Quando l'Altissimo diede alle nazioni la loro eredità, quando separò i figli degli uomini, egli fissò i confini dei popoli, secondo il numero dei figli d'Israele.
Deuteronomio 32:8

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Basta esperimenti, serve recuperare il realismo dei forti

di Fiamma Nirenstein

Caro Presidente Trump,
davvero la speranza del mio cuore è che la sua sia una bella presidenza rivoluzionaria. Tanti auguri a lei e al suo Paese. Ogni suo battere di ciglia risuonerà ovunque, ogni sua presa di posizione diventerà una pietra di paragone su cui si misura un mondo in grande sommovimento, in cui si è realizzata la previsione infausta della guerra di religione con l'Islam, in cui le armi di distruzione di massa sono state usate contro donne e bambini in Siria senza che il suo Paese abbia reagito come promesso (è da qui che lei deve ricominciare, col ritessere la tela lacerata dal suo predecessore quando nel 2013 ha consegnato a Putin le chiavi del Medio Oriente in fiamme), in cui la crudeltà nazista dell'Isis è diventata un normale fatto di cronaca. Il Medio Oriente è stato ritenuto dal suo predecessore solo una zona di esperimenti per i suoi buoni rapporti con il mondo musulmano, ma non gli è riuscito: i suoi consiglieri non sapevano bene chi fosse la Fratellanza Musulmana, madre di tutto l'odio anti occidentale che porta diritto al terrorismo di ogni genere; non sapevano che puntare tante carte sull'Iran, scegliendo l'accordo nucleare come grande acquisizione della presidenza, sarebbe stato molto imprudente. Lei ha l'opportunità di improntare il suo rapporto col Medio Oriente a una visione più realistica, in cui non ci si gioca Israele, l'unico alleato moralmente affidabile, per una medaglietta di politically correct avallando una risoluzione dell'Onu che sancisce che Israele non ha nessun diritto su Gerusalemme, e quindi espellendone di fatto gli ebrei con un gesto così ignorante, così antistorico, che non lo farebbe neppure un bambino. La sua visione non dovrà essere necessariamente quella di un partigiano, ma, certamente sì, quella di uno statista che sa con che cosa ha a che fare: Israele è la sentinella del mondo contro il terrorismo, l'unica democrazia che rispetta i diritti umani. La pace coi palestinesi si può ricominciare a discutere solo se il terrorismo viene chiamato col suo nome anche quando lo praticano i palestinesi. In generale, quando il terrorismo sarà visto per quello che è: guerra di religione. In questo lei, signor presidente, è un esperto. Sarà una grande spinta alla trattativa se i palestinesi cesseranno di avere in regalo un lasciapassare internazionale che li riempie di denaro, di credito mai guadagnato. Ma davvero, poi, vogliono uno stato? Che Stato? Democratico? E non la distruzione di Israele? E che se ne faranno di Hamas? Presidente, glielo chieda. Tornare amico di Israele per gli USA significherà cambiare la sua posizione in Medio Oriente, gli restituirà la sua altezza morale e il suo buon senso, il suo diritto alla parola, ormai cancellato da politiche sbagliate. Signor Presidente, lei è un uomo molto pratico, sa benissimo che fra poco la rabbia populista anti elite può mordere anche lei. Quindi, attento a non fomentarla. Bene, l'anno prossimo a Gerusalemme ( ci siamo capiti), e così sia.

(il Giornale, 22 gennaio 2017)


La Start-up Nation un partner per l'Italia

Italia e Israele sono due Paesi complementari nei settori della cyber security, della robotica e delle bio-tecnologie

di Max Bergami

Con un GDP che cresce intorno al 2%, allo stesso tasso delle economie in via di sviluppo, un indice di disoccupazione inferiore al 4%, un settore delle costruzioni cresciuto di oltre il 100% negli ultimi 10 anni, un debito pubblico in continua diminuzione e un export in crescita, Israele continua il suo percorso di sviluppo. Dietro a questi numeri ci stanno alcuni fattori che includono indubbiamente il capitale umano (quasi il 50% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha avuto una formazione universitaria), un sistema universitario eccellente, una forte collaborazione università-impresa e un sistema di venture capital molto sviluppato. È un paese che non sembra rallentare la sua corsa, che anzi accelera, consolidando il modello descritto nel best seller Start-Up Nations da Senor e Singer nel 2009. Le 73 quotate al Nasdaq, i centri di ricerca e sviluppo di oltre 300 società internazionali e le 5.000 startup fanno di Israele il luogo con la maggior concentrazione di imprese high tech al di fuori della Silicon Valley. Israele ha anche assunto una posizione di leadership nel settore della cyber security, con 430 cyber security imprese e startup; nel 2015 ha attratto quasi il 20% degli investimenti privati in questo settore, collocandosi dietro solo agli Stati Uniti.
   Il caso della cyber security peraltro è interessante perché rappresenta il frutto di una scelta politica molto precisa; nel 2002 il Governo ha creato l'Autorità Nazionale per la Sicurezza dell'Informazione, alla quale hanno fatto seguito il N ational Cyber Bureau e l' Autorità Nazionale per la Cyber Difesa.Nel corso degli anni, il Paese è divenuto ancora più dipendente dalla tecnologia e dalle attività nel cyberspazio, con la conseguente necessità di assicurare un più elevato livello di sicurezza. Le linee guida approvate dal governo non riguardano solo le strategie per difendere le infrastrutture e i servizi critici, ma anche le imprese e la società civile. Questo programma ha portato allo sviluppo di competenze e alla nascita di imprese, con lo sviluppo di un settore di crescente rilevanza per l'economia del paese.
   Un altro aspetto che colpisce è la convinzione con cui il concetto di Triple Helix rappresenti un riferimento per tutti gli attori di università, industria e governo, creando un ecosistema fortemente coeso, come dimostrano i risultati nel campo dell'innovazione nella robotica e del biomedicale.
   Esiste un'altra faccia di Israele che va considerata per comprendere il paese: alla popolazione giovane e dinamica che domina le nuove tecnologie si aggiungono altri gruppi, tra cui il più importante è quello degli ebrei ultraortodossi. Questo gruppo rappresenta poco più del 10% della popolazione,maha un tasso di crescita molto elevato (6,7 figli per donna contro i 3 della media nazionale) ed è molto rilevante perché consente alla popolazione ebraica di mantenere i rapporti di forza con la componente araba (anch'essa con un tasso di crescita demografica elevato). Entrambi questi gruppi sono la parte più povera di Israele; nel caso degli ultraortodossi, i maschi a partire dai 13 anni concentrano i propri studi sulle sacre scritture, mentre le donne proseguono negli studi non religiosi, ma hanno minori opportunità professionali in relazione al numero di figli. Gli ebrei non ortodossi hanno tassi di occupazione altissimi (oltre 1'80%), ma gli uomini ultraortodossi si attestano intorno al 50% e le donne arabe intorno al 30%.
   Con questo trend demografico, gli ultraortodossi tenderanno ad assumere più potere, ponendo ai governanti il problema di come conciliare due visioni del mondo così differenti.
   Comunque, per ora, Israele sembra cavalcare l'onda innovativa che viene dalle nuove tecnologie, concentrandosi sulla produzione di conoscenza, senza avventurarsi nel campo della manifattura dove altri paesi occidentali hanno una posizione diforza. Questo aspetto crea eccezionali condizioni di complementarietà, come sottolinea spesso l'Ambasciatore Talò che negli ultimi 4 anni ha lavorato intensamente con governo, imprese e università per costruire ponti tra i due paesi. Ad esempio, a settembre, grazie all'impegno dell'Ambasciata, gli organizzatori di Cybertech (una delle principali manifestazioni del settore) hanno deciso di svolgere l'edizione 2016 a Roma, portandola per la prima volta in Europa. Anche nel campo delle tecnologie idriche, dove Israele è al primo posto al mondo nella desalinizzazione e nel riutilizzo delle acque reflue (trattate per oltre 1'80%), sono stati avviati contatti che potrebbero portare a progetti comuni. L'Italia, con grandi problemi soprattutto al Sud, potrebbe avere grandi vantaggi da una partnership con gli israeliani, estensibile anche ad altri paesi ad esempio in Africa. Anche nel campo della robotica, Israele possiede le tecnologie, mentre l'Italia ha le strutture industriali e l'accesso ai mercati.

(Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2017)


Il sopravvissuto che marcia per la Memoria

Scampato al lager e ai terroristi sarà a Roma per "Run for Mem".

di Ariela Piattelli

 
Shaul Ladany
Run for Mem, una corsa attraverso i luoghi della tragedia e della salvezza, per ricordare la Shoah in occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria. Domenica 22 gennaio alla corsa di Roma, organizzata dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane con Maratona di Roma e Maccabi Italia, assieme alla maratoneta Franca Fiacconi, partecipa un atleta veterano, che è «rinato due volt»: Shaul Ladany, marciatore israeliano, sopravvissuto al campo di sterminio Bergen - Belsen e scampato alla strage degli atleti israeliani per mano di un commando palestinese di Settembre Nero durante le Olimpiadi di Monaco '72.
   «Ho deciso di partecipare a Run for Mem perché mi sembra una bellissima idea mantenere vivo il ricordo attraverso una manifestazione sportiva. spiega Ladany - Per me è stato un obbligo morale aderire, sono tra i pochi sopravvissuti alla Shoah ancora in vita, e ho il dovere di portare la mia testimonianza. Viviamo in un'epoca in cui c'è ancora chi odia gli ebrei ed Israele, e la memoria è l'unico strumento preventivo». Ladany, che vive a Be'er Sheva dove insegna ingegneria alla Ben Gurion University, aveva otto anni quando è stato deportato a Bergen-Belsen e fu uno tra pochi bambini a salvarsi dalla furia nazista.
   Nel '72 si salva ancora per miracolo: nel villaggio olimpico, la sua stanza è vicina a quella dei suoi undici compagni che verranno prima presi in ostaggio e poi massacrati dai terroristi: «Loro sapevano che alloggiavo insieme a due atleti con un passato da tiratori scelti, per questo non entrarono nella nostra palazzina. - racconta Ladany - Le misure di sicurezza erano praticamente inesistenti, così era possibile ottenere tutte le informazioni sugli atleti. Ricordo che la sera prima del massacro andammo con tutta la delegazione israeliana al teatro a vedere il Violinista sul tetto. Eravamo così felici della libera uscita, nessuno di noi poteva immaginare cosa sarebbe successo il giorno dopo. Tornammo al villaggio e prestai la mia sveglia a Moshe Weinberg, e non lo vidi mai più».
   Il giorno dopo Shaul si svegliò mentre i terroristi erano in azione: «Seguimmo la vicenda minuto per minuto, ma l'operazione per liberare gli ostaggi fu un vero fallimento, e all'aeroporto, dove i tedeschi spostarono la scena per non turbare l'atmosfera olimpica, morirono tutti. Io sono stato solo fortunato, ancora una volta».
   Ladany ha continuato a marciare tutta la vita, segnando record e ritirando trofei. Ancora oggi, all'età di ottant'anni, si allena ogni giorno. «Ne ha viste tante nella sua vita il professor Ladany, ma non ha mai smesso di marciare. sottolinea il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Noemi Di Segni - Con questa iniziativa, aperta a tutta la città, desideriamo affermare la vita, che continua nonostante tutto e nonostante tutti i popoli che hanno cercato nei secoli di sterminare ebrei così come altre popolazioni, con genocidi e massacri. La vita continua e con questa va trasmessa la forza di sopravvivere, di vivere e di avere il coraggio di raccontare quanto accaduto affinché non si ripeta mai più».
   Due i percorsi previsti per domenica: uno da dieci e un altro da tre chilometri e mezzo. Si parte da Largo 16 ottobre 1943, in ricordo della razzia degli ebrei romani, si passa per via degli Zingari, dove una targa ricorda i rom e sinti vittime della Shoah, e a via Tasso, che fu prigione e luogo di tortura per ebrei e antifascisti e dove oggi sorge il Museo della Liberazione».

(La Stampa, 22 gennaio 2017)


Disegni, il rabbino che attraversò il fascismo e la guerra

di Fabrizio Assandri

Un rabbino centrale nel panorama ebraico italiano e in prima linea nel suo tempo. Dario Disegni, che morì il 7 gennaio 1967, 25 tevet 5727, esattamente 50 anni fa secondo la data ebraica, guida spirituale della comunità torinese dal 1935 al 1960: a lui è dedicato stamattina un convegno che vedrà partecipare, al Centro Sociale della Comunità ebraica in piazzetta Primo Levi, la maggior parte dei rabbini italiani. Visse la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, ad Auschwitz perse la figlia Annetta e la nipotina Sissel. L'incontro per ricordare Disegni, che fu artefice, insieme ad altri rabbini italiani, della monumentale opera di traduzione in italiano della Torah e dei libri di preghiera per le feste, si intitola "Dalla Torah al Talmud, dal Talmud alla Torah". «Partiremo dal confronto sulla traduzione attuata allora e quella in corso del Talmud», spiega il nipote di Disegni, che ha il suo stesso nome ed è presidente della Comunità di Torino.
   Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, sara in videoconferenza, ci saranno il rabbino capo di Torino Ariel Di Porto, Giuseppe Momigliano di Genova, Alfonso Arbib di Milano. È stata itinerante la carriera di Disegni, passata da Genova a Verona, ai confini dell'allora impero austroungarico, infine a Torino, con brevi parentesi a Bucarest e Tripoli. Nel '43 si rifugiò da una famiglia contadina di Asti, con cui rimase sempre in contatto.
   A Torino ebbe la ventura di ricomporre la comunità dopo la Shoa. E stato anche il fondatore della scuola rabbinica che oggi porta il nome suo e di Margulies, suo maestro, altro grande protagonista dell'ebraismo. La scuola, diretta ora da Alberto Somekh, fu un vivaio: Disegni ha personalmente laureato molti rabbini italiani, alcuni ancora in cattedra. Fu anche fautore del dialogo: volle l'apertura della scuola ebraica di Torino ai non ebrei.
Il successore di Disegni alla cattedra di Torino, il rabbino Sergio Sierra, ricordava che non si limitava alla speculazione e alla ricerca: «Adeguò la sua vita alla massima: "È importante lo studio che conduce all'azione pratica». I documenti che raccontano la sua lunga attività, un ricco patrimonio archivistico fatto di carte, lettere, manoscritti e foto sono affidati all'archivio Terracini di Torino, consultabile online.

(La Stampa - Torino, 22 gennaio 2017)


Acquisti on-line: se compriamo in tranquillità il merito è dei 'guardiani' israeliani

A Herzliya ha sede il più grande gruppo antifrode al mondo, che controlla e gestisce la sicurezza informatica di centinaia
di milioni di utenti.


di Luca D'Ammando

 
Operatori al lavoro nel centro Afcc di Herzliya
Le sentinelle della nostra sicurezza informatica lavorano 24 ore su 24, 365 giorni l'anno, in un fortino nascosto in un palazzo a vetri con vista mare identico a molti altri a Herzliya, poco a nord di Te! Aviv. Sono ingegneri, ventenni o poco più, che agiscono con mouse e tastiera.
   Siamo nell'Afcc, il centro di comando antifrode di Rsa, colosso della sicurezza informatica che fa parte del gruppo Eme, che ha oltre 10 mila clienti, tra i quali la quasi totalità delle aziende di Fortune 500 e i principali istituti finanziari del mondo, da Barclays a Hsbc, da Ing a MasterCard fino a Visa. Protegge oltre 500 milioni di carte di credito e si vanta di raggiungere un tasso di rilevamento delle frodi di oltre il 90 % . Finora, oltre a intercettare i traffici di denaro liquido rubato, questa task farce ha sventato oltre un milione di attacchi di phishing, malware e simili evitando, solo nel 2015, perdite complessive per 6 miliardi di dollari in tutto il mondo, Italia inclusa.
   Più di 400 persone al lavoro - per un fatturato annuo di circa 200 milioni di dollari - hanno il compito di intrufolarsi nei mercati neri delle carte di credito e in forum blindati, zone oscure del web alle quali si accede solo su invito di almeno cinque persone. Si tratta per lo più di predoni di credenziali dei nostri conti bancari, ladri digitali esperti di cui occorre carpire la fiducia, con pazienza e perizia, per poterli poi incastrare.
Il pezzo forte di questo centro è la stanza di controllo, con 25 persone che monitorano incessantemente quattro schermi giganti sulla parete: mostrano in tempo reale tutti gli attacchi informatici in corso ai danni dei clienti dell'Afcc. Con un unico colpo d'occhio si vede il paese di origine, la vittima e il fornitore di servizi Internet su cui sta avvenendo l'attacco.
   La parte principale del lavoro la fa un super-computer centrale, che scandaglia il web e passa al setaccio milioni di e-mail, domini sospetti e chat room. Poi, però, per richiedere il blocco di un sito sospetto occorre sempre il via libera umano, di un operatore dell'Afcc. Solo allora parte una segnalazione a Google, Microsoft & Co. e già nel giro di mezz'ora le pagine compromesse diventano potenzialmente inaccessibili dal 9 5 per cento dei browser: gli utenti possono scegliere se visualizzarle a loro rischio e pericolo oppure abbandonarle. L' 83 per cento lascia perdere, il 17 per cento va avanti, esponendosi all'eventualità che qualcuno entri nel loro computer trafugando tutto ciò che trova.
   Per esempio, ogni volta che di uno dei clienti opera una transazione utilizzando un sistema di online banking, 20 fattori di rischio vengono registrati e alimentati automaticamente nel database dell'Afcc. Questi dati poi vengono poi analizzati e combinati mettendoli a confronto con le 150 tipologie di frodi più comuni. In una determinata operazione, a ogni funzione viene assegnato un punteggio di rischio da 1 a 100, con i punteggi più alti che indicano una maggiore probabilità di frode. Tutte le 150 colonne vengono quindi combinate utilizzando una serie di algoritmi, che rintracciano o escludono eventuali attività fraudolente. L'Anti-Fraud Command Center della divisione dell'Afcc ha anche un centro d'eccellenza, una sorta di accademia, dove vengono formati giovani ingegneri che finiranno poi a lavorare sul campo. Eme, la società di cui fa parte l'Afcc, opera in Israele dal 1999. Nel 2006, a seguito di numerose acquisizioni nel paese, ha stabilito il suo centro di sviluppo a Petach Tikva, che nel 2011, si è trasformato nell'Eme Israele Center of Excellence, con sede a Herzliya. Una filiale di ricerca e sviluppo è stata poi aperta a Be'er Sheva. Eme è diventata la prima multinazionale in Israele con la presenza nel Negev e nel 2015 ha aperto un altro centro nella città settentrionale di Haifa. Così nel corso degli ultimi tre anni, il Consiglio d'Europa ha registrato oltre 200 brevetti in Israele.

(Shalom, gennaio 2017)


Trump vedrà Netanyahu a inizio febbraio

Lo ipotizzano i media israeliani

Benyamin Netanyahu potrebbe incontrare il neo presidente Usa Donald Trump nella prima settimana di febbraio a Washington. Lo indicano alcune indiscrezioni giornalistiche che citano fonti non specificate a Gerusalemme. Secondo queste Netanyahu - che ha definito Trump "un vero amico di Israele" - non aspetterebbe il congresso dell'Aipac, la principale lobby filo israeliana negli Usa, prevista per fine marzo e dove è tradizionale che partecipi il premier, ma tenderebbe ad anticipare i tempi. Netanyahu a fine gennaio ha in calendario due trasferte all'estero: Australia e Singapore. Ma subito dopo andrebbe in America. In questo primo, cruciale, incontro, sono molti i temi: dalla situazione della regione alla costruzione delle colonie ebraiche, dall'accordo sul nucleare dell'Iran alla ripresa delle sanzioni contro Teheran, al trasferimento del'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.

(ANSAmed, 22 gennaio 2017)


A Bologna la Shoah nei disegni di Kichka

 
La Shoah raccontata attraverso gli occhi dei figli dei sopravvissuti e trasformata in tavole grafiche in bianco e nero. Un lavoro che ha occupato per dieci anni Michel Kichka, celebre illustratore e caricaturista israeliano, professore di Belle arti a Gerusalemme e membro di Cartooning for peace (la fondazione svizzera creata nel 2006 dall'allora segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, per sostenere i vignettisti della carta stampata nel loro lavoro in difesa dei diritti umani, della libertà d'espressione e della tolleranza).
   Ora, al Museo ebraico di Bologna, in prima assoluta, è possibile ripercorrere la storia del maggiore di due figli maschi di un padre sopravvissuto alla Shoah: un'esperienza che permea tutta la famiglia, un trauma 'indiretto' che invade però totalmente silenzi, racconti e vissuti. La mostra "La seconda generazione" di Kichka, è stata inaugurata oggi alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni e della Comunità ebraica bolognese. L'appuntamento apre la serie di eventi previsti nel capoluogo regionale e in tutta l'Emilia-Romagna per il Giorno della Memoria in ricordo delle vittime dello sterminio nazista, fissato il 27 gennaio di ogni anno, la data che nel 1945 vide la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz.
%%"La memoria della Shoah ci riporta al cuore della grande frattura europea del '900- ha affermato il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, intervenuto al varo della rassegna-, un evento che ha sfigurato e modificato il volto dell'Europa. Una frattura che occorre sanare attraverso la memoria e il riconoscimento, per non sottrarsi alla responsabilità del male".
   Bonaccini ha poi ricordato la commozione del cancelliere tedesco Willy Brandt quando, in visita ufficiale in Polonia nel 1970 al monumento dedicato alle vittime del ghetto di Varsavia, si inginocchiò sui gradini senza dire una parola, e il lavoro di Eli Wiesel, reduce di Auschwitz, sulla diretta responsabilità del male. "Temi che affiorano nella mostra di Kichka- ha sottolineato il presidente- e che sono il risultato di un lungo e tormentato lavoro di ricerca personale. Il tentativo di comprendere e di raccontare la Shoah attraverso le immagini e anche di ricostruire un albero genealogico i cui rami sono stati quasi tutti strappati e bruciati. La famiglia dei nonni è 'volata via in cenere' e l'adolescenza del padre si è perduta nella notte dei campi di sterminio".
"Da qui la necessità della Memoria e il dovere di trasmetterla tra le generazioni- ha proseguito Bonaccini-. Ed è proprio questo il senso della recente legge sulla Memoria del Novecento che abbiamo approvato come Regione e finanziato con attività e progetti di ricerca, formazione e divulgazione di istituti, enti storici e Comuni dell'Emilia-Romagna. Ed è sempre con questa intenzione che abbiamo finanziato con un milione di euro i lavori per la valorizzazione e la conservazione dell'ex campo di concentramento di Fossoli a Carpi". "Ringrazio quindi Michel Kichka- ha concluso il presidente della Giunta regionale- per il suo lavoro profondo e appassionato di ricostruzione e restituzione della Memoria e il Museo ebraico di Bologna per la sua preziosa attività".

Sassuolo Online, 22 gennaio 2017)


Israele riscopre un alleato sugli insediamenti e l'Iran

L'ottimismo di Gerusalemme

di Giordano Stabile

Efraim Inbar, direttore del Begin Sadat Center
GERUSALEMME - Un presidente imprevedibile, che ama Israele, d'istinto. L'inaugurazione della presidenza Trump è vista a Gerusalemme come il ritorno della vecchia America dalla parte dello Stato ebraico. «Basta vedere il suo entourage, a cominciare dal genero Jared Kushner», conferma Efraim Inbar, direttore del Begin Sadat Center. Ma al di là della simpatia, Trump offre a Israele «un'opportunità storica per realizzare i suoi obiettivi strategici». Inbar, a differenza dei diplomatici, non ci gira intorno: «Tenersi Gerusalemme Est, gli insediamenti e la riva del Giordano come confine». È l'addio all'ipotesi «due popoli, due Stati», in piedi dagli accordi di Oslo del 1993. Anche se Trump non ha definito una politica mediorientale chiara, dalle dichiarazioni e dal personaggio, Inbar ha dedotto la linea principale, molto favorevole allo Stato ebraico: «Cercherà un grande accordo con Putin. E' disposto ad abbandonare l'Ucraina, in cambio chiederà a Putin di ridurre il suo sostegno all'Iran», vera potenza imperiale della regione, il maggior rivale di Israele. Trump «è uomo d'affari, negoziatore, deciso, prepotente». Se l'accordo riesce, vedremo una diminuzione della presenza iraniana in Yemen, Siria, forse in Libano «a nostro vantaggio», sottolinea Inbar. Quanto all'accordo di pace con i palestinesi, «non ci sarà», sotto Trump almeno. Assisteremo a un «processo» infinito «che sta bene a tutti, anche alla leadership palestinese, che così continuerà a ricevere aiuti internazionali». Lo spostamento dell'ambasciata statunitense a Gerusalemme è probabile in tempi brevi, ma è un «non-problema», perché la nuova sede è nella parte Ovest della città, che tutti riconoscono come legittimo territorio di Israele. Il portavoce di Trump, Sean Spicer, ha avvertito: «La decisione può essere imminente, restate sintonizzati». Lo restano anche i palestinesi, che ieri a Gaza e in Cisgiordania, hanno partecipato a manifestazione massicce preventive, mentre i servizi israeliani temono «gravi disordini» in vista.

(Il Secolo XIX, 21 gennaio 2017)


Hamas e Fatah contro Israele

di Michele Crudelini

Le due principali fazioni palestinesi, Fatah e Hamas, hanno raggiunto uno storico accordo. Diversi episodi hanno spinto i due movimenti a mettere da parte antichi rancori per formare un unico fronte anti Israele. Si è riscontrato infatti una continua escalation di tensione nei territori contesi tra Israele e Palestina. La recente Intifada del fuoco insieme alla Risoluzione Unesco che condannava Israele hanno messo sull'allerta il Governo Netanyahu. Lo stesso si è infatti reso protagonista dell'intensificazione della costruzione di nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Tanto da arrivare ad una Risoluzione Onu dello scorso 23 dicembre 2016. In questa si chiedeva al Governo di Tel Aviv di interrompere la costruzione delle cosiddette "colonie" in West Bank.

 L'appoggio di Trump a Israele
  Il fronte palestinese ha però evidentemente avvertito le intenzioni della nuova presidenza americana. Proprio a seguito della Risoluzione Onu, infatti, il Presidente eletto Donald Trump aveva così twittato: "Anche all'Onu le cose saranno diverse dopo il 20 gennaio". Il tycoon faceva riferimento all'astensione storica degli Stati Uniti per la Risoluzione contro Israele. Trump ha inoltre espresso il proprio parere favorevole per l'ipotesi di un "trasloco" dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Un gesto che, vista la natura contesa della città santa, è stato percepito come minaccioso dal fronte palestinese. A tutto ciò vi è da aggiungere l'inefficacia della Conferenza di Parigi. La stessa è stata infatti definita "inutile" dal premier israeliano Netanyahu.

 La nuova coalizione palestinese
  La somma di questi eventi ha così mobilitato il fronte palestinese. C'è infatti la percezione che la nuova presidenza americana possa essere una minaccia per la volontà di indipendenza della Palestina. D'altra parte l'Europa, più impegnata nel gestire la crisi economica interna nonché l'ingente immigrazione, non è più un interlocutore affidabile. Per i palestinesi non rimane altro che unirsi e cercare nuovi canali di dialogo. È in quest'ottica che si è raggiunto uno storico accordo tra Al-Fath, movimento politico all'interno dell'Organizzazione di Liberazione della Palestina, e Hamas, l'altro movimento politico e paramilitare palestinese.
  L'intesa è storica perché i due movimenti hanno combattuto una sanguinosa guerra l'uno contro l'altro solo dieci anni fa. Hamas, infatti, vinse in maniera inaspettata le elezioni palestinesi nel 2006. Un successo che creò una spaccatura tra Gaza, dove Hamas ha la maggioranza, e la Cisgiordania, dove invece il consenso palestinese va verso Al-Fath. I territori rivendicati dai palestinesi sono tuttora così divisi, la Striscia di Gaza ad Hamas e la West Bank ad Al-Fath.
  Il portale Al Jazeera riporta che dopo tre giorni di negoziati i due rappresentanti dei movimenti, Mahmoud Abbas e Khaled Mesh'al, hanno trovato un accordo per un governo di unità nazionale. Sorprende che al tavolo dei negoziati abbia partecipato anche l'Islamic Jihad group, un movimento armato vicino ad Hamas, ma ancor più estremo. Al Fath, mettendosi ad un tavolo con un gruppo apertamente jihadista, rinuncia così a qualsiasi possibilità di dialogo con i Paesi occidentali. Stati Uniti, Unione europea, Giappone e Canada classificano infatti sia Hamas che l'Islamic Jihad group come organizzazioni terroristiche.

 Il ruolo della Russia
  Un'altra sorpresa è il luogo scelto per le trattative: Mosca. La Russia si è dunque prestata come mediatrice per le due fazioni palestinesi. Il Cremlino ha così da una parte lanciato un segnale al Presidente americano entrante e al suo totale appoggio verso Israele. Dall'altra Putin vuole continuare a rimanere figura di spicco sulla scena diplomatica internazionale.
  Dopo aver gestito i preliminari accordi sulla Siria del futuro, il Presidente russo vuole rendersi protagonista della storica risoluzione del conflitto israelo palestinese. Un progetto ambizioso che oscurerebbe così gli accordi di Oslo del 1993, raggiunti grazie all'intermediazione del Presidente americano Bill Clinton. A conferma di ciò vi sono le dichiarazioni della giornalista Natasha Ghoneim che ha così scritto: "Storicamente le discussioni di pace sono state dominate dagli Stati Uniti. Loro (i palestinesi) stanno cercando un approccio differente, e la Russia può certamente offrirlo". La diplomazia è una delle vie scelte da Putin per scalzare l'unipolarismo degli Stati Uniti.

(Gli occhi della guerra, 21 gennaio 2017)


Olocausto, un progetto per dire stop ai selfie irrispettosi

Gli scatti ritoccati su Yolocaust

di Marco Pasqua

 
Sono i selfie dell'orrore: gli scatti di visitatori, spesso giovanissimi, che ostentano sorrisi (incoscienti) e comportamenti poco consoni, là dove si ricorda l'orrore della Shoah. Da qui, il progetto provocatorio dell'artista israeliano Shahak Shapira, che ha deciso di combinare quegli scatti, pubblicati su vari social (Facebook, Instagram e persino Tinder e Grindr), e di "integrarli", grazie a dei fotomontaggi, con delle immagini provenienti dai campi di sterminio nazisti. "Yolocaust", questo il nome del progetto (che comprende l'acronimo YOLO: You Only Live Once), parte dai selfie scattati al Memoriale dell'Olocausto di Berlino, meta, ogni giorno, di oltre diecimila visitatori e oggetto di scatti che non sembrano tenere conto della natura del luogo.
«Persone che saltano, vanno sulla tavola da skate o addirittura in bici nella struttura - si legge sul sito di Yolocaust - all'interno della quale si trovano le 2711 stele che ricordano i sei milioni di ebrei sterminati». «Nessun evento nella storia dell'uomo - viene spiegato ancora - può essere paragonato all'Olocausto». Da qui, l'invito a comportarsi in maniera consona, in un luogo che ricordano lo sterminio messo in atto dai nazisti. Le immagini fotoshoppate - combinate con quelle dei cadaveri - sono state pubblicate senza il consenso dei relativi protagonisti ma, ad oggi, solo una persona ne ha chiesto la rimozione, dichiarandosi pentita del suo comportamento. «Ho ricevuto molti commenti positivi - ha detto l'autore parlando con il giornale Haaretz - anche da parte di chi lavora allo Yad Vashem e persino da alcuni insegnanti, che mi hanno chiesto di poter usare il mio progetto per le loro lezioni».
Il 28enne Shapira, che vive in Germania dall'età di 14 anni, ha vissuto sulla sua pelle la follia dei movimenti neonazisti. Nel gennaio del 2015 è stato oggetto di un'aggressione, la notte di Capodanno, da parte di un gruppo di giovani che stavano cantando inni antisemiti e antisraeliani e ai quali aveva intimato di smettere.

(Il Messaggero, 21 gennaio 2017)


Ciao, ciao Obama: non ti rimpiangeremo

La sua politica estera, filo araba e filo palestinese, non ha favorito la pace ma anzi ha rafforzato gli estremisti islamici.

di Fiamma Nirenstein

E' difficile ormai pensare, come molti avrebbero voluto, che a Obama è stata a cuore, durante i suoi due mandati, la pace in Medio Oriente. Innanzitutto si è tirato vergognosamente indietro lasciando il campo libero a russi, iraniani e Hezbollah quando avrebbe dovuto fare il passo decisivo, ovvero quello di fermare Assad, al tempo della "linea rossa" delle armi di distruzione di massa, che hanno prodotto l'uccisione di centinaia di migliaia di persone e milioni di feriti e fuggitivi.
   Al tempo della Primavera Araba Obama scelse l'interlocutore al momento più comodo, la Fratellanza Musulmana, senza interrogarsi sui disastrosi risultati per il futuro; sulla questione iraniana si è impuntato a non scorgere i pericoli evidenti e le trappole palesemente tese dalla Repubblica Islamica che oggi si traducono in un efferato imperialismo che occupa quattro capitali; ha insistito con un atteggiamento esclusivamente ispirato al politically correct nella negazione dell'islam radicale come ispirazione del terrorismo, di fatto spuntando le armi di tutto l'Occidente ... e più di ogni altra cosa si è avventato alla fine del suo mandato, portando a espressione completa una autentica nevrosi aggressiva, contro Israele, l'unica democrazia del Medio Oriente e incurante dei suoi stessi cittadini, contro l'unico vero sincero alleato, anzi, parente stretto nella scelta democratica.
   Per farlo ha scelto come palcoscenico il peggiore nemico non soltanto di Israele, l'ONU (che con le sue maggioranze automatiche fatte di Stati Islamici e di Paesi cosiddetti del Terzo Mondo dedica ogni anno due terzi delle sue risoluzioni di condanna allo Stato Ebraico) ma del suo stesso Paese, se è vero, come è vero, che l'ONU è stato il teatro dell'intera Guerra Fredda, che ha visto tutto lo schieramento prosovietico e cinese farsi alternativa mondiale al cosiddetto "imperialismo" di cui America e Israele erano considerati i due pilastri, e quindi i nemici fondamentali.
   E' del tutto evidente che le cose stavano, e stanno a tutt'oggi, alla rovescia di come li descriveva la narrativa di sinistra, ovvero che i Paesi autocratici, imperialisti, aggressivi, schiavisti, bigotti e dominati da impossibili dittatori erano appunto quelli del blocco sovietico, gli stessi che nel 1975 hanno votato la infame risoluzione "sionismo uguale razzismo".
   Ma Obama ha scelto l'ONU, e non poteva essere più coerente per un'operazione di distruzione della legittimità di Israele e della sua politica, e di conseguenza anche della ripetuta proposta israeliana per un autentico processo di pace: sono ormai più di tre anni che Netanyahu invita Abu Mazen a sedersi e a trattare su una pace che disegni confini plausibili sia per gli israeliani che per i palestinesi, per i primi dal punto di vista della sicurezza, per i secondi dal punto di vista della praticabilità.
   Ci possono essere molte ipotesi che superino la vecchia visione dei confini ( che poi non sono confini, Israele non ne ha se non con l'Egitto e la Giordania che hanno accettato un trattato di pace, altrimenti si tratta sempre di linee armistiziali), per esempio i cosiddetti "swap" territoriali che tirino in gioco l'Egitto e la Giordania stessi con scambi e incentivazioni ... ma no, di nuovo l'ONU ha stabilito una condizione impraticabile e insensata, quella dei confini del '67 che Israele non potrebbe mai accettare perché ne va della sua esistenza stessa; ha di nuovo indicato come ostacolo fondamentale non quello del tutto evidente a ogni persona ragionevole del rifiuto palestinese ( che si è espresso anche in trattative generosissime, come quella del 2000 fra Ehud Barak e Arafat e poi quella del 2008 di Ehud Olmert, che era letteralmente pronto a tutto pur di firmare una pace) ma quello degli insediamenti. Essi sono di nuovo stati definiti "illegali", e non "disputati" come nella risoluzione del '67, la 242. Oggi i nemici di Israele, disegna no come propria una parte della capitale bimillenaria dello StatoEbraico, compreso il Muro del pianto, e rivendicano zone come quella da cui si può agevolmente sparare agli aerei in arrivo all'aeroporto Ben Gurion. Le cose adesso funzionerebbero come quando si sono consegnati ai palestinesi 21 insediamenti a Gaza nel 2005 ricevendone in cambio lo Stato Islamico di Hamas che chiede la distruzione di Israele e lo bombarda strenuamente con una gragnuola di missili sui civili.
   La stessa espressione della risoluzione che chiede la restituzione di "palestinian territories" è fasulla, non esistono territori palestinesi, non c'è mai stato uno "stato palestinese": come è noto la Giudea e la Samaria erano terre occupate illegalmente nel 1949 dalla Giordania che attaccò Israele anche nel '67. Allora Israele difendendosi ha appunto occupato quei territori. Senza tuttavia violare mai la dichiarazione di Ginevra, per cui è illegale spostare popolazioni aborigene: Israele non l'ha mai fatto. Inoltre quella zona è parte del disegno di una futura "casa ebraica" disegnata con la dichiarazione Balfour.
   Ma lasciamo da parte la storia, che probabilmente Obama non conosce o preferisce ignorare.
   Importante è ricordare invece che, persino dopo il "remake" delle posizioni obamiane nel discorso di 72 minuti che Kerry ha dedicato a poche ore dalla risoluzione alla terribile evenienza che esistano insediamenti che impediscono la pace ( che vergogna sentirlo mentre a pochi chilometri si compiva la tragedia di Aleppo), i palestinesi hanno subito ripetuto un loro prevedibilissimo "no". Come potrebbero pensare a colloqui di pace mentre il mondo sembra dalla loro parte nel disegnare una soluzione totalmente sbilanciata verso di loro? Come trattare i confini, se sono già stati disegnati? E più di ogni altra cosa, come non proseguire in questo magnifico gioco delle vittime cui sono stati rubati i loro territori e che li vogliono indietro, se esso contribuisce al picconamento quotidiano del nemico sul terreno diplomatico, del BDS, dell'aggressività internazionale, dell'emarginazione morale di Israele, l'unico Paese morale della zona? Abu Mazen ha assunto toni di sfida molto più aggressivi del solito: uno dei suoi uomini ha subito sottolineato che la risoluzione deve essere vista non solo come una luce verde al boicottaggio di Israele, ma anche all'uso della violenza, al rafforzamento della "resistenza popolare", lancio di pietre, attacchi con le auto e i camion, incendi, assassinio di donne e bambini negli insediamenti. Abu Mazen naturalmente è particolarmente soddisfatto della conferma da parte della risoluzione della sua supremazia su Gerusalemme, da cui viene espulsa la storia confermando l'invenzione di Arafat che gli ebrei non hanno niente a che fare con questa terra e con la sua capitale. Naturalmente, felicissimi della risoluzione sono anche Hamas e la Jihad Islamica, che la vedono come un gesto di complicità nel disegno di rimpiazzare Israele con una regione del futuro impero islamista. Il terrorismo classico di Hamas ne verrà sicuramente incoraggiato. Naturalmente gli Hezbollah e l'Iran, che hanno iscritto nel loro principale programma la distruzione di Israele, vedono con grande soddisfazione il sentimento di vittoria dell'odio antisemita nel mondo. Era questo che Obama cercava? E' difficile dirlo: certamente resterà nella storia questa dedizione alla causa antisraeliana proprio negli ultimi giorni della sua presidenza insieme alla mobilitazione di Kerry, mentre così tanto, e così degno di nota, avviene in medio Oriente e nel mondo islamico. Se era questo che voleva, l'ha avuto: un immenso fallimento in Medio Oriente, una scia di sangue in Siria, una risalita economica e militare dell'Iran, una crescita del terrorismo nel mondo.
   Ma Israele non ha certo alzato le mani: il prossimo capitolo probabilmente ci riserva una svolta internazionale molto rilevante, e speriamo di poterne presto dar conto.

(Shalom, gennaio 2017)


Shoah: ecco i fumetti che rappresentano l'indescrivibile

di Giulia Cataneo

 
Affrontare il tema dell'Olocausto non è certo semplice, dato il rischio di banalizzazione in cui nessuno vuol incorrere nel trattare tale delicatissimo snodo storico e vergognoso sterminio. Tuttavia, è necessario ricordare perpetuamente e sviluppare nuove riflessioni e ricerche sul tema. Non dobbiamo mai smettere di onorare e sensibilizzare, come d'altronde ci è stato domandato da Primo Levi.
Abbiamo a disposizione tanti mezzi per lanciare messaggi costruttivi e di monito: uno di questi è il fumetto. Quest'ultimo ha sofferto e, probabilmente, soffre ancora una scarsa considerazione e un declassamento rispetto agli altri linguaggi espressivi. Molti mettono in dubbio la sua dignità e lo relegano ad un gruppo ristretto di argomenti e temi. Dobbiamo abbandonare questa mentalità, come ormai suggerisce anche la critica, e credere nelle potenzialità e nella rispettabilità di tale strumento di comunicazione. Esattamente, il fumetto può affrontare, con estrema sensibilità e decoro, anche il dramma della Shoah.
A Parigi, ad esempio, è stata inaugurata proprio in questi giorni l'esposizione "Le Mémorial de la Shoah", un inventario di vignette che raccontano in modo diverso l'orrore del XX secolo. Una mostra aperta fino al 30 ottobre per interrogarsi su quest'arte popolare che tenta di affrontare il tema fin dal 1942. Ben 200 documenti originali accanto alle opere di Calvo, Jack Davis, Jean Graton e Paul Gillon.
Alcune testimonianze e disegni vengono direttamente dai campi di concentramento: David Olère, ad esempio, era un pittore, arrestato e deportato ad Auschwitz nel 1943. Il suo compito nel campo era alquanto traumatizzante: nelle camere a gas doveva recuperare i denti d'oro e tutto ciò che potesse essere ancora "utile", per poi trasportare i corpi senza vita nei forni crematori. Nei suoi disegni, descrive tutte le tappe di tale orrore, lasciando una testimonianza importante che nessuno avrebbe potuto fotografare o filmare.
Conosciuto anche in Italia, il fumetto « La Bête est morte! » di Edmond-François Calvo, è ugualmente in mostra a Parigi. Pubblicato alla fine del 1944, è un faro in questo settore: infatti, quando ancora la guerra non è finita, gli autori parlano indirettamente di genocidio, in un momento storico in cui il termine era appena stato coniato e non era ancora conosciuto. I personaggi prendono le sembianze degli animali, probabilmente perché il realismo sarebbe stato insopportabile per l'epoca.
Indubbiamente, è esposto anche Maus di Art Spiegelman che, con la vittoria del Premio Pulitzer nel 1992, eleva chiaramente il fumetto a strumento di comunicazione serio e dignitoso. Il fumetto è consacrato in tal modo a mezzo di diffusione eccezionale del memoriale. Maus non è solo un documentario, ma è la storia toccante di un figlio che cerca di capire ciò che suo padre ha vissuto. Il tutto in chiave moderna.

(il Messaggero Italiano, 21 gennaio 2017)


Workshop per studenti in otto comuni, il 26 a Foggia

FOGGIA - La prima assoluta del film-documentario israeliano "Rinascere in Puglia": è la proposta inedita del Consiglio regionale per diffondere tra gli studenti la conoscenza del ruolo importante del territorio pugliese nell'accoglienza dei reduci dai campi di sterminio e delle famiglie ebraiche europee, prima del loro trasferimento in Palestina dopo la seconda guerra mondiale.
Da oggi fino a fine mese, nei cinema e teatri di otto comuni pugliesi sono in programma workshop per gli studenti delle scuole medie e superiori, che al termine delle proiezioni avranno l'opportunità di intervenire sui temi. L'iniziativa è a cura del Servizio Biblioteca e comunicazione istituzionale del Consiglio regionale della Puglia, in collaborazione con l'Ufficio Scolastico regionale della Puglia, l'IPSAIC, FARM Comunicazione e le otto Amministrazioni comunali. Il film, realizzato in Israele nel 2015 per la regia di Yael Katzir e la sceneggiatura di Gady Castel, è una testimonianza di come anche un evento drammatico come la Shoah possa avere aspetti positivi, legati alla solidarietà, alla fratellanza e alla Puglia. Racconta infatti la storia di tre donne israeliane, nate nel campo profughi di Leuca nell'immediato dopoguerra, tra il 1946 e il 1947. È anche la storia di chi si è salvato dai lager nazisti e ha cercato di continuare a vivere, credere nel futuro, costruire una nuova nazione. Il film valorizza il ruolo della Puglia, il calore e i valori umani dei pugliesi, che hanno permesso a tante persone vissute nel terrore di ritrovare una vita normale. A tutti i workshop interverranno storici, studiosi e testimoni, che si alterneranno nel confronto con gli studenti e risponderanno alle loro domande: il direttore dell'IPSAIC Vito Antonio Leuzzi, con i ricercatori Raffaele Pellegrino e Aldo Muciaccia, i docenti Fabrizio Lelli e Giuseppe Cuscito dell'Università del Salento e della Sapienza di Roma, il regista Gady Castel, l'ex profuga Shuni Lifshitz, il giornalista Costantino Foschini e rappresentanti di Amnesty International. ll calendario dei workshop prevede appuntamenti (tutti alle 9,30) sabato 21 gennaio a Bari (Multisala Galleria), lunedì 23 a Nardò (Teatro comunale), martedì 24 a Ginosa (Cinema Metropolitan), mercoledì 25 a Trani (Cinema Impero), giovedì 26 a Foggia (Teatro Giordano), sabato 28 a Francavilla Fontana (Teatro Italia), lunedì 30 a Bitonto (Teatro Traetta) e martedì 31 gennaio a Galatina (Teatro Cavallino Bianco).

(Teleradioerre, 20 gennaio 2017)



Quelli che

Quelli che vedono certe cose da fare
e s'accorgono che sono importanti
e loro le fanno

*

Quelli che amano fare certe cose
e dicono che sono importanti
perché le fanno loro

 


Germania - Incendiare una sinagoga non è antisemitismo ma critica a Israele

Tolta l'aggravate a tre terroristi palestinesi

di Micol Anticoli

Muhammad E., 31 anni, Ismail A., 26 anni e Muhammad A., 20 anni "volevano soltanto riportare l'attenzione sul conflitto a Gaza", pertanto il loro assalto alla sinagoga del 2014 "non può essere considerato un atto antisemita".
È questa la sentenza shock di un tribunale regionale in Germania, il quale, venerdì scorso, ha stabilito che i tre tedeschi di origine palestinese che tre anni fa cercarono di dare alle fiamme la sinagoga di Wuppertal, non possono essere condannati per antisemitismo, in quanto il loro attacco sarebbe stato soltanto una "critica verso lo Stato d'Israele".
Secondo i giudici, inoltre, i tre erano ubriachi e non hanno causato nessuna vittima, ed ecco quIndi altre due attenuanti oltre a quella della giustificazione politica.
La sentenza risulta aberrante per il suo esito, ma ancor più per le motivazioni dalle quali è sostenuta.
Non si capisce, infatti, in che modo la motivazione politica possa minimamente far cadere l'aggravante dell'antisemitismo, visto che una sinagoga è stata colpita dal lancio di bombe molotov.
Non di capisce cosa c'entrino degli ebrei europei in preghiera con la politica dello Stato di Israele e soprattutto con la guerra che era scoppiata con Hamas.
Non si capisce perché degli ebrei europei siano stati fatti bersaglio a causa della guerra di Israele contro il terrorismo palestinese.
Ma sopratutto, non si capisce come un atto di terrorismo palestinese contro gli ebrei si possa ancora oggi, nel 2017, giustificare in Europa, o anche solo attenuare.
Quella stessa sinagoga di Wuppertal, con 800 euro di danni (poco male), già nel 1938 fu distrutta dai nazisti durante il pogrom del Kristallnacht, la Notte dei Cristalli.

(Progetto Dreyfus, 20 gennaio 2017)


L'era di The Donald. La prima consolazione per l'Italia: peggio di Obama non potrà fare

Gli attacchi a Trump ascoltati in questi mesi hanno superato la soglia del ridicolo. Ma è rischioso pure farne un eroe conservatore. Difenderà gli interessi degli Usa e forse ne verrà qualcosa di buono per noi.

di Francesco Borgonovo

Qui lo trattano come Berlusconi e lo accusano di ogni nefandezza Impossibile trovare un intellettuale che ne parli bene. Tutti rimpiangono Barack

 
Stando alle letture apocalittiche che vanno per la maggiore, oggi dovrebbe essere il giorno del giudizio: il mostro Donald Trump, giunto direttamente dall'Inferno, si insedierà alla Casa Bianca. E a quel punto non ce ne sarà più per nessuno: l'America sprofonderà nella crisi economica peggiore di tutti i tempi. Per le strade delle megalopoli statunitensi si scateneranno guerre di classe e di razza. Il Ku Klux Klan, i fondamentalisti cristiani e l'estrema destra prenderanno il potere, la schiavitù verrà ripristinata, i gay decimati. In aggiunta, l'Armata Rossa sbarcherà a Washington per difendere armi in pugno l'operato del presidente, consentendogli di smantellare tutte le conquiste sociali di Barack Obama. Come soggetto per un film hollywoodiano, il quadro di cui sopra potrebbe anche funzionare (per una pellicola di serie B, s'intende). Ma basta avere un po' di buonsenso per capire che in America non sta per scatenarsi il disastro atteso da molti.
  Il problema, mi pare, è che tutti continuano a giudicare The Donald in base alle proprie categorie. Qui, per esempio, lo filtriamo attraverso schemi di pensiero tutti italiani, e un po' fuorvianti. Il risultato è che Trump ci viene presentato esattamente come ci fu descritto Silvio Berlusconi: un riccastro senza scrupoli sceso in politica per difendere i propri interessi. E' impressionante osservare la marea di articoli di giornali e saggi pubblicati sul nuovo presidente americano: riecheggiano le medesime accuse che sentivamo rivolgere al Cavaliere. Donald è stato tacciato di essere un sessista e un puttaniere, uno che fa affari sporchi con l'amico Putin, un bancarottiere, un evasore fiscale e un mafioso. Leggere per credere Donald Trump dell'insopportabile David Cay Johnston, appena pubblicato da Einaudi. Nel libretto Il mondo secondo Trump, edito da Mondadori con l'appoggio dell'Ispi (l'Istituto per gli studi di politica internazionale, ultimamente molto in voga), il nostro viene descritto come una sorta di incompetente che manderà in rovina il suo Paese e l'intero Occidente, uno xenofobo, un ottuso guitto nemmeno buono per condurre un reality show. Insomma, impossibile trovare qualche esponente di lustro dell'intellighenzia che ne parli bene. Persino nuotando in acque destrorse lo vediamo sbertucciato e vilipeso, tra l'altro dalle stesse firme che un tempo - e per i medesimi motivi -incensavano Silvio. Il fatto è che Trump non è Berlusconi. Ha una visione politica radicalmente diversa, e diversi sono gli umori che raccoglie e che amplifica.
  Dunque è un errore farne uno spauracchio o un condottiero basandosi sulla nostra italica interpretazione. E un po' triste chi lo demonizza, accodandosi alla parata squallida dei vip della moda e dello spettacolo. Quelli come Meryl Streep, per intendersi: una che diede meravigliosamente corpo e voce, sullo schermo, a Margaret Thatcher, ma non ha capito nulla del nuovo leader, e continua a rimpiangere lo stiloso Obama. Cioè il presidente che va considerato tra i maggiori responsabili del dilagare del terrorismo islamico a livello mondiale. Cioè il presidente che ha esasperato le tensioni razziali nel suo Paese, soffiando sul fuoco delle minoranze per farsi eleggere, salvo lasciare un'America in cui ci si spara a vista (più di prima, ed era quasi impossibile riuscirci). Chi insulta Trump, dunque, rimedia una grama figura. Ma conviene andarci piano pure a metterlo su un piedistallo e a farne l'eroe della destra globale. La tentazione è forte, vero. E i populisti europei hanno già tentato in ogni modo di saltare sul carro del vincitore. Qui da noi ce ne sono parecchi, anche mossi da sincere intenzioni.
  Il fatto è che lo slogan di Donald è - Make America Great Again». La parola «Europa» in questa frase non compare. Se l'America viene prima, è ovvio, tutti gli altri vengono dopo. E se Trump, per far tornare grande il suo Paese, dovrà schiacciare chicchessia, lo farà senza tentennamenti. Vuole vincere, con ogni mezzo. Per questo ha imbarcato anche uomini che vengono dalla finanza e dalle multinazionali nel suo team. Perché sa che deve tenere conto di ogni interesse, compresi quelli di Wall Street: per costruire l'America che ha in mente lui (e che i suoi elettori desiderano), è pronto ad allearsi anche col Diavolo in persona. Per l'Italia che cosa cambia, dunque? Sostanzialmente, nulla. Per un semplice motivo: tra noi e lui c'è di mezzo l'Unione Europea, a cui Trump ha già rifilato un bello schiaffone. Donald potrà magari fare del bene agli inglesi, siglando con Theresa May accordi commerciali appositi. A noi potrebbe sicuramente giovare l'atteggiamento di apertura verso la Russia, ma finché l'Ue continua a confermare le folli sanzioni contro Mosca, poco ce ne viene in tasca.
  La verità, forse, è che Trump ci ha già dato quanto di buono poteva darci. Ha mostrato che un approccio diverso è possibile: che criticare il multiculturalismo si può, così come far restare in patria le grandi aziende. Gli danno del pazzo perché vuole trincerarsi dietro il protezionismo e punta sulla manifattura in un Paese che vive di terziario e innovazione. Lo deridono perché critica la globalizzazione mentre perfino il Partito comunista cinese ne tesse le lodi.
  Beh, signori, questo significa forzare la mano e cambiare le regole del gioco, sfidare la sorte e investire su se stessi. Può darsi che a Donald vada male: per noi italiani comunque non cambierà quasi niente. Può darsi invece che abbia successo. E allora, forse, sarebbe il caso di provare a stargli dietro, trattandolo per quello che è: il presidente degli Usa, non il nostro. Un possibile alleato, un gigante che potrebbe schiacciarci e che conviene avere amico, specie se non ci impicca ad accordi suicidi come il Ttip e se non ci costringe a spedire soldati in giro per il Medio Oriente. Resta una sola certezza: peggio di Obama non può fare. Accontentiamoci.

(La Verità, 20 gennaio 2017)


Come cambieranno i rapporti Usa-Israele con Trump

Conversazione con Johanna Arbib, presidente della Jerusalem Foundation, già presidente mondiale del Keren Hayesod

di Rossana Miranda

Non ci sono dubbi: lo Stato islamico è presente in Israele e l'attentato dello scorso 8 gennaio, dove un camion si è lanciato contro la folla uccidendo quattro soldati e ferendone altri 17, è stato compiuto secondo le stesse modalità delle stragi compiute a Nizza e Berlino.
Quella condotta da Isis in Israele non è solo una guerra contro lo Stato israeliano, come lo è, invece, quella combattuta da Hamas. In un'intervista con Formiche.net, Johanna Arbib, presidente della Jerusalem Foundation e già presidente mondiale del Keren Hayesod, ha spiegato che la guerra di Isis è contro il mondo occidentale in generale. I legami tra l'organizzazione terroristica e Hamas, tuttavia, non mancano: "Basta vedere come è stata festeggiata la morte dei soldati israeliani a Gaza, con la distribuzione di caramelle e dolci".

 Il terrorismo è uno solo
  Ma secondo Arbib, la questione è che non esiste un terrorismo di classe A e un terrorismo di classe B: "Il terrorismo è uno solo e va combattuto. Lo Stato di Israele ne paga le conseguenze da quando è nato. Oggi anche l'Occidente soffre gli effetti di avere lasciato spazio, in maniera aperta, ai terroristi".
Ora però, i venti della geopolitica internazionale potrebbero soffiare a favore di Israele. Con la nuova presidenza americana, ci saranno forse cambiamenti verso una concezione più equilibrata del conflitto. Arbib crede che da Donald Trump gli israeliani si aspettano semplicemente quello: l'equilibrio. "La Palestina non riconosce Israele - ha spiegato il presidente della Jerusalem Foundation -. La pace tra palestinesi e israeliani deve superar il concetto che gli insediamenti siano un ostacolo. Bisogna tornare alle priorità sul conflitto".

 il ruolo di Jared Kushner
  Da Trump ci aspettiamo anche passi concreti, come spostare l'ambasciata Usa a Gerusalemme, capitale dello Stato ebraico. Sul marito di Ivanka Trump, Jared Kushner, nominato consigliere della Casa Bianca (qui l'articolo di Formiche.net), Arbib pensa che si è dimostrato "un giovane uomo in gamba. Che ha una strategia e idee chiare. È un personaggio aperto, che sa come fare tornare a parlare dei temi che sono davvero prioritari in Medio Oriente. Penso che Kushner saprà affrontare il cambiamento necessario".

 La volontà palestinese
  Nonostante l'intervento di un Paese amico come gli Usa sia importante, secondo Arbib la pace tra Israele e Palestina non può essere raggiunta se manca la buona volontà della leadership palestinese: "Per arrivare a un accordo, la Palestina deve riconoscere Israele. È necessario che la Palestina smetta di parlare due lingue: al popolo trasmette un messaggio che incita alla violenza, al terrorismo, a festeggiare la morte invece di onorare la vita, mentre alle Nazioni Unite accusa Israele per le colonie".

 La leadership delle nazioni unite
  Secondo Arbib, le Nazioni Unite non hanno mai ascoltato le ragioni dello Stato israeliano. Piuttosto, hanno sempre favorito i Paesi arabi. "Hanno scelto per la leadership dell'organizzazione molti di quei Paesi che finanziano le armi - ha aggiunto Arbib -. Basta guardare la decisione sul Muro del Pianto: dire che non appartiene al popolo ebraico, e ignorare la presenza storica degli ebrei in quello che è il luogo più sacro per il popolo ebraico, è voler negare l'evideza. Oltre a essere un errore storico!".

 I rapporti con l'Italia
  All'epoca, il governo italiano - con Paolo Gentiloni ministro degli Affari esteri - si era astenuto dalla votazione sulla risoluzione dell'Unesco sul Muro del Pianto, generando critiche, polemiche e non poca indignazione. Ma Arbib è ottimista: "L'Italia è vicina a Israele, da più di 15 anni i rapporti tra i due governi sono buoni. Gentiloni, alla guida della Farnesina, si era recato in Israele e penso che lo farà di nuovo come presidente del Consiglio. L'astensione del voto sul Muro all'Onu penso sia stato un errore, come ha spiegato il premier Matteo Renzi, per volersi allineare agli altri Paesi europei". Ma agli errori, in futuro, si può rimediare. "E' arrivato il momento per la leadership europea di riconoscere le ragioni d'Israele, avamposto di democrazia in un'area dove la parola democrazia non fa parte del vocabolario, e promuovere una pace giusta - ha concluso Arbib -. Nel vocabolario ebraico la parola Shalom, pace, è il saluto che ci si rivolge abitualmente ed esprime il volere di tutto il popolo. Ma finché la leadership palestinese continuerà a distribuire caramelle quando vengono uccisi cittadini israeliani ciò non sarà possibile! Citando Golda Meir, "la pace con i nostri vicini sarà possibile quando loro impareranno ad amare i propri figli più di quanto odiano i nostri".

(formiche.net, 20 gennaio 2017)


A Tel Aviv il mega evento sul futuro della tecnologia

Tel Aviv sarà il palcoscenico di uno dei più grandi eventi TED in Medio Oriente, TEDxWhiteCity, che si terrà il 25 gennaio presso The Israeli Opera e che punterà sul futuro dell'innovazione con Destination: Unknown.
L'evento prevede la partecipazione di 1.500 esperti che si destreggeranno in questioni relative al futuro della tecnologia, l'educazione e le arti, attraverso lezioni e approfondimenti, unendo imprenditori, organizzazioni, studenti e soldati delle unità tecnologiche.

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Questo è il secondo evento TEDxWhiteCity. Tra i relatori si annoverano grandi nomi tra cui il judoka Ori Sasson, vincitore di una medaglia alle scorse Olimpiadi di Rio; Yaron Schwartz, CEO e fondatore di Tridom, che sviluppa robot per la costruzione di case ed edifici che utilizzano la stampa 3D; Eran Katz, scrittore israeliano, moderatore e direttore del workshop sullo sviluppo della memoria e dell'intelligenza; Galia Ben-Artzi, uno dei fondatori di Mytopia, una società di social gaming; Roy Deutsch, considerato un esperto in new media; Zaki Djemal, co-fondatore e managing partner di fresh.fund, il primo fondo di venture capital in Israele gestito da studenti; Reem Younis, fondatrice della prima società ad alta tecnologia nel settore arabo, Alpha Omega, che sviluppa attrezzature per la chirurgia del cervello.
Il team organizzativo TEDxWhiteCity comprende i membri israeliani e internazionali della comunità TEDx ed è organizzato in collaborazione con Yossi Vardi, imprenditore informatico e personaggio emblematico del panorama high-tech israeliano.

(SiliconWadi, 20 gennaio 2017)


Trump conferma: «L'ambasciata a Gerusalemme»

di Michele Giorgio

Le dichiarazioni di Donald Trump a Israel Hayom, giornale megafono di Benyamin Netanyahu, sono apparse mentre i media di mezzo mondo riferivano dell'ultima conferenza stampa da presidente di Barack Obama. «Lo status quo è insostenibile e negativo per Israele e i palestinesi», ha spiegato. Aggiungendo di aver fatto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese ma Obama sa bene di aver tradito le aspettative che aveva generato nel mondo arabo con il suo celebre discorso del 2009 all'università del Cairo. Ora Trump si prepara a prendere a picconate proprio lo status quo che Obama ritiene «insostenibile». Ad esclusivo vantaggio degli alleati israeliani. «Non ho dimenticato le mie promesse su Gerusalemme», ha detto a Israel Hayom il nuovo presidente che alla cerimonia del suo insediamento alla Casa Bianca ha invitato anche i leader del movimento dei coloni israeliani. Trump si è riferito all'intenzione espressa in campagna elettorale di trasferire l'ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, così da riconoscere la città santa capitale di Israele. «Certo che mi ricordo quello che ho detto su Gerusalemme, naturalmente non l'ho dimenticato. Non sono una persona che non mantiene le promesse», ha assicurato.
   Parole che indicano come non abbiamo avuto alcun effetto, almeno in apparenza, gli ammonimenti a non compiere a Gerusalemme passi gravidi di conseguenze che Trump ha ricevuto da più parti, dai leader palestinesi alla Giordania, dall'Unione europea ai pacifisti americani ebrei. Trump con ogni probabilità eviterà di annunciare subito il trasferimento dell'ambasciata. Dovrebbe farlo a maggio, nell'imminenza delle celebrazioni per il 50esimo anniversario della "riunificazione di Gerusalemme", ossia dell'imposizione della sovranità israeliana sull'intera città in seguito all'occupazione del settore est (palestinese) avvenuta durante la Guerra dei Sei Giorni. Già nelle prossime settimane, il nuovo ambasciatore americano, David Friedman, noto sostenitore della colonizzazione israeliana
dei territori palestinesi occupati, dovrebbe cominciare a lavorare a Gerusalemme, in attesa del trasferimento ufficiale della sede dell'ambasciata.
   Intanto una fedelissima di Donald Trump, la governatrice della South Carolina, Nicky Haley, nominata nuova ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro, comincia a bacchettare l'Onu su Israele. Nella sua audizione per la conferma in Senato, ha affermato che «mai il fallimento delle Nazioni Unite è stato più scandaloso che nei suoi pregiudizi verso il nostro stretto alleato, Israele». Haley ha definito la recente approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza della risoluzione 2334 — che condanna la colonizzazione e altre politiche israeliane nei territori palestinesi - «un calcio nello stomaco a tutti».

(il manifesto, 20 gennaio 2017)


Soddisfatti per l'eventuale trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme

MOSCA - Lo Stato di Israele sarebbe soddisfatto se l'ambasciata statunitense nel paese fosse trasferita a Gerusalemme. Lo ha dichiarato oggi l'ambasciatore israeliano a Mosca, Gary Koren, all'agenzia stampa "Sputnik". "Se la nuova amministrazione Usa prenderà la decisione di spostare l'ambasciata ne saremo soddisfatti e felici. Il fatto che una parte di Gerusalemme sia la capitale della Palestina non è il problema, la questione è che alcuni negano completamente il diritto di Israele sul (considerare capitale) Gerusalemme", ha affermato il diplomatico israeliano. A settembre 2016, il presidente eletto degli Usa, Donald Trump, aveva detto al premier israeliano Benjamin Netanyahu che avrebbe voluto riconoscere Gerusalemme come capitale non divisa di Israele e spostarvi la sede diplomatica, che attualmente si trova a Tel Aviv. Koren ha sottolineato il legame "innegabile" dello Stato ebraico con Gerusalemme, rafforzato da quando tutti i ministeri più importanti, il parlamento, la presidenza della Repubblica, e l'ufficio del primo ministro si trovano a Gerusalemme. "Tutti comprendono che (Gerusalemme) è la capitale fattuale e politica" di Israele, ha concluso Koren.

(Agenzia Nova, 19 gennaio 2017)


Ladany, di corsa sulle strade della Memoria romana

L'ottantenne marciatore israeliano scampato al lager e all'attentato palestinese ai Giochi di Monaco 1972 domenica nella capitale per "Run for Mem". Non è una gara ma un percorso storico e interreligioso per non dimenticare.

di Adam Smulevich

Non ha mai smesso di marciare. Un passo dopo l'altro, oltre ogni ostacolo e avversità, Così gli hanno insegnato, così gli dice ogni mattina la sua testa. Un'infanzia distrutta dalle persecuzioni antiebraiche, dalla deportazione nei campi di sterminio, da mesi trascorsi in lotta quotidiana per la sopravvivenza. Un finale di carriera che invece di una meritata emozione a cinque cerchi lo rende testimone dell'assassinio dei suoi compagni di squadra. Dall'abisso della Shoah al massacro degli atleti israeliani a Monaco '72, Shaul Ladany ne ha viste tante. Ma, appunto, non ha mai smesso di marciare. Sarà lui il grande protagonista di "Run for Mem', la corsa tra Storia e Memoria organizzata per questa domenica a Roma dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane con il supporto di Maratona di Roma e Maccabi Italia e con partenza prevista alle 10 del mattino da Largo 16 ottobre. Due percorsi, uno da 10 e l'altro da 3,5 chilometri (per il primo è necessario iscriversi, è gratuito). Toccati alcuni luoghi chiave della memoria romana nei quartieri di Trastevere, Testaccio e Monti. Tua le varie soste, ci si fermerà anche in via Urbana in ricordo di don Pietro Pappagallo, prete antifascista che fu in prima fila nell'assistenza ai perseguitati e che, dopo l'arresto per via di una delazione e dopo alcune settimane di prigionia, fu trucidato alle Fosse Ardeatine. Ladany, che è stato un signor marciatore ed oggi è invece docente di ingegneria gestionale, sarà in testa al gruppo. E insieme a lui correrà, in questa inedita iniziativa, tutta Roma. Enti, associazioni, privati cittadini, comunità religiose. Particolarmente significativa, tra le altre, l'adesione di una rappresentanza degli islamici del Coreis. Un valore aggiunto per condividere e lanciare questo messaggio ancora più in profondità. Molti altri, raccogliendo l'invito della Presidente dell'Unione Noemi si sono aggregati con l'obiettivo di affermare il valore e la sacralità della vita, il coraggio delle scelte, la lotta all'indifferenza. Per il mondo cattolico sarà presente, tra le altre, anche la Comunità di Sant'Egidio. «Sono un po' emozionato», confessa Shaul, da Omer, in Israele, dove si sta preparando a partire per l'Italia. Ogni giorno, da anni, percorre chilometri su chilometri per coltivare una forma invidiabile per la sua età, tenendo allenati il cervello e i muscoli. Ma questi pochi chilometri, sottolinea, «sono una delle sfide più belle della mia vita». Aveva otto anni quando sopravvisse a Bergen-Belsen, dove arrivò dopo un lungo viaggio dai Balcani.Trentasei invece a Monaco, quando sfuggì per un soffio all'azione dei terroristi palestinesi. «Sono consapevole di incarnare un valore, darò tutto me stesso per lasciare un messaggio che arrivi a tutti» sottolinea il professore, che per il suo ultimo compleanno si è regalato un'impresa mica da poco: 80 anni all'anagrafe, e quindi 80 chilometri a passo di marcia nel deserto. Fa così da tempo, ogni anno aggiunge mille metri di sudore. Anche Andrea Schiavon, il suo biografo e amico, si è stropicciato gli occhi davanti a tanto ardire. Invece del deserto, davanti agli occhi di Ladany questa domenica si schiuderà la bellezza di Roma. Bellezza abbagliante, certo, ma che nasconde ancora molte pagine buie. Anche un mito dell'atletica italiana sarà alla partenza: Franca Fiacconi, romana, trionfatrice nel 1998 alla Maratona di New York.

(Avvenire, 20 gennaio 2017)


Quell'indefinibile stato di felicità

Come si spiega che in ogni sondaggio gli israeliani risultano un gruppo umano soddisfatto e ottimista?

Benvenuti in Israele, il paese degli investimenti stradali terroristici, degli accoltellamenti, dei razzi e dei lanci di pietre sulle auto di passaggio; dell'alta disparità di reddito e degli alti tassi di povertà; dei politici corrotti, della siccità, degli incendi; delle tensioni fra arabi ed ebrei, fra laici e religiosi, fra religiosi di diverse fedi, fra ashkenaziti e sefarditi. Eppure, contro ogni aspettativa, le inchieste sugli israeliani rilevano costantemente che siamo, nel complesso, un gruppo umano felice.
A cosa si può attribuire questo senso di appagamento, a quanto pare autoctono? Evidentemente non è correlato con le dimensioni dei nostri appartamenti o dei nostri conti bancari. Né riflette, stando a queste stesse ricerche, un grado comparabile di soddisfazione per le performance dello stato....

(israele.net, 20 gennaio 2017)


Il Messia triste

di Oreste Paliotti

Ci trasporta a Praga la versione più originale e inquietante della leggenda ebraica del Golem, il fantoccio d'argilla creato da un rabbino per salvare il suo popolo

 
 
Il golem
La Praga del IX secolo d.C era ancora pagana quando gruppi di ebrei trovarono asilo sulla riva sinistra della Moldava e più tardi, cresciuta la comunità, anche su quella destra. In età medievale, grazie alla sua posizione strategica, la città boema divenne il centro della cultura ebraica per la presenza di illustri rabbini, filosofi e studiosi dediti all'astronomia, alla matematica, alla storia e alla letteratura, come pure alla cabbala e all'alchimia. Dato per scontato che anche a Praga, in alternanza a periodi di relativa calma, gli ebrei conobbero discriminazioni razziali ed efferati pogrom, la città conserva tracce cospicue di questa presenza secolare: prima fra tutte la sinagoga più antica d'Europa dopo quella pugliese di Trani. Eretta verso il 1270 in stile gotico, si caratterizza per l'alto tetto a campana e il timpano decorato da tralci e grappoli di vite. Ma è soprattutto nota per essere legata ad una delle più affascinanti leggende ebraiche: quella relativa al Golem, che si dice abitasse nella soffitta del sacro edificio.
Di che si tratta? La storia di questo popolo sempre in attesa di un Messia liberatore ha registrato vari pseudo-messia e perfino uno artificiale: il Golem, appunto. La leggenda del fantoccio d'argilla creato da un rabbino per liberare gli ebrei oppressi ha conosciuto nel tempo varie versioni, la più nota delle quali - definitasi a metà del secolo XIX - lo vuole fabbricato nel XVI a Praga da Yehuda Loew ben Betsalel, detto il Maharal. Un'ulteriore trasformazione della leggenda descrive le intemperanze del Golem, che incapace di controllare il suo enorme potere manda a vuoto la propria missione salvifica.
Quest'ultima versione del mito ha fecondato varie forme artistiche lungo tutto il XX secolo, ed è proprio ad essa che s'è ispirato lo scrittore russo in lingua yiddish H. Leivick per il suo poema drammatico in otto quadri Il Golem, ora pubblicato da Marsilio.
Il fantoccio-messia, destinato ad essere strumento di salvezza per gli ebrei accusati dai cristiani di omicidio rituale di bambini, «cerca di ritrarsi dal suo compito - scrive la curatrice Laura Quercioli Mincer -, si rifiuta di vivere; con disperazione di bambino implora il suo creatore di lasciarlo fra le tenebre del non-essere». Invano: questo «informe embrione» (tale è il significato della parola "golem") dovrà obbedirgli affrontando le paurose visioni della Quinta Torre, dove è stato da lui confinato: un richiamo esplicito all'esperienza fatta dall'autore in una cella d'isolamento a Minsk, in Siberia. Appaiono accanto al Golem, nei suoi tenebrosi recessi, altri due messia: il Giovane Mendicante e l'Uomo con la Croce, come lui esposti alla derisione altrui ed esonerati dal compito di redimere l'umanità.
In un crescendo di solitudine (l'abbandono da parte del rabbino e il rifiuto della comunità ebraica, terrorizzata dall'aspetto mostruoso e dalla forza selvaggia del Golem), il fantoccio scivola nella follia e, incapace di governare la propria pulsione alla violenza, fa strage nella sinagoga tra coloro che avrebbe dovuto difendere. A questo punto il Maharal è costretto a distruggere la sua creatura, restituendola al non-essere. I tempi non sono ancora maturi per un mondo in pace finalmente redento.
Leivick ha rielaborato in maniera del tutto originale la leggenda del Golem: il suo è un messia "triste", ignaro dello scopo reale del suo esser messo alla prova, con la nostalgia di un Dio incomprensibilmente lontano. Questo dramma poetico del 1921, destinato alle scene, è un'opera potente, che affascina: anche perché densa di inquietanti premonizioni sulla futura Shoà.

(Città Nuova, 20 gennaio 2017)


Da Abramo a Noè ecco il volto segreto degli eroi biblici''

Isacco era disabile, con Babele nacque il fascismo ... Così Haim Baharier, studioso delle Scritture, interpreta in modo originale le storie più celebri.

di Antonio Gnoli

Alcuni episodi della Bibbia ci sono oltremodo familiari. Averne più volte sentito i racconti, invece di stancarci ci colloca su quel crinale in cui l' attesa si mescola alla curiosità intellettuale nei riguardi di un Dio che apparentemente regola tutte le mosse di una storia. Qual è allora la nostra libertà di lettura? Come interpretare, ad esempio, il sacrificio di Isacco? O in che modo accogliere l'insensata e infinita costruzione di una Torre che prenderà il nome di Babele? Haim Baharier, le cui origini polacche e francesi sono cresciute nelle radici del mondo ebraico, da anni pratica una esegesi biblica di particolare efficacia, dove cabala e commento talmudico si intrecciano vertiginosamente. Egli terrà una serie di lezioni al Teatro Eliseo di Roma, a partire da dopodomani: «Nella Torah», mi dice, «ci sono due volti che si fronteggiano, ogni tanto si sfiorano, ogni tanto si allontanano, qualche volta si fondono: quello narrativo e quello normativo». Si tratta, come vedremo, di una distinzione carica di conseguenze.

- Vuole spiegare cosa rappresentano questi due volti?
  «Vi è spesso tra le narrazioni bibliche e le regole comportamentali molto concrete, che la Bibbia indica, un cortocircuito logico. Pensiamo alla narrazione della nascita di Isacco, la madre Sara ha 90 anni, il padre Abramo 100. Una nascita miracolosa, che ha come conseguenza il nome stesso del nascituro, che significa "colui che riderà"».

- Come interpretarlo?
  «Io parto da una considerazione che non ha nessuna evidenza apparente, ma che si nutre di numerosi indizi: Isacco è un disabile. Per questo la gente ride di lui. Perfino Ismaele, il fratello più grande, ride di lui».

- È un riso di scherno?
  «Certo, ma il riso domina tutto il racconto. Anche Sara ride quando le annunciano che a 90 anni avrà un figlio. Ma lei accetterà rapidamente la condizione del figlio. Abramo no. È tormentato e alla fine deciderà di sopprimerlo. A quell'epoca in Mesopotamia non erano affatto eccezionali i sacrifici umani di bambini, molto spesso disabili».

- Però Abramo prende quella decisione estrema perché una voce glielo ordina. È Dio o una sua allucinazione?
  «Gli anni di Isacco, ormai trentenne, raccontano soprattutto il lungo processo di degenerazione psicologica del padre la cui conclusione è che il modo migliore per compiere il figlicidio è imputarlo all'Onnipotente».

- Quale possibile conclusione trarne?
  «Un commentatore hassidico ha letto nel racconto l'assoluta fiducia, nonostante tutto, di Isacco nel riguardi del padre, del figlio dell'uomo nel genere umano, del popolo ebraico nei confronti dell'umanità. Ai miei occhi prefigura la speranza nel genere umano dalla quale il popolo ebraico non deroga mai».

- Due storie diciamo pure di degenerazione umana sono per un verso la storia del Diluvio universale e dall'altro la Torre di Babele. Che ruolo occupano nella Bibbia?
  «Da un lato c'è l'umanità che verrà annegata nel Diluvio universale e dall'altro c'è Noè che si salverà in un'Arca. Cosa rappresenta quest'Arca? Arca, in ebraico Teva, significa anche parola. Nel testo si rapportano le misure dell'Arca: altezza, lunghezza, larghezza i cui valori numerici (in ebraico le lettere fungono anche da numeri) corrispondono alla parola "linguaggio". Noè che si salva è l'antenato di Abramo che, attraverso il linguaggio e la parola, inaugura l'identità ebraica. In questo senso, la storia del Diluvio e della salvezza, rappresentano le origini arcaiche di questa identità».

- È dunque un atto fondativo?
  «Sì. E come ogni atto fondativo richiede la nascita di un nuovo linguaggio. Il vecchio linguaggio è servito ad aggirare la punibilità delle leggi. A coprire la verità e non a svelarla. Oggi conosciamo perfettamente cosa sia la manipolazione del linguaggio, l'uso delle parole che ci allontanano dal vero».

- Quindi il naufragio di cui parla la Bibbia ha qualcosa in comune con il nostro naufragio?
  «Il grande naufragio del nostro mondo ha molto a che vedere con il Diluvio. La storia del Diluvio è comune a moltissime civiltà e religioni. Tuttavia la narrazione biblica si differenzia dalle altre in quanto insiste sul come ci si salva dalla catastrofe».

- Dopo il Diluvio abbiamo la storia della Torre di Babele. Che significa questa successione?
  «Rafforza la storia precedente. Il testo biblico parla di una città in costruzione i cui costruttori sembrano prigionieri di un linguaggio composto da parole uniche comuni. Questa città che non riconosce le virtù della diversità, non vi sono lingue differenti. C'è una lingua verticale, monolitica e minacciosa che impedisce lo sviluppo orizzontale delle lingue plurali. La Torre di Babele in ultima analisi mostra la nascita del linguaggio assolutistico. In quel linguaggio sono già presenti in fieri tutti i totalitarismi e fascismi della Storia. La Torre di Babele è la fine dell'illusione del "come sarebbe bello se parlassimo tutti la stessa lingua". No, non è bello affatto, annulla il tempo della riflessione, dell'apprendimento, del dubbio, della contraddizione. La diffusa incomprensione nel nostro mondo connesso nella Rete è la versione attuale della Torre di Babele. Siamo nuovamente piombati nell'ignoranza della differenza tra linguaggio e lingua, tra coscienza magica e coscienza critica».

- Cosa intende per coscienza magica?
  «La coscienza magica non dà spazio alle interpretazioni, non conosce dubbi. La percezione del mondo è nell'ordine dell'abracadabra, è scritto così quindi è così. La coscienza magica è la madre di tutti i totalitarismi e ha contaminato, in gradi diversi, tutti i monoteismi. I saggi cabalisti leggono il mondo come un immenso intreccio di lettere, un linguaggio che spetta all'uomo decifrare e trarne una lingua per comunicare. La coscienza evoluta estrapola parole, frasi, paragrafi, storie che a loro volta comporranno la storia dell'umanità».

- La coscienza magica è l'altra faccia del fondamentalismo ...
  «È il prolungamento acritico di una presunta volontà divina del braccio del terrorista che uccide. L'Isis è un chiaro esempio di coscienza magica, di manipolazione delle coscienze attraverso il conformismo dogmatico. Non conosciamo le reali motivazioni dell'Isis, al di là di fatti economici ed espansionistici, sappiamo che si esplicitano attraverso un dogmatismo che affascina la coscienza magica, imperante non solo nelle società mediorientali ma in forme attutite e meno evidenti anche nelle nostre società».

- A cosa pensa?
  «A questi anni trascorsi sotto il segno di una finanza magica che fideisticamente prometteva di arricchire tutti e non ha fatto altro che spogliare l'uomo dei suoi beni».

(la Repubblica, 20 gennaio 2017)


«
I saggi cabalisti leggono il mondo come un immenso intreccio di lettere, un linguaggio che spetta all'uomo decifrare e trarne una lingua per comunicare. La coscienza evoluta estrapola parole, frasi, paragrafi, storie che a loro volta comporranno la storia dell'umanità». Si viene a sapere così che l’antica cabala è un’anticipazione dell’odierno postmodernismo: un universo di chiacchiere che costituirebbero l’autentica realtà da difendere contro il dogmatismo della verità. Come è rinfrescante, dopo simili intellettualistiche chiacchiere, rileggere la Bibbia così come è scritta e sapere che il suo culmine si trova nelle parole di Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6). M.C.


Roma - Al ghetto non si parla d'altro: il prossimo ambasciatore Usa sarà ebreo

Eisenberg o Kalikow?

            Lew Eisenberg                               Peter Kalikow
Dalle parti del Portico di Ottavia, nel cuore ebraico di Roma, non si parla d'altro: la poltrona dell'ambasciatore degli Stati Uniti in Italia è contesa da due ebrei americani. I nomi sono quelli di Lew Eisenberg e Peter Kalikow, entrambi munifici sostenitori della campagna elettorale di Donald Trump. Kalikow è un vecchio frequentatore del nostro paese, filantropo, appassionato di auto d'epoca e persino insignito tempo fa del titolo di commendatore. Il suo "sfidante", il finanziere Eisenberg, è un repubblicano di lungo corso, membro della Republican Jewish Coalition e tesoriere del partito. "Non sarebbe male festeggiare la Pesach a Via Veneto", commenta un anziano negoziante del ghetto quando gli chiediamo di commentare l'ipotesi. Battute a parte, l'occasione è di quelle ghiotte per l'ebraismo italiano e romano. Se dovesse puntare su Eisenberg o su Kalikow (il primo appare leggermente favorito), The Donald riconoscerebbe di fatto all'Italia il ruolo di interlocutore europeo più gradito sul dossier mediorientale. Nel 2017 il nostro Paese presiede il G7 e siede nel Consiglio di Sicurezza ONU, due partite su cui la nuova Amministrazione intende imprimere un deciso cambio di rotta rispetto a Obama, anche in relazione ai rapporti con Israele. Non a caso, il rappresentante di Trump presso lo Stato d'Israele sarà il falco David Friedman, che ha già annunciato la sua intenzione di trasferire l'ambasciata a stelle e strisce da Tel Aviv a Gerusalemme. Tornando alle chiacchiere da ghetto, tra un carciofo alla giudìa e una porzione di stracotto, pare che a convincere gli ebrei repubblicani vicini a Trump (tra cui il suo potente genero) dell'efficacia della "pista italiana" abbia contribuito anche la stima che ha saputo raccogliere nei primi mesi di lavoro l'ambasciatore a Washington Armando Varricchio, già consigliere diplomatico di Renzi a Palazzo Chigi. Altrettanto apprezzato il console generale a New York, Francesco Genuardi. D'altra parte, anche da questa parte dell'Atlantico c'è una nuova generazione di italiani che sta lavorando bene per tenere saldi i legami tra Italia e Israele, come il venture capitalist Jonathan Pacifici, il portavoce italiano del World Jewish Congress Fabio Perugia e la stessa presidente della comunità romana Ruth Dureghello. E c'è soprattutto la sensazione che, chiunque siederà al governo nel 2018, l'Italia sarà comunque meno condizionata da quelle tare ideologiche anti-israeliane che influenzano altri governi europei. Potere del tanto bistrattato volemose bene, dicono.

(Il Foglio, 19 gennaio 2017)


Da Israele bachi da seta per riparare le cellule del cervello danneggiate

 
La Dott.ssa Ulyana Shimanovich del Weizmann Institute, sta usando bachi da seta e ragni per riparare le cellule del cervello devastate da malattie come Parkinson e Morbo di Alzheimer.
La Dott.ssa si è concentrata sull'amiloidosi, una malattia caratterizzata dalla deposizione in sede extracellulare di materiale proteico a ridotto peso molecolare ed insolubile, detto amiloide.
Tradizionalmente, l'amiloide è considerata puramente "cattiva" perché forma placche tossiche nel cervello. Tuttavia, la sua ricerca sulle proprietà biofisiche e biochimiche ha dimostrato che potrebbero avere proprietà positive.
L'obiettivo è trarre le fibre naturalmente prodotte dai bachi da seta per controllare i processi di auto-assemblaggio delle proteine amiloidi convertendole in biomateriali funzionali. In questo modo, la seta è utilizzata per trattare le cellule invece di utilizzare composti chimici che possono causare effetti deleteri sulle cellule stesse. In tal modo si vuole affrontare una delle sfide principali della terapia farmacologica dei nostri giorni.

 Utilizzare la natura per guarire la natura
  L'obiettivo della Dott.ssa è quello di utilizzare la seta, una risorsa naturale, che, in sostanza, dà nuova vita a una cellula danneggiata. La sua ricerca ha implicazioni per la diagnostica, la progettazione di nuovi farmaci per approcci terapeutici mirati e per la scienza dei materiali più in generale.

(SiliconWadi, 19 gennaio 2017)



Parashà della settimana: Shemot (Nomi)

Esodo 1.1-6.1

 - Il secondo libro di Torah conosciuto come Esodo, in lingua ebraica viene detto Shemot (Nomi). "Questi sono i nomi dei figli d'Israele che scesero in Egitto insieme a Giacobbe" (Es. 1.1).
Da un piccolo nucleo di anime (70 in tutto) ha inizio la formazione del popolo ebraico, che resterà in esilio in terra d'Egitto fino al giorno della sua liberazione (Pesach) per mano di Moshè e per volontà di D-o. L'ebreo dell'esilio è un ebreo imprigionato all'interno dei propri limiti. Il significato stesso della parola Mitsraim (Egitto) significa tra le ristrettezze della propria comprensione e della pesante oppressione subita. Ed ecco allora che il "grido" del popolo ebraico arrivò fino a D-o (Es. 2.23).
La nostra parashà si apre sul duro esilio che conobbero gli ebrei sotto il regno di un nuovo "Faraone che non aveva conosciuto Giuseppe". Il sanguinario tiranno decretò che tutti i bambini maschi ebrei dovevano morire appena nati. In questa tragica circostanza "Un uomo (Amram) della famiglia di Levi prese in moglie una donna della casa di Levi. Questa rimase incinta e partorì un figlio (Moshè)" (Es. 2.2).
Amram detto il grande si era separato da sua moglie Yokeved per impedire la nascita di bambini che sarebbero stati uccisi. Ma sua figlia Miriam rimproverando il padre gli disse:" Tu sei più duro del Faraone perché con la tua decisione impedisci la nascita anche delle femmine". Amram ascoltò la voce di Miriam e tornò dalla moglie che restò incinta e dette alla luce un bambino. Non potendo nasconderlo oltre Yokeved "fabbricò una cesta di papiro, la spalmò di pece e bitume, vi mise dentro il bambino e la depose nel canneto sulla riva del fiume" (Es. 2.3). Da notare il legame tra l'arca di Noè e la culla di Moshè che sono ambedue salvifiche: la prima sul piano materiale (diluvio) la seconda sul piano spirituale (Torah). Ora la figlia del Faraone Batya scendeva nel fiume Nilo per bagnarsi, cosa questa che Rashì interpreta come un lavaggio dagli idoli di suo padre. Pertanto l' immersione nelle acque (miqvè) è da considerarsi come una conversione. Batya difatti secondo una spiegazione talmudica era convinta a tal punto dell'esistenza di Israele da compiere un gesto così audace prendendo il bambino dalle acque e dandogli un nome (Moshè).
Moshè venne adottato e visse alla corte del Faraone dove fu educato nelle tradizioni egiziane. Un giorno vide una guardia del re percuotere un figlio d'Israele. Reagì istintivamente percuotendo a morte l'egiziano e nascondendo il suo corpo sotto la sabbia. Denunciato per questo crimine da due ebrei (Datan e Aviram) (Es. 2.13), Moshè dovette fuggire dall'Egitto e rifugiarsi nel deserto di Midian, dove gli apparve il Signore con il Nome di El Shaddaj. "L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo ad un roveto. Moshè guardò ed ecco il roveto ardeva ma non si consumava" (Es. 3.2).
Il roveto (sinè) è il simbolo dell'eternità di Israele che vive e non si consuma. Rashì spiega che le lettere ebraiche che compongono la parola "sinè" sono simili a quelle che formano la parola "Sinài" inteso come un anticipo premonitore al dono della Torah, che scatenerà le gelosie nonché l' odio delle Nazioni verso Israele.
L'apparizione di D-o nel roveto ardente, fu il primo avvertimento dato a Moshè per la sua missione di liberare il popolo ebraico dalla schiavitù d'Egitto. Moshè è titubante quasi si rifiuta adducendo che egli è balbuziente, non sa parlare e pertanto gli ebrei non lo ascolteranno. Il Signore gli dice: "Aronne tuo fratello, sarà la tua parola". Perché Moshè è restio ad accettare una tale missione? Perché gli ebrei d'Egitto erano in piena assimilazione ai costumi del paese, dimenticando la loro identità.
E' quello che accade oggi con gli ebrei della golà (esilio) che hanno dimenticato la Torah della terra d'Israele osservando delle regole di carattere "religioso" e non identitario. Moshè, che conosce la tradizione ricevuta da Giuseppe che è quella della Torah d'Israele, nonostante le incertezze e le difficoltà, si mette in cammino verso l'Egitto per realizzare la sua missione. Chiedere al Faraone la libertà per il popolo ebraico e far conoscere ai suoi fratelli l'identità ebraica che costoro avevano persa a causa dell'assimilazione. Per i popoli della terra l'assimilazione e la loro scomparsa è una conseguenza naturale dell'evoluzione storica. Non è così per il popolo d'Israele, che non può perdere la sua identità. E' il Signore stesso che glielo impedisce!
Il Faraone di fronte alle richieste di Moshè, indurisce il suo cuore e aumenta la pressione sul popolo chiedendo lo stesso numero di mattoni senza più fornire la paglia per l'impasto (Es.5.7).
Il popolo allora dice a Moshè: "Perché hai messo una spada nelle mani del Faraone contro di noi?" (Es. 5:21). F.C.

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 - Il primo libro della Bibbia termina con un pieno successo della politica di Dio. In politica estera Dio è riuscito a piazzare un suo uomo, Giuseppe, nelle più alte sfere di governo dell'Egitto, con pieno beneficio della nazione ospitante e della tribù abramitica ospitata, in seno alla quale sono stati anche definitivamente appianati i gravi dissidi del passato.
Muore Giacobbe e muore Giuseppe. I discendenti di Abramo si moltiplicano in seno alla nazione egiziana senza però diventarne parte pienamente integrata. Dopo circa tre secoli e mezzo in cui il Signore non dà né notizie né istruzioni, la situazione di quello che ormai è diventato un popolo si fa drammatica. Un Faraone "che non aveva conosciuto Giuseppe" decide, primo nella storia, di affrontare alla radice "il problema ebraico", cioè sterminarlo. Fallito un primo tentativo di affogamento di tutti i nuovi maschi, il monarca tenta un altro sistema, poi applicato anche in tempi recenti: ammazzarli con una mole insopportabile di lavoro. Risultato: "I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano grida" (Es. 2:23).
E Dio dov'è? si saranno chiesti allora gli ebrei, essendo i primi anche in questo. Risposta: "... e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti e si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe" (Es. 2:24).
Sul piano della politica interna, qualcuno troverà insoddisfacente questa risposta. Ma allora, Dio si era forse dimenticato del suo popolo? Sul piano umano, per un capo di governo questa è una colpa gravissima. Il Signore però ha avvertito: "Le vostre vie non sono le mie vie" (Is. 55:8); dunque si studia la Bibbia per cercare di capire le vie di Dio, non per trovare conferma alle nostre.
Nelle vie di Dio è fondamentale il riferimento al ricordo di ciò che Egli ha detto e promesso: "Dio... si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe", il che significa che tutta la storia successiva non sarà che lo sviluppo e il compimento di questo iniziale patto di Dio con i patriarchi ebrei.

Dalla parte del popolo
Si potrebbe dire che con la vicenda di Mosè Dio sia riuscito ancora una volta a piazzare un suo uomo nelle alte sfere del governo egiziano: essere figlio della figlia del Faraone, infatti, non è cosa di poco conto. Mosè però non approfitta della sua posizione: sa di appartenere al disprezzato e maltrattato popolo ebraico e intimamente si schiera dalla sua parte. Un giorno vede un prepotente egiziano che malmena alcuni suoi fratelli e l'uccide. Generalmente, questo fatto non è giudicato molto bene, soprattutto perché con la sua successiva fuga il risultato dell'azione è nullo. Ma è proprio questo atto impulsivo che permette a Mosè di essere confermato da Dio come strumento della sua opera di redenzione. E' vero, con il suo atto violento Mosè non dà prova di sottomissione a Dio, perché non l'aveva ancora incontrato, ma si è messo dalla parte del suo popolo, e questo certamente è stato preso in seria considerazione dal Signore, che in un secondo momento gli ha richiesto in modo imperativo la sua sottomissione fiduciosa.
Nella "Lettera agli Ebrei" si fa riferimento esplicito alla persona di Mosè: "Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del Faraone, preferendo di essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato; - e il passo continua con parole che fanno riflettere - stimando l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto" (Eb. 11:24-26). L'autore dunque pone un collegamento tra il maltrattamento subito dal popolo ebraico e l'obbrobrio di Cristo. Non tentiamo qui un'interpretazione completa del passaggio, ma invitiamo a farlo personalmente.

Il roveto ardente
Il lungo colloquio tra Dio e Mosè davanti al roveto ardente costituisce indubbiamente un momento topico nella storia di Israele. Nulla di simile era avvenuto prima con i patriarchi. L'Angelo dell'Eterno, cioè Dio stesso in una forma relazionabile con l'uomo, appare a Mosè, ma in modo nuovo rispetto al passato: in una fiamma di fuoco che arde un roveto senza consumarlo. Perché Dio ordina severamente a Mosè di non avvicinarsi? La risposta è significativa: "Perché il luogo su cui stai è terra santa" (Es. 3:5). Nella Bibbia l'espressione "terra santa" (adamat kodesh, אדמת קדש) compare soltanto qui e in un passo del profeta Zaccaria: "L'Eterno possederà Giuda come sua parte nella terra santa e sceglierà ancora Gerusalemme" (Zac. 2:12), versetto citato anche nel Nuovo Testamento dall'apostolo Paolo (Atti 7:33).
Dopo il peccato di Adamo ed Eva la terra era stata maledetta (Gen. 3:17), il che significa che Dio non poteva entrare in contatto diretto e immediato con essa senza consumarla. Di conseguenza, la sua relazione con gli uomini avveniva a distanza: attraverso messaggi, visioni, sogni, apparizioni angeliche. Ma il progetto redentivo di Dio prevede che il Signore arrivi a dimorare personalmente e concretamente in mezzo agli uomini, su una terra non più maledetta perché resa santa dalla sua opera di redenzione. Dio non si propone di far salire in cielo, a casa sua, alla spicciolata, il maggior numero di "buoni", ma di essere Lui a scendere su una terra santificata dalla sua presenza, per abitare in mezzo a una società di uomini santificati dalla sua grazia.
L'episodio del roveto ardente si presenta dunque come la prima, particolarissima discesa di Dio sulla terra, il suo primo "atterraggio", fatto con le dovute precauzioni. Dio si presenta in una fiamma di fuoco, simbolo di distruzione purificante, ma il roveto non si consuma. La divina presenza è lì: un piccolo lembo di terra diventa "terra santa" e per questo ad essa Mosè non si può avvicinare senza togliersi i calzari.
Dio appare e parla di mezzo (mitoch, מתוך) al roveto, un termine che in altri collocamenti della frase diventa in mezzo (betoch, בתוך) ed è di fondamentale importanza perché in seguito si vedrà che lo scopo essenziale per cui il Signore chiederà a Israele di costruirgli un santuario sarà di poter venire ad abitare in mezzo al popolo: "E mi facciano un santuario perch'io abiti in mezzo a loro (betokham, בתוכם) (Es. 25:8).
Il roveto ardente dunque si può considerare come il primo santuario temporaneo in cui Dio è sceso: prima tappa del suo progetto di venire un giorno ad abitare definitivamente in mezzo agli uomini.
"E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, ed essi saranno suoi popoli, e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio" (Apocalisse 21:2-3). M.C.

  (Notizie su Israele, 19 gennaio 2017)


Il cerchiobottismo di Francesco piace agli atei ma allontana i fedeli

di Alessandro Rico

 
Francesco è il papa della discontinuità, della «Chiesa in uscita», delle aperture. Ma è anche il Papa che promette di riuscire dove persino Benedetto XVI aveva fallito: ricucire con i lefebvriani, anti-conciliaristi irriducibili, a destra persino del cardinale Raymond Leo Burke.

 Primi passi
  Diversi commentatori lo hanno messo in evidenza: per papa Francesco, che più volte ha impiegato quest'espressione, il tempo è superiore allo spazio. Lo spazio rapprende, solidifica, cristallizza; il tempo scorre, evolve, modifica. Lo spazio è una metafora del «legalismo» che Bergoglio non perde occasione di stigmatizzare: è la dimensione della regola e della tradizione che si consolidano. Il tempo è invece un processo: una catena di eventi che comporta un cambiamento radicale ma progressivo. La rivoluzione per Francesco si fa passo dopo passo, tassello dopo tassello, facendo due balzi in avanti e uno di nuovo indietro, perché si metta in moto quel «processo» al termine del quale la tradizione sara stata soppressa.

 Ecumenismo
  Ecco da dove deriva l'apparente cerchiobottismo del Papa. Bisogna sempre dare l'impressione di essere perfettamente ecumenici, glissando sulle preoccupazioni dei conservatori e temperando l'entusiasmo dei progressisti. Scopo del suo pontificato non è completare il processo, ma avviarlo. Perché poi, si sa, la rivoluzione cammina sulle proprie gambe. Per questo diventa sempre più difficile «normalizzare» le sortite di Francesco, dal dico-non dico a proposito dei divorziati risposati, alle clamorose affermazioni della scorsa domenica sulla Bibbia che prescriverebbe l'accoglienza degli immigrati.

 Strumentalizzazioni
  Per un verso è vero che i giornali sono bravi a condire ogni dichiarazione di Bergoglio. Ma è mai giunta una smentita? Il Papa ha mai sconfessato il suo interlocutore prediletto, Eugenio Scalf ari, che è arrivato persino ad affermare che papa Francesco aveva «abolito il peccato»? E quando i quotidiani hanno diffuso lo slogan «Chi sono io per giudicare», è forse arrivato dal Pontefice l'invito a contestualizzare quelle parole sui gay, che parevano provenire dal salottino di Barbara D'Urso più che dal custode di una tradizione teologica? Anzi, spesso e volentieri le frasi di Francesco hanno prestato il fianco a facili strumentalizzazioni da parte dei nemici della Chiesa. Quando il Papa decise di concedere, come grazia speciale per l'anno giubilare, a tutti i sacerdoti di poter assolvere dal peccato dell'aborto, Roberto Saviano e Monica Cirinnà colsero subito la palla al balzo per scagliarsi contro l'obiezione di coscienza.

 Verità scomode
  Con l'apparente banalizzazione di un atto così grave, promossa come atto di misericordia, la Chiesa si è offerta di nuovo a un deplorevole flirt con quell'intellighenzia progressista con cui Bergoglio da sempre va a braccetto: dall'incredibile offensiva contro Donald Trump, uno strappo diplomatico che non è stato tacciato come ignobile ingerenza solo perché diretto all'allora candidato più sgradito ai media, alla conquista del premio Carlo Magno, circostanza che Francesco impiegò per rilanciare, dinanzi a una platea di ong e capi di governo, la sua agenda pro immigrazione. La filosofia open border e la retorica anticapitalista sono ingredienti sempre graditi alla sinistra radical chic.
A furia di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, il mondo finirà con il porgere l'orecchio solo al colpo al cerchio della tradizione, che in fondo è quello che tutti vogliono sentire. Invece il Vangelo mette in guardia dal cerchiobottismo. Il Papa ha ripetuto più volte di disprezzare chi crede sia tutto bianco e nero, mentre le Scritture invitano a non essere ambigui, a non cercare compromessi («Sia il vostro parlare sì sì, no no»), cosa ben diversa dall'ignorare le verità teologiche nel nome di presunte esigenze pastorali.

(La Verità, 19 gennaio 2017)


La CCR (Chiesa Cattolica Romana) scricchiola. L’ambiguo linguaggio papale, così utile alla CCR per i rapporti con l’esterno, si sta adesso ritorcendo all’interno. Purtroppo molte “verità teologiche” della CCR sono “falsità bibliche”, e la falsità, così utile per mantenere la centralità e il potere dell’istituzione, alla lunga si rivela essere un falso sostegno. Le persone sincere non cerchino di difendere le “verità teologiche” della CCR, ma ricerchino le autentiche verità: quelle che si trovano nella Bibbia, e solo nella Bibbia. M.C.


Oppositore siriano ai palestinesi: "In confronto, voi vivete in paradiso"

Invitato all'Università di Gerusalemme, esponente anti-Assad zittisce i contestatori palestinesi che volevano impedirgli di parlare.

Un insolito incontro pubblico tra israeliani e siriani, martedì scorso a Gerusalemme, è stato interrotto da dimostranti palestinesi che esprimevano la loro indignazione per il fatto stesso che dei siriani cooperassero con degli israeliani. Ma i manifestanti hanno dovuto fare i conti con la furibonda reazione degli ospiti siriani, che li hanno accusati di non avere la minima idea di cosa significhi una vera oppressione. "Voi vivete in un paradiso in confronto al regime in Siria - ha tuonato Issam Zeitoun, ufficiale di collegamento con la comunità internazionale per l'Esercito Libero Siriano (anti-Assad), rivolto ai dimostranti che non smettevano di gridare per impedire il proseguimento del dibattito - Voi dovreste vergognarvi".
L'alterco si è verificato in una sala gremita delll'Università di Gerusalemme, dove l'ufficiale di collegamento dell'Esercito Libero Siriano e un rappresentante dei curdi siriani erano stati invitati a parlare agli studenti nel quadro di un'iniziativa organizzata dall'Istituto di Ricerca Harry S. Truman per la promozione della pace....

(israele.net, 19 gennaio 2017)


Barack Obama discriminato dal golf club filo israeliano

Il Presidente uscente ha inviato domanda d'iscrizione al prestigioso Woodmont club, ma Obama non sarebbe presenza gradita.

di Barbara Massaro

Mai nessun Presidente americano prima di lui aveva seguito una "politica così anti israeliana" come quella attuata da Barack Obama per gli otto anni del suo doppio mandato.
Parola di Faith Goldstein uno dei soci del prestigioso Woodmont golf club del Maryland dove il Presidente uscente Barack Obama ha inviato formale richiesta (per 80.000 dollari più 10.000 di quota annuale) d'iscrizione.
Il Woodmont è stato fondato a metà del secolo scorso ed era rifugio per i golfisti ebrei discriminati. Da allora è luogo d'eccellenza per chi pratica questo sport tanto amato anche da Obama.
Peccato che la politica estera attuata dall'amministrazione Obama non sia piaciuta ai vertici che club che avrebbero negato l'iscrizione a Barack.
Per argomentare le ragioni di un così secco no Goldstein ha scritto al Washington Post che oggi ha pubblicato la lettera: "Obama ha creato una situazione mondiale dove l'esistenza stessa dello Stato d'Israele è messa in discussione. Non è il benvenuto al Woodmont. La sua presenza potrebbe causare una tempesta che minaccerebbe lo stesso club".
Al contrario Jeffrey Slavin, sindaco di Montgomery e membro del club, sostiene l'ingresso di Obama e ritiene inammissibile proprio da persone ebree un così lampante segnale di discriminazione. "Non posso appartenere a una comunità dove si accetta l'intolleranza; dove si dimentica la storia e si nega la libertà d'espressione; dove il primo Presidente di colore della storia non è il benvenuto".

(Panorama, 18 gennaio 2017)


Israele si dota dell'Arrow 3 "nuova era" nel settore antimissile

GERUSALEMME - Il sistema missilistico di difesa "Arrow 3" è stato consegnato oggi all'Aeronautica militare israeliana. La cerimonia è avvenuta nella base aerea di Palmachim, come riferisce il sito d'informazione economica israeliano "Globes", precisando che la difesa missilistica israeliana è entrata oggi in una nuova era. Arrow 3 aumenta la capacità di difesa missilistica dello Stato ebraico, affiancandosi ai sistemi Iron Dome, Arrow 2 e Magic Wand. Il sistema Arrow 3 consentirà di proteggerà il territorio nazionale dai missili balistici provenienti da una distanza di migliaia di miglia. Le batterie di sistemi antimissile saranno posizionate nelle basi di Palmachim (sulla costa centrale di Israele) ed Ein Shemer (nel nord del paese), e saranno collegato al sistema radar Oden Adir, sviluppato dall'industria israeliana per la difesa (Israel Aerospace Industries Ltd. - Iai). Iai è il contraente principale del programma Arrow, mentre la società statunitense Boeing è il partner senior.

(Agenzia Nova, 19 gennaio 2017)


Cara Voce dei Berici, anche le opinioni hanno un limite

Il suo orientamento filo-palestinese e anti-israeliano è legittimo. Ma nella cronaca dell'attentato terroristico di alcuni giorni fa si è andati oltre.

L'orientamento filopalestinese e anti-israeliano del settimanale diocesano vicentino La Voce dei Berici è noto. E del tutto legittimo, come lo sono le tante e diverse opinioni che si confrontano in un contesto politico liberal-democratico come il nostro. Ma anche le opinioni dovrebbero trovare un limite nei fatti. Cosa che all'organo diocesano berico, quando c'è di mezzo la Palestina, riesce sempre un po' difficoltoso fare. Si veda, come ultimo esempio in ordine di tempo (Domenica 15 gennaio 2107, p. 5), la "cronaca" dell'attentato terroristico condotto da un palestinese che alcuni giorni fa ha lanciato il suo camion contro un gruppo di giovani soldati israeliani in gita di istruzione a Gerusalemme uccidendone quattro, di cui tre ragazze appena ventenni.
   Da parte dela Voce dei Berici nessuna presa di distanze dal fatto criminoso, nessun cenno di umano cordoglio per le giovani vittime, nessun richiamo a costruire ponti di pace evitando di scavare fosse di morte. Solo un algido commento, per di più abbastanza fuorviante: «Un evento, questo, che, purtroppo, riporta alla memoria l'origine della prima intifada palestinese quando, 30 anni fa, quattro palestinesi morirono investiti da un camion israeliano». In questo modo il lettore è indotto a pensare che in fondo se la sono voluta, perché sono stati proprio loro, gli israeliani, non i terroristi islamisti, a "inventare" gli attentati utilizzando i camion.
   Solo che quel giorno di trent'anni fa in Palestina non ci fu nessun attentato da parte di nessuno: "Il mattino dell'8 dicembre, subito a nord della striscia di Gaza, un automezzo [israeliano] per il trasporto di carri armati urtò contro alcuni pulmini che trasportavano operai palestinesi dal campo profughi di Jibalya ad alcuni cantieri in Israele. Quattro operai morirono e sei rimasero feriti". Nel clima di forti tensioni di quei giorni si diffuse e attecchì subito la voce che il guidatore dell'automezzo l'avesse fatto di proposito (Benny Morris,"Vittime", pp. 712-713). Nella versione della Voce il fatto è scomparso ed è rimasta la "voce" che, travalicati i decenni, è tornata a vendicare i quattro palestinesi dopo aver fatto esperienza a Nizza e a Berlino.

(Vvox, 18 gennaio 2017)


Papa Francesco avverte Trump e Netanyahu: la Palestina è già uno Stato

Questo articolo esprime nel modo più chiaro non solo la natura vera dell’antisemitismo odierno, ma anche quali sono gli argomenti con cui esso viene sostenuto nelle sedi più “nobili”, tra cui, in prima fila, il più alto rappresentante della falsa cristianità. NsI

di Marco Politi

 
Papa Francesco ha posto un paletto. Pochi giorni prima dell'insediamento del nuovo presidente statunitense Donald Trump, il pontefice ha ricevuto il leader palestinese Abu Mazen in occasione dell'apertura dell'ambasciata di Palestina presso la Santa Sede il 14 gennaio. Un segnale chiaro di politica internazionale in vista dell'improvvida decisione annunciata da Trump di volere trasferire l'ambasciata degli Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.
   E' una decisione che non rappresenta un semplice trasloco, ma costituisce il placet della prima potenza dell'Occidente alla politica del governo Netanyahu di annessione di Gerusalemme Est e un'acquiescenza all'inglobamento di territori palestinesi attraverso le cosiddette "colonie". Il tutto in contrasto con la posizione di gran maggioranza della comunità internazionale, riassunta efficacemente nella recente risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
   Francesco parla per segni. Già in occasione del tradizionale incontro con il corpo diplomatico il 9 gennaio scorso, rilanciando l'appello pressante a un dialogo fra israeliani e palestinesi per arrivare ad una "pacifica coesistenza di due Stati all'interno di confini internazionalmente riconosciuti", il Papa aveva notato quasi di striscio che nel corso del 2016 il Vaticano ha curato la piena attuazione dell'Accordo bilaterale (Comprehensive Agreement) "con lo Stato di Palestina".
   Il rapporto fraterno di Bergoglio con l'ebraismo è di antica data. Francesco è l'unico pontefice che abbia mai predicato (da vescovo) una meditazione in una sinagoga ebraica: la sinagoga a Buenos Aires del suo amico rabbino Abraham Skorka. Ma il pontefice è anche - come Giovanni Paolo II - un leader molto consapevole della realtà geopolitica e del fatto che risolvere la questione palestinese con annessioni successive basate sulla pura forza delle armi - come voluto dagli estremisti nazionalisti e dai fanatici fondamentalisti del partito dei coloni, che "dettano l'agenda" al governo Netanyahu (copyright dell'ultimo discorso del segretario di Stato americano Kerry) - non porterà bene né a Israele, né ai palestinesi, né al Medio Oriente.
   Il paletto simbolico, che Francesco ha voluto porre prima della decisione di Trump, consiste nel sottolineare che la Palestina è già uno Stato, per di più ammesso alle Nazioni unite come "stato osservatore" nel novembre 2012 con 138 voti favorevoli, 9 contrari e 41 astenuti. Non tocca a Israele decidere se la Palestina abbia diritto a essere uno Stato né come debba essere né quali siano i suoi territori. Questo naturalmente se si vuole seguire la via del diritto. Se conta la legge del più forte, sarà un altro discorso. Ma la storia insegna che violenza produce violenza.
   Non c'è dubbio che Israele sia l'unica democrazia in Medio Oriente, anzi una grande democrazia funzionante in grado di sottoporre a stringenti indagini di polizia persino i propri presidenti e primi ministri, se accusati di reati. Ma anche una democrazia - lo ricordano le vicende dell'occupazione francese dell'Algeria - può essere oppressiva nei confronti di un altro popolo.
   C'è un punto storico fondamentale che i nazionalisti e i fondamentalisti religiosi in Israele fingono di ignorare, accecati dalla presunzione di poter disporre della terra di Palestina a proprio piacimento quasi in nome di un mandato divino: Gerusalemme Est e la Cisgiordania non sono israeliane perché gli arabi, i musulmani non sono gente di passaggio, ospiti illegali in quella che popolarmente chiamiamo "Terrasanta".
   Gerusalemme e la Palestina hanno fatto parte di uno stato musulmano dal 637 dopo Cristo fino alla fine della I Guerra mondiale, Milletrecento anni, più del triplo dell'esistenza politica degli antichi stati di Giudea e Samaria, Lo spazio geopolitico della Terrasanta è dunque necessariamente uno spazio condiviso, in cui l'unica regola non può consistere in una presunta "eredità" divina ma solo nel buon senso del diritto internazionale. E il diritto internazionale ha già definito i confini tra Israele e Palestina.
   Francesco ha lasciato il suo segno prima che Trump attui la sua decisione potenzialmente eversiva dell'equilibrio su cui si basa la "soluzione pacifica dei due Stati".
   Molto dipenderà ora dall'atteggiamento dell'Europa. Non c'è dubbio che su pressione americana potranno esserci nazioni europee disposte ad accodarsi e a non disturbare più il manovratore Netanyahu, riuscito con successo a superare gli otto anni di presidenza Obama sabotando ogni autentica ripresa dei negoziati di pace.
   Il Vecchio Continente ha un debito verso Israele dopo la tragedia della Shoah: garantire l'esistenza del popolo ebraico nella sua patria ritrovata. E' un debito d'onore che riguarda i suoi confini internazionalmente riconosciuti. Non terre strappate ad altri.

(il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2017)


Delegazione di opposizione siriana a Gerusalemme chiede aiuto a Israele

Proposta la creazione di una "zona di sicurezza" lungo le alture del Golan

ROMA - Due esponenti dell'opposizione siriana sono apparsi ieri pubblicamente in Israele chiedendo apertamente allo Stato ebraico di "intensificare" gli aiuti agli oppositori del regime di Damasco, compresa una concreta assistenza per la creazione di una "zona di sicurezza" per i ribelli lungo le alture del Golan nella Siria merdionale. E' quanto scrive oggi il sito online del quotidiano israeliano The Jerusalem Post.
Parlando in una sala a Gerusalemme in un evento sponsorizzato da Truman Institute della Hebrew University, Issam Zeitoun, attivista dell'opposizione che risiede in Germania, ha fatto un appello per chiedere aiuto: "Tutti i siriani hanno sofferto sotto questo regime. Qualcosa deve essere fatto. Il popolo siriano è troppo debole. Abbiamo bisogno dell'aiuto della comunità internazionale".
"Mezzo milione di persone, per lo più civili hanno perso la vita", ha detto invece Sirwan Kajjo, un giornalista curdo-siriano ricercato dal regime di Assad, cercando di dare al pubblico un senso della devastazione in Siria come riporta il giornale israeliano.
Spiegando il tipo d'aiuto richiesto dallo Stato ebraico, Zeitun, ha detto: "Noi suggeriamo una zona di sicurezza lungo il confine con Israele". Alla domanda di spiegare meglio la sua richiesta, l'attivista Zeitoun ha risposto che voleva l'aiuto di Israele nella creazione di "un piccolo stato", nel sud della Siria, che sarebbe in grado di sviluppare le infrastrutture libera dagli attacchi da parte del regime di Assad. "Un piccolo Stato potrebbe essere ampliato con il tempo. Non si può ora sconfiggere il regime e sostituirlo. Non siamo pronti quindi è bene iniziare da questa zona sicura ed espanderla", come riporta The Jerusalem Post.
I due esponenti dell'opposizione sono stati più volte interrotti da studenti arabi che hanno accusato Zeitun e Kajjo di dare una sorte di riconoscimento a Israele: "Tu sei una vergogna per la Siria" ha gridato uno studente.

(askanews, 18 gennaio 2017)


Israman, la passione per il triathlon unisce le religioni: nasce la Staffetta della Pace

Si svolgerà venerdì 27 gennaio Israman, consueto appuntamento di triathlon in Israele: per la prima volta, sarà disputata la Staffetta della Pace,con atleti di religioni diverse.

di Alberto Fumi

 
                       Claudio Chiappucci                                         Haneen Radi
Venerdì 27 gennaio, a Eilat, Israman diventerà maggiorenne. ma sarà un compleanno speciale per il triathlon israeliano: per la prima volta, sarà disputata la Staffetta della Pace, una gara a squadre che unisce tre atleti di religioni diverse che vedrà protagonista Claudio Chiappucci.
Nel 1999, quando il triathlon doveva ancora debuttare ai Giochi Olimpici, 26 atleti si radunarono per la prima edizione di Israman, un triathlon full distance dunque che prevede 3.8 km di nuoto, 180 chilometri di ciclismo e 42 km di corsa. L'anno scorso, al via si sono presentati 1.900 appassionati della multidisciplina in rappresentanza di 25 nazioni, numeri che proiettano l'evento, che ha ampliato il programma con la prova half distance e con la staffetta, sulla ribalta del panorama internazionale.
Quest'anno, la gara del Mar Rosso avrà tinte tricolori: oltre alla partecipazione di Martina Dogana e Massimo Cigana, in gara ci sarà anche Claudio Chiappucci che sarà protagonista della staffetta della pace, una gara a squadre che porterà un atleta di religione ebraica, un cristiano e una di fede islamica a spendere le proprie forze sull'impegnativo percorso del triathlon medio. Una formula affine, sarà replicata in occasione del Challenge Venice dell'11 giugno, evento gemellato che da vita al circuito TriInvictus assieme a Israman.
Toccherà a Guy Barnea portare a termine i 1.900 metri in acque libere: il dorsista israeliano di fede ebraica (classe '87) ha conquistato il bronzo nei 50 dorso agli Europei di Budapest e Debrecen e l'argento nella stessa distanza agli Europei in corta di Chartres. I 90 km sulle due ruote toccheranno proprio a El Diablo (di fede cristiana), campione indiscusso degli anni '80 e '90 e simbolo del ciclismo italiano che vanta nel suo palmares l'argento ai Mondiali di Agrigento '94, la vittoria alla Milano-Sanremo del '91, tre tappe al Tour de France e una al Giro d'Italia. Chiappucci passerà il testimone a Haneen Radi, runner israeliana di religione islamica, coach di una società che vanta circa 80 atleti. Sportiva e mamma, due anni fa era intenzionata ad organizzare una maratona nella sua città natale, Tira, centro di 25.000 abitanti a maggioranza islamica, situato nel nord di Israele, ma il suo progetto fu fortemente ostacolato (Haneen ricevette minacce di morte e spararono sulla sua auto parcheggiata sotto casa). Il motivo? In una gara del genere, le donne avrebbero indossato abiti sportivi e non gli indumenti tradizionali che coprono quasi totalmente il corpo femminile. Ad oggi, la maratona non è ancora stata organizzata, ma la podista israeliana non ha ancora rinunciato a realizzare il suo sogno e tra una settimana correrà per se stessa, per le donne islamiche e per la pace.

(La Gazzetta dello Sport, 18 gennaio 2017)


Ilse Weber, tre nuove canzoni la scoperta del pianista Lotoro

La poetessa ceca uccisa ad Auschwitz scriveva ninne nanne per i bambini. E lunedì esce "maestro", il film sullo studioso

di Francesca Nunberg

Ilse Weber
Ilse scriveva poesie, cantava e suonava la chitarra. Lo faceva nella vita di prima, ha continuato a farlo quando la sua strada è scivolata verso il baratro, è morta cantando insieme al figlio Tomas di 6 anni e agli altri bambini di cui si prendeva cura. «C'è chi dice che abbia esortato i bambini a cantare a squarciagola per inalare più in fretta il gas e avvicinare la fine: intonarono "Wiegala" una sua ninna nanna, che da allora è diventata un simbolo del massacro degli innocenti», racconta Francesco Lotoro, pianista, direttore d'orchestra, massimo esperto di musica concentrazionaria, che come da uno scrigno estrae il suo tesoro: tre nuove canzoni di Ilse Weber, poetessa e compositrice ebrea, nata a Witkowitz in Cecoslovacchia, morta ad Auschwitz il 6 ottobre del '44. Della Weber sono note una sessantina di poesie scritte per i bambini e otto canzoni, pubblicate nel 2008. Ma queste nuove sono come un dono inaspettato, come una voce che continua a farsi sentire da laggiù.

 Il testo
  «Ilse aveva due figli - spiega Lotoro - il più grande, Hanus, oggi ottantenne, si è salvato perché dopo l' occupazione nazista della Cecoslovacchia a 8 anni venne mandato in Svezia con un "Kindertransport" e poi si trasferì in Inghilterra da un'amica della famiglia. Durante le mie ricerche avevo sentito parlare di un brano ancora inedito di Ilse e Hanus mi chiese di cercarlo. Grande fu il mio stupore quando, ascoltando una registrazione conservata dalla Fondazione Beit Theresienstadt, creata dai sopravvissuti del campo di Terezin in un kibbutz nel nord di Israele, ho fatto la scoperta. Non era un solo brano, ma ben tre. A cantare è Aviv Bar-On, un'infermiera amica di Ilse che oggi vive vicino a Tel Aviv e ricordava a memoria le canzoni. La musica è chiara e può già essere riprodotta, i testi li sto traducendo».
  Dunque eccole, o meglio ecco la prima, una canzone in ceco per i bambini, che dice all'incirca così:
  "È venuto il dottore, ti ha visitato e ti ha toccato qua e là. Hai l'ittero, una iniezione al culetto e guarirai. È venuto il dottore, ti ha visitato, hai la malattia di Terezin ... ma guarirai". La seconda è una canzone in tedesco dedicata all'atmosfera nonostante tutto gioiosa del padiglione, grazie ai bambini e alle donne che cercavano di attutire la tragedia, e la terza deve ancora essere studiata. «Il problema degli archivi e delle fondazioni è proprio questo - spiega il musicista - che il loro obiettivo è la catalogazione del materiale, raccolgono e mettono da parte. Ma la musica deve circolare ed essere ascoltata».

 Il road-movie
  Lo scopo di Francesco Lotoro, che sta realizzando a Barletta il suo progetto più ambizioso, la "Cittadella della musica concentrazionaria" per ospitare le ottomila opere musicali e i circa 12mila documenti recuperati nel corso della sua trentennale ricerca, con tanto di orchestra e auditorium, è proprio quello di poter suonare la musica nata nei lager. E lunedì prossimo arriva in sala Maestro, il film documentario di Alexandre Valenti, co-produzione tra Italia e Francia, dedicato proprio alla sua impresa, un "road-movie" che racconta la sua appassionata ricerca, i suoi incontri con i superstiti e i loro discendenti, la commozione del ritrovamento di una nuova musica.
  «Ilse Weber - racconta - era una donna colta, componeva musica, era autrice di programmi radiofonici e libri per l'infanzia. È grazie alla lungimiranza del marito se le sue opere si sono salvate. Dopo essere riusciti a mandare il figlio maggiore in Inghilterra e poi in Svezia dall'amica Lilian von Lowenadler, i Weber nel '42 vengono deportati a Terezin con il piccolo Tomas». Passano lì circa due anni, lei fa l'infermiera, scrive poesie, canzoni, lettere, alcune sembrano preghiere. «Quando si capisce che si avvicina un "trasferimento forzato" il marito Willi che lavora con i cavalli nel campo, riesce a nascondere tutte le composizioni di Ilse nel maneggio. E così salva la sua musica per quelli che verranno.
   Non c'era Ilse nella lista per Auschwitz, ma lei chiede di andare per restare accanto ai suoi cari. Viene uccisa col piccolo Tomas poco l'arrivo. Il marito riesce a salvarsi, torna a Praga, si ricongiunge con il figlio col quale avrà sempre un rapporto difficile, finché Hanus non si allontana trasferendosi a Stoccolma per lavorare alla radio (dove Lotoro lo ha conosciuto). In una delle ninne nanne composta a Terezin, Ilse scrive così: "Dormite voi piccoli, biondi o bruni, della Boemia, Moravia, delle terre della Germania. Nonostante tutto, se Dio vuole, diventerete grandi. Ora vacilliamo, oppressi e bisognosi, ma ad ogni notte segue l'alba". Dei 15mila bambini e neonati deportati a Terezin, dopo la guerra ne tornarono meno di cento.

(Il Messaggero, 18 gennaio 2017)


Convegno su Israele, Medio Oriente e Trump

Ne parla stasera (martedì 17 gennaio) a Cuneo un esperto di politica internazionale

di Vanna Pescatori

Stasera (martedì 17 gennaio), alle 21, il Centro Incontri della Sinagoga, in contrada Mondovì, a Cuneo, accoglie Antonio Donno, già Ordinario dell'Università del Salento, ed esperto di politica internazionale. Donno, su invito dell'associazione Italia Israele di Cuneo, terrà una conferenza su un tema di grande attualità: «Israele, il Medio Oriente e la nuova amministrazione di Donald Trump», a pochi giorni dall'insediamento del nuovo presidente americano.
Il relatore analizzerà la posizione espressa da Trump nel quadro più vasto e complesso delle relazioni internazionali, focalizzando in particolare anche il «clima d'opinione» che si sta registrando in Israele e nella tormentata regione mediorientale. Tra i molti incarichi e attività di Donno, si annoverano le presenze nei comitati scientifici di «Nuova Storia Contemporanea», «Clio», «Ri.Me.» e «Grotius» e del comitato di redazione di «Africana». L'ingresso è libero.

(La Stampa, 18 gennaio 2017)


Città de-israelizzate

Dalla Spagna alla Norvegia, ecco gli "spazi liberi da Israele". Intanto altri 5 mila ebrei via dalla Francia

di Giulio Meotti

ROMA - Il Consiglio comunale di Trondheim, la seconda città norvegese famosa per l'aurora boreale, ha approvato una mozione che chiede ai residenti di boicottare personalmente i beni israeliani. Una città che aspira a essere "deisraelizzata", così come c'erano i comuni denuclearizzati in Italia. Poi è stata la volta di un'altra città norvegese, Tromso, 72 mila abitanti, "deisraelizzata" dal Consiglio comunale. Anche la capitale dell'Islanda, Reykjavik, ha adottato una mozione per boicottare i prodotti israeliani. Adesso non è una città, ma una delle più grandi regioni della Spagna. Si tratta della Valencia, dove il partito di sinistra València en Cormi è riuscito a far votare la seguente mozione: "Oggi il Consiglio provinciale della Valencia si dichiara spazio libero dall'apartheid israeliana". Il Consiglio provinciale di questa regione semi-autonoma, che governa 250 comuni e 2,5 milioni di abitanti, ha approvato la proposta del partito del deputato Roberto Jaramillo Martinez. Un tribunale spagnolo nel frattempo ha dichiarato illegale una simile mozione del comune di Santiago de Compostela. In questi ultimi anni in Spagna più di cinquanta comuni hanno approvato il boicottaggio di Israele. Come Ibiza, popolare meta turistica, dove il Consiglio comunale di Santa Eulalia, la seconda città più grande dell'isola, ha votato il boicottaggio dei beni provenienti dallo stato ebraico. Anche qui la stessa formula: "Da oggi siamo liberi dall'apartheid israeliana". A volere molte di queste mozioni il partito Podemos, finanziato da regimi come l'Iran e il Venezuela. Simili mozioni non restano senza conseguenze. La città spagnola di Villanueva de Duero, ad esempio, non distribuisce più l'acqua israeliana Eden Springs nei suoi edifici pubblici.

 Una ondata di "Zionistfrei"
  E' un fenomeno importante anche in Inghilterra, dove alcuni consigli comunali sono stati assolti da un tribunale dall'accusa di antisemitismo dopo aver imposto boicottaggi su merci israeliane. Si tratta del Leicester City Council, dello Swansea City Council e di Gwynedd. Il sindaco di Leicester, Peter Soulsby, aveva detto che non c'è nulla di antisemita nell'erigere una zona "Israel free" nella città, dicendo al giornale locale Leicester Mercury che è semplicemente un modo per esprimere costernazione per "il comportamento dello stato di Israele". In Francia, il comune di Bondy nei pressi di Parigi ha approvato una mozione che dichiara il boicottaggio delle merci israeliane. Il sindaco, Sylvine Thomassin, che appartiene al Partito socialista del presidente François Hollande, ha approvato la risoluzione con solo cinque obiezioni. In Irlanda, numerose città governate dal Sinn Féin hanno approvato il bando dei prodotti israeliani. La città irlandese di Kinvara è diventata "Israel free", nessuno in città usa più merci dello stato ebraico. Attivisti pro palestinesi hanno fatto pressioni sui ristoranti e i caffè per cancellare dai loro locali qualsiasi cosa prodotta in Israele. Oggi, agli occhi degli agitatori anti-israeliani, Kinvara è moralmente pura. Il sindaco di Newry, in Irlanda del Nord, ha scritto a tutti i rivenditori chiedendo loro di fornire un elenco dei prodotti israeliani in magazzino. Ha poi chiesto di rimuoverli dalla vendita, sostenuto da 21 voti favorevoli e tre contro al Consiglio comunale. Il Wall Street Journal ha scritto che si è passati "dallo Judenfrei allo Zionistfrei". Le merci israeliane scompaiono da città importanti, come Leicester, la decima più grande del Regno Unito, e regioni intere come Valencia. Scompaiono le merci israeliane. E gli ebrei. Giorni fa sono usciti i dati sulla fuga degli ebrei francesi: in cinquemila sono emigrati in Israele nel 2016, portando a 40 mila il numero di ebrei di Francia usciti dal paese in dieci anni. Merci ebraiche che scompaiono, ebrei che fanno le valigie.
Ricorda qualcosa?

(Il Foglio, 18 gennaio 2017)


Al via un percorso per conoscere l'ebraismo

BERGAMO - Mercoledì 18 gennaio alle 20.30 alla sala multimediale dei padri Monfortani di Redona (Bergamo) prende il via il percorso "L'ebraismo: i bagliori delle luci antiche".
Negli ultimi anni è aumentato l'interesse per l'ebraismo, interesse che abbraccia aspetti vari e diversificati come quelli letterario, filosofico, storico, artistico, esegetico, religioso.
Ma a cosa ci riferiamo quando parliamo di ebraismo? Sicuramente a una religione, una delle più antiche religioni monoteistiche che prende le mosse dal cammino umano e spirituale di Abramo e fonda il proprio terreno di vita sulla Bibbia; ma non solo.
Esso è anche il complesso delle credenze e della cultura di una civiltà millenaria, che si configura come una lunga successione di generazioni e una ricca tradizione di testi.
Per approfondire questa fede, questa cultura e questa civiltà nelle sue molteplici sfaccettature, le Acli di Bergamo propongono un itinerario introduttivo di quattro incontri (18 e 25 gennaio, 1 e 8 febbraio) pensato per consentire una corretta comprensione dell'argomento, in modo accessibile ma non semplicistico.
L'iniziativa rientra tra gli Itinerari di Molte fedi sotto lo stesso cielo.
Ecco il calendario:
  • mercoledì 18 gennaio: L'Abc dell'ebraismo, con Claudia Milani, studiosa di ebraismo;
  • mercoledì 25 gennaio: Libertà e fedeltà. La lettura ebraica della Scrittura, con Elena Lea Bartolini De Angeli, docente di giudaismo ed ermeneutica ebraica;
  • mercoledì 1 febbraio: Pensieri e parole attraverso il mare della vita ebraica, con Miriam Camerini, studiosa di ebraismo, regista e cantante;
  • mercoledì 8 febbraio: Le feste ebraiche, con Ariel Finzi, rabbino.
La prenotazione è obbligatoria sul sito www.moltefedi.it oppure alla sede delle Acli Bergamo in via San Bernardino 59.
La quota di iscrizione al percorso è di 30 euro, compresa serata musicale; 15 euro per la serata musicale per i non iscritti.
Per avere ulteriori informazioni telefonare al numero 035210284 oppure inviare un'e-mail all'indirizzo info@aclibergamo.it
La sala multimediale dei Padri Monfortani di Redona è a Bergamo in via Goisis, 96/B (possibilità di parcheggio interno).

(Bergamo News, 18 gennaio 2017)


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