L'Eterno degli eserciti ha un giorno
contro tutto ciò che è orgoglioso ed altero,
e contro chiunque s'innalza, per abbassarlo.
Isaia 2:12  

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A Roma torna il festival della cultura 'Ebraica'

Dal 22 al 26 giugno. Il via sabato con la mostra '2001 Odissea nello spazio' come tributo a Stanley Kubrick nel ventennale della morte.

di Alessandro Melia

ROMA - Ruota intorno al concetto di 'Spazio', inteso come paradigma fondamentale della relazione tra vita e conoscenza, la dodicesima edizione di 'Ebraica - festival internazionale di cultura', che si inaugurerà sabato con la Notte della Cabbalà. Dal 22 al 26 giugno l'intero quartiere ebraico di Roma, dal Palazzo della Cultura ai Giardini del Tempio, sarà animato da una serie di iniziative che ruoteranno intorno al tema dello spazio. Il via sabato con la mostra '2001 Odissea nello spazio' voluta dai curatori Ariela Piattelli, Raffaella Spizzichino e Marco Panella, come tributo a Stanley Kubrick nel ventennale della morte. Subito a seguire il rabbino capo Riccardo Di Segni, l'astronauta Umberto Guidoni, il direttore delle relazioni internazionali dell'Agenzia spaziale italiana, Gabriella Arrigo, apriranno gli incontri del festival con una conversazione sullo spazio.
   Tra gli ospiti del festival il celebre scrittore israeliano Eskhol Nevo, mentre per gli amanti del teatro e della fisica da non perdere lo spettacolo con Gabriella Greison, 'Einstein and me', tributo al grande scienziato.
   Il ventennale della morte di Kubrick sarà anche lo spunto per uno degli appuntamenti più attesi di quest'anno: lunedì 24 a partire dalle 19.30, il direttore della Festa del Cinema di Roma, Antonio Monda, e Katharina Kubrick, la figlia del regista, saranno protagonisti dell'incontro 'Stanley and me'.
   "Sono emozionata per la rielezione e felice per questo festival, arrivato al suo dodicesimo anno. Siamo al Bar Mitzvah- ha detto la presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, durante la presentazione- Ci siamo arrivati coinvolgendo ospiti importanti e portando avanti i valori e le tradizioni della nostra cultura e di questo dobbiamo esserne fieri. Ringrazio i partner e tutte le persone che da anni ci seguono con passione".

(Dire, 18 giugno 2019)


Uscire dalla crisi

di Dario Calimani

Siamo testimoni in questi giorni di vari interventi, d'attacco e di difesa, sul rabbinato italiano, sul suo impegno e sulla sua attività. Le modalità dell'attuale 'dialogo' a distanza offrono troppo spazio alle polemiche e alle affermazioni sopra le righe. La personalizzazione delle discussioni, oltretutto, si limita a inasprire il dibattito e a rendere più difficile convergere anche solo sul riconoscimento del problema.
   Di rabbinato e Comunità si è parlato agli Stati Generali dell'ebraismo italiano a inizio novembre scorso, a Roma. Quella, in verità, sembrava una sede forse più adatta ad affrontare preliminarmente le problematiche dell'ebraismo italiano. Solo che ne fosse seguito un dibattito in sedi opportune e con adeguata preparazione. Non lo si è fatto e probabilmente non lo si farà. Eppure, poiché i nodi non mancano e le tensioni pure, sarebbe utile a tutti non tanto un inutile confronto a fini di polemica quanto un tavolo di discussione in cui tutti trovino il coraggio di assumersi le loro rispettive responsabilità nello sforzo di individuare soluzioni condivise.
   La sfida è sempre davanti a noi. Se qualcuno, fra i responsabili 'laici' e quelli 'religiosi', avrà la forza e l'umiltà di fare il primo passo per affrontare tutti insieme la crisi, allora questo nostro ebraismo avrà forse una possibilità minima di uscirne. Altrimenti ce ne staremo a guardare passivi lo sfilacciamento e il degrado.
   Alla fine, poi, sapremo chi dovremo ringraziare. E non sarà una sola categoria.

(moked, 18 giugno 2019)


Israele non invitata alla conferenza in Bahrein promossa dagli Stati Uniti

GERUSALEMME - I funzionari del governo israeliano non sono stati invitati alla conferenza "Peace to Prosperity", organizzata da Bahrein e Stati Uniti, che si svolgerà il 25 e il 26 giugno a Manama. Lo ha fatto sapere un funzionario anonimo della Casa Bianca, precisando che l'incontro si concentrerà sulla "visione economica" dell'amministrazione Usa per i palestinesi e non su "questioni politiche". Ieri, 17 giugno, la stampa internazionale aveva annunciato che Israele invierà soltanto una delegazione economica alla conferenza "Peace to Prosperity". Nelle scorse settimane, il ministro delle Finanze israeliano, Moshe Kahlon, aveva annunciato l'intenzione di partecipare alla conferenza di Manama, dove dovrebbero essere svelati i dettagli economici del piano di pace per il Medio Oriente. Intanto, Egitto, Marocco, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita hanno annunciato che parteciperanno alla conferenza di Manama. Il quotidiano israeliano "The Times of Israel" ha riferito ieri, 17 giugno, che funzionari statunitensi e bahreniti hanno concluso che i rappresentanti politici israeliani non devono essere invitati anche perché il governo è guidato da un premier ad interim, in attesa delle elezioni del 17 settembre. Anche i giornalisti israeliani che hanno cercato di accreditarsi per seguire l'evento non hanno ottenuto il permesso dagli organizzatori.

(Agenzia Nova, 18 giugno 2019)


Egitto, sepolto al Cairo l'ex presidente Morsi. I familiari: "Negati i funerali pubblici"

Le autorità egiziane hanno dichiarato lo stato di allerta per timore di manifestazioni

di Francesca Paci

L'ex presidente egiziano Mohamed Morsi
Alla fine l'hanno sepolto rapidamente: a ventiquattr'ore dalla sua morte per apparente arresto cardiaco nell'aula del tribunale in cui era processato per l'accusa di spionaggio a favore di Hamas, l'ex presidente egiziano Mohamed Morsi, il primo democraticamente eletto del grande Paese nordafricano, è stato portato al cimitero di Nasr City, alla periferia del Cairo. Una procedura repentina che rispetta i precetti prescritti dall'islam ma che apre anche una serie di incognite, in primis il sospetto che il governo abbia voluto fare particolarmente presto per concentrarsi sull'agitazione popolare temuta al punto da aver proclamato preventivamente lo stato d'emergenza.
   Ad assistere le esequie dell'ex ingegnere in carcere sin dal 2013 è stata ammessa solo la famiglia, nell'istituto di detenzione prima e poi al cimitero dove si trovano anche le spoglie di altri importanti esponenti della Fratellanza musulmana. Uno degli avvocati dell'ex presidente racconta adesso che le forze di sicurezza avrebbero rifiutato la richiesta della moglie e dei 5 figli di concedere un funerale pubblico in virtù del suo ruolo passato, ancorché cancellato dal colpo di spugna del 2013 e da anni di detenzione durissima. Pare che si stata negata anche la possibilità di seppellirlo nella tomba di famiglia nella provincia natale di Sharqia.
   Intanto però arriva il cordoglio di tutto quel mondo musulmano allontanatosi dall'Egitto dopo l'avvento dell'era Sisi e il riposizionamento del Paese dalla parte dell'Arabia Saudita, da quell'Iran con cui Morsi aveva iniziato a riallacciare i rapporti immaginando un volo diretto Cairo-Teheran fino a Gaza. Parlano gli ayatollah, attraverso il portavoce del ministero degli esteri Abbas Mousavi, esprimendo «dispiacere» per la scomparsa del «primo presidente egiziano eletto democraticamente» dopo la cacciata di Mubarak ma, con la cautela dettata dal momento esplosivo per la regione, aggiungendo di rispettare «i punti di vista della grande e coraggiosa nazione egiziana». Parla Hamas, che piange «l'ex presidente egiziano Mohamed Morsi, morto lunedì sera dopo una lunga lotta al servizio dell'Egitto, del suo popolo e soprattutto della causa palestinese». Parla l'emiro del Qatar, cheikh Tamim ben Hamad Al-Thani, «profondamente triste». Parla ancora di «martirio» la Turchia di Erdogan, fortissimo sponsor di Morsi insieme a Doha.
   Dopo aver respinto al mittente le critiche di quanti come Human Rights Watch denunciano da tempo le condizioni miserrime di detenuti come Morsi, le autorità del Cairo hanno dichiarato lo stato di allerta per timore di manifestazioni. Secondo i media governativi l'ex presidente si è sentito male mentre testimoniava in una gabbia nell'aula dove si svolgeva un processo in cui era accusato di spionaggio a favore di Hamas. È svenuto ed è stato portato in ospedale, dove è morto. Al j'accuse dei Fratelli Musulmani e di varie organizzazioni per i diritti umani la procura generale ha risposto seccamente: «Il tribunale gli ha dato il permesso di parlare per cinque minuti, lui è caduto a terra nella gabbia degli accusati ed è stato portato in ospedale, dove è morto. Sul corpo non c'erano ferite visibili». Amnesty International ha chiesto «un'inchiesta immediata» sul decesso, descrivendolo come «profondamente scioccante».
   «Non abbiamo neppure potuto vederlo in tribunale, per via dei divisori di vetro blindato insonorizzato, altri detenuti hanno fatto segno che non aveva più battito» ha raccontato all'AFP uno dei suoi avvocati, Abdelmoneim Abdel Maksoud. A marzo 2018 una commissione britannica indipendente aveva condannato l'isolamento in cui l'ex presidente era tenuto per 23 ore al giorno, parlando di condizioni passibili di costituire «tortura o trattamento crudele, disumano o degradante» e prevedendo che la situazione avrebbe «potuto portare a morte prematura».
   L'Egitto tace in un'attesa che assomiglia a una forma di trance. Al Cairo si vedono blindati ovunque e si sente la presenza delle forze di sicurezza soprattutto dove non si vedono. Piazza Tahrir, negli ultimi due anni ripulita di qualsiasi graffito risalente alla rivoluzione del 25 gennaio 2011 e "decorata" con uno spoglio monumento oblungo alla memoria di quella del 3 luglio 2013, culminata con la destituzione di Morsi e l'ascesa di al Sisi, è così tranquilla da sembrare indifferente, trafficata come sempre, inconsapevole della situazione o forse troppo consapevole.

(La Stampa, 18 giugno 2019)


*


Morto Mohamed Morsi. Mostrò il vero volto della Fratellanza Musulmana

La morte di Mohamed Morsi ci ricorda di quanto può essere sbagliato definire "Islam moderato" la Fratellanza Musulmana.

Ieri in Egitto all'età di 67 anni è morto Mohamed Morsi, l'uomo che prima venne eletto Presidente e poi venne cacciato a furor di popolo dai militari.
Non è durata molto la presidenza di Mohamed Morsi, appena un anno, giusto il tempo di mostrare al mondo il vero volto della Fratellanza Musulmana, quella che l'occidente si ostina ancora a chiamare "islam moderato".
Morsi vinse le elezioni del "dopo Mubarak" presentando un programma islamista moderato per guidare l'Egitto in una nuova era democratica in cui l'autocrazia sarebbe stata sostituita da un governo trasparente che rispettava i diritti umani.
Ma ben presto gli egiziani si accorsero che le promesse di Mohamed Morsi si scontravano con il programma tutt'altro che moderato della Fratellanza Musulmana. La grave crisi economica fece il resto e dopo poco più di un anno di presidenza la gente scese di nuovo in piazza e con l'aiuto dei militari lo destituì....

(Rights Reporters, 18 giugno 2019)


C'è un imam a Gerusalemme

Il francese Chalghoumi visita Israele e dice tante verità. Un elogio

 
Hassen Chalghoumi
L'imam di Drancy, Hassen Chalghoumi, a capo di una delegazione di musulmani francesi, si è recato in visita in Israele e ha detto la verità. Ha detto che l'antisionismo è antisemitismo e ha accusato i Fratelli musulmani di aizzare gli animi contro gli ebrei in Francia e in Belgio. Minacciato di morte dagli islamisti e sotto scorta nella banlieue parigina, Chalghoumi ha detto che "la propaganda antisionista è una maschera usata per dire cose antisemite in modo più garbato. Se stessimo parlando semplicemente di critiche allo stato di Israele, non vedremmo quel livello di odio né discorsi sulla necessità di annientare e distruggere Israele". L'imam ha visitato la Knesset, dove ha incontrato ministri e parlamentari. Poi il Muro occidentale ("del pianto"), i confini settentrionali d'Israele e quelli meridionali con la Striscia di Gaza. Chalghoumi ha detto che si aspettava di sentirsi sgradito al Kotel (Muro occidentale). "Sono rimasto sorpreso nel vedere che, quando arabi musulmani, uomini e donne, sono entrati nell'area del Kotel, nessuno ci ha guardato in modo strano né ha detto qualcosa di negativo né ci ha fatto sentire sgraditi. Anzi, le persone volevano sapere del nostro viaggio, ci auguravano 'Baruch HaShem' e dicevano preghiere per noi. Ci siamo sentiti davvero i benvenuti". Alla domanda su come mai l'antisemitismo sia così diffuso nelle comunità musulmane francesi e belghe, dove in molti quartieri gli ebrei non possono nemmeno indossare simboli ebraici identificabili, Chalghoumi dice che i gruppi islamisti, in particolare i Fratelli musulmani, sono stati estremamente attivi nella regione e hanno promosso la loro ideologia, che include idee classicamente antisemite. La Fratellanza musulmana, dice l'imam, ha fatto del conflitto israelo-palestinese "la questione di punta dietro cui unire i musulmani in Francia. Ciò ha permesso al gruppo di raccogliere fondi, in particolare da Turchia, Qatar e Iran, che riversano denaro ai gruppi islamisti in Europa perché finanzino le loro istituzioni. I Fratelli musulmani sono contro gli ebrei e Israele". Averne di leader islamici così, come Chalghoumi.

(Il Foglio, 18 giugno 2019)


Leggi razziali. Il silenzio dei giuristi

di Cesare Rimini

C'è stato nell'Aula Magna del Palazzo di Giustizia un «Incontro di riflessione e di studio» promosso dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Milano. E stato un incontro emozionante. Il tema «Le leggi razziali e l'esclusione dalla professione legale degli avvocati ebrei a Milano». L'aula era strapiena, molta gente in piedi, anche lo spazio fuori dall'aula era gremito di avvocati e giovani studenti. E stato commovente ascoltare gli interventi, primo tra tutti la testimonianza di Liliana Segre, Senatrice a vita, una di quelle che possono dire «io c'ero». E poi magistrati autorevoli. I giuristi hanno ricordato le leggi che ci sono state, gli ebrei che dovevano dichiararsi tali, gli ebrei «discriminati». C'è stato anche il ricordo triste dei grandi giuristi e avvocati di allora, degli autori dei codici e delle leggi che, dall'alto del loro indiscusso sapere, non aprirono bocca. Ci fu una specie di unanimità del silenzio. E allora è bello ricordare che ci fu anche il grande esempio della gente semplice, di quelli che non avevano studiato e che rischiarono la vita per aiutare, con i fatti non con le parole. Così l'impiegato comunale di Gabicce Mare che capì la situazione in cui si trovava mio padre. Gli chiese «Quanti sono quelli che possono avere bisogno di una carta d'identità falsa?». Mio padre gli spiegò che il problema era grande, anche come dimensione. Sei noi Rimini, quattro i Finzi con la nonna Finzi e la zia Maria Cantoni e poi il direttore della ditta di mio padre Vivanti. «Sono brutti cognomi» disse l'impiegato comunale, e aggiunse «Torni tra due giorni» e gli fece trovare le carte d'identità false. Tutti i Rimini divennero Ruini, i Finzi divennero Pranzi, la zia Cantoni divenne Carloni e Vivanti divenne ... Vivaldi. E la fine della storia è che l'impiegato diede una carta senza nome «Una carta in più». «Può sempre trovare un altro che ne ha bisogno. Buon viaggio!».

(Corriere della Sera - Milano, 18 giugno 2019)



Ruth Dureghello confermata alla guida della Comunità Ebraica di Roma

Ha ottenuto il 48% dei consensi con la lista Per Israele: «Felice per la fiducia ci occuperemo delle fasce più deboli e dell'educazione ebraica»

di Ariela Piattelli

 
Ruth Dureghello
ROMA - Con il 48% dei consensi, la lista «Per Israele» guidata dalla presidente Ruth Dureghello si conferma la più votata alle elezioni delle Comunità Ebraica di Roma. In una competizione elettorale che vedeva ben 6 liste candidate, quella della Dureghello raggiunge la maggioranza assoluta in Consiglio, grazie al premio di maggioranza, scattato dopo 45% delle preferenze. «Four more years», scrive ringraziando i suoi elettori su Facebook la presidente, riconfermata alla guida della Comunità ebraica più numerosa di Italia per i prossimi 4 anni.
«E' una grande soddisfazione il riconoscimento del risultato di questi ultimi quattro anni. - commenta Dureghello - Sono felice per la fiducia che gli elettori hanno rinnovato a me e alla mia squadra. Continueremo a rappresentare la Comunità ebraica più antica d'Europa con orgoglio e impegno. Come promesso in campagna elettorale ci occuperemo delle fasce più deboli e dell'educazione ebraica. Vogliamo continuare ad essere con i nostri valori un punto di riferimento per questa città e per questo Paese».
Gli ebrei romani sono andati alle urne domenica 16 giugno, in lizza 136 candidati per 6 liste. Oltre a Per Israele, la lista Menorah con candidato presidente David Barda, schieramento già presente nel precedente governo di coalizione, Dor Va Dor (in ebraico «Di generazione in generazione»), espressione dell'ebraismo libico a Roma, il nuovo gruppo che puntava nel suo programma a volontariato e al culto. Poi la lista Binah is Real, con la candidata presidente Daniela Pavoncello, e infine le nuove «Maghen David», guidata dall'assessore uscente al culto Marco Sed ed «Ebrei per Roma» di Giorgio Heller.

(La Stampa, 17 giugno 2019)



Rav David Sciunnach: «Noi rabbini continuiamo a esserci e a far sentire la nostra voce»

di Rav David Sciunnach*

Insinuazioni, critiche, opposizioni e provocazioni da sempre accompagnano la storia degli esseri umani. La questione è se rispondervi o meno e, nel caso, quando e come. Possibilità entrambe contenute nel Tanakh. Personalmente, credo sia giunto il momento di puntualizzare in maniera molto chiara alcuni fatti e questioni.

                           Rav David Sciunnach                                                  Rav Pierpaolo Punturello
Come tutti, ho letto anche io la melliflua e ormai celeberrima intervista rilasciata tempo fa da Guido Vitale su Ha Keillah, come pure ho letto l'intervento del rabbino Pierpaolo Punturello.
  In particolare, in relazione, al secondo intervento, vorrei ricordare alcuni punti fermi. Quando si fanno dichiarazioni così forti, bisognerebbe quantomeno vivere in un luogo, conoscerlo a menadito, esserci. Non basta esserci stati o essere in contatto, magari anche con molte persone, tramite i social media e il sentito dire: occorre una presenza fisica continuativa, calata nel contesto. In relazione al rabbino Punturello, vorrei ricordare che Rav Laras z'z'l, assieme ai rabbini che con il Maestro collaboravano con regolarità, si spese molto e personalmente per farlo progredire negli studi, in particolare per fargli conseguire il titolo di Maskil per poi studiare presso la yeshivah del rabbino Riskin. Era chiaro che, da parte nostra, espressione del tanto vituperato rabbinato italiano, si trattava, come in altri casi, di un investimento sul futuro delle nostre comunità (peraltro ampiamente autofinanziato proprio dagli introiti di quella kasherut così esecrata), credendo Rav Laras nella pluralità di posizioni in seno all'ebraismo ortodosso. Poi Pierpaolo ha deciso di non rientrare in Italia, di vivere prima in Israele e oggi in Spagna. Scelte rispettabilissime, che in larga misura posso comprendere e condividere. In Israele c'è la continua possibilità di crescere negli studi e si è religiosamente aperti a mille sollecitazioni; non c'è problema alcuno per la crescita ebraica dei figli, cosa fondamentale, come del resto in Spagna, essendoci colà scuole ebraiche. Tornare in Italia, significa spesso servire comunità decentrate, sguarnite di scuole ebraiche (laddove, per 'ebraiche', si intende, in vario modo e con varie declinazioni, 'religiose'); povere nei servizi di kasheruth; in cui l'attività religiosa più frequentata sono i funerali e dove, se c'è un matrimonio, è misto o, se si tratta di nascite, si sollecita una conversione. È troppo facile criticare dal di fuori situazioni di tal fatta, senza 'sporcarsi le mani'. Se il rabbino Punturello desidera davvero aiutare l'ebraismo italiano e il suo rabbinato, che si candidi, come spesso in questi anni ha avuto possibilità, a rabbino-capo di una piccola o media comunità italiana, per aiutarle e per aiutarci, con oneri e onori. Scelta che, tuttavia, non ha fatto, come testimoniato dai fatti e non dai proclami.
  Certamente i rabbini commettono errori, tuttavia i rabbini non sono preti e da noi esiste la libertà personale della singola persona ebrea, espressa in scelte individuali. In moltissime comunità la disaffezione degli iscritti verso la tefillah e la kasheruth è elevatissima, sia per mode intellettuali e ideologico-politiche, sia per diseducazione (e lì possiamo parlare di responsabilità rabbiniche), sia per scelte personali. Quando a tutto ciò si assommano demografie comunitarie con pochi iscritti, spesso mediamente molto in avanti con gli anni, è evidente a tutti che 'il re è nudo': non il rabbinato, che non deve essere un tappabuchi (può esserlo, certo, ma per urgenze, e non in via ordinaria), bensì l'ebraismo italiano. Dopo un'esistenza più che bimillenaria, molte ipoteche gravano sull'ebraismo italiano e sul prosieguo a medio e lungo termine della sua esistenza, per come l'abbiamo conosciuto.
  Ma l'ebraismo italiano, nelle sue dirigenze - e da anni -, questo problema strutturale non vuole affrontarlo, perché ci mette con le spalle al muro, ci carica di angosce, ci obbliga a ripensarci ed è, in definitiva, molto doloroso. Non solo, assumere questa prospettiva, ci mette in rotta di collisione con l'immagine, utile per l'esterno e ammaliante per alcuni all'interno, veicolata istituzionalmente in questi anni da Pagine Ebraiche. Le nostre dirigenze su questo fatto epocale evidente a tutti hanno deciso, per mille motivi, forse anche per 'carità', di mettersi due spesse fette di salame sugli occhi, di non sostare per imboccare un nuovo paradigma programmatico, e di adottare la politica bertiana di 'finchè la barca va…'.
  Vorrei essere molto chiaro: certamente noi rabbini commettiamo errori, purtroppo anche gravi, a cui non sempre è facile rimediare, proprio perché commessi da noi, disattendendo alla fiducia e all'autorevolezza riposte nel ruolo e nella persona del rabbino. Tuttavia, per quello che riguarda le conversioni, mi sono convinto che il problema principale, oltre alla serietà e alla consapevolezza dei candidati, come pure del tribunale rabbinico giudicante, ampiamente dimori nella comunità che dovrebbe accogliere i neofiti.
  Molte nostre Comunità sono purtroppo sovente ebraicamente inospitali: non ci sono servizi di kasherut, ristoranti kasher, tefillot con minian garantito, possibilità serie di studio almeno settimanale, coetanei correligionari da frequentare con simili prospettive e così via. In simili contesti è impossibile - fatte le dovute eccezioni che, come per ogni realtà, esistono - convertire chicchessia, proprio perché la persona è calata in contesti ebraicamente desertici. Infine, sempre riguardo alle conversioni, ricordo che esiste la Conferenza dei Rabbini d'Europa (CER), di cui siamo membri, che cerca di uniformare, fare ordine e dare degli indirizzi condivisi. Ebbene, uno degli orientamenti assunti a maggioranza e vincolante per i vari tribunali rabbinici operanti è quello che fortemente sconsiglia e scoraggia di convertire persone che vivano in contesti lontani da una comunità ebraica, dove per comunità ebraica si intende una comunità che garantisca realmente e operativamente, in via ordinaria e il più possibile quotidiana, - e non sulla carta -, minian, miqveh, talmùd Torah, servizi kasher.
  Rav Laras negli ultimi anni aveva fatto un rapido calcolo delle conversioni operate dal dopoguerra a oggi dai vari tribunali rabbinici esistenti. Si tratta, come lui stesso scrisse pubblicamente, di alcune migliaia. Vorrei ragionare su questo dato. Non esiste al mondo, dati inoltre i numeri relativamente esigui dell'ebraismo italiano anche quando si era in 45.000, altro ebraismo ortodosso che si sia comportato de facto, più che de jure, in questo modo. Siamo stati, cioè, nel bene e nel male, un 'case study'. Molti ritengono, per lo più in buona fede, che, per arginare l'assimilazione e la contrazione demografica, la conversione dei minori sia stata la pratica migliore. Ebbene, dal dopoguerra a oggi, nonostante migliaia di conversioni, siamo calati da 45.000 circa a poco più di 20.000. Dagli attuali 20/25.000 ebrei dimoranti in Italia, bisognerebbe poi sottrarre le migliaia di ebrei esuli da Siria, Libano, Libia e Persia qui pervenuti recentemente.
  Tradotto: il numero degli ebrei di tradizione italiana, nonostante il 'case study' delle conversioni alla nascita, si è dimezzato in qualche decade eminentemente per le scelte di vita, certamente rispettabili ma poco 'ebraiche', dei suoi aderenti. Il largheggiare delle conversioni, cioè, anche dal punto di vista sociologico, non ha per nulla funzionato, con l'effetto deleterio di una tacita accettazione del fenomeno del matrimonio misto in seno alle nostra comunità. Per converso, negli ambienti rabbinici di tutto il mondo ortodosso, dalla Modern Orthodoxy americana al London Beth Din, dagli ambienti sefarditi orientali ai chassidim, sino al Rabbinato di Israele, l'eccessiva pratica conversionistica ha contribuito a erodere enormemente la credibilità del rabbinato italiano. E noi oggi non viviamo più nel 'piccolo mondo antico' dell'ebraismo borghese, emancipato e decadente, magistralmente immortalato da Giorgio Bassani, ma in un mondo assai più ampio, a cui dobbiamo inevitabilmente e giustamente rendere conto.
  Noi non possiamo convertire persone all'ebraismo perché si tratterebbe di una 'sciccheria intellettuale', né perché Woody Allen è ebreo, né perché possediamo il fascino del 'popolo sopravvissuto', né perché si possano esibire ascendenze ebraiche di sorta, né - cosa assai più delicata, rispettabile e seria - per pacificare le tensioni in una famiglia 'mista' o l'identità e il senso di appartenenza di una ragazza o di un ragazzo in crescita, né per stemperare il senso di colpa di chi legittimamente ha fatto delle scelte senza tener conto delle conseguenze. In primo luogo, ciò che conta ed è essenziale è il servizio da tributarsi a Dio onnipotente, che ha scelto Israele come Suo popolo prezioso, sancendo ciò con l'osservanza delle mitzvoth: attaccamento al Popolo Ebraico e a Dio, tefillah, osservanza dello Shabbat e della Kasherut, studio della Torah, questi sono i pilasti richiesti. Si tratta di forme di vita complicate ed esigenti, talora scomode, che richiedono aggregazione sociale, studio, tempo e dedizione, persino una certa tenacia (forma di vita rispetto a cui ognuno, chi più chi meno, è in difetto, con alti e bassi, con contraddizioni persino, ma con questo come fermo ideale). Senza questo è impossibile convertire, perché questo è richiesto.
  Circa l'affaire reform è il caso - e si è in grande e grave ritardo, ed è un errore commesso da tutti noi rabbini italiani - di fare chiarezza su alcuni punti imprescindibili. Il problema, in primo luogo, non è che gli atti religiosi e giuridici dei reform siano o meno riconosciuti dal rabbinato di Israele, né è una questione di potere religioso, e nemmeno il problema dimora nel fatto che i reform siano molto ricettivi nei riguardi di certe istanze comportamentali della più liquida e progressista società americana contemporanea. I problemi sono altri e ben più seri.
  Anzitutto, quando si parla di 'ebrei' reform, occorre fare dei distinguo. Fino al 1983 gli ebrei nati in seno alla Riforma erano halakhicamente ebrei. Nel 1983 da parte loro si è accettata l'ascendenza patrilineare per l'ebraicità dei figli. Conseguentemente, dopo 35 anni, oggi moltissimi iscritti all'ebraismo riformato semplicemente non sono ebrei, secondo i criteri non solo dell'ortodossia - e, almeno sinora, del mondo conservative - ma degli stessi reform sino a pochi decenni fa. Da molto più tempo, invece, sono nulli gli atti 'rabbinici'. Che s'intende? Per un ghet (divorzio), per esempio, è necessario un tribunale rabbinico. Omettendo al momento le posizioni reform circa il divorzio, ricordo, in via generale, che due ebrei (quelli halakhicamente tali) divorziati reform, rimangono tuttavia ebraicamente coniugati per l'ebraismo tradizionale e che, quindi, la donna resta vincolata a suo marito. Conseguentemente, vi sono moltissimi problemi circa lo status dei possibili figli successivamente avuti con un altro uomo, dopo il divorzio invalido. Questi bambini, una volta adulti, ad esempio, non sono coniugabili in alcun modo con altri ebrei in tutto l'ebraismo ortodosso, diasporico o israeliano.
  Ma per quale motivo gli atti rabbinici - e nel caso specifico che solletica tanto gli ebrei italiani, ovvero quello delle conversioni - dei reform sono considerati nulli? È molto semplice, nella sua drammaticità macroscopica: l'ebraismo riformato non vincola, per vari motivi ideologico-teologici, gli ebrei all'osservanza di tutte le mitzvoth, così come la tradizione, dal Talmùd allo Shulchan 'Aruch, le ha interpretate, rese applicabili e sviscerate. Da sempre, l'ebraismo vincola la conversione all'accettazione delle mitzvoth e della loro osservanza: laddove questa non sia richiesta e ritenuta vincolante non c'è conversione di sorta.
  E voi davvero, in scienza e coscienza, volete esporre l'esiguo, attempato e debilitato ebraismo italiano a un bailamme interno di questo genere, con tutte queste inevitabili complicazioni e drammi familiari e comunitari, con tensioni che nemmeno negli Stati Uniti e in Israele, con ben altri numeri, si è riusciti a governare? È senso di responsabilità? Queste delicatissime e spinose faccende, in cui si tratta di sofferte spaccature, ad oggi insanate e insanabili del popolo di Israele, non sono affrontabili con la sciatteria, l'arroganza e l'impreparazione dilettantistica di 'Rav Google', sia che si intraprendano linee inclusive sia nel caso opposto. Occorre ponderazione, senso di realtà e tanto, tanto, tanto studio.
  Sottolineo che la questione dell'osservanza delle mitzvoth e dell'universalismo è esattamente ciò che divise l'ebraismo dal cristianesimo, l'archetipo di ogni riforma ebraica e l'unica davvero riuscita e in qualche modo originale. C'è di più. Recentemente Dana Kaplan, nell'introduzione del suo The New Reform Judaism: Challenges and Reflections, prefatto e postfatto dai Presidenti (quello in carica e quello emerito) del rabbinato reform, ci informa che il movimento reform è una grande, ospitale e inclusiva, 'tenda teologica', dove si è talmente liberali da sostenere che si possa religiosamente sia credere nel Dio di Israele, vivente e operante, sia in una concezione in cui Dio sia unicamente un costrutto o un postulato della ragione (!). Tutto questo è diverso da dire che il Popolo ebraico accoglie nel suo seno sia ebrei religiosi sia ebrei, per mille ragioni, agnostici o atei. È sostenere, invece, da una prospettiva rabbinica istituzionale, che sia valido tutto e il contrario di tutto.
  E allora sì, lo dico molto chiaramente, sono molto più vicini all'ebraismo tradizionale il cristianesimo ortodosso o cattolico e, ancor più, l'Islam, dove almeno in Dio ci credono e molte mitzvòth sono osservate!
  Conclusivamente, dato che tutta questa agitazione è stata avviata dall'ineffabile Guido Vitale e dalle sue considerazioni, rilevo alcune cose. Anzitutto, i rabbini, pur con indubbie mancanze e problemi, restano seguiti da moltissimi (talora persino molte centinaia e anche migliaia) followers sui social media, da facebook a youtube e twitter, ove fanno regolarmente lezione. Per converso, mi risulta che molti insigni rabbini italiani da anni abbiano cessato di contribuire a scrivere su Pagine Ebraiche per le scelte redazionali del direttore, inclusi i rabbini Arbib e Di Segni e il sottoscritto. Ma che dire del mio Maestro, il rabbino Laras, purtroppo agitato indebitamente oggi da taluni post mortem come un santino progressista, i cui interventi sul Corriere della Sera, su Il Foglio e sul Resto del Carlino non venivano mai debitamente segnalati con il giusto e doveroso rilievo, se non, per lo più, attraverso citazioni en passant? E che dire, ancora, del Convegno internazionale di Salerno, di intesa tra il Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia e la CEI, voluto e architettato da Rav Laras e da me presieduto, le cui notizie, pur date, sono state comunicate in sordina, con accenni sporadici e integrando, per esaltarle al meglio, le posizioni all'epoca avversarie? Questo è valso, in maniera diversa, ma analoga, per le posizioni di molti altri contributori del giornale nel corso di questi anni, a seconda, almeno ci è parso, delle esigenze e degli ammiccamenti tenuti all'uopo dal Direttore circa la linea editoriale. Ci vengano almeno risparmiate le sue prediche.
  Pur con tutti i nostri limiti, i nostri errori, le nostre mancanze personali e, a volte, l'impossibilità di fornire una soluzione praticabile ai problemi delle persone, noi rabbini continuiamo a esserci e a far sentire la nostra voce, magari su organi diversi da quelli in cui pare ci vogliano confinare. Possiamo essere stati duri, e talvolta aver mancato nei tempi e nell'esatta forma, purtuttavia siamo esseri umani che comprendiamo il dolore, la sofferenza e le gioie delle persone e, dove possiamo, cerchiamo di aiutare, perché questo è il nostro compito.

* Rav David Sciunnach Presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia
Rabbino Capo di Ancona e delle Marche
Rabbino Capo di Parma
Assistente del Rabbino Capo di Milano

(Bet Magazine Mosaico, 17 giugno 2019)


*
I tre attributi

di Sergio Della Pergola

Mentre seguo sempre con attenzione e affetto le diverse edizioni elettroniche e cartacee di Pagine ebraiche, ritengo doverosa una piccola precisazione ai margini dell'intervento di ieri di rav Pierpaolo Pinhas Punturello. Scrive l'amico Punturello:
«Mi è stato raccontato da alcuni membri della sua famiglia che rav Toaff diceva che per fare i rabbini 'bisogna avere le palle'».
Per dovere di documentazione, Rav Toaff - cui ho avuto l'onore e il piacere di essere molto vicino - non ha mai pronunciato la frase a lui attribuita. La fonte è diversa e me ne assumo l'esclusiva responsabilità. In una conversazione con Rav Punturello (e separatamente con diverse altre persone) io ho detto:
"Per tre attributi si riconosce chi è un grande Rav: un grande cuore, un grande cervello, e due grandi palle".
Questa massima, che vuole echeggiare nello stile il Trattato di Pirke' Avot - aggiungevo - si applica perfettamente all'operato di Rav Toaff - il Suo ricordo sia in benedizione - che molto rimpiangiamo.

(moked, 17 giugno 2019)


L'Iran pressa l'Europa sul nucleare: "Tra 10 giorni supereremo i limiti delle riserve di uranio"

Gran Bretagna: "Pronti a tutte le opzioni"

Le lancette del conto alla rovescia avviato dall'Iran per tornare ad arricchire le proprie riserve di uranio continuano ad andare avanti e la Repubblica Islamica aumenta la pressione sull'Europa, unico partner rimasto, insieme alla Cina e alla Russia, nell'accordo sul nucleare (Jcpoa), dopo l'abbandono voluto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Entro dieci giorni, infatti, l'Iran supererà il limite delle riserve di uranio a basso arricchimento consentiti dall'accordo sul nucleare del 2015, secondo quanto riferito dal portavoce della Agenzia iraniana per l'energia atomica, Behrouz Kamalvandi, durante una visita di giornalisti locali al reattore ad acqua pesante di Arak, mostrata in diretta dalla tv di Stato. Una forzatura, quella di Teheran, che non è stata ben accolta, però, dalla Gran Bretagna che ha dichiarato di essere "pronta a tutte le opzioni" nel caso in cui gli ayatollah decidessero di procedere con l'arricchimento oltre i limiti consentiti dall'accordo.
   "L'Ue ha un tempo limitato per adempiere ai suoi obblighi nel quadro dell'accordo sul nucleare ed è meglio che si assuma le sue responsabilità nel poco tempo rimanente, altrimenti l'intesa crollerà", ha detto il presidente iraniano, Hassan Rohani, incontrando a Teheran il nuovo ambasciatore francese Philippe Thiébaud. "La situazione attuale è molto critica - ha poi aggiunto -e la Francia e gli altri firmatari dell'accordo hanno possibilità molto limitate di svolgere un ruolo storico nel salvare l'accordo. Imporre sanzioni su beni come le medicine e il cibo è disumano e mostra che la guerra economica degli Usa è contro ogni singolo iraniano". Dal canto suo, l'ambasciatore di Parigi ha riconosciuto che finora "l'Iran ha adempiuto a tutti i suoi obblighi nell'ambito dell'accordo" e assicurato che "la Francia non risparmia alcuno sforzo per proteggere l'intesa, che è sostenuta dalla comunità internazionale".
   Anche il capo di stato maggiore delle forze armate di Teheran, il brigadiere generale Mohammad Bagheri, interviene nel dibattito dicendo che "visto che l'Iran è un Paese potente, se dovesse deciderlo potrebbe apertamente e completamente ostacolare le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico. E per farlo non avrebbe bisogno di alcun inganno o segretezza, al contrario dei terroristi americani e dei loro mercenari regionali e internazionali che vogliono destabilizzare il mondo".
   Nel maggio dello scorso anno gli Stati Uniti si sono ritirati dall'intesa (Jcpoa) e da allora la Repubblica Islamica chiede ai Paesi rimasti (Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Cina) di soddisfare le sue richieste in ambito petrolifero e bancario, bilanciando in questo modo gli effetti delle sanzioni ripristinate dall'amministrazione Trump. Gli europei "o non vogliono fare qualcosa o non sono capaci di farla", ha affermato il portavoce dell'Organizzazione iraniana per l'energia atomica, Behrouz Kamalvandi. "Abbiamo quadruplicato il ritmo di arricchimento - ha detto - e accelerato ancora la produzione, quindi in 10 giorni supereremo il limite consentito di 300 chili. Ma c'è ancora tempo, se i Paesi europei agiscono", ha aggiunto.
   Sforare la soglia imposta dall'intesa per Kamalvandi è un "bisogno della nazione". Secondo la sua spiegazione, l'Iran necessita di uranio arricchito al 5% per la sua centrale nucleare di Bushehr, porto nel sud del Paese sul Golfo Persico, e fino al 20% per un reattore a Teheran a scopi di ricerca scientifica. Stando alle prescrizioni dell'accordo sul nucleare del 2015, invece, Teheran può produrre solo uranio a basso arricchimento, cioè entro il limite del 3,67%, e le sue riserve non devono superare la soglia di 202,8 chilogrammi. Finora, la Repubblica islamica ha rispettato questi limiti e gli altri obblighi del Piano d'azione globale congiunto (Jcpoa). "Abbiamo aspettato un anno, era la nostra 'pazienza strategica'", ha detto Kamalvandi
   Lo strappo di Teheran ha in realtà il duplice scopo di chiedere che sia garantito il dividendo economico dell'intesa accettato quattro anni fa in cambio della riduzione del suo programma nucleare e di mettersi al riparo dagli effetti delle sanzioni americane. Nei giorni scorsi il portavoce della diplomazia iraniana, Abbas Mousavi, ha accusato: "Nonostante i tanti discorsi e le dichiarazioni politiche, gli europei non hanno sinora rispettato i loro impegni nel quadro del Jcpoa e quelli annunciati dopo il ritiro illegale degli Stati Uniti dall'intesa".
   Per questo, già l'8 maggio il presidente Rohani aveva lanciato un primo ultimatum di 60 giorni ai partner ancora legati all'accordo sul nucleare iraniano, riscuotendo l'appoggio di Mosca, il grande alleato della Repubblica Islamica nell'area mediorientale, che aveva esortato i Paesi dell'Unione a dimostrare di voler rimanere aggrappati all'intesa: "Ci aspettiamo che anche le nostre controparti mantengano le loro promesse, soprattutto gli europei che si sono offerti volontari per trovare una soluzione al problema causato dagli americani", aveva dichiarato il ministro degli Affari Esteri, Sergej Lavrov.
   Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera dell'Unione europea, ha fatto sapere però che i Paesi Ue non prenderanno decisioni basate sugli annunci delle parti in causa, ma solo in base alle relazioni dell'Agenzia internazionale per l'Energia atomica (Iaea): "Su quella base - ha precisato - per ora l'Iran sta rispettando l'intesa e speriamo continui a farlo in pieno. Il nostro obiettivo è mantenere in piedi l'accordo".
   Gran Bretagna pronta a reagire in caso di violazioni di Teheran
   Le parole del portavoce iraniano hanno provocato la reazione della Gran Bretagna. Il portavoce della premier uscente Theresa May, dopo le forti accuse nei confronti di Teheran dopo l'attacco alle due petroliere nel Golfo dell'Oman, ha fatto sapere di essere "stati chiari nell'esprimere le nostre preoccupazioni. Se l'Iran dovesse cessare di rispettare i suoi impegni, dovremmo valutare tutte le opzioni disponibili". Parole che rischiano di creare una nuova spaccatura tra Iran e 5+1, dopo l'addio voluto da Trump, e che rischiano di compromettere i rapporti con i Paesi europei se non si cercherà subito un punto d'incontro sull'accordo.
   E il ruolo di mediatori potrebbe essere ricoperto proprio dai partner russi che, per bocca di Dmitri Peskov, portavoce di Vladimir Putin, hanno fatto sapere di credere che l'Iran sia il Paese più controllato dalla Iaea e che stia rispettando gli obblighi assunti con il Piano d'azione congiunto globale (Jcpoa): "La più recente ispezione dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica e il relativo rapporto - ha affermato - hanno riconosciuto che l'Iran rispetta pienamente i suoi obblighi. Noi agiamo sulla base di questo".
   Il problema è che, anche sull'episodio delle due navi nel Golfo dell'Oman, il governo Tory si è spostato nettamente sulle posizioni statunitensi, in contraddizione con le reazioni perplesse espresse da altre cancellerie europee rispetto alla accuse Usa all'Iran. Il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, e altri esponenti del Foreign Office hanno definito "quasi certa" o "abbastanza certa" la presunta responsabilità di Teheran nell'attacco alle petroliere, anche se solo per esclusione. Tesi ribadita anche lunedì dal sottosegretario agli Esteri britannico, Harriet Baldwin, al suo arrivo al Consiglio Ue: "Nel fine settimana siamo arrivati alla conclusione che siamo abbastanza certi che" l'attacco alle petroliere "sia stata un'azione dell'Iran. E siamo pronti a fare in modo che questo corridoio marittimo chiave resti aperto al traffico internazionale".
   E contro l'Iran si è scagliato anche il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha chiesto alla comunità internazionale di "imporre immediatamente le sanzioni che erano state concordate in precedenza" se il Paese "dovesse concretizzare le sue attuali minacce e violare l'accordo sul nucleare. In ogni caso, Israele non permetterà a Teheran di ottenere armi nucleari".
   
(il Fatto Quotidiano, 17 giugno 2019)


Nascono le Alture di Trump. Netanyahu intitola all'alleato un insediamento sul Golan

Gli Usa avevano riconosciuto la sovranità di Israele sulla regione. Il piano di pace sarà presentato solo dopo le elezioni di settembre.

di Fabiana Magrì

RAMAT TRUMP (GOLAN) - Non c'è mai stato così tanto traffico oltre il cancello giallo di Bruchim. Una seduta straordinaria del governo israeliano, ad interim in attesa di nuove elezioni a settembre, ha portato nel minuscolo e isolato insediamento sulle Alture del Golan - quindici residenti - il convoglio del premier Benjamin Netanyahu con la moglie Sara, i membri del gabinetto e l'ambasciatore Usa in Israele David Friedman. In una cerimonia definita «gioiosa» dall'ufficio stampa del governo, ieri pomeriggio Bruchim è diventato ufficialmente Ramat Trump (Alture di Trump).
  Il «regalo di compleanno» - così è stato accolto il gesto da parte di Friedman a due giorni dal genetliaco del presidente americano - era stato annunciato lo scorso 23 aprile da Netanyahu, subito dopo il riconoscimento, con un tweet di Trump seguito dal proclama della Casa Bianca il 25 marzo, della sovranità israeliana sul Golan, territorio conquistato alla Siria durante la guerra del 1967.

 La cerimonia
  La cerimonia ha contemplato un coro, discorsi ufficiali, esecuzione di inni e lo svelamento di un enorme cartello con il nuovo nome del posto in ebraico e le bandiere di Israele e Stati Uniti. I residenti delle poche case spartane di Bruchim hanno manifestato tutte le sfumature che vanno dall'entusiasmo allo scetticismo perché non è da oggi che il governo cerca di popolare le Alture del Golan offrendo incentivi a immigrati, per lo più russi, in stato di necessità. lilah Ben Mordechai ha trascorso un anno a Bruchim mentre studiava nella vicina Kiryat Shmona nell'ambito di uno di questi programmi ma ad agosto andrà via. «Per adesso hanno fatto un po' di pulizia e questo è un bene. Servirebbero scuole, trasporti e ospedali ma sono tre cose che, finché ci vivono poche persone, non possono essere avviate. Penso che lo Stato debba investirei più soldi ma la gente sappia che vivere qui ha il suo perché. Per me è stata una bellissima esperienza. Certo, non so se potrei restarci più a lungo perché è decisamente troppo tranquillo».
  Più inflessibile una coppia di anziani coniugi russi di San Pietroburgo che vive qui dal 1992: «Vogliamo che resti un piccolo posto silenzioso, come è adesso. Non ci serve che arrivi altra gente. Non ci serve, e non la vogliamo».

 Pochi abitanti
  Di tutt'altro avviso Ariel Pinto, trasferito quindici anni fa nel Golan dal deserto del Negev, abitante, a un chilometro da Bruchim, dell'insediamento di Kela Alon. Pochi minuti di distanza ma un altro pianeta, fatto di villette e ottanta residenti benestanti. Si aggira per le case di Bruchim prima della cerimonia per raccogliere le firme di chi appoggia il progetto, per poi consegnarle al primo ministro come incoraggiamento ad andare avanti in questa direzione: «È un posto molto piccolo, non c'è nulla, nemmeno un minimarket. Abbiamo bisogno di altra gente. Se arriveranno più persone a vivere qui per la pubblicità del nome di Trump, avremo più servizi».
  In effetti Haim Rokach, presidente del Consiglio regionale del Golan, ha detto a Israel Ha Yom di aver ricevuto centinaia di telefonate, anche da ebrei degli Stati Uniti e del Canada, che dicono di voler immigrare e vivere nella nuova cittadina. Mentre nasceva Ramat Trump, a New York, l'inviato speciale del presidente Usa per i negoziati internazionali, Jason Greenblatt, annunciava che la presentazione dell'atteso Piano di Pace sul Medio Oriente potrebbe slittare a fine novembre, dopo le elezioni in Israele di settembre.

(La Stampa, 17 giugno 2019)


Quel silenzio sui cristiani palestinesi

I media occidentali che ignorano le persecuzioni dei cristiani, se non c'è Israele da incolpare. Sono perseguitati dai musulmani, non da Israele. Per cui niente notizia.

Scrive il Jerusalem Post (3/6)

Recentemente si sono verificati tre gravi eventi che riguardano i cristiani nei territori governati dall'Autorità palestinese, ma non hanno fatto notizia perché non sono collegati a Israele", scrive Edy Cohen. "Lo scorso 25 aprile, gli abitanti terrorizzati del villaggio cristiano di Jifna, vicino a Ramallah, hanno chiesto all'Autorità palestinese di proteggerli dopo che erano stati aggrediti da musulmani armati. La violenza è scoppiata quando una donna del villaggio ha presentato denuncia alla polizia dell'Autorità palestinese a carico del figlio di un importante notabile affiliato a Fatah, accusandolo d'aver attaccato la sua famiglia. Per tutta risposta sono arrivate nel villaggio decine di uomini armati di Fatah che hanno sparato in aria centinaia di proiettili e lanciato bombe incendiarie, urlando imprecazioni e causando seri danni ai beni pubblici. E' un miracolo che non ci siano stati né morti né feriti. Nonostante le richieste d'aiuto degli abitanti, la polizia dell'Autorità palestinese non è intervenuta durante la scorreria, che è durata per ore. Non è stato arrestato nessun sospetto. E' interessante notare che gli aggressori hanno ingiunto ai residenti di pagare la jizya, la tassa pro capite storicamente imposta alle minoranze non musulmane sotto dominio islamico.
   Le più recenti vittime della jizya sono state le comunità cristiane in Iraq e Siria sotto lo Stato islamico (Isis). Il secondo incidente è avvenuto la notte del 13 maggio. Dei vandali hanno fatto irruzione in una chiesa della comunità maronita nel centro di Betlemme, profanandola e rubando costose attrezzature di proprietà della chiesa, incluse le telecamere di sicurezza. Tre giorni dopo è stata la volta di una chiesa anglicana nel villaggio di Aboud, a ovest di Ramallah. I teppisti hanno tagliato la recinzione e hanno fatto irruzione rompendo le finestre della chiesa. Anche qui hanno profanato e rubato una grande quantità di attrezzature. Come nei due precedenti incidenti, non è stato arrestato nessun sospetto. Secondo la sua pagina Facebook, questa è la sesta volta che la chiesa maronita di Betlemme subisce atti di vandalismo e furto, compreso un incendio doloso nel 2015 che causò danni considerevoli e costrinse la chiesa a restare chiusa per un lungo periodo.
   Tuttavia, benché il 24 dicembre 2018 il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen fosse presente alla cerimonia di riapertura della chiesa dopo la ristrutturazione, l'incendio doloso e gli altri atti di teppismo e vandalismo avvenuti nel corso degli anni non hanno ricevuto alcuna copertura nei mass media palestinesi. In molti casi è stato anzi imposto l'ordine di tacere completamente i fatti. I cristiani dei territori governati dall'Autorità palestinese evitano di dirlo pubblicamente, ma molti di loro temono, con buone ragioni, che le aggressioni dei musulmani contro di loro possano solo peggiorare. E queste paure sono tanto più forti alla luce dell'assordante silenzio dei mass media occidentali rispetto alla progressiva scomparsa della minoranza cristiana da queste terre e dalle terre islamiche in generale: in stridente contrasto con la crescita, la prosperità e la crescente integrazione della comunità cristiana all'interno di Israele".

(Il Foglio, 17 giugno 2019)


Petroliere colpite, Riad accusa l'Iran: "Responsabile degli attentati"

Il principe saudita Bin Salman si schiera con gli Stati Uniti: «Non vogliamo guerre, ma difenderemo i nostri interessi».

di Giordano Stabile

 
La petroliera Kokuka Courageous danneggiata da mine magnetiche
L'Arabia Saudita si schiera a fianco dell'America e accusa l'Iran di essere responsabile degli attacchi alle petroliere nel golfo dell'Oman. Lo fa con l'uomo forte del regno, il principe ereditario Mohammed Bin Salman, che però precisa di «non volere una guerra».
   La linea rossa, sottolineata anche dal segretario di Stato americano Mike Pompeo, è la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, l'obiettivo di quello che sembra sempre più un attacco dimostrativo per mettere in evidenza quanto sia fragile l'arteria energetica del mondo, e quali rischi correrebbe l'economia globale in caso di attacco alla Repubblica islamica.
   Sono da inquadrare in questo contesto le dichiarazioni del principe al quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat, da sempre vicino alla casa reale saudita. Mbs sottolinea come «il regime iraniano non ha rispettato la presenza del primo ministro giapponese Shinzo Abe a Teheran e ha risposto ai suoi sforzi diplomatici attaccando una sua petroliera». Poi ha avvertito: «Non vogliamo una guerra nella regione. Ma non esiteremo a fronteggiare alcuna minaccia per il nostro popolo, la nostra sovranità, la nostra integrità territoriale e i nostri interessi vitali». Soprattutto il regolare flusso delle esportazioni di petrolio, che la comunità internazionale deve proteggere con «una presa di posizione decisa».
   Concetto ribadito dal ministro dell'Energia Khalid al-Falih che ha chiesto una «risposta rapida alle minacce» per garantire «la stabilità dei mercati e la fiducia dei consumatori». Gli attacchi, con esplosivi posti sopra la linea di galleggiamento delle navi, erano mirati a non fare vittime, né a causare un'onda nera sulle coste. Ma piuttosto a esporre le fragilità dei Paesi del Golfo che dipendono dalla strozzatura di Hormuz, dove passa un quinto del petrolio prodotto al mondo e un terzo di quello esportato via mare. È una partita anche psicologica e subito Pompeo ha rassicurato gli alleati e ribadito che gli Stati Uniti garantiranno «la libertà di navigazione nello Stretto, una sfida internazionale, decisiva per l'intero globo: intraprenderemo tutte le azioni necessarie, diplomatiche e di altro tipo».
   Come già durante la guerra Iran-Iran negli anni Ottanta e poi ancora nel 2008, lo Stretto di Hormuz è al centro del braccio di ferro. Lo scorso febbraio il comandante dei Pasdaran Mohammad Ali Jafari ha avvertito che i suoi uomini erano in grado di bloccarlo «facilmente e per un tempo illimitato». Finché l'Iran può esportare il suo petrolio, ha precisato, «la via d'acqua rimarrà aperta», ma se l'Iran non potrà più vendere il suo greggio, allora «non potranno farlo neanche gli altri», cioè Arabia Saudita ed Emirati Arabi. I due Paesi dove si erano rifornite le navi attaccate giovedì e le altre quattro sabotare lo scorso 12 maggio. Il prezzo del petrolio è nel frattempo salito del 4 per cento mentre il costo delle assicurazioni per i mercantili diretti del Golfo è schizzato del 10 per cento.
   Per inchiodare l'Iran serviranno però prove più convincenti. La giapponese Kokuta Courageous è arrivata nel porto emiratino di Sharjah, dove potrà essere esaminata. La norvegese Front Altair è ancora al largo dell'Iran, abbandonata, anche se l'incendio è stato domato. Finora, a parte Riad, soltanto Londra si è schierata senza remore con gli Usa. Il ministro della Difesa Jeremy Hunt ha detto che l'intelligence è «quasi sicura» che il responsabile sia Teheran e che «nessun altro avrebbe potuto farlo», anche perché si è trattato di un'azione da commando delle forze speciali di qualche esercito ben addestrato ed equipaggiato, fuori dalla portata di gruppi terroristici. Gli altri Paesi europei sono più prudenti. Per la Germania il video mostrato dagli americani venerdì «non è sufficiente», mentre il Segretario generale dell'Onu Antonio Guterres ha invitato a una «inchiesta internazionale».
   
(La Stampa, 17 giugno 2019)


Gli ebrei in fuga sulla Saint Louis

Lettera a "il Giornale"

Un lettore ha citato la vicenda del transatlantico «Saint Louis» paragonandola ad accadimenti attuali. Ma la storia è molto diversa e vale la pena di riassumerla. La nave, comandata da Gustav Schröder, partita da Amburgo, attraccò a Cuba il 13 maggio 1939, con il suo carico di 936 rifugiati ebrei che fuggivano dalla Germania e dalle leggi razziali di Hitler. A L'Avana si consumò un dramma fatto di burocrazia e corruzione. Ai passeggeri vennero chiesti 500 dollari di visto da rifugiati, ma la maggioranza di loro non possedeva quella somma. Il direttore dell'Immigrazione, Manuel Benitez, sfruttando momentaneamente una lacuna dei regolamenti, riuscì a vendere alcuni permessi di sbarco riservati ai turisti a 150 dollari. Fu così che 29 persone riuscirono a sbarcare. Il comandante Schröder, tedesco anti-razzista, fece di tutto per assicurare un trattamento dignitoso ai passeggeri, tra i quali molti bambini. Vista la situazione cubana (a L'Avana molti non volevano che venisse concessa ospitalità agli ebrei), il capitano della nave negoziò per cercare di portare i rifugiati in un posto sicuro. Valutò persino di incagliare la nave sulla costa inglese per forzare la Gran Bretagna ad accogliere i passeggeri. Inoltre, rifiutò di tornare in Germania sino a quando tutti gli ospiti fossero al sicuro.
Tornata in Europa, la Saint Louis attraccò ad Anversa dove furono sbarcati 288 passeggeri che, tramite altri piroscafi, proseguirono per l'Inghilterra che si era offerta di ospitarli. Dei rimanenti passeggeri, 224 furono accettati dalla Francia, 214 dal Belgio e 181 dai Paesi Bassi. In quel momento sembrava che tutti ormai fossero al sicuro. Quando la Germania iniziò l'invasione dell'Europa occidentale, il 10 maggio 1940, soltanto 87 ex passeggeri del transatlantico Saint Louis erano riusciti nel frattempo ad emigrare in Paesi extra europei sicuri. Fra coloro che rimasero in Europa, 254 morirono durante l'Olocausto quasi tutti nei campi di sterminio di Auschwitz e Sobibor. Dei passeggeri della Saint Louis, 365 sopravvissero alla guerra, Nel 1993 Gustav Schröder fu nominato «Giusto tra le Nazioni» al memoriale dell'Olocausto a Gerusalemme.
Gabriele Suardi Bergamo

(il Giornale, 17 giugno 2019)


In arrivo la terza serie di 'Fauda' ambientata a Gaza

 
Fauda
Supervista e molto apprezzata, si appresta ad arrivare sul piccolo schermo la terza serie di 'Fauda', action movie incentrata sulle operazioni sotto copertura di una unità d'elite israeliana che ha avuto grande successo su Netflix. Ma questa volta lo scenario non sarà la Cisgiordania - teatro principale delle prime due serie - bensì Gaza con la quale Israele ha avuto tre guerre. Nell'enclave palestinese governata da Hamas - gli autori di 'Fauda', il giornalista Avi Issacharoff e l'attore Lior Raz - hanno immaginato una missione al limite dell'impossibile per Doron, ruolo chiave della fiction, interpretato dallo stesso Raz. Il suo compito - hanno rivelato i media - sarà quello di infiltrarsi nei vertici di Hamas sotto le spoglie di un istruttore di boxe palestinese.
   La serie - che in Israele è uscita sempre sulla piattaforma Yes - è tutta incentrata sul conflitto e prende spunto dalle imprese dei cosiddetti 'Mistaravim', gruppo speciale delle Forze di difesa israeliane che agisce appunto 'come gli arabi'. I suoi soldati parlano perfettamente la lingua e i dialetti, conoscono le usanze, le regole religiose, la struttura sociale e la politica della parte palestinese. Non a caso, in 'Fauda' i dialoghi sono sia in ebraico sia in arabo proprio a rafforzare questa doppia scena degli eventi. I 'Mistaravim' del plot sono una delle unità più segrete di Israele e i nomi dei suoi componenti non sono mai stati rivelati. 'Fauda' - che in arabo vuol dire 'Caos' - è la parola d'ordine usata dai componenti del gruppo quando le missioni volgono al peggio.
   La fiction è stata criticata da chi l'ha accusata di rappresentare il punto di vista israeliano sul conflitto, ma gli autori non la pensano allo stesso modo. "La scrittura teatrale - ha detto di recente Issacharoff - ti consente di dare qualcosa che il giornalismo è meno in grado di offrire. Puoi andare dentro i personaggi e le loro vite o comprendere le loro azioni, immaginando cosa abbia cambiato la loro mente o quali relazioni abbiano con la moglie, i figli o il padre. Per questo è grande immergersi nei personaggi: quello di un soldato sotto copertura e al tempo stesso quello del figlio di un terrorista". Non potendo andare, per ovvi motivi, a Gaza, la fiction è stata in parte girata a Tel Aviv e in particolare in uno dei luoghi meno conosciuti della città. Sotto l'edifico che oggi ospita il Centro Rabin ci sono i resti infatti di un centrale elettrica segreta costruita negli anni 1954-56 nell'eventualità che un bombardamento arabo potesse colpire quella principale, Reading, affacciata sul mare. In caso, avrebbe anche potuto fungere da rifugio atomico del governo in caso di attacco con armi non convenzionali. In questo enorme spazio di 12 mila metri quadrati, con una profondità di 30metri, è stata ricostruita una base ultra segreta di Hamas. Quella dove Doron dovrà cercare di arrivare.

(Shalom, 16 giugno 2019)


Ebrei e denaro, lo stereotipo demolito

di Rachel Silvera

FERRARA - Gli ebrei del Medioevo erano tutti usurai? Mai uno stereotipo è stato più fuorviante e storicamente inattendibile, soprattutto in un periodo tanto stratificato e complesso. A gettare nuova luce e fornire una inedita chiave di lettura documentale, lo storico Giacomo Todeschini che ha presentato il volume "Gli ebrei nell'Italia medievale" (Carocci editore) al Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara, scatenando un vivace scambio di idee con Anna Esposito, già docente di Storia medievale alla Sapienza Università di Roma. "Il tema del rapporto tra ebrei e denaro è di cruciale importanza - ha introdotto il direttore del Meis Simonetta Della Seta - e non a caso è attualmente protagonista di una mostra al Museo ebraico di Londra. Trovo molto giusto che vengano allestite questo genere di esposizioni, solo all'apparenza provocatorie, ma che attraverso l'esperienza, la storia e la cultura smontano i pregiudizi".
Il libro di Todeschini, ha proseguito la professoressa Esposito, è centrale per lo studio non solo della storia ebraica italiana ma della storia italiana: "Se ne sentiva la mancanza". Del resto la storia italiana è fittamente intrecciata con quella ebraica, come dimostra il percorso espositivo del Meis. "L'idea del volume - ha concluso Esposito - capovolge completamente la visione dell'Italia medievale compattata dal cristianesimo. In realtà la situazione era molto più frammentaria". Frammentaria e soprattutto complessa spiega Todeschini che vuole dimostrare la vera identità degli ebrei dell'Alto e Basso Medioevo. "Primo mito da sfatare, - illustra l'autore - gli ebrei non facevano i prestatori di denaro perché i cristiani non potevano toccarlo o gestire transazioni. Anzi i cristiani lo facevano eccome, non per niente il diritto canonico prevedeva punizioni come la scomunica. Secondo stereotipo: gli ebrei non erano tutti usurai, ma tintori, falegnami, lavoratori del corallo". Ma non solo, ci sono altri grandi temi che vengono approfonditi: quello della cittadinanza ("Gli ebrei avevano una posizione molto ambigua e non collocabile chiaramente e non avevano accesso alle cariche pubbliche" precisa Esposito) e la concezione del denaro che cambia radicalmente nella visione cristiana e in quella ebraica del tempo. Todeschini spiega: "Per i cristiani esisteva una dualità del denaro, quello astratto e quello concreto. Mentre gli ebrei lo concepivano solo nella sua concretezza e questo non costituiva problemi". L'alta finanza, quella del denaro virtuale, è in definitiva di appannaggio tipicamente cristiano. Come concludere? I relatori concordano: l'ebreo del Medioevo non poteva che vivere in maniera precaria, "una normalità a rischio" dove si susseguivano periodi con qualche tutela in più e protezione e altri durante i quali il trattamento ambiguo degli strati alti della società li metteva in pericolo e diffondeva i germi di un pregiudizio che va smontato storicamente.

(moked, 16 giugno 2019)


Una giusta provocazione

di Rav Pierpaolo Pinhas Punturello

Ho trovato l'intervista di Guido Vitale ad Ha Keillah molto interessante, con una giusta provocazione sul ruolo, la percezione e l'incisività del rabbinato italiano. Il direttore Vitale ha lanciato una pietra nello stagno. Il problema è che non è più uno stagno, ma una palude.
   Perché il rabbinato italiano ha un serio problema di autorevolezza. Il re è nudo, anche se non ce lo vogliamo dire. Le energie dei miei colleghi sono oggi dedicate principalmente al tema della Casherut, dove c'è un ritorno economico anche legittimo ma senza benefici effettivi per le singole Comunità, benefici come la distribuzione di prodotti kasher controllati in Italia alle comunità italiane al prezzo di costo, o un controllo incrociato tra i prodotti esportati con timbro di kasherut e gli stessi che rimangono sul mercato italiano, senza timbro, ma ugualmente kasher.
   Per non parlare dell'uso improprio dell'autorità rabbinica nei processi di conversione, con rabbini che quando perdono contatto con la base molto spesso favoriscono ghiur finalizzati a crearsi degli spazi di fedeltà assoluta: il gher ha il grande vantaggio di essere un presenza "facile" nella vita comunitaria, molto più facile di un tiepido iscritto da coinvolgere nelle attività della locale comunità ebraica.
   L'Italia ebraica è oggi composta da tante isole, con un rabbinato coeso solo quando si tratta di difendere alcune posizioni di potere. Manca del tutto una visione ebraica ampia, mancano progetti rivolti al futuro. È una situazione angosciante.
   Anche gli sforzi profusi per riscoprire l'ebraismo nell'Italia meridionale sono del tutto evanescenti: parliamoci chiaro, il Progetto Sud non esiste più. Ed è folle la gestione dei rapporti con realtà ebraiche non ortodosse. Tenendo fermi i principi della Halakhah, che non possono essere messi in discussione, non vedo cosa dovrebbe impedirmi di parlare, sedermi a un tavolo, riflettere su una visione comune con esponenti di altre correnti ebraiche. Parliamo con preti e vescovi, andiamo a casa dai papi e non possiamo confrontarci con degli ebrei reform? A me tutto ciò pare un po' assurdo…
   È arrivato il momento che l'UCEI abbia il coraggio di aprire spazi di incontro anche ai reform. La parola chiave è consapevolezza: consapevolezza dei limiti, ma anche del potenziale. Bisogna lavorare su quel che c'è. Ma serve una visione diversa, in un'Italia ebraica dove quattro matrimoni su cinque sono oggi unioni miste. L'approccio tenuto finora è del tutto sbagliato. Mi è stato raccontato da alcuni membri della sua famiglia che rav Toaff diceva che per fare i rabbini "bisogna avere le palle". Chiedo scusa per le parole non politicamente corrette, ma consapevolezza significa anche avere il coraggio di posizioni scomode e non sempre politicamente corrette se sono per il bene di Am Israel.

(moked, 16 giugno 2019)


In Israele torna la magia delle melodie andaluse

La musica al servizio della fratellanza

 
SAN GIOVANNI D'ACRI - La magia delle melodie andaluse è tornata a diffondersi fra le mura di San Giovanni d'Acri (Akko), una città che per secoli ha rappresentato un importante crocevia di culture mediterranee e che in questi giorni ha ospitato la seconda edizione del festival internazionale 'Arabesque'. Vi hanno preso parte artisti e orchestre ritenuti in prima linea nelle esecuzioni di musica classica araba e di quella andalusa: ebrei ed arabi, israeliani e palestinesi. Salutando il pubblico stipato in un cortile a cielo aperto fra le Sale dei Cavalieri Crociati, a pochi passi dalla maestosa moschea al-Jazzar, il sindaco Shimon Lankri ha ribadito che l'obiettivo di manifestazioni come quella "è di rafforzare la solidarietà fra le persone e fra le diverse religioni". Il festival, spiega il direttore artistico Tom Cohen, punta a far comprendere che, al di là del conflitto politico, una parte significativa di Israele condivide col mondo arabo "la stessa cultura, lo stesso cibo, la stessa musica".

(La Sicilia, 16 giugno 2019)


Israele-Libano. Si avvicina la pace del gas

di Giordano Stabile

Fra Hezbollah e Israele soffiano venti di guerra e la retorica bellica va a mille, ma intanto il governo libanese e quello israeliano hanno fatto un passo in avanti storico e accettato la mediazione Usa per risolvere la settantennale disputa sui confini marittimi e terrestri. Rappresentanti dei due Paesi si vedranno a Naqura, vicino alla frontiera dove ha sede il quartiere generale della missione Unifil. Sarà un tavolo tripartito, con la partecipazione dei mediatori Usa. Sembra una replica delle riunioni a tre fra ufficiali israeliani, libanesi e delle Nazioni Unite che da 13 anni contribuiscono a evitare un altro conflitto.
   La formula è stata proposta dall'inviato americano David Satterfield, già ambasciatore a Beirut negli anni della guerra civile, un diplomatico che conosce tutte le sottigliezze del Medio Oriente e parla un ottimo arabo. La spola di Satterfield fra Gerusalemme e Beirut va avanti da mesi. I colloqui dovranno risolvere i disaccordi su 13 punti del confine, comprese le «fattorie di Sheba» al centro di mille conflitti. Ma il punto cruciale riguarda la frontiera marittima, perché corre su giacimenti di gas che entrambe le nazioni vogliono sfruttare. Israele già produce e fra poco esporterà gas, da piattaforme al largo delle sue coste meridionali. Il bacino a Nord lo trasformerebbe in una piccola potenza degli idrocarburi. Ma per il libano, alle prese con una cronica scarsità di elettricità, il metano sarebbe una manna, anche per le casse dello Stato. L'incentivo è quindi fortissimo a mettersi d'accordo. Ed è pure nell'interesse di Hezbollah. I servizi israeliani hanno rivelato che i trasferimenti finanziari dall'Iran, causa sanzioni, sono crollati da un miliardo a 600 milioni di dollari. La manna del gas potrebbe riversarsi anche nelle casse del Partito di Dio e risolvere il problema.
   A questo punto una nuova guerra diventerebbe meno probabile. I miliziani hanno perso una delle loro carte strategiche con la distruzione da parte israeliana di 6 tunnel che sbucavano nel territorio dello stato ebraico e avrebbero permesso attacchi a sorpresa. Dispone ancora di decine di migliaia di razzi e missili, ma in caso di conflitto andrebbero in fumo anche i miliardi promessi dall'estrazione del metano.

(La Stampa, 16 giugno 2019)


Trump, Israele e il fattore Iran

di Alessandro Orsini

Trump si accinge a rendere pubblico il piano di pace per la Palestina. Aveva scelto di attendere che Netanyahu, suo alleato strategico, vincesse le elezioni per non costringerlo ad affrontare un tema così spinoso in campagna elettorale. Non tutto però è andato secondo le attese. Netanyahu ha vinto, ma non è riuscito a mettere insieme una coalizione per governare e presto si tornerà a votare. Il risultato è che Trump, a furia di rimandare la presentazione del piano di pace per favorire Netanyahu, non ha fatto ancora niente in favore dei palestinesi. Anzi, riconoscendo Gerusalemme quale capitale d'Israele, ha peggiorato la loro situazione. È infatti diritto degli israeliani e dei palestinesi avere la propria capitale a Gerusalemme, ma Trump si è affrettato a riconoscere soltanto il diritto d'Israele. Non proprio un esempio d'imparzialità. Ecco perché il piano di pace è tanto atteso dagli ottimisti che, ancora una volta, resteranno delusi. Vi sono infatti due modi di concepire il conflitto israelo-palestinese. Il primo è ingenuo e il secondo è realistico. Dal punto di vista ingenuo, gli Stati Uniti hanno il potere di decidere la dinamica del conflitto e allora basterebbe la buona volontà di Trump per rianimare il processo di pace. Dal punto di vista realistico, invece, il conflitto è dominato dai rapporti tra Iran e Israele. Ciò accade perché i veri protagonisti di un conflitto non sono coloro che appaiono più spesso in televisione, come Trump, bensì coloro che possono usare le armi per uccidere. Israele non ha niente da temere dalle armi degli amici americani o dei deboli palestinesi. Deve però temere le armi dell'Iran. Il che significa che, fino a quando l'Iran avrà pessimi rapporti con Israele, non nascerà uno Stato di Palestina sovrano e indipendente con capitale a Gerusalemme est perché un simile Stato sarebbe abitato da Hamas e dalla Jihad Islamica che ricevono le armi dall'Iran per combattere contro Israele. Netanyahu, consentendo la nascita di uno Stato di Palestina, consentirebbe all'Iran di penetrare strategicamente a Gerusalemme Est per il tramite dei suoi alleati palestinesi, Hamas e Jihad Islamica. Siccome Trump ha un'alleanza di ferro con Netanyahu, opera per deteriorare i rapporti con l'Iran. Se infatti i rapporti tra Iran e Stati Uniti peggiorano, anche quelli tra Iran e Israele precipiteranno perché Netanyahu ha un interesse a cogliere tutte le occasioni per lasciare immutata la situazione attuale, in cui è dominante. Detto più semplicemente, la dinamica internazionale del conflitto è la seguente: cattivi rapporti tra Iran e Israele causano cattivi rapporti tra Israele e i movimenti palestinesi che causano cattivi rapporti tra Israele e l'Iran in una catena senza fine. Netanyahu vuole essere in cattivi rapporti con l'Iran ed è grato a Trump di deteriorarli.
   Nessuno Stato sceglie di spogliarsi di un territorio strategico su cui esercita il dominio, a meno che non sia costretto a farlo da un altro Stato con la forza o sotto la minaccia della forza. Netanyahu intende continuare a dominare i territori palestinesi perché non esiste alcuno Stato che possa attaccare Israele. Non di certo la Siria, l'acerrimo nemico ridotto in macerie. La condizione ideale, per Netanyahu, è che tutto resti com'è e questo richiede che i rapporti con l'Iran restino come sono e cioè pessimi. Ciò aiuta a comprendere perché Netanyahu scatenò una lotta furibonda contro Obama. Migliorando i rapporti con l'Iran, Obama avrebbe reso più arduo giustificare l'occupazione dei territori palestinesi. Obama, che voleva la pace, perseguiva la pacificazione con l'Iran; Trump opera per peggiorare i rapporti con l'Iran perché reputa che il suo legame strategico con Netanyahu sia più importante del diritto dei palestinesi ad avere uno Stato. Promuovendo, nello stesso tempo, un piano di pace e lo scontro con l'Iran, Trump mantiene viva la dinamica internazionale del conflitto e i territori palestinesi rimangono occupati. La questione israelo-palestinese è diventata un sotto-conflitto del più ampio conflitto tra Iran e Israele. Ogni colpo sparato nello stretto di Hormuz, dove si sta aprendo un nuovo fronte tra Iran e Stati Uniti, è un colpo sparato contro la pace in Palestina.

(Il Messaggero, 16 giugno 2019)


Pacifici: «Io commendatore come nonno Riccardo ucciso a Auschwitz»

Pacifici: questa onorificenza è un risarcimento a lui. «Il cardinale di Genova, Pietro Boetto, gli aveva procurato un passaporto. ma lui restò fin all'ultimo al suo posto»

di Paolo Conti

                          Riccardo Pacifici                                                   Riccardo Pacifici (1904-1943)
«Questa onorificenza che il capo dello Stato ha voluto concedermi mi onora moltissimo. E mi commuove anche perché rappresenta, ai miei occhi, un risarcimento dello Stato italiano nei confronti di mio nonno Riccardo, rabbino capo di Genova, che fu nominato da Vittorio Emanuele III Cavaliere della Corona d'Italia e poi, con le leggi razziste, perse i diritti civili e venne privato anche di quell'onorificenza... Infine fu prima torturato e poi trucidato ad Auschwitz. Anche mia nonna Wanda morì lì».

 La nomina di Mattarella
  Riccardo Pacifici, esponente di spicco della comunità ebraica italiana, è stato nominato dal capo dello Stato Sergio Mattarella Commendatore dell'ordine al Merito della Repubblica italiana. Pacifici è stato presidente della Comunità ebraica romana dal 2008 al 2015, fondò da ragazzo — con Dario Coen e Maurizio Molinari — il Movimento culturale studenti ebrei. Negli anni ha strenuamente difeso i diritti e le ragioni dell'ebraismo italiano favorendo il dialogo culturale, sociale e interreligioso. Oggi è nell'Executive board dell'Israeli Jewish Congress, ed è nel collegio della Fondazione Museo della Shoah. Una vita di impegni molto densi, ecco la ragione della nomina: «L'idea originaria fu dell'allora sottosegretario Maria Elena Boschi. L'iter si è concluso con la firma del presidente Mattarella e dell'attuale presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Mi piace che sia una iniziativa bipartisan... Ma per me, ripeto, è un simbolo legato a mio nonno Riccardo».

 Cavaliere della Corona
  La storia del rabbino Riccardo Pacifici è un capitolo dell'ebraismo italiano. Nato a Firenze del 1904, si laureò in Lettere nel 1926 e nel 1927 diventò rabbino maggiore al Collegio Rabbinico di Firenze. Fu vicerabbino a Venezia e poi fu proprio Benito Mussolini, racconta ora il nipote omonimo, a favorire il suo incarico a Rodi per dirigere il Collegio rabbinico: «Ai tempi l'isola greca era un colonia italiana e occorreva "italianizzare" anche la comunità ebraica. Samuel Modiano fu un allievo di mio nonno. Risale a quel periodo, credo fosse il 1934, la nomina a Cavaliere della Corona d'Italia. Ricordo che mio padre Emanuele, in casa, teneva all'ingresso tre documenti affissi alle pareti: la laurea di nonno, la sua nomina a Rabbino e quella a Cavaliere del Regno firmata da Vittorio Emanuele III. Lo stesso re che avrebbe sottoscritto l'ignominia delle leggi razziste, è bene definirle così e non "razziali", nel 1938».

 Capo rabbino a Genova
  Il rabbino Riccardo Pacifici poi lasciò Rodi per assumere il compito di capo rabbino a Genova nel 1936. Due anni dopo le leggi razziste e l'azione di Riccardo Pacifici, onorato oggi come un eroe dalla comunità ebraica di Genova: favorì da quel porto l'esodo verso l'America del Nord e del Sud di circa 5.000 ebrei grazie al sostegno del Delasem, Delegazione per l'assistenza degli emigranti ebrei, l'organizzazione di resistenza ebraica che operò tra il 1939 e il 1947. Riccardo Pacifici riuscì anche a riorganizzare rapidamente un sistema di istruzione per i bambini e i ragazzi ebrei espulsi dalle scuole pubbliche. Dopo l'8 settembre molti lo implorarono di mettersi in salvo ma Pacifici, che riuscì a mettere in salvo i figli, non volle lasciare la sua gente. Ricorda il nipote: «Il cardinale di Genova, Pietro Boetto, gli aveva procurato un passaporto, documento rarissimo ai tempi per un ebreo. Ma mio nonno restò fino all'ultimo al suo posto». Venne arrestato dalla Gestapo e deportato a Auschwitz dove morì nel dicembre del 1943. Oggi, simbolicamente, l'onorificenza negata dalle leggi del 1938 va a un altro Riccardo Pacifici, suo nipote.

(Corriere della Sera, 16 giugno 2019)



Intervista a Riccardo Pacifici

Radio Radicale, 14 giugno 2019




Vittorio Emanuele III e l'ebreo Theodor Herzl

Lettera a "il Giornale"

Nato a Budapest da una famiglia ebraica, Theodor Herzl, il padre fondatore dell'attuale Stato di Israele, intraprese la carriera di giornalista e in tale veste si trovava a Parigi all'epoca del processo Dreyfus, il capitano di stato maggiore francese coinvolto in un affaire di spionaggio a favore della Germania, inizialmente condannato all'ergastolo all'Île-du-Diable, e poi riabilitato grazie a Émile Zola e al suo celebre J'accuse, lettera aperta al presidente della Repubblica francese Félix Faure. In quel periodo Herzl iniziò ad avvertire la vocazione all'ebraismo, e si chiese perché gli ebrei da duemila anni non potessero avere una loro patria. Si rivolse ai sovrani e potenti, dai quali ebbe risposte di scherno e di disprezzo. Pio X gli rispose: «Siccome gli ebrei non hanno riconosciuto il Messia in Gesù Cristo, non hanno diritto ad avere una patria». Né l'imperatore d'Austria, né il re di Prussia, né l'ormai quasi morente regina Vittoria, men che meno il «piccolo padre» lo Zar di tutte le Russie e il sultano turco, sotto il cui dominio si trovava il territorio oggi diviso tra Israele e Palestina, lo presero sul serio. Soltanto il giovane Re Vittorio Emanuele III, ricevendolo lo ascoltò e gli disse: «Quella terra mi dà tutta l'impressione di essere adatta a voi ebrei. Se lei mi trova 300mila ebrei disposti a recarvisi, io sono pronto ad aiutarla». Una risposta del genere dovette provocare un collasso al cuore già provato di Herzl. Qualche giorno dopo fu colpito da ictus.

Mario s. Manca
Villahermosa (Milano)



Bufera al museo ebraico di Berlino: salta il direttore

 
Peter Schaefer
Getta la spugna e annuncia le sue dimissioni il direttore del museo ebraico di Berlino. Sullo sfondo un tweet controverso su Israele partito dall'account ufficiale dello Judisches museum. Talmente controverso da provocare una reazione a catena cominciata con il licenziamento dell'autrice del messaggio e concluso con le dimissioni del direttore, il professor Peter Schaefer. «Evitare ulteriori danni al museo ebraico»: è questa la motivazione con cui il professore ha scelto di congedarsi in una lettera alla ministra della cultura Monika Gruetters.
   Schaefer era stato duramente criticato nei giorni scorsi dal presidente del Consiglio centrale ebraico, Josef Schuster, che aveva dichiarato: «la direzione dell'istituzione ha perso la fiducia della comunità ebraica». La causa scatenante, un tweet della portavoce del museo che invitava alla lettura di un articolo nel quale 240 scienziati ebrei e israeliani esprimevano posizioni critiche nei confronti della decisione del parlamento tedesco di condannare il movimento per il boicottaggio dei prodotti israeliani, il BDS (Boycott, Divestment, Sanction).
   Secondo gli scienziati citati nell'articolo, il BDS - che critica la presenza israeliana nei territori occupati - non è di per sé antisemita. Il tweet della portavoce concludeva: «la decisione dei parlamentari non aiuta nella lotta contro l'antisemitismo». Quest'ultima frase - non citata tra virgolette - aveva dato adito all'interpretazione che si trattasse di un giudizio condiviso dalla direzione del museo e da qui la bufera. Il Consiglio centrale degli ebrei in Germania ha commentato, secco: «la misura è colma, il museo ebraico di Berlino sembra essere del tutto fuori controllo». Non è la prima volta che il museo finisce nell'occhio del ciclone, del resto. Mesi fa la mostra «Welcome to Jerusalem» - chiusa lo scorso aprile - era stata addirittura oggetto delle critiche del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che ne aveva chiesto la chiusura in una lettera alla cancelliera Angela Merkel e alla ministra della cultura. La mostra presentava la città di Gerusalemme in modo troppo incline ad una prospettiva palestinese, secondo il capo di governo israeliano. Gerusalemme era raccontata come capitale religiosa delle tre fedi monoteiste: ebraica, cristiana e musulmana. Netanyahu inoltre sottolineava in modo critico come «il museo ebraico non fosse legato alla comunità ebraica».
   In quella occasione la cancelliera aveva rigettato le critiche. Tuttavia lo Judisches Museum Berlin è un'istituzione statale finanziata per tre quarti da fondi pubblici, riferisce Faz. È comprensibile che una presa di posizione critica nei confronti del parlamento tedesco e del governo israeliano, per di più sull'eterna questione dei territori occupati

Territori liberati
, non passi inosservata.

(Il Messaggero, 15 giugno 2019)


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«Il mio museo ebraico sulla strada sbagliata. Giuste le dimissioni del direttore Schäfer»

L 'archistar che ha ideato lo Jüdiscbes interviene sul caso del tweet antisemita. Tutto nasce dalla condanna del movimento contro Israele

di Daniel Mosseri

BERLINO - Peter Schäfer, il direttore del Museo ebraico di Berlino (Jmb ), si è dimesso «per evitare ulteriori danni» a un luogo della cultura che attira oltre 700mila visitatori l'anno. Le sue dimissioni sono state accettate da Monika Grütters, sottosegretario di Stato in quota Cdu e commissaria del governo federale per la Cultura e i Media. Poche ore prima la Jüdische Allgemeine, il mensile del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, aveva sollecitato l'allontanamento di Schäfer, un esperto di Giudaistica, accusandolo di aver distrutto la reputazione del museo con il suo atteggiamento pervicacemente antisraeliano. La lista è lunga ma basterà ricordare qualche esempio: il 18 maggio il Parlamento approva a larghissima maggioranza una mozione che definisce antisemita il Bds, ossia il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Boicottare a prescindere merci e cittadini dello stato ebraico, siano essi militari, accademici, sportivi, sopravvissuti alla Shoah o artisti, «ricorda la fase più terribile della storia tedesca», scrivono i deputati tedeschi, secondo cui gli appelli del Bds contro i prodotti israeliani «rievocano lo slogan nazista Kauf nicht bei Juden». Tutti d'accordo dalla destra di AfD ai social-comunisti della Linke. A dissentire invece è Schäfer, che poco dopo usa l'account Twitter del Museo ebraico per rilanciare un controappello di 240 intellettuali israeliani secondo cui la mozione è un errore. Nel twittare l'appello pro-Bds, il direttore aggiunge l'hashtag #mustread (#letturaobbligata). Uno scivolone aggravato dalla tendenza del direttore alla recidiva. Mesi prima lo Jüdisches Museum Berlin aveva ospitato la mostra Welcome to Jerusalem suscitando molte polemiche. Secondo molti visitatori la mostra rifletteva solo la prospettiva musulmana e palestinese sulla Città Santa. Per il Forum ebraico per la democrazia e contro l'antisemitismo «il sionismo veniva descritto come un elemento di disturbo in una regione altrimenti armoniosa». Alle proteste di Israele, della comunità ebraica berlinese e del deputato verde tedesco Volker Beck secondo cui la conquista israeliana di Gerusalemme Est nel 1967 veniva descritta come «un atto unilaterale e ingiustificato», Schäfer aveva risposto osservando che «i punti controversi permettono ai visitatori di formare un giudizio autonomo». Intervistato dal Tagesspiegel, il direttore aveva però anche chiarito che il museo non appoggiava alcun un movimento politico, Bds incluso. Eppure lo stesso Schäfer aveva poi invitato a visitare l'esposizione Seyed Ali Moujani, rappresentante del Consiglio culturale iraniano. Con l'esponente del regime anti-israeliano per eccellenza, Schäfer aveva poi convenuto sul fatto che equiparare antisemitismo e antisionismo fosse un errore, con grave imbarazzo di Grütters e del governo federale. «La misura è piena ha concluso il presidente del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi Josef Schuster, la struttura è fuori controllo: sarà anche un museo ma non è certo "ebraico"».
   Inaugurato nel 2001, lo Jüdisches Museum Berlin è associato al nome del suo «papà», l'archistar dai natali polacchi e dal passaporto statunitense Daniel Libeskind. A Libeskind abbiamo chiesto un giudizio sulla gestione Schäfer dello Jmb. «Il professor Schäfer è uno storico molto rispettato. Tuttavia, dalle polemiche sorte nei mesi scorsi è chiaro che il museo ebraico era sulla strada sbagliata. Trovo dunque le sue dimissioni opportune». Quando ha disegnato il museo, avrebbe mai immaginato che sarebbe potuto diventare un centro per la diffusione della narrativa antisionista? «Il mandato del museo ebraico è quello di comunicare la storia ebraica tedesca nel passato e verso il futuro. La sua missione principale è anche quella di creare mostre che affermino l'identità ebraica in Germania, e nel mondo in generale». Che cosa aveva in mente quando ha ideato il museo? «Il mio obiettivo era quello di riconoscere che sebbene la storia sia irreversibile, il museo deve riflettere speranza e ottimismo. E questo è particolarmente importante in una fase di crescita e di "normalizzazione" dell'antisemitismo, del razzismo e della xenofobia».
   Professionista di fama globale, d'adozione Libeskind è anche un po' meneghino, e al suo nome è associata una delle tre torri di CityLife. Gli chiediamo dunque di spiegarci qual è secondo lui la chiave per il futuro architettonico di Milano. «Milano sta rapidamente diventando una delle città di maggior successo in Europa. Molto ha a che fare con la leadership del suo sindaco Beppe Sala e con gli importanti interventi di riqualificazione urbana della città, che sono al tempo stesso sostenibili e culturalmente significativi». La trasformazione del vecchio in nuovo vale solo a Milano? «Questa trasformazione vale per tutte le città europee che lottano per bilanciare le tradizioni storiche con le esigenze contemporanee dei loro cittadini». Crede che Venezia dovrebbe lasciare passare le grandi navi da crociera vicino alle sue fondamenta? «No», risponde Libeskind. «Il passaggio dovrebbe essere proibito: le grandi navi distruggono l'ambiente».

(il Giornale, 16 giugno 2019)




Una speranza viva in vista di una eredità incorruttibile

Benedetto sia l'Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale nella sua gran misericordia ci ha fatti rinascere, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, ad una speranza viva in vista di una eredità incorruttibile, immacolata ed immarcescibile, conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio, mediante la fede, siete custoditi per la salvezza che sta per esser rivelata negli ultimi tempi. Nel che voi esultate, sebbene ora, per un po' di tempo, se così bisogna, siate afflitti da svariate prove, affinché la prova della vostra fede, molto più preziosa dell'oro che perisce, eppure è provato col fuoco, risulti a vostra lode, gloria ed onore alla rivelazione di Gesù Cristo: il quale, benché non l'abbiate veduto, voi amate; nel quale credendo, benché ora non lo vediate, voi gioite d'un'allegrezza ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime.

Dalla prima lettera dell’apostolo Pietro, cap. 1

 


Crisi del Golfo: Congresso Usa pronto a fermare Trump sull'Iran, teme una possibile guerra

Democratici e repubblicani serrano le fila e studiano mosse, dal blocco della vendita delle armi al divieto dell'uso di fondi federali. Teheran convoca l'ambasciatore britannico.

Il Congresso studia il modo per fermare Donald Trump sull'Iran. Il presidente Usa ha accusato Teheran dell'esplosione a bordo di due petroliere nel golfo dell'Oman, paventando anche la possibilità di un intervento armato. Temendo la possibilità che il tycoon stia spianando la strada a una guerra, democratici e repubblicani serrano le fila per limitare l'autorità del presidente, ipotizzando un blocco della vendita di armi ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma anche vietando l'uso di fondi federali per operazioni militari contro Teheran senza previa autorizzazione del Congresso.

 L'Iran cerca di uscire dall'accerchiamento e convoca l'ambasciatore britannico
  L'Iran tenta di uscire dall'accerchiamento, nel pieno della crisi nel Golfo dell'Oman, e convoca l'ambasciatore britannico per respingere le accuse di aver attaccato le due petroliere. Ma nel frattempo i sauditi, acerrimi nemici di Teheran, premono per una "risposta rapida e decisiva", evocando i rischi di un rallentamento delle forniture di petrolio.
  Non ci sono soltanto gli Stati Uniti in prima fila nell'attribuire all'Iran l'attacco dei giorni scorsi, in cui sono rimaste coinvolte due navi cargo norvegesi e giapponesi. Il governo britannico ha spiegato che, in base alle sue valutazioni, la responsabilità di Teheran appare "quasi certa", nella considerazione che nessun altro avrebbe potuto compiere tale atto. Abbastanza da provocare uno strappo diplomatico:Teheran ha convocato l'ambasciatore britannico rinfacciando a Londra proprio di essere l'unica a sostenere la tesi americana.

 La monarchia saudita preme per "una risposta rapida e decisiva"
  Non c'è soltanto l'Occidente in fibrillazione. La monarchia saudita, che si contende il primato in Medio Oriente con l'Iran sciita, vorrebbe che si passasse all'azione. Il ministro dell'energia ha invocato "un risposta rapida e decisiva alle minacce alle forniture energetiche, alla stabilità dei mercati e alla fiducia dei consumatori che sono state poste dai recenti atti terroristici nel Mare Arabico e nel Golfo Arabo". Alcune compagnie di navigazione internazionali, in effetti, hanno iniziato ad evitare il passaggio nello Stretto di Hormuz. A fare fronte comune con i sauditi contro Teheran ci sono gli Emirati Arabi, che di recente hanno subito degli attacchi analoghi a quattro delle loro petroliere. Ed anche in quel caso, secondo il governo dell'emirato, si è trattato di attacchi realizzati con capacità che "non sono a disposizione di gruppi illegali, ma al contrario processi disciplinati effettuati da uno stato". Anche se, è stato ammesso, "fino ad ora le prove sono insufficienti per accusare un paese in particolare".

 Per gli Usa le prove contro Teheran ci sono
  Per gli Stati Uniti, che per primi hanno puntato il dito contro Teheran, le prove ci sono, e sarebbero contenute nel video diffuso dal Pentagono in cui viene descritto l'avvicinamento di un'imbarcazione di pasdaran alla petroliera giapponese rimuovendo una mina inesplosa dallo scafo, per non lasciare tracce. Secondo funzionari americani, inoltre, l'Iran avrebbe sparato a un drone Usa prima di colpire le petroliere.

(RaiNews, 15 giugno 2019)


Ford apre un centro di ricerca in Israele

Ford ha inaugurato mercoledì un nuovo centro di ricerca a Tel Aviv che aiuterà la casa automobilistica a entrare nella fiorente comunità di startup israeliane della mobilità.
L'ufficio di Tel Aviv è stato aperto da Bill Ford, presidente esecutivo di Ford Motor Company e servirà da centro di ricerca per potenziare il team globale di ingegneria avanzata.
Sosterrà inoltre le attività di Ford nel settore automobilistico e della mobilità identificando tecnologie e start-up nei settori della connettività, dei sensori, della ricerca sui sistemi automatizzati, del monitoraggio dei veicoli e della sicurezza informatica.
I ricercatori di Tel Aviv collaboreranno con quelli di Palo Alto e di Dearborn nel Michigan per esplorare le tecnologie future e collaboreranno strettamente con SAIPS, una società israeliana di visione artificiale acquisita da Ford nel 2016.
Il centro di ricerca si trova proprio accanto agli uffici SAIPS. Le due strutture combinate occupano circa 5.000 metri quadrati.

(Magneti Marelli, 15 giugno 2019)


Teheran è il problema del mondo. Gli Usa e il dilemma della guerra

di Fiamma Nirenstein

 
Qassem Suleiman
L'Iran ha sempre giocato su diversi terreni: basta ricordare come nel periodo in cui con i 5+1 guidati da Obama trattava con sorrisi e moine il pessimo accordo che il regime degli ayatollah avrebbe acquisito, mentre sviluppava invece dall'altra parte una strategia complessa e belligerante della conquista sciita del Medio Oriente e della costruzione del regime più aggressivo del mondo nei confronti dell'Occidente e di Israele. Da una parte di costruiva la bomba, dall'altro il ministro degli esteri Zarif e la commissaria europea Mogherini costruivano una magnifica amicizia che dura fino a oggi. Dopo che il presidente Trump ha abbandonato l'accordo nel 2018 e ha applicato sanzioni per riportarlo al tavolo dei negoziati, l'Iran tenta di nuovo il doppio regime: parla con l'Europa per convincerla a circumnavigare le sanzioni, chiede ai giapponesi durante la visita del loro premier Shinzo Abe una mediazione .... ma poi non ce la fa a tenere la faccia da poker della diplomazia.
   Lo scontro interno è feroce, l'economia è a pezzi, la fanfara del patriottismo tiene a bada il dissenso, ma non evita mosse scomposte come l'attacco alle petroliere nello Stretto di Hormuz, che può benissimo essere una dimostrazione di forza delle Guardie della Rivoluzione come si vede nel video Usa in cui una barca dei Pasdaran rimuove una bomba sul fianco di una delle petroliere coinvolte, la giapponese Koukuka. L'Iran gioca duro, non vuole ridiscutere l'accordo, si fida della sua chiostra di denti e dei suoi ruggiti: ha a disposizione parecchie mosse di dissuasione rispetto alla possibile decisione americana di difendere «i propri interessi e quelli dei propri alleati», ovvero di fargli guerra. Ma il margine è scivoloso, perché tanto più vasto è il terreno, tanti più sono i poteri in gioco, e durissimo lo scontro interno (Khamenei; Rouhani: il governo; le Guardie della rivoluzione di Suleiman, lanciatissimo nella conquista sciita del Medio Oriente).
   L'Iran è una riserva di provocazioni continue, e per quanto Trump sia desideroso di evitare lo scontro diretto, potrebbe a sua volta non farcela a frenare: i sauditi e i loro alleati sunniti sentono il fiato sul collo, si sentono sempre più aggrediti dall'uso degli huti yemeniti contro la loro integrità territoriale, dai bombardamenti alle incursioni. Intanto la prepotenza iraniana, già padrona del Libano, si avventa senza freni su Irak e Siria, tanto che quando Israele bombarda le postazioni iraniane in Siria nemmeno Putin trova da ridire. A fianco dell'imperialismo mediorientale, c'è la diffusione del terrorismo internazionale. Infine l'Aiea, in genere molto cauta, avverte che probabilmente l'Iran ha ricominciato ad accelerare l'arricchimento dell'uranio. E Olli Heinonen, ex vice dg dell'agenzia che abbiamo incontrato in Israele, sostiene che l'Iran potrebbe raggiungere la bomba in 6-8 mesi attivando un certo tipo di centrifughe (IR 15) di cui possiede già un certo numero.
   L'Europa finora è rimasta zitta. Ma dopo l'attacco dell'Oman, anche Die Welt comincia a dire che dovrebbe ritirarsi dall'accordo nucleare, invece di cercare palliativi che reggono in piedi il regime. Il fronte è infuocato, l'Iran resta un problema centrale per tutto il mondo.

(il Giornale, 15 giugno 2019)


Razzo su una scuola religiosa a Sderot. Nuove tensioni in Israele

Un razzo proveniente da Gaza ha colpito giovedì una scuola religiosa ebraica nella cittadina israeliana di Sderot, al confine nord orientale con il territorio di Hamas. La risposta dell'aviazione israeliana non si è fatta attendere: «Sono state centrate infrastrutture del terrore in basi militari e una postazione navale di Hamas», ha fatto sapere il portavoce dell'esercito riferendosi ad alcuni raid aerei inviati a Gaza nelle prime ore della mattina. Le stesse fonti militari hanno assicurato che continueranno a operare «contro ogni tentativo di danneggiare civili israeliani». Fortunatamente dalla scuola colpita ieri non sono giunte notizie di vittime. Ed entrambe le parti hanno dichiarato che per ora non sono stati riscontrati feriti neanche a seguito degli ultimi raid. Tuttavia, quello di ieri è stato il secondo razzo lanciato nelle ultime 24 ore, in quella che sembra essere una risposta alla decisione, presa questa settimana da Israele, di chiudere alla navigazione le acque al largo di Gaza. Secondo le autorità israeliane la misura sarebbe giustificata dal lancio di palloncini incendiari verso le aree di insediamento ebraico attorno alla Striscia, la cui responsabilità è stata attribuita a pescatori palestinesi. E per il momento non è stata specificata la durata di questa decisione che colpisce l'attività lavorativa di molti pescatori.
   Dopo i gravi scontri del 6 maggio scorso era stata sottoscritta una tregua da parte di israeliani e palestinesi. A mediare per una soluzione di pace era intervenuta anche l'Onu, dopo che oltre settecento razzi erano stati sparati nella striscia di Gaza, in quello che è stato considerato come lo scontro più grave dopo la guerra del 2014.

(L'Osservatore Romano, 15 giugno 2019)


Dall'Eurovision alla luna, la missione sionista di Sylvan

di Adam Smulevich

Sylvan Adams
Sogna di fare di Tel Aviv l'Amsterdam del Medio Oriente: un paradiso per i cicloamatori, grazie a una rete di strade all'altezza e a una nuova sensibilità diffusa tra amministratori e cittadinanza. Anche per questo è stato il principale sponsor dell'operazione che ha portato nel 2018 il Giro d'Italia a Gerusalemme, con la storica partecipazione alla corsa rosa della Israel Cycling Academy (squadra di cui è coproprietario). È stato inoltre tra i sostenitori di "Beresheet", la sonda israeliana che ha tenuto col fiato sospeso una nazione e il cui sbarco sulla luna è fallito sul più bello, a pochi istanti dall'approdo: amaro in bocca, ma anche giusto orgoglio per una quasi impresa epocale che sarà ritentata.
   In attesa di assistere alla trasformazione olandese della Città Bianca e di veder realizzato lo sbarco sul satellite, obiettivo per raggiungere il quale fervono già i preparativi, si è "accontentato" di portare Madonna all'Eurovision. Centinaia di milioni di persone sintonizzate da tutto il mondo sulle frequenze della più seguita manifestazione canora internazionale e lei, la regina del pop, l'ospite più atteso, a sfidare i diktat anti-israeliani di alcuni celebri colleghi in linea con la campagna di boicottaggio promossa dal BDS.
   Sylvan Adams ha 60 anni, l'entusiasmo di un ragazzino, ma anche la possibilità di trasformare sogni in realtà. Una sola condizione, sottolinea: "Tengo sempre la porta aperta a ogni possibilità di coinvolgimento. L'importante è che siano iniziative che possano mostrare le capacità di Israele a una platea globale e rafforzare, all'interno della nostra società, un giusto patriottismo".
   Nato in Canada, emigrato soltanto da pochi anni in Israele per via di "un forte impulso sionista cui non ho potuto resistere'', Adams è persona dalle grandi possibilità economiche ma che conosce, anche attraverso la storia di famiglia, il significato di una vita in salita. Suo padre, ancora vivente, è nato nel 1920 in Romania con il nome di Marcel Abramovich. Catturato dai nazisti e deportato in un campo di concentramento, è sopravvissuto per miracolo alla morte. Poi, come tanti scampati alla Shoah, la decisione di cambiare prospettiva di vita in modo radicale vince sul richiamo di radici comunque spezzate. Addio Europa, quindi. La prima destinazione è la Palestina mandataria, che di lì a poco sarebbe diventata Stato di Israele. Ma come tanti altri profughi che cercando di raggiungerla nella fase conclusiva del governo britannico, viene respinto dagli inglesi ed è costretto a trascorrere sei mesi in un campo di internamento a Cipro. Quando finalmente raggiunge la sua meta è tempo di combattere nella Guerra di Indipendenza. Lo fa, da protagonista. Orgoglio ebraico per il nuovo Stato, ma anche forte insofferenza per il clima arido. Il capofamiglia, il padre di Marcel, decide che è tempo di fare nuovamente le valigie. La destinazione è il Nord America. Per il figlio primi impieghi nel settore tessile, alcune formidabili intuizioni che lo fanno emergere, dagli Anni Cinquanta investimenti mirati nelle proprietà immobiliari che l'hanno portato, nel giro di qualche decennio, a diventare un leader nel settore. Sylvan ha ereditato oggi il controllo di un vero e proprio impero, che segue h24 ma che non gli impedisce di portare avanti le proprie passioni: come quella per il ciclismo, che non si accontenta di seguire comodamente dalla poltrona di casa sua ma che pratica attivamente, allenandosi (se gli impegni glielo permettono) anche ogni giorno. Non a caso, nel novembre del 2017, si è laureato campione ai World Masters svoltosi a Manchester, in Inghilterra, e in precedenza è stato più volte campione mondiale di cronometro nella sua categoria.
   È passato più di un anno dal Giro "israeliano", partito da Gerusalemme tra due ali di folla entusiasta. Una magia che a ripensarci oggi sembra ancora impossibile e che invece è stata non solo una realtà tangibile ma il punto di partenza di nuove iniziative nate in quel solco, come raccontiamo anche nelle pagine di sport di questo numero. Oggi molti più israeliani di prima seguono e praticano il ciclismo, grazie anche alla duplice partecipazione al Giro della Academy. E a breve, a stimolarli ulteriormente in questa direzione, sarà inaugurato un velodromo all'avanguardia (sponsorizzato da Adams, naturalmente). "Israele è un paese dal grande potenziale ciclistico, ancora in larga parte da scoprire. Ma la Academy ha aperto una strada, seminando speranze e soprattutto certezze. Oggi abbiamo una squadra che può ben figurare in qualsiasi corsa, e insieme un assetto professionistico che finora mancava. È una questione, fondamentalmente, di educazione e formazione. Le premesse - rifletteva qualche tempo fa Adams con il giornale dell'ebraismo italiano - sono ottime".
   Da quando è "salito" in Israele Sylvan si dedica anima e corpo alla sua missione: "Quando io e mia moglie abbiamo preso questa decisione, ci siamo trovati d'accordo sul dedicarci a promuovere con ogni energia l'immagine di questo Paese, che troppo spesso sconta una narrazione non corrispondente alla realtà".

(Pagine Ebraiche, giugno 2019)



Quei carnefici così moderni

Erano dei luminari dell'anatomia. Usarono le vittime del nazismo per fare ricerca. Non nei lager, ma in aula.

Sul tavolo di Stieve ci finì anche il cadavere della sorella di Erich Maria Remarque, l'autore di "Niente di nuovo sul fronte occidentale". Julius Hallervorden non salutava con "Heil Hitler", ma chiedeva i cadaveri delle vittime del programma nazista di eutanasia.
Sul libro di Hermann Voss hanno lavorato gli studenti di Medicina per decenni dopo la fine della guerra. Il manuale di Anatomia di Pernkopf divenne un "classico" della materia. L'autore aveva usato le vittime della Shoah.

di Giulio Meotti

 
I resti delle vittime dell'anatomista Hermann Stieve sono stati sepolti al cimitero Dorotheenstädtlscher Frledhof di Berlino. Stleve usava I cadaveri delle esecuzioni per fare ricerca.
Ogni tanto in Germania un oscuro segreto riemerge dalla terra. Il 1o settembre 2016 fu riesumato a Berlino un certo numero di ossa umane in un sito vicino al luogo in cui scienziati nazisti effettuavano ricerche su parti dei corpi delle vittime di Auschwitz spediti dal dottor Josef Mengele. Furono ritrovate nell'area della Libera università di Berlino (Freier Universität). Poi resti umani furono rinvenuti nel corso di lavori di ristrutturazione nell'ospedale Max Planck a Monaco di Baviera. Erano i campioni di tessuto di vittime del programma di eutanasia e utilizzati dai ricercatori nel dipartimento di Anatomia e Neurologia. La prima era stata l'Austria, che rinvenne e seppellì 597 urne con i resti di bambini malati o handicappati considerati "indegni di vivere" e uccisi nella clinica pediatrica Am Spiegelgrund, oggi parte dell'ospedale psichiatrico di Vienna Otto Wagner. E quando Raphael Toledano, un ricercatore di Strasburgo che aveva passato più di un decennio a scavare nel passato della città francese, si è imbattuto in una lettera del 1952 di Camille Simonin, direttore della scuola di Medicina legale dell'Università di Strasburgo, capì che nella facoltà c'erano ancora i campioni di tessuto prelevati da 86 ebrei gasati e usati per fare ricerca da August Hirt, un altro ricercatore di anatomia.
   Nei giorni scorsi, altre ossa. Una piccola scatola di legno è stata sepolta nel cimitero di Dorotheenstadt, a Berlino, dove riposano Hegel e Marcuse. Un sacerdote, un pastore protestante e un rabbino hanno dato l'ultimo saluto a quei resti. Trecento tessuti umani, resti microscopici delle vittime del nazismo, i cui corpi furono sezionati dopo la loro esecuzione da Hermann Stieve, allora direttore dell'Istituto di Anatomia dell'Università di Berlino.
   Due anni fa, fu il caso Hans Asperger, il pioniere della medicina che aveva coniato la parola "autismo", quando formulò l'espressione "Autistische Psychopathen", psicopatia autistica. Fu Asperger a dare il proprio nome alla sindrome la cui giornata viene celebrata il 18 febbraio ogni anno. Poi, un libro in uscita negli Stati Uniti, dal titolo "Different Key", scoprì che Asperger appose la propria firma a numerosi ordini di eutanasia sui bambini disabili in un ospedale di Vienna.
   Adesso si parla del caso Stieve. Questo anatomista nel 1921 era diventato il più giovane medico a dirigere un dipartimento universitario in Germania. A differenza della ricerca degli scienziati nazisti che furono ossessionati dalla tipizzazione razziale e dalla superiorità ariana, il lavoro di Stieve non finì nella pattumiera della storia. La sua ricerca continuerà a perseguitare la scienza. Stieve non era un membro del partito nazista e non prese servizio in un campo di concentramento. Ma vide una grande opportunità per la scienza sotto l'hitlerismo.
   "Le esecuzioni forniscono all'Istituto Anatomico un materiale che nessun altro istituto al mondo ha", scrisse Stieve. "La mia ricerca mostra che i 30 reparti di anatomia dalla Germania e dalle aree occupate hanno utilizzato corpi di persone giustiziate e altri tipi di vittime", ha detto a Libération Sabine Hildebrandt, che ha condotto la ricerca sull'identità delle vittime di Stieve, che, morto di morte naturale nel 1952, è ancora un "membro onorario postumo" della Società tedesca di ginecologia e ostetricia. Questo luminare dell'anatomia, direttore dell'Istituto di anatomia dell'Università di Berlino tra il 1935 e il 1952, massimo esperto dell'influenza che lo stress ha sul sistema riproduttivo femminile, dissezionava i cadaveri messi a disposizione dopo le esecuzioni. Il professore inviava i propri assistenti nel carcere di Plòtzensee per parlare con le condannate a morte e ottenere informazioni sulla loro storia medica e sul loro ciclo mestruale. Ancora oggi si citano i lavori di Stieve. L'anatomista scoprì che le donne sotto una condanna a morte incombente ovulavano in maniera non prevedibile e che lo stress cronico in attesa di esecuzione colpiva il sistema riproduttivo femminile.
   Fra le vittime di Stieve ci fu anche la sorella del grande scrittore Erich Maria Remarque, l'autore di "Niente di nuovo sul fronte occidentale". Remarque aveva servito in battaglia durante la Prima guerra mondiale con Hitler. Ma i nazisti bruciarono il suo libro. La sorella, Elfriede Scholz, è rimasta con il marito e due figli in Germania. Fu accusata di "minare il morale" nel 1943 per aver detto che pensava che la guerra fosse perduta. Elfriede venne giustiziato nel carcere di Plotzensee, e il suo corpo fu dato Stieve.
   Storia simile a quella di Julius Hallervorden, uno dei pionieri della neurologia infantile, che aveva sempre rifiutato di salutare "Heil Hitler", il cui nome è legato ancora oggi alla malattia degenerativa che individuò insieme a un collega, la "sindrome di Hallervorden-Spatz". Intorno ad Hallervorden si formò un gruppo di studiosi interessati alle malattie congenite. Si mossero per ottenere da Brandenburg, dove si praticava l'eutanasia, i cervelli sui quali lavorare. Faceva parte del gruppo il grande tossicologo Waldemar Weinmann e il celebre studioso di psichiatria infantile Hans Heinze, direttore dell'asilo di Brandenburg e docente di Neurologia all'Università di Berlino. Hallervorden morì nel 1966, dopo aver pubblicato decine di lavori e ricevuto molte onorificenze. Il famoso neurologo Ludo Van Bogaert ne scrisse il necrologio sul Journal of Neurological Sciences, descrivendolo come "una delle ultime figure dell'età dell'oro della neuropatologia tedesca classica e una intelligenza umanistica, Hallervorden rimane una figura indimenticabile". Leo Alexander, psichiatra ebreo americano al processo di Norimberga, dov'erano imputati oltre ai gerarchi anche i medici del Terzo Reieh, ha rivelato gli interrogatori con Hallervorden. "Io sentii che stavano per fare questo, così andai da loro e dissi: 'Sentite, ragazzi: se proprio dovete uccidere tutta questa gente, almeno prendete i cervelli cosicché il materiale possa essere utilizzato'. C'era del materiale meraviglioso tra quei cervelli: belle malformazioni cerebrali, e deficit cerebrali infantili". Studiando il materiale che gli era pervenuto, Hallervorden pubblicò dodici lavori. Uno di questi riguarda il caso di un feto morto nell'utero di una madre uccisa con il monossido di carbonio a Brandenburg, Questo lavoro è ancora citato come un esempio di polimicrogiria ambientale.
   Dopo la guerra, un altro luminare dell'anatomia, Hermann Voss, si stabilì nella Germania dell'Est e divenne professore all'Università di Jena dal 1952 al 1962 e successivamente professore emerito alla Greifswald Medical School. Il suo testo di anatomia, il "Voss und Herrlinger", è stato pubblicato per quasi quarant'anni e diciassette edizioni ed è diventato un riferimento standard per gli studenti di medicina. Voss ha anche curato la rivista di fama mondiale Anatomischer Anzeiger dal 1952 al 1974 e dal 1954 al 1980 è stato direttore dell'altrettanto prestigiosa Acta Histochemica, la rivista leader in delicati studi sui tessuti. E' morto nel suo letto, ad Amburgo, nel 1987. Voss, fondatore della facoltà di Medicina dell'Università di Posen, riceveva così tanti corpi che iniziò a venderli a Vienna, ad Amburgo, a Lipsia. Uno scheletro 150 Reichsmark, un teschio 30, una colonna vertebrale con testa e pelvi 50 Reichsmark. "Voss era un medico normale, non un nazista ardente", si legge nel libro "The Nazi Doctors and the Nuremberg Code". "Divenne uno dei più prestigiosi professori di anatomia dopo la guerra e praticamente ogni studente di medicina in entrambe le Germanie studierà anatomia dal suo libro di testo".
   Il dato impressionante di tutti questi casi è che, ad abusare dei corpi delle vittime del nazismo, non furono medici sulle rampe dei campi di concentramento, come Mengele, ma luminari dentro alle aule universitarie e nei laboratori di ricerca.
   Come lo studioso di anatomia Robert Herrlinger, che lavorerà all'Università di Wùrzburg dal 1951 al 1960. Quando il Senato accademico lo nomina ordinario nel 1957, l'internista Ernst Wollheim, il pediatra Joseph Stròder, e lo psichiatra Heinrich Scheller protestarono sollevando dubbi sulle sue ricerche, ma Herrlinger venne promosso lo stesso. Il direttore dell'Istituto di anatomia dell'Università di Giessen, Ferdinand Wagenseil, non era un sostenitore del regime nazista, ma non si fece scrupoli a chiedere l'accesso ai cadaveri delle sue vittime. Se dovevano essere buttati, tanto valeva che la scienza ci facesse ricerca!
   O come il più famoso atlante di anatomia umana usato per decenni dopo la guerra nelle scuole di tutto il mondo e realizzato da Eduard Pernkopf, preside della facoltà di Medicina a Vienna dopo l'Anschluss, aveva disegni ispirati dalle vittime dell'Olocausto. Dopo la guerra, Pernkopf continuerà a lavorare all'Istituto di Neurologia di Vienna. E la sua famosa opera sarebbe stata ristampata due volte negli anni Sessanta, due volte negli anni Ottanta e ancora nel 1994. Nel 1990, il New England Journal of Medicine parlò di un "libro eccezionale", mentre il Journal of the American Medical Association lo definì un "classico tra i manuali di anatomia" con illustrazioni che "sono veramente opere d'arte". Un altro luminare di anatomia, Max Clara, impegnato nei programmi medici nazisti, avrebbe dato il suo nome a una cellula, la "cellula di Clara", o bronchiolari. Al Charitè, l'ospedale dove sono stati ritrovati i tessuti di Stieve, Clara lavorava con il famoso professor Max de Crinis, che si suiciderà alla fine della guerra per sfuggire alla giustizia. Sapeva che quello che aveva fatto non gli avrebbe dato scampo.
   Fu una donna, Charlotte Pommer, l'unica ricercatrice ad abbandonare quel lavoro meticoloso di scienza e barbarie. Libertas Schulze-Boysen faceva parte della cosiddetta rete di resistenza "Red Orchestra". La sua ultima lettera era indirizzata a sua madre: "Il mio ultimo desiderio è che la mia sostanza materiale sia restituita a te. Se possibile, seppelliscimi in un posto bellissimo in mezzo alla natura assolata. Ora, mia cara, per me suonano già i rintocchi funebri". Sarà giustiziata il 22 dicembre 1942 nella prigione di Plotzensee. Il suo corpo arriverà sul tavolo di Stieve appena quindici minuti dopo. Vedendolo, Charlotte Pommer, allora assistente di Stieve, decise di porre fine alla propria carriera. Fu l'unica anatomista a prendere una decisione del genere.
   No, non erano dei "mostri". Erano luminari al servizio di una impresa diabolica su cui non abbiamo mai davvero fatto luce fino in fondo. Ci avrebbe abbagliato e atterrito per quanto era "moderna". Il progresso aveva perso la propria innocenza.

(Il Foglio, 15 giugno 2019)


L'umorismo ebraico, unico e irriverente

Non è farsesco e non si fa beffe di nessuno, mai dell'aspetto. Ma punta sui comportamenti

Daniel Mosseri

Spiegare in poche righe l'umorismo ebraico è come voler dipanare due fili di spago intrecciati in pochi secondi: non si può. Quello che si più fare, invece, è dare la misura di tale intreccio. Su tutti lo spiega una fulminante battuta ripresa dai uno dei personaggi di Train de Vie (1998), un film di Radu Mihaileinu. Per sfuggire allo sterminio nazista, un intero villaggio cli ebrei decide di mettersi in viaggio su un treno e di scappare in Palestina: poveretti di uno shtetl che si fingono Ss per attraversare l'Europa senza problemi. C'è però il problema della lingua: yiddish e tedesco sono molto simili ma suonano anche molto diversi, si preoccupa Mordechai. Gli risponde l'arguto Schrnechl: «Per parlare perfettamente il tedesco e perdere l'accento yiddìsh, basta togliere l'umorismo». Un altro esercizio utile è andare per categorie negative: l'umorismo ebraico coltivato dalla cultura ashkenazita non è farsesco e non si fa beffe di nessuno in particolare, mai di un aspetto fisico. Alla berlina sono messi invece i comportamenti umani, in genere di altri ebrei, principale oggetto delle storielle dolceamare. La risata ebraica è poi irriverente e democratica, ed eleva spesso l'ultimo shnorrer (accattone) del villaggio a fustigatore di vanagloriosi, prepotenti o superbi, siano questi il ricco commerciante ostentatore o il temuto zar di tutte le Russie. Elaborato anche da decenni di psicanalisi sui lettini di Sigmund Freud, Alfred Adler e Cari G. Jung (solo per citare tre pensatori ebrei che si sono interrogati anche sul valore terapeutico della risata frutto di una riflessione arguta), lo humour ebraico ha finito per conquistare tanta letteratura nordamericana, Broadway, Hollywood e oggi Netflìx, Parte integrante della cultura ebraica, lo humour è anche un'arma per difendersi dalle persecuzioni, come diceva quello per cui tutti i guai del mondo sono colpa dei ciclisti e degli ebrei. «E perché dei ciclisti?», osservava l'altro. Risposta: «E perché degli ebrei?».

Metropolitana di New York. Un nero sta leggendo un giornale in yiddish. Qualcuno si ferma e gli domanda: - Lei è ebreo? -. Oy gevalt (tipica esclamazione di sconforto in yiddish) - risponde - mi ci manca solo quello.

(il Giornale, 15 giugno 2019)


Il leghista in corsa per guidare gli ebrei romani

Riccardo Heller si è candidato per il consiglio della più grande comunità d'Italia.

di Gianluca Roselli

Nel suo muoversi a livello nazionale, Matteo Salvini guarda con molta attenzione a ciò che succede a Roma, dove la Lega presenterà un proprio candidato alle prossime comunali. Se sarà Giulia Bongiorno, al momento la più accreditata, o Barbara Saltamartini, o forse ancora un appoggio a Giorgia Meloni, è troppo presto per dirlo, ma il leader leghista si sta costruendo una rete nella Capitale che in passato ha visto il passaggio nel Carroccio di diversi esponenti ex An e dell'Ugl, il sindacato di destra, e, in questi giorni, passa anche per la comunità ebraica, che, dato il suo peso (è la più grande d'Italia), a Roma può orientare molti voti.
   Domani gli ebrei romani voteranno per il rinnovo dei vertici, con l'attuale presidente Ruth Dureghello candidata a una riconferma con la lista Per Israele, che ha succeduto a Riccardo Pacifici. Tra le sei liste in competizione per rinnovare il consiglio, composto da 27 posti, ce ne sono due nuove, di cui una, Ebrei per Roma, strizza apertamente l'occhio alla Lega. Una lista spuria, che rompe il classico bipolarismo della comunità (destra/sinistra), anche se poi Dureghello ha governato con l'appoggio di tutti.
   Il candidato presidente di Ebrei per Roma è Riccardo Heller, imprenditore che nutre parecchia simpatia per il ministro dell'Interno, che ha imparato a conoscere e frequentare come presidente di Roma Capitale Investment Foundation, società che aiuta le imprese a trovare i fondi per svilupparsi. Un legame facilitato da un suo grande amico, Angelo Pavoncello, imprenditore ebreo romano e leghista doc, tanto da essere candidato da Salvini alle Europee, senza però essere eletto (9.500 voti), nonostante il grande appoggio dello stesso Heller in campagna elettorale.
   Tra l'altro Heller in questi giorni è impegnato in una trattativa per l'acquisto della squadra di calcio del Trapani, impegnata nei playoff per la promozione in serie B. "Di Salvini ho molto apprezzato le sue posizioni pro Israele, espresse anche durante la sua visita a Gerusalemme, quando ha definito senza mezzi termini Hezbollah un'organizzazione terroristica. O l'aver difeso la Brigata Ebraica che ogni 25 aprile viene attaccata", spiega Heller. Che di recente ha lanciato un appello a Papa Francesco per "difendere insieme le radici giudaico cristiane dell'Europa".
   La sua lista è appoggiata dai cosiddetti "urtisti", i venditori ambulanti di oggetti legati alla religione, che invadono quotidianamente il Vaticano. All'interno della comunità ebraica, però, la presenza di questa lista è vissuta con un certo fastidio e imbarazzo. Anche perché la vicinanza della Lega a movimenti come CasaPound per gli ebrei romani resta inaccettabile.
   La riconferma di Dureghello non dovrebbe essere in discussione, ma bisognerà vedere poi la composizione del consiglio. Si vota domani, dalle 8 alle 22.30, e le altre liste sono Dorvador e Maghen David, alleate con Per Israele, mentre sull'altro fronte ci sono Menorah e Binah is Real. Gli aventi diritto sono circa 9 mila, ma di solito vota la metà.

(il Fatto Quotidiano, 15 giugno 2019)


Sale la tensione in Medio Oriente

Una guerra d'attrito a bassa intensità

di Ugo Volli

La tensione in Medio Oriente che si era allentata nelle ultime settimane, ricomincia a crescere. Nel golfo di Oman, che è per così dire l'anticamera del Golfo persico che si affaccia sull'Oceano Indiano al di là della penisola che lo chiude, dunque in un luogo delicatissimo, dove passa metà del petrolio che alimenta l'economia mondiale, due altre superpetroliere sono state sabotate . Un incidente analogo era accaduto il 12 maggio poche decine di miglia più a Est, nello stretto di Hormuz, per opera di "uno stato" (così la denuncia degli Emirati). Gli Stati Uniti hanno accusato esplicitamente l'Iran, anche su prove fornita dal Mossad. Il quadro è costituito dalle sanzioni americane che mirano a bloccare l'industria petrolifera iraniana, principale fonte di reddito del regime e dalla minaccia più volte reiterata dagli ayatollah: se non esportiamo petrolio noi dal Golfo, nessuno lo farà.
  La minaccia è gravissima, perché rischia di chiudere la via del petrolio per Europa, Cina e Giappone (non per gli Usa e la Russia che ce l'hanno in casa). Il traffico delle petroliere è intensissimo, esse si devono fermare ai terminal per caricare il petrolio, sabotarle è facile. La sola contromossa degli americani (che hanno una potente flotta aeronavale nella zona) potrebbe essere colpire direttamente l'Iran, ma ne seguirebbe una situazione di guerra che bloccherebbe ancor di più il traffico.
  A dimensione meno globale, ma molto significativa per la regione, continua l'azione di Israele per bloccare la costruzione di una forza offensiva iraniana in Siria: qualche giorno fa c'è stato un bombardamento importante, reiterato in due occasioni, in una base chiamata T4 nel nord del paese, vicino a Homs, dove hanno sede depositi e fabbriche d'armi iraniane. Poi Israele ha colpito un centro di spionaggio elettronico e di coordinamento militare in cima a una piccola montagna che si affaccia sull'altopiano del Golan, che sembra fosse gestito da Hezbollah. In entrambi i casi le truppe russe e i loro armamenti antiaerei avanzati non sono intervenuti, confermando la continuità del coordinamento militare con Israele, che era stato minacciato qualche mese fa in seguito a un incidente aereo sulla costa settentrionale, quando l'antiaerea siriana aveva abbattuto un velivolo di guerra elettronica russo, sbagliando bersaglio dopo un attacco israeliano. E ormai è evidente la divaricazione fra interessi russi e iraniani in Siria. Rispetto alla guerra d'attrito fra Israele e Iran in Siria, Putin è chiaramente neutrale.
  Infine Gaza. Il cessate il fuoco informale di un mese e mezzo fa non regge. I terroristi pretendono di continuare a spedire palloni incendiari (e ormai anche esplosivi e con veleni chimici) in territorio israeliano, producendo danni continui. Israele ha reagito chiudendo la possibilità di andare in mare dei pescatori, che sono una parte significativa dell'economia di Gaza. Dalla striscia sono ripartiti dei razzi e Israele ha reagito bombardando basi militari. E' chiaro che Israele non vuole la guerra a Gaza, che comprometterebbe i suoi progressi diplomatici ed economici col mondo e che costerebbe molti morti; ma non può consentire che dalla Striscia continui a partire il terrorismo a bassa intensità dei palloni incendiari, che invece i gruppi terroristi locali cercano di escludere dal cessate il fuoco. E dunque è probabile che si possa sviluppare un altro ciclo di lancio di razzi e rappresaglie.
  E' una situazione certamente frustrante, che dà preoccupazione. Le forze del terrorismo cercano di sfruttare appieno lo spazio che è lasciato libero dalla scelta di Usa e Israele di non scatenare una guerra senza motivi molto seri e dunque sviluppano provocazioni continue sotto il livello del "casus belli". D'altro canto è perfettamente ragionevole per Trump e Netanyahu non cadere nella trappola della guerra aperta, che non sarebbe gradita ai loro elettorati, rinsalderebbe il fronte dei nemici, disgregherebbe le alleanze costruite con i paesi sunniti, e soprattutto probabilmente non potrebbe cambiare la situazione sul terreno senza costi gravissimi di vittime e credibilità. Del resto neanche Iran e Hamas vogliono la guerra in questo momento e stanno attenti a modulare le provocazioni tanto da pungere il loro nemico ma da non costringerlo al conflitto aperto. Lo scontro con "l'asse del male" oggi è una specie di guerra d'attrito a bassa intensità, che richiede nervi molto saldi e valutazioni estremamente lucide degli sviluppi tattici e strategici. E' molto probabile che continuerà così, con alti e bassi, per parecchio tempo, fin tanto almeno che uno dei soggetti in gioco non veda una finestra di opportunità per trarre vantaggio dalla guerra, o che non si ritrovi al contrario così ridotto alla disperazione da provocarla. Ma è un gioco molto pericoloso, in cui gli sbagli di calcolo sono facili e molto pericolosi.

(Progetto Dreyfus, 14 giugno 2019)


Trilaterale Usa-Israele-Russia, il 24 giugno a Gerusalemme

GERUSALEMME - Si terrà il 24 giugno a Gerusalemme il primo incontro trilaterale tra i consiglieri per la sicurezza nazionale di Israele, Stati Uniti e Russia, rispettivamente Meir Ben-Shabbat, John Bolton e Nikolai Patrushev. Lo ha annunciato il ministero degli Esteri israeliano. Bolton e Patrushev saranno in Israele dal 24 al 26 giugno, rivela il quotidiano israeliano "Jerusalem Post". Durante il trilaterale, le parti discuteranno della presenza del ruolo dell'Iran in Siria.
   L'incontro avviene quasi in concomitanza con la conferenza sugli aspetti economici del piano di pace per il Medio Oriente, prevista a Manama, in Bahrein il 25 e 26 giugno. L'incontro fa seguito alla proposta dello scorso febbraio del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che aveva ribadito: "La più grande minaccia alla stabilità e alla sicurezza della regione viene dall'Iran e dai suoi affiliati".
   La riunione, inoltre, giunge nel pieno della tensione tra Stati Uniti e Iran, dopo i due attacchi contro petroliere nel Golfo dell'Oman del 12 maggio e del 13 giugno.

(Agenzia Nova, 14 giugno 2019)


Alla fiera EcoMotion di Tel Aviv prende il volo l'auto del futuro

Israele diventa il punto di riferimento della mobilità intelligente

di Fabiana Magrì

 
EcoMotion Week 2019 - Tel Aviv
 
Auto volante alla EcoMotion Week 2019
«Nel passaggio da veicoli su ruote a computer su ruote, cioè da produzione a mobilità, ciò che serve al settore automobilistico sono servizi e piattaforme basate su intelligenza artificiale, sensoristica, cyber. E queste sono le tecnologie in cui Israele esprime le sue eccellenze». Così Orlie Dahan, direttore esecutivo di EcoMotion, la fiera sulla smart mobility a Tel Aviv, spiega come un Paese che non ha mai avuto un'industria di produzione di automobili sta diventando il punto di riferimento dell'innovazione mondiale nel trasporto intelligente.
   C'è chi lo chiama paradosso, chi miracolo. Di fatto, EcoMotion Week è il più grande evento internazionale nel settore e dei 4 mila visitatori, un migliaio erano dirigenti di aziende internazionali. Pare che il mondo sia proprio arrivato al punto di svolta non a caso questo è stato il tema della settimana - tra il trasporto tradizionale e la smart mobility. L'impatto nelle città sarà totale e i comuni stanno cercando di prevedere i nuovi scenari. «Tra vent'anni - secondo Artem Fokin, head of business development di Yandex Self-Driving Car - la situazione nelle strade sarà ribaltata rispetto a oggi. Solo i veicoli a guida autonoma potranno circolare e noi porteremo le auto per hobby, in circuiti dedicati, come oggi cavalchiamo sui sentieri o nei maneggi».
   Saranno sempre più privilegiati pedoni, mini-veicoli elettrici e trasporti condivisi e il concetto di auto privata è destinato a scomparire. È la fase di transizione il momento più delicato, quella difficile convivenza in strada tra computer ed essere umano, tra comportamento programmato e reazione istintiva, tra rispetto assoluto delle regole e flessibilità. Senza contare l'aspetto economico: cosa fare di tutte le auto tradizionali in circolazione?
   Tra le start-up israeliane, Ivora ha istituito un premio per il progetto più visionario. Se esistesse già, quest'anno se lo sarebbe aggiudicato Nft con un ibrido tra auto, elicottero e aeroplano. Aska - che in giapponese significa uccello volante - esce dal garage come un'auto, ma può spiegare le sue ali e, grazie a eliche mobili, sollevarsi in verticale come un elicottero per poi procedere in orizzontale come un aereo. «Prima di arrivare su Marte - avverte il co-fondatore Guy Kaplinsky - c'è così tanto spazio da utilizzare sopra le nostre teste». Anche Stati Uniti, Germania, Russia, Polonia e Regno Unito hanno presentato progetti nei settori della guida autonoma, del controllo remoto dei veicoli e dei droni. Per l'Italia ha partecipato una delegazione su invito di Intesa Sanpaolo che, con la Camera di Commercio Italia-Israele, crede molto nel ruolo di traino di Tel Aviv nell'automotive e nella smart transportation. «Rapporti in questo settore tra i due Paesi sono importanti per permettere alle imprese italiane di accelerare il passo verso l'innovazione - dice Vincenzo Antonetti, di Intesa Sanpaolo Innovation Center - Grazie alla condivisione di asset e competenze, si possono creare nuove opportunità di business da e verso l'Italia, specialmente in un mercato a forte vocazione tecnologica come quello israeliano». Intanto un rapporto della società di consulenza Mind the Bridge rivela che il divario tra Silicon Valley e Silicon Wadi, in termini di numero di filiali di aziende europee, si sta riducendo: 41 grandi aziende di nove paesi europei hanno un avamposto in Israele e 60 in California.

(La Stampa, 14 giugno 2019)


Fifa, indagine sul presidente palestinese Rajoub per incitamento al terrorismo

La Fifa sta indagando su Jibril Rajoub, presidente della federazione calcistica palestinese. Sul tavolo del massimo organo calcistico mondiale sono arrivati documenti che sembrano non lasciar dubbio sulla condotta dell'esponente palestinese, accusato di incitamento al terrorismo e di comportamenti contro Israele.
   A far scattare le indagini è stata una segnalazione del Palestinian Media Watch (PMW), un'organizzazione che monitora gli incitamenti palestinesi al terrorismo e all'antisemitismo.
   Segnalazione che però è tutt'altro che nuova, è infatti datata maggio 2017 e solamente nel gennaio scorso la Fifa ha reso noto di aver aperto un'inchiesta su Jibril Rajoub, che aveva già sospeso per un anno nell'agosto 2018 per aver attaccato Lionel Messi in occasione della gara premondiale - poi annullata - tra Argentina e Israele, che si sarebbe dovuta disputare a Gerusalemme.
   Proprio all'inizio dell'anno, Martin Nagoga, capo della commissione etica, ha inviato una lettera a Rajoub per notificargli l'apertura di un procedimento disciplinare nei suoi confronti:
"Dopo aver raccolto prove determinanti sulla base di un documento fornito dalla Palestinian Media Watch… si sono riscontrate immediatamente delle violazioni al codice etico della FIFA"
La Fifa ha dichiarato di aver accolto le accuse di Palestinian Media Watch, secondo cui Jibril Rajoub si è macchiato di comportamenti che hanno promosso e glorificato il terrorismo, nonché:
"di incitamento all'odio e alla violenza, di dichiarazioni razziste e della proibizione dell'utilizzo della formula secondo cui il calcio sarebbe un ponte per la pace tra palestinesi e israeliani".
La Federazione calcistica internazionale, inoltre, si è detta convinta che Jibril Rajoub abbia strumentalizzato il calcio per fare propaganda politica e l'ha invitato a presentarsi a un incontro dove avrà la possibilità di difendersi dalla accuse.
   Nella lettera sopra citata è stato ricordato a Rajoub che ha "l'obbligo di assistere e cooperare sinceramente, pienamente e in buona fede con la commissione etica".
   Da gennaio scorso la Fifa è in attesa di un riscontro di Rajoub, il cui silenzio è arrivato a sei mesi…

(Progetto Dreyfus, 14 giugno 2019)


Oman, petroliere in fiamme: un video americano accusa l'Iran

Un filmato diffuso dal Pentagono è la prova, secondo Washington, del diretto coinvolgimento di Teheran nell'attacco alle due navi.

Ma Teheran non cambia posizione e parla di "sabotaggio diplomatico" da parte di Washington: "Il fatto che gli Stati Uniti siano immediatamente saltati a lanciare accuse contro l'Iran senza l'ombra di una prova fondata o circostanziata - ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif - mette in luce che Washington e i suoi alleati sono passati al piano B: il sabotaggio diplomatico - includendo Shinzo Abe - e il trucco del terrorismo economico contro l'Iran". Secondo la missione di Teheran alle Nazioni Unite, poi,"è ironico che gli Stati Uniti, che si sono ritirati illegalmente dall'Accordo sul nucleare iraniano, ora chiedano all'Iran di tornare ai negoziati e alla diplomazia. Né le invenzioni e le campagne di disinformazione - ha proseguito - né le accuse senza vergogna degli altri possono cambiare la realtà: gli Stati Uniti e i loro alleati regionali devono fermare il bellicismo".
In precedenza, Pompeo aveva detto che l'incidente "è un'escalation inaccettabile di tensioni oltre l'Iran" e ha chiesto l'unità della comunità internazionale alle azioni di Teheran. Il segretario di Stato Usa ha anche risposto alle dichiarazioni del suo omologo iraniano, Mohamad Yavad Zarif, che ha descritto quello che è successo come "sospetto". "Il sospetto non inizia a descrivere ciò che si presume sia successo stamattina", ha aggiunto. In questo senso, Pompeo ha detto che "forse Zarif pensa che questo sia divertente, ma nessun altro al mondo lo crede". "L'Iran sta rispondendo perché il regime vuole che la nostra campagna di massima pressione venga ritirata", ha affermato. "Nessuna sanzione economica autorizza l'Iran ad attaccare civili innocenti, a modificare i mercati petroliferi internazionali e a compiere ricatti nucleari", ha affermato Pompeo.

Il video - "Alle 16:10 ora locale una barca di pattuglia IRGC Gashti Class si è avvicinata al Kokuka Courageous ed è stato osservato e registrato mentre rimuove una mina inesplosa" dallo scafo, ha affermato il portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti Bill Urban in merito al video che mostra l'equipaggio di una motovedetta iraniana mentre rimuove una mina inesplosa da una delle petroliere attaccata nel Golfo di Oman. "Gli Stati Uniti e i nostri partner nella regione prenderanno tutte le misure necessarie per difendere noi stessi e i nostri interessi. Gli attacchi di oggi rappresentano una chiara minaccia alla libertà di navigazione internazionale e alla libertà di commercio", ha aggiunto. Parlando ad una conferenza stampa a Tokyo, il presidente di Kokuka Sangyo, Yutaka Katada, ha negato che la petroliera Kokuka Courageous sia stata colpita da un missile. Tutti i membri dell'equipaggio sono tornati sulla nave dopo l'esplosione per ripristinare il sistema di alimentazione, ha detto Katada.

(il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2019)


Israele fa affari con Pechino e l'America di Trump mastica amaro

Il grande risiko sulla Via della Seta. Porti, ferrovie leggere, linee ad alta velocità, centrali elettriche, impianti di desalinizzazione: il business miliardario con Xi Jinping.

di Claudio Landi

Gli ebrei sono giunti in Cina in tempi antichissimi. I seguaci di Mosè e Abramo hanno una lunga storia con l'Impero di mezzo. E una vicenda poco conosciuta che oggi, al tempo della nuova globalizzazione "made in Asia", ritorna di stretta attualità. Alcune cronache parlano di una presenza di coloni ebrei nella Cina del VI o VII secolo, o forse addirittura nel 230 a.c.
  Comunità isolate di ebrei sono segnalate all'epoca delle dinastie imperiali Tang e Song. Kaifeng, capitale dell'Impero al tempo dei Song, fu il centro di insediamento della comunità ebrea cinese antica. Il loro era un ebraismo intriso di confucianesimo. Essi entrarono in contatto con Padre Matteo Ricci, ma poi la loro vicenda si perde nella lunga crisi dell'epoca mancese. La presenza ebraica in terra di Cina ritorna con forza nel 1906, quando un gruppo di ebrei russi in fuga dalla rivoluzione del 1905 arriva in Manciuria, e si insedia ad Harbino Un altro folto gruppo di profughi ebrei prevenienti dall'Austria, dalla Polonia e dalla Russia giunse e si insediò nel distretto di Hongkou, non lontano da Shanghai. La Cina divenne così terra di accoglienza di ebrei che fuggivano dall'Europa dei nazionalismi prima, e dei fascismi poi. I visti di entrata spesso erano rilasciati da funzionari consolari dell'Impero giapponese che disobbedivano alle disposizioni governative. Molti devono la loro vita a questa politica di Pechino e alla disobbedienza di funzionari dell'amministrazione di Tokyo. Anche la famiglia di un noto esponente politico del futuro stato di Israele, Ehud Olmert, primo ministro dal 2006 al 2009, scappò dalle persecuzioni in Ucraina ed arrivò ad Harbin.
  Quella fra gli ebrei e la Cina dunque è una storia lunga ed affascinante. D'altra parte i cinesi non possono non apprezzare un popolo come quello ebraico: loro stessi, i cinesi immigrati durante l'epoca della dinastia Ming nei paesi del sud est asiatico, spesso sono chiamati "gli ebrei dell' Asia sud-orientale". I cinesi in quei paesi, proprio come gli ebrei in Europa, costituiscono la borghesia dei commerci e delle professioni. E come gli ebrei d'Europa, spessissimo quando ci sono gravi crisi sociali, diventano i capri espiatori di quelle crisi e delle conseguenti sofferenze. Come accadde, tanto per non andare lontano, nel 1997 -1998 in Indonesia alla fine del regime dittatoriale di Suharto.
  Cinesi ed Ebrei, dunque, hanno un rapporto storico importante che non fa dimenticare, ovviamente, il forte legame politico e civile che la Cina ha con il mondo musulmano del Medio Oriente, i fortissimi collegamenti storici ed economici con l'antica Persia, il rapporto politico dei giorni nostri con la causa palestinese. Tutti questi contatti sono estremamente importanti oggigiorno anche dal punto di vista geopolitico.
  Ma nonostante la strettissima partnership della Cina con l'Iran degli ayatollah, Repubblica Popolare e Stato ebraico in questi anni stanno sviluppando una relazione strategica crescente e sempre più interessante. Tanto interessante da aver più di una volta fatto emergere preoccupazioni ed ostacoli da parte americana.
  Israele ha una caratteristica primaria che è molto apprezzata a Pechino: è uno snodo nevralgico di una delle grandi rotte della Via della Seta e come si sa, i progetti della Belt and Road Initiative, la Via della Seta moderna di Xi Jinping, è particolarmente importante a Pechino.
  Israele assai probabilmente, secondo alcune stime, potrebbe raddoppiare la sua popolazione nei prossimi trenta anni. E facile immaginare la fame di infrastrutture materiali e immateriali che ciò significa. Si parla di investimenti necessari dell'ordine di qualcosa come oltre 200 miliardi di dollari, per trasporti, telecomunicazioni, energia e quant'altro. Senza dimenticare la rete digitale prossima ventura. Israele è un punto chiave fra Asia ed Europa. Dal prossimo decennio, la 2000MW EuroAsia Interconnector Underwater Electric Cable collegherà Israele, Cipro e Grecia e quindi l'Europa. Israele a quel punto potrebbe diventare esportatore di elettricità verso l'Europa, ed è un grande produttore di energie pulite. Israele, inoltre, è al centro di una partnership energetica per le risorse di gas sottomarino assieme a Cipro e Grecia. La cooperazione della Cina con Gerusalemme apre a Pechino e alla sua Via della Seta una serie impressionante sia di potenziali investimenti e sbocchi per le proprie imprese di costruzione, sia di connessioni con l'Europa di importanza eccezionale.
  La relazione strategica di Israele con la Repubblica Popolare si fonda in primissimo luogo con una lunga serie di progetti infrastrutturali. La lista comprende porti, ferrovie leggere, linee ad alta velocità, centrali elettriche, impianti di desalinizzazione.
  Nell'aprile di quest'anno, con un bel fiocco rosso che cinge la motrice, dallo stabilimento cinese di Changchun, della CRRC Changchun Rail way Vehicles, esce il primo treno leggero per la Tel Aviv Red Line Light Rail. Il contratto firmato nel dicembre 2015 prevede la consegna da parte dei cinesi di novanta treni e l'organizzazione del relativo servizio di manutenzione. Un'altra compagnia cinese, la China Railway Tunnel Group, deve invece costruire il segmento occidentale della linea di Tel Aviv. SinoHydro, consociata dal colosso cinese PowerChina, ha in appalto assieme ad altre aziende organizzate in consorzio la costruzione della centrale idroelettrica di 344 MW a Kochav Ha Yarden vicino al Kibbutz Gesher, nella Valle del Giordano. «Siamo molto interessati alle grandi opportunità del mercato energetico israeliano», spiega un funzionario cinese.
  La PMEC, sussidiaria della China Harbor Engineering Company, nel giugno del 2014 vince un altro appalto, quello per la costruzione del nuovo porto di Ashdod.Quella dei porti fra Cina e Israele è una parte importantissima e molto istruttiva della questione.
  Nel marzo del 2015, la Shanghai International Port Group vince la gara per operare nel grande porto di Haifa, il più importante sulla costa mediterranea di Israele. Il ministro dei trasporti del governo di Gerusalemme dell'epoca esulta: «questo è un giorno storico per Israele ... Il gruppo cinese che ha vinto la gara porterà la concorrenza nel settore. I nuovi porti creeranno migliaia di nuovi posti di lavoro e porteranno a una diminuzione del costo della vita. E un'espressione di fiducia nello Stato di Israele da parte di una superpotenza, che ha deciso di investire miliardi di shekel in Israele e trasformarlo in un centro cargo internazionale per tutto il mondo».
  Haifa è un porto commerciale e civile, ma è anche un'importante installazione utilizzata dalla Sesta Flotta della Marina americana quando opera nelle acque del Mediterraneo orientale. La scelta dell'azienda cinese non è passata attraverso gli scrutini del Gabinetto israeliano per la sicurezza nazionale. La decisione provoca subito fortissime reazioni e scatenate preoccupazioni americane: gli Stati Uniti temono per la sicurezza delle attività della Sesta Flotta. Gli Stati Uniti sono un alleato chiave per Israele e il governo di Gerusalemme decide di congelare la situazione.
  Non è la prima volta che Washington si mette di traverso rispetto alla cooperazione tecnologica e infrastrutturale fra la Repubblica Popolare e lo stato di Israele, anzi sembra proprio che sia un'abitudine delle amministrazioni americane. Durante l'amministrazione di Bill Clinton, Washington chiese e ottenne dal governo israeliano di Ehud Barak la cancellazione di un accordo che prevedeva la fornitura alla Cina di una tecnologia avanzata di carattere militare, il sistema radar Phalcon. Era un'intesa da un miliardo di dollari e fu bloccata proprio quando un caccia cinese era giunto in Israele per avere la controversa tecnologia. Avrebbe alterato la bilancia militare negli stretti di Taiwan a favore della Repubblica Popolare, argomentò l'amministrazione americana. Sia come sia, Washington intervenne con forza per bloccare quell'aspetto della cooperazione sino-israeliana. L'amministrazione Usa chiese ed ottenne le dimissioni del direttore generale del Ministero della Difesa, il generale Amos Yaron, che aveva autorizzato la fornitura. Da allora Gerusalemme ha bandito la fornitura di tecnologie militari o "duali" (tecnologie civili che possono avere anche un uso militare) alla Cina. Ciò nonostante, la cooperazione fra i due paesi evidentemente continua in altri ambiti non meno importanti. Le ragioni sono presto dette: la Cina ha interesse a sviluppare relazioni e contatti con un paese come Israele che ha una posizione geografica importantissima per alcune delle grandi rotte della Via della Seta. Israele d'altra parte è anche un alleato fondamentale degli Stati Uniti. La Cina da tempo ha un approccio molto ampio verso alcuni alleati chiave di Washington, dalla Corea del sud alla Thailandia, dalla Gran Bretagna alla Colombia per finire appunto ad Israele. Sembra quasi che Pechino voglia "penetrare" economicamente e strategicamente in alcune roccaforti del sistema di alleanze di Washington. Israele oltretutto presenta un'altra risorsa per Pechino: a Washington c'è un influente gruppo di amici di Israele che difende la relazione speciale Usa-Israele. Avere dalla propria parte un settore di quel gruppo di amici sarebbe per la Cina un fattore politico importantissimo.
  Ma anche Israele ha le sue buone ragioni: la Cina è ormai un grande attore politico mondiale e Gerusalemme ha bisogno di cercare l'appoggio di Pechino per i delicatissimi dossier strategici mediorientali. La Cina in questi anni ha creato una rete imponente di rapporti e di partnership con tutti i paesi della regione: è un partner strategico dell'Iran; ha relazioni strette con l'Arabia Saudita e con gli Emirati, ma allo stesso tempo ha contatti molto stretti con il Qatar, senza contare Turchia e Egitto. È una delle poche grandi nazioni del mondo che riesce a mantenere ed allargare relazioni e partnership con tutti questi paesi, al contrario ad esempio degli Stati Uniti. Forse solamente la Federazione russa riesce oggi ad avere analoghi rapporti in Medio Oriente, ma con un maggiore impegno militare. E poi ci sono i fattori economici: non solo perché Israele abbisogna di infrastrutture enormi per i prossimi anni, ma anche per la sua avanzatissima industria tecnologica per il cui futuro l'Asia in generale, la Cina in particolare, sono il mercato ovvio.
  Insomma, i motivi della cooperazione fra Cina e Israele sono tanti e molto solidi: è facile supporre che nonostante le pressioni americane, Gerusalemme sarà perfettamente in grado di bilanciare la relazione con Washington con la cooperazione con Pechino. Alla fin fine, è l'ennesimo ritorno della storia di questo periodo: gli ebrei si riprendono il loro posto sulla storica Via della Seta.

(Il Dubbio, 14 giugno 2019)


La Fortezza di Nimrod

 
Situata sulle celebri alture del Golan, nei pressi del confine tra Israele, Libano e Siria, la Fortezza di Nimrod è un luogo magico nel quale perdersi tra le rovine, ammirare il panorama e godersi una fantastica visita. È il più grande castello di epoca crociata presente in Israele, da cui si può ammirare una vista mozzafiato dell'Alta Galilea.
La Fortezza di Nimrod è un castello medievale situato sulle pendici meridionali del monte Hermon, su un costone che si innalza per circa 800 metri sopra il livello del mare. Si affaccia sulle alture del Golan ed è stato costruito con lo scopo di proteggere una via di accesso principale a Damasco contro gli eserciti provenienti da ovest. L'area è sotto il controllo dello stato israeliano a partire dal 1967 insieme alle adiacenti alture del Golan.
Fu costruita intorno al 1229 da Al-Aziz Uthman, il figlio minore di Saladino, per prevenire un attacco a Damasco da parte degli eserciti della Sesta Crociata. Si chiamava in arabo Qal'at al-Subeiba, "Castello della Grande Scogliera". La fortezza fu ulteriormente ampliata per contenere l'intera dorsale entro il 1230. Nel 1260 i mongoli catturarono il castello, smantellarono alcune delle sue difese e lasciarono il loro alleato, il figlio di Al-Aziz 'Uthman, a capo di esso e della vicina città di Banias.
Alla fine del 13o secolo, in seguito alla conquista musulmana della città portuale di San Giovanni d'Acri (Akko) e alla fine della dominazione crociata in Terra Santa, la fortezza perse il suo valore strategico e cadde in rovina. I turchi ottomani conquistarono quell'area nel 1517 e usarono la fortezza come una prigione di lusso per i nobili ottomani. La fortezza fu abbandonata più tardi nel 16o secolo e i pastori locali e le loro greggi furono gli unici ospiti all'interno delle sue mura. La fortezza fu poi distrutta da un terremoto nel 18o secolo. I drusi che vennero nella regione durante il conflitto del 1860 con i maroniti cominciarono a chiamarlo Qal'at Namrud (Il castello di Nimrod).
Oggi il sito è amministrato dall'Autorità per la Natura e i Parchi di Israele e i visitatori possono esplorare le parti scavate e restaurate della fortezza. L'ingresso del parco si trova sulla Route 989 tra Kiryat Shmona e il Monte Hermon, una ventina di minuti a est di Kiryat Shmona. L'insediamento israeliano di Nimrod si trova nelle vicinanze.
Nel film israeliano Beaufort, il castello ha sostituito il castello di Beaufort, che si trova nel sud del Libano.

(Viaggio in Israele, 14 giugno 2019)


La Spezia rinnova l'amicizia con il popolo ebraico

Il 18 giugno due eventi per ricordare il supporto che la città diede a chi sfuggiva dalla Shoà.

Il 18 giugno sarà un giorno importante per la città della Spezia che nel 2006 fu insignita della Medaglia d'Oro al Valor Civile per la straordinaria dimostrazione di solidarietà e aiuto alla popolazione ebraica da parte della nostra comunità, che accolse ed assistette i profughi ebrei scampati ai lager nazisti che intendevano raggiungere, via mare, la Terra Promessa. L'Autorità di Sistema Orientale del Mar Ligure Orientale e il Comune della Spezia, con la presidente Carla Roncallo e il sindaco Pierluigi Peracchini hanno deciso di onorare la storia attraverso due eventi, il primo dei quali prenderà il via alle ore 16,30 al Molo Pagliari con l'inaugurazione del progetto vincitore del concorso di idee per un monumento commemorativo ed un percorso didattico/espositivo a «stazioni», composto da dieci teche, da realizzarsi sul Molo Pagliari dal titolo «La Spezia, Porta di Sion». I vincitori sono stati Jacopo Maugeri, Alessandro Tognetti, Studio M2B PROGETTI - Paolo Maloni e Ivano Barcellone; la scultura in marmo è stata ideata dal maestro Walter Tacchini, esponente della cosiddetta Arte Sociale, nome conosciuto a livello internazionale, insegnante presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara. Sia il monumento sia il percorso saranno visitabili gratuitamente dal pubblico non appena ultimati i lavori di realizzazione della nuova marina, ormai in avanzato corso di esecuzione.
   Contestualmente, a seguito dell'accoglimento da parte del Comune della Spezia della richiesta proveniente dall'AdSP (e ad essa da Israele) di intitolare alla Memoria la piazza alla radice del Paglìari dove verrà posizionato il monumento e di dedicare il percorso espositivo a Yehuda Arazi e Ada Sereni, che predisposero e diressero con grande impegno l'intera operazione nel 1946, avverrà lo scoprimento delle due targhe. Protagonisti di questo ulteriore evento saranno i nipoti di Arazi e Sereni, ossia Orli Bach e Haim Confino, arrivati da Tel Aviv per l'occasione. Inoltre, entrambi gli enti, a seguito della proposta di Orli Bach, nipote del comandante Yehuda Arazi, oltre che membro della commissione giudicatrice del concorso di cui faceva parte per il comune anche l'assessore Annamaria Sorrentino, hanno deciso a suo tempo di accogliere l'idea di realizzare anche alla Spezia la mostra «Dalla Terraferma alla Terra Promessa: Aliya Bet dall'Italia a Israele, 1945-1948», già esposta a Roma nel 2018 per iniziativa della Fondazione Museo della Shoah. Mostra che, per gentile concessione del Museo Eretz Israel di Tel Aviv, è stato possibile trasferire nella nostra città grazie anche al sostegno di Fondazione Carispezia.
   La mostra sarà inaugurata sempre il 18 giugno alle 18,30, e rimarrà aperta fino al18 settembre (Orari: tutti i giorni escluso il lunedì dalle ore 10 alle ore 18. Ingresso libero) dando modo così agli studenti, ai turisti ed ai numerosi crocieristi di passaggio di visitarla. È stata coinvolta anche l'Ambasciata d'Israele in Italia, che ha fornito il suo patrocinio. La vice ambasciatrice, Ofra Farhi, verrà alla Spezia per partecipare ad entrambi gli eventi. Arriveranno da varie parti d'Italia e da Israele anche numerosi discendenti di coloro che lasciarono La Spezia per la Palestina. La mostra al Terminal 1, curata da Rachel Bonfil e Fiammetta Martegani, curatrici del Museo Eretz Israel di Tel Aviv ed anch'esse presenti assieme ad Ami Katz, CEO del museo, racconta attraverso settanta fotografie, la storia dei profughi sopravvissuti alla Shoah che, dopo aver attraversato l'Europa tra il 1945 e il 1948, partirono dall'Italia per la Terra Promessa, il nascente Stato d'Israele. Con il termine Aliya si intende il movimento di ritorno (letteralmente salita) del popolo ebraico verso la Terra Promessa, mentre Bet indica l'iniziale della parola ebraica «bilti-legali», ovvero «illegale», come le 34 navi che partirono illegalmente dalle coste italiane, tra cui La Spezia, portando in salvo in Israele oltre 21.000 sopravvissuti alla Shoah.
   La storia raccontata dalla mostra inizia alla fine della seconda guerra mondiale e termina nel 1948, ovvero con la fondazione dello Stato di Israele, e non è soltanto una storia israeliana o del popolo ebraico, è anche la storia di tutti gli italiani che nel corso di quegli anni hanno accolto e ospitato i profughi nel territorio italiano, "Porta di Sion" ultimo porto di salvezza prima di raggiungere la tanto agognata meta nell'allora mandato britannico. Un capitolo della mostra è dedicato anche ai due artefici di questa incredibile impresa: Ada Ascarelli Sereni e Yehuda Arazi, e un'intera sezione della mostra è dedicata alle vicende spezzine.
   La comunità Ebraica spezzina e quella ligure, rappresentata da Alberto Funaro, è stata coinvolta fin dal primo momento. Il rabbino capo di Genova, Giuseppe Momigliano, ha fatto parte anche della commissione giudicatrice del concorso "La Spezia Porta di Sion" assieme allo scrittore Marco Ferrari e al designer Moreno Ferrari. Entrambe le inaugurazioni saranno documentate dal regista Daniele Tommaso che realizzerà un filmato per l'Istituto Luce, filmando i luoghi della memoria, realizzando interviste con i discendenti dei protagonisti dei sopravvissuti alla Shoah.
   
(il Giornale, 14 giugno 2019)


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