Accostatevi nazioni, per ascoltare! e voi, popoli, state attenti! Ascolti la terra con ciò che la riempie, e il mondo con tutto ciò che produce! Poiché l'Eterno è indignato contro tutte le nazioni, è adirato contro tutti i loro eserciti; egli le vota allo sterminio, le dà in balia alla strage.
Isaia 34:1-2

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Washington rinnova le sanzioni contro l’Iran. Zarif: "Gli Usa non sono affidabili"

La decisione del Senato degli Stati Uniti, che ha rinnovato per dieci anni le sanzioni contro l'Iran, conferma che Washington non rispetta le decisioni prese. Così il ministro degli Esteri di Teheran Javad Zarif, commentando il voto all'unanimità di due giorni fa al Senato sulla proroga dell'Iran Sanction Act, cui qualche giorno prima aveva dato il via libera la Camera dei rappresentanti.
"Il prolungamento delle sanzioni imposte all'Iran - ha detto Zarif, citato dalla tv pubblica mentre è in visita in India - mostra alla comunità internazionale che gli Stati Uniti non sono affidabili. L'America contraddice i suoi stessi impegni".
In realtà, l'amministrazione di Washington sostiene che l'Isa non sia in contrasto con l'accordo sul nucleare raggiunto con Teheran. La proroga delle sanzioni deve comunque essere firmata dal presidente Barack Obama, che si era detto contrario al prolungamento di dieci anni.

(Adnkronos, 3 dicembre 2016)


Baltica week - Una settimana nel ricordo del genocidio degli ebrei a Rumbula

Una toccante cerimonia con la posa di centinaia di candele di fronte al Monumento alla libertà a Riga ha ricordato i 25 mila ebrei uccisi nei boschi di Rumbula nel 1941, fra gli eventi principali di questa settimana.

Il monumento alla libertà a Riga
Fra il 30 novembre e l'8 dicembre del 1941 25 mila ebrei furono trucidati dalle SS naziste e dai reparti collaborazionisti lettoni nei boschi presso Rumbula, a pochi chilometri da Riga. Mercoledì scorso una toccante cerimonia con la deposizione di centinaia di candele di fronte al monumento alla libertà, nel centro di Riga, ha voluto ricordare questo tragico avvenimento a settantacinque anni dalla sua ricorrenza.
L'olocausto di Rumbula è il più grande assassinio di massa perpretato in suolo lettone. Fu organizzato e condotto dai reparti delle SS che avevano occupato la Lettonia, con la collaborazione di alcuni reparti della polizia locale. Furono anche i giorni in cui vennero uccisi più lettoni che in ogni altro evento storico nel paese baltico.
L'occupazione nazista della Lettonia dal giugno del 1941 aveva portato anche nel paese baltico lo sterminio del popolo ebraico. Furono creati commandi speciali, organizzati da collaborazionisti lettoni, gli Arāja commandos, detti anche Einsatzgruppe A, che si incaricavano di effettuare retate di ebrei nelle principali città lettoni: in particolare, Riga,  Arāja e Daugavpils. Furono distrutte le sinagoghe, e i cittadini ebrei vennero confinati in ghetti.
Proprio dal ghetto di Riga il 30 novembre del 1941 i nazisti misero in marcia una lunghissima colonna di prigionieri ebrei, per portarla fino ai boschi di Rumbula. Dieci chilometri in marcia, sotto la scorta dei soldati nazisti e di personale di polizia lettone.
Nei boschi di Rumbula gli ebrei furono costretti a spogliarsi, a lasciare le loro cose (avevano portato con sè le loro cose, perché gli era stato detto che quello era un trasferimento) per poi venire fucilati dalle milizie degli Arāja commandos e dai soldati tedeschi. Nel ghetto di Riga vivevano circa 30 mila persone, e non era possibile ucciderle tutte in un solo giorno nei boschi di Rumbula. Per questo l'uccisione di massa fu prolungata fino all'8 dicembre.
Per ricordare questo tragico avvenimento, a 75 anni di distanza, è stata organizzata una cerimonia molto particolare di fronte al monumento alla libertà a Riga. Centinaia di candele deposte ai piedi del monumento in ricordo delle vittime ebree.
Fra economia e politica è stata una settimana poco esaltante per la Lettonia e complessivamente per i paesi baltici, che si sono visti ridurre drasticamente le previsioni di crescita economica per quest'anno dall'OCSE.
Sono usciti questa settimana anche i sondaggi dei partiti in Lettonia. I russofoni di Saskaņa si confermano primo partito nel paese, e aumentano il proprio consenso fino al 20%. Dietro di loro ZZS, al 15%. Perdono i nazionalisti di Visu Latvijai!, mentre resta sostanzialmente stabile, in bilico sulla soglia di sbarramento del 5% Vienotība.
Il presidente lettone Vējonis ha intenzione di rinviare al parlamento la norma sul nuovo sistema fiscale e contributivo a carico delle micro imprese, una delle norme più contestate all'interno della legge di bilancio lettone del 2017.
Intanto sono stati resi pubblici alcuni dei progetti che saranno finanziati grazie alla famigerata "deputātu kvota", la quota di soldi pubblici riservata ai parlamentari per promuovere progetti locali di interesse pubblico. Circa 420 mila euro saranno destinati al completamento di appartamenti popolari a Smiltene, mentre 95 mila euro finiranno a Valka, in gran parte per la costruzione di un monumento  Pagaidu latviešu nacionālajai padome, , il Consiglio nazionale provvisorio lettone, che proprio da Valka fu uno dei motori per l'acquisizione dell'indipendenza del paese baltico nel 1918.
La parte del leone comunque per i finanziamenti ricevuti (20 milioni in totale) fra i vari comuni l'ha fatta Ventspils, che ottiene 4,1 milioni di euro, seguita da  Arāja (1,7 milioni), Rezēkne (1,4 milioni), Jelgava e Valmiera (1,1 milioni). La maggior parte dei progetti finanziati è stata presentata da deputati della maggioranza, mentre sono pochissimi quelli dell'opposizione. Questa è una delle questioni che hanno scatenato maggiori critiche sul metodo della "deputātu kvota".
E' stata approvata dal parlamento lettone una nuova norma che prevede il ritiro della patente di qualsiasi mezzo motorizzato (anche barche) a chi è in ritardo sul pagamento degli alimenti al coniuge o ai figli. Una norma che entrerà in vigore dal 1o gennaio 2017 e che si spera serva per regolare meglio una materia molto importante, in un paese con un'alta percentuale di coppie separate.
Per qualcuno è stata comunque una settimana fantastica. Si è registrata infatti una vincita record al lotto lettone, esattamente al Viking Lotto, dove un gruppo di giocatori ha indovinato i sei numeri vincenti, che hanno fruttato la somma di 815 mila euro. Dei cinque vincitori in gruppo, uno solo è lettone: poi c'è un finlandese, un danese e due norvegesi.
Per chi è in Lettonia in questi giorni l'attrazione principale è senza dubbio quella dei mercatini di natale che hanno aperto un po' ovunque, sia a Riga che nel resto del paese.
In questo weekend potete anche visitare il tradizionale albero di natale che è stato acceso ieri in Rātslaukums, fra il palazzo comunale di Riga e la Casa delle Teste nere con un meccanismo di accensione davvero particolare e da guinnes dei primati .
E' il luogo fra l'altro in cui si narra che sia stato addobbato il primo albero di natale della storia nel 1510. Ma non ditelo agli estoni, che potrebbero arrabbiarsi.

(Baltica, 3 dicembre 2016)


Scovato a Budapest il registro completo delle sepolture

Il lavoro su Mantova dell'editore Rav Shmaya Levi: «Qui ci sono le tombe dei maestri della cultura ebraica»

 
L'epitaffio di Moshè Zacuto ritrovato e identificato da Mauro Perani
MANTOVA - Un antico documento che l'editore, rabbino e ricercatore israeliano Rav Shmaya Levi ha scovato a Budapest riporta con esattezza il registro delle sepolture dell'antico cimitero ebraico di Mantova. Il salto indietro nei secoli crea suggestioni straordinarie. Nel documento ritrovato in Ungheria, Rav Shmaya Levi ha avuto la conferma che a Mantova sono seppelliti esponenti importantissimi dell'ebraismo.
La Gazzetta di Mantova aveva raccontato che nell'antico cimitero è seppellito Azariah da Fano (Fano, 1548 - Mantova, 1620) considerato il più eminente cabalista d'Italia. Ora, grazie al ritrovamento del registro completo delle sepolture, la lista dei nomi autorevoli dell'ebraismo seppelliti nel cimitero del Gradaro si allunga.
«Moshè Zacuto, Aviad Basilea, David Finzi, Yehudà Briel - spiega Rav Shmaya Levi - sono seppelliti a Mantova, ora lo sappiamo per certo. Per la nostra comunità questi nomi sono i maestri. Ancora oggi leggiamo e studiamo le loro opere ogni giorno».
Una ricerca sul portale "Rabbini italiani" consente di farsi un'idea del livello delle personalità cui Rav Shmaya Levi si riferisce.
 Rabbì Moshè Zacuto (Amsterdam 1625 - Mantova 1697) fu uno dei maggiori cabalisti italiani. Dei suoi molti libri videro la stampa: "Shudà' De-Dayyanè" (Mantova 1678, sulle regole relative a cause pecuniarie), "Qol ha-Re.Ma.Z." (Amsterdam 1719, un commento alla Mishnà), "Sh.U-T. ha-Re.Ma.Z." (Venezia 1761, responsi), "Iggheròt ha-Re.Ma.Z." (Livorno 1780, un epistolario contenente trentasette lettere di argomento cabalistico).
 Rabbì Aviad Basilea fu talmudista, cabalista, filosofo e scienziato. Nacque a Mantova nel 1680, e qui fu allievo di Rabbì Yehudà Briel. A 44 anni si dedicò allo studio della cabala lurianica e compose il libro "Emunàt Chakhamìm", pubblicato a Mantova nel 1730. Delle sue opere è noto anche un commento al "Toftè 'Arùkh" di Rabbì Moshè Zacuto. Alcuni suoi responsi sono riportati nel "Pàchad Itzchàk" e nelle opere dei suoi contemporanei Rabbì Moshè Hagiz e Rabbì Ya'aqòv Emden. Ha lasciato inediti scritti di ingegneria e geometria. Morì nel 1743.
 Rabbì David Finzi, mantovano degli inizi del 18o secolo, fu allievo di Rabbì Yehudà Briel nell'ambito biblico, talmudico e normativo, e di Rabbì Moshè Zacuto per la mistica. Fu suocero di Rabbì Moshè Chayìm Luzzatto. I suoi responsi si trovano sparsi in alcune raccolte, quali il "Shémesh Tzedaqà" o il "Divrè Yosèf".
 Rabbì Yehudà Briel (1643 - 1722) fu rabbino a Mantova dove succedette a Rav Moshè Zacuto. Fu una delle personalità più importanti della sua epoca. Parte dei suoi responsi fu pubblicata nelle opere di altri rabbini italiani quali il Pachad Ytzhàk, lo Shemèsh Tzedakà, il Zèrà Emèt ed il Devàr Shemuèl. Tradusse dal latino in ebraico le lettere di Seneca e utilizzò la conoscenza del latino per combattere i libelli antisemiti dell'epoca.

(Gazzetta di Mantova, 3 dicembre 2016)


«Quello è il cancello di Dachau». Rubato due anni fa, era in Norvegia

Memoriale del lager, giallo sui ladri: neonazisti o collezionisti

di Roberto Giardina

Il cancello di Dachau dopo il ritrovamento
BERLINO - Dopo esattamente due anni e un mese è stata ritrovata la porta in ferro battuto del Lager di Dachau, con la scritta «Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi, esempio del macabro umorismo nazista. Grazie a una soffiata anonima, la polizia norvegese l'ha recuperata in un deposito alla periferia della città di Bergen. In Germania è stata inviata una foto, e da un primo esame gli esperti bavaresi sono sicuri che si tratti dell'originale «con quasi assoluta cerezza».
   Il furto della porta, pesante oltre un quintale e alta un paio di metri, era avvenuto a Dachau il 2 novembre 2014, si presume su commissione di qualche collezionista o di un gruppo neonazista. I ladri hanno potuto agire senza eccessiva preoccupazione perché la zona non era e non è videosorvegliata, entrando in azione tra due turni delle guardie notturne. Ma la scritta non è originale, le lettere in ferro scomparvero subito dopo la guerra, e furono sostituite da una copia fedele nel 1965. Si presume che il committente abbia poi rinunciato a comprare la porta a causa del clamore suscitato dal furto. E i ladri hanno preferito abbandonarla.
   Dachau fu il primo lager a entrare in funzione già nelle prime settimane dopo l'avvento di Hitler, nel 1933. Vi venivano internati comunisti e altri oppositori del regime, e non era un campo di sterminio, ma i prigionieri morivano di stenti e per i maltrattamenti.
   Già nel dicembre 2009 era stata trafugata la scritta «Arbeit macht frei» all'ingresso del lager di Auschwitz, in Polonia. Il fregio pesante una quarantina di chili e lungo cinque metri, era stato ritrovato diviso in tre parti qualche giorno dopo in una località nel nord del paese. Grazie a una taglia di 27.500 euro, fu possibile arrestare i colpevoli, cinque polacchi tra 25 e 39 anni che confessarono di aver agito su commissione di un collezionista svedese. Furono condannati a pene fino a due anni, come il mandante arrestato e condannato a Stoccolma. La scritta è stata restaurata e rimessa sul portone principale del lager, dove fu sterminato oltre un milione di ebrei.
   Per le autorità polacche, la scritta avrebbe avuto un valore di almeno mezzo milione di euro sul mercato nero dei collezionisti. Gli oggetti del III Reich, dalle armi alle divise, alle decorazioni, continuano a crescere di valore, anche perché è sempre più difficile trovare pezzi autentici. I più fanatici sono gli americani, seguiti dai nuovi ricchi russi, seguiti dagli arabi e da cinesi e giapponesi.
   Il mese scorso, a un'asta a Londra un anello d'oro appartenuto a Eva Braun, la compagna del Fuhrer, è stato aggiudicato per 1.250 sterline, un portarossetto per 360. In giugno, a Monaco, la casa d'aste Hermann Historica ha incassato 170mila euro grazie ai fan del III Reich. Tutti nostalgici? I superstiti dei campi di sterminio, e i loro discendenti, protestano, ma la vendita non è vietata.

(Nazione-Carlino-Giorno, 3 dicembre 2016)


Il mondo perduto di Esther, Isaac e Israel

L'epopea letteraria dei fratelli Singer, il rapporto con l'ebraismo orientale e l'incontro con la cultura razionale e illuminista.

di Paolo Delgado

 
La famiglia Singer
Se l'avessero fatto apposta sarebbe un esperimento letterario di prim'ordine. Due scrittori, sorella e fratello, entrambi dotatissimi e vicini per età, lei più grande di appena due anni, raccontano la stessa vicenda autobiografica, identica ma colta da punti di vista opposti: quello di un maschio che rifiuta la comunità in cui è nato e cresciuto e quello di una femmina per cui ribellarsi, proprio in quanto femmina, è infinitamente più arduo. La comunità è quella di un "mondo che non c'è più", la dimensione particolarissima anche all'interno dell'ebraismo, dell'universo ebraico-orientale. Il mondo degli Shtetl, del misticismo chassidico, delle grandi e lussuose corti rabbiniche i cui maestri erano venerati come santi e si tramandavano spesso il titolo di padre in figlio.
  Gli autori che hanno raccontato in due libri straordinari la loro esperienza privata all'interno di quella realtà scomparsa sono Esther Kreitman Singer, nel suo primo romanzo pubblicato, La danza dei demoni, del 1936, e suo fratello Israel Singer, che la stessa vicenda aveva narrato tre anni prima nel suo Da un mondo che non c'è più. Il romanzo di Esther, che era già uscito anni fa in Italia col titolo Deborah, è stato da poco riportato da Bollati-Boringhieri nelle librerie nella nuova traduzione di Marina Morpurgo. Il libro di Israel, che al contrario del romanzo della sorella, è esplicitamente una memoria autobiografica, è uscito in Italia nel 2015 in due diverse versioni: col titolo originale e la traduzione di Marina Morpurgo da Bollati-Boringhieri. Col titolo La pecora nera e la traduzione di Anna Linda Callow da Adelphi.
  I genitori di Esther e Israel veni vano da correnti opposte dell'ebraismo orientale. Il padre era un rabbino chassidico, un mistico che credeva nella possibilità di una comunione con Dio veicolata dalle emozioni estatiche più che dalla ragione e nelle doti sovrannaturali assolute, inclusa la capacità di compiere miracoli, dei "santi" delle corti chassidiche, gli Tsadik che si tramandavano spesso titolo e santità di padre in figlio. La madre, donna colta che a differenza delle ebree chassidiche aveva studiato, era invece figlia di uno dei più importanti e sapienti rabbini ost-juden. Si trattava però di un'illuminista che disprezzava la mistica chassidica e la considerava alla stregua di una superstizione.
  I giovani Singer erano dunque cresciuti in una famiglia segnata dal gelo, con un padre che si sforzava continuamente di piacere e rendere orgogliosa una moglie sprezzante e fredda. Tanto più che il rabbino non era affatto portato alle cose di questo mondo. La famiglia era quindi costretta a vivere molto poveramente in un piccolissimo Shtetl. Quando il padre fu chiamato a insegnare in una delle più importanti corti rabbiniche le cose peggiorarono ulteriormente. Il santo si rivelò presto un furbo imbroglione che rifiutava di pagare il maestra, lasciando la sua famiglia nella miseria più nera. A salvarli fu un conoscente occasionale, che convinse il padre dei due ragazzi a trasferirsi in una delle zone ebraiche più misere e malfamate di Varsavia priva di rabbino, dove la situazione della famiglia migliorò sensibilmente.
  Israel, illuminista e vicino al socialismo, racconta la storia facendosene protagonista e guardandola dal punto di vista della madre e del nonno materno. Non nasconde il disprezzo per le superstizioni chassidiche e per il piccolo mondo dello Shtetl. Non c'è velo di poesia o magia, neppure nel ricordo, ad addolcirne lo sguardo. Applica alla storia sua e della sua famiglia lo stesso realismo crudo che si ritrova nei suoi grandi romanzi.
  Esther, la femmina tenuta lontana dai libri dal padre, ignorata dalla madre infelice, divorata da un desiderio di sapere che è condannata a non appagare, non riesce mai a farsi protagonista della sua stessa storia. La racconta come chi è costretto a osservare senza partecipare, impegnata in un combattimento impari per sottrarsi a quel destino. Che è però la chiave del suo stile pittorico, opposto a quello del fratello. Esther sa descrivere nei particolari, con una partecipazione che le permette di cogliere l'essenza, quello stesso mondo che Israel sferza con la sua prosa. Proprio perché costretta a ritirarsi sul fondo della storia, è in grado di coglierne tutti gli aspetti e di descriverli con la partecipazione che manca alla visione del fratello. Non sfuggono la bellezza del padre, la sua nobiltà infelice, e pur senza mai scivolare in un giudizio feroce, destina la sua empatia e la sua comprensione al rabbino generoso e inetto molto più che alla madre intellettuale e gelida.
  Quando la famiglia arriva a Varsavia però i punti di vista aumentano, con l'ingresso in scena di Isaac il fratellino piccolo, destinato a diventare uno dei più grandi scrittori del Novecento e a vincere il Nobel nel 1978. Più giovane di Esther di 13 anni e di Israel di 11, Isaac Baashevish era probabilmente troppo piccolo per ricordare gli anni dello Shtetl. Sulla corte rabbinica di via Krochmalna a Varsavia ha scritto però un libro di ricordi, Alla corte di mio padre, che non è solo considerato tra i suoi migliori ma rivela come le storie che aveva sentito raccontare lì da quelli che si rivolgevano al padre perché risolvesse, in veste di giudice, controversie spinose o casi difficili sono stati poi l'inesauribile materiale di tutta la sua opera e in particolare dei racconti, nei quali Isaac eccelle più che nei romanzi. Il mondo dell'ebraismo orientale, nella sua visione è insieme grottesco e incantato, spesso surreale eppure capace di presentare in ogni vicenda raccontata una sorta di dilemma filosofico. A Esther, la sorella infelice condannata a un ruolo non suo e destinata a soffrirne per tutta la vita, Isaac ha dedicato uno dei suoi racconti migliori e forse il più famoso di tutti, anche per il film che ne ha tratto, come regista e interprete, Barbra Streisand: Yentl, la storia di una ragazza che pur di studiare nella yeshiva, la scuola rabbinica, si fa passare per maschio.
  Nei loro romanzi, nei racconti e nelle memorie tutti e tre i Singer hanno parlato di un mondo che non c'è più, quello ost-juden, l'ebraismo orientale che aveva trovato modo di costruire una sorta di "patria in esilio", con la sua cultura specifica e la sua lingua, l'yiddish adoperato da tutti e tre gli scrittori nelle versioni originale. Ma lo hanno fatto da angolazioni diverse, che si riflettono poi immediatamente sui rispettivi stili di scrittura. Israel, razionale e beffardo, è consapevole di essere stato tra gli agenti della disgregazione di quel mondo. Lo guarda a ritroso a volte con affetto ma mai con rimpianto. Lo inserisce nel quadro ampio delle trasformazioni storiche e sociali circostanti, a partire dalla rivoluzione russa. Lo rievoca senza sconti e senza sentimentalismi, come il grande scrittore realista che era.
  Anche Esther, la prima a scrivere costretta però a bruciare tutto dopo il matrimonio combinato, è un agente della disgregazione di quel mondo, col suo rifiuto di accettare il ruolo riservato alle donne, ma ne è anche una vittima che tuttavia non arriva mai al rifiuto drastico di Israel e sembra anzi essere quella che meglio di tutti riesce a cogliere le qualità di quel mondo scomparso.
  Isaac cresciuto già nella grande città e con l'esempio dei fratelli maggiori è il solo a raccontare il mondo ebraico-orientale senza aver vissuto da protagonista ma solo come testimone della sua fine. E' l'unico, soprattutto, a scrivere dopo la Shoah, consapevole che il mondo ost-juden non c'era più non solo perché erano venute meno la sua cultura e il suo tessuto sociale, ma perché era stato cancellato e sterminato. Lo traspone quindi in una dimensione fantastica, quasi onirica, diversa sia dal realismo ancora ottocentsco del fratello sia dalla visione più intima e partecipe ma ancora realista della sorella.
  Esther Kreitman è stata considerata a lungo solo "la sorella dei Singer". Ora chiunque può scoprire che era invece molto più di questo e stupirsi chiedendosi come dalla stessa famiglia siano potuti arrivare tre scrittori così eccezionali.

(Il Dubbio, 3 dicembre 2016)


L'ONU: "Iraniani: l'accordo sul nucleare ha aumentato le violazioni dei diritti umani in Iran"

Shabnam Madadzadeh e Arash Mohammadi
Oltre al rapporto del mese scorso del Segretario Generale dell'ONU, che ha parlato nel dettaglio dell'aumento delle violazioni dei diritti umani in Iran, due dissidenti recentemente fuggiti, hanno raccontato le loro storie personali di abusi, affermando che l'accordo sul nucleare sta solo incoraggiando il regime ad essere più repressivo ed espansionista, dice The Washington Times.
I due dissidenti, Shabnam Madadzadeh, 29 anni e Arash Mohammadi, 25 anni, hanno parlato a Rowan Scarborough della brutalità che hanno dovuto subire quando hanno preso parte alle proteste pubbliche. Entrambi sono stati fatti uscire di nascosto dall'Iran dalla rete clandestina organizzata dai Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK).
Questi manifestanti hanno parlato dell'odio diffuso per il regime e del senso di sfiducia verso l'Occidente che non fa nulla per appoggiare le aspirazioni per la democrazia. Mohammadi, arrestato per aver preso parte alle manifestazioni del 2009, ha detto che nelle strade si gridava: "Obama, stai con loro o con noi?".
Shabnam Madadzadeh ha detto: "Non è cambiato nulla nella vita del popolo iraniano. L'accordo è stato solo con il regime". Il denaro sbloccato dalla revoca delle sanzioni se n'è andato per l'esportazione del terrorismo, per sostenere il regime di Assad e per la repressione. "Ogni negoziato con il regime rappresenta altre forche in Iran", ha detto a The Washington Times.
Shabnam Madadzadeh è diventata famosa per essere stata la coordinatrice degli studenti durante le proteste popolari del 2009. E' stata menzionata nei rapporti del Dipartimento di Stato sulle violazioni dei diritti umani in Iran del 2010 e del 2011. Il Dipartimento di Stato ha detto che Shabnam Madadzadeh è stata condannata a cinque anni di reclusione per diffusione di propaganda contro lo stato. Il suo avvocato non era presente in aula, le autorità l'avevano arrestata per aver protestato contro la condanna a morte di ragazzino.
Tra le varie prigioni in cui è stata rinchiusa Shabnam Madadzadeh c'è anche il famigerato carcere di Evin e la sua Sezione 209 diretta dal Ministero dell'Intelligence. Ha detto di essere stata picchiata, minacciata di stupro e sottoposta a finte esecuzioni. A Shabnam Madadzadeh è stato detto: "Dì che sei contro i Mojahedin". Ma lei non l'ha fatto.
Arash Mohammadi è rimasto in carcere per due anni, periodo durante il quale "gli inquirenti dell'intelligence lo hanno picchiato e minacciato", ha riportato The Washington Times. Gli era stato offerto del denaro per denunciare il MEK e "diventare un riformista accettato", ma Mohammadi ha rifiutato.
Tutti e due questi dissidenti hanno parlato a Parigi durante una conferenza cui hanno partecipato altri iraniani oppositori del regime iraniano. Mohammadi vuole essere "la voce di chi non ha voce". Il suo messaggio al Presidente eletto Donald Trump è: "La responsabilità del cambiamento è mia e della mia generazione. Noi siamo la forza per il cambiamento. Se l'Occidente vuole avere una buona reputazione in Iran, la mia opinione è, restate al nostro fianco. Restate al fianco della resistenza. La storia vi ricorderà benevolmente. E' per il vostro progresso e per il progresso del popolo iraniano".

(Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, 3 dicembre 2016)


"La nostra nuova vita si chiamò Italia"

Il progetto Edoth del Cdec di Milano raccoglie le testimonianze degli ebrei fuggiti dal Medio Oriente e Maghreb.

di Ada Treves

 
Ritratti della famiglia Debasc-Guetta
"Sono ricordi preziosi, frammenti di un passato che non esiste più narrati da chi li ha vissuti in prima persona, racconti che abbiamo registrato e raccolto per costituire una sorta di pozzo delle memorie che serve a ricostruire la vita delle persone, l'atmosfera del paese, i costumi, le abitudini, ma anche sapori, i profumi, riti... Così Adriana Goldstaub descrive l'immensa mole di materiale raccolto a partire dal 2011 dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano (Cdec): un centinaio di interviste, tutte registrate in video di durata variabile a seconda sia dell'abilità dell'intervistatore che, soprattutto, della voglia di ricordare e di raccontare dell'intervistato. Coordinatrice del progetto Edoth, ha raccolto, insieme a un team di volontari appositamente formati e seguendo una traccia preparata da Betti Guetta circa cento interviste a ebrei milanesi, scelti fra i più anziani nati in Egitto, Siria, Libano, Libia e Persia e nella maggior parte dei casi fuggiti dai rispettivi paesi. "Per noi era soprattutto importante sentire le loro voci, essenzialmente perché quando hanno dovuto andarsene erano già adulti, e potevano quindi essersi formati una stratificazione di ricordi precisi, per noi preziosi".
  Un progetto socio antropologico che documenta una realtà - quella ebraica milanese - estremamente ricca e unica in Italia. "Questa è la missione del Cdec - ha spiegato la direttrice del progetto Edoth, Liliana Picciotto - raccogliere la memoria ebraica del Novecento". Così è nato il progetto di raccolta documentaria, un deposito di storia orale in cui ogni singolo intervistato porta le proprie specificità la propria storia di individuo, che va a sommarsi a quelle di coloro che sono fuggiti dallo stesso paese, per arrivare a comporre un mosaico preciso. Adriana Goldstaub, che ha raccolto personalmente molte delle testimonianze, spiega che quando si parla con queste persone spesso gli occhi si illuminano, e i racconti fluiscono senza esitazioni: "Alcuni degli intervistati erano emozionati, hanno raccontato per filo e per segno come hanno fatto, che traversie hanno passato, con la paura addosso".
  Così ora negli archivi del Cdec si accumulano le storie, che raccontano di una integrazione faticosa ma quasi sempre di successo, in cui le tipicità della cultura di origine si sono spesso stemperate nella vita italiana. C'è chi racconta di essere stato chiuso in casa un mese e di aver regalato o svenduto tutto prima di partire e chi ricorda l'antisionismo, spesso molto venato di antisemitismo dei colleghi, le difficoltà e l'amarezza, ma anche spesso la storia del proprio successo uno volta arrivati in Italia: una signora libanese una vita arrivata a Milano ha iniziato a occuparsi dell'accoglienza delle profughe ebree arrivate con le migrazioni successive, impegnandosi per per non farle sentire sole, aiutandole ad inserirsi. Quella che sarebbe poi diventata la prima assistente sociale della comunità, invece, aveva studiato a Teheran, dove aveva anche già iniziato a lavorare prima della partenza per l'Italia.
  Tratto comune a tutte le storie è la necessità del nomadismo, l'aver dovuto cambiare paese per reinventarsi una vita altrove, semplicemente perché ebrei. "Va ricordato - ha spiegato Liliana Picciotto - che nel giro di due generazioni il mediterraneo si svuota dei suoi ebrei, e l'ebraismo sefardita perde quella supremazia anche culturale che aveva sulla scena internazionale. Dopo esserci preparati sul contesto storico abbiamo proceduto con le interviste, con l'idea di far aggiungere al quadro storico i frammenti di memoria, le vicende vissute, e anche di fare emergere un ritratto della natura ricca e composita della comunità ebraica milanese''. Caratteristica tipica degli ebrei di origine egiziana - uno dei gruppi più numerosi a Milano - , per esempio, è l'altro gradi di scolarizzazione precedente alla fuga: arrivati prima nel '57 e poi fra '67 e '68 sapevano inglese e francese e hanno trovato il modo di arrangiarsi. Si tratta di un caso di immigrazione riuscita, caratterizzata ora da un'altissima integrazione, con tracce di identità che restano a livello di cucina, di linguaggio, insieme a pochissima osservanza religiosa, che era però già bassa prima della partenza.
  In previsione ora c'è l'estensione del progetto su base nazionale, a partire da una serie di interviste agli ebrei tripolini che verranno fatte a Roma, ma, come ha spiegato Betti Guetta, che ha lavorato allo schema per le interviste, mancano le forze, e anche i finanziamenti. "Si tratta di un lavoro che parla di identità, storie e tradizioni dei paesi di provenienza che racconta chi sono coloro che hanno scelto di venire in Italia. Oltre ad essere una quantità notevole di materiale - i video durano, in media, un'ora e mezza e si tratta di informazioni utilizzabili per molte ricerche". Dalle analisi incrociate alla ricostruzione antropologica della storia di comunità che non esistono più, a uno studio sulle dinamiche dell'integrazione in Italia, sono molte le chiavi di lettura che potranno essere utilizzate. E tutto il materiale è a disposizione dei ricercatori.

(Pagine Ebraiche, dicembre 2016)


Ferrara - Meis, domenica a porte aperte

Anche il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara tra i musei che aderiscono all'iniziativa #DomenicalMuseo, promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Per tutta la giornata di domenica 4 dicembre (dalle 10 alle 18) il Meis sarà infatti aperto gratuitamente.
La struttura, in via di realizzazione, offre la possibilità di visitare la mostra "Torah fonte di vita" (via Piangipane 81) e il bookshop, per l'occasione e fino a domenica 18 dicembre, applicherà il 10 per cento di sconto su libri, giochi e gioielli legati alla storia e alla cultura ebraica.
La mostra "Torah fonte di vita" presenta una selezione di 70 oggetti di arte cerimoniale e di testi della collezione del Museo Ebraico della Comunità di Ferrara, la cui sede di Via Mazzini, dove sono ospitate anche le sinagoghe, ha subito gravi danni in seguito al terremoto del 2012 ed è tuttora chiusa al pubblico.
Il Meis, in collaborazione con il ministero della Cultura, il Comune di Ferrara e la Comunità ebraica di Ferrara, ha adottato un allestimento che, lungo tre sale, esplora i diversi momenti in cui l'individuo viene a contatto con la Torah, testo fondante della religione: la sinagoga e la comunità, con la lettura pubblica durante le preghiere, il rito pubblico e il rito privato,
L'intento è quello di restituire alla città una parte importante della sua identità, superando i danni del terremoto e offrendo, attraverso il restauro conservativo degli oggetti, un supporto concreto per la conservazione e la valorizzazione dei tesori del patrimonio culturale ebraico.

(moked, 2 dicembre 2016)


L'ambasciata resta a Tel Aviv, Obama firma il decreto

WASHINGTON - Barack Obama ha firmato una nuova proroga per l'ambasciata Usa in Israele, che così per almeno altri sei mesi resterà a Tel Aviv. Questo mentre Donald Trump ha rinnovato il suo impegno di volerla spostare una volta per tutte a Gerusalemme.
La proroga semestrale è oramai una consuetudine dai tempi della presidenza Clinton. In base al Jerusalem Embassy Act varato dal Congresso americano nel 1995, infatti, l'ambasciata Usa dovrebbe spostarsi da Tel Aviv a Gerusalemme, definita nel provvedimento "capitale indivisibile" di Israele.
Ma finora tutti i presidenti sono ricorsi alla loro autorità emanando decreti esecutivi che di fatto hanno bloccato l'entrata in vigore della legge. La sospensione del provvedimento - da Clinton ad Obama, passando per Bush - è stata considerata necessaria per motivi di sicurezza nazionale. La mossa di spostare l'ambasciata a Gerusalemme, infatti, rischia di scatenare l'ira di molti alleati arabi degli Usa.
È un pericolo che esiste tutt'oggi, con la questione palestinese ancora irrisolta e i palestinesi che contestano lo status di Gerusalemme capitale di Israele. È probabile che anche Trump una volta alla Casa Bianca si avvalga della proroga. Così come ha fatto Obama che pure in campagna elettorale nel 2008 aveva promesso il cambio di sede.

(tio.ch, 2 dicembre 2016)


Dall'Italia un altro schiaffo a Israele

All'Unesco si era astenuta, all'Onu ha addirittura votato la mozione filo-palestinese

di Fiamma Nirenstein

Questa si chiama persecuzione del popolo ebraico, se qualcuno ancora non l'avesse capito, e poiché il mondo ne ha una certa esperienza, dovrebbe fermarsi a pensare. Infatti ci risiamo e con maggiore orrore e scandalo, dato che errare è umano, ma perseverare è diabolico. L'assemblea generale dell'Onu, come spinta da un tic, ha votato di nuovo una risoluzione su Gerusalemme che usa solo la terminologia e la logica araba e musulmana e condanna Israele per il solo fatto di essere a Gerusalemme. Una risoluzione ricalcata su quella dell'Unesco, sulla quale poi c'è stato, specie da parte dell'Italia, un gran battersi il petto. Di 193 stati, 147 hanno votato per la risoluzione, contro Israele, 7 hanno votato contro e 8 si sono astenuti. L'Italia che ha fatto? Uno si immaginerebbe che si sia opposta, dopo che Renzi aveva dichiarato il suo dispiacere perché si era astenuta in occasione del voto all'Unesco che negava agli ebrei ogni retaggio su Gerusalemme.
   Invece, proprio per quell'automatismo che il primo ministro lamentava come la causa del voto all'Unesco, quasi tutti gli stati europei hanno votato a favore, Italia con Francia, Germania, Inghilterra. I pochi cuor di leone che ce hanno detto no sono stati, oltre a Israele, Stati Uniti, Canada, Isole Marshall, Micronesia, Naura e Palu. Questa risoluzione è un bubbone nel buon senso del mondo, anche nella sua dignità e capacità di difendersi dall'attacco dell'islamismo. Presentata da una schiera di paesi islamici (Algeria, Bahrain, Egitto, Irak, Autorità Palestinese, ma anche Indonesia e repubblica democratica del Lao) è stata votata insieme a altre sei risoluzioni più di odio che di condanna per celebrare il giorno dedicato ai palestinesi. Essa dice che «ogni azione intrapresa da Israele, il Paese occupante, per imporre le sue leggi, la sua giurisdizione, amministrazione sulla città santa di Gerusalemme, sono illegali e quindi nulle e vuote e non hanno validità quale che sia», e quindi si chiama Israele «a cessare ogni e qualsiasi misura unilaterale».
   La risoluzione spinge a pensare che occorre dare mano libera al terrorismo perché spazzi via da Gerusalemme nel sangue più civili possibili, e si estenda verso le capitali europee. Sembra che questa sia l'intenzione di questa e migliaia di risoluzioni dell'Onu contro gli ebrei, mentre i veri violatori dei diritti umani come Siria, Arabia Saudita o Cina vengono ignorati.


In un’intervista a Renzi pubblicata oggi sul Corriere della Sera compare un accenno ai rapporti del Primo Ministro italiano con Israele:
    Per la verità Massimo D'Alema Le ha tirato anche un'aitra frecciata. Riguarda i suoi rapporti con l'attuale governo di Israeie.
    «Quanto alla critica sulla mia amicizia con il premier Netanyahu, sono un amico del popolo di Israele e lavoro come tutti alla soluzione "due popoli, due Stati". Se dico che è un errore il boicottaggio universitario contro le università israeliane o certe vergognose polemiche antisemite non mi devo certo vergognare, anzi: ne vado fiero».
A Netanyahu, se potessimo, daremmo volentieri un consiglio: stia ben attento a certe amicizie. M.C.

(il Giornale, 2 dicembre 2016)


Se Israele è l'eterno nemico

Accettare la narrazione iper-semplicistica palestinese significa sostenere che Israele è un crimine in se stesso, e chiudere gli occhi su tutto il resto.

Nei minuti in cui state leggendo questo articolo delle persone vengono uccise in Siria. Nello stesso momento in cui il regime di Assad sta schiacciando la resistenza ad Aleppo e si consuma una delle peggiori crisi civili dalla seconda guerra mondiale, il tema più discusso nei campus universitari del mondo occidentale rimane la questione israelo-palestinese. Un conflitto fra opposte narrazioni.
Conosco bene la versione palestinese. So che è una narrazione iper-semplicistica che suona più o meno così: un giorno arrivarono gli ebrei che cacciarono via i palestinesi e ora li opprimono sulla terra che hanno rubato loro e, quel che è peggio, hanno la sfacciataggine di dire che quella terra è il loro paese....

(israele.net, 2 dicembre 2016)


Sulla scia di Exodus

Ricordo di Ruth Gruber eccezionale testimone delle vicende fondamentali del Novecento. È stata la prima giornalista accreditata a visitare la Siberia nell'Urss di Stalin

di Anna Foa

 
Ruth Gruber
E' morta a New York all'età di 105 anni Ruth Gruber. È stata un personaggio assolutamente fuori dal comune: scrittrice, giornalista, fotografa, funzionaria del governo americano, sempre impegnata dove si trattava di difendere diritti e salvare vite umane. Ha visto salire al potere Hitler in Germania, è stata la prima giornalista accreditata a visitare la Siberia nell'Urss di Stalin, ha seguito le vicende della nave Exodus portandole all'attenzione del mondo, è stata testimone e voce di vicende fondamentali del Novecento.
   Era nata a Brooklyn nel 19n in una famiglia di immigrati ebrei russi. Si era laureata giovanissima e nel 1931, a vent'anni, si era addottorata a Colonia con una tesi su Virginia Woolf. Là aveva visto con preoccupazione, prima che Hitler prendesse il potere, le sfilate naziste. Tornata negli Stati Uniti, aveva cominciato la sua carriera giornalistica nel «New York Herald Tribune» e per questo giornale aveva scritto una serie di articoli sulle donne sotto il fascismo e il comunismo. Era stata corrispondente in Siberia, visitandovi un gulag.
   La guerra interrompe però la sua attività più specificamente giornalistica. Viene infatti nominata da Harold Ickes, segretario degli interni di Roosevelt, politico riformatore e molto impegnato anche sul fronte della discriminazione razziale, sua assistente speciale.
   Nel 1944 viene inviata in Europa a scortare negli Stati Uniti mille profughi ebrei. Li intervista, li fotografa, riesce a portarli negli Stati Uniti a bordo di un sommergibile e riesce poi, tra mille difficoltà, a far sì che che possano restarvi ottenendo la cittadinanza. Fu l'unica o quasi deroga fatta alle restrittive norme contro l'accoglienza ai profughi che impedirono a tanti ebrei di salvarsi oltreoceano, come ci dimostra la drammatica vicenda della nave St. Louis, con oltre novecento profughi tedeschi, respinta nel 1939 da Cuba e dagli Stati Uniti e rinviata in Europa, dove 250 di loro avrebbero trovato la morte nei campi nazisti.
   Nel 1946 Ruth Gruber ritorna al suo posto al «New York Herald Tribune» e viene incaricata di seguire come giornalista la missione angloamericana che doveva indagare sulla situazione dei profughi ebrei (displaced persons) e sulla loro richiesta di essere ammessi in Palestina.
   È il momento in cui centinaia di migliaia di sopravvissuti ebrei vagano in Europa senza più un luogo dove tornare, mentre la Gran Bretagna si batte contro l'immigrazione clandestina in Palestina. E' il preludio alla fondazione dello stato di Israele. La commissione sostiene la necessità di accettare centomila ebrei in Palestina. La stessa raccomandazione è fatta propria successivamente dall'Onu in una seconda missione che Ruth Gruber segue per il suo giornale. I suoi articoli sulla stampa americana contribuiscono a mobilitare l'opinione pubblica americana a favore della costituzione di Israele. Ancor più forte sarà nel successivo 1947 l'impatto dei suoi resoconti della vicenda dell'Exodus, che Gruber segue da vicino, ad Haifa e poi in Europa. La storia è assai nota, anche perché è all'origine del libro di Leon Uris e del film famosissimo di Preminger: la nave Exodus, carica di 4500 passeggeri scampati ai lager, si dirige verso la Palestina nell'ambito dell'emigrazione clandestina dall'Europa - in molta parte dall'Italia - che fra il 1946 e il 1948 sbarcò migliaia di scampati nella futura Israele. La nave fu attaccata dagli inglesi, i profughi furono rinchiusi nei campi inglesi a Cipro, poi rinviati in Europa, in Francia dove si rifiutarono di sbarcare e infine in Germania, dove furono collocati in campi che erano stati precedentemente campi di concentramento nazista. L'impatto dell'opinione pubblica in Europa e in America fu enorme. L'unico giornalista che ebbe il permesso di accompagnare i profughi in Germania fu appunto Ruth Gruber, che li intervistò e fotografò. Famosissima divenne una sua foto con la bandiera inglese coperta da una grande svastica e i prigionieri ebrei dietro il filo spinato. Fra gli altri eventi importanti da lei "coperti" come giornalista la guerra di indipendenza di Israele del 1948 e il processo di Norimberga. Tutte vicende su cui ha scritto, oltre agli articoli sui giornali, molti libri: Haven sul salvataggio dei mille ebrei, Exodus 1947, e altri, tutti di grande successo. In vecchiaia ha scritto anche due volumi di autobiografia.
   Negli anni successivi al dopoguerra l'attività di Ruth Gruber continuò a muoversi dentro questo filone di attenzione per i diritti dei più deboli. Nel 1985, a settantaquattro anni, seguì il salvataggio degli ebrei etiopi e scrisse un libro, Rescue. Importante e fitta di riconoscimenti fu anche la sua attività di fotografa. Si sposò due volte, dopo i quarant'anni, e fece il primo figlio a 41 anni, nel 1951, cosa eccezionale per i tempi. Sopravvisse a entrambi i suoi mariti. Quando le chiesero il segreto dei suoi successi, rispose: «Avere sogni e visioni e non lasciare che nessun ostacolo ti fermi». È morta vecchissima, in un mondo che forse non avrebbe riconosciuto come suo.

(L'Osservatore Romano, 2 dicembre 2016)


Hannukkah, la festa delle luci al Museo ebraico di Firenze

 
FIRENZE - Una delle feste più magiche della tradizione ebraica vista con gli occhi dei bambini. È infatti dedicato a loro l'appuntamento in programma domenica 4 dicembre (ore 11) al Museo Ebraico di Firenze che prevede una visita animata per guidare i più piccoli alla scoperta di Hanukkah, la Festa delle Luci.
Hannukkah (o Chanukkà) è una delle ricorrenze ebraiche più sentite, un'occasione gioiosa in cui abbondano i momenti conviviali e dove proprio i più piccoli ne sono protagonisti. Il significato è molto profondo e commemora la consacrazione del Tempio di Gerusalemme dopo la profanazione greca e pagana. Il rito principale è l'accensione della Chanukkià, la speciale lampada a nove bracci. La leggenda racconta che dopo la riconquista di Gerusalemme il popolo ebraico per alimentare la menorah, il candelabro, trovò un'unica ampolla di olio, sufficiente appena per un giorno. In maniera inspiegabile quella piccola scorta bastò invece a tenere illuminato il tempio per ben otto notti.
Concluso il laboratorio didattico i bambini parteciperanno a una piccola visita della Sinagoga con un premio finale da ritirare al bookshop.

(stamptoscana, 2 dicembre 2016)


Voto all'Unesco, il Vaticano: «Non si può negare la storia biblica»

Dal Vaticano finora non c'erano stati commenti alla risoluzione dell'Unesco che cancellava la storia e il Monte del Tempio di Gerusalemme nominandolo solo con il nome arabo. Ora prende posizione con un testo dei maggiori rappresentanti di Israele e della Santa Sede.

di Gian Guido Vecchi

CITTÀ DEL VATICANO - Il testo firmato dai rappresentanti del Gran Rabbinato d'Israele e della Santa Sede non la manda a dire: «Nella discussione di argomenti di attualità, è stato affermato il principio del rispetto universale per i luoghi santi di ciascuna religione, ponendo attenzione ai tentativi di negare l'attaccamento storico del popolo ebraico al proprio luogo più santo».

 Il riferimento all'Unesco
  Per «sobrietà» diplomatica, si spiega Oltretevere, è stato scelto di affermare il principio generale e di non citare esplicitamente l'Unesco e l'approvazione in ottobre della risoluzione «Palestina occupata», che cancellava la storia e il Monte del Tempio di Gerusalemme nominandolo con il solo nome arabo al-haram al-Sharif, «il nobile santuario», assieme alla moschea di Al-Aqsa. Ma il riferimento all'Unesco è evidente e voluto, e compare nel comunicato finale dell'ultima «commissione bilaterale» composta dal Gran Rabbinato e dai delegati vaticani per i «rapporti religiosi con l'ebraismo». Parole nette: «La commissione bilaterale ha preso posizione con forza contro la negazione politica e polemica della storia biblica, esortando tutte le nazioni e le fedi a rispettare tale legame storico e religioso».

 L'appello a tutte le nazioni e le fedi
  Dal Vaticano finora non erano arrivati commenti di sorta. All'indomani del voto, il presidente della Knesset Yuli Edelstein aveva parlato di un «affronto per cristiani ed ebrei»; era trapelata la notizia di una lettera alla Segreteria di Stato nella quale lo speaker del Parlamento israeliano chiedeva al Vaticano di «usare i suoi migliori uffici per impedire il ripetersi di questi sviluppi di questo tipo».
Le delegazioni si occupano di questioni religiose, la quattordicesima riunione aveva come tema «promuovere la pace nel contesto della violenza in nome della religione». Tanto più significativa, quindi, l'affermazione che non si può cancellare la storia biblica per questioni politiche. E l'appello a «tutte le nazioni e le fedi».

 I big del cattolicesimo
  Come quelle del Gran Rabbinato, le firme della parte cattolica sono al massimo livello. Il testo è firmato dal cardinale Peter Turkson, al quale il Papa ha affidato il nuovo dicastero per il «Servizio dello sviluppo umano integrale»; dagli arcivescovi Pierbattista Pizzaballa (amministratore apostolico di Gerusalemme, già Custode di Terra Santa) e Bruno Forte (il teologo che Bergoglio ha nominato segretario speciale dei due ultimi Sinodi), e dal vescovo ausiliare di Gerusalemme Giacinto-Boulos Marcuzzo, dal viceprefetto dell'Ambrosiana Pier Francesco Fumagalli e dal salesiano Norbert Hofmann.

(Corriere della Sera, 1 dicembre 2016)


Dunque per «sobrietà» diplomatica il Vaticano ha evitato di citare esplicitamente l'Unesco, e l'articolista sembra condividere tale «sobrietà» perché a suo dire "il riferimento all'Unesco è evidente e voluto". La stessa «sobrietà» diplomatica fu usata da Pio XII in un discorso nel Natale 1942, quando espresse pubblicamente il suo anelito alla pace con queste parole: «Questo voto di pace in un ordine nuovo, l'umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento». Certo, anche di questo caso si può dire che il riferimento agli ebrei che bruciavano nelle camere a gas era evidente e voluto, ma il riferimento esplicito non si fece per «sobrietà diplomatica». E’ il solito stile curiale del papato, ma il fatto più grave è che chi sta intorno sembra non volersene accorgere. M.C.


Technion di Haifa: Anno accademico iniziato con 2000 nuovi studenti

 
Il 25 ottobre duemila nuovi studenti hanno iniziato il loro primo anno presso il Technion di Haifa. Le facoltà più richieste per i corsi di laurea sono Medicina, Ingegneria Elettronica, Informatica, Ingegneria Meccanica e Ingegneria Industriale e Management.
Quest'anno il Technion ha circa 14.000 studenti in 18 facoltà: circa 9.500 studenti universitari e circa 4.500 studenti laureati, tra cui 1.109 dottorandi.
Tra i nuovi studenti che hanno iniziato i loro studi universitari, il 43% sono donne. La percentuale di donne tra gli studenti universitari è del 48%, e tra i dottorandi, il 43%.
Negli ultimi dieci anni c'è stato un aumento significativo della percentuale di studenti provenienti da gruppi minoritari che frequentano il Technion. Degli studenti appartenenti a gruppi minoritari che hanno iniziato i loro studi di quest'anno, il 61% sono donne.
Rivolgendosi ai nuovi studenti durante la cerimonia di apertura dell'anno accademico, il Presidente del Technion Prof. Peretz Lavie ha commentato:
Questa è una festa per voi e per noi. Siete qui oggi dopo aver dimostrato, attraverso il duro lavoro e i risultati al liceo o in studi pre-universitari, che meritate di essere studenti del Technion. Vi state unendo ad una delle istituzioni accademiche più importanti del mondo, ma prima di tutto vi state unendo ad una nuova famiglia: la famiglia del Technion. In questa famiglia allargata, ebrei laici e religiosi, musulmani, cristiani, drusi e circassi di entrambi i sessi coesistono in piena uguaglianza.
Nell'anno accademico 2016-17, il Technion ha aperto nuovi programmi:
  • Il Science and Engineering Data Program (Undergraduate): L'obiettivo del programma, che è offerto dalla Facoltà di Ingegneria Gestionale, è quello di formare gli ingegneri di domani ed insegnare a gestire i Big Data in una varietà di applicazioni.
  • Master's Degree in the Views Program: Il programma per laureati che si tiene presso la Facoltà di Scienze della formazione e della tecnologia, è in espansione e offre ora un master.
(SiliconWadi, 1 dicembre 2016)


Pisa - Domenica 4 dicembre cooking show e concerto in sinagoga

Il Festival Nessiah, organizzato dalla Comunità ebraica di Pisa e diretto dal Maestro Andrea Gottfried, prosegue con un altro doppio appuntamento da non perdere in programma domenica 4 dicembre (ingresso libero).

Nella Gipsoteca Arte Antica alle 17.30 Cooking Show di cucina giudaico romanesca a cura dello chef Giovanni Terracina. Un evento in collaborazione con il festival "Gusto Kosher". Giovanni Terracina, chef di fama internazionale, si distingue per la capacità di coniugare il rispetto delle usanze ebraiche e l'eccellenza dell'eno-gastronomia italiana con una continua ricerca di innovazione e sperimentazione. Prendendo spunto dalla sua storia personale racconterà alcune ricette della tradizione giudaico romanesca. L'evento è in collaborazione con il Catering Le Bon Ton e con la manifestazione Gusto Kosher.
E alle 21 nella Sinagoga di via Palestro il concerto "Sounds from Jaffa", suoni e voci dal medioriente, sul palco Eran Zamir - oud, Yehezkel Raz - tastiere.
Jaffa, in ebraico Yafo, anche chiamata Japho o Joppa, è uno delle più antiche città portuali al mondo. Se ne trova già menzione in una lettera dell'Antico Egitto datata 1440 a.c., ed è conosciuta per la sua associazione con le storie bibliche di Jona, Salomone e S. Pietro cosi come le storie mitologiche di Andromeda e Perseo. Oggi, la Jaffa moderna ha una popolazione eterogena composta da Ebrei, Cristiana e Mussulmani che creano un tessuto sociale ricco di fascino. Il concerto Sounds of Jaffa esplora le relazioni e contrasti tra passato e presente, tradizione e modernità, sacro e profano, oltre alla unica mescolanza di popolazione di Jaffa, attraverso la musica e i suoni utilizzando due differenti strumenti - uno è l'Oud arabo, il più famoso strumento musicale della musica tradizionale araba, e l'altro è il computer, con le sue infinite sonorità e tessiture.
Eran e Yehezkel vivono entrambi a Jaffa.

(Pisa 24, 1 dicembre 2016)


Israele e Turchia accelerano sul gas in Europa

Israele vuole vendere attraverso le condotte turche il metano da poco scoperto

di Federica Zoja

Avanzano di pari passo i progetti energetici di Israele e Turchia dopo colloqui di alto livello che hanno sancito la volontà reciproca di creare una filiera del gas con sbocco ideale in Europa. Ostacoli tecnici e politici lasciano pensare, però, che il percorso sia ancora lungo, nonostante un'evidente accelerazione mediatica sull'argomento da parte degli organi di stampa di entrambi i Paesi. Ecco le ultime mosse dei due attori energetici. Il ministero dell'Energia israeliano ha indetto una gara per la concessione di 24 licenze di esplorazione offshore per l'individuazione di campi di gas e giacimenti petroliferi nelle proprie acque. La selezione terminerà il 21 aprile 2017. I'intera operazione mira a trasformare Israele in un esportatore energetico di primissimo piano nel Mediterraneo. Gli esperti israeliani, affiancati da colleghi statunitensi del dipartimento americano dell'Energia, sono convinti, in proposito, che nelle acque israeliane siano ancora da scoprire campi consistenti, forse anche più dei già celebrati Tamar (200 miliardi di metri cubi) e Leviathan (450 miliardi di metri cubi di gas): da quest'ultimo, peraltro, proverrà il gas diretto in Giordania, come da contratto siglato per 10miliardi di dollari con la casa regnante hashemita e reso noto nel mese di settembre. Non prima della seconda metà del 2019, precisano tuttavia i licenziatari consorziati Delek-Noble. Indiscrezioni, inoltre, danno per imminente la firma di un'altra intesa strategica, quella con l'Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, bisognoso di gnl per rilanciare la propria economia. Nel frattempo, il gruppo energetico turco Zorlu chiarisce che saranno necessari almeno 3 anni per portare il gas dei campi Afrodite (Cipro greca) e Leviathan appunto attraverso i condotti turchi sul mercato globale.
   A questo punto, a nessuno può sfuggire il nodo politico che tiene in ostaggio lo sviluppo del progetto: se Ankara e Nicosia (capitale della Repubblica di Cipro, membro Ue dal 2004) non risolvono i contenziosi aventi per oggetto Cipro Nord, è difficile che la Cipro "greca" accondiscenda a un progetto comune, tra l'altro criticato da più parti per il possibile impatto ambientale. E se il nodo cipriota fosse troppo duro da sciogliere nel breve termine? Per Ankara si pon gono due problemi: l'approvvigionameno interno e gli introiti derivanti dall'attività distributiva. La Turchia acquista 19 milioni di metri cubi al giorno dall'Azerbaijan, 28,5 milioni dall'Iran e 90 milioni dalla Russia (42 attraverso la West linee 48 dal Bluestream). Un quantitativo di gas non sufficiente: l'obiettivo è quello di giungere a un import di 350 milioni di metri cubi giornalieri. Ankara non chiude nessuna strada e, mentre cerca nuovi fornitori, lavora ali' ammodernamento delle piattaforme di stoccaggio e liquefazione. Ma ogni giorno perso è un vantaggio per i competitor regionali. Entro la fine del 2017 sarà operativo Zohr, campo nella concessione egiziana di Shorouk: è questo il gigante degli offshore mediterranei, con 850 miliardi di mc di gas, in licenza maggioritaria a Eni. L'incubo di turchi e israeliani, a meno che non si trovino inedite e fruttuose convergenze mediterranee.

(Avvenire, 1 dicembre 2016)


Si insedia oggi ad Ankara il nuovo ambasciatore israeliano Eitan Na'eh

ANKARA - Precedentemente Okem ha lavorato presso il dipartimento sul Medio Oriente del ministero degli Esteri turco, ed ha ricoperto incarichi presso le ambasciate turche a Londra e Riad. Infine, il nuovo ambasciatore turco in Israele ha prestato servizio presso la rappresentanza permanente di Ankara presso la Nato. L'ambasciatore israeliano Na'eh ha già prestato servizio nel 1993 come primo e secondo segretario dell'ambasciata israeliana ad Ankara, per poi divenire ambasciatore dello Stato ebraico in Azerbaigian. Dal 2013 ad oggi è stato il viceambasciatore israeliano a Londra.

(Agenzia Nova, 1 dicembre 2016)


L'ambasciatore d'Israele in visita a Bari

BARI - «Per le aziende pugliesi ci sono moltissime possibilità di cooperare con le imprese israeliane». Lo ha detto l'ambasciatore dello Stato d'Israele, Ofer Sachs, parlando a Bari con i giornalisti in occasione di un incontro organizzato nella sede di Confindustria per presentare opportunità di collaborazioni economiche, produttive e scientifiche. «Parliamo di piccole e medie imprese che possono proficuamente entrare in contatto con il comparto tecnologico israeliano che - secondo l'ambasciatore - può rappresentare un moltiplicatore delle proprie capacità. Parliamo di aziende che possono raggiungere non solo il mercato israeliano ma anche quello mondiale». «Israele vuole avere un rapporto con l'Unione Europea e con i singoli Stati. Nei settori del food e della tecnologia dell'acqua - ha aggiunto - stiamo cercando di mettere in atto politiche comuni. Quello dell'acqua è un problema non solo della Puglia o di Israele, ma del mondo intero». Da parte sua il Console onorario di Israele in Puglia, Luigi De Santis, ha spiegato che «i campi di cooperazione sono tantissimi, ad iniziare dal biomedicale, dall'agricoltura e dall'aerospazio. È la prima volta che Ofer Sachs viene qui nel Mezzogiorno, in Puglia per rendersi conto delle possibili collaborazioni tra realtà industriali».

(Corriere del Mezzogiorno, 1 dicembre 2016)


L'hi-tech apre una nuova via per l'industria dell'auto in Israele

di John Reed

 
Per breve tempo, negli anni '50 e '60, Israele produsse automobili: Sussita, Carmel e Sabra. Quest'ultima, cosa alquanto insolita, aveva per logo un cactus. Di quelle auto non se ne vendettero molte, ma entrarono a far parte dell'immaginario collettivo e ancora oggi gli israeliani vi diranno che erano irresistibili per i cammelli, che adoravano addentare e biascicare rumorosamente le loro parti in fibra di vetro. Israele era ed è totalmente privo dell'indispensabile infrastruttura industriale e di un mercato interno dell'automobile tale da consentirgli di competere con le case automobilistiche di Stati Uniti, Europa o Giappone.
  A sessant'anni di distanza, tuttavia, le funzioni hi-tech nelle quali eccellono le aziende israeliane - cyber sicurezza, intelligenza artificiale, intelligenza computazionale - sono sempre più utilizzate a bordo delle automobili e finalmente pare arrivato anche il momento dell'industria automobilistica dello stato ebraico. Le regioni centrali e costiere di Israele dell'hi-tech si stanno affermando infatti come il cuore pulsante e in espansione dei fornitori del settore automobilistico e delle aziende di servizio. I produttori di auto di tutto il mondo che si recano nella Silicon Valley alla ricerca di nuovi prodotti e di aziende che mettono a punto dispositivi connessi ora si rivolgono anche a Tel Aviv, come testimonia la recente ondata di nuovi contratti che coinvolgono aziende tecnologiche israeliane.
  Ford Motor ha comunicato in agosto che stava rilevando SAIPS, un'azienda con sede a Tel Aviv che sviluppa l'apprendimento delle macchine e la visione elettronica, nell'ambito di un proprio piano mirante a lanciare per il 2021 un'auto che si guida da sola. L'azienda israeliana utilizza una tecnologia di apprendimento profondo, immagini, e algoritmi video per consentire all'automobile di prendere decisioni immediate in rapporto allo spazio circostante. Il prezzo di vendita dell'azienda non è stato reso noto.
  La sua concorrente statunitense General Motor possiede già un centro tecnico avanzato nella città di Herzliya lungo la costa di Israele, che si occupa prevalentemente di «tecnologie non tradizionali dell'industria automobilistica», inclusa la guida senza conducente, l'analisi dei dati, l'IA, l'intelligenza computazionale e sensori molto sofisticati, in poche parole «tutto ciò che facilita il futuro dell'era della mobilità», come ha detto Gil Golan, il direttore. GM dice che l'azienda dà lavoro ad «alcune centinaia di persone» e continua a espandersi, ma per motivi legati alla forte concorrenza non ha voluto precisare il numero dei dipendenti o dare ulteriori informazioni sulle sue attività.
  A maggio Volkswagen ha investito 300 milioni di dollari in Gett, la rivale israeliana di Uber, nell'ambito di un suo piano mirante a entrare nel settore del ride-sharing e delle automobili autonome. A luglio BMW ha stretto un accordo con i produttori di chip Intel e MobilEye, pioniere israeliano della tecnologia per la guida autonoma quotato nel borsino del Nasdaq, per contribuire a rendere la casa automobilistica con sede a Monaco capace di produrre vetture senza conducente e completamente automatizzate entro il 2021.
  «Se si pensa alle sfide future in campo automobilistico, quella più grande è sicuramente la guida automatizzata - ha detto al Financial Times Amnon Shashua, presidente e amministratore delegato di MobilEye-. In Israele l'informatica è una delle materie più forti dal punto di vista accademico e in termini di hi-tech, quindi è naturale che il paese sviluppi dispositivi di IA, fotocamere, software e sistemi di decisione automatica che nascono tutte dal settore informatico». La trasformazione delle automobili - da prodotti per lo più di ingegneria meccanica a «computer intelligenti» su ruote - ha portato un ingente flusso di capitali di rischio e di investimenti a una nuova serie di giovani start-up.
  «Nel settore automobilistico in Israele si può parlare di boom - dice Eran Shir, fondatore e direttore esecutivo di Nexar, una start-up israeliana che sta mettendo a punto l'equivalente per la rete stradale di un sistema di controllo per il traffico aereo-. Ciò dipende principalmente dal fatto che il settore automobilistico stesso non è più incentrato sull'hardware bensì sul software». Nexar sta realizzando una rete che metta istantaneamente in comune in tempo reale tutto ciò che accade sulla rete stradale - dall'accelerazione del traffico alla velocità di scorrimento, dai dossi alle buche nell'asfalto, per prevenire e prevedere eventuali incidenti. Al pari di Waze, l'app israeliana di navigazione comprata da Google per 1,3 miliardi di dollari, Nexar raccoglie informazioni tramite un'app scaricata sugli smartphone dei conducenti. In caso di collisioni, quindi, è in grado di fornire resoconti precisi per ricostruire come sono andati gli eventi.
  Via, un'altra start-up, ha finanziato la diffusione della tipica istituzione israeliana nel mondo dei taxi collettivi detta "sherooteem", che preleva e porta a destinazione i conducenti in posti diversi con un'app che permette ai clienti (per adesso a Manhattan, Chicago e Washington DC) di prenotare corse collettive in minivan con un biglietto a tariffa fissa di 5 dollari. «Ci risulta una nuova linea bus al secondo», dice Oren Shoval, cofondatore e responsabile della tecnologia. L'azienda è stata fondata alla fine del 2012, e nella prima parte di quest'anno aveva raccolto 70 milioni di dollari in finanziamenti.
  La tecnologia israeliana e il suo potenziale nel settore automobilistico avevano iniziato a riscuotere l'interesse degli investitori con Better Place, una start-up fondata dall'israeliano Shai Agassi: l'azienda abbinava esperienza nella navigazione e nella tecnologia di ricarica delle automobili elettriche oltre a un sistema di cambio delle batterie nelle stazioni di rifornimento, invece di costringere gli utenti ad attenderne la ricarica. Nel 2013 la start-up è andata in bancarotta dopo aver raccolto circa un miliardo di dollari poiché non è riuscita a trovare una massa critica di conducenti interessati. L'attuale generazione di start-up israeliane, invece di reinventare qualcosa dall'inizio, preferisce firmare accordi di partenariato con le società automobilistiche e assumere veterani esperti del settore.
  Argus Cyber Securityu, la più grande azienda nel settore emergente della cyber-sicurezza nelle automobili, ha un veterano di Daimler a capo delle sue operazioni in Europa. Otonomo, un'altra start-up, punta invece a offrire ai produttori di automobili un modo per guadagnare estrapolando informazioni precise dalla grande quantità di dati che i loro veicoli raccolgono creando un "marketplace" o un punto di scambio al quale potranno accedere assicuratori, venditori di carburante e altri ancora. Steve Girsky, ex vice-presidente di GM, ne è uno degli investitori e consulenti. «L'industria automobilistica non si occupa più di metallo su ruote, bensì di computer su ruote», sintetizza Ziva Eger, capo della cooperazione all'estero e industriale con il ministero dell'Economia israeliano, che promuove le società dell'hi-tech. «Quando per essere competitivi in questo campo si deve assicurare ai propri clienti sempre più tecnologia, e di ottima qualità, Israele ha davvero molto da offrire».

(Il Sole 24 Ore, 1 dicembre 2016 - trad. Anna Bissanti)



Parashà della settimana: Toledot (Generazioni)

Genesi 25.19-28.9

 - Il Signore esaudì la preghiera e Rebecca rimase incinta. Preoccupata per la gravidanza perché i feti si urtavano nel suo ventre, consultò il Signore. "Nel tuo ventre vi sono due Nazioni" fu la risposta (Gen. 25.22).
A riguardo Rashì spiega che la Torah parla di Nazione. Il giudaismo difatti non è una religione, ma una Nazione dove il disegno Divino nella storia si manifesta. La parashà di Toledot si articola intorno al conflitto "escatologico" tra Esaù e Giacobbe che inizia nel ventre della madre e continua fino ai nostri giorni con la disputa giudaico-cristiana.

Diritto di primogenitura
"I ragazzi crebbero ed Esaù divenne esperto nella caccia, mentre Giacobbe era un uomo pacifico che viveva nelle tende" (Gen. 25.27). Un giorno tornando da una battuta di caccia, Esaù disse a Giacobbe: "Fammi trangugiare un po' di questa roba rossa perché sono stanco". E Giacobbe rispose: "Vendimi la tua primogenitura" (Gen. 25.30).
Alcuni hanno voluto vedere in questa vendita uno scherzo senza importanza, altri invece la prova dello spirito "mercantile" degli ebrei, che trae profitto da qualsiasi situazione. Queste due tesi hanno poco fondamento perché quello che era in gioco era l'eredità "spirituale" di Abramo. Ad Esaù non interessava un diritto di primogenitura che era un "dovere". Un piatto caldo di lenticchie era da preferirsi alle idee fumose del fratello, che impiegava il suo tempo nello studio e nel rispetto della Tradizione.
"Isacco amava Esaù perché era un cacciatore" (Gen.25.28).
Come mai Isacco preferiva Esaù a Giacobbe? Il motivo è sorprendente: Esaù portava dei prodotti della caccia nella bocca del padre cioè lo ingannava. Isacco, l'uomo che ha vissuto la Akedà si lascia sedurre da un boccone di carne! Non è così. Isacco comprende che Esaù è un uomo con i piedi per terra mentre Giacobbe è un uomo con la testa negli studi. Il primo è un uomo di Stato mentre il secondo è un uomo di yeshivà. Isacco opta per Esaù. Ma Rebecca comprende che Esaù non riuscirà a dare al suo materialismo una dimensione spirituale per cui sceglie Giacobbe, che sarà capace di riunire queste due dimensioni nel servire D-o.
Difatti giammai Esaù riuscirà ad appropiarsi della "voce" di Giacobbe ma quest'ultimo può impossessarsi dei "vestiti " di Esaù. Questo episodio della Torah è un magnifico esempio di saggezza femminile che presenta Rebecca come protagonista nella scelta della benedizione (ruah Eloqim cioè soffio Divino), che Giacobbe riceverà dal padre per continuare la Tradizione di Abramo.

Ammonizione su Avimelech
"Vi fu una carestia nella terra… ed Isacco si recò a Gherar da Avimelech re dei Filistei" (Gen. 26.2).
La prima volta che si incontra Avimelech è con Abramo che è costretto a dire una bugia su Sara per salvare la sua vita. "In questo posto - è scritto - non c'è timore del Signore e sarei stato assassinato a causa di mia moglie" (Gen. 20.5). Nonostante Avimelech sia un "rapitore" di donne, Abramo stringe un patto con lui. La medesima cosa si ripete con Isacco dove Avimelech è presentato come un "guardone"che spia attraverso la finestra Isacco che gioca con sua moglie.
Isacco stringe un patto con Avimelech sulla proprietà dei "pozzi" d'acqua, che il re non rispetterà. Difatti fa chiudere tutti i pozzi della zona e caccia via Isacco dicendogli: "Ti abbiamo fatto solo del bene perché ti mandiamo via in pace" (Gen.26.29).
Da ciò si può dedurre che gli ebrei sono sempre desiderosi di convincersi che i loro nemici sono divenuti amici. La Torah però ammonisce su un tale comportamento, legandolo a quello di Esaù. Questi aveva 40 anni quando prese per mogli Yeudith e Basmat figlie dei Chittei, fatto che provocò amarezza ad Isacco e Rebecca, che non credevano possibile una simile cosa. La Tradizione vuole insegnarci che per il futuro dell'ebraismo bisogna stare "attenti" nel concludere " trattati" con governanti che non sono timorosi del Signore! F.C.

*

 - Certi racconti biblici, come quello dei due gemelli Esaù e Giacobbe, e il piatto di lenticchie, e l'imbroglio di Rebecca e Giacobbe ai danni di Isacco ed Esaù, sono ormai talmente noti da essere usati come medaglioni da collocare in una quantità indefinita di narrazioni di vario tipo. Ma nella Bibbia è necessario riconoscere la linea storica continua che si va gradualmente costituendo, accumulando fatti che si depositano nel passato e annunciandone altri che in forma sempre più chiara illuminano il futuro verso cui la storia si dirige.
Due aspetti si ripresentano continuamente in questa linea: la progenie e la terra . Si possono ricollegare alle parole di giudizio e grazia che Dio rivolge all'uomo e alla donna dopo la caduta. A Eva dice: partorirai con dolore; e ad Adamo dice: la terra ti produrrà spine e triboli.
In entrambi gli aspetti è presente una realtà di morte da cui il Signore fa emergere una realtà di vita.

La progenie
Ad Abramo Dio aveva promesso una progenie che si prolungherà nei secoli. E come prima cosa gli dà per moglie una donna sterile. Nell'utero di Sara però avviene una sorta di risurrezione e nasce Isacco. Pensando all'importanza della progenie, Abramo fa fare al servo Eliezer un viaggio di migliaia di chilometri alla ricerca della donna che il Signore gli indicherà. E al ritorno del viaggio si scopre che anche questa donna è sterile. La cosa è strana, indubbiamente. Isacco avrebbe potuto prendersela un po' con tutti: con Abramo, con Eliezer, con Labano, e in ultima istanza con Dio stesso, anche perché il Signore su Rebecca, a differenza di Sara, non aveva fatto nessuna promessa. Isacco avrebbe potuto chiedere il ripudio di una donna incapace di dargli una prole. E sarebbe stato nel suo diritto. Si presenta invece un fatto nuovo, significativo:
"Isacco implorò l'Eterno per sua moglie Rebecca, perché ella era sterile. L'Eterno l'esaudì e Rebecca, sua moglie, concepì"
(Gen. 25:21).
In questo caso dunque la risurrezione nell'utero della donna non è avvenuta come compimento di una promessa di Dio, ma come esaudimento di una preghiera rivolta a Dio. E anche questo ha un significato.

La terra
Ad Abramo Dio aveva ordinato di andare in un paese dove l'avrebbe grandemente benedetto, e quando arriva vi trova la carestia. Questo lo convince ad andare in Egitto, con le spiacevoli conseguenze che sappiamo.
A Isacco succede la stessa cosa: nel paese dove si trova arriva un'altra carestia. Isacco si sposta a Gherar, il paese dei Filistei, e lì l'Eterno gli appare, confermandogli il patto stabilito con Abramo e dicendogli di non andare in Egitto, come aveva fatto il padre, ma di restare nel paese.
Isacco ubbidisce e resta nel paese colpito dalla carestia. Lì, in quella terra diventata sterile, avviene una sorta di risurrezione:
"Isacco seminò in quel paese e in quell'anno raccolse il centuplo; e l'Eterno lo benedisse"
(Gen. 26:12).
Avviene dunque un'anticipatoria espressione della benedizione che cade là dove si attua il piano di redenzione del Signore.
Ma le benedizioni che cadono su Isacco sembrano non finire mai:
"E l'uomo divenne grande, andò crescendo sempre più, finché diventò ricchissimo: fu padrone di greggi di pecore, di mandrie di buoi e di numerosa servitù" (Gen. 26:13-14).
E' un modo di agire del Signore, quando vuol far sentire in modo potente la realtà della sua presenza: aumentare in modo spropositato le benedizioni. Qualcosa del genere si trova anche nei Vangeli.
Una volta Gesù stava parlando alle folle dalla riva del lago di Gennesaret, e poiché la gente continuava a pressarlo con il rischio di farlo cadere in acqua, ebbe un'idea: montare sulla barca di Simone, che si trovava lì vicino, scostarsi un po' dalla riva e di lì parlare alla folla. Quando ebbe finito di parlare disse a Simone di prendere il largo e di gettare le reti per pescare. Con molto tatto, lo sperimentato pescatore fece cortesemente notare al saggio Maestro che ormai era giorno, e che si va a pescare di notte, e che loro avevano pescato tutta la notte e non avevano preso niente. "Però - aggiunse con gentilezza - alla tua parola calerò le reti" (Luca 5:5). E presero una tale quantità di pesci che le reti si rompevano e la barca di Simone affondava, insieme con quella dei suoi colleghi che gli erano corsi in aiuto. "Spavento aveva preso lui e tutti quelli che erano con lui, per la presa di pesci che avevano fatta" (Luca 5:8):
Nel caso dei Filistei invece la conseguenza nell'immediato non è lo spavento, ma l'invidia. Otturano i pozzi che Abramo aveva fatto scavare, e dopo che Isacco li fa scavare di nuovo cominciano a dire che l'acqua appartiene a loro. C'è qualcosa di attuale in tutto questo.
Isacco allora se ne va a Beer Sheba, dove l'Eterno gli appare ancora una volta. Dopo qualche tempo il re di Gherar lo va a trovare col capo del suo esercito. Dopo l'invidia era subentrato in loro lo spavento: "Noi abbiamo chiaramente visto che l'Eterno è con te" (Gen. 26:28), dicono ad Isacco, e poiché temono che adesso possa vendicarsi, gli chiedono di fare un accordo di pace. Cosa che Isacco concede di buon grado. E anche questo dà spunti di riflessioni sull'attualità.

L'uomo di mondo Esaù e il pio Giacobbe
Sembra che la Bibbia non faccia proprio nulla per rendere simpatico Giacobbe. Invece d'andare a caccia, come s'addice a veri uomini, se ne sta vicino alla gonna della mamma a chiacchierare oziosamente. Poi si fa condizionare dalla madre e accetta di imbrogliare il povero padre sfruttando la sua cecità. Poi, quando s'accorge che il fratello è infuriato da far paura, dà retta ancora una volta alla madre che gli dice di scappare. Ma che razza di uomo è questo venerando patriarca? Questo potremmo chiederci di Giacobbe, se lo guardiamo con gli occhi di Esau. Che forse sono anche i nostri.
Ci limitiamo qui a sottolineare una differenza essenziale tra i due gemelli. Giacobbe conosce ed ha a cuore il progetto futuro di Dio collegato alla sua famiglia. Esaù invece è un uomo concreto, realistico, pragmatico: lui pensa all'oggi e a come si può vivere nel modo migliore qui, adesso, su questa terra. La sua reazione alla proposta del fratello può essere stata di questo tipo: ma che m'interessa un lontano futuro in cui si dice che la nostra discendenza avrà un destino glorioso, quando so che domani morirò e adesso sento che ho fame. Prenditi pure il mio diritto di domani e dammi oggi la tua minestra.
Quanti sono gli ebrei che pensano come Esau? M.C.

  (Notizie su Israele, 1 novembre 2016)


La Coca Cola "sfida" gli Usa e apre un impianto nella striscia di Gaza

Una decisione che può sembrare in controtendenza e che sicuramente fa un po' sensazione

La Coca Cola, icona per eccellenza del «Made in Usa», ha aperto un impianto nella Striscia di Gaza, l'enclave costiera palestinese controllata da 2007 da Hamas. La società di Atlanta sembra quindi sfidare in questo modo gli Stati Uniti che hanno inserito Hamas nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. L'impianto di imbottigliamento, parzialmente già in attività da qualche mese, è entrato ieri nella piena operatività al termine di una cerimonia ufficiale.
L'impianto è costato al colosso statunitense 20 milioni di dollari e porterà alla creazione di circa 120 posti di lavoro, con una possibile espansione possibile che potrebbe portare ad impiegare fino a 270 persone.
«L'apertura del nostro primo impianto a Gaza è un importante pietra miliare», ha detto Zahi Khouri, fondatore della «National Beverage Company» e responsabile della Coca-Cola nei territori palestinesi. «Il nostro impianto a Gaza dimostra il nostro impegno ad investire e sostenere il progresso nelle comunità intorno al mondo», ha dichiarato invece l'amministratore delegato della Coca Cola, Muhtar Kent.

(il Giornale, 1 dicembre 2016)


XV Raduno Nazionale Evangelici d'Italia per Israele - Torino 8-10 dicembre

Con l'autorevole partecipazione di Avital Kotzer Adari, consigliere Affari Turistici dell'Ambasciata di Israele il programma del XV Raduno Nazionale EDIPI si presenta nella stesura definitiva.
La presenza della dr.essa Adari è della massima importanza in vista delle visite che EDIPI ha in progetto di fare in Israele, soprattutto su tematiche di archeologIa biblica, avvalendosi del ben noto e collaudato archeologo Dan Bahat, per sottolineare le allucinanti contraddizione sulle recenti decisioni dell'UNESCO riguardanti Gerusalemme.
Ovviamente saranno in programma anche i viaggi tradizionali.
Sempre la punto di vista istituzionale segnaliamo la presenza del dr. Vito Anav, presidente della Comunità Ebraica di Gerusalemme, del dr. Carmel Luzzati, rappresentante di Keren Hayesod in Italia (associazione preposta all'Aliyah, cioè il ritorno degli ebrei in terra di Israele), di Bedros Nassanian dell'European Coalition For Israele e del Senatore Lucio Malan, nella veste non solo di Questore del Senato della Repubblica Italiana ma anche di quella più originale e in perfetta sintonia con il Raduno EDIPI, di cantore accompagnadosi con l'arpa di Davide.
Quella del senatore Malan, può considerarsi la ciliegina sulla torta misicale che ha come ingredienti il duo Israeliano Avner&Rachel Boskey, il gruppo di Bedros&Rebekah di Gataways Beyond Geneva e da Torino il Coro David, l'Arpa di Davide e la band di Albino Montisci.
Questa nutrita parte musicale che si svilupperà nei pomeriggi e nelle serate di giovedì venerdì e sabato, verrà integrata con gli interventi di Avner Boskey e Mike Brown nelle mattinate di venerdì e sabato sulle tematiche di grande interesse ed attualità: "Israele, la chiave del risveglio mondiale" e "Perch'è Israele...?"
Avner Boskey da Israele e Mike Brown dagli USA sono attualmente due tra i più autorevoli insegnanti biblici sul ruolo di Israele e la realtà delle comunità giudeo-messianiche.
L'appuntamento è per giovedì 8 dicembre ore 15:00 alla Gospel House in via Druendo 274 - Torino-Venaria Reale.
info@edipi.net - tel. 3475788106
Programma

(EDIPI, 1 dicembre 2016)


"O la sottomissione o l'esilio"

Lo storico Georges Bensoussan spiega la violenza dei paesi del Maghreb contro gli ebrei.

 
Georges Bensoussan
A Milano a fine novembre per incontrare la Comunità ebraica e per una giornata di studio organizzata dal Memoriale della Shoah Binario 21, lo storico Georges Bensoussan ha parlato con Pagine Ebraiche anche di una realtà che conosce bene: quella degli ebrei rifugiati dai Paesi arabi e in particolare dal Maghreb. Lo storico, direttore editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi, ha tra le altre cose commentato positivamente l'accordo siglato dagli archivi nazionali del Marocco e il Mémorial de la Shoah parigino, volto a ricostruire la storia ebraica marocchina. Quest'ultima si è per lo più dissolta a causa della grande fuga ebraica, a seguito della repressione subita in Marocco negli anni della nascita dello Stato di Israele. Nel dopoguerra circa 250mila ebrei lasciarono infatti il Maghreb per trovare rifugio in Israele e in Francia, lasciando dietro di sé beni, case e una storia secolare. "Credo sia un segnale positivo - ha spiegato Bensoussan a Pagine Ebraiche parlando dell'accordo, lui che peraltro è di origine marocchina - Tutto quello che è recupero della memoria è da accogliere favorevolmente e se davvero Rabat vuole ricostruire il passato ebraico, non possiamo che esserne contenti". Bensoussan pone però un grosso "ma" sulla questione: "l'iniziativa non deve essere un lavaggio delle coscienze di quanto accaduto e dell'approccio di sottomissione adottato in Marocco contro gli ebrei". Per lo studioso, che al tema degli ebrei nei Paesi arabi e islamici ha dedicato un libro - Juifs en pays arabes: le grand déracinement 1850-1975, edito da Tallandier -, l'accordo non può essere un colpo di spugna sulle sofferenze patite dagli ebrei marocchini né una semplice ricostruzione folkloristica del passato ebraico del Paese. Ma il Marocco così come tutti i paesi del Maghreb e islamici dovrebbero fare i conti con quello che Bensoussan definisce un antisemitismo specifico, oggi impronta sociale di molte realtà islamiche. Un antisemitismo che, ha sottolineato più volte lo storico, "affonda le sue radici ancor prima della nascita dello Stato di Israele ed è riconducibile alla figura del Dhimmi, l'ebreo suddito all'interno degli stati arabi. E' risaputo che questo statuto di Dhimmi intendeva relegare perennemente gli Ebrei - come anche i cristiani che vivono in Medio Oriente - in una situazione di sudditanza, all'interno del mondo arabo". "La nascita dello Stato di Israele - spiegava in un'altra intervista Bensoussan - ha messo in crisi questo modello, obbligando gli arabi a misurarsi con gli ebrei da pari a pari. Tuttavia è da una trentina d'anni, che l'antisemitismo arabo ha compiuto una svolta diabolica, soprattutto dopo la Guerra dei sei giorni, che per il mondo arabo è stata un grosso trauma. Com'è possibile, che un piccolo paese come Israele, composto da un popolo di Dhimmi, da sempre sottomessi, abbia potuto sconfiggere la coalizione araba? Essendo stati sconfitti, non una volta, ma più volte, questi ripetuti fallimenti sono diventati incomprensibili. Questa incomprensione, di fronte alla sconfitta ha generato, anche nel mondo arabo, la teoria del complotto ebraico mondiale, collegandosi, in questo modo, alla medesima teoria del complotto di stampo occidentale, recuperando e integrando nel proprio immaginario il famoso falso storico I protocolli dei Savi di Sion. Tuttavia l'antisemitismo musulmano ha origini proprie; per esempio nel Corano vi sono molteplici invettive contro gli Ebrei traditori".
Da questa realtà di obbligata sudditanza, da quella che alcuni hanno definito "dhimmitudine", fuggirono 850mila ebrei che in Israele e in paesi come Francia o Stati Uniti riuscirono a trovare la strada per una vera integrazione sociale.

(Pagine Ebraiche, dicembre 2016)


Gli invisibili profughi ebrei dai paesi arabi

Fino alle guerre civili arabe, il mondo pensava che "profugo" in Medio Orientale fosse sinonimo di "profugo palestinese"

In una giornata d'inizio autunno del 1956 Lilian Abda stava tranquillamente nuotando dalle parti del Canale di Suez quando i soldati egiziani la arrestarono. "Venni portata in costume da bagno alla stazione di polizia - ricorda - Il giorno dopo, io e tutta la mia famiglia venivamo espulsi dal paese".
Lilian Abda, che ora vive a Haifa, è uno dei 25.000 ebrei egiziani che sessant'anni fa subirono le brutali conseguenze della crisi di Suez. Temendo i piani di Gamal Abdel Nasser, il dittatore militare egiziano, di nazionalizzare il Canale di Suez, Gran Bretagna e Francia si accordarono con Israele per attaccare l'Egitto. Gli israeliani lo fecero per rispondere ad un atto di guerra di Nasser - la chiusura dello Stretto di Tiran - e ad anni di incursioni terroristiche organizzate dal Cairo....

(israele.net, 1 dicembre 2016)


Israele ha attaccato in Siria un convoglio di armi per Hezbollah

Nel mirino del raid israeliano un nascondiglio d'armi e una spedizione di componenti missilistiche e armi verso il Libano

Israele avrebbe attaccato nella mattina di mercoledì 30 novembre alcuni nascondigli di armi e un convoglio di veicoli dell'esercito siriano, destinati agli Hezbollah libanesi.
Lo riportano media arabi, ripresi da quelli israeliani, che attribuiscono l'attacco all'aviazione dello stato ebraico.
L'arsenale colpito, secondo il giornale Rai Al-Youm, con base a Londra, apparterrebbe al quarto battaglione dell'esercito siriano, mentre il convoglio sarebbe stato centrato non lontano dall'autostrada che collega Beirut a Damasco.
Il giornale libanese Elnashra, anche questo citato dai media israeliani, ha riferito che quattro forti esplosioni sono state avvertite vicino Damasco, dove sarebbe stato colpito il nascondiglio di armi.
Le forze armate israeliane non hanno né confermato né smentito la notizia, come di solito fanno in questi casi. Hezbollah ha invece confermato.
Durante la guerra civile in Siria Israele ha colpito più volte postazioni e convogli degli sciiti libanesi, una delle colonne del fronte internazionale guidato dall'Iran che combatte al fianco di Assad contro ribelli e gruppi estremisti islamici.
Nei giorni scorsi quattro miliziani dell'Isis sono stati uccisi dall'esercito israeliano dopo l'attacco a una pattuglia dello stato ebraico sulle alture del Golan, in quello che è considerato il primo scontro diretto con il sedicente Stato islamico.
Sebbene la maggioranza dei politici israeliani inizialmente si sia rallegrata dei guai del presidente siriano Bashar al-Assad — alleato e finanziatore di Hezbollah, che ha centinaia di missili schierati al confine con Gerusalemme —, l'opinione pubblica israeliana è preoccupata per l'instabilità della regione.

(The Post Internazionale, 30 novembre 2016)


Paraguay, tra i terroristi amici dei narcos

A Ciudad Del Este dove Hezbollah ricicla il denaro sporco dei trafficanti di droga

di Emanuele Ottolenghi

A Ciudad Del Este vengono venduti prodotti di marca a prezzi bassissimi, oltre a sigarette di contrabbando e droga
Oltre il ponte tra Foz do Iguaçu e il Paraguay si apre la zona franca di Ciudad Del Este. In pochi isolati grandi gallerie commerciali vendono prodotti di marca a prezzi irrisori. Le vie pullulano di cambiavalute e ambulanti che vendono merci contraffatte. Benvenuti nella capitale sudamericana del contrabbando frontaliero e del narcotraffico, per i quali l'organizzazione terrorista libanese di Hezbollah ricicla denaro sporco.
   Washington ha colpito molti suoi finanziatori con sanzioni, ma con scarso effetto. Le loro attività coprono tutta la frontiera tra Brasile e Paraguay, complici istituzioni corrotte, forze di polizia con poche risorse, doganieri prezzolati e un vasto territorio poco popolato dove i traffici illeciti la fanno da padroni. A nord di Foz le sigarette prodotte dalla Tabesa, la manifatturiera del presidente paraguayano Horacio Cartes, sono contrabbandate sul fiume che separa i due Paesi. A ovest del fiume passano marijuana e cocaina lungo tutta la frontiera fino a Ponta Porã.
   La polizia brasiliana è impegnata in una feroce lotta contro i narcotrafficanti. Si fermano i carichi ma non se ne arresta mai il flusso, sostenuto da società che consumano la droga per divertirsi, senza dar peso al devastante impatto di violenza e corruzione che il traffico ha su questi luoghi. E qui entra in gioco Hezbollah. La comunità libanese sciita qui conta 50.000 immigrati. Stanno principalmente tra Ciudad del Este e Foz dove hanno due scuole e due moschee. Nelle aule e sale di preghiera campeggiano foto dell'Imam Khomeini, il defunto leader della rivoluzione iraniana. I ragazzi sono indottrinati dal movimento degli scouts Al-Mahdi di Hezbollah e dagli imam dell'organizzazione. Ma i libanesi sono anche a Ponta Porã, varco della cocaina, dove la locale moschea ha documentati legami con Mohsen Rabbani, l'imam iraniano ricercato per la strage del 1994 contro il centro ebraico di Buenos Aires.
   Il giro di denaro dei traffici illeciti alimenta la corruzione e la violenza che permettono a droga e sigarette di giungere ai loro consumatori. Hezbollah aiuta a riciclarne i proventi miliardari immettendoli nel sistema bancario internazionale grazie a una sofisticata rete dislocata lungo la frontiera, che include università private, grandi magazzini, cambiavalute e improbabili investimenti immobiliari di lusso in una delle zone più povere dell'America Latina.
   Gli strumenti del riciclaggio sono incongrui con la miseria del paesaggio circostante. Gli immensi centri commerciali della zona farebbero invidia ai nostri outlet. Tutto si trova a prezzi stracciati come le magliette Lacoste fatte in Perù che costano la metà che in Europa. Ma ci sono pochi clienti e per quanto bassi, i prezzi sono comunque fuori della portata dei più. Le autorità ritengono che gli outlet siano usati per riciclare denaro sporco dei narcos. A farla da padrone nei commerci sono i libanesi, attraverso le cui attività, sostiene il tesoro Usa, si riciclano miliardi, con una sostanziosa commissione per Hezbollah.
   Non mancano gli indizi. Un'inchiesta per riciclaggio di un miliardo e duecento milioni di dollari implica un noto impresario libanese di Ciudad Del Este legato a Hezbollah, che nel 2015 accompagnò il presidente della Camera dei deputati del Paraguay in visita ufficiale in Libano. Il viaggio incluse incontri con clero e parlamentari di Hezbollah. Un progetto per un centro commerciale dove soci erano libanesi della zona e un barone locale della droga recentemente trucidato da una banda rivale. E numerosi casi di evasione fiscale, contraffazione di marche, e arresti in flagrante per droga che coinvolgono la comunità sciita locale. «Hezbollah controlla il Paranà», sostiene il capo di una stazione di polizia della zona, mentre il Primeiro Comando de la Capital, un'organizzazione criminale brasiliana, «controlla la frontiera secca». Il Pcc gestisce il servizio di trasporto dei traffici illeciti, Hezbollah offre i servizi finanziari. Una cosa è certa. In un Paese dove il Presidente produce le sigarette poi contrabbandate, si commerciano principalmente merci contraffatte, i politici si fanno ospitare dagli alti vertici di Hezbollah e l'economia di frontiera si fonda quasi esclusivamente sui traffici illeciti, è difficile credere che le autorità locali dispongano della volontà di cambiare le cose.

(La Stampa, 30 novembre 2016)


Il Consolato d'Italia a Gerusalemme contribuisce alla ripresa in Umbria

In occasione della Prima Settimana della Cucina Italiana nel Mondo.

GERUSALEMME - In occasione della Prima Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, il Consolato Generale d'Italia a Gerusalemme ha deciso di contribuire a sostenere la ripresa dei territori umbri duramente colpiti dal sisma. Lo ha annunciato lo stesso Consolato spiegando che tra gli sponsor dei molti eventi organizzati a Gerusalemme e a Ramallah, in Cisgiordania, "spicca, tra gli altri, la presenza del Gruppo Grifo alimentare, la più grande cooperativa di produttori agricoli umbra, con sede a Perugia e caseifici in Valnerina (a Norcia e Colfiorito gli stabilimenti più grandi)". Le manifestazioni - ha aggiunto il Consolato - prevedono presentazioni di prodotti "in serate di degustazione apprezzate da un folto pubblico e in alcuni piatti preparati da Chef d'alto livello giunti dall'Italia". Il coinvolgimento del gruppo italiano, che si affianca per l'intera Settimana a diversi altri sponsor, "rientra nello sforzo per il pronto rilancio delle attività economiche del centro Italia, anche attraverso l'internazionalizzazione di importanti marchi".
La Settimana della Cucina Italiana, promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, dal Ministero delle Politiche Ambientali Agricole e Forestali, dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e da altri enti pubblici e privati in oltre 100 Paesi, prosegue in questi giorni - ha ricordato il Consolato - "con cene preparate da cuochi nostrani prestati a rinomati ristoranti di Gerusalemme e Ramallah, e con numerose altre attività, tra cui proiezioni cinematografiche e corsi sulla ricetta della pizza".

(ANSAmed, 30 novembre 2016)


Il calcio di Shabbat: un autentico autogol

L'irrisolta questione delle partite di pallone giocate in Israele nel giorno del riposo.

di Luca D'Ammando

 
Il calcio al tempo dello Shabbat è molto più che una questione sportiva in Israele. Diritti televisivi, pianificazione logistica e disponibilità degli stadi hanno creato da anni un corto circuito per giocatori e tifosi: il sabato si può scendere in campo? Si può andare sugli spalti? D'altra parte il tema è di stretta attualità politica, dopo che a settembre il premier Benjamin Netanyahu ha subito critiche e un calo negli indici di gradimento per le ripercussioni di una lite avuta col ministro dei trasporti Israel Katz sull'opportunità di svolgere lavori urgenti di manutenzione alle ferrovie durante il riposo sabbatico.
   Già all'inizio dello scorso campionato la questione si era posta in maniera drastica e l'avvocato dello Stato, Yehuda Weinstein, aveva stabilito che «nessuno può essere legalmente perseguito perchè gioca a calcio di sabato» nonostante una sentenza del Tribunale del Lavoro andasse nel senso opposto. Ora il campionato è ricominciato e il problema si pone di nuovo. Soprattutto per i tifosi, costretti a lasciare lo stadio prima della conclusione delle gare per rispettare i dettami del sabato ebraico, che inizia esattamente al tramonto del venerdì. Storicamente, il governo calcistico israeliano ha spinto per far disputare le gare di sabato, contrastato dai calciatori che non volevano scegliere tra la santità del sabato e i loro obblighi nei confronti dei club di appartenenza. Tra giudici che chiedevano al governo di validare deroghe e tentennamenti politici, la questione è rimasta irrisolta. Poi, dalla scorsa stagione, la Professional Football League israeliana, che è a capo delle prime due divisioni del Paese, ha stretto accordi con una televisione per trasmettere le partite di campionato in alcune finestre ben precise, una delle quali comincia appunto il venerdì alle 15. Le ricadute di tali scelte sono, tuttavia, più complesse: cominciare le gare in quell'orario, soprattutto in inverno, significa correre il rischio di far coincidere pericolosamente le gare con l'arrivo del tramonto. Per molti appassionati che non guidano o utilizzano energia elettrica durante lo Shabbat, telefoni cellulari compresi, tornare a casa richiede spesso l'uscita anticipata dallo stadio.
   Oltre alle tifoserie, ci sono i casi di calciatori come Guy Dayan, centrocampista dell'Hapoel Acre, che si professa religioso e osservante ma che difende la scelta di giocare durante lo Shabbat. «Per me è solo un lavoro che mi permette di provvedere alla mia famiglia», ha spiegato. È di certo un'evoluzione rispetto a vent'anni prima, quando «i calciatori estremamente religiosi avrebbero deciso di smettere, o avrebbero giocato soltanto in club di terza divisione, dove non si scende in campo durante lo Shabbat».
   A ciò si aggiunge un altro elemento: il numero di ebrei altamente religiosi a prendere parte alle gare è in continua crescita. Dov Lipman, ex membro del parlamento israeliano che ha lavorato per colmare i divari culturali tra ebrei osservanti e laici, ritiene che questo gruppo stia spingendo per una rivalutazione del concetto stabilito secondo cui gli sport competitivi siano principalmente sotto il dominio degli israeliani laici. In passato, gli ebrei religiosi hanno spesso scoraggiato i loro figli a partecipare a sport organizzati a causa degli inevitabili conflitti con il sabato. «Ma quel gruppo sta rivalutando la questione, perché vogliono essere coinvolti», ha spiegato Lipman. Si sta lavorando per pianificare più gare di domenica, una giornata lavorativa e giorno di scuola in Israele, ma significherebbe considerarlo come un secondo giorno di riposo per l'intera società israeliana, una questione tutt'altro che semplice.
   Sul tema è intervenuto tempo fa anche il capo dello Stato Reuven Rivlin - gran tifoso del Beitar Jerusalem - auspicando una soluzione condivisa sulla questione e difendendo il vigente status quo fra laici ed osservanti, in base al quale «i laici in Israele di sabato vanno al mattino in sinagoga e più tardi allo stadio». Sembrerebbe solo una questione di pallone, non lo è.

(Shalom, novembre 2016)


Faida in Palestina. Dahlan dall'esilio insidia Abu Mazen

Resa dei conti al congresso del Fatah

di Davide Frattlnl

GERUSALEMME - Lungo le quattro rampe che fanno da sentiero in salita i curatori del mito hanno raccolto la keffiah bianca e nera, il revolver nella fondina di cuoio, i diari con le annotazioni fitte. Al costo di 7 milioni di dollari, il museo celebra Yasser Arafat e quasi dimentica il suo successore: Abu Mazen appare in qualche foto, quelle in cui cancellarlo si sarebbe notato troppo. Il palazzo inaugurato poche settimane fa commemora il leader scomparso nel 2004 e l'unità palestinese che se n'è andata con lui.
   L'edificio è stato costruito dentro il recinto della Muqata, dove Arafat ha vissuto gli ultimi 34 mesi circondato dalle macerie e dai carrarmati israeliani, «il campo della sua battaglia finale» come racconta la guida. Dietro queste stesse mura, Abu Mazen combatte da ieri la sua di battaglia finale. Per la prima volta in sette anni ha deciso di convocare il congresso del Fatah: il partito fondato da Arafat e che ha dominato la politica palestinese è sempre più agitato, diviso tra vecchia e nuova guardia, tra chi considera Abu Mazen il garante della continuità e chi lo accusa di essere diventato un dittatore. Che ha cancellato a ripetizione le elezioni e che a lungo ha rinviato anche questo confronto con gli oppositori interni.
   I 1.400 delegati lo hanno già rivotato presidente del partito, un gesto scontato di rispetto per poter affrontare nei prossimi quattro giorni le sfide per il potere con l'elezione del comitato centrale. Dall'assemblea dovrebbe uscire anche il nome di un vicepresidente, un numero due pronto a prendere il controllo se Abu Mazen - 81 anni, gran fumatore nonostante i problemi di cuore - dovesse cedere. Perché la legge prevederebbe che l'incarico passi ad Aziz Dwaik, il presidente del parlamento: sta in un carcere israeliano e soprattutto è un capo di Hamas. I fondamentalisti spadroneggiano nella Striscia Gaza e hanno preferito mandare a Ramallah i cimeli da esibire nel museo ( come la medaglia per il Nobel per la pace ricevuta da Arafat) che lasciarci andare i rappresentanti di Fatah.
   All'assemblea non è stato invitato Mohammed Dahlan, che la segue a oltre duemila chilometri di distanza, dall'esilio milionario negli Emirati Arabi. Il fisico asciutto di chi si allena go minuti ogni giorno, l'ex uomo forte dei servizi segreti non può ritornare in Cisgiordania da 5 anni. Abu Mazen lo accusa di tradimento, di complottare per deporlo, a Ramallah rischierebbe l'arresto.
   Eppure i Paesi del Golfo che lo ospitano e le altre nazioni arabe hanno puntato su di lui. «Lo so che Abu Mazen è spaventato, ha paura che Mohammed Dahlan ritorni», ha detto parlando di sé in terza persona al quotidiano New York Times. «Perché spaventato? Perché sa quello che ha combinato in questi dieci anni e lui sa che io so».
   Ripete di non voler diventare presidente, ammette di voler avere un ruolo nel dopo Abu Mazen, anche se significa lasciare il lusso di Abu Dhabi e i tuffi all'alba nella piscina della sua villa. Una di quelle vasche infinity dove l'acqua tracima, all'apparenza senza bordo: così si è comportato il raìs secondo Dahlan, ha oltrepassato i limiti, «ha trasformato quel che resta dell'Autorità in una macchina per il controllo, ci sono segnali che stiamo diventando come il regime di Bashar Assad o quello di Saddam Hussein».
   I leader arabi sanno che Dahlan non è popolare in Cisgiordania e propongono una condivisione del potere: il presidente simbolo potrebbe essere Marwan Barghouti, che sta scontando cinque ergastoli con l'accusa di essere coinvolto negli omicidi di cinque israeliani, ed è considerato dai palestinesi l'erede di Yasser Arafat.

(Corriere della Sera, 30 novembre 2016)


Mahmud Abbas succede a se stesso. Resta alla guida del Fatah per altri cinque anni

Mahmud Abbas , meglio noto come Abu Mazen , è stato rieletto alla testa del Fatah . A Ramallah, i delegati del principale partito palestinese lo hanno rieletto all'unanimità. È anche vero che era l'unico candidato per succedere a se stesso.
Mahmud Abbas , 81 anni, è anche presidente dell' Autorità palestinese dal 2005. Questo il suo messaggio al partito: Il Fatah resterà il partito dominante e la sua crescita non si fermerà fino a che non avrà raggiunto il suo scopo, ossia, la liberazione e l'indipendenza, uno stato indipendente e sovrano.

 Delfino di Arafat, elezioni un miraggio
  Successore di Yasser Arafat dal 2004 alla guida del partito, il mandato di Abbas alla presidenza è scaduto dal 2009. Da allora i palestinesi aspettano sempre la tenuta di elezioni in Cisgiordania.
In seguito a ciò, l'altra entità autonoma palestinese, la striscia di Gaza , ha riconosciuto come presidente Abdal Aziz Duwayk .
Abbas è invece riconosciuto dal Governo della Cisgiordania, dall'Onu e dagli Stati che riconoscono l'indipendenza palestinese.

(euronews, 29 novembre 2016)


Bari - In visita ufficiale l’ambasciatore israeliano Ofer Sachs

ROMA - Nominato meno di sei mesi fa, l'Ambasciatore israeliano Ofer Sachs sarà per la prima volta in visita ufficiale al Sud. Dopo essere stato in Veneto, a Venezia, e in Lombardia, a Milano, l'Ambasciatore ha scelto la Puglia e Bari per incontrare le istituzioni e gli imprenditori per consolidare rapporti di amicizia e avviare nuove relazioni imprenditoriali. Nel suo tour barese sarà accompagnato dal console onorario, Luigi De Santis (unico console onorario di Israele in Italia). L'Ambasciatore Sachs è già a Bari per incontri volti alla conoscenza del tessuto imprenditoriale locale. Domani, mercoledì 30 novembre, l'Ambasciatore Sachs incontrerà le Istituzioni locali: il sindaco ing. Antonio Decaro; il prefetto S.E. Carmela Pagano; il presidente della Regione dott. Michele Emiliano; il rettore del Politecnico di Bari prof. Eugenio Di Sciascio (il Politecnico pugliese collabora con quello di Haifa per progetti innovativi). Ci sarà spazio anche per un incontro con Confindustria Bari e Bat. L'Ambasciatore Sachs sarà per l'occasione accompagnato non solo dal console De Santis, ma anche dal Ministro consigliere per gli Affari Economici, Olga Dolburt. L'intento è, infatti, quello di incrementare ulteriormente le opportunità di scambio e cooperazione tra lo Stato di Israele e la Regione Puglia, in settori di mutuo interesse per entrambe le parti, quali la collaborazione economica, produttiva e scientifica. A questo proposito una società barese racconterà la sua consolidata esperienza di partnership con un'azienda israeliana.

(Prima Pagina News, 29 novembre 2016)


Israele - Dibattito sul diritto internazionale e il ricorso alle forze militari di terra

GERUSALEMME - Il quotidiano "Jerusalem Post" dedica un approfondimento alle implicazioni legali del ricorso israeliano alle forze armate di terra, e le critiche della Nazioni Unite a pratiche adottate dalle forze israeliane come il lancio di missili senza testata esplosiva a mo' di colpi d'avvertimento ("roof knocking"). Noam Neuman, direttore del dipartimento di diritto Internazionale delle Forze di difesa israeliane, ha fornito proprio di recente un punto di vista su come l'esercito determini i propri obblighi di diritto internazionale in situazioni complesse che richiedono l'impiego di forze terrestri. Parlando a una conferenza dell'Hebrew University promossa dal Minerva Center, Neuman ha sottolineato che mentre la maggior parte del diritto internazionale contemporaneo dibatte circa l'impiego della forze aeree e dei droni, Israele si trova a far fronte a criticità di natura differente. Neuman ha illustrato diversi strumenti che compongono l'armamentario dell'Esercito israeliano - come granate, fucili d'assalto e carri armati - e le sfide legali specifiche poste da ciascuno di essi in relazione a sfide particolari, come le irruzioni in edifici privati e la bonifica di trappole esplosive. Il funzionario ha illustrato anche i dettagli di pratiche come l'irruzione e l'occultamento tramite fumogeni: tutte pratiche che costituiscono la base dell'addestramento dei reparti di terra, ma che assumono una rilevanza e rischi particolari in teatri ad alta densità di civili come quelli in cui si trovano ad operare i militari israeliani.

(Agenzia Nova, 29 novembre 2016)


Ebrei italiani valutano Trump

Il prossimo presidente americano visto dalla comunità ebraica

di Massimo Predieri

Il Caffè Settembrini
In una mite domenica di novembre siedo al Caffè Settembrini a Roma con l'amico di lunga data Pierre Levy, imprenditore italiano e ebreo di origine tripolina, per sentire cosa ne pensa del successo di Trump alle elezione negli Stati Uniti. Mi parla della diversità delle posizioni politiche degli ebrei che vivono a Roma e dell'assenza di una posizione condivisa. Tuttavia i commenti sarebbero generalmente positivi a causa delle dichiarazioni di vicinanza a Israele più volte ribadita in campagna elettorale dal prossimo presidente americano.

- Come è stata la reazione della comunità ebraica italiana all'elezione di Trump, prevalentemente positiva o prevalentemente negativa?
  Nella nostra comunità ebraica non credo che vi siano due persone che la pensano allo stesso modo. A parte le posizioni ufficiali, i principali commenti che ho sentito sono positivi. Le dichiarazioni di vicinanza a Israele sono chiaramente molto sentite nella comunità, al di là del pensiero politico individuale. Io personalmente ero più favorevole alla posizione politica e culturale della Clinton.
Come imprenditore vedo negativamente gli annunciati progetti di chiusura isolazionista, una politica demagogica anti-globalista. La globalizzazione ormai c'è, con i suoi mezzi di informazione, i trasporti veloci, le reti di informazione, non la puoi fermare, non puoi chiudere Internet o Twitter.

- Alcuni osservatori hanno fatto notare una apparente contraddizione tra il sostegno ricevuto da Trump da una parte della comunità ebraica americana (il 24% dei voti) e il sospetto di xenofobia e antisemitismo di alcuni suoi sostenitori. In particolare Stephen Bannon, futuro capo stratega alla Casa Bianca, non ha mai nascosto le sue posizioni neo-liberiste e pro-Israele, ma è anche accusato di essere razzista e antisemita, anti-europeo, favorevole al Brexit ed ammiratore di Marine Le Pen. Sul notiziario online ebreo di orientamento socialista Forward la giornalista Naomi Zeveloff accusa Steve Bannon di essere Pro-Israele e antisemita. Si può essere le due cose contemporaneamente?
  Prima di qualche giorno fa non avevo mai sentito nominare Bannon. Le informazioni sono molto contrastanti, nella stampa israeliana, per esempio, non viene evidenziato questo antisemitismo di Bannon, come in quella europea. Queste contraddizioni sono comprensibili; tutta la campagna elettorale negli USA è stata caratterizzata da false informazioni utilizzate da tutte le parti, portando alla mistificazione della politica e del profilo dei candidati. Si dice anche che Bannon abbia tra i suoi soci degli ebrei. Non avendo tuttavia degli elementi per valutare il personaggio, per me è difficile dare un giudizio personale, riporto solo quello che ho sentito. C'è un dibattito abbastanza acceso tra chi lo osteggia e chi invece lo appoggia, sostenendo che è molto amico di Israele.
  Non credo che sia possibile essere contemporaneamente pro-Israele e antisemita, è più probabile il contrario: c'è chi è anti israeliano per non essere apertamente antisemita, che non è politically correct.

- Anche in Italia cresce il sentimento di ostilità verso l'immigrazione dai paesi mussulmani. Quali soluzioni concrete vengono discusse nella comunità ebraica?
  C'è ovviamente un atteggiamento di preoccupazione e diffidenza verso gli islamici, soprattutto nella componente della comunità ebraica che proviene dagli oltre 800.000 ebrei cacciati dai paesi arabi dal 1948 in poi. Ci sono tuttavia tanti ebrei che hanno amici mussulmani, credo che prevalga un atteggiamento di tolleranza. Io personalmente temo gli atteggiamenti di razzismo troppo ostili, perché non sai dove vanno a finire. Oggi magari prevale essere anti-islamico, poi può sfociare in antisemitismo, razzismo.
  Ricordiamo che inizialmente Mussolini aveva fatto approvare delle leggi favorevoli agli ebrei, con una tassa da versare alla comunità di appartenenza (ndr: una specie di tassa ecclesiastica), che favoriva l'indipendenza e l'autonomia di queste comunità. Poi sappiamo come è andata a finire. Tolta una certa corrente di destra oltranzista, credo che prevalga nella nostra comunità ebraica un atteggiamento di tolleranza e spesso anche di amicizia verso i mussulmani.

- La comunità ebraica italiana ha forti legami con lo stato di Israele. Cosa la preoccupa di più: le minacce all'integrità di Israele o il ritorno dell'antisemitismo in Europa?
  Oggi il pensiero prevalente è che se non ci fosse Israele a difendere gli ebrei nel mondo, questi non ci sarebbero più. Le due cose sono unite. L'esistenza di uno stato che si fa rispettare perlomeno ci dà la sensazione che qualcuno ci possa difendere. C'è in noi un legame molto forte con Israele: storico, culturale e sentimentale. Naturalmente siamo cittadini italiani, ma con una religione che nei momenti peggiori della storia è stata causa di persecuzione. La nostra comunità è composta da circa 35 mila persone in Italia, che sono italiani e partecipano attivamente alla società civile in quanto italiani.

(italiani, 29 novembre 2016)


Fatah apre il suo Congresso: il primo da sette anni

Con obiettivo di rinnovare vertici e rafforzare Abu Mazen

 
Mohammed Dahlan e Mahmoud Abbas
Mohammed Dahlan
RAMALLAH - Il partito al Fatah, principale movimento politico palestinese, si riunisce oggi nel suo primo congresso in sette anni per tentare di serrare i ranghi attorno al presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), sempre più indebolito dalla contestazione popolare e interna. Momento principale del congresso sarà l'elezione, a partire da venerdì, del nuovo direttivo, il Consiglio rivoluzionario - 80 membri eletti e una quarantina nominati - e il Comitato centrale, con i suoi 18 membri eletti e quattro nominati dal presidente.
I risultati delle elezioni forniranno idee più chiare sulle differenti correnti interne ad al Fatah, partito segnato da divisioni anche profonde. Il principale gruppo dissidente, strenuo avversario di Abu Mazen, fa capo a Mohammed Dahlan, che vive in esilio negli Emirati arabi uniti.
   Per Jibril Rajoub, membro del Comitato Centrale e difensore accanito dello sport palestinese, questo Congresso dovrebbe prima consentire di rivedere a fondo l'organizzazione del movimento, fondato nel 1959. "Il sistema degli anni '60 non può più funzionare nel 2016", ha commentato. "Dobbiamo tenere in considerazione le circostanze attuali: il sistema è stato creato quando eravamo nella diaspora e ora siamo sul territorio nazionale, è stato istituito per un passo rivoluzionario, ora abbiamo uno Stato", ha insistito.
Queste elezioni permetteranno di "scegliere i leader per il prossimo passo", ha detto all'Afp il numero due dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) Saeb Erekat, che sarà uno dei candidati per un nuovo mandato nel Comitato Centrale. Fatah è la "spina dorsale" dell'Olp, l'entità riconosciuta a livello internazionale come rappresentante dei palestinesi, ha ricordato da parte sua Wasel Abu Yousef, membro della direzione dell'Olp, legato al Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
   Obiettivo del Congresso, ha detto invece Mahmud Abu al-Hija, portavoce di Fatah, è quello di determinare "cosa fare" di fronte a "un orizzonte politico bloccato e una situazione di stallo nei negoziati". Fatah evocherà inoltre le varie iniziative di pace proposte dalla Francia e dai Paesi arabi, e l'eventuale presa di posizione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla politica coloniale israeliana che continua a rosicchiare terreno ai Territori occupati.
   Nel suo discorso di apertura, previsto per le 17 italiane, Abu Mazen affronterà tutti questi argomenti e dovrebbe fare cenno anche alle divisioni tra l'Autorità palestinese, che controlla la Cisgiordania, e Hamas, che governa la Striscia di Gaza impedendo lo svolgimento di elezioni da dieci anni.

(askanews, 29 novembre 2016)


Il silenzio italiano sull'intifada degli incendi in Israele

Lettera al direttore di La Stampa

Egregio Direttore,
in qualità di rappresentante e cofondatore di The Italian Council for a Beautiful Israel, associazione ambientalista israelo-italiana, permetta che esprima sconcerto e indignazione per il silenzio che in questi giorni ascolto con preoccupazione da parte delle diverse associazioni ambientaliste italiane su questa nuova forma di terrorismo che in Israele sta colpendo la natura e l'ambiente attraverso incendi che distruggono alberi e giardini. Eravamo abituati a vedere i nemici della pace e della convivenza mandare i propri figli a farsi esplodere nelle discoteche o nei ristoranti, con il solo scopo di provocare quanta più distruzione e dolore fosse possibile tra i cittadini israeliani e in Europa tra i cosiddetti infedeli e quindi oggi non deve stupirei che la nuova vittima del terrorismo palestinese sia proprio la natura, duramente colpita dall'intifada degli incendi, in un Paese dove la difesa dell'ambiente è da sempre un valore con significativi risvolti concreti. Quello che ci stupisce dunque è che le organizzazioni italiane che dovrebbero tutelare l'ambiente non abbiano alzato la propria voce di condanna, lasciandoci pensare che se è Israele a essere colpita, i valori e gli Ideali Ecologisti Possono Essere Trascurati. Come Giudicare Tale Faziosità?
Alberto Sonnino
(La Stampa, 29 novembre 2016)


In realtà, questa volta la cosa non sembra così netta. Da una parte le stesse autorità israeliane parlano di un concorso di fatti accidentali e azioni terroristiche, dall'altra l'atteggiamento dei non israeliani non è stato così nettamente negativo come in altri casi. Israele ha chiesto aiuto e in qualche misura, forse giudicata scarsa, l'ha ottenuto, perfino dall'Autorità Palestinese. E Netanyahu ha anche ringraziato per questo. Chi ha detto che il terremoto in Italia è avvenuto in risposta all'atteggiamento avuto nell'Unesco, dovrà chiedersi a che cosa è dovuto il verificarsi di questi incendi in Israele. Tirare in ballo Dio in questi casi è sempre rischioso, ma almeno nel caso di Israele non volerlo mai fare è altrettanto rischioso. Perché Dio c'è. E contrariamente a quello che dicono i deisti gentili della scienza e i deisti ebrei della Torah, Dio non si è ritirato nei suoi uffici per lasciare agli uomini di sbrigarsela in qualche modo fra di loro. Dio non solo c'è, ma anche regna e parla. "Chi ha orecchi per udire oda" (Matteo 13:43). M.C.


Nate quattro volpi del deserto al Centro Zoologico di Tel Aviv-Ramat Gan

È di nuovo festa al Centro Zoologico di Tel Aviv-Ramat Gan, dove sono venute alla luce quattro fennecs fox, note come volpi del deserto. Dopo la nascita di un rinoceronte e una giraffa fra agosto e settembre 2016, il Centro Zoologico ha annunciato questo nuovo evento, che in realtà è datato due mesi fa.
Evento molto lieto perché in Israele questa specie animale è estinta. I genitori dei nuovi arrivati, Penny e Louie, sono stati portati nel paese rispettivamente da Regno Unito e Francia e fanno parte di un programma di allevamento internazionale per aiutare la volpe a crescere in cattività. Alcune specie sono considerate in via di estinzione, soprattutto a causa della caccia per la loro pelliccia rossastra.
Il fennec o volpe del deserto è il più piccolo canide del mondo e in età adulta pesa tra i 680 grammi e 1,59 chilogrammi e misura 24-41 centimetri. La sua altezza è di circa 20 centimetri. Caratteristiche di questi animali che vivono nel deserto nordafricano sono enormi orecchie a forma di pipistrello, che occorrono per disperdere il calore e permettono di possedere un ottimo udito.
Le volpi del deserto vivono in gruppi composti da 10-12 esemplari e conducono una vita notturna, durante il giorno si riparano dal caldo e dal sole all'interno della loro tana sotterranea.
Sono molto curiose e intelligenti e vengono chiamato dai nomadi "folletti del deserto" per la loro abitudine a scomparire di colpo in una delle sue lunghe gallerie sotto la sabbia.

(Israel Cool, 29 novembre 2016)


La Norma di Bellini pronta a deliziare il pubblico israeliano

Nuovo allestimento a Tel Aviv della Norma di Vincenzo Bellini, opera che debuttò al Teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre del 1831. L'appuntamento è a partire dal 30 novembre - con repliche fino al 17 dicembre - presso la Tel Aviv Performing Arts Center, sede dell'Israeli Opera, che promuove la serata insieme all'Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv. "Incentrata sulla protagonista, l'opera divenne il cavallo di battaglia di alcuni grandi soprani del passato, tra cui Maria Callas, Joan Sutherland e Montserrat Caballé - si legge nella nota di presentazione dell'Istituto Italiano di Cultura -. Il soggetto è ambientato nelle Gallie, al tempo dell'Impero Romano, e presenta espliciti legami con il mito di Medea".

SCHEDA - IL CAST
Orchestra dell'Opera - The Israel Symphony Orchestra Rishon LeZion; Direttore: Daniel Oren; Regista: Alberto Fassini; Revival Director: Vittorio Borrelli; Scenografia: William Orlandi; Luci: Andrea Anfossi; Revival Lighting Designer: Vladi Spigarolo; Solisti: Norma - Hrachuhi Bassenz, Maria, Pia Piscitelli, Ira Bertman; Pollione - Gustavo Porta; Adalgisa - Daniela Barcellona; Oroveso - Carlo Striulli, Vladimir Braun; Clotilde - Anat Czarny.

(9 colonne, 29 novembre 2016)


Piemonte Kibbutz: quando gli ebrei sfuggiti ai lager trovarono a Torino una casa

Un primo passo per tentare di raggiungere la Palestina

di Federico Callegaro

 
 
TORINO - Displaced Persons: persone «spostate», da inserire in un nuovo contesto. E' con questa definizione, coniata dagli Alleati dopo la fine della guerra, che verranno identificati più di 30 mila ebrei provenienti da nazioni diverse ma con in comune due cose: quella di essere arrivati in Italia da Germania, Austria e Polonia e quella di essere sfuggiti alla morte dopo lunghi periodi di prigionia nei campi di concentramento tedeschi.
La loro storia inizia subito dopo che la storiografia cessa di interessarsi agli eventi che li riguardano direttamente, ovvero subito dopo lo svuotamento dei lager nazisti. Questo grande flusso di uomini, donne e bambini, in fuga da un passato che volevano dimenticare, finiranno per transitare dal nostro Paese per raggiungere la Palestina. Durante l'ultimo periodo degli anni '40, infatti, saranno così tanti quelli che sceglieranno l'Italia come via privilegiata per raggiungere il mare che Mario Toscano, uno dei primi studiosi del fenomeno, coniò per lo stivale la definizione di «porta di Sion». Da questa dinamica non si sottrassero le città piemontesi: campi di profughi ebrei nacquero a Rivoli e a Grugliasco, mentre nella campagna intorno a Torino sorsero anche i kibbutz. Colonie agricole in cui si viveva di agricoltura, con una visione comunitaria del tempo e dei mezzi che doveva anticipare e servire a formare per quello che poi sarebbe stato il futuro in Palestina.
«Sono duemila o poco più; vengono dall'Australia e dalla Germania ma non sono tedeschi e austriaci soltanto: appartengono a varie nazionalità e fuggono da vari paesi. Fuggono in cerca da un luogo migliore; lasciare quei posti che videro le loro sventure significa forse per essi la possibilità di dimenticare».
Arrivare in Palestina, però, è illegale e chi ci prova diventa un clandestino. Le autorità inglesi, infatti, nel corso del 1947 impediscono anche con la forza ai profughi ebrei di attraversare il mare. Succede per esempio alla nave Exodus che viene mitragliata e costretta a invertire la rotta. Le persone fermate a bordo, poi, vengono internati per punizione a Bergen Belsen, luogo già tristemente noto durante il nazismo. Un vero e proprio affronto anche simbolico che i profughi dei campi piemontesi non accettano e a cui rispondono con lo sciopero della fame. Ma c'è chi non si limita a quello. Nel corso del biennio '46 '47 vengono compiuti alcuni atti dimostrativi e diffusi volantini contro gli inglesi. I più attivi in questo senso sono gli appartenenti all'Irgun Zvai Leumi, una sorta di organizzazione indipendentista.
«I kibbutz sono formati da qualche centinaio di ebrei che lavorano e studiano».

(La Stampa, 28 novembre 2016)


Israele teme che lo Stato islamico possa aprire un nuovo fronte nel Golan

GERUSALEMME - La schermaglia tra l'Esercito israeliano e la "brigata dei martiri Yarmouk", un gruppo affiliato allo Stato islamico, nel sud delle alture del Golan, si è concluso con un successo per le Forze di difesa israeliane, ma l'episodio costituisce un precedente preoccupante per Tel Aviv, che teme l'apertura di un fronte di conflitto permanente con i terroristi lungo il confine con la Siria. Lo riferisce un'analisi del quotidiano israeliano "Haaretz", che riporta le preoccupazioni dei vertici della Difesa israeliani. Se l'attrito nel Golan del sud si dovesse trasformare in routine, Israele potrebbe trovarsi in pericolo. L'incidente è avvenuto domenica mattina, ed è iniziato con un agguato di miliziani del gruppo terrorista a una unità di ricognizione del battaglione Golani lungo il confine del Golan. La zona è sotto il controllo israeliano; in alcuni punti la recinzione è posizionata infatti a ovest del confine, in modo da dare alle forze israeliane una posizione di vantaggio in termini di altezza rispetto a potenziali assalitori. Solo il futuro potrà chiarire se quello di ieri sia stato un episodio isolato, o il primo segnale di una offensiva terroristica nel Golan del sud, zona in cui Israele ha saputo mantenere la calma in questi ultimi anni di guerra civile in Siria.

(Agenzia Nova, 28 novembre 2016)


Teva lancia sul mercato israeliano un inalatore a base di cannabis medicale

Il prodotto per la gestione del dolore, nasce da una collaborazione con Syde Medical con sede a Tel Aviv. "L'inalatore è il mezzo più efficace per la somministrazione della pianta" ricorda l'azienda israeliana.

Arriva sul mercato israeliano un nuovo inalatore firmato Teva per la gestione del dolore, a base di cannabis medicinale. Il prodotto nasce da una collaborazione con Syde Medical con sede a Tel Aviv. In un comunicato stampa rilasciato oggi Teva ha ricordato come questa sia la prima volta in cui la cannabis medica è stata associata all'uso di un inalatore, "il mezzo più efficace per la somministrazione della pianta".
Teva commercializzerà e distribuirà in esclusiva in Israele l'inalatore sviluppato da Syde medical, che sarà disponibile per i pazienti non appena riceverà l'approvazione da parte del ministero della Salute locale.

(AboutPharma.com, 28 novembre 2016)


Israele - Modifica della normativa relativa all'etichettatura dei prodotti alimentari

Dopo mesi di trattative, il Comitato per la Regolamentazione e la Promozione della Sana Alimentazione del Ministero della Salute israeliano ha presentato un documento di raccomandazione per la modifica della normativa relativa all'etichettatura dei prodotti alimentari. Lo riporta il quotidiano economico Globes.
La nuova regolamentazione prevede che i produttori di alimenti dovranno riportare un marchio di avviso di colore rosso su tutti quei prodotti con un alto contenuto di zucchero, sale e grassi. Oltre a cio', le aziende saranno obbligate ad indicare quanti cucchiaini di zucchero sono contenuti in ciascun alimento.
Tali raccomandazioni saranno implementate gradualmente in tre diverse fasi a partire da gennaio 2018, luglio 2019 e dicembre 2020.
Il Direttore del Dipartimento dei Servizi della Sanita' Pubblica del Ministero della Salute, Prof. Itamar Grotto, ha dichiarato: Questa nuova regolamentazione rappresenta un vero e proprio punto di rottura con il passato. Sia in Europa che negli Stati Uniti e' ancora in fase di discussione. Per quanto ci riguarda stiamo valutando la possibilita' che ciascun ristorante riporti nei menu le calorie contenute per ciascuna pietanza. Negli Stati Uniti e' gia' in vigore e speriamo di raggiungere anche noi questo traguardo.
Queste modifiche della normativa agroalimentare vanno nella stessa direzione del trend generale di mercato che guarda ad alimenti sempre piu' sani o prodotti espressamente pensati per segmenti di consumatori particolari quali i celiaci o intolleranti al lattosio. Vegetarianismo e veganesimo, di cui Tel Aviv e' fra le capitali mondiali, rappresentano la cartina di tornasole di questa rinnovata attenzione per il cibo sano. (ICE TEL AVIV)

(Tribuna Economica, 28 novembre 2016)


Italia-Israele, "una miniera inesplorata di opportunità"

ROMA - Sono Paesi relativamente piccoli, ma creativi; hanno risorse intellettuali e capacità economiche; distano poco più di tre ore di volo l'uno dall'altro, eppure Italia e Israele non colgono le opportunità di business come potrebbero. Per questo, bisogna rompere gli schemi, andare oltre le consuetudini e convincere le imprese dei due Paesi a trovare modi di collaborare e creare benefici per entrambi. Ne è convinto il nuovo ambasciatore israeliano a Roma, Ofer Sachs, che mette l'accento sul grande potenziale ancora inespresso. "Abbiamo una cooperazione già molto buona nel campo della ricerca e dello sviluppo, con un fondo bilaterale e una collaborazione tra accademie. In Israele abbiamo una forte propensione per innovazione e start-up, ma la nostra capacità di creare grandi aziende e giocare un ruolo globale è sicuramente limitata, paragonata a quella italiana".

 Sfida è rompere gli schemi e trovare nuovi modi di collaborare
  Sachs è in carica a Roma da pochi mesi, dopo essere stato per anni alla guida dell'Istituto israeliano per l'export. "Ci sono molti modi per collaborare e questa è la sfida: spesso gli israeliani non guardano all'Italia come prima scelta, non perché manchino le occasioni - il Paese ne è ricco - ma si rivolgono alla loro comfort-zone, tradizionalmente gli Stati Uniti. Dobbiamo rompere questo paradigma e convincere entrambi a trovare modi di collaborare e creare reciproci benefici". Se con il tradizionale alleato le relazioni sono più immediate, con l'Italia "non siamo ancora così avanti ed è qualcosa su cui lavorare, perché il vostro è un Paese così ricco di capacità economiche da offrire di sicuro un'ampia area di collaborazione da sfruttare". Un obiettivo chiaro, quasi quanto la strategia. "Dobbiamo fare in modo che le persone si incontrino, che gli imprenditori si conoscano, aumentare la reciproca consapevolezza perché le similitudini culturali renderebbero i legami così facili. Una volta superate le barriere linguistiche, e questo è sicuramente un tema, possiamo avere una collaborazione straordinaria".

 Ondata di incendi in Israele, grazie all'Italia per il sostegno
   Intanto, i rapporti politici tra i due Paesi viaggiano sul filo dell'amicizia, come dimostrato anche la settimana scorsa in occasione dell'emergenza incendi che ha colpito Israele, con oltre 65mila persone costrette a lasciare le proprie case e grossi danni al territorio. Alla richiesta di aiuto lanciata dal premier Benjamin Netanyahu, il governo italiano ha risposto prontamente inviando due Canadair e dando il via libera alla Protezione civile per attivare quanto necessario a fornire supporto. Sachs non può non apprezzare la prontezza della mobilitazione e ha espresso un ringraziamento sentito. E' la prova che i rapporti non si sono incriminati dopo l'astensione italiana al voto su Gerusalemme Est all'Unesco il mese scorso. Tutt'altro, la reazione forte del premier Matteo Renzi, che definì la situazione "allucinante", fanno sperare - osserva l'ambasciatore - che "l'Italia in futuro prosegua" sulla stessa linea. "E' la sfida che abbiamo di fronte, vedere posizioni piu' equilibrate: non che tutti siano d'accordo con noi ma un dialogo equilibrato, o almeno un dialogo, e non reazioni in automatico, che qualche volta ignorano completamente scienza, storia e archeologia, come nel caso dell'Unesco".

(agi 28 novembre 2016)


Università Ebraica di Gerusalemme: Nasce Startup 360, un programma per studenti

L'Università Ebraica di Gerusalemme si appresta a lanciare una sorta di corso di specializzazione in Startup, come parte del suo programma Executive MBA.
Chiamato Start Up 360, è il primo programma del suo genere in qualsiasi istituzione accademica a livello globale - la specializzazione si propone di fornire agli studenti gli strumenti necessari per gestire e investire in startup. Gli studenti saranno guidati da docenti locali, esteri, e dalla ditta israeliana GKH Law Offices.
Il programma di studio prevede anche un vero e proprio processo di investimento, in cui i mentori del settore di Venture Capital, come JVP e OurCrowd, lavoreranno con gli studenti e insieme stanzieranno una somma totale di 2 milioni di dollari da investire in startup.
L'obiettivo della specializzazione è quello di dare agli studenti gli strumenti atti alla conoscenza degli ecosistemi di startup, all'interno del panorama israeliano e estero.
Il programma comprenderà docenti di Harvard, MIT, Northwestern e Duke, e partner di aziende tecnologiche internazionali come Google, Microsoft e Siemens.
Come annunciato dall'Università con un comunicato, e ripreso dal The Times Of Israel, Start Up 360 inizierà il prossimo anno accademico.

(SiliconWadi, 28 novembre 2016)


Raid israeliano contro l'Isis vicino al Golan

Primo scontro di Israele con l'Isis sulle alture del Golan. Gli islamisti attaccano una pattuglia, l'aviazione li colpisce

di Giordano Stabile

L'aviazione israeliana ha colpito una postazione dell'Isis in territorio siriano, vicino alle alture del Golan. Il raid ha preso di mira un compound che ospitava in passato il contingente della missione Onu e poi occupato dagli islamisti. Un numero imprecisato di terroristi è rimasto ucciso.
L'esercito israeliano ha specificato che il raid era in rappresaglia a un agguato teso ieri dai jihadisti a una pattuglia israeliana al confine, con colpi di mortaio e armi leggere. Non ci sono state vittime fra i militari ma l'attacco, il primo di questo genere, ha fatto salire l'allarme in Israele.
Il compound distrutto apparteneva alla United Nations Disengagement Observer Force (UNDOF) ed era stato occupato dal gruppo Shuhada al-Yarmouk, cioè i Martiri di Yarmouk, un gruppo che ha giurato fedeltà all'Isis e opera in una stretta fascia di territorio al confine fra Siria e Israele.
Il ministero della Difesa israeliano ha specificato che l'attacco mira «a prevenire il ritorno dei terroristi nel compound, una minaccia seria nella regione». Già ieri un jet israeliano aveva distrutto un fuoristrada del gruppo Shuhada al-Yarmouk, quattro terroristi erano stati uccisi.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito che «non permetteremo che l'Isis si stabilisca sui nostri confini a causa della guerra in Siria».

(La Stampa, 28 novembre 2016)


Gas Leviathan - Partner israeliani ottengono 1,75 miliardi di dollari per la prima fase di sviluppo

GERUSALEMME - Il gruppo israeliano Delek, controllato dal magnate Yitzchak Teshuva, e la società Avner Oil, che insieme detengono il 45 per cento del giacimento di gas naturale offshore Leviathan, hanno ottenuto un prestito di 1,75 miliardi di dollari per il finanziamento delle attività di sviluppo del sito, il più grande scoperto finora al largo delle coste di Israele. I fondi, messi a disposizione da JpMorgan e dalla svizzera Hsbc, serviranno per finanziare la prima fase di sviluppo del Leviathan, che include anche contratti per la distribuzione del gas in Israele e in Giordania, nonché nei territori controllati dall'Autorità nazionale palestinese. Il prestito rientra nella strategia di finanziamento a lungo termine per ridurre i costi del consorzio Delek-Avner.
Il 17 dicembre 2015, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha firmato un accordo quadro per consentire a un consorzio guidato dalla texana Noble Energy e il gruppo israeliano Delek di sviluppare il giacimento Leviathan, il più ricco del paese, costringendoli a vendere i due più piccoli. L'accordo era stato poi bloccato dalla Corte suprema che ha costretto il governo a modificare la "clausola di stabilità". Lo scorso 18 maggio, il governo israeliano e il consorzio Leviathan, composto dalle israeliane Delek Drilling (22,67 per cento), Avner Oil & Gas (22,67 per cento), Ratio Oil (15 per cento) e dalla statunitense Noble Energy (39,66 per cento), hanno modificato la "clausola di stabilità" dell'accordo, emendamento che è stato poi approvato dal governo per sbloccare lo sviluppo del giacimento, il quale, secondo le stime, dovrebbe contenere fino a 500 miliardi di metri cubi di gas.

(Agenzia Nova, 28 novembre 2016)


Anatomia di una tempesta di fuoco

Almeno 180 feriti, più di 500 case distrutte, 13.000 ettari di boschi bruciati, 30 sospetti arrestati

E' tempo di tirare i primi bilanci dell'ondata di incendi che ha imperversato in Israele per cinque giorni, anche se domenica si sono registrati ancora alcuni nuovi focolai.more Gli incendi hanno causato 180 feriti, reso inservibili centinaia di case e bruciato decine di migliaia di dunam di parchi e riserve naturali protette.
Secondo il Magen David Adom (Stella Rossa di David), fino a tutto sabato su 133 persone soccorse per le lesioni collegate agli incendi almeno quattro erano piuttosto gravi, ma il bilancio complessivo è più alto perché al dato vanno aggiunte almeno 50 persone intossicate da inalazione da fumo che si sono recate da sole negli ospedali.
Haifa è stata la città più colpita dagli incendi, con almeno 527 case completamente distrutte, secondo il conteggio aggiornato da Ynet News. Sabato sera erano circa 1.700 gli abitanti di Haifa che non potevano ancora rientrare nelle loro case, secondo la tv Canale 2....

(israele.net, 28 novembre 2016)


Barney Ross, il pugile ebreo che conquistò tre cinture

di Nicola Pucci

 
Barney Ross
Tra le tante storie di pugni avvolte nel mantello della leggenda e destinate a venir raccontate ai posteri in perpetuo, ce ne sono alcune che meritano qualche cenno fuori dalle righe. Quella che narra delle gesta di Barney Ross è una di queste.
   Ad onor del vero Dov-Ber Rasofksy, perché è così che venne registrato all'anagrafe quando vide la luce il 23 dicembre 1909, figlio di Isidore, studioso di Talmud emigrato da Brest-Litovsk e sopravvissuto ad un pogrom, e di Sarah, aveva sangue ebreo nelle vene e portando la stella di David fu il primo boxeur a conquistare il titolo di campione del mondo. In giovane età il ragazzo, nel frattempo emigrato con la famiglia a Chicago, fu testimone dell'uccisione del padre, assassinato nel sua drogheria nel corso di una rapina, e quel che successe poi non poteva che indirizzarlo in palestra, così come in strada, a dar di pugni per guadagnarsi il necessario al sostentamento. Ma come vedremo tra breve, con guantoni e naso guercio andò ben oltre la semplice aspettativa di una dignitosa seppur pericolosa esistenza.
   La madre non vedeva di buon occhio che il figlio Dov, terzo di una nidiata di sei eredi, si dedicasse al pugilato, e fu così che il giovanotto assunse il nome d'arte di Barney Ross, ignaro che un giorno questo avrebbe segnato con i crismi della vittoria gli albi d'oro di ben tre categorie della noble art, pesi leggeri, welter-junior e welter, perdipiù contemporaneamente.
   Dopo aver conquistato diciassettenne il "Guanto d'oro" riservato ai dilettanti, Ross comincia a guardare con sempre maggior ambizione alla carriera professionistica, gareggiando nella categoria riservata ai pesi leggeri di cui ben presto diventa protagonista indiscusso, eroe degli ebrei che cercano di guadagnare l'integrazione sociale così come degli americani accattivati dal suo smisurato orgoglio così come dal suo disperato tentativo di affermazione.
   Lo stile pugilistico non é certo sopraffino, con quell'incedere un po' raccolto che porta Ross a combattere quasi frontalmente, ma non gli fanno certo difetto velocità, potenza dei colpi e soprattutto intuito che gli garantiscono, sempre, un margine di tempo sufficiente a giocare d'anticipo per affondare contro l'avversario di turno. E così, dopo alcune vittorie di spessore con Battling Battalino, campione del mondo dei pesi piuma dal 1929 al 1932, e Cameron Welter, ecco che il 23 giugno 1933 infine giunge la chance mondiale, sul ring di Chicago contro quel Tony Canzonieri, appunto detentore della cintura sia dei pesi leggeri che dei welter junior, che appartiene alla riservatissima cerchia dei fuoriclasse del guantone.
   La sfida con Canzonieri si risolve ai punti, dopo dieci riprese intense e di rara bellezza, e Barney Ross addiviene a quella gloria pugilistica a lungo inseguita ed infine fatta sua. La rivincita con l'italoamericano, qualche mese dopo, ha eguale esito, così come Ross si conferma campione del mondo a spese di Sammy Fuller, Peter Nebo e Frankie Klick, per poi lanciarsi nel 1934 all'assalto della corona anche dei pesi welter, dove lo attende un tris di combattimenti con lo spumeggiante Jimmy McLarnin, il guerriero di Belfast che maschera ardore e potenza del pugno su un volto da ragazzino.
   Le prime due puntate della trilogia, in quel di Long Island, al Madison Square Garden Bowl, si chiudono con una vittoria a testa, Ross conquista il titolo al termine di quindici riprese al primo tentativo, per poi cederlo al secondo, riprendendoselo ancora il 25 maggio 1935, stavolta al Polo Grounds di New York, e sempre con responso dei guidici dopo quindici round combattuti all'ultima stilla di sudore.
   Nessuno ebbe l'onore e la forza di poter mettere al tappeto Barney Ross, che arriva al capolinea della carriera, carico di gloria, titoli e pure con un consistente conto in banca, contro un altro tri-campione del mondo, l'uragano nero Henry Armstrong, che lo sovrasta fisicamente e lo seppelisce sotto una gragnuola di colpi. Ma Barney resta in piedi, incurante dei secondi che lo vorrebbero gettare la spugna, e può consolarsi con un record senza macchie, 81 incontri di cui 74 vinti, 3 pareggiati e 4 soli persi, tutti per responso dei giudici.
   Poi… poi la guerra e la dipendenza della droga, raccontata in "Monkey on my back" (la scimmia sulla mia schiena), al contempo autobiografia e monito sulla crudele inutilità dei conflitti armati. Ad amplificare il nome di Barney Ross, l'ebreo che salì sul tetto del mondo, in tre diverse categorie e nello stesso periodo, e che oggi riposa, appagato, tra gli eletti del pugilato: già, perché la International Hall of Fame lo ha riconosciuto fra i più grandi di ogni tempo.

(SportIstoria, 28 novembre 2016)


Polonia - Un sito per ricordare l'aiuto dei polacchi agli ebrei durante la Shoah

Lanciato dalla Fondazione Righteous for the World il portale www.pomagali.pl, con una mappa dei luoghi e foto e testimonianze storiche.

Si chiama www.pomagali.pl (alla lettera, in italiano, "hanno aiutato) il sito lanciato dalla Fondazione Righteous for the World per ricordare il sostegno che la popolazione polacca ha dato agli ebrei durante le persecuzioni naziste della Seconda Guerra Mondiale. Il portale si propone come una mappa interattiva da mettere a disposizione di un ampio pubblico che comprende anche lo studio delle relazioni polacco-ebraiche durante questo buio periodo storico.
Il sito mostra infatti i luoghi delle diverse regioni della Polonia dove sono stati forniti gli aiuti, oltre a storie documentate di polacchi che hanno salvato famiglie di ebrei dall'Olocausto. I visitatori potranno non solo leggere una breve descrizione storica, ma anche vedere foto d'archivio e ascoltare le relazioni dei testimoni che ricordano il tempo della guerra.
Pomagali.pl è stato creato con l'intento di stimolare l'interesse generale intorno a un tema molto spesso trascurato nelle discussioni: l'eroismo dei polacchi che, durante il secondo conflitto mondiale, hanno rischiato anche la vita pur di aiutare i perseguitati. Gli utenti potranno commentare tutte le relazioni pubblicate sul sito e condividere le loro esperienze e le conoscenze acquisite, arricchendone così il contenuto. Speranza degli iniziatori del progetto è che esso possa stimolare il dibattito pubblico.
Il portale è co-finanziato dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Polonia e sarà lanciato il prossimo dicembre.

(Zenit, 28 novembre 2016)


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