Cantate all'Eterno un cantico nuovo
cantate la sua lode nell'assemblea dei fedeli.
Si rallegri Israele in colui che lo ha fatto,
esultino i figli di Sion nel loro re.
Salmo 149:1-2  

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Rona Keinan
"Boker hadash" (mattino nuovo)



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Salmo 121
























Gb, 7 deputati lasciano Labour: "antisemita" e ambiguo su Brexit

I fuoriusciti contestano Corbyn e creano un gruppo indipendente

LONDRA - A trentanove giorni dalla Brexit, un nuovo terremoto scuote la politica britannica. Sette deputati laburisti hanno annunciato la loro uscita dal partito guidato da Jeremy Corbyn, denunciando la linea del segretario, de facto pro-Brexit, e una deriva antisemita della principale forza di opposizione nel Regno Unito.
I sette che hanno sbattuto la porta invitano gli ex colleghi di partito a fare altrettanto, per creare un nuovo gruppo parlamentare con posizioni meno sbilanciate a sinistra.
"E' tempo di abbandonare la politica antiquata di questo paese, abbiamo creato una alternativa che rende giustizia a chi siamo oggi e dà al paese un posto nel presente" ha detto Chuka Umunna, sino ad oggi considerato astro in ascesa del Labour, sostenitore di un secondo referendum sull'uscita del Regno Unito dall'Ue.
La deputata Luciana Berger, per anni nel mirino di attacchi antisemiti online, ha descritto la decisione di lasciare il partito laburista come "molto difficile, dolorosa, ma necessaria".
Corbyn, espressione dell'ala radicale del partito labursta, si è detto "deluso" dalle dimissioni, ma ha evitato di entrare nel merito delle accuse lanciate dai fuoriusciti.

(askanews, 18 febbraio 2019)


Stretta di Israele ai fondi dell'Anp, ira palestinese

Giro di vite di Israele sui fondi destinati dall'Autorità nazionale palestinese ai detenuti nelle carceri israeliane e alle loro famiglie. Una mossa - calcolata in 138 milioni di dollari, pari a 123 milioni di euro - che ha suscitato l'ira della dirigenza palestinese. "Un atto di pirateria inaccettabile di soldi palestinesi", l'ha attaccata il portavoce di Abu Mazen Nabil Abu Rudeina prefigurando "gravi conseguenze". "Una dichiarazione di guerra contro il nostro popolo" l'ha definita senza mezzi termini il premier Rami Hamdallah e che rischia di avere profonde ripercussioni anche sulla cooperazione di sicurezza tra israeliani e palestinesi. Dando applicazione ad una legge già votata dalla Knesset, il governo, su proposta del premier Benyamin Netanyahu, ha deciso oggi di mettere in pratica il provvedimento fino ad ora rimandato per vari motivi. E così dalle tasse raccolte per l'Anp, Israele ha congelato i 138 milioni dollari che in base al budget statale la stessa Autorità palestinese destina ai detenuti nelle carceri israeliane che hanno compiuto atti di terrorismo e alle loro famiglie.
   "Ufficiali della sicurezza - ha spiegato un comunicato del governo - hanno presentato dati secondo cui nel 2018 l'Anp ha trasferito la somma indicata ai terroristi detenuti in Israele, alle loro famiglie e anche a quelli che sono stati rilasciati. Per questo è stato deciso di congelare lo stesso ammontare di fondi dalle tasse raccolte per conto dell'Anp". "Il premier e ministro della difesa - ha aggiunto il governo - ha dato mandato alle forze di sicurezza di effettuare controlli su ulteriori pagamenti dell'Anp legati al terrorismo, inclusi quelli ai terroristi e loro famiglie. La somma congelata sarà aggiornata in base alle informazioni ricevute".
   Finora la legge non era stata applicata per vari motivi: tra questi la contrarietà degli stessi apparati di sicurezza israeliani a giudizio dei quali un ulteriore taglio al budget dell'Anp avrebbe danneggiato la cooperazione in materia di sicurezza con i palestinesi e anche destabilizzato la Cisgiordania, già colpita dal tagli dei fondi Usa. Anche il governo sino a questo momento aveva soprasseduto nell'applicazione della legge, sebbene fosse stata intensa la pressione pubblica a favore del congelamento dei finanziamenti, visti da parte israeliana come un incentivo ai responsabili degli attacchi terroristici. Infine il recente brutale omicidio della ragazza israeliana da parte di un palestinese di Hebron - secondo i media - ha spinto il Gabinetto e lo stesso Netanyahu a dare il via all'applicazione della legge. "Non accetteremo - ha sostenuto Rudeina - alcun danno al sostentamento dei nostri eroi prigionieri e delle famiglie di martiri e feriti. La decisione arbitraria di Israele è un colpo unilaterale agli accordi firmati, incluso l'Accordo di Parigi".

(L'Opinione, 18 febbraio 2019)


Ministro degli Esteri polacco: le dichiarazioni di Katz sono inaccettabili

VARSAVIA - La Polonia considera inaccettabili le dichiarazioni del ministro degli Esteri israeliano Yisrael Katz, e auspica che il governo di Tel Aviv si dissoci da tali parole. Lo ha affermato il capo della diplomazia polacca, Jacek Czaputowicz, ripreso dall'agenzia "Pap". "Ci aspettiamo che le autorità israeliane rispondano a questa situazione", ha aggiunto il ministro polacco. Nella visione di Czaputowicz, le dichiarazioni dell'omologo Katz rischiano di fomentare sentimenti anti-polacchi, antisemiti e razzisti, "mentre non aiutano una riconciliazione o lo sviluppo in generale delle relazioni bilaterali fra i due paesi".

(Agenzia Nova, 18 febbraio 2019)


*


La comunità ebraica polacca contro le parole del ministro degli Esteri israeliano

L'Unione delle Comunità ebraiche polacche ha preso le distanze dalle parole del neo ministro degli esteri israeliano Yisrael Katz che hanno fatto divampare nuove tensioni tra Israele e Polonia con il forfait di quest'ultima dal summit dei Paesi di Visegrad in programma oggi a Gerusalemme. In una lettera, resa nota nei media israeliani, il presidente Monika Krawczyk e il rabbino capo di Polonia Michael Schudrich hanno scritto che "accusare tutti i polacchi di antisemitismo offende i Giusti e anche tutti quelli che oggi vogliono vedere in loro la vera immagine della società polacca. Ed offende anche noi, ebrei polacchi, che siamo parte di questa società".
   "Le parole di Yitzhak Shamir citate dal ministro Yisrael Katz - hanno continuato - erano già ingiuste quando furono pronunciate la prima volta nel 1989... e sono ingiuste anche oggi". "E' un fatto che diversi polacchi abbiano partecipato all'uccisione tedesca degli ebrei, direttamente o indirettamente... ma va ricordato - ha proseguito la lettera - che durante l'occupazione della Polonia, la Polonia non ha mai istituito un regime di collaborazione con il Terzo Reich". "Ed è un fatto che i polacchi - hanno sottolineato - siano il gruppo più numeroso tra i Giusti tra le Nazioni".

(Shalom, 18 febbraio 2019)


Lo show di Zarif alla conferenza di Monaco: "Israele vuole la guerra, fate affari con noi"

Il ministro cli Teheran invita l'Ue a violare le sanzioni Usa. Gantz replica: gli ayatollah esportano il terrorismo.

di Alberto Simoni

 
L'Iran, convitato di pietra dei primi due giorni della Conferenza sulla sicurezza di Monaco si materializza nella sala nobile del Bayerischer Hof poco prima dell'aperitivo. La Repubblica islamica nel consesso bavarese ha il volto di Javad Zarif, ministro degli Esteri. Al terzo giorno e dopo aver incassato i paragoni fra Iran e nazisti fatti dinanzi a una platea basita dal vice presidente Usa Milze Pence, Zarif può replicare.
Gli ha aperto la strada Mohammed Al Thani, ministro degli Esteri del Qatar, che descrive una regione a forte rischio escalation e dove le guerre per procura rischiano di travolgere la già precaria stabilità.
   Ma Zarif alla parola escalation preferisce il termine guerra. Dice che gli israeliani la stanno cercando con le loro azioni e che gli europei non stanno facendo abbastanza per impedirlo. «Se chiudete gli occhi dinanzi alle violazioni internazionali, il rischio che scoppi un conflitto è altissimo».
   Chi credeva che l'inviato di Teheran sarebbe arrivato a Monaco a ringraziare per il sostegno europeo dinanzi al pressing americano anti-Iran, è rimasto di sasso. Agli europei Zarif dice che non «basta fare dichiarazioni a favore dell'accordo sul nucleare, ora è tempo di pagare il prezzo e di fare business con Teheran». Inglesi, francesi e tedeschi hanno creato un meccanismo finanziario denominato in euro (Instex) per evitare le sanzioni Usa.
   Ma non genererà, dicono alcuni diplomatici, un gran giro di affari: resterà ridotto ad aiuti umanitari e medicinali, poco per evitare la rabbia degli iraniani che potrebbero - minaccia Zarif - chiedere a Rohani di ritirarsi dall'accordo sul nucleare del 2015.
   Gli americani - accusa poi il ministro - sono «ossessionati in modo patologico» dall'Iran e «le accuse di antisemitismo sono ridicole». Il vero problema è che - aggiunge - Washington accusa l'Iran di interferire negli equilibri regionali ma «manda uomini da 10 mila chilometri di distanza nelle basi militari che circondano il nostro territorio».
   Mentre Zarif parla, due rampe di scale più su sbuca Benjamin Gantz, l'ex generale che vuole soffiare con il suo Partito della Resilienza, il posto al premier Netanyahu nelle elezioni del 9 aprile. Giunge a sorpresa e quello che va in scena a Monaco è un duello ravvicinato fra due mondi, quello della Repubblica islamica e dello Stato ebraico, inconciliabili. Gantz butta subito sul tavolo le sue credenziali: «Parlo da ex generale, certe cose le ho viste, l'Iran è il male, perseguita i gay, le minoranze religiose, esporta il terrorismo». Con me al potere, spiega, Teheran non avrà mai il nucleare. Il luogo in cui si trova gli evoca la storia: «Con Rohani non faremo mai un accordo come a Monaco nel 1938». Niente appeasement. L'ex generale ricorda le interferenze iraniane in Siria e le milizie sciite in Libano, «che hanno un arsenale così potente da far impallidire alcuni membri della Nato». «Hezbollah - dice - dovrebbe essere messa al bando e considerata un'organizzazione terroristica dall'Unione europea». Poi ribadisce che i rapporti fra «Israele e arabi pragmatici non sono mai stati così buoni».
   Il braccio di ferro con l'Iran e i suoi tentacoli assume quasi i contorni di una sfida generazionale a cui tutti gli israeliani sono chiamati, «di destra e di sinistra, laici e ortodossi». Insomma non è Netanyahu contro Gantz se si parla di fronteggiare chi «vuole la distruzione del nostro Stato». Il nemico è chiaro. Sta al piano di sotto.

(La Stampa, 18 febbraio 2019)


Benny occhi d'acciaio. Il generale tutto d'un pezzo che ora insidia Netanyahu

A meno di due mesi dalle elezioni, l'ex capo di Stato maggiore Gantz è l'unico che può minare la riconferma di un premier sotto inchiesta

di Bernardo Volli

GERUSALEMME - E' alto, la schiena dritta, un sorriso appena disegnato sul volto scavato dal sole, occhi blu acciaio, poco loquace. Quella di Benny Gantz è la figura ideale del comandante con i nervi saldi che infonde fiducia. Un generale autentico di cinquantanove anni, adesso a riposo, ma già lanciato in una nuova carriera, quella di candidato a primo ministro. In Israele non è una novità che un ex capo di Stato maggiore di Tsahal, le forze armate, quale è stato Gantz, si proponga come capo del governo. Ci sono i precedenti di Yitzhak Rabin, assassinato nel '95 a Tel Aviv per avere tentato la pace con i palestinesi, e di Ehud Barak, un tempo pure lui, come Rabin, laburista. Barak fu sconfitto alle elezioni da Ariel Sharon, un altro generale, molto popolare che diventò primo ministro, ma senza avere mai ricoperto la carica di capo di Tsahal. Non si contano i generali che andati in pensione hanno intrapreso la vita politica, come ministri o responsabili a vari livelli in partiti di governo o d'opposizione. In un Paese in cui il servizio militare impegna uomini e donne, puntualmente, in più periodi della vita, le forze armate hanno stretti rapporti con la società. Capita a Benny Gantz di ricordare la madre, Malka, di origine ungherese (il padre era rumeno), scampata al campo di sterminio di Bergen-Belsen, Quando lui era impegnato in un'operazione militare a Gaza lei lo invitava a non colpire i rifugi dei civili e a non interrompere l'invio dei viveri necessari alla popolazione, al tempo stesso lo esortava a combattere. Questa ed altre citazioni tracciano l'autoritratto di un soldato che si presenta duro ma giusto. Ed anche integro rispetto al suo concorrente, Benjamin Netanyahu, del quale riconosce il patriottismo, non dimenticando di sottolineare che rischia l'incriminazione per vari casi di corruzione prima ancora dell'elezione del 9 aprile. È impensabile, ridicolo, aggiunge, che uno inseguito dalla giustizia ricopra la carica di primo ministro. Lui, Benny Gantz, ha le mani pulite. Senza nominarlo accusa Netanyahu di fomentare la discordia tra le comunità, di attizzare l'odio nel Paese per perpetuare il suo potere e di subordinare il problema della sicurezza ai propri interessi. Questa severità nei confronti del concorrente non esclude del tutto che dopo il voto, secondo i risultati, Gantz venga a patti con Netanyahu per formare insieme un governo. Il pragmatismo è una virtù della democrazia israeliana.

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A questo stadio della campagna elettorale, con il partito appena creato, Hosen L'Yisrael ("Vigore di Israele"), Gantz è comunque il primo a sfidare, con qualche probabilità di successo, il capo del governo in carica da dieci anni filati ( più i tre dal '96 al '99), vale a dire tanto a lungo da poter rivaleggiare con Ben Gurion, il fondatore dello Stato d'Israele. La sicurezza è il tema principale. Chi non dimostra di poterla assicurare ha scarse probabilità di scalzare dal potere Netanyahu. Al quale vengono rimproverati tanti difetti, umani e politici, ma la maggioranza degli israeliani si è finora affidata a lui, perché («nonostante tutto») ha dato l'impressione di saper difendere il Paese dalle minacce interne ed esterne. Anche se gli capita di accentuare i pericoli. La tragica memoria della popolazione di Israele e l'agitata, incerta situazione mediorientale, all'origine dell'ansia per la sicurezza, hanno dato a lungo legittimità al suo stile di governo. Un tempo isolato, oggi Israele è schierato con il fronte arabo sunnita irriducibile avversario dell'Iran sciita: tra i suoi alleati di fatto ci sono l'Arabia Saudita, i Paesi del Golfo, oltre all'Egitto e alla Giordania, con i quali esistono da tempo regolari rapporti diplomatici. Netanyahu era presente alla riunione sul Medio Oriente avvenuta di recente a Varsavia. Il tema era l' Iran e il primo ministro israeliano ha espresso insieme ai ministri dei Paesi arabi sunniti presenti la necessità di arginare il regime degli ayatollah e di impedire che costruisca armi nucleari. In quella conferenza nella capitale polacca Israele era ufficialmente integrato al fronte anti-iraniano.

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A questa "integrazione" ha contribuito una politica che ha allentato il legame con alcune comunità ebraiche, in particolare quelle americane, in disaccordo con la forte impronta di destra del governo di Gerusalemme. Un palestinese cittadino di Israele, laureato in scienze politiche, mi fa notare che quella che io definisco «integrazione» di Israele nel mondo arabo ha condotto all' evidente disinteresse di molti governi arabi per la sorte dei palestinesi. Disinteresse anche per i continui insediamenti israeliani in Cisgiordania e nella Gerusalemme orientale, dove vivono ormai, nell'insieme, più di mezzo milione di coloni.

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Presentandosi come un'alternativa a Benjamin Netanyahu, Benny Gantz si dichiara «né di destra né di sinistra, anzitutto di Israele». Nei video che hanno preceduto il primo discorso elettorale si è attribuito l'eliminazione nel 2012 di Ahmed Jabari, un capo militare di Hamas; la distruzione di 6.23l obiettivi nemici, sempre di Hamas; la morte di 1.364 terroristi palestinesi durante l'operazione militare del 2014 ("bordo protettore") nella striscia di Gaza; e si è dichiarato soddisfatto di avere «riportato all'età della pietra» dei sobborghi di quella città. Non ha però dimenticato di evocare i leader israeliani che hanno esplorato la via della pace con gli arabi. Con questa presentazione Gantz ha voluto disinnescare le accuse della destra che lo definiscono un esemplare della «sinistra molle», vale a dire rinunciataria, e al tempo stesso ha cercato di non compromettere i voti di centrosinistra o di sinistra. Gantz, appoggiato da un altro ex capo di stato maggiore, il generale Moshe Yaalon, e col tempo da altri generali, non ha parlato di uno Stato palestinese. Se ne è ben guardato. Né di una possibile confederazione. Al contrario ha assicurato che non abbandonerà mai il Golan, al confine con la Siria, conquistato nel 1967, né la valle del Giordano nella Cisgiordania occupata e che non rinuncerà mai alla Gerusalemme unificata. L' Iran, per lui, resta il principale avversario di Israele.

***

Nella forma Benny Gantz è l'anti-Netanyahu, nella sostanza lo è molto meno. Il fatto di essere l' antagonista di un primo ministro che pur restando popolare è logorato dal lungo potere e dalle accuse di corruzione, ne fa un concorrente con più probabilità di successo dei precedenti sfidanti. Non sono tuttavia in molti a credere in una sua vittoria, ma se questa vittoria si avverasse per Israele sarebbe una svolta storica. Netanyahu incarna il revisionismo, ossia la destra sionista creata da Vladimir Jabotinski (1880-1940), del quale il padre di Netanyahu fu il segretario. Ormai da decenni i seguaci del revisionismo hanno preso il sopravvento in Israele, con qualche parentesi, sul sionismo di sinistra di David Ben Gurion (1886-1973), fondatore dello Stato di Israele. L'avvento del generale Benny Gantz non significherebbe la chiara rivincita postuma di Ben Gurion su Jabotinsky. Ma se si osservano le intenzioni di voto ci si accorge che gli elettori del Partito laburista in decomposizione, quelli del partito di sinistra Meretz in preda a un'inarrestabile decadenza, quelli di centrosinistra laici del giornalista Lapid ed altri di questa tendenza, dovrebbero riversarsi in gran parte sul candidato Grantz. Lui si guarda bene da mettere in evidenza l'attrazione che esercita sull' elettorato di sinistra, in quanto anti-Netanyahu. Apparire un avversario di sinistra del leader del Likud, il partito di destra finora dominante, in quanto garante della sicurezza, sarebbe controproducente. Meglio la figura del patriota intransigente che si distingue per l'onestà.

(la Repubblica, 18 febbraio 2019)


Il filosofo aggredito a Parigi: "Era un odio da pogrom"

Identificato, ma non ancora fermato il principale assalitore di Finkielkraut. Almeno uno dei gilet gialli aveva una retorica islamista Se non fosse intervenuta la polizia, mi avrebbero spaccato la faccia.

di Leonardo Martinelli

 
PARJGI - «Non mi sento una vittima, né un eroe». Ha commentato così Alain Finkielkraut, filosofo e accademico di Francia, gli insulti antisemiti ricevuti sabato per le strade di Parigi, ai margini della manifestazione dei gilet gialli. Non vuole sporgere denuncia «ma vorrei sapere chi sono queste persone, mi interessa», precisando che «almeno una di loro aveva una retorica islamista».
  La procura di Parigi ha comunque deciso di aprire un'inchiesta. Ed è stato il ministro degli Interni, Christophe Castaner, ad annunciare ieri pomeriggio su Twitter che «un sospetto, riconosciuto come il principale autore degli insulti, è stato identificato», ma non ancora arrestato. Lui e i suoi compari rischiano fino a sei mesi di carcere («se non fosse intervenuta la polizia, mi avrebbero spaccato la faccia - ha detto il filosofo, intervistato sulla tv Lei -: era una violenza pogromista»). Sono fioccati insulti del tipo «vattene, sporco sionista di merda». Ma quelle persone hanno pure gridato «Palestina». O «Dio ti punirà» e «questa - secondo Finkielkraut - è retorica islamista».

 L'«islamo-gauchisme»
  «Era un miscuglio di giovani della periferia - ha aggiunto-, dell'estrema sinistra e forse di soraliani», Il termine si riferisce al franco-svizzero Alain Soral, ideologo che si richiama sia al nazionalismo che alla sinistra marxista e che è un referente sia per un'estrema destra antisemita che per il cosiddetto «islamo-gauchisme», surrogato di islamismo e di sinistra antisemita (e anti-israeliana).

 L'escalation di aggressioni
  Nel 2018 le aggressioni antisemite in Francia (fisiche e verbali, denunciate alla giustizia) sono state 541, il 74% in più rispetto all'anno precedente. E, secondo il filosofo Pascal Bruckner, «il fenomeno si spiega con la convergenza di tre ostilità: dell'islamismo radicale, dell'estrema destra (vedi le scritte Juden comparse sulle vetrine di alcuni negozi) e dell'estrema sinistra antisionista. E con passerelle tra l'islamismo radicale e l'estrema destra via Soral o Dieudonné», comico già condannato per gli spettacoli sull'antisemitismo. Per Bruckner poi «tutto questo risveglia le passioni più infime in un Paese dove vivono le più grandi comunità di ebrei e di musulmani d'Europa».

 Sulla scia della II Intifada
  E i gilet gialli cosa c'entrano in questa storia? «L'antisemitismo non rappresenta assolutamente la colonna vertebrale del movimento - dichiara alla Stampa Jean-Yves Camus, esperto di estrema destra-, ma nei suoi cortei confluisce chiunque, senza un vero servizio d'ordine che faccia da filtro». Per Camus «l'aumento degli atti antisemiti in Francia cominciò a partire dai primi anni Duemila nelle periferie e nelle aree con una maggiore concentrazione di popolazioni musulmane, sulla scia della seconda Intifada. E ancora negli ultimi anni i responsabili delle aggressioni più violente sono persone che provengono da quel mondo e che vi aggiungono un passato nella delinquenza comune».

 Il simbolo
  Intanto, anche Emmanuel Macron è intervenuto su twitter. «Figlio di emigranti polacchi - ha scritto-, diventato membro dell'Accademia di Francia, Finkielkraut non è solo un uomo di lettere eminente ma anche il simbolo di quello che la Repubblica francese può permettere a ognuno». Suo padre era un modesto artigiano del cuoio a Parigi ma il figlio, che oggi ha 69 anni, poté frequentare le migliori scuole, anche a livello dell'università del Paese. E per domani in tutta la Francia è convocata una serie di manifestazioni all'insegna del «no all'antisemitismo». In rete, però, Finkielkraut, spesso polemico contro un certo buonismo multiculturale (e in media odiato dalla gauche classica), ha trovato anche voci polemiche nei suoi confronti, della serie «se l'è andata a cercare». -

(La Stampa, 18 febbraio 2019)


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In Francia torna l'odio per gli ebrei ogni volta che si scatena una crisi

Negli ultimi anni diecimila ebrei hanno deciso di lasciare il Paese Il 44% dei manifestanti pensa che esista un complotto sionista

di Tahar Ben Jelloun

Vetrine imbrattate da insulti antisemiti. Tombe profanate nei cimiteri ebraici. Bambini con la kippah aggrediti per strada. Il ritratto di Simone Veil, una grande donna che a malapena adolescente finì in un campo di concentramento nazista, sfregiato da una croce uncinata.
Torna l'antisemitismo in Francia dove i Gilet gialli turbano la vita quotidiana dei negozianti e dei politici. Secondo un sondaggio il 44% di questo genere di manifestanti pensa che esista un complotto sionista contro la Francia. A questo ritorno dell'odio antisemita segue une serie di omicidi di ebrei in una decina di anni in un Paese dove trova facilmente esca anche l'islamofobia.

 La «lobby ebraica»
  Tra i manifestanti che aderiscono alle proteste dei Gilet gialli, alcuni accusano Emmanuel Macron non solo di essere esclusivamente al servizio dei più ricchi ma anche di essere colluso con la banca Rothschild per cui ha lavorato. Rothschild significa soldi, i soldi degli ebrei! Si perpetua l'eterna immagine dell'ebreo che traffica con il denaro. «Macron jews'bitch» (Macron puttana degli ebrei) hanno scritto sulla porta di un garage nel 1o arrondissement.

 Gli attacchi
  Per questo il giovane Ilan Halimi è stato preso, sequestrato, torturato e ucciso da una «gang di barbari» a febbraio del 2006 a Sainte-Geneviève-des-Bois, nella regione di Parigi. I suoi assassini avevano chiesto un riscatto ai suoi genitori pensando che essendo ebrei fossero ricchissimi.
  Questo odio antisemita oggi viene amplificato dai social media, dai video dove gli antisemiti parlano a volto scoperto. Sul social media russo VKontakte (VK), gente come Dieudonné e Soral - alcuni dei loro siti in Francia sono oscurati - s'esprime liberamente ogni giorno.
  La lista degli ebrei assassinati in Francia in questi ultimi anni è lunga. Dopo la morte di Ilan Halimi, bisogna ricordare Mohamed Merrah che nel marzo 2012 uccise dei bambini ebrei alla scuola Ozar-Hatorah di Tolosa. Nel dicembre 2014, a Créteil, una giovane coppia di ebrei è stata selvaggiamente aggredita. Subito dopo l'attentato che ha decimato la redazione di Charlie Hebdo nel gennaio 2015, c'è stato l'attacco mortale all'Hyper Casher della Porte de Vincennes. Ad aprile del 2017, l'assassinio nell'11o arrondissement di Parigi di Sarah Halimi, un atto gratuito di odio antisemita. Lo stesso anno e con la stessa motivazione, il sequestro di una famiglia ebraica a Livry Gargan. Il 27 marzo 2018, dei criminali si sono accaniti fino a ucciderla, contro Mireille Knoll, una signora di 85 anni, solo perché era ebrea.
  Certo, la Francia ha un'antica tradizione di antisemitismo: l'affaire Dreyfus (1894-1906), aveva diviso il Paese e intaccato i valori della terza repubblica. Il capitano Alfred Dreyfus, era stato accusato di tradimento in quanto ebreo. Benché innocente, nello spirito di molti era rimasto sospetto. Il 16 luglio 1942, il governo collaborazionista di Vichy, arrestò in massa 13.152 ebrei di origine straniera, tra cui 4115 bambini e li consegnò ai campi di sterminio nazisti.

 La trappola dell'antisionismo
  Ecco i punti deboli della società francese. L'odio per gli ebrei compare regolarmente quando la Francia attraversa una crisi sociale o economica. Gli ebrei sono il tradizionale capro espiatorio. A questo quadro bisogna aggiungere l'antisemitismo di certi francesi di recente immigrazione che reagiscono al conflitto israelo-palestinese. Esprimono la loro solidarietà al popolo palestinese sotto i bombardamenti di Gaza, ad esempio, come la grande parte degli ebrei francesi appoggia senza riserve lo Stato di Israele.
  Dal momento in cui l'ex presidente della repubblica francese François Hollande con il suo primo ministro Manuel Valls, seguito poi da Emmanuel Macron, ha deciso che «l'antisionismo è la nuova forma che assume l'antisemitismo», qualsiasi critica alla politica israeliana è percepita come una critica rivolta a tutti gli ebrei. Cosa che gli arabi francesi contestano. E la frattura tra le comunità si allarga. Questo ha spinto molti ebrei francesi a emigrare in Israele o in altri Paesi. Si parla di 10 mila persone su una comunità di circa 600 mila.
  Quando Netanyahu è stato in Francia per commemorare il massacro di Charlie Hebdo e quello dell'Hyper Casher di Vincennes, ha chiesto agli ebrei di trasferirsi in Israele: «Tutti gli ebrei che vogliono immigrare in Israele saranno accolti a braccia aperte», ha dichiarato l'11 gennaio 2015 alla sinagoga de la Victoire a Parigi.
  Un appello che non è stato gradito dal governo e da una parte della comunità ebraica francese. In quella occasione l'allora primo ministro Manuel Valls aveva detto: «La Francia senza gli ebrei non sarebbe più la stessa».
  Oggi che, secondo le stime gli atti di antisemitismo sono aumentati del 74% rispetto all'anno scorso, la Francia si mobilita per denunciare questa nuova ondata di odio antisemita montata proprio nel momento in cui i Gilet gialli chiedono la testa di Macron come ai tempi di Luigi XVI!
  Già nel 2017 Alain Finkielkraut era stato insultato e molestato dai sostenitori di «La Nuit debout», manifestanti che non sopportavano questo pensatore ebreo. Sabato scorso, alcuni elementi dei gilet gialli lo hanno attaccato urlando insulti antisemiti «Vattene via sionista di merda», «Ritorna a Tel Aviv». L'episodio ha toccato l'intera classe politica, da Marine Le Pen al presidente Macron, che gli ha telefonato e gli ha detto «non tollereremo questi insulti antisemiti». Alain, nel frattempo ha detto: «Ho sentito un odio assoluto, e sfortunatamente non è la prima volta».
  Domani diversi partiti e associazioni marceranno a Parigi per protestare contro il risorgere dell'antisemitismo.

(La Stampa, 18 febbraio 2019 - trad. Carla Reschia)


Alain Finkielkraut e i nuovi antisemiti

di Pierluigi Battista

Non per insistere, non per stonare nella condanna unanime del linciaggio che gli energumeni antisemiti in gilet giallo hanno messo in scena contro il filosofo ebreo Alain Pìnkielkraut, ma bisogna sottolineare che, tra le grida vomitate dalla teppa, si stagliavano anche: «sporco sionista», «sionista di merda», «Palestina», «torna a Tel Aviv». Non è un dettaglio trascurabile, è la prova di una saldatura mostruosa che l'opinione pubblica europea tende a ignorare e che esprime l'odio antiebraico in una forma nuova. La fusione è tra un antisemitismo di matrice esplicitamente nazista, cascame mai del tutto sepolto di razzismo hitleriano, alimentato dalla propaganda negazionista sull'Olocausto e fatto proprio da bande di picchiatori con le teste vuote e rasate, e un antisemitismo che si presenta con le forme più oblique dell'antisionismo, con i tratti della torsione jihadista che ha trasformato definitivamente l'appoggio all'originario indipendentismo nazionalista palestinese in un'esortazione, rimbalzata anche nelle piazze europee, a cacciare i «maiali ebrei» dalla terra santa dell'Islam e ad annegarli in mare, come del resto già incitava la tambureggiante propaganda bellicista dell'Egitto nasseriano alla vigilia della Guerra dei Sei giorni del 1967. È questa saldatura, questa fatale mescolanza, che unisce l'antisemitismo «bianco» di ascendenza nazistoide del gilet giallo di provincia che oramai non ha più remore a urlare «sporco sionista» per dire «sporco ebreo» e l'odio antiebraico rigurgitato dalle banlieue parigine a maggioranza islamica in cui nel 2006 venne torturato e bruciato vivo il giovane ebreo Ilan Halimi, nel silenzio imbarazzato e indifferente dell'opinione pubblica «democratica». Questa saldatura che non vogliamo vedere, ma che gli scritti dello stesso Fìnkìelkraut hanno più volte messo in evidenza suscitando l'ostilità chiassosa e intollerante della cultura conformista, viene tacitata per allontanare i «barbari» da noi, rinchiudendoli in un recinto infetto. Per non vedere le ragioni avvelenate che da anni stanno spingendo molti ebrei francesi a cercare rifugio in terra di Israele. Per non porsi problemi quando mostriamo indulgenza per gli Stati che fanno dell'antisemitismo un dogma e della distruzione di Israele e degli ebrei la loro missione. Per rassicurarci, e portare il mostro lontano da noi. Ma è molto peggio di così.

(Corriere della Sera, 18 febbraio 2019)


«Reggiano giudeo», l'adesivo sul palo fa indignare un lettore: «Punite l'imbecille»

La scritta in prossimità dello stadio Tardini a Parma. «Cì sono cose su cui non è possibile scherzare»

 
PARMA - Un adesivo con la scritta «Reggiano giudeo» attaccato su un palo ha provocato l'indignazione di un lettore, Claudio Bruschi, che si è rivolto alla Gazzetta per protestare: «La fotografia che allego è stata scattata alle 12.30 circa di oggi e ritrae il palo di un lampione d'illuminazione che si trova nel piazzale antistante il Tardini, più o meno all'altezza delle strisce pedonali che attraversano viale Partigiani d'Italia. Probabilmente l'imbecille che ha attaccato l'adesivo crederà di aver fatto solo uno scherzo, insomma, una semplice goliardata, dimenticando che ci sono cose - e l 'antisemitismo è una di esse - sulle quali non è lecito scherzare, e men che meno in pubblico. Ma c'è un'altra cosa: quell'adesivo non è opera di un privato: dev'essere stato prodotto da una ditta specializzata, su specifica ordinazione di qualcuno. Spero che questo consenta a chi di dovere la rapida identificazione e la conseguente esemplare punizione degli autori di questo gesto inqualifìcabile». r.c.

(Gazzetta di Parma, 18 febbraio 2019)


Le polemiche Polonia-Israele per una frase di Netanyahu

di Davide Frattini

GERUSALEMME - Benjamin Netanyahu ha dovuto aspettare una notte prima di ripartire da Varsavia (guasto all'aereo). Cortocircuito più innocuo di quello diplomatico generato da una frase del primo ministro, con un «the» di troppo che ha riaperto le polemiche con il governo di Mateusz Morawiecki. Quell'articolo determinativo ha fatto intendere che Netanyahu accusasse tutti «i polacchi» di aver collaborato allo sterminio degli ebrei locali. Morawiecki ha reagito («siamo stati vittime dell'occupazione tedesca») e ha deciso di non partecipare al vertice del gruppo di Visegrad (oggi a Gerusalemme ). Il chiarimento di Netanyahu («mi riferivo ad alcuni polacchi») non è bastato. Il primo ministro rispondeva a una domanda sulla legge votata un anno fa a Varsavia: tre anni di carcere a chi usi la formula «campi polacchi» (per Auschwitz ad esempio).

(Corriere della Sera, 18 febbraio 2019)


Gli insulti antisemiti al filosofo Finkielkraut. «Sporco sionista. Il popolo ti punirà»

Gli atti antisemiti in Francia sono aumentati del 74% nel 2018. C'è chi sogna di riunire una Francia nera, bianca e araba attorno all'odio per gli ebrei.

La reazione
«Ho sentito contro di me, un odio assoluto e purtroppo non è la prima volta»
Recrudescenza
Per martedì era già in programma una manifestazione contro i casi di antisemitismo

di Stefano Monteflorl

PARIGI - Il filosofo Alain Finkielkraut è nato a Parigi 69 anni fa da Daniel e Janka, ebrei polacchi rifugiati in Francia dopo avere conosciuto Auschwitz e lo sterminio delle proprie famiglie.
Accademico di Francia noto anche al grande pubblico per le frequenti e talvolta polemiche apparizioni televisive e per le idee conservatrici, ieri pomeriggio Finkielkraut si trovava in boulevard de Montparnasse quando un gruppo di gilet gialli lo ha riconosciuto.
Nella valanga di urla, fischi e gestacci che in pochi minuti gli sono stati rovesciati addosso, si possono riconoscere queste frasi:
- «Vattene, sporco sionista di merda».
- «Bastardo».
- «Sporco razzista».
- «È venuto apposta per provocarci».
- «La Francia è nostra».
- «Torna a casa tua».
- «Torna a Tel Aviv».
- «Il popolo siamo noi».
- «Il popolo ti punirà».
I gilet gialli che aggrediscono Finkielkraut, due dei quali indossano la kefiah palestinese, non gli perdonano il sostegno allo Stato di Israele e il fatto di avere osato denunciare in passato, alla radio, in tv e sui giornali, la deriva islamista e integralista di una parte dei musulmani di Francia, soprattutto nelle periferie.
   L'altra colpa del filosofo, secondo chi lo insulta, è di non essere un vero francese, di non fare parte del popolo francese, perché è ebreo. I violenti che si autoproclamano «il popolo di Francia» gli gridano di tornare a casa sua, e siccome è ebreo casa sua non può essere Parigi, dove è nato e dove ha vissuto per 69 anni, ma Tel Aviv, in Israele. E lì che secondo gli antisemiti Finkielkraut deve tornare.
   All'epoca del movimento Nuit Debout, nella primavera 2016, il filosofo reagì agli insulti di alcuni militanti. Ieri invece è rimasto pietrificato, prima di venire allontanato e protetto dalla polizia. «Ho sentito contro di me un odio assoluto - ha detto poi al giornale JDD -, e purtroppo non è la prima volta».
   Prima dell'aggressione verbale di ieri pomeriggio l'antisemitismo in Francia - e nel movimento dei gilet gialli - era già diventato una questione centrale. Martedì è in programma a Parigi una grande manifestazione patrocinata da quasi tutti i partiti politici - tranne il Rassemblement National di Marine Le Pen, non invitato - per reagire ai numerosi casi di antisemitismo degli ultimi giorni: per esempio la scritta gialla «Juden» (ebrei in tedesco) sulla vetrina del ristorante Bagelstein nel Marais, le svastiche sul murales di Simone Veil, gli insulti a Macron definito «prostituta degli ebrei» e «servo degli ebrei Rothschild» durante le manifestazioni dei gilet gialli.
   Proprio alla vigilia dell'aggressione, Finkielkraut aveva rilasciato al Figaro un'intervista molto interessante. Ricordava di avere guardato con rispetto al movimento dei gilet gialli, all'inizio, e di avere preso poi le distanze quando le violenze sono diventate ripetute e non episodiche.
   «Gli atti antisemiti sono aumentati del 74% nel 2018», aveva sottolineato Finkielkraut, denunciando ancora l'antisemitismo di stampo arabo-musulmano ma anche quello innegabilmente presente, a suo dire, tra i gilet gialli. «Dieudonné e Soral (antisemiti pluri-condannati, ndr) hanno un sogno: riunire una Francia blackblanc-beur (nera, bianca e araba) attorno all'odio per gli ebrei». L'aggressione di ieri sembra dargli ragione.
   L'emozione in Francia è enorme. Tra le moltissime dichiarazioni di solidarietà, quella del presidente Macron: «Gli insulti antisemiti di cui è vittima Alain Pinkìelkraut sono la negazione assoluta di quel che noi siamo e di quello che fa di noi una grande nazione. Non li tolleriamo».

(Corriere della Sera, 17 febbraio 2019)


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I gilet gialli contro il filosofo: «Sporco ebreo, ti puniremo»

Ancora violenze a Parigi. Poi l'aggressione xenofoba a Finkielkraut. Macron duro: «Non li tollereremo»

di Francesco De Remizis

PARIGI - Tre mesi dopo l'inizio della mobilitazione dei gilet gialli, nel cielo di Parigi volano ancora sampietrini, bottiglie e petardi. I «giubbotti» sono sempre in strada, nonostante gli 8.400 fermi e i 7.500 arresti dal 17 novembre. Tre nuovi cortei ieri, 4 rassemblement e le stesse recriminazioni scosse da violenze, giustificate dall'ala dura che torna a pungolare governo e presidente della Repubblica di cui chiedono le dimissioni. Emmanuel Macron è protagonista di un grande dibattito nazionale con i sindaci che non sembra in grado di placare i gilet. Ieri 41.500 manifestanti in tutta la Francia, oltre 5mila a Parigi secondo il ministero dell'Interno. Come non pare risolutiva l'azione dei giubbotti fluorescenti: sostenuta, secondo l'ultimo sondaggio Elabe per BfmTv dal 58% della popolazione rispetto al 75% degli inizi. Le violenze «di Stato» contro i gilet sono tuttora al centro di alcune inchieste. Il confine tra repressione e prevenzione è labile. Ieri almeno 19 fermi a Parigi, dove oltre ai casseur, ancora insulti antisemiti; stavolta al filosofo Alain Finkielkraut: «Sporco ebreo», «sionista», «la Francia è dei francesi», «il popolo ti punirà», grida un gruppo in passamontagna dopo averlo riconosciuto responsabile di opinioni ostili ai gilet gialli per una sua intervista a Le Figaro. «Gli insulti antisemitici che ha subìto sono la negazione assoluta di chi siamo e di ciò che ci rende una grande nazione. Non li tollereremo» commenta Macron. «Finkielkraut non è solo un eminente uomo di lettere, ma un simbolo di ciò che la Repubblica permette a tutti».
   Dopo le minacce dell'ex interlocutore di Luigi Di Maio e del Movimento Cinque Stelle, Cristophe Calençhon, tornato a parlare di milizie paramilitari non meglio specificate pronte a cacciare Macron dall'Eliseo, questa settimana sono arrivate le prime condanne. Un mese di prigione e 500 euro di multa al camionista Eric Drouet, uno dei leader dei gilet, per manifestazione non autorizzata. Il tribunale di Parigi si è espresso pure sul pugile Cristophe Dettinger: per lui, un anno di semilibertà e divieto di entrare nella capitale per sei mesi. Dovrà inoltre pagare a due poliziotti aggrediti il 5 dicembre 2 e 3mila euro di risarcimento.
   Se i casseur lanciano oggetti contro la polizia, le forze dell' ordine rispondono. Tensioni e scontri ieri davanti alla cattedrale di Notre-Dame, poi l'evacuazione dell'intera spianata degli Invalides. Lungo il percorso incendi di cassonetti e la devastazione di un supermercato sul boulevard Saint-Michel. Una giornata a cui seguirà un bis, oggi per festeggiare le 14 settimane.
   Imponente il dispositivo di sicurezza: 80mila agenti in tutta la Francia. Intanto «pedaggio gratuito» a oltranza sull'autostrada a ovest di Parigi, blocchi sulle rotatorie per ostacolare il traffico. A Rouen, in Normandia, un automobilista ieri ha forzato il blocco dei dimostranti ferendone tre. Tensioni anche a Nantes, Strasburgo e Tolosa. Qui una settantina di gilet hanno bloccato un deposito di Amazon. La rabbia resta. «Bisogna riconciliarsi», dice per la prima volta anche Brigitte Macron. Ma come?

(il Giornale, 17 febbraio 2019)


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Gilet gialli e odio antiebraico

Assalto a Finkielkraut

di Maurizio Molinari

L'aggressione dei Gilet Gialli contro il filosofo francese Alain Finkielkraut ci dice che il più pericoloso antisemitismo è tornato nel cuore dell'Europa. A descriverlo è quanto avvenuto in boulevard Montparnasse, a Parigi, nella giornata di ieri. Un gruppo di Gilet Gialli ha riconosciuto il filosofo, lo ha spinto in un angolo e mentre lui era spalle al muro uno dei manifestanti gli si è avvicinato, gli ha puntato l'indice contro ed ha iniziato a gridare «noi siamo il popolo, noi siamo il popolo». Altri Gilet Gialli sono arrivati, Finkielkraut si è allontanato protetto da alcuni passanti e dietro di lui i manifestanti gli hanno gridato: «Torna a Tel Aviv», «Palestina, Palestina», «vi cacceremo». Più il filosofo era lontano, più le grida dei Gilet Gialli crescevano, con i singoli che si toglievano mascherine e passamontagna per meglio gridare la propria rabbia. La sovrapposizione fra esaltazione del «popolo», insulti antisemiti, odio antisionista e promesse di espulsioni rappresenta quanto di più simile e contemporaneo può esserci alla dinamica con cui si innesca l'odio antiebraico nelle piazze, identificando nella casuale vittima di turno il male assoluto, da additare ed estirpare per il «bene delle masse». È la stessa feroce dinamica con cui si originavano i pogrom in Russia al tempo degli zar, in Germania al tempo dei nazisti e nei Paesi arabi- da Baghdad a Tripoli- fra gli Anni Quaranta e Cinquanta. Ciò significa che nelle viscere dei movimenti di protesta presenti in Francia - e forse in altri Paesi d'Europa - alberga la più buia, miope e aggressiva delle intolleranze.
   Aggravata dalla volontà di chi ne è protagonista di diffonderla sul web per trasformarla in contagio: chi ha aggredito Finkielkraut ha anche filmato la scena con l'evidente intento di far capire ad altri fanatici come lui che questo è il modo in cui si devono aggredire i «nemici del popolo», spingendoli con la forza degli insulti e della rabbia ad «andarsene a Tel Aviv». Quale che sia l'opinione politica, la fede religiosa o la cittadinanza, ogni europeo deve sentirsi non solo offeso ma minacciato da questo germe dell'odio che è tornato a germogliare fra noi. Con la complicità di tutti coloro che assistono, passivamente, davanti a simili violenze o addirittura le legittimano riconoscendo politicamente i Gilet Gialli.

(La Stampa, 17 febbraio 2019)


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I padri movimentisti dell'antisemitismo

di Fiamma Nirenstein

Finkielkraut è un filosofo liberale, la cui affezione per la sua ebraicità, per Israele e per il mondo della giustizia sociale sono sempre andati insieme. È una bella sfida: il movimento dei gilet gialli pretende di far parte del movimento in lotta contro la burocrazia, l'ingiustizia economica, l'élite ladra. È un movimento di popolo quella banda di mostri antisemiti che gli si è rovesciata addosso urlando «sporco ebreo» e «sionista di m ... » e berciando che la Francia non è degli ebrei ma dei francesi, e così Finkielkraut ha una faccia oltre che dispiaciuta anche piuttosto imbarazzata.
   Il movimento di popolo in Europa ha sempre attratto gli intellettuali e i politici, anche il più feroce, nazista, comunista, terrorista. Lo dice anche Hanna Arendt. Questi stessi gilet gialli sono stati visitati il 5 febbraio da Di Maio e da Di Battista in uno slancio di solidarietà internazionale: eppure lo sapevano che questo movimento che sfascia e odia, aveva anche gridato nelle piazze «Macron, sei la puttana degli ebrei», «Ebrei attenti avete abbassato le tasse ai ricchi», «la Francia muore di fame e gli ebrei accendono le luci di Chanucca», «Macrone Zion» nel Paese che ha mandato a morire i suoi ebrei coi loro bambini per ordine di Petain. In un anno crescevano del 74% gli incidenti antisemiti. I gilet gialli sono la somma movimentista dell'antisemitismo, come il Labour di Corbyn lo è in Inghilterra.
   Robert Wistrich, il migliore di tutti gli storici dell'antisemitismo, scrisse un pezzo di testimonianza stupefatta a come le élite francesi commentassero con un'alzata di spalle snobistica, una levata di sopracciglia filosofica, una boccuccia stupita, gli attacchi sanguinosi del 2014 e '15 alle sinagoghe di Parigi. Il comico Dieudonné seguita a dare di nazista a Israele nel plauso generale; gli assassini islamici di Ilan Halimi non furono trovati perché la mentalità liberal rifiutava di cercarli nelle banlieu. Oggi si rifiuta di cercare l'antisemitismo nei movimenti populisti, o inconsciamente si associano i propri sentimenti per gli ebrei ai loro, come ha fatto forse M5s. No, non è bello respingere gli impulsi antisemiti che provengono da folle in marcia mentre pretendono di migliorare la società; o fare muro a quelli in lotta per una società migliore e che sulla strada contano di incenerire un paio di ebrei e di distruggere il loro Stato.

(il Giornale, 17 febbraio 2019)


Berlino, alla Paranza la miglior sceneggiatura. Saviano dedica il premio alle Ong

L'israeliano Lapid vince e batte Ozon. La prossima edizione sarà guidata da un italiano.

di Fulvia Caprara

 
Il regista israeliano Nadav Lapid, 43 anni, riceve l'Orso d'oro per il miglior film da Juliette Binoche, presidente di giuria alla Berlinale
BERLINO - Spogliarsi della propria identità e cercare di costruirsene una nuova, in un'altra città, usando una lingua sconosciuta. Partendo dalla propria esperienza autobiografica, l'israeliano Nadav Lapid racconta, in Synonymes, Orso d'oro della 69a Berlinale, l'ultima diretta da Dieter Kosslick, la difficile rinascita di un uomo deciso a chiudere i conti con le proprie radici. Il massimo trofeo della rassegna, accolto dalla platea degli addetti ai lavori tra dissensi e stupore, sancisce un verdetto discutibile, con varie incongruenze, quasi a sottolineare la fase di transizione che la Berlinale sta evidentemente attraversando.
  Alla Paranza dei bambini di Claudio Giovannesi va il premio per la migliore sceneggiatura, firmata dal regista con Maurizio Braucci e con l'autore del libro Roberto Saviano: «Dedico il premio - dice Saviano - alle organizzazioni non governative che salvano vite nel Mediterraneo e ai maestri di strada che salvano vite nei quartieri popolari. Oggi, nel nostro Paese, è molto complicato raccontare la verità». Dopo di lui parla Braucci: «I ragazzi del nostro Sud hanno bisogno di supporto maggiore, questo deve essere un obiettivo fondamentale». E poi Giovannesi: «Speriamo che in Italia la cultura, la formazione, l'arte, tornino a essere una priorità».

 Lo scandalo dei preti pedofili
  La delusione più grande è sul volto di François Ozon che guadagna il Gran Premio della Giuria per Grace à Dieu, ma è evidente che abbia sperato di ottenere il riconoscimento più importante. Il suo film sullo scandalo dei preti pedofili in Francia debutta in un momento significativo, visto che, proprio ieri Papa Bergoglio ha deciso di «spretare» l'ex-arcivescovo di Washington McCarrick colpevole di abusi: «Non so se il cinema può davvero cambiare il mondo, ma sicuramente può aiutarci a capirlo. Ringrazio la giuria e dedico il premio ai protagonisti delle storie vere che racconto nel film».
  Sinceramente felici Yong Mei e Wang Jingchun, marito e moglie nel magnifico So Long, My Son di Wang Xiaoshuai, affresco sulla Cina in mutamento che secondo molti avrebbe meritato di più. Grande entusiasmo anche da parte di Angela Schanelec, premiata per la regia di I Was at Home, But, e di Nora Fingscheidt che ha ottenuto l'Alfred Bauer riservato alle nuove prospettive del cinema. I riconoscimenti al femminile, in una giuria guidata da una donna, con sei registe in gara, erano attesi, ma ci si aspettava altre scelte. E il super favorito dei pronostici God Exists, Her Name is Petrunya, regia di Teona Strugar Mitevska, è stato infatti ignorato.

 Gala e passaggio di consegne
  Sul palcoscenico del gala finale, più diluito del solito per via del lungo omaggio al direttore Kosslick che, dopo aver diretto la kermesse dal 2002 al 2019, passa il testimone all'italiano Carlo Chatrian, affiancato dalla tedesca Mariette Rissenbeek, annunci e proclami hanno avuto ruolo preponderante.
  La prima dichiarazione tocca a Binoche e riguarda l'assenza, per motivi di censura, del maestro Zhang Yimou che alla Berlinale avrebbe dovuto presentare la sua ultima opera One Second: «Rimpiangiamo di non aver potuto vedere il suo film. Zhang Yimou è stata una voce centrale nel cinema del mondo, non l'abbiamo potuta ascoltare, e ci manca molto».
  Subito dopo la fine della cerimonia, parlando della Paranza dei bambini (prodotto da Palomar con Vision Distribution e in collaborazione con Sky Cinema) Saviano è tornato sul tema migranti: «Si parla della loro invasione e non di quella dei capitali criminali. Si fermano i corpi e si lascia passare il veleno dei capitali».
  Nel filmato proiettato in onore di Kosslick, un montaggio di immagini dei momenti top della rassegna, pieno di divi dello star system mondiale, si avvertiva, ieri, un vago rimpianto per una manifestazione che forse, non potrà più raggiungere quelle vette di popolarità. Le date della prossima edizione, spostate in avanti, dopo la cerimonia degli Oscar, fanno immaginare maggiori difficoltà nella selezione di film Usa che in quel periodo, attendono di essere selezionati per Cannes o per Venezia. Insomma, dal 2020, qualcosa potrebbe cambiare, toccherà al neo-direttore italiano decidere in quale senso.

(La Stampa, 17 febbraio 2019)



«Sforzatevi di entrare per la porta stretta»

Gesù attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme. Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”. Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi ne sarete buttati fuori. E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

Dal Vangelo di Luca, cap. 13

 


Gli ebrei di Kaifeng perseguitati con tutte le altre religioni

La comunità ebraica non è riconosciuta fra le religioni ufficiali e le sue attività sono considerate "illegali". La persecuzione è incrementata dopo il varo dei Nuovi regolamenti sulle attività religiose. La comunità ebraica di Kaifeng data dal 10mo secolo ed è composta da circa 1000 membri. Bloccato dal governo il progetto di ricostruzione della sinagoga

KAIFENG - La piccola comunità ebraica di Kaifeng (Henan) soffre la persecuzione insieme a tutte le altre religioni in Cina. È quanto afferma Lela Gilbert, membro dell'Hudson Institute ed autrice di vari libri sulla persecuzione. In un articolo pubblicato ieri sul "Jerusalem Post", ella scrive: "L'aspro trattamento della minuscola popolazione ebraica in Cina emblematica della soppressione delle fedi religiose da parte del Partito comunista cinese senza Dio. E la vulnerabilità degli ebrei di Kaifeng è terribile e fin troppo familiare ai milioni di buddisti tibetani, musulmani uiguri, cinesi cristiani".
   La comunità ebraica di Kaifeng ha meno di 1000 membri, ma essa è sottoposta a pesanti controlli, a raid polizieschi, ostacoli di diverso tipo, soprattutto dopo il febbraio 2018, al varo dei nuovi regolamenti sulle attività religiose. "Durante un raid - racconta la Gilbert - agenti del governo [cinese] hanno rotto una Stella di David all'entrata [del Centro ebraico] e l'hanno gettata a terra. Hanno strappato dai muri citazioni delle Sacre Scritture. Hanno riempito di sporcizie e pietre un pozzo che serviva da mikveh (per il bagno rituale)".
   Il problema è che il governo cinese riconosce solo cinque comunità religiose: taoisti, buddisti, musulmani, cristiani protestanti e cattolici. Le altre religioni - fra cui quella ebraica - sono ritenute illegali e subiscono una sorte simile a quella delle comunità sotterranee. Nell'Henan, molte chiese cattoliche e protestanti sono state costrette a chiudere e a proibire l'entrata ai giovani minori di 18 anni.
   La comunità israelitica di Kaifeng ha una storia che data dal 10mo secolo, quando sono arrivati in Cina degli ebrei dalla Persia. La prima sinagoga a Kaifeng è stata costruita nel 1163. Dopo alterne vicende nei secoli, negli ultimi anni la comunità è riuscita ad instaurare rapporti con l'ebraismo mondiale e ha creato un piccolo Centro di cultura ebraica. Alcuni benefattori sono pronti a sostenere la ricostruzione della sinagoga. Ma, da febbraio, tale progetto è stato bloccato.

(Asia News, 16 febbraio 2019)


Chi ha in odio l'Occidente

di Niram Ferretti

Dall'Islam spira un'aria di novità, di fascinazione irresistibile. In passato esso era un afrodisiaco, un viagra psicologico per gli amanti della forza, dell'ordine, del sacro istituzionalizzato. Hitler ne apprezzava le virtù guerriere molto più vicine allo spirito delle Männerbunde teutoniche, rispetto a ciò che egli poteva rinvenire in qualsiasi altra religione. Ed è un paradosso della storia, uno dei tanti, che non siano più le destre antimoderniste, se non in sacche di testimonialità criogenica, o in sporadici casi individuali, a subirne l'allure, ma la sinistra, soprattutto quella più radicalizzata.
  La vocazione sistemica e totalitaria islamica convertirono Roger Garaudy, ex comunista duro e puro e Ilich (in onore di Lenin) Ramírez Sànchez meglio conosciuto come Carlos lo Sciacallo. Garaudy, autore di Les Mythes fondateurs de la politique israélienne, in cui ripropose le immarcesicibili tesi dei Protocolli dei Savi di Sion, condendole con tesi negazioniste che gli costarono cinque procedimenti penali, si convertì all'Islam nel 1982. Carlos lo Sciacallo, pluriassassino condannato all'ergastolo, e membro attivo del FPLP, Fronte Popolare Per La Liberazione della Palestina, organizzazione che rivendicava nel marxismo-leninismo la propria matrice ideologica, a seguito della sua conversione all'Islam redasse insieme al giornalista francese Jean Michel Vernochet, L'Islam rivoluzionario.
  Dispositivo combinato di indubbia efficacia quello tra lotta armata, revolucionaria, Islam e virulento antisionismo e antiamericanismo. Quando si identifica nell'Occidente e nei suoi derivati, democrazia, liberalismo e capitalismo, il nemico da abbattere avendolo trasformato in una rapace entità imperialista e colonizzatrice, è difficile non trovarsi uniti da un afflato molto simile. Maometto e Che Guevara che danzano a braccetto.
  Il fatto che l'Occidente sia da abbattere, purgandolo dalla propria decadenza attraverso una buona e severa profilassi coranica, oppure sia da sovvertire politicamente nelle sue strutture economiche imperanti in virtù di un socialismo di stato talebano, non modifica di un'oncia il comune intento. Soprattutto quando si è in grado di identificare chiaramente i propri nemici dichiarati, gli Stati Uniti e Israele, vero asse del male. In questo, i radicalismi di sinistra e di destra si sovrappongono, trovano amorose convergenze, neofascisti, terzomondisti, etno-nazionalisti, amanti di Assad e Hezbollah, della "purezza" islamica sciita: gagliardetti, croci uncinate, falci e martello, sacro suolo, mistica del sangue, della terra, dell'ardore. Il solito bric a brac della subcultura antimodernista, perché quello che aliena l'uomo è il capitale e il consumismo, mica la sharia, o la teocrazia, no, è la talassocrazia americana, mano longa dell'internazionale ebraica.
  L'Islam diventa dunque liberatorio, liberante, rappresenta una nuova prospettiva orgasmica. Come nel caso di Michel Foucault, inebriato dalla nuova "dimensione spirituale in politica" inaugurata a suo dire dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Khomeini nuovo Lenin, liberatore del pueblo oppresso dal regime filoamericano e filoisraeliano dello Scià. Il vecchio e cupo ayatollah ebbe l'idea felice di innestare il tradizionalismo islamico più severo sulla pianta della rivoluzione degli oppressi, di cui, lui, anima ferventemente pia, si faceva custode, guardiano, paraclito.
  Non è un caso se Hamas, movimento integralista islamico, costola palestinese di quei Fratelli Musulmani fondati in Egitto nel 1928 e il cui manifesto programmatico recita "Il Corano è la nostra costituzione, il jihad, la nostra strada, e la morte nel nome di Allah il più nobile dei nostri desideri", è visto agli occhi della sinistra così come dell'estrema destra un movimento resistenziale contro l'occupante "colonialista" ebraico.
  Sono dell'estate del 2014, durante l'ultimo conflitto a Gaza, le dichiarazioni di Gianni Vattimo ex filosofo del pensiero debole ed ex parlamentare di sinistra a favore di Hamas. Durante un programma radiofonico invitò volontari europei a partire per Gaza per unirsi al movimento islamico contro Israele. Lui, omosessuale dichiarato che da Hamas verrebbe prontamente giustiziato mentre in Israele, dai temibili sionisti, potrebbe, tranquillamente indossare se l'estro lo ispira, piume e paillettes o hot pants di pelle nera durante il Gay Pride annuale che si tiene a Tel Aviv.
  In antisionismo e afflato antisraeliano patologico Vattimo è stato preceduto da Noam Chomsky, il quale, nel 2010, andò in ossequiosa visita in Libano per incontrare l'allora capo spirituale di Hezbollah, Mohammad Hussein Fadlallah, grande sostenitore della distruzione di Israele e degli attacchi terroristici contro civili inermi. Il medesimo che definì eroico il massacro alla yeshiva Mercaz HaRav avvenuto nel 2008 e in cui vennero massacrati otto studenti ebrei.
  Nello stesso anno, in Libano si recò anche la primogenita del natural born killer, Ernesto Che Guevara per deporre una corna sulla tomba del cofondatore del gruppo terrorista, Abbas al Musawi, ucciso dalle forze armate israeliane. Aleida Che Guevara parlò della necessità della "resistenza dei popoli che devono confrontarsi con l'occupazione". Hasta la victoria siempre, dai rivoluzionari cubani al partito di Dio. Una parabola esemplare.
  Prima di loro fu il turno di Hugo Chavez. Nel 2009, Il leader maximo venezuelano ricevette in Venezuela Mahmoud Ahmadinejad e abbracciandolo lo chiamò un compagno rivoluzionario definendo Israele, "Il braccio armato omicida dell'impero americano". Le vecchie parole d'ordine coniate a Mosca non hanno mai smesso di essere di moda in Venezuela, dove ancora oggi le pronuncia l'ex conducente di autobus Maduro, patetico caudillo da operetta con cui il cleptocrate russo Putin ha ottimi rapporti.
  Il romanzo d'amore tra radicalismo di sinistra e destra e le forze dell'Islam militante non può destare meraviglia. Coloro che oggi coniugano il mai tramontato lessico sovietico del terzomondismo da combattimento o la passione per l'ordine del sacro militarizzato con l'oscurantismo maomettano, sono gli stessi che a sinistra negli anni Sessanta e Settanta hanno abbracciato con fervore tutte le peggiori dittature del globo, elogiando a turno Stalin, Fidel Castro, Tito, Mao Zedong, Pol Pot mentre a destra rimpiangevano il Duce e il Fuhrer.
  Orfani della loro tutela e delle palingenesi che proponevano, si sono rivolti all'Islam come succulento succedaneo. Lungo la strada, questi vecchi e maturi antioccidentalisti hanno incontrato nuovi acquisti da imbarcare. Sul mercato attuale, niente come l'islam militante può garantire loro l'opposizione più tenace e minacciosa nei confronti di quella civiltà in cui vivono ma di cui senza sosta additano gli "orrori" anelando la sua distruzione.

(Caratteri liberi, 16 febbraio 2019)


Di Segni: "l'Europa è nata quando si sono aperti i cancelli dei campi di concentramento"

"La memoria è fondamentale per capire chi siamo e come orientarci nella nostra vita": apre così il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, il suo intervento al convegno promosso nei giorni scorsi dalla diocesi di Frosinone sulla Shoah. "Quella tragedia ha fatto emergere le contraddizioni di una società intera: come essa può reggersi se non accetta chi non si piega alla maggioranza per differenze di qualunque motivo? Le differenze arricchiscono e non indeboliscono" aggiunge. Dal punto di vista storico, secondo Di Segni, "la Shoah non ha distrutto solo il popolo ebraico ma tutta l'Europa, che in fondo è nata nel momento in cui si sono aperti i cancelli dei campi di concentramento".
Alla domanda sulla singolarità della Shoah rispetto ai tanti massacri della storia, il rabbino capo di Roma ha risposto insistendo sul "progetto criminale intenzionale di uno Stato, che poi ha coinvolto altri Stati per la distruzione di un popolo. A questo progetto, si è unita la tecnologia, che si è messa a suo servizio e che negli anni Quaranta era rappresentata da treni, camere a gas, forni crematori, modalità di ricerca poliziesca…". In un confronto sugli ebrei di ieri e di oggi, Di Segni ha infine sottolineato "i contributi significativi, spesso poi cancellati, portati da questa comunità in ogni società in cui ha vissuto. Come minoranza, hanno sempre cercato di conservare pensieri e tradizioni, anche con spirito critico rispetto alla maggioranza".

(SIR, 16 febbraio 2019)


Come sarebbe la mia vita se scoprissi di essere ebreo?

Da un'indagine sull'origine degli antenati l'idea del nuovo romanzo Lo scrittore scandinavo abbandona il mare per il suo libro "più difficile".

di Björn Larsson

Björn Larsson
Quando e come nasce un romanzo? Perché scrivere proprio quel romanzo e non un altro, e proprio in quel momento e non in un altro? Sono interrogativi che sicuramente si pone la maggior parte degli scrittori. Qualche anno fa, in omaggio al mio editore, Iperborea, che festeggiava i suoi 25 anni di vita, e anche per rispondere alle domande dei miei lettori, soprattutto italiani, ho scritto un libretto intitolato Diario di bordo di uno scrittore. Ed è stato proprio scrivendolo che mi sono reso conto che non è poi così difficile risalire al punto di partenza di ogni romanzo, ricordare quello che mi è servito da ispirazione e ripercorrere il cammino che mi ha portato al risultato finale, comprese le deviazioni sterili, i vicoli ciechi e le sorprese - buone e cattive - incontrate strada facendo.
   Anche questa volta sono in grado di identificare abbastanza facilmente il momento in cui, più di quindici anni fa, è stato gettato il primo seme del mio ultimo romanzo La lettera di Gertrud, anche se poi sono dovuti passarne altri dieci prima che il seme cominciasse a germogliare sulle pagine di uno dei miei quaderni.
   È stato a Vancouver, in Canada, dove ero invitato da Peter Stenberg, professore di lingue e letterature scandinave. Quando ho raccontato a Peter che mia madre aveva ripreso il cognome da nubile di sua nonna, Zander, mi ha subito chiesto se non era un nome ebreo. Ho risposto che non lo sapevo: nessuno in famiglia, neppure mia madre, aveva precise notizie su questa nonna. Peter stava preparando un'antologia di scrittori ebrei svedesi e voleva che io fossi ebreo per potervi includere delle pagine de La vera storia del pirata Long John Silver che gli erano piaciute molto.
   Da una zia paterna sono poi venuto a sapere che con tutta probabilità noi abbiamo «sangue vallone nelle vene», il che spiegherebbe anche gli occhi marroni occhi e i capelli castani della nostra famiglia. E ho letto in seguito in un saggio sui gitani in Svezia che molti di loro si definivano «valloni» per sfuggire alle persecuzioni degli anni Cinquanta.
   Non era quindi escluso che potessi avere origini ebraiche da parte di mia madre e rom da parte di mio padre. Questa novità si è presto trasformata in una domanda nella mia testa: se la cosa venisse dimostrata, cosa cambierebbe per me? 0, un po' più tardi, per Martin Brenner, cinquantenne, sposato, padre di una ragazzina, che scopre alla morte della madre che lei non era, come lui aveva sempre creduto, una tedesca scampata ai bombardamenti di Dresda, bensì un'ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, cosa che aveva sempre tenuta nascosta al figlio per paura che la storia si ripetesse.
   Martin si ritrova dunque nella situazione eccezionale in cui può scegliere se essere ebreo oppure no. Se non dice niente a nessuno, non lo sarà, ma dovrà pagare il prezzo di avere un segreto nei confronti dei suoi cari e degli amici. Se, al contrario, accetta di esserlo, nessuno vi si opporrà, né gli ebrei né gli antisemiti, che si ritroveranno con un ebreo in più da odiare. La terza opzione, che sarebbe rivelare pubblicamente che la madre era ebrea, ma che lui non lo è e, soprattutto, non vuole diventarlo, non avrebbe l'approvazione di quasi nessuno. È in pratica la posizione presa da Hanna Arendt quando dichiara di non poter amare - o odiare - nessun «popolo», che fosse ebreo, americano, francese o proletario.
   Posto il dilemma iniziale e trovato il protagonista, il romanzo potrebbe sembrare ben avviato. Ma è lì che comincia il vero lavoro, cioè immaginare la trama di una storia e dei personaggi che possano incarnare il tema di fondo del romanzo.
   La lettera di Gertrud in realtà non riguarda solo l'identità ebraica, ma diverse questioni esistenziali e ideologiche associate alla ricerca sfrenata di identità - che sia religiosa, culturale, etnica, nazionale o sessuale - che caratterizza l'epoca attuale, a detrimento dell'umano: la paura e l'odio nei confronti dell'altro, il peso del passato in rapporto all'avvenire, il bisogno o il rifiuto di appartenenza, la generalizzazione abusiva delle persone in categorie, eccetera.
   Resta certamente il fatto che l'identità ebraica è la più controversa di tutte e una grande sfida. Perché il romanzo fosse credibile, dovevo quindi, sulla scia di Martin Brenner, leggere decine di migliaia di pagine sull'ebraismo, scritte da rabbini, intellettuali e ricercatori, ebrei e non, e da romanzieri. Bisognava anche trovare una forma narrativa che potesse riflettere l'evoluzione di Martin Brenner nel corso della vicenda. Tanto per fare un esempio: dato che l'antisemitismo, purtroppo, non è confinato in un solo luogo o in un solo paese, gli eventi raccontati dovevano potersi svolgere in qualsiasi paese europeo, a parte la Germania.
   Ne è risultato un romanzo, credo, abbastanza particolare e forse anche un po' unico nel suo genere, anche se, ovviamente, l'originalità non è di per sé un criterio di qualità. Comunque non cerco il plauso generale di tutti, critici e lettori. Si può provare o meno simpatia per Martin Brenner, dargli torto o ragione, ma, se non si è in malafede, non si può accusarlo di mancare di coraggio o di non affrontare con rigore il dilemma davanti al quale si trova, senza sua colpa.
   Mi ci sono voluti cinque anni per scrivere questo libro, che è nel complesso quello che mi ha richiesto più fatica di tutti. Ma, come l'originalità, anche lo sforzo costato non è un criterio di eccellenza. Ho tuttavia una speranza: che il lettore, arrivato alla fine, sia stimolato a porsi seriamente la domanda di cosa avrebbe fatto, trovandosi nei panni di Martin Brenner. Chi eventualmente fosse tentato di cavarsela con la constatazione che dopo tutto La lettera di Gertrud non è che letteratura, farebbe bene a immaginare un Martin Brenner italiano nel momento della promulgazione delle leggi razziali del 1938, seguita dalle deportazioni degli ebrei verso la morte nei lager.

(La Stampa, 16 febbraio 2019 - trad. Emilia Lodigiani)


Israele in formato luxury: il nuovo trend fra boutique hotel e spa

Aumenta la richiesta di viaggi di lusso in Israele e, di conseguenza, cresce anche l'offerta. La nuova tendenza della destinazione, spiega Avital Kotzer Adari, direttore dell'ente del turismo israeliano in Italia, è anche merito delle adv: "Conoscono meglio il paese e le sue possibilità, quindi sanno cosa proporre ai clienti".
Alle spalle c'è la volontà del Ministero del Turismo israeliano di investire in questa direzione, favorendo soprattutto la nascita di nuovi boutique hotel di lusso e "aiutando gli investitori internazionali nel recupero di edifici storici da trasformare in strutture ricettive".
Tra le nuove aperture c'è quella di Nobu Hotel Tel Aviv, che al suo interno avrà 38 camere di lusso, un centro fitness, piscina, rooftop, giardino e ovviamente il celebre omonimo ristorante.

(TTG Italia, 16 febbraio 2019)



Seguendo le tracce del sentimento antiebraico

Seguendo le tracce del sentimento antiebraico nell'Italia dei nostri giorni è bastato grattare poco, pochissimo per far emergere quella rogna da cui la civiltà occidentale non si è mai sanata anche quando ha riconosciuto alla tradizione ebraica un ruolo primario in termini di produzione intellettuale, scientifica, morale, sociale. Una rogna che sembra essersi installata sotto la pelle dei non ebrei e da cui i non ebrei pare non si siano mai liberati preferendo piuttosto aggiornare quella malattia, coltivarla e nutrirla rinnovando ossessioni e deliri.
   Gli italiani sono antisemiti? Lo sono spesso in modo obliquo, quasi mai esplicito. A meno di esplodere in momenti inattesi. Te ne accorgi una sera a cena, quando una donna sofisticata che credevi di conoscere bene, a metà di una conversazione abbassa la voce e ti soffia: «Tu non sai come sono fatti gli ebrei. Io che ho lavorato con loro posso dirtelo». Poi, afferrando il coltello come un pugnale, mima un gesto che resta a mezz'aria: «Quelli son capaci di accoltellarti alle spalle».
   Oppure quel sentimento si appalesa quando un colto intellettuale, con tanto di cuore e cervello, dichiara la sua inimicizia totale: «Gli israeliani? Fanno schifo. Gli ebrei fanno schifo. Smettetela di compiangerli. Hanno avuto quel che si meritavano». Schiuma rabbia con sguaiatezza isterica, protagonista di uno sfogo che arriva nemmeno lui sa da quanto lontano. C'è nelle sue parole un surplus di disprezzo che non riserverebbe a nessun altro appartenente al genere umano. Speciali anche in questo gli ebrei, nel risvegliare istinti arcani e totalmente slegati dall' esperienza personale di chi è a loro ostile.
   Poi un altro signore, in una sera d'estate, se la prende prima con coloro che «vorrebbero gli israeliani nella Comunità europea, ma ti rendi conto?!» e, paonazzo, lui che pure vive di commercio, accusa gli ebrei di essere dei «bottegai meschini e imbroglioni», gente che pensa solo al guadagno, che non ha onesta considerazione se non per i propri correligionari.
   Capisci allora quanti danni provochi l'arzigogolo del politicamente corretto che in questo caso ha per di più un duplice standard: pubblicamente si mantiene un comportamento educato come dettano le convenzioni civili, una sorta di meccanica preghiera laica che permette di sentirsi in regola con l'ordine civile; dall'altra parte ci si riserva la possibilità di coltivare, nutrire e ingigantire il contrario senza per questo correre il rischio di venire accusati di nulla di sconveniente.
   È allora inevitabile istruire uno spericolato processo alle intenzioni per rendersi conto che sono proprio quelle, semisegrete, a governare i ragionamenti e i giudizi di molti. Ecco perché la condanna assennata nei confronti delle bestie naziste, ecco perché tanto disprezzo compunto che li fa sentire esonerati da ogni sentimento di corresponsabilità e di continuità.

(da “I soliti ebrei”, di Daniele Scalise)

 


L'idea di Ossicini inventò il morbo K per salvare gli ebrei

Addio al partigiano, psichiatra e ministro. Ci lascia in eredità l'idea della Resistenza come base della convivenza civile e una moderna concezione della laicità.

di Umberto Gentiloni

Ha concluso la sua lunga traversata all'ospedale Fatebenefratelli sull'Isola Tiberina dove era ricoverato per una caduta da qualche giorno. Lo stesso luogo dove Adriano Ossicini (classe 1920) era riuscito a nascondere e isolare decine di ebrei romani colpiti da un non meglio definito "Morbo K", con sfrontata ironia preso dalle iniziali di Kappler e Kesselring nella lunga notte dell'occupazione nazista della capitale. Si era inventato una scorciatoia, una sorta di tranello per evitare che dopo la grande retata del 16 ottobre '43 altre vite potessero finire nei terribili ingranaggi della soluzione finale. Ossicini non aveva avuto dubbi: partigiano nella lotta di liberazione dai primi passi della Resistenza in città.
   Dopo l'armistizio combatte a Porta San Paolo e nelle settimane successive si muove tra culture e sensibilità differenti cercando di costruire ponti, occasioni di dialogo e collaborazione tra ispirazioni religiose e forze organizzate nel terreno d'incontro tra cattolici, comunisti e sinistra cristiana. Sente il peso della minaccia nazifascista, unisce l'approccio critico di un combattente per la libertà con una spiritualità profonda, la fede nel cattolicesimo come scelta di vita e di libertà. Non si risparmia nelle tappe successive che attendono una vita ricca di occasioni di militanza e partecipazione.
   Un percorso originale e intenso: psicologo e psichiatra, medico impegnato in prima fila con lo sguardo rivolto all'impegno politico. Un'identità composita: cattolico e comunista, docente di psicologia alla Sapienza, parlamentare della sinistra indipendente, vicepresidente del Senato, ministro della Famiglia e della Solidarietà sociale nel governo Dini nello scorcio conclusivo del '900. La sua storia è quella di una generazione che attraversa gli anni del fascismo e la tempesta della seconda guerra mondiale: le radici affondano nelle inquietudini del mondo cattolico, nell'associazionismo diffuso che lo caratterizza, nella radicalità del messaggio delle Scritture fino a trovare nell'antifascismo una dimensione esistenziale, coinvolgente e irriducibile. Ossicini è stato un protagonista di stagioni diverse, fino alle fasi successive del lungo dopoguerra, spesso controcorrente, mai banale o scontato nelle sue apparizioni pubbliche o nei tanti scritti che hanno segnato una produzione continua e qualificata.
   Dagli spunti di un diario personale nella stagione della Resistenza ai problemi di psicologia clinica, dalle dense pagine di un colloquio con Giuseppe De Luca alle riflessioni sul valore della politica e sulla distinzione per lui irrinunciabile tra cattolici e democristiani. Un cammino rilanciato dalle ragioni di fondo del Concilio Vaticano II e dalle critiche che hanno accompagnato le sue posizioni «da sovversivo». Non si nascondeva, preferiva argomentare con puntualità a fronte delle obiezioni di chi chiedeva fedeltà di partito o di corrente. Una ricca e generosa attenzione alle novità del mondo contemporaneo lo ha visto partecipe e interessato alle ultime stagioni del centrosinistra al governo della capitale.
   Si è occupato con passione di cose diverse in contesti modificati senza perdere di vista le sue convinzioni più profonde, un lascito non consumato. L'idea della Resistenza come base preziosa della convivenza civile in una stagione nella quale forze diverse, culture distanti e conflittuali hanno prodotto un risultato alto, un bene prezioso. E su un altro versante una moderna concezione della laicità, una costante tensione nella coerenza di un principio di libertà inteso come «non mancanza di fede, ma modo di vivere una fede, un orientamento filosofico o ideale in termini non integralistici».

(Avvenire, 16 febbraio 2019)


Noa: "No Baby" è il suo nuovo video

Da oggi è online il video di "No Baby", primo singolo estratto da "Letters To Bach" (Believe International), il nuovo progetto discografico di Noa in uscita il 15 marzo. Il video, animato da Guy Hirsch.
Noa, una delle voci internazionali più emozionanti, è un'artista unica capace di cambiare ed evolversi in ogni progetto, mantenendo sempre il suo tratto distintivo elegante e raffinato.
Un disco prodotto dal leggendario Quincy Jones, in cui Noa riprende 12 brani musicali del compositore tedesco Johann Sebastian Bach e li arricchisce con le sue parole, grazie ai testi in inglese ed ebraico, ispirati a temi che spaziano dalla sfera personale a una più universale.
Gli arrangiamenti per chitarra sono stati realizzati da Gil Dor, collaboratore con cui lavora ormai da anni. Un musica che va oltre i confini di genere musicale e della lingua, una musica capace di parlare al cuore delle persone e di emozionarle, creando un punto di contatto tra di loro.
Un omaggio al compositore tedesco unita alla capacità di sperimentare di un'artista che in 28 anni di attività ha saputo attraversare stili e argomenti, sempre in perfetta armonia tra di loro.

(Onda Musicale, 16 febbraio 2019)


Istituito integruppo su sport e antisemitismo, più attenzione a scuole e stadi

Negli ultimi mesi si sono susseguiti in maniera crescente fenomeni di violenza e intolleranza di matrice antisemita, sia in Italia che in Europa, per questa ragione è stato istituito l'intergruppo "Sport e lotta all'antisemitismo" promosso dai deputati del Movimento 5 Stelle Paolo Lattanzio, Felice Mariani e Antonio Zennaro e dalla vicepresidente della Camera Mara Carfagna, un progetto a cui sono stati invitati ad aderire tutti i parlamentari.
L'iniziativa nasce con l'obiettivo di portare concretamente nel mondo dello sport i valori di amicizia, cooperazione, collaborazione e inclusione, affrontando e superando recenti episodi di discriminazione e intolleranza che si sono verificati in tanti stadi e luoghi di aggregazione sportiva.
"Avvieremo tavoli di dialogo e progetti con le federazioni e le organizzazioni sportive, anche qui in Abruzzo, affinché le associazioni possano partecipare attivamente a questo contrasto all'odio e alla violenza" - spiega Antonio Zennaro. "Intendiamo dedicare maggiore attenzione agli spazi di incontro soprattutto giovanile, come scuole e stadi, che purtroppo sono ancora terreno fertile per il proliferare di idee antisemite. Lo sport nella sua complessità deve essere valorizzato come momento di aggregazione, di fratellanza e di complicità." - conclude il deputato Zennaro, tra i promotori dell'intergruppo.

(equonews, 16 febbraio 2019)


Le radici dell'odio: genesi e storia dell'antisemitismo

di Paolo Salom

Citando Jean-Paul Sartre, lo storico Roberto Pinzi, nel suo Breve storia della questione antisemita (Bompiani, pagine 240, €12 ), scrive che «l'esperienza non fa sorgere la nozione d'ebreo, al contrario è questa che chiarisce l'esperienza; se l'ebreo non esistesse, l'antisemita lo inventerebbe». Parole che da sole inquadrano un fenomeno, l'antisemitismo appunto, tutt'altro che teorico ma, al contrario, parte concreta della cultura occidentale - e arabo-islamica - da circa due millenni. Gli effetti di questo atteggiamento pregiudiziale sono in parte noti: la Shoah, massacro industriale di cinque milioni di ebrei capace di cancellarne la presenza in gran parte dell'Europa centro-orientale; in parte meno: le stragi periodiche in Europa prima, durante e dopo il Medioevo alimentate da accuse di omicidio rituale o semplicemente portate a compimento (per esempio dall'esercito di crociati in marcia verso la Terrasanta) per «ripulire» la cristianità dagli «infedeli».
   Nel saggio, rielaborato e aggiornato dall'autore rispetto a un suo precedente lavoro uscito nel 1997, Pinzi prova a rispondere a una domanda che aleggia con pervicacia in Occidente: perché esiste l'antisemitismo? E, in subordine, al quesito che persino alcuni ebrei hanno fatto proprio: dipende forse, almeno in parte, da qualcosa che gli ebrei stessi hanno fatto? La citazione di Sartre aiuta a dare sollievo per quanto riguarda la seconda questione: l'odio contro gli israeliti è sganciato dai loro atti e, spesso, persiste anche in loro assenza. Per quanto riguarda la prima, fondamentale domanda, la risposta è un excursus attraverso le tappe fondamentali della problematica convivenza tra ebrei e cristiani in Occidente, con esempi pertinenti all'universo arabo-islamico.
   Leggendo le pagine di questo interessante studio, colmo di citazioni e riferimenti storico-letterari, si entra nella genesi del fenomeno chiave ( almeno per il Ventesimo secolo) passando dal suo precursore, l'antigiudaismo di matrice cristiana (non c'è spazio qui per affrontare le profonde implicazioni teologiche), con l'accusa di «deicidio» che ha attraversato i secoli attribuendo agli ebrei l'aura di «intrinseca crudeltà» trasmessa di generazione in generazione: un popolo capace di mettere in croce Gesù Cristo (peraltro incappato, da ebreo, nella giustizia romana) non meritava che disprezzo e ostilità. Da qui la separazione fisica che nel tempo portò alla costituzione dei ghetti; le leggi che impedivano agli ebrei la gran parte delle professioni (tranne quella di prestatori di denaro) e il diritto di possedere la terra; le espulsioni in massa da città e territori dove avevano abitato per secoli (per esempio dall'Inghilterra di Edoardo I nel 1275; dalla Spagna e tutti i territori da essa controllati a partire dal 1492).
   L'antigiudaismo sarebbe diventato antisemitismo solo nel Diciannovesimo secolo. Il termine, coniato a Berlino nel 1879 dal «nazionalista» Wilhelm Marr, era la trasformazione lessicale indispensabile per la prosecuzione dell'odio contro gli ebrei, emancipati a partire dalla Rivoluzione francese in quasi tutta l'Europa (Russia zarista e Stato della Chiesa esclusi). Serviva perché gli ebrei che uscivano dai ghetti e provavano ad assimilarsi nelle società dell'epoca dovevano in qualche modo rientrare nello stigma, non più per il loro credo, ma per la loro intima essenza: la razza «semita». L'affare Dreyfuss, i pogrom, l'Olocausto non sarebbero stati altro che l'inevitabile conseguenza di una convivenza impossibile con l'«altro», visto necessariamente come nemico e traditore. Il risorgere dell'antisemitismo (o della sua nuova forma, l'antisionismo) nel nostro tempo dimostra che il virus è tutt'altro che debellato.

(Corriere della Sera, 15 febbraio 2019)


Blair contro Corbyn sull'antisemitismo

Il caso Berger e le troppe connivenze del Labour con l'odio per gli ebrei


 
I falchi corbyniani hanno minacciato di sanzioni Luciana Berger, celebre parlamentare ebrea del Labour, per le sue ripetute critiche a Jeremy Corbyn e alla sua gestione della questione antisemitismo nel partito. L'ex primo ministro britannico e già leader del Partito laburista, Tony Blair, ha criticato il partito per il suo uso massiccio della retorica antisemita in un'intervista a Sky News, domandando: "Come possiamo dire che è tollerabile avere un certo livello di antisemitismo?". Dopo che l'intervistatore gli ha chiesto delle pesanti critiche all'antisemitismo nel Labour, Blair ha risposto che "dovrebbero sradicare l'antisemitismo dal partito laburista". "Dovremmo essere un partito politico progressista", ha spiegato Blair. "Ci sono alcune parti della sinistra, non l'intera sinistra, che hanno un problema con l'antisemitismo, e lo vedete nel loro atteggiamento verso lo stato di Israele". Blair si riferiva all'attuale capo del Partito laburista Jeremy Corbyn, che in numerose occasioni ha parlato e agito in modo a dir poco antisemita: posare una corona per uno dei terroristi delle Olimpiadi di Monaco del 1972, flirtando con islamisti di vario tipo, negando a Israele le ragioni storiche della sua esistenza, sostenendo il boicottaggio dello stato ebraico, assecondando parlamentari e attivisti laburisti apertamente antisemiti.
   Blair ha chiarito che le persone possono criticare Israele. Tuttavia, "la loro continua concentrazione su Israele per tutto il tempo, per un lungo periodo ... ti rimane la sensazione che in un certo senso lo prendono di mira perché è uno stato ebraico". Poi Blair ha decifrato il vero motivo di tanta omertà. "C'è, temo, una specie di. .. alleanza tra il tipo di politica islamica e la sinistra, e non la vedi solo nel Regno Unito, puoi vederla in tutta Europa", ha detto Blair. "E dà origine all'antisemitismo".

(Il Foglio, 15 febbraio 2019)


Antisemitismo in Germania, nel 2108 aumento del 10%

L'antisemitismo spaventa la Germania, dove nel 2018 gli episodi di odio antiebraico sono saliti del 10%. Un dato che il governo ha trasmesso al parlamento dopo un'interrogazione del partito di sinistra Linke.
Secondo l'esecutivo di Berlino gli atti violenti da parte di antisemiti sono saliti a 62 nel 2018 (37 nel 2017) e per lo più hanno una matrice di estrema destra.
Numeri che mettono in imbarazzo il paese che vorrebbe essere il capofila dell'Europa e che dopo decenni non è riuscito ad arginare l'avversione nei confronti degli ebrei.
Numeri che hanno destato sorpresa solo in chi voleva farsi sorprendere o chi per un anno intero non ha voluto ascoltare i numerosi allarmi sull'argomento, che costantemente arrivano dal paese in cui il nazismo trovò linfa vitale.
Ecco alcuni episodi di antisemitismo in Germania di cui vi abbiamo parlato nel 2018.
Aprile: La comunità ebraica tedesca porta alla luce il problema del bullismo religioso fra i banchi di scuola.
Aprile: Berlino, aggrediti due ragazzi perché indossavano la kippah (il copricapo ebraico).
Giugno: Magonza, la 14enne Susanna Feldmann, scomparsa la sera del 22 maggio viene trovata morta dopo esser stata violentata.
Luglio: Berlino, un allievo della John F. Kennedy denuncia aggressioni da parte dei compagni di scuola.
Agosto: Chemnitz, a margine degli scontri scoppiati nella città, viene assaltato un ristorante ebraico.
Davanti a tutto questo come si può rimanere sorpresi? Così ci si può stupire dei rigurgiti antisemiti?
Da anni è scattato l'allarme antisemitismo in Europa, soprattutto in Germania e in Francia. Solo chi non vuol vedere, non vede.

(Progetto Dreyfus, 15 febbraio 2019)



«L'antisemitismo è una malattia mentale da cui non si guarisce»

Iddo Netanyahu, il fratello dell’eroe Yoni e del presidente Bibi, nell'opera teatrale «Meaning» parla della Shoah.

Memoria
Oggi il rischio di genocidio non esiste più. Ma occorre tenere alta l'attenzione
Potenza
Lo Stato d'Israele è il deterrente anche contro il populismo peggiore

di Fiamma Nirenstein

Anche Iddo Netanyahu prende la storia per il collo, come i suoi due fratelli maggiori, Yonì, il comandante dell'impresa di Entebbe in cui furono salvate più di cento persone sequestrate dai terroristi ( e lui ci si lasciò la vita), e Bibi, Benjamin, il primo ministro di Israele il quale, incurante delle critiche, ha portato il suo Paese fra i primi al mondo quanto a economia, scienza, difesa. Ma Iddo affronta il rischio dal lato intellettuale. Medico e commediografo, 66 anni, alto e asciutto, marito e padre, è divenuto negli anni uno scrittore schivo e concentrato in riflessioni che sfidano il pensiero comune, e le cui opere vengono rappresentate da Mosca a New York. I suoi personaggi occupano il palcoscenico e le pagine con ironia amara e senza mezzi termini, come nel romanzo Itamar, o come nel dramma Un lieto fine.
In Meaning, la sua ultima opera appena rappresentata a Baku, affronta il rifiuto di guardare in faccia l'antisemitismo. Lo fa usando come protagonista la figura storica di Viktor Frankl (1905-97), austriaco, sopravvissuto ai campi di sterminio, neurologo, psichiatra e filosofo, fondatore della logoterapia. Le sue memorie di prigioniero sono raccolte in un libro che fu un super bestseller mondiale, Man's search for meaning, uscito nel 1946, tradotto in 24 lingue e venduto in decine di milioni di copie. Frankl vi racconta il percorso per superare le sofferenze e per vivere una vita degna che dissipi le nebbie dell'antisemitismo. Per farlo, secondo lui ognuno deve trovare il suo «buon» significato. Frankl ad Auschwitz identifica il suo «meanìng» nella logoterapia. Iddo Netanyahu mette a confronto le illusioni di Frankl con la disillusione di Betty, una madre cristiana il cui compagno ebreo è morto ad Auschwitz e il cui figlio è costretto a subire, anche dopo la guerra, attacchi antisemiti dai compagni di scuola. Betty non crede nel «meanìng» di Frankl, anzi ne mostra la debolezza, svelando una realtà che lo psicanalista non può curare: la permanenza dell'antisemitismo in Europa dopo la Shoah. Betty va da Frankl per farsi aiutare. «Frankl - spiega Iddo - cerca di convincerla che le sue sono fantasie, che con la sconfitta del nazismo il bene ha sconfitto il male. E rifiuta di affrontare la realtà».

- La delusione, protagonista di altre sue opere, è un elemento necessario della conoscenza?
  «La delusione è necessaria, capire la realtà è un antidoto contro il male. Ma il mondo è diviso in due, fra chi pensa che l'uomo possa cambiare, che curandolo se ne possa estrarre il nocciolo buono, e chi capisce che c'è una realtà spesso immodificabile. L'antisemitismo è con noi da migliaia di anni, il suo male è una pietra ideologica inamovibile».

- Frankl pensa di poterlo fronteggiare con la psicanalisi...
  «Secondo Frankl, con la morte di Hitler il male si è esaurito. Il nazismo è stato un episodio, e hanno vinto i buoni. E i cattivi ... diventeranno buoni se troveranno un buon meaning. Ma in verità è stata l'ideologia nazista a fornire il guscio all'antisemitismo persistente. Secondo Frankl, Betty fantastica. Finché il figlio non tenta di uccidersi ... È un punto di vista simile a quello di chi pensa che il comunismo sia stata un' esperienza fallimentare perché guidata da uomini cattivi. Mentre è l'ideologia stessa a essere oppressiva e totalitaria. Così per l'antisemitismo. Persiste come malattia ideologica capace di trasformarsi da millennì, dai tempi dell'antico Egitto».

- Ma cercare un «significato» ha aiutato Frankl a sopravvivere. Non è già tanto?
  «Certo. Penso sia commovente la sua insistenza nel perseguire il bene, che sia infantile il suo credere che l'uomo ha uno scopo morale. Ma non ce l'ho con lui».

- Tuttavia per sopravvivere finge di ignorare che una copia dei suoi appunti sia in salvo a Vienna e trascina la moglie verso la morte per proteggerli con lui nel campo. E alla fine si salva perché può usare le scarpe di un compagno morente. Non ci fa una bella figura.
  «Ma fu anche generoso, raccontano le sue memorie. A Baku, dove ora la pièce ha avuto molto successo, molti si sono innamorati del suo ottimismo ... Lessi il libro di Frankl per la prima volta da ragazzo, me lo regalò mia madre. Rileggendolo 40 anni dopo notai che la parola "ebreo" non veniva usata neppure una volta, e nemmeno "tedesco" ... Per Frankl ci sono soltanto anime universali, la gente cattiva e quella buona. Oggi del resto si fantastica sull'idea che i giovani militanti dell'Isis che fanno attentati e tagliano teste siano poveri sfruttati, disgregati socialmente, e che, se aiutati, diventeranno buoni».

- Lei che ha militato nell'unità migliore dell'esercito come i suoi due fratelli, lei che fa del sionismo la sua bandiera, come può pensare che la ricerca del «significato» sia un'idea sbagliata? La sua vita è piena di «meaning» ...
  "Sì, ma di un "meaning' realista, non ideologico. Frankl indica nel "meaning” buono un'astratta appartenenza a un'umanità destinata a essere redenta, come dall'altra parte ci sono i cattivi. Le cose non stanno così».

- L'antisemitismo genocida può essere praticato da chiunque? Colti, ignoranti, cristiani, islamici?
  «Certo, è una malattia della mente. L'impero romano d'oriente la trasmise all'Europa Occidentale, e l'Europa l'ha trasmessa a tutte le altre culture».

- All'Islam?
«  A parte dell'Islam. Quando Hitler decise di cavalcare l'antisemitismo, lo fece perché sin da quando frequentava la scuola d'arte a Vienna vide quanto fosse popolare l'antisemitismo ... »

- Il populismo odierno può scatenare l'antisemitismo?
  «Soltanto se ai leader convenisse. Ma oggi è molto difficile immaginare che ciò accada, soprattutto perché si inimicherebbero Israele. Questa è la grande novità: che adesso Israele esiste».

- Però dichiarare la fine dell'antisemitismo con la nascita di Israele fu un errore. Oggi c'è un antisemitismo israelofobico.
  «Non fu un errore. Il fatto che gli ebrei non possano più essere oggetto di una guerra di sterminio è importante. Possono essere odiati, ma non più sterminati. L'antisemitismo è un'ideologia genocida, ma ora il genocidio non è più possibile. I padri fondatori capirono che il popolo ebraico doveva avere la sua casa, e anche la sua forza, che occorreva andarsene e potersi difendere. L'antisemitismo oggi è molto meno pericoloso. Oggi l'unico antisemitismo che minaccia direttamente il popolo ebraico è quello puntato contro Israele con un obiettivo genocida, quello dell'Iran. L'antisemitismo europeo è pericoloso per i singoli: può odiarci, ma non eliminarci».

- È un'ideologia, quindi lo si potrebbe battere con armi ideologiche, con le leggi.
  «Sono contrario alle proibizioni, alle condanne penali, alla criminalizzazione».

- In uno dei dialoghi finali di Meaning, Frankl cerca invano di bloccare il desiderio di vendetta di uno dei suoi compagni nel campo di sterminio.
  «Il desiderio di vendetta verso chi ti ha ucciso i figli o i genitori o la moglie era naturale. Ma quando c'è un potere organizzato non ci si deve vendicare con le proprie mani».

- Se lo Stato d'Israele fosse esistito al tempo della Shoah, avrebbe impiegato l'esercito?
  «Certo, avrebbe usato la forza. Purtroppo siamo arrivati dieci anni dopo».

- Sono rimasta in pena per il figlio di Betty. Il ragazzo morirà?
  «Se avessi voluto farlo morire, sarebbe morto ... Invece, è all' ospedale».

- Allora Frankl potrà parlare di nuovo con Betty? Capire la realtà? Darle una speranza?
  «Speriamo».

(il Giornale, 15 febbraio 2019)


E tu Europa che fai? A Varsavia Netanyahu e i paesi arabi contro l'Iran

Il tweet cancellato del premier israeliano, i dispetti diplomatici tra America ed europei e il dilemma sull'accordo nucleare.

di Paola Peduzzi

MILANO - Benjamin Netanyahu, premier israeliano, ha cancellato il tweet di mercoledì sera postato sul suo account ufficiale, ma nulla scompare davvero nella rete, non certo quell'espressione, "guerra contro l'Iran" che anzi è risuonata ancora più fragorosa proprio perché velocemente cancellata. "Questo è un incontro aperto con i più importanti rappresentanti dei paesi arabi che si siedono con Israele per portare avanti l'interesse comune della guerra contro l'Iran", ha scritto Netanyahu, spiegando il senso e l'importanza della conferenza sul medio oriente organizzata a Varsavia ieri e oggi dagli americani. Il tweet è stato poi sostituito con un po' più morbido "interesse comune nel combattere l'Iran", ma è circolato un video in cui Netanyahu ha ripetuto il termine "guerra" (in ebraico) parlando con dei cronisti polacchi. E' una conferenza di pace o di guerra?, chiedevano ieri i commentatori, mentre arrivavano a parlare gli americani e ribadivano che la minaccia iraniana deve essere contenuta, e che i paesi arabi presenti a Varsavia erano pronti a collaborare per questo obbiettivo - Mike Pompeo, segretario di stato americano, in Europa già da lunedì, Mike Pence, vicepresidente, Jared Kushner, il genero del presidente Donald Trump (per ascoltare il suo discorso a porte chiuse, Netanyahu ha fatto aspettare un'ora il premier polacco, Mateusz Morawiecki, che lo attendeva per il loro bilaterale). Pence ha sottolineato che i paesi arabi "spezzano il pane" assieme a Israele, vogliono difenderlo, mentre le tv si riempivano di strette di mano con Netanyahu e molti resoconti raccontavano l'incontro inizialmente segreto ma poi pubblicissimo con la delegazione dell'Oman, che è un mediatore rilevante nella costituzione di questo fronte tra arabi e Israele.
   Come spesso accade a questi eventi, il ruolo principale lo hanno svolto gli assenti. Il Qatar e la Turchia, ma soprattutto gli europei, che hanno per lo più mandato inviati di medio livello, con gli inglesi che si sono fermati per qualche ora (dobbiamo tornare a Londra per la Brexit è la scusa sempre valida) e Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Unione europea, che non si è presentata, perché questo summit avrebbe finito soltanto per evidenziale le divergenze tra le due sponde dell'Atlantico sulla questione iraniana. E infatti è andata proprio così, oltre al dispetto diplomatico - ormai i dispetti tra Europa e America sono un genere - di aver organizzato la conferenza soltanto con i polacchi e con gli interlocutori mediorientali e non con le altre cancellerie europee. Non che ci fosse bisogno di un palco e di una platea per mostrare le divergenze sull'Iran: gli Stati Uniti sono usciti dall'accordo sul nucleare con Teheran, hanno introdotto delle sanzioni e a maggio potrebbero togliere l'esenzione per ora concessa ai paesi che continuano a commerciare con l'Iran. Gli europei stanno tentando di tenere in piedi l'accordo anche senza gli americani, ma se c'è un ambito in cui la presenza o l'assenza di una superpotenza fa la differenza è proprio questo dei trattati internazionali - per non parlare del fatto che non c'è una superpotenza "di ricambio", nel mondo, non per l'Ue per lo meno. L'accordo con Teheran traballa, gli iraniani minacciano di abbandonarlo, gli americani minacciano sanzioni, gli europei inventano meccanismi tecnico-finanziari per ovviare alle sanzioni di Washington, ma l'equilibrio non c'è più e difficilmente si potrà trovare. E Netanyahu ripete: non è usuale che Israele e i paesi arabi siano d'accordo in modo così netto, ma quando accade gli altri dovrebbero ascoltare.

(Il Foglio, 15 febbraio 2019)


John Pawson trasforma un ospedale dell'800 in uno spettacolare cinque stelle

Tel Aviv applaude. Volte a Crociera, pizzi arabescati, marmi damier: il re del minimalismo riscrive la storia con l'hotel The Jaffa

di Fabiana Magrì

 
Uno scorcio del The Chapel, tra design e storia
 
La corte ospita il ristorante Don Camillo, che propone una cucina tradizionale italiana
«Abbiamo stimolato una conversazione intelligente tra due secoli, in modo che nulla li unisse, nessun orpello artificiale, solo la zona sotterranea. Come una coppia che si tocca sotto il tavolo, ma in pubblico mostra facce da poker». Ramy Gill è l'architetto israeliano che, in collaborazione con il maestro inglese del minimalismo John Pawson, ha armonizzato la struttura abbandonata di un ospedale francese del XIX secolo con un edificio completamente nuovo. Così è nato The Jaffa, la prima proprietà del gruppo americano RFR Holding a Tel Aviv affidata a Marriott International per la Luxury Collection: 120 tra camere e suite (più 32 appartamenti residenziali), che dal promontorio dell'antica Jaffa dominano lo 'Shuk Hapishpishim' (il mercato delle pulci) e il porto. La stratificazione millenaria del luogo ha imposto a Pawson un equilibrio delicato: «Preservare il ricordo della storia dell'edificio senza dare l'impressione di disonorare la sua vita precedente, ma senza nemmeno mettere a repentaglio la sua attuale funzione e vitalità».
  Aby Rosen, il potente tycoon immobiliare di RFR - il cui legame con Israele risale all'infanzia e alle origini della sua famiglia -, parla del The Jaffa come del suo progetto più complesso e personale. E non stupisce che questo cinque stelle sia già diventato un'icona di Tel Aviv, specialmente grazie allo spettacolare lounge bar The Chapel, nuovo hot spot della vita notturna con soffitti a volta originari della vecchia cappella, affreschi, dettagli in stucco (da cui sono stati rimossi i simboli sacri) e un altare trasformato in bancone bar con consolle per dj set. Al posto delle austere panche di mogano, la morbidezza Seventies delle sedute Botolo di Cini Boeri in velluto senape e dei puf rosa polvere. Mentre dall'alto, accanto alle vetrate colorate originali, Frank Sinatra, Gregory Peck e altri divi hollywoodiani nei loro panni da preti si godono ogni weekend uno spettacolo decisamente pagano. La pietra, la luce e il tempo sono i materiali con cui è stato concepito The Jaffa. «Per un architetto», spiega Pawson, «luce e ombra sono materiali chiave a sé stanti e questo è particolarmente vero a Jaffa, dove la luce potente getta su tutto una luminosità dorata».
  Con grande sensibilità, l'architetto ha incorporato, esaltandola, la cultura locale. Come nel caso delle mashrabiya, le grate protettive in legno che ornano usci e finestre delle architetture tradizionali e che si ritrovano negli schermi metallici a motivi arabeggianti e nei balconi finemente perforati. Nella lobby modernista, un frammento di antica fortificazione erompe dal pavimento ed è tanto più straordinario perché è l'unico esemplare di bastione circolare superstite di epoca crociata in tutto il vicino Medio Oriente. Convive con pezzi classici di design di Shiro Kuramata e Pierre Paulin, con l'arte contemporanea di Damien Hirst e con i tavoli Shesh Besh (backgammon) concepiti da Pawson stesso come omaggio al tradizionale passatempo dei mercanti arabi. In un contesto di straordinaria ricchezza storica, oltre alle trame, ai motivi e alla diversità culturale dell'area, Pawson ha saputo esaltare, soprattutto nella King David, la suite di 128 metri quadrati, «le spettacolari vedute panoramiche sui tetti della città vecchia, sulla vasta distesa della spiaggia e sullo skyline di Tel Aviv».

(Corriere della Sera, 15 febbraio 2019)


Quando l'ebraismo è severo con se stesso

Jacobson e «L'enigma di Finkler»

di Diego Zandel

Nel 2011 uscì con le edizioni Cargo, otto anni dopo viene ripubblicato da La nave di Teseo. Un cambio di bastimento per L'enigma di Finkler di Howard Jacobson, che mantiene intatta, per il pubblico italiano, anche la traduzione di Milena Zamira Ciccimarra. Magari nel 2011 il libro aveva, rispetto ad oggi, un più forte motivo di curiosità avendo vinto l'anno prima l'importante premio Man Booker Prize. Oggi però ha forse la possibilità di veleggiare più lontano grazie alle vele più larghe della casa editrice di Elisabetta Sgarbi (tant'è che anche le testate maggiori mostrano nei confronti di questo libro un'attenzione critica che allora è mancata, confermando le difficoltà che la piccola editoria incontra anche quando, come nel caso della Cargo, si rivela attenta ad autori e prodotti di qualità).
   In questo senso, vedremo l'incidenza che una casa editrice maggiore come La nave di Teseo avrà nel successo da noi di un'opera di questo scrittore inglese di origine ebraica, il cui pubblico di riferimento è soprattutto quello britannico, non tanto per il tipo di umorismo che lo contraddistingue, molto britannico con l'aggiunta del pepe di quello ebraico, bensì quasi l'avesse concepita, appunto perché ebreo inglese, per scusarsi, senza con ciò volerla giustificare, con i suoi concittadini della politica di Israele nei confronti dei palestinesi.
   Per il resto, Howard Jacobson è uno scrittore di allettante lettura, una sorta di Mordecai Richler inglese che veste gli stessi panni di humor nero del suo correligionario canadese, o del primo Philip Roth, ma con un senso di colpa tale da arrivare all'auto afflizione. Dialoghi del tipo «Ti vergogni della tua carne di ebreo. Abbi rachmones, abbi compassione per te stesso. Solo perché sei ebreo non vuol dire che sei un mostro» per sentirsi rispondere «Mi vergogno delle azioni degli ebrei, anzi, degli israeliani ... » per poi più volte tornare su questo sentimento di vergogna, rivelando tutto il disagio di una identità della quale l'autore sembra quasi volersi farsi così perdonare, seppur giocando sui tasti, appunto, dell'umorismo. Un po' come il gusto di certi ebrei nel raccontare barzellette sugli ebrei.
   La trama mette a confronto in particolare due personaggi, anzi tre, Samuel Finkler, scrittore di manuali, tipo Piccolo Manuale di Stoicismo Domestico, ospite di fortunate trasmissioni radiofoniche e televisive, fondatore dell'Associazione Ashamed Jews, di ebrei antisionisti, e Julian Treslove, suo amico, piuttosto sfigato nella vita, sia quella professionale che sentimentale (sempre lasciato dalle tante donne che ha avuto) da nutrire una sorta di ammirazione per Finkler, per quelle sue enigmatiche doti (l'enigma di Finkler!) che lo fanno uomo di successo. Il terzo uomo, amico di entrambi, è Libar Sevik, un ebreo cecoslovacco novantenne emigrato in Inghilterra, professore di storia, che ha una funzione di coscienza equilibratrice all'interno del terzetto di amici. Ma è Finkler che, agli occhi di Treslove, rappresenta il prototipo dell'ebreo, tanto che, dopo aver subìto una rapina da parte di una donna, vuole diventare ebreo egli stesso, ovvero Finkler, assumendo il nome dell'amico, per lui, il significato stesso della parola ebreo. E sta proprio qui il nocciolo del romanzo: che ad ammirare gli ebrei e a volerlo diventare, diventare Finkler appunto, sia proprio uno sfigato, deriso anche dai figli che alla notizia che il loro padre abbia deciso di essere ebreo, di esserlo addirittura fin dalla nascita, è tale al punto da accendere il loro sarcasmo da dare vita a dialoghi di un razzismo agghiacciante, seppur in chiave humor, nei confronti degli ebrei, come se a scrivere il libro fosse davvero un antisemita. Un atteggiamento che non è solo di non ebrei come possono essere i figli di Treslove, ma anche degli accesi discorsi dei membri del club ASHmed Jews, gli ebrei antisionisti, come capita a Treslove di sentire dalla bocca di una donna Tamara Krausz «la cui pacata autorità incuteva rispetto non solo in Inghilterra, ma anche in America e in Medio Oriente, ovunque vi fossero degli antisionisti, Finkler non sarebbe mai arrivato a dire ovunque vi fossero degli antisemiti». Indubbiamente, un libro che, mostra un altro volto dell'ebraismo. Anche se, forse, troppo crudele con se stesso.

«L'enigma di Finkler» di Howard Jacobson, La nave di Teseo, pag. 479, euro 19,00

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 15 febbraio 2019)


Israele e sunniti, a Varsavia la rete anti-lran Pompeo porta l'Italia nella nuova coalizione

Al summit in Polonia Netanyahu dialoga con gli arabi. Europei divisi, tedeschi e francesi assenti. La presenza di Moavero rilancia i rapporti con gli Usa.

di Francesca Paci

VARSAVIA - Sotto un cielo bianco e compatto Varsavia ha accolto le delegazioni dei 65 Paesi che stamattina siederanno intorno al tavolo della conferenza «Promuovere un futuro di pace e sicurezza in Medioriente» voluta da Washington proprio qui, nella capitale polacca, l'estrema trincea americana nel vecchio continente ancora una volta diviso. Mentre le principali cancellerie europee hanno reagito infatti con freddezza all'invito, a partire da Parigi e Berlino presenti con funzionari minori per marcare la distanza dalla decisione americana di rompere l'accordo sul nucleare iraniano, l'Italia ha scelto di esserci al top con il ministro degli Esteri Moavero che, unico rappresentante Ue insieme al collega britannico Hunt, compare nella lista degli alleati citati esplicitamente dal Dipartimento di Stato.
   Gli Stati Uniti tenevano molto a questo appuntamento per il quale hanno schierato un parterre de roi, il segretario di stato Mike Pompeo, il vice presidente Pence, il genero di Trump e architetto del piano di pace per il Medioriente Jared Kushner. Secondo fonti italiane che hanno lavorato all'appuntamento, il nostro far parte di questa coalizione di fatto contro l'Iran (seppure mai definita tale) va letto proprio nel quadro di una ribadita amicizia atlantica, notata e apprezzata alla Casa Bianca, soprattutto dopo le divergenze sul Venezuela (l'Italia tra l'altro, seppur esonerata per sei mesi delle sanzioni, ha già smesso di comprare petrolio iraniano).
   Originariamente il focus avrebbe dovuto essere il contenimento della Repubblica Islamica al suo 40o anno di vita, ma le defezioni di molti attori importanti hanno orientato gli organizzatori a un format più ampio in cui si parlerà di Siria, Yemen e di pace israelo-palestinese. Al netto di tanti tavoli tecnici però, dietro le quinte c'è l'Iran, intorno cui gli americani stanno cercando di creare una cintura di sicurezza mettendo insieme Israele, Arabia Saudita, buona parte del mondo arabo sunnita e quel che c'è dell'Ue in una prossimità senza precedenti dai colloqui di Madrid all'inizio degli anni '90.
   L'appuntamento è allo stadio nazionale Narodowy, dove da due giorni stazionano chiedendo il «cambio di regime» mujaheddin del popolo iraniano, sigla fuorilegge in patria ma sdoganata in Europa e negli Stati Uniti. I tassisti chiedono con insistenza ai giornalisti cosa abbia da guadagnare la Polonia dall'inimicarsi un Paese che non la minaccia ma la risposta è nella visita alla base Nato di Orzysz, nei pressi del confine russo, dove Pompeo ha implicitamente assicurato agli ospiti protezione americana extra contro Mosca.
   «L'Unione europea ha bisogno degli Stati Uniti per stabilizzare il Medioriente» ripete il ministro degli Esteri polacco Czaputowicz rivolgendosi implicitamente a Parigi, a Berlino ma anche all'alto rappresentante degli affari esteri Federica Mogherini che, a detta del quotidiano Guardian, «ha boicottato l'incontro» e vedrà Pompeo domani a Bruxelles. Tra Washington e l'Ue i rapporti sono tesi sull'Iran ma anche sull'annunciato ritiro americano dalla Siria, mentre Francia, Germania e Regno Unito hanno appena varato il sistema finanziario Instex per aggirare le sanzioni indirette a Teheran.
   Le carte, sebbene l'Iran minimizzi il vertice cui non è stata invitata, sono in tavola. «Varsavia è fredda ma le nostre relazioni diplomatiche si stanno riscaldando» commenta il premier israeliano Netanyhau dopo la stretta di mano con il ministro degli Esteri dell'Oman. E arrivato in Polonia dopo aver rivendicato l'ultimo blitz contro obiettivi iraniani a Qunetra e Jubata al Khashab, il terzo attacco in Siria in un mese e mezzo, ma Bibi sa che la partita è più ampia. Il «New York Times» ha rivelato ieri l'esistenza di un programma di sabotaggio dei missili iraniani che l'amministrazione Trump avrebbe accelerato in questi mesi.

(La Stampa, 14 febbraio 2019)


Netanyahu incontra il ministro degli esteri dell'Oman

Il primo ministro israeliano e ministro degli esteri Benjamin Netanyahu ha incontrato mercoledì il ministro degli esteri dell'Oman, Yousuf bin Alawi bin Abdullah, a margine della conferenza sulla pace e la sicurezza in Medio Oriente co-sponsorizzata da Polonia e Stati Uniti a Varsavia, che vede la partecipazione di 60 paesi. L'ufficio di Netanyahu ha diffuso un video dell'incontro, durante il quale Netanyahu ha lasciato intendere che altri paesi arabi presenti a Varsavia stanno dialogando con Israele. "Devo dire che la coraggiosa decisione di Sultan Qaboos di invitarmi in Oman sta cambiando il mondo" ha detto Netanyahu, che lo scorso ottobre è stato in vista in Oman nonostante il paese arabo del Golfo non intrattiene ufficialmente rapporti diplomatici con Israele. Netanyahu ha aggiunto: "Molti, anche tra coloro che sono qui oggi alla conferenza, stanno seguendo la strada da voi indicata: non restare bloccati nel passato ma per cogliere il futuro". Il ministro dell'Oman ha detto a Netanyahu che i popoli in Medio Oriente hanno "sofferto molto" restando bloccati nel passato, e ha convenuto che l'incontro di mercoledì riflette una "nuova e importante era per il futuro" della regione.

(israele.net, 14 febbraio 2019)


Antagonisti indagati? Già pronto nuovo blitz contro Brigata ebraica

Procura al lavoro sulla violenza del 25 Aprile. Ma i centri sociali preparano un altro assalto

Davide Romano
«Ci urlano con la bava alla bocca, però quell'odio riguarda tutti non solo noi»
La paura
«Chissà cosa accadrebbe se non ci fossero le forze dell'ordine a proteggerci»
La sfida
«Noi sfileremo sempre per ricordare quegli eroi morti per la democrazia»

di Alberto Giannoni

Odiare è la vera priorità, pare che non pensino ad altro. E già si preparano a nuove pagine di odio.
   Gli antagonisti si proclamano grandi difensori del popolo palestinese, ma tutto questo afflato in cosa si traduce concretamente? Nel brutto spettacolo di urla e insulti che da anni si ripete il 25 aprile, macchiandolo.
   Ogni anno in piazza San Babila gli esponenti della Comunità ebraica di Milano, che prendono parte al corteo celebrativo della Liberazione, vengono verbalmente aggrediti. Loro e lo Stato di Israele, un Paese amico dell'Italia ( e di Milano) che viene definito «terrorista» o «assassino», in quella come in altre manifestazioni che si ripetono nelle strade del centro. Da lì scaturisce tutto questo odio. E in alcuni casi, paradosso dei paradossi, non ne vengono risparmiati neanche i reduci dei campi di sterminio, a loro volta incredibilmente fischiati.
   Questo spettacolo va in scena da anni, ma per l'anno scorso - ne ha dato notizia ieri Il Giornale - nove nomi sono finiti nel registro degli indagati: nomi dell'area antagonista evidentemente citati nel rapporto della Digos. La giustizia ora farà il suo corso, ma qualcosa si può già dire sull'ideologia che genera questa vergogna, contro la quale meritoriamente, ha sempre detto parole chiare il presidente milanese dell' Anpi, Roberto Cenati. La Brigata ebraica ha contribuito alla Liberazione dell'Italia. E quegli uomini hanno partecipato alla nascita di Israele. È questo che gli antagonisti non possono tollerare. Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica, che ha sede in corso Lodi, commenta così le notizie sugli odiatori: «Li vediamo ogni 25 aprile, molto aggressivi verbalmente e non so cosa succederebbe se non ci fossero le forze dell'ordine a proteggerci. Quello che ci urlano con la bava alla bocca è sintomo di un odio che deve preoccupare tutta la società italiana. La loro non è una normale e legittima critica politica ma un vero e proprio desiderio di cancellare la nostra presenza dal 25 aprile. Fosse per loro, l'intera storia della Brigata ebraica andrebbe cancellata, alcuni di loro ne negano addirittura l'esistenza». «Noi invece restiamo - avverte - per difendere la memoria di quegli eroi caduti per il ritorno della democrazia nel nostro Paese. E per difendere la storia di quei soldati ebrei migrati nel nostro Paese insieme agli anglo-americani per portarci la libertà. Quella libertà che queste persone non possono tollerare».
   Intanto, a riprova della ossessione anti-Israele, l'area antagonista si prepara a una nuova contestazione: in un comunicato delirante on line si parla di «campagna di strumentalizzazione della Brigata ebraica all'interno delle mobilitazioni per il 25 Aprile», si accusa la «Milano istituzionale» di aver creato «attorno alla Shoah una vera e propria industria propagandistica». «Di fronte a tutto questo - si legge ancora - abbiamo la possibilità e la responsabilità di opporci a chi da tempo a Milano (e nel resto d'Italia) vuole trasformare il 25 Aprile in una "parata della vergogna"».
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(il Giornale, 14 febbraio 2019)


Ebrei al Carnevale di Colonia

Erano 15 mila prima di Hitler; ma si ridussero a 60-80 alla fine della seconda guerra mondiale. E' un ritorno alle origini. Sono famosi per l'ironia.

di Roberto Giardina

BERLINO - Colonia è stato fondato il Kkk, dieci giorni fa. Non una sezione del Ku Klux Klan,
come si potrebbe equivocare, ma il Koleche Kippa Kopp, l'associazione carnevalesca degli ebrei coloniensi. Con autoironia non hanno voluto rinunciare alle tre equivoche «K», il nostro primo scherzo di Carnevale, hanno risposto a chi li metteva in guardia. Ma eviteranno di metterle come sigla sul loro logo e sulla medaglia commemorativa. Gli ebrei furono espulsi dal Carnevale appena i nazisti presero il potere, nel 1933. Nel 1938, nella notte dei cristalli furono bruciate le sei sinagoghe. La presenza degli ebrei risale di fatto alla fondazione della città romana, ma già nel Medioevo avvennero diversi sanguinosi pogrom.
   Il Carnevale era ed è importante lungo il Reno. Chi vuol fare carriera politica entra nei comitati che organizzano veglioni e sfilate dei carri, e pagano di tasca loro feste e costumi. Una spesa di decine di migliaia di euro. Un «Re del Carnevale» è una carica più importante di quella di presidente di una squadra di calcio. Bisogna saper parlare in dialetto, fare battute e accettarle, e reggere bene la birra e il vino renano. I «carri degli ebrei» erano tra quelli che avevano più successo nella cattolicissima Colonia. Anche perché gli Juden sapevano per primi prendersi in giro da soli. La loro associazione aveva sempre tre K, il Kleiner Kolner Klub, il piccolo club, per questo oggi non si è voluto rinunciare all'antica sigla, sempre tre kappa, uguali eppure diverse.
   All'interno del nuovo comitato si è discusso a lungo se fosse opportuno, poi hanno vinto quanti sostenevano che fosse importante ricordare il passato. Il Kkk torna a essere una delle cento società carnevalesche a Colonia. Negli Anni Trenta, alcuni membri del comitato carnevalesco riuscirono a fuggire nella vicina Francia, o in Belgio. E furono catturati allo scoppio della guerra dagli occupanti nazisti. Finirono nei campi di sterminio con buona parte degli ebrei della città renana. Alle sfilate di Carnevale continuarono a essere presenti nei carri violentemente antisemiti. Le solite caricature degli ebrei avidi e antitedeschi, i traditori che avevano fatto perdere la Grande Guerra.
   Erano circa 15mila prima dell'avvento di Hitler, nel 1945 alla fine del III Reich non più di 60 o 80. Nella Colonia di Konrad Adenauer, e dello scrittore Heinrich Böll (che vincerà il Nobel nel '72), entrambi cattolici e antinazisti, si preferì tuttavia dimenticare gli anni del Reich. Lentamente la comunità andò crescendo, gli ebrei erano un migliaio trent'anni fa prima della caduta del Muro. Poi cominciarono arrivare gli ebrei dall'Europa dell'Est. Oggi, sono poco più di 4.500. E' una buona notizia la nascita dell'associazione carnevalesca degli ebrei a Colonia, ha commentato Henryk Eroder, editorialista della Welt. Un comitato aperto a tutti, anche chi non ebreo sarà benvenuto.
   I tedeschi sono precisi anche nella quinta stagione dell'anno, come viene indicato il Karnival: comincia alle ore 11 e 11 minuti di novembre, e quest'anno finirà il 6 marzo. Ma il Kkk non farà in tempo per far sfilare un suo carro.

(ItaliaOggi, 14 febbraio 2019)


Árpàd Weisz, l'allenatore dei record che morì ad Auschwitz

di Gian Antonio Stella

«Siamo un po' sfortunati, caro Mario, ma forse verrà ancora un po' di sole anche per noi». Mette i brividi leggere esattamente ottant'anni dopo, nel libro di Paolo Balbi Árpàd Weisz: Il tempo, gli uomini, i luoghi», editore Serra Tarantola, la lettera inviata da Árpàd Weisz al suo amico Mario Montesanto. Il grande allenatore ungherese, il primo a vincere uno scudetto a soli 34 anni (record imbattuto), il primo a vincere un campionato di serie A a girone unico, il primo a vincere uno scudetto italiano con due squadre diverse, l'Internazionale-Ambrosiana e il Bologna, il primo a scoprire il talento del diciassettenne Pepìn Meazza.
  Fu anche il primo a trionfare al Torneo dell'Esposizione Universale di Parigi, «una competizione che valeva la Coppa dei Campioni, a quel tempo non ancora istituita, battendo 4 a 1 in finale i maestri londinesi del Chelsea», scriveva sulla carta elegante della brasserie Café de Paris di Boulevard Montmartre, a Parigi. Dove era stato costretto a rifugiarsi lasciando l'amata Italia, la sua seconda patria, sotto il peso di una colpa infamante, nel regime mussoliniano: era ebreo. In realtà, racconta Paolo Balbi, non dava molto peso alle sue origini, la sua storia, alla sua religione. Non risulta che facesse parte «di comunità o associazioni ebraiche, né in Ungheria, né a Milano, né a Bologna» e al momento della nascita dei figlioletti, Clara e Roberto, non si fece problemi a battezzarli. Sperando forse di rendere loro più facile l'inserimento nella comunità.
  Le leggi razziali del 1938 colpirono anche lui e la sua famiglia. Al punto che, nonostante le vittorie, il Bologna non cercò neppure, per quanto si sa, di resistere alla pretesa che l'allenatore vincente non fosse confermato. Un'umiliazione cocente. Che spinse Weisz, sempre più preoccupato per l'aria che tirava, ad andarsene con la famiglia dall'Italia per cercare di ricostruirsi una vita all'estero. A partire dalla Francia e da Parigi dove aveva vinto quel prestigioso torneo. «Caro Mario», scrive in quella lettera, dandogli del lei, all'amico calciatore che aveva avuto un infortunio, «avevo l'intenzione di stare in silenzio fino a che non potevo darvi novità concrete di me. Ma ieri ho letto una notizia che mi ha fatto un gran dispiacere. Rompo quindi il silenzio e mi affretto di farle i miei auguri. Spero che l'incidente di Bari non porterà alcuna conseguenza per quanto riguarda la sua salute...».
  L'Europa andava verso la catastrofe, lui era in difficoltà e si preoccupava dell'amico infortunato. Era inquieto, però. Come se presagisse l'arrivo della burrasca che l'avrebbe spazzato via. «Quanto a me, come vede, sono ancora a Parigi. Ma non più tardi di questa sera dovrò prendere una decisione. Per essere preciso, le devo dire che ho perso quattro settimane coll'aspettare un visto olandese...». Fu arrestato con la moglie e i figli il 4 agosto del 1942. Tre mesi dopo l'introduzione dell'obbligo per gli ebrei che vivevano in Olanda, dove era finito ad allenare una squadretta, di portare sul petto la stella gialla. Deportato a Westerbork. E non ci fu, per lui e la sua famiglia, quel po' di sole che sperava. Morì ad Auschwitz nel 1944.

(Corriere della Sera - Sette, 14 febbraio 2019)



Il rifugio in Val Seriana dei piccoli orfani ebrei

Il documentario. La regista Francesca Muci racconta in "La casa dei bambini" la storia di un gruppo di sopravvissuti ai lager nazisti che ha ritrovato in varie parti del mondo: "Il popolo italiano è sempre stato aperto all'accoglienza".

di Simona Spaventa

MILANO - Un treno corre tra la pianura e i boschi, sferraglia come i convogli che portavano ai lager. Il vecchio ebreo che guarda scorrere il paesaggio dal finestrino lo sa bene: ai tempi della guerra era un ragazzino, ha perso tutto ma allo sterminio è scampato, e ora ritorna nel posto sulle montagne bergamasche che gli ha ridato la gioia di vivere. Immergono lo spettatore nella trepidazione del ricordo le prime immagini di "La casa dei bambini", il documentario di Francesca Muci (che lo presenta stasera alle 21,15 all'Oberdan, replica domenica alle 15) sulla storia delle centinaia di orfani ebrei che, scampati alla Shoah, vennero salvati dalla brigata di genieri ebraici dell'esercito britannico, la Solel Boneh, e tra il 1945 e il 1948 furono ospitati nel piccolo paese di Selvino, in Val Seriana, in un'ex colonia fascista fatta costruire da Mussolini per le estati dei balilla e delle giovani italiane, detta Sciesopoli in onore dell'eroe del Risorgimento. La maggior parte di loro avrebbe poi raggiunto il neonato Stato di Israele.
  Nei 70 minuti del film, prodotto da Camelot 2014 e Istituto Luce, la regista tesse le fila tra questa bella storia di accoglienza e il presente, andando a rintracciare a Tel Aviv molti dei bambini di allora e facendosi raccontare, al di là dell'esperienza felice della salvezza, anche i mesi o anni durissimi che hanno dovuto affrontare prima di poter tornare a una, mai completa, normalità. Passando anche da Milano, dove in via Unione 5 c'era un importante punto di raccolta degli orfani, e mostrando ahinoi l'incuria in cui è caduta Sciesopoli, luogo importante della nostra memoria. Cancello arrugginito, muri scrostati, erbacce sugli scalini d'ingresso accolgono il vecchio del treno: è Sidney Zoltak, nato a Bologna nel 1931 ed emigrato in Canada. Eppure lui alle finestre cadenti vede ancora i volti sorridenti degli insegnanti di allora, capeggiati da Moshe Zeiri, e nel cortile innevato la marcia rigorosa e piena di allegria dei piccoli sopravvissuti: immagini che si materializzano con le foto e i filmati in bianco e nero dagli archivi dell'Istituto Luce e della Fondazione Spielberg, il più grande sulla Shoah. «Tra la ricostruzione storica e il rintracciare gli ex bambini ho impiegato circa un anno - racconta la regista - Ne ho intervistati una trentina, molti oggi vivono in Israele, in kibbutz che hanno fondato al loro arrivo, nel 1948.
  Le immagini di Selvino con la vita dei bambini all'epoca sono state girate dallo stesso Moshe Zeìrì», Ossia "il padre", come molti dei vecchi bambini ancora lo chiamano. Giovane direttore d'orchestra convertito alla pedagogia, volto aperto e un po' beffardo, dev'essere stato un istruttore spassoso: gli spezzoni e gli scatti d'epoca sembrano confermarlo, con ragazzini che giocano a palla, ridono al tavolone della mensa, posano felici per le foto ricordo. E Sciesopoli, con i suoi imponenti quattro piani, la vegetazione meravigliosa, la piscina, la mensa e soprattutto i letti con le lenzuola pulite, per loro era «un paradiso», «un sogno», «una reggia», ripetono anche oggi a settant'anni di distanza. Ma soprattutto era «la casa, la nostra casa, dove per la prima volta abbiamo avuto il piacere di una vita umana». Perché quel che è più scioccante nel documentario sono proprio i racconti dei mesi randagi, passati soli, senza la famiglia finita in campo di sterminio, a vagare tra boschi e villaggi come bestie braccate. «Ancora prima di arrivare a Selvino ho fatto una lunga strada - ricorda Rivka - I tedeschi erano entrati a settembre nella mia città, Varsavia. Mio padre, allevatore, mi affidò al padrone della fattoria, non ho mai più rivisto né lui né mamma e i miei fratelli. Dopo sette mesi ci dissero che dovevamo andarcene, era troppo pericoloso nasconderci. Avevo dieci anni, ho dormito in stalle, cimiteri, ho vagato quasi un anno da un villaggio all'altro». Le fa eco Matehau: «Eravamo in tre, di nove, undici e tredici anni. Di giorno dormivamo da qualche parte, di notte camminavamo. Il più piccolo bussava a qualche porta per avere cibo».
  «Dopo anni di paura e fame, con il cibo come unico pensiero - conclude la regista - ridotti a piccoli animali come dice un testimone, Selvino ridà loro una vita. Con un modello moderno, che ci deve far rìcordare come il popolo italiano sia sempre stato tra i più aperti all'accoglienza. E l'accoglienza genera vita».

(la Repubblica - Milano, 14 febbraio 2019)



Leonardo vende gli Aw119 a Israele

Commessa di elicotteri

Leonardo vende elicotteri militari da addestramento a Israele. Il gruppo guidato da Alessandro Profumo dovrebbe firmare oggi una commessa per fornire a Tel Aviv elicotteri Awn 9 Koala, del valore stimato sui 330 milioni di euro per i primi 16 elicotteri, ampliabile ad altre macchine. La commessa rientra in un ampio accordo tra i due governi, da formalizzare, la formula «G to G», che prevede anche la vendita al ministero della Difesa italiano di simulatori per addestrare i piloti italiani di elicotteri prodotti dall'israeliana Elbit Systems, per un valore sui 320 milioni di euro. Il contratto iniziale prevede la fornitura di sette elicotteri più il simulatore e l'assistenza, con opzione per almeno ulteriori 9 macchine da esercitare entro agosto. La formula ricalca quella applicata nel 2012 quando Alenia Finmeccanica vendette 30 aerei addestratori M-346 a Israele per un miliardo di dollari. Il governo italiano comprò da Israele due satelliti e un aereo da ricognizione per un miliardo di dollari. L'operazione si è sviluppata sulla base di un accordo raggiunto nel 2015 tra l'ex ad di Agusta Westland Daniele Romiti e l'ad di Elbit, Butzi Machils.

(Il Sole 24 Ore, 14 febbraio 2019)


Germania: antisemitismo in netto aumento nel 2018

BERLINO - Nel 2018 i reati di matrice antisemita sono nettamente aumentati in Germania, con 1.646 registrati dalla polizia. Il dato rappresenta un incremento di circa il 10 per cento rispetto ai 1.504 reati di antisemitismo compiuti in Germania nel 2017. Le cifre sono state rese note oggi dal governo tedesco nella risposta a un'interrogazione parlamentare presentata da La Sinistra. Se si considerano esclusivamente i crimini violenti di matrice antisemita, l'aumento nel 2018 rispetto all'anno precedente è stato di oltre il 60 per cento, con una crescita da 37 a 62 casi accertati, 43 dei quali caratterizzati da feriti. Nel 2018, la polizia ha identificato 857 sospetti autori di reati antisemiti in Germania, 19 dei quali sono stati arrestati. Secondo il governo tedesco, l'antisemitismo potrebbe continuare a crescere. Le cifre diffuse oggi "non sono definitive" e il fenomeno registra una tendenza al rialzo negli ultimi anni. Nel 2017, i reati di matrice antisemita sono, infatti, aumentati del 2,5 per cento su base annua, mentre nel 2016 l'incremento è stato del 7,5 per cento rispetto all'anno precedente.

(Agenzia Nova, 13 febbraio 2019)


Un vincitore alle primarie israeliane c'è già: il ricambio generazionale

Stanchezza nel partito laburista e nel Likud verso i rispettivi leader. Emergono volti nuovi e giovani. La «Resilienza» dell'ex generale Gantz funziona. E il dato religioso diventa determinante.

di Fiammetta Martegani

 
Itzik Shrnuli                                                           Stav Shafir

Questa settimana in Israele si sono svolte le elezioni primarie e un vincitore c'è già: il ricambio generazionale. Da destra e sinistra sono spuntati volti nuovi e candidati e candidate under 35. Nel partito laburista, si sono fatti avanti Itzik Shrnuli e Stav Shafir, numeri due e tre della formazione, peraltro in aperto conflitto con il numero uno Avi Gabbay. Stesse dinamiche nel Likud, dove i risultati delle primarie evidenziano il voltafaccia del partito nei confronti del suo leader, Benjamin Netanyahu, che si trova a dover fare i conti non soltanto con l'elettorato ma anche, e forse soprattutto, con i suoi stessi compagni di squadra.
   Leader indiscusso in queste prime settimane di campagna elettorale resta l'ex Capo di Stato Maggiore Benny Gantz. Lo slogan «Israele prima di tutto, prima della destra e della sinistra», con cui ha esordito a fine gennaio, sembra funzionare. E funziona lui, l'ex generale, che continua ad attirare una fortissima attenzione mediatica con il suo "Partito della resilienza'', sempre più "spartiacque" tra le due fazioni che solitamente costruiscono le principali alleanze nel marasma di partiti e partitucoli che caratterizzano lo scenario politico israeliano.
   A soffrirne di più, il Likud di Bibi Netanyahu. I sondaggi continuano ad assegnargli 30 seggi (rispetto ai 61 necessari per ottenere la maggioranza, su un totale di 120), ma il partito comincia a dare segni di debolezza. Tanto da aver lanciato una campagna su Facebook in cui vengono contattati personalmente gli elettori per indagare le preferenze politiche del Paese. Dall'altra parte c'è il partito laburista, il cui leader Gabbay ha chiesto di potersi alleare a Gantz, incassandone però un netto rifiuto.
   La formazione, già in crisi da anni, sembrerebbe aver raggiunto il suo minimo storico, almeno stando ai sondaggi che pronosticano tra i 6 e gli 8 seggi. Secondo Shmuel Rosner, ricercatore presso la Tel Aviv University e analista politico per il New York Times, tra le varie cause che avrebbero portato a questo tracollo, oltre alla scelta di un leader come Gabbay, con scarso carisma e nessuna esperienza politica, c'è il totale scollamento del partito dai valori dell'attuale società israeliana, in cui il ruolo della religione, all'interno dell'identità ebraica, diventa sempre più importante. Un elemento completamente trascurato dal gruppo laburista, e sui cui invece stanno puntando, in questa campagna, la maggior parte dei partiti in corsa al governo. Incluso quello di Gantz.

(Avvenire, 13 febbraio 2019)


Mondo arabo spaccato sull'Iran alla Conferenza di Varsavia

Oggi il summit voluto dagli Usa per contrastare Teheran.

di Giordano Stabile

I Paesi arabi si dividono di fronte alla nuova coalizione anti-Iran che gli Stati Uniti lanceranno al summit di Varsavia. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha scelto la capitale europea più allineata con la politica estera americana, ma questo ha pesato sulla riuscita del vertice. A Varsavia arriveranno delegazioni guidate da ministri di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein, Marocco, Oman, Yemen, Giordania. Mentre Egitto e Tunisia manderanno solo dei viceministri. Fatte le sottrazioni vuol dire che Teheran può contare sul sostegno o la neutralità di Algeria, Libia, Sudan, Libano, Siria, Iraq, Kuwait, Qatar, oltre che su quello della Turchia, potenza sunnita non araba. Al fronte filoiraniano si è unito all'ultimo momento il presidente Abu Mazen, che ha rinunciato a partecipare perché «gli Stati Uniti non hanno un ruolo credibile dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d'Israele».

 Nethanyahu e i leader arabi
  Se alcune defezioni erano prevedibili, il fronte antiayatollah appare meno folto di quanto sperato. Per questo Pompeo ha ammorbidito i toni. Da mobilitazione contro «l'influenza destabilizzatrice di Teheran» l'obiettivo dell'incontro è diventato quello di favorire la «stabilità e alla pace regionale», una formula più neutra che può trovare il consenso di tutti. Ma, al di là del contrasto alla politica iraniana nella regione, il summit di Varsavia serve anche come occasione di incontro fra il primo ministro Benjamin Netanyahu, che partecipa in qualità di ministro della Difesa e degli Esteri, e i leader arabi. Il premier israeliano ha avviato un'offensiva diplomatica nei Paesi musulmani sunniti, con visite in Oman, in Ciad e a fine marzo anche in Marocco. Le strette di mano serviranno anche ad aprire nuove porte.
  Vista in questa prospettiva il vertice fa comunque gioco alla politica mediorientale del duetto Trump-Netanyahu anche se ha lasciato freddi i maggiori Paesi europei, con l'eccezione della Gran Bretagna, che invierà il ministro degli Esteri Jeremy Hunt.

 La stoccata di Trump
  L'Europa è impegnata in una difficile trattativa per salvare quel che resta dell'accordo sul programma nucleare firmato nel luglio del 2015. Le tensioni con Teheran sono sempre più forti e una sfilata di ministri a Varsavia le avrebbe aggravate. La Repubblica islamica, impegnata nei festeggiamenti per il 40esimo anniversario della rivoluzione, ha cercato di minimizzare l'impatto dell'iniziativa americana, un «disperato circo anti-iraniano» secondo il ministro degli Esteri Javad Zarif.
  Zarif ha anche ribattuto alle accuse di antisemitismo e ha ricordato l'aiuto dell'Iran «a centomila ebrei polacchi durante la Seconda guerra mondiale», mentre nelle strade di Teheran migliaia di manifestanti sfilavano con cartelli come «con grande dispetto dell'America, la rivoluzione compie quarant'anni». Alle autocelebrazioni degli ayatollah ha risposto con un tweet, in lingua farsi, Donald Trump: «Quarant'anni di corruzione, 40 anni di repressione, 40 anni di terrore: il regime iraniano ha prodotto soltanto 40 anni di fallimenti».

(La Stampa, 13 febbraio 2019)


«Israele Stato assassino». Insulti alla Brigata ebraica, indagati nove antagonisti

Identificati dalla Digos e segnalati alla Procura per le minacce durante il corteo del 25 Aprile

L'accusa
«Raduno non autorizzato». E si profila l'aggravante di istigazione all'odio razziale
I responsabili
Forse anche altri coinvolti. Il pm ha già notificato la proroga delle indagini

di Luca Fazzo

Un rito che si ripete praticamente ogni anno, una vergogna annunciata che macchia le celebrazioni della Liberazione. Anche l'anno scorso, nel corteo per il 25 Aprile lo spezzone della Brigata Ebraica venne fatto segno di insulti e minacce. Ma stavolta l' aggressione non resterà impunita. La Digos ha identificato i principali protagonisti della gazzarra e li ha segnalati alla Procura della Repubblica. Qui il sostituto procuratore Leonardo Lesti, del pool antiterrorismo coordinato dal pm Alberto Nabili, ha deciso di iscrivere i nove estremisti nel registro degli indagati. L'ipotesi di reato è per tutti quella di manifestazione non autorizzata, cui si potrebbe aggiungere l'aggravante della istigazione all'odio razziale. Quattro rispondono anche di minacce, uno di resistenza a pubblico ufficiale, due di getto pericoloso di oggetti.
   I nove nomi finiti nel rapporto della Digos sono di altrettanti appartenenti all'area antagonista, in particolare si tratta di militanti dei centri sociali della zona Barona particolarmente attivi nelle occupazioni abusive. Sono stati ritratti dalle telecamere di sicurezza di piazza San Babila, i cui filmati sono stati setacciati dalla Digos per dare un nome ai promotori della contestazione. E i nove, già noti alla questura, sono stati identificati senza possibilità di dubbio.
   Ma non è detto che rimangano gli unici indagati. Nei giorni scorsi il pm Lesti ha notificato ai nove la richiesta di proroga delle indagini preliminari: vuol dire che la Procura non si accontenta dei risultati già acquisiti e vuole completare il più possibile la ricostruzione dei fatti del 25 aprile.
   Quel giorno, replicando lo stesso copione già messo in scena negli anni scorsi, gli antagonisti avevano aspettato ai margini del corteo che sfilasse in piazza San Babila la Brigata Ebraica, con le bandiere con la stella di David che ricordano il contributo dei partigiani ebrei alla Resistenza. E al passare della Brigata sono piovuti insulti di ogni genere: «assassini», «fascisti», «uscite dal corteo»; bersaglio preferito Israele, definito «Stato terrorista». I carabinieri avevano dovuto fare da cuscinetto per impedire che gli antagonisti entrassero fisicamente in contatto con i manifestanti con le bandiere di David. E a venire contestata era stata anche l'Anpi, organizzatrice del corteo, colpevole secondo gli antagonisti di avere ospitato la Brigata Ebraica.
   A guidare l'attacco, il gruppo «Fronte Palestina», vicino agli estremisti palestinesi del Fplp, che ieri dopo avere appreso dell'indagine reagisce rilanciando: «Il Sionismo ha paura e invoca la Procura».

(il Giornale, 13 febbraio 2019)


Francia, paese dell'intolleranza contro ebrei e cristiani

Nuovi attacchi del fanatismo musulmano

di Renato Farina

La Francia, maestra presunta della tolleranza e della libertà, oggi è travolta da un'ondata di antisemitismo e di cristofobia. Se l'oltraggio contro l'ebraismo è un fatto noto, e certo mai abbastanza deprecato, quello che ha per oggetto la Chiesa cattolica è sconosciuto, e perfino silenziato dalle autorità non solo governative ma episcopali.
  Antisemitismo. Secondo i dati del ministero dell'interno nel 2018 c'è stato un incremento del 74% degli atti ingiuriosi contro sinagoghe e cimiteri giudaici. Nel 2017 sono stati 311, l'anno scorso 541. Ma nei giorni scorsi c'è stato un incremento ulteriore. In particolare la svastica ha deturpato l'immagine di Simone Veil ed è stato vandalizzato l' albero piantato in memoria di Ilan Halimi, un ragazzo ebreo assassinato nel 2006. a Saint-Geneviève-des-Bois, a sud di Parigi. Il ministro Christophe Castaner ha definito questo crimine «un attacco contro la speranza». E ha promesso: «Faremo blocco, non passeranno».

 Minacce islamiche
  Questi episodi, di matrice quasi sempre islamica, interrogano la comunità israelitica di Francia, che è assai numerosa: 460mila persone. Negli ultimi anni è iniziato un esodo non solo verso Israele ma anche verso il Canada. Circa 20mila ebrei sono stati indotti dalla paura e dalle pressioni ambientali a riprendere il mai finito cammino dei figli di Abramo.
  Cristofobia. Il termine rientra in pochi documenti, ma è stato introdotto nella scienza giuridica proprio da un professore ebreo, Joseph Weiler. Negli ultimi giorni - ha denunciato ieri Le Figaro - «nove luoghi di culto cattolici sono stati oggetto di profanazione e vandalismi». Questa recrudescenza del fenomeno ha fatto scoprire un fatto ignoto: nel 2017 sono stati censiti 878 attentati contro le chiese. Vuol dire più di due al giorno! Per il 2018 non si hanno ancora statistiche. C'è un altro dato impressionante, questa volta positivo: le piccole borgate, i quartieri di grandi città che vedono incendiata la loro basilica, profanato il tabernacolo della cattedrale, si radunano con un dolore che pervade anche i non credenti. La stampa nazionale non ne parla, e il governo non se ne preoccupa troppo, ma il fenomeno percuote la Francia profonda. La Chiesa non alza la voce, teme l'effetto emulazione. Ma il tam tam attraversa specie le zone rurali. Monsignor Olivier Ribadeau Dumas, il portavoce della Conferenza episcopale, si è accontentato di un tweet: «Chiese incendiate, saccheggiate, profanate. Non potremo mai abituarci al fatto che questi luoghi di pace siano preda di violenze. E ciò che noi abbiamo di più bello e più prezioso, il Corpo di Cristo, sia calpestato».
  Il rituale è costante, per quanto riguarda le profanazioni. Si penetra nella chiesa, si aprono i tabernacoli, si fa scempio dei vasi sacri, e compaiono scritte ostili o sataniste. Con dolore ha denunciato Christiane Roux, una signora, membro del consiglio pastorale della chiesa di Notre- Dame-des-Enfants, a Nimes: «Il tabernacolo è stato forzato, le ostie consacrate buttate in giro, frantumate. Hanno tracciato con gli escrementi una croce sul muro, e vi hanno appiccicato le ostie. Le statue dei piccini raccolti intorno alla Madonna, sono stati anch'essi cosparsi di feci».

 Il silenzio del potere
  Ci sono zone della Vandea che ormai subiscono con regolarità questi assalti. A Fontainbleu è stata incendiata la basilica di Saint Louis. A Digione la messa di riparazione e di purificazione ha raccolto sabato scorso migliaia di persone intorno all'arcivescovo Roland Minnerath. Una sarà celebrata oggi a Nimes. La polizia indaga con scarso successo. Soprattutto è il governo a essere indifferente. Se si è rivolto pubblicamente agli ebrei, e bene ha fatto, tace invece con i cristiani. Il vescovo Bernad Ginoux, a Montauban, alza la voce: «Ci sono reazioni scarse sul piano nazionale, dato che si tratta di un attacco diretto e sistematico conto la fede cattolica». Sarebbe opportuno, dice, che il ministro dell'interno, che ha la delega ai culti, mandasse «un messaggio alla comunità cattolica». Un prefetto però, quello di Yvelines, Jean-Jacques Brot, ha raccolto l'allarme e ha «condannato con la massima fermezza queste violenze gravi e inammissibili. Sono estremamente preoccupanti». Oggi all'udienza generale è probabile che si alzi in San Pietro la voce di papa Francesco.

(Libero, 13 febbraio 2019)


Attacchi israeliani in Siria su obiettivi iraniani: parla Netanyahu

Netanyahu non era mai stato così "diretto" nell'ammettere gli attacchi israeliani in Siria contro obiettivi iraniani, segno che la situazione al nord di Israele si sta facendo veramente seria

«Operiamo ogni giorno, anche ieri, contro l'Iran e i suoi tentativi di stabilire la sua presenza nell'area». Con queste parole pronunciate ieri sera poco prima di partire per una conferenza internazionale a Varsavia, il Premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato ufficialmente gli attacchi israeliani in Siria su obiettivi iraniani.
«Nel giorno del 40o anniversario della rivoluzione l'Iran ci minaccia» ha detto Netanyahu. «Hanno minacciato di distruggere Tel Aviv e Haifa e ho detto che non ci sarebbero riusciti, ma se ci provano, ripeto che questo sarà l'ultimo anniversario della rivoluzione che questo regime festeggia»....

(Rights Reporters, 13 febbraio 2019)


Mahmood: «Rappresenterò l'Italia all'Eurovision con Soldi»

Il vincitore di Sanremo scioglie le riserve. E a Milano il sindaco Sala lo chiama.

ROMA - «Ok ve lo posso dire, rappresenterò l'Italia all'Eurovision Song Contest con Soldi. Non vedo l'ora». Mahmood, fresco vincitore del festival di Sanremo, ha sciolto la riserva annunciando ieri sulla sua pagina Facebook che parteciperà alla manifestazione in programma dal 14 al 18 maggio a Tel Aviv, in Israele, grazie alla vittoria dell'israeliana Netta Barzilai con la canzone Toy nell'edizione precedente. Il vincitore di Sanremo partecipa di diritto in rappresentanza dell'Italia. Nel caso di rinuncia, sarebbe subentrato il secondo classificato.
   Intanto il trionfatore dell'Ariston si è raccontato ai microfoni di RTL 102.5: «Mi fa strano essere chiamato "personaggio del momento", non riesco ancora a realizzare. Sono soddisfatto perché la gente che non mi conosce, magari, pensa sia nato tutto da Sanremo ma in realtà dietro c'è un lavoro di anni in cui ho scritto pezzi per me e per altri e sono molto orgoglioso del lavoro e trovarmi qui mi fa un po' strano ma era quello che volevo da sempre», ha raccontato durante l'intervista.
   E a coinvolgerlo in prossimi progetti potrebbe essere anche il Comune di Milano: «L'ho invitato a Palazzo Marino, per congratularmi personalmente della vittoria, ha annunciato il sindaco di Milano, Beppe Sala - ma l'idea è anche quella di coinvolgerlo in qualche iniziativa o progetto dell'amministrazione. Questi giovani artisti sono degli interlocutori importanti. Sono voci autorevoli del mondo giovanile che non ignoriamo - ha aggiunto - Mi son fatto intervistare da Marracash tempo addietro, adesso incontrerò Mahmood».

(Leggo, 13 febbraio 2019)


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Eurovision 2019 - Kobi Marimi rappresenterà Israele a Tel Aviv

Questa sera si è svolta la finale del talent-show, HaKokhav HaBa (La prossima stella), che funge da selezione nazionale israeliana. A vincere è stato Kobi Marimi che dovrà rappresentare in casa, Israele, all'Eurovision Song Contest 2019.
Le emittenti IPBC e Keshet 12 insieme a Tedy Productions hanno organizzato lo show presentato da Assi Azar (che presenterà anche l'Eurovision 2019) e da Rotem Sela.
Quattro i finalisti in gara:
  • Maya Buskila
  • Ketreyah Fouch
  • Kobi Marimi
  • Shefita (Rotem Shefy)
 
Una giuria di professionisti del campo musicale, composta da Shiri Maimon (Israele 2005), Harel Skaat (Israele 2010), Keren Peles, Assaf Amdursky e Static & Ben El Tavori hanno giudicato gli artisti nelle fasi precedenti dello show.
Tuttavia, durante la finale di stasera, è stato solo il pubblico, tramite televoto, a scegliere il rappresentante all'Eurovision 2019.
La canzone con cui Marimi si esibirà a Tel Aviv, verrà scelta in un secondo momento. L'emittente KAN organizzerà tre show televisivi in cui sarà determinata la canzone definitiva da abbinare a Kobi.
Kobi Marimi ha 27 anni ed è nato e cresciuto a Ramat Gan, in Israele, e si è trasferito a Tel Aviv dove ha lavorato in un cocktail bar. Marimi ha una laurea in recitazione e ha vinto il premio per l'attore più promettente del Festival del Teatro Musicale in Israele. Marimi canta dall'età di 13 anni, ma non si è mai esibito da solista fino alla sua partecipazione alla selezione israeliana.

(EurofestivalItalia, 13 febbraio 2019)


La Rivoluzione islamica ancora ci tormenta

Ricordate l'omìcidio del giornalista ebreo Farzami? Fa parte delle 860 penne perseguitate

di Giulio Meotti

ROMA - Poliglotta, coltissimo, spirito europeo (era nato in Svizzera), Simon Farzami era un'istituzione fra i giornalisti iraniani. Faceva lo stringer per il Daily Telegraph, firmava sul Journal de Teheran (chiuso subito dai khomeinisti) ed era il numero due dell'ufficio della France Presse nella capitale iraniana. Farzami si rifiutò di abbandonare il paese nel 1979, quando Khomeini lanciò la sua Rivoluzione islamica. Diceva che a settant'anni non avrebbe retto all'angoscia dell'esilio. Adesso, grazie a un dossier di Reporter senza frontiere (Rsf) presentato a Parigi con la Nobel Shirin Ebadi, proprio mentre in Iran si celebrano i 40 anni della Repubblica islamica, sappiamo che Farzami è stato giustiziato dopo un processo di sette minuti. Aveva la "colpa" di essere ebreo ("sionista", in gergo rivoluzionario).
   Farzami compare fra gli 860 nomi di giornalisti processati, arrestati, imprigionati e in molti casi giustiziati in Iran tra il 1979 e il 2009. Un archivio realizzato da Rsf grazie ad alcuni whistleblower del regime. C'è il nome della giornalista iranocanadese Zahra Kazemi, uccisa in carcere, accanto a quello del blogger Omid Reza Mir Sayafi, che si è tolto la vita dietro le sbarre. C'è il principale scrittore e giornalista dissidente, Ali Akbar Saidi Siriani, morto sotto tortura, reo di sostenere che gli iraniani avevano una tradizione preislamica di rispetto dei diritti individuali e di lotta contro la tirannia. C'è Saeed Soltanpour, portato via dal regime durante la propria festa di nozze e il cui cadavere fu riconsegnato il giorno dopo alla moglie. Era stato accusato di "fare guerra ad Allah", giudicato e fucilato, tutto in sole dodici ore. C'è Rahman Hatefi, romanziere e giornalista, gli aprirono le vene durante l'interrogatorio e lo lasciarono morire dissanguato. C'è Mehdi Shokri, ucciso con due pugnalate agli occhi perché aveva scritto una poesia che derideva la tesi ufficiale secondo cui l'immagine dell'ayatollah Khomeini era apparsa in cielo. Il segretario generale di Rsf, Christophe Deloire, ha detto che il gruppo ha passato mesi a controllare i casi documentati. Oltre ai giornalisti, Rsf sciorina la cifra di 61.900 prigionieri politici dagli anni Ottanta. Ci sono anche le prove del massacro del 1988 in cui quattromila dissidenti furono giustiziati per ordine di Khomeini. L'Iran ha sempre negato che un simile massacro abbia avuto luogo.
Tecnicamente, Siamak Pourzand non è stato ucciso. Si è buttato dal sesto piano della sua casa a Teheran. Era il decano del giornalismo iraniano, accusato di "propaganda contro il sistema islamico", scriveva per i Cahiers du Cinema e venne interrogato e torturato nonostante avesse settant'anni. E di penna si continua a morire sotto il "moderato" presidente Rohani.
   Come Hashem Shabani, poeta iraniano giustiziato con l'accusa di essere "un nemico di Dio". Aveva scritto prima dell'esecuzione: "Per sette giorni mi hanno urlato: 'Stai facendo la guerra ad Allah. Non è abbastanza per morire?"'. 1979-2019, quarant'anni di Rivoluzione islamica che continua a tormentare l'occidente, Israele e il popolo iraniano. Pochi giorni fa, gli ayatollah hanno mandato alla forca un altro cittadino accusato di omosessualità. Si calcola che tra quattro e seimila omosessuali sino stati giustiziati dall'Iran in questi ferali quarant'anni di rivoluzione islamica e di appeasement occidentale.

(Il Foglio, 13 febbraio 2019)


Netanyahu tratta con Putin l'adesione all'Unione Eurasiatica

di Giordano Stabile

Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin si incontreranno a Mosca il 21 febbraio, per il loro undicesimo vertice in poco più di tre anni. Il dossier più caldo sarà quello della presenza iraniana in Siria. Ma ce n'è un altro dalle implicazioni altrettanto decisive. Ed è l'ingresso di Israele nell'Unione eurasiatica, la comunità di Stati lanciata dalla Russia nel 2014 e che ora potrebbe compiere un salto di dimensioni impressionanti. Le trattative sono state riaperte lo scorso aprile. Le tensioni siriane le hanno rallentate in autunno ma ora, secondo il Times of Israel, siamo al dunque. Per lo Stato ebraico si tratta di entrare in un mercato che già adesso conta 183 milioni di abitanti ma che potrebbe arrivare a un miliardo e mezzo se sarà finalizzata l'adesione dell'India. Ma fra i candidati ci sono anche l'Egitto e, questo a Netanyahu certo non piace, persino l'Iran.
  L'Unione eurasiatica, il progetto più ambizioso di Putin, è partita cinque anni fa con Russia, Bielorussia, Kazakhstan ma amputata dell'Ucraina che proprio all'idea di essere assorbita nella sfera di influenza russa si era ribellata all'allora presidente Viktor Yanukovich. Nel 2015 sono entrati il Kirghizistan e l'Armenia.Nel corso degli anni il progetto, denominato con la sigla Eaeu, è stato rivisto e modellato sull'Unione europea. Un «mercato unico di beni, servizi, capitali e persone», senza barriere doganali, con norme armonizzate, dotato di una Commissione economica eurasiatica, simile a quella di Bruxelles, e di una Corte di giustizia per dirimere i contrasti legali. Il modello più democratico ha permesso uno sviluppo accelerato. Nel primo semestre del 2018 il commercio estero dell'Eaeu è cresciuto del 22,7 per cento, quello interno del 13,8.

 Il nodo dell'Iran
  L'Eaeu è diventata allettante per Israele, soprattutto in prospettiva dell'ingresso dell'India. Le relazioni con New Delhi sono eccellenti, come quelle con Mosca del resto. L'India è un mercato enorme che cresce dell'8 per cento all'anno e conta di superare il dieci con l'adesione all'Unione eurasiatica. Anche l'Egitto si è candidato, così come l'Iran. La repubblica islamica potrebbe diventare un ostacolo nelle trattative fra Netanyahu e Putin, ma anche una merce di scambio. Il premier israeliano vuole strappare allo Zar un impegno concreto per ridurre la presenza militare dei Pasdaran in Siria. Conta di mantenere la libertà di azione per i raid contro le loro installazioni militari, nonostante i nuovi sistemi anti-aerei S-300 russi che saranno attivati a marzo. Nelle trattative metterà sul piatto la potenza tecnologica israeliana, nel campo dell'intelligenza artificiale, delle biotecnologie. Tutti settori che la Russia vuole sviluppare, e in fretta.

(La Stampa, 12 febbraio 2019)


Francia: è allarme crescita antisemitismo

Sta avendo un grande impatto sulla politica e sull'opinione pubblica francese l'inquietante ondata di atti antisemiti registrata nei giorni scorsi a Parigi e in alcune zone periferiche della capitale. "L'antisemitismo si sta diffondendo come un veleno. Il governo prendera' provvedimenti", ha detto ieri il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, rivelando che nel 2018 la Francia ha registrato un boom del 74% degli atti antisemiti, passati da 311 l'anno prima a 541. Svastiche sono apparse su cassette delle poste decorate dall'artista Christian Gue'my col volto di Simone Veil, sopravvissuta all'olocausto e deceduta lo scorso anno. Graffiti antisemiti e la parola Juden ("ebrei" in tedesco) sono stati apposti in piu' punti di Parigi, tra cui sulla vetrina di un panificio "Bagelstein" nel quartiere ebraico sull'isola Saint Louis. Tra gli atti vandalici piu' sentiti, c'e' anche lo sradicamento di un albero piantato del sobborgo di Sainte Genevie've du Bois, in memoria di Ilan Halimi, un giovane ebreo torturato a morte nel 2006. "Graffiti antisemiti fino ad avere la nausea. L'odio per gli ebrei corrisponde all'odio per la democrazia. Il linguaggio fascista si ritrova su tutti i muri. Mi sono rivolto al prefetto di polizia e al procuratore di Parigi" ha scritto su Twitter Fre'de'ric Poitiers, rappresentante speciale del governo francese su razzismo, antisemitismo e discriminazione. All'unisono la classe politica francese ha condannato atti "insopportabili" e "inqualificabili". C'e' chi, come il portavoce del governo Benjamin Griveaux, ha collegato l'aumento degli episodi al deteriorarsi del clima sociale, citando direttamente il movimento di protesta dei gilet gialli accompagnato da gravi violenze. "Il livello di antisemitismo e' sempre stato un barometro affidabile dello stato di salute della societa'. Questo odio non e' ordinario, e' un vero veleno e ha registrato una progressione impressionante negli ultimi mesi" analizza Le Monde in un editoriale. Per l'autorevole quotidiano se da una parte la crisi dei gilet gialli "ha incoraggiato alcuni comportamenti, con esponenti dell'estrema destra che cercano di approfittare di questa dinamica sociale per diffondere i suoi slogan", dall'altra "il risorgere di un antisemitismo che spesso non ha volto non puo' essere attribuito al movimento di protesta sociale". Prima delle manifestazioni, cominciate lo scorso novembre, gli atti antisemiti nel Paese tra gennaio e ottobre 2018 erano gia' aumentati del 69%.

(Shalom, 12 febbraio 2019)


Così l'Italia di Sonnino aiutò la nascita di Israele

Finita la guerra il nostro ministro degli Esteri, nella conferenza di Parigi, dettò la linea agli Alleati

Strategie
L'Inghilterra appoggiava i sionisti ma la Francia temeva di perdere influenza
Appoggio determinante
Roma fu la prima potenza a prendere posizione a favore del ritorno degli ebrei

di Ofir Haivry*

Da sinistra: il primo ministro francese Clemenceau, quello britannico Lloyd George, quello italiano Orlando e Il ministro degli esteri Sidney Sonnino durante la Conferenza di Parigi nel 1919
Cent'anni fa, si apriva la Conferenza di Parigi (18 gennaio 1919 - 21 gennaio 1920) che segnò la conclusione formale della Prima guerra mondiale. Tra le varie conseguenze che ebbe, una delle più importanti fu il riconoscimento dei diritti nazionali del popolo ebraico. Quasi ignoto è il ruolo a tratti decisivo che ebbe l'Italia nel raggiungere questo obiettivo. Il personaggio centrale fu il barone Sidney Sonnino, già premier nel 1906 e 1909-1910, ma influente ministro degli Esteri tra 1914-1919. Figura insolita nell'Italia di allora, Sonnino era un anglicano di padre italiano d'origine ebraica e madre inglese; per molti aspetti simile a Benjamin Disraeli: era un intellettuale e un outsider che diventò il leader della destra nel suo Paese, rimanendo consapevole e fiero delle origine ebraiche.
  Quando scoppiò la Prima guerra mondiale nell'agosto 1914, il Movimento sionista riconobbe che gli assetti internazionali stavano per cambiare e che si offrivano nuove alleanze al fine di realizzare il sogno dello Stato ebraico. In Italia gli sforzi furono diretti principalmente da Angelo Sullam, segretario della Federazione Sionistica Italiana. Già nel 1914 Sullam, assieme al sionista Russo Pinhas Ruthenberg, incontrò Gaetano Mosca, anche lui ebreo e al tempo sottosegretario per le Colonie. I due gli proposero di far partecipare l'Italia alla creazione di unità militari ebraiche che combattessero a fianco degli Alleati - Gran Bretagna, Francia e Russia, guadagnando cosi un posto ai tavoli diplomatici del dopoguerra. Ma l'Italia, al tempo ancora formalmente alleata agli Imperi Centrali e il tentativo sionista sfumò. Dopo maggio 1915, l'Italia entrò nel conflitto mondiale dalla parte degli Alleati e si aprirono nuove prospettive.
  Gli sforzi sionistici cominciarono ad aver frutto verso la fine del 1916, quando il premier britannico Asquith, molto avverso al sionismo, fu rimpiazzato nel ruolo da David Lloyd George. Già rappresentante legale in Inghilterra di Teodoro Herzl (il fondatore del Movimento Sionista), Lloyd George era, come il suo ministro degli Esteri Lord Arthur Balfour, entusiasticamente pro-sionista. Per di più il governo britannico riteneva che gli accordi Sykes- Picot per la futura spartizione tra Gran Bretagna e Francia dei territori Ottomani fossero stati troppo generosi. Un territorio ebraico sotto protezione Britannica avrebbe migliorato le posizioni.
  Il principale ostacolo alla creazione di un entità politica ebraica sotto protezione Britannica, era la prevista opposizione della Francia a cambiamenti negli accordi Sykes-Picot. Diventò cruciale per i sionisti portare una potenza alleata che non fosse la Gran Bretagna ad appoggiare il loro progetto. La potenza ideale forse sarebbe stata la Francia, ma Parigi si provò schiva e ambigua.
  La svolta venne durante la visita a Roma del Segretario Generale del Movimento Sionista, Nahum Sokolow, nel maggio 1917. Fu deluso del vago ed elusivo incontro con il premier, Paolo Boselli. Ma il 21 maggio, insieme ad Angelo Sereni, presidente del Consorzio delle Comunità israelitiche Italiane, Sokolow incontro Sidney Sonnino, ministro degli Esteri.
  Successivamente all'incontro il ministro preparò una lettera formale indirizzata a Sokolow, in cui dichiarava che, sebbene non potesse esprimersi definitivamente in merito a una proposta riguardante tutti gli alleati, in linea generale non era contrario alle legittime rivendicazioni degli ebrei sulla loro patria storica. Fu questo in assoluto il primo riconoscimento da parte di una potenza mondiale dei diritti nazionali ebraici - esattamente l'apertura che il sionismo aveva lungamente cercato.
  Con la lettera di Sonnino in tasca, Sokolow partì per Parigi. Fino a quel punto i diplomatici Francesi che aveva incontrato, nella tradizione del Quai D'Orsay, sembravano in parti eguali simpatetici, evasivi e frustranti. Ma con la lettera italiana Sokolow poteva far penzolare davanti ai suoi interlocutori la prospettiva di salire sul treno sionista o rischiare di restare a piedi. Infatti, il 4 giugno, con l'approvazione di Alexandre Ribot, premier e ministro degli Esteri francese, una lettera che esprimeva «guardinga» simpatia francese per la causa sionista fu rilasciata a Sokolow da Iules Cambon, capo della sezione politica del ministero degli Esteri.
  A Sokolow era proibito rendere pubbliche le due lettere ma al suo ritorno a Londra, le presentò al Foreign Office britannico, come prova della disponibilità delle due potenze alleate ad appoggiare un'iniziativa britannica. Dopo mesi di preparativi, il 2 novembre 1917,
  Lord Balfour finalmente rilasciò la famosa lettera pubblica in cui dichiarava il sostegno britannico per erigere una «Casa Nazionale» degli ebrei, nella antica terra di Israele. Negli anni successivi, anche gli altri alleati, Francia, Stati Uniti e perfino Giappone pubblicarono simili lettere di sostegno per l'obiettivo sionista. La versione italiana affermava l'impegno del governo italiano di facilitare la formazione di «un centro nazionale ebraico».
  L'atto finale in questa vicenda diplomatica avvenne durante la conferenza di Parigi, dove furono formulate le disposizioni politiche e le nuove frontiere risultanti dalla guerra. Il 25 gennaio 1919 la conferenza approvò la fondazione della Lega delle Nazioni sotto i cui auspici si sarebbe creato un sistema di «mandati», per guidare aree dell'ex-impero ottomano verso l'autogoverno. Il passo cruciale per i sionisti divenne allora il ruolo a loro assegnato nel «mandato» britannico. Il 3 febbraio, il movimento sionista presentò agli Alleati un documento che proponeva di promuovere «il diritto degli ebrei a ricostituire» nella loro storica terra, una «Casa Nazionale» attraverso il sostegno di immigrazione, insediamento e autogoverno nell'area designata.
  Il 27 febbraio 1919 si tenne l'incontro decisivo dei rappresentanti sionisti con le delegazioni degli Alleati alla conferenza, per discutere il documento. Partecipano da parte sionista oltre a Sokolow anche Haim Weizmann presidente della Federazione Sionistica Britannica, e Menachen Ussishkin, segretario del Congresso sionista. I delegati presenti all'incontro erano Balfour e Lord Alfred Milner (Gran Bretagna), Stephen Pichon e André Tardieu (Francia), Robert Lansing e Hemy White (USA), Makino Nobuaki (Giappone), e per l'Italia, Sonnino. Ma prima che iniziasse l'incontro, si apprese che la delegazione francese aveva aggiunto a sorpresa un ulteriore invitato, Sylvain Lévi, presidente del' organizzazione educativa ebraica-francese Alliance Israélite Universelle. L'incontro si aprì con la presentazione della proposta da parte dei rappresentanti sionisti. Poi si alzo Lévi e confermò i sospetti sionisti riguardo ai motivi per cui era stato invitato dai francesi. Con ovvio intento di minare il progetto sionista, Levy espresse gravi dubbi a proposito della sostanza e praticabilità del medesimo. Dopo la replica di Weizmann all'intervento di Levi, fu il turno delle delegazioni. A nome della Gran Bretagna, Balfour fu esplicito nel suo sostegno al punto di vista sionista. I francesi, non sorprendentemente, furono scettici ma si astennero da ripudiare esplicitamente la proposta. Lansing, il segretario di Stato Usa chiese ai sionisti cosa significasse l'espressione «casa nazionale» nel loro documento. Weizmann rispose che la frase indicava l'aspettativa che, grazie all'immigrazione e sviluppo della popolazione ebrea, la terra sarebbe diventata ebraica come l'America era diventata americana e l'Inghilterra inglese. Il delegato Giapponese invece mostrò indifferenza e non partecipò al dibattito. Fu allora il turno di Sonnino. Si alzò e tenne un discorso risoluto, chiarendo che, come Balfour, anche lui era «molto soddisfatto» della replica di Weizmann alle obiezioni di Lévi, e che l'Italia sosteneva la posizione sionistica. L'intervento schietto e diretto di Sonnino, allineando la posizione italiana a quella britannica, ebbe l'impatto necessario per rompere l'impasse che i francesi avevano tentato di creare. La delegazione sionista lascio l'incontro con la sensazione che, nonostante i tentativi francesi, gli Alleati rimanessero fedeli all'interpretazione sionistica della dichiarazione di Balfour.
  La sensazione si confermò esatta nei giorni successivi, quando discussioni diplomatiche rivelarono che gli Alleati avevano raggiunto un consenso circa l'emanazione di un mandato britannico, destinato a realizzare gli obiettivi sionistici. La caduta del governo Italiano il 23 giugno, terminò la partecipazione attiva di Sonnino alla conferenza (lasciò Parigi dopo aver firmato i Trattati di Versailles, il 28 giungo). Ma il suo intervento era già stato decisivo.
  Nel luglio del 1922, dopo altri contrattempi e divergenze, la Lega delle Nazioni conferì alla Gran Bretagna il Mandato sulla Palestina (Erez-Israel). Quattro mesi dopo, Sonnino era già deceduto, ma aveva vissuto quanto bastava per vedere realizzato il grande obiettivo al quale l'Italia aveva fornito un impulso decisivo.
* Vice-Presidente dell'Istituto Herzl di Gerusalemme

(il Giornale, 12 febbraio 2019)


Stati Uniti - I democratici richiamano la loro deputata islamica per i tweet antisemiti

 
Ilhan Omar
WASHINGTON - I leader democratici della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che condanna Ilhan Omar, una delle due prime donne musulmane elette al Congresso, per aver scritto sui suoi profili social che gli ebrei controllano la politica Usa con il denaro. "Siamo e saremo sempre forti sostenitori di Israele al Congresso, perché comprendiamo che il nostro sostegno si basa su valori condivisi e interessi strategici. Le critiche legittime alle politiche di Israele sono protette dai valori della libertà di parola e del dibattito democratico che gli Stati Uniti e Israele condividono", si legge nella dichiarazione sostenuta dalla presidente della Camera, Nancy Pelosi. "L'uso da parte del deputato Omar di retorica antisemita e le accuse pregiudizievoli ai sostenitori di Israele sono profondamente offensive", si legge nella nota. "Condanniamo queste osservazioni e chiediamo al membro del Congresso Omar di scusarsi immediatamente". Poco dopo la parlamentare del Minnesota si è scusata, riconoscendo che "l'antisemitismo è reale. Omar, uno dei nuovi volti della corrente socialista interna al Partito democratico, ha però alle spalle una lunga serie di commenti e dichiarazioni antisemite: nel 2012, ad esempio, ha scritto sul proprio profilo Twitter che "Israele ha ipnotizzato il mondo", ed ha esortato "Allah a risvegliare le persone alle malefatte compiute da Israele"; l'anno successivo, la deputata neoeletta ha suggerito un paragone tra le Forze armate Usa e al Qaeda, ed espresso apprezzamento nei confronti di Hamas ed Hezbollah. Omar sostiene il movimento di boicottaggio e disinvestimento di Israele.

(Agenzia Nova, 12 febbraio 2019)


Torino - Sulla Mole i "fuochi" per i diritti di tutti

Valdesi ed ebrei celebrano il 17 febbraio 1848 impegnandosi per chi oggi è discriminato

di Maria Teresa Martinengo

Quest'anno il 17 febbraio a Torino non verrà acceso il falò in piazza Castello, com'è avvenuto dal 2017, per ricordare la promulgazione delle Lettere Patenti con cui Carlo Alberto nel 1848 concedette i diritti civili ai cittadini e alle cittadine di religione valdese ed ebraica del Regno sabaudo. Da venerdì a domenica sarà la Mole ad annunciare l'anniversario con la proiezione di una fiamma stilizzata e la scritta «Valdesi ed Ebrei per i diritti di tutti». A questo segno si accompagnerà una serie di iniziative presentate ieri a Palazzo Civico, promosse da Città, Chiesa Evangelica Valdese, Comunità Ebraica e Centro Culturale Protestante.
   «Quella del 17 febbraio è una ricorrenza importante - ha sottolineato l'assessore comunale ai Diritti, Marco Giusta - che pone due temi centrali: l'estensione a tutti di una serie di diritti, compreso quello della cittadinanza, e la libertà religiosa che in questo momento in Italia è ancora in una situazione di limbo. Siamo contenti di aver rimesso questa ricorrenza al centro della vita sociale e politica della comunità».
   Patrizia Mathieu, presidente del Concistoro Valdese, ha spiegato che «le manifestazioni che da alcuni anni organizziamo, sono pensate per la città, una città dove i rapporti tra comunità religiose sono molto buoni. Questa festa va ricordata e celebrata con forza: il 1848 sembra lontano, ma non lo è. Fa rabbia pensare che fino ad allora la nostra gente non godeva dei diritti civili elementari, scuola, proprietà. Per altro, bisognerà aspettare il pieno 900 per ottenere tutte le effettive libertà. Per questo i valdesi hanno sempre "il fuoco dentro", ma lo hanno sempre avuto nel rispetto delle leggi. Quel fuoco quest'anno sarà sulla Mole per sottolineare ancora la Dichiarazione dei Diritti Umani, perché ci sono ancora molte libertà per cui lavorare».
   Il presidente della Comunità Ebraica, Dario Disegni, ha ricordato come «gli ebrei gioirono per essere stati riconosciuti e poter uscire dai ghetti: si impegnarono per essere più italiani degli altri. Penso al contributo di caduti della Grande Guerra. Poi, nel 1938, l'arrivo delle infami leggi razziali. Nel 2018 abbiamo ricordato quell'anniversario e quello della Dichiarazione dei Diritti Umani: per la nostra storia, le nostre comunità devono essere alla testa delle battaglie per i diritti di tutti, oggi compromessi da nuovi razzismi e intolleranze».

 Il programma
  Sabato, dalle 19,45, in piazzetta Primo Levi, cittadini, migranti, rappresentanti delle istituzioni parteciperanno alla lettura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Alle 21, alla Casa Valdese di corso Vittorio Emanuele II 23, si proseguirà con corsi ebraici e valdesi. Domenica, alle 16, al Polo del '900, corso Valdocco 4, convegno «Diritti umani oggi» con il costituzionalista Andrea Giorgis, deputato, Andrea Greppi, docente di Diritto internazionale umanitario all'Università, Philippe Poirier dell'Università del Lussemburgo, Luciano Scagliotti del Comitato regionale Diritti Umani, a coordinare Alberto Sinigaglia presidente dell'Ordine dei giornalisti del Piemonte.

(La Stampa - Torino, 12 febbraio 2019)



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Culti tollerati conformemente alle leggi. E non più di due

Con le Lettere Patenti Carlo Alberto non concesse tolleranza di culto a tutti, ma soltanto a ebrei e valdesi. Gli "evangelici liberi", già presenti in Italia a quel tempo, non ne beneficiarono. E i valdesi di allora non avevano ancora quel "fuoco dentro" per la difesa dei diritti di tutti che adesso dicono di avere.
Presentiamo un breve estratto dal libro "L'Evangelo e il berretto frigio" di Giorgio Spini.
    «In Piemonte ed in Liguria si era diffuso dopo il 1848 un movimento evangelico, ispirato dal «Risveglio» svizzero e britannico, che si era sviluppato in un clima formalmente liberale, e quindi senza essere costretto alla clandestinità come quello toscano, ma aveva subito ugualmente dure traversie. I governanti liberali di Torino, compreso il Cavour, erano stati quanto mai renitenti ad abbandonare un'interpretazione restrittiva dell'art. 1 dello Statuto. Come è ben noto, questo articolo, mentre proclamava «religione dello Stato» quella cattolico-romana, sanciva che «gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi». Poteva dunque interpretarsi nel senso che non vi fosse tolleranza se non per i culti degli ebrei e dei valdesi, già esistenti nello Stato sabaudo, ed anche nel loro caso «conformemente alle leggi», comprese dunque le norme penali della legislazione sarda. che punivano la propaganda anti-cattolica. Molti evangelici, pertanto, erano stati vittime di processi e condanne per la loro attività proselitistica, oltre che di violenze brutali di folle fanatizzate dal clero.
    Proprio negli Stati Sardi, inoltre, si era giunti nel 1854 alla rottura fra valdesi e «liberi».
    [...]
    I valdesi parevano più stranieri che italiani, per il loro uso del francese e la loro scarsa familiarità con le tradizioni italiane, derivante da un secolare isolamento nel ghetto alpino delle Valli. E ciò per tacere di un fatto, spesso pudicamente sorvolato, ma in realtà fondamentale, e cioè che gli esponenti dei «liberi» erano quasi tutti provenienti dalle file della Sinistra rivoluzionaria, laddove i valdesi ostentavano il proprio lealismo sabaudo ed appoggiavano il governo Cavour, considerando i «rouges» della Sinistra come esaltati o peggio.»
(Notizie su Israele, 12 febbraio 2019)


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