E Haman disse al re Assuero: “C’è un popolo appartato e disperso fra i popoli di tutte le province del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle d'ogni altro popolo, e che non osserva le leggi del re; non conviene quindi che il re lo tolleri”.
Ester 3:8

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Elezioni in Israele. Gantz è primo ma vincerebbe la coalizione di destra

È quanto dicono i sondaggi sul voto del prossimo 9 aprile

Nonostante le polemiche sul presunto hackeraggio del cellulare da parte dell'Iran, Benny Gantz e il suo partito 'Blu-Bianco' sono ancora in testa ai sondaggi sul voto del prossimo 9 aprile in Israele. Lo indicano due distinte indagini svolte da canali tv.
Gantz è in risalita dopo la flessione dovuta alla vicenda hackeraggio: il primo sondaggio assegna a 'Blu-Bianco' 32 seggi contro i 27 del Likud del premier Benjamin Netanyahu. Il secondo 31 contro 29.
Ma a rendere difficile la situazione, sono le alleanze: entrambi i sondaggi danno in testa nel voto quella di destra con a capo Benjamin Netanyahu a scapito di quella di centro-sinistra guidata da Gantz e dal suo alleato Yair Lapid.
Se così fosse il mandato a formare il nuovo governo spetterebbe all'attuale premier. Da notare che i due sondaggi danno risposte diverse sulle preferenze degli intervistati sul prossimo premier: uno sceglie Netanyahu, l'altro Gantz.

(tio.ch, 21 marzo 2019)


Hamas ha fatto arrestare centinaia di dimostranti a Gaza

Protestavano contro l'aumento del costo della vita

di Giovanni Galli

Hamas ha represso con la violenza la contestazione sociale a Gaza. Centinaia di persone che manifestavano per il costo della vita sono state arrestate. La tensione è cominciata il 18 marzo con le forze di sicurezza di Hamas in abiti civili a controllare l'ordine pubblico nella Striscia di Gaza agonizzante dopo 12 anni di blocco egiziano-israeliano. Un fenomeno imprevisto ha debuttato a Jabaliya che il movimento islamista armato prova a eliminare a colpi di manganello. Dal 14 marzo migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni pacifiche per denunciare il costo della vita. Il movimento lanciato su Facebook ha un grido di battaglia: «Vogliamo vivere», secondo quanto ha riportato Le Monde. Non è diretto contro Hamas, nessuno slogan osa farlo, ma mira a questa fazione che l'ha ben capito.
Nessuno conosce il bilancio degli arresti e dei feriti, una cappa di piombo è caduta sul territorio. «Le autorità non tollerano nessuna voce critica soprattutto se si tratta di movimenti sociali», ha detto a Le Monde Hamdi Shaqqura, direttore aggiunto dell'Ong Palestinian center for Human Right. «Nei giorni precedenti i primi raduni sono stati arrestati decine di giovani identificati come promotori sui social. I giornalisti sono stati picchiati perché le autorità non vogliono nessuna copertura mediatica di questi eventi. Gli unici video sono stati quelli dei partecipanti, immediatamente ripresi sui social israeliani. «La gente ha paura perché Hamas non mostra alcuna pietà. È un movimento dittatoriale, che vuole controllare tutto e poco importa se si tratta di morti di fame», ha detto a Le Monde Reem Bouhaisi, 37 anni, impiegata della Ong Women's Affair Center. «Le fazioni non sono nelle nostre azioni», ha detto Khaled S., 27 anni, laureato, senza lavoro, tra gli iniziatori della contestazione e già più volte arrestato da Hamas per un totale di due anni di prigione per le sue critiche su Facebook. I manifestanti non vogliono la caduta del governo, ma il rispetto dei diritti elementari. Chiedono che vengano annullate le tasse sui prodotti importati. Hamas», ha detto a Le Monde, «è responsabile della situazione catastrofica come l'Autorità palestinese». Hamas, invece, accusa i manifestanti di essere teleguidati da Ramallah e la riconciliazione fra le fazioni è nell'impasse totale.

(ItaliaOggi, 21 marzo 2019)


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Gaza e il tradimento di Hamas

Repressione interna. Sono state imposte nuove tasse, i gazawi sono alla fame e i 15 milioni al mese del Qatar non si sa che fine facciano.

di Fabio Scuto

GERUSALEMME - Per quattro giorni di fila migliaia di giovani della Striscia di Gaza sono scesi in strada per protestare contro le terribili condizioni di vita. Un movimento apolitico, nato sul web sotto il segno # We Want to Live. I ragazzi della Striscia si sono scontrati con una brutalità e una violenza inimmaginabile della polizia di Hamas, del suo Mukkhabat in abiti civili, dei miliziani delle Brigate EzzedinAl Qassam, il braccio armato del movimento islamista. Le dimostrazioni a Jabalya, a Deir al Balah, a Khan Younis, a Rafah, sono state disperse con i proiettili veri sparati in aria, bastoni, spranghe e spray al peperoncino. Indeterminato il numero dei feriti. I poliziotti di Hamas sono entrati anche in diverse abitazioni per sequestrare e distruggere i video girati con i telefonini dalle finestre che mostravano i mezzi violenti usati per sedare le proteste. Oltre 500 dimostranti sono stati arrestati ed erano talmente tanti che nell'abitato di Shejaya è stata sequestrata la scuola Al Hashimiya e trasformata in posto di polizia.
   I ragazzi del movimento We Want to Live respingono ogni affiliazione politica, non stanno prendendo di mira nessun partito in particolare, ce l'hanno con le politiche disumane di tutte le parti coinvolte a Gaza. La lista comprende al primo posto le nuove tasse di Hamas, la crisi economica e le sanzioni dell'Autorità nazionale palestinese, il blocco di Israele, le divisioni interne palestinesi. I ragazzi hanno semplicemente voluto urlare: ne abbiamo abbastanza, di tutto. We Want to Live è anche una pagina Facebook con decine di migliaia di follower. È piena di testimonianze, foto e video di questi giorni. "Perché il figlio 20enne di un capo di Hamas ha tutto; casa, macchina e soldi e la gente comune nemmeno un pezzo di pane?", chiede Adina nel suo post. "Hamas ha ereditato la politica di oppressione di Israele", chiosa Mohammad. "Tutti hanno il diritto di opporsi a chiunque li punisca, li torturi. Ogni persona ha il diritto di dire "siamo stanchi di tutto questo", scrive Hafez.
   Negli ultimi 12 anni - da quando comanda Hamas nella Striscia - ci sono state tre guerre devastanti e ogni tipo di commercio si è via via sgretolato per il blocco israeliano. È la crisi economica a preoccupare, nella Striscia vivono 2 milioni di persone, oltre 1 milione dipende per vivere dagli aiuti Onu. "In passato la povertà non ha mai raggiunto il livello della fame - dice Samir Zaqout, vicedirettore del Centro Al Mezan per i diritti umani - oggi non posso più dirlo: a Gaza siamo sicuramente alla fame".
I leader, i funzionari e gli attivisti di Hamas hanno deliberatamente propagandato fake news: le proteste sono spinte dall'esterno, "controllate da Israele e l'intelligence dell'Anp" per far cadere la "resistenza palestinese". I manifestanti sono stati bollati come suicidi, drogati, traditori e i "loro complici delle Ong per i diritti umani" come "spie pagate dal nemico".
   Non è la prima volta che a Gaza si protesta contro il carovita e la crisi economica che lascia a casa il 56% della forza lavoro (il 70% degli abitanti di Gaza ha meno di 18 anni), e coloro che uno stipendio ce l'avrebbero lo prendono a rate perché le casse delle banche sono vuote. Ufficialmente i 15 milioni di dollari al mese mandati dal Qatar come aiuto umanitario - di cui Israele consente il passaggio - non è chiaro che fine facciano, certamente Hamas paga prima i suoi uomini e poi i dipendenti pubblici. La natura della protesta è la prova delle crepe nel regime e Hamas ha timore che il suo potere stia gradualmente svanendo. Il gruppo islamista non è del tutto sicuro che dopo la dura repressione sarà ancora in grado di arruolare le masse per le marce di protesta che si svolgono da 40 settimane ogni venerdì lungo la barriera di confine con Israele. L'invito via web a tutti i sostenitori di We Want to Live è di disertare le proteste contro Israele il venerdì lungo il confine e lasciare soltanto gli attivisti di Hamas a vedersela con l'IDF.
   Il paradosso di Gaza è che in altre circostanze, Israele sarebbe soddisfatto di questa situazione e la vedrebbe come una prova del successo del blocco che potrebbe portare alla caduta degli islamisti. La crisi che Hamas sta vivendo preoccupa invece Israele e il suo premier Benjamin Netanyahu. C'è bisogno di un partner che si assuma la responsabilità di gestire la Striscia, fermare una disintegrazione che potrebbe portare a un conflitto armato su larga scala alla vigilia delle elezioni con il caos di milizie che si contendono queste sabbie. All'improvviso si scopre che gli scontri alla barriera di Gaza ogni venerdì rappresentano una minaccia marginale, rispetto al rischio di default del governo di Hamas e le sue conseguenze.

(il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2019)


*


Non c'è da incolpare Israele. La rivolta a Gaza contro Hamas non fa notizia

di Giulio Meotti

ROMA - Ieri dalle parti di Israele è arrivata una notizia finita sui principali giornali europei: l'uccisione del terrorista palestinese che ad Ariel due giorni prima aveva assassinato un soldato e un rabbino israeliani. Fiocca sempre un titolo, quando c'è da far fare a Israele la figura dell'"oppressore" e dell'"occupante". I titoli non arrivano invece per quello che sta succedendo dentro Gaza da un paio di settimane. Hamas sta reprimendo le più grandi manifestazioni nei suoi dodici anni di dittatura, con migliaia di palestinesi che scendono in piazza per protestare contro le condizioni di vita.
   Hamas ha arrestato dozzine di manifestanti, ha picchiato gli attivisti e represso violentemente i media locali che coprivano i disordini. "Queste proteste sono le più grandi, le più lunghe e le più violente in termini di repressione di Hamas", ha detto Mkhaimar Abusada, professore di scienze politiche all'Università al Azhar di Gaza. Gli islamisti, al potere a Gaza dal 2007 dopo un colpo di stato contro l'Anp, hanno arrestato mille persone. Hamas ha poi rilasciato una dichiarazione "rifiutando l'uso della violenza e della repressione contro qualsiasi palestinese per aver esercitato il suo legittimo diritto di espressione". Le marce al confine con Israele erano così "spontanee", come le hanno definite i media di tutto il mondo, che negli ultimi venerdì non si sono svolte. Perché Hamas era impegnato a reprimere la sua stessa popolazione che aveva convocato per quasi un anno al confine con Israele. L'inviato delle Nazioni Unite, Nickolay Mladenov, ha condannato la "campagna di arresti e violenze" da parte delle forze di sicurezza di Hamas. A causa delle carenze finanziarie, Hamas ha aumentato le tasse sulle sigarette e su altri beni importati. I pomodori hanno triplicato il prezzo, mentre molti altri beni di base come il pane sono aumentati. Osama Kahlout, un giornalista con sede a Deir Balah a Gaza. stava trasmettendo le proteste su Facebook quando agenti di Hamas hanno fatto irruzione e lo hanno picchiato. Al grido di "vogliamo vivere", i palestinesi hanno protestato contro il gruppo terroristico islamico chiedendo "lavoro, uguaglianza, dignità e libertà". Hamas ha risposto attaccando uomini, donne e bambini. Simbolo della protesta è una donna, ripresa in un video diventato virale: "I figli dei leader di Hamas hanno case e jeep e macchine, possono sposarsi, mentre la gente comune non ha niente, neanche un pezzo di pane".
   Di Khaled Meshaal, capo di Hamas per vent'anni, si stima una ricchezza personale di 2,6 miliardi di dollari depositati in conti del Golfo Persico. Ci sono seicento milionari a Gaza. Uno è il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, che ha comprato una villa a Rimai, quartiere ricco di Gaza City. Anche il suo vice, Mousa Abu Marzouk, ha una fortuna personale. Hamas ha speso 120 milioni di dollari in armi e tunnel dal 2014. Avrebbe potuto costruirci 1.500 case, 24 mila letti di ospedale, sei cliniche mediche e tre impianti per l'acqua. L'unica elettricità che i palestinesi hanno a Gaza gliela passa Israele e l'Anp si rifiuta di pagare le bollette. Anziché i tunnel, i palestinesi avrebbero potuto scavare pozzi per cercare l'acqua. E anziché usare l'elettricità per fabbricare i missili da lanciare su Israele, avrebbero potuto usarla per costruirci un impianto di desalinizzazione. Col Piano Marshall, l'America distribuì sessanta miliardi di dollari (rapportati al cambio attuale) all'Europa ricostruendola dopo la Seconda guerra mondiale. Secondo la Banca Mondiale, dal 1994 a oggi i palestinesi hanno ricevuto 31 miliardi di dollari in aiuti. Soldi finiti in terrorismo. E ora a Gaza, come in Iran, la popolazione chiede conto ai regimi. Quando vedremo articoli di giornale, proteste di piazza e flotille contro "l'occupazione di Hamas"? Sarà un giorno epocale.

(Il Foglio, 21 marzo 2019)


*


Gaza, ma non è quello che sembra

Se qualcuno si aspetta che le manifestazioni contro Hamas in corso a Gaza possano portare a una svolta contro la dittatura islamista e a un cambio di potere che punti a una forma democratica di governo, si sbaglia di grosso. Non è quello che chiedono i manifestanti

Calma, chi si affretta a vedere nella rivolta contro Hamas in corso nella Striscia di Gaza una rivolta del popolo contro anni di dittatura islamista che ha ridotto alla fame milioni di persone, potrebbe scambiare fischi per fiaschi.
E' vero che la gente se la sta prendendo con l'elite al comando a Gaza, il che vuol dire protestare contro Hamas, ma i manifestanti non stanno chiedendo la fine della dittatura islamista, almeno non direttamente, la gente chiede più soldi, cioè una redistribuzione più equa del denaro distribuito dal Qatar.
Già, il denaro del Qatar, è questa la molla che ha scatenato le proteste viste in questi giorni nella Striscia di Gaza, una specie di boomerang inaspettato per tutti.
Quel denaro è andato esclusivamente ai membri di Hamas. Nemmeno un dollaro di tutti quei milioni è finito a chi non ha denaro per comprare il cibo.
I manifestanti non chiedono la fine del regime, non chiedono lavoro, non chiedono infrastrutture che pure sono state finanziate dalla UE, dall'Onu e dallo stesso Qatar. No, i manifestanti chiedono un po' di denaro....

(Rights Reporters, 18 marzo 2019)



Maledirò chi ti diminuirà

di Marcello Cicchese

L'Eterno disse ad Abramo: «Vattene dal tuo paese, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò. Io farò di te una grande nazione e ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno, e maledirò quelli che ti malediranno. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12:1-3).

Questi tre versetti della Genesi possono essere considerati l'incipit di tutto il programma di redenzione di Dio. Soffermiamoci in particolare sulla frase:

"Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò quelli che ti malediranno".

Nell'originale ebraico, per indicare la benedizione in questo testo si usa sempre lo stesso verbo: ברך (barak), mentre per indicare la maledizione sono usati verbi diversi: il maledirò di Dio viene espresso con il verbo ארר (arar) mentre il malediranno degli uomini viene reso con il verbo קלל (qalal).

La cosa merita attenzione. Riportiamo allora i primi versetti della Bibbia in cui compare il verbo "arar".
    Genesi 3:14 - Allora Dio il Signore disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, sarai il maledetto fra tutto il bestiame e fra tutte le bestie selvatiche! Tu camminerai sul tuo ventre e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita.»
    Genesi 3:17 - Ad Adamo disse: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato del frutto dall'albero circa il quale io ti avevo ordinato di non mangiarne, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita.»
    Genesi 4:11 - «Ora tu sarai maledetto, scacciato lontano dalla terra che ha aperto la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano.»
Come si vede, sono tre devastanti maledizioni con cui Dio colpisce, nell'ordine, il serpente, la terra e l'omicida.

Riportiamo poi i primi due versetti della Bibbia in cui compare il verbo "qalal".
    Genesi 8:8 - Poi mandò fuori la colomba per vedere se le acque fossero diminuite sulla superficie della terra.
    Genesi 8:11 - E la colomba tornò da lui verso sera; ed ecco, aveva nel becco una foglia fresca d'ulivo. Così Noè capì che le acque erano diminuite sopra la terra.
   Il verbo "qalal" qui viene tradotto con l'italiano diminuire, che in questo contesto non ha alcun sinistro significato morale ma indica soltanto l'abbassamento del livello dell'acqua.
   In senso morale invece il verbo viene usato poco più avanti per rappresentare l'atteggiamento di Agar verso Sara dopo il concepimento di Ismaele:
    Genesi 16:4 - Egli [Abramo] andò da Agar, che rimase incinta; e quando si accorse di essere incinta, guardò con disprezzo la sua padrona.
L'espressione "guardò con disprezzo la sua padrona" vuol rendere il senso di una traduzione che letteralmente sarebbe "fu diminuita ai suoi occhi la sua padrona". La serva in un certo senso "diminuì" la sua padrona perché cominciò a guardarla dall'alto in basso. Le parti si erano invertite: prima la padrona stava in alto e lei in basso, adesso la padrona sta in basso e lei in alto. E tutto questo senza che nulla sia cambiato nei fatti, ma soltanto "ai suoi occhi". La fertile serva cominciò a guardare la sterile padrona con disprezzo, o forse soltanto con compatimento, che è la stessa cosa.
   E' chiaro che con femminile intuito Sara non ci mise molto a capirlo. Conosciamo il seguito della storia: Sara va dal marito e gli dice che da quando Agar si è accorta di essere incinta, "io sono diminuita ai suoi occhi". E poiché la cosa non è sopportabile, invoca il giudizio dell'Eterno. Cosa che poi avviene, come si trova scritto nel seguito del racconto.
   Il testo in questione di Genesi 12 potrebbe allora essere tradotto così, rispettando la figura retorica del chiasmo usata nell'originale:

Benedirò quelli che ti benediranno, e quelli che ti diminuiranno io maledirò.

Applicando queste parole al popolo d'Israele, discendenza etnica di Abramo, se ne deduce che per cadere sotto la tremenda maledizione di Dio (arar) non è necessario essere antisemiti militanti: è sufficiente diminuire (qalal) Israele ai propri occhi. Basta tenere nei confronti di Israele un atteggiamento simile a quello di Agar verso Sara: un intimo senso di superiorità, un latente disprezzo che può assumere forma di compatimento quando le cose gli vanno troppo male, un'avversione inespressa che emerge soltanto in occasioni particolarmente vistose, un disinteresse totale che si trasforma in antipatia quando viene disturbato e provoca lo sbuffo: "ma sempre questi ebrei, proprio non se ne può più!"
   Nella maggior parte dei casi la maledizione di Dio non è percepita come tale, anche perché può avere diverse gradazioni di intensità e di tempi che la rendono irriconoscibile agli occhi di chi non è attento alle vie di Dio. Ma è tremendamente reale, perché Dio è una Persona seria: quello che dice, lo fa. Non è come i nostri governanti.
   Le cose non cambiano in ambienti genericamente cristiani. "Diminuire" Israele ai propri occhi con una varietà di argomenti che si presentano come biblici è un fatto che avviene con naturalezza anche tra evangelici, ed esprime quella superbia da cui l'apostolo Paolo (Romani 11:13-32) vuole mettere in guardia i gentili che per grazia di Dio arrivano a credere nel Messia d'Israele come loro Signore e Salvatore. E se la superbia non è riconosciuta come tale, allora non si è più in grado di riconoscere che i tanti problemi che affliggono singoli e comunità possono essere aggravati dalla mancanza di una benedizione che avrebbe dovuto esserci, ma non c'è. E questo è già una forma di maledizione.

(Notizie su Israele, 21 marzo 2019)

 


L'ultimo lembo di Israele

La Galilea è una terra collinare, punteggiata di villaggi che nel fine settimana si riempiono di turisti. L'ultima guerra contro il vicino Libano risale al 2006, ma la tensione resta alta. Hezbollah fa proclami minacciosi, l'esercito israeliano costruisce muri. In mezzo, la linea Blu tracciata dall'Onu.

di Davide Frattini

 
Le foglioline grigioverdi coprono le colline della Galilea che si alzano senza fretta dal Mediterraneo verso il confine con il Libano. Gli arabi le chiamano zaatar e gli ebrei eizov: è una varietà di maggiorana e finisce in quell'insalata di controversie, contese e nostalgie territoriali che è il Medio Oriente. I botanici l'hanno battezzato Origanum Syriacum, un nome che supera i confini e ricorda l'epoca in cui era possibile viaggiare senza barriere tra queste terre del Levante, per quattrocento anni sotto il dominio degli ottomani poi sconfitti e sostituiti per un trentennio dai britannici.
  L'albergo della famiglia Lishansky è stato costruito in stile Bauhaus sulle macerie della casa voluta dal capostipite Joseph, che aveva lasciato l'Ucraina ed era diventato agricoltore su queste montagne. Seminava false identità e raccoglieva informazioni. Come l'Origanum serpeggiava dal piccolo villaggio di Metula verso Damasco, si mimetizzava - lui ebreo - tra i turchi e gli arabi, origliava segreti da passare ai britannici durante la Prima guerra mondiale in cambio della promessa ai gruppi ebraici di un futuro Stato. Operò da pendolare della clandestinità fino a quando non fu scoperto e giustiziato.
  Adesso le finestre azzurre e blu del palazzotto bianco - poche camere gestite dai discendenti di Joseph - riflettono i trattori al lavoro nei campi di mele verso il Libano. Anche dall'altra parte si dissoda la terra ma, ha scoperto l'intelligence israeliana, non solo per piantare. Le serre, il movimento di camion, servono a camuffare gli scavi sotterranei di Hezbollah. Le gallerie non sono troppo lunghe: da Metula i cubi bianchi di Kfar Kila sono ben visibili senza bisogno di binocoli militari, le auto con targa libanese passano a qualche centinaio di metri. Così tre mesi fa l'esercito ha lanciato un'operazione sul fronte nord per scovare e distruggere i tunnel, per disinnescare con il tritolo la minaccia proclamata da Hassan Nasrallah, il leader del movimento libanese sciita e filo-iraniano: «Nella prossima guerra invaderemo e conquisteremo parte della Galilea». I cunicoli dovrebbero servire alle truppe ìrregolari - nella lista nera dei gruppi terroristici stilata dagli americani e dagli europei - per sbucare in mezzo ai kibbutz appoggiati sulla Linea Blu: è il colore delle Nazioni Unite che hanno tratteggiato sulle mappe questo confine d'armistizio tra due Paesi tutt'ora nemici.
  L'ultimo conflitto è durato trentaquattro giorni tra il luglio e l'agosto del 2006. Il Mondiale di calcio vinto dall'Italia era finito da tre giorni, quando un commando di Hezbollah ha assaltato un convoglio israeliano con granate e colpi di mortaio, tre soldati uccisi e due portati via, anche loro quasi sicuramente morti subito.
  Le Jeep blindate si stavano muovendo lungo il reticolato tra Zarit e Shtula, altri villaggi di contadini e allevatori, questa zona è famosa per i formaggi di capra.
  I piccoli ristoranti e gli zimmer, la versione locale delle pensioncine a conduzione famigliare, in queste settimane si preparano all'alta stagione, gli israeliani arrivano dalle città nei fine settimana per camminare sui sentieri circondati dai fiori o passeggiare tra le memorie di un Paese che qua attorno ha sempre battagliato ancora prima di nascere. Cent'anni fa I bisnonni dei soldati di Tsahal pattugliavano queste zone vestiti come gli arabi. Turbante, tunica e fucile a tracolla, 108 uomini e donne avevano deciso di mettersi insieme nella squadra Beit HaShomer - tra i fondatori il secondo presidente israeliano Yilzhak Ben Zvi - per proteggere gli insediamenti dei primi pionieri. Durante la guerra di tredici anni fa, le loro foto sbiadite, appese nel museo di Kfar Giladi, non hanno protetto I dodici riservisti dell'esercito colpiti In pieno da un razzo mentre si riposavano all'ombra dei muri a secco del kibbutz: nell'accampamento improvvisato erano in attesa di ordini, di tornare in prima linea tra i villaggi libanesi, l'esercito era penetrato fino al fiume Litani, la stessa area adesso monitorata dai soldati di Unifil, in missione di pace per le Nazioni Unite.
  È nella natura della Galilea che David Grossman manda a ripararsi la protagonista di A un cerbiatto somiglia il mio amore (Mondadori), cominciato a scrivere - ha raccontato il romanziere israeliano - «nel maggio del 2003, sei mesi prima che mio figlio maggiore Yonathan finisse il servizio militare e sei mesi prima che suo fratello più giovane Uri fosse arruolato». In mezzo a questi boschi si rifugia anche Grossman per qualche settimana, isolato dal mondo, non dal dolore: Uri resta ucciso il 12 agosto del 2006 nelle ultime ore del conflitto in Libano, il suo carrarmato distrutto mentre cerca di soccorrere un altro blindato. Finita la shiva, i sette giorni di lutto ebraico, ricomincia a lavorare al libro. E parte. «Non potevo esimermi dall'accompagnare i miei personaggi. Sono andato nel punto più a nord, nel silenzio, accompagnato solo dal piacere degli incontri occasionali con i gitanti».
  La scogliera a Rosh Hanikra venne traforata daì britannici per unire l'Haifa oggi israeliana alla Beirut oggi libanese. Cento chilometri di ferrovia adesso impossibili da percorrere: il museo sotterraneo proietta sulle rocce delle grotte la storia della prima guerra combattuta da Israele, della dinamite usata nel 1948 per far saltare la galleria e chiudere la via d'accesso agli eserciti arabi che assaltavano lo Stato appena nato.

(Corriere della Sera, 21 marzo 2019)


Proteste a Gaza. «I figli dei leader di Hamas hanno tutto, il popolo palestinese niente»

Centinaia di palestinesi hanno protestato per la mancanza di lavoro e le disastrose condizioni di vita contro il governo guidato dal gruppo terroristico. Che ha risposto con arresti e violenze.

Il 70 per cento dei giovani di Gaza è senza lavoro. Non stupisce perciò che i palestinesi scendano in piazza per protestare contro le terribili condizioni di vita. Ma non accade spesso che lo facciano, come negli ultimi giorni, per denunciare le politiche di Hamas.

 Vogliamo lavoro, uguaglianza e libertà
  A partire da giovedì centinaia di manifestanti riuniti nel collettivo "Movimento della marcia del 14 marzo", al grido di «Vogliamo vivere», hanno protestato contro il governo guidato dal gruppo terroristico islamico chiedendo «lavoro, uguaglianza, dignità e libertà»: «Non vogliamo cambiare il sistema politico», ha dichiarato su Facebook uno degli organizzatori, Moumen al-Natour, «non siamo un movimento politico. Vogliamo solo il rispetto dei nostri diritti».
Hamas ha risposto attaccando violentemente uomini, donne e bambini, inclusi giornalisti e attivisti per i diritti umani, e sparando in aria per disperdere la folla. Decine di persone, riporta la Bbc, sono state arrestate mentre le loro case sono state perquisite.

 ONU denuncia «arresti e violenze»
  Nickolay Mladenov, coordinatore speciale Onu per il processo di pace in Medio Oriente, ha condannato «la campagna di arresti e violenze da parte di Hamas. Il popolo di Gaza soffre da molti anni e protestava per le drammatiche condizioni dell'economia, chiedendo un miglioramento della qualità della vita nella Striscia. È loro diritto farlo senza temere ripercussioni».
Hamas ha accusato l'Autorità palestinese dominata da Fatah per aver fomentato le proteste, oltre che Israele ed Egitto. Tel Aviv e Il Cairo impongono un blocco economico alla Striscia da quando Hamas, dopo essere entrato nel 2006 in un governo di unità nazionale con Fatah, ne ha preso il pieno controllo con la forza nel 2007. Da allora, entrano nella Striscia solo un quarto delle merci e dei beni rispetto a prima. Il gruppo terroristico si è visto costretto ad aumentare tasse e prezzi per gestire il territorio
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 «Hamas ha tutto, il popolo niente»
  Simbolo della protesta è diventata una donna, ripresa in un video diventato virale su internet. Mentre manifesta nel centro di Gaza, afferma di avere un marito e quattro figli, tutti senza lavoro: «I figli dei leader di Hamas hanno case e jeep e macchine, possono sposarsi, mentre la gente comune non ha niente, neanche un pezzo di pane».

(Tempi, 20 marzo 2019)


Purim, la festa della sconfitta anche militare dell'antisemitismo

di Ugo Volli

Purim Holiday
Questa sera gli ebrei di tutto il mondo festeggiano Purim, una delle pochissime date ebraiche che non ricordano eventi biblici ma fatti della storia ebraica relativamente recenti, cioè successive all'esilio babilonese. E' anche una festa che non ha equivalenti nel cristianesimo ed è generalmente poco capita, scambiata a causa della sua allegria per una specie di "carnevale ebraico". In realtà si tratta di una celebrazione importante, che ha un suo lato religioso centrato sul "nascondimento" della presenza divina (il nome adottato dell'eroina della festa, l'ebrea Hadassah che diventa regina Ester, una parola che probabilmente viene dalla lingua persiana, può essere letto come un'allusione all' "ester panim", il nascondimento del volto divino, che viene minacciato nel libro del Deuteronomio come punizione per i peccati collettivi del popolo). E la meghillà, il rotolo su cui obbligatoriamente dev'essere letta la storia, va completamente dispiegato, cioè aperto, reso visibile. Il senso religioso della festa verte dunque sulla presenza divina nella storia, che è segreta, nascosta dietro l'apparenza del caso (il nome Purim significa "tirare a caso"), ed è compito del fedele portarne alla luce l'azione. Numerose tracce rimandano a questa dialettica fra invisibile e rivelato, provvidenza e contingenza.
  Ma è anche importante anche una lettura storico-politica della festa. Alla corte di Serse, più o meno ai tempi delle guerre fra Greci e Persiani, gli ebrei sono bene integrati e restano nella diaspora anche se qualcuno sta cercando di ricostruire uno stato ebraico in Terra di Israele, sull'esempio di Esdra e Nehemia. Al potere giunge un visir antisemita, Haman, che suggerisce al re un genocidio, usando un'argomentazione che è un classico dell'antisemitismo e che ancora si sente risuonare in questi giorni in Europa:
  "Vi è un popolo separato ma anche disseminato fra i popoli di tutte le province del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo e che non osserva le leggi del re; non conviene quindi che il re lo tolleri." (Ester, 3: 7)
  Insomma gli ebrei pensano solo a loro stessi, non sono leali al paese cui appartengono, sono pericolosi, vanno eliminati. Non è solo il discorso di Hitler, ma anche quello attuale di molti antisemiti fra i democratici americani, i laburisti inglesi e molti nella sinistra di tutt'Europa. Haman ottiene dal re un decreto che lo autorizza al genocidio.
  Grazie a una vicenda piuttosto romanzesca, in cui agiscono i meriti dei due protagonisti ebrei, Mordechai che ha sventato un colpo di stato contro il re e Ester che ha conquistato il suo affetto nascondendo la sua identità ebraica fino al momento decisivo, la congiura viene sventata. Il re non annulla il decreto precedente, ma autorizza gli ebrei a difendersi con le armi. Essi lo fanno con successo e sconfiggono militarmente i loro persecutori, provocando gravi perdite.
  Questa storia è diventata un modello per la resistenza ebraica al genocidio. Ester ottiene dai saggi di Israele che la sua storia entri nelle Scritture e che la vicenda sia celebrata da una grande festa; ella poi diventerà il modello cui si ispireranno gli anusim (che di solito sono chiamati con il nome insultante dato loro dai persecutori: marrani) che resisteranno alle conversioni forzate dell'Inquisizione tenendo segreta la loro identità e fede per generazioni.
  Anche gli antisemiti sono consapevoli del senso di resistenza di Purim, Lutero, che voleva bruciare tutte le sinagoghe con gli ebrei dentro, disse una volta che il libro biblico che odiava di più era quello di Esther. Alla fine del processo di Norimberga, condotto all'esecuzione capitale, l'antisemita più monomaniaco fra i capi nazisti, Julius Streicher, gridò che la sua condanna era "Purim 1946".
  Festeggiare Purim nei modi tradizionali, ascoltare la lettura della Meghillà rumoreggiando quando sono citati i nemici di Israele, bere fino a non riuscire a distinguere fra le parole "benedetto Mordechai" e "Maledetto Haman", com'è prescritto nel Talmud, indossare le maschere e fare festa non è folklore, come il libro di Ester non è una favola per bambini o una commedia ellenistica, secondo quel che hanno preteso alcuni critici. La festa ha una lezione teologica profonda, ma anche una politica importante: finché dura l'antisemitismo gli ebrei devono sapersi difendere con l'intelligenza e con la forza, e soprattutto mantenendo la loro unità ed essendo solidale con chi combatte per loro. Oggi questo ruolo è dello Stato di Israele, dei suoi servizi di informazione e delle sue armi. A chi esita ad appoggiarli fino in fondo, bisogna ripetere quel che disse Mordechai a Ester quando ella esitava a prendere dei rischi per sventare la congiura di Haman:
  "Non pensare di salvare solo te stessa fra tutti gli ebrei, per il fatto che ti trovi nella reggia. Perché se tu in questo momento taci, aiuto e liberazione sorgeranno da un altro luogo; ma tu perirai insieme con la casa di tuo padre. Chi sa che tu non sia stata elevata a regina proprio in previsione d'una circostanza come questa?"
  Anche gli attuali ebrei di corte (o di partito, o dei media) "odiatori di sé" farebbero bene a capire che se non si impegnano a difendere il loro popolo e magari si mimetizzano con gli antisemiti, la salvezza per Israele verrà senza di loro, ma non si salveranno certo grazie alla loro acquiescenza.

(Progetto Dreyfus, 20 marzo 2019)


Shoah, “Irving non entri nei campi di sterminio”

Israele ha chiesto all'ambasciatore polacco di vietare la visita del negazionista britannico alle strutture istituite dai nazisti
Israele ha chiesto alla Polonia di non far entrare nel paese lo storico britannico negazionista David Irving che dovrebbe visitare prossimamente i campi di sterminio istituiti dai nazisti durante la guerra in territorio polacco occupato.
In una lettera inviata all'ambasciatore polacco in Israele Marek Magierowski, il ministro della Diaspora Naftali Bennett ha detto che "viste le ripugnati affermazioni e le oltraggiose menzogne di Irving sulla storia della Shoah, è chiaro che intenda usare questa opportunità per diffondere altre false e corrosive narrative".
"Così facendo - ha proseguito Bennett - senza dubbio causerà grave offesa alla memoria delle vittime della Shoah e a tutto il popolo ebraico e al tempo stesso attizzerà il già acceso fuoco di odio e antisemitismo di cui siamo testimoni nel mondo oggi".

(la Regione, 20 marzo 2019)


Ricercatori costruiscono un biosensore per isolare le cellule staminali leucemiche

 
Un team di ricercatori dell'Università di Tel Aviv ha ideato un nuovo biosensore in grado di isolare e colpire le cellule staminali leucemiche, le più maligne di tutte le cellule leucemiche esistenti.
Tutte le cellule staminali possono moltiplicarsi, proliferare e differenziarsi. Comprendere come le cellule staminali leucemiche sono regolate è diventata un'area importante della ricerca sul cancro.
Il gruppo di ricerca è guidato dal dottor Michael Milyavsky del Dipartimento di Patologia presso la Sackler School of Medicine dell'Università di Tel Aviv.
L'esclusivo sensore geneticamente codificato del team e la sua capacità di identificare, isolare e caratterizzare le cellule staminali leucemiche è descritta in uno studio pubblicato il 31 gennaio su Leukemia.

 Il dott. Milyavsky in una intervista al JewishPress.com afferma:
"La ragione principale del triste tasso di sopravvivenza dei tumori del sangue è la resistenza intrinseca delle cellule staminali leucemiche alla terapia. Ma solo una piccola parte delle cellule leucemiche ha un alto potenziale rigenerativo, ed è questa rigenerazione che si traduce in una recidiva della malattia. La mancanza di strumenti per isolare specificamente le cellule staminali leucemiche ha precluso lo studio completo e il targeting specifico di queste cellule staminali fino ad ora".
Fino a poco tempo fa, i ricercatori oncologici utilizzavano marcatori sulla superficie della cellula per distinguere le cellule staminali leucemiche dalla maggior parte delle cellule tumorali, con un successo limitato.

 Spiega il dott. Milyavsky:
"Esistono cellule staminali tumorali nascoste che esprimono marcatori di superficie differenziati nonostante la loro funzione di cellule staminali. Questo permette a quelle cellule di sfuggire a terapie mirate. Etichettando le cellule di leucemia solo sulla base del loro carattere staminale, il nostro sensore riesce a superare i problemi basati sul marker di superficie. Riteniamo che il nostro biosensore possa fornire un prototipo per gli sforzi oncologici di precisione per colpire le cellule staminali leucemiche specifiche del paziente per combattere questa malattia mortale".
Gli scienziati israeliani sono stati anche in grado di dimostrare che le cellule staminali leucemiche sensibili al sensore sono sensibili a un noto ed economico farmaco per il cancro chiamato 4-HPR (fenretinide), fornendo un nuovo biomarker per i pazienti che possono trarre beneficio da questo farmaco.

 L'uso del sensore e i farmaci
  Infine il dott. Michael Milyavsky ha osservato:
"Usando questo sensore, possiamo eseguire una medicina personalizzata orientata agli schermi dei farmaci mediante la codifica delle cellule di leucemia di un paziente per trovare la migliore combinazione di farmaci in grado di indirizzare sia la leucemia alla rinfusa, sia le cellule staminali leucemiche al suo interno. Siamo anche interessati allo sviluppo di geni killer che possano sradicare specifiche cellule staminali leucemiche in cui il nostro sensore è attivo".
I ricercatori israeliani stanno ora studiando quei geni che sono attivi nelle cellule staminali leucemiche nella speranza di individuare eventuali bersagli da colpire con il trattamento farmacologico.

(SiliconWadi, 20 marzo 2019)


Israele - Spot col profumo "Fascismo"

Fa discutere un video in cui la ministra della Giustizia Ayelet Shaked si spruzza un profumo chiamato "Fascismo" per denunciare gli avversari di sinistra che, a suo dire, vorrebbero indebolire il sistema giudiziario. Nello spot Shaked si irrora di profumo e un narratore sussurra i suoi obiettivi: riforma giudiziaria, separazione dei poteri, limitazione della Corte Suprema. "Per me - dice Shaked - sa di democrazia".

(il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2019)


Medio Oriente: la difficile partita a scacchi sulla Striscia di Gaza

Quella che si gioca in queste ore a Gaza è una vera partita a scacchi giocata però da più giocatori con interessi diametralmente opposti. E alla fine un accordo tra Israele ed Hamas potrebbe essere una scelta obbligata per non consegnare la Striscia di Gaza nelle mani degli Ayatollah iraniani.
   
Quella che si sta giocando sulla Striscia di Gaza è una difficile e complessa partita a scacchi giocata però da più giocatori e non da soli due competitori come sarebbe logico aspettarsi da questo magnifico gioco di strategia.
Non ci sono infatti solo Israele e Hamas a giocare la partita di Gaza. Prima di tutto c'è l'Egitto, parte in causa fortemente interessata a calmierare la situazione. Poi c'è l'Autorità Nazionale Palestinese che in teoria dovrebbe rappresentare tutto il mondo arabo-palestinese e non solo quello che vive in Giudea e Samaria. Infine c'è l'Iran, interessato a che la Striscia di Gaza rimanga un fronte aperto per Israele e che gli israeliani non trovino alcun accordo a lungo termine con Hamas....

(Rights Reporters, 20 marzo 2019)


Il cellulare di Gantz spiato dagli iraniani il caso scuote Israele

di Davide Lerner

La notizia che il leader dell'opposizione israeliana Benny Gantz sarebbe stato spiato dai servizi segreti iraniani, tramite l'hackeraggio del suo telefono cellulare, ha aperto un caso che da giorni domina la campagna in vista delle elezioni del 9 aprile. Secondo il giornalista Amit Segal, due ufficiali dello Shin Bet, i servizi di sicurezza interna, avrebbero informato l'ex capo dell'esercito e sfidante di Netanyahu dell'attacco cyber iraniano proprio nei giorni in cui era impegnato nel lancio del suo nuovo partito. L'ufficio di Gantz non smentisce, ma sottolinea che il leader del partito "Blu e bianco" non era più a capo dell'esercito da 4 anni quando le spie iraniane avrebbero avuto accesso alle informazioni del suo cellulare. Gantz stesso ha ribadito più volte che, trattandosi di un periodo in cui non rivestiva ruoli pubblici, nessuna informazione sensibile o pericolosa per la sicurezza di Israele sarebbe stata sottratta. Fonti del partito "Blu e bianco" considerano sospetto il tempismo con cui la notizia è stata diffusa, mettendo in imbarazzo Gantz a poche settimane dal voto. Siccome i servizi di sicurezza interna dello Shin Bet rispondono al primo ministro, cioè Netanyahu, il sospetto è che la notizia sia trapelata dagli ambienti della sua campagna.

(la Repubblica, 19 marzo 2019)


La popolazione protesta a Gaza. Ora trema il governo di Hamas

L'Onu ha condannato con forza la violenta reazione decisa da Hamas ai danni dei moti popolari

di Gerry FredaMar

 
 
Proteste a Gaza contro Hamas    
In questi giorni, numerose manifestazioni anti-Hamas hanno iniziato ad avere luogo in tutta la Striscia di Gaza.
   I media israeliani hanno subito evidenziato le dimensioni "imponenti" dei cortei di protesta organizzati ultimamente e, contestualmente, hanno sottolineato la portata "storica" di questi ultimi. Secondo gli organi di informazione, era dal 2007 che l'enclave palestinese non vedeva manifestazioni con un così alto tasso di partecipazione popolare. Ad organizzare le proteste è stato il neonato 14th March Movement, fondato dall'attivista Moumen al-Natour.
   I cortei sono stati promossi dal movimento in questione al fine di reagire alle drammatiche condizioni economiche imposte finora ai civili dalla leadership di Hamas. I manifestanti accusano i governanti della Striscia di avere aumentato tasse e prezzi dei generi alimentari nonché di avere aggravato la disoccupazione, portandola a un tasso del 70%.
   Al grido di "Noi vogliamo vivere", i partecipanti alle proteste stanno quindi esortando i vertici dell'organizzazione estremista a essere maggiormente sensibili verso i problemi quotidiani della gente. I dirigenti di Hamas, responsabili di avere varato misure di austerità ai danni degli abitanti di Gaza e di vivere "nel lusso sfrenato".
   Per il momento, la formazione anti-sionista sta rispondendo con estrema durezza alle iniziative del 14th March Movement. Ad avviso della stampa israeliana, centinaia di partecipanti ai cortei, per lo più attivisti per i diritti umani e giornalisti indipendenti, sarebbero stati arrestati dalle forze di sicurezza. La polizia di Gaza, inoltre, avrebbe impiegato contro i manifestanti lanci di lacrimogeni e raffiche di proiettili. La reazione di Hamas ai moti popolari si è anche sviluppata sul piano propagandistico, accusando la formazione rivale Fatah e il governo Netanyahu di sobillare i civili.
   Il pugno di ferro varato dai governati della Striscia è stato pubblicamente condannato da Nickolay Mladenov, inviato speciale Onu per il processo di pace in Medio Oriente. L'alto funzionario del Palazzo di Vetro ha infatti accusato la formazione politica palestinese di mettere in atto una "brutale repressione" del diritto dei singoli a manifestare e a criticare i rispettivi governanti. Quanto allo Stato ebraico, i media locali hanno ripetutamente associato i cortei in questione alla fine dell'influenza di Hamas sulla popolazione di Gaza, mentre l'esecutivo Netanyahu, tramite il viceministro degli Esteri Tzipi Hotovely, ha commentato gli eventi in corso nell'enclave auspicando una rapida fine del "regime terroristico di Hamas".

(il Giornale, 19 marzo 2019)


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A Gaza Hamas reprime le manifestazioni della popolazione

E i media italiani tacciono

L'inviato delle nazioni Unite per il Medio oriente, Nickolay Mladenov, ha condannato la repressione violenta di Hamas delle manifestazioni pacifiche nella Striscia di Gaza. Da giovedì 15 marzo centinaia di palestinesi manifestano in diverse località contro l'aumento del costo della vita in questa zona controllata dal gruppo terroristico.
Come riporta il sito francese Le Monde Juif, decine di persone, fra cui giornalisti e membri di organizzazioni della difesa dei diritti dell'uomo sono stati fermati, mentre le forze di sicurezza hanno represso violentemente le manifestazioni.
«Condanno fortemente la campagna di arresti e la violenza utilizzata dalle forze di sicurezza di Hamas contro i manifestanti, fra cui donne e bambini, in questi tre giorni a Gaza», ha dichiarato Mladenov in un comunicato.
«Sono particolarmente preoccupato dall'attacco brutale dei giornalisti e degli impiegati della Commissione indipendente per i diritti dell'uomo così come le perquisizioni nelle case -, ha scritto l'emissario dell'Onu -. Il popolo di Gaza, che soffre da molto tempo, protesta contro la disastrosa situazione economica ed esige un miglioramento delle condizioni di vita nella Striscia di Gaza. È loro diritto manifestare senza temere le rappresaglie».

 La disperazione della gente
  Intanto comincia a circolare qualche video (pochi, proprio per la repressione di Hamas) che documenta la disperazione della popolazione di Gaza, affamata e ridotta alla miseria dall'inefficienza del gruppo al governo. "I figli dei capi di Hamas girano in macchine di lusso, mentre io ho 4 figli senza lavoro", denuncia una donna in un video fatto circolare dall'attivista arabo per i diritti dell'uomo Heshmat Alavi, che sul suo profilo Twitter sta documentando quello che sta accadendo, denunciando l'Iran che finanzia Hamas.

(Bet Magazine Mosaico, 19 marzo 2019)


Montichiari, sciatori da Tel Aviv

Nel deserto dell'aeroporto D'Annunzio di Montichiari dove il traffico passeggeri è in costante declino, l'atterraggio di un airbus decollato da Tel Aviv, non è passato di certo inosservato. Il volo è al servizio degli israeliani che decidono di trascorrere le vacanze invernali nelle località sciistiche bresciane. L'airbus è arrivato direttamente dallo scalo di Tel Aviv «Ben Gurion», il principale snodo del traffico aereo di Israele. La comitiva dei passeggeri è salita poi sui pullman diretti in Valcamonica e nelle altre località turistiche bresciane. Come accade in presenza di un obiettivo sensibile nell'ottica di possibili attentati terroristici, i controlli di sicurezza sono stati rigorosi. Dopo una pausa tecnica l'airbus è ripartito per Tel Aviv con a bordo i turisti di ritorno dalle settimane bianche.

(Brescia Oggi, 19 marzo 2019)


Mostra sull'infanzia al Museo Ebraico di Bologna

Opere di oltre cinquanta artisti italiani e israeliani

Quaderno di esercizi: "La divisa di Piccola italiana"
Il Museo Ebraico di Bologna ospita dal 19 marzo al 20 maggio la mostra 'Unforgettable childhood -L'infanzia indimenticabile', a cura di Ermanno Tedeschi. Il progetto - già proposto a Matera, Ravenna e Tel Aviv - raccoglie pitture, sculture, fotografie, disegni realizzati da più di cinquanta artisti italiani e israeliani sul tema dell'infanzia.
Nell'esposizione coesistono diverse forme espressive ma con un denominatore comune: l'essere umano, rappresentato con sfaccettature diverse, dal concetto dell'infanzia e del gioco, come momento di vita quotidiana, al tema della maternità. Tra i materiali e le tecniche usate sughero, tessuti, nastro adesivo, acciaio, ferro e legno. Tedeschi, dopo l'esperienza come gallerista in Italia e all'estero, continua l'attività in modi e con strumenti diversi: "L'obiettivo - dice - è quello di essere un sarto dell'arte che cuce su misura progetti per spazi pubblici e privati, un nuovo percorso per essere più in sintonia con le mutate sensibilità del mondo dell'arte".

(ANSA, 19 marzo 2019)


Arriva a Milano la mostra "I giovani ricordano la Shoah"

Al Memoriale i lavori degli studenti sul tema

ROMA - Si inaugura domani al Memoriale della Shoah di Milano la mostra "I giovani ricordano la Shoah", che raccoglie i lavori più interessanti realizzati dagli studenti che hanno partecipato al concorso nazionale organizzato ogni anno dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca in collaborazione con l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. L'esposizione, allestita negli spazi della Biblioteca del Memoriale (ingresso in piazza E. J. Safra, 1 - già Ferrante Aporti, 3), sarà visitabile gratuitamente fino al 10 aprile, dalle 10.00 alle 14.30, dalla domenica al giovedì. Il concorso "I giovani ricordano la Shoah", giunto alla diciottesima edizione, è rivolto agli studenti delle scuole del primo e secondo ciclo di istruzione, con il fine di promuovere lo studio e l'approfondimento della Shoah, e dei temi ad essa correlati, nelle scuole italiane. L'iniziativa coinvolge ogni anno migliaia di insegnanti e studenti. Gli autori dei lavori più meritevoli, a seguito del giudizio di una Commissione congiunta MIUR-UCEI, sono premiati ogni anno dal Presidente della Repubblica in occasione del Giorno della Memoria, in una cerimonia al Palazzo del Quirinale.
La mostra ha finora toccato Roma, Berlino, Bari, Firenze Torino, Ferrara, Pisa e Palermo, ottenendo un notevole riscontro di pubblico, in particolare scolaresche che possono trarre utili spunti per i percorsi didattici. La varietà e la qualità dei lavori esposti, è molto ampia e mostra come un tema così delicato e complesso possa essere sviluppato attraverso diverse tecniche artistiche e multimediali: lavori grafici e pittorici, cartelloni, disegni a mano, collage, quadri ad olio, installazioni, album di vario genere e dimensioni, "valigie della memoria", cortometraggi, ma anche pregevoli lavori di ricerca storico-documentale - talvolta supportati da documenti inediti - che molti istituti hanno prodotto negli anni, spesso legati alle vicende del proprio territorio. I temi sviluppati sono vari: le ricostruzioni di testimonianze, la lacerazione del tessuto sociale conseguente alle leggi razziali del '38, le forme di resistenza ebraica e civile alla dominazione nazista, il ritorno dai campi di sterminio e la necessità della trasmissione della memoria di quanto accaduto, il negazionismo, il processo di Norimberga, i Giusti tra le Nazioni e fatti di attualità relativi a nuove forme di razzismo e discriminazione. È infatti importante segnalare che negli ultimi anni gli studenti hanno dimostrato una particolare attenzione verso nuove forme di intolleranza nei confronti del "diverso".

(ANSAmed, 19 marzo 2019)


Attentato in Cisgiordania

Le turbolenze interne nella Striscia e il timore di nuove violenze dopo il lancio di razzi da Gaza verso Tel Aviv, giovedì - secondo l'esercito israeliano un errore durante un'esercitazione -, arrivano a poche settimane dalle elezioni del 9 aprile In Israele. La tensione è salita ieri anche in Cisgiordania, quando un terrorista palestinese ha accoltellato, uccidendolo, un soldato lungo una strada nei pressi dell'insediamento israeliano di Ariel. L'uomo ha poi sottratto al militare morto il fucile, utilizzandolo contro automobili di passaggio, e ferendo due persone, prima di scappare. In serata le forze dell'ordine israeliane erano ancora sulle tracce del fuggitivo. Il premier Benjamin Netanyahu ha detto d'essere «fiducioso» nell'operato della sicurezza nel catturare «i terroristi». Da Gaza, Hamas e Jihad islamico hanno lodato l'attentatore, ma non rivendicato l'attentato, facendo temere per la ripresa di una stagione di attacchi armati di «lupi solitari» palestinesi, come tra 2015 e 2016.

(La Stampa, 18 marzo 2019)


La Corte Suprema Israeliana dice no alla candidatura di Ben-Ari

Michael Ben-Ari, leader del partito di destra 'Otzma Yeudit'
La Corte Suprema israeliana ha bocciato la candidatura di Michael Ben-Ari, leader del partito della destra radicale 'Otzma Yeudit', alle prossime elezioni del 9 aprile a causa della sua ideologia anti araba e della sua istigazione.
La Corte - con una sentenza che ha visto 8 voti a favore e 1 contrario - ha accettato una petizione che chiedeva il bando dalle elezioni di Ben-Ari, rovesciando una precedente decisione del Comitato centrale elettorale che aveva invece approvato la settimana scorsa la sua candidatura.
La Corte ha potuto contare sull'opinione favorevole dell'Avvocato Generale dello Stato Avichai Mandelblit che ha messo in luce la lunga storia di "grave ed estremo razzismo" di Ben-Ari.
'Otzma Yehudi' - che ha fatto un accordo elettorale con il premier Benyamin Netanyahu - concorrerà al voto ed è ritenuta un'erede delle idee del rabbino estremista Meir Kahane, la cui ideologia - hanno ricordato i media - è stata messa fuori legge in Israele.

(tvsvizzera.it, 18 marzo 2019)


Shlomo Simonsohn (1923-2019)

di Ariel Viterbo

Il mondo accademico israeliano e la comunità degli studiosi di storia degli ebrei in Italia hanno perduto lo scorso giovedì uno dei loro massimi esponenti, il professor Shlomo Simonsohn dell'Università di Tel Aviv. Nato nel 1923 a Breslavia, che ancora si chiamava Breslau e faceva parte della Germania, si trasferì con la famiglia in Eretz Israel nel 1933, laureandosi poi in storia all'Università Ebraica di Gerusalemme. Già dal suo dottorato, concluso a Londra nel 1952, si avvicinò alla ricerca nel campo della storia degli ebrei in Italia, scrivendo una tesi su Leone Modena. La sua carriera accademica si compì interamente all'Università di Tel Aviv, nella quale cominciò ad insegnare storia ebraica nel 1955, proprio all'avvio dell'ateneo. Oltre all'insegnamento ricoprì numerosi incarichi accademici e pubblici, fra i quali quello di Direttore della Biblioteca Centrale, fondatore e direttore dell'Istituto di ricerca sulla diaspora (Diaspora Research Institute), Decano della Scuola di Giudaistica (School of Jewish Studies), Rettore dell'Università, cofondatore e membro del Consiglio Direttivo del Museo della diaspora (Bet hatfutsot). Ufficiale nell'esercito israeliano, combattè in tutte le guerre dal 1948 al 1973. Nel corso della sua carriera ricevette numerosi premi e riconoscimenti, fra i quali il titolo di Commendatore della Repubblica italiana e la laurea honoris causa dell'Università di Bologna.
   Difficile esagerare la centralità e l'importanza della sua opera nel campo della ricerca sulla storia degli ebrei in Italia, dall'antichità alla prima emancipazione. Dopo la tesi su Modena, del quale pubblicò due opere inedite, affrontò la storia degli ebrei a Mantova, studiata in un libro uscito in ebraico nel 1962-1964 e in inglese nel 1977, opera tuttora fondamentale e paradigmatica nella sua rigorosità e ampiezza. Ma il contributo fondamentale di Simonsohn alla ricerca fu senz'altro la fondazione nel 1979, nel quadro dei rapporti bilaterali con l'Italia, del progetto di ricerca Italia Judaica, da lui diretto fino alla sua scomparsa. Il progetto, nel quale Simonsohn coinvolse numerosi studiosi italiani e israeliani, comprende quattro sezioni: The Documentary History of the Jews in Italy, serie di volumi nei quali sono pubblicati, con rigorosi apparati scientifici, i documenti sulla storia degli ebrei in Italia dal periodo antico alla fine del diciottesimo secolo, documenti rintracciati negli archivi pubblici italiani; la Biblioteca italo-ebraica, una bibliografia di tutti gli studi per la storia degli ebrei in Italia, con la quale proseguì l'opera di precedenti studiosi come Attilio Milano e Aldo Luzzatto; il Lessico storico geografico degli ebrei in Italia, una sorta di enciclopedia su tutte le località nelle quali vissero gli ebrei in Italia, disponibile oggi online; infine i convegni internazionali di studio, svoltisi in Italia e in Israele.
   Della Documentary History of the Jews in Italy sono usciti trentatrè volumi, più della metà dei quali, quelli sugli ebrei del Ducato di Milano e della Sicilia, curati personalmente da Simonsohn. Il grande insegnamento alla base di questi volumi e dell'intero progetto Italia Judaica è che per scrivere di storia occorre raccogliere tutti i documenti esistenti, confrontarsi con tutta la ricerca precedente, inserire i materiali nel contesto più ampio possibile e solo alla fine di questo sisifico lavoro, provare a trarre le conclusioni. Così la vasta monografia di Simonsohn sugli ebrei in Sicilia (Tra Scilla e Cariddi: storia degli ebrei in Sicilia) è uscita (in tre lingue: italiano, ebraico, inglese) solo nel 2011, al termine della pubblicazione di diciassette volumi di documenti.
   In parallello e quasi come complemento al lavoro sugli ebrei in Italia, Simonsohn curò anche una serie di otto volumi nei quali pubblicò i documenti papali riguardo gli ebrei, dall'anno 492 al 1555: The Apostolic See and the Jews. Anche in questo caso, la monografia seguì la pubblicazione dei documenti.
   Con Simonsohn se ne va uno dei maggiori protagonisti della ricerca sulla storia degli ebrei in Italia, ideatore e promotore di numerose e importanti iniziative in questo campo, guida e maestro di coloro che si avventurarono e si avventureranno nei sentieri dello studio della nostra storia. Sentieri che Simonsohn, con meticolosa pazienza e rigorosa precisione, ha reso più agibili.

(moked, 18 marzo 2019)


Quei missili sparati da Gaza su Israele dicono molte cose

di Ugo Volli

Giovedì scorso due missili iraniani Fajir sono stati sparati da Gaza su Tel Aviv, arrestati dal provvidenziale sistema Iron Dome. Era la prima volta dal 2014. L'aviazione israeliana ha replicato subito colpendo un centinaio di obiettivi militari in Gaza, senza però provocare vittime: una mossa di serio avvertimento che derivava dalla valutazione poi pubblicata dallo stato maggiore per cui i lanci erano stati "un errore", o più probabilmente l'iniziativa di terroristi di basso livello, senza l'indicazione della dirigenza di Hamas. Infatti non vi sono state risposte alla rappresaglia israeliana e addirittura Hamas ha impedito i soliti assalti di massa alla frontiera che da un anno vanno in scena tutti i venerdì. L'episodio sembra dunque chiuso. Ma insegna alcune cose interessanti. In primo luogo non è vero che Israele abbia perduto la sua deterrenza su Hamas, come si è affrettato a dichiarare Gantz facendo eco da sinistra alle critiche che a Netanyahu erano state fatte la scorsa crisi dall'estrema destra. La gestione oculata delle crisi da parte del governo e dell'esercito israeliano è ancora capace di contenere i terroristi senza affrontare i costi politici e umani di un'operazione militare. La seconda lezione è che i terroristi possono ancora minacciare il centro di Israele grazie ai rifornimenti e all'appoggio che fornisce loro l'Iran. Hamas, come Hezbollah, agisce come un distaccamento mercenario per gli ayatollah. La terza lezione è la dimostrazione pratica che le manifestazioni del venerdì sono totalmente controllate da Hamas e fanno per te del suo arsenale, come i razzi e il terrorismo "popolare" in Israele. La quarta lezione è che Abbas e la sua Autorità Palestinese non hanno alcun controllo su Gaza; chi ha qualche influenza sulla situazione della striscia è l'Egitto, che vi agisce in accordo con Israele e al contrario il Qatar, in proprio e come strumento dell'Iran.

(Shalom, 17 marzo 2019)


Nuova Zelanda - La Federazione ebraica ricambia la gentilezza verso la comunità musulmana

Quando un uomo armato ha ucciso 11 persone in una sinagoga a Pittsburgh l'anno scorso, le comunità musulmane della zona hanno raccolto centinaia di migliaia di dollari per le vittime. Ora la comunità ebraica di Pittsburgh sta contraccambiando la gentilezza dopo un massacro in due moschee in Nuova Zelanda.

La Nuova Zelanda piange dopo che un uomo armato ha aperto il fuoco venerdì a due moschee nella città di Christchurch, uccidendo almeno 50 persone e ferendone a dozzine. Le autorità della nazione hanno detto che l'attacco terroristico è stato effettuato da un uomo che ha pubblicato un manifesto razzista online.
Dopo la sparatoria di massa, la Federazione ebraica di Greater Pittsburgh ha istituito un fondo per le vittime. "Purtroppo siamo tutti troppo familiari con l'effetto devastante che una sparatoria di massa ha su una comunità di fede", ha detto Meryl Ainsman, presidente del consiglio della Jewish Federation of Greater Pittsburgh. "Siamo pieni di dolore per questo insensato atto di odio: che quelli che sono stati feriti guariscano rapidamente e pienamente, e che i ricordi delle vittime siano per sempre una benedizione".
Proprio come dopo le riprese di ottobre alla Sinagoga dell'Albero della Vita, fedi e culture diverse si sono unite nel dolore e nella solidarietà. L'anno scorso, la campagna di crowdfunding "Muslims Unite for Pittsburgh Synagogue" ha raccolto più di $ 200.000 per aiutare le vittime del tiro.
"Siamo solidali con la comunità musulmana di Christchurch, a Pittsburgh e in tutto il mondo", ha affermato la Federazione ebraica.

(CNN, 17 marzo 2019)


Un israeliano è stato ucciso in un attacco compiuto da un palestinese in Cisgiordania

 
Un portavoce dell'esercito israeliano ha detto che domenica c'è stato un attacco vicino all'insediamento israeliano ad Ariel, in Cisgiordania, nel quale è stato ucciso un cittadino israeliano. Altre due persone sono state ferite in maniera seria.
L'assalitore, che l'esercito israeliano ha identificato come un uomo palestinese, è riuscito a scappare e al momento è ancora ricercato. Le forze di sicurezza israeliane hanno bloccato l'accesso alle cittadine palestinesi vicine al luogo dove è avvenuto l'attacco e hanno messo in piedi blocchi stradali per cercare di arrestare l'assalitore. I media palestinesi scrivono che l'esercito israeliano ha fatto un'operazione vicino alla cittadina di Burquin, a nord di Ariel, e che c'è stata una sparatoria. Per ora non si hanno altre informazioni al riguardo.
Secondo la ricostruzione dell'esercito israeliano, l'assalitore avrebbe accoltellato e ucciso un uomo verso le 10 di questa mattina al centro commerciale di Ariel. Poi gli avrebbe rubato la pistola, con la quale avrebbe sparato contro alcuni veicoli che passavano nella zona, ferendo altre due persone.

(il Post, 17 marzo 2019)


Argentina: arrestati due iraniani con falsi passaporti israeliani. E' allarme

Inquietante episodio in Argentina dove una coppia di iraniani che viaggiava con falsi passaporti israeliani è stata arrestata dalle autorità. Oggi ricorre l'anniversario dell'attentato all'ambasciata israeliana di Buenos Aires che nel 1992 fece 29 morti e 242 feriti e per questo è stato alzato il livello di allarme.

Una coppia di iraniani è stata arrestata in Argentina con l'accusa di essere entrati nel paese con passaporti falsi probabilmente con finalità terroristiche, ipotesi rafforzata dal fatto che oggi ricorre l'anniversario dell'attentato all'ambasciata israeliana di Buenos Aires che nel 1992 fece 29 morti e 242 feriti.
I due iraniani sarebbero Sajjad Naserani, 27 anni, e Mahsoreh Sabzali, 30 anni, arrestati la scorsa settimana dopo essere entrati in Argentina con un volo proveniente dalla Spagna usando due passaporti falsi intestati a Netanel e Rivka Toledano anche se l'ID del passaporto in realtà corrisponde a una coppia franco-israeliana di nome David e Brigitte Assouline....

(Rights Reporters, 17 marzo 2019)



Per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio

Io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev'essere manifestata a nostro riguardo. Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l'ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo. Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza.

Dalla lettera dell'apostolo Paolo ai Romani, cap. 8


 


Lucca, imbrattata la targa dedicata all'allenatore ebreo

La firma di un gruppo della curva, il sindaco: «Fascisti». L'offesa a Erbstein «La sua famiglia è rimasta molto legata alla nostra città. Chi ha commesso questo sfregio alla memoria deve vergognarsi»

di Simone Dinelli

LUCCA - Una macchia nera realizzata con una bomboletta spray e due adesivi con la scritta «Lmg», sigla che sta per «La meglio gioventù», gruppo di ultras della Lucchese. E quanto apparso nella notte fra venerdì e sabato sul cartello che indica la piazza intitolata a Erno Erbstein, nelle vicinanze del palazzetto dello sport.
   Un gesto che ha fatto letteralmente infuriare il sindaco Alessandro Tambellini, che in un duro post sulla sua pagina Facebook ha parlato senza mezzi termini di «vergogna» attaccandone gli autori e in generale la frangia di estrema destra presente nella parte più calda del tifo rossonero. Erbstein era un allenatore ungherese entrato nella storia del calcio a Lucca per aver preso — negli anni Trenta — la squadra in Serie C e averla portata fino alla Serie A, dove le fece conquistare anche un settimo posto a pari merito con l'Ambrosiana Inter.
   La promulgazione delle leggi razziali — Erbstein era di origini ebraiche — lo costrinse però a lasciare la città nel 1938 assieme alla famiglia per poi spostarsi dopo la Seconda guerra mondiale in Piemonte, dove avrebbe trovato la gloria sportiva del Grande Torino e la morte nella tragedia di Superga del 4 maggio 1949. Nelle scritte sul cartello della piazza che porta il suo nome Tambellini ha visto dunque un messaggio politico: «Estrema destra strisciante — tuona il sindaco — gente che inneggia al duce e al fascismo e che occupa una parte della curva della Lucchese, senza però conoscere la storia gloriosa della squadra per cui tifa. Erbstein, oltre a rappresentare uno dei migliori testimoni di quella scuola ungherese del calcio che ha portato innovazione e avanguardia, è l'allenatore che ha condotto la Lucchese ai massimi livelli, facendola diventare in quegli anni una delle squadre più forti d'Italia».
   «Erbstein — prosegue il primo cittadino — amava Lucca, Così come la ama la figlia Susanna. Furono costretti a lasciare la città e l'Italia a causa delle leggi razziali, passare tutto il peggio possibile a causa del fascismo e del nazismo, per poi tornare e rinascere, più forti e orgogliosi. Più forti e orgogliosi della vigliaccheria, dell'ignoranza, dell'odio. Più forti e orgogliosi di una bomboletta spray o degli adesivi che vorrebbero cancellare il loro nome. Vergogna».
   Da parte del gruppo «La meglio gioventù» non è arrivato alcun commento ufficiale sul gesto, anche se diversi tifosi sui social hanno cercato di smontare il caso spiegando come sotto agli adesivi degli ultrà fosse già presente un adesivo di colore giallo, riconducibile a una squadra di calcio lucchese di Terza categoria — la Trebesto —. Nel novembre del 2017 esponenti del gruppo di maggioranza dell'amministrazione Tambellini avevano manifestato la volontà di intitolare la curva Ovest — quella ultras — proprio all'allenatore magiaro. Altre voci della città avevano chiesto che gli venisse dedicato l'intero stadio, ma per adesso non se ne è fatto nulla.

(Corriere fiorentino, 17 marzo 2019)


Antisemitismo in crescita nei Paesi Bassi

di Nathan Greppi

 
Ebrei al campo di concentramento nazista di Vught per commemorare i bambini ebrei lì imprigionati durante la seconda guerra mondiale
Martedì 12 marzo il CIDI, una ONG ebraica olandese, ha pubblicato un rapporto secondo il quale gli episodi di antisemitismo nei Paesi Bassi, dove vivono circa 30.000 ebrei, sono cresciuti nell'ultimo anno.
   Secondo Algemeiner, nel 2018 gli insulti e le aggressioni di stampa antisemita sarebbero aumentati del 19% rispetto all'anno precedente. In totale, sarebbero 135 gli episodi, ai quali si aggiungono 95 casi di antisemitismo su internet. Secondo il CIDI risulta che molti ebrei olandesi abbiano subito ingiurie da colleghi da lavoro, compagni di scuola e vicini di casa. "Il più drastico aumento è stato registrato in incidenti che coinvolgono persone a loro vicine," si legge nel rapporto. "In questa categoria l'aumento è del 67% rispetto all'anno scorso (da 24 nel 2017 a 40 nel 2018)." Il rapporto sottolinea il fatto che questo genere di casi è arrivato al suo numero più alto degli ultimi 10 anni.
   È emerso anche che "solo il 25% di chi ha risposto (al sondaggio) in Olanda denuncia episodi di antisemitismo alla polizia, ad altre agenzie governative o a ONG come il CIDI." Si legge inoltre che "il 41% di tutti gli episodi di discriminazione (in Olanda) riguardano l'antisemitismo." In molti casi avvengono anche durante le partite di calcio, quando è facile sentire allo stadio la parola "Jood" (ebreo) usata in senso dispregiativo.
   Per contrastare il fenomeno, il CIDI chiede che i nuovi immigrati nel paese vengano educati sulla storia della comunità ebraica locale, in quanto spesso vengono da paesi mediorientali dove l'antisemitismo è molto diffuso. Il CIDI ha concluso il rapporto con queste parole: "Quando l'antisemitismo si manifesta - per strada, a scuola, su internet - è importante che le persone lo denuncino apertamente. Non dobbiamo considerare l'antisemitismo una cosa normale."
   L'Olanda non è l'unico paese europeo dove l'antisemitismo è aumentato nell'ultimo anno: in Francia, ad esempio, gli episodi sono aumentati del 74% rispetto al 2017, mentre in Germania sono aumentati del 60%. Nel Regno Unito, invece, il numero è salito del 16%.

(Bet Magazine Mosaico, 15 marzo 2019)


Milano - Torna a fiorire il Giardino dei Giusti

di Cristina Carpinelli

«Vedendo come sono i lavori mi chiedo se non ci sarebbe stata bene qualche polemica in meno» così il Sindaco di Milano Sala inaugurando il giardino dei Giusti del mondo a Milano. Il riferimento è al blocco dei lavori voluto dal ministero dei beni culturali e anche alle molte tensioni createsi attorno alla comunità ebraica. Un'inaugurazione che ha portato a celebrare i nomi di Istvan Bibo, intellettuale ungherese, coscienza critica della nazione sulle collusioni del Paese con il nazismo , Simone Veil, ebrea francese sopravvissuta alla Shoah, prima donna Presidente del Parlamento europeo, Wangari Maathai, attivista e ambientalista keniota, prima donna africana a ricevere il Premio Nobel per la pace, Denis Mukwege, medico congolese, da anni dedica la sua vita ad assistere le donne vittime dello "stupro come arma di guerra" Premio Nobel per la Pace nel 2018.

(Radio24, 17 marzo 2019)


Gaza: tv, cessate il fuoco Hamas-Israele

Grazie alla mediazione dell'Egitto. Manca conferma da parte Israele

Grazie alla mediazione egiziana Hamas e Israele hanno raggiunto un cessate il fuoco a distanza di 12 ore dai primi lanci di razzi contro Tel Aviv e il sud del paese. Lo dice la tv israeliana Kan - riferita da Times of Israel - riprendendo notizie simili apparse sui media palestinesi. Non c'e' al momento conferma da parte di fonti ufficiali israeliane.

(ANSA, 16 marzo 2019)


Dopo i razzi su Tel Aviv mediazione egiziana fra Israele e Hamas

di Vincenzo Nigro

In piena campagna elettorale, con l'intero Paese impegnato a seguire la battaglia politica fra il premier uscente Benjamin Netanyahu e lo sfidante Benny Gantz, giovedì notte Israele è arrivato ancora una volta a un passo da una nuova guerra con Hamas. I due razzi lanciati da Gaza erano diretti verso Tel Aviv. Sono atterrati senza fare danni in aree disabitate. Ma lo choc è stato grande: dal 2014, l'anno in cui infuriò l'ultima guerra con Hamas, non erano più arrivati razzi nella capitale economica del Paese. Per ritorsione Israele ha colpito 100 obiettivi di Hamas nella Striscia, postazioni che erano tutte state abbandonate dai miliziani per cui non ci sarebbe stata nessuna vittima. Ieri mattina una tregua di fatto è stata annunciata da media che avevano parlato con fonti dell'intelligence egiziana. Gli egiziani erano già dentro Gaza, impegnati nell'opera di mediazione fra Israele e il movimento palestinese islamico. I giornali israeliani hanno riferito la versione secondo cui i 2 missili sarebbero stati lanciati per errore, forse erano sotto manutenzione. Gantz, l'ex generale che sfida Netanyahu nel voto del 9 aprile ha detto che Israele ha «perso la capacità di deterrenza nei confronti di Hamas». L'alternativa però sarebbe stata una guerra adesso, a 3 settimane dal voto.

(la Repubblica, 16 marzo 2019)


Quei piatti italiani nati nei ghetti degli ebrei

Tortelli di zucca, orecchiette con cime di rape, sarde in saor e altre delizie sono frutto di contaminazioni con la cucina giudea. Numerose ricette sono state messe a punto nelle corti medievali. Perfino il cacciucco avrebbe avuto la benedizione di un rabbino.

I limiti posti da Paolo IV su carne e pesce all'origine dei carciofi fritti Della carbonara due versioni: con carne di manzo o zucchine e grana

di Giancarlo Saran

 
Le sarde in saor sono nate nel ghetto di Venezia. Arricchite con uvetta e pinoli, sono diventate il simbolo della Festa del Redentore
L'Italia è un Paese dalla lunga storia, frutto di contaminazioni con culture diverse. È curioso notare come molte elaborazioni, che noi diamo per acquisite, abbiano una matrice ebraica. In Piemonte questa presenza è stata importante, con la vicina Lomellina lombarda. Matrice comune l'allevamento dell'oca, con diverse elaborazioni arrivate sino a noi, anche se ormai il salame d'oca di Mortara, nel suo disciplinare Igp, prevede anche l'utilizzo della carne suina. Altra specialità il collo ripieno, che si può trovare in diverse varianti. Nella pianura lombarda i tortelli di zucca sono l'orgoglio di ogni campanile, eppure anche qua c'è lo zampino ebraico. I Gonzaga vollero per le loro cucine il meglio dei cuochi europei. Molti di questi erano giudei i quali, unendo alla tradizione della pasta sfoglia la loro cultura con la zucca protagonista, fecero sì che questa preparazione si diffondesse poi nel territorio.
  A Venezia è sorto il primo ghetto europeo, nel 1516, e se a questo aggiungiamo gli importanti commerci di spezie con le rotte orientali, ci si spiega l'origine di molti piatti, a iniziare dalle sarde in saor (conservate sotto cipolla per l'alimentazione dei marinai in navigazione), ma arricchite con uvetta e pinoli, che incontreremo anche nelle carote sofegae. La tecnica del saor poi si diffuse anche a radicchio, zucca, scampi. Sarde in saor che lo storico Bepo Maffioli ricorda come simbolo della Festa del Redentore, la terza domenica di luglio. Oca protagonista anche a Nordest, con le gribole (la pelle d'oca fritta) intrigante contraltare ai ciccioli suini. Ma è lungo l'elenco dei piatti con la benedizione del rabbino, quali ad esempio in bigoli in salsa (con sardine e cipolla) o l'oca in onto, grande classico della bassa padovana. Zucca protagonista, fritta o desfada (una crema con zucchero e pinoli), per non parlare della suca baruca, una zucca marina di Chioggia, protagonista di un episodio delle Baruffe Chiozzotte di Carlo Goldoni.
  Scendendo lungo la costiera adriatica una tappa d'obbligo è a Ferrara, le cui storie del ghetto sono state rese immortali dalle vicende dei Finzi Contini, raccontate da Giorgio Bassani. Qui troviamo lo storione del Po, le cui uova erano diventate oggetto di culto, in epoca rinascimentale raccontate da Cristofaro di Messisbugo, cuoco degli Estensi, e riprese poi, negli anni Trenta, da Benvenuta Ascoli, della Nuta, con bottega nel ghetto ebraico. Erano talmente ricercate da far concorrenza al più blasonato caviale ed esportate pure all'estero. Dopo varie peripezie la ricetta è giunta ai giorni nostri, come ben raccontato in un bel libro da Michele Marziani. La particolarità era che queste uova venivano cotte nel forno a fuoco bassissimo, sì da acquisire un intrigante retrogusto di nocciola. Un'altra storia curiosa è quella della spongata, o torta degli ebrei, tibuia, con capitale Finale Emilia. Un impasto di farina, burro e parmigiano. Era uno dei segreti custoditi con orgoglio dalle famiglie ebraiche, sino a che tale Mandolino Rimini, nel 1861, si invaghì di una ragazza cristiana. La famiglia di lui, contraria alle nozze, lo allontanò di casa e lui sostituì il grasso d'oca con il burro divulgando la ricetta della tibuia a tutto il territorio. Il foie gras d'oca è un patrimonio culinario che si ritrova in tutta la dorsale Nord appenninica, tanto da arrivare sino ad Ancona, dove si dice fosse complice d'alcova tra Giacomo Casanova e una fascinosa bellezza ebraica del luogo.
  Scendendo in Puglia altra sorpresa. Qui le orecchiette con le cime di rapa sembra siano dovute a una riuscita contaminazione portata da ebrei provenzali nel medioevo. Uno dei simboli del cibo di strada siciliano è il pani cà meusa (il panino con la milza). Al tempo gli ebrei palermitani che lavoravano nei macelli non venivano pagati con moneta, ma con avanzi delle interiora. Da lì a inventarsi la golosità da passeggio il passo fu breve. A Roma c'è la più antica comunità ebraica del mondo occidentale. Con l'editto del 12 luglio 1555 Paolo IV istituì il ghetto, cui giunsero anche comunità in fuga dalla penisola iberica e dalla Sicilia. Molte le limitazioni. Era proibito l'uso di carni ricercate e anche sul pesce i paletti erano stretti. Far di necessità virtù divenne un imperativo quotidiano. Ecco allora affermarsi piatti senza tempo, come i carciofi alla giudia, la cui irresistibile croccantezza è dovuta ad un doppio passaggio in olio bollente, ma anche le melanzane fritte, le triglie alla mosaica (con uvetta e pinoli), gli aliciotti con l'indivia, il baccalà alla romana, fritto e ripassato in salsa di pomodoro e, ancora, la pasta e broccoli con il brodo di arzilla (razza), l'agnello alla giudia, con carciofi e fave. Ma era con le frattaglie che si conciliava il gusto con le penitenze imposte: ecco allora la milza in padella, le animelle con i ceci, la trippa con l'agliata. E pure sui dolci non si scherzava: su tutti il tortolìcchio, considerato afrodisiaco, con mandorle, miele, anice e arancia e, ancora, la pizza di Beridde, con uvetta, frutta secca e candita e la nocchiata, una sorta di torrone di noci, mandorle e nocciole fritte nel miele.
  Risalendo in Toscana il riferimento va a Livorno che, nell'Ottocento, diventò la più importante comunità ebraica nazionale. L'unica città che non volle mai istituire un ghetto, tanto è vero che vi giunsero molte famiglie in fuga dalle miserie romane. Baccalà protagonista, classico l'abbinamento con i fagioli. Alici a scapece, minestra di lenticchie, di contaminazione romana il pasticcio di cervella e carciofi. Il cuscussù è una rielaborazione frutto dell'arrivo di comunità in fuga dalla Sicilia che, a loro volta, avevano assimilato il cous cous arabo, cui venne aggiunto il locale rosmarino. Mirabile l'ode dedicata da Angiolo Oliviero, con un passaggio che la dice lunga: «Onde sentor d'Etruria / io colgo nel sapore dei deserti». Rosmarino anche in un'altra leccornia locale, i panini ramerini. Pare che lo zampino giudeo sia presente pure nella nascita del cacciucco, originariamente solo una zuppa di merluzzo, cui in seguito vennero aggiunti ingredienti non kosher, crostacei e molluschi: ecco che la comunità locale rispose arricchendolo con pomodoro e aromi vari.
  Passando dalla costa tirrenica alla Toscana interna è un tripudio dolciario. Si potrebbe iniziare con Ortensio Lando che già a metà del Cinquecento segnalava come Jacob di Consiglio, il più importante banchiere ebreo di Siena, inviava del marzapane a Cosimo dè Medici, quale omaggio identificante che ben sottolineava, al ricevente, la qualità del donatore. Ma poi troviamo il biancomangiare, con latte di mandorle e riso o la pignoccata, con pinoli e cedro candito. Dna giudaico che incrociamo in preparazioni entrate stabilmente nei manuali di cucina: dallo scapece, pesce fritto poi marinato in aceto con spezie e aromi, al carpione, dove prima avviene la marinatura in salamoia con aceto, e poi la frittura. L'amatriciana (alla giudea) la si può gustare usando la carne di manzo al posto di quella di maiale e facendo un fioretto saltando il formaggio. Così pure la carbonara, rielaborata in due varianti. La si può servire bassari (a base di carne) sostituendo la pancetta con carne secca di manzo, uova e non formaggio, oppure halavi (di latte), carburata di grana e usando le zucchine fritte al posto della pancetta.

(La Verità, 16 marzo 2019)


Iran sta conducendo esercitazioni militari con droni nello Stretto di Hormuz

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) sta effettuando un'esercitazione militare presso lo Stretto di Hormuz, per testare decine di droni RQ-170, di manifattura iraniana, di cui alcuni armati.
Tale modello di velivoli è stato prodotto su esempio degli US Sentinel, alcuni dei quali vennero catturati dalle forze iraniane nel 2011 in prossimità del confine con l'Afghanistan, presso la città iraniana di Kashmar. Si tratta dell'esercitazione Towards al-Quds 1.
La notizia è stata divulgata dall'agenzia di stampa nazionale ISNA, la quale ha specificato che si tratta della prima volta in cui Teheran conduce una simulazione impiegando un numero così alto di droni. Come riferito da generale Amir Ali Hajizadeh, della divisione aerospaziale delle guardie iraniane, l'Iran possiede la flotta di droni da guerra più grande della regione. Tali velivoli a pilotaggio remoto possono volare per oltre 1.000 km per colpire il loro obiettivo.
Si tratta della terza esercitazione militare che l'Iran compie dall'inizio del 2019. La prima è avvenuta nel mese di gennaio ed ha coinvolto 12.000 truppe. La seconda simulazione, invece, ha avuto luogo il 21 febbraio, data in cui la Marina iraniana ha effettuato l'esercitazione Velayat 97, su larga scala, nello Stretto di Hormuz e nel Mare dell'Oman, conducendo quello che al-Jazeera English ha definito "una dimostrazione di forza nel bel mezzo delle crescenti tensioni nella regione con gli Stati Uniti".
Per la prima volta, le manovre militari hanno compreso il lancio di missili da un sottomarino. Nei giorni precedenti, il presidente Hassan Rouhani aveva inaugurato il sottomarino Fateh che, secondo l'esercito iraniano, è capace di lanciare missili da crociera ed è equipaggiato con torpedoni e un sistema di precisione. È altresì in grado di rimanere sott'acqua per oltre 5 settimane.

(Sicurezza Internazionale, 16 marzo 2019)


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