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Polemica in Israele sul teatro Habima: 'Rovina limmagine del Paese'
Il teatro nazionale accusato di aver messo in scena commedie senza pagare gli autori
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| Il teatro Habima in Tel Aviv |
ROMA, 18 mag - Il teatro nazionale israeliano Habima, istituzione culturale storica del Paese, «rovina l'immagine dello Stato ebraico all'estero». L'accusa che non t'aspetti arriva dal ministero della Cultura di Tel Aviv, che punta il dito contro il prestigioso teatro (di cui peraltro è cofinanziatore), il quale sarebbe colpevole di aver messo in scena alcune commedie "rubate" a commediografi americani. Della vicenda si sono occupati Haaretz e Ynet. «Il teatro Habima deve circa 150mila euro a quattro autori», dichiara l'avvocato ebreo-americano, Tonda Marton, legale dei commediografi derubati. «E' una vergogna: per il teatro, che non riuscirà ad ottenere i diritti su altre pièce negli Stati Uniti, ma anche per il governo israeliano, che sta facendo una figuraccia». L'incidente diplomatico-culturale tra Israele e Stati Uniti sembra molto vicino. Ma il governo di Tel Aviv prende le distanze: «Habima è un organismo indipendente, pur ricevendo in parte fondi statali». «E anzi - rilanciano dal ministero - siamo noi a sentirci danneggiati dalla sua condotta».
I quattro autori americani, del resto, non sono gli unici creditori di Habima. Il teatro - fiore all'occhiello della scena artistica israeliana e primo teatro in lingua ebraica del Paese - ha un bilancio-colabrodo, con debiti per milioni di euro, in patria e all'estero. Già a fine 2011 lo Stato israeliano aveva abbonato oltre 3 milioni di euro di debiti al teatro, ma la misura non è stata sufficiente per riassestare la sua situazione finanziaria. I conti continuano a non tornare, come sanno bene i dipendenti del teatro, che in passato hanno dovuto ricorrere allo sciopero per ottenere il pagamento dei salari.
Eppure, malgrado tutto, negli ultimi cinque anni il management di Habima ha investito oltre 20 milioni di euro in un restauro faraonico. Il contrasto tra il bilancio disastrato e i fasti del restauro - finanziato in buona parte dal Comune - non è passato inosservato, anche perché coincidente con un periodo di agitazione sociale in Israele. La cerimonia di inaugurazione, avvenuta lo scorso gennaio, è stata presa d'assalto da alcune centinaia di manifestanti al grido di «Vogliamo case popolari, non teatri di lusso!».
(ANSA, 18 maggio 2012)
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Agricoltura: imprenditori di Salerno studiano tecniche in Israele
Missione della Camera di Commercio di Salerno
NAPOLI, 18 mag - Orizzonti internazionali per i giovani imprenditori agricoli della provincia di Salerno che nei giorni scorsi hanno compiuto un viaggio in Israele per scambi di conoscenze e per partecipare alla fiera del settore Agritech, che si e' svolta a Tel Aviv. Il viaggio e' stato organizzato da Intertrade, azienda speciale per l'internazionalizzazione della Camera di Commercio di Salerno, che ha portato in Israele una delegazione imprenditoriale in missione esplorativa, guidata dal presidente Vincenzo Galiano e dal consigliere Bruno Habusha e formata da 20 giovani imprenditori under 35 del settore agricolo. La missione si e' svolta con incontri presso la facolta' di Agraria dell'Universita' di Tel Aviv e visite professionali presso alcune imprese ubicate nella zona del Kibbuz e Almog, oltre che alla partecipazione ad ''Agritech'', considerato l'evento leader a livello mondiale nel campo delle tecnologie agricole, dei macchinari e delle attrezzature, delle serre e dell'orticoltura, della protezione chimica e biologica delle piante, della frutticoltura e floricoltura, dell'allevamento e dei sistemi di alimentazione degli animali, dei semi e dei materiali di propagazione.
La destinazione israeliana e' stata scelta anche perche' il Paese, che si estende su una piccola superficie ai confini con il deserto ed e' caratterizzato da condizioni climatiche difficili e da scarse risorse idriche, ha raggiunto ottimi risultati grazie alla creativita' e all'iniziativa del settore agricolo e al rapporto sinergico tra l'agricoltura e l'industria agro tecnologica.
''L'internazionalizzazione ha bisogno di un approccio trasversale e multidimensionale - ha spiegato il presidente di Intertrade Vincenzo Galiano - dove, oltre all'aspetto commerciale, diviene sempre piu' necessario conoscere le esperienze, le dinamiche e le imprese di altri territori per favorire processi di confronto e collaborazione dalla condivisione del know how fino alla creazione di vere e proprie alleanze strategiche. Missioni all'estero come quella appena conclusa costruiscono solo una delle modalita' con cui Intertrade promuove l'internazionalizzazione per le imprese del nostro territorio''.
(ANSAmed, 18 maggio 2012)
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Facebook, la «timeline» più lunga (1099 anni) è quella della Torre di Davide
Sulla sua pagina del social network il museo della cittadella di Gerusalemme, uno dei più visitati al mondo, ha recentemente battuto il record mondiale di cronologia. Avrebbe voluto tornare indietro di 4000 anni, ma per ora non è possibile
La Torre di Davide a Gerusalemme è uno dei luoghi più famosi di Israele e uno dei siti archeologici più affascinanti del mondo così da essere visitato ogni anno da centinaia di migliaia di turisti. L'antica torre si trova nei pressi della Porta di Giaffa, sulla linea di confine tra la «Ir Atiqà», la Città Vecchia, e la Città nuova di Gerusalemme e rappresenta un simbolo che ha 4000 anni di storia. E il museo della Torre ha recentemente lanciato la più lunga «timeline» su Facebook, 1099 anni di storia. I responsabili dell'istituzione avrebbero voluto tornare indietro di 4000 anni, ma Facebook attualmente non consente un cammino a ritroso così lungo.
La timeline della Torre di Davide - informa l'ufficio turistico d'Israele - è ricca di eventi testimoniati da fotografie, film, disegni e illustrazioni che raccontano la storia della Torre all'ingresso della Città Vecchia di Gerusalemme che a sua volta racconta la storia della città.
Re, principi e generali fanno tutti parte della storia della Torre, così come i racconti del «pellegrino» abituale, nel senso più ampio del termine: dai crociati ai pellegrini provenienti da ogni angolo della terra fino ad oggi che sono entrati nella città.
Insomma, il museo racconta la storia di Gerusalemme, ripercorrendo gli eventi più rilevanti che si sono succeduti, dalle prime testimonianze dell'esistenza della città, nel secondo millennio avanti Cristo, fino al momento in cui Israele ne ha fatta la sua capitale. E la cittadella stessa è un sito archeologico straordinario. Le rovine che si trovano al suo interno sono una sorta di rappresentazione in scala ridotta dell'intera Gerusalemme nelle varie epoche. Senza contare il fatto che dalle sue torri si può ammirare uno spettacolare panorama a 360o sulla città vecchia e su quella nuova. Il museo della Torre, inoltre, ospita esposizioni temporanee, organizza conferenze ed eventi speciali negli ambiti della musica, della danza e del teatro e realizza decine di attività e progetti educativi..
(il Giornale, 18 maggio 2012)
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Odiare Israele e gli ebrei, il modo migliore per attirare simpatia
di Deborah Fait
Finita la commemorazione della Nakba con qualche soldato di Israele ferito dai cari e pacifici palestinesi non paghi di non averci potuto ancora sterminare e pieni di rancore e di invidia per un paese che, nato 65 anni fa è diventato una delle potenze mondiali in campo tecnologico e scientifico. Invidiosi fino a star male copiano tutto, anche le sirene e il 15 maggio, giornata della fondazione di Israele, ecco che fanno suonare le loro sirene a lutto come facciamo noi da anni nel giorno del ricordo della Shoà e di Yom Hazikaron, in memoria dei nostri morti nelle guerre organizzate dagli arabi per la cancellazione di Israele dalla faccia della terra.
Invidia, odio e rabbia, questi sono i sentimenti che questa gente prova per noi ebrei, per Israele e diffonde questi sentimenti spruzzando veleno come le vipere.
Il veleno arriva sempre nei posti giusti e ormai è difficile capire dove ha fine l'antisemitismo e inizi l'antisionismo o viceversa, i due odi si fondono in uno unico: Israele e gli ebrei, gli ebrei e Israele, da odiare sempre, in un'unica soluzione. Prendi due e paghi uno!
Le organizzazioni palestinesi nel mondo fanno un lavoro infaticabile di boicottaggio, l'ISM è uno dei gruppi meglio organizzati e più ricchi che in questi giorni cerca di impedire agli intellettuali di mezzo mondo di recarsi in Israele in occasione della Fiera del libro di Gerusalemme. Non sia mai detto che una manifestazione internazionale in cui sia coinvolto Israele possa svolgersi senza boicottaggi, sabotaggi, minacce. Non è mai accaduto finora e chi vi partecipa riceve regolarmente le sue brave lettere minatorie.
Gerard Donovan, uno scrittore/poeta irlandese (l'Irlanda è considerato uno dei paesi più antiisraeliani d' Europa dove i pro palestinesi godono di grande prestigio e possono sabotare Israele senza essere disturbati), ha accusato il Movimento Irlandese pro palestinese di usare intimidazioni per impedire che qualcuno si senta invogliato ad andare a Gerusalemme. Stufo dei loro soprusi e dimostrando di saper pensare colla propria testa, Donovan ha dichiarato tranquillamente di ritenerli degli idioti.
Israele e gli ebrei sono l'obiettivo dell'odio internazionale, anche nelle cose più cretine, ve la
ricorderete la pastora valdese, Maria Bonafede, che si è sentita in dovere di dichiararsi non amica di Israele perché le sia riconosciuta verginità intellettuale in occasione dell'8 per mille.
Perché uno deve dire di essere antiisraeliano per attirarsi le simpatie del mondo? A quanta gente verrebbe in mente di dichiararsi antifrancesi, antirussi, antisvedesi?
A nessuno al mondo ma tutti devono esser pronti a farfugliare "a me Israele non piace proprio per niente!"
La Siria sta praticando una delle stragi più terribili degli ultimi anni, decine di migliaia di siriani ammazzati dall'esercito del proprio governo. C'è qualcuno che si sente in dovere di dichiarasi "antisiriano"? No, non è richiesto, non è necessario, è invece un must dire subito di essere antiisraeliani e antisionisti per guadagnare punti.
Chi è contro Israele sa di poter essere subito accettato in qualsiasi ambiente, sotto qualsiasi bandiera alla prima dichiarazione di ostilità, sicuro che niente potrebbe accadergli da parte israeliana. Quindi perche' non approfittarne?
Triste esempio di asservimento è la notizia fresca fresca che il Comitato Olimpico ha rifiutato la richiesta di fare un minuto di silenzio nel giorno dell'inaugurazione delle Olimpiadi del 2012. Un minuto di silenzio, niente di più, niente di eclatante, dopo 40 anni si chiede un minutino di silenzio per una delle tante stragi palestinesi, una delle più efferate perché fatta proprio durante i Giochi Olimpici che dovrebbero vedere i Popoli fratelli. Bene, i rappresentanti di una popolazione di odiatori, nel 1972 mandò un commando di terroristi palestinesi ad ammazzare gli atleti israeliani nel villaggio olimpico, a Monaco. I morti israeliani furono 11, i giochi continuarono regolarmente come se nulla fosse accaduto, in fondo erano stati ammazzati solo degli ebrei e l'Europa non si scandalizzava troppo, dopo i sei milioni che già insanguinavano il suo territorio che effetto potevano fare undici ?
Ogni giorno si apre il giornale e si scopre che c'è qualcuno che ci odia. Ogni giorno si parla con qualcuno per scoprire che ancora il mondo civile non ha capito niente. Giorni fa il Piccolo di Trieste dava la notizia di alcuni testi trovati nelle biblioteca del Vicequestore di Trieste, indagato per altri motivi su cui farà luce la magistratura. Bene amici miei, vi scrivo alcuni dei titoli : "Come riconoscere e spiegare l'ebreo", "la difesa della razza", "Mein Kampf", "La questione ebraica".
Certo, non è un reato avere libri equivoci nella propria biblioteca privata, anche perché il poliziotto aveva anche testi di estrema sinistra....che dire...gli estremi politicamente si incontrano, ma fa comunque impressione sapere che un funzionario pubblico abbia tra i suoi libri uno, firmato George Montandon, che nel pamphlet "come riconoscere e spiegare l'ebreo" scrive testualmente:
" il chimismo delle ghiandole sudoripare appare particolare nel giudeo perché i vasi in cui quest'ultimo emana un odore rancido e sgradevole sono troppo frequenti per rappresentare circostanze individuali. Forse l'odore giudaico è da mettere in relazione con le antiche connessioni negroidi della razza."
Quindi, amici miei, noi puzziamo, lo dicevano i nazisti, lo dicevano i fascisti, ancora oggi c'è chi legge e fa sue queste teorie nefande.
Puzziamo perché le nostre sono ghiandole ebree, chimicamente speciali e perché anticamente qualche antenato ebreo si è accoppiato con esponenti della razza africana.
Il mai abbastanza rimpianto Herbert Pagani scrisse molti anni fa " Israele è il paese dove uno "sporco ebreo" e' soltanto un ebreo che non si lava" .
Siamo ancora a questi livelli, amici, come possiamo sperare che questa malattia che è l'odio antiebraico abbia fine?
(Informazione Corretta, 18 maggio 2012)
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Israele non ha rinunciato all'opzione militare contro l'Iran
L'ambasciatore iraniano presso l'Aiea, Ali Asghar Soltanieh, appariva soddisfatto due giorni fa parlando dei colloqui a Vienna sul nucleare tra il suo paese e l'Aiea. «Abbiamo avuto incontri positivi. Ogni cosa va nella giusta direzione», aveva commentato Soltanieh riferendosi all'esito della seconda e ultima giornata di colloqui nella capitale austriaca. È troppo ottimista l'ambasciatore di Tehran.
La questione del nucleare iraniano è politica, non solo tecnica. E non dipende solo dalle intenzioni vere o presunte dell'Iran di dotarsi di armi atomiche. Il partito della guerra continua ad alzare la voce. Il governo israeliano - che sollecita «l'opzione bellica» - considera «insufficienti» le richieste fatte finora dalla comunità internazionale all'Iran nell'ambito dei negoziati 5+1. Il governo Netanyahu vuole lo stop completo dell'arricchimento dell'uranio in Iran Israele giudica lo stop di tutti i processi di arricchimento dell'uranio, anche a livelli bassi, conditio sine qua non di qualunque accordo con l'Iran. «Si deve esigere lo stop totale dell'arricchimento in Iran, anche al 3,5%», ha avvertito qualche giorno fa il ministro della difesa israeliano Ehud Barak facendo riferimento alla soglia (quella compresa fra 3,5 e il 20%) considerata di norma compatibile solo con l'uso a scopi civili o scientifici dell'energia atomica. Condizione che l'Iran non accetterà mai e Israele lo sa bene. Barak è partito per gli Usa l'altra sera e il quotidiano Haaretz ieri riferiva che anche il capo dell'intelligence militare, il generale Aviv Kochavi, due settimane fa ha visitato Washington in segreto e ha anche avuto incontri a New York con rappresentanti delle Nazioni unite. Non occorre avere la palla di vetro per conoscere il contenuto dei colloqui avuti in terra americana da Barak e Kochavi: Iran e Siria e naturalmente il movimento sciita libanese Hezbollah. Tel Aviv vuole che vengano fissate delle scadenze precise per valutare i risultati delle sanzioni internazionali contro l'Iran. Il governo di Benyamin Netanyahu - allargato ora anche al leader dell'opposizione Shaul Mofaz - li prevede «scarsi», ossia gli iraniani continueranno a produrre l'uranio. Esito che aprirebbe la strada all'attacco aereo israeliano alle centrali iraniane, questa volta con la benedizione degli Stati uniti. Barack Obama non vuole un attacco nei prossimi mesi - cruciali per le presidenziali americane - ma non ha mai escluso «l'opzione militare».
(FocusMO, 17 maggio 2012)
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Edison, caccia al gas del Mediterraneo. Dopo Cipro punta ai giacimenti in Israele
Si intensifica l'attività di Esplorazione&Produzione del gruppo appena passato sotto il controllo dei francesi di Edf con l'obiettivo di farne farne una gas company. Solo pochi giorni fa l'offerta congiunta con Enel per i giacimenti attono all'isola. Ora una lettera-invito al governo di Tel Aviv.
di Luca Pagni
MILANO - L'obiettivo era stato fissato ormai da un paio di anni. Ma il protarsi del braccio di ferro tra i soci per fissare i termini della separazione consensuale ne hanno ritardato l'esecuzione. Ma non appena i francesi del colosso energetico Edf hanno avuto la certezza di poter prendere il controllo dell'intera società, hanno fatto partire il progetto: trasformare Edison nella loro gas company.
La storica utility italiana, seconda nel mercato dell'elettricità alle spalle di Enel e della vendita di metano dietro a Eni, è destinata così a garantire il futuro energetico dei cugini transalpini. la presenza di 54 centrali nucleare, a partire dagli anni '60 ha garantito alla Francia energia a basso costo. Ma ora, iniziano i problemi: gli impianti più vecchi andranno fuori produzione e il gap non potrà essere colmato dalle rinnovabili se non nel giro dei prossimi 20 anni. C'è da coprire una fase di transizione non proprio a breve termine e il governo grancese, socio di maggioranza di Edf, ha deciso di puntare sulle centrali a gas. E qui entra in gioco Edison. La società ha sia le competenze per realizzare gli impianti sia per l'attività di Esplorazione&Produzione. Così come ha disponibilità di gas immediata: può contare su 13 miliardi di metri cubi all'anno e in questo momento ne utilizza meno della metà.
Non a caso, è notizia di qualche giorno fa il fatto che Edison partecipi (in consorzio con Enel, l'israeliana Delek e l'australiana Woodside energy) alla gara bandita dal governo di Cipro sugli 11 lotti in cui è stata suddivisa l'area attorno all'isola e in cui è stato individuato uno dei più importanti giacimenti di gas al mondo. Una sacca di metano che si estende - secondo le rilevazioni - dalla Grecia fino alle coste di Israele. Davanti alle cui coste si trova un'altro maxi giacimento, non a caso denominato Leviathan. Anche in questo caso, Edison vuole giocare un ruolo: assieme alla solita Delek (società specializzata in perforazioni) ha presentato richiesta per aprire una trattativa sulla possibile concessione. In caso di sucesso, Edison diventerebbe a tutti gli effetti uno dei protagonisti del settore in quest'area del Mediterraneo.
(la Repubblica, 18 maggio 2012)
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L'Europa vicina a una Rivoluzione energetica?
di Matteo Cazzulani
I Polacchi che contendono la leadership nelle esportazioni di gas a Turchi, Israeliani, e Ciprioti, con Italiani e Greci principali attori di transito, e i russi indeboliti nel mercato del Vecchio Continente. Lo scenario tracciato appartiene alla fantapolitica, ma nulla esclude che alcuni importanti sviluppi che si sono verificati negli ultimi giorni possano consentirne una parziale, se non totale, realizzazione.
La notizia più importante è il varo di un'alleanza tra la Polonia e il Canada, firmata dai Premier dei due Paesi, Donald Tusk e Stephen Harper, martedì, 15 maggio, per la ricerca e l'estrazione sul territorio polacco di gas shale: categoria di oro blu che, a differenza di quello naturale, è situato in maggiore profondità, e che per il suo sfruttamento richiede attrezzature specifiche oggi possedute solo nel Nord America.
Secondo diversi studi, il sottosuolo della Polonia sarebbe talmente ricco di giacimenti shale da consentire non solo l'autosufficienza energetica di tutta l'Europa, ma anche l'affermazione di Varsavia come uno dei principali esportatori di oro blu nel Mondo. E' per questa ragione che, durante la recente visita ad Ottawa, Tusk ha affermato come l'Europa si trovi alla vigilia di una possibile rivoluzione energetica.
Accanto al serbatoio polacco di shale, sempre più pressanti sono le indiscrezioni riguardanti la presenza di un importante giacimento di gas naturale nel fondale del Mediterraneo orientale: tra le acque territoriali di Israele e Cipro.
Secondo le rilevazioni delle compagnie statunitensi Noble Energy e israeliana Delek, riportate dalla Reuters, il bacino israelo-cipriota, ribattezzato Leviathan, contiene 480 miliardi di metri cubi di gas. Per il suo trasporto in Europa, fin da subito si è proposto l'Interconnettore Turchia-Grecia-Italia (ITGI).
Questo gasdotto, compartecipato a maggioranza dalla compagnia greca DEPA e dall'italiana Edison, collega la Penisola Anatolica alla Puglia, passando per il Peloponneso: se la capacità del Leviathan fosse confermata, il peso di Italia e Grecia - due Paesi oggi sull'orlo di una crisi finanziaria - nella politica energetica dell'Unione Europea sarebbe destinato ad aumentare in maniera notevole.
In aggiunta ai "futuribili" giacimenti polacchi e israeliani, continua la corsa allo sfruttamento dei bacini di gas naturale dell'Azerbajdzhan, con cui la Commissione Europea ha già firmato accordi per l'acquisto di oro blu senza, tuttavia, definire l'itinerario infrastrutturale attraverso il quale trasportare il carburante nel Vecchio Continente.
Nella giornata di lunedì, 14 maggio, la compagnia tedesca RWE ha messo in dubbio la sua partecipazione alla costruzione del Nabucco: gasdotto concepito dall'UE per trasportare gas di provenienza azera dalla Turchia fino all'Austria.
Se le intenzioni dei tedeschi saranno confermate, come è probabile secondo l'autorevole Deutsche Welle, la RWE sarebbe il secondo partner a lasciare il progetto dopo l'ungherese MOL che, come riportato ancora dalla Reuters, ha iniziato trattative per il suo ingresso nel Gasdotto Europeo Sud-Orientale - SEEP: un progetto parallelo al Nabucco, sostenuto dal colosso britannico British Petroleum.
Finora, l'Azerbajdzhan non ha espresso alcuna preferenza tra il Nabucco e la SEEP, ma, insieme con la Turchia, ha dato il via alla costruzione del Gasdotto Transanatolico: una terza alternativa al trasporto di gas azero in Europa, grazie alla partnership con la TAP.
Questa seconda infrastruttura, altrimenti nota come Gasdotto Transadriatico, collegherà la Bulgaria all'Italia meridionale attraverso l'Albania e, di recente, su di essa ha espresso particolare inerisse l'italiana ENEL.
La Russia continua a mantenere il monopolio delle forniture energetiche
Il motivo principale che sta muovendo la geopolitica del gas del Vecchio Continente è necessità per l'UE di diminuire il quanto più possibile la propria dipendenza dalla Russia, alla quale, ad oggi, non vi sono valide alternative.
Dal canto suo, Mosca ha approntato una politica basata non solo sul controllo totale dei rifornimenti di oro blu diretti all'Europa, ma anche sulla gestione, parziale o totale, dei gasdotti europei: politica che finora ha avuto successo grazie alla connivenza di una serie di Paesi UE tradizionalmente alleati del Cremlino, come Francia, Germania, Slovacchia, Austria e Slovenia.
(il legno storto, 18 maggio 2012)
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Rifiutarsi di ricordare Monaco '72. All'Olimpiade di Londra vince la paura
di Pierluigi Battista
È evidente il motivo per cui il Cio si rifiuta di ricordare con un minuto di silenzio a Londra il massacro olimpico di Monaco '72: la paura. Il terrore di boicottaggi e rappresaglie solo per un minimo gesto di omaggio agli atleti israeliani uccisi quarant'anni fa da un commando di terroristi palestinesi. La preoccupazione di urtare la suscettibilità di chi non vuole riconoscere lo Stato di Israele e dunque non pensa che i morti ammazzati di Israele, uccisi in Germania nel mezzo di una competizione olimpica, debbano essere onorati. La paura, il terrore. Nessun'altra spiegazione plausibile.
Un minuto di silenzio, non cerimonie mastodontiche e costose. Un minuto di silenzio e di raccoglimento per i due atleti israeliani che vennero ammazzati nel villaggio olimpico e per gli altri nove che, presi in ostaggio, persero la vita (assieme a un poliziotto tedesco e al commando di sequestratori) alla fine di un disastroso blitz condotto dalle forze speciali della Germania occidentale. Una strage. Una carneficina ad altissimo valore simbolico perché, per la prima volta dopo l'Olocausto, 11 ebrei vennero trucidati in terra tedesca. Il massacro fece molto scalpore, ma si decise lo stesso di andare avanti con i Giochi olimpici.
Oggi, dopo quarant'anni, la richiesta di un minuto di silenzio avanzata dagli israeliani sembra una richiesta ragionevole, misurata, tutt'altro che provocatoria. Ma gli organizzatori delle Olimpiadi di Londra non hanno perso l'occasione per un altro gesto di viltà. Ai Giochi del Mediterraneo lo Stato di Israele viene escluso. Ora viene esclusa persino la possibilità di ricordare i morti di quarant'anni fa. Nessuna ragione convincente per questo sconcertante rifiuto. Non un argomento sostenibile. Soltanto la paura. Ma la paura, il cedimento preventivo ai diktat dei prepotenti, è la negazione stessa dello spirito olimpico, fondato sulla lealtà e sul riconoscimento del valore di tutti gli atleti di tutte le Nazioni. E si sancisce così il principio che alcuni morti non possono nemmeno essere nominati, che il Cio è ostaggio di chi addirittura sente il massacro di Monaco come una bandiera da sventolare. Una pagina orribile della storia. Uno sfregio alle Olimpiadi: le Olimpiadi della paura.
(Corriere della Sera, 17 maggio 2012)
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Ecco perché la soluzione a due stati "deve" fallire
dii Moshe Dann
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Lo stato palestinese che vogliono
gli arabi |
La comunità internazionale non riesce a capire come mai non sortiscano risultati positivi tutte le sue pressioni per portare avanti un "processo di pace" che richiederebbe agli arabi palestinesi di rinunciare alla loro lotta contro lo stato ebraico. La risposta è che il conflitto non riguarda il territorio, bensì l'ideologia: cioè il palestinismo, che sta alla base della guerra che da circa cento anni viene condotta contro il sionismo e lo stato di Israele in quanto storica patria nazionale del popolo ebraico. Per gli arabi, per i palestinesi e per gran parte dei musulmani ciò fa parte di una più vasta jihad, una sorta di lotta permanente contro l'infedele. [
] Se non si coglie questo concetto, è impossibile capire il palestinismo, la sua missione storica e i suoi leader. È questo concetto che spiega non solo perché "il processo di pace" fallisce, ma anche perché "deve" fallire.
Tutti gli sforzi per imporre uno stato palestinese (la soluzione "a due stati") sono condannati a fallire per una semplice ragione: i palestinesi quello stato non lo vogliono. L'obiettivo primario del nazionalismo palestinese era ed è quello di cancellare lo stato d'Israele, di non permettere che esista. Qualunque forma di indipendenza palestinese che accetti di convivere con una sovranità israeliana su quella che loro ritengono terra musulmana rubata dagli ebrei è, per definizione, un'eresia. È un concetto enunciato molto chiaramente sia nella Carta fondamentale dell'Olp che in quella di Hamas. Il palestinismo non è un'identità nazionale, quanto piuttosto un costrutto politico sviluppato come parte di un aggressivo programma terroristico quando venne fondata l'Olp, nel 1964. Rappresentava un modo per distinguere fra arabi ed ebrei, e tra gli arabi che vivevano dentro Israele sin dal 1948 rispetto agli altri arabi. I termini "arabi palestinesi" o "arabi di Palestina" non sono invenzioni di colonialisti e stranieri: essi compaiono nei loro stessi documenti ufficiali. L'identità palestinese coincide con la lotta per "liberare la Palestina dai sionisti", ed è diventata una causa internazionale che ha legato fra loro i musulmani nel quadro di una jihad con implicazioni molto più ampie: una sorta di rivoluzione islamica permanente.
Il palestinismo ha funzionato come alibi e giustificazione di questa jihad. Ma storicamente gli arabi che vivevano in Palestina consideravano se stessi parte della "grande nazione araba", come emerge anche dai documenti dell'Olp. Si raccolsero attorno al mufti filo-nazista Haj Amin Hussein non per via di una loro identità nazionale, ma per odio verso gli ebrei. La loro lotta oggi non consiste nel conseguire l'indipendenza accanto a Israele, ma nel sostituire Israele con uno stato arabo musulmano.
Pertanto le proposte su "due stati", con l'indipendenza palestinese come obiettivo territoriale, di fatto contraddicono il palestinismo, dal momento che ciò significherebbe la fine della loro lotta per sradicare Israele. Il che spiega come mai nessun leader palestinese accetterà di arrendersi alle richieste occidentali e sioniste, e come mai accettare un compromesso è considerato un anatema. Indipendenza (accanto a Israele) significherebbe negare il carattere di "nakba" (catastrofe) della nascita d'Israele nel 1948; significherebbe ammettere che tutto ciò per cui si è combattuto e tutti i sacrifici fatti sono stati vani. Significherebbe abbandonare (cioè, lasciare che si integrino altrove) cinque milioni di arabi che vivono in 58 "campi profughi" sponsorizzati dall'Unrwa in Giudea e Samaria (Cisgiordania), nella striscia di Gaza, in Libano, Siria e Giordania, e centinaia di migliaia di altri sparsi per il mondo: non sarebbero più considerati "profughi", il che significherebbe la perdita di quel miliardo e passa di dollari che l'Unrwa riceve ogni anno. Indipendenza significherebbe abbandonare la "lotta armata", vera chiave di volta dell'identità palestinese; significherebbe svelare che il concetto di palestinismo creato dall'Olp e accettato dall'Onu, dai mass-media e anche da vari politici israeliani, è una falsa identità con un falso scopo. Significherebbe che tutte le sofferenze patite per cancellare Israele sono state inutili.
L'indipendenza comporterebbe assumersi responsabilità e porre fine all'istigazione all'odio e alla violenza, fare i conti con fantasie come la "archeologia palestinese" o la "società e cultura palestinese", richiederebbe di costruire un autentico nazionalismo, con istituzioni giuste e trasparenti.
Significherebbe anche, naturalmente, porre fine al conflitto, porre fine al terrorismo e all'istigazione, porre fine alla guerra civile fra laici e islamisti, fra tribù e clan, porre fine alla corruzione, all'arbitrio, all'illegalità e dare vita a un governo autenticamente democratico. Accettare Israele significherebbe la fine della Rivoluzione Palestinese: un tradimento in termini nazionali e un'eresia in termini islamici. In questo contesto, per i palestinesi e per gran parte dei musulmani il "processo di pace" non è che una metafora della sconfitta.
(Ynet, 1 maggio 1012 - da israele.net)
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Palestina: il Fronte popolare critica la formazione del nuovo governo
Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) condanna la formazione del nuovo governo dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) guidato dal premier Salam Fayyad. «La nascita di questo governo indica con fin troppa chiarezza che la riconciliazione nazionale palestinese si allontana nonostante il bisogno di unità espresso dal nostro popolo», ha commentato Kayed al Ghol, del Comitato centrale del Fplp riferendosi alla spaccatura tra Fatah e Hamas, i due principali movimenti politici palestinesi. Dopo essersi affrontati in armi nel giugno di cinque anni fa, Fatah (spina dorsale dell'Anp) e Hamas controllano rispettivamente Cisgiordania e Striscia di Gaza. Un anno fa le due parti avevano raggiunto al Cairo un accordo di riconciliazione che afferma la priorità della formazione un governo "tecnico" di unità nazionale palestinese. Punto ribadito qualche mese fa da una nuova intesa raggiunta a Doha. Sino ad oggi però questo esecutivo non si è materializzato e Fatah e Hamas rimangono distanti nelle loro strategie politiche e nelle loro richieste. Al Ghol da parte sua ha attribuito ad entrambi i governi, in Cisgiordania e a Gaza, la responsabilità della divisione interna palestinese. «L'anniversario della Nakba (15 maggio) e la lotta dei nostri detenuti politici nelle carceri israeliane avevano posto le basi per una strategia nazionale ma (Fatah e Hamas) non hanno colto questa importante opportunità», ha aggiunto al Ghol. Il nuovo governo dell'Anp ha giurato ieri. Si tratta, in effetti, di un rimpasto, visto che il premier è rimasto lo stesso. La conferma di Fayyad accresce il disappunto di Hamas che nell'accordo raggiunto al Cairo e ribadito a Doha, aveva chiesto l'esclusione del primo ministro dell'Anp da qualsiasi incarico nel futuro esecutivo di unità nazionale. Il movimento islamico ritiene Fayyad troppo legato agli Usa e all'Europa e responsabile di diverse campagne di arresti condotte in Cisgiordania dalla polizia dell'Anp nei confronti degli attivisti di Hamas. Non fa piacere agli islamisti palestinesi peraltro il programma del nuovo governo dell'Anp - in cui è più marcata la presenza di esponenti di Fatah e dove Fayyad non occupa più la delicatissima posizione anche di ministro delle finanze (passata all'accademico Nabil Kassis) - che punta sulla organizzazione di elezioni amministrative in Cisgiordania. Hamas vuole che elezioni - legislative, presidenziali e amministrative - si tengano solo dopo la formazione di un esecutivo unico. Fayyad intanto è chiamato a fare i conti con il deficit di bilancio previsto per il 2012. L'Anp ha presentato un bugdet da 1,3 miliardi di dollari che sarà coperto solo in parte dalle entrate tributarie e dai fondi promessi dai Paesi donatori. Secondo le istituzioni finanziarie internazionali a Fayyad mancano 500 milioni di dollari per avere il pareggio di bilancio.
(FocusMO, 17 maggio 2012)
Lunico accordo che possono trovare gli arabi che parlano di uno stato palestinese è lodio contro Israele. Tolto quello, non resta niente. La Palestina araba non esiste: è un fatto, non un'opinione.
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Cena di Gala in occasione dell'Apertura della Campagna di Raccolta 2012
Una delegazione di Evangelici d'Italia per Israele, capeggiata dal presidente, past. Ivan Basana, parteciperà alla cena di gala in occasione dell'Apertura della Campagna di Raccolta 2012.
La presenza di EDIPI a questo importante evento è collegata ad uno degli scopi ed obbiettivi dell'associazione, cioè quello di sostenere l'Aliyah (il ritorno del popolo ebraico nella sua terra) convinti che Dio ha assegnato per sempre ai figli di Giacobbe la terra promessa, in vista della completa restaurazione di Israele.
PROGRAMMA DELLA SERATA
Lunedì 21 Maggio 2012 alle ore 19.30,
presso il Palazzo Mezzanotte (Sede della Borsa di Milano) in P.zza Affari, 6.
Ospite d'Onore On. Franco Frattini, già Ministro degli Esteri italiano.
Interverranno S.E. Naor Gilon, Ambasciatore di Israele in Italia
e Moodi Sandberg, Presidente Mondiale del Keren Hayesod
e già Ministro della Scienza e Tecnologia di Israele.
Sarà presente Johana Arbib Perugia, Presidente Mondiale
del Consiglio di Ammimistrazione del Keren Hayesod
Presenterà la serata Jocelyn Hattab, conduttore televisivo.
Musiche del Trio Nefesh
Locandina
(EDIPI, 16 maggio 2012)
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Il Cio ignora la richiesta di Israele, no al minuto di silenzio per le vittime di Monaco
Il Comitato Olimpico Internazionale ha respinto l'invito del governo israeliano per commemorare gli 11 atleti uccisi dai terroristi palestinesi nelle Olimpiadi del 1972
di Alessandro Proietti
Un lettera del presidente del Cio, Jacques Rogge, rischia di creare un caso diplomatico tra il Comitato Olimpico Internazionale e Israele. Alla base del rifiuto, nel concedere un minuto di silenzio per le vittime del massacro di Monaco, ci sarebbero le già frequenti commemorazioni organizzate da Israele e una specifica ricorrenza a Guildhall, sede storica del municipio di Londra. "Il Cio - si legge nella missiva di Rogge - ha ufficialmente reso omaggio alla memoria degli atleti in varie occasioni. All'interno della famiglia olimpica, la memoria delle vittime del terribile massacro di Monaco di Baviera nel 1972, non potrà mai svanire".
Come dimenticare una delle stragi che ha segnato, nell'immaginario collettivo, la memoria degli appassionati di sport e non. Un commando di terroristi, dell'organizzazione palestinese 'Settembre Nero' (fondata dai fedayyin nel 1970) fece irruzione nelle prime ore del 5 settembre del 1972 negli alloggi degli atleti israeliani nel villaggio olimpico, uccidendo subito due membri della squadra olimpica e prendendone in ostaggio altri nove. Gli aggressori chiesero la liberazione di 234 prigionieri palestinesi, in cambio di quella degli ostaggi israeliani. L'intervento della polizia tedesca non portò i risultati sperati: poco dopo la mezzanotte, tutti gli 11 atleti, più cinque terroristi e un poliziotto tedesco persero la vita. Anche se il dramma degli ostaggi avesse colpito i telespettatori di tutto il mondo, le Olimpiadi furono sospese, solo, al culmine della crisi e ripresero la mattina seguente.
Due vedove delle vittime, ora, hanno dato vita a una campagna per sensibilizzare l'opinione pubblica, rivolgendosi al vice ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon. "Un minuto di silenzio per mandare un messaggio chiaro affinché questi terribili eventi di Monaco non si ripetano". Il responso del Cio, al riguardo, è stato laconico. "E' uno scandalo - ha precisato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano al Guardian - che il massacro sia considerato una questione interna a Israele, anche se l'attacco ha toccato la famiglia olimpica e gli ideali dello sport". La dimostrazione del Cio - ha aggiunto il portavoce -, pecca di coraggio e integrità".
La vedova di Andre Spitzer, allenatore di scherma, anch'egli morto nell'atto terroristico, è da decenni in lotta per veder riconosciuto il minuto di silenzio, in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi: "Per me - ha sottolineato in un'intervista al Guardian -, la lotta non è finita qui. Sono fiduciosa che il Cio rivedrà le sue posizioni". In una petizione, lanciata con un video il mese scorso, la donna ha chiesto "il minuto di silenzio per gli uomini che sono andati ai Giochi di Monaco in pace, amicizia, sportività e hanno perso la vita. Un minuto - si legge nell'appello - per le 11 vittime di Monaco, per mostrare al mondo che la dottrina dello spirito olimpico, per costruire un mondo migliore e più pacifico..è molto più efficace della politica". Intanto, come ogni precedente Olimpiade, Israele terrà una cerimonia di commemorazione per ricordare il massacro di Monaco 1972.
(Diritto di critica, 16 maggio 2012)
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Studiosi israeliani misurano l'impatto dello smartphone sulla privacy
Chi non ha avuto modo di rifletterci? E' in atto un vero e proprio cambiamento del tradizionale concetto di privacy nella sfera pubblica ad opera dei nuovi artefatti tecnologici che ridefiniscono i confini tra pubblico e privato.
Alcuni studiosi della Tel Aviv University si sono posti l'obiettivo di misurare l'impatto del fenomeno smartphone sulla privacy, sulle regole di comportamento e sull'utilizzo dello spazio pubblico.
Per esaminare questi aspetti, i ricercatori hanno messo a punto un survey cui hanno preso parte circa 150 soggetti, per metà possessori di smartphone e per metà utilizzatori di un cellulare standard. I risultati sono curiosi.
Gli utilizzatori del comune e vecchio cellulare tengono fede alle modalità comportamentali del buon costume socialmente condivise relativamente all'uso del telefono (ovvero: rimandano le conversazioni private a spazi privati e valutano l'appropriatezza dell'uso del cellulare in spazi pubblico). Gli utilizzatori di smartphone invece, sembrano pensare e agire in modo diverso.
Anzitutto i fan degli smartphones hanno meno probabilità (del 50%) di essere infastiditi dalle telefonate di altri che invadono i luoghi pubblici, così come di rendersi conto che le proprie telefonate potrebbero irritare persone vicine. Inoltre, se spazi pubblici come piazze, parchi, mezzi di trasporto erano visti una volta come punti di incontro, ora gli individui dotati di smartphone tendono a essere sempre più immersi nei loro dispositivi elettronici mentre si trovano in luoghi pubblici. Secondo i ricercatori è dunque plausibile pensare che gli smartphones creino un'illusoria "bolla privata" in cui gli utenti si sentono avvolti. Altro dato interessante riguarda una sorta di emotività legata al dispositivo elettronico: i possessori di smartphone sembrano più dipendenti e legati ai loro telefoni. Chiedendo come si sentivano quando erano senza smartphone la maggior parte di loro ha utilizzato descrittori negativi come "perso"o "teso", mentre chi possedeva un cellulare standard generalmente ha riportato associazioni positive all'idea di essere senza telefono, come ad esempio tranquillità e libertà. Il progetto di ricerca non è ancora concluso e prevederà nuove fasi di rilevazione ambientale dell'uso degli smartphones in ambienti pubblici.
(State of Mind, 16 maggio 2012)
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Rassegna stampa su Israele
di Emanuel Segre Amar
L'Ambasciatore di Israele all'ONU Michael Oren scrive oggi un interessante articolo sul Wall Street Journal nel quale fa un excursus sulla storia di Israele e sui grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, tra un '73 nel quale ben pochi accettavano l'idea della nascita di uno stato di Palestina, e il governo attuale che ne riconosce apertamente la legittimità.
 In un ideale collegamento raccomando anche la lettura di Giulio Meotti che in inglese, su Israelnationalnews, fa una perfetta rappresentazione della situazione reale del conflitto coi palestinesi; oltre a dimostrare come sia inestricabile la situazione (e sicuramente non solo quella di oggi), spiega che non è corretto pensare di ritornare al momento della guerra del '67, perchè si vuole in realtà ritornare a quella del '48, quando gli arabi, come ben sappiamo, hanno rifiutato la nascita dello Stato di Israele, creando quella nakba che hanno ricordato ieri (anche con i soliti lanci di razzi taciuti dai quotidiani di casa nostra).
 Di questa commemorazione, come sempre vista dalla parte dei palestinesi, scrive Michele Giorgio sul Manifesto, e deve riconoscere che le cose sono andate meglio dello scorso anno quando vi fu un tentativo di penetrazione attraverso le frontiere israelo-siriane, notoriamente sbarrate. Ieri, in concomitanza con questo anniversario della nakba, si è anche concluso lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi; grazie alla mediazione delle autorità egiziane, i detenuti hanno ottenuto di poter riprendere gli studi universitari, di poter ricevere visite di familiari anche se residenti a Gaza e di poter acquistare libri vari, pur rimanendo in vigore l'arresto amministrativo (del quale si ricorda sempre che discende dal periodo del Mandato britannico, ma si dimentica che non è certo in vigore solo in Israele).
 Di questa felice conclusione della protesta scrive Laurent Zecchini su Le Monde, osservando che è una vittoria della lotta non violenta; purtroppo Zecchini dimentica spesso di criticare proprio gli episodi di violenza senza i quali il conflitto avrebbe già perso da tempo la sua ragion d'essere.
 In Siria arrivano adesso gli osservatori italiani, come scrive Eric Salerno sul Messaggero, ma non vi sarà alcun intervento armato (genere Libia) che favorirebbe solo al Qaeda e farebbe crescere il prezzo del petrolio in un mondo che non ha di sicuro bisogno di questo. Non si parla, al contrario, nei quotidiani italiani, di un enigmatico viaggio dell'ex primo ministro francese a Teheran, in corso proprio in questi giorni; lo ha forse voluto Sarkozy? ma potrebbe essere stato fatto contro il desiderio di Hollande? vedremo.
 Intanto un editoriale del Foglio scrive che presto il Mek (i Mujaheddin del popolo) potrebbe essere cancellato dalla lista nera del terrorismo negli USA (in Europa è già stato cancellato da analoga lista); è utile ricordare che è proprio grazie al Mek che l'Occidente è stato informato, fin dal 2002, degli atti compiuti dal regime iraniano per dotarsi della bomba nucleare, ma non si deve neppure dimenticare che è stato proprio Obama a cancellare i fondamentali aiuti economici che gli USA fornivano all'opposizione di Khamenei; e lo stesso Obama ha tenuto in questa settimana una riunione con nove dei suoi principali consiglieri, non svelata dai nostri quotidiani; hanno partecipato, tra questi, Peter Beinart, autore del criticato libro "The crisis of Zionism" nel quale invita la gioventù ebraica ad abbandonare Israele e, a lato della semplice menzione del terrorismo arabo, stronca quello ebraico (!). Visto che chiamò Obama "the Jewish president", forse ora Obama ha voluto dimostrargli di non essere affatto jewish. Ed a riprova di ciò al meeting ha partecipato anche David Remnick che paragona la democrazia israeliana con quelle siriana ed egiziana, e Joe Klein che afferma che l'Iran non cercherebbe di dotarsi della bomba. Due brevi del manifesto e del Messaggero censurano giustamente il leader dell'estrema destra greca che ha conquistato 21 seggi, ma dimenticano di osservare quanto di simile sta avvenendo in tanti altri stati europei.
 In Francia si discute sull'eccidio di Tolosa, ma a latere si verificano nuovi gravi fatti di intolleranza, e ne parla un articolo de Le Monde; si invita a non confondere antisemitismo ed antisionismo (noi ricordiamoci delle parole del Presidente Napolitano), ma nel frattempo l'Università tace perché l'amministrazione uscente non vuole più intervenire, e quella entrante non è ancora nel pieno delle sue funzioni; è ammissibile una simile affermazione di fronte a gravi episodi?
 Di antisemitismo e antisionismo (doppia damnatio che nascerebbe a destra) scrive Bruno Gravagnuolo su L'Unità a commento dell'articolo di Mieli del quale Ugo Volli ha scritto a lungo ieri in questa rubrica; siamo davvero sicuri che questa distinzione permanga solo in "qualche anfratto della sinistra radicale dispersa"? Saverio Ferrari dopo un convegno di febbraio, si accorge sul manifesto del rischio di un nuovo fronte tra destra e sinistra radicali, e ricorda che Claudio Mutti, convertitosi all'islam, ha assunto il nome Omar Amin che fu già quello dell'ex SS von Leers rifugiatosi in Egitto. Ci dovrebbero riflettere all'interno della redazione del manifesto.
 "Ho molti amici ebrei
la lobby è la più influente del pianeta" dice il finiano Fabio Granata accorso in aiuto dell'amico Giovanni Ceccaroni che scriveva che "l'ebraismo italiano
andava contro gli interessi del nostro Paese". Sono parole non nuove, sappiamo dove portano, e sappiamo anche quale rischia di essere la fine dei cosiddetti "amici ebrei".
 Antonio Airò su Avvenire ricorda le parole di Pio XII pronunciate nel radiomessaggio del Natale del '42: scopo di ogni società è "lo sviluppo e il perfezionamento della persona umana"; stop. Dirà in seguito il papa che "ogni pubblico accenno doveva essere ponderato e misurato per non rendere più grave e insopportabile la situazione (dei sofferenti)". "Generico" deve riconoscere Airò, questo riferimento, ma sufficiente per lui per cercare di dimostrare quanto al sottoscritto sembra indimostrabile. Ricordo infine, a conclusione di questa mia rassegna, che domani sera Roma sarà in festa con l'accoglienza del suo concittadino Gilad Shalit in Campidoglio.
(Notiziario Ucei, 16 maggio 2012)
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Lambro, depurare le acque sul modello israeliano
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| Chiazze oleose sul Lambro |
Il Lambro guarda a Israele. La visita di una delegazione di tecnici israeliani, avvenuta nei giorni scorsi, ha posto le basi per emulare il virtuoso modello del vicino oriente, dove il flusso dello Yarqon River, prima di attraversare Tel Aviv, subisce ben tre diversi utilizzi: inizialmente le acque vengono estratte dalla sorgente e utilizzate nelle case e nelle aziende; poi, una volta depurate, sono reimmesse nel fiume consentendone la vita biologica; infine,una volta arrivate nel mare, vengono nuovamente prelevate per essere utilizzate a scopi irrigui.
In quest'ottica - il Lambro è un fiume che presenta diversi profili di problematicità circa la salubrità delle sue acque e una della cause principali del suo inquinamento è legata al sistema di depurazione - si è svolta nei giorni scorsi la visita dei due tecnici ad alcuni dei maggiori siti di interesse idrico in Brianza. In particolare il tour ha portato gli esperti a visitare il depuratore di Merone e la zona circostante ed alcuni siti posizionati nell'alta Valle del fiume Lambro. Il progetto a cui stanno lavorando coinvolge, attraverso un trattamento naturale con un impianto di fitodepurazione, il depuratore di Merone.
«Di questa esperienza la parte di nostro interesse è proprio la depurazione che rappresenta per il Lambro la prima e più importante criticità da affrontare - ha spiegato in una nota stampa Daniele Giuffrè, ingegnere responsabile per il Parco Valle Lambro della diga (Cavo Diotti) -. Proprio per questo una delegazione israeliana è giunta sulle acque del Lambro per verificarne le condizioni e avviare una collaborazione che possa portare anche da noi la loro tecnologia senz'altro la più avanzata al modo in materia di depurazione delle acque».
(MBNews, 16 maggio 2012)
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L'Hapoel Tel Aviv vince per la terza volta la Coppa di Israele
L'Hapoel Tel-Aviv FC diventa la prima squadra a vincere la Coppa di Israele per tre edizioni di fila grazie al gol nel recupero di Nosa Igiebor che vale la vittoria per 2-1 in finale sul Maccabi Haifa FC.
La partita sembrava destinata ai supplementari dopo che Dela Yampolsky aveva pareggiato per il Maccabi Haifa quattro minuti dopo il gol di Mirko Oremu per i detentori. Igiebor segna però a pochi secondi dal fischio finale regalando il 15esimo successo nella competizione all'Hapoel.
Poche occasioni nel primo tempo ma al 58' il centrocampista croato Oremu capitalizza un bel passaggio di Roei Gordana. Il Maccabi risponde però subito con il colpo di testa di Yampolsky sul cross da sinistra di Taleb Tawtha.
Al 2' di recupero, però, Salim Toama innesca il centrocampista nigeriano Igiebor che insacca con grande freddezza. "Amo l'Hapoel, amo Israele e amo i nostri tifosi - ha detto Igiebor - Era importante vincere la coppa e sono felice per [il tecnico] Nitzan Shirazi. La gente non può capire quanto abbia cambiato questa squadra e che tipo di persona è.
(UEFA.com, 16 maggio 2012)
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La recente storia ebraica in scena all'Eutheca di Roma
ROMA, 16 mag. - Sette scenari della recente storia ebrea, un arco di circa settant'anni dall'olocausto al bombardamento di Gaza del 2008. Li racconta 'Sette bambine ebree', il testo di Caryl Churchill in scena fino al 20 maggio al Teatro Eutheca di Roma, diretto e interpretato da Mary Cipolla, con danza, commenti video e un filmato curato da Liliana Paganini. I diritti Siae incassati attraverso i biglietti dello spettacolo verranno devoluti interamente in beneficenza a un ospedale per bambini di Gaza.
Il testo, composto nel 2009 dopo una campagna militare israeliana a Gaza, e' soprattutto un viaggio storico di un popolo, in cui sette adulti suggeriscono cosa dire, e cosa non dire, a sette bambine ebree di epoche differenti. Nel ripetersi delle parole "ditele, non ditele" con cui iniziano quasi tutte le battute del testo della Churchill, i personaggi discutono di come affrontare certi argomenti coi bambini. Lo spettacolo e' prodotto dall'Associazione Fata Morgana di Palermo.
(Adnkronos, 16 maggio 2012)
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Israele-Turchia: spunta ad Ankara la psicosi degli uccelli-spia
Angry-birds targati Mossad? Sospetto incombe su stormi gruccioni
di Alessandro Logroscino
TEL AVIV, 15 mag - Sono volatili migratori dal piumaggio coloratissimo, abituati a incrociare le rotte del Medio Oriente e dell'Asia centrale. E di solito attirano l'attenzione di ornitologi od osservatori dilettanti. Ma in questa stagione i gruccioni rischiano di fare inopinatamente le spese del clima di sospetto venutosi a creare fra Turchia e Israele, un tempo alleati strategici nella regione. Ad Ankara sono ormai additati niente meno che come fantomatiche spie sioniste: per colpa di piccoli dispositivi di rilevamento i quali - si azzarda - potrebbero essere state agganciati alle loro zampette da oscuri 007. La stampa israeliana riprende oggi la vicenda in toni piu' faceti che seri. Ironizzando sulla psicosi di questi molto presunti 'Angry Birds' targati Mossad. Stando al tabloid Yediot Ahronot, tutto sarebbe nato dal banale ritrovamento in Turchia di un povero gruccione morto. Esaminato da qualche curioso, il volatile (Merops Apiaster, secondo il linguaggio scientifico) ha rivelato attorno a una zampa un anellino con la scritta Israele.
Che il Mossad avesse inteso addirittura firmarsi appare strano.
E in effetti fra gli stessi ornitologi turchi la faccenda e' sembrata tutt'altro che un mistero, essendo questa forma di 'marchiatura' degli uccelli un metodo usato comunemente dai ricercatori per seguirne le tracce al termine del ciclo delle migrazioni. Senonche', ad alimentare il sospetto si e' verificato pure che l'esemplare in questione aveva all'altezza del becco narici di dimensioni assai piu' larghe del solito. E tanto e' bastato a scatenare l'allarme del laboratorio del ministero dell'Agricoltura in cui il pennuto era finito. Si e' cosi' deciso di passare il dossier ai servizi di sicurezza turchi, onde valutare se quei due buchetti non fossero stati allargati di proposito per far passare piccole antenne o altre diavolerie del genere. Per ora non risultano essere emerse prove schiaccianti a carico. Ma i gruccioni in volo nei cieli turchi - a credere a quanto scrive Yediot Ahronot sulla base d'informazioni di rimbalzo - restano al momento sotto sorveglianza. Yoav Pearlman, dell'Israeli Birdwatching Center, prova a buttarla sul ridere e assicura che non di spie-volanti si tratta, bensi' di semplici uccelli migratori oggetto di studi comportamentali da parte degli scienziati. ''Le autorita' di Ankara - celia Pearlman - per una volta possono riposare serene''. Ma non e' detto che finisca cosi'. Appena un anno fa, in fondo, l'intelligence dell'Arabia Saudita concluse una indagine analoga con il severo annuncio della ''detenzione'' di un ignaro grifone, fra le cui penne era stato rinvenuto un micro -gps dell'istituto di zoologia dell'Universita' di Tel Aviv.
Indizio pressoche' certo - secondo le deduzioni di Ryad - d'un qualche nebuloso ''complotto spionistico sionista''.
(ANSAmed, 15 maggio 2012)
Gli israeliani non dovrebbero mai smentire queste voci, anzi, se non l'hanno già fatto dovrebbero alimentarle etichettando con scritte come "Israele" o "Mossad" esemplari di tutti i tipi di uccelli migratori. Terrebbero occupati gli scienziati turchi e farebbero divertire i cittadini israeliani.
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Mario, il marinaio della speranza
ROMA - Una serata per approfondire, in occasione del 64esimo anniversario del compleanno "civile" dello Stato di Israele, un aspetto rilevante e ancora poco conosciuto sui fatti che portarono alla sua nascita: l'immigrazione illegale ebraica nella Palestina sotto mandato britannico e l'aiuto significativo offerto in questo senso da numerosi cittadini italiani a sostegno dei superstiti della Shoah che guardarono verso Gerusalemme per ripartire dopo anni di orrore e persecuzione. Ad essere rievocata, questa sera al Centro ebraico Il Pitigliani (il via alle 21), la singolare vicenda del marinaio viareggino Mario Giacometti che nel 1947, all'età di 19 anni, viaggiò insieme a 2600 immigranti illegali sulla goletta Giovanni Maria compiendo due traversati integrali dall'Italia alle coste dell'allora Palestina. "Da Viareggio ad Atlit. Alya Bet: l'ultimo viaggio del Giovanni Maria", questo il titolo di un'iniziativa che presenta vari momenti di interesse e coinvolgimento e in occasione della quale sarà inoltre proposta una interessante esposizione sul fenomeno dell'Alya Bet già ospitata nel recente passato a Marsiglia: lettura di brani dal libro Rotta per la Palestina scritto da Giacometti con la figlia Daniela; presentazione del modello in scala della mitica goletta che, opera ancora di Giacometti, verrà presto accolto al museo dell'immigrazione clandestina di Atlit (Haifa) un tempo campo di internamento britannico; proiezione del documentario "Mario il pirata" girato nel 2009 dalla troupe di Sorgente di Vita ( 'intervista di Piera Di Segni a Mario Giacometti). Introdotti da Pupa Garribba, interverranno la storica Bice Migliau e Daniela Giacometti. Lettura di testi a cura di Stefano Regard.
(Notiziario Ucei, 15 maggio 2012)
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Un assaggio di Expo 2015 alla fiera Agritech
ROMA, 15 mag. - Israele ribalta internazionale per l'Expo 2015 di Milano. L'esposizione universale si fa largo tra gli stand della fiera Agritech, che apre domani i battenti a Tel Aviv, presentandosi agli oltre cento Paesi che parteciperanno alla manifestazione fieristica del settore agricolo, tra le piu' importanti al mondo. Una vetrina importante per l'Italia e per l'Expo, dedicato ai temi della sicurezza alimentare e della sostenibilita' ambientale. Una trentina le delegazioni a livello governativo attese in Israele per la fiera. Il sottosegretario all'Agricoltura Franco Braga guidera' quella italiana, composta da circa un centinaio tra imprenditori, associazioni di categoria, enti di ricerca e amministrazioni locali. Con loro anche il vice commissario all'Expo, Paolo Alli. Per domani e' prevista una sessione bilaterale, organizzata dalla nostra ambasciata in collaborazione con la Camera di commercio Italia-Israele, e alla quale partecipera' il ministro dell'Agricoltura, Orit Noked. "Siamo davanti ad una manifestazione fieristica di grande spessore e richiamo internazionale", commenta l'ambasciatore Luigi Mattiolo, sottolineando come la presenza dell'Italia ad Agritech 2012 sia frutto di una stretta partnership tra i due Paesi anche nel campo della ricerca applicata all'agricoltura. Il diplomatico ricorda in particolare due memorandum d'intesa tra i ministeri dell'Agricoltura, relativi alla ricerca scientifica e alla diversificazione rurale. Tutt'altro che isolati. "L'Italia, attraverso il ministero della Salute, si e' aggiudicata un progetto di twinning per adattare la legislazione in materia di servizi veterinari alla normativa europea", spiega Mattioli.
Materia che in Israele fa capo al ministero dell'Agricoltura, dove e' operativo un team di esperti italiani. L'auspicio, sottolinea ancora l'ambasciatore, e' ottenere l'assegnazione di un secondo progetto di gemellaggio, sempre tra i ministeri dell'Agricoltura, per rilanciare il settore del turismo.
(il Velino, 15 maggio 2012)
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Oggi l'anniversario della Naqba, allerta in Israele
RAMALLAH, 15 mag - Migliaia di palestinesi si sono riversati oggi nelle strade di Gaza e Cisgiordania in memoria della giornata della 'Naqba': da loro definita la ''catastrofe'' della fondazione di Israele, il 15 maggio 1948.
Nei Territori, al suono delle sirene, la vita si fermera' per un minuto di raccoglimento, dopo di che avranno luogo cortei di commemorazione. Lungo la frontiera siriana e libanese l'esercito di Tel Aviv ha in queste ore provveduto a rafforzare le proprie unita' militari.
Naqba e' il nome che viene assegnato dai palestinesi all'esodo delle popolazioni arabe, intensificatosi a partire dal 15 maggio 1948 quando il Regno Unito attribui' allo Stato d'Israele, secondo il Piano di partizione della Palestina contenuto nella risoluzione Onu 181 stilato il 29 novembre 1947, la sovranita' dei luoghi.
Nel 1951 gli Arabi espulsi da Israele furono 711.000, mentre oggi si stima che i loro discendenti possano essere 4.250.000.
(ASCA, 15 maggio 2012)
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La Naqba, ovvero il fallimento di un massacro annunciato
Suonano le sirene oggi nei Territori, un po' come in Israele in altri giorni. Di che cosa si affliggono i palestinesi?
Il 15 maggio 1948, il giorno seguente la dichiarazione di fondazione dello Stato d'Israele da parte di Ben Gurion, il nuovo stato fu attaccato dagli eserciti di cinque stati arabi: Egitto, Siria, Giordania, Libano e un contingente dall' Iraq. L'allora segretario della Lega Araba, Azzam Pascia', dichiarò apertamente quali erano le intenzioni degli stati arabi dicendo che sarebbe stata
«una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei mongoli e delle crociate».
Per questo si fa cordoglio: perché è fallito il tentativo di prolungare lo sterminio nazista massacrando anche gli ebrei che dopo secoli di persecuzioni e peregrinazioni avevano osato fondare il loro Stato sulla loro terra.
E il mondo, silenzioso e solidale, si unisce al cordoglio.
(Notizie su Israele, 15 maggio 2012)
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Israele riprende le esplorazioni sul Golan dopo vent'anni
TEL AVIV, 15 mag. - Il ministro israeliano dell'Energia Uzi Landau ha deciso di riprendere l'assegnazione delle licenze di esplorazione di idrocarburi nella zona occupata delle Alture del Golan, dopo 20 anni dalla decisione di cessare le attivita', presa per ragioni diplomatiche. Il quotidiano ebraico Yediot Ahronot ha riportato che la decisione e' stata presa alcune settimane fa con il voto segreto della Knesset, il Parlamento israeliano. Nei primi anni '90 l'allora Primo Ministro Rabin aveva congelato le attivita' di esplorazione a seguito di negoziati con la Siria.
(AGI, 15 maggio 2012)
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Notizie archiviate
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