Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo spirito di grazia e di supplicazione; essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto, e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.
Zaccaria 12:10

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Nel ventre di Gerusalemme

La strada dei pellegrini ebrei torna alla luce dopo 2000 anni

Il percorso in pietra inizia dai resti della piscina rituale di Shiloah Nel canale di drenaggio dell'acqua trovate monete antiche "Libera Sion"

di Maurizio Molinari

 
La strada dei pellegrini
 
GERUSALEMME - L' antica strada dei pellegrini per salire verso il Tempio di Gerusalemme riappare dalle viscere della città e consente di immergersi in ciò che vi avveniva oltre 2000 anni fa. Il sottosuolo di Gerusalemme conserva intatte le tracce della genesi del monoteismo e quelle dei pellegrini iniziano ad affiorare, quasi per caso, in una giornata del 2004 quando salta una tubatura nel quartiere di Silwan, a sud-est della Città Vecchia.
   Il Comune fa intervenire un team di operai per riparare il guasto e, come avviene sempre in simili occasioni, vengono accompagnati da alcuni archeologi. Gli uni e gli altri scavano assieme, imbattendosi in una scalinata lunga una dozzina di metri proprio sopra l'antica piscina di Shiloah dove i pellegrini ebrei si immergevano per i bagni rituali prima di ascendere al Tempio di Gerusalemme, distrutto dai romani di Tito nell'anno 70. Gli archeologi riconoscono gli scalini perché sono simili a quelli delle Porte di Hulda, l'accesso al Monte del Tempio lungo la parete Sud bloccata da quando nell'anno 705 viene costruita la moschea di AlAqsa.
   La scoperta della piscina di Shiloach fa ritrovare anche un canale sotterraneo di drenaggio dell'acqua che serviva l'antica Gerusalemme: percorrendolo in circa 45 minuti si arriva all'interno della Città Vecchia. Fu uno degli ultimi nascondigli per gli ebrei in fuga dai legionari di Tito durante la fase più cruenta della distruzione del Tempio.
   Ma la vera sorpresa arriva da ciò che viene scoperto sopra il canale idrico ovvero il pavimento della «Strada dei pellegrini». Si tratta di un percorso in pietra levigata, largo circa 7 metri e lungo 600, che parte dalla piscina di Shiloah ed arriva fino al Monte del Tempio. A percorrerlo duemila anni fa erano milioni di pellegrini ebrei in occasione di tre festività annuali - Pesach, Shavuot e Sukkot - che ancora oggi segnano il calendario ebraico. I pellegrini si immergevano a Shiloah come in altre piscine laterali, per il bagno di purificazione, risalivano la strada ed arrivavano al Tempio per le preghiere ed i sacrifici offerti a Dio.
   Lo storico Giuseppe Flavio scrive che durante i pellegrinaggi circa 2, 7 milioni di ebrei arrivavano a Gerusalemme, celebrando 256 mila sacrifici. Percorrendo il pavimento biancastro della strada dei pellegrini scoperta dagli archeologi di Ronny Reich ed Eli Shukron ci si immerge nel mondo di allora. Sulla sinistra una piccola scultura in tre gradini ha le esatte fattezze descritte dal Talmud per il luogo dove venivano lasciati gli oggetti perduti affinché venissero restituiti ai legittimi proprietari, i lati della strada - che misura al millimetro la larghezza indicata dalla Mishnà - sono segnati da piccoli blocchi di marmo che si interrompono dove sorgevano le botteghe che offrivano ai viandanti ogni sorta di oggetti, cibi, bevande.
   Procedendo negli scavi gli archeologi hanno trovato monete dell'epoca - con la scritta «Libera Sion» coniata per sfidare gli occupanti romani - resti di palme, ossa umane ed animali, spade di legionari ed «anche molta cenere» come affermano i volontari che scavano nel sottosuolo. Saranno gli esami scientifici a dire se si tratta dei resti dell'incendio che distrusse il Secondo Tempio nell'anno 70 ma il percorso sotterraneo evoca in ogni dettaglio «il cuore del popolo ebraico» come riassume Doron Spielman, vicepresidente della Fondazione Ir David (Città di David) che finanzia gli scavi. Un esempio viene dalla discussione nel Talmud fra Hillel e Shammai - due importanti figure rabbiniche del Primo Secolo - su quale età doveva avere un figlio per essere obbligato a seguire il padre nel pellegrinaggio: Shammai, il più severo, sosteneva che il figlio doveva essere incluso se era in grado di stare seduto sulle spalle del padre men tre Hillel ribatteva che la condizione era di riuscire a salire da solo per 750 metri, ovvero percorrere da solo la Strada dei pellegrini. Fino ad ora a molti studiosi tale discussione era sembrata incomprensibile ma ora, davanti ai gradini ritrovati, diventa improvvisamente logica.
   Il percorso finora scavato è di circa 250 metri e un tratto arriva fin sotto le mura della Città Vecchia dove gli archeologi israeliani raccolgono ed esaminano con estrema cura e le tecnologie più avanzate ogni frammento di oggetto, ispezionando il terreno palmo a palmo. Prima di loro qui hanno scavato i britannici Frederick Bliss e Archibald Dickey, inviati dalla Regina Vittoria fra il 1894 ed il 1897, e Kathleen Kenyon a metà degli anni Sessanta, concentrandosi però solo - e invano - nella ricerca di mitici tesori. Furono proprio i britannici ad individuare la pianta di una chiesa bizantina costruita sulla Strada dei pellegrini - che quasi certamente anche Gesù percorse - che ora è viene strappata ai detriti secolari. Guardando il terreno, colpisce la stratificazione per ere storiche di una città che dopo i romani è stata occupata da bizantini, crociati, arabi e turchi.
   Questi scavi fanno parte del «Piano Shalern» approvato dal governo israeliano nel 2017 per riportare alla luce l'antica Gerusalemme: includono la Città di David, dove si trovava il palazzo reale, ed anche l'area adiacente della fonte di Ghihon, il luogo dei Gevusei da cui la città ebbe inizio 3000 anni fa. Yisrael Hasson, direttore dell'Autorità israeliana per le Antichità, spiega che «il progetto consentirà di far tornare alla luce la vita che la città aveva durante il Secondo Tempio». Ad illustrarlo con chiarezza è la mappa che archeologi e scavatori hanno portato nel sottosuolo: mostra il percorso della Strada dei Pellegrini da Shiloah fino all'Arco di Robinson, costruito da Erode, lasciando comprendere come a Sud-Est dell'attuale Città Vecchia vi fosse un grande polmone di vita ebraica dovuto ai tre pellegrinaggi annuali.
   È in questo angolo sotterraneo di Gerusalemme che l'ambasciatore Usa, David Friedman, è venuto ad aprire a colpi di martello un varco lungo la Strada dei Pellegrini per rendere omaggio alle «scoperta delle radici del passato» ma sollevando le ire dell'Autorità nazionale palestinese che con Saeb Erakat lo ha paragonato ad un «colono estremista israeliano» affermando: «Gli scavi mettono a rischio il quartiere arabo di Silwan al fine di giudaizzare la città che è invece destinata ad essere la nostra capitale». È la una tesi che nasce da quanto Yasser Arafat, leader dell'Olp, disse di persona a Bill Clinton nel summit di Camp David del 2000 lasciandolo di stucco: «Il Tempio di Salomone non si è mai trovato a Gerusalemme perché era a Nablus». Per Gabriel Barkay, archeologo israeliano sopravvissuto alla distruzione del ghetto di Budapest durante la Seconda Guerra Mondiale, «la negazione del Tempio di Gerusalemme è peggiore del negazionismo sulla Shoah perché vuole rescindere il legame stesso fra terra e popolo d'Israele». Anche per questo l'ambasciatore Friedman ribatte così Erakat: «Rinunciare alla Strada dei pellegrini per Israele sarebbe come per l'America privarsi della Statua della Libertà». Le polemiche, specchio del perdurante contenzioso territoriale fra israeliani e palestinesi, coesistono con i progressi degli scavi. -

(La Stampa, 16 luglio 2019)


Organizzazione israeliana fa causa all'Europa

Una ONG israeliana ha avviato un procedimento legale contro l'Unione Europea, nel tentativo di fermare l'INSTEX, il meccanismo europeo creato per eludere le sanzioni statunitensi contro l'Iran e salvare l'accordo sul nucleare del 2015.
   La Shurat Hadin Israel Law Center, una ONG che rappresenta le vittime del terrorismo in Israele, ha fatto causa, a nome di due famiglie, all'UE per la creazione dello Strumento a Supporto degli Scambi Commerciali, in inglese INSTEX, tra Paesi europei e la Repubblica Islamica. Tale meccanismo è stato lanciato a gennaio ed è diventato operativo il 28 giugno, grazie agli sforzi di Germania, Francia e Gran Bretagna. I querelanti sono tutti di origine israeliana e americana e sostengono che i loro parenti sono stati vittime di attacchi terroristici finanziati dall'Iran. Le famiglie presenteranno una causa alla Corte d'Assise francese, chiedendo che tutto il denaro e le risorse iraniane che passano per il meccanismo europeo vengano utilizzate per pagare un risarcimento alle vittime del terrore.
   Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di recedere unilateralmente dall'accordo sul nucleare, l'8 maggio 2018, e ha conseguentemente reimposto le sanzioni contro l'Iran. Nel maggio 2019, Washington ha ulteriormente inasprito le relazioni con Teheran, vietando a tutti Paesi e a tutte le compagnie di importare petrolio iraniano, minacciando in caso contrario l'esclusione dal sistema finanziario mondiale. In risposta, l'Iran ha cominciato a violare le disposizioni dell'accordo nucleare e ha iniziato ad arricchire l'uranio oltre i limiti fissati nel 2015.
   Teheran ha criticato aspramente i Paesi rimasti nell'accordo, denunciando il fatto che la sua economia non abbia ricevuto nessun supporto contro le sanzioni. I pessimi rapporti con gli Stati Uniti hanno causato una serie di tensioni nella regione. L'episodio più grave si è verificato il 20 giugno, quando un drone americano era stato abbattuto nello Stretto di Hormuz perché accusato di sorvolare nello spazio aereo iraniano. Washington si era difeso sostenendo che il velivolo stesse attraversando un'area compresa nello spazio aereo internazionale. A quel punto, Trump aveva ordinato un attacco contro l'Iran ma, nel giro di poche ore, aveva deciso di annullare l'operazione perché, secondo le sue parole, avrebbe causato un numero troppo elevato di vittime e "non sarebbe stato proporzionato" all'abbattimento di un drone.
   Domenica 14 luglio, i leader di Regno Unito, Francia e Germania hanno chiesto la fine dell'escalation delle tensioni nella regione e il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha affermato che il suo Paese è pronto a negoziare con gli Stati Uniti se Washington eliminerà le sanzioni economiche contro la Repubblica Islamica. In tale contesto, gli sforzi israeliani vogliono minare una soluzione europea a tale situazione e sostengono la posizione del loro principale alleato, gli Stati Uniti, contro il loro nemico regionale, l'Iran.

(Sicurezza Internazionale, 16 luglio 2019)


La lingua che visse due volte

Un viaggio alla scoperta di una lingua antica e insieme moderna, "sacra" ma anche molto concreta: l'ebraico

di Ugo Volli

Fra le molte meraviglie della storia del popolo di Israele, la rinascita della lingua ebraica, poco meno di centocinquant'anni fa, non è delle minori.
   Non esiste oggi una lingua altrettanto antica che sia ancora in uso e soprattutto non esiste una lingua che sia uscita dall'uso quotidiano per due millenni e che poi sia tornata a essere parlata, utilizzata per le faccende di ogni giorno, la letteratura, la scienza, la politica, con il successo che tutti conosciamo. Il merito è di Eliezer Perelman, nato in Lituania nel 1858 e rinominatosi Ben Yehuda al momento della sua immigrazione a Gerusalemme nel 1881. Nato in una pia famiglia hassidica, Ben Yehuda divenne sionista da ragazzo e in nome del sionismo concepì l'impresa incredibile di trasformare di nuovo la lingua della liturgia e dei dotti di Israele in un idioma vivo. In mezzo a mille difficoltà economiche, politiche e anche giudiziarie e di salute, per i successivi quarant'anni della sua vita Eliezer lavorò senza sosta a ricostruire un lessico della lingua antica adeguato a tutte le nuove realtà ed esigenze del mondo moderno, costruì un'accademia, un movimento politico per la lingua ebraica ed educò i suoi figli solo usando l'ebraico, facendone i primi parlanti nativi dopo venti secoli.
   Questo miracolo della rinascita linguistica è stato spesso celebrato ed è oggetto di molte pubblicazioni scientifiche e divulgative. È anche il punto di partenza di un libro appena uscito, che si intitola La lingua che visse due volte della ebraista universitaria Anna Linda Callow. Ma non si tratta affatto di uno studio di linguistica. Ogni lingua è la porta d'accesso alla cultura che la usa e questo è particolarmente vero per la tradizione ebraica, che non solo ha espresso nel suo linguaggio l'opera che certamente è la più influente nella storia dell'umanità e cioè la Bibbia, ma ha teorizzato un ruolo particolare per quella che si usa chiamare "lingua santa" o piuttosto "di santità". Con essa, secondo il pensiero tradizionale, si sono svolte la Creazione e la Rivelazione; essa ha accompagnato la storia antica del popolo ebraico e poi, dopo che se ne perse l'uso quotidiano fra l'esilio babilonese e l'invasione romana, è rimasta la base dell'identità degli ebrei dispersi in tutto il mondo, il linguaggio (insieme all'aramaico) in cui furono formulate le riflessioni, i sogni, le leggi, le aspirazioni del popolo ebraico.
   Il libro di Anna Linda Callow è dunque un'esposizione non tanto della lingua ebraica con le sue caratteristiche morfologiche e sintattiche, quanto un'introduzione alla cultura ebraica, scritta con grande competenza e capacità di sintesi. Si parla con garbo e chiarezza veramente rara di Talmud e di Kabbalah, del testo della Torah e del hassidismo, di Rashì e di Maimonide, Spinoza e di Sabbatai Zvi, si spiegano le tecniche ermeneutiche e le interdizioni alimentari, le etimologie bibliche e i miracoli di Mosè e molte altre cose ancora. È raro trovare un'esposizione così limpida, colta e piena d'amore per la tradizione ebraica. È un libro che anche gli ebrei che conoscono abbastanza la loro tradizione dovrebbero leggere per riflettere, ma anche da regalare ai ragazzi e agli amici che chiedono notizie sulla cultura ebraica.

(Bet Magazine Mosaico, 12 luglio 2019)


*


«L'esercito dei difensori della lingua»

Continuando sul tema della rinascita della lingua ebraica, riportiamo un brano tratto dal libro “Dio ha scelto Israele”.

"Quando si vede un edificio già finito, non si pensa alla fatica impiegata per costruirlo", ha detto qualcuno. Questo è particolarmente vero per quel particolare edificio che è l'attuale lingua ebraica.
  Nel suo soggiorno di Parigi Ben Yehuda scrisse un articolo che era un accorato appello per il ritorno degli ebrei in Israele. Non fu facile trovare un giornale disposto a pubblicarlo, ma alla fine la risposta positiva arrivò da una rivista mensile ebraica di Vienna: "Hashahar", che significa "L'alba". Nell'articolo, apparso nel 1879 con il titolo "Una questione degna di nota", si diceva:
     
    «Se è vero che tutti i singoli popoli hanno diritto di difendere la loro nazionalità e proteggersi dall'estinzione, allora anche noi, gli ebrei, dobbiamo avere lo stesso diritto. Perché il nostro destino dovrebbe essere più misero di quello di tutti gli altri? Perché dovremmo soffocare la speranza di un ritorno, la speranza di divenire una nazione nella nostra terra abbandonata, che ancora piange i suoi figli cacciati in terre remote duemila anni fa? Perché non dovremmo seguire l'esempio delle altre nazioni, grandi e piccole, e fare qualche cosa per proteggere il nostro popolo dallo sterminio? Perché non dovremmo sollevarci e guardare al futuro? Perché restiamo con le mani in mano e non facciamo nulla che possa gettare le basi su cui costruire la salvezza del nostro popolo? Se ci importa che il nome di Israele non si cancelli dalla faccia della terra, dobbiamo creare un centro per tutti gli israeliti: un cuore dal quale il sangue scorra lungo le arterie di tutto il corpo e lo richiami a nuova vita. Soltanto il ritorno a Eretz Israel può rispondere a questo scopo. [...]
    Oggi, come nei tempi antichi, questa è una terra benedetta dove mangeremo il nostro pane senza umiliazioni, una terra fertile cui la natura ha donato gloria e bellezza; una terra che ha solo bisogno di forti mani laboriose per farne il più felice dei paesi. Tutti i turisti che visitano quei luoghi lo dichiarano all'unanimità.
    E ora è venuto il tempo per noi - gli ebrei - di fare qualche cosa di costruttivo. Creiamo una società per l'acquisto di terra a Eretz Israel; per comperare tutto quello che occorre per l'agricoltura; per dividere la terra fra gli ebrei che sono già residenti e quelli che desiderano emigrare, e per provvedere fondi per coloro che non possono trovare una sistemazione indipendente.»
Per coerenza con quanto aveva scritto, Ben Yehuda capì che doveva personalmente trasferirsi a Gerusalemme. Comunicò la sua decisione ai suoi amici e alla sua fidanzata in Lituania.

 La moglie adatta per una famiglia eccezionale
  Qui bisogna dire che il Signore per i suoi piani in questo caso non scelse soltanto un uomo, ma anche una donna, anzi due donne. Perché Eliezer sposò prima Deborah, di quattro anni più grande di lui, e in seguito, dopo la sua prematura morte, la sorella Pola, di quattordici anni più giovane di lui. Da queste due donne, a dir poco straordinarie, Eliezer ebbe undici figli. Molti morirono in tenera età, ma una figlia, Dola, è vissuta fino all'età di 103 anni.
  Deborah era una ragazza affascinante, istruita, appartenente a una famiglia benestante e di elevata cultura. I suoi genitori avevano accolto in casa il giovane Eliezer quando aveva quattordici anni, e Deborah, che allora ne aveva diciotto, gli aveva insegnato in casa il russo, il francese e il tedesco. Rimase sentimentalmente legata a lui anche quando partì per Parigi, e poi accettò con convinzione di sposarlo e di seguirlo in un progetto di vita che a molti poteva apparire folle.
  Si sposarono durante il viaggio verso Gerusalemme, dove arrivarono nel 1881. Pochi mesi dopo il loro arrivo, proprio alla vigilia di Pesach, la pasqua ebraica, ricevettero la visita inaspettata di un gruppo di giovani ebrei provenienti dall'Europa orientale. Erano sbarcati a Giaffa e avevano percorso a piedi ottanta chilometri per arrivare a Gerusalemme e incontrare Ben Yehuda. Erano i Biluim, giovani idealisti ebrei, quasi tutti studenti universitari, che avevano letto l'appello di Ben Yehuda sulla rivista viennese Hashahar" e avevano deciso di lasciare tutto alle spalle e di stabilirsi in Palestina per collaborare alla rinascita dello Stato di Israele.
  Insieme a loro e ad altri intellettuali ebrei Ben Yehuda pose subito il problema della lingua. In una riunione indetta a questo proposito i partecipanti si organizzarono in un movimento definito "L'esercito dei difensori della lingua" e firmarono un patto che tra l'altro diceva:
    «I membri residenti nella terra d'Israele parleranno la lingua ebraica fra loro, in società, nei luoghi di riunione, nelle strade, nelle piazze e non se ne vergogneranno. Si impegnano a insegnare la lingua ai loro figli, maschi e femmine, e a tutti gli altri componenti delle loro famiglie.
    I membri vigileranno sul linguaggio nelle strade e nei luoghi di mercato, e quando sentiranno parlare russo, francese, yiddish, inglese, spagnolo, arabo, o qualunque altra lingua non mancheranno di fare un rimprovero, anche alla persona anziana, dicendo: 'Non vi vergognate?'»
Ben Yehuda ebbe modo di mostrare subito la sua fedeltà al patto nell'organizzazione della sua famiglia. Alla moglie che stava aspettando un bambino fece fare una solenne promessa che suonava più o meno così:
    «Il bambino non dovrà sentire parola, altro che in ebraico. La nostra casa dev'essere un santuario dove nessuno parla altra lingua che questa. Chiunque ne passi la soglia deve accettare questo patto, deve entrare con parole ebraiche sulle labbra. Finché la nostra crociata non avrà incontrato il favore popolare, dobbiamo isolare il bambino dalla contaminazione delle lingue e dei dialetti della diaspora. Questo è molto più importante di tutti i miei scritti e del mio insegnamento, perché con l'esempio potremo riuscire a trascinare il mondo israelita alla nostra idea.»
Deborah accettò e mantenne la promessa. Nel 1882 nacque il loro primo figlio, un maschio, e la prima parola che la madre disse alla sua creatura quando l'ebbe fra le braccia fu una parola ebraica: "Yaldi" (figlio mio).
  Come si può facilmente immaginare, l'impegno preso non mancò di produrre qualche complicazione. Per fare solo un esempio, la signora che avrebbe dovuto assistere Deborah prima e dopo il parto era la moglie del capo della colonia degli ebrei britannici a Gerusalemme, che però non conosceva l'ebraico. Eliezer le aveva categoricamente proibito di parlare quando il bambino era nella stanza con la madre. Ma poiché non tutto si può esprimere a gesti, alla fine fu sostituita dalla moglie del rabbino, che parlava l'ebraico e gentilmente offrì il suo aiuto. In seguito, chi voleva entrare in casa Ben Yehuda doveva sottoporsi a una specie di esame di lingua, e nel caso questo non fosse superato, poteva entrare solo a patto di non aprire bocca.
  Ma l'impegno fu mantenuto e fu coronato da successo. I figli di Ben Yehuda furono i primi, dopo tanti secoli, ad avere come lingua materna soltanto l'ebraico. Non mancarono le difficoltà e anche i dubbi, instillati nella mente dei genitori dai soliti amici benintenzionati. Il loro primo figlio, Ben Zion, cominciò a parlare molto tardi, e non dev'essere stato piacevole per Deborah sentirsi dire da qualcuno che con il loro sistema stavano allevando degli idioti. L'educazione impartita nella sua famiglia era per Ben Yehuda una sfida: se l'avesse persa, lo smacco subito sarebbe stato incalcolabile. Ma così non fu. A cinque anni Ben Zion parlava un perfetto ebraico, ed era l'unico bambino al mondo che in quel momento parlava soltanto quella lingua.
    «Un giorno i due coniugi camminavano per una delle stradine contorte di Gerusalemme parlando ebraico tra di loro. Un uomo li fermò. Tirando la manica di Eliezer domandò in yiddish:
    - ‘Scusate, signore, quella lingua che parlate, che cos'è?’
    - ‘Ebraico’ rispose Eliezer.
    - ‘Ebraico? Ma la gente non parla ebraico. E' una lingua morta.’
    - ‘Sbagliate, amico’, replicò Eliezer. ‘Io sono vivo. Mia moglie è viva. Parliamo ebraico. Quindi è una lingua viva!’»
(Da “Dio ha scelto Israele”)


Auschwitz visto attraverso la fede

di Rav Michael Ascoli

La Shoah pone ineluttabilmente una questione teologica. Per quanto mi sia interrogato sul tema, ho finora preferito la risposta di chi ammette l'incapacità di dare una spiegazione. Qualsiasi interpretazione sia stata fornita riguardo "il perché della Shoah" mi è risultata problematica, parziale, insoddisfacente quando non addirittura interessata. E a nessuno piace che la Shoah venga strumentalizzata. Ammesso che mai ci si arrivi, ci sarà bisogno del passare di alcune generazioni fino a che si potrà arrivare a dire qualcosa del tipo "il secondo Bet haMiqdàsh è stato distrutto a causa dell'odio gratuito". Su questo sfondo, la domanda circa la fede dopo Auschwitz è insidiosa. Coloro che sono passati per i campi, hanno trovato ciascuno la propria reazione, non giudicabile e né criticabile: a chi, se non a un a un sopravvissuto ai campi, può riferirsi il detto del Talmud "una persona non viene giudicata per ciò che fa quando è preda del proprio dolore"? C'è chi la fede l'ha persa, chi l'ha trovata o rafforzata, chi la ha mantenuta. È allora giusto fare una mostra su Auschwitz dove al centro viene posta proprio la fede? Così avviene ora con "Through the Lens of Faith", appena inaugurata a Auschwitz. Ogni storia di un sopravvissuto è fonte di ispirazione, ogni testimonianza è preziosa. Ma non si rischia paradossalmente di svilire la fede se questa viene vista come un mezzo che ha meglio consentito di sopravvivere ad Auschwitz? Nella sua definizione più alta, il credo è scevro da qualsiasi aspettativa di ritorno personale, nonostante faccia parte del credere che esista una ricompensa per il retto comportamento. "E cosa il Signore richiede a te se non… procedere riservatamente con il tuo Dio?".

(moked, 16 luglio 2019)


Corea del Sud-Israele: colloqui bilaterali su relazioni tecnologiche e sicurezza regionale

Il Presidente israeliano Reuven Rivlin e il Presidente sudcoreano Moon Jae-in
-> Video
SEUL - I leader di Corea del Sud e Israele hanno tenuto un colloquio bilaterale oggi a Seul, con l'obiettivo di consolidare il partenariato nei campi della sicurezza regionale e delle tecnologie avanzate. Lo ha riferito la presidenza sudcoreana. Il presidente israeliano, Reuven Rivlin, è giunto a Seul nella giornata di ieri per una visita ufficiale di cinque giorni. L'agenda dell'incontro ha incluso il rafforzamento della cooperazione nei settori dell'alta tecnologia, inclusi lo sviluppo dei software e le startup, per meglio posizionare i due paesi in vista della quarta rivoluzione industriale. Sono stati anche discussi temi legati alla sicurezza nella Penisola coreana e nel Medio Oriente, con particolare riferimento alla Corea del Nord e all'Iran. In occasione del summit, Seul e Tel Aviv hanno firmato due accordi tesi a promuovere i legami nel campo dell'istruzione e dell'energia dall'idrogeno. Rivlin è il primo presidente israeliano a visitare la Corea del Sud da nove anni a questa parte.

(Agenzia Nova, 15 luglio 2019)


Hamas, unità segrete in Libano e Turchia per attaccare Israele

I leader fondamentalisti di Gaza hanno creato il "Dipartimento costruzioni". Lo scopo è sviluppare nuove armi e costituire cellule. Le rivelazioni di un pentito.

La rete clandestina sfrutta le coperture e gli spazi di libertà in Paesi amici A svelare il piano dei capi della Striscia la confessione in tv di un alto ufficiale

di Fabiana Magrì

«Dipartimento Costruzioni»: con questo nome Hamas ha creato un'unità che opera all'estero, soprattutto in Libano e Turchia, al fine di acquistare e sviluppare armi tecnologicamente avanzate per colpire Israele da più fronti in caso di nuovo conflitto. A svelare l'esistenza di questa unità segreta è stato un «pentito» di Hamas: la creazione risale al 2014, dipende dal comando militare di Hamas a Gaza, e i suoi scopi non vengono rivelati ai Paesi dove opera al fine di godere di maggiore libertà di azione.
In Libano, alle scuole di Hamas, centinaia di giovani palestinesi dai campi profughi si addestrano al combattimento e imparano tanto a maneggiare quanto a produrre armi di ogni tipo, da quelle leggere ai razzi. È un network avviato in sordina mentre le autorità libanesi voltavano lo sguardo altrove, proprio a casa loro, ma svincolato da Beirut così come da Hezbollah. Questa unità militare segreta dell'organizzazione fondamentalista sunnita ha raggiunto proporzioni significative.

 Il prossimo conflitto
  Hamas recluta le nuove leve col passaparola e le addestra in campi equipaggiati, a due passi dalle zone abitate. Dove, oltretutto, continua a installare impianti di produzione di missili e depositi di armi, talvolta con la collaborazione di civili libanesi affiliati al movimento militante islamista egiziano Al-Gama Al-Islamiya. Che Hezbollah sia più o meno favorevole, poco importa. Poco importa perfino che il nuovo fronte contro Israele possa andare contro gli interessi della stessa organizzazione sciita di Hassan Nasrallah. Negli anni recenti Hamas si è attrezzata efficacemente per manovrare da remoto il prossimo conflitto a Gaza e dal 2014 ha messo radici in vari Paesi, dove la libertà di manovra è più ampia, specialmente se si tratta di contrabbandare armi ed entrare in contatto con esperti del settore scientifico e tecnologico militare che forniscono consulenza sulle soluzioni più all'avanguardia in termini di missili, razzi, droni, imbarcazioni subacquee senza equipaggio e quant'altro. Oltre che in Libano, le brigate «Ezzedin al Qassarn» gestiscono unità in Siria, ma da quando Hamas ha assicurato il sostegno alle forze di opposizione al regime di Assad, all'inizio della guerra civile, è in Turchia che risiede il quartier generale all'estero del «Dipartimento Costruzioni». Se in alcuni Paesi - tra cui Europa, Stati Uniti e Israele - è stata dichiarata un'organizzazione terroristica, in altri, come la Turchia, Hamas gode di sostegno ufficiale, soprattutto dopo che Ankara si è stretta ancor più intorno alla causa palestinese in seguito al riconoscimento Usa di Gerusalemme capitale dello Stato ebraico e della sovranità israeliana sulle Alture del Golan.

 Nuovi gruppi jihadisti
  Da Istanbul, la catena di comando è sempre in cerca di nuovi strategici legami con altri gruppi jihadisti e nuove località, da cui diramare le attività. Senza tuttavia tirare troppo la corda, Hamas sfrutta in via ufficiosa l'amicizia turca per il radicamento dei suoi alti dirigenti e per perseguire attività terroristiche, accuratamente sotto il radar delle autorità del Paese ospite. Ma a rivelare quanto sta avvenendo è stato il «pentito» Suheib Yousef, figlio di uno dei leader incontrastati di Hamas, lo sceicco Hassan Yousef, perché ha descritto il modus operandi dell'unità islamica in Turchia e ne ha denunciato la corruzione, niente meno che al Canale 12 israeliano. Inviato di Hamas in Turchia, Suheib Yousef ha spiegato che l'autorità che governa de facto nella Striscia di Gaza compie operazioni di sicurezza e militari sul suolo turco sotto la copertura della società civile, che ha avanzati sistemi di ascolto e raffinate attrezzature e che vende informazioni all'Iran in cambio di assistenza finanziaria e soldi che arrivano da banche turche. Il fine dichiarato è porre le basi di un nuovo conflitto con Israele, creando capacità tali da poterla attaccare contemporaneamente da più fronti e non solo dalla Striscia di Gaza.

(La Stampa, 15 luglio 2019)


Nuove opportunità strategiche, la Puglia vola in Israele

Sino al 18 luglio Emiliano e i presidenti delle Agenzie regionali in visita a Tel Aviv.

 
il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e l'Ambasciatore d'Israele in Italia, Ofer Sachs
BARI - Dopo la visita a Grottaglie dell'ambasciatore di Israele in Italia Ofer Sachs, il 25 febbraio scorso, in cui fu espressa la volontà di creare connessioni con i più importanti players pugliesi di diversi settori produttivi, ora è la Puglia ad andare in Israele.
   La missione, che durerà sino al 18 luglio, sarà un buon punto di partenza per costruire opportunità strategiche a livello sia istituzionale che industrial/business.
   Della delegazione pugliese guidata dal presidente Michele Emiliano, fanno parte il suo capo di Gabinetto, Claudio Stefanazzi, l'amministratore delegato di Acquedotto pugliese Nicola De Sanctis, il vice presidente di Aeroporti di Puglia Antonio Vasile, il direttore generale di AGER (Agenzia territoriale della Regione Puglia per la gestione dei rifiuti) Gianfranco Grandaliano, il commissario straordinario di ARTI (Agenzia Regionale per la Tecnologia e l'Innovazione) Vito Albino, il presidente di DTA (Distretto tecnologico aerospaziale pugliese) Giuseppe Acierno, la dirigente della sezione Competitività e ricerca dei sistemi produttivi della Regione Puglia Gianna Elisa Berlingerio, il console onorario di Israele in Puglia Luigi De Santis.
   "C'è un grande lavoro dietro i dati positivi che vedono la Puglia crescere e affermarsi a livello internazionale in settori strategici come aerospazio, innovazione, agricoltura di precisione - spiega il presidente Michele Emiliano - Noi puntiamo sempre più in alto e intendiamo aprire nuove collaborazioni strategiche che facciano crescere le nostre imprese, creare occasioni per i giovani pugliesi, e contribuire attraverso ricerca e innovazione alla tutela della nostra terra e del nostro mare. Importanti sono anche gli scambi che intendiamo rafforzare dal punto di vista turistico e cultuale".
   Il programma prevede una visita alla Israel Innovation Authority a Gerusalemme, al fine di presentare il quadro degli incentivi a disposizione per l'insediamento di aziende estere e consentire ai rappresentanti israeliani di esporre come vengono costruiti i piani per l'innovazione e quali sono i canali di finanziamento per le imprese.
   La delegazione nelle giornate del 16 e 17 luglio si dividerà per visite simultanee a imprese nei settori water management, waste management, spacetech applied to precisionagricolture.
   Momenti di scambio culturale e visite istituzionali arricchiranno inoltre la missione, tra i quali l'incontro con Ami Katz, direttore del Museo Eretz Israel, con Fiammetta Martegani, curatrice della Mostra "Dalla terra ferma alla terra promessa, con Avi Blasberger, direttore generale della Israel Space Agency; con il Vice Sindaco di Tel Aviv Doron Sapir.

(Bari Viva, 15 luglio 2019)


Europa pavida, complice dell'Iran

Ha deciso di convivere con le minacce iraniane

Scrive lsrael Hayom (8/7)

Qualsiasi stolto può capire che l'Iran non intende cessare i suoi sforzi per acquisire un'arma nucleare", scrive Eldad Beck. "Ma l'Unione europea e i suoi principali rappresentanti, Germania, Francia e Gran Bretagna, si rifiutano di capire. Dopo che l'Iran ha annunciato d'aver apertamente violato l'accordo nucleare del 2015, gli europei si sono accontentati di ridicole condanne ed espressioni di "profonda preoccupazione". Erano "in attesa dei rapporti dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica", hanno spiegato tra un appello e l'altro all'Iran ad attenersi all'accordo: come se il regime di Teheran fosse paragonabile a un bambino capriccioso da redarguire agitando un dito. Di fronte a un Iran furbo e abile, gli europei si sono dimostrati deboli e privi di principi. E' terribilmente paradigmatica la nomina del ministro degli Esteri spagnolo Josep Borrell al ruolo di prossimo rappresentante della politica estera dell'Unione europea. Si tratta dello stesso Borrell che ha spudoratamente dichiarato: "L'Iran vuole spazzare via Israele? Non è una novità. E' una cosa con cui dobbiamo convivere". In altri termini, secondo Borrell, dal punto di vista dell'Unione europea la volontà di annientare Israele è un fatto accettabile.
   Questa, in poche parole, è la sintesi della diplomazia europea nei confronti dell'Iran: capitolazione allo scopo di promuovere rapporti economici. Tutti i discorsi europei sulla necessità di rispettare gli accordi internazionali sono parole vuote. Sin dall'inizio era chiaro agli europei, come alla Casa Bianca sotto il presidente Barack Obama, che l'accordo sul nucleare non mirava a porre fine in modo assoluto ai piani dell'Iran per dotarsi di armi nucleari, ma solo a ritardare la loro attuazione. Anche dopo che Teheran ha ufficialmente annunciato d'aver violato l'accordo, gli europei hanno continuato a balbettare, cercando scappatoie che consentissero loro di non agire: il presidente francese Emmanuel Macron potrebbe presto volare a Teheran per cercare di convincere gli iraniani a fermare le violazioni. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas è già stato in Iran un paio di settimane fa con lo stesso scopo, senza successo. In alternativa, gli europei hanno dichiarato di voler attivare i meccanismi di controllo congiunto che hanno con l'Iran nel tentativo di continuare a prendere tempo, attività in cui eccellono. Il fallimentare accordo sul nucleare iraniano è considerato il fiore all'occhiello dell'azione diplomatica europea, il più grande successo della sua diplomazia. Il modo in cui l'accordo si è dissolto dovrebbe insegnarci un paio di cose sulla rilevanza degli europei. Una lezione da tenere ben presente in particolare quando torneranno a fare pressione su Israele perché accetti tutte le concessioni che loro ritengono indispensabili: come a loro non danno realmente fastidio gli appelli del regime iraniano alla distruzione di Israele, allo stesso modo non si preoccupano quando sono i palestinesi ad auspicare l'annientamento dello Stato ebraico. Loro ci possono convivere benissimo. Noi no".

(Il Foglio, 15 luglio 2019)


Usa, due nuovi caccia F-35 a Israele

F-35I
WASHINGTON - L'aeronautica militare israeliana avrebbe ricevuto ieri due nuovi caccia multiruolo "stealth" di quinta generazione F-35I nuovi di zecca.
La notizia sta circolando sui siti web specializzati e sui profili social degli esperti del settore. I caccia serie 925 e 926 sarebbero infatti partiti dalla base aerea di Lajes, nelle Azzorre (Portogallo), e avrebbero oltrepassato lo stretto di Gibilterra insieme all'aereocisterna statunitense KC-10A (numero di serie 79-1947).
I caccia prodotti dalla Lockheed Martin sono in grado di trasportare testate termonucleari B61 di ultima generazione. Israele è in possesso di decine di testate nucleari.

(ParsToday, 15 luglio 2019)


Stato degli ebrei e comunità internazionale

di Noemi Nacamulli

All'interno del dibattito sempre attuale sul rapporto tra stato e laicità, il caso di Israele risulta peculiare: il tema di discussione è costantemente aperto.
   A sostegno della tesi di Israele in quanto Stato ebraico e quindi non laico vi sono molti elementi di carattere formale e non solo. In primo luogo la sua stessa fondazione nel 1948 costituisce una connotazione formale: il contesto storico post bellico ha reso necessario riconoscere a livello di politica internazionale, agli ebrei sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale, il diritto a una terra dove potersi stabilire, che fosse per loro garanzia di libertà politica e che in ogni caso fosse strumento per una maggiore sicurezza.
   A conferma del carattere ebraico dello Stato di Israele si possono inoltre prendere in considerazione diverse leggi tra cui due emblematiche: la cosiddetta legge del ritorno del 1950 e la recente legge fondamentale del 2018 che definisce Israele Stato nazione del popolo ebraico.
   La legge del ritorno, come noto, garantisce ad ogni ebreo la possibilità di stabilirsi in Israele e di ottenere di conseguenza la cittadinanza israeliana, Ogni ebreo ha cioè diritto di entrare in Israele e diventare cittadino israeliano in funzione della sua identità ebraica.
   In tal senso si è attribuito a Israele la fisionomia di Stato rifugio poiché viene data così una veste giuridica al sionismo, venendo questa legge a regolare il rapporto tra il popolo ebraico in Diaspora e quello in Israele. David Ben Gurion durante la presentazione della legge alla Knesset ha affermato che il diritto della persona ebrea di tornare in Israele precede anche la fondazione dello Stato ed è questo diritto ad averne permesso la ricostruzione perché questo stesso diritto ha la sua fonte nel legame che non è mai venuto meno tra il popolo ebraico e la sua patria. C'è chi sostiene che conferma ulteriore del carattere giuridicamente ebraico dello stato di Israele derivi dalla recente legge del 19 luglio 2018. In questa legge infatti, tra le altre cose, è detto che lo Stato di Israele è la patria nazionale del popolo ebraico, che la bandiera dello Stato è caratterizzata dalla presenza della stella di Davide al suo centro, che la lingua ufficiale dello Stato è l'ebraico e ancora che il calendario ebraico è il calendario ufficiale dello Stato.
   Risulta da questi dati che Israele esca come uno Stato religiosamente connotato.
   Tuttavia, mentre per altri Stati sostanzialmente confessionali si rende difficile il binomio religione di Stato - democrazia, in Israele si è tentata la convivenza organica tra religione quale fondamento dell'identità nazionale e politica da un lato, e gestione democratica della cosa pubblica dall'altro. In politica interna questo aspetto è maggiormente visibile: infatti ad esempio nelle istituzioni dello Stato sono presenti elementi che caratterizzano un ordinamento giuridico laico. A questo proposito ci si può riferire tra l'altro alla presenza contemporanea sul territorio di scuole a sfondo religioso appartenenti a diverse tendenze. D'altro canto in politica estera e nelle relazioni internazionali che lo Stato di Israele intrattiene, è possibile intravedere un aspetto più rigorosamente incentrato sull'unità identitaria e nazionale, aspetto probabilmente dovuto alla necessità di proporre all'esterno un'immagine meglio definita del ruolo dello Stato di Israele come difensore dell'ebraicità. Il perno su cui si fonda questa immagine permane legato alla funzione dello Stato di Israele quale difesa del popolo ebraico contro attacchi persecutori. Tuttavia potrebbe risultare non sempre vantaggioso improntare una difesa politica sul passato subito: potrebbe essere più utile dichiarare la necessità di difendersi per il solo fatto che si ha una identità giuridica. Israele è uno Stato sovrano: questo può bastare per giustificare la sua esistenza e il suo peso nelle relazioni internazionali.
   Non si vuole certamente in questa sede mettere in discussione l'idea di Israele come Stato degli ebrei: sarebbe cosa complessa tra l'altro da sostenere per chi fa parte di una famiglia decimata a causa delle persecuzioni razziali e che è cresciuto sentendosi ricordare che quel fazzoletto di terra è il motivo che oggi ci fa sperare che ciò che è accaduto non accada più.
   Ci si interroga tuttavia sull'opportunità che Israele continui ad attestare sul tema della difesa del popolo ebraico le proprie argomentazioni a livello di relazioni internazionali: potrebbe forse essere più proficuo per Israele sviluppare la difesa della propria esistenza e dei propri confini non tanto sull'elemento peculiarmente religioso, quanto sulla autonomia e l'identità del suo popolo in quanto tale.

(Pagine Ebraiche, luglio 2019)


Israele, la rabbia degli ebrei etiopici diventa musica

Una rissa di rione, un agente che sfodera la pistola ed un adolescente di origine etiopica - Salomon Tekah - che stramazza morto a terra con un proiettile nel petto. All'indomani, in Israele il traffico è paralizzato da decine di migliaia di israeliani originari dell'Etiopia che protestano contro la polizia e contro fenomeni di razzismo di cui si sentono vittime. E subito la rabbia diventa musica di protesta dei giovani 'afro-israeliani'. Ancora poche settimane fa i loro nomi (Abate Berihun, Tamar Radah, Jeremy Cool Habash, Gili Yalou) erano sconosciuti. Per ascoltarli bisognava frequentare piccoli locali nelle cittadine del 'secondo Israele' (Lod, Bat Yam, Natanya), o attendere festival di musica indy.
   Adesso invece, sull'onda delle rivolta nelle strade, sono invitati negli studi televisivi più ambiti. La loro musica (in ebraico, in amarico o in inglese) è entrata anche nella radio nazionali. L'israeliano medio si
avvicina così alle radici della violenta protesta di questo mese: alla frustrazione di chi si è affacciato al mondo ai margini della società, marchiato dal colore della propria pelle, sempre sotto l'occhio sospettoso dei guardiani dell'ordine pubblico. "Mi vogliono arreso, con le manette ai polsi - denuncia il rapper Teddy Neguse. - Diecimila occhi mi seguono. In me vedono solo il colore, mi sospingono ai margini. Poi le prove le faranno scomparire, proprio come con Salmasa". Nei testi tornano con insistenza i nomi di Yosef Salmasa, Yehuda Biadga e Salomon Tekah: tre di dodici adolescenti di origine etiopica morti negli ultimi dieci anni in ruvidi contatti con la polizia. E con loro torna ricorrente l'incubo del 'taser', la pistola elettrica degli agenti.
   "Ricordo le pazze corse notturne per sfuggire alla 'pistole-Volt' - canta Ofek Adanek - corse per la sopravvivenza, rapidi come Usain Bolt". "Non sparare, Israele" invoca un altro rapper, stravolgendo il versetto biblico "Non temere, Israele".
   L'immigrazione in Israele degli ebrei di Etiopia (Beta Israel, in amarico, o Falasha) era iniziata negli anni Novanta come un sogno utopico. "Eravamo ragazzi delle dune, guardavamo le stelle, eravamo sognatori" canta Jeremy Cool Habash in una canzone intitolata: 'Israeliani nervosi'. L'utopia si e' infatti infranta: la realtà di Israele ha mortificato i più anziani, ma ha temprato la nuova generazione. Che nella musica cita artisti etiopici, il rythm and blues, il reggae, il hip-hop e il grove.
   Ne emerge un mix energico e frizzante. Una di loro, Esther Rada, ha spiccato il volo nel mercato internazionale. In Israele è significativa la carriera del sassofonista Abate Berihun che è nato in Etiopia dove è cresciuto ascoltando Charlie Parker e John Coltrane e suonando musica nazionale locale. Immigrato in Israele, ha fatto il lavapiatti. Oggi però ha sfondato e ora accompagna Ehud Banai, una star della musica israeliana. "Lo dico sempre - conclude la 'afro soul singer' Aveva Dese - che la musica può sconfiggere il razzismo, può favorire l'eguaglianza e cambiare il mondo".

(ANSAmed, 15 luglio 2019)


Delegazione di Hamas in Russia

Sono in corso i preparativi per una visita di una delegazione di Hamas la prossima settimana a Mosca. La visita includerà colloqui con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e un certo numero di funzionari del ministero degli Esteri russi.
Sarà il vicepresidente di Hamas, Moussa Abu Marzouk, a dirigere la delegazione, che visiterà la capitale russa lunedì per una visita di tre giorni. Ci si aspetta che le due parti discutano la situazione palestinese, incluso il cosiddetto "accordo del secolo" sostenuto dagli Stati Uniti.

(Il Faro Sul Mondo, 14 luglio 2019)


Hamas abbandona i tunnel e cambia strategia

di Laura Cianciarelli

L'8 luglio le Forze di difesa israeliane hanno distrutto il diciottesimo tunnel costruito da Hamas per collegare il territorio meridionale della Striscia di Gaza a Israele. L'ultimo di una rete di tunnel militari che si uniscono in un dedalo di qualche decina di chilometri sotto le città di Khan Yunis, Jabalia e il campo profughi di Shati.
  Hamas ne ha iniziato lo scavo in seguito alla c.d. "Operazione piombo fuso", una campagna militare lanciata dall'esercito israeliano nel dicembre del 2008 - e conclusasi il mese successivo, nel gennaio 2009 -, allo scopo di neutralizzare l'organizzazione palestinese, in risposta all'intensificarsi del lancio di razzi da parte di Hamas contro obiettivi civili nel sud di Israele. Subito, l'offensiva israeliana era risultata imponente e l'ala militare di Hamas aveva dovuto ritrarsi nella città di Gaza, per salvaguardare la sovranità di Hamas sulle città e i villaggi della Striscia.
  L'organizzazione palestinese ha cercato allora una soluzione in grado di cogliere di sorpresa le forze israeliane, nel caso avessero lanciato una nuova offensiva nel territorio. Da qui, l'idea di scavare alcuni tunnel per tutta l'ampiezza della Striscia di Gaza, con l'obiettivo di colpire alle spalle l'esercito israeliano.

 Un progetto abbandonato
  I tunnel si sono rivelati utili non solo a scopi di attacco, ma anche di difesa: ad esempio, per nascondere l'arsenale missilistico, per facilitare le comunicazioni o come nascondiglio per i soldati. Ormai, però, il sistema di tunnel sotterranei avrebbe fatto il suo corso e non risulterebbe più utile ad Hamas. La loro costruzione infatti è continuata fino a quando le Forze di difesa israeliana hanno rivelato di essere in possesso di nuovi strumenti tecnologici per localizzarli e distruggerli. In contemporanea l'esercito israeliano ha iniziato a costruire una barriera sotterranea molto profonda e dotata di sistemi tecnologici di rilevamento.
  Da quando le Forze israeliane hanno iniziato a impiegare tecnologie avanzate per disseppellire i tunnel di Hamas, l'organizzazione palestinese ha abbandonato il progetto. Sotto la Striscia di Gaza rimarrebbero ancora alcuni tunnel nascosti, considerati però di difficile utilizzo per Hamas, vista la nuova barriera costruita da Israele.

 Verso una nuova strategia
  La decisione di Hamas di rinunciare alla costruzione di tunnel ha conseguenze importanti per la dottrina militare del braccio armato dell'organizzazione, che è ora alla ricerca di un'alternativa. Lo stesso giorno in cui è stato demolito il diciottesimo tunnel, le Forze di difesa israeliana hanno intercettato un drone di Hamas, penetrato nello spazio aereo israeliano. L'organizzazione palestinese starebbe progettando lo sviluppo di una "forza aerea" costituita da droni e altri velivoli senza pilota, in grado sia di raccogliere informazioni di Intelligence sia di condurre azioni offensive.
  Hamas è alla ricerca di un nuovo strumento difensivo in grado di proteggere la Striscia di Gaza da un eventuale attacco israeliano contando sull'effetto sorpresa, considerata l'impossibilità di far fronte a un'offensiva via terra. Starebbe così ampliando il raggio dei suoi missili - risultati efficaci contro Israele - e dei lanciarazzi multipli in grado di superare il sistema di difesa antimissile Iron Dome.
  Dietro a questi tentativi, c'è però il dato di fatto. Data la sua posizione di debolezza, Hamas deve optare per una tregua con Israele piuttosto che cercare un conflitto dal quale uscirebbe perdente. Senza contare che la volontà di raggiungere soluzioni di compromesso, evitando un ennesimo scontro, potrebbe essere una decisione strategica, frutto di una vera e propria convergenza di interessi tra Hamas e Israele.
  Entrambi sembrerebbero impegnati a tutelare i rapporti con l'Egitto - che si erge sempre più come mediatore del conflitto israelo-palestinese - e a impedire che l'Autorità nazionale palestinese (Anp) riesca nell'impresa di riunificare Cisgiordania e Striscia di Gaza sotto il suo controllo. Ed entrambi sono consapevoli dell'improbabilità che, in caso di uno scontro all'ultimo sangue, una delle due parti possa riportare una vittoria totale, senza ingenti perdite umane, militari ed economiche.
  Non è nell'interesse d'Israele condurre operazioni militari a Gaza, che potrebbero rivelarsi troppo costose sotto diversi profili, e che in ogni caso lo distrarrebbe dal fronte con la Siria. Hamas, inoltre, si è dimostrata anche una controparte con la quale si riesce a negoziare e il suo allontanamento da Gaza creerebbe uno spazio colmabile da gruppi jihadisti più pericolosi, tra i quali lo Stato islamico, i cui fedelissimi sono molto presenti nella vicina Penisola del Sinai, o il Jihad islamico, responsabile della recente escalation di violenza proprio nella Striscia.
  Come sottolinea l'analista Aaron David Miller, Israele reputa Hamas l'alternativa più tollerabile all'interno della Striscia di Gaza; Hamas sa di aver bisogno dell'accettazione de facto da parte di Israele, per questo opera per calmare gli animi dei palestinesi. Entrambe le parti, insomma, beneficiano dello status quo.

(Inside Over, 14 luglio 2019)


Netanyahu: "risposta schiacciante se Hezbollah ci attacca"

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che un eventuale attacco contro lo Stato ebraico provocherà una risposta "schiacciante". "Durante il fine settimana abbiamo sentito Nasrallah vantarsi dei suoi piani di attacco", ha detto il capo del governo israeliano, in riferimento a un'intervista rilasciata dal capo del "Partito di Dio" libanese all'emittente "Al Manar". "Voglio essere chiaro: se Hezbollah osa commettere l'errore di attaccare Israele, la nostra risposta sarà schiacciante", ha dichiarato Netanyahu durante una riunione di governo.
   Lo sceicco sciita libanese ha detto nell'intervista ad "Al Manar" - rilasciata nell'anniversario della guerra del 2006 tra Hezbollah e Israele, che ha ucciso oltre 1.200 libanesi, per lo più civili, e più di 160 israeliani, per lo più soldati - che i principali siti israeliani lungo la costa mediterranea, compresa Tel Aviv, sono "alla portata dei nostri missili". Il capo di Hezbollah ha anche detto che l'Iran è "capace di bombardare Israele con ferocia e forza", ma "non inizierà una guerra". La scorsa settimana, Netanyahu aveva affermato che "l'Iran sta minacciando la distruzione di Israele", avvertendo che gli aerei da combattimento israeliani "possono raggiungere qualsiasi parte del Medio Oriente, incluso l'Iran".
   Hezbollah è considerato un'organizzazione terroristica dagli Stati Uniti ed è l'unica fazione a non essere disarmata dopo la guerra civile del 1975-1990. Il partito è un attore politico importante in Libano, con 13 seggi in Parlamento e tre incarichi nell'attuale governo guidato dal premier Saad Hariri. Israele ha effettuato centinaia di raid aerei nella vicina Siria contro obiettivi militari iraniani e di Hezbollah: l'obiettivo è impedire all'Iran di creare un "corridoio sciita" che da Teheran arrivi fino alle coste siriane. Recentemente, lo Stato ebraico ha scoperto e distrutto sei tunnel che passavano sotto il confine dal Libano in Israele.

(Agenzia Nova, 14 luglio 2019)


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«Se saremo attaccati la nostra risposta sarà devastante»

Così il generale Abdulrahim Mousavi, comandante delle forze armate iraniane

TEHERAN - In caso di attacco, l'Iran non si limiterà alla sola difesa, ma lancerà azioni «devastanti» contro il nemico, ha dichiarato il comandante delle forze armate iraniane, il generale Abdolrahim Mousavi, citato dall'agenzia Farsnews.
«Noi non abbiamo mai iniziato una guerra e non lo faremo mai. Tuttavia, se dovessero attaccarci, la risposta delle forze iraniane nei confronti degli aggressori sarà devastante», ha detto Mousavi, aggiungendo che «paragonando la potenza militare attuale dell'Iran a quella degli anni Ottanta, della guerra contro l'Iraq, è evidente che sia cresciuta in modo esponenziale».

(ticinonline, 14 luglio 2019)


"La terapia di conversione dei gay funziona". Polemica sul ministro israeliano

Rafi Peretz, responsabile dell'Istruzione, aveva già suscitato polemiche per aver affermato che i matrimoni misti tra ebrei sono "come un secondo Olocausto".

di Brahim Maarad

Il ministro israeliano dell'Istruzione, Rafi Peretz, ha scatenato nuove polemiche dopo aver dichiarato che "la terapia di conversione degli omosessuali può avere risultati efficaci". L'esponente di governo ha inoltre confessato - in un'intervista su Channel 12 News - di aver provato il metodo in passato. "Posso dirvi che ho una conoscenza molto approfondita della formazione e l'ho fatto", ha spiegato Peretz. Per il ministro della pubblica Istruzione, ex rabbino dell'esercito israeliano, praticare questo tipo di terapia è "possibile" e, come ha precisato, lui lo ha fatto in passato con gli studenti.
Le sue affermazioni hanno scatenato un'ondata di polemiche. Peretz "non merita di essere responsabile del futuro dei nostri figli", ha tuonato il nuovo leader della formazione pacifista Meretz, Nitzan Horowitz, il primo politico dichiaratamente gay che è a capo di un partito politico israeliano, e ha invitato Netanyahu a rimuovere il ministro per i suoi commenti.
"La terapia di conversione è una cosa pericolosa che porta i giovani a situazioni difficili, al punto di (avere) pensieri suicidi", ha spiegato Horowitz. Anche l'organizzazione che riunisce i vari filoni dell'Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) di Israele, l'Aguda, ha condannato le dichiarazioni di Peretz: "I bambini israeliani non dovrebbero essere esposti al veleno omofobico emanato da qualcuno che afferma di dedicarsi all'educazione e ai valori".
Nei giorni scorsi Peretz aveva scatenato altre polemiche dichiarato che i matrimoni misti tra ebrei, soprattutto negli Stati Uniti, sono "come un secondo Olocausto".

(AGI, 13 luglio 2019)


Antisemitismo e omofilia si muovono con obiettivi diversi e propositi simili: ribellarsi a Dio contrastando le distinzioni da Lui fatte nella creazione e nella storia. L’omofilia si oppone alla distinzione maschio-femmina fatta da Dio nella creazione; l’antisemitismo si oppone alla distinzione Israele-Nazioni fatta da Dio nella storia. Da questo si capisce quanto sia grave e stolido l’atteggiamento di chi si vanta, in Israele, del veleno omofiliaco che si espande all’interno del paese. M.C.



Tre giorni dopo la crocifissione

Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano. Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. É vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon’ora al sepolcro, non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne; ma lui non lo hanno visto». Allora Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. Quando si furono avvicinati al villaggio dove andavano, egli fece come se volesse proseguire. Essi lo trattennero, dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire». Ed egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista. Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, i quali dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane.

Dal Vangelo di Luca, cap. 24

 


Netanyahu da record, è il premier più longevo d'Israele

Il premier più longevo della storia di Israele, più del padre fondatore della patria, David Ben Gurion. Fra una settimana esatta Benjamin Netanyahu - detto Bibi, classe 1949 - entrerà nei libri di storia con questo primato.
E non importa neppure il risultato delle elezioni del prossimo 17 settembre: qualunque cosa accada, vinca o perda, sarà difficile per chiunque in futuro battere il record di 13 anni e 128 giorni in carica lungo cinque mandati.
   Una generazione di israeliani non ha memoria di altro primo ministro che non sia lui. Il 20 luglio, nonostante sia capo di un governo ad interim in attesa del voto, Netanyahu batterà di un giorno il leggendario Ben Gurion, l'uomo che Israele l'ha creata. Fatta eccezione per la laicità di entrambi, le differenze tra i due sono poderose: Ben Gurion è la sinistra, Netanyahu la destra. Il primo espressione del socialismo dei kibbutz, il secondo nazional-conservatore liberista, figlio del Likud di Menachem Begin che spodestò in una storica vittoria proprio la nomenclatura socialista.
   Il Mago (Hu Kossem), come i suoi sostenitori hanno definito Netanyahu nelle incerte elezioni dello scorso aprile, è salito al potere nel 1996: politicamente, un secolo fa. Ed è riuscito a sopravvivere a tutti i cambiamenti che in 13 anni hanno stravolto la faccia politica ed economica del globo. Anche, ad esempio, ad un presidente Usa carismatico come Barack Obama che certo suo grande amico non lo è mai stato e dal quale lo ha diviso, quasi sempre, tutto.
   Ora invece può contare su un super sodale come Donald Trump, che ha incastonato nella corona di re Bibi alcune delle gemme più importanti: il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, lo spostamento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv, l'accettazione della sovranità israeliana sulle Alture del Golan strappate alla Siria nella Guerra del 1967. Ed è possibile che qualche altra sorpresa, gradita, gli possa arrivare dal piano di pace che il capo della Casa Bianca prima o poi si deciderà a diffondere.
   Fratello di Yoni, l'eroe ucciso ad Entebbe nella missione per salvare gli ostaggi israeliani in Uganda, Netanyahu sarà con molta probabilità dopo il 17 settembre in lizza per un sesto mandato. A meno che il voto popolare (ma i sondaggi per ora gli sorridono) o la magistratura - che ha già condannato in un'altra causa la moglie Sarah - non decidano diversamente. Per la prima volta nella sua lunghissima carriera, Netanyahu si trova infatti a fronteggiare un'incriminazione per corruzione se non riuscirà a discolparsi nell'audizione di garanzia in programma ai primi di ottobre.
   Intanto sabato prossimo potrà portare a casa il primato e mettere sulla sua scrivania l'ultima copertina che Time gli ha dedicato con il titolo evocativo 'Solo i forti sopravvivono'. Del resto una fulminante battuta dello storico e giornalista israeliano Tom Segev - citato da Nahoum Barnea su Yediot Ahronot - scolpisce molto bene le differenze tra Ben Gurion e Netanyahu: "Il primo minacciava ogni giorno di andarsene, Bibi di restare".

(swissinfo.ch, 13 luglio 2019)


Nella polveriera mediorientale, Teheran gioca la carta Hezbollah. Contro il "nemico sionista"

La mossa dei falchi di Teheran: coinvolgere Israele

di Umberto De Giovannangeli

 
                                Qasem Soleimani                                                            Hassan Nasrallah
I falchi di Teheran hanno solo una carta da giocare per destabilizzare il fronte arabo (sunnita) avverso: far entrare nel "gioco" della guerra Israele. Basta una provocazione condotta per procura, utilizzando le milizie sciite fedeli a Teheran, in particolare quelle che operano a Gaza (Hamas e Jihad islamica) e in Libano, altra frontiera calda per lo Stato ebraico. E una prima conferma la si ha avuta oggi. L'Iran può bombardare Israele con forza e ferocia, secondo quanto affermato dal leader degli Hezbollah libanesi filo-iraniani Hassan Nasrallah. Le dichiarazioni sono state fatte in occasione del 13/mo anniversario della guerra tra Israele e Libano del 2006 e a pochi giorni dalla decisione del Dipartimento del tesoro americano di inserire tre membri di Hezbollah nella lista nera del terrorismo. In una intervista trasmessa dal canale tv al Manar, organo ufficiale del movimento politico armato libanese, Nasrallah ha detto: "Quando gli americani capiranno che una guerra (regionale) potrà cancellare Israele dalla carta geografica, cambieranno opinione", riferendosi alle crescenti tensioni tra Iran e Stati Uniti e loro rispettivi alleati. Nasrallah ha assicurato che Hezbollah non ha intenzione di lanciarsi in una nuova guerra.
  Gli Stati Uniti considerano Hezbollah - l'unica fazione a non aver disarmato dopo la guerra civile libanese del 1975-1990 - un'organizzazione "terrorista". Il capo del "Partito di Dio" ha ripetutamente criticato la strategia di Israele nella regione, arrivando a minacciare una "invasione della Galilea". La dichiarazione, in realtà, non è sorprendente: da anni Hezbollah costruisce tunnel lungo la "blue line" con Israele e cerca di provocare una risposta da parte dello Stato ebraico. Nasrallah ha spiegato che in un'ipotetica guerra convenzionale con Israele, le milizie sciite potrebbero tenere testa ed eventualmente sconfiggere le forze dello Stato ebraico, grazie anche all'esperienza acquisita nel teatro di guerra siriano e all'acquisizione di nuove tecnologie (come droni e missili). Libano e Israele sono due Paesi tecnicamente in guerra, ma hanno recentemente tentato di rilanciare i negoziati sul "confine" marittimo, nel tentativo di risolvere il contenzioso e avviare esplorazioni offshore di petrolio e gas. Tuttavia, i due Paesi sono ancora in disaccordo sulla modalità di questi negoziati.
  Secondo Nasrallah, Beirut vorrebbe un dialogo guidato dalle Nazioni Unite, ma gli israeliani spingerebbero per una mediazione degli Stati Uniti. "Gli americani lavorerebbero nell'interesse di Israele, cercando di ingannare il Libano", ha concluso Nasrallah. Nei giorni scorsi il Dipartimento del Tesoro americano ha inserito il capo del blocco parlamentare di Hezbollah Lealtà alla Resistenza, Hajj Mohammad Raad e il parlamentare Amin Sherri nella lista nera dei "terroristi", sostenendo che il partito di Dio usa il suo potere parlamentare per far avanzare le sue presunte attività "violente". In questa lista nera era stato già inserito Hajj Wafiq Safa, l'alto funzionario della sicurezza del movimento libanese. "Senza dubbio, ha preso una nuova direzione", ha detto il premier libanese Saad Hariri riferendosi alla mossa degli Stati Uniti. "Ma questo non influirà sul lavoro che stiamo facendo in Parlamento o sui ministri, è una questione nuova che affronteremo come riteniamo opportuno…L'importante è preservare il settore bancario e l'economia libanese e, Dio volendo, questa crisi passerà", ha rimarcato in una dichiarazione il premier (sunnita) di Beirut. Il presidente del parlamento libanese, dal canto suo, ha definito le nuove sanzioni statunitensi contro i funzionari di Hezbollah come un attacco contro l'intero Paese. "E' un attacco al parlamento e di conseguenza un attacco a tutto il Libano", ha sostenuto in una dichiarazione, Nabih Berri. Di certo, la linea durissima praticata dall'amministrazione Trump rafforza i falchi di Teheran e fa emergere con sempre maggiore evidenza il potere dei Guardiani della rivoluzione e di colui che oggi è considerato, dalle intelligence occidentali come da quelle arabe, l'uomo più potente oggi in Iran: il generale Qasem Soleimani, il capo della Niru-ye Qods, l'unità di élite dei Guardiani della Rivoluzione, al quale fanno riferimento tutte le milizie sciite filo-iraniane che operano in Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen, da Gaza all'Iraq, con l'aggiunta di Hezbollah in Libano.
  E' da venti anni è responsabile di tutte le attività militari dell'Iran, segrete e pubbliche, al di fuori dei confini della Repubblica Islamica. E' una delle figure militari più importanti e influenti in Iran oggi ed è l'uomo che ha cambiato le sorti della guerra per Bashar al-Assad. E Soleimani ha un rapporto diretto, strettissimo, con il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Dall'Iran, via Siria, continuano ad arrivare ai miliziani del Partito di Dio libanese armi sempre più sofisticate e penetranti. Secondo un recente rapporto dell'intelligence militare di Gerusalemme, attualmente Hezbollah disporrebbe di oltre 100mila missili, rispetto ai circa 12mila che aveva prima della guerra dell'estate 2006. Ma c'è dell'altro. E a metterlo in luce con HuffPost è Anthony Samrani, uno dei più autorevoli analisti militari libanesi: "Oltre ad un incremento significativo, in quantità e in qualità, del suo arsenale militare, i miliziani sciiti hanno acquisito nuove tecniche di guerriglia urbano combattendo in Siria, a fianco dei pasdaran iraniani, dei russi e dell'esercito di Assad. In poco più di sei anni Hezbollah è divenuto un attore regionale capace di dispiegare rapidamente le proprie forze dal Libano all'Iraq e ora anche in Yemen".
  Secondo il sito French Intelligence, gli Hezbollah starebbero costruendo almeno due installazioni in Libano, dove produrre missili ed armamenti. Sebbene questa notizia circolasse da tempo sui siti arabi, il magazine francese ha fornito maggiori dettagli su queste due strutture, indicandone la posizione e la tipologia di armamenti prodotti. Una prima struttura si troverebbe nei pressi di Hermel, nella Beqaa, mentre la seconda sarebbe posizionata tra Sidone e Tiro. Nella prima installazione verrebbero prodotti razzi Fateh 110 capaci di colpire quasi tutto il territorio israeliano, con una gittata di 300 km e un discreto livello di precisione. Nel complesso situato sulla costa mediterranea invece verrebbero fabbricate munizioni di piccolo calibro. D'altro canto Benjamin Netanyahu è di nuovo in campagna elettorale e intende giocarsi le sue carte esercitando il pugno di ferro a Nord. Il premier israeliano è convinto che Israele non possa condurre una guerra su due fronti - Sud-Hamas, Nord-Hezbollah - e ha deciso di concentrarsi in una offensiva diplomatica e militare contro Hezbollah e l'Iran. A più riprese ha avvertito del rischio di una guerra in Libano se "non saranno trovate soluzioni". "Stiamo prendendo azioni determinate e responsabili simultaneamente in tutti i settori e continueremo con altre operazioni, aperte e coperte, in modo da assicurare la sicurezza di Israele",ha dichiarato recentemente Netanyahu, "Chiunque attacchi Israele - ha aggiunto - pagherà un prezzo pesante". E da Washington è arrivato il pieno sostegno all'alleato israeliano.
  "Gli Stati Uniti sostengono con forza l'iniziativa d'Israele per difendere la sua sovranità e chiediamo ad Hezbollah di porre fine alla costruzione di tunnel verso Israele e a qualsiasi azione che inneschi una spirale di violenza", dichiara John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump. Affrontare una prova di forza sul fronte Nord è, per Netanyahu, una scelta rischiosa, ma calcolata. Una scelta che può investire direttamente l'Italia. La ragione è nella presenza di caschi blu italiani nella missione Unifil 2, dislocata proprio al confine tra il Libano e Israele. L'Unifil ha annunciato oggi di avere aumentato i suoi pattugliamenti alla frontiera con Israele in coordinamento con l'esercito libanese. Non è ancora allarme rosso, ma le affermazioni del portavoce militare israeliano destano preoccupazione anche al quartier generale dell'Unifil, in particolare la sottolineatura, da parte israeliana, che le attività degli Hezbollah, sono condotte "dai villaggi del sud Libano mettendo in pericolo sia il Paese stesso sia i suoi civili per mettere in piedi queste strutture del terrore". D'altro canto, quella di Unifil, è una missione contestata da tempo e a più riprese da Israele e dall'amministrazione Trump. Uno degli attacchi più duri era stato sferrato dall'allora ambasciatrice all'Onu, Nikki Haley, che aveva accusato la missione di lasciar transitare le armi che Hezbollah invia al regime siriano. La forza di pace di 10.500 uomini, di cui 1.125 italiani, "non sta svolgendo il suo lavoro in modo efficace", aveva sostenuto Haley. Washington ha chiesto che i caschi blu, oltre a monitorare il rispetto del cessate il fuoco lungo il confine con Israele, contrastino il traffico di armi che dall'Iran, attraverso la Siria, giungono alle milizie sciite di Hezbollah, come denunciato più volte dal governo israeliano.
  Un'idea già bocciata dalla Francia per la quale si rischierebbe di mettere a rischio l'esistenza stessa della forza Onu e la sua legittimazione, nonché la sicurezza dei caschi blu schierati nel cuore del territorio controllato da Hezbollah nel sud del Paese dei Cedri, che non dispongono di mezzi e armamenti adatti al combattimento ma solo a perlustrare il territorio e la Linea blu che segna il confine con Israele. Se i venti di guerra tornassero a spirare in Libano, e "Scudo del Nord" ne è una concreta avvisaglia, a rischiare sarebbero anche i nostri 1.125 caschi blu. Una buona ragione per non sottovalutare il proclama di Nasrallah.

(L'HuffPost, 13 luglio 2019)


Hezbollah minaccia una "invasione della Galilea"

Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah
BEIRUT - Il capo del "Partito di Allah" ha ripetutamente criticato la strategia di Israele nella regione, arrivando a minacciare una "invasione della Galilea". La dichiarazione, in realtà, non è sorprendente: da anni Hezbollah costruisce tunnel lungo la "blue line" con Israele e cerca di provocare una risposta da parte dello Stato ebraico. Nasrallah ha spiegato che in un'ipotetica guerra convenzione con Israele, le milizie sciite potrebbero tenere testa ed eventualmente sconfiggere le forze dello Stato ebraico, grazie anche all'esperienza acquisita nel teatro di guerra siriano e all'acquisizione di nuove tecnologie (come droni e missili). Libano e Israele sono due paesi tecnicamente in guerra, ma hanno recentemente tentato di rilanciare i negoziati sul "confine" marittimo, nel tentativo di risolvere il contenzioso e avviare esplorazioni offshore di petrolio e gas. Tuttavia, i due paesi sono ancora in disaccordo sulla modalità di questi negoziati. Secondo Nasrallah, Beirut vorrebbe un dialogo guidato dalle Nazioni Unite, ma gli israeliani spingerebbero per una mediazione degli Stati Uniti. "Gli americani lavorerebbero nell'interesse di Israele, cercando di ingannare il Libano", ha concluso Nasrallah.

(Agenzia Nova, 13 luglio 2019)


Il Regno Unito invierà una seconda nave da guerra nel Golfo Persico

Il cacciatorpediniere Type 45 arriverà nel Golfo Persico nei prossimi giorni e ha completato delle esercitazioni NATO nel Mar Nero.

Il Regno Unito ha promesso di aumentare la presenza militare nel Golfo Persico davanti alle tensioni con l'Iran inviando una seconda nave da guerra nella regione, secondo quanto riferito da Sky.
  L'HMS Duncan lavorerà anche a fianco della fregata della Royal Navy HMS Montrose e degli alleati del Golfo degli Stati Uniti, ma non prenderà parte alla coalizione marittima globale proposta da Washington.
  La notizia arriva dopo che il primo ministro uscente del Regno Unito, Theresa May, ha avviato colloqui con le autorità statunitensi per rafforzare una presenza Atlantica nel Golfo Persico a seguito di presunti attacchi dell'Iran a due petroliere nel Golfo di Oman.
  Il ministero della Difesa ha rifiutato di commentare la decisione, ha riferito Sky News, ma ha detto che l'HMS Duncan sarebbe stato accompagnato da quattro dragamine di stanza nella regione, oltre a una nave ausiliaria della flotta reale.

 Le tensioni aumentano nel Golfo Persico
  Le tensioni tra Teheran e Londra sono salite alle stelle dopo che la Royal Navy britannica insieme alle autorità di Gibilterra ha sequestrato la super petroliera Grace 1 dell'Iran, che presumibilmente doveva contrabbandare 2,1 milioni di barili di greggio in Siria in violazione delle sanzioni dell'UE, secondo le autorità britanniche.
  L'accademico religioso iraniano Kazem Sedighi ha definito la mossa come un "gioco pericoloso" che avrà "conseguenze" e ha asserito che Londra sarebbe stata "schiaffeggiata in faccia" per le sue azioni. I commenti sono stati fatti anche dopo che l'HMS Montrose aveva bloccato le navi che si credeva fossero navi di pattuglia iraniane che tentavano di bloccare una petroliera di proprietà della BP che navigava nello Stretto di Hormuz.

(Sputnik Italia, 13 luglio 2019)


Una polveriera pronta ad esplodere attorno a Israele

Gli occhi del mondo sono puntati sul Golfo Persico e su quello che succede tra USA e Iran, ma il vero punto caldo è quello che avviene attorno al piccolo Stato Ebraico.

Il Medio Oriente è ormai una polveriera pronta ad esplodere, una pentola a pressione senza valvola di sfiato che continua ad accumulare energia. Ed in mezzo c'è il piccolo Stato Ebraico.
Ieri il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha rilasciato una intervista alla TV Al-Manar nella quale per l'ennesima volta torna a minacciare di distruggere Israele in caso di guerra tra Stati Uniti e Iran.
È una intervista diversa però dalle altre volte, per due motivi. Il primo è che arriva all'indomani della decisione del Congresso americano a maggioranza democratica di "limitare" i poteri del Presidente Trump di innescare un conflitto con l'Iran. La decisione dovrà passare per il Congresso.
Il secondo motivo che rende questa intervista "diversa" dalle altre dove il capo di Hezbollah minaccia Israele (e sono tante) è che per la prima volta parla apertamente del ruolo iraniano nella "modernizzazione" dell'arsenale missilistico di Hezbollah che lo rende effettivamente pericolosissimo....

(Rights Reporters, 13 luglio 2019)


In dieci secondi

Gli aquiloni quando sono missili. I bambini a Kfar Aza sanno come si raggiunge il rifugio: correndo

 
Kfar Aza
KFAR AZA - Un aquilone non può essere altro che un aquilone, una cosa leggera che attraversa il cielo se c'è abbastanza vento e che piomba in terra, come un corpo ubriaco, se il vento non c'è. Gli adulti sono goffi quando tentano di far volare un aquilone, corrono con il braccio appeso al cielo, legato a farfalle, dinosauri, rondini, draghi. Corrono più che possono, verso il vento, contro il vento e poi l'aquilone prende il volo sotto gli occhi dei bambini.
   A Kfar Aza, kibbutz a pochi passi dal confine con Gaza, il prato è bruciato a chiazze e lì dove l'erba non cresce più sono caduti gli aquiloni. Ma non sono aquiloni normali: vengono lanciati da Gaza per incendiare i kibbutz, a Kfar Aza ne sono caduti molti e il prato adesso non è più un prato. Gli aquiloni per i bambini del kibbutz sono forme colorate che bruciano l'erba, arrivano dall'altra parte della barriera, sorvolano il filo spinato e incendiano.
   Può arrivare un aquilone o può arrivare un missile: nel kibbutz si vive così, attaccati alla pace e alla paura, che si mescolano e si perdono tra le case basse, tra i rifugi colorati che sono ovunque, anche accanto alle fermate degli autobus e quando una madre passeggia per le strade del villaggio con un occhio guarda suo figlio, con l'altro la posizione del rifugio più vicino: da quando parte l'allarme, ci sono dieci secondi per fuggire e correre veloce, abbandonando tutto, verso il rifugio. Nel kibbutz, il pericolo è qualcosa di costante, di silenzioso, qualcosa che si impara, qualcosa che si insegna e ogni bambino deve allenarsi all'emergenza, una parola strana che non appartiene al vocabolario infantile.
   Era una domenica quando mio padre, con lo sguardo fisso in un punto nel vuoto, un punto molto preciso e insistente, mi chiese quale fosse il mio piano in caso di emergenza, nel caso in cui lui si fosse sentito male. Eravamo in collina, nessuno attorno, lui al mio fianco, il mio zainetto pieno di merende e progetti, quella domenica, come tutti gli altri giorni, non avevo pensato a un piano. Fino a quella domenica durante le nostre passeggiate avevamo parlato e cantato, lui mi raccontava di libri e avventure e io facevo finta di aver letto i libri che lui mi consigliava, non parlavamo di pericoli: i genitori non si sentono mai male, le guerre sono cose lontane e le passeggiate sono passeggiate. Ma lui quella domenica voleva insegnarmi l'emergenza, alla domanda risposi farfugliando, il punto che lui osservava nel vuoto diventava sempre più preciso, e non ricordo se dopo quella ci sono state altre passeggiate in collina. Non avevo missili sopra la testa, non c'erano sirene ad avvisarmi di un pericolo, ma il pensiero di dover avere un piano per affrontare un'emergenza turbò il tramonto.
   Da maggio, contro Kfar Aza i palestinesi hanno lanciato seicento missili. Gli abitanti sono dovuti fuggire verso i rifugi seicento volte in due mesi, per seicento volte è suonato l'allarme rosso. Tutti sono fuggiti verso i rifugi, ovunque ti trovi nel kibbutz devi sapere a perfezione dove si trova il rifugio più vicino. Il villaggio è pieno di alberi che vengono su da una zona desertica, pieno di case basse dai colori tenui, solo i rifugi sono colorati: sono viola, azzurri, con fiori e soli, sono fantasia e immaginazione, perché i bambini assieme agli adulti devono raggiungerli il più rapidamente possibile, lì dentro devono mettersi in salvo e devono trascorrere il tempo finché l'allarme non rientra.
   Anche quando dormono, dormono in camerette che sono rifugi: la vita è in un bozzolo, una forma primordiale di esistenza, tesa tra realtà e emergenza. L'allarme può suonare in ogni istante, mentre giocano in piscina, mentre escono di casa per andare a scuola, mentre fanno la doccia, ma questa è una paura degli adulti: essere colti nudi dall'arrivo di un missile. I bambini alla nudità non pensano.
   Batia è cresciuta a Kfar Aza, anche i suoi figli sono cresciuti nel kibbutz e ora ha un nipote che ha tre anni e sa già cosa sia un missile che vola verso il tuo villaggio. Sa anche quanto durano dieci secondi, il tempo necessario per essere sicuri che non ti succederà nulla. Una delle prime volte che l'allarme rosso ha iniziato a gridare, Batia e suo nipote erano in piscina, lei lo ha preso e ha iniziato a correre. Lui non voleva saperne di muoversi, ma dieci secondi sono un soffio, Batia lo ha preso con la forza e sono fuggiti verso il rifugio, tra i colori hanno aspettato assieme agli altri che l'allarme cessasse. Suo nipote non è più voluto tornare in piscina, gli ricorda l'allarme che grida, ha paura di quella corsa e di quei dieci secondi: "Gli ho spiegato che la paura esiste, che il pericolo è parte della nostra vita, che arriva all'improvviso e ci si salva correndo. Gli ho spiegato che la piscina non c'entra nulla, che bisogna sempre sapere dove si trova un rifugio, che bisogna essere pronti, sempre. Poi l'ho portato a vedere l'altoparlante da dove viene l'allarme: è lui che ti salva la vita, grida per te, grida contro i missili. Tu dammi la mano, dieci secondi e saremo salvi".

(Il Foglio, 13 luglio 2019)


Israele rafforza la difesa anti-missili nel sud dopo le minacce di Hamas

GERUSALEMME - Le Forze di difesa israeliane hanno dispiegato altre batterie del sistema di difesa missilistica "Iron Dome" dopo che il gruppo palestinese Hamas ha minacciato di voler vendicare la morte del "martire Mahmoud al Adham", ucciso ieri dai soldati dello Stato ebraico. Lo riferisce il quotidiano locale "Times of Israel". I militari israeliani hanno spiegato ieri che l'uccisione di Al Adham, 28 anni, sarebbe frutto di "un malinteso". Da parte sua, Hamas ha respinto "le scuse del nemico". La vittima è stata erroneamente identificata dai soldati come un terrorista armato, ma in realtà stava cercando di impedire ad alcuni giovani palestinesi di aprire un varco nella barriera di Gaza. Intanto il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas ha dichiarato che 55 persone sono rimaste ferite nell'ambito delle proteste presso la linea di demarcazione tra l'enclave palestinese e lo Stato ebraico.

(Agenzia Nova, 12 luglio 2019)


Secoli di cultura ebraica in Calabria

Rassegna itinerante promossa dalla cooperativa Satyroi di Bova Marina

di Clara Varano

 
CATANZARO - Valorizzare il patrimonio culturale ebraico in Calabria. É l'obiettivo della rassegna "Calabria Judaica", promossa dalla cooperativa Satyroi di Bova Marina e finanziata dal Dipartimento Cultura della Regione Calabria. Le origini della Calabria giudaica affondano nel mito. Lo conferma un antico commento biblico in cui si racconta che Isacco avrebbe conferito "l'Italia di Grecia" al figlio Esaù, a consolazione della primogenitura carpitagli con l'inganno dal fratello Giacobbe. Che la punta dello Stivale abbia avuto legami strettissimi con l'ebraismo lo si evince anche dal suo patrimonio culturale, unico nel suo genere, non fosse altro per la sua capacità di intrecciare il passato con il presente.
   La raccolta dei cedri che, ogni anno, richiama a Santa Maria del Cedro rabbini di tutto il mondo, ne è un piccolo esempio.
   Testimonianze archeologiche della Diaspora ebraica sono oggi visibili nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, nell'Antiquarium Leucopetra di Lazzaro, frazione di Motta San Giovanni, a Vibo Valentia e nel Museo archeologico nazionale di Scolacium, a Roccelletta di Borgia. Tracce significative che aumentano sempre più nel corso della storia, come dimostra la figura di Dannolo Shabbatai, medico, astrologo e teologo, vissuto a Rossano nel IX secolo.
   Da Cosenza a Reggio, da Gerace a Castrovillari, la Calabria è stata terra di fiorenti giudecche, di ebrei coltissimi e cosmopoliti. Non è un caso che proprio a Reggio vennero stampate, nel 1475, copie del Commento al Pentateuco di Rabbi Shlomo Yitzhaqi, uno dei più grandi talmudisti del medioevo ebraico. Si tratta del più antico testo stampato in caratteri ebraici che si conosca al mondo, oggi fruibile attraverso una copia anastatica conservata nella Biblioteca Pietro de Nava di Reggio Calabra. Di tutto questo mondo suggestivo, stroncato nel XVI secolo con la cacciata degli ebrei dal Sud Italia, si parlerà nell'ambito della rassegna culturale che si è aperta lo scorso 7 Luglio. Tra gli ospiti, Debora Penchassi, responsabile culturale della Sinagoga di Lincoln Square, a Manhattan. Al centro della rassegna l'ebraismo a 360 gradi, quindi, anche l'aspetto culinario, come i cibi koscher. A curare l'evento, che è stato organizzato in collaborazione con la Soprintendenza di Reggio, Pasquale Faenza. "Non si punta esclusivamente a valorizzare il patrimonio culturale giudaico della regione - ha spiegato Marco Potitò, referente della cooperativa Satyroi - ma anche a sensibilizzare la popolazione verso una più approfondita conoscenza delle tradizioni ebraiche, che potrebbero diventare un'occasione di scambio ma anche di sviluppo locale, così come succede oggi a Santa Maria del Cedro, in riferimento alla coltura del prezioso agrume". "Calabria Judaica" prevede altri tre incontri: il 22 luglio la rassegna si sposterà a Lazzaro, dove sarà possibile fruire dell'Antiquarium Leucopetra dalle 18.30 fino alle 24, grazie anche alla collaborazione del Comune e della Pro Loco, e dove si parlerà di donne ed ebraismo. Musica, gastronomia e cultura del mondo ebraico saranno di casa anche alla giudecca di Bova il 25 luglio, sempre alle 21, con "Giudecche di Calabria". A far conoscere meglio le giudecche calabresi, un tempo ospitate nei borghi della regione, sarà Chiara Corazziere, cui seguirà il concerto di musiche ebraiche di Marco Valabrega (violino) e Gianluca Casadei (fisarmonica). Chiuderà la rassegna l'evento previsto a Bova il 30 luglio dalle 17 alle 21, curato da "Il Giardino di Morgana" e da Domenico Guarna, che racconterà storie e miti concernenti la Calabria ebraica nell'ambito di un trekking urbano e un contest fotografico alla giudecca, di recente valorizzata dalle istallazioni di arte contemporanea di Antonio Pujia Veneziano e un sistema di pennellistica didattica curato dal conservatore dei beni culturali Pasquale Faenza.

(ANSA, 12 luglio 2019)


Universiadi, De Magistris riceve la delegazione palestinese

Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha ricevuto a Palazzo San Giacomo una delegazione degli atleti della Palestina impegnati in questi giorni nelle Universiadi di Napoli. Con Hassan Naseif, capo delegazione, erano presenti il nuotatore Anas Al Tamaary e Layan Jaber che si è cimentata nel taekwondo. Il primo cittadino, che è anche cittadino onorario palestinese, ha ricevuto in dono una sciarpa ricambiando con alcune medaglie del Comune.

(Il Mattino, 12 luglio 2019)


I mille volti dell'antisemitismo in Francia in un libro

Nel 2017, Sarah Halimi, una donna ebrea di sessantasei anni è morta a Parigi dopo essere stata picchiata nella sua casa da un uomo originario del Mali dedito all'uso di stupefacenti e dalla psiche tormentata. Alcuni testimoni hanno sentito il killer pronunciare la parola "Satana" prima di lanciare Halimi dal balcone sul marciapiede.
Nel trattare l'omicidio, la stampa nazionale francese impiegò settimane a menzionare l'antisemitismo. Dopo mesi di indagini, la magistratura francese ha classificato l'omicidio come un attacco antisemita.
L'incidente di Halimi viene trattato in maniera approfondita in un nuovo libro, Hate: The Rising Tide of Anti-Semitism in France (and What It Means for Us), del giornalista francese Marc Weitzmann. Nel libro a cui dedica un approfondimento Mosaicmagazine.com, Weitzmann tenta di descrivere la natura dell'antisemitismo francese e di spiegare perché così tanti funzionari e giornalisti francesi tentino di ignorarlo, minimizzarlo o addirittura negarlo. In contrasto con il governo e i media francesi, egli prende in esame il lato islamico dell'antisemitismo che attraversa la Francia…

(JoiMag, 12 luglio 2019)


Ucciso «per errore» militante di Hamas. Netanyahu: pronta azione a sorpresa

GERUSALEMME - Un miliziano di Hamas è stato «ucciso per errore» dai soldati israeliani al confine nord di Gaza, nella zona di Beit Hanoun. Lo ha reso noto un portavoce delle Forze di difesa dello Stato ebraico. Inizialmente era stato detto che l'uomo, Mahmoud Ahmad Sabri Al-Adham, 28 anni, stava tentando di entrare nel territorio israeliano, poi è stato spiegato che «si è trattato di un errore di identificazione». Il palestinese stava raggiungendo due giovani che si trovavano a ridosso del confine, probabilmente per impedire loro di danneggiare il reticolato (violando così la fragile situazione di calma): «Un'unità militare accorsa sul posto ha scambiato il miliziano della forza di interposizione per un terrorista, e per questo malinteso ha aperto il fuoco», ha specificato il portavoce di Tzahal. L'esercito ha subito aperto un'inchiesta. Lo stesso, Hamas ha promesso che l'uccisione non resterà impunita. Secondo le Brigate Ezzedin al-Qassam (il braccio armato del gruppo islamico), «Israele ha sparato deliberatamente» contro un «agente di sicurezza». «Israele pagherà per le sue azioni», hanno assicurato i miliziani. Anche la Jihad islamica ha fatto sapere che considera l'uccisione una «grave escalation».
   In mattinata, prima che si diffondesse la notizia di quanto accaduto lungo il reticolato, il premier Benjamin "Bibi" Netanyahu, parlando da Ashkelon - la cittadina al confine spesso sottoposta al tiro di razzi dalla Striscia - ha detto che sebbene Israele preferisca che continui la calma con Gaza, si sta preparando per una possibile offensiva militare «estesa», che potrebbe essere «a sorpresa».

(Avvenire, 12 luglio 2019)


Deposito segreto di materiale atomico a Teheran: Netanyahu aveva ragione

Quando Netanyahu denunciò all'ONU che l'Iran aveva un deposito segreto di materiale atomico a Teheran in molti storsero il naso. Dieci mesi dopo è l'AIEA a confermare che il Premier israeliano aveva ragione.

Sono passati dieci lunghi mesi da quando Israele denunciò all'ONU che l'Iran aveva un deposito segreto di materiale atomico a Teheran.
Ora finalmente l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) conferma quella rivelazione.
Sono tanti dieci mesi per andare a controllare. In dieci mesi gli iraniani hanno avuto tutto il tempo per spostare chissà dove quel materiale.
Ma i materiali nucleari lasciano una traccia e secondo una rivelazione fatta dalla TV israeliana Canale 13, che cita alti funzionari israeliani al corrente della situazione, la AIEA ha trovato tracce evidenti che in quel deposito segreto ci fosse materiale radioattivo....

(Rights Reporters, 12 luglio 2019)


Lo Yad Vashem cambia la preghiera per i morti nella Shoah per includere quelli del Nord Africa

 
Lo Yad Vashem ha cambiato due delle sue principali preghiere per la Giornata della memoria dell'Olocausto - la preghiera di Yizkor e El Maleh Rahamim - per includere vittime ebree dal Nord Africa.
  Come riporta il Times of Israel, il cambiamento è avvenuto dopo che Yael Robinson, una studentessa di Zichron Yaakov il cui nonno, Kalfo Janah, era un sopravvissuto di Tripoli, in Libia, ha contestato l'anno scorso con il fatto che la cerimonia del ricordo locale non menzionava vittime al di fuori dell'Europa.
  La legislazione antisemita fu imposta ai 415.000 ebrei del Marocco, dell'Algeria e della Tunisia in seguito all'istituzione del regime di Vichy in Francia, secondo Yad Vashem, mentre dalla Libia, allora sotto dominio italiano, migliaia di ebrei libici furono portati nei campi di concentramento. Fra il maggio e il giugno del 1944 quelli espulsi da Tripoli furono mandati a Bergen-Belsen, mentre la maggior parte di quelli di Bengasi al campo di Innsbruck-Reichenau.
  "È stato strano per me che la lettura di Yizkor alla cerimonia menzioni solo gli ebrei morti in Europa, e la preghiera di El Maleh Rahamim menziona ancora l'Olocausto in Europa ma non menziona l'Olocausto in Europa - Nord Africa nemmeno una sola volta", ha scritto Yael Robinson agli organizzatori della cerimonia.
  Michael Shakati, dell'associazione "Un movimento per una memoria pulita" coinvolto nell'organizzazione della cerimonia, ha scoperto che le preghiere usate sono state prese dal sito web del memoriale dell'Olocausto di Yad Vashem a Gerusalemme. Ha quindi contattato il Memoriale che ha risposto: "d'ora in poi, nessuna distinzione sarebbe stata fatta tra vittime della Shoah di origini diverse".

 Ebrei libici deportati a Bergen-Belsen
  Prima che il nonno di Robinson morisse, le disse che da bambino vide suo padre arrestato e gettato "come un sacco di patate" su un camion che lo portò al ghetto, da dove fuggì e tornò a casa poche settimane dopo.
  "Quando volevano prendere suo padre, cercava di afferrarlo, e il tedesco, che aveva le punte di metallo sul bordo delle scarpe, lo prendeva a calci. Fino al giorno della sua morte aveva le cicatrici ", ricorda Yael Robinson.
  Secondo Haaretz, il sito web Yad Vashem ha già la versione aggiornata delle preghiere. Nella preghiera Yizkor, una frase che in precedenza ricordava quelli della "diaspora europea" che morì nella Shoah ora dice solo "diaspora". Allo stesso modo, la parola "europeo" è stata rimossa dalla preghiera di El Maleh Rahamim riferendosi ai sei milioni di vittime della Shoah.
  "Non esiste una versione unica della preghiera Yizkor ed è noto che durante le cerimonie commemorative le varie comunità e organizzazioni la adattano come è giusto", ha detto Yad Vashem in una dichiarazione a Haaretz.

(Bet Magazine Mosaico, 12 luglio 2019)


In crescita l'immigrazione in Israele

Nel 2018 sono aumentati in particolare i neo immigrati dall'ex-Urss. Gli "olim hadashim" tendono a stabilirsi nelle grandi città.

In totale sono 28.099 gli olim hadashim (neo immigrati) giunti in Israele nel 2018, pari a un aumento del 6,6% rispetto al 2017. E' quanto emerge dai dati pubblicati martedì dall'Ufficio Centrale di statistica israeliano, secondo i quali oltre i due terzi dei nuovi immigrati arrivati in Israele nel 2018 (67,7%) provengono dai paesi dell'ex Unione Sovietica, principalmente Russia e Ucraina. Un altro 9% proviene dagli Stati Uniti e l'8,7% dalla Francia....

(israele.net, 12 luglio 2019)


Cori ebraici d'Europa, l'emozione in musica di un nuovo incontro

di Rachel Silvera

 
FERRARA - "Betzet Isael" cantata secondo il rito liturgico romano, ma anche un intenso ''Avinu Malkeinu" per rivivere l'indimenticabile interpretazione di Barbra Streisand e tantissimi brani in yiddish che mescolano tradizione, folklore e intensità. Il settimo Festival dei Cori Ebraici Europei, che a fine giugno ha riempito di musica ed energia Ferrara, è terminato con un concerto di gala al Teatro Claudio alla presenza tra gli altri della presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni, dell'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede Oren David, del sindaco della città Alan Fabbri, dell'ambasciatore italiano Giulio Prigioni, di Marino Pedroni, direttore del Teatro Comunale "Claudio Abbado" e Dario Favretti, direttore di Ferrara Musica.
   La conclusione ideale dopo tre giorni di esibizioni e performance speciali che hanno animato la città, gli spazi del Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah e del teatro comunale. L'iniziativa, organizzata dal Coro Ha-Kol di Roma e dalla European Association of Jewish Choirs (EUAJC), ha visto salire sul palco ed esibirsi live al Meis di fronte ad un pubblico entusiasta sei cori: Les Polyphonies Hebraisque de Strasbourg, l'Ensemble Choral Copemic di Parigi, il Wiener Judischer Chor di Vienna, The Zemel Choir di Londra, il coro Ha-Kol di Roma e la Shtrudl-Band di Leopoli.
   Ospite della serata conclusiva, l'accademia corale "Vittore Veneziani" di Ferrara intitolata al celebre direttore e compositore ebreo che diresse su invito di Arturo Toscanini il coro della Scala fino alla promulgazione delle leggi razziste, riprendendo poi il suo posto dopo la guerra fino al 1954. Il programma dei concerti si è contraddistinto per la contaminazione di ispirazioni: dai brani del Seder di Pesach, ai canti tradizionali europei rivisitati, da un omaggio a Giuseppe Verdi e al suo Nabucco alla scoppiettante canzone yiddish resa celebre dalle Andrews sisters "Bei Mir Bist Du Shein", interpretata dagli oltre 200 coristi. La gioia dei partecipanti è proseguita durante lo Shabbat con canti tradizionali e balli insieme al presidente della EUAJC Anthony Cohen. Il palcoscenico di Ferrara è stato frutto di una scelta non casuale, spiega il presidente del coro Ha-Kol Richard Di Castro: "La città ha una comunità ebraica dall'origine antichissima e ospita oggi il Meis, un punto di riferimento per la ricostruzione della storia degli ebrei in Italia e la loro integrazione sociale, ma è anche una città diventata un importante centro internazionale per la promozione della musica grazie al maestro Claudio Abbado".
   Una manifestazione fortemente voluta dal direttore del Meis Simonetta Della Seta che ha aperto le porte del museo: "Già nel luglio del 2017 lanciai al presidente del coro Ha-Kol Di Castro l'idea di portare il Festival a Ferrara. Sentire cantare in ebraico al Meis e a Ferrara è una emozione straordinaria che ci rende orgogliosi e grati".

(Italia ebraica, luglio 2019)


La crisi di Hormuz

Un altro scontro tra inglesi e Iran. Serve una soluzione internazionale.


Un'altra crisi nello Stretto di Hormuz, un'altra smentita da Teheran, due versioni che cozzano tra di loro e non fanno che surriscaldare quel pezzo di mare che sembra destinato a diventare il teatro del conflitto tra l'Iran e l'occidente. Mercoledì tre barche iraniane hanno cercato di bloccare il passaggio di una petroliera britannica e soltanto l'intervento di una nave da guerra della Royal Navy ha fatto allontanare le imbarcazioni della Repubblica islamica e permesso alla petroliera di continuare sulla sua rotta. Secondo il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, le accuse degli inglesi sono "senza valore", anzi sono create ad arte per aumentare la tensione: "A quanto pare la petroliera britannica è passata", ha detto Zarif. Gli inglesi invece hanno ricostruito l'episodio con dovizia di particolari, e la Cnn ha detto che un aereo di ricognizione americano ha filmato l'incidente. Per di più ci sono altri due fatti da ricordare. Il primo è che uno dei capi più famosi delle Guardie della rivoluzione, Mohsen Rezaei, ha detto che bisognava prendere in considerazione l'ipotesi di sequestrare navi inglesi. Siamo nel campo della roboante retorica iraniana, ma Rezaei parlava di ritorsione: alla fine della settimana scorsa, a Gibilterra le forze inglesi avevano messo sotto sequestro una petroliera iraniana diretta in Siria: secondo Londra, il carico violava sanzioni imposte dall'Unione europea contro il regime di Assad (la nave è ancora ferma). Il comando americano, che ha gestito l'attacco alle proprie navi di recente, dice che "a minacce internazionali bisogna rispondere con soluzioni internazionali", perché lo Stretto di Hormuz, che è strategico, sta diventando sempre più un passaggio difficile e rischioso. E l'Iran intanto ha superato il livello di arricchimento dell'uranio previsto dall'accordo del 2015, annichilendo i tentativi europei di tenere in piedi quel patto nonostante il ritiro dell'America di Trump. A furia di cercare l'incidente, prima o poi succede, e nel regno dell'imprevedibilità non è chiaro dove si possa, o si voglia, finire.

(Il Foglio, 12 luglio 2019)


Ebrei australiani in visita alla mostra di Largo Fiorillo a Genova

Una donna riconosce la madre di una amica

GENOVA - Sono venuti da Melbourne e da altre parti dell'Australia i venti componenti il gruppo di origine ebraica che in questi giorni ha visitato la scultura di Walter Tacchini e il percorso didattico di M2B su Molo Pagliari, dedicati alla partenza delle navi Fede e Fenice nel primo dopoguerra, e la mostra "Dalla Terraferma alla Terra Promessa" visibile fino al 18 settembre prossimo al Terminal 1 a Largo Fiorillo, organizzata dall'AdSP con il patrocinio Comune della Spezia ed il supporto della Fondazione Carispezia.
   Si è trattato di una occasione molto speciale, in quanto alcuni di essi sono i discendenti di quegli ebrei sopravvissuti alla Shoah che nel 1946 partirono dalla Spezia per raggiungere la Terra Promessa. Una componente del gruppo ha riconosciuto, in una foto dei pannelli posti su Molo Pagliari, una donna che è risultata essere la madre di una sua cara amica residente come lei a Melbourne, tra la commozione di tutti i presenti
   Le porte del cantiere del Pagliari, dove la ditta Trevi sta portando avanti per conto dell'AdSP i lavori della nuova marina, sono stati eccezionalmente aperti per consentire la visita. Si dovrà infatti attendere la fine dell'anno perché il memoriale dell'Aliya Bet sia aperto al pubblico e frequentabile da tutti coloro che vorranno scoprire la storia che lega La Spezia, "Porta di Sion", ad Israele e alle vicende del popolo ebraico.
   Si ricorda che la mostra, curata da Rachel Bonfil e Fiammetta Martegani del Museo Eretz di Tel Aviv in collaborazione con la Fondazione Museo della Shoah di Roma e il patrocinio dell'Ambasciata d'Israele a Roma, è visitabile tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle ore 10 alle ore 19 con ingresso libero.
   Oltre alle numerose foto che documentano la partenza da varie parti d'Italia degli ebrei provenienti dai campi di concentramento, sei monitor diffondono le toccanti testimonianze di alcuni di essi e dei loro discendenti che non vogliono dimenticare perché "Remembering is a duty", ovvero "Ricordare è un dovere", come è scritto su uno dei pannelli in mostra.

(Primocanale, 12 luglio 2019)


In Iran crescono critiche e malumori contro il Regime

La fortissima tensione tra Usa e Repubblica islamica non porterà a una guerra. Ma potrebbe far arrivare a un nuovo accordo sul nucleare. Molto dipenderà da come e quanto Teheran reagirà a fronte dei disastrosi contraccolpi politici e di consenso che le sanzioni americane creeranno.

di Carlo Panella

Donald Trump sta facendo di tutto per piegare l'Iran a un nuovo - ben diverso - accordo sul nucleare. Un accordo che comprenda - questo l'immenso, marchiano errore di Barack Obama- il ritiro delle migliaia di Pasdaran iraniani diventati l'asse degli equilibri interni della Siria, del Libano, dai quali minacciano direttamente e seriamente con migliaia di missili Israele, di Gaza e dello Yemen. Dunque un accordo non solo sul nucleare ma sulla fine dell'aggressività rivoluzionaria di Teheran in tutto il Medio Oriente.
Al solito - come ha già fatto con successo con la Cina e con la Corea del Nord - Trump alza le minacce militari e contemporaneamente invia emissari all'avversario per trattare sotto traccia nuovi equilibri. Emissari non a caso individuati ora tra i più quotati e apprezzati a Teheran: la Francia e il Qatar, il paese del Golfo più vicino agli ayatollah.

 Macron lavora per abbassare la tensione
  Chiarissima la strategia di Trump nel comunicato che ha concluso il suo recente incontro con Emmanuel Macron: «I due presidenti hanno discusso degli sforzi in corso affinché l'Iran non ottenga un'arma nucleare e affinché venga fermato il comportamento destabilizzante per il Medio Oriente dell'Iran». Dunque non più solo nucleare, ma blocco di quella aggressione iraniana in Medio Oriente che non a caso è iniziata ed è diventata travolgente subito dopo e proprio grazie all'accordo miope e tronco voluto da Barack Obama.
  Subito dopo, l'Eliseo ha emesso un altro comunicato nel quale ha annunciato che Macron ha inviato a Teheran Emmanuel Bonne, suo consigliere diplomatico, per incontrare le autorità della Repubblica islamica e lavorare ad abbassare la tensione: «Bonne si è recato a Teheran per mettere insieme gli elementi di una de-escalation, con gesti che devono essere eseguiti immediatamente prima del 15 luglio». A ruota, subito dopo l'incontro con Macron, Trump ha ricevuto alla Casa Bianca l'emiro del Qatar Tamin bin Hamad al-Thani col quale ha discusso dei passi che questi può fare a Teheran per facilitare una trattativa.

 Non è chiara la forza del blocco moderato iraniano
  Il punto è che se è chiara la strategia del presidente americano - niente affatto guerrafondaia ma tesa a smorzare l'aggressività iraniana, soprattutto contro Israele - non sono affatto chiari gli sviluppi degli equilibri dentro il regime iraniano. È evidente che è come sempre fortissimo il blocco Pasdaran-clero combattente che punta, con successo, da anni a «esportare la rivoluzione iraniana» in tutto il Medio Oriente ed è inflessibile nei confronti del Satana americano. Ma non è chiara la forza del blocco moderato e pronto ad una trattativa che pure esiste a Teheran.

(Lettera43, 11 luglio 2019)


Navi armate iraniane tentano di sequestrare una petroliera britannica nello stretto di Hormuz

dii Laura Melissari

Alcune navi armate della Guardia rivoluzionaria islamica iraniana hanno tentato di sequestrare una petroliera britannica nello stretto di Hormuz, ma sono state bloccate da una fregata della Royal Navy che la stava scortando.
A riportare la notizia è la Cnn. La nave petroliera Heritage stava entrando nello stretto di Hormuz, tra Iran e Penisola Araba, quando l'Iran gli ha intimato di cambiare rotta e di entrare nelle vicine acque iraniane. Aerei statunitensi hanno ripreso la scena dall'alto. La fregata della Marina reale britannica, la Hms Montrose, ha puntato i suoi cannoni contro le navi iraniane, per farle allontanare.

(TPI News, 11 luglio 2019)


Gli Usa: scorte militari alle petroliere

Il Pentagono invita gli alleati a fornire navi per prevenire attacchi nel Golfo Persico. Il monito a Teheran.

di Guido Olimpio

Per ora nessuno nasconde le proprie mosse. Due unità britanniche hanno protetto una petroliera -sempre britannica - nel Golfo, erano ben visibili anche sul sito di Marine Traffic. Sotto gli occhi di chiunque avesse un accesso web. Misura preventiva nel caso ai pasdaran venisse in mettere in atto le minacce di ritorsione dopo il blocco di una nave iraniana. Altrettanto «nota» la Saviz, uno strano cargo di Teheran che staziona dal 2017 in Mar Rosso: l'intelligence sospetta che sia in appoggio ad attività coperte e assista le sortite dei commandos navali Houti, i guerriglieri sciiti alleati della Repubblica Islamica.
   Puntini luminosi sugli schermi in aree strategiche per il petrolio, piccoli segnali di sviluppi in corso in entrambe le «porte»del greggio, lo stretto di Hormuz e Bab el Mandeb. Il capo di Stato Maggiore americano Joseph Dunford, in una intervista alla Reuters, ha rivelato l'intenzione di creare una coalizione che protegga il traffico navale lungo queste due rotte. Il Pentagono avrebbe il duplice ruolo di comando e controllo, attraverso la sua consistente presenza aeronavale fornirebbe informazioni preziose a unità di scorta fornite da quanti si uniranno all'alleanza. Dunque chi dirà sì dovrà pagare le spese e fornire i mezzi, «vascelli» e magari «assetti» aerei che faranno da ombra al traffico civile nelle zone critiche. Per Dunford serviranno ancora una ventina di giorni prima di lanciare la missione. A fine giugno, il segretario di Stato Pompeo aveva presentato a due alleati importanti, i sauditi e gli Emirati, il programma Sentinel.
   A bordo delle petroliere potrebbero essere piazzati sistemi sofisticati di monitoraggio per registrare «incidenti» ed episodi anomali, ossia apparati che dovrebbero raccogliere prove di eventuali attacchi. Uno scudo elettronico per integrare la normale attività di vigilanza condotte dalle marine militari, ma anche una sorta di occhio per «documentare» un'aggressione.
   L'idea è nata dopo il duplice sabotaggio di petroliere nel Golfo Persico. Washington e Israele sono convinti della responsabilità iraniana, altri governi hanno mostrato prudenza chiedendo maggiori prove: persino gli Emirati, mai morbidi con Teheran, hanno rallentato con le accuse. Ciò però non ha diminuito le paure e molti ricordano la guerra delle petroliere, a metà anni '8o nel mezzo dello scontro Iran-Iraq, quando nel Golfo fu necessario tutelare il naviglio commerciale.
   Se negli Usa il partito dei falchi insiste per azioni decise contro i mullah, sono considerate altrettanto pericolose le sortite dei guardiani della rivoluzione, spesso affiancati da militanti sciiti, dall'Hezbollah agli Houti. E, infatti, in queste ore sono uscite nuove immagini di presunti barchini esplosivi radiocomandati messi a punto dai miliziani yemeniti: armi semplici che possono rappresentare una minaccia seria per un mercantile, per una nave piena di greggio ma anche per un'unità della Navy. Il cacciatorpediniere statunitense Cole venne attaccato con un battello- kamikaze dai qaedisti proprio al largo dello Yemen, nell'ottobre 2000. Da allora i rischi potenziali sono cresciuti. La lotta subacquea ha portato allo sviluppo di mezzi notevoli e persino gruppi non statali hanno messo a punto capacità non da poco.
   Lo scenario che fa da sfondo vede dunque gli Stati Uniti ribadire la difesa di snodi strategici, ma anche la chiamata di responsabilità per i partners. Il biglietto lo devono pagare tutti, Trump ha spesso rimproverato a Ue e Giappone di fare poco anche quando sono in gioco i loro interessi. E vedremo quanti saranno pronti ad abbracciare il progetto. Al tempo stesso la Casa Bianca intende mandare un messaggio a Teheran dopo l'abbattimento del drone e le esplosioni sulle petroliere. La pressione continua, come dimostra l'ennesimo annuncio del presidente - ieri - su altre dure sanzioni contro l'Iran dopo la sua decisione di arricchire l'uranio. Il file nucleare è stato di nuovo riaperto, tra le polemiche, all'Aiea, con consuete schermaglie tra moniti e inviti al dialogo.

(Corriere della Sera, 11 luglio 2019)


I discendenti degli ebrei fuggiti: "Berlino ci dia la cittadinanza"

I parenti dei rifugiati che lasciarono la Germania sotto Hitler chiedono di tornare: lo Stato dice no. Un gruppo di discendenti prepara una causa contro il governo di Berlino.

La Costituzione
In Germania prevede che chiunque durante la dittatura sia stato privato della cittadinanza per motivi religiosi, razziali o politici, ha diritto a essere riaccolto come cittadino.
L'ostacolo
Centinaia di richiedenti si sono visti respingere la domanda perché negli anni del nazismo la cittadinanza si trasmetteva per via paterna.

di Giampaolo Cadalanu

BERLINO- La Germania del passato li aveva spaventati e messi in fuga, quella di oggi è sicuramente meno minacciosa e sembra una meta ambita. Ma ritornarci non è facile: sono oltre un centinaio i discendenti di rifugiati ebrei che hanno lasciato il Paese ai tempi del Terzo Reich e che adesso chiedono alla Repubblica federale di riconvalidare la loro cittadinanza.
   La regola è compresa nella Grundgesetz, la Costituzione tedesca: chiunque durante i dodici anni di dittatura nazionalsocialista sia stato privato della cittadinanza tedesca per motivi religiosi, razziali o politici, ha diritto a essere riaccolto come cittadino. Ma centinaia di richiedenti, ha scoperto il Guardian, si sono visti respingere la domanda perché la cittadinanza si trasmetteva per via paterna. Alcuni, scrive il quotidiano britannico, sono stati esclusi dal procedimento perché fuggiti dal Paese dopo l'ascesa al potere di Adolf Hitler, il che in termini legali equivale ad avere rinunciato di loro iniziativa.
   A lanciare la storia è stata la signora Barbara Hanley, che ha scritto al giornale londinese raccontando la sua storia: nipote di un ebreo tedesco fuggito in Gran Bretagna nel 1938 dopo la Notte dei cristalli, ha chiesto di tornare in Germania. Ma i burocrati che hanno seguito la sua richiesta hanno deciso di respingerla perché sua madre aveva sposato un inglese, per poi dare alla luce Barbara nel 1945. E a quei tempi la nazionalità passava solo attraverso il padre.
   Hanley non ha accettato il rifiuto e si è unita ad altri discendenti respinti nella associazione Gruppo di esclusione dall'Articolo 116 che fa riferimento alla regola costituzionale e ne chiede il rispetto sostanziale. Anche l'Associazione dei rifugiati ebrei sostiene la causa, ricordando che molti parenti delle persone richiedenti sono stati uccisi durante la Shoah.
   Il "no" della autorità tedesche si è manifestato diverse volte negli anni, ma ora il problema è stato rilanciato dall'esito del referendum sulla Brexit, che ha spinto parecchi a chiedere la cittadinanza tedesca per restare nella Ue. Ma per il momento il ministero dell'Interno, chiamato in causa dal quotidiano inglese, ha risposto con un'argomentazione legale che esclude un trattamento diverso da quello previsto nella legge. Ma i discendenti dei perseguitati non mollano e hanno già trovato i primi sostenitori al Bundestag.

(la Repubblica, 11 luglio 2019)


Scontri in Israele per un giovane etiope ucciso da un poliziotto

Gli ebrei giunti dall'Africa non si sono integrati

di Marta 0liveri

In Israele, la morte di un 18enne etiope ucciso da un poliziotto in borghese, fuori servizio, ha creato degli scontri, e il premier Benyamin Netanyahu ha ammesso l'esistenza di problemi e che il governo sta lavorando per risolverli, ma ha invitato i manifestanti a non bloccare le strade e a gettare la città nel caos. Israele non è abituato a immagini di rivolte urbane, macchine rovesciate e bruciate. Lo shock è ancora più grande dopo le scene viste in molte città in tutto il paese, martedì 2 luglio. Scontri tra la polizia e migliaia di giovani arrabbiati, principalmente della comunità etiope che hanno denunciato il razzismo e l'impunità della polizia, secondo quanto ha riportato Le Monde.
   All'origine di queste proteste: il tragico destino di Solomon Tekah. Il diciottenne etiope è stato ucciso da un poliziotto in borghese durante un litigio in un quartiere di Haifa. Secondo la versione diffusa dalla polizia l'uomo, che stava camminando con la famiglia, sarebbe intervenuto per separare dei giovani, prima di venir bersagliato da un lancio di pietre. Cosa che lo ha indotto a usare la propria arma di ordinanza. Una versione contestata dalla famiglia di Tekah. L'indagine interna dovrà stabilire se il poliziotto si trovava in pericolo.
   L'uomo è agli arresti domiciliari. Una misura leggera che ha avvelenato l'atmosfera, già pesante per dei fatti precedenti. A gennaio, a Bat Yam, vicino Tel Aviv, un uomo di 24 anni di nome Yehuda Biadga, ex soldato etiope con segni di instabilità psicologica e armato di coltello, è stato ucciso per la strada. I suoi genitori avevano messo in dubbio l'entità del pericolo che il ragazzo poteva rappresentare, secondo quanto ha riportato Le Monde. Secondo alcuni commentatori c'è un razzismo rampante nella società. Dal 1980 gli ebrei etiopi erano circa 95 mila in Israele. E dall'inizio del 2019 ne sono arrivati altri 633. A fine 2017 erano 148 mila, ma hanno sempre avuto difficoltà a integrarsi.
   Dopo aver tollerato i raduni e i posti di blocco ora la polizia ha cambiato metodo. Il ministro della pubblica sicurezza, Gilad Erdan, ha promesso di porre fine all'anarchia». In totale di 136 manifestanti sono stati arrestati e decine feriti: la polizia ne ha contati 111 nelle proprie fila. «Negli ultimi giorni, abbiamo assistito a atti violenti da parte di manifestanti: attacchi contro agenti di polizia, vandalismo, pneumatici bruciati, bombe incendiarie, lancio di pietre e danni a veicoli, polizia e civili», ha detto a Le Monde, il portavoce della polizia, Micky Rosenfeld.
   Il presidente Réouven Rivlin ha invitato alla «responsabilità» e alla «moderazione», nonché all'unità nazionale, suo tema preferito. «Non accetteremo una situazione in cui i genitori abbiano paura di lasciare i propri figli fuori di casa per fare in modo che non siano presi di mira a causa del colore della loro pelle o della loro etnia. Questa non è una guerra civile. E una lotta condivisa tra fratelli e sorelle, per una casa comune e un futuro comune».

(ItaliaOggi, 11 luglio 2019)


Antisemitismo, nuove accuse al Labour

L'inchiesta della Bbc

LONDRA - C'è un nuovo, brutto capitolo della vicenda antisemitismo nel Labour Party. Un inedito documentario della Bbc ha ottenuto le testimonianze di otto ex membri del partito britannico, secondo cui alti dirigenti laburisti negli ultimi tempi «avrebbero interferito e ostacolato» le indagini interne sui rappresentanti del Labour sospettati di atti e proclami antisemiti, in alcuni casi anche «sminuendo il lavoro durante le indagini». Tra gli alti quadri del partito coinvolti in questo nuovo affondo della Bbc si sarebbe anche Seumas Milne, ex editorialista del Guardian ma soprattutto oggi spin doctor del leader, Jeremy Corbyn. Il Labour smentisce la Bbc, «il cui programma contiene ricostruzioni deliberatamente calunniose per ingannare il pubblico» e minaccia di portare gli autori in tribunale.

(la Repubblica, 11 luglio 2019)


Carie addio, create 'otturazioni' con antibatterico

Eviterebbero il ripresentarsi del problema su denti già curati. È la promessa che arriva da uno studio condotto presso l'Università di Tel Aviv.

 
Addio carie 'di ritorno', e infiltrazioni di denti già curati grazie a un nuovo materiale in composito per otturazioni arricchito con nanoparticelle antibatteriche, che evita la crescita di patogeni e quindi la formazione di nuove carie.
   È la promessa che arriva da uno studio pubblicato sulla rivista ACS Applied Materials & Interfaces e condotto presso l'Università di Tel Aviv da Lihi Adler-Abramovich e Lee Schnaider.
    Una delle cause più comuni di estrazione dentale o devitalizzazione è proprio l'infiltrazione, o una carie secondaria, ovvero quando un dente curato con una otturazione si caria nuovamente, all'interno dell'otturazione stessa (per la crescita di batteri patogeni all'interfaccia tra otturazione e superficie del dente curato) e la carie procede indisturbata verso la radice. Gli esperti hanno dunque pensato allo sviluppo di una resina con l'aggiunta di nanoparticelle antibatteriche per evitare la formazione di nuove carie nel sito dell'otturazione.
   "Abbiamo sviluppato un materiale potenziato, non soltanto esteticamente gradevole, e rigido ma con proprietà intrinseche antibatteriche, incorporando nanoparticelle con questa proprietà" - ha spiegato Schnaider. "I compositi con attività inibitoria della crescita dei germi hanno il potenziale di ostacolare lo sviluppo di questo diffusissimo problema orale", ha sottolineato, le carie secondarie.
   Il materiale è low cost e può essere facilmente prodotto su vasta scala.
   "Questo studio è molto interessante, e si innesta nel filone della ricerca volta a migliorare i materiali che vengono comunemente utilizzati in odontoiatria - ha sottolineato in un commento all'ANSA Cristiano Tomasi dell'Università di Göteborg e membro della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP). Le proprietà antibatteriche di certi materiali sono particolarmente attrattive, e quindi molto studiate, poiché le principali patologie della cavità orale e dei denti sono legate ad una origine batterica. Si deve però sempre esercitare prudenza sulla vera applicabilità clinica di materiali come questi - ha rilevato l'esperto. I test 'in vitro' (di laboratorio), come quelli effettuati in questa ricerca, possono solo confermare le proprietà antibatteriche e le caratteristiche meccaniche del materiale. Ma altri studi vanno effettuati prima di poter vedere questo materiale nell'utilizzo quotidiano: intanto va dimostrata la non-tossicità del materiale, e successivamente si deve dimostrare la validità operativa a breve e lungo termine con studi clinici appositamente progettati", ha concluso Tomasi.

(ANSA, 10 luglio 2019)


Gli Usa avvertono la Turchia: "Niente missili russi"

Dopo la tensione con l'Iran, gli Stati Uniti aprono un altro fronte potenzialmente pericoloso con la Turchia. La portavoce del Dipartimento di Stato americano, Morgan Ortagus, ha infatti ammonito Ankara che ci saranno "conseguenze reali e nefaste" se acquisterà il sistema antimissile russo S-400. La Turchia riceve dagli Stati Uniti i caccia F35 realizzati dalla Lockeed Martin. Commessa che salterà se verrà confermato l'accordo con Mosca. Ankara ha tempo fino al 31 luglio per dare una risposta all'Amministrazione Trump. E dopo i recenti attacchi nel Golfo dell'Oman, in un clima sempre più teso tra Washington e Teheran, gli Stati Uniti vogliono formare una coalizione internazionale per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, che divide la Penisola arabica dalle coste dell'Iran.

(LaPresse, 10 luglio 2019)



Da Israele "piena solidarietà" a Cipro per la disputa energetica con la Turchia

GERUSALEMME - Israele esprime "piena solidarietà" a Cipro e "segue con preoccupazione" le recenti decisioni della Turchia sullo sfruttamento degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale. E' quanto affermato dal portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon, su Twitter sottolineando che lo Stato ebraico "segue con profonda preoccupazione i recenti passi compiuti dalla Turchia", ribadisce il suo "pieno appoggio e solidarietà a (Cipro) nell'esercizio dei diritti sovrani nelle sue zone marittime" e si oppone "a qualsiasi tentativo di violare tali diritti". Recentemente, anche gli Stati Uniti hanno espresso "profonda preoccupazione" per l'invio della nave da perforazione Yavuz al largo della penisola di Karpassia (parte settentrionale dell'isola di Cipro). Ankara, da parte sua, ha risposto che intende continuare a difendere gli interessi dei turco-ciprioti nel Mediterraneo orientale. L'invio della nave da parte delle autorità turche ha provocato dure critiche da parte di Nicosia, della Grecia e di altri paesi occidentali, che considerano l'area di operazione parte della Zona economica esclusiva di Cipro. La Turchia, tuttavia, sostiene di agire nel rispetto dei diritti della Repubblica turca di Cipro del nord, la cui autorità e indipendenza è riconosciuta dalla sola Ankara.

(Agenzia Nova, 10 luglio 2019)


Nuovo oltraggio alla panchina delle donne deportate

Era stata ripristinata solo domenica scorsa

 
Com'era prima
MILANO - E' stata nuovamente vandalizzata la panchina dedicata alla memoria delle donne deportate a Ravensbruck da Milano. Lo fa sapere il presidente dell'Anpi milanese Roberto Cenati.
La panchina, che si trova vicino alla Casa della Memoria era stata ripristinata solo sabato scorso dopo essere stata oltraggiata una prima volta. "La panchina era stata restaurata sabato scorso dalla Associazione Elica Rossa nel corso di una partecipata iniziativa - spiega Cenati -. Non è più tollerabile il ripetersi a Milano di episodi che offendono profondamente i sentimenti democratici e antifascisti della nostra città. Si vuole colpire la Memoria che costituisce l'antidoto più efficace alla deriva razzista xenofoba e al clima di intolleranza che sta attraversando il nostro Paese".

(ANSA, 10 luglio 2019)


Maariv: Netanyahu pensa a un 'Patto di difesa' con gli Usa

Un 'Patto di difesa' con gli Usa: è quanto il premier Benyamin Netanyahu sta pensando di concludere con l'amministrazione Trump prima delle elezioni del 17 settembre. Lo rivela il quotidiano Maariv secondo cui non solo la Casa Bianca sarebbe d'accordo ma che questo farebbe parte di una intesa - nonostante fonti politiche israeliane neghino - che prevede come contropartita che Netanyahu accetti in anticipo il Piano di Pace che gli Usa intendono mantenere segreto fino a dopo in Israele.
Secondo il giornale, il premier "ha bisogno più che mai di gesti di buona volontà da parte degli Usa" per prevalere nelle elezioni. Anche se - ha continuato - il Patto avrebbe non poche difficoltà tecniche: da una parte Israele sarebbe coperto da "un ombrello difensivo" Usa contro attacchi atomici, ma dovrebbe coordinare in anticipo con l'alleato tutte le sue iniziative militari immediate. Per questo - ha elaborato il giornale - l'alternativa sarebbe una soluzione mediana - come un 'Contratto di difesa'- che pur non essendo vincolante avrebbe tuttavia lo stesso impatto sull'elettorato israeliano in vista del voto.

(ANSAmed, 10 luglio 2019)


Maccabi Games, appuntamento a Budapest

di Claudia De Benedetti

Dal 29 luglio al 7 agosto Budapest ospiterà i XV Giochi Europei Maccabi, quelli che sono definiti a buon diritto le Olimpiadi del mondo ebraico. Lasciatelo dire a me che vengo da Torino e ho partecipato al sogno olimpico del 2006: il paragone con le Olimpiadi non è ingiustificato. Al di là delle dimensioni, che sono certamente più piccole, e della partecipazione degli atleti, quello che accomuna le gare sportive del Maccabi all'evento olimpico sono l'entusiasmo e la passione.
   A Roma nel 2007 i XII Giochi Europei Maccabi hanno rappresentato il più grande raduno ebraico mai tenuto in Italia, un atto concreto di amore per Roma: un sentimento che era stato scelto anche come slogan: 'Omnia vincit AMOR - Love conquers all'. Amore per Roma, dunque, volontà di mostrare la presenza ebraica come una delle voci importanti di quel grande concerto che è la metropoli, desiderio di emozione e di partecipazione.
   Berlino ha ospitato quattro anni fa la XIV edizione dei Giochi Europei Maccabi. Settant'anni dopo la caduta del Terzo Reich nell'Olympiastadium voluto da Adolf Hitler, in quello stesso luogo che nel 1936 fu teatro dell'Olimpiade nazista da cui gli ebrei furono esclusi, il Maccabi ha mostrato la meravigliosa vitalità del popolo d'Israele. Dove l'implacabile disegno di sterminio avrebbe dovuto annientarci le squadre di tutti i paesi europei hanno sfilato con orgoglio. Yair Hamburger all'epoca Chairman del Maccabi mondiale non riusciva a trattenere l'emozione: con un grande sorriso raccontava la sua storia: "Sono vivo grazie al Maccabi, la mia famiglia vive felice in Israele grazie al Maccabi, abbiamo un futuro grazie al Maccabi". Il padre e la zia furono tra gli atleti che compresero il pericolo dell'avvento del nazismo in Germania e decisero di scappare dalle persecuzioni.
   A Budapest sono attesi 3.000 partecipanti, in rappresentanza di 40 nazioni, 690 saranno i giovanissimi. Oltre a tutti i paesi europei è tradizione invitare i rappresentanti d'Israele e delle altre confederazioni mondiali, sfileranno anche: Messico, Brasile, Argentina, Sud Africa e Australia. La delegazione italiana sarà
 
Immagini della visita agli impianti sportivi scelti per la 15a edizione degli European Maccabi Games
 
composta da una cinquantina di persone tra dirigenti, allenatori e atleti, a guidarli Roberto Di Porto. Il Presidente del Maccabi Italia Vittorio Pavoncello ha dovuto impegnarsi moltissimo per riuscire ad ottenere i finanziamenti e sponsor tecnici e permettere così ai giovani atleti di vivere un'esperienza straordinaria. Gli sport previsti sono 24, in tutto 63 gare, l'iscritto più anziano è un giocatore di bridge di 87 anni, il più giovane uno scacchista di soli 10 anni. La delegazione tedesca sfiorerà i 300 partecipanti, la squadra ungherese di casa avrà 215 atleti. Il catering kasher garantirà oltre 78.000 pasti, 27.000 notti di albergo sono state prenotate, 500 volontari hanno dato la loro disponibilità. Il comitato organizzatore ha costituito un ente no profit in cui i soci fondatori sono Maccabi VAC, MTK Budapest e la Federazione delle Comunità Ebraiche Ungheresi. La Confederazione Europea del Maccabi detiene il copyright dell'evento e Motti Tichauer, Chairman della Confederazione Europea Maccabi è anche Chairman dei Giochi Europei Maccabi di Budapest, Adam Jusztin, Presidente di Maccabi VAC è Co-Chairman, Tamàs Deutsch, Presidente di MTK è il Presidente del Comitato promotore dei Giochi. La cerimonia di apertura si svolgerà al New Nàndor Hidegkuti Stadium il 30 luglio, particolarmente toccante sarà il momento dell'Izchor, del ricordo degli 11 membri della squadra d'Israele uccisi da Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco 1972. Tutti gli eventi si svolgeranno al Ludovika Park, complesso multifunzionale recentemente inaugurato nell'area dell'Università.
   L'emozione degli atleti che stanno ultimando la loro preparazione è grandissima, lo so per esperienza, perché io stessa come atleta ho partecipato alle Maccabiadi in Israele nel 1976 e sono stata capodelegazione nel 2003 e 2005. Ma anche l'emozione di chi lavora giorno e notte per far funzionare la macchina dei giochi è forte e genuina. Questo è il paradosso di eventi del genere, che sono effimeri, poiché durano solo una decina di giorni, ma anche permanenti, perché cementano appartenenze, affetti, sentimenti di partecipazione. Per questo i nostri giochi sono importanti anche per Budapest, che negli ultimi anni ha capito l'importanza di lottare contro l'antisemitismo, di dover cambiare pelle per puntare su un'immagine accattivante, sull'interesse internazionale, sulla cultura e far crescere il turismo ebraico.

(Pagine Ebraiche, luglio 2019)



«Quel tesoro spuntato in via Orfeo»

Un volume ripercorre le tappe della scoperta del cimitero ebraico di Bologna. Tutto avvenne per caso durante la costruzione di un palazzo. Alla fine quel terreno ha restituito 400 tombe medievali.

Orto superstite
Fino al XVIII secolo nelle fonti d'archivio rimane la dicitura 'Orto degli Ebrei'. Il terreno dell'ex cimitero divenne infatti un appezzamento coltivato
L'intellettuale
In piazza Santo Stefano sopravvive una palazzina appartenuta a Ovadyah Sforno, il primo traduttore in italiano del Talmud
La tradizione
Gli Ebrei orientano le fosse sull'asse est-ovest e tutte le teste dei 408 defunti rinvenuti in via Orfeo erano rivolte a Occidente

di Lorella Bolelli

BOLOGNA - La sorveglianza in aree ad alto potenziale archeologico è una prassi consolidata e si applica regolarmente nel centro storico di Bologna. Ma non sempre succede di trovare nello squarcio di un cantiere ciò che affiorò nel 2012 al civico 42 di via Orfeo. Lo ricorda bene Valentina Di Stefano che vide palesarsi a poco a poco proprio sotto i suoi occhi duemila metri quadri di sepolture medievali per un totale di oltre 400 tombe. «Lì per lì non capimmo di trovarci di fronte al secondo più grande cimitero ebraico al mondo, inferiore solo a quello inglese di York». Quell'epopea, iniziata un po' in sordina per l'importanza e la sacralità che la religione giudaica attribuisce all'ultimo ricovero terreno dei corpi, ora è diventata il corposo volume 'Il cimitero ebraico medievale di Bologna: un percorso tra memoria e valorizzazione' che domani alle 17 presenteranno le autrici Renata Curina e Valentina Di Stefano nel salone d'onore di Palazzo Dell'Armi Marescalchi (via IV Novembre 5) insieme a Giusella Finocchiaro in rappresentanza della Fondazione del Monte che ha sostenuto il progetto, alla soprintendente Cristina Ambrosini, al presidente della Comunità ebraica Daniele De Paz, al rabbino capo Alberto Sermoneta, a Sauro Gelichi dell'università Ca' Foscari e a Daniela Rossi della Soprintendenza di Roma.

- Quando vi siete accorti che eravate di fronte a un ritrovamento eccezionale?
  «Inizialmente - risponde la Di Stefano - pensavamo a un'area d'inumazione legata alla vicina chiesa di San Pietro Martire poi la dislocazione in file parallele ordinatissime, l'assenza di resti d'indumenti e gli scheletri compressi dalle fasciature del sudario, ci hanno indirizzato verso la vera natura di quella distesa di fosse».

- Avete avuto conforto anche da fonti documentarie?
  «Il ricordo del grande cimitero ebraico in quella zona era rimasto nella tradizione orale e si era tramandato ma nessuno sapeva di fatto dove si trovasse. L'averlo localizzato ha dato avvio a una ricerca pluridisciplinare che ha portato anche a scoprire l'atto notarile con cui un certo Elia Da Orvieto, acquistò l'8 agosto 1393 quel terreno, proprio per donarlo ai propri correligionari. Abbiamo anche la data in cui venne dismesso: il 1569».

- Che cosa successe?
  «Nel 1555 venne istituito il ghetto e le restrizioni inflitte alla comunità divennero anche palesi per l'obbligo di indossare un segno di riconoscimento: una pezzuola gialla per gli uomini e un velo azzurro per le donne. E il 29 novembre del 1569 papa Pio emanò un breve apostolico che conferì la proprietà del terreno alle suore di San Pietro Martire con invito a distruggere le lapidi per cancellare persino la memoria della presenza giudaica in città. E i segni di quelle profanazioni violente li abbiamo ritrovati durante gli scavi su almeno 150 tombe».

- Le spoliazioni non hanno però depredato il ricco corredo funerario dei cadaveri ...
  «Abbiamo trovato una quarantina d'anelli in oro, preziosi, ma anche oggetti di uso quotidiano come le forbici e il ditale con cui volle farsi seppellire una sarta».

- Quei resti quali altre indicazioni antropologiche hanno fornito?
  «Intanto voglio specificare che sono stati tutti risepolti alla Certosa. Il 20% di loro erano sotto i 20 anni ma si tratta di una percentuale di mortalità infantile inferiore a quella di York, segno che qui il livello di salute era accettabile e la comunità conduceva una vita agiata».

(Il Resto del Carlino, 10 luglio 2019)


A Petah Tikva una piazza intitolata a Trump

di Giacomo Kahn

Dopo il piccolo villaggio sulle Alture del Golan, rinominato il mese scorso in onore del presidente americano Donald Trump, e' il turno della citta' di Petah Tikva di intitolare una piazza all'inquilino della Casa Bianca, considerato "il piu' grande fan dello Stato d'Israele". Come ha sottolineato il sindaco Rami Greenberg, alla presenza dei ministri degli Esteri e dell'Economia, Israel Katz ed Eli Cohen, e' un segno di "gratitudine verso il presidente Donald Trump" che ha riconosciuto Gerusalemme come capitale d'Israele e la sovranita' israeliana sulle alture del Golan.

(Shalom, 10 luglio 2019)


Teheran pronta ad arricchire l'uranio al 20%. Accordo nucleare sempre più a rischio

La Repubblica islamica pronta a ripristinare le centrifughe disattivate nel contesto del Jcpoa. Il capo dei Pasdaran precisa: non vogliamo armi nucleari, sono contro l'islam. Per Washington la politica di massima pressione "sta funzionando". All'aeroporto di Chicago "detenuta" per ore la squadra di volley iraniana.

TEHERAN - La guerra commerciale, diplomatica e verbale in atto da oltre un anno fra Teheran e Washington si è arricchita di nuovi capitoli: ieri i vertici della Repubblica islamica hanno minacciato di ripristinare le centrifughe disattivate in seguito all'accordo nucleare e di spingere l'arricchimento dell'uranio fino alla soglia del 20% in purezza. Tuttavia, il capo dei Pasdaran (i guardiani della Rivoluzione islamica) precisa che l'Iran non intende perseguire il progetto delle armi nucleari.
   La minaccia di aumentare il grado di arricchimento dell'uranio fatto dal responsabile dell'agenzia nucleare di Teheran è un passo che va ben oltre le scelte fatte nelle scorse settimane. Esso rappresenta uno dei principali rovesciamenti dei punti chiave dell'accordo e pone seri dubbi sull'effettiva efficacia e della sua attuale validità.
   Le potenze internazionali, in particolare Stati Uniti e Israele, sospettano che Teheran voglia riprendere il cammino interrotto quattro anni fa, finalizzato alla costruzione dell'atomica per scopi militari. In questo senso arriva la secca smentita del generale maggiore Hossein Salami, capo dei Pasdaran, secondo cui "il mondo sa che non siamo alla ricerca di armi (nucleari)". Questo tipo di armamenti, aggiunge, "non trova posto nell'islam" che "non approva armi di distruzione di massa".
   Sul fronte statunitense interviene il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, fra i fautori della linea dura contro Teheran, secondo il quale la "campagna di massima pressione" a colpi di sanzioni Usa "sta funzionando" e "l'obiettivo del presidente è di sottoscrivere un nuovo accordo, che sarà negoziato considerando ciò che è meglio per gli Stati Uniti".
   All'origine della tensione fra Iran e Stati Uniti, che ha innescato una gravissima crisi economica nella Repubblica islamica come conferma un sacerdote locale, la decisione del presidente Usa Donald Trump nel maggio dello scorso anno di ritirarsi dall'accordo nucleare (Jcpoa) del 2015. La Casa Bianca ha quindi deciso di introdurre le più dure sanzioni della storia, rafforzare la presenza militare nell'area e azzerare le esportazioni di petrolio iraniane, colpendo in primis la popolazione.
   Intanto lo scontro fra i due Paesi si arricchisce anche di un capitolo sportivo: le autorità iraniane hanno accusato ieri gli Usa di aver "detenuto" la squadra nazionale di pallavolo all'aeroporto di Chicago per diverse ore. "Se l'America - ha sottolineato un funzionario del ministero iraniano degli Esteri - non è in grado di ospitare tutte le squadre in maniera neutrale e giusta, è meglio che la smetta di organizzare eventi sportivi".
   La squadra di volley della Repubblica islamica si trova negli Stati Uniti per partecipare alla fase finale (final six) della Nations League 2019. Il team scenderà in campo l'11 luglio contro la Polonia e il giorno successivo contro il Brasile, per conquistare l'accesso alla finale. L'agenzia ufficiale Irna ricorda che in passato la compagine nazionale si era recata negli Usa per partite amichevoli "e non si erano mai registrati problemi".

(AsiaNews, 9 luglio 2019)



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I paesi dell'UE inclusi nell'accordo nucleare iraniano si preparano per un incontro di emergenza

I paesi dell'Unione Europea che fanno parte dell'accordo nucleare iraniano stanno discutendo una riunione di emergenza dopo l'annuncio che il limite di arricchimento dell'uranio verrà superato oggi.
I paesi interessati sono la Francia, il Regno Unito e la Germania che nel 2015 hanno firmato un accordo, insieme a Cina, Russia, Stati Uniti e Iran stesso, dopo una crisi di 12 anni attorno al programma nucleare iraniano.
Il blocco "è estremamente preoccupato" per la decisione dell'Iran di aumentare l'arricchimento oltre la soglia del 3,67%, ha detto oggi la portavoce dell'UE Maja Kocijancic.
La portavoce ha dichiarato all'agenzia di stampa Associated Press che Bruxelles è in contatto con gli altri lati dell'accordo per discutere i prossimi passi, tra cui "una commissione congiunta".
La commissione congiunta dell'accordo riunisce le autorità dei paesi partecipanti e si riunisce regolarmente una volta al trimestre. Il loro ultimo incontro si è tenuto alla fine di giugno.
Anche il Regno Unito e la Germania hanno preso posizione, esortando l'Iran a "interrompere immediatamente" l'arricchimento dell'uranio.
Affermando di essere "estremamente preoccupati" per attendere le informazioni dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica, il ministro degli Esteri tedesco ha esortato l'Iran a "fermare e invertire tutte le attività in contrasto con i suoi impegni".
L'appello è stato promosso da Londra, che, in una dichiarazione del ministero degli Affari esteri, ha assicurato che il Regno Unito continua a considerare valido l'accordo.
"L'Iran ha violato i termini dell'accordo internazionale [sull'energia nucleare in Iran] del 2015. Poiché il Regno Unito rimane pienamente fedele all'accordo, l'Iran deve immediatamente interrompere e annullare tutte le attività contrarie ai suoi obblighi".
Il primo ministro israeliano ha anche lanciato un appello in merito alla questione, esortando le potenze mondiali ad applicare "sanzioni immediate" all'Iran non appena il livello di arricchimento dell'uranio fornito dall'accordo nucleare viene superato.
Per Benjamin Netanyahu, l'arricchimento dell'uranio oltre il limite dell'accordo del 2015 può essere solo finalizzato alla creazione di bombe atomiche, quindi i leader occidentali devono rispettare l'accordo e imporre sanzioni all'Iran "in un dato momento" quando i valori concordati sono superati.

(Direttore Editoriale, 9 luglio 2019)



Quell'Europa debole e priva di principi

Gli europei possono benissimo convivere con l'aspirazione iraniana (e palestinese) alla distruzione dello stato ebraico. Israele no.

Qualsiasi stolto può capire che l'Iran non intende cessare i suoi sforzi per acquisire un'arma nucleare. Ma l'Unione Europea e i suoi principali rappresentanti, Germania, Francia e Gran Bretagna, si rifiutano di capire. Dopo che l'Iran ha annunciato d'aver apertamente violato l'accordo nucleare del 2015, gli europei si sono accontentati di ridicole condanne ed espressioni di "profonda preoccupazione". Erano "in attesa dei rapporti dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica" hanno spiegato, tra un appello e l'altro all'Iran ad attenersi all'accordo: come se il regime di Teheran fosse paragonabile a un bambino capriccioso da redarguire agitando il ditino.
Di fronte a un Iran furbo e abile, gli europei si sono dimostrati deboli e privi di principi. E' terribilmente paradigmatica la nomina del ministro degli esteri spagnolo Josep Borrell al ruolo di prossimo rappresentante della politica estera dell'Unione Europea. Si tratta dello stesso Borrell che ha spudoratamente dichiarato: "L'Iran vuole spazzare via Israele? Non è una novità. E' una cosa con cui dobbiamo convivere". In altri termini, secondo Borrell, dal punto di vista dell'Unione Europea la volontà di annientare Israele è un fatto accettabile....

(israele.net, 9 luglio 2019)


L'Autorità Palestinese responsabile di 17 attacchi tra il 1996 e il 2000

GERUSALEMME - Il tribunale di Gerusalemme ha ritenuto responsabile l'Autorità palestinese (Ap) di 17 attacchi contro la popolazione e le forze di sicurezza israeliane avvenuti tra il 1996 e il 2002. Lo riferisce una nota del ministero della Giustizia israeliano. "Il tribunale ha esaminato i quattro livelli di responsabilità dell'Autorità palestinese: ideologico, finanziario, pratico e mediatico, incluso l'incitamento alla violenza", si legge nella nota. Per il tribunale di Gerusalemme in 17 attacchi è stata "dimostrata" la responsabilità dell'Ap in almeno uno dei quattro livelli. La corte ha anche riconosciuto la responsabilità "generale" del presidente palestinese dell'Ap Mahmoud Abbas, dell'ex alto funzionario del movimento politico Fatah Marwan Barghouti (attualmente detenuto in un carcere israeliano) e del defunto leader palestinese e dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) Yasser Arafat. Secondo il tribunale, gli attacchi fomentati dai leader dell'Anp e dell'Olp "miravano tutti ad uccidere ebrei e cittadini israeliani". A seguito della decisione del tribunale, il Nitzana Darshan Leitner, presidente dell'organizzazione non governativa Shurat Hadin, che mira a difendere i diritti delle vittime ebree di "terrorismo", ha richiesto 250 milioni di dollari come risarcimento alle famiglie delle vittime dei 17 attacchi. Nel 2017, un tribunale israeliano ha condannato l'Autorità palestinese e gli autori di un attacco avvenuto nel 2001 al pagamento di un risarcimento di 18 milioni di dollari alle famiglie di tre cittadini israeliani, ma ad oggi l'ingiunzione non è mai stata applicata. Secondo i media israeliani, la decisione annunciata dal tribunale di Gerusalemme è soprattutto simbolica e le sue modalità di applicazione restano poco chiare.

(Agenzia Nova, 9 luglio 2019)


Torna alla luce la città biblica di Ziklag

GERUSALEMME - E' stata individuata la misteriosa città biblica di Ziklag, sulle colline meridionali della Giudea, in Terra Santa, dove oltre tremila anni fa Davide trovò protezione tra i Filistei mentre cercava di fuggire alla cattura ordinata da Saul, primo re d'Israele. Dopo la morte di Saul, Davide sarebbe salito al trono del regno d'Israele.
Secondo gli archeologi dell'Università di Gerusalemme, dell'Israel Antiquities Authority e della Macquarie University di Sydney, le rovine rinvenute nei pressi di Kiryat Gat, nel sud d'Israele, emerse durante i recenti scavi, apparterrebbero al villaggio di Ziklag, parte del regno filisteo di Gath.
Nei circa mille metri quadrati dell'area archeologica di Khirbet al-Ra'i sono state riportate alla luce testimonianze di un insediamento filisteo risalente all'XI-XII secolo a.C., con grandi strutture in pietra e reperti caratteristici della cultura filistea. I vasi in pietra e i recipienti metallici rinvenuti sul sito sono simili a reperti di questo periodo rinvenuti in precedenza negli scavi di Ashdod, Ashkelon, Ekron e Gat.
Finora erano stati indicati dagli archeologi diversi siti come possibili città di Ziklag: Tel Halif vicino al kibbutz Lahav, Tel Shara nel Negev occidentale, Tel Sheva. Tuttavia, secondo i ricercatori, "in tutti quei casi non c'era continuità tra insediamento filisteo e successivo insediamento dell'epoca di Davide. Nel sito di Khirbet al-Ra'i sono state trovate prove di entrambi gli insediamenti", come riporta il sito internet Israele.net.

(Adnkronos, 9 luglio 2019)


Felix Klein suggerisce agli ebrei di nascondersi; Amnesty dice a Israele di scomparire

di Paolo Salom

Si chiama Felix Klein ed è l'incaricato del governo federale tedesco per combattere l'antisemitismo. Klein è una persona per bene. Certo non un nemico degli ebrei. Anzi. Eppure, per arginare i sempre più frequenti episodi di aggressione contro gli ebrei, in Germania (più 20% nel 2018), ha avuto un'uscita davvero infelice. Il signor Klein ha consigliato, semplicemente, di "smettere di indossare la kippah nei luoghi pubblici". Come dire: nascondetevi. Nel lontano Occidente si fa del male anche cercando di fare del bene, almeno quando parliamo di odio anti-ebraico. Rav Alfonso Arbib, Rabbino capo della Comunità di Milano, commentando la notizia sul Corriere della Sera, ha sottolineato come il modo migliore per combattere l'antisemitismo sia al contrario "condurre una normale vita da ebrei".
   Certo, resta difficile definire cosa sia "normale", di questi tempi, per noi. Vi faccio un altro esempio. Conoscete senz'altro Amnesty International, l'organizzazione che da cinquant'anni vigila sugli abusi umanitari in tutto il mondo e finita recentemente nel mirino (si è infatti scoperto come, all'interno della stessa Amnesty, da anni si verificassero gravissimi atti di mobbing da parte di numerosi dirigenti nei confronti dei loro collaboratori; i dirigenti alla fine sono stati allontanati, con buonuscita. Come dire che l'organizzazione ha clamorosamente fallito nel vigilare su… se stessa). Ma la cosa che qui ci interessa di più, tuttavia, è l'ultima accusa contro Israele. Un'accusa che ha dell'assurdo (se non è malafede). In breve, la ragione per le "sofferenze dei palestinesi" sarebbe "l'instabilità della regione" - si legge in un recente rapporto - dovuta al rifiuto, da parte di Israele, negli ultimi sette decenni, di garantire il "diritto al ritorno" dei 700 mila palestinesi (e dei loro discendenti) divenuti profughi con la guerra del 1948.
   Chiaro il concetto? Israele, secondo Amnesty, è in violazione della "legge internazionale" perché non ha accettato di scomparire. Cosa avrebbe dovuto fare per riparare i torti del passato? Aprire le sue porte ai 5-6 milioni di palestinesi (che si sono nel frattempo moltiplicati e tramandati la patente di profugo di padre in figlio) eredi di chi lasciò la Terra di Israele a seguito dei conflitti scatenati, peraltro, dai Paesi arabi con l'intento dichiarato di distruggere Israele. E così Amnesty, per riparare un ipotetico torto, ne vuole commettere uno ben più grande: cancellare lo Stato ebraico dalla mappa per effetto di una marea demografica. Insomma, diritti umani che valgono per una parte sola. Quanti profughi della Seconda guerra mondiale, inclusi 300 mila istriani, sono mai rientrati nelle loro case? Quanti ebrei polacchi all'indomani dalla Shoah? Quanti ebrei egiziani, libici, irakeni, libanesi, siriani… scappati senza più nulla?

(Bet Magazine Mosaico, 8 luglio 2019)



Tenta di incendiare una sinagoga ma prende fuoco

ROMA - Tristan Morgan, dichiaratamente antisemita, aveva tentato di dare fuoco alla sinagoga di Exeter, città nel Sud dell'Inghilterra, lo scorso 21 luglio del 2018. In occasione della sua condanna, la polizia ha deciso di pubblicare le immagini del suo goffo tentativo che, per fortuna, non ha causato vittime né feriti.
Morgan, 52 anni, è stato riconosciuto colpevole di incendio doloso e atti terroristici e per questo è stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dove sarà monitorato dalla polizia per diversi anni.

(blitz quotidiano, 9 luglio 2019)


Israele-M5S. Prove di disgelo dietro l'invito a Di Maio

di Francesco Bei

«Secondo me una visita in Israele sarebbe importante» per il ministro Luigi Di Maio, «per capire la complessità non solo del nostro Paese, ma di tutto il Medio Oriente». Il sasso nello stagno lo getta l'ambasciatore israeliano in Italia, Ofer Sachs, a margine di un convegno sulle "Relazioni Italia-Israele" promosso dai deputati del movimento 5 Stelle Paolo Lattanzio e Antonio Zennaro. Rispetto al grande gelo, quando Di Maio - accompagnato dal filopalestinese Manlio Di Stefano - andò a portare la solidarietà a Gaza, di acqua ne è passata tanta sotto i ponti. Se è ancora presto per parlare di svolta, qualcosa comunque si sta muovendo. Di Maio non ha ancora deciso se accettare l'invito in Israele, ma un riposizionamento sembra in corso. Tanto che i grillini hanno già programmato un vertice interministeriale per studiare ilmodello economico della "Start-up Nation".

(La Stampa, 9 luglio 2019)


Per un Ghiùr comunitario

Riportiamo questo lungo e interessante articolo da cui emerge in modo chiaro la crisi di identità in cui si dibatte oggi l'ebraismo italiano. Le riflessioni generali che si fanno a questo riguardo dovrebbero interessare non solo gli ebrei. Nsi

di Rav Roberto Della Rocca*

 
È ormai da qualche anno che l'ebraismo italiano ha iniziato a dividersi sul problema del ghiùr, la conversione all'ebraismo. Credo sia venuto il momento di considerare seriamente se, per un ebraismo di poco più di 25 mila iscritti, siano salutari frammentazioni, polemiche e fratture. Il problema del ghiùr riguarda tutto l'ebraismo mondiale, ma l'ebraismo italiano, a differenza di quello di altri paesi, è ormai ai minimi termini, e ogni crisi gli può risultare letale. La crisi demografica dell'ebraismo italiano è purtroppo accompagnata e aggravata dall'assimilazione, la perdita di un'identità forte e vissuta con attiva consapevolezza. Il rischio della nostra scomparsa e della chiusura delle nostre istituzioni non può essere risolto con un'apertura irriflessa o con ghiurim (conversioni) formali, per il semplice motivo che questa linea rinuncerebbe al legame con la tradizione ebraica, e non andrebbe certamente a beneficio di quanti sono alla ricerca di una coerente e coscienziosa assunzione di identità ebraica. Sarebbe un genere di ghiùr (conversione) utile solo a risolvere, forse, e solo molto parzialmente, il problema demografico, ma non certo il problema della coesione all'interno della comunità ebraica italiana. E non si può essere certi che si risolverebbe così, oltre a un problema personale, anche il problema dell'assimilazione.
  L'atteggiamento di fondo dei Maestri, in tutte le generazioni, è sempre stato di cautela e non d'incoraggiamento, perché la soluzione "evangelizzatrice" implica l'assunzione di una posizione di superiorità. Di fatto, mai nella storia il popolo ebraico ha messo in atto un'azione sistematica di proselitismo, accogliendo con una certa difficoltà quanti chiedevano di convertirsi, e sempre con ripetuti avvertimenti a non compiere passi affrettati che avrebbero potuto avere conseguenze drammatiche, a causa delle persecuzioni antisemite. All'ebraismo è stato più volte imputato di essere una religione nazionale, in contrapposizione ad altre religioni "universali". Attraverso il noachismo, l'ebraismo sostiene che l'universalismo più vero sta proprio nel rispetto delle altre culture, e non nella loro sopraffazione. L'atteggiamento missionario, in cui l'ebraismo non si riconosce, contiene invece in sé i germi di un colonialismo spirituale che è estraneo sia alla Torah che ai Profeti di Israele. Per questi motivi, una conversione che non implichi anche la kabalàt mitzvòt (l'accettazione dei precetti) rischia di rappresentare una coercizione con sospette connotazioni di discriminazione razziale e di nazionalismo, perché a importare sarebbe unicamente l'appartenenza nazionale, etnica, culturale o razziale, più che la condivisione di un'educazione, di una cultura, di una fede e di una prassi. Il percorso verso l'ebraismo dovrebbe essere determinato, infatti, da una spinta interiore e non da considerazioni di natura genealogica, sociale, economica, o anche meramente culturale. La purezza del sangue, peraltro, non è mai stata una preoccupazione ebraica. Non è il sangue o il colore della pelle a fare di un essere umano l'uomo che è, creato a immagine dell'Eterno. L'uomo si giudica per sé stesso e si definisce per le sue convinzioni e le sue azioni, non per le sue origini. L'erede di un assassino non è un assassino. I discendenti dello stesso Hamàn (nemico paradigmatico del popolo ebraico), secondo il Midràsh, stabilirono una Yeshivah a Bené Beràk.
  Nell'ebraismo, l'orgoglio che deriva dalle proprie radici non consente che si coltivino illusioni di superiorità o pretese di privilegi in grazia dell'appartenenza etnico-religiosa. Aderire all'ebraismo implica, invece, assunzioni di obblighi e di responsabilità. I Maestri di Israele ribadiscono con forza questo concetto quando parlano del mamzer, il figlio che nasce da un adulterio o da un incesto, entrambi severamente proibiti dalla Torah, e che rappresenta la condizione sociale più umile all'interno del popolo ebraico. Dicono i Maestri: "mamzer talmid chacham kodem lecohen gadòl am aaretz" (T.B. Horaioi, 13b ), ossia, un mamzer che studia e mette in pratica la Torah ha la precedenza su un cohen (il sacerdote, che rappresenta la classe più elevata del popolo), se questi è ignorante. Il valore dell'uomo, per l'ebraismo, non è in ciò che ha, e neppure in ciò che è, quanto in ciò che fa, giorno dopo giorno.
  Ne è esempio la storia di Ruth, la moabita, che dichiara: "il tuo popolo è il mio, il tuo Signore è il mio" (Ruth 1:16) e attua così la duplice scelta dell'integrazione religiosa e nazionale, assurgendo a paradigma di ogni conversione sincera e disinteressata. Ruth non ha radici nobili - anche se alcuni midrashim la dichiarano di ascendenza regale moabita - eppure non solo è il prototipo della conversione ma, come a evidenziare l'assenza di ogni preclusione nella tradizione ebraica, da lei la Torah fa discendere il Messia. Infatti, con questo estremo paradosso, i Maestri ribadiscono come nella tradizione ebraica l'adesione ai principi coesivi del popolo sia di estrema importanza. I presupposti educativi ed etici risultano essere più rilevanti di quelli biologici e di sangue. Se così non fosse, il ghiùr (la conversione) non sarebbe neppure preso in considerazione.
  Un'altra considerazione la si può fare notando che la Torah non assegna alcun ruolo ai due figli di Moshè. La genealogia di Moshè, infatti, appare rappresentata dai suoi nipoti, i figli del fratello Aron (Numeri 3:2). Da questo, Rashi ricava che "chiunque insegni Torah al figlio del proprio compagno è come se lo avesse generato".
  Ci si chiede che cosa significhi per la cultura rabbinica "generare" un figlio. La tradizione ebraica evidenzia in ogni modo, anche con la forza del paradosso più estremo, l'importanza dell'educazione e della formazione, dello studio e della cultura, anche contro le possibili alternative costituite dal legame biologico. Peraltro, e per paradosso, è proprio in forza dei valori culturali, e negando il valore dei legami biologici, che molti si battono per rendere più semplice quel passaggio di identità che è il ghiùr.
  Sembra necessario, se si vuole parlare di ghiùr, accettare che l'ebraismo non concepisce una conversione intesa come pura e semplice iscrizione formale a una comunità. La conversione implica un cambiamento delicato e complesso, cambiamento psicologico, sociale, e di vita. Comporta un riorientamento della volontà, una difficile metamorfosi dell'anima. Porta spesso con sé una trasfusione di memoria. Può anche trasformarsi in una incomprensibile spinta autodistruttiva verso un rinnovamento. E certo, in tutto questo delicato fenomeno che è anche un percorso, l'ambiente, l'educazione e la pressione del gruppo rivestono un ruolo decisivo. Vale la pena, qui, di stabilire alcune premesse per sgombrare il campo da non utili malintesi. La questione del ghiùr è spesso affrontata da un'angolazione influenzata dal vissuto personale, e sfocia così in una contrapposizione personalizzata fra il candidato ghèr e il singolo rabbino, cui è demandato di rappresentare e riconoscere all'aspirante l'identità ebraica.
  Questo incontro, affrontato in modo errato, rischia di diventare uno scontro, e spesso si risolve in una polemica improduttiva e distruttiva, a volte aggravata da logiche di schieramento. Si deve invece accettare che accompagnare un figlio di madre non ebrea verso il ghiùr significa preparare tutto il nucleo familiare, sia il genitore ebreo sia la madre non ebrea. È difficile accettarlo, lo si comprende bene, ma l'ebraismo del minore non è un fatto solo personale, ma un fatto famigliare. All'educazione, alla formazione, e alla vita ebraica in casa, del figlio devono partecipare sia il padre che la madre. Si comprende allora perché ci si aspetta che la madre non ebrea faccia un percorso di ghiùr assieme al figlio. Ovviamente evitando su di lei qualsiasi forma di plagio e pressione.
  La famiglia si muove, nel suo insieme, verso una consapevolezza incondizionata della strada intrapresa e dell'impegno preso con il Beth Din (il tribunale rabbinico): la conversione dei bambini richiede infatti una trasformazione radicale dell'atmosfera familiare che lo accoglierà. Da qui la necessità di coinvolgere entrambi i genitori nello studio e nell'applicazione delle mitzvot, strumento fondamentale per infondere nei figli il senso dell'ebraismo. Il processo non può essere solo trasmissione di nozioni, sensazioni interiori e storia passata, ma deve attivare una prassi e un vissuto.
  Il discorso sul ghiùr dei minori, che non avendo ancora capacità giuridica non sono in grado di scegliere coscientemente la loro strada, richiede qualche considerazione in più. Fino a qualche anno fa, questa responsabilità è gravata sui genitori e sul Beth Din quando questo ha accolto la richiesta, richiesta che, in ogni caso, secondo la giurisprudenza rabbinica prevalente, nel caso di bambini, va confermata nel momento del Bar/Bat Mitzwà o nel momento della maturità. Siamo troppo spesso testimoni, infatti, del fenomeno di ragazzi che frequentano per anni le istituzioni educative e sociali ebraiche e poi, all'improvviso, si allontanano. Forse l'educazione ebraica che si offre è carente, non del tutto adeguata al livello di ebraismo che si vuole raggiungere in vista di una consapevolezza che garantisca continuità al nostro essere ebrei. Perché i nostri figli sentano l'importanza del loro ebraismo, esso deve abbracciare una dimensione di contenuti maturi, che non siano i meri ricordi dell'infanzia o della festa del Bar/Bat Mitzwà. Un ebraismo passivo, un semplice processo di conoscenza, un ebraismo non vissuto nel quotidiano, diventa prima o poi irrilevante, specie quando sopraffatto dalla cultura dominante che ci attornia.
  Troppo spesso l'educazione ebraica è considerata un complemento, la cui cura è relegata ai ritagli di tempo. Si rischia un approccio letterario, romanzesco, alla propria identità, ci si costruisce una visione della vita ebraica che si avvicina alla realtà virtuale, come se fosse solo una lontana gloria del passato, da vivere nel ricordo e nella conoscenza piuttosto che nella vita quotidiana. Si dovrebbe iniziare a sviluppare una visione dell'identità ebraica attuale e autonoma, una concezione qualitativa, che sostituisca quella che la pressione sociale esercitata dalla realtà circostante propone, o talvolta impone, una diversa idea dell'esistenza più confacente alle esigenze di una vita davvero ebraica. Ma tutto questo non può essere delegato ai rabbini o alle comunità. Le famiglie che lo desiderano devono fare scelte chiare, coraggiose e coerenti. Fare educazione significa lavorare sulle proprie rappresentazioni di sé e del mondo: qual è l'immagine culturale ebraica che vogliamo acquisire e trasmettere? Questo è il quesito che dobbiamo porci, e le risposte che daremo saranno decisive per le nostre scelte e dovranno dare il segno del valore che ha per noi l'educazione ebraica dei nostri figli. Mancano oggi, a livello nazionale, strutture e istituzioni che garantiscano un percorso di educazione e formazione ebraica ai candidati gherim, soprattutto bambini. I tribunali rabbinici, pur avendo creato condizioni ebraiche favorevoli all'accoglienza delle famiglie che desiderano avvicinarsi, si trovano di fatto ad affrontare da soli un processo complesso e sempre più diffuso. Nella maggior parte dei casi manca l'appoggio della Comunità, intesa non come ente, ma come collettività, che dovrebbe sentire il dovere di entrare in relazione con queste famiglie. I Maestri sono molto attenti alle difficoltà di ordine psicologico che incontra il ghèr: "non opprimerai il gher" (Esodo 23:9), ingiunzione che il Tanà devè Eliahu Rabba, 27, interpreta come "non opprimerlo con le parole ... non dirgli: ieri eri idolatra ... e hai ancora la carne di maiale tra i denti, e tu adesso vuoi parlare con me?" La Torah ci impone costantemente di destinare un affetto e un amore speciali al convertito. Il comandamento "veahavta et hagher", "amerai il gher", lo straniero, ricorre decine di volte nella Bibbia. Nell'accettare la Legge ebraica, il convertito riceve anche la storia ebraica. È come se gli venisse data una nuova memoria, che sostituisce la sua. A nessuno è lecito rammentare al convertito il suo passato. Esso cessa semplicemente di svolgere un qualsiasi ruolo o di esistere. L'atto della conversione trasforma il convertito in un neonato, un nuovo essere. Per questo i Maestri del Talmud fanno tutto ciò che è in loro potere per evitare che il convertito all'ebraismo possa sentirsi escluso o messo al margine dalla comunità ebraica. Il convertito non deve mai sentirsi inferiore agli altri ebrei. Nella Bibbia l'amore per il gher è un punto fermo assoluto. Ci si deve sforzare in modo speciale, anche al di fuori della norma, per comprendere i problemi anche particolari che il gher si trova ad affrontare. E ciò riguarda la comunità nel suo complesso. E questo perché il ghiùr ha sempre, necessariamente, tre attori: il candidato al ghiùr, un rabbino, una comunità. Il candidato che aspira al ghiùr deve essere consapevole di dover affrontare un percorso educativo e di studio, di applicazione e di assunzione d'identità. Dovrà entrare in comunità dalla porta principale e cercarvi il proprio posto nel modo più consono alle sue esigenze e alla sua personalità, secondo la visione realistica dei Maestri.
  Prima di procedere a una conversione la comunità tutta dovrebbe chiedersi: "quanto siamo in grado di amare e di accogliere il gher facendogli sentire che la comunità è la famiglia in cui è rinato?" Non ci si deve aspettare, infatti, che il gher diventi un membro della famiglia del rabbino. La sua famiglia di riferimento deve essere la comunità tutta, e spetta quindi a questa il compito di svolgere la sua parte. Non a caso in molte comunità, Parigi e Londra fra queste, il Beth Din che riceve una domanda di ghiùr affida il candidato a una famiglia osservante che praticamente adotta l'aspirante gher. Al rabbino è affidata solo una funzione di controllo. L'aspirante va accompagnato nell'osservanza delle mitzvot, con consapevolezza e con gioia. Solo così, infatti, egli può apprendere in presa diretta il sentimento di ahavat Israel, dell'amore per il popolo ebraico, che è così centrale nella sua scelta. La conversione consapevole all'ebraismo è, dunque, l'ingresso del gher in una nuova famiglia allargata, in una comunità nella quale si svolgerà la sua vita ebraica.
  Non si fa vita ebraica in solitudine. L'ebraismo pretende società e collettività. Il singolo deve essere accompagnato, anche psicologicamente, e la collettività deve integrare e integrarsi, evitando nell'incontro tensioni e malintesi. Perché chi entra entri con passo leggero, e chi accoglie accolga a braccia aperte e senza riserve. In questo senso anche le persone e le famiglie che hanno già fatto il ghiùr, anch'esse, non possono essere lasciate sole. Il processo di inserimento comporta una partecipazione corale della comunità.
  Il problema dei ghiurim, allora, coinvolge il problema stesso della nostra sopravvivenza e della qualità della nostra comunità. E non solo e non tanto dal punto di vista demografico. Ma, come si è detto, le nostre strutture comunitarie non costituiscono, oggi, un valido riferimento per offrire a chi ne dimostra il bisogno un inserimento equilibrato e dignitoso nella realtà della vita ebraica. Per aiutare l'ebraismo italiano a uscire da uno sterile dibattito e da dannose divisioni, è forse utile partire dall'analisi dei principi fondamentali dell'ebraismo e della situazione attuale. Ci si potrà poi chiedere quali percorsi educativi, formali e informali, si possano intraprendere, e come si possa tentare di unificare procedure e comportamenti. Ma non ha alcun senso parlare di ghiùr se non si parla del modello di famiglia (in primis quella del gher) e del modello di comunità in cui si pensa il convertito possa e debba inserirsi. Non ci nascondiamo che il primo passo possa spettare ai rabbini, che sono chiamati a una seria, approfondita e condivisa, riflessione sul tema. Sta ai rabbini agire di concerto e avviare percorsi educativi, di studio, di preparazione, di formazione, di appoggio, e infine di riconoscimento, che renderebbero non solo più fluido, ma anche decisamente più serio e più consapevole, ogni singolo percorso di ghiùr. Se rabbini e comunità riusciranno a collaborare insieme, grazie a un progetto organico e condiviso, nella costruzione di percorsi di appoggio, non rimarrà al gher che fare la sua parte, dimostrando con serietà e costanza la sincerità del suo intento. E si potrà contribuire così a ridurre le tensioni che stanno minando il clima delle nostre comunità.

* Direttore dell'area Formazione e Cultura Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

(Pagine Ebraiche, luglio 2019)


L'lran viola l'accordo sul nucleare e minaccia l'Ue: "Avete due mesi''

Francia e Germania rifiutano l'ultimatum: "Atto grave". Netanyahu: nuove sanzioni. Superando la soglia per l'uranio arricchito Teheran fa capire di volere l'arma atomica

di Giordano Stabile

L'Iran compie un altro passo verso la rottura del patto sul programma nucleare e l'Europa questa volta denuncia la «violazione». Teheran punta a strappare agli europei un impegno maggiore contro le sanzioni imposte da Donald Trump, ma l'escalation lanciata dal discorso del presidente Hassan Rohani lo scorso 8 maggio ha finora ottenuto l'effetto contrario e così si allontana la possibilità di tenere in vita l'intesa del 2015. Dopo il superamento della prima soglia, la quantità di uranio arricchito accumulata, una settimana fa Rohani aveva avvertito che la Repubblica islamica si sarebbe spinta ancora più in là, in assenza «di risposte concrete». Ieri Behrouz Kamalvandi, portavoce dell'Agenzia atomica iraniana, ha confermato che Teheran ha cominciato ad arricchire il combustibile «oltre il limite del 3,67 per cento» stabilito da trattato del 2015.
   «Siamo pienamente preparati ad arricchire l'uranio a ogni livello», ha aggiunto. Prima dell'intesa multilaterale l'Iran era arrivato al 20 per cento. Per costruire bombe atomiche serve uranio arricchito al 90. Ali Akbar Velayati, il più influente consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, ha parlato di un «livello del 5 per cento per fornire combustibile al reattore nucleare di Bushehr» e ha ribadito che il programma nucleare iraniano ha scopi civili, per produrre elettricità. Ma ogni aumento allarma la comunità internazionale. Francia, Germania e Gran Bretagna, i tre firmatari europei dell'intesa, hanno espresso «preoccupazione». Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito la decisione di Teheran una «violazione». Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di passo «estremamente pericoloso» e chiesto all'Ue di imporre sanzioni.
   I limiti fissati nel 2015 erano stati pensati proprio per rallentare un eventuale passaggio dall'uso civile a quello militare. Per gli Stati Uniti di Donald Trump però non erano sufficienti e il presidente americano si è ritirato dall'intesa nel maggio del 2018. Un anno dopo Rohani ha risposto con una serie di ritiri parziali, da alcune clausole, e dato tempo all'Europa fino al 7 luglio, cioè ieri, perché trovasse il modo di aggirare le sanzioni americane.

 Lo strumento europeo
  Una settimana fa Francia e Germania hanno reso operativo il sistema di transazioni finanziare internazionale Instex, sganciato dal dollaro, che ora permette scambi commerciali fra l'Unione europea e la Repubblica islamica al riparo da ritorsioni statunitensi. Ma il sistema è limitato a un paniere di beni di prima necessità, cibo e medicine, e non include il petrolio.
   A Teheran non basta. Il viceministro degli Esteri Abbas Araqchi ha accusato l'Europa di non aver «mantenuto i suoi impegni». Rohani chiede agli europei di fare come Cina, Turchia, e in parte l'India, che hanno sfidato il divieto americano. Sabato notte Rohani ha avuto un lungo colloquio al telefono con Macron. I due hanno però concordato di riprendere negoziati «a partire dal prossimo 14 luglio». Da parte francese si punta a limitate modifiche dell'accordo del 2015, che comporterebbero un allungamento dei tempi necessari per fabbricare la bomba, nel caso Teheran volesse farlo, da tre mesi a un anno. Parigi spera che una miglioramento del genere possa spingere gli americani a rientrare nell'intesa. Ma anche Rohani dovrebbe convincere i falchi, e la Guida Suprema, a rivedere quanto stabilito nel 2015. Un'ipotesi finora scartata categoricamente dallo stesso Khamenei.

(La Stampa, 8 luglio 2019)


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L'Iran arricchisce l'uranio. Parte la corsa all' atomica. Trump: «Stiano attenti»

Teheran minaccia: via le sanzioni o tra 60 giorni nuova escalation. Pressing sui Paesi Ue

L'allarme in Israele
Netanyahu: «Un passo molto pericoloso». E il premier si appella all'Ue
Le mosse dell'Europa
I timori di Berlino e Parigi Macron telefona a Rohani «Salviamo l'accordo»

di Fiamma Nirenstein

Dunque l'Iran ha cominciato a muoversi, innalzando oltre il 3,67 i livelli di arricchimento dell'uranio che gli erano imposti dall'accordo del 2015. L'annuncio dato dal negoziatore nucleare e viceministro degli esteri Abbas Araghchi, un duro moderno laureato in Scozia, è minaccioso, arricchito dalla promessa di ulteriori tagli rispetto agli impegni del 2015, allusivo di una ripresa, non annunciata esplicitamente, sulla strada dell'atomica.
   Questo scopo è velato da allusioni a programmi civili, mentre si dice all'Europa che la si aspetta sulla via della cancellazione delle sanzioni per 60 giorni ancora: l'arricchimento aumentato è presentato come una sorta di misura minimale rispetto al terribile ruggito che gli Ayatollah di Teheran preparano se l'accordo coi P5+1 non verrà ripristinato come chiedono entro 60 giorni. È una mossa nell'ambito di un gioco a tre, Usa Iran e Europa, in cui tuttavia si affacciano la Turchia e la Russia (con cui l'Iran progetta un incontro trilaterale in agosto) e la Cina, che viola nel silenzio generale il regime di sanzioni stabilito da Trump, che minaccia: «È meglio che l'Iran stia attento». Insomma una guerra mondiale nel cui centro siede, piuttosto preoccupato e comunque in stato di allarme, Israele: ieri il primo ministro Netanyahu ha detto che la mossa dell'Iran è un passo «molto molto pericoloso». E ha aggiunto «io mi rivolgo ai miei amici leader della Francia, l'Inghilterra, la Germania: l'Iran ha violato la sua solenne promessa fatta al Consiglio di Sicurezza dell'Onu di non arricchire l'uranio oltre un certo livello, voi avete firmato l'accordo e avete detto che appena lo avesse fatto, severe sanzioni sarebbero state imposte. Dove siete adesso?». La risposta di Macron è semplice: è stato al telefono con la controparte iraniana per più di un'ora, ha detto ai giornalisti. Insieme, hanno stabilito che entro il 15 di questo mese cercheranno di prevenire «l'ulteriore indebolimento dell'accordo» per evitare «le sue conseguenze». Insomma, l'Europa, nonostante certo sia la prima, geopoliticamente, a doversi preoccupare dell'eventuale ripresa dell'arricchimento e dell'accumulo di uranio arricchito, al momento cerca la strada di un possibile «appeasment». Un paradigma che dovrebbe essere familiare alla storia europea, e che ha portato già a terribili guerre.
   Che cosa può succedere nelle prossime ore? Intanto, nonostante Macron ami presentarsi come il leader di un'Europa sottile e strategica, utilizzando come arma politica una diffusa opposizione alla severità di Trump, pure è difficile immaginare che voglia condurre l'Europa sulle ginocchia di un regime di cui l'Agenzia atomica internazionale aveva già verificato le effrazioni; di cui l'operazione del Mossad che aveva sottratto al regime i documenti relativi, aveva già verificato le intenzioni nucleari mantenute ferme dopo il 2015. È difficile sostenere, alla fine, un regime in cui i giustiziati omosessuali si contano fra i 6 e gli 8mila dall'inizio del regime; che con la sua presenza belligerante in tutto il Medio Oriente, la provocazione continua dei poteri sunniti, l'uso del terrorismo, la minaccia di distruggere Israele tiene il mondo sull'orlo del conflitto.
   Tuttavia se l'Iran adesso volesse correre verso una guerra, avrebbe annunciato misure più drammatiche del superamento la settimana scorsa dei 300 chili di uranio consentiti e ieri dell'arricchimento del 3,67: avrebbe potuto annunciare l'arricchimento del 20%, o proibire all'IAEA di entrare nelle sue strutture atomiche, o lasciare il trattato di non proliferazione, o annunciare che sta aumentando di molto i chili di uranio arricchito. Se saltasse al 20%, come dicono alcuni esperti, in sei mesi la bomba atomica potrebbe essere pronta. Trump a sua volta non sembra ansioso di un confronto diretto. Tuttavia l'allerta è generale: il gioco dell'Iran è puntare a elezioni americane che regalino un dopo Trump, e magari, in Israele, un dopo Bibi. Ma giocando duro come fa, bisogna vedere se ci arriva, e naturalmente se Trump o Bibi, o ambedue, saranno rieletti. Un gioco sempre sull'orlo dell'abisso.

(il Giornale, 8 luglio 2019)


Ci sarà la guerra tra Israele e Gaza?

Gli eventi di maggio

Nuovi episodi di violenza si sono verificati tra Gaza e Israele quando Hamas sabato 4 maggio ha lanciato oltre 600 razzi verso le città israeliane vicine al confine con la Striscia di Gaza. I motivi che hanno spinto Hamas a tentare di intaccare il sistema anti-razzo israeliano (chiamato Iron Dome), sono da ricercare negli avvenimenti di venerdì 3 maggio. Infatti, a seguito della consueta protesta dei cittadini di Gaza lungo il confine che divide Israele dalla Striscia, due soldati israeliani sono stati feriti da un cecchino palestinese, e Israele ha quindi reagito con dei raid aerei che hanno ucciso due miliziani di Hamas. La mattina del 4 maggio il sistema Iron Dome è riuscito a intercettare alcuni dei razzi lanciati da Gaza, ma altri sono riusciti a fare breccia nel sistema difensivo israeliano. Israele ha subito contrattaccato attraverso bombardamenti aerei che, stando alle Autorità israeliane, hanno colpito oltre 280 bersagli nella Striscia. Al termine degli scontri, il bilancio delle vittime è stato di 4 morti israeliani e 21 morti palestinesi. Gli episodi di violenza avvenuti tra il 3 ed il 6 maggio, sono sicuramente i più gravi dal novembre scorso. Quando si è finalmente giunti ad un cessate il fuoco, oltre 700 razzi erano stati lanciati verso Israele e l'esercito israeliano aveva portato a termine più di 350 raid contro Gaza....

(Il Caffè Geopolitico, 8 luglio 2019)


La Torah più antica del mondo dopo 30 anni celebra il bar mitzvah

di Ada Treves

 
Secondo gli studiosi il rotolo è stato scritto fra il 1220 e il 1270
Grande festa a Biella per la comunità ebraica: nella piccola sinagoga settecentesca si celebra un bar mitzvah. A più di 30 anni dall'ultima maggiorità religiosa è un'occasione doppiamente speciale: un giovane americano è arrivato apposta per festeggiare leggendo dal «Sefer Torah di Biella». Il rotolo su cui è scritta la Bibbia non è solo il più antico al mondo ma, come spiega il sofer Amedeo Spagnoletto - lo «scriba» che lo ha restaurato - è «fatto di pergamene tutte coeve, cosa molto rara. Spesso qualcuna si deteriora e viene sostituita. Tutto il rotolo ha la stessa origine, è eccezionale». Lo ha confermato il Carbonio 14: il Geochronology Lab dell'Università dell'Illinois lo colloca fra il 1220 e il 1270, con una datazione del 1252. Il Sefer Torah di Biella è il più antico in mani ebraiche e, soprattutto, è il più antico Sefer Torah casher, ossia adatto all'uso per cui è nato. La presidente della Comunità ebraica locale, Rossella Bottini Treves, che tanto si è spesa per il suo recupero e la sua valorizzazione, dopo averlo riportato restaurato nella «sua» piccola comunità, lo aveva accompagnato dove era iniziata la sua storia. Proveniente dagli ebrei ashkenaziti cacciati dal regno di Francia nel 1394, era giunto in Piemonte con i primi insediamenti nel '400, quando gli ebrei con le attività creditizie e i banchi di prestito concessi dai Savoia operavano tra Vercelli e Biella. Esposto con grande onore al Musée des Antiquités di Rouen nella mostra «Savants e Croyants. Les Juifs d'Europe du Nord au moyen âge», era tornato a Biella per essere poi richiesto dal Museo dell'ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara dove la direttrice, Simonetta Della Seta lo ha voluto come pezzo prezioso della mostra Il Rinascimento parla ebraico, curata da Giulio Busi e Silvana Greco. Arrivato a Biella per la eccezionale occasione tornerà subito a Ferrara, accompagnato dalla scorta che merita il suo enorme valore religioso ma anche artistico e culturale, per essere poi restituito alla sua comunità. Piccola ma piena di vita come la millenaria minoranza ebraica italiana di cui è parte.

(Meisweb, 8 luglio 2019)


I palestinesi dicono soltanto di no

Il rifiuto di ascoltare il piano americano

Scrive il Wall Street Joumal (23/6)

«La conferenza 'Dalla pace alla prosperità' organizzata dagli Stati Uniti in Bahrain, a fine giugno, si è incentrata sull'economia palestinese e ha visto la partecipazione di sette stati arabi: una chiara negazione di quanto sostenuto da diversi esperti di politica estera, secondo cui il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d'Israele e le alture del Golan come territorio israeliano avrebbero alienato il mondo arabo.»
Esordisce così, sul Wall Street Journal, un editoriale di Eugene Kontorovieh, direttore del Center for International Law in the Middle East e professore di Diritto alla George Mason University.
«Gli stati arabi sunniti stanno legittimando i piani dell'Amministrazione Trump, rendendo ancor più evidente il fatto che l'Autorità palestinese stessa si rifiuta di partecipare al tavolo. L'unico obiettivo della conferenza era di migliorare l'economia palestinese. Non è la prima volta che i palestinesi dicono di no a opportunità di miglioramento delle proprie condizioni socio-economiche. A un incontro organizzato dal presidente Clinton nel 2000, Israele offrì piena sovranità nazionale sul territorio che includeva circa il 92 per cento della Cisgiordania e tutta Gaza, oltre a una capitale dentro Gerusalemme. L'Autorità palestinese rifiutò l'offerta, inducendo Israele a offrire il 97 per cento della Cisgiordania nel 2001. Di nuovo, la risposta fu no. Un'offerta ancor più generosa, nel 2008, fu rigettata su due piedi. E quando il presidente Obama fece pressione su Israele affinché accettasse di bloccare gli insediamenti per dieci mesi, nel 2009, così da riaprire il negoziato, i palestinesi si rifiutarono di sedersi al tavolo. Dopo così tanti rifiuti, si potrebbe essere tentati dal concludere che i leader dell'Autorità palestinese semplicemente non siano interessati alla pace. Se avessero accettato una qualsiasi delle tante offerte presentate loro, avrebbero immediatamente ricevuto il più raro dei premi della geopolitica: un nuovo paese, con pieno riconoscimento internazionale. Dal rifiuto seriale della sovranità nazionale dei palestinesi si possono trarre diverse lezioni. Primo, lo status quo non è la 'dittatura' o il 'dominio' di Israele. I palestinesi possono benissimo rifiutare l'opportunità della vita perché quasi tutti tra loro già vivono sotto un governo palestinese. Secondo, i palestinesi non vogliono davvero la sovranità nazionale e una risoluzione del proprio conflitto. Questo è quel che gli economisti chiamano 'preferenza rivelata': per sapere cos'è che davvero i consumatori vogliono, si guardi a quello che scelgono. I palestinesi hanno ripetutamente preferito lo status quo alla sovranità nazionale. Infine, dobbiamo abbandonare il presupposto che quando i palestinesi rifiutano un'offerta, questa possa rimanere sul tavolo e accrescere il loro interesse. Se le offerte continuano a migliorare nel tempo - è la conclusione del Wall Street Journal - i palestinesi hanno un forte incentivo a continuare a dire di no.»

(Il Foglio, 8 luglio 2019).


Ebrei italiani: il mito dell'integrazione

Cinque famiglie, dai Ghetti a Mussolini. Un memoir letterario, una storia di alta borghesia, Risorgimento e nobiltà.

di Marina Gersony

Noblesse oblige? È la casata che fa il destino o è il destino che decide del lignaggio? Dimmi come nasci e ti dirò come vivrai la tua vita? E che succede se incappi in due terribili guerre mondiali? Non fuorvierà. Una storia di famiglia, a cura di Claudia De Benedetti, è il titolo di un prezioso saggio-memoir che raccoglie le storie di cinque famiglie ebraiche, speciali e aristocratiche dell'Italia settentrionale; sei generazioni vissute tra l'apertura dei ghetti e le Leggi razziali del 1938. Si alternano così storie ordinarie e straordinarie che testimoniano come gli ebrei italiani si siano integrati senza rinunciare a fede, appartenenza e fierezza delle proprie origini: appunto quel "Non fuorvierà", come sta scritto in un versetto del Deuteronomio, in cui viene chiesto al popolo ebraico di non fuorviare dalle regole della Legge. Fra le pagine scorrono i nomi di un'élite ebraica illuminata e vitale, piena di speranze, di orgoglio e di entusiasmo: sono i grandi mercanti e armatori come i Treves de Bonfili di Venezia e i banchieri come i Wollemborg di Padova; o come i Pavia di Casale Monferrato e i Corinaldi di origini toscane che ricevettero da Vittorio Emanuele II il titolo di conti per il contributo al processo unitario del Risorgimento.
   «In cinque anni di inventariazione e studio, ho capito quanto fosse importante per la mia famiglia custodire e proteggere con pudore e determinazione la documentazione che testimoniava i suoi valori, i sentimenti, gli accordi matrimoniali e patrimoniali, una storia di persone che non può prescindere dalle comunità che sento come mie: Torino, Casale Monferrato e Padova, con l'aggiunta di Venezia», scrive Claudia De Benedetti nella prefazione del saggio, corredato da bellissime fotografie e suddiviso in diverse parti che ricompongono l'affresco di un'epoca e di una realtà significativa per l'intero popolo ebraico. L'autrice ripercorre la storia famigliare partendo da sua madre Isa Corinaldi De Benedetti e i suoi antenati insediati a Padova dall'inizio dell'Ottocento. Decide di soffermarsi soprattutto sull'albero genealogico materno, anche se dei De Bendetti «porto con fierezza il nome […]». Una scelta, la sua, dovuta al fatto che «era difficile mettere assieme le due storie che sono diverse e non si sfiorano quasi mai fino al matrimonio dei miei genitori». Inizia così una storia ebraica - ma anche italiana - di un'alta borghesia finanziaria e commerciale che in parte fu ammessa nella nobiltà pur conservando un impegno imprenditoriale in ambito bancario, agricolo, industriale ma anche politico, scientifico, editoriale, artistico e culturale.
   Difficile riassumere l'intreccio affascinante di queste eminenti mishpachot che si sono mescolate fra loro sposandosi spesso fra cugini anche per non disperdere patrimoni, usi e costumi.
   Il libro si avvale del contributo scientifico di Gadi Luzzatto Voghera per il contesto storico-sociale e di Chiara Pilocane per le meticolose ricerche di archivio, dando corpo a una narrazione che si snoda dalla fine del Settecento alla vigilia della Shoah, quando l'Italia - più di qualunque altro Paese europeo - seppe accettare i suoi ebrei.
   A loro volta, gli ebrei riuscirono a integrarsi partecipando con impegno e responsabilità alla società alla quale sentivano di appartenere dopo essere stati mal tollerati, discriminati e privati dei propri diritti per millenni. «Si legge dunque in questo libro una parabola esemplare per l'ebraismo italiano, amplificata da una condizione economica rilevante - scrive Ugo Volli in un capitolo conclusivo -: dalla reclusione nel ghetto, alla vita normale di italiani benestanti "di religione mosaica", alla nuova e terribile persecuzione e alla successiva ricostruzione, che, segnata dall'esperienza del trauma, richiamò un nuovo impegno verso l'ebraismo, un'assunzione più consapevole della propria identità».

(Bet Magazine Mosaico, 8 luglio 2019)


Con Mahmood il ritmo arabo seduce Israele

Il cantante italiano primo da settimane nelle hit "Soldi" trionfa anche nella radio dell' esercito. Il successo dopo la partecipazione all'Eurovision dove era arrivato secondo.

di Davide Lerner

Quattro settimane consecutive in cima alle classifiche della radio dell'esercito israeliano Galgalatz, la vetrina che in Israele sancisce una volta per tutte il successo dei cantautori. Per il cantante italiano Mahmood e la sua canzone "Soldi," dedicata al rapporto difficile con il padre egiziano, la popolarità conseguita nel Paese ebraico in seguito all'esibizione al festival musicale di Eurovision lo scorso maggio si rivela travolgente e duratura.
   La app Shazam, che permette di identificare canzoni trasmesse in luoghi pubblici come bar e ristoranti, segnala "Soldi" come brano più ricercato nella sua classifica israeliana online. "Soldi" è anche in cima ai ranking della piattaforma Youtube e del servizio di streaming musicale Spotify, e viene continuamente riproposta in radio. «Malgrado si sia arrivata soltanto seconda, 'Soldi' è di gran lunga la canzone che ha lasciato più di tutte il segno dopo Eurovision, molto più di 'Arcade' del vincitore olandese [Duncan Laurence]», ha dichiarato Daniel Dunkelman, un consulente del festival, al quotidiano israeliano Haaretz. «Volare di Domenico Modugno si classificò soltanto terza nell'Eurovision del 1958, ma ebbe poi un successo mondiale», ha aggiunto Dunkelman, commentando il grande successo della canzone vincitrice dell'ultima edizione di San Remo.
   Al suo arrivo aTel Aviv, Mahmood aveva dovuto fare i conti con le domande dei cronisti curiosi di sapere se, viste le origini arabe, esibirsi in Israele lo mettesse in un qualche imbarazzo. Mahmood aveva risposto seccamente di essere «italiano al 100 per cento», raccontando di essere cresciuto con la madre sarda e non con il padre egiziano, il cui "abbandono" quando era piccolo è proprio il tema della canzone "Soldi." Interrogato sul verso "Beve champagne sotto Ramadan," riferito al padre, Mahmood aveva risposto che si trattava solo di una «metafora» che significa «predicare bene e razzolare male», e aveva specificato di essere cristiano. Per i critici israeliani, in realtà, proprio le origini arabe di Mahmood e gli accenni mediorientali nelle sue canzoni sarebbero determinanti per l'exploit di "Soldi" in Israele. Diversi artisti israeliani di origine sefardita hanno ripreso i ritmi musical dei Paesi d'origine, dallo Yemen a Marocco, e hanno avuto un grande successo negli ultimi anni «Quando usa le parole 'waladi' (figlio mio, in arabo) e habibi (amore mio) nella canzone tutti gli israeliani le riconoscono, danno alla canzone quel tono un po' arabo che è parte dell'essere israeliani», ha detto Noy Alooshe, spiegando perché ripropone la canzone da febbraio sulla radio militare Galgalatz. «Anche il fatto che sia in italiano aiuta, gli israeliani sono più abituati a sentire canzoni straniere in inglese e francese», ha detto Alooshe. «E poi c'è il battito di mani... ci emoziona anche se non capiamo le parole», ha concluso.

(la Repubblica, 8 luglio 2019)


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