Il primo ministro israeliano si trova in visita ufficiale in Australia da ieri. I rappresentanti delle imprese israeliane che hanno partecipato all'evento provengono dai settori delle energie alternative, della tecnologia idrica, della sicurezza informatica, big data e agricolo, come riferisce un comunicato pubblicato sul sito dell'ufficio del capo dell'esecutivo di Gerusalemme. La conferenza ha portato offerte di milioni di dollari tra società israeliane e australiane. Nel corso del suo intervento, Netanyahu ha detto che Australia ed Israele hanno una "straordinaria amicizia" che si basa su valori comuni. Il premier israeliano ha ricordato che le relazioni dello Stato ebraico si stanno espandendo "rapidamente" nel sud-est asiatico, in Africa e in America Latina. A testimonianza di ciò, Netanyahu ha ricordato che il prossimo mese si recherà in Cina, paese con il quale spera di firmare un accordo per il libero scambio commerciale.
Spiegando le ragioni dell'attenzione verso l'imprenditoria israeliana, il premier ha parlato del potenziale del paradigma del "T&T - Terrore e Tecnologia". Da un lato, ha chiarito Netanyahu, Israele ha la capacità di contrastare il terrorismo attraverso le capacità di intelligence, dall'altro ha un potenziale tecnologico in diversi settori. Il capo del governo israeliano ha aggiunto che questi sono stati alcuni dei temi affrontati oggi con l'omologo australiano. Nel corso della sua permanenza in Australia, Netanyahu si è recato alla sinagoga di Sidney. Durante l'incontro con l'omologo australiano, Netanyahu, il primo capo del governo in carica ad essersi recato in Australia, ha discusso delle relazioni bilaterali e del loro rafforzamento in diversi settori. Gli investimenti australiani ammontano a 650 milioni di dollari nel 2016, mentre quelli israeliani in Australia a circa 262 milioni di dollari, come rivela il ministero degli Esteri di Gerusalemme.

(Agenzia Nova, 22 febbraio 2017)


Aperto a Gaza il nuovo centro commerciale Capital

GAZA - Anche se partito con due anni di ritardo sul previsto, per intralci dovuti alla difficoltà di introdurre a Gaza materiali di costruzione e merci, il nuovo centro commerciale Capital, nella centralissima via Omar al-Mukhtar, e' stato accolto con grande favore dalla popolazione.
Pur non essendo il primo del suo genere, ha saputo presentarsi al pubblico come uno 'specchio' di quanto comunemente si vede all'estero: chi vi entra puo' avere dunque la sensazione di trovarsi altrove, e non piu' nella striscia di Gaza che tuttora presenta ferite risalenti al conflitto del 2014 con Israele. Ad accrescere lo stato di benessere per i clienti vi sono l'aria condizionata (garantita da generatori, per ovviare ai continui razionamenti della corrente elettrica nella Striscia), le moderne scale mobili, la facilita' di utilizzare internet.

(Corriere del Ticino, 22 febbraio 2017)


Start-up e università d'élite, la chiave del boom israeliano

Il Paese guida la lista Ocse per fondi dati alla ricerca

di Ariel David

 
TEL AVIV - Investimenti massicci sulla ricerca, una popolazione altamente istruita e un esercito che sforna giovani talenti dell'alta tecnologia. Sono queste le chiavi del successo dell'economia israeliana, che attraversa una nuova stagione di crescita grazie agli investimenti nella Silicon Valley mediorientale e le innovazioni delle sue «start-up».
   Secondo i dati pubblicati la settimana scorsa dall'Istituto centrale di statistica, nel quarto trimestre del 2016 il Pil israeliano è cresciuto del 6,2 per cento a un tasso annualizzato. È il miglior risultato nell'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che raccoglie i Paesi occidentali più sviluppati.
   Su base annua, l'economia israeliana è cresciuta del 4 per cento, mentre la disoccupazione è scesa al 4,3 per cento. Il risultato, che ha superato le previsioni degli esperti, è in parte dovuto all'aumento dei consumi interni e alla crescita del settore edilizio, spiega Jonathan Katz, capo economista di Leader Capital Markets, una delle società finanziarie più importanti del Paese. Ma il vero volano è il settore dei servizi hi-tech, afferma Katz. Software per la cybersicurezza, prodotti per l'industria finanziaria, nuove app per i telefonini e tante altre innovazioni hanno contribuito a un aumento delle esportazioni dell'8 per cento. Fondamentali sono anche gli investimenti stranieri, come quello del gigante americano Intel che sta spendendo 6 miliardi di dollari per un impianto di fabbricazione di microchip di ultima generazione nella cittadina di Kiryat Gat, a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza.
   Come accade ormai da un decennio, le «start-up» israeliane continuano a essere il motore del settore hi-tech e nel 2016 hanno attirato fondi per 10 miliardi di dollari, con un'impennata del 200 per cento nell'ultimo trimestre, afferma Katz. L'affare più recente è stato fatto da Apple, che, secondo la stampa israeliana, avrebbe acquistato la società RealFace, sviluppatrice di un software per il riconoscimento facciale che il colosso di Palo Alto potrebbe introdurre in versioni future dell'iPhone.
   Il primo segreto dell'innovazione tecnologica israeliana è l'investimento nella ricerca e nello sviluppo. Tra fondi statali e privati, lo Stato ebraico spende il 4,3 per cento del Pil in ricerca, più di ogni altro Paese Ocse. L'Italia spende l'1,3 per cento, sotto la media europea del 2 per cento.
   «Questo tipo di investimento è fondamentale perché previene la fuga dei cervelli, e fa sì che i centri di ricerca di una società continuino a lavorare qui anche quando questa viene venduta a un gruppo straniero», spiega Ari Bronshtein, Ceo di Elron, uno dei più importanti fondi di «venture capital» israeliani. Elron, specializzata nel campo delle apparecchiature mediche, è stata tra le prime società a investire nella Pillcam, una capsula con telecamera e trasmettitore incorporati che può essere ingoiata da un paziente e potrebbe sostituire esami fastidiosi come la colonscopia.
È l'istruzione il secondo pilastro del boom economico israeliano, afferma Bronshtein. I principali atenei del Paese finiscono regolarmente tra i migliori duecento nelle classifiche internazionali e, secondo dati Ocse, circa il 46 per cento dei giovani ottiene un titolo universitario (contro il 25 per cento in Italia).
   Infine c'è il ruolo dell'esercito e della leva obbligatoria - tre anni per gli uomini e due per le donne. Secondo Bronshtein, forze d'élite come l'aeronautica o l'unità 8200, che si occupa di intelligence elettronica, sono delle vere e proprie fucine «di giovani altamente preparati nel campo dell'hi-tech e con anni di esperienza alle spalle».

(La Stampa, 22 febbraio 2017)


Torino, ricercatrice rinuncia all'assegno per boicottare l'università di Tel Aviv

Il progetto sulle energie rinnovabili condiviso con l'ateneo israeliano

di Jacopo Ricca

Il Technion di Haifa
"Rinuncio all'assegno di ricerca per boicottare l'università di Tel Aviv e Israele" a raccontarlo è una giovane ricercatrice precaria di Torino che dopo il dottorato ha rifiutato la proposta di continuare a studiare le energie rinnovabili perché il progetto prevedeva la collaborazione con l'ateneo israeliano finito nel mirino dei filopalestinesi, un po' come era già successo per il Technion di Haifa. "Mi è stato proposto un assegno di ricerca all'interno di un progetto finanziato dal fondo europeo Horizon 2020 - spiega dalla pagina del Collettivo universitario autonomo di Torino - Si sarebbe trattato di un lavoro nell'ambito della ricerca energetica in collaborazione con l'università israeliana di Tel Aviv, ma ho rifiutato l'offerta perdendo di conseguenza il lavoro e, con ogni probabilità, qualsiasi velleità di carriera accademica in Italia".
   La giovane descrive la sua scelta come politica: "Le istituzioni accademiche sono un punto chiave della struttura ideologica ed istituzionale del regime di oppressione, colonialismo ed apartheid di Israele contro la popolazione palestinese - è il duro attacco della ricercatrice - Fin dalla sua fondazione, l'accademia israeliana ha legato il proprio destino a doppio filo con l'establishment politico-militare, e nonostante gli sforzi di una manciata di accademici interni, tale istituzione rimane profondamente impegnata a supportare e perpetuare la negazione dei diritti dei palestinesi da parte di Israele". Ai docenti che le proponevano il nuovo contratto la scelta della ricercatrice precaria è apparso assurdo: "Quando ho annunciato la mia decisione ho visto lo sgomento e incredulità delle persone che mi stavano proponendo come 'persona giusta per il progetto' (alla faccia dei concorsi pubblici, ma non dico una novità) e che ritenevano si trattasse per me di un'opportunità imperdibile - racconta - La sola cosa che potevo fare era non collaborare anche a costo della carriera".
   La ragazza avrebbe dovuto studiare le energie rinnovabili e i consumi energetici: "Come non pensare ad una perfetta installazione di sistemi fotovoltaici nelle colonie illegali, isole autosufficienti ed ipertecnologizzate, mentre al di là dei muri la popolazione palestinese viene costretta a morire di sete? - si domanda - Per quanto la chiarezza del tema di cui mi sarei dovuta occupare abbia reso la decisione più netta, non credo che la storia sarebbe dovuta andare diversamente se si fosse trattato, che ne so, di biotecnologie, o anche di studi filologici. La legittimazione di un sistema di apartheid e violenza non ha dipartimento".
   La scelta, che riporta in auge il tema del boicottaggio accademico di Israele dopo gli appelli a non collaborare con il Technion di Haifa, è stata appoggiata anche dagli studenti torinesi che in questi mesi hanno più volte organizzato iniziative a favore dei palestinesi: "Appoggiamo e supportiamo la decisione della ricercatrice torinese che ha rifiutato un assegno di ricerca perché in collaborazione con l'Università israeliana di Tel Aviv" scrivono sulla loro pagina Facebook i militanti del collettivo Studenti Contro il Technion.

(la Repubblica, 22 febbraio 2017)


Se questo non è odio. Puro antisemitismo 2.0.


L'economia di Israele è più forte dell'odio

Crescita e ricerca al top. Una strategia che batte ogni boicottaggio

Il movimento di boicottaggio economico verso Israele, dei suoi prodotti e del suo lavoro, è tanto diffuso nei paesi europei quanto è assurda la motivazione a esso sottesa: minacciare la salute del cuore dell'occidente nel mondo arabo. Per quanto il boicottaggio sia dannoso per l'economia di Gerusalemme, la sua robusta crescita - la più forte dei paesi Ocse nel quarto trimestre 2016, al 6,2 per cento e con una bassa disoccupazione al 4,3 - e le sue potenzialità di sviluppo superano di molto la potenza d'odio che paradossalmente vi si oppone da nazioni affini per storia e per cronaca, vedi i bollettini degli attentati islamisti sul suolo europeo. Secondo l'Ocse, riporta Nature, nel 2015 Israele è diventato il primo paese-laboratorio al mondo: ha superato la Corea del sud, ora impelagata in scandali politici che intaccano i suoi vitali chaebol, per percentuale di pil investita in ricerca e sviluppo (4,25 per cento contro il 4,23 coreano). Inoltre, a differenza di Seul, Gerusalemme non ha sperimentato un "boom", in quanto la quota di pil investita in innovazione nei settori chimico, tecnologico avanzato, nuove frontiere digitali, è rimasta alta e quasi costante nell'ultimo decennio. Una strategia che paga. La "Start Up Nation", descritta nell'omonimo saggio del 2009, continua a sostenere l'imprenditoria, sia domestica sia internazionale, alleviando le costrizioni giuridiche e finanziarie per le imprese, attirando così investimenti e talenti. E guadagna nuove alleanze strategiche prima inedite, ad esempio quella con l'India alla quale offre expertise tecnologico sia militare sia agricolo. Per molti nemici ci sono altrettanti amici.

(Il Foglio, 22 febbraio 2017)


Israeliani e palestinesi collaborano nella ricerca sul Linfoma non-Hodgkin

 
 
La distibuzione del sottotipo di linfoma non-Hodgkin (celluleB) in relazione alla popolazione
Da un comunicato diramato dall'Università Ebraica di Gerusalemme, emerge che un gruppo di ricercatori israeliani e palestinesi sta conducendo delle ricerche sul Linfoma non-Hodgkin, una neoplasia maligna del tessuto linfatico, che va quindi a colpire le cellule del sistema immunitario.
Il Linfoma non- Hodgkin (NHL) rappresenta circa il 3% del carico dei tumori di tutto il mondo. La maggior parte degli studi epidemiologici sono stati effettuati, nel corso del tempo, solo nelle popolazioni nordamericane ed europee, con un paio di focalizzazione sulle popolazioni dell'Asia orientale. Sono molto pochi invece gli studi epidemiologici effettuati sulle cellule B nelle popolazioni del Medio Oriente.
Dal momento che israeliani e palestinesi rappresentano geneticamente e culturalmente diverse popolazioni che vivono in prossimità geografica, la ricerca sta analizzando i loro fattori di rischio al fine di arricchire la comprensione dei geni e dell'ambiente in cui si genera il linfoma.
Nonostante condividano lo stesso ecosistema, le popolazioni si differenziano in termini di stile di vita, comportamenti di salute e sistemi medicali. Eppure in entrambe le popolazioni è stata evidenziata una alta incidenza di NHL, che rappresenta la quinta neoplasia più comune in Israele e l'ottavo tumore maligno più comune fra i palestinesi della West Bank. (A partire dal 2012, Israele ha anche il primo posto nel mondo dei tassi di incidenza di Linfoma non-Hodgkin).
Come si evince dal comunicato, ora i ricercatori israeliani e palestinesi, guidati dalla Prof.ssa Ora Paltiel, direttrice della Hebrew University-Hadassah Braun School of Public Health and Community Medicine, e Senior Physician dell'Hadassah's Hematology Department, hanno condotto uno studio epidemiologico su larga scala al fine di esaminare i fattori di rischio per le cellule B del Linfoma e dei suoi sottotipi in queste due popolazioni.
I ricercatori hanno esaminato la storia medica, i fattori ambientali e lo stile di vita di 823 persone (israeliane e palestinesi) con Linfoma non-Hodgkin delle cellule B e 808 persone sane. Utilizzando un questionario i ricercatori hanno scoperto alcuni fattori di rischio comuni ad entrambe le popolazioni.
I dati, riportati nella rivista PLoS ONE, hanno dimostrato che in entrambe le popolazioni il Linfoma è stato associato all'esposizione al sole, all'uso di tintura nera per capelli, ad una storia di ospedalizzazione per infezioni e alla presenza di un parente di primo grado con un tumore del sangue. Un'associazione inversa è stata osservata con l'uso di alcol. Alcune esposizioni, tra cui il fumo e l'uso di pesticidi, sono stati associati a specifici sottotipi di B-NHL.
I dati inoltre hanno sottolineato le differenze tra le popolazioni. Solo tra gli arabi palestinesi sono stati scoperti fattori di rischio legati a herpes, mononucleosi, rosolia, o trasfusioni di sangue, mentre questi fattori non sono stati identificati nella popolazione ebraica israeliana. Al contrario, esistono fattori di rischio rinvenuti solo negli ebrei israeliani, che includono la coltivazione di frutta e verdura e malattie autoimmuni.
Il fatto che i fattori di rischio operino in modo diverso nei diversi gruppi etnici, solleva la possibilità di divergenze legate a dieta, abitudini culturali, esposizione ad infezioni e ad altri fattori che agiscono in modo diverso in individui con differente background genetico.
Questo studio riflette uno sforzo scientifico congiunto unico che coinvolge ricercatori israeliani e palestinesi, e dimostra l'importanza della ricerca cooperativa.
Questo il commento conclusivo della Prof.ssa Paltiel:
A parte il contributo scientifico che questa ricerca fornisce in termini di fattori di rischio per la comprensione del Linfoma, lo studio prevede un importante cooperazione nella ricerca tra le molte istituzioni. Lo studio ha fornito opportunità per la formazione di ricercatori palestinesi e israeliani, e la volontà di garantire un'interazione intellettuale per gli anni a venire. I dati raccolti verranno usati anche per futuri studi. La ricerca epidemiologica ha il potenziale di migliorare e preservare la salute umana, e può anche servire come un ponte per il dialogo tra le nazioni.
Gli istituti partecipanti a questa ricerca includono:
Braun School of Public Health and Community Medicine, and Depts. of Hematology and Pathology, Hadassah-Hebrew University Medical Center; Dept. of Medical Laboratory Sciences and Dept. of Community Medicine, Faculty of Medicine, Al Quds University; Cancer Care Center, Augusta Victoria Hospital; Beit Jalla Hospital; Department of Statistics, Hebrew University; Department of Primary Health Care, Palestinian Ministry of Health; Tisch Cancer Institute and Institute for Translational Epidemiology, Mount Sinai School of Medicine; Rambam Medical Center and Rappaport Faculty of Medicine, Technion; Chaim Sheba Medical Center and Meir Medical Center and Tel Aviv University.

(SiliconWadi, 22 febbraio 2017)


Siria - Nuovo raid israeliano contro un convoglio di Hezbollah

di Giordano Stabile

BEIRUT - L'aviazione israeliana ha colpito in Siria un convoglio che probabilmente trasportava armi per l'Hezbollah libanese, vicino a Damasco. L'attacco è avvenuto nella zona del Jabal al-Qatifa, attorno alle tre del mattino. I cacciabombardieri sono passati attraverso lo spazio aereo libanese. Testimoni in Libano riferiscono che aerei militari, probabilmente della Iaf, sono passati sopra la valle della Bekaa a quell'ora.
Secondo il quotidiano online An-Nashra, il convoglio si trovava sulla superstrada che collega la capitale siriana al valico di Masnaa, distante una quarantina di chilometri dalla città, sulla via principale che la unisce a Beirut. Attacchi di questo genere si sono verificati regolarmente negli ultimi tre anni.
Le forze armate israeliane non hanno né smentito né confermato. Ieri il ministro della Difera Avigdor Lieberman aveva avvertito Hezbollah durante una visita alla Golani Brigade, unità d'élite dell'esercito: "La forza è la migliore risposta alle minacce che registriamo al di là del confine. Chi non ha visto la Golani Brigade in azione farebbe meglio a nascondersi in un bunker".
Il riferimento è alla rete di tunnel, bunker e postazioni missilistiche che Hezbollah ha allestito nel Sud del Libano, fuori dalla zona cuscinetto controllata dalla missione Onu Unifil, a cui partecipano anche oltre mille militari italiani. Il leader di Hezbollah Hassan Nasrhallah aveva avvertito nei giorni scorsi che in caso di guerra con Israele era in grado di colpire la centrale nucleare di Dimona, e aveva invitato il governo israeliano a "smantellarla".
Israele e Libano si trovano in situazione di cessate il fuoco ma non hanno mai firmato un accordo di pace, così come Israele e la Siria. Il nuovo presidente libanese, l'ex generale cristiano Michel Aoun, ha dichiarato sabato scorso che "ogni tentativo" di Israele di violare la sovranità del Libano avrebbe ricevuto "una risposta appropriata". I caccia israeliani in azione verso la Siria passano di solito sopra il Libano. L'aviazione libanese non dispone di mezzi aerei ad ala fissa, solo elicotteri.

(La Stampa, 22 febbraio 2017)


Notizie archiviate



Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse liberamente, citando la fonte.