Così dice il Signore, l'Eterno: «Quando avrò raccolto quelli della casa d'Israele di mezzo ai popoli fra i quali sono dispersi e mi santificherò in loro agli occhi delle nazioni, essi abiteranno nel loro paese, che diedi al mio servo Giacobbe. Vi abiteranno al sicuro, edificheranno case e pianteranno vigne; sì, abiteranno al sicuro, quando eseguirò i miei giudizi su tutti quelli intorno a loro che li disprezzano. Allora riconosceranno che io sono l'Eterno, il loro Dio».
Ezechiele 28:25-26

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Tomaso Albinoni




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Il doppio inganno tra Hitler e Stalin

Grazie a questo impegno alla desistenza i tedeschi poterono, alcuni giorni più tardi, invadere la Polonia, mentre i sovietici aggredirono Estonia, Lettonia e Lituania 1123 agosto 1939 la [LIma del Patto tra Ribbentrop e Molotov. Per Gino Longo, figlio del dirigente Pci Luigi, «fu la più grande batosta che il comunismo internazionale si sia dato da sé. Fu un compromesso per dare modo a ciascuno dei due contraenti di poter tradire l'altro. Stalin pensava attaccare di Hitler nel 1942, solo che fu spiazzato dalla troppo facile vittoria tedesca in Francia».

di Roberto Festorazzi

Il 23 agosto 1939, ottant'anni fa, a Mosca il ministro degli Esteri della Germania nazista, Joachim von Ribbentrop, firmò, insieme al suo collega sovietico, Vjaceslav Molotov, il Patto che impegnava le due potenze a non aggredirsi. Fu un accordo di realpolitik spinto fino agli estremi del machiavellismo. Grazie a questo impegno alla desistenza reciproca, Adolf Hitler poté, alcuni giorni più tardi, invadere la Polonia, avendo le spalle coperte, a Est della Vistola. Il Patto di non aggressione germano-sovietico venne siglato dopo alcuni mesi di negoziati e a seguito della rimozione, da parte di Stalin, del predecessore di Molotov: il commissario agli Esteri, Maksim Maksimovic Litvinov, di origine ebraica, e fautore di intese con le potenze democratiche, in funzione antinazista. Non c'è dubbio che il Patto abbia rappresentato la risposta ritorsiva del Cremlino alle politiche, soprattutto condotte dal premier conservatore britannico, Neville Chamberlain, che miravano a dirigere il militarismo hitleriano a Oriente, per determinare lo scontro tra la Germania e l'Orso sovietico. L'intesa bilaterale stabiliva l'astensione da ogni violenza reciproca, la benevola neutralità nel caso di impegno bellico di uno dei contraenti, l'impegno di entrambe le parti a non partecipare a raggruppamenti ostili all'altra. Stalin, con astuzia criminale, concordò con il Führer la liquidazione dellaPolonia, con ciò sanzionando una provvisoria divisione dell'Europa in zone di reciproca influenza. La spartizione delle spoglie polacche fu oggetto di un successivo accordo, firmato a Mosca il 28-29 settembre '39, il quale regolava l' amicizia tedesco-sovietica, ora che le due potenze avevano un confine comune. Il Patto russo-germanico spiazzò totalmente, oltre alle cancellerie di mezza Europa, anche i partiti comunisti dei Paesi occidentali, che dovettero abbandonare le prospettive dei Fronti popolari e delle politiche antifasciste, inaugurate alla seconda metà degli anni Trenta. Analizzeremo questo sconcertante testacoda di Mosca alla luce di la testimonianza di Gino Longo: suo padre, Luigi, divenne segretario del Partito comunista italiano dopo la morte di Palmiro Togliatti, nel 1964, mentre sua madre, Teresa Noce, oltre ad essere stata una dirigente di spicco del Pci, fu una leader sindacale e una delle poche parlamentari donne elette nel 1946 all'Assemblea Costituente.
  Gino Longo, che oggi ha 96 anni, conserva una prodigiosa memoria storica diretta che copre praticamente la gran parte degli avvenimenti del Novecento. Si trovava a Parigi, nella tarda estate del 1939, quando assistette alla reazione del governo guidato da Édouard Daladier di fronte al Patto germano-sovietico. Nelle ore in cui la Francia e la GranBretagna entravano in guerra contro il Terzo Reich, le istituzioni dell'ormai comatosa Terza Repubblica di Parigi mettevano fuori legge il Partito comunista francese (Pcf) , che era stato alleato dei socialisti nel Fronte popolare, vietando la diffusione dei suoi organi di stampa. Daladier usò il pugno di ferro contro il Pcf, imprigionandone molti militanti, e avviò ai campi di concentramento quasi tutti i comunisti stranieri presenti sul territorio nazionale. Ne fecero le spese anche Palmiro Togli atti e Luigi Longo, che vennero tratti in arresto: il 1o settembre, il Migliore, e due giorni più tardi, il secondo, immediatamente internato.
  Riflette Gino Longo: «Il Patto Ribbentrop-Molotov fu la più grande batosta che il comunismo internazionale si sia dato da sé. Fu un compromesso temporaneo ricercato per dare modo a ciascuno dei due contraenti di poter ingannare l'altro. Stalin pensava di passare all' attacco di Hitler nel 1942. Solo che fu spiazzato dalla troppo facile vittoria tedesca in Francia, nel maggio-giugno del '40. Il crollo della Francia, eccessivamente rapido, rese Hitler troppo sicuro di sé e gli permise di attaccare l'Urss con un anno di vantaggio sul nemico sovietico, nel giugno del 1941. Ciò mise in grande difficoltà Stalin», Longo fu osservatore diretto delle convulsioni tremende che attraversarono il comunismo internazionale, dopo la sigla del Patto russo-tedesco. Camilla Ravera e Umberto Terracini vennero espulsi dal Pci, per aver condannato il diabolico accordo Ribbentrop-Molotov, mentre Leo Valiani, traumatizzato, abbandonò di propria iniziativa il partito. Ancora peggiore il dramma che scosse il Pcf, il cui leader, Maurice Thorez, dovette ingoiare il rospo, ossia il Patto. Rievoca Longo, ripescando dai suoi ricordi personali: «Thorez, io lo vidi a Mosca, nel febbraio del 1941, profondamente umiliato dalla situazione. Chiese a me informazioni su quello che succedeva in Francia: non capiva niente. Lui, figlio del popolo, era stato costretto a passare in Unione Sovietica, disertando, mentre il suo Paese combatteva contro Hitler. Tutto il disonore ricadeva sul povero Thorez. La sua diserzione mise il Pcf in crisi. Il suo partito si spezzò in cinque tronconi. La cosa più ridicola è che uno [di questi tronconi] era convinto che bisognasse andare a collaborare con Hitler. Tale raggruppamento era persuaso che gli occupanti nazisti avrebbero consegnato il governo della Francia a ex comunisti».
  Quanto osservato da Longo permette di introdurre un altro interrogativo, dibattuto dagli storici. Il Patto di non aggressione del 1939, fu semplicemente l'espressione della ragion di Stato, oppure era il risultato di una profonda affinità ideologica tra i due totalitarismi, quello nazista, e quello comunista? Non v'è dubbio che entrambe le rivoluzioni, quella bolscevica, in Russia, e quella delle camicie brune, in Germania, avevano un comune il disprezzo totale per le istituzioni liberali e borghesi, a cominciare dal radicale rifiuto della democrazia elettivo-rappresentativa. Il fascismo italiano, che nella sua espressione statuale fu tra i primi a riconoscere ufficialmente la nuova Russia sovietica, tendeva a vedere l'Urss stalinista come modello totalitario ancora imperfetto, ma in via di maturazione. Mussolini stesso teorizzò che il bolscevismo nel 1939 era diventato «una forma slava del fascismo». Analogamente, in Germania, vi erano ampi settori del cosiddetto quot;nazionalsocialismo di sinistra" che si spingevano a sottolineare i tratti identitari comuni tra le due rivoluzioni, in nome del rifiuto del capitalismo e della valorizzazione dei lavoratori quale autentica linfa vitale posta a fondamento della vita dello Stato e della comunità. Quando poi Hitler decise di invadere l'Urss, con l'Operazione Barbarossa del 22 giugno 1941, il nodo gordiano venne spezzato.

(Avvenire, 20 agosto 2019)


Ucraina-Israele: al via incontro presidente Zelensky e premier Netanyahu

Ha avuto inizio l'incontro a Kiev fra il presidente Volodymyr Zelensky e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il capo del governo israeliano ha lasciato dei fiori presso il memoriale del Milite ignoto, prima di recarsi al palazzo presidenziale. Si tratta della prima visita in Ucraina di Netanyahu in 20 anni, ed è prevista la firma di diversi documenti nel corso delle riunioni a Kiev. Zelensky e Netanyahu si recheranno inoltre ad una cerimonia di commemorazione per le vittime del massacro di Babij Yar.

(Agenzia Nova, 19 agosto 2019)


Israele in fiamme: anche Hezbollah usa la tecnica degli incendi come Hamas

Un video diffuso da Channel 12 mostra terroristi di Hezbollah innescare un incendio poi propagatosi in Israele.

Non ci sono dubbi. Il grande incendio che venerdì scorso ha interessato il confine tra Libano e Israele è stato volutamente innescato dai terroristi di Hezbollah che così facendo replicano la tattica usata da Hamas lungo il confine tra Israele e la Striscia di gaza.
Un video diffuso da Channel 12 mostra i terroristi di Hezbollah distribuire inneschi incendiari mentre gli uomini di UNIFIL rimangono praticamente a guardare.
Nel video si notano i terroristi che posizionano gli inneschi che daranno origine a un incendio che a causa del vento si dirigerà poi verso le comunità israeliane di confine e che nel suo percorso farà esplodere anche diverse mine messe a protezione del confine.
Ad essere sfiorate dal grande incendio sono state una base dell'IDF e la comunità di Margaliot che solo grazie al massiccio intervento dei pompieri e di un gran numero di volontari sono state salvate.
Il filmato diffuso da Channel 12 mostra con chiarezza anche i peacekeeper dell'ONU (UNIFIL) camminare tranquillamente vicino ai punti di innesco senza fare nulla per impedire che i terroristi diano alle fiamme l'area.
Il comando dell'IDF ritiene che gli incendi siano stati una sorta di prova generale e che nei prossimi giorni potrebbero ripetersi al fine di distrarre i militari israeliani.

(Rights Reporters, 19 agosto 2019)


Hamas, razzi e commando per colpire Israele. Netanyahu: "Stop o guerra"

Lancio di missili da Gaza, entra in azione lo scudo di difesa nel Sud Tre palestinesi intercettati e uccisi al confine con la Striscia. Se Hamas non
si calma, siamo pronti a scatenare un nuovo conflitto. Potrà accadere anche durante le elezioni.

di Giordano Stabile

      Razzo palestinese intercettato
      da Iron Dome
Razzi contro le città del Sud di Israele per la seconda notte di fila, raid aerei sempre più pesanti, e un altro commando palestinese intercettato al confine con la Striscia di Gaza, con tre palestinesi uccisi dal fuoco israeliano. Le tensioni tornano a salire come non si vedeva dal marzo scorso, quando a ridosso del voto anticipato i Territori sembravano sul punto di esplodere. Questa volta coinvolgono anche la Cisgiordania e Gerusalemme, mentre un Benjamin Netanyahu indebolito non è più tanto convinto che evitare una guerra aperta servirà a fargli vincere le nuove elezioni previste per il 17 settembre.
   La notte fra sabato e domenica è stata scandita dal bollettino militare. L'esercito ha individuato un commando che stava per oltrepassare la recinzione e l'ha eliminato con il fuoco da un elicottero e un carro armato. L'azione palestinese era forse un tentativo di rappresaglia dopo i raid su «due centri logistici sotterranei» e un posto di osservazione di Hamas, a loro volta colpiti in seguito al lancio di razzi verso il territorio israeliano. Tre razzi, due intercettati dal sistema Iron Dome. Un altro ordigno era stato lanciato venerdì.
   Le forze armate hanno ordinato alla popolazione del Sud di proteggersi nei rifugi. Ma la violenza si allarga al di là della Striscia. Sabato un 19enne è stato accoltellato in modo serio vicino alla località di Kiryat Ata, in Cisgiordania. Venerdì, alla famigerata intersezione di Gush Etzion, due fratelli adolescenti sono rimasti feriti, uno gravemente. Giovedì un agente è stato accoltellato nella Città Vecchia di Gerusalemme. E due settimane fa un altro commando palestinese era stato intercettato alla frontiera, con un arsenale di fucili automatici e lanciagranate.
   Per Benjamin Netanyahu non sono buone notizie. Ha tenuto a freno i falchi per un anno, in modo di arrivare alle elezioni del 9 aprile senza una guerra in corso. Ma non è bastato a vincere, soltanto a pareggiare. La sua maggioranza si è ridotta a 60 seggi sui 120 della Knesset, proprio per la defezione del falco Avigdor Lieberman. L'ex ministro della Difesa ieri è tornato ad attaccare il premier, «debole» nei confronti di Hamas: «Se ne va in viaggio - ha rincarato - in Ucraina, per un film di propaganda elettorale, mentre i residenti del Sud sono tenuti in ostaggio». Anche il leader del partito di centro Blu e Bianco, il generale Benny Gantz, che a Gaza ha condotto l'ultima operazione di terra nel 2014, ha accusato il primo ministro di aver «cancellato la forza di deterrenza di Israele».
   Netanyahu ha replicato con la minaccia di scatenare una nuova guerra, se Hamas non si calma, «anche durante le elezioni». Un cambio di rotta che ha messo in allarme il movimento islamista, padrone della Striscia dal 2007 . Il portavoce Fazi Barhoum ha replicato che i raid aerei «sono un segnale di escalation e di aggressione contro la Striscia di Gaza». Un tentativo, a suo dire, «di distrarre l'attenzione dagli eroici atti dei Palestinesi in Cisgiordania: le forze della Resistenza non lasceranno che Gaza sia trasformata in un'arena per regolare i conti interni ai politici israeliani». Rispetto ad aprile il clima è cambiato. L'intransigenza dei gruppi militanti e le tensioni interne a Israele rischiano davvero di trasformare la Striscia nella loro prima vittima.
   
(La Stampa, 19 agosto 2019)


Ecco il tour in Israele che le deputate Dem antisraeliane avrebbero potuto fare

Consigli per un diverso viaggio in Israele alle politiche Rashida Tlaib e Ilhan Omar. l tunnel di Hamas a Gaza, le fabbriche dove ebrei e arabi lavorano assieme, Haifa, Gerusalemme e quelle zone interdette agli ebrei.

Scrive Israel Hayom (30/7)

Le deputate degli Stati Uniti Rashida Tlaib e Ilhan Ornar hanno annunciato che si recheranno in Israele e in 'Palestina' per 'venire a conoscenza' della realtà della regione", scrivono Lori Lowenthal Marcus e Jerome M. Marcus. "L'ambasciatore israeliano negli Usa, Ron Dermer, ha detto che Israele non impedirà alle due congressiste di entrare nel paese nonostante siano entrambe dichiarate sostenitrici del movimento Bds" (Boycott, Divestment, Sanctions - in base a una legge approvata nel 2017, le autorità israeliane possono proibire l'ingresso a cittadini stranieri che "di proposito esortano pubblicamente a boicottare lo Stato d'Israele". Il ministero degli Esteri, tuttavia, può raccomandare una deroga per motivi diplomatici. Di fatto, il 15 agosto, dopo che questo articolo era stato pubblicato, il governo Netanyahu ha negato il visto alle due deputate democratiche. Salvo autorizzare il giorno dopo la visita "per ragioni umanitarie" alla sola Tlaib, che però a quel punto ha rinunciato, ndr). "Ma solo perché Israele le farà entrare non significa che i leader israeliani debbano assistere passivamente mentre Tlaib e Omar useranno il paese come sfondo per i loro spot pubblicitari a favore dell'ideologia di Hamas e Hezbollah, per le loro accuse a Israele di apartheid, genocidio e ogni altra possibile nefandezza, per il loro proposito di sopprimere l'autodeterminazione ebraica. Come sa ogni persona di buon senso, nessuna delle cose che queste signore affermano di credere su Israele è fondata nella realtà. Quindi Israele dovrebbe invitare le due ospiti americane nei luoghi dove il loro programma di viaggio non le porterebbe mai. Ecco una proposta di itinerario. La fabbrica SodaStream. Quella che, a causa delle violente proteste del movimento Bds, ha dovuto chiudere un impianto in Cisgiordania dove lavoravano più di 100 arabi a fianco di colleghi ebrei, con salari molto superiori a quelli che gli arabi percepiscono in Giordania, Gaza, Egitto o in qualsiasi città araba negli stessi territori dell'Autorità palestinese. Gli sforzi dei boicottatori di Israele sono riusciti a far perdere un ottimo impiego a decine di arabi che non sono in condizione di raggiungere il nuovo impianto all'interno della Linea Verde.

 I tunnel di Hamas
  Israele aiuti Tlaib e Ornar a venire a conoscenza della realtà sul terreno vedendo in prima persona ciò che Hamas ha fatto con i milioni di dollari sottratti agli aiuti internazionali destinati ai palestinesi di Gaza, e spesi invece per costruire tunnel progettati per essere utilizzati dai 'combattenti' di Hamas: uomini addestrati a penetrare nelle città israeliane all'interno della Linea Verde per uccidere civili a sangue freddo. Già che sono in zona, Tlaib e Ornar potrebbero visitare le migliaia di acri di terreni agricoli israeliani bruciati dalle 'proteste pacifiche' settimanali lungo il confine fra Gaza e Israele.

 La città di Haifa
  Tlaib e Ornar dovrebbero essere portate a Haifa, dove i cittadini israeliani sono arabi per oltre il 50 per cento. Che si facciano una chiacchierata con gli arabi nel Consiglio comunale di Haifa e che incontrino gli arabi nell'Università di Haifa: chiedano a queste persone quante di loro vorrebbero vivere, invece, nello stato Judenrein che l'Autorità Palestinese vuole creare.

 Ir David (la Città di David)
  Ornar e Tlaib dovrebbero unirsi ad altri turisti che percorrono la strada usata duemila anni fa dagli ebrei nel loro cammino verso il Secondo Tempio. Poi dovrebbero spiegare come possano sostenere le rivendicazioni dell'Autorità palestinese su Gerusalemme basate sull'assurda pretesa, abbracciata anche dai soloni delle Nazioni Unite, secondo cui Gerusalemme non avrebbe nessun legame storico con il popolo ebraico. Ir David si trova in un quartiere che gli arabi chiamano Silwan, un nome che hanno dato a quel luogo dopo averne cacciato gli abitanti originali: ebrei yemeniti che in quel luogo, che quegli ebrei chiamavano Shiloach, avevano costruito alcune delle prime case fuori dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme. Mentre sono a Gerusalemme possono incontrare George Karra, giudice arabo nella Corte Suprema.

 Rawabi
  A nessun ebreo è permesso entrare in questa agiatissima enclave araba appena a nord di Ramallah. Ma il bellissimo centro commerciale, i graziosi appartamenti, le strade pulite e le forniture ininterrotte di elettricità, gas e acqua mostrano quanto sia amara la sopraffazione esercitata sugli arabi dai loro vicini ebrei. Naturalmente la residenza a Rawabi è disponibile solo per le persone approvate, una per una, dall'Autorità palestinese, esattamente come i negozi ben forniti a L'Avana sono accessibili solo ai membri del partito al potere. Le magre condizioni degli arabi nelle città che non hanno i vantaggi disponibili a Rawabi? Certo. Per colpa degli ebrei? Mica tanto (o meglio, per niente). Una volta completato questo breve itinerario, Tlaib e Ornar potranno recarsi in uno dei villaggi afflitti da oppressione, disoccupazione e miseria messi in scena dai loro ospiti arabi. Certamente Tlaib e Ornar lo useranno come scenografia per la sceneggiatura, che senza alcun dubbio hanno già scritto, a sostegno delle loro note posizioni anti israeliane e antisemite. Sicuramente, ci saranno parecchi "Benjamin" (il termine usato da Ilhan Ornar per denunciare i dollari usati dagli ebrei per corrompere i congressisti americani ndr) che passeranno di mano da ricchi sostenitori ansiosi di garantire un disastro mediatico per Israele. Ma perlomeno Israele avrà filmato le due congressiste messe di fronte a dati di realtà. Un giorno, per qualcuno, questo potrebbe fare la differenza. Se invece, come sembra probabile, Tlaib e Ornar rifiuteranno di confrontarsi coi fatti sul terreno che sbugiardano le loro accuse, sarebbe comunque avvincente filmare due sedie vuote che percorrono l'itinerario che le abbiamo invitate a intraprendere, ma che loro hanno avuto troppa paura per accettare. Quella fuga della realtà è di per sé un fatto molto significativo".

(Il Foglio, 19 agosto 2019)


Israele: ad Ashkelon la sabbia diventa arte in un festival internazionale

 
La Sirenetta, La bella e la bestia, Aladdin e molti altri personaggi Disney stanno attualmente occupando la spiaggia di Bar Kochba ad Ashkelon, per celebrare il primo festival internazionale di sculture di sabbia di Ashkelon, in corso fino al 23 agosto.
Il sindaco di Ashkelon Tomer Glam ha dichiarato: "Come si addice a una città con un mare di possibilità, sono lieto di invitare tutti i residenti di Israele a venire ad Ashkelon e godere con noi di un festival unico che combina arte di strada, cultura, creazione unica e il mare che caratterizza la nostra città. Siamo i primi a produrre questo tipo di festival internazionale, ma sono sicuro che questo è l'inizio di una tradizione che manterrà per molti altri anni ".
Jackie Bachar, produttore e direttore artistico del festival, ha scritto sul sito web del comune di Ashkelon: "Siamo lieti di portare in Israele i migliori artisti di sculture di sabbia del mondo in una settimana, in cui il pubblico può essere colpito dalle affascinanti opere che hanno creato soprattutto per il festival e abbiamo lavorato per giorni. Nessun costo e una varietà di attività che si svolgeranno lungo il lungomare di Ashkelon ".
Il festival è in corso dal 18 al 23 agosto tra le 10:00 e le 22.

(Bet Magazine Mosaico, 19 agosto 2019)


La sopravvissuta alla Shoà che ritrova la forza dopo l'assassinio del nipote

Scampata al genocidio nazista che ha sterminato la sua famiglia, Esther Schlesinger dice che la perdita del nipote, il 18enne Dvir Sorek pugnalato a morte da terroristi palestinesi, è stata una delle esperienze più dure della sua vita

Quando la sera di mercoledì 7 agosto è squillato il telefono in casa di Esther Schlesinger, 81 anni, sopravvissuta alla Shoà, era suo figlio Yoav Sorek che le chiedeva se il nipote Dvir fosse con lei. "Improvvisamente tutto è diventato nero", ricorda Esther.
Il corpo del diciottenne Dvir Sorek, con ferite multiple da pugnale, è stato trovato nelle prime ore del giorno dopo sul ciglio di una strada vicino alla sua yeshiva, il seminario dove studiava nel quadro di un programma che combina gli studi della Torà con il servizio militare. Non era né armato né in uniforme. I due palestinesi accusati dell'assassinio di Sorek sono stati arrestati la notte successiva, dopo una lunga caccia all'uomo in tutta la zona....

(israele.net, 19 agosto 2019)


Scritte ingiuriose contro Lega e istriani: "Nelle foibe a far concime". E la sindaca si indigna

di Davide Petrizzelli

Parte delle scritte contro gli esuli istriani e la Lega in corso Racconigi, a Torino
TORINO - "Leghisti e istriani stessa m... stessa fine. Nelle foibe a far concime". Firmato: Potere Ebraico (con una stella a sei punte). È il testo di una scritta tracciata con vernice blu su un palazzo di corso Racconigi e che, a metà agosto 2019, ha fatto indignare numerose persone.
Tra queste anche la sindaca Chiara Appendino, che condanna fermamente il testo e il gesto. "Le foibe e l'esodo degli istriani sono fatti che è bene non dimenticare mai - sottolinea la prima cittadina - e che rappresentano una delle tragedie più grandi della storia italiana, che ha lasciato ferite profonde, ancor oggi non ancora rimarginate. Quelle scritte sono un insulto non solo per chi di quella tragedia è stato vittima, ma lo sono per tutti gli italiani".
Le scritte verranno rimosse già nella giornata di domani, lunedì 19.

(Torino Today, 18 agosto 2019)


*


Foibe: Ricca, scritte vigliacche

"Sappiano gli autori di questi gesti, che si firmano con la sigla 'Potere ebraico' insultando anche gli ebrei e il popolo israeliano, che le loro azioni vigliacche non spaventano nessuno". Così il segretario torinese della Lega, Fabrizio Ricca, in merito alle scritte tracciate ieri su uno stabile del quartiere San Paolo con insulti contro il Carroccio e gli istriani vittime delle foibe. "La Lega - afferma Ricca - è abituata a ricevere minacce di ogni tipo da teppisti di varia natura. Le loro parole non ci spaventano. Questa volta però oltre a noi sono state lanciate ingiurie anche contro il ricordo delle vittime dei comunisti di Tito che vennero infoibati". "La Lega di Torino - conclude Ricca - è il partito che più di ogni altro ha dimostrato la sua amicizia nei confronti del popolo israeliano. È evidente che si è voluto attaccare anche questa amicizia duratura e sincera".

(Lo Spiffero, 19 agosto 2019)


Israele apre un nuovo fronte contro L'Iran

Secondo analisti israeliani, Teheran ritiene che la partecipazione di Israele alla forza multinazionale per la difesa delle vie commerciali nel Golfo, sia l'apertura di un quinto fronte di scontro contro Teheran e che ciò sia la risposta di Gerusalemme per la presenza di una flotta sottomarina nelle acque libanesi.
L'Iran si sta rendendo conto che la sua politica provocatoria ha creato un vero e proprio fronte di opposizione a Teheran perché mette a rischio gli interessi commerciali, economici e geopolitici dell'occidente, e vede un aumento esponenziale delle forze USA nell'area. In Siria, in Iraq e negli Emirati Arabi, sono operative e si sta completando lo schieramento in Arabia Saudita.
L'Iran minaccia "Questa presenza illegittima da parte di I sionisti nelle acque del Golfo Persico potrebbero scatenare una guerra".
Insomma, Teheran sente il fiato sul collo e il nervosismo deve essere ai massimi livelli perché mentre tentava di accerchiare Israele armando, finanziando ed addestrando Hezbollah e Hamas, non si è reso conto di essere già sotto il tiro dei missili dei sottomarini israeliani della classe Dolphin, in grado di lanciare testate nucleari, e che da tempo stazionano nel Golfo, pronti alla risposta sull'Iran in caso di attacco a Israele che da parte sua non esita ad eliminare chirurgicamente i vari avamposti iraniani in funzione anti Israele. E' notizia di queste settimane che le forze aeree israeliano hanno attaccato e distrutto in Iraq un deposito di missili iraniano.
L'Iran può scatenare certamente la guerra, ma sarà la fine del regime teocratico degli ayatollah.

(Osservatorio Sicilia, 18 agosto 2019)


Ciò che Israele fa e ciò che potrebbe fare

Succede molto spesso di sentire criticare Israele da molte parti per quel che non fa. A sinistra c'è sempre chi protesta perché lo stato ebraico "non ha il coraggio" di prendersi i rischi della pace. A destra molti hanno rimproverato Netanyahu per non aver avuto abbastanza determinazione per entrare a Gaza e sistemare una volta per tutte il terrorismo di Hamas. E poi ci sono quelli che rimproverano Israele per non aver ancora bombardato l'Iran, fatto guerra a Hezbollah, accolto i migranti, deposto Mahommed Abbas, abbandonato l'Onu, rotto le relazioni diplomatiche con la Turchia. Oppure, sul versante del fare, c'è chi si chiede perché Israele perde tempo a coltivare buoni rapporti, nei limiti del possibile con governi antisemiti e ferocemente antisionisti come Egitto, Giordania, Arabia Saudita, o con la Russia, lasci passare i finanziamenti a Hamas e all'Autorità Palestinese o perda tempo con l'Unione Europea e cerchi compromessi anche su un luogo simbolicamente centrale come il Monte del Tempio, faccia entrare o meno le deputate americane sostenitrici del BDS. Alcune di queste critiche sono giustificate in linea di principio, altre per nulla. Ma tutte hanno in comune una sopravvalutazione del potere dello stato ebraico. Israele sfiora i 9 milioni di abitanti (come la Svizzera) e controlla una superficie di 25 mila kmq (come la Sicilia) e ha in linea di principio contro 450 milioni di arabi e altri 1,2 miliardi di musulmani, che controllano un quarto delle terre emerse. Buona parte del mondo cristiano e dei paesi comunisti o ex sono pure contrari a Israele. I rapporti anche precari, anche con paesi poco raccomandabili sono preziosi per il solo paese al mondo minacciato quotidianamente di distruzione non solo dai terroristi, ma da potenti stati. La prudenza e la ponderazione sono necessari per ogni gesto, per ogni decisione, anche minima: che si tratti di rispondere a provocazioni palestiniste o di entrare in guerra, bisogna pensarci molte volte. Perché Israele ha anche una debolezza che è un valore immenso: è l'unico stato ebraico al mondo, rinato dopo due millenni di esilio. Amministrarlo è una responsabilità pesantissima.

(Shalom, 18 agosto 2019)


Israele: missili e tentativi di infiltrazione da Gaza: uccisi tre terroristi

Missili su Israele per la seconda notte consecutiva mentre per la quinta volta un commando armato di Hamas cerca di infiltrarsi in Israele.

Tre missili sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza verso il sud di Israele la scorsa notte. Due sono stati intercettati dal sistema Iron Dome, un terzo è caduto in una zona non popolata.
Le schegge di uno dei missili sono cadute su un edificio di Sderot provocando danni.
Sono due notti consecutive che Hamas lancia missili su Israele.
Poche ore dopo un commando armato formato da cinque terroristi ha tentato di introdursi in Israele. Individuato dall'esercito israeliano è stato attaccato da un elicottero e da un carro armato.
Secondo fonti palestinesi, tre terroristi sarebbero rimasti uccisi. Questo è il quinto tentativo di infiltrazione in pochi giorni.

 Tentativi di infiltrazione
  A preoccupare i militari israeliani sono i continui tentativi di infiltrazione di uomini armati, per lo più membri di Hamas.
In pochi giorni i terroristi hanno tentato ben cinque volte di introdurre in Israele un comando armato.
Il sospetto è che questi gruppi abbiano come obiettivo quello di rapire militari e civili israeliani più che compiere attentati.
Le IDF hanno potuto constatare che nella maggioranza dei casi si tratta di membri di Hamas o ex membri passati con la Jihad Islamica.
Hamas sta ricevendo cospicui finanziamenti dall'Iran per aprire un fronte sud con Israele e per compiere attentati terroristici in suolo israeliano.
Qualche settimana fa una delegazione di Hamas si era recata a Teheran per concludere con l'Iran una alleanza strategica volta proprio a compiere attentati contro obiettivi israeliani e ad alzare la tensione nel sud di Israele.

(Rights Reporters, 18 agosto 2019)


I Moncalvo, saga d'ebrei emancipati

Romanzo storico. Il delizioso testo di Enrico Castelnuovo (1908) salvato dall'oblio e ripubblicato da Interlinea. Una famiglia della borghesia ebraica italiana, 50 anni prima dei «Finzi Contini» di Bassani

di Tommaso Munari

L'articolo 1 dello Statuto albertino (4 marzo 1848) sanciva: «La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi». E, a scanso di equivoci, la Legge Sineo (19 giugno 1848) precisava: «La differenza di culto non forma eccezione al godimento dei diritti civili e politici, ed all'ammissibilità alle cariche civili e militari». Così, prima ancora che si compisse l'Unità d'Italia, l'emancipazione degli ebrei veniva formalmente riconosciuta dalla legge. Non è un caso, del resto, che la partecipazione ebraica alle campagne risorgimentali del 1859, 1866 e 1870 sia stata tanto ampia e attiva. Ma una cosa è l'emancipazione (il riconoscimento di diritti civili e politici), un'altra l'assimilazione (l'assorbimento di modelli culturali e sociali). E il nesso tra le due, come ci racconta Enrico Castelnuovo nel romanzo I Moncalvo (1908), è più ambiguo e complesso di quanto possa apparire a prima vista.
  Clara, Giacomo e Gabrio Moncalvo sono nati in una famiglia ferrarese di fede ebraica e vivono a Roma al principio del Novecento. L'emancipazione li ha resi laici, borghesi, italiani. Ma assai diversi l'uno dall'altro. La primogenita Clara ha dedicato la sua vita ai fratelli e alle loro famiglie, vivendo alternativamente con l'una e con l'altra. Giacomo, il secondogenito, si è votato allo studio della matematica, divenendo, a costo di alcune rinunce, un rispettato cattedratico. Gabrio, poco incline allo studio ma molto agli affari, si è consacrato alla finanza, scalando i vertici della Banca internazionale. Ugualmente diversi sono i cugini Giorgio e Mariannina, figli rispettivamente di Giacomo e Gabrio: l'uno dedito, come il padre, alla scienza positivista, l'altra proiettata, grazie al padre, nella mondanità più sfrenata. E proprio Mariannina, di conturbante e magnetica bellezza, è il motore delle passioni che animano questo delizioso romanzo umbertino, strappato all'oblio dalla curatrice Gabriella Romani (anche coautrice della traduzione inglese) e dalla casa editrice Interlinea.
  Più ancora che per la sua dignità letteraria (certificata niente meno che da Benedetto Croce), I Moncalvo va oggi letto, o riletto, per il suo valore storico. Cinquantacinque anni prima che Giorgio Bassani pubblicasse Il giardino dei Finzi-Contini (1963) e ottantacinque prima che Clara Sereni desse alle stampe Il gioco dei regni (1993), Enrico Castelnuovo (1839-1915) calava i suoi lettori nel contesto sociale, del tutto inconsueto per la letteratura del tempo, della borghesia ebraica italiana. Ossia il milieu nel quale visse egli stesso, fiorentino di nascita e veneziano d'adozione, prima impiegato nell'impresa commerciale di un parente, poi giornalista di cronaca politica e culturale e infine professore alla Scuola superiore di commercio di Venezia (che diresse per un decennio fino al pensionamento). In quest'ultima veste scrisse un fortunato manualetto di istituzioni commerciali per la «Biblioteca Vallardi» (1893), a cui però non arrise il successo delle sue opere narrative, specialmente quelle pubblicate dall'amico editore Emilio Treves. Come, appunto, I Moncalvo.
  I Malavoglia israeliti? Non proprio. I Buddenbrook italiani? Nemmeno. Anche se tutti e tre i romanzi descrivono la trasformazione molecolare di una famiglia sullo sfondo dell'unificazione di una nazione. Quella dei Moncalvo, intimamente e convintamente italiana, si trova a dover affrontare un particolarissimo conflitto di lealtà, quando Mariannina decide di convertirsi al cattolicesimo per sposare il principe Cesarino Oroboni, ultimo ed esangue esponente della più pura aristocrazia nera. In casa Moncalvo s'accende il dibattito: a un estremo la posizione di Gabrio (e della moglie Rachele, malata di ambizione e vanità), secondo cui gli ebrei sono un «anacronismo», adatti solo a «rinsanguare le sfibrate aristocrazie occidentali che hanno poi più ragioni di vivere perché hanno radici profonde nella terra, nella storia europea ... mentre noi siamo nomadi»; all'altro quella di Giacomo (e del figlio Giorgio, esacerbato dall'amore per la cugina), secondo cui le «conversioni utilitarie sono uno degli spettacoli più tristi e più vili del nostro tempo», un tradimento non tanto della fede avita quanto della stessa morale religiosa.
  L'adesione di Enrico Castelnuovo alla posizione di quest'ultimo è fuori discussione: Romani ne trova peraltro conferma in un veemente passo delle sue memorie inedite, così come rintraccia una testimonianza del suo agnosticismo in una lettera del 1899 al cognato e futuro primo ministro Luigi Luzzatti. Il narratore esterno, al contrario, presenta i personaggi con onnisciente obiettività e ... imparziale ironia. Le sole figure che sembra non amare sono quelle di monsignor de Luchi, «inframmettente» prelato che agisce da sensale nel matrimonio contratto fra i Moncalvo e gli Oroboni, e del dottor Lòwe, cupo apostolo del sionismo che auspica non solo uno Stato degli ebrei (o, nella peggiore delle ipotesi, «una colonia»), ma «il trionfo finale della razza». Il personaggio per cui Castelnuovo ha invece più simpatia è l'enigmatica, esuberante Mariannina, metà sfinge e metà sirena. La curatrice scorge in lei un'antesignana dell'opalescente Micol Finzi-Contini (per la quale Bassani inventò la splendida metafora dei «lattìmi») e a ragion veduta: di entrambe sappiamo cosa dicono e fanno, ma non cosa provano e desiderano.
  Mariannina, si diceva, è il motore del romanzo; ma anche il suo traguardo. Nell'ultima, aspra discussione col fratello Giacomo, che gli rinfaccia il suo stile di vita, Gabrio afferma: «Voglio per me, voglio per mia moglie, per la mia figliuola una posizione sociale che sia al di sopra delle fluttuazioni della ricchezza ... Ecco il motivo pel quale approvo il matrimonio e la conversione della Mariannina, ecco perché, presto o tardi, la Rachele ed io abbracceremo la religione della maggioranza». Per Gabrio, l'emancipazione non basta e l'assimilazione può compiersi solo attraverso la conversione, anche a costo di compromettere i suoi rapporti col banchiere Rothschild. In questa affermazione risiede l'essenza del romanzo, ma anche un implicito dilemma: sono più ebrei o più borghesi questi Moncalvo.

(Il Sole 24 Ore, 18 agosto 2019)


Hamas: il raid israeliano "messaggio di aggressione ed escalation"

GERUSALEMME - Il bombardamento israeliano contro postazioni del movimento palestinese Hamas nella Striscia di Gaza "è un messaggio di escalation e aggressività, volto a distogliere l'attenzione dalle coraggiose azioni in atto in Cisgiordania, che hanno confuso il nemico e approfondito la crisi interna in cui si trova". Lo ha dichiarato oggi il portavoce di Hamas, Fawzi Barhum, riferendosi all'episodio di "car ramming" avvenuto ieri, 16 agosto, in Cisgiordania.
Nella notte le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno colpito obiettivi del movimento palestinese Hamas nella Striscia di Gaza in risposta a un razzo che è stato lanciato da gruppi armati dell'enclave in precedenza. Lo riferisce l'esercito israeliano. "Gli aerei da guerra hanno attaccato due strutture terroristiche sotterranee del gruppo terroristico di Hamas a nord e al centro della Striscia di Gaza", fanno sapere le Idf. "L'attacco è stato effettuato in risposta al razzo lanciato da Gaza stanotte.
Le Idf continueranno ad agire contro i tentativi di danneggiare i civili israeliani e considera il gruppo terroristico di Hamas come responsabile di tutto ciò che avviene nella Striscia di Gaza", si legge nella dichiarazione. Il razzo lanciato dall'enclave è stato intercettato dal sistema di difesa Iron Dome e non ha causato danni o vittime. Le sirene si sono attivate nella città di Sderot e nelle comunità di Or Haner, Nir Am, Erez e Gevim.

(Agenzia Nova, 17 agosto 2019)


Mar Morto, l'allarme degli ambientalisti: a rischio scomparsa entro 40 anni

Per gli esperti è un "fenomeno geologico unico" che rischia di sparire. Necessario intervenire per rallentare l'abbassamento delle acque e la perdita progressiva della costa. Fra i principali imputati le aziende estrattive, in particolare sul versante israeliano. La richiesta di una conferenza internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite.

AMMAN - Entro i prossimi 30 anni, massimo 40, il mar Morto rischia di scomparire se non si interviene in modo efficace per rallentare l'abbassamento delle acque e la perdita progressiva della costa. A lanciare il nuovo allarme è un gruppo di esperti in un editoriale pubblicato dal Jordan Times, secondo cui a dispetto dei ripetuti appelli degli ultimi anni le parti interessate - governi dell'area e organismi internazionali - non sembrano preoccuparsi della drammatica crisi alle porte.
   Sakher Nsour, presidente della Jordan Geologists Association, sottolinea che il mar Morto è "un fenomeno geologico unico", che corre il pericolo di "scomparire nei prossimi decenni". Dagli ultimi rapporti ambientali emerge che il livello delle acque sta diminuendo a un ritmo di un metro e mezzo all'anno e che, negli ultimi 40 anni, il volume complessivo del bacino si è ridotto del 35%.
   Il calo progressivo delle acque ha già causato alcuni effetti sull'ecosistema del bacino: in primis, il progressivo allontanamento dalla riva di hotel, stabilimenti e ristoranti che un tempo affacciavano sul mare ed erano meta ambita per i turisti. Molte delle spiagge sabbiose, un tempo erano ricoperte per intero dalle acque. Inoltre, negli ultimi anni emergono con sempre maggiore frequenza enormi crateri all'interno del bacino idrico.
   Il mar Morto è, in realtà, un lago situato fra Israele, Giordania e Palestina, nel deserto della Giudea. Esso sorge nella depressione più profonda della terra ed è il risultato dell'evaporazione millenaria delle sue acque, non compensate dal contributo degli immissari. Oggi il livello del bacino superiore, a nord, è di 415 metri sotto il livello del mare e il divario continua ad aumentare. La caratteristica peculiare è l'estrema salinità delle acque, che non consente forme di vita al suo interno ad eccezione di alcune tipologie di batteri.
   Secondo gli esperti, dietro il declino vi sono fattori naturali e responsabilità umane, fra cui l'uso estensivo da parte di Israele delle acque del fiume Giordano nel deserto del Negev nel sud. A questo si aggiungono gli impianti di estrazione di sale e potassio sulle rive del mare, in particolar modo sul versante israeliano, che hanno contribuito all'enorme pompaggio di acqua. Infine, vi è da tenere contro dell'estrema fluttuazione delle precipitazioni che hanno ridotto, e non di poco, il contribuito di acqua ai fiumi che alimentano il bacino.
   Fra le ragioni primarie della crisi, resta la mano dell'uomo e delle attività di sfruttamento promosse in questi ultimi anni, contro i quali inizia a muoversi anche la magistratura. Nei giorni scorsi il tribunale di Haifa, raccogliendo una petizione del gruppo ambientalista Adam Teva V'Din, ha imposto alla Dead Sea Works un limite al prelievo di acque dal bacino per scopi industriali. Sul banco degli imputati il più importante impianto [israeliano] di estrazione del potassio a Sdom, responsabile secondo gli ecologisti di inquinare e contribuire allo svuotamento del mar Morto.
   In risposta all'emergenza, attivisti e ong ambientaliste auspicano "il prima possibile" una conferenza internazionale per "salvare il mar Morto", da tenersi sotto l'egida delle Nazioni Unite. L'idea è quella di un incontro globale, perché è "compito e interesse di tutti" salvare il bacino e scongiurarne la scomparsa definitiva.

(AsiaNews, 17 agosto 2019)


Il premier Hariri a Washington punta a un cessate il fuoco con Israele

di Giordano Stabile

Il premier libanese Saad Hariri punta a un cessate-il-fuoco con Israele, sotto l'egida dell'Onu, primo passo per la pace con Israele. Un'apertura, anche se ancora prudente, che arriva da Washington, dove ieri era in visita e ha incontrato il segretario di Stato Mike Pompeo. Gli Stati Uniti sono in pressing sul primo ministro sunnita da mesi, con un duplice obiettivo: disinnescare il fronte Nord per lo Stato ebraico, e quindi rafforzare la sua sicurezza; e mettere fine alla disputa sui confini marittimi per lanciare lo sfruttamento degli enormi giacimenti di gas offshore, sia sul lato israeliano che libanese. Metano che potrà a essere venduto all'Europa e ridurre la dipendenza da quello russo.
   Il Libano, un Paese grande come le Marche e con 5 milioni di abitanti, diventa così un tassello importante nella strategia mediorientale di Washington. Le trattative sono state condotte dal navigato ex ambasciatore a Beirut David Satterfield, ora ad Ankara. E nonostante la presenza di Hezbollah al governo, Pompeo è stato generoso con le forze armate libanesi. Gli Usa hanno prima fornito piccoli cacciabombardieri a elica, in funzione anti jihadisti, e ora, sono stati annunciati ieri, altri 150 blindati Humvee, di cui l'esercito dei Paese dei cedri ha disperato bisogno. Nonostante le polemiche, e il timore che parte degli armamenti finiscano al Partito di Dio sostenuto dall'Iran, il riarmo va avanti e Washington spera che si sblocchino anche le trattative con Israele. Ancora in guerra Libano e Israele sono ufficialmente ancora in guerra anche se non ci sono stati più incidenti di rilievo dal 2006. Hariri, arrivato al potere in virtù dell'accordo fra gli sciiti e il presidente cristiano Aoun, è stato prudente, ma ha puntualizzato che sta «lavorando seriamente per arrivare al cessate-il-fuoco: vogliamo la fine delle ostilità ma tutti devono fare la loro parte». Ha poi spiegato che il cessate-il-fuoco dovrebbe essere implementato nell'ambito della risoluzione Onu 1701, sotto la sorveglianza della forza Onu Unifil, guidata dal generale italiano Stefano del Col.
    Hariri si è anche riferito alle violazioni dello spazio aereo libanese da parte dei jet israeliani che colpiscono le milizie sciite in Siria ma ha ammesso di aver discusso con gli interlocutori americani la questione delle «fabbriche di missili» che i Pasdaran stanno cercando di impiantare sul territorio libanese, un'accusa che Hezbollah ha sempre respinto. Ma il punto più importante resta quella dei "confini marittimi". ìl fiume di gas che deriverebbe da un'intesa risolverebbe gran parte dei problemi del Libano, a corto di energia e risorse finanziare. E sarebbe un successo personale di Pompeo.
   
(La Stampa, 17 agosto 2019)


L'americana velata si fa beffe pure di Israele

La deputata statunitense di origine palestinese Rashida Tlaib ha rifiutato la possibilità datale da Israele di entrare nel suo territorio per fare visita alla nonna in Cisgiordania, motivando la decisione con le «condizioni oppressive» stabilite per la sua visita e definite umilianti. «Ho deciso che visitare mia nonna sotto queste condizioni oppressive va contro tutto ciò che credo - combattere il razzismo, l'oppressione e l'ingiustizia», ha scritto Tlaib su Twitter. Parlando della volontà, in qualità di rappresentante eletta, di «dire la verità sulle inumane condizioni» imposte da Israele ai palestinesi, ha proseguito, «non posso permettere che lo Stato d'Israele porti via quella luce umiliandomi e usando il mio amore per mia nonna per piegarmi alle loro politiche oppressive e razziste».
Infine, in un terzo tweet, ha concluso: «Silenziarmi e trattarmi come una criminale non è ciò che lei (la nonna, ndr) vuole per me. Ucciderebbe un pezzo di me». In un primo momento le autorità di Gerusalemme avevano rifiutato l'ingresso della deputata nota per le posizioni anti-israeliane (sostiene il movimento Bds, che promuove il boicottaggio internazionale dello Stato ebraico) e per gli scontri con Donald Trump.
Poi, il ministro dell'Interno Aryeh Deri ha rivisto la decisione, consentendo il passaggio alla politica velata una mossa che ha evidentemente spiazzato Rashida Tlaib tanto da spingerla a rifiutare quello che lei stessa aveva chiesto.

(Libero, 17 agosto 2019)



Operatori turistici e clienti ebrei, ecco come evitare incomprensioni

La Federazione svizzera delle comunità israelite ha lanciato un progetto di mediazione per permettere agli operatori turistici e ai loro clienti ebrei di evitare incomprensioni reciproche.

Aveva fatto molto discutere, due anni fa, l'avviso affisso in un hotel di Arosa che invitava i clienti ebrei a farsi la doccia prima di tuffarsi nella piscina. Un caso estremo ma che dimostra come spesso le incomprensioni culturali possano provocare non pochi disagi nel mondo del turismo.
Su iniziativa della Federazione svizzera delle comunità israelite è nato Likrat Public, un progetto che ha l'obiettivo di facilitare il dialogo tra responsabili strutture turistiche che hanno a che fare con clienti ebrei.
Servite una colazione kosher? Posso evitare di usare una chiave della stanza elettronica il sabato? Il mediatori di Likrat Public sono incaricati di spiegare come rispondere e comportarsi in determinate situazioni.
Diversi eventi, si legge sul sito del progetto, si sono già svolti con successo proprio ad Arosa, a Davos, nella Valle di Saas, in alcuni alberghi di Zurigo, in un centro di fisioterapia e nel parco acquatico Alpamare, ma si intende ampliare il raggio d'azione ad altri luoghi turistici della Svizzera.

(tvsvizzera, 16 agosto 2019)


Auto travolge israeliani: due feriti. Ucciso l'assalitore

Dei due feriti, un 17enne è in gravi condizioni

Due israeliani sono stati feriti in quello che l'esercito del loro Paese ha definito un investimento automobilistico di tipo "terroristico", vicino all'insediamento ebraico di Elazar a sud di Betlemme. "Un terrorista ha investito due civili", hanno affermato le forze armate in una nota, aggiungendo che i due "sono rimasti feriti e sono stati trasportati all'ospedale per le cure mediche", mentre "il terrorista è stato neutralizzato". Dei due israeliani, un 17enne è in gravi condizioni, una donna è rimasta ferita a una gamba in modo meno grave. Un poliziotto fuori servizio si trovava sul posto, ha visto che l'assalitore palestinese tentava di uscire dal veicolo e gli ha sparato, uccidendolo. Nella stessa zona un soldato israeliano fuori servizio è stato accoltellato a morte la settimana scorsa; due sospettati palestinesi sono poi stati arrestati.

(RaiNews, 16 agosto 2019)


L'Iran presenta Bavar 373 una versione aggiornata del sistema di difesa aereo russo S-300

 
Bavar 373, una versione di produzione nazionale più aggiornata del potente sistema S-300 della Russia, sarà presentata il prossimo 22 agosto, durante la Giornata nazionale dell'industria difensiva, ha annunciato il ministro della Difesa della Repubblica islamica, Generale di brigata Amir Hatami.
"Aumenteremo il livello della potenza militare iraniana su larga scala presentando e incorporando il sistema antiaereo Bavar 373 nella Giornata nazionale dell'industria difensiva", ha dichiarato Hatami, a margine di un evento governativo tenutosi mercoledì a Teheran.
La presentazione del nuovo sistema iraniano, secondo il ministro, "sarà un'ottima notizia" per il settore della difesa aerea del paese e cattiva per le potenze nemiche.
All'evento, che si terrà la prossima settimana, l'Iran presenterà anche una serie di risultati militari e difensivi, tra cui un veicolo militare con nuove opzioni per le forze armate, ha aggiunto Hatami.
Bavar, che ha superato i test preliminari "con successo" a gennaio 2018, supera del 50% la portata del sistema russo S-300. La capacità di copertura dell'S-300 è di circa 200 chilometri e la sua capacità di localizzazione target è di 300 chilometri, da cui si può dedurre che la capacità di localizzazione del nuovo sistema iraniano è di circa 450 chilometri.
Il sistema missilistico antiaereo a lungo raggio è uno dei successi dell'industria militare del paese persiano, che può garantire la sicurezza nazionale in caso di attacchi nemici, che hanno recentemente intensificato le provocazioni contro Teheran, creando incidenti e situazioni. per creare le giustificazioni ad un'aggressione militare.
Di fronte a questa situazione, il generale di brigata Hosein Dehqan, consigliere del leader della rivoluzione islamica dell'Iran, l'Ayatollah Seyed Ali Khamenei, in materia di difesa, ha avvertito che, in caso di conflitto armato, gli Stati Uniti dovrà affrontare non solo l'Iran ma tutti i suoi alleati regionali. Inoltre, tutte le basi statunitensi nella regione diventeranno bersaglio di attacchi.

(l'AntiDiplomatico, 16 agosto 2019)


Israele: capo divisione Galilea richiamato per visita non autorizzata in tunnel Hezbollah

GERUSALEMME - Il comandante della divisione Galilea delle Forze di difesa israeliane (Idf), generale Rafi Milo, è stato richiamato e non riceverà promozioni per i prossimi tre anni per aver consentito visite non autorizzate dei suoi sottoposti nei tunnel scavati dal movimento sciita libanese Hezbollah a ridosso della "blue line", lungo la linea di demarcazione tra Libano e Israele. Lo riferisce oggi il quotidiano israeliano "The Times of Israel". I vertici delle Idf riferiscono che Milo ha inutilmente messo in pericolo la vita dei suoi subordinati e ha rischiato di provocare un incidente internazionale lungo il confine settentrionale, dove permane un clima di tensione. All'inizio di questa settimana, il quotidiano "Yedioth Ahronoth" ha riferito che Milo aveva portato un gruppo di militari per una visita notturna lo scorso gennaio all'interno del più grande tunnel scoperto da Israele durante l'operazione "Northern Shield", avviata a dicembre 2018. Secondo le indiscrezioni, Milo e i suoi soldati avrebbero percorso il tunnel fino alla sua origine, ovvero diversi chilometri all'interno del territorio libanese. Inoltre, Milo non avrebbe avuto il permesso dei suoi superiori per visitare il tunnel e non avrebbe detto a nessuno nell'esercito dove stessero andando. Secondo "Yedioth Ahronoth", Milo si sarebbe assunto la piena responsabilità dell'incidente, ma avrebbe difeso la sua decisione di ispezionare il tunnel.

(Agenzia Nova, 16 agosto 2019)


Souad Sbai su Rachida Tlaib: "Al mondo arabo non servono provocatori ma dialogatori"

Souad Sbai
"Al mondo arabo non servono provocatori: già ce ne sono molti, troppi… Serve invece imparare a dialogare e ad evitare comportamenti assolutamente inutili, se non dannosi". Così Souad Sbai, già parlamentare e giornalista di lungo corso, commenta la vicenda il nuovo colpo di scena nella travagliata vicenda della visita programmata in Israele da due deputate del congresso americano. La deputata del Partito democratico, di origini musulmane, Rashida Tlaib, ha rifiutato di recarsi in Israele a causa delle "condizioni oppressive" poste dallo Stato ebraico. Ieri il governo israeliano aveva deciso di vietare l'ingresso a Tlaib e alla sua collega Ilhan Omar perché accusate di sostenere il boicottaggio di Israele, oggi poi ha fornito un'autorizzazione per motivi umanitari a Tlaib, che ha la famiglia in Cisgiordania. Per questo motivo Souad Sbai, esperta conoscitrice del mondo arabo, giudica il comportamento della deputata americana "dannoso inutile, provocatorio: la deputata Usa sta sbagliando periodo storico, ora è il momento di abbassare i toni e cercare punti di dialogo per giungere a soluzioni concrete da entrambe le parti. Questi gesti creano solamente confusione: non serve a nessuno. La confusione non salva vite tanto quanto le sterili polemiche propagandistiche", infatti Israele aveva consentito l'ingresso alla deputata democratica Tlaib, per fare visita alla nonna 90enne in Cisgiordania: un gesto di apertura voluto soprattutto dal presidente Trump che ha contattato personalmente il premier israeliano Netanyahu.
La Tlaib aveva anche inviato una richiesta presentata al ministro dell'Interno Derin dove aveva scritto e firmato che si sarebbe recata solamente in visita della nonna 90enne e "non promuovere la causa del boicottaggio contro Israele durante il suo soggiorno". Quello che sta facendo l'incontentabile capricciosa Tlaib. Ma prese di posizione e auto-propaganda non serviranno a nessuno. Soprattutto ai palestinesi ai quali queste spettacolari e isteriche chiusure non serviranno a nulla. Solo ad essere usati come palla in un gioco nel quale i calciatori sono altri. E non segneranno mai un gol.

(Almaghrebiya.it, 16 agosto 2019)


Trump: "L'Iran vuole un nuovo accordo sul nucleare"

L'Iran chiede un nuovo accordo sul nucleare, perché "le sanzioni stanno pesando sull'economia del Paese"

di Francesca Bernasconi

"L'Iran vuole un nuovo accordo sul nucleare, ma l'America non si piegherà mai a un'altra nazione". Così il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha commentato la volontà dell'Iran di siglare un nuovo accordo sul nucleare.
Lo scorso 7 luglio, l'Iran aveva annunciato che avrebbe aumentato il livello di arricchimento dell'uranio, per aggirare gli obblighi previsti dall'accordo sul nucleare del 2015, che prevedeva, tra l'altro, un limite al livello di arricchimento. L'annuncio era arrivato al termine dell'ultimatum dato all'Unione Europea, partner dell'accordo, perché aiutasse il Paese ad allentare la stretta provocata dalle sanzioni statunitensi. Ma, il 9 luglio, l'Europa aveva chiesto all'Iran di bloccare l'arricchimento dell'uranio, che stava superando i limiti del 3,67%, stabiliti dall'accordo.
Così, le minacce dell'Iran non erano cessate e Trump aveva reagito. La tensione tra i due Paesi era sfociata in alcuni attacchi alle petroliere e, successivamente, gli Stati Uniti avevano dato avvio a una serie di cyber attacchi.
Ora, l'Iran vorrebbe firmare un nuovo accordo sul nucleare perché, a detta del presidente Usa, "le sanzioni stanno pesando sull'economia del Paese". Ma, la risposta di Trump è chiara: "Finché sarò presidente, l'America non si piegherà mai ad un'altra nazione, come abbiamo fatto per molti anni".

(il Giornale, 16 agosto 2019)


Perché Rashida Tlaib e Ilhan Omar non possono entrare in Israele

Dure critiche da parte dei democratici americani per la scelta di Gerusalemme di impedire l'ingresso in Israele di Rashida Tlaib e Ilhan Omar, le due deputate Dem che odiano lo Stato Ebraico. Ma la legge è uguale per tutti

di Sarah G. Frankl

I Democratici americani non hanno preso tanto bene la decisione di Israele di interdire l'ingresso a Rashida Tlaib e Ilhan Omar, le sue deputate Dem sostenitrici del Movimento BDS che volevano entrare nello Stato Ebraico e andare sul Monte del Tempio.
Secondo molti democratici americani (ma anche qualche repubblicano) la decisione presa da Israele, sembra su pressioni del Presidente Trump, potrebbe incidere sul sostegno bipartisan allo Stato Ebraico.

 Applicazione della legge anti-BDS per tutti
  In realtà consentire l'ingresso in Israele a Rashida Tlaib e Ilhan Omar avrebbe comportato la violazione di una legge israeliana che vieta ai sostenitori del Movimento BDS di entrare in Israele.
In particolare proprio le due deputate Dem americane si sono spese in una vera e propria campagna d'odio verso Israele non solo appoggiando il Movimento BDS e quindi la delegittimazione dello Stato Ebraico (il boicottaggio è solo una parte delle attività di questo movimento), ma proponendo un vero e proprio cambio della politica americana verso Israele a partire dallo stop agli aiuti militari che Washington fornisce a Gerusalemme.
«Penso che sarebbe una cosa terribile per Israele far entrare queste due persone che parlano così male dello Stato Ebraico» ha detto Netanyahu ai giornalisti che gli chiedevano le motivazione del rifiuto israeliano. «Hanno detto alcune delle cose peggiori che io abbia mai sentito dire su Israele» ha poi continuato il Premier. «Quindi, come può Israele dire loro benvenute?».

 Le proteste dei democratici americani
  Immediate le critiche da parte dei democratici americani e non solo da parte dei soliti noti come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. Anche Steny Hoyer, noto per le sue battaglie a favore di Israele che solo pochi giorni fa, rispondendo alle accuse di antisemitismo mosse dal Presidente Trump al Partito Democratico, aveva detto che «i democratici americani amano Israele». Hoyner si è detto «stupito» della decisione israeliana e ha chiesto a Netanyahu di rivedere la sua decisione.
Qualche isolata critica anche da parte repubblicana. Il senatore della Florida Marco Rubio, da sempre fervente sostenitore di Israele, ha detto che «la decisione israeliana è stata un errore».
Tuttavia il Premier israeliano non è intenzionato a fare marcia indietro. Troppo gravi gli attacchi di Rashida Tlaib e Ilhan Omar (soprattutto da parte di quest'ultima) a Israele mentre pesa il silenzio sulle violenze e sulle porcherie palestinesi, come sulla decisione da parte della ANP di aumentarsi lo stipendio del 67% quando la maggioranza dei palestinesi vive in povertà non certo per colpa di Israele.

(Rights Reporters, 16 agosto 2019)


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Israele farà entrare la deputata Usa Rashida Tlaib «per motivi umanitari»

La visita ridotta a carattere famigliare: «Potrà visitare la nonna, ma non promuovere il boicottaggio». Non ci sarà la collega Ilhan Omar, che avrebbe dovuto accompagnarla nel tour bloccato dal governo di Netanyahu dopo le pressioni di Trump.

«Mia nonna è novantenne e questa potrebbe essere l'ultima possibilità di vederla». Così il viaggio di Rashida Tlaib da politico-diplomatico ¬- come dovrebbe essere consentito a una deputata americana - diventa una «questione umanitaria». L'appello è accompagnato dalla promessa scritta «di rispettare le restrizioni e di non promuovere il boicottaggio di Israele», la visita si riduce a una questione famigliare, di quelle che il ministero degli Interni valuta a migliaia per i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.
   Il permesso è stato concesso, Tlaib atterra domenica all'aeroporto Ben Gurion. Senza Ilhan Omar, eletta con lei per i democratici, che avrebbe dovuto accompagnarla nel tour bloccato dal governo di Benjamin Netanyahu dopo le pressioni - dietro le quinte e pubbliche via Twitter - esercitate da Donald Trump.
   Il presidente vuole presentarsi come l'unico amico dello Stato ebraico (a differenza secondo lui dei democratici). Gli israeliani hanno deciso di applicare la legge che impedisce l'ingresso a chi sostiene il movimento per il boicottaggio del Paese e delle colonie costruite nei territori arabi. Una campagna globale che Tlaib e Omar hanno proclamato di appoggiare: tutte e due criticano spesso il governo di Netanyahu e il trattamento riservato ai palestinesi. Ron Dermer, ambasciatore israeliano a Washington, aveva promesso ai leader democratici che le deputate sarebbero state accolte «per rispetto verso il Congresso e la grande alleanza con gli Stati Uniti».
   E' stato sconfessato dall'uomo che l'ha nominato e adesso i politici americani - anche qualche repubblicano come Marco Rubio - attaccano Netanyahu e le interferenze di Trump. Durante i cinque giorni in Medio Oriente, Tlaib e Omar sarebbero dovute andare a Betlemme, Hebron, Ramallah e Gerusalemme, dove Hanan Ashrawi, storica attivista e parlamentare palestinese, aveva organizzato per loro incontro con i gruppi per la difesa dei diritti umani.

(Corriere della Sera, 16 agosto 2019)


TuBeav, una festa che parla d'amore

Il 15 di Av, che quest'anno cade il 16 agosto, nella tradizione ebraica è una festa ancora poco nota al di fuori d'Israele: "Tu Beav", e' considerata la festa dell'amore, dei fidanzamenti e della gioventù. Le sue radici sono bibliche e veniva celebrato ai tempi del Santuario per poi rimanere a lungo dimenticato.
La festa è citata esplicitamente nella Mishnah: "Per Israele non esistevano giorni più lieti del 15 di Av e del giorno di Kippur, in cui le fanciulle di Gerusalemme uscivano con abiti bianchi presi in prestito per non far arrossire le più povere. Tutti i vestiti andavano sottoposti al bagno di purificazione. Le fanciulle di Gerusalemme uscivano a danzare nelle vigne. E che cosa dicevano? 'Giovane, alza i tuoi occhi e guarda bene quello che scegli. Non posare gli occhi sulla bellezza, ma bada alla famiglia. Cosa falsa è la grazia; vanità è la bellezza. Solo la donna temente di Dio è degna di lode' (Prov. 31,20 - Ta'anit IV, 7)".
   Tu Beav cade tra Tisha Beav, un momento di lutto e riflessione per ricordare la distruzione del Tempio, e l'inizio delle principali festività ebraiche: è quindi un giorno che simbolicamente fa da ponte tra la distruzione e rinnovamento. "È una festa gioiosa, - sottolinea la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni - poco celebrata nella Diaspora ma che in Israele ha trovato nuova vita, con eventi organizzati in tutto il paese, nelle case degli israeliani come in piazza". Secondo alcune fonti, la festa corrisponde alla celebrazione annuale del giorno in cui venne rimosso il divieto di sposarsi fra appartenenti a tribù diverse o del giorno in cui cessò il divieto di sposare le figlie della tribù di Beniamino. Da qui, il legame con il tema dell'amore.
   Come spiega rav Yisrael Meir Lau, rabbino capo di Tel Aviv e già rabbino capo ashkenazita d'Israele, ci sono diversi eventi positivi collegati a Tu Beav. Il 15 di Av corrisponde, ad esempio, all'espiazione del peccato degli "esploratori". La storia è nota: dieci dei dodici esploratori mandati da Mosé in avanscoperta in Eretz Israel, tornarono dalla missione dicendo che era una terra impossibile da conquistare e scatenarono il panico tra il popolo. A seguito di questo incidente, il Signore decretò che la nazione ebraica sarebbe rimasta nel deserto per 40 anni, e che a nessuna persona di 20 o più di 20 anni uscita dall'Egitto sarebbe stato permesso di entrare in Israele. "Ogni Tisha BeAv in quei 40 anni - ricorda rav Lau - chi aveva raggiunto l'età di 60 anni morì: 15.000 ogni Tisha BeAv". Quando si avvicinò l'ultimo dei quaranta 9 di Av passati nel deserto, gli ultimi 15mila si prepararono alla morte. Arrivata la data però non accadde nulla, così pensarono di aver sbagliato il conteggio. Aspettarono un altro giorno, e un altro ancora fino a quando apparve la luna piena in cielo: allora si resero conto che era il 15 del mese di Av, Tisha B'Av era passato e il Signore non li aveva puniti con la morte. Anzi aveva perdonato dal peccato degli esploratori il suo popolo, che istituì il 15 di av come giorno di festa.
   Rispetto al ruolo delle donne, su Pagine Ebraiche rav Luciano Caro proponeva invece un'interpretazione significativa di Tu Beav. "Si è visto che il 15 di Av le fanciulle uscivano a ballare, presumibilmente in cerchio, vestite di bianco. Il termine 'Av' designa un mese dell'anno ebraico, ma è composto dalle prime due lettere dell'alfabeto: Alef Bet. Da notare che nell'alfabeto ebraico la quindicesima lettera è la Samekh, che ha la forma di un cerchio ed evoca pertanto la danza in circolo, nella quale tutti i danzatori si possono guardare l'un l'altro e si trovano tutti in situazione di uguaglianza". Un bel modo per rivendicare una volta di più l'uguaglianza delle donne con l'aiuto della tradizione e in un giorno di gioia dedicato agli innamorati. In Israele, in Italia, come in tutto il mondo.
   E può essere anche un modo per riscoprire le proprie radici, ricorda la presidente UCEI. Per chiedere ai propri genitori o nonni come si sono incontrati, come le loro storie si siano intrecciate. Alcune emittenti israeliane hanno scelto questa strada facendo parlare figli e nipoti che riportano alla luce teneri spaccati famigliari: c'è chi racconta della nonna che si innamorò del nonno ascoltandolo alla radio raccontare di Torah; chi, attraverso delle lettere di 30 anni prima alla madre e i social network oggi, è riuscita a rintracciare il padre costretto a rimanere in un villaggio in Etiopia e di cui si erano perse le tracce dopo la prematura scomparsa di lei; chi riscopre la figura del nonno, mai conosciuto, tramite le missive - in italiano - scritte alla moglie e in cui, a pochi giorni dalla Guerra dei sei giorni, chiede delle sue scarpe militari. Piccole finestre sul passato dei singoli che raccontano i tanti volti d'Israele: lingue diverse che si intrecciano in un unico paese, parlando d'amore e d'affetto. E come scrive la cantante Naomi Shemer nella sua Tilbeshi Lavan - Vesti in bianco - citando il testo del midrash su Tu Beav: "Quest'estate vesti in bianco/ Immagina pensieri luminosi / Potresti ricevere una lettera d'amore / Forse faremo delle scelte / Io sceglierò te e tu sceglierai me".

(moked, 16 agosto 2019)


Trame e ordito, il segno dei secoli delle donne ebree italiane

La mostra a Gerusalemme

 
 
Particolari della Mostra
"Siamo partiti da una domanda: le donne ebree italiane si limitavano alla cura, seppur importante, della casa e dei figli o avevano altri compiti? La risposta è che c'è di più: come la trama di un tessuto, il ruolo della donna nell'ebraismo italiano si muove in diverse direzioni". Da questo spunto è nata l'esposizione inaugurata al Museo U. Nahon di Arte Ebraica Italiana a Gerusalemme, intitolata "Trama e Ordito", curata da Anastazja Buttitta. E' lei a spiegarci il significato della mostra, ideata volutamente come un "omaggio all'esposizione in corso agli Uffizi di Firenze (Tutti i colori dell'Italia ebraica) e alla mia mentore Dora Liscia Bemporad".
   Attraverso preziosi tessuti della collezione del Museo Nahon, datati tra il XVI e XX secolo, viene raccontato il ruolo complesso della donna all'interno della società ebraica italiana. "La collezione del Museo può vantare 220 tessuti, rituali e non, che vanno dal 1500 al dopoguerra. Molti non erano datati e con l'aiuto di Dora Liscia Bemporad e Doretta Davanzo Poli stiamo completando questo lavoro. Da qui siamo partiti per costruire la mostra - spiega la curatrice - che fa riferimento a due filoni fondamentali dell'arte ebraica: il Hiddur Mitzvot (glorificare Dio e i comandamenti della Bibbia attraverso bellissimi oggetti rituali) e il la'alot bakodesh, l'elevazione a santità di elementi di tessuti mondani". In questo caso sono esposti - nella sezione "Il tessuto 'riciclato', da oggetto mondano a oggetto sacro usato nella cerimonia"- meilim (tessuti con i quali si rivestono i Sifrei Torah) e parokhot (le tende poste davanti all'Aron Ha Kodesh) firmati da donne ebree italiane, che riutilizzavano ed elevavano appunto tessuti mondani a usi sacri. "In periodi di esclusione e inaccessibilità a libere professioni, agli ebrei italiani restarono poche possibilità di commercio. - scrive nella presentazione della mostra Jack Arbib, presidente del Museo Nahon - Una attività principale e diffusa fu quella dei cenciaioli, umili raccoglitori e venditori di pezze di panni.
   Questa manipolazione di stracci (shmates) si evolse in una raffinata maestria. Attraverso la trasformazione veniva donata a queste pezze una nuova e preziosa nobiltà". E in questo restituire nuova vita ai tessuti le donne ebbero un ruolo decisivo. "Una peculiare della realtà ebraica italiana - spiega Buttitta - Le donne a Venezia, Mantova, Firenze, come in altre parti della penisola, lavoravano in casa dando un apporto fondamentale all'economia famigliare. Non solo, questo tipo di occupazione permetteva che le donne avessero a disposizione volumi con modelli di merletto provenienti da tutta Europa e dimostra come sapessero leggere, fare di conto e avessero quindi un'educazione significativa per l'epoca". La loro abilità, ricorda Arbib, fu raccontata anche dallo storico tedesco Ferdinand Gregorovious, che nella sua opera "Passeggiate per l'Italia" così descriveva il lavorio delle donne del Ghetto di Roma nel 1853: "Le figlie di Sion seggono ora sopra tutti que' cenci; cuciono, rammendano tutto quanto si può ancora rammendare. Sono somme nell'arte del cucire,del ricamare, del rappezzare, del rammendare; non c'è alcuno strappo, in una drapperia, in una stoffa, per quanto grande esso sia, che queste Aracni non riescano a fare scomparire, senza che più ne rimanga traccia."
   Tornando alla mostra, cinque le sezioni in cui si articola: "Ruolo della donna nell'ebraismo italiano': "Tessuti rituali", "Tessuti della sposa, moglie e madre': "La donna in carriera: pizzo e ricamo", "Il tessuto 'riciclato', da oggetto mondano a oggetto sacro usato nella cerimonia". Alcuni dei tessuti non sono mai stati esposti prima mentre alcuni pezzi importanti sono stati appena restaurati. Tra questi il famoso Parokhet Tedeschi, datato al 1572, proveniente da Venezia e considerato dagli studiosi uno tra i più antichi e interessanti tessili trasformati in oggetti cerimoniali ebraici. Ma ci sono anche ketubboth (contratti matrimoniali), una Meghillat Esther così come tessuti da sposa tramandati di generazione in generazione dalle famiglie ebraiche, accompagnati in alcuni casi da fotografie di matrimoni.
   L'idea dell'esposizione (aperta fino all'autunno), spiega Buttitta, è raccontare attraverso i tessuti il ruolo della donna, il suo essere protagonista nella storia ebraica, "certo senza nascondere il fatto che dovesse confrontarsi con una società patriarcale". La speranza inoltre, si legge nello scritto di Jack Arbib, è che "questa mostra possa anche essere fonte di ispirazione. In tempi nei quali in tutto il mondo le nostre società sono lacerate da divisioni, dalla incapacità di vedere la dignità degli altri, io spero che noi tutti potremo sapere rammendare gli strappi nel nostro tessuto sociale, riannodando trama e ordito, divenendo una nazione di tessuto".





Museo di arte ebraica Nahon, il gioiello della comunità degli ltalkim

L'edificio in Gerusalemme in cui sorge il museo Nahon
Il Museo di Arte Ebraica Italiana U. Nahon fu fondato a Gerusalemme nel 1983 al fine di raccogliere, preservare ed esibire al pubblico oggetti pertinenti la vita ebraica in Italia a partire dal periodo rinascimentale fino ai giorni nostri. Nel nome l'omaggio a Umberto Nahon, protagonista del salvataggio di arredi sinagogali dell'Italia ebraica oramai in disuso, trasferiti tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso in Israele.
   Visitare il Museo offre l'opportunità di avere un quadro significativo della vitalità ebraica durante diverse fasi storiche. Perché, come viene ricordato, "una storia di molteplicità culturale lega l'ebraismo italiano all'Italia, un paese caratterizzato per secoli dalla frammentazione territoriale". L'eredità culturale dell'ebraismo italiano, la sua vitalità, la creatività e il rispetto per le diverse forme culturali è quindi "riflesso nei suoi oggetti d'arte".
   Elemento di maggior spicco del Museo è la sinagoga, oggi utilizzata dai membri della comunità italiana di Gerusalemme; gli arredi interni originali provengono dalla sinagoga di Conegliano Veneto, dove alcune famiglie ebraiche vivevano già nel sedicesimo secolo. In un pannello scolpito nella sezione inferiore dell'arca vi è una iscrizione dedicata al rabbino Nathan Ottolengo (d.1615), che fu a capo della locale scuola talmudica. L'arca e gli altri oggetti d'arredamento furono trasportati in una nuova sinagoga eretta dalla comunità nel 1701. Essa rimase in uso sporadicamente fino alla Prima Guerra Mondiale. L'ultima celebrazione fu tenuta il giorno di Yom Kippur del 1918 dai soldati ebrei in leva nell'esercito austro-ungarico e dal loro cappellano rav Harry Deutch. Nel 1952 l'interno venne ricostituito a Gerusalemme e fu aperto all'uso della comunità italiana, diventando più tardi parte integrante del Museo.

(Italia Ebraica, agosto 2019)


Libano - Hariri: possibile decisione sul confine marittimo con Israele a settembre

BEIRUT - Il primo ministro libanese, Saad Hariri, ha auspicato di raggiungere una decisione finale, forse a settembre, sulla disputa per definire il confine marittimo con Israele. Parlando dopo i colloqui a Washington con il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, Hariri ha detto : "Riteniamo che il processo sia fattibile e continueremo a sostenere i prossimi passi costituzionali che porteranno a una decisione finale nei prossimi mesi". Nei mesi scorsi, Washington - attraverso il diplomatico David Satterfield - ha condotto una mediazione tra le parti per definire i confini marittimi tra i due paesi che non hanno relazioni diplomatiche per consentire un sereno sfruttamento delle risorse energetiche.

(Agenzia Nova, 16 agosto 2019)


I Raid israeliani s'allargano

I media arabi (imbeccati da Israele?) descrivono le nuove missioni in Iraq e oltre

ln lraq i caccia F-35 hanno colpito basi che un tempo erano americane e ora servono come tappe per spostare le armi iraniane verso la Siria, I raid allargati all'Iraq e forse allo Yemen fanno parte di una strategia per evitare la guerra al confine nord, che sarebbe devastante,

di Daniele Raineri

 
Tre giorni fa al mattino presto c'è stata un'esplosione nella base militare di al Saqr nella periferia meridionale di Baghdad, in Iraq. Nel 2008 passai un paio di settimane in quella base quando si chiamava Fob Falcon (Fob: Forward Operating Base), era sotto il controllo dei soldati americani e serviva a intercettare i combattenti dello Stato islamico che dalle zone di campagna a sud tentavano di infiltrarsi dentro alla capitale. Dai tetti della base Falcon si vedevano molti quartieri di Baghdad e a est c'era il fiume Tigri e la sponda dove nel 1981 il regime iracheno aveva tentato di costruire un reattore nucleare assieme ai francesi, il progetto si chiamava Osirak - ma gli israeliani con un raid aereo improvviso avevano raso al suolo tutto. Proprio quella fascia rurale a sud era molto infestata dallo Stato islamico perché il dittatore Saddam nei decenni precedenti vi aveva trasferito decine di migliaia di sunniti, che sono la minoranza irachena che al tempo era fedele a Saddam e si contrapponeva agli sciiti, che in Iraq sono la maggioranza ma all'epoca erano tenuti sotto controllo dal regime. Saddam aveva creato quella zona cuscinetto popolata di sunniti perché temeva che gli sciiti che abitano il sud del paese un giorno potessero marciare sulla capitale, magari assieme agli iraniani, che sono sciiti anche loro. Se ci avessero provato sul loro cammino avrebbero incontrato i sunniti, che si sarebbero dovuti trasformare in guerriglieri e avrebbero dovuto difendere Saddam. Quando nel 2003 Saddam era stato spodestato dagli americani, lo Stato islamico aveva trovato facile presa fra gli abitanti della fascia a sud di Baghdad. Ma questa è storia vecchia, perché l'Iraq di oggi è molto diverso. I soldati americani se ne sono andati (quasi del tutto). Saddam è morto. Lo Stato islamico è impegnato a riprendersi dalla sconfitta. Quell'assetto dell'Iraq durato fino al 2003 è scomparso e oggi gli sciiti sono molto forti. La base Falcon ha cambiato nome ed è passata sotto il controllo delle unità della Mobilitazione popolare, una forza paramilitare di maggioranza sciita. E alcune sottodivisioni della Mobilitazione hanno rapporti molto stretti con gli iraniani. Il fumo dell'esplosione di lunedì si vedeva fin dal centro della capitale e sono circolate alcune spiegazioni che parlavano di un incidente, come per esempio un incendio nel deposito di munizioni. Ma c'è pure il sospetto che si sia trattato di un raid aereo israeliano per colpire alcune armi iraniane nascoste dentro la base.
  Sta succedendo qualcosa di nuovo in medio oriente. Nel gennaio 2013 gli israeliani hanno cominciato a eseguire raid aerei in Siria per impedire agli iraniani di trasformare il paese in una piattaforma militare per aggredire Israele. Gli aerei hanno bombardato centinaia di bersagli: magazzini segreti di armi, convogli, posti di comando, laboratori per la ricerca e la produzione legati al programma armi chimiche e in qualche caso anche comandanti. Quando un generale iraniano ha commesso l'errore di visitare una postazione vicina alle alture del Golan con un telefonino nei paraggi è stato individuato e ucciso da un drone. Il governo di Gerusalemme per anni non ha riconosciuto la responsabilità di questi bombardamenti e si è comportato come se non stesse succedendo nulla, ma di recente ha cominciato a parlarne, quando ormai il ritmo e l'ampiezza degli strike non lasciavano più alcun dubbio.
  Alcuni osservatori temevano che l'estate del 2019 sarebbe stata la stagione del Secondo Round, la sempre imminente ripresa della guerra con Hezbollah interrotta nell'estate del 2006. Sarebbe un conflitto molto diverso rispetto a quello di tredici anni fa, da entrambe le parti. Più che contro Hezbollah, sarebbe uno scontro diretto con l'Iran, che di fatto oggi può usare la sua egemonia regionale e muovere uomini, risorse e mezzi molto più rispetto a qualche anno fa. L'Iran intende usare una strategia della saturazione con centinaia di missili sparati assieme per mandare in tilt i sistemi di difesa e intercettazione israeliani. Anche dalla parte di Israele si pensa diversamente al conflitto che potrebbe arrivare. Questa volta il piano include una rappresaglia drastica contro il Libano, per impedire la rigenerazione del nemico sul breve termine. Vuol dire che le infrastrutture come gli aeroporti sarebbero colpite in modo durissimo. In breve: il Secondo Round sarebbe molto più devastante del primo, perché entrambe le parti non si accontenterebbero più di una soluzione temporanea e cercano la vittoria definitiva.
  Per evitare questo Secondo Round, gli israeliani hanno adottato una strategia di operazioni preventive che espandono il raggio delle operazioni che continuano a essere fatte in Siria. Per esempio, hanno sorvolato tutto l'Iran dalla capitale Teheran nel nord fino al porto di Bandar Abbas nel sud con i bombardieri invisibili F-35 - che avevano una triplice missione: prendere immagini delle basi iraniane, testare i loro sistemi di difesa (che però non si sono accorti di nulla) e mandare un messaggio implicito di avvertimento alla leadership iraniana. In questo contesto, arrivano le notizie di bombardamenti israeliani mai confermati da fonti ufficiali in Iraq. Un raid ha colpito la base di Amerli il 19 luglio, nel governatorato di Salahuddin, a nord di Baghdad. Un secondo raid molto più pesante ha colpito Camp Ashraftre giorni dopo nel governatorato di Diyala, a nordest della capitale. Sono entrambe basi che appartengono alla milizia Badr, che è un'organizzazione militare irachena molto collusa con l'Iran (in Iraq la collusione degli sciiti con i vicini iraniani non è automatica come si potrebbe pensare, in molti casi c'è insofferenza, ma talvolta c'è ed è proprio forte). Poi tre giorni fa la notizia dell'esplosione nella ex base Falcon. Gli israeliani hanno ripreso i raid in Iraq in stile Osirak, come nel 1981. I luoghi colpiti fanno parte di quel corridoio ideale che dall'Iran porta missili ed equipaggiamento sofisticato fino alla Siria e al confine con Israele. E' una rotta di terra che impiega camion refrigerati - come quelli usati per trasportare cibo deperibile - per ingannare gli osservatori e fa tappa in alcune guarnigioni di fedelissimi dell'Iran lungo la strada. In questo modo non c'è più bisogno di fare atterrare i carichi a bordo di aerei passeggeri all'aeroporto internazionale di Damasco, da dove poi erano seguiti con molta più facilità dall'intelligence israeliana, ma il trucco è stato scoperto. In pratica, gli aerei israeliani hanno cominciato a colpire il traffico di armi nelle prime tappe del viaggio, invece che in quelle finali.
  E' possibile che gli israeliani stiano facendo filtrare notizie su questo allargamento delle missioni sulla stampa araba. La notizia dei voli sopra Teheran è stata passata al giornale kuwaitiano al Jarida, che da sempre riceve queste imbeccate a uso e consumo dei lettori di lingua araba. La notizia dei raid in Iraq è arrivata da "una fonte militare israeliana" al sito arabo "Independent" (si chiama così, in inglese), che tra le altre cose accenna al fatto che queste missioni potrebbero espandersi anche allo Yemen, dove le milizie filoiraniane stanno andando molto bene nella guerra civile. Il giorno dopo fonti diplomatiche occidentali non meglio specificate hanno detto al giornale Asharq al Awsat (Il medio oriente) che i bombardamenti in Iraq sono stati fatti dagli israeliani. E' come se Israele volesse mantenere la posizione ufficiale di distacco e neutralità e allo stesso tempo mettere tutti gli attori nell'area sull'avviso.
  E' chiaro che queste operazioni non possono essere sfuggite a chi opera nella zona, quindi americani e russi. Non commentano e quindi vuol dire che per ora approvano.

(Il Foglio, 15 agosto 2019)


La guerra sotterranea

Dentro al tunnel numero 6 scavato da Hezbollah dal Libano per attaccare Israele

Da una casa di Ramyeh, in Libano, il tunnel termina sotto la collina di Zar' it. Sono due chilometri e mezzo che violano la Linea Blu Vestiti, binari, versi del Corano. L'obiettivo di Hezbollah è conquistare la Galilea attaccando le comunità agricole israeliane

di Micol Flammini

 
Il tunnel vicino a Metula
 
Dentro il tunnel
ZAR'IT - "Per la prossima guerra", continua a ripetere l'ufficiale dell'Idf, Forze di difesa israeliane, prima di entrare nel tunnel scavato da Hezbollah per attaccare Israele. Settanta metri di profondità, due chilometri di lunghezza, la galleria è il segno, l'evidenza del conflitto che l'organizzazione libanese prepara contro lo stato ebraico. Arriva a Zar'it, una delle ventidue comunità di agricoltori della Galilea, e parte da una casa privata di Ramyeh, villaggio a sud del Libano. Gli uomini di Hassan Nasrallah la guerra la preparavano in silenzio, scavando di cinquanta centimetri in cinquanta centimetri nella roccia dura e rossa con una trivella a motore. I segni della guerra, "la prossima", sono sotto terra, nel tunnel umido dalle pareti scavate, nel terreno fangoso, nel soffitto alto due metri, nelle scale ripide che conducono in profondità. E' il tunnel numero sei, "non abbiamo dato nomi alle gallerie, soltanto numeri", spiega al Foglio l'ufficiale, "li abbiamo scoperti a partire da dicembre, nell'ambito dell'operazione North Shield, questo è stato l'ultimo" e il primo è stato ritrovato a Metula, partiva dal villaggio libanese di Kfarkela. I tunnel sono tutti disposti lungo la Linea Blu, la linea di demarcazione che le Nazioni Unite stabilirono nel 2000 per segnare il ritiro di Israele dal Libano. L'obiettivo di Hezbollah era quello di infiltrare i combattenti nelle comunità agricole, con assalti e prese di ostaggi, e di riuscire a conquistare la Galilea spostando il conflitto dentro ai confini dello stato ebraico. L'ingresso nel tunnel è sotto la collina di Zar'it, bisogna piegarsi appena mentre si scendono le scale, fare attenzione ai cavi per la corrente elettrica e ai tubi che da Remyat, a un chilometro e mezzo di distanza dalla Linea blu, portavano acqua nel tunnel. Le pareti sono strette, un metro tra l'una e l'altra, si sente il freddo della pietra, l'aria pesante del sottosuolo. Gli altri tunnel sono stati distrutti nella parte che attraversa il territorio israeliano e le Forze di difesa pensano di distruggere anche il numero sei. La parte tra il Libano e Israele è stata murata, camminando in fondo al tunnel si arriva a una porta, un limite: Hezbollah è stata colta di sorpresa dalle operazioni israeliane e ha bloccato l'accesso dalla parte libanese.
   Nel tunnel ci sono abiti, telefoni, dei binari costruiti per trasportare i detriti e le rocce fuori dalla galleria, lungo le pareti sono stati incisi versi del Corano. "Gli abitanti della zona avevano iniziato a sentire dei rumori già nel 2014, avevamo anche notato dei movimenti sospetti, ma le prove non erano abbastanza per far pensare a un'operazione di Hezbollah". La guerra sotterranea è stata interrotta da un'operazione di intelligence da parte delle Forze di difesa israeliane, che dal 2006 sapevano del progetto dei combattenti libanesi di entrare nel territorio dello stato ebraico dal sottosuolo. Era dalla fine della guerra dei 33 giorni, di cui ieri ricorreva il tredicesimo anniversario della fine del conflitto, il secondo tra Israele e Libano, che Hezbollah cercava di riaprire le ostilità. Fino al 2006 le forze filoiraniane avevano atteso che fosse Israele a intervenire nel territorio libanese e da quel momento è nata l'idea della guerra silenziosa, sotterranea. E sono arrivate le minacce di un conflitto più duro rispetto al passato in grado di "portare all'estinzione di Israele", come ha detto Nasrallah.
   Per scavare i sei tunnel che attraversano la Linea Blu il movimento sciita non ha soltanto avuto l'appoggio delle comunità locali, dei villaggi che hanno messo a disposizione case, mezzi e strumenti per rendere le operazioni il meno percettibili possibili, ma anche quello di una ong: "Green without borders è un'organizzazione non governativa attiva nel sud del Libano che nel 2014 ha ottenuto dal governo di Beirut il permesso di occuparsi della tutela delle foreste", spiega l'ufficiale. L'offensiva di Hezbollah era attesa, per tutelarsi Israele, d'accordo con le Nazioni unite, aveva costruito un muro nel 2015 lungo il confine che dalla parte libanese è sorvegliato dagli uomini di Unifil, la Forza militare di interposizione, con un contingente di undicimila soldati (anche italiani) messi a disposizione dall'Onu. Il tunnel viola la sovranità dello stato di Israele, supera la Linea Blu e fornisce la misura di tutto quello che si sta muovendo lungo i confini dello stato di Israele. "Per la prossima guerra", continua a dire l'ufficiale mentre descrive le operazioni di intelligence che sono state necessarie per scovare i cunicoli e le nuove tecnologie basate su minionde sismiche utilizzate per localizzare i sei tunnel. "Per la prossima guerra", dice, mentre spiega la resistenza israeliana su più fronti e il conflitto che questa volta, sia al confine con il Libano sia a Gaza, ha tentato di iniziare dal suolo. La guerra sotterranea era stata già scoperta lungo il confine con la Striscia, dove Hamas continua a scavare dei tunnel per irrompere negli insediamenti ebraici confinanti e quest'anno sono stati scoperti tredici cantieri che come in Libano, iniziano tutti da case, edifici, zone abitate.
   Da Ramyeh fino a Zar'it corre la minaccia di un nuovo conflitto che per il premier israeliano Benjamin Netanyahu va oltre i tunnel, va oltre i confini. Quando è stata scoperta la prima galleria, Netanyahu è volato a Bruxelles per avvertire l'Unione europea e il segretario di stato americano, Mike Pompeo, della possibilità di un nuovo conflitto con il Libano e dei tentativi di espansione da parte dell'Iran, per avvisare che le condizioni "per la prossima guerra" ci sono già, e che, per trovarne i segnali, basta andare sotto terra.

(Il Foglio, 15 agosto 2019)


Clamoroso all'Onu: hanno capito che gli arabi sono razzisti con gli ebrei

di Daniel Mosseri

Le condanne dell'Onu contro Israele non si contano: nel solo 2018 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato 20 risoluzioni contro lo Stato ebraico per violazioni dei diritti umani, occupazione del territorio palestinese, insediamenti illegali e chi più ne ha più ne metta. Ma l'Onu non è solo l'Assemblea Generale: così, per non restare indietro, lo scorso 24 luglio il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc) ha condannato Israele (e solo Israele) per violazioni dei diritti delle donne. Poco male che a sbracciarsi contro il governo di Gerusalemme all'Ecosoc c'erano Paesi quali l'Iran, l'Arabia Saudita, lo Yemen e il Pakistan in molti dei quali le donne non possono neppure andare dal medico senza il permesso del rispettivo padre, fratello o marito. Il terzo Paese al mondo a essere guidato da una donna, Golda Meir (premier fra il 1969 e il 1974), si è quindi visto fare le pulci da nazioni dove le donne non possono neppure uscire di casa.
  Stupisce dunque che due giorni fa la Commissione Onu per l'eradicazione della discriminazione razziale (Cerd) se la sia presa per una volta non con i soliti manigoldi sionisti ma con i loro vicini di casa palestinesi. A mettere la pulce nell'orecchio del Cerd è stata UNWatch, una piccola ma combattiva Ong animata dall'avvocato canadese Hillel Neuer il cui scopo dichiarato è assicurare che l'Onu rispetti il proprio statuto. UN Watch ha fornito alla Cerd un rapporto firmato dall'avvocato Dina Rovner, in cui si mettono in luce le «numerose violazioni della convenzione internazionale contro il razzismo a cui lo Stato di Palestina ha formalmente aderito nel 2014». Se la Palestina, insomma, dice di combattere il razzismo, perché l'Autorità palestinese (Ap) e Hamas nei rispettivi territori di competenza fanno il contrario?, chiede UNWatch.

 «Scimmie e maiali»
  A sua volta il membro sudcoreano del Cerd, Chinsung Chung, ha chiesto al rappresentante palestinese Ammar Hijazi di spiegare «il pregiudizio e l'incitamento all'odio antisemita e anti-israeliano dei media e nei discorsi ufficiali dei rappresentanti palestinesi», mentre il brasiliano Silva Albuquerque ha insistito sui contenuti antiebraici di cui sono infarciti i libri di testo dell'Ap. Poiché Hijazi non ha risposto, limitandosi a segnalare che quelle erano «menzogne» messe in giro da UN Watch per negare ai palestinesi i propri diritti, una risposta, indiretta, è giunta dall'avvocato Rovner. L'incitamento all'odio, ha spiegato, fa parte della narrativa palestinese che disumanizza gli ebrei e gli israeliani chiamandoli «scimmie e maiali», accusandoli di ogni sorta di nefandezza: dal bere il sangue dei bambini palestinesi all'avvelenamento dei pozzi, sempre palestinesi, fino ad insinuare che gli israeliani governino il mondo o siano dei nazisti. Rovner ha anche ricordato che l'Ap nega legame degli ebrei con Israele e incoraggia attacchi terroristici contro gli ebrei. Parole che restano agli atti, fino alla prossima condanna di Israele firmata Nazioni Unite.

(Libero, 15 agosto 2019)


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L'Onu finalmente si muove. Invita l'Autorità Palestinese a eliminare antisemitismo dai libri

di Giacomo Kahn

La Commissione per l'eliminazione delle discriminazioni razziali delle Nazioni Unite, riunitasi a Ginevra, ha chiesto all'Autorita' nazionale palestinese (Anp) di eliminare tutti i riferimenti all'antisemitismo nei libri di testo in uso nel Paese e in tutti i comunicati ufficiali. "Molte relazioni di Organizzazioni non governative hanno evidenziato pregiudizi e incitamento all'odio antisemita e anti-israeliano- ha detto Chinsung Chung, membro della Commissione - che emergono in particolare nei media palestinesi e nei discorsi dei suoi funzionari statali. Puo' l'Autorita' palestinese fornire una spiegazione a questo proposito?" Un altro membro della commissione, Silva Albuquerque, ha dichiarato di essere stata informata dalle Ong di esempi di razzismo e antisemitismo dell'Anp, in particolare nei suoi libri scolastici, chiedendo contestualmente alla delegazione palestinese come abbia affrontato questo problema. Il rappresentante del ministero degli Esteri dell'Anp, Ammar Hijazi, che ha guidato una delegazione di oltre una dozzina di funzionari, ha subito reagito, definendo "deplorevoli" le accuse di incitamento all'odio razziale. "Non discriminiamo nessuno dei nostri cittadini in base all'etnia, alla religione o al sesso. Siamo uno stato che sta cercando di trovare la sua strada e sta ancora formulando le sue leggi", ha detto Hijazi. Il delegato palestinese ha anche accusato i membri della commissione di dare valore alle accuse di alcune Ong che sono state "fondate e finanziate per negare ai palestinesi i loro diritti e diffondere falsita' su di loro". "Per loro - ha continuato Hijazi - e' un problema anche solo accettare che la Palestina sia uno Stato". Hillel Neuer, direttore esecutivo dell'Un Watch, ha dichiarato al Jerusalem Post che e' stato un peccato che i palestinesi abbiano cercato di eludere la loro responsabilita'. Prima della riunione di martedi', diverse Ong avevano fornito alla Commissione elementi e informazioni circa casi di incitamento all'odio e antisemitismo nell'Autorita' palestinese. In particolare, la consulente legale dell'Onu Watch, Dina Rovner, ha detto alla commissione che i media dell'Anp "perpetuano stereotipi antisemiti come il fatto che gli ebrei sono avidi, che fanno parte di una cospirazione per controllare il mondo, che avvelenano i palestinesi e rubano i loro organi; i media palestinesi inoltre trasmettono canzoni e video che promuovono l'uccisione di ebrei e israeliani".
   Durante la riunione, per oltre due ore, i rappresentanti della delegazione palestinese sono stati incalzati con una serie di domande incentrate in modo specifico su come intendono agire per proteggere i membri della comunita' ebraico-israeliana e come eliminare ogni traccia di odio antisemita dalla loro societa'. Sono stati chiesti anche dati e informazioni sulla situazione delle minoranze in Palestina. Il coreano Chung, ad esempio, ha formulato domande in particolare sul trattamento riservato ai drusi e ai circassiani. Sono infine stati posti quesiti sulla tratta di esseri umani e sulla discriminazione nei confronti delle donne, anche per quanto riguarda il matrimonio, la violenza domestica e le leggi sulla proprieta'. L'Onu non riconosce la Palestina come Stato membro. Dalla sua designazione nell'Onu nel 2012 come Stato non membro, tuttavia, l'Autorita' palestinese ha avuto il diritto di firmare trattati e convenzioni, come quello sulla discriminazione razziale. Ha gia' firmato sette dei nove trattati delle Nazioni Unite sui diritti umani che richiedono una revisione dei suoi diritti umani, proprio come se si trattasse di uno Stato membro.

((Shalom, 15 agosto 2019)


Dalla Shoah ai palcoscenici del mondo, note di speranza

Amnon Weinstein si imbatté per la prima volta in un violino della Shoah 50 anni fa. Era un giovane liutaio in Israele, e un cliente gli portò un vecchio strumento in condizioni terribili, chiedendo di restaurarlo. L'uomo raccontò di aver suonato il violino sulla strada che lo portava alle camere a gas, ma sopravvisse per un caso fortuito: i nazisti avevano bisogno di lui per la loro orchestra del campo di sterminio. Da allora non ci aveva più suonato. "Così ho aperto il violino, e lì dentro c'erano delle ceneri", raccontò Weinstein in un'intervista all'emittente Npr. Ne fu inorridito; si chiese se quelle ceneri appartenessero alle vittime dei Lager, ai suoi famigliari assassinati. E abbandonò il lavoro di restauro. Gestire uno di quegli strumenti era troppo per lui.
   Diversi anni dopo, nel 1996, Weinstein tornò sui suoi passi e lanciò un appello per raccogliere i violini della Shoah. E così è nato il progetto Violins of hope: una collezione di strumenti proveniente da ebrei sopravvissuti alla Shoah o dai famigliari di chi fu ucciso. "Tutti questi strumenti sono simboli di speranza. Sono un modo per dire: ricordati di me, ricordati di noi", ha spiegato Weinstein, che porterà i "suoi" violini a Cremona in occasione della rassegna Cremona Musica (27- 28 settembre). E con la cittadina lombarda, Weinstein ha un legame particolare: qui si diplomò alla Scuola di Liuteria, segnando il suo futuro. La città gli renderà omaggio conferendogli il Cremona Musica Award ma soprattutto dando spazio ai Violini della speranza, suonati nei palcoscenici di mezzo mondo e a Cremona dal violinista turco Cihat Askin.
   "I nazisti usavano la musica e soprattutto i violini per umiliare e degradare gli ebrei nei ghetti e nei campi. - racconta Weinstein nel sito dedicato al progetto - Hanno sequestrato migliaia di strumenti ad ebrei di tutta Europa. I nostri concerti sono la risposta definitiva al loro piano di annientare un popolo e la sua cultura, di distruggere vite umane e libertà. Il suono dei violini è spesso paragonato alla bellezza della voce umana. Quando suonato con talento e spirito, è noto per raggiungere e toccare i cuori. Questo è stato il ruolo dei violini nella guerra - per toccare i cuori, accendere la speranza di tempi migliori e diffonderla ovunque. Ovunque c'era musica, c'era speranza".
   "Durante una visita a Tel Aviv, sono andato al negozio dove Amnon Weinstein mi ha mostrato un violino che era stato deturpato con una svastica da un restauratore tedesco negli anni '30 - ha raccontato il violinista ltzhak Perlman -. Un atto così degenerato, tuttavia, non è riuscito ad impedire al violino di creare bellezza. Penso che il violino sia una replica della nostra anima. E i violini di Weinstein sono ancor di più un esempio potente di perseveranza. Un tempo rappresentavano per i loro proprietari l'idea di sopravvivenza, e simboleggiano lo stesso per noi oggi".
   Questi strumenti rappresentano le storie di vite spezzate e restituiscono dignità ai loro proprietari, ha ricordato Perlman.
   A Cremona Musica Amnon Weinstein sarà anche protagonista di una seconda esposizione, dove verranno messi in mostra alcuni strumenti realizzati da lui e dagli altri allievi che hanno frequentato la Scuola di Liuteria di Cremona nel suo stesso periodo.

(Italia Ebraica, agosto 2019)


L'assedio di rifiuti a Gaza ora spaventa anche Israele

Riportiamo un articolo del Manifesto che presenta un serio problema presente a Gaza. E naturalmente, in conformità al ben noto atteggiamento antisraeliano del giornale, ne ricerca le cause dirette o indirette nello Stato ebraico. Ma il cercare prioritariamente le cause dei mali tra gli ebrei non è forse il classico atteggiamento antisemita? NsI

di Michele Giorgio

GAZA - All'improvviso, all'inizio dell'anno, le autorità israeliane si sono mostrate disponibili a facilitare l'allestimento a Gaza di una nuova discarica e la possibile costruzione nella Striscia di uno o più impianti di riciclaggio dei rifiuti. «Gli israeliani si muovono solo quando la disastrosa situazione di Gaza ha un impatto sui loro centri abitati», dice Ashwaq Ghneim, del dipartimento per la salute e l'ambiente. Ghneim si riferisce alle notizie pubblicate dai giornali israeliani sulla pericolosità delle discariche di Gaza e delle acque nere non trattate che si riversano ogni giorno nel mare davanti al territorio palestinese e che raggiungono anche la costa israeliana fino ad Ashqelon.
   Nei mesi scorsi si è rischiato persino uno scontro militare sui rifiuti, quando una parte della discarica di Johr a Deek crollò e una valanga di centinaia di tonnellate di immondizia arrivò fino alle linee con Israele. I comandi militari dello Stato ebraico pensarono di inviare ruspe dentro Gaza, per spingere all'interno quella montagna di pattume di ogni tipo. Le formazioni combattenti palestinesi erano pronte a respingerle. Alla fine ci pensarono i palestinesi. Ma quel caso evidenziò, ancora una volta, che Gaza soffoca sotto i rifiuti, a causa anche del blocco israeliano che per presunte «ragioni di sicurezza» ha ritardato l'attuazione di progetti per lo smaltimento e il riciclaggio. Senza dimenticare che i bombardamenti aerei, nelle varie offensive israeliane dal 2008 a oggi, hanno danneggiato la rete fognaria, poi riparata solo in parte dai palestinesi.
   «I rifiuti non sono smaltiti in modo ecologico e vengono soltanto portati nelle discariche o bruciati», si lamenta Ashwaq Ghneim e aggiunge «il problema è destinato ad aggravarsi perché Gaza ha una popolazione in aumento di oltre due milioni di persone che vivono in meno di 400 kmq. Ogni abitante produce in media 1,7 kg di rifiuti al giorno per un totale di 2.000 tonnellate», Che non possono essere raccolte tutte perché il 70% dei veicoli delle varie autorità comunali è obsoleto o non funzionante.
   Nel frattempo le tre discariche di Gaza hanno raggiunto il limite delle loro capacità e i comuni di Beit Lahia, Beit Hanoun e Jabaliya hanno preparato siti improvvisati, già colmi di oltre 400.000 tonnellate di rifiuti. Si attende il completamento della discarica di Sofa (14 ettari), ma il problema resta.
   A dare una mano alla riqualificazione di aree residenziali nel nord della Striscia sommerse dai rifiuti è l'ong italiana Acs con il progetto Green Hopes Gaza, nei quartieri di Al Nada, Al IsbaeAIAwda. «Proviamo a migliorare la qualità della vita degli abitanti attraverso la costruzione di uno spazio pubblico con giardini, piccoli punti di ristoro, attività sportive, spazi per bambini e giovani. Il fine è strappare al degrado e ai rifiuti il territorio interessato», ci spiega SamiAbu Omar, responsabile del progetto assieme ai cooperanti italiani Alberto Mussolini e Meri Calvelli. «Green Hopes Gaza - aggiunge Abu Omar coinvolge la comunità locale in ogni aspetto del recupero e della gestione del territorio, nel rispetto assoluto dell'ambiente. Attraverso un'ampia inclusione sociale speriamo di dare vita a un polo verde urbano, centro di attività economiche, ludiche, sportive e solidali».
   Il recupero del martoriato territorio di Gaza e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione sotto blocco israeliano da 12 anni, passano anche attraverso lo sviluppo di una produzione agricola sempre più organica e la gestione biologica degli allevamenti.
   È solo l'inizio di una strada lunga ma già da qualche tempo la Rete di solidarietà internazionale Radié Resch - fondata dal giornalista Ettore Masina e da sua moglie Clotilde Buraggi - una sua delegazione è presente in queste giorni a Gaza - con piccoli finanziamenti e il lavoro di formazione svolto dal partner locale, il Palestinian Center for Organic Agricolture (Pcoa), è riuscita a far partire produzioni agricole totalmente organiche tra Khan Yunis e Rafah coinvolgendo venti famiglie contadine. Frutta e ortaggi sono consumati dalle comunità locali o venduti nei mercati della zona garantendo il sostentamento di un numero significativo di palestinesi in un'area dove la disoccupazione è la regola.
   A Gaza è giunta nei giorni scorsi Maria Rosaria Greco, direttrice dell'associazione Femminile palestinese per il progetto «Donne di Gaza» che prevede incontri con donne di diverse condizioni sociali. Greco curerà un reportage video-fotografico che sarà proiettato tra febbraio e marzo al teatro Ghirelli di Salerno.
   Nella Striscia è presente anche una delegazione, guidata da Enzo Baroni, di Salam-ragazzi dell'olivo, storica associazione italiana impegnata da trent'anni a sostegno dei bambini palestinesi e delle loro famiglie.

(il manifesto, 15 agosto 2019)


Shoah, gli eroi del calcio ungherese

                            Géza Kertész                                                            Tóth-Potya
Calciatori che diventano allenatori. Allenatori che diventano eroi. È la storia di Istvàn Tóth-Potya e Géza Kertész, simboli di quel calcio ungherese che fece scuola a cavallo delle due guerre.
   Nella loro carriera affrontarono tante avversità, spesso uscendone vincitori. Dai primi calci al pallone agli schemi da insegnare ai loro calciatori, quando dalla panchina impartivano consigli per guidare le squadre alla vittoria.
   Ma mai come quando, dopo anni passati in Italia collezionando numerosi successi calcistici, tornarono in patria e decisero a salvare molti ebrei dalle oppressioni naziste.
   Non si conosce il numero esatto delle persone salvate, ma si conoscono le modalità. Grazie al loro accento spiccatamente tedesco, riuscirono a camuffarsi da soldati tedeschi, firmando documenti e riuscendo a far scappare molti ebrei dal ghetto di Budapest.
   Per far questo, Istvàn Tóth-Potya e Géza Kertész diedero vita al Gruppo melodia, un'organizzazione resistenziale che intratteneva rapporti con i servizi segreti statunitensi.
   Rischiarono la vita per diversi mesi, senza paura, fino a quando furono accusati di nascondere ebrei in casa. Vennero arrestati e incarcerati dalla polizia tedesca.
   Le sorti della guerra stavano diventando sempre più avverse per la Germania nazista. Siamo all'inizio del 1945. Ai primi di febbraio l'Armata Rossa accerchia Budapest, che verrà liberata il 13 febbraio.
   Una settimana prima però la macchina di morte nazista diede l'ennesima prova della sua ferocia. Siamo al 6 febbraio 1945 e il responsabile della prigione ordinò la fucilazione di Tóth e Géza, a differenza di altri appartenenti al Gruppo melodia che vennero rilasciati.
   Géza Kertész venne riconosciuto "martire della patria" e migliaia di persone parteciparono al suo funerale, tra loro diversi cittadini di Catania, città dove lasciò un grande segno sia a livello calcistico che umano, tanto il comune gli ha dedicato una strada e un murale.
   Istvàn Tóth-Potya e Géza Kertész furono prima calciatori, poi allenatori, in seguito eroi. Da simboli del calcio ungherese divennero simboli di quello che si poteva fare per salvare gli ebrei e in molti non l'hanno fatto, mandando a morire generazioni intere.

(Progetto Dreyfus, 15 agosto 2019)


Berlino non è sicura per gli ebrei

I casi di antisemitismo aggressivo (molti dei quali non denunciati) sono in forte aumento. Colpa di musulmani in crescita ma anche dei tedeschi.

di Roberto Giardina

 
L'aeroporto Tegel a Berlino
All'aeroporto berlinese di Tegel, sabato mattina alle 8,30, un passeggero spagnolo, turista di ritorno o residente in Germania, in partenza per Minorca, viene fermato al controllo bagaglio a mano. Il suo sarebbe troppo grande. Lui protesta, alla fine l'addetta lo insulta, una frase antisemita, in tedesco, poi in arabo. Il passeggero porta al collo una stella di David. Lo spagnolo la denuncia, ma perde l'aereo.
   Sull'episodio si indaga. Il Tagesspiegel, il primo giornale della capitale, non scende nei dettagli, il bagaglio era esagerato, o sforava di un centimetro il limite? I controlli a Tegel sono imprevedibili. Una volta, una giovane controllora lasciò passare davanti a me un ragazzo con trolley e un enorme zaino sulle spalle, e voleva bloccare me perché avevo in mano il laptop e qualche giornale. Comprensiva verso i suoi coetanei, ma le ero antipatico perché indossavo una giacca. Discriminazione generazionale. Probabilmente, sabato sarebbe finito tutto con una litigata, se il passeggero non avesse perso il volo, e l'episodio non sarebbe stato registrato. Qualcuno potrà pensare che non valga la pena di riferirlo, con tutto quello che accade ogni giorno.
   L'anno scorso i casi di antisemitismo solo nella capitale hanno superato per la prima volta la soglia dei mille, 1.084, un aumento del 14% rispetto all'anno precedente. Gravi o meno, e sicuramente sono molti di più. La polizia li registra spesso come normali litigi, e a scuola i presidi e i professori fanno finta di non vedere: gli studenti ebrei sono in minoranza in confronto ai musulmani.
   Come già scritto più volte, quasi sempre i giornali non rivelano l'etnia dei responsabili. Si può presumere che a Tegel, l'addetta al controllo non fosse tedesca, se ha parlato in arabo. Il viaggiatore avrebbe dovuto seguire i consigli della comunità ebraica che raccomanda agli ebrei di non farsi riconoscere per strada. Colpa sua, 74 anni dopo la fine del III Reich? Berlino era una città sicura, e non lo è più, dopo l'arrivo negli ultimi tempi di migliaia di profughi musulmani. Anche per gli omosessuali, che ora rischiano di venire aggiediti in certi quartieri della capitale.
   Nei giorni scorsi a Berlino, un rabbino è stato malmenato per strada. E a Monaco, un rabbino e suo figlio sono stati insultati da un'automobilista che li ha presi a sputi. Dal resoconto, sembrava una tedesca.
   La signora si è costituita dopo qualche giorno, evitando l'arresto. Alla fine di un lungo articolo sulla Suddeutsche Zeitung si apprende che è un'infermiera marocchina residente da anni in Baviera.
   Paradossalmente, i tedeschi sotto il peso del passato sono così preoccupati di venire accusati di razzismo che preferiscono non reagire all'antisemitismo dei profughi, e lo catalogano come «mobbing religioso». L'anno scorso, durante una manifestazione davanti al Bundestag, e a poche decine di metri dal memoriale che ricorda la Shoah, vasto quanto un campo di calcio, furono bruciate le bandiere di Israele, e il governo annunciò che i profughi responsabili sarebbero stati espulsi. Ma non è avvenuto.
   Il pericolo è che le aggressioni da parte di musulmani facciano dimenticare l'antisemitismo dei tedeschi. Ogni settimana avvengono devastazioni in qualche cimitero ebraico. Le sinagoghe ora cercano di rimanere anonime, non pubblicano su internet il loro indirizzo, lo comunicano a voce. Alcuni ristoranti sono stati costretti a chiudere per le continue minacce.
   Il 12 luglio, un settimanale serio come Der Spiegel ha pubblicato un lungo articolo in cui si spiegava che il Bundestag, il 17 maggio, aveva bollato come antisemitismo il Bds, il boicottaggio delle merci che sarebbero state prodotte nei territori occupati da Israele, grazie alle pressioni di due associazioni ebraiche su diversi deputati, che sono stati invitati a Gerusalemme. Per Die Welt sarebbe un articolo intriso di antisemitismo. Altri preferiscono rassicurarsi ricordando che i rapporti tra settimanale e quotidiano non sono mai stati buoni. Perché preoccuparsi se un passeggero esagera con il bagaglio e per colpa sua perde l'aereo?

(ItaliaOggi, 14 agosto 2019)


I leader del mondo a Gerusalemme per combattere l'antisemitismo

I leader mondiali saranno a Gerusalemme il prossimo 23 gennaio per partecipare al quinto Forum mondiale sulla Shoah, organizzato in occasione delle commemorazioni per il 75o anniversario della liberazione di Auschwitz. Ad aver già dato la conferma della loro presenza, tra gli altri, i presidenti di Italia, Francia, Germania e Austria. Il Capo dello Stato Sergio Mattarella sarà dunque a Gerusalemme per un'iniziativa che vuole essere "un'occasione unica per i leader mondiali di alzare le voce e dichiarare di averne 'abbastanza' con l'antisemitismo", come ha dichiarato Moshe Kantor, presidente della World Holocaust Forum Foundation che assieme allo Yad Vashem organizza l'evento. "Questa conferenza si svolge in un momento storico molto importante: a settantacinque anni dalla liberazione di Auschwitz-Birkenau, e con le voci del negazionismo della Shoah e dell'antisemitismo ancora una volta in aumento - ha detto il presidente dello Stato di Israele Reuven Rivlin, sotto il cui patronato si svolge l'evento - Non sosterremo mai chi falsifica la verità o chi cerca di far dimenticare la Shoah, né singoli né organizzazioni; non leader di partiti politici e non capi di Stato. Ho invitato i leader mondiali ad unirsi a noi in questo sacro momento di memoria e impegno, ha concluso Rivlin - e sono lieto del numero di risposte, che cresce ogni giorno di più. Faremo ogni sforzo per assicurare che l'evento sia significativo e lasci un segno reale nella lotta contro l'antisemitismo e per l'educazione della prossima generazione".
   La conferenza, sottolineano dallo Yad Vashem, si svolge sullo sfondo dell'aumento della minaccia antisemita in Europa e nel mondo. Di fronte a questa situazione allarmante, gli sforzi per educare sui pericoli dell'antisemitismo, del razzismo e della xenofobia e per promuovere la commemorazione e la ricerca sulla Shoah sono ancor più attuali. "La Shoah, finalizzata all'annientamento totale di tutti gli ebrei ovunque, e allo sradicamento della loro civiltà, è stata alimentata da un antisemitismo estremo - la riflessione del presidente di Yad Vashem Avner Shalev - All'indomani della seconda guerra mondiale, la comunità internazionale ha promulgato principi universali e istituito organizzazioni internazionali con l'esplicito scopo di evitare futuri crimini contro l'umanità. I modi in cui l'antisemitismo è persistito e proliferato negli ultimi anni devono essere identificati, studiati e compresi. Dobbiamo tutti essere attenti alle manifestazioni attuali dell'antisemitismo e rimanere risoluti nel combatterlo dove ricompare. È responsabilità di tutta l'umanità, e soprattutto dei leader che si riuniranno qui allo Yad Vashem, di lavorare per combattere l'antisemitismo, il razzismo e la xenofobia". d.r.

(moked, 14 agosto 2019)


Una festa di matrimonio che avrebbe potuto essere 'normale'

In un villaggio arabo sono stati invitati a festeggiare le nozze anche amici ebrei. L'Autorità palestinese ha espulso il capo villaggio da Fatah e incriminato sposo e parenti.

di Ugo Volli

Anche nella grande confusione e nel conflitto infinito del Medio Oriente, così coperto dai fumi della propaganda e del pregiudizio ideologico antisionista, si possono trovare piccoli episodi insignificanti che dicono la verità in maniera concreta e chiara. Uno di questi episodi è accaduto qualche tempo fa in un villaggio in Samaria, nel villaggio arabo di Deir Qaddis che si trova sulle colline a sudest dell'aeroporto Ben Gurion. Qui è successa una cosa semplicissima: c'è stata una festa di matrimonio del figlio del capovillaggio, che da queste parti sono di solito molto cospicue per dimensioni e durata; il fidanzato ha invitato a partecipare fra l'altro degli ebrei religiosi proveniente da Modin Ilit con cui
La "scandalosa" danza in Deir Qaddis
deve avere se non proprio un'amicizia, certamente rapporti di buon vicinato e di collaborazione per il garage dove lavora; essi sono venuti senza paura e hanno festeggiato e danzato con gli altri amici dello sposo. È stato girato addirittura un piccolo filmato che li riprende assieme mentre ballano su musiche arabe e sotto le bandiere dell'Olp. Quando però queste immagini sono state diffuse sui social, ne è nato uno scandalo . Non perché qualcuno in Israele abbia trovato inaccettabile che un ebreo facesse festa sotto le bandiere di un'organizzazione colpevole di molti delitti; tutto al contrario, perché i palestinisti non possono sopportare che a una festa araba siano invitati degli ebrei. Il capovillaggio è stato espulso da Fatah e gli è stato imposto di dimettersi dalla sua carica; ha dovuto inoltre scrivere un'umiliante lettera di scuse. Il figlio e i suoi amici sono indagati dalla polizia dell'Autorità Palestinese.
  È un episodio minore. Non ci sono vittime, nella struttura sociale araba i villaggi sono parecchi autonomi e i notabili locali decidono, per cui è probabile che anche al capo villaggio non accadrà nulla di male, salvo che qualche terrorista decida di punirlo. Ma ci sono alcuni dati significativi. Il primo è che a livello locale ci possono essere e spesso ci sono buoni rapporti fra ebrei e arabi. L'economia di Israele è il miglior cliente non solo per gli arabi-israeliani, che hanno diritti e livelli di vita senza paragoni in tutto il mondo arabo, ma anche per gli arabi che sono soggetti all'Autorità Palestinese. Per molti anni, dal '67 fino alle sollevazioni violente dette "intifada" non solo molti di essi sono venuti a lavorare in Israele, ma gli israeliani sono andati a comprare cibo e servizi vari nei villaggi arabi; anzi questi scambi non sono mai venuti meno del tutto, salvo nel caso di Gaza. Basta che il terrorismo dia respiro e si ricreano condizioni di convivenza normale. La seconda osservazione è che, contrariamente alla propaganda di sinistra, nella società israeliana non vi è assolutamente razzismo. Una metà della popolazione ebraica di Israele viene dai paesi arabi (purtroppo cacciata violentemente fra il '48 e il '67), parla arabo, ha gusti e abitudini segnate dalla convivenza millenaria. La lingua, la fisionomia, molti costumi sono simili; anche la Torà riconduce i due popoli a un'origine comune; spesso ci si riferisce informalmente agli arabi come "i cugini". E infine c'è il fatto che Israele non ha affatto eliminato gli arabi dai territori via via liberati, ha dato loro gli stessi diritti e la rappresentanza non solo nelle istituzioni e nell'istruzione, ma anche nella vita sociale, nell'arte, nella musica, nell'economia. Il razzismo, in questo caso come in tanti altri, sta dalla parte dell'Autorità Palestinese e dei suoi sostenitori, che criminalizzano la fraternizzazione e la "normalizzazione" coi vicini.
  Le conseguenze di questa situazione riguardano il tema decisivo della guerra e della pace. Israele non ha il minimo interesse a fare la guerra e l'ha dimostrato molte volte, cercando ogni possibile compromesso che non mettesse a rischio la propria sicurezza. Sono stati disposti a suddividere la terra, hanno restituito all'Egitto tutto il Sinai che avevano conquistato due volte e alla Siria parte del Golan. Hanno concesso l'autonomia alle popolazioni di Giudea e Samaria, che si autoamministrano al 98%. Sono perfettamente capaci di convivere in pace e tranquillità con gli arabi israeliani, che fanno il 20% della popolazione. L'autorità palestinese ha ripetutamente dichiarato che non intende mantenere un solo ebreo nelle terre che amministra e di fatto non ve ne sono. Dove ha potuto ha fatto pulizia etnica. Giornali, televisione, libri scolastici sono pieni di odio e di razzismo contro gli ebrei ("figli di scimmie e maiali"). La promessa continuamente ripetuta è di conquistare tutta Israele e di espellere o sterminare gli ebrei. Naturalmente è più facile essere razzisti e appoggiare un futuro genocidio se non si hanno rapporti personali con i nemici. Questo è il senso della vicenda di Deir Qaddis: non bisogna avere rapporti normali con gli ebrei (naturalmente definiti dall'AP e dai giornali europei "coloni") perché questo impedirebbe l'odio, l'assassinio, la pianificazione del genocidio. Per coloro che cercano la pace, questo è un segnale: fino a che i palestinisti in Giudea e Samaria, a Gaza e nel resto del mondo arabo lotteranno contro la "normalizzazione", è chiaro che continueranno a puntare sulla violenza.

(Shalom, giugno/luglio/agosto 2019)



Il patto francese con i terroristi di Abu Nidal per non avere guai

Nel 1982 i servizi segreti francesi fecero un "accordo di non aggressione" con stragisti antisemiti, oggi gli ebrei chiedono un'inchiesta.

di Mauro Zanon

PARIGI - Il 9 agosto del 1982 fu una data spartiacque per la comunità ebraica francese. Sono le 13.15 e il ristorante kosher Jo Goldenberg, situato all'angolo tra rue des Rosiers e rue Ferdinand-Duval, è al completo. Si mangia, si scherza, ci si gode l'estate nel cuore del Marais, epicentro della vita ebraica parigina. Poi, all'improvviso, un commando di uomini incappucciati, tutti armati, fa irruzione nel ristorante. Lanciano una granata e iniziano a sparare all'impazzata contro i cinquanta clienti seduti ai tavoli e il personale del Jo Goldenberg, tre minuti dopo, lanciano una seconda granata, prima di dileguarsi.
   L'attentato di rue des Rosiers, sei morti e ventidue feriti, avvenne a due anni di distanza dall'attacco alla sinagoga di rue Copernic, quattro morti e quarantasei feriti, e per molti ebrei francesi rappresentò la fine di un'epoca di serenità. Il dossier di quell'attacco antisemita mai rivendicato, e per il quale nessuno è mai stato arrestato, è tuttora aperto sulla scrivania della giustizia francese, anche se esistono indizi concordanti che portano dritti al Consiglio rivoluzionario di al Fatah, il gruppo del terrorista palestinese Abu Nidal (la mente della strage di Fiumicino del 27 dicembre 1985, che provocò tredici morti e settanta feriti).
   E in questi giorni, proprio in questo senso, è arrivata la conferma da parte di chi, negli anni Ottanta, era a capo dei servizi segreti. Ma si è aggiunta anche una nuova rivelazione:" Abbiamo fatto una sorta di accordo verbale con loro (il gruppo di Abu Nidal, ndr): 'Non voglio più attentati sul territorio francese e in cambio vi lascio venire in Francia. Vi garantisco che non vi succederà nulla"'. La frase, secondo quanto rivelato dal Parisien, è stata pronunciata lo scorso 30 gennaio nell'ufficio del giudice incaricato dell'inchiesta sull'attentato di rue des Rosiers da Yves Bonnet, ex patron della Direction de la surveillance du territoire (Dst), l'intelligence interna di Parigi (oggi si chiama Dgsi), Ed è la prima volta che un agente dei servizi riconosce davanti alla giustizia l'esistenza di un accordo segreto tra la Francia e Abu Nidal. Stando a quanto riportato dal Parisien, l'ex boss della Dst ha accettato di organizzare un incontro clandestino con il gruppo Abu Nidal poco dopo l'attentato di rue des Rosiers, anche se non era presente personalmente. "All'epoca sono andati i miei collaboratori all'incontro", ha detto Bonnet al giudice. "Non li denuncerò. Sono io ad essermi assunto la responsabilità dell'accordo".
   L'alto funzionario, oggi ottantenne e in pensione, non ha rivelato l'identità dei terroristi visti dai suoi collaboratori, ma ha ribadito i termini del patto: i membri di Abu Nidal rifugiati all'estero potevano "venire in Francia senza alcun rischio", se "in cambio" si impegnavano a "non intraprendere nessuna aziona violenta". Una collaborazione diabolica? No, un "patto di non-aggressione", ha affermato l'ex patron dei servizi segreti interni. La Dst, sempre secondo quanto scritto dal Parisien, avrebbe inoltre permesso a due terroristi di Abu Nidal di visitare in prigione, in Francia, i due autori dell'assassinio di un rappresentante dell'Organisation de libération de la Palestine a Parigi.
   Infine, quando gli è stato chiesto se era stato un buon deal, ha risposto ai giudici tirando in ballo l'Italia. "Eccome se ha funzionato. Non ci sono stati più attentati a partire dalla fine del 1983, nel 1984 e fino alla fine del 1985. Che commettessero attentati in Italia, per esempio, non mi importava, l'importante è che non succedesse nulla sul suolo francese". I sopravvissuti di quell'attentato si sono detti sconvolti dalle dichiarazioni di Bonnet. "Se c'è stato un accordo occulto, è un affare di stato", ha dichiarato Avi Bitton, avvocato delle parti civili. Francis Kalifat, presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (Crif), ha reclamato lunedì sera una commissione d'inchiesta parlamentare: "Se i fatti fossero confermati, sarebbe uno scandalo di stato senza precedenti".

(Il Foglio, 14 agosto 2019)


Il linguaggio volutamente ingannevole di Omar Barghouti e dei BDS

Il leader dei boicottatori anti-Israele imbroglia sistematicamente il pubblico sulle sue vere intenzioni

In un recente editoriale su The Nation intitolato "Perché gli americani dovrebbero sostenere il BDS", Omar Barghouti, uno dei fondatori e massimi esponenti della campagna per il boicottaggio e le sanzioni contro Israele, ancora una volta imbroglia il pubblico occidentale sulle sue vere intenzioni usando un linguaggio volutamente ambiguo e ingannevole. Barghouti presenta il movimento BDS al pubblico occidentale come un movimento per la giustizia sociale quando in realtà è un movimento politico che persegue la distruzione di Israele.
Il signor Barghouti afferma che il movimento BDS non prende mai di mira singoli individui, e invece sono ben noti i casi di atleti come Lionel Messi o artisti come Paul McCartney che hanno subito pesanti campagne di pressione mirate e persino minacce di morte ad opera di attivisti BDS, per il semplice fatto d'aver programmato di recarsi in Israele per giocare una partita di calcio amichevole o esibirsi in un concerto....

(israele.net, 14 agosto 2019)


Israele e i suoi beduini

di Andrea Gaspardo

 
Mentre nelle aule di tribunale e nelle stanze del potere ancora si dibatte in merito al possibile destino giudiziario di Benjamin Netanyahu, lo Stato Ebraico potrebbe trovarsi presto coinvolto in una nuova spinosa controversia; quella dei "Beduini del Negev".
   Israele ha sempre avuto un rapporto molto particolare con "i suoi Beduini", che risale alla fondazione stessa dello stato. Già nel corso delle migrazioni dei pionieri sionisti, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, i capi tribù delle aree desertiche del Negev, ma anche nel deserto di Giudea e nelle colline della Samaria e della Galilea, avevano opportunisticamente stretto dei rapporti di cooperazione con i primi coloni ebrei. Ciò può sembrare paradossale agli occhi di un male informato ma, storicamente parlando, pur essendo anch'essi parte dell'universo etno-culturale arabo, i "Beduini" hanno sempre avuto un'identità autonoma e distinta rispetto ai "Fellahin", contadini stanziali abitanti i villaggi e le città del territorio del Levante, che costituirono l'amalgama da cui nacque successivamente l'identità "palestinese".
   Quando, tra il 1948 ed il 1949, Israele venne coinvolto nella "Prima Guerra Israelo-Araba" detta anche "Guerra d'Indipendenza" alcune tribù del Negev accettarono rapidamente la sovranità israeliana, inviando anche i propri uomini a combattere al fianco dell'Haganah, la milizia ebraica, mentre altre rimasero "intrappolate tra i due fuochi" e vennero espulse dal territorio israeliano assieme alla gran parte dei "Fellahin" divenendo parte di quella che oggi è nota come "Diaspora Palestinese" (si stima che di circa 110.000 Beduini stanziati nel deserto del Negev all'inizio delle ostilità, solo 11.000 rimasero alla fine della guerra!).
   I Beduini del Negev rimasti hanno mantenuto generalmente rapporti cordiali e di cooperazione con lo Stato Ebraico, vedendo riconosciuto da subito il proprio status di cittadini. Un gran numero di essi (si stima il 5%-10% dei maschi abili al combattimento) viene arruolato ogni anno nelle forze armate israeliane come volontari, confluendo nelle cosiddette "unità da esplorazione e ricognizione" che nelle forze armate israeliane godono di uno status elitario.
   Purtroppo però, non tutto ciò che luccica è oro. Decenni di sostanziale disinteresse politico e mancanza di investimenti hanno consegnato una realtà odierna in cui il settore beduino di Israele rappresenta la parte più povera del paese (persino rispetto agli standard del resto degli Arabi Israeliani) caratterizzata inoltre da tassi di criminalità abnorme. La scarsa scolarizzazione ed uno status femminile ancora poco sviluppato hanno fatto sì che il numero di Beduini passasse da 11.000 nel 1949 a 210.000 oggi tanto da far agitare lo spauracchio di una "perdita di controllo" del Negev da parte dello stato centrale.
   Tale "bomba demografica" verrebbe poi esacerbata dal mai sopito conflitto per il possesso della terra. I Beduini infatti considerano circa 600 km2 della parte centrale territorio del Negev come loro proprietà mentre le autorità contestano vigorosamente tale rivendicazione sulla base dell'importanza strategica che tutto il deserto ha per lo Stato d'Israele.
   In questo contesto va inserito il cosiddetto "Piano Prawer" che prevede l'espulsione di circa 36.000 Beduini (ma i detrattori parlano addirittura di 70.000) residenti in circa 35 villaggi definiti "abusivi" ed il loro ricollocamento in altre zone dello stato ebraico, alcune delle quali situate addirittura nella parte centrale del paese, in modo da allontanare i Beduini dalle loro terre ancestrali e favorirne la transizione verso un modello socio-economico più in linea con i moderni dettami della società e dell'economia israeliana. Per i fautori di questo piano, tale iniziativa va nella giusta direzione della "riappropriazione di terre dello stato che sono state illegalmente occupate", mentre per i detrattori, si tratta della "peggior espropriazione di terra palestinese dal 1949".
   Intanto, le problematiche sociali dei Beduini perdurano ed il risentimento aumenta, anno dopo anno.

(Difesa Online, 14 agosto 2019)


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