L'Eterno è buono con quelli che sperano in lui,
con l'anima che lo cerca.
Buona cosa è aspettare in silenzio
la salvezza dell'Eterno.
Lamentazioni 3:25-27  

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Hallelujah - Live Symphony & Choir - McKenna Breinholt




























Ebraismo messianico

Riportiamo due brani tratti dalla periodica rassegna stampa del Caspari Center di Gerusalemme.

da The Jerusalem Report (13/7)

Recentemente gli ebrei messianici in Israele hanno fatto sentire in modo più chiaro le loro richieste di riconoscimento e di uguaglianza dei diritti, specialmente per quanto riguarda il diritto al ritorno. Ma sono veramente ebrei? Questo articolo sostiene che non lo sono, perché indipendentemente da come gli ebrei messianici si autoidentificano, la legge ebraica ha determinato che sono cristiani. L'ebraismo ha un atteggiamento favorevole nei confronti del cristianesimo e dell'islam, religioni intese come legittime e non pagane. Quindi il problema con gli ebrei messianici non è che sono cristiani, ma piuttosto che sono ebrei apostati. A causa della loro apostasia, "la legge ebraica non può concedere loro i privilegi di coloro che sono ebrei". Gli ebrei messianici possono ribattere dicendo che c'è una grande varietà di credenze all'interno dell'ebraismo, e mentre questo è vero, ci sono anche "linee rosse che una volta attraversate indicano che uno ha lasciato l'ebraismo e si è unito ad un'altra religione". I tribunali hanno confermato la decisione secondo cui la legge del ritorno non si applica agli ebrei che si sono convertiti ad altre religioni. "In considerazione di ciò", ha concluso l'autore, "vorrei esortare tutte le persone che hanno aderito a questi cosiddetti gruppi messianici a leggere questo articolo per ripensarci. Se vuoi davvero essere ebreo, smetti di ingannarti e seriamente pensa di tornare al gregge ebraico."


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Atteggiamenti di israeliani ed ebrei verso cristiani e cristianesimo

Da The Jerusalem Post (15/7)

Nell'ultimo decennio c'è stata una fioritura di alleanze tra cristiani evangelici e lo stato di Israele. L'autore di questo articolo sostiene che per Israele è giunto il momento, quando si considerano le relazioni ebraico-cristiane, di "crescere e guardare avanti, oltre noi stessi e le nostre necessità immediate". L'autore sottolinea, ad esempio, che circa 6.000 cristiani nigeriani sono stati massacrati e che, più vicino a casa, la popolazione cristiana del Medio Oriente è scesa dal 20% al 4%. I cristiani di tutto il mondo subiscono persecuzioni e spesso vivono come minoranze in seno a maggioranze ostili. Ma per la maggior parte degli israeliani, la parola "cristiano" evoca un'immagine del Natale occidentale o dell'Inquisizione spagnola: "Quando pensiamo al cristianesimo tendiamo a pensare a una potente, trionfale, chiesa occidentale". In realtà, molti cristiani vivono in modi che assomigliano a come gli ebrei hanno storicamente vissuto durante la diaspora. L'autore quindi chiede: "Che significato avrebbe, per il nostro senso delle relazioni ebraico-cristiane, esplorare seriamente la cristianità non solo come parte del trionfale cristianesimo occidentale, ma come una religione minoritaria che spesso vive sotto il dominio ostile di un'altra fede?" L'autore invita Israele a considerare il suo ruolo e il suo significato nel mondo, e a interrogarsi sullo scopo per cui esiste. L'autore suggerisce che lo scopo di Israele, in parte, è "agire in aiuto dei cristiani e di altre minoranze che affrontano il genocidio. È tempo per Israele di imparare come comportarsi con i cristiani.

(Caspari Center, 22 luglio 2018 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


Tregua Israele-Hamas, torna la calma a Gaza

Annunciato il cessate il fuoco. Ma la situazione continua ad essere in bilico

di Massimo Lomonaco

Dopo il cessate il fuoco annunciato la notte di venerdì da Hamas una fragile calma è scesa al confine tra Israele e Gaza. Ma la situazione continua ad essere in bilico e alimenta più di un dubbio sul futuro prossimo. Non solo ieri ci sono stati due episodi di nuovi confronti, ma anche il fatto che Hamas non ha avvalorato la notizia di fonte israeliana che la tregua comprenda la rinuncia a lanciare palloni incendiari verso Israele. «Hamas ha sostenuto un grave colpo (68 gli obiettivi colpiti, ndr) ed ha chiesto - ha detto un'accreditata fonte diplomatica israeliana - un cessate il fuoco tramite l'Egitto. Al tempo stesso ha promesso di fermare gli attacchi terroristici e con il fuoco alla frontiera». Se l'Egitto si è fatto garante della tregua di Hamas (che Israele non ha confermato), secondo la stessa fonte sarà tuttavia «il campo a determinare dove vanno le cose. Se Hamas rompe la tregua - ha aggiunto - pagherà un prezzo ancora più alto». A testimoniare la precarietà della situazione sono appunto i due episodi avvenuti nelle scorse ore.
   Il primo - ha denunciato l'esercito - ha riguardato «un gruppo di sospetti» che dalla frontiera nord della Striscia si «è infiltrato in Israele, facendo poi ritorno a Gaza». «In risposta - ha spiegato un portavoce militare - un tank ha colpito una postazione militare di Hamas» nella stessa area e al momento non si hanno notizie di vittime. Il secondo, citato dalla Radio militare, è il pallone incendiario che, lanciato da Gaza nel primo pomeriggio di ieri, ha appiccato il fuoco in un'area del kibbutz di Nahal Oz vicino alla Striscia. Anche in questo caso l'esercito ha sparato in direzione di una postazione di Hamas. Pur nell'attuale situazione precaria l'esercito ha invitato i residenti delle comunità ebraiche intorno alla Striscia a ritornare ad una normale «routine civile». Anche la spiaggia di Zikim ad esempio - ad un passo dal confine con Gaza e che ieri era stata chiusa - è stata riaperta. «Non ci sono particolari restrizioni da parte del Fronte del Comando interno», ha detto un portavoce militare.
   Intanto è stato reso noto il nome del soldato ucciso venerdì dai cecchini di Hamas: si tratta di Aviv Levi (20 anni) della Brigata Givati di stanza al confine. E' il primo militare dello stato ebraico ad essere ucciso dalla guerra del 2014 con Hamas. Intanto fonti della sicurezza israeliana hanno fatto trapelare notizie di «un forte malumore» e «critiche aperte» sui social media da parte della popolazione di Gaza nei confronti delle «Marce del Ritorno» appoggiate da Hamas.

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 22 luglio 2018)


*


Hamas si spacca sull'orlo della guerra. L'ala militare vuole l'escalation a Gaza

Tregua con Israele dopo razzi e bombardamenti. I miliziani boicottano l'accordo con l'Anp- Il cessate il fuoco :raggiunto nella notte grazie alla mediazione dell'Egitto.

La chiusura del valico
Contro gli aquiloni incendiari che da 4 mesi arrivano da Gaza e altri attentati, Israele annuncia la chiusura del valico commerciale di Kerem Shalom.
Le vittime
Venerdì scorso nella Striscia di Gaza perdono la vita quattro palestinesi e un soldato israeliano, il primo a morire a Gaza dopo quattro anni. Israele reagisce.
Gli obiettivi
L'esercito dichiara di aver colpito 68 postazioni di Hamas, tra cui siti di produzione di armi, un magazzino di droni e una sala operativa militare.

di Giordano Stabile

Un'inversione di marcia sull'orlo del precipizio. Così hanno descritto gli analisti israeliani la tregua raggiunta nella notte fra venerdì e sabato tra Hamas e Israele. I tank stavano scaldando i motori per l'intervento di terra. Il consiglio di guerra guidato dal premier Benjamin Netanyahu aspettava un'ultima provocazione, un lancio massiccio di razzi come quello di una decina di giorni fa, per far scattare l'attacco. I servizi segreti egiziani erano corsi nella Striscia, a colloquio con i due leader del movimento islamico, Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh. Con loro anche un emissario del Qatar. La leadership politica ha mobilitato allora tutte le risorse per un controllo capillare del territorio. Razzi e mortai hanno taciuto e alla mezzanotte c'è stato l'annuncio del cessate il fuoco.

 Come è nata l'escalation
  I conti però ancora non tornavano. La «quarta guerra di Gaza» stava per essere innescata da un errore di calcolo impossibile da attribuire a capi esperti come Sinwar e Haniyeh. L'escalation comincia giovedì, quando un tank israeliano spara su un gruppo di palestinesi che preparavano il lancio di un aquilone incendiario, nel Sud della Striscia. Un militante dell'ala militare di Hamas rimane ucciso. Le Brigate Ezz al-Din al-Qassam annunciano vendetta. Non è la prima volta che lo fanno da quando sono cominciate il 30 marzo scorso le «marce del ritorno» al confine ed è scattata la dura reazione israeliana, 140 vittime palestinesi. Di solito la risposta sono lanci di razzi o colpi di mortaio. Non questa volta.
  Nel primo pomeriggio di venerdì i dimostranti si ammassano al posto di confine di Khan Younis. C'è anche Haniyeh. Un cecchino palestinese spara su una pattuglia israeliana. Uccide un coscritto di 19 anni. È il primo soldato israeliano morto in servizio dall'estate del 2014, dall'operazione Protective Edge. Una provocazione grave. Israele non lascia passare le uccisioni o i rapimenti dei suoi soldati. Molte guerre, a cominciare dal Libano 2006, sono cominciate così. Haniyeh è ancora lì. Per questo gli uomini sulla torre di osservazione più vicina non possono essere evacuati, devono proteggere il leader. Un tank li colpisce in pieno e uccide quattro militanti.

 La trappola
  È chiaro che la leadership politica non aveva nessun interesse a esporre a un rischio così alto il suo maggiore rappresentante. L'ipotesi più probabile è che invece le Brigate Al-Qassem volessero coinvolgerlo e trascinarlo nel confronto armato. Per gli analisti militari israeliani, a cominciare dal veterano Ron Ben Yishai, non ci sono dubbi. L'ala militare è disposta a tutto pur di evitare la «riconciliazione» con l'Autorità nazionale palestinese, cioè la consegna della Striscia ad Abu Mazen e il disarmo delle milizie. Su questo punto la mediazione egiziana è in stallo dall'autunno dello scorso anno, quando è stato raggiunto un accordo quadro per la formazione di un governo di unità nazionale guidato dal premier Rami Hamdallah.

 La morsa Israele-Egitto
  Hamas ha accettato anche perché la morsa Israele-Egitto-Usa l'ha messa con le spalle al muro. Il Cairo ha chiuso il valico di Rafah e ormai nella Striscia mancano anche le bombole di gas che servono per cucinare. Pochi giorni fa il trio di mediatori formato da Jared Kushner, Jason Greenblatt e l'ambasciatore David Friedman ha dato un ultimatum in codice con una lettera sul «Washington Post»: o Hamas accetta la riconciliazione, nel qual caso ci sarà laricostruzione di Gaza e massicci aiuti umanitari, o perderà ogni copertura e Israele avrà mano libera. Netanyahu e i suoi ministri hanno cominciato una raffica di visite al confine. Il titolare della Difesa Avigdor Lieberman ha minacciato «una guerra peggiore che nel 2014» se non fossero cessati i lanci di aquiloni molotov e razzi. Un'ultima pressione per indurre Hamas a quella che assomiglia a una resa. La leadership politica sembra disposta ad accettare. L'ala militare no.

(La Stampa, 22 luglio 2018)


Complicità preoccupante

Riportiamo questo articolo da un editoriale di “Il Cristiano”, mensile evangelico arrivato all’anno 131 dalla fondazione. L’anno scorso abbiamo riportato, a più riprese, diverse notizie tratte dall’archivio storico di questo giornale; adesso, in un tempo in cui l’antisemitismo si sta gradualmente propagando anche nel mondo evangelico, riportiamo volentieri questo editoriale del suo direttore. NsI

di Paolo Moretti

Nei primi giorni di giugno, mentre la nazionale argentina si stava allenando in un centro sportivo di Barcellona in Spagna, è improvvisamente apparso un corteo, per la verità non tanto numeroso, che sventolava bandiere e magliette della nazionale sudamericana con il numero 10 di Lionel Messi macchiate di sangue. Da tutti riconosciuto come uno dei più grandi campioni della storia del calcio, Messi, dopo questa vicenda, è diventato, purtroppo per sua scelta, campione di ben altro. I calciatori argentini si stavano allenando per i campionati del mondo in Russia e, in modo più imminente, per una partita amichevole ''di preparazione" ai mondiali. Come i Bravi dei "Promessi Sposi" dal corteo è salito il grido: "Questa partita non s'ha da fare"! I calciatori argentini, invece di respingere le minacce, hanno pensato bene di imitare l'assai inglorioso esempio di viltà di Don Abbondio, così la partita è stata annullata, non si è più fatta e la sera di sabato 9 giugno lo stadio di Gerusalemme è rimasto desolatamente vuoto. Sì, perché è proprio la nazionale israeliana quella che l'Argentina avrebbe dovuto affrontare.
   Così i giocatori argentini, la loro federazione calcistica, il loro governo si sono resi complici di chi odia Israele auspicandone da anni la distruzione. Non dobbiamo infatti dimenticare che Hamas, il movimento politico (?) che di fatto guida con le sue direttive il governo palestinese, continua a ritenere "illegittima" la presenza di Israele nella Terra Promessa e si pone come obiettivo finale quello della ''distruzione dello Stato di Israele". Hamas si colloca fra gli stessi nemici di Israele ben descritti quasi tremila anni fa da Asaf:
    "Poiché, ecco, i tuoi nemici si agitano, i tuoi avversari alzano la testa. Tramano insidie contro il tuo popolo e congiurano contro quelli che tu proteggi. Dicono: «Venite, distruggiamoli come nazione e il nome di Israele non sia più ricordato!»" (Salmo 83:2-4).
   Impressionante: a tanta distanza di tempo si ripetono i tentativi di distruggere Israele, ma, nonostante una dolorosa scia di sofferenze e di morte che ogni tentativo si è lasciato dietro, tutti sono falliti. Israele è ancora là, come nazione, come popolo: unico nella storia ad aver conservato la propria identità etnica e politica.
   In tutto questo Dio non è certo estraneo; anzi Asaf identificava come nemici ed avversari di Dio coloro che congiuravano contro Israele. E Paolo ricorda che, nonostante la disubbidienza di gran parte di loro nei confronti del Vangelo, gli Ebrei "per quanto concerne l'elezione, sono amati a causa dei loro padri; poiché i carismi e la vocazione di Dio sono irrevocabili" (Romani 11:28-29 ). Scegliere di schierarsi dalla parte dei nemici di Israele equivale ad ignorare i progetti di Dio nella storia, equivale ad ignorare che dagli Israeliti "proviene, secondo la carne, il Cristo che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno" (Romani 9:5). Con la forza e la convinzione che ci vengono dalla Parola stessa di Dio, dobbiamo riaffermare che non è dirsi discepoli di Cristo e schierarsi allo stesso tempo dalla parte dei nemici del popolo da cui Cristo "proviene".
   Il triste esempio che ci è venuto dall'Argentina è là per ricordarci che per essere antisemiti non occorre esprimere apertamente, con parole e con azioni, il proprio odio per Israele e per gli Ebrei. È sufficiente allinearsi, come complici, con i loro nemici, sottostare alle loro minacce e ai loro ricatti. Antisemita non è soltanto chi è palesemente ostile ad Israele, ma anche chi si fa suo complice come anche chi è, più semplicemente, indifferente. Con Paolo proviamo "una grande tristezza'' (Romani 9:2) nel pensare ai tanti Ebrei che non riconoscono in Gesù di Nazaret il loro Messia, il loro Cristo, ma, a questa, si aggiunge anche la tristezza nel veder diffondersi in modo sempre più preoccupante antipatia ed ostilità nei loro confronti.

(Il Cristiano, Anno 131, Numero 7, luglio 2018)


«Stretta sulle carni kosher»: bufera sul governo di Vienna

Un assessore della Bassa Austria ha proposto di consentirne il consumo solo agli ebrei "registrati". L'esecutivo: regola che non sarà mai applicata

di Stefano Giantin

 
VIENNA - Una proposta "indecente". Polemiche che crescono a dismisura e superano i confini nazionali. Alla fine, ieri, un'autorevole retromarcia, quando però lo scandalo era già scoppiato. Scandalo che tiene banco da giorni, in Austria, a causa di una controversa proposta lanciata da Gottfried Waldhäusl, influente membro del partito di destra Fpö e responsabile, nel Land della Bassa Austria, del dicastero regionale che si occupa del benessere degli animali. Benessere che andrebbe difeso anche limitando al massimo produzione e vendita di carne "kosher", che secondo i critici sarebbe macellata con metodi rituali, crudeli verso gli animali. Carne, questa l'idea di fondo di Waldhäusl, che dovrebbe essere venduta in Bassa Austria, in futuro, solo agli ebrei che dimostrino di essere strettamente osservanti. Come ha sintetizzato la stampa israeliana, che ha dato ampissima eco alla notizia, la misura è contenuta in una bozza di legge regionale, che mira a circoscrivere le vendite di carne kosher «solo agli ebrei e alle ebree che mangino esclusivamente kosher», introducendo una sorta di «licenza» individuale per acquistare quel tipo di carne, ha denunciato il quotidiano Wiener Zeitung.
  Licenza che porterebbe però automaticamente alla creazione di "liste" di cittadini di religione ebraica, un passo che riporta indietro a epoche buie. Sorprendono poco, allora, l'alzata di scudi e lo sdegno che hanno unito rappresentanti ebraici - e musulmani, potenziali vittime perché la macellazione della carne halal è assai simile - contro Waldhäusl. Oskar Deutsch, presidente della comunità ebraica di Vienna, ha paventato così la creazione di elenchi di ebrei, parlando di misure che riportano «a tempi che non voglio ricordare». Ancora più duro l'influente American Jewish Committee (Ajc), che ha parlato di «obbligo di registrazione per ebrei e musulmani» che riporta ai «capitoli più gravi e tragici della storia tedesca e austriaca». «Presto» si penserà «alla stella» gialla «sul petto?», si è chiesto l'Ajc. Sulla stessa onda anche il numero uno della comunità islamica in Austria, Ibrahim Olgun, che ha dichiarato che è «inaccettabile che cittadini vengano stigmatizzati a causa della propria religione», attraverso restrizioni che sarebbero tra l'altro «incostituzionali», ha segnalato tra l'altro il giurista Richard Potz. Critiche e indignazione che hanno portato a qualche risultato. Registrare chi consuma carne kosher o halal è contrario «al diritto fondamentale della libertà religiosa» e si tratta di temi che non vanno usati per «vantaggi politici spiccioli», ha affermato il presidente della Camera dei deputati austriaca, Wolfgang Sobotka.
  E ieri sul tema è intervenuto anche il ministro federale, Gernot Blümel, che ha rassicurato ebrei e musulmani della Bassa Austria e non che «una registrazione» del genere «non sarà applicata» finché «Sebastian Kurz sarà Cancelliere». Ma Waldhäusl, già giovedì sera, aveva promesso battaglia, dopo essere stato difeso dal suo partito, che aveva parlato di provvedimenti pensati solo per «la protezione degli animali, con il cuore e con la ragione». «Non mi dimetterò, rispondo solo agli elettori», ha sbottato Waldhäusl, ribadendo che l'idea di una «registrazione dei compratori di carne kosher» sarebbe del tutto ammissibile.

(Il Piccolo, 22 luglio 2018)


Design 'kasher'. scandaloso per alcuni

Negli ultimi anni diversi designers hanno conferito agli oggetti rituali ebraici nuove forme, ridefinendo il significato di abitudini secolari e colmando lo iato tra tradizione e modernità.

di Marta Spizzichino
Marta Spizzichino
Romana da generazioni, addirittura dal 60 a.e.v. anno più anno meno. Laureata in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nella redazione di Shalom e di Hatikwà (giornale ufficiale dell'Unione dei giovani ebrei italiani) si occupa della sezione cultura. Nel tempo libero dipinge e fotografa. Già sa che in futuro suonerà il violoncello e imparerà a distinguere i frutti commestibili da quelli velenosi, così da non morire durante le gite in montagna.


Chanukkia di Karim Rashid
Quando Karim Rashid creò una chanukkià simil ameba per il centenario del Museo ebraico di New York nel 2004, alcune comunità ebraiche della Grande Mela mostrarono il proprio disappunto. Dello stesso parere non furono i clienti, che dai colori accesi della chanukkià rimasero deliziati. Oggi questa chanukkia (nella foto), che sembra un accessorio da bagno stile Ikea, si può comprare per la modica cifra di 50 dollari su Amazon.
Che tu sia un fan dello stile di Rashid poco importa, è la questione che deriva da tale gesto che risulta interessante: sfida la tradizione, ponendosi come alternativa a quel mondo formulare e ripetitivo degli oggetti rituali. Si ricerca il minimalismo, la compattezza e la praticità. Di tutto ciò è esempio la mostra temporanea tenuta all'Israel Museum di Gerusalemme con le opere - siamo sicuri sia il termine giusto? - di due artisti austriaci, Katharina Mischer e Thomas Traxler, cui è stato demandata la realizzazione di oggetti da viaggio da utilizzare durante le festività ebraiche: una chuppah (baldacchino nuziale) portatile, un kit per preparare le matzot (pane azzimo) e oggetti per l'Havdala (cerimonia che segna la fine della festa). Non è incoerente né increscioso unire il vecchio al nuovo mondo, è umano. Ciò che può essere disdicevole è invece l'assenza di bellezza nel medium utilizzato, ma questa è un'altra storia.

(Shalom online, luglio 2018)


Bosnia ed Erzegovina - Congresso mondiale ebraico: "Condanna per i graffiti antisemiti"

"Il Congresso mondiale ebraico sta dalla parte della comunità ebraica di Bosnia ed Erzegovina nell'esprimere il suo shock e la sua condanna dopo due recenti episodi di graffiti antisemiti spruzzati su case di membri della comunità ebraica". Lo comunica il Congresso con una nota in cui sottolinea la necessità che "le autorità trattino seriamente la questione e facciano ogni sforzo per assicurare i colpevoli alla giustizia". Il Congresso ebraico mondiale si dice "costernato dalla recente ondata di espressioni antisemitiche e condanna duramente qualsiasi manifestazione di odio, violenza e xenofobia". Il vicepresidente esecutivo Robert Singer esprime apprezzamento per la condanna del gesto pronunciata dal sindaco di Sarajevo, Abdulah Skaka, in seguito all'incidente nella sua città. "La Bosnia ed Erzegovina è storicamente uno dei Paesi più sicuri e accoglienti per gli ebrei, generalmente privo di antisemitismo e ricco di relazioni strette tra cittadini di ogni fede e provenienza", aggiunge Singer. Quindi, la richiesta alle autorità del Paese di "fare tutto quanto in loro potere affinché la comunità ebraica continui a vivere con lo stesso senso di sicurezza e fiducia che ha prosperato in Bosnia ed Erzegovina per così tanto tempo".

(Servizio Informazione Religiosa, 21 luglio 2018)



Una speranza viva in vista di una eredità incorruttibile

Benedetto sia l'Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale nella sua gran misericordia ci ha fatti rinascere, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, ad una speranza viva in vista di una eredità incorruttibile, immacolata ed immarcescibile, conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio, mediante la fede, siete custoditi per la salvezza che sta per esser rivelata negli ultimi tempi. Nel che voi esultate, sebbene ora, per un po' di tempo, se così bisogna, siate afflitti da svariate prove, affinché la prova della vostra fede, molto più preziosa dell'oro che perisce, eppure è provato col fuoco, risulti a vostra lode, gloria ed onore alla rivelazione di Gesù Cristo: il quale, benché non l'abbiate veduto, voi amate; nel quale credendo, benché ora non lo vediate, voi gioite d'un'allegrezza ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime.

Dalla prima lettera dell’apostolo Pietro, cap. 1

 


Tregua tra Hamas e Israele dopo l'ultimo scontro a fuoco nella Striscia di Gaza

Raggiunto un accordo sul cessate il fuoco dopo l'uccisione di un soldato dello Stato ebraico e quattro palestinesi

Una marcia indietro sull'orlo del precipizio. Il mondo tira un sospiro di sollievo per la tregua firmata tra Hamas e Israele dopo una giornata di scontri e bombardamenti che minacciava di diventare il prologo a un nuovo conflitto. Venerdì nella Striscia di Gaza hanno perso la vita quattro palestinesi e un soldato israeliano, il primo a morire a Gaza dopo quattro anni. Nella notte con la mediazione dell'Onu e dell'Egitto è arrivato l'accordo per il cessate il fuoco.
   La relativa calma è stata subito turbata sabato mattina da un incidente: l'esercito israeliano ha detto che un carro armato ha colpito un punto di osservazione di Hamas, a est di Gaza City, in rappresaglia per un tentativo di infiltrazione al confine nord. Non ci sono state segnalazioni di feriti in questo nuovo raid. "Con gli sforzi egiziani e delle Nazioni Unite, abbiamo raggiunto un accordo per tornare al precedente stato di calma tra l'occupazione (israeliana) e le fazioni palestinesi", ha detto il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum, in una dichiarazione. Un alto funzionario di Hamas, parlando in condizione di anonimato, ha detto a Afp che l'accordo prevede "la cessazione di ogni forma di escalation militare", inclusi gli attacchi aerei israeliani e i colpi di mortaio e i razzi usati da Hamas.
   Venerdì tre militanti di Hamas sono stati uccisi nei bombardamenti aerei lanciati su tutta Gaza in risposta all'uccisione di un militare israeliano, il primo a perdere la vita nella zona dal 2014. Un quarto palestinese è stato poi ucciso a colpi di arma da fuoco. L'esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito 68 postazioni di Hamas, tra cui siti di produzione di armi, un magazzino di droni e una sala operativa militare. All'origine dello scontro un episodio che risale a giovedì: i soldati di Israele avevano sparato contro alcuni palestinesi che lanciavano aquiloni incendiari. Un membro dell'ala militare di Hamas era stato ucciso e il gruppo aveva minacciato vendetta.
   Venerdì, durante le proteste a est di Khan Younis, un cecchino palestinese ha colpito un soldato israeliano, poi morto per le ferite. Da qui l'escalation, l'ultima dopo mesi di manifestazioni e scontri sulla frontiera dell'enclave, che da marzo hanno visto la morte di almeno 149 palestinesi. Oltre ai raid, l'esercito israeliano ha dichiarato di aver usato ordigni esplosivi e sette bombe a mano, mentre sono stati lanciati numerosi razzi. Jason Greenblatt, inviato di pace in Medio Oriente del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha incolpato Hamas per le settimane di crescenti tensioni. "Hamas lavora instancabilmente per distruggere le vite israeliane (e gli abitanti di Gaza soffrono a causa di Hamas)", ha twittato, offrendo le condoglianze alla famiglia del soldato israeliano. Le Nazioni Unite, attraverso l'inviato Nickolay Mladenov, avevano invitato le parti ad "allontanarsi dal ciglio del burrone. Non la prossima settimana. Non domani. Subito".

(LaPresse, 21 luglio 2018)


"Viaggio nella memoria". La UIL incontra delegazione UCEI

Barbagallo: Il valore della memoria e della vita è fondamentale e va infuso soprattutto nei giovani

 
Noemi Di Segni e Carmelo Barbagallo
Una delegazione della Uil, guidata dal Segretario generale Carmelo Barbagallo, ha incontrato oggi una delegazione dell‘Ucei, guidata dalla Presidente Noemi Di Segni.
   Barbagallo ha voluto illustrare alla Presidente dell‘Unione delle comunità ebraiche l'iniziativa «Viaggio nella memoria» organizzata dal suo Sindacato e rivolta ai giovani interessati a un viaggio nei tragici luoghi di Auschwitz.
   La Uil, in collaborazione con la Uil scuola e l‘Irase, ha invitato ragazze e ragazzi tra i 18 e i 35 anni a seguire un percorso formativo a distanza che culminerà nella visita ai due campi di concentramento nei primi giorni del mese di ottobre. «Abbiamo apprezzato l'attenzione e l'incoraggiamento della Presidente Di Segni - ha dichiarato Barbagallo - a proseguire nel nostro progetto. Il valore della memoria e della vita è fondamentale e va infuso soprattutto nei giovani a cui è affidato il futuro della nostra società. Bisogna esaltare la centralità del dialogo, della tolleranza, della pace per respingere i rigurgiti antisemiti che riemergono in Europa e nel mondo e per evitare che si ripetano gli orrori della Shoah.
   La Presidente - ha proseguito Barbagallo - si è dichiarata disponibile a collaborare alla riuscita del progetto, proponendo sia la partecipazione anche di alcuni giovani ebrei sia l'attuazione di ulteriori iniziative, a partire da un incontro tra alcuni superstiti dell'Olocausto e tutte le ragazze e i ragazzi in partenza per Auschwitz. È anche un momento importante, in occasione dell‘80esimo delle leggi antiebraiche - ha concluso Barbagallo - per consolidare gli ottimi rapporti che, ormai da anni, intercorrono tra la Uil e le comunità ebraiche, entrambe attente ai temi del lavoro e dello sviluppo».

(Agenpress, 21 luglio 2018)


Israele e Hamas a un passo dalla guerra

Gerusalemme risponde ai cecchini con i raid. Possibile un intervento di terra. Onu: fermatevi prima del baratro.

di Giordano Stabile

Israele ha lanciato una «operazione su vasta scala» contro obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza dopo che alcuni cecchini palestinesi avevano colpito una pattuglia di soldati e ucciso uno dei militari. I raid, prima con colpi di cannone sparati dai tank poi con i cacciabombardieri, sono cominciati nel pomeriggio e sono continuati fino a notte tarda, in quella che stata definita dalle stesse forze armate israeliana «la peggiore escalation dal 2014». Il gabinetto di guerra si è riunito in presenza del premier Benjamin Netanyahu e sul tavolo c'è la possibilità di un intervento di terra, il primo da quattro anni, mentre l'Onu ha lanciato un appello a «tutte le parti» perché «si fermino prima del baratro».
   Ieri scadeva anche l'ultimatum ad Hamas perché fermasse il lancio di aquiloni incendiari, pena un'azione in profondità dell'esercito. Il gruppo islamista ha reagito con due elementi nuovi, in questa crisi cominciata il 30 marzo con le «marce del ritorno». Prima di tutto i cecchini, che hanno preso di mira i militari mentre era in corso un manifestazione. Le forze armate hanno reagito con durezza e comunicato che «finora pensavamo di poter gestire l'escalation, ma ora non è più così, seguiranno decisioni».
   Una frase che fa seguito alle dichiarazioni del ministro della Difesa Avigdor Lieberman: «Hamas - ha detto - ci sta trascinando in una guerra che sarà peggiore di quella del 2014». L'ipotesi dell'invasione della Striscia è sempre più concreta e unità di élite dell'esercito stanno conducendo questo tipo di esercitazione, vicino al fronte. Ieri però la rappresaglia è stata dal cielo. I jet con la stella di David hanno colpito «15 obiettivi», a partire da Khan Younis, dove ci sono stati tre morti. E poi la città di Gaza, in pieno centro. In totale le vittime palestinesi di ieri sono state almeno quattro, 120 i feriti, mentre il bilancio dal 30 marzo è salito a 140.
   Le proteste sono scandite anche da lanci di aquiloni incendiari, che hanno distrutto almeno cinquemila ettari di vegetazione. E qui c'è il secondo elemento di novità: per la prima volta un aquilone-molotov è arrivato anche a Gerusalemme. La situazione sta sfuggendo di mano e il coordinatore dell'Onu per il Medio Oriente Nickolai Mladenov ha lanciato un drammatico appello su Twitter. « Tutti a Gaza devono fare un passo indietro, prima del baratro. Non la settimana prossima, non domani, adesso. Quanti vogliono provocare un nuovo conflitto fra palestinesi ed israeliani non devono riuscire nel loro intento». Ma forse è già troppo tardi.

(La Stampa, 21 luglio 2018)


"La legge di Israele è simile a quella di molti paesi europei". Parla Kontorovich

Il giurista della controversa norma sullo "Stato-nazione"

di Giulio Meotti

ROMA - Si chiama "legge sullo stato-nazione degli ebrei", mercoledì è stata approvata dalla Knesset, il Parlamento di Gerusalemme, e fa discutere e divide Israele, la Diaspora e la comunità internazionale. "Apartheid", gridano i deputati arabi alla Knesset. "Pericolo per la democrazia israeliana", modulano i critici della nuova legislazione, che prevede la definizione di Israele come "patria del popolo ebraico", il diritto all'autodeterminazione nazionale in Israele "unicamente per il popolo ebraico", Gerusalemme come "capitale unita", l'ebraico come "lingua ufficiale" (status speciale per l'arabo) e il riconoscimento dei tanti simboli nazionali.
   Nessuno scandalo, ha scritto invece ieri sul Wall Street Journal Eugene Kontorovich, il giurista della Northwestern University che in quanto direttore internazionale del Kohelet Policy Forum ha fornito assistenza legale alla norma votata dalla Knesset. "La Legge fondamentale di Israele non sarebbe fuori luogo tra le costituzioni democratiche liberali dell'Europa, che includono disposizioni simili e che non hanno suscitato polemiche" spiega Kontorovich. La legge dichiara che Israele è un paese creato per adempiere al "diritto all'autodeterminazione del popolo ebraico". E ne costituzionalizza i simboli, dall'inno nazionale al calendario. "Non c'è nulla di antidemocratico o addirittura insolito in questo. Tra gli stati europei, sette hanno disposizioni costituzionali simili sulla nazionalità". Prendiamo la Costituzione slovacca, che si apre con le parole "Noi la nazione slovacca", e rivendica "il diritto naturale delle nazioni all'autodeterminazione".
   Così nei Paesi Baltici, che hanno grandi minoranze. La Costituzione lettone si apre invocando la "ferma volontà della nazione lettone di avere il proprio stato e il suo inalienabile diritto all'autodeterminazione". La Lettonia è al 25 per cento russa.
   La nuova legge israeliana stabilisce anche l'ebraico, la lingua dell'80 per cento della popolazione di Israele, come sola lingua ufficiale. "La maggior parte degli stati dell'Unione europea multietnica e multilingue danno lo status ufficiale solo alla lingua maggioritaria. La Costituzione spagnola, ad esempio, rende il castigliano lingua nazionale ufficiale e richiede a tutti i cittadini di impararlo, anche se la loro lingua madre è basca o catalana". Lo stesso vale per l'Irlanda con il gaelico.
   Israele non ha religioni ufficiali e nulla nella nuova legge fondamentale cambia questo. "A tale riguardo, Israele è più liberale rispetto ai sette paesi europei con religioni di stato costituzionalmente incastonate". Questi paesi sono Inghilterra, Danimarca, Norvegia, Islanda, Finlandia, Grecia e Bulgaria.
   Al Foglio, Kontorovich spiega che "gran parte dei paesi europei ha lingue nazionali, molti hanno l'autodeterminazione e anche disposizioni sul carattere nazionale. E' questo che fa la legge di Israele". Quanto alla bandiera israeliana con la Stella di Davide, 31 paesi al mondo hanno simboli cristiani nella bandiera, dalla Spagna all'Inghilterra, dall'Australia alla Danimarca, dalla Grecia alla Norvegia, dalla Svezia al Portogallo, così come 21 paesi islamici hanno la mezzaluna. Un terzo dei 196 paesi al mondo ha simboli religiosi nelle loro bandiere.
   Perché per Israele dovrebbe essere diverso?

(Il Foglio, 21 luglio 2018)


Viktor Orban in visita al Muro del Pianto

Si è conclusa con una visita al muro del pianto di Gerusalemme la visita ufficiale del premier ungherese Viktor Orban in Israele.
"In passato sono stato qui in visita e le mie preghiere sono state esaudite", ha detto Orban.
''Continuerò ad essere un sostenitore di Israele, malgrado ciò non sia facile di fronte all' opposizione che c'è nel mondo''.
Orban ha concluso così la sua controversa visita ufficiale, che ha diviso l'opinione pubblica e la stampa. I suoi critici lo ritengono un antisemita dopo il linguaggio utilizzato per attaccare l'investitore George Soros e i suoi apprezzamenti per il leader ungherese dei tempi di guerra Miklos Horthy.
Durante una visita al Museo dell'olocausto di Gerusalemme il convoglio che trasportava Orban è stato brevemente fermato da alcuni manifestanti.

(euronews, 20 luglio 2018)


L'Ayatollah Khamenei festeggia i suoi 79 anni minacciando Israele su Twitter

di Paolo Castellano

Quest'anno il leader supremo dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, ha deciso di festeggiare il proprio compleanno minacciando Israele su Twitter. Il 16 luglio ha infatti pubblicato 4 messaggi - uno dietro l'altro - in cui ha parlato dei palestinesi, dello Stato ebraico e degli Stati Uniti. 79 anni inaugurati con la speranza che "il sionismo venga sradicato" dalla prossima vittoria palestinese.

 "L'America non deciderà il futuro dei palestinesi"
  L'anziano leader iraniano non ha neppure risparmiato gli Stati Uniti: «Tutti dovrebbero essere a conoscenza del satanico e vizioso piano che gli USA hanno per la Palestina - lo chiamano l'affare del secolo - non succederà mai», e poi ancora, «Per il dispiacere dei politici americani, la Palestina non sarà mai dimenticata e Al-Quds rimarrà la capitale della Palestina e la prima Qibla dei musulmani».
Con "Qibla" Khamenei intende l'assidua preghiera e l'obiettivo iraniano nel supportare i palestinesi contro lo Stato ebraico; Al-Quds è invece il termine arabo per riferirsi a Gerusalemme.
Come riporta il Jewish Journal, l'esternazione sarebbe una critica al recente piano sulla pacificazione del Medio Oriente voluto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump e dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin.

 I palestinesi assisteranno alla cancellazione di Israele
  Non è mancata la staffilata a Israele: «Il sogno turbolento in cui Al-Quds verrà consegnata ai sionisti non diventerà realtà. La nazione palestinese si opporrà e le nazioni musulmane la sosterranno, non permettendo mai che ciò accada». E poi la minaccia agli israeliani: «Per grazia di Dio, la nazione palestinese otterrà la vittoria sui nemici e sarà testimone un giorno dello sradicamento del regime fabbricato dai sionisti».

 L'abitudine iraniana di minacciare la distruzione d'Israele
  Questa è solo l'ultima intimidazione del lungo elenco di minacce a Israele da parte dei rappresentanti iraniani. Nel febbraio del 2018, il segretario del Consiglio dell'Interesse del Sistema Iran, Moshen Rezai, aveva proferito le seguenti parole durante una trasmissione televisiva: «Qualsiasi attacco intrapreso contro l'Iran da parte di Israele porterà alla distruzione dello stato israeliano. Se Israele farà anche la più piccola mossa contro l'Iran, raderemo al suolo Tel Aviv e a Netanyahu non daremo l'opportunità di salvarsi».
Invece nel febbraio del 2017, Mojtaba Zonour, esponente politico iraniano, aveva promesso una pioggia di missili su Israele se Donald Trump avesse dato ulteriori sanzioni all'Iran.

(Bet Magazine Mosaico, 20 luglio 2018)


La donna che ha portato l'Hapoel Beer Sheva ai vertici del calcio israeliano

 
La città di Beer Sheva si trova nel deserto, nella parte meridionale di Israele. Se il suo carattere è tipicamente mediorientale, ha una cosa in comune con le maggiori città europee: la sua squadra, l'Hapoel Beer Sheva, si è qualificata per il terzo anno consecutivo in Champions League.
   Una delle persone che hanno portato a questo risultato è Alona Barkat, proprietaria della squadra nonché una delle poche donne a guidare una squadra di calcio ad alti livelli.
   Nel 2007 la Barkat è stata la prima donna a diventare proprietaria di un club calcistico professionista in Israele, quando ha acquisito l'Hapoel Beer Sheva con il sostegno del marito Eli Barkat, imprenditore del settore tecnologico e fratello di Nir Barkat, attuale sindaco di Gerusalemme. Per sua stessa ammissione, Alona Barkat nel 2007 non era particolarmente preparata di calcio, né aveva eccessiva familiarità con la città di Beer Sheva, dal momento che è nata ad Ashkelon e al tempo era appena tornata da un lungo soggiorno negli Stati Uniti.
   Tuttavia, questi iniziali limiti non sono stati un ostacolo: l'Hapoel Beer Sheva, che militava in seconda divisione, non solo è tornata nella massima serie ma nel 2016 ha vinto il suo primo titolo nazionale dopo quattro decenni, impresa ripetuta nel 2017 e nel 2018. Lo scorso 10 luglio, mentre la maggior parte degli appassionati di calcio era concentrata sulla prima semifinale del Mondiale di Russia tra Francia e Belgio, la squadra israeliana è scesa in campo nel primo turno preliminare di Champions contro gli estoni del Flora Tallin, vincendo per 4-1. Grazie alla vittoria per 3-1 in Israele, l'Hapoel Beer Sheva si è così qualificata per il turno successivo, da giocare contro i croati della Dinamo Zagabria.
Il segreto della Barkat è stato concentrarsi sulla squadra, superare gli ostacoli della sua scarsa conoscenza di calcio e impegnarsi senza mezzi termini nel portare l'Hapoel Beer Sheva ai vertici del calcio israeliano. Nel 2016, ad esempio, ha dichiarato in un'intervista alla testata tedesca Bild di seguire regolarmente le partite insieme ai tifosi in modo da poter sapere cosa pensano. Ha anche detto che all'inizio non la prendevano in considerazione e diversi procuratori pensavano di potersi prendere gioco di lei, ma il duro lavoro ha contribuito a cambiare questa percezione iniziale.
   I tifosi dell'Inter ricorderanno bene quanto sia diventata forte questa squadra, dopo averla incontrata nel 2016 in Europa League e avervi perso entrambe le partite, 2-0 a Milano e 3-2 in Israele.

(TPInews, 20 luglio 2018)


Lieberman: Hamas ci sta spingendo verso un conflitto su vasta scala

GERUSALEMME - Il movimento islamico palestinese Hamas, che controlla la Striscia di Gaza dal 2006, "sta spingendo Israele verso un conflitto su vasta scala", più ampio dell'operazione "Margine di protezione". È quanto dichiarato oggi dal ministro della Difesa israeliano, Avigdor Liberman, durante una visita a Sderot, città israeliana a circa 3,4 chilometri dalla linea di demarcazione tra lo Stato ebraico e la Striscia di Gaza. "I leader di Hamas ci stanno portando con la forza in una situazione dove non avremo altra scelta se non imbarcarci in una dolorosa operazione militare su vasta scala", ha affermato Lieberman. Il ministro ha aggiunto che "Hamas è responsabile della crisi" tra l'enclave palestinese e Israele, "ma sfortunatamente potrebbero essere gli abitanti di Gaza a pagarne il prezzo". Una nuova operazione delle Forze di difesa israeliane (Idf) nella Striscia di Gaza, ha evidenziato Lieberman, "sarà più vasta e più dolorosa" di "Margine di protezione", l'iniziativa militare condotta dalle Idf nell'enclave palestinese da luglio ad agosto 2014. A fronte di tale possibile sviluppo, il ministro della Difesa israeliano ha chiesto agli abitanti di Gaza di "premere su Hamas perché cambi direzione, fermando i suoi attacchi contro Israele che, nelle ultime settimane, hanno visto l'impiego di aquiloni incendiari, razzi e mortai". Nelle relazioni tra Israele e Gaza, ha sottolineato Lieberman, è infatti "possibile ripristinare uno stato di ragionevolezza in cui gli aiuti economici possono essere scambiati con la completa cessazione del terrorismo e dell'incitamento alla violenza".

(Agenzia Nova, 20 luglio 2018)


Il punto 7 dell'odg del Consiglio Onu per i diritti umani è "contro l'esistenza di Israele"

Lo ha detto l'ambasciatrice Usa Haley, denunciando paesi e ong che in privato si dicono "disgustati" da come funziona l'organismo, ma in pubblico si oppongono alle riforme.

Dal Jerusalem Post (19.7)

Il controverso punto 7 dell'ordine del giorno di ogni sessione del Consiglio Onu per i diritti umani è pensato per minare l'esistenza di Israele. Lo ha denunciato l'ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Niki Haley, intervenendo mercoledì scorso all'Heritage Foundation di Washington. Haley ha illustrato la decisione presa dal suo paese di ritirarsi dal Consiglio Onu per i diritti umani, dopo che non era riuscito a promuovere seri provvedimenti di riforma dell'agenzia, composta da 47 stati membri, per impedire ai peggiori violatori dei diritti umani di continusre a sequestrare a loro vantaggio il programma dei lavori. Il costante trattamento discriminatorio contro Israele da parte del Consiglio Onu per i diritti umani è sintomatico del problema, ha detto Haley.
   Prima di lasciare l'agenzia, gli Stati Uniti hanno tentato invano di far eliminare il punto 7 dell'ordine del giorno, quello che impone al Consiglio per i diritti umani di discutere ad ogni sessione le (vere o presunte) violazioni dei diritti umani da parte di Israele. "Questo punto permanente dell'agenda del Consiglio è dedicato esclusivamente a Israele - ha spiegato Haley - Non c'è nessun altro paese del mondo - non l'Iran, né la Siria, né la Corea del Nord - che abbia un punto permanente dell'ordine del giorno ad esso esclusivamente
Il punto 7 dell'ordine del giorno di ogni sessione del Consiglio Onu per i diritti umani impone al Consiglio di discutere ogni volta le vere o presunte violazioni da parte di Israele. Non c'è nessun altro paese al mondo che abbia un punto permanente dell'ordine del giorno ad esso esclusivamente dedicato.
Il punto 7 non è diretto contro qualcosa che Israele si presume abbia fatto: è diretto contro l'esistenza stessa di Israele.
dedicato. Il punto 7 non è diretto contro qualcosa che Israele si presume abbia fatto: è diretto contro l'esistenza stessa di Israele. E' una spia d'allarme, che segnala la degenerazione politica e la bancarotta morale del Consiglio Onu per i diritti umani".
   Prima di lasciare il Consiglio, gli Stati Uniti hanno incontrato più di 125 stati membri dell'Onu per discutere le proposte di riforma. "Alla fine - ha detto Haley - gli Stati Uniti non sono riusciti a convincere un numero sufficiente di paesi a prendere posizione e dichiarare apertamente che in queste condizioni il Consiglio per i diritti umani non è degno del proprio nome. La prima e più ovvia ragione - ha continuato l'ambasciatrice - è che i regimi autoritari sono ben felici dello status quo. Cercano di sedere nel Consiglio per sottrarre al suo controllo ciò che fanno, loro e i loro alleati, nel campo dei diritti umani. Paesi come la Russia, la Cina, Cuba e l'Egitto traggono vantaggio dal farsi beffe del Consiglio per i diritti umani. Quindi non sorprende che si siano apertamente opposti ai nostri tentativi di riformarlo".
   Ciò che invece sorprende, ha continuato Haley, è il rifiuto di cooperare con gli Stati Uniti alla riforma del Consiglio da parte di paesi e organizzazioni non governative pro-diritti umani che pure ne riconoscono, in privato, le gravi lacune. "Quelle ong - ha denunciato Haley - si sono pubblicamente schierate contro le nostre riforme, esortando gli altri paesi a votare contro di noi. Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch si sono schierate con la Russia e la Cina su una questione così cruciale per i diritti umani". Temevano, secondo Haley, che i paesi notoriamente grandi violatori dei diritti umani si vendicassero facendo passare "emendamenti ostili" in Assemblea Generale. Temevano anche di perdere i loro "vantaggi istituzionali" alle Nazioni Unite. "Quelle ong - ha detto Haley - dispongono di grandi staff, godono di intense relazioni con la burocrazia dell'Onu e vedono i cambiamenti come una minaccia".
   I paesi pro-diritti umani ammettono in privato d'essere pure loro "disgustati dal fatto che Stati come Cuba e Venezuela, Arabia Saudita e Congo siedano autorevolmente nel Consiglio, e dai loro incessanti attacchi contro Israele. Ma dopo essersi detti d'accordo con noi per mesi su tutte le gravi carenze del Consiglio per i diritti umani - ha affermato Haley - s'è visto che non avrebbero mai preso posizione, se non a porte chiuse e lontano dagli occhi del pubblico".
   Haley ha voluto ribadire che gli Stati Uniti rimangono impegnati a combattere a favore dei diritti umani sia a livello globale che all'interno dell'Onu: "Semplicemente - ha detto - non lo faremo all'interno di un Consiglio che tradisce sistematicamente la causa dei diritti umani. Il nostro ritiro dal Consiglio per i diritti umani non significa che rinunciamo alla nostra lotta per le riforme. Al contrario, qualsiasi paese che voglia collaborare con noi per ridisegnare il Consiglio non ha che da dirlo". E ha concluso: "Rimediare alle deficienze istituzionali del Consiglio per i diritti umani era e continuerà ad essere una delle più importanti priorità all'Onu".

(israele.net, 20 luglio 2018)



L'Onu è illegale

 


«Stato del popolo ebraico». La nuova legge divide Israele

Dichiarata anche Gerusalemme capitale. nuove regole sulla lingua e sulla politica degli insediamenti.

Ok dalla Knesset al provvedimento voluto da Netanyahu con 62 sì e 55 no Protestano i partiti arabi. Dubbi della Ue. Il premier: momento chiave del sionismo

di Simona Verrazzo

 Il caso
  Da oggi Israele è lo «Stato nazione del popolo ebraico». Lo stabilisce una controversa legge approvata dopo un infiammato dibattito alla Knesset con il voto di 62 deputati contro 55. Un provvedimento esaltato dal premier Benyamin Netanyahu che l'ha definito «un momento chiave negli annali del sionismo e dello stato di Israele» e condannato dall'opposizione (coni testa i partiti arabi), dai palestinesi e dalla Ue. Bruxelles ha ammonito che il rischio principale è che la nuova norma «possa complicare un pochino la strada che porta alla Soluzione a 2 stati» e che le minoranze non siano tutelate. La legge passata - ha detto il primo ministro palestinese Rami Hamdallah - «istituzionalizza e legittima le politiche di apartheid più che promuovere la giustizia e la pace». Secondo il leader di Lista Araba Unita Ayman Odeh il provvedimento dimostra che Israele «non vuole» nel suo territorio i cittadini arabi. «È stata approvata una legge sulla supremazia ebraica e ci dice chiaramente - ha aggiunto - che
noi siamo cittadini di seconda classe».

 Il percorso
  Le nuove norme hanno avuto una lunga gestazione e numerose revisioni e sono state a più riprese contestate sia dall'opposizione al governo Netanyahu - che ha presentato molti emendamenti - sia dallo stesso presidente Rivlin che di recente ne ha in parte messo in discussione la correttezza istituzionale. Punto centrale della legge - ed alcuni commentatori hanno parlato a proposito di una «seconda nascita dello stato» - è l'articolo in base al quale «Israele è la storica patria del popolo ebraico che ha il diritto unico alla autodeterminazione nazionale». La legge dichiara anche Gerusalemme capitale di Israele e adotta il calendario ebraico come quello ufficiale dello Stato secondo cui sono stabilite le feste sia civili sia religiose. La «menorah», il candelabro a sette braccia, insieme all'attuale bandiera sono «simboli nazionali» così come l'inno Hatikvà (La Speranza). La lingua araba retrocede da idioma «ufficiale» dello stato a «speciale», anche se una aggiunta specifica che «questa clausola non danneggia lo status dato alla lingua prima che la legge entri in vigore». Altra norma controversa è la sanzione del fatto che «lo Stato vede lo sviluppo dell'insediamento ebraico come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo consolidamento». Nella formula precedente - contestata da Rivlin - si consentiva allo stato di «autorizzare comunità composte da persone con la stessa fede e nazionalità in modo da mantenere il carattere esclusivo di quella stessa comunità». Una dizione mal digerita anche da molti giuristi.

 La soddisfazione
  «Questo è il nostro stato, lo stato ebraico. In anni recenti - ha commentato Netanyahu - ci sono stati alcuni che hanno tentato di mettere questo in dubbio, di offrire a minor prezzo il cuore del nostro essere. Oggi abbiamo fatto legge di questo: questa è la nostra nazionale, la nostra lingua, la nostra bandiera». «Siamo preoccupati e abbiamo espresso la nostra preoccupazione e - ha detto una portavoce della Commissione Ue - continueremo ad essere impegnati con Israele su questo tema. Deve essere evitata ogni soluzione che non punti alla soluzione a due Stati». «Un altro tentativo - ha tagliato corto Hamdallah - di cancellare l'identità arabo-palestinese».

(Il Messaggero, 20 luglio 2018)


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Lingua, feste e colonie: la nuova legge di Israele e l'ira del mondo arabo

Sancito ufficialmente lo Stato-nazione dei soli ebrei, la minoranza grida all'apartheid

«Principi basilari»
Interesse nazionale per gli insedia- menti e Gerusalemme capitale
«Discriminazione»
Idioma e festività declassate: il rischio di cittadini di serie B

di Roberto Fabbri

Il Parlamento di Gerusalemme approva a stretta maggioranza (62 voti contro 55) una legge che definisce Israele «Stato-nazione del popolo ebraico» e scoppia la polemica sulle accuse di razzismo e di apartheid nei confronti della minoranza araba. Non solo gli arabo-israeliani (i discendenti della popolazione araba che viveva sull'attuale territorio israeliano al momento della fondazione dello Stato nel 1948 e che non ha lasciato il Paese: sono oggi circa il 17,5% della popolazione) ma anche i palestinesi ( discendenti di coloro che invece lasciarono il Paese e che vivono da profughi in Cisgiordania, a Gaza e in numerosi Paesi arabi) protestano e sostengono che in questo modo la prospettiva di una pacificazione con la creazione di due Stati sarebbe resa di fatto impossibile.
   La legge sullo Stato-nazione israeliano fa esplicito riferimento al popolo ebraico e al suo «diritto naturale culturale, religioso, storico» da esercitare sul territorio, nonché a quello «all'autodeterminazione». Si stabilisce inoltre che la lingua ebraica è la sola lingua ufficiale dello Stato, mentre a quella araba - che finora aveva lo stesso status - viene attribuito uno «status speciale».
   Inoltre, Gerusalemme «unita» (inclusa quindi la parte orientale conquistata alla Giordania con la guerra del 1967, e annessa ufficialmente nel 1981) viene proclamata capitale nazionale.
   Si ufficializza anche «l'interesse nazionale» nei confronti della «promozione e del consolidamento» degli insediamenti ebraici nella Cisgiordania occupata. Una formulazione questa che tiene conto delle perplessità espresse dal presidente della Repubblica Reuven Rivlin rispetto a un articolo della bozza originale che ipotizzava la creazione di località «riservate alla comunità ebraica». Rimarrebbe invece una riforma delle feste nazionali che le limita a quelle ebraiche.
   Il premier Benjamin Netanyahu, che ha fortemente voluto ciò che definisce «aver sancito per legge i principi basilari della nostra esistenza» e «un momento decisivo della storia di Israele e del sionismo», si gode la sua vittoria politica, conseguita contando sul sostegno - mai forte ed esplicito come ora da decenni a questa parte - della Casa Bianca. Ma gli arabi gridano alla legalizzazione dell' apartheid e alla volontà di discriminazione. «La democrazia è morta», denuncia Ayman Odeh, capo della Lista araba unita alla Knesset, dove copie della nuova legge sono state strappate polemicamente, mentre per il ministro degli Esteri dell'Autorità nazionale palestinese Riad al-Malki «l'immagine di Israele come unica democrazia del Medio Oriente risulta demolita da questa legge razzista, che fermerà per sempre qualsiasi iniziativa verso la pace, la sicurezza e la stabilità nella regione».
   Sembra dargli ragione Federica Mogherini, che a nome dell'Unione Europea esprime «preoccupazione» e ricorda che Bruxelles ritiene che la soluzione dei due Stati «sia l'unica strada percorribile e che qualsiasi passo che possa ulteriormente complicare o impedire questa soluzione dal diventare realtà dovrebbe essere evitato».
   Tra le voci più dure verso la nuova legge dello Stato-nazione israeliano c'è quella di Ankara: il ministero degli Esteri turco la bolla come «il prodotto di una mentalità antiquata e discriminatoria» e «nulla per la comunità internazionale».

(il Giornale, 20 luglio 2018)


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Israele "Stato-nazione del popolo ebraico". Il voto della Knesset che divide il Paese

L'opposizione: discrimina gli arabi. Il presidente Rivlin fa cancellare l'articolo che consentiva quartieri solo per ebrei

di Giordano Stabile

Israele diventa più «ebraica», un «passo storico», per il premier di Benjamin Netanyahu, che la renderà più sicura e «inattaccabile». Ma secondo l'opposizione la legge fondamentale voluta dal centro-destra è una marcia verso uno «Stato per soli ebrei» che discrimina la minoranza araba e i palestinesi. La legge «Israele Stato-nazione del popolo ebraico», approvata poco prima dell'alba di ieri dalla Knesset, dopo una dura battaglia parlamentare che ha visto scendere in campo anche l'Alta Corte e lo stesso presidente Reuven Rivlin, è destinata a segnare un cambiamento epocale, ma ha spaccato il Paese.
  A favore del provvedimento hanno votato 62 deputati su 120. La legge stabilisce che Israele è la «patria storica del popolo ebraico» e soltanto gli ebrei «hanno il diritto di esercitare l'autodeterminazione nazionale». Per il governo è un passo indispensabile a conservare la maggioranza ebraica. I partiti di centrosinistra e la minoranza araba temono però una deriva «etnica», la trasformazione dei non ebrei in cittadini di serie B. Per il quotidiano liberal «Haaretz» la legge è la «negazione dei principi di eguaglianza» iscritti nella Dichiarazione di indipendenza del 1948, che spinge Israele verso «l'apartheid».
  È vero che la legge è stata emendata dopo l'intervento del presidente Rivlin.
  Per esempio è stato cancellato l'articolo sulla possibilità di creare città o quartieri «soltanto per ebrei». Ma è rimasto quello che prevede che l'arabo non sia più la seconda lingua ufficiale, anche se avrà «uno status speciale», e quello che stabilisce come «l'intera Gerusalemme unita» sia la capitale, un passo che allontana la possibilità di un compromesso con i palestinesi. Come pure l'articolo che promuove «lo sviluppo degli insediamenti ebraici come un valore nazionale». Il calendario ebraico diventa quello ufficiale, anche se sarà usato accanto a quello gregoriano.

 La protesta delle minoranze
  Netanyahu ha cercato di smorzare i toni, parlando di «rispetto di tutti i cittadini». La legge è stata voluta soprattutto dai partiti dalla destra religiosa, mentre i conservatori laici, come Rivlin appunto, ne hanno sottolineato i rischi. Il premier si è mantenuto in mezzo, e incassa la possibilità di restare in sella un altro anno. «A 122 anni di distanza dalla visione di Herzl - ha puntualizzato - abbiamo sancito i principi basilari della nostra esistenza: è un momento decisivo nella storia d'Israele e del sionismo». La minoranza araba è però sul piede di guerra. Adalah, la Ong che difende i diritti degli arabi, parla di un provvedimento che promuove «la superiorità etnica». Per Ayman Odeh, leader dei partiti arabi, la norma dimostra che Israele «non ci vuole qui».
  Gli arabi sono il 20 per cento degli 8,7 milioni di abitanti di Israele e hanno sempre goduto di pari diritti civili, anche se non possono fare il servizio militare. Ora temono discriminazioni più pesanti. Ma la legge ha anche un impatto internazionale. Per il premier palestinese Rami Hamdallah «è l'ultimo chiodo sulla bara della soluzione dei due Stati, un tentativo di cancellare l'identità arabo-palestinese». Anche la Turchia ha protestato contro la violazione delle «norme del diritto universale».
  Arabi israeliani e palestinesi costituiscono circa la metà degli abitanti fra il Mediterraneo e la riva del Giordano (Israele, Cisgiordania, Gaza) e uno dei timori degli israeliani è di ritrovarsi un giorno in minoranza, il che spiega la volontà di ribadire il carattere ebraico dello Stato. La nuova legge fondamentale promuove anche l'immigrazione ebraica da tutto il mondo, l'aliyah. E arriva alla vigilia del Tisha B'Av, il giorno di lutto che ricorda la distruzione del Tempio di Gerusalemme. E' la sindrome dell'assedio. Israele è una piccola nazione, in mezzo a 350 milioni di arabi. Resta da vedere se questa legge la renderà più sicura.

(La Stampa, 20 luglio 2018)


Orbàn dall'«amico» Bibi, polemiche in Israele

Netanyahu riceve il premier ungherese. Insorge l'opposizione: « Una vergogna»

di Davide Frattini

GERUSALEMME - I due «patrioti» - come si chiamano a vicenda tra i sorrisi - sono entrati in politica negli stessi anni, hanno vinto subito (il primo ministro più giovane nei rispettivi Paesi) e perso subito, sono rimasti all'opposizione per un decennio e da allora sono tornati al potere per tre mandati consecutivi. Quello che gli analisti israeliani definiscono il bromance conservatore tra Benjamin Netanyahu e Viktor Orbàn non è solo fatto di storie politiche parallele, l'affinità è soprattutto ideologica, fa notare Anshel Pfeffer su Haaretz, il quotidiano della sinistra.
   Questi due giorni rappresentano la prima visita ufficiale in Israele del premier ungherese, dopo quella di Netanyahu a Budapest un anno fa. Altri scambi di cortesie: Netanyahu ha zittito le preoccupazioni degli ebrei ungheresi per i toni antisemiti della campagna elettorale la scorsa primavera, Orbàn gli ha garantito l'appoggio del cosiddetto gruppo di Vìsegràd (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) le cui posizioni ultranazionaliste irritano il resto dell'Ue. Sono stati questi Paesi a bloccare un documento europeo che criticava la decisione americana di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.
Così è toccato al presidente Reuven Rivlin ricordare a Orbàn che «il neofascismo è una minaccia per il mondo e nutre l'odio nazionalistico». Il premier ungherese gli ha assicurato di avere «tolleranza zero per l'antisemitismo». Le critiche dell'opposizione - Yair Lapid, il cui padre è sopravvissuto ai campi di sterminio, ha bollato l'incontro «una vergogna» - e le proteste davanti al memoriale della Shoah durante la visita di Orbàn non hanno fermato l'abbraccio di Netanyahu: il primo ministro ungherese gli ha fatto anche il regalo di non incontrare Abu Mazen, il presidente palestinese, come sarebbe prassi diplomatica per i leader europei che arrivano nella regione.

(Corriere della Sera, 20 luglio 2018)


La giunta comunale di Torino fa pace con le comunità ebraiche

Dopo la mozione anti-Israele

Il chiarimento, avevano detto le Comunità ebraiche, era «indispensabile». La mozione del Comune anti-Israele «Paese occupante» aveva causato lo «sdegno» di Noemi Di Segni e Dario Disegni, rispettivamente presidenti dell'Unione delle Comunità ebraiche e della Comunità di Torino. Ieri Appendino, apparsa in imbarazzo nei giorni scorsi, e l'assessore Giusta li hanno incontrati per rimarginare la frattura. «Guardiamo avanti. Quella mozione è buona solo per chi strumentalizza - dicono i rappresentati ebraici - ma abbiamo riflettuto su quanto di positivo può fare il Comune con iniziative che, invece di condannare, mettano insieme le due parti». «È doveroso da parte nostra, mia e del Consiglio comunale - dice la sindaca, con una correzione del tiro dei suoi - ascoltare le ragioni di tutti, per poter portare un contributo utile».

(La Stampa - Torino, 20 luglio 2018)


Israele, esercito in stato d'allerta: pronta una vasta operazione a Gaza

di Lorenzo Vita

Israele è pronto a avviare un vasta operazione militare contro la Striscia di Gaza. A rivelarlo, i media israeliani, in particolare Channel 10, che ha riportato la notizia secondo cui le autorità israeliane avrebbero dato ordine alle Israel defense forces (Idf) di tenersi in allerta.
  Secondo i media, il governo di Benjamin Netanyahu ha mandato ad Hamas un messaggio molto chiaro: se non sarà fermato immediatamente qualsiasi lancio di ordigni incendiari, l'esercito israeliano potrebbe passare alle maniere forti, facendo partire l'attacco su Gaza.
  Il messaggio, a detta delle informazioni ottenute dalle autorità israeliane, sarebbe stato recapitato ai vertici di Hamas tramite l'intelligence egiziana. Egitto e Israele da anni condividono informazioni e politiche per ciò che riguarda la Striscia di Gaza. Il Cairo ha su Hamas una forte influenza e i valichi per l'accesso alla Striscia rappresentano uno strumento di fondamentale importanza per piegare l'organizzazione che controlla l'enclave palestinese. E la chiusura in queste ore del valico di Rafah è un segnale inequivocabile.

 La fragile tregua di Hamas
  Hamas ha ordinato una tregua unilaterale. Il lancio di razzi si è interrotto dopo che gli aerei israeliani avevano colpito in risposta all'ennesima scarica di missili nel territorio dello Stato ebraico. Ma il governo Netanyahu non sembra essere in procinto di accettare questo tipo di situazione. La questione degli aquiloni incendiari, ad esempio, è diventata prioritaria. Gli israeliani considerano questo tipo di arma un pericolo: Hamas, tuttavia, non ha incluso questo strumento nella tregua, parlando esclusivamente di missili.
  Citando fonti palestinesi, il rapporto afferma che Hamas si limiterà a fermare completamente i lanci di aquiloni incendiari soltanto se riuscirà a ottenere prima qualche prova di buona fede da parte israeliana, come ad esempio la riapertura del valico di Rafah con l'Egitto. Per la Striscia, i valichi sono l'unica fonte di sostentamento e l'unica porta di accesso verso l'esterno. E le condizioni economiche, sanitarie e sociali dell'enclave sono ormai vicine al collasso.
  Ma, da parte del governo Netanyahu, la questione è diversa. Non accetteranno alcuna deroga se non saranno fermati gli ordigni, di qualsiasi tipo, verso lo Stato ebraico. Nella scorsa settimana, uno dei palloni incendiari lanciati da Gaza ha colpito il giardino di un asilo: nessun ferito, ma la paura è stata molta. E gli abitanti locali hanno già mostrato tutta la loro insoddisfazione al premier (l'altro giorno in visita a Sderot) per l'assenza di protezione.

 Le esercitazioni militari su Gaza
  Intanto, come scritto su questa testata, domenica scorsa le forze armate israeliane hanno avviato imponenti esercitazioni militari in tutto il Paese. Fra queste manovre, spicca la simulazione ad opera della 162esima Divisone corazzata, che si addestra nell'occupazione di Gaza.
  Netanyahu, in tour nel Paese, ha detto che Israele era già in una "campagna militare". "Siamo in una campagna militare in cui ci sono stati scambi di colpi. Sono pronto a dire che le Forze israeliane sono preparate per qualsiasi scenario". Il primo ministro è stato raggiunto dal ministro della Difesa Avigdor Lieberman, dal capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot e dal capo dello Shin Bet, Nadav Argaman. Le Idf sono pronte, così come i servizi d'intelligence.
  Ma l'opinione pubblica non è totalmente a favore di questa guerra. Molti ritengono un eventuale conflitto con Gaza una scelta sbagliata. I media che non si allineano a Netanyahu contestano in particolare il fatto che non si possa giustificare, di fronte alla comunità internazionale, una guerra di vasta entità soltanto per il lancio di aquiloni incendiari. Il rischio di provocare una dura reazione del mondo e di isolare ancora di più Israele dai partner mediorientali è molto elevato. Le immagini dei morti durante le manifestazioni al confine con la Striscia sono ancora molto vive nelle menti dei governi locali e dei media internazionali.

(Gli occhi della guerra, 19 luglio 2018)


Il mistero del popolo di Israele

In Geremia 31, Dio dichiara che Israele rimarrà come il suo popolo finché il sole, la luna e le stelle rimarranno quelli che sono (vv. 35-36). Questo capitolo è uno degli argomenti più forti per l'elezione permanente del popolo ebraico.

di Fredy Peter

MarkTwain (1835-1910), scrittore e viaggiatore del mondo, scrisse nel 1899:
     
    Mark Twain: «Tutte le cose sono mortali tranne l'ebreo; tutte le altre forze passano, lui rimane. Qual è il segreto della sua immortalità?»
    «Se le statistiche sono corrette, gli ebrei costituiscono solo l'uno per cento dell'umanità - una scintilla insignificante nello splendore della Via Lattea. Normalmente di una popolazione così esigua, come numero, non si dovrebbe sentir nulla, in quanto il suo apporto è talmente piccolo da rasentare lo zero. Eppure non solo abbiamo sentito parlare di lui, ma la sua presenza è, a volte, sconcertante per quanto sia ingombrante: l'ebreo. È famoso e la sua importanza negli affari e nel commercio è sproporzionata rispetto all'entità della sua popolazione. Il suo contributo alla lista di grandi nomi della letteratura, della scienza, dell'arte, della musica, della finanza, della medicina e dell'apprendimento approfondito è altrettanto sorprendente. Ha fatto grandi cose in questo mondo nel corso dei secoli - con le mani legate dietro la schiena. Potrebbe giustamente essere altero e orgoglioso di se stesso. Gli egiziani, i babilonesi e i persiani salirono al potere, riempiendo la terra con il loro splendore, i loro suoni e le loro ambientazioni. Seguirono Greci e Romani, anche loro fecero molto rumore e scomparvero. Altri popoli si sono alzati, la torcia bruciava per un po' e poi si spegneva inesorabilmente e queste popolazioni svanivano. Popolazioni gloriose quasi invincibili, e oggi sono al crepuscolo oppure sono completamente scomparse. Di alcune di loro non è rimasta nessuna traccia. L'Ebreo le vede, le batte tutte ed è ora quello che è sempre stato. Nessun decadimento, nessun invecchiamento, nessuna debolezza, nessuna diminuzione di potenza ma spirito dinamico. Tutte le cose svaniscono tranne l'ebreo; tutte le altre forze passano, lui rimane. Qual è il segreto della sua immortalità?»
E' forse un essere particolarmente dotato? Ha nel corredo cromosomico naturale, qualcosa che lo rende intelligente o particolarmente recettivo nell'ambito culturale, scientifico, musicale o altro?
NO! Non è questo il segreto! Il segreto sta nell'elezione e nella chiamata di Israele da parte dell'unico Dio vero, eterno e vivente! «Sì, io ti amo di un amore eterno; perciò ti prolungo la mia bontà.» (Geremia 31:3). I versetti dal 31 al 40 di Geremia capitolo 31 sono tra i più meravigliosi di tutto l'Antico Testamento. Mostrano, con forti argomenti, che Israele è al sicuro nelle mani di Dio anche in tempi di grande angoscia.
Dio promette al suo popolo:
  1. Un nuovo patto: «Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, in cui io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda».
  2. Rinnovamento spirituale: «io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore».
  3. Rinnovamento nazionale: «io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo».
  4. Rinnovamento legale: «Perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».
  5. Sicurezza di rinnovamento: Così parla il Signore, che ha dato il sole come luce del giorno e le leggi alla luna e alle stelle perché siano luce alla notte; che solleva il mare in modo che ne mugghiano le onde; colui che ha nome: il Signore degli eserciti. «Se quelle leggi verranno a mancare davanti a me», dice il Signore, «allora anche la discendenza d'Israele cesserà di essere per sempre una nazione in mia presenza».
  6. Rinnovamento topografico: Gerusalemme sarà ricostruita «Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, che questa città sarà ricostruita in onore del Signore».
Tutti questi impegni saranno espletati con certezza. Israele non andrà giù!

Come con Israele, Gesù Cristo giungerà sicuramente alla meta anche con noi e le nostre vite (vedi Filippesi 1: 6 ). Possiamo essere certi che «per coloro che amano Dio tutte le cose cooperano al bene» (Romani 8:28) e che nulla «potrà separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Romani 8:39).

(Chiamata di Mezzanotte, maggio/giugno 2018)


Palloncini incendiari, sfida dei ragazzi di Gaza che mette in crisi Israele

Il ministro estremista: eliminare questi terroristi. Ma il capo di Stato maggiore: non spariamo sui minori

 
Effetti dell'«aviazione» palestinese
GERUSALEMME - Gli aquiloni, i preservativi gonfiati con l'elio, un falco. L'autoproclamata «aviazione» palestinese si affida al vento e all'istinto di un volatile per colpire dall'altra parte della barriera, per bersagliare con bottiglie incendiarie e bombe artigianali i campi coltivati dagli agricoltori dei kibbutz nei dintorni di Gaza. Il filo che controlla l'aquilone fa da miccia, le molotov in caduta libera sul terreno appiccano le fiamme, è la stagione secca: gli incendi sono già 750, gli ettari di terreno bruciato 2.600, gli ordigni sono precipitati anche vicino alle case.
   Così un'arma quasi primitiva sta complicando le scelte strategiche dei comandanti israeliani che non riescono ancora a trovare la soluzione per fermare questi rudimentali palloni aerostatici. Al punto che Gadi Eisenkot, il capo di Stato maggiore, ha dovuto respingere le pressioni di Naftali Bennett: il ministro dell'Educazione a capo del partito dei coloni gli ha chiesto di eliminare i «terroristi degli aquiloni». Il generale - in un confronto durante il consiglio di sicurezza riportato dai giornali locali - si è rifiutato «di sparare a bambini e ragazzi: è la risposta sbagliata da un punto di vista morale e operativo».
   Resta per lui l'urgenza di riuscire a trovare questa risposta. Il premier Benjamin Netanyahu ha visitato per la prima volta in due mesi - e per due giorni di fila - le campagne annerite dal fuoco. E andato a Sud assieme ad Avigdor Lieberman, il ministro della Difesa, e sono loro due per ora a tentare di allontanare il rischio di una guerra. Gli ufficiali sanno, però, che l'ordine potrebbe arrivare e nei giorni scorsi hanno organizzato un'esercitazione al confine con Gaza per simulare la conquista della Striscia. È stato più che altro un avvertimento per i leader di Hamas: «Non esagerate costringendoci all'attacco».
   Già sabato scorso lo scontro ha raggiunto un'intensità che ha riportato gli israeliani e i palestinesi ai 59 giorni di conflitto tra luglio e agosto di quattro anni fa. L'aviazione di Tsahal ha colpito oltre 40 obiettivi, i miliziani hanno sparato almeno cento tra razzi e proiettili di mortaio, le sirene sono risuonate per tutto il giorno nelle città e nei villaggi a pochi chilometri dalla Striscia.
   Sono stati i mediatori egiziani a ottenere un cessate il fuoco, che però non ha fermato gli aquiloni incendiari. Così il governo Netanyahu ha deciso di chiudere fino a domenica il valico di Kerem Shalom alla maggior parte dei materiali, compreso il carburante per far funzionare l'unica centrale elettrica di Gaza, e il Cairo ha ridotto i passaggi attraverso quello di Rafah.
   Tappare gli sbocchi della Striscia verso l'esterno dovrebbe spingere i capi fondamentalisti a fermare le operazioni con i palloncini. Hamas ripete di non cercare un conflitto totale con gli israeliani, non è chiaro quanto sia in grado - o davvero voglia - intervenire per fermare i responsabili dei lanci. Anche perché questi gruppi ormai si presentano come «truppe» organizzate e hanno dichiarato in un comunicato di non essere disposti a smettere: «fin quando gli israeliani non toglieranno il blocco, le nostri missioni saranno ancora più frequenti». Come è già successo nel 2014 - temono gli analisti - potrebbe scoppiare la guerra che tutti proclamano di non volere.
   
(Corriere della Sera, 19 luglio 2018)


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L'ultimatum di Israele ad Hamas: "Fermate gli aquiloni incendiari"

Cinquemila sono gli ettari di terreni distrutti dagli aquiloni incendiari e dai palloni lanciati dalla Striscia di Gaza al di là del confine israeliano. Il governo minaccia un'invasione di terra se non si fermeranno le armi rudimentali lanciate dalla Striscia di Gaza.

di Giordano Stabile

Israele lancia l'ultimatum ad Hamas sugli aquiloni incendiari e quella che sembrava un'arma rudimentale diventa la possibile causa di un nuovo intervento di terra, a quattro anni dall'operazione Protective Edge che nell'estate del 2014 ha fatto oltre duemila morti. Gli aquiloni, e i palloni, che appiccano incendi sono diventati però l'incubo del governo guidato da Benjamin Netanyahu e del suo ministro della Difesa Avigdor Lieberman. Non fanno vittime ma hanno distrutto in quattro mesi oltre 5mila ettari di vegetazione e campi coltivati, con danni per centinaia di milioni. La popolazione al confine con Gaza, soprattutto gli agricoltori, li temono ormai quanto i razzi, mentre l'esercito non ha trovato ancora contromisure efficaci.
  Per questo le forze armate hanno comunicato al movimento islamista che controlla la Striscia dal 2007 di fermare i lanci «entro venerdì», cioè domani, o ci sarà un intervento di terra, con una brigata già pronta a dare la caccia alle «squadre», gruppi di otto-dieci ragazzi, spesso minorenni, che costruiscono gli aquiloni e li lanciano non appena il vento è abbastanza forte e favorevole. Il ministro dell'Educazione Naftali Bennett ha chiesto in realtà, anche per guadagnare consensi a spese del Likud, di «bombardare i siti di lancio» ma il capo delle forze armate Gadi Eisenkot si è rifiutato perché «in mezzo ci sono bambini».
  Esercito e aviazione le hanno provate tutte. Sono stati utilizzati droni armati per intercettare e abbattere gli aquiloni, con scarsi risultati: sono piccoli, difficili da individuare e colpire, e possono essere lanciati in numero soverchiante. I droni sono stati poi usati per individuare le basi di lancio, in coordinazione con l'artiglieria, per sparare colpi di avvertimento e dissuadere i lanciatori. Ma anche qui, basta uno spiazzo e pochi minuti per il lancio e controllare tutta la zona di confine con rapidità sufficiente è impossibile.
  Gli aquiloni sono costruiti in casa, al costo di pochi shekel, con fogli di plastica, quattro bastoncini di legno, una cordicella per il lancio e una lunga «coda» fatta con uno spago. In fondo è legato il materiale incendiario, stracci imbevuti di benzina, ed è fatta. L'aquilone può volare per chilometri e la coda diffondere il fuoco per centinaia e centinaia di metri. Alcuni hanno i colori della bandiera palestinese e portano anche messaggi di propaganda e minacce.

 L'Egitto in allarme
  A questo punto, se Hamas non desiste, non resta che l'intervento di terra. Un paradosso, perché in quattro anni Israele ha gestito minacce come i tunnel d'attacco, mortai e razzi senza dover entrare con le truppe nella Striscia. Hamas ha ribadito di «non essere responsabile» dei lanci, una manifestazione di «lotta popolare» spontanea, come le «marce del ritorno» che ogni venerdì portano migliaia di persone verso la recinzione che segna la frontiera. Centotrenta persone sono morte dalla scorso 30 marzo, per lo più sotto i colpi dei cecchini israeliani, ma nonostante le proteste internazionali per «l'uso eccessivo della forza» lo Stato ebraico è riuscito a tenere la situazione sotto controllo. Gli aquiloni invece si sono rivelati ingestibili, l'arma segreta di Hamas.
  È vero che probabilmente il movimento non organizza direttamente i lanci, ma «lascia fare» e approva questa forma di lotta, tanto che, secondo fonti egiziane, dopo l'ultimatum israeliano ha comunicato che «interverrà». Anche Il Cairo, su richiesta israeliana, ha aumentato la pressione sulla Striscia e chiuso il valico di Rafah, mentre Israele ha bloccato il valico commerciale di Kerem Shalom: impedirà fino a domenica l'ingresso nella Striscia di combustibili, ma non di medicinali e di prodotti alimentari. La tenaglia di embargo e minaccia di invasione è destinata a far cedere Hamas. Ma gli aquiloni restano un fattore imprevedibile nella «guerra asimmetrica».

(La Stampa, 19 luglio 2018)


C'è un nuovo bisogno di religione per rafforzare la nostra cultura liberale

Un plauso a Bruno Forte. riprendere in mano Tocqueville

di Giuseppe Bedeschi

Sul Sole 24 Ore di domenica 8 luglio l'arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, ha scritto: "C'è un nuovo bisogno di religione, oggi. La constatazione emerge da più parti: inchieste sociologiche, riflessioni filosofiche, analisi dei processi storici in atto. Finito il tempo delle ideologie intese come risposta totalizzante alla ricerca umana di giustizia per tutti, constatata la 'caduta degli Dei', di quegli idoli del potere, dell'avere e del piacere, che il consumismo e l'edonismo avevano esaltato come surrogato di un Dio dichiarato inutile. Torna il bisogno di un orizzonte ultimo, assoluto, capace di unificare i frammenti del tempo e dell'opera umana in un disegno in grado di motivare la passione e l'impegno". Non è difficile immaginare le ironie che queste parole dell'arcivescovo avranno suscitato in molti, i quali avranno detto: ma non sa l'arcivescovo che viviamo in società sempre più secolarizzate, nelle quali ormai i cristiani praticanti sono una assai ridotta minoranza? Certo, con quelle parole l'arcivescovo fa il suo mestiere, ma egli vive ormai in una piccola isola.
   Io credo, invece, che Bruno Forte abbia ragione: "C'è un nuovo bisogno di religione, oggi". In primo luogo per rafforzare e rinsanguare la nostra cultura liberale, anch'essa sempre più minoritaria.
   Questa mia affermazione può sorprendere solo se non si tiene presente l'atteggiamento dei classici del liberalismo verso il cristianesimo. Si pensi a Tocqueville, un 'classico' sempre attuale per le sue riflessioni sul nesso liberalismo-democrazia. In una lettera a Gobineau del 5 settembre 1843 il pensatore normanno scriveva: "lo non sono credente (e sono ben lontano dal vantarmene), ma, per quanto non credente io sia, non ho mai potuto difendermi da una passione profonda leggendo il Vangelo. Molte delle dottrine che vi sono contenute, e delle più importanti, mi hanno sempre colpito come fossero assolutamente nuove, e l'insieme soprattutto forma qualche cosa di completamente differente dal corpo di idee filosofiche e di leggi morali che in passato avevano retto le società umane. lo non concepisco che, leggendo questo ammirevole libro, il vostro animo non abbia provato, come il mio, questa sorta di aspirazione che determina una atmosfera più vasta e più pura". Il pensiero liberale ha un'ispirazione profondamente cristiana: tutti gli esseri umani sono creature di Dio, dunque godono di diritti intangibili che nessuna autorità terrena può violare; se vìola quei diritti, quell'autorità perde ogni legittimità.
   Questo in primo luogo. Ma anche per quanto riguarda il rapporto liberalismo-democrazia il cristianesimo ci insegna molte cose assai preziose. Nel suo capolavoro La democrazia in America Tocqueville ha visto seri pericoli insiti nell'assetto democratico. Egli ha rilevato a questo proposito che, a mano a mano che i cittadini diventano più eguali e più simili, la disposizione di ciascuno a identificarsi nella massa e a credere in essa aumenta, ed è sempre più l'opinione comune a guidare il mondo. Il pubblico viene quindi a godere presso i popoli democratici di un singolare potere: "Non fa valere le proprie opinioni attraverso la persuasione, ma le impone e le fa penetrare negli animi attraverso una specie di gigantesca pressione dello spirito di tutti sull'intelligenza di ciascuno". E' la dimensione della spiritualità interiore che viene meno. Ancora: la democrazia, che pure porta grandi vantaggi, induce negli uomini un culto eccessivo per il benessere e per i godimenti materiali. Una sorta di materialismo, negatore di qualunque trascendenza, finisce per diventare l'atteggiamento spirituale della società. Ciò tende a isolare gli uomini gli uni dagli altri, e induce ciascuno a non occuparsi d'altro che di se stesso e del proprio status sociale. La religione cristiana, dice Tocqueville, può attenuare queste tendenze delle democrazie, ma non può annullarle.
   La religione cristiana, si badi: essa può aiutarci a combattere edonismo, conformismo, materialismo (in quanto indebolimento o eclisse dei valori), cioè alcuni dei grandi mali del nostro tempo. "Più vivo - disse il grande pensatore normanno - e meno vedo la possibilità che i popoli facciano a meno di una religione positiva". Parole attualissime, ieri e oggi. (E su questi temi tocquevilliani si veda ora il bel libro di Roberto Giannetti Alla ricerca di una scienza politica nuova. Liberalismo e democrazia nel pensiero di Alexis Tocqueville, Rubbettino editore).
   
(Il Foglio, 19 luglio 2018)


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Cristianesimo a piccole dosi

La religione cristiana "per rafforzare e rinsanguare la nostra cultura liberale". Ma sì, perché no? Somministrata in piccole dosi, anche la religione cristiana può servire a mantenere un certo equilibrio sociale che impedisca agli uomini di oggi di porsi improvvisamente davanti alla tremenda domanda: ma che vivo a fare? Già, perché il teologo Francis Schaeffer l'aveva detto qualche anno fa: l'incredulo, se fosse coerente, dovrebbe suicidarsi. Per evitare il suicidio allora si consiglia, anche allo spregiudicato, sovranamente libero uomo di oggi, di fare uso, in dosi omeopatiche, della religione cristiana in una delle varie forme in cui si presenta oggi al consumatore. I Vangeli però sono un'altra cosa. I Vangeli sono stati scritti per rispondere ad una sola, fondamentale, onnicomprensiva domanda: Chi è Gesù? E a loro volta pongono al lettore una fondamentale, decisiva domanda: E tu, chi dici che sia Gesù? Tutto il resto è conseguenza della risposta a queste domande. Il Vangelo di Giovanni spiega: "Queste cose sono scritte affinché crediate che Gesù è il Cristo (Messia d'Israele, ndr), il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome" (Giov. 20:31). Chi non crede che Gesù è il Messia d'Israele morto e risuscitato, per onestà intellettuale deve dire che i Vangeli sono soltanto un pio imbroglio e che chi si riferisce ad essi è uno che si compiace di essere imbrogliato perché vuole illudersi. Gesù aveva avvertito: "Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde" (Luca 11:23). Prendere o lasciare. M.C.

(Notizie su Israele, 19 luglio 2018)


"Il suono delle campane è meglio del muezzin". E l'ateo Dawkins non piace più

Il guru evoluzionista scopre l'importanza del cristianesimo

 
Campanile o minareto?
ROMA - "Sto ascoltando le bellissime campane di Winchester, una delle nostre grandi cattedrali medievali. Molto più belle dell'aggressivo 'Allahu Akhbar'. O è solo la mia educazione culturale?".
   A scriverlo, ai suoi tre milioni di follower su Twitter, non è uno della Fondazione Lepanto, ma Richard Dawkins, guru dell'ateismo mondiale, il biologo evoluzionista che ha portato per le strade di Londra gli autobus in cui si diceva che "non c'è alcun Dio". La reazione al suo tweet con foto della cattedrale non si è fatta attendere. Fatima Bhutto, nipote dell'ex premier pakistana, ha risposto: "No, è la tua bigotteria". Al quotidiano britannico Independent, che ieri gli ha chiesto conto della dichiarazione, Dawkins ha detto: "Le campane delle chiese sono bellissime. Anche la chiamata alla preghiera del muezzin può esserlo, ma 'Allah Akbar' è l'ultima cosa che senti prima che il kamikaze si faccia saltare in aria".
   C'è chi ha parlato di un tweet che "sa di intolleranza", "fascista", "razzista", "islamofobo". "Le campane di Winchester suonano magnifiche, così come la chiamata alla preghiera di un muezzin, l'unico suono aggressivo e sgradevole è questo tweet prevenuto", ha scritto un altro. "Si scopre che l'autore di 'God Delusion' (il bestseller planetario di Dawkins, ndr) era un vecchio razzista noioso", ha aggiunto un altro.
   Perché l'ateo si porta sempre molto quando attacca Joseph Ratzinger, sant'Agostino e i polverosi arnesi giudeocristiani. Ma se tocca l'islam, è un'altra storia. Un anno fa, l'emittente radiofonica Kpfa, liberaI e che va in onda in America dal 1949, ha cancellato un incontro con Dawkins a causa "dei discorsi insultanti di Dawkins contro i musulmani. Il discorso che abbiamo considerato comprende asserzioni sul fatto che l'islam sia la più cattiva delle religioni del mondo".
   Ma non sorprende tanto la critica all'islam, che accomuna Dawkins ad altri celebri atei blasonati come il compianto Christopher Hitchens. E', piuttosto, la rivalutazione che Dawkins fa del cristianesimo. Un anno fa, il biologo evoluzionista ha messo in guardia dal celebrarne la fine in Europa: «Prima di gioire per gli spasimi della religione cristiana relativamente benigna, non dimentichiamo la minacciosa filastrocca di Hilaire Belloc: 'Tieni sempre a portata di mano l'infermiera - Per paura di trovare qualcosa di peggio'». Dawkins in precedenza aveva espresso preoccupazione per il declino della fede cristiana, "nella misura in cui il cristianesimo potrebbe essere un baluardo contro qualcosa di peggio. E' allettante dire che tutte le religioni sono cattive, e dico che tutte le religioni sono cattive, ma è una tentazione peggiore dire che tutte le religioni sono ugualmente cattive perché non lo sono. Se si guarda all'effetto reale che le diverse religioni hanno sul mondo, è abbastanza evidente che al momento la religione più malvagia al mondo deve essere I'islam'',
   Nel 2013, Dawkins era già finito nei guai per un'altra affermazione: "Tutto il mondo islamico ha meno premi Nobel del Trinity College di Cambridge". Il più celebre ateo del mondo così perse molti lettori dopo che in una intervista aveva dichiarato: "Sono abbastanza ottimista per quanto riguarda l'America e l'Europa; sono pessimista per quanto riguarda il mondo islamico. Considero l'islam uno dei grandi mali del mondo, e temo che sarà una battaglia davvero dura".
   Un mese prima, Dawkins era incappato nella contestazione degli studenti musulmani dell'University College di Londra. E' successo che l'aula, a causa dell'alta presenza di alunni di fede islamica, era stata divisa fra uomini e donne, in omaggio alla sharia, la legge islamica. Dawkins ha detto che non avrebbe avallato questa "segregazione sessuale", questo "apartheid".
   L'ultimo stadio evolutivo del biologo non piace ai suoi adepti. L'attacco al Papa paga sempre, in termini di copie vendute e applausi. Quello all'islam, mai.
   
(Il Foglio, 19 luglio 2018)


Ebrei, uccisi fino all'ultimo

È quello che l'imam di Tolosa ha detto in arabo durante una sua predica nella moschea. Il testo tradotto è ora in mano ai magistrati francesi.

di Andrea Brenta

Il profeta ci ha detto, «durante una battaglia sanguinosa, una battaglia decisiva: «Il giorno del giudizio arriverà soltanto dopo che i musulmani avranno combattuto gli ebrei e non ci sarà più un solo ebreo dietro un albero o una pietra senza che questo albero o questa pietra dicano: o musulmano, o servitore di Dio, questo ebreo è dietro di me, vieni a ucciderlo - a eccezione dell'albero del Gharad, che è uno degli alberi degli ebrei». Questo è un hadith (racconto sulla vita del profeta Maometto, ndr) riportato dal beneamato imam Muslim. Questa profezia è presente presso i cristiani e presso gli ebrei».
  In Francia monta il caso Mohamed Tatai. L'imam di Tolosa, di nazionalità algerina, è sotto accusa per aver proferito queste parole durante una predica pronunciata in arabo nel dicembre 2017. La traduzione ufficiale della registrazione della predica incriminata è stata consegnata nei giorni scorsi al procuratore della repubblica della città, dopo la denuncia da parte del prefetto dell'Alta Garonna per possibile «incitamento all'odio» e da parte dell'Unione degli studenti ebrei di Francia per «incitamento all'odio razziale».
  Il quotidiano francese Le Figaro ha chiesto a un professore universitario, autorevole specialista dell'Islam, una traduzione letterale della videoregistrazione realizzata il 15 dicembre scorso nella moschea di Tolosa. La registrazione riprende solo il passaggio, sottotitolato in inglese, disponibile sul sito nemri.org. In esso l'imam si esprime in un arabo classico e dialettale maghrebino.
  Il passaggio riportato all'inizio di questo articolo è quello che si potrebbe definire un «classico»: è estratto da una delle sei raccolte di hadith effettivamente attribuiti a Sahih Muslim, un maestro dell'Islam. Questo imam visse tra 1'821 e 1'875, ossia due secoli dopo la morte di Maometto, nel 632 e fece un importante lavoro di compilazione in sei volumi, divenuti uno dei riferimenti delle parole e degli atti del profeta Maometto.
  Ma l'imam Tatai non si è fermato lì. Nella sua predica ha citato il primo ministro israeliano, il quale in occasione dell'annuncio del presidente Usa Donald Trump di trasferire l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, «ha detto di temere che lo Stato di Israele non superi i 76 anni, cosa che è presente nelle loro profezie. E così oggi, dopo che il loro presidente è morto due anni fa, una delle loro celebrità ha detto: «La gente non è venuta per il funerale di Peres, ma per quello di Israele». Che, per inciso, ha celebrato i 70 anni di vita proprio lo scorso aprile.
  Le due citazioni, una che evoca la fine del mondo a condizione che non ci sia più un solo ebreo sulla faccia della terra e l'altra sulla durata di vita dello Stato di Israele, sono legate nella predica dell'imam, il quale, contattato a più riprese, non ha mai risposto alle richieste di chiarimento di Le Figaro. Residente in Francia da più di trent'anni, Tatai si esprime male in francese e utilizza un traduttore. In compenso, ha rilasciato un'intervista a La Dépèche du Midi, in cui afferma che «gli estremisti prendono i passi che fanno loro comodo e li utilizzano fuori contesto perché servano alle loro intenzioni nefaste» e fa mea culpa: «Presento le mie scuse a tutte le persone che si sono angosciate per queste parole. Soprattutto tra i nostri amici israeliti». Aggiungendo una precisazione, che finora non è stato possibile verificare: «Nell'insieme della predica citata, io ripeto a cinque riprese che nel mirino non vi è né il giudaismo in quanto religione né il popolo ebreo».
  Resta il fatto che Tatai, formatosi all'università egiziana di al-Azhar e che finora ha goduto di un'immagine relativamente buona a Tolosa, ora si ritrova isolato. E anche il suo principale sostenitore, la Moschea di Parigi, gli ha voltato le spalle. «Teniamo a riaffermare la nostra condanna ferma e senza equivoci dei termini utilizzati da questo imam durante la sua predica tenuta nel dicembre 2017», sottolinea in un comunicato il rettore, Dalil Boubakeur.
  Ora si attende che la giustizia faccia il suo corso.

(ItaliaOggi, 19 luglio 2018)


Siria, l'esercito avanza a sud-ovest

La bandiera siriana adesso sventola su una collina strategica strappata dai soldati di Assad e dai suoi alleati ai ribelli. L'esercito ha diffuso un video che mostra la sua nuova conquista, che si trova proprio vicino alle Alture del Golan controllate da Israele.
La zona è a sud di Quneitra ed è in una buona posizione per proseguire l'offensiva in tutta l'area del Golan Orientale. La conquista fa parte dell'offensiva in corso dell'esercito per conquistare le parti rimanenti della zona sudoccidentale in mano ai ribelli.
Le forze di Assad si stanno avvicinando al confine di Israele, che ha minacciato una dura risposta se le forze siriane dovessero entrare nella zona di disimpegno.
Israele ha chiesto a Mosca di intervenire. Proprio della zona vicino alle Alture del Golan hanno discusso Trump e Putin nel corso del loro incontro a Helsinki. Non sono emersi molti dettagli ma sembra che i due leader abbiano concordato sulla necessità di proteggere i confini settentrionali di Israele.

(euronews, 18 luglio 2018)


La Bei gela l'Ue sull'accordo nucleare: "Non possiamo concedere prestiti all'Iran"

Il presidente della Banca europea per gli investimenti: "Non possiamo mettere a rischio il business model, trovare soluzioni più intelligenti"

BRUXELLES - Per salvare l'accordo per il nucleare iraniano e i buoni rapporti con Teheran l'Unione europea dovrà fare a meno della Banca europea per gli investimenti. Lo chiarisce il presidente della stessa Bei, Werner Hoyer, nel corso di una conferenza stampa in cui spiega chiaramente come l'istituto comunitario di credito di Lussemburgo "non può" concedere prestiti alla repubblica islamica. Prevedere operazioni con l'Iran, avverte, vorrebbe dire "mettere a rischio il modello di business" della Bei, cosa che Hoyer vorrebbe evitare. Per questo motivo l'Ue deve rinunciare all'idea di utilizzare la Bei per gestire la delicata situazione siriana, e "trovare un modo più intelligente" per tentare di salvare l'accordo sul nucleare.
   L'Unione europea è decisa a fare il possibile per colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, che unilateralmente hanno deciso di uscire dall'accordo internazionale, entrato in vigore il 20 gennaio 2014, in base al quale Teheran si impegna a non produrre energia nucleare per fini bellici e in cambio la comunità internazionale normalizza le relazioni con il Paese e rimuove l'embargo economico decretato contro il regime degli ayatollah. L'Ue ha ottenuto del tempo. Il governo iraniano ha fatto sapere sin da subito che si riserva il diritto di recedere a propria volta dagli impegni.
   L'uscita di scena della Bei pone certamente degli interrogativi sia sulla tenuta in vita dell'accordo tra Iran e altri partner, sia sulle misure a cui l'Ue dovrà concepire in alternativa alla Banca europea per gli investimenti. La Commissione potrebbe a questo punto chiedere un contributo economico agli Stati membri, ma non è chiaro se su una simile ipotesi i governi troverebbero un accordo.

(EuNews, 18 luglio 2018)


Orbàn in Israele, per incontrare "l'amico" Netanyahu

da Cinzia Rizzi

E' arrivato in Israele il primo ministro ungherese Viktor Orbàn, per la due giorni di visita ufficiale, durante la quale incontra l'omologo, Benjamin Netanyahu, e il presidente israeliano, Reuven Rivlin. Un viaggio che sta dividendo l'opinione pubblica nello Stato Ebraico. Una manifestazione di protesta è stata organizzata infatti per questo giovedì, quando il premier magiaro si recherà a Gerusalemme, al Museo della Shoah. Venerdì, poi, vedrà il Muro del Pianto, ma non incontrerà il presidente palestinese, Mahmoud Abbas.
Si tratta della prima visita di Orbàn in Israele, un anno dopo quella lunga quattro giorni di Netanyahu, a Budapest. Da allora, i due leader sono rimasti in ottimi rapporti, anche a causa della loro avversione comune verso i media, i migranti e l'attivista George Soros.

(euronews, 18 luglio 2018)


Dopo la pioggia di razzi da Gaza, Israele riduce gas e carburante

Hamas minaccia Israele: "Per voi gravi conseguenze"

di Paolo Castellano

Non si sono fatte attendere le contromisure economiche di Israele dopo i 31 razzi lanciati da Hamas il 14 luglio sul territorio israeliano. Dal 16 fino al 22 luglio, lo Stato ebraico ha deciso di ridurre il trasferimento di carburante e gas nella Striscia di Gaza, applicando misure stringenti al valico di passaggio Kerem Shalom. Come riporta Israel National News, la notizia ha fatto infuriare la dirigenza di Hamas, che ha diramato un comunicato stampa attraverso il suo portavoce Fawzi Barhoum minacciando "gravi conseguenze".

 "Israele non fermerà l'assedio palestinese"
  «Questo è un altro crimine che Israele sta commettendo contro il popolo palestinese e contro i residenti della Striscia di Gaza nel bel mezzo di un silenzio regionale e internazionale sui crimini di Israele, e dell'assenza di risoluzioni deterrenti contro gli israeliani nell'arena internazionale», ha dichiarato il portavoce del gruppo terroristico palestinese. Fawzi Barhoum ha poi rincarato la dose: «Gli atti di pura vendetta di Israele illustrano il suo intento d'ingiustizia nella Striscia di Gaza - ha poi sottolineato - gli israeliani non influenzeranno la politica di Hamas e non fermeranno l'assedio palestinese».

 La decisione del ministro della Difesa israeliano
  Nella mattina del 16 luglio, il ministro della Difesa israeliano Avigdor Liberman, con l'appoggio del capo staff dell'IDF (l'esercito israeliano), ha deciso di vietare il trasferimento di carburante e gas attraverso il valico di passaggio tra Gaza e Israele fino al 22 luglio. Il governo israeliano ha però specificato che sarà consentito solo il passaggio di medicinali e viveri dopo previe verifiche. Liberman ha infine aggiunto che verrà ridotta anche l'area di pesca a Gaza.

 I recenti attacchi di Hamas verso Israele
  Israele ha preso questa decisione alla luce dei continui e violenti attacchi terroristici di Hamas. Nell'ultima offensiva palestinese, avvenuta tra il 13 e 15 luglio, sono piombati 200 ordigni esplosivi sul territorio dello Stato ebraico. Solamente nella nottata del 14 luglio i miliziani islamici hanno lanciato 31 razzi sulle comunità israeliane di confine, dove hanno risuonato a lungo le sirene. Fortunatamente non ci sono state vittime anche grazie al sistema missilistico di protezione Iron Dome, che ha intercettato 6 missili sparati contro le abitazioni israeliane. Non cessano inoltre le attività incendiarie dei rivoltosi palestinesi, che nelle ultime settimane hanno provocato parecchi roghi con l'utilizzo di aquiloni e palloni gonfiabili incendiari.

(Bet Magazine Mosaico, 18 luglio 2018)


Hamas d'accordo con la proposta egiziana per la riconciliazione palestinese

GAZA - Una delegazione del gruppo islamico palestinese Hamas, presente da diversi giorni al Cairo, avrebbe raggiunto con i mediatori egiziani un accordo sulla ripresa dei negoziati per la riconciliazione con al Fatah. Secondo quanto riferisce l'emittente televisiva libanese "al Mayadeen" sarebbe stata conclusa anche un'intesa di massima sulla rimozione delle restrizioni imposte dall'Egitto alla Striscia di Gaza e sulla consegna del controllo della città al governo di riconciliazione palestinese. Vi sarebbe poi una identità di vedute sul futuro degli impiegati pubblici assunti da Hamas a Gaza, circa 20 mila. L'11 luglio scorso Hamas ha deciso di accettare l'appello egiziano di discutere con i suoi funzionari a proposito delle relazioni bilaterali e delle questioni palestinesi.

(Agenzia Nova, 18 luglio 2018)


Yesh Atid: la visita di Orban è una "disgrazia"

Benjamin Netanyahu e Viktor Orban
GERUSALEMME - La visita del primo ministro ungherese Viktor Orban in Israele, che si terrà nelle giornate di oggi e domani, è una "disgrazia". È quanto affermato da Yair Lapid, presidente di Yesh Atid ("C'è un futuro"), partito centrista e laico all'opposizione in Israele. In un messaggio sul suo profilo Twitter, Lapid ha poi criticato duramente il premier israeliano Benjamin Nethanyahu per la visita di Orban, noto per le sue posizioni xenofobe, nello Stato ebraico. Il presidente di Yesh Atid ha scritto: "Dopo aver insultato la memoria di quanti sono morti durante l'Olocausto con un accordo con la Polonia, oggi Netanyahu renderà gli onori al primo ministro ungherese Orban, che ha elogiato il governo antisemita e collaboratore della Germania nazista nello sterminio degli ebrei ungheresi: che disgrazia! Il riferimento di Lapid è ai regimi succedutisi in Ungheria durante la seconda guerra mondiale e alle loro politiche antisemite.

(Agenzia Nova, 18 luglio 2018)


Israele, pazza idea: è meglio Hamas di un nuovo nemico

Tensioni sulla Striscia. L'ultra-destra esorta il premier Netanyahu all'offensiva ma per gli osservatori il vuoto di potere è più pericoloso.

di Fabio Scuto

GERUSALEMME - L'estate di Gaza è sempre bruciante. La calura insopportabile, la mancanza di acqua ed energia. È in estate che gli artiglieri di Hamas e degli altri gruppi armati testano i loro arsenali di missili e mortai, provano a sfruttare la rabbia e la disperazione dei due milioni di civili "assediati". L'estate per Gaza è propizia alla guerra.
  Ci sono i politici dell'ultra-destra che incalzano il premier Benjamin Netanyahu perché "si tolga i guanti" e ordini all'Idf un'offensiva su vasta scala che liberi il sud di Israele dalla minaccia dei missili e dalle fiamme innescate dagli aquiloni incendiari che divorano i campi coltivati appena oltre il confine della Striscia. Ieri Netanyahu si è recato in una base militare vicina alla striscia di Gaza per consultazioni; con lui il ministro della difesa Avigdor Lieberman, il capo di stato maggiore, generale Gady Eisencot, il capo dello ShinBet (sicurezza interna) Nadav Argaman e il consigliere per la sicurezza nazionale Meir Ben Dhabbato.
  La "questione Gaza" deve essere affrontata, concordano anche molti ufficiali dell'Idf. Ma come? Le condizioni di vita dentro sono terribili e l'emergenza umanitaria è dietro l'angolo. Israele può combattere contro Hamas ma non può riconquistare Gaza militarmente, il costo umano - oggi - sarebbe spaventoso.

 L'Anp di Abu Mazen non è in grado di riprendere politicamente il controllo della Striscia. E in caso di un attacco che faccia crollare il potere di Hamas nella Striscia, è altamente probabile che il movimento islamista - già diviso in tre fazioni al suo interno - possa polverizzarsi, dando vita a decine di altri gruppetti e cellule incontrollabili. Altri movimenti potrebbero vedere in questo la grande occasione, come le cellule salafite filo-Isis finora represse dalla Preventive Security di Hamas. Ecco perché alla fine sembra che Israele preferisca tollerare un "diavolo che conosce".
  L'Idf e Hamas sono in una situazione di stallo da mesi, mentre le proteste della "Marcia di ritorno" lungo il confine della Striscia sono sfociate in incessanti episodi di incendi che, a loro volta dopo la risposta dell'Idf, hanno portato al modello abituale di scambio di razzi e attacchi di rappresaglia da parte delle forze aeree israeliane.
  La tensione senza fine, le sirene di allarme che ululano tutto il giorno spingono la popolazione civile a chiedere al suo esercito di eliminare ciò che il ministro della Difesa Avigdor Lieberman chiama un gruppo di "cannibali".

 Se il governo israeliano decidesse di rovesciare Hamas, ci sarebbe un vuoto di potere ed è incerto quale gruppo riuscirebbe rapidamente a riempirlo. In tale eventualità,la paura è che un nemico o una minaccia ancora più grande possa riempire quel vuoto. Dopo gli attacchi di domenica da parte dell'Idf contro 40 obiettivi di Hamas a Gaza, sorge spontanea la domanda: perché non vengono distrutte queste infrastrutture terroristiche che sono note da tempo?
  "È meglio che Hamas abbia una struttura di comando", spiega Eran Lerman, dello Shalem College e vicepresidente dell'Istituto per gli studi strategici di Gerusalemme. La reticenza di Israele nel varcare la linea sottile tra una "risposta militare proporzionale" e un'invasione completa è aggravata dalla mancanza di desiderio di rioccupare Gaza, che costerebbe dal punto di vista militare centinaia di vite e sarebbe un enorme fardello politico ed economico da gestire. Secondo Gabriel Ben-Dor, che insegna all'Università di Haifa, il governo preferisce spendere queste risorse per combattere l'Iran, il cui potenziale nucleare è considerata una minaccia esistenziale. Inoltre, ha sottolineato, due organizzazioni che potrebbero giovarsi della caduta di Hamas sono la Jihad islamica e i Comitati di resistenza popolare, che hanno entrambi legami più stretti (di Hamas) con Teheran.

 "Se Hamas è abbastanza stupido da entrare nella fossa dei leoni", sostiene Lerman, allora Israele potrebbe passare a una risposta militare più forte. Tuttavia, come dimostra l'apparente cessate-il-fuoco raggiunto nel fine settimana, dimostra che Hamas non vuole la guerra aperta. Per questo Ben-Dor sostiene che la migliore possibilità per una soluzione a lungo termine è quella di migliorare condizioni umanitarie a Gaza e pressioni per la smilitarizzazione di Hamas. Questo, visto l'inafferrabile processo di pace israelo-palestinese, potrebbe col tempo portare a una svolta importante.

(il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2018)


Medio Oriente: meglio tornare con i piedi in terra. E di Erdogan ne parliamo?

Non condivido l'ottimismo del dopo-incontro tra Trump e Putin, soprattutto perché si continua a sottovalutare il pericolo rappresentato da Erdogan

Dopo lo show offertoci dall'incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin, dopo la ritrattazione del Presidente americano in merito alle sue affermazioni sul ruolo della Russia nelle elezioni americane, finite le sparate propagandistiche sui media, in Medio Oriente si torna come sempre con i piedi in terra e a fare i conti con la realtà....

(Rights Reporters, 18 luglio 2018)


“Islamofobo" e "reazionario", Zemmour estromesso dalla prima radio di Francia

La redazione era "inorridita" dalle sue idee

di Giulio Meotti

 
Eric Zemmour
ROMA. In Rtl ci fu più di un mugugno quando a Eric Zemmour offrirono una piattaforma mattutina sulla prima radio di Francia. "E' una personalità iconoclasta e uno spirito originale", disse Christopher Balzelli, patron di Rtl. E poi il divisivo Zemmour, ancora prima che vendesse un milione di copie col Suicide Français e diventasse l'oggetto del consumo di massa "reazionario", lo trovavi ovunque, da France2 a Bfm Tv, fino alla prima pagina del Monde e le copertine di Libération. La decisione di Rtl non ha nulla di commerciale. Zemmour bucava lo schermo. Eppure, la sua rubrica "Non siamo necessariamente d'accordo", che teneva due volte alla settimana, non ci sarà alla rentrée. Rtl aveva ricevuto numerosi avvertimenti dal Consiglio superiore degli audiovisivi per i commenti del giornalista su islam, società e immigrazione, e dalla prossima stagione farà a meno del suo format. Due mesi fa, Zemmour è stato condannato dalla Corte d'appello di Parigi a cinquemila euro di multa per "incitamento all'odio religioso per le osservazioni antimusulmane fatte nel 2016 in un programma televisivo". Zemmour aveva detto che era necessario imporre ai musulmani "la scelta tra l'islam e la Francia" e che "negli innumerevoli sobborghi francesi in cui molte ragazze sono velate" è in corso una "lotta per islamizzare il territorio". Lo staff di Rtl aveva chiesto alla direzione di "lasciarlo andare" in numerose occasioni, ma Zemmour era stato sempre difeso. "Rispetto le persone che sono disposte a morire per ciò in cui credono, cosa che non siamo più in grado di fare", aveva detto Zemmour un anno fa sui jihadisti. Yves Calvi, a capo della redazione di Rtl, criticò Zemmour dal vivo: "Lo staff di Rtl è inorridito". Nel 2015, Rtl aveva già ridotto della metà la presenza di Zemmour in programmazione, dopo aver cassato Z comme Zemmour, mentre la rete televisiva iTélé quell'anno lo aveva messo alla porta.
   Il Collettivo contro l'islamofobia aveva più volte invocato il suo licenziamento, la Società dei giornalisti aveva detto che "le posizioni di Zemmour offuscano i valori della convivenza che sono sempre stati difesi da Rtl", le organizzazioni islamiche lo avevano trascinato in tribunale, i fondamentalisti islamici lo avevano minacciato di morte e costretto a girare con la scorta dopo che Charlie Hebdo e il Movimento contro il razzismo e per l'amicizia tra i popoli e il Club Averroes (associazione di media a favore della "diversità") avevano presentato esposti contro di lui all'Authority per radio e tv. Il cordone sanitario si stava stringendo sempre di più. Rtl era già vicino al suo licenziamento quando Zemmour aveva attaccato il ministro della Giustizia socialista: "Christiane Taubira ha già scelto chi sono le sue vittime e i carnefici: le donne e i giovani delle banlieue stanno nel campo dei buoni, il maschio bianco fra i cattivi". Se in Francia c'è spazio per Edwy Piene!, l'ex eminenza grigia del Monde passato a moralizzare e islamizzare il giornalismo con la sua Mediapart, non si vede perché non dovrebbe essercene per la sua nemesi, il petit juif conservatore Zemmour. Ma questo è proprio il punto. Perché come ha detto ieri l'avvocato Gilles-William Goldnadel, che difese Oriana Fallaci quando a Parigi provarono a bandire il suo La Rabbia e l'Orgoglio: "Scopriamo che è stato a causa della pressione di alcuni dei redattori che Rtl è stata costretta a salutare l'editorialista. Tale decisione, da parte di un'emittente commerciale, dà la misura del potere della censura dilagante che anima il clero dei media". E' la sorte dei malpensanti "islamofobi": Robert Redeker perde la sua cattedra, Richard Millet il suo lavoro da editor in Gallimard, Renaud Camus la sua casa editrice (Fayard) e ora l'ossessivo Zemmour perde il suo microfono. Liberté, ma non per te.

(Il Foglio, 18 luglio 2018)


La famiglia ebrea Foà sterminata a Meina

Lettera al Giornale

Leggendo in «Tempo di guerra» il racconto «l'8 settembre sul Lago Maggiore» (il Giornale 10/7), mi è tornata alla mente la storia della famiglia ebrea Foà. La maggiore delle quattro figlie Foà era stata compagna alle scuole medie di mia sorella e all'epoca dei fatti aveva venti o ventun anni. Il padre, fino alla promulgazione di quel malaugurato «Manifesto della razza» fu un dirigente della Pirelli. Dopo di che l'azienda, data la sua ottima conoscenza dell'inglese, lo inviò a Londra. Ma i Foà si sentivano talmente italiani che quando «l'uomo del balcone» fece la sua alzata d'ingegno, vollero tutti tornare in Italia. Ovviamente, la Pirelli non poteva riassumerlo (anche volendo, non le sarebbe stato possibile in virtù delle leggi razziali). Perciò si occupava di consulenze esterne nella sua villa a Meina. In quei tragici giorni anche tutta la famiglia Foà fu sterminata. Furono immersi uno per uno in vari bidoni di benzina a cui fu dato fuoco. Si salvò soltanto l'ultima delle sorelline, una bambina di tredici anni, grazie alla sua istitutrice svizzera. Questo fatto la dice lunga su quanto si sentissero italiani molti ebrei e su come invece furono ricompensati dalla «grata patria».
Mario S. Manca di Villahermosa, Milano

(il Giornale, 18 luglio 2018)


I nuovi percorsi delle comunità ebraiche d'Emilia oltre la Shoah

Le comunità ebraiche della nostra regione si raccontano, andando oltre la Shoah e l'Olocausto per rappresentare la contemporaneità, attraversando piazze, entrando in palazzi storici e in luoghi sacri -come le sinagoghe e i cimiteri - ma riscoprendoli attraverso chi li frequenta e li vive oggi. È questo il senso del volume "Ebrei d'Emilia-Romagna. Voci, luoghi e percorsi di una comunità", pubblicato da Pendragon e in libreria da domani. Il curatore, Dantel Fishman, l'ha presentato ieri con il sindaco Virginio Merola, l'assessore alla Cultura della Regione Massimo Mezzetti, che firma la prefazione del volume, Daniele De Paz e rav Alberto Sermoneta. L'autore ha intervistato una cinquantina di persone, a rappresentare tutte le comunità emiliano romagnole, «per spiegare non solo cosa siamo stati ma anche cosa abbiamo da dire al mondo oggi». Molti sono ritratti nelle foto originali di Michele Levis. C'è chi ha lasciato la sua città, Ferrara, come Corrado lsmael Debenedetti che oggi vive in Israele, e chi si è convertita all'ebraismo in età adulta, come Valentina Rebecca Soluri.
Ci sono i ricordi di Alessandro Haber, che da bambino viveva a Tel Aviv, e quelli di Luisa Modena Marini che parla del padre Flaminio, direttore del carcere ma anche poeta che scriveva sonetti in dialetto giudaico modenese. Ci sono le testimonianze dei rabbini e chi si è messo pubblicamente al servizio della società come Arrigo Levi. «In questo libro si raccontano pochissimi periodi bui perché è importante ascoltare storie di vivi e non di archeologia», dice il rabbino capo Alberto Sermoneta.

(la Repubblica - Bologna, 18 luglio 2018)


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