I giorni dell'uomo sono come l'erba; egli fiorisce come il fiore del campo; se un vento gli passa sopra ei non è più, e il luogo dov'era non lo riconosce più. Ma la benignità dell'Eterno dura ab eterno e in eterno, sopra quelli che lo temono.
Salmo 103:15-17

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«Ora dunque, o Eterno, Dio d'Israele, si avveri la parola che hai detto al tuo servo Davide! Ma è proprio vero che Dio abita con gli uomini sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questo tempio che io ho costruito! Tuttavia, o Eterno, Dio mio, presta attenzione alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica; ascolta il grido e la preghiera che il tuo servo innalza davanti a te. I tuoi occhi siano rivolti giorno e notte verso questo tempio, verso il luogo di cui hai detto: "Lì sarà il mio nome!" Ascolta la preghiera che il tuo servo farà rivolto a questo luogo. Ascolta le suppliche del tuo servo e del tuo popolo Israele quando pregheranno rivolti a questo luogo. Ascolta dal luogo della tua dimora, dai cieli; ascolta e perdona.»
2 Cronache 6:17-21



























Israele: barriera sotterranea al confine con Gaza

L'esercito israeliano ha rivelato alcuni dettagli in merito a una barriera sotterranea, situata al confine con la Striscia di Gaza, che il Paese starebbe costruendo per impedire ai gruppi palestinesi di costruire tunnel utilizzati per colpire il territorio israeliano.
   Secondo quanto rivelato giovedì 18 gennaio dall'esercito israeliano, si tratterebbe di un muro vero e proprio, che si estenderebbe per 65 km, ovvero per tutta la lunghezza del confine con la Striscia di Gaza, e sarebbe dotato di sensori di movimento, progettati per rilevare lo scavo di gallerie. In superficie, in corrispondenza del muro sotterraneo, verrà costruita una recinzione, per impedire le infiltrazioni degli abitanti di Gaza nel territorio israeliano. La barriera dovrebbe essere completata entro i primi sei mesi del 2019.
   Il muro è costruito nel territorio israeliano, nell'area a nord del villaggio di Sderot e in quella di di Nahal Oz, nei pressi della Città di Gaza. In merito alla questione, si è espresso anche il portavoce dell'esercito israeliano, il tenente colonnello Jonathan Conricus, il quale ha dichiarato si tratterà della prima "barriera sotterranea completa".
   Tale progetto, del valore di 530 milioni di dollari, era stato approvato nel luglio 2016 dal Ministero della Difesa israeliano. Nonostante i lavori per la costruzione della barriera siano iniziati nel settembre 2016, i dettagli sono stati rivelati soltanto giovedì 18 gennaio, in seguito alla distruzione di un tunnel tra i due territori. Il 14 gennaio, l'esercito israeliano aveva reso noto di aver distrutto un tunnel che collegava la Striscia di Gaza a Israele e al confine con l'Egitto. Secondo quanto riferito dall'esercito israeliano, il tunnel sarebbe stato scavato dai gruppi palestinesi per colpire Israele.
   Precedentemente, il 30 ottobre 2017, l'esercito israeliano aveva fatto esplodere un tunnel che collegava la Striscia di Gaza a Israele, causando la morte di 7 palestinesi e il ferimento di altri 12. Israele temeva che il tunnel costituisse un passaggio per i militanti di Hamas intenzionati a colpire il Paese. In tale occasione, un portavoce dell'unità delle Forze di difesa israeliane, che si è occupata della distruzione del tunnel, aveva giustificato l'azione di Israele, affermando che il passaggio sotterraneo avrebbe costituito "una violazione grave della sovranità di Israele". In merito alla distruzione del tunnel, il portavoce aveva dichiarato che "l'organizzazione terroristica Hamas è responsabile per tutto ciò che succede nella Striscia di Gaza" e aveva aggiunto: "Le Forze di difesa israeliane continueranno ad adottare tutte le misure necessarie sopra e sotto il terreno per sventare i tentativi di colpire i cittadini di Israele e per mantenere l'area tranquilla".
   La localizzazione dei "tunnel terroristici" farebbe parte di una più ampia strategia di difesa, portata avanti dai militari israeliani dopo la fine dell'Operazione Colonna di Nuvola, la campagna militare israeliana iniziata il 14 novembre 2012 contro i militari di Hamas, in risposta al lancio di razzi dalla Striscia di Gaza verso il territorio israeliano. Si trattava della seconda imponente operazione militare lanciata da Israele contro Gaza dalla fine dell'operazione Piombo Fuso, iniziata 27 dicembre 2008 e conclusasi il 18 gennaio 2009, con l'intento dichiarato di colpire l'amministrazione di Hamas.

(Sicurezza Internazionale, 19 gennaio 2018)


«Una novità in Medio Oriente che si collega con la nuova relazione India-Israele»

NUOVA DELHI - Intervistato dal quotidiano indiano "Times Now", il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, ha ribadito alcuni concetti già espressi nel corso del suo viaggio in India sul rafforzamento della relazione bilaterale e ha parlato anche di temi mediorientali. Ha ripetuto che il recente voto di Nuova Delhi all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, in appoggio alla risoluzione di condanna del riconoscimento statunitense di Gerusalemme come capitale di Israele, non sminuisce la forza della partnership indo-israeliana: "C'è stato un cambiamento nei forum internazionali, ma ci vuole tempo. Sono sicuro che vedremo votazioni diverse su singole questioni, ma penso che sia più importante ciò che davvero è stato ottenuto nella storica visita in Israele del primo ministro Modi e nella mia qui".

(Agenzia Nova, 19 gennaio 2018)


«Gerusalemme di tutti». Il Pontefice scrive al Grande Imam

Lettera ad Al Azhar

Francesco interviene sul problema di Gerusalemme riconosciuta dagli Usa come capitale d'Israele in una lettera al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al Tayyib. «Solo uno speciale statuto internazionalmente garantito - scrive il Papa - potrà preservare l'identità, la vocazione unica di luogo di pace alla quale richiamano i Luoghi sacri, e il suo valore universale, permettendo un futuro di riconciliazione e di speranza per l'intera regione. È questa la sola aspirazione di chi si professa autenticamente credente e non si stanca di implorare con la preghiera un avvenire di fraternità per tutti». Da parte sua, la Santa Sede «non cesserà di richiamare con urgenza la necessità di una ripresa del dialogo tra israeliani e palestinesi per una soluzione negoziata, finalizzata alla pacifica coesistenza di due Stati all'interno dei confini tra loro concordati e internazionalmente riconosciuti, nel pieno rispetto della natura peculiare di Gerusalemme, il cui significato va oltre ogni considerazione circa le questioni territoriali».

(Corriere della Sera, 19 gennaio 2018)


*

A proposito di pontefici

Dall’Enciclopedia Treccani
    «Presso gli antichi Romani il termine individuava ciascuno dei membri del collegio a carattere giuridico-sacerdotale presieduto da un p. massimo. Il termine pontifex (da pons «ponte» e tema di facere «fare») inizialmente forse designava colui che curava la costruzione del ponte sul Tevere. Il numero dei p. variò nel corso del tempo, ma il mutamento più significativo si verificò nel 300 a.C., allorché la lex Ogulnia lo portò da 5 a 9, aprendolo alla partecipazione dei plebei. In precedenza, la condizione patrizia era requisito indispensabile per accedere al pontificato, in base a un procedimento di cooptazione. I p., sommi garanti dell'ortodossia del rito nazionale, custodi e interpreti delle tradizioni giuridiche romane, consuetudinarie e legali, non assolvevano, al contrario di altri sacerdoti, a precise funzioni di culto: stabilivano in base a quali regole un qualsiasi rito - sacrale, processuale o negoziale che fosse - doveva essere compiuto, perché potesse considerarsi valido, e tali regole erano di volta in volta comunicate, a chi lo richiedesse, tramite responsa, che assumevano la veste di decreto collegiale, se l'interlocutore era un magistrato cittadino, di semplice consulto individuale, se invece si trattava di un privato. Per lungo tempo i pontifices, primi giuristi della storia romana (e perciò occidentale), esercitarono la loro attività giurisprudenziale in segreto, conservando così il monopolio della scienza giuridica, la cui metodologia rimaneva oscura ai più. A partire dalla fine del 4o sec. (e dopo la citata lex Ogulnia) esercitarono le loro funzioni in maniera più trasparente e aperta, tanto che intorno al 250 T. Coruncanio, primo pontefice massimo plebeo, dette responsi in pubblico. Ciò favorì la formazione di una giurisprudenza laica, in quanto lo studio del diritto divenne, logicamente, possibile anche a chi p. non era, sebbene solo nel campo del diritto civile, giacché in quello sacrale il collegio continuò ad agire in condizioni di monopolio. Augusto fece propria, nel 12 a.C., la carica di pontefice massimo, che sarebbe rimasta prerogativa di tutti i successivi imperatori, fino all'era cristiana inoltrata.»
Tutto questo è storicamente ben noto, ma è bene ricordarlo per sottolineare la natura pagana di questa figura che rappresenta nel modo più chiaro la storica corruzione del messaggio di Gesù, già prevista nel Nuovo Testamento. L’invito alla costituzione di una religione universale unitaria e politestica, con l’esortazione ad opporsi allo Stato ebraico nella sua volontà di dichiarare Gerusalemme sua capitale unica e indivisibile, affinché possa diventare sede della religiosa pace universale, conferma le profezie bibliche e il carattere diabolico dello statuto e dell’opera di questa figura. M.C.

(Notizie su Israele, 19 gennaio 2018)


Weisz. L'allenatore nella Shoah

Ripubblicato "II giuoco del calcio" il manuale del mister ungherese: fece le fortune di Inter e Bologna e poi morì ad Auschwitz.

di Massimiliano Castellani

La Storia spesso, anche involontariamente, fa passaggi imprecisi, finte di corpo, mettendo in fuorigioco le storie dei grandi uomini: ma la memoria di cuoio no, e così, con il tempo, è andata a strappare dall'oblio la vicenda umana e sportiva di Arpàd Weisz.
   Un antesignano di tutti i presunti "special one" della panchina, l'ungherese di Solt, classe 1896, ex calciatore (ala sinistra) con il bernoccolo del condottiero da bordo campo, la cui cifra peculiare era la «modestia». Materia di studio nel suo manuale ll giuoco del calcio. Un testo epocale, scritto da un autentico stratega e fine ricercatore della tattica calcistica. Un prezioso vademecum adottato, ai tempi, da tutti i tecnici in carriera e dagli aspiranti allenatori. Fu pubblicato nel 1930 (dall'editore Corticelli), stagione in cui allenava l'Inter e con la fascistizzazione, anche del calcio, il suo nome divenne Veisz e quello del club Ambrosiana. Il manuale lo scrisse a quattro mani con Aldo Molinari, il "papà" dei direttori sportivi, figura professionale creata ad hoc dal presidente dell'Ambrosiana-Inter Oreste Simonotti.
   Weisz invece vanta un record ancora insuperato: è stato il tecnico più giovane a vincere lo scudetto in Serie A. Il primo titolo lo conquistò nella stagione nerazzurra 1929-'30, quando aveva appena 34 anni. Aveva invece vent'anni il suo "Peppino", Giuseppe Meazza quando lo fece debuttare 17enne pronosticandogli un futuro da «fuoriclasse». Meazza era «il "folbèr" allo stato puro» secondo lo scriba massimo di calcio Gianni Brera che aveva conosciuto e apprezzato Weisz dai racconti del suo allievo prediletto. «Ricordo ancora la sua pazienza durante i lunghi allenamenti - raccontava Meazza - . Orologio alla mano, Weisz alla fine di ogni corsa mi sorrideva: "Bravo il mio Peppino, però puoi andare più veloce. Puoi fare meglio. Puoi riprovare un'altra volta?"». In Il giuoco del calcio - ora ripubblicato (Minerva Editore. Pagine 222. Euro 18,00), si trovano i capitoli fondamentali in cui sembra di riascoltare la voce del mago ungherese che didattico invita alla «Velocità» e agli «Esercizi che servono a migliorare il fiato». Applicazione, unita a una tecnica fuori dal comune fecero del giovane Meazza un bomber da 31 gol in 33 partite in quella prima cavalcata tricolore di Weisz che poi sarebbe andato a fare le fortune del Bologna Con lui i rossoblù divennero la squadra irresistibile che «tremare il mondo fa». Due titoli di fila, dal 1935 al '37, prima della "tragica sconfitta" che però avvenne fuori dal campo di gioco. Le oltraggiose leggi razziali del 1938 costrinsero Arpàd e la sua famiglia, di religione ebraica, alla fuga. L'ebreo errante e non più il grande stratega del football riparò a Parigi e da lì nell'Olanda di Anna Frank con sua moglie Elena e i figli Roberto e Clara. Nei Paesi Bassi sembrava aver trovato il giusto riparo dalla follia nazista. Weisz con l'assist di una serenità apparente, trovò il tempo di dedicarsi ancora al calcio allenando la squadra di Dordrecht, il paese che ospitava la sua famiglia. Salvò il piccolo club dalla retrocessione, dando spettacolo e lezioni di calcio persino al blasonato Ajax. Ma lui e i suoi cari non riuscirono a salvarsi dalla deportazione. L'uomo che predicava in anticipo sui tempi la necessità del lavoro del «centromediano metodista» e della fuga sulle fasce da parte dei terzini, un giorno dell'ottobre del '42 si sentì braccato. «Pazienza e rispetto», i dogmi di una vita faticarono a restare in piedi dopo che venne diviso dalla sua famiglia. Elena e i piccoli Roberto (12 anni) e Clara (8) vennero subito annientali nella camera a gas del campo di concentramento di Auschwitz. Weisz venne spedito in un campo di lavoro nell'Alta Slesia. In quell'ottobre del '42, un altro suo discepolo, il terzino del Bologna Mario "Rino" Pagotto, venne arruolato come alpino e l'8 settembre del '43 fatto prigioniero dalle SS. Il buon Rino cuore rossoblù venne rinchiuso nel campo di Hohenstein (Prussia dell'Est). «Lì passarono 650mila prigionieri (soldati francesi, belgi, serbi, sovietici e italiani), e 55 mila di questi vennero bruciati in delle pire all'interno del cimitero di Sudwa, non lontano dal campo», ricordava il prigioniero "DA8659" («nemmeno cento numeri più dello scrittore Rigoni Stern, prigioniero anche lui»), che da Hohenstein fu trasferito al campo di lavoro di Bialystok, in Polonia. Pagotto, la cui storia si può leggere nel libro di Giuliano Musi Un calcio anche alla morte (Minerva) amava ricordare il primo monito del suo mister Weisz quando dal Pordenone arrivò nel grande Bologna: «Osare in campo è sempre meglio che trattenersi». Rino il terzino metodista dello scudetto del '36 (poi ne avrebbe vinti altri due nella stagione 1938-'39 e 1940-'41) osò anche sul campo di Cemauti. L'ultima prigione in cui come "un Weisz" si improvvisò calciatore-allenatore di "Quelli di Cemauti", la squadra con la quale a Sluzk (nei pressi di Minsk) «osò» sfidare gli undici messi in campo dell'Armata Rossa, ridicolizzandoli con un quasi cappotto, 6-2. Scene da fuga per la vittoria. «Noi nel lager ad ogni partita ci giocavamo davvero la vita», disse Pagotto che poté festeggiare la sua liberazione «il 18 ottobre del 1945». Tornò ad abbracciare la Giuseppina e i compagni del suo Bologna con i quali giocò ancora appendendo gli scarpini al chiodo nel 1948. Ma fino all'ultimo (è morto nell'agosto del '92) di tutte le sfide, Rino ricordava quelle di cui fu testimone anche Primo Levi (ne I sommersi e i salvati) disputate nei campi dei lager nei «giorni in cui l'uomo era divenuto cosa agli occhi degli uomini». A Weisz, il vero manuale vivente del calcio, l'esistenza venne invece spezzata ad Auschwitz, il 31 gennaio 1944, nelle stesse camere a gas dove erano spirati i suoi tre amori. C'è voluto del tempo, e tutta la passione di Matteo Marani (autore di Dallo scudetto ad Auschwitz: vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo, per riportare alla luce la straordinaria figura del tecnico ungherese vittima della Shoah. L'uomo verticale Arpàd , il Maestro che il suo pupillo Peppino Meazza non aveva mai dimenticato: «Gli volevo davvero bene e il giorno che mi comunicarono la sua morte, provai lo stesso dolore di chi perde un padre».

(Avvenire, 19 gennaio 2018)


La grande menzogna di un popolo palestinese

Dal Presidente di “Evangelici d’Italia per Israele” riceviamo una lettera che volentieri pubblichiamo.

Nell'articolo di Giordano Stabile sulla "Stampa" di Torino: «L'ira di Abu Mazen "Noi a Gerusalemme prima degli Ebrei", compare il sottotitolo,"il leader dell'ANP: i palestinesi discendono dai cananei".
Tutto questo dipende oltre che dalle recenti decisioni dell'UNESCO, tendenti a cancellare qualsiasi riferimento alle radici ebraiche dell'area medio-orientale, anche per l'incoraggiamento dal successo del loro revisionismo storico e dal lavaggio di cervello del mondo con la GRANDE MENZOGNA di un popolo palestinese.
Basandosi su quel mito, ora, e proprio in concomitanza con il Giorno della Memoria, possono affermare di essere stati duplici vittime degli Ebrei: nella conquista di Canaan da parte degli Israeliti e di nuovo dagli Israeliani in tempi moderni. La conseguenza è la creazione del criminale ossimoro omologando gli ebrei di oggi ai nazisti di qualche decennio fa.
C'è però un fatto che vorrei denunciare.
Da troppo tempo circolano ancora Bibbie, anche di recentissima pubblicazione che riportano all'interno le cartine geografiche con la dicitura "La Palestina al tempo di Gesù", per non parlare... "ai tempi di Abramo".
Tralascio di dilungarmi sul fatto che il termine Palestina è un nome coniato dai Romani nel 135 d.C. per cancellare il nome di Israele, ma è grave che questo termine venga usato anche oggi con dei riferimenti decisamente sbagliati.
Già qualche anno fa protestai con il Culto Evangelico delle domenica mattina alle 7:30 sul 1o programma della RAI nazionale che faceva riferimento al seminatore della famosa parabola evangelica, come fosse un contadino palestinese e in un'altra trasmissione definiva Maria, la madre di Gesù, una giovane palestinese.
Se queste affermazioni circolano in ambienti cristiani, non dobbiamo stupirci se anche Arafat, in una vigilia di Natale, dichiarò che Gesù era un Palestinese.
Mi piace concludere con quanto scrive Eli Hertz su "Questa terra è la mia terra".
"Le contraddizioni abbondano; i leader palestinesi affermano di discendere dai Cananei, dai Filistei, dai Gebusei e dai primi Cristiani. Si sono appropriati di Gesù, ignorando la sua ebraicità, proclamando al tempo stesso che gli Ebrei non sono mai stati un popolo e non hanno mai costruito templi santi a Gerusalemme".
Ivan Basana

(Notizie su Israele, 19 gennaio 2018)


Che i palestinesi discendano dai cananei è una di quelle sparate filopalestiniste talmente grosse che si ha quasi vergogna a prenderle in considerazione, sia pure per contrastarle. Sgradevole invece è la leggerezza con cui anche gli evangelici trattano la terminologia che fa riferimento a fatti biblici. M.C.


''Purgheremo i classici per renderli inoffensivi"

E' satira nel romanzo di Patrice Jean. Ma sta accadendo

di Giulio Meotti

Nelle scorse settimane la Francia si è divisa sull'opportunità di ripubblicare i pamphlet antisemiti di Louis Ferdinand Céline, dalle "Bagatelle per un massacro" alla "Scuola dei cadaveri" (Guanda li pubblicò e ritirò negli anni Ottanta). La casa editrice Gallimard aveva deciso di porre fine al divieto, in vigore in Francia da ottant'anni, sui libri maledetti dello scrittore francese. Ma se le cose continuano così, anche il romanzo più celebre di Céline, il "Viaggio al termine della notte", potrebbe essere sforbiciato in nome del giusto sentire.
   E' quello che immagina lo scrittore Patrice Jean nel suo nuovo romanzo, "L'homme surnuméraire". Una satira sociale dove il protagonista, Clément Artois, è un editor disoccupato che trova lavoro presso la casa editrice Gilbert. Stanno mettendo su una nuova collana che sarà chiamata "Letteratura umanistica". Clément ha il compito di "espungere da un'opera le parti che feriscono la dignità dell'uomo, il senso del progresso e la causa delle donne". Un comitato di "alte figure morali" compone il comitato di lettura, dove Clément è responsabile dei passaggi mancanti. "Il grosso corpo della facoltà parlava più dei diritti umani che della letteratura".
   Così, il "Viaggio" di Céline viene ridotto a una quarantina di paginette innocue (da qui il termine "céliner" adottato da Artois per definire il ruolo del nuovo correttore di bozze). Si fanno due collane dai titoli edificanti: "Le Belle Lettere Egualitarie" e i "Romanzi senza Razzismo". Clément viene assunto per rivedere i classici della letteratura allo scopo di liberarli da qualsiasi scoria. Fumo, sessismo, razzismo, questo è il nemico.
   Lo ha detto l'autore stesso al Figaro:
   "Che uno scrittore possa essere in pace con il suo tempo mi sembra davvero curioso. Avrebbe fatto meglio a diventare un parrucchiere". E poi, non sta forse già succedendo? "Quando leggo Nietzsche, Schopenhauer, Baudelaire, Pessoa o anche Molière, dico spesso che una simile frase, un tale paragrafo, oggi, subirebbe il fulmine della censura. Ci piace vedere tutto bello nello specchio dei libri". Soltanto nell'ultimo mese, una petizione ha cercato di eliminare un quadro di Balthasar "Balthus" Klossowski dal Met di New York, un regista si è preso la libertà di cambiare il finale della Carmen di Bizet, i nudi striminziti e avvinghiati di Schiele sono stati oscurati nella metropolitana di Londra, mentre "Via col vento" e i romanzi di Mark Twain sono stati sloggiati da alcune scuole americane. Un giorno, è una madre inglese che sostiene che la favola della bella addormentata va eliminata perché il giovane principe bacerebbe la principessa senza il suo "consenso", alimentando così nell'immaginario collettivo la "cultura dello stupro". Un altro è l'accademica Laure Murat che su Libération esprime la propria costernazione sul film "Blow-up" di Antoniani, il cui protagonista è un giovane fotografo che non esita a molestare i suoi modelli femminili. Murat gli imputa "una misoginia e un sessismo insopportabili".
   "Oggi il razzismo sociale di Molière è arcaico, non possiamo più mettere in scena i contadini per prenderli in giro, è davvero abietto", dice l'editore responsabile del progetto nel romanzo di Jean. "Non possiamo più permetterci di pubblicare pagine che sfidano l'umanità". Se questi sono gli esiti del massacro della "sensibilità", meglio tutto il pacchetto. Bagatelle comprese.

(Il Foglio, 19 gennaio 2018)


Michele Sarfatti: "Mussolini era razzista fin dall'inizio"

Lo storico ha presentato al Meis il suo libro sul Duce e gli ebrei

di Mattia Vallieri

 
 
Nelle leggi razziali di 80 anni fa Benito Mussolini ci credeva davvero o le promulgò per convenienza politica e vicinanza a Hitler? Era razzista o un opportunista? "Mussolini è un uomo estremamente pragmatico, fa quello che conviene a lui e all'idea di Italia che ha. In questo senso non ha quella folle ideologia e pregiudizio di Adolf Hitler ma utilizza tutto quello che gli serve in quel dato momento. E' razzista sin dall'inizio ma non lo dice, non lo fa trapelare, non fa come Attilio Fontana".
   È questa la convinzione, coadiuvata da diversi episodi e documenti, dello storico Michele Sarfatti arrivato al Meis (di cui è membro del comitato scientifico) per presentare il suo libro 'Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell'elaborazione delle legge razziali', uscito nel 1994 ma oggi arricchito da nuove testimonianze raccolte dall'autore.
   Dopo i saluti della direttrice del Meis Simonetta Della Seta (che ha moderato l'incontro) e del presidente Dario Disegna ("libro importante in questo ottantesimo anniversario delle leggi razziali perché il paese faccia i conti con il proprio passato"), la parola passa all'autore che sottolinea come, storicamente, "Hitler fa una politica di conquista e ripopolamento dell'Europa ad oriente della Germania", mentre "Mussolini vuole un mare nostrum da controllare ben cosciente che ci sono gli albanesi, i libici, i tunisini e gli egiziani e deve riuscire a farli stare insieme tutti. Quando esce il manifesto della razza nel luglio del 1938, che è di Mussolini non degli scienziati, il ministro degli Esteri Ciano 10 giorni dopo, ed è evidente che si sono sentiti, manda un telex ad ambasciatori e consoli italiani chiarendo che le politiche razziste italiane riguardano solo gli ebrei". Secondo Sarfatti "il razzismo Mussolini l'ha preso con il latte dalla madre cattolica e maestra elementare e dal padre anarchico. Nel Psi è stato un altissimo dirigente e si scontra costantemente con Claudio Treves, c'è un qualcosa nel feeling tra quei due che non funziona. Parte ad esplicitare il suo razzismo con gli etiopi nel 1936".
   Non mancano i racconti storici all'interno della presentazione, partendo proprio dalla questione Etiopia: "A Longobucco, vicino a Cosenza, venne deportata ed internata l'elite intellettuale etiope. Il 24 giugno del 1938 arriva sul tavolo di Mussolini una lettera del prefetto di Cosenza che diceva che nei locali dove sono non hanno modo di cucinare e se possono andare a mangiare fuori. Sulla questione c'è una annotazione di un ministro dell'Africa italiana con scritto 'il duce ha detto sì purché non siano serviti da bianchi'. Questo è razzismo che hai dentro, è il prototipo del razzismo".
   "Io non credo alla svolta del '38, lui vuole rivoluzionare un paese che già esiste" prosegue lo storico, affrontando la questione della nascita dell'Accademia d'Italia (in cui "non vengono mai insigniti ebrei"), ribadendo che leggi razziali furono "una azione di governo" e ricordando come "nel '33 ci sono dei strampalati ma seri e reali incontri tra Mussolini e Renzetti (il rappresentante del duce a Berlino). Mussolini tramite Renzetti chiede ad Hitler di non esporsi così contro gli ebrei perché le cose si possono fare anche senza clamore e senza richiamare l'attenzione della comunità internazionale. A queste parole Hitler, che era appena arrivato al potere, rispose picche".
   "Le sanzioni della Società delle Nazioni ed il fatto di non riuscire a fascistizzare il mondo ebraico italiano sono due cose che Mussolini non riesce a tollerare" chiosa ancora Sarfatti, dichiarando che "tra i suoi c'era chi premeva per andare più avanti, tra cui Renacci e Interlandi, e chi lo prendeva per l'ultimo lembo della giacca, per stare a Ferrara Balbo, ma il gruppo dirigente era una consorteria dove tutti si mettevano assieme. Non abbiamo nessuna traccia di dirigente del partito fascista che si sia allontanato, non c'è qualcuno che in modo tenue si è fatto progressivamente da parte a seguito delle leggi razziali. C'è un consenso generale verso Mussolini".
   Sempre per rimanere su Ferrara, rispondendo ad una osservazione su Balbo, Sarfatti si domanda a gran voce "cosa diavolo è successo in questa città al momento del assassinio di don Minzoni? Lì si crea qualcosa che è talmente forte da durare alcuni lustri. Perché una persona non iscritta al Pnf diventa immediatamente segretario federale per qualche mese? Quale è il fatto e cosa è accaduto in questa città? Manca la storia di Ferrara del primo periodo fascista ma studiare queste cose in un paese che le nega è difficile". E ancora: "Come è stato coperto l'affaire don Minzoni? - chiede lo scrittore -. Nella frase di Balbo 'Tripoli non è Tel Aviv' lui ha in mente un concetto e delle cose molto forti. Avrà avuto metodi gentili ma la storia è altro".
   "Nella misura in cui ci definiamo italiani ci prendiamo sulle spalle tutto quello che è accaduto in nome di altri italiani e dobbiamo conoscerlo perché fa parte di noi" spiega l'autore, concludendo che "siamo quello che è successo e saremo quello che riusciremo a fare. Se dici di essere italiano sappi che l'Italia è Galileo, Leonardo, sant'Ambrogio a Milano (che era per la distruzione delle sinagoghe) e ivi compreso le leggi anti ebraiche".

(estense.com, 19 gennaio 2018)


Michel Dreyfus, L'antisemitismo a sinistra in Francia. Storia di un paradosso (1830-2016)

Da Fourier a George Sand ecco gli antisemiti di sinistra. Un saggio di Michel Dreyfus racconta con coraggio le tendenze anti ebraiche del socialismo francese.

di Matteo Sacchi

Quando si pensa all'antisemitismo è quasi automatico pensare al nazismo o a un certo tipo di destra. Ma è davvero così? No, esiste un antisemitismo di sinistra che però è stato spesso ficcato sotto il tappeto della Storia. E non si tratta solo delle persecuzioni contro le religioni, compresa quella ebraica, nella Russia dei soviet o sotto Stalin. Esiste un antisemitismo di sinistra ben più antico e pernicioso che la maggior parte degli studiosi si è guardata bene dall'evidenziare. Ha fatto una scelta diversa lo storico francese Michel Dreyfus, grande esperto di movimenti operai, che ha pubblicato un saggio coraggioso: L'antisemitismo a sinistra in Francia. Storia di un paradosso (1830-2016). II volume (e-book 6,99 euro, print on demand 13,51 euro), pubblicato in Italia dall'associazione Free Ebrei e tradotto da Vincenzo Pinto, prende in esame il caso francese, che è emblematico. Soprattutto tenendo conto che Oltralpe hanno vissuto molti dei più noti socialisti utopisti. Ecco, è proprio tra le loro fila che si scoprono un gran numero di antisemiti a sorpresa.
Dopo la caduta di Napoleone, la Francia iniziò ad avere un nuovo periodo di vivacità economica e nel sistema bancario e imprenditoriale non mancavano nomi ebraici. Questo poco aveva a che fare con le condizioni economiche della maggior parte degli ebrei francesi. Ma tanto bastò a molti socialisti per tirar fuori, rinfrescandoli, i peggiori stereotipi medievali sull'usuraio ebreo. Attaccare il capitalismo e attaccare gli ebrei divenne un tutt'uno. Pierre Leroux (1797-1871), forse addirittura il coniatore del termine «socialismo», in De la Ploutocratie del 1843 si esprimeva così: «I più grandi capitalisti di Francia… Ebrei che non sono cittadini francesi, semmai aggiotatori cosmopoliti». Il suo bersaglio principale era il banchiere James de Rothschild (1792-1868), ma rapidamente il focus dell'odio si allargò a tutti i suoi correligionari. E la sua excusatio di non attaccare gli ebrei in quanto individui, bensì lo «spirito ebraico, cioè lo spirito di guadagno, di lucro, di utile» lascia, ovviamente, il tempo che trova. La famosa scrittrice George Sand, a lui vicina, sposò e propalò le stesse tesi persino in una pièce teatrale del 1840, Les Mississipiens. L'autrice mette in scena un finanziere ebreo, Samuel Bourset, che ritrae come un essere repellente. Non erano casi isolati. Sono fortissimi gli stereotipi anti ebraici anche negli scritti di Charles Fourier (1772-1837). Nel Nouveau Monde industriel se la prende con la Rivoluzione francese per aver emancipato gli ebrei. Situazione che lui avrebbe voluto risolvere a colpi di esproprio proletario e lavoro coatto: «Ogni governo attento ai buoni costumi dovrà obbligare gli ebrei al lavoro produttivo, non ammetterli che nella proporzione di un centesimo nel vizio: una famiglia mercantile ogni cento famiglie agricole e manifatturiere».
   Anche Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), uno dei padri dell'anarchismo, dimostra di essere accecato dal preconcetto anti ebraico: «Ebrei, fare un articolo (di legge, ndr) contro questa razza che infetta qualsiasi cosa, che si infila dovunque senza mai fondersi con un altro popolo. Richiedere la loro espulsione dalla Francia, eccetto gli individui sposati con francesi; abolire le sinagoghe, non assumerli in alcun posto lavorativo, perseguire infine l'abolizione di questo culto». Come si vede un programma che non avrebbe sfigurato in un discorso hitleriano.
   Certo, nella sinistra francese il clamoroso caso delle accuse false contro il capitano di Stato maggiore, di religione ebraica, Alfred Dreyfus (1859-1935) finì per portare a posizioni decisamente diverse verso l'ebraismo. Ma il saggio dimostra come i preconcetti anti ebraici rimasero ampiamente sotto traccia. Se tutti ricordano il famoso J'accuse di Emile Zola, va detto che molti socialisti restarono tiepidi verso la vicenda. Il Partito Operaio Francese, a esempio, e i suoi organi di stampa oscillarono a lungo tra l'indifferenza e l'ostilità verso Dreyfus. Tanto che nel 1898 intervenne il socialista libertario Adolphe Tabarant (1863-1950) ad esortare i suoi compagni a non cadere nell'«antisemitismo imbecille».
   Né la situazione era completamente risolta alle soglie della Seconda guerra mondiale. Le componenti della Sezione Francese dell'Internazionale Operaia più fortemente pacifista accusava i governi francesi di contrapporsi a Hitler in quanto al soldo dell'«internazionale ebraica». Così Ludovic Zoretti (1880-1948): «II popolo francese non ha alcuna voglia di vedere una civiltà annientata e milioni di esseri umani sacrificati per rendere la vita più confortevole a centomila ebrei della regione dei Sudeti».
   E anche dopo la guerra non mancarono confusioni tra posizioni politiche ostili a Israele e posizioni anti ebraiche. Insomma, leggendo il saggio di Michel Dreyfus viene da chiedersi se le attuali polemiche sulla ripubblicazione di Céline abbiano senso. Semmai avrebbe senso ristudiare tutto l'antisemitismo, anche quello su cui la sinistra preferisce far finta di nulla.

(Osservatorio Antisemitismo, 19 gennaio 2018)


L'ira di Abu Mazen: “Noi a Gerusalemme prima degli ebrei'”

Il leader dell'Anp: i palestinesi discendono dai cananei

di Giordano Stabile

La doppia mossa di Donald Trump ha messo nell'angolo il vecchio raiss. Abu Mazen ha reagito con rabbia. A ogni discorso i toni, da increduli, sono diventati sempre più duri. Un salto indietro di trent'anni, fino alla ricusazione degli accordi di Oslo, del riconoscimento dello Stato ebraico.
  Ieri al Cairo, il presidente palestinese è tornato su una vecchia tesi, quella della discendenza dei palestinesi dai cananei, che vivevano a Gerusalemme «anche prima degli ebrei». Un muro posto davanti a qualsiasi compromesso sulla Città Santa, riconosciuta dalla Casa Bianca come capitale di Israele.
  Abu Mazen, 83 anni il prossimo 26 marzo, è in un angolo. I maggiori alleati arabi, e Egitto e Arabia Saudita, agiscono in accordo con gli Stati Uniti, anche se non lo dicono.

 Fra Hamas e Israele
  Il nuovo piano di pace prevede la rinuncia a Gerusalemme, e come capitale palestinese il sobborgo di Abu Dis. I regimi filo-occidentali lavorano per convincere l'opinione pubblica, e per il raiss sarebbe un suicidio buttarsi nelle braccia di Iran o Turchia, sponsor dei suoi mortali rivali, prima di tutto Hamas. I finanziamenti americani, come si è visto con il dimezzamento dei fondi all'Unrwa, restano decisivi per la sopravvivenza dei palestinesi: un terzo arrivano dagli Usa, un sesto da Riad.
  Domenica a Ramallah Abu Mazen ha denunciato il piano saudita e le decisioni di Trump come «uno schiaffo in faccia». Ma l'alternativa è ormai cedere a Israele o cedere ad Hamas, avallare la «Terza Intifada». Ieri al Cairo il raiss ha cercato di uscire dall'angolo, ha denunciato «l'ipocrisia» dei presidenti americani che fingono di «maledire i loro predecessori, promettono, ma non danno nulla» e non sono più «mediatori credibili». L'alternativa non si vede, una «conferenza di pace internazionale» che sostituisca i negoziati bilaterali resta un miraggio.
  Abu Mazen ha bollato come un «peccato» il trasferimento dell'ambasciata americana. Il richiamo alla sacralità di Gerusalemme non riesce però a mobilitare le masse palestinesi, figuriamoci arabe. Un altro «schiaffo» Abu Mazen lo ha ricevuto alla riunione della Lega araba ad Amman, quando il ministro degli Esteri degli Emirati Abdullah bin Zayed al-Nahyan lo ha accusato di non essere in grado di «difendere» la Città Santa. Pesa il consenso, ormai bassissimo, per l'Autorità nazionale, accusata dai giovani sempre più disillusi di corruzione e nepotismo, e di collaborare con lo Shin Bet israeliano.

 L'intesa sulla sicurezza
  Il punto è: finché regge l'intesa israelo-palestinese sulla sicurezza, la Casa Bianca può osare. La rinuncia all'accordo sul controllo del territorio metterebbe a rischio la stessa Autorità nazionale palestinese, minacciata dagli islamisti. Nonostante i toni da guerra Abu Mazen alla fine ha ribadito che la violenza non è un'opzione per far valere i diritti dei palestinesi e che la «nostra posizione resta la richiesta di uno Stato nei confini del 1967».
  La narrativa può tornare pure agli Anni Ottanta, ma secondo la Casa Bianca, rivela l'analista del Washington Institute David Makovsky, «è soltanto un raid preventivo», volto ad arginare le mosse di Washington e sperare di un cambio della guardia in Israele nelle elezioni del 2019.

(La Stampa, 18 gennaio 2018)


Eyal Lerner, la storia degli ebrei in musica

Al Teatro sociale di Camogli il concerto spettacolo sulla shoah

di Claudio Cabona

 
Eyal Lerner

GENOVA - La memoria ebraica fra musica e narrazione. Sabato alle 20.30 sul palco del Teatro Sociale di Camogli è in programma "Che non abbiano fine mai", spettacolo di e con Eyal Lerner, flautista che, con canzoni e racconti, porterà sotto i riflettori un pezzo della storia del suo popolo. La serata è curata dal Gruppo Promozione Musicale Golfo Paradiso. «Lo spettacolo si compone di due parti: la prima narra la storia del popolo ebraico attraverso la musica e i racconti legati alle tradizioni precedenti la seconda guerra mondiale» anticipa il protagonista «nella seconda si assiste a un drastico cambio di atmosfera: le vicende italiane, dall'avvento del fascismo alla Resistenza, si intrecciano con la questione ebraica. È uno spettacolo a due facce, intenso e ricco di riferimenti storici». Nato e formatosi in Israele, Lerner porta in scena, in vista della Giornata della Memoria il 27 gennaio, un racconto con musica nato da una serie di laboratori che hanno coinvolto più di20mila studenti in Italia, Germania e Polonia. «Quando ho iniziato a lavorare sullo spettacolo mi sono chiesto: è possibile oggi rendere i giovani testimoni di un passato oscuro, dando vita a sentimenti di un'umanità dinamica e coraggiosa?» spiega l'artista «e ancora: si può, con le arti sceniche, aprirsi a sentimenti di solidarietà e compassione e creare relazioni profonde, capaci di rafforzare la propria individualità? Crediamo che, dopo essersi immersi da protagonisti in una delle pagine più buie della storia, si possa riemergerne più consapevoli».L'artista,in Italia dal 1995, negli ultimi anni ha realizzato spettacoli per i bambini come "Scintille di gloria" e "Flautino". Ha sempre cercato anche un dialogo con il mondo arabo, ed è direttore del coro Shlomot di Genova.

(Il Secolo XIX, 18 gennaio 2018)


L'oasi nel deserto

''La Turchia nel club delle dittature". Israele unica democrazia fino all'India. Il rapporto di Freedom House.

di Giulio Meotti

ROMA - I diritti civili e politici in Turchia si sono talmente degradati sotto il presidente Recep Tayyip Erdogan che il suo paese è entrato ufficialmente nel club delle dittature, secondo un nuovo rapporto sulle libertà della ong Freedom House, considerata un punto di riferimento per gli standard di libertà democratica nel mondo. Per la prima volta dal 1999, cioè da quando la ong stila la propria classifica, la Turchia diventa "non libera" perdendo il suo status di "parzialmente libera". "Attacchi alla stampa, agli utenti dei social media, ai manifestanti, ai partiti politici, al sistema giudiziario e al sistema elettorale", elenca la ong americana, accusando il presidente Erdogan di "imporre un controllo personalizzato sullo stato e la società". "La sua risposta al colpo di stato del luglio 2016 è diventata una tentacolare caccia alle streghe, con l'arresto di 60 mila persone, la chiusura di oltre 160 media e l'imprigionamento di 150 giornalisti. I leader del terzo partito in Parlamento sono in carcere e quasi 100 sindaci in tutto il paese sono stati sostituiti".
   Proprio ieri è arrivata la notizia che Ankara ha deciso di estendere lo stato di emergenza per altri tre mesi, spingendo l'opposizione a parlare di "colpo di stato civile" in corso da parte di Erdogan. Il rapporto di Freedom House ha dipinto un quadro cupo dello stato della libertà in tutto il mondo, constatando che per il dodicesimo anno consecutivo si è verificato un "declino della libertà globale". Insieme alla Turchia, altri 70 paesi hanno subìto riduzioni importanti dei loro diritti politici e civili, mentre solo 35 li hanno migliorati. Il rapporto stima che circa il 39 per cento dei 7,6 miliardi di persone nel mondo vive in paesi liberi, rispetto al 24 per cento in paesi parzialmente liberi e al 37 per cento in paesi non liberi.
   Freedom House accusa l'Amministrazione Trump di ritirarsi dal suo ruolo di garante della libertà democratica nel mondo. Israele si conferma il solo paese libero della regione, anche se ha visto un leggero calo nel suo rating del 2017 "a causa della nuova legislazione volta a imprimere restrizioni alle organizzazioni non governative e negando loro l'accesso al supporto internazionale". Nel 2016, Israele ha trasformato in legge la norma sulle ong, che aumenta i requisiti di trasparenza delle organizzazioni che ottengono la maggior parte dei loro finanziamenti da governi stranieri (in gran parte europei). E la scorsa settimana, il governo israeliano ha pubblicato un elenco di organizzazioni (c'è anche Bds Italia) che promuovono il boicottaggio e ai cui membri Gerusalemme impedirà l'ingresso nel paese. Israele si difende dicendo che anche altre democrazie hanno norme che impediscono l'ingresso a determinati individui e organizzazioni (l'Inghilterra l'ha applicata a blogger come Pamela Geller, a politici come Geert Wilders e a islamisti di diverso tipo). Nel complesso, tuttavia, Israele ha mantenuto il suo rating di "paese libero", registrando un punteggio complessivo di 79 su 100, in calo di un solo punto rispetto agli 80 dell'anno scorso. Al contrario, la Cisgiordania - controllata da Israele e amministrata dall'Autorità palestinese - ha ottenuto sette punti (la peggiore cifra possibile) per i diritti politici e cinque per le libertà civili. Questo ne fa un paese "non libero", dittatoriale. Stessa valutazione per la Striscia di Gaza controllata da Hamas, anch'essa "non libera".
   Freedom House registra anche il "forte calo democratico" in Tunisia nel 2017, che minaccia di declassare l'unico paese nel mondo arabo vagamente libero. Malissimo va anche l'Arabia Saudita, nonostante la promessa di riforme del principe Bin Salman. Lo scorso 9 gennaio era il terzo anniversario dell'incarcerazione del blogger RaifBadawi. I sauditi marciavano a Parigi dopo la strage alla redazione di Charlie Hebdo, ma in patria preparavano la frusta per i propri dissidenti. Dal rapporto di Freedom House, Israele si conferma l'unico paese libero e democratico in un oceano che arriva fino all'India, dove in questi giorni è in corso la storica visita del premier Benjamin Netanyahu, la prima di un premier dello stato ebraico. Israele e India, due democrazie che fronteggiano il radicalismo islamico.

(Il Foglio, 18 gennaio 2018)


Resta in carcere Ahed Tamimi, la 'pasionaria palestinese'

E' accusata di aver aggredito alcuni soldati israeliani

Rimane in carcere sino alla celebrazione del processo a suo carico, Ahed Tamimi, accusata dalle autorità israeliane di aver provocato e attaccato due soldati dello Stato ebraico il 15 dicembre scorso.
La ragazza, definita da alcuni media 'la pasionaria palestinese', era stata arrestata a seguito della diffusione di un video dove viene immortalata mentre colpisce i soldati israeliani che non reagiscono alle provocazioni.
I precedenti
Sulla sorte giudiziaria della Tamimi verranno a pesare i precedenti, quello del 2012 nel quale la ragazza si scagliava contro i militari israeliani in Cisgiordania e soprattutto nel 2015, quando fu vista mordere ripetutamente la mano di un soldato che stava tentando di fermare un ragazzino palestinese con il braccio ingessato accusato di tirare sassi, video la cui originalità è sempre stata al centro delle discussioni sul caso.
La missione dell'Unione Europea a Gerusalemme e Ramallah ha espresso preoccupazione per la sorte della minorenne palestinese per la quale la liberazione è stata chiesta anche da Amnesty International.
La Corte militare israeliana, oltre a sentenziare la permanenza in carcere della Ahed Tamimi, si è espressa nei medesimi termini anche per la madre della ragazza, Nariman Tamimi, anch'essa arrestata nello stesso contesto con le accuse di "aver attaccato un ufficiale e un soldato israeliano il 15 dicembre passato" nel villaggio di Nabi Saleh, aver attaccato "in cinque altre occasioni" i militari Israeliani e aver "tirato sassi, partecipato a incidenti violenti, minacciato e incitato altri".
Bassem Tamimi, padre della ragazza, ha denunciato sul profilo Facebook l'operato dei soldati israeliani accusandoli di violenza e ha difeso a spada tratta il comportamento della figlia.
Di parere opposto il ministro della difesa dello Stato di Israele, Avigdor Lieberman, che ha rivendicato "la moralità" dell'esercito israeliano e lodato pubblicamente il comportamento dei militari provocati dalla ragazza.

(ofcsreport, 17 gennaio 2018)


Lo status speciale dei profughi palestinesi, uno scandalo che dura dal 1949

Sono quelli che ricevono più soldi e che possono tramandare lo stato giuridico agli eredi. E ben il 65% del budget del Unrwa finisce nelle tasche dei suoi 24-25.000 dipendenti.

di Carlo Panella

Oggi i "profughi" palestinesi sono 5 milioni, tra i quali quelli veri, reali, fuggiti dalla Palestina nel 1948 sono ormai meno del 5%, gli altri sono "eredi"
La decisione di Donald Trump di defalcare 65 milioni di dollari sui 300 che gli Usa versano annualmente alla Unrw, l'organizzazione dell'Onu che assiste i profughi palestinesi, chiude formalmente ogni ipotesi di un ruolo di mediazione degli Stati Uniti nelle crisi israelo-palestinese. Paradossalmente, conforta in pieno la decisione di Abu Mazen che in un infuocato discorso alla Muqata, il quartier generale palestinese di Ramallah, ha proclamato giorni fa la fine del capitale ruolo di mediazione di Washington che data da ben 70 anni. È ben difficile comprendere dove Trump intenda andare a parare con questa seconda mossa, dopo la decisione di spostare l'ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme. Probabilmente non ne ha la minima idea. Per di più questa decisione, esattamente come quella sull'ambasciata Usa di Gerusalemme, indebolisce il potere contrattuale di un'Arabia Saudita che da sempre ha fatto da madrina proprio ai profughi palestinesi e che recentemente sembrava intenzionata a proporre ad Abu Mazen una mediazione forte.
   Questa ennesima, imperscrutabile, sbandata di Trump, al di là dell'inequivocabile e sconcertante significato politico, è comunque occasione per andare a fondo sulla natura della organizzazione di assistenza ai profughi palestinesi, sulla sua scandalosa "unicità", i suoi scandalosi criteri di spesa e l'incredibile ereditarietà dello status di profugo di cui beneficano solo e unicamente i palestinesi. Fondata dall'Onu nel dicembre del 1949, la Unrwa aveva il fine di provvedere a 500 mila profughi palestinesi, fuggiti a seguito della prima guerra arabo-israeliana del 1948. Pochi mesi dopo, nell'inverno del 1950, le Nazioni Unite fondarono la Unhcr, allo scopo di provvedere a tutti gli altri profughi del pianeta che ammontavano a ben 17 milioni. Scandalosa, ma indicativa, la decisione dell'Onu di riservare ai profughi palestinesi, e solo ai profughi palestinesi, uno status speciale e una organizzazione di assistenza specifica, come a sottolineare una loro "unicità" dovuta allo "scandalo" della nascita dello Stato di Israele.
   Scandalo raddoppiato da uno statuto dell'Unrwa che rendeva e rende incredibilmente ereditario lo status di "profugo palestinese", là dove - come è ovvio, la Unhcr considerava e considera profughi solo coloro che fuggono dalla propria patria, non i loro eredi. Risultato di questa perversione giuridica: oggi i "profughi" palestinesi sono 5 milioni, tra i quali quelli veri, reali, fuggiti dalla Palestina nel 1948 sono ormai meno del 5%, gli altri sono "eredi". Una follia giuridica che ha un risvolto drammatico. Uno dei punti caldi sui quali naufraga ogni accordo di pace tra Israele e palestinesi è infatti proprio il "rientro dei profughi". Ora, se ci si attenesse alla definizione giuridica che vale per tutti i profughi del mondo, il problema non sarebbe affatto grave: Israele potrebbe senza problemi assorbire dentro i suoi confini le poche centinaia di migliaia di profughi effettivi del 1948. Ma è impensabile, e assurdo che possa, come pretendono invece a gran voce i palestinesi, forti della distorta "fiolsofia Unrwa", assorbire quei 5 milioni di falsi profughi palestinesi, di eredi della patente di profugo, che metterebbero per di più gli ebrei in minoranza demografica nello Stato ebraico.
   Ma non basta, oggi la Unhcr che assiste l'enorme cifra di 65,3 milioni di profughi nel pianeta, si vede riconoscere dall'Onu un budget di 3 miliardi e 355 milioni di dollari, 51,37 dollari pro capite a profugo. La Unrwa, invece, che ne assiste come detto 5 milioni, si vede riconoscere dall'Onu ben un miliardo e 300 milioni di dollari, 260 dollari pro capite a profugo. Dunque, per l'Onu, un profugo palestinese "merita" 5 volte tanto assistenza economica di un altro qualsiasi profugo del pianeta. Di nuovo, una discriminazione a favore dei profughi palestinesi che non ha ragione di essere se non la si riconduce all'inaccettabile "scandalo" dell'esistenza dello Stato di Israele. Infine, ma non per ultimo, il vero e proprio scandalo della gestione della Unrwa: ben il 65% del suo budget finisce nelle tasche dei suoi 24-25.000 dipendenti (quasi tutti palestinesi) e solo il 35% è destinato ai profughi palestinesi veri e propri. Il che dimostra che l'Unrwa serve solo a garantire reddito a 24-25.000 famiglie palestinesi mentre tutti gli altri, anche i profughi veri del 1948, si devono accontentare di inutili briciole.

(Lettera43, 18 gennaio 2018)


Da vecchio garage a ristorante, a Tel Aviv

 
In principio era un garage per la riparazione di automobili, poi trasformato in un negozio di fiori e piante. Oggi ospita Mansura Restaurant, locale dedicato alla buona cucina situato a Giaffa, cittadina di mare a sud di Tel Aviv, nella zona in rapida evoluzione di Salame Street.
Il progetto del ristorante è stato curato dallo studio creativo israeliano al femminile This is IT ed è contraddistinto da pareti perimetrali interne grezze, soffitti alti, pilastri in cemento e tendaggi presi in prestito dall'ex garage. Lo stile industriale è sottolineato anche dai pavimenti in calcestruzzo e dagli elementi metallici, che il duo ha mescolato con armonia insieme a nuovi elementi d'arredo.
Gli interni svelano un ambiente che è una sintesi tra antico e contemporaneo. Il risultato è un ambiente open space dove l'ampio bancone a semicerchio del bar è protagonista e funge da elemento di collegamento tra la cucina e l'area destinata ai commensali.
Una griglia metallica blu avvolge le pareti che dall'ingresso giungono fino alla finestra della cucina, alternando piante e tubi di luci al neon progettati dalla designer Naama Hofman, che si ripetono in diverse forme e dimensioni accompagnati da elementi in ottone per tutto il locale.
Nella sala principale sedie, panche in legno restaurato e vecchi tavoli in faggio e formica si uniscono a tavoli in marmo, tavoli laccati neri e sedie nere, ricreando un dialogo tra antico e moderno.

(Icon Design, 17 gennaio 2018)


Scampò agli attacchi del 2008, bambino israeliano torna a Mumbai

MUMBAI - A quasi dieci anni dagli attacchi terroristici a Mumbai, in India, il bambino israeliano di 11 anni sopravvissuto a quella tragedia è ritornato per la prima volta in quei luoghi e nella casa in cui i suoi genitori furono uccisi. Ad accompagnarlo sono stati i nonni con cui oggi vive in Israele.
Moshe Holtzberg aveva 2 anni quando militanti pachistani fecero irruzione a Chabad House il 26 novembre 2008 uccidendo 6 persone, fra cui Gavriel e Rivka Holtzberg, che dirigevano il centro ebraico. L'assalto fu solo uno degli attacchi coordinati nella città indiana che andarono avanti per tre giorni facendo oltre 160 morti. A salvare il piccolo fu la babysitter indiana, Sandra Samuel che riuscì a scappare dopo averlo ritrovato in lacrime accanto ai corpi dei genitori.
"Sono molto contento", ha detto il bambino sorridendo ai giornalisti appena giunto in India. Moshe, si è recato anche a Chabad House dove scoprirà una targa in ricordo delle vittime degli attacchi con il premier israeliano Netanyahu.

(RDS, 17 gennaio 2018)


Ambasciata Usa a Gerusalemme: perché San Marino ha votato contro?

Luciano Francioni del San Marino Journal USA New York, sostiene che l'allineamento [con l’Europa, ndr] non serve a nulla, allontana le soluzioni, allontana la pace perché così si dà più forza e convinzione a nuovi scontri.

San Marino
NEW YORK - La nostra San Marino, quella Terra che nei millenni è riuscita a salvaguardare la sua sovranità ed indipendenza con una neutralità attiva fatta di messaggi di pace, si è guadagnata la riconoscenza del mondo intero per questa sempre più rara virtù
   Ora ci domandiamo cosa si è voluto dimostrare col nostro voto contro il trasferimento dell'Ambasciata USA a Gerusalemme già deliberata unanimemente da anni dal Senato USA. Sudditanza ad una Europa che non sa darsi una sua politica estera? Rinuncia alla tradizionale politica di prudenza e di non allineamento?
   Le conseguenze sono state immediate: gli USA riducono il finanziamento alle strutture dell'ONU e richiedono maggiore responsabilità e partecipazione di tutti gli altri Paesi. Gli Stati Uniti si sono fortemente impegnati per la pace fra la Palestina ed Israele ed un progetto lo avevano ipotizzato con accordi importanti poi fatti saltare per ragioni di potere da parte di molti. Tutti gli altri sono stati a guardare e magari a fomentare nuovi scontri. Difficilmente potrà essere San Marino a riportare la pace in quell'area e l'Europa senza idee latita di brutto.
   L'allineamento di San Marino non serve a nulla, allontana le soluzioni, allontana la pace perchè così si dà più forza e convinzione a nuovi scontri. Questo allineamento nuoce alla politica di San Marino ed allontana la possibilità di poter utilizzare il grande valore della emigrazione di tanti concittadini che qui negli State hanno fatto fortuna, si sono liberati dalla schiavitù e dalla miseria contribuendo anche allo sviluppo economico della nostra amata Repubblica.
   Un voto di astensione, utilizzato più volte anche in casi dove forse ci sarebbe voluto più coraggio, sarebbe stata la soluzione più logica riconoscendo il ruolo delle grandi potenze che solo possono stabilizzare il Medioriente e dare a quelle terre una prospettiva.
   Ci viene il dubbio che questa volta non si sia riflettuto abbastanza, che si sia voluto fare un piacere a qualcuno e ingraziarsi le simpatie di chi a parole tifa per noi ma che nei fatti nulla conclude. Ci viene il dubbio che non ci sia più la volontà di proteggere la sovranità di San Marino e che si voglia mendicare un qualche piccolo favore da parte dei vicini. Ci viene il dubbio che certe decisioni vengano prese da poche persone tenendo all'oscuro i cittadini che lo vengono a sapere a seguito delle proteste degli USA.
   Ci viene il dubbio che si sia persa la memoria della nostra storia e che i ricordi non vadano oltre l'ultimo decennio e che sull'altare di un'umiliante entrata in Europa nel ruolo di "aggregati" si possano offuscare tanti secoli di libertà e di dignitosa presenza nel mondo degli Stati; che con questo voto si sia voluto rimettere in discussione la tradizionale amicizia con questo grande Paese che ci ospita, che ci ha dato sicurezza e prosperità, dignità e valori che in Patria non potevamo avere. Con ciò non si vuole proporre una politica di subordine all'incontrario, si vuole solo indicare la strada della dignità e della coerenza.
   Abbiamo sempre respinto il termine di cittadini di serie B che si è tentato di imporci con leggi contrarie alla carta dei diritti e continueremo a respingere ogni tentativo di snaturare la politica del nostro Paese al quale siamo legati da un profondo sentimento di appartenenza che ci sollecita a difenderci da ogni tentativo di tagliare questo importante e vitale cordone ombelicale capace di nutrire due popoli con dignità e saggezza. Ci stanno molto a cuore I nostri "quattro sassi" così come ci sta molto a cuore una politica di fratellanza e di collaborazione con gli USA ai quali dobbiamo riconoscere il grande merito di averci aiutato a sconfiggere le dittature europee e mettere fine alle guerre in molte parti del mondo.
   Ritroviamo I nostri valori e non vergognamoci di sostenere le nostre idee che sono e restano sempre quelle della Pace, della Fratellanza, della Libertà , valori messi così pericolosamente in pericolo in tante parti del mondo.
   Non crediate che noi non siamo all'altezza di capire certe politiche di allineamento e di sottomissione e, nonostante ciò siamo ancora speranzosi che ci si possa ravvedere e riprendere il nostro stimato ruolo nella politica internazionale dove anche un voto di astensione ha un forte valore che sta a sottolineare la sovranità e la ferma volontà di ricercare una soluzione adeguata attraverso la diplomazia ed il " buon senso"

(TribunaPoliticaWeb.sm, 17 gennaio 2018)


Patto strategico Netanyahu-Modi su alta tecnologia e lotta al terrorismo

New Delhi comprerà missili per oltre 72 milioni di dollari

di Carlo Pizzati

Benjamin Netanyahu con la moglie Sara a Taj Mahal, nella città di Agra
CHENNAI (TAMIL NADU) - Avviene in un momento delicato il viaggio di sei giorni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in India per abbracciare il premier Narendra Modi, firmare nove accordi strategici, incontrare leader dell'imprenditoria, visitare Bollywood e riaccompagnare a Mumbai un giovanissimo sopravvissuto ebreo alla strage terroristica del 2008.
   Assieme a 120 membri dell'Onu, l'India ha da poco respinto la richiesta di accettare Gerusalemme come capitale di Israele e ha mandato a monte un affare da 500 milioni di dollari per l'acquisto di 8 mila missili anticarro israeliani.
   Quindi la «Missione India» di Netanyahu è una bella sfida, che però il premier israeliano, nonostante una raccolta di firme proPalestina di circoli intellettuali indiani, sembra determinato a vincere. È la prima volta dal 2003 che un premier israeliano visita l'India, e questo viaggio viene percepito come la risposta al quello che fece Modi in Israele l'anno scorso per fare appello alla diaspora indiana nell'aiutare gli interessi di New Delhi nel mondo. Il legame strategico tra Israele e India si stringe sempre più grazie al rapporto di collaborazione tra Netanyahu e Modi, ma anche grazie alle comunità indiane ebraiche in Israele e a quelle degli ebrei in India, il cosiddetto «ponte umano» tra i due Paesi.
   Nonostante l'affare dei missili anti-carro della Rafael andato in fumo (New Delhi ha detto che li produrrà in proprio, Israele spera con questo viaggio di convincerli a far retromarcia), l'India resta il mercato più importante per i produttori di armi d'Israele: gli indiani acquistano armamenti israeliani per un miliardo di dollari l'anno. E infatti il ministro della Difesa indiano ha appena annunciato un programma di acquisto di 131 missili Barak terra-aria della Rafael, per 72 milioni di dollari.
   I due hanno firmato accordi sull'alta tecnologia e discusso nuove strategie di cyber-sicurezza oltre alla lotta al terrorismo del fondamentalismo islamico. «Misure forti», hanno chiesto nella dichiarazione congiunta. Oltre a sovrintendere gli accordi di 130 imprenditori israeliani che investiranno qui 68,6 milioni di dollari in turismo, tecnologia, agricoltura e innovazione nei prossimi quattro anni, Netanyahu visiterà il Gujarat di Modi per concludere con due appuntamenti a Mumbai.
   Primo, il premier israeliano darà un grande Bollywood party per i produttori indiani della più grande industria cinematografiche al mondo e per promuovere Israele come location. Secondo, incontrerà la comunità ebraica di Mumbai, la più numerosa in tutta l'India. In confronto agli 80 mila ebrei indiani in Israele, i 4mila ebrei in India sono un numero esiguo, ma nell'ultimo anno è accresciuto il loro ruolo nell'avvicinare i due Paesi. Da quando è stato eletto tre anni fa, Modi ha cercato l'aiuto della diaspora indiana di 28 milioni ex cittadini sparsi nel mondo. Il piano, riuscito, del premier è di chiedere agli emigrati di successo di investire in India e sostenere la sua politica estera.
   E così anche per Netanyahu la diaspora ebraica in India è diventata un «ponte umano» per mantenere forte il legame con un cliente così importante per molti settori dell'industria, primo fra tutti quello bellico. Una delle visite più importanti e toccanti di Netanyahu a Mumbai è quella a Casa Chabad, centro ebraico preso d'assalto dal commando terroristico che nel novembre del 2008 uccise 176 persone, tra le quali i genitori del piccolo Moshe Holtzberg che all'epoca aveva appena due anni. Ora, a 11 anni, tornerà a visitare la casa dove perse entrambi i genitori e dalla quale si salvò grazie alla baby-sitter che lo portò a crescere in Israele.

(La Stampa, 17 gennaio 2018)


I dubbi del Giro su Froome al via, l'lsrael Academy aspetta l'invito

 
Chris Froome
Se è vero che il ciclista è anche un animale politico, questo vale soprattutto per i componenti della Israel Cycling Academy. Il team fondato nel 2014 dal milionario e filantropo canadese Sylvan Adams è in attesa di sapere se sarà al prossimo Giro d'Italia con una wild card. La partenza da Gerusalemme e la campagna di rafforzamento invernale spinge gli israeliani verso il clamoroso esordio in rosa. Tuttavia molte cose sono accadute, nella lunghissima attesa. A settembre l'ingaggio di un corridore turco, Ahmet Orken, musulmano. La pace su due ruote non è arrivata fino a Natale. Orken ha rinunciato: «Mia mamma e mio fratello si sono trovati in una situazione sconveniente. Prima di essere un ciclista sono un figlio e un fratello fedele». Voci di un intervento di Erdogan. Ma l'internazionale ICA non si è fermata. Ran Margaliot, il team manager, ha messo sotto contratto Awet Gebremedhin, scalatore eritreo di 25 anni dalla storia incredibile: «Sono un rifugiato» racconta il ragazzo dal ritiro del team, a Girona, «nel 2013 sono riuscito ad arrivare in Svezia e lì, per non essere rimpatriato, ho dovuto trovarmi un lavoro. Rivendevo bottiglie di vetro, così provavo ad aiutare i miei nove fratelli, sei maschi e tre femmine, e i miei genitori». Ora sogna il Giro: «Ho vissuto in Toscana per due mesi, tornare in Italia da professionista è una cosa impossibile anche solo da sognare. Ma adesso sono dentro e non mi tiro indietro». Awet, a scanso di equivoci, è «cristiano». Il budget è di 6 milioni di euro. Margaliot dice: «Abbiamo partecipato con Rcs al disegno delle tre tappe del Giro e non c'è un posto più sicuro di Gerusalemme. Non abbiamo paura e non devono averne nemmeno gli investitori e i corridori».
   Intorno al prossimo Giro danzano ancora troppe ombre. La partecipazione di Chris Froome, per cominciare: nessuna decisione è stata ancora presa dall'Ud sulla concentrazione anomala di salbutamolo rilevata nelle sue urine alla Vuelta. All'Équipe, il direttore della corsa Vegni ha dichiarato di aspettarsi una decisione al più presto. Non vuole al via un Froome in attesa di giudizio. «Attendo con impazienza. Non accetterò alcun compromesso come con Contador, che vinse nel 2011 e poi fu cancellato dall'albo d'oro per una positività in una corsa precedente». Gli hanno chiesto: dichiararlo nel caso persona non gradita? Risposta: «Spero francamente di non dover arrivare a tanto». Mentre Romain Bardet protesta: «Manca trasparenza. Siamo ridicoli. Spero che ci sia un'indagine indipendente in modo che Froome possa chiarire. Non capisco però perché non sia stato sospeso temporaneamente».

(la Repubblica, 17 gennaio 2018)


Viaggio in Israele per partecipare alla festa dei settant'anni

Il Gruppo Sionistico Piemontese insieme all'Associazione Italia Israele di Firenze organizza un viaggio in Israele in concomitanza coi festeggiamenti per i 70 anni dello Stato di Israele.
Angela Polacco sarà la guida del gruppo.
Sono ancora disponibili gli ultimi posti.
Per informazioni: segreamar@gmail.com
Programma

(Gruppo Sionistico Piemontese, 17 gennaio 2018)


"Due della Brigata"

Comunicato stampa

Intorno al Giorno della Memoria - fissato al 27 gennaio, giorno della liberazione dei superstiti del lager di Auschwitz, ma nel quale sono comprese anche iniziative che si svolgono in un più lungo arco di tempo - si è di nuovo acceso il dibattito, soprattutto all'interno del mondo ebraico, sulla opportunità di continuare a celebrare questa ricorrenza. Da più parti si sostiene che queste iniziative hanno ormai un carattere rituale, hanno perduto lo spirito che le sorreggeva quando il Giorno della Memoria fu istituito, e che, in particolare, i giovani, o almeno una buona parte di loro, non riescono più a comprendere il significato di questa ricorrenza, che appare riferita a fatti lontani dalla loro esperienza.
Comprendiamo il senso di queste osservazioni ma non crediamo che la soluzione migliore sia quella di non celebrare il Giorno della Memoria. La memoria della Shoah non va perduta, perché è il miglior antidoto per evitare che quella tragedia si ripeta, in una forma o nell'altra. Quello che è necessario è mostrare ai giovani il filo della memoria, il collegamento tra il passato e il presente, la continuità della storia ebraica dalle persecuzioni - di cui la Shoah è stata l'ultimo e più tragico anello - alla nascita dello Stato d'Israele - lo Stato-rifugio, come lo definì Giovanni Spadolini; e successivamente alle vicende dello Stato ebraico fino ai nostri giorni, con i suoi problemi ma anche con i suoi successi, soprattutto in campo scientifico, culturale, tecnologico.
Il libro di Miriam Rebhun, rispettivamente figlia e nipote dei due protagonisti del libro Due della Brigata. Heinz e Gughy dalla Germania nazista alla nascita di Israele, è un esempio particolarmente efficace di come la narrazione possa legare il passato al presente, soprattutto quando questa narrazione viene fatta in prima persona dalla stessa autrice.
Non è facile sintetizzare il contenuto di questo libro; si può solo riportare una breve scheda scritta dalla stessa Miriam Rebhun: "Due gemelli, due giovani berlinesi trapiantati in Medio Oriente, due sradicati, ognuno unico riferimento dell'altro, due combattenti contro il nazismo e il fascismo, due "salvati" dalla Shoah, due vite attraversate dal razzismo, dai totalitarismi e dalle guerre, due tessere diverse e indivisibili nel grande mosaico del secolo scorso. Sullo sfondo della Germania nazista, della Palestina sotto mandato britannico, dell'Italia del dopoguerra e del nascente Stato d'Israele, tra il 1936 e il 1948, si snoda la storia uguale e diversa, drammatica e tragica, di Heinz e Gughy Rebhun, testimoni del legame tra passato e presente".
Miriam Rebhun, Due della Brigata. Heinz e Gughy dalla Germania nazista alla nascita di Israele, Salomone Belforte & C., Livorno.
Martedì 23 gennaio 2018, ore 17.30, Fondazione Spadolini Nuova Antologia, Via Pian de' Giullari 36/A, Firenze
Invito

(Associazione Italia-Israele di Firenze, 17 gennaio 2018)


Purtroppo non è più vero che la memoria della Shoah sia “il miglior antidoto per evitare che quella tragedia si ripeta” da quando quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei ha cominciato ad essere presentato come un esempio di quello che oggi gli israeliani fanno ai palestinesi. Bisognerà farsi venire nuove idee. M.C.


Gli Usa tagliano metà fondi all'agenzia Onu per i palestinesi

L'amministrazione Trump ha annunciato oggi di aver tagliato 65 dei 125 milioni di dollari destinati alla Unrwa, l'agenzia dell'Onu che assiste i profughi palestinesi.
Lo rende noto il dipartimento di stato Usa in una lettera nella quale chiede all'agenzia un "riesame fondamentale" della sua attività. I restanti 60 milioni saranno erogati per impedire che l'Unrwa finisca i fondi donati entro fine mese e chiuda.
Era stato il presidente Donald Trump a minacciare il taglio dei fondi ai palestinesi se non fossero tornati al tavolo dei negoziati di pace con Israele.
Oggi la portavoce del dipartimento di stato, Heather Nauert, ha assicurato che la decisione "non mira a punire nessuno" e ha spiegato che le ulteriori donazioni americane saranno subordinate a importanti cambiamenti da parte dell'Unrwa, che è stata pesantemente criticata da Israele.

(swissinfo.ch, 16 gennaio 2018)


La lectio di Abu Mazen, capobastone messo all'angolo

di Niram Ferretti

Nel 1982, Abu Mazen presenta presso il Collegio Orientale di Mosca una tesi negazionista dal titolo emblematico, La connessione tra nazismo e sionismo 1933-1945, nella quale, il futuro presidente dell'Autorità Palestinese sottostimava le vittime della Shoah a poche centinaia di migliaia, ribadendo uno dei paradigmi della propaganda araba e antisionista tout court, che lo sterminio (per altro, a suo dire, ampiamente manipolato) degli ebrei sarebbe stata la causa, o meglio il pretesto per il sorgere dello Stato ebraico. Domenica scorsa, nel suo feudo di Ramallah, i presenti convocati per una riunione straordinaria del Consiglio Centrale dell'Autorità Palestinese a seguito della decisione di Donald Trump di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, hanno assistito a una lectio di storia dell'improvvisato docente, il quale, faccia feroce, pugni serrati, ha messo in piedi un insieme inverosimile di falsità per ribadire una tesi brunita dal tempo: l'impresa sionista è una impresa criminale perpetrata ai danni del popolo palestinese.
   Il paradigma è quello confezionato nei laboratori sovietici nella metà degli anni Sessanta, quando videro la luce l'OLP e, a seguito della inaspettata vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, "il popolo palestinese" di cui, nei decenni precedenti, nessuno aveva avuto alcun sentore. Ma la propaganda, si sa, è opera demiurgica, plasma la realtà attraverso un fiat verbale che non è il logos originario, ma una sua bassa e decaduta imitazione, la quale, tuttavia, funziona a meraviglia.
   Il professor Mazen ha ripetuto il vecchio mantra sul sionismo come "progetto colonialista che nulla ha a che fare con l'ebraismo" che piace tanto agli ebrei ultraortodossi avversi allo Stato ebraico come la setta dei Naturei Karta e agli antisionisti e antisemiti di vario colore, a destra come a sinistra. Non contento ha voluto aggiungere che la cacciata degli ebrei dai paesi arabi in cui vivevano, Egitto, Iraq, Siria, Marocco, Yemen, Tunisia, conseguente la nascita di Israele fu causata dagli ebrei stessi. Il motivo? Avevano bisogno di popolare la regione.
   Non furono gli stati arabi che lo fecero di loro sponte a causa della nascita di Israele e della vittoria di quest'ultimo contro le armate arabe che volevano annichilirlo. No. Furono gli ebrei che organizzarono le cose in modo che gli stati arabi cacciassero i loro confratelli. Tesi che va di pari passo con l'altra, ancora più ignobile e ripugnate, secondo cui sarebbero gli ebrei stessi i responsabili della Shoah al fine di affrettare la nascita dello Stato ebraico.
   Siamo qui al cospetto sempre dello stesso stampo, quello del complotto ebraico, la cui matrice si trova incuneata nei "Protocolli dei Savi di Sion", testo prediletto dagli antisemiti al cubo, assai compulsato da Adolf Hitler e immarcescibile evergreen, soprattutto nel mondo arabo e musulmano dove venne diffuso con amorevole cura alla fine degli anni '20 dai Fratelli Musulmani.
   Naturalmente, non poteva mancare la rappresentazione di Theodor Herzl come di un Cecil Rhodes molto più perfido e spietato, il quale aveva progettato lo sterminio degli arabi. Invenzione delirante come le altre, perfetta per analfabeti, indigenti di storia e di realtà.
   Herzel mai scrisse o professò lo sterminio degli arabi, sicuramente scrisse a proposito di un loro trasferimento da realizzarsi attraverso compensazione. Come scrive Benny Morris in "Vittime, Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001":
   "Nel 1901, in una bozza di statuto per una 'società ebraico-ottomana di gestione del territorio', Herzl propose che lo Stato avesse l'autorità di spostare la popolazione locale da un luogo a un altro. Ma non parlò mai apertamente della necessità di trasferire gli arabi palestinesi per far posto ai sionisti. Da buon liberale, immaginava che gli arabi benestanti avrebbero appoggiato lo Stato ebraico, e avrebbero continuato a vivere in Palestina sotto una legislazione di esemplare tolleranza".
   Ma tutto muta nella nera fabula raccontata da Abu Mazen, ogni cosa, come in uno specchio deformante, assume contorni grotteschi, sgomentevoli, si alona di malefico, diventa il solito racconto nero e turpe in cui Israele appare come una entità satanica, per la gioia dei suoi demonizzatori.
   Il capobastone di Ramallah, ormai ridotto a quello che è da anni, un mafioso di provincia, non ha mai perso un'occasione per ribadirlo e continua a farlo anche ora, in cui, ridotto all'irrilevanza politica, messo all'angolo dagli eventi, può solo sfogarsi col suo surreale j'accuse rivolto a una entità immaginaria, mai esistita. Allucinazione perpetua generata da una impietosa impotenza manifesta.

(L'informale, 16 gennaio 2018)


Fedez e la "sua" Intifada: "Licenza poetica, mi scuso"

"Comunque vada cara, tu sei la mia Intifada. Comunista con il Rolex di Rifondazione Prada".
Un testo di rara profondità quello con cui Fedez, nel recente successo musicale Sconosciuti da una vita firmato insieme a J-Ax, si rivolgeva alla compagna Chiara Ferragni. Uscito in settembre, il brano ha fatto storcere più di una bocca e suscitato più di una perplessità.
Cosa avrà inteso con quel "Tu sei la mia Intifada" il noto rapper milanese? Una dichiarazione d'amore? Oppure, considerata la natura non propriamente pacifica del movimento terroristico palestinese, una dichiarazione di guerra?
Oggi, nel corso di una conferenza stampa e rispondendo a una precisa domanda di Pagine Ebraiche, dopo tanti mesi Fedez ha potuto finalmente chiarire. La sua, ha sostenuto in modo piuttosto sbrigativo, è stata "una licenza poetica".
Ha comunque aggiunto l'artista: "Se qualcuno si è offeso, chiedo scusa".

(moked, 16 gennaio 2018)


Certo, il riferimento all’intifada è soltanto una licenza poetica, comprensibile in certi artisti che si prendono ben altre licenze. E poi "Intifada" (con la maiuscola) suona bene, mettercela dentro fa fino: misteriosi riferimenti che nessuno capisce, nemmeno chi li fa. E se qualcuno si offende, lui si scusa. Si scusa di non aver capito niente; gli altri capiscono e fanno come se fosse niente. Il testo però - dicono - è “ di rara profondità”. Bisogna andarselo a cercare. L’abbiamo fatto. Ecco il testo di rara profondità
"Ti conosco da sempre, ma non ti ho mai capita", dice lui a lei. La cosa non sorprende.
... ed ecco l'autore di tanta profondità



A settant'anni dalla creazione, Israele prepara la grande festa

"70 ore di festa che riuniranno i cittadini di tutto il paese in eventi diversi e gioiosi". Così il ministro della Cultura israeliano Miri Regev ha definito le iniziative organizzate dal ministero in occasione delle celebrazioni quest'anno dei 70 anni di Indipendenza dello Stato d'Israele. Durante una conferenza stampa tenutasi ieri a Yad LaShirion, nel centro urbano di Latrun, Regev ha anche presentato il logo dedicato ai festeggiamenti. Il ministro ha spiegato che la cerimonia annuale al Mount Herzl del 18 aprile sarà accompagnata da una canzone ufficiale per celebrare il 70o anniversario d'Israele, seguita "dal più grande spettacolo pirotecnico della storia del paese".
   Poi prenderà il via una festa in spiaggia, che durerà tutta la notte "lunga 70 chilometri, da Tiberiade a Eilat". Il 19 aprile sarà caratterizzato da una "sfilata leggera" in onore dell'innovazione israeliana, vi sarà l'annuale quiz dedicato alla Torah e la cerimonia del Premio Israele. Venerdì 20 aprile, in tutto il paese, si terranno delle feste di strada in omaggio e ricordo delle esplosioni di gioia e delle danze spontanee che furono organizzate nelle strade dopo che David Ben-Gurion dichiarò la nascita dello Stato (14 maggio 1948). Secondo i media israeliani, il costo della celebrazione ammonterebbe a 100 milioni di Shekel (24 milioni di euro), meno dei 160 milioni spesi per il 60esimo anniversario.

(moked, 16 gennaio 2018)


Il Presidente Rivlin: da Abu Mazen frasi antisemite e negazioniste

GERUSALEMME - Ha scatenato dure reazioni il discorso con cui, domenica, il presidente palestinese Abu Mazen, si è scagliato contro Israele e gli Stati Uniti dopo le recenti decisioni su Gerusalemme. «Questo è il giorno in cui gli accordi di Oslo terminano. Israele li ha uccisi», ha detto. Ma si sarebbe anche poi espresso in modo controverso sull'origine di Israele, sostenendo che lo Stato «è un progetto coloniale che non ha nulla a che fare con l'ebraismo». Il presidente israeliano Reuven Rivlin, su Facebook, ha ribattuto dicendo che Abu Mazen «ha dimenticato molte cose e ha detto esattamente quello che anni fa lo portò ad essere accusato di antisemitismo e di negazionismo». Il premier Benjamin Netanyahu ha scritto, sempre su Facebook, che il leader dell'Anp «ha gettato la maschera».

(Avvenire, 16 gennaio 2018)


Abu Mazen predica la distruzione di America e Israele

Discorso di guerra del leader palestinese. E ai suoi rivela: "Potrebbe essere l'ultimo"

di Fiamma Nirenstein

Pare che subito dopo il discorso della distruzione tenuto domenica sera al Comitato Centrale Palestinese Abu Mazen abbia detto ai suoi, alla Mukata, «Potrebbe essere l'ultima volta che mi vedete qui».
   Tristezza, sconfitta, abbandono. È il 13o anno, compiuto ieri, di una presidenza senza successi, di cui mai si sono rinnovate le votazioni dal 2005, quando fu eletto all'indomani dell'Intifada. Domenica ha festeggiato il compleanno maledicendo Trump al culmine di un lungo e stravagante discorso: «Yihareb beitak» («Venga distrutta la tua casa»). Un linguaggio da suk. Abu Mazen ha 82 anni e in molti si sono chiesti se non sarebbe il tempo di pensare alla pensione. Il discorso dettato dalla frustrazione ripete i leit motiv della sua politica: il rifiuto della legittimità della presenza ebraica.
   Quindi, quando ha detto che potrebbe cancellare l'accordo di Oslo non ha detto niente di nuovo: è morto da anni sul rifiuto palestinese di riconoscere il diritto del popolo ebraico alle sue radici storiche e quindi sulla speranza di buttarlo in mare, come diceva Gamal Nasser. Più di ogni esclamazione su Gerusalemme, sul rifiuto del contatto con gli americani, sul rifiuto di tornare a parlare di pace ciò che fa più impressione è la lezione di storia che ha voluto propinare: «Si è voluto portare qui gli ebrei dall'Europa (con la Shoah, vista come una specie di fiction colonialista ndr) per proteggere gli interessi europei nella regione. Chiesero all'Olanda (!!) che aveva la flotta più grande di trasportare gli ebrei... è un progetto colonialista che non ha connessione con l'ebraismo». Dopo questo ha di nuovo chiesto all'Inghilterra di scusarsi per la dichiarazione Balfour, che riconosceva il diritto degli ebrei a «un focolare nazionale in Palestina».
   Abu Mazen recupera una posizione tipica della sua generazione: gli ebrei sono intrusi, il sionismo un movimento coloniale in cui l'ebraismo non c'entra, pompato dall'avvento Shoah, sempre, secondo lui, esagerato nel significato per fini politici. La sua tesi di laurea fu su questo. Anche la sua memoria delle trattative con Olmert, il cui scoglio fu il «diritto al ritorno», ha spostato il contenzioso sul Giordano. Abu Mazen ha riproposto la cancellazione dello Stato Ebraico, ha imputato a Trump di volergli sottrarre Gerusalemme, e ha annunciato che respinge ogni contatto con la Casa Bianca ribadendo con furia anche il rifiuto a incontrare l'ambasciatore David Friedman. Tutti all'inferno: un grido di disperazione nel vedersi all'improvviso abbandonato sulla questione di Gerusalemme mentre il vecchio mallevadore, Obama, preferiva i palestinesi agli israeliani; nell'assistere alla inutilità della predilezione Europea; nel rendersi conto che i grandi Paesi Sunniti, soprattutto l'Arabia Saudita e l'Egitto, sono molto più interessati a avere un buon rapporto con gli Stati Uniti che con i Palestinesi.
   Invece di 125 milioni di dollari Trump sta decidendo di mandare all'Agenzia per i profughi palestinesi soltanto 60 milioni e diventa reale la minaccia di tagliare per intero i 300 milioni all'Autorità. La vittoria anti Trump ottenuta dai Palestinesi all'Onu ha ottenuto meno voti del previsto.
   La linea di rifiuto li porta nelle braccia di Hamas, che a loro volta puntano su Hezbollah e gli iraniani, con la simpatia di Erdogan. Abu Mazen non ha tuttavia chiuso tutte le porte: con la sua solita tecnica, ha solo minacciato rotture, ha lasciato in piedi la collaborazione dei servizi di sicurezza e gli accordi del passato, ha ripetuto la parola «pace». Non si sa mai. L'America è sempre l'America.

(il Giornale, 16 gennaio 2018)


Consegnata la medaglia di "Giusto tra le Nazioni" alla memoria di Gonippo e Nova Massi

 
Consegnata la medaglia di "Giusto tra le Nazioni" alla memoria di Gonippo e Nova Massi
Gonippo e Nova
MONTERCHI - Ieri mattina, presso la Sala Consigliare di Palazzo Massi a Monterchi, si è svolta la cerimonia di consegna della medaglia di "Giusto tra le Nazioni" alla memoria di Gonippo e Nova Massi. La nomina di "Giusto tra le Nazioni" è un riconoscimento per i non-ebrei (conferito dall'Istituto per la Memoria dei Martiri e degli Eroi dell'Olocausto Yad Vashem, istituito dal Parlamento Israeliano nel 1953) che hanno rischiato la vita per salvare quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.
   Gonippo e Nova erano due cittadini benestanti monterchiesi che tra il 1942 e il 1943 ospitarono nella propria abitazione, in località Vicchio, due famiglie ebree, i Lukac. Queste due famiglie, originarie della Slovenia, arrivarono in terra tiberina nell'inverno del 1942 ed erano destinate a far parte dei circa 10mila prigionieri del campo di concentramento di Renicci. Ma i Lukac non arrivarono mai a Renicci grazie all'intervento proprio di Gonippo che, con il suo carro, andò a prenderli alla stazione di Anghiari e li portò a Vicchio, dove rimasero per circa due anni. Probabilmente erano 8 persone: i due fratelli Lukac, le rispettive mogli e i figli. L'aspetto che rimane tutt'oggi misterioso è quello del come entrarono in contatto Gonippo e le famiglie Lukac. I Massi ospitarono le due famiglie fino alla fine della guerra compiendo un atto eroico che da questa mattina è anche riconosciuto ufficialmente.
   Una testimonianza scritta importante è quella di Iolanda Fonnesu Alberti che conobbe al tempo la "signorina Oli", una delle figlie dei Lukac: "nell'estate dell'anno di guerra 1943, per motivi di studio, e per qualche mese, frequentai una giovane straniera, la cosiddetta signorina Oli. La sua improvvisa presenza nella nostra vallata non suscitò tra la popolazione locale alcuna curiosità perché, in quel particolare momento storico, molte erano le famiglie forestiere e stranieri che improvvisamente, segretamente e talvolta misteriosamente vi arrivavano per rifugiarsi nei paesi più appartati dell'area appenninica [...] Dal rifugio della frazione amministrativa di Vicchio di Monterchi, dove la sua famiglia era stata generosamente accolta e protetta dalla residente famiglia Massi, la signorina Oli usciva soltanto per inevitabili necessità e per venire ad impartire a mio fratello e a me lezioni di lingua inglese. Le sue amichevoli lezioni venivano impartite nella mia casa di famiglia, nella campagna di Pocaia."
   Il riconoscimento è stato consegnato dalla Dottoressa Sara Ghilad (prima assistente dell'Ambasciata di Israele in Italia) e ritirato da Fabio e Gino Principi, nipoti di Gonippo e Nova Massi (entrambi scomparsi anni fa). Alla cerimonia hanno preso parte: il Sindaco di Monterchi Alfredo Romanelli, l'Onorevole Marco Donati, Valentina Vadi consigliere regionale, Rossella Cestini assessore di Città di Castello, Sara Ghilad dell'Ambasciata di Israele in Italia, le Autorità locali, tanti cittadini e anche alcuni alunni delle scuole medie di Monterchi. Una mattinata importante che, a distanza di 70 anni, ha reso pubblico un gesto eroico compiuto da due cittadini monterchiesi.

(teveretv, 16 gennaio 2018)


L'antisionismo non muore mai

"Siamo passati dall'ebreo fautore di guerra allo stato di Israele fautore di guerra. La logica intellettuale è sempre la stessa". Parla lo storico Georges Bensoussan.

di Francesco Berti
La propaganda antisionista nei paesi arabi e musulmani si presenta molto spesso come un esplicito appello al genocidio Dopo Auschwitz, l'antisemitismo proseguì nella forma dell'antisionismo, nella lotta per delegittimare lo Stato di Israele L'Europa odierna esalta il multi- culturalismo e considera ogni identità nazionale alla stregua di una identità di morte Il discorso antisionista di oggi è analogo al discorso antisemita prima della Seconda guerra mondiale: prepara alla distruzione

La diffusione dell'ideologia antisionista impone un continuo sforzo di riflessione volto a comprendere la natura di questo fenomeno e il suo rapporto con l'antisemitismo. Ne parliamo con uno studioso noto ai lettori del Foglio, Georges Bensoussan, storico di fama internazionale del sionismo e della Shoah, direttore editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi e della Revue d'histoire de la Shoah, autore di decine di studi su questi temi. Il 13 e 14 novembre scorso, Bensoussan ha tenuto due conferenze a Padova. Il 13, a Palazzo Moroni, è intervenuto su "L'antisemitismo e l'antisionismo oggi", evento curato dalla Fondazione Italia Israele, Cristiani per Israele e Comunità ebraica di Padova. Il giorno successivo, al Bo - sede dell'università - su "Le sionisme: de la mythologie à l'histoire", conferenza organizzata dal Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea.
   L'antisionismo sembra sempre più diffuso nella cultura politica contemporanea, in occidente come nei paesi musulmani. Dove affonda le sue radici questo atteggiamento così pregiudizialmente ostile verso il sionismo e verso Israele? "Per l'opinione corrente - risponde lo storico -, l'antisionismo è una ideologia originata nell'estrema sinistra e nel mondo arabo, che ha avuto una crescita notevole dopo la Guerra dei sei giorni del 1967. Pochi sanno, però, che l'antisionismo ha radici molto più antiche, precedenti alla Seconda guerra mondiale, che risalgono alla fine del XIX secolo, e che hanno trovato la prima espressione nell'antisemitismo di una parte della chiesa cattolica e in quello di matrice razziale. E' questo il periodo in cui si fa largo, come propaggine delle reazioni alla Rivoluzione francese, l'idea del complotto sionista, che viene a sovrapporsi a quella del complotto giudaico. Nel 1897, l'anno del primo congresso sionista tenutosi a Basilea, la Civiltà cattolica pubblicò un primo articolo antisionista. L'idea della restaurazione, per così dire, di uno stato ebraico, veniva percepita come una sorta di affronto verso il cattolicesimo: se la religione ebraica è una religione caduca, è inconcepibile che gli ebrei ritrovino la loro indipendenza politica nella terra di Israele. Per quanto riguarda l'estrema destra, che faceva dell'antisemitismo una questione razziale, essa lanciò, a partire dalla pubblicazione in Russia nel 1903 dei Protocolli dei Savi di Sion, una violenta campagna antisionista. Va notato che nel periodo precedente alla Prima guerra mondiale, gli antisionisti presentarono il sionismo non tanto come il progetto di creare uno stato ebraico, quanto come quello di dar vita a una dominazione mondiale: lo stato ebraico sarebbe stato dunque unicamente un pretesto per conseguire questo fine. Pare significativo il fatto che nel 1924 i Protocolli siano stati tradotti in Germania col titolo di Protocolli sionisti. Tra le due guerre, gli antisionisti sostennero che il movimento sionista, grazie alla Dichiarazione di Balfour, stava creando un organo centralizzato di governo allo scopo di dominare il mondo. Questo tema si arricchì negli anni Venti e Trenta di nuovi elementi e in particolare si legò all'antibolscevismo, presentato come un'invenzione ebraica". Ma quale fu il rapporto del nazismo, capace di elaborare la forma più radicale di antisemitismo, con il sionismo? "Il movimento nazista fu ossessionato dal sionismo fin dal suo sorgere, a partire naturalmente dal suo ideologo Alfred Rosenberg, il quale nel 1919 nel suo primo volume analizzò il sionismo. Rosenberg era un tedesco estone che aveva abbandonato la terra natia a causa della Rivoluzione russa. Quindi in Rosenberg l'antisionismo alimentato dai Protolli e l'antibolscevismo si saldarono in un'unica visione. Anche Hitler parlò del sionismo nel Mein Kampf, scrivendo che il sionismo chiarisce la vera natura del giudaismo, che è quella di una entità biologica, piuttosto che di una confessione religiosa. Inoltre affermò che l'obiettivo dei sionisti è solo in apparenza quello di creare uno stato ebraico, poiché il suo scopo è la sovversione mondiale e in particolare la distruzione della civiltà occidentale".
   Quanto all'atteggiamento antisionista nel secondo Dopoguerra, Bensoussan chiarisce subito che "manifestarsi pubblicamente antisemiti dopo Auschwitz era quasi impossibile. In un certo modo, Auschwitz ha screditato l'antisemitismo. L'antisemitismo proseguì perciò principalmente nella forma dell'antisionismo, nella lotta virulenta per delegittimare lo stato di Israele. Questo è il compito che si pose l'estrema destra dopo il 1945. Si sviluppò una pubblicistica in cui si sostenne che il complotto sionista è guidato dallo stato di Israele, che si prefigge di prendere il controllo del mondo manipolando le grandi potenze. Si posero così le premesse per un incontro tra l'antisionismo e le dottrine negazioniste della Shoah. I negazionisti asseriscono che non vi sono mai stati sei milioni di morti: si tratta di un pretesto per permettere la creazione dello stato di Israele. Se lo stato di Israele ha come unico motivo di legittimità il genocidio degli ebrei in Europa, bisogna provare che il genocidio degli ebrei non ha mai avuto luogo. Ma con la Guerra dei sei giorni cambiò tutto. Da allora, il sionismo venne legato al colonialismo, in un contesto mondiale di decolonizzazione. L'antisionismo virò decisamente a sinistra, legandosi a lotte come l'antirazzismo, l'antimperialismo, l'anticolonialismo appunto. Si arrivò così alla famosa risoluzione del 10 novembre 1975, nella quale l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite decretò, a larga maggioranza, che il sionismo è una forma di razzismo. Questa nuova giudeofobia prese necessariamente i tratti dell'antisionismo, tanto più che ora si sviluppava prevalentemente a sinistra, dove non ha cittadinanza un antisemitismo che si presenti col suo vero nome. Tuttavia - prosegue - appare evidente il legame tra l'antisionismo attuale e quello sviluppato dall'estrema destra negli anni Trenta del Novecento. Quest'ultimo sosteneva che gli ebrei avrebbero portato il mondo a una guerra mondiale. A partire dagli anni Settanta, gli antisionisti di sinistra vanno predicando che lo stato di Israele precipiterà il mondo nella terza guerra mondiale. Siamo passati dall'ebreo fautore di guerra allo stato di Israele fautore di guerra. Siamo evidentemente all'interno della medesima logica intellettuale".
   Quindi l'odio antisionista si abbevera alla stessa fonte dell'odio antisemita? "L'ossessione per gli ebrei prima della Seconda guerra mondiale e l'ossessione per lo stato di Israele dopo la guerra si spiegano col medesimo senso di angoscia collettiva generato dal cattivo andamento delle cose nel mondo e col conforto che la risposta antisemita e antisionista, molto semplice e facile da comprendere, offre a tale angoscia. All'ebreo demonizzato succede lo stato di Israele demonizzato: è la figura del diavolo che viene spostata dal popolo allo stato. L'antisemita - dice Bensoussan - ha bisogno dell'ebreo per esistere, perché l'ebreo è la risposta alle sue paure. Tutti i suoi fantasmi ripulsivi si cristallizzano nell'immagine dell'ebreo. Non è solo il meccanismo del capro espiatorio: è legato a tutto quello che è l'insegnamento del disprezzo, che fa sì che nella civiltà occidentale l'ebreo sia diventato da tempo immemorabile una figura maledetta. Questa immagine si è trasferita dal popolo ebraico allo stato ebraico: il secondo, come il primo, è il figlio del diavolo o diavolo lui stesso, un paria che non si vuole conoscere e frequentare". Ma allora è possibile dire che, nella misura in cui fa appello alla distruzione dello stato di Israele, l'antisionismo diventa un messaggio genocidario? "Anche in questo caso bisogna rispondere affermativamente, ma occorre fare una distinzione tra l'antisionismo europeo e quello presente nei paesi musulmani. La propaganda antisionista europea si fonda per lo più sulla riprovazione. Quella che viene proposta nei paesi arabi e musulmani invece si presenta molto spesso come un esplicito appello al genocidio, che ricorda la propaganda antisemita radicale sviluppatasi in Europa tra Otto e Novecento. Molto prima di Hitler, a partire dalla metà del XIX secolo, negli ambienti antisemiti tedeschi più estremi circolava già un chiaro messaggio genocidario. Paul de Lagarde, nel 1887, affermò proprio questo: con gli ebrei non si deve discutere, bisogna sterminarli. Oggi troviamo lo stesso concetto in riferimento allo stato di Israele. Si dice che questo stato è di troppo, è un cancro, una peste, una malattia. Alcuni paesi islamici utilizzano l'espressione 'entità sionista', non lo chiamano neppure stato di Israele. Questi appelli alla distruzione dello stato sono identici agli appelli di distruzione del popolo ebraico che circolavano in Europa nei decenni precedenti alla Seconda guerra mondiale", osserva lo storico. Perché, domandiamo, l'Europa sta sottovalutando questa minaccia? "In Europa non si ascoltano le radio arabe e iraniane, non si guarda la televisione né si leggono i giornali di quei paesi. Esiste una agenzia internazionale, Memri, specializzata nello scandagliare minuziosamente quanto si dice e scrive nei media persiani e arabi. Chiunque può vedere nel sito di questa agenzia i filmati a cui mi riferisco sottotitolati in inglese. Il quadro che ne emerge è catastrofico. Continui sono i messaggi che prospettano la distruzione totale dello stato di Israele. Gli europei sono spinti a sottovalutare questi appelli al genocidio per varie ragioni. La prima è intellettuale. Generalmente, in qualunque epoca, non siamo mai contemporanei della nostra storia: non capiamo la storia che stiamo vivendo e guardiamo sempre il presente con gli occhi del passato. In secondo luogo, c'è arroganza e disprezzo verso chi non si pone in linea con il pensiero dominante. Si accusa di essere islamofobo e razzista anche solo chi mette in discussione alcuni stereotipi culturali. Inoltre, l'Europa deve ancora finire di fare i conti con il senso di colpa per la Shoah. Di qui le accuse a Israele di essere uno stato nazista: se si arriva a credere che gli israeliani si stanno comportando come i nazisti, il senso di colpa si affievolisce, o viene addirittura cancellato". Inoltre, aggiunge Bensoussan, "a ben considerare, poi, nell'antisionismo europeo rivive l'antica accusa rivolta agli ebrei di essere il popolo deicida. Ecco allora che il palestinese diventa la nuova figura del Cristo sulla croce, come se Cristo fosse stato crocifisso una seconda volta, sempre per colpa degli ebrei e sempre in terra di Israele. Infine, lo stato di Israele disturba perché, pur essendo multietnico, si è costruito sull'identità nazionale ebraica. L'Europa odierna esalta il multiculturalismo e considera ogni identità nazionale alla stregua di una identità di morte, in quanto l'identità nazionale viene vista come una esclusione dell'altro. E' come se gli ebrei avessero seguito una evoluzione contraria a quella dell'Europa. In ogni caso, il discorso antisionista, che assuma o meno esplicitamente l'appello allo sterminio, è analogo al discorso antisemita prima della Seconda guerra mondiale: prepara alla distruzione, perché la distruzione comincia sempre con delle parole. Ci si abitua all'idea che Israele impedisce di vivere bene nel mondo. Licenza è concessa al genocidio".

(Il Foglio, 16 gennaio 2018)


Così i boicottatori anti Israele si scatenano anche nel mondo della moda

Un artista libanese di fama mondiale, Elie Saab, veste una modella israeliana, Gal Gadot, che viene attaccata: "Perché indossi i suoi abiti?"

di Stefano Basilico

 
Gal Gadot indossa il vestito di Elie Saab al National Board of Review 2018 a New York
Gal Gadot
Elie Saab è uno stilista libanese, il primo straniero a essere accettato dalla Camera nazionale della Moda nel 1997. Il suo stile romantico, mix di forme occidentali e dettagli mediorientali, ha conquistato reali e celebrità. Quando Rania di Giordania venne incoronata nel 1999 scelse di indossare un suo abito. Nei primi anni 2000, Saab ha iniziato a spopolare a Hollywood.
   Non sorprende dunque la scelta di uno degli astri nascenti del cinema a stelle e strisce, Gal Gadot, di indossare un capo di uno degli stilisti più rinomati nel jet set internazionale, un personaggio che offre lustro a tutto il Libano. C'è però un problema. Gadot è israeliana. Non solo, è stata vincitrice di Miss Israele nel 2004 e tolta la coroncina, due anni dopo è andata a prestare servizio militare come istruttrice di combattimento nell'IDF, le Forze di Difesa israeliane. Degli anni di naja, l'attrice si è sempre detta entusiasta, raccontando come l'abbiano aiutata a sviluppare "disciplina e rispetto" e altre qualità utili per la sua carriera cinematografica. Una carriera in cui è all'apice, dopo i successi in "Fast and Furious" e "Wonder Woman".
   Gadot ha deciso di indossare un abito azzurro di Saab al gala del National Board of Review. Il brand ha postato sul proprio profilo Instagram la foto dell'attrice israeliana, come da consuetudine quando un vip sfila sul red carpet. Tutto normale, se non fosse che Saab viene da un paese arabo che è teoricamente in guerra con Israele da decenni. Ecco dunque scatenarsi gli intellettualoidi indignati, come la presentatrice televisiva di Beirut Heba Bitar che ha twittato: "Amo e rispetto Elie Saab, ma è davvero felice che un'attrice israeliana vesta un vestito disegnato da lui?" La foto ha suscitato polemiche e dopo pochi minuti è stata rimossa dal profilo. Farah Shami, altra produttrice di una televisione all news, scrive: "Non è un problema che lei vesta Elie Saab, ma ho un problema con il fatto che il suo profilo pubblichi la foto e se la tiri perché un'ex soldatessa israeliana indossa i suoi abiti! Non rovinate una delle poche cose che ci rende fieri di essere libanesi!".
   Non è la prima volta che il boicottaggio anti-israeliano colpisce il mondo della moda e del cinema. Il brand di lingerie Victoria's Secret è nel mirino del movimento BDS perché si rifornisce dall'azienda di abbigliamento israeliana Delta Galil. Stessa sorte per i grandi magazzini britannici "Marks & Spencer's", legati "a doppio filo al sionismo" e a Estée Lauder, il cui presidente emerito Ronald Lauder è leader del Congresso ebraico mondiale.
   La stessa Gadot ha visto il proprio film "Wonder Woman" bandito dalle sale libanesi nel 2017, dopo che il ministro del Commercio l'anno precedente non riuscì a bloccare "Batman vs Superman" che vedeva la stessa attrice nel cast. Sempre "Fast and Furious", della stessa Gadot, e altre pellicole con la connazionale Natalie Portman arrivarono senza problemi nei cinema. Paradossale che anche l'ultimo film di Steven Spielberg, "The Post", proprio sul tema della libertà di stampa, sia stato bandito per i "legami con Israele" del regista, così come "Jungle", il film con Daniel Radcliffe ambientato nella giungla boliviana, perché basato sulla biografia dell'israeliano Yossi Ghinsberg.
   Un governo e un'opinione pubblica ficcanaso che vietano, bandiscono e mettono alla gogna prodotti culturali non solo creati, ma anche solo influenzati o fruiti da altre persone perché di diversa religione o nazionalità, gettano le fondamenta dei totalitarismi più imbruttiti. Ci rifletta Beirut, se vuole continuare a fregiarsi del titolo di "Parigi del Medio Oriente".

(Il Foglio, 16 gennaio 2018)


Giorno della memoria? Diventi a favore degli ebrei vivi

di Rocco Schiavone

"La giornata della memoria andrebbe dedicata anche agli ebrei oggi vivi, magari residenti nello stato di Israele, che lottano ogni giorno contro il terrorismo islamico e i suoi fiancheggiatori europei per non diventare morti come quelli della tragedia dell'Olocausto".
   Quante volte abbiamo sentito questo concetto negli ultimi anni? Tante, forse persino troppe. Tanto da convincerci che si tratti di una litania che viene ripetuta da taluni di buona volontà quasi per fare opera di auto convincimento più che di proselitismo ideologico. Invece quest'anno ci sta un assessore alla cultura ebraica nella giunta di Milano di Sala, Davide Romano, che minaccia di passare ai fatti e di compiere un'azione clamorosa: disertare le celebrazioni del 27 gennaio se non verrà messo nero su bianco questo punto. Romano è già uscito nelle cronache locali dei giornali come il "Corriere" ma a livello nazionale nessuno ha osato prendere di petto la cosa. Lui dice: "Molti la leggeranno come una provocazione. E vuole esserlo. So anche che il rischio è alimentare le polemiche ma mi dicano che senso ha celebrare una giornata in cui si ricorda il passato se non si guarda al presente".
   La memoria va alle tante iniziative di boicottaggio dei prodotti israeliani cui anche l'Europa della Mogherini non ha mancato di associarsi. O a quello che è accaduto a Milano lo scorso 9 dicembre quando un gruppo di studenti arabi insieme alle solite pasionarie di sinistra di complemento ha scandito in piazza San Babila slogan che riportano alla tradizione coranica della cacciata degli ebrei da Medina e del loro sterminio ai tempi di Maometto. Era l'anno 624 dopo Cristo e per molti nei paesi islamici il tempo sembra essersi fermato allora.
   Mentre per gli europei che vanno a fare affari in Iran e dubitano delle stragi di regime - come ha mostrato di fare una assistente della stessa Mogherini di recente in un tweet - il tempo sembra essersi fermato a Monaco 1938. Al famoso appeasement con i nazisti che oggi, riveduto e corretto, è con i nazi-islamici.
Per questo l'assessore alla cultura ebraica Davide Romano, ebreo e amico di Israele, chiede un passo avanti ulteriore alla giornata della memoria: diventi anche quella in salvaguardia degli ebrei oggi vivi, non solo il ricordo di coloro che da tempo sono morti ad Auschwitz, Birkenau e Treblinka. E non sia magari più una passerella di ipocrisia dove c'è posto per chi 364 giorni all'anno fa l'anti israeliano - e magari anche l'anti semita - e poi viene a ripulirsi l'immagine (non la coscienza) nel piagnisteo pubblico in ricordo di chi venne ucciso oltre 70 anni orsono.

(l'Opinione, 16 gennaio 2018)


Inutile ricordare lo sterminio di un popolo se non si difendono gli ebrei di oggi

di Fabrizio De Pasquale

MILANO - Davanti agli occhi esterrefatti dei rappresentanti della Comunità Ebraica ieri è andata in scena l'ennesima contraddizione della sinistra.
L'argomento in discussione era la condanna dell'antisemitismo, dopo che in Piazza Cavour un gruppo di militanti aveva letteralmente invocato un nuovo massacro di ebrei.
Tutti d'accordo sul principio che l'antisemitismo manifestatosi orrendamente in passato vada condannato e ricordato a futura memoria.
Ma quando si tratta di difendere gli ebrei di oggi dalle minacce del jihadismo radicale o da quella strisciante forma di accettazione di intolleranza religiosa che caratterizza il multiculturalismo, allora la sinistra non ce la fa a mettersi contro l'islam politico, quello che teorizza la distruzione di Israele.
In pratica la sinistra non vuole vedere quanto sta accadendo in Francia e a Parigi dove il clima per la comunità ebraica si è fatto più pesante a causa della assurda pretesa di pezzi della comunità islamica di riproporre nelle nostre società le leggi coraniche e le intolleranze religiose ad essa connesse.
Il Sindaco Sala e la sua maggioranza di sinistra hanno quindi bocciato nell'ordine:
  • la richiesta di chiudere le moschee abusive,
  • la richiesta di escludere dai futuri bandi chi fa parte di black list perché indiziato di legami col terrorismo;
  • la proposta di mettere uno striscione con scritto "Viva Israele, Israele viva" e infine anche la mia elementare richiesta:
  • chiedevo che le associazioni islamiche che trattano col Comune per avere spazi per i luoghi di culto condannassero espressamente i cori antisemiti e ripudiassero la distruzione di Israele.
Niente da fare. Troppo forte il legame tra la sinistra e la difesa dell'islamismo politico e della retorica filopalestinese.
Così va in scena l'ennesima ipocrisia di una sinistra che per sudditanza culturale all'islam politico rinnega i suoi valori di laicità, di tolleranza, di diritti civili.
È inutile ricordare lo sterminio di un popolo se non si difendono gli ebrei di oggi.

(Milano Post, 16 gennaio 2018)


Il mondo si è stancato dei palestinesi

Sono irrilevanti, ma non riescono a cambiare politica

Scrive il Jerusalem Post (1/1)

L'Olp e più in generale la causa palestinese stanno affondando nell'irrilevanza, ma anziché riformare le loro politiche per ristabilire la loro posizione, hanno adottato una politica della terra bruciata che non fa altro che intensificare la loro corsa verso il basso". Così Caroline Glick. "Il problema per l'Olp/Autorità palestinese è che il mondo è radicalmente cambiato mentre loro hanno continuato ad abbracciare i terroristi sperando sempre di farla franca. Questa settimana, l'Economist ha pubblicato i suoi dati annuali sul pil pro capite nei vari paesi del mondo. Per la prima volta, il pil pro capite di Israele ha superato quota 40.000 dollari. Più precisamente, secondo i dati dell'Economist, il pil pro capite in Israele è salito dai 38.127 dollari del 2016 ai 44.019 dollari del 2017. L'anno scorso è cresciuto del 4,4 per cento. Oggi il pil pro capite israeliano è superiore a quello di Giappone, Gran Bretagna e Francia e si prevede che negli anni a venire il divario a favore di Israele tenderà ad ampliarsi. Nella regione, i vicini di Israele rimangono un caso disperato economico e politico. Come ha notato Guy Bechor all'inizio di questa settimana, il pil pro capite egiziano di 2.519 dollari è un diciassettesimo di quello israeliano. Il reddito pro capite della Giordania è diminuito lo scorso anno da 4.648 a 4.135 dollari e le prospettive per il 2018 non sono positive. La situazione non è molto migliore nei paesi del Golfo, nonostante le loro riserve di petrolio e gas. L'Iran, per esempio, è povero e le previsioni per il futuro sono drammatiche. L'anno scorso, nonostante i 100 miliardi di dollari che il regime ha ottenuto grazie all'allentamento delle sanzioni, il pil pro capite è passato dai 6.144 dollari del 2016 a 5.889 dollari. Le guerre in Siria, Yemen, Iraq, Libano e Gaza costano parecchio. L'Egitto, l'Arabia Saudita e altri stati arabi sono attratti da Israele non solo per le loro comuni preoccupazioni di sicurezza riguardo all'Iran. Sono anche desiderosi di ampliare i loro rapporti con Israele per avvantaggiarsi delle sue tecnologie in ogni campo, dall'agricoltura alle tecniche idriche alle comunicazioni digitali. E non intendono permettere ai palestinesi di bloccare la loro rincorsa verso Israele. Mentre i palestinesi continuano con i loro vecchi trucchi, Israele sta diventando una potenza regionale e globale sempre più rilevante e le nazioni del mondo non sono interessate a indebolire Israele quando Israele le sta aiutando a sopravvivere e svilupparsi. Verso la fine del mese, Netanyahu incontrerà Modi a Delhi. Come Netanyahu, anch'egli riconosce che la causa dell'Olp è fondamentalmente sbagliata: la pace si ottiene sconfiggendo i terroristi, non portandoli al potere. E poi, la realtà economica e strategica di Israele non può essere ignorata. Modi e i suoi omologhi in tutto il mondo stanno comprendendo che i palestinesi non hanno niente da offrire, nemmeno la gratitudine. Quando una massa critica di palestinesi capirà che i trucchetti dell'Olp non funzionano più, allora faranno la pace con Israele. Fino ad allora, continueranno ad essere una molesta irrilevanza e nulla più".

(Il Foglio, 15 gennaio 2018)


Israele distrugge "il più sofisticato" tunnel di Hamas

Era lungo 900 metri e arrivava anche in Egitto. "Era usato per introdurre armi" . In Libano ferito da un'autobomba un dirigente del gruppo

di Giordano Stabile

 
Per gli israeliani si tratta del tunnel più sofisticato mai visto
L'aviazione israeliana distrugge il più sofisticato tunnel d'attacco mai realizzato da Hamas nella Striscia di Gaza e il fratello di un alto dirigente del movimento islamista viene colpito da una autobomba in Libano. Il gruppo estremista palestinese è sotto tiro dopo la proclamazione dell'inizio della "Terza Intifada" e dopo la rivendicazione dell'uccisione, vicino a Nablus, del rabbino Raziel Shevach, elementi che rischiano di innescare un nuovo conflitto aperto con Israele.

 Diramazione in Egitto
  L'attacco al tunnel, vicino a valico di Kerem Shalom, è stato condotto sabato da un cacciabombardiere israeliano, che ha usato una tecnologia elettronica avanzata, sviluppata per questo tipo di operazioni. Questa mattina il portavoce delle forze armate Ronen Manelis ha illustrato l'operazione: la galleria era lunga 900 metri e penetrava per 180 metri all'interno del territorio israeliano. Una diramazione portava anche in territorio egiziano e quindi il tunnel poteva essere utilizzato a un duplice scopo: contrabbandare armi e altro dall'Egitto alla Striscia; permettere attacchi a sorpresa in Israele.

 Violazione della sovranità
  Hamas ha replicato che la galleria serviva solo per il contrabbando di beni ma Israele ha confermato che le caratteristiche sono quello di un tunnel d'attacco, per colpire alle spalle l'esercito israeliano schierato al confine, una tecnica usato durante la guerra del 2014 e che costò decine di perdite alle forze israeliane. Per il ministro della Difesa Avigdor Lieberman siamo di fronte a una "clamorosa violazione della sovranità israeliana" e ha aggiunto che "la distruzione dei tunnel è una parte essenziale della nostra politica di indebolire costantemente le capacità strategiche di Hamas".

 Quarto tunnel distrutto
  È il quarto tunnel distrutto da Israele negli ultimi mesi. Dopo il raid di sabato, l'esercito ha riaffermato che Israele possiede "la più avanzate capacità al mondo nel localizzare le gallerie sotterranee" e che intende "distruggere tutti i tunnel che si estendono in territorio israeliano entro il 2018". Israele in questo modo, secondo il portavoce, si tiene pronto «ad ogni possibile scenario» di reazione da parte dei gruppi armati palestinesi.

 Valico chiuso
  Il valico di Kerem Shalom è stato chiuso e resterà chiuso «fino a quando sarà necessario per considerazioni di sicurezza». E' la principale via di accesso per gli aiuti umanitari nella Striscia. La chiusura è destinata ad avere riflessi gravi per la popolazione di Gaza, ha ammesso il portavoce, «ma la responsabilità ricade tutta su Hamas».

 Attacco mirato a Sidone
  Mentre l'esercito israeliano spiegava l'operazione anti-tunnel, a Sidone una autobomba colpiva l'auto del fratello di un alto dirigente di Hamas in Libano. L'esplosione ha distrutto la Bmw color argento di Mohammed Hamdan, ferito gravemente alle gambe. E' il fratello di Osama Hamdan, uno dei leader per le "relazioni internazionali" del movimento, secondo media libanesi il vero obiettivo dell'attentato. L'attacco non è stato rivendicato.

(La Stampa, 15 gennaio 2018)


Teheran non fermerà il programma missilistico

TEHERAN - Il presidente della commissione per la Sicurezza nazionale e la Politica estera del parlamento iraniano, Alaeddin Boroujerdi, ha risposto alle minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla revisione dell'accordo sul nucleare iraniano, sottolineando che Teheran non fermerà i progressi nel suo programma missilistico. Intervistato sabato scorso, 13 dicembre, dall'agenzia di stampa iraniana "Fars", Boroujerdi ha dichiarato che gli Stati Uniti dovrebbero sapere che l'utilizzo di "una tale letteratura, misure e tentativi di trovare alleati nell'Unione europea non spingerà la Repubblica islamica dell'Iran a ritirarsi nemmeno di un centimetro dalle sue politiche di sviluppo delle proprie capacità missilistiche". Il deputato ha descritto la capacità missilistica iraniana come l'unico potere di deterrenza del paese contro i suoi nemici, osservando che Teheran ha accettato la non proliferazione di armi atomiche, chimiche e biologiche. "L'Iran è completamente contrario all'uso delle armi di distruzione di massa", ha detto Boroujerdi.
   Venerdì scorso, 12 dicembre, Trump ha nuovamente rinunciato ad imporre sanzioni legate al programma nucleare, come prevede la procedura statunitense che chiede al presidente di confermare la sollevazione delle restrizioni contro Teheran avviata nel 2016. Trump che ha sempre definito l'accordo sul nucleare "come il peggiore mai firmato dagli Stati Uniti", ha chiesto ai partner europei di lavorare con Washington per "risolvere i disastrosi difetti del documento", minacciando in caso contrario il ritiro. Secondo il presidente Usa il nuovo accordo dovrebbe frenare il programma missilistico dell'Iran e includere restrizioni permanenti agli impianti nucleari iraniani, cancellando la data di scadenza che prevede nel 2025 la fine delle restrizioni al programma nucleare e quindi la possibilità per Teheran di arricchire nuovamente l'uranio e potenzialmente di creare un ordigno atomico. Poco dopo le dichiarazioni di Trump, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha ribadito che "il Jcpoa non è rinegoziabile". In un messaggio su Twitter il responsabile della diplomazia iraniana ha dichiarato: "Piuttosto che ripetere questa stanca retorica, gli Stati Uniti devono dare piena conformità all'accordo, proprio come ha fatto l'Iran"

(Agenzia Nova, 15 gennaio 2018)


India-Israele: incontro tra i premier a Nuova Delhi

Firmati nove accordi per espandere la cooperazione

 
 
NUOVA DELHI - Il primo ministro dell'India Narendra Modi, l'omologo israeliano Benjamin Netanyahu e le rispettive delegazioni - quella israeliana composta da 130 rappresentanti di un centinaio di imprese - hanno avuto colloqui ad ampio raggio nell'Hyderabad House, la residenza usata dal governo indiano per gli incontri istituzionali. I due leader hanno reso noto dopo l'incontro a Nuova Delhi di aver discusso di diverse questioni e accordi di cooperazione nelle aree dell'agricoltura, della scienza e della tecnologia, della difesa e della sicurezza, dei contatti interpersonali e negli scambi culturali. Sono stati firmati nove tra accordi, protocolli d'intesa e dichiarazioni di intenti, riguardanti la sicurezza, l'esplorazione nel settore del petrolio e del gas; l'energia solare e le batterie; la produzione cinematografica; la ricerca nella medicina omeopatica e ayurvedica (che coinvolge l'ospedale israeliano Saare Tzedek); le scienze e le tecnologie (con il coinvolgimento dell'Istituto israeliano di tecnologia Technion); le modifiche ai protocolli per il trasporto aereo; gli investimenti israeliani in India e indiani in Israele.
  Di particolare rilievo l'area della difesa: Modi ha detto di aver "invitato le compagnie israeliane a trarre vantaggio dalla liberalizzazione del regime sugli investimenti esteri diretti per produrre di più in India" con le compagnie indiane. Israele è uno dei principali fornitori di armamenti di Nuova Delhi, con esportazioni medie annue che ammontano a un miliardo di dollari. Pochi giorni prima dell'arrivo di Netanyahu, però, il governo indiano ha annullato un ordine da 500 milioni di dollari per lo sviluppo di missili anticarro guidati Spike da parte della joint venture tra Rafael Systems, Bharat Dynamics Limited e Kalyani Systems.
  Netanyahu ha pubblicamente elogiato Modi definendolo "un leader rivoluzionario nel senso migliore del termine". Modi ha ricambiato il calore, ringraziando l'amico Bibi per il "generoso affetto" e prendendo come esempio per l'India la politica israeliana di riduzione della burocrazia. Netanyahu ha rivendicato che Israele è "una fonte di ispirazione per l'innovazione" e "una forza globale nella tecnologia", mentre l'India abbonda di creatività, scienziati e matematici". Inoltre, ha ricordato che entrambi i paesi conoscono la sofferenza causata dal terrorismo, citando gli attentati di Mumbai del 26 novembre 2008. "Noi contrattacchiamo e non ci arrendiamo mai", ha aggiunto, alludendo al rafforzamento nella cooperazione sulla sicurezza. Inoltre, ha sottolineato il comune orgoglio per le rispettive democrazie, che resistono nonostante le difficoltà, e per il cui futuro la sicurezza è una condizione essenziale.
  Modi, che ieri ha già avuto i primi scambi con Netanyahu, accogliendolo all'aeroporto della capitale, accompagnandolo nel tributo ai soldati indiani caduti nella battaglia di Haifa del 23 settembre 1918, durante la Prima Guerra mondiale - il cui memoriale è stato ribattezzato Teen Murti Haifa Chowk - e ospitandolo in una cena privata, ha dichiarato in un comunicato che i partner hanno passato in rassegna i progressi della cooperazione come "fattore di stabilità e pace nelle nostre regioni e nel mondo" e discusso di varie questioni di interesse bilaterale e globale.
  Il leader indiano ha così sintetizzato i principali contenuti della discussione: "Per prima cosa rafforzeremo i pilastri esistenti della cooperazione in aree che toccano la vita dei nostri popoli. Questi sono l'agricoltura, la scienza e la tecnologia e la sicurezza. (…) In secondo luogo, ci stiamo avventurando in aree di cooperazione meno esplorate con il petrolio e il gas, la cyber-sicurezza, il cinema e le start-up (…). Come terzo punto ci stiamo impegnando a facilitare il flusso delle persone e delle idee tra le nostre terre. Ciò richiede una spinta politica, infrastrutture e connettività".
  In particolare è stato esaminato il piano quinquennale di cooperazione nell'agricoltura e nelle risorse idriche. Sono stati valutati i progressi nella collaborazione tra centri di eccellenza (28 in India e sette in Israele). Sono state completate le formalità per il lancio del Fondo congiunto per la ricerca e lo sviluppo nell'innovazione tecnologica, annunciato durante la visita di Modi in Israele. È stato concordato un nuovo confronto tra le parti a febbraio sul tema del commercio, coinvolgendo anche i privati, con l'obiettivo di far crescere gli scambi, ancora al di sotto del potenziale. I due primi ministri hanno ritenuto opportuno anche velocizzare la firma dell'Accordo sul trasporto marittimo, essendo la connettività uno dei fattori fondamentali per lo sviluppo dei rapporti commerciali.
  I premier hanno ribadito la condanna al terrorismo e l'allarme per la grave minaccia posta alla sicurezza e alla pace, anche da attori non statali, invocando misure più severe non solo per le organizzazioni terroristiche ma anche per chi le aiuta e le sostiene. Inoltre, sulla base delle loro esperienze nazionali, hanno sottolineato l'importanza dell'assistenza allo sviluppo di paesi terzi. Infine, Netanyahu e Modi hanno riaffermato "il sostegno a una rapida ripresa dei colloqui di pace tra Israele e i palestinesi per arrivare a una soluzione negoziata complessiva su tutte le questioni pendenti, basata sul mutuo riconoscimento e su accordi efficaci di sicurezza, per stabilire una pace equa e durevole nella regione".
  Netanyahu è il secondo premier israeliano in visita ufficiale in India dopo Ariel Sharon, quindici anni fa, ricambiando dopo soli sei mesi quella del primo ministro indiano Modi nello Stato ebraico, la prima per un premier indiano. I due leader trascorreranno molto tempo insieme. Modi affiancherà con assiduità Netanyahu, ricambiando la cortesia del leader israeliano che è stato quasi sempre al fianco di quello indiano nella visita di luglio, un onore generalmente riservato ai presidenti degli Stati Uniti, il più stretto alleato. La visita, nel 25mo anno di relazioni bilaterali, dovrebbe segnare l'inizio di un nuovo picco nelle relazioni bilaterali dopo il recente voto indiano all'Assemblea generale delle Nazioni Uniti, in appoggio alla risoluzione di condanna della decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.
  L'argomento è stato affrontato ieri nell'incontro tra il premier israeliano e il ministro indiano degli Esteri, Sushma Swaraj, per definire l'ordine del giorno odierno. Il leader di Israele ha detto che l'obiettivo della sua visita è portare le relazioni bilaterali a un nuovo livello, sottolineando l'importanza del viaggio in Israele di Modi, lo scorso luglio, una tappa fondamentale in questo percorso di approfondimento dei rapporti. Nell'incontro con la responsabile della diplomazia indiana Netanyahu ha parlato di una "relazione del futuro" costruita sulle tecnologie e sui contatti interpersonali. Entrambi gli interlocutori si sono detti d'accordo sul fatto che il recente voto all'Onu non avrà un impatto negativo sulle relazioni bilaterali. Swaraj ha definito "calorosa e coinvolgente" la conversazione avuta su vari aspetti della relazione e sul rafforzamento della partnership. In diverse interviste alla stampa indiana Netanyahu è tornato sulla questione, ribadendo che, nonostante il disappunto per quel voto, la relazione bilaterale "sta andando avanti su molti fronti", che si tratta di una relazione "tra i due paesi, tra i loro popoli e tra i leader" e definendo la partnership "un matrimonio benedetto dal cielo ma consacrato sulla terra".
  Per oggi sono in programma anche incontri tra il premier israeliano e il presidente e vicepresidente dell'India, Ram Nath Kovind e Venkaiah Naidu rispettivamente. Domani Netanyahu, con la consorte, partirà per Agra per visitare il Taj Mahal, celebre mausoleo indiano, da dove tornerà nella capitale per prendere parte al Raisina Dialogue, la conferenza multilaterale che si tiene ogni anno a Nuova Delhi. Mercoledì 17 il leader israeliano farà tappa ad Ahmadabad, nel Gujarat, lo Stato di Modi, che lo accompagnerà in un tour all'iCreate Technologies (costruito sulla base di un concept di innovazione israeliano) e all'Agriculture Centre for Excellence. La giornata si concluderà a Mumbai, dove Netanyahu incontrerà una rappresentanza della comunità israeliana residente nel paese.
  Il 18 gennaio, nella stessa città, sono in programma una colazione e un seminario con gli imprenditori e un tributo alle vittime degli attentati di Mumbai del 26 novembre 2008; alla Chabad House dovrebbe essere presente il giovane Moshe, i cui genitori furono tra le vittime di quegli attacchi terroristici: Modi lo ha conosciuto durante la sua visita di luglio in Israele e gli ha promesso un visto permanente; Netanyahu gli ha chiesto di accompagnarlo in India. La giornata si concluderà con un evento di gala con attori, registi e produttori di Bollywood. Il viaggio ufficiale terminerà il 19.

(Agenzia Nova, 15 gennaio 2018)


Diretto ma pragmatico. Così «The Donald» cambia il Medio Oriente

La politica estera della Casa Bianca modifica gli equilibri internazionali. A partire dal dossier Iran.

di Fiamma Nirenstein

Se il mondo non fosse così distratto, e certo non a torto, dalla valanga di notizie trash che sommergono i giornali con sesso e sbotti verbali impensabili, ci si accorgerebbe che il Medio Oriente sta prendendo strade nuove e diverse dal passato. L'abbraccio, ieri, forte e prolungato all'aeroporto di Delhi fra il premier indiano Narendra Modi e quello israeliano Benjamin Netanyahu non avrebbe mai potuto aver luogo senza un cambiamento di scenario complessivo.
   L'India è un leader del campo «non allineato», Israele dovrebbe esserle invisa per tradizione. E senza un cambio di scenario internazionale mentre si disegnano nuove alleanze, probabilmente l'esplosione spettacolare sabato, della grande galleria di Hamas che portava i terroristi da Gaza non solo in Israele ma anche in Egitto non avrebbe avuto luogo. Sono quattro gallerie saltate per aria in due mesi: una minaccia molto consistente a Hamas, che, in questo caso, sembra contenere anche un implicito silenzioso consenso egiziano.
   Lo sfondo, spettacolare ma molto ben ponderato, una vera mossa strategica di politica internazionale, è stata, venerdì la presa di posizione di Trump sulla questione iraniana: si era partiti qualche mese fa dalla non certificazione del trattato, poi dalla minaccia di «non rinunciare alle sanzioni nucleari» implicitamente avviando la cancellazione dell'accordo del 2015. Arrivata la scadenza della decisione, Trump ha annunciato che invece «rinuncia» alle sanzioni, cioè mantiene il trattato a patto che venga rivisto con un accordo Usa-Europa: entro 120 giorni, chiedono gli Stati Uniti, il pessimo accordo voluto da Obama deve essere rivisto insieme ai partner europei; una partnership che al momento l'Europa, che ha subito richiesto che non si pensi a cancellare l'accordo, non sembra vedere favorevolmente, ma che probabilmente dovrà prendere presto in considerazione, pena il crollo del rapporto coll'Iran. «Attenzione» ha detto infatti il presidente americano «è l'ultima volta». E subito la Russia, ha ritenuto la proposta di Trump «estremamente negativa». E di nuovo Federica Mogherini ieri durante una cerimonia a Bruxelles ha lodato il trattato, ha detto che funziona benissimo, e che l'intenzione è di mantenerlo così com'è.
   Si vedrà. Le correzioni, e sarebbe difficile per chiunque negarlo, appaiono indispensabili alla luce dell'esperienza e del buon senso: l'Iran, secondo i punti elencati da Trump come irrinunciabili, deve consentire che si visitino anche i siti richiesti dagli ispettori internazionali, cosa che oggi è vietata nelle strutture militari; si deve cancellare la scadenza (adesso è di soli dieci anni) del divieto di arricchimento dell'uranio; il programma e gli esperimenti balistici, le parate e le guerre continue di conquista devono cessare.
   È stata questa la risposta di Trump da una parte alle pressioni europee tutte filo-accordo e filo-regime persino nei giorni della rivolta disperata del popolo iraniano, e in cui la gente chiede pane mentre gli ayatollah spendono 15 miliardi per la guerra di Assad, 150 milioni per le milizie irachene, 800 milioni per gli Hezbollah e 100 per Hamas, devono venire a far parte del trattato. La risposta dell'Iran a Trump naturalmente è stata arrogante. Trump secondo il presidente Rouhani «ha fallito nel distruggere l'accordo ... che è una vittoria strategica per l'Iran». E la seconda parte della frase è vera, nonostante i patetici tentatici dell'Unione europea di presentarlo come un'acquisizione storica. È un penoso accrocchio di compromessi che non ha trattenuto l'Iran né dalle molteplici guerre di aggressione, né dall'espansione balistica, né dal ruolo di finanziatore internazionale di violenza e terrore. E nemmeno la speranza che il popolo iraniano potesse goderne ha funzionato, come si è visto nella rivolta. L'insistenza europea è cinica e miope, un po' come quando dice che Gerusalemme non è la capitale d'Israele.

(il Giornale, 15 gennaio 2018)


Denial: la verità negata

ROMA - Mercoledì 24 gennaio il Teatro Eliseo ospiterà, alle ore 20.00, la proiezione del film "Denial: la verità negata" di Mick Jackson, tratto dal libro di Deborah Lipstadt: History on Trial: My Day in Court with a Holocaust Denier.
Basato sul libro di Deborah Lipstadt La storia sotto processo: un giorno in tribunale con un negazionista, il film narra la storia della causa per diffamazione intentata da David Irving, professore inglese, contro l'autrice, una giovane studiosa americana che lo aveva accusato di aver manipolato la realtà per sostenere le sue tesi negazioniste. Il film rientra nella migliore tradizione del docu-drama e ha avuto grande successo in tutto il mondo.
Seguirà il dibattito, moderato da Viviana Kasam, che vedrà la partecipazione di Manuela Consonni, che dirige il Centro Vidal Sassoon per lo Studio dell'antisemitismo presso la Hebrew University di Gerusalemme ed è considerata uno dei massimi esperti al mondo sull'argomento, Anna Foa, storica, Università la Sapienza di Roma, Arturo Di Corinto, giornalista, docente universitario di Comunicazione digitale e Internet Studies.
Il dibattito allargherà il problema del negazionismo tradizionale a quello "politico" di Paesi che non hanno voluto fare i conti con i loro genocidi e dove ancor oggi è vietato menzionarli, per arrivare a parlare della diffusione incontrollata di fake news e del dark web utilizzato per propagandare odio e razzismo. Negare crimini, genocidi, pulizie etniche per motivi razziali, religiosi, politici è una piaga che affligge la nostra società manipolando le coscienze, soprattutto quelle dei più giovani, promuovendo la teoria dei complotti, così attraente per chi rifugge dal ragionamento critico, e evitando l'assunzione di responsabilità.
Nella settimana intorno al Giorno della Memoria una proposta che coniuga intrattenimento e informazione per affrontare un tema difficile e di grande attualità: il negazionismo, sia quello tradizionale che contesta l'esistenza della "soluzione finale", con lo sguardo rivolto anche ad altri genocidi come quello armeno, quello tibetano e quello dei Rohingya, sia il negazionismo odierno che utilizza dark web e fake news per propagandare l'odio razziale e religioso.
L'evento è organizzato da BraincircleItalia, con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, e in collaborazione con l'Università Ebraica di Gerusalemme, il Centro Internazionale Vidal Sassoon per lo Studio dell'antisemitismo e Eliseo Cultura,

Teatro Eliseo, Via Nazionale 183 - 00184 Roma
L'ingresso è libero fino a esaurimento posti.
Prenotazioni a: cultura@teatroeliseo.com

(Roma Today, 15 gennaio 2018)


L'arrivo di Netanyahu a Nuova Delhi
Netanyahu arriva in India, Modi lo accoglie all'aeroporto

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, è arrivato a Nuova Delhi dove si fermerà sei giorni per promuovere i legami di Difesa, commercio ed energia. Ad attendere all'aeroporto il leader israeliano e la sua delegazione si è presentato a sorpresa anche il premier indiano Narendra Modi che ha dato il benvenuto al collega e amico per la sua "storica e speciale visita".

(LaPresse, 14 gennaio 2018)


Il rabbino ritrovato

di Rav Alberto Moshe Somekh

Il 20-21 ottobre scorso (Shabbat P. Noach, Rosh Chodesh Cheshwan) il Bet ha-Kenesset di Torino è stato visitato da una delegazione proveniente da Israele tutta al femminile: una nonna, due figlie e cinque nipoti della stessa famiglia. Lasciati a casa vari mariti a bada della prole, le sei donne più giovani hanno accompagnato la nonna alla riscoperta della sua città natale. Rivka Grossman è nata infatti a Torino insieme alla sorella gemella Sara il 1o maggio 1936: lo stesso giorno della conquista dell'Abissinia, tanto che un vicino aveva proposto ai genitori di chiamare le due nuove nate Addis e Abeba! Come tutti gli Ebrei stranieri giunti in Italia dopo il 1919 anche la famiglia di Rivka dovette abbandonare il nostro paese nel 1939 per effetto delle leggi razziali. I Grossman raggiunsero Eretz Israel a bordo della nave Galilea prima che colasse a picco al viaggio successivo. Rivka, che aveva allora tre anni appena, non conserva alcun ricordo personale né di Torino, dove ora è ritornata per la prima volta, né del trasferimento in Israele.
   Chi era suo padre? Rivka è figlia del Rav Eliahu Eliezer Grossman. Nato in Polonia nel 1907, dopo aver conseguito il titolo rabbinico giunse in Italia (1928), a quanto pare a seguito di una proposta matrimoniale. Il 17 maggio 1931 Rav Grossman sposò a Milano Ides (Yehudit) Lichtenstein, figlia dello Shochet locale, titolare di un ristorante kasher nel capoluogo lombardo. Poco dopo le nozze si trasferì a Torino dove svolse, nella Comunità guidata da Rav Giacomo Bolaffio prima e Rav Dario Disegni poi, le funzioni di Chazan e di Shochet. Aprì a sua volta a Torino, nel cortile di Via Principe Tommaso, 20 a due isolati dal Bet ha-Kenesset, un ristorante kasher. Il locale era aperto -testimonia un fratello - a chiunque fosse interessato a un Devar Torah. Negli anni della sua permanenza a Torino il Rav si dedicò con energia a contenere l'assimilazione nell'ambiente ebraico della città.
   Se si eccettua qualche breve nota d'archivio, della sua presenza gli Ebrei torinesi non paiono aver conservato memoria, forse proprio per il fatto che il periodo si sarebbe chiuso con la tragedia della Shoah. Una volta stabilitosi in Israele, peraltro, Rav Grossman non dimenticò l'Italia. In famiglia si racconta che spesso dal quartiere di Bet ha-Kerem dove abitava a Yerushalaim, di Shabbat faceva oltre un'ora di strada a piedi per raggiungere il Bet ha-Kenesset italiano: qui amava ripetere le melodie che aveva appreso a Torino. Profondamente influenzato e ispirato dal movimento sionista religioso Mizrachi strinse amicizia, fra gli altri, con Rav Menachem Emanuele Artom.
   Ho accompagnato Rivka e le sue discendenti alla ricerca delle radici torinesi di lei, aiutandole a ritrovare i luoghi cari alla loro memoria. In questo siamo stati aiutati dal fratello maggiore di Rivka, che invece serba di Torino ricordi più netti. Pur non potendo unirsi per motivi d'età al viaggio in Italia, ci ha seguito in costante collegamento telefonico, permettendoci di condividere con lui impressioni e sensazioni straordinarie a distanza di ottant'anni. Molto toccante è stato il momento in cui, durante la Tefillah di Shabbat mattina nel Bet ha-Kenesset, Rivka ha chiesto di poter recitare pubblicamente la Berakhah she-'assah li nes ba-makom ha-zeh, con cui avrebbe ringraziato D. "per avermi fatto un miracolo in questo luogo". Le ho domandato di quale miracolo si trattasse. "Mio padre - mi ha spiegato - si trovava molto bene a Torino e avrebbe voluto rimanere. Ha lasciato l'Italia solo perché costretto. Le leggi razziali di Benito Mussolini, paradossalmente, ci hanno salvati! Se fossimo rimasti in Italia non possiamo immaginare a cosa saremmo andati incontro. E tanto peggio sarebbe stato se la mia famiglia avesse continuato a vivere nella nostra terra d'origine, la Polonia. Insomma - ha concluso- è tutto merito di questo luogo!".
   Quello degli espulsi è un tema legato alla Shoah che meriterebbe forse un maggiore approfondimento. Il mio particolare coinvolgimento emotivo in questa vicenda è anche dovuto a ragioni autobiografiche cui accenno soltanto. Girato l'angolo da casa Grossman abitava negli stessi anni a Torino un altro ebreo polacco, Norbert Rapoport, fratello di mia nonna. Anche i Rapoport hanno dovuto lasciare l'Italia nel 1939 e si sono diretti in Ecuador.
   Nel caso dei Grossman, la 'aliyah' in Israele, per quanto forzata, ha certamente permesso loro di rifarsi una vita e di creare un nucleo famigliare forte e numeroso. Osservando la loro vicenda da una prospettiva completamente diversa, tuttavia, mi domando quale contributo una figura del calibro di Rav Grossman e altri come lui avrebbero potuto dare negli anni all'Ebraismo italiano se fossero rimasti e sopravvissuti. Mi rendo conto che la storia non si confeziona mediante i "se". Mi rendo parimenti conto che la Mitzwah di "salire" in Israele, per scelta o costrizione che sia, ha un valore inestimabile. Nello stesso tempo mi domando quante personalità carismatiche abbiamo perso, dotate della capacità di coniugare un ebraismo autentico con la realtà del nostro vivere quotidiano? E' vero. Talvolta capita che "dal duro emerga il dolce" (Shofetim 14,14). Ma ciò non può costituire un'attenuante. La Shoah va vista come Male nel suo complesso - sarei tentato di rispondere a Rivka Grossman, pur comprendendo appieno la sua condizione personale e i suoi sentimenti -: in questo senso tutti coloro che vi hanno collaborato devono essere condannati senza "se" e senza "ma".

(Pagine Ebraiche, gennaio 2018)


Moshe e la repubblica degli orfani

Sergio Luzzatto ricostruisce attraverso lettere e immagini la vita di un ebreo polacco che, giunto a Milano nel '45, creò un centro di accoglienza per i bambini scampati alla Shoah.

di Giulio Busi

Sergio Luzzatto, I bambini di Moshe: gli orfani della Shoah e la nascita di Israele, Einaudi, Torino, pagg. 393, in libreria dal 16 gennaio
Una foto sbiadita, lontana nel tempo, vicina nell'immaginazione. David Kleiner, il padre, ha cappello e caffettano, come s'usava allora per tradizione tra gli ebrei dell'Europa orientale. La lunga barba, le spalle un po' curve, l'aria stanca e rassegnata. La madre tiene la schiena dritta, i begli occhi chiari guardano fissi verso l'obbiettivo. Si capisce che è lei, Zippora, la vera anima della famiglia. Un po' imbarazzata, in piedi, la figlia maggiore. Rivka è bravissima a scuola, intraprendente, volitiva. Moshe, il minore, ha l'atteggiamento vispo di chi vuol crescere in fretta, e ne sa già molte. L'immagine viene dallo shtetl, la cittadina ebraica di Kopyczyrìce, nella parte dell'Ucraina allora sotto governo polacco. Siamo verso il 1925, Moshe ha undici o dodici anni e non sa quello che lo aspetta. Nessuno può nemmeno immaginare cosa verrà. Il fuoco che incendia, distrugge, uccide, annichila, quel fuoco terribile è ancora sopito. Certo, la Prima guerra mondiale, la Rivoluzione d'ottobre e il confitto russo-polacco hanno portato anche qui travagli, trasformazioni, sofferenze. L'impero asburgico si è dissolto, l'economia langue, e la vita ebraica si deve arrabattare tra vecchie nuove difficoltà. C'è però un fermento recente, che agita le comunità e coinvolge soprattutto i giovani. Il sionismo scompiglia, incita ad agire, a prepararsi per l'emigrazione nella Terra d'Israele. Un mondo nuovo, una vita da riprendere in mano, dopo la lunghissima passività della diaspora. Uno scatto dopo l'altro, l'album di famiglia si arricchisce di nuove scene. Adesso sono i due ragazzi a farla da protagonisti. Crescono, sognano, lavorano, scoprono il mondo. Rivka e Moshe coltivano il progetto d'andarsene lontano. Rivka, che nel frattempo è diventata maestra, recita nel teatro yiddish. Moshe, di sette anni più giovane, la segue, s'intrufola sulla scena, vorrebbe provare anche lui la sua parte.
   Le fotografie, a saperle guardare, sono porte che si aprono sulla vita. Ed è per questo che Sergio Luzzatto comincia il suo racconto proprio dalle immagini, da quelle che si sono salvate dal naufragio. I bambini di Moshe, che esce ora per Einaudi, è un libro da guardare, oltre che da leggere. Perché la dimensione visiva, realizzata attraverso un corredo di rare foto d'epoca, dà sostanza e profondità alla prosa sapiente che enumera, discrimina, narra. Bella la prosa, che ha piglio e dignità letterarie, mossa com'è da frequenti cambi di tono e di prospettiva, e da una felice mescolanza d'interventi diretti, affidati a un "io" autoriale vigile, nervoso, disinvolto, e di più pacati inserti storiografici ed esplicativi. E non meno riuscite le figure dei protagonisti, nelle loro pose, nelle vesti, nei volti e negli sfondi, che variano con il mutare delle circostanze e dei contesti geografici.
   Del resto, l'intero lavoro di "cucitura" è eseguito in maniera magistrale. Testimonianze fotografiche, lettere, dati archivistici, fonti giornalistiche dell'epoca, ricostruzioni storiche, tutto confluisce nel grande fiume del racconto, che dalla Polonia dello sterminio scorre, attraverso molti meandri, verso l'Italia, e da qui fino alla Terra d'Israele. Moshe, il ragazzino vispo che la sa lunga, è l'eroe principale. Una vicenda individuale, insomma, o meglio un asse biografico, lungo il quale si aggrega il cristallo misterioso e terribile della Shoah, e quello, tormentato e lucente, della nascita dello Stato d'Israele. Un minerale che cresce secondo sue segrete leggi e che, dopo e nonostante l'annientamento, ingloba una nuova redenzione. Perché l'ambizione di Luzzatto è di entrare nel materico buio della persecuzione assieme ai suoi personaggi, per accompagnarli senza abbellimenti e riduzioni. Ma, dopo il buio, giungere alla redenzione di quelli che riusciranno a sopravvivere, fino a vedere realizzato il sogno, il loro sogno.
   La trama essenziale ha la semplicità della vita vissuta. Moshe Kleiner, dopo l'apprendistato dell'attivismo sionista in Polonia, raggiunge, verso il 1935, la sorella Rivka, in Palestina già da un paio d'anni. Cambia cognome, da Kleiner a Zeiri, sposa Yehudit, un'ebrea tedesca di buona famiglia, nata Trude Meyer e appena immigrata da Colonia, e comincia una nuova vita in kibbutz. Loro se ne sono andati in tempo, salvati dalla spinta sionista. Ma per gli altri, per quanti sono restati "laggiù", il 1939 porta il fuoco divorante, quello che nessuno poteva prima immaginare. L'autore intreccia qui più fili, li mescola, li sovrappone. C'è Moshe che s'arruola come volontario nella British Army, nell'inverno 1942-43. Alle terribili notizie che giungono dall'Europa occupata, e alla minaccia nazi-fascista in nord Africa, bisogna pur reagire. Combattere, opporsi, resistere, questo è il suo progetto. Altri fili ci portano in Galizia, nei territori dell'annientamento. Sono fili scuri, pesanti. I ghetti, i campi, le fosse comuni, le comunità ebraiche sterminate con metodica efficienza. La voce di Moshe emerge chiara, grazie alle moltissime lettere scritte alla moglie lontana, che Luzzatto riporta alla luce, traduce, interpreta. Il ragazzino di Kopyczynce è ora un soldato. Dopo essere stato di stanza in Libia, sbarca in Puglia con il suo contingente, nel marzo 1944. Poi Napoli e, verso metà di maggio 1945, Milano. La guerra è finita, ma la sua vera missione comincia adesso. Il caos eccitante del dopo, la consapevolezza sempre più chiara di quanto è stato perpetrato, la decisione di salvare chi può ancora essere salvato, e di farlo giungere nella Terra d'Israele - in breve, le ansie e lo zelo di Moshe in un'Italia frenetica e stordita, emergono con grande efficacia dalla penna di Luzzatto. E questo lavorio febbrile, del soldato ritornato a essere attivista sionista, trova finalmente un luogo, allo stesso tempo reale e simbolico. È la grande, moderna colonia estiva di Selvino, sui monti bergamaschi. un complesso costruito dai fascisti, che si favoleggia, peraltro senza fondamento, sia stato abitato da Mussolini in persona. Moshe Zeiri lo trasforma in centro di accoglienza per orfani ebrei provenienti da "laggiù". Con il sostegno delle organizzazioni di assistenza ebraica, arriva a ospitare, nell'immediato dopoguerra, centinaia e centinaia di giovani profughi. Qui i ragazzi ritrovano calore, fiducia, e vengono preparati alla vita del kibbutz. Poco importa che l'immigrazione sia illegale, e che gli inglesi facciano di tutto per impedire nuovi arrivi ebraici in Palestina, ancora sotto il loro controllo. Sergio Luzzatto segue le navi con i giovani pionieri di Selvino, li accompagna nelle traversie della deportazione a Cipro, fino all'effettivo arrivo in Terra d'Israele. Un arrivo difficile, tra i pregiudizi di chi crede che gli ebrei sfuggiti allo sterminio siano inadatti alle sfide di una nuova frontiera e della guerra d'indipendenza. Moshe rientra nel suo kibbutz dall'Italia a fine '48, e proprio a questo punto, quando il racconto sembrerebbe volgere alla fine, i molti fili, di tragedia e di speranza, si uniscono così da mostrare il disegno complessivo. La storia, individuale e irripetibile, è anche epos collettivo, e affresco di una generazione. La prima foto del 1925, le istantanee della guerra del 1948, a cui prendono parte anche alcuni ragazzi di Selvino, e l'ultima immagine, scattata intorno al 1960, con i "bambini" di un tempo, ormai parte integrante della società israeliana, sono i punti estremi di un'unica vicenda. un racconto di vita, di morte, di vita.

(Il Sole 24 Ore, 14 gennaio 2018)



Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre

Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita, e la vita è stata manifestata e noi l'abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata, quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia completa.
Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che vi annunziamo: Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che abbiamo comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, com'egli è nella luce, abbiamo comunione l'uno con l'altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato. Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo, e la sua parola non è in noi.

Dalla prima lettera dell'Apostolo Giovanni, cap. 1

 

L'Europa vicina ai regimi e la politica estera comune

È un errore pensare che l'Unione non abbia una linea. Ma è una linea che nasconde, sotto la retorica del rispetto dei diritti umani, una scelta strategica: ricercare a tutti i costi l'accomodamento con i regimi nemici dei diritti umani.

di Angelo Panebianco

È una tesi da tanti condivisa quella secondo cui l'Europa non avrebbe una politica estera comune. Ma è una tesi errata. L'errore dipende dal fatto che tutte le volte in cui gli Stati membri della Ue scoprono di avere interessi vitali in rotta di collisione fra loro (dai contenziosi sulla distribuzione dei migranti alla sorda lotta a coltello fra Italia e Francia sul presente e il futuro della Libia), quella politica estera comune viene meno temporaneamente. Ma essa poi ricompare quando non ci sono vitali interessi nazionali in conflitto. Il fatto che non possa piacere a chiunque abbia a cuore la libertà e le sue sorti, non la rende meno reale. Si tratta di una politica estera che nasconde, sotto la retorica del rispetto dei diritti umani, una scelta strategica: ricercare a tutti i costi l'appeasement, l'accomodamento, con i regimi nemici dei diritti umani.
  Precisiamo che non ci sono tracce né intenzioni di moralismo nelle considerazioni che seguono. Sono le conseguenze politiche che qui interessano. Si consideri quanto sia stata differente la reazione dell'Europa sulla questione di Gerusalemme e su quella della rivolta antiregime in Iran. Nel primo caso, immediata, vibrante e solenne condanna della mossa di Trump. Nel secondo caso, solo qualche farfugliamento sulla necessità che l'Iran rispetti i diritti umani (che è un po' come consigliare a un carnefice di fare almeno una carezza alle sue vittime). Spiace dirlo ma, per lo meno in questa fase, le dichiarazioni del «ministro degli Esteri europeo» Federica Mogherini (lo confermano anche le proteste dei dissidenti per ciò che ella ha detto o non detto, a nome della Ue, nella sua visita a Cuba), rappresentano piuttosto fedelmente questa politica.
  La condanna europea della scelta di Trump di spostare l'ambasciata a Gerusalemme non poteva essere più netta. L'Europa si è disinteressata del quadro strategico in cui è maturata la scelta americana. Un quadro strategico in cui, tra Libano, Siria, Striscia di Gaza, preme ormai sui confini di Israele una potenza in fortissima ascesa: quell'Iran il cui regime ha fatto dell'aspirazione alla distruzione dello Stato di Israele una componente della propria «ragione sociale», della propria ideologia, nonché la principale carta che esso gioca per accreditarsi agli occhi dell'opinione pubblica araba, per ridurne le ostilità nei propri confronti. Si consideri inoltre che un altro attore cruciale per gli equilibri della regione, la Turchia, pur essendo ancora membro della Nato, ha ormai fatto un'irreversibile scelta antioccidentale (e ciò non può non avere ricadute anche sui suoi rapporti con Israele).
  La decisione americana, oltre a dare attuazione a una deliberazione del Congresso risalente al 1995, è servita a ribadire in tali circostanze l'impegno degli Stati Uniti al fianco di Israele. L'Europa, preoccupata di compiacere i nemici dello Stato ebraico, ha finto di ignorare questi dati di fatto. In ogni caso, a tanto malriposto zelo europeo su Gerusalemme non è seguito altrettanto zelo a sostegno della protesta antiregime in Iran (come ha osservato Franco Venturini su questo giornale l'11 gennaio). Non c'è stato neppure un rinvio dell'incontro a Bruxelles (11 gennaio) fra il ministro degli Esteri iraniano e i rappresentanti europei sul dossier nucleare.

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Secondo l'avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh («Corriere», 8 gennaio), la flebile reazione europea di fronte ai fatti iraniani avrà conseguenze nefaste: renderà molto più facile per il regime liquidare fisicamente (e, il più possibile, silenziosamente) gli oppositori. Esiste dunque una politica estera comune europea ma non è precisamente quella che sognavano gli europeisti agli albori dell'avventura comunitaria. È la politica estera di una «Europa invertebrata» che mentre si allentano i legami transatlantici (fra Stati Uniti ed Europa) punta a stabilire connessioni sempre più strette con un ampio ventaglio di regimi illiberali, a cominciare dal più ingombrante di tutti, quello russo. L'idea è che più pericolosi sono e più vanno blanditi.
  Finita la guerra fredda, per almeno un decennio, Stati Uniti ed Europa, di concerto, hanno favorito ovunque possibile l'affermazione di democrazie e la costruzione di mercati aperti. Era una fase in cui c'era una certa coerenza fra la politica estera praticata dai Paesi occidentali e la loro natura di società libere. Tutto ciò è finito da un pezzo. Le coerenze sono saltate.
  Ciò che è imperdonabile in Donald Trump è che egli abbia fornito il migliore alibi che si potesse immaginare per l'intensificazione di quell'antiamericanismo che era già presente, e anche molto forte in Europa da gran tempo, e che, a causa sua, ha ora la scusa (come ha osservato Paolo Mieli su questo giornale il 28 dicembre) per manifestarsi senza più remore. Contrariamente a quanto dicono alcuni, forse sprovveduti (o forse troppo furbi), ciò non significa che l'Europa, liberandosi della tutela americana, diventerà finalmente «padrona del proprio destino». Invece, si predisporrà a entrare nell'area di influenza russa.
  Naturalmente, al momento, i giochi sono ancora, almeno in parte, aperti. Se l'allentamento in atto dei legami con gli Stati Uniti, la crescente indifferenza per le sorti di Israele (anche a causa del riemergere di sentimenti antisemiti in Europa), i rapporti che si desiderano sempre più stretti e amichevoli con la Russia e i suoi alleati autoritari - come l'Iran, per l'appunto -, spingono in una direzione, c'è pur sempre ancora la Nato (Trump permettendo), ci sono pur sempre i legami storici, non smantellabili in un giorno, fra le varie componenti di quella che un tempo era conosciuta come «società occidentale». Però c'è anche una forza inerziale che sta dividendo e allontanando le parti di quella società. Se la scelta di riposizionarsi internazionalmente diventerà definitiva, forse l'Europa un giorno scoprirà quali ne siano le ricadute più spiacevoli, gli effetti negativi di quel riposizionamento sulle proprie libertà.

(Corriere della Sera, 14 gennaio 2018)


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