Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo spirito di grazia e di supplicazione; essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto, e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.
Zaccaria 12:10

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Netanyahu entra nella storia: premier più longevo del paese

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, entra nella storia diventando il capo dell'esecutivo più longevo dello Stato ebraico, superando David Ben Gurion, il padre fondatore del paese che il 14 maggio 1948 firmò la dichiarazione d'indipendenza, proclamando la fondazione dello Stato. Netanyahu è stato primo ministro dal 18 giugno 1996 al 6 luglio 1999 e dal 31 marzo 2009 a oggi, totalizzando 4.876 giorni in carica, circa 13 anni. Ben Gurion si era fermato a 4.875 giorni alla guida dell'esecutivo di Israele. Secondo l'Israel Democracy Institute, Netanyahu è al terzo posto dei leader in carica più longevi dei paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), dopo il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel.

(Agenzia Nova, 20 luglio 2019)


Dror Eydar sostituisce Ofer Sachs

"Rappresentare Israele a Roma è un sogno che viene da lontano"

 
                                             Dror Eydar                                                                                      Ofer Sachs
"Ringrazio il presidente Mattarella - ha detto Dror Eydar - e il governo italiano per aver confermato la mia nomina e spero di giustificare la fiducia che è stata riposta in me. E, naturalmente, ringrazio il primo ministro Benjamin Netanyahu, per aver creduto in me." E' stata ufficializzata in questi giorni la nomina di Dror Eydar come nuovo ambasciatore israeliano a Roma. Eydar sostituisce Ofer Sachs ed il suo incarico comincerà a settembre.
   Dror Eydar è giornalista, (è editorialista di Israel Hayom sin dalla nascita del giornale nel 2007) ed anche ricercatore di storia e letteratura, con questo incarico vede coronare un sogno di lunga data. " Il privilegio di rappresentare lo Stato di Israele a Roma - ha avuto occasione di dire- con tutto il bagaglio diplomatico, nazionale e religioso che lega i due popoli e che risale a migliaia di anni fa, assume un significato speciale. Come ho fatto come giornalista e in altre posizioni in Israele e in tutto il mondo, cercherò di dedicare tutte le mie energie e conoscenze per rappresentare Israele fedelmente e con coraggio".
   "Uno dei modelli con cui sono cresciuto fin da bambino è il rabbino Yaakov Herzog, un intellettuale acuto e coraggioso che ha rappresentato Israele a livello internazionale in vari ruoli. Ho ricevuto in regalo il suo libro "Un popolo che abita da solo" quando ho finito la scuola media a Kfar Saba. Da allora, ho letto il libro più volte e l'ho usato spesso. Ringrazio il Primo ministro per avermi dato l'opportunità di seguire le sue orme".

(Italia Israele Today, 20 luglio 2019)


L'alleanza tra sinistra e islam che sfocia nell'antisemitismo

Così dietro l'immigrazione incontrollata e la difesa dei palestinesi si nasconde l'odio contro gli ebrei.

di Fiamma Nirenstein

L'antisemitismo diventa ancor più pericoloso quando molte acque afferiscono alla sua corrente. Così è oggi. Si può dire che l'antisemitismo contemporaneo sia un «coacervo intersezionale», come si dice oggi, alla rovescia... Ma poiché esiste lo Stato d'Israele, esso può essere fermato.
   Lo dico in maniera chiara: finché si permetterà all'antisemitismo di travestirsi, non ci sarà alcuna strategia adeguata per batterlo. Per esempio, ho trovato del tutto insufficiente la comparazione - per altro scelta dalla prestigiosa firma del presidente dell'«European Jewish Congress» Moshe Kantor - fra la pericolosità dell'aggressione del «Nordic Resistence Movement», un gruppo neonazista pure molto violento e feroce, agli ebrei di Umera nel 2016, con lo svuotamento imposto agli ebrei di Malmö dall'odio della comunità musulmana antisemita. La fuga da Malmö, dove la presenza islamica è diventata devastante, è specialmente significativa se si considera che l'anno scorso la Svezia ha sperimentato il più alto numero di morti violente: 306. La maggior parte degli attacchi sono avvenuti per mezzo di Kalashnikov, un'arma classica del conflitto israeliano-palestinese, in aeree «vulnerabili» abitate soprattutto da immigrati non occidentali. La polizia parla nei suoi rapporti di «presenza» di simpatizzanti di gruppi terroristi... Malmö, città da cui sta svanendo la comunità ebraica, soffre la presenza di un estremismo diffuso, tanto che il Comune ha stampato delle «guidelines» per i suoi impiegati e li invita fra l'altro a fare attenzione prima di lasciare un edificio «per evitare di finire in una situazione indesiderata». Il rischio più comune è quello dei continui incendi e distruzioni vandaliche: insomma la presenza islamica crea, e non solo a Malmö, una vera e propria «situazione di guerra», come la definiscono molti autorevoli commentatori.
   La violenza importata dall'immigrazione islamica incontrollata o mal controllata si è trasformata in antisemitismo: ma nessuno ha voglia di dirlo, per paura di essere accusato di islamofobia. Ne sa qualcosa l'ex presidente dell'Unione Europea Romano Prodi che nel 2003 nascose un'inchiesta che provava la presenza di diffusi sentimenti antisemiti presso i musulmani in Europa.
   L'antisemitismo svedese è un caso di studio molto speciale, in cui si trovano esaltati tutti gli elementi dell'antisemitismo europeo di oggi. C'è, in primis, un sottofondo di antico antisemitismo cristiano, un antico fantasma utilizzabile al bisogno. È l'antisemitismo light: a volte lo vediamo nello sciocco snobismo dell'upper class, altre volte invece è plebeo e demenziale negli stadi. In secondo luogo esiste una minoranza, residuo del passato, di idioti marciatori all'ombra di una svastica di suprematisti privi di riferimenti politici e culturali che non siano miserie razziste o memorie ipernazionaliste con le loro icone. E poi - terzo elemento - ecco la grande immigrazione islamica, il fenomeno contemporaneo per eccellenza, quello che fa tremare il mondo occidentale e arriva con un carico di antisemitismo pressoché invincibile, che parte dall'educazione dei bambini, come scrive Ayaan Hirsi Ali, che «imparano da piccoli che gli ebrei sono figli di scimmie e maiali», «disumani uccisori di palestinesi». Nella Carta di Hamas si dice chiaramente: «Le pietre e gli alberi diranno O Abdullah, c'è un ebreo qui nascosto, vieni e uccidilo». Nell'antisemitismo islamico si trova il nocciolo più duro dell'antisemitismo israelofobico, condito da incitamento e caricature ripugnanti.
   Infine c'è la maggiore di tutte le macchine da guerra antisemite, che ora viene chiamata in un modo e ora in un altro, che si basa sull'immensa costruzione della cultura contemporanea di Sinistra, coi suoi film, i suoi libri, le case editrici e i centri di cultura. Alla base c'è la storia europea vista attraverso il messaggio sovietico che in piena Guerra Fredda amava accusare gli Usa e i suoi alleati di essere colonialisti e guerrafondai. Israele, e quindi gli ebrei, diventano nemici dei drappelli per la pace, antimperialisti, contro il nazionalismo, che manifestano per l'uguaglianza, la libertà d'opinione, il femminismo, la difesa dei gay ... Che peccato, tante belle battaglie insozzate dal comune odio antisemita.
   Torniamo in Svezia. Io stessa, quando guidavo la Commissione esteri del Parlamento italiano, nel luglio 2009, poco dopo che il giornale Aftonbladet aveva pubblicato un lungo articolo in cui spiegava che i soldati israeliani uccidono i giovani palestinesi per rubargli gli organi e poi farne commercio, mi sono sentita rispondere dal presidente della riunione delle Commissioni esteri europee, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt, che «non esiste nessun antisemitismo in Svezia». Gli avevo chiesto che cosa intendesse fare per bloccarne l'evidente ondata. La sua risposta fu: «nulla». Perché il problema, secondo lui, non esisteva.
   E in effetti è difficile estrapolare l'antisemitismo dal mainstream contemporaneo. Si tratta di rivoluzionare l'intera costruzione ideologica dell'Occidente post bellico, che oggi marcia nel segno di un evidente antisemitismo. La confusione, dovuta anche alla faciloneria ideologica delle classi dirigenti con cui si è affrontato il problema dello Stato-Nazione (come se si potesse cancellare con un colpo di spugna ciò che ha volto, confini, lingua, identità, cibo, famiglia...), dei confini, delle minoranze, dell'immigrazione, della condizione della donna, si è trasformata in quella famosa «intersezionalità» per cui chi si batte per la libertà della condizione omosessuale, alla fine arriva, secondo l'ideologia dei «diritti umani», a essere anti israeliano. Israele è uno dei Paesi più gay friendly del mondo. Eppure lo si dipinge sempre come se usasse le sue leggi e i suoi costumi a favore dei gay come una bandiera di «pinkwashing». Perché la vera natura dello Stato degli ebrei deve essere quella oppressiva e quindi anti-gay, come è anti-palestinese.
   I mille affluenti ideologici del liberalismo conducono a una quantità di altre stravaganze anti-israeliane, fra cui considerare Israele un Paese genocida (mentre la popolazione palestinese, prima di Israele un popolo alquanto volatile, adesso raddoppia, triplica, quadruplica...). O di essere un Paese in cui vige l'apartheid, o antidemocratico. Tutte accuse che i fatti smentiscono. Basta una passeggiata in un Mall, o in un ospedale, o alla Knesset. Ma tant'è: Bildt quando diceva che in Svezia non esiste l'antisemitismo voleva dire che se c'era una vibrante critica allo Stato d'Israele, se persino lo si criminalizza, ciò è giustificato dalle azioni perverse che quello Stato, sin dalla sua nascita, compie contro i palestinesi. Israele, per così dire, è la somma perfetta dell'«intersezionalità rovesciata»: ovvero chiunque al fondo abbia il germe del trimillenario malanno che affligge l'umanità, può trovarne il germe in tutte le possibili lotte per i diritti umani.
   Imbarazzante? Dovrebbe esserlo, in un mondo che solo 70 anni fa ha perpetrato l'Olocausto. E invece ogni organizzazione, anche quelle che come l'Unesco dovrebbero dedicarsi a preservare la bellezza del mondo, ha nell'ispirazione internazionalista il paravento per l'avversione agli ebrei. Quando scrivevo in anni molto lontani il mio primo libro sulle donne comuniste, restavo attonita scoprendo che sin dal loro inizio le prime riunioni internazionali femministe, sempre sotto l'egida dell'Urss, mettevano in relazione la rivoluzione sociale necessaria in Sud America con i movimenti femminili, mentre però l'assemblea votava l'espulsione delle donne israeliane dal loro consesso.
   La Sinistra mondiale ha adottato sempre di più questo modello per cui un oppressore o presunto tale è il coacervo di tutti i mali, dall'odio anti-omosessuale allo sfruttamento economico. Israele incarna la connessione del tema dell'identità col potere, e da qui a farne l'assassino di bambini palestinesi il passo è breve. La cosiddetta «Grande marcia del ritorno» dei palestinesi di Hamas, un'organizzazione terrorista che uccide, quella sì, donne e bambini innocenti e teorizza l'antisemitismo, è considerata spesso simile alle manifestazioni dei neri d'America, alle masse di immigrati disperati, tutti perseguitati dai privilegiati, dai potenti. I missili e gli attentati di Hamas, i palloni incendiari, sono considerati epifenomeni non collegati alla natura terrorista di Hamas che domina la Striscia di Gaza.
   Così gli ebrei sono tornati nell'empireo degli sfruttatori e dei mostri dopo le sofferenze della Shoah. La battaglia contro l'antisemitismo deve partire dal difendere Israele dalle accuse di genocidio, colonialismo, apartheid, ossia le bandiere del nuovo antisemitismo. Gli ebrei sono i nazisti moderni, e quindi non si meritano di esistere, tanto meno come Stato nazione, di per sé un'identità che incarna il potere, la prepotenza, l'espulsione dei miseri. Se chiedessimo a Jeremy Corbyn, il leader del partito laburista britannico, perché è antisemita, risponderà che i suoi migliori amici sono ebrei, e che è semplicemente contro l'oppressione che Israele infligge ai palestinesi. Se gli si chiedesse perché tuttavia è amico di Hamas, la risposta invocherà i valori della resistenza contro l'oppressione. Questa è la bandiera europea dell'antisemitismo odierno, qui si combatte la battaglia. E di nuovo il centro è Israele, attaccato sì, ma forte: lo Stato degli ebrei oggi esiste per difenderli in tutto il mondo. Ed è solo rafforzandolo ulteriormente che si batte l'antisemitismo.

(il Giornale, 20 luglio 2019)


«... lo Stato degli ebrei oggi esiste per difenderli in tutto il mondo. Ed è solo rafforzandolo ulteriormente che si batte l'antisemitismo». Ma non è rendendolo «uno dei Paesi più gay friendly del mondo» che si rafforza Israele, questo è sicuro. M.C.


Laici-religiosi, dove tende Israele

Israeliani: da giovani più religiosi, col tempo più laici. La ricerca di Sergio Della Pergola e Ariela Keyser.

 
 
"In Israele si registra un trend generale per cui ogni generazione nasce più religiosa della precedente. A questo si affiancano due altre tendenze: un certo spostamento interno alla società verso i due poli opposti, più religiosi e meno religiosi, e allo stesso tempo un cambiamento del grado di religiosità in base all'età. Questo a dire che la società israeliana è in continuo divenire, è molto fluida e rappresenta una realtà interessante da studiare e allo stesso tempo complessa da inquadrare in schemi rigidi". Così il demografo israeliano Sergio Della Pergola, un punto di riferimento quando si stratta di fotografare i cambiamenti interni alla popolazione israeliana e l'evoluzione degli orientamenti al suo interno. Tra questi significativo il recente studio curato dal docente dell'Università Ebraica di Gerusalemme assieme ad Ariela Keysar del Trinity College, dedicato alle "Dimensioni demografiche e religiose dell'identificazione ebraica negli Stati Uniti e in Israele: i Millenials in prospettiva generazionale", una ricerca comparativa sul mondo ebraico israeliano e americano basata su un'indagine del 2015 del Pew Research Center.
  Rispetto a Israele, come osservava lo stesso Della Pergola su queste pagine: "Nei 24 anni trascorsi dal 1991, subito dopo l'arrivo della grande massa di immigrati dall'Unione Sovietica, fino al 2015 la percentuale di coloro che affermano di osservare tutti o grande parte dei precetti religiosi è passata dal 38% al 39%, coloro che dicono di non osservarne nessuno sono aumentati dal 20% al 26%, e quelli che dicono di osservarne una parte sono diminuiti dal 41% al 34%. Dunque si sono rafforzati gli estremi e si è indebolito il gruppo di mezzo, anche se la totale assenza di osservanza tradizionale è in realtà molto inferiore. Basti pensare che secondo l'ultima rilevazione, fra coloro che si autodefiniscono come secolari, 87% partecipano al Seder di Pesach, 53% accendono i lumi alla vigilia del Sabato per lo meno occasionalmente, 40% frequentano una sinagoga di tanto in tanto, 33% mantengono la casa casher, 30 digiunano l'intero giorno di Kippur, il 18% credono in Dio assolutamente e un altro 38% credono, ma con minore certezza".
  Il report - che fa una comparazione tra Millenias americani e israeliani - prende in considerazione i diversi gradi di religiosità interni alla società israeliana che possono essere suddivisi in Haredim (molto religiosi), Datim (religiosi), Masortim (tradizionali) e Hilonim (laici).
  Quello che emerge dal lavoro di comparazione di Della Pergola e Keysar, che mette a confronto Millenials israeliani e americani, è un dato in controtendenza con il resto del mondo: un ritorno dei giovani ebrei a forme più religiose di ebraismo a cui si affianca "una riconfigurazione del popolo ebraico come più strettamente sovrapposto alla religione e una crescente convinzione che l'essenza principale dell'ebraismo sia la religione e non le sue alternative più laiche", scrivono i due studiosi nelle conclusioni. Questa tendenza a una maggiore religiosità dei giovani è compensata da una progressiva secolarizzazione nel corso del tempo. "C'è un certo equilibrio e non ci sono cambiamenti drammatici all'interno della società israeliana a differenza di quanto pensano alcuni - afferma Della Pergola - È vero però che i due estremi (più religiosi e più hiloni) mantengono la propria posizione meglio che non il centro". Ovvero vi è quanto già richiamato, uno spostamento verso i poli che produce una maggiore divisione, segnata ancor di più da un sistema educativo diviso in quattro compartimenti: hiloni, religioso-nazionale, haredi, arabo. "Dal punto di vista del pluralismo culturale è positivo ma dall'altro lato si riproduce all'infinito una divisione interna della società. E la politica non ha interesse a portare correzioni, anzi il suo agire è deleterio perché finanzia nei singoli gruppi di interesse. E su questo punto non sono ottimista, non credo cambierà in futuro".

(Pagine Ebraiche, luglio 2019)



Il 20 luglio di von Stauffenberg

L'attentato del 1944. Fa ancora discutere la figura dell'ufficiale della Wehrmacht che cercò di assassinare Hitler.

La destra tedesca vuole appropriarsene come motivo per attaccare la Merkel La stragrande maggioranza dei vertici militari tedeschi rimase fedele al nazismo

di Gianenrico Rusconi

Il 20 luglio 1944 - settantacinque anni fa - fallì l'attentato a Hitler, ideato e condotto da Claus von Stauffenberg, colonnello dello stato maggiore tedesco. All'annuncio della morte del dittatore, sarebbe dovuto seguire un colpo di stato a Berlino. Ma il fallimento dell'attentato portò non solo all' uccisione di von Stauffenberg e degli altri congiurati da parte degli hitleriani ma allo scatenamento di una sanguinosa repressioni di centinaia di sospettati. L'operazione culminò con una mobilitazione di consenso al regime. Impressionante fu il sostegno praticamente unanime della classe militare mentre la stragrande maggioranza della popolazione considerò l'attentato un «tradimento» verso il popolo tedesco.
   Dopo la fine della guerra, la figura di von Stauffenberg fu ignorata o guardata con estremo sospetto. Soltanto nel 1954 il presidente dello Stato, Theodor Heuss, affermò che «la vergogna che Hitler aveva gettato su noi tedeschi fu cancellata dal sangue» dei protagonisti del 20 luglio. Ma ci vollero ancora molti anni perché von Stauffenberg fosse riconosciuto nei suoi meriti, e soltanto con la fine degli anni sessanta e gli anni settanta diventò un modello etico-politico e un «eroe». Almeno nella cultura politica dominante.
   Ma la sua personalità politica rimane tutt'oggi motivo di dibattito e controversie, a proposito delle sue intenzioni politiche e prospettive istituzionali. Von Stauffenberg non era un «democratico» nel significato che noi diamo a questo concetto e lui stesso oggi si sentirebbe estraneo al sistema dei partiti esistente. La sua era una visione nazional-conservatrice, certamente priva di tratti dittatoriali, ma organicista non pluralista, e non esente da elementi autoritari (quantomeno nella fase di passaggio dal nazionasocialismo al nuovo regime). Insomma, nella sua impostazione etico-politica sono difficilmente riconoscibili i tratti che portano alla democrazia costituzionale di oggi. La «resistenza» antinazista di questo tipo era motivata innanzitutto dalla visione cristiana della dignità dell'uomo, della giustizia e libertà della persona da ogni violenza politica e costrizione sociale. L'azione di rivolta che ne seguiva - sino all'estremo della soppressione fisica del dittatore (idea per altro non condivisa da tutti) - nasceva dalla constatazione che il regime nazista era (o era diventato) l'opposto di tutti questi valori.
   Quello di von Stauffenberg è stato dunque essenzialmente un gesto morale , un «atto etico»? Non è esattamente così. Ma prima di capire la sua qualità politica, che va collocata nel suo contesto storico, dobbiamo prendere atto di un altro fatto di attualità, solo apparentemente paradossale. In realtà inquietante. Esponenti di spicco della nuova destra tedesca antisistema - Alternative fùr Deutschland - fanno di von Stauffenberg un loro modello di riferimento. «Gli uomini del 20 luglio hanno dato un esempio di ethos dell'ufficiale patriota. Il limite dell'obbedienza è stato raggiunto quando la guida dello Stato agisce in modo criminale - leggiamo sulla autorevole rivista della nuova destra Junge Freiheit - Anche grazie all'atto di von Stauffenberg noi tedeschi oggi possiamo andare a testa alta». La tesi è esplicita : quando il governo agisce in modo sbagliato (additittura criminale) , la disobbedienza è un dovere. Facendo di von Stauffenberg un eroe della disobbedienza tedesca , la nuova destra mira ad appropriarsi del concetto di «resistenza», che diventa così uno slogan urlato nelle piazze contro il governo e contro il sistema politico.
   Un abuso così clamoroso della figura di von Stauffenberg discende ovviamente dalla assurda equiparazione fatta dalla AfD del sistema nazionalsocialista con il «sistema dei partiti» attuale. Ma questa assurdità riporta al discorso fatto sopra sui limiti intrinseci della «resistenza antihitleriana» del gruppo attorno a von Stauffenberg. A questo punto occorre però ricordare che, con tutti i suoi limiti, questo gruppo si è differenziato decisamente dalla stragrande maggioranza dei vertici militari rimasti fedeli al nazionalsocialismo, nonostante fossero a conoscenza dei crimini commessi durante la guerra di sterminio, condotta con l'invasione dell'Unione sovietica. Nonostante vedessero con i loro occhi che la guerra sconfinava nel genocidio, nella soppressione indiscriminata della popolazione civile, perdendo così ogni legittimità morale e politica. Eppure occorre attendere gli anni Novanta perché venisse definitivamente smentito il mito delle SS criminali e della Wehrmacht che combatteva duramente ma correttamente.
   A questo proposito proprio von Stauffenberg, che inizialmente aveva salutato e sostenuto il nazionalsocialismo, aveva constatato che la guerra condotta da Hitler non era affatto la versione più radicale della guerra nazional-imperiale «tradizionale» tipica delle grandi potenze, ma una guerra razziale di annientamento. I vertici militari, nonostante qualche cauto dissenso di alcuni, non si sono opposti.
   Che l'attentato del 20 luglio fosse il segnale e la prova della ostilità dei vertici militari era una ossessione personale di Hitler che non aveva riscontro nel loro atteggiamento effettivo, presentato come esclusivo impegno totale dei soldati tedeschi. Da qui il tragico equivoco di combattere sino all'ultimo per la salvezza della Germania a fianco del nazionalsocialismo anziché capire che la salvezza della Germania dipendeva proprio dalla scomparsa e dal rifiuto dell'hitlerismo. In questa ottica l'azione di von Stauffenberg non è stato semplicemente un nobile «gesto etico, ma un atto politico.

(La Stampa, 20 luglio 2019)


A Kaunas (Lituania) nella sinagoga corale sopravvissuta alla Shoah

di Fabrizio Tenerelli

 
  La Sinagoga corale di Kaunas   
Le Repubbliche Baltiche sono state caratterizzate da una duplice invasione: quella dei nazisti e quella dei sovietici. Per quanto riguarda gli ebrei, lo leggete qui sotto, la popolazione è crollata in maniera vertiginosa e di tutte le sinagoghe che c'erano un tempo, ne sono rimaste davvero poche. Oggi vi parlo della Sinagoga corale di Kaunas, che ho avuto modo di visitare.
   Prima della Shoah a Kaunas, in Lituania, c'erano più di 35 sinagoghe e case di preghiera. Il numero così alto può essere facilmente spiegato dal fatto che, ad esempio, nel 1897, a Kaunas vivevano più di 25mila ebrei, vale a dire il 35% della popolazione totale (71mila circa). Nel 2011, pensate un po', a Kaunas vivono circa 300 ebrei. In questo breve reportage vi parlo e mi mostro qualche foto della sinagoga corale (E. Ožeškienės st. 13), l'unica attualmente funzionante a Kaunas. La costruzione della sinagoga fu finanziata, nel 1871, da un mercante locale della prima gilda, Lewin Boruch Minkowski (una strada di Aleksotas prende il nome dai suoi due figli, Oskar Minkowski e Hermann Minkowski).
   L'edificio in stile barocco revival fu completato nel 1872. L'altare della sinagoga è, come sostengono numerosi visitatori, uno dei più belli dell'intero mondo ebraico. Un monumento ai circa 50.000 bambini Litvak uccisi durante l'Olocausto si trova sul retro dell'edificio. È possibile visitare un'esposizione di ritratti di rabbini al secondo piano della sinagoga. I concerti sono a volte tenuti anche nella sinagoga.

(Vivi Israele, 19 luglio 2019)



Pasdaran iraniani sequestrano una petroliera britannica nello stretto di Hormuz

Trump ha parlato di Iran al telefono con l'omologo francese Macron e ha avvertito Teheran di non fare 'nulla di stupido' o 'pagherà un prezzo che nessun altro ha mai pagato' Tweet L'Iran aumenta l'arricchimento, gli Usa verso nuove sanzioni. La Gran Bretagna blocca una petroliera, l'Iran ne chiede la "liberazione immediata" Alta tensione Usa Iran. Teheran replica alle sanzioni di Trump: "Chiusa per sempre la via diplomatica".

Schizza alle stelle la tensione nel Golfo. I Pasdaran iraniani hanno annunciato in serata di aver sequestrato una petroliera britannica con 23 persone a bordo nello Stretto di Hormuz. La 'guerra delle petroliere' rischia di precipitare in un conflitto più esteso, con il presidente americano Trump che ha parlato di Iran al telefono con l'omologo francese Macron e ha avvertito Teheran di non fare 'nulla di stupido' o 'pagherà un prezzo che nessun altro ha mai pagato'.

 L'annuncio dei Pasdaran
  I Guardiani della Rivoluzione iraniani, i pasdaran, hanno comunicato di aver fermato una petroliera britannica nello Stretto di Hormuz, perché avrebbe violato le leggi internazionali. La Stena Bulk, proprietaria della nave, e l'armatore hanno spiegato che la petroliera è stata catturata da "piccole imbarcazioni e da un elicottero" intorno alle 15, ora di Greenwich (le 19.30 in Iran), dopodiché ha fatto rotta verso le coste iraniane. A bordo ci sono 23 persone, tutti membri dell'equipaggio. Lo Stretto di Hormuz è diventato il teatro delle tensioni con l'Iran, con una serie di incidenti nelle ultime settimane; lo stretto divide la Penisola Arabica dalle coste iraniane e il Golfo Persico dal Golfo dell'Oman. E' uno dei tratti di mare più importanti del mondo per il trasporto del petrolio. Le relazioni tra l'Iran da una parte e Usa e Gran Bretagna dall'altra si sono deteriorate in modo marcato nelle ultime settimane. All'inizio di luglio la Gran Bretagna aveva catturato una petroliera iraniana, accusandola di violare le sanzioni contro la Siria.

(RaiNews, 19 luglio 2019)


Netanyahu: la comunità internazionale agisca contro Iran e Hezbollah

E' giunto il momento che la comunità internazionale comprenda la gravità del pericolo posto dall'Iran e dal movimento sciita libanese Hezbollah ed esca allo scoperto contro di loro. Lo ha detto il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in occasione di una commemorazione per i caduti della Seconda guerra del Libano (12 luglio-14 agosto 2006) che si è tenuta presso il Monte Herzl, a Gerusalemme. In merito alla "minaccia islamista", Netanyahu ha aggiunto: "Stiamo lavorando senza tregua per ostacolare gli sforzi dell'Iran per far arrivare fondi e armi a Hezbollah. E' chiaro a tutti che senza l'ossigeno iraniano, Hezbollah non può sopravvivere a lungo". Secondo il premier, "non appena le impalcature iraniane saranno rimosse", Hezbollah "collasserà". "La lotta contro l'aggressione iraniana non è soltanto nostra, deve essere la lotta di tutto il mondo", ha proseguito, ricordando che "per molti anni" Israele "è rimasto da solo di fronte all'aggressione iraniana".
   A tal proposito, il capo dell'esecutivo di Gerusalemme ha ricordato che in Siria Israele ha agito in modo autonomo per impedire alle forze iraniane di stabilire una presenza. "Non permetteremo un secondo Libano in Siria", ha proseguito. Inoltre, lo Stato ebraico "non garantirà alcuna immunità a chi lancia missili, anche se provengono da aree densamente popolate", riferendosi a Libano e Striscia di Gaza. Nel suo discorso, Netanyahu si è scagliato contro il governo di Beirut che "non esprime alcuna opposizione nei confronti di Hezbollah" e per questo motivo sarà ritenuto responsabile di una eventuale aggressione. "Se costretti a intraprendere una nuova guerra, agiremo con forza", ha concluso.

(Agenzia Nova, 19 luglio 2019)


Conclusa la visita della delegazione pugliese in Israele

Emiliano: "Nuove opportunità di scambi commerciali e culturali che possono favorire lavoro e investimenti".

Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano conclude la missione della delegazione pugliese in Israele con queste parole :
    "Si chiude oggi una missione importantissima, che si è occupata dei grandi progressi tecnologici che Israele ha fatto nella gestione dei rifiuti, nell'utilizzo dell'acqua e nel riutilizzo dei reflui depurati, in materia di aerospazio, nell'agricoltura di precisione, nella produzione di cibo in luoghi con scarsità d'acqua che hanno bisogno di essere tutelati dal punto di vista ambientale.
    La Puglia e Israele si somigliano molto, sono terre che hanno saputo superare la scarsità: dell'acqua e delle risorse naturali, che hanno saputo trasformare un territorio ostile in un luogo straordinario.
    Israele è in questo momento una delle potenze economiche più importanti del Mediterraneo e del Medio Oriente, quindi un partner importante.
    Noi abbiamo portato la nostra amicizia, il nostro desiderio di pace, la nostra volontà di costruire con lo Stato di Israele le migliori condizioni per una pacifica convivenza ma soprattutto per uno sviluppo economico.
    Sono milioni i turisti israeliani che potenzialmente potrebbero venire a trovarci e quindi noi ci auguriamo che questi intensi scambi commerciali, culturali, gli studi reciproci nelle università, possano unire i nostri territori e costruire una prospettiva di lavoro per i nostri giovani.
    Il distretto aerospaziale di Grottaglie, e in particolare Taranto, ha già relazioni importanti: l'ambasciatore d'Israele è venuto a trovarci ed è stato uno dei promotori, assieme all'ambasciatore italiano qui a Tel Aviv, di questa visita importantissima.
    Ringrazio quindi sua eccellenza Ofer Sachs, Ambasciatore dello Stato d'Israele in Italia con il quale abbiamo ideato questa missione e dato vita a questa proficua collaborazione istituzionale.
    E ringrazio l'Ambasciatore d'Italia in Israele, Gianluigi Benedetti, e il Console generale d'Italia a Gerusalemme, Fabio Sokolowicz. per il prezioso supporto: un grazie sentito a tutti i diplomatici dei due Paesi che ci hanno supportato negli incontri avuti in questi giorni".
L'Ambasciatore d'Israele in Italia Ofer Sachs, commenta così la visita in Israele del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano:
    "La visita del presidente della Regione Puglia in Israele è volta a rafforzare ulteriormente i forti legami economici ed accademici esistenti tra Israele e Puglia. La regione governata da Michele Emiliano è certamente una delle realtà più importanti e in crescita in Italia, all'avanguardia in molti settori, tra tutti quello aerospaziale e agricolo. Facendo seguito alla mia visita al Politecnico di Bari e all'aeroporto di Taranto-Grottaglie dello scorso febbraio, l'importante delegazione organizzata dal dipartimento affari economici dell'Ambasciata d'Israele a Roma e dal console onorario di Israele in Puglia Luigi De Santis, in stretto coordinamento con gli uffici della regione e dell'Ambasciata d'Italia in Israele, dimostra l'impegno e il desiderio comune di progredire in questa importante cooperazione istituzionale nel campo della ricerca e dell'innovazione tecnologica."
"Volge al termine un'impegnativa e importante missione della Regione Puglia qui in Israele - dichiara poi Luigi De Santis, console onorario di Israele -. È una missione che continua il percorso in stretta collaborazione con l'ambasciata d'Israele in Italia e con il nostro ambasciatore Ofer Sachs per creare opportunità di cooperazione concreta. Abbiamo visitato importanti realtà imprenditoriali e istituzionali israeliane per far crescere la nostra Regione, farla crescere con dei partner affidabili e innovativi quali sono i partner israeliani. Continueremo su questo percorso, certi che potranno esserci dei risultati concreti già nei prossimi mesi".
  Da lunedì ad oggi la delegazione pugliese ha incontrato i vertici delle più importanti istituzioni e imprese dei settori Water management, Waste management, Space Technologies applied to agriculture and Remote control/automated monitoring, per costruire collaborazioni e promuovere nuovi investimenti.
  Emiliano ha anche incontrato oggi a Tel Aviv Ami Katz, direttore del Museo Eretz Israel, con Fiammetta Martegani, curatrice della Mostra "Dalla terra ferma alla terra promessa". Gli scambi culturali e la promozione turistica rientrano tra gli obiettivi della missione istituzionale che la Regione Puglia sta realizzando in Israele.

(Regione Puglia, 19 luglio 2019)


L'IDF, esercito israeliano, esercito degli ebrei

di Silvia Gambino*

 
Il 9 luglio 2014, mentre Israele si preparava a un'operazione militare di terra dentro la Striscia di Gaza, gli ufficiali della Brigata Givati ricevettero una lettera dal loro comandante, il colonnello Ofer Winter. Il suo contenuto fortemente religioso, più simile a una preghiera che all'esortazione di un capo militare che agisce in rappresentanza dello Stato, suscitò molto dibattito riguardo la sua appropriatezza e il suo significato, in luce della mai risolta, delicatissima dinamica di Israele tra "Stato ebraico" e "Stato democratico". L'analisi del professor Mordechai Kremnitzer per conto di The Israel Democracy Institute, sul contenuto e le implicazioni della lettera - tra "religiosizzazione" dell'esercito e politicizzazione della religione - è una perfetta introduzione al tema di questo articolo.
  L'esercito israeliano è laico o religioso? Come per molto altro riguardante Israele, la domanda è mal posta, non si può scegliere una definizione ed escludere l'altra. Certamente le Forze di Difesa Israeliane servono in nome dello Stato e dei suoi interessi, non di un'autorità religiosa; tutti i cittadini, ebrei e non - chi per obbligo di legge, chi per scelta volontaria - possono entrare a farne parte e anche farvi carriera. Definire l'IDF come esercito religioso sarebbe quindi falso, ma non meno fuorviante, per la comprensione della realtà israeliana, sarebbe ignorare il ruolo della religione al suo interno, trascurare l'intrico di dinamiche per mezzo delle quali società, religione e politica tra le file dei soldati si incontrano, si parlano, si scontrano. A partire dalla cerimonia che si tiene a conclusione della tironut, l'addestramento delle reclute, in cui ogni nuovo soldato, sulla Bibbia che appositamente per l'occasione ha ricevuto dal Rabbinato militare, giura fedeltà allo Stato. O del rivoluzionario cambiamento di cui è stato dato annuncio soltanto due settimane fa, frutto di una petizione inviata alla Corte Suprema dal "Gruppo Huddush per la libertà di religione e l'uguaglianza": per la prima volta dal 1948, l'IDF dovrà implementare misure per consentire lo svolgimento di funerali militari non ortodossi (tenuti da rabbini conservative e reform) e laici.

 Il Rabbinato militare
  Il Rabbinato militare e l'IDF nascono insieme nel 1948. Il Rabbino capo militare, la più alta autorità religiosa dell'esercito, è nominato dal Capo di stato maggiore. Per legge, un rappresentante del rabbinato deve essere presente presso ogni unità, con il compito di prendersi carico, leggiamo sulla pagina dedicata del sito dell'IDF, "di tutti gli aspetti religiosi in conformità con i bisogni e le tradizioni dei soldati". Continuando a leggere, vediamo come questa del rabbino militare sia tutt'altro che una figura marginale. Le sue numerose responsabilità (perciò anche lo spiegarsi della sua autorità) comprendono: la gestione delle questioni familiari e personali dei soldati in servizio (matrimoni, divorzi, conversioni, sepolture…), il controllo sulla kasherut e l'osservanza dello Shabbat, l'organizzazione di cerimonie, gruppi di studio di Torah, luoghi di preghiera, e così via. Si tratta, spiega Eliav Rodman su My Jewish Learning, di assicurare l'inclusione dei soldati osservanti, conciliare il dovere di rispettare le norme dell'ebraismo con il dovere di servire lo Stato, creando così dei ponti - e non delle fratture - tra l'essere ebrei ed essere cittadini. I soldati religiosi possono essere inseriti in programmi speciali, che combinano l'addestramento militare con lo studio in yeshivah; hanno diritto al tempo per le tre preghiere quotidiane e all'osservanza dello Shabbat, seppur ogni situazione debba essere valutata alla luce del principio del piquah nefesh, la salvaguardia della vita; possono richiedere e ottenere deroghe vestimentarie, come la barba per gli uomini, in osservanza del divieto di radersi e la gonna per le donne, in osservanza del divieto di indossare abiti maschili (sulla crescita della presenza di donne religiose nell'IDF, si veda Ruth Eglash sul Washington Post). Sempre sulla pagina dell'IDF dedicata alla presentazione del Rabbinato militare, una frase in particolare può dirci qualcosa sul dialogo tra religione e società che si sviluppa nell'esercito: "Il fatto che le mense militari siano kasher diminuisce le visibili differenze tra soldati religiosi e laici e promuove tra loro un senso di unità".

 Soldati religiosi e soldati laici
  Ma in base a quali parametri si stabilisce se un soldato è religioso o laico? Si segnalano dei casi, scrive Michael Bachner su The Times of Israel, in cui la non chiarezza della definizione ha condotto a situazioni particolari. Abbiamo ad esempio un soldato della brigata Golani, condannato a venti giorni di prigione come punizione al rifiuto di obbedire all'obbligo di radersi: per motivi che non si conoscono, la sua richiesta di essere inquadrato come religioso e quindi di essere esentato da questo obbligo era stata rigettata. Si conoscono invece i motivi di un caso simile avvenuto nella stessa brigata: il rigetto della dispensa a radersi su base religiosa e la conseguente punizione per non obbedienza sono giunti questa volta dopo che il soldato in questione, interrogato dal rabbino della propria unità, non ha saputo rispondere riguardo la porzione di Torah prevista per lo Shabbat in arrivo. Alle dichiarazioni dell'avvocato Yael Tothani in relazione ai due casi ("Questo è illegale: un test ridicolo non può determinare se uno è religioso oppure no"), l'esercito ha risposto che la preparazione religiosa dei due soldati era stata più volte esaminata dai rabbini delle rispettive unità e che la decisione di negare l'inquadramento nella categoria religiosa era stata presa solo alla luce del loro responso.

 Israeliani, cittadini, ebrei: il programma Nativ
  L'ambito in cui forse il dialogo nell'esercito tra religione e società israeliana si esprime in maniera più significativa è il programma Nativ, che unisce il servizio militare a un percorso di conversione all'ebraismo - con sessioni di studio, seminari, attività per le festività e per Shabbat - al completamento del quale si compare, per una valutazione sulla propria preparazione e motivazione, davanti a un Beth Din. Yoav Zitun e Yehuda Shohat riportano su Ynet News che il numero di soldati convertiti ogni anno dal programma Nativ - la cui chiusura per problemi di budget lo scorso anno è stata scongiurata in extremis da un intervento del governo - è di circa 1500. Se da una parte esso rappresenta un'opportunità per tutti quei cittadini o nuovi immigrati di identità ebraica (soprattutto dai Paesi dell'ex Unione Sovietica) ma non halachicamente ebrei, con i suoi parametri chiari e facilitanti rispetto alla tortuosità di un percorso di conversione individuale, dall'altro la sua gestione da parte dell'IDF pone molti spunti di dibattito.
  L'esercito infatti, continuano i giornalisti, è stato a più riprese criticato da gruppi di advocacy perché farebbe pressione sui suoi soldati non ebrei affinché assistano al seminario di presentazione del programma. Una lettera del 2017 scritta dall'Associazione per i Diritti Civili in Israele usa parole molto forti: "Si tratta di una violazione della privacy che calpesta la libertà di religione e di coscienza di queste persone e invia loro un messaggio umiliante e degradante: che sono cittadini di serie B e soldati inferiori". E che porrebbe problemi anche dal punto di vista halachico, in quanto il ghiur non è valido se la persona non lo compie nella completa libertà di scelta.
  Ma l'IDF respinge le accuse: "Agiamo con le migliori intenzioni, nessuna volontà di imporre ai soldati una scelta religiosa. Il programma Nativ nasce con l'obiettivo di rafforzare il senso di appartenenza dei nuovi immigrati e dei loro figli. Ognuno è libero di cominciarlo e anche di abbandonarlo a metà. Facciamo solo informazione sul seminario di presentazione e richiediamo a tutti di parteciparvi, per assicurare che non succeda che persone potenzialmente interessate rimangano all'oscuro di questa opportunità".
* Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l'International School dell'Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d'anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell'educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.

(JoiMag, 19 luglio 2019)


Una startup israeliana crea la prima bistecca artificiale

La carne viene sintetizzata in laboratorio: ridurre gli allevamenti intensivi e l'inquinamento

E' la prima bistecca del tutto artificiale. L'hanno sintetizzata in un laboratorio ma, assicura chi l'ha assaggiata, il sapore e l'odore sono gli stessi di quella reale. La carne viene ricavata dalle cellule estratte dalle mucche e, come dichiarato dall'azienda che la produce, la sua realizzazione non prevede l'utilizzo di antibiotici né il macello di alcun animale. L'autrice di questa invenzione è la start-up israeliana Aleph Farms che punta a un prodotto mai visto sul mercato. Altro obiettivo dell'azienda è anche contrastare l'allevamento intensivo come causa maggiore di inquinamento al mondo. La bistecca dovrebbe entrare nei supermercati di Stati Uniti, Europa occidentale e Asia a partire dal 2021.

(TGCOM24, 19 luglio 2019)


Israele. 50o! Caldo record, è il picco più alto mai registrato: situazione in peggioramento

Cambiamenti climatici e caldo record.

La giornata di ieri è stata la più calda mai registrata dalla nascita dello stato d'Israele nel 1948. Lo ha confermato oggi il servizio meteo israeliano. Il record è stato raggiunto sulle rive del mar Morto, vicino al sito biblico di Sodoma, dove la temperatura ha raggiunto 49,9 gradi. Ma anche nelle più fresche zone di pianura sulle rive del Mediterraneo la giornata è stata da bollino rosso, con picchi di 42 gradi. Le alte temperature hanno provocato incendi in diverse parti del paese, con alcuni feriti.
   Circa 200 abitazioni sono state evacuate a causa delle fiamme. Il caldo era particolarmente secco, con un tasso di umidità fra il 10 e il 25%, particolarmente basso rispetto alla media di questo periodo dell'anno. Nel suo avviso, il servizio meteo ha sottolineato l'effetto del cambiamento climatico. «Per quanto sia difficile attribuire un singolo evento al cambiamento climatico - si legge - secondo le stime il riscaldamento globale continuerà.
   Ci dobbiamo quindi aspettare un aumento delle ondate di caldo estremo e un'alta probabilità di nuovi record nelle alte temperature». Va comunque notato che il record di ieri fu superato nel giugno 1942, quando la temperatura nella località di Tirat Zvi, nella valle di Beit Shèan, raggiunse i 54 gradi. Ma allora lo stato d'Israele non esisteva.

(Caffeina Magazine, 19 luglio 2019)


Germania, alti funzionari delle ambasciate accusati di antisemitismo

Colpevoli di antisemitismo, a detta della stampa di Berlino, sarebbero persino diplomatici teutonici di lungo corso.

di Gerry Freda

Uno scandalo antisemitismo si è di recente abbattuto sulle istituzioni tedesche, in particolare sul ministero degli Esteri di Berlino.
   La rete diplomatico-consolare della Germania è stata infatti accusata dalla stampa teutonica di essere affetta dalla presenza di funzionari "ostili a Israele" e addirittura "sostenitori della distruzione dello Stato ebraico". Tali opinioni sarebbero state esternate dai soggetti in questione mediante i canali social di diverse ambasciate del Paese Ue.
   Secondo un'inchiesta condotta dal quotidiano Bild, le pagine Facebook e gli account Twitter ufficiali di numerose sedi diplomatiche di Berlino sparse per il mondo si sarebbero appunto riempite, negli ultimi mesi, di post estremamente violenti all'indirizzo delle politiche attuate dal governo di Gerusalemme nonché di commenti palesemente espressivi di antisemitismo. Gli autori dei messaggi incriminati sarebbero alti funzionari delle stesse ambasciate tedesche, persino alcuni con alle spalle "anni e anni di pubblico servizio".
   Tra i diplomatici di lungo corso coinvolti nello scandalo vi sarebbe infatti, sostiene Bild, Christian Clages, attuale ambasciatore teutonico a Ramallah, presso l'Autorità nazionale palestinese. Costui avrebbe infatti pubblicato, sull'account Twitter di tale rappresentanza di Berlino in Medio Oriente, delle dichiarazioni in cui l'esecutivo di Gerusalemme verrebbe dipinto come una "compagine nazista". Egli avrebbe inoltre, utilizzando la pagina Facebook ufficiale della stessa istituzione, messo dei "like" a dei video inneggianti alla "cancellazione dello Stato ebraico" e celebrativi delle operazioni terroristiche condotte da Hamas contro soldati e civili israeliani. Gli apprezzamenti digitali di Clages sarebbero stati manifestati anche verso un filmato in cui David Duke, suprematista bianco americano, sfoggia il suo antisemitismo invocando lo "sterminio degli israeliti".
   Finora, Bild ha biasimato pubblicamente soltanto il rappresentante del governo Merkel a Ramallah, ma lo stesso quotidiano sostiene che tanti altri insospettabili funzionari del ministero degli Esteri, ancora coperti da anonimato, esternerebbero quotidianamente sulle pagine social di ambasciate e consolati teutonici il proprio odio verso l'entità sionista.
   Il capo della diplomazia tedesca, il socialdemocratico Heiko Maas, ha subito reagito all'inchiesta sull'antisemitismo nelle istituzioni nazionali promettendo l'avvio di un'indagine interna volta ad accertare le responsabilità evidenziate dalla testata in questione. Egli ha poi tuonato: "In Germania non c'è posto per nessuna forma di intolleranza. Se un funzionario pubblico si abbassa a lanciare accuse becere e inquietanti contro il popolo ebraico, è giusto che paghi duramente, in quanto è in gioco la credibilità della nostra democrazia, nata dalla lotta al nazismo".

(il Giornale, 19 luglio 2019)


Come Putin usa i droni comprati in Israele per aiutare Assad (ed Hezbollah)

The Intercept svela al pubblico quello che in molti in Israele sapevano già, cioè che la Russia usa i droni acquistati da Israele per garantire la sicurezza di Assad. La domanda è se Putin ha condiviso con Assad ed Hezbollah solo le informazioni raccolte o anche la tecnologia israeliana

Fidarsi di Putin è un po' come fidarsi di Belzebù e pensare di poterla passare liscia. Deve essere questo quello che pensano in queste ore a Gerusalemme dopo che una inchiesta di The Intercept ha svelato come il drone proveniente dalla Siria e abbattuto nel luglio 2018 sui cieli del Golan da un missile Patriot avesse al suo interno tecnologia israeliana.
Secondo quanto svelato dal noto sito web di notizie finanziato da Pierre Omidyar, fondatore di Ebay, gli israeliani sarebbero rimasti letteralmente di stucco quando analizzando il drone abbattuto sul Golan avrebbero scoperto che sotto le scritte in cirillico sulla carlinga, il piccolo aereo senza pilota aveva al suo interno tecnologia israeliana.
Come era possibile una cosa del genere? Come poteva essere che Assad disponesse di droni con tecnologia israeliana?
È lo stesso giornale americano a ricostruire la storia che, detta molto in breve, ci riporta alla guerra russo-georgiana del 2008.
In quella occasione i russi si infuriarono per il fatto che i georgiani avessero a disposizione alcuni droni israeliani e minacciarono di consegnare i loro missili S-300 all'Iran come ritorsione. L'empasse venne risolto con una negoziazione. I russi avrebbero ritardato la consegna di S-300 all'Iran in cambio dell'acquisto di alcuni droni israeliani.
Ora quei droni acquistati da Mosca, ribattezzati Forpost, sono schierati in Siria non solo per difendere Assad ma anche per consentirgli di spiare le attività israeliane. La tecnologia israeliana a disposizione di un nemico di Israele come la Siria e probabilmente anche di Hezbollah e dell'Iran. Non proprio un grande affare considerando che la Russia gli S-300 all'Iran li ha consegnati comunque.
La Russia nega di aver consegnato uno o più droni acquistati in Israele alla Siria, ma non nega di averli impiegati nel conflitto in Siria e di aver condiviso le informazioni raccolte con l'esercito siriano e con Hezbollah.
La domanda che ora si pongono a Gerusalemme è: Putin ha condiviso solo le informazioni o ha condiviso anche la tecnologia israeliana?
Nel primo caso la cosa sarebbe grave ma non gravissima. Nel secondo caso ci troveremmo invece di fronte a un fatto gravissimo che metterebbe in grave pericolo lo Stato Ebraico.
I progressi fatti di recente dall'Iran nel settore degli UAV (sigla che identifica gli aerei senza pilota), da Hezbollah e persino da Hamas qualche dubbio lo sollevano. Di sicuro sapere che Assad, un nemico di Israele, può disporre di tecnologia israeliana per la sua difesa, qualche imbarazzo lo provoca.

(Rights Reporters, 19 luglio 2019)


Un terrorismo che minaccia tutti gli ebrei, non solo "sionisti" o "israeliani"

di Ugo Volli

 
Fathi Hamad
Fathi Ahmad Hamad è un arabo di Gaza, nato nel 1961, dunque non un ragazzino; ha passato l'intera vita a militare come terrorista e poi come dirigente prima nella Fratellanza Musulmana e poi in Hamas, facendo carriera tanto da diventare membro del suo organo di governo (il "politburo", com'è chiamato con terminologia che rivela l'origine sovietica)) e del consiglio legislativo (il "parlamento") dell'Autorità Palestinese; soprattutto per alcuni anni è stato "ministro dell'interno" di Gaza, incaricato dunque del governo dittatoriale della striscia.
   Ne parlo perché l'altro giorno ha fatto un discorso molto istruttivo, soprattutto per quelli che si fanno illusioni sulla distinzione che i "palestinesi" farebbero fra ebrei e sionisti.
   A un discorso per i soliti tumulti del venerdì ("la marcia del ritorno") Hamad è partito da una rivendicazione interessante: "Essi [pensano] che noi siamo gente razionale. Invece non lo siamo, il popolo di Gaza non è razionale, anche se per settant'anni il nemico sionista ha cercato di cambiare i nostri geni. Invece i nostri geni non sono cambiati, sono andati ancora più avanti e ora sono pronti a esplodere in faccia al nemico." Ha poi fatto un ultimatum:
"Se entro una settimana non abbandonate l'assedio, non intendiamo morire passivi, ma uccidervi e tagliare le vostre teste […] esploderemo sulle facce dei nostri nemici Moriremo mentre esploderemo e taglieremo i colli e le gambe degli ebrei. Li lacereremo e li faremo a pezzi, se Allah vuole!"
Fin qui si tratta della solita retorica del terrorismo suicida. Il passo successivo è il più interessante: "L'esplosione non ci sarà solo a Gaza, ma anche in "Cisgiordania" e all'estero. I nostri fratelli all'estero si stanno ancora preparando, si stanno riscaldando i muscoli da un anno e mezzo. Oh, 7 milioni e mezzo di palestinesi all'estero, basta riscaldarsi: ci sono ebrei dappertutto, dobbiamo attaccare ogni ebreo del pianeta terra, dobbiamo attaccarli e sgozzarli, con l'aiuto di Allah" (c'è anche il filmato, molto interessante per il linguaggio del corpo).
   La minaccia è diretta e chiarissima. Hamad non è tipo da discorsi diplomatici o fumosi. L'anno scorso, in un'occasione analoga promise "la purificazione della Palestina della sporcizia degli ebrei, e la loro estirpazione da essa" entro il 2022. "La seconda cosa è l'istituzione del Califfato, dopo che la nazione sia stata guarita dal suo cancro - gli ebrei".
   Ed è lui stesso che offrì pubblicamente un milione e mezzo di dollari per il rapimento di un soldato israeliano; e quando Al Sissi smise di alimentare Hamas con le armi come aveva fatto Morsi, confessò tranquillamente che "metà dei Palestinesi sono egiziani e l'altra metà sauditi".
   Di fronte all'indignazione provocata dal discorso, si sono distanziate da esso sia l'Autorità Palestinese che la stessa Hamas, dicendo che quelle di Hamad sono posizioni personali.
   E' una vecchia storia, ripetuta molte volte. Per esempio di recente il solito professore filoterrorista di un'università americana è stato scoperto a falsificare il discorso del 1970 di uno dei padri del terrorismo, George Habbas, leader del "fronte popolare della liberazione della Palestina" che aveva dichiarato, fra l'altro poco prima dell'attacco terrorista al Tempio di Roma:
"Paesi come Germania, Italia, Francia e Svizzera, con molti ebrei tra la loro popolazione, permettono al loro territorio di essere usato come base per gli ebrei per combattere gli arabi. Se l'Italia, ad esempio, è una base contro gli arabi, gli arabi hanno il diritto di usare l'Italia come base contro gli ebrei. […] Gli attacchi del Fronte popolare sono basati sulla qualità, non sulla quantità. Crediamo che uccidere un ebreo lontano dal campo di battaglia abbia più effetto che ucciderne 100 in battaglia; attrae più attenzione. E quando incendiamo un negozio a Londra, quelle poche fiamme valgono la pena di bruciare due kibbutzim."
Bene, il professor Jamal Nassar, che insegna Scienze Politiche alla State University of California a San Bernardino, in un suo libro del 1991, ha pensato bene di indorare la pillola sostituendo la parola "ebrei" con "sionisti".
   Ma la verità è che Habbas, come Hamad, intendevano proprio parlare degli ebrei, tutti, anche quelli che si proclamano "pacifisti" e magari "filopalestinesi", come ha notato il centro Wiesenthal.

(Progetto Dreyfus, 17 luglio 2019)



Istruzione, startup e innovazione: è Israele il Paese per giovani

di Chiara Maggi

 
 
Periodicamente i riflettori internazionali si accendono su Israele. Le ragioni sono quasi sempre le stesse. Dopotutto, quando si parla di Israele non possono che venirci in mente le spinose questioni legate ai suoi conflitti militari e controversie geopolitiche. Noi di Millennials invece, vogliamo raccontarvi di un aspetto di questo paese di cui non si parla mai e che invece vale la pena conoscere: Israele è un paese giovane e per giovani. A noi Millennials italiani cresciuti con il leitmotiv della "stagnazione", del "debito", dell' "invecchiamento" o della "precarietà", sembrerà di fare un viaggio su Marte.
  Israele è un paese che nell'ultimo decennio è cresciuto a un tasso medio annuo di quasi il 4% (mentre noi ci attestiamo a un allarmante -0.4%). Non a caso, la distanza fra reddito pro capite in Italia e in Israele si va velocemente assottigliando, come mostrato nel grafico sotto.
  Guardando ai dati demografici, il 28% della popolazione ha meno di 15 anni (da noi sono il 14%) e il 9% della popolazione ha oltre 65 anni (da noi oltre il 20%!). Sebbene questi dati riflettono la crescente presenza di Ebrei Ortodossi (che registrano in media 6 figli per famiglia), bisogna comunque sottolineare che il tasso di fertilità della popolazione laica è di 2.2 figli per donna, uno dei più alti fra i paesi sviluppati (in Italia ci attestiamo a 1.35 figli per donna).
  Qual è il motore del successo economico israeliano? In una parola, "innovazione". Israele è il paese con la più alta densità di startups nel mondo: 1 startup ogni 1400 abitanti (20 volte più che in Germania, e 5 volte più che nello UK). In Israele c'è una delle più alte concentrazioni di ingegneri e computer scientists, e si registra la più alta percentuale di Pil spesa in Ricerca e Sviluppo (oltre il 4.5% del Pil nel 2017, con l'Italia all'1.35%). Già dieci anni fa c'erano più compagnie israeliane quotate nel NASDAQ, che nell'intero continente europeo, e un valore di investimento venture capital pro capite ben 2.5 superiore a quello degli Stati Uniti, e 30 volte superiore a quello europeo.
  In Israele oltre il 50% della popolazione è laureato (in Italia meno del 20%), e ben oltre il 20% della popolazione lavora nell'hi-tech (il doppio che in Italia). Nell'anno accademico 2017-2018, ci sono stati più iscritti in ingegneria, matematica e computer science che negli studi sociali (al contrario, l'Italia è il paese OCSE con la più alta percentuale di laureati in discipline umanistiche). Non stupisce, quindi, che Israele sia uno dei paesi OCSE con il più alto divario del tasso di occupazione e dello stipendio fra chi ha una laurea e chi ha, al più, un diploma. Laurearsi in Israele aumenta lo stipendio medio di oltre il 50%, rispetto a chi ha un diploma. Questo certamente aiuta a spiegare l'anomalia quasi tutta israeliana per cui il tasso di fertilità sia più alto fra i giovani con un più alto livello di istruzione.
  La grande disponibilità di capitale umano altamente qualificato nell'hi-tech ha attratto ingente capitale da società multinazionali. Motorola ha il suo più grande centro di R&D in Israele, Microsoft ha costruito il suo primo centro di ricerca al di fuori degli Stati Uniti, e poi vi sono Intel, Google altre centinaia grandi società. Non stupisce quindi che negli ultimi 20 anni, Israele sia riuscito a invertire il trend crescente della fuga di cervelli, che aveva raggiunto il suo picco nella seconda metà degli anni Novanta. Essere giovani e istruiti in Israele conviene, e quindi i giovani restano!
  La straordinaria crescita di Israele è stata studiata da molti. Come è possibile che un paese con meno di 9 milioni di abitanti, completamente privo di risorse naturali, circondato da nemici e perennemente in guerra possa diventare il principale hub tecnologico, secondo solo alla Silicon Valley californiana?
  Sicuramente buona parte di questo successo è motivato dall'istinto di sopravvivenza di un popolo con un passato e un presente difficile e controverso. Sicuramente il ruolo centrale del settore militare nell'economia del paese e nella vita di ciascun cittadino (il servizio militare di circa 3 anni è obbligatorio per la stragrande maggioranza della popolazione) ha contribuito e contribuisce a creare domanda di innovazione e formare capitale umano specializzato in prodotti ad alto contenuto tecnologico. Israele o innova o sparisce.
  Tuttavia, spiegare il successo tecnologico e imprenditoriale israeliano con l'importanza del settore militare è miope, e finirebbe per giustificare il nostro ritardo, come Italia. Israele non è l'unico paese con leva obbligatoria e ingenti risorse a disposizione in campo militare. Lo sanno bene a Singapore, dove nonostante la leva obbligatoria non sono ancora riusciti a realizzare l'obiettivo di diventare una startup nation. C'è infatti un'eccezionalità nella cultura israeliana e nella sua esperienza militare a cui dobbiamo guardare noi come Italia: una struttura organizzativa piatta e informale. Agli ordini si ubbidisce, ma di fronte a un problema da risolvere, l'opinione di tutti conta. Già dai primi mesi dell'esperienza militare, le giovani leve sono chiamate, appena ventenni, a proporre soluzioni rapide e creative a problemi reali e immediati. La competizione sulle idee è benvenuta e incoraggiata, e non importa da chi provengono. Offrire ai più giovani opportunità reali di esercizio di responsabilità e creatività è visto come un ingrediente necessario non solo per il futuro del paese, ma anche per il suo presente. Quando c'è da trovare una soluzione, tre teste funzionanti sono meglio di due.
  Ascolta bene quindi, Italia. Fortunatamente, non abbiamo nemici che minacciano il nostro diritto di esistere. Il nostro futuro non dipende dalla nostra forza militare. Il primo nemico dell'Italia è, piuttosto, l'Italia stessa. La nostra minaccia più grande è quella dell'irrilevanza politica ed economica, del declino, dell'impoverimento della nostra generazione e di quella dei nostri figli. E la soluzione, come ci insegna Israele, viene anche dal guardare ai giovani e al futuro come a un'opportunità. Anche l'Italia allora, o innova e punta sul futuro e sulle sue giovani leve, o sparisce.

(Linkiesta, 18 luglio 2019)


"Con Corbyn è cresciuto l'antisemitismo fra i laburisti"

La denuncia di sessanta Lord sul Guardian. "E' il periodo più vergognoso per il partito".

Tre giornali della comunità ebraica hanno parlato di minaccia esistenziale Problemi per Johnson accusato di frasi e comportamenti islamofobi

di Alessandra Rizzo

Jeremy Corbyn assieme al suo braccio destro John McDonnell e Jennie Formby
LONDRA - «Il partito laburista accoglie tutti senza distinzione di razza, fede, età, identità o orientamento sessuale. Tranne, a quanto pare, gli ebrei». È il durissimo attacco lanciato da un gruppo di Lord laburisti contro il leader Jeremy Corbyn, pubblicato in un annuncio a tutta pagina sul quotidiano «The Guardian».
   L'accusa getta benzina sul fuoco di una crisi da cui il Labour non riesce a uscire, e che nelle ultime settimane ha messo in secondo piano qualunque altro argomento all'interno del partito, perfino la Brexit. Mentre i conservatori che si apprestano a incoronare Boris Johnson come nuovo leader dovranno stare attenti a evitare che un caso speculare non scoppi in casa loro: Johnson nel passato è stato tacciato di islamofobia, accuse rinnovate nei giorni scorsi.
   Ma intanto è Corbyn ad essere sprofondato in una crisi di leadership per lui senza precedenti. Più di sessanta Lord, circa un terzo del gruppo laburista della camera alta britannica, hanno firmato la lettera che lo accusa di aver «consentito all'antisemitismo di crescere nel partito e aver presieduto alla fase più vergognosa della storia laburista». E ancora: «Non ti sei preso le tue responsabilità. Hai fallito la prova della leadership». Parole riprese da Theresa May, che durante il Question Time ai Comuni ha brandito la pagina del «Guardian» e invitato il rivale a scusarsi.
   Le accuse di antisemitismo rincorrono Corbyn dai tempi della sua ascesa a segretario nel 2015. Radicale di sinistra, anti-irnperialista e anti-americano, Corbyn nel passato ha definito Hezbollah e Hamas «amici», ma ha sempre difeso il diritto dello stato di Israele a esistere. Da quando è segretario, il numero di denunce per presunti casi di antisemitismo è cresciuto (come anche il numero di iscritti al partito), e Corbyn è stato accusato di essere troppo tollerante. Alcuni deputati hanno lasciato il partito e i tre più importanti giornali della comunità ebraica britannica hanno parlato di «minaccia esistenziale alla vita degli ebrei nel Paese» in caso di Corbyn al governo.
   Da ultimo, è stata un'inchiesta della Bbc a rintuzzare le polemiche: i fedelissimi di Corbyn, ha sostenuto il documentario, hanno cercato di interferire con i lavori di una commissione d'inchiesta, interna al partito ma indipendente, che gestisce le denunce, al fine di insabbiarle o quanto meno di sminuirle. Accuse smentite dal Labour con una reazione furibonda: ha accusato il programma di essere fuorviante e fazioso, e i testimoni che vi hanno partecipato di essere motivati dal desiderio di rimpiazzare Corbyn. Ieri il segretario ha ribadito la sua difesa ai Comuni: «Questo partito si oppone ad ogni forma di razzismo, qualunque sia - ha detto -. L'antisemitismo non ha spazio nella nostra società, nei nostri partiti e in nessuno dei nostri dibattiti». E ha cercato di passare la palla ai Tory, citando un sondaggio degli iscritti al partito in cui il 60% ha detto di vedere l'Islam come una «minaccia alla civiltà occidentale».
   Le situazioni dei due partiti rispetto a presunti casi di razzismo, stando a quanto è emerso finora, non sono paragonabili, ma i Tory non sono immuni alle accuse, né lo è il probabile futuro segretario e primo ministro. Johnson ha usato linguaggio offensivo nei confronti delle donne velate («sembrano cassette delle lettere»); ha scritto, secondo una rivelazione del «Guardian» di pochi giorni fa, che l'Islam ha lasciato i paesi musulmani «secoli indietro» rispetto all'occidente; e ha deluso molti quando, dopo aver promesso un'indagine interna sull'islamofobia, ha invece optato per un'indagine contro ogni forma di pregiudizio.

(La Stampa, 18 luglio 2019)


Il ritiro di Hezbollah dalla Siria è un bluff: individuata nuova grande base

L'annunciato ritiro di Hezbollah dalla Siria non è altro che un bluff. In realtà i terroristi libanesi si sono riposizionati nel tentativo di eludere la sorveglianza israeliana.

A pochi giorni dalla notizia del ritiro di Hezbollah dalla Siria l'intelligence israeliana ha scoperto che in realtà i terroristi libanesi starebbero consolidando la loro presenza nel paese dilaniato dalla guerra civile.

 Un semplice riposizionamento
Quello di Hezbollah, secondo l'intelligence israeliana, non sarebbe quindi un ritiro ma un semplice riposizionamento.
Hezbollah ha ritirato i suoi uomini dalla "prima linea" del fronte con Israele lasciando il posto alla Brigata di Liberazione del Golan per spostarsi in una nuova grande base appena costruita nei pressi del villaggio di Jdeidat Yabous, 45 km (30 miglia) a ovest di Damasco.
In realtà non si tratta proprio di una nuova base ma della ricostruzione da zero di una vecchia base di confine dell'esercito siriano.
Le immagini satellitari e quelle prese direttamente sul posto mostrano nuovi hangar, nuovi campi di addestramento, depositi di munizioni, un nuovo eliporto dove gli elicotteri atterrano diverse volte al giorno e soprattutto nuovi alloggi per le truppe.
Una fonte siriana ha riferito che alti funzionari di Hezbollah usano giornalmente gli elicotteri per spostarsi da Damasco alla nuova base e viceversa.
Tra di loro ci sarebbe anche Mohammad Jafar Qasir (Hajj Fadi), il coordinatore generale di Hezbollah in Siria, nonché responsabile del contrabbando di armi e denaro da Teheran al Libano, attraverso la Siria. Un target di altissimo livello.

 Le nuove rotte del contrabbando di armi
  La base di Jdeidat Yabous consente ad Hezbollah di aggirare le "solite" rotte di contrabbando di armi ormai scoperte da Israele e tenute costantemente sotto controllo.
L'intelligence israeliana ha infatti scoperto che Hezbollah ha aperto una strada sterrata che dalla base di Jdeidat Yabous arriva direttamente nel villaggio di Sultan Yaqoub al-Fawqa nella parte occidentale della valle della Bekaa.
I terroristi libanesi usano la strada che porta al villaggio di Aita al-Fakhar, a 1500 metri di altezza, passano quindi a nord della valle, dietro la collina di Wadi al-Luz per poi utilizzare una strada sterrata che attraversa il confine siriano.

 Hezbollah e Iran continuano a preparare l'attacco a Israele
  Al di la delle dichiarazioni ufficiali, Hezbollah e Iran continuano quindi a preparare l'attacco a Israele.
A dimostralo non c'è solo la scoperta della nuova base dei terroristi libanesi ma soprattutto la spasmodica ricerca di vie alternative per far giungere armi tecnologicamente avanzate attraverso la Siria.
Negli ultimi mesi Israele ha colpito diverse volte obiettivi iraniani in Siria, per lo più depositi di armi destinati proprio ad Hezbollah. Ora questo tentativo di cambiare le rotte del contrabbando di armi, tentativo che però non è sfuggito alla attenta intelligence israeliana.

(Rights Reporters, 18 luglio 2019)


"Ettore e Fernanda", una graphic novel per ricordare

di Nathan Greppi

 
Paolo Bacilieri, Ettore e Fernanda. Un'avventura Braidense, Coconino Press, pp. 72, € 19,00

Quella di Ettore Modigliani, direttore della Pinacoteca di Brera nella prima metà del '900, e della sua allieva Fernanda Wittgens è una storia molto toccante che però non tutti conoscono. Per tramandarne la memoria il fumettista Paolo Bacilieri ha recentemente pubblicato la graphic novel Ettore e Fernanda. Un'avventura Braidense.
  La storia inizia alla fine degli anni '20: la Wittgens è una giovane brillante che viene assunta sotto la guida di Modigliani, all'epoca direttore della Pinacoteca che nel 1930 diventa famoso per aver portato a una grande mostra a Londra oltre 900 opere d'arte da tutta Italia con un piroscafo, che rischiò di affondare nell'Atlantico a causa di una tempesta. Purtroppo, anche a causa delle sue origini ebraiche la sua carriera si interrompe prima con la sua opposizione agli ordini dei gerarchi fascisti e poi con l'avvento delle Leggi Razziali, tanto che durante la guerra sarà costretto a nascondersi sulle colline abruzzesi.
  Nel frattempo, la Wittgens diventa il nuovo direttore della Pinacoteca di cui riuscirà a salvare le opere dai bombardamenti, ma finì in prigione per aver aiutato delle famiglie ebree a espatriare con passaporti falsi. Per quest'ultimo gesto, solo nel 2014 le verrà dedicato un albero nel Giardino dei Giusti di Milano. Finita la guerra, i due riescono a ritrovarsi e a far rinascere la Pinacoteca distrutta dai bombardamenti.
  Nel corso dell'opera vi è una ricostruzione storica molto accurata, che attraverso il disegno ritrae con eleganza la Milano di quegli anni, prima e dopo che venne martoriata dalla guerra. Ma ad emergere è anche il lato umano della storia, quello di due persone le cui vite furono travolte da una delle più grandi tragedie della storia umana. Fa pensare, ad esempio, la tavola in cui Modigliani afferma di non essersi mai soffermato sulla sua "condizione" di ebreo, poiché come molti ebrei italiani si sentiva integrato nella società prima delle Leggi Razziali.

 L'autore: "Fra Ettore e Fernanda non fu solo una storia d'amore"
  L'idea dell'opera "nasce da un altro fumetto," spiega a Mosaico Bacilieri: "Un anno fa ho fatto un fumetto su Brera per la mia casa editrice, Coconino Press, come parte di un'iniziativa del Ministero dei Beni Culturali, dove 22 fumettisti fecero ciascuno un fumetto breve su un museo italiano. A Brera ho conosciuto il direttore, James Bradburne, che aveva una storia nel cassetto da raccontare attraverso qualcosa di più ampio di un fumetto breve. Quando mi ha raccontato la scena dell'Oceano Atlantico, ho deciso che quella era una storia che si poteva raccontare a fumetti. La tempesta è una sorta di rappresentazione simbolica di tutte le tempeste che i due protagonisti hanno affrontato nel corso delle loro vite."
  "Un'altra cosa bella che ha fatto Bradburne," aggiunge Bacilieri, "è stata fornirmi molta documentazione anche visiva, oltre a lasciarmi piena autonomia nel lavoro. Quando scrivo e disegno non c'è un prima e un dopo, le due operazioni proseguono di pari passo, e in questo modo ho potuto anche conoscere meglio Ettore e Fernanda e appassionarmi alla loro storia. Su di lei avevo più elementi, mentre lui era un personaggio più sconosciuto. Il loro è un rapporto del tipo "Hannibal Lecter/Clarice Starling", la loro non è una storia d'amore quanto di un rapporto tra maestro e allieva."

(Bet Magazine Mosaico, 18 luglio 2019)


Nove imprenditori israeliani che stanno rivoluzionando la tecnologia dei viaggi

di Erminia Donadio

Sono nove gli imprenditori israeliani che stanno interpretando un ruolo da protagonisti in questa rivoluzione dell'industria dei viaggi globale:

- Nir Erez, Co-Founder e CEO di Moovit, è un imprenditore seriale con oltre 20 anni di esperienza alla guida di startup tecnologiche. Insieme a Roy Bick ha fondato Moovit, la prima applicazione in crowdsourcing per muoversi con i trasporti pubblici che ha rivoluzionato la mobilità urbana. Oggi l'app di Moovit è usata da 150 milioni di viaggiatori in 2200 città di 80 Paesi e in 44 differenti lingue. Il suo segreto? E' scaricata mediamente da un milione di nuovi utilizzatori al giorno.
- Guy Michlin, Co founder ed ex CEO di EatWith ha dimostrato come la tecnologia non cambia solo il modo in cui viaggiamo ma anche quello in cui mangiamo. EatWith, la società da lui fondata, acquisita nel 2017 dalla francese VizEat, è stato uno dei primi siti a mettere in connessione i viaggiatori con chef e gestori di home restaurant permettendo loro di prenotare esperienze culinarie uniche. Michlin ha avuto l'idea di EatWith dopo un viaggio in Grecia nel 2012 dove, dopo aver cenato in vari ristoranti "spenna-turisti" riuscì a trovare un'esperienza gastronomica memorabile e si convinse che solo la cucina casalinga potesse ricreare quella sensazione. Considerata l'Airbnb del cibo, oggi Eatwith opera in 200 città di 50 Paesi e oltre a consentire ai viaggiatori di prenotare esperienze memorabili permette anche agli host di costruire un proprio business nell'hospitality.
- Amiad Soto, Co-founder e CEO di Guesty, ha fondato nel 2013 insieme al suo fratello gemello una piattaforma per la gestione delle proprietà immobiliari dedicate agli affitti brevi. L'idea di Guesty è arrivata dopo la scoperta di quanto tempo sia necessario per gestire l'annuncio di un appartamento su Airbnb e rispondere alle richieste degli ospiti, fare le pulizie e così via. In 6 anni Guesty è stata prima accelerata da Y Combinator e oggi è il software di gestione per property manager con più finanziamenti, avendo raccolto oltre 60 milioni di dollari nel corso di 3 round. L'azienda può vantare funzioni che semplificano tutti gli aspetti di gestione degli affitti brevi attraverso siti come Airbnb e Booking, una casella messaggi unificata in cui comunicare con gli ospiti di tutte le piattaforme e calendari multipli che sincronizzano le richieste che arrivano da più canali. E' inoltre tra le 8 startup scelte da Google per il suo Growth Lab Program 2019.
- Daniel Ramot, Co-Founder e CEO di Via, ha conseguito un Phd in neuroscienze a Stanford, costruito un supercomputer per scoprire nuovi farmaci e sviluppato i sistemi avionici dell'Air Force Israeliana. E tutto questo prima di fondare Via nel 2012, un'app di ride sharing che finora ha raccolto 450 milioni di dollari. Via fornisce pulmini su richiesta a un ampio pubblico di viaggiatori offrendo la possibilità di far salire più passeggeri che vanno nelle medesima direzione su un veicolo condiviso che sostituisce per tutti il bisogno di avere auto private.
- Dave Waiser, fondatore e CEO di Gett, ha creato la sua startup nel 2010 e da allora ha raccolto 813 milioni di dollari in fondi, di cui 380 milioni dal gruppo VolksWagen. L'azienda offre corse attraverso operatori taxi ufficiali, generando oltre un miliardo di dollari all'anno in servizi per la mobilità. La metà di questi sono generati solo a New York e Londra. L'ultimo sviluppo di Gett è la funzione "Gett Togheter" che permette di condividere opportunità di viaggio per le aziende in auto spaziose e senza il problema di dove assumere autisti o cercare parcheggio.
- Adi Zellner, Co-Founder e CTO di Roomer, una piattaforma online in cui puoi comprare e rivendere le prenotazioni di hotel effettuate che ha ricevuto 17 milioni di dollari di finanziamenti. Roomer connette persone che non possono più utilizzare una camera d'hotel prenotata con viaggiatori che sono alla ricerca di ospitalità a prezzi scontati. Prima di fondare Roomer nel 2013 Adi Zellner guidava un team di ricerca e sviluppo in una delle più avanzate realtà tecnologiche israeliane ed è stata consulente per aziende del settore difesa e sicurezza.
- Noam Toister, co-founder e CEO di Bookaway, era in viaggio di nozze nelle Filippine quando scoprì che non c'era possibilità per lui di prenotare online un biglietto per il bus per visitare un importante destinazione turistica. Nasce così Bookaway: piattaforma online che permette agli utenti di prenotare qualunque tipo di trasporto a terra in maniera semplice e senza stress. Bookaway permette a piccoli e medi fornitori di trasporti di diventare digitali e raggiungere un più ampio numero di clienti in giro per il mondo. Bookaway opera in oltre 20 paesi e riunisce oltre 2000 percorsi differenti. Anche Bookaway è tra le 8 startup selezionate da Google nel programma Startup Hrowth Lab.
- Uri Levine, co-founder di Waze, ha trovato la sua motivazione mentre era in coda in autostrada: stava guidando nel nord di Israele quando ebbe l'idea di condividere con altri driver informazioni in tempo reale sul traffico. Nasce così nel 2008 Waze, oggi considerata tra le più influenti e utili app che utilizzano i dati GPS per fornire di volta in volta informazioni sul traffico a chi guida. Waze è stata acquisita da Google nel 2013 per circa 1,15 miliardi di dollari
- Aviel Siman-Tov, co-founder e CEO di FairFly, è stato per 7 anni comandante nelle Forze di Difesa Israeliane dopo 4 anni di studio in economia e legge. Ha fondato nel 2013 FairFly, un software che è diventato tra i principali sistemi di tracciamento delle rotte aeree grazie ad algoritmi proprietari che permettono ai clienti di risparmiare una media di 254 dollari per volo. La compagnia ha ottenuto 7 milioni di dollari in finanziamenti da importanti venture capitalist e finanziatori, tra cui il già menzionato Uri Levine di Waze.

(Hospitality-News, 18 luglio 2019)


Buon compleanno Sami

 
Sami Modiano
Sami Modiano compie oggi 89 anni. Un traguardo invidiabile per chiunque, tanto più per chi come lui è sopravvissuto alla Shoah, per chi come lui - è sono veramente pochi - è uscito vivo da Auschwitz.
   Nato nel 1930 nell'isola greca di Rodi, all'epoca provincia italiana, ha conosciuto sulla sue pelle prima le infami leggi razziali fasciste nel 1938, con l'espulsione dalla scuola: «Quel giorno - spiegò - ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo».
   Con l'invasione di Rodi da parte delle truppe tedesche, la situazione per gli ebrei peggiora, prima con la segregazione e poi con la deportazione. Vengono caricati nella stiva di un vecchio mercantile in condizioni disumane, in un viaggio senza acqua e cibo da Rodi fino al Pireo: da lì vennero poi caricati sui treni, il 3 agosto 1944, stipati nel buio soffocante dei vagoni piombati, diretti verso il campo nazista di Birkenau, in un viaggio durato 13 terribili giorni.
   Nel campo di sterminio Sami Modiano riesce a superare la selezione insieme al padre e a una sorella (che verranno successivamente uccisi) e gli viene tatuato sul braccio il numero di matricola "B7456". Nel campo di sterminio Sami conoscerà un giovane deportato italiano, Piero Terracina, di soli due anni più grande di lui, proveniente da Roma, con il quale stringerà una insolubile amicizia che dura negli anni. Oggi Sami e Piero infaticabilmente, nonostante gli acciacchi dell'età, proseguono il loro compito di testimoniare cosa è stata la Shoah, e vengono accolti con affetto e commozione dai tanti ragazzi, che in silenzio ascoltano le loro parole. Sempre accompagnate dalle lacrime. Tanti auguri, Sami.

(Shalom, 18 luglio 2019)


In Israele i ricercatori puntano all'utero artificiale. Stampato in laboratorio

di Elisabetta Gramolini

Un utero artificiale, costruito in laboratorio strato su strato e provvisto di vasi sanguigni. Non è fantascienza ma l'obiettivo dei ricercatori dell'ospedale 1- chilov e dell'Università di Tel Aviv. Lo studio è già avviato, così come hanno spiegato i professori Dan Grisaru e David Elad in un'intervista al quotidiano Yediot Ahronot. «Abbiamo deciso di provare a far crescere un arto da zero e abbiamo visto che il tessuto reagiva proprio come farebbe in natura», dice Grisaru al giornale. Ma invece di una gamba, gli scienziati hanno copiato la struttura esterna e le attività di un utero femminile, costituito da strati diversi di cellule in grado di reagire agli ormoni e alle pressioni esterne. Allo stesso tempo, i ricercatori hanno cominciato a studiare i vasi sanguigni per garantire al tessuto l'ossigeno e gli altri elementi di nutrizione per proteggere l'eventuale embrione nella fase di sviluppo. L'israeliano Grisaru ha annunciato che il prossimo anno tenteranno di «stampare in laboratorio il modello di un utero tridimensionale e di impiantarvi cellule simili a quelle di un feto per verificarne il possibile sviluppo».
   Una serie di dubbi etici emerge sulle possibilità di questi studi. L'utero artificiale significherebbe una speranza per le donne prive per ragioni congenite o a seguito di una malattia, osserva il professor Antonio Lanzone, ordinario di Ginecologia dell'Università Cattolica di Roma. «Sul piano teorico - continua - una applicazione potrebbe essere nei casi di grave disfunzione placentale prima delle 23 settimane di vita del feto per far continuare lo sviluppo». Chiaro è inoltre che il rapporto di filiazione, quella relazione strettissima in grembo, non ci sarebbe. «Oggi sappiamo cosa avviene in utero: il dialogo fra la madre e il feto nei nove mesi di gravidanza è importante per l'esistenza del nascituro», ricorda Cleonice Battista, ginecologa del Policlinico Università Campus BioMedico di Roma. Riguardo alla ricerca israeliana, «l'interrogativo che ci dovremmo porre - afferma la specialista - è se vale la pena fare tutto ciò. Ogni volta che ci allontaniamo dall'esperienza umana non sappiamo in che modo la biologia evolverà. Può sembrare affascinante ma va ricordato che quel figlio non avrà il contatto con i genitori durante i nove mesi».

(Avvenire, 18 luglio 2019)


Ricerca inquietante. Tanto più perché proviene da Israele.


La dieta Kasher

Il mangiare kasher sembra diventato di moda anche fuori dell’ambiente ebraico. Ma che significa kasher? Una risposta autorevole si può trovare in questo articolo del Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, tratto dal suo libro di ricette della cucina ebraico-romana “Buon appetito - Beteavon”.

di Riccardo Di Segni

Il termine kashèr in ebraico significa "adatto", "conforme alla regola" e viene prevalentemente utilizzato per indicare l'alimentazione conforme alle regole tradizionali. Nella pronuncia ashkenazita (e di qui in inglese) si usa il termine kòsher.
Le regole della tradizione sono fortemente radicate nella Bibbia, con interpretazioni e aggiunte della tradizione orale. Costituiscono nel loro complesso un aspetto molto caratteristico e significativo della pratica religiosa ebraica. Gli ebrei più osservanti rispettano rigorosamente l'intero sistema, gli altri secondo diversi livelli di rigore e scelte di osservanza più o meno blande di parti di divieti.

Il quadro delle norme principali può essere così riassunto schematicamente:

1. Il consumo della carne è considerato come un permesso temporaneo, non un diritto scontato.
    Queste considerazioni nascono dal confronto delle storie di Adamo e Noè nelle prime pagine della Genesi. L'umanità originariamente era vegetariana, e solo dopo il diluvio ebbe il permesso di consumare carne. Alla fine dei tempi tornerà al cibo vegetale. Tutto questo per porre un limite concettuale all'uso indiscriminato della carne che turba con violenza un equilibrio naturale.

2. Nel mondo animale solo alcune specie possono essere consumate.

    La Bibbia (Lev. 11 e Deut. 14) classifica gli animali secondo il loro habitat e per ogni gruppo definisce quali siano gli animali commestibili e quelli proibiti. Dei quadrupedi domestici sono ammesse solo le specie che siano sia ruminanti che con zoccolo fesso. In pratica risultano così permessi tra gli animali domestici i bovini, gli ovini, i caprini e alcuni animali selvatici (cervi, daini ecc). Sono invece proibiti il maiale, il cinghiale, il cammello, la lepre e il coniglio.
Tra i volatili la Bibbia fa una lista di specie proibite, che comprende soprattutto gli animali rapaci; poiché l'identificazione dei nomi è spesso problematica, ci si appoggia al criterio della tradizione per cui solo le specie che sono state nei secoli permesse si possono ammettere ora: più comunemente la lista comprende il pollame, i tacchini, le oche, le anatre.
Tra gli animali acquatici sono permesse solo quelle specie che, perlomeno in un momento limitato della vita, hanno squame e pinne. Questi criteri in pratica eliminano i crostacei e i mitili, e limitano il permesso alla maggioranza dei pesci con scheletro osseo (non quelli cartilaginei come gli squali). Balene e delfini sono proibiti. Controverso lo status dello storione.
Gli insetti sono proibiti. Unica eccezione alcune specie di locuste, ma solo nei luoghi dove c'è una tradizione e un'abitudine al consumo (in Europa restano proibite).
Il permesso e il divieto si estendono ai derivati: se un animale non è consentito non lo sono neppure i suoi prodotti: il latte di asina è per questo proibito. Il miele delle api non è considerato una parte dell'animale ma una specie di trasformazione e per questo è permesso.

3. Il sangue e alcune parti di grasso delle specie autorizzate (quadrupedi e i volatili commestibili) sono comunque proibite.

    Il sangue per la Bibbia rappresenta la vita e per questo non va consumato. In pratica la regola si riferisce al sangue dei quadrupedi e dei volatili, ma non a quello dei pesci. L'eliminazione del sangue è sistematica, non basta il dissanguamento al momento della macellazione, ma ogni pezzo di carne deve essere sottoposto a un processo di eliminazione del sangue (di solito mediante salatura e lavaggio). Il divieto del grasso è legato all'antico culto sacrificale, nel quale alcune parti di grasso degli animali sacrificati (omento, capsula adiposa renale ecc.) venivano sottratte all'alimentazione umana e bruciate sull'altare (Lev. 3 e 7). Questo divieto comporta che prima dell'immissione in commercio di carni commestibili un esperto provveda ad eliminare le parti proibite.

4. I quadrupedi e i volatili commestibili devono essere macellati con una tecnica speciale (shechità).
    Si tratta del taglio dei vasi maggiori del collo insieme a trachea ed esofago con un coltello affilatissimo. La procedura, diretta ad assicurare un dissanguamento rapido e indolore con immediata perdita della coscienza, viene eseguita da un tecnico molto esperto che deve controllare l'assenza di intaccature sulla lama, anche quelle meno percettibili, e deve eseguire il gesto di taglio con precisione e senza indugi.

5. Non è consentito il consumo di parti dell'animale prelevate quando questo è in vita.
    Sono le parti che richiedono un prelievo cruento. La mungitura è comunque permessa.

6. Non è consentito il consumo del nervo sciatico.
    Proibizione collegata alla storia della lotta di Giacobbe con l'angelo (Gen. 32), che lo colpì sul nervo sciatico causandogli una momentanea zoppia. In pratica questo comporta che i quarti posteriori dei quadrupedi siano sottoposti a una sistematica denervazione prima della vendita.

7. Non è consentito il consumo di animali morti per cause naturali, o vittime di incidenti o assalti di bestie feroci, o portatori di gravi malattie, anche se macellati regolarmente.
    Solo gli animali sottoposti alla shechità possono essere mangiati. La norma biblica si riferisce ad animali sbranati, ma la tradizione include anche quelli portatori di gravi malattie. Questo rende necessaria l'ispezione dell'animale dopo la macellazione, in particolare del polmone, ammettendo al consumo solo gli animali senza le alterazioni descritte dalle norme tradizionali.

8. Non è consentito cucinare insieme latticini e carni, anche se non li si mangia, né mangiare nello stesso pasto e non prima di un certo intervallo carni e latticini.
    In questo modo viene interpretato dalla tradizione il divieto biblico (Es. 23:19, 34:26, Deut. 14:21) di "non cucinare il capretto nel latte materno". Ciò implica praticamente l'adozione di un doppio sistema di pentole e stoviglie per la preparazione e il consumo separato di latticini e carne, oltre che la decisione sistematica di orientare i pasti sulla carne o sul latticino.

9. Il vino deve essere manipolato dalla spremitura dell'uva fino alla mescita da ebrei osservanti.
    Il vino era la droga più antica dell'umanità nell'area geografica originaria dell'ebraismo. Per questo il suo consumo è stato in parte sacralizzato, in parte limitato. La norma attuale discende da questa lunga tradizione, con rilevanti implicazioni sociali.

10. Nello stesso piatto non è consentito mangiare insieme carne e pesce.
     È una regola rabbinica relativamente tardiva giustificata in base a considerazioni sanitarie.
Nella pratica l'insieme di queste regole comporta che ci sia una linea di produzione di carne macellata secondo le norme, che viene poi venduta in negozi autorizzati; che per tutti gli altri prodotti, che siano domestici, artigianali o industriali ci siano le possibilità di un controllo che accerti che ingredienti proibiti non siano entrati nel processo produttivo; che per facilitare la produzione e la distribuzione ci siano autorità preposte al controllo, che emettano certificazioni, etichettino il prodotto e che vi siano poi negozi specializzati o spazi dedicati nei negozi per vendere i prodotti controllati; che nelle case ci siano due servizi separati di carne e latte. Non basta poi che l'ingrediente sia permesso, ma il suo trattamento (cottura e servizio) deve avvenire in recipienti permessi, nei quali non sia stato cucinato almeno recentemente un cibo proibito. La proibizione degli insetti comporta controlli domestici rigorosi delle insalate e ripetuti lavaggi. Le sostanze proibite continuano ad esserlo anche in piccole quantità, soprattutto quando se ne avverte il sapore o quando sono responsabili dello stato dell'alimento: una delle conseguenze di questo è il divieto di molti formaggi nella cui produzione viene impiegato caglio di origine animale, che determina la precipitazione delle proteine del latte.
Un problema complesso è quello della comprensione dei motivi di questo sistema. A questa domanda hanno risposto, dall'antichità fino ad oggi, numerosi interpreti, sia interni al mondo ebraico, sia esterni; le spiegazioni che sono state date sono differenti: sociali, economiche, sanitarie, morali, psicologiche, mistiche. Per un ebreo osservante la vera ed essenziale spiegazione è che queste norme sono prescritte nella Torà, che è il fondamento religioso dell'ebraismo e come tali debbano essere rispettate senza farsi domande sul perché, ma solo come obbedienza alla volontà del Creatore.

Considerando il contesto in cui appare questa nota, è bene precisare qualche dato sull'aspetto sanitario di queste regole. Da una parte è indubbio che esse possano tutelare da certi rischi, come alcune parassitosi o infezioni derivanti dalle carni animali o da crostacei. D'altra parte la protezione sanitaria non può essere considerata come la motivazione del precetto, anche perché la protezione è solo parziale, se non sostituibile o migliorabile. Una dieta Kashèr non salva dai rischi alla salute provocati da una alimentazione scorretta per quantità e qualità degli alimenti; d'altra parte oggi qualsiasi prescrizione dietetica razionale può essere conforme alle regole religiose ebraiche.
Un altro aspetto importante, da non confondere con le regole alimentari, benché a queste strettamente legato, è quello della cucina ebraica: la tradizione di ricette e di abitudini alimentari tipiche del popolo ebraico. Per la dispersione geografica e i continui movimenti migratori non esiste una cucina ebraica, ma tante differenti; in ognuna delle tradizioni si sente il peso delle regole religiose, che delimitano il campo delle scelte, e costringono all'uso della fantasia, nonché il rapporto con la cucina locale; gli ebrei italiani mangiano in qualche modo come gli Italiani, e ne conservano ricette molto antiche; quelli del Nord Africa come i loro vicini musulmani e così via. Ne deriva comunque una tradizione variegata, estremamente ricca di suggerimenti, che continua ad attrarre e incuriosire.

(Dal libro “Buon appetito - Beteavon” di Riccardo Di Segni)



Vestiti, telefoni e graffiti del Corano. Dentro il tunnel segreto di Hezbollah

La più lunga delle sei gallerie costruite dai miliziani libanesi per attaccare Israele da Nord nel prossimo conflitto armato Un chilometro nella roccia, fino a 70 metri di profondità. Attraversava la Blue Line dell'Onu, è stata neutralizzata dall'ldf.

L'escavatore utilizzava un motore italiano, a cui era attaccato un cilindro di 50 cm L'azione dell'Idf ha colto di sorpresa i militari di Nasrallah, che scavavano da anni

di Letizia Tortello

 
ZAR'IT - La nuova guerra del Libano era pronta a esplodere sottoterra, tra Zar'it e Shtula. Da un tunnel lungo un chilometro che sbucava sotto la collina d'Israele, scavato 50 centimetri alla volta con un «trapano» cilindrico che si tiene tra due mani, azionato da un motore italiano.
  I miliziani di Hezbollah ci avevano messo anni per costruirlo, la lentezza non era un problema: l'ultimo conflitto tra i due Paesi risale a luglio e agosto 2006. Sono scesi giù, nelle viscere della terra per 70 metri, bucando la roccia rossa per una profondità pari a quella di un palazzo di venti piani che affonda nel sottosuolo. Il varco era stato aperto da una casa privata nel villaggio libanese di Ramyeh, per non destare sospetti. L'obiettivo era preparare il canale più lungo, segreto e veloce, per infiltrare soldati di fanteria in Galilea e sorprendere lo Stato ebraico, attaccando una delle ventidue comunità di agricoltori al confine con il Libano del Sud, quando sarebbe stato il momento.
  La galleria di Zar'it era una delle sei già scavate dove corre la Blue Line, la linea di demarcazione invalicabile creata dalle Nazioni Unite nel 2000 per prevenire escalation tra i due Paesi. L'esercito israeliano l'ha scoperta il 13 gennaio scorso, nell'ambito dell'operazione «Scudo del Nord». Con Gaza e le alture del Golan, il confine Sud libanese sta diventando uno degli avamposti iraniani con cui lo Stato sciita vuole minacciare Israele. Ma il piano militare è stato duramente sventato dopo che la Difesa israeliana ha neutralizzato tutti i cunicoli, tra dicembre e inizio anno, scovandoli con la tecnologia sofisticata dei microsismi indotti, in grado di scandagliare il terreno in profondità.

 La tecnica di costruzione
  Quel che rimane, oggi, è il pezzo di galleria che ha invaso la parte israeliana: 77 metri che raccontano le conoscenze ingegneristiche impiegate dai combattenti di Hassan Nasrallah per preparare l'attacco. Da Ramyeh, il cunicolo tortuoso lungo un chilometro, largo un metro e alto due, quando va bene, dove non ti devi rannicchiare sotto fili penzolanti e tubi dell'acqua ancorati al soffitto che gocciola umidità, si infilava nel sottosuolo, tra curve brusche, grotte e gradini che scendono in picchiata. Noi accediamo dall'altro capo, quello che sarebbe sbucato in Israele, da dieci metri sotto terra. Fa freddo, le pareti sono rimaste grezze, appuntite, ondulate e piene di buchi, segno del passaggio della macchina escavatrice. Ci sono i binari, usati per movimentare i detriti. L'aria è fresca grazie a un sistema di ventilazione progettato per far sopravvivere soldati e operai. C'è la corrente elettrica, telefoni attaccati al muro. Un barile arrugginito che fungeva da impianto di raffreddamento del motore e pompava acqua dal villaggio libanese.

 Diversi da quelli di Gaza
  Restano segni di umanità, vestiti civili e graffiti del Corano. Tutto è com'era, prima della scoperta dell'esercito di Israele (Idf): il cunicolo ha violato la sovranità dello Stato ebraico e la risoluzione 1701-creata con il cessate il fuoco del 2006 -, come ha riconosciuto l'Unifil,forza di interposizione Onu guidata dall'Italia. La tecnica di scavo è diversa da quelle impiegate da Hamas a Gaza, perché laggiù il terreno è friabile, servono impalcature per aprire varchi nel terreno, che s'infiltra d'acqua. Qui no.
  Sono passati otto anni da quando Hezbollah ha creato le unità speciali Radwan, che avrebbero dovuto permettere alle milizie sciite di prendere posizioni chiave (con ostaggi nei villaggi israeliani) e iniziare a bersagliare gli obiettivi con cecchini e missili anti-carro. Non si sa quanto sia costato al «partito di Dio» realizzare i tunnel, quel che è certo è che dal 2014 i residenti del Nord di Israele avevano lanciato l'allarme, perché sentivano rumori sospetti provenire dal sottosuolo. «Abbiamo notato movimenti di giovani in età per il servizio di leva che perlustravano dalla nostra parte - dice l'ufficiale Idf che ci accompagna -. Ma non potevamo ricondurli ad Hezbollah senza prove».

 L'anniversario e le minacce
  L'esercito israeliano sospetta che «le operazioni di costruzione dei sei tunnel siano state mascherate con azioni di "Green without borders", un'Ong che si occupa di tutelare le foreste libanesi, «ma qui non si trattava di piantare alberi». Israele era a conoscenza dell'attività di scavo dal 2006, al termine della guerra «dei 33 giorni», ma solo ora le gallerie erano quasi pronte per offendere. La prima distrutta si trova fra la cittadina di Kafr Kila, sul lato libanese, e il centro abitato di Metula.
  L'azione dell'Idf ha colto di - sorpresa Hezbollah. Ma non ha impedito di proseguire con gli incontri trilaterali tra la Difesa israeliana, le forze armate libanesi (Laf) e Unifil, essenziali per la stabilità dell'area. Proprio in questi mesi, corre il tredicesimo anniversario della seconda guerra del Libano. La tensione tra i due Paesi resta alta, con Nasrallah che minaccia «un conflitto peggiore di quello passato e metterà sull'orlo dell'estinzione lo Stato ebraico». «Parole vane», per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ancor di più dopo la distruzione dei tunnel. A un attacco libanese seguirebbe «un devastante colpo militare» nei confronti dello Stato confinante, appoggiato e finanziato dall'Iran. .

(La Stampa, 17 luglio 2019)



Capo Hezbollah libanese: "L'Iran può bombardare Israele con forza e ferocia"

Hassan Nasrallah
"Con forza e ferocia" l'Iran può bombardare Israele. Venerdì sera il capo politico e spirituale degli Hezbollah sciiti libanesi Hassan Nasrallah ha affidato questa compiaciuta confidenza alla televisione "Al Manar", l'emittente del suo movimento. Ricorreva il tredicesimo anniversario della guerra con Israele divampata nel luglio del 2006, un conflitto che durò 34 giorni e che uccise 1200 persone in Libano, per lo più civili, e 160 israeliani, quasi tutti militari. Lo sfondo delle esternazioni sono le tensioni in ascesa fra gli Stati Uniti, il più potente alleato di Gerusalemme, e il Paese degli ayatollah.
   Il giorno dopo nello stretto di Ormuz si sono perse le tracce di una petroliera emiratina, la "Riah". Gli Emirati Arabi Uniti sono ferrei alleati dell'Arabia Saudita e dell'Egitto, due Paesi in lotta con Teheran da decenni. La notizia è trapelata solo oggi. Nelle stesse ore l'agenzia cinese Xinhua ha appreso da "fonti della sicurezza palestinese" che nella parte centrale della Striscia di Gaza è stato abbattuto un piccolo aereo israeliano che la stava sorvolando.
   Le dichiarazioni incendiarie di Nasrallah sono state appena addolcite da una dichiarazione di intenti. "La nostra responsabilità nella regione - ha detto - è quella di lavorare per prevenire una guerra degli Usa contro l'Iran. Quando gli americani capiranno che un conflitto potrà cancellare Israele dalla carta geografica, cambieranno opinione". Dal 2012 i combattenti degli Hezbollah, in particolare gli uomini delle forze speciali "Radwan" e delle "Brigate Al Abbas", sono stati schierati in Siria a sostegno del regime di Bashar Assad, e degli alleati iraniani, la tradizionale triplice intesa sciita alla quale si sono unite anche truppe irachene e russe. Mosca non aveva nessuna intenzione di perdere Latakia, la sua unica base navale nel Mediterraneo, e ha costruito nel 2015 un aeroporto militare a Khmeimim, alle spalle della città rivierasca siriana.
   Dalla fine di aprile i raid aerei dell'aviazione di Assad e di Mosca hanno preso di mira soprattutto Idlib, la città del nordovest siriano in mano a milizie di qaedisti e di ribelli riuniti nell'alleanza "Hayat Tahrir al Sham. Secondo il sito "Osservatorio siriano per i diritti umani" oltre seicento persone si sono aggiunte alle 370 mila cadute in otto anni di conflitto. Anche diversi combattenti Hezbollah hanno perso la vita. Per questa ragione Nasrallah ha annunciato che in Siria è stato "ridotto l'impegno sulla base delle necessità della situazione attuale", anche se "continuiamo a mantenere una presenza dove eravamo".
   Il segretario degli Hezbollah ha tenuto a precisare nell'Intervista ad "Al Manar" che negli ultimi tredici anni i suoi combattenti hanno messo a segno grandi progressi "nel numero, nella qualità e nella precisione" dei loro missili. Davanti alla telecamera ha srotolato una carta di Israele e ha sostenuto che ora i vettori possono arrivare fino a Eilat, la città dell'estremo sud che si affaccia sul Mar Rosso. "Possiamo infliggere danni enormi", si è compiaciuto, precisando che "stante la logica attuale delle cose" potrebbe un giorno recarsi lui stesso a Gerusalemme per pregare sulla Spianata delle Moschee.
   Nel colloquio fiume Nasrallah si è rifiutato di precisare se gli Hezbollah hanno ottenuto dai russi batterie di missili antiaerei S 300 come quelle che sono già state consegnate alle forze di Assad (apparati che però non sono ancora operativi). "Su questo punto mantengo una "ambiguità costruttiva", ha tagliato corto. Mosca è considerata "amica" degli uomini del suo movimenti che però, assicura , "si coordinano solo con le forze di Assad"
   Martedì 16 luglio è atterrato nella base di Murted Hava, 35 chilometri a nord ovest di Ankara, l'undicesimo aereo russo carico di componenti dei missili terra aria S 400. "Ci auguriamo che sia tutto pronto per il mese di aprile del 2020", è la previsione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Secondo il Pentagono il possesso degli S 400 è incompatibile con la consegna ai turchi dei sofisticati caccia F 35 americani, il cui complesso software rischia di finire nelle mani dell'intelligence di Putin. Per questa ragione sono stati sospesi gli addestramenti dei piloti di Ankara. Washington ha minacciato sanzioni.
   L'ultima mossa in direzione di un allontanamento della Turchia dallo scacchiere occidentale sono le trivellazioni alla ricerca di gas naturale e di petrolio al largo di Cipro. Ankara ha inviato due navi. Dall'inizio di maggio la "Fatih" è attiva a 75 miglia dalla costa occidentale dell'isola. Di recente si è aggiunta la "Yavuz". Il Consiglio degli Affari esteri dell'Unione Europea ha sospeso i negoziati con la Turchia per un accordo globale sui trasporti aerei e ha cancellato tutte le sessioni del Consiglio di associazione. "Sono misure da non prendere sul serio", ha minimizzato il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu, "debbono sedersi al tavolo con noi per questioni legate ai rifugiati e non solo (ndr. nell'ambito della Nato Ankara è il maggior acquirente di armi tedesche).Non hanno altra scelta e proprio per questo non è possibile sanzionarci".

(Quotidiano.net, 17 luglio 2019)


Fattoria di (contro)tendenza: l'azienda agricola di Giuseppe Zoff

La filosofia scelta dall'imprenditore agricolo si ispira molto alle tecniche gestionali messe in atto dagli allevatori israeliani.

 
L'obiettivo benessere animale è più di un semplice requisito normativo. Esso è qualcosa che si sente profondamente dentro, un principio positivo, ed un dovere morale prima ancora che i vincoli legislativi lo impongano. Allo stesso modo dovrebbe essere trattata la tutela dell'ambiente che ci circonda: senza la natura, l'uomo non può vivere.
L'imprenditore agricolo Giuseppe Zoff sente tutto questo; ha sposato una personalissima causa di cura del benessere animale e di tutela dell'ambiente ed ha chiesto a Ruminantia di aiutarlo a diffondere un importante messaggio, da rivolgere a tutti gli allevatori che ancora non si sono convertiti ad una filosofia produttiva capace di far esprimere il meglio della mandria senza spremere e stressare all'infinito le bovine. In qualità di promotore del progetto "Stalla Etica", Ruminantia condivide questo tipo di gestione dell'allevamento. La filosofia scelta, ci racconta Giuseppe Zoff, si ispira molto alle tecniche gestionali messe in atto dagli allevatori israeliani:
    "Seguo con interesse la zootecnia israeliana perché gli israeliani sono stati molto più brillanti di altri in fatto di gestione dell'allevamento bovino, partendo tanti anni fa con semplici soluzioni. La loro media produttiva al momento è di circa 146 quintali di latte. In Italia, sono tutti fenomeni a produrre 100 quintali: di cosa stiamo parlando? In vent'anni, in Israele sono state fatte essenzialmente alcune cose: l'introduzione del compost, senza l'uso di trucioli o cippato, considerando anche il "favorevole" fattore climatico che asciuga rapidamente le feci, e la concessione di tantissimo spazio in più e molta acqua a disposizione agli animali. Considero Israele il miglior riferimento ed ho pertanto copiato: copiare non è un delitto!".
(Ruminantia, 17 luglio 2019)


Processo al Labour

Più si indaga sull'antisemitismo nella sinistra inglese più ci si avvicina a Corbyn. Nomi e accuse Perché la sinistra inglese non risolve la questione antisemita? Le risposte (spaventose) dei testimoni

di Gregorio Sorgi

ROMA - Le accuse di antisemitismo nel Labour inglese hanno coinvolto alcune delle persone più vicine a Jeremy Corbyn, che lui ha contribuito a fare eleggere ai vertici del partito. L'inchiesta di Bbc Panorama mercoledì scorso non accusa mai direttamente il leader laburista, ma rivela le gravi responsabilità della nomenklatura corbyniana, che in alcuni casi avrebbe addirittura insabbiato le prove pur di non condannare i deputati accusati di antisemitismo. L'inchiesta della Bbc ha rigenerato la fronda più ostile al leader laburista guidata dal suo vice Tom Watson, che ha chiesto alla segretaria generale del partito - la corbyniana Jennie Formby- di rispondere alle pesanti accuse nei suoi confronti. C'è stata una frattura tra il governo ombra, composto da molti fedelissimi di Corbyn che hanno ritenuto le insinuazioni di Watson inaccettabili, e i deputati moderati che invece lo hanno sostenuto perché vivono la vicenda con un profondo disagio. Molti sono rimasti delusi dalla timida risposta del partito, che ha etichettato il documentario della Bbc come un complotto ordito da "alcuni ex dirigenti amareggiati", senza mai entrare nel merito delle accuse. Lunedì scorso il capo del gruppo parlamentare laburista, John Cryer, ha incontrato i deputati per discutere dell'antisemitismo e per annunciare che Corbyn ha programmato un vertice straordinario col governo ombra lunedì prossimo. Poche settimane fa il leader aveva annunciato una serie di incontri mensili in cui i deputati potevano prendere appuntamento con lui e con il suo staff per parlare di antisemitismo. Una misura puramente simbolica e insufficiente per affrontare un problema radicato nel partito, e a quanto pare inestirpabile.
   Il documentario della Bbc rivela un clima tossico nel Labour: i funzionari responsabili delle indagini sull'antisemitismo venivano minacciati dai vertici, che interferivano nel loro lavoro. Il giornalista John Ware ha intervistato sette ex dipendenti del Labour che hanno lasciato il loro incarico perché, hanno raccontato, la situazione era diventata ingestibile.
   "Mi è stato chiesto di fare delle cose che non mi facevano sentire a mio agio", ha confessato davanti alle telecamere Sam Matthews, ex capo delle investigazioni della sezione disciplinare dal 2017 al 2018: "A un certo punto ho addirittura considerato il suicidio". I due dirigenti ritenuti maggiormente responsabili per le interferenze sono entrambi molto vicini a Corbyn: si tratta di Jennie Formby e di Seumas Milne, il potentissimo portavoce del leader. La segretaria generale avrebbe cercato di influenzare la composizione del comitato disciplinare che doveva giudicare la condotta di Jackie Walker, attivista del Labour ed ex vicepresidente del gruppo corbynista Momentum, e a quanto pare ne erano tutti al corrente. Corbyn e i suoi collaboratori più stretti erano in copia nelle mail della Formby, che confessava di avere "cancellato i messaggi, senza lasciare alcuna traccia". Anche Seumas Milne, ex giornalista del Guardian e ideologo del corbynismo, avrebbe interferito con le attività del comitato disciplinare. L'enorme influenza di Milne nel partito è sempre stata oggetto di polemiche: è ritenuto il responsabile della linea oltranzista di Corbyn contro il secondo referendum sulla Brexit, e non solo. L'ex giornalista condivide le tesi del leader in politica estera, con un taglio ancora più estremista. Nel 2004 Milne pubblicò l'estratto di un discorso di Osama bin Laden nella pagina delle opinioni del Guardian di cui era responsabile, ed è anche un antiamericano convinto, tanto che la sua suoneria telefonica è una canzone rap contro il carcere di massima sicurezza di Guantanamo. L'immagine di oscuro manovratore gli è valso il soprannome di "Beria di Corbyn", come lo spietato direttore della polizia segreta sovietica ai tempi di Stalin. Ieri il Times ha ripescato le immagini di Seumas Milne e Andrew Murray, ex sindacalista e consigliere di Corbyn, che partecipano a un dibattito universitario nel 2012 con Kamal el-Helbawy, uno dei portavoce della Fratellanza musulmana ("gli ebrei israeliani non sono veri ebrei", ha detto nell'incontro). La figlia di Murray, Laura, ex collaboratrice di Corbyn accusata anche lei di aver interferito col processo disciplinare, è stata nominata lo scorso aprile a capo della commissione che deve filtrare le segnalazioni sull'antisemitismo prima di procedere alle indagini. Questi legami hanno dato voce a una corrente silenziosa nel Labour che vede le accuse di antisemitismo come uno degli effetti della svolta radicale effettuata da Corbyn nel 2015. "Dopo la sua elezione c'è stato un aumento di membri con una certa prospettiva", ha detto Mike Creighton, direttore del servizio disciplinare del Labour dal 2009 al 2017: "Hanno portato nel partito una certa visione del mondo che purtroppo ha aperto uno spazio per l'antisemitismo".

(Il Foglio, 17 luglio 2019)


Ritrovato maxi insediamento preistorico nei pressi di Gerusalemme

 
Un enorme insediamento preistorico, in cui si stima vivessero tra le 2000 e le 3000 persone, è stato scoperto a Motza, cinque chilometri a ovest di Gerusalemme. Secondo l'Autorità per le Antichità israeliana, è la prima volta che un insediamento di tale portata appartenente al periodo neolitico viene scoperto in Israele. Il team di archeologi che ha lavorato alla scoperta ha individuato grandi edifici, strutture pubbliche e luoghi di rito. Il ritrovamento offre la possibilità di ampliare ora gli studi e le informazioni sulle modalità in cui le civiltà si sono sviluppate verso la fine dell'età della pietra.

 Un insediamento davvero esteso
  Come riportano diverse testate internazionali, tra cui Bbc News e Euronews, la metropoli avrebbe circa 9000 anni ed è stata scoperta durante alcuni scavi che hanno preceduto la costruzione di un'autostrada. L'estensione dell'insediamento, davvero importante, ne fa uno dei ritrovamenti da record per il Paese: la metropoli copriva una dozzina di acri vicino a quella che è oggi la città di Motza. "Questo è probabilmente il più grande scavo di questo periodo nel Medio Oriente e consentirà alla ricerca di avanzare a grandi passi verso nuovi studi", ha detto Lauren Davis, archeologa dell'Israel Antiquities Authority. Lo scavo ha permesso di far venire alla luce grandi edifici, vicoli e luoghi di sepoltura, a testimonianza di un livello relativamente avanzato di civiltà, hanno riferito le autorità locali. Gli archeologi hanno potuto ritrovare capannoni di stoccaggio che contenevano grandi quantità di legumi, in particolare lenticchie, i cui semi si sono conservati nel corso dei millenni. "Tutto ciò è la prova di una pratica intensiva dell'agricoltura", hanno detto gli archeologi. "Le ossa di animali rinvenute nel sito, inoltre, mostrano che gli abitanti degli insediamenti si sono specializzati sempre più nella pastorizia, mentre l'uso della caccia per la sopravvivenza a quell'epoca era già gradualmente diminuito".

 Grandi quantità di oggetti ritrovati
  All'interno della grande quantità di oggetti presenti nell'insediamento, sono stati ritrovati anche strumenti di selce, tra cui migliaia di punte di freccia, asce per abbattere alberi, falci e coltelli. Sono emersi anche oggetti di pietra, alcuni dei quali nelle tombe, che hanno suggerito agli esperti si trattassero di offerte ai defunti. Inoltre ecco alcuni braccialetti di pietra di stili diversi, le cui piccole dimensioni suggeriscono che fossero indossati da bambini. La scoperta, hanno detto ancora gli esperti dell'Israel Antiquities Authority, smentisce chi, in precedenza, ha creduto che l'area della Giudea fosse disabitata durante l'epoca a cui risale l'insediamento.

(SkyTg24, 16 luglio 2019)


Federica Mogherini, l'Iran e l'arte di non dire

di Giacomo Kahn

Ieri si è tenuto un incontro a Bruxelles dei ministri degli Esteri dell'Unione che aveva in agenda il dossier iraniano e doveva predisporre una risposta unitaria alle violazioni di Teheran all'accordo di limitazione dell'arricchimento dell'uranio, per un uso quindi solo civile e non militare. Almeno una volta nella vita politica di Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera europea (titolo quanto mai pretenzioso), davanti alle palesi violazioni del regime iraniano, ci si sarebbe aspettati una dichiarazione di condanna, una presa di posizione netta, una denuncia. Ed invece dall'inesauribile arte di smussare e sminuire, per non offendere mai la sensibilità dell'interlocutore arabo o palestinese, la Mogherini piuttosto di dire la verità per come essa è evidente a tutti - ovvero che l'Iran ha violato gli accordi e sta minacciosamente arricchendo l'uranio per costruire testate nucleari - ha dichiarato che nonostante da parte dell'Iran vi sia un "significativo non adempimento" dei suoi obblighi, tuttavia "notiamo che tutti i passi che sono stati finora compiuti...sono al momento reversibili". Quindi l'invito della Mogherini all'Iran perché torni "ad un pieno rispetto dell'accordo".
Come si fa ancora a credere che l'Unione Europea possa mai giocare un pur minimo ruolo in Medio Oriente? Possa mai proporsi come interlocutore neutrale? Quando il suo massimo rappresentante politico usa parole così equivoche, tra il detto e il non detto?

(Shalom, 17 luglio 2019)


Netanyahu: l'Ue rischia di ignorare la minaccia dell'Iran fino al lancio di missili

ROMA - L'Unione Europea potrebbe non svegliarsi di fronte alla minaccia dell'Iran "finché i missili nucleari iraniani non cadranno sul territorio" del Vecchio continente. Lo ha affermato il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu.
Il premier dello stato ebraico ha paragonato l'approccio dell'Europa alle recenti violazioni dell'accordo del 2015 che limita il suo programma nucleare all'appeasement verso la Germania nazista.
Ha parlato dopo che i ministri degli Esteri dell'Unione Europea hanno spiegato che le violazioni non erano significative. L'Iran ha spiegato che si tratta di una risposta alla reintroduzione delle sanzioni degli Stati Uniti, ma ha ribadito che non sta cercando di costruire armi nucleari.

(askanews, 16 luglio 2019)


Nel ventre di Gerusalemme

La strada dei pellegrini ebrei torna alla luce dopo 2000 anni

Il percorso in pietra inizia dai resti della piscina rituale di Shiloah Nel canale di drenaggio dell'acqua trovate monete antiche "Libera Sion"

di Maurizio Molinari

 
La strada dei pellegrini
 
GERUSALEMME - L' antica strada dei pellegrini per salire verso il Tempio di Gerusalemme riappare dalle viscere della città e consente di immergersi in ciò che vi avveniva oltre 2000 anni fa. Il sottosuolo di Gerusalemme conserva intatte le tracce della genesi del monoteismo e quelle dei pellegrini iniziano ad affiorare, quasi per caso, in una giornata del 2004 quando salta una tubatura nel quartiere di Silwan, a sud-est della Città Vecchia.
   Il Comune fa intervenire un team di operai per riparare il guasto e, come avviene sempre in simili occasioni, vengono accompagnati da alcuni archeologi. Gli uni e gli altri scavano assieme, imbattendosi in una scalinata lunga una dozzina di metri proprio sopra l'antica piscina di Shiloah dove i pellegrini ebrei si immergevano per i bagni rituali prima di ascendere al Tempio di Gerusalemme, distrutto dai romani di Tito nell'anno 70. Gli archeologi riconoscono gli scalini perché sono simili a quelli delle Porte di Hulda, l'accesso al Monte del Tempio lungo la parete Sud bloccata da quando nell'anno 705 viene costruita la moschea di AlAqsa.
   La scoperta della piscina di Shiloach fa ritrovare anche un canale sotterraneo di drenaggio dell'acqua che serviva l'antica Gerusalemme: percorrendolo in circa 45 minuti si arriva all'interno della Città Vecchia. Fu uno degli ultimi nascondigli per gli ebrei in fuga dai legionari di Tito durante la fase più cruenta della distruzione del Tempio.
   Ma la vera sorpresa arriva da ciò che viene scoperto sopra il canale idrico ovvero il pavimento della «Strada dei pellegrini». Si tratta di un percorso in pietra levigata, largo circa 7 metri e lungo 600, che parte dalla piscina di Shiloah ed arriva fino al Monte del Tempio. A percorrerlo duemila anni fa erano milioni di pellegrini ebrei in occasione di tre festività annuali - Pesach, Shavuot e Sukkot - che ancora oggi segnano il calendario ebraico. I pellegrini si immergevano a Shiloah come in altre piscine laterali, per il bagno di purificazione, risalivano la strada ed arrivavano al Tempio per le preghiere ed i sacrifici offerti a Dio.
   Lo storico Giuseppe Flavio scrive che durante i pellegrinaggi circa 2, 7 milioni di ebrei arrivavano a Gerusalemme, celebrando 256 mila sacrifici. Percorrendo il pavimento biancastro della strada dei pellegrini scoperta dagli archeologi di Ronny Reich ed Eli Shukron ci si immerge nel mondo di allora. Sulla sinistra una piccola scultura in tre gradini ha le esatte fattezze descritte dal Talmud per il luogo dove venivano lasciati gli oggetti perduti affinché venissero restituiti ai legittimi proprietari, i lati della strada - che misura al millimetro la larghezza indicata dalla Mishnà - sono segnati da piccoli blocchi di marmo che si interrompono dove sorgevano le botteghe che offrivano ai viandanti ogni sorta di oggetti, cibi, bevande.
   Procedendo negli scavi gli archeologi hanno trovato monete dell'epoca - con la scritta «Libera Sion» coniata per sfidare gli occupanti romani - resti di palme, ossa umane ed animali, spade di legionari ed «anche molta cenere» come affermano i volontari che scavano nel sottosuolo. Saranno gli esami scientifici a dire se si tratta dei resti dell'incendio che distrusse il Secondo Tempio nell'anno 70 ma il percorso sotterraneo evoca in ogni dettaglio «il cuore del popolo ebraico» come riassume Doron Spielman, vicepresidente della Fondazione Ir David (Città di David) che finanzia gli scavi. Un esempio viene dalla discussione nel Talmud fra Hillel e Shammai - due importanti figure rabbiniche del Primo Secolo - su quale età doveva avere un figlio per essere obbligato a seguire il padre nel pellegrinaggio: Shammai, il più severo, sosteneva che il figlio doveva essere incluso se era in grado di stare seduto sulle spalle del padre mentre Hillel ribatteva che la condizione era di riuscire a salire da solo per 750 metri, ovvero percorrere da solo la Strada dei pellegrini. Fino ad ora a molti studiosi tale discussione era sembrata incomprensibile ma ora, davanti ai gradini ritrovati, diventa improvvisamente logica.
   Il percorso finora scavato è di circa 250 metri e un tratto arriva fin sotto le mura della Città Vecchia dove gli archeologi israeliani raccolgono ed esaminano con estrema cura e le tecnologie più avanzate ogni frammento di oggetto, ispezionando il terreno palmo a palmo. Prima di loro qui hanno scavato i britannici Frederick Bliss e Archibald Dickey, inviati dalla Regina Vittoria fra il 1894 ed il 1897, e Kathleen Kenyon a metà degli anni Sessanta, concentrandosi però solo - e invano - nella ricerca di mitici tesori. Furono proprio i britannici ad individuare la pianta di una chiesa bizantina costruita sulla Strada dei pellegrini - che quasi certamente anche Gesù percorse - che ora viene strappata ai detriti secolari. Guardando il terreno, colpisce la stratificazione per ere storiche di una città che dopo i romani è stata occupata da bizantini, crociati, arabi e turchi.
   Questi scavi fanno parte del «Piano Shalern» approvato dal governo israeliano nel 2017 per riportare alla luce l'antica Gerusalemme: includono la Città di David, dove si trovava il palazzo reale, ed anche l'area adiacente della fonte di Ghihon, il luogo dei Gevusei da cui la città ebbe inizio 3000 anni fa. Yisrael Hasson, direttore dell'Autorità israeliana per le Antichità, spiega che «il progetto consentirà di far tornare alla luce la vita che la città aveva durante il Secondo Tempio». Ad illustrarlo con chiarezza è la mappa che archeologi e scavatori hanno portato nel sottosuolo: mostra il percorso della Strada dei Pellegrini da Shiloah fino all'Arco di Robinson, costruito da Erode, lasciando comprendere come a Sud-Est dell'attuale Città Vecchia vi fosse un grande polmone di vita ebraica dovuto ai tre pellegrinaggi annuali.
   È in questo angolo sotterraneo di Gerusalemme che l'ambasciatore Usa, David Friedman, è venuto ad aprire a colpi di martello un varco lungo la Strada dei Pellegrini per rendere omaggio alle «scoperta delle radici del passato» ma sollevando le ire dell'Autorità nazionale palestinese che con Saeb Erakat lo ha paragonato ad un «colono estremista israeliano» affermando: «Gli scavi mettono a rischio il quartiere arabo di Silwan al fine di giudaizzare la città che è invece destinata ad essere la nostra capitale». È una tesi che nasce da quanto Yasser Arafat, leader dell'Olp, disse di persona a Bill Clinton nel summit di Camp David del 2000 lasciandolo di stucco: «Il Tempio di Salomone non si è mai trovato a Gerusalemme perché era a Nablus». Per Gabriel Barkay, archeologo israeliano sopravvissuto alla distruzione del ghetto di Budapest durante la Seconda Guerra Mondiale, «la negazione del Tempio di Gerusalemme è peggiore del negazionismo sulla Shoah perché vuole rescindere il legame stesso fra terra e popolo d'Israele». Anche per questo l'ambasciatore Friedman ribatte così Erakat: «Rinunciare alla Strada dei pellegrini per Israele sarebbe come per l'America privarsi della Statua della Libertà». Le polemiche, specchio del perdurante contenzioso territoriale fra israeliani e palestinesi, coesistono con i progressi degli scavi. -

(La Stampa, 16 luglio 2019)


Organizzazione israeliana fa causa all'Europa

Una ONG israeliana ha avviato un procedimento legale contro l'Unione Europea, nel tentativo di fermare l'INSTEX, il meccanismo europeo creato per eludere le sanzioni statunitensi contro l'Iran e salvare l'accordo sul nucleare del 2015.
   La Shurat Hadin Israel Law Center, una ONG che rappresenta le vittime del terrorismo in Israele, ha fatto causa, a nome di due famiglie, all'UE per la creazione dello Strumento a Supporto degli Scambi Commerciali, in inglese INSTEX, tra Paesi europei e la Repubblica Islamica. Tale meccanismo è stato lanciato a gennaio ed è diventato operativo il 28 giugno, grazie agli sforzi di Germania, Francia e Gran Bretagna. I querelanti sono tutti di origine israeliana e americana e sostengono che i loro parenti sono stati vittime di attacchi terroristici finanziati dall'Iran. Le famiglie presenteranno una causa alla Corte d'Assise francese, chiedendo che tutto il denaro e le risorse iraniane che passano per il meccanismo europeo vengano utilizzate per pagare un risarcimento alle vittime del terrore.
   Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di recedere unilateralmente dall'accordo sul nucleare, l'8 maggio 2018, e ha conseguentemente reimposto le sanzioni contro l'Iran. Nel maggio 2019, Washington ha ulteriormente inasprito le relazioni con Teheran, vietando a tutti Paesi e a tutte le compagnie di importare petrolio iraniano, minacciando in caso contrario l'esclusione dal sistema finanziario mondiale. In risposta, l'Iran ha cominciato a violare le disposizioni dell'accordo nucleare e ha iniziato ad arricchire l'uranio oltre i limiti fissati nel 2015.
   Teheran ha criticato aspramente i Paesi rimasti nell'accordo, denunciando il fatto che la sua economia non abbia ricevuto nessun supporto contro le sanzioni. I pessimi rapporti con gli Stati Uniti hanno causato una serie di tensioni nella regione. L'episodio più grave si è verificato il 20 giugno, quando un drone americano era stato abbattuto nello Stretto di Hormuz perché accusato di sorvolare nello spazio aereo iraniano. Washington si era difeso sostenendo che il velivolo stesse attraversando un'area compresa nello spazio aereo internazionale. A quel punto, Trump aveva ordinato un attacco contro l'Iran ma, nel giro di poche ore, aveva deciso di annullare l'operazione perché, secondo le sue parole, avrebbe causato un numero troppo elevato di vittime e "non sarebbe stato proporzionato" all'abbattimento di un drone.
   Domenica 14 luglio, i leader di Regno Unito, Francia e Germania hanno chiesto la fine dell'escalation delle tensioni nella regione e il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha affermato che il suo Paese è pronto a negoziare con gli Stati Uniti se Washington eliminerà le sanzioni economiche contro la Repubblica Islamica. In tale contesto, gli sforzi israeliani vogliono minare una soluzione europea a tale situazione e sostengono la posizione del loro principale alleato, gli Stati Uniti, contro il loro nemico regionale, l'Iran.

(Sicurezza Internazionale, 16 luglio 2019)


La lingua che visse due volte

Un viaggio alla scoperta di una lingua antica e insieme moderna, "sacra" ma anche molto concreta: l'ebraico

di Ugo Volli

Fra le molte meraviglie della storia del popolo di Israele, la rinascita della lingua ebraica, poco meno di centocinquant'anni fa, non è delle minori.
   Non esiste oggi una lingua altrettanto antica che sia ancora in uso e soprattutto non esiste una lingua che sia uscita dall'uso quotidiano per due millenni e che poi sia tornata a essere parlata, utilizzata per le faccende di ogni giorno, la letteratura, la scienza, la politica, con il successo che tutti conosciamo. Il merito è di Eliezer Perelman, nato in Lituania nel 1858 e rinominatosi Ben Yehuda al momento della sua immigrazione a Gerusalemme nel 1881. Nato in una pia famiglia hassidica, Ben Yehuda divenne sionista da ragazzo e in nome del sionismo concepì l'impresa incredibile di trasformare di nuovo la lingua della liturgia e dei dotti di Israele in un idioma vivo. In mezzo a mille difficoltà economiche, politiche e anche giudiziarie e di salute, per i successivi quarant'anni della sua vita Eliezer lavorò senza sosta a ricostruire un lessico della lingua antica adeguato a tutte le nuove realtà ed esigenze del mondo moderno, costruì un'accademia, un movimento politico per la lingua ebraica ed educò i suoi figli solo usando l'ebraico, facendone i primi parlanti nativi dopo venti secoli.
   Questo miracolo della rinascita linguistica è stato spesso celebrato ed è oggetto di molte pubblicazioni scientifiche e divulgative. È anche il punto di partenza di un libro appena uscito, che si intitola La lingua che visse due volte della ebraista universitaria Anna Linda Callow. Ma non si tratta affatto di uno studio di linguistica. Ogni lingua è la porta d'accesso alla cultura che la usa e questo è particolarmente vero per la tradizione ebraica, che non solo ha espresso nel suo linguaggio l'opera che certamente è la più influente nella storia dell'umanità e cioè la Bibbia, ma ha teorizzato un ruolo particolare per quella che si usa chiamare "lingua santa" o piuttosto "di santità". Con essa, secondo il pensiero tradizionale, si sono svolte la Creazione e la Rivelazione; essa ha accompagnato la storia antica del popolo ebraico e poi, dopo che se ne perse l'uso quotidiano fra l'esilio babilonese e l'invasione romana, è rimasta la base dell'identità degli ebrei dispersi in tutto il mondo, il linguaggio (insieme all'aramaico) in cui furono formulate le riflessioni, i sogni, le leggi, le aspirazioni del popolo ebraico.
   Il libro di Anna Linda Callow è dunque un'esposizione non tanto della lingua ebraica con le sue caratteristiche morfologiche e sintattiche, quanto un'introduzione alla cultura ebraica, scritta con grande competenza e capacità di sintesi. Si parla con garbo e chiarezza veramente rara di Talmud e di Kabbalah, del testo della Torah e del hassidismo, di Rashì e di Maimonide, Spinoza e di Sabbatai Zvi, si spiegano le tecniche ermeneutiche e le interdizioni alimentari, le etimologie bibliche e i miracoli di Mosè e molte altre cose ancora. È raro trovare un'esposizione così limpida, colta e piena d'amore per la tradizione ebraica. È un libro che anche gli ebrei che conoscono abbastanza la loro tradizione dovrebbero leggere per riflettere, ma anche da regalare ai ragazzi e agli amici che chiedono notizie sulla cultura ebraica.

(Bet Magazine Mosaico, 12 luglio 2019)


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«L'esercito dei difensori della lingua»

Continuando sul tema della rinascita della lingua ebraica, riportiamo un brano tratto dal libro “Dio ha scelto Israele”.

"Quando si vede un edificio già finito, non si pensa alla fatica impiegata per costruirlo", ha detto qualcuno. Questo è particolarmente vero per quel particolare edificio che è l'attuale lingua ebraica.
  Nel suo soggiorno di Parigi Ben Yehuda scrisse un articolo che era un accorato appello per il ritorno degli ebrei in Israele. Non fu facile trovare un giornale disposto a pubblicarlo, ma alla fine la risposta positiva arrivò da una rivista mensile ebraica di Vienna: "Hashahar", che significa "L'alba". Nell'articolo, apparso nel 1879 con il titolo "Una questione degna di nota", si diceva:
     
    «Se è vero che tutti i singoli popoli hanno diritto di difendere la loro nazionalità e proteggersi dall'estinzione, allora anche noi, gli ebrei, dobbiamo avere lo stesso diritto. Perché il nostro destino dovrebbe essere più misero di quello di tutti gli altri? Perché dovremmo soffocare la speranza di un ritorno, la speranza di divenire una nazione nella nostra terra abbandonata, che ancora piange i suoi figli cacciati in terre remote duemila anni fa? Perché non dovremmo seguire l'esempio delle altre nazioni, grandi e piccole, e fare qualche cosa per proteggere il nostro popolo dallo sterminio? Perché non dovremmo sollevarci e guardare al futuro? Perché restiamo con le mani in mano e non facciamo nulla che possa gettare le basi su cui costruire la salvezza del nostro popolo? Se ci importa che il nome di Israele non si cancelli dalla faccia della terra, dobbiamo creare un centro per tutti gli israeliti: un cuore dal quale il sangue scorra lungo le arterie di tutto il corpo e lo richiami a nuova vita. Soltanto il ritorno a Eretz Israel può rispondere a questo scopo. [...]
    Oggi, come nei tempi antichi, questa è una terra benedetta dove mangeremo il nostro pane senza umiliazioni, una terra fertile cui la natura ha donato gloria e bellezza; una terra che ha solo bisogno di forti mani laboriose per farne il più felice dei paesi. Tutti i turisti che visitano quei luoghi lo dichiarano all'unanimità.
    E ora è venuto il tempo per noi - gli ebrei - di fare qualche cosa di costruttivo. Creiamo una società per l'acquisto di terra a Eretz Israel; per comperare tutto quello che occorre per l'agricoltura; per dividere la terra fra gli ebrei che sono già residenti e quelli che desiderano emigrare, e per provvedere fondi per coloro che non possono trovare una sistemazione indipendente.»
Per coerenza con quanto aveva scritto, Ben Yehuda capì che doveva personalmente trasferirsi a Gerusalemme. Comunicò la sua decisione ai suoi amici e alla sua fidanzata in Lituania.

 La moglie adatta per una famiglia eccezionale
  Qui bisogna dire che il Signore per i suoi piani in questo caso non scelse soltanto un uomo, ma anche una donna, anzi due donne. Perché Eliezer sposò prima Deborah, di quattro anni più grande di lui, e in seguito, dopo la sua prematura morte, la sorella Pola, di quattordici anni più giovane di lui. Da queste due donne, a dir poco straordinarie, Eliezer ebbe undici figli. Molti morirono in tenera età, ma una figlia, Dola, è vissuta fino all'età di 103 anni.
  Deborah era una ragazza affascinante, istruita, appartenente a una famiglia benestante e di elevata cultura. I suoi genitori avevano accolto in casa il giovane Eliezer quando aveva quattordici anni, e Deborah, che allora ne aveva diciotto, gli aveva insegnato in casa il russo, il francese e il tedesco. Rimase sentimentalmente legata a lui anche quando partì per Parigi, e poi accettò con convinzione di sposarlo e di seguirlo in un progetto di vita che a molti poteva apparire folle.
  Si sposarono durante il viaggio verso Gerusalemme, dove arrivarono nel 1881. Pochi mesi dopo il loro arrivo, proprio alla vigilia di Pesach, la pasqua ebraica, ricevettero la visita inaspettata di un gruppo di giovani ebrei provenienti dall'Europa orientale. Erano sbarcati a Giaffa e avevano percorso a piedi ottanta chilometri per arrivare a Gerusalemme e incontrare Ben Yehuda. Erano i Biluim, giovani idealisti ebrei, quasi tutti studenti universitari, che avevano letto l'appello di Ben Yehuda sulla rivista viennese Hashahar" e avevano deciso di lasciare tutto alle spalle e di stabilirsi in Palestina per collaborare alla rinascita dello Stato di Israele.
  Insieme a loro e ad altri intellettuali ebrei Ben Yehuda pose subito il problema della lingua. In una riunione indetta a questo proposito i partecipanti si organizzarono in un movimento definito "L'esercito dei difensori della lingua" e firmarono un patto che tra l'altro diceva:
    «I membri residenti nella terra d'Israele parleranno la lingua ebraica fra loro, in società, nei luoghi di riunione, nelle strade, nelle piazze e non se ne vergogneranno. Si impegnano a insegnare la lingua ai loro figli, maschi e femmine, e a tutti gli altri componenti delle loro famiglie.
    I membri vigileranno sul linguaggio nelle strade e nei luoghi di mercato, e quando sentiranno parlare russo, francese, yiddish, inglese, spagnolo, arabo, o qualunque altra lingua non mancheranno di fare un rimprovero, anche alla persona anziana, dicendo: 'Non vi vergognate?'»
Ben Yehuda ebbe modo di mostrare subito la sua fedeltà al patto nell'organizzazione della sua famiglia. Alla moglie che stava aspettando un bambino fece fare una solenne promessa che suonava più o meno così:
    «Il bambino non dovrà sentire parola, altro che in ebraico. La nostra casa dev'essere un santuario dove nessuno parla altra lingua che questa. Chiunque ne passi la soglia deve accettare questo patto, deve entrare con parole ebraiche sulle labbra. Finché la nostra crociata non avrà incontrato il favore popolare, dobbiamo isolare il bambino dalla contaminazione delle lingue e dei dialetti della diaspora. Questo è molto più importante di tutti i miei scritti e del mio insegnamento, perché con l'esempio potremo riuscire a trascinare il mondo israelita alla nostra idea.»
Deborah accettò e mantenne la promessa. Nel 1882 nacque il loro primo figlio, un maschio, e la prima parola che la madre disse alla sua creatura quando l'ebbe fra le braccia fu una parola ebraica: "Yaldi" (figlio mio).
  Come si può facilmente immaginare, l'impegno preso non mancò di produrre qualche complicazione. Per fare solo un esempio, la signora che avrebbe dovuto assistere Deborah prima e dopo il parto era la moglie del capo della colonia degli ebrei britannici a Gerusalemme, che però non conosceva l'ebraico. Eliezer le aveva categoricamente proibito di parlare quando il bambino era nella stanza con la madre. Ma poiché non tutto si può esprimere a gesti, alla fine fu sostituita dalla moglie del rabbino, che parlava l'ebraico e gentilmente offrì il suo aiuto. In seguito, chi voleva entrare in casa Ben Yehuda doveva sottoporsi a una specie di esame di lingua, e nel caso questo non fosse superato, poteva entrare solo a patto di non aprire bocca.
  Ma l'impegno fu mantenuto e fu coronato da successo. I figli di Ben Yehuda furono i primi, dopo tanti secoli, ad avere come lingua materna soltanto l'ebraico. Non mancarono le difficoltà e anche i dubbi, instillati nella mente dei genitori dai soliti amici benintenzionati. Il loro primo figlio, Ben Zion, cominciò a parlare molto tardi, e non dev'essere stato piacevole per Deborah sentirsi dire da qualcuno che con il loro sistema stavano allevando degli idioti. L'educazione impartita nella sua famiglia era per Ben Yehuda una sfida: se l'avesse persa, lo smacco subito sarebbe stato incalcolabile. Ma così non fu. A cinque anni Ben Zion parlava un perfetto ebraico, ed era l'unico bambino al mondo che in quel momento parlava soltanto quella lingua.
    «Un giorno i due coniugi camminavano per una delle stradine contorte di Gerusalemme parlando ebraico tra di loro. Un uomo li fermò. Tirando la manica di Eliezer domandò in yiddish:
    - ‘Scusate, signore, quella lingua che parlate, che cos'è?’
    - ‘Ebraico’ rispose Eliezer.
    - ‘Ebraico? Ma la gente non parla ebraico. E' una lingua morta.’
    - ‘Sbagliate, amico’, replicò Eliezer. ‘Io sono vivo. Mia moglie è viva. Parliamo ebraico. Quindi è una lingua viva!’»
(Da “Dio ha scelto Israele”)


Bova Marina celebrata dal "Jerusalem Post" per un matrimonio ebraico

Reggio Calabria: il Jerusalem Post, lettissimo quotidiano israeliano in lingua inglese, dedica un ampio servizio al matrimonio ebraico celebrato in Calabria, precisamente a Bova Marina, lo scorso 4 giugno.

di Danilo Loria

Il prestigioso Jerusalem Post, lettissimo quotidiano israeliano in lingua inglese, dedica un ampio servizio al matrimonio ebraico celebrato in Calabria, precisamente a Bova Marina, lo scorso 4 giugno. Il lungo articolo firmato dal giornalista Michael Freund, contiene tantissimi apprezzamenti sia per l'evento che per la città che l'ha ospitato: ricordiamo che a Bova Marina sono stati rinvenuti i resti di una sinagoga risalente al IV secolo, uno dei rari esempi di sinagoghe del periodo romano di cui sono state ritrovate tracce. Ecco qualche estratto dal pezzo del JPost: "Situato lungo la costa meridionale dell'Italia, nella regione della Calabria, vicino alla punta estrema dello Stivale, il villaggio di Bova Marina appare un luogo improbabile per testimoniare la storia ebraica. La piccola città, che ospita poco più di 4.000 persone, si trova tra spiagge tranquille con viste mozzafiato sul Mar Ionio e colline selvagge che si estendono tra ampi tratti di terreni agricoli. Caratteristico e rustico, c'è poco in superficie da suggerire anche il più remoto legame con il popolo di Israele. Tuttavia, proprio a Bova Marina, sul sito di un'antica sinagoga, si è svolto il mese scorso un evento ebraico storico e ispiratore. Il 4 giugno, il dottor Roque Pugliese e la dott.ssa Ivana Pezzoli, entrambi 'Bnei Anusim' (discendenti di ebrei iberici costretti a convertirsi durante il XIV e il XV secolo), si sono sposati sotto un huppah, il tradizionale baldacchino nuziale, eretto appositamente per l'occasione.
 
   La coppia aveva scelto specificamente Bova Marina come luogo delle loro nozze. La ragione della loro scelta era tanto nobile quanto romantica: chiudere un cerchio storico e riportare la vita ebraica al sito. Mentre la maggior parte degli ebrei non ha mai sentito parlare di Bova Marina, in realtà è sede di qualcosa di unico: la seconda più antica sinagoga mai trovata in Europa, risalente al IV secolo d.C. Più di 35 anni fa, i costruttori di strade che cercavano di migliorare le infrastrutture di trasporto nella zona, hanno scoperto quello che sembrava essere un sito archeologico, uno dei tanti che si trovano spesso in un Paese come l'Italia. Ma i lavoratori non avevano idea del significato di ciò che avevano scoperto. Dopo che i detriti sono stati ripuliti, è diventato evidente che questo era qualcosa di speciale: le rovine di un'antica sinagoga risalente a 1500 anni fa.
   Al matrimonio era difficile contenere l'emozione e l'eccitazione tra i 100 o più invitati, poiché tutti noi sapevamo che questa era la prima volta dall'era talmudica che una coppia ebrea si sposava nel sito. Sottolineando il significato dell'evento, i leader dell'ebraismo italiano sono venuti da Roma, Milano e altrove per partecipare. Includevano il rabbino capo di Genova Giuseppe Momigliano, il rabbino Elia Richetti di Milano e Napoli, il Capo Rabbino di Firenze Gad Piperno e la presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane, la signora Noemi Di Segni. Il matrimonio è stato presieduto dal rabbino Umberto Piperno, l'ex rabbino capo di Napoli. Decine di altri 'Bnei Anusim' provenienti da tutta l'Italia meridionale e dalla Sicilia sono venuti a Bova Marina per partecipare ai festeggiamenti. Il matrimonio e la sua posizione sono stati un ricordo tangibile di questa parte del glorioso passato ebraico d'Italia.
   E, come hanno suggerito gli sposi, può servire per annunciare un nuovo capitolo di rinascita e ringiovanimento per i 'Bnei Anusim' della Calabria".

(Stretto Web, 16 luglio 2019)


Auschwitz visto attraverso la fede

di Rav Michael Ascoli

La Shoah pone ineluttabilmente una questione teologica. Per quanto mi sia interrogato sul tema, ho finora preferito la risposta di chi ammette l'incapacità di dare una spiegazione. Qualsiasi interpretazione sia stata fornita riguardo "il perché della Shoah" mi è risultata problematica, parziale, insoddisfacente quando non addirittura interessata. E a nessuno piace che la Shoah venga strumentalizzata. Ammesso che mai ci si arrivi, ci sarà bisogno del passare di alcune generazioni fino a che si potrà arrivare a dire qualcosa del tipo "il secondo Bet haMiqdàsh è stato distrutto a causa dell'odio gratuito". Su questo sfondo, la domanda circa la fede dopo Auschwitz è insidiosa. Coloro che sono passati per i campi, hanno trovato ciascuno la propria reazione, non giudicabile e né criticabile: a chi, se non a un sopravvissuto ai campi, può riferirsi il detto del Talmud "una persona non viene giudicata per ciò che fa quando è preda del proprio dolore"? C'è chi la fede l'ha persa, chi l'ha trovata o rafforzata, chi la ha mantenuta. È allora giusto fare una mostra su Auschwitz dove al centro viene posta proprio la fede? Così avviene ora con "Through the Lens of Faith", appena inaugurata a Auschwitz. Ogni storia di un sopravvissuto è fonte di ispirazione, ogni testimonianza è preziosa. Ma non si rischia paradossalmente di svilire la fede se questa viene vista come un mezzo che ha meglio consentito di sopravvivere ad Auschwitz? Nella sua definizione più alta, il credo è scevro da qualsiasi aspettativa di ritorno personale, nonostante faccia parte del credere che esista una ricompensa per il retto comportamento. "E cosa il Signore richiede a te se non… procedere riservatamente con il tuo Dio?".

(moked, 16 luglio 2019)


Corea del Sud-Israele: colloqui bilaterali su relazioni tecnologiche e sicurezza regionale

Il Presidente israeliano Reuven Rivlin e il Presidente sudcoreano Moon Jae-in
-> Video
SEUL - I leader di Corea del Sud e Israele hanno tenuto un colloquio bilaterale oggi a Seul, con l'obiettivo di consolidare il partenariato nei campi della sicurezza regionale e delle tecnologie avanzate. Lo ha riferito la presidenza sudcoreana. Il presidente israeliano, Reuven Rivlin, è giunto a Seul nella giornata di ieri per una visita ufficiale di cinque giorni. L'agenda dell'incontro ha incluso il rafforzamento della cooperazione nei settori dell'alta tecnologia, inclusi lo sviluppo dei software e le startup, per meglio posizionare i due paesi in vista della quarta rivoluzione industriale. Sono stati anche discussi temi legati alla sicurezza nella Penisola coreana e nel Medio Oriente, con particolare riferimento alla Corea del Nord e all'Iran. In occasione del summit, Seul e Tel Aviv hanno firmato due accordi tesi a promuovere i legami nel campo dell'istruzione e dell'energia dall'idrogeno. Rivlin è il primo presidente israeliano a visitare la Corea del Sud da nove anni a questa parte.

(Agenzia Nova, 15 luglio 2019)


Hamas, unità segrete in Libano e Turchia per attaccare Israele

I leader fondamentalisti di Gaza hanno creato il "Dipartimento costruzioni". Lo scopo è sviluppare nuove armi e costituire cellule. Le rivelazioni di un pentito.

La rete clandestina sfrutta le coperture e gli spazi di libertà in Paesi amici A svelare il piano dei capi della Striscia la confessione in tv di un alto ufficiale

di Fabiana Magrì

«Dipartimento Costruzioni»: con questo nome Hamas ha creato un'unità che opera all'estero, soprattutto in Libano e Turchia, al fine di acquistare e sviluppare armi tecnologicamente avanzate per colpire Israele da più fronti in caso di nuovo conflitto. A svelare l'esistenza di questa unità segreta è stato un «pentito» di Hamas: la creazione risale al 2014, dipende dal comando militare di Hamas a Gaza, e i suoi scopi non vengono rivelati ai Paesi dove opera al fine di godere di maggiore libertà di azione.
In Libano, alle scuole di Hamas, centinaia di giovani palestinesi dai campi profughi si addestrano al combattimento e imparano tanto a maneggiare quanto a produrre armi di ogni tipo, da quelle leggere ai razzi. È un network avviato in sordina mentre le autorità libanesi voltavano lo sguardo altrove, proprio a casa loro, ma svincolato da Beirut così come da Hezbollah. Questa unità militare segreta dell'organizzazione fondamentalista sunnita ha raggiunto proporzioni significative.

 Il prossimo conflitto
  Hamas recluta le nuove leve col passaparola e le addestra in campi equipaggiati, a due passi dalle zone abitate. Dove, oltretutto, continua a installare impianti di produzione di missili e depositi di armi, talvolta con la collaborazione di civili libanesi affiliati al movimento militante islamista egiziano Al-Gama Al-Islamiya. Che Hezbollah sia più o meno favorevole, poco importa. Poco importa perfino che il nuovo fronte contro Israele possa andare contro gli interessi della stessa organizzazione sciita di Hassan Nasrallah. Negli anni recenti Hamas si è attrezzata efficacemente per manovrare da remoto il prossimo conflitto a Gaza e dal 2014 ha messo radici in vari Paesi, dove la libertà di manovra è più ampia, specialmente se si tratta di contrabbandare armi ed entrare in contatto con esperti del settore scientifico e tecnologico militare che forniscono consulenza sulle soluzioni più all'avanguardia in termini di missili, razzi, droni, imbarcazioni subacquee senza equipaggio e quant'altro. Oltre che in Libano, le brigate «Ezzedin al Qassarn» gestiscono unità in Siria, ma da quando Hamas ha assicurato il sostegno alle forze di opposizione al regime di Assad, all'inizio della guerra civile, è in Turchia che risiede il quartier generale all'estero del «Dipartimento Costruzioni». Se in alcuni Paesi - tra cui Europa, Stati Uniti e Israele - è stata dichiarata un'organizzazione terroristica, in altri, come la Turchia, Hamas gode di sostegno ufficiale, soprattutto dopo che Ankara si è stretta ancor più intorno alla causa palestinese in seguito al riconoscimento Usa di Gerusalemme capitale dello Stato ebraico e della sovranità israeliana sulle Alture del Golan.

 Nuovi gruppi jihadisti
  Da Istanbul, la catena di comando è sempre in cerca di nuovi strategici legami con altri gruppi jihadisti e nuove località, da cui diramare le attività. Senza tuttavia tirare troppo la corda, Hamas sfrutta in via ufficiosa l'amicizia turca per il radicamento dei suoi alti dirigenti e per perseguire attività terroristiche, accuratamente sotto il radar delle autorità del Paese ospite. Ma a rivelare quanto sta avvenendo è stato il «pentito» Suheib Yousef, figlio di uno dei leader incontrastati di Hamas, lo sceicco Hassan Yousef, perché ha descritto il modus operandi dell'unità islamica in Turchia e ne ha denunciato la corruzione, niente meno che al Canale 12 israeliano. Inviato di Hamas in Turchia, Suheib Yousef ha spiegato che l'autorità che governa de facto nella Striscia di Gaza compie operazioni di sicurezza e militari sul suolo turco sotto la copertura della società civile, che ha avanzati sistemi di ascolto e raffinate attrezzature e che vende informazioni all'Iran in cambio di assistenza finanziaria e soldi che arrivano da banche turche. Il fine dichiarato è porre le basi di un nuovo conflitto con Israele, creando capacità tali da poterla attaccare contemporaneamente da più fronti e non solo dalla Striscia di Gaza.

(La Stampa, 15 luglio 2019)


Nuove opportunità strategiche, la Puglia vola in Israele

Sino al 18 luglio Emiliano e i presidenti delle Agenzie regionali in visita a Tel Aviv.

 
il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e l'Ambasciatore d'Israele in Italia, Ofer Sachs
BARI - Dopo la visita a Grottaglie dell'ambasciatore di Israele in Italia Ofer Sachs, il 25 febbraio scorso, in cui fu espressa la volontà di creare connessioni con i più importanti players pugliesi di diversi settori produttivi, ora è la Puglia ad andare in Israele.
   La missione, che durerà sino al 18 luglio, sarà un buon punto di partenza per costruire opportunità strategiche a livello sia istituzionale che industrial/business.
   Della delegazione pugliese guidata dal presidente Michele Emiliano, fanno parte il suo capo di Gabinetto, Claudio Stefanazzi, l'amministratore delegato di Acquedotto pugliese Nicola De Sanctis, il vice presidente di Aeroporti di Puglia Antonio Vasile, il direttore generale di AGER (Agenzia territoriale della Regione Puglia per la gestione dei rifiuti) Gianfranco Grandaliano, il commissario straordinario di ARTI (Agenzia Regionale per la Tecnologia e l'Innovazione) Vito Albino, il presidente di DTA (Distretto tecnologico aerospaziale pugliese) Giuseppe Acierno, la dirigente della sezione Competitività e ricerca dei sistemi produttivi della Regione Puglia Gianna Elisa Berlingerio, il console onorario di Israele in Puglia Luigi De Santis.
   "C'è un grande lavoro dietro i dati positivi che vedono la Puglia crescere e affermarsi a livello internazionale in settori strategici come aerospazio, innovazione, agricoltura di precisione - spiega il presidente Michele Emiliano - Noi puntiamo sempre più in alto e intendiamo aprire nuove collaborazioni strategiche che facciano crescere le nostre imprese, creare occasioni per i giovani pugliesi, e contribuire attraverso ricerca e innovazione alla tutela della nostra terra e del nostro mare. Importanti sono anche gli scambi che intendiamo rafforzare dal punto di vista turistico e cultuale".
   Il programma prevede una visita alla Israel Innovation Authority a Gerusalemme, al fine di presentare il quadro degli incentivi a disposizione per l'insediamento di aziende estere e consentire ai rappresentanti israeliani di esporre come vengono costruiti i piani per l'innovazione e quali sono i canali di finanziamento per le imprese.
   La delegazione nelle giornate del 16 e 17 luglio si dividerà per visite simultanee a imprese nei settori water management, waste management, spacetech applied to precisionagricolture.
   Momenti di scambio culturale e visite istituzionali arricchiranno inoltre la missione, tra i quali l'incontro con Ami Katz, direttore del Museo Eretz Israel, con Fiammetta Martegani, curatrice della Mostra "Dalla terra ferma alla terra promessa, con Avi Blasberger, direttore generale della Israel Space Agency; con il Vice Sindaco di Tel Aviv Doron Sapir.

(Bari Viva, 15 luglio 2019)


Europa pavida, complice dell'Iran

Ha deciso di convivere con le minacce iraniane

Scrive lsrael Hayom (8/7)

Qualsiasi stolto può capire che l'Iran non intende cessare i suoi sforzi per acquisire un'arma nucleare", scrive Eldad Beck. "Ma l'Unione europea e i suoi principali rappresentanti, Germania, Francia e Gran Bretagna, si rifiutano di capire. Dopo che l'Iran ha annunciato d'aver apertamente violato l'accordo nucleare del 2015, gli europei si sono accontentati di ridicole condanne ed espressioni di "profonda preoccupazione". Erano "in attesa dei rapporti dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica", hanno spiegato tra un appello e l'altro all'Iran ad attenersi all'accordo: come se il regime di Teheran fosse paragonabile a un bambino capriccioso da redarguire agitando un dito. Di fronte a un Iran furbo e abile, gli europei si sono dimostrati deboli e privi di principi. E' terribilmente paradigmatica la nomina del ministro degli Esteri spagnolo Josep Borrell al ruolo di prossimo rappresentante della politica estera dell'Unione europea. Si tratta dello stesso Borrell che ha spudoratamente dichiarato: "L'Iran vuole spazzare via Israele? Non è una novità. E' una cosa con cui dobbiamo convivere". In altri termini, secondo Borrell, dal punto di vista dell'Unione europea la volontà di annientare Israele è un fatto accettabile.
   Questa, in poche parole, è la sintesi della diplomazia europea nei confronti dell'Iran: capitolazione allo scopo di promuovere rapporti economici. Tutti i discorsi europei sulla necessità di rispettare gli accordi internazionali sono parole vuote. Sin dall'inizio era chiaro agli europei, come alla Casa Bianca sotto il presidente Barack Obama, che l'accordo sul nucleare non mirava a porre fine in modo assoluto ai piani dell'Iran per dotarsi di armi nucleari, ma solo a ritardare la loro attuazione. Anche dopo che Teheran ha ufficialmente annunciato d'aver violato l'accordo, gli europei hanno continuato a balbettare, cercando scappatoie che consentissero loro di non agire: il presidente francese Emmanuel Macron potrebbe presto volare a Teheran per cercare di convincere gli iraniani a fermare le violazioni. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas è già stato in Iran un paio di settimane fa con lo stesso scopo, senza successo. In alternativa, gli europei hanno dichiarato di voler attivare i meccanismi di controllo congiunto che hanno con l'Iran nel tentativo di continuare a prendere tempo, attività in cui eccellono. Il fallimentare accordo sul nucleare iraniano è considerato il fiore all'occhiello dell'azione diplomatica europea, il più grande successo della sua diplomazia. Il modo in cui l'accordo si è dissolto dovrebbe insegnarci un paio di cose sulla rilevanza degli europei. Una lezione da tenere ben presente in particolare quando torneranno a fare pressione su Israele perché accetti tutte le concessioni che loro ritengono indispensabili: come a loro non danno realmente fastidio gli appelli del regime iraniano alla distruzione di Israele, allo stesso modo non si preoccupano quando sono i palestinesi ad auspicare l'annientamento dello Stato ebraico. Loro ci possono convivere benissimo. Noi no".

(Il Foglio, 15 luglio 2019)


Usa, due nuovi caccia F-35 a Israele

F-35I
WASHINGTON - L'aeronautica militare israeliana avrebbe ricevuto ieri due nuovi caccia multiruolo "stealth" di quinta generazione F-35I nuovi di zecca.
La notizia sta circolando sui siti web specializzati e sui profili social degli esperti del settore. I caccia serie 925 e 926 sarebbero infatti partiti dalla base aerea di Lajes, nelle Azzorre (Portogallo), e avrebbero oltrepassato lo stretto di Gibilterra insieme all'aereocisterna statunitense KC-10A (numero di serie 79-1947).
I caccia prodotti dalla Lockheed Martin sono in grado di trasportare testate termonucleari B61 di ultima generazione. Israele è in possesso di decine di testate nucleari.

(ParsToday, 15 luglio 2019)


Stato degli ebrei e comunità internazionale

di Noemi Nacamulli

All'interno del dibattito sempre attuale sul rapporto tra stato e laicità, il caso di Israele risulta peculiare: il tema di discussione è costantemente aperto.
   A sostegno della tesi di Israele in quanto Stato ebraico e quindi non laico vi sono molti elementi di carattere formale e non solo. In primo luogo la sua stessa fondazione nel 1948 costituisce una connotazione formale: il contesto storico post bellico ha reso necessario riconoscere a livello di politica internazionale, agli ebrei sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale, il diritto a una terra dove potersi stabilire, che fosse per loro garanzia di libertà politica e che in ogni caso fosse strumento per una maggiore sicurezza.
   A conferma del carattere ebraico dello Stato di Israele si possono inoltre prendere in considerazione diverse leggi tra cui due emblematiche: la cosiddetta legge del ritorno del 1950 e la recente legge fondamentale del 2018 che definisce Israele Stato nazione del popolo ebraico.
   La legge del ritorno, come noto, garantisce ad ogni ebreo la possibilità di stabilirsi in Israele e di ottenere di conseguenza la cittadinanza israeliana, Ogni ebreo ha cioè diritto di entrare in Israele e diventare cittadino israeliano in funzione della sua identità ebraica.
   In tal senso si è attribuito a Israele la fisionomia di Stato rifugio poiché viene data così una veste giuridica al sionismo, venendo questa legge a regolare il rapporto tra il popolo ebraico in Diaspora e quello in Israele. David Ben Gurion durante la presentazione della legge alla Knesset ha affermato che il diritto della persona ebrea di tornare in Israele precede anche la fondazione dello Stato ed è questo diritto ad averne permesso la ricostruzione perché questo stesso diritto ha la sua fonte nel legame che non è mai venuto meno tra il popolo ebraico e la sua patria. C'è chi sostiene che conferma ulteriore del carattere giuridicamente ebraico dello stato di Israele derivi dalla recente legge del 19 luglio 2018. In questa legge infatti, tra le altre cose, è detto che lo Stato di Israele è la patria nazionale del popolo ebraico, che la bandiera dello Stato è caratterizzata dalla presenza della stella di Davide al suo centro, che la lingua ufficiale dello Stato è l'ebraico e ancora che il calendario ebraico è il calendario ufficiale dello Stato.
   Risulta da questi dati che Israele esca come uno Stato religiosamente connotato.
   Tuttavia, mentre per altri Stati sostanzialmente confessionali si rende difficile il binomio religione di Stato - democrazia, in Israele si è tentata la convivenza organica tra religione quale fondamento dell'identità nazionale e politica da un lato, e gestione democratica della cosa pubblica dall'altro. In politica interna questo aspetto è maggiormente visibile: infatti ad esempio nelle istituzioni dello Stato sono presenti elementi che caratterizzano un ordinamento giuridico laico. A questo proposito ci si può riferire tra l'altro alla presenza contemporanea sul territorio di scuole a sfondo religioso appartenenti a diverse tendenze. D'altro canto in politica estera e nelle relazioni internazionali che lo Stato di Israele intrattiene, è possibile intravedere un aspetto più rigorosamente incentrato sull'unità identitaria e nazionale, aspetto probabilmente dovuto alla necessità di proporre all'esterno un'immagine meglio definita del ruolo dello Stato di Israele come difensore dell'ebraicità. Il perno su cui si fonda questa immagine permane legato alla funzione dello Stato di Israele quale difesa del popolo ebraico contro attacchi persecutori. Tuttavia potrebbe risultare non sempre vantaggioso improntare una difesa politica sul passato subito: potrebbe essere più utile dichiarare la necessità di difendersi per il solo fatto che si ha una identità giuridica. Israele è uno Stato sovrano: questo può bastare per giustificare la sua esistenza e il suo peso nelle relazioni internazionali.
   Non si vuole certamente in questa sede mettere in discussione l'idea di Israele come Stato degli ebrei: sarebbe cosa complessa tra l'altro da sostenere per chi fa parte di una famiglia decimata a causa delle persecuzioni razziali e che è cresciuto sentendosi ricordare che quel fazzoletto di terra è il motivo che oggi ci fa sperare che ciò che è accaduto non accada più.
   Ci si interroga tuttavia sull'opportunità che Israele continui ad attestare sul tema della difesa del popolo ebraico le proprie argomentazioni a livello di relazioni internazionali: potrebbe forse essere più proficuo per Israele sviluppare la difesa della propria esistenza e dei propri confini non tanto sull'elemento peculiarmente religioso, quanto sulla autonomia e l'identità del suo popolo in quanto tale.

(Pagine Ebraiche, luglio 2019)


Israele, la rabbia degli ebrei etiopici diventa musica

Una rissa di rione, un agente che sfodera la pistola ed un adolescente di origine etiopica - Salomon Tekah - che stramazza morto a terra con un proiettile nel petto. All'indomani, in Israele il traffico è paralizzato da decine di migliaia di israeliani originari dell'Etiopia che protestano contro la polizia e contro fenomeni di razzismo di cui si sentono vittime. E subito la rabbia diventa musica di protesta dei giovani 'afro-israeliani'. Ancora poche settimane fa i loro nomi (Abate Berihun, Tamar Radah, Jeremy Cool Habash, Gili Yalou) erano sconosciuti. Per ascoltarli bisognava frequentare piccoli locali nelle cittadine del 'secondo Israele' (Lod, Bat Yam, Natanya), o attendere festival di musica indy.
   Adesso invece, sull'onda delle rivolta nelle strade, sono invitati negli studi televisivi più ambiti. La loro musica (in ebraico, in amarico o in inglese) è entrata anche nella radio nazionali. L'israeliano medio si
avvicina così alle radici della violenta protesta di questo mese: alla frustrazione di chi si è affacciato al mondo ai margini della società, marchiato dal colore della propria pelle, sempre sotto l'occhio sospettoso dei guardiani dell'ordine pubblico. "Mi vogliono arreso, con le manette ai polsi - denuncia il rapper Teddy Neguse. - Diecimila occhi mi seguono. In me vedono solo il colore, mi sospingono ai margini. Poi le prove le faranno scomparire, proprio come con Salmasa". Nei testi tornano con insistenza i nomi di Yosef Salmasa, Yehuda Biadga e Salomon Tekah: tre di dodici adolescenti di origine etiopica morti negli ultimi dieci anni in ruvidi contatti con la polizia. E con loro torna ricorrente l'incubo del 'taser', la pistola elettrica degli agenti.
   "Ricordo le pazze corse notturne per sfuggire alla 'pistole-Volt' - canta Ofek Adanek - corse per la sopravvivenza, rapidi come Usain Bolt". "Non sparare, Israele" invoca un altro rapper, stravolgendo il versetto biblico "Non temere, Israele".
   L'immigrazione in Israele degli ebrei di Etiopia (Beta Israel, in amarico, o Falasha) era iniziata negli anni Novanta come un sogno utopico. "Eravamo ragazzi delle dune, guardavamo le stelle, eravamo sognatori" canta Jeremy Cool Habash in una canzone intitolata: 'Israeliani nervosi'. L'utopia si e' infatti infranta: la realtà di Israele ha mortificato i più anziani, ma ha temprato la nuova generazione. Che nella musica cita artisti etiopici, il rythm and blues, il reggae, il hip-hop e il grove.
   Ne emerge un mix energico e frizzante. Una di loro, Esther Rada, ha spiccato il volo nel mercato internazionale. In Israele è significativa la carriera del sassofonista Abate Berihun che è nato in Etiopia dove è cresciuto ascoltando Charlie Parker e John Coltrane e suonando musica nazionale locale. Immigrato in Israele, ha fatto il lavapiatti. Oggi però ha sfondato e ora accompagna Ehud Banai, una star della musica israeliana. "Lo dico sempre - conclude la 'afro soul singer' Aveva Dese - che la musica può sconfiggere il razzismo, può favorire l'eguaglianza e cambiare il mondo".

(ANSAmed, 15 luglio 2019)


Delegazione di Hamas in Russia

Sono in corso i preparativi per una visita di una delegazione di Hamas la prossima settimana a Mosca. La visita includerà colloqui con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e un certo numero di funzionari del ministero degli Esteri russi.
Sarà il vicepresidente di Hamas, Moussa Abu Marzouk, a dirigere la delegazione, che visiterà la capitale russa lunedì per una visita di tre giorni. Ci si aspetta che le due parti discutano la situazione palestinese, incluso il cosiddetto "accordo del secolo" sostenuto dagli Stati Uniti.

(Il Faro Sul Mondo, 14 luglio 2019)


Hamas abbandona i tunnel e cambia strategia

di Laura Cianciarelli

L'8 luglio le Forze di difesa israeliane hanno distrutto il diciottesimo tunnel costruito da Hamas per collegare il territorio meridionale della Striscia di Gaza a Israele. L'ultimo di una rete di tunnel militari che si uniscono in un dedalo di qualche decina di chilometri sotto le città di Khan Yunis, Jabalia e il campo profughi di Shati.
  Hamas ne ha iniziato lo scavo in seguito alla c.d. "Operazione piombo fuso", una campagna militare lanciata dall'esercito israeliano nel dicembre del 2008 - e conclusasi il mese successivo, nel gennaio 2009 -, allo scopo di neutralizzare l'organizzazione palestinese, in risposta all'intensificarsi del lancio di razzi da parte di Hamas contro obiettivi civili nel sud di Israele. Subito, l'offensiva israeliana era risultata imponente e l'ala militare di Hamas aveva dovuto ritrarsi nella città di Gaza, per salvaguardare la sovranità di Hamas sulle città e i villaggi della Striscia.
  L'organizzazione palestinese ha cercato allora una soluzione in grado di cogliere di sorpresa le forze israeliane, nel caso avessero lanciato una nuova offensiva nel territorio. Da qui, l'idea di scavare alcuni tunnel per tutta l'ampiezza della Striscia di Gaza, con l'obiettivo di colpire alle spalle l'esercito israeliano.

 Un progetto abbandonato
  I tunnel si sono rivelati utili non solo a scopi di attacco, ma anche di difesa: ad esempio, per nascondere l'arsenale missilistico, per facilitare le comunicazioni o come nascondiglio per i soldati. Ormai, però, il sistema di tunnel sotterranei avrebbe fatto il suo corso e non risulterebbe più utile ad Hamas. La loro costruzione infatti è continuata fino a quando le Forze di difesa israeliana hanno rivelato di essere in possesso di nuovi strumenti tecnologici per localizzarli e distruggerli. In contemporanea l'esercito israeliano ha iniziato a costruire una barriera sotterranea molto profonda e dotata di sistemi tecnologici di rilevamento.
  Da quando le Forze israeliane hanno iniziato a impiegare tecnologie avanzate per disseppellire i tunnel di Hamas, l'organizzazione palestinese ha abbandonato il progetto. Sotto la Striscia di Gaza rimarrebbero ancora alcuni tunnel nascosti, considerati però di difficile utilizzo per Hamas, vista la nuova barriera costruita da Israele.

 Verso una nuova strategia
  La decisione di Hamas di rinunciare alla costruzione di tunnel ha conseguenze importanti per la dottrina militare del braccio armato dell'organizzazione, che è ora alla ricerca di un'alternativa. Lo stesso giorno in cui è stato demolito il diciottesimo tunnel, le Forze di difesa israeliana hanno intercettato un drone di Hamas, penetrato nello spazio aereo israeliano. L'organizzazione palestinese starebbe progettando lo sviluppo di una "forza aerea" costituita da droni e altri velivoli senza pilota, in grado sia di raccogliere informazioni di Intelligence sia di condurre azioni offensive.
  Hamas è alla ricerca di un nuovo strumento difensivo in grado di proteggere la Striscia di Gaza da un eventuale attacco israeliano contando sull'effetto sorpresa, considerata l'impossibilità di far fronte a un'offensiva via terra. Starebbe così ampliando il raggio dei suoi missili - risultati efficaci contro Israele - e dei lanciarazzi multipli in grado di superare il sistema di difesa antimissile Iron Dome.
  Dietro a questi tentativi, c'è però il dato di fatto. Data la sua posizione di debolezza, Hamas deve optare per una tregua con Israele piuttosto che cercare un conflitto dal quale uscirebbe perdente. Senza contare che la volontà di raggiungere soluzioni di compromesso, evitando un ennesimo scontro, potrebbe essere una decisione strategica, frutto di una vera e propria convergenza di interessi tra Hamas e Israele.
  Entrambi sembrerebbero impegnati a tutelare i rapporti con l'Egitto - che si erge sempre più come mediatore del conflitto israelo-palestinese - e a impedire che l'Autorità nazionale palestinese (Anp) riesca nell'impresa di riunificare Cisgiordania e Striscia di Gaza sotto il suo controllo. Ed entrambi sono consapevoli dell'improbabilità che, in caso di uno scontro all'ultimo sangue, una delle due parti possa riportare una vittoria totale, senza ingenti perdite umane, militari ed economiche.
  Non è nell'interesse d'Israele condurre operazioni militari a Gaza, che potrebbero rivelarsi troppo costose sotto diversi profili, e che in ogni caso lo distrarrebbe dal fronte con la Siria. Hamas, inoltre, si è dimostrata anche una controparte con la quale si riesce a negoziare e il suo allontanamento da Gaza creerebbe uno spazio colmabile da gruppi jihadisti più pericolosi, tra i quali lo Stato islamico, i cui fedelissimi sono molto presenti nella vicina Penisola del Sinai, o il Jihad islamico, responsabile della recente escalation di violenza proprio nella Striscia.
  Come sottolinea l'analista Aaron David Miller, Israele reputa Hamas l'alternativa più tollerabile all'interno della Striscia di Gaza; Hamas sa di aver bisogno dell'accettazione de facto da parte di Israele, per questo opera per calmare gli animi dei palestinesi. Entrambe le parti, insomma, beneficiano dello status quo.

(Inside Over, 14 luglio 2019)


Netanyahu: "risposta schiacciante se Hezbollah ci attacca"

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che un eventuale attacco contro lo Stato ebraico provocherà una risposta "schiacciante". "Durante il fine settimana abbiamo sentito Nasrallah vantarsi dei suoi piani di attacco", ha detto il capo del governo israeliano, in riferimento a un'intervista rilasciata dal capo del "Partito di Dio" libanese all'emittente "Al Manar". "Voglio essere chiaro: se Hezbollah osa commettere l'errore di attaccare Israele, la nostra risposta sarà schiacciante", ha dichiarato Netanyahu durante una riunione di governo.
   Lo sceicco sciita libanese ha detto nell'intervista ad "Al Manar" - rilasciata nell'anniversario della guerra del 2006 tra Hezbollah e Israele, che ha ucciso oltre 1.200 libanesi, per lo più civili, e più di 160 israeliani, per lo più soldati - che i principali siti israeliani lungo la costa mediterranea, compresa Tel Aviv, sono "alla portata dei nostri missili". Il capo di Hezbollah ha anche detto che l'Iran è "capace di bombardare Israele con ferocia e forza", ma "non inizierà una guerra". La scorsa settimana, Netanyahu aveva affermato che "l'Iran sta minacciando la distruzione di Israele", avvertendo che gli aerei da combattimento israeliani "possono raggiungere qualsiasi parte del Medio Oriente, incluso l'Iran".
   Hezbollah è considerato un'organizzazione terroristica dagli Stati Uniti ed è l'unica fazione a non essere disarmata dopo la guerra civile del 1975-1990. Il partito è un attore politico importante in Libano, con 13 seggi in Parlamento e tre incarichi nell'attuale governo guidato dal premier Saad Hariri. Israele ha effettuato centinaia di raid aerei nella vicina Siria contro obiettivi militari iraniani e di Hezbollah: l'obiettivo è impedire all'Iran di creare un "corridoio sciita" che da Teheran arrivi fino alle coste siriane. Recentemente, lo Stato ebraico ha scoperto e distrutto sei tunnel che passavano sotto il confine dal Libano in Israele.

(Agenzia Nova, 14 luglio 2019)


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«Se saremo attaccati la nostra risposta sarà devastante»

Così il generale Abdulrahim Mousavi, comandante delle forze armate iraniane

TEHERAN - In caso di attacco, l'Iran non si limiterà alla sola difesa, ma lancerà azioni «devastanti» contro il nemico, ha dichiarato il comandante delle forze armate iraniane, il generale Abdolrahim Mousavi, citato dall'agenzia Farsnews.
«Noi non abbiamo mai iniziato una guerra e non lo faremo mai. Tuttavia, se dovessero attaccarci, la risposta delle forze iraniane nei confronti degli aggressori sarà devastante», ha detto Mousavi, aggiungendo che «paragonando la potenza militare attuale dell'Iran a quella degli anni Ottanta, della guerra contro l'Iraq, è evidente che sia cresciuta in modo esponenziale».

(ticinonline, 14 luglio 2019)


"La terapia di conversione dei gay funziona". Polemica sul ministro israeliano

Rafi Peretz, responsabile dell'Istruzione, aveva già suscitato polemiche per aver affermato che i matrimoni misti tra ebrei sono "come un secondo Olocausto".

di Brahim Maarad

Il ministro israeliano dell'Istruzione, Rafi Peretz, ha scatenato nuove polemiche dopo aver dichiarato che "la terapia di conversione degli omosessuali può avere risultati efficaci". L'esponente di governo ha inoltre confessato - in un'intervista su Channel 12 News - di aver provato il metodo in passato. "Posso dirvi che ho una conoscenza molto approfondita della formazione e l'ho fatto", ha spiegato Peretz. Per il ministro della pubblica Istruzione, ex rabbino dell'esercito israeliano, praticare questo tipo di terapia è "possibile" e, come ha precisato, lui lo ha fatto in passato con gli studenti.
Le sue affermazioni hanno scatenato un'ondata di polemiche. Peretz "non merita di essere responsabile del futuro dei nostri figli", ha tuonato il nuovo leader della formazione pacifista Meretz, Nitzan Horowitz, il primo politico dichiaratamente gay che è a capo di un partito politico israeliano, e ha invitato Netanyahu a rimuovere il ministro per i suoi commenti.
"La terapia di conversione è una cosa pericolosa che porta i giovani a situazioni difficili, al punto di (avere) pensieri suicidi", ha spiegato Horowitz. Anche l'organizzazione che riunisce i vari filoni dell'Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) di Israele, l'Aguda, ha condannato le dichiarazioni di Peretz: "I bambini israeliani non dovrebbero essere esposti al veleno omofobico emanato da qualcuno che afferma di dedicarsi all'educazione e ai valori".
Nei giorni scorsi Peretz aveva scatenato altre polemiche dichiarato che i matrimoni misti tra ebrei, soprattutto negli Stati Uniti, sono "come un secondo Olocausto".

(AGI, 13 luglio 2019)


Antisemitismo e omofilia si muovono con obiettivi diversi e propositi simili: ribellarsi a Dio contrastando le distinzioni da Lui fatte nella creazione e nella storia. L’omofilia si oppone alla distinzione maschio-femmina fatta da Dio nella creazione; l’antisemitismo si oppone alla distinzione Israele-Nazioni fatta da Dio nella storia. Da questo si capisce quanto sia grave e stolido l’atteggiamento di chi si vanta, in Israele, del veleno omofiliaco che si espande all’interno del paese. M.C.



Tre giorni dopo la crocifissione

Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano. Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. É vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon’ora al sepolcro, non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne; ma lui non lo hanno visto». Allora Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. Quando si furono avvicinati al villaggio dove andavano, egli fece come se volesse proseguire. Essi lo trattennero, dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire». Ed egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista. Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, i quali dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane.

Dal Vangelo di Luca, cap. 24

 


Netanyahu da record, è il premier più longevo d'Israele

Il premier più longevo della storia di Israele, più del padre fondatore della patria, David Ben Gurion. Fra una settimana esatta Benjamin Netanyahu - detto Bibi, classe 1949 - entrerà nei libri di storia con questo primato.
E non importa neppure il risultato delle elezioni del prossimo 17 settembre: qualunque cosa accada, vinca o perda, sarà difficile per chiunque in futuro battere il record di 13 anni e 128 giorni in carica lungo cinque mandati.
   Una generazione di israeliani non ha memoria di altro primo ministro che non sia lui. Il 20 luglio, nonostante sia capo di un governo ad interim in attesa del voto, Netanyahu batterà di un giorno il leggendario Ben Gurion, l'uomo che Israele l'ha creata. Fatta eccezione per la laicità di entrambi, le differenze tra i due sono poderose: Ben Gurion è la sinistra, Netanyahu la destra. Il primo espressione del socialismo dei kibbutz, il secondo nazional-conservatore liberista, figlio del Likud di Menachem Begin che spodestò in una storica vittoria proprio la nomenclatura socialista.
   Il Mago (Hu Kossem), come i suoi sostenitori hanno definito Netanyahu nelle incerte elezioni dello scorso aprile, è salito al potere nel 1996: politicamente, un secolo fa. Ed è riuscito a sopravvivere a tutti i cambiamenti che in 13 anni hanno stravolto la faccia politica ed economica del globo. Anche, ad esempio, ad un presidente Usa carismatico come Barack Obama che certo suo grande amico non lo è mai stato e dal quale lo ha diviso, quasi sempre, tutto.
   Ora invece può contare su un super sodale come Donald Trump, che ha incastonato nella corona di re Bibi alcune delle gemme più importanti: il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, lo spostamento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv, l'accettazione della sovranità israeliana sulle Alture del Golan strappate alla Siria nella Guerra del 1967. Ed è possibile che qualche altra sorpresa, gradita, gli possa arrivare dal piano di pace che il capo della Casa Bianca prima o poi si deciderà a diffondere.
   Fratello di Yoni, l'eroe ucciso ad Entebbe nella missione per salvare gli ostaggi israeliani in Uganda, Netanyahu sarà con molta probabilità dopo il 17 settembre in lizza per un sesto mandato. A meno che il voto popolare (ma i sondaggi per ora gli sorridono) o la magistratura - che ha già condannato in un'altra causa la moglie Sarah - non decidano diversamente. Per la prima volta nella sua lunghissima carriera, Netanyahu si trova infatti a fronteggiare un'incriminazione per corruzione se non riuscirà a discolparsi nell'audizione di garanzia in programma ai primi di ottobre.
   Intanto sabato prossimo potrà portare a casa il primato e mettere sulla sua scrivania l'ultima copertina che Time gli ha dedicato con il titolo evocativo 'Solo i forti sopravvivono'. Del resto una fulminante battuta dello storico e giornalista israeliano Tom Segev - citato da Nahoum Barnea su Yediot Ahronot - scolpisce molto bene le differenze tra Ben Gurion e Netanyahu: "Il primo minacciava ogni giorno di andarsene, Bibi di restare".

(swissinfo.ch, 13 luglio 2019)


Nella polveriera mediorientale, Teheran gioca la carta Hezbollah. Contro il "nemico sionista"

La mossa dei falchi di Teheran: coinvolgere Israele

di Umberto De Giovannangeli

 
                                Qasem Soleimani                                                            Hassan Nasrallah
I falchi di Teheran hanno solo una carta da giocare per destabilizzare il fronte arabo (sunnita) avverso: far entrare nel "gioco" della guerra Israele. Basta una provocazione condotta per procura, utilizzando le milizie sciite fedeli a Teheran, in particolare quelle che operano a Gaza (Hamas e Jihad islamica) e in Libano, altra frontiera calda per lo Stato ebraico. E una prima conferma la si ha avuta oggi. L'Iran può bombardare Israele con forza e ferocia, secondo quanto affermato dal leader degli Hezbollah libanesi filo-iraniani Hassan Nasrallah. Le dichiarazioni sono state fatte in occasione del 13/mo anniversario della guerra tra Israele e Libano del 2006 e a pochi giorni dalla decisione del Dipartimento del tesoro americano di inserire tre membri di Hezbollah nella lista nera del terrorismo. In una intervista trasmessa dal canale tv al Manar, organo ufficiale del movimento politico armato libanese, Nasrallah ha detto: "Quando gli americani capiranno che una guerra (regionale) potrà cancellare Israele dalla carta geografica, cambieranno opinione", riferendosi alle crescenti tensioni tra Iran e Stati Uniti e loro rispettivi alleati. Nasrallah ha assicurato che Hezbollah non ha intenzione di lanciarsi in una nuova guerra.
  Gli Stati Uniti considerano Hezbollah - l'unica fazione a non aver disarmato dopo la guerra civile libanese del 1975-1990 - un'organizzazione "terrorista". Il capo del "Partito di Dio" ha ripetutamente criticato la strategia di Israele nella regione, arrivando a minacciare una "invasione della Galilea". La dichiarazione, in realtà, non è sorprendente: da anni Hezbollah costruisce tunnel lungo la "blue line" con Israele e cerca di provocare una risposta da parte dello Stato ebraico. Nasrallah ha spiegato che in un'ipotetica guerra convenzionale con Israele, le milizie sciite potrebbero tenere testa ed eventualmente sconfiggere le forze dello Stato ebraico, grazie anche all'esperienza acquisita nel teatro di guerra siriano e all'acquisizione di nuove tecnologie (come droni e missili). Libano e Israele sono due Paesi tecnicamente in guerra, ma hanno recentemente tentato di rilanciare i negoziati sul "confine" marittimo, nel tentativo di risolvere il contenzioso e avviare esplorazioni offshore di petrolio e gas. Tuttavia, i due Paesi sono ancora in disaccordo sulla modalità di questi negoziati.
  Secondo Nasrallah, Beirut vorrebbe un dialogo guidato dalle Nazioni Unite, ma gli israeliani spingerebbero per una mediazione degli Stati Uniti. "Gli americani lavorerebbero nell'interesse di Israele, cercando di ingannare il Libano", ha concluso Nasrallah. Nei giorni scorsi il Dipartimento del Tesoro americano ha inserito il capo del blocco parlamentare di Hezbollah Lealtà alla Resistenza, Hajj Mohammad Raad e il parlamentare Amin Sherri nella lista nera dei "terroristi", sostenendo che il partito di Dio usa il suo potere parlamentare per far avanzare le sue presunte attività "violente". In questa lista nera era stato già inserito Hajj Wafiq Safa, l'alto funzionario della sicurezza del movimento libanese. "Senza dubbio, ha preso una nuova direzione", ha detto il premier libanese Saad Hariri riferendosi alla mossa degli Stati Uniti. "Ma questo non influirà sul lavoro che stiamo facendo in Parlamento o sui ministri, è una questione nuova che affronteremo come riteniamo opportuno…L'importante è preservare il settore bancario e l'economia libanese e, Dio volendo, questa crisi passerà", ha rimarcato in una dichiarazione il premier (sunnita) di Beirut. Il presidente del parlamento libanese, dal canto suo, ha definito le nuove sanzioni statunitensi contro i funzionari di Hezbollah come un attacco contro l'intero Paese. "E' un attacco al parlamento e di conseguenza un attacco a tutto il Libano", ha sostenuto in una dichiarazione, Nabih Berri. Di certo, la linea durissima praticata dall'amministrazione Trump rafforza i falchi di Teheran e fa emergere con sempre maggiore evidenza il potere dei Guardiani della rivoluzione e di colui che oggi è considerato, dalle intelligence occidentali come da quelle arabe, l'uomo più potente oggi in Iran: il generale Qasem Soleimani, il capo della Niru-ye Qods, l'unità di élite dei Guardiani della Rivoluzione, al quale fanno riferimento tutte le milizie sciite filo-iraniane che operano in Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen, da Gaza all'Iraq, con l'aggiunta di Hezbollah in Libano.
  E' da venti anni è responsabile di tutte le attività militari dell'Iran, segrete e pubbliche, al di fuori dei confini della Repubblica Islamica. E' una delle figure militari più importanti e influenti in Iran oggi ed è l'uomo che ha cambiato le sorti della guerra per Bashar al-Assad. E Soleimani ha un rapporto diretto, strettissimo, con il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Dall'Iran, via Siria, continuano ad arrivare ai miliziani del Partito di Dio libanese armi sempre più sofisticate e penetranti. Secondo un recente rapporto dell'intelligence militare di Gerusalemme, attualmente Hezbollah disporrebbe di oltre 100mila missili, rispetto ai circa 12mila che aveva prima della guerra dell'estate 2006. Ma c'è dell'altro. E a metterlo in luce con HuffPost è Anthony Samrani, uno dei più autorevoli analisti militari libanesi: "Oltre ad un incremento significativo, in quantità e in qualità, del suo arsenale militare, i miliziani sciiti hanno acquisito nuove tecniche di guerriglia urbano combattendo in Siria, a fianco dei pasdaran iraniani, dei russi e dell'esercito di Assad. In poco più di sei anni Hezbollah è divenuto un attore regionale capace di dispiegare rapidamente le proprie forze dal Libano all'Iraq e ora anche in Yemen".
  Secondo il sito French Intelligence, gli Hezbollah starebbero costruendo almeno due installazioni in Libano, dove produrre missili ed armamenti. Sebbene questa notizia circolasse da tempo sui siti arabi, il magazine francese ha fornito maggiori dettagli su queste due strutture, indicandone la posizione e la tipologia di armamenti prodotti. Una prima struttura si troverebbe nei pressi di Hermel, nella Beqaa, mentre la seconda sarebbe posizionata tra Sidone e Tiro. Nella prima installazione verrebbero prodotti razzi Fateh 110 capaci di colpire quasi tutto il territorio israeliano, con una gittata di 300 km e un discreto livello di precisione. Nel complesso situato sulla costa mediterranea invece verrebbero fabbricate munizioni di piccolo calibro. D'altro canto Benjamin Netanyahu è di nuovo in campagna elettorale e intende giocarsi le sue carte esercitando il pugno di ferro a Nord. Il premier israeliano è convinto che Israele non possa condurre una guerra su due fronti - Sud-Hamas, Nord-Hezbollah - e ha deciso di concentrarsi in una offensiva diplomatica e militare contro Hezbollah e l'Iran. A più riprese ha avvertito del rischio di una guerra in Libano se "non saranno trovate soluzioni". "Stiamo prendendo azioni determinate e responsabili simultaneamente in tutti i settori e continueremo con altre operazioni, aperte e coperte, in modo da assicurare la sicurezza di Israele",ha dichiarato recentemente Netanyahu, "Chiunque attacchi Israele - ha aggiunto - pagherà un prezzo pesante". E da Washington è arrivato il pieno sostegno all'alleato israeliano.
  "Gli Stati Uniti sostengono con forza l'iniziativa d'Israele per difendere la sua sovranità e chiediamo ad Hezbollah di porre fine alla costruzione di tunnel verso Israele e a qualsiasi azione che inneschi una spirale di violenza", dichiara John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump. Affrontare una prova di forza sul fronte Nord è, per Netanyahu, una scelta rischiosa, ma calcolata. Una scelta che può investire direttamente l'Italia. La ragione è nella presenza di caschi blu italiani nella missione Unifil 2, dislocata proprio al confine tra il Libano e Israele. L'Unifil ha annunciato oggi di avere aumentato i suoi pattugliamenti alla frontiera con Israele in coordinamento con l'esercito libanese. Non è ancora allarme rosso, ma le affermazioni del portavoce militare israeliano destano preoccupazione anche al quartier generale dell'Unifil, in particolare la sottolineatura, da parte israeliana, che le attività degli Hezbollah, sono condotte "dai villaggi del sud Libano mettendo in pericolo sia il Paese stesso sia i suoi civili per mettere in piedi queste strutture del terrore". D'altro canto, quella di Unifil, è una missione contestata da tempo e a più riprese da Israele e dall'amministrazione Trump. Uno degli attacchi più duri era stato sferrato dall'allora ambasciatrice all'Onu, Nikki Haley, che aveva accusato la missione di lasciar transitare le armi che Hezbollah invia al regime siriano. La forza di pace di 10.500 uomini, di cui 1.125 italiani, "non sta svolgendo il suo lavoro in modo efficace", aveva sostenuto Haley. Washington ha chiesto che i caschi blu, oltre a monitorare il rispetto del cessate il fuoco lungo il confine con Israele, contrastino il traffico di armi che dall'Iran, attraverso la Siria, giungono alle milizie sciite di Hezbollah, come denunciato più volte dal governo israeliano.
  Un'idea già bocciata dalla Francia per la quale si rischierebbe di mettere a rischio l'esistenza stessa della forza Onu e la sua legittimazione, nonché la sicurezza dei caschi blu schierati nel cuore del territorio controllato da Hezbollah nel sud del Paese dei Cedri, che non dispongono di mezzi e armamenti adatti al combattimento ma solo a perlustrare il territorio e la Linea blu che segna il confine con Israele. Se i venti di guerra tornassero a spirare in Libano, e "Scudo del Nord" ne è una concreta avvisaglia, a rischiare sarebbero anche i nostri 1.125 caschi blu. Una buona ragione per non sottovalutare il proclama di Nasrallah.

(L'HuffPost, 13 luglio 2019)


Hezbollah minaccia una "invasione della Galilea"

Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah
BEIRUT - Il capo del "Partito di Allah" ha ripetutamente criticato la strategia di Israele nella regione, arrivando a minacciare una "invasione della Galilea". La dichiarazione, in realtà, non è sorprendente: da anni Hezbollah costruisce tunnel lungo la "blue line" con Israele e cerca di provocare una risposta da parte dello Stato ebraico. Nasrallah ha spiegato che in un'ipotetica guerra convenzione con Israele, le milizie sciite potrebbero tenere testa ed eventualmente sconfiggere le forze dello Stato ebraico, grazie anche all'esperienza acquisita nel teatro di guerra siriano e all'acquisizione di nuove tecnologie (come droni e missili). Libano e Israele sono due paesi tecnicamente in guerra, ma hanno recentemente tentato di rilanciare i negoziati sul "confine" marittimo, nel tentativo di risolvere il contenzioso e avviare esplorazioni offshore di petrolio e gas. Tuttavia, i due paesi sono ancora in disaccordo sulla modalità di questi negoziati. Secondo Nasrallah, Beirut vorrebbe un dialogo guidato dalle Nazioni Unite, ma gli israeliani spingerebbero per una mediazione degli Stati Uniti. "Gli americani lavorerebbero nell'interesse di Israele, cercando di ingannare il Libano", ha concluso Nasrallah.

(Agenzia Nova, 13 luglio 2019)


Il Regno Unito invierà una seconda nave da guerra nel Golfo Persico

Il cacciatorpediniere Type 45 arriverà nel Golfo Persico nei prossimi giorni e ha completato delle esercitazioni NATO nel Mar Nero.

Il Regno Unito ha promesso di aumentare la presenza militare nel Golfo Persico davanti alle tensioni con l'Iran inviando una seconda nave da guerra nella regione, secondo quanto riferito da Sky.
  L'HMS Duncan lavorerà anche a fianco della fregata della Royal Navy HMS Montrose e degli alleati del Golfo degli Stati Uniti, ma non prenderà parte alla coalizione marittima globale proposta da Washington.
  La notizia arriva dopo che il primo ministro uscente del Regno Unito, Theresa May, ha avviato colloqui con le autorità statunitensi per rafforzare una presenza Atlantica nel Golfo Persico a seguito di presunti attacchi dell'Iran a due petroliere nel Golfo di Oman.
  Il ministero della Difesa ha rifiutato di commentare la decisione, ha riferito Sky News, ma ha detto che l'HMS Duncan sarebbe stato accompagnato da quattro dragamine di stanza nella regione, oltre a una nave ausiliaria della flotta reale.

 Le tensioni aumentano nel Golfo Persico
  Le tensioni tra Teheran e Londra sono salite alle stelle dopo che la Royal Navy britannica insieme alle autorità di Gibilterra ha sequestrato la super petroliera Grace 1 dell'Iran, che presumibilmente doveva contrabbandare 2,1 milioni di barili di greggio in Siria in violazione delle sanzioni dell'UE, secondo le autorità britanniche.
  L'accademico religioso iraniano Kazem Sedighi ha definito la mossa come un "gioco pericoloso" che avrà "conseguenze" e ha asserito che Londra sarebbe stata "schiaffeggiata in faccia" per le sue azioni. I commenti sono stati fatti anche dopo che l'HMS Montrose aveva bloccato le navi che si credeva fossero navi di pattuglia iraniane che tentavano di bloccare una petroliera di proprietà della BP che navigava nello Stretto di Hormuz.

(Sputnik Italia, 13 luglio 2019)


Una polveriera pronta ad esplodere attorno a Israele

Gli occhi del mondo sono puntati sul Golfo Persico e su quello che succede tra USA e Iran, ma il vero punto caldo è quello che avviene attorno al piccolo Stato Ebraico.

Il Medio Oriente è ormai una polveriera pronta ad esplodere, una pentola a pressione senza valvola di sfiato che continua ad accumulare energia. Ed in mezzo c'è il piccolo Stato Ebraico.
Ieri il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha rilasciato una intervista alla TV Al-Manar nella quale per l'ennesima volta torna a minacciare di distruggere Israele in caso di guerra tra Stati Uniti e Iran.
È una intervista diversa però dalle altre volte, per due motivi. Il primo è che arriva all'indomani della decisione del Congresso americano a maggioranza democratica di "limitare" i poteri del Presidente Trump di innescare un conflitto con l'Iran. La decisione dovrà passare per il Congresso.
Il secondo motivo che rende questa intervista "diversa" dalle altre dove il capo di Hezbollah minaccia Israele (e sono tante) è che per la prima volta parla apertamente del ruolo iraniano nella "modernizzazione" dell'arsenale missilistico di Hezbollah che lo rende effettivamente pericolosissimo....

(Rights Reporters, 13 luglio 2019)


In dieci secondi

Gli aquiloni quando sono missili. I bambini a Kfar Aza sanno come si raggiunge il rifugio: correndo

 
Kfar Aza
KFAR AZA - Un aquilone non può essere altro che un aquilone, una cosa leggera che attraversa il cielo se c'è abbastanza vento e che piomba in terra, come un corpo ubriaco, se il vento non c'è. Gli adulti sono goffi quando tentano di far volare un aquilone, corrono con il braccio appeso al cielo, legato a farfalle, dinosauri, rondini, draghi. Corrono più che possono, verso il vento, contro il vento e poi l'aquilone prende il volo sotto gli occhi dei bambini.
   A Kfar Aza, kibbutz a pochi passi dal confine con Gaza, il prato è bruciato a chiazze e lì dove l'erba non cresce più sono caduti gli aquiloni. Ma non sono aquiloni normali: vengono lanciati da Gaza per incendiare i kibbutz, a Kfar Aza ne sono caduti molti e il prato adesso non è più un prato. Gli aquiloni per i bambini del kibbutz sono forme colorate che bruciano l'erba, arrivano dall'altra parte della barriera, sorvolano il filo spinato e incendiano.
   Può arrivare un aquilone o può arrivare un missile: nel kibbutz si vive così, attaccati alla pace e alla paura, che si mescolano e si perdono tra le case basse, tra i rifugi colorati che sono ovunque, anche accanto alle fermate degli autobus e quando una madre passeggia per le strade del villaggio con un occhio guarda suo figlio, con l'altro la posizione del rifugio più vicino: da quando parte l'allarme, ci sono dieci secondi per fuggire e correre veloce, abbandonando tutto, verso il rifugio. Nel kibbutz, il pericolo è qualcosa di costante, di silenzioso, qualcosa che si impara, qualcosa che si insegna e ogni bambino deve allenarsi all'emergenza, una parola strana che non appartiene al vocabolario infantile.
   Era una domenica quando mio padre, con lo sguardo fisso in un punto nel vuoto, un punto molto preciso e insistente, mi chiese quale fosse il mio piano in caso di emergenza, nel caso in cui lui si fosse sentito male. Eravamo in collina, nessuno attorno, lui al mio fianco, il mio zainetto pieno di merende e progetti, quella domenica, come tutti gli altri giorni, non avevo pensato a un piano. Fino a quella domenica durante le nostre passeggiate avevamo parlato e cantato, lui mi raccontava di libri e avventure e io facevo finta di aver letto i libri che lui mi consigliava, non parlavamo di pericoli: i genitori non si sentono mai male, le guerre sono cose lontane e le passeggiate sono passeggiate. Ma lui quella domenica voleva insegnarmi l'emergenza, alla domanda risposi farfugliando, il punto che lui osservava nel vuoto diventava sempre più preciso, e non ricordo se dopo quella ci sono state altre passeggiate in collina. Non avevo missili sopra la testa, non c'erano sirene ad avvisarmi di un pericolo, ma il pensiero di dover avere un piano per affrontare un'emergenza turbò il tramonto.
   Da maggio, contro Kfar Aza i palestinesi hanno lanciato seicento missili. Gli abitanti sono dovuti fuggire verso i rifugi seicento volte in due mesi, per seicento volte è suonato l'allarme rosso. Tutti sono fuggiti verso i rifugi, ovunque ti trovi nel kibbutz devi sapere a perfezione dove si trova il rifugio più vicino. Il villaggio è pieno di alberi che vengono su da una zona desertica, pieno di case basse dai colori tenui, solo i rifugi sono colorati: sono viola, azzurri, con fiori e soli, sono fantasia e immaginazione, perché i bambini assieme agli adulti devono raggiungerli il più rapidamente possibile, lì dentro devono mettersi in salvo e devono trascorrere il tempo finché l'allarme non rientra.
   Anche quando dormono, dormono in camerette che sono rifugi: la vita è in un bozzolo, una forma primordiale di esistenza, tesa tra realtà e emergenza. L'allarme può suonare in ogni istante, mentre giocano in piscina, mentre escono di casa per andare a scuola, mentre fanno la doccia, ma questa è una paura degli adulti: essere colti nudi dall'arrivo di un missile. I bambini alla nudità non pensano.
   Batia è cresciuta a Kfar Aza, anche i suoi figli sono cresciuti nel kibbutz e ora ha un nipote che ha tre anni e sa già cosa sia un missile che vola verso il tuo villaggio. Sa anche quanto durano dieci secondi, il tempo necessario per essere sicuri che non ti succederà nulla. Una delle prime volte che l'allarme rosso ha iniziato a gridare, Batia e suo nipote erano in piscina, lei lo ha preso e ha iniziato a correre. Lui non voleva saperne di muoversi, ma dieci secondi sono un soffio, Batia lo ha preso con la forza e sono fuggiti verso il rifugio, tra i colori hanno aspettato assieme agli altri che l'allarme cessasse. Suo nipote non è più voluto tornare in piscina, gli ricorda l'allarme che grida, ha paura di quella corsa e di quei dieci secondi: "Gli ho spiegato che la paura esiste, che il pericolo è parte della nostra vita, che arriva all'improvviso e ci si salva correndo. Gli ho spiegato che la piscina non c'entra nulla, che bisogna sempre sapere dove si trova un rifugio, che bisogna essere pronti, sempre. Poi l'ho portato a vedere l'altoparlante da dove viene l'allarme: è lui che ti salva la vita, grida per te, grida contro i missili. Tu dammi la mano, dieci secondi e saremo salvi".

(Il Foglio, 13 luglio 2019)


Israele rafforza la difesa anti-missili nel sud dopo le minacce di Hamas

GERUSALEMME - Le Forze di difesa israeliane hanno dispiegato altre batterie del sistema di difesa missilistica "Iron Dome" dopo che il gruppo palestinese Hamas ha minacciato di voler vendicare la morte del "martire Mahmoud al Adham", ucciso ieri dai soldati dello Stato ebraico. Lo riferisce il quotidiano locale "Times of Israel". I militari israeliani hanno spiegato ieri che l'uccisione di Al Adham, 28 anni, sarebbe frutto di "un malinteso". Da parte sua, Hamas ha respinto "le scuse del nemico". La vittima è stata erroneamente identificata dai soldati come un terrorista armato, ma in realtà stava cercando di impedire ad alcuni giovani palestinesi di aprire un varco nella barriera di Gaza. Intanto il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas ha dichiarato che 55 persone sono rimaste ferite nell'ambito delle proteste presso la linea di demarcazione tra l'enclave palestinese e lo Stato ebraico.

(Agenzia Nova, 12 luglio 2019)


Secoli di cultura ebraica in Calabria

Rassegna itinerante promossa dalla cooperativa Satyroi di Bova Marina

di Clara Varano

 
CATANZARO - Valorizzare il patrimonio culturale ebraico in Calabria. É l'obiettivo della rassegna "Calabria Judaica", promossa dalla cooperativa Satyroi di Bova Marina e finanziata dal Dipartimento Cultura della Regione Calabria. Le origini della Calabria giudaica affondano nel mito. Lo conferma un antico commento biblico in cui si racconta che Isacco avrebbe conferito "l'Italia di Grecia" al figlio Esaù, a consolazione della primogenitura carpitagli con l'inganno dal fratello Giacobbe. Che la punta dello Stivale abbia avuto legami strettissimi con l'ebraismo lo si evince anche dal suo patrimonio culturale, unico nel suo genere, non fosse altro per la sua capacità di intrecciare il passato con il presente.
   La raccolta dei cedri che, ogni anno, richiama a Santa Maria del Cedro rabbini di tutto il mondo, ne è un piccolo esempio.
   Testimonianze archeologiche della Diaspora ebraica sono oggi visibili nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, nell'Antiquarium Leucopetra di Lazzaro, frazione di Motta San Giovanni, a Vibo Valentia e nel Museo archeologico nazionale di Scolacium, a Roccelletta di Borgia. Tracce significative che aumentano sempre più nel corso della storia, come dimostra la figura di Dannolo Shabbatai, medico, astrologo e teologo, vissuto a Rossano nel IX secolo.
   Da Cosenza a Reggio, da Gerace a Castrovillari, la Calabria è stata terra di fiorenti giudecche, di ebrei coltissimi e cosmopoliti. Non è un caso che proprio a Reggio vennero stampate, nel 1475, copie del Commento al Pentateuco di Rabbi Shlomo Yitzhaqi, uno dei più grandi talmudisti del medioevo ebraico. Si tratta del più antico testo stampato in caratteri ebraici che si conosca al mondo, oggi fruibile attraverso una copia anastatica conservata nella Biblioteca Pietro de Nava di Reggio Calabra. Di tutto questo mondo suggestivo, stroncato nel XVI secolo con la cacciata degli ebrei dal Sud Italia, si parlerà nell'ambito della rassegna culturale che si è aperta lo scorso 7 Luglio. Tra gli ospiti, Debora Penchassi, responsabile culturale della Sinagoga di Lincoln Square, a Manhattan. Al centro della rassegna l'ebraismo a 360 gradi, quindi, anche l'aspetto culinario, come i cibi koscher. A curare l'evento, che è stato organizzato in collaborazione con la Soprintendenza di Reggio, Pasquale Faenza. "Non si punta esclusivamente a valorizzare il patrimonio culturale giudaico della regione - ha spiegato Marco Potitò, referente della cooperativa Satyroi - ma anche a sensibilizzare la popolazione verso una più approfondita conoscenza delle tradizioni ebraiche, che potrebbero diventare un'occasione di scambio ma anche di sviluppo locale, così come succede oggi a Santa Maria del Cedro, in riferimento alla coltura del prezioso agrume". "Calabria Judaica" prevede altri tre incontri: il 22 luglio la rassegna si sposterà a Lazzaro, dove sarà possibile fruire dell'Antiquarium Leucopetra dalle 18.30 fino alle 24, grazie anche alla collaborazione del Comune e della Pro Loco, e dove si parlerà di donne ed ebraismo. Musica, gastronomia e cultura del mondo ebraico saranno di casa anche alla giudecca di Bova il 25 luglio, sempre alle 21, con "Giudecche di Calabria". A far conoscere meglio le giudecche calabresi, un tempo ospitate nei borghi della regione, sarà Chiara Corazziere, cui seguirà il concerto di musiche ebraiche di Marco Valabrega (violino) e Gianluca Casadei (fisarmonica). Chiuderà la rassegna l'evento previsto a Bova il 30 luglio dalle 17 alle 21, curato da "Il Giardino di Morgana" e da Domenico Guarna, che racconterà storie e miti concernenti la Calabria ebraica nell'ambito di un trekking urbano e un contest fotografico alla giudecca, di recente valorizzata dalle istallazioni di arte contemporanea di Antonio Pujia Veneziano e un sistema di pennellistica didattica curato dal conservatore dei beni culturali Pasquale Faenza.

(ANSA, 12 luglio 2019)


Universiadi, De Magistris riceve la delegazione palestinese

Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha ricevuto a Palazzo San Giacomo una delegazione degli atleti della Palestina impegnati in questi giorni nelle Universiadi di Napoli. Con Hassan Naseif, capo delegazione, erano presenti il nuotatore Anas Al Tamaary e Layan Jaber che si è cimentata nel taekwondo. Il primo cittadino, che è anche cittadino onorario palestinese, ha ricevuto in dono una sciarpa ricambiando con alcune medaglie del Comune.

(Il Mattino, 12 luglio 2019)


I mille volti dell'antisemitismo in Francia in un libro

Nel 2017, Sarah Halimi, una donna ebrea di sessantasei anni è morta a Parigi dopo essere stata picchiata nella sua casa da un uomo originario del Mali dedito all'uso di stupefacenti e dalla psiche tormentata. Alcuni testimoni hanno sentito il killer pronunciare la parola "Satana" prima di lanciare Halimi dal balcone sul marciapiede.
Nel trattare l'omicidio, la stampa nazionale francese impiegò settimane a menzionare l'antisemitismo. Dopo mesi di indagini, la magistratura francese ha classificato l'omicidio come un attacco antisemita.
L'incidente di Halimi viene trattato in maniera approfondita in un nuovo libro, Hate: The Rising Tide of Anti-Semitism in France (and What It Means for Us), del giornalista francese Marc Weitzmann. Nel libro a cui dedica un approfondimento Mosaicmagazine.com, Weitzmann tenta di descrivere la natura dell'antisemitismo francese e di spiegare perché così tanti funzionari e giornalisti francesi tentino di ignorarlo, minimizzarlo o addirittura negarlo. In contrasto con il governo e i media francesi, egli prende in esame il lato islamico dell'antisemitismo che attraversa la Francia…

(JoiMag, 12 luglio 2019)


Ucciso «per errore» militante di Hamas. Netanyahu: pronta azione a sorpresa

GERUSALEMME - Un miliziano di Hamas è stato «ucciso per errore» dai soldati israeliani al confine nord di Gaza, nella zona di Beit Hanoun. Lo ha reso noto un portavoce delle Forze di difesa dello Stato ebraico. Inizialmente era stato detto che l'uomo, Mahmoud Ahmad Sabri Al-Adham, 28 anni, stava tentando di entrare nel territorio israeliano, poi è stato spiegato che «si è trattato di un errore di identificazione». Il palestinese stava raggiungendo due giovani che si trovavano a ridosso del confine, probabilmente per impedire loro di danneggiare il reticolato (violando così la fragile situazione di calma): «Un'unità militare accorsa sul posto ha scambiato il miliziano della forza di interposizione per un terrorista, e per questo malinteso ha aperto il fuoco», ha specificato il portavoce di Tzahal. L'esercito ha subito aperto un'inchiesta. Lo stesso, Hamas ha promesso che l'uccisione non resterà impunita. Secondo le Brigate Ezzedin al-Qassam (il braccio armato del gruppo islamico), «Israele ha sparato deliberatamente» contro un «agente di sicurezza». «Israele pagherà per le sue azioni», hanno assicurato i miliziani. Anche la Jihad islamica ha fatto sapere che considera l'uccisione una «grave escalation».
   In mattinata, prima che si diffondesse la notizia di quanto accaduto lungo il reticolato, il premier Benjamin "Bibi" Netanyahu, parlando da Ashkelon - la cittadina al confine spesso sottoposta al tiro di razzi dalla Striscia - ha detto che sebbene Israele preferisca che continui la calma con Gaza, si sta preparando per una possibile offensiva militare «estesa», che potrebbe essere «a sorpresa».

(Avvenire, 12 luglio 2019)


Deposito segreto di materiale atomico a Teheran: Netanyahu aveva ragione

Quando Netanyahu denunciò all'ONU che l'Iran aveva un deposito segreto di materiale atomico a Teheran in molti storsero il naso. Dieci mesi dopo è l'AIEA a confermare che il Premier israeliano aveva ragione.

Sono passati dieci lunghi mesi da quando Israele denunciò all'ONU che l'Iran aveva un deposito segreto di materiale atomico a Teheran.
Ora finalmente l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) conferma quella rivelazione.
Sono tanti dieci mesi per andare a controllare. In dieci mesi gli iraniani hanno avuto tutto il tempo per spostare chissà dove quel materiale.
Ma i materiali nucleari lasciano una traccia e secondo una rivelazione fatta dalla TV israeliana Canale 13, che cita alti funzionari israeliani al corrente della situazione, la AIEA ha trovato tracce evidenti che in quel deposito segreto ci fosse materiale radioattivo....

(Rights Reporters, 12 luglio 2019)


Lo Yad Vashem cambia la preghiera per i morti nella Shoah per includere quelli del Nord Africa

 
Lo Yad Vashem ha cambiato due delle sue principali preghiere per la Giornata della memoria dell'Olocausto - la preghiera di Yizkor e El Maleh Rahamim - per includere vittime ebree dal Nord Africa.
  Come riporta il Times of Israel, il cambiamento è avvenuto dopo che Yael Robinson, una studentessa di Zichron Yaakov il cui nonno, Kalfo Janah, era un sopravvissuto di Tripoli, in Libia, ha contestato l'anno scorso con il fatto che la cerimonia del ricordo locale non menzionava vittime al di fuori dell'Europa.
  La legislazione antisemita fu imposta ai 415.000 ebrei del Marocco, dell'Algeria e della Tunisia in seguito all'istituzione del regime di Vichy in Francia, secondo Yad Vashem, mentre dalla Libia, allora sotto dominio italiano, migliaia di ebrei libici furono portati nei campi di concentramento. Fra il maggio e il giugno del 1944 quelli espulsi da Tripoli furono mandati a Bergen-Belsen, mentre la maggior parte di quelli di Bengasi al campo di Innsbruck-Reichenau.
  "È stato strano per me che la lettura di Yizkor alla cerimonia menzioni solo gli ebrei morti in Europa, e la preghiera di El Maleh Rahamim menziona ancora l'Olocausto in Europa ma non menziona l'Olocausto in Europa - Nord Africa nemmeno una sola volta", ha scritto Yael Robinson agli organizzatori della cerimonia.
  Michael Shakati, dell'associazione "Un movimento per una memoria pulita" coinvolto nell'organizzazione della cerimonia, ha scoperto che le preghiere usate sono state prese dal sito web del memoriale dell'Olocausto di Yad Vashem a Gerusalemme. Ha quindi contattato il Memoriale che ha risposto: "d'ora in poi, nessuna distinzione sarebbe stata fatta tra vittime della Shoah di origini diverse".

 Ebrei libici deportati a Bergen-Belsen
  Prima che il nonno di Robinson morisse, le disse che da bambino vide suo padre arrestato e gettato "come un sacco di patate" su un camion che lo portò al ghetto, da dove fuggì e tornò a casa poche settimane dopo.
  "Quando volevano prendere suo padre, cercava di afferrarlo, e il tedesco, che aveva le punte di metallo sul bordo delle scarpe, lo prendeva a calci. Fino al giorno della sua morte aveva le cicatrici ", ricorda Yael Robinson.
  Secondo Haaretz, il sito web Yad Vashem ha già la versione aggiornata delle preghiere. Nella preghiera Yizkor, una frase che in precedenza ricordava quelli della "diaspora europea" che morì nella Shoah ora dice solo "diaspora". Allo stesso modo, la parola "europeo" è stata rimossa dalla preghiera di El Maleh Rahamim riferendosi ai sei milioni di vittime della Shoah.
  "Non esiste una versione unica della preghiera Yizkor ed è noto che durante le cerimonie commemorative le varie comunità e organizzazioni la adattano come è giusto", ha detto Yad Vashem in una dichiarazione a Haaretz.

(Bet Magazine Mosaico, 12 luglio 2019)


In crescita l'immigrazione in Israele

Nel 2018 sono aumentati in particolare i neo immigrati dall'ex-Urss. Gli "olim hadashim" tendono a stabilirsi nelle grandi città.

In totale sono 28.099 gli olim hadashim (neo immigrati) giunti in Israele nel 2018, pari a un aumento del 6,6% rispetto al 2017. E' quanto emerge dai dati pubblicati martedì dall'Ufficio Centrale di statistica israeliano, secondo i quali oltre i due terzi dei nuovi immigrati arrivati in Israele nel 2018 (67,7%) provengono dai paesi dell'ex Unione Sovietica, principalmente Russia e Ucraina. Un altro 9% proviene dagli Stati Uniti e l'8,7% dalla Francia....

(israele.net, 12 luglio 2019)


Cori ebraici d'Europa, l'emozione in musica di un nuovo incontro

di Rachel Silvera

 
FERRARA - "Betzet Isael" cantata secondo il rito liturgico romano, ma anche un intenso ''Avinu Malkeinu" per rivivere l'indimenticabile interpretazione di Barbra Streisand e tantissimi brani in yiddish che mescolano tradizione, folklore e intensità. Il settimo Festival dei Cori Ebraici Europei, che a fine giugno ha riempito di musica ed energia Ferrara, è terminato con un concerto di gala al Teatro Claudio alla presenza tra gli altri della presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni, dell'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede Oren David, del sindaco della città Alan Fabbri, dell'ambasciatore italiano Giulio Prigioni, di Marino Pedroni, direttore del Teatro Comunale "Claudio Abbado" e Dario Favretti, direttore di Ferrara Musica.
   La conclusione ideale dopo tre giorni di esibizioni e performance speciali che hanno animato la città, gli spazi del Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah e del teatro comunale. L'iniziativa, organizzata dal Coro Ha-Kol di Roma e dalla European Association of Jewish Choirs (EUAJC), ha visto salire sul palco ed esibirsi live al Meis di fronte ad un pubblico entusiasta sei cori: Les Polyphonies Hebraisque de Strasbourg, l'Ensemble Choral Copemic di Parigi, il Wiener Judischer Chor di Vienna, The Zemel Choir di Londra, il coro Ha-Kol di Roma e la Shtrudl-Band di Leopoli.
   Ospite della serata conclusiva, l'accademia corale "Vittore Veneziani" di Ferrara intitolata al celebre direttore e compositore ebreo che diresse su invito di Arturo Toscanini il coro della Scala fino alla promulgazione delle leggi razziste, riprendendo poi il suo posto dopo la guerra fino al 1954. Il programma dei concerti si è contraddistinto per la contaminazione di ispirazioni: dai brani del Seder di Pesach, ai canti tradizionali europei rivisitati, da un omaggio a Giuseppe Verdi e al suo Nabucco alla scoppiettante canzone yiddish resa celebre dalle Andrews sisters "Bei Mir Bist Du Shein", interpretata dagli oltre 200 coristi. La gioia dei partecipanti è proseguita durante lo Shabbat con canti tradizionali e balli insieme al presidente della EUAJC Anthony Cohen. Il palcoscenico di Ferrara è stato frutto di una scelta non casuale, spiega il presidente del coro Ha-Kol Richard Di Castro: "La città ha una comunità ebraica dall'origine antichissima e ospita oggi il Meis, un punto di riferimento per la ricostruzione della storia degli ebrei in Italia e la loro integrazione sociale, ma è anche una città diventata un importante centro internazionale per la promozione della musica grazie al maestro Claudio Abbado".
   Una manifestazione fortemente voluta dal direttore del Meis Simonetta Della Seta che ha aperto le porte del museo: "Già nel luglio del 2017 lanciai al presidente del coro Ha-Kol Di Castro l'idea di portare il Festival a Ferrara. Sentire cantare in ebraico al Meis e a Ferrara è una emozione straordinaria che ci rende orgogliosi e grati".

(Italia ebraica, luglio 2019)


La crisi di Hormuz

Un altro scontro tra inglesi e Iran. Serve una soluzione internazionale.


Un'altra crisi nello Stretto di Hormuz, un'altra smentita da Teheran, due versioni che cozzano tra di loro e non fanno che surriscaldare quel pezzo di mare che sembra destinato a diventare il teatro del conflitto tra l'Iran e l'occidente. Mercoledì tre barche iraniane hanno cercato di bloccare il passaggio di una petroliera britannica e soltanto l'intervento di una nave da guerra della Royal Navy ha fatto allontanare le imbarcazioni della Repubblica islamica e permesso alla petroliera di continuare sulla sua rotta. Secondo il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, le accuse degli inglesi sono "senza valore", anzi sono create ad arte per aumentare la tensione: "A quanto pare la petroliera britannica è passata", ha detto Zarif. Gli inglesi invece hanno ricostruito l'episodio con dovizia di particolari, e la Cnn ha detto che un aereo di ricognizione americano ha filmato l'incidente. Per di più ci sono altri due fatti da ricordare. Il primo è che uno dei capi più famosi delle Guardie della rivoluzione, Mohsen Rezaei, ha detto che bisognava prendere in considerazione l'ipotesi di sequestrare navi inglesi. Siamo nel campo della roboante retorica iraniana, ma Rezaei parlava di ritorsione: alla fine della settimana scorsa, a Gibilterra le forze inglesi avevano messo sotto sequestro una petroliera iraniana diretta in Siria: secondo Londra, il carico violava sanzioni imposte dall'Unione europea contro il regime di Assad (la nave è ancora ferma). Il comando americano, che ha gestito l'attacco alle proprie navi di recente, dice che "a minacce internazionali bisogna rispondere con soluzioni internazionali", perché lo Stretto di Hormuz, che è strategico, sta diventando sempre più un passaggio difficile e rischioso. E l'Iran intanto ha superato il livello di arricchimento dell'uranio previsto dall'accordo del 2015, annichilendo i tentativi europei di tenere in piedi quel patto nonostante il ritiro dell'America di Trump. A furia di cercare l'incidente, prima o poi succede, e nel regno dell'imprevedibilità non è chiaro dove si possa, o si voglia, finire.

(Il Foglio, 12 luglio 2019)


Ebrei australiani in visita alla mostra di Largo Fiorillo a Genova

Una donna riconosce la madre di una amica

GENOVA - Sono venuti da Melbourne e da altre parti dell'Australia i venti componenti il gruppo di origine ebraica che in questi giorni ha visitato la scultura di Walter Tacchini e il percorso didattico di M2B su Molo Pagliari, dedicati alla partenza delle navi Fede e Fenice nel primo dopoguerra, e la mostra "Dalla Terraferma alla Terra Promessa" visibile fino al 18 settembre prossimo al Terminal 1 a Largo Fiorillo, organizzata dall'AdSP con il patrocinio Comune della Spezia ed il supporto della Fondazione Carispezia.
   Si è trattato di una occasione molto speciale, in quanto alcuni di essi sono i discendenti di quegli ebrei sopravvissuti alla Shoah che nel 1946 partirono dalla Spezia per raggiungere la Terra Promessa. Una componente del gruppo ha riconosciuto, in una foto dei pannelli posti su Molo Pagliari, una donna che è risultata essere la madre di una sua cara amica residente come lei a Melbourne, tra la commozione di tutti i presenti
   Le porte del cantiere del Pagliari, dove la ditta Trevi sta portando avanti per conto dell'AdSP i lavori della nuova marina, sono stati eccezionalmente aperti per consentire la visita. Si dovrà infatti attendere la fine dell'anno perché il memoriale dell'Aliya Bet sia aperto al pubblico e frequentabile da tutti coloro che vorranno scoprire la storia che lega La Spezia, "Porta di Sion", ad Israele e alle vicende del popolo ebraico.
   Si ricorda che la mostra, curata da Rachel Bonfil e Fiammetta Martegani del Museo Eretz di Tel Aviv in collaborazione con la Fondazione Museo della Shoah di Roma e il patrocinio dell'Ambasciata d'Israele a Roma, è visitabile tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle ore 10 alle ore 19 con ingresso libero.
   Oltre alle numerose foto che documentano la partenza da varie parti d'Italia degli ebrei provenienti dai campi di concentramento, sei monitor diffondono le toccanti testimonianze di alcuni di essi e dei loro discendenti che non vogliono dimenticare perché "Remembering is a duty", ovvero "Ricordare è un dovere", come è scritto su uno dei pannelli in mostra.

(Primocanale, 12 luglio 2019)


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