In verità tu sei un Dio che ti nascondi, o Dio d'Israele, o Salvatore! Saranno svergognati, sì, tutti quanti confusi, se n'andranno tutti assieme coperti di vergogna i fabbricanti di idoli; ma Israele sarà salvato dall'Eterno d'una salvezza eterna, voi non sarete svergognati né confusi, mai più in eterno.
Isaia 45:15-17
 

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Predicazioni
Dio con noi
    MATTEO 1
  1. Or la nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe; e prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo.
  2. E Giuseppe, suo marito, essendo uomo giusto e non volendo esporla ad infamia, si propose di lasciarla occultamente.
  3. Ma mentre aveva queste cose nell'animo, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prender con te Maria tua moglie; perché ciò che in lei è generato, è dallo Spirito Santo.
  4. Ed ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati.
  5. Or tutto ciò avvenne, affinché si adempiesse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
  6. Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele, che, interpretato, vuol dire: «Iddio con noi».
    SALMO 145

  1. Io ti esalterò, o mio Dio, mio Re, e benedirò il tuo nome in eterno.
  2. Ogni giorno ti benedirò e loderò il tuo nome per sempre.
  3. L'Eterno è grande e degno di somma lode, e la sua grandezza non si può investigare.
  4. Un'età dirà all'altra le lodi delle tue opere e farà conoscere le tue gesta.
  5. Io mediterò sul glorioso splendore della tua maestà
    GENESI 2
  1. L’Eterno Iddio formò l'uomo dalla polvere della terra,
  2. gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente
    ISAIA 53
  1. Egli è cresciuto davanti a lui come un germoglio, come una radice che esce da un arido suolo.
    GIOVANNI 20
  1. Allora Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi”.
  2. Detto questo, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”.
    PROVERBI 8
  1. Quando egli disponeva i cieli io ero là; quando tracciava un cerchio sulla superficie dell'abisso,
  2. quando condensava le nuvole in alto, quando rafforzava le fonti dell'abisso,
  3. quando assegnava al mare il suo limite perché le acque non oltrepassassero il suo cenno, quando poneva i fondamenti della terra,
  4. io ero presso di lui come un artefice, ero sempre esuberante di gioia, mi rallegravo in ogni tempo nel suo cospetto;
  5. mi rallegravo nella parte abitabile della sua terra, e trovavo la mia gioia tra i figli degli uomini.
    GENESI 2
  1. E udirono la voce dell'Eterno Iddio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l'uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell'Eterno Iddio fra gli alberi del giardino.
    GIOVANNI 3
  1. Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito figlio affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.
    1 CORINZI 15
  1. Così anche sta scritto: «Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente»; l'ultimo Adamo è spirito vivificante”.
    GENESI 3
  1. E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la sua progenie; questa ti schiaccerà il capo, e tu le ferirai il calcagno”.
    ISAIA 7
  1. Perciò il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.
    GIOVANNI 12
  1. “Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo, ma, se muore, produce molto frutto" .
    ESODO 3
  1. E l'Eterno disse: “Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; 
  2. e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani.
    ESODO 29
  1. Sarà un olocausto perenne offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io vi incontrerò per parlare con te.
  2. E là io mi troverò con i figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E dimorerò in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per dimorare tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro
    GIOVANNI 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.

Marcello Cicchese
febbraio 2024

Una grande gioia

ATTI 2

  1. Quelli dunque i quali accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.
  2. Ed erano perseveranti nell'attendere all'insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere.
  3. E ogni anima era presa da timore; e molti prodigi e segni eran fatti dagli apostoli.
  4. E tutti quelli che credevano erano insieme, ed avevano ogni cosa in comune;
  5. e vendevano le possessioni ed i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
  6. E tutti i giorni, essendo di pari consentimento assidui al tempio, e rompendo il pane nelle case, prendevano il loro cibo assieme con gioia e semplicità di cuore,
  7. lodando Iddio, e avendo il favore di tutto il popolo. E il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che erano sulla via della salvezza.

ATTI 4

  1. E la moltitudine di coloro che avevano creduto, era d'un sol cuore e d'un'anima sola; né v'era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva, ma tutto era comune tra loro.
  2. E gli apostoli con gran potenza rendevano testimonianza della risurrezione del Signor Gesù; e gran grazia era sopra tutti loro.
  3. Poiché non v'era alcun bisognoso fra loro; perché tutti coloro che possedevano poderi o case li vendevano, portavano il prezzo delle cose vendute,
  4. e lo mettevano ai piedi degli apostoli; poi, era distribuito a ciascuno, secondo il bisogno.

LUCA 2

  1. Or in quella medesima contrada vi erano dei pastori che stavano nei campi e facevano di notte la guardia al loro gregge.
  2. E un angelo del Signore si presentò ad essi e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e temettero di gran timore.
  3. E l'angelo disse loro: Non temete, perché ecco, vi reco il buon annuncio di una grande gioia che tutto il popolo avrà:
  4. Oggi, nella città di Davide, v'è nato un salvatore, che è Cristo, il Signore.

MATTEO 2

  1. Or essendo Gesù nato in Betlemme di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betlemme di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima gioia.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.

ATTI 8

  1. Coloro dunque che erano stati dispersi se ne andarono di luogo in luogo, annunziando la Parola. E Filippo, disceso nella città di Samaria, vi predicò il Cristo.
  2. E le folle di pari consentimento prestavano attenzione alle cose dette da Filippo, udendo e vedendo i miracoli che egli faceva.
  3. Poiché gli spiriti immondi uscivano da molti che li avevano, gridando con gran voce; e molti paralitici e molti zoppi erano guariti.
  4. E vi fu grande gioia in quella città.

ATTI 13

  1. Ma Paolo e Barnaba dissero loro francamente: Era necessario che a voi per i primi si annunziasse la parola di Dio; ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco, noi ci volgiamo ai Gentili.
  2. Perché così ci ha ordinato il Signore, dicendo: Io ti ho posto per esser luce dei Gentili, affinché tu sia strumento di salvezza fino alle estremità della terra.
  3. E i Gentili, udendo queste cose, si rallegravano e glorificavano la parola di Dio; e tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero.
  4. E la parola del Signore si spandeva per tutto il paese.
  5. Ma i Giudei istigarono le donne pie e ragguardevoli e i principali uomini della città, e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba, e li scacciarono dai loro confini.
  6. Ma essi, scossa la polvere dei loro piedi contro loro, se ne vennero ad Iconio.
  7. E i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

ROMANI 15

  1. Or l'Iddio della pazienza e della consolazione vi dia d'avere fra voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù,
  2. affinché di un solo animo e di una stessa bocca glorifichiate Iddio, il Padre del nostro Signor Gesù Cristo.
  3. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, siccome anche Cristo ha accolto noi per la gloria di Dio;
  4. poiché io dico che Cristo è stato fatto ministro dei circoncisi, a dimostrazione della veracità di Dio, per confermare le promesse fatte ai padri;
  5. mentre i Gentili hanno da glorificare Dio per la sua misericordia, secondo che è scritto: Per questo ti celebrerò fra i Gentili e salmeggerò al tuo nome.
  6. Ed è detto ancora: Rallegratevi, o Gentili, col suo popolo.
  7. E altrove: Gentili, lodate tutti il Signore, e tutti i popoli lo celebrino.
  8. E di nuovo Isaia dice: Vi sarà la radice di Iesse, e Colui che sorgerà a governare i Gentili; in lui spereranno i Gentili.
  9. Or l'Iddio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nel vostro credere, onde abbondiate nella speranza, mediante la potenza dello Spirito Santo.


    Marcello Cicchese
    maggio 2016

L'interesse di Cristo
FILIPPESI, cap. 1

  1. Soltanto, comportatevi in modo degno del vangelo di Cristo, affinché, sia che io venga a vedervi sia che io resti lontano, senta dire di voi che state fermi in uno stesso spirito, combattendo insieme con un medesimo animo per la fede del vangelo, 
  2. per nulla spaventati dagli avversari. Questo per loro è una prova evidente di perdizione; ma per voi di salvezza; e ciò da parte di Dio. 
  3. Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, 
  4. sostenendo voi pure la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e nella quale ora sentite dire che io mi trovo.

FILIPPESI, cap. 2

  1. Se dunque v'è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d'amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, 
  2. rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento
  3. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, 
  4. cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 
  5. Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 
  6. il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, 
  7. ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 
  8. trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. 
  9. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 
  10. affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 
  11. e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
  12. Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quando ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; 
  13. infatti è Dio che produce in voi il volere e l'agire, secondo il suo disegno benevolo. 
  14. Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute
  15. perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, 
  16. tenendo alta la parola di vita, in modo che nel giorno di Cristo io possa vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato. 
  17. Ma se anche vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede, ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi; 
  18. e nello stesso modo gioitene anche voi e rallegratevene con me.


Marcello Cicchese
novembre 2006

Salmo 92
Salmo 92
    Canto per il giorno del sabato.
  1. Buona cosa è celebrare l'Eterno,
    e salmeggiare al tuo nome, o Altissimo;
  2. proclamare la mattina la tua benignità,
    e la tua fedeltà ogni notte,
  3. sul decacordo e sul saltèro,
    con l'accordo solenne dell'arpa!
  4. Poiché, o Eterno, tu m'hai rallegrato col tuo operare;
    io celebro con giubilo le opere delle tue mani.
  5. Come son grandi le tue opere, o Eterno!
    I tuoi pensieri sono immensamente profondi.

  6. L'uomo insensato non conosce
    e il pazzo non intende questo:
  7. che gli empi germoglian come l'erba
    e gli operatori d'iniquità fioriscono, per esser distrutti in perpetuo.
  8. Ma tu, o Eterno, siedi per sempre in alto.
  9. Poiché, ecco, i tuoi nemici, o Eterno,
    ecco, i tuoi nemici periranno,
    tutti gli operatori d'iniquità saranno dispersi.

  10. Ma tu mi dai la forza del bufalo;
    io son unto d'olio fresco.
  11. L'occhio mio si compiace nel veder la sorte di quelli che m'insidiano,
    le mie orecchie nell'udire quel che avviene ai malvagi
    che si levano contro di me.
  12. Il giusto fiorirà come la palma,
    crescerà come il cedro sul Libano.
  13. Quelli che son piantati nella casa dell'Eterno
    fioriranno nei cortili del nostro Dio.
  14. Porteranno ancora del frutto nella vecchiaia;
    saranno pieni di vigore e verdeggianti,
  15. per annunziare che l'Eterno è giusto;
    egli è la mia ròcca, e non v'è ingiustizia in lui.

Marcello Cicchese
gennaio 2017

Saggezza che viene da Dio
PROVERBI 2
  1. Figlio mio, se ricevi le mie parole e serbi con cura i miei comandamenti,
  2. prestando orecchio alla saggezza e inclinando il cuore all'intelligenza;
  3. sì, se chiami il discernimento e rivolgi la tua voce all'intelligenza,
  4. se la cerchi come l'argento e ti dai a scavarla come un tesoro,
  5. allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio.
  6. Il Signore infatti dà la saggezza; dalla sua bocca provengono la scienza e l'intelligenza.
  7. Egli tiene in serbo per gli uomini retti un aiuto potente, uno scudo per quelli che camminano nell'integrità,
  8. allo scopo di proteggere i sentieri della giustizia e di custodire la via dei suoi fedeli.
  9. Allora comprenderai la giustizia, l'equità, la rettitudine, tutte le vie del bene.
  10. Perché la saggezza ti entrerà nel cuore, la scienza sarà la delizia dell'anima tua,
  11. la riflessione veglierà su di te, l'intelligenza ti proteggerà;
  12. essa ti scamperà così dalla via malvagia, dalla gente che parla di cose perverse,
  13. da quelli che lasciano i sentieri della rettitudine per camminare nelle vie delle tenebre,
  14. che godono a fare il male e si compiacciono delle perversità del malvagio,
  15. i cui sentieri sono contorti e percorrono vie tortuose.
  16. Ti salverà dalla donna adultera, dalla infedele che usa parole seducenti,
  17. che ha abbandonato il compagno della sua gioventù e ha dimenticato il patto del suo Dio.
  18. Infatti la sua casa pende verso la morte, e i suoi sentieri conducono ai defunti.
  19. Nessuno di quelli che vanno da lei ne ritorna, nessuno riprende i sentieri della vita.
  20. Così camminerai per la via dei buoni e rimarrai nei sentieri dei giusti.
  21. Gli uomini retti infatti abiteranno la terra, quelli che sono integri vi rimarranno;
  22. ma gli empi saranno sterminati dalla terra, gli sleali ne saranno estirpati.

Marcello Cicchese
aprile 2009

Sovranità e grazia di Dio
ROMANI 8
  1. Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.
GENESI 6
  1. Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo.
  2. Il Signore si pentì d'aver fatto l'uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo.
  3. E il Signore disse: «Io sterminerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato: dall'uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perché mi pento di averli fatti».
  4. Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.
GENESI 12
  1. Il Signore disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò;
  2. io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione.
  3. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
ESODO 3
  1. Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni.
  2. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei.
  3. E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire.
  4. Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele».
ESODO 6
  1. Il Signore disse a Mosè: «Ora vedrai quello che farò al faraone; perché, forzato da una mano potente, li lascerà andare: anzi, forzato da una mano potente, li scaccerà dal suo paese».
  2. Dio parlò a Mosè e gli disse: «Io sono il Signore.
  3. Io apparvi ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe, come il Dio onnipotente; ma non fui conosciuto da loro con il mio nome di Signore.
  4. Stabilii pure il mio patto con loro, per dar loro il paese di Canaan, il paese nel quale soggiornavano come forestieri.
  5. Ho anche udito i gemiti dei figli d'Israele che gli Egiziani tengono in schiavitù e mi sono ricordato del mio patto.
  6. Perciò, di' ai figli d'Israele: "Io sono il Signore; quindi vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi salverò con braccio steso e con grandi atti di giudizio.
DEUTERONOMIO 8
  1. Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi do, affinché viviate, moltiplichiate ed entriate in possesso del paese che il Signore giurò di dare ai vostri padri.
  2. Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant'anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti.
  3. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore.
  1. Nel deserto ti ha nutrito di manna che i tuoi padri non avevano mai conosciuta, per umiliarti e per provarti, per farti, alla fine, del bene.

Marcello Cicchese
gennaio 2008

Preghiera sacerdotale 1

    GIOVANNI 17

  1. Queste cose disse Gesù; poi levati gli occhi al cielo, disse: Padre, l'ora è venuta; glorifica il tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, 
  2. poiché gli hai data potestà sopra ogni carne, affinché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dato. 
  3. E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 
  4. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data a fare. 
  5. Ed ora, o Padre, glorificami tu presso te stesso della gloria che avevo presso di te avanti che il mondo fosse. 
  6. Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi, e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. 
  7. Ora hanno conosciuto che tutte le cose che tu mi hai date, vengono da te; 
  8. poiché le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute, e hanno veramente conosciuto ch'io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato. 
  9. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dato, perché sono tuoi; 
  10. e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; ed io sono glorificato in loro. 
  11. Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, essi che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi. 
  12. Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta. 
  13. Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in se stessi la mia allegrezza. 
  14. Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  15. Io non ti prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. 
  16. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  17. Santificali nella verità: la tua parola è verità.
  18. Come tu hai mandato me nel mondo, anch'io ho mandato loro nel mondo. 
  19. E per loro io santifico me stesso, affinché anch'essi siano santificati in verità.
  20. Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: 
  21. che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.
  22. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; 
  23. io in loro, e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me.
  24. Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché veggano la mia gloria che tu mi hai data; poiché tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo.
  25. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; 
  26. ed io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l'amore del quale tu mi hai amato sia in loro, ed io in loro.

    ATTI 10

  1. Voi sapete quello che è avvenuto per tutta la Giudea cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni: 
  2. vale a dire, la storia di Gesù di Nazaret; come Dio l'ha unto di Spirito Santo e di potenza; e come egli è andato attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo, perché Dio era con lui. 
  3. E noi siamo testimoni di tutte le cose ch'egli ha fatte nel paese dei Giudei e in Gerusalemme; ed essi l'hanno ucciso, appendendolo ad un legno. 
  4. Esso ha Dio risuscitato il terzo giorno, e ha fatto sì ch'egli si manifestasse 
  5. non a tutto il popolo, ma ai testimoni che erano prima stati scelti da Dio; cioè a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.


Marcello Cicchese
agosto 2017

Preghiera sacerdotale 2

    GIOVANNI 17

  1. Queste cose disse Gesù; poi levati gli occhi al cielo, disse: Padre, l'ora è venuta; glorifica il tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, 
  2. poiché gli hai data potestà sopra ogni carne, affinché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dato. 
  3. E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 
  4. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data a fare. 
  5. Ed ora, o Padre, glorificami tu presso te stesso della gloria che avevo presso di te avanti che il mondo fosse. 
  6. Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi, e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. 
  7. Ora hanno conosciuto che tutte le cose che tu mi hai date, vengono da te; 
  8. poiché le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute, e hanno veramente conosciuto ch'io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato. 
  9. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dato, perché sono tuoi; 
  10. e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; ed io sono glorificato in loro. 
  11. Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, essi che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi. 
  12. Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta. 
  13. Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in se stessi la mia allegrezza. 
  14. Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  15. Io non ti prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. 
  16. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  17. Santificali nella verità: la tua parola è verità.
  18. Come tu hai mandato me nel mondo, anch'io ho mandato loro nel mondo. 
  19. E per loro io santifico me stesso, affinché anch'essi siano santificati in verità.
  20. Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: 
  21. che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.
  22. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; 
  23. io in loro, e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me.
  24. Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché veggano la mia gloria che tu mi hai data; poiché tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo.
  25. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; 
  26. ed io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l'amore del quale tu mi hai amato sia in loro, ed io in loro.


Marcello Cicchese
ottobre 2017

Un sabato sacro
ESODO 31
  1. L'Eterno parlò ancora a Mosè, dicendo:
  2. 'Quanto a te, parla ai figli d'Israele e di' loro: Badate bene d'osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno fra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché conosciate che io sono l'Eterno che vi santifica.
  3. Osserverete dunque il sabato, perché è per voi un giorno santo; chi lo profanerà dovrà essere messo a morte; chiunque farà in esso qualche lavoro sarà sterminato di fra il suo popolo.
  4. Si lavorerà sei giorni; ma il settimo giorno è un sabato di solenne riposo, sacro all'Eterno; chiunque farà qualche lavoro nel giorno del sabato dovrà esser messo a morte.
  5. I figli d'Israele quindi osserveranno il sabato, celebrandolo di generazione in generazione come un patto perpetuo.
  6. Esso è un segno perpetuo fra me e i figli d'Israele; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli e la terra, e il settimo giorno cessò di lavorare, e si riposò'.
  7. Quando l'Eterno ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli dette le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte col dito di Dio.

Marcello Cicchese
maggio 2017

Benedizione a domicilio?
GENESI 12
  1. Il Signore disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò;
  2. io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione.
  3. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
  4. Abramo partì, come il Signore gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran.
  5. Abramo prese Sarai sua moglie e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che possedevano e le persone che avevano acquistate in Caran, e partirono verso il paese di Canaan.
  6. Giunsero così nella terra di Canaan, e Abramo attraversò il paese fino alla località di Sichem, fino alla quercia di More. In quel tempo i Cananei erano nel paese.
  7. Il Signore apparve ad Abramo e disse: «Io darò questo paese alla tua discendenza». Lì Abramo costruì un altare al Signore che gli era apparso.
  8. Di là si spostò verso la montagna a oriente di Betel, e piantò le sue tende, avendo Betel a occidente e Ai ad oriente; lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore.

MARCO 10
  1. Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»
  2. Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio.
  3. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"».
  4. Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù».
  5. Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
  6. Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.
  7. Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!»
  8. I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!
  9. È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».
  10. Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?»
  11. Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».
  12. Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito».
  13. Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo,
  14. il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.
  15. Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

PROVERBI 10
  1. Quel che fa ricchi è la benedizione dell'Eterno e il tormento che uno si dà non le aggiunge nulla.

Marcello Cicchese
giugno 2006


Salmo 56
Salmo 56
  1. Abbi pietà di me, o Dio, poiché gli uomini anelano a divorarmi; mi tormentano con una guerra di tutti i giorni;
  2. i miei nemici anelano del continuo a divorarmi, poiché sono molti quelli che m'assalgono con superbia.
  3. Nel giorno in cui temerò, io confiderò in te.
  4. Con l'aiuto di Dio celebrerò la sua parola; in Dio confido, e non temerò; che mi può fare il mortale?
  5. Torcono del continuo le mie parole; tutti i lor pensieri son vòlti a farmi del male.
  6. Si radunano, stanno in agguato, spiano i miei passi, come gente che vuole la mia vita.
  7. Rendi loro secondo la loro iniquità! O Dio, abbatti i popoli nella tua ira!
  8. Tu conti i passi della mia vita errante; raccogli le mie lacrime negli otri tuoi; non sono esse nel tuo registro?
  9. Nel giorno che io griderò, i miei nemici indietreggeranno. Questo io so: che Dio è per me.
  10. Con l'aiuto di Dio celebrerò la sua parola; con l'aiuto dell'Eterno celebrerò la sua parola.
  11. In Dio confido e non temerò; che mi può fare l'uomo?
  12. Tengo presenti i voti che t'ho fatti, o Dio; io t'offrirò sacrifizi di lode;
  13. poiché tu hai riscosso l'anima mia dalla morte, hai guardato i miei piedi da caduta, affinché io cammini, al cospetto di Dio, nella luce de' viventi.

Marcello Cicchese
agosto 2016

Una lampada al piede
Salmo 119
  1. La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero.
  2. Ho giurato, e lo manterrò, di osservare i tuoi giusti giudizi.
  3. Io sono molto afflitto; Signore, rinnova la mia vita secondo la tua parola.
  4. Signore, gradisci le offerte volontarie delle mie labbra e insegnami i tuoi giudizi.
  5. La mia vita è sempre in pericolo, ma io non dimentico la tua legge.
  6. Gli empi mi hanno teso dei lacci, ma io non mi sono allontanato dai tuoi precetti.
  7. Le tue testimonianze sono la mia eredità per sempre, esse sono la gioia del mio cuore.
  8. Ho messo il mio impegno a praticare i tuoi statuti, sempre, sino alla fine.

Marcello Cicchese
gennaio 2008

Il peggiore dei profeti
MATTEO

Capitolo 12
  1. Allora alcuni degli scribi e dei Farisei presero a dirgli: Maestro, noi vorremmo vederti operare un segno.
  2. Ma egli rispose loro: Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona.
  3. Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così starà il Figliuol dell'uomo nel cuor della terra tre giorni e tre notti.
  4. I Niniviti risorgeranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno, perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco qui vi è più che Giona!

GIONA

Capitolo 1
  1. La parola dell'Eterno fu rivolta a Giona, figliuolo di Amittai, in questi termini:
  2. 'Lèvati, va' a Ninive, la gran città, e predica contro di lei; perché la loro malvagità è salita nel mio cospetto'.
  3. Ma Giona si levò per fuggirsene a Tarsis, lungi dal cospetto dell'Eterno; e scese a Giaffa, dove trovò una nave che andava a Tarsis; e, pagato il prezzo del suo passaggio, s'imbarcò per andare con quei della nave a Tarsis, lungi dal cospetto dell'Eterno.
  4. Ma l'Eterno scatenò un gran vento sul mare, e vi fu sul mare una forte tempesta, sì che la nave minacciava di sfasciarsi.
  5. I marinai ebbero paura, e ognuno gridò al suo dio e gettarono a mare le mercanzie ch'erano a bordo, per alleggerire la nave; ma Giona era sceso nel fondo della nave, s'era coricato, e dormiva profondamente.
  6. Il capitano gli si avvicinò, e gli disse: 'Che fai tu qui a dormire? Lèvati, invoca il tuo dio! Forse Dio si darà pensiero di noi, e non periremo'.
  7. Poi dissero l'uno all'altro: 'Venite, tiriamo a sorte, per sapere a cagione di chi ci capita questa disgrazia'. Tirarono a sorte, e la sorte cadde su Giona.
  8. Allora essi gli dissero: 'Dicci dunque a cagione di chi ci capita questa disgrazia! Qual è la tua occupazione? donde vieni? qual è il tuo paese? e a che popolo appartieni?'
  9. Egli rispose loro: 'Sono Ebreo, e temo l'Eterno, l'Iddio del cielo, che ha fatto il mare e la terra ferma'.
  10. Allora quegli uomini furon presi da grande spavento, e gli dissero: 'Perché hai fatto questo?' Poiché quegli uomini sapevano ch'egli fuggiva lungi dal cospetto dell'Eterno, giacché egli avea dichiarato loro la cosa.
  11. E quelli gli dissero: 'Che ti dobbiam fare perché il mare si calmi per noi?' Poiché il mare si faceva sempre più tempestoso.
  12. Egli rispose loro: 'Pigliatemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa forte tempesta vi piomba addosso per cagion mia'.
  13. Nondimeno quegli uomini davan forte nei remi per ripigliar terra; ma non potevano, perché il mare si faceva sempre più tempestoso e minaccioso.
  14. Allora gridarono all'Eterno, e dissero: 'Deh, o Eterno, non lasciar che periamo per risparmiar la vita di quest'uomo, e non ci mettere addosso del sangue innocente; perché tu, o Eterno, hai fatto quel che ti è piaciuto'.
  15. Poi presero Giona e lo gettarono in mare; e la furia del mare si calmò.
  16. E quegli uomini furon presi da un gran timore dell'Eterno; offrirono un sacrifizio all'Eterno, e fecero dei voti.

Capitolo 4
  1. Ma Giona ne provò un gran dispiacere, e ne fu irritato; e pregò l'Eterno, dicendo:
  2. 'O Eterno, non è egli questo ch'io dicevo, mentr'ero ancora nel mio paese? Perciò m'affrettai a fuggirmene a Tarsis; perché sapevo che sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira, di gran benignità, e che ti penti del male minacciato.
  3. Or dunque, o Eterno, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me val meglio morire che vivere'.
  4. E l'Eterno gli disse: 'Fai tu bene a irritarti così?'
  5. Poi Giona uscì dalla città, e si mise a sedere a oriente della città; si fece quivi una capanna, e vi sedette sotto, all'ombra, stando a vedere quello che succederebbe alla città.
  6. E Dio, l'Eterno, per guarirlo della sua irritazione, fece crescere un ricino, che montò su di sopra a Giona per fargli ombra al capo; e Giona provò una grandissima gioia a motivo di quel ricino.
  7. Ma l'indomani, allo spuntar dell'alba, Iddio fece venire un verme, il quale attaccò il ricino, ed esso si seccò.
  8. E come il sole fu levato, Iddio fece soffiare un vento soffocante d'oriente, e il sole picchiò sul capo di Giona, sì ch'egli venne meno, e chiese di morire, dicendo: 'Meglio è per me morire che vivere'.
  9. E Dio disse a Giona: 'Fai tu bene a irritarti così a motivo del ricino?' Egli rispose: 'Sì, faccio bene a irritarmi fino alla morte'.
  10. E l'Eterno disse: 'Tu hai pietà del ricino per il quale non hai faticato, e che non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito:
  11. e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?'

Marcello Cicchese
febbraio 2015

Salmo 27
Salmo 27
  1. Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò?
    Il Signore è il baluardo della mia vita; di chi avrò paura?
  2. Quando i malvagi, che mi sono avversari e nemici, mi hanno assalito per divorarmi, essi stessi hanno vacillato e sono caduti.
  3. Se un esercito si accampasse contro di me, il mio cuore non avrebbe paura; se infuriasse la battaglia contro di me, anche allora sarei fiducioso.
  4. Una cosa ho chiesto al Signore, e quella ricerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore, e meditare nel suo tempio.
  5. Poich'egli mi nasconderà nella sua tenda in giorno di sventura, mi custodirà nel luogo più segreto della sua dimora, mi porterà in alto sopra una roccia.
  6. E ora la mia testa s'innalza sui miei nemici che mi circondano. Offrirò nella sua dimora sacrifici con gioia; canterò e salmeggerò al Signore.

  7. O Signore, ascolta la mia voce quando t'invoco; abbi pietà di me, e rispondimi.
  8. Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate il mio volto!»
    Io cerco il tuo volto, o Signore.
  9. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo;tu sei stato il mio aiuto; non lasciarmi, non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza!
  10. Qualora mio padre e mia madre m'abbandonino, il Signore mi accoglierà.
  11. O Signore, insegnami la tua via, guidami per un sentiero diritto, a causa dei miei nemici.
  12. Non darmi in balìa dei miei nemici; perché sono sorti contro di me falsi testimoni, gente che respira violenza.
  13. Ah, se non avessi avuto fede di veder la bontà del Signore sulla terra dei viventi!
  14. Spera nel Signore! Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi; sì, spera nel Signore!

Marcello Cicchese
dicembre 2007

Il Re dei Giudei
Il Re dei Giudei

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.
GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.
Marcello Cicchese
ottobre 2019

Come cerva che assetata
Marcello Cicchese
gennaio 2008

Vanità delle vanità
Vanità delle vanità, tutto è vanità

Dalla Sacra Scrittura

ECCLESIASTE 1
  1. Parole dell'Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
  2. Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.
  3. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
  4. Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
  5. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.
  6. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri.
  7. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.
  8. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire.
  9. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
  10. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto.
  11. Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.
  12. Io, l'Ecclesiaste, sono stato re d'Israele a Gerusalemme,
  13. e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino.
  14. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento.
  15. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato.
  16. Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza».
  17. Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento.
  18. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

ECCLESIASTE 2
  1. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità.
  2. Io ho detto del riso: «É una follia»; e della gioia: «A che giova?»
  1. Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.

ECCLESIASTE 12
  1. Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell'uomo.

1 PIETRO 1
  1. E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;
  2. sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,
  3. ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.
  4. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;
  5. per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio.
  6. Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore,
  7. perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.
  8. Infatti, «ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
  9. ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della buona notizia che vi è stata annunziata.

1 CORINZI 15
  1. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».
  2. «O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?»
  3. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge;
  4. ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo.
  5. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Marcello Cicchese
8 ottobre 2006

La prova della fede
La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006

L’enigma Gesù
L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
Marcello Cicchese
dicembre 2019

Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Il corpo dell'umiliazione
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Una mente rinnovata
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Dal Vangelo di Matteo

CAPITOLO 6
  1. Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.
  2. Perciò vi dico: Non siate con ansiosi per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?
  3. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Non siete voi assai più di loro?
  4. E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito?
  5. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano;
  6. eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.
  7. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba de' campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede?
  8. Non siate dunque con ansiosi, dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo?
  9. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.
  10. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
Marcello Cicchese
dicembre 2015



Nel Nord di Israele ora c’è un deserto. “Hezbollah spara, qui non torniamo”

Il reportage. Tutta la fascia a ridosso del confine libanese è stata evacuata per ordine dell’Idf. E sessantamila persone sono sfollate altrove

di Francesca Caferri

MIGDAL TEFEN (Nord Israele) — Da ottobre, Tal Lavi Shimron vive a Beirut, non lontano dall’aeroporto internazionale Rafiq Hariri: e non lo sa. Il centro direzionale dello scalo è ciò che appare sul navigatore ogni volta che si avvicina alla sua casa nel kibbutz Adamit, a 500 metri dalla frontiera libanese, e in tutta l’area circostante. È così per lei e per le decine di migliaia di persone che vivono nella zona settentrionale della Galilea, a poca distanza (nove chilometri, dal punto dove ci troviamo) dalla Linea Blu che segna il confine con il Libano, e dai villaggi di Ayat el Cheb e Ramyeh, dall’altra parte della frontiera, che nelle giornate di buona visibilità sembrano vicinissimi. La falsa posizione che danno i Gps è il più elementare dei provvedimenti che l’esercito israeliano (Idf) ha preso per tentare di limitare gli attacchi di Hezbollah in questa zona.
Il punto che Lavi Shimron ci tiene a sottolineare è che il problema non è questo. Dall’8 di ottobre, il giorno successivo all’attacco di Hamas sul Sud del Paese, qui corre il fronte dimenticato di Israele. Con gli occhi di tutti fissi su Gaza, gli scambi di artiglieria ai due lati del confine, gli attacchi israeliani – una dozzina, solo ieri – sul territorio libanese e quelli del gruppo sciita su obiettivi militari e civili da questa parte della Linea Blu, finiscono in fondo alle notizie che arrivano da questa parte del mondo. Non per la nostra interlocutrice e per gli altri 60 mila israeliani che da ottobre, su ordine dell’esercito, hanno dovuto evacuare 43 tra città e villaggi che si trovano entro cinque chilometri dal Libano, e che da allora vivono in alberghi, case affittate o ospiti di parenti. Dall’altra parte del confine, la stessa sorte è toccata a 90 mila persone.
«Sono andata via di corsa, lasciando la tazza con il caffè sul tavolo: quando mi autorizzano a tornare, sempre di corsa, per prendere qualcosa, la trovo ancora lì», ci dice la signora Lavi Shimron. Tre giorni fa un pallone spia israeliano è stato abbattuto sul cielo sopra la sua casa ed è atterrato intatto in Libano: una prima assoluta, che Hezbollah ha ampiamente celebrato sui suoi canali social e tv.
Sarit Zehavi, ex analista di intelligence, fondatrice e presidentessa dell’Alma research center, specializzato in analisi sul confine Nord, non sa (o non può) dire se contenesse informazioni rilevanti per il gruppo sciita. Ma è certa che nelle ultime 72 ore gli attacchi si sono intensificati: 60 missili ieri, 60 il giorno prima, compreso quello su una importante base militare vicino al lago di Tiberiade. «L’esercito dice che nel pallone non c’era nulla e ci credo: ma di certo abbiamo un occhio in meno dall’altra parte. Se a questo aggiungiamo le nuove armi che Hezbollah sta usando, eccoci all’escalation degli ultimi giorni», sostiene.
Con i suoi analisti, Zehavi ha individuato tre tipi di missili che il gruppo sciita sta usando: i Kornet, con un raggio d’azione di dieci chilometri, gli Almas, che colpiscono obiettivi fra i 4 e i 16 chilometri, e Tharallah, una versione modificata e più letale del Kornet che solo da pochi giorni ha fatto la sua apparizione in questo teatro di guerra.
La signora Lavi Shimron si occupa di turismo e non si intende di armi. Neanche le importa molto: quello che le interessa è tenere insieme i pezzi della sua vita. I due figli grandi che non vivono più con lei, perché le scuole dell’area sono chiuse e per studiare devono andare lontano. L’appartamento in affitto dove stringersi. Un lavoro andato a rotoli. Il mutuo che resta lì, nonostante sia stato congelato per qualche mese. A far indignare lei e altre decine di migliaia di persone è il fatto che il governo abbia rifiutato di garantire che potranno tornare a casa per il primo settembre, il giorno in cui in Israele riaprono le scuole. In occasione della festa dell’Indipendenza, martedì scorso, alcune delle comunità evacuate hanno inscenato una secessione simbolica dallo Stato di Israele nelle strade del Nord: un modo per dare sfogo alla rabbia.
Né Lavi Shimron né Zehavi, che pure vive in questa zona, hanno partecipato, ma ne condividono lo spirito. «Così non può proseguire, serve un cambio di passo – spiega l’analista –. Il mio incubo peggiore è che la guerra a Gaza finisca e il mondo si dimentichi di noi. Quello che chiediamo è alla comunità internazionale di mettere da parte la risoluzione Onu 1701 (quella che nel 2006 ha messo fine all’ultimo conflitto fra Israele e il Libano, ndr) e pensare a una soluzione definitiva per fermare l’arrivo di armi a Hezbollah. E al nostro esercito una migliore strategia: non chiedo una guerra aperta, ma dobbiamo agire. All’inizio è stata data priorità al Sud, ora è tempo di un cambio di passo. Se non ci sarà, moltissime persone non torneranno: sarebbe come chiedergli di aspettare il prossimo 7 ottobre nelle loro case».

(la Repubblica, 17 maggio 2024)

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Fatti nascosti sulla guerra di Gaza

Basta unire i puntini per rendersene conto: L'America e l'Iran sono contro Israele.

di Melanie Phillips

La misura in cui i politici e i media nascondono i fatti che minano la loro narrazione tossica per diffamare e minare la guerra di sopravvivenza di Israele è diventata mozzafiato.
L'amministrazione Biden ha fatto tutto il possibile per placare il regime genocida e terrorista iraniano. Ha versato miliardi nelle casse di Teheran alleggerendo le sanzioni. Si è rifiutata di rispondere efficacemente ai ripetuti attacchi sostenuti dall'Iran contro gli interessi statunitensi. E sta facendo di tutto per impedire a Israele di intraprendere azioni che potrebbero danneggiare le relazioni dell'America con il regime iraniano, come lo smantellamento di Hamas, una delle principali forze dell'esercito per procura di Teheran contro Israele e l'Occidente.
La politica americana di appeasement nei confronti dell'Iran ha lasciato molti perplessi. Avrebbero dovuto essere più vigili.
Dodici giorni prima del pogrom del 7 ottobre, Jay Solomon ha riferito sul sito web di Semafor che Ariane Tabatabai , capo dello staff dell'assistente segretario alla Difesa degli Stati Uniti per le operazioni speciali e i conflitti a bassa intensità, faceva parte di una "Iran Experts Initiative" istituita da alti funzionari del Ministero degli Esteri iraniano per rafforzare la posizione di Teheran sulle questioni di sicurezza globale, in particolare sul suo programma nucleare.
In altre parole, Tabatabai era un lobbista per l'Iran nel cuore del governo statunitense e godeva della massima autorizzazione di sicurezza.
Semafor e il gruppo di opposizione iraniano Iran International sono entrati in possesso di un'ampia raccolta di corrispondenza ed e-mail del governo iraniano. Queste hanno rivelato che Robert Malley - che è stato il punto di contatto con l'Iran sia sotto l'amministrazione Obama che sotto quella Biden, fino a quando non è stato rimosso dall'incarico nel giugno 2023 in seguito a un "uso improprio di informazioni classificate" ancora non spiegato - aveva piazzato Tabatabai nel Dipartimento di Stato americano nel 2021 per assisterlo nei suoi negoziati con l'Iran.
Il giorno in cui è apparso l'articolo di Solomon, 31 senatori statunitensi hanno scritto al Segretario alla Difesa Lloyd Austin per esprimere la loro preoccupazione:
"Troviamo scandaloso che un'alta funzionaria del Dipartimento della Difesa continui a ricoprire una posizione delicata nonostante il suo presunto coinvolgimento in un'operazione di intelligence del governo iraniano".
Hanno sottolineato che Tabatabai è stata segnalata da dissidenti iraniani nel marzo 2021, poco dopo la sua nomina a consigliere principale del Segretario di Stato per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, che da tempo faceva eco alle argomentazioni del regime iraniano.
Nello stesso mese, Adam Kredo ha riportato sul Washington Free Beacon lo shock dei dissidenti per la nomina di Tabatabai. Essi sostenevano che la donna avesse ribadito la posizione del regime iraniano in diverse apparizioni pubbliche e che suo padre facesse parte della cerchia ristretta del presidente iraniano Hassan Rouhani.
Nell'aprile 2021, diversi membri della Camera dei Rappresentanti hanno chiesto una revisione dell'autorizzazione di sicurezza di Tabatabai. L'amministrazione Biden ha respinto le accuse come "calunnie e diffamazioni".
Ancora più sorprendente è il fatto che Tabatabai sia a capo dell'ufficio che supervisiona i negoziati con gli ostaggi. Tre settimane dopo il pogrom del 7 ottobre, un giornalista ha chiesto al portavoce della Casa Bianca John Kirby se fosse appropriato che Tabatabai ricoprisse tale posizione alla luce delle accuse.  Kirby ha risposto negativamente. Tabatabai è ancora lì.
Diversi commentatori (tra cui il sottoscritto) ne hanno scritto su Internet. I media tradizionali l'hanno studiatamente ignorato. Negli ultimi giorni, hanno ignorato un'altra importante rivelazione.
Fin dall'inizio della guerra a Gaza, Israele è stato accusato di uccidere in modo sproporzionato i civili palestinesi. Il Ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, ha reso note le cifre giornaliere dei civili uccisi, che hanno superato i 35.000, la maggior parte dei quali sarebbero donne e bambini.
Queste cifre, diffuse dalle Nazioni Unite e utilizzate dall'amministrazione Biden e dal governo britannico per criticare e minacciare Israele, hanno scatenato manifestazioni di massa e attacchi contro gli ebrei in tutto il mondo.
Ciononostante, l'8 maggio, l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha dimezzato il numero di donne e bambini uccisi a Gaza rispetto ai dati del giorno precedente.
Assurdamente, il portavoce delle Nazioni Unite Farhan Haq ha cercato di affermare che la cifra di 35.000 morti è rimasta "invariata" e che l'unico nuovo sviluppo era che più di 10.000 corpi dovevano ancora essere completamente identificati.
Tuttavia, questo era solo un tentativo di nascondere il fatto che l'ONU aveva costantemente pubblicato cifre palesemente ridicole per Hamas, in quanto non distinguevano tra terroristi e civili.
All'inizio di aprile, dopo che gli statistici avevano etichettato queste cifre come "statisticamente impossibili", il Ministero della Sanità di Gaza ha tacitamente ammesso di avere "dati incompleti" per più di 10.000 persone nelle sue liste e ha rivelato di aver persino preso alcuni dei suoi dati dai media. L'ONU è stata ora costretta a correggere le proprie cifre senza fornire motivazioni.
Poiché Israele sostiene di aver ucciso circa 14.000 combattenti, il rapporto tra civili uccisi e combattenti è ora di circa 1:1 - una proporzione di civili uccisi molto più bassa che mai in una guerra.
In altre parole, si tratta di una completa smentita della menzogna incendiaria sull'uccisione "sproporzionata" di civili usata dai governi di Stati Uniti e Regno Unito e dai media occidentali per colpire Israele e fomentare l'odio contro gli ebrei in tutto il mondo. Ma né il governo né i media hanno detto una parola al riguardo.
Ora Fatah - il partito al potere dell'Autorità Palestinese, il cui presidente è Mahmoud Abbas - ha ammesso di essere coinvolto nel pogrom del 7 ottobre insieme ad Hamas e ad altri gruppi terroristici palestinesi.
Abu Muhammad, il portavoce ufficiale del braccio militare di Fatah, le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, ha dichiarato in un videomessaggio della scorsa settimana che le brigate hanno preso parte all'invasione "e hanno catturato molti sionisti insieme ai nostri fratelli delle organizzazioni combattenti palestinesi; alcuni di loro ci sono stati consegnati e altri sono ancora nelle nostre mani".
Le brigate sono coinvolte nei combattimenti contro l'IDF a Gaza e hanno condotto più di 470 "operazioni militari" dal 7 ottobre.
Secondo un rapporto di Arutz Sheva, le brigate hanno dichiarato per telegramma che negli ultimi giorni le loro truppe hanno sparato un missile anticarro contro un carro armato nel campo di Jabalya, hanno fatto esplodere un ordigno contro un carro armato a sud del quartiere di Zeytun e hanno lanciato razzi contro le truppe dell'IDF al bivio di Netzarim.
Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa sono un altro esercito per procura iraniano che consente all'Iran di attaccare Israele con la scusa della "negabilità plausibile". Come ha scritto Phillip Smyth lo scorso dicembre in un articolo per il Combating Terrorism Centre di West Point, alcuni membri delle brigate hanno ringraziato l'Iran e Hezbollah per le armi e l'equipaggiamento e hanno chiesto apertamente denaro all'Iran. Nel 2023, una fonte anonima della sicurezza dell'Autorità palestinese ha dichiarato al Jerusalem Post che il gruppo veniva pagato dall'Iran attraverso il gruppo terroristico della Jihad islamica palestinese.
Pensateci: Il braccio militare di Fatah, il partito al potere dell'Autorità Palestinese, tiene in ostaggio degli israeliani. L'ala militare di Fatah combatte contro Israele nella Striscia di Gaza e nei territori contesi. L'ala militare di Fatah è finanziata dall'Iran. L'amministrazione Biden finanzia l'Autorità palestinese e si serve dell'Iran. L'amministrazione Biden sta cercando di costringere Israele ad accettare un'amministrazione guidata dall'AP a Gaza dopo la guerra.
E Ariane Tabatabai è ancora al Ministero della Difesa.
Nulla di tutto questo viene riportato dai media tradizionali, perché nulla può distruggere la narrazione dell'oppressione israeliana e del vittimismo palestinese propagandata dalla sinistra.
Il tradimento di Biden nei confronti di Israele è ampiamente attribuito alla sua necessità di comprare la sinistra dura del Partito Democratico. Ma la sua amministrazione è stata corrotta fin dall'inizio, con molti funzionari anti-israeliani reduci da Obama. Alcuni di loro hanno sostenuto in passato gruppi terroristici palestinesi.
Ora si dice che l'Iran sia sul punto di produrre armi nucleari. Se annuncerà di esserci riuscito, Stati Uniti e Gran Bretagna diranno senza dubbio di aver fatto tutto il possibile per impedirlo. E se Israele tenterà di difendersi da questo scenario da incubo, l'Occidente accuserà Israele di aggressione.
I punti sono evidenti da anni. Colleghiamoli.

(Israel Heute, 17 maggio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Festival di Cannes 2024: misure di sicurezza e panel legati alla partecipazione israeliana

di Pietro Baragiola

Martedì 14 maggio ha avuto ufficialmente inizio la 77° edizione del Festival di Cannes, lo straordinario evento che ogni anno ospita i più grandi artisti dell’industria cinematografica mondiale.
Nonostante il grande clima di anticipazione per i film in gara, la nuova edizione si prospetta particolarmente turbolenta per via del conflitto israelo-palestinese e gli organizzatori del festival prevedono proteste, discorsi a sfondo politico e manifestazioni per le strade della città.
Alla luce delle crescenti minacce contro i rappresentanti di Israele presenti alla competizione, il Comune di Cannes ha preventivamente messo in atto delle misure di sicurezza particolarmente severe: sono state proibite le manifestazioni lungo la Croisette, la strada principale del festival, e una sicurezza privata verrà assegnata come scorta ai giurati.
Inoltre sarà proibito indossare spille in segno di protesta contro la guerra o verso la restituzione degli ostaggi ancora detenuti da Hamas dopo l’attacco del 7 ottobre. La stessa Laura Blajman-Kadar, sopravvissuta al massacro del 7 ottobre, è stata invitata a lasciare velocemente il red carpet dopo aver sfilato con un abito giallo brillante adornato con una fascia con su la scritta “Bring them Home” e le foto dei volti di alcuni dei prigionieri che si trovano a Gaza, tra cui diversi dei suoi amici. Blajman-Kadar si trovava quel giorno al festival musical Nova, riuscendo a fuggire assieme al marito e sette amici, quando hanno sentito gli spari da parte dei terroristi provenienti da Gaza.
Come riporta il Jerusalem Post, al fine di sensibilizzare e aumentare la consapevolezza della gravità dell’attentato terroristico, che in tanti hanno iniziato a dimenticare subito dopo, Laura ha condotto in Francia una campagna mediatica e ha pubblicato un libro, nella speranza che venga pubblicato presto anche in Italia, intitolato Croire en la vie, ‘Credere nella vita’.
“A Cannes la politica dovrebbe essere solo sullo schermo. Per questo motivo abbiamo deciso di bandire questi comportamenti, in modo che l’interesse principale di tutti fosse il cinema” ha dichiarato Thierry Frémaux, direttore del festival, durante una conferenza stampa alla vigilia dell’apertura.
Il segretario generale dell’evento, Francois Desrousseaux, ha voluto ulteriormente rassicurare i partecipanti della conferenza stampa affermando che, per la prima volta, nel Palais des Festivals verranno utilizzate telecamere alimentate dall’intelligenza artificiale e varchi di sicurezza che consentiranno ai partecipanti di passare più velocemente attraverso i controlli senza bisogno di aprire le tasche o le borse.
“Abbiamo avuto 15 briefing sulla sicurezza, rispetto ai soliti quattro o cinque degli anni passati, quindi posso confermare che affrontiamo la questione con grande serietà” ha affermato Desrousseaux, spiegando che un’attenzione ulteriore verrà rivolta al padiglione israeliano.

Il padiglione israeliano
  Situato all’interno del Marché du Film, il padiglione israeliano sarà aperto ai visitatori fino al 21 maggio e si dedicherà alla presentazione di progetti dei registi che lavorano nei territori al confine con Gaza.
“L’apertura del padiglione durante questo clima di guerra riflette la resilienza di Israele e il suo impegno nel costruire ponti di cultura e dialogo internazionale anche in tempi difficili” ha affermato il Ministro della Cultura e dello Sport Miki Zohar.
Tra i filmati proiettati vi saranno quelli di alcuni registi del Sapir College di Sderot che si concentrano sugli attacchi missilistici precedenti al 7 ottobre e sui loro effetti nelle vite quotidiane dei residenti della regione.
Uno dei registi presenti al padiglione è Michal Lavi, il cui cognato, Omri Miran, è stato rapito dal Kibbutz Nir Oz ed è uno dei 132 ostaggi ancora trattenuti da Hamas nei tunnel di Gaza.
Per promuovere il dialogo tra le diverse produzioni internazionali, il padiglione israeliano ospiterà anche una cena di Shabbat rivolta a tutti i leader dell’industria cinematografica. Questo evento sarà organizzato come ogni anno da Gadi Wildstron insieme al rabbino Mendel Schwartz e al Chai Center di Los Angeles.
Nonostante nel corso della storia il Festival di Cannes abbia visto numerosi film israeliani ricevere riconoscimenti prestigiosi tra cui il Premio della Giuria 2021 conferito al regista Nadav Lapid per Ahed’s Knee, quest’anno l’unico progetto di Israele ammesso in gara è il cortometraggio It’s not Time for Pop della studentessa Amit Vaknin.

Il cortometraggio di Amit Vaknin
  “Sono completamente sopraffatta dall’emozione.” Così ha voluto commentare la 28enne Amit Vaknin ad un’intervista con The Times of Israel, dopo aver scoperto che il suo progetto, It’s not Time for Pop, era stato selezionato al concorso studentesco La Cinef del Festival di Cannes.
Studentessa del terzo anno di cinema della Steve Tisch School of Film and Television dell’Università di Tel Aviv, Vaknin è l’unica israeliana a partecipare all’evento di quest’anno.
Il suo film della durata di 14 minuti segue le vicende di una giovane donna che non vuole celebrare l’annuale commemorazione dello Yom Hazikaron in memoria del padre, ucciso in guerra, ma preferisce trascorrerlo cercando di accaparrarsi un appartamento a Tel Aviv.
Un film che non ha a che fare con i lutti del 7 ottobre ma piuttosto con le proteste contro la revisione giudiziaria che, nel 2023, ha scosso il Paese e, in particolar modo, la città di Tel Aviv.
“Prima di questo scossone non mi ero mai resa conto di quanto amassi Tel Aviv di quanta preoccupazione nutro per lei” ha raccontato la giovane regista.
Il film verrà proiettato il 20 maggio e Vaknin, pur essendo preoccupata per il crescente clima di tensione che circonda il festival, atterrerà a Cannes la sera del 19 maggio per presenziare di persona all’evento.
Per prepararsi ad eventuali proteste, Vaknin ha affermato di aver letto attentamente tutte le regole del festival che condannano il razzismo e i commenti negativi su razza, nazionalità e religione.
“È quello che c’è scritto sul regolamento e spero che tutti lo leggano. Spero di poter tornare da Cannes e dire che nutro ancora speranza nel futuro dell’umanità” ha concluso Vaknin.

(Bet Magazine Mosaico, 17 maggio 2024)

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Così l'odio antiebraico destabilizza l'Europa

Presidente della Conferenza rabbinica europea e capo della comunità ebraica di Mosca, che ha lasciato allo scoppio della guerra in Ucraina. Le sue parole al Foglio.

di Giulio Meotti

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Il rabbino Pinchas Goldschmidt, Presidente della Conferenza rabbinica europea

Il muro dei Giusti presso il Memoriale dell’Olocausto di Parigi è stato vandalizzato con le mani rosse, riferimento diretto al massacro da parte della folla palestinese di due riservisti israeliani a Ramallah il 12 ottobre 2000, all’inizio della Seconda Intifada. Uno degli assassini   mostrò le mani insanguinate dalla finestra della stazione di polizia dove furono uccisi i soldati, uno dei quali fu impiccato e l’altro linciato. Il presidente del Consiglio di rappresentanza delle istituzioni ebraiche di Francia (Crif), Yonathan Arfi, ha denunciato: “Il simbolo delle mani insanguinate dei terroristi che linciarono due soldati israeliani nell’ottobre del 2000 risuona come un grido di battaglia odioso contro gli ebrei. Abietto!”.
  Il leader dei deputati macroniani, Sylvain Maillard, ha parlato di “un atto indicibile”. “Disgustoso”, secondo Olivier Faure, segretario del Partito socialista. E’ intervenuta anche la portavoce del governo, Prisca Thévenot: “A tutti coloro che dicevano che le mani rosse non erano un simbolo antisemita. A tutti coloro che li hanno giustificati. Eccoli affissi al Muro dei Giusti presso il Memoriale della Shoah. L’antisemitismo nella sua forma più sfrenata”. Ieri anche alla Sapienza gli studenti in corteo hanno lasciato impronte di mani sporche di vernice rossa davanti al rettorato. Come a Ca’ Foscari, assieme agli striscioni “fuori il sionismo dalle università”. 
  “E’ un antisemitismo nuovo, perché politicamente corretto e parte del discorso mainstream, per questo è molto pericoloso”, dice al Foglio il rabbino Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza rabbinica europea, insignito del Premio Carlo Magno. Goldschmidt è stato il capo della comunità ebraica di Mosca dal 1993 al 2022, quando ha deciso di lasciare il paese a causa della guerra in Ucraina.  “Dopo il pogrom di Hamas del 7 ottobre, l’antisemitismo è divampato in un modo che mette seriamente in pericolo la sicurezza e la libertà della vita ebraica”, ci spiega Goldschmidt. “Si presenta nella sua forma antica, razzista classica, ma assume anche nuove vesti”. “Come ‘antisionismo’, ‘critica di Israele’, ‘boicottaggio’. Si diffonde in discipline come gli studi postcoloniali. Si veste di morale, contro l’imperialismo, il capitalismo, la globalizzazione. In passato era facile identificare un antisemita. Bastava che aprisse bocca. Le persone nate in Unione sovietica sanno che l’antisionismo era usato come antisemitismo, ma ora chi manifesta nelle università in Europa e America non se ne rende conto. Parlano di ‘giudeo-nazisti’, una espressione usata dalla propaganda sovietica al tempo della Guerra fredda”. 
  Qualcuno immagina una fine della vita ebraica in Europa. “Non penso, ma temo che alle parole seguano gli atti, come abbiamo già visto”, ci dice Goldschmidt. “A Berlino ci sono stati molti tentativi di attacchi che sono stati sventati dalla polizia e uno dei maggiori colpevoli di questa atmosfera è l’Iran, perché pianifica gli attacchi alle scuole e ai diplomatici ebrei, ma anche perché le sue Guardie rivoluzionarie sono dei terroristi, ma pochi paesi europei sono disposti ad agire”. 
  Goldschmidt invita gli europei a pensare all’antisemitismo non solo come a un problema ebraico. “Non penso che l’obiettivo di queste dimostrazioni siano solo gli ebrei, ci sono molti utili idioti nelle università e nei paesi che destabilizzano, l’antisemitismo è un mezzo e il fine è la destabilizzazione della vita politica in Europa e America. L’antisemitismo è un sismografo. L’estremismo di destra e di sinistra e soprattutto l’islam radicale non solo mettono in pericolo la vita ebraica in Europa, ma ne minacciano la sicurezza, la libertà e il futuro”.

Il Foglio, 17 maggio 2024)

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Emòr: Due differenze tra sabato e le feste

di Donato Grosser

Nel mezzo della parashà di Emòr è scritto che l’Eterno disse a Moshè: “Parla ai figli d’Israele e dirai loro le ricorrenze (Mo’adè) dell’Eterno che proclamerete come sacre convocazioni. Queste sono le Mie ricorrenze. Sei giorni si potrà fare lavoro ma nel settimo giorno vi sarà una completa cessazione (Shabbàt Shabbatòn), un giorno di sacra convocazione nel quale non farete alcun lavoro; è Shabbàt destinato all’Eterno in tutte le vostre sedi”. (Vaykrà, 23: 1-3).
  Nei versetti seguenti vengono elencati i Mo’adim: la festa delle Matzòt, la festa di Shavu’òt, Rosh Hashanà, Kippur e la festa di Sukkòt. La Torà elenca sei giorni festivi: il primo e il settimo giorno di Pèsach, il giorno di Shavu’òt, il giorno di Rosh Hashanà, il primo giorno di Sukkòt e Sheminì Atzèret. In questi giorni, a differenza dello Shabbàt, è permesso cucinare e trasportare nel dominio pubblico (melèkhet okhèl nèfesh). Kippur ha le stesse regole dello Shabbàt.
  x2Rashì (Troyes, 1040-1105) nel suo commento pone una domanda: se in questo passo la Torà annuncia quali sono i Mo’adìm, per quale motivo viene elencato lo Shabbàt? Citando il Midràsh Sifrà, Rashì spiega che il passo sullo Shabbàt è stato accostato a quello dei Mo’adìm per insegnare che la profanazione dei Mo’adìm è considerata come una profanazione dello Shabbàt, e l’osservanza dei Mo’adìm è considerata come l’osservanza dello Shabbàt.
  La difficoltà nel testo della Torà messa in evidenza dalla domanda che ha posto Rashì, viene risolta in modo diverso da r. Eliyahu, noto come il Gaon di Vilna (1720-1797). Egli spiega che in questo passo della Torà si parla solo dei Mo’adìm e non si parla dello Shabbàt. La Torà insegna che per sei giorni festivi è permesso fare melakhòt come cucinare e trasportare nel dominio pubblico. Il settimo giorno nella lista dei Mo’adìm è Kippur, denominato Shabbàt Shabbatòn, nel quale è proibito fare alcuna melakhà, come di Shabbàt. Come nella settimana vi sono sei giorni lavorativi e un giorno di cessazione del lavoro, così nei Mo’adìm ve ne sono sei nei quali è permesso fare alcune melakhòt, e un giorno, Kippur, nel quale bisogna astenersi da ogni melakhà come di Shabbàt.
  Riguardo al significato del termine Shabbàt, r. Mayer Twersky (Boston, n. 1960) in Insights and Attitudes (p. 169) osserva che è generalmente definito e tradotto come “giorno di riposo”. Egli afferma che è più preciso definire lo Shabbàt come un “giorno di cessazione”. La parola riposo ci porta a pensare a rilassarsi e ad andare in vacanza. In questo modo lo Shabbàt è visto come un giorno fatto per rilassarsi e socializzare. L’espressione “cessazione” non fa venire in mente nulla di questo. Sabato come giorno di cessazione non denota riposo ma piuttosto pausa. Shabbàt è un giorno di pausa dalle tribolazioni quotidiane. Come scrive Rashì in Shemòt (20:9) citando il Midràsh Mekhiltà, “Per sei giorni lavorerai e completerai tutte le tue opere” significa che con l’arrivo dello Shabbàt bisogna considerare che non rimane più nulla da fare, ci si può dimenticare delle preoccupazioni economiche e ci si può dedicare allo studio della Torà.
  R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p. 180) prende spunto da questa parashà per spiegare un’altra differenza tra Shabbàt e i Mo’adìm. Lo Shabbàt è un giorno santificato dall’Eterno, avendo Egli stesso cessato l’opera della creazione alla fine del sesto giorno. Per questo nel kiddùsh che recitiamo di venerdì sera concludiamo con le parole “Benedetto tu o Signore, mekaddèsh ha-Shabbàt (che santifica il sabato)”. Nel kiddùsh che recitiamo all’entrata dei Mo’adìm chiudiamo invece con le parole “Mekaddèsh Israel ve-ha-Zemanìm” (che santifica Israele e le ricorrenze). Mentre lo Shabbàt ha la propria kedushà indipendentemente dalle azioni umane, i Mo’adìm, i giorni festivi, sono santificati dal popolo d’Israele tramite la fissazione dei capi mese. L’Eterno santifica Israele, e Israele santifica le feste.

(Shalom, 17 maggio 2024)
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Parashà della settimana: Emor (Parla)

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Israele – Scontro nel governo sul futuro di Gaza

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Non è più confinato dietro le quinte lo scontro in corso all’interno del governo israeliano sul futuro del conflitto a Gaza. Con una conferenza stampa, il ministro della Difesa Yoav Gallant ha portato alla luce i contrasti in corso con il primo ministro Benjamin Netanyahu sulla gestione del conflitto e soprattutto sul futuro della Striscia. In diretta tv il ministro della Difesa ha chiesto al capo del governo di «prendere una decisione e dichiarare che Israele non manterrà il controllo civile su Gaza, che non ci sarà alcun governo militare israeliano e che sarà promossa immediatamente un’alternativa al governo di Hamas nella Striscia di Gaza». Affermazioni in netta contraddizione con quanto affermato da Netanyahu solo poche ore prima: «Non ha senso parlare del giorno dopo la guerra prima di sconfiggere Hamas».
  Per Gallant, invece, non pianificare un’alternativa al gruppo terroristico rischia di vanificare i risultati militari ottenuti nella Striscia in questi sette mesi di guerra. «Un governo palestinese non ostile a Gaza è nell’interesse d’Israele», ha avvertito. Mentre «un’amministrazione militare israeliana diventerebbe il principale impegno militare di Israele, con molte vittime e un pesante prezzo economico a spese di altri fronti». Come la guerra al grande nemico Iran o, nel nord, ai libanesi di Hezbollah.
  A sostenere la posizione di Gallant, oltre all’establishment di Tsahal, sono i ministri Benny Gantz e Gadi Eizenkot. I tre condividono un passato da capi di stato maggiore delle forze armate e hanno minacciato di uscire dall’esecutivo se Netanyahu «non prenderà decisioni difficili». A spingere alla rottura è stata la situazione sul campo: il ritorno dei soldati di Tsahal in località come Zeitoun e Jabalia – aree considerate liberate da Hamas, ma dove i terroristi si stavano riorganizzando – e la ripresa del lancio dei missili su Sderot sono, per i tre, la dimostrazione che alla guerra sia necessario affiancare la diplomazia.
  Non così per Netanyahu. «Non sono disposto a sostituire Hamastan con Fatahstan», ha replicato il premier a Gallant poco dopo le sue dichiarazioni. Un riferimento alla possibilità di affidare all’Autorità nazionale palestinese, controllata dal movimento Fatah, la gestione amministrativa dell’enclave. Un’eventualità che sia Netanyahu sia i suoi alleati dell’ultradestra vogliono evitare. Il ministro delle Finanze, il nazionalista religioso Bezalel Smotrich, ad esempio, ha chiesto al premier di portare immediatamente in consiglio dei ministri la decisione di negare qualsiasi coinvolgimento dell’Anp nella Striscia di Gaza, e poi di chiedere a Gallant di scegliere: o attua la politica del governo o lascia il suo ruolo. Dichiarazioni simili sono arrivate da Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale. Sia Ben Gvir sia Smotrich, sottolinea l’analista militare Ron Ben Yishai di Yedioth Ahronoth, vorrebbero altro per Gaza: la ricostruzione nell’enclave di insediamenti israeliani. Un’opzione impossibile da accettare per Gallant, rileva Ben Yishai, che anche per questo è uscito allo scoperto. Difficile, conclude l’analista, sapere chi la spunterà in questo complicato braccio di ferro.

(moked, 16 maggio 2024)


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Netanyahu critica la richiesta di Galant di un controllo palestinese nella Striscia di Gaza

"Non sono disposto a scambiare Hamastan con Fatahstan", ha detto Netanyahu in un video messaggio al suo ministro della Difesa.

La soluzione dei due stati sarebbe la migliore ricompensa per i terroristi
Cinque mesi fa
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e altri membri della sua coalizione hanno criticato aspramente il ministro della Difesa Yoav Galant, mercoledì sera, dopo che questi ha invitato il governo a sostenere il controllo palestinese nella Striscia di Gaza dopo la fine della guerra contro Hamas.
"Non sono disposto a scambiare Hamastan con Fatahstan" ha dichiarato Netanyahu in una dichiarazione video, riferendosi al partito Fatah del leader palestinese Mahmoud Abbas.
Il primo ministro ha ribadito che l'Autorità Palestinese, con sede a Ramallah, "sostiene il terrorismo, insegna il terrorismo e finanzia il terrorismo".
"La prima condizione per il 'giorno dopo' è l'eliminazione di Hamas, senza scuse", ha aggiunto, rispondendo alle critiche di Galant e dell'amministrazione Biden, secondo cui Israele non ha un piano di ritiro dalla Striscia di Gaza.
Le osservazioni di Netanyahu sono arrivate poco dopo che Galant, in una conferenza stampa, ha invitato il governo a "prendere una decisione e dichiarare che Israele non stabilirà il controllo civile di Gaza, che Israele non stabilirà un governo militare a Gaza e che un governo alternativo ad Hamas a Gaza sarà promosso immediatamente".
"Da ottobre ho ripetutamente sollevato la questione nel gabinetto senza ricevere risposta. La fine della campagna militare deve essere accompagnata da misure politiche. Il 'giorno dopo Hamas' sarà raggiunto solo se le entità palestinesi prenderanno il controllo di Gaza, accompagnate da attori internazionali", ha detto il segretario alla Difesa.
L'amministrazione Biden ha insistito sul fatto che un'"Autorità palestinese efficace e rivitalizzata" dovrebbe governare Gaza - una mossa a cui Netanyahu si oppone a causa del sostegno di Ramallah al terrorismo e della sua storia.
Alti funzionari della coalizione hanno chiesto a Netanyahu, mercoledì sera, di licenziare Galant per essersi opposto pubblicamente alla politica dichiarata dal governo.
"Il ministro Galant ha annunciato oggi il suo sostegno alla creazione di uno Stato palestinese del terrore come ricompensa ad Hamas per il più orribile massacro del popolo ebraico dopo l'Olocausto", ha dichiarato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich in una dichiarazione citata da Ynet.
"Chiedo che il primo ministro chieda a Galant di scegliere tra l'attuazione della politica del governo e le sue dimissioni", ha aggiunto.
Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha affermato che Galant ritiene che "non faccia differenza se Gaza è governata da soldati dell'IDF o da assassini di Hamas".
"Questo è essenzialmente il concetto del ministro che ha fallito il 7 ottobre e continua a fallire. Un tale ministro della Difesa deve essere sostituito per raggiungere gli obiettivi della guerra", ha twittato Ben-Gvir.
Il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi, anch'egli del partito Likud, ha dichiarato di "essere d'accordo con lui su un punto: Finché sarà ministro della Difesa, un governo militare è sicuramente una cattiva opzione".
Il governo israeliano vuole discutere una proposta per l'amministrazione militare della Striscia di Gaza per un periodo che va da sei mesi a un anno dopo la guerra, ha riferito l'emittente KAN all'inizio di questa settimana.
Il piano in esame prevede un'amministrazione civile da parte dell'Amministrazione civile dell'IDF e del Coordinatore delle attività governative nei Territori, con aziende arabe locali che forniscano servizi.
Secondo il rapporto di KAN, Israele sta considerando un graduale trasferimento del controllo a entità locali non ostili allo Stato ebraico.
La proposta è stata discussa di recente dal Consiglio di sicurezza nazionale e, secondo quanto riferito, i funzionari della sicurezza e della politica stanno parlando con le parti interessate prima di presentare il piano al gabinetto.
Netanyahu ha dichiarato in un'intervista trasmessa giovedì di voler stabilire un governo "da parte dei residenti di Gaza che non sono interessati alla nostra distruzione, possibilmente con l'aiuto degli Emirati Arabi Uniti, dell'Arabia Saudita e di altri Paesi che penso siano interessati alla stabilità e alla pace".

(Israel Heute, 16 maggio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Tragico incidente a Gaza: vittime 5 soldati dell’IDF

di Luca Spizzichino

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Cinque paracadutisti dell’IDF sono stati uccisi in un incidente a Gaza. Almeno altri otto sono rimasti feriti, tre dei quali in modo grave.
Secondo le prime ricostruzioni, i cinque soldati sono stati uccisi da fuoco amico. Due carri armati, arrivati poco prima nella zona di Jabaliya, sospettavano che un edificio, preso dal 202° Battaglione della Brigata Paracadutisti, fosse occupato da terroristi e così hanno aperto il fuoco. Uno dei due carri armati avrebbe individuato la canna di un fucile da una finestra del palazzo e ha informato il carro armato accanto ad esso, che ha aperto il fuoco, apparentemente senza sapere che le truppe fossero al suo interno. L’esercito non è ancora sicuro del motivo di questo incidente, però, secondo le prime indagini, i due carri armati ancora non erano stati informati delle forze all’interno dell’edificio.
  Il capitano Roy Beit Yaakov, il sergente maggiore Gilad Arye Boim, il sergente Daniel Chemu, il sergente Ilan Cohen e il sergente maggiore Betzlel David Shashuah hanno perso la vita in questo incidente.
  Roy Beit Yaakov era il figlio di Hadas e Avidan, il sindaco di Eli. Il sergente maggiore Gilad Arye Boim, di Karnei Shomron, è il nipote del giornalista e conduttore radiofonico Kalman Liebskind, che lo ha ricordato come un ragazzo “pieno di luce e di bontà, un fedele soldato di questo buon paese, è caduto mentre difendeva la sua patria”. Il sergente Ilan Cohen, che viveva a Karmiel, invece era un ‘lone soldier’ proveniente dall’Argentina. I suoi genitori, David e Adriana, sono in viaggio per Israele per partecipare al suo funerale. La famiglia è stata informata dall’ambasciatore israeliano in Argentina Eyal Sela e dal console israeliano Yehuda Golan. “La comunità ebraica di Buenos Aires piange la perdita del sergente Ilan Cohen, il primo lone soldier argentino” ha affermato il rabbino capo dell’Asociación Mutual Israelita Argentina (AMIA).

(Shalom, 16 maggio 2024)

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E’ pronto il molo galleggiante per gli aiuti alla Striscia di Gaza

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Molo galleggiante per aiuti a Gaza
L’esercito statunitense ha terminato l’installazione di un molo galleggiante per la Striscia di Gaza, secondo il Comando centrale degli Stati Uniti, e gli ufficiali sono pronti a iniziare a trasportare via mare gli aiuti umanitari nell’enclave.
Le truppe statunitensi hanno ancorato il molo alle 7:40 ora locale, afferma il CENTCOM in un comunicato, sottolineando che nessuna delle sue forze è entrata nella Striscia di Gaza.
“Si prevede che i camion che trasportano l’assistenza umanitaria cominceranno a sbarcare nei prossimi giorni”, si legge nel comunicato. “Le Nazioni Unite riceveranno gli aiuti e ne coordineranno la distribuzione a Gaza”.
Non è immediatamente chiaro quale agenzia delle Nazioni Unite sarà coinvolta.
Le forze israeliane si occuperanno della sicurezza a terra, ma ci sono anche due navi da guerra della Marina statunitense vicino all’area nel Mediterraneo orientale, la USS Arleigh Burke e la USS Paul Ignatius. Entrambe le navi sono cacciatorpediniere dotate di un’ampia gamma di armi e capacità per proteggere le truppe americane al largo e gli alleati sulla spiaggia.

(Rights Reporter, 16 maggio 2024)

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Guerra di cifre tra Onu e Israele. Jenin non ha insegnato niente

L’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) ha ridotto di quasi la metà il numero di donne e minori uccisi durante la guerra in corso dal 7 ottobre 2023 tra Israele e Hamas. Cosa non torna nei numeri delle vittime nella Striscia di Gaza.

di Giulio Meotti

Quando nel 2002 l’esercito israeliano entrò a Jenin per distruggere i covi dei terroristi che vi pullulavano durante la Seconda Intifada, i palestinesi si precipitarono dai media internazionali sostenendo che Israele stava perpetrando un massacro. Saeb Erekat, portavoce di Yasser Arafat, affermò che a Jenin erano stati “massacrati cinquecento palestinesi” (cinquecento è il numero magico, anche per l’ospedale di Gaza). I media internazionali non esitarono a riprenderlo e diffonderlo senza alcuna conferma o prova o riscontro.
  Quando media e osservatori internazionali riuscirono finalmente entrare a Jenin, dipinsero un quadro diverso: una dura battaglia nel campo profughi, nella quale erano rimasti uccisi cinquanta palestinesi, in gran parte appartenenti a gruppi terroristici, e 23 soldati israeliani. Non un “massacro” di cinquecento civili inermi, ma una operazione antiterrorismo. Ma ormai il danno era fatto.
  Mentre le truppe israeliane attaccano Hamas da sei mesi, il ministero della Sanità di Gaza ha impresso nella mente del pubblico una statistica degna di un altro massacro: “Il settanta per cento dei morti a Gaza sono donne e bambini”, dice il ministero gestito da Hamas, e più di trentamila vite  andate perdute. 
  Gabriel Epstein, analista del Washington Institute for Near East Policy, aveva subito fatto notare a dicembre che qualcosa non tornava. Aveva scoperto che le morti attribuite a “fonti mediatiche affidabili” erano costituite quasi interamente da donne e bambini. Delle 6.629 vittime attribuite ai media, 1.941 erano donne, 4.678 bambini e solo dieci uomini. Dei quasi 11 mila decessi segnalati tra il 1 gennaio e il 31 marzo, i maschi adulti rappresentavano solo il 9 per cento delle vittime, anche se il rapporto tra i sessi di Gaza è vicino alla parità e più della metà dei suoi residenti sono adulti.
  Ora l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) ha ridotto di quasi la metà il numero di donne e minori uccisi durante la guerra in corso dal 7 ottobre 2023 tra Israele e Hamas. Farhan Aziz Haq, portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, ha dichiarato che le cifre si basano sui dati del ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, e che “le squadre Onu sul campo a Gaza non sono in grado di verificare in modo indipendente queste cifre, data l’enorme quantità di morti”. Un’infografica pubblicata dall’Ocha il 6 maggio riferisce che il numero di donne uccise dal 7 ottobre sarebbe di 9.500 e quello dei minori di 14.500. Due giorni dopo, l’8 maggio, l’agenzia delle Nazioni Unite ha dimezzato il numero: 4.959 donne e 7.797 minori. Secondo le stime ufficiali israeliane, quindicimila terroristi sono stati uccisi dal 7 ottobre. 
  Il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, ha risposto così: “Il miracolo della resurrezione dei morti a Gaza. Le Nazioni Unite riducono del 50 per cento la stima delle donne e dei minori uccisi a Gaza e affermano di essersi basate sui dati del ministero della Sanità di Hamas. Chiunque si basi sui dati falsi di un’organizzazione terroristica per incriminare Israele di spargimento di sangue è antisemita e sostiene il terrorismo. Guterres, dimettiti!”. Il rapporto tra terroristi e civili uccisi è dunque di uno a uno, come ha dichiarato il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu. “Sono stati uccisi quattordicimila combattenti e, probabilmente, sedicimila civili”. Secondo il professor Abraham Wyner, studioso di Statistica della Wharton University, le percentuali dei morti indicate da Hamas sono cresciute in modo innaturale e in misura troppo regolare e lo ha spiegato in un lungo saggio su Tablet. 
Alla fine della guerra forse sarà più chiaro che Israele aveva compiuto sforzi considerevoli per ridurre al minimo gli effetti della guerra sui civili, mentre Hamas continuava a utilizzare gli ospedali, le scuole e le moschee come fortezze (ieri i video dalle strutture dell’Unrwa). Alla fine della guerra forse verrà fuori un “genocidio” di terroristi.

Il Foglio, 16 maggio 2024)

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Statale di Milano: la paura dei Propal condiziona la vita universitaria

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“Era giusto dare voce a questi ragazzi e poi se non l’avessimo fatto magari avrebbero potuto rovinare la cerimonia”.
Queste le parole usate da una delle organizzatrici della cerimonia di consegna delle borse di ricerca di Fondazione Veronesi per giustificare lo spazio dato in apertura dell’evento a due rappresentanti del collettivo studentesco che hanno propalato le solite calunnie anti-israeliane. Una debacle culturale degna degli anni Trenta, un cedere alla protervia e alle mistificazioni antisioniste e antisemite. Fa ancora più male in questo caso, dato che la madre di Paolo Veronesi, figlio di Umberto e presente alla cerimonia,  è una sopravvissuta al lager di Bergen Belsen, Sultana Razon Veronesi.

• Questa la lettera che abbiamo ricevuto da una nostra lettrice:
   Volevo segnalare un brutto episodio avvenuto ieri (15 maggio, ndr) all’Università Statale di Milano.
Ho partecipato alla cerimonia di consegna delle borse di ricerca di Fondazione Veronesi, ospitata dall’Università Statale di Milano. Si tratta di un appuntamento istituzionale, di un’occasione per celebrare la ricerca scientifica italiana. L’evento si apre con due rappresentanti del collettivo universitario, chiamati sul palco a spiegare il perché della loro protesta, che si lanciano in un monologo sul “genocidio” dei palestinesi, sul dovere morale di combattere il sionismo e interrompere i rapporti con le università “militari” israeliane e invitano tutti a un momento di riflessione sulla nakba, ovvero la catastrofe, ovvero la nascita dello Stato d’Israele. I due ragazzi scendono dal palco tra qualche applauso, ringraziati della conduttrice per le loro importanti parole. Il microfono passa poi a Paolo Veronesi e alle diverse autorità presenti. Tutti parlano dell’importanza della ricerca, dei suoi incredibili progressi, del ruolo della conoscenza per costruire una società migliore. Nessuno dice una parola per dissociarsi dalle parole con cui si è aperta la cerimonia, che sono l’opposto dello spirito scientifico che si vuole celebrare. All’uscita chiedo a una delle organizzatrici perché abbiano fatto iniziare l’incontro in questo modo. Mi guarda seccata: “perché le ha dato fastidio?” “Molto, le dico”. “Beh”, mi risponde, “era giusto dare voce a questi ragazzi e poi se non l’avessimo fatto magari avrebbero potuto rovinare la cerimonia”. Io credo che più di così non si sarebbe potuta rovinare, ma temo, ed è questo che mi ferisce, di essere stata l’unica a pensarla in questo modo. Come dice Liliana Segre: l’indifferenza è già violenza.
Federica Levi

• Comunità ebraica Milano, sconforto per ciò che accade in Statale
   Intanto, il giorno precedente, il presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, aveva scritto una lettera al rettore dell’Università Statale, Elio Franzini, in merito ad un’altra circostanza che si era verificata sempre all’Università Statale di Milano.
“Esprimo lo sconforto mio personale e della comunità ebraica di Milano a fronte dell’ennesimo episodio di cui l’Università è palcoscenico: un’assemblea ‘colonialismo e apartheid’ nell’aula 515 con la partecipazione ufficiale di due docenti della Statale per spacciare la bugia che lo Stato di Israele sia uno stato coloniale e razzista in cui vige l’apartheid”. Intanto “manifestanti filo palestinesi sono accampati nel cortile dell’università contro ogni regolamento e creando un clima di tensione”. Meghnagi cita poi il confronto avuto alcuni mesi fa con il rettore sul convegno svoltosi a Scienze politiche sul conflitto tra Israele e Hamas il 5 marzo, “che ha visto la partecipazione di noti esponenti antisraeliani. In quell’occasione lei mi ha garantito che la Statale fosse aperta a ospitare tutte le voci e che avrebbe organizzato un convegno per consentire al punto di vista israeliano di essere ascoltato dagli studenti”. Ma “tale convegno previsto per il 7 maggio non si è potuto tenere se non online”.
Non le chiediamo di difendere Israele, ma più semplicemente il diritto degli studenti a sentire opinioni differenti – conclude -. Abbiamo ben presente le difficoltà a cui potrà andare incontro, ma crediamo anche che chiudere il suo rettorato con un’iniziativa che vada a tutela della libertà di espressione applicata ‘perfino’ al mondo ebraico possa essere non solo un atto moralmente alto, ma anche un segnale ai tanti che hanno festeggiato l’annullamento del convegno e che sempre più si sentono legittimati a usare le maniere forti per imporre il loro pensiero”.

(Bet Magazine Mosaico, 16 maggio 2024)

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Israele: respinta la risoluzione Onu sulla Palestina

Netanyahu ha dichiarato che non permetterà la creazione di uno “stato terrorista”.

Il governo di Gerusalemme, dietro la proposta del leader dell’esecutivo Netanyahu, ha respinto all’unanimità la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che consente alla Palestina di diventare membro delle Nazioni Unite.

• La decisione
  Il governo israeliano ha respinto all’unanimità, su proposta del premier Benyamin Netanyahu, la recente Risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che consente alla Palestina di diventare membro delle Nazioni Unite. Lo ha fatto sapere l’ufficio del premier. “Non daremo una ricompensa per il terribile massacro del 7 ottobre. Non permetteremo loro – ha detto Netanyahu – di creare uno stato terrorista dal quale possano attaccarci ancora più forte”.

(In Terris, 15 maggio 2024)

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Sisi teme che la rabbia per Gaza si tramuti in rabbia contro di lui

Su Rafah il dittatore mostra i muscoli a Israele per mascherare la sua debolezza interna.

di Luca Gambardella

Tank israeliani pattugliano i confini con l'Egitto
Abdel Fattah al Sisi guarda le bandiere israeliane sventolare sui tank di Tsahal che pattugliano il valico di Rafah, a pochi metri dal versante egiziano, e teme che quelle immagini che circolano sui social network diventino la miccia di qualcosa di incontrollabile: la rabbia del dissenso in Egitto. L’avanzata israeliana  ha spinto circa 400 mila palestinesi a spostarsi altrove, ad al Mawasi a ovest, oppure a nord, verso Khan Younis e Deir al Balah. Ma delle loro sorti al Cairo interessa il giusto e ciò che conta è invece quel che accade all’interno dei suoi confini, dove la sensazione diffusa è che Sisi si sia dimostrato debole, che il suo impegno per scongiurare l’avanzata degli israeliani sia stato quasi nullo. Nonostante le minacce, agli occhi di molti egiziani la “linea rossa” di Rafah è stata già  superata.      
  “Gli israeliani ci hanno avvertiti troppo tardi”, lamentano fonti egiziane al Wall Street Journal, ventilando un imminente ridimensionamento della cooperazione con Israele, il possibile ritiro dell’ambasciatore, il congelamento degli accordi di Camp David del 1979 e l’adesione alla causa intentata dal Sudafrica alla Corte internazionale di Giustizia – una mossa, quest’ultima, che potrebbe aprire a una serie di altre adesioni nel mondo arabo. Con i colloqui per un cessate il fuoco “quasi in stallo”, come ha ammesso ieri il Qatar, all’improvviso l’Egitto ha assunto una postura apertamente ostile nei confronti di Israele, in risposta all’avanzata su Rafah. Dice il Cairo che l’operazione non era concordata: “Un’escalation inaccettabile”, la definisce al Qahera News, l’emittente televisiva controllata dai servizi segreti, che parla anche di “rinforzi” inviati al confine con Gaza.
  Da quasi una settimana, l’Egitto ha bloccato il flusso degli aiuti umanitari via terra attraverso il valico della città, almeno finché gli israeliani non si ritireranno. Con l’altro valico ancora chiuso, quello di Kerem Shalom, le Nazioni Unite parlano ora di “situazione catastrofica”. Un video girato da un camionista egiziano e rilanciato sui social dall’ong Sinai for Human Rights mostra centinaia di camion carichi di cibo e beni di prima necessità fermi alla frontiera. Alcuni hanno dovuto disfarsi di parte del carico perché dopo giorni passati ad alte temperature era andato a male. Per molti egiziani quelle immagini sono un affronto alla causa palestinese, perpetrato da un regime che giudicano troppo flemmatico di fronte alla guerra a Gaza.
  Ma fermando gli aiuti umanitari e ogni tipo di collaborazione con Israele, Sisi vuole evitare qualcosa che considera tanto pericoloso almeno quanto l’indignazione del suo popolo: l’umiliazione. Il dittatore non vuole che soldati israeliani controllino i camion egiziani, che si arroghino l’autorità di decidere cosa fare entrare e cosa no nella Striscia. Per questo, l’impegno di Israele era di non gestire direttamente il valico, di delegarne i controlli di sicurezza ad altri. Una condizione finora disattesa, denunciano gli egiziani. Il direttore dello Shin Bet, Ronan Bar, ha detto di volere riaprire la frontiera di Rafah, ma ha chiarito che riaffidarne la gestione a Hamas è un’ipotesi che non sarà presa in considerazione. Uno scoop di Axios ha riferito di una trattativa avviata da Israele per affidare il valico all’Autorità nazionale palestinese, ma in via non ufficiale. Per Abu Mazen è una condizione inaccettabile, però i negoziati proseguono.  
  In queste ore le piazze egiziane guardano con fermento ai prossimi sviluppi. Dal 7 ottobre a oggi i servizi segreti del regime hanno arrestato un centinaio di persone, accusate di avere manifestato il loro sostegno ai palestinesi. Sono le proteste universitarie – l’ultima di due giorni fa organizzata all’American University del Cairo –, quelle dei giornalisti e dei sindacalisti a preoccupare il regime. Tra Mansoura e il Cairo, due giovani studenti, Mazen Ahmed e Zeyad al Bassiouny, sono prima stati arrestati e poi fatti sparire dalle forze di sicurezza egiziane per avere diffuso volantini in sostegno ai palestinesi e sono accusati di terrorismo e diffusione di notizie false. Sono queste le crepe che Sisi teme, perché possono accendere il malcontento degli strati medio-bassi della popolazione già sofferenti. Nonostante i milioni di dollari arrivati dal Golfo e dal Fondo monetario internazionale, molti egiziani patiscono l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, la mancanza di medicinali e la svalutazione della sterlina. Così la nuova linea della fermezza del regime egiziano nei confronti di Israele va oltre la guerra a Gaza e riguarda la sua stessa sopravvivenza: se l’avanzata israeliana a Rafah dovesse palesare la debolezza di Sisi e il vuoto che si nasconde dietro ai suoi ultimatum lanciati a Benjamin Netanyahu, allora quello sarebbe il punto in cui le proteste contro Israele potrebbero trasformarsi di colpo in proteste contro il regime egiziano. 

Il Foglio, 15 maggio 2024)

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"Israele un pretesto. L'Iran vuole battere re e rais arabi"

«Il regime di Teheran è meno ideologico dei jihadisti», dice lo storico di Tel Aviv, «ma più ambizioso: è l’erede di un impero e intende primeggiare sui rivali sunniti, avversari storici degli sciiti fin dall’epoca ottomana». 

di Maurizio Stefanini

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Uzi Rabi
Principale ricercatore e responsabile del Programma di cooperazione regionale presso il Centro Moshe Dayan per gli studi sul Medio Oriente e l’Africa e principale ricercatore presso il Centro per gli studi sull’Iran all’Università di Tel Aviv, già capo del Dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell'Africa pure dell’Università di Tel Aviv, Uzi Rabi ha tenuto a Roma appunto un incontro appunto sul tema del ruolo iraniano nella guerra in corso a Gaza, e dei rischi che comporta.
  «Gaza è un problema, ma allo stesso tempo il sintomo di un problema più ampio di cui sono pure Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen o Hashd al-Shaabi in Iraq. Tutti questi nomi che corrispondono sostanzialmente allo stesso fenomeno di uno Stato arabo fallito. Ma l’Iran non è uno Stato arabo, e nemmeno faceva parte dell’Impero Ottomano, come questi altri Paesi. Tra persiani e arabi c’è una storica e enorme animosità, per cui i persiani si considerano superiori. Ma in Stati arabi come Siria, Iraq, Libano o Yemen che sono collassati per effetto di guerra civili tra gruppi etnici e religiosi contrapposti si è creato un caos in cui il giocatore dominante è l’Iran, tramite una procura che si basa innanzitutto sugli sciiti locali, ma a volte portano anche sciiti dal Pakistan e dall’Afghanistan. L’Occidente ha cercato di parlare e scendere a compromessi con l’Iran, dove fino al 1979 c’era una monarchia molto amichevole sia con gli Stati Uniti che con Israele. Ma dopo è venuto un regime per il quale invece Stati Uniti e Israele sono il Grande e il Piccolo Satana.
  In questo momento la mappa del Medio Oriente mostra una specie di corridoio che si estende da Teheran al Mediterraneo attraverso Iraq, Siria e Libano. Il grande architetto ne fu Hajj Qasem Soleimani, che fu ucciso dagli americani quattro anni fa, ma aveva la visione di tutto ciò. Ha visto la debolezza degli Stati arabi, e ha pensato che fosse giunto il momento per l’Iran di trarre vantaggio da ciò, e diventare la forza dominante della Regione. Israele è preso come obiettivo perché serve a ottenere questo risultato, ma nei fatti l’Iran è pragmatico. Non è l’Isis o al-Qaida in cui è l’ideologia a guidare l’azione. Qui invece l’ideologia è al servizio di una azione, da parte di un giocatore che può essere molto spregiudicato, ma al tempo stesso anche prudente, e comunque organizzato».

- Dunque, Israele per il regime di Teheran non è tanto un nemico strategico, ma un pretesto tattico per infilarsi in un mondo sunnita che ha tradizionalmente per gli sciiti una forte ostilità...
  «Gaza non è che un punto di partenza. Il Medio Oriente si sta polarizzando in due campi principali: quello dell’Iran e soci, e quello degli Stati arabi che hanno paura dell'Iran, soprattutto se l'Iran dovesse diventare nucleare. Vorrebbero che gli Stati Uniti li appoggiassero, ma hanno dubbi su quello che gli Stati Uniti faranno, specie dopo che non sono intervenuti al momento dell’attacco dei campi petroliferi sauditi da parte di Houthi e iraniani.
  Dunque guardano anche alla Russia, e soprattutto alla Cina. Ed è stata infatti la Cina a mediare un accordo tra Arabia Saudita e Iran. Però molti di questi Stati hanno firmato accordi di normalizzazione con Israele quattro anni fa: Marocco, Bahrein, Emirati Arabi Uniti. Per loro, Israele non è un problema. Quando si crea un certo tipo di atmosfera, anche loro devono dire di stare al fianco dei palestinesi, ma la verità è che tali Stati vorrebbero costruire una sorta di alleanza delle forze anti-iraniane sostenute dagli Stati Uniti: compreso Israele, anche se non pubblicamente. Adesso Biden chiede infatti a Israele di fermare l’offensiva, apposta per poter arrivare a un accordo di normalizzazione con l'Arabia Saudita. Ma per Israele è difficile, per l’amaro ricordo delle atrocità del 7 ottobre».

- C’è anche un ruolo del Qatar...
  «È un altro esempio di uno Stato molto astuto. È il Paese più ricco del mondo, ma è minuscolo. Per garantirsi sicurezza non poteva costruire un forte esercito, soprattutto perché sono circondato dall'Arabia Saudita, dall'Iran, dall'Iraq di Saddam Hussein e della Marina Usa. Ma quando gli Stati Uniti stavano evacuando l'Afghanistan, e c’era bisogno di qualcuno che parlasse effettivamente con i talebani, chi lo ha fatto? Il Qatar. Il Qatar ha costruito il canale Al-Jazeera, che è diventato un'arma efficacissima per diventare influente.
  Gli arabi di tutto il mondo guardano Al-Jazeera. Gli stessi arabi israeliani quando si tratta di questioni economiche e culturali seguono la Tv israeliana, ma sulla geopolitica seguono Al-Jazeera. Vediamo come il Qatar, così piccolo, è riuscito a farsi dare i Mondiali di Calcio. Naturalmente, anche su Gaza hanno cercato di dimostrarsi come i mediatori più capaci. Sono però rimasti frustrati per il fatto che la dirigenza militare di Hamas a Gaza fa di testa sua, piuttosto che dare retta all’ala politica di stanza proprio in Qatar.»

- L’Iran ora è stato ammesso nei Brics, con Cina e Russia.
  «Ci sono i tre punti caldi di Taiwan, Ucraina e Israele. Il tutto ci porta in un Grande Gioco, per cui ad esempio la Russia capitalizza ciò che accade in Medio Oriente, perché distoglie l'attenzione dall'Ucraina.
  Ma la Russia è anche insediata saldamente nei due porti siriani di Latakia e Tartus, e aiuta l’Iran a sostenere Assad. E l’Iran sta fornendo droni alla Russia per migliorare le sue prestazioni in Ucraina. La Cina è un attore che gioca in modo molto diverso, ma che sta al fianco dell’Iran, e negli ultimi dieci anni ha sfruttato la pallida debolezza della performance americana nei confronti del Medio Oriente».

Libero, 15 maggio 2024)

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Concorso internazionale della Torah: sono Evyatar Bar-Gil e David Shasha i vincitori

di Michelle Zarfati

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Evytar Bar-Gil, 17 anni, studente della ORT Pelech Boys School di Gerusalemme, e David Shasha, 17 anni, studente della Yeshiva Amit Kfar Ganim di Petah Tikva, hanno vinto il 61° concorso internazionale della Torah. La competizione si tiene annualmente a Gerusalemme. Entrambi i concorrenti hanno raggiunto il turno finale con punteggi identici.
  David Shasha, residente a Petah Tikva, si è preparato al concorso per tre anni con il suo mentore, il rabbino Amitai Sar-Avi. “È un onore essere il vincitore del Concorso Biblico”, ha detto Shasha. “La persistenza e la volontà di vittoria mi hanno portato al successo. Sono grato al Signore, ai miei genitori, alla mia famiglia, al rabbino Amitai Sar-Avi e alla yeshiva per il loro sostegno durante questo viaggio”
  Il rabbino Nitzan Berger, capo della yeshiva dove Shasha studia, ha detto alla stampa locale: “Siamo fortunati a ricevere queste soddisfazioni, è impressionante la preparazione di questo ragazzo. Tutti impariamo una grande lezione da David nel fissare i nostri obiettivi e raggiungerli, il tutto con umiltà ed eccellenti qualità morali. David è un modello per la sua ardente passione per la Torah, la sua precisione e la sua profonda attenzione ai dettagli. Tutte queste qualità lo hanno portato a diventare il vincitore del Concorso”.
  Evyatar Bar-Gil studia invece in una scuola superiore precedentemente guidata dal defunto sergente maggiore Yossi Hershkovitz, caduto in guerra a Gaza lo scorso novembre. “Sono sicuro che Yossi, dall’alto, sta guardando Evyatar dall’alto con orgoglio, sapendo che anche ora, il suo spirito, la sua eredità e le sue capacità continuano a manifestarsi nel miglior modo possibile” ha detto il sindaco di Gerusalemme Moshe Lion.
  Generalmente presente tra gli ospiti anche il primo ministro Benjamin Netanyahu, che quest’anno però a causa dei fitti impegni per le commemorazioni di Yom Hazmaut, ha registrato un discorso trasmesso all’inizio del quiz. “In un giorno così solenne, i nostri nemici continuano ad attaccare proprio quando Israele celebra la continuità dell’apprendimento della Torah. Non è una novità. La stessa Torah ci insegna che migliaia di anni fa, i nostri antenati, tra cui Abramo, Mosè, Giosuè e i Re Davide e Salomone, combatterono tutti contro nemici temibili. Anche allora, non abbiamo ceduto, anche allora, non abbiamo chinato la testa”, ha detto il primo ministro.
  “Stiamo commemorando il 76° Giorno dell’Indipendenza di Israele, un giorno diverso da qualsiasi altro precedente. Quest’anno, Israele e il suo popolo hanno sopportato il giorno più lungo, un giorno in cui quel famoso “mai più” è tornato. La guerra infuria ancora, e ormai dal 7 ottobre piangiamo per il ritorno dei nostri 132 fratelli. Oggi insieme da qui inviamo una preghiera per il loro rapido ritorno” ha aggiunto il presidente della Knesset Amir Ohana.
  Tra i talentuosi concorrenti in gara molti provenienti da zone fuori dallo Stato d’Israele come ad esempio: Noa Saubel (Regno Unito), Penina Crystal (USA), Yosef Samson (Canada), Noach Greenblatt (Sudafrica), Aviv Sharon (Canada), Mickey Sirolnik (USA), Sara Harari (Panama), Ezra Goldberg (Canada), Emmanuela Milman (USA), David Abadi (Messico) e Yoni Cady (Australia).

(Shalom, 15 maggio 2024)

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La datazione al radiocarbonio conferma la storiografia dell'Antico Testamento

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GERUSALEMME - Gli scienziati hanno colmato delle lacune nella nostra conoscenza della storia della città di Gerusalemme. Un team di diversi istituti di ricerca israeliani è riuscito a compilare una cronologia dettagliata della Gerusalemme dell'Età del Ferro.
  Questo periodo comprende i regni dei re Davide e Salomone e la distruzione del Primo Tempio da parte dei Babilonesi nel 586 a.C.. Finora, nonostante il gran numero di testi biblici e non, c'erano ancora delle lacune nella "cronologia assoluta", come ha annunciato il Weizmann Institute israeliano alla fine di aprile.
  I risultati sono stati recentemente pubblicati sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences" (PNAS). Allo studio hanno partecipato ricercatori del Weizmann Institute, dell'Università di Tel Aviv e dell'Israel Antiquities Authority.

• MATERIALE ORGANICO PROVENIENTE DA QUATTRO AREE
  Per il loro lavoro, i ricercatori hanno raccolto materiale organico da quattro diverse aree di scavo a Gerusalemme, tra cui semi d'uva carbonizzati e scheletri di pipistrelli. Il materiale è stato analizzato con la datazione al radiocarbonio, separando il carbonio 12 dalla materia organica.
  Questo metodo ha fornito prove della colonizzazione nel XII secolo a.C. e dell'espansione verso ovest già nel IX secolo. Sono state trovate anche prove di un terremoto avvenuto a metà dell'VIII secolo a.C. - un evento menzionato in Zaccaria 14:5.
  Inoltre, è stato possibile dimostrare la successiva ricostruzione di cui a 2 Cronache 26:9: "Uzzia costruì a Gerusalemme torri alla Porta d'Angolo, alla Porta della Valle e all'Angolo, e le fortificò". Finora, tuttavia, la ricostruzione era stata attribuita al re Ezechia.

(Israelnetz, 15 maggio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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"Basta scienziati che diventano attivisti e attivisti che si credono scienziati"

Greta si toglie la maschera e appare Luca Casarini e gli scienziati aprono gli occhi: "Non eravate la verità assoluta". I ruffiani dell'apocalisse hanno sedotto le élite amorfe con i loro volantini.

di Giulio Meotti

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Una piaga della nostra epoca è l’abuso delle credenziali scientifiche per promuovere ideologie politiche. Abbiamo visto i danni della cosiddetta “transizione ecologica”, l’Occidente che si copre la testa di cenere mentre firma un grosso assegno in bianco al Sud del mondo.
Per molto tempo è sembrato che persino gli scienziati avessero perso il desiderio di leggere o dire qualcosa di diverso dai volantini distribuiti nelle piazze e nei campus.
Ma forse c’è speranza e le riviste scientifiche dell’establishment ora tracciano un percorso diverso. A dare speranza è la pubblicazione da parte della prestigiosa rivista Nature di un saggio di Ulf Büntgen, un importante climatologo dell'Università di Cambridge:
“Sono preoccupato dal fatto che un numero crescente di scienziati del clima diventino attivisti per il clima. Come in ogni caso accademico, la ricerca dell’obiettività deve tenere conto anche di tutti gli aspetti della ricerca sul cambiamento climatico globale. Anche se non ho problemi con gli studiosi che prendono posizioni pubbliche sulle questioni climatiche, vedo potenziali conflitti quando gli studiosi usano le informazioni in modo selettivo o attribuiscono eccessivamente i problemi al riscaldamento di origine antropica e quindi politicizzano il cambiamento climatico e ambientale. Senza autocritica e diversità di punti di vista, gli scienziati alla fine danneggeranno la credibilità della loro ricerca e potrebbero causare una più ampia reazione pubblica, politica ed economica. Allo stesso modo, sono preoccupato per gli attivisti che fingono di essere scienziati, una forma fuorviante di strumentalizzazione. Gli attivisti (non) specializzati spesso adottano argomenti scientifici come fonte di legittimazione morale per i loro movimenti, che possono essere radicali e distruttivi piuttosto che razionali e costruttivi. La fede illimitata nella conoscenza scientifica è, tuttavia, problematica perché la scienza non ha né diritto alla verità assoluta né all’autorità etica”.
Non capita tutti i giorni (in effetti non capita mai) di leggere su Nature un saggio autocritico da parte di un rinomato climatologo.
Ne scrive anche il Wall Street Journal.
Ci voleva Greta Thunberg (la più nota degli “attivisti che si credono scienziati” e che saliva su un aereo mentre voleva che gli occidentali prendessero l’asino) che scandisce slogan pro Hamas e con la keffiah per fargli aprire gli occhi? “Greta Thunberg ha manifestato per il leader di Hamas Sinwar, invocando la deportazione degli ebrei in Polonia”, commenta il giornale degli ebrei tedeschi, Jüdische Allgemeine.
E pensare che per Greta in Italia ci sono state soltanto porte girevoli: Mattarella, Draghi, il Papa, Tajani, e praticamente tutti i media. Non leggerete mai delle sue prodezze antisemite su un solo grande quotidiano italiano.
È sorprendente la velocità con cui certe idee circolano e poi si integrano nel discorso anti-occidentale. Così, oltre alla sua battaglia per l’ecologia, in un perpetuo movimento “intersezionale” Greta Thunberg è riuscita a identificare i colpevoli: gli ex paesi colonizzatori (solo paesi occidentali), i razzisti (solo bianchi) e i sistemi patriarcali (a parte quelli della tradizione coranica). Questa New Age Woke si basa poi sulla convinzione che l'umanità sia entrata in una nuova era (la famosa era dell'Acquario) caratterizzata dall'avvento di una nuova spiritualità. Questa prospettiva sdolcinata sarebbe del tutto innocuea se non trasmettesse un’ostilità viscerale verso le due religioni che hanno fatto l’Occidente, vale a dire l’ebraismo e il cristianesimo.
Così la “filosofa” Manon Garcia ha potuto affermare all’Università 1 di Parigi: “Non sono sicura che la donna nel suo harem abbia molta meno libertà della madre casalinga cattolica di Versailles”.
Basta vedere cosa accade in questi giorni nell’alma mater dello scienziato climatico Ulf Büntgen, Cambridge, dove la cancel culture ha toccato la vertigine estrema: autocancellazione. L’università ha annunciato che il termine stesso “anglosassone” è diventato problematico, qualcosa di cui vergognarsi. Ma l’eminente storico di Cambridge David Abulafia ha fatto notare che a questo punto si dovrebbe rinunciare al termine stesso di Inghilterra, che altro non vuol dire che “terra degli Angli”. Ma allora chi ha abitato per secoli l’isola? Intanto Peter Thiel, il milionario conservatore americano, doveva barricarsi dentro Cambridge perché i fascisti rosso-verdi filo Hamas amici di Greta non lo facevano uscire.
Chi vide giusto fu Michel Onfray, il filosofo francese, che la definì “la ragazza con una faccia da cyborg che ignora le emozioni: nessun sorriso, nessuna risata, nessuno stupore, nessun dolore, nessuna gioia. Pensate a queste bambole di silicone che annunciano la fine dell’umano e l’avvento del postumano. Ha la faccia, l’età, il sesso e il corpo di un cyborg del Terzo millennio. Quale anima vive in questo corpo senza carne? E’ difficile da sapere… Ogni venerdì esce da scuola offrendo in olocausto ciò che potrebbe imparare a scuola per salvare il pianeta. Il cyborg svedese ha persino annunciato che prevede di prendere un anno sabbatico per salvare il pianeta! In effetti, perché imparare le cose a scuola quando sai già tutto di tutto? Questa intelligenza è davvero artificiale, nel senso etimologico: è un artificio, in altre parole, un prodotto fabbricato. Il nostro tempo vede emergere re-bambini. Questo cyborg post-capitalista parla davvero in nome della scienza. Ma, dal culmine dei suoi sedici anni, cosa sa di astrofisica, cicli cosmici, tempeste solari e dei loro cicli. Per Greta Thunberg, sembra che la scienza sia ridotta al compendio di passaggi da recitare. E’ il mondo sottosopra! In uno spasmo di godimento sadomasochistico, tutti applaudono. E poi, il diavolo è nei dettagli, questo cyborg neutro, pallido come la morte, la sua faccia distesa dai perni del nulla, a volte firma le sue imprecazioni con l’indice e il dito medio di ogni mano, come per indicare le virgolette. Solo in questi casi sembra ancora umana. Non c’è niente di sbagliato in un bambino che vuole vedere fino a che punto il suo potere di far inginocchiare gli adulti è nell’ordine delle cose. Il peggio è in questi adulti che amano essere umiliati da una delle loro creature. Stiamo entrando nello stadio supremo del nichilismo”.
Dopo il 7 ottobre in Olanda, Greta ha invitato a parlare una ragazza filo Hamas. Un uomo allora è saltato sul palco e, afferrando il microfono di Thunberg, ha detto con una certa rettitudine: “Sono venuto qui per una manifestazione sul clima, non per una visione politica”. Thunberg ha ripreso il microfono e iniziato a cantare: “Nessuna giustizia climatica sui territori occupati”.
Non ci voleva uno scienziato o un professore di teoria politica per capire che questi slogan non hanno assolutamente senso. Ma quante altre celebrazioni della “resistenza” palestinese, quanti altri comportamenti nichilisti dovremo sopportare, prima che le élite smettano di vedere questi guerrieri del clima come santi e li riconoscano invece per quello che sono, rozzi emissari di una ideologia distruttiva?
Al Gore e Greta Thunberg promettono di abbassare gli oceani; gli islamisti promettono un califfato. L’apocalittico verde che entro pochi anni il mondo sarà inabitabile. L’islamista che l’Europa sarà sottomessa alla sharia. Se proprio dovessi puntare…
Non soltanto è Israele che fa arrivare l’acqua a Gaza. Non soltanto Israele è leader mondiale dell’utilizzo delle acque reflue. Non soltanto entro il 2030 un terzo di tutta l’energia israeliana arriverà da fonti rinnovabili. Israele è l’unico paese al mondo che oggi ha più alberi di un secolo fa. Ma tutto questo non sembra importare molto agli attivisti verdi.
Il famoso ecologista svedese Andreas Malm - professore di geografia umana all’Università di Lund - dice di aver “gioito” quando Hamas ha massacrato 1.200 ebrei israeliani. Pensate che sia uno spostato? Malm in Italia è pubblicato da una casa editrice blasonata come Ponte alle grazie. “Gli arabi non dovrebbero essere gli unici a rispettare Mohammed Deïf”, afferma Malm, in riferimento al leader delle Brigate al Qassam, braccio armato di Hamas.
Il Sabato Nero ha mostrato il vero volto di femministe, teoriche del gender, ecologisti, professori di scienze umane, media, antirazzisti, ovvero dei grandi gruppi di potere culturale.
Una delle più grandi minacce per la civiltà occidentale sono le bugie autoprodotte dell’isteria climatica resa virale da Greta. Pillole suicide che i musulmani non prendono. The Atlantic racconta il “mondo verde senza bambini”. C’è un video della Bbc corredato da immagini catastrofiche intitolato “Climate Change: Are children really the future?”, per dare voce a chi ha deciso “di non avere figli, di fare la mia parte per i cambiamenti climatici”. Michael Meacher, ex ministro del Labour inglese, ha definito l’uomo un “virus”. “Il controllo della popolazione è la risposta al cambiamento climatico"?”, si domanda la tv pubblica canadese.
L’appello “No future no children”, con l’immancabile sfondo di una foresta in fiamme, campeggia sulla home di Greenpeace. 
“E all'improvviso non ci sono abbastanza bambini e il mondo intero è allarmato” titola questa settimana il Wall Street Journal. “I tassi di natalità stanno diminuendo rapidamente in tutti i paesi, con conseguenze economiche, sociali e geopolitiche”. Per questo le Greta si meritano, come scrissi un anno fa, “di svegliarsi con la preghiera del muezzin”.
E mentre Greta veniva portata via in manette, due attiviste ecologiste ultraottantenni rompevano la teca che custodisce la Magna Carta alla British Library di Londra.
Sue Parfitt, donna-prete della chiesa anglicana, e Judy Bruce, insegnante di biologia, armate di martello e scalpello hanno ripetutamente colpito il vetro fino ad aprire una crepa, ma il prezioso documento non sembra aver subito danni.
Assieme ai woke che marciano per Sinwar, esiste immagine più emblematica dell’autodistruzione senescente dell’Occidente di due vecchie passate da Greenpeace a Greta e che vogliono fare a pezzi la Magna Carta, firmata nel 1215 da re Giovanni Senzaterra, sotto la pressione dei suoi baroni, riconoscendo per la prima volta che nessuno è al di sopra della legge (compreso il sovrano) e che ognuno ha diritto a un processo equo? Di quell’atto fondamentale nella storia britannica ed europea ne restano quatto copie, due nella British Library e le altre nelle cattedrali inglesi di Lincoln e Salisbury. “La Magna Carta è venerata per la nostra storia, per le nostre libertà e per le nostre leggi”, ha detto Parfitt, vicario della Chiesa d'Inghilterra. “Ma non ci sarà libertà, né legalità, né diritti, se permettiamo il collasso climatico”.
Resta da vedere se, oltre agli scienziati, i popoli europei, addestrati fin troppo a lungo a inchinarsi di fronte a minoranze violente e bugiarde - i cyborg alleati dei fondamentalisti islamici nella loro campagna contro l’Occidente - saranno pronti a riscoprirsi maggioranza.

(Newsletter di Giulio Meotti, 15 maggio 2024)

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Condanna a morte per gli ebrei e odio per l’Occidente

di  Antonio Cardellicchio

“Il fantomatico ’Stato di Palestina’ non può votare all’Assemblea Generale, ma può proporre risoluzioni, partecipare a commissioni, venire eletto nelle varie agenzie, eccetera. In pratica, può godere di uno status che non è neanche previsto nello Statuto dell’ONU, perciò è totalmente illegale, ma che è stato inventato dalla politica degli Stati che odiano Israele e ne vogliono la distruzione. Tutto ciò, nonostante l’ONU non sia deputato a creare gli Stati dal nulla ma a garantire solamente la pace tra di essi: esattamente l’opposto di quanto appLa risoluzione ha creato qualcosa di aberrante: l’ingresso all’ONU di un fantomatico stato che ha diritti ma non ha doveri. Per esempio, non deve pagare la quota annuale perché non ha diritto di voto (tanto non gli serve, avendo l’appoggio incondizionato di tutti i paesi islamici), ma usufruisce del diritto di proporre risoluzioni, di fare parte delle varie commissioni e agenzie.” 
Bisogna davvero essere moderati e angeli della pace come Abu Mazen, per dire quello che il premio Nobel per la Pace 2011, Karman Tawakkol, (senza dimenticare mai lo stesso premio conferito al lord of terror Yasser Arafat nel 1994) ha detto l’11 maggio in Vaticano, alla presenza, tra gli altri, del cardinale Mauro Gambetti, organizzatore della manifestazione #Be Human in vista del Giubileo 2025.
Nihil sub sole novum, si intende. A Gaza sarebbe in corso una pulizia etnica insieme a un genocidio, ed è necessario “portare gli Stati Uniti dalla parte giusta della storia”, senza specificare se si intenda Hamas, anche se alla Tawakkol deve essere sfuggito che l’Amministrazione Biden sta da tempo facendo di tutto per avvantaggiare il gruppo jihadista costola palestinese della Fratellanza Musulmana a cui, nella sua declinazione yemenita, appartiene anche la Tawakkol.
La sua appassionata difesa delle donne morte a Gaza in questi giorni, è stata necessariamente omissiva riguardo alle altre donne, quelle israeliane, stuprate e uccise il 7 ottobre, ma si sa, quando si perora la pace, e la parte giusta della storia, non si possono menzionare le vittime nemiche.
È intervenuta l’Ambasciata di Israele, stigmatizzando il discorso come flagrantemente antisemita, ma che sia avvenuto in Vaticano, sede apostolica dove sarebbe assai opportuno che l’antisemitismo mascherato da antisionismo non avesse domicilio, di questi tempi non sorprende, come ha dovuto amaramente constatare poco tempo fa Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma.

(L'informale, 14 maggio 2024)

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Israele – Festa in tono minore per il 76mo compleanno

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Dopo il raccoglimento e cordoglio di Yom HaZikaron, il Giorno del Ricordo in memoria dei soldati uccisi in guerra e delle vittime del terrorismo, Israele festeggia oggi con Yom HaAtzmaut la sua indipendenza. Un 76esimo anniversario in tono minore, con il pensiero rivolto ai soldati caduti nella guerra contro Hamas e agli ostaggi ancora trattenuti a Gaza. «Questo è uno Yom HaAtzmaut diverso. Siamo orgogliosi della nostra indipendenza e del miracolo dello Stato d’Israele, ma i nostri cuori sono pieni di tristezza e dolore», ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog durante una cerimonia nella sua residenza di Gerusalemme. Come già aveva fatto per Yom HaZikaron, Herzog ha ricordato che «non esiste comandamento più grande del riscatto dei prigionieri, e come ho detto bisogna agire con coraggio, scegliere la vita». Molte le iniziative in tutta l’Italia ebraica, a partire dai tradizionali festeggiamenti svoltisi nel cortile della scuola comunitaria di Roma con l’intervento dei rappresentanti dello Stato d’Israele in Italia e di quelli dell’ebraismo romano e italiano. Vicinanza è stata espressa anche dalle istituzioni ai massimi livelli.

• Gli auguri di Mattarella
  «I nostri paesi sono uniti da un legame profondo, fondato su valori comuni e cresciuto nel tempo grazie a un’ampia e diversificata collaborazione che ha promosso il benessere dei nostri popoli e una sempre più profonda conoscenza reciproca», scrive in un suo messaggio di felicitazioni il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In questo giorno «di giustificato orgoglio del popolo israeliano, assistiamo con grandissima preoccupazione ai drammatici sviluppi nella regione, sempre più segnata da violenza e tensioni», aggiunge Mattarella nel messaggio inviato a Herzog. «In tale contesto, desidero ribadire l’impegno dell’Italia affinché Israele possa esercitare in pace e sicurezza il proprio diritto inalienabile a esistere». Con l’occasione Mattarella rinnova «la ferma condanna per l’atroce attacco terroristico del 7 ottobre e le espressioni del cordoglio della Repubblica Italiana e mio personale» e assicura a Herzog che «resta viva negli italiani tutti la speranza che gli ostaggi ancora nelle mani dei terroristi di Hamas possano essere quanto prima restituiti alla libertà e all’affetto dei propri cari». Per il Quirinale «è altresì indispensabile giungere a un’immediata cessazione delle ostilità nella Striscia di Gaza, anche per consentire il pieno accesso umanitario alla popolazione civile».

(moked, 14 maggio 2024)

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L’onda dell’odio antisemita, il Viminale: dopo il 7 ottobre triplicate minacce e insulti online

Nel 2024 già 400 segnalazioni, oltre 90 al mese. Il direttore del Museo della Brigata ebraica: «Dalle università alle tv, è ora di abbassare i toni»

di Luca Monticelli

Scritta comparsa sul muro dell’ex galoppatoio del Lido di Venezia
La senatrice Liliana Segre non si aspettava questa «ondata spaventosa di odio». Dopo il 7 ottobre gli ebrei italiani sono costretti a vivere in un clima ostile, i casi di antisemitismo sono triplicati rispetto al passato. Segre racconta di ricevere «minacce pazzesche», ma le intimidazioni e gli insulti raggiungono tanti cittadini di religione ebraica che «non c’entrano niente con le decisioni politiche di Israele e magari non le condividono», sottolinea la senatrice sopravvissuta ad Auschwitz.
  Le parole di Segre trovano riscontro nei numeri, come quelli dell’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad) diffusi ieri. Stando ai dati elaborati da associazioni e forze dell’ordine, dal 7 ottobre al 1° maggio l’Oscad conta 345 episodi riconducibili all’antisemitismo, tra cui 41 “hate crimes”, ossia crimini d’odio motivati da un pregiudizio, 175 casi di “hate speech” e 112 di incitamento all’odio online. In questo periodo, ricorda il rapporto presentato al memoriale della Shoah a Milano, si sono svolte 1.378 manifestazioni, di cui 1.109 in solidarietà al popolo palestinese e solo 39 a sostegno dello Stato di Israele.
  Mentre Segre confidava tutta la sua amarezza, arrivava alla Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, il Cdec, la segnalazione di una scritta choc contro gli ebrei (poi cancellata) sul muro dell’ex galoppatoio del Lido di Venezia: “Vi cercheremo casa per casa e vi sgozzeremo”.
  La spaventosa onda antisemita che sta investendo il nostro Paese non viene dal nulla», evidenzia Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica di Milano, che aggiunge: «È da ottobre che diciamo di abbassare i toni, ma dal mondo universitario a quello di certi salotti televisivi si continuano a usare parole malate che portano a comportamenti malati. Si susseguono manifestazioni violente dei pro Palestina che dalle università al 25 aprile, passando per le presentazioni di libri, minacciano chi la pensa diversamente».
  Il Cdec fa sapere che nel 2024, tra gennaio e aprile, gli episodi di antisemitismo catalogati sono 400, oltre 90 in media al mese. Un numero altissimo, se si considera che in tutto il 2023 erano stati 454, il doppio del 2022. Alla fine del 2024, quindi, gli eventi antisemiti noti potrebbero essere oltre il triplo in confronto agli anni pre 7 ottobre.
  Dati che collimano con il rapporto sull’antisemitismo nel mondo pubblicato dall’Anti-Defamation League, organizzazione con sede a New York. Secondo il centro studi americano la guerra a Gaza ha scatenato uno tsunami di odio contro le comunità ebraiche in tutto il mondo: «Quello che è avvenuto dopo il 7 ottobre ha moltiplicato attacchi da destra e da sinistra contro gli ebrei». La tesi del rapporto, uscito la settimana scorsa, è che se continuano le tendenze attuali diventerà impossibile per gli ebrei vivere apertamente in Occidente, indossare la stella di David o frequentare sinagoghe e scuole ebraiche.
  Anche l’Ugei, l’Unione dei giovani ebrei, dice il vice presidente Ioel Roccas, ha raccolto attraverso una “Hot line” 115 segnalazioni di episodi di antisemitismo tra ottobre e marzo, ben 60 casi solo tra ottobre e novembre, «numeri esorbitanti se confrontati con gli anni precedenti». Roccas condivide le preoccupazioni degli studenti ebrei e israeliani che dal massacro di Hamas e lo scoppio della guerra a Gaza vanno a lezione con paura. «Abbiamo visto sui banchi della aule disegni di svastiche intrecciate a stelle di David e adesivi con il volto di Leila Khaled», esponente storica del Fronte per la liberazione della Palestina che partecipò a due dirottamenti negli Anni 70, e che negli ultimi mesi è stata invitata in diversi atenei italiani.
  «Ormai slogan come “From the river to the sea” e “Intifada” sono sdoganati. Per noi giovani ebrei è diventato impossibile confrontarci con chi organizza le occupazioni e urla “fuori i sionisti dalle università”. Non c’è dialogo nelle assemblee, c’è una vera e propria censura», continua Roccas che era in piazza il 25 aprile quando il corteo pro palestinese di Roma spostandosi da Porta San Paolo a Centocelle intonava cori «contro i media “servi del sionismo e del capitalismo ebraico». Questa è la settimana in cui si temono nuovi scontri nelle università: Torino, Padova, Roma e Napoli le città più calde. Nelle comunità ebraiche c’è grande inquietudine: oggi è Yom HaAtzmaut, l’anniversario della nascita di Israele, domani il mondo arabo ricorda la Nakba, “la memoria della catastrofe”. «Che cosa succederà? Dobbiamo aver paura di uscire di casa e andare all’università?», si chiede un giovane della comunità romana che preferisce rimanere anonimo.
  Alla Sapienza, ieri, all’assemblea degli studenti era presente Noura Erakat, docente in studi africani della Rutgers, famosa università del New Jersey. Erakat è intervenuta anche alle proteste della Columbia a New York e secondo alcune ricostruzioni della stampa anglosassone in passato ha partecipato a un workshop online con uno dei leader di Hamas, Gazi Hamad.
  L’Unione dei giovani ebrei italiani risponde lanciando un appello «a rettori, senati accademici e ministeri affinché gli atenei non diventino luogo di censura e intolleranza».

(La Stampa, 14 maggio 2024)

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La Comunità Ebraica di Roma festeggia Yom HaAtzmaut tra la gioia e il dolore per gli ostaggi

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“Oggi proviamo sentimenti contrastanti: la gioia per questa festa e l’angoscia e il dolore per gli ostaggi che sono ancora a Gaza”. Queste le parole del presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun, che riassumono il mix di emozioni del mondo ebraico, che ieri sera ha festeggiato il 76esimo anniversario dell’Indipendenza dello stato d’Israele. Organizzata presso il Palazzo della Cultura dal Dipartimento Educativo Ufficio Giovani, la festa ha visto grandi e piccini festeggiare con canti e balli l’anniversario dell’indipendenza dello Stato d’Israele che cade ogni anno il 5 di Iyar.
  Nell’arco dei festeggiamenti si sono susseguiti diversi discorsi, in particolare quelli del presidente Fadlun e dell’ambasciatore dello Stato d’Israele in Italia, Alon Bar. “Oggi ribadiamo la nostra volontà di difendere Israele e preghiamo affinché il prossimo Yom HaAtzmaut si possa festeggiare con gioia” ha sottolineato Fadlun, che si è soffermato sulle conseguenze che il 7 ottobre e la guerra hanno portato con sé. “Ci troviamo ancora una volta sotto attacco e obbligati a difenderci, e vinceremo anche questa volta perché alla nostra libertà teniamo più di qualunque altra cosa”.
  “Quest’anno è stato molto difficile per Israele – ha affermato l’ambasciatore – con sfide senza precedenti per la nostra gente, ma nonostante ciò siamo qui”. Alon Bar si è voluto soffermare soprattutto sul valore della resilienza dello Stato ebraico. “Sono sicuro che supereremo insieme questo periodo, usciremo più forti, più saggi e consapevoli del nostro destino” ha aggiunto, sottolineando come lo spirito e la vicinanza della comunità ebraica romana siano “fonte di ispirazione per tutti noi”.
  Durante la serata hanno preso la parola anche alcuni educatori delle scuole ebraiche romane, come la direttrice degli Asili Infantili Israelitici Giorgia Di Veroli e la direttrice uscente della scuola elementare Milena Pavoncello, che ha raccontato come l’amore per Eretz Israel “nella nostra scuola sia iniziato ancor prima della costituzione dello Stato d’Israele” e come sia stato ribadito con forza dopo il 7 ottobre.
  Anche i giovani durante i festeggiamenti hanno potuto lanciare un messaggio in questa giornata di festa. Dai borsisti del Dipartimento Educativo Ufficio Giovani, che hanno organizzato un piccolo flash mob per gli ostaggi, ai movimenti giovanili del Benè Akiva e dell’Hashomer Hatzair, fino ad arrivare ai più grandi, con il morè Eitan Della Rocca per Tiferet Chaim e il presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia Luca Spizzichino.

(Shalom, 14 maggio 2024)

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Consigli di lettura ai filopalestinesi

L’inchiesta del New York Times sulla “Stasi di Hamas” svela l’oppressione segreta dell'organizzazione terroristica su giovani, giornalisti e persone che mettevano in discussione il governo.

Consiglio di lettura per le brigate filopalestinesi: ieri un articolo del New York Times, uno scoop, ha rivelato che i terroristi di Hamas non dominano come predoni sui palestinesi soltanto con la forza bruta. Secondo numerosi documenti ottenuti dall’intelligence israeliana e visionati dal New York Times, il capo dell’organizzazione Yahya Sinwar ha organizzato e dominato per anni un distaccamento di polizia segreta che sorvegliava gli abitanti dell’exclave e compilava dossier su giovani, giornalisti e persone che mettevano in discussione il governo. Non soltanto molti residenti della Striscia sono finiti sotto la repressione di questo corpo segreto per aver partecipato a proteste o criticato Hamas. Sinwar era interessato anche ai sospettati di intrattenere relazioni romantiche fuori dal matrimonio. 

• Una specie di Stasi islamica
  “Questo Servizio di sicurezza generale è esattamente come la Stasi della Germania est”, ha commentato Michael Milshtein, un’ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana specializzato negli affari palestinesi. “Ha sempre un occhio nelle strade”. Prima della guerra in corso, l’unità aveva un budget mensile di 120mila dollari ed era composta da 856 persone, 160 delle quali erano pagate per diffondere la propaganda di Hamas. Noto come il “macellaio di Khan Younis”, Sinwar ha assassinato con le proprie mani dodici palestinesi, accusati di “collaborare” con Israele. Nel 1988, durante un interrogatorio, Sinwar ha spiegato di aver arrestato un uomo mentre era a letto con la moglie. “Dopo averlo strangolato, l’ho avvolto in un sudario e chiuso la tomba” ha detto Sinwar. Micha Koubi, che ha interrogato personalmente Sinwar, ha ricordato la confessione che lo ha colpito di più. Sinwar ha raccontato di aver costretto un uomo a seppellire vivo suo fratello perché sospettato di lavorare per Israele. “I suoi occhi erano pieni di felicità quando ci ha raccontato questa storia”. Liberiamo Gaza da Hamas.

Il Foglio, 14 maggio 2024)

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Ma Joe Biden, sta con Israele oppure sta con Hamas?

Non riesco a capire il motivo per cui una notizia da prima pagina venga relegata (quando va bene) in settima pagina o addirittura ignorata. Eppure, se è vero che gli americani sanno dov'è Sinwar e non l'hanno detto agli israeliani per avere un'arma di ricatto su di loro, la notizia dimostrerebbe che Joe Biden non sta affatto con Israele.

di Franco Londei

È incredibile come si sia parlato poco o niente della proposta avanzata dagli Stati Uniti a Israele e rivelata sabato scorso dal Washington Post.
In sostanza gli americani avrebbero offerto a Israele «informazioni sensibili per aiutare l’esercito israeliano a individuare la posizione dei leader di Hamas, degli ostaggi e a trovare i tunnel nascosti del gruppo» a condizione però Israele avesse rinunciato all’operazione su Rafah.
Cosa significa questo? Che gli Stati Uniti hanno avuto queste informazioni e hanno scelto di non condividerle con gli israeliani, a meno che questi non facciano concessioni per non lanciare un raid su larga scala su Rafah?
Ma davvero? Non era Biden che subito dopo la strage del 7 ottobre disse: «Non mancheremo mai di coprirvi le spalle. Ci assicureremo che abbiate l’aiuto di cui avete bisogno e che possiate continuare a difendervi».
A quanto pare, Biden non ritiene che gli israeliani debbano sapere dove si trovano i leader di Hamas, che sono sempre circondati da ostaggi per scoraggiare le incursioni.
Insomma, gli Stati Uniti sanno dove si nascondono i leader di Hamas ma non lo dicono agli israeliani?
Per un momento, dimenticate di prendere alla sprovvista gli israeliani e di non dire loro delle concessioni americane ad Hamas purché accettassero un accordo per il cessate il fuoco, dimenticate il molo di Gaza, dimenticate il taglio delle esportazioni di armi verso Israele… rispetto a questo sono tutte cose secondarie. Se gli americani sanno dove si nascondono i leader di Hamas come Yahya Sinwar, l’architetto accusato degli attentati del 7 ottobre, perché non dovrebbero dirlo agli israeliani? Perché dovrebbero proteggere i leader di Hamas?
Perché stanno proteggendo le vite dei leader di un’organizzazione terroristica che ha preso in ostaggio degli americani?
Da mesi si dice che Sinwar tenga intorno a sé degli ostaggi per scoraggiare qualsiasi operazione volta a catturarlo o ucciderlo. Quindi se gli americani sanno dove sono i leader di Hamas, probabilmente sanno dove si trovano almeno alcuni degli ostaggi. E si rifiutano di condividere queste informazioni con gli israeliani, a meno che non facciano concessioni? Ma davvero?
Da che parte sta Biden? Da che parte stanno gli americani? Perché in questo momento sembra proprio che si stiano comportando come l’avvocato difensore di Hamas, cercando di ottenere il miglior accordo possibile.
Quando Biden andò in Israele subito dopo il massacro del 7 ottobre disse:
    In questo momento di tragedia, voglio dire a loro [gli israeliani], al mondo e ai terroristi di tutto il mondo che gli Stati Uniti stanno dalla parte di Israele. Non mancheremo mai di proteggerli.
    Faremo in modo che abbiano l’aiuto di cui i loro cittadini hanno bisogno e che possano continuare a difendersi. . . .
    E il sostegno della mia amministrazione alla sicurezza di Israele è solido e incrollabile. . . .
    E non ci siano errori: gli Stati Uniti stanno dalla parte dello Stato di Israele, proprio come hanno fatto dal momento in cui sono diventati la prima nazione a riconoscere Israele, 11 minuti dopo la sua fondazione, 75 anni fa.
Ebbene, da allora ogni singola parola di quella promessa è stata infranta.
Molti democratici sanno che la posizione del presidente sul conflitto è, nella migliore delle ipotesi, un miscuglio contraddittorio. È iniziato con le parole e le azioni giuste, e si è lentamente trasformato in una posizione de facto pro-Hamas, guidato da un’idea spettacolarmente sbagliata secondo cui l’intera elezione presidenziale dipende dal Michigan (lo stato più “musulmano” degli Stati Uniti) e che la vittoria nel Michigan dipenda da Elettori arabo-americani, musulmani-americani e palestinesi-americani.
Biden cerca anche l’approvazione dei giovani universitari che contestano Israele. Eppure la maggior parte dei giovani accaniti manifestanti anti-israeliani non sa niente del Medio Oriente, non sa di quale fiume e di quale mare stanno cantando, e opera con una mentalità “oppressore coloniale contro nobile selvaggio” che interpreta in maniera totalmente sbagliata la storia degli israeliani e dei palestinesi.
Quindi ripeto la domanda del titolo: da che parte sta Joe Biden? Da quella di Israele o da quella di Hamas?

(Rights Reporter, 14 maggio 2024)
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"Da che parte sta Joe Biden? Da quella di Israele o da quella di Hamas?” Bella domanda. E l’autore, un indubbio amico di Israele, non sa rispondere. Sono già un po’ di volte che nei suoi articoli questo autore ripete: “Non riesco a capire”. Quello che non capisce è la politica dell’America, anzitutto, e ora gli rimane oscuro il comportamento della “grande” stampa italiana. Il che è come dire che continua a non capire la politica americana, perché è sempre dall’America che arrivano le istruzioni su quello che deve dire e non dire la "grande stampa" italiana. L’autore ha dimostrato di non aver capito come stanno le cose neppure quando ha appoggiato pienamente la politica americana contro la Russia e si è unito alla campagna contro i famigerati “putiniani”. Con questo si vuol solo far notare, e questo potrebbe riguardare anche altri commentatori di Israele, che l’autore conosce molti fatti, li riporta con cura e li sa anche raccontare bene, ma in sostanza non li capisce. Perché non li sa collocare nel loro autentico contesto e non ne capisce l’aspetto essenziale. M.C.

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Eden Golan, volto di forza e coraggio a Eurovision e il grande trionfo di Israele

Mentre intorno a lei va in scena l’odio

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Merita una riflessione l’ultimo atto del 68esimo Eurovision Song Contest di sabato scorso a Malmö che ha tenuto il pubblico mondiale col fiato sospeso. Soprattutto per l’encomiabile performance di Eden Golan che, con la canzone “Hurricane”, ha suscitato forti emozioni nei suoi sostenitori ma anche tensioni a causa delle azioni degli odiatori e dei loro sostenitori sui social media e altrove. La canzone, molto bella e intensa, è stata rielaborata da una traccia precedente chiamata “October Rain” che si pensava fosse un riferimento agli attacchi di Hamas contro Israele.

• Di fatto la serata di gara canora si è trasformata in un’arena
  La competizione non si è infatti limitata alla musica così come avrebbe dovuto, ma è diventata un contesto politico. La giovane e talentuosa cantante israeliana è stata oggetto di una persecuzione così estrema che ha richiesto perfino un convoglio di scorta composto da più automobili solo per spostarsi dall’hotel al luogo dell’evento. Non solo: durante una conferenza stampa le è stato chiesto se avesse riflettuto sul fatto che la sua presenza avrebbe potuto comportare un rischio per altri partecipanti e per il pubblico, una provocazione fuori luogo a cui la ventenne ha risposto con un equilibrio e una compostezza ammirevoli per la giovane età.
Nonostante le proteste nel corso della serata finale nei suoi confronti, il pubblico di 15 Paesi su 25 ha assegnato a Israele il numero massimo di 12 punti, consentendogli di battere il record per il numero di punti assegnati dagli spettatori. In totale, lo Stato ebraico, che alla fine del voto della giuria era solo dodicesimo con 52 punti, ne ha raccolti altri 323 dei telespettatori che gli hanno permesso di salire al quinto posto nella competizione.
Un divario così significativo tra il giudizio delle cosiddette giurie nazionali “professionali” e il sostegno del pubblico non si era mai visto. Un colpo di scena che ha sollevato non pochi interrogativi sul motivo per cui si sia verificato un così netto contrasto sulla performance della ventenne Eden Golan, soprattutto considerando che rappresenta Israele.
Gli spettatori provenienti da Australia, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, San Marino, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e il “resto del mondo” (Paesi senza partecipanti all’Eurovision) hanno premiato Israele 12 punti, mentre altri sette gli hanno assegnato 10 punti. Le giurie della maggior parte di questi Paesi non hanno assegnato alcun punto allo Stato ebraico.

• Un boicottaggio durato mesi
  Già nei mesi scorsi la partecipazione di Israele, come avevamo segnalato su questo stesso sito, è stata messa in discussione suscitando non poche tensioni e polemiche. Fino alle contestazioni degli odiatori di Israele che hanno accolto Eden durante la prova generale per la seconda semifinale di giovedì 9 maggio da fischi e grida di “Palestina libera”.  Ingiurie, insulti e cattiverie che la giovane cantante ha dovuto affrontare con autocontrollo e grande coraggio e senza scomporsi nei confronti di quella parte di mondo intollerante. Come se non bastasse, durante l’evento, fuori dall’arena si sono svolte manifestazioni pro-Palestina, con l’attivista svedese per il clima Greta Thunberg allontanata dalla polizia.

(Bet Magazine Mosaico, 13 maggio 2024)


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Onore a Eden Golan

Carmela, nostra cara sorella in fede, ci ha trasmesso i sentimenti con cui ha vissuto la premiazione di Eurovision. La ringraziamo e pensiamo sia cosa utile farli conoscere anche ad altri. A sollievo di tutti coloro che amano Israele.

Dal palco canoro melmoso di Malmö una ragazza giovane e bella emerge come un angelo! In mezzo a tanto pantano pensi che si lasci affievolire… invece, esuberante e imperterrita affronta i leoni antisemiti come un gladiatore! Combattente e determinata!
Che esempio d’amore per la sua Nazione: ISRAELE!
La sua voce è penetrante, il suo urlo è un pugno nel petto, il suo incedere è elegante, avvolta in un vestito etereo… tutto di lei è armonioso, luminoso… la vincente!!!
Ho letto alcuni retroscena, commenti di becero antisemitismo che ormai è scoppiato come un’ulcera maligna in tutto il mondo!
Le menzogne su Israele si mietono e io come credente so che non è il tempo di sonnecchiare!
Ho votato tutti i voti che potevo dare e ho visto, grazie a Dio, che in Italia nelle due serate decisive le hanno dato il massimo punteggio!
Onore a Eden Golan che ha portato in alto ISRAELE e soprattutto lode al nostro Dio che è Sovrano su tutto e su tutti!
Israele vive!!!
Dimenticavo questa data così importante per Israele: il suo compleanno!!!
E questo risultato di Eden Golan con gli amici della coreografia è un bel regalo per ISRAELE in questo momento di estremo dolore per gli ostaggi e la guerra in corso.
Il Signore, però non sonnecchia, né dorme, Lui veglia e opera sempre con la forza della sua potenza!

(Notizie su Israele, 13 maggio 2024)

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Questa sera Israele compie 76 anni. Mazal tov!

di Ugo Volli

La cerimonia
  Erano le quattro di pomeriggio del 14 maggio 1948, in data ebraica il 5 del mese di Iyar 5708 (stranamente le date quest’anno quasi coincidono di nuovo). La sala al piano terra del vecchio museo d’arte contemporanea di Tel Aviv in Boulevard Rotschild 16, che era stata la villa del mitico sindaco Meir Dizengoff, era strapiena: duecentocinquanta persone, quasi tutte vestite di scuro, in giacca camicia bianca e cravatta, contro tutte le abitudini dell’Yishuv, l’insediamento ebraico in Terra di Israele. Sul palco in fondo alla sala c’erano 25 membri del comitato esecutivo dell’Agenzia Ebraica (Moetz HaAm, il governo de facto dell’Yishuv), mentre gli altri 12 erano bloccati all’estero o assediati a Gerusalemme. Sulla parete sopra a loro, una grande fotografia di Herzl e due bandiere del nuovo Stato. Ben Gurion aprì la riunione battendo il martelletto sul tavolo, ed i presenti intonarono l’ Hatiqvah. La lettura di Ben Gurion della dichiarazione durò 16 minuti, e si concluse con la clausola: “Chi accetta la dichiarazione della fondazione dello Stato ebraico ora si alzi”. L’accettazione fu unanime. Contro le abitudini delle riunioni dall’Agenzia era presente anche un rabbino, rav Fishman, che pronunciò la benedizione “Sheheheyanu”, quella che si usa per le novità positive. La cerimonia continuò con l’inno eseguito dall’Orchestra filarmonica di Israele e Ben Gurion la concluse annunciando: «Lo Stato d’Israele è istituito! Questo incontro è aggiornato!». Non c’era tempo da perdere in festeggiamenti, la guerra civile con gli arabi era in corso da sei mesi e già si sapeva che il giorno dopo gli eserciti dei sei stati arabi avrebbero invaso il piccolo territorio tenuto dall’Yshuv.

Il compleanno
  Questa sera dunque inizia la giornata che segna il settantaseiesimo compleanno di Israele: è un’età ormai ragguardevole anche per uno Stato (ce n’è di molto più vecchi come la Gran Bretagna e la Cina; ma tanti anche più giovani, almeno come istituzioni riconosciute). E anche stasera in Israele si farà festa, si ballerà in piazza, ci si rallegrerà della vita di un Paese la cui popolazione è comunque al quarto posto al mondo per la felicità. Ma pure oggi la guerra incombe e non c’è molto tempo per le feste. Gli aerei da guerra voleranno come sempre domattina, ma accanto alla parata aerea degli anni normali saranno impegnati nei loro compiti di difesa. E però il compleanno dello Stato ebraico va celebrato nella diaspora come in Israele, se non altro per continuare ad aver coscienza di che straordinario evento si sia trattato.

Un gesto di straordinario coraggio
  Quando Ben Gurion decise di forzare la mano ai dirigenti dell’Yishuv e di proclamare l’indipendenza, erano passati quasi 19 secoli dalla caduta di Gerusalemme e dell’ultima autonomia ebraica. C’era stata la profezia di Herzl e ottant’anni di immigrati che avevano provato a far fruttare la terra, la lingua era tornata viva, c’erano le scuole e le università, l’amministrazione e una inizio di esercito, insomma l’intelaiatura dello Stato; ma fu un gesto di straordinario coraggio. Erano contrari gli europei e in particolare la Gran Bretagna, ma anche il Dipartimento di Stato americano (non Truman per fortuna). E anche dentro il mondo ebraico molti consideravano avventata la proclamazione dello Stato: la maggioranza dei charedim, ma anche ebrei progressisti come Hannah Arendt e Leon Magnes (fondatore dell’Università ebraica di Gerusalemme) fecero campagna contro l’indipendenza; Martin Buber si era espresso contro e perfino Chaim Weizmann era perplesso. Gli eserciti arabi, almeno sulla carta, erano assai più forti e organizzati di quello del neonato Israele, cui mancava quasi tutto. L’appoggio dell’Urss era solo tattico, inteso a creare problemi all’Occidente, come si sarebbe visto presto. L’economia, retta dal volontaristico sistema dei kibbutz, zoppicava.

Lo straordinario progresso e le speranze
  Ma il miracolo avvenne, Israele superò la guerra, vinse, crebbe, resistette ad altre guerre e al terrorismo, riuscì a produrre un sistema politico, economico, scientifico e civile di straordinaria efficacia, anche grazie alla sua capacità di cambiare: di passare dalla camicia di forza di una specie di socialismo non politicamente oppressivo ma molto burocratico a un capitalismo tecnologico fra i più avanzati al mondo; di integrare un milione e passa di immigrati dall’Unione Sovietica e altri dall’Etiopia, dallo Yemen, da tutto il mondo; di liquidare il predominio politico della sinistra e di superare anche errori come la ricerca di compromessi con il terrorismo nel nome della “pace”. La scommessa di Ben Gurion è stato forse il maggior successo politico del XX secolo. Da alcuni anni il motore politico e istituzionale di questo progresso sembra però essersi inceppato. Le elezioni a ripetizione; l’incapacità di costruire maggioranze stabili; l’odio per Netanyahu che ha bloccato a lungo l’attuazione delle scelte chiaramente di centrodestra dell’elettorato; poi la lunga e astiosa guerriglia di piazza contro il progetto parlamentare legittimo della riforma giudiziaria, che ha proiettato un’immagine indebolita dello Stato e dell’esercito dando ai nemici di Israele, Iran in testa, l’illusione di poter prevalere; il conseguente barbaro pogrom del 7 ottobre; la difficoltà di condurre la guerra anche contro le resistenze degli alleati riluttanti a permettere a Israele di sconfiggere il terrorismo: tutti questi problemi hanno suscitato turbamento e pessimismo. Ma forse proprio la guerra sta obbligando gli israeliani cementare una nuova unità e una nuova speranza. Oggi che è il compleanno di Israele tutti gli ebrei del mondo e i loro amici sentono nel cuore l’urgenza di augurare lunga vita allo Stato ebraico e, perché essa sia raggiunta concordia, fratellanza… e pazienza. Come si dice in ebraico: mazal tov, buona stella.

(Shalom, 13 maggio 2024)

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Egitto contro Israele alla Corte Penale Internazionale

di Sarah G. Frankl

Secondo quanto si apprende da fonti del Cairo, l’Egitto sarebbe intenzionato a unirsi al Sudafrica nella denuncia per genocidio contro Israele alla Corte Penale Internazionale (CPI).
L’Egitto ha affermato che la decisione «giunge alla luce dell’aggravarsi della gravità e della portata degli attacchi israeliani contro i civili palestinesi nella Striscia di Gaza, e della continua perpetrazione di pratiche sistematiche contro il popolo palestinese, tra cui l’attacco diretto ai civili e la distruzione delle infrastrutture nella Striscia, spingendo i palestinesi a fuggire».
La Corte Penale Internazionale dell’Aia, nei Paesi Bassi, sta esaminando l’accusa del Sudafrica secondo cui l’offensiva aerea e terrestre di Israele a Gaza, lanciata dopo il massacro del 7 ottobre da parte di Hamas, è finalizzata alla «distruzione della popolazione» dell’enclave palestinese.
Israele respinge le accuse come false e diffamatorie, affermando di rispettare il diritto internazionale e di avere il diritto di difendersi dopo che, il 7 ottobre, circa 3.000 terroristi guidati da Hamas hanno fatto irruzione in Israele attraverso il confine, uccidendo circa 1.200 persone e sequestrando 252 ostaggi tra atti di brutalità e violenza sessuale.
La decisione dell’Egitto arriva mentre Israele sta portando avanti una operazione limitata nella città di Rafah volta a stanare gli ultimi battaglioni di Hamas nonché i loro leader.
Il Cairo ha sigillato i suoi confini e nega ai palestinesi in fuga l’accesso ad un luogo sicuro.

(Rights Reporter, 13 maggio 2024)

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Vaticano, Premio Nobel si lancia a San Pietro in una dura invettiva contro Israele: «A Gaza è un genocidio, una pulizia etnica»

In prima fila il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il cardinale Mauro Gambetti

di Franca Giansoldati

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«A Gaza è in atto una pulizia etnica e un genocidio da parte di Israele». E ancora. «Bisogna fare in modo di portare l'America dalla parte giusta della storia e impedire che venda armi ai regimi o alle occupazioni che uccidono donne e bambini. Non dovrebbero stabilire alleanze con dittatori o coloro che sono colpevoli di occupazioni». Il concerto vaticano di ieri sera - organizzato nell'atrio della Basilica di San Pietro con Allevi e Vecchioni - si è ad un tratto trasformato in un comizio pro-pal senza che la conduttrice Eleonora Daniele intervenisse per mitigare l'inarrestabile intervento del Premio Nobel per la Pace del 2011, la yemenita Karman Tawakkol, giornalista e attivista politica. In prima fila c'erano anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il cardinale Mauro Gambetti, organizzatore della manifestazione #BeHuman benedetta da Papa Francesco per preparare il Giubileo 2025.
   Tawakkol era appena stata chiamata sul palco subito dopo l'esibizione di Gart Brooks, un famoso cantante country americano e le era stato chiesto della sua attività per i diritti delle donne.
  Ha così dato il via ad un appassionato discorso in lingua inglese partendo dal concetto di pace in assenza di oppressione e occupazione. «Esattamente quello che sta accadendo in Palestina, dove le donne pagano un prezzo altissimo, enorme e di fronte a tutto il mondo. Anche se il mondo ora tace di fronte al genocidio e alla pulizia etnica e a quello che sta accadendo al popolo palestinese a Gaza». Tawakkol è stata interrotta da lunghi applausi e così ha ripreso. «Perché si uccidono le donne a Gaza ogni giorno, vengono uccise ogni giorno». 
  L'attivista per i diritti delle donne non menziona affatto le donne israeliane stuprate in massa il 7 ottobre. Ha poi ringraziato per l'iniziativa organizzata dalla Fondazione Fratelli Tutti diretta dal cardinale Gambetti aggiungendo anche di essersi commossa tanto quando il giorno prima ha ascoltato, proprio davanti al suo albergo a Roma, un gruppo di universitari che manifestavano per la Palestina e urlavano “Free Palestine”. «Questa a mio parere è una vittoria per tutti, non solo per il popolo palestinese. Dovete battervi contro i vostri governi - ha aggiunto -  e dire di porre fine alla guerra, di non vendere le armi che uccidono le donne nel mio paese e nella mia regione. Gli studenti che stanno manifestando in America si battono non solo contro il genocidio a Gaza ma si sacrificano per cercare di far in modo che l'America venga portata sul lato giusto della storia». 

(Il Messaggero, 12 maggio 2024)
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Il Vaticano, sede della CCR (Chiesa Cattolica Romana), da dove per secoli è partita l’accusa agli ebrei di “deicidio”, oggi si applaude a chi accusa lo Stato degli ebrei di “genocidio”. “Not in my name”, non può che ripetere il credente nel Gesù degli Evangeli. Piccola consolazione è il leggere che la giornalista precisa che “l’attivista per i diritti delle donne non menziona affatto le donne israeliane stuprate in massa il 7 ottobre”, e anche che nel quotidiano si trova la citazione di un articolo della storica Tamara Herzig, docente all’Università di Tel Aviv, dal titolo: «Perché le femministe italiane continuano ad ignorare le donne stuprate il 7 ottobre?»



Israele, un popolo perdonato

    «Nella Chiesa di Cristo non abbiamo mai perso di vista l'idea che il "popolo eletto", che crocifisse il Salvatore del mondo, debba scontare la malvagità di tale azione con una storia irta di sofferenze.»

Forse molti cristiani riterranno del tutto condivisibile una frase come questa, ed è anche naturale pensarlo, visto che proviene dalla bocca di un personaggio altamente rispettato della  recente storia della Chiesa: il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, che insieme ad altri cospiratori cercò di opporsi segretamente al nazismo di Hitler e per questo morì impiccato nell’aprile del 1945, pochi giorni prima della fine della seconda guerra mondiale. Anche nel caso di Bonhoeffer qualcuno ha detto che non si tratta di antisemitismo, ma di “antigiudaismo teologico”, e ancora una volta l’aggettivo “teologico” dovrebbe servire a sminuire la gravità dell’affermazione. In realtà, è vero il contrario: proprio il riferimento a Cristo trasforma dichiarazioni come questa in diabolici strumenti di legittimazione dell’odio contro gli ebrei.
  La frase di Dietrich Bonhoeffer è teologicamente errata e quindi gravida di inquietanti conseguenze.  La dottrina di Lutero sugli ebrei ha infettato subdolamente il protestantesimo tedesco impedendo a molti di riconoscere la diabolicità dell’ideologia nazista. Anche quei cristiani che, come Bonhoeffer, hanno riconosciuto la perversità politica del nazismo, non hanno potuto contrastare con successo chi stava portando la Germania e tutto il mondo verso il baratro proprio perché non hanno saputo riconoscere che gli ebrei erano l’obiettivo di un odio satanico.
  Non basta  riconoscere genericamente, come ha fatto anche la chiesa cattolica, che l’accusa di deicidio non sta in piedi; non basta ammettere con voce flebile che, sì, l’accanimento contro gli ebrei non è stata una bella cosa e dichiarare umilmente di esserne pentiti. Certi pentimenti tardivi, fatti a cose compiute, quando il misfatto ormai è innegabile, esprimono soltanto il desiderio di sbarazzarsi di certi scheletri nell’armadio del proprio passato al solo fine di porre un termine a continui sgradevoli rinfacciamenti. Capire come stanno veramente le cose dal punto di vista biblico in molti casi significa cambiare radicalmente posizione e atteggiamento. Se questo non avviene, vuol dire che si tratta soltanto di ripuliture di facciata.
  Dire che «il popolo eletto, che crocifisse il Salvatore del mondo, deve scontare la malvagità di tale azione con una storia irta di sofferenze» è una frase radicalmente e fatalmente errata sul piano biblico. Se si ritira l’accusa di deicidio ma si mantiene una frase come questa, si resta dalla parte degli antisemiti e si aprono le porte a un altro genocidio. Chi ritiene eccessiva questa affermazione probabilmente non tiene conto della presenza di un personaggio che da sempre è interessato alla “questione ebraica”: Satana. Molti sono restii a far intervenire Satana in una questione che secondo loro dovrebbe essere esaminata con criteri puramente politici, e invece è proprio l’intervento di questa figura biblica che, senza togliere responsabilità agli uomini, fa arrivare l’odio contro gli ebrei ad una misura a cui molti inizialmente non pensavano di arrivare. Molti papi, per esempio, cercarono spesso di contrastare gli eccessi antisemiti a cui si abbandonava il popolino su istigazione del basso clero, ma non si rendevano conto che era proprio la loro dottrina a favorire, se non provocare, quegli scoppi di odio.
  Deve essere abbandonata una volta per tutte l’idea che dopo la morte di Gesù Dio mantenga un volto adirato verso il suo popolo e proprio per questo motivo lo sottoponga a innumerevoli sofferenze. Questo è il punto fondamentale da sottolineare. E’ vero esattamente il contrario: con la morte di Gesù Dio ha perdonato il suo popolo. Dio era adirato con Israele prima della venuta di Gesù, fin dal tempo di Isaia, e anche per questo aveva mantenuto il silenzio per circa quattrocento anni. Ma attraverso i profeti, a cominciare proprio da Isaia, aveva annunciato il giorno in cui si sarebbe riconciliato con il suo popolo, perché Egli stesso si sarebbe caricato dei suoi peccati e avrebbe perdonato la sua iniquità.

    “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati. La voce di uno grida: «Preparate nel deserto la via del Signore, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio! Ogni valle sia colmata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati, i luoghi accidentati diventino pianeggianti»” (Isaia 40:1-4).

Il “debito della sua iniquità” è stato pagato quando Gesù è morto in croce “colpito a causa dei peccati del mio popolo” (Isaia 53:8).
  Prima che per i miei peccati personali, Gesù è morto per i peccati del suo popolo, cioè di Israele. Accogliere per sé il perdono e dichiarare che il popolo d’Israele si trova ancora sotto l’ira di Dio a causa dei suoi peccati perché ha ucciso il Messia significa praticare una distorsione del messaggio biblico che prima o poi conduce ad atteggiamenti antisemiti.

(Da "La superbia dei Gentili")



I doppifondi dell’Amministrazione Biden

di Giovanni Giacalone

L’Amministrazione Biden si è offerta di fornire a Israele importanti informazioni di intelligence per evitare una vasta operazione dell’IDF a Rafah, ha riferito sabato il Washington Post, citando quattro funzionari. 
Secondo il Post, le informazioni fornite dagli Stati Uniti contengono dettagli riguardanti il luogo in cui si trovano i leader di Hamas e i tunnel del gruppo terroristico. 
Nella giornata di giovedì, il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha cercato di mettere una pezza alla vicenda, affermando che tali informazioni erano già state fornite a Israele: 
“Potremmo anche, in effetti, aiutarli a prendere di mira i leader, incluso [il leader di Hamas Yahya] Sinwar, cosa che, francamente, stiamo facendo con gli israeliani su base continuativa”. 
Insomma, dopo il “leak” su Washington che minacciava Israele di trattenere gli armamenti se l’IDF fosse entrato a Rafah, presa di posizione che ha creato parecchi guai all’amministrazione Biden, con proteste anche da ambienti democratici pro-Israele, ora emerge un altro fatto potenzialmente altrettanto grave. 
In primis, è bene tener presente che informazioni su tunnel e sulla localizzazione dei leader di Hamas a Gaza in possesso degli Stati Uniti dovrebbero essere condivise con Israele a prescindere dalla situazione sul campo. Non soltanto per la questione dell’alleanza (almeno in teoria) tra Washington e Gerusalemme, ma anche perché Hamas è classificata come organizzazione terrorista anche dagli Stati Uniti (anche qui bisogna purtroppo dire “almeno in teoria”). 
E’ forse per questo che John Kirby ha subito tenuto a precisare che la condivisione di intelligence con Israele era già in corso su base continuativa.
E’ altresì vero che Israele certamente possiede informazioni ampie e capillari sulla presenza di Hamas a Gaza e conosce molto bene la situazione della leadership e la struttura dei tunnel, sia grazie all’avanzato apparato tecnologico in uso all’intelligence israeliana e sia in base alla humint (human intelligence) di cui dispone in loco.  
Resta il fatto che quanto emerso dalla pubblicazione del Washington Post fa emergere ulteriori dubbi sull’operato dell’amministrazione Biden. E’ possibile che Washington sia in possesso di informazioni sui leader di Hamas a Gaza che non ha condiviso con Israele? Se così fosse, per quale motivo gli Stati Uniti sarebbero in possesso di tali informazioni? Per quale motivo non sarebbero state ancora condivise? Tutto ciò va ad aggiungersi alll’insistenza con la quale Biden sta cercando di fermare l’offensiva israeliana su Rafah volta ad eradicare Hamas e al “trappolone” riguardante l’ultima offerta presentata a Hamas dall’Egitto la settimana scorsa, diversa da quella accettata da Israele giorni prima (e inaccettabile). Washington non aveva infatti informato Israele dei cambiamenti apportati, provocando una forte delusione israeliana nei confronti dell’amministrazione americana e sospetti riguardo al suo ruolo di mediatrice. 
La situazione a Washington si complica insomma sempre di più e sono in molti ormai a credere che l’amministrazione Biden sia ben più preoccupata per Hamas che per la sicurezza dell’”alleato” israeliano. 

(L'informale, 12 maggio 2024)

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Eurovision: quinto posto per Israele, Eden Golan seconda al televoto: “Non dimentichiamo i rapiti”

di Luca Spizzichino

“Non dimentico neanche per un momento gli ostaggi e dedico a loro la mia partecipazione al concorso” ha affermato Eden Golan, che ha concluso al quinto posto un Eurovision travolto dalla politica e, soprattutto, dalle polemiche. La cantante israeliana si è assicurata il secondo maggior numero di punti dal televoto, aggiudicandosi 323 punti, dietro solo al croato Baby Lasagna, considerato anche dai bookmakers uno dei papabili vincitori della competizione, vinta dallo svizzero Nemo.
  In una dichiarazione a margine della competizione, Golan ha detto di essere “molto orgogliosa” del quinto posto di Israele. “Fin dal primo momento abbiamo avuto un obiettivo, ovvero far sentire la voce forte di Israele nel mondo, e so che abbiamo raggiunto questo obiettivo alla grande”.
  A viziare la posizione in classifica della cantante israeliana il punteggio molto sfavorevole della giuria. La cantante infatti non ha ottenuto 12 punti – il massimo possibile – dalla giuria di nessun paese, ma ne ha ricevuti otto ciascuno da Norvegia, Cipro e Germania; cinque dal Belgio e dall’Estonia; quattro dalla Lituania; tre ciascuno da Francia, Malta, Moldavia e Georgia; e due dalla Lettonia. L’artista israeliana ha ricevuto invece 12 punti dal televoto da Italia, Spagna, Portogallo, Germania, Belgio, Regno Unito.
  Non sono mancati i fischi durante l’esibizione, tuttavia Eden Golan, come nella seconda semifinale, ha cantato “Hurricane” in maniera impeccabile. Subito dopo la performance la cantante si è lasciata travolgere dalle emozioni, dopo una settimana che l’ha vista al centro delle polemiche della maggior parte dei concorrenti, anche durante la finale. La portoghese Iolanda ha indossato un abito nella “parata delle bandiere” di apertura disegnato da un designer palestinese, e le sue unghie erano decorate con colori verde, rosso, bianco e nero, oltre a un motivo kefiah. L’irlandese Bambie Thug invece – a cui l’EBU ha ordinato di rimuovere i messaggi filo-palestinesi scritti sul loro volto in un’antica lingua irlandese – è stata vista nella green room mentre attendeva i risultati con un’immagine propal. La vincitrice dell’anno scorso, Loreen, avrebbe dichiarato prima della competizione che si sarebbe rifiutata di consegnare il trofeo a Golan, qualora Israele avesse vinto. E infine i rappresentanti della Finlandia e della Norvegia, ossia Käärijä e Alessandra Mele, che avrebbero dovuto annunciare i voti della giuria del loro paese si sono ritirati prima dello spettacolo per protestare contro Israele. Noa Kirel, che ha gareggiato l’anno scorso con tutti e tre gli artisti scandinavi, ha dedicato loro una storia sui social dove ha scritto: “Non c’è posto per l’antisemitismo”.
  Nonostante tutte queste manifestazioni ostili, Eden Golan è riuscita ad aggiudicarsi un quinto posto che va a confermare la qualità del panorama musicale israeliano e la costanza in questa competizione, infatti l’Eurovision Song Contest è stato vinto per ben 4 volte dallo Stato ebraico.

(Shalom, 12 maggio 2024)

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Come i popoli deportati ricordano il dolore

Quella del medio oriente è una storia di esodi e spostamenti forzati sin dall’antichità. Ebrei, assiri e babilonesi. I romani spostavano gli abitanti delle città che temevano potessero passare al nemico. E la Cina è nata con spostamenti forzati epocali.

di Siegmund Ginzberg 

Sballottati, costretti a muoversi da nord a sud, e poi ancora da sud a nord. Privati di tutto. Migranti forzati, sloggiati manu militari, costretti ad accamparsi in luoghi sconosciuti. Da dove verranno magari nuovamente scacciati. Sempre che siano riusciti a sopravvivere alla guerra. I bambini in braccio, i vecchi sorretti, o portati in spalla, in fila su strade e sentieri polverosi o fangosi. Ingombri delle poche cose che gli sono rimaste. Affamati, assetati, senza più neanche la forza di essere arrabbiati. Chi non ce la fa lasciato indietro. Popoli sradicati, fluttuanti, spintonati con violenza da una località all’altra. Lì succede da millenni.
Ci sono le testimonianze. Frammentarie. Oscurate dalla censura, o ingigantite dalla propaganda. “Ho raso al suolo tutte le loro città, ho portato via, come bottino, tutti gli abitanti, il bestiame, lasciando [in piedi] solo la città di Samaria [l’allora capitale del regno di Israele], che si era sottomessa quale tributaria, mentre il regno di […]”, suona la faticosa ricostruzione di un’iscrizione su argilla, in più punti lacunosa, del sovrano assiro sulle campagne militari di Tiglath-Pileser III in Siria e in Palestina (734-732 a.C.). “Li ho portati via con quel che possedevano [il loro bestiame e le loro greggi]”. Spostamento forzato. Sotto scorta armata. “O vi muovete dove vi diciamo noi, o vi ammazziamo”, si può presumere. “[Li ho costretti a superare] montagne difficoltose”, si legge negli Annali di Tiglath-Pileser, altrettanto rovinati e difficili da decifrare. Migrazione “difficile”, strada impervia, tormentosa deve essere stata davvero, se a dirlo è il sovrano che li ha fatti spostare. Non disponiamo di alcuna narrazione da parte dei deportati.
Ci sono le cifre. Sballate, inaffidabili, contraddittorie, a seconda che a dare i numeri sia l’una o l’altra delle parti in causa. Per l’antichità avere due versioni spesso è un lusso. Abbiamo per lo più quella dei vincitori. Gli assiri erano scrupolosi nel far di conto. Qualche centinaio dal tal villaggio, qualche centinaio dal tal altro, in tutto “13.520 persone” annotano gli scribi di Tiglath-Pileser. Poco più di un decennio dopo, uno dei suoi successori, Sargon II, è più preciso ancora: “Li ho combattuti [i samaritani] e ho portato via 27.290 di loro, con 50 carri per le mie truppe regie”. Si tratta della campagna per domare, nel 720 a. C., la ribellione iniziata da Hamath (l’antica città siriana, non Hamas). Porta gli eserciti assiri fino a Gaza, alle porte dell’Egitto. “Ho assediato e conquistato Ashdod, Gath e Ashdod-Yam. Ho contato come spoglie gli dèi, le donne, i bambini, tutti i possedimenti e i tesori, del palazzo come degli abitanti. Ho ricostruito le loro città e vi ho sistemato gente delle altre città che avevo conquistato a oriente”. Conferma la Bibbia: “Venne Tiglat-Pileser, re di Assiria. Prese Iion, Abel-Bet-Maacà, Ianòach, Kedes, Asor, il Gàlaad e la Galilea, tutta la terra di Nèftali, e ne deportò gli abitanti in Assiria” (2 Re 15,29). Confermano gli scavi archeologici. Di Samaria, l’allora capitale del regno di Israele, Sargon dice che l’ha “ricostruita e fatta più grande di prima”. E che, dopo averla svuotata di parte dei suoi abitanti, vi ha mandato “genti delle [altre terre] conquistate”, mettendogli a capo come governatore uno dei suoi eunuchi, e imponendo “su di loro tributo e tasse come agli Assiri”.  
Le terre che aveva svuotato le riempì con altre popolazioni. “Ho sconfitto [le tribù di] Thamud, Ibadidi, Marsimani e Hayapa, gli arabi che vivono lontani nel deserto, dei quali nessuno dei miei governatori o funzionari aveva neppure conoscenza, che non pagavano tributo ad alcun re. E li ho spostati perché risiedessero in Samaria”, fa scrivere sempre Sargon nei suoi annali. Prima ancora aveva fatto deportare le tribù che popolavano l’altopiano iranico dalla catena dei Monti Zagros, sino ai confini dell’Egitto.
Sennacherib, successore di Sargon, nel 701 mosse contro il regno di Giuda, l’altro regno ebraico, che, a differenza di Samaria, aveva mantenuto la sua indipendenza. Giostrando accortamente intese con i vicini. Il nuovo re di Giuda, Ezechia, aveva però sconvolto l’equilibrio delle alleanze. Si era avvicinato all’Egitto, gran rivale degli assiri, e stava minacciando le città filoassire sulla strada per l’Egitto. Sennacherib gli aveva mosso guerra. Ezechia aveva fortificato Gerusalemme. L’aveva attrezzata a un lungo assedio. Aveva costruito una fitta rete idrica sotterranea, di cunicoli e tunnel a cui l’assediante non poteva arrivare. Gerusalemme non capitolò, ma fu costretta a pagare un pesante tributo. Ciascuna delle due parti cantò vittoria. Succede anche al giorno d’oggi. L’importante è poter gridare in faccia al nemico, e dire alla propria gente, di avere vinto.
Ecco la versione trionfalistica di parte assira: “Ezechia il Giudeo, che non si era sottomesso al mio giogo […] lo rinchiusi in Gerusalemme come un uccello in gabbia. Accumulai terrapieni contro di lui, e chi voleva uscire dalle porte della città veniva respinto alla sua miseria […] Ezechia fu terrorizzato dallo splendore della mia Signoria, e venne abbandonato dai mercenari che aveva portato a rafforzare Gerusalemme. Oltre a 30 talenti d’oro e 800 talenti d’argento, pietre preziose e gioielli, letti e seggi d’avorio, pelli e zanne d’elefante, legno pregiato, ogni genere di tesoro, come pure le sue figlie, le sue donne di palazzo, i suoi musici, maschi e femmine, dovette mandarmi a Ninive”. 

    Ad alcuni studiosi il numero di deportati nelle fonti assire appare così enorme che ipotizzano venissero conteggiati anche gli animali

Le iscrizioni reali assire dicono che nel corso di quella guerra Sennacherib, il successore di Sargon, aveva decuplicato la movimentazione di popolazione, rispetto alle campagne precedenti. Aveva fatto deportare 201.150 persone, “giovani e vecchi, maschi e femmine, cavalli, muli, asini, cammelli, buoi, greggi innumerevoli [di pecore e capre]”. A sommare i numeri citati nelle iscrizioni, per tutti i movimenti su e giù in tutto il regno, si arriva a 350.000 deportati. Sennacherib era uno che sapeva il fatto suo, aveva informazioni precise, disponeva della migliore intelligence dell’epoca. L’altra cosa su cui gli assiri non erano secondi a nessuno era il sistema di strade – si presume con relative attrezzature di ristoro e sorveglianza – lungo le quali spostare queste fiumane. Non per niente, da principe ereditario, era stato il capo dell’attrezzatissimo spionaggio assiro. Ad alcuni studiosi il numero di deportati appare così enorme, rispetto alle popolazioni dell’epoca, che ipotizzano vengano conteggiati anche gli animali. L’insigne assirologo dell’Università di Haifa Bustenay Oded, autore a fine anni 70 di un fondamentale studio su Mass Deportations and Deportees in the Neo-Assyrian Empire, stima che in tre secoli siano stati spostati con la forza dai 4 ai 4,5 milioni di persone. 

    Meglio deportati che massacrati. I bassorilievi con decapitazioni, mutilazioni, scorticamenti, torture erano volti a incutere terrore

Meglio deportati che massacrati, verrebbe da dire. Si sa che la propaganda assira, i terrificanti bassorilievi con decapitazioni, mutilazioni, scorticamenti, torture inflitte ai nemici erano volti a incutere terrore, scoraggiare ogni tipo di resistenza. Era, si ritiene, un modo di dire al mondo intero: guardate come siamo cattivi, non azzardatevi a provocarci. Appena un pochino meno spettacolari le deportazioni, gli esodi forzati, le sostituzioni di popolazioni da un capo all’altro dell’impero. Perché lo facevano? Per punire chi mal sopportava, o si ribellava al giogo assiro? Per ragioni di sicurezza, strategiche? Per rimescolare carte, alleanze e vassallaggi? La cosa più sorprendente è che spesso se li portavano in casa, fino in Assiria. Anziché allontanarli il più possibile, come si fa oggigiorno. Perché l’impero assiro aveva un bisogno disperato di forza lavoro, possibilmente specializzata (come mostrerebbe l’interesse specifico a requisire carri e reclutare aurighi e mulattieri registrato negli annali; oppure la presenza negli scavi di vasellame, fatto localmente, ma da vasai provenienti dai quattro angoli dell’impero)? Non sappiamo che sofferenze patissero i deportati, quanti ne morissero per strada nelle lunghe marce forzate. Quanti di stenti, quanti di malattie, quanti per violenza. Sappiamo però che non tutti venivano trattati male. Molti prosperarono nelle destinazioni loro assegnate. Alcuni fecero carriera nelle forze armate assire. Altri nell’amministrazione.
La storia della regione che oggi chiamiamo medio oriente è lastricata di violenze, assedi, massacri. E anche, forse, soprattutto di movimenti violenti di popolazione. Era fresca la memoria delle deportazioni assire che Gerusalemme fu attaccata dal re babilonese Nabucodonosor, desideroso di conquistare i porti del Mediterraneo e di aprirsi una via verso l’Egitto. L’assedio durò un anno e mezzo e si concluse nel 586 a. C. quando la città fu sconfitta e venne distrutto il Tempio di Gerusalemme. E’ di ebrei deportati a Babilonia lo struggente coro “Va pensiero” del Nabucco di Verdi. che ancora oggi riesce a commuoverci. Miracoli della grande musica. La “Patria, sì bella e perduta” del testo di Temistocle Solera, musicato da Verdi, è ovviamente l’Italia occupata dagli austriaci. La cosa oggi incredibile è che la censura austriaca gliela lasciò passare.  

    Il ritorno degli ebrei da Babilonia non fu facile. I reduci che volevano ricostruire il Tempio si scontrarono con i giudei che erano rimasti

L’esilio babilonese ha lasciato un segno profondo nella cultura ebraica, gli ha dato il Talmud, detto appunto babilonese, una sterminata raccolta di commenti, pareri, norme etiche, giuridiche e rituali, condita di note, chiose, dotte discussioni, spiegazioni a margine, che spesso lasciano la questione aperta a una pluralità di interpretazioni. A liberarli e a permettergli di tornare a casa fu un re persiano, Ciro il grande, campione di tolleranza religiosa, che nel frattempo aveva conquistato Babilonia. Il ritorno non fu facile. I reduci che volevano ricostruire il Tempio si scontrarono con i giudei che erano rimasti e non erano stati deportati. Li denunciarono al nuovo sovrano persiano, chiedendogli di punirli. All’esilio sotto dominazione persiana si riferisce anche la storia biblica di Ester, ebrea, sposa del re persiano Assuero. Ce ne sono diverse versioni. E’ stata attribuita talvolta a epoche diverse. Il cattivo Aman, che spinge il re persiano a sterminare gli ebrei, è anche lui discendente di deportati dalla Palestina, ma di etnia diversa dagli ebrei. Gli va male, finisce lui impiccato all’albero che aveva fatto preparare per il giudeo Mordecai. Un’amica, Miriam Camerini, che studia da rabbina (auguri!), ne interpreta la morale nascosta come un appello al re da parte di Ester perché faccia il suo mestiere e fermi il programmato massacro e la catena di vendette. Suggestivo, ma ci devo ancora riflettere. Quello scampato pericolo gli ebrei lo festeggiano a Purim. E’ una delle due feste, del tutto laiche, che più ricordo della mia infanzia in una famiglia non praticante. Sono dominate dal racconto, dal pranzo in famiglia, non dai riti religiosi. L’altra è Pesach, il passaggio, la liberazione dall’Egitto. Anche quella è una storia di migrazione di massa, ma non forzata, né respinta, e neppure temuta come invasione, bensì strappata a fatica al faraone che non li lasciava partire. 

    I romani se ne intendevano di ingegneria etnica. Spostavano in tutta la penisola gli abitanti delle città che temevano potessero passare al nemico

Gli ebrei continuarono a essere deportati e perseguitati dai satrapi ellenistici eredi di Alessandro Magno. Furono a più riprese conquistati, assediati, massacrati, deportati, e infine costretti a disperdersi per il mondo, dai romani. I quali antichi romani, di deportazioni in massa, e di ingegneria etnica (i coloni) se ne intendevano. Durante la conquista dell’Italia, e poi durante la guerra portata in Italia da Annibale, spostarono forzosamente da un capo all’altro della penisola gli abitanti delle città che temevano potessero passare al nemico. Tito Livio racconta di come nel 179-80 a. C. 50.000 liguri apuani furono deportati nel Sannio, 7.000 addirittura via nave, dalla costa toscana a quella campana. Malgrado quelli implorassero che li si lasciasse a casa loro, e si fossero impegnati a non prendere le armi contro Roma (Ab urbe condita, XL, 38). Li avevano, racconta sempre Livio, affamati bruciando le loro vigne e i loro raccolti, tagliandogli vie di comunicazione e rifornimenti. Giulio Cesare aveva messo in pratica la notevole expertise acquisita in materia, spintonando per di qua e per di là, e mettendo l’una contro l’altra le diverse tribù delle Gallie, secondo la convenienza strategica del momento. Di buono c’era che non avevano il concetto di “razza” italica o romana. Solo di cittadinanza.
La Cina praticamente è nata con spostamenti forzati epocali. Qin Shihuangdi, il Primo imperatore, l’aveva unificata spostando di qua e di là milioni di persone, le etnie più disparate, reclutandole nei suoi eserciti, nei grandi lavori idraulici, nella costruzione della Grande muraglia, e in quella della sua tomba. L’America si è fatta, oltre che sull’arrivo di masse sterminate di immigrati, sulle ossa delle tribù indiane spinte sempre più verso le terre più inospitali dell’ovest.
Si capisce che la questione degli esodi, dell’esodo forzato (o anche dell’esodo impedito), sia da sempre la più intrattabile di tutte. Facevo il corrispondente in America quando nel 1992 assistetti in diretta al naufragio degli accordi di Oslo proprio sulla questione del “diritto al ritorno” dei palestinesi. Incredibile a ripensarci: gli avevano offerto a Camp David, su insistenza di Clinton, uno Stato palestinese nella striscia di Gaza e in gran parte della Cisgiordania, il ritorno di un limitato numero di profughi e un indennizzo per gli altri, in cambio dello smantellamento dei gruppi terroristici. Arafat rifiutò, insisteva sul diritto al ritorno per tutti. Non fece controproposte. Me l’avevano spiegata così: se Arafat firma una rinuncia al “diritto al ritorno”, i suoi l’ammazzano.  
La cacciata da casa propria è, da che mondo è mondo, il più pesante dei traumi. Naqba, catastrofe per eccellenza, la chiamano i palestinesi. Come catastrofe epocale fu vissuto lo scambio forzato di 18-20 milioni di musulmani e di indù tra India e Pakistan nel 1947. Come catastrofe fu vissuta nella Istanbul della mia infanzia lo scambio forzato di turchi e greci. Prima c’era stato lo sterminio degli armeni. La maggior parte in atroci marce forzate attraverso l’Anatolia devastata. Stalin aveva spostato da un capo all’altro dell’immensa Unione sovietica interi popoli, intere categorie sociali o politiche. Hitler li spostava da un capo all’altro dell’Europa per sterminarli. Non so come finirà a Gaza. Non oso pensare quanto sarà difficile negoziare su eventuali scambi e movimenti di popolazione tra Ucraina e Russia, quando e se finirà la guerra.

Il Foglio, 11 maggio 2024)

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Israele e il Messia – percorsi paralleli (4)

Quando Dio interviene in favore dei figli d’Israele caduti in mani straniere, quello che vuole ottenere non è in primo luogo la libertà per loro, ma la possibilità per Dio di “abitare in mezzo a loro”.

di Gabriele Monacis

Per i figli di Israele, l’esilio in Babilonia terminò quando Ciro, il re della potente nazione di Persia, emanò un suo editto e li lasciò partire. Secondo la Scrittura, l’uscita dei figli di Israele da Babilonia, che era caduta nelle mani dei persiani nel 539 a.C., non fu un’iniziativa di Ciro, ma fu per volontà dell’Eterno stesso, che destò lo spirito di questo re straniero, affinché lasciasse partire il Suo popolo.
  Questo epilogo, anche se con alcune differenze, ricorda l’uscita dei figli di Israele dall’Egitto. In quel caso, come in questo, fu l’Eterno a indurre il faraone, anch’egli un re straniero, a lasciar partire il Suo popolo, anche se con modi diversi in un caso rispetto all’altro.
  Ecco i due versetti con i quali si conclude il Tanach, l’Antico Testamento in lingua ebraica:

    Nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché si adempisse la parola dell'Eterno pronunciata per bocca di Geremia, l'Eterno destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale, a voce e per iscritto, fece pubblicare per tutto il suo regno questo editto: “Così dice Ciro, re di Persia: 'L'Eterno, l'Iddio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di costruirgli una casa in Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, l'Eterno, il suo Dio, sia con lui, e parta!'” (2 Cronache 36:22,23).

Se si considera la storia del popolo di Israele raccontata nel Tanach, quindi tenendo da parte il libro della Genesi in cui Israele non si era ancora formato come popolo, si osserva che la storia di Israele si apre e si conclude con lo stesso schema narrativo. Il popolo di Israele si trova in un paese straniero, l’Egitto all’inizio e Babilonia alla fine, e l’Eterno, in qualche modo, spinge il re di quella potente nazione a lasciarli partire. In Egitto, Israele era sotto la schiavitù del faraone, che fu spinto a lasciarli partire dal peso della potente mano dell’Eterno. In Babilonia, Israele era in esilio e il re Ciro emana un editto perché destato dall’Eterno, e lascia partire il Suo popolo affinché ritorni a Gerusalemme.
  Un altro elemento in comune tra le uscite di Israele dall’Egitto e da Babilonia, sta in ciò che i figli di Israele furono chiamati a fare una volta usciti da quelle nazioni. Il libro dell’Esodo racconta che, una volta giunti al monte Sinai e dopo aver stipulato il patto tra Dio e il Suo popolo, l’Eterno mostrò a Mosè il modello del Tabernacolo, cioè il luogo dove Dio avrebbe abitato in mezzo al Suo popolo. Parlando dei figli di Israele, l’Eterno disse a Mosè: “Mi facciano un santuario perché io abiti in mezzo a loro. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti” (Esodo 25:8,9).
  Anche nell’editto di Ciro era previsto che i figli di Israele tornassero a Gerusalemme e costruissero lì una casa al loro Dio. Così disse il re di Persia, parlando dell’Eterno: “Egli mi ha comandato di costruirgli una casa in Gerusalemme, che è in Giuda”. Lo scopo del ritorno di Israele nella sua terra è dunque ancora lo stesso: costruire un luogo in cui l’Eterno possa abitare insieme con il Suo popolo. E questo è ciò che fecero una volta tornati da Babilonia, anche se in mezzo a tante difficoltà.
  Gesù Cristo nacque sotto il re Erode, come raccontato all’inizio del vangelo di Matteo. Dunque anche Gesù, come Israele, prima in Egitto e poi in Babilonia, si trova sotto la dominazione di un re straniero, Erode appunto, che in quel tempo governava la Giudea. Come il faraone in Egitto, il quale ordinò che venissero uccisi tutti i figli di Israele nati maschi, anche Erode cercò di uccidere Gesù, per paura che il Messia diventasse re al suo posto. Proprio come Dio fece con Israele in Egitto e in Babilonia, Egli sottrasse la vita di Gesù dal potere di re Erode e lo mise al sicuro in Egitto. Ecco il racconto del vangelo di Matteo.

    Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode cercherà il bambino per farlo morire”. Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua madre e si ritirò in Egitto; là rimase fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: “Chiamai mio figlio fuori dall'Egitto” (Matteo 2:13-15).

La frase che sottolinea il parallelo tra la storia di Gesù e quella di Israele è questa: “Chiamai mio figlio fuori dall’Egitto”. Dio chiama Gesù fuori dall’Egitto, così come Israele fu portato fuori dall’Egitto. Si vuole far notare che la Scrittura non pone tanto l’accento sul luogo in cui Dio mise in salvo colui che stava proteggendo. Israele fu messo in salvo fuori dall’Egitto (Osea 11:1); Gesù, al contrario, fu messo in salvo in Egitto. Ma l’adempimento di ciò che fu detto dal Signore per mezzo del profeta sta nell’azione stessa di Dio, che sottrasse sia Israele che Gesù, al potere di un re straniero, e li mise in salvo.
  Una volta che Israele uscì dalla nazione straniera, dall’Egitto ma anche da Babilonia, fu chiamato a costruire un luogo dove Dio potesse abitare in mezzo a loro. Qui la domanda è d’obbligo. Se la storia di Gesù ricalca quella di Israele, in che modo la sua venuta permise la costituzione di un luogo dove Dio potesse abitare in mezzo al Suo popolo? Infatti, negli anni in cui Gesù nacque e crebbe, il tempio a Gerusalemme esisteva già. Proprio il re Erode, dopo anni di lavori, l’aveva reso un edificio davvero imponente e maestoso. 
  Un elemento per rispondere a questa domanda sta proprio nell’incipit della genealogia di Gesù Cristo, in apertura del Nuovo Testamento. Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo. 
  In ebraico, la parola figlio, che nel primo versetto del Nuovo Testamento compare due volte, è בֶּן (ben). La parola “costruire”, invece, si dice בָּנָה (banà). Queste due parole, oltre ad essere simili nel modo in cui vengono pronunciate, hanno la stessa radice: ב.נ.י.. Proprio la radice in comune tra le parole ebraiche “figlio” e “costruire”, potrebbe essere il collegamento che lega, ancora una volta, la fine del Tanach con l’inizio del Nuovo Testamento.
  Gesù Cristo, figlio di Davide e figlio di Abraamo. A Davide, Dio aveva promesso di costruirgli una casa perenne: non sarebbe mai mancato un suo discendente sul trono di Israele, quindi un suo figlio. Ad Abraamo, Dio aveva promesso una discendenza molto numerosa. Lui, che al momento di quella promessa di figli non ne aveva ancora avuti. Nella Sua Parola, Dio garantisce ad entrambi che ci sarebbe sempre stato un loro figlio che avrebbe incarnato la promessa di Dio nel corso della storia. 
  Anche all’inizio del Nuovo Testamento, l’Eterno intende costruire un luogo in cui dimorare in mezzo a Israele, il Suo popolo. Questa volta, però, non lo fa in un’abitazione costruita dagli uomini, come ha fatto nel Tabernacolo nel Sinai o nel tempio a Gerusalemme. Lo fa proprio in un uomo, un figlio di Abraamo e di Davide. Un figlio del popolo di Israele. Se questo è ciò che il Nuovo Testamento sostiene fin dal suo primo versetto, significa che Dio può abitare in una persona? In un figlio di Israele discendente di Abraamo e di Davide?
  La risposta è sì, ma non è una novità del Nuovo Testamento. Infatti, questa risposta la si trova già in una profezia dell’Antico Testamento (Isaia 7:14), che il vangelo di Matteo riporta, perché si è adempiuta nel parto di una donna vergine. La nascita di Gesù avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele”, che, interpretato, vuol dire: “Dio con noi” (Matteo 1:22,23).
  Secondo questa profezia, il nome del figlio che sarebbe nato dalla vergine sarebbe stato Emmanuele, che significa “Dio è con noi”. Uno potrebbe chiedersi perché, nel vangelo di Matteo, l’angelo del Signore abbia detto a Giuseppe di chiamare questo figlio Gesù e non Emmanuele, come dice la profezia di Isaia. A questo riguardo, si fa notare che nella Bibbia un nome non è attribuito semplicemente per chiamare qualcosa o qualcuno, come un’etichetta. Un nome esprime una realtà, uno stato delle cose. Il nome Gesù in ebraico è יֵשׁוּעַ (yeshua), che significa “il Signore salva”. Infatti, dice l’angelo, sarà lui che salverà il suo popolo dai loro peccati. E questo è lo stato delle cose espresso dal nome Gesù.
  Lo stesso si può dire del nome Emmanuele. L’adempimento della profezia di Isaia non sta nel fatto che quel figlio, nato da una vergine, si chiami o meno Emmanuele. Sta nel fatto che proprio in quel figlio si è realizzato il significato di quel nome: “Dio è con noi”.
  Anche in questo caso, si vede come il Nuovo Testamento riprende la storia di Israele del Tanach e ne racconta lo sviluppo, la continuazione, con la nascita di Gesù Cristo. Il desiderio dichiarato di Dio nell’Antico Testamento, dall’inizio alla fine, era quello di dimorare in mezzo al Suo popolo. Gesù nasce per volontà dello Spirito Santo, quindi di Dio stesso, proprio per soddisfare quel desiderio di Dio: dimorare con i Suoi. Questa volta non lo fa in un’abitazione fatta da uomini, ma nella carne e nelle ossa di un uomo.

(4. continua)

(Notizie su Israele, 12 maggio 2024)



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Eurovision 2024: chi è Eden Golan, la cantante di Israele fischiata alla finale

Chi è la giovane cantante israeliana contestata a Malmö

di Mario Manca

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È molto probabile che, quando ha accettato di rappresentare Israele all'Eurovision Song Contest 2024, Eden Golan non sapesse quello a cui sarebbe andata incontro. Ancora prima di arrivare a Malmö, in Svezia, sono stati in molti a chiedersi se fosse il caso che il festival aprisse le porte a Israele alla luce di quanto succede ancora oggi a Gaza, portando di fatto Eden Golan al centro di una polemica non solo per la sua provenienza ma anche per i suoi rapporti con la Russia, che l'Eurovision ha scelto di escludere dalla competizione dal 2022. Vent'anni e oltre 760mila ascoltatori su Spotify, Eden Golan è nata in Israele nel 2003 da genitori ebrei immigrati dall’ex Unione Sovietica. È cresciuta a Mosca, dove la famiglia si è trasferita per il lavoro del padre, iniziando a muovere i primi passi nel mondo della musica fino a partecipare nel 2018 a The Voice Kids Russia, programma che l'ha resa popolarissima in patria. Lasciata la Federazione Russa nel 2022 e ritornata in Israele, con la partecipazione al talent HaKokhav HaBa Golan si è aggiudicata il posto all’Eurovision, raccogliendo ora fischi e ora solidarietà anche per via della sua canzone, Hurricane.
  Inizialmente doveva chiamarsi October rain (dove l’ottobre a cui si fa riferimento è quello in cui Hamas ha attaccato Israele), ma per via di quella clausola dell'Eurovision che vieta titoli e testi che facciano riferimento alla politica, le cose sono presto cambiate. Per Eden Golan i problemi sono iniziati già durante la prima semifinale, quando è stata accolta in arena da diverse proteste che non le hanno, però, fatto perdere il sorriso. «Sono qui, sto facendo quello che amo di più, sono concentrata sulla musica e sull’energia positiva: ci sono un sacco di persone che mi supportano e ritengo sia un onore rappresentare il mio Paese, soprattutto di questi tempi. Sono concentrata su questo e sul fare un ottimo lavoro e dare il meglio di me nelle esibizioni», ha detto la diretta interessata ai microfoni della BBC, sforzandosi di (ri)mettere la musica - e non la politica - al centro della sua avventura all'Eurovision.

(Vanity Fair, 11 maggio 2024)

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L'Assemblea dell’Onu apre alla Palestina. Ma l’Italia si astiene

L’ambasciatore di Israele strappa la Carta delle Nazioni Unite: “No ai nuovi nazisti”. Ora serve il via libera del Consiglio di Sicurezza, ma gli Usa opporranno il veto.

di Massimo Basile

Il discorso dell'Ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite
NEW YORK — Mentre i tank israeliani hanno accerchiato la zona Est di Rafah, dove si trovano un milione e mezzo di rifugiati palestinesi, a più di diecimila chilometri di distanza l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 143 voti a favore, 9 contrari e 25 astenuti, una storica risoluzione che riconosce la Palestina come qualificata per entrare a far parte dell’Onu a pieno titolo. Al momento è solo “osservatore” e non ha diritto di voto o di nomina.
  Quando il risultato è apparso sui maxi schermi dell’aula, una delegata della missione palestinese ha allungato il braccio sul tavolo e stretto il dorso della mano di un collega, in segno di trionfo. I rappresentanti di Israele sono rimasti impassibili. Nel momento in cui il presidente dell’Assemblea ha letto il risultato, dall’Aula è partito un lungo applauso. L’ambasciatore israeliano Gilad Erdan, gelido, ha continuato a leggere un messaggio sul cellulare. La risoluzione è stata redatta dagli Emirati Arabi e parla di «eccezione», per evitare che altri, come Taiwan e Kosovo, possano avanzare la stessa richiesta. Nel testo si «raccomanda» il Consiglio di sicurezza, unico organismo titolato a decidere, a «riconsiderare favorevolmente la questione».
  Non accadrà. Gli Stati Uniti, uno dei cinque membri permanenti con diritto di veto, avevano già bloccato la risoluzione ad aprile. L’ambasciatrice Linda Thomas-Greenfield ieri non era presente, come sovente avviene quando gli Usa devono prendere una decisione impopolare. E questa è stata un’altra giornata difficile. Il secondo ambasciatore, Robert Wood, ha spiegato all’aula il no Usa alla risoluzione, una «decisione unilaterale che non raggiunge l’obiettivo».
  La soluzione, ha ribadito, va trovata attraversato negoziati diretti tra Israele e Palestina. «Con questa votazione — ha attaccato invece l’ambasciatore israeliano Erdan — avete aperto le Nazioni Unite ai nazisti moderni». Poi Erdan ha concluso il discorso con un gesto che rimarrà nella storia delle Nazioni Unite: ha infilato simbolicamente alcune pagine della Carta Onu in un tritacarte. Prima di lui, il rappresentante palestinese Riyad Mansour, più volte sul punto di scoppiare a piangere, aveva detto: «Mentre parliamo, 1,4 milioni di palestinesi a Rafah si chiedono se oggi resteranno vivi».
  L’Italia si è astenuta assieme a Germania e Regno Unito. L’ambasciatore Maurizio Massari ha confermato l’allineamento sulle posizioni americane: sì alla formula “due popoli due Stati”, ma la «soluzione deve essere raggiunta attraverso negoziati diretti tra le parti». La Vecchia Europa resta divisa. Francia e Spagna hanno votato a favore. Ungheria e Cechia contro. Mentre il responsabile della politica estera Ue, Josep Borrell, ha annunciato che il 21 maggio alcuni Paesi, tra cui Spagna, Irlanda e Slovenia, riconosceranno ufficialmente lo Stato palestinese, «e altri Paesi si aggiungeranno».
  Intanto a Rafah la situazione si è aggravata. Il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato l’“espansione dell’area di operazione” nel sud di Gaza, anche se - secondo alcune fonti - si tratterebbe di un ampliamenti “limitato”, nel tentativo di restare entro le linee rosse fissate dal presidente degli Stati Uniti Biden. Ma in Israele c’è anche chi è tentato dallo strappo, sapendo che Biden è stretto tra due fuochi: il tentativo di tenere in piedi il negoziato su tregua e ostaggi da un lato (fondamentale anche per non perdere una fetta significativa di elettorato), e la fedeltà allo storico alleato dall’altro. Gli atti e le parole dell’amministrazione seguono questa incertezza.
  Nel rapporto consegnato al Congresso dal segretario di Stato Antony Blinken, ci sarebbe una critica alla brutalità israeliana nella Striscia di Gaza, ma non il riconoscimento che le operazioni militari starebbero violando il diritto internazionale. Di fatto è il via libera a nuove forniture di armi. Ma con quali conseguenze politiche e militari? Uno dei portavoce della Casa Bianca, John Kirby, ha consigliato al premier Netanyahu di non andare oltre. «Noi pensiamo — ha detto — che un’operazione di terra a Rafah finirà per rafforzare Hamas, invece che indebolirla. Nuovi morti tra i civili non aiuteranno l’offensiva di Israele».

(la Repubblica, 11 maggio 2024)


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L'Onu apre le braccia alla Palestina. Ira d'Israele: distrutta la Carta in aula

L'Assemblea generale approva la richiesta con 143 voti a favore, 9 contrari e 25 astenuti. Tra questi Italia, Germania e Regno Unito. Furia del governo Netanyahu: "È un premio ai terroristi”.

di Valeria Robecco 

Giornata storica per la Palestina, che fa un primo passo verso l'ammissione a pieno titolo nelle Nazioni Unite. L'Assemblea Generale ha adottato a larga maggioranza una risoluzione che migliora lo status palestinese garantendogli «nuovi diritti e privilegi» (ma non quello di voto), e invitando il Consiglio di Sicurezza a riconsiderare favorevolmente la sua richiesta di diventare il 194esimo paese membro dell'organizzazione internazionale. Una «decisione assurda», secondo il ministro degli esteri dello Stato ebraico Israel Katz. «Il messaggio che l'Onu manda alla nostra regione in sofferenza è che la violenza paga. È un premio ai terroristi di Hamas». Mentre l'ambasciatore Gilad Erdan ha rincarato la dose affermando che l'Onu si prepara a «favorire la costituzione di uno Stato terrorista palestinese guidato dall'Hitler del 21mo secolo».
  Nel testo, che ha ottenuto 143 voti a favore, 9 contrari (tra cui Usa e Israele) e 25 astensioni (inclusa l'Italia) si afferma che «la Palestina è qualificata per diventare membro a pieno titolo delle Nazioni Unite in conformità con l'articolo 4 della Carta», e si invita il Consiglio di Sicurezza a «riconsiderare favorevolmente la questione». Il via libera del Cds (dove gli Stati Uniti il mese scorso hanno posto il veto) è infatti condizione necessaria per un'eventuale approvazione piena da parte dei due terzi dell'Assemblea. L'ambasciatore americano Robert Wood, nonostante le pressioni di Israele a fermare immediatamente i finanziamenti all'organizzazione internazionale, ha spiegato che il voto contrario di Washington «non riflette l'opposizione allo Stato palestinese». «Siamo stati molto chiari nel sostenerlo - ha precisato - ma la statualità potrà derivare soltanto da un processo che implichi trattative dirette tra le parti. Abbiamo detto fin dall'inizio che il modo migliore per garantire la piena adesione dei palestinesi alle Nazioni Unite è farlo attraverso negoziati con Israele. Questa rimane la nostra posizione», ha spiegato il diplomatico.
  Anche l'Italia, come ha sottolineato il rappresentante permanente, ambasciatore Maurizio Massari, «condivide l'obiettivo di una pace globale e duratura che potrà essere raggiunta solo sulla base di una soluzione a due Stati», ma ritiene che «tale obiettivo debba essere raggiunto attraverso negoziati diretti tra le parti». «Dubitiamo che l'approvazione della risoluzione odierna contribuirà all'obiettivo di una soluzione duratura al conflitto. Per questo motivo abbiamo deciso di astenerci», ha aggiunto. Tra gli altri astenuti ci sono diversi paesi europei come Germania, Gran Bretagna, Albania, Bulgaria, Austria, Croazia, Finlandia, Olanda, Svezia. La risoluzione non garantisce ai palestinesi il diritto di voto, né potranno presentare la propria candidatura per i principali organi Onu come il Consiglio di Sicurezza, il Consiglio Economico e Sociale (Ecosoc) o il Consiglio per i Diritti Umani. Ma prevede diritti e privilegi aggiuntivi: essere seduti tra gli Stati membri in ordine alfabetico oppure di presentare proposte, emendamenti e sollevare mozioni procedurali in Assemblea (non concessi all'altro Stato osservatore non membro, la Santa Sede, né all'Unione Europea).
  Il voto Onu arriva nel giorno in cui trapela anche il contenuto di un rapporto dell'Amministrazione Biden sullo Stato ebraico, che approda al Congresso.
  Pur critici, gli Usa sostengono che «Israele non ha violato gli accordi sull'impiego di armi Usa a Gaza».

(il Giornale, 11 maggio 2024)

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L’amministrazione Biden, l’eredità di Obama e Hamas

di Giovanni Giacalone

La questione del rifiuto da parte di Washington della spedizione di munizioni essenziali per Israele a causa delle preoccupazioni su “possibili vittime civili” a Rafah ha generato una reazione negativa nei confronti dell’Amministrazione Biden, che ora viene attaccata da più parti, inclusa la comunità filo-israeliana negli Stati Uniti, e i democratici moderati.
Il tentativo di impedire a Israele di entrare a Rafah e di sradicare Hamas sta iniziando a causare più danni che benefici alla prossima corsa elettorale di Biden. L’attuale presidente potrebbe sicuramente essere preoccupato per i voti in Michigan e Minnesota, ma data la prevedibile reazione negativa che Biden sta attualmente affrontando, oltre all’ostinazione dell’amministrazione nel volere trattenere in ogni caso la spedizione, indica che la questione potrebbe andare ben oltre il  semplice numero di voti da ottenere.
Inoltre, il 7 maggio, un articolo pubblicato su Politico indicava che Washington sta bloccando le spedizioni di munizioni per l’attacco diretto congiunto della Boeing – sia le munizioni, sia i kit che le convertono in armi intelligenti – e bombe di piccolo diametro, come indicato da sei fonti dell’industria e del Congresso a conoscenza di quanto sta accadendo.
Il fatto è stato ulteriormente confermato il 9 maggio dal Prof. Alan Dershowitz su The Dershow:

    “…L’ironia è che tra le armi sequestrate ci sono le cosiddette “bombe intelligenti”, il tipo di bombe in grado di minimizzare i danni ai civili. Quindi, ecco il messaggio che questa amministrazione sembra inviare a Israele: non vogliamo che uccidiate i civili, ma vi invieremo un mucchio di bombe stupide che uccidono i civili perché non riescono a distinguere. Noi tratteniamo le bombe intelligenti che vi renderebbero più capaci di uccidere i membri di Hamas senza uccidere i civili. Questa è la punizione che vi imponiamo; questa non è una punizione nei confronti di Israele, è una punizione nei confronti dei civili di Gaza”.

Come se non bastasse, si è anche scoperto che, anche se l’ultima offerta presentata a Hamas dall’Egitto la settimana scorsa era diversa da quella accettata da Israele giorni prima (e inaccettabile), Washington non ha informato Israele dei cambiamenti apportati, provocando una forte delusione israeliana nei confronti dell’amministrazione americana e sospetti riguardo al suo ruolo di mediatrice.
Fonti israeliane hanno detto ad Axios che si era reso evidente che Washington e il direttore della CIA William Burns fossero a conoscenza del nuovo documento, che conteneva “molti nuovi elementi” e “sembrava una proposta completamente nuova”, ma non avevano detto a Israele della sua esistenza. Questa circostanza è stata utilizzata da Hamas per raffigurarsi ben disposto a raggiungere un accordo facendo apparire Israele come la parte inflessibile, come spiegato da The Times of Israel.
L’intero quadro evidenzia gravi preoccupazioni e solleva interrogativi sull’affidabilità dell’Amministrazione Biden come cosiddetto alleato. Attenzione, non gli Stati Uniti, ma l’“Amministrazione Biden” che è fondamentalmente la continuazione di quella di Obama, come appare chiaro dalla sua politica estera in Medio Oriente.
Molti degli uomini attualmente attivi nei dipartimenti di Washington avevano già ricoperto posizioni di rilievo durante il periodo di Obama, come Jake Sullivan, Antony Blinken, Brett McGurk e Susan Rice.
Durante la sua presidenza, Barrack Hussein Obama ha aperto le porte ai Fratelli Musulmani (MB) in Medio Oriente (di cui Hamas è il ramo palestinese), recandosi ad Ankara appena tre mesi dopo il suo insediamento per sostenere il partito islamista AKP di Erdogan come “un modello di democrazia” e di “Islam moderato” in Medio Oriente e nel mondo. Sfortunatamente, abbiamo tutti visto cosa è diventata la Turchia sotto il governo dell’AKP.
Nel giugno 2009 al Cairo, Obama tenne un discorso intitolato “Un nuovo inizio”, davanti a un pubblico che, su richiesta della sua amministrazione, comprendeva dieci leader dei Fratelli Musulmani. In quell’occasione Washington gettò le basi per quell’iniziativa di “cambio di regime” che devastò Egitto, Tunisia e Libia.
In Egitto, il governo della Fratellanza Musulmana, durato un anno e guidato da Mohamed Morsi provocò un disastro totale, con Morsi accusato di alto tradimento, di avere aperto le porte del paese alle guardie rivoluzionarie iraniane e di rapporti con Hamas e Hezbollah.
Nell’estate del 2013, milioni di egiziani scesero in piazza chiedendo nuove elezioni e contestando l’Amministrazione Obama e l’allora ambasciatrice Anne Patterson, accusata di sostenere il governo islamista nonostante i disordini. Come conseguenza Patterson dovette lasciare in fretta il Cairo.
Nel gennaio 2015, ben dopo la caduta di Morsi, il Dipartimento di Stato americano ospitò una delegazione di leader legati ai Fratelli Musulmani, tra cui Walid el-Sharaby, membro del Consiglio rivoluzionario egiziano, Gamal Heshmat, Abdel Mawgoud al-Dardery (due anziani membri della Fratellanza) e Maha Azzam, presidente del Consiglio egiziano per la rivoluzione, formatosi a Istanbul nel 2014 per contrastare Abdelfattah al-Sisi.
Come se ciò non  fosse bastato, l’Amministrazione Obama autorizzò l’invio di 1,7 miliardi di dollari in contanti al regime iraniano, liberando circa 100 miliardi di dollari in beni congelati, rafforzando in questo modo l’industria iraniana. Com’era prevedibile, Teheran utilizzò il denaro anche per rafforzare Hamas, gli Houthi, Hezbollah e le milizie sciite in Iraq e Siria.
Tornando alla situazione attuale e all’Iran, vale la pena ricordare che, nonostante l’attacco perpetrato dal regime iraniano contro Israele il 13 aprile, con oltre 320 missili e droni, solo due settimane dopo una delegazione statunitense ha avviato trattative con la controparte iraniana per discutere la questione nucleare iraniana, la riduzione delle tensioni nella regione e la capacità di Teheran di mantenere la calma nella Striscia di Gaza in cambio del ripristino del precedente accordo non scritto sul nucleare tra Teheran e Washington.
Non è quindi difficile capire perché l’amministrazione Biden stia cercando di impedire a Israele di sradicare Hamas, e questo è un motivo in più per cui Israele deve arrivare fino in fondo e annientare l’organizzazione terroristica palestinese.

(L'informale, 11 maggio 2024)

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“Israele è impegnata in una guerra contro l’alleanza del male, che vuole una Guerra santa”

di Ilaria Myr

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«Ci sono due grandi alleanze: l’alleanza della pace e quella del male. Ne fa parte Hamas, che ci ha colpito il 7 ottobre con una brutalità che non vedevamo dalla Shoah, ma anche l’Iran, gli Houthi, Hezbollah, i Fratelli Musulmani e il più pericoloso di tutti: il Qatar, che li finanzia. L’obiettivo di questa alleanza del male è che il mondo sia musulmano: gli Usa e Israele sono Satana, e vogliono uccider e tutti in una logica di guerra santa. Mentre dell’altro schieramento fanno parte Israele, i paesi occidentali e gli Stati Uniti, così come i Paesi arabi, come Egitto (da 40 anni) e Giordania (35), che hanno siglato la pace negli scorsi decenni e che temono l’Iran, a cui si aggiungono quelli che hanno siglato gli Accordi di Abramo, come gli Emirati Arabi, che riconoscono che non è una questione territoriale, ma di Guerra Santa». Con queste parole Nir Barkat (al centro nella foto), Ministro dell’economia israeliano, per dieci anni sindaco di Gerusalemme, ha introdotto l’incontro organizzato mercoledì 8 maggio dal Keren Hayesod per i suoi sostenitori a Milano, una sala del SuperLab Bicocca. Alla presenza di alcuni membri dell’organizzazione, di partecipanti alla Women’s Division e di alcuni rappresentanti del consiglio della comunità ebraica di Milano e il vicepresidente dell’Ucei, il ministro, invitato dallo shaliach del Keren Hayesod Eyal Avneri (a sinistra) e dal presidente in Italia Victor Massiah (a destra), ha dato ai presenti un quadro molto chiaro della difficile situazione che sta affrontando Israele.
Prima di tutto, si è soffermato sul ruolo centrale del Qatar, il grande finanziatore del terrore nel mondo, “un lupo travestito da agnello”. “Mentre l’Iran è concentrato sul versante militare il Qatar lo è su quello economico: finanziano Isis, Hamas, Hezbollah e altre sigle nel mondo, non solo contro Israele. Ma comprano anche l’opinione pubblica: hanno speso negli ultimi vent’anni di dollari nelle università, nei social media – hanno 40.000 persone che lavorano per loro sulle varie piattaforme social -. Ma i governi israeliani e il mondo ebraico hanno fino a oggi ignorato questa sfida, e il 7 ottobre ci ha dimostrato che siamo davanti a una minaccia esistenziale. L’attacco missilistico dell’Iran, che abbiamo sventato, ce lo ha confermato: Israele e il mondo ebraico sono minacciati e dobbiamo essere uniti in questa battaglia”.
Barkat ha sottolineato come, dal ritiro di Israele, nel 2006, a Gaza abbiano usato enormi finanziamenti per costruire le armi i tunnel e organizzare la guerra contro la guerra, nascondendo le infrastrutture nei luoghi civili (scuole, ospedali, moschee, case). “Per questa guerra che stiamo combattendo a Gaza abbiamo due obiettivi: portare a casa gli ostaggi e eliminare Hamas, così come furono eliminati i nazisti alla fine della seconda guerra mondiale. Stiamo quindi cercando a Gaza di distruggere le infrastrutture e purtroppo sono tutti edifici civili, ma non abbiamo scelta. Lo facciamo con la metodologia della decrescita di vittime civili: quando individuiamo un palazzo di Hamas, mettiamo sopra il tetto una bomba, che scoppierà un’ora dopo, in modo di avvisare agli abitanti e consentire loro di scappare”.
Per perseguire questi obiettivi, ha spiegato Barkat, l’esercito è entrato a Rafah, con il consenso di tutto il gabinetto di sicurezza, composto dalle diverse forze politiche, e sostenuto dal 90% della popolazione. “L’impegno dell’esercito è ridurre il più possibile le morti civili, è nel nostro Dna, Ma purtroppo in guerra è inevitabile.  Sul numero delle vittime a Gaza, che è riportato essere più di 34.000, non si considera che almeno la metà sono terroristi. Nelle guerra è sempre stato così:  I morti americani a Pearl Harbour sono stati 2.400, la reazione americana ha causato 3,5 milioni vittime giapponesi. I morti nelle Torri Gemelle furono 2.900, gli iracheni 400.000”.
Per il futuro l’obiettivo è chiaro: “rafforzare l’alleanza per la pace, togliendo fondi e forza al Qatar e allo schieramento terroristico, coinvolgendo maggiormente gli emirati e i sauditi nella nostra alleanza, in modo che influenzino i palestinesi. Gli israeliani meritano dei vicini come sauditi ed Emirati, e i palestinesi meritano di diventare come queste popolazioni: nel momento in cui i palestinesi sceglieranno di abbandonare la guerra per la pace troveranno Israele disponibile a fare la pace con loro, così come abbiamo fatto con gli altri vicini. I palestinesi dovranno cambiare il loro sistema educativo, che incita a uccidere un ebreo dando a chi lo fa 1 milione di dollari, così come hanno fatto di recente gli emirati seguiti dai sauditi tre mesi fa. Hanno scelto la via della pace, e vogliono avvicinarsi al resto del mondo”.
Venendo all’economia, Barkat ha spiegato come il 25% del Pil di Israele viene dalla tecnologia, contro ad esempio il 7 % negli Usa.
«Abbiamo il classico high tech, e siamo molto attivi nelle tecnologie per il mondo della salute e biologia (le health life sciences), e con oltre 160 startup in questo settore, siamo secondi al mondo dopo gli Usa, con un altissimo livello di innovazione – ha spiegato -. Grazie alle tecnologie che abbiamo, sarà l’intelligenza artificiale a cambiare totalmente il mondo medico. Siamo molto forti anche computer science: pensate all’app Waze, che è stata inventata in Israele. Ma ci stiamo anche concentrando nell’Acquatech, con innovazione che utilizza l’acqua marina, e agrotech, con tecnologie per ottimizzare l’agricoltura, così come nello sviluppo di tecnologie nel deserto. Ad oggi esportiamo dall’hi tech per 1,65 miliardi di dollari, e il mio obiettivo è di arrivare a 3 miliardi nei prossimi 15 anni. E parleremo anche con l’Italia per esportare la nostra tecnologia. Israele è resiliente: abbiamo un debito del 65% rispetto al PIL, nonostante la guerra (l’Italia è al 137%, ndr)».
Rispondendo alle domande dei presenti, Barkat ha affrontato diversi temi caldi. Innanzitutto il rapporto con Fatah e Turchia. «Fatah ha ancora l’obiettivo di distruggere Israele: basta ascoltare quello che dicono in arabo (non inglese). Il loro obiettivo è uccidere gli ebrei, non creare uno Stato. Mentre la Turchia comincia ad avere politiche problematiche soprattutto per il commercio, ma Israele troverà un modo per fare a meno di loro».
Barkat ha poi parlato dell’impatto economico della guerra. «Abbiamo centinaia di famiglie che hanno perso i loro amati, 10.000 feriti, oltre a tutti gli sfollati dal sud e dal nord. Il governo si occupa quindi di costruire scuole e infrastrutture per loro, così come di aiutare economicamente chi è stato impattato fortemente dal 7 ottobre. Abbiamo riservisti che per mesi hanno lasciato il lavoro, ma questo non avrà conseguenze perché avremo sicuramente una crescita dopo la guerra». Interessante è anche l’impegno di Israele nel settore della sicurezza, che esporta l’80% di quello che viene prodotto. «E sicuramente questa quota crescerà nel futuro, per l’interesse degli altri Paesi».
Un tema che è più volte emerso dalle domande del pubblico è stata la difficoltà di difendere le istanze di Israele in un momento così difficile e drammatico. «È importante collaborare con le comunità e le organizzazioni nei vari Paesi per fare in modo che lavorino sulla comunicazione, facendo conoscere tutti i fatti che vengono ignorati – ha spiegato Barkat -. Stiamo investendo proprio per sviluppare queste attività, cercando di combattere la propaganda contro di noi, prima di tutto sui social. Un altro fronte sui cui lavorare è fermare gli investimenti del Qatar sui media e nelle università. E poi dobbiamo spiegare meglio quello che succede in guerra quotidianamente, ma non attraverso esponenti militari. In generale si deve fare emergere quello che oggi è Israele: uno Stato resiliente, che fornisce tecnologie utili al mondo e che lotta contro il terrorismo che minaccia tutto l’Occidente».

(Bet Magazine Mosaico, 10 maggio 2024)



Due nomi

Israele e Palestina sono due nomi dietro i quali sono in lotta due campi spirituali: da una parte Dio e  il Suo popolo, dall’altra Satana e le nazioni. I ben intenzionati, gli “amanti della pace” che soffrono per le intolleranze degli “opposti estremismi” vorrebbero risolvere il problema facendo a metà: due zone, due  Stati, due nomi: Israele e Palestina. Come dire: un po’ a Dio e un po’ a Satana. Questi pacifisti che credono di poter essere più buoni di Dio assumendo il ruolo di mediatori tra due gruppi di violenti in lotta, in realtà finiscono sempre per difendere una sola delle due parti: la Palestina. Alla fine costituiranno le truppe di riserva dell’esercito di Satana: dopo i falchi oltranzisti dell’Islam, scenderanno in campo contro Israele le colombe accomodanti delle Nazioni Unite. E tutti e due i gruppi parteciperanno alla comune sconfitta.

    “In quel giorno, nel giorno che Gog verrà contro la terra d’Israele, dice Dio, il Signore, il mio furore mi monterà nelle narici [...] Verrò in giudizio contro di lui, con la peste e con il sangue; farò piovere torrenti di pioggia e grandine, fuoco e zolfo, su di lui, sulle sue schiere e sui popoli numerosi che saranno con lui. Così mostrerò la mia potenza e mi santificherò; mi farò conoscere agli occhi di molte nazioni, ed esse sapranno che io sono il Signore” (Ezechiele 38:18,22-23).

(da “Dio ha scelto Israele”)





La guerra lunga non funziona per Israele

Hamas non ha fretta, crede che i tempi lenti lo rafforzino ed è pronto a prendersi il merito del voto dell’Assemblea generale dell’Onu per rafforzare la missione palestinese

di Micol Flammini

Il gabinetto di guerra israeliano ha votato a favore di ampliare l’operazione a  Rafah in modo limitato. I carri armati di Tsahal hanno diviso in due la città e la parte orientale, quella più vicina al confine israeliano, è stata isolata. E’ da febbraio che Rafah è al centro del dibattito, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato più e più volte di aver dato l’ordine di preparare tutto per un’offensiva contro la città, i quattro battaglioni di Hamas sono vivi e vegeti nelle profondità di Rafah e gli Stati Uniti, da quando si parla della città dove  la popolazione è più che quadruplicata, hanno cercato di trattenere Israele senza troppa convinzione: bloccare adesso la consegna di alcune armi non lascia Tsahal senza mezzi per attaccare Rafah. 
   In Israele c’è un vivo dibattito sui tempi della guerra e in molti si sono dati una risposta: questo conflitto sta durando troppo, l’esercito procede con lentezza, prendendosi giorni  che non ha.  Il giornalista del Times of Israel Lazar Berman ha spiegato che in questa guerra la velocità è fondamentale e invece l’esercito è cambiato in modo radicale rispetto al passato e non è più in grado di sostenere un conflitto rapido. E’ stata la velocità a dargli il vantaggio quando Israele venne attaccato da più lati e da più nemici, ma quando i conflitti contro lo stato ebraico sono cambiati e ha dovuto  affrontare non  più eserciti ma dei gruppi armati, la struttura di Tsahal ha iniziato a smontarsi.   
  Più la guerra si allunga, più Hamas ne avrà dei benefici e l’errore non è soltanto politico ma è anche militare. L’offensiva contro la Striscia di Gaza è iniziata tardi, venti giorni dopo il 7 ottobre, quando ormai la comunità internazionale aveva dimenticato cosa era accaduto durante gli attacchi dei terroristi ai kibbutz, aveva dimenticato i morti, i rapiti, i corpi bruciati. Il sostegno a Israele era svanito e Hamas aveva già capito che con facilità avrebbe potuto portarlo dalla sua parte. Il secondo errore è stato quello di attaccare un settore di Gaza alla volta, di dividere in due la Striscia, di puntare prima su Gaza City, poi su Khan Younis infine su Rafah, consentendo ai terroristi di avere sempre un posto in cui nascondersi e spostarsi. Che Rafah fosse uno degli snodi fondamentali delle operazioni dei terroristi non era un segreto, ma da un lato Tsahal non era addestrato per attaccare tutte le città contemporaneamente e dall’altro doveva fornire alla popolazione civile bloccata nella Striscia  un posto in cui rifugiarsi. E’ trascorso troppo tempo dall’annuncio dell’invasione al momento in cui l’invasione è avvenuta e troppo tempo da quando Israele ha iniziato a parlare della necessità di andare a Rafah a quando ha effettuato  le manovre per procedere. Dopo i primi quattro mesi di guerra, Israele ha dovuto congedare parte dei riservisti perché l’economia del paese ne aveva bisogno e con meno uomini le operazioni nella Striscia sono cambiate. Il tempo ha rafforzato Hamas sul tavolo dei negoziati, l’ha convinto che quanto più Israele fosse stato costretto a una guerra lunga, tanto maggiore sarebbe stata la capacità dei terroristi di sopravvivere. Il calcolo non è stato sbagliato dal punto di vista del sostegno internazionale: oggi l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione per  rafforzare la posizione della missione palestinese e Hamas è pronto a prendersi i meriti. 
  Agli attacchi di Tsahal, finora i terroristi hanno risposto disperdendo i battaglioni, e raggruppandosi una volta che i soldati israeliani si erano ritirati. Hamas è militarmente indebolito, ma lancia segnali di non esserlo mentalmente. Un esempio lo ha dato domenica scorsa: mentre i negoziati al Cairo, secondo i mediatori, procedevano in modo positivo, i terroristi hanno ripreso a lanciare razzi, colpendo anche il valico di Kerem Shalom e uccidendo quattro soldati israeliani. I razzi erano stati lanciati proprio dall’area di Rafah ed era normale che da quel momento i negoziati cambiassero e gli israeliani si facessero più aggressivi nel tentativo di cercare di costringere Hamas a un accordo. I terroristi però  sembrano fiduciosi nel fatto che potranno riorganizzarsi, ricostituire le loro formazioni militari e riprendere il potere dentro alla Striscia di Gaza. Perdere altro tempo allontanerebbe ancora di più Israele dall’obiettivo di eliminare la struttura militare di Hamas e uno degli errori che Berman evidenzia nel suo pezzo sta nel fatto che non c’è un piano per sostituire i terroristi. Il vuoto di potere fa sì che Hamas torni, più tempo passa tra un’offensiva e l’altra, più i terroristi riescono a ristabilire la catena di comando. 
  Il dibattito sul ritmo della guerra è intenso in Israele, finora le colpe si sono concentrate sulla parte politica, sulla mancanza di pianificazione da parte del governo, ma presto arriverà il momento in cui si indagherà sulle scelte dell’esercito. Hamas è convinto di avere il tempo dalla sua parte. Il tempo che serve a stancare Tsahal. Il tempo che serve a far crescere la pressione internazionale. Il tempo che serve a far dimenticare cosa è accaduto il 7 ottobre. 

Il Foglio, 10 maggio 2024)

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A pagare le rivolte nelle università sono gruppi con legami nell’eversione

Tra i finanziatori, organizzazioni legate all’islamismo radicale. Critiche da Israele anche al Qatar che dà fondi agli atenei americani ma in cambio chiede riconoscimento per la sua agenda politica.

di Mauro Zanon

Nelle ultime settimane, in decine di università americane, gruppi di studenti, docenti e agitatori di professione hanno occupato aule e interrotto l’attività accademica per esprimere il loro sostegno all’organizzazione terroristica Hamas e intimidire gli studenti ebrei e filo-israeliani. Le proteste hanno spesso assunto la forma di accampamenti in luoghi centrali delle università, che hanno impedito agli studenti di confessione ebraica di accedere alle lezioni e ad altre strutture.
  «Quello a cui stiamo assistendo non è una risposta emotiva casuale, ma il frutto di vent’anni di lavoro e preparazione da parte di diversi gruppi anti-israeliani e pro-terrorismo», ha dichiarato a Jewish News Syndicate Gerald Steinberg, responsabile dell’Ong Ngo Monitor, con sede a Gerusalemme.

• INDEPENDENCE DAY 
  Uno sguardo più attento alla struttura organizzativa di queste azioni di protesta rivela una complessa rete di gruppi studenteschi, Ong e governi stranieri. Tra i principali gruppi studenteschi alle origini delle proteste pro-palestinesi, con derive antisemite, c’è Students for Justice in Palestine (Sjp): «Sjp non ha un Irs (non ha l’obbligo di dichiarare le sue entrate all’Internal Revenue Service degli Stati Uniti, ndr) e la maggior parte delle fonti di finanziamento sono ignote, il che solleva grandi preoccupazioni», ha sottolineato Steinberg, prima di aggiungere: «Semplicemente non c’è trasparenza su chi li finanzia».
  Hatem Bazian, professore del dipartimento di Medio Oriente dell’Università di Berkeley e fondatore di Sjp, è la figura centrale di questo sistema opaco di finanziamenti, il ponte con le organizzazioni islamiste estremiste.
  Bazian, che lo scorso 8 ottobre, ossia il giorno dopo il massacro di Hamas in Israele, ha organizzato a San Francisco una manifestazione per celebrare l’attacco descrivendolo come il “Giorno dell’Indipendenza Palestinese”, è stato in precedenza uno dei principali raccoglitori di fondi per conto dell’Ong Kindhearts.
  Con sede in Ohio, Kindhearts, nel 2006, è stata chiusa dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti per aver finanziato illegalmente Hamas. Bazian è stato anche un importante sostenitore e oratore dell’Associazione islamica per la Palestina (Iap), che ha chiuso i battenti dopo essere stata ritenuta colpevole in tribunale nel 2004 di aver sostenuto Hamas. «Hatem Bazian, il capo dell’Sjp, ha chiari legami con varie organizzazioni terroristiche», ha dichiarato Steinberg al Jns. A confermarlo è un rapporto di 73 pagine dell’Istituto per lo Studio dell’Antisemitismo Globale (Isgap): National Students for Justice in Palestine e Students for Justice in Palestine, che dipende dalla prima, sono sigle dei Fratelli Musulmani, finanziate e assistite dal Qatar attraverso American Muslims for Palestine (Amp). Bazian è anche cofondatore di Amp, attualmente sotto inchiesta da parte del Procuratore generale della Virginia, dopo essere stata accusata di essere una reincarnazione dell’Iap.
  Il suo ex direttore esecutivo, Abdelbaset Hamayel, e il suo attuale direttore, Osama Abuirshaid, erano rispettivamente membri del cda e direttori dello Iap. L’Amp nega qualsiasi legame con Hamas, ma conferma le sovvenzioni tra i 500 e i 2.000 dollari a gruppi studenteschi filo-palestinesi.
  Salah Sarsour, membro del consiglio nazionale dell’Amp, è stato anche fra i principali raccoglitori di fondi per la Holy Land Foundation, che nel 2001 è stata riconosciuta come gruppo terroristico per aver versato più di 12 milioni di dollari a Hamas. Nel complesso, l’Isgap ha tracciato «oltre 3 milioni di dollari all’anno destinati a vari gruppi studenteschi pro-palestinesi» da «una costellazione di organizzazioni affiliate al terrorismo» alla Columbia University.

• LA GALASSIA 
  Nel 2020, l’autore e traduttore americano Raymond Ibrahim ha pubblicato un rapporto che mostrava come il Qatar avesse investito 5,6 miliardi di dollari in 81 università americane dal 2007, tra cui Harvard, Yale, Cornell e Stanford. Ibrahim ha inoltre rivelato che il Qatar ha usato la sua influenza nelle scuole per promuovere gli studi islamici e per cancellare specificamente lo studio di altre minoranze mediorientali, tra cui cristiani, ebrei, curdi e yazidi. Il governo del Qatar ha negato qualsiasi legame con le proteste studentesche pro-palestinesi nei campus americani. Il suo ambasciatore negli States ha recentemente scritto su X che «il Qatar non influenza queste università e non abbiamo nulla a che fare con tutto ciò che accade nei loro campus negli Stati Uniti».

Libero, 10 maggio 2024)

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Eurovision: Israele vola in finale, l’Italia sceglie Eden Golan

di Luca Spizzichino

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Eden Golan
La rappresentante israeliana all’Eurovision, Eden Golan, parteciperà alla finale di sabato, dove sarà la sesta a cantare. L’artista si è esibita con la canzone “Hurricane”, scritta da Avi Ohayon, Keren Peles e Stav Beger, nella seconda semifinale.
  Una prestazione impeccabile quella di Eden Golan che si è esibita con una ballad potente e dall’alto tasso emotivo, che è stata premiata dal televoto, in particolare dall’Italia, dove ha ricevuto il 39,31%, ossia la stragrande maggioranza dei voti. La percentuale è stata rivelata accidentalmente dall’emittente italiana subito dopo i risultati.
  Durante l’esibizione si sono udite manifestazioni di dissenso da parte di una piccola parte del pubblico, nonostante ciò la cantante israeliana non si è lasciata turbare, ma anzi ha convinto il resto della Malmö Arena, che ha voluto premiare Eden Golan e la sua canzone con applausi scroscianti durante tutta la performance. Durante la semifinale, uno dei partecipanti al pubblico ha sventolato una bandiera dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Le guardie di sicurezza lo hanno immediatamente allontanato dalla sala.

(Shalom, 10 maggio 2024)

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Un libro scritto troppo tardi

Troppo tardi. Troppo tardi Israele, e con lui buona parte del mondo ebraico italiano, si è accorto di un suo punto di vitale interesse, che invece i suoi nemici molto presto hanno scorto e su cui hanno continuato per anni a battere con insistenza fino a vederne oggi un risultato indubbiamente radioso per loro. Il punto debole ha un nome che ha valore legale: “occupazione”. Quali che fossero i vari motivi di contrasto tra le parti, contro Israele è stata ripetuta all’infinito una sentenza di condanna irrevocabile: Israele occupa illegalmente territori non suoi.

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David Elber, Il diritto di sovranità in terra di Israele, Salomone Belforte & C., marzo 2024

L’autore di questo sintetico e ben documentato libro conclude con queste parole:

    Come risulta chiaro da quanto esposto, un termine legale (occupazione) è stato deformato per diventare strumento politico e morale per accusare Israele di agire in modo abietto, cioè di occupare illegalmente un territorio che non gli appartiene.
    Questa convinzione generale ha avuto la propria origine in seno allo Stato ebraico; non gli è stata applicata da nemici esterni. Costoro hanno soltanto trovato pronto su un vassoio d' argento il corpo contundente che non hanno mai smesso di utilizzare per criminalizzare Israele.

Un’ammissione tremenda, ma fatta troppo in ritardo. Quello che forse avrebbe potuto essere ottenuto in tempi in cui una rigorosa analisi giuridica messa a sostegno di corrispondenti azioni politiche avrebbe forse potuto contrastare l’azione dei nemici di Israele, oggi non verrebbe neppure presa in considerazione da chi ormai crede di avere tutte le ragioni politiche e morali di veder sparire Israele da quella terra che considerano rubata ad altri.
Adesso, dopo che il diffuso antisemitismo quiescente ha trovato modo di uscire allo scoperto, piovono da tutte le parti ricostruzioni di quello che sarebbe stato il processo di ricostruzione dello Stato d’Israele. Ricostruzioni false e tendenziose, senza riferimenti puntuali a documenti esistenti, appoggiate spesso da video accattivanti che dovrebbero confermare indiscutibilmente la tesi voluta: Israele occupa illegalmente quella terra, opprimendo gli abitanti originali. E questo spiegherebbe tutto. Di ricostruzioni rigorose e documentate come quelle qui commentate non c’è più bisogno.
Riportiamo allora quello che si trova scritto su questo sito da più di dieci anni:

    Aver consentito al mondo di chiamare "territori occupati" quelle parti della terra di Israele che sono state liberate dall’illegale occupazione che ne avevano fatta Egitto e Giordania è uno dei più gravi cedimenti della politica israeliana degli ultimi venti anni. Israele ha ceduto diritti sperando di averne in cambio pace, e come risultato ha ottenuto che i diritti consegnati come “prova di buona volontà” in vista della pace sono stati afferrati dai nemici e usati come micidiali armi di guerra. E' significativa l'insistenza con cui tutti, anche coloro che sembrano voler prendere le parti di Israele, fanno uso ripetuto di espressioni come “territori occupati”, “forze di occupazione”, “insediamenti illegali”. Qualunque sia la frase benevola verso Israele che in seguito venga usata, rimane, indelebile, il marchio infamante dell’illegittima occupazione. Questo naturalmente turba gli animi più sensibili: “Difendiamo Israele, però... l’immorale occupazione deve finire”. Se si ha la pazienza e l’onestà intellettuale di seguire le argomentazioni di Howard Grief, di leggere i suoi articoli e, preferibilmente, il suo documentatissimo libro, certi malposti “scrupoli morali” possono essere lasciati cadere. Immorale è quell’insieme di compromessi, menzogne, penombre e oscurità che ha portato alla mistificante creazione del concetto di "stato palestinese". (NsI)

Il 25 aprile 2010 si tenne a Sanremo una cerimonia per ricordare e celebrare la Risoluzione di Sanremo del 25 aprile 1920, che si può considerare come il momento in cui fu concepito quello stato per gli ebrei che il 14 maggio 1948 si costituirà col nome di Stato d’Israele. La notizia di quella cerimonia fu diffusa anche in campo evangelico e ad essa fu presente e collaborò l’associazione EDIPI (Evangelici d’Italia per Israele). Non parteciparono invece membri ufficiali del mondo ebraico italiano. Dalla relazione presentata in quell’occasione dal delegato israeliano, ricavai l’impressione che l’argomento era poco noto, o comunque poco sottolineato, anche in Israele. Il libro di Elber ne è adesso una conferma.
Si può aggiungere un’osservazione che può servire a spiegare come mai questo argomento ha trovato l’interesse di una parte dell’ambiente evangelico italiano. Dipende dalla Bibbia. E’ la miracolosa coincidenza giuridica tra diritto biblico e diritto internazionale, come avvenne nel caso dell’editto di Ciro, che fu voluto da Dio, ma operò fra gli uomini come volontà del re di Persia. Il diritto biblico di Israele alla sua terra è stato confermato anche dal diritto internazionale. Se questa formulazione del diritto internazionale è espressione di un diritto biblico su Israele voluto da Dio, è chiaro che il tentativo di annullare questo diritto è un’azione dell’Avversario di Dio, cioè Satana. E oggi l’aspetto satanico che ha assunto questo tentativo di annullamento dello Stato d'Israele è sempre più visibile. A chi ha occhi per vedere. M.C.

(Notizie su Israele, 10 maggio 2024)

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Parashat Kedoshim. L’etica dell’ebraismo considera le complessità della morale

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò

Il diciannovesimo capitolo di Vaykrà, con cui inizia la nostra parashà, è una delle dichiarazioni supreme dell’etica della Torà. Parla del giusto, del bene e del santo e contiene alcuni dei più grandi comandi morali dell’ebraismo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” e “Il forestiero che vive in mezzo a te sia come il tuo nativo. Amalo come te stesso, perché tu eri straniero in Egitto”.
Ma il capitolo è anche straordinariamente strano. Contiene quella che sembra un miscuglio casuale di precetti, molti dei quali non hanno nulla a che fare con l’etica e hanno solo una tenue connessione con la santità: Non accoppiare diversi tipi di animali.
Non piantare il tuo campo con due tipi di semi.
Non indossare abiti tessuti con due tipi di materiale. (Vaykra 19:19) Non mangiare carne con il sangue ancora dentro. Non praticare la divinazione o la stregoneria. Non tagliare i capelli ai lati della testa e non tagliare i bordi della barba. (Vaykra 19:26-28)
E così l’elenco continua. Che cosa hanno a che fare con il giusto, il buono e il santo?
Per capire questo dobbiamo fare un enorme salto di qualità nella visione morale/sociale/spirituale unica della Torà, così diversa da quella che troviamo altrove.
L’Occidente ha avuto molti tentativi di definire un sistema morale. Alcuni si sono concentrati sulla razionalità, altri sulle emozioni come la simpatia e l’empatia. Per alcuni il principio centrale era il servizio allo Stato, per altri il dovere morale, per altri ancora la massima felicità del maggior numero. Queste sono tutte forme di semplicità morale.
L’ebraismo insiste sull’opposto: la complessità morale. La vita morale non è facile. A volte i doveri o le lealtà si scontrano. A volte la ragione dice una cosa, l’emozione un’altra. Più fondamentalmente, l’ebraismo ha identificato tre distinte sensibilità morali, ognuna delle quali ha la sua voce e il suo vocabolario. Esse sono [1] l’etica del re, [2] l’etica del sacerdote e, fondamentalmente, [3] l’etica del profeta.
Geremia ed Ezechiele parlano delle loro sensibilità distintive: Perché l’insegnamento della legge [Torà] da parte del sacerdote non cesserà, né il consiglio [etzah] del saggio [chacham], né la parola [davar] dei profeti. (Geremia 18:18)
Andranno alla ricerca di una visione [chazon] del profeta, l’insegnamento sacerdotale della legge [Torà] cesserà, il consiglio [etzah] degli anziani avrà fine. (Ezechiele 7:26)
I sacerdoti pensano in termini di Torà. I profeti hanno “la Parola” o “una visione”. Gli anziani e i saggi hanno “etzah”. Che cosa significa?
I re e le loro corti sono associati nel giudaismo alla saggezza – chochmah, etzah e i loro sinonimi. Diversi libri del Tanach, tra cui spiccano i Proverbi e l’Ecclesiaste (Mishlei e Kohelet), sono libri di “saggezza”, il cui esemplare supremo è il re Salomone. La sapienza nell’ebraismo è la forma più universale di conoscenza e la letteratura sapienziale è quella che più si avvicina alla Bibbia ebraica e alle altre letterature del vicini oriente antico e dei saggi ellenistici. È pratica, pragmatica, basata sull’esperienza e sull’osservazione; è giudiziosa, prudente. È una ricetta per una vita sicura e sana, senza eccessi o estremi, ma difficilmente drammatica o trasformativa. Questa è la voce della saggezza, la virtù dei re.
La voce profetica è molto diversa, appassionata, vivida, radicale nella sua critica all’abuso di potere e allo sfruttamento della ricchezza. Il profeta parla a nome del popolo, dei poveri, degli oppressi, degli abusati. Pensa alla vita morale in termini di relazioni: tra Dio e l’umanità e tra gli stessi esseri umani. I termini chiave per il profeta sono tzedek (giustizia distributiva), mishpat (giustizia retributiva), chessed (amorevolezza) e rachamim (misericordia, compassione). Il profeta ha intelligenza emotiva, simpatia ed empatia, e sente la condizione di chi è solo e oppresso. La profezia non è mai astratta. Non pensa in termini universali. Risponde al qui e ora del tempo e del luogo. Il sacerdote ascolta la parola di Dio per tutti i tempi. Il profeta ascolta la parola di Dio per questo tempo.
L’etica del sacerdote, e della santità in generale, è di nuovo diversa. Le attività chiave del sacerdote sono lehavdil – discriminare, distinguere e dividere – e lehorot – istruire le persone sulla legge, sia in generale come insegnanti che in casi specifici come giudici. Le parole chiave del sacerdote sono kodesh e chol (santo e profano), tame e tahor (impuro e puro).
Il passo più importante della Torà che parla con voce sacerdotale è il capitolo 1 di Bereshit, il racconto della creazione. Anche qui un verbo chiave è lehavdil, dividere, che compare cinque volte. Dio divide tra luce e buio, acque superiori e inferiori, giorno e notte. Altre parole chiave sono “benedire” – Dio benedice gli animali, l’umanità e il settimo giorno; e “santificare” (kadesh) – alla fine della creazione Dio santifica lo Shabbat. In altre parti della Torà il verbo lehavdil e la radice kadosh ricorrono in un contesto sacerdotale; sono i sacerdoti a benedire il popolo.
Il compito del sacerdote, come quello di Dio alla creazione, è quello di portare ordine dal caos. Il sacerdote stabilisce dei confini sia nel tempo che nello spazio. Ci sono tempi e luoghi sacri, e ogni tempo e luogo ha una sua integrità, una sua collocazione nello schema totale delle cose. La protesta del kohen è contro l’offuscamento dei confini così comune nelle religioni pagane – tra gli dei e gli uomini, tra la vita e la morte, tra i sessi e così via. Il peccato, per il kohen, è un atto compiuto nel posto sbagliato e la sua punizione è l’esilio, l’essere scacciati dal posto che spetta loro. Una buona società, per il kohen, è quella in cui ogni cosa è al suo posto, e il kohen ha una sensibilità speciale verso l’estraneo, la persona che non ha un proprio posto.
La strana raccolta di mitzvot in Kedoshim si rivela quindi non essere affatto incomprensibile. Il codice di santità vede l’amore e la giustizia come parte di una visione totale di un universo ordinato in cui ogni cosa, persona e atto hanno il loro giusto posto, ed è questo ordine che viene minacciato quando il confine tra diversi tipi di animali, cereali, tessuti viene violato; quando il corpo umano viene lacerato; o quando le persone mangiano il sangue, segno di morte, per alimentare la vita.
Nell’Occidente secolare conosciamo bene la voce della saggezza. È un terreno comune tra i libri dei Proverbi e dell’Ecclesiaste e i grandi saggi, da Aristotele a Marco Aurelio a Montaigne. Conosciamo anche la voce profetica e quello che Einstein ha definito il suo “amore quasi fanatico per la giustizia”. Conosciamo molto meno l’idea sacerdotale secondo cui, come esiste un ordine scientifico nella natura, esiste anche un ordine morale, che consiste nel tenere separate le cose che sono separate e nel mantenere i confini che rispettano l’integrità del mondo che Dio ha creato e che sette volte ha dichiarato buono.
La voce sacerdotale non è marginale nel giudaismo. È centrale, essenziale. È la voce del primo capitolo della Torà. È la voce che ha definito la vocazione ebraica come “regno di sacerdoti e nazione santa”. Domina Vaykra, il libro centrale della Torà. E mentre lo spirito profetico vive nell’ haggadah, la voce sacerdotale prevale nella halachah. E lo stesso nome Torà – dal verbo lehorot – è una parola sacerdotale.
Forse l’idea dell’ecologia, una delle scoperte chiave dei tempi moderni, ci permetterà di comprendere meglio la visione sacerdotale e il suo codice di santità, che vedono l’etica non solo come saggezza pratica o giustizia profetica, ma anche come onore alla struttura profonda – l’ontologia sacra – dell’essere. Un universo ordinato è un universo morale, un mondo in pace con il suo Creatore e con se stesso.

(Bet Magazine Mosaico, 10 maggio 2024)

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L’antisionismo è una forma di discriminazione antisemita, e importa poco che ci sia chi si presenta come “ebreo antisionista”

Discriminare significa trattare un gruppo di persone in modo diverso e peggiore degli altri. L'identità della persona che compie la discriminazione è del tutto irrilevante.

di Ayalon Eliach

Nel suo recente pezzo sulle proteste anti-israeliane, il rapper Macklemore dice: “Vediamo le loro menzogne, sostengono che essere antisionista è antisemita. Ho visto fratelli e sorelle ebrei là fuori manifestare e urlare Palestina libera”.
È un luogo comune che viene ripetuto infinite volte: l’antisionismo, cioè negare il diritto di Israele ad esistere come stato ebraico (anziché criticare specifiche politiche israeliane) non può essere antisemita perché ci sono persone che lo fanno e si identificano come ebrei.
Ecco il punto. In realtà, nel corso della storia non sono quasi mai mancati degli ebrei che si mostravano orgogliosamente solidali con oppressori e persecutori antisemiti.
Diamo un’occhiata a un paio di esempi lampanti. All’inizio dell’era volgare, la più grande popolazione ebraica del mondo viveva nella sua patria ancestrale, la Giudea (nell’attuale Israele e Cisgiordania), il paese da cui deriva la parola “giudeo”. Godevano di una forma di semi-autonomia finché i Romani al potere iniziarono a negare le loro libertà. Nel 66 e.v. gli ebrei si ribellarono, ma “un gruppo di ebrei… sostenne il dominio Romano nonostante i numerosi conflitti e tensioni tra la popolazione ebraica e i funzionari Romani”. I Romani repressero nel sangue la rivolta, distrussero il Tempio ebraico di Gerusalemme, massacrarono e ridussero in schiavitù centinaia di migliaia di ebrei ed esiliarono la maggior parte dei sopravvissuti dalla loro patria dando luogo a un esilio spesso cruento, che durò per i successivi duemila anni.
Rapido salto in avanti fino alla Germania dei primi anni ’30. Hitler salì al potere su una piattaforma che sosteneva che gli ebrei fossero responsabili di tutti i mali della Germania. La maggior parte degli ebrei era terrorizzata. Molti tentarono di fuggire. Ma alcuni credevano che questi timori fossero esagerati, che Hitler stesse solo simulando e che ciò di cui la Germania aveva bisogno fosse proprio l’iniziazione di autostima nazionale offerta dai nazisti. Così nel 1934, la Lega Nazionale degli ebrei tedeschi (Verband nationaldeutscher Juden), che contava migliaia di persone, esortò “tutti gli ebrei tedeschi a votare per il cancelliere Hitler”. Nel giro di pochi anni furono quasi tutti uccisi dalla Gestapo.
Lo stesso vale, purtroppo, per altri gruppi e forme di discriminazione. Nei primi secoli delle colonie americane e degli Stati Uniti, milioni di afroamericani furono brutalizzati, torturati e uccisi dalla schiavitù. Ma ci furono anche alcuni afroamericani liberati che possedevano a loro volta degli schiavi.
Non conosceremo mai la psicologia interiore o le recondite intenzioni di queste persone. Ma ciò che è chiarissimo è che, nei fatti, erano schierate dalla parte dell’oppressione. Sarebbe assurdo sostenere che Hitler non fosse antisemita perché aveva alcuni sostenitori ebrei, o che la schiavitù non fosse razzista perché c’erano alcuni schiavisti neri.
Se gli antisionisti, compresi quelli che si identificano come ebrei, vogliono affermare che le loro posizioni non sono antisemite, che portino degli argomenti nel merito senza aggrapparsi al fatto di essere ebrei o che vi sono degli ebrei d’accordo con loro.
La discriminazione in generale, e l’antisemitismo in particolare, significa trattare un gruppo di persone, in questo caso gli ebrei, in modo diverso e peggiore degli altri. L’identità della persona che compie la discriminazione è del tutto irrilevante.
Se vogliono sostenere che Israele non dovrebbe garantire uno spazio speciale all’ebraismo come fede e tradizione religiosa (pur nel rispetto dei diritti dei non ebrei), allora dovrebbero spiegare perché applicano a Israele una regola diversa da quella che vale per più di 80 paesi (il 40% del mondo) tra i quali Inghilterra, Spagna, Italia e, sì, anche i Territori dell’Autorità Palestinese, che favoriscono una specifica religione nonostante abbiano al loro interno minoranze religiose e laiche.
Se vogliono sostenere che Israele non dovrebbe dare automaticamente cittadinanza agli immigrati ebrei (pur accettando anche immigrati non ebrei secondo normali procedure di naturalizzazione), allora dovrebbero spiegare perché applicano a Israele una regola diversa da quella che vale per i paesi che danno automaticamente la cittadinanza a certi gruppi etnici, ma non ad altri. Per citare solo alcuni esempi: l’Irlanda a stranieri che hanno nonni irlandesi, l’Italia a stranieri che hanno antenati italiani risalenti fino a 150 anni fa, la Lituania a immigrati che discendono da persone che vivevano in Lituania prima del 1940.
Se vogliono sostenere che la maggioranza ebraica in Israele dovrebbe essere costretta a lasciare le proprie case e andarsene perché una parte significativa di quella maggioranza discende da immigrati anziché da persone nate nel paese, allora dovrebbero spiegare perché applicano a Israele una regola diversa da quella che vale per altri paesi la cui popolazione discende in grande maggioranza da immigrati, come gli Stati Uniti d’America, l’Australia e il Canada.
Vale la pena ripeterlo ancora una volta: la discriminazione in generale, e l’antisemitismo in particolare, significa trattare un gruppo di persone, in questo caso gli ebrei, in modo diverso e peggiore degli altri (riconoscendo loro meno diritti degli altri). Per le ragioni di cui sopra, l’antisionismo sembra proprio questo: una forma di discriminazione a danno degli ebrei, dunque antisemita.
Esorto gli antisionisti a spiegare perché pensano che Israele sia sostanzialmente diverso da tutti i paesi sopra menzionati, e potremo discuterne nel merito. Ma dire che l’antisionismo non è antisemita solo perché si proclamano antisionisti alcuni che si identificano come ebrei non ha senso: per dirla con Macklemore, è una menzogna.
(Da: Times of Israel, 9.5.24)

(Israele.net, 9 maggio 2024)

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A Rafah casa per casa fino alla fine di Hamas. No allo Stato palestinese

Intervista a Nir Barkat

di Andrea Nicastro

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Nir Barkat

Benjamin Netanyahu non è solo. Chi pensa che il premier israeliano sia l’unico a non voler ascoltare i consigli di moderazione di Joe Biden, cambi idea. Nir Barkat, suo ministro dell’Economia, è almeno altrettanto duro. «I morti americani a Pearl Harbour sono stati 2.400, la reazione americana ha causato 3,5 milioni vittime giapponesi. I morti nelle Torri Gemelle 2.900, gli iracheni uccisi della reazione americana 400 mila. Le guerre si combattono così. Il 7 ottobre Hamas ci ha attaccato, ha ucciso 1.200 israeliani e noi non ci fermeremo sino a che non avremo smantellato le loro strutture, annientato la loro capacità di farci del male. Dobbiamo farlo, è in gioco la nostra vita».
  Sindaco di Gerusalemme per 10 anni, imprenditore di successo ed ex comandante di compagnia dei parà, Barakat è venuto in Italia per incontri politici e d’affari. Ha parlato con il Corriere a Milano.

- Ministro, il livello di violenza che Israele impiega contro un’organizzazione terroristica è per molti, Usa e Onu inclusi, assolutamente sproporzionato.
  «Totale non senso. E spiego perché. Primo, le guerre servono a sconfiggere il nemico. Gli esempi storici lo dimostrano. Secondo, non credo alle 35 mila vittime che proclama Hamas. Noi calcoliamo di aver eliminato 12 mila terroristi e crediamo siano la metà delle vittime. Un rapporto tra obiettivi e danni collaterali eccezionale. Terzo, parlare di genocidio è assurdo. In questi anni i palestinesi sono sempre aumentati di numero e a noi sta bene. Sono loro che vogliono eliminarci “dal fiume al mare”».

- I palestinesi chiedono un loro Stato. Non lo accetta?
  «Non è mai esistito uno Stato palestinese negli ultimi tremila anni. Basta leggere la Bibbia: ebrei citati dappertutto, palestinesi mai».

- Quindi rinnega la firma sugli accordi di Oslo? La soluzione dei «due popoli, due Stati» è carta straccia?
  «Con tutto il rispetto, Hamas non è interessato ai due Stati. Vuole tutto».

- L’altro partito palestinese, Fatah, però ha riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele.
  «Fatah ha lo stesso obiettivo di Hamas. Non vuole la pace, vuole uno Stato è vero, ma solo per poi prendersi anche il nostro. La loro intenzione è uccidere gli ebrei proprio come Hamas. Lo insegnano ai bambini nelle scuole».

- Le manca ogni fiducia nella controparte. Come ad Hamas.
  «Si può andare indietro per anni ed esaminare chi ha ostacolato la pace, discutere per ore, ma dovete capire che questa non è una disputa territoriale, è una guerra di religione. Quando aprirete gli occhi sarà chiaro anche a voi. Noi entreremo a Rafah casa per casa e sradicheremo Hamas. È l’unico modo per salvarci».

- Avete un piano per il dopo?
  «Non possiamo contare su una democrazia palestinese. Con gli arabi questo sistema non funziona. C’è democrazia a Dubai o in Arabia? Da loro funzionano le tribù. Quindi perché non pensare a un futuro di comunità palestinesi autonome che convivono in parallelo con Israele? Strade, economia, amministrazioni parallele. Si può fare».

- Polizia ed esercito solo a Israele?
  «Inevitabile».

- Un ragazzino che oggi bombardate a Gaza, secondo lei sarà un adulto ben disposto verso Israele?
  «Non stiamo parlando di occidentali, ma di jihadisti che preferiscono far morire i loro figli o uccidersi per la causa. Il 70% dei palestinesi ha festeggiato l’eccidio del 7 ottobre. Hamas ha detto che vorrebbe farlo di nuovo. E non è solo».

- Chi altri?
  «L’alleanza del male: Iran, Houthi, Hezbollah, Hamas, Fratelli Musulmani e il più pericoloso di tutti: il Qatar, un lupo travestito da agnello. Il Qatar finanzia ovunque la Guerra Santa. È colpa del Qatar se gli studenti americani contestano Israele mostrando un’ignoranza sorprendente. Il Qatar è il maggior finanziatore di quegli atenei, ha pagato i cattivi maestri che condizionano gli studenti e ora se ne vedono i risultati».

(Corriere della Sera, 9 maggio 2024)

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Rafforzare Hamas alle spese di Israele

di Niram Ferretti

Con la decisione di trattenere una fornitura d’armi a Israele in una congiuntura critica, gli Stati Uniti confermano, se ce ne fosse bisogno, che non vogliono la vittoria di Israele su Hamas. Non solo, si tratta, oggettivamente, di un assist lanciato all’asse islamico iraniano di cui Hamas, insieme a Hezbollah è uno dei delegati.
È il proseguimento della disastrosa politica mediorientale di Barack Obama, incardinata su due perni, il rafforzamento della Fratellanza Musulmana, di cui Hamas è membro, e quello di Teheran, e il distanziamento da Israele.
Le armi in questione, per il momento sospese sono 1.800 bombe da 2.000 libbre e 1.700 bombe da 500 libbre. Il motivo addotto è che la Casa Bianca teme che Israele voglia usare le bombe da 2.000 libbre in zone densamente popolate della Striscia, malgrado non ci sia alcuna evidenza che ciò sia già accaduto. Interrogato ieri durante una intervista alla CNN se Israele avesse usato bombe da 2.000 libbre su aree densamente abitate, Joe Biden ha risposto affermativamente senza, tuttavia, fornire alcun dato specifico.
La realtà ha la forma dell’interesse americano a che la guerra si concluda in fretta con un accordo con Hamas che Israele dovrebbe accettare obtorto collo.
Ieri, il capo della Cia, William Burns ha detto a Netanyahu che dovrebbe considerare la fine della guerra come “una virgola” che prelude al punto di un accordo con l’Arabia Saudita. Non si vede poi che interesse avrebbero i sauditi ad accordarsi con Israele in funzione di deterrenza anti iraniana lasciando permanere a Gaza, Hamas che l’Iran finanzia copiosamente.
Sempre ieri, in una audizione presso il Senato, il senatore repubblicano Lindsey Graham ha detto al Segretario della Difesa, Austin che trattenere le armi che servono a Israele mentre combatte chi vuole la fine dello Stato ebraico, non solo è assurdo ma è osceno.
Sì, è osceno, ma i fatti sono questi. Intanto il Dipartimento di Stato sta per licenziare un rapporto sulle presunte violazioni israeliane a Gaza.
La frustrazione, a Gerusalemme, è grande, ma è altrettanto grande la debolezza di un governo e di un gabinetto di guerra che non sono in grado di opporsi veramente a quello che l’Amministrazione Biden vuole.
L’operazione su vasta scala a Rafah, tanto strombazzata da Netanyahu assomiglia sempre più a una chimera, mentre, nel contempo Hamas osserva compiaciuto come la macchina da guerra israeliana sia stata inceppata dagli Stati Uniti, l’alleato principale, da cui Israele non riesce in alcun modo a emanciparsi.
Ci troviamo in una fase critica la quale presenta incognite ad alto rischio. Qui su l’Informale, a partire dalla fine di ottobre abbiamo documentato passo dopo passo il modo in cui gli Stati Uniti hanno progressivamente preso le distanze da Israele nonostante la retorica vuota e magniloquente delle dichiarazioni ufficiali. Adesso si è giunti a una sorta di redde rationem.
Israele deve decidere, pagando un prezzo salato, se smarcarsi da questa amministrazione che sta danneggiando in modo palese i suoi obiettivi militari e politici, e quindi trovarsi di fatto isolato all’interno della comunità internazionale, pur godendo negli Stati Uniti di un forte appoggio politico da parte repubblicana, oppure se chinare la testa, subire il ricatto americano e il programma Obama-Biden, poiché solo gli sprovveduti possono pensare che la linea di azione punitiva nei confronti di Israele sia solo farina del sacco di Biden, a capo di una amministrazione dove agiscono e lo consigliano uomini fortemente legati all’ex presidente americano, il più apertamente ostile allo Stato ebraico insieme a Jimmy Carter.
Saranno i prossimi eventi a mostrarci la direzione che Israele prenderà.

(L'informale, 9 maggio 2024)

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«I miei compagni della facoltà di Medicina  negano il dolore ebraico e israeliano. Impedirei loro di curare i miei parenti»

Qualcuno piange in silenzio, qualcuno si ribella, qualcuno urla il suo dolore muto che si perde nel vuoto. Un dolore che non viene visto, capito da gran parte degli studenti negli atenei americani e che adesso si sta sempre di più diffondendo anche in Europa e in Italia. Un atteggiamento di chi nega, non ammette e strumentalizza il dolore ebraico e israeliano dopo il 7 ottobre. È quanto scrive uno studente di Medicina americano (che qui chiameremo X), che ha richiesto l’anonimato in un articolo pubblicato dal Times of Israel. Di seguito le sue parole. Parole che risuonano come un pugno nello stomaco richiamando all’attenzione un tema dolorosamente attuale e urgente.
  «Dieci giorni dopo il massacro del 7 ottobre, numerose organizzazioni studentesche all’interno della mia università di Medicina hanno collaborato e diffuso un messaggio in risposta alla guerra tra Israele e Hamas. In modo inquietante, la loro interminabile diatriba contro Israele non ha fatto menzione di Hamas, degli ostaggi o del 7 ottobre. Come studenti ebrei, le nostre ferite erano ancora fresche. Gli squali sapevano che c’era sangue nell’acqua e che era il momento opportuno per attaccare. Era chiaro che l’obiettivo di questi futuri medici era negare il dolore ebraico e israeliano. Umanizzare gli ebrei è servito solo come distrazione. Dopotutto, 2 milioni di palestinesi stavano per essere “sterminati”, come ha sostenuto deciso uno studente. L’incidente è passato inosservato e l’amministrazione ha deciso che sarebbe stato meglio tacere. Questo è stato il via libera a procedere in questa direzione».
  Sono parole durissime quelle dello studente di Medicina che spiega come i forum studenteschi online si siano rapidamente trasformati mentre i suoi coetanei hanno sminuito e addirittura giustificato il terrorismo. Il giovane racconta di aver sentito una persona affermare che gli ostaggi non erano “i personaggi principali” della storia, mentre un altro ha dichiarato che Israele ha utilizzato come arma lo stupro delle donne israeliane da parte di Hamas per giustificare la sofferenza dei palestinesi. Senza contare un altro ancora che ha negato del tutto lo stupro.
  Gli studenti hanno anche negato l’uso degli ospedali da parte di Hamas come basi terroristiche nonostante prove evidenti e schiaccianti. Uno studente non ebreo, secondo il racconto del ragazzo, ha tenuto una conferenza sulla definizione di antisemitismo, affermando che l’ideologia ebraica consensuale è moralmente corrotta. Non solo: proprio durante la Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto, uno studente ha paragonato la situazione a Gaza a quella della Germania nazista, violando la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), l’organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che unisce i governi e gli esperti per rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto.
  Nella sua testimonianza, X osserva che emoji come l’anguria, l’oliva e la bandiera palestinese venivano utilizzati liberamente come segni di solidarietà da parte di coloro che, seppur solo leggermente meno estremi, continuavano a nutrire sentimenti di odio. Alcune persone hanno addirittura protestato di fronte all’ospedale con uno striscione che commemorava l’attacco a Al-Aqsa, che Hamas ha definito il “massacro del 7 ottobre”. X sottolinea che queste persone potrebbero essere i futuri medici della comunità.
  Se gli studenti hanno detto queste cose sugli ebrei di fronte a centinaia di altri studenti nei forum mediati dalle scuole di Medicina, cosa hanno scritto sui social media? E nelle loro chat di gruppo private? Cosa hanno pensato? «L’odio era diffuso ed era solo la punta dell’iceberg. Subito dopo, oltre il 30% del corpo studentesco della facoltà di Medicina ha firmato un’altra lettera all’amministrazione. Anche in questo caso non si è parlato degli ostaggi, di Hamas o del 7 ottobre». Di fatto, conclude lo studente, il dolore ebraico è invisibile per loro.
  «C’è molto da digerire nel contesto dell’educazione all’etica medica – osserva X –. Siamo arrivati a tollerare le macro aggressioni nell’era delle micro aggressioni contrapposte. La nostra storia insegna, ad esempio, che il pregiudizio implicito dei medici nei confronti dei pazienti neri ha portato a dei danni. È ovvio che un pregiudizio esplicito del medico nei confronti di un paziente identificabile come ebreo o israeliano potrebbe essere molto più pericoloso. E se il pregiudizio esplicito diventasse odio palese?», si chiede X.  «Dopotutto, i giorni in cui il mantra era “critico solo il governo israeliano” si sono rapidamente trasformati in “sionisti e israeliani sono intrinsecamente malvagi”, come avevano sostenuto i miei compagni di classe. Possono assistere e curare un paziente come doveroso se non sono intellettualmente attrezzati a riconoscere l’umanità negli israeliani e nei sionisti?».
  Se gli studenti confutano le prove che descrivono dettagliatamente come Hamas opera negli ospedali e violenta le donne israeliane, sono in grado di praticare una medicina basata sull’evidenza? Dal punto di vista del paziente, come possono gli ebrei cercare in modo sicuro e affidabile cure da medici che forniranno cure compassionevoli? «Non permetterei mai alla mia famiglia israeliana di avvicinarsi all’ospedale della mia facoltà di Medicina», afferma X.
  Lo studente ha quindi dichiarato che l’antisemitismo è pervasivo nella facoltà di Medicina per diversi motivi. In primo luogo, gli studenti ebrei hanno paura di parlare apertamente per timore di ritorsioni. Gli alti costi irrecuperabili per iscriversi alla facoltà di Medicina richiedono un’eccessiva cautela per paura dell’alienazione sociale e del doxing, ossia di esposizione, entrambi fatti accaduti nel suo ateneo.
  In secondo luogo, gli ebrei antisionisti sono fortemente sovra-rappresentati tra gli accademici più giovani e distorcono il consenso che esiste nella realtà. Secondo i sondaggi a sostegno del BDS, circa il 10% degli ebrei americani sono antisionisti, anche se tale cifra è probabilmente molto più alta all’interno delle facoltà di Medicina.
  Nella facoltà di Medicina, la tolleranza verso gli ebrei sembra essere condizionata dalla loro posizione antisionista, che finisce per dominare la discussione. Gli studenti non ebrei, a loro volta, rappresentano questa prospettiva sovra-rappresentata per evitare accuse di antisemitismo, comportandosi in modo che gli ebrei vengano interpretati in maniera distorta. Questo comportamento riflette quello che viene insegnato agli studenti di Medicina come “bias di campionamento”, ovvero una tendenza a rappresentare un gruppo in modo parziale. A differenza di altre situazioni, come quella dei neri americani, la cui prospettiva di destra verrebbe ignorata in un contesto accademico, gli ebrei sembrano essere sempre l’eccezione.
  «In terzo luogo – osserva X – l’antisemitismo domina nelle università di Medicina perché, come abbiamo visto, non si può fare affidamento sul fatto che le amministrazioni agiscano in modo altruistico. Calcolano che i costi per turbare la folla palesemente ostile siano maggiori del costo per lasciare vulnerabili studenti e pazienti ebrei. Finché i sionisti avranno troppa paura di esprimere le loro preoccupazioni, i college potranno rimanere in uno stato di equilibrio tranquillo, anche se inquieto. Si può cambiare il calcolo con la pressione pubblica: gli atenei di Medicina hanno profondamente a cuore la loro reputazione».
  Alla luce di tutto questo, X lancia un appello e chiede di contattare quante più università di Medicina possibile e chiedere loro quali sono le politiche specifiche in atto per stabilire una cultura libera dall’antisemitismo. Chiedere loro se gli studenti vengono educati sull’antisemitismo moderno, quello che “infetta” il mondo accademico, una teoria non lontana.  «Bisogna metterli in contatto con le organizzazioni di difesa degli ebrei. Probabilmente cambierebbero discorso, sarebbero vaghi e declinerebbero educatamente qualsiasi suggerimento, smascherando questa emergenza morale e mettendo in luce la necessità di intraprendere azioni aggressive a favore dei pazienti ebrei ovunque».

(Bet Magazine Mosaico, 9 maggio 2024)

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"Hamas perderà, ma vincerà a sinistra. Per Israele è un problema". Parla Matti Friedman

"L’opinione pubblica occidentale delle società liberal e di sinistra temo sia persa. Forse l’Europa, alle prese con una grande immigrazione islamica, sarà più comprensiva di Israele, ma In occidente, al di là di Israele, c’è una follia generale", dice al Foglio lo scrittore israelo-canadese.

di Giulio Meotti

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Matti Friedman

La seconda settimana dell’ottobre del 1973 fu una delle peggiori nella storia di Israele. Il giorno del digiuno ebraico dello Yom Kippur, la Siria e l’Egitto lanciarono attacchi a sorpresa. Leonard Cohen era già una star internazionale. Tre anni prima al festival di Wight, dopo Joan Baez e Jimi Hendrix, Cohen aveva incantato tutti. E ora Cohen si trovava nel deserto del Sinai disseminato di carri armati e cadaveri carbonizzati per suonare a  gruppi di soldati con una cassa di munizioni come palco. “Sono sceso nel deserto per aiutare i miei fratelli a combattere”, scriverà Cohen. “Venne qui in Israele nel 1973, in un momento drammatico per questo piccolo paese”, dice al Foglio Matti Friedman, giornalista e scrittore israelo-canadese che al grande musicista nello stato ebraico ha dedicato “Il canto del fuoco” (Giuntina). “Oggi gli artisti hanno paura della controversia”, dice Friedman: “Prendi Matisihau, è cancellato per il sostegno a Israele. C’è codardia e paura di assumere una posizione forte”.  
  Matti Friedman dice che il problema non riguarda solo gli artisti. “Hamas sta perdendo a Gaza, ma vincendo nella sinistra occidentale, che ha sicuramente più simpatia per Hamas che per Israele. La sinistra ha abbandonato i suoi ideali delle società industriali per essere affascinata dalla violenza antioccidentale. Dov’è tutta la sua sensibilità per l’oppressione di gay, donne e minoranze? È pericoloso per Israele e per l’occidente, perché abbiamo bisogno di alleati in occidente, ma è pericoloso soprattutto per l’élite intellettuale. Negli anni Sessanta e Settanta, la sinistra ha subito una mutazione. Si sono innamorati di Frantz Fanon e della lotta contro l’occidente, l’America, Israele e il capitalismo, con  la giustizia rappresentata da movimenti non bianchi che sono completamente regressivi. Non è solo il vecchio antisemitismo, ma una nuova tendenza antioccidentale in cui gli ebrei sono il capro espiatorio di tutto. Israele rappresenta un po’ tutti i mali dell’occidente in questa visione del mondo: coloniale, militare, bianco, occidentale. È anche un modo molto più efficace per mobilitare l’opinione pubblica”.  
  Come finirà a Gaza, difficile dirlo. “Per un gruppo come Hamas, la vittoria non è come la intendiamo noi, come una tregua giapponese con gli americani”, ci dice Friedman. “A loro non importa che possano uscire dalle rovine di Gaza e annunciare la ‘vittoria’. Ci credono davvero. Qui tutto può cambiare in un minuto e quindi ogni previsione è scritta sulla sabbia”. Friedman dice che i media occidentali si sono inventati un medio oriente che non esiste. “È ovvio che la storia del medio oriente e del Nord Africa dei nostri tempi è caratterizzata dall’ascesa di tensioni violente e contrastanti dell’islam e dallo spostamento di queste ideologie e dei loro seguaci verso l’occidente. Si fa un grande sforzo per oscurare tutto questo, anche se il fenomeno è visibile dall’Algeria attraverso la Siria, lo Yemen e l’Iraq fino all’Afghanistan, e dalle torri gemelle al teatro Bataclan, al lungomare di Nizza e all’Arena di Manchester. Per un giornalista in Israele, le principali incarnazioni locali del fenomeno sono il Movimento di Resistenza Islamica (Hamas) e il Jihad islamico tra i palestinesi e la formidabile milizia del Partito di Dio (Hezbollah) in Libano, tutti  alleati con la Repubblica islamica dell’Iran, tutti impegnati a forgiare un nuovo ordine islamico, tutti esplicitamente impegnati a cancellare l’insopportabile sacca di sovranità ebraica sullo 0,2 per cento del territorio del mondo arabo. Durante il mio periodo sulla stampa, ci si aspettava che girassimo educatamente in punta di piedi attorno ai due miliardi di aderenti all’islam e facessimo finta che la storia chiave della regione fosse un gruppo di sei milioni di ebrei che opprimevano una minoranza, i palestinesi, che volevano solo uno stato pacifico accanto a Israele. Poiché si trattava per lo più di fantasia, io e i miei colleghi siamo stati costretti a contorsioni sempre più ridicole mentre ‘costruivamo sovrastrutture emotive su eventi che non erano mai accaduti’, per usare le parole di George Orwell, e seppellivamo gran parte di ciò che stava realmente accadendo. Orwell avrebbe compreso il rifiuto di molti osservatori dei nostri tempi di credere ai dettagli degli omicidi, degli stupri e dei rapimenti di Hamas del 7 ottobre, mentre sarebbero stati ansiosi di credere qualche settimana dopo che Israele aveva deliberatamente bombardato un ospedale”.  
  Cosa aspettarsi, dunque? “L’opinione pubblica occidentale delle società liberal e di sinistra temo sia persa, anche se l’opinione pubblica non conta sempre. Forse l’Europa, alle prese con una grande immigrazione islamica, sarà più comprensiva di Israele, così come nel mondo della politica estera ti rispettano se hai potere. Quindi Israele può uscire da questa guerra con un risultato soddisfacente in medio oriente, anche se dovesse significare un divorzio con l’opinione pubblica occidentale, che per uno come me è fonte di grande preoccupazione. In occidente, al di là di Israele, c’è una follia generale”.

Il Foglio, 9 maggio 2024)

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Tutto pronto per Israele all’Eurovision. Golan: “Sono venuta qui per far sentire la mia voce”

di Luca Spizzichino

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Nonostante il lungo e travagliato percorso tra minacce di boicottaggio e la scelta della canzone, la rappresentante di Israele all’Eurovision Song Contest Eden Golan è pronta per esibirsi nella seconda semifinale, che si terrà domani sera alla Malmö Arena, con il brano “Hurricane”.
  Nella città svedese le misure di sicurezza sono state rafforzate, le forze dell’ordine infatti temono contestazioni o iniziative violente. Tanto che una delegazione dello Shin Bet si è recata a Malmö per coordinare i protocolli di sicurezza con le autorità svedesi. La situazione in città è talmente tesa, che i controlli per accedere al palazzetto sono stati irrobustiti e non sarà possibile portare bandiere palestinesi, proprio per evitare manifestazioni d’odio contro la giovane cantante durante l’esibizione.
   Eden Golan
"Sono venuta qui per far sentire la mia voce”
, anche su indicazione dei servizi di sicurezza, sta mantenendo un basso profilo tra le crescenti minacce che circondano la partecipazione di Israele al concorso. Domenica è cominciato ufficialmente l’Eurovision con il tradizionale Turquoise Carpet, la passerella sulla quale sfilano le delegazioni e gli artisti rappresentanti di tutte le nazioni che prenderanno parte al contest musicale più seguito al mondo e una delle poche opportunità per i fan e i media di avvicinarsi e conoscere personalmente gli artisti. Tuttavia, la cantante israeliana non ha preso parte alla cerimonia perché impegnata nella commemorazione di Yom HaShoah.
  Proprio per l’importanza della giornata, Israele ha fatto una richiesta speciale alla European Broadcasting Union per ottenere un posto nella seconda semifinale, dove sarà la quattordicesima ad esibirsi. La richiesta è stata fatta per permettere a Eden Golan di non fare la prova generale filmata durante Yom HaShoah.
  “Sono venuta qui per far sentire la mia voce, per far sentire qualcosa alle persone e lasciare un segno nelle loro anime e per unirci attraverso la musica”, ha detto Golan a Reuters lunedì.
  La competizione è estremamente popolare in Israele, che l’ha vinta quattro volte. “È un momento molto importante per noi, soprattutto quest’anno. – ha sottolineato la cantante – Mi sento onorata di avere l’opportunità di essere la voce del mio Paese”.
  E per quanto riguarda le eventuali contestazioni, Eden Golan non si lascia intimidire. “Hanno il diritto di esprimere il proprio parere, io mi concentro sull’esibizione, sperando di fare la mia migliore prestazione”.

(Shalom, 8 maggio 2024)

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“Inaccettabile il testo approvato da Hamas. Ma Netanyahu non ha un vero piano”. Parla l’ideatore di “Fauda”

Avi Issacharoff, che prima di essere sceneggiatore è un ascoltato analista militare, analizza lo stato del conflitto a Gaza: “La bozza egiziana a cui Sinwar ha detto sì non è la stessa che è stata sottoposta a Israele.

di  Francesca Caferri

TEL AVIV — In Italia il suo nome è associato prima di tutto a “Fauda”, la serie Netflix che ha raccontato al mondo le vicende di un’unità che molto assomiglia alla Duvdedan, il gruppo speciale dell’esercito israeliano che agisce sotto copertura nei Territori palestinesi. Ma qui in Israele Avi Issacharoff è prima di tutto uno dei principali analisti militari del Paese, a lungo esperto di affari palestinesi per Haaretz prima e per Yedioth Ahronoth adesso, nonché autore di pluripremiati libri sulla Seconda Intifada e sulla guerra in Libano. È in questa doppia veste che sediamo con lui per un caffè in un giardino nella zona Nord di Tel Aviv, dopo una mattinata convulsa che lui, come buona parte degli esperti qui, ha passato ad analizzare l’accelerazione di lunedì sera, quando la notizia dell’accettazione della proposta egiziana da parte di Hamas prima e l’inizio dell’offensiva di terra israeliana poi, hanno aperto nuovi scenari in una crisi che si trascina ormai da sette mesi.

- Issacharoff, ci spiega cosa è successo lunedì sera: nel giro di due ore si è passati dalla speranza di una tregua all’offensiva di terra su Rafah...
  «Ci è voluto un po’ per capire che la proposta dell’Egitto che Hamas aveva accettato non era quella che Israele aveva visionato. In pratica, si parlava esplicitamente di fine della guerra dopo la prima fase di stop ai combattimenti e del ritorno di 33 ostaggi vivi o morti: una clausola che dà alla leadership di Hamas la garanzia di sopravvivere, dopo aver massacrato 1.200 israeliani e averne rapiti 230. È possibile accettarlo? Mi pare folle solo parlarne».

- Se le posizioni sono così distanti, non ci sono molte possibilità di compromesso ai negoziati del Cairo: sta dicendo questo?
  «Non ci sono motivi né scuse per essere ottimisti: purtroppo. Siamo in un vicolo cieco, stretti fra Hamas che continua a dimostrarci che non ci sono possibilità di vivere fianco a fianco, né fra un anno né fra dieci. E un governo, quello israeliano, che non ha strategia e pensa solo a sopravvivere».

- Però c’è la pressione internazionale: il mondo chiede a Israele di fermarsi…
  «Se mi avesse detto sei mesi fa che Hamas avrebbe goduto del supporto a livello di opinione pubblica mondiale che ha ora, le avrei detto che aveva preso qualche pillola di troppo».

- Se sta parlando delle manifestazioni nelle università e nelle piazze, io non direi che chi protesta sia necessariamente con Hamas…
  «Forse ha ragione lei, forse non tutti sono con Hamas. Allora però la maggior parte di quelle persone non sa di cosa sta parlando: quelli che urlano “From the river to the sea”? («dal fiume al mare», ndr). Quelli che gridano “Free Gaza”? Quale Gaza, quella dove Hamas ha ucciso ogni forma di opposizione, dove ha instaurato una dittatura? O forse le persone che sono in piazza invocano quell’Autorità palestinese che neanche Hamas vuole?».

- Quindi che si fa? Si continua a combattere? Fino a quando? Quando Israele potrà o vorrà dire che ha vinto e fermarsi?
  «La vittoria per Israele sarebbe il ritorno a casa degli ostaggi e la morte di Sinwar, ma mi pare chiaro che non ci stiamo riuscendo. Ogni giorno che passa Hamas diventa più popolare fra i palestinesi, l’Autorità palestinese perde credito e noi continuiamo a non avere una strategia per il dopo: i nostri soldati hanno preso Gaza city e Khan Yunis e poi le hanno lasciate, di fatto riconsegnandole a Hamas. Può essere una strategia vincente questa? Se il governo avesse voluto discutere del day after di Gaza con l’Autorità palestinese, con i Paesi arabi e quelli europei, se si fosse parlato davvero di creare un potere politico alternativo a Hamas ci sarebbe stata qualche scelta. Ma così no. Non vedo la fine».

- E Hamas? Qual è la loro, di vittoria?
  «Quello che abbiamo visto prospettarsi lunedì sera. Finire la guerra ancora al potere a Gaza, con i loro leader ancora vivi, Sinwar per primo. Accettare questo per Israele non è possibile».

- Una vita fa. Prima del 7 ottobre. Stavate scrivendo la sceneggiatura per la serie 5 di “Fauda” e Lior Raz, protagonista nonché co-autore con lei, ha proposto di partire da un attacco di terra di Hamas contro un kibbutz sul Sud di Israele…(Prima di finire la frase sul volto di Issacharoff si disegna un sorriso amaro)...
  «E io ho detto no, perché mi pareva poco credibile: è una storia vera. Come poteva Israele con tutta la sua intelligence, con i suoi apparati, non intercettare un attacco simile? Questo ho detto. Invece è successo e ancora faccio fatica a capire come: avevamo tutte le informazioni, non sono state giudicate attendibili. Eravamo così sicuri della “deterrenza”, che a Hamas interessassero i soldi e alla gente di Gaza la prosperità. Abbiamo sbagliato tutto».

- È questa la storia della prossima stagione?
  «Non posso parlare. Non posso dirle altro se non che ci stiamo lavorando. E che quello che è successo avrà influenza sul nostro lavoro».

(la Repubblica, 8 maggio 2024)

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Mancanza di operai e piante della Bibbia

Il tedesco Nicolas Dreyer si reca in Israele per dieci giorni per svolgere attività di volontariato. È già stato molte volte nel Paese, ma il suo lavoro in agricoltura ha approfondito la sua comprensione della Bibbia. Ha scritto le sue riflessioni per Israelnetz.

a cura di Merle Hofer*

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Nicolas Dreyer ha trascorso dieci giorni ad aiutare il raccolto in Israele

Nell'ambito di un programma di volontariato, a febbraio sono andato in Israele per dieci giorni. Ad eccezione dello Shabbat e di occasionali gite turistiche, io e i miei compagni di volontariato ci siamo recati la mattina presto alla "nostra" fattoria di Geva Karmel, dove abbiamo lavorato nelle piantagioni di pomodori e peperoni. Il contadino Jossi e il leader del nostro gruppo ci hanno spiegato i passi necessari e ci siamo dedicati al lavoro, spesso fisicamente impegnativo, fino al primo pomeriggio.

Abbiamo potato i cespugli di pomodoro, eliminando i germogli. Abbiamo anche raccolto pomodori e peperoni, pulito i cespugli dalle foglie e dai frutti indesiderati e trattato con fungicidi, se necessario. Abbiamo raccolto le foglie tra le piante perenni e le abbiamo portate via.

Nella tarda mattinata abbiamo fatto una breve pausa-caffè e abbiamo pranzato al sacco con muesli e panini che avevamo portato con noi. Il contadino ci ha portato prodotti da forno e diverse volte ci siamo serviti delle banane del raccolto.

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Le piante di pomodoro sono state selezionate e alcuni frutti possono già essere raccolti

Jossi e gli altri israeliani che lo hanno aiutato nella coltivazione degli ortaggi, come i biologi che hanno dato consigli sulla lotta alle malattie fungine, ci hanno ringraziato molto per il nostro servizio volontario. Ci hanno chiesto quali fossero le motivazioni che ci avevano spinto a trascorrere le nostre vacanze per venire in Israele come volontari in questo periodo.

Questo ci ha dato l'opportunità di parlare del legame che noi cristiani sentiamo con la terra d'Israele e il popolo ebraico attraverso le Sacre Scritture. L'agricoltore laico ha accettato. Ci ha detto che la conoscenza di Abramo, a cui è stata promessa questa terra e che l'ha coltivata personalmente e vi ha allevato il bestiame, lo motiva a fare lo stesso.

Jossi ci ha detto che le sue due figlie sono diventate religiose dopo i mostruosi attacchi del 7 ottobre. Ora osservano lo Shabbat per pregare per le Forze di Difesa israeliane.

• Connessione tra popolo, terra e scritture

Il lavoro di raccolta e di soccorso nella serra grande come un campo da calcio ha permesso a noi, la maggior parte dei quali non aveva precedenti esperienze agricole, di familiarizzare almeno un po' con la coltivazione di ortaggi in Israele. Nelle conversazioni, l'apprezzamento e il legame che esiste tra il popolo e la terra di Israele è stato molto importante per noi, così come i Paesi che sono collegati alla storia di Israele e alle Sacre Scritture nel loro complesso.

Per la prima volta mi sono reso conto che la terra, come fattore geografico regionale e le industrie basate su di essa, soprattutto l'agricoltura, ma anche la silvicoltura, compaiono spesso nella Bibbia. Perché la Bibbia copre la vita umana nell'età del rame, del bronzo e del ferro, nonché durante il periodo greco e romano, e contiene anche un numero enorme di storie e parabole relative alla realtà agricola.

Genesi 3, ad esempio, parla di semi e alberi da frutto, mentre Giudici 9, Zaccaria 4 e Romani 11 trattano degli ulivi. Genesi 9 parla delle vigne di Noè e Genesi 25 delle leggi rituali per la coltivazione delle vigne. 1 Re 21 menziona la vigna di Naboth e il Cantico dei Cantici (ad esempio 8:19) le vigne del re Salomone. In Isaia 5 e in Ezechiele 17, la vigna è usata come simbolo di Israele e anche Gesù la usa nella parabola del Regno di Dio nel Nuovo Testamento.

• Pochi operai nella messe

La mietitura è un altro dei motivi preferiti nelle parabole di Gesù. Matteo 9:37-38 utilizza il motivo della mancanza di operai nella messe in senso spirituale. Il pubblico contemporaneo di Gesù e i primi lettori dei vangeli di Matteo o di Luca (10,2-7) conoscevano fin troppo bene la realtà economica e le conseguenze della mancanza di operai per la mietitura in questa fascia di terra semi-arida ripetutamente colpita dalla carestia.

Certamente  nella predicazione teologica di alcune parti della Bibbia ebraica i contemporanei conoscevano questi aspetti, sia che fossero già codificati o ancora tramandati oralmente. I profeti, in particolare, ne parlano spesso (cfr. Aggeo 1,6).

Le parole di Gesù sulla mancanza di operai per la mietitura corrispondono alla situazione reale attuale di questo settore dell'economia di Israele. Se non ci sono abbastanza mani nel raccolto, alcune parti di esso marciscono e la fornitura del cibo di cui ha bisogno  la popolazione non raggiunge il suo pieno potenziale. Attualmente, l'aiuto al raccolto è una parte significativa dello sforzo di difesa, e molti israeliani stanno aiutando come volontari nel loro tempo libero.

Gesù disse ai suoi discepoli: "La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Pregate perché il Signore della messe mandi operai a portare la sua messe" (Matteo 9:37-38).

Durante la missione, io e dieci dei miei compagni volontari abbiamo vissuto in un appartamento nel centro di Haifa con due camere da letto, una per gli uomini e una per le donne. Abbiamo fatto i lavori di casa insieme, cucinato insieme e quindi, per molti versi, questo volontariato è stato anche un'esperienza e un esercizio di comunione cristiana con compagni di fede che non avresti mai incontrato nella tua vita quotidiana.

La chiamata comune a mostrare sostegno e amore al popolo di Dio ci ha uniti tutti. Condividere e lavorare insieme ai fratelli e alle sorelle è stato per me un grande arricchimento.
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* Nicolas Dreyer ha lavorato, tra l’altro, per l'Ebenezer Hilfsfonds Deutschland e.V. di Amburgo e per il Fondo Nazionale Ebraico JNF-KKL e.V. di Francoforte sul Meno. È secondo presidente di un'associazione tedesca per il servizio di soccorso israeliano, Christian Friends of Magen David Adom in Israel (CFMDA) e.V., ed è membro dell'Assemblea generale del Centro di studi e ricerche bibliche AMI di Gerusalemme. Ha conseguito un dottorato in Slavistica ed è docente presso l'Università Otto Friedrich di Bamberg. Si occupa di letteratura e storia ebraica in Russia e Ucraina.

(Israelnetz, 8 maggio 2024)

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Confermato: Biden blocca l’invio di bombe a Israele

Sotto fortissima pressione della sua sinistra antisemita, Biden è costretto a bloccare l'invio delle bombe pesanti a Israele e a garantire al Congresso che per i prossimi invii di armi, Israele rispetterà il diritto internazionale.

Martedì sera l’amministrazione Biden ha confermato le notizie secondo cui avrebbe trattenuto un grosso carico di bombe da 2.000 e 500 libbre che temeva Israele potesse usare in una grande operazione di terra nella città di Rafah, nel sud di Gaza.
È la prima volta, dallo scoppio della guerra tra Israele e Hamas, che gli Stati Uniti bloccano un carico di armi per l’IDF, che forniscono quasi costantemente dal 7 ottobre.
Washington si oppone fermamente a una grande offensiva a Rafah, convinta che Israele non abbia modo di condurla in modo da garantire la sicurezza dell’oltre 1 milione di palestinesi che vi si rifugiano.
Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno tenuto un paio di incontri virtuali con alti funzionari israeliani per esprimere le loro preoccupazioni riguardo a una potenziale operazione a Rafah e per presentare alternative su come Israele potrebbe colpire Hamas nella città invece di condurre un’invasione su larga scala.
Questi colloqui continueranno, ma la Casa Bianca ha ritenuto che non fossero sufficienti a trasmettere le sue preoccupazioni, ha dichiarato un alto funzionario dell’amministrazione Biden.
“Quando il mese scorso i leader israeliani sembravano avvicinarsi a un punto di decisione su un’operazione di questo tipo, abbiamo iniziato a esaminare attentamente le proposte di trasferimento a Israele di particolari armi che potrebbero essere utilizzate a Rafah”, ha dichiarato il funzionario.
L’esame ha portato a sospendere la scorsa settimana una spedizione di 1.800 bombe da 2.000 libbre e 1.700 bombe da 500 libbre, ha rivelato il funzionario, sottolineando che la Casa Bianca era particolarmente preoccupata che Israele avrebbe usato le bombe da 2.000 libbre a Rafah, densamente popolata, come ha fatto in altre parti di Gaza.
Il funzionario ha chiarito che non è stata presa alcuna decisione definitiva riguardo a questa particolare spedizione.
L’alto funzionario sembra anche confermare una notizia secondo cui gli Stati Uniti avrebbero ritardato la vendita di munizioni da attacco diretto congiunto (JDAM) a Israele, ma ha chiarito che questa transazione era in una fase molto precedente rispetto alla spedizione di bombe pesanti bloccata la settimana scorsa.
“Per alcuni altri casi al Dipartimento di Stato, tra cui i kit JDAM, stiamo continuando la revisione. Nessuno di questi casi riguarda trasferimenti imminenti. Si tratta di trasferimenti futuri”, ha detto il funzionario.
L’alto funzionario ha sottolineato che le spedizioni di armi in esame provengono da fondi stanziati anni fa e non fanno parte degli aiuti che il Congresso ha approvato per Israele il mese scorso.
“Siamo impegnati a garantire che Israele riceva ogni dollaro stanziato nel supplemento”, ha sottolineato l’alto funzionario dell’amministrazione, sottolineando che gli Stati Uniti hanno appena approvato altri 827 milioni di dollari di armi e attrezzature per Israele.
La conferma da parte dell’amministrazione Biden è arrivata ore dopo che diversi suoi portavoce avevano segnalato la loro iniziale approvazione dell’operazione lanciata da Israele martedì mattina presto per conquistare il lato palestinese del valico di frontiera di Rafah con l’Egitto.
I portavoce hanno affermato che gli obiettivi dichiarati da Israele nell’operazione sono legittimi, ma hanno avvertito che questa valutazione potrebbe cambiare se l’offensiva si espandesse e portasse a un ostacolo prolungato alle spedizioni di aiuti a Gaza.
“Quello che ci è stato detto dalle nostre controparti israeliane è che l’operazione di ieri sera è stata limitata e progettata per tagliare la capacità di Hamas di contrabbandare armi e fondi a Gaza”, ha detto il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ai giornalisti durante un briefing.
“Per ora sembra essere un’operazione limitata, ma dipende in larga misura da ciò che verrà dopo”, ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller in un briefing separato.
“Una delle cose che Israele ha detto – e che è molto accurata – è che Hamas [controllava] ancora il lato di Gaza del valico di Rafah, e Hamas continuava a riscuotere le entrate derivanti dall’apertura del valico”, ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato. “Quindi è un obiettivo legittimo cercare di privare Hamas di denaro che potrebbe usare per continuare a finanziare le sue attività terroristiche”.
Da mesi Netanyahu ha dichiarato che le truppe israeliane effettueranno un’operazione per sradicare le ultime roccaforti di Hamas a Rafah, indipendentemente dal raggiungimento di un accordo nei colloqui in corso sugli ostaggi. Secondo i funzionari della difesa israeliana, quattro dei sei battaglioni rimanenti di Hamas si trovano in città, insieme a membri della leadership del gruppo terroristico e a un numero significativo di ostaggi rapiti da Israele durante l’assalto del 7 ottobre che ha scatenato la guerra a Gaza.
L’operazione dell’IDF nella mattina di martedì ha portato alla chiusura del valico di Rafah, una delle porte principali utilizzate per incanalare gli aiuti a Gaza. La chiusura è avvenuta mentre anche il vicino valico di Kerem Shalom è rimasto chiuso dopo che nel fine settimana un attacco missilistico di Hamas ha ucciso quattro soldati dell’IDF e ne ha feriti altri.
La Casa Bianca ha dichiarato che Netanyahu aveva promesso al Presidente Joe Biden, durante una telefonata lunedì, che avrebbe riaperto Kerem Shalom, ma ciò non è avvenuto martedì. I portavoce dell’amministrazione hanno detto che Israele si è impegnato a riaprire Kerem Shalom mercoledì e a riaprire Rafah per i convogli di carburante.
Miller ha fatto una distinzione tra l’operazione al valico di Rafah, che sembrava approvare, e l’annuncio dell’IDF di lunedì che invitava circa 100.000 palestinesi a evacuare dai quartieri orientali della città.
Ha chiarito che l’evacuazione dei civili prima di un’operazione militare è ben accetta in teoria, ma ha accusato Israele di aver compiuto questo passo senza i meccanismi adeguati per prendersi cura degli evacuati una volta trasferiti.
Sempre questa settimana, il Dipartimento di Stato avrebbe dovuto consegnare al Congresso un rapporto per stabilire se l’amministrazione Biden ha accettato le garanzie da parte di Israele di utilizzare le armi americane in conformità con il diritto internazionale.
Il rapporto al Congresso, che sarà reso pubblico, fa parte di una nuova politica istituita da Biden a febbraio, che richiede ai beneficiari degli aiuti esteri di fornire garanzie scritte sull’utilizzo degli aiuti nel rispetto del diritto internazionale e di non ostacolare l’assistenza umanitaria.
La politica è stata delineata in un promemoria che richiedeva al Dipartimento di Stato di presentare una relazione al Congresso entro mercoledì. Martedì, tuttavia, Miller ha indicato che il suo ufficio potrebbe aver bisogno di più tempo per completare il rapporto. “È possibile che slitti di poco”.
In vista della scadenza di mercoledì, i legislatori progressisti hanno intensificato le loro pressioni sull’amministrazione affinché consideri Israele non conforme al diritto internazionale, il che porterebbe probabilmente a una restrizione degli aiuti militari statunitensi.
Ottantotto democratici hanno firmato venerdì una lettera a Biden in cui esprimono “serie preoccupazioni riguardo alla condotta del governo israeliano nella guerra a Gaza, per quanto riguarda il deliberato rifiuto della distribuzione degli aiuti umanitari”.
Israele insiste sul fatto che non blocca gli aiuti che entrano a Gaza e che qualsiasi carenza è il risultato dell’incapacità delle agenzie umanitarie di distribuirli a chi ne ha bisogno. Ha anche sottolineato l’aumento degli aiuti iniziato il mese scorso. L’aumento ha fatto seguito alla minaccia di Biden di cambiare la sua politica sulla guerra se Israele non avesse preso provvedimenti immediati per migliorare la situazione umanitaria a Gaza, che secondo i gruppi per i diritti è sull’orlo della carestia.

(Rights Reporter, 8 maggio 2024)


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L’amico americano

di Niram Ferretti

I fatti sono quello che sono e parlano chiaro. Gli Stati Uniti vogliono che Israele si pieghi a Hamas e che accetti obtorto collo qualsiasi accordo, Joe Biden ha fretta di chiudere la questione Gaza e la sua impazienza sta aumentando.
  Riepiloghiamo i fatti.
  Ieri, l’ufficio politico di Hamas a Doha annuncia che Hamas ha accettato l’accordo proposto da Israele al Cairo con mediazione quatariota. L’accordo di cui parla Hamas, sostanzialmente quello già previsto che contempla quattro mesi di tregua articolati in tre fasi più il rilascio progressivo degli ostaggi e la liberazione di un numero cospicuo di prigionieri palestinesi, ha una rilevante aggiunta di cesello; Israele si ritirerà da Gaza, ovvero, la guerra terminerà con (questo non viene dichiarato ma è implicito), la vittoria conclamata di Hamas.
  A stretto giro, Israele respinge l’esito proposto da Hamas. Passano le ore ed emergono retroscena interessanti. Ufficiali israeliani dichiarano che l’Amministrazione Biden era al corrente delle aggiunte ma che di esse non ha informato lo Stato ebraico. Lo zar della CIA, William Burns, presente al Cairo, avrebbe dato il proprio assenso a quella che viene chiamata eufemisticamente “una controfferta” da parte del gruppo jihadista, e che di fatto è un cappio messo al collo di Israele.
  Così lavorano gli alleati, di chi? a questo punto è del tutto lecito porsi la domanda, soprattutto dopo questa porcata apparecchiata alle spalle di Netanyahu, che pure, non ha fatto altro che assecondare i desiderata della Casa Bianca continuando ad annunciare l’offensiva su Rafah e, al contempo, continuando a differirla. A corredo decorativo del tutto c’è la notizia che gli Stati Uniti stanno ritardando la consegna di migliaia di armi di precisione, quelle che limitano al massimo le vittime civili.
  Nel mentre l’IDF si muove con cautela su Rafah, occupa un valico, sta in attesa, e Burns torna di nuovo al Cairo per concertare con Qatar, Egitto, Hamas, vie di uscite, chissà se ulteriormente punitive nei confronti di Israele.
  Si era pensato di avere toccato il fondo a proposito dell’ostilità americana verso Israele con l’Amministrazione Obama, ma si sa che il fondo non si tocca mai realmente, e l’Amministrazione Biden lo dimostra, la prima, da quando Israele esiste, che sta facendo di tutto per fargli perdere la guerra.

(L'informale, 7 maggio 2024)

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Hamas non ha accettato nessun accordo, ha creato un teatro comunicativo per fare pressione su Israele

L'annuncio del gruppo terroristico per fermare l’operazione a Rafah è la differenza fra una tregua e una farsa. I preparativi per l’offensiva e la lezione da imparare

di Micol Flammini

Il pasticcio è stato credere a Hamas, all’entusiasmo con cui il gruppo ha comunicato di aver accettato la proposta di accordo di Egitto e Qatar. All’annuncio, Israele ha fatto sapere che non si trattava della stessa proposta su cui nei giorni scorsi le delegazioni stavano lavorando al Cairo, ma di un piano diverso che lo stato ebraico non aveva neppure visionato. L’entusiasmo è svanito: Hamas ha organizzato un imbroglio comunicativo, dando l’annuncio di aver accettato una bozza di accordo che non era mai stata sul tavolo e mettendo Israele nelle condizioni di diffidare dai mediatori egiziani e qatarini – con i secondi i rapporti sono già molto tesi. Il teatro comunicativo di Hamas, con i preparativi per l’attacco israeliano alla città di Rafah, aveva l’obiettivo di creare quella pressione internazionale contro Gerusalemme a cui i terroristi si affidano per ottenere la fine definitiva della guerra alle loro condizioni. Il ministro israeliano Nir Barkat, durante un incontro con i giornalisti a cui il Foglio ha partecipato, ha detto che è impossibile negoziare con Hamas senza “puntargli il coltello alla gola”, è a questo che servono i preparativi per l’attacco contro la città di Rafah, di cui ieri Israele ha iniziato a evacuare la parte orientale, quella più vicina al suo confine. Tsahal ha calcolato che sono circa centomila le persone che dovranno lasciare quella parte della città che si trova nel sud della Striscia di Gaza,  in cui si nascondono quattro battaglioni di Hamas e che più che una città ormai è diventata il  suono di una minaccia.
  Quando sui tavoli negoziali si sente pronunciare il nome “Rafah”, vuol dire che tutto potrebbe cambiare. Il problema è che la parola “Rafah” è stata detta e ridetta, sussurrata e urlata e adesso che Israele si prepara a iniziare l’offensiva il gruppo voleva fermarla con il suo annuncio senza mai però aver accettato davvero l’accordo.   La farsa di Hamas era iniziata domenica: il primo atto c’era stato mentre le delegazioni erano al Cairo per   trattare, e il gruppo aveva colpito il valico di Kerem Shalom, che collega Israele alla Striscia di Gaza e da cui entrano gli aiuti umanitari. L’attacco ha ucciso quattro soldati e Hamas sapeva che lo stato ebraico avrebbe reagito preparandosi per andare a Rafah, mostrando che esiste un piano per evacuare i civili e per colpire le postazioni dei terroristi. L’operazione a Rafah non è ancora partita, è in fase di preparazione, Tsahal dice di essere pronto, ha lanciato dei volantini per comunicare agli abitanti della parte est della città come raggiungere la città costiera di al Mawasi e Khan Younis, la città originaria di Yahya Sinwar da cui l’esercito israeliano si è ritirato a marzo. Israele ha poi condotto dei bombardamenti contro le postazioni da cui è partito l’attacco contro Kerem Shalom, ma le intenzioni dell’esercito non sono quelle di una grande offensiva, ma di un attacco limitato, in grado di poter far pressione su Hamas al tavolo dei negoziati.
  Prima che il gruppo facesse il suo falso annuncio, la linea di Israele era quella di usare Rafah per ottenere un accordo. Gli egiziani hanno riconosciuto che a dissipare l’atmosfera ottimistica di sabato, quando sembrava che le posizioni per un’intesa si stessero allineando, sia stato l’attacco di Hamas contro Kerem Shalom, e hanno chiesto a Israele di non creare le condizioni per un’invasione che porterebbe il caos al confine: oltre Rafah c’è la barriera che divide la Striscia con l’Egitto, gli egiziani hanno detto che non accoglieranno profughi e non vogliono l’esercito israeliano troppo vicino alla frontiera. Gli Stati Uniti hanno detto e ripetuto più volte a Israele che non approveranno un’operazione contro Rafah senza un piano di evacuazione dettagliato. Ieri il presidente americano Joe Biden e il primo ministro Benjamin Netanyahu hanno parlato al telefono per trenta minuti.    Biden ha chiesto a Netanyahu di riaprire il valico di Kerem Shalom, chiuso dopo l’attacco di Hamas. L’attenzione degli Stati Uniti è ancora sull’evitare una crisi umanitaria, mentre proseguono spediti i lavori per la costruzione del molo che dovrebbe permettere l’arrivo via mare di un numero maggiore di aiuti. Il molo dovrebbe essere pronto a giorni e il suo funzionamento non verrebbe intaccato da un’operazione pesante a Rafah.  
  In tutta la Striscia sono rimasti sei battaglioni di Hamas, due si trovano nella parte centrale, quattro sono a Rafah e sono quelli che hanno subìto meno perdite durante la guerra. Il piano di Israele è di liberare un quartiere alla volta, un’operazione come quella condotta a Gaza city non è più immaginabile e neppure necessaria.  In questo momento, nonostante sia indebolito, Hamas ha  ancora le capacità di ricostituirsi e lo dimostra l’abilità di tornare nelle zone da cui l’esercito si è già ritirato, di improvvisare postazioni di lancio di missili che sono efficaci. La pressione internazionale e la condanna esplicita contro Israele hanno portato spesso Tsahal a ritirarsi prematuramente dalle zone in cui ha combattuto. Hamas ha risposto disperdendo i suoi battaglioni, li ha trasformati in piccole squadre di pochi uomini, in attesa che l’assalto dell’esercito israeliano finisse. Per debellare Hamas e per scoprire dove sono gli ostaggi Israele avrà bisogno di rimanere più a lungo a Rafah, dovrà fare quello che per esempio non ha fatto a Khan Younis.   

Il Foglio, 7 maggio 2024)

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L’incubo del 7 ottobre e il ricordo della Shoah: la storia di Olesh tra passato e presente

di Michelle Zarfati

Oltre 200 persone la scorsa domenica si sono riunite in una casa a Gerusalemme per onorare una versione un po’ diversa dell’annuale appuntamento con Zikaron Basalon, la “memoria in salotto”. Tante famiglie, i cui cari sono stati rapiti a Gaza il 7 ottobre, si sono ritrovate per ascoltare ancora una volta le atrocità avvenute ad ottobre che sembrano essersi ripetute dopo la Shoah. Tamar Pearlman, un’ex insegnante delle scuole superiori, ha condiviso la storia di suo zio “Olesh”, Alex Dancyg, 75 anni, residente del Kibbutz Nir Oz che è stato preso in ostaggio dai terroristi di Hamas il 7 ottobre insieme ad altri 251 membri dello stesso kibbutz. La donna ha raccontato la storia della famiglia di Olesh, dei suoi nonni materni che fuggirono da Varsavia all’inizio della Seconda guerra mondiale alla volta della Russia – una storia di sopravvivenza e di piccoli miracoli. La coppia ebbe poi una figlia piccola, la madre di Pearlman, che venne nascosta da una donna non ebrea.
  La coppia tornò poi dopo la guerra in Russia per ricongiungersi con la figlia. La famiglia si stabilì quindi a Varsavia dove nacque Alex Dancyg nel 1948. Vissero in Polonia fino a quando emigrarono in Israele nel 1957. In Israele, Dancyg si unì al gruppo giovanile sionista laburista Hashomer Hatzair e comincio la sua vita costruendo una sua casa nel Kibbutz Nir Oz, dove si sposò ed ebbe quattro figli.
  La storia degli ebrei della Polonia e della sua famiglia ha ispirato la carriera di Tamar Pearlman, e anche di suo zio, divenuto un insegnante anch’esso e noto studioso della Shoah. L’uomo si è infatti impegnato a insegnare ai giovani israeliani la storia e la cultura della città di Varsavia.
  Dancyg era a casa da solo il 7 ottobre, dopo aver trascorso la serata precedente con suo figlio Matti e la sua famiglia residente a Nir Oz. I membri della famiglia erano in contatto con lui quella mattina.
  I figli di Dancyg e altri parenti sono sopravvissuti, dopo che il suo genero ha affrontato i terroristi in salotto. La sua ex moglie si è nascosta nella sua stanza di sicurezza del kibbutz con due nipoti adolescenti, tenendo chiusa la porta per otto ore.
  Dancyg è stato preso in ostaggio da Hamas e dalla fine di novembre, quando circa 100 ostaggi sono stati rilasciati in un accordo di tregua temporanea, non si hanno notizie dell’uomo. Alcuni degli ostaggi che erano stati a contatto con Dancyg in prigionia hanno raccontato alla famiglia delle lezioni che l’uomo impartiva sulla Shoah nei tunnel di Gaza. “Dopo tutto ciò che i miei nonni hanno passato, speriamo ancora che mio zio sia vivo. Noi ci crediamo e lo aspettiamo”, ha detto Pearlman.

(Shalom, 7 maggio 2024)

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Israele ha preso il controllo del valico di Rafah

Nella Striscia di Gaza è il punto in cui entra la maggior parte degli aiuti umanitari e da cui parte una delle arterie principali. Il piano per affidarne la gestione ai civili non collegati a Hamas e la pressione per ottenere un accordo.

di Micol Flammini

Alle 7 del mattino, ora di Gerusalemme, l’esercito israeliano ha detto di aver preso il controllo del valico di Rafah dalla parte della Striscia di Gaza, dall’altra c’è l’Egitto che in questi giorni teme che le manovre militari israeliane nella parte sud della Striscia possano portare i palestinesi ad accalcarsi lungo la frontiere nel tentativo di fuggire dal lato egiziano. Il valico di Rafah è uno dei punti più importanti per l’ingresso degli aiuti umanitari, è attraverso la sua porta che entra la maggior parte dei camion carichi di rifornimenti, ma finora Israele non era mai arrivato a controllarlo. Controllare il passeggio significa indebolire la capacità di Hamas di capire e appropriarsi di cosa entra nella Striscia di Gaza e aiuta a fermare eventuali tentativi di fuga da parte dei terroristi. Secondo Axios, nei prossimi giorni Israele vorrebbe che fossero i civili palestinesi che non sono collegati a Hamas a impegnarsi nel controllo e nella distribuzione degli aiuti che entrano dall’Egitto. 
  Durante la notte Israele ha colpito diverse postazioni di Hamas nella parte orientale della città di Rafah, da dove ieri mattina aveva chiesto a centomila civili di evacuare perché sarebbero iniziati i bombardamenti. L’esercito aveva lanciato volantini dal cielo e fatto telefonate in arabo, non tutti i civili hanno deciso di andarsene, ma il movimento verso Khan Younis e al Mawasi – designate come zone umanitarie – è stato massiccio. La pressione sulla città di Rafah, in cui rimane il grosso della potenza militare di Hamas – quattro battaglioni che non sono stati scalfiti dai combattimenti dei mesi scorsi e anche la leadership del gruppo – è aumentata dopo l’annuncio di ieri del gruppo terrorista di aver accettato la proposta per un cessate il fuoco, basandosi su una bozza che Israele non aveva mai visionato prima. Non si trattava dell’accordo su cui si erano concentrati i negoziati nelle scorse settimane, ma di una bozza nuova che conteneva le richieste di Hamas e che tutto il gabinetto di guerra israeliano ha criticato. Il gruppo terrorista ha detto di aver agito con l’appoggio dei mediatori egiziani e qatarini e anche con le rassicurazioni degli Stati Uniti, nessuno per il momento ha confermato la versione di Hamas. 
  L’inizio delle manovre a Rafah non ha chiuso la fase negoziale, Israele manderà oggi una sua delegazione al Cairo. 

Il Foglio, 7 maggio 2024)

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La strategia "spalle al muro" e l'apertura dei jihadisti. Funziona la minaccia di Bibi

Rapido voltafaccia di Haniyeh dopo i colpi dell'Idf. Il governo israeliano lo bolla come un bluff. E non vuole ritirare i carri armati da Gaza

di Fiamma Nirenstein

È venuta sul tramonto mediorientale del giorno della Shoah israeliano, mentre dalla zona orientale di Rafah (non proprio dalla città dunque) si alzava una nuvola causata da un paio di proiettili israeliani, i carri armati sul bordo si preparavano a eventuali prossime azioni, gli abitanti delle zone più fitte si avviavano verso le strutture di soccorso preparate da israeliani e americani verso Khan Younis: dopo mesi di tentennamenti con la decisione di entrare nella roccaforte di Sinwar, il capo di Hamas Ismail Hanyeh evidentemente non indifferente all'ingresso israeliano, telefona al presidente del Qatar e gli dice che accetta la tregua proposta dai mediatori egiziani.
  È un accordo sulla restituzione di parte degli ostaggi, su cui aveva detto di no alle 16? Quanti? Quando? Chi? Contro quanti prigionieri palestinesi? Non si sa ancora niente. Per ora il governo israeliano annuncia che «è un trucco», una proposta di Egitto e Qatar non concordata. Ma la sorpresa non è piccola: è la prima volta che Hamas accetta l'accordo per un cessate il fuoco e lo fa proprio nel modo in cui aveva previsto Israele, da Netanyahu a Gantz: dietro pressione militare. Il quasi ingresso di Israele a Rafah invece di chiudere porte, come da troppo sempre sostiene il consesso internazionale bloccando Israele, ne sta aprendo di inusitate.
  La telefonata di ieri fra Joe Biden e Benjamin Netanyahu deve aver avuto momenti drammatici ma significativi. Bibi potrebbe aver detto a Biden: «Ho cercato di temporeggiare il più possibile, anche perché odio le stupidaggini che dicono su di me, specie sul New York Times, quando sostengono che dei rapiti non importa nulla e che butto per aria le trattative apposta, tenendo in piedi la guerra per restare al mio posto. Avrei voluto aspettare, anche se sapevo che Hamas ci prende in giro con una sadica attesa senza speranza. Ma mi capisci: dopo che ieri i terroristi hanno sparato i loro missili da Rafah, con precisione e con conoscenza della posizione dei nostri presidi militare, e mi hanno ucciso quattro soldati mentre altri 11 sono feriti, mi è difficile evitare l'azione. Era indispensabile dall'inizio. Sarò cauto, cercherò di tenere ancora la porta aperta all'accordo sui rapiti, osserverò più che posso la strada umanitaria, cominciando con lo spostamento della gente in zone sicure. Ma devo eliminare la forza militare di Hamas e quindi entrare a Rafah, cercare i miei poveri rapiti: Sinwar non li rende con le buone e devo anche mettercela tutta per prenderlo». E Biden potrebbe aver risposto: «Ti capisco. Ma sai benissimo che se entri a Rafah io non potrò altro che disapprovarti, come tutto il mondo. Il rischio per la gente non può essere accettato né da me né dai miei elettori. Anche io voglio eliminare Hamas, ma non posso pagare questo prezzo perché ne va del futuro stesso degli Usa e mio personale». Probabilmente nel frattempo Biden premeva sull'Egitto e sul Qatar perché spingessero Sinwar ad accettare. Forza militare da una parte e pressione americana dall'altra, qualcosa si è mosso. Netanyahu deve aver spiegato che spera appaiano i rapiti e si possa smettere di combattere, che si terrà sul margine di Rafah, che punta soprattutto a controllare lo Tzir Filadelfi, la zona cuscinetto strategica al confine con l'Egitto. Se non va a Rafah, come si è visto dal bombardamento su Kerem Shalom, mai gli israeliani potranno tornare a vivere a Sderot e nei kibbutz..
  Israele ora è certo che entrare a Rafah era la strada giusta per costringere Sinwar a passi inusitati. Biden può aver detto a Bibi che la guerra può incattivirsi e avrà minacciato di bloccare tutti quei proiettili che per ora non lasciano le mani americane. E Israele ne ha molto bisogno. Netanyahu ha deciso e adesso devono riapparire all'orizzonte i rapiti perché cambi idea. Israele entra ma aspetta, l'America condanna ma poco. Hamas da una parte ha detto agli israeliani «Attenti, non sarà un picnic» ma poi è corso a telefonare accettando qualcosa che non aveva mai accettato. Finora Sinwar ha impedito la tregua che salvava vite e favoriva Biden. Ora può darsi che stia cercando di salvarsi la vita o di prendere di nuovo in giro tutti quanti.
  Ma Israele ha le truppe già dentro, e (per ora) nessuna intenzione di spostarle.

(il Giornale, 7 maggio 2024)

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Israele attacca Fatah e boccia la tregua annunciata da Hamas

Israele mette fine al gioco delle tre carte di Hamas e rifiuta il cessate il fuoco: «Chieste condizioni inaccettabili».

di Stefano Piazza

Il raid di Israele su Rafah dopo l’ordine di evacuazione ai civili, smaschera la pantomima di Hamas. Che nel tardo pomeriggio di ieri annuncia di aver accettato l'accordo sul cessate il fuoco, ma riceve l'immediato alt da Gerusalemme: «Le vostre condizioni sono inaccettabili». Stati Uniti (Joe Biden ha sentito Benjamin Netanyahu), Europa e Arabia Saudita continuano a opporsi all'idea di un'operazione di terra nella città a Sud della Striscia di Gaza, ma i vertici dello Stato ebraico assicurano che l'intervento sarà limitato e mirerà alla cattura dei terroristi.
  Il capo dell'ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha informato il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, e il capo dell'intelligence egiziana, Abbas Kamal, del sì del gruppo jihadista palestinese alla proposta dei due Paesi arabi per un cessate il fuoco. Lo riferisce Hamas, il cui leader-ha fatto sapere il ministro degli Esteri iraniano - ha aggiunto che « la palla è in mano» a Gerusalemme. Un funzionario israeliano ha commentato: «In attesa di dettagli sull'annuncio di Hamas. Esamineremo la risposta di Hamas. E cercheremo di capire cosa Hamas ha accettato e cosa no». Per la radio dell'esercito israeliano, «Hamas ha effettivamente approvato una proposta egiziana ammorbidita che è inaccettabile per Israele».
  Lo sviluppo arriva dopo una giornata ad alta tensione, iniziata all'alba con le Forze di difesa israeliane (Idf) che hanno avviato l'evacuazione dei civili palestinesi da Rafah verso i campi profughi nelle aree di Khan Yunis e al-Mawasi, dopo il lancio di volantini che invitavano la popolazione ad allontanarsi. Dopo la riposta positiva di Hamas (forse) tutto può cambiare, come ha spiegato un alto funzionario israeliano, che ha parlato con Ynet: «Tutto è reversibile, se Hamas accetterà un accordo i preparativi per l'attacco a Rafah potrebbero essere fermati». L'Idf ha specificato che si tratta comunque «di un'operazione di portata limitata mirata a spostare circa 100.000 persone». In tal senso è possibile che non si arrivi comunque a un'invasione di massa, ma a una serie di azioni mirate alla ricerca degli ostaggi e alla cattura dei capi militari di Hamas, Yaya Siwar e Mohammed Deif.
  Non entrare in massa a Rafah accontenterebbe l'amministrazione americana, contraria a un attacco su larga scala, come ribadito ancora ieri da Joe Biden a Benjamin Netanyahu, e lo stesso vale per la Francia, l'Inghilterra, l'Egitto e l'Arabia Saudita, che resta sullo sfondo delle trattative in prospettiva di un accordo con Israele. Hamas attraverso Al Jazeera ha fatto sapere che «l'operazione di terra a Rafah non sarà un picnic per le Forze israeliane. La nostra coraggiosa resistenza, guidata dalle Brigate al Qassam, è pienamente preparata a difendere il nostro popolo». Poi il gruppo jihadista ha lanciato un appello alla comunità internazionale «ad agire con urgenza per fermare l'incursione di Israele, che minaccia le vite di centinaia di migliaia di civili» i quali, va ricordato, sono usati da Hamas come scudi umani.
  A proposito di questo, l’Unrwa si è rifiutata di evacuare una zona di guerra: si tratta della prima volta nella storia che un'agenzia umanitaria si allinea alla posizione di un gruppo terrorista. Sempre a proposito di figure poco credibili, su X è intervenuto l'alto rappresentante Ue, Josep Borrell: «Gli ordini di evacuazione di Israele ai civili di Rafah fanno presagire il peggio: più guerra e carestia. E’ inaccettabile. Israele deve rinunciare a un'offensiva di terra e attuare la risoluzione 2728 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L'Ue, insieme alla comunità internazionale, può e deve agire per evitare questo scenario». Una parola sul fatto che Hamas non libera gli ultimi ostaggi ancora in vita detenuti da ormai sette mesi? Oppure la richiesta ad Hamas di aderire alla proposta da tutti ritenuta «la migliore possibile»? Ovviamente no.
  Ieri mattina l'ufficio di Netanyahu ha risposto alle affermazioni del funzionario di Hamas, Moussa Abu Marzouk, e di un funzionario israeliano anonimo, secondo le quali il primo ministro israeliano è responsabile della nuova impasse nei colloqui su cessate il fuoco e scambio di prigionieri. In una dichiarazione, l'ufficio del premier ha sottolineato: «L'affermazione secondo cui il primo ministro Netanyahu, e non Hamas, avrebbe silurato l'accordo sulla liberazione degli ostaggi, è una completa menzogna e intenzionalmente fuorviante per il pubblico. La verità è esattamente l'opposto: Hamas è quello che manda all'aria ogni accordo, rifiutandosi di spostarsi di un millimetro dalle sue richieste estreme che qualsiasi governo israeliano in Israele non sarebbe in grado di accettare - in primo luogo, che Israele si ritiri completamente da Gaza e porre fine alla guerra, cosa che permetterà ad Hamas di rinnovare il controllo militare di Gaza e di riorganizzarsi per il prossimo 7 ottobre, come aveva promesso di fare».
  Come detto, nulla è irreversibile e la presenza del capo della Cia, William Burns, a Gerusalemme, dove ha incontrato Netanyahu, mostra che il filo della trattativa forse non si è ancora spezzato.
  Si è appreso da fonte militare che un quarto soldato israeliano è stato ucciso nell'attacco di Hamas avvenuto domenica presso il valico di Kerem Shalom. La vittima è Michael Rozel, 18 anni, della Brigata Nahal. Secondo l'Idf Hamas ha lanciato almeno 15 colpi di mortaio da una distanza di 300 metri da una zona umanitaria vicino a Rafah, nel Sud della Striscia di Gaza. Nell'attacco sono rimasti feriti altri 12 soldati, di cui tre in gravi condizioni. Israele ha reagito e secondo fonti sanitarie e di soccorso, nella Striscia di Gaza controllate da Hamas, 21 persone hanno perso la vita in seguito a due bombardamenti condotti dall'aviazione israeliana nel campo profughi di Yebna e nei pressi di al-Salam. Israele aveva chiuso il valico, ma ieri il premier, durante il colloquio con Biden, «ha concordato di garantire che il valico di Kerem Shalom sia aperto per l'assistenza umanitaria a chi ne ha bisogno». Visti gli sviluppi la sensazione è che le prossime 48-72 ore saranno decisive, con gli israeliani ormai pronti a entrare a Rafah.

(La Verità, 7 maggio 2024)

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La sceneggiata mediatica di Hamas sull’accordo con Israele

di Ugo Volli

• Il negoziato
  Nella convulsa e confusa trattativa fra Israele e Hamas, condotta con molta insistenza da Stati Uniti, Egitto e Qatar, ieri sera c’è stata una serie di colpi di scena. Israele aveva dichiarato qualche giorno fa di accettare “un’offerta molto generosa” (così definita dal segretario di Stato Usa Blinken) che comprendeva la rinuncia per il momento a entrare nell’ultima roccaforte di Hamas Rafah, una tregua di 6 settimane, la liberazione di una trentina di rapiti in cambio del rilascio di un numero molto più alto di terroristi condannati e detenuti nelle carceri israeliane, il permesso di un rientro controllato di parte degli abitanti di Gaza Nord. È un accordo che ha suscitato parecchie critiche in Israele, proprio per il fatto di concedere moltissimo a Hamas. Nel pomeriggio di ieri sembrava che anche questa proposta fosse stata rifiutata come le precedenti da Hamas, che aveva annunciato il ritiro della sua delegazione dalla sede delle trattative al Cairo. Israele aveva minacciato di iniziare le operazioni a Rafah se Hamas non avesse accettato l’accordo entro una settimana e aveva iniziato a distribuire alla popolazione civile della città volantini e messaggi con le istruzioni per allontanarsene verso una zona al sicuro dei prossimi combattimenti.

• Il colpo di scena
  Poi è venuto il primo colpo di scena. Hamas ha annunciato con molto clamore di aver accettato la proposta di cessate il fuoco. Sembrava che si aprisse una prospettiva di liberazione per i rapiti. Però rapidamente è emerso che ciò che i terroristi accettavano non era la proposta di Israele, ma un’altra formulata dal Qatar (che copre il doppio e contraddittorio ruolo di mediatore ufficiale e di protettore di fatto dei terroristi) e dall’Egitto (che ha una posizione contraddittoria anch’esso, perché vorrebbe apparire come difensore degli abitanti di Gaza ma rifiuta in tutti i modi di accoglierli sul suo territorio che confina con la Striscia e in particolare con Rafah).

• L’obiettivo di Hamas
  Da quel che si sa, questa proposta accettata da Hamas differisce da quella cui Israele aveva consentito soprattutto in un punto ma fondamentale. Per i terroristi il cessate il fuoco è solo un passaggio verso la fine immediata della guerra, senza la conquista di Rafah, la distruzione delle loro forze militari ancora organizzate che vi hanno sede, senza la cattura o l’eliminazione dei capi che hanno condotto prima il pogrom del 7 ottobre e poi la guerra di questi mesi. In sostanza quel che vuole Hamas è restare al potere a Gaza ed espellerne l’esercito israeliano, il che naturalmente significherebbe evidentemente la sconfitta dello stato ebraico, perché sarebbe la premessa della ripetizione di stragi come quella di sette mesi fa. Tutti i sacrifici sostenuti da Israele, tutti i morti, tutto il costo economico e umano di questi mesi sarebbero vanificati. È chiaro che questa resa dello stato ebraico – l’obiettivo di Hamas – sarebbe una catastrofe storica per Israele e una vittoria altrettanto storica per il terrorismo e l’Iran che lo sostiene e lo dirige. Il rifiuto di Israele era ovvio ed è stato sottolineato dall’operazione militare per cui l’esercito ha colpito ieri notte numerosi obiettivi terroristici a Rafah ed ha anche preso il controllo del valico con l’Egitto, un passo importante che rassicura il paese vicino e sigilla l’enclave terrorista.

• Le ragioni della sceneggiata
  Perché dunque è avvenuta la sceneggiata di Hamas? Bisogna ricordare sempre che “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi” (Clausewitz). Hamas è molto abile a fare politica contro Israele e sa che può vincere solo su questo piano, non su quello delle armi. Dalla sua ha chiaramente l’alleanza guidata dall’Iran, appoggiata sullo sfondo da Russia e Cina, ma anche l’orribile rigurgito antisemita che circola per l’estrema sinistra e le università occidentali. Ma può contare anche sulla pavidità europea e dell’amministrazione americana che per opportunismo di politica interna considerano importante una pace qualunque magari pessima ma veloce, rifiutando di accettare i sacrifici necessari per l’eliminazione di un terrorismo che non minaccia solo Israele ma anche tutto l’Occidente. Hamas specula anche sulle divisioni della società israeliana, sulla tentazione della sinistra di dare una spallata contro Netanyahu e sul legittimo desiderio delle famiglie dei prigionieri di fare qualunque cosa per liberarli, anche se la logica politica e militare chiede di privilegiare l’eliminazione di Hamas su compromessi che riprodurrebbero il rischio. L’annuncio era una delle molte mosse di Hamas per cercare di bloccare e sconfiggere Israele. La pressione sul governo israeliano oggi è enorme, e Hamas lo sa bene. Non a caso Netanyahu ha scelto l’altro ieri l’occasione solenne delle celebrazioni di Yom HaShoà per dichiarare che “il mondo deve sapere che se ci lascerà soli ad affrontare il terrorismo, lo faremo da soli”.

(Shalom, 7 maggio 2024)

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Dati allarmanti dall’Antisemitism Worldwide Report 2023

di Anna Balestrieri

“Se le tendenze attuali continueranno, calerà il sipario sulla possibilità di condurre una vita ebraica in Occidente: indossare una stella di David, frequentare sinagoghe e centri comunitari, mandare i figli in scuole ebraiche, frequentare un club ebraico nel campus o parlare ebraico”.
  Giunge in una serata dolorosa, l’erev Yom ha-Shoah, dedicata al ricordo delle vittime dell’Olocausto, la notizia della pubblicazione del Rapporto Mondiale sull’Antisemitismo per il 2023. I dati sono tutt’altro che rassicuranti e segnalano un aumento degli episodi di antisemitismo in tutto il mondo, in particolare nei Paesi occidentali, con incrementi significativi rilevati in vari paesi, tra cui Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Argentina, Germania, Brasile, Sudafrica, Messico, Paesi Bassi, Italia e Austria.
  Questa impennata è da attribuirsi solo in parte alla guerra in risposta al pogrom del 7 ottobre. La maggior parte dei paesi con una significativa popolazione ebraica ha registrato un aumento del numero di incidenti di matrice antisemita già nei primi nove mesi del 2023, prima dell’inizio della guerra. Secondo il report, “il 7 ottobre ha contribuito a diffondere un incendio che era già fuori controllo.”
  Il Rapporto, di 150 pagine, comprende saggi approfonditi su diversi Paesi e uno studio sui profili dei diffusori di contenuti antisemiti sui social media. Sottolinea come i discorsi d’odio si articolassero già prima che Israele lanciasse la sua campagna a Gaza, anche nei principali campus universitari, e invita quindi a non considerare la recente ondata di antisemitismo come una risposta emotiva alla guerra. La politica di alcuni aggressori antisemiti di dichiarare che “il loro problema è con Israele, non con gli ebrei, per poi attaccare gli ebrei e le istituzioni ebraiche” dovrebbe essere smascherata.

• L’antisemitismo negli USA
  Va sottolineato che la minaccia non proviene solo dalle “fonti convenzionali” dell’odio antiebraico degli ultimi decenni, ossia gli attivisti dell’estrema sinistra. Un Rapporto dell’Università di Tel Aviv sull’antisemitismo negli Stati Uniti afferma che “Contrariamente alla saggezza convenzionale, gli incidenti del dopo 7 ottobre sono stati guidati anche dall’estrema destra americana. Neonazisti, suprematisti bianchi e altri hanno glorificato Hamas e hanno usato la guerra per diffondere propaganda antisemita e teorie cospirative, secondo le quali la crisi farà avanzare la sostituzione della maggioranza bianca in Occidente con i migranti provenienti dal Medio Oriente. Negli Stati Uniti le frange stanno invadendo il centro politico sia da destra che da sinistra, rendendo molto più difficile la lotta all’antisemitismo.”
  Secondo il Rapporto dell’Anti-Defamation League, a New York, la città con la più grande popolazione ebraica al mondo, la Polizia ha registrato 325 crimini di odio antiebraico nel 2023 rispetto ai 261 registrati nel 2022, la Polizia di Los Angeles ne ha registrati 165 rispetto a 86, e ne ha registrati 50 rispetto a 39. L’ADL ha registrato 7.523 incidenti nel 2023 rispetto ai 3.697 del 2022 (e secondo una definizione più ampia, 8.873); il numero di aggressioni è passato dalle 111 nel 2022 alle 161 nel 2023 e quello degli atti vandalici da 1.288 a 2.106. Le università si sono attrezzate con uno speciale kit per la denuncia online di episodi antisemiti alle autorità competenti.

• L’antisemitismo in altri paesi con significative comunità ebraiche
  Anche in altri Paesi si è assistito a un drammatico aumento del numero di attacchi antisemiti, secondo i dati raccolti dal Rapporto da agenzie governative, autorità di polizia, organizzazioni ebraiche, media e ricerche sul campo.
  È da segnalare l’impossibilità di tracciare episodi di violenza in paesi come la Federazione Russa.

• La mancanza di misure efficaci contro il diffondersi dell’antisemitismo
  Secondo il Prof. Uriya Shavit, responsabile del “Centro per lo Studio dell’Ebraismo Europeo Contemporaneo” e dell'”Irwin Cotler Institute”, se le tendenze attuali continueranno, la vita ebraica in Occidente potrebbe essere gravemente compromessa. Critica la mancanza di misure efficaci contro l’antisemitismo e suggerisce di delegare la responsabilità di combatterlo al Ministero degli Affari Esteri.
  “Non siamo nel 1938 e nemmeno nel 1933”, ricorda Shavit. “Eppure, se le tendenze attuali continueranno, calerà il sipario sulla possibilità di condurre una vita ebraica in Occidente: indossare una stella di David, frequentare sinagoghe e centri comunitari, mandare i figli in scuole ebraiche, frequentare un club ebraico nel campus o parlare ebraico”. Shavit rivolge il suo “j’accuse” e le sue critiche al Ministero per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo, definendolo “ridondante”: “un piccolo esempio di quanto lo sia: qualche mese fa, in un altro rapporto, abbiamo notato che il link fornito sul loro sito web in inglese per la segnalazione di incidenti antisemiti porta a una pagina vuota. La cosa ha fatto notizia sui media. E cosa è successo? Niente. Nessuno si è preoccupato di risolvere il problema. La pagina continua a essere vuota. Non ci sono limiti alla negligenza e alla mancanza di professionalità”.

• L’allarme dell’Anti-Defamation League: è l’anno più cupo della nostra storia
  Jonathan Greenblatt dell’ADL descrive l’impennata di incidenti antisemiti come uno “tsunami di odio” dopo il pogrom del 7 ottobre, sottolineando la necessità di agire per affrontare questa minaccia.
  I numeri del rapporto sono impressionanti e segnano l’anno più cupo nella storia dell’Anti-Defamation League, che opera da più di un secolo e si occupa di questo audit da 45 anni.

Qui il report completo

(Bet Magazine Mosaico, 7 maggio 2024)

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Negoziati Hamas-Israele in stallo. Gli States negano aiuti a Netanyahu

Niente accordo su cessate il fuoco e scambio ostaggi. Segnale Usa a Gerusalemme

di Stefano Piazza

La delegazione di Hamas ha consegnato nel tardo pomeriggio di ieri la risposta «ai fratelli mediatori di Egitto e Qatar, dove si sono tenuti colloqui approfonditi e seri». Di seguito, la delegazione di Hamas ha lasciato Il Cairo per consultazioni e tornerà martedì per nuovi negoziati. Lo riferisce l'emittente egiziana Al-Qahera, citando una fonte informativa. Contestualmente, il capo della Cia, William Burns, è giunto a Doha per un incontro col primo ministro Mohammed Bin Abdul Rahman alThani, con l'intento di discutere l'impegno per raggiungere un accordo sugli ostaggi a Gaza.
  Questa notizia è stata riportata da Barak Ravid, del sito Axios, citando fonti informate. Secondo quanto riportato dalla Cnn - che cita anonimi funzionari statunitensi e israeliani - la finalizzazione di un eventuale accordo per un cessate il fuoco a Gaza potrebbe richiedere ancora diversi giorni. Le fonti indicano che qualsiasi possibile intesa che combinasse un temporaneo cessate il fuoco con il rilascio degli ostaggi a Gaza «sarebbe seguita da negoziati approfonditi sui dettagli dell'accordo». Mentre la delegazione di Hamas si trovava al Cairo per gli incontri con i mediatori, il direttore del Mossad David Barnea è rimasto in Israele, segnale che mostra come le parti siano lontane dall'intesa, mentre Axios scrive che gli States la settimana scorsa hanno sospeso la consegna di munizioni a Israele. È una mossa che preoccupa Tel Aviv.
  Poco prima di consegnare la risposta ai mediatori su Telegram, il capo di Hamas lsmail Haniyeh ha scritto: «Hamas vuole raggiungere un accordo globale che ponga fine all'aggressione, garantisca il ritiro dell'Idf e raggiunga una seria intesa sullo scambio di prigionieri. Che senso ha un accordo se il cessate il fuoco non è il suo primo risultato? Abbiamo mostrato flessibilità ma il punto di partenza è la fine della guerra». Immediata la risposta di Netanyahu: «E’ Hamas che impedisce un accordo per il rilascio degli ostaggi, Israele era ed è tuttora pronto a concludere una tregua nella lotta per liberare i nostri rapiti, ma Hamas è trincerato nelle sue posizioni estreme, prima fra tutte la richiesta di ritirare tutte le nostre forze da Gaza. Pertanto, Israele non accetterà le richieste di Hamas».
  Ieri 10 razzi e colpi di mortaio hanno colpito il valico di Kerem Shalom, al confine fra Israele e Striscia di Gaza. Hamas ha rivendicato l'attacco, dichiarando di aver preso di mira una base militare e affermando che ci sono vittime israeliane. Secondo quanto riportato dal quotidiano Haaretz, almeno 10 persone sono rimaste ferite e sono state trasportate in ospedale. A seguito dell'attacco, il valico, che è utilizzato per la distribuzione di aiuti umanitari, è stato chiuso.
  Sempre nella giornata di ieri le forze israeliane hanno confermato che sono stati lanciati circa 65 razzi dal Libano alcuni dei quali, secondo il Times of Israel, sono stati intercettati. Infine, il governo israeliano ha votato all'unanimità per chiudere tutte le attività del network qatariota Al Jazeera e il segnale via cavo dell'emittente è stato spento. L'ufficio del ministro israeliano delle Comunicazioni, Shlomo Karhi, ha più volte affermato di avere prove che i giornalisti di Al-Jazeera «stavano passando informazioni sensibili al nemico», ad esempio sulle posizioni di truppe israeliane. Poi, nel febbraio scorso, l'esercito israeliano ha anche pubblicato prove che dimostrano che i corrispondenti di Al-Jazeera Muhammed Wishah e lsmail Abu Omar erano comandanti militari di Hamas e Abu Omar si è addirittura filmato mentre partecipava agli attacchi del 7 ottobre.

(La Verità, 6 maggio 2024)

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Razzi da Rafah: tre vittime. Biden ferma carico di armi

Israele chiude il valico di Kerem Shalom dopo un attacco: soldati morti. E gli Usa sospendono gli aiuti

di Matteo Sacchi

Mentre la diplomazia internazionale prosegue faticosamente il suo lavoro sul terreno gli scontri e le provocazioni non si fermano, anche se nella giornata di ieri sono stati relativamente a bassa intensità. Israele ha nuovamente chiuso il varco di Kerem Shalom, che divide la Striscia di Gaza e il territorio israeliano, dopo che alcuni razzi sono stati lanciati proprio nella direzione del varco dalla città di Rafah.
  Secondo i cronisti del Jerusalem Post almeno tre soldati sono morti e undici sono rimasti feriti nell'attacco a un campo militare vicino al valico, utilizzato da migliaia di camion per consegnare aiuti umanitari a Gaza. Il varco si trova vicino al confine tra Egitto e Israele, a pochi chilometri da quello di Rafah, ed è stato chiuso per varie settimane tra ottobre e dicembre prima di essere riaperto. Hamas ha immediatamente rivendicato l'attacco come a marcare il fatto di disporre ancora di un potenziale missilistico, anche se enormemente ridotto dal lungo martellamento di Tsahal.
  Israele non ha ancora compiuto alcuna ritorsione su vasta scala. In risposta, le forze dell'Idf hanno effettuato solo attacchi mirati verso Rafah, colpendo i lanciatori e un edificio adiacente utilizzato da Hamas. Nel frattempo più di un milione di civili palestinesi stanno continuando a rifugiarsi nella città più meridionale della Striscia di Gaza, considerata dai militari israeliani l'ultima grande roccaforte del gruppo terroristico Hamas. Anche solo la chiusura del varco, che si trova nel sud-est del territorio, provocata dall'attacco di Hamas potrebbe avere conseguenze umanitarie in breve tempo. Era uno dei pochi punti da cui era possibile far entrare dentro alla Striscia.
  Lanci di razzi e di droni si sono registrati anche dal confine con il libano. Hezbollah, secondo fonti militari israeliane, avrebbe lasciato più di sessanta ordigni. In questo caso però non sono state registrate vittime né tra i civili né tra i militari. Quella del gruppo paramilitare sarebbe stata una risposta all'attacco che nella notte di sabato l'aviazione israeliana ha portato su obiettivi di Hezbollah nel sud del Libano, tra cui una struttura militare vicino a Khiam e un posto di osservazione vicino a Matmoura. Intanto è trapelata la notizia che, la scorsa settimana, l'amministrazione Biden ha bloccato una spedizione a Israele di munizioni fabbricate negli Usa. Lo riporta Axios, che cita funzionari israeliani, sottolineando come sia la prima volta, dall'attacco del 7 ottobre in Israele, che gli Stati Uniti fermano una fornitura di armi per i militari israeliani.
  E oggi, a poche ore dall'ennesima fumata nera sulla tregua con Hamas, è atteso a Tel Aviv il direttore della Cia, Bill Burns, dopo le sue visite in Egitto e Qatar.

(il Giornale, 6 maggio 2024)

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Botte e minacce online. In Italia raddoppiano i crimini contro gli ebrei

di Fausto Carioti

Pietre d'inciampo bruciate. Fra profanazioni, minacce e percosse, in Italia è raddoppiato il numero dei crimini antisemiti
  C’è stato un tempo in cui i nemici degli ebrei erano tutti di estrema destra e la sinistra comunista difendeva la causa sionista. Tanto che quello dell’Urss, nel maggio del 1948, fu il primo governo a riconoscere de jure l’esistenza dello Stato d’Israele. Tre quarti di secolo dopo le cose sono molto diverse, come spiega il Rapporto 2023 sull’Antisemitismo nel mondo pubblicato ieri dalla Università di Tel Aviv e dalla Anti-Defamation League. Dopo l’inizio della guerra a Gaza si è scatenata «la peggiore ondata di incidenti antisemiti dall’epoca della Seconda guerra mondiale» e l’odio per Israele e gli ebrei è cresciuto ulteriormente in Europa e nel resto d’Occidente, dove da tempo aveva smesso di essere monopolio dei neonazisti.
  «Una delle sfide più significative poste dall’antisemitismo contemporaneo», si legge nello studio, «è la sua espressione sia da parte dell’estrema destra che da parte dell’estrema sinistra, e che entrambe queste espressioni hanno invaso il pensiero mainstream».
  Il fenomeno risulta «particolarmente evidente negli Stati Uniti», come dimostrano le cronache dagli atenei. Nel 2023, all’interno degli Usa, ci sono stati 7.523 atti di antisemitismo (più del doppio rispetto al 2022), il dato peggiore dal 1979, anno in cui si è iniziato a tenere la conta.
  Ma da questo lato dell’Atlantico non è andata meglio. In Italia, dove si contano circa 27mila ebrei, l’Osservatorio sull’antisemitismo ha registrato lo scorso anno 454 episodi (contro i 241 del 2022): 259 avvenuti online e 195 nel “mondo reale”. Nessun atto di violenza estrema o letale, che nel nostro Paese (a differenza che in Francia e altrove) è cosa rara. C’è stata comunque un’aggressione fisica, nel dicembre 2023, ai danni di un giovane studente ebreo preso di mira da un compagno di classe che gridava «Palestina libera» e «Viva la Palestina» e ha spinto altri a picchiarlo e minacciarlo. In aumento anche le scritte antisemite e gli atti di vandalismo contro le proprietà degli ebrei in Italia.
  L’impennata è avvenuta tra ottobre e dicembre, quando nel nostro Paese si sono registrati 216 episodi di violenza (nel mondo reale o in quello virtuale) rispetto ai 67 dello stesso periodo del 2022. Ma già nei primi nove mesi del 2023 c’era stato un aumento: 238 episodi in confronto ai 174 del 2022. E questo non è avvenuto solo in Italia: prima del 7 ottobre gli atti di antisemitismo erano aumentati anche negli Stati Uniti, in Francia e nel Regno Unito.
  Il professor Uriya Shavit, che dirige il Centro per lo studio della gioventù ebraica europea contemporanea, evoca spettri del passato: «L’anno non è il 1938 e neanche il 1933. Tuttavia, se le tendenze attuali continueranno, calerà il sipario sulla possibilità di condurre in Occidente una vita da ebrei: indossare una Stella di David, frequentare sinagoghe e centri comunitari, mandare i bambini alle scuole ebraiche, frequentare un club ebraico nei campus delle università o parlare ebraico». Situazione che ha già spinto 40mila ebrei francesi, dal 2010 a oggi, a fare Aliyah, ritorno in Israele.
  E stavolta la sinistra non può certo dirsi innocente. Una parte importante del rapporto è dedicata ai «fallimenti» nelle università statunitensi, dove comandano le élite liberal. Il documento spiega che i programmi per promuovere «diversità, equità ed inclusione», nei quali sono stati investiti tanti soldi e tanta retorica, «possono aver iniziato a identificare l’antisemitismo tradizionale di destra come una minaccia per le comunità ebraiche (...), ma si sono dimostrati largamente incapaci, prima e dopo il 7 ottobre, di identificare e scoraggiare l’antisemitismo di estrema sinistra, minimizzando o ridimensionando le sue manifestazioni».
  In Norvegia è stato chiesto agli ebrei che hanno avuto «incidenti» dopo il 7 ottobre chi fosse stato il responsabile dell’episodio più grave.
  «La risposta più comune», ricorda il rapporto diffuso ieri, «è stata “qualcuno con un background musulmano” (63%), seguita da “qualcuno con una visione di sinistra” (48%). Solo il 5% ha indicato che l’aggressore era “qualcuno con una visione di destra”». E questa «distribuzione dei colori ideologici e religiosi dell’antisemitismo attuale», prosegue lo studio, è probabilmente valida anche per la Svezia e la Danimarca ed «è stata riscontrata pure nei principali sondaggi sugli ebrei in Europa condotti nel 2012 e nel 2018 dall’Agenzia Ue per i diritti fondamentali». L’antisemitismo è risorto e fa davvero paura, ma stavolta le sue tinte dominanti sono il verde dell’islam e il rosso della sinistra.

Libero, 6 maggio 2024)

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Daniele Nahum: abbiamo sottovalutato l’antisemitismo di sinistra

di Ester Moscati

Daniele Nahum, consigliere comunale a Milano, impegnato in politica fin da giovanissimo, prima con i Radicali di Marco Pannella poi nel Partito Democratico, è oggi approdato all’area Riformista.

- Che cosa significa essere militante nell’area della sinistra e trovarsi in questo clima pesantemente anti-israeliano, antisionista e spesso antisemita, nelle piazze e nell’università?
  Secondo me abbiamo sottovalutato il tema dell’antisemitismo a sinistra. Quello di destra c’è e va combattuto, ma in confronto è quasi folcloristico e numericamente contenuto. L’antisemitismo di sinistra è invece più pervasivo, influente, diffuso. Ha sdoganato il termine “genocidio” riferito alla guerra a Gaza e ha dato nuova forza all’odio contro gli ebrei. La vulgata delle “vittime trasformate in carnefici” nasce nella sinistra, così come la parola “sionismo” usata come un insulto. Sono sicuro al 1000 per cento che tutto ciò che si scrive sui muri delle nostre città contro gli ebrei e Israele viene oggi dalla sinistra radicale. Essere un ebreo di sinistra è quindi difficile, una battaglia continua. Sono uscito dal PD in polemica con il fatto che la dirigenza ha scelto di non intervenire in modo drastico per fermare questa deriva e perché i giovani del Partito hanno sposato la causa palestinese in modo non obiettivo, ma settario e antisionista, come dimostrano gli incontri che hanno organizzato a Milano (uno di questi, “Colonialismo & Apartheid in Palestina. Una lunga storia di occupazione illegale e Resistenza” è stato poi annullato proprio per le polemiche, ndr). Temo quindi che nel futuro prevarrà nel partito un’area massimalista. Io nasco come Radicale, poi sono stato 12 anni nel PD, ma ora spero di dare il mio contributo alla crescita dell’area riformista che si riconosce nei valori dell’Atlantismo, dell’Occidente e del sostegno a Israele.

- Nel tuo impegno anche come Unione giovani ebrei italiani hai intessuto anni fa delle relazioni con i giovani musulmani. Queste relazioni sono proseguite nel tempo? Al di là della COREIS, con cui la comunità ha rapporti costanti e molto amichevoli, ci sono delle aree dove tu vedi la possibilità di una interlocuzione, di un dibattito civile e di un desiderio di comprendersi?
  Oggi non vedo spazi di dialogo con i giovani islamici, al di là di quelli che si riconoscono nella COREIS. In genere, i giovani palestinesi in particolare che sono dietro alle manifestazioni di questi mesi, vogliono la “Palestina libera dal fiume al mare”, quindi la cancellazione di Israele. Non c’è dialogo possibile in questo momento. Purtroppo.

(Bet Magazine Mosaico, 6 maggio 2024)

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Guerra Israele-Hamas, studente contestato alla Statale: “Situazione in peggioramento”

Il 23enne aveva detto di non essere d’accordo col boicottaggio degli accordi con gli atenei dello Stato ebraico

Pietro Balzano, 23 anni, iscritto al corso di Scienze Politiche Internazionali della Statale di Milano, era stato contestato, durante un incontro tra Rettore e collettivi studenteschi, per aver detto di non essere d’accordo col boicottaggio degli accordi con gli atenei israeliani. “Il clima non è bello soprattutto se consideriamo che accade nelle università dove la conoscenza e la democrazia dovrebbero essere i concetti di base. Ed è proprio nelle università che tutto ciò sta venendo meno. Si è partiti contestandomi in un evento in teoria neutro e poi si è arrivati a minacciare i relatori di un evento pro Israele. La situazione sta peggiorando”, ha affermato lo studente a margine del presidio contro l’antisemitismo, organizzato in piazzale Cordusio a Milano. “Si passa da una contestazione dell’opinione contraria, in un evento che in teoria dovrebbe essere neutro, all’annullamento diretto perché minacciati i relatori. Quindi è una situazione che va aggravandosi e sta peggiorando”, ha aggiunto il ragazzo in merito alla cancellazione del convegno ‘L’unica democrazia del Medioriente. Israele fra storia e diritto internazionale’, in programma per il 7 maggio.

(LaPresse, 5 maggio 2024)

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Bisogna abbracciare gli ex-ortodossi, ma senza rinunciare alla religione

Abbassare l’asticella non conviene. Nello schieramento dei sionisti religiosi in Israele (quelli con la kippà a uncinetto) servono nuove strategie per affrontare nuove situazioni.

di Rav Chayim Navon

Gershom Scholem è stato lo stimato fondatore della moderna ricerca sulla Kabbalà. Quando studiavo all’Università Ebraica, scoprii che nel negozio di libri del campus veniva venduta un’edizione fotografata della “Copia personale dello Zohar del Prof. Scholem”, con le sue annotazioni, come se fosse un rebbe chassidico. Oltre al genio accademico, Scholem era noto anche per la sua profonda sensibilità storica. Già nel 1926 predisse ai pionieri atei in Israele il rinascimento della tradizione: “Dio non rimarrà muto nella lingua con la quale migliaia di volte lo hanno implorato di tornare nelle nostre vite”. In questo articolo mi concentrerò su un’altra sua profonda affermazione: secondo Scholem, l’ortodossia avrebbe un vantaggio educativo perché richiede ai giovani dei sacrifici.
  Negli ultimi anni, molti israeliani che hanno ricevuto un’educazione religiosa, che però si comportano al massimo in modo tradizionale, dichiarano apertamente di identificarsi ancora con il sionismo religioso. Ci siamo imbattuti in un aspetto tragico di questo fenomeno durante la ricorrenza di Simchàt Torà (il 7 ottobre del 2023 NdT), quando non poche delle vittime del massacro nel quale hanno perso la vita con uno straordinario eroismo, si sono rivelate come provenienti dal sionismo religioso, anche se non stavano celebrando la festa in modo molto ortodosso (Festival Nova NdT). Alcuni deducono da questo episodio che bisognerebbe riconsiderare la definizione di ortodossia del sionismo religioso, in maniera che possa contemplare anche una vita condotta senza un impegno totale alla Halakhà e alla fede. Penso che sia un errore totale. Se vogliamo rafforzare i fiori più belli sui rami più lontani dell’albero, non possiamo certo tagliarne le radici.
  Pensate ai Lubavitch. Chabad è, in certo senso, il movimento spirituale più influente nel popolo ebraico oggi, e i suoi membri operano in tre cerchi d’influenza. Nel cerchio più ampio, sono felici di accogliere chiunque accetti di ascoltare qualcosa da loro. Quando ci si avvicina ancora un po’, sono disposti a chiamare “Chabad” quasi chiunque sia disposto a mantenere un minimo di comportamento chassidico. Ma nel cerchio interno, le yeshivòt Chabad insistono con tenacia sulla profonda teologia e sui requisiti molto alti formulati dai precedenti Rebbe di Lubavitch. Questo nucleo duro e profondo non solo non danneggia l’influenza pubblica che hanno i Chabad, ma al contrario la facilita. Una collettività che desidera che molte persone si rifugino sotto le proprie ali, deve sviluppare ali enormi, non restringerle.
  Organizzazioni religiose in tutto il mondo hanno imparato questa verità. Negli anni ’60 la Chiesa Cattolica decise di aggiornare i propri riti. Ha rimosso l’antico latino dalle preghiere; ha abolito il divieto di mangiare carne il venerdì e ha reso più accomodante la confessione. Il risultato è stato un esodo in massa dalla Chiesa Cattolica, sia di sacerdoti e sia di semplici credenti. Nel 1963, 167 sacerdoti hanno lasciato la Chiesa, ma nel 1970 erano già 3.800 a farlo. Prima di queste decisioni, il 75% dei cattolici americani partecipava regolarmente alle funzioni in chiesa; dopo, la percentuale di fedeli era scesa al 45%.
  Le persone possono identificarsi con un movimento religioso che pretende molto, anche se faticano a rispettarne tutte le richieste. Ancora di più: si può mantenere una condotta religiosa incerta e parziale, solo ai margini di una realtà religiosa più rigorosa. Quando un ex-ortodosso arriva in sinagoga solo per dire il Kaddish per il padre scomparso, può contare sulle almeno dieci persone nel suo quartiere, che frequentano la sinagoga per tre volte al giorno, tutti i giorni. La donna debolmente osservante, che ci tiene all’immersione nel mikvè (bagno rituale NdT) , può contare sulla volontaria nella sua città che è di turno di shabbàt in quel mikvè. Chi propone di abbassare l’asticella dei nostri requisiti religiosi non sembra avere una profonda comprensione della natura umana e del carattere della comunità religiosa.
  Dalla parte opposta, a volte sento da educatori e rabbini una risposta che trovo altrettanto sbagliata. Quando tradizionalisti ed ex-ortodossi confondono i confini della società sionista religiosa, c’è chi chiede in risposta di definire meglio questi confini e trasformarli in mura che servano a chiarire chi è dentro e chi è fuori.  Mentre i facilitanti ideologizzati che ho citato in precedenza si avvicinano agli ebrei conservativi (una corrente ebraica non ortodossa NdT), questi rigoristi imitano gli ebrei di tradizione lituana. Anche questa è a mio avviso una posizione sbagliata. Chi è sicuro di sé non si sforza di circondarsi solo di persone simili a lui. Dal canto mio cerco di educare i miei studenti alla fede profonda e al pieno rispetto della Halakhà, ma non ho alcun interesse a escludere coloro che non soddisfano questo standard.
  A paragone con il resto del mondo, la percentuale di coloro che provengono dal sistema educativo religioso e che continuano a osservare i precetti è molto elevata. E se anche coloro che non si considerano completamente religiosi desiderano far parte di questa società – per me è un guadagno netto.
  La chiave per il successo educativo e la prosperità di una comunità sono un alto standard di requisiti, unito alla tolleranza verso coloro che non riescono a soddisfarli. Se non poniamo requisiti, non saremmo una corrente religiosa, ma un club fallimentare. Se non manifestiamo tolleranza, non saremmo una comunità vitale che irradia forza, ma solo una setta fanatica e rabbiosa. Dobbiamo saper distinguere tra sionismo religioso e sionista religioso. Cos’è il sionismo religioso? Su questo potrei scrivere un trattato. Chi è un sionista religioso? Chiunque lo desideri.

(Makor Rishon 3.5.2024)

GLOSSARIO:
Sionisti religiosi” (a volte chiamati in Italia “nazional-religiosi”) corrispondono nel mondo ebraico anglosassone ai “modern orthodox”, partecipano alla società civile e fanno il servizio militare, sono ormai divisi in correnti più o meno liberali.
Ex-ortodossi” è la traduzione del neologismo in sigla “Datlash-Datì lesheavàr”, sono gli ebrei che hanno abbandonato l’impegno all’osservanza totale dei precetti.
Debolmente osservanti” è la traduzione del neologismo ebraico-inglese “Datì Light”-Religioso leggero”, e sono più osservanti comunque dei semplici tradizionalisti.

(Morashà, 5 maggio 2024 - trad. David Piazza)

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Israele e il Messia – percorsi paralleli (3)

La genealogia in apertura del Nuovo Testamento è lì a mostrare che in Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo, la storia di Israele è continuata così fino ad oggi e non ci sarà mai un giorno in cui il peccato, o la disperazione, o la morte potranno mettere la parola fine alla sua storia.

di Gabriele Monacis

Il Nuovo Testamento inizia con queste parole:

    Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo (Matteo 1:1).

L’italiano traduce con il termine “genealogia” l’espressione che in greco significa letteralmente “libro (o rotolo) delle origini”. Anche nelle genealogie della Genesi si trova questa stessa espressione, ovviamente in ebraico: סֵפֶר תֹּלְדוֹת – sefer toldot (vedi Genesi 2:4 e 5:1).
  Come già visto, una genealogia si trova all’inizio delle Cronache, l’ultimo libro del Tanach, l’Antico Testamento in ebraico. La genealogia non è altro che una storia in estrema sintesi, in cui ogni nome è legato al precedente e al successivo da una qualche relazione, come lo sono gli eventi storici. Un anello dopo l’altro, in ordine cronologico, a formare una catena storica, fatta di nomi che al loro interno contengono storie di vita, quindi di eventi storici più o meno noti.
  Proprio questo “libro delle origini” diventa l’elemento che riprende la storia di Israele dell’Antico Testamento e la continua nel Nuovo Testamento, con la genealogia di Gesù Cristo. Questo incastro tra le due parti che costituiscono la Bibbia vede nel ritorno dall’esilio a Babilonia il preludio per un nuovo ristabilimento del popolo di Israele. Non solo nella sua terra, come avvenuto dopo il ritorno dall’esilio, ma anche con la sua storia.
  Ad una prima lettura, senza voler addentrarsi nei dettagli che riguardano i singoli nomi, le genealogie nel libro delle Cronache e nel vangelo di Matteo differiscono in due aspetti principali. Il primo riguarda il primo nome della lista. Nella genealogia delle Cronache è Adamo, in quella di Matteo è Abraamo. Anche Davide costituisce un caposaldo, il secondo dopo Abraamo. Gesù Cristo, nella genealogia di Matteo, è dunque figlio di Davide e figlio di Abraamo, coloro ai quali Dio promise qualche cosa che non avrebbero visto loro, ma i loro discendenti. Gesù Cristo, in questo senso, è il figlio della promessa di Dio.
  La seconda differenza riguarda i nomi femminili. Delle quattro donne dell’Antico Testamento menzionate nella genealogia di Matteo – Tamar, Raab, Rut e Bat Sheba - solo Tamar è menzionata anche nella genealogia delle Cronache. Le altre no. Oltretutto, era consuetudine che solo i nomi dei padri venissero riportati nelle genealogie, non quelli delle donne. Evidentemente, inserire il nome di queste quattro donne, e anche quello di Maria, la madre di Gesù, è frutto di una precisa volontà di chi ha redatto questa genealogia. Per quale motivo?
  Come visto in precedenza, i figli di queste cinque donne – le quattro dell’Antico Testamento più Maria – sono nati da unioni non convenzionali, per un motivo o per un altro. Ma non in tutti i casi l’unione è avvenuta per un peccato di tipo sessuale commesso dall’uomo e dalla donna.
  Nel caso di Tamar e Giuda e di Bat Sheba e il re Davide sì. La Scrittura dice esplicitamente che queste due coppie si unirono al di fuori del loro contesto matrimoniale, e quindi contro la legge morale. Tamar si travestì da prostituta per poter unirsi a suo suocero Giuda e avere dei figli da lui; nel caso di Davide e Bat Sheba, Dio stesso condannò la loro unione e il figlio che ne nacque morì in tenera età. Anche Raab, la prostituta di Gerico, ha senz’altro vissuto una vita non conforme alla legge morale comunemente riconosciuta, almeno fino a quando abitava a Gerico, e quindi prima di entrare a far parte del popolo di Israele.
  Nulla di questo tipo, però, si può dire di Rut, che sposò Boaz quando era vedova di uno dei figli di Naomi e gli partorì un figlio, di nome Obed. Né tanto meno si può dire di Maria, la madre di Gesù, che rimase incinta mentre era vergine per volontà dello Spirito Santo.
  Ma allora, se non è per un peccato commesso, che cosa hanno in comune queste cinque donne? Perché sono inserite intenzionalmente nella genealogia di Gesù Cristo in apertura del Nuovo Testamento? La risposta sta nel fatto che in tutte queste storie di donne e di unioni non convenzionali c’è un processo di riabilitazione delle persone coinvolte. Vediamo in quali termini.
  La figura di Giuda viene ristabilita all’interno della sua famiglia proprio dopo aver riconosciuto il proprio errore unendosi a Tamar. Di Tamar disse: “Lei è più giusta di me” (Genesi 38:26), riconoscendo così la propria responsabilità in quello che era successo. Nei capitoli successivi, lo si vede alla guida dei suoi fratelli quando questi si trovano in Egitto davanti a Giuseppe. Il loro padre Giacobbe, in punto di morte, ne riconosce la leadership e profetizza che il Messia sarà un suo discendente. La figura di Giuda è ristabilita, a partire dal suo pentimento, con un ruolo di primo piano, cosa che non aveva prima della storia con sua nuora Tamar.
  Raab, colei che aveva protetto le spie dei figli di Israele prima che Gerico venisse distrutta, viene risparmiata insieme con la sua famiglia. Non solo ne esce salva, ma viene integrata nel popolo di Israele, viene trapiantata da una città distrutta sotto il giudizio di Dio ad un popolo che vive sotto la benedizione di Dio. “Ma a Raab, la prostituta, alla famiglia di suo padre e a tutti i suoi Giosuè lasciò la vita; e lei ha dimorato in mezzo a Israele fino al giorno d'oggi, perché aveva nascosto i messaggeri che Giosuè aveva mandati a esplorare Gerico” (Giosuè 6:25).
  Rut era una moabita. Dopo la morte di suo marito in terra di Moab, vuole seguire sua suocera Naomi quando questa decide di tornare nella sua città, Betlemme. Ecco le parole di Rut a Naomi quando questa le chiedeva di rimanere a Moab: “Non insistere perché io ti lasci, e me ne vada lontano da te; perché dove andrai tu, andrò anch'io e dove starai tu, starò pure io, il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio” (Rut 1:16). Non solo Rut si trasferì a Betlemme con Naomi, ma lì sposò Boaz e gli partorì un figlio, Obed, che sarebbe poi diventato il nonno del re Davide. Rut dà alla luce un discendente alla famiglia di Naomi, che era rimasta senza marito e senza figli e quindi era destinata a scomparire. Questa famiglia viene così ristabilita all’interno del popolo di Israele.
  Queste sono le parole che l’Eterno disse al re Davide attraverso il profeta Natan, dopo che il re aveva preso per sé Bat Sheba, la moglie di Uria: “Perché dunque hai disprezzato la parola dell'Eterno, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto morire con la spada Uria l'Ittita, hai preso per te sua moglie, e lo hai ucciso con la spada dei figli di Ammon.” (2 Samuele 12:9). La risposta di Davide fu breve ed essenziale: “Ho peccato contro l’Eterno”. L’Eterno perdonò Davide, che non morì. Morì invece il figlio che Bat Sheba aveva concepito e la casa di Davide attraversò un periodo molto difficile, in cui il re Davide dovette scappare per non essere ucciso dal proprio figlio Absalom, che voleva diventare re. Diventò re invece Salomone, il figlio che Bat Sheba aveva partorito a Davide in quegli anni turbolenti. A seguito del pentimento, Dio ristabilì Davide e impedì che perdesse il suo trono. Non solo. Proprio dalla donna con cui il re aveva peccato, nacque Salomone, colui che diventò re di Israele dopo Davide e che Dio stabilì saldamente nella sua casa.
  Le quattro donne dell’Antico Testamento, dunque, hanno tutte attraversato un processo di riabilitazione, di ristabilimento di una condizione che era compromessa in precedenza. Come un passaggio dalla morte alla vita, dalla maledizione alla benedizione.
  Si arriva così alla quinta donna della genealogia di Matteo: Maria, la madre di Gesù. Del suo passato prima che partorisse Gesù, si sa che era vergine e promessa sposa di Giuseppe. Ma essendo anche lei una delle donne inserite nella genealogia di Gesù Cristo, a quale processo di ristabilimento Maria ha preso parte? La risposta è nelle parole che un angelo del Signore rivolse a Giuseppe in sogno, quando questi si era proposto di lasciare Maria, che era rimasta incinta:

    “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua moglie, perché ciò che in lei è generato è dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati”. (Matteo 1:20,21).

Eccolo il ristabilimento di Israele, che invece di morire per i propri peccati, come poteva succedere al re Davide quando peccò con Bat Sheba, è salvato dai suoi peccati. E a salvarlo è Gesù Cristo, il figlio della promessa, che ristabilisce Israele nella sua posizione davanti a Dio.
  Il ritorno dall’esilio in Babilonia, l’evento con cui si conclude l’Antico Testamento nel libro delle Cronache e che costituisce uno dei tre capisaldi della genealogia di Gesù Cristo nel vangelo di Matteo, dopo quelli di Abraamo e Davide, diventa l’evento storico che anticipa la nuova fase della storia di Israele: come il popolo fu ristabilito nella sua terra dopo un periodo di esilio in Babilonia, così è ristabilito nella sua dimensione storica: è stato popolo fino alla nascita di Gesù Cristo e non smetterà di esserlo nel corso della storia. Cioè non morirà come popolo, perché è lui, dice l’angelo del Signore parlando di Gesù, che salverà il suo popolo dai loro peccati.
  Il libro delle origini del Messia di Israele, la sintesi della storia della sua famiglia, partendo da Abraamo, passando per il re Davide e per il ritorno dall’esilio in Babilonia, diventa la catena storica che riprende la storia di Israele e la porta avanti, marcandone la direzione che questo seguirà. Come una retta che interpola dei punti, che in questo caso sono gli antenati e le antenate di Gesù Cristo.
  Ne viene fuori un ritratto storico fatto di peccati commessi seguiti da pentimenti e riabilitazioni, di momenti di disperazione seguiti da nuove e inaspettate ripartenze, di morti seguite da nuova vita. La genealogia in apertura del Nuovo Testamento è lì a mostrare che in Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo, la storia di Israele è continuata così fino ad oggi e non ci sarà mai un giorno in cui il peccato, o la disperazione, o la morte potranno mettere la parola fine alla sua storia. Perché è Gesù che salva il suo popolo dai loro peccati.

(3. continua)

(Notizie su Israele, 5 maggio 2024)



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Il primo errore e le sue fatali conseguenze

Dopo sei mesi di guerra, una guerra che come mai nessun’altra prima ha esposto Israele al vituperio generale, a una criminalizzazione senza fine, sembra giungere a destinazione l’accordo con Hamas, il peggiore accordo possibile, perché nonostante verrà detto in modo fraudolento che, se verrà effettivamente siglato, la guerra continuerà dopo la tregua, che Hamas verrà sconfitto, che si entrerà a Rafah, che il bene trionferà sul male e la luce sulle tenebre, con questo accordo Hamas ha vinto. Dura dirlo, è dura ammetterlo, ma come scrive Camus ne La Peste, l’evidenza ci si può sforzare di non vederla, ma “ha una forza terribile che finisce sempre per vincerla su tutto”. La forza terribile dell’evidenza sta in un accordo disastroso per Israele, che in vista della progressiva liberazione degli ostaggi, concede a Hamas, come abbiamo già scritto, tutto, ovvero gli concede il ritiro dell’IDF dalla Striscia, di fatto già in atto da dicembre e poi da aprile, e di potere restare al suo interno.
La dissonanza cognitiva, quella che nel Seicento faceva dire a numerosi seguaci del falso Messia Shabbatai Zevi, che si trattava veramente del Messia, nonostante la sua conversione all’Islam, farà dire a chi ne è affetto, che Israele vincerà. Lasciamo alle illusioni gli irriducibili della vittoria, noi de L’Informale, come sa chi ci segue, preferiamo concentrarci sulla realtà, anche quando non ci piace, soprattutto quando non ci piace, perché riteniamo sia un dovere farlo.
Questo accordo capestro che si appresta alla sua chiusura, lo hanno voluto gli Stati Uniti, ma senza l’avallo di Benjamin Netanyahu, che non ha mai pensato di vincere a Gaza, e del Gabinetto di guerra, non lo avrebbero ottenuto.
Scriviamo da mesi che Israele la guerra la stava perdendo, e non ci vantiamo di averlo fatto, né siamo soddisfatti di averci visto giusto, avremmo preferito prendere una cantonata.
A fine novembre, Daniel Pipes, nostro ospite abituale, ci disse che la guerra di Israele contro Hamas sarebbe stata un “mezzo fallimento”. Recentemente, alla luce degli ultimi sviluppi, ha dovuto incrementare il proprio pessimismo.
L’Amministrazione Biden e Hamas, alleati incongrui, possono brindare. Vedremo nelle prossime ore e giorni quale impatto avrà il suggello dell’accordo sulla tenuta del governo, dove sia Bezalel Smotrich che Itmar Ben Gvir hanno più volte messo in guardia Netanyahu dal siglare un accordo penalizzante per lo Stato ebraico.
Da un primo errore fatale altri ne discendono a cascata. Il primo errore è stato quello di legittimare una formazione jihadista sanguinaria in un interlocutore.

(L'informale, 4 maggio 2024)

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Netanyahu è il prossimo Milosevic?

Secondo i media israeliani, Benjamin Netanyahu teme più di ogni altra cosa i mandati di arresto della Corte penale internazionale dell'Aia contro la conduzione statuale e militare israeliana. E perché? E’ perché Netanyahu è odiato all'estero ed è altrettanto impopolare in patria. All'estero si protesta contro Israele e in Israele si protesta contro Netanyahu. Qualche giorno fa ho letto una piccola notizia del giornalista e commentatore israeliano Nadav Eyal, il quale diceva che una fonte a Washington gli aveva suggerito un'idea: "Trasformare Benjamin Netanyahu nel vostro Slobodan Milosevic". Avevo già sentito parlare di questa manovra politica settimane fa a Gerusalemme. Spero che nel popolo israeliano non ci sia un Giuda Iscariota che tradisce Benjamin Netanyahu. A.S.

di Aviel Schneider

FOTO
L’ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic durante il suo processo all'Aia, 14 febbraio 2002

GERUSALEMME - Da ricordare: l'ex presidente della Serbia fu consegnato al Tribunale internazionale per i crimini di guerra dal governo serbo nel 2001. Milosevic fu accusato di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio durante le guerre in Croazia, Bosnia e Kosovo tra il 1991 e il 1999. Milosevic fu anche accusato di essere parzialmente responsabile del genocidio di circa 8.000 abitanti musulmani della città bosniaca orientale di Srbenica nel luglio 1995. È la stessa Corte penale internazionale dell'Aia che attualmente sta decidendo se emettere mandati di arresto per alti funzionari israeliani. La fonte americana non ha voluto farlo di persona, ma ha fatto capire agli israeliani che questa potrebbe essere una mossa politica per sbarazzarsi finalmente del capo di Stato israeliano Benjamin Netanyahu, da tempo in carica e controverso. È solo un'idea. Ma nelle ultime settimane ho sentito questa idea provenire da diverse parti della popolazione. Anche da amici della sinistra liberale sento dire che un tale tradimento non sarebbe un peccato, ma una benedizione per il futuro di Israele. "Per salvare il popolo da un dittatore come Bibi, anche il tradimento alla Corte penale internazionale non è un peccato", dicono i suoi oppositori. In realtà, questo non è necessario, ci sono abbastanza nazioni che vogliono perseguire Israele con tanto amore per la Corte penale internazionale, forse con l'aiuto e la collusione di colleghi israeliani che vogliono sbarazzarsi di Bibi.
Detto fra noi, sarebbe possibile ritenere Netanyahu responsabile di tutti gli errori di Israele nella guerra nella Striscia di Gaza e quindi mettere in moto il processo, sacrificare politicamente Netanyahu per assolvere il Paese di Israele dai suoi peccati nella Striscia di Gaza. Israele non viene forse condannato dai media di tutto il mondo anche per il genocidio, come è avvenuto in Serbia, per la qual cosa  Milosevic alla fine è stato crocifisso? Qual è la differenza tra Netanyahu e Milosevic? Per la maggior parte dell'opinione pubblica mondiale, il leader ebreo di Israele è ritenuto essere peggiore del presidente serbo Milosevic. Israele è ritenuto responsabile della morte di 33.000 palestinesi nella Striscia di Gaza, tra cui 14.000 bambini. I terroristi morti non sono considerati.
Sì, questo è il punto. A pochi mesi dall'orribile attacco del 7 ottobre, Israele è già sul banco degli imputati della Corte penale internazionale. Più di mille israeliani sono stati torturati, stuprati, uccisi e massacrati durante il Black Sabbath - eppure, contro ogni logica, è Israele e non Hamas ad avere problemi politici. Chiunque sia un criminale di guerra come Hamas,  probabilmente può essere risparmiato da un'incriminazione davanti a un tribunale internazionale per crimini di guerra, fin dall'inizio. Cosa c'è da accusare, sono tutti terroristi in ogni caso, sono tutti malvagi e non si sottomettono a nessun ordine mondiale o procedimento giudiziario. O in quale altro modo dobbiamo intendere tutto questo?
Milosevic si è dimesso da presidente della Jugoslavia nell'ottobre del 2000 a seguito di manifestazioni di massa, è stato poi arrestato nell'ambito delle sanzioni imposte alla Serbia ed estradato al Tribunale per crimini di guerra dell'ONU all'Aia. Questo è avvenuto un anno dopo su istigazione del primo ministro serbo e filosofo Zoran Dindic. Dindic era il suo avversario politico nel Paese e decise di estradare Milosevic alla Corte penale internazionale "per il bene del Paese". Non vi sembra che questo assomigli a Israele? Manifestazioni di massa e sanzioni?
Qui sto facendo delle ipotesi e ho l'impressione che Netanyahu conosca questo scenario dalla Serbia. Per questo motivo è molto pressato dal fatto che la Corte penale internazionale possa emettere simili mandati di arresto contro Israele. Chiunque ci sia dietro. Secondo diverse fonti dell'apparato di sicurezza, questo spiega perché Netanyahu ha permesso negli ultimi giorni l'ingresso nella Striscia di Gaza di un numero maggiore di aiuti rispetto al solito, cosa che in precedenza si era rifiutato di fare, su pressione dei suoi ministri religiosi di destra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Netanyahu ha anche esortato i suoi ad aprire rapidamente il valico di frontiera settentrionale di Erez, chiuso dal 7 ottobre. "La stessa persona che all'inizio della guerra ci ha costantemente fatto pressione per bombardare i valichi di frontiera con Gaza e per dire che non c'è più un collegamento tra Israele e Gaza, ora sta spingendo per permettere l'ingresso di aiuti a Gaza", ci ha detto una fonte dell'esercito. Si pensa che portare aiuti e cibo possa contribuire a ritardare o impedire l'emissione di mandati di arresto.
Non solo, alcuni commentatori dei media ritengono che dietro i possibili mandati d'arresto contro Benjamin Netanyahu e i vertici militari israeliani ci sia Washington stessa, altrimenti il tribunale per crimini di guerra delle Nazioni Unite all'Aia non avrebbe avviato questo processo. Ciò non sarebbe accaduto senza l'approvazione americana. Questo dovrebbe servire a fare pressione sul governo israeliano per porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza. È strano che Washington non voglia che ci sia un'offensiva di terra israeliana a Rafah, anche se questa è tatticamente e strategicamente necessaria per schiacciare Hamas una volta per tutte. Questo è il desiderio silenzioso dei governi arabi della nostra regione. È abbastanza chiaro allora che Benjamin Netanyahu è diventato un peso eccessivo per Washington, ed è per questo che Washington vuole vedere un Israele senza Bibi. Se le pressioni americane dovessero impedire a Bibi di entrare a Rafah per una questione di ostaggi, Washington presume che il suo governo cadrà - perché la maggioranza vuole che la guerra finisca con la distruzione di Hamas. Non importa chi porterà a termine questa missione, la sua coalizione di governo, o il popolo o la Corte penale internazionale, l'importante è che Bibi sia politicamente fatto fuori. E’ questo lo stato d'animo che si vive all'ombra della guerra - e questo non è buono.

(Israel Heute, 4 maggio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il bignami dei fan di Hamas: chi ha ispirato gli studenti che odiano Israele

Ecco i pensatori su cui si sono formati gli universitari che protestano contro lo stato ebraico e inneggiano ai "dannati della terra".

di Giulio Meotti

Fanon è la bibbia di una nuova teologia, il terzomondismo e un'apologia della violenza dei dominati come esorcismo liberatorio. Applicando Fanon alla Palestina, gli emuli dello psichiatra vedono il sionismo come il nuovo colonialismo bianco. "Ebrei, tornate in Polonia".
Per Said, il sionismo ha assimilato gli ebrei all'occidente e quindi hanno perso il loro semitismo , sono diventati "orientalisti" e quindi razzisti. Questa ideologia ha portato all'assunto che tutti i paesi poveri siano automaticamente buoni e tutti quelli ricchi intrinsecamente cattivi.

Uno dei grandi dibattiti americani alla fine degli anni Ottanta riguardava il corso di “cultura occidentale”. Jesse Jackson nel 1988 aveva guidato una protesta a Stanford con il famoso canto, “Hey, hey, ho, ho, Western Culture’s got to go” (“la cultura occidentale deve sloggiare”). Ancora nel 1970, dieci delle cinquanta principali università americane avevano un corso obbligatorio di “civiltà occidentale”, mentre trentuno lo offrivano come facoltativo. Oggi, secondo il rapporto “The Vanishing West”, nessuna università offre più simili corsi. La Columbia University offre invece un corso di “civiltà contemporanea”: anticolonialismo, sesso e gender, antirazzismo, climatologia, Frantz Fanon e Michel Foucault, Barbara Fields e il collettivo Combahee River, meditazioni sulla tratta transatlantica degli schiavi e su come il cambiamento climatico sia un “déjà vu coloniale”.
  Ross Douthat sul New York Times racconta su quali testi si formano gli studenti per Gaza (e per Hamas) che hanno gettato nel caos le università della Ivy League americana (ma anche i dipartimenti di scienze umane in Italia e Francia). “Per il mondo che si preparano a influenzare e guidare, leggono testi che sono davvero importanti solo per comprendere la prospettiva della sinistra contemporanea”, scrive Douthat. “Nelle letture del XX secolo del curriculum della Columbia, l’èra dei totalitarismi semplicemente svanisce, lasciando la decolonizzazione come l’unico grande dramma politico del recente passato. Non c’è Orwell, né Solzhenitsyn; vengono assegnati i saggi di Hannah Arendt sulla guerra del Vietnam e le proteste studentesche in America, ma non ‘Le origini del totalitarismo’ o ‘Eichmann a Gerusalemme’. Il conservatorismo di qualsiasi tipo è naturalmente vietato. Il cambiamento climatico incombe su tutto, ma ci si aspetta che l’attivismo per l’ambiente si fonda in qualche modo con l’azione anticoloniale e antirazzista. Israele diventa l’unico capro espiatorio per i peccati dei defunti imperi europei e dei regimi suprematisti bianchi. Uno degli organizzatori delle proteste della Columbia paragona esplicitamente i ‘sionisti’  ai proprietari di schiavi di Haiti”.
  La Columbia University, il cui nome dovrebbe evocare Cristoforo Colombo e il viaggio verso un nuovo mondo, ci invita oggi a esplorare uno strano universo in cui occidentali sessualmente e culturalmente confusi, che beneficiano di tutti i privilegi che una società democratica offre, abbracciano slogan e parole d’ordine di Hamas. Radicalizzare gli studenti occidentali è sempre stato un po’ come far inciampare i ciechi. Ma considerarli giovani ingenui che attraversano una fase di ribellione, come un nuovo Sessantotto, come vorrebbe l’ineffabile Alexander Stille su Repubblica, significa nascondere ciò che c’è di nuovo. La natura profondamente inquietante della rabbia dei privilegiati occidentali.
  Gli studenti per Hamas leggono “I dannati della terra” di Frantz Fanon, la bibbia  di una nuova teologia, il terzomondismo e la sua ridistribuzione manichea delle colpe, quelle dell’Europa che derivano dalla sua stessa natura, mentre i torti dei paesi del sud dipendono solo dalle circostanze. La teorizzazione della rivolta dei colonizzati, degli oppressi, si risolve in un’apologia della violenza insurrezionale come esorcismo liberatorio. Il dannato che assurge ad archetipo esistenziale. “The Rebel’s Clinic: The Revolutionary Lives of Frantz Fanon” di Adam Shatz (Farrar, Straus e Giroux) traccia i legami tra gli scritti di Fanon, l’abbraccio accademico della teoria anticolonialista e il sostegno alla violenza e al terrore da parte della sinistra universitaria. Shatz racconta come Fanon sia diventato un’icona della sinistra con “I dannati della terra”, pubblicato poco prima di morire di leucemia a trentasei anni nel 1961. Il libro di Fanon non è passato inosservato, ma tradotto e citato con devozione da movimenti radicali, tra cui le Pantere nere, la guerriglia latinoamericana, i rivoluzionari islamici dell’Iran e i terroristi palestinesi. Nato in Martinica nel 1925, Fanon combatté contro i nazisti nel 1944 come cittadino francese. Studiò medicina a Lione ed esercitò la psichiatria nella colonia  algerina. Vedeva un mondo manicheo diviso tra il bene e il male, senza alcuna possibilità di compromesso, comprensione reciproca o convivenza pacifica. Il colonizzatore è “l’elemento corrosivo che distrugge tutto ciò che gli si avvicina”. In queste condizioni, la violenza è una reazione naturale e logica ai colonialisti.
  La biografia di Shatz mostra che Fanon credeva veramente nel potenziale rigenerativo della violenza e nell’uccisione di massa degli europei come medicina benefica per i colonizzati. Nella sua famosa introduzione a “I dannati della terra”, Jean-Paul Sartre sostenne la necessità della violenza, dicendo: “Abbattere un europeo significa prendere due piccioni con una fava: restano un uomo morto e un uomo libero”. Applicando Fanon alla Palestina, gli emuli dello psichiatra vedono oggi il sionismo come il nuovo colonialismo bianco. “Jews have Poland”, dice Jill Stein alla Columbia. “Tornatevene in Polonia”, le fanno eco gli studenti. L’osservazione di Fanon secondo cui “il colonizzato è un perseguitato che sogna continuamente di diventare persecutore” sembra il programma del 7 ottobre. Nelle guerre coloniali, scrive Fanon, “il bene è semplicemente quello che a ‘loro’ fa del male”. “La decolonizzazione non è una metafora”, hanno intonato i fan occidentali del “Diluvio di Al Aqsa”.
  In un mondo diviso tra nazioni colonizzate e postcolonizzate, la violenza è accettabile e giustificata dopo che Fanon ha fornito, se non il suo permesso, una motivazione per la distruzione indiscriminata. In Canada, l’incendio di dozzine di chiese è stato riportato dai media come una reazione naturale alle voci (false) di fosse comuni di bambini della Prima Nazione nelle scuole residenziali.
  Gli studenti pro Gaza si abbeverano anche a Herbert Marcuse, che a Berkeley annunciò che viviamo in un regime di falsa tolleranza. “Marcuse è il progenitore del progressismo woke”, scrive Damon Linker su The Week. Della stessa opinione Joseph Epstein sul Wall Street Journal: “Il sogno di Marcuse si è avverato”. Il “mercato delle idee”, sentenziò Marcuse, è in mano a coloro che hanno interesse a perpetuare una politica repressiva, da qui il diritto naturale alla resistenza per le minoranze oppresse. Siamo in piena cancel culture, l’idea che la libertà di parola sia semplicemente una forma di discriminazione. Non solo. In chiusura al suo bestseller del 1967 “L’uomo a una dimensione”, Marcuse immagina il “Grande Rifiuto” provenire da “coloro che formano la base della piramide sociale – gli outsider e i poveri, i disoccupati, le razze perseguitate, i detenuti delle carceri e degli istituti psichiatrici”. Oggi si chiama “intersezionalità”.
  Nel bignami dello studente pro Hamas c’è un altro nome: Paulo Freire, marxista brasiliano e  pedagogista scomparso nel 1997, che con la sua “Pedagogia degli oppressi”  ha permeato completamente le scuole di formazione degli insegnanti occidentali. Dal 2016, Freire è il terzo autore accademico più citato di tutti i tempi nel campo delle scienze sociali. E uno degli uomini più influenti di cui non abbiamo mai sentito parlare.
  L’obiettivo di Freire era quello di creare una “rivoluzione perpetua”  in tutta la società indottrinando i giovani  con il desiderio utopico di “trasformare il mondo”. Ciò doveva essere fatto abbandonando il vecchio modello di apprendimento in cui gli studenti venivano istruiti su fatti, cifre e date da una figura autoritaria adulta che stava in prima fila nella classe. La conoscenza è una sorta di capitale, accumulato dai ricchi e dai potenti, e deve quindi essere ridistribuito tra i poveri. In un’inversione del famoso motto di Francis Bacon “la conoscenza è potere”, la conoscenza è oppressione, dalle cui catene gli studenti devono essere liberati. Freire è uno dei padri dell’ideologia “decolonizzare il curriculum”, in cui vedeva l’alfabetizzazione stessa semplicemente come uno strumento in più di cui la classe dirigente erede degli europei aveva abusato per imporre un sistema alieno di capitalismo sui lavoratori nativi sfruttati dell’America Latina. L’educazione diventa così una sorta di antieducazione.
  A Newark, nel New Jersey, è stata aperta una “scuola superiore Paulo Freire”, dedicata a istruire i ragazzi sfortunati del posto attraverso i suoi metodi. I punteggi dei test dei bambini erano così bassi che anche le autorità locali hanno sentito il bisogno di intervenire e chiudere la struttura, citando la sua mancanza di “rigore didattico”.
  Poi ci sono gli scritti di Walter Rodney, l’intellettuale radicale della Guyana pubblicato dalla Columbia University Press, che sentenziava: “La violenza mirata al recupero della dignità umana e all’uguaglianza non può essere giudicata con lo stesso metro della violenza mirata al mantenimento della discriminazione e dell’oppressione”. Ecco il cuore del relativismo radicale della Ivy League che si salda alle idee di Kimberlé Crenshaw, che ha teorizzato l’“intersezionalità” nella svolta del postmodernismo, in cui il progressismo si rivolta contro sé stesso e lottare contro ogni “gerarchia binaria” è non solo legittimo, ma doveroso. Si passa da una richiesta di uguaglianza a una richiesta di gerarchia opposta, dove il “dominato” diventa il “dominante”.
  E alla Columbia insegnava Edward Said, l’altro nome nel pantheon degli studenti filo Hamas. Said era la quintessenza dell’intellettuale occidentale e, al tempo stesso, l’esponente più prestigioso del “fronte del rifiuto” palestinese. E’ l’autore di “Orientalismo”. Celebre fu la foto in cui si fece ritrarre, nel Libano meridionale, a lanciare sassi ai soldati israeliani che si ritiravano.
  Nacque in una casa di ricchi commercianti, anche se fu tutta la vita un corsaro dei sofferenti. Nacque da un padre palestinese cristiano con passaporto americano e da una madre palestinese fiera della sua cultura anglicana. Fu battezzato con il nome inglese di Edward, i genitori erano fieri di quel nome vittoriano. Crebbe tra due mondi in conflitto, consapevole di appartenere a entrambi e a nessuno. Poco dopo la nascita di Israele, Edward fu mandato a perfezionare la sua istruzione negli Stati Uniti. La sua peggiore eredità, oggi dominante nei campus americani, fu un sillogismo che lo rese celebre in tutto il mondo: l’“orientalismo”, il razzismo occidentale nei confronti dell’oriente arabo, è antisemitismo perché gli arabi sono semiti; il sionismo ha assimilato gli ebrei all’occidente e quindi hanno perso il loro semitismo, sono divenuti “orientalisti”, cioè antisemiti; i palestinesi sono i nuovi ebrei e gli ebrei di oggi sono i nuovi nazisti.
  In questa nuova cosmologia accademica, Hamas è la punta della liberazione collettiva contro l’occidente, il nord del mondo, i “colonizzatori”. E’ un mondo magico in cui tutta la politica e gli affari mondiali, visti attraverso il prisma woke, sono appiattiti in una visione neo gnostica. Quello che sta uscendo dalle nostre università è un’estensione del disgusto per la civiltà che è stato inculcato ai giovani in molti anni. Tutto ciò che resta loro è il richiamo della barbarie, la convinzione demenziale che la ferocia sia lodevole se il suo obiettivo è colpire “l’occidente”.
  Questa ideologia ha portato all’assunto che tutti i paesi poveri siano automaticamente buoni e tutti quelli ricchi intrinsecamente cattivi. Europa e America sono super oppressori. La Cina è trattata con indifferenza o indulgenza. Il regime iraniano è visto come un alleato, poiché si oppone al “Grande Satana”. Hamas è, per definizione, una “vittima”. Israele, una democrazia multireligiosa, è l’oppressore.
  “La vita può sorgere solo dal cadavere in decomposizione del colono” scrisse Fanon. In occidente c’è stata un’ondata di giubilo alla vista di mille cadaveri israeliani.

Il Foglio, 4 maggio 2024)

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Le università in fiamme

di Kishore Bombaci

In questi giorni, le immagini della polizia che entra nella Columbia University per sgombrare la Facoltà americana dagli occupanti pro- Palestina consente di fare un focus allarmante sullo stato delle università americane e – per estensione – su quelle europee e italiane.
Un’ondata di antisemitisimo sta investendo il mondo accademico dopo l’aggressione di Hamas nei confronti di Israele il 7 Ottobre e la paradossale reazione di molti studenti è quella di una marcata difesa a oltranza della Palestina e dei palestinesi, anche quelli violenti, anche quelli terroristi .

Sotto attacco dunque finisce Israele, non la politica israeliana
Proprio l’esistenza stessa dello Stato di Israele.
Quello che colpisce, infatti, è che negli studenti progressisti americani non v’è una critica politica alle scelte di Netanyahu. Non vi è quella capacità di analisi che si poteva riscontrare nel movimento di contestazione studentesca dei decenni passati che, sebbene ingenua sul piano politico, poteva diventare elemento di riflessione anche per la classe dirigente.
No. in questo caso, si inneggia alla distruzione di Israele attraverso slogan agghiaccianti e false accuse, che ripropongono orgogliosamente la propaganda terrorista e che tuttavia trovano ampia eco nelle istituzioni persino internazionali.
Per questa minoranza rumorosa e pericolosa di studenti, Hamas cessa di essere una organizzazione terroristica per diventare una congrega di “resistenti antifascisti”. Israele da vittima diventa aggressore nazista (sic!) in un rovesciamento della storia e delle tradizionali categorie che mette i brividi perché si diffonde a macchia d’olio incurante della verità.

I campus americani inneggiano all’intifada, al grido di “Palestina libera”
Alcune organizzazioni studentesche italiane propalestinesi hanno seguito l’esempio malsano, e programmano a loro volta l’intifada universitaria per il prossimo 15 Maggio. Un delirio che va avanti oramai da tempo e che costituisce un pericolo per la democrazia oltre che per la libertà e l’incolumità degli ebrei, soprattutto per gli studenti. Divulgare via social quanto ebbe a dire Osama Bin Laden agli americani, nel 2002 per rivendicare la strage dell’11 settembre, invocando la morte per americani ed ebrei sono segnali di qualcosa che non ha alcuna valenza politica ma che diventa puro e semplice antisemitismo.

Un antisemitismo antropologico che non ha alcuna ragione politica
Ma è semplicemente fondato sull’odio per l’ebreo.
La foglia di fico della distinzione – invero, inesistente – fra antisemitismo e antisionismo, non regge più. Ne sono persino orgogliosi gli stessi manifestanti.
Perché, dunque, si sta verificando tutto questo?
Sarebbe sciocco e ingenuo pensare a un semplice moto di contestazione anti-Netanyahu o, peggio ancora, a una rivolta pacifista analoga a quella che si sviluppò durante la guerra in Vietnam e persino durante le guerre in Iraq. Siamo innanzi a qualcosa di ben diverso e pericoloso, che investe la società americana e la stessa civiltà occidentale nel suo complesso.
Intanto – come fa notare Cominelli – una composizione demografica che si va delineando in modo radicalmente difforme da quella consueta e conosciuta.
La crescita numerica di popolazione non europea sgancia la popolazione dalla tradizionale cornice valoriale che nel bene o nel male ha costruito l’America nei decenni. Dall’altro, la pervasiva narrazione Woke con il suo carico di razzismo anti-bianchi, accusati di essere colonizzatori, imperialisti e criminali.
Una negazione delle origini storiche, filosofiche, morali e valoriali, rende l’Occidente prigioniero di una contestazione delle sue stesse basi esistenziali e che va oltre il conflitto arabo-israeliano.

Ciò che viene contestato non è solo Israele, ma il modello che Israele rappresenta nel mondo: democrazia, stato di diritto, libertà. Questo è il nuovo nemico da abbattere perché non consono al canone politically correct della nuova sinistra progressista e antisemita.
Benché non si ricorra alla tradizionale polarizzazione destra/sinistra, quanto più a un evidente negazione generazionale, non si può sottacere la matrice progressista delle proteste antisemite nelle università americane. Una sinistra estrema dunque che tiene sotto scacco persino il Presidente Biden, e ha agganci importanti persino in parlamento.

Alla Camera la mozione contro l’antisemitismo ha visto il voto contrario di 12 Democratici
Una sinistra americana dunque che vede crescere la propria componente estremista e che trova in Occasio Cortez e in Talib le sue amazzoni guerriere.
Ma proprio questa saldatura tra estremismo progressista americano e le violente manifestazioni antisemite degli studenti offrono anche lo spaccato di un modo diverso in cui viene concepita l’Università. Essa cessa di essere luogo di confronto democratico, e diventa teatro del “nichilismo senza abisso”, come affermava già dal lontano 1987 Allan Bloom.
Un mind-set in cui si rinuncia volentieri ai saperi fondamentali, a distinguere tra il vero e il falso, ai principi fondativi della democrazia dell’Occidente per inclinare verso un populismo accademico in cui la verità lascia il posto all’opinione che, in quanto tale, deve essere libera e rispettabile a prescindere (quale che ne sia il contenuto, persino se violento e razzista).
E’ una questione antica che trova oggi dei preoccupanti sviluppi che come detto riguardano non solo una banda più o meno numerosa di studenti ideologizzati, ma anche cariche politiche e universitarie senza distinzione.
Se si pensa che alcune rettrici di prestigiose università americane riconducono quanto sta accadendo negli atenei americani a mera espressione della libertà di manifestazione del pensiero sottovalutandone la carica violenta e antidemocratica, ci si può rendere conto di come questo relativismo sia destinato a generare mostri.
Se l’invocazione al genocidio del popolo ebraico cessa di essere una aberrazione per diventare un’opinione, e se tale opinione diventa la base per l’azione politica, si capisce che il danno è ormai fatto.

La democrazia è vulnerata e la libertà vilipesa e stuprata
Dipende dal contesto” è il nuovo mantra entro il quale tutto è lecito, anche l’antisemitismo. Insomma, esso non è un male assoluto, ma diventa una variabile ammissibile a seconda del contesto. Come qualcuno ha detto, “It depends from the context” è il nuovo “Arbeit macht frei”.
Ebbene di questo relativismo nichilista e autolesionista una parte di sinistra americana è indubbiamente colpevole, palesemente ottusa nel non vedere la contraddizione tra la difesa della nuova “religione dei diritti (LGBT, Body Shaming, razzismo, inclusione ecc.) e la violenza antisemita di cui si fa in qualche modo portavoce.
Assistiamo perciò al fallimento di un modello culturale, di una classe dirigente e di una classe intellettuale che proprio dalle università prende il via per contagiare tutto l’Occidente, riportando indietro le lancette della storia.
Ma, poiché, il fondamento dell’antisemitismo sulla teoria della razza, per costoro è troppo poco chic, meglio fondarlo sulle parole d’ordine tradizionali: antimperialismo, anticapitalismo, terzomondismo, e su quelle nuove: cancel culture e Wokismo.
Come afferma sempre Giovanni Cominelli “Tutte ragioni “di sinistra”! L’ignobile antisemitismo fondato su motivi “nobili”.

(AdHoc News, 4 maggio 2024)

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Il 47% degli elettori Usa a favore del divieto alle proteste filo-palestinesi nei campus universitari

Un nuovo sondaggio, riportato dal Forward, ha analizzato il dibattito sempre più acceso tra gli elettori statunitensi riguardo le proteste a sostegno della Palestina nelle università del Paese. Un dibattito divisivo che si è esteso anche in numerosi atenei europei e italiani.
Il sondaggio Usa rivela che il 47% degli intervistati ritiene che tali manifestazioni dovrebbero essere vietate, mentre solo il 30% è favorevole a consentirle. Questa tendenza è stata riscontrata anche nelle proteste a favore di Israele, con il 41% dei votanti che sarebbe per il loro divieto.
Inoltre, una schiacciante maggioranza del 76% degli elettori ha espresso il loro sostegno alle università che richiedono un intervento della polizia per proteggere i campus dall’escalation della violenza.
Il sondaggio, condotto dal 27 al 28 aprile dalla società tecnologica e di dati Morning Consult, ha coinvolto 1.986 elettori registrati in tutto il Paese, con un margine di errore stimato di circa più o meno 2 punti percentuali.
Le opinioni sugli aiuti umanitari ai palestinesi e sull’assistenza militare a Israele hanno evidenziato un divario significativo. Il 58% degli intervistati si è espresso a favore degli aiuti umanitari alla Palestina, rispetto al 47% che sostiene gli aiuti militari a Israele. Inoltre, la maggioranza schiacciante del 60% ha espresso il desiderio di vedere un cessate il fuoco.
Quando si tratta di condanne specifiche, il 46% degli intervistati sostiene le università che prendono posizione contro gli attacchi di Hamas contro Israele. Tuttavia, un terzo degli elettori ritiene che le università dovrebbero condannare la guerra di Israele a Gaza.
Le opinioni sull’appello degli attivisti studenteschi per il disinvestimento da Israele sono state variabili: meno della metà degli intervistati, pari al 39%, ha espresso sostegno a questa causa, mentre il 30% non ha espresso alcuna opinione in merito. Morning Consult ha rilevato che il sostegno al disinvestimento è risultato più forte tra i votanti provenienti da famiglie più abbienti e istruite, che tradizionalmente sono le principali fonti di donazioni per le università.
Questo sondaggio è stato condotto prima degli ultimi sviluppi, tra cui l’espulsione da parte del Dipartimento di Polizia di New York degli attivisti dalla Columbia University, lo smantellamento di un accampamento filo-palestinese a Los Angeles precedentemente attaccato da manifestanti filo-israeliani e l’arresto di persone al Dartmouth College. L’opinione pubblica, quindi, potrebbe essere influenzata da futuri eventi e sviluppi sul terreno.

(Bet Magazine Mosaico, 3 maggio 2024)

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Ecco perché è saltato il convegno “Pro Israele” alla Statale di Milano

Gli organizzatori: «Costretti ad annullare l'incontro. Non c'è più democrazia», ma non avevano avvisato il rettore Franzini.

di Francesca Del Vecchio

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Un convegno su Israele saltato per “alto rischio di contestazioni” ma che poteva essere svolto in modalità online, come proposto dal rettore dell’Università Statale di Milano Elio Franzini che avrebbe dovuto ospitarlo. Un cortocircuito o un difetto di comunicazione tra organizzatori e Ateneo, questo ancora non è chiaro. I fatti, però, dicono che il convegno dal titolo "L'unica democrazia del Medioriente. Israele fra storia e diritto internazionale" organizzato dalle associazioni “Pro Israele” e “Italia-Israele” programmato per il 7 maggio è stato annullato per timore di disordini e tafferugli, come già allertato dalla Questura di Milano nonostante i vertici dell’università avesse proposto una soluzione più sicura. «Volevamo proporre un'ora di dibattito civile, ma non c'è più democrazia. Abbiamo deciso di rinviare tutto per senso di responsabilità. Ma non siamo più disposti a tollerare», riflette la presidente dell'associazione “Italia-Israele” di Savona, Cristina Franco.
  «A differenza di altri - proseguono gli organizzatori - abbiamo rispetto dei poliziotti, delle strutture e delle autorità universitarie. La nostra non era propaganda, volevamo dare un contributo serio al dibattito su Israele. Ma a quanto pare non è possibile». Infine la precisazione: «Non è stata una mancanza di volontà da parte del rettore Elio Franzini, persona davvero eccezionale», ma il rischio di incidenti è stato giudicato «altissimo» da parte della Questura che per l'evento avrebbe dovuto schierare la celere in assetto antisommossa e allestire altre misure di contenimento. Anche con la possibile chiusura di aule e uffici dell'ateneo. Peccato che, una nota dell’ateneo di via Festa del Perdono precisa di non essere stata informata della decisione di annullare l’incontro se non, a cose fatte, da organi di stampa: «L’Associazione non si è premurata di informare della decisione il Rettore né, tantomeno, di rispondere alla proposta inoltrata ieri pomeriggio di svolgere il convegno on line e non, come inizialmente programmato, in presenza», puntualizza la nota diffusa dall’Ateneo. «La scelta di trasformare l’incontro in modalità online, non certo di annullarlo, è stata assunta dal Rettore Elio Franzini dopo attenta valutazione delle condizioni ambientali interne ed esterne all’Università, nell’intento di minimizzare i rischi per la sicurezza del pubblico e dei relatori, sentita anche la Digos. La consueta interlocuzione con la Digos ha fornito elementi utili alla valutazione generale anche se - lo si vuole ribadire con fermezza - la decisione di tenere il convegno on line è stata presa direttamente dal Rettore Elio Franzini. Tale decisione intendeva salvaguardare il diritto degli organizzatori al confronto pubblico, bilanciandolo con il dovere della tutela della sicurezza dell’ateneo e degli studenti che resta sempre la prima e imprescindibile responsabilità del Rettore», conclude la nota.
  Durante il convegno sarebbe stato anche proiettato il docufilm #NOVA sul massacro commesso dai terroristi di Hamas al Nova Festival lo scorso 7 ottobre oltre agli interventi di Hillel Neuer, direttore esecutivo UN Watch, Marco Cuzzi della Statale, Alessandra Veronese dell'Università di Pisa e la testimonianza di Alexandre Del Valle sulla Fratellanza Musulmana in Europa.

(La Stampa, 3 maggio 2024)

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Israele impigliato nel limbo del negoziato

Hamas vuole tenere lo stato ebraico bloccato nei colloqui per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Sa di avere ancora le forze per ricostituirsi militarmente e tornare a governare la Striscia, ma per farlo deve evitare che inizi l'operazione a Rafah.

di Micol Flammini

Come se il negoziato fosse una tela di ragno in grado di impigliare Israele e il suo esercito, i rifiuti di Hamas alle ultime proposte di accordo puntano a bloccare lo stato ebraico da ogni mossa futura e ad aumentare la tensione su una possibile operazione a Rafah, la città meridionale della Striscia di Gaza in cui sono rimasti quattro battaglioni di Hamas, intatti militarmente e ben armati, e anche parte della leadership del gruppo. Ogni “no” dei terroristi  è un passo di Israele verso Rafah, ogni “no” è un carro armato in movimento, ogni “no” disegna degli obiettivi da colpire su un territorio il cui sottosuolo è un reticolo di tunnel in cui potrebbe nascondersi anche Yahya Sinwar, colui che finora ha pronunciato personalmente ogni rifiuto ad accordarsi con lo stato ebraico. 
  Hamas vuole imprigionare Israele nel limbo di un non-accordo. Mentre l’attenzione internazionale è su Rafah e sulle conseguenze di un attacco contro la città in cui si sono rifugiati circa un milione e mezzo di palestinesi, il gruppo della Striscia è riuscito a oscurare il dramma degli oltre centotrenta israeliani tenuti in ostaggio da duecentonove giorni. L’ultima offerta negoziale era stata presentata dall’Egitto e accettata dagli israeliani che avevano acconsentito a un cessate il fuoco per il ritorno di trentatré ostaggi. Ieri Hamas ha detto che intende rifiutare l’offerta ma senza ritirarsi dal negoziato, ha dato una risposta ambigua promettendo di mandare una squadra di negoziatori al Cairo per parlare di una nuova prospettiva di accordo. Cerca di guadagnare il tempo necessario per aumentare la pressione internazionale su Israele e il timore americano che un’offensiva a Rafah potrebbe avere delle nefaste conseguenze elettorali sul presidente americano Joe Biden. Il segretario di stato Antony Blinken, di ritorno dal suo ultimo viaggio in medio oriente, non ha detto che gli Stati Uniti sono contrari a un’operazione a Rafah, ha sottolineato che non sostengono un’operazione fatta senza un piano di evacuazione per i civili. Sconfiggere Hamas a Rafah non è un piano avventato, gli Stati Uniti lo sanno, anche l’Egitto, che è proprio lì al confine ne è consapevole, e Hamas vuole fare di tutto per evitare che accada, perché proprio quella potrebbe essere la fine del movimento. Le richieste del gruppo della Striscia sono: un ritiro completo dell’esercito israeliano da Gaza e la fine della guerra. Queste due condizioni consentirebbero a Hamas di ricostituirsi, di tornare a governare la Striscia, di rafforzare il proprio potere militare e quindi di riorganizzarsi per nuovi attacchi contro Israele. Non sono soltanto gli israeliani a voler evitare il ritorno di Hamas nella Striscia, ma neppure gli Stati Uniti sono favorevoli. L’Arabia Saudita che si prepara a una lenta ma dirompente normalizzazione nei rapporti con Israele non è interessata alla sopravvivenza di una forza che governa la Striscia con l’intenzione di iniziare una nuova guerra e secondo Bloomberg in questi mesi ha censurato ogni commento sui social relativo al conflitto. La sopravvivenza di Hamas non è nell’interesse di nessuno, neppure nella costituzione di un futuro stato palestinese. Ismail Haniyeh, uno dei capi di Hamas che da anni vive in Qatar da dove amministra i propri affari e quelli del gruppo, ieri ha parlato con il capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, e riguardo al negoziato  ha detto che lo spirito di Hamas è positivo. Non è il momento di chiudere la porta, ma di lasciare uno spiraglio per bloccare Israele. 
  Hamas è stato indebolito dalla guerra, ma non ancora eliminato, l’offensiva a Rafah potrebbe essere il passo che manca per togliere la potenza militare al gruppo e per questo i funzionari della Striscia sono intenzionati a ritardarla. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ogni giorno viene contestato e nei sondaggi appare come uno dei leader più indeboliti, ha detto che Israele farà di tutto per vincere. Gli israeliani faticano a pronunciare la parola “vittoria”, in pochi considerano tutto ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre come una guerra in cui si vince, semmai si sopravvive, si mette in sicurezza lo stato.   

Il Foglio, 3 maggio 2024)

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Caro papà ti sbagli, Israele non è affatto un miracolo della Storia…

Tre generazioni a confronto: ma chi sono i giovani jewish Usa che in nome dei diritti umani scendono in piazza contro Israele? E perché lo fanno? Ecco come il 7 ottobre ha cambiato il sentiment degli ebrei americani su Israele. Un divorzio annunciato. Lo spiega il giurista e pensatore Noah Feldman.

di Ester Moscati

«Not in my name»: è uno slogan che le giovani generazioni ebraiche in Italia e in Europa hanno usato di recente per dissociarsi da alcune politiche del governo israeliano. Creando così malumori nella generazione dei loro genitori (e nonni) che per lo più tendono, almeno nei momenti più duri per Israele, a schierarsi con lo Stato ebraico “senza se e senza ma”. Molto più di una battaglia di slogan: siamo davanti a uno scontro generazionale, come non si vedeva dagli anni Settanta. È una metamorfosi ideologica nel quadro dell’identità ebraica, che rischia di modificare l’assetto dei rapporti tra Israele e Diaspora in un prossimo futuro. E se è vero che ciò che succede negli Stati Uniti è destinato ad approdare in Europa dopo pochi anni, che cosa accadrà in Italia, che cosa ne sarà del legame tra ebrei italiani e Israele nel futuro prossimo? La domanda è ineludibile e urgente, almeno da ciò che possiamo cogliere dalla lettura di un saggio di Noah Feldman, professore di diritto all’Università di Harvard, editorialista per Bloomberg Opinion e autore di Essere un ebreo oggi: una nuova guida a Dio, Israele e il popolo ebraico. Una parte ampia di questo saggio è stata pubblicata sul Washington Post, il 5 marzo 2024. Della riflessione di Feldman, è particolarmente interessante la parte che riguarda i giovani ebrei della Gen Zeta (la generazione dei trentenni), che si contrappone ai liberal, critici sì, ma ancora saldamente, nel momento del bisogno, dalla parte di Israele. Feldman analizza la situazione e le ragioni di una svolta che, forse, sarà definita “epocale” se, come si teme da più parti, finirà per togliere a Israele il sostegno incondizionato dell’ebraismo americano e, di conseguenza, la partnership privilegiata con gli USA.
  Il conflitto a Gaza, seguito alla strage del 7 ottobre perpetrata con inaudita ferocia da Hamas, ha messo gli ebrei di tutto il mondo nella condizione di affrontare l’impatto e il significato di Israele sulle loro vite e sui loro sentimenti più profondi. Ma paradossalmente, per i giovani ebrei americani, l’orrore del pogrom contro inermi civili israeliani non si è tradotto in solidarietà incondizionata ma ha rivelato la complessità del sentimento verso Israele, una “dissociazione morale” difficile da comprendere.

- Un doloroso conflitto generazionale
  Viene da chiedersi: abbiamo perso una generazione ebraica? Forse sì. “La comunità degli ebrei americani progressisti sta attraversando un doloroso conflitto generazionale: una lotta familiare venata di amore e dolore. Da un lato – scrive Feldman – ci sono persone che hanno più o meno la mia età: i leader del movimento della Gen X (la generazione dei cinquantenni), sia rabbini sia laici. Dall’altra parte del conflitto ci sono i ragazzi, le cui opinioni su Israele sono spesso molto diverse. Alcuni ventenni-trentenni progressisti della Generazione Zeta partecipano ad organizzazioni universitarie come Studenti per la Giustizia in Palestina”. Due mondi in collisione, due visioni del mondo contrapposte.
  I cinquantenni “sono, per la maggior parte, democratici di centro o di centrosinistra. I leader ebrei progressisti della generazione X sono (ancora) sionisti liberali. Amano Israele. Lo criticano anche. Desiderano che Israele sia più giusto nei confronti dei palestinesi. Vorrebbero che ci fosse una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Hanno le proprie organizzazioni sioniste liberali, come J Street, un corpo di lobbying che si autodefinisce ‘la sede politica degli americani filo-israeliani e filo-pace’, e il New Israel Fund, il cui obiettivo è promuovere la democrazia liberale, compresa la libertà di parola e i diritti delle minoranze, e combattere la disuguaglianza, l’ingiustizia e l’estremismo” che rischiano di minare i valori e l’immagine di Israele. “Quando però Israele viene attaccato, – precisa Feldman – la Gen X risponde con solidarietà e sostegno. Il loro impegno verso lo Stato ebraico e verso gli altri ebrei è indiscusso”.
  Non accade lo stesso per la Gen Zeta. La descrizione che Noah Feldman fa della Gen Zeta apre uno scenario più inquietante per il futuro delle relazioni tra ebraismo americano e Israele. I giovani tra i venti e i trent’anni “si riconoscono – scrive – nell’organizzazione Studenti per la Giustizia in Palestina, un collettivo di organizzatori che sostiene oltre 200 organizzazioni di solidarietà con la Palestina nei campus universitari. Il 12 ottobre, mentre Israele iniziava la sua risposta all’attacco di Hamas contro i civili israeliani, l’ufficio nazionale dell’SJP ha postato sui social media ‘condannando il progetto sionista e il loro ultimo attacco genocida contro il popolo palestinese’. Jewish Voice for Peace addirittura sostiene la campagna BDS di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni e lavora a fianco di SJP. Il suo sito web vanta 60 capitoli, 200.000 sostenitori e 10.000 donatori. L’organizzazione afferma di ‘essere guidata da una visione di giustizia, uguaglianza e libertà per tutte le persone’. Ne consegue, per JVP, che ‘ci opponiamo inequivocabilmente al sionismo perché è contrario a quegli ideali’. Il 14 ottobre, l’organizzazione ha pubblicato: ‘Come ebrei statunitensi [noi] crediamo che mai più significhi mai più per nessuno, e questo include i palestinesi. Mai più è adesso’, affermano”.

- Giovani ebrei antisionisti: perché?
  “Sembra probabile – precisa Feldman – che una percentuale relativamente piccola di ebrei progressisti della generazione Zeta si sia radicalizzata fino al punto di dichiararsi apertamente antisionista”. Triste? Sì. Così molti ragazzi arrivano a rinnegare Israele in nome dei diritti umani e di una idea fuorviante di colonialismo di cui Israele sarebbe l’emblema, secondo le derive più assurde dell’ideologia terzomondista.
  Tuttavia, nel suo saggio, il docente di Harvard sottolinea come alcuni temi siano particolarmente sentiti dai giovani ebrei, soprattutto universitari, che vivono quotidianamente in un contesto sempre più impregnato di ideologia woke, semplicistica e manichea.
  “Molti sono in conflitto su cosa dovrebbero ‘pensare’ di Israele. – scrive Feldman – Altri preferirebbero non pensarci affatto. Ma sono tantissimi quelli che si sono convinti dell’analogia, propagandata nei campus universitari, tra l’Israele di oggi e il Sud Africa ai tempi dell’apartheid”.
  Lo scontro generazionale si dipana quindi su “tre età”. Ci sono ancora i senior che, attraverso l’American Israel Public Affairs Committee, hanno coordinato negli ultimi decenni gran parte delle pressioni pro-Israele da parte degli ebrei americani. E si alleano strettamente con qualunque governo sia al potere in Israele.
  Poi ci sono i leader e gli attivisti ebrei progressisti delle generazioni X e Z. “Si trovano in disaccordo tra loro riguardo a Israele. – spiega Noah Feldman – L’antagonismo è doloroso per entrambe le parti, come spesso lo sono i conflitti generazionali. I progressisti di mezza età pensano che i ragazzi non siano riusciti a capire quanto importante dovrebbe essere Israele per loro in quanto ebrei. I ragazzi invece sono convinti che i ‘vecchi’ siano impantanati in un’ideologia screditata. Voglio suggerire che la spaccatura generazionale rifletta non due diverse concezioni di ebraicità progressista, ma due diverse visioni di Israele, rifratte attraverso un impegno comune per la giustizia sociale. L’ebraismo progressista esprime ciò che considera i valori biblici di giustizia, uguaglianza, libertà e simili”.

- Fedeli ai valori ebraici, non a Israele
  La “fedeltà”, per entrambe le generazioni, sembra andare quindi più all’ebraismo e al suo sistema valoriale piuttosto che a Israele. Lo Stato ebraico, a seconda dei casi, dei sentimenti e delle ideologie di riferimento, non sembra più incarnare quei valori, almeno non sempre e non del tutto.
  Nel sistema di valori rientra il rapporto tra Shoah e Israele. “L’Olocausto è diventata una lezione morale, il Never Again – scrive nel suo saggio Feldman – alla pari della schiavitù degli ebrei in Egitto. Israele divenne un modello di redenzione; poteva svolgere questo ruolo perché era possibile immaginare lo Stato ebraico come liberale e democratico”. Ma se Israele non incarna più i valori della democrazia liberale, per la generazione Zeta “non può fungere da ideale morale per gli ebrei progressisti le cui convinzioni impongono la dignità umana universale e l’uguaglianza. Nei termini più crudi possibili, – sintetizza Feldman – un Dio di amore e giustizia non può benedire o desiderare uno Stato che non cerca di garantire uguaglianza, dignità o diritti civili e politici a molte delle persone che vivono sotto la sua autorità”. Non si prendono in considerazione, in questo ragionamento, solo i cittadini israeliani, ebrei o arabi o appartenenti alle altre minoranze, che godono di pari diritti in Israele, ma anche i palestinesi della Cisgiordania, sottoposti a “occupazione” militare.
  “Per gli ebrei progressisti, – secondo l’analisi di Feldman – uno Stato che nega la parità di trattamento ai suoi ‘sudditi’ non è né democratico né propriamente ebraico. Né è democratico nel senso politico progressista americano. Da ciò ne consegue che per gli ebrei progressisti sinceri e impegnati, rimanere sionisti sarebbe un tradimento dei loro valori ebraici, se Israele non corrispondesse agli ideali della democrazia liberale”. Quindi, se i sionisti pensano che i progressisti ebrei americani debbano a Israele una totale e incondizionata lealtà, i progressisti ebrei ritengono invece di dovere la loro lealtà ai principi divini di amore e giustizia.
  Un conflitto di valori? Sì. Dopo il 7 ottobre, le immagini degli israeliani assassinati e presi in ostaggio ricordano gli orrori dell’Olocausto. D’altra parte, Israele è uno Stato-nazione dove attualmente governa una leadership le cui azioni e opinioni differiscono da quelle dei progressisti ebrei americani. Anche i più riflessivi tra i giovani progressisti si trovano ad affrontare una sfida profonda. Credono negli insegnamenti della giustizia sociale che li costringono all’azione sociale. Ma scoprono di non poter evitare quella che vedono come la realtà contraddittoria di Israele. Le loro convinzioni sulla moralità ebraica e sul tikkun ‘olam rendono difficile un incondizionato sostegno a Israele. “La loro soluzione – la loro soluzione ebraica, progressista e sinceramente sentita – è esprimere la propria fede nella giustizia sociale criticando o condannando Israele per i suoi fallimenti in termini di uguaglianza, libertà, dignità e diritti umani. Emerge – dice ancora Feldman – che i giovani ebrei progressisti, critici di Israele, sentono un legame non dichiarato con Israele anche se lo respingono. Non sentono alcun impegno nei confronti dello Stato esistente. Ma sentono un particolare bisogno di criticare Israele perché è importante per la loro visione del mondo in quanto ebrei. Non possono ignorare Israele, così lo coinvolgono nelle loro vite, attraverso il veicolo della critica progressista”. La frase “Not in my name – non nel nostro nome” coglie il senso di un rapporto di odio-amore, un ripudio che è allo stesso tempo il segno di una connessione ineludibile. “Questo è il motivo – spiega il saggio – per cui molti giovani ebrei progressisti sono in prima linea nel movimento filopalestinese nei campus universitari. Per quanto difficile da accettare per le generazioni più anziane, la causa non è l’odio verso se stessi. Piuttosto, la critica a Israele e il sostegno alla causa palestinese costituiscono l’essenza della loro progressiva espressione di sé in quanto ebrei”.
  Ma che cosa accadrà quando i giovani di oggi diventeranno adulti e assumeranno la leadership dei loro movimenti? Acquisiranno una visione più pragmatica? Avranno una più chiara consapevolezza delle ragioni di Israele? “Il giudaismo progressista – conclude Feldman – dovrà elaborare il suo atteggiamento a lungo termine nei confronti di Israele”. Forse questa generazione declinerà la propria ebraicità in altri modi: familiare, spirituale e personale, anche se l’ebraismo “vivo” non può prescindere da una dimensione collettiva. Ma che cosa ne sarà dei rapporti tra Stati Uniti e Israele, se dovesse mancare l’appoggio degli ebrei americani allo Stato ebraico? È una incognita per tutto l’Occidente.

(Bet Magazine Mosaico, 3 maggio 2024)
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Nel sionismo laico la bomba è scoppiata. Se le cose stanno come l'autore le descrive (e in realtà già da un po' si intravedevano) sta venendo meno il sostegno al sionismo morale, quello fondato sull'eccellenza del pensiero ebraico in fatto di valori come libertà, democrazia, soccorso ai bisognosi, lasciando in un sottofondo sfumato elementi biblici fondamentali come Dio,nazione, terra, senza i quali, è ovvio, non si può parlare di Messia. E infatti i sionisti laici non ne parlano. Il contrasto non sopito tra laici e religiosi in Israele significa certamente qualcosa. Se ne dovrà riparlare. M.C.

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La sovranità di Israele garantita dal diritto

di Antonio Cardellicchio

David Elber,  “Il Diritto di Sovranità in Terra di Israele”. Salomone Belforte Edizioni, Livorno 2024.

Un libro che doveva essere scritto, ed è stato scritto. Esemplare per la conoscenza dei fondamenti legali dell’esistenza, e della libertà dell’indipendenza politica ebraica nello Stato di Israele. 
Ecco: David Elber, “Il Diritto di Sovranità in Terra di Israele”. Prefazione di Niram Ferretti, Postfazione di Bat Ye’or. Salomone Belforte Edizioni, Livorno 2024. 
Elber lo ha scritto con spirito scientifico, ampia e rigorosa documentazione, anche con un’emozione controllata nello smascheramento della leggenda nera dei falsi che alimentano un oceano di odio e morte, che vuole l’annientamento fisico degli ebrei. Un totalitarismo dominante, fanatico, genocida. 
Dunque, il diritto di esistere di Israele contro il crimine di esistere si fonda sulla roccia del diritto internazionale, in modo inconfutabile e incontrovertibile. 
Elber lo mostra su un piano di rigore giuridico, con la confutazione scientifica delle fragili, contorte, ideologiche s-ragioni al servizio degli imperialismi e negazionismi antisemiti. Una realtà giuridica solida e articolata, che demolisce la leggenda nera dell’”usurpazione”, delle “terre occupate”, e del “corpo estraneo”.  
In questo tempo barbaro in cui gli ebrei sono condannati a morte dalle nuove leggi razziali di odio e sterminio, la razionalità del diritto internazionale si leva e si eleva con il suo monito di giustizia. Nell’ora buia in cui una costellazione di terrore genocida, negazionismo, fanatismo antisemita, democrazie che tradiscono se stesse, vuole imporre a Israele una capitolazione davanti a chi vuole distruggerlo, vuole legittimare un totalitarismo sadico apocalittico, possiamo leggere queste pagine.  
Il fondamento granitico consiste nel riconoscimento, nella scoperta del legame storico indistruttibile tra il popolo ebraico di sempre e la Terra di Israele. Il diritto internazionale ha dato una veste legale a tale realtà pre-esistente, storica, sacra, laica-popolare, spirituale e materiale, radicale e radicata, consuetudinaria. 
Nessuna invenzione artificiale, ma solo legalizzazione di una realtà auto-evidente. Lo scopo del libro è mostrare “tutte le principali tappe giuridiche presenti nel diritto internazionale, che rappresentano le chiavi per dimostrare come il diritto internazionale abbia fornito al popolo ebraico la piena legittimità sulla sovranità territoriale su tutto il territorio del Mandato per la Palestina ‘propriamente detta’ – cioè la porzione mandataria a ovest del fiume Giordano, come deciso dalla Società delle Nazioni il 16 settembre 1922 e, conseguentemente, la piena sovranità sul medesimo territorio allo Stato di Israele, che ne è il suo successore.” (p.17) 
La tesi avversa di Israele “potenza occupante” delle terre di Giudea e Samaria, Gaza è un’aperta violazione del diritto internazionale. 
Il Mandato per la Palestina del 1922, approvato dalla Società delle Nazioni, si fonda sull'articolo 22 del Patto della Società delle Nazioni e sui principi stabiliti della Dichiarazione Balfour sulla costruzione di una patria ebraica, riconosciuti dalla comunità internazionale in continuità con la Risoluzione della Conferenza di Sanremo. 
Il Mandato riconosce l’intero popolo ebraico, quello già abitante in Palestina e quello residente altrove, come titolari del diritto a un proprio stato. E confermava che gli ebrei già in Palestina ci stavano “per diritto e non per tolleranza”. 
L’Articolo 5 del Mandato conferma che la titolarità della sovranità territoriale apparteneva al popolo ebraico e alla Gran Bretagna che, come mandatario- tutore si limitava ad amministrarlo a beneficio degli stessi ebrei.
Elber confuta il mito di una ONU dotata di potere legislativo. 
Nell’Articolo 38 della Corte Internazionale di Giustizia “le uniche fonti di diritto internazionale riconosciute sono le convenzioni/trattati e il diritto consuetudinario. In pratica, sono solamente gli Stati a emanare le norme di diritto internazionale e non le organizzazioni internazionali come l’ONU, che non è un organo legislativo, ma un’organizzazione politica composta da Stati.” (p.76)  
Altre sono le competenze dell’ONU: “L’ONU è stata creata nel 1945 per dirimere pacificamente eventuali controversie che si possono creare tra gli Stati, mediante proposte e pareri al fine di evitare conflitti armati.” (p.77) 
Ne consegue che l’ONU non crea gli Stati e neppure ne stabilisce i confini, perché l’ONU non possiede la sovranità territoriale ma si limita ad accettare quegli Stati già indipendenti che fanno una richiesta di adesione. 
Anche l’Assemblea Generale possiede il potere limitato di dare pareri e proporre soluzioni agli Stati membri e al Consiglio di Sicurezza.  
“In relazione al popolo ebraico, l’ONU non ha creato alcun diritto, semplicemente ne ha fatto proprio uno già riconosciuto dalla comunità internazionale a partire dal 1920 con la Conferenza di pace a Sanremo.” (p.84). 
La Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU, in un errato luogo comune, viene ritenuta il fondamento dello Stato di Israele: 
“Ma questa convinzione è una falsità, che però si riverbera in molti ambienti accademici, negli organi di informazione e persino all’ONU stessa, e nella Unione Europea. Invece, tale Risoluzione è stata solo un tentativo della comunità internazionale di cercare una soluzione al conflitto sanguinoso durante l’ultimo periodo del Mandato per la Palestina. L’iter per la sua formulazione è iniziato con la decisione inglese di rinunciare al ruolo mandatario. Tale decisione fu comunicata il 2 aprile 1947 e fu presa per un duplice motivo: l’impossibilità economica a mantenere la presenza militare sul territorio e, soprattutto, la sempre maggiore ostilità della locale popolazione ebraica e araba, ormai in procinto di combattere una vera e propria guerra civile. 
Così, il 2 aprile 1947 il governo britannico fece formale richiesta all’ONU in base all’articolo 10 dello Statuto, per avere un parere in merito al futuro dell’amministrazione del Mandato per la Palestina ‘propriamente detta’, cioè quello che ne rimaneva dopo l’indipendenza della Transgiordania, avvenuta l’anno precedente.” (p.91) 
L’Assemblea Generale si limitò a dare un consiglio al Regno Unito, Stato mandatario, su come procedere a una possibile spartizione territoriale del Mandato. Ma era indispensabile che ebrei e arabi “dovessero dare il proprio assenso per rendere vincolante il principio legale del ‘pacta sunt servanda’ (i patti devono essere osservati). Gli ebrei accettarono, mentre gli arabi opposero un secco rifiuto e decisero per la guerra.” (p.94) 
La Risoluzione restò lettera morta. Ma in seguito gli arabi le hanno attribuito poteri che non aveva, e l’hanno trasformata in uno strumento di delegittimazione della presenza ebraica in terre dove aveva diritti legali, cioè Giudea, Samaria e Gaza. Questo snaturamento è servito anche per disconoscere Gerusalemme come capitale legittima di Israele.  
Inoltre, si manifestava la decisa ostilità di George Marshall, segretario di Stato USA con la presidenza Truman, proprio contro l’indipendenza dello Stato di Israele.  
“Per tutti questi motivi, la dirigenza ebraica si trovò costretta ad accettare la proposta ONU di spartizione del territorio, già assegnato al popolo ebraico dalla Società delle Nazioni, pur di avere un minimo appoggio politico internazionale (che sperava potesse essere anche militare in caso di attacco arabo) e soprattutto per potere liberamente accogliere le centinaia di migliaia di sopravvissuti della Shoa che erano detenuti nei campi di concentramento inglesi a Cipro, in Germania, in Austria, nelle colonie britanniche africane e asiatiche. Questa era la più grande priorità per il nascente Stato di Israele.” p.106) 
Mentre arabi e britannici non accettarono la proposta ONU, la leadership ebraica la accettò “nonostante fosse molto penalizzante per il popolo ebreo”. 
Negli ultimi decenni si è diffusa la tesi che Israele occupi i territori di Giudea e Samaria. 
“Tale convinzione è così radicata anche negli ambienti ebraici della Diaspora e in Israele stesso – soprattutto in quelli di sinistra – che la si considera una certezza fattuale.” (p.122) 
Questa leggenda nera è diventata uno strumento distruttivo per attaccare Israele, da parte di diverse amministrazioni Usa e, peggio ancora, da parte dell’ONU e dell’Unione Europea. Con particolare intensità dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, con la quale Israele, dopo essere stata aggredita da diversi eserciti arabi, riuscì a vincere con la riconquista dei territori di Giudea e Samaria, occupati dalla Giordania nel 1948, e della Striscia di Gaza occupata dall’Egitto. Ma alle fonti della delegittimazione ci sono errori israeliani:
“Il regista della fiction fu Meir Shamgar, l’allora avvocato generale dell’esercito di Israele, poi divenuto procuratore di Stato e successivamente presidente della Corte Suprema. Fu lui a decidere che tutti i territori conquistati da Israele al termine della guerra fossero amministrati nello stesso modo: ovvero secondo quanto disposto dalle Convenzioni dell’Aia e di Ginevra che regolano i territori occupati dopo un conflitto. Ciò a prescindere dal fatto che i vari territori conquistati da Israele (Giudea, Samaria, Striscia di Gaza), secondo il diritto internazionale, già appartenessero al popolo ebraico e quindi dovessero essere amministrati in modo differente (in base alla legge civile israeliana) rispetto agli altri territori conquistati (Golan e Sinai) che dovevano essere amministrati secondo i dettami dell’occupazione militare.” (p.123)
Il mito dei territori occupati è stato costruito con il contributo di clamorosi errori dei governi di Levi Eshkol e Menachem Begin, e di accademici quali Yoram Dinstein dell’Università di Tel Aviv.   
Inoltre: “Un’altra importante puntata di questa fiction pseudolegale l’ha fornita la Corte Suprema di Israele grazie al suo presidente di allora, Aharon Barak. In almeno due sentenze, egli ha dichiarato Giudea, Samaria e Gaza come ‘territori occupati’ senza fornire alcuna informazione in merito a chi detenesse la sovranità prima della presunta occupazione israeliana.”(p.131) 
Lo stesso procedimento è stato usato dalla Corte di Giustizia Internazionale. 
“La conseguenza di tutto ciò è stata quella di collocare a livello internazionale la tesi della presunta occupazione, ingigantendola in modo sempre più accusatorio e falso: dai ‘territori occupati’ si è passati nel corso degli anni al concetto di ‘occupazione illegale’, poi di ‘occupazione illegale dei territori palestinesi’ e via via al concetto di ‘insediamenti illegali’ o ‘insediamenti ostacolo alla pace’, anche se il concetto di insediamento nemmeno esiste nel diritto internazionale. Ciò è avvenuto con il solo fine di criminalizzare lo Stato di Israele”.
In tutti questi modi, il saldo fondamento legale della legittimità di Israele è stato sostituito da una narrazione falsa e pseudolegale, con l’effetto nefasto di passare da un saldo fondamento di diritto internazionale alla demonizzazione di Israele.
È accaduto e continua ad accadere, anche dopo il 7 ottobre: come sopraffatto dall’ampiezza e intensità dell’ondata antisemita universale, dal tradimento del diritto internazionale da parte dei governi occidentali, Israele, nel tentativo di aggrapparsi a un appiglio internazionale, finisce con il rovinare la sua causa e i suoi interessi vitali con l’assimilazione di tesi false autodistruttive. 
Per tornare alle fonti della certezza del diritto internazionale, alla ricerca della verità giuridica e politica, al coraggio fisico e morale della Resistenza Ebraica, contro l’inferno dei mostri antisemiti, un libro come questo è più che utile, è indispensabile.
Vi invito alla sua illuminante lettura.

(L'informale, 3 maggio 2024)
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Sono anni che Notizie su Israele fa opera di divulgazione di tesi come quelle sostenute in questo libro, ma stranamente nel mondo ebraico italiano non hanno trovato molta risonanza. Ecco un elenco di articoli su questo argomento. M.C.

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Ciclismo – Nadav Raisberg, un israeliano al Giro

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Nadav Raisberg

Punterà ad almeno una vittoria di tappa la Israel Premier Tech, tra le 22 squadre protagoniste della centosettesima edizione del Giro d’Italia al via nel fine settimana da Torino. La squadra israeliana è alla sua settima partecipazione consecutiva e arriva da un inizio di stagione importante, con tanti successi all’attivo. Al Giro d’Italia arriva con una formazione in cui ad alcuni veterani di consolidata esperienza come il canadese Michael Woods, vincitore nel 2023 di una tappa al Tour de France, si affiancano giovani talenti in rampa di lancio. Tra loro un italiano, il 24enne Marco Frigo. E un israeliano, il 23enne Nadav Raisberg. È la prima grande corsa a tappe per Raisberg, che ha ben figurato in alcune “classiche” di primavera tra cui la Milano-Torino e le Strade Bianche nel senese. Ma il Giro è un’altra cosa. L’occasione di una vita.
  «Abbiamo scelto Nadav Raisberg perché è esattamente il ciclista di cui abbiamo bisogno in questo Giro», ha spiegato il direttore sportivo Oscar Guerrero. «È un ciclista completo, veloce ma anche forte in salita. Sarà in grado di aiutarci nelle tappe di montagna, negli sprint e nei tentativi di fuga. Con la licenza magari di provare a ottenere anche un risultato in solitaria».
  Professionista da pochi mesi, in alcune dichiarazioni veicolate dal team, Raisberg si è detto «molto emozionato» per l’opportunità che gli è stata offerta. «Ho trascorso le ultime settimane in quota, allenandomi ad Andorra senza soluzione di continuità. Bici, bici e soltanto bici. Nel tempo libero tra un allenamento e l’altro ho studiato con attenzione ogni tappa, arrivo quindi preparato a questa corsa. L’obiettivo è finirla, ma anche aiutare i miei compagni di squadra a ottenere dei successi».
  C’è molta attesa per questo Giro in casa Israel Premier Tech. «Ogni vittoria è una soddisfazione, ma in questo momento particolare lo è ancora di più», sottolinea il proprietario della squadra, il filantropo israelo-canadese Sylvan Adams, in una intervista su Pagine Ebraiche di maggio. «I nostri atleti sul gradino più alto del podio sono infatti la migliore risposta possibile all’agenda portata avanti dai boicottatori di Israele, ai veleni che immettono nel discorso pubblico e alle minacce che talvolta rivolgono in modo scomposto. Ne stiamo ricevendo di nuove, anche in relazione a Giro d’Italia e Tour de France. Per ora solo verbali. Ma non sono preoccupato».

(moked, 2 maggio 2024)

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Non si parla (bene) di Israele: salta il convegno alla Statale di Milano. Troppe minacce

“Israele: storia di una democrazia sotto attacco. Terrorismo, propaganda e antisemitismo 4.0. La sfida all’Occidente” era in programma il 7 maggio. Dopo giorni di intimidazioni da parte di collettivi e gruppi anti israeliani gli organizzatori hanno deciso di annullare l'evento.

di Giulio Meotti

Studenti protestano contro Israele
“Israele: storia di una democrazia sotto attacco. Terrorismo, propaganda e antisemitismo 4.0. La sfida all’Occidente”.  Era questo il titolo del convegno che alla Statale di Milano avrebbe dovuto tenersi il 7 maggio, con la proiezione del docufilm #NOVA sul massacro commesso dai terroristi di Hamas al Nova Festival lo scorso 7 ottobre. Organizzato da Cristina Franco, presidente Associazione Italia Israele di Savona, il convegno avrebbe dovuto aprirsi con i saluti del rettore, Elio Franzini, e poi gli interventi di Hillel Neuer, direttore esecutivo UN Watch; Marco Cuzzi della Statale, Alessandra Veronese dell’Università di Pisa, finio alla testimonianza di Alexandre Del Valle sulla Fratellanza Musulmana in Europa. Niente da fare. 
  Da giorni erano arrivate minacce e intimidazioni alla volta del convegno, dei convegnisti e dell’università da parte del solito giro di collettivi, anarchici e gruppi anti israeliani. La questura era pronta ad allestire un cordone di sicurezza e la minaccia era passata da “alta” ad “altissima”. Alla fine, Cristina Franco e gli altri organizzatori hanno deciso di annullare l’evento. 
  “Il messaggio che è passato è che, mentre l’altra parte ha avuto il diritto persino di occupare le università italiane, a noi è stato impedito di poter discutere pacificamente del 7 ottobre e di Israele, se non a rischio di violenze”, ci dice Franco. Le era stato anche offerto di spostare online l’evento dai media della Statale. “Anche no, grazie”, taglia corto Franco. “O si ha la stessa possibilità data all’altra parte, oppure niente. La foglia di fico non la accetto”. La morale della storia sta tutta in quel titolo: “Israele: storia di una democrazia sotto attacco. Terrorismo, propaganda e antisemitismo 4.0. La sfida all’occidente”. La democrazia e la sua ancella che è la libertà di parola sotto attacco, la propaganda che dilaga nelle università, l’antisemitismo che ne è il rumore di fondo e l’occidente che è il nemico comune.

Il Foglio, 2 maggio 2024)

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Hamas ha risposto ancora una volta "no" alla proposta di Israele per un cessate il fuoco

Il gruppo ha rifiutato l'ultima offerta israeliana per una tregua e la liberazione degli ostaggi, che Blinken aveva definito "generosa". Oggi è attesa la controproposta. I negoziati vanno avanti, mentre lo stato ebraico fa pressione preparando l'offensiva a Rafah.

di Micol Flammini

La risposta di Hamas all’ultima proposta israeliana per un cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi è arrivata dal Libano, dove vive Osama Hamdan, uomo di Hamas che ha rilasciato un’intervista a al Manar tv, un’emittente legata a Hezbollah. Hamdan ha detto: “La nostra posizione sull’attuale documento negoziale è negativa… ma non vuol dire che i colloqui finiscono qui”. Per oggi è attesa la controproposta di Hamas, che vuole imporre come condizione per la liberazione degli oltre centotrenta ostaggi israeliani la fine della guerra e il ritiro completo dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza. La condizione non è ammissibile, vorrebbe dire che Hamas sarebbe di nuovo nelle condizioni di riprendere il controllo totale del territorio dal quale ha escogitato e lanciato l’attacco del 7 ottobre contro i kibbutz del sud, uccidendo più di mille civili e rapendone più di duecento. 
  Israele aveva già abbassato di molto le sue condizioni. Per veder tornare gli ostaggi aveva acconsentito a un cessate il fuoco di sei settimane, al ritiro dei soldati da alcune zone della Striscia, al ritorno dei palestinesi nella parte settentrionale di Gaza e alla liberazione di un numero molto alto di palestinesi che sono detenuti nelle carceri israeliane. La proposta di Israele era stata definita “generosa” da Antony Blinken, il segretario di stato americano in questi giorni si trova in medio oriente e ha più volte ripetuto che se l’accordo fallisce, la responsabilità è di Hamas. 
  Le manifestazioni dentro a Israele sono quotidiane, i cittadini chiedono un accordo per vedere tornare gli ostaggi, alle richieste umanitarie si sommano quelle politiche con la domanda di dimissioni del primo ministro Benjamin Netanyahu. Sono queste immagini che convincono Hamas che Israele potrà cedere alle sue richieste.
  Lo stato ebraico intanto sta preparando l’offensiva a Rafah, la città nel sud della Striscia dove si sono rifugiati circa un milione e mezzo di palestinesi e dove si troverebbero quattro battaglioni di Hamas. Probabilmente anche la leadership del gruppo vive nei tunnel sotto la città rifugio, ma un’offensiva potrebbe portare a un numero molto alto di vittime civili e, secondo i numeri diffusi dal ministero della Salute di Gaza, gestito da Hamas, i morti sono già più di trentatremila. Gli Stati Uniti sono contrari a un'invasione che non sia preceduta da un’evacuazione attenta della popolazione.

Il Foglio, 2 maggio 2024)

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Aiuti umanitari nel nord della Striscia di Gaza: riapre il valico di Erez

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Il segretario di Stato americano Antony Blinken visita il valico di Keren Shalom

Mercoledì Israele ha riaperto l’unico valico sul confine settentrionale della Striscia di Gaza per la prima volta da quando è stato attaccato da Hamas il 7 ottobre, permettendo ai camion degli aiuti di passare attraverso il checkpoint di Erez.
Lo sviluppo è avvenuto mentre il Segretario di Stato americano Anthony Blinken ha visitato Kerem Shalom, il principale valico attraverso il quale gli aiuti umanitari sono affluiti da Israele a Gaza negli ultimi mesi, e il porto di Ashdod, da cui gran parte degli aiuti viene inviata all’enclave.
Blinken ha detto che, sebbene gli aiuti all’enclave palestinese siano stati incrementati, è necessario fare di più.
Il diplomatico americano ha anche effettuato una breve visita, non annunciata, al Kibbutz Nir Oz, che è stato devastato dall’assalto di Hamas del 7 ottobre, con 38 residenti uccisi e 72 rapiti – alcuni dei quali sono poi tornati – su una popolazione di circa 400 persone.
I residenti non sono più tornati nel kibbutz, che giace ancora in gran parte in rovina, con molti edifici incendiati e danneggiati.
La riapertura del valico di Erez – che normalmente facilita il passaggio delle persone, non dei rifornimenti – è stata per mesi una delle principali richieste delle agenzie umanitarie internazionali, per alleviare la situazione umanitaria che si ritiene sia più grave tra le centinaia di migliaia di civili nel settore settentrionale di Gaza.
Il checkpoint è stato in gran parte distrutto dal gruppo terroristico di Hamas durante l’assalto del 7 ottobre al sud di Israele. Nelle vicinanze, all’interno di Gaza, l’esercito ha poi trovato un enorme tunnel di Hamas abbastanza largo da poter essere attraversato da un’auto.
L’esercito ha dichiarato che mercoledì circa 30 camion che trasportavano cibo e forniture mediche dalla Giordania sono entrati nella parte settentrionale di Gaza attraverso Erez, subendo una “attenta ispezione di sicurezza” prima di entrare.
Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver effettuato lavori di ingegneria nell’area per il passaggio pedonale e per quello da utilizzare per il transito dei camion. Le forze di ingegneria hanno “costruito infrastrutture di ispezione e protezione nell’area, così come strade asfaltate in territorio israeliano e nella Striscia, consentendo l’ingresso di aiuti nella parte settentrionale della Striscia, rafforzando al contempo le difese delle comunità [al confine con Gaza] nell’area”.
Il valico, al capolinea di un’importante autostrada, è il più vicino a Gaza dal porto israeliano di Ashdod, dove vengono spediti alcuni aiuti umanitari.
Il col. Moshe Tetro, capo dell’Amministrazione israeliana di coordinamento e collegamento per Gaza, ha detto di sperare che il valico sia aperto tutti i giorni e contribuisca a raggiungere l’obiettivo di 500 camion di aiuti che entrano a Gaza ogni giorno. Questo sarebbe in linea con le forniture di prima della guerra e molto di più di quanto questa abbia ricevuto negli ultimi sette mesi.
“Questo è solo un passo delle misure che abbiamo preso nelle ultime settimane”, ha dichiarato ai giornalisti.
All’inizio della giornata, il ministero degli Esteri della Giordania ha denunciato che due dei suoi convogli di aiuti che trasportavano cibo, farina e altri aiuti sono stati “attaccati dai coloni”, senza fornire dettagli sull’accaduto, ma aggiungendo che entrambi i convogli sono riusciti a proseguire il loro viaggio e a raggiungere la loro destinazione.
Gli attivisti del gruppo israeliano Tzav 9, che si oppone agli aiuti umanitari a Gaza finché Hamas non libera i 133 ostaggi che detiene, hanno tentato mercoledì mattina di bloccare i camion degli aiuti in vari punti del Paese.
Un comunicato del gruppo affermava che l’obiettivo era far arrivare Blinken al valico di Kerem Shalom e non trovarvi alcun camion. La campagna non sembra aver avuto successo, poiché l’IDF ha dichiarato zona militare chiusa parte del percorso dei camion e l’area del valico.
Honenu, un’agenzia di assistenza legale di destra, ha dichiarato che quattro uomini che avevano “bloccato i camion di aiuti diretti a Gaza” mentre passavano vicino all’insediamento cisgiordano di Ma’ale Adumim sono stati arrestati dalla polizia, che ha dichiarato che l’attacco ha danneggiato diversi camion e il loro contenuto.
Il governo giordano ha condannato l’incidente e ha dichiarato di ritenere le autorità israeliane pienamente responsabili di garantire la protezione dei convogli di aiuti e delle organizzazioni internazionali.

Progressi negli aiuti reali, ma devono essere accelerati
  A Kerem Shalom, Blinken ha visitato l’area del valico e osservato le procedure di ispezione insieme al ministro della Difesa Yoav Gallant e ad altri funzionari della Difesa, che hanno informato il diplomatico statunitense e il suo team sugli sforzi umanitari dell’IDF a Gaza. Gli hanno anche illustrato le azioni intraprese per prevenire attacchi errati agli operatori umanitari, dopo l’incidente in cui sono stati uccisi sette membri del gruppo World Central Kitchen.
Il valico di Kerem Shalom è stato chiuso dopo il 7 ottobre, quando Israele ha imposto un rigido blocco su Gaza, ma ha riaperto al traffico limitato a dicembre, diventando il principale punto di ingresso per gli aiuti provenienti da Israele.
I funzionari israeliani possono ispezionare 55 camion ogni ora a Kerem Shalom e lavorano dalla mattina al tramonto, ha dichiarato Shimon Freedman, portavoce per i media internazionali del COGAT, un organismo del Ministero della Difesa che funge da collegamento con i palestinesi.
Israele ha cercato di dimostrare che non sta bloccando gli aiuti a Gaza, soprattutto da quando il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha lanciato un duro avvertimento a Netanyahu, affermando che la politica di Washington potrebbe cambiare se Israele non prenderà provvedimenti per affrontare i danni ai civili, le sofferenze umanitarie e la sicurezza degli operatori umanitari.
Il fuoco dei carri armati echeggiava da Gaza mentre Blinken vedeva per la prima volta da vicino la Striscia a sei mesi dall’inizio della guerra. Il complesso di Kerem Shalom, delimitato da spesse mura di cemento, è il luogo in cui i camion degli aiuti diretti a Gaza vengono trattenuti per essere ispezionati, un processo che i gruppi di aiuto hanno lamentato essere un grosso ostacolo. Israele ha affermato che l’intoppo si trova più avanti nel processo, nel meccanismo di distribuzione delle Nazioni Unite.
Più tardi, Blinken ha visitato il porto di Ashdod, attraverso il quale gli aiuti internazionali arrivano via mare e vengono gestiti prima di partire per Gaza.
Accompagnato dal consigliere per la sicurezza nazionale israeliano Tzachi Hanegbi, Blinken ha affermato che i progressi nel migliorare l’accesso umanitario a Gaza sono reali ma, dato l’immenso bisogno nell’enclave palestinese, devono essere accelerati.
Blinken ha ribadito che gli Stati Uniti “non possono e non sosterranno una grande operazione militare a Rafah in assenza di un piano efficace per garantire che i civili non vengano danneggiati, e senza aver visto tale piano”.
“Allo stesso tempo, ci sono altri modi – e, a nostro avviso, modi migliori – per affrontare la vera sfida di Hamas che non richiede una grande operazione militare” a Rafah, ha detto Blinken.
Gli Stati Uniti hanno esortato Israele a non lanciare la prevista offensiva su Rafah, dove si ritiene siano nascosti i vertici di Hamas e detenuti molti degli ostaggi, ma anche dove circa 1,5 milioni di civili si sono rifugiati.
Martedì Netanyahu ha dichiarato di essere intenzionato ad attaccare Rafah, che si raggiunga o meno un accordo.

(Rights Reporter, 2 maggio 2024)

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Esposto lo striscione “Stop al genocidio” al Teatro Goldoni di Livorno: la risposta della Comunità ebraica

di David Fiorentini

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“Non è pacifismo perorare il cessate il fuoco esponendo la bandiera di una sola parte e accusando l’altra, indicibilmente, di “genocidio” in spregio alla storia e alla verità”.
  Così commenta la Comunità ebraica di Livorno quanto accaduto al Teatro Goldoni il 26 aprile al termine della Turandot di Puccini, quando il cast si è riunito sul palco esponendo lo striscione “Cessate il fuoco, stop al genocidio” con una bandiera palestinese.
  “Non è pacifismo ignorare la sorte degli israeliani e degli altri rapiti da Hamas il 7 ottobre – incalza il comunicato stampa -. Non è pacifismo voltarsi dall’altra parte o rifugiarsi in contorte e criptiche affermazioni, pur di non riconoscere gli stupri avvenuti e in atto sulle donne israeliane rapite; il commercio da parte di Palestinesi, quali macabri trofei, delle teste mozzate di vittime dell’aggressione di Hamas; i razzi, i droni e missili che ad oggi, con la complicità di potenti alleati, piovono su Israele.”
  Il sindaco del capoluogo toscano Luca Salvetti non ha condannato l’episodio, citando dei precedenti a La Scala di Milano e ribadendo la linea dell’amministrazione comunale di esporre solamente la bandiera della pace, senza quella israeliana.
  Un atteggiamento definito “vano” e “improbabile” dalla comunità ebraica locale, poiché quanto andato in scena al Teatro Goldoni è stato un richiamo al “pregiudizio, mascherato da pacifismo, contro Israele” e “una mera operazione di propaganda politica”.
  Parole a cui fanno eco quelle dell’Associazione Italia-Israele di Livorno, che tramite la sua pagina Facebook denuncia “un’azione fuori contesto culturale, politico ed istituzionale e con l’esposizione di un messaggio completamente imposto al pubblico presente, che era a teatro solo per vedere un’opera lirica, senza alcuna possibilità di contraddittorio o replica di una posizione diversa.”

(Bet Magazine Mosaico, 2 maggio 2024)
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L'odio contro gli ebrei, istigato e alimentato dal "principe di questo mondo", ha ormai trovato modo di dilagare senza argini. La possibilità di sostituire la religiosa e obsoleta accusa di "deicidio" con quella nuovissima e laica di "genocidio" è stata avidamente afferrata non sarà più lasciata cadere. Non basta pensar male degli ebrei, non basta dirne male intorno a sé quando capita, per alcuni è un dovere aizzare tutti all'odio contro gli ebrei oggi rappresentati da Israele. E' una missione, pensano questi antisemiti di nuovo conio. Forse sono pochi quelli che li seguono nella loro militanza antiebraica, ma sono molti quelli che non obiettano, e non si sa quanti siano quelli che approvano e sono contenti che siano altri a fare la fatica di dirlo in pubblico. M.C.

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Messaggio a quelli che in Occidente inneggiano alla guerra contro Israele “con ogni mezzo necessario”

Quando gridate “intifada” approvate stragi di innocenti e non fate avanzare di un solo passo la causa del popolo palestinese

di Sherri Mandell

Quando dite di volere un’intifada, una sommossa globale contro gli ebrei, condonate l’assassinio a sangue freddo di persone innocenti come mio figlio Koby e il suo amico Yosef, che erano in terza media quando i terroristi nel 2001, all’inizio della seconda intifada, li hanno picchiati a morte con delle pietre, abbandonandoli in una grotta con le pareti imbrattare di sangue.
  Koby era il nostro figlio maggiore. Amava il baseball, il basket e la pizza. Era solo un ragazzino, uscito per un’escursione. Ecco di chi state invocando l’uccisione quando gridate “con ogni mezzo necessario”.
  Quell’assassinio non ci ha scacciati da Israele. Quell’assassinio non ha portato la pace. Quell’assassinio non ha recato nessun risultato positivo per i palestinesi. Sostenere l’assassinio non aiuta in alcun modo la causa palestinese, non lo ha fatto 23 anni fa e non lo fa oggi.
  Quando dite di volere un’intifada, quando gridate “resistenza con ogni mezzo necessario”, portate verso la sconfitta la causa del popolo palestinese senza rendervene conto.
  Condonate l’assassinio di intere famiglie come la famiglia Fogel, trucidata nella sua casa. La figlia di 12 anni rincasò quella sera e trovò tutta la sua famiglia massacrata: madre, padre, un bambino di 3 mesi e due fratelli. Un bambino sopravvissuto, di 2 anni, sedeva accanto ai genitori che giacevano in un lago di sangue. Cercava di svegliarli.
  I sopravvissuti della famiglia Fogel non hanno lasciato Israele. L’assassinio della famiglia Fogel non ha fatto avanzare di un solo passo l’agenda politica dei palestinesi.
  Quando dite di volere un’intifada, condonate l’assassinio di Hallel Ariel che aveva 13 anni quando un terrorista la pugnalò a morte nel suo letto.
  Quando dite di volere un’intifada globale, state dicendo che credete nell’uccisione di ebrei durante i seder di Pasqua, come quello al Park Hotel di Netanya nel 2002, dove furono trucidati 30 israeliani. Credete nell’assassinarci nelle discoteche, come il Dolphinarium di Tel Aviv dove venne fatta strage di 21 israeliani, per la maggior parte adolescenti. Volete ucciderci dentro le scuole, come nella yeshiva Mercaz HaRav dove un terrorista ha sparato e ucciso otto adolescenti.
  Quando invocate un’intifada, siete complici di atrocità e omicidi. Incoraggiate la violenza e l’antisemitismo. Sostenete l’islamismo estremista, Hamas e l’Iran che vogliono annientare la nazione di Israele. Incoraggiate i palestinesi a uccidere e a sequestrare ostaggi, come hanno fatto il 7 ottobre, come se questo fosse un percorso verso la pace.
  Venite usati. La vostra presunzione di superiorità morale e la vostra rabbia vengono sfruttate a sostegno del terrorismo contro gli ebrei in qualsiasi parte del mondo. Non ne uscirete vittoriosi. Piuttosto, la vostra sensibilità verrà smorzata e messa a tacere dal momento che prendete parte a un’orgia di odio.
  Invece di resistere con “ogni mezzo necessario”, immaginate di cambiare il vostro slogan: “pace con ogni mezzo necessario”. Immaginate di dire a Hamas di rilasciare gli ostaggi e smettere di lanciare missili: in questo modo la guerra potrà finire.
  Pace con ogni mezzo necessario: questo è uno slogan che servirebbe a mettere fine a questa guerra, a riportare a casa gli ostaggi e anche a incoraggiare il governo israeliano a promuovere uno stato palestinese.
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Da: Times of Israel, 1.5.24

(israele.net, 2 maggio 2024)

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Come Netanyahu sta trascinando Israele verso la disfatta

di Giovanni Giacalone

Gli obiettivi iniziali del governo e dell’IDF erano due: eradicare Hamas e liberare tutti gli ostaggi utilizzando la pressione militare. Secondo Netanyahu i due obiettivi non erano in contrasto tra loro. Le cose però sono andate diversamente se oggi Israele si trova a dover fare delle concessioni inaudite nei confronti di quell’organizzazione terrorista che doveva sradicare. Eppure la campagna militare è stata impostata su un meccanismo di pressione da nord verso sud con concentrazione finale su Rafah ed era prevedibilissimo che l’ultima fase avrebbe richiesto, per forza di cose, l’ingresso nell’ultima area urbana rimasta, dove sarebbero confluiti i leader di Hamas a Gaza assieme ai restanti ostaggi.
La resa di Israele a Hamas, apparecchiata dagli Stati Uniti con il concorso dell’establishment politico-militare israeliano, lo stesso che si è reso responsabile di non avere saputo prevenire l’eccidio del 7 ottobre scorso, è limpidamente evidente nell’accordo proposto al Cairo, i cui termini sono i seguenti:
Ci sarà una prima fase della durata di 40 giorni durante la quale Israele si ritirerà dalle aree densamente popolate e terminerà le proprie ricognizioni aeree per dieci ore quotidiane. I primi ostaggi a essere liberati saranno quelli femminili, contestualmente Israele si ritirerà dall’area costiera.
Nel corso del ventiduesimo giorno verranno anche rilasciati gli ostaggi maschili, gli edifici distrutti saranno evacuati e si inizierà a ripristinare l’attività degli ospedali e dei panifici. Nello scambio con gli ostaggi femminili, Israele rilascerà venti terroristi a cui è stata inflitto il carcere a vita. Israele inoltre consentirà ai terroristi feriti nella guerra di lasciare Gaza per essere curati.
La seconda fase che durerà quarantadue giorni sarà quella in cui verrà annunciato un cessate il fuoco definitivo, ovvero la fine della guerra. In cambio, Hamas rilascerà i restanti ostaggi, militari inclusi, ottenendo a sua volta il rilascio di altri terroristi.
Hamas risponderà a breve a quanto Israele ha concesso. Praticamente tutto.

(L'informale, 1 maggio 2024)

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Dall'America a Parigi, il gesto filo palestinese che richiama il linciaggio di Ramallah

I palmi delle mani macchiati di rosso sono il nuovo simbolo della protesta per Gaza (e un po' per Hamas): sono apparse nel campus del Pratt Institute di New York, ma anche al Campidoglio, alla Columbia e alla Science Po in Francia,

di Giulio Meotti

I palmi macchiati di rosso di un manifestante per le vittime di Gaza dietro a Christopher Wray, capo del Federal Bourau of Investigation
I palmi delle mani macchiati di rosso sono il nuovo simbolo della protesta per Gaza (e un po’ per Hamas). Sono apparse ieri nel campus del Pratt Institute di New York. “Quale modo migliore per terrorizzare gli studenti e i docenti ebrei e costringerli alla sottomissione, se non il simbolo del linciaggio degli ebrei?”, ha detto Rory Lancman del Brandeis Center for Human Rights Under Law. Anche gli studenti davanti a Sciences Po a Parigi mostrano le mani di rosso. Pernelle Richardot, eletta socialista di Strasburgo, ha denunciato: “Spinti dall’odio antisemita, nel silenzio assordante di una parte della sinistra, gli studenti benpensanti di Sciences Po glorificano un linciaggio”. E lo scrittore ed editorialista Raphaël Enthoven: “Questo simbolo non è un appello al cessate il fuoco, ma alla carneficina”.  
Era l’ottobre del 2000 quando  Vadim Norzich e Yosef Avrahami, due riservisti israeliani, imboccarono la strada sbagliata, finendo a Ramallah. Furono catturati dalla folla, torturati e dilaniati. Dalle finestre del commissariato di polizia, i loro assassini si affacciarono, estasiati, mostrando a tutti le mani sporche di sangue. “Dateli a noi o veniamo a prenderli”, gridavano come in un 7 ottobre.
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Un palestinese spaccò una finestra per infierire sul corpo dei due soldati. Poi furono buttati dalla finestra. Fu un’équipe del Tg5 a filmare la profanazione dei corpi (la Rai scrisse all’Anp dicendo che loro “non fanno queste cose”, riprendere i pogrom). Norzich, era immigrato dalla Russia e si era appena sposato con Irina, incinta del loro primo figlio. La moglie di Avrahami, Hani, quel giorno provò a cercarlo sul cellulare. Uno, due, tre squilli, Hani aveva sentito che a Ramallah era successo qualcosa. Le rispose un palestinese, che le chiese in ebraico: “Chi cerchi?”. Hani: “Mio marito Yosef”. E il palestinese: “L’ho appena ucciso”.  
Hubert Launois, studente di Sciences Po e membro del Comitato Palestinese, si è difeso così: “È un simbolo che può essere scioccante, che è controverso, si riferisce a eventi tragici. E se si riferisce a questo evento, allora è una deriva antisemita”. Un po’ come Jeremy Corbyn ha sempre detto di non sapere perché facesse la “rabia”, la mano con il pollice piegato che è il simbolo dei Fratelli Musulmani.  
Occupazioni e blocco delle lezioni intanto alla Sorbona, Strasburgo, Rennes, Saint-Étienne e altre città francesi. Anche gli studenti dell’Università delle Arti di Berlino (UdK) – ampiamente riconosciuta come una delle scuole d’arte più importanti al mondo – hanno mostrato i palmi dipinti di rosso. Nei giorni scorsi, manifestanti anti-israeliani con le mani dipinte di rosso sono entrati al Campidoglio. Anne Bayefsky, presidente di Human Rights Voices, ha spiegato il significato: “Nessun ebreo israeliano dimentica cosa significassero quelle mani macchiate di sangue”. Non bastava che gli ebrei della Columbia fossero aggrediti al grido di “Tornate in Polonia”, “radere al suolo Tel Aviv” e “Hamas, ti amiamo”. Ora ci sono anche i palmi per inneggiare a nuovi linciaggi.

Il Foglio, 1 maggio 2024)

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Italia 2024: un evento sulla Shoah viene annullato perché “il momento è delicato”

di Nathan Greppi

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Un evento per presentare un libro sulla Shoah, e quindi senza alcun legame diretto con la situazione attuale in Israele e a Gaza, è stato annullato ufficialmente per ragioni di sicurezza. Questo è ciò che è successo recentemente a Cagliari, dove lo storico Alessandro Matta ha visto la presentazione del suo saggio Gli ebrei della Sardegna durante le leggi antiebraiche e la Shoah (Giuntina), prevista per il 3 maggio nel capoluogo sardo, venire cancellata dall’associazione ospitante, motivando la decisione a causa del “momento delicato”. Per capire come si sono svolti i fatti, abbiamo parlato con l’autore del libro, che è anche presidente e fondatore dell’Associazione Memoriale Sardo della Shoah.

- Quando hai saputo che l’evento era stato annullato?
  In un messaggio Whatsapp, mi viene spiegato che l’associazione organizzatrice aveva tenuto un incontro, nel quale alcuni membri  avevano sollevato dei dubbi in merito all’opportunità di trattare un tema tanto delicato in un momento come questo. E così, si è deciso che il 3 maggio non si terrà nulla. Eravamo quasi pronti per la presentazione; oltretutto, la data era vicina a Yom HaShoah, che quest’anno cade il 6 maggio.

- Come hai reagito alla notizia?
  Non me l’aspettavo; è stato un fulmine a ciel sereno, anche perché in precedenza avevo già fatto altre due presentazioni a Cagliari del mio libro. Inoltre, l’ho presentato anche ad Oristano e a Sassari, e prima ancora della pubblicazione avevo tenuto un incontro online in merito assieme ad un gruppo di diplomati italiani al seminario annuale dello Yad Vashem. In tutti questi casi, la presentazione non solo ha riscosso un certo interesse, ma ha anche portato a dei passi avanti nella ricerca sull’argomento. Nel corso delle presentazioni che ho fatto in Sardegna, ci sono stati degli avvenimenti che si sono rivelati assai fruttuosi al riguardo.

- Che tipo di avvenimenti?
  A Sassari, si sono avvicinati alcuni parenti di un signore che si era a suo tempo fidanzato con una donna ebrea, e che aveva lasciato con lei l’Italia per trasferirsi all’estero. In una delle presentazioni a Cagliari, invece, erano presenti in sala alcune persone imparentate con coloro che durante la Shoah salvarono una donna ebrea cagliaritana, della quale parlo nel libro; in quell’occasione, hanno raccontati che in seguito lei si era nascosta in Vaticano, cosa che non sapevamo finché non l’hanno rivelato loro all’evento. E ad Oristano, solo pochi giorni prima avevo avuto l’indirizzo del luogo dove aveva vissuto i suoi ultimi anni l’unico ebreo schedato in città. Mi sono recato a quell’indirizzo, ho suonato e l’inquilino mi ha raccontato tutto di quel signore. Quindi, le varie presentazioni sono state anche occasioni per fare ulteriori scoperte.

- Capitano spesso certe situazioni?
  Di recente mi è successa una cosa molto bella mentre mi trovavo in palestra: negli spogliatoi, uno che non si interessa affatto di ebraismo, operaio in fabbrica e cameriere, fischiettava l’Hatikvah, l’inno nazionale israeliano, senza sapere che cosa fosse. Quando ci ho parlato, mi ha detto che è una canzone che ha in testa da quando era bambino. Gli ho spiegato tutto su di essa, compreso il fatto che il titolo in ebraico significa “speranza”, al che lui mi ha risposto: “Bello! La speranza è sempre l’ultima a morire. Che bello che uno Stato ha la speranza come inno”.

- Alla festa del 25 aprile a Cagliari, è salito sul palco un palestinese che ha veicolato falsità storiche su una presunta alleanza tra sionisti e fascisti prima del ’38, senza nessun contraddittorio. In generale, che aria si respira in Sardegna dopo il 7 ottobre?
  Non si percepisce un grosso cambiamento. Effettivamente c’è un aumento dell’antisemitismo, ma posso dire che in Sardegna gli amici di Israele sono tantissimi. Gli ebrei che vivono qui si trovano molto bene, e non abbiamo mai subito aggressioni o incidenti.
  All’ultimo convegno sull’antisemitismo organizzato lo scorso dicembre dall’associazione Chenàbura – Sardos pro Israele, ci sono stati dei contestatori fuori dall’edificio, e ogni tanto capita il giornalista che pone una domanda provocatoria; ma nel complesso, il clima è abbastanza tranquillo. Ritengo che questi siano casi isolati, e isolabili con il giusto lavoro. Molti sardi, se messi davanti a fatti storici reali, si rendono conto di aver sostenuto fino a quel momento la parte sbagliata.
  Per quanto riguarda i discorsi fatti da quel signore il 25 aprile, ritengo che l’aspetto più grave non è tanto la mistificazione storica in sé, che cercava di demonizzare gli ebrei sionisti dipingendoli tutti come fascisti, quanto la gente che lo applaudiva senza rendersi conto di quello che diceva. Anche sui social dove veniva condiviso il video, leggevo i commenti di gente che si trovava in piazza e non riteneva minimamente grave il suo discorso. Credo che sia frutto dell’ignoranza, di gente che dovrebbe semplicemente conoscere la storia.

- Nel prossimo futuro, sono previste altre presentazioni del tuo libro, anche fuori dalla Sardegna?
  Assolutamente sì. Sto facendo il possibile per organizzarne una a Roma, anche perché nelle mie ricerche ho trovato almeno cinque ebrei sardi o legati alla Sardegna che hanno vissuto o sono passati dalla capitale. Inoltre, in autunno conto di presentarlo a Torino, con il supporto della comunità ebraica e del Gruppo Sionistico Piemontese.
  Passando all’estero, a fine maggio sarò a Budapest come lecturer ad un convegno internazionale, che a 80 anni dall’inizio delle deportazioni degli ebrei dell’Ungheria radunerà rappresentanti di musei e memoriali della Shoah da tutto il mondo. In quell’occasione, presenterò i risultati delle ricerche alla base del mio libro. In seguito, il 18 giugno andrò anche a Varsavia per un convegno dell’EHRI (European Holocaust Research Infrastructure), dove parlerò del collegamento tra immagini del Ghetto di Varsavia e le cartoline che i coniugi Schlesinger-Segal spedirono da Varsavia a Sassari, dove viveva la loro figlia Magda.

(Bet Magazine Mosaico, 30 aprile 2024)

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Gaza: Israele non invierà delegazione al Cairo prima della risposta di Hamas

GERUSALEMME - Israele non invierà una delegazione al Cairo prima della risposta del movimento islamista palestinese Hamas alla proposta sul cessate il fuoco e sul rilascio degli ostaggi. Lo ha detto un funzionario israeliano al quotidiano “Times of Israel”, sottolineando che la risposta del gruppo islamista dovrebbe arrivare mercoledì sera. Israele è in attesa di una risposta di Hamas alla sua ultima offerta di tregua, che prevede una pausa di 40 giorni nei combattimenti e il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi in cambio di ostaggi israeliani.
Secondo l’emittente egiziana “Al Qahera News”, una delegazione di Hamas ha lasciato il Cairo e dovrebbe fare ritorno nella capitale con la risposta alla proposta.

(Agenzia Nova, 30 aprile 2024)

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La storia che si fa e le ore buie

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Vedere il Segretario di Stato americano, Antony Blinken sostanzialmente implorare Yahya Sinwar, l’architetto dell’eccidio del 7 ottobre, di accettare l’accordo proposto da Israele a Hamas, è, finora, il punto più basso a cui è arrivata la diplomazia americana nel suo costante sforzo di mettere fine alla guerra a Gaza indipendentemente dalla vittoria di Israele.
Hamas ringrazia. Provvederà a fare sapere se va tutto bene nelle prossime ore. Intanto in Israele i manifestanti per il rilascio degli ostaggi, progressivamente più copiosi, chiedono che si dimentichi Rafah, ovvero che si accantoni la vittoria. Come ha detto ieri Daniel Pipes, nell’intervista che ci ha rilasciato, la lobby degli ostaggi ha avuto la meglio su quella della vittoria. http://www.linformale.eu/la-lobby-degli-ostaggi-ha-sconfitto-quella-della-vittoria-intervista-a-daniel-pipes/
Hamas ha giocato magnificamente la sua carta provvedendo a inviare con tempistica perfetta video degli ostaggi ancora in vita in modo da fare leva sulle piazze, giocando in modo cinico e spietato sui sentimenti dei parenti, sulla loro disperazione.
Inutile coltivare illusioni, anche se i piani finali per l’operazione militare a Rafah dove si trovano asserragliati quattro battaglioni integri di Hamas, sono stati approvati dal capo di stato maggiore. Si tratta di un evidente spauracchio il cui scopo è quello di spingere ulteriormente Sinwar e i suoi accoliti ad accettare il negoziato apparecchiato dagli Stati Uniti che hanno l’esigenza impellente di una tregua prolungata che conduca alla fine della guerra e al definitivo commissariamento di Israele, il quale ha come capisaldi che a Gaza l’Autorità Palestinese torni a governare, magari con quel che resta di Hamas, e poi la nascita di uno Stato palestinese in Cisgiordania. Ma Sinwar, se è lucido e calcolatore come appare, non ha bisogno della pressione psicologica di un eventuale ingresso di Israele a Rafah. Sa benissimo che non è negli interessi americani. L’accordo che gli è stato proposto è più che favorevole. Salvo colpi di scena verrà approvato.
La resa di Israele alle esigenze politiche statunitensi è solare. Benjamin Netanyahu non è stato in grado nonostante i continui proclami roboanti sulla vittoria prossima, sulla necessità di distruggere Hamas, di andare realmente fino in fondo.
Alle sue spalle ha agito una criminalizzazione di Israele che non ha alcun precedente, con piazze incitanti alla scomparsa dello Stato ebraico, università americane in cui minoranze di facinorosi hanno creato zone judenfrei, con accuse di genocidio portate davanti ai tribunali e con, ciliegina sulla torta, prossimi ordini di arresto per lui, il ministro della Difesa Gallant e il capo di stato maggiore Halevi, che la Corte penale internazionale avrebbe intenzione di emanare. Ma tutto questo, pur nella sua oscena gravità ha pesato meno delle pressioni americane, dei ricatti, e delle intimidazioni della Casa Bianca, molto meno. Se al posto di Joe Biden, Israele si fosse trovato chi, come Donald Trump, lo ha esortato e lo avrebbe esortato “to finish the job”, non saremmo giunti alla situazione attuale, ma come si dice proverbialmente, la storia non si fa con i se.
E la storia che si fa, la vedremo farsi nelle prossime ore. Se le cose andranno nella direzione in cui sembra stiano andando, saranno tra le ore più buie di Israele.

(L'informale, 30 aprile 2024)
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«Per il bene di Israele si è costretti a sperare nell’intransigenza di Hamas più che nell’appoggio dell’alleato americano. La storia, infatti, ha sempre mostrato che gli arabi non perdono occasione di perdere un’occasione, mentre gli americani non si fanno scrupoli a “mollare” gli alleati quando lo ritengono più conveniente». Così si trova scritto su un foglio online che si presenta come sostenitore di Israele.
Dunque è la storia ad aver dimostrato che «gli americani non si fanno scrupoli a “mollare” gli alleati quando lo ritengono più conveniente», sembra però che alcuni lo scoprano adesso, mentre non se ne erano accorti quando gli americani hanno “appoggiato”, e ancora oggi fanno finta di appoggiare, l’alleato Ucraina. Ma nel pensiero di questi amici degli americani c’è la convinzione che non solo Israele e l’Ucraina, ma l’intera declinante civiltà occidentale non abbia altra chance per salvarsi che appoggiarsi piena di speranza a quel “sostegno di canna rotta” che si presenta con la bandiera a stelle e strisce. Illusione. E’ l’americano Titanic che ora cerca di rallentare il suo affondo appoggiandosi a destra e a manca, tra gli “alleati” naturalmente, nel tentativo di restare in superficie mentre i più deboli appoggi alleati affondano. La cosa sarà lenta, perché nella strategia americana prima del Titanic devono affondare gli alleati. E questi, anche se stanno diminuendo, sono ancora molti. M.C.

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Yarin Shriki: l'atleta israeliano che ha sconfitto Hamas

Sopravvissuto al 7 ottobre, ha vinto il torneo di Ju Jitsu. L’esempio di chi continua a lottare nel ricordo di chi non ha neanche più il diritto di ricominciare

Yarin Shriki sul podio
L’atleta israeliano Yarin Shriki è salito sul podio dopo aver vinto la medaglia d’oro durante il Grand Prix di Ju Jitsu di Parigi. Mentre suonava la Hatikvah (vuol dire la Speranza), la canzone diventata inno di Israele, si è messo il dito su un cuore che aveva disegnato sul petto, proprio sotto alla stella di David. Per tutto il tempo della melodia, mentre cantava con gli occhi rivolti verso il cielo, ha tenuto l’indice immobile su quel cuore nero accanto al quale c’erano scritti un nome e una data: Yochai, 7 ottobre 2023. Yarin Shriki il 7 ottobre era al Nova Festival, pensava che avrebbe ballato per tutta la notte e come gli altri ragazzi si è trovato nel mezzo del massacro di Hamas. Il nome che Yarin portava scritto sul petto, Yochai, è quello di uno dei suoi più cari amici, era anche lui al Nova Festival, ma è stato ucciso mentre insieme cercavano di scappare. Lo sforzo degli israeliani che sono sopravvissuti al 7 ottobre è di andare avanti, di mostrare che tutto può ricominciare con i traumi addosso ma senza dimenticare chi invece non ha più neanche il diritto di ricominciare, perché è stato ucciso durante un attentato che non ha altra spiegazione se non la volontà di sterminare gli israeliani.
  Yarin, da superstite, ha ricominciato ad allenarsi, dotandosi di una forza di volontà e di una capacità di dominare il trauma fuori dal comune. Ha messo ogni suo amico perso nel suo cuore e li ha portati tutti a Parigi, con lui, ben sapendo che neppure una competizione sportiva per un israeliano è semplice, perché l’odio che ha attaccato il Nova Festival e kibbutz vicini alla Striscia di Gaza si sta espandendo dopo aver trovato come alleato l’ignoranza. La capacità di rialzarsi, di essere combattivi spesso cela e maschera la forza e lo sforzo di questi superstiti. E’ più semplice mostrare le ferite, piangere, spiattellare il dolore piuttosto che partecipare a un torneo, diventare campione e usare quel podio per ricordare a tutti il 7 ottobre.

Il Foglio, 30 aprile 2024)

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Israele manda in pensione i Patriot, arrivano sistemi difesa più avanzati

L’aeronautica israeliana dirà addio ai suoi vecchi sistemi di difesa aerea Patriot nei prossimi mesi, sostituendoli con difese aeree più avanzate. Secondo un articolo pubblicato oggi sul sito dell'esercito israeliano, lo schieramento Patriot, noto come 'Yahalom', che in ebraico significa 'diamante', sarà chiuso definitivamente entro due mesi. "Attualmente stiamo riducendo il numero di batterie fino a quando l'intero sistema non sarà chiuso", ha precisato il capo del 138° battaglione dell'Aerial Defense Array, che gestisce il Patriot.
Le batterie di missili Patriot furono schierate con successo contro i missili Scud lanciati dall'Iraq su Israele durante la Guerra del Golfo del 1991. Il sistema di difesa statunitense entrò ufficialmente in servizio quello stesso anno, ma ha effettuato la sua prima intercettazione solo nel 2014, abbattendo un drone lanciato dalla Striscia di Gaza. Nel decennio successivo, secondo i militari, il sistema, progettato per abbattere gli aerei, ha intercettato solo circa 10 obiettivi, incluso un aereo caccia siriano che ha violato lo spazio aereo israeliano nel 2018.

(Adnkronos, 30 aprile 2024)

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Una judoka dedica la medaglia a un compagno di squadra scomparso

Una judoka israeliana diventa campione europeo e dedica la medaglia a un suo ex compagno di squadra caduto il 7 ottobre a Be'eri.

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ZAGABRIA - Sabato scorso la israeliana Ras Herschko ha vinto l'oro ai Campionati europei di judo di Zagabria, in Croazia. Ha sconfitto in finale la francese Julia Tolofua. Ha dedicato la medaglia a un ex judoka morto il 7 ottobre nella battaglia per il Kibbutz Be'eri, Jonathan Gutin.
  "Sono felice, ma questa felicità non è completa", ha dichiarato l'atleta secondo il quotidiano "Yediot Aharonot". "Dedico questa medaglia a Jonathan, senza di che la vittoria non è completa".
  Gutin ha iniziato a imparare le arti marziali all'età di quattro anni. Ha fatto parte della squadra nazionale israeliana dal 2017 al 2021. È stato allora che lui e Herschko si sono incontrati. A 18 anni ha deciso di fare il servizio militare e ha detto addio al judo con il cuore pesante.
  Quando Hamas ha attaccato il sud di Israele il 7 ottobre, Gutin è intervenuto in aiuto del Kibbutz Be'eri, in difficoltà, con undici soldati. È stato ucciso in un’azione contro i terroristi.

- Un'amicizia non particolarmente stretta
  La sua famiglia è commossa dal fatto che Hershko gli abbia dedicato la medaglia. Questo dimostra che non sarà dimenticato", ha detto la madre Ella Gutin. Il gesto è tanto più notevole in quanto i due non erano molto amici. "Ma si sono regalati le vittorie a vicenda".
  Dopo il funerale, Herschko ha fatto visita alla famiglia in lutto. È stata una grande sorpresa. Hanno chiesto: "Ras, sei tu?" Herschko era molto timida: sotto questo aspetto assomigliava al figlio scomparso, ha aggiunto la madre.

- La medaglia accanto alla lapide
  Herschko aveva già dedicato la medaglia al suo ex compagno di squadra ai campionati israeliani e l'aveva portata al cimitero. Lì si trova vicino alla lapide.
  Per Herschko, il successo a Zagabria ha significato la prima vittoria ai Campionati Europei nella categoria di peso dai 78 chilogrammi in su, dopo due medaglie d'argento consecutive. Anche Inbar Lanir, Tamar Malka e Timna Neslon-Levy hanno vinto il bronzo. Israele ha così conquistato il quarto posto nella classifica a squadre e i judoka si stanno ora preparando per i Giochi Olimpici di Parigi.

(Israelnetz, 29 aprile 2024)

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“La lobby degli ostaggi ha sconfitto quella della vittoria”: intervista a Daniel Pipes

Interlocutore abituale da anni de L’Informale, Daniel Pipes, presidente del Middle East Forum e tra i più autorevoli analisti del Medio Oriente, ci ha concesso la seguente intervista, la terza, da quando, il 7 ottobre 2023, Hamas ha attaccato Israele.

di Niram Ferretti

- In un’analisi per il Middle East Forum, Zvi Hauser  scrive: “Qualsiasi conclusione della guerra che non preveda l’eliminazione o il ritiro delle forze militari di Hamas da Gaza sarà interpretata come una vittoria di Hamas, per quanto estesi siano i danni che avrà subito”. È d’accordo?
  Sono completamente d’accordo, non solo perché la logica richiede la fine del potere di Hamas a Gaza, ma anche perché questo è stato l’obiettivo dichiarato più volte del governo israeliano. Ho due blog, uno con le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu che invoca la vittoria, e un altro dello stesso tenore tenuto da terzi. Focalizzandomi sul primo, conto che Netanyahu lo ha detto 163 volte nel contesto di 56 dichiarazioni dal 7 ottobre a oggi.

- L’accordo in corso tra Hamas e Israele assomiglia a una capitolazione di Israele. Nella nostra intervista di novembre, lei ha affermato che la conclusione della guerra sarà probabilmente per Israele un “mezzo fallimento”, ma da quello che emerge dai termini dell’accordo sembra molto peggio.
  Sì, è molto peggio. Il 27 aprile il ministro degli Esteri Israel Katz ha affermato che “il rilascio degli ostaggi è la massima priorità per noi”, aggiungendo che “se ci sarà un accordo, sospenderemo l’operazione” a Rafah, l’ultima roccaforte di Hamas a Gaza. Da ciò traggo tre conclusioni: Hamas continuerà a perseverare per combattere nuovamente Israele; in Israele la lobby degli ostaggi ha sconfitto la lobby della vittoria; e tutti i grandi discorsi di Netanyahu sulla “vittoria totale” erano solo chiacchiere.

- Porre fine alla guerra, non sconfiggere Hamas, sembra essere la priorità dell’amministrazione Biden. È così?
  Sì. Biden vuole che Israele sia al sicuro ma non gli permetterà di vincere. Contemporaneamente invia 17 miliardi di dollari in aiuti militari a Israele e minaccia di imporre sanzioni al battaglione Netzah Yehuda dell’IDF. Questa politica ossimorica deriva dal desiderio di Biden sia di proteggere Israele sia di ottenere i voti della sinistra anti-israeliana di cui ha bisogno per ottenere la rielezione a presidente a novembre.

- Quali sarebbero le conseguenze geopolitiche di una sconfitta israeliana a Gaza?
  Hamas conserverebbe la sua capacità di attaccare Israele da Gaza e incrementerebbe la sua ambizione di controllare la Cisgiordania. I mullah di Teheran si sentirebbero incoraggiati a portare avanti la loro guerra per procura contro Israele. I leader degli stati arabi vedrebbero Israele come un partner meno affidabile rispetto all’Iran. A Gerusalemme emergerebbe un primo ministro di estrema destra.

- Israele ha risposto in minima parte all’attacco iraniano del 13 aprile scorso. È più una decisione americana o israeliana?
  I resoconti variano, con alcuni che vedono Israele intenzionato a colpire l’Iran ma frenato dagli americani, altri che vedono la risposta fondamentalmente come una decisione israeliana. Non ne so abbastanza per giudicare quale delle due versioni sia la più attendibile.

- Lei conosce Benjamin Netanyahu dal 1983. Come giudica la sua conduzione della crisi in corso? 
  Il suo passato lungo e contrastante è stato accantonato  il 7 ottobre e, da una posizione di debolezza, sta cercando di fare risorgere la deterrenza israeliana e la propria reputazione. Temo che sia la persona sbagliata per questo lavoro. Come Neville Chamberlain, avrebbe dovuto dimettersi quando si è verificato il disastro.

- Come giudica il comportamento dell’Amministrazione Biden?
  Quella che prima chiamavo una politica ossimorica non piace a nessuno e non raggiunge alcun obiettivo. Mi rattrista vedere sia Netanyahu che Biden mettere i loro interessi personali al di sopra dei rispettivi interessi nazionali.

- Alcune delle università più elitarie degli Stati Uniti sono diventate il teatro di un odio senza precedenti contro Israele e di intimidazioni e molestie nei confronti di studenti ebrei. Come si è arrivati a questo punto?.
  Si tratta del culmine di decenni e decenni di antisionismo ai limiti dell’antisemitismo. Alla fine, tutti i pezzi si sono incastrati al posto giusto. Gli amministratori delle università si sono trovati poco preparati a questa deflagrazione quanto lo è stato Israele relativamente al 7 ottobre.

- In che modo possono agire le università per risolvere il problema?
  Devono rompere la monocultura prevalente della sinistra. Per fare un esempio l’University della Pennsylvania  (vicino alla quale vivo e dove ho documentato l’accampamento anti-israeliano che si trova al suo interno): il 99,7% delle donazioni politiche provenienti dalla sua facoltà nel 2021-22 è andato ai democratici.

- Domanda conclusiva. Le elezioni presidenziali americane sono incombenti. Reputa che per Israele Donald Trump sarebbe un presidente migliore rispetto a Joe Biden?
  Quando era presidente Trump ha adottato politiche filo-israeliane molto più di Biden, che accondiscende all’ala sinistra del suo partito. Ma Trump è una figura volubile ed è amareggiato dopo avere perso nel 2020, quindi non oso prevedere quali potrebbero essere le sue politiche di secondo mandato nei confronti di Israele. Ciò è particolarmente vero se Netanyahu sarà ancora primo ministro, perché Trump è profondamente risentito per il fatto che Netanyahu si sia congratulato con Biden per essere diventato presidente (come se Netanyahu avesse potuto scegliere di non farlo), arrivando addirittura a ingiuriarlo per averlo fatto.

(L'informale, 29 aprile 2024)

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Gli ebrei di New York non si fanno intimidire dai fascisti della Columbia

Gli ebrei di New York non si lasciano intimidire dai fascisti della Columbia University e organizzano spontaneamente una contro-manifestazione. Intanto sempre più chiaramente dietro alle proteste antisemite si nota la mano islamica.

di Antonio M. Suarez

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Naomi, studentessa al secondo anno del Barnard College della Columbia, sente i canti e i ritmi dei tamburi dalla sua stanza. “Sento ‘Intifada’, ‘From the River, To the Sea’, tutto questo”, dice, gesticolando lungo l’isolato verso il suo dormitorio. “Non si fa nulla. . . . La scuola ha perso il controllo”.
Naomi non dovrebbe essere qui. Una settimana fa, il primo giorno di Pasqua, l’università è passata a lezioni “ibride” – la presenza di persona è facoltativa – per il resto del trimestre. Naomi era già tornata a casa dopo che il rabbino dell’Orthodox Union Jewish Learning Initiative della Columbia aveva invitato gli studenti ebrei ad andarsene per paura della loro sicurezza. “Onestamente, stavo crollando”, dice.
Ma venerdì mattina era di nuovo qui, orgogliosa tra le bandiere israeliane in una manifestazione fuori dai cancelli del campus, che sono chiusi agli esterni. C’è questa mentalità: “Perché dobbiamo andarcene? Non stiamo causando alcun problema. Vogliamo solo fare il nostro lavoro”. “È coraggiosa, ma visto il clima del campus, non abbastanza da farsi identificare con il suo cognome, che rifiuta di dare dopo averci pensato su.
Ci troviamo in mezzo alla folla, ad ascoltare i parenti degli ostaggi e i leader ebraici locali che parlano a poche centinaia di metri dall’accampamento anti-Israele del campus. A differenza degli occupanti mascherati del campus, la folla pro-Israele sta a volto scoperto, cantando pacificamente “Riportateli a casa” tra un oratore e l’altro.
Molti sono vicini di casa dell’università, venuti a mostrare il loro sostegno agli studenti ebrei assediati. Kobi Cohen, 47 anni, israeliano di New York, è in piedi con il figlio di 16 anni. Si affretta a dire che non sostiene il governo di Benjamin Netanyahu. Ma poi fa un gesto verso le tende del campus e sospira. Stando in mezzo a poster di terroristi, i manifestanti anti-israeliani non sembrano avere una profonda comprensione del conflitto, dice il signor Cohen. Naomi è d’accordo: “Stanno solo esprimendo ostilità e antisemitismo. . . . Voglio dire, queste proteste sono letteralmente appoggiate da Hamas e dagli ayatollah”.
Una residente più anziana, Barbara Lass, tiene un cartello con la foto di un ostaggio e indossa una collana con la stella di Davide. Invoca “Revolution” di John Lennon: “Sono in piedi all’angolo e distribuiscono letteratura su Mao a giovani ignari”, dice. “Mi sono laureata nel 1968. Ho già visto tutto questo, ma è nuovo e migliorato. . . . Questi giovani americani si definiscono ora in base al loro vittimismo”.
È una folla eterogenea. I partecipanti alla manifestazione, di tutte le età ed etnie, tengono in mano bandiere di Israele, degli Stati Uniti e di altre nazioni i cui cittadini sono in ostaggio a Gaza. “Non siamo una controprotesta”, dice un oratore. “Leat Unger, un’ex alunna della Columbia il cui cugino, Omer Shem Tov, di 21 anni, è stato rapito al festival musicale Nova e non è stato ancora restituito, parla direttamente ai manifestanti anti-israeliani attraverso un megafono: “Se credete nei diritti umani e siete a favore dell’umanità, chiederete di riportarli a casa”.
Dopo aver osservato per settimane da lontano le odiose e minacciose proteste che imperversano nei campus di tutto il Paese, la manifestazione di venerdì mattina mi ha fatto sperare. Il popolo ebraico di New York non si lascerà intimidire da una folla ignorante e odiosa, a prescindere da quanto rumore faccia.

(Rights Reporter, 29 aprile 2024)

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Gaza, così arriveranno gli aiuti: le navi, la piattaforma, i soldati britannici

Gli israeliani stanno usando le macerie per costruire un molo di attracco sulla costa. Come in Normandia, nel progetto di Winston Churchill.

di Davide Frattini

Il progetto girava nella testa di Winston Churchill da almeno un paio di anni prima dello sbarco in Francia nel giugno del 1944. Lungo i pontili gli Alleati in dieci mesi trasportarono 2 milioni e mezzo di uomini, mezzo milione di veicoli, 4 milioni di tonnellate in materiali e rifornimenti. I britannici impiegarono dodici giorni a metterli giù e ad attaccarli alla costa della Normandia per creare un porto d’attracco dove non esisteva. Le piastre di metallo a fare da base erano chiamate «balene» e i pilastri d’acciaio o cemento che le sostenevano «coleotteri». Adesso gli americani stanno replicando l’idea, la tecnologia è ovviamente più avanzata. Ma la piattaforma non sarà attaccata a Gaza. 
La Marina statunitense, almeno 14 navi coinvolte, ne sta allestendo una in un punto in cui le acque al largo della costa sono profonde e i mercantili possono attraccare. Da lì imbarcazioni più piccole, dalla chiglia piatta, trasporteranno gli aiuti umanitari verso il molo a terra che i genieri israeliani stanno gettando sopra l’acqua usando la sabbia e le macerie delle case distrutte. 
Il viaggio più lungo resterà quello da Cipro alla Striscia, 210 miglia nautiche (poco meno di 400 chilometri) lo stesso corridoio marittimo utilizzato da World Central Kitchen. Sette volontari dell’organizzazione sono stati uccisi dai missili israeliani mentre cercavano di muovere e distribuire il cibo all’inizio di aprile. 
Il programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite avverte che in 5 settimane la popolazione nei 363 chilometri quadrati supererebbe la soglia della carestia, i bambini malnutriti sono già decine. Quando il presidente americano Joe Biden ha annunciato il piano di soccorso in marzo, ha assicurato che nessun soldato statunitense avrebbe messo piede sul suolo della Striscia. 
Secondo l’emittente Bbc, sarebbero le truppe britanniche a essere incaricate di completare l’ultima parte dell’operazione, dal porto flottante alle spiagge di Gaza. È il tratto più rischioso del trasporto finché la Striscia resta campo di battaglia, il perimetro di sicurezza attorno al punto d’attracco verrebbe garantito dagli israeliani. Non è lontano dall’avamposto tirato su all’estremità verso il Mediterraneo del cosiddetto corridoio Netzarim, la fascia che taglia in due il territorio e su cui il governo di Benjamin Netanyahu intende mantenere il controllo a lungo, nei proclami del primo ministro anche dopo la fine della guerra.

(Corriere della Sera, 29 aprile 2024)

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Israele distruggerà Hamas, e gli Stati Uniti lo sanno

"Non c'è altra scelta quando si ha a che fare con un gruppo terroristico il cui obiettivo è distruggere Israele", afferma il ministro Gila Gamliel.

di Amelie Botbol 

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Il ministro del Likud Gila Gamliel dice che non c'è altra scelta che distruggere Hamas

Distruggere Hamas non è una questione di se, ma di quando, e gli alleati di Israele lo sanno, ha dichiarato giovedì a JNS il ministro israeliano per l'Innovazione, la Scienza e la Tecnologia Gila Gamliel.
"Tutti i nostri amici lo sanno, anche gli Stati Uniti, e non c'è altra scelta quando abbiamo a che fare con un gruppo terroristico il cui obiettivo è distruggere Israele", ha dichiarato Gamliel a margine della Conservative Political Action Conference (CPAC) Hungary 2024.
Il gabinetto di guerra israeliano si è riunito giovedì pomeriggio per discutere dell'imminente operazione dell'IDF nella città di Rafah, nella Striscia di Gaza, dove sono trincerati quattro dei sei battaglioni di Hamas rimasti.
La città al confine con l'Egitto è anche il luogo in cui Gerusalemme ritiene che il gruppo terroristico tenga la maggior parte dei 133 ostaggi rimasti.
"Dopo quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre contro il popolo ebraico, contro civili che stavano ballando a una festa o altri che si stavano godendo la festività [Simchat Torah] nelle loro case, è impossibile permettere l'esistenza di questa organizzazione terroristica, tanto più ai nostri confini", ha dichiarato Gamliel, che appartiene al partito Likud del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
"Faremo tutto il possibile per distruggerli il prima possibile", ha aggiunto.
Politici di spicco, responsabili e personalità influenti di tutto il mondo si sono riuniti a Budapest per partecipare alla conferenza organizzata dal Centro per i diritti fondamentali.
In un'intervista rilasciata a JNS all'inizio di quest'anno, l'allora ministro dell'Intelligence Gamliel ha dichiarato che l'Iran è la vera causa della guerra contro Hamas a Gaza e degli altri conflitti nella regione.
"L'Iran è la grande storia. L'Iran ha creato tutti questi proxy del terrore per usarli non solo contro Israele ma in tutto il Medio Oriente", ha ribadito giovedì Gamliel.
"Pertanto, arriverà il giorno in cui dovremo affrontare direttamente l'Iran e distruggerlo per quello che sta facendo contro Israele e tutti gli altri Paesi", ha aggiunto.
Gamliel ha anche accusato le Nazioni Unite di non aver condannato adeguatamente i crimini sessuali commessi da Hamas il 7 ottobre.
"Le donne ebree non vengono riconosciute quando vengono stuprate, decapitate, date alle fiamme e rapite?", ha chiesto giovedì. "Vedo alcuni leader mondiali e mi vergogno di loro. Non si tratta di essere ebrei, musulmani o cristiani, si tratta di umanità".
"Come pensate che si sentano queste donne stuprate in Israele? Le Nazioni Unite dovrebbero essere al fianco delle donne di tutto il mondo sulla base di principi, ma questi principi chiaramente non si applicano quando si tratta di donne ebree", ha detto Gamliel.
Al CPAC partecipano anche il Ministro degli Affari della Diaspora e della Lotta all'Antisemitismo Amichai Chikli (Likud), il membro della Knesset Amit Halevi (Likud) e il deputato Ohad Tal (Sionismo Religioso).
Tal ha dichiarato giovedì a JNS che l'amministrazione Biden non sta sostenendo a sufficienza Israele nella sua guerra contro Hamas, e questo è uno dei motivi per cui l'Iran ha deciso di attaccare direttamente lo Stato ebraico.
"Se la prima cosa che il Presidente [Joe] Biden fa dopo l'attacco senza precedenti dell'Iran contro Israele è chiamare il Primo Ministro Netanyahu e dirgli che l'America non sosterrà una risposta, questo non ci aiuta", ha detto Tal.

(Israel Heute, 28 aprile 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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«Riformare l’Unrwa? Un’illusione»

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Scritto dal giornalista anglo-tedesco Alan Posener, il testo pubblicato il 24 aprile su Die Welt e intitolato Die Bundesregierung belügt sich selbst und uns, ossia “Il governo federale sta mentendo a se stesso e a noi” è molto severo con le istituzioni tedesche, criticate per la scelta di riprendere a finanziare l’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Palestinesi nel vicino Oriente. Con una decisione presa per di più «nel bel mezzo della settimana della Pasqua ebraica», il governo tedesco ha a tutti gli effetti «preso a schiaffi» gli ebrei di tutto il mondo, oltre ovviamente a Israele. Dopo aver affermato che «l’organizzazione umanitaria palestinese offre agli attivisti anti-israeliani posti di lavoro ben retribuiti e serve a perpetuare lo status di rifugiato, per l’eternità» Posener scrive che la Germania dovrebbe chiederne lo scioglimento e smettere di sostenerla.
  «Sono gli stati arabi ricchi che dovrebbero intervenire a finanziarla, semmai».
  L’Unrwa ha, come minimo, qualche «problema di neutralità» (come afferma anche il report di Catherine Colonna, ex ministro degli Esteri francese), e di corruzione, e si è trasformata in un’organizzazione che garantisce agli attivisti anti-israeliani non solo buoni stipendi, ma anche un’ottima copertura: i suoi dipendenti sono stati accusati di aver preso parte ai massacri avvenuti il 7 ottobre. Nonostante Colonna non abbia trovato prove di questo coinvolgimento è evidente che senza una intelligence ben preparata trovare prove del genere sarebbe davvero arduo, così come è difficile distinguere fra i combattenti di Hamas e i civili. Ed è comunque certo che nelle scuole dell’Unrwa viene negata l’esistenza di Israele e c’è un apprendimento precoce dell’antisemitismo. Ovviamente, continua Posener, sotto la dittatura di Hamas anche solo restare imparziali è praticamente impossibile, e questo è vero anche nei campi profughi in Giordania, Libano e Siria, e ovunque ci sia un coinvolgimento dell’Unrwa.
  Anche riconoscendo un’iniziale non volontà di essere coinvolti, si tratta di una parte di mondo in cui se si vuole sopravvivere non c’è scelta: si collabora con i gruppi terroristici.
  Da qui all’idea con cui Posener ha aperto l’articolo il passaggio è ovvio: il governo tedesco, nel momento in cui riprende a finanziare l’Unrwa mente a se stesso ma anche ai suoi cittadini: chiedere una riforma interna e pretendere che venga fatta formazione continua è insensato. E inutile, dato che il problema è strutturale: l’Unchr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite i Rifugiati, è responsabile per 114 milioni di rifugiati nel mondo: solo i palestinesi hanno un’organizzazione umanitaria dedicata. Il motivo è noto: è stato l’unico modo possibile per mantenere lo status di rifugiati per se stessi e per i propri discendenti, un dato necessario sia a giustificare la richiesta di “ritorno” che a perpetuare l’esistenza stessa dell’agenzia, necessaria a sostenere proprio coloro che poi permettono ai paesi arabi di lamentare la negazione dei diritti elementari ai palestinesi “rifugiati”.

(moked, 28 aprile 2024)

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In Brasile, episodi di antisemitismo aumentati del 1000%

di Nathan Greppi

Da quando è scoppiata la guerra tra Israele e Hamas, il Brasile ha adottato posizioni ambigue sul conflitto: l’attuale presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha accusato a più riprese il governo di Gerusalemme di commettere un genocidio a Gaza, al punto da venire dichiarato “persona non grata” in Israele.
Negli ultimi mesi, si è intensificata nel paese sudamericano anche l’allerta per potenziali attentati terroristici: alla fine del 2023, la polizia federale brasiliana sventò un possibile attentato pianificato da Hezbollah, che stava reclutando cittadini brasiliani per colpire la comunità ebraica, la quale in Brasile contava circa 90.000 persone nel 2023.
Per capire come stanno vivendo la situazione gli ebrei brasiliani, abbiamo parlato con il team dell’Osservatorio Ebraico dei Diritti Umani del Brasile (noto anche con la sigla OJDHB), che monitora e denuncia gli episodi di antisemitismo nel paese, nonché le discriminazioni nei confronti di altre categorie (donne, omosessuali, neri, popolazioni indigene, ecc.). Nel corso della discussione, ci ha aiutati come interprete dal portoghese Graziano Mazzocchini, ricercatore e docente italiano naturalizzato brasiliano.
“L’antisemitismo è sempre esistito nella società brasiliana, già da prima del 7 ottobre, e si tratta certamente di un antisemitismo strutturale, come sono strutturali altre forme di razzismo”, racconta Claudia Heller dell’OJDHB. “Ma se in precedenza l’antisemitismo veniva veicolato soprattutto da gruppi di estrema destra e neonazisti, ciò a cui si è assistito dopo il 7 ottobre è che all’estrema destra si è aggiunto un antisemitismo proveniente da certi settori dell’estrema sinistra. Questi non si limitano a criticare le attuali politiche israeliane, ma attaccano l’esistenza stessa d’Israele”.
Dopo l’inizio della guerra tra Israele e Hamas, “le statistiche disponibili dicono che gli incidenti di natura antisemita sono aumentati del 1000%”, dichiara la giornalista e ricercatrice Gabriela Franco. “Questo è un dato scioccante poiché, nonostante l’antisemitismo strutturale e latente, il Brasile è sempre stato percepito come un paese molto aperto e tollerante, dove la presenza ebraica era ben accetta”.
Rispetto a quello che succede ad esempio negli Stati Uniti o in Francia, spiega la Heller, “qui in Brasile l’antisemitismo, nella stragrande maggioranza dei casi, si è manifestato attraverso la violenza verbale, tramite insulti, ma per fortuna non ci sono state molte aggressioni fisiche o peggio, almeno finora. Ciò differenzia il Brasile anche da altri paesi latinoamericani, come l’Argentina, dove ci furono gli attentati all’Ambasciata israeliana nel 1992 e al centro ebraico AMIA nel 1994, del quale oggi sappiamo che i responsabili furono gruppi terroristici legati allo scacchiere mediorientale. Nulla di tutto ciò è presente qui da noi, perlomeno a quei livelli”.
A proposito dello sventato tentativo di organizzare un attentato in Brasile da parte di persone legate a Hezbollah, aggiunge che “da un lato, il pubblico ministero e la polizia federale hanno svolto un lavoro abbastanza discreto e meticoloso, come hanno dimostrato questi arresti. Ma dall’altro lato, vediamo che i consulenti dell’attuale governo brasiliano negano o minimizzano la presenza diretta di gruppi terroristici di matrice islamista qui in Brasile. Su quest’ultimo atteggiamento, esistono due possibili interpretazioni: o lo fanno per non scatenare il panico nella società, oppure è un negazionismo sistematico del fenomeno”.
Per quanto riguarda invece la sensibilizzazione dell’opinione pubblica su questi problemi, Mazzocchini afferma che da parte dell’OJDHB “ci sono state delle iniziative nelle scuole per sensibilizzare le persone sul tema della violenza antisemita. Inoltre, l’Osservatorio lavora anche su altri tipi di violenze, come alcuni attacchi da parte dell’estrema destra. Dal 2019 viene pubblicato un report annuale, che raccoglie episodi relativi a discorsi antisemiti e neonazisti. Il report che uscirà quest’anno cercherà di tenere conto anche del nuovo spettro di discorsi antisemiti, che possono provenire anche da alcuni settori di sinistra e progressisti”.

(Bet Magazine Mosaico, 28 aprile 2024)

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Israele e il Messia – percorsi paralleli (2)

La genealogia di Gesù all’inizio dei Vangeli rappresenta l’incastro indissolubile tra Antico e Nuovo Testamento

di Gabriele Monacis

A differenza di ciò che avviene nelle traduzioni della Bibbia nelle diverse lingue, dove l’ordine dei libri va dalla Genesi al profeta Malachia, il canone dell’Antico Testamento in ebraico va dal libro della Genesi a quello delle Cronache.
   Volendo considerare il primo e il secondo libro delle Cronache come un unico libro, al suo inizio si trova una lunga genealogia che occupa i primi nove capitoli. Essa comincia con Adamo e finisce con gli esuli che tornano a Gerusalemme dopo l’esilio a Babilonia. Alla fine del libro delle Cronache si trova l’editto del re Ciro, l’evento che mette fine all’esilio dei figli di Israele a Babilonia e li spinge a tornare nella loro terra.
   La Scrittura rivela che l’emanazione di questo editto non fu un’iniziativa del re di Persia, ma fu l’Eterno a destare lo spirito di Ciro e a spingerlo ad emanare questo editto. A voce e per iscritto, il re lo fece pubblicare per tutto il suo regno, dicendo: 'L'Eterno, l'Iddio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di costruirgli una casa in Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, l'Eterno, il suo Dio, sia con lui, e parta!' (2 Cronache 36:23).
   Proprio con queste parole si conclude l’Antico Testamento in lingua ebraica: con la voce di un re pagano, di Persia e non di Israele, che ha ricevuto dall’Iddio dei cieli il dominio su tutti i regni della terra e a cui viene comandato di costruire all’Eterno una casa in Gerusalemme.
   Il vangelo di Matteo, il primo libro del Nuovo Testamento, inizia con queste parole: Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abraamo.
   Da una prima osservazione, sembra che il primo libro del Nuovo Testamento voglia riallacciarsi all’ultimo libro dell’Antico Testamento attraverso la genealogia di Gesù Cristo, collegandolo a due importanti perni della storia di Israele: Davide e Abramo, appunto. Sembra proprio che l’incastro tra l’Antico e il Nuovo Testamento avvenga qui, con la genealogia di Gesù Cristo.
   Questa genealogia nel vangelo di Matteo ricorda la lunga genealogia del libro delle Cronache anche per un altro motivo. Fissa tre capisaldi: il primo e il secondo sono, come detto, Abramo e Davide; il terzo caposaldo è un evento storico: il ritorno in terra di Israele dalla deportazione in Babilonia. Proprio come la genealogia del libro delle Cronache, che nel capitolo nove termina con i nomi di coloro che si stabilirono a Gerusalemme dopo il ritorno dall’esilio.
   Scorrendo i nomi presenti nella genealogia di Gesù Cristo del primo capitolo del vangelo di Matteo, si osserva che sono quasi tutti di uomini, ad eccezione di cinque donne. Come dei punti bianchi su uno sfondo nero, questi cinque nomi balzano all’occhio del lettore, per spingerlo a guardare in una certa direzione. Quale?
   La prima donna è Tamar, nuora di Giuda, a cui partorì i gemelli Perez e Zerac. La seconda è Raab, la prostituta di Gerico, la quale non venne distrutta insieme con la sua città per aver protetto le spie dei figli di Israele. Da questa donna, Salmon generò Boaz. Il quale, a sua volta, generò Obed da Rut, la terza donna menzionata nella genealogia del vangelo di Matteo. Rut era moabita e venne presa in moglie proprio da Boaz per ridare vita alla discendenza della famiglia di Naomi, il cui marito e i cui figli erano morti nel paese di Moab. Il nome della quarta donna non viene menzionato. Di lei è detto che era stata la moglie di Uria. Il libro di Samuele parla ampiamente di questa donna, Bat Sheba, a cui Davide si unì quando era ancora moglie del suo fedele soldato Uria. Dopo la morte di quest’ultimo in battaglia, Bat Sheba partorì Salomone a Davide. La quinta donna è Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo.
   Considerando le storie di queste cinque donne, c’è una caratteristica che le accomuna tutte: i figli che esse partorirono nacquero tutti da unioni, per così dire, non convenzionali. Tamar, come detto, era la nuora di Giuda, al quale la donna si unì non rivelando la propria identità, ma facendogli credere di essere una prostituta. Raab faceva questo mestiere nella sua città, Gerico. Lei, insieme alla sua famiglia, furono gli unici a scampare alla distruzione che Dio aveva stabilito sulla loro città. Dopo questo evento, essi entrarono a far parte integrante del popolo di Israele. Rut, che era moabita e quindi non era una figlia di Israele, partorì a Boaz Obed, il quale diventò il nonno del re Davide. Bat Sheva, come detto, era stata moglie di Uria quando Davide si unì a lei. Da quell’unione nacque un figlio, che morì molto presto. Di Maria, la quinta donna, e della nascita di Gesù, è scritto così: “Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo” (Matteo 1:18).
   Non può essere un caso, dunque, che i nomi delle donne menzionate in questa genealogia siano tutti legati ad unioni che, per un motivo o per un altro, escono dagli schemi classici e da ciò che umanamente ci si auspicherebbe in una famiglia che si rispetti. Non solo quelli delle donne, ma da un punto di vista morale, neanche i nomi dei figli nati da costoro sarebbero dovuti rientrare nel lignaggio di una famiglia che appartiene al popolo di Israele, tanto meno la famiglia del Messia di Israele. 
   E invece nella genealogia di Gesù Cristo ci sono i figli nati dall’unione tra un suocero e una nuora, nel caso di Giuda e Tamar; da una madre che faceva, o aveva fatto, la prostituta, nel caso di Raab; da una donna moabita, quindi straniera e pagana, nel caso di Rut; da una donna che nella sua vita era andata con un uomo che non era suo marito, nel caso di Bat Sheba; da una donna che era rimasta incinta prima di sposarsi, nel caso di Maria.
   Da un punto di vista morale, questi nomi, e le vicende ad essi legate, sarebbero piuttosto da celare, non da riportare nei resoconti storici. Se si vuole preservare il buon nome di una famiglia, il senso comune direbbe che i nomi dei figli nati da questi comportamenti deplorevoli e quelli delle loro madri andrebbero rimossi dai registri, in modo che con il tempo vengano dimenticati da tutti e la storia della famiglia dimostri una certa conformità di costumi.
   E invece no. Nella genealogia di Gesù Cristo, i nomi di quelle donne vengono riportati a uno a uno. E i loro figli diventano punti fermi nella storia della famiglia del Messia di Israele. Perché? Non sarebbe meglio che certe cose cadessero nell’oblìo? Ai fini di presentare una persona così importante come il Messia, tutto ciò sembra contro producente. Infatti è contro producente nei confronti dell’onore degli uomini, ma non nei confronti di Dio.
   La genealogia che apre il vangelo di Matteo sembra fatta apposta per ricordare, e non dimenticare, che quei fatti non solo fanno parte della storia di Israele, ma sono fondamentali per comprendere la venuta del Messia. Evidentemente, il Nuovo Testamento si pone come continuazione dell’Antico anche e soprattutto alla luce di quelle unioni che non soddisfano le aspettative degli uomini. Anche perché il Messia stesso nacque da Maria in una circostanza non convenzionale: non per volontà degli uomini, ma di Dio.
   Che significato ha dunque il fatto che, in apertura del Nuovo Testamento, la genealogia di Gesù Cristo ripercorra la storia di Israele proprio ricordando dei fatti che non contribuiscono ad innalzare l’onore dei suoi antenati? Quale significato acquista, in questo senso, la venuta del Messia? Proveremo a dare una risposta a questa domanda in una prossima occasione.

(2. continua)

(Notizie su Israele, 28 aprile 2024)



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Quelli che criticano la reazione di Israele, ma non la mattanza di Hamas

L’inizio delle probabili operazioni militari a Rafah porta con sé le accuse, legittime, ai metodi del governo Netanyahu. Possibile però che nessuno riconosca il ruolo in questa tragedia dei terroristi che comandano a Gaza e usano i civili come scudi umani?

di Iuri Maria Prado

Esattamente come fu per quelle dell’anno scorso, cominciate dopo gli eccidi del 7 ottobre mentre ovunque se ne denunciavano gli intenti genocidiari, si va verso l’inizio delle probabili operazioni militari a Rafah nel clima di incolpazione che preconizza gli imminenti massacri e il disastro umanitario che aggraverebbe ulteriormente la situazione di moltitudini spossate.
  C’erano allora due modi di protesta e contestazione, due argomenti di opposizione, nella disponibilità di chi ripudiava l’ipotesi della reazione israeliana. E così, identicamente, oggi, per questa evoluzione a sua volta temibilmente tragica.
  Il primo era il modo legittimo, l’argomento non indiscutibile ma degnissimo, con il quale si chiedeva a Israele di non fare quella guerra agli autori e ai mandanti del Sabato Nero sterminatore perché essi avrebbero usato i corpi di due milioni di uomini, donne e soprattutto bambini come sacchi di sabbia a difesa delle armi e dei tunnel costruiti con i soldi delle tirannie e della cooperazione internazionale. E questo argomento non l’ha adoperato praticamente nessuno. Nessuno ha detto a Israele di non fare la guerra a quelli che vogliono distruggerlo perché quelli che vogliono distruggerlo avrebbero usato quell’esercito di inermi. Nessuno ha detto a Israele che i macellai avrebbero offerto al macello anche i propri figli, innanzitutto i propri figli e che dunque, per quanto fosse giusto e doveroso reagire, Israele avrebbe dovuto farsi carico dell’enorme onere supplementare di salvare dai macellai le famiglie e i figli dei macellai. Nessuno ha chiesto a Israele il sacrificio di sopportare il pericolo effettivo, urgente, micidiale di lasciare in vita e nella possibilità di azione decine di migliaia di stragisti, di sgozzatori, di stupratori con la motivazione che quel sacrificio, un sacrificio che a nessun altro Stato si richiede, un sacrificio che a nessun altro popolo si impone, avrebbe risparmiato la vita di molti innocenti.
  Israele avrebbe avuto il diritto di respingere questo richiamo, questo appello probabilmente irrealistico ma, appunto, provvisto di degne motivazioni. E chi avesse fatto quell’appello, e l’avesse visto respinto, del tutto legittimamente avrebbe potuto accusare Israele di una noncuranza inescusabile.
  Un altro è invece il modo che si è adoperato per contestare l’inizio delle operazioni militari a Gaza, ed è quest’altro modo che si ripropone da settimane in vista della prosecuzione a Rafah di quelle operazioni. È il modo dei mascalzoni e della stampa che pubblica notizie false. È il modo del giornalismo negazionista che censura ogni verità disagevole mentre spaccia ogni verità inventata, sapendo che è inventata. Si tratta di quelli per cui i civili di Gaza non contano nulla, se non per imputarne la morte allo Stato terrorista. Quelli per cui i morti negli ospedali di Gaza hanno un valore perché i soldati israeliani li hanno uccisi, non perché i terroristi si sono mischiati con loro.
  Quelli per cui la scuola distrutta ha un valore perché una bomba israeliana l’ha colpita, non perché i miliziani ne hanno fatto un bunker. Quelli per cui una moschea ridotta in macerie ha un valore perché l’Idf l’ha messa nel mirino, non perché conteneva una rampa di lancio. Quelli per cui gli ostaggi israeliani hanno un valore quando sono tre, uccisi un giorno per errore dagli israeliani, non quando sono centinaia, uccisi, torturati, stuprati per mesi dai rapitori la cui reputazione è difesa dai pacifisti che strappano i volantini con le immagini degli uomini, delle donne e dei bambini portati via dalle belve di Hamas. Quelli per cui i bambini nelle scuole di Gaza hanno un valore perché un tank israeliano li colpisce, non perché sotto la cattedra c’è un sotterraneo pieno di razzi né perché lì dentro imparano la bellezza del martirio ascoltando la lezione dell’insegnante pagato con i soldi dell’Unrwa.
  Sono questi, gli amici maggioritari della causa palestinese. Questi, i difensori della pace e del superiore interesse umanitario. Questi, solidali con l’infanzia di Gaza bombardata, ma intransigenti nel lasciarla libera e padrona di un futuro di miseria e cinture esplosive.

(LaPresse, 27 aprile 2024)

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L'inchiesta. Profughi in fuga, c'è un tariffario per scappare da Gaza

di Nello Scavo

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Famiglie palestinesi cercano rifugio sulla spiaggia di Gaza dallo squallore delle tendopoli di Rafah
«Prigionieri di Israele e in ostaggio di Hamas», dice l’uomo che ha pagato 15 mila dollari per dare alla moglie e alla figlia piccola una speranza di vita: lasciarsi alle spalle Gaza. I soldi non li aveva, perciò si è indebitato con i parenti emigrati all’estero. Hanno pagato loro gli emissari di “Hala”, la controversa agenzia di viaggi con buoni contatti al Cairo e in rapporti d’affari con Hamas. Il tariffario è variabile. I palestinesi senza documenti di viaggio, cioè la maggioranza dei rifugiati nella Striscia, hanno poco da negoziare: 2.500 dollari per i minori di anni 16 anni; 5.000 dollari per gli altri. Un adulto che vuole saltare la coda, deve mettere sul tavolo 10 mila dollari. Più a portata di mano è il biglietto d’uscita se si possiede un passaporto egiziano: tra i 650 e i 1.200 dollari.
Come Lara, la 18enne cristiana di Gaza City morta ieri dopo aver pagato un “passaggio sicuro” verso l’Egitto, ma stroncata dalla fatica e dal caldo. Le offerte sono pubblicizzate apertamente on-line da alcune agenzie di viaggio. Ai giornalisti che hanno contattato i numeri elencati sono stati forniti i preventivi. Un’agenzia egiziana ha affermato di aver addebitato ai palestinesi 7.000 dollari, agli egiziani 1.200 dollari e ad altri titolari di passaporto straniero 3.000 dollari.
I giornalisti di “Occrp”, la piattaforma di investigazione sulla corruzione e il crimine organizzato sono stati tra i primi a ottenere spiegazioni direttamente dagli agenti di viaggio. L’Egitto ha negato episodi di corruzione o estorsione. In una dichiarazione pubblicata il 10 gennaio, il capo del Servizio informazioni statale egiziano, Diaa Rashwan, ha respinto le «accuse infondate» secondo cui sarebbero state imposte tasse aggiuntive ai palestinesi al valico. Ma diverse fonti contattate da Avvenire, tra cui profughi di Gaza che sono riusciti a raggiungere l’Italia, affermano il contrario.
Abu M., un agente di viaggio palestinese che lavora con l’agenzia di viaggi “Hala”, spiega che le tariffe «sono cambiate nel corso della guerra». È la legge della domanda e dell’offerta, che a Gaza deve misurarsi con almeno quattro variabili: il denaro che scarseggia, le quote di uscita stabilite dal regime cairota, gli umori dei doganieri e l’andamento del conflitto. Il cuore tenero non c’entra. «Il prezzo è sceso perché all’inizio della guerra - spiega Abu M. - le persone che pagavano per lasciare la Striscia erano commercianti e uomini d’affari, mentre oggi ne sono rimasti pochi. Anche la domanda è diminuita a causa dei prezzi elevati, quindi le tariffe sono state abbassate per massimizzare il numero di viaggiatori e quindi i profitti».Contano denaro e convenienze. Hala deve versare una percentuale del fatturato agli emissari delle autorità di Gaza, cioè direttamente ad Hamas. Tra le migliaia di persone che sono riuscite a passare il confine ci sarebbero anche parenti di membri di alto rango dell’organizzazione armata. Tra questi anche cinque nipoti del leader militare di Hamas, l’imprevedibile Yahya Sinwar, due figli del portavoce della polizia di Gaza, Ayman Albatanji, e la moglie e i figli di Sameh Al-Siraj, membro del politburo di Hamas.
Molti abitanti della Striscia e che non dispongono delle risorse finanziarie dei membri di Hamas, sono ricorsi a campagne di raccolta fondi on-line, per racimolare il denaro necessario. Per le famiglie numerose vuol dire spendere molto di più per scappare, che investire nell’acquisto di una abitazione.
Il signore della frontiera non è un nome sconosciuto alle cronache internazionali. L’agenzia di viaggi “Hala” è una delle branche della società “Abnaa Sina” (Figli del Sinai). Sulla carta è una compagnia di costruzioni e appalti, di proprietà dell’uomo d’affari Ibrahim al-Organi, che grazie al “Gruppo Organi” è uno degli uomini più potenti del Sinai, dove controlla una sua milizia. Dopo un periodo in carcere, Organi ha costruito il suo impero economico fondato sul contrabbando. Oggi è considerato uno dei più stretti alleati del presidente egiziano al-Sisi.
Secondo Alberto Fernandez, ex diplomatico americano già a capo delle comunicazioni strategiche antiterrorismo Usa, Ibrahim al-Organi sta già guardando avanti: le sue società di edilizia sono coinvolte nella costruzione di un perimetro murato fuori Rafah, sul lato egiziano del confine con la Striscia di Gaza, nel quale potrebbero essere ospitati 100mila profughi. Fernandez è vicepresidente del Middle East Media Research Institute (Memri), che mesi prima dell’aggressione di Hamas aveva preconizzato il 7 ottobre, senza ricevere ascolto. Un funzionario egiziano impegnato nel negoziato con Hamas , ieri ha espresso all’agenzia Reuters i suoi timori: «L’Egitto, preoccupato per il potenziale afflusso di rifugiati palestinesi dalla vicina Gaza se la guerra dovesse continuare con l’offensiva israeliana nella città meridionale di Rafah».

(Avvenire, 27 aprile 2024)

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Gaza, carri armati e blindati israeliani ammassati lungo il confine

L'esercito israeliano ha ammassato dozzine di carri armati e veicoli blindati lungo il confine con la Striscia di Gaza meridionale. Potrebbero essere i preparativi per un'invasione della città di Rafah, che si trova poco oltre la frontiera con lo Stato ebraico. I carri armati e gli APC (acronimo di Armoured Personnel Carrier, trasportatore corazzato di personale) erano di stanza vicino al valico israeliano di Kerem Shalom, non distante da Rafah. Dopo oltre sei mesi di guerra, i leader israeliani affermano che Rafah sia l’ultima roccaforte di Hamas nella Striscia di Gaza. Nonostante la diffusa opposizione internazionale, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso di invadere la città, situata lungo il confine egiziano, come parte del suo piano per distruggere Hamas in risposta al raid del 7 ottobre nel sud di Israele. Circa 1,4 milioni di palestinesi, più della metà della popolazione di Gaza, si sono rifugiati a Rafah. La comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, teme che un’operazione israeliana possa mettere in pericolo i civili. Israele afferma che sta preparando un piano per evacuare i civili prima di effettuare qualsiasi operazione a Rafah.

(LaPresse, 26 aprile 2024)

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Parenzo: “Nella mia vita non ho mai avuto così paura di essere ebreo”

di Ermes Antonucci

Intervista al conduttore televisivo, di nuovo contestato dai collettivi pro Palestina: "C'è in corso un processo di nazificazione dello stato di Israele. Ogni ebreo diventa un potenziale nazista, se non dice quello che vogliono loro, quelli che in corteo urlano ‘ebreo cane’ e ‘assassini’"
  “La verità è che, se tu oggi porti la kippah in testa, nella migliore delle ipotesi ti insultano e ti sputano, nella peggiore ti tirano una bella sberla o ti aggrediscono. Quello che sta accadendo nei campus americani è evidente, ma in Italia la situazione è molto simile. Ci sono un sacco di giovani ebrei che non vanno più all’università con la kippah perché hanno paura di essere aggrediti”. Intervistato dal Foglio, David Parenzo, giornalista e conduttore televisivo, esprime la sua preoccupazione per la situazione vissuta dagli ebrei in Italia, dopo aver subìto l’ennesima contestazione da parte di alcuni collettivi studenteschi. 
  Ieri un gruppo di studenti dei collettivi Cambiare rotta e Osa ha manifestato davanti agli studi televisivi di La7 a Roma, chiedendo di incontrare il giornalista, che secondo loro sarebbe stato presente giovedì a Porta San Paolo agli scontri tra la Brigata ebraica e i gruppi filopalestinesi durante la manifestazione per la Festa della Liberazione. “Sono disposto a discutere con queste persone di ogni cosa e quando vogliono – dice Parenzo –, ma se mi mettono nel mirino, mi assediano e mi accusano addirittura di essere stato a capo di una rivolta… Non c’è stata nessuna rivolta contro nessuno. C’era semplicemente un gruppo di cittadini italiani che volevano festeggiare il 25 aprile ricordando la Brigata ebraica, protetti dalla polizia, perché se fossero andati in piazza senza protezione sarebbero stati aggrediti. E’ normale che per andare in un corteo occorra la protezione della polizia? La vera domanda da porsi è questa”.
  “Sono andato in piazza con il rabbino capo di Roma, il professor Riccardo Di Segni, con il presidente della Comunità ebraica romana, Victor Fadlun, e con tante altre persone per celebrare come ogni anno il contributo che la Brigata ebraica ha dato alla Liberazione. Ricordo peraltro che la Brigata ebraica non ha nulla a che vedere con Israele, perché lo stato di Israele nacque dopo la Seconda guerra mondiale. Ma alcune persone evidentemente quando vedono la stella di David si eccitano come il toro nella corrida”, dice il giornalista. 
  Durante la manifestazione, il corteo della Brigata ebraica è stato vittima, sia a Roma sia a Milano, di insulti (come “ebreo cane” e “assassini”), oltre che di aggressioni fisiche da parte di alcuni militanti pro Palestina. “Penso che in questo momento ci sia un processo di nazificazione dello stato di Israele – afferma Parenzo – Ogni ebreo diventa un potenziale nazista, se non dice quello che vogliono loro. Quelli che urlavano ‘ebreo cane’ e ‘assassini’ sono la dimostrazione plastica di ciò che sta accadendo”. I collettivi la accusano di essere un liberalsionista. “Questi poverini non sanno il significato delle parole – risponde Parenzo – Io sono sionista nell’accezione dell’essere favorevole allo stato di Israele, ma ho criticato e critico le politiche di Netanyahu. Questo però non c’entra niente, perché queste persone contestano il diritto di Israele a esistere. Lo slogan che questi ragazzi ripetono, ‘dal fiume al mare’, significa cancellare lo stato di Israele”.
  Il presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, ha dichiarato al Foglio che nelle piazze italiane scorre “un odio antiebraico, un odio criminale e omicida”. “Sono completamente d’accordo. L’antisemitismo e l’antisionismo sono come un fiume carsico che emerge ciclicamente”, dice Parenzo, che poi ricorda: “Il 9 ottobre 1982 ci fu il famoso attentato alla sinagoga di Roma, compiuto da un commando terrorista palestinese, in cui rimase ucciso il piccolo Taché. Questo episodio purtroppo rappresenta ancora una ferita aperta per la comunità ebraica ed è stato anche ricordato  dal nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. All’epoca – prosegue il giornalista – io ero molto giovane, perché sono nato nel 1976. Ebbene, oggi ho 48 anni e posso dire di non aver mai vissuto un periodo come quello di oggi, in cui ti senti in pericolo, in quanto ebreo, non solo di mostrare le tue origini, ma anche di esprimere la tua opinione. Qualsiasi cosa tu dica, infatti, vieni accusato di essere nazista”. 
  “Nonostante tutto ciò, resto a favore del dialogo. Per questo dico: confrontiamoci”, conclude Parenzo, che alla fine della giornata tribolata di ieri ha fatto sapere di aver ricevuto la solidarietà anche del Quirinale.

Il Foglio, 27 aprile 2024)

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Rivolta degli studenti contro Israele! Cosa c'è dietro?

Come mai le principali università degli Stati Uniti, quasi tutte, hanno improvvisamente un problema con Israele? Chi o cosa c'è dietro?

di Aviel Schneider

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Studenti filo-palestinesi si accampano nel campus della Columbia University per protestare contro le relazioni dell'università con Israele

GERUSALEMME - Cosa vogliono gli studenti? Sono davvero interessati alla giustizia e ai diritti umani dei palestinesi? Si presume che gli studenti siano persone intelligenti. Che ne sappiano di più ed è per questo che salgono sulle barricate per la Palestina? Oppure sono stupidi e non ne hanno idea? Gli studenti sono forse portati per il naso? Due milioni di persone sono morte nella guerra civile in Sudan, e non ci sono state proteste in nessuna delle prestigiose università.
Il capo di Stato siriano Assad è responsabile della morte di oltre 500.000 arabi nel suo Paese, milioni sono in fuga, e anche in questo caso gli studenti non hanno invocato una rivolta e non hanno cantato "Siria libera". Saddam Hussein ha ucciso circa un milione di persone sotto il suo governo, e anche in questo caso non ci sono state proteste nelle università americane. Dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941, le forze americane uccisero circa 1,5 milioni di giapponesi. Dopo l'11 settembre, l'attacco terroristico islamico al World Trade Center di Manhattan, l'America ha risposto con una guerra contro i terroristi. In Afghanistan sono state uccise più di 400.000 persone. Nessuno ha accusato Washington di genocidio.
Da giorni, gli studenti manifestano a favore della Palestina e contro Israele in rinomate università statunitensi, tra cui la Columbia University e la NYU. Più di 100 dimostranti filo-palestinesi sono stati arrestati in violenti scontri in diverse università. I disordini e il caos nei campus statunitensi sono in aumento, con scontri violenti in diverse università importanti, ben oltre la Columbia University, tra cui l'Università del Texas ad Austin, l'Università della California del Sud e l'Università MIT vicino a Boston. Nella notte, l'odio verso Israele è esploso tra gli studenti di tutta la nazione.
"Quello che sta accadendo nei campus americani è spaventoso. La folla antisemita ha preso il controllo delle principali università. Chiedono la distruzione di Israele. Attaccano gli studenti ebrei. Attaccano i professori ebrei. Tutto ciò ricorda quello che è successo nelle università tedesche negli anni Trenta. È imperdonabile. Tutto questo deve essere fermato. Deve essere condannato, in modo inequivocabile. Ma questo è esattamente ciò che non è accaduto. La reazione di alcuni presidenti di università è stata vergognosa", ha dichiarato ieri il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu davanti alle telecamere.
Quello che sta avvenendo in America è un evento che si è sviluppato lentamente e pazientemente negli ultimi 25 anni e che ora ha raggiunto la maturità. "L'organizzazione principale che guida le manifestazioni e che è responsabile dell'agitazione nei campus universitari è un'organizzazione chiamata Students for Justice in Palestine (SJP). L'SJP è un'estensione della Fratellanza Musulmana radicale negli Stati Uniti e opera nei campus e nelle università con l'obiettivo di promuovere un'agenda favorevole a Hamas e antisemita", afferma il dottor Koby Barda, esperto di storia politica americana e relazioni internazionali e ricercatore senior presso l'Haifa Incubator for Religious Studies dell'Università di Haifa.
"Questa cellula studentesca è attiva in più di 200 campus negli Stati Uniti e mira a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla Palestina e a marchiare e danneggiare tutto ciò che riguarda gli israeliani e l'ebraismo", ha dichiarato il dottor Barda. "Nel corso degli anni, hanno minimizzato la questione dell'anti-israelismo, sostenendo che si tratta di antisionismo. La loro idea è quella di provocare disordini e creare un ambiente che sostenga la Palestina e le proteste".
I Fratelli Musulmani hanno altre sedi negli Stati Uniti, ma il SJP è responsabile delle attività tra gli studenti. "Le università sono il luogo più facile per mobilitarsi rapidamente e realizzare un cambiamento sociale", afferma Barda. Egli fa riferimento a una stretta relazione, che chiama "alleanza verde-rossa" e che è diventata sempre più forte negli ultimi anni. Con questo termine Barda intende la stretta alleanza tra islamisti e marxisti. "È un duo focoso, con un fossato ideologico tra loro, ma scelgono l'intersezione ideologica su cui possono trovare un accordo e sostengono che due minoranze unite possono costituire un programma comune senza essere d'accordo su tutto". Ciò che li unisce è l'odio verso gli ebrei e Israele, nient'altro.
8 ottobre, San Francisco, manifestazione di gioia per il massacro di Hamas. L'oratore: il Prof. Hatem Bezian dell'Università di Berkeley incita la folla allegra e descrive il massacro come il giorno dell'indipendenza palestinese. Il Prof. Bezian è la persona che 23 anni fa, da studente a Berkeley, ha fondato l'organizzazione SJP - Students for Justice for Palestine - che è alla base di quanto sta accadendo ora nel campus.
L'SJP è riuscito a motivare migliaia di studenti a protestare in modo aggressivo. Molti non hanno nulla a che fare con il conflitto israelo-palestinese, la maggior parte degli studenti non ha nemmeno una vera idea di questo conflitto. E lo si vede e lo si sente quando gli viene chiesto loro dalle telecamere per cosa stanno protestando. "SJP sfrutta questi ragazzi creando segni e simboli, come l'anguria, che è diventata il simbolo del nazionalismo palestinese grazie ai suoi tre colori: verde, rosso e nero, come la bandiera palestinese. "La kufiya palestinese diventa un capo di abbigliamento obbligatorio, perché tramite TikTok viene fatto sapere quanto sia cool la kufiya durante le proteste. Se vuoi essere cool, devi indossare un berretto. L'SJP motiva questi utili idioti ad agire", afferma la dott.ssa Barda. "Molti di questi studenti di università prestigiose, che hanno tutto il futuro davanti a sé, stanno mettendo a rischio il loro lavoro attuale e futuro e le alte tasse universitarie che i loro genitori pagano per loro, e non capiscono davvero il senso delle loro azioni".
Un rapporto del 2022 del Network Contagion Research Institute (NCRI) ha indicato il Qatar come il più grande donatore straniero alle università statunitensi. La ricerca ha rilevato che tra il 2001 e il 2021, 13 miliardi di dollari sono confluiti illegalmente nell'istruzione superiore statunitense, con il Qatar che ha donato un totale di 4,7 miliardi di dollari alle università statunitensi. Sembra che nel corso degli anni le università statunitensi siano state influenzate da Paesi stranieri, in particolare dal denaro del Qatar che ha trasformato le università statunitensi in incubatori di interessi qatarioti. Il regno del Golfo ha versato miliardi nell'istruzione degli studenti americani in cerca di "soft power", ma alcuni sostengono che il denaro promuova anche tendenze anti-israeliane e anti-ebraiche nelle scuole, come SJP. Tra le altre, la Carnegie Mellon University di Pittsburgh ha ricevuto 301 milioni di dollari dal Qatar tra il 2020 e il 2023. La Virginia Commonwealth University ha ricevuto 125 milioni di dollari tra il 2019 e il 2023 e la Georgetown University ha ricevuto 210 milioni di dollari tra il 2015 e il 2023, secondo quanto riportato dal Registro federale statunitense. Secondo un altro rapporto dell'AICE (Arab Funding of American Universities), quattro Stati arabi hanno ricevuto il maggior numero di donazioni tra il 1981 e il 13 ottobre 2023: Qatar (5,7 miliardi di dollari), Arabia Saudita (3,3 miliardi di dollari), Emirati Arabi Uniti (1,4 miliardi di dollari) e Kuwait (1,3 miliardi di dollari). Anche la Cina ha influenzato le università statunitensi con donazioni per un totale di quasi due miliardi di dollari dal 2012.
Non sorprende quindi che i giovani siano tutti spaventati quando si parla di Israele e di ebrei. Sono pressati a farlo perché le loro università sono pagate per farlo. Non ha nulla a che fare con la matematica o la giustizia. Non importa quante persone vengono uccise nei Paesi arabi donatori, gli studenti semplicemente non ne hanno idea e vengono presi in giro. È questa la generazione dei nuovi leader negli Stati Uniti? Cosa sanno questi studenti di Hamas? Niente! Difendono un gruppo terroristico sanguinario e si mettono contro Israele.
Vediamo questa crescita esponenziale di antisemitismo in tutta l'America e in tutte le società occidentali ogni volta che Israele cerca di difendersi da terroristi genocidi che si nascondono dietro i civili. Ma è Israele che viene falsamente accusato di genocidio, Israele che viene falsamente accusato di fame e di ogni sorta di crimini di guerra. È tutta una grande calunnia. Ma non è una novità. Miliardi di dollari destinati alle università americane sono utilizzati per distorcere e riscrivere la verità contro Israele. Il risultato lo vediamo oggi nei campus universitari e questo influenzerà la politica americana in futuro. Se questo è il livello degli studenti americani, allora mi dispiace per gli Stati Uniti d'America. Gli Stati Uniti stanno lentamente perdendo il loro DNA cristiano.
Ecco perché Bibi ha fatto appello alle persone all'estero:
"Ora è importante che tutti noi che siamo interessati e sosteniamo i nostri valori e la nostra civiltà ci alziamo insieme e diciamo basta. Dobbiamo porre fine all'antisemitismo, perché l'antisemitismo è il canarino nella miniera di carbone. Precede incendi sempre più vasti che coinvolgono il mondo intero. Chiedo quindi a tutti voi, ebrei e non ebrei, che avete a cuore il nostro futuro comune e i nostri valori comuni, di fare una cosa: Alzatevi, parlate, fate sentire la vostra voce. Fermate l'antisemitismo ora".

(Israel Heute, 26 aprile 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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L’antisemitismo digitale in Australia. Intervista ad Andre Oboler

di Nathan Greppi

Dopo il 7 ottobre, in tutto il mondo la diffusione dell’antisemitismo ha raggiunto livelli che in alcuni casi non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Questo odio è stato alimentato in modo particolare dalla galassia dei social, dove istigazione all’odio, notizie false e teorie complottiste circolano indisturbate.
  Esemplare in tal senso ciò che è avvenuto il 16 aprile a Sidney, in Australia, dove sei persone sono state uccise a coltellate. In seguito, sui social si diffuse una bufala secondo cui l’aggressore fosse uno studente ebreo di nome Benjamin Cohen, ripresa anche dall’emittente televisiva australiana 7News. In breve tempo però è emerso che il vero assalitore era un quarantenne di nome Joel Cauchi, ma nel frattempo l’accusa contro Cohen era stata rimbalzata su decine di migliaia di post e sdoganata anche da una grossa emittente, la quale si scusò pubblicamente per la disinformazione veicolata.
  Per capire la portata del fenomeno in Australia, dove nel 2023 la popolazione ebraica risultava essere sopra le 117.000 persone, abbiamo parlato con Andre Oboler: esperto di odio in rete e già docente di cybersicurezza alla La Trobe University di Melbourne, è il presidente dell’OHPI (Online Hate Prevention Institute), istituto di ricerca per il contrasto dell’odio online, nonché membro della delegazione australiana presso l’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance).

- Quale era il livello di antisemitismo presente in Australia prima del 7 ottobre?
  Guardando nello specifico ai social network, in Australia vi era già una massa consistente di contenuti antisemiti, che le piattaforme non rimuovevano se non in percentuali minime. Poi è arrivato il 7 ottobre; a quel punto, abbiamo iniziato a confrontare quanti contenuti ci venivano segnalati ogni ora. Su Gab, principale social dell’estrema destra, l’aumento di contenuti antisemiti è stato circa del 1000%.

- Su quali social è più diffuso l’odio verso gli ebrei e Israele?
  Innanzitutto, occorre fare una precisazione: in base ai nostri dati, che riguardano in generale il mondo anglofono a livello globale, la maggior parte dei contenuti antisemiti non fa riferimento a Israele, perlomeno non direttamente.
  Per capire la situazione, abbiamo monitorato 10 piattaforme social: Facebook, Twitter, Telegram, TikTok, YouTube, Instagram, LinkedIn, Gab, Reddit e BitChute. In ciascuno di questi, abbiamo passato 16 ore a monitorare i contenuti antisemiti e altre 16 ore per i contenuti islamofobi. Abbiamo suddiviso i casi di antisemitismo in 4 categorie: distorsione e negazione della Shoah, incitamento alla violenza verso gli ebrei, antisemitismo tradizionale e quello legato a Israele.

- Come si distribuiscono questi tipi di antisemitismo sulle varie piattaforme?
  È emerso che Facebook e Twitter sono le piattaforme dove sono più diffuse l’istigazione alla violenza e la distorsione della Shoah. Di contro, LinkedIn è quella dove è più alta la percentuale di contenuti antisemiti legati a Israele, seguita da Instagram. Ma in generale, a parte LinkedIn su tutte le piattaforme la categoria più presente è quella dell’antisemitismo tradizionale.
  Sia l’antisemitismo sia l’islamofobia sono aumentati dopo il 7 ottobre, ma con delle differenze: i contenuti antisemiti che abbiamo trovato sono circa 2,4 volte più numerosi di quelli islamofobi (rispettivamente 2.739 e 1.151). Se Gab è il social con il tasso di antisemitismo più alto, a sorprenderci davvero è stato LinkedIn: sebbene venga generalmente usato per cercare lavoro, questo social è quello dove l’antisemitismo è cresciuto di più, passando dall’essere praticamente inesistente prima del 7 ottobre a livelli tali da posizionarlo al 6° posto tra le 10 piattaforme analizzate per quantità di contenuti antisemiti.
  Infine, abbiamo verificato quanto siano attive le piattaforme nel rimuovere i contenuti antisemiti. La media complessiva tra tutte quelle analizzate è del 18%; tuttavia, se si guarda alle singole piattaforme, ci sono delle differenze evidenti: se su LinkedIn il 36% dei contenuti antisemiti viene rimosso, su BitChute e Telegram questo succede solo nel 4% dei casi. Tra gli altri social, il tasso di rimozione è del 27% su Instagram, 25% su YouTube, 24% su Twitter, 22% su TikTok e Gab, 16% su Facebook e 9% su Reddit.

- Quando si tratta di contrastare l’odio in rete, che differenze ci sono tra le leggi australiane e quelle dell’Unione Europea?
  La differenza è che in Australia l’antisemitismo non viene sanzionato come in Europa. L’UE può anche avere la forza di affrontare su questo punto le aziende dei social, mentre l’Australia questa forza non la possiede. In teoria le leggi sono simili, e i discorsi d’odio sarebbero proibiti anche in Australia, ma in pratica non esistono vere e proprie sanzioni per le piattaforme che permettono all’antisemitismo di circolare.

- Dopo il recente attentato a Sidney, un ragazzo ebreo è stato accusato ingiustamente di esserne il responsabile…
  Tutto è partito da un utente chiamato Simeon Boikov, il quale da un anno vive nel consolato russo a Sidney, e che ha chiesto asilo politico in Russia per evitare un mandato di arresto per aggressione. Per capire come si è diffusa la falsa notizia, basti vedere cos’è successo su 4Chan: all’annuncio iniziale che fosse un ebreo, degli utenti filorussi hanno aggiunto speculazioni sul fatto che fosse un agente del Mossad, o che sia stato fermato da un russo. E anche dopo che i media riportarono la vera identità dell’attentatore, su 4Chan ci fu chi continuò a dire che la colpa era degli ebrei, bollando come “fake news del governo” gli aggiornamenti più recenti e decretando come “vera” la versione originale su Benjamin Cohen.

- Ci sono stati altri casi simili a questo in Australia?
  Una volta è successo dopo che nel novembre 2023 a Caulfield, un sobborgo di Melbourne, un locale di hamburger gestito da un palestinese fu vittima di un incendio doloso. Siccome il locale si trova a breve distanza dalla zona ebraica di Melbourne, in molti incolparono gli ebrei per l’accaduto; ciò portò ad una protesta violenta da parte di manifestanti filopalestinesi nel quartiere ebraico. Inoltre, diverse organizzazioni che rappresentano le comunità islamiche e palestinesi in Australia dissero che si trattava di un crimine d’odio, che aveva colpito il proprietario del locale in quanto palestinese.
  A gennaio, le autorità hanno arrestato i veri colpevoli, due giovani che non sono ebrei e non c’entrano nulla con la comunità ebraica. Al termine delle indagini, venne dichiarato ufficialmente che non si è trattato di un crimine d’odio, a dispetto di quello che si pensava all’inizio.

- Come OHPI, organizzate mai degli incontri di sensibilizzazione nelle scuole o nelle università?
  Solitamente non molto, ma quest’anno stiamo portando avanti un progetto in merito. Andiamo di rado nelle scuole, però forniamo molto materiale e teniamo dei corsi di formazione per gli insegnanti, facendo loro leggere i nostri report. Siamo andati a mostrarli anche a diversi parlamentari, non solo in Australia ma anche negli Stati Uniti e in Canada.

- La classe politica e le istituzioni australiane sono consapevoli dei rischi che questo odio comporta per la sicurezza della comunità ebraica?
  Generalmente lo sono, ma non come da voi in Italia; ricordo ancora quando sono venuto nei vecchi uffici del CDEC a Milano, e c’erano i militari a sorvegliare la zona. In Australia questo non avviene, la comunità ebraica ha il proprio servizio di sicurezza, che però riceve fondi dal governo. Semmai, il problema è che non sono altrettanto attenti quando si tratta di contrastare l’antisemitismo online.

(Bet Magazine Mosaico, 26 aprile 2024)

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Il 25 aprile a Milano: la Brigata Ebraica insultata e aggredita a piazza Duomo

di Luca Spizzichino

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Un 25 aprile segnato dalle costanti tensioni e da un’aggressione quello celebrato a Milano dalla Brigata Ebraica, che ha partecipato come di consueto alla manifestazione per la Festa della Liberazione, rivendicando il proprio diritto a scendere in piazza.
  Già dalla mattina l’aria che tirava attorno alla manifestazione era estremamente pesante. “Vogliamo riprenderci questa piazza e prenderla sul serio, non in modo performativo per questo abbiamo deciso di organizzare un momento di lotta che si terrà in piazza Duomo alle 13:30” hanno minacciato i giovani palestinesi e le realtà antagoniste, intervistati da Radio Onda d’urto, che si sono dati appuntamento in piazza Duomo.
  Lo spezzone della Brigata Ebraica, che è stato protetto durante tutto il percorso dei City Angels, è stato invece oggetto di numerosi insulti. “Siamo abituati alle contestazioni, quest’anno non poteva certo andare meglio del passato” ha afferma a Repubblica il vicepresidente Ucei Milo Hasbani, ricordando come la Comunità ebraica di Milano abbia scelto di non sfilare con il proprio striscione in corteo. “Per me è una giornata importante, ma è veramente triste sentire ogni anno questi slogan e questi insulti contro di noi” ha sottolineato invece Roberto Jarach, presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano.
  “Tutti questi giovani hanno assorbito odio. I toni vanno abbassati”, l’appello fatto poco prima dell’inizio del corteo da Davide Romano, presidente del Museo della Brigata Ebraica.
  Un appello rimasto inascoltato da chi ha partecipato alla manifestazione. “Siete come i nazisti”, “assassini”, “sionisti fascisti”, “complici di un genocidio”: questi alcuni degli insulti dei filo-palestinesi al passaggio della Brigata Ebraica durante tutto il tragitto. “Fuori i sionisti dal corteo” ha invece scandito un altro gruppo posizionato volutamente al centro di corso Venezia per cercare lo scontro.
  Arrivati a piazza Duomo il culmine: l’aggressione da parte di un gruppo di ragazzi, che dopo aver riconosciuto le bandiere della Brigata Ebraica e dello Stato d’Israele hanno cercato di attaccare i manifestanti pro-Israele e della comunità ebraica e hanno tirato calci contro lo striscione di Sinistra per Israele. Otto di loro sono stati fermati dalla polizia e perquisiti, alcuni di loro erano in possesso anche di coltellini.

(Shalom, 26 aprile 2024)


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Fadlun (Comunità ebraica di Roma): "Contro di noi nelle piazze un odio criminale e omicida"

Il presidente della Comunità ebraica di Roma commenta gli insulti rivolti alla Brigata ebraica nelle città italiane in occasione del 25 aprile: "Sono frasi che hanno un'eco terribile per le nostre famiglie. I pro Palestina in realtà sono solo anti-Israele e anti-ebraici"

di Luca Roberto

Come ampiamente pronosticabile nei giorni scorsi, le manifestazioni per il 25 aprile si sono trasformate in una ribalta per gli insulti contro le comunità ebraiche. Tanto a Roma, dove si sono sentiti commenti come "ebreo cane", quanto a Milano, dove agli esponenti della Brigata ebraica nel corteo organizzato dall'Anpi hanno dato degli "assassini". "Le confido una cosa", premette al Foglio con un bel po' di sconforto Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma. "Per me, per la mia famiglia, queste frasi hanno un significato molto concreto, affondano nel retaggio delle nostre famiglie costrette a lasciare la Libia sotto la spinta dei pogrom e della violenza antiebraica. Ad abbandonare le case, i beni, gli affetti, le amicizie. Sono frasi che hanno un’eco terribile nei ricordi di molti ebrei romani, o perché le abbiamo vissute o perché ci sono state raccontate dai nostri genitori. E sono le frasi dell’odio antiebraico, un odio criminale e omicida. Risentirle nelle piazze romane, italiane, è impressionante. Perché noi sappiamo bene che cosa significhino quelle frasi. Quanta sofferenza e quanto sangue vi siano dietro".
  Fadlun questa mattina era a Porta San Paolo, insieme alla Brigata ebraica, a deporre una corona in memoria della Resistenza, festeggiando la Liberazione dal nazifascismo. E nel pieno di un momento di raccoglimento s'è ritrovato di lì a poco nel mezzo di una contestazione che aveva chiari connotati antisemiti da parte dei cosiddetti "antagonisti". Quella sensazione di sconforto descritta poc'anzi, racconta al Foglio, "vale anche per quell’altra frase che viene ripetuta spesso senza che se ne comprenda fino in fondo il significato: 'Palestina libera dal fiume al mare'", e che s'è udita per le strade d'Italia anche quest'oggi. "Significa cancellare Israele e gli ebrei dalla faccia della terra, dalle mappe. A chi parla di riconoscere la Palestina e di due popoli e due stati bisognerebbe ricordare che i palestinesi sono i primi a non voler riconoscere l’esistenza di Israele e ad avere rifiutato tutte le offerte di pace della comunità internazionale", prosegue il presidente Fadlun.
  Ma com'è possibile che anche nel giorno in cui si dovrebbero festeggiare i valori della Resistenza si assista a nuovi episodi di intolleranza antisemita? "L’antisemitismo non è mai scomparso. Abbiamo cercato di spiegarlo in tutti i modi e siamo apparsi a volte come quelli che gridavano 'al lupo al lupo', come se l’odio viscerale antiebraico, capace di trovare ogni pretesto pur di manifestarsi e colpire gli ebrei in quanto ebrei, fosse diventata una nostra invenzione" dice l'esponente della Comunità ebraica capitolina. "Neanche le ricorrenze della Shoah e le tante iniziative della Memoria sono riuscite a estirpare quest’odio, che evidentemente ha radici profonde. E che torna ciclicamente nella storia, mettendo in pericolo non solo le nostre comunità, ma i valori stessi su cui si fondano la civiltà, il mondo libero, la democrazia. Ma questa non può essere una battaglia solo degli ebrei, dovrebbe appartenere a tutti. Chi manifesta a favore della pace e della Palestina dovrebbe chiedere il rilascio di tutti gli ostaggi, che è l’unico vero modo per mettere fine alla guerra, mentre non lo fa. Questo dimostra che i movimenti pro Palestina sono in realtà solo anti-Israele, e sono anti-Israele perché sono anti-ebraici".
  Forse che, anche in ragione di un clima sempre più rovente, nelle università, nelle piazze, si sia sottovalutato quanto stava accadendo un po' ovunque nel nostro paese? "La sottovalutazione, purtroppo, è una conseguenza spesso dell’ignoranza della storia, e anche dell’ingenuità di chi pensa che gli orrori della storia non possano ripetersi, proprio per la loro enormità", analizza Fadlun, che sin dall'attacco di Hamas dell'autunno scorso è come se avesse iniziato a segnare mentalmente i cedimenti all'estremismo che ci sono stati nelle nostre società. "Dopo il 7 ottobre abbiamo assistito da un lato all’indifferenza per la caccia all’ebreo porta a porta a cui abbiamo assistito anche con dovizia di materiale video diffuso dagli stessi terroristi, e dopo l’indifferenza anche all’accanimento contro gli ebrei e contro lo Stato ebraico che è stato costretto a difendersi e a entrare in una guerra che certamente non ha voluto. E, infine, al diffondersi e propagarsi dell’antisemitismo latente in tutto il mondo, paradossalmente proprio a partire da luoghi che dovrebbero essere i templi della cultura e della libertà: le Università". Ed è proprio l'espandersi dell'odio negli atenei, come amara conclusione, a inquietare di più il presidente della Comunità ebraica di Roma, perché "è un deja vu della storia che ben conosciamo. Basta studiare la preparazione ed evoluzione della persecuzione degli ebrei attraverso i manifesti razzisti e le leggi razziali".

Il Foglio, 26 aprile 2024)

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Lo splendido isolamento di Israele

Sei mesi di guerra contro Hamas e ci viene detto che Israele è più isolato che mai. Ma lo è davvero?

di John Podhoretz

Negli ultimi 60 anni Israele è stato impegnato in modo intermittente nell’autodifesa contro le incursioni o il lancio di razzi da parte dei palestinesi. In quasi tutti i casi, la parola “isolato” è stata utilizzata incessantemente dai media per descrivere la posizione dello Stato ebraico dopo aver agito per proteggere il proprio popolo in mezzo al “mondo delle nazioni” o nella “comunità internazionale” – o qualunque descrizione si possa desiderare utilizzare per quelle persone e quelle nazioni sconfitte non solo dall’esistenza dello Stato ebraico ma dalle sue intermittenti e potenti dimostrazioni di forza marziale ebraica.
Retrocedete un attimo e guardate le relazioni di Israele con il resto del mondo attraverso una lente storica e potrete capire perché il desiderio della sclerotica “comunità internazionale” di dichiarare Israele isolato è illimitato. Cos’è Israele, cosa fa Israele, cosa dice sul popolo ebraico e sul nostro posto nel mondo: tutto ciò è qualcosa di inedito. Di completamente inedito. Sconosciuto a chiunque sia attualmente in vita o ai suoi antenati risalenti a 100 generazioni fa.
Gli ebrei non ebbero letteralmente i mezzi o la capacità di difendersi per più di due millenni. Ora siamo in grado di farlo. E quando lo facciamo, diventiamo snervanti. La stessa frase “esercito ebraico” fu, fin dal 70 E.V., la definizione di un ossimoro. Ora evoca qualcosa di potente, e il fatto che sia potente significa per molti che è decisamente troppo potente. Quando Israele agisce in propria difesa, aliena queste persone e queste nazioni. E così si “isola”.
L’“isolamento” di Israele presso le Nazioni Unite iniziò immediatamente dopo la guerra preventiva di grande successo nel 1967, quando l’atto di scrivere e approvare risoluzioni per controllare e contenere Israele portò inesorabilmente alla famigerata Risoluzione “Il sionismo è razzismo” del 1975. Sei anni dopo, Israele si ritrovò nuovamente “isolato” quando annesse le alture di Golan. Si dà il caso che il giorno in cui fu annunciata l’annessione ero al Palm Restaurant di Washington DC, per un colloquio di lavoro con Charles Krauthammer e Marty Peretz della New Republic. Marty era conosciuto come uno strenuo difensore di Israele, e il nostro tavolo da pranzo fu visitato una dozzina di volte quel giorno dai notabili di Washington che chiedevano a Marty di spiegare questa azione barbara, che a loro sembrava progettata solo per placare gli elementi di “destra”. Un furto così aggressivo del territorio siriano, dichiararono i lobbisti, i mammasantissima e i membri del Council on Foreign Relations, serve solo a “isolare” Israele.
Il tentativo di sradicare l’OLP in Libano un anno dopo portò a un ulteriore “isolamento”, poiché la Casa Bianca di Reagan era ansiosa di fare sapere che lo stesso Reagan, secondo quanto riferito, aveva detto “Davide è diventato Golia” in un momento in cui presumibilmente pensava che lo Stato ebraico si fosse spinto troppo oltre.
Poi arrivò l’”isolamento” che seguì la risposta di Israele ai giovani palestinesi che lanciavano sassi durante la Prima intifada iniziata nel 1988. Reagì duramente attraverso una politica che l’allora ministro della Difesa Yitzhak Rabin chiamava “forza, potenza e percosse”. Ricordo Rabin, molto prima che il suo assassinio lo rendesse un martire per un processo di pace di Oslo di cui non aveva fiducia e di cui sembrava quasi disgustato, ruggire “Hai torto!” a Ted Koppel nel suo programma della ABC quando Koppel dichiarò che Israele si stava isolando con le sue tattiche troppo dure.
Negli anni ’90, ogni volta che un israeliano costruiva una stanza in una casa in Cisgiordania, si diceva che la politica dei coloni “isolasse” Israele dalla comunità internazionale. E dopo che tre proposte di statualità furono respinte dai palestinesi dal 1998 al 2001, e dopo che Yasser Arafat iniziò la guerra terroristica conosciuta come la Seconda intifada, non furono i palestinesi ad essere “isolati” dai loro attentati suicidi. No, fu Israele a essere minacciato di “isolamento” a causa dei suoi incessanti e infine riusciti sforzi volti a sradicare gli impianti di produzione di bombe in Cisgiordania.
Nel frattempo, nel 1999, Israele uscì unilateralmente dalla zona di sicurezza che aveva mantenuto in Libano per prevenire attacchi dell’OLP, una mossa che non fece molto per porre fine al costante stato di isolamento di Israele. Poi, nel 2006, Israele fu costretto a rispondere militarmente quando Hezbollah, sotto delega iraniana, arrivò ad occupare il territorio che Israele aveva precedentemente controllato e utilizzò l’area per lanciare bombe sul nord di Israele e rapire soldati israeliani.
Vedete uno schema? Israele è stato attaccato, Israele ha reagito…e si sa cosa verrà dopo. Le sue azioni in Libano vennero inizialmente sostenute dagli Stati Uniti, praticamente da soli, per 34 giorni. Poi il Segretario di Stato Condoleeza Rice disse a Israele che doveva finire e tornare a casa perché le cose stavano sfuggendo di mano. Se Israele non avesse dato ascolto al consiglio americano, chiarì, lo Stato ebraico non solo si sarebbe ritrovati “isolato” nella comunità internazionale. Ciò avrebbe causato una crisi nelle relazioni USA-Israele.
Israele si ritirò unilateralmente dalla Striscia di Gaza nel 2005 e la lasciò ai palestinesi. Ottomila ebrei furono costretti a lasciare le case e le serre che avevano costruito per l’agricoltura. I palestinesi saccheggiarono le case e distrussero le serre. Ciò causò il loro isolamento? Affatto. Gaza venne servita e coccolata, come è stato per decenni, da un’agenzia delle Nazioni Unite chiamata UNRWA, dedicata esclusivamente a questo scopo. Hamas prese il controllo di Gaza in breve tempo, rapì i soldati israeliani e iniziò a lanciare razzi. Nel 2009, 2012, 2014 e 2021, Israele fu costretto dalle circostanze a fare arrivare carri armati nell’area che una volta occupava e controllava militarmente. Ogni volta che lo faceva, il mondo si agitava, agitava il dito e isolava nuovamente Israele.
Per otto anni, Israele dovette affrontare un presidente come Barack Obama che lo detestava davvero. Oh, disse di no. Ma sapevamo tutti che lo detestava, e sapevamo anche che c’erano persone in America e altrove che lo amavano per questo motivo. Il suo vicepresidente ora è presidente, e per un certo periodo sembrava essere diverso. Era diverso. E poi ha smesso di essere diverso e ha cominciato a essere minaccioso, nel suo modo impotente.
Quindi eccoci qua. Ancora. Israele. Isolato.
E cosa hanno comportato questi decenni di isolamento cronico, divampati ogni volta che Israele ha preso le armi per difendersi? Tutto questo terribile, terribile isolamento: cosa ha provocato? In che modo Israele è stato danneggiato, ferito, influenzato, tormentato e terrorizzato dalla scarsa opinione in cui sembra essere tenuto da così tanti?
Non molto.
Nel 1967, Israele aveva un PIL di 4 miliardi di dollari ed era tra le nazioni più povere della terra. Nel 1977, il suo PIL era quadruplicato arrivando a 16 miliardi di dollari. Nel 1988 triplicò la cifra del 1977 e raggiunse i 50 miliardi di dollari. Ha raggiunto i 100 miliardi di dollari nel 1994 e i 200 miliardi di dollari nel 2007. Nel 2023, il PIL di Israele era di 535 miliardi di dollari ed era, a seconda di come si conta, il 25°, il 27° o il 30° paese più ricco della terra. Nel complesso, Israele vanta un’economia 125 volte più grande di quanto fosse prima della Guerra dei Sei Giorni, con un reddito pro capite di 47.000 dollari all’anno.
Quindi forse c’è un certo tipo di mesta saggezza da trarre da queste innegabili statistiche. Forse il fatto è che Israele non ha bisogno del sostegno della comunità internazionale e del Council on Foreign Relations e del panel sulla Washington Week in Review e degli imbonitori dell’Aspen Institute e dei miliardari che bevono ambrosia dagli stivali dei tiranni a Davos. Forse il fatto è che Israele è una nazione che ha avuto questa ascesa miracolosa perché ha uno scopo, che è qualcosa che la maggior parte degli altri paesi non ha o di cui non ha bisogno, e qualcosa che Thomas Friedman e i suoi simili sono (di nuovo) troppo innervositi per capire.
Israele è impegnato in uno scopo che è sia storico-mondiale che esterno alla storia. Esiste come rifugio, rifugio e patria per il popolo più apolide del mondo, e la sua pretesa di essere uno Stato non è dovuta solo al suo bisogno di protezione, ma si basa in parte su una pretesa letteralmente trascendente. Ecco perché dico che esiste anche al di fuori della storia.
Per garantire la continuità della sua esistenza, Israele deve agire. In primo luogo, deve respingere coloro che vorrebbero distruggerlo e che si sono scagliati contro di esso senza sosta sin dal giorno della sua fondazione: malfattori genocidi i cui volti amalechiti ora si stanno manifestando anche in America, davvero per la prima volta nella nostra storia.
In secondo luogo, non solo deve sopravvivere ma prosperare, perché l’adempimento del suo scopo dipende dal fatto che il potere ebraico diventi lentamente una realtà semplice, innegabile e duratura in un mondo che non ha mai conosciuto una cosa del genere prima – ed è, come ho detto precedentemente, innervosito da ciò.
Questo, in effetti, stava accadendo negli anni 2010 con gli Accordi di Abraham, finché quel progresso non fu in parte interrotto da una Amministrazione Biden bizzarramente incapace che decise di imperniare la nostra politica nazionale nei confronti della più importante nazione esportatrice di petrolio del mondo sull’assassinio di una singola persona in un consolato in Turchia diversi anni prima. Il fatto che Israele fosse cresciuto nel modo in cui era cresciuto e avesse dimostrato di essere una nazione innovativa in una regione impantanata nell’arretratezza era il suo biglietto da visita.
Ma forse era troppo concentrato sull’affrettare i tempi. Nel corso dell’ultimo decennio, infatti, Israele in qualche modo si è ritrovato, come il Sansone cieco immaginato da John Milton, “senza occhi a Gaza” – e si è reso vulnerabile al peggiore evento della sua storia. Almeno Sansone era stato accecato dai filistei nemici; i leader israeliani si sono accecati da soli. Non vedevano il pericolo crescente perché volevano guardare altrove e fare altre cose.
La sua risposta lo ha, ancora una volta, isolato. Questo isolamento sta logorando la determinazione di alcuni israeliani di condurre questa guerra fino alla vittoria o li sta facendo disperare che possa esserci una vittoria. È una cosa odiosa l’isolamento. È ingiusto, disgustoso, ipocrita e, ovviamente, antisemita alla radice.
Ma come ci hanno mostrato gli ultimi sessant’anni, quando si tratta dello scopo di Israele sia come agente di cambiamento nella storia sia come rappresentante di una forza al di fuori della storia, l’isolamento non ha alcuna importanza. Loro, noi, non siamo isolati. Loro, noi, siamo scelti.

(L'informale, 25 aprile 2024)


SALMO 47
  1. Battete le mani, o popoli tutti; acclamate Dio con grida di gioia!
  2. Poiché l'Eterno, l'Altissimo, è tremendo, re supremo su tutta la terra.
  3. Egli sottomette i popoli a noi e mette le nazioni sotto i nostri piedi.
  4. Egli ha scelto per noi la nostra eredità, gloria di Giacobbe che egli ama.
  5. Dio è salito in mezzo alle acclamazioni, l'Eterno è salito al suono delle trombe.
  6. Cantate a Dio, cantate; cantate al nostro re, cantate!
  7. Poiché Dio è re di tutta la terra; cantategli un bell'inno.
  8. Dio regna sulle nazioni; Dio siede sul suo trono santo.
  9. I prìncipi dei popoli si radunano insieme al popolo del Dio di Abraamo:
    perché a Dio appartengono i potenti della terra; egli è sommamente esaltato.


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Chi non vuole negoziare è Hamas. La dichiarazione congiunta per fermare la guerra

Il presidente americano Joe Biden assieme ai leader di altri diciassette paesi ha rilasciato una dichiarazione congiunta chiedendo a Hamas di accettare l’accordo presentato per la liberazione degli ostaggi. “Chiediamo il rilascio immediato di tutti gli ostaggi tenuti da Hamas a Gaza da oltre 200 giorni. Tra questi ci sono i nostri  cittadini. Il destino degli ostaggi e della popolazione civile di Gaza, protetti dal diritto internazionale, è di interesse internazionale”, a sottoscrivere la dichiarazione sono i rappresentanti di Argentina, Austria, Brasile, Bulgaria, Canada, Colombia, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Serbia, Spagna, Thailandia e Regno Unito. In questi mesi, i terroristi sono riusciti nell’impresa di demonizzare Israele, con abilità propagandistica hanno tentato con successo di rimuovere gli orrori del 7 ottobre dalla memoria, le piazze occidentali accusavano Gerusalemme di genocidio, mentre strappavano le foto dei rapiti. Hamas ha rifiutato ogni proposta di accordo, tiene gli ostaggi in prigionia come merce di scambio e aspetta che il prezzo si alzi, che la pressione su Israele aumenti.
  I rifiuti di Yahya Sinwar, il leader di Hamas rimasto nella Striscia, si sono accumulati. Gli israeliani hanno accettato il cessate il fuoco di sei mesi, uno scambio per nulla equo di prigionieri per vedere gli ostaggi finalmente a casa, non si oppongono più al ritorno dei gazawi nella parte nord della Striscia. Mentre Sinwar ha provato a trascinare Israele nell’infamia internazionale, i leader hanno capito che era il momento di agire, di cambiare il paradigma, di svelare che i rifiuti vengono dai terroristi e Sinwar blocca ogni possibilità che la guerra si fermi. Il gioco delle colpevolizzazioni di Hamas ai danni di Israele ha trovato un muro, adesso è il momento della pressione che risponde a quella che è sempre stata la soluzione più semplice di questo conflitto: se i terroristi vogliono davvero fermare le bombe, basta liberare gli ostaggi. Non lo hanno fatto perché non hanno interesse a fermare le bombe.

Il Foglio, 26 aprile 2024)

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«Le collaborazioni scientifiche sono un vero momento di confronto»

di Susanna Terracini

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Susanna Terracini

«La scienza è un luogo di ricerca della verità, ha una sua universalità, una sua libertà. Trovo sciocco, inefficace e inutile ogni forma di boicottaggio accademico perché va contro questi concetti. Lo pensavo quando il boicottaggio è stato promosso contro alcuni colleghi matematici russi, lo penso ora quando in università c'è chi lo invoca contro Israele». Direttrice del dipartimento di Matematica «Giuseppe Peano» dell'Università di Torino, Susanna Terracini chiarisce il suo punto di vista a Pagine Ebraiche. Scienziata di fama internazionale, lo scorso 20 marzo Terracini si è trovata in una situazione scomoda. È stata l'unica a votare no a una mozione del Senato accademico contro la collaborazione con Israele. «Il testo approvato voleva essere un compromesso tra le istanze inaccettabili di un gruppo di studenti per il boicottaggio totale e una forma di vicinanza a Gaza. Io ero contraria e in ogni caso il risultato è ambiguo», sottolinea Terracini. Nel provvedimento si definisce «non opportuna» la partecipazione a un bando del ministero degli Esteri per progetti di collaborazione tra Italia e Israele. «Ma cosa vuol dire non opportuna?», si chiede Terracini. «È un divieto? Se è così è un attentato alla libertà accademica dei singoli ricercatori. Perché sono loro che partecipano al bando, non l'università di per sé». L'ateneo dovrebbe dare il consenso a fornire gli spazi e le strutture per permettere queste collaborazioni. «Non è chiaro l'effetto di tutto questo», ribadisce. Per lei tutta questa iniziativa è uno spiacevole passo falso. «Anche se credo nella buona fede di moltissimi colleghi. Volevano dare un segnale di vicinanza a Gaza e assecondare le istanze degli studenti, ma lo hanno fatto nel modo sbagliato». Per questo la scienziata sottolinea come la Comunità ebraica di Torino così come l'Ucei abbiano fatto bene a esprimere la loro netta condanna. «Se la mozione del Senato avesse chiesto un cessate il fuoco immediato e il rilascio degli ostaggi, l'ingresso degli aiuti umanitari, trattative di pace di lungo periodo, io l'avrei votata». Così non è stato, si è scelta una «strada superficiale». Da tutto questo però Terracini, in qualità anche di membro della comunità scientifica internazionale, vede un possibile sviluppo positivo. «Forse questa mozione può essere il primo passo per aprire un dialogo con i colleghi. Ci tengo a dirlo, sono persone perbene, li stimo e con loro la discussione è franca e aperta». Come dovrebbe essere in ambito accademico, dove il pregiudizio, in questo caso contro Israele, dovrebbe rimanere fuori dagli atenei. Per costruire una cultura di pace, tiene a sottolineare Terracini, «è necessario smontare le diverse retoriche dell'odio e per questo fine le collaborazioni scientifiche possono rappresentare un momento importante di confronto e di relativizzazione delle posizioni conflittuali».
  A condividere questa posizione due colleghi dell'ateneo torinese: Alessandro Vercelli, vicerettore alla Ricerca biomedica, e Cristina Prandi, vicerettrice alla Ricerca delle Scienze naturali e agrarie. All'indomani del voto al Senato accademico, Vercelli e Prandi hanno tenuto a dissociarsi dalla mozione. In una lettera ai colleghi, i due vicerettori esprimono il «profondo convincimento» di come «la ricerca scientifica di alta qualità e l'università debbano rispondere alla missione» di essere catalizzatori «per unire i popoli, anziché dividerli o emarginarne alcuni». Come Terracini, anche Vercelli e Prandi avevano già espresso il proprio dissenso nei confronti di boicottaggi contro università o enti di ricerca russi o iraniani. Ma la mozione di marzo per loro «rappresenta una ferita per un'istituzione universitaria che in passato ha visto eminenti figure del mondo ebraico emarginate e discriminate dalle leggi razziali (ci annoveriamo con orgoglio tra gli istituti intitolati a Primo Levi e a Rita Levi Montalcini), ferite che non sono mai state del tutto sanate». Anche in questo la richiesta è di aprire a una «riflessione più approfondita, libera da pressioni, sulle conseguenze anche simboliche delle decisioni adottate». L'invito è ad applicare un maggiore senso critico, senza appiattirsi sugli slogan. «Alcuni pericolosi come 'From the river to the sea' di cui non sono sicura tutti conoscano il significato», afferma Terracini. Dove non manca il senso critico è invece in Israele. «Quando uno ci va è colpito dall'apertura culturale, umana e sociale che c'è nelle università. Ci si confronta spesso con abitudini o punti di vista diversi perché è ovvio trovare persone di destra, di sinistra, di background diversi. C’è un dialogo assolutamente aperto. Andandoci si capisce il significato dell'importanza di preservare l'esistenza dello Stato di Israele. Si eviterebbero gli slogan superficiali delle manifestazioni studentesche». Per Terracini l'accademia italiana «dovrebbe favorire il fatto che i nostri studenti abbiano occasioni di confronto con i coetanei israeliani e con quelli palestinesi. A maggior ragione in questo momento. Dobbiamo incentivare le collaborazioni, non boicottarle».
  Nel mese della Festa della Liberazione, poi, una ultima battuta è dedicata a un lavoro fatto anni fa su alcuni matematici italiani e l'antifascismo. Su come fu uno strumento per alcuni per resistere all'oppressione. «Soprattutto nei periodi storici più drammatici l'astrazione della matematica sembra rispondere a una esigenza profondamente umana di razionalità e di partecipazione creativa. È proprio il carattere universale del pensiero matematico a renderlo veicolo di liberazione, non soltanto per gli scienziati di professione, ma per tutti».

(Pagine Ebraiche, aprile 2024)

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S&P taglia il rating di Israele

Sottolineando che la guerra si sta protraendo più a lungo del previsto, l’agenzia di rating S&P ha anche tagliato le prospettive di credito di Israele da “stabili” a “negative”.

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A causa del conflitto con l’Iran, della guerra in corso a Gaza e dell’escalation al confine settentrionale, l’agenzia di rating internazionale S&P ha annunciato di aver tagliato il rating di Israele da AA- ad A+. Inoltre, le prospettive di credito di Israele sono state declassate da “stabili” a “negative”. L’annuncio è stato inaspettato, dato che la decisione ufficiale di S&P sul rating di Israele non è prevista prima del 10 maggio.

• Perché è successo?
  Nell’annuncio di S&P, l’agenzia ritiene che la recente recrudescenza del conflitto tra Israele e Iran aumenti i rischi geopolitici che erano comunque elevati per Israele. Anche se S&P non vede un conflitto regionale su larga scala, la guerra tra Israele e Hamas e il confronto con Hezbollah continueranno per tutto il 2024, a differenza della stima precedente secondo cui i combattimenti sarebbero terminati in non più di sei mesi.
  Inoltre, l’agenzia di rating prevede un aumento del deficit fiscale del governo all’8%, superiore all’obiettivo del 6,6% fissato dal governo stesso. “Prevediamo che il deficit pubblico di Israele salirà all’8% del PIL nel 2024, soprattutto a causa dell’aumento delle spese per la difesa. L’aumento del deficit continuerà anche nel medio termine”, ha scritto S&P. S&P stima inoltre che il rapporto debito/PIL di Israele raggiungerà il 66% nel 2024, rispetto al 60% dello scorso anno.

• Quali scenari vede S&P?
  Lo scenario fondamentale di S&P si basa su diversi punti: La guerra tra Israele e Hamas continua, probabilmente a un’intensità minore, per tutto il 2024, con scambi di fuoco di routine con Hezbollah sul confine settentrionale, ma senza un’escalation del conflitto diretto con l’Iran o di un più ampio conflitto regionale in Medio Oriente.
  Prima delle ultime notizie sulle esplosioni in Iran, S&P scriveva: “Attualmente vediamo diversi possibili rischi di escalation militare, tra cui un confronto militare più sostanziale, diretto e prolungato con l’Iran. Israele è sottoposto a pressioni internazionali per limitare la sua risposta all’attacco del 13 aprile, mentre l’Iran ha annunciato la sua intenzione di non inasprire la situazione. Tuttavia, a nostro avviso, rimane il rischio di un incidente o di un errore di calcolo, soprattutto se ci saranno altri scambi di fuoco tra le due parti”.
  Un altro scenario prevede l’espansione del conflitto con Hezbollah al confine settentrionale di Israele. “L’espansione degli attuali conflitti potrebbe presentare ulteriori rischi sociali e di difesa per Israele, che potrebbero influenzare una serie di indici economici e fiscali, a differenza del nostro scenario di base”.

• Cosa hanno fatto le altre agenzie di rating?
  Delle tre principali agenzie di rating internazionali, Moody’s è stata la prima a tagliare il rating di Israele dall’inizio della guerra. A febbraio Moody’s ha annunciato il primo taglio del rating nella storia di Israele e ha tagliato l’outlook del credito a negativo. Il mese scorso, invece, Fitch ha deciso di lasciare invariato il rating di Israele, tagliando però l’outlook.

• Cos’altro dice l’annuncio?
  Per quanto riguarda gli aspetti positivi, S&P ha rilevato che Israele mantiene punti di forza finanziari, tra cui l’accesso ai mercati internazionali dei capitali, un surplus delle partite correnti, una forte posizione patrimoniale netta verso l’estero e significativi saldi in valuta estera il mese scorso, nonché obbligazioni per un totale di 8 miliardi di dollari in diverse scadenze (cinque, dieci e 30 anni). Il fatto che le esportazioni israeliane siano in gran parte basate sull’alta tecnologia ha giocato a favore di Israele, che secondo la società non rischia di essere danneggiato.
  Sul fronte negativo, S&P ha osservato che il continuo sostegno finanziario degli Stati Uniti a Israele potrebbe essere messo in discussione se le divergenze di opinione sugli sviluppi a Gaza dovessero continuare. L’agenzia prevede che quest’anno la crescita economica sarà solo dello 0,5%, rispetto al 2% dell’anno scorso.

(Israele 360, 24 aprile 2024)

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 E’ assalto agli ebrei nelle piazze

 Picchetto dei centri sociali contro la Brigata con la stella di David, che deporrà una corona di fiori a Roma. Tensione anche a Milano, minacciata Liliana Segre.

di Francesco Bonazzi

L'unica buona notizia di questo 25 Aprile l'ha data l'Anpi:« Un benvenuto ai compagni Vigili del fuoco da parte di tutti gli antifascisti genovesi! ». Perché si, nel capoluogo ligure è finalmente arrivata la «Sezione Anpi Vigili del fuoco». E molti pompieri servirebbero oggi per placare gli animi in vista dei vari cortei per la Liberazione, dove le polemiche e gli scontri dei giorni passati sulla guerra in Medio Oriente rischiano di far passare una giornata da incubo agli ebrei italiani, da giorni minacciati dai collettivi di estrema sinistra, dalle associazioni pro Palestina e dalle frange violente degli anarchici.
  Tensione e confusione sono ben rappresentate dalle parole di Maya Issa, presidente del Movimento degli studenti palestinesi: «È in corso un genocidio, quindi non permetteremo che sia esposto alcun simbolo sionista».
  A Roma le organizzazioni ebraiche si guarderanno bene dal partecipare al corteo dell'Anpi per farsi insultare e si sono date appuntamento a Porta San Paolo alle 8.30 per deporre una corona d'alloro. «Non ci faremo dire da nessuno che siamo i nuovi fascisti», dice Noemi Di Segni, presidente dell'Unione comunità ebraiche. Antagonisti, studenti palestinesi e collettivi si troveranno nello stesso luogo, ma mezz'ora prima. Risultato, massima allerta per polizia e carabinieri. Il corteo ufficiale dell'Anpi parte poco distante, all'Ardeatino, intorno alle 9. A Porta San Paolo ci saranno anche quelli di Potere al popolo, che avvertono: «Continuiamo la nostra lotta per chiedere lo stop al genocidio del popolo palestinese, che resiste alle barbarie portate avanti da Israele e dell'imperialismo occidentale». Libero sfogo all'antisemitismo anche da altri partecipanti, come l'Associazione palestinesi in Italia, il cui esponente Mohammed Hannoun fa nomi e cognomi: «La senatrice Liliana Segre dubita che quello di Gaza si possa chiamare genocidio, perché c'è una esclusiva riservata alla loro lobby». Segre sfilerà con ogni probabilità a Milano e chissà se verrà fischiata.
  Milano è l'altra piazza calda, con l'ormai consueta polemica sulla Brigata ebraica. Al corteo, la Brigata ci sarà con uno striscione ecumenico: «Ora e sempre la democrazia si difende». A loro nome, Davide Romano ricorda: «Dal 25 aprile del 1945 a quello del 2024 la sfida è sempre la stessa: democrazie contro dittature. E noi, ieri come oggi, non abbiamo dubbi su da che parte stare». Peccato che nella democraticissima Italia toccherà loro sfilate protetti dai City angels.
  Nel capoluogo lombardo, i Giovani palestinesi si trovano in piazza Duomo, insieme ad altre organizzazioni arabe, a Potere al popolo, ai Care, a varie sigle dell'antagonismo e ai sindacalisti di base. In un comunicato, non solo interpretano tutta la resistenza come «parte di un processo storico rivoluzionario che ha contrastato nei fatti il carattere imperialista e coloniale delle forze nazifasciste», ma la ritorcono contro il Pd e il centrosinistra. Questi partiti sarebbero colpevoli di appoggiare guerre e politiche «imperialiste e colonialiste» e «filosioniste».
  Nei giorni scorsi, l'Anpi provinciale ha deciso di far sfilare i palestinesi alla fine del corteo, a debita distanza dagli ebrei e dai dissidenti iraniani. L'importante è essere uniti dall'antifascismo. Poi, che ognuno urli gli slogan che vuole. Acrobazie anche dal sindaco, Beppe Sala, per il quale «c'è un po' di controversia sullo striscione («Cessate il fuoco, ovunque», ndr), che però è una dichiarazione che fanno tutti, anche il Papa. Per questo ho invitato la Brigata ebraica a non contestare la cosa». Il risultato è che non porteranno il loro gonfalone e che Romano ha dovuto mettere i puntini sulle i: «Nello slogan di apertura del corteo c'è la richiesta del "cessate il fuoco", ma nessun cenno alla liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas».
  E chissà quanti ebrei si sentiranno liberi di sfilare in una piazza calda come Torino, dove ci sono già state violenze nei giorni scorsi alla manifestazione dei centri sociali per la Palestina. l duri di Askatasuna promettono di tornare in scena alla loro maniera. Di fronte alla Liberazione, gli ebrei italiani si confermano meno liberi degli altri.

(La Verità, 25 aprile 2024)


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Contro l’odio antiebraico serve responsabilità

di Rav Alfonso Arbib
Rabbino capo della Comunità Ebraica di Milano

Vorrei proporre una breve riflessione sulla partecipazione della Comunità Ebraica al corteo del 25 aprile. Preciso che ritengo perfettamente legittimo sia partecipare a quel corteo che non prendervi parte. Ciò che ritengo invece inaccettabile è non riconoscere che esiste un problema molto grave. Ritengo inaccettabile che chi ha deciso di non partecipare venga svillaneggiato dicendo che ha scelto di andare al mare.
  Vorrei ricordare che cosa è per noi il 25 aprile. È innanzitutto la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, la fine della dittatura e la fine di una guerra terribile. Per noi ebrei però è anche qualcos’altro. È la fine del peggiore incubo della nostra storia, la fine delle deportazioni, della discriminazione razziale, degli insulti e della necessità di nascondersi. Quindi per noi è una data di enorme importanza. Gli ebrei potevano tornare a essere se stessi, a camminare a testa alta, a non nascondersi e a non aver paura.
  È ancora così? Sembra proprio di no. Assistiamo a un’ondata di antisemitismo in tutta Europa e di nuovo gli ebrei devono nascondersi e tornano ad aver paura. È pericoloso per gli studenti ebrei frequentare le università. Molti devono mimetizzarsi e non mostrare simboli ebraici. Il mondo è cambiato e viviamo un momento estremamente preoccupante.
  Per quanto riguarda il corteo del 25 aprile. Ormai da anni in questo corteo gruppi di facinorosi insultano gli ebrei che vi partecipano e, in particolare, la Brigata ebraica che partecipò attivamente alla liberazione dell’Italia. È vero, in questi anni gli ebrei sono stati difesi dalla possibilità di subire violenze peggiori innanzitutto dalle forze dell’ordine ma anche dai rappresentanti dei partiti democratici.
  Ma è normale essere difesi? È normale dover aver paura di partecipare a un corteo di cui si dovrebbe essere parte integrante sia in quanto vittime del nazifascismo sia in quanto protagonisti della liberazione da quella dittatura? Personalmente non lo ritengo affatto normale e ritengo che le organizzazioni partigiane, quelle degli ex-deportati, le autorità cittadine e i partiti democratici debbano essere i primi a ritenere che tutto ciò non sia normale.
  Non basta dire che si è contro l’antisemitismo; bisogna fare in modo che l’ostilità verso gli ebrei non abbia diritto di cittadinanza soprattutto in un momento così importante e significativo. Si può discutere quali siano gli slogan adatti a questa manifestazione… ritengo però sconcertante che gli organizzatori della manifestazione abbiano ritenuto problematico fare un riferimento alla liberazione degli ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre. Posso immaginare che non fare riferimento agli ostaggi sia stato un modo per non scontentare qualcuno.
  Ritengo tutto ciò molto grave. Se si vuole combattere l’odio antiebraico bisogna essere capaci di assumersi qualche responsabilità.

(Morashà, 25 aprile 2024)

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Netanyahu: ‘I campus americani come le università naziste’

Lo speaker della Camera va dagli studenti ebrei della Columbia. Trecento arresti durante una manifestazione a New York

di Roberto Scarcella

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Tra gli arrestati dalla polizia anche studenti ebrei pro-Palestina

La Columbia University resta nell'occhio del ciclone delle polemiche per le proteste nei campus contro la situazione a Gaza e la guerra di Israele contro Hamas. Proteste che hanno suscitato l'indignazione del premier israeliano Benyamin Netanyahu che con parole durissime ha paragonato gli atenei americani "alle università tedesche degli anni ‘30", con "gruppi antisemiti che hanno preso il controllo", chiedono "l'annientamento di Israele" e "attaccano studenti ebrei". E ha chiesto di "fare di più" per "fermare e condannare in modo inequivocabile" un fenomeno "terribile".

• Repubblicani all’attacco
  "Quello che vediamo in questi campus è disgustoso e inaccettabile", ha detto anche lo speaker della Camera Mike Johnson, a New York per incontrare un gruppo di studenti ebrei e il rabbino dell'ateneo, Yuda Drizin. Johnson ha quindi chiesto la testa della presidente dell'università Minouche Shafik, leader "debole e inetta", a suo avviso incapace di garantire la sicurezza degli studenti ebrei, pur essendosi attirata gli strali del corpo docente per aver chiamato la polizia a sgomberare una protesta pro-palestinese in corso da giorni.

• La tendopoli della Columbia University
  Lo speaker è l'ultimo di una serie di leader repubblicani che nelle ultime 48 ore sono transitati per la Columbia approfittando di una settimana di pausa dei lavori della Camera: tra questi Virginia Foxx, la presidente della Commissione Istruzione che la scorsa settimana aveva messo Shafik sotto torchio dopo aver ottenuto tra dicembre e gennaio le teste delle presidenti di Harvard Claudine Gay e UPenn Liz Magill.

• Ocasio Cortez con gli studenti
  Si è invece schierata con gli studenti Alexandria Ocasio Cortez, che ha attaccato la leader di Columbia per aver "messo a rischio la vita" degli studenti chiamando giovedì scorso la polizia a sgomberare il campus. ’Aoc‘ fa parte della Squad, il gruppo informale di donne liberal della Camera di cui è esponente anche Ilhan Omar, la cui figlia Isran è stata arrestata per le proteste.
E mentre il Senato varava un pesante pacchetto di aiuti anche per Israele, oltre duemila newyorchesi, quasi tutti ebrei, si erano radunati a Brooklyn sotto la casa del leader della maggioranza Dem Chuck Schumer bloccando la zona con un Seder simbolico nella seconda sera della Pasqua ebraica. I manifestanti - tra cui la scrittrice Naomi Klein e studenti della Columbia sospesi per aver partecipato alle proteste - hanno pregato per il cessate in fuoco e per chiedere a Schumer, che si trovava a Washington per i lavori del Senato, di bloccare gli aiuti militari a Israele. Trecento gli arresti per "condotta disordinata".

• Alta tensione
  Nelle stesse ore alla Columbia si è temuto il peggio, tra voci, smentite dalla governatrice di New York Kathy Hochul, di un possibile intervento della Guardia Nazionale. La tensione è calata dopo che gli studenti hanno accettato di smontare un numero "significativo" di tende e in cambio l'ateneo ha fermato per 48 ore l'orologio dei negoziati. La presidente Shafik, sempre nel mirino, si è poi riunita con il senato accademico in vista di un voto di censura che potrebbe arrivare in fine settimana.
Tendopoli sono spuntate intanto in altri campus: alla Brown University in Rhode Island, a Harvard e alla University of Southern California, dove la scorsa settimana era stato cancellato il discorso alle lauree della ’prima della classe' Asna Tabassum per le sue opinioni pro-Gaza, disinvitando, per par condicio, altri vip come il regista di Crazy Rich Asian, Jon Chu, e la tennista Billie Jean King.
Con l'anno accademico agli sgoccioli, crescono i timori che le proteste impattino sulle cerimonie. Al Morehouse College in Georgia, uno dei più importanti atenei per studenti afro-americani, un gruppo di professori pro-palestinesi ha chiesto di revocare l'invito al presidente Joe Biden che dovrebbe parlare il 19 maggio alla consegna dei diplomi: troppo debole a loro avviso nella difesa dei palestinesi intrappolati a Gaza.

(laRegione, 25 aprile 2024)

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Israele contro l'Onu: "Ha omesso Hamas dalla lista nera dei paesi che usano lo stupro come arma di guerra"

Nonostante il rapporto delle Nazioni Unite abbia appurato le atrocità di Hamas il 7 ottobre, nel magico mondo di Antonio Guterres sembra che Israele quel sabato abbia fatto tutto da solo: il gruppo terrorista non entra nell'elenco delle organizzazioni che usano lo stupro come arma di guerra.

di Giulio Meotti

Amit Soussana è stata la prima donna israeliana liberata a fornire una testimonianza diretta delle atrocità sessuali commesse da Hamas anche nei tunnel di Gaza. Racconta al New York Times di essere stata tenuta in ostaggio nella camera da letto di un bambino a Gaza con una catena alla caviglia. Il terrorista di Hamas incaricato di sorvegliarla, “Muhammad”, di tanto in tanto si sedeva accanto a lei sul letto, le sollevava la maglietta e la palpeggiava. Muhammad le chiedeva  del ciclo mestruale, se si era lavata e quando sarebbe finito.  
  Una mattina, Muhammad le slacciò la catena alla caviglia in modo che potesse lavarsi nella vasca da bagno. Poi è tornato con una pistola. “Mi ha puntato la pistola alla fronte”, ha raccontato Soussana. L’ha trascinata nella stanza del bambino, ricoperta di immagini di SpongeBob. “Poi, con la pistola puntata, mi ha costretto a commettere un atto sessuale”. Ci sono almeno quindici sopravvissuti al festival musicale Nova – in cui sono state uccise più di 360 persone – che sono stati testimoni di stupro individuale e di gruppo in diversi luoghi. Da un’indagine condotta da Haaretz emerge che l’organizzazione SafeHeart, nata per fornire sostegno psicologico ai sopravvissuti al massacro, conta almeno altri dieci testimoni oculari di stupri. Alla fine di marzo è stata resa pubblica anche una prima confessione. Manar Qassem, della Jihad islamica, arrestato dalle forze israeliane a Khan Yunis, ha confessato durante l’interrogatorio di aver violentato una donna in un kibbutz. E nonostante gli standard rigorosi, anche il rapporto delle Nazioni Unite è giunto a conclusioni chiare. Molteplici casi di violenza sessuale, inclusi stupri di gruppo, sono avvenuti in almeno tre luoghi diversi: sul luogo del Nova festival, vicino alla strada 232 e accanto a un rifugio nel Kibbutz Reim.  
  Eppure, nel fantastico mondo di António Guterres, sembra che Israele abbia fatto tutto da solo, il 7 ottobre. Il segretario generale dell’Onu si è astenuto dall’inserire Hamas nella lista nera degli stati e delle organizzazioni che usano lo stupro come arma di guerra. Nonostante l’esplicito riconoscimento da parte dell’inviata dell’Onu Pramila Patten del chiaro legame tra l’attacco terroristico di Hamas e la violenza sessuale sistematica, la lista nera omette Hamas e comprende Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Iraq (Isis), Libia, Yemen, Mali, Somalia, Siria, Sudan, Sud Sudan, Myanmar, Siria, Haiti e Nigeria. Il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, si è detto “disgustato”. L’Onu si difende dicendo che Hamas non è uno stato, anche se agiva come tale a Gaza e molti lo vorrebbero veder riconosciuto. E poi perché allora ci sono Iraq e Libia nella testa? Neanche l’Isis e i predoni libici sono stati.
  Per due mesi dopo il 7 ottobre, i rappresentanti dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile si sono rifiutati di incontrare le donne israeliane. A metà novembre, UN Women ha rilasciato una breve dichiarazione in cui criticava i “numerosi resoconti di atrocità di genere e violenza sessuale” perpetrati da Hamas. Il 20 novembre, Miriam Schler, direttrice del Centro antistupro di Tel Aviv, ha accusato i gruppi internazionali e l’Onu di “farsi in quattro per giustificare le atrocità e razionalizzare lo stupro”. Le Nazioni Unite hanno celebrato a livello internazionale la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Non una parola è stata detta su Hamas. Il 4 marzo, cinque mesi dopo il 7 ottobre, le Nazioni Unite hanno diffuso un rapporto su “prove chiare e convincenti sulla violenza sessuale, lo stupro, la tortura sessualizzata, i trattamenti crudeli, inumani e degradanti” impiegati da Hamas.  
  Eppure, Hamas continua a farla franca. Ha ragione Bret Stephens quando scrive sul New York Times: “Nelle aule di tribunale iraniane la testimonianza legale di una donna vale la metà di quella di un uomo. Negli angoli della sinistra che odiano Israele, il valore dei testimoni israeliani sembra essere ancora più basso”. E se continua così, rischia di finire che  a stuprare sono stati gli israeliani e che l’Unrwa è una specie di Santa Maria Goretti.

Il Foglio, 25 aprile 2024)

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Essere ebreo a New York oggi

La Pasqua trascorsa da una famiglia ebraica di New York spiega quali danni arrechi all'Occidente un eccesso di criticismo

di Federico Rampini

La nuova puntata della rubrica «Oriente Occidente» di Federico Rampini parte dal racconto della Pasqua di un newyorkese: «Il mio dentista, il dottor Jonathan Goldenthal, mi ha descritto questa festa come un momento difficile. La comunità jewish a New York è spesso stata critica con Benjamin Netanyahu e sul modo in cui sta gestendo le operazioni nella Striscia di Gaza». Rampini spiega quanto diffusa sia la componente di sinistra tra gli ebrei: in molti hanno persino partecipato alle manifestazioni pro-Palestina in città.
Nonostante questo – spiega – la comunità ebraica ha vissuto la Pasqua in un clima di antisemitismo. Per la famiglia Goldenthal, Passover è stato un momento difficile anche per il contatto con il figlio trentenne». Se Jonathan è stato un “peacenick”, un pacifista degli anni ’60, il figlio è quasi un militante di destra, contrario all’ideologia “woke”. «Non è stata una festa particolarmente rilassata – spiega Rampini - Ma questo quadretto di vita familiare dei Goldenthal è interessante perché ci dice quello che è l'Occidente. Noi divisi, autocritici, dubbiosi, sempre impegnati a rimetterci in discussione. Ed è bene che siamo così. Questa nel tempo, nei secoli, è stata una delle nostre forze. L'importante è che non diventi autodistruzione, che non diventi un modo per pensare, immaginare, teorizzare che le altre civiltà, le altre culture, sono superiori alla nostra. No, non lo sono».


Federico Rampini

(Corriere tv, 24 aprile 2024)

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Negli atenei americani è caccia all’ebreo

I fan di Hamas hanno il controllo delle università e prendono a bastonate gli studenti per la loro razza: 150 arresti a New York, 100 solo alla Columbia. Accoltellata una docente a Yale. Il professor Davidai: «Sembra il 1938». Trump: «La colpa è tutta di Biden».

di Maddalena Loy

«Quello che sta succedendo nelle nostre università - Columbia, New York university e altre - è una vergogna ed è colpa di Joe Biden: ha dato il segnale sbagliato, ha usato toni e parole sbagliate, non sa neanche chi sostiene ... è un disastro». Il commento di Donald Trump sui violenti scontri pro Hamas scoppiati nei più prestigiosi campus americani dà la misura di quanto la guerra a Gaza sia ormai un problema anche americano che Washington non sa più gestire. «Quello che sta facendo Biden è una vergogna», ha aggiunto l'ex presidente Usa mentre arrivava al tribunale di Manhattan, «non ha alcun messaggio, non ha pietà, è il peggior presidente nella storia del nostro Paese». Trump, in corsa per le presidenziali di novembre, si riferiva all'ecumenico messaggio di Biden sulle proteste antisemite nelle università, accusandolo di voler essere amico sia di Israele che del mondo arabo. «Ma non funziona: è un incompetente. Non avremo mai la pace con lui», ha chiosato.
  Gli scontri nei campus si stanno nel frattempo intensificando e hanno coinvolto anche estremisti esterni: nelle immagini compaiono spesso insieme agli studenti - copione già visto anche in Italia - probabilmente infiltrati per soffiare sul fuoco.
  La miccia è partita dalla Columbia university, dove la scorsa settimana sono state arrestate oltre 100 persone. I manifestanti hanno promesso che gli studenti ebrei sarebbero stati i «prossimi obiettivi» di Hamas, inneggiando ad AlQassam (l'ala militare di Hamas, ndr). Uno studente ebreo è stato colpito dai manifestanti a bastonate e a un gruppo è stato intimato di «tornare in Polonia». Jonathan Lederer ha raccontato a The Free Press di essere stato aggredito e molestato ripetutamente sabato scorso all'interno dei cancelli della Columbia: «Per cinque giorni, i manifestanti si sono accampati dentro al campus. La loro ultima richiesta è di definanziare la sicurezza pubblica della Columbia, ossia le uniche persone auspicabilmente incaricate di tenerci al sicuro». Boicottati anche gli insegnanti: «Stamattina ho provato a entrare al campus ma la mia chiave di accesso non funzionava», ha raccontato su X il professor Shai Davidai, «l'università si è rifiutata di lasciarmi entrare perché "non possono proteggere la mia sicurezza in quanto sono un professore ebreo": questo è il 1938».
  Secondo alcuni docenti, i gruppi anti israeliani si sono trasformati in una «vera organizzazione terroristica»: «Non è corretto», ha denunciato Lederer, «definirli pro Palestina, sono sostenitori attivi di Hamas e lo dicono esplicitamente». Durante le sommosse del fine settimana, gli agenti di pubblica sicurezza della Columbia non si trovavano da nessuna parte. «Alla polizia di New York non è consentito l'accesso al campus a meno che non sia specificamente richiesto dalla rettrice (l'egiziana Minouche Shqfik, ndr) e, come ha chiarito oggi il sindaco di New York, Erie Adams, non è stato richiesto. Eravamo da soli», ha rivelato Lederer. È per questo motivo che un rabbino della Columbia ha avvertito gli studenti ebrei di lasciare il campus «per la loro sicurezza», mentre i vertici universitari hanno cancellato le lezioni in presenza per «disinnescare le tensioni». Cento professori della Columbia si sono radunati per contestare la «repressione» nell'università, altrettanti hanno chiesto più protezione per gli studenti ebrei: la frattura all'interno del campus sembra insanabile.
  A Yale non è andata meglio. «Sono stata accoltellata all'occhio ieri sera nel campus perché sono ebrea», ha denunciato SaharTartak. «Dal 7ottobre Yale si è rifiutata di agire contro gli studenti che glorificano la violenza. Il problema», ha spiegato Tartak, «non sono gli studenti ma gli amministratori e i professori che si imboscano in mezzo alla folla senza condannare la demonizzazione degli ebrei». A Yale, la polizia ha arrestato almeno 60 persone, tra cui 47 studenti.
  Il bilancio degli arresti alla New York university, uno degli altri atenei americani dove sono esplose le proteste e le occupazioni contro la guerra nell'enclave palestinese, è arrivato a 150 persone. Tra gli arrestati vi sono studenti e docenti ma anche persone non collegate all'università, fa sapere la polizia, che è intervenuta su richiesta dei vertici dell'ateneo. «Stiamo osservando queste dinamiche nei campus di tutto il Paese», ha dichiarato Kaz Daughtry, vicecapo della polizia di New York. In California, il politecnico Poly Humboldt è stato chiuso dopo che manifestanti pro Hamas mascherati hanno occupato un edificio amministrativo e si sono barricati all'interno del campus.
  Altre segnalazioni di accampamenti nelle università dell'area di Boston (Tufts, Emerson e il M.I.T. - Massachusetts institute of technology), nell'università del Michigan e a Berkeley in California. Dopo gli arresti alla Columbia, gli studenti Usa hanno protestato in segno di «solidarietà». Manifestazioni alla Brown, a Princeton e alla Northwestern, azioni di protesta anche all'università di Boston, all'università della California e all'università della Carolina del Nord a Chapel Hill. A Washington, la situazione è ormai sfuggita di mano.

(La Verità, 24 aprile 2024)

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La protesta in Israele non riguarda solo Bibi. I seder senza ostaggi

Se il Qatar non sarà più mediatore per i prigionieri nella Striscia di Gaza sarà un problema. Dopo gli ultimi rifiuti di Hamas la parola "negoziato" è scomparsa

di Micol Flammini

 Il primo tavolo vuoto, in Israele, è comparso a Tel Aviv, nel luogo che è stato ribattezzato Piazza degli Ostaggi: prima spazio del dolore per gli israeliani fatti prigionieri da Hamas il 7 ottobre, poi spazio dell’attesa quando il negoziato con i terroristi, mediato da Stati Uniti, Egitto e Qatar aveva portato a novembre all’unica tregua e alle prime liberazioni; oggi spazio della protesta, perché del negoziato non si sa più nulla e la rabbia delle famiglie degli oltre centotrenta sequestrati rimasti nella Striscia si sta trasformando in lotta politica. Dai primi giorni dopo i pogrom nei kibbutz che confinano con Gaza, un lungo tavolo in Piazza degli Ostaggi era diventato il luogo in cui l’assenza era diventata un’immagine concreta e chi lo aveva allestito, con le sedie vuote con appesi i volti degli ostaggi, forse non avrebbe immaginato che tutto Israele per la festa della Pasqua si sarebbe riempito di tavoli apparecchiati per qualcuno che non si sarebbe potuto sedere. Nel kibbutz di Be’eri, il 7 ottobre sono state uccise più di cento persone, trenta sono state catturate, tredici sono state liberate a novembre, sei sono morte durante la prigionia e undici rimangono ancora nella Striscia. I sopravvissuti hanno deciso di andare a Tel Aviv e di sedersi proprio nella Piazza degli Ostaggi per mostrare tutte le sedie rimaste vuote, per ora oppure in eterno, durante il seder di Pasqua.
  Seder in ebraico vuol dire ordine, indica tutti i riti e le tradizioni che si svolgono per la festa e quest’anno, gli israeliani hanno deciso che i loro seder sarebbero stati ribattezzati “non seder”, perché più che della festa hanno la forma della protesta, più dell’ordine sono il simbolo di un paese messo a soqquadro dall’attacco del 7 ottobre. Alcuni tavoli sono stati dati alle fiamme, un “non seder” è stato organizzato anche davanti alla casa del primo ministro Benjamin Netanyahu a Cesarea. I manifestanti urlavano contro il premier, chiedevano un accordo a ogni costo e invece di versare il vino rosso tradizionale della festa, il tavolo è stato imbrattato di vernice. La festa della Pasqua celebra il ritorno e nel paese delle assenze risulta impossibile, stonato, offensivo ricordare la fine delle prigionie di un tempo quando ancora tanti israeliani sono in prigionia oggi. 
  La parola “negoziato” è scomparsa, dopo gli ultimi rifiuti di Hamas di acconsentire alle sei settimane di cessate il fuoco e alla liberazione di quaranta sequestrati in cambio della scarcerazione di un numero molto superiore di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, e nessuno tra i negoziatori è stato in grado di pensare a una nuova proposta. Non ci sono più viaggi  tra gli emissari, soltanto una notizia che potrebbe chiudere un canale di comunicazione che finora è stato importante: il Qatar sta pensando di rinunciare al suo ruolo di mediatore. Doha ritiene di essere oggetto di una campagna denigratoria per il suo rapporto con Hamas, e rivendica la sua serietà nei negoziati. Alcuni esponenti della politica israeliana e anche membri dell’intelligence avevano invece accusato il Qatar di non fare abbastanza pressione sui terroristi, ma se adesso i qatarini si sfilassero dai negoziati, sarebbe complesso trovare un nuovo mediatore e  il più remoto degli sforzi dovrebbe essere ricostruito da capo, in un momento in cui Hamas si sente abbastanza forte da tentare un ritorno a nord della Striscia e di rifiutare le proposte di cessate il fuoco. I famigliari degli ostaggi seguono queste notizie, e le lamentele che un tempo riguardavano soltanto Netanyahu adesso si stanno espandendo a tutto il gabinetto di guerra, con lentezza e tatto nei confronti di chi, come l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, ha pagato la guerra con la perdita di un figlio al fronte. Eisenkot era a Piazza degli Ostaggi con le altre famiglie, assieme a lui c’era anche il ministro della Difesa Yoav Gallant, nessuno ha gridato contro di loro, nessuno li ha cacciati. Netanyahu è il più distante e meno empatico, ma non decide da solo. 
  Ogni famiglia reinterpreta i seder a modo suo, ognuno, oltre alle sedie vuote, quest’anno ha scelto di mettere sul tavolo un cibo diverso. Anche questa è una tradizione, quando nel 2014 iniziò la guerra in Ucraina, nei seder comparvero i semi di girasole, simbolo del paese e  anche della resistenza di Kyiv.   

Il Foglio, 24 aprile 2024)

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La libertà di essere ebrei

di Rav Gianfranco Di Segni

E’ cosa nota che la festa di Pesach celebra la liberazione degli ebrei dall'Egitto. Meno noto è che la libertà dalla schiavitù egiziana figura nel primo dei Dieci Comandamenti: "Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa di schiavitù" (Es. 20:2; Deut. 5:6). E nel quarto comandamento, quello sull'osservanza dello Shabbat, è scritto: "Il settimo giorno è Shabbat per il Signore tuo Dio, non potrai fare alcuna opera né tu, né tuo figlio né tua figlia, né il tuo servo né la tua serva (... ) in modo che il tuo servo e la tua serva possano riposare come tu stesso, e ti ricorderai che schiavo fosti in terra d'Egitto e il Signore tuo Dio ti fece uscire da là con mano forte e con braccio disteso (Deut. 5:12-15). Numerosi sono i precetti della Torah che traggono la loro liberazione dall’uscita dall’Egitto, o per differenziarsi dai comportamenti e gli usi egiziani o per la consapevolezza che gli ebrei acquisirono vivendo in quel paese (per esempio, la condizione di straniero).
  Se è chiaro da cosa siamo liberati, la domanda che ci si può porre è siamo liberi di fare cosa? Liberi di essere chi? Di stare dove? A quest'ultima domanda risponde la Haggadà di Pesach, che proprio all'inizio afferma: "Quest'anno qui (nella diaspora) schiavi, l'anno prossimo liberi (benè chorin) in terra d'Israele". Una frase che da duemila anni abbiamo recitato ogni anno, finalmente non invano: Israele è l'unico paese al mondo in cui gli ebrei sono liberi di essere ebrei, senza doversi nascondere (per esempio, nascondendo la kippà) e senza doversi giustificare se ci si comporta da ebrei.
  Alle altre domande, liberi di fare cosa e di essere chi, rispondono i Pirqè Avot (le Massime di Padri, il trattato etico della Mishnà): "Disse rabbi Yehoshua ben Levi: Ogni giorno una voce celeste esce dal Monte Chorev (il Sinai) e proclama il versetto della Torah che dice: 'Le Tavole (della Legge) sono opera di Dio, e ciò che è scritto è scritto da Dio, scolpito (charut) sulle Tavole' (Es. 32:16): non leggere 'charut' bensì 'cherut' (libertà), perché non è veramente libero (ben chorin) se non colui che si occupa di Torah" (cap. 6:2). Questa massima dei Pirqè Avot si basa sulla possibilità della Torah di essere letta in diversi modi, grazie al fatto che il testo ebraico non è vocalizzato. Non si vuole sostituire un significato all'altro né eliminare quello letterale, ma solo aggiungere una dimensione ulteriore al senso del versetto. Vediamo quindi che per i Maestri della Mishnà la libertà non è incondizionata e illimitata, ma è vincolata dall'osservanza della legge. Da una parte solo chi vive secondo una legge è libero; dall'altra parte, però, tutti i numerosi precetti della Torah sembrano scolpiti nei nostri cuori e non pare che ci lascino molti margini di libertà. Alcuni pensano che lo Shabbat sia una giornata monotona e noiosa, non potendo andare ovunque vogliano o fare qualsiasi cosa: si sentono menomati nella propria libertà. Altri, all'opposto, accolgono lo Shabbat con attesa e gioia, liberi finalmente dal lavoro e dalle preoccupazioni quotidiane.
  Quando un servo, nell'antichità, voleva rimanere a servizio di un padrone, invece che tornare libero dopo sei anni di lavoro come previsto dalla legge, lo si avvicinava allo stipite (mezuzà) della porta e gli si bucava l'orecchio. Per quale motivo? Spiega Rashì: Un uomo che presso il Monte Sinai ha sentito dal Signore con le sue orecchie che gli ebrei sono i Suoi servi, e non servi di servi, e nonostante ciò vuole continuare a rimanere in condizione di schiavitù presso altri uomini, gli venga bucato l'orecchio come segno di riprovazione morale per aver disdegnato la libertà (Es. 21:1-6).
  È ovvio che in una società retta dalla giustizia ci debba essere libertà di pensiero, anche perché solo Colui che è Uno può leggere nella mente delle persone. È altrettanto giusto che ci debba essere libertà di espressione. Ma quando in nome della libertà di espressione si toglie ad altri la stessa libertà di esprimere la propria opinione, allora la prima non è più una forma di libertà ma di prevaricazione. E se le parole di qualcuno costituiscono un'offesa verso altri, allora queste parole non sono più legittime. Qualora quanto detto da qualcuno istighi e induca altri a commettere un reato, non può che essere vietato. Come commenta Rav Yoseph Colombo, "la vera libertà può aversi nell'ambito della legge, come ubbidienza e consapevolezza razionale della legge anziché come arbitrio e licenza" (Pirqè Avot, Carucci editore, 1977, p. 64, n. 2).

(Pagine Ebraiche, aprile 2024)
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"Israele è l'unico paese al mondo in cui gli ebrei sono liberi di essere ebrei, senza doversi nascondere e senza doversi giustificare se ci si comporta da ebrei", dice Rav Di Segni, ed è assolutamente vero, perché proprio questo ha fatto nascere il sionismo laico da cui è scaturito lo Stato d'Israele come difesa dalle prepotenze dei non ebrei. Ma una volta ottenuto questo, resta la domanda: che cosa significa comportarsi da ebrei all'interno di Israele? O più radicalmente ancora: che cosa significa essere ebrei? Si può dire allora, con benevola simpatia, che Israele deve essere difeso se non altro per essere l'unico paese al mondo in cui gli ebrei possono liberamente azzuffarsi fra di loro su quello che significa essere e vivere da ebrei. M.C.

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La guerra in stallo e le sue conseguenze

di Giovanni Giacalone

Le guerre, per quanto possibile, è sempre meglio finirle in fretta, raggiungere gli obiettivi che ci si è preposti per poi cercare di ritornare a una situazione di normalità, altrimenti si rischia di impantanarsi in una situazione di incertezza e imprevedibilità dalla quale diventa molto difficile uscire.
Purtroppo il governo di unità nazionale guidato da Benjamin Netanyahu è andato proprio in questa direzione e a sette mesi dal quel tragico 7 ottobre 2023, i due leader di Hamas a Gaza (Yahya Sinwar e Mohammed Deif) sono ancora latitanti, e la pressione su Hamas per cercare di riportare a casa i restanti ostaggi è stata allentata. Nel centro e nel nord di Gaza sono rispuntati i terroristi e a Rafah l’IDF ancora non ha messo piede, nonostante i continui proclami di Netanyahu che probabilmente resteranno tali, almeno per il momento. Del resto l’amministrazione Biden non vuole assolutamente che venga dato il via all’offensiva su Rafah, in teoria a causa delle possibili perdite di civili palestinesi, in pratica però le ragioni sono ben altre, come emerso anche dalle pressioni fatte su Israele affinché non rispondesse ai più di trecento droni e missili balistici lanciati dall’Iran. E’ oramai noto che l’iniziale risposta al regime di Teheran è stata bloccata da una telefonata di Biden a Netanyahu che ancora una volta ha ceduto.
Nel nord d’Israele intanto sono ancora migliaia le persone sfollate a causa dei continui attacchi di Hezbollah ed anche in questo caso Netanyahu non sembra aver fretta di lanciare un’offensiva efficace con l’obiettivo di ripristinare la normalità nella zona.
Inutile prendersi in giro, l’amministrazione Biden è preoccupata di perdere le elezioni, di perdere Michigan e Minnesota, ben consapevole che molti dei voti arriveranno da quegli stessi ambienti che stanno portando avanti nelle università americane una caccia all’ebreo degna della Germania nazista degli anni ’30.
Trattasi di manifestazioni dove si inneggia a Hamas, a Hezbollah, all’intifada; si invoca la morte dell’America, la distruzione di Israele, si aggrediscono gli studenti ebrei; oscenità del genere si sono viste alla Columbia University, a Yale, alla NYU ed altre ancora.
Una studentessa ebrea a Yale è stata colpita in un occhio con una bandiera palestinese da un manifestante che poi è fuggito protetto dai suoi compagni.
Al professore israeliano della Columbia University, Shai Davidai, è stato impedito di entrare nel campus e la sua tessera di docente è stata disattivata dopo aver criticato l’università per non aver protetto gli studenti ebrei.
Sharon Knafelman, vice-presidente di Bears for Israel, associazione attiva a Berkley, ha raccontato a Fox News:
Ho visto sputare addosso al mio amico, chiamato “sporco ebreo”, ho visto una ragazza venire strangolata… Gli Stati Uniti si trovano ora davanti a una decisione, se stare o meno dalla parte giusta della storia“.
Se questo è il bacino elettorale di cui l’amministrazione Biden è preoccupata, allora non c’è da sorprendersi se Washington da mesi fa di tutto per fermare Israele dallo sradicare Hamas e dal rispondere militarmente al regime iraniano. Del resto a poco più di una settimana dall’aggressione iraniana a Israele, l’agenzia di stampa tedesca Dpa ha riferito che l’Iran è nuovamente in contatto con gli Stati Uniti per la ripresa dei colloqui sul nucleare.
Diversi media statunitensi hanno evidenziato come le manifestazioni siano diventate ancor più aggressive e violente nell’ultima settimana, tanto che in alcune università della Ivy League è stato richiesto l’intervento della polizia in assetto anti-sommossa per effettuare gli sgomberi.
Ciò non è un caso. La non-azione di Netanyahu, i suoi continui proclami bellici privi di conseguenti azioni efficaci, il sottostare al volere dell’amministrazione Biden non stanno soltanto mostrando un’immagine debole d’Israele, mettendo in serio rischio la sicurezza del Paese (l’Iran non avrebbe mai attaccato altrimenti direttamente dal proprio territorio) ma sta anche mettendo in pericolo le comunità ebraiche all’estero.
I registi delle manifestazioni pro-Hamas nelle università americane sono ben consapevoli del potere di cui dispongono, sanno di poter esercitare pressione su un’amministrazione Biden che già di suo non è mai stata incline a sostenere Israele e che è terrorizzata dell’esito elettorale. In aggiunta, vedono che il governo guidato da Netanyahu si sta mostrando debole e dunque si sentono in posizione di forza e legittimati a proseguire con gli attacchi contro gli studenti ebrei.
Trump era stato molto chiaro con Netanyahu, consigliandogli di finire in fretta ciò che andava fatto a Gaza, ben consapevole che un prolungamento del conflitto avrebbe reso tutto più difficile. Netanyahu ha però fatto l’esatto contrario.
Oggi, a sette mesi dal 7 ottobre, ci si trova con Hamas ancora radicato nel sud di Gaza, numerosi ostaggi mancano ancora all’appello, gli sfollati nel nord d’Israele non sono ancora potuti rientrare nelle proprie case, la risposta israeliana all’Iran è stata inadeguata (ha ragione Ben Gvir) e gli studenti ebrei nelle università statunitensi sono vittime di una persecuzione degna della Germania nazista.
Un fallimento su tutta la linea che potrà anche andare a genio a Biden, ma che non giustifica Netanyahu. Sembra quasi che il premier israeliano voglia trascinare la situazione il più a lungo possibile, a discapito della stabilità e dell’economia israeliana, dunque agli interessi di Israele stesso.

(L'informale, 24 aprile 2024)

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Nelle università l'antisemitismo rivive sotto a un antisionismo che ora va di moda”

Parla il prof. Berti (docente di Storia delle dottrine politiche a Padova): "Oggi l'aspetto antisemita viene coperto da antimperialismo, anticolonialismo e anticapitalismo. Il boicottaggio di Israele? Sono contrario. Gli accordi riguardano le università, non gli stati”.

di Luca Roberto 

"Non credo che l’antisemitismo sia mai morto”. Lo dice al Foglio Francesco Berti, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Padova. Lo abbiamo raggiunto per cercare di capire se con il clima che si respira nelle università italiane (e non solo), dopo i nuovi scontri di ieri a Torino tra manifestanti pro-Palestina e Polizia,  ci sia il rischio concreto che si rinfocoli, soprattutto tra i più giovani, un certo antisemitismo, che credevamo essere una pagina oramai chiusa della nostra storia. “Molti forse si erano illusi che la Shoah avesse immunizzato la società da questo veleno”, analizza Berti. “Eppure da anni c’è chi mette in guardia sul fatto che se, certo, l’antisemitismo come parola è screditato, è un termine politicamente scorretto, se la forma razzista nella quale si era proposto con grande successo nel Novecento è da tempo confinata ai proclami farneticanti di gruppi estremisti per lo più marginali, il contenuto dell’antisemitismo ha continuato a vivere in un’altra forma, ha assunto abiti nuovi, in alcune correnti dell’antisionismo. Cioè non la critica – di per sé legittima, ovviamente – verso determinate politiche dello Stato israeliano, o verso specifici governi, ma la condanna senza appello dello Stato di Israele in quanto tale. È nella forma dell’antisionismo che l’antisemitismo dapprima ha assunto in certi ambienti intellettuali, anche delle università, in tutto il mondo, una forma di nuova rispettabilità, per diventare in tempi più recenti una vera e propria moda culturale”. Secondo il docente dell’ateneo padovano, infatti, “l’elemento specificamente antisemita, impresentabile, viene coperto, mascherato, da altri aspetti, considerati invece positivi: l’antimperialismo, l’anticolonialismo, l’anticapitalismo, in generale l’antioccidentalismo”. E cioè esattamente gli ingredienti che si possono osservare nelle rivolte dei campus americani di questi giorni.

Il Foglio, 24 aprile 2024)

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Le università Usa trasformate in roccaforti di Hamas

Clima da Germania anni ’30 alla Columbia e in altri campus, con l’accondiscendenza delle autorità accademiche. Lezione da apprendere velocemente anche in Italia

di Federico Punzi

Quanto sta accadendo nei più prestigiosi campus Usa dovrebbe indurre a non prendere sottogamba le proteste pro-Hamas che da settimane subiamo anche nei nostri atenei (e non solo). La fiamma dell’antisemitismo è la stessa e l’intervento della polizia in Italia ha probabilmente impedito eccessi simili a quelli visti alla Columbia University e in altri atenei Usa.

• Le proteste alla Columbia
  Mercoledì scorso alla Columbia la protesta è giunta al culmine, con la richiesta all’università di interrompere gli accordi di collaborazione con istituzioni e aziende israeliane o che hanno legami con Israele – il boicottaggio accademico che è stato chiesto e in qualche caso ottenuto anche nelle università italiane – e l’occupazione del campus. Un’occupazione in pieno stile CHAZ – la “zona autonoma” autoproclamata dagli Antifa nel quartiere Capitol Hill di Seattle nel giugno 2020, nel corso delle proteste per la morte di George Floyd.
  Giovedì alla polizia di New York è stato finalmente chiesto dalle autorità accademiche, che fino ad allora avevano esitato, di entrare nel campus e porre fine all'”accampamento”. Gli agenti hanno smantellato la tendopoli improvvisata e arrestato 130 studenti per violazione di domicilio.
  Ma domenica i manifestanti pro-Hamas hanno rapidamente ricostituito il loro accampamento negli spazi pubblici della Columbia, sfidando gli amministratori e le forze dell’ordine. Il sindaco di New York Eric Adams si è detto pronto a mandare la polizia se la Columbia lo richiederà nuovamente.
  Agghiaccianti i canti e gli slogan intonati, nelle stesse ore in cui la rettrice, insieme ai co-presidenti del consiglio di amministrazione, testimoniava davanti al Congresso sull’antisemitismo nel campus. “We are Hamas”, “Al-Qassam (l’ala militare di Hamas, ndr), you make us proud, take another soldier out”; “We say justice, you say how? Burn Tel Aviv to the ground”; “Hamas, we love you. We support your rockets too”. Riduttivo definirla una protesta pro-palestinese, come si evince da questi slogan siamo in presenza di un esplicito sostegno ad Hamas e all’invocazione dello sterminio di ebrei.

• L’ignobile resa della rettrice
  Dopo giorni di proteste e un centinaio di arresti, la tensione è salita a tal punto che lunedì la rettrice Nemat “Minouche” Shafik ha assunto l’inaudita decisione di passare alla didattica a distanza per la sicurezza di studenti e docenti di religione ebraica, attirandosi le critiche bipartisan del Congresso.
  La rettrice ha in sostanza chiuso l’università, esortando gli studenti a non recarsi nel campus, in una dichiarazione pubblicata poco dopo l’una di notte di lunedì. Nel comunicato, si è detta “profondamente rattristata” per alcune azioni degli attivisti, che hanno eretto un “accampamento” nel campus e “irritato” studenti e docenti con slogan e canti antiebraici. Rattristata…
  “Abbiamo bisogno di un reset“, ha aggiunto. “Per allentare il rancore e dare a tutti noi la possibilità di considerare i prossimi passi, annuncio che lunedì tutte le lezioni si terranno online. I docenti e il personale che possono lavorare da remoto dovrebbero farlo; il personale essenziale dovrebbe presentarsi al lavoro secondo la politica universitaria. Invitiamo gli studenti che non vivono nel campus a non entrarvi”. Insomma, un clima da Germania nazista anni ’30.

• Aggressioni e intimidazioni
  Una studentessa ebrea della Columbia è stata ripetutamente presa a calci nello stomaco durante le proteste e, secondo quanto riportato, un’attivista le avrebbe detto di “uccidersi”. “La Columbia si è rifiutata di lasciarmi entrare nel campus. Perché? Perché non possono proteggere la mia sicurezza come professore ebreo. Questo è il 1938″, ha denunciato il prof. Shai Davidai, che si è ritrovato disattivato il tesserino universitario. Si direbbe che più che proteggere lui, l’intenzione sia quella di proteggere la “zona autonoma” pro-Hamas.
  “La situazione alla Columbia è degenerata al punto che la mia sicurezza fisica è in pericolo”, è la drammatica testimonianza di uno studente ebreo, Jonathan Lederer, su The Free Press. “Sabato notte, 20 aprile, sono stato aggredito e minacciato ripetutamente all’interno dei cancelli della Columbia“. E “alla fine siamo stati cacciati dal campus e ci è stato detto di ‘tornare in Polonia‘, un acuto promemoria del fatto che anche in America gli antisemiti desiderano condannare gli ebrei come me al tragico destino dei nostri antenati”.
  Uno dei rabbini del campus, Elie Buechler, ha esortato gli studenti ebrei a partire presto per la Pasqua ebraica:
  Ciò a cui stiamo assistendo dentro e intorno al campus è terribile e tragico. Gli eventi degli ultimi giorni, soprattutto la scorsa notte (sabato, ndr), hanno reso chiaro che la Pubblica Sicurezza della Columbia University e la polizia di New York non possono garantire la sicurezza degli studenti ebrei di fronte all’estremo antisemitismo e all’anarchia. Mi addolora profondamente dire che vi consiglio vivamente di tornare a casa il prima possibile e di rimanere a casa finché la situazione all’interno e nei dintorni del campus non sarà notevolmente migliorata”.
  Le proteste pro-Hamas non sono purtroppo confinate alla Columbia ma coinvolgono anche altri atenei della Ivy League. Dal 7 ottobre, gli studenti sono stati intimiditi e minacciati fisicamente anche ad Harvard, picchiati a Tulane, costretti a lasciare le loro sale da pranzo kosher alla Cornell. Assediati e costretti a nascondersi alla Cooper Union. Una ex stagista di National Review, Sahar Tartak, è stata “trafitta in un occhio con una bandiera palestinese” a Yale, dove gli arresti sono stati 50.
  “Immaginate se gli studenti neri della Columbia venissero provocati con canti come ‘tornate in Africa‘, oppure se uno studente gay a Yale fosse circondato da manifestanti omofobi e trafitto nell’occhio con l’asta di una bandiera”, ha commentato Bari Weiss. “Oppure, immaginate se un imam del campus dicesse agli studenti musulmani che dovrebbero tornare a casa per il Ramadan perché la loro sicurezza nel campus non è garantita”. Quale sarebbe stata la reazione dei media e della politica?
  Su X è intervenuto il miliardario Bill Ackman, chiedendo provocatoriamente: “Come risponderebbe la Columbia se gli studenti prendessero il controllo del campus a sostegno del KKK e chiedessero il genocidio di altre minoranze etniche? La Columbia continuerebbe a sostenere le manifestazioni sulla base di un impegno per la libertà di parola o il codice di condotta dell’università avrebbe improvvisamente un impatto operativo?”

• Rettrice sotto accusa
  Sotto accusa la rettrice, per la sua accondiscendenza. Più grave del fatto che la situazione le sia sfuggita di mano è che perseveri su una linea che di fatto lascia campo libero agli antisemiti. In un intervento sul Wall Street Journal, ancora ieri cercava di giustificarsi con la supposta necessità di conciliare “il diritto alla libertà di parola dei manifestanti filo-palestinesi e l’impatto che queste proteste stavano avendo sui nostri studenti ebrei e sui loro sostenitori”, dovendo riconoscere che “alcune cose dette durante quelle proteste e sui social media erano profondamente inquietanti e spaventose”.
  “Cercare di conciliare il diritto di parola di una parte della nostra comunità con il diritto di un’altra parte della nostra comunità di vivere in un ambiente favorevole o almeno libero da paure, molestie e discriminazioni, è stata la sfida centrale nella nostra università e nei campus di tutto il Paese”. Capite che, vista la situazione, si tratta di un proposito surreale, come cercare di conciliare le ragioni degli aggrediti con quelle degli aggressori.
  Non risultano al momento prese di posizione del più illustre laureato vivente della Columbia, l’ex presidente Barack Obama.

(Atlantico, 24 aprile 2024)

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Nonostante l'odio: l'autore non si fa intimidire

Nel mezzo della guerra di Gaza, un autore americano sottolinea l'eredità del popolo ebraico in un libro per bambini. E non si lascia influenzare dalle migliaia di reazioni di odio su Internet.

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Con questo libro l'autore ha voluto aiutare sua figlia ad affrontare la guerra in Israele

LOS ANGELES - Lo statunitense Roman Sandler ha pubblicato a gennaio un libro per bambini su Israele nella guerra di Gaza. Si intitola "Under the Rockets‘ Glow: Shira’s Journey to Courage“ (Sotto il bagliore dei razzi: il viaggio di Shira verso il coraggio).
  Il libro parla di una ragazza di nome Shira e di suo padre, che le insegna la sua eredità ebraica, da Abramo all'odierno Israele. Una sera, quando i razzi volano fuori dalla finestra della sua camera, il padre vuole incoraggiare la figlia. La storia si conclude con Shira che si addormenta e sogna un mondo di pace.
  A febbraio, il libro per bambini ha attirato l'attenzione dell'attrice ebrea Mayim Bialik. Dopo che la star di "Big Bang Theory" ha elogiato il libro sui social media, le vendite del libro sono aumentate. Tuttavia, Sandler e il suo libro hanno anche ricevuto migliaia di risposte di odio da parte di attivisti anti-israeliani su Internet.

• Sandler non si lascia intimidire dall'odio
  "I soldati israeliani mettono in gioco la loro vita per proteggere la terra di Israele. Il mio contributo è il minimo che possa fare se può aiutare le persone", ha dichiarato il padre 34enne al sito di notizie ebraico-americano "The Algemeiner". "Vedo l'odio come una sorta di conferma che sono sulla strada giusta. Se non fai arrabbiare nessuno, non stai facendo la cosa giusta. Significa che non stai facendo nulla di importante".
  Parte del ricavato della vendita sarà devoluto alle vittime dell'attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre. Il libro è dedicato alle vittime del massacro e ai soldati dell'esercito israeliano che "attualmente rischiano la vita per difendere Israele e combattere il male in mezzo a noi", ha spiegato Sandler.

• Non solo reazioni negative
  Sandler e la moglie israeliana vivono in California con i loro tre figli. Entrambi hanno una famiglia in Israele. Ha dichiarato a "The Algemeiner" di aver voluto scrivere il libro per bambini per spiegare alla figlia di cinque anni la gravità della guerra di Gaza in corso. Vuole aiutare i suoi figli a "capire i principi fondamentali di chi siamo come popolo [ebraico], qual è il nostro legame con questa terra e perché vale la pena combattere per essa".
  È il primo libro che Sandler ha scritto. Molti genitori hanno ringraziato Sandler online per il suo libro, dicendo che ha aiutato i loro figli a capire la guerra tra Israele e Hamas. Finora sono state vendute 1.400 copie e il libro sarà presto disponibile in Israele.

(Israelnetz, 24 aprile 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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La liberazione degli ebrei dalla schiavitù e gli ostaggi di oggi a Gaza, schiavi di Hamas

Quest’anno per le famiglie ebraiche in tutto il mondo è più facile immedesimarsi nel proprio vissuto, perché Yahya Sinwar sta tenendo in ostaggio da sei mesi più di 130 persone rapite, bambini compresi

di Yasha Reibman 

“In cosa questa sera è diversa dalle altre sere?”. Questa domanda viene reiterata quattro volte dai piccoli della famiglia in occasione della cena pasquale ebraica, che è avvenuta ieri sera e, fuori da Israele, si ripete anche questa sera. I bambini vengono invitati a osservare e sorprendersi – e tramite lo sguardo dei più piccoli lo stupore diventa più accessibile anche agli adulti – per come durante la sera avvengano cose differenti da tutte le normali cene. Si mangia solo pane azzimo e non lievitato, si sta appoggiati di lato (mentre nelle sere normali si viene sgridati se si prova a mangiare stando sul gomito!), si mangiano erbe amare e si intingono in una specie di marmellata.
  Ognuna di queste azioni è simbolica, così le quattro domande aprono alla narrazione dell’uscita degli ebrei dall’Egitto del Faraone, un’epopea dalla schiavitù alla libertà che ha trasformato una massa in un popolo. Un racconto che ha dato linfa a rivoluzioni di altri popoli e che ha contribuito a dare speranza al popolo ebraico nei quasi duemila anni tra la distruzione del Tempio di Gerusalemme per mano dei romani e la riconquistata libertà e indipendenza nazionale con la nascita dello Stato di Israele. Un racconto che avviene in prima persona, quasi in presa diretta, poiché il tentativo è quello di considerarsi in ogni generazione come se direttamente si avesse partecipato agli eventi narrati prima sulle sponde del Nilo e poi nell’attraversamento del mare.
  La ritualità di queste azioni a prima vista può sembrare un gioco ed è anche divertente, ma in questa cena così sentita son tutti anche serissimi. Negli ultimi 78 anni gli ebrei hanno potuto ascoltare i racconti dei propri genitori e ora nonni che avevano vissuto in prima persona la schiavitù nei campi di sterminio e, per alcuni più “fortunati”, la fuga e i nascondigli che avevano permesso loro di scappare dagli sgherri del Faraone di turno; in parallelo, gli ebrei provenienti dai paesi arabi hanno potuto  raccontare a figli e nipoti la fuga dai propri paesi d’origine. Per gli uni e per gli altri talora è seguito l’arrivo in Israele, mentre molti ebrei europei sono tornati dove abitavano prima, ma, per tutti, questa cena è servita per aiutare a elaborare, di generazione in generazione, le persecuzioni subite, mantenendo uno sguardo di fiducia verso il futuro. Tutte queste avventure restavano ancorate in un passato terribile, talora tatuato sulla propria pelle, ma pur sempre mitigato dalla presenza alla propria tavola dei genitori e dei nonni che potevano raccontarlo in prima persona testimoniando al contempo la liberazione avvenuta.
  Quest’anno tuttavia per le famiglie ebraiche in tutto il mondo è ancora più facile immedesimarsi nel vissuto della schiavitù, perché Yahya Sinwar sta tenendo in ostaggio da sei mesi più di 130 persone rapite, bambini compresi, e si rifiuta persino di dare prove concrete di chi sia ancora in vita impedendo ai loro parenti di poterli riabbracciare (o almeno di poterli tumulare). Oggi nel cuore di tutti risuonerà la frase di Mosè e Aronne, che rivolgendosi al Faraone, chiedono “lascia andare il mio popolo”.

Il Foglio, 23 aprile 2024)

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Noa e Avinatan rapiti insieme il 7 ottobre: il racconto della madre del ragazzo

di Michelle Zarfati

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Sul divano della casa di Ditza Or, nella zona meridionale della Samaria, c’è un poster di cartone a grandezza quasi naturale di suo figlio Avinatan. Una foto scattata poco prima che il ragazzo venisse rapito a Gaza: in questo scatto Avinatan appare in forma, con i capelli dorati, proprio come una star del cinema.
  “È un ragazzo così bello” dice sua madre sorridendo. Avinatan ha conseguito una laurea in ingegneria elettrica ed è stato immediatamente accettato per lavorare nel team di sviluppo di un’enorme multinazionale. È un racconto toccante quello di questa madre orgogliosa di suo figlio, un sorriso che per un momento sembra alleggerire, solo un po’, l’oscurità che si nasconde nel suo cuore. L’oscurità che combatte con grande coraggio da quasi sette mesi in cui Avinatan è tenuto prigioniero nelle mani di Hamas. Ditza e Yaron, il padre del ragazzo, non hanno più notizie di loro figlio ormai da ottobre.
  “Tutto quello che abbiamo è il video in cui si vede il suo rapimento insieme a Noa” dice Ditza. “Purtroppo, dalle testimonianze delle persone che sono state rilasciate abbiamo appreso che una volta raggiunte le profondità dell’inferno, lì a Gaza, i terroristi hanno separato gli uomini dalle donne. Alcuni di quelli che sono stati rilasciati hanno detto che Noa stava bene. Tuttavia, nessuno ha visto Avinatan. Non sappiamo nulla di lui” racconta la donna durante un’intervista rilasciata alla stampa locale.
  Noa Argamani è la fidanzata di Avinatan, la sua compagna da ormai due anni. In molti hanno riconosciuto Avinatan e Noa dal video del loro rapimento, che è diventato uno dei simboli del 7 ottobre. Quel video orribile che li ha trasformati in Romeo e Giulietta della guerra, due bellissimi giovani innamorati che venivano bruscamente e forzatamente separati l’uno dall’altro.
  Avinatan è ancora uno dei tanti uomini ancora tenuti prigionieri da Hamas. “Dove sono Avinatan e Noa? Perché non sono seduti qui insieme a me? Vorrei averli qui, a tenersi per mano bevendo una tisana, parlando dei loro piani per un futuro condiviso” dice ancora Ditza, la mamma del ragazzo.
  E ciò che è ancora più doloroso per Ditza è che non ha ancora incontrato Noa di persona, non l’ha ancora ospitata nella sua casa. Avinatan e Noa si sono conosciuti alla Ben-Gurion University; non hanno studiato nella stessa classe eppure si sono innamorati. “Stavamo aspettando di vedere se la loro relazione diventava più seria per fare le presentazioni” dice Ditza. “A novembre, avevano in programma di trasferirsi insieme a Tel Aviv” racconta la donna.
  Avinatan è il secondo dei suoi sette figli. Tre di loro sono già sposati con figli, e la donna è già nonna di nove nipoti. “All’inizio, subito dopo il 7 ottobre, tutti i miei figli sono venuti qui e hanno dormito con me. La casa era piena. Aspettavamo tutti insieme il ritorno di Avinatan” racconta la donna. Ma quel periodo è finito, e ora, dopo troppi mesi, Ditza aspetta sola il ritorno di suo figlio e della sua compagna Noa, speranzosa che potrà finalmente vederli insieme felici.

(Shalom, 22 aprile 2024)

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Manifestazioni antisemite in America: attacchi fisici contro gli studenti ebrei

di Gabor H. Friedman

Dilagano le manifestazioni antisemite in America dove i campus universitari si sono trasformati in campi di battaglia e le proteste contro Israele si sono ben presto trasformate in una caccia all’ebreo tanto che migliaia di studenti ebrei sono stati invitati a non recarsi nei campus.
Cosa sappiamo? Sappiamo che le proteste antisemite più veementi sono alla Columbia University e a Yale. Durante il fine settimana alla Columbia la polizia ha fermato circa 100 persone, non sempre studenti ma anche individui esterni all’università il cui ruolo nelle manifestazioni antisemite è al vaglio della polizia. Gli arresti hanno scatenato le proteste in diversi altri complessi universitari e in particolare a Yale dove sono state arrestate una cinquantina di persone.

• Perché manifestazioni antisemite?
  Perché le proteste contro Israele si sono trasformate in appelli alla intimidazione fisica degli studenti ebrei. Molti video circolati su X mostrano i manifestanti che cantano slogan chiaramente antisemiti e intimidatori verso gli studenti ebrei.
Eliana Goldin, studentessa al terzo anno alla Columbia e co-presidente di Aryeh, un’organizzazione studentesca pro-Israele, ha dichiarato di non «sentirsi più al sicuro» nel campus. Goldin, che è fuori città per la Pasqua ebraica, ha detto che il campus è diventato «super opprimente», con proteste rumorose che disturbano le lezioni e persino il sonno.
In un comunicato, Samantha Slater, portavoce della Columbia, ha dichiarato che l’università si impegna a garantire la sicurezza dei suoi studenti.
«Mentre ogni americano ha il diritto alla protesta pacifica, gli appelli alla violenza e all’intimidazione fisica contro gli studenti ebrei e la comunità ebraica sono palesemente antisemiti, inconcepibili e pericolosi», ha detto in una nota Andrew Bates, portavoce della Casa Bianca.

• Cosa sta succedendo ora?
  Domenica sera i manifestanti hanno allestito accampamenti nelle università dell’area di Boston, tra cui il Massachusetts Institute of Technology di Cambridge, l’Emerson College di Boston e la Tufts University di Medford.
Circa un’ora fa centinaia di studenti di Yale hanno bloccato un importante incrocio a New Haven, all’angolo tra Prospect e Grove Street. La folla canta «Chiediamo che Yale disinvesta» e «Palestina libera dal Giordano al mare».
La New York University Palestine Solidarity Coalition, un gruppo di organizzazioni della New York University, ha organizzato un accampamento di tende in formazione circolare davanti alla Stern School of Business. L’accampamento è stato circondato da barricate metalliche e la sicurezza del campus della New York University sta controllando l’ingresso e l’uscita dall’area.
Kaz Daughtry, vice commissario delle operazioni presso la polizia di New York, ha affermato di aver ricevuto segnalazioni di studenti a cui sono state strappate le bandiere israeliane dalle mani e che hanno ricevuto commenti odiosi contro di loro. Ma non ci sono state segnalazioni di attacchi fisici, ha detto, aggiungendo che ha incoraggiato gli studenti a denunciare eventuali aggressioni.

(Rights Reporter, 22 aprile 2024)

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Le dimissioni del generale Haliva, simbolo del collasso della sicurezza di Israele il 7 ottobre

Il capo dell’intelligence militare disse degli allarmi su Hamas: “Aria fritta”. Lascia pure il generale Fuchs. Gli Stati Uniti valutano le prime sanzioni contro un battaglione dell’Idf.

di Giulio Meotti

Dopo il giorno più nero della storia israeliana si era formato un consenso sulla necessità di aspettare fino al dopoguerra per indagare su come Hamas fosse riuscito a invadere il paese, massacrare 1.200 innocenti e prenderne 240 in ostaggio. Dopo sei mesi cade la testa del capo dell’intelligence militare israeliana, Aharon Haliva. Lunedì 22 aprile si è dimesso, mentre dagli Stati Uniti venivano valutate le prime sanzioni americane contro un battaglione dell’esercito israeliano
   “Mi porto dietro quel giorno nero, giorno e notte”, ha scritto Haliva in una lettera al capo di stato maggiore, mentre nelle stesse ore arrivavano anche le dimissioni del capo del comando centrale dell’esercito, Yehuda Fuchs. Anche lui si assume la responsabilità degli errori sul  7 ottobre.  
   Di oggi la notizia, riferita da funzionari di Gerusalemme al New York Times, che Israele ha evitato di colpire obiettivi militari a Teheran su richiesta americana, francese e tedesca (ha scelto una base di Isfahan). 
  Dopo il 7 ottobre sono emerse sempre più informazioni sul collasso della sicurezza. E molte puntavano su Haliva e i suoi subordinati, compresa l’attivazione da parte di Hamas di sim card israeliane (quelle palestinesi non funzionano oltre confine). L’unità di osservatrici della base di Nahal Oz ha subìto le perdite maggiori durante l’assalto. L’unità era responsabile di monitorare 24 ore su 24 le telecamere di sicurezza lungo il confine di Gaza e di allertare esercito e intelligence. Diciassette sono state uccise il 7 ottobre e sette prese in ostaggio. Una, Naama Levy, è stata filmata a piedi nudi, trascinata per i capelli, le mani legate dietro la schiena e i pantaloni macchiato di sangue, segno della violenza sessuale. Nelle interviste con Channel 11, due colleghe hanno raccontato che nei mesi precedenti l’invasione avevano avvertito che i terroristi di Hamas si addestravano per prendere il controllo dei kibbutz e delle basi. Hanno visto e riferito tutto. Ma ufficiali di alto livello vicini ad Haliva hanno ordinato loro di fermarsi. L’hacker Rafael Hayun ha lavorato per anni per l’esercito, che gli ha fornito attrezzature per monitorare le comunicazioni di Hamas. Anche Hayun ha iniziato a riferire di Hamas che lavorava all’invasione di Israele, la penetrazione della barriera in più punti, la conquista di comunità, omicidi di massa e rapimenti. Hayun ha allertato le unità con cui lavorava. Cinque mesi prima dell'assalto, ai suoi colleghi fu ordinato di lavorare con lui. Anche l’Unità 8200 sotto il comando di Haliva ha smesso di monitorare le comunicazioni di Hamas. 
 Anche un sottufficiale dell’intelligence esperto di Hamas con vent’anni di esperienza ha iniziato a fornire rapporti dettagliati sui preparativi di Hamas nel maggio 2022. Includevano aspetti dell’invasione che avrà luogo il 7 ottobre, compreso l’uso di deltaplani e motociclette. Il suo comandante ha annullato una vacanza con la famiglia perché aveva sentito che Haliva avrebbe visitato la loro base. Haliva ha respinto gli avvertimenti definendoli “aria fritta”. Hamas, disse Haliva, stava bluffando. 
   Alle 4 del mattino del 7 ottobre, a causa di un aumento dei movimenti di Hamas vicino al confine, gli alti dirigenti della sicurezza, tra cui il capo di stato maggiore Herzi Halevy, il direttore dello Shin Bet Ronen Bar, il comandante del comando meridionale Yaron Finkelman e l’assistente di Haliva (Haliva era in vacanza sul mare di Eilat), ne discussero e decisero di tornare a letto. Si misero d’accordo di riparlarne alle 8 del mattino successivo. Hamas ha invaso alle 6:30. Uri Sagi, ex capo dell'intelligence militare, dirà: “Haliva non pensava che fosse abbastanza importante tornare da Eilat al Kirya (quartier generale dell’esercito a Tel Aviv)”. Dal 2022, Haliva e i colleghi dell’intelligence erano convinti che Hamas fosse stato contenuto. 
    I media di destra israeliani tirano in ballo la politica della famiglia Haliva. L’ex moglie e madre dei suoi figli, Shira Margalit, ha sostenuto le proteste politiche che hanno investito Israele nell’ultimo anno. La figlia di Haliva ha parlato ai raduni anti Netanyahu. 
   Ma a far cadere il capo dell’intelligence militare non è stata la politica, ma la compiacenza: come altri dell’apparato di sicurezza, Haliva pensava che Hamas fosse diventato razionale. 
  Yitzhak Brick è l’unico ufficiale militare israeliano di alto profilo ad aver previsto che qualcosa non andava. “Potrebbe esserci un massacro, lo stato di Israele non ha ancora riconosciuto il pericolo”, aveva avvertito Brick. “Abbiamo la sensazione che tutto vada bene e che non vi sia alcuna minaccia, ma all’opinione pubblica non viene detto che Hamas si sta preparando”. Brick lo ha detto mesi prima del 7 ottobre, ma nessuno ha voluto ascoltarlo. “La verità è che una realtà immaginaria è stata creata dallo stato maggiore e diffusa in tutto l’esercito. Siamo impazziti?”

Il Foglio, 22 aprile 2024)

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La nuova campagna di delegittimazione contro Israele

di David Elber

Non passa mese che la Casa Bianca non trovi il modo di criminalizzare Israele agli occhi dell’opinione pubblica americana e mondiale. Ormai l’obiettivo non è più solo il “governo Netanyahu”, diventato il capro espiatorio di tutti i mali di Israele, ma è Israele stesso nella sua interezza istituzionale.
Si è proceduto gradualmente. La prima accusa è stata quella di causare una carestia a Gaza, accusa palesemente falsa dato che non sono mai mancati gli aiuti umanitari in tutte le fasi della guerra, come non se ne sono mai visti prima in nessun altro teatro di combattimento.
Per avvalorare questa tesi criminalizzante, il Dipartimento di Stato in accordo con il Pentagono ha inscenato una ridicola (oltre che inutile e pericolosa) messa in scena consistente in lanci di aiuti aviotrasportati (che ha causato anche diversi morti tra i civili). L’inutilità della cosa è stata taciuta ma è stato amplificato ad arte il messaggio che Israele è uno Stato criminale che non permette l’arrivo degli aiuti e che questo era l’unico modo per fare arrivare i beni di prima necessità alla “popolazione stremata”. La stessa cosa è avvenuta con la brillante idea di costruire un molo artificiale in mezzo al nulla. Anche in questo caso c’è stata una grande enfasi mediatica per lo “sforzo umanitario”, ma, a distanza di due mesi ancora non si è visto il molo e nessuno è morto di fame. Il vero obiettivo, però, è stato raggiunto: criminalizzare, nuovamente Israele agli occhi dell’opinione pubblica americana e mondiale. Se questo non bastasse, ci sono sempre un numero sufficiente di giudici all’Aia che non vedono l’ora di iniziare un procedimento contro Israele: sia presso il Tribunale Penale Internazionale o la Corte di Giustizia Internazionale. Si può essere sicuri che al momento opportuno, queste istituzioni politicizzate si muoveranno a comando. E i comandi saranno dettati dall’agenda politica americana, che non si farà scrupolo di “ammorbidire” le posizioni israeliane, quando le armi cesseranno di sparare e si passerà al tavolo dei negoziati. Questo accadrà, molto verosimilmente, prima delle elezioni americane di novembre.
Ora si è passati a un nuovo capitolo delegittimante che ha come obiettivo l’esercito di Israele. Non è più solo il governo democraticamente eletto di Israele a essere preso di mira, ora è il turno di un vero pilastro istituzionale dello Stato del popolo ebraico: l’IDF. Questa azione politica ricorda molto da vicino gli autodafé orchestrati dall’Inquisizione. Ne spiegheremo qui l’attuazione.
Ormai siamo prossimi alla proclamazione, da parte del Dipartimento di Stato, di sanzioni contro un’unità dell’esercito: il Battaglione Netzah Yehuda. Si tratta di un battaglione di fanteria composta da soldati religiosi, che è stato trasformato dall’attuale amministrazione americana, con l’aiuto e la compiacenza dei mass media e delle ONG, in un battaglione di “ultra ortodossi” pericolosi e fanatizzati. Per di più, il Dipartimento di Stato USA ha già fatto sapere che questo è solo il primo passo per estendere tale calunnia ad altre unità dell’esercito.
Perché si tratta di una calunnia e non di accuse circostanziate? E perché è un fatto di una gravità senza precedenti ai danni di Israele? Il danno è enorme perché questa decisione discredita di fatto tutto il sistema giudiziario israeliano. Il fatto che gli USA sanzionino un’unità dell’esercito significa che ritengono che Israele non sia in grado di esercitare in modo corretto e imparziale i contrappesi legali e di controllo dei suoi apparati di difesa e di pubblica sicurezza. In altre parole, il “diritto complementare” esercitato dagli organi giudiziari di Israele non sarebbe in grado, secondo il Dipartimento di Stato, di intervenire autonomamente per impedire abusi o peggio uccisioni extra giudiziarie. In pratica, per l’Amministrazione Biden, Israele non è più uno Stato di diritto. Inoltre, questa accusa velata da sanzioni rinforzerà l’inevitabile corollario mediatico contro Israele. Peggio saranno le conseguenze politiche. Israele sarà ricattato quando inizieranno le future “trattative di pace”. Inoltre, è facile prevedere che verranno istituiti processi internazionali nei suoi confronti a rincalzo delle accuse a proposito del “genocidio”, dei “crimini di guerra”, dei “crimini contro l’umanità” già poste in essere. In pratica si assisterà alla demolizione legale di Israele per mezzo di processi farsa con l’intenzione di emarginarlo ulteriormente.
La falsità palese delle accuse che aleggiano sul battaglione dell’IDF preso di mira dagli Stati Uniti è provata dal fatto che nessun organo giudiziario americano ha mai condotto nessuna indagine indipendente per provarne la fondatezza. Il Dipartimento di Stato non ha mai dato mandato all’FBI, alla CIA, al Pentagono o a una commissione ad hoc di condurre le indagini. Come sono state raccolte dunque le presunte “prove”? Unicamente tramite una ONG: la Democracy for the Arab World Now. Le sanzioni proposte dal Dipartimento di Stato sono il frutto di un report di una ONG collusa con la Fratellanza Musulmana e il cui budget, di oltre due milioni di dollari all’anno complessivi, non si sa da chi sia finanziato perché l’origine non è specificata nel bilancio.
Si tratta di una ONG nota per i suoi legami con gruppi anti-israeliani e antisemiti che si occupa quasi esclusivamente di intentare cause contro rappresentanti israeliani nelle corti americane. Questa è la fonte, mentre l’unico atto d’accusa circostanziato è la morte per infarto di un arabo con passaporto americano, avvenuta circa un anno e mezzo fa dopo che aveva dato in escandescenze quando fu fermato per un controllo dell’esercito e quindi posto sotto custodia. Tutte le altre accuse rivolte contro l’unità Netzah Yehuda, sono generiche e catalogate come “abusi” o “violenze” senza alcun dato oggettivo. Per compiacere gli Stati Uniti il Ministro della difesa ha spostato l’unità dalla Giudea al Golan, prima del suo impiego a Gaza.
In conclusione, sul “lavoro” di una ONG collusa con i Fratelli Musulmani e finanziata da non si sa chi, si basa la nuova compagna di delegittimazione nei confronti di Israele.

(L'informale, 22 aprile 2024)
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Quand'è che tra gli amici occidentali di Israele si è scoperta l'inaffidabilità degli Stati Uniti? L'America a stelle e strisce non ha mai sostenuto davvero Israele: l'ha soltanto "agganciato" a sé per i propri interessi. E ideologicamente ha creduto di poterlo sostituire come Paese ordinato dalla "Provvidenza" (di hitlerianana memoria) a portare pace e ordine nel mondo. Dopo essersi posto in concorrenza con Israele, è possibile che ora entri in contesa aperta con lui, appoggiando di fatto (ma negandolo a parole) i peggiori nemici dello Stato ebraico. M.C.

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“Perché ho preso una pistola”. Matti Friedmann spiega come il 7 ottobre lo ha cambiato

Il racconto del giornalista. Per l’israeliano medio, le armi da fuoco sono semplicemente uno strumento di protezione contro la violenza araba che ha plasmato questa società nell’ultimo secolo. Come l’esercito, sono un male necessario
Di recente sono stato in un poligono di tiro al coperto a Gerusalemme e osservavo i nuovi richiedenti di una licenza di armi: persone comuni, un uomo sulla sessantina con l’aria di un professore di Talmud, una giovane madre che era stata evacuata dalla città meridionale di Sderot dopo che i terroristi di Hamas avevano ucciso dozzine di suoi vicini il 7 ottobre e che ora vive in un’angusta stanza d’albergo nella nostra città con suo marito e due figli”. Così Matti Friedmann in un lungo articolo pubblicato il 10 aprile sulla Free Press. 
La giovane madre, continua, “ha sparato i suoi colpi con particolare intensità, o almeno così mi è sembrato, anche se ovviamente nemmeno lei poteva riportare indietro l’orologio al 6 ottobre. Quando l’istruttore ebbe finito con lei, è stato il mio turno. Al bancone all’ingresso c’erano tre clienti: il personale non aveva mai visto niente di simile negli ultimi sei mesi. Un venditore stava spiegando i vantaggi della pistola israeliana Masada, chiamata, sfortunatamente, come il luogo del suicidio di massa degli ebrei che pose fine al nostro precedente periodo di sovranità nel 73 d.C. Una religiosa in gonna, con i capelli coperti da una sciarpa, stava provando una fondina addominale da nascondere sotto la maglietta: è una maestra d’asilo e non vuole spaventare i bambini. 
Per l’israeliano medio, le armi da fuoco sono semplicemente uno strumento di protezione contro la violenza araba che ha plasmato questa società nell’ultimo secolo. Come l’esercito, sono un male necessario. La maggior parte delle persone armate che vedrai in una città israeliana sono soldati o poliziotti. Per me, il cambiamento si manifesta sotto forma di una piccola Glock, un piccolo e brutto monumento a un cambiamento in peggio in questo paese e nella vita dei suoi cittadini. Sebbene acquistare una pistola qui sia diventato più semplice, il possesso di armi è ancora strettamente limitato e comporta pratiche burocratiche che vanno oltre i sogni più sfrenati dei sostenitori del controllo delle armi negli Stati Uniti.
Sono stato addestrato all’uso del fucile automatico in fanteria durante il servizio militare obbligatorio, ma come tutti i miei amici sono stato felice di restituirlo. Non credevo che la forza letale fosse necessaria nella vita civile. 
Quando ho compilato i moduli dopo l’attacco di Hamas, con diversi conoscenti morti e uno prigioniero in un tunnel di Hamas, mia moglie Naama ha rifornito il nostro appartamento di acqua, cibo e batterie nel caso in cui la guerra si fosse estesa a Gerusalemme. Naama non riesce nemmeno a guardare la pistola. Ma gli scenari da incubo si erano rivelati realistici e sembrava irresponsabile non prendere ogni precauzione. 
In contrasto con il militarismo che alcuni osservatori esterni immaginano qui in Israele, non ci sono parate militari. L’esercito tende a evitare simboli e linguaggio bellicosi, preferendo eufemismi tratti dal mondo naturale: una volta ho prestato servizio, ad esempio, in una cupa base in Libano chiamata Outpost Pumpkin, dove i dispositivi per la visione notturna sono chiamati il Carciofo. Quando a famosi generali israeliani come Moshe Dayan veniva chiesto quale fosse la loro professione, rispondevano che erano agricoltori.
Per anni abbiamo subito episodi regolari in cui uomini palestinesi impazzivano in luoghi pubblici con coltelli o pistole, uccidendo persone fino a quando loro stessi non venivano colpiti e uccisi dalle forze di sicurezza o da un civile armato. Ma questo non si è mai tradotto in un possesso di armi, certamente non tra le persone che conosco. Sembravamo aspettarci che qualcun altro fosse a disposizione per proteggerci. Gerusalemme, dove vivo, e dove più di un terzo dei residenti sono palestinesi, è particolarmente vulnerabile: senza nemmeno consultare Internet, riesco a pensare a una dozzina di attacchi simili nell’ultimo anno. Eppure, nel panico dopo il 7 ottobre, quando uno dei miei vicini nel gruppo WhatsApp del nostro edificio mi ha chiesto quanti di noi possedessero armi, la risposta è stata nessuno. 
Ovviamente la situazione sarebbe dovuta cambiare mano a mano che avessimo assorbito due lezioni dell’attacco di Hamas. La prima era che non potevamo permetterci ulteriori illusioni sulle intenzioni dei nostri vicini palestinesi. Queste delusioni avevano appena portato alla morte di 1.200 israeliani come noi, molti dei quali assassinati nelle loro cucine e nei loro soggiorni, e al rapimento di altri 250, con il sostegno entusiastico dell’opinione pubblica palestinese.
La seconda lezione riguardava il nostro presupposto di base secondo cui le forze di sicurezza sarebbero sempre arrivate velocemente. I massacri intorno a Gaza sono avvenuti ad appena un’ora di macchina da Tel Aviv, ma ho incontrato una donna di un kibbutz del sud che è stata salvata dai soldati israeliani solo 30 ore dopo l’inizio dell’attacco, durante il quale molti dei suoi vicini sono stati uccisi o presi in ostaggio. Se una mezza dozzina di camioncini di Hamas uscissero dai quartieri arabi a pochi minuti dal mio e tentassero qualcosa di simile, saremmo da soli. E’ stato in questo periodo che i miei amici, tra cui uno psicologo, un giornalista radiofonico, uno specialista in storia ebraica medievale e un professore di filosofia greca, hanno cominciato a richiedere il permesso di portare armi. Ed è stato in questo periodo che, come altre persone che conosco, mi sono ritrovato a calcolare gli angoli di fuoco all’interno della mia casa. Cosa posso colpire dalle scale? La porta d’ingresso potrebbe fermare un proiettile? 
Qualunque fosse l’esito della guerra di Gaza, era chiaro che avevamo già subito una sorta di sconfitta spirituale. In Israele, le armi da fuoco sono meno una questione di libertà personale, come in America, che di difesa comunitaria – il che è logico, suppongo, in un paese la cui etica è stata forgiata non dagli individualisti di frontiera ma dai kibbutznik socialisti.
Recentemente ho partecipato a una sessione di formazione per nuovi proprietari di armi dell’Israele centrale, uno dei quali era Doron Ben-Avraham, 60 anni, della città di Elad. Questa città è stata teatro di un raccapricciante attacco con l’ascia da parte di due palestinesi nel maggio 2022 e una delle tre persone uccise era qualcuno che conosceva. ‘Se vedo un vicino che viene aggredito, voglio essere in grado di aiutarlo – mi sentirei male se non lo facessi’, ha detto Ben-Avraham, riflettendo quello che sembrava essere l’approccio dei venti uomini della classe. Dopo il 7 ottobre ha fatto domanda per il porto d’armi e ora è il nuovo proprietario di una Glock-19. Il corso era tenuto da un istruttore di tiro di nome Boaz, un istruttore antiterrorismo che mi ha chiesto di non usare il suo cognome. Lo fa da 20 anni. In mezzo alla corsa generale per le armi, Boaz è rimasto sorpreso nel vedere il numero di nuovi possessori di armi tra gli ultra-ortodossi, una comunità che in genere ha atteggiamenti antimilitaristi ed è felice di lasciare la propria difesa agli altri. 
Al poligono di tiro dove ho preso la licenza, era chiaro che alcuni dei nuovi proprietari non erano affatto in grado di usare un’arma nelle condizioni sterili del poligono, per non parlare di un attacco vero e proprio in cui avremmo dovuto mettere a rischio la vita assaliti da adrenalina e paura. Quelli con addestramento al combattimento hanno una possibilità, anche se nessuna garanzia di successo. Quando sono tornato a casa con il mio porto d’armi e una Glock 43X, ho detto ai miei figli che se mai si fossero avvicinati a un attacco a fuoco avrebbero dovuto sdraiarsi e aspettare finché non fosse finito.
E’ difficile dire come ricorderemo tutto questo tra un decennio o due. Ma anche nelle settimane in cui ho lavorato a questo saggio, un israeliano con una pistola è riuscito a uccidere un terrorista, un altro palestinese di Gerusalemme, che stava sparando a persone innocenti su una strada nel sud di Israele, due dei quali sono morti. Questo è successo il 16 febbraio. Il 14 marzo, un sottufficiale in fila in un bar Aroma non ha notato il ragazzo palestinese con una felpa nera che gli si avventava al collo con un coltello, ma è riuscito comunque a estrarre la pistola e a sparare, evitando altre vittime. Un amico americano mi ha detto di recente che ogni ebreo che conosce ha un piano di emergenza, a volte segreto o difficilmente ammesso anche a sé stesso, su dove nascondersi o scappare se le cose si mettono davvero male nella diaspora: il tipo di pensiero che nasce dall’educazione alla storia ebraica mescolata con una lettura attenta degli eventi attuali, come le proteste aggressive fuori dalle sinagoghe, i colpi sparati contro le scuole ebraiche e la crescente febbre nei confronti dei ‘sionisti’. Riflettendo su questo, ho chiesto agli amici qui in Israele se avessero un piano simile. No, nessuno l’ha preparato. Il sionismo chiaramente non è riuscito a cambiare tutto nella condizione ebraica, ma sembra aver cambiato questo, per quello che può valere. Non conosco nessuno che stia preparando un nascondiglio. Ma conosco un numero notevole di persone con una nuova Glock”.

Il Foglio, 22 aprile 2024 - trad. Giulio Meotti)

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Ostaggi del 7 ottobre: tensione tra i negoziatori e Netanyahu

All’inizio della riunione del gabinetto di guerra di domenica il Primo Ministro Benjamin Netanyahu avrebbe criticato alcuni membri non citati della squadra israeliana per i negoziati sugli ostaggi, accusandoli di far trapelare informazioni false e dicendo loro di abbandonare se non erano disposti ad accettare le decisioni del governo.
In citazioni quasi identiche riportate da Canale 12 e Kan TV, Netanyahu avrebbe detto durante la riunione: “Le false informazioni del team negoziale danneggiano gli sforzi per riportare indietro gli ostaggi. Diffondono la disperazione tra le famiglie degli ostaggi. Hanno portato Hamas a inasprire le sue posizioni. E sono false”.
Parlando tre giorni dopo che un programma investigativo di Channel 12 aveva trasmesso le critiche anonime di due membri del team negoziale nei confronti del premier, Netanyahu avrebbe aggiunto: “Se c’è qualcuno nel team negoziale che non è disposto ad accettare le decisioni dei vertici politici e vuole generare titoli falsi e anonimi per scopi politici, dovrebbe mostrare un po’ di decenza e non essere qui”.
Il gruppo di negoziatori si è recato ripetutamente a Parigi, al Cairo e a Doha nel tentativo, finora fallito, di ottenere il rilascio dei 133 ostaggi ancora detenuti a Gaza – non tutti vivi – 129 dei quali sono stati rapiti il 7 ottobre, quando migliaia di terroristi guidati da Hamas hanno preso d’assalto il sud di Israele uccidendo quasi 1.200 persone e prendendo oltre 250 ostaggi.
I negoziatori per gli ostaggi non sono riusciti a ripetere gli sforzi compiuti a novembre, quando hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco di una settimana che ha visto il rilascio di 105 ostaggi, in cambio della liberazione da parte di Israele di circa 240 prigionieri palestinesi.
La squadra negoziale israeliana è guidata dal capo del Mossad David Barnea, dal capo dello Shin Bet Ronen Bar e dal maggiore generale (ris.) Nitzan Alon, ex comandante del Comando centrale delle Forze di Difesa israeliane.
“Non posso dire che senza Netanyahu ci sarebbe stato un accordo, ma posso dire che senza Netanyahu le possibilità di fare un accordo sarebbero migliori”
I commenti di Netanyahu sono arrivati dopo che giovedì il programma d’inchiesta Uvda (Fact) di Canale 12 ha trasmesso interviste con due membri non citati della squadra di negoziatori, i quali hanno affermato che il premier è apparso indifferente alla sorte degli ostaggi e ha minato gli sforzi per assicurare il loro rilascio attraverso un accordo con Hamas.
“Non posso dire che senza Netanyahu ci sarebbe stato un accordo, ma posso dire che senza Netanyahu le possibilità di fare un accordo sarebbero migliori”, ha detto uno dei due negoziatori.
Secondo il rapporto di Kan, Netanyahu ha anche accusato il ministro della Difesa Yoav Gallant di aver fatto trapelare materiale da riunioni alle quali erano presenti solo il premier, Gallant, Barnea e Bar.
“Tutto trapela”, avrebbe detto Netanyahu al termine di una recente riunione di gabinetto. “So che non è il capo del Mossad o il capo dello Shin Bet, quindi chi altro può essere?”.
Gallant avrebbe partecipato alla riunione per telefono, ma si ritiene che abbia riattaccato quando Netanyahu ha espresso le sue rimostranze nei confronti del ministro. L’incidente ha suscitato ilarità a spese di Gallant tra alcuni ministri del Likud, si legge nel rapporto, che non chiarisce se Gallant abbia effettivamente riattaccato il telefono.
Un rapporto correlato di Channel 12, privo di fonti, ha affermato che Israele è sconcertato dalla prospettiva che i leader di Hamas lascino il Qatar, che sta affrontando crescenti pressioni da parte dei legislatori degli Stati Uniti per i suoi rapporti con Hamas, nel contesto dei negoziati indiretti per il rilascio di ostaggi, che Doha sta mediando tra il gruppo terroristico e Israele.
Secondo Channel 12, Israele pensa che la presenza di Hamas a Doha dia al mediatore Qatar un potenziale potere sul gruppo terroristico.
I leader di Hamas starebbero pensando di trasferirsi in Algeria o in Turchia, il cui presidente Recep Tayyip Erdogan ha ospitato il capo di Hamas Ismail Haniyeh nel fine settimana.
Dei 129 ostaggi che si ritiene siano detenuti a Gaza dal 7 ottobre, l’IDF ha confermato la morte di 34 di loro, citando informazioni e risultati ottenuti dalle truppe che operano a Gaza.
Hamas detiene anche i corpi dei soldati dell’IDF caduti dal 2014, Oron Shaul e Hadar Goldin, e di due civili israeliani, Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, che si ritiene siano ancora vivi dopo essere entrati nella Striscia di propria iniziativa rispettivamente nel 2014 e nel 2015.

(Rights Reporter, 22 aprile 2024)

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Israele, il mea culpa del capo dimissionario dell’intelligence militare: “Il 7 ottobre non siamo stati all’altezza”

Aharon Haliva lascia la guida degli 007 dell’esercito: “Porto con me quel giorno nero” e “il dolore della guerra”

di Paolo Brera

Cade una prima testa israeliana per il disastro del 7 ottobre, quando Hamas riuscì a forzare un blocco ritenuto erroneamente insuperabile provocando la morte di 1.200 persone e il rapimento di 253 ostaggi. Il generale Aharon Haliva, capo della direzione dell'intelligence militare delle forze armate israeliane (Idf), si è dimesso lasciando una lettera sulla scrivania del capo di stato maggiore Herzi Halevi in cui ne spiega le ragioni.
“In una decisione presa con il capo di stato maggiore e con l'approvazione del ministro della difesa, Haliva concluderà il suo ruolo e si ritirerà dall’Idf dopo aver nominato un successore attraverso un processo ordinato e professionale”, hanno reso noto le forze armate con un comunicato. Resta dunque temporaneamente in carica, ma le sue dimissioni sono comunque accettate.
Haliva si prepara a lasciare dopo 38 anni di carriera militare. Ma la catena di errori e l’avere pesantemente sottostimato la possibilità che Hamas forzasse il blocco nonostante gli avvertimenti ricevuti è un macigno che pesa sulla coscienza e con cui l’intera catena di comando israeliana sa che dovrà fare i conti, prima o poi. Certamente lo dovrà fare quando si chiuderà l’emergenza della crisi, che oggi minaccia di estendersi nell’operazione di terra a Rafah.
E non è l’unico errore enorme sulle spalle di Haliva, e non certo solo sulle sue: nonostante l’attacco ai pasdaran ospitati nell’ambasciata iraniana a Damasco, in cui è stato ucciso l'alto ufficiale delle guardie rivoluzionarie islamiche Mohammad Reza Zahedi, fosse stato preparato per due mesi analizzando tutte le possibili repliche iraniane e la necessaria protezione e reazione successiva israeliana, l’intelligence militare ha ampiamente sottostimato la risposta iraniana, che per la prima volta ha bucato l’Iron Dome colpendo direttamente il suolo israeliano.
Nella sua lettera, Haliva si assume la responsabilità del fallimento del 7 ottobre e promette che ora farà del suo meglio, nel tempo che gli rimane al comando, perché vengano raggiunti gli obiettivi, tra cui il ripristino del dominio militare nel nord e nel sud della Striscia di Gaza, la restituzione degli ostaggi e la dissuasione alle minacce iraniane e di altri nemici. “Porto con me quel giorno nero” e “il dolore della guerra”, scrive il generale: “Sabato 7 ottobre 2023 Hamas ha commesso un attacco a sorpresa mortale contro lo Stato di Israele. La divisione di intelligence sotto il mio comando non è stata all'altezza del compito che ci era stato affidato”.
La sua è la prima ma non certo l’ultima testa che cadrà per il 7 ottobre. Lo stesso generale Herzi Halevi, il capo di Stato maggiore sulla cui scrivania ha lasciato la lettera di dimissioni, si è assunto la responsabilità del fallimento già all’indomani del massacro e chi lo conosce bene non ha dubbi che si dimetterà non appena avrà portato a termine l’incarico. Le pressioni dell’opinione pubblica contro i vertici sono d’altronde sempre più forti, non solo per aver permesso il 7 ottobre scioccando l’intero Paese che da allora ha perso la percezione di sicurezza nello scudo difensivo, ma anche per l’insuccesso di questi sei mesi e mezzo in cui – nonostante le promesse e i 34mila morti palestinesi – gli ostaggi restano in cattività nelle mani di Hamas, e il capo dei miliziani Yayah Sinwar, è ancora libero e introvabile.
E non è solo dalla catena di comando militare che ci si aspetta il pagamento del conto per gli errori: Vladimir Beliak, del partito Yesh Atid del capo dell’opposizione Lapid, ha twittato la richiesta di “istituire subito una commissione d'inchiesta statale. Il primo ministro deve dimettersi immediatamente”.

(la Repubblica, 22 aprile 2024)

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“L'odio verso gli ebrei nel mondo islamico non ha atteso la creazione di Israele”

Lo storico Georges Bensoussan risale alle origini dell’odio anti ebraico nel mondo musulmano. L'articolo sul Figaro. 

Le Figaro – Il massacro del 7 ottobre è stato visto da molti osservatori come la conseguenza della politica israeliana nei territori palestinesi. Si può davvero ignorare questo legame, tanto più che, fino al 7 ottobre, Benyamin Netanyahu sembrava giocare la carta dello stallo?

Georges Bensoussan – Pensare di poter liquidare la questione palestinese con gli accordi di Abramo è stata cecità politica, per non dire cinismo. Tuttavia, ci piacerebbe pensare che il massacro del 7 ottobre abbia un legame diretto con la politica israeliana perché rientra nei canoni della ragione occidentale, la quale trova una motivazione semplice al massacro: l’occupazione dei territori palestinesi. Anche se il territorio di Gaza è libero dall’occupazione da diciannove anni. Come se, prima dell’occupazione del 1967, lo stato di Israele fosse stato accettato dal mondo arabo. Il riconoscimento della nazione israeliana da parte dell’Egitto e in seguito della Giordania è stato il risultato di un equilibrio di potere. La natura gelida di questi accordi di pace evidenzia la difficoltà per la psiche di gran parte del mondo arabo-musulmano di accettare la nazione ebraica. Ora che l’inversione della realtà è al suo culmine, vale la pena ricordare che fin dalla sua fondazione lo stato ebraico ha affrontato una minaccia esistenziale come nessun altro stato al mondo. La “soluzione dei due stati” sembra da molto tempo la più ragionevole. Se non fosse che è già stata proposta cinque volte e cinque volte rifiutata dalla parte araba: 1937 (piano Peel), 1947 (risoluzione delle Nazioni Unite), 2000 (Camp David), 2001 (Taba) e 2008 (piano Olmert). Nel 1947-1949, la Giordania, con la complicità di Londra, ha impedito la nascita dello stato arabo di Palestina previsto dalle Nazioni Unite e annesso il territorio palestinese della Cisgiordania. Tra il 1949 e il 1967, lo stato di Palestina avrebbe dovuto essere proclamato in Cisgiordania e a Gaza (amministrata dall’Egitto), senza l’ombra della minima presenza israeliana. Ma così non fu, e la Lega araba avallò la situazione. Nel 1949, alla fine della prima guerra arabo-israeliana, tre quarti dei rifugiati palestinesi rimasero all’interno dei confini della Palestina mandataria, ma vennero parcheggiati in dei campi benché fossero “a casa loro”. Nel 1949, solo la Giordania concesse la cittadinanza e il permesso di lavoro a questi rifugiati. Né il Libano, né la Siria, né l’Egitto acconsentirono. Mantenere i rifugiati nel loro status di rifugiati da 80 anni significa mantenere un ostacolo, perché accettare uno stato palestinese significherebbe de facto riconoscere lo stato di Israele. Per questo motivo la parte araba ha rifiutato ogni offerta dal 2000. Inoltre, a causa dei ripetuti rifiuti, questa tragedia è ora aggravata da un messianismo ebraico che i padri fondatori del sionismo volevano, giustamente, tenere a distanza.

Le Figaro – Lei sottolinea che le rivolte della piazza araba contro gli ebrei sono iniziate fin dai tempi dell’Impero ottomano. Tuttavia, è a partire dagli anni Venti del Novecento che l’antico rifiuto degli ebrei nei paesi arabi ha assunto una dimensione islamica. Come e perché è avvenuto questo cambiamento?

Georges Bensoussan – Le prime manifestazioni anti ebraiche nel mondo arabo sono concomitanti all’avvento dell’islam, con il massacro delle tribù ebraiche di Medina. L’Impero ottomano, invece, tendeva a perseguire una politica di pacificazione nei confronti delle minoranze ebraiche. La questione non è tanto il rifiuto dell’ebreo nel senso cristiano del popolo deicida, quanto piuttosto l’economia psichica dell’islam ortodosso, secondo cui l’ebreo non può essere considerato alla pari e rimane un soggetto tollerato, ma di status inferiore (…). È alla metà degli anni Venti del Novecento che il rifiuto del sionismo assume una dimensione islamica sotto la guida del Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini (…). È mobilitando la umma islamica che il Muftì ha iniziato la lotta contro il sionismo, e questo spiega la svolta islamica nella lotta anti sionista in Palestina. 

Il Foglio, 22 aprile 2024)

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Il prezzo da pagare

Bisogna evitare di rimanere confusi. I 17 miliardi di dollari stanziati ieri dagli Stati Uniti e destinati a Israele, facente parti del pacchetto di stanziamenti da 95 miliardi di dollari in aiuti anche nei confronti dell’Ucraina e di Taiwan e l’intenzione dell’Amministrazione Biden di sanzionare il battaglione dell’IDF Netzah Yehuda per presunti abusi commessi in Cisgiordania, non palesa un segno di schizofrenia.
Gli aiuti a Israele stanziati con voto bipartisan non sono un grazioso regalo dell’Amministrazione Biden la quale, in questo modo, certifica il proprio speciale rapporto con Israele, ma sono il frutto di un rapporto strutturale di reciproca cooperazione, di interessi incrociati, che si situa al di sopra delle singole amministrazioni, e riguarda gli interessi nazionali americani. Anche l’Amministrazione Obama, una delle più ostili nei confronti di Israele, non fece mai mancare il sostanzioso aiuto economico di cui Israele, insieme ad altri paesi beneficia. Invece è proprio dell’Amministrazione Biden avere deciso di sanzionare un battaglione dell’IDF, composto da soldati di formazione haredi, ovvero religiosa, mentre l’IDF sta combattendo la sua guerra a Gaza contro Hamas, così come è proprio dell’Amministrazione Biden avere sanzionato mesi fa quattro cittadini ebrei residenti in Cisgiordania anch’essi accusati di abusi nei riguardi di residenti palestinesi, così come fu proprio dell’Amministrazione Obama pugnalare Israele alle spalle nell’ultimo mese della sua permanenza alla Casa Bianca, con la Risoluzione 2334, una delle più punitive mai emesse dall’ONU nei suoi confronti.
Serve poco che Benjamin Netanyahu scriva su X che questa decisione rappresenta “un picco di assurdità e di abbassamento morale”, perché gli “amici” americani oggi alla Casa Bianca sono questi e non si può fare altro che sperare per Israele, per il suo futuro, che alle prossime elezioni a novembre, Joe Biden non venga rieletto, se no, per Israele non saranno giorni facili.
Il conflitto in corso ha messo in luce in modo eclatante quanto mai, come il legame stretto di Israele con gli Stati Uniti possa essere estremamente oneroso a seconda di chi si trova alla Casa Bianca. La luna di miele con l’Amministrazione Trump è stata una felice eccezione, e se Trump dovesse essere rieletto lo sarà di nuovo, ma anche in questo caso, dopo quattro anni avrà concluso il suo mandato.
Il commissariamento americano della guerra a Gaza, ha mostrato a tutti quanto Israele sia limitato nel potere agire e quanto la propria autonomia e sovranità siano pesantemente condizionate da interessi che non coincidono coi propri.
Scegliere di essere un satellite americano in Medio Oriente comporta questo prezzo. Forse è arrivato il momento di rimodulare la storica alleanza.

(L'informale, 21 aprile 2024)

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Bulgaria, un paese amico degli ebrei. Intervista a Rumyana Christidi

di Nathan Greppi

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La sinagoga di Sofia

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Bulgaria fu l’unico paese in tutta l’Europa orientale a salvare interamente la sua popolazione ebraica dalle deportazioni naziste. Una storia che il paese balcanico celebra sempre con orgoglio.
  Tuttavia, anche qui non sono mancati casi di antisemitismo e di violenza verso gli ebrei; uno su tutti, l’attentato terroristico avvenuto il 18 luglio 2012 all’aeroporto di Burgas, pianificato presumibilmente da Hezbollah e che uccise 6 turisti israeliani e ne ferì altri 32. E all’inizio di aprile, la polizia bulgara ha trovato un deposito di armi legato a quattro presunti membri di Hamas arrestati a dicembre.
  Per capire come stanno vivendo la situazione attuale gli ebrei bulgari (il cui numero oscilla tra i 2.000 e gli 8.000, secondo le statistiche più recenti e a seconda che si contino o meno le famiglie miste e i non iscritti alla comunità), e quali siano oggi i rapporti tra la Bulgaria e Israele, abbiamo parlato con la storica bulgara Rumyana Marinova-Christidi: responsabile del corso di laurea in Studi Ebraici dell’Università di Sofia e docente associata, è un membro della delegazione bulgara presso l’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance).

- Quanto era diffuso l’antisemitismo in Bulgaria prima del 7 ottobre?
  Sono felice di poter dire che la Bulgaria rappresenta un’eccezione in Europa; storicamente, i livelli di antisemitismo sono tra i più bassi di tutto il continente. Negli ultimi anni, il Ministero degli Affari Esteri ha commissionato due tipi di sondaggi annuali sulla diffusione dell’antisemitismo: uno tra il pubblico generale, e l’altro all’interno della comunità ebraica. E tutti i dati dimostrano livelli estremamente bassi.
  Per fare un esempio, l’82% dell’opinione pubblica nazionale ritiene che gli ebrei siano ben integrati nella società, e dentro la comunità ebraica questa percentuale sale ad oltre il 91%. Inoltre, due anni fa i dati mostravano che alla domanda su quanto gli ebrei si sentissero al sicuro nella vita di tutti i giorni, il 44% rispondeva “assolutamente sì” e il 43% semplicemente “sì”.
  Prima del 7 ottobre, il governo bulgaro era già all’erta su una possibile crescita dell’antisemitismo. A differenza di molte altre nazioni, hanno preso contromisure in tempi non sospetti: nel 2017, la Bulgaria è stata uno dei primi paesi ad adottare la definizione di antisemitismo dell’IHRA, della quale divenne paese membro un anno dopo. Quasi contemporaneamente, è stato nominato un coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo; se in altri Stati si tratta generalmente di un funzionario minore, in Bulgaria è anche il Viceministro degli Affari Esteri. Inoltre, sono stati firmati accordi con le principali organizzazioni ebraiche nazionali e internazionali, per instaurare una rete di cooperazione e scambio di informazioni.

- Cosa è cambiato dopo il 7 ottobre?
  Naturalmente, anche la Bulgaria è stata influenzata dai rigurgiti antisemiti avvenuti in tutto il mondo negli ultimi mesi. Si vedono maggiori espressioni di antisemitismo, ma per la maggior parte avvengono sui social, e ogni tanto trovi svastiche disegnate sui muri vicino alle sinagoghe. Ma non si è registrata nessuna aggressione fisica nei confronti degli ebrei. E la Bulgaria è uno dei pochissimi paesi in Europa dove non sono avvenute grosse manifestazioni contro Israele.

- Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Bulgaria ha salvato tutti i suoi ebrei. Oggi, quanto viene tenuta in considerazione la memoria di questi fatti dall’opinione pubblica bulgara?
  L’anno scorso, abbiamo commemorato l’80° anniversario del salvataggio degli ebrei bulgari. Credo che sia una delle maggiori fonti di orgoglio nazionale per il popolo bulgaro; tuttavia, durante la guerra la Bulgaria era alleata della Germania nazista, aveva adottato leggi fortemente antiebraiche, e vi era un accordo scritto per cui lo Stato si impegnava a deportare gli ebrei. Nonostante ciò, per circa tre anni, i quasi 50.000 ebrei presenti all’epoca in Bulgaria vissero tranquilli senza che nessuno venisse deportato.
  La storia della Shoah viene insegnata approfonditamente nelle scuole, in tutti i principali libri di testo. Ciò si è intensificato a partire dal 2018, quando la Bulgaria divenne un membro a pieno titolo dell’IHRA. E l’Università di Sofia ospita l’unico corso di laurea quadriennale in Studi Ebraici presente in tutta l’Europa meridionale e orientale, e del quale sono la responsabile.

- Alle Nazioni Unite, la Bulgaria ha recentemente votato contro la messa al bando delle vendite di armi a Israele. In generale, come si sono evolute le relazioni tra Sofia e Gerusalemme dai tempi del regime comunista ai giorni nostri?
  Quando nacque lo Stato d’Israele, la Bulgaria fu uno dei primi paesi a riconoscerlo; e nonostante facesse parte del blocco comunista, il governo bulgaro consentì agli ebrei di emigrare in Israele con il beneplacito dei sovietici. Per questo, dopo la nascita d’Israele, circa il 90% degli ebrei bulgari fece l’aliyah.
  Le relazioni diplomatiche tra i due paesi si interruppero nel 1967 dopo la Guerra dei Sei Giorni, in seno al più generale allineamento del blocco orientale a sostegno dei paesi arabi. Tuttavia, sebbene non vi fossero più relazioni ufficiali, dai documenti dell’epoca sappiamo che la Bulgaria rimase un intermediario non ufficiale tra Gerusalemme e Mosca. Questo perché anche durante la Guerra Fredda, la Bulgaria conservò un’immagine positiva in Israele, dove gli emigranti ebrei bulgari erano riusciti a mantenere dei contatti con i parenti rimasti nel paese d’origine.
  Quando, dopo la caduta del comunismo, le relazioni ufficiali vennero ristabilite, queste divennero assai positive. Oggi la Bulgaria è un paese molto amico d’Israele, dando prova del proprio sostegno anche nei momenti difficili; dopo il 7 ottobre, tutte le forze di governo si sono dichiarate solidali con Israele e hanno condannato gli attacchi di Hamas. Il Primo Ministro e il Ministro degli Esteri hanno visitato Israele dopo gli attacchi, e l’hanno difeso nelle votazioni all’ONU. Anche dopo il recente attacco da parte dell’Iran, le forze politiche di ogni colore si sono espresse in difesa d’Israele.

- In molti paesi occidentali, abbiamo visto studenti e docenti universitari chiedere il boicottaggio d’Israele. Nelle università bulgare, quanto è diffuso questo fenomeno?
  Per capire la situazione, bastano due esempi: il 27 marzo di quest’anno, nella Facoltà di Storia dell’Università di Sofia, la più grande del paese dove anch’io insegno, ho invitato a parlare nel mio corso l’Ambasciatore israeliano in Bulgaria, per tenere una lezione sull’attuale situazione in Israele. E prima della lezione, abbiamo allestito dentro l’ateneo una mostra intitolata Bring Them Home, dedicata agli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre.
  Quando abbiamo fatto tutto ciò, nessuno è venuto a chiederci il perché o a fare polemiche. In quell’occasione, dissi: “Tutti gli studenti e i professori sono i benvenuti, e ci sarà un confronto dopo la lezione. Noi siamo un’università, un’istituzione accademica, e qui dovremmo poter discutere. Questa è la missione dell’università”. Al termine, gli studenti fecero molte domande all’Ambasciatore, anche su quello che succede a Gaza, ma è avvenuto in maniera rispettosa. Non ci sono state proteste.
  Un altro caso è avvenuto nella prima metà di aprile: organizzai un incontro con una collega israeliana che insegna all’Università Bar-Ilan, esperta di affari turchi, che parlò dell’antisemitismo in Turchia e delle relazioni turco-israeliane. Era un incontro aperto a tutti, dove qualunque studente o docente era libero di entrare, e non c’erano misure di sicurezza all’esterno. Nonostante ciò, tutto si è svolto normalmente. Qualcosa che, da quel che mi dicono i colleghi all’estero, oggi non potrebbe accadere in altri paesi.

- In Bulgaria è presente una consistente comunità musulmana di origini turche. In che rapporti sono con la comunità ebraica?
  La comunità musulmana in Bulgaria, che comprende circa il 10% di tutta la popolazione, è molto diversa da quelle che si trovano altrove; per la maggior parte sono turchi che vivono qui da secoli, dai tempi dell’Impero Ottomano, e ormai hanno instaurato rapporti normali con il resto della popolazione. Sono bulgari a pieno titolo, e non hanno relazioni particolarmente negative né con gli ebrei né con i cristiani. Un altro fattore da considerare è il fatto che in Bulgaria la religione non ricopre un ruolo centrale, perché la società bulgara non è particolarmente osservante. Non ci sono tensioni di matrice religiosa qui.

- Nel 2012, la Bulgaria venne colpita dall’attentato terroristico a Burgas, nel quale diversi turisti israeliani rimasero uccisi o feriti. Le autorità bulgare sono consapevoli dei rischi per la sicurezza della comunità ebraica locale?
  Il governo bulgaro prende molto seriamente la sicurezza degli ebrei. E dopo l’attentato del 2012, sono stati fatti dei passi avanti nel prendere contromisure: per esempio, nell’ottobre 2023 il Consiglio dei Ministri ha adottato un piano d’azione in cinque punti per combattere l’antisemitismo. Inoltre, il Ministero della Giustizia ha istituito un gruppo di lavoro interistituzionale, del quale faccio parte anch’io, che ha il compito di elaborare emendamenti legislativi che vanno in due direzioni: combattere le attuali manifestazioni di antisemitismo, e garantire la sicurezza degli ebrei bulgari.
  Le autorità bulgare sono riuscite a bloccare la Marcia Lukov, un raduno neonazista che viene organizzato ogni anno in onore del generale antisemita e filonazista Hristo Lukov, Ministro della Guerra negli anni ’30. Questa manifestazione, che presenta connotati antisemiti, per molto tempo è stata permessa a causa di un buco nella legislazione contro i crimini d’odio, in quanto gli organizzatori non si dichiarano apertamente neonazisti. I partecipanti locali sono pochi, ma spesso vi prendono parte anche neonazisti che giungono apposta da altri paesi.
  Dopo diversi tentativi, da anni il sindaco e la polizia sono riusciti di fatto a bloccare la manifestazione. Ciò che stiamo cercando di fare ora, è di fare in modo che venga messa al bando definitivamente, cambiando la legislazione in merito.

(Bet Magazine Mosaico, 21 aprile 2024)

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Lo scontro diretto con l’Iran: non un episodio ma il centro di una guerra che continua

di Ugo Volli

• Perché l’Iran attacca Israele
  Bisogna sempre tenerlo presente: la guerra iniziata il 7 ottobre non è solo il risultato di un bestiale pogrom di massa sul territorio israeliano da parte delle organizzazioni terroristiche e di molti civili di Gaza al loro seguito; è anche una tappa importante della guerra di lunga durata dell’Iran per la distruzione dello stato ebraico. Si tratta di una campagna iniziata subito dopo la rivoluzione islamica, negli anni Settanta e rafforzata poi negli ultimi due decenni. Esso deriva da autentico e sincero odio antisemita, in parte proveniente dalla tradizione islamica, in parte ereditato dall’influenza nazista sul clero sciita, in parte dal rapporto che Arafat riuscì a costruire con Khomeini prima del suo avvento al potere. Durante il regno dello Scià Israele aveva sviluppato i buoni rapporti tradizionali fra ebrei e popolo persiano, anche sulla base di una contrapposizione fra le ambizioni geopolitiche dell’Iran a riprendere l’antica egemonia sul Medio Oriente e gli stati arabi nemici di Israele. Ora che la pacificazione con il mondo sunnita è andata molto avanti, la stessa ambizione egemonica ha mutato di segno e si contrappone a Israele e a chi ha rapporti con lui. La campagna anti-israeliana dell’Iran ha insomma due aspetti: da un lato è autentico odio fanatico per gli ebrei che si sono permessi di ritornare sulla loro terra che era stata conquistata dall’Islam. Dall’altro è il tentativo di utilizzare questo odio condiviso con larghe masse musulmane come pretesto per il progetto imperialista conquistare i paesi vicini ad Israele, costruire un “ponte terrestre” lungo mille chilometri attraverso Iraq, Siria e Libano fra l’Iran e il Mediterraneo e acquisire l’egemonia di tutto il Medio Oriente.

• La battaglia fra le guerre
  Negli ultimi due decenni è questo “ponte” con cui l’Iran alimenta di armi e altri materiali il terrorismo di Hezbollah è diventato dunque un bersaglio necessario dell’autodifesa israeliana, con frequenti bombardamenti delle strade, degli aeroporti, dei depositi e delle fabbriche di armamenti che ne costituiscono le tappe, con lo scopo di evitare il rafforzamento dei gruppi terroristici come Hezbollah. Per tale campagna prolungata il giornalismo israeliano aveva anche inventato un nome suggestivo: battaglia fra le guerre. Essa si è intensificata quando la guerra vera e propria è stata lanciata da Gaza, con l’appoggio dichiarato e determinante dell’Iran; ma finora gli scontri diretti fra i due paesi erano stati evitati. Israele aveva spesso colpito militari iraniani anche importanti su territorio siriano e libanese, ma non il territorio persiano vero e proprio; le risposte erano arrivate dalle marionette (o come si usa dire in inglese: i proxy) degli ayatollah: Siria, Hezbollah, Houti.

• Lo scontro diretto
  Tutto è cambiato quando il 1 aprile 2024, un attacco aereo israeliano contro un edificio adiacente all’ambasciata iraniana di Damasco (in realtà la sede della milizia usata dagli ayatollah per il loro lavoro sporco) ha ucciso otto persone, tra cui il capo dei pasdaran nella regione, generale di brigata Mohammad Reza Zahedi, responsabile della direzione dei proxy iraniani e dunque complice anche del 7 ottobre, e il suo vice, oltre ad alcuni terroristi cui stava trasmettendo istruzioni. Gli ayatollah hanno ritenuto di dover assolutamente rispondere all’attacco, che era perfettamente legittimo sul piano del diritto internazionale dato che si trattava di militari di uno stato belligerante. ma colpiva anche simbolicamente il loro progetto imperialista. Dopo molte roboanti dichiarazioni hanno lanciato un grande attacco contro il territorio israeliano nella notte fra il 13 e il 14 aprile, usando centinaia di droni e missili balistici e cruise. Israele, con l’aiuto di alcuni paesi amici (Usa, GB, Francia, Giordania, forse l’Arabia) ha abbattuto il 99% delle minacce e non ha subito danni significativi. È stato un trionfo della tecnologia difensiva israeliana e un’umiliante sconfitta per l’armata iraniana. A sua volta lo stato ebraico ha ritenuto di non poter lasciare senza risposta un attacco diretto del genere e usando una frazione molto piccola delle sue forze, ha condotto una missione di bombardamento su una città dell’Iran centrale, Ishafan, che ha danneggiato il sistema di difesa avanzato (di fabbricazione russa) posto a tutela degli impianti nucleari che hanno sede nei pressi. E’ un segnale molto forte, che dice agli ayatollah che Israele è in grado di penetrare con l’aviazione e i missili nel cuore del loro paese e di distruggere anche le istallazioni più difese, in particolare quelle atomiche.

• La strategia israeliana
  Comportandosi in questa maniera Israele è riuscito a conservare la solidarietà di Usa e degli altri alleati, ma ha mostrato anche la propria autonomia, visto che essi avevano chiesto di non reagire. Ha fatto capire infine all’Iran che il rischio di un confronto diretto è tutto dalla sua parte. Certo, sarebbe stato preferibile distruggere il programma nucleare e le forze missilistiche iraniane; ma nel quadro dei rapporti di forza presenti Israele non poteva correre il rischio di un ulteriore isolamento internazionale. Anche se i media e i politici amano accusare il governo israeliano di bellicismo ed estremismo, Netanyahu ha dimostrato anche in questa circostanza una capacità lucidissima di comprendere i limiti e le possibilità di un paese piccolo e avanzato come Israele, che lotta per la sua sopravvivenza. Ora sia Israele che l’Iran hanno dichiarato chiuso questo episodio, ma non certo la guerra. Altre sorprese sono possibili. In particolare poi, prima di raggiungere una conclusione della guerra l’esercito israeliano deve chiudere la partita con Hamas prendendo Rafah, distruggendo le sue forze militari restanti, catturando i suoi capi e liberando gli ostaggi; e deve anche riuscire ad allontanare se non distruggere il pericolo di Hezbollah dai confini settentrionali. Tutte cose che l’Iran non vuole assolutamente. Sono compiti lunghi e difficili, sia sul piano militare che su quello politico-diplomatico. Purtroppo bisogna pensare che la pace è lontana.

(Shalom, 21 aprile 2024)

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Israele e il Messia – percorsi paralleli (1)

L’intera Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, costituisce un unicum narrativo percorso da una linea centrale costituita, dall’inizio alla fine, dalla storia del popolo d’Israele.

di Gabriele Monacis

Spesso si guarda all’Antico e al Nuovo Testamento come due libri separati. Per certe ragioni, di tipo storico e linguistico, questo potrebbe corrispondere anche al vero. Ad esempio, l’Antico Testamento è scritto in ebraico, il Nuovo è scritto in greco, per giunta in un periodo storico, il primo secolo dopo Cristo, in cui l’Antico Testamento esisteva già da alcuni secoli.
  Ma quando si guarda all’Antico e al Nuovo Testamento come due libri separati, non si pensa tanto al fatto che siano stati scritti in due lingue diverse – l’ebraico e il greco, appunto – e in due periodi storici distanti fra loro. Piuttosto, si fa leva sulla convinzione - o per meglio dire sul luogo comune - che l’Antico Testamento racconta la storia di Israele, e quindi interessa agli ebrei. Il Nuovo Testamento, invece, racconta la storia di Gesù, e quindi interessa ai cristiani. Pertanto gli uni si rapportano solo alla prima parte, che parla della loro storia e delle loro origini. Gli altri, i cristiani, pensano che la loro fede sia un’espressione solo della seconda parte, il Nuovo Testamento, e quindi possono benissimo fare a meno dell’Antico.
  Se così stessero le cose, non si capisce bene perché esista ancora un libro che si chiama Bibbia, che è appunto l’unione dell’Antico e del  Nuovo Testamento, messi uno dopo l’altro. Quando invece, secondo questo luogo comune diffuso un po’ dappertutto, questi due libri dovrebbero essere già separati da un pezzo.
  L’evidenza storica dei fatti dimostra la realtà seguente: che nel mondo esiste un libro, la Bibbia, che nel corso dei secoli, e fino ai giorni nostri, viene continuamente redatto, stampato, venduto, e anche tradotto, come un libro unico, nonostante la percezione comune che lo vede come un libro da dividere.
  E se questa evidenza dei fatti va nel verso contrario a quel luogo comune, raramente messo in discussione, che direzione bisogna prendere? La realtà delle cose dice che la Bibbia, in quanto tale, deve essere intesa e considerata come un unicum da leggere dall’inizio alla fine, senza separarne le sue due parti costituenti: l’Antico e il Nuovo Testamento. E se un luogo comune ci spinge a vedere le cose diversamente, esso va esaminato alla luce della Bibbia stessa e messo seriamente in discussione.
  Volendo dunque considerare la Bibbia come un libro unico, dove si potrebbe trovare un collegamento tra le sue due parti costituenti, cioè l’Antico e il Nuovo Testamento? Partendo dal presupposto che esista una linea rossa che attraversi l’intera Bibbia, dall’inizio alla fine, e ne colleghi le diverse parti, dove potrebbe trovarsi questa traccia?
  La storia di Israele è indubbiamente presente nella gran parte del libro che chiamiamo Bibbia e quindi può essere adoperata a questo scopo. Seguirne la narrazione biblica aiuterebbe il lettore a collocare i diversi libri biblici lungo questa traccia. 
  Questa linea narrativa può essere vista come l’asse intorno al quale l’intero libro si sviluppa e si espande. Un po’ come succede in un albero. Prendiamo ad esempio un possente e maestoso cedro del Libano. Il suo asse di simmetria verticale attraversa le sue parti costituenti, come il tronco e i rami. Pur non essendo una sua componente tangibile, l’asse di simmetria di un albero è comunque individuabile da un osservatore esterno, il quale comprende che proprio attorno a quella linea ideale, l’asse di simmetria appunto, si sviluppano tutte le parti che formano l’albero: il tronco, i rami e volendo anche le radici, che pure sotterranee, si espandono in ogni direzione attorno a quell’asse in modo pressoché simmetrico.
  Molti non troveranno sbagliato pensare alla storia di Israele come l’asse narrativo dell’Antico Testamento. A parte i primi capitoli, infatti, la Bibbia inizia molto presto a raccontare la storia di Abramo, il primo patriarca del popolo di Israele. Da lì in poi, la narrazione segue un filo narrativo che non si interrompe mai: l’uscita dall’Egitto, poi il periodo dei giudici in terra di Canaan e in seguito quello della monarchia, la quale finisce con l’esilio babilonese e il successivo ritorno a Gerusalemme, nella terra promessa.
  Ma se questa è, a grandi linee, la narrazione dei fatti che segue praticamente tutto l’Antico Testamento, come può essere vero che la linea narrativa del Nuovo Testamento sia ancora la storia di Israele? Come è possibile che l’Antico e il Nuovo Testamento, per continuare la metafora dell’albero, siano uno il completamento dell’altro e abbiano un asse di simmetria comune?
  L’unione delle due parti integranti della Bibbia è un dato di fatto. Così ci è giunto questo libro, dopo secoli e secoli di storia. Nonostante le loro differenze linguistiche e la lontananza temporale tra i periodi storici in cui sono stati scritti, il Nuovo Testamento è collocato dopo l’Antico Testamento a formare un unico libro: la Bibbia.
  Ma allora dov’è l’incastro tra queste due parti che con troppa fretta e superficialità vengono separate dai lettori moderni? Vedremo di capirlo meglio in una prossima occasione.

(1. continua)

(Notizie su Israele, 21 aprile 2024)



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Israele ha usato una nuova arma per "avvisare" l'Iran

di Darya Nasifi

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Il sistema di difesa aerea nella base aerea di Isfahan nell’ottobre 2021. Il sistema radar si trova
su una collinetta al centro, mentre quattro lanciatori di missili sono visibili sulla sinistra.            

Secondo due fonti occidentali e due iraniane riprese dal New York Times, un’arma israeliana impiegata venerdì nell’attacco di rappresaglia contro l’Iran ha danneggiato un sistema di difesa che aveva lo scopo di rilevare e distruggere le minacce aeree vicino a Nantaz, una città dell’Iran centrale fondamentale per il programma segreto di armi nucleari del Paese.
L’attacco, secondo le fonti occidentali, è stato studiato appositamente per trasmettere all’Iran il messaggio che Israele può aggirare i sistemi di difesa iraniani senza essere individuato e paralizzarli, utilizzando una frazione della potenza di fuoco che l’Iran ha dispiegato la settimana scorsa quando ha lanciato centinaia di droni e missili contro Israele. L’attacco iraniano, intercettato da Israele e dai suoi alleati, ha causato danni minimi.
I due funzionari iraniani hanno detto che l’arma ha colpito un sistema antiaereo S-300 in una base militare nella vicina provincia di Isfahan. Il resoconto dei funzionari è supportato da immagini satellitari che hanno mostrato danni al radar di un sistema S-300 presso l’ottava base aerea di Shekari a Isfahan.
Non è chiaro che tipo di arma abbia colpito il sistema di difesa aerea iraniano. Tre funzionari occidentali e due iraniani hanno confermato venerdì che Israele ha impiegato droni aerei e almeno un missile sparato da un aereo da guerra.
Il missile, secondo due funzionari occidentali, è stato lanciato da un aereo da guerra lontano dallo spazio aereo israeliano o iraniano e includeva una tecnologia che gli ha permesso di eludere le difese radar dell’Iran. Né il missile né l’aereo che lo ha lanciato sono entrati nello spazio aereo giordano, hanno detto i funzionari occidentali, un gesto volto a tenere il regno fuori dal conflitto dopo aver contribuito ad abbattere le armi iraniane la settimana scorsa.
Le tensioni tra Iran e Israele, da sempre nemici, sono aumentate questo mese con una serie di attacchi. Il 1° aprile, aerei da guerra israeliani hanno colpito un edificio dell’ambasciata iraniana a Damasco, uccidendo diversi comandanti delle forze armate iraniane. L’Iran si è vendicato lo scorso fine settimana, sparando una grande salva di armi contro Israele, quasi tutte intercettate.
Secondo le fonti occidentali, Israele ha abbandonato un piano precedente che prevedeva di rispondere all’Iran con un attacco su larga scala. Quel piano è stato sostituito da un attacco che intendeva inviare un messaggio silenzioso ma decisivo, con l’obiettivo di porre fine al ciclo di rappresaglie.
L’uso da parte di Israele di droni lanciati dall’interno dell’Iran e di un missile che non è stato in grado di rilevare, secondo le fonti occidentali, aveva lo scopo di dare all’Iran un assaggio di ciò che potrebbe essere un attacco su larga scala. L’attacco è stato calibrato per far sì che in futuro l’Iran ci pensasse due volte prima di lanciare un attacco diretto a Israele.
I funzionari iraniani e israeliani si sono astenuti dal parlare pubblicamente dell’attacco di venerdì, una mossa che è sembrata volta a stemperare un conflitto che alcuni temono possa trasformarsi in una guerra regionale più ampia. Il silenzio di Israele sull’attacco, ha detto un funzionario iraniano, avrebbe permesso a Teheran di trattare l’attacco come i precedenti attacchi clandestini nella lunga guerra ombra tra i due Paesi, senza provocare una risposta immediata.

(Rights Reporter, 20 aprile 2024)

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Un quarto di milione di palestinesi ha lasciato Rafah dal ritiro parziale di Tsahal

Al culmine dell'operazione militare nella Striscia di Gaza, 1,3 milioni di palestinesi vivevano nella grande città nel sud della Striscia.

Dal ritiro della maggior parte delle forze di Tsahal dalla Striscia di Gaza, circa 250.000 palestinesi hanno lasciato la città di Rafah, nel sud del territorio, per stabilirsi in aree più a nord, principalmente tra Nuseirat e Khan Younès, a sud della linea di Wadi Gaza, ha riferito Kan 11 venerdì. Al culmine dell'operazione militare nella Striscia di Gaza, 1,3 milioni di palestinesi vivevano a Rafah.
Una fonte egiziana ha dichiarato giovedì al quotidiano filo-qatariota Al-Arabi Al-Jadeed che l'amministrazione statunitense aveva approvato il piano d'azione di Israele a Rafah, in cambio del quale Israele non avrebbe condotto un attacco su larga scala contro l'Iran. Tuttavia, i funzionari dell'amministrazione Biden hanno smentito questa affermazione in un'intervista a Kan News: "Israele e gli Stati Uniti non hanno mai discusso un via libera per un'azione a Rafah in cambio di un'azione limitata di Israele contro l'Iran".
Inoltre, nelle prossime due settimane, Israele prevede di installare 10.000 tende nell'area esterna a Rafah. È stato anche annunciato che altre 30.000 tende sono attualmente in fase di approvvigionamento e saranno dispiegate nell'area in un secondo momento. Inizialmente Tsahal aveva previsto di lanciare dei volantini questa settimana per invitare i residenti di Rafah a lasciare l'area. Ma il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha deciso all'ultimo minuto di sospendere l'operazione per assicurarsi il sostegno degli Stati Uniti per la rappresaglia all'attacco iraniano.

(i24, 20 aprile 2024)

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Una sola parola di Khamenei e gli ostaggi verrebbero rilasciati. Allora perché il mondo non fa pressioni sull’Iran?

Fino alla settimana scorsa il mondo vedeva solo Gaza, senza capire che Gaza è solo uno dei tanti fronti della guerra dell’Iran contro Israele

di Or Yissachar

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21 giugno 2023: l'ayatollah Ali Khamenei, riceve a Teheran il capo di Hamas, Ismail Haniyeh (al centro),
insieme a Saleh al-Arouri (a sinistra) e altri dirigenti dell’organizzazione terrorista palestinese                  

Circa 133 ostaggi israeliani innocenti sono ancora trattenuti illegalmente da Hamas nei tunnel e in appartamenti nascosti all’interno della striscia di Gaza. Il 7 ottobre, Hamas e altri gruppi hanno deportato a Gaza non meno di 250 ostaggi nell’ambito di un piano chiaro e ben congegnato volto a sequestrare degli israeliani da usare come merce di scambio durante la prevista controffensiva di Israele. A questo scopo erano state preparate celle e gabbie nella soffocante rete di tunnel sotterranei di Gaza.
Questo è esattamente il motivo per cui Hamas ha sequestrato gli ostaggi: per disporre di uno spietato asso nella manica che limita le mosse di Israele nelle manovre di terra e negli attacchi aerei, nonché di un formidabile ricatto che lacera sempre più la società israeliana.
Dal canto loro, gli ostaggi – alcuni di oltre 80 anni, altri che hanno compiuto il primo anno di vita in cattività – stanno pagando un prezzo disumano al terrorismo antisemita.
Basta ampliare un poco lo sguardo al di là della striscia di Gaza per constatare come, fino allo scorso fine settimana, a dispetto dei migliori sforzi di Israele gli occhi di tutto il mondo rimanessero puntati su un conflitto che viene definito come la “guerra Israele-Gaza” anziché – come si dovrebbe – la “prima guerra Israele-Iran”. E come giornalisti, attivisti e importanti leader mondiali si siano interamente concentrati sulla “catastrofe” umanitaria nella striscia di Gaza, per usare le parole del Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres.
Nella sua dichiarazione sulla “situazione in Medio Oriente”, il Consiglio Europeo ha praticamente ignorato la principale forza destabilizzante della regione, l’Iran, concentrandosi quasi soltanto sulla condizione umanitaria a Gaza. Lo stesso vale per gran parte delle dichiarazioni pubbliche dei massimi funzionari dell’amministrazione Biden.
Eppure questo modo di inquadrare le cose manca totalmente il punto della questione, giacché questa guerra è plasmata  da un conflitto molto più profondo, globale e strategico: la campagna iraniana su sette fronti contro Israele.
E’ stato solo quando l’Iran in prima persona – e non più soltanto la sua ben oliata macchina di gregari regionali – ha lanciato contro Israele più di 350 missili balistici, missili da crociera e droni d’attacco, che la comunità internazionale ha rimodulato il suo modo di interpretare il conflitto.
Adesso Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran, viene visto come il diretto responsabile del più massiccio attacco missilistico degli ultimi tempi, ancorché sventato in modo spettacolare. Gli infiniti messaggi che Israele aveva mandato non erano serviti a nulla: per avere effetto, il messaggio doveva essere concretamente visualizzabile.
La guerra-ombra è ora venuta alla luce, ed è giunto il momento di mettere l’Iran di fronte alle sue responsabilità: non solo per il suo programma nucleare militare illegale, per il suo finanziamento di terroristi per procura e per il suo recente attacco su larga scala contro Israele. E’ anche ora di fare pressione sull’Iran affinché usi la sua influenza su Hamas per liberare gli ostaggi.
In quanto suo protetto, Hamas dipende fortemente dall’Iran: non solo per la legittimazione e l’aperto sostegno politico del gruppo terroristico che ha ferocemente trucidato a sangue freddo 1.200 innocenti il 7 ottobre, ma anche per i 360 milioni di dollari che Hamas riceve ogni anno dall’Iran.
I capi di Hamas vengono accolti in pompa magna a Teheran e la dirigenza iraniana – dalla Guida Suprema Khamenei, al presidente Ebrahim Raisi, al ministro degli esteri Hossein Amir-Abdollahian – rivendica in ogni occasione possibile il “glorioso attacco” di Hamas del 7 ottobre. Abdollahian si è spinto al punto di suggerire il trasferimento degli ostaggi in territorio iraniano.
Eppure, nonostante questo andamento chiarissimo, non vi è alcuna indicazione che la comunità internazionale si renda conto che potrebbe perseguire il rilascio di tutti gli ostaggi (e la fine della guerra a Gaza) facendo pressione non su Israele, ma sull’Iran. (…)
Si sente dire in continuazione che le condizioni umanitarie nella striscia di Gaza sono “terrificanti”, nonostante le oltre 450.000 tonnellate di aiuti umanitari della comunità internazionale entrate a Gaza attraverso i valichi di frontiera israeliani al ritmo ormai di 400 o addirittura 500 camion al giorno. Allo stesso tempo, con l’eccezione di occasionali dichiarazioni del Segretario di stato Antony Blinken e del Ministro degli esteri britannico David Cameron, molto raramente la comunità internazionale fa riferimento alla questione degli ostaggi, e mai con gli angosciati toni drammatici usati per descrivere la popolazione di Gaza, che proprio nei giorni corsi è stata filmata mentre affolla le spiagge di Dir Al Balah e i mercati di altre località nella striscia.
Viceversa, la condizione in cui si trovano gli ostaggi è la più spaventosa possibile, senza camion di aiuti umanitari né alcuna comunicazione né informazione, e nemmeno la conferma che siano ancora in vita.
Intanto, stando a quanto dicono il Mossad e il primo ministro israeliano (ma anche i rappresentanti americani), Hamas può permettersi di continuare a rifiutare deliberatamente un accordo che, a causa sua, nonostante i migliori sforzi, appare ancora improbabile.
Secondo il capo di sta