Io manifesterò la mia gloria fra le nazioni, e tutte le nazioni vedranno il giudizio che io eseguirò, e la mia mano che metterò su loro. E da quel giorno in poi la casa d'Israele conoscerà che io sono l'Eterno, il suo Dio.
Ezechiele 39:21

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Repubblica Ceca: il vice ministro ceco Tlapa visita Israele e Territori palestinesi

PRAGA - Il vice ministro degli Esteri ceco Martin Tlapa si è recato in visita in Israele e nei Territori palestinesi, dove resterà fino al 29 settembre. Durante la visita, Tlapa avrà incontri bilaterali con funzionari diplomatici israeliani e palestinesi, avvierà progetti di diplomazia economica finanziati dal ministero degli Esteri ceco a Tel Aviv e Gaza City e promuoverà una missione commerciale di accompagnamento focalizzata sulle startup ceche specializzate in tecnologia, informatica ed innovazione. Lo riferisce l'ufficio stampa del ministero degli Esteri di Praga. Durante le consultazioni politiche con i rappresentanti dei ministeri degli Esteri di Israele e dei Territori palestinesi, Tlapa si concentrerà principalmente sulla valutazione dell'attuale agenda bilaterale in campo politico, commerciale e di ricerca e sviluppo.

(Agenzia Nova, 26 settembre 2016)


Trump: "Riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele". Stanotte faccia a faccia con Clinton

I due sfidanti alla Casa Bianca hanno incontrato il premier israeliano a poche ore dal primo importante dibattito in televisione. Un dibattito che vedrà incollate alla televisione più di cento milioni di persone.

di Susanna Picone

Se diventerà presidente degli Stati Uniti, il repubblicano Donald Trump è pronto a riconoscere Gerusalemme come capitale "indivisa" di Israele: è quanto ha assicurato il tycoon di New York nel corso di un colloquio privato, durato oltre un'ora, con il premier Benjamin Netanyahu, a cui ha anche promesso l'avvio di "una straordinaria cooperazione strategica, tecnologica e politica tra Stati Uniti e Israele" se sconfiggerà Hillary Clinton e approderà alla Casa Bianca. "Gerusalemme è stata la capitale eterna del popolo ebraico per oltre 3000 anni e gli Stati Uniti, sotto la mia amministrazione, accetteranno finalmente il mandato del Congresso per riconoscere Gerusalemme come capitale indivisa dello Stato di Israele", è quanto ha fatto sapere Trump. Al termine dell'incontro Netanyahu ha rilevato di aver discusso con il candidato americano della sicurezza di Israele, nonché degli sforzi per portare in Medio Oriente pace e stabilità. Netanyahu ha incontrato anche la candidata democratica Hillary Clinton che gli ha assicurato strette relazioni e ha affermato che uno Stato di "Israele forte e sicuro è vitale per gli Usa".
Prima sfida televisiva tra i due candidati alla Casa Bianca - Intanto i due sfidanti Hillary Clinton e Donald Trump si preparano per il primo dei tre dibattiti presidenziali, che si terrà questa notte. Si tratta del primo confronto pubblico a due fra la ex first lady e il repubblicano e il duello dovrebbe attirare un pubblico record di circa 100 milioni di spettatori. Uno dei temi del dibattito sarà probabilmente quello razziale e la violenza della polizia dopo gli eventi di Tulsa e Charlotte, e dopo l'inaugurazione a Washington del primo museo nazionale di storia afroamericana, che ha visto partecipare insieme il presidente Barack Obama e l'ex presidente George W. Bush. In attesa del dibattito, un sondaggio Washington Post -Abc assegna alla candidata democratica il 46% delle preferenze contro il 44% del magnate newyorchese. Al faccia a faccia televisivo Hillary arriva forte dell'appoggio del New York Times che, mettendone in evidenza il "coraggio e l'esperienza", ha definito Trump il peggior candidato della storia moderna.

(fanpage.it, 26 settembre 2016)


La guerra dei gasdotti che brucia sotto la Siria

Nel 2009, il Qatar cercò di convincere la Siria ad accettare il transito sul suo territorio, attraverso la provincia di Aleppo, di un gasdotto di 1.500 miglia per raggiungere il mercato europeo. Il Qatar è già il più grande produttore di gas naturale liquefatto (GNL) del mondo, diretto soprattutto al mercato asiatico, ma vuole avere accesso diretto al fiorente mercato del gas europeo. Lo scrive con un ottimo approfodimento OilPrice.
   Il gasdotto avrebbe dovuto attraversare la Siria a nord e arrivare alla fine in Turchia dopo aver attraversato l'Arabia Saudita, Giordania. La Siria ha rifiutato l'offerta del Qatar, che avrebbe tagliato la quota di mercato europea del suo partner, la Russia, e invece ha accettato di partecipare al "Friendship Pipeline" tra Iran e Iraq, subito ribattezzata "il Pipeline sciita" e ritenuto un obiettivo per le monarchie sunnite del Golfo.
   Non capito, o ignorato, è stato il sostegno della Siria all'Iran, in particolare durante la guerra Iran-Iraq 1980-1988, e la sua lunga relazione con la Russia, risalente al 1944, che avrebbero dovuto essere un avvertimento.
   Nel 2010, Israele e Siria hanno tenuto colloqui indiretti che comprendevano il ritorno delle alture del Golan alla Siria in cambio di garanzie di sicurezza. I colloqui si sono protratti a causa di sospetti reciproci sulla capacità dell'altro di tenere fede agli impegni e, con l'inizio del 2011, le rivolte arabe erano ormai scoppiate in tutta la regione e le attenzioni dei leader erano rivolte a preoccupazioni più immediate. A questo punto, l'America ha avuto la possibilità di sferrare un colpo contro l'alleato della Repubblica islamica, Assad.
   Nel 2011, la Turchia ha fornito una sede all'opposizione siriana e, nel mese di agosto 2011, gli Stati Uniti, i loro alleati, e le Nazioni Unite hanno iniziato a pretendere le dimissioni di Bashar Assad.
   Nel 2011, la Siria, l'Iran e l'Iraq hanno concordato di costruire un oleodotto per collegare il giacimento di gas di South Pars dell'Iran all'Europa. Il gasdotto iraniano avrebbe collegato il suo giacimento del Golfo Persico al Mediterraneo attraversando Iraq e Siria.
   Ciò che rimane poco chiaro, prosegue Oil Price nella sua analisi, è il motivo per cui, quando la Siria ha rifiutato la proposta originaria della conduttura non ha seguito la sua seconda opzione per il tracciato del gasdotto: Arabia Saudita - Kuwait - Iraq. A parte il terreno difficile in Iraq, le ragioni per lo più probabili sono la scoperta di vaste riserve di gas nel Mediterraneo orientale, e l'opposizione dell'Arabia Saudita ad un gasdotto attraverso il Kuwait. Se un regime più amichevole nei confronti del Qatar avesse preso il controllo della Siria, il Qatar sarebbe stato in grado di esercitare l'influenza necessario per la sua costruzione.
   Questa è stata la migliore occasione del Qatar di influenzare gli affari della regione. Con una piccola popolazione nativa - i lavoratori stranieri costituiscono quasi il 90 per cento della popolazione di 2,2 milioni - e un piccolo esercito, le opzioni sono limitate. Tuttavia il Paese ha un libretto di assegni in buona salute ed è stato in grado di usarlo per aiutare a finanziare le forze dell'opposizione siriana.
   Per capire meglio la guerra in Siria, occorre ricordare anche le scoperte di gas naturale nel Mediterraneo orientale nel 2009. Israele, Cipro e Egitto hanno trovato grandi giacimenti di gas. Israele ha il potenziale per l'esportazione di gas in Egitto, Giordania, Autorità Palestinese, e la Turchia. (Israele e Turchia hanno anche discusso un oleodotto verso la Turchia, ma Cipro ha sollevato obiezioni in quanto non ha relazioni diplomatiche con la Turchia.

(l'Antidiplomatico, 26 settembre 2016)


"Fuoco e coltelli strumenti di pace"

Un giovane cuoco che vive in un kibbutz collabora con colleghi arabi-israeliani e armeni: "Non facciamo politica ma con il cibo proviamo a dimostrare che la convivenza è possibile".

di Maurizio Tropeano

 
Gli chef che partecipano al progetto organizzano tour gastronomici, guidando gli appassionati tra le cucine della vecchia Gerusalemme che è divisa in quattro parti con tradizioni diverse
Per Nadav Malin partecipare a questa edizione di Terra Madre è come tornare a casa tra la grande famiglia di Slow Food. Nadav fa il cuoco ma per tre anni ha frequentato l'università di scienze gastronomiche di Pollenzo dove si è laureato con il massimo dei voti in filosofia del cibo. E forse questa visione a 180 gradi del mondo del cibo l'ha spinto a seguire le orme della madre e a diventare uno dei trenta cuochi dell'associ azione Chef for peace che opera in Israele dove collaborano volontariamente cuochi ebrei, cristiani, arabi israeliani e armeni. Tutti, però, con il passaporto israeliano perché per loro i confini con la Palestina sono blindati. Che cosa li tiene insieme? «In cucina - spiega Nadav - ci sono il fuoco e i coltelli che possono essere utilizzati come armi per distruggere ed uccidere mentre per noi sono strumenti per creare convivenza e amicizia pur nella diversità».
  Nadav Malin vive in un kibbutz sulle colline di Gerusalemme che guardano verso Te! Aviv vicino al villaggio di Abu-Gosh abitato in prevalenza da arabi-israeliani. «Noi- spiega Nadav- non siamo politici e non vogliamo fare politica ma crediamo che il cibo possa essere un elemento per unire. Certo ci vuole tempo ma anche i piccoli passi sono importanti».

 Piccoli passi
  Di che si tratta? Ai primi di giugno di quest'anno durante un attacco terroristico al Sarona Market di Te! Aviv rivendicato da Hamas sono state uccise quattro persone e altre 6 sono rimaste ferite. Dopo quell'attentato, Chef for peace ha messo a punto un progetto che punta attraverso la cucina a superare paura e diffidenza. ai primi di agosto per una settimana i cuochi hanno lavorato insieme in uno spazio di questo mercato ortofrutticolo fianco a fianco servendo cibi «misti». «Un giorno è arrivata una famiglia israeliana di tre persone e
parlando con i genitori mi hanno raccontato che era stato il figlio, adolescente, a convincerli a venire a mangiare da noi. Aveva letto del nostro progetto, gli era piaciuto e aveva convinto i suoi genitori», racconta Nadav.

 Il tour di Gerusalemme
  Lo chef, che ha 32 anni e che insieme alla madre fa un servizio di catering per banchetti a cui partecipano tra le 100 e le 200 persone, sogna di aprire un agri-turismo ma intanto continua a fare il volontario. Tra le attività dell'associazione c'è anche l'organizzazione di tour gastronomici a Gerusalemme: «Noi - racconta - facciamo da guide tra le cucine della vecchia Gerusalemme che è divisa in quattro parti e dove ci sono anche tradizioni alimentari diverse. Anche gli chef che fanno da guida appartengono a religioni diverse ma questo non ci impedisce di spiegare che la diversità è ricchezza e che il cibo serve per unire». Anche perché il modo di pronunciare la parola cucina è molto simile sia nella lingua araba sia in quella ebraica. E la cucina «può creare ponti».

(La Stampa, 26 settembre 2016)


Nizza, arrestate due presunte jihadiste

Due ragazze provenienti dalla località francese di Nizza sono state arrestate perché sospettate di voler compiere un attentato terroristico. Lo ha confermato la procura francese dopo che la notizia era stata anticipata dal quotidiano "Le Parisien". Le giovani, di età compresa tra 17 e 19, sono state arrestate a metà settembre e si ritiene siano state in contatto tramite il servizio di messaggistica criptato Telegram con Rachid Kassim, jihadista 29enne noto per la sua propaganda a favore dello Stato islamico. Interrogate dalla Direzione Generale della Sicurezza interna hanno ammesso che avevano in programma «un'azione violenta sotto l'influenza di Kassim prima di rinunciare».

(Il Messaggero, 26 settembre 2016)


Appello di Rusconi: «Tornate in Israele»

di Silvia Pigozzo

 
«Pellegrini, ritornate in Israele. La terra da cui ha origine la nostra fede». Questo l'accorato appello di Eliseo Rusconi, presidente di Rusconi Viaggi, tour operator specializzato in pellegrinaggi e in viaggi culturali, che, in una serata presso la sede di Lecco, ha fatto il punto sul segmento religioso in Israele e presentato alcune novità del catalogo 2017. Alla serata sono intervenuti, l'Ente del Turismo Israeliano; il Jerusalem Development Authority; El Al Israel Airlines; Sobhy Makhoul, cancelliere dell'Exarcato Maronita Cattolico Gerusalemme, membro della Commissione Pellegrinaggi Cristiani Terra Santa e direttore P.J.J. - Opera Pellegrinaggi della Chiesa Maronita di Terra Santa; e don Matteo Crimella, responsabile dell'Apostolato Biblico della Diocesi di Milano.

 Israele, archeologia viva
  Un territorio che coniuga sacro e profano, siti a forte impatto spirituale e di fede, ma anche divertimento, architettura, arte e gastronomia. Israele racchiude in sé differenti anime, «un mosaico di tradizioni, culture e religioni - ha precisato Avital Kotzer Adari, direttrice dell'ufficio nazionale israeliano del Turismo - dove ognuno di noi può trovare le proprie radici, anche per chi non è credente. Il pellegrinaggio in Terra Santa rappresenta un percorso di arricchimento personale e intimo molto importante».
  Un percorso che, secondo Rusconi Viaggi passa anche dalla conoscenza delle Sacre Scritture. «Ecco perché abbiamo pensato a una proposta di tour originale, di 8 giorni in Israele tra Bibbia e archeologia dal 26 dicembre al 2 gennaio. Il tour - che si snoda da Ber Sheva, Masada, Qumran e Gerico passando tra Bet Shean, Nazareth, Safed, Sepphoris, Gerusalemme e Hebron - sarà guidato da Don Matteo Crimella. «Si tratta di una proposta di viaggio per chi è già stato in Terra Santa e desidera approfondire la conoscenza di questi territori. L'obiettivo è di coniugare testo biblico e luoghi che si visitano e creare una relazione tra monumento, la parte archeologica, e documento». Cercare quindi un legame storico e oggettivo tra scritture e la terra circostante visitata.
  Tra le novità 2017 di Rusconi Viaggi, oltre alla rafforzata alleanza con la compagnia di bandiera israeliana El Al, anche l'ingresso dei vettori low cost: «Per cercare di abbattere i costi, dallo scorso anno per alcune destinazioni abbiamo deciso di operare con Ryanair e Easy Jet. Opzione potenziata questa estate. Dal prossimo anno voleremo da Roma verso Lourdes e Lisbona (Fatima) con Ryanair».

 «I media devono fare di più e meglio»
  La serata è stata occasione per fare il punto sulla questione sicurezza in Israele, partendo dai numeri negativi registrati quest'anno nel comparto pellegrinaggi. «I media devono fare di più e meglio» è in estrema sintesi il richiamo di Rusconi ai giornalisti presenti in platea, rei di dipingere la Terra Santa come luogo insicuro e di conflitto, al punto da disamorare i viaggiatori. «La stagione ha subito una battuta d'arresto e quest'anno i pellegrinaggi in Israele sono crollati dell'80% rispetto al 2015. Dobbiamo quindi tornare a parlare in modo positivo della Terra Santa, basta con questa politica del terrore operata da alcune televisioni e giornali. Si tratta di territori sicuri, controllati. Torniamo alle origini della nostra fede, torniamo nuovamente in Israele». Alle parole di Rusconi fanno eco le dichiarazioni di Sobhy Makhoul, che parla di un solo 20-25% di pellegrini italiani giunti quest'anno in Terra Santa e della necessità per un cristiano di recarvisi almeno una volta nella vita.

 El Al si prende il Dreamliner
  Sono 33 i voli diretti con la destinazione da Milano, Roma e Venezia e l'ipotesi, ancora in fase di studio, è che El Al operi anche da Bologna. La compagnia di bandiera israeliana con una flotta di 43 Boeing per 36 destinazioni nel mondo, ha annunciato per i primi mesi del 2017 l'arrivo di 15 Boeing Dreamliner di nuova generazione.

(L'Agenzia di Viaggi, 26 settembre 2016)


*


Roma, Milano e Venezia nell'orario invernale di El Al

A partire dal 30 ottobre 2016 saranno tre le città italiane collegate all'aeroporto "Ben Gurion" di Tel Aviv da El Al Israel Airlines: ogni settimana sono previsti nove voli su Milano Malpensa (3 ore e 50 minuti di viaggio), 11 su Roma Fiumicino (3 ore), tre su Venezia (3 ore e 40 minuti). Ad illustrare l'orario invernale della compagnia di bandiera israeliana è stata Aurora Mirata, District Manager North Italy, partecipando ad un evento organizzato da Rusconi Viaggi nella sua sede di Lecco con l'obiettivo di rilanciare i pellegrinaggi in Terrasanta, in particolare quello in programma dal 26 dicembre al 2 gennaio con la guida del biblista don Matteo Crimella. «Per servire le tre destinazioni italiane - spiega Mirata - El Al utilizza un Boeing 737-900 configurato a due classi e dotato di 16 poltrone di business class, mentre sulle tratte intercontinentali introdurremo a partire dall'inizio del 2017 il primo dei 15 esemplari di Boeing 787 Dreamliner già acquistati. I nostri uffici di Roma e Milano collaborano attivamente con i tour operator italiani offrendo tariffe dedicate per gruppi ed eventi speciali, come le maratone di Gerusalemme e Tel Aviv, il Festival dell'Opera di Masada e il Festival della Luce di Gerusalemme. Non facciamo parte di alcuna alleanza ma abbiamo in essere numerosi accordi di code share che ci consentono di offrire 36 destinazioni e numerose opzioni ai nostri passeggeri, oltre alle speciali promozioni riservate al milione e 700 mila iscritti al Matmid, il nostro programma frequent flyer». Tra i servizi di bordo a disposizione dei passeggeri, il caffè Nespresso, attenzioni speciali per i bambini e pasti Kosher.

(Travel Quotidiano, 26 settembre 2016)


Inrca ad Israele al Convegno Internazionale sull'invecchiamento

Yezreel Academic College, Israele

L'Inrca - Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per Anziani - partecipa al workshop internazionale "Cross-Cultural and Societal Contexts of Elder-Care", organizzato dal 25 al 27 settembre allo Yezreel Academic College, Israele. L'iniziativa è supportata dalla Israel Science Foundation, l'equivalente del Consiglio nazionale delle ricerche italiano, per avviare un'analisi comparata dei sistemi di welfare occidentali sui temi dell'invecchiamento, assistenza e rapporti intergenerazionali. Una "tre giorni" di presentazioni e seminari che vede la partecipazione di 15 esperti di importanti centri internazionali, soprattutto nord americani ed europei, e di 25 ricercatori israeliani.
   "Israele, spiega Giovanni Lamura, Centro Ricerche Economico Sociali per l'Invecchiamento e rappresentante per l'Inrca alla conferenza - è un Paese relativamente giovane perché ha avuto una forte immigrazione negli ultimi anni da parte di persone di origine ebrea che hanno lasciato paesi dell'est Europa, in particolare la Russia".
   Ciò nonostante, "è indicativo che si pensi già alla gestione degli anziani". Il loro modello di assistenza, spiega Lamura, "include un sistema centralizzato di gestione delle badanti straniere. Non sono le famiglie che si occupano dell'assunzione, ma è lo stato che le assegna tramite una valutazione del bisogno familiare". Ciò consente un monitoraggio della domanda, che non è così lasciata al mercato nero. Si registra anche una più ampia diffusione delle tecnologie domotiche per l'assistenza a casa, e dell'uso del web. Per l'Inrca, che ha già collaborato in passato con l'Università di Yerzeel nell'ambito del progetto Futurage, "l'evento rappresenta un momento di confronto e apprendimento" aggiunge il direttore scientifico Fabrizia Lattanzio. In Israele come in Italia, grazie alle potenzialità offerte dalla rete, sono stati recentemente avviati progetti simili, come la piattaforma Inrca InformCare. Completamente gratuita, include tutte le informazioni che servono ai familiari impegnati nell'assistenza, dalla gestione delle malattie più comuni, all'accesso alle agevolazioni fiscali, al trasporto.

(AgenPress.it, 26 settembre 2016)


Roma, 16 ottobre 1943 Il giorno dell'orrore

«La razzia», mostra documentaria alla Casina dei Vallati

di Pietro Lanzara

«Quel triste giorno» è un olio su tavola di Aldo Gay. Era un pugile, appassionato di pittura. Fu cacciato dalla palestra, nel '38, a seguito delle leggi razziali. La mattina del 16 ottobre '43 scampò alle SS nel ghetto di Roma. In fuga, disegnò a matita gli orrori del rastrellamento: decine di fogli di taccuino e un blocco marca «Littorio».
   Quest'unica testimonianza visiva è esposta nella mostra 16 ottobre 1943. La razzia alla Casina dei Vallati, sede della Fondazione del Museo della Shoah al Portico d'Ottavia. Il curatore Marcello Pezzetti ha ricostruito nelle mappe la «topografia del terrore»: la preparazione della retata, gli indirizzi dei 1024 deportati, lo scalo merci della stazione Tiburtina da dove partirono diciotto vagoni piombati per AuschwitzBirkenau. Il macchinista, Quirino Zazza, è l'unico ad avere nome e cognome nel drammatico memoriale 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti. Si chiama solo Celeste la donna «vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia» che per prima parlò della lista del comando tedesco ma fu ritenuta una chiacchierona e un'esaltata. Ne La Storia di Elsa Morante diventa Vilma la gattara «coi suoi gesticolii di folle, a voce bassa».
   Nella mostra tutti hanno un nome e un volto. Dagli archivi familiari provengono le foto spesso inedite. L'ammiraglio Augusto Cappon, eroe di guerra paralizzato, suocero di Enrico Fermi: indossa l'uniforme quando lo catturano nella casa di via dei Villini. Emma Di Veroli, due anni: una dei duecento bambini deportati da Roma, dei duecentomila morti a Birkenau: restano il sorriso e il vestitino della Mishmarà, la festa dei 40 giorni. La famiglia Terracina è sorpresa in via del Tempio: la madre, quattro degli otto figli, tre nipoti. Amedeo Tagliacozzo è sul treno con la mamma e la nipotina, un biglietto ingiallito: «Tutti e tre bene in partenza oggi da Roma». Nell'ultima sala i filmati raccontano la ricerca dei dispersi, il ritorno dalla Polonia di 15 uomini e di un'unica donna, Settimia Spizzichino. Furono inviati ai lavori forzati 149 uomini e 47 donne, gli altri alle camere a gas. Il novantenne Lello DiSegni è l'ultimo testimone vivente: liberato a Dachau dagli americani ritrovò a Roma il padre sopravvissuto anche lui.
   In Germania sono state recuperate le immagini degli aguzzini: i poliziotti di Emil Seeling, che affiancarono l'Einsatzkommando di Dannecker, davanti al convento di via Salaria dove alloggiavano; il luogo di raccolta nel Collegio Militare in via della Lungara; la Judenrampe del lager. Una sezione è dedicata alle reazioni degli Alleati, del Vaticano, dell'opinione pubblica internazionale. I National Archives di Kew a Londra hanno fornito le intercettazioni dell'intelligence britannica, i telegrammi e i rapporti di Kappler. Sono documenta ti l'autosoccorso ebraico della Delasem, che assisteva gli emigranti ebrei, e l'aiuto dato dagli istituti religiosi di Roma.
   Tutti sapevano ma tutti tacquero. La mostra lascia spazio agli interrogativi, alle ricerche. In «La parola ebreo» Rosetta Loy dice di avere desiderato di vedere Pio XII «bianco e ieratico mettersi davanti al convoglio fermo sul binario». Enzo Forcella, giornalista e storico di madre ebrea, nel diario postumo «La Resistenza in convento» replica che alla stazione si sarebbero potuti trovare anche gli uomini dei Gap o di un'altra squadra armata per uno spericolato colpo di mano. Ma nel pomeriggio del 16 ottobre '43 il Cln, riunito clandestinamente, parlò di tutt'altro: «Questa indifferenza rientrava nella generale sottovalutazione della immane tragedia ebraica che caratterizza tutta la vita pubblica italiana sino alla fine della guerra e oltre».

(Corriere della Sera - Roma, 25 settembre 2016)


Un politico ungherese antisemita si trasferirà in Israele dopo aver scoperto di essere ebreo

Csanad Szegedi, 34 anni, ex leader del partito Jobbick, in passato accusato di neonazismo, si prepara a fare la cosiddetta "aliya" e trasferirsi in Israele

 
Csanad Szegedi prima e dopo

L'ex leader di un partito di estrema destra ungherese, fortemente antisemita, sta progettando di trasferirsi in Israele dopo aver scoperto di essere ebreo.
Csanad Szegedi, 34 anni, ex leader del partito Jobbick, in passato accusato di neonazismo, si prepara a fare la cosiddetta "aliya" e trasferirsi in Israele, dopo aver scoperto nel 2012 che sua nonna era una sopravvissuta dell'Olocausto.
Szegedi che era noto per le sue posizioni estremiste e le sue dichiarazioni antisemite, aveva contribuito a fondare la Guardia ungherese, che indossa uniformi nere che ricordano il famigerato partito filonazista "Croci Frecciate", che aveva governato per breve tempo l'Ungheria nella seconda guerra mondiale e aveva contribuito a inviare migliaia di ebrei nelle camere a gas.
Alla scoperta delle sue radici ebraiche si è detto scioccato principalmente per aver scoperto "che l'Olocausto è realmente accaduto".
Immediatamente Szegedi ha respinto il suo passato di estrema destra e ha abbracciato l'ebraismo, ha adottato il nome ebraico David e ha iniziato a frequentare la sinagoga e a mangiare cibo kosher. Fino al gesto più eclatante: l'aliya e il trasferimento di tutta la sua famiglia in Israele.
"Dopo gli incubi che i miei parenti hanno subito durante l'Olocausto, voglio essere parte del sogno positivo che Israele costituisce per noi", ha detto.
Szegedi ha inoltre detto che non sa se una volta in Israele si unirà a un partito politico, mentre si concentrerà sulla sua "attività contro l'antisemitismo in Europa".
Il 34enne nel 2009 era stato eletto al parlamento europeo come membro del partito Jobbick. "Ho avuto questo sistema di valori per 30 anni. Poi ho dovuto ammettere che era tutto sbagliato e ho trovato la volontà di cambiare".

(The Post Internazionale, 25 settembre 2016)


Giorgio Nissim, l'eroe silenzioso che salvò gli ebrei

Pisa, domani verrà ricordato il capo della Delasem che aiutò migliaia di innocenti

di Alfredo De Girolamo*

Pisa non dimentica. La dimostrazione concreta è in programma domani quando il sindaco della città toscana Marco Filippeschi scoprirà una targa in memoria di Giorgio Nissim, eroe pisano che negli anni bui della Seconda Guerra Mondiale si trovò praticamente solo a guidare la Delasem, la Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei. Nata come emanazione dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane che dalla fine del 1939 e sino al 1947 è stata capace di distribuire aiuti per oltre un milione e 200 mila dollari e di salvare le vite di almeno 9 mila dei 35 mila ebrei che sopravvissero in Italia alle angherie della persecuzione bellica, aiutandone almeno la metà ad espatriare verso paesi neutrali e dunque, sicuri per gli ebrei. Attraverso questa organizzazione clandestina, Nissim riuscì a salvare la vita di centinaia di famiglie, grazie ad una rete di assistenza messa in piedi assieme ad alcuni preti lucchesi e che comprendeva ebrei come non ebrei.
   La targa spiccherà all'altezza del numero 90 di Via Santa Marta, la casa pisana dei Nissim, alla presenza delle figlie Simona e Lydia e del figlio Piero, che da anni si accompagna alla sua chitarra nell'impegno civile e della tradizione ebraica non mancando di raccontare le gesta di suo padre ai più giovani.
Per non dimenticare, a 40 anni dalla sua scomparsa, quello che viene spesso definito "un eroe silenzioso". Giorgio Nissim, infatti, ritrovatosi solo a contrastare le azioni dei nazifascisti contro gli ebrei, sotto falso nome e spesso avvolto in un tabarro nero, si muoveva con circospezione e diffidenza agendo tuttavia in modo eroico a rischio della propria vita e senza alcun interesse personale per salvare quante più vite dal genocidio nazista della Shoah.
Un uomo semplice, dotato di grande coraggio, e anche fortunato, che nel periodo più oscuro della nostra storia, senza esitazione decise immediatamente da quale parte schierarsi, mettendo la propria dignità, umiltà e un pizzico di incoscienza, al servizio del bene. In una lotta contro il tempo, sfidando il pericolo e prendendosi anche, in qualche caso, gioco dei nemici.
   Un episodio su tutti: Nissim con don Arturo Paoli, prete lucchese scomparso appena un anno fa alle soglie delle 103 primavere, aveva tagliato in due delle banconote da 5 lire, e ciascuno ne aveva prese metà. Al momento di dover salvare la vita a qualcuno, Nissim mandava da don Paoli persone che mostravano al prete mezza banconota da 5 lire, se il numero di serie corrispondeva con una delle mezze banconote da 5 lire custodite dal prete lucchese, allora quella persona veniva immediatamente posta sotto protezione.
   Questo episodio, come tutti gli altri accaduti in Toscana, sono da ricordare e al loro cospetto non si può restare indifferenti. Vicende che intrecciano le storie di ebrei e non ebrei al servizio del bene, protagonisti di storie che si sono rincorse per tutta la Toscana, da una Lucca chiusa nelle sue mura ma non all'altruismo a una Firenze sede del comitato clandestino della Delasem fortemente sostenuto dal cardinale Elia Dalla Costa, ad una Pisa dila - niata dalle bombe passando per Livorno e la sua "zona nera", le campagne, le chiese, le stazioni ferroviarie come quella di Vaiano, a nord di Prato, da cui prende le mosse la storia avvin - cente di Giorgio e della sua famiglia. La vita di Giorgio Nissim è stata un esempio di esistenza dedicata alla causa giusta, sempre dalla parte dei perseguitati.
   La storia semplice di un uomo comune, che un po' per caso, un po' per scelta, si comportò da eroe fra altri eroi. Un eroe che, 40 anni dopo, non deve essere dimenticato. I sopravvissuti di quella epoca vanno pian piano scomparendo, ma il ricordo delle loro azioni deve essere tramandato in eterno, e con ogni mezzo possibile. Per non dimenticare mai e non ricorrere negli errori del passato, da domani a Pisa, basterà alzare gli occhi verso quella targa in Via Santa Marta 90.
________
* Autore di "Giorgio Nissim. Una vita al servizio del bene".

(l'Unità, 25 settembre 2016)


«Abbiamo creato un tetto per gli ebrei italiani a New York»

Intervista a Natalia Indrimi, direttrice del Centro Primo Levi a New York

di Alain Elkann

Natalia Indrimi, direttrice del Centro Primo Levi a New York

- Lei è direttrice e uno dei fondatori del Centro Primo Levi New York. Qual è il ruolo del centro?

  «Il Centro, nato nel 1998, promuove il dibattito sulle questioni sollevate da Primo Levi e la conoscenza dell'ebraismo italiano in America. Siamo molto fortunati ad avere nel consiglio direttivo Stella Levi che mette continuamente in discussione il significato delle attività e ha instillato un senso profondo delle tradizioni ebraiche italiane e sefardite, la riflessione sull'America dal punto di vista dello straniero, sui valori della convivenza e di quel che oggi rimane di Auschwitz».

- Quali sono le vostre attività?
  «Organizziamo conferenze, film e tavole rotonde, seminari e progetti di ricerca. Quest'anno abbiamo anche contribuito a un borsa di studio alla Scuola Normale Superiore di Pisa che speriamo di rinnovare. Abbiamo anche una rivista elettronica, una piccola casa editrice, CPL Editions, e stiamo lavorando a una biblioteca digitale di studi ebraici italiani».

- Il Centro sembra avere successo ...
  «Successo sì, con molti ostacoli e sfide. Siamo riusciti a creare uno spazio dove persone di campi diversi dalle scienze umane, al diritto, alla scienza, trovano un terreno comune per parlare di questioni etiche e sociali».

- E la pubblicazione delle opere complete di Primo Levi?
  «La Liveright-Norton ha intrapreso questo straordinario progetto più di 15 anni fa per dare al pubblico inglese la possibilità di apprezzare gli scritti di Primo Levi nel loro insieme. A un anno dalla pubblicazione, lo abbiamo presentato ieri al National Book Festival a Washington e credo abbia cambiato profondamente il modo in cui si legge Levi in America. Abbiamo coinvolto il Centro Internazionale di Studi Primo Levi a Torino. Sono loro i "filologi" di Levi e grazie a loro l'opera è uscita con un apparato di strumenti di lettura».

- Oggi Primo Levi è assai noto in America.
  «Certo più di vent'anni fa. È un'importante voce alternativa in un momento di crisi del discorso sulla Shoah. Levi ha parlato dei fascismi e dello sterminio come fatto storico-politico e come esperienza umana. I suoi lettori, in ogni lingua, riconoscono l'importanza della riflessione sull'uomo e sulla relazione tra individuo e potere. Il modo in cui Levi pensa allo sterminio, storico e universale al tempo stesso, è molto diverso dalla prevalente narrativa per cui l'Olocausto (il termine ufficiale in America che a Levi non piaceva) diventa o una questione "etnica" o un contenitore generale di qualunque persecuzione».

- Presentate anche il libro "Venezia, gli Ebrei e l'Europa". Come l'avete scelto?
  «Venezia rappresenta un capitolo importante nella storia degli ebrei in Italia e la mostra sui 500 anni del ghetto ha dato il via a dibattiti rivelatori delle sfide dell'ebraismo contemporaneo in Italia e non solo. Ci ha fatto molto piacere poter sostenere Marsilio in questa avventura americana e ospitare la
professoressa Donatella Calabi, che ha curato la mostra e il libro. Il pubblico si è mostrato molto ricettivo».

- Qual è il ruolo di Primo Levi per la vostra organizzazione?
  «Gli scritti di Primo Levi, il suo interesse per la storia, per le questioni legate alla libertà individuale e alle relazioni col potere, la sua curiosità e il suo amore per la storia ebraica, piemontese, italiana o di altri luoghi, la sua preoccupazione di come la memoria e la storia funzionano in relazione reciproca al livello sociale, e molte altre questioni da lui sollevate sono il cuore e l'ispirazione del nostro lavoro».

- L'antisemitismo è uno dei vostri temi di lavoro?
  «Certo. La difficoltà è farlo rimanere un oggetto di riflessione e non un filtro attraverso cui leggere il mondo».

- Esiste una comunità di ebrei italiani negli Stati Uniti?
  «In America qualunque gruppo ha bisogno di definizioni semplici e visibili. Questo è difficile con l'ebraismo italiano perché è una realtà complessa e di dimensioni molto piccole e nessuno ha mai creato una sinagoga italiana. Eppure l'ebraismo italiano rimane una realtà storica e culturale profondamente diversa da quello americano. Non solo per l'unicità della liturgia e delle usanze ma per come ha formato la sua visione del mondo e le dinamiche di interazione sociale nel corso dei secoli. Con il Centro ci siamo permessi il lusso di fare tutto il possibile per far vivere quelle differenze almeno al livello culturale. Tanto tempo fa uno dei nostri soci mi disse che il Centro aveva creato un tetto. Questa metafora mi toccò molto e la porto sempre con me come una specie di amuleto».

- Avete rapporti con le comunità ebraiche in Italia?
  «Uno dei nostri principali partners in Italia è il Cdec a Milano, il primo archivio e centro di ricerca sulla Shoah in Italia e sull'ebraismo italiano del Novecento. Altri importanti referenti sono appunto il Centro Internazionale di Studi Primo Levi a Torino, il Museo Ebraico di Roma, la Biblioteca Renato Maestro a Venezia, il Museo Ebraico di Trieste e la Fondazione per i Beni Culturali Ebraici. Penso sia importante valorizzare la natura regionale, municipale per essere precisi, dell'ebraismo italiano che ha mantenuto una struttura decentrata fino al primo trentennio del Novecento. Questa pluralità di centri e le sue dinamiche storiche costituiscono un elemento di riflessione molto importante».

(La Stampa, 25 settembre 2016)


Il Medio Oriente trema per l'alleanza Isis-Hamas

di Gianluca Perino

Un patto tra l'Isis e Hamas. Secondo alcune fonti di intelligence, mediorientali ma non solo, l'intesa sarebbe stata raggiunta un paio di settimane fa a Gaza dai vertici dell'ala militare del gruppo sunnita ed emissari del Califfato. Sul tavolo, però, non c'era la questione israeliana, ma il Sinai. E più in generale l'Egitto, dove gli interessi dell'Isis e di Hamas possono in qualche modo coincidere. Nel mirino delle due organizzazioni terroristiche c'è infatti il governo di Abdel Fattah al Sisi, l'ex generale che ha ricucito in qualche modo con Tel Aviv e che si è reso "colpevole", soprattutto agli occhi di Hamas, della repressione nei confronti dei Fratelli Musulmani, il cui leader ed ex presidente egiziano (Mohamed Morsi) è in carcere con una sentenza di condanna a morte che pende sulla sua testa. La guerra contro Il Cairo, come testimoniano gli attentati che hanno colpito recentemente il Paese, è già iniziata da tempo, ma questo accordo tra Isis e Hamas rischia di alimentare ulteriormente la tensione nell'area.

 Il no su Israele
  L'Isis avrebbe voluto anche inserirsi "ufficialmente" nella questione della guerra allo stato ebraico. Ma su questo punto Hamas non consente ingerenze e non vuole stringere accordi con nessuno: troppi e delicati i tavoli su cui il gruppo sunnita gioca per permettere a qualcuno esterno di sedersi con loro. Linea ribadita anche di recente, con l'altolà dato da alti esponenti di Hamas a terroristi ritenuti vicini all'Isis che si apprestavano a lanciare razzi verso Israele. E questo perché, comunque, quando un razzo atterra sul territorio dello stato abraico, Tel Aviv replica bombardando le postazioni di Hamas. Quindi - è il ragionamento dei terroristi - perché consentire ad altri di scendere in campo se poi il conto lo paghiamo comunque noi? Da qui il no a qualsiasi tipo di ingerenza di altri gruppi estremisti.

 Il jihadista nel campo profughi
  Che l'Isis stia cercando sempre di più di infiltrare tutta l'area è stato confermato dall'arresto, in un campo profughi di Sidone, di un jihadista che preparava attentati che avrebbero dovuto prendere di mira caserme dell'esercito, strutture turistiche e centri commerciali. L'uomo, il palestinese Imad Yassin, è stato arrestato dalle forze speciali dell'esercito ad Ain al Hilweh, uno dei 12 campi palestinesi in Libano, teatro da anni di tensioni e scontri armati tra le forze di Al Fatah e quelle di vari gruppi fondamentalisti islamici. Lo stesso Yassin, hanno fatto sapere fonti inquirenti, era passato nel corso degli anni da posizioni nazionaliste palestinesi all'estremismo islamista fino al terrorismo, militando volta a volta in Al Fatah, poi nel gruppo Jund al Sham e infine nell'Isis, di cui era considerato l' 'emirò nel campo di Ain al Hilweh.

(Il Messaggero, 24 settembre 2016)


World Baseball Classic - Israele è in finale

Brasile-Gran Bretagna per decidere la sfidante

Israele è la prima finalista dell'ultimo torneo di qualificazione al World Baseball Classic 2017. Ha infatti battuto (1-0) il Brasile in una gara dominata dai lanciatori (solo 3 valide a testa). Ai sudamericani resta comunque una seconda possibilità nella semifinale di recupero contro la Gran Bretagna, che ha battuto (14-0) il Pakistan.
Corey Baker, partente di Doppio A dei Cardinals con già 6 presenze in Triplo A, ha firmato la vittoria lanciando 5 riprese e concedendo solo una valida e 3 basi ball, a fronte di 6 strike out ottenuti e prima di lasciare la pedana a un bull pen di altri 4 pitcher, incluso il closer Brad Goldberg (classe 1990, 10 salvezze in Triplo A per i White Sox quest'anno), che ha ottenuto l'ultimo out su Luis de Camargo e firmato la seconda salvezza del torneo per Israele.
Il punto decisivo è arrivato su una volata di sacrificio del terza base Cody Decker, un veterano con oltre 800 partite (420 in Triplo A) in Minor League in carriera, contro Takahashi, giovane lanciatore brasiliano dei DBacks.

(Federazione Italiana Baseball, 24 settembre 2016)


Stroke: il confronto tra i sistemi sanitari di Italia e Israele in un convegno internazionale

Il 27 e il 28 settembre, è in programma "Stroke: to cure and to care", meeting italo-israeliano dedicato all'ictus, la principale causa di disabilità acquisita nell'adulto nel mondo. Promotori dell'evento sono Telbios e Officine Ortopediche Rizzoli

MILANO - Saranno due intense giornate di lavoro e confronto, quelle organizzate nell'ambito della collaborazione scientifica tra Italia e Israele, al Centro di Riabilitazione Ospedale Valduce Villa Beretta a Costa Masnaga (LC) da Telbios e Officine Ortopediche Rizzoli.
   Martedì 27 e mercoledì 28 settembre è in programma "Stroke: to cure and to care" il convegno in cui i principali esperti del settore approfondiranno le scoperte più recenti nella cura e prevenzione dell'ictus: dalle stroke unit alla telemedicina, facendo il punto tra scientificità e sostenibilità del modello sanitario.
   Il confronto fra sistemi sanitari eccellenti, con forti similarità organizzative, quali quelli di Italia e Israele, unito alla possibilità di comparare campioni di popolazione ampi, aiuteranno a proporre protocolli sanitari sempre più condivisibili e replicabili.
   "A fronte di un grande impatto sanitario e sociale dello stroke, in Italia, così come nel resto del mondo, rimangono lacunose le informazioni riguardanti la ripresa e la riabilitazione. L'obiettivo del convegno è quello di creare un protocollo comune che vuole essere la base di un percorso volto a costruire una strategia di conoscenza condivisa", spiega il dott. Franco Molteni, direttore Unità Operativa Complessa Medicina Riabilitativa di Villa Beretta.
   In un quadro di costante evoluzione e pragmatico approccio sanitario la telemedicina, nelle sue varie estrinsecazioni (telemonitoraggio, videoconsulto in telepresenza, teleriabilitazione), gioca un ruolo sempre più importante sia nella fase acuta, sia in quella riabilitativa. La sfida in campo è giocarlo in futuro nella fase domiciliare post ospedaliera o nelle situazioni di residenzialità protetta, dando concretezza alla indispensabile valorizzazione della componente sociale quale attore fondamentale del processo di cura.
   "La tecnologia oggi permette la condivisione simultanea della valutazione clinica del paziente tra due o più medici che non sono nella stessa struttura, fondamentale nella fase di diagnosi, ancora più importante in quella dello stroke, dove il timing è fondamentale. La nostra R&D si sta muovendo proprio in questo ambito per cercare di trovare nuove soluzioni tecnologiche volte a facilitare sia la diagnosi e la cura immediata, sia la riabilitazione, nel pieno rispetto dell'interesse del paziente", commenta Alessandro Maggi, direttore generale di Officine Ortopediche Rizzoli.
   "Il nostro obiettivo è sempre duplice: quanto più rapida è l'evoluzione della conoscenza medica e della tecnologia, tanto più stringente deve essere la valutazione puntuale e globale delle procedure e dei processi sanitari in termini di costo-beneficio" aggiunge Franco Bruno, direttore generale di Telbios".

(in salute, 24 settembre 2016)


I canarini delle miniere

di Aldo Grandi

Tanti anni fa, quando ancora la tecnologia non aveva radicalmente modificato e in meglio, le nostre abitudini e la nostra vita quotidiana, gli operai delle miniere di carbone erano soliti portare con sé, al lavoro, un canarino in una gabbia. Quando questi, poverino, smetteva di cantare e, il più delle volte, moriva, significava che era il momento di uscire e tornare in superficie. I canarini, infatti, sono particolarmente sensibili al monossido di carbonio e bastava poco per ucciderli, ma, allo stesso tempo, salvare delle vite umane. Così, canarini nelle miniere, si sono sentiti e si sentono tutt'ora gli ebrei nella Francia islamizzata dove le periferie urbane della capitale, ma non solo, sono terra di conquista degli arabi e dove si sente parlare sempre più spesso la lingua del califfo piuttosto che quella, dolce e musicale, d'Oltralpe. Leggete questo brano e poi, voi, ex comunisti di accatto, provate a azionare il cervello che avete votato all'ammasso: "Le statistiche dimostrano - spiega Jérome Fourquet, famoso sondaggista francese - come la percezione di insicurezza dovuta all'antisemitismo abbia riconfigurato i luoghi a presenza ebraica. Abbiamo scoperto che il numero degli ebrei nei quartieri del distretto di Seine.Saint-Denis è precipitato di dieci volte negli ultimi 15 anni. Stanno cercando di fuggire da aree musulmane? Sì, è evidente, molto evidente. Quello che abbiamos coperto è che quando gli ebrei si trasferivano, eravamo davanti al canarino nella miniera di carbone. Ora, infatti, da quelle stesse aree, vi è una fuga massiccia di popolazione non-immigrata. Le cose che, in precedenza erano percepite dalla comunità ebraica ora le sente la popolazione in generale. Sempre più ebrei dicono 'ci siamo noi, loro e voi - l'etnia francese. 'Vedrete cosa succederà', ci dicevano, quando scompariremo e vi lasceremo con loro, les Arabes"...

(La Gazzetta di Lucca, 24 settembre 2016)


Hamas e l'ottuso zelo degli euroburocrati

Fuori dalla lista delle organizzazioni terroristiche

di Roberto Santoro

La signora Eleanor Sharpston è uno dei dieci avvocati generali della Corte di Giustizia europea. E' un'accademica che ha insegnato a Cambridge, con un curriculum da trenta e lode. Nei giorni scorsi, l'avvocato è balzata agli onori della cronaca per aver chiesto di togliere definitivamente Hamas dalla lista Ue delle organizzazioni terroristiche.
   Nel 2001, sulla base di una decisione presa dalla Gran Bretagna, Bruxelles decise di adottare una serie di misure come il congelamento dei fondi alle organizzazioni sospettate di essere coinvolte in attacchi terroristici, tra cui Hamas. I palestinesi al potere nella Striscia di Gaza non la presero bene, presentarono ricorso e nel 2014 - con una sentenza che suscitò grande scalpore - una delle sezioni della Corte di Giustizia mise la retromarcia, 'riabilitando' l'organizzazione. A quel punto fu il Consiglio europeo ad appellarsi contro la sentenza della Corte e da allora la questione è rimasta appesa, come tante altre vicende che testimoniano il doppio standard europeo verso Israele quando si parla di terrorismo palestinese.
   La Sharpston è tornata quindi alla carica per ribadire che "il Consiglio europeo non può fondarsi su fatti e prove trovati in articoli di stampa e informazione ricavata da Internet, invece che su decisioni di autorità competenti, per suffragare una decisione di mantenimento in un elenco". Non solo. L'avvocatessa ha detto che non si può inserire una organizzazione nella lista del terrorismo sulla base delle decisioni prese da altri Paesi extraeuropei, ad esempio gli Usa. Gli Stati Uniti infatti hanno dichiarato Hamas una organizzazione terroristica nel 1997, implicata in "atti di violenza o pericolosi per la vita umana".
   Basterebbe ricordare le centinaia di missili sparati, deliberatamente o in modo indiscriminato, da Hamas sulle zone abitate da civili israeliani, che negli ultimi anni hanno fatto dozzine di morti e feriti. Hamas non solo ha colpito Israele ma ha rivendicato gli attacchi, lodando pubblicamente l'uccisione di civili innocenti, mentre i killer venivano esaltati come "martiri" della Jihad, la guerra santa.
   Per fortuna, i pareri degli avvocati generali non sono vincolanti per i giudici, e ci vorranno mesi prima che la Corte con sede in Lussemburgo prenda una decisione, ma se quello della Sharpston venisse accolto segnerebbe un punto di svolta nella sfibrante controversia tra Hamas e gli Stati europei. Si aprirebbero le porte, rimaste socchiuse, per un riconoscimento formale della organizzazione palestinese come interlocutore europeo, com'è accaduto, del resto, con la decisione di benedire la nascita dello Stato palestinese (l'Italia nel 2015 ha votato contro).
   A lasciare davvero sgomenti è che la signora Sharpston non si ponga minimamente il problema di capire quanto sia pericolosa Hamas (le sarebbe basterebbe consultare qualsiasi intelligence europea per avere una conferma). Non contano i fatti, ma le procedure, anzi, i "vizi di procedura" che l'avvocatessa contesta alla Ue.
   Così facendo si perde di vista l'aspetto più grave della vicenda: nel momento in cui Hamas uscisse dalla lista delle organizzazioni terroriste, nella Striscia di Gaza si riverserebbero fiumi di finanziamenti frutto di quella "solidarietà" (vedi Turchia) che i gli islamisti hanno sempre sfruttato investendo nella propria infrastruttura militare, con la scusa del welfare.
   Se il parere della Sharpston venisse accolto, l'Europa stessa, tramite la miriade di associazioni che militano per la "causa" palestinese, finirebbe per finanziare indirettamente il terrorismo islamico contro Israele. Quando si dice l'ottuso zelo degli euroburocrati.

(l'Occidentale, 24 settembre 2016)


L'ultima minaccia lsis: «Presto saremo a Roma»

Italia e Belgio nel mirino dei jihadisti. «I cuccioli del Califfato conquisteranno l'Occidente»

 
Una delle ultime immagini diffuse dall'Isis
Presto a Roma. È questo l' ultimo messaggio arrivato dall'Isis e diretto all'Italia. In una delle immagini di propaganda che circolano sul web in questi giorni, infatti, si vede il Colosseo insanguinato e un mujaheddin armato. A lato la scritta «Rome soon», Un'altra minaccia, dunque, arrivata anche attraverso una serie di video in cui si indicano come obiettivi l'Italia e il Belgio. In un altro video, invece, si presentano i «Cuccioli del Califfato» (Cubs), come coloro che conquisteranno Roma, Gerusalemme e Baghdad.
   Il filmato è girato all'interno di una scuola di addestramento dello Stato islamico di Al-Khayr, in Siria. Una delle tante utilizzate dai terroristi per inculcare l'ideologia jihadista ai loro figli. Ai ragazzini in questione, dunque, viene chiesto di parlare dei loro sogni futuri e delle loro aspirazioni. Uno di questi spiega: «Voglio essere un martire. I martiri che Allah ama di più sono quelli che combattono in prima linea, e non girando le spalle fino a quando non vengono uccisi». E un altro dice: «Sono in cerca del martirio, come mio fratello». Frasi agghiaccianti, proferite da minori tra i 6 e i 10 anni che vedono nella conquista di Roma la più grande delle loro aspirazioni. E il narratore spiega che tutto questo viene fatto per evitare che «i tiranni possano allontanare i figli dei musulmani dalla religione».
   Intanto, ieri il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha annunciato l'ennesima espulsione. Questa volta si tratta di una donna marocchina di 44 anni «rimpatriata con un volo partito da Fiumicino e diretto a Casablanca», ha spiegato Alfano. Un nuovo caso di soggetto ritenuto a rischio e allontanato dal territorio nazionale per motivi di sicurezza. La donna, residente a Perugia, «era all'attenzione degli investigatori perché aveva manifestato chiari segnali di radicalizzazione religiosa, dichiarando la propria vicinanza all'ideologia dell'autoproclamato Stato islamico e pubblicando sul suo profilo Facebook contenuti tali da determinarne il blocco», ha aggiunto in una nota il Ministro.
   Stando a quanto raccolto dagli investigatori, inoltre, la marocchina «aveva dimostrato una forte ostilità nei confronti degli sciiti, dei Paesi occidentali, degli ebrei e dei miscredenti e, in piena adesione ideologica al jihad, aveva commentato con la seguente frase "Amen, lo spero anche per me" un post che recita testualmente "Coloro che credono ed emigrano e fanno la jihad in nome di Dio, aspettano una benedizione da Dio. Ed io spero di essere tra loro"». Sale, dunque, a 116 il numero delle espulsioni eseguite dall'inizio del 2015. Di queste 50 sono avvenute del 2016. Fra. Mus.

(Il Tempo, 24 settembre 2016)


La profetica battaglia di Giorgio lsrael contro l'uomo ridotto a macchina

Un anno fa moriva lo storico della matematica e della scienza.

di Nicoletta Tiliacos

Giorgio Israel

"Quel che gli consentì di far convivere i differenti aspetti della sua attività, fu da un lato la visione storica e laica della religione, e d'altra parte il punto di vista 'culturale' e mai soltanto tecnico della ricerca scientifica". Con queste parole lo storico della matematica e della scienza Giorgio Israel, a lungo firma illustre del Foglio, rendeva omaggio a suo padre Saul, medico e scrittore. Ora che il calendario ci ricorda che da un anno Giorgio Israel ci ha lasciati (è morto a settant'anni, il 25 settembre del 2015), quelle stesse parole, soprattutto nella parte che valorizza l'esperienza scientifica come fatto culturale, ci sembrano più che mai capaci di sintetizzare anche la sua esperienza di studioso.
Ne troviamo testimonianza fino all'ultimo lavoro scientifico di Israel, uscito postumo per Zanichelli qualche mese fa e intitolato "Meccanicismo. Trionfo e miserie della visione meccanica del mondo". Quella del vivente come macchina è un'idea che appena nata entrò subito in una crisi "interminabile", come la definisce Israel. Una crisi che però assomiglia a una paradossale forma di successo. Pensiamo all'ambizione di misurare matematicamente manifestazioni della vita e dell'umano come la sfera morale, ma anche fenomeni biologici, sociali ed economici. Quante volte ci è capitato di leggere delle neuroscienze che "misurano" la tendenza al tradimento, l'inclinazione ad avere una fede, la capacità di scelta o il livello di consapevolezza di una decisione politica? E se l'uomo è una macchina, perché rinunciare a misurare anche il senso del dovere, la compassione o l'avarizia? Israel ricorda che la prima vittima di questa impostazione fuorviante è proprio la matematica, strappata al suo ruolo speculativo e costretta a misurare il non misurabile. L'uomo ridotto a genoma e neuroni, ampiamente modificabili, è il sogno - l'incubo - antiumano contro cui Israel ha combattutto con lucidità e passione. In buona compagnia, se è vero che anche Karl Popper affermava di considerare "la dottrina secondo cui gli uomini sono macchine non solo erronea, ma tendente a minare un'etica umanistica".
   Corollario naturale di questa battaglia che per lsrael è durata una vita, è stato l'impegno affinché i luoghi istituzionali di trasmissione della conoscenza, dalle elementari fino all'Università, non si riducessero, come troviamo scritto in un documento ministeriale francese di qualche tempo fa, in "un self service dove si passa per approfittare di un clima di fiducia". E' fin troppo facile, oltre che assai malinconico, dover constatare come i timori di Israel trovino sempre nuove conferme, così come trova conferma l'ostilità a un'idea di apprendimento matematico che non sia solo finalizzato all'applicazione pratica. "La matematica è una miscela di logica e intuizione informale", avverte Israel, e scienza e matematica, prima di servire a formare periti chimici o geometri, costituiscono per tutti un'introduzione alla filosofia, un invito a porsi domande sul mondo, un modo per far lavorare creativamente il pensiero. Anche di questo si parlerà in un incontro dedicato a Israel che si terrà alla fine di novembre a Bologna, a partire dai temi affrontati nel suo contributo al pamphlet "Abolire la scuola media?" (il Mulino), scritto con Cesare Cornoldi e uscito nel settembre 2015, pochissimi giorni prima della sua morte. A quella domanda, per inciso, a differenza dell'altro autore Israel rispondeva di no. La scuola media e la differenziazione dei tre cicli scolastici, che oggi qualcuno vorrebbe abolire per approdare a un'indistinta e paludosa palestra di "autoformazione", hanno funzionato molto bene prima dell'affermazione di una tendenza che vede la scuola esclusivamente come luogo di formazione di forza lavoro. A essere sbagliata non è la "vecchia" scuola media ma questa idea, dice Israel, figlia di "economisti della scuola" che hanno lavorato alacremente per ridurre "le pratiche di insegnamento alla somministrazione di test e quiz". I risultati li conosciamo.

(Il Foglio, 24 settembre 2016)


Il Mar Morto salvato dalle acque del Mar Rosso

di Luigi Manfra*

Il Mar Morto sta morendo, ma non è un gioco di parole. Il grande lago salato ai confini tra Israele e Giordania è alimentato unicamente dalle acque del fiume Giordano e da qualche altro corso d'acqua minore. Il Giordano da circa cinquanta anni viene sfruttato per irrigazione su larga scala sottraendo grande parte dell'acqua che da sempre alimenta il lago. Basti pensare che Israele controlla una diga nella parte meridionale del Lago Tiberiade attraverso la quale può regolare il flusso d'acqua in entrata. Attualmente l'acqua che arriva nel Mar Morto è pari a meno di 30 metri cubi al secondo mentre secondo i dati dei primi anni Sessanta la portata del Giordano era stimata attorno ai 1.300 metri cubi. Ecco il motivo per cui il livello del lago salato è sceso di 27 metri in circa 35 anni, ad un ritmo medio di poco meno di un metro all'anno.
   L'estensione complessiva del Mar Morto è di oltre 1000 kmq, lungo circa 75 chilometri e largo 15. Fino a circa trenta anni fa si componeva di due bacini comunicanti e uniti tra di loro. Oggi, in seguito alla continua evaporazione e al minore contributo idrico dovuto alla variazione del corso del Giordano, il bacino meridionale si è quasi completamente prosciugato, lasciando al posto dell'acqua una vasta distesa di sale. La salinità media delle acque raggiunge il 33.7%, valore elevatissimo se lo confrontiamo con il Mar Rosso che ha una salinità media del 3.8%.
   Per salvare il lago, nel 2013 Israele, Giordania e Autorità palestinese hanno presentato un progetto per collegare il bacino al Mar Rosso che prevede: una condotta formata da un gruppo di sei diverse tubature che va dalla costa orientale del Golfo di Aqaba al Mar Morto, un impianto di desalinizzazione per ottenere acqua dolce da destinare alle popolazioni limitrofe e una centrale per produrre l'elettricità necessaria a far funzionare la struttura e a coprirne almeno parzialmente i costi.
   La gara è stata ufficialmente annunciata dal ministro dell'Interno di Israele, Silvan Shalom, e da quello delle risorse idriche della Giordania, Hazim Nasser. Serviranno oltre 4 anni per completare questo canale di 180 km che sarà in grado di trasportare lungo la Valle di Arava, in territorio giordano, acqua che defluirà naturalmente, grazie alla pendenza, dal Mar Rosso verso nord nel Mar Morto il quale si trova a 427 metri sotto il livello del mare. Il Ministero dell'acqua e dell'irrigazione giordano ha ricevuto nei primi mesi del 2016 i documenti per la prequalificazione della gara di appalto da 17 aziende internazionali, mentre l'inizio dei lavori dovrebbero avere inizio nel primo semestre 2017. Il progetto prevede che ogni anno verranno pompati circa 200 milioni di metri cubi di acqua dal Mar Rosso. Di questi una parte sarà incanalato nel grande impianto di desalinizzazione nella città giordana di Aqaba che produrrà acqua potabile. Israele ne riceverà 30-50 milioni di metri cubi, mentre la Giordania ne utilizzerà 30 milioni per le proprie aree meridionali. Cento milioni di metri cubi del sottoprodotto altamente salino dell'impianto saranno convogliati verso il Mar Morto per ricostituire il livello del grande lago salato. Nell'ambito dello stesso accordo, Israele pomperà 50 milioni di metri cubi di acqua destinati alle regioni settentrionali della Giordania e 30 milioni per gli abitanti della Cisgiordania governati dall'Autorità Palestinese.
   Le critiche ambientali che da più parti sono state avanzate alla realizzazione del canale affermano che mischiare l'acqua del Mar Rosso, ricca di solfato, con la soluzione salata ricca di calcio del Mar Morto, potrebbe far diventare il lago salato di un colore bianco gesso e alterare la concentrazione di calcio e magnesio e bromo, preziosi per curare allergie e infezioni delle vie respiratorie.
   Un'alternativa al progetto esiste ma dipende interamente da Israele. Nel 2016 i consumi idrici del paese sono stati pari a 1.4 miliardi di metri cubi d'acqua di cui 617 milioni provenienti dall'attività di desalinizzazione, 474 dal lago Tiberiade e dalle sorgenti sotterranee, 248 da acqua depurata e 140 da acqua salmastra trattata. Sarebbe sufficiente, quindi incrementare con un nuovo impianto di 100 milioni di metri cubi l'acqua desalinizzata e lasciare che la stessa quantità defluisca dal lago Tiberiade nel Mar Morto. I costi di questa soluzione alternativa sarebbero minori, i danni ecologici al lago salato trascurabili, senza contare che una nuova era di generosità dell'acqua potrebbe contribuire a migliorare i rapporti con i palestinesi e con la Giordania.

* Responsabile progetti economici-ambientali Unimed già docente di politica economica presso l'Università Sapienza di Roma

(il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2016)


DLD Tel Aviv: In Israele la più grande conferenza sull'innovazione.

 
Dal 24 al 29 settembre 2016 la città di Tel Aviv ospiterà una nuova edizione del più grande evento in Israele dedicato al mondo del digitale e dell'innovazione, DLD Tel Aviv Innovation Festival 2016.
Il festival si compone di una lunga lista di eventi, conferenze, incontri e workshop, tutti focalizzati sui diversi lati dell'innovazione digitale, tecnologica, sociale, finanziaria, informatica, urbana e molto altro. Il DLD Tel Aviv Digital Conference è il più grande raduno high-tech internazionale di Israele, con centinaia di startup, venture capitalist, investitori e leader multinazionali. Un luogo di incontro per gli attori chiave del settore digitale provenienti da Israele e da molti altri paesi del mondo.
Come per le edizioni precedenti, il presidente della manifestazione sarà il Dott. Yossi Vardi, imprenditore informatico e personaggio emblematico del panorama high-tech israeliano. Insieme al Dott. Hubert Burdaa, l'obiettivo è quello di rendere il DLD un terreno fertile per collegare e rafforzare i legami tra gli investitori di tutto il mondo ed il mondo delle startup, degli imprenditori, degli investitori locali e manager. Un altro obiettivo è quello di aumentare i talenti tecnologici e gli investimenti per i leader del settore come Amazon, Google, Facebook, EMC, Microsoft, GM, Amdocs, SAP, Applied Materials, Orange, Cisco Israel e molto altro.
Lo spirito ed il contenuto vivace e dinamico del DLD Tel Aviv assicura che i partecipanti siano esposti alle aziende più all'avanguardia e di alto profilo provenienti da Israele e, naturalmente, anche alla comunità internazionale.
Tel Aviv, come spiegano gli organizzatori, è la miglior location per vedere da vicino l'intero mondo dell'high-tech.

(SiliconWadi, 23 settembre 2016)


Netanyahu spiega l'interesse della Russia a cooperare con Israele

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, riferisce la "Jerusalem Post", ha spiegato i possibili interessi della Russia a cooperare con Israele, nel corso dell'annuale galla organizzato dal think-tank newyorkese Hudson Institute. "Penso che Mosca abbia interessi variegati, il primo è quello di assicurarsi che l'Islam militante non penetri e destabilizzi la Russia", ha detto il premier israeliano. "Ci sono milioni di musulmani in Russia e la preoccupazione è che queste popolazioni siano radicalizzate; la prima cosa è il blocco dell'Islam militante, in particolare il fenomeno dello Stato islamico", ha aggiunto il premier. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha ospitato il leader israeliano a Mosca per tre volte nel corso dell'ultimo anno, durante il quale i due hanno convenuto di voler evitare a tutti i costi uno scontro, ha aggiunto Netanyahu. Con le forze russe che combattono a fianco dell'Iran e dei guerriglieri Hezbollah libanesi per tenere il presidente siriano Bashar al Assad al potere, Putin è la cosa più vicina a un garante per contenere i nemici più potenti di Israele.

(Agenzia Nova, 23 settembre 2016)


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Netanyahu scompagina le alleanze, aperture verso i paesi arabi

GERUSALEMME - Le recenti dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu all'Assemblea generale dell'Onu indicano un cambio di rotta del sistema di alleanze regionali. Il conflitto israelo-palestinese ha giocato un ruolo determinante nello schieramento di paesi "amici" e "nemici". Eccetto Giordania ed Egitto, paesi che riconoscono ufficialmente lo Stato di Israele, Gerusalemme non ha - fino a poco tempo fa - guardato agli altri paesi arabi come "partner" nella risoluzione della decennale questione con i palestinesi. Fino a poco tempo fa, da un lato c'era Israele, sostenuto dallo storico alleato statunitense, dall'altro l'Autorità nazionale palestinese (Anp), sostenuta da alcuni paesi arabi e dalle organizzazioni internazionali. Tuttavia, per delineare quelle che sono le alleanze regionali, bisogna tenere in considerazione anche gli interessi economici che sottendono alle relazioni tra i vari paesi. È in questo contesto che entrano a far parte altri paesi nel gioco delle alleanze, che potrebbero avere un ruolo anche a livello politico e diplomatico.

(Agenzia Nova, 23 settembre 2016)


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"Presto il mondo sarà con Israele. È in corso una rivoluzione"

"Le relazioni diplomatiche di Israele sono al centro di una rivoluzione", ha dichiarato ieri il Primo ministro Benjamin Netanyahu parlando all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunitasi a New York. Intervenuto dopo il discorso del presidente palestinese Mahmoud Abbas - che ha accusato Gerusalemme e la politica degli insediamenti di essere l'unico ostacolo alla pace - Netanyahu ha invitato la sua controparte a venire a parlare alla Knesset, il parlamento israeliano: "Presidente Abbas, invece di inveire contro Israele alle Nazioni Unite a New York, la invito a parlare al popolo israeliano alla Knesset a Gerusalemme. E sarei felice di venire a parlare davanti al parlamento palestinese a Ramallah". Poi il Premier si è rivolto all'intera assemblea e, come già in passato, ha puntato il dito contro l'attitudine delle Nazioni Unite rispetto a Israele - "anno dopo anno sono venuto qui, su questo podio e ho criticato l'Onu per la sua ossessione contro Israele" - ma qualcosa ora sta cambiando, ha aggiunto. "Forse alcuni di voi non lo sanno ancora ma sono sicuro che un giorno, in un futuro non troppo lontano, riceverete un messaggio dal vostro presidente o dal vostro primo ministro che vi informerà che la guerra contro Israele alle Nazioni Unite è finita". Secondo il Premier nei prossimi 10 anni l'orientamento della maggior parte dei paesi nei confronti dello Stato ebraico sta cambiando: e il riferimento è ad esempio ai paesi africani, con cui Netanyahu ha avuto un meeting proprio a New York (con 15 rappresentanti di altrettante nazioni africane) per parlare di cooperazione nell'high tech e nella sicurezza. Ma il più grande cambiamento, ha sostenuto il capo del Likud, "è in atto nel mondo arabo. I nostri trattati di pace con l'Egitto e la Giordania continuano ad essere ancore di stabilità in un Medio Oriente instabile. Ma devo dirvi questo: Per la prima volta nella mia vita, molti altri stati della regione riconoscono che Israele non è il loro nemico. - le sue parole - Riconoscono che Israele è il loro alleato. I nostri nemici comuni sono l'Iran e l'Isis. I nostri obiettivi comuni sono la sicurezza, la prosperità e la pace. Credo che nei prossimi anni lavoreremo insieme per raggiungere questi obiettivi e collaborare apertamente".

(moked, 23 settembre 2016)



La Parola di Dio

«La Parola di Dio non è amata e studiata, né in privato, né in pubblico. In privato si trangugia letteratura dozzinale e in pubblico si ricerca musica, culti cerimoniali e pompose liturgie. Si radunano a migliaia per ascoltare musica, e per questo pagano pure, ma pochi amano una riunione per studiare la Sacra Scrittura. Questi sono fatti, e i fatti sono solidi argomenti. Non possiamo negarlo. C'è una crescente sete di eccitazione religiosa e una crescente avversione per il silenzioso studio della Sacra Scrittura e per le attività spirituali della comunità cristiana. E' inutile negarlo. Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questo.
Grazie a Dio ci sono anche, qua e là, alcuni che amano davvero la Parola di Dio, per i quali è una gioia incontrarsi in santa comunione per studiare le preziose verità della Parola. Voglia il Signore aumentare il loro numero e benedirli, "fino a che siano compiuti i giorni del nostro pellegrinaggio"».
Charles Henry Mackintosh (1820 - 1896)


In ambiente evangelico oggi i culti cerimoniali e le pompose liturgie delle istituzioni religiose sono stati sostituiti da culti danzanti e concerti spaccatimpani, ma l'amara conclusione è la stessa: "C'è una crescente sete di eccitazione religiosa e una crescente avversione per il silenzioso studio della Sacra Scrittura". M.C.

 


Israele - Bagarre al galà del cinema per una poesia di Darwish

Ministra lascia la sala per protesta contro l'omaggio a un poeta palestinese.

Miri Regev
La declamazione di una poesia del defunto intellettuale palestinese Mahmud Darwish ha provocato la scorsa notte una bagarre durante la serata di gala in cui e' stato scelto il film che rappresenterà Israele alla prossima edizione degli Oscar. Il film premiato e' 'Tempesta di sabbia' di Illit Sazker, che e' centrato sulla vita in una comunità beduina ed e' parlato per lo più in arabo. La scintilla che ha provocato l'incidente e' stata la esecuzione da parte di un rapper arabo di una poesia di Darwish ('Prendi nota, sono un arabo'), cosa che ha indotto la ministra della cultura Miri Regev (Likud) ad abbandonare immediatamente la sala. Tornata poi sul palco, Regev ha giustificato la sua protesta affermando che il testo completo di Darwish include la esortazione ai palestinesi di ''cibarsi della carne degli israeliani''.

(ANSAmed, 23 settembre 2016)


Guerra dello shabbat: l'ultimo atto è sul metro

di Fabio Scuto

GERUSALEMME - Lo scontro sullo Shabbat, la rigida osservanza del giorno di riposo ebraico come vorrebbero gli ebrei ultra-ortodossi, trova ogni mese un nuovo campo di battaglia. Ora sono in corso i lavori della metropolitana che collegherà Gerusalemme a Tel Aviv, liberando decine di migliaia di pendolari dalla schiavitù dell'auto o dei bus. Lavori di pubblica utilità, ma che per stare nei tempi devono essere eseguiti sette giorni alla settimana. Così sono insorti i rabbini che hanno sobillato i partiti religiosi nella Knesset per coinvolgere il premier Benjamin Netanyahu, minacciando conseguenze per la risicata maggioranza di governo. Ne è nato uno scontro istituzionale — ministro dei Trasporti Yisrael Katz e opinione pubblica da un lato, premier e partiti ultra-ortodossi dall'altra — risolto da una sentenza della Corte Suprema che ha «bocciato» le richieste degli haredim. Negli ultimi venti anni il peso dei religiosi è molto cresciuto, insieme a quello demografico (sono 1/3 della popolazione), e il loro potere interdittorio è aumentato. A parte un breve periodo nel 2014, i partiti religiosi hanno sempre fatto parte della maggioranza, portando nel governo gli esclusivi interessi della loro comunità che gode di privilegi, aiuti di Stato a famiglie, gruppi religiosi, scuole talmudiche, buoni viaggio e l'esenzione dal servizio militare in un Paese dove ai giovani è richiesto un servizio di 36 mesi e 24 per le ragazze. La maggioranza (degli uomini) non lavora e le famiglie vivono (spesso sfiorando l'indigenza) dei sussidi di Stato. Il rispetto totale dello Shabbat è una delle basi delle comunità haredim, ma mentre rabbini e «timorati di dio» si riuniscono e pregano in strada per la profanazione dello Shabbat, in tutto l'Israele «laico» si aprono malì, mercati del fresco, supermercati e ristoranti sette giorni su sette. E sono sempre tutti affollati.

(la Repubblica - il venerdì, 23 settembre 2016)


L'Ue non impara la lezione su Hamas

L'avvocato generale propone la rimozione dalla black list del terrore

Per Eleanor Sharpston, avvocato generale della Corte di giustizia dell'Unione europea, Hamas dovrebbe essere depennata dalla lista nera europea delle organizzazioni terroristiche. Non perché i terroristi palestinesi abbiano mostrato a Bruxelles segnali di ravvedimento che né i comuni mortali né tantomeno gli esperti riescono a intravedere, ma per "errori procedurali". La questione risale a quasi due anni fa, al dicembre 2014, quando la Corte di giustizia Ue decretò che a causa di, appunto, "errori procedurali" Hamas doveva essere tolta dalla lista nera nella quale si trova dal 2001, in quanto il suo inserimento si fondava su accuse trovate sui media e non "basate su atti esaminati dalle autorità competenti". In pratica, la burocrazia europea non si accontentava della palese evidenza e voleva accertarsi di persona della natura terroristica di Hamas. Un mese dopo, nel gennaio 2015, il Consiglio Ue fece ricorso contro la sentenza, cosa che consentì di mantenere il congelamento dei fondi e le sanzioni. Ma ieri l'avvocato generale Sharpston - i cui pareri non sono vincolanti per la Corte, ma di solito anticipano la decisione finale della Corte stessa - ha detto che gli errori procedurali permangono, e che dunque Hamas, in sprezzo a qualunque evidenza, dovrà essere depennata dalla lista nera (Sharpston ha espresso un'opinione simile anche sulle Tigri Tamil dello Sri Lanka, che hanno un procedimento parallelo). La decisione finale della Corte richiederà ancora mesi, ma rischiano di rimanere valide le parole che il premier israeliano Netanyahu pronunciò all'indomani della prima sentenza: "Troppe persone in Europa, nella stessa terra dove sei milioni di ebrei sono stati massacrati, non hanno imparato alcunché".

(Il Foglio, 23 settembre 2016)


Il miglior proprietario di casa al mondo è di Tel Aviv

Quando è morto, un anziano signore ha lasciato in eredità i sette appartamenti di sua proprietà (ognuno del valore di mezzo milione di euro), ai sette inquilini, tutte donne, che vi abitavano in affitto da tempo.

Un proprietario di casa del genere è il sogno di qualsiasi affittuario. Da Tel Aviv, Israele, arriva una storia che sembra tratta da un film hollywoodiano.
Quando è morto, un anziano signore ha lasciato in eredità i sette appartamenti di sua proprietà, tutti nel medesimo edificio, ai sette inquilini, tutte donne, che vi abitavano in affitto da tempo. L'uomo non aveva figli, la morte risale al mese di maggio: solo pochi giorni la rivista Calcalist ha dato notizia delle sue ultime volontà.
Ogni appartamento ha un valore stimato di circa mezzo milione di euro. La casa si trova in un quartiere residenziale e molto ambito nel centro di Tel Aviv, città famosa in tutto il medio oriente per l'altissimo costo della vita.
Chi ha conosciuto il generoso signore lo ricorda come una persona riservata e solitaria: "Camminava sempre a capo chino per strada, non guardava nessuno negli occhi, e ogni giorno portava del cibo ai gatti randagi del quartiere", dice un vicino di casa. "La casa e gli inquilini erano tutto il suo mondo", ha detto il vicino. "È per questo motivo che ha lasciato loro la proprietà".

(Today, 23 settembre 2016)


Mantovani incontra Haezrachym, vicecapo missione dell'Ambasciata di Israele a Roma

 
                              Dan Haezrachym                                                    Nicoletta Mantovani

Questa mattina l'assessore alle relazioni e cooperazione internazionale Nicoletta Mantovani ha incontrato Dan Haezrachym, vicecapo missione dell'Ambasciata di Israele a Roma. L'assessore Mantovani ha illustrato il secondo incontro della piattaforma Unity in diversity, che si svolgerà proprio tra il 2 e 4 novembre all'interno del programma di commemorazione del 50o anniversario dell'alluvione. Unity in diversity è un network nato nello scorso anno fra più di 80 città appartenenti a 60 paesi, con l'obiettivo di promuovere la pace e lo sviluppo, sociale ed economico, attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale: l'edizione di quest'anno sarà incentrata proprio sulla resilienza e la prevenzione del rischio in difesa del patrimonio culturale, materiale e immateriale, sia dalle catastrofi naturali che dai danni causati dall'uomo. "Haezrachym ha dimostrato notevole interesse assicurando la partecipazione di alcuni amministratori israeliani all'incontro - sottolinea l'assessore Mantovani -. Nell'occasione ci ha parlato di un progetto che potrebbe essere presentato ufficialmente nel corso di Unity in Diversity e in queste settimane lavoreremo per questo. Si tratta di un progetto che, partendo da attività culturali e da tradizioni comuni ai paesi mediterranei, inclusa la cucina e la sua valenza interculturale, vuole coinvolgere israeliani e palestinesi per avviare un processo di conoscenza e di educazione alla pace nella società civile".

(#gonews.it-Firenze, 22 settembre 2016)


Follia palestinese. Tredicenne "vuole" morire da martire

L'odio inculcato nella menti della gioventù araba palestinese da parte di Hamas e della stessa dirigenza dell'Autorità Palestinese, rischia di provocare una strage vera e propria. E' notizia di oggi di una ragazzina di tredici anni che ha cercato di immolarsi per la "causa" in Samaria nei pressi di Alfei Menashe.
Alla ragazzina che si stava avvicinando al checkpoint di Eliyahu, area interdetta interdetto ai pedoni è stato intimato ripetutamente di fermarsi ma la stessa ha ignorato l'avviso continuando la sua avanzata fino a quando i militari si sono accorti che stava tentando di prendere qualcosa dalla camicia.
A quel punto i militari hanno sparato in aria colpi di avvertimento e, visto che non si fermava, le hanno sparato alle gambe.
Ai militari che poi l'anno soccorsa ha detto: "Sono venuta qui per morire e diventare una martire" .
Mandano i bambini a morire da "martiri" però chi fa loro il lavaggio del cervello si guarda bene dal diventare martire. Loro vivono nelle belle residenze a Gaza e nei territorio dove vivono i dirigenti di quella organizzazione AP, che ancora oggi si può chiamare OLP. Nulla è cambiato dalla morte di Arafat, o forse, si, qualcosa è cambiato. Ora si mandano al massacro i bambini.

(Sicilia Oggi Notizie, 22 settembre 2016)


L'Hapoel non va oltre il pareggio in Coppa di Israele

La squadra rivale dell'Inter in Europa League, dopo l'ottimo trionfo al Meazza, si ferma sul 2-2 contro il Maccabi Haifa.

L'Hapoel Beer Sheva, squadra avversaria dell'Inter in Europa League, pareggia 2-2 in casa del Maccabi Haifa nell'andata dei quarti di finale della Coppa israeliana. Di Kohrut e Gordana le reti degli eurorivali dei nerazzurri che a San Siro si sono imposti 2-0 nella prima giornata del girone di Europa League.

(fcinter1908.it, 22 settembre 2016)


Mannheimer, il dolore senza rancore

La Shoah nel diario che il sopravvissuto ha scritto per la figlia: quando l'orrore diviene troppo, l'autore dispensa un grammo di fiducia residua nell'umanità.

di Paolo Giordano

Max Mannheimer visita con la cancelliera Angela Merkel il campo di concentramento di Dachau
Ho letto Una speranza ostinata, il diario della prigionia di Max Mannheimer, il giorno dopo avere visitato Auschwitz. Sebbene il flusso massiccio e costante di turisti abbia sinistramente «normalizzato» l'impatto con il campo di concentramento, e per quanti libri, film e documentari ci abbiano preparato alla mostruosità del luogo, la veduta di Birkenau risulta ancora spiazzante. Per la vastità. Per l'organizzazione gelida degli spazi e delle procedure, che le guide illustrano con una compassata neutralità. Il campo come una possente macchina industriale (percorsi ottimizzati, quarantena, smaltimento dei corpi, riciclo di tutta la materia, organica e non): il sito archeologico che più di ogni altro al mondo testimonia quanto lucida possa essere la devianza dell'essere umano.
  Ritrovo la geografia identica di Auschwitz nelle memorie di Mannheimer. La vista recente della campagna polacca sezionata dal filo spinato amplifica l'impressione delle pagine, e viceversa. Mannheimer redige una cronaca asciutta eppure partecipata della propria odissea dentro la Shoah. Un viaggio spettrale attraverso alcuni dei luoghi più emblematici dell'Olocausto: da Neutitschein a Ungarisch-Brod a Theresienstadt; poi a bordo dei convogli fino ad Auschwitz-Birkenau; quindi Auschwitz I, le macerie del ghetto di Varsavia, la marcia della morte fino a Dachau, e ancora più a ovest per sfuggire alle truppe degli alleati. Ma quello di Mannheimer è un viaggio dove la sofferenza non pesa mai al punto di schiacciarti, di farti distogliere gli occhi. Anzi, proprio come anticipa il titolo, esiste nel libro «una speranza ostinata». Mannheimer riesce a dosare il dolore che ha patito, conscio del fatto che esso è pressoché insostenibile per noi «altri». E quando l'orrore diviene troppo dispensa un grammo di fiducia residua nell'umanità, sotto forma di un'immagine luminosa, come quella della donna che non rinuncia a «imbellettarsi» mentre l'automobile che potrebbe salvarle la vita è in attesa fuori.
  La sveltezza e la grazia del testo, scritto negli anni Sessanta ma tradotto solo adesso in italiano (e pubblicato da Add Editore), sono probabilmente una conseguenza della sua genesi particolare. Nel dicembre 1964 Mannheimer viene ricoverato in un ospedale per un intervento alla mascella. Il referto istologico gli viene consegnato in ritardo e lui si convince di essere prossimo alla fine. Freneticamente butta giù il diario della propria giovinezza e della prigionia per consegnarlo in tempo alla figlia Eva, alla quale non ha mai avuto la forza di raccontare. In questo senso, Una speranza ostinata è il doppio speculare di un altro ricordo della Shoah apparso di recente: E tu non sei tornato (Bollati Boringhieri), la lettera commovente che Marceline Loridan-Ivens ha indirizzato al padre perso nello stesso campo di concentramento. Sono gli ultimi dispacci da un mondo, quello dei sopravvissuti, che è in procinto di scomparire. Un nuovo passaggio cruciale della Shoah: l'inizio del tempo infinito senza testimoni diretti, un tempo insidioso nel quale l'atto di tramandare diverrà sempre più faticoso.
  Abbiamo a disposizione una letteratura impareggiabile sullo sterminio — Se questo è un uomo sopra tutti, Il diario di Anne Frank e Necropoli, solo per citarne alcuni ovvi —, alla quale Una speranza ostinata di Mannheimer va ad aggiungersi. Con una serie di caratteristiche specifiche che rendono tuttavia il libro particolarmente degno di attenzione: il fatto di essere breve (un centinaio di pagine appena), di essere scritto in una lingua tersa e semplice che non ostacola mai l'accesso al contenuto e, non ultimo, di apparire in un'edizione curata minuziosamente, dalla prefazione di Paolo Rumiz, alle mappe, alle note esplicative che danno poco per scontato. Questo testo rappresenta così un'occasione nuova e preziosa soprattutto per gli insegnanti delle scuole medie, inferiori e superiori. Nel restituire una vicenda personale toccante, nel mostrare come l'Europa sia scivolata lungo «un piano inclinato» dentro l'Olocausto, fornisce non soltanto un dizionario minimo dell'abominio nazista (che cosa significa Gestapo, «notte dei cristalli», Kapo e Untermensch), ma anche un dizionario minimo di cultura ebraica (il Bar Mitzvah, la kippah, la cucina kosher). Senza il possesso di entrambi è difatti impensabile che i ragazzi si avvicinino oggi a un intervallo buio di storia che a molti di loro appare remoto e surreale.
  Forse incalzato dal tempo che credeva mancargli, oppure per cautela verso i sentimenti della figlia, Max Mannheimer riesce a parlare del male supremo senza rancore né tormento. Didatticamente. Nondimeno, il suo diario ci lascia addosso la stessa inquietudine di ogni scritto sulla Shoah, la stessa che ci si porta via dopo avere visitato ciò che resta di Auschwitz, e proprio quella che è essenziale trasmettere a ogni allievo di ogni scuola. Paolo Rumiz la descrive così: la sensazione «che tutto questo — in assenza di vigilanza — riguardi tutti noi e sia di conseguenza destinato a ripetersi».

(Corriere della Sera, 22 settembre 2016)


«Caravaggio» punta su Israele

Il nuovo treno per il trasporto regionale progettato da Hitachi Rail Italy guarda anche ai mercati internazionali. In Italia nuovi ordini potrebbero arrivare da Veneto, Toscana, Lazio e Campania. Il ceo Manfellotto: siamo già al lavoro con una squadra di oltre 300 persone per realizzare un altro simbolo del made in Italy.

di Marco Morino

Il nuovo treno «Caravaggio»

BERLINO - Caravaggio, il nuovo treno di Hitachi Real Italy (ex Ansaldo Breda) per il trasporto regionale italiano ordinato da Trenitalia, guarda anche all'estero. Il primo Paese in lista è Israele, che a breve lancerà una gara per l'acquisto di nuovi treni e Hitachi sarà della partita. «L'ambizione - dice Maurizio Manfellotto, Ceo di Hrial telefono dalla Germania con Il Sole 24 Ore - è portare Caravaggio anche in altri Paesi, europei ed extra europei. Questo treno è stato pensato e progettato con criteri di flessibilità per adattarlo alle esigenze di una pluralità di committenti».Buone notizie, in prospettiva, per gli stabilimenti italiani di Hri - Pistoia, Napoli e Reggio Calabria - che dalla maxi-fornitura a Trenitalia (300 treni, per un valore complessivo di 2,6 miliardi) ricaveranno nuova linfa per i prossimi anni.
   Manfellotto è a Berlino dove partecipa a Inno trans, la più importante fiera al mondo nel settore ferroviario. E Caravaggio, che fa bella mostra di sé nello stand Hitachi con un modello in scala 1:45, costituisce un elemento di forte curiosità tra i visitatori . «Tra 32 mesi - spiega Manfellotto - ci sarà l'omologazione del nuovo treno e tra due anni porteremo quello vero qui a Innotrans». È noto che i primi 39 Caravaggio saranno destinati all'Emilia Romagna. «Mano e mano che Trenitalia rinnoverà i contratti di servizio con le varie regioni - spiega Manfellotto - scatteranno le nuove commesse. Al momento le regioni più vicine all'accordo con le Fs sono Veneto, Toscana, Lazio e Campania». Manfellotto rivendica con forza l'italianità del progetto Caravaggio. «Siamo gli unici costruttori di treni - ribadisce il Ceo di Hri - a garantire un prodotto interamente made in Italy. Siamo già al lavoro con una squadra di oltre 300 persone per realizzare quello che, dopo il nostro Frecciarossa 1000, diventerà un altro simbolo del made in Italy ferroviario». «Questa nuova aggiudicazione conferma l'elevato livello qualitativo di Hitachi - aggiunge Alistair Dormer, Global Ceo di Hitachi Rail.anche lui a Berlino con Manfellotto - e sono orgoglioso della squadra italiana. Caravaggio diventerà un'icona del trasporto regionale». L'auspicio è che questo nuovo treno, che potrà raggiungere una velocità di 160 Km/h, porti alla creazione di nuovi posti di lavoro. Osserva Manfellotto: «Assunzioni negli stabilimenti italiani? Quando un'azienda cresce l'obiettivo è dotarsi di risorse. Il mio sogno è di aumentare le risorse». In generale, Hitachi Rail Italy.come tutti i costruttori, è attentissima alle opportunità che si aprono in tutto il mondo, non solo per i treni ma anche per le metropolitane e i tram. Al momento le aree di maggior interesse per l'azienda sono gli Stati Uniti, il Medio Oriente e il Sud Est asiatico.
   Intanto ieri, sempre a Innotrans, ferrovie italiane (Fs) e ferrovie argentine hanno stretto un accordo di collaborazione. Di particolare interesse per le Ferrovie dello Stato italiane, si legge in una nota delle Fs, lo sviluppo infrastrutturale della rete ferroviaria argentina e il contributo alla realizzazione di un corridoio bi-oceanico che permetterebbe di collegare la rete ferroviaria argentina a
quella cilena.

(Il Sole 24 Ore, 22 settembre 2016)


Renzi a braccetto con Rouhani all'Onu e l'Iran prepara il missile anti-Israele

Mentre il premier Renzi incontrava all'Onu il leader iraniano Rouhani, l'Iran presentava un nuovo missile per distruggere Israele.

di Daniele Capezzone

Poco più di ventiquattr'ore fa, a margine dell'Assemblea Generale dell'Onu, Matteo Renzi ha ancora una volta incontrato il leader iraniano Rouhani. Le agenzie iraniane riferiscono (i virgolettati sono avvilenti per l'Italia) di un Renzi che "enthusiastically" si dice pronto ad "any action" per stringere i rapporti tra Roma e Teheran. Neanche un cenno a democrazia, libertà, diritti umani, contrasto al terrore.
   Nelle stesse ore, in Iran (poca fortuna per Renzi…), veniva presentato un nuovo missile, e, nella comunicazione, una inequivocabile scritta ribadiva il progetto di distruzione dello Stato di Israele.
   La misura è colma. Il Governo italiano dichiara amicizia per Israele, ma poi civetta con chi vuole distruggere Gerusalemme. Dichiara preoccupazione per il terrorismo, ma poi stringe legami con il Paese tuttora considerato dal Dipartimento di Stato Usa il principale Stato-sponsor del terrore. Parla di diritti umani, ma poi non si fa problemi a camminare fianco a fianco con il Paese campione mondiale della pena di morte, della segregazione delle donne, della persecuzione degli omosessuali, della negazione dei diritti di oppositori e dissidenti.
   Nei giorni scorsi, ho presentato un'interrogazione (attendo risposta) ai Ministri degli Esteri e della Difesa sulla cooperazione politica e militare tra Roma e Teheran.
   Ieri, alla Camera, è stato reso noto il testo della lettera aperta che l'ambasciatore Giulio Terzi, io stesso, e i senatori Roberto Calderoli, Luigi Compagna e Lucio Malan, abbiamo deciso di inviare al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Ministro degli Esteri.

Signor Presidente della Repubblica,
Signor Presidente del Consiglio,
Signor Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale,
   la preoccupante conflittualità che colpisce in misura crescente una regione vitale per la sicurezza e gli interessi nazionali dell'Italia, e le diverse forme di terrorismo e di Jihadismo sia di matrice sunnita che sciita, pongono l'Iran al centro di un quadro estremamente complesso che si auspicava potesse evolvere positivamente dopo l'entrata in vigore dell'accordo nucleare "JCPOA - Joint Comprehensive Plan of Action".
   In tale prospettiva il Governo italiano sta intensificando ad ogni livello i rapporti con Teheran, dando forte impulso alle iniziative economiche nel mercato iraniano. Purtroppo la conclusione del JCPOA non ha modificato in alcun modo, contrariamente alle aspettative di molti governi, l'atteggiamento dell'Iran sulle questioni più rilevanti per la stabilità regionale e la sicurezza occidentale. Per diversi aspetti, si è invece manifestata una crescente aggressività degli interventi iraniani, radicalizzando anche attraverso il ruolo di attori "proxy" di Teheran i conflitti in Siria, Iraq, Yemen,in chiave di preminenza sciita.
   La propaganda antisemita, gli appelli alla distruzione dello Stato di Israele, le provocazioni nei confronti dei valori occidentali sono proseguite aimassimi livelli nella Repubblica Islamica dell'Iran. Il sostegno a organizzazioni terroristiche appare così evidente da indurre il Dipartimento di Stato americano a inserire ancora l'Iran, nonostante gli sforzi di Washington nel voler considerare l'Iran partner affidabile, tra i principali Paesi sponsor del terrorismo internazionale. La corretta attuazione da parte iraniana dell'accordo nucleare viene rimessa in discussione dai numerosi test missilistici che l'Iran continua a effettuare nonostante siano vietati da risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Per quanto riguarda le inadempienze iraniane degli impegni assunti con la ratifica di convenzioni e trattati riguardanti i Diritti Umani, la situazione nel paese si è ulteriormente aggravata durante la Presidenza Rouhani. I più recenti rapporti del Segretario Generale delle Nazioni Unite certificano la gravità delle violazioni iraniane. In rapporto alla popolazione, si tratta del Paese con il più alto numero assoluto di esecuzioni capitali, incluse quelle di minori e di oppositori politici. Molto sanguinaria è stata sin dagli anni '80 la repressione degli oppositori politici, con numerose uccisioni perpetrate ancora negli ultimi anni In Iran, in Iraq e in altri Paesi.
   Siamo estremamente preoccupati dalla totale assenza di considerazione di questi dati così rilevanti e negativi nei comportamenti iraniani che emerge nelle posizioni espresse nelle iniziative promosse dal Governo italiano. Per altro risulta che, rappresentanti della Marina Militare italiana hanno effettuato una visita di cinque giorni in Iran avviando un rapporto di dialogo e collaborazione in campo militare da cui è seguito l'annuncio, da parte degli organi di stampa iraniani, di un invito rivolto ad alcune unità navali di Teheran a raggiungere le acque italiane. È doveroso per parte nostra un richiamo all'inopportunità di proseguire su questa strada. Ne soffrono la credibilità del nostro Paese e il suo ruolo nel sostenere nel mondo i diritti umani e le libertà fondamentali. Per di più, le iniziative imprenditoriali incoraggiate dal Governo presentano elementi di rischio che non sembrano neppur marginalmente considerati dalle istanze pubbliche, a livello centrale, regionale e locale; uno scenario davvero preoccupante che richiede un attenzione particolare su ulteriori delicate questioni quali:
  • il controllo di ampi settori dell'economia iraniana da parte del "Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica", annoverata nelle liste internazionali delle organizzazioni terroristiche. Operazioni commerciali "inconsapevoli", possono esporre le aziende che vogliano intraprendere rapporti commerciali con l'Iran, ad un complesso mosaico di misure e norme sanzionatorie, nonché compromettere le opportunità di profitti in altri Paesi della regione, che sono minacciati dalle attività di aggressione e destabilizzazione dei Pasdaran;
  • l'intero settore finanziario iraniano si presenta ancora con un altissimo rischio di riciclaggio finanziario. Il FATF, ovvero il Financial Action Task Force, che si incarica di combattere il riciclo di denaro e il finanziamento al terrorismo internazionale, ha recentemente lanciato l'allarme sul mancato intervento dello Stato iraniano contro il rischio di finanziamento alle attività terroristiche, e sulla seria minaccia che questo rappresenta per l'integrità del sistema finanziario internazionale. Questa circostanza può accrescere per le aziende, il rischio di pesanti penalizzazioni finanziarie;
  • l'insieme di queste criticità che vanno a comporre lo scenario iraniano, rappresentano un ulteriore fattore di rischio per gli investitori in termini di reputazione aziendale. In un panorama globale, dove viene prestata sempre più attenzione alla componente "sociale" nel settore economico, condurre affari in un paese che viene considerato da autorevoli osservatori internazionali "campione" nelle esecuzioni capitali (di cui un gran numero condotte pubblicamente); dove il ruolo della donna nella società è pressoché nullo; dove viene perpetrata una repressione sistematica verso gli appartenenti all'universo LGBT; dove i diritti civili e lo stato di diritto vengono sistematicamente violati,rappresenta sicuramente un grosso ostacolo nelle relazioni economiche internazionali.
Il ruolo da protagonista che il nostro Paese ha sempre svolto nell'Unione Europea, in seno alle Nazioni Unite e in tutti i consessi internazionali per una politica estera e di sicurezza che promuova il rispetto dei Diritti Umani, la stabilità e la pace, il contrasto all'antisemitismo e alla radicalizzazione fondamentalista, richiedono un profondo e urgente riesame dell'impostazione complessiva della politica estera dell'Italia nei confronti dell'Iran. Nell'anticipare che promuoveremo iniziative parlamentari e in seno alla società civile per accrescere il livello di consapevolezza delle criticità sopra esposte, teniamo a sottolineare la necessità di una pronta considerazione di quanto precede dalle istanze di Governo.

(Affaritaliani.it, 22 settembre 2016)


Tel Aviv - La biblioteca all'aperto che aiuta l'integrazione e i rifugiati

 
Garden Library, a Tel Aviv, è una biblioteca-centro culturale unica al mondo. In un quartiere difficile della città israeliana, grazie a decine di volontari, aiuta l'integrazione dei rifugiati di tutte le età: "La cultura e l'istruzione sono diritti umani fondamentali e possono contribuire ad avvicinare culture diverse"
Quando i libri mettono in contatto culture apparentemente lontane tra loro. Accade, non a caso, in una terra storicamente contesa, Israele. E precisamente nella Garden Library di Tel Aviv, una biblioteca-centro culturale unica al mondo, che nell'attuale difficile contesto globale deve rappresentare un esempio positivo da replicare in altre città.
Siamo nel parco Levinsky, e in questo luogo speciale non solo sono a disposizione libri per lettori di tutte le età, ma si organizzano anche momenti di condivisione, e progetti destinati a rifugiati e richiedenti asilo.
Un centinaio i volontari, mentre i volumi a disposizione, in 16 lingue, sono circa 3.500. Questa biblioteca a cielo aperto, fondata nel 2009 da Arteam in collaborazione con Mesila, si basa su una convinzione: la cultura e l'istruzione sono diritti umani fondamentali e possono contribuire ad avvicinare culture diverse.
Garden Library ha sede nella zona Sud della città, nel quartiere Neveh Sha'anan, un'area particolarmente a rischio. In questa zona non mancano i profughi africani e i richiedenti asilo, nonostante la politica molto dura del governo israeliano.

(il Libraio, 22 settembre 2016)


In nome di Allah assalta l'ambasciata israeliana

Armato di coltello fermato dalla polizia. È un folle ma era stato schedato come antisemita

di Fiamma Nirenstein

Tentativo di attacco terrorista all'ambasciata di Israele ad Ankara: purtroppo non c'è niente di strano che un islamista urli «Allah Akbar» e cerchi di accoltellare qualcuno presso quella ambasciata; e nemmeno che esso venga qualificato subito da rappresentanti dei due Paesi interessati come «una persona mentalmente instabile». È il politically correct mondiale, ed è logico che sia nel linguaggio diplomatico quando la cosa accade nella capitale di un paese che negli ultimi anni ha fatto dell'attacco furioso e scriteriato contro Israele una delle sue principali carte d'identità, e che solo da poche settimane ha deciso, con un nuovo accordo fra i due Paesi, di ristabilire rapporti diplomatici e linguaggio decente. Ma l'attentato è invece tipicamente un attentato terrorista da «lupo solitario», non solo, fa anche parte di quegli attentati che esprimono le convulsioni cui è soggetta La Turchia di Erdogan, continuamente assediata da bombe stragìste.
   L'attentatore che è stato fermato alla polizia turca si chiamam Omar Nuri Calìskan, ha 41 anni; non ha nesso, a prima vista, con nessun gruppo islamista e con atteggiamento tipico, ha urlato «cambierò il Medio Oriente». È riuscito a raggiungere il perimetro esterno dell'ambasciata, e le forze dell'ordine hanno ben reagito fermandolo con un colpo alle gambe. È l'alto stato di allarme dopo l'ondata di attacchi da parte dell'Isis e, come ripete Erdogan, dei Curdi. Già l'ambasciata britannica era stata chiusa venerdì scorso e quella tedesca ha offerto solo servizi limitati.
   La Turchia, che cerca di lanciare da ogni parte segnali di ritorno alla normalità dopo il lungo scontro con Israele e anche con la Russia, è tuttavia in una posizione sia geografica, col suo confine con la Siria da cui ha facilitato l'ingresso dei foreign fighters per troppo tempo, sia politica, data la stretta autoritaria di Erdogan e il suo ingresso nella guerra antiribelli a fianco dei suoi peggiori nemici, Assad, e dei suoi infidi amici sciiti iraniani e hezbollah (mentre Erdogan è un riconosciuto leader della Fratellanza Musulmana). I curdi restano i suoi peggiori nemici, e certo il rischio dei loro attentati è sempre presente. Ma la Turchia per il terrorismo islamista è uno dei tanti campi da gioco più attraenti quando si pronuncia il nome «Israele»: le orecchie turche in questi anni sono state bersagliate dalla radio, dalla tv, dai discorsi ufficiali, con furibondi attacchi antisraeliani, Hamas è uno dei migliori amici di Erdogan. Quindi, se anche Caliskan non ha nessun rapporto con organizzazioni terroriste e Internet è stato il suo leader e il suo maestro, pure ancora una volta come nel caso degli attentati di questi giorni in Israele, dieci in quattro giorni, l'incitamento ambientale è un fattore essenziale nella spinta a uccidere. Kaliskan era già schedato per aver manifestato pubblicamente feroci sentimenti antisraeliani: sì, può diventare una fissazione, una mania omicida, succede in molti casi, e si chiama antisemitismo.

(il Giornale, 22 settembre 2016)



Parashà della settimana: Ki Tavò (Quando sarai entrato)

Deuteronomio 26:1-29:8

 - "Quando giungerai nel paese che il Signore tuo D-o ti da in possesso… prenderai le primizie dei frutti della terra…..le porrai in un cesto….e ti presenterai al sacerdote" (Deuteronomio 26.1).
L'agricoltore ebreo ogni anno si reca al Santuario in Gerusalemme portando le "primizie" del suo raccolto per ringraziare il Signore e in ricordo della liberazione dalla schiavitù d'Egitto dove non possedeva alcuna terra.
Le primizie del grano, del mosto, dell'olio e le primizie della tosatura del gregge, che vanno consacrate a D-o, hanno lo scopo di sviluppare nell'uomo il sentimento di generosità, diminuendo in lui l'istinto di proprietà.
La Torah mette l'accento su questo punto per ricordare all'uomo le difficoltà e le prove che egli ha dovuto affrontare per raggiungere il benessere e ringraziare D-o che è la fonte della sua forza e della sua ricchezza.
I prodotti agricoli sono soggetti al prelievo delle decime. "Le darai al Levita, al forestiero, all'orfano e alla vedova" (Deuteronomio 26.12).
Inoltre l'agricoltore "ammette" difronte al sacerdote di non aver dato nulla dei suoi prodotti al culto dei morti, come era consuetudine presso le popolazioni pagane che offrivano nutrimento ai defunti per il loro viaggio verso l'oltretomba.
La nostra parashà inizia con le primizie che rappresentano il massimo della gioia materiale e spirituale terminando con le maledizioni in tutto 98. Quale legame può esserci? I nostri maestri (cazal) spiegano che i comandamenti (mitzvot) vanno fatti con "gioia". Quando questo non accade significa che la Torah è qualcosa di esteriore all'uomo, di non sentito e di non vissuto, che interrompe la vicinanza con D-o, aprendo la strada alle maledizioni.

Ebal e Garizim
Sono due colline situate vicino alla città di Shechem nel territorio della Samaria, dove è conservata ancora oggi la tomba di Giuseppe.
Ebal è una collina fatta di roccia simbolo della desolazione e della morte, mentre Garizim è una collina tutta fiorita simbolo della vita. E' l'uomo che deve scegliere, tra il dogma e la libertà. Le tribù d'Israele al termine delle loro peregrinazioni nel deserto del Sinài, divise in due gruppi, prendono posizioni sulle due colline, mentre l'arca dell'Alleanza è rimasta nella valle custodita dai Leviti.
"Moshè, i sacerdoti parlarono al popolo dicendo: "Fai silenzio ed ascolta Israele. Oggi sei diventato un popolo consacrato al Signore tuo D-o" (Deuteronomio 27.9).
Di quale giorno si tratta? Rashì spiega che si riferisce al giorno in cui Israele è entrato nell'alleanza con D-o. "Oggi" sta a significare nel momento in cui Israele ha accettato il Patto cioè sempre. Allontanarsi da questa alleanza diventa per il popolo ebraico una grave colpa foriera di numerose calamità.
La nostra parashà è difficile e sconvolgente. Durante la sua lettura, secondo la tradizione, vengono chiuse le porte delle sinagoghe per impedire "simbolicamente" alle maledizioni di uscire e raggiungere il popolo.
Tra quelle presenti nel testo riportiamo la seguente: "Maledetto sia colui che umilia il padre e la madre. E tutto il popolo dirà amen!"
Rashì spiega che l'umiliazione consiste nel disprezzo dei genitori di cui bisogna avere rispetto e considerazione anche se costoro hanno un comportamento indegno.
Quanto scritto in questa parashà è stato tragicamente sperimentato ai nostri giorni dal popolo ebraico che era in esilio tra le Nazioni del mondo. Espressione per espressione seguiamo il dramma dell'ebreo consegnato al carnefice, per essersi allontanato dall'osservanza della Parola di D-o.
"I tuoi figli e le tue figlie saranno dati ad un altro popolo, sotto lo sguardo dei tuoi stessi occhi" (Deuteronomio 28.32). "D-o ha creato il male" (Isaia 54.7) ma è l'uomo che per sua libera scelta lo renderà esistente.

Il divieto di idolatria
"Non dovrai deviare da tutte le parole che I-o oggi ti comando né a destra né a sinistra, seguendo altri Dei per servirli" (Deuteronomio 26.14).
L'insegnamento di cui parla la Torah non è solo il culto grossolano delle immagini, ma qualcosa di più sottile. E' sufficiente difatti deviare sia a destra che a sinistra dal retto cammino, che di certo si inizia a percorrere la strada dell'idolatria. Nel momento in cui l'uomo si allontana dalla "rettitudine" voluta dalla parola di D-o, egli potenzialmente diventa un idolatra. Cosa significa tutto questo?
Nella tradizione ebraica la destra e la sinistra corrispondono rispettivamente al cuore e al cervello cioè al sentimento e all'intelletto. Il cuore è il simbolo dell'amore mentre il cervello il simbolo del rigore. Un giudaismo freddo e rigoroso che non lasci spazio al cuore e un giudaismo senza studio e riflessione sono ambedue fonte di idolatria. Il punto di equilibrio tra questi due aspetti (destra e sinistra) è rappresentato dal giudaismo autentico che ha la testa in cielo e i piedi per terra. E' il giudaismo predicato dai profeti. F.C.

*

 - Nelle pianure di Moab, di fronte al Giordano, Mosè annuncia al popolo che il Signore sta per consegnargli il dono che aveva promesso secoli prima ai padri. Qual è il dono? No, il dono non è la Torah, perché non è questo che Dio aveva promesso ad Abramo: il dono è la terra.
«L'Eterno apparve ad Abramo e disse: "Io darò questo paese alla tua progenie"» (Genesi 12:7);
«E l'Eterno disse ad Abramo: "Alza ora i tuoi occhi e mira dal luogo dove sei a nord a sud; a est e a ovest. Tutto il paese che vedi, io lo darò a te e alla tua progenie, per sempre"» (Genesi 13:15);
«E a te e alla tua progenie dopo di te darò il paese dove abiti come straniero: tutto il paese di Canaan, in possesso perenne; e sarò loro Dio» (Genesi 17:9).
La terra è il dono che Dio aveva promesso ad Abramo, e questo è confermato dalla preghiera di ringraziamento che il popolo avrebbe dovuto elevare al Signore subito dopo aver ricevuto il dono promesso. La preghiera terminava con queste parole:
«Volgi a noi lo sguardo dalla dimora della tua santità, dal cielo, e benedici il tuo popolo d'Israele e la terra che ci hai dato, come giurasti ai nostri padri, terra ove scorre il latte e il miele» (Deuteronomio 26:15).
Se la terra è il dono, la Torah è il contratto con cui Dio impegna il popolo a fare di questo dono un uso pienamente conforme alla sua volontà; con la clausola che, ove così non fosse, Dio si riserva l'autorità di scaraventare il popolo fuori dai confini del paese per tutto il tempo che riterrà opportuno.
Mosè l'aveva capito, e anche i sacerdoti levitici l'avevano capito, tanto che insieme rivolgono a tutto il popolo un'accorata raccomandazione:
«Fa' silenzio e ascolta, o Israele! Oggi sei divenuto il popolo dell'Eterno, il tuo Dio. Ubbidirai quindi alla voce dell'Eterno, il tuo Dio, e metterai in pratica i suoi comandamenti e le sue leggi che oggi ti prescrivo» (Deuteronomio 27:9-10).

Benedizioni e maledizioni
In questi capitoli sono pochi "i comandamenti e le leggi" che si aggiungono a quelli già noti; poche sono anche, ma grandiose, le benedizioni promesse in caso di fedeltà all'Eterno; molte invece, e devastanti, sono le maledizioni minacciate in caso di infedeltà. Colpisce innanzitutto la nettezza della contrapposizione tra benedizioni e maledizioni.
Se ubbidisci alla mia voce - promette il Signore a Israele - «il tuo Dio ti renderà eccelso sopra tutte le nazioni della terra» (Deuteronomio 28:1); «l'Eterno ti metterà alla testa e non alla coda, e sarai sempre in alto e mai in basso» (Deuteronomio 28:13); e ci sarà pienezza di benedizioni di ogni tipo, in città e in campagna, in pace e in guerra.
Se però non ubbidisci - avverte il Signore - sono guai seri. E qui comincia una sfilza terrificante di maledizioni, tre volte più numerose delle benedizioni, che si conclude con una prospettiva spaventosa : "E l'Eterno vi farà tornare in Egitto... E là sarete venduti come schiavi e come schiave, e mancherà il compratore" (Deuteronomio 28:68).
La nettezza della contrapposizione può sorprendere gli umanisti, ma non chi è abituato allo stile biblico. Messo di fronte alla Parola di Dio, l'uomo ha due sole possibilità di risposta: "Sì" o "No". E le conseguenze di risposte diverse sono lontane fra loro come l'alto dei cieli è lontano dal profondo degli abissi. Tutto il racconto biblico, dalla Genesi all'Apocalisse si svolge all'interno di questo paradigma di irriducibile contrasto.

Necessità di un cuore nuovo
La sovrabbondanza delle maledizioni rispetto alle benedizioni trova una spiegazione nel fatto che Dio sapeva in anticipo quale sarebbe stata la risposta del popolo: "No". Questo si vedrà bene nei prossimi capitoli, ma già qui si può trovare una parola chiarificatrice che per certi versi è sorprendente. Nei primi versetti del capitolo 29, Mosè in sostanza dice al popolo: voi avete visto quello che Dio ha fatto al faraone e agli egiziani; avete visto i prodigi e i segni grandiosi con cui siete stati liberati, ma - aggiunge - "fino a questo giorno l'Eterno non v'ha dato un cuore per comprendere, né occhi per vedere, né orecchi per udire" (Deuteronomio 29:4). Qualcuno qui tirerà fuori le obiezioni che si fanno quando nella Bibbia si legge che "l'Eterno indurì il cuore del faraone" (Esodo 9:12), ma a questo si può rispondere con le parole del profeta Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie, dice l'Eterno» (Isaia 55:8). Il lieto fine della storia di Israele non si trova all'interno di questo patto, ma si avrà soltanto quando Dio giudicherà che sia arrivato il momento di dare al popolo "un cuore per comprendere". Secoli dopo questo sarà annunciato - solo annunciato - dai profeti che parleranno durante e dopo la catastrofe della prima distruzione del Tempio: "Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne" (Ezechiele 36:26).

Un problematico patto
"Queste sono le parole del patto che l'Eterno comandò a Mosè di stabilire con i figli d'Israele nel paese di Moab, oltre al patto che aveva stabilito con loro a Oreb" (Deuteronomio 28:69). E' un versetto che ha dato del filo da torcere ai commentatori. Nelle Bibbie ebraiche è l'ultimo versetto del capitolo 28, mentre in alcune traduzioni "cristiane" è il primo del capitolo 29. La seconda scelta probabilmente è preferita da chi ritiene che l'espressione "Queste sono le parole" si riferisca a ciò che segue e non a ciò che precede, come usualmente s'intende.
Ma il fatto più interessante è che qui si parla di un altro patto, distinto da quello che Dio aveva stabilito con Israele al Sinai. Che patto è? E' davvero un altro patto? o è lo stesso indicato in modo diverso? Le risposte sono varie, e nessuna di queste si è imposta sulle altre in modo decisivo. Questo consente di aggiungerne un'altra, che naturalmente in questa sede non si può argomentare; cosa che tuttavia si potrebbe fare, con molta pazienza e molta determinazione a resistere alle prevedibili obiezioni.
In forma estremamente sintetica, la tesi è questa:
Il patto che il Signore "aveva stabilito con loro a Oreb" è la prima versione del patto del Sinai, quella scritta su tavole di pietra scolpite da Dio stesso e che Mosè ha rotto scendendo dal monte. Questo patto è stato violato in modo irreversibile, come irreversibile è stata l'infrazione del patto di Dio con Adamo. La seconda versione del patto del Sinai, quella scritta su pietre scolpite da Mosè, non è un "rinnovo" della prima, ma la formulazione di un patto temporaneo di emergenza per evitare l'annientamento del popolo preannunciato da Dio a Mosè, in vista di una vera riparazione del rapporto fra Dio e Israele. Riparazione che il Signore stesso avrebbe operata stabilendo "un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda" (Geremia 31:31). (*)
(*) Argomentazioni a sostegno di questa posizione si possono trovare in una serie di studi su "Il patto del Sinai".

Mosè qui ricorda al popolo che gli ordini da lui trasmessi devono essere osservati perché fanno parte del patto di emergenza con cui il popolo si è impegnato a fare un uso degno della terra ricevuta in dono, ma ricorda anche che questo patto non coincide con quello che il Signore in origine "aveva stabilito con loro a Oreb". M.C.

  (Notizie su Israele, 22 settembre 2016)


Veneto - Il presidente Zaia incontra il nuovo ambasciatore d'Israele in Italia

Il presidente della Regione Luca Zaia si è incontrato oggi a Palazzo Balbi a Venezia con il nuovo ambasciatore d'Israele in Italia, Ofer Sachs.
   Nel corse del cordialissimo colloquio sono state affrontate approfonditamente diverse tematiche di reciproco interesse. Tra l'altro, quand'era ministro dell'agricoltura Zaia aveva già conosciuto Sachs che allora era a Bruxelles per curare i rapporti nel settore primario tra Israele e Unione europea.
   Riferendosi al suo nuovo incarico, l'ambasciatore ha auspicato il rafforzamento della collaborazione per avvicinare sempre di più il popolo israeliano e quello italiano.
   Da parte sua Zaia ha avuto parole di forte apprezzamento per le idee chiare che l'ambasciatore ha sui rapporti da tenere anche con il Veneto. A questo proposito è stata espressa reciproca disponibilità a tessere ulteriori e proficue relazioni da portare avanti, prospettando l'avvio di attività di conoscenza e di scambio, soprattutto per valorizzare ancora di più dal punto di vista economico e del business le imprese venete in questa particolare fase congiunturale.
   Il presidente Zaia non ha mancato di ricordare l'amicizia del Veneto nei confronti della comunità ebraica presente nel territorio regionale.

(Regioni.it, 21 settembre 2016)


Tel Aviv la Città bianca - Micha Gross all'Università di Lugano

di Aymone Poletti

Domenica 18 settembre 2016 si è tenuta, all'Auditorio dell'Università della Svizzera italiana a Lugano, la conferenza «Tel Aviv - La Città bianca, 1930-1939 - Patrimonio culturale mondiale dell'Unesco».

Dopo l'introduzione dell'Architetta Jacqueline Chimchila Chevili, il numeroso pubblico presente (tra il quale anche diverse autorità, per citarne alcune, l'On. Sindaco Marco Borradori, l'On Roberto Badaracco e l'On. Cristina Zanini-Barzaghi nonché il nuovo rettore dell'Università della Svizzera italiana, il Prof. Boas Erez) ha potuto ascoltare un relatore d'eccezione, il Direttore del Centro Bauhaus di Tel-Aviv, Dr. Micha Gross, che ha così tenuto la conferenza, promossa dall'Associazione Svizzera-Israele.

Il dr. Micha Gross

Tel Aviv, la collina della primavera, è nata sulle dune di sabbia desertiche, lungo le coste del Mediterraneo ed è una delle città più giovani al mondo: fondata nel 1909 da immigrati ebrei, ai limiti dell'antico porto di Jaffa, la storia di Tel Aviv affonda le sue radici a Jaffa stessa, e il suo sviluppo è stato il risultato dei rapporti tra le due città.
In poco più di un secolo ha conosciuto diverse grandi esplosioni demografiche e fenomeni di immigrazione: tra il 1917 e il 1921, un altro agli albori della Seconda Guerra Mondiale e dopo la fondazione dello stato di Israele nel 1948. Conta oggi oltre 420'000 abitanti.
"Ha'ir Halevana", la Città Bianca. O meglio, Tel Aviv dai molti volti architettonici e dalle sfaccettature multiculturali dove, però, un vero e proprio "unicum" risulta essere costituito dalla Città Bianca, The White City, riconosciuta come patrimonio dell'Unesco nel 2003, quale "sorprendente esempio dell'urbanistica e architettura di una nuova città del primo XX secolo".
Si tratta di un quartiere che comprendeva 4.000 edifici costruiti negli anni 20, 30 e 40 e gli stabili, progettati dai migliori architetti della città, presentano quello stile "Bauhaus" che si prefiggeva l'obiettivo di creare un nuovo, semplice linguaggio architettonico basato sulla chiarezza e l'essenzialità delle forme al fine d'incontrare i bisogni quotidiani della gente. Non tutte le costruzioni sono sopravvissute ai moti storici, ma, la "Città Bianca", con le sue 1000 costruzioni tutt'ora esistenti è il più grande museo a cielo aperto di stile Bauhaus del mondo.
Perché la "Città Bianca"? A partire dalla sua prima apparizione in una novella del 1915, "The Riddle of the Land", di Aharon Kabak, il tema della "White City" accompagna la costruzione e la crescita di Tel Aviv.
Tel Aviv, invece, è il titolo della prima traduzione (1904) a cura di Nahoum Sokolov della novella utopistica Altneuland (1902) di Theodor Herzl. La decisione di dare alla città lo stesso nome del libro venne adottata nel 1910, quasi un anno dopo la sua istituzione ufficiale sotto il titolo Ahuzat Bait.
Ma ritorniamo al principio…
Riprendendo il pensiero dell'Architetto Mario Botta, "il Bauhaus di Tel Aviv è un momento di grande importanza per la cultura architettonica. I pensieri, le speranze per la realizzazione di uno spazio di vita per l'uomo hanno trovato, nella fondazione di Tel Aviv stessa, una verifica della costruzione di una città in grado di rispondere alle sollecitazioni proprie della cultura del XX secolo".
La parola chiave è dunque "Bauhaus". Descrivere il Bauhaus in poche righe sarebbe riduttivo, perché il Bauhaus non era solo un'esperienza didattica ma un vero modo di vivere e di essere.
Il Bauhaus, il cui nome completo era Staatliches Bauhaus, fu una scuola di architettura, arte e design della Germania che operò nella giovane Repubblica di Weimar dal 1919 al 1925, a Dessau dal 1925 al 1932 e, infine a Berlino dal 1932 al 1933. Il termine Bauhaus fu ideato dal suo fondatore, l'architetto Walter Gropius e giocava con il termine medievale Bauhütte che indicava la loggia dei muratori, rendendo il nome corporativo moderno e contemporaneo.
Erede delle avanguardie anteguerra, fu sì una scuola, ma rappresentò anche il punto di riferimento fondamentale per tutti i movimenti d'innovazione nel campo del design e dell'architettura legati al razionalismo e al funzionalismo, facenti parte del cosiddetto movimento moderno. I suoi insegnanti, appartenenti a diverse nazionalità, furono figure di primo piano della cultura europea e l'esperienza didattica della scuola influirà profondamente sull'insegnamento artistico e tecnico fino ad oggi. La scuola interruppe le sue attività con l'avvento del nazismo. Il Bauhaus è stato un momento cruciale nel dibattito novecentesco del rapporto tra tecnologia e cultura.
Walter Gropius, si proponeva di unire arte e tecnologia tenendo conto sia dell'aspetto estetico sia di quello scientifico, ponendo attenzione alla produzione industriale su vasta scala e gettando le basi per i concetti di estetica che oggi troviamo in molti oggetti di uso comune che coniugano la bellezza della forma con la praticità quotidiana e la riproducibilità. Nonostante Gropius fosse lui stesso un architetto, l'idea di
un movimento architettonico Bauhaus non nacque immediatamente ma fu inevitabile, data la visione degli aderenti volta alla creazione di forme d'arte "totale" nelle quali tutte le arti e le tecnologie sarebbero state riunite.
La sua didattica prevedeva un insegnamento interdisciplinare e sperimentale. Un laboratorio a 360 gradi che permetteva agli studenti una grande manualità e flessibilità espressiva. Grandi insegnanti-artisti si occuparono di questi laboratori, tanto per citarne alcuni, da Itten, Klee, Feininger, a Albers, Breuer, Kandinsky e Moholy-Nagy. E moltissime personalità parteciparono alla storia del Bauhaus, fra i quali anche l'Archistar Ludwig Mies van der Rohe, che diresse la scuola a partire dal 1930 e diede molta importanza all'architettura, facendone l'insegnamento cardine dell'istituto.
Non da dimenticare inoltre (fatto non trascurabile per l'epoca), che la scuola era aperta a entrambi i sessi e aveva forti aspirazioni progressiste, anche se la reale parità ebbe inizialmente difficoltà ad essere applicata nella pratica. Si ricordi, per esempio, la mitica Marianne Brandt: i laboratori del metallo le diedero la possibilità concreta di apprendere le competenze che l'avrebbero fatta diventare una dei designer industriali più innovativi della Germania degli anni '30.
Nel contesto della costruzione ed espansione di Tel Aviv gli architetti del movimento Bauhaus si trovarono di fronte ad opportunità e sfide uniche. Opportunità, perchè era possibile costruire ex novo in un ambiente pressochè "vergine" e con il supporto di un piano regolatore moderno (ad opera del geografo e
biologo scozzese Sir Patrick Geddes) basato sul concetto della "città-giardino" ideato da Sir Ebenezer Howard: questo approccio allo stesso tempo tecnico ed umanistico completava la visione artistico-tecnologica propria del Bauhaus.
Come già scritto, ci furono diversi movimenti migratori che influirono sullo sviluppo urbano di Tel Aviv.
Nel primo boom di immigrazione, l'euforia portò ad un primo momento di assenza di un vero rigore progettuale da parte dei coloni, attraverso uno stile eclettico che cercava la sua strada tra un'espressione più orientale della città e un'idea di realizzazione del nuovo a tutti i costi.
Data di questo periodo il concetto di città giardino che ha decretato il successo di Tel Aviv.
Fondata sul modello inglese delle città-giardino, nel 1925 Tel Aviv aveva già 25 mila abitanti. Fu in quegli anni, che il movimento bianco iniziò a prendere forma.
Durante il secondo boom di immigrazione, nello specifico nel 1933, si verificarono due eventi che influenzarono fortemente la crescita della città. Il primo fu l'arrivo al potere di Adolf Hitler in Germania e l'avvento del nazionalsocialismo che spinse, infatti, molti Ebrei alla fuga verso la Terra Promessa. Contemporaneamente ci fu la chiusura della scuola Bauhaus ad opera dei nazisti che spinse gli architetti
ebrei che vi avevano studiato e lavorato a trasferirsi a loro volta. La necessità di costruire edifici residenziali di grandi dimensioni diede a questi ultimi la possibilità di mettere a frutto quanto appreso e sviluppato fino ad allora.
È dunque nel secondo boom di immigrazione degli anni'30 che si viene a creare la base per questo nuovo stile Bauhaus, rivisitato in chiave di Tel Aviv e detto anche più propriamente "Stile Internazionale." Uno stile epurato e funzionalista.
Questo stile architettonico non si basa in realtà solo sullo stile Bauhaus, bensì si fonda su quattro pilastri di ispirazione:
  • La scuola del Bauhaus. Si parla principalmente del Bauhaus dimenticando le altre fonti. In realtà sono pochi gli architetti che hanno costruito a Tel Aviv che hanno effettivamente fatto i loro studi nel Bauhaus. L'architetto Arieh Sharon (da non confondere con l'ex primo ministro israeliano Ariel Sharon), è uno fra quelli ed è il più noto.
  • Il pensiero progettuale dell'Architetto Erich Mendelsohn. Anche se non ha effettivamente e attivamente costruito a Tel Aviv, è dal suo pensiero (per esempio i balconi arrotondati) che i giovani architetti si sono ispirati.
  • Le idee dell'Architetto Le corbusier: ci sono numerosi assistenti che hanno imparato il mestiere nel suo studio a Parigi e, in seguito, hanno portato le idee in Palestina. Un dettaglio architettonico su tutti: i caratteristici pilotis (pilastri).
  • Il pensiero delle Scuole d'Architettura belghe: l'emblematica piazza circolare Zina Dizengoff, è stata ideata, per esempio, da una donna, Genia Averbuch che fece i suoi studi a Bruxelles e a Gand negli anni 20.
In poche parole, dopo gli studi in Europa agli inizi degli anni Trenta, molti architetti erano convinti che l'architettura potesse avere un impatto sull'ordine sociale. I principi del Movimento Moderno - semplicità e minimalismo - corrispondevano del resto molto bene alle necessità della comunità israeliana e alla giovane città che stava crescendo.
Dalle forme della Città-Giardino sino alle innovative costruzioni di questa nuova generazione di architetti, la città è dunque diventata un vero e proprio laboratorio e museo all'aperto del Movimento Moderno architettonico.
Le sfide erano date dalla particolare situazione geografica e climatica di Tel Aviv: a causa della fortissima insolazione, le grandi finestre immaginate da Le Corbusier (per fare un esempio) non erano assolutamente pratiche e dovevano essere sostituite da un numero più grande di finestre più piccole. La scelta del bianco non era solo un fatto funzionale (riflettendo gran parte della luce funziona come un semplice sistema di termoregolazione) ma anche estetico (la luce del sole getta ombre molto nitide che contrastano con il bianco degli edifici). Il verde era una componente essenziale del Bauhaus israeliano, che doveva però fare i conti con la flora locale, e il vento che soffia dal mare venne sfruttato come sistema naturale di raffreddamento grazie ai pilotis che permettevano all'aria di passare sotto ai palazzi dove spesso si trovavano piccole aree verdi che fungevano sia da spazio giochi per i bambini sia da luogo di ritrovo quando la temperatura all'interno degli appartamenti diventava comunque troppo alta.
Razionali, quasi spoglie, le costruzioni della città storica si inseriscono nel piano urbanistico di Sir Patrick Geddes. Un piano teso a fare di Tel Aviv una città-giardino, dove facilitare gli scambi di vita comunitaria, secondo quegli ideali sociali che avrebbero caratterizzato lo spirito di un intero popolo.
Il gran numero di piccoli parchi tra un palazzo e l'altro e i piccoli bar sorti per intrattenere gli abitanti nelle ore serali hanno conferito molto presto a Tel Aviv un concetto di "movida" moderno che continua tutt'ora; non a caso la città è considerata, al pari di New York, la "città che non dorme mai".
Così uno stile architettonico concepito nell'Europa settentrionale è stato reinventato e rielaborato per una città mediterranea. Palazzi abitativi, cinematografi, teatri ed altri edifici pubblici sono stati realizzati unendo stili e concetti di varia provenienza facendo di Tel Aviv un laboratorio ideale per queste idee rivoluzionarie.
Settant'anni dopo, una passeggiata a piedi nel cuore della Città Bianca è un piacevole tuffo nel passato. Tra i capolavori dello stile Bauhaus di Tel Aviv vengono sempre citati il Cinema Hotel di Dizengoff Square e la Soskin House in Lilienblum street, ma il cuore architettonico resta il quadrilatero compreso tra Rothschild Boulevard e Shenkin Street ( per esempio con la Rubinsky House).
Nessun edificio si ripete in un gioco di volumi, curve sinuose e spazi lineari: gli edifici squadrati presentano una bellezza austera che deriva dal gioco delle simmetrie estremamente varie e dall'uso dell'intonaco bianco, che rafforza la bellezza dei blocchi sotto il sole, rivelando una "città bianca" unica e complessa, che sempre più rappresenta un'architettura avanguardista, pura e libera da decorazioni.
Oggi questo patrimonio architettonico è meta di visite organizzate, e la sua conservazione è affidata al Centro Bauhaus di Tel Aviv, del quale, appunto il Dr. Micha Gross è direttore.

(TICINOlive, 21 settembre 2016)


Feste ebraiche, allerta sinagoghe europee

Maariv: il 70 per cento dei fedeli hanno timori

Nell'imminenza del Capodanno ebraico (che iniziera' il 2 ottobre) un'atmosfera di apprensione si e' diffusa fra i responsabili delle sinagoghe in Europa, secondo quanto scrivono il Jerusalem Post e il Maariv. Citano fra l'altro un'indagine condotta dall'Unione della comunita' ebraiche in Europa secondo cui il 70 per cento dei fedeli ammettono di provare un certo timore ad andare in sinagoga: sia per recenti episodi di antisemitismo sia - spiegano i giornali - per il rischio di attentati.
Maariv ha appreso che in una sinagoga di Cracovia (Polonia) per la prima volta saranno adottate misure di sicurezza, nel timore di attacchi antisemiti. Anche in Francia, aggiunge il giornale, serpeggia l'inquietudine: da un lato - scrive Maariv - le autorita' fanno il possibile per garantire la sicurezza degli ebrei, ma dall'altro dispongono di risorse limitate.

(ANSAmed, 21 settembre 2016)


«Spadolini, grande uomo e grande direttore, amico di Israele»

L'evento dedicato al leader repubblicano, col ricordo del direttore di Qn-Il Resto del Carlino Andrea Cangini

di Federico Di Bisceglie

Giovanni Spadolini

«Noi di Attiva Ferrara, attraverso questo evento vogliamo rilanciare il germe della cultura laica che Giovanni Spadolini ci ha lasciato e farlo rivivere nel presente». Queste sono state le parole di apertura della presidente dell'associazione culturale Attiva Ferrara, cervelli in movimento, Marcella Pacchioli, all'evento che si è svolto ieri pomeriggio al Circolo dei Negozianti di Ferrara, organizzato in collaborazione con "Il Resto del Carlino" e con il patrocinio della Comunità Ebraica ferrarese.
   «Grazie a questo ricordo del grande repubblicano - prosegue - ricorderemo in tutte le sue sfumature la figura di Spadolini, grazie all'intervento dei relatori, che ne porteranno viva testimonianza e che contribuiranno a fornirne un quadro il più completo possibile». I relatori infatti erano numerosi, e provenienti dai più diversi ambiti, che spaziavano dal mondo della politica, dal mondo del giornalismo e della storia, per finire poi con un rappresentante del mondo israelitico, al quale Giovanni Spadolini fu particolarmente legato. Il primo relatore che ha preso parola è stato Marcello Sacerdoti, in rappresentanza della comunità ebraica ferrarese, il quale ha fermamente sostenuto che «c'era un filo diretto tra Israele e Spadolini. Questo legame traspariva dai suoi articoli come giornalista e dalle sue azioni come uomo politico e uomo di cultura». Con una punta di commozione e orgoglio l'avvocato ribadisce «la comunità ricorderà per sempre il Senatore come un grande amico di Israele e difensore dei suoi principi».
   Il moderatore dell'evento Cristiano Bendin, responsabile della redazione ferrarese del Carlino, ha passato poi il microfono a Cosimo Ceccuti, presidente della fondazione Giovanni Spadolini-Nuova Antologia, facendo una considerazione dalla quale il professore ha preso spunto per il suo successivo intervento: «Spadolini è stato un italiano, che ha fatto l'Italia». Infatti il presidente Ceccuti ha affermato che «il laicismo di Spadolini ha permeato tutta la sua attività, da uomo delle istituzioni, a grande direttore di giornale per più di dieci anni». E continua «La sua era una sorta di religione della ragione, con un bagaglio culturale enorme che attingeva da autori francesi come Voltaire fino al grande patrimonio repubblicano e liberale proveniente dalla sua formazione mazziniana». «Fu molto precoce come giornalista e come scrittore - ricorda il direttore di QN-Il Resto del Carlino, Andrea Cangini - e portò in auge il giornale che diresse molto abilmente riuscendo a raddoppiare il numero di copie vendute sotto la sua direzione, facendone un grande quotidiano e non svendendolo mai». Cangini ha ricordato anche l'attenzione di Spadolini alle tematiche inerenti la politica e la sua grande fede nell'Europa, riconoscendone però la grande abilità nel soddisfare i bisogni della gente a livello giornalistico, inserendo come terza pagina del quotidiano una notizia sportiva, che dava l'annuncio dello scudetto conquistato dalla squadra del Bologna il 7 giugno 1964.
   «Il legame del Senatore con Israele era tanto forte quanto autentico, e ciò è testimoniato dal fatto che Spadolini è il solo italiano, dopo il cardinal Martini, ad aver conseguito la laurea honoris causa presso l'università di Gerusalemme - dice Vittorio Robiati Bendhaudn, coordinatore del tribunale rabbinico del Nord Italia, che continua -, la sua prima azione come ministro dei beni Culturali fu andare in Israele». Il ricordo commosso del console onorario della Colombia Gianni Lusena, che ricorda Spadolini come «Il professore laico», unitamente ai saluti portati dalla presidente dell'associazione A.N.D.E (associazione nazionale, donne elettrici) Fiorenza Zabini, che ha dato lettura del comunicato inviato dall'attuale ministro ai beni culturali Dario Franceschini e all'intervento di chiusura della preside di Attiva Ferra, con i saluti dell'onorevole La Malfa, hanno chiuso l'evento, beneficiando di uno scroscio di applausi di un pubblico tanto folto quanto soddisfatto.

(il Resto del Carlino, 21 settembre 2016)


Netanyahu: il paese si aspetta il sostegno del mondo nella sua lotta contro il terrorismo

GERUSALEMME - Il primo ministro d'Israele, Benjamin Netanyahu, ha anticipato ieri che durante il suo discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite chiederà uno standard internazionale per la conduzione della guerra contro il terrorismo. "L'intera comunità internazionale afferma che il terrorismo va combattuto con determinazione: e perciò si deve sostenere la lotta senza compromessi di Israele contro il terrore", ha dichiarato Netanyahu ai giornalisti prima di partire per New York. Alla vigilia del discorso di Barak Obama all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, e un giorno prima del suo incontro con il primo ministro Netanyahu, 88 senatori repubblicani e democratici hanno inviato una lettera al presidente degli Stati Uniti chiedendogli di porre il veto a qualsiasi "risoluzione unilaterale" portata davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sino al termine del suo mandato alla Casa Bianca, il prossimo gennaio. La lettera è stata sponsorizzata dalla lobby pro-israeliana Aipac. I due primi firmatari dell'iniziativa sono Michael Rounds, un repubblicano del South Dakota, e il senatore di New York Kristen Gillibrand, democratico. Il timore di Tel Aviv e dell'Aipac è che Obama possa provare a forzare una risoluzione del Consiglio di sicurezza sul conflitto israelo-palestinese prima della conclusione del suo mandato.

(Agenzia Nova, 21 settembre 2016)


Memoriale della Shoah: la fuga degli ebrei a Shangai in 60 fotografie

Un racconto di eccezionale valore storico raccontato attraverso fotografie e documenti: la Cina, e la fuga di migliaia di ebrei durante l'epoca nazista nella città di Shangai.

di Federica D'Alfonso

 
Bambini, figli dei rifugiati in Cina, nati a Shangai
 
Ebrei nel ghetto di Shangai
 
Shangai, aprile 1946
Dal 18 settembre fino al 15 dicembre 2016 a Milano viene raccontata una storia importante, ma perlopiù sconosciuta. Quella dei migliaia di ebrei fuggiti, durante le persecuzioni naziste, in Cina, a Shangai. Il Memoriale della Shoah ha scelto di indagare così, collaborando con gli Istituti Confucio dell'Università Cattolica e dell'Università degli Studi di Milano e lo Shanghai Jewish Refugees Museum, attraverso foto, documenti e testimonianze, una parte ancora in ombra della storia mondiale.
  Tutto il materiale presente è stato per la prima volta in assoluto tradotto in italiano: nel nostro Paese, la fuga degli ebrei dall'Europa a Shangai è fenomeno quasi sconosciuto, tralasciato dai libri di storia impegnati a raccontare gli altri accadimenti di quegli anni. Ma in realtà, dietro questo viaggio, molte vite e molte storie sono nascoste: storie che s'intrecciano inevitabilmente col destino del mondo e che vanno, per questo, tutelate e raccontate. In Cina, negli anni della seconda guerra mondiale, arrivarono circa 18 mila ebrei, che vissero dapprima in amicizia col popolo cinese, poi confinati del famoso ghetto, creato in seguito all'invasione giapponese.

 Una storia sconosciuta
  Il percorso espositivo, composto perlopiù da materiale fotografico e documentario, racconta, in una prima parte, il contesto storico che ha portato all'esodo di 18 mila ebrei europei verso l'Estremo Oriente, a metà degli anni Trenta: a seguito delle leggi razziali e dell'Anschluss, l'annessione dell'Austria alla Germania, molti ebrei soprattutto austriaci intrapresero il viaggio per il misterioso oriente, in cerca di salvezza.
  Il Console generale della Cina a Vienna, il dottor Ho Feng Shan, giocò un ruolo decisivo in questo fenomeno storico: si schierò contro l'antisemitismo, concedendo numerosi visti agli ebrei e offrendo loro una via di fuga verso l'estremo oriente. Feng Shan potrebbe essere pensato come una sorta di "Schindler cinese", e in effetti egli è stato in seguito insignita del titolo di "Giusto tra le Nazioni". La mostra racconterà anche la sua storia.
  Una seconda fase dell'esodo, raccontata sempre nei documenti in mostra, è quella relativa agli anni Quaranta, quando gran parte dei rifugiati iniziarono a spostarsi in Italia per imbarcarsi su navi da crociera, mentre altri fuggirono nei Paesi dell'Europa Settentrionale e partirono dai porti sull'Atlantico. A seguito della dichiarazione di guerra dell'Italia alla Francia e alla Gran Bretagna, nel 1941, le rotte verso la Cina si chiusero, e il bombardamento giapponese di Pearl Harbour diede il via alla guerra del Pacifico…e a un'altra Storia.
  In una seconda parte, la mostra racconta la vita dei rifugiati in Cina, il loro inserimento nel Paese e le esperienze quotidiane a contatto con la città di Shangai. Un periodo inizialmente sereno, quello prima del '42, in cui gli ebrei avviarono proprie attività commerciali fino a creare una "Piccola Vienna" nel distretto di Hongkou a Shanghai, terminato bruscamente con l'invasione giapponese della Cina e nuove, diverse, persecuzioni. I Giapponesi proclamarono l'istituzione di un ghetto nell'area di Tilanqiao, nel distretto di Hongkou, e obbligarono tutti i rifugiati Ebrei a stabilirvisi. La mostra indaga anche in questo caso la quotidianità di una realtà storica sconosciuta, ma importantissima per una Memoria vera, autentica.

(fanpage.it, 21 settembre 2016)


L'Ansa, Israele e Hezbollah

di Dimitri Buffa

Un ormai ex freelance dell'Ansa sta mettendo in serio imbarazzo da oltre una settimana tanto la redazione esteri quanto il capo dei corrispondenti in Israele, Massimo Lomonaco. Pietra dello scandalo un articolo del sito internet di uno dei maggiori quotidiani israeliani (ripreso in Italia da una puntuale cronaca di Riccardo Ghezzi sul sito "Linformale"), che ha svelato le strane vicissitudini di questo collaboratore, Michele Monni, che ha anche un blog su "L'Espresso" e una pagina Facebook che tradisce la sua militanza pro "poveri palestinesi". Monni è stato accusato in pratica di aver lavorato per gli hezbollah per la realizzazione di un documentario agiografico celebrativo dei dieci anni dall'ultima guerra in Libano.
   Il tutto presentandosi ai personaggi intervistati come collaboratore dell'Ansa non certo di Al-Manar, la tivù di Nasrallah. Una specie di nuovo caso Riccardo Cristiano in sedicesimo, se vogliamo, ma che ha avuto la capacità di far chiudere le bocche a tutti i diretti interessati della redazione esteri a Roma e dell'ufficio di corrispondenza in Israele che si trincerano dietro frasi come "cose interne dell'Ansa", "questioni di privacy", "devo chiedere l'autorizzazione al direttore". Neanche si trattasse di alti ufficiali dei carabinieri. Il tutto con buona pace della trasparenza e del diritto-dovere di chi scrive un articolo di sentire tutte le parti in causa. Anche lo stesso Michele Monni, sollecitato con ben tre messaggi al suo profilo di Facebook, non ha sentito l'esigenza di dire la sua a chi scrive. E così non resta che raccontare la storiaccia come la ha riportata ynetnews in questo link
   In pratica Monni è stato accusato dall'esercito israeliano di aver utilizzato una serie di interviste, tra cui quelle all'ex ministro della Difesa Amir Peretz, alla parlamentare Tzipi Livni, al parlamentare Eyal Ben-Reuven e al militare Tomer Weinberg (uno che era rimasto gravemente ferito mentre era in servizio di pattuglia assieme ai soldati israeliani rapiti e poi uccisi Eldad Regev e Ehud Goldwasser), per un documentario celebrativo degli Hezbollah dopo avere detto a ognuno degli intervistati di essere un collaboratore dell'Ansa. Che lo ha immediatamente allontanato dall'incarico anche se adesso non vuole commentare l'accaduto. Sembra, ma all'Ansa negano sia pure genericamente, che ci sia anche stata una lettera di scuse inviata dalla direzione dell'agenzia di stampa all'ambasciata israeliana di Roma. Che però ha rimandato chi scrive direttamente all'Ansa.
   Un brutto pasticcio diplomatico determinato dalla disinvoltura di un giornalista non molto obiettivo verso le ragioni di Israele? L'Ansa la cosa vorrebbe chiuderla così. Prima che si trasformi in un nuovo caso Riccardo Cristiano, il giornalista della Rai che l'11 ottobre del 2000, quando vennero linciati a Ramallah due soldati israeliani che avevano avuto l'unico torto di sbagliare strada, e dopo che le reti Mediaset trasmisero il cruento filmato che fece il giro del mondo, sentì il bisogno di scrivere una lettera ufficiale al più importante quotidiano palestinese per spiegare che le immagini e la loro diffusione non erano responsabilità della Rai. Forse lo fece per salvare la pelle o magari per tenersi buone delle fonti. Ma allora vennero giù gli altarini sull'obiettività di come i corrispondenti della televisione pubblica coprivano per prassi le notizie relative al conflitto israelo-palestinese.

(L'Opinione, 21 settembre 2016)


Cittadinanza onoraria a Piero Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti all'orrore di Auschwitz

L'iniziativa, che non ha precedenti in Umbria, fa capo ad Emanuela Boccio, consigliera delegata alle pari opportunità del Comune di Corciano:"Testimone instancabile della Shoah" e capace di "trovare la forza di raccontarne l'orrore.

Piero Terracina

E' ufficiale. Al primo punto all'ordine del giorno del Consiglio Comunale di Corciano convocato per il 26 settembre, c'è la concessione della cittadinanza onoraria a Piero Terracina. A 24 ore dalla nomina, il 27 settembre, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah incontrerà di nuovo nel pomeriggio gli studenti delle scuole, dopo avere effettuato una visita nel Borgo di Solomeo, come espressamente richiesto perché affascinato tanto dalla "fabbrica del cashmere" che dallo spirito del suo fondatore, Brunello Cucinelli.
   L'iniziativa, che non ha precedenti in Umbria, fa capo ad Emanuela Boccio, consigliera delegata alle pari opportunità, firmataria di uno specifico Odg , che l'Assemblea legislativa ha votato nella seduta di giovedì 30 giugno.
   "Ho fatto tutto quello che era necessario perché ciò accadesse e ora che il momento è arrivato, non nego di essere emozionata - sottolinea Boccio - le lezioni di vita, di tolleranza, di pace di cui Piero Terracina ci ha voluto onorare meritano un riconoscimento alto perché i valori che egli ha voluto trasmettere a tutti coloro che lo hanno ascoltato e in particolare ai ragazzi, sono i principi fondanti a cui l'umanità dovrebbe fare rifermento per convivere pacificamente e superare le differenze religiose, razziali, etniche, sociali, eliminando ogni pregiudizio che ci impedisca di guardare all'altro come a un essere umano, come a un fratello".
   Alla base del documento votato il 30 giugno scorso, la riflessione che Piero Terracina "testimone instancabile della Shoah" e capace di "trovare la forza di raccontarne l'orrore, in tutta Italia ed in Europa" ha scelto come interlocutori privilegiati i ragazzi, "che rappresentano il futuro della nostra città e del mondo intero".
   Nelle visite effettuate a Corciano nell'arco di 2 anni, in occasione della Giornata della Memoria, colui che rappresenta uno degli ultimi sopravvissuti al campo di sterminio ancora in vita, dice la consigliera "ci ha fatto dono dei suoi insegnamenti, instaurando un profondo legame di stima e di solidarietà con i ragazzi delle scuole e con il territorio comunale, regalandoci un'opportunità di crescita morale, civile, storica e umana".
   D'altra parte, che quest'uomo mite, addolorato, ma affatto vinto abbia lasciato un segno nella comunità corcianese, è testimoniato dal libro "Dopo il buio la luce", ideato e realizzato dall'Istituto Benedetto Bonfigli (con il supporto dell'Amministrazione comunale). Edito da Morlacchi Editore, corredato da un Dvd e presentato di recente, raccoglie e cristallizza, a beneficio delle future generazioni, le emozioni, le riflessioni, i disegni e gli interventi musicali scaturiti dall'incontro del 1 febbraio scorso.
   "L'esercizio della memoria che lui ci trasmette - aggiunge ancora Boccio - è inteso, alla Primo Levi, come esperienza collettiva, come lezione della storia, pratica costante, testarda, martellante; perché ciò che non si esercita si indebolisce, fino poi a perdersi. Terracina è una persona che di certo, in chiunque lo abbia ascoltato, ha enormemente rinvigorito la memoria e i valori che porta con sé".
   "Corciano continuerà anche in futuro a esercitare la memoria . conclude - perché le Istituzioni come l'Amministrazione Comunale e la Scuola, nel nostro caso, hanno, tra le altre, la grande responsabilità di formare le nuove generazioni e di educare i ragazzi a quei valori di giustizia, rispetto, tolleranza, fratellanza, solidarietà umana che costituiscono gli antidoti alle varie forme di orrore che anche oggi stiamo vivendo".

(Perugia Today, 21 settembre 2016)


Attacco all'ambasciata israeliana ad Ankara

"Il personale è al sicuro. L'aggressore è stato ferito prima che raggiungesse l'ambasciata" si legge nella nota del ministero degli esteri israeliano Tweet 21 settembre 2016. Una persona è stata uccisa in un attacco con armi da fuoco contro l'ambasciata israeliana nella capitale turca Ankara. Lo riferiscono le tv turche Haber Turk e Ntv. Questa seconda emittente spiega che gli spari sono stati avvertiti dopo che due persone hanno cercato di introdursi all'interno dell'ambasciata. Il ministero degli Esteri israeliano ha confermato che una guardia locale dell'ambaasciata di Israele ad Ankara ha sparato e ferito un assalitore che cercava di fare irruzione nella sede diplomatica. "Il personale è al sicuro. L'aggressore è stato ferito prima che raggiungesse l'ambasciata - si legge nella nota del ministero - L'aggressore è stato colpito e ferito da una guardia di sicurezza locale".

(RaiNews, 21 settembre 2016)


I cibi ebraici certificati via web

All'esame dell'Assemblea rabbinica italiana i contenuti da diffondere via internet. Un sito e un'app per spiegare la kasherut nel made in ltaly.

di Caterina Cerri

 
I consumatori dei prodotti certificati kosher avranno a disposizione un utile strumento per verificare la provenienza nonché la conformità di cibi e bevande alle regole della kasherut. Il progetto «Kosher Italian Guide» è stato promosso dal ministero dello sviluppo economico, in collaborazione con Federalimentare, Federbio, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e Centro Islamico Culturale d'Italia nell'ambito del programma di «Promozione delle certificazioni agroalimentari del made in Italy», ideato da Fiere di Parma spa e presentato all'ultima manifestazione del Cibus di Parma tenutasi il 9-12 maggio 2016. Attualmente è stato predisposto il sito internet di riferimento; a breve dovrebbe essere disponibile, una volta incassato il via libera dell'Assemblea rabbinica italiana, assieme alla prima app scaricabile gratuitamente, dalle piattaforme iTunes e Google Play.
   La pagina web kosheritalianguide.com riporta l'analisi di più di 5.000 cibi e bevande di oltre 350 aziende italiane del settore agroalimentare al fine di individuare i prodotti certificati kosher «made in Italy» indicando altresì se essi siano consumabili durante la Pasqua ebraica e se contengono latte o carne; ne risulta dunque una banca dati di facilissima consultazione sulle informazioni più specifiche dei prodotti kosher. Anche l'Italia dunque sta iniziando a cogliere le grandi potenzialità del mercato kosher, un business già da molto tempo percepito in altri paesi, soprattutto negli Usa dove si calcola che un prodotto certificato kosher, a parità di prezzo, venda il 40% in più rispetto al medesimo esemplare non certificato; si pensi, inoltre, che nel mondo i consumatori di cibo kosher sono circa 35 milioni, ma il dato più interessante è che solo una parte di essi è spinta da motivi religiosi. In pratica, sempre più non ebrei acquistano prodotti kosher: una scelta dettata dalla sicurezza che tale certificazione garantisce, grazie a controlli molto rigorosi su tutta la filiera produttiva.
   Di fatto il cibo kosher, che significa conforme, rispetta i rigidi dettami ricavati dalla Bibbia e dai Testi Sacri i cui divieti e precetti trovano origine nel contesto storico e geografico in cui essi sono stati posti. E che sono principalmente legati a motivi di igiene; essendo il Medio Oriente, terra natìa del popolo ebraico, un luogo caratterizzato da climi molto caldi, la kasherut è concentrata soprattutto sulla carne a partire dal metodo stesso di macellazione.
   I prodotti certificati garantiscono anche la totale assenza di additivi e altri composti o sostanze chimiche, con cui i cibi potrebbero venire a contatto durante la produzione. Il progetto è rivolto anche ai fruitori di cibo halal, in attesa di un'app a loro dedicata; questo perché la normativa ebraica sul cibo è la più restrittiva e la quasi totalità delle norme islamiche sono ricomprese dalla kasherut; infine sarà utile a vegani o vegetariani per sapere in quali cibi sono assenti carne e latte (mescolanza vietata dalla kasherut).

(ItaliaOggi, 21 settembre 2016)


Dalle scuole ai giocattoli, così la Svezia combatte la "guerra del gender"

Asili in cui il sesso dei bimbi è abolito, pubblicità e videogiochi "senza genere", film sotto sorveglianza ideologica. L'inferno dell'uguaglianza si trova sulle rive del Baltico. Così la Svezia edifica una mostruosa società di bimbi "gender free".

di Giulio Meotti

ROMA - Negli anni Settanta, il più noto psichiatra svedese, Hans Lohman, descrisse il suo paese come una "terribile società", a causa di una sorta di "freddo" in cui il conformismo diventa necessità in "una società che odia l'infanzia". Lohman rimase ovviamente inascoltato. E la Svezia sarebbe assurta alle cronache come "la società di maggior successo che il mondo abbia mai conosciuto" (copyright The Guardian). Una società benigna, ammirevole, razionalista, industrializzata, basata sul consenso, sulla compassione onnicomprensiva, splendente, il faro dello stato sociale e dei cittadini privilegiati sistemati tranquillamente in una civiltà areligiosa, il "campione mondiale del benessere", il laboratorio della giustizia e della fiduciosa evoluzione, la confortevole contrada, la "via di mezzo" ammirata da François Hollande e Barack Obama. Come non invidiare un sistema imperniato sulla difesa dei più deboli e sulla correzione delle ingiustizie del destino, oltre che sulla radicale trasformazione dell'idea di famiglia? Se ci si chiede: "Cos'è importante in Svezia?". La risposta è catechistica: "Come si risolve il problema sociale". E' un modello di solerzia didattica. Una sorta di grande compagnia d'assicurazione dove il razionalismo sessuale è spinto all'integralismo, dove la parità dei sessi è assoluta, anche nell'iniziativa amorosa, e l'uso della pillola si impara a scuola. Quando questa rivoluzione prese il via, fuono pensati anche residence con servizi integrati per la comunità e non per la singola cellula-famiglia, in modo "da liberare la donna dall'obbligo del ruolo materno". Sulle rive del Baltico, l'adulterio cessò di essere una colpa e la gelosia venne addirittura considerata un sentimento riprovevole. La chiamarono "malattia nera". Ma questo grande anonimato culturale svedese, un sistema che cerca di modellare e uniformare, ha un volto oscuro che nell'ultimo mese ha mostrato i suoi artigli: l'inferno dell'autonomia. "L'Arabia Saudita del femminismo", come l'ha definita Julian Assange. Alla fine del 1980, il governo socialdemocratico di Ingvar Carlsson presentò un disegno di legge "per la parità di genere assoluta", con l'obiettivo di femminilizzare la metà dei membri dei consigli di amministrazione. Allora la percentuale era solo del 28 per cento, ma era già un record mondiale. Nei giorni scorsi, per la prima volta nella storia, in Svezia la percentuale di donne nei consigli di amministrazione di enti governativi è stata del 51 per cento. La Svezia ora si appresta a lanciare una nuova agenzia governativa dedicata a realizzare una "società basata sull'uguaglianza di genere". E per raggiungere questo obiettivo, Stoccolma ha dichiarato la "Könskriget", la guerra di genere. Si cominciò un anno fa dal linguaggio. Tre lettere, "hen": alternativa al pronome maschile "han" (lui) e femminile "hon" (lei). Così l'Accademia svedese decise di inserire il termine nel dizionario per indicare coloro che non si sentono né maschi né femmine. Alcuni giorni fa, il servizio pubblico televisivo svedese Svt, l'equivalente svedese di Bbc o Pbs, ha annunciato che varerà programmi per bambini che promuovano "un buon equilibrio tra i sessi", e ha quindi deciso di cambiare il sesso di diversi beniamini dei bambini. Così Jett, il protagonista di "Super Wings", ha scoperto il suo lato femminile nella versione svedese. E Ted, il camion di "Trucktown", in Svezia si è femminilizzato in Linn. Le case editrici svedesi, come la Olika, stanno sfornando intanto fiabe e libri "gender free". Come "Joanna l'inventore", una ragazza curiosa che ama inventare cose da maschi, o "I vestiti di Konrad", che parla di un ragazzo che ama indossare abiti femminili e giocare con le ragazze.
  In Svezia, per promuovere la "guerra del gender", sono stati creati pure asili, come "Egalia", in cui i bambini non hanno sesso, in cui maschi e femmine sono chiamati con il pronome "hen", in cui anche i giochi devono essere considerati neutri e vicino a una cucina in miniatura ci sono pistole o aeroplani e le bambole "dormono" accanto ai robot e i bambini sono liberi di scegliere con cosa giocare. Il progetto ha avuto inizio nel 1998, quando un emendamento alla legge sull'istruzione della Svezia prevedeva che tutte le scuole dovessero "lavorare contro gli stereotipi di genere". Di conseguenza, Lotta Rajalin, a capo di cinque scuole dell'infanzia statali per i bambini di età compresa tra uno e sei anni, nell'ultimo anno ha introdotto politiche di genere neutre nei suoi asili. Dai giocattoli, come automobili e bambole, agli spogliatoi, tutto è mescolato, per favorire "una maggiore interazione tra i ragazzi e le ragazze". Alle superiori, tutte le ragazzine svedesi di sedici anni ricevono una copia del libro "Dobbiamo essere tutte femministe" di Chimamanda Ngozi Adichie, pubblicato con il finanziamento della lobby femminista.
  La guerra al gender è entrata anche nelle sale cinematografiche. I cinema in Svezia hanno introdotto un nuovo rating per evidenziare "pregiudizi di genere", o meglio l'assenza di esso. Per ottenere la tripla A, un film deve passare il cosiddetto "Test Bechdel", il che significa che deve sottostare ad alcune regole: almeno due donne tra gli attori principali; che le due parlino tra loro; che gli argomenti di cui discutono siano diversi da considerazioni sul proprio compagno o che abbiano a che fare solo col sesso maschile. "L'intera trilogia del Signore degli Anelli, tutti i film di 'Star Wars', 'The Social Network', 'Pulp Fiction' e 'Harry Potter' non superano questa prova", ha detto Ellen Tejle, il direttore di Bio Rio, un cinema d'essai nel quartiere Si:idermalm di Stoccolma e uno dei quattro cinema che hanno per primi lanciato il nuovo rating. Lo Swedish Film Institute, finanziato dal generosissimo welfare svedese, sostiene l'iniziativa, che sta cominciando a prendere piede.
  La guerra alla differenza investe anche le Forze armate svedesi, che si sono viste sommergere le caserme di un "manuale di genere". Ma l'utopia a trasformarsi in distopia ci mette poco. Così sempre più giovani svedesi sono confusi con il loro "genere" e cercano assistenza sanitaria. La psichiatra infantile Louise Frisén, dell'Ospedale Astrid Lindgren per i Bambini, ha visto un incremento annuo del cento per cento nei bambini e negli adolescenti che non sono sicuri del loro genere e alla ricerca di assistenza medica.
  Di recente, la Svezia ha imposto pure i "giocattoli neutri". Toytop, la multinazionale che detiene la Toys "R" Us svedese, era stata tacciata di "discriminazione di genere" e invitata a cambiare strategia. Per questo, nei nuovi cataloghi ci sono bambini che allattano bambolotti e bambine che sparano, bimbi e bimbe che giocano assieme con le batterie da cucina Happy House, mentre sono i maschi che fanno il "figaro" in erba asciugando i capelli a ragazzine che si ammirano allo specchio.
  L'agenzia governativa svedese per i sistemi innovativi, Vinnova, ha sviluppato anche un sistema di rating che mette in guardia gli utenti circa "la misoginia nei videogiochi". L'agenzia lavora con gli sviluppatori di videogiochi per determinare come ritraggono le donne. Il responsabile del progetto per Dataspelsbranschn, Anton Albiin, ha detto che il governo potrebbe imporre anche una certificazione speciale per le aziende che nei giochi promuovono l'uguaglianza.
  Basta pure con gli "stereotipi sessisti" in pubblicità, come da ordini del Consiglio etico che in Svezia veglia su manifesti e spot di tutte le aziende. Al centro delle polemiche una pubblicità della Lego dove si vede una bambina che gioca in una cameretta rosa, con i pony, mentre un bambino è attorniato da camion dei pompieri e altri giocattoli "virili". Incoraggiate dallo stato svedese, alcune coppie hanno iniziato ad allevare i figli "senza genere". Il primo è stato "Pop", un bimbo che oggi ha nove anni, ma non si può dire se è un bambino o una bambina, perché nessuno ne conosce il sesso, tranne i suoi genitori, ben decisi a non svelare il segreto al resto del mondo. In una intervista allo Svenska Dagbladet, i genitori hanno dichiarato: "Vogliamo che Pop cresca liberamente e non debba adattarsi a un modello di genere specifico". La madre dice che Pop per lei non è un maschio o una femmina, "è solo Pop".
  Un inferno ben ritratto nel nuovo documentario di Erik Gandini e dal titolo "La teoria svedese dell'amore" (nelle sale italiane dal 22 settembre). Il film nasce da un manifesto politico nel 1972 del governo di Olof Palme: "La famiglia del futuro". Gli individui devono pienamente autodeterminarsi. Per far questo si deve eliminare la dipendenza reciproca: tutte le scelte devono essere svincolate dalle relazioni umane e familiari. I figli dai genitori e viceversa, le mogli dai mariti. Il risultato è che la Svezia ha oggi il record mondiale di persone che vivono sole e di anziani che muoiono soli, dimenticati da tutti. E' la "terribile società" intuita da Lohman, quella in cui le donne parlano con gli alberi facendo jogging e fabbricano i figli con la fecondazione artificiale grazie a donatori di sperma che "augurano a tutti una vita felice".

(Il Foglio, 21 settembre 2016)


Fiorentina, occhi in Israele: piace Ben Haim del Maccabi Tel Aviv

La Fiorentina guarda in Israele per rinforzare il proprio attacco, secondo quanto riportato da Gazzamercato.it. Il club gigliato sarebbe infatti sulle tracce di Tal Ben Haim, attaccante classe '89 del Maccabi Tel Aviv che ha segnato a Buffon nella recente sfida fra Italia e Israele.

(TUTTO mercato WEB, 20 settembre 2016)


Donazione di sangue, Italia e Israele unite

Lunedì 19 settembre, presso la propria sede a Pianezza, Avis Piemonte ha ospitato una delegazione di donatori di sangue del MDA (Magen David Adom) per rinnovare il trattato di amicizia siglato tra le due realtà associative lo scorso febbraio a Tel Aviv.Un gemellaggio internazionale particolarmente significativo per Avis Piemonte in quanto MDA è l'unica associazione israeliana ad occuparsi di donazione di sangue e ad operare non solo in Israele, ma anche nei Territori Palestinesi. La collaborazione, nell'intento di salvare più vite possibile e, in particolare, di favorire le fasce più vulnerabili e bisognose di aiuto, si pone l'obiettivo di sviluppare alcuni importanti progetti tra cui: migliorare la sicurezza e la qualità della donazione di sangue; affrontare la questione riguardante le epidemie mondiali, soprattutto nelle zone dove si concentrano i viaggi delle persone; conservare il quantitativo di sangue in base al tipo; garantire le unità di sangue e i suoi componenti durante qualsiasi tipo di emergenza; migliorare i servizi al cliente anche usando i social media.

(pagina.to.it, 20 settembre 2016)


La voglia Kosher cresce nel gusto dei foodie. I ristoranti di pesce scalzano la cucina gourmet

Confrontate da Quandoo le preferenze e le abitudini degli italiani in fatto di ristorazione con la tradizione gastronomica tricolore prima nelle preferenze. Cresce l'asiatica, in calo la "latina".

ROMA - Cresce nel gusto dei foodie la preferenza per la cucina Kosher anche se la tradizione gastronomica italiana continua ad essere vincente mantenendo ben stretto lo scettro di regina. Insomma pizza e risotto tengono a bada l'aumento di popolarità della Kosher che si piazza alle spalle della tricolore nella classifica di Quandoo, servizio online di prenotazione ristoranti che ha messo a confronto le preferenze e abitudini degli italiani in fatto di ristorazione analizzando i dati relativi alle prenotazioni effettuate tramite l'app e il portale nei periodi che vanno da ottobre 2015 a marzo 2016 da un lato, da aprile ad agosto di quest'anno. In particolare dalla top10 dei ristoranti più prenotati nel 2016 si rileva che i ristoranti di pesce scalzano dal podio la cucina gourmet, che scivola al quarto posto, mentre la Kosher sale di un posto rispetto a dodici mesi fa. Si nota nota inoltre come i sapori dell'estremo oriente si stiano imponendo sempre più sulle tavole degli italiani, a discapito della cucina "latina": rispetto al 2015, infatti, non trovano più spazio nella Top 10 i ristoranti messicani, mentre i locali che propongono specialità giapponesi vengono affiancati dalla new entry dell'anno, ossia la più ampia categoria dei ristoranti asiatici.

(Agro Alimentare News, 20 settembre 2016)


Caccia israeliani abbattono un drone lanciato dalla Striscia di Gaza

GERUSALEMME - Un caccia dell'aviazione israeliana ha abbattuto un drone lanciato dal movimento islamista palestinese Hamas sulla zona costiera della Striscia di Gaza, poco dopo l'una di questa notte. Lo riferisce il portavoce delle Forze di Difesa israeliane (Idf), precisando che il velivolo a pilotaggio remoto è stato monitorato sin dal decollo, senza entrare nello spazio aereo di Israele. "Le Idf non permetteranno alcuna violazione del proprio spazio aereo ed agirà con determinazione contro ogni azione di questo tipo", si legge nella nota ufficiale dell'esercito israeliano. Al momento non è chiaro se il drone fosse stato lanciato da Hamas in un'operazione sperimentale andata male, secondo quanto riferisce il quotidiano israeliano "Jerusalem Post".

(Agenzia Nova, 20 settembre 2016)


Israele: Lente a contatto che cura l'edema corneale

La Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha recentemente approvato una lente a contatto sviluppata in Israele e usata per il trattamento dell'edema corneale, una patologia oculare dolorosa che comporta un aumento di contenuto prevalentemente acquoso all'interno della cornea, comunemente causata da un intervento chirurgico agli occhi, traumi, invecchiamento o difetti genetici. L'edema provoca nella cornea una perdita della sua trasparenza, influenzando così la visione e portando a cicatrici irreversibili.
La lente a contatto monouso Hyper CL, della startup israeliana EyeYon Medical allevia il dolore estraendo i fluidi mediante osmosi e levigando la superficie della cornea, migliorando così la visione e mantenendo la superficie dell'occhio coperta per proteggerla dalle infezioni.

 Il CEO Nahum Ferera, sottolinea:
  Oggi solo circa il cinque per cento dei farmaci per il trattamento dell'occhio in realtà raggiunge il suo obiettivo. Le nostre lenti a contatto consentono somministrare il farmaco direttamente nell'occhio per un periodo più lungo.
Prima di Hyper CL, non c'era un modo efficace per alleviare i sintomi di questa condizione - che può essere curata solo con una trapianto di cornea da un donatore deceduto.
Come è noto, in tutto il mondo l'attesa per un trapianto è molto lunga e nel frattempo, i pazienti non vedono bene e soffrono di dolori severi. La lente Hyper CL nasce nel 2013, dopo intensi studi clinici effettuati su pazienti presso il Kaplan Medical Center di Rehovot.
EyeYon prevede di commercializzare le sue lenti, che hanno un prezzo di 50 dollari ciascuna, negli Stati Uniti a partire dal 2017.

(SiliconWadi, 20 settembre 2016)


L'Occidente rivaluti l'Israele «resiliente»

Terrore ogni giorno a ogni angolo. Il calvario di Israele ora è di tutti.

di Fiamma Nirenstein

Tre attentati in due giorni sono davvero tanti, le bombe nello zaino vicino alla stazione di Elizabeth, l'esplosione del Seaside Park nel New Jersey, e nel quartiere di Chelsea, a Manhattan. L'ultima scoperta ha bloccato la strada per l'aeroporto di Newark, ha messo in difficoltà i passeggeri dei treni Amtrak, ha gettato il Paese in quel senso di deja vu che assomiglia alla sconfitta. Così è la sindrome che investe ogni società sconvolta dal terrorismo: esso vuole sorprendere le sue vittime, confonderle, creare una crisi di fiducia. Gli Usa dall'11 di settembre ad ogni attacco vivono con lo choc una regale sensazione di oltraggio, da cui la crisi isterica simile all'assedio in casa per lunghissime ore di tutti i cittadini di Boston, asserragliati mentre la polizia continuava la sua caccia ai terroristi.
   Anche in Europa ogni attacco porta le vittime nel caos del traffico e delle menti, come è successo a Parigi. Ma Israele dimostra che è possibile mantenere stabilità e forza nello scontro. Si chiama «resilience» (elasticità, capacità di recupero, ma anche resistenza) ed è stata costruita sin da prima della fondazione dello Stato d'Israele, da quando lo Stato Ebraico è diventato la provetta in cui si sperimenta tutto, il sequestro, il rapimento, l'eccidio di massa, il terrorismo suicida, i lupi solitari, l' estremismo islamico, l'odio razzista travestito da nazionalismo palestinese. La Seconda Intifada ha fatto più di mille morti. Nel 2015 sono stati registrati 2563 attacchi, e nei primi sei mesi del 2016, 1030. In questo ultimo week end e fino a lunedì ci sono stati 7 attacchi, con accoltellamenti, veicoli, bombe molotov e pietre contro auto in corsa.
   Eppure la società è quieta, niente chiude, nessuno si lamenta, i caffè, le scuole, l'economia procedono secondo la routine. Nonostante un incredibile 44,4 per cento degli israeliani sia stato sottoposto nella Seconda Intifada a un contatto diretto col terrore, l'israeliano è tranquillo, per il 76%, dice che sa «che cosa dovrebbe fare se gli capita una situazione di terrorismo», il 13% in meno di due anni fa sente il pericolo, e solo il 28% si sente depresso contro il 58% di due anni fa; e soprattutto il 78% «è sicuro che ci sarà sempre qualcuno che correrà in suo aiuto se sarà in difficoltà»: tiene alla sua vita e alla vita degli altri in maniera irrinunciabile, 1'80% sostiene la barriera di difesa che di fatto ha fatto diminuire drammaticamente gli attacchi suicidi. Il cittadino sa identificare il nemico, lo persegue, reagisce. Fida nelle forze dell'ordine dispiegate strategicamente e molto «profiling». Il cittadino è lui stesso un combattente, per gli altri prima che per sé: come Yshai Montgomery, di 26 anni, che suonava l'8 marzo sulla spiaggia di Te! A viv, e quando ha visto un terrorista che colpiva col coltello gli ha tirato in testa la chitarra dopo averlo inseguito; come Yonathan Azariah, che già ferito si è sfilato il coltello dal collo, e ha infilzato l'attentatore; come Herzl Biton che, poiché un accoltellatore feriva i passeggeri dell'autobus di linea di cui era l'autista ha dato una frenata, l'ha afferrato e spruzzato di spray al pepe, l'ha buttato di sotto e inseguito: poi ferito gravemente è finito ali' ospedale; come Klein che dopo che al bar, l'8 giugno, i terroristi avevano ucciso quattro persone, ha tirato loro una seggiola fermandone uno.
   L'israeliano è allenato da tre anni di servizio militare, si sente tranquillo perché sa cosa fare e sa che chi è vicino è come lui. Ci sono molti servizi volontari allenati dalla polizia, ne fanno parte 70mila persone di cui il 28 per cento donne, possono fermare e persino arrestare. Tutti si guardano intorno e dietro, non si addensano alle fermate degli autobus, chiamano la polizia se vedono una persona o un oggetto sospetto. Solo fra il due e il tre per cento della popolazione è armata, tutti sopra i 21 anni, tutti verificati quanto a condizioni psichiche e fisiche, vagliati dal Ministero degli Interni. Le leggi contro il terrorismo sono dure, si va dalla detenzione preventiva fino alla distruzione della casa dei terroristi, e il coprifuoco si applica in zone pericolose. Ma ogni legge è discussa a fondo: e chi spara senza bisogno viene processato succede proprio in questi giorni persino a un soldato che ha sparato a un terrorista a terra. Israele è un romanzo che non tutti sanno leggere, ma la necessità di capirlo sta diventando sempre maggiore per tutto il mondo.

(il Giornale, 20 settembre 2016)


Dentro la testa di Putin

Parla Michel Eltchaninoff studioso del Cremlino: ''Per lui, l'occidente cadrà dopo la fase di 'complessità fiorente'. Così ha lanciato un'offensiva conservatrice ai russi e agli europei".

di Giulio Meotti

«Putin ha seguito l'opposizio- ne alle nozze gay in Francia, il caos sull'immigrazione e la ri- volta contro lo spirito del '68» «Ha lasciato intendere persino che la chiesa ortodossa russa sia più vicina all'islam che a un modernista occidentale» «Gli europei occidentali sono visti come consumatori senza cervello e superficiali che non hanno più grandi ideali»

La settimana scorsa il New York Times ha raccontato l'operazione finanziaria e culturale che ha portato il presidente russo, Vladimir Putin, fresco di una nuova conferma elettorale alla Duma, a mettere gli occhi e le mani su una chiesa nel cuore di Parigi. Si tratta di "Mosca sulla Senna", la grande cattedrale ortodossa che sorgerà vicino alla Torre Eiffel, nel Quai Branly, "Questa chiesa è un avamposto dell'altra Europa, conservatrice e antimoderna, nel cuore del paese del libertinismo e del secolarismo", ha detto al New York Times Michel Eltchaninoff, studioso francese e autore del libro "Dans la tète de Vladimir Poutine", sul pensiero del presidente russo.
Redattore capo di Philosophie Magazine e autore di saggi su Dostoevskij, Eltchaninoff adesso è a colloquio con il Foglio per capire la "rivoluzione conservatrice" del presidente russo, che si basa sulla rinascita della cultura ortodossa isolata per secoli dalla civiltà europea e non scalfita dal soffio del Rinascimento e dell'Illuminismo.
  Ne sono appena state vittime Pornhub e YouPorn, i più grandi siti pornografici al mondo, appena bloccati in Russia da una legge di Putin contro la pornografia. "Se diamo a voi ragazzi un abbonamento premium, ci toglierete il blocco in Russia?", avevano domandato i dirigenti di YouPorn al Roskomnadzor, il servizio federale per la supervisione delle comunicazioni russo. "Ci spiace, non siamo sul mercato e la demografia non è un bene di scambio", è stata la risposta del servizio federale.
  "Al fine di stabilire la sua autorità sulla società russa, Putin, soprattutto dal 2013, ha plasmato una dottrina destinata a mobilitare l'intera società russa contro un occidente percepito come decadente", dice Michel Eltchaninoff al Foglio. "Il Cremlino ha seguito da vicino il movimento di opposizione al 'matrimonio per tutti' in Francia e ha osservato le tensioni nell'Unione europea, con le crescenti preoccupazioni in materia di immigrazione non europea. Ha seguito la rivolta di molti intellettuali europei contro lo 'spirito del '68' responsabile dei problemi attuali. Putin ha lanciato una offensiva conservatrice rivolta sia ai russi sia agli europei. Contro il presunto 'politically correct' occidentale, il presidente russo 'chiama le cose con il loro nome', a malapena nasconde la propria omofobia e il disprezzo contro la 'debolezza' occidentale. Contro la presunta amnesia europea rispetto al suo passato, Putin ha difeso le radici cristiane dell'Europa. Contro lo spirito modernista, Putin riafferma i valori tradizionali della famiglia, il patriottismo, l'obbedienza alla gerarchia. Con la costruzione di una immagine in gran parte fantastica di un'Europa dominata da minoranze attive ed entrata in decadenza, Putin offre il modello russo di stabilità politica e il conservatorismo sociale e morale. Da quando è tornato alla presidenza nel 2012, Putin ha detto che molti dei paesi euro-atlantici rigettano le loro radici, tra cui i valori cristiani che costituiscono la base della civiltà occidentale, lamentandosi del fatto che, secondo lui, per citare un suo discorso a Novgorod, questi paesi 'stanno negando i princìpi morali e le identità nazionali, culturali, religiose e anche sessuali. Essi stanno attuando politiche che equiparano le famiglie a partner dello stesso sesso, la fede in Dio con la fede in Satana. La gente in molti paesi europei è in imbarazzo o ha paura di parlare delle proprie affiliazioni religiose. In opposizione al relativismo, al declino culturale, all'invasione di Internet, alla correttezza politica, all'amnesia, al masochismo democratico e alla debolezza di fronte delle minoranze, Vladimir Putin promuove una educazione morale basata sui valori cristiani, una cultura classica e libresca, il patriottismo, il militarismo e la rispetto della gerarchia. Secondo lui, in sostanza, l'Europa è entrata in una fase di decadenza, mentre la Russia è in una fase ascendente della sua storia".
  Una delle più suggestive personalità della Russia del secolo scorso, Konstantin Leont'ev, il "Nietzsche russo" nonché autore di riferimento di Putin, osservava che Bisanzio sopravvisse alla caduta dell'impero romano d'occidente per mille anni. "Quasi tutti gli scrittori occidentali ebbero e mostrarono a lungo predilezione o per il repubblicanesimo, o per il feudalismo, o per il cattolicesimo e il protestantesimo", scriveva Leont'ev. "Perciò Bisanzio, autocratica, ortodossa e per nulla feudale, non poteva ispirare loro la minima simpatia". Caduta Roma nel 476, la "seconda Roma", Bisanzio, estese di diritto, nel nome di Dio, la sua insindacabile sovranità su tutti i popoli. L'impero bizantino conobbe nei secoli espansioni e ripiegamenti: il suo asse si spostò dal Mediterraneo all'Eurasia, e divenne un impero soltanto greco, che si restrinse alla città di Costantinopoli e al Peloponneso. La Russia di Putin oggi si immagina come la "terza Roma".
  "Putin si basa sul modello pseudo-scientifico di Konstantin Leont'ev, e su uno dei concetti più famosi di cui Vladimir Putin è appassionato: quello della 'complessità fiorente'. Secondo il filosofo russo, che aveva una posizione anti-europea e anti-borghese, ogni civiltà, dopo un periodo di semplicità originale, raggiunge il suo apice in un'epoca di fiorente complessità, per poi diminuire in un periodo di semplificazione e confusione. Per Leont'ev, sempre a partire dal Rinascimento, l'Europa ha cessato di far nascere santi e geni, e ha generato solo ingegneri, parlamentari, professori. Ha reso tutto uniforme, attraverso la sua modalità di sviluppo e il suo conformismo. Ma è anche confuso. I suoi abitanti sono persi, non sanno più come dare senso alla loro vita. Essi si dimostrano incapaci di percepire un principio superiore ispiratore. Ma per lo stesso Putin, la 'complessità fiorente' può essere possibile solo sotto la direzione attenta di uno stato che mobilita e unifica forze potenti".
  Come fa la Russia a configurarsi come alternativa al liberalismo dopo la caduta del comunismo? "In Russia, 'liberale' è usato in senso peggiorativo, nei media ufficiali, per designare l'opposizione all'autoritarismo del Cremlino", dice Eltchaninoff al Foglio. "Putin ha anche usato il termine esplicito 'quinta colonna' per mettere sotto accusa i seguaci politici della democrazia occidentale. Boris Nemtsov, assassinato nel febbraio 2015, era nella lista di quelli considerati 'nemici della Russia'. Per capire come la Russia di Putin sia diventata un'alternativa alla democrazia occidentale 'liberale', dobbiamo tornare alla lotta, che non è mai cessata, anche durante il periodo sovietico, tra un 'partito russo' contrario all'occidente e un movimento più aperto a Europa e Stati Uniti. Gli slavofili sovietici e post-sovietici ritenevano che lo sviluppo della Russia dovesse seguire un percorso specifico".
  Nel 1941, Stalin riuscì a eliminare la chiesa come istituzione pubblica. Ogni monastero e seminario venne chiuso. Con la caduta del comunismo, la chiesa ha iniziato a ricostruire la sua vita istituzionale devastata.
La chiesa ortodossa russa, sottoposta al potere durante il periodo sovietico ufficialmente ateo, ha sperimentato una ripresa impressionante dalla Perestroika. Le cerimonie del millesimo anniversario del 'Battesimo della Russia' nel 1988 sono state accompagnate da una riscoperta religiosa dei giovani.
Il numero delle parrocchie è cresciuto dalle settemila di vent'anni fa alle trentamila di oggi. La Russia di Putin sta tornando al vecchio concetto bizantino di "symphonia", un approccio in cui chiesa e stato collaborano. "La chiesa ortodossa russa, sottoposta al potere durante il periodo sovietico ufficialmente ateo, ha sperimentato una ripresa impressionante dalla Perestroika. Le cerimonie del millesimo anniversario del 'Battesimo della Russia' nel 1988 sono state accompagnate da una riscoperta religiosa dei giovani. Negli anni Duemila, il Patriarcato di Mosca poteva considerarsi la vera autorità morale del paese. Ma l'irrigidimento del Cremlino nel 2004, e la concentrazione del potere nelle mani di Putin, ha cambiato questo. Oggi, il Patriarcato di Mosca professa la dottrina ufficiale dello stato russo. Mentre la chiesa ortodossa esprime una teologia mistica, il patriarcato è diventato un ausiliario del putinismo".
  Da Dostoevskij a Solzenitsyn, c'è una lunga tradizione russa di conservatorismo. Nei "Fratelli Karamazov", Dostoevskij fa negare proprio a Ivan Karamazov, l'intellettuale rivoluzionario e laico, il principio della separazione fra stato e chiesa. "Oggi il ritorno al conservatorismo in Russia è in gran parte funzionale", ci dice Eltchaninoff. "I grandi pensatori e scrittori citati da Vladimir Putin durante i suoi discorsi sono usati per fini ideologici. Dostoevskij è un pubblicista anti-occidentale nel suo 'Diario di uno scrittore' e il primo romanziere russo del caos della modernità. Putin cita anche Nicolas Berdjaev. Il conservatorismo attuale eredita parte di una tradizione intellettuale russa. Ma è più lo sfondo ideologico a una politica anti-occidentale".
  Quali sono oggi i rapporti fra la Russia e l'islam? "L'islam in Russia è endogeno dall'occupazione del paese da parte dei Mongoli del XIII secolo. I musulmani in Russia sono ben radicati. L'islam è ufficialmente considerato una 'religione tradizionale' russa (a differenza del cattolicesimo). Putin ama così vantare un 'islam russo'. Egli suggerisce che spesso la chiesa ortodossa è più vicina nei suoi valori - sottomissione a Dio, obbedienza all'autorità, etica tradizionale, anti-consumismo e anti-decadenza - a un musulmano che a un modernista occidentale. Ricordiamo la grande manifestazione anti-Charlie Hebdo organizzata dal presidente ceceno Kadyrov in accordo con Putin dopo gli attacchi di Parigi. Tuttavia, Putin condanna con forza l'islamismo che equivale sistematicamente al wahabismo venuto dall'Arabia Saudita. Qualsiasi manifestazione islamica che si oppone a Mosca (ad esempio, tra i ribelli ceceni) è trattata come un prodotto estero pericoloso. Quindi per il Cremlino c'è un 'buon islam', nazionale, conservatore e fedele a Mosca, e un 'cattivo islam' che viene dall'estero".
  Lei ha scritto che il punto di svolta per Putin è stato il massacro di Beslan, la scuola in Ossezia presa in ostaggio dai terroristi islamici. "Nel 2004, la cristallizzazione conservatrice di Putin avviene dopo la tragedia di Beslan", prosegue Eltchaninoff al Foglio. "Putin è un erede del sovietismo. Trascorse i primi quaranta anni della sua vita in Unione Sovietica. Questo lo ha portato a essere fortemente influenzato da certi valori, il patriottismo, il militarismo, il complesso di superiorità di una grande potenza. Ha servito nel corpo d'élite della nazione: il Kgb, che divenne l'Fsb dopo il 1991. Tuttavia, Putin non ha mai creduto al modello comunista di economia di stato o di società senza classi. Egli quindi non intendeva, quando è salito al potere nel 1999, riabilitare il sovietismo. Durante il suo primo mandato presidenziale, dal 2000 al 2004, Putin ha adottato una posizione liberale. Gli piaceva citare Immanuel Kant, e dire che la Russia era parte dell'Europa. Voleva che la Russia vivesse secondo gli 'standard' occidentali. Si era presentato come il leader che avrebbe riportato la stabilità e la prosperità, anche a livello nazionale, e ripristinare il prestigio perduto della Russia a livello internazionale. Dal 2004, una serie di eventi ha iniziato a incidere su questo discorso di modernizzazione friendly. Si convinse che la Russia era il bersaglio di una ostilità attiva per conto dell'occidente. I ceceni separatisti a Beslan presero in ostaggio la scuola in una piccola città del Caucaso russo. Dopo un intervento delle forze speciali russe condotto in modo violento e caotico, 344 persone morirono, tra cui 186 bambini. Due settimane dopo, Putin fece un discorso molto conservatore. In primo luogo, Putin invitò le religioni a combattere l'estremismo. Poi Putin fece della chiesa ortodossa russa
Putin ha intensificato alcune tendenze già visibili nei suoi primi due mandati: il conservatorismo aperto di fronte a un mondo occidentale decadente che recide le sue radici cristiane; l'affermazione di una specificità russa che deve essere difesa a tutti i costi contro l'ostilità dell'occidente; l'accelera- zione del progetto di un'Unione eurasiatica.
il suo alleato per 'moralizzare' il popolo. Questo ha segnato un primo spostamento verso il conservatorismo. Dopo il periodo di presidenza Medvedev (2008- 2012), Vladimir Putin ha intensificato alcune tendenze che erano già visibili nei suoi primi due mandati: il conservatorismo aperto di fronte a un mondo occidentale che ha percepito come decadente e che recideva le sue radici cristiane; l'affermazione di una specificità russa che doveva essere difesa a tutti i costi contro l'ostilità dell'occidente; l'accelerazione del progetto di un'Unione eurasiatica. La profonda convinzione di Putin è infatti, come egli ammetterà anni dopo, che 'l'uomo non può vivere senza i valori morali'. Dal 2005 a dicembre 2014, Putin ha fatto regolarmente riferimento a Ivan Ilyin (1883-1954), un filosofo russo emigrato in Europa, violentemente anticomunista e antidemocratico. E' appassionato di Lev Gumilev (1912-1992), che ha difeso le teorie eurasiatiche durante il periodo sovietico. Il risultato è un'ideologia multiforme, i cui fili comuni sono l'idea di impero e l'ostilità verso l'occidente. In termini teorici, Putin ha alternato l'esaltazione della russicità ortodossa del paese e la celebrazione della sua essenza multi-etnica e multi-confessionale. Loda l'armonia che regna tra le popolazioni ortodosse del paese e i suoi quindici milioni di musulmani. I teorici dell'Eurasiatismo sostengono che ci sia un 'terzo continente' tra l'Europa e l'Asia, una Eurasia che è un'unità coerente, in termini di clima, vegetazione, lingue e geografia, e che riunisce ortodossi, slavi, musulmani e buddisti. Tuttavia, secondo il presidente russo, questa diversità interna può prosperare solo nel quadro di un forte stato. In queste condizioni, la Russia può anche essere un modello per il mondo. Come diceva Putin già nel 2003, 'la Russia, come un paese eurasiatico, è un esempio unico di dialogo tra le civiltà culturali'. Putin e alcuni dei suoi più stretti consiglieri ritengono che l'Europa occidentale sia un fallimento. Secondo loro, gli stati europei sono aperti a tutte le migrazioni e non sono in grado di opporre resistenza al veleno dell'islamismo, o quello che vedono come un invasione musulmana. Per quanto riguarda i loro cittadini, sono visti come consumatori senza cervello e superficiali che hanno perso il loro senso di patriottismo e di aspirazione a grandi ideali".
  Chi consiglia più spesso Putin? "A parte i consiglieri che scrivono i suoi discorsi, Putin ha un paio di persone del suo entourage che potrebbe rivendicare il titolo di ideologi. Uno è Vladimir Yakunin. Ha conseguito un dottorato in Scienze politiche, è il presidente della società Ferrovie Russe, è molto vicino al presidente, e organizza convegni intellettuali sul tema del 'dialogo delle civiltà'. Coltiva un'immagine estremamente religiosa, e va a Gerusalemme ogni anno per il servizio di Pasqua, al fine di riportare la fiamma del 'fuoco sacro'. Finanzia e organizza 'tour' di reliquie in Russia. Guida una rinascita religiosa e morale in Russia. Infine, mentre non sono i politici, altri due uomini influenzano il pensiero del presidente russo. Nikita Mikhalkov, il regista, ha incarnato il rinnovamento di una 'Russia bianca' in seguito alla caduta del comunismo. Putin poi ha presumibilmente un confessore, padre Tichon Shevkunov".
  Continua Eltchaninoff: "Putin ha cercato di risvegliare due emozioni nei suoi concittadini: l'orgoglio in un ritorno alla grande Russia che può annettere la Crimea a dispetto del diritto internazionale; e la sensazione di vivere in una fortezza assediata". Una riscossa che, secondo i piani del Cremlino, passa anche da una cattedrale nel cuore di Parigi. Ribattezzata, dall'ex ministro della Cultura francese Frederic Mitterrand, "San Vladimir". Al culmine della Guerra fredda, gli americani erano soliti chiamare l'Unione Sovietica "l'impero ateo" che sarebbe crollato perché aveva eliminato la religione. Dopo vent'anni di putinismo, è il Cremlino occupato da un ex ufficiale del Kgb e battezzato in gran segreto a lanciare la stessa accusa di ateismo all'occidente. Oggi la chiesa ortodossa russa ha persino un emissario per le relazioni con i cristiani americani, il vescovo Hilarion Alfeyev, che in un suo recente viaggio negli Stati Uniti ha anche incontrato l'ex presidente George W. Bush. E' questa, conclude Michel Eltchaninoff, la scommessa di Putin: "Far credere che la Russia sia oggi un polo anti-decadente e conservatore in Europa e nel mondo".

(Il Foglio, 20 settembre 2016)


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