Questo è il patto che farò con la casa d'Israele,
dopo quei giorni, dice l'Eterno:
io metterò la mia legge nell'intimo loro,
la scriverò sul loro cuore,
e io sarò loro Dio,
ed essi saranno mio popolo.
Geremia 31:33-34  

Attualità



Iscriviti alla newsletter
Nome:     
Cognome:
Email:      
Cerca  
Inizio - Attualità »
Presentazione »
Approfondimenti »
Notizie archiviate »
Notiziari »
Arretrati »
Selezione in PDF »
Articoli vari »
Testimonianze »
Riflessioni »
Testi audio »
Libri »
Questionario »
Immagini »
Video »
Scrivici »





















Hamas: 'Il treno della riconciliazione con Abu Mazen è fermo

Portavoce Qassem: la Lega araba faccia pressioni

GAZA - La riconciliazione fra Hamas ed al-Fatah e' al momento bloccata: lo ha detto oggi all'ANSA Hazem Qassem, un portavoce di Hamas. "Pensavamo di aver già raggiunto un accordo sui dettagli e sui processi da intraprendere, ma il treno della riconciliazione si è poi bloccato - ha affermato - perché il presidente Abu Mazen insiste per decidere in maniera unilaterale in tutti gli apparati (dell'Anp, ndr) e a non coordinarsi con alcuna delle altre fazioni palestinesi". "Noi desideriamo che la Lega araba faccia pressione sul presidente Abu Mazen affinché porti avanti la questione della riconciliazione" ha aggiunto il portavoce, riferendosi al summit arabo convocato per domani in Giordania.
Da quel vertice Hamas si attende peraltro "che annetta alla questione palestinese la massima priorità nel mondo arabo" e che la Lega araba "si schieri al fianco del popolo palestinese nella sua lotta per la liberazione dall'occupazione israeliana".

(ANSAmed, 29 marzo 2017)


Antico cimitero ebraico di Mantova, la nota dei rabbini italiani

A seguito di articoli di stampa che presentano una contrapposizione presunta fra la posizione dei rabbini italiani "accomodanti" e rabbini americani intransigenti sulla questione del cimitero di Mantova vorremmo precisare che tale distinzione giornalistica è fuorviante e che per chiunque e in particolare per qualunque rabbino la regola fondamentale è l'applicazione della normativa halakhica che stabilisce che la sepoltura ebraica è perpetua e intangibile.
A questo proposito vorremmo citare quanto da noi comunicato al presidente UCEI in data 3 marzo 2017.
"L'area cimiteriale ebraica antica di Mantova deve essere trattata come ogni altro cimitero ebraico, secondo le regole della halakhà che, in primo luogo proibiscono qualsiasi edificazione sopra le sepolture (ricordiamo che la vendita del cimitero da parte della Comunità di Mantova non ne cambia lo status). L'ARI ribadisce che da questo principio non è lecito derogare e che ogni proposta di soluzione del problema dovrà comunque avere la preventiva approvazione della Consulta Rabbinica, a norma di Statuto".
Il Consiglio dell'Assemblea Rabbinica Italiana

(moked, 28 marzo 2017)


Occhio pigro? Da Israele, una nuova soluzione!

di Daniel Ferraro

 
Tel Aviv - Un bambino mentre usa Binovision
L'occhio pigro, scientificamente conosciuto come Ambliopia, rappresenta la principale oftalmopatia pediatrica che causa disabilità visive. La patogenesi di questa affezione riconosce, alla sua base, un non corretto sviluppo visivo e neuronale in cui le vie nervose che mettono in comunicazione occhio e cervello, non sono adeguatamente stimolate.
   Tra i fattori predisponenti a questa patologia vi sono ulteriori disturbi che possono compromettere il normale sviluppo visivo come: miopia, strabismo, astigmatismo o anche cataratta in età prevalentemente adulta. Essendo questa una patologia monoculare, fin ora il trattamento previsto consisteva nell'appore un patch (una benda) sull'occhio dominante in modo da poter permettere al cervello, attraverso le proprietà di plasticità neuronale, di utilizzare maggiormente le vie visive proprie dell'occhio affetto in modo tale da effettuare una "correzione".
   Oltre all'applicazione del patch, altra strategia terapeutica è quella dell'utilizzo di colliri a base di atropina che offusca temporaneamente la vista al fine di stimolare maggiormente l'occhio controlaterale. All'alba delle ultime frontiere tecnologiche, l'azienda israeliana Medisim è pronta per immettere in commercio le video-lenti BinoVision. Questi occhiali ultratecnologici funzionano attraverso la rappresentazione di viste separate e indipendenti della stessa immagine per ciascun occhio. Per i bambini, questo nuovo approccio, rappresenta una forma "divertente" per curarsi, in quanto, non saranno più costretti ad indossare una benda, ma potranno sfruttare le capacità di questo dispositivo per connettersi e collegarsi a qualsivoglia sorgente di video in streaming, potendo in tal modo selezionare: film, giochi, cartoni animati, video musicali e trasmissioni televisive. Il tutto potrà essere monitorato dal medico grazie ad una funzione di registrazione di cui è dotato il dispositivo.
   Il dott. Chaim Stolovitch, capo dell'unità di oftalmologia e strabismo pediatrico del Tel Aviv Center, nel 2016 ha presentato i risultati del trial clinico ai medici dell'Association for Research in Vision and Ophthalmology in una conferenza a Seattle.
   "Abbiamo chiesto ai bambini di usare gli occhiali BinoVision per 60 minuti al giorno - che potrebbero essere divisi in due sessioni di 30 minuti ciascuna - sei giorni alla settimana per tre mesi. Abbiamo valutato la loro acuità visiva ogni quattro settimane e chiesto ai pazienti di tornare per il follow-up più tardi, per vedere i miglioramenti, ma soprattutto il mantenimento di quest'ultimi".
   Al termine dello studio clinico hanno constatato che i risultati sono stati migliori rispetto all'impego di patch o colliri pertanto la Medisim ha fatto richiesta d'approvazione alla Food And Drug Amministration.
   Ancora una volta Israele offre innovazioni terapeutiche che gradualmente stanno rivoluzionando il mondo della medicina.

(Peerqasje, 28 marzo 2017)


Hamas: "Pronti ad accettare sfida se Israele cambia le regole del gioco"

GERUSALEMME - Il capo dell'ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, ha tenuto un discorso a Doha, in Qatar, onorando Mazen Fuqaha, capo del braccio armato dell'organizzazione che secondo il movimento è stato assassinato da Israele durante il fine settimana. "Se Israele cambia le regole del gioco, noi accetteremo la sfida", ha dichiarato Mashaal, spiegando che anche se l'organizzazione palestinese è divisa in più rami, tutti lavorano insieme per la stessa causa. "Non ci interessa se esiste uno squilibrio di potere; la nostra volontà è più potente della loro forza. La nostra volontà e le convinzioni sono più potenti delle loro armi", ha aggiunto Mashaal. Il prossimo anno Hamas dovrebbe pubblicare un nuovo documento programmatico che dovrebbe affrontare la questione dell'antisemitismo, presente nello statuto originale del movimento, risalente al 1988. Mashaal ha precisato a questo proposito che la resistenza armata rimarrà una strategia fondamentale del movimento.

(Agenzia Nova, 28 marzo 2017)


L'insostenibile leggerezza dello stato palestinese

Se l'economia della Cisgiordania non si integrerà con quella della Giordania, o con quella di Israele, non potrà mai sostenere la propria popolazione.

Gli abitanti di Gaza e di Cisgiordania hanno un Pil lordo pro capite di 2.867 dollari annui e un'aspettativa media di vita di 74 anni: condizioni molto simili a quelle dei cittadini della Giordania e dell'Egitto e molto superiori a quelle dei cittadini dell'India, per non parlare di molti paesi africani. I 95 milioni di cittadini eritrei, ad esempio, hanno un Pil annuo pro capite di soli 500 dollari.
Tutto bene? No, perché il reddito medio è garantito non dal funzionamento dell'economia, ma dai sussidi internazionali. Gli abitanti della Cisgiordania sono anche più ricchi di quelli di Gaza perché circa 150.000 fra loro lavorano in Israele, con remunerazioni pari a quelle degli israeliani....

(israele.net, 28 marzo 2017)


Arriva l'ambasciatore di Israele, volantini antisemiti a Pordenone

Spiegamento di forze dell'ordine e manifestini con la svastica. Poi avviate importanti relazioni per l'economia locale

 
PORDENONE - Cani antiesplosivo, pattuglie in divisa e in borghese in tutto il centro storico. Appuntamento in un clima di massima allerta quello che si è svolto ieri in camera di Commercio a Pordenone. Protagonista l'ambasciatore di Israele Ofer Sachs, accolto da qualche ignoto provocatore con volantini - rimossi prima del suo arrivo - che ritraevano la svastica.
Al di là di questo, la visita di Sachs, accompagnato dal senatore Lodovico Sonego che ha fatto da "ambasciatore" del territorio, si è svolta senza intoppi. Prima dell'appuntamento curato dall'associazione Norberto Bobbio, l'ambasciatore ha incontrato le categorie economiche delineando scenari possibili e interessanti per le imprese del territorio.
Il range di interessi commerciali tra il Pordenonese e Israele può rapidamente ampliarsi, come ha spiegato Sachs al presidente della Camera, Giovanni Pavan e gli omologhi delle associazioni di categoria, Michelangelo Agrusti (Unindustria, che ha coorganizzato e patrocinato questa fase della visita), Silvano Pascolo (Confartigianato Pordenone) e Cesare Bertoia (Coldiretti Pordenone).
Le similitudini tra la capacità dell'economia israeliana di crescere attorno alle newco - è infatti al primo posto nel mondo per percentuale di incremento delle nuove imprese - e l'effervescenza di start-up e di iniziative a esse correlate che negli ultimi anni hanno caratterizzato il Pordenonese e l'intera regione, sono uno dei punti di partenza. Sachs, giovane ambasciatore, già a capo dell'equivalente israeliano del nostro Istituto per il commercio estero (Ice), indica in quella del colloquio e del contatto la migliore strada per rendere appetibili agli investitori israeliani idee o hardware locali.
«Se avete un buon progetto o un buon prodotto da proporre - ha detto l'ambasciatore - siate certi che da noi troverete un investitore pronto ad aiutarvi». I numeri raccontati da Sachs lo testimoniano: «Israele è un paese con un tasso di crescita assestatosi stabilmente tra il 3 e il 4 per cento, tranne l'inevitabile flessione del 2008 durata poco, a dir la verità».
Le tre direttrici di crescita individuate per i prossimi anni in Israele avranno percentuali in doppia cifra: «Cybertech biomedicale e servizi». Se questo è il contesto, Pordenone disponde di tecnologie (ha ricordato Pavan), un sistema fieristico (ha aggiunto Agrusti) e di strumenti di investimento come Finest (ha concluso Sonego) che renderanno più facile la ricerca di intese.

(Messaggero Veneto, 28 marzo 2017)


Ministro israeliano elogia il coordinamento con la Russia sulla Siria

Il meccanismo di coordinamento sulla Siria tra Israele e la Russia ha funzionato bene, secondo il Ministro dell'Intelligence israeliana Yisrael Katz in un'intervista con l'agenzia russa TASS.
"Il meccanismo per il coordinamento delle attività militari al fine di evitare conflitti tra la Russia e Israele in Siria ha funzionato bene", secondo il ministro dell'Intelligence israeliana, Ysrael Katz, in un'intervista concessa all'Agenzia russa TASS.
Katz ha aggiunto che "Israele non interferisce nella guerra civile in Siria, ma sono state create alcune" linee rosse "per quanto riguarda la consegna di armi attraverso la Siria per i combattenti di Hezbollah con sede in Libano, così come qualsiasi tipo di attacchi dal territorio siriano sulle alture del Golan." Ed ha spiegato: "La Russia sa di queste 'linee rosse' di Israele e per quanto ne sappiamo, la Russia non ha mai dichiarato che la fornitura di armi dalla Siria al movimento Hezbollah libanese sia legittima.

(l’Antidiplomatico, 28 marzo 2017)


Netanyahu: "Noi impegnati con gli Usa per far avanzare processo di pace"

GERUSALEMME - Lo Stato ebraico è impegnato a lavorare con l'amministrazione del presidente Usa Donald Trump per far avanzare il processo di pace in Medio Oriente con i palestinesi e gli altri paesi vicini. Lo ha detto oggi il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, in collegamento via satellite con la conferenza annuale dell'American Israel Public Affairs Committee (Aipac), che si sta svolgendo a Washington. L'Aipac è un'organizzazione bipartisan di cittadini statunitensi che si occupa della promozione delle relazioni Usa-Israele. Nel quadro della ripresa dei negoziati per il processo di pace israelo-palestinese, nelle scorse settimane l'inviato speciale per i negoziati internazionali, Jason Greenblatt, si è recato in Israele e nei Territori palestinesi per incontrare le leadership dei due paesi. Alla conferenza Aipac è intervenuto anche il vicepresidente Usa, Mike Pence, che ha parlato dello spostamento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. "Dopo decenni di semplici discussioni, il presidente Usa sta prendendo in seria considerazione lo spostamento dell'ambasciata", ha affermato Pence. Il tema del trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme ha incontrato una forte opposizione da parte dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, che ha minacciato di revocare il riconoscimento dello Stato ebraico.

(Agenzia Nova, 28 marzo 2017)


La comunità ebraica di Biella

La sinagoga di Biella
Secondo il racconto evangelico, così come riferito da Matteo, Marco e Luca, Gesù uscì dal Secondo Tempio di Gerusalemme e i suoi apostoli gli si avvicinarono lodando la magnificenza di tale luogo di culto, ma lui rispose pronunciando l' inquietante Profezia della distruzione del Tempio: «Vedete tutte queste cose? In verità vi dico che non rimarrà pietra su pietra che non venga diroccata ».
  Indipendentemente dall'autenticità storica o meno dell' affermazione, alcuni studiosi infatti la reputano un'aggiunta successiva ai fatti storici a cui è riferita, nell' anno 66 la Giudea, da lungo tempo provincia di Roma, fu teatro di una rivolta estremamente violenta che due validi comandanti militari, Vespasiano e Tito, padre e figlio, sedarono con asprezza espugnando e distruggendo completamente Gerusalemme, Tempio compreso, del quale lasciarono in piedi il solo Muro Occidentale, l'attuale Muro del Pianto, come perenne ricordo del grande potere militare e politico romano, facendo poi della Città Santa una colonia, Aelia Capitolina, che vietarono ai giudei, molti dei quali furono resi schiavi o cacciati via: ebbe inizio la Diaspora, la grande dispersione del popolo israelita verso l' Europa e l' Africa settentrionale, ove si suddivise in comunità di varie dimensioni, importanza e prosperità.
  Oltre alla Palestina e alle terre confinanti, l'Italia è il solo Paese con una lunga e ininterrotta connessione con gli ebrei: le comunità italiane, oggi circa venti, sono le più antiche in Occidente, ma anche tra le più piccole, infatti gli ebrei italiani sono appena venticinquemila. Anche la nostra Biella vide nascere una sua comunità israelitica. Sorta nella seconda metà del Trecento, inizialmente si componeva di appena sei o sette famiglie tra cui spiccavano gli Jona, originari di Ivrea e divenuti influenti con l' acquisizione di un banco di prestito, e i Vitale di Alessandria.
  Sul finire del Cinquecento la comunità popolava prevalentemente il Piazzo, la parte alta della città, ove è tuttora riconoscibile nei pressi del vicolo del Bellone il grande edificio d' angolo che ospitava le famiglie residenti, e la piccola sinagoga settecentesca, con il suo interno in stile tradizionale, diversamente dall' esterno, così disadorno da non rendere affatto l' idea della presenza di un luogo di culto.
  Nel 1723, in ottemperanza ai princìpi ispirati dalla bolla «Cum nimis absurdum» emanata il 14 luglio 1555 da papa Paolo IV, il Regno di Sardegna adottò un decreto costituzionale che impose l' istituzione dei ghetti, a cui il consiglio cittadino di Biella ottemperò sfruttando la posizione isolata del quartiere del Bellone dal centro abitato per confinarvi gli ebrei locali, in tutto una ventina divisi in sei famiglie. A seguito del fallimento generale dei moti rivoluzionari borghesi del 1848, re Carlo Alberto di Savoia concesse lo Statuto Albertino, che prevedeva diritti e doveri per l' intera sudditanza, compresa quella ebraica, che veniva emancipata: la comunità biellese, ora composta da undici famiglie per un totale di cinquantanove persone, affisse riconoscente sul muro della sinagoga un ringraziamento al sovrano, che finalmente permetteva indistintamente agli ebrei di accedere alle libere professioni, alla proprietà terriera e all'istruzione universitaria, e seppe presto cogliere le nuove opportunità acquisendo grandi benefici, adattandosi con praticità allo spirito modernizzante del tempo, tanto che le imprese dei Vitale e dei Morelli, dedite al commercio di tessuti fin dalla fine del Settecento, si svilupparono grandemente assumendo importanza nazionale, dando un contributo notevole allo sviluppo industriale della città.
  Agli inizi del Novecento, tuttavia, la popolazione ebraica di Biella calò in numero, pur restando significativa e integrata in città, continuando a svolgere professioni importanti, legate non soltanto al tessile, e annoverando personalità di rilievo come l' ingegnere elettrotecnico Emanuele Jona e il docente universitario Giacomo Debenedetti. Pur non rinunciando ai valori tradizionali dell' ebraismo, essa si avviò peraltro a un' esistenza laica, come dimostrato ad esempio dall' impiego delle fotografie dei defunti sulla maggior parte delle tombe del cimitero giudaico in via dei Tigli, cosa non permessa dai dettami dell' Halakhah, il sistema complessivo delle leggi religiose.
  In occasione dell' introduzione delle leggi razziali fasciste, nel 1938, gli ebrei biellesi ne subirono immediatamente le penose restrizioni, perdendo il lavoro, il diritto di andare a scuola, di possedere radio e telefono, di ricevere aiuti domestici e, in generale, di trascorrere una vita tranquilla. Nel 1943, con l' istituzione della Repubblica Sociale Italiana, in territorio italiano fu esportata l' Endlösung der Judenfrage, la «soluzione finale della questione ebraica» promossa dal Terzo Reich: così come in altre zone dell' Italia del nord, nel Biellese ebbe inizio una caccia spietata, tuttavia contrastata dalla solidarietà e dal coraggio dei biellesi, che prestarono aiuti preziosi e costanti agli ebrei.
  La famiglia Segre, ad esempio, si nascose nel convento di Graglia e grazie al rettore scampò alla perquisizione dell'intero edificio da parte degli ufficiali nazisti, venendo poi ospitata alla casa di cura per malattie mentali Villa Turina Amione di San Maurizio Canavese, diretta da Carlo Angela, padre di Piero, futuro conduttore televisivo. Altre famiglie, unite ad alcune di provenienza torinese, trovarono rifugio in Svizzera. Tuttavia la sorte non fu altrettanto benevola con Giuseppe Weinberg, nato il 17 agosto 1905 a Biella, ove fu arrestato, e deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, ove morì. Dopo il 1945, la comunità biellese si ridusse progressivamente, sia per migrazioni che per un calo delle nascite, cosa che la indusse a confluire nella comunità vercellese.

(NewsBiella.it, 28 marzo 2017)


"La vittoria di Allah è molto vicina. Gli occidentali si preparino a un'onda di sharia e di islam"

 
I musulmani rappresentano un quarto dei residenti e i demografi credono che, nel giro di soli vent'anni, diventeranno la maggioranza assoluta. Il più acceso tra i gruppi musulmani del Paese è Sharia4Belgium (La Sharia per il Belgio) che recentemente minacciato in tv alcuni islamici moderati che si erano prestati a un dibattito. "Gli occidentali si preparino a un'ondata di sharia e islam", avverte il leader di Sharia4Belgium, Fouad Belkacem alias Abu Imran, ai microfoni di Cbn News.
   "Noi crediamo che la sharia avrà il dominio e verrà adottata in tutto il mondo - dice Fouad Belkacem al giornalista della Cbn News - dobbiamo essere chiari. Non c'è alcuna differenza tra l'islam e la sharia. È solo una questione di nome. La democrazia è l'opposto della sharia e dell'islam. Noi crediamo che il legislatore è Allah. Allah fa leggi ed è lui che ci dice cosa è permesso e cosa è proibito". Per il leader di Sharia4Belgium è "bizzarro" sentire qualcuno che dice: "Ho parlato con un musulmano democratico". E spiega: "È come dire di aver parlato con un cristiano ebreo o con un ebreo musulmano. Come puoi incontrare un ebreo musulmano o un musulmano ebreo? Un musulmano che dice di essere contro la sharia non è musulmano. Questa non è una cosa possibile".
   In Belgio i musulmani radicalizzati hanno iniziato a mostrare i muscoli. Sono state assalite ragazze in bikini. Simboli cristiani ed ebraici sono stati colpiti da atti vandalici. E, in alcuni quartieri a maggioraza musulmana, è già stata instaurata la sharia. L'idea di Fouad Belkacem e dei seguaci di Sharia4Belgium è rimpiazzare le leggi del Belgio con la sharia, incluse le amputazioni per i ladri, la lapidazione delle donne per adulterio e la condanna a morte per gli omosessuali. "Qui quando qualcuno parla della Sharia, immediatamente inizia questa storia delle amputazioni, della lapidazione e delle esecuzioni - spiega - ma questo è un millesimo della Sharia. Lei lo sa che in oltre mille e trecento anni di stati islamici, con la sharia in vigore, ci sono state, forse, sessanta mani amputate. Quindi: in oltre mille e trecento anni, sessanta mani. È veramente un numero per il quale uno possa dire, oh, c'è veramente da avere paura? Tra l'altro, se non sei un criminale, perché mai devi avere paura della sharia?".
   Da quattro anni Mohammed è il nome più comune per i bambini che nascono a Bruxelles. Fouad Belkacem è certo che sia solo una questione di tempo prima che i musulmani abbiano la maggiornza. Nella città di Anthworp già ora più del 40% dei bambini nelle scuole sono musulmani. "Quindi - si vanta Fouad Belkacem - è solo una questione di tempo. Non c'è problema. Non avremo alcun problema". Quindi offre un consiglio ai belgi: "Se vogliono fermarci e ricacciarci indietro, potrebbero iniziare ad avere quattro mogli e avere un sacco di bambini. Se fanno una cosa del genere, forse avrebbero una possibilità. Ma non credo che accadrà". Quindi la minaccia finale: "La vittoria di Allah è molto vicina. Quindi penso che gli occidentali si debbano preparare a un'onda di sharia e di islam".

(MGinvestment, 28 marzo 2017)


La sharia non è altro che l'imitazione islamica del biblico Regno messianico prossimo venturo. Prima che questo sia realizzato, è possibilissimo, come già avvenuto in precedenza e descritto nella Bibbia, che il Signore faccia precedere la venuta del suo Regno da qualcosa che serva a fare “il lavoro sporco”, come si dice in politica. Nella storia d’Israele i re malvagi e idolatri venivano puniti attraverso i loro successori, altrettanto malvagi e idolatri e tuttavia inviati da Dio per il compimento dei suoi piani. L'odierna società occidentale, che dice di essere giudaico-cristiana e poi approva il matrimonio omossessuale, legalizza l’aborto, favorisce l’eutanasia, si vanta del suo libertinismo sessuale come di una superiore forma di libertà e disprezza i “bacchettoni” che se ne distanziano, non prova alcun timore davanti al Dio “giudaico-cristiano”, e quindi adesso prova terrore davanti all’Allah islamico. Che non è affatto la stessa cosa, come vorrebbe il cattolicissimo papa, ma può servire a far tornare i conti. E i conti in effetti tornano. M.C.


In Israele il parco giochi più cool ed educativo del pianeta

 
 
Yossi De Levie è l'ideatore di ABA SciencePlay , il primo parco giochi nato dalla fusione delle attività all'aperto con scienza, ingegneria e giochi, per stimolare e insegnare ai bambini - e ai loro genitori - qualsiasi cosa, dal riciclaggio all'astronomia, passando per la fisica.
I bambini possono fare un giro sulla cabina di guida per conoscere il design di un elicottero, creare la forza centrifuga, posizione specchi cattura sole nel modo giusto per fare volare aerei in miniatura e tantissimo altro.
Queste e altre attività scientifiche sensoriali sono integrate nelle apparecchiature per il parco giochi. Ogni pezzo è dotato di un pulsante da premere per ascoltare la narrazione di ciò che si sta vivendo. Ed è tutto alimentato da generatore di energia cinetica, solare ed eolica.
ABA SciencePlay ha iniziato le vendite in Israele durante il 2016. Il suo kit è installato in diversi parchi comunali in Israele per rendere la scienza accessibile al pubblico. Alcuni dei prodotti si trovano anche in due musei scientifici israeliani, Technoda a Hadera e MadaTech a Haifa.
Dopo l'approvazione della CE, le vendite stanno iniziando anche in Europa. Entro la metà del 2017, l'azienda si aspetta di ricevere la certificazione internazionale per le attrezzature da gioco Manufacturers Association (IPEMA) che permetterà le vendite negli Stati Uniti.
"Si tratta di un apprendimento collaborativo attraverso sfide mentali e fisiche", ha spiegato l'inventore.
ABA SciencePlay è parte della Microdel, incubatore privato di Tel Aviv, che De Levie ha fondato nel 2004 per promuovere startup israeliane in acquacoltura, dispositivi medici, casa, salute e sicurezza dei prodotti di consumo.
Le strutture sono fatte principalmente di materiali metallici, progettate per durare in qualsiasi condizione meteorologica e di resistere a tentativi di atti di vandalismo. L'apparecchiatura copre fino a 600 metri quadrati.

(SiliconWadi, 13 marzo 2017)


Essere antisionista equivale a negare a uno Stato ebraico di esistere

Non è antisemitismo questo?

di Paolo Salom

Dialogo in una terra lontana dall'Italia (e anche da Israele): "Qual è la tua posizione sul conflitto con i palestinesi?". Risposta diplomatica: "No comment". "Dai, parliamone perché, vedi, io sono anti sionista".
   Surreale? Tutt'altro: letterale. La persona che ha pronunciato queste parole esiste, è di buona cultura e conosce il mondo. Quando si riferisce ai territori occupati parla di "Palestina", come se ci fosse davvero un'entità con quel nome. E, ovviamente, l'idea che se ne trae è che il termine indicherebbe tutto lo spazio tra il Giordano e il mare, come nella propaganda di arabi e odiatori del lontano Occidente. Ma l'espressione che più colpisce (tramortisce?) è: "Io sono anti sionista", detta così, come la cosa più naturale del mondo.
   Tramortisce perché non lascia spazio a compromessi. Non significa: "Sono per la soluzione a due Stati". Ma molto più semplicemente: "Israele non deve esistere, al suo posto deve nascere uno Stato arabo palestinese". Che una persona non ebrea si definisca anti sionista non può avere altra accezione che questa e dimostra che il termine è un modo politicamente corretto per definirsi antisemita. Perché? Perché non lascia alcuno spazio a compromessi. In un istante definisce la posizione dell'interlocutore su una questione complessa e stratificata - un portato della Storia! - azzerando i diritti nazionali di un popolo, gli ebrei, a favore di un altro popolo, gli arabi che si definiscono palestinesi, senza alcuna considerazione della realtà dei fatti. Che significa altrimenti desiderare la sparizione di una nazione intera?
   Non è antisemitismo forse? E cosa allora? Come si può dialogare quando le premesse sono queste? Soltanto assicurando l'interlocutore che, in quanto ebrei, si condivide l'idea che Israele non abbia diritto di esistere, sia un "errore" da riparare attraverso la cessione del potere ai "veri" detentori dei diritti nazionali su quella terra, la "Palestina". Ecco, ma questa condizione non lascia scampo, e riporta ai tempi in cui agli ebrei veniva chiesto di rinnegare la propria fede, la propria lingua, la propria identità.
   E non ditemi che sarebbe sufficiente risolvere il conflitto con i palestinesi per azzerare una simile visione. Perché anche senza Israele ci sarebbe comunque chi vorrebbe metterci in un angolo della Storia. Questi sono i fatti, la realtà che ci sta attorno. Non si tratta di farcela piacere. Ma di comprenderla: e contrastarla.

(Mosaico, 27 marzo 2017)


"Eravamo Ebrei": Alberto Mieli e la forza di raccontare la crudeltà e la malvagità

Commovente lezione a Unisannio

di Nietta Nives Panella

 
"Eravamo ebrei: Questa la nostra unica colpa" (Marsilio Editori), scritto da Alberto Mieli assieme alla nipote Ester Mieli, è stato presentato oggi nel Dipartimento DEMM dell'Università degli studi del Sannio, nell'ambito del progetto "Unisannio Cultura". Ne hanno parlato il pro rettore Massimo Squillante e il docente Carlo Di Cristo, dopo i saluti istituzionali del rettore Filippo De Rossi e del vicesindaco di Benevento Erminia Mazzoni, presente il prefetto Paola Galeone. La giornalista Enza Nunziato ha poi condotto il dialogo con l'autore, uno degli ultimi italiani sopravvissuti ai campi di concentramento in Germania durante la seconda guerra mondiale. Unisannio ha omaggiato l'autore con una targa ricordo.
   La narrazione è stata appassionante e le diverse testimonianze fornite hanno fortemente coinvolto il pubblico. Mieli aveva solo 17 anni quando, a Roma venne arrestato e portato al carcere Regina Coeli con altri antifascisti. Vittima di brutali pestaggi fu successivamente deportato, prima nel Campo di Fossoli, poi ad Auschwitz Birkenau e infine a Mauthausen. E ancora oggi ricorda perfettamente l'odore acre di quell'aria che, all'inizio, dai deportati appena internati, veniva attribuito a delle fabbriche chimiche. Proveniva in realtà dai forni crematori, costantemente in funzione.
   All'attenta platea oggi ha raccontato le estenuanti sofferenze psicologiche e fisiche, le angherie, le umiliazioni, le torture che lui e i suoi compagni, uomini e donne, hanno dovuto subire. Non sono mancati i momenti di commozione da parte del protagonista e del pubblico. Mieli ha mostrato coraggiosamente i segni che ancora porta sulla pelle, a cominciare dal numero di ingresso ai campi, l'unica forma di individuazione dei prigionieri: il 180060. Ed è riuscito a trasmettere pienamente il dolore provato in quelle "perfette macchine d'orrore che annullavano la dignità dell'uomo" e a evocare la disumanità degli aguzzini.
   E comunque dalle sue parole è risultato chiaro come non serbi odio o rancore, né brami vendetta. Mieli oggi nutre invece un grande amore, soprattutto per la libertà e ha ribadito che mai nessuno deve esserne privato. Insomma è emersa tutta la forza di cui si armò per resistere allora e che oggi, a 91 anni, usa per informare, per far sì che sia noto a tutti a cosa possano portare pessime ideologie come il nazismo, quella che inizialmente era un'idea isolata. Concetto approfondito da Di Cristo che ha parlato dell'origine del razzismo, dell'eugenetica e che ha spiegato come poi Hitler e i nazisti si siano appropriati di questa corrente di pensiero tramutandola in pregiudizio e violenza.
   Il docente ha quindi sottolineato l'importanza e la bellezza della diversità affermando che "siamo nati per essere diversi, in natura la diversità è normalità", un messaggio antirazzista su cui poi hanno insistito anche Massimo Squillante ed Enza Nunziato. Al termine della presentazione, il musicista Giovanni Alvino si è esibito in un'esecuzione al pianoforte di Ballata n.1 op.23 in sol minore di Fryderyk Chopin. Hanno collaborato alla iniziativa odierna Pietro Loconte, direttore artistico dell'associazione culturale musicale "Nuova Diapason", e Maria Incoronata Fredella, presidente dell'associazione culturale "Log01".
   Precedentemente, in mattinata, Mieli ha avuto la possibilità incontrare gli studenti di Benevento, durante una lezione di Squillante nella quale sono stati toccati temi come l'amore, il rispetto, la dignità e la libertà di scegliere e di non rinunciare ai diritti fondamentali. Alberto Mieli ha ricevuto una laurea honoris causa dall'Università di Foggia e una lettera di ringraziamento da Steven Spielberg per il contributo da lui fornito alle informazioni sulla Shoah.

(Il Vaglio, 27 marzo 2017)


Al via il primo aprile "Cinema Italia" in Israele

TEL AVIV - Torna per la quarta edizione "Cinema Italia", la rassegna cinematografica con il meglio delle pellicole del Belpaese. In programma, 73 proiezioni e 14 classici italiani, compresa una retrospettiva in omaggio a Roberto Rossellini. L'iniziativa prendera' il via il 1 aprile a Tel Aviv e continuera' per tutto il mese in varie localita' del Paese, da Gerusalemme, a Tel Aviv, Haifa, Holon, Rosh Pina e Sderot.
Il festival, nato dalla collaborazione tra Adamas Italia-Israele e gli Istituti italiani di cultura di Tel Aviv, Haifa, Istituto Luce Cinecitta', il comune di Haifa e Tel Aviv-Yaffo e le sale cinematografiche d'Israele, con il patrocinio dell'ambasciata italiana.
L'iniziativa e' divisa in due: la prima dedicata ai film piu' recenti usciti nelle sale italiane - da 'Veloce come il vento' di Matteo Rovere, ospite della kermesse, a Fuocoammare - mentre la seconda riguarda i classici, compreso l'omaggio a Rossellini con 5 pellicole del famoso regista. Sara' anche l'occasione per proiettare una versione restaurata di 'Kaos' dei fratelli Taviani per celebrare il 150esimo anniversario della nascita di Luigi Pirandello con un'opera che si ispira alle sue 'Novelle per un anno'.

(AGI, 28 marzo 2017)


Napoli, se la città di pace sfida Israele

di Dan Haezrachy*

Napoli si è definita città della pace e della giustizia, ma quando si tratta di Israele sembra più che altro un teatro di guerra ideologica. Che a Napoli si organizzino eventi anti- israeliani non è una novità, ma il consiglio comunale sembra ora intraprendere una vera e propria battaglia anti-israeliana. Il convegno «A Napoli il Mondo: recepire il diritto internazionale umanitario nella quotidiana pratica amministrativa», svoltosi il 16marzo, ha tracciato un'agenda anti-israeliana che ripropone la stessa retorica rigettata dagli Stati e dai tribunali di mezzo mondo. Si propone di redigere una lista di «ditte che non violano il diritto internazionale», di escludere dagli appalti pubblici quelle che lo violano e di istituire un osservatorio a tal fine.
   Un'iniziativa apparentemente encomiabile per chi ha tanto a cuore la pace e la giustizia nel mondo. Ma chi sarà a decidere chi è una ditta «buona» e una ditta «cattiva»? Sarà forse Alessandro Fucito, presidente del consiglio comunale che già l'anno scorso ha partecipato a un evento sponsorizzato dal Comune per l'esclusione dagli appalti pubblici di aziende italiane che operano in Israele? Oppure il consigliere Mario
 
La consigliera Eleonora de Majo
Coppeto, trai promotori della contestata iniziativa di conferire la cittadinanza onoraria a Bilal Kayed, lungi dall'esser un uomo di pace? Sarà forse la consigliera Eleonora de Majo a decidere chi sono le ditte buone e chi quelle cattive, dopo un lungo curriculum di affermazioni violentemente anti-israeliane - prima per aver dato dei «porci negazionisti» agli israeliani, poi per aver equiparato Netanyahu a Hitler, sostenendo che gli israeliani perpetrerebbero politiche di genocidio. Al convegno è intervenuta anche l'attivista Miriam Abu Samra che ritiene la lotta palestinese un problema legato al presunto colonialismo israeliano, definisce i palestinesi come popolazione indigena e critica la dirigenza palestinese per non difendere a sufficienza il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
   Si dimentica però che paradossalmente proprio per Israele i palestinesi sono arrivati ad avere un'indipendenza che nemmeno rivendicavano sotto occupazione giordana. L'ossessione del diritto al ritorno è un altro chiaro elemento ideologico di rifiuto dell'esistenza di Israele, che cancella parte della storia: se di profughi si parla, allora anche i profughi ebrei cacciati dai Paesi arabi dopo la costituzione dello Stato di Israele devono essere parte del dibattito politico.
   Si parla di pace, quindi, oppure di un obiettivo politico anti-israeliano? Hanno partecipato all'evento anche il gruppo Bds-Campania, parte del movimento Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni che promuove la discriminazione di Israele, dei cittadini israeliani e di chiunque collabori con loro. Con la pace e diritti umani si vuole però imporre a Napoli un'ideologia che vede Israele come un paria che si macchia di terribili crimini come le violazioni del diritto internazionale umanitario.
   Napoli, però, arriva tardi. In Spagna, per esempio, alcuni comuni avevano adottato politiche anti-israeliane, mascherate da lotta per la giustizia, poi cassate perché chi ha la competenza di imporre sanzioni è solo lo Stato, che decide di politica estera. Iniziative di boicottaggio sono finite nei tribunali di Francia, Canada e Stati Uniti, e i giudici hanno sempre deciso nel senso dell'illegalità di tali iniziative. Tanto più se si parla di diritto internazionale umanitario, che gestisce le regole della guerra, quindi rivolto agli Stati e ai gruppi armati. In una causa in Francia addirittura i promotori sono stati condannati per incitamento alla discriminazione.
   Una proposta di politica di «sanzioni» che il Comune di Napoli dovrebbe adottare non solo non rientrerebbe nelle competenze del Comune, ma è principalmente una questione politica. Il Comune di Napoli vorrebbe essere città della pace e della giustizia, ma dimostra una certa propensione per campagne ed eventi che fomentano il sentimento anti-israeliano e incitano alla discriminazione contro Israele. Una propensione che rispecchia le ideologie che guardano con fascino alla cosiddetta «resistenza palestinese», giustificando il terrorismo e la retorica belligerante dei palestinesi (come dimostra la proposta di cittadinanza onoraria aBilal Kayed).
   Israele è messa alla gogna da un'ignoranza ideologica, che fa dello Stato ebraico un mostro (come ama definirlo quell'attivista il cui film antisemita «Israele il Cancro» è stato proiettato anche a Napoli) da dover cancellare per rendere giustizia ai palestinesi e al mondo. Sono queste la pace e la giustizia di cui Napoli vuol farsi bandiera? Chiamiamole con il loro nome: né pace né giustizia, ma iniziative anti-israeliane.
   Perché Napoli sia una vera città della pace, si dovrebbe intraprendere la strada del dialogo, del confronto, per promuovere la diversità di opinioni, il pluralismo culturale e l'accettazione dell'altro. Napoli può essere una città della pace e della giustizia, ma per esserlo dovrà liberarsi da morse ideologiche e adottare vere politiche di pace. Come aveva detto il profeta Zaccaria: «Giudicate nelle vostre città secondo verità, giustizia e pace». La verità è imprescindibile per la giustizia e la pace.
* Vice ambasciatore d'Israele in Italia

(Il Mattino, 27 marzo 2017)


“Queste sono le cose che dovete fare: dite la verità ciascuno al suo prossimo; fate giustizia alle vostre porte, secondo verità e per la pace” (Zaccaria 8:16).
Sulla bandiera dell’ideologia antisionista sta scritto: “giustizia e pace”. E sul manico: “menzogna”. Molti non lo vedono, ma è perché non hanno nessuna voglia di vederlo. M.C.


Manifesti anti-Israele con immagini shock

BRINDISI- Manifesti con foto raccapriccianti di bambini feriti e frasi contro Israele che erano stati affissi sulle facciate del Banco di Napoli, al centro della città, sono stati fatti rimuovere su segnalazione dei vigili urbani e della Digos. Su fondo bianco, con una vernice rossa erano scritte frasi come: "Israele banda terrorista", "Palestina-Ucraina fermate il massacro" e ancora "Boicotta Israele". Al momento i promotori dell'iniziativa sono ignoti. Non c'è infatti nessuna firma su quei fogli recanti foto di resti di bimbi morti abbracciati dai fratellini e dai congiunti, che documentano gli orrori del conflitto.

(Telerama News, 27 marzo 2017)


Il fascino violento dell'islam di Francia

Un terzo dei giovani musulmani è fondamentalista

da il Figaro (22/3)

Un sondaggio Cnrs con settemila studenti dimostra che una minoranza di giovani musulmani di Francia aderisce al "fondamentalismo". Un terzo. E' uno studio che parte dall'invito del presidente dell'istituto a presentare proposte di ricerca nel novembre 2015, dopo gli attacchi terroristici. A quattordici-sedici anni, il momento chiave della costruzione dell'identità, qual è il grado di aderenza a queste idee islamiche radicali? Il 32 per cento, ad esempio, non ha condannato completamente gli attacchi contro Charlie Hebdo e Hypercacher a Parigi. Tra gli studenti delle scuole superiori, il 70 per cento non condanna gli autori dei due attacchi. Il 44 per cento pensa che sia accettabile "in alcuni casi, nella società attuale", "combattere con le armi in mano per la propria religione". Un quadro poco rassicurante della radicalizzazione islamica nella società francese, specie perché arriva a ridosso delle elezioni presidenziali.
A settembre era uscito un altro sondaggio simile. Il 28 per cento dei musulmani in Francia sono "fondamentalisti" e vorrebbero sostituire la legge con la sharia. Ma la percentuale sale al cinquanta per cento se si considerano i giovani. Quel sondaggio venne condotto da Ifop per il think tank Institut Montaigne.

(Il Foglio, 27 marzo 2017)


Israele: la Terra Promessa

La realtà economica dell'unica democrazia medio-orientale, ha raggiunto livelli di crescita davvero notevoli, anche in campo sociale, che hanno portato il Pil al livello del 6,2%, nonostante le insidiose incertezze politiche che continuano a palesarsi all'orizzonte dello stato israeliano.

di Gianpiero Micheli

In tempo di avvicinamento alla Pasqua, quale idea migliore se non quella di farsi un viaggio nella terra d'Israele, luogo di indubbio fascino ma sicuramente zona molto turbolenta dal punto di vista geopolitico che però non ha minato la costante crescita di una Paese ad oggi fra i più moderni e sviluppati.
   La realtà economica dell'unica democrazia medio-orientale, ha raggiunto livelli di crescita davvero notevoli, anche in campo sociale, che hanno portato il Pil al livello del 6,2%, nonostante le insidiose incertezze politiche che continuano a palesarsi all'orizzonte dello stato israeliano.
 
   La crescita interna è stata favorita da importanti investimenti ed innovazioni nel campo elettronico e dell'informatica, di cui Israele sta diventando uno dei principali leader a livello mondiale e che sta attraendo molti investitori dall'estero, compresi i nostri imprenditori italiani.
   Israele è riuscito ad aumentare la sua crescita economica oltre cinquanta volte negli ultimi sessant'anni, diventando un centro propulsore dell'high-tech e contando oggi più start-up pro capite della Silicon Valley.
   In un paese così piccolo è molto importante che esistano realtà come i Meetup che richiamano investitori da ogni parte del mondo e di grosso calibro, distribuendoli fra diversi settori, dall'high-tech alla moda, dall'empowerment femminile al fin-tech, fino ad arrivare al food ed ai viaggi.
   D'altronde l'economia di Israele si basa molto sull'export, non potendo contare su risorse naturali particolari, ma facendo leva sul settore agricolo ed industriale per far fronte ai propri bisogni ed distinguendosi in chiave esportazioni per frutta, verdura, farmaceutici, software, chimici, tecnologia militare e diamanti. Inoltre Israele è un leader mondiale per la conservazione di acqua ed energia geotermica.
   Oggi possiamo dire che l'immagine di questo Paese sia costruita sull'importanza di far girare l'economia accorciando i gradi di separazione fra le persone. Innovazione, ispirazione ed esplorazione sono gli ingredienti fondamentali per fare networking 24 ore su 24 in un contesto dove fare business diventa sempre più interessante, giorno dopo giorno.
   Il presidente Netanyahu è anche molto attivo a stringere nuovi accordi commerciali fra il suo paese e l'estero e di recente la famosissima lntel, azienda americana quotata nel Nasdaq, ha raggiunto un accordo con l'israeliana Mobileye, fondata a Gerusalemme nel 1999 e specializzata nelle tecnologie per auto senza guidatore, target molto all'avanguardia per il prossimo futuro.
   Un affare da 15,3 miliardi di dollari giudicato un onore dall'attuale leader israeliano e che si aggiunge ai recenti accordi stipulati con il presidente cinese Xi Jinping per la costruzione di centri di ricerca congiunti sull'intelligenza artificiale, scambi di studi universitari e trasferimenti di tecnologie per la protezione delle risorse idriche e la lotta all'inquinamento.
   Ma non solo, perché nell'accordi sono previsti anche scambi di know-how nei settori agricoli e della medicina d'urgenza più una serie di negoziati per il libero commercio in modo da contrastare il boicottaggio dei prodotti israeliani in Europa e le recenti tensioni con la precedente amministrazione americana.
   Tutto questo si traduce in un'interessante evoluzione del cambio monetario Usdlls, il confronto fra il dollaro americano ed il nuovo sheqel israeliano, la valuta locale.
   La situazione grafica che analizziamo su time frame settimanale, ci mostra che nell'ultimo anno la forte salita del dollaro si sia arrestata ed abbiamo avuto una netta ripresa della divisa israeliana, dopo una fase di stabilizzazione culminata in un trend di canale che si è sviluppato nella classica maniera laterale fra massimi e minimi prestabiliti.
   La recente accelerazione al ribasso ha portato il cambio ad oltrepassare il livello 61,8 di Fibonacci che potrebbe far pensare ad un consolidamento della forza dello Sheqel.
   Le media mobili a 200 e 350 periodi sono state nettamente superate e l'incertezza delle politiche di Trump, contrastato dal Congresso americano già a partire dal suo cavallo di battaglia della riforma sanitaria, conferma il rafforzamento della valuta israeliana.
   Attualmente il cambio quota a 3,6344 e nel breve potremmo avere un eventuale ritest del livello bucato dei 3,7442 per poi scendere ancora più giù in area 3,5512 con possibili ulteriori ribassi.
   Questa visione potrebbe essere annullata solo dalle riforme fiscali di Trump che potrebbero dare nuova energia al dollaro americano ma al momento personalmente mi mantengo ribassista come previsione nel breve termine.

(Commodities Trading, 27 marzo 2017)


"Restituite il corpo di Eli Cohen". Gerusalemme chiede aiuto a Mosca

La leggendaria storia del cosiddetto "uomo degli eucalipti", l'agente segreto infiltrato in Siria che consentì a Israele di vincere la guerra dei Sei Giorni, torna di cronaca.

di Alfredo Mantici

Eli Cohen
Il 27 marzo il quotidiano israeliano Haaretz ha dato notizia di un passo diplomatico segreto dei massimi livelli da parte di Gerusalemme verso il Cremlino. Il presidente dello Stato di Israele, Reuven Rivlin, e il premier Benjamin Netanyahu si sono rivolti direttamente a Vladimir Putin chiedendo una sua intercessione presso il governo di Damasco per ottenere la restituzione del corpo di uno dei più famosi agenti del Mossad, Eli Cohen, impiccato in Siria nel lontano 18 maggio del 1965. Da quel giorno Israele - che si vanta di riportare sempre in patria i corpi dei suoi cittadini, militari e non caduti all'estero - ha infatti tentato più volte con rischiose operazioni clandestine di riportare a casa le spoglie del suo agente segreto, ma senza successo.
  Non dandosi mai per vinto, ora tenta la carta della mediazione russa pur di riportare in patria un uomo che nel mondo dell'intelligence è diventato una leggenda. Prima di parlare di Eli Cohen occorre premettere che, nonostante i racconti dei romanzieri e le finzioni cinematografiche, la professione dell'agente segreto in Occidente non è particolarmente pericolosa e lo è certamente meno di quella del poliziotto. Generalmente, il funzionario operativo dell'intelligence recluta e gestisce fonti che danno informazioni e individui che accettano di infiltrarsi nel campo avversario per finalità di spionaggio. Solo questi ultimi, quando vengono scoperti, rischiano la vita.
  Normalmente, l'agente segreto quando opera all'estero è protetto dall'immunità diplomatica e quindi, se viene scoperto, rischia al massimo l'espulsione. La musica cambia quando un funzionario d'intelligence viene infiltrato direttamente in organizzazioni o istituzioni del "nemico". In questi casi, se scoperto, l'agente può essere condannato a lunghe pene detentive o a morte. È quello che è successo a Cohen.

 La storia di Eli Cohen
  Nato nel 1924 ad Alessandria d'Egitto da una famiglia di ebrei siriani emigrati da Aleppo in Egitto nel 1914, Eli Cohen cresce con una conoscenza perfetta della lingua araba e dei suoi dialetti siriano ed egiziano, nonché dei costumi dei grandi nemici di Israele. Negli anni Cinquanta, mentre frequenta la scuola di elettronica, Eli inizia ad aiutare clandestinamente delle organizzazioni sioniste impegnate a creare problemi in Egitto, per ordine di Israele. Dopo essere stato scoperto, due membri del suo gruppo vengono messi a morte, mentre il giovane Cohen viene espulso dall'Egitto e si trasferisce in Israele nel 1957.
  Cohen, che oltre all'arabo parla correntemente inglese e francese, viene immediatamente assunto come traduttore dall'esercito di Israele e in breve tempo attira l'attenzione del Mossad, il servizio segreto esterno. Di carnagione olivastra, con due baffoni nerissimi come gli occhi, viene messo sotto addestramento intensivo dall'intelligence israeliana per costruirgli intorno una minuziosa storia di copertura, che lo trasformi in Kamal Amin Ta'abet, membro di un clan di emigrati siriani in Argentina.
  Sotto la nuova identità di ricco uomo d'affari di origini siriane, nel 1961 Cohen viene trasferito a Buenos Aires, dove spende un anno intero a coltivare amicizie influenti all'interno della comunità siriana emigrata. Grazie a questi contatti e fornito di ottime credenziali, nel 1962 "torna" a Damasco dove diviene membro influente e accreditato della comunità degli affari locale. Così, inizia a costruire un'eccellente rete di relazioni con esponenti del partito Baath, del quale diviene membro con la promessa di divenire un esempio vivente della lotta della nazione araba.
  L'influenza di Cohen cresce ancora di più quando, nel febbraio del 1961, il partito Baath va al potere con un colpo di stato che farà di Hafez Assad (padre di Bashar) il presidente-dittatore. Grazie alla sua affiliazione, nel 1963 Cohen viene invitato a partecipare ai lavori del VI Congresso del partito, anche perché membro del "Commando Rivoluzionario Nazionale Siriano". La sua capacità informativa diventa strabiliante, e lui un personaggio leggendario.

 L'intraprendenza e l'imprudenza
  Ma, come tutte le spie di successo, Cohen comincia a sentirsi invincibile e imprendibile, e a mancare di prudenza nelle comunicazioni. Uno dei suoi capi a Tel Aviv, Aaron Yariv, dirà in seguito: «Era un agente troppo in gamba, e come tale troppo esposto». Secondo un altro dei suoi colleghi, altro veterano storico del Mossad, Rafi Eitan, invece era un vero e proprio «incosciente […] gli facevamo una richiesta al mattino e nel pomeriggio avevamo già la risposta via radio».
  Tra il 1962 e il 1965 Cohen riesce nell'azione più sofisticata per un agente infiltrato: non solo carpire notizie segrete, ma influenzare direttamente il processo decisionale dell'avversario. Durante alcune visite sulle alture del Golan, alla frontiera con Israele, suggerisce ai responsabili del Ministero della Difesa siriano di piantare in postazioni strategiche su tutto l'altopiano dei boschetti di eucalipti, che sul fertile terreno vulcanico sarebbero cresciuti in pochissimi anni e avrebbero permesso alle brigate corazzate siriane di mimetizzarsi in caso di attacco di Israele.
 
L'annuncio dell'impiccagione di Eli Cohen
  Alla fine del 1964, Cohen inizia a diventare troppo imprudente e a trasmettere via radio decine di messaggi alla settimana, talvolta sin troppo lunghi. Anche se nessuno sospetta di lui, i controlli di routine compiuti dal servizio di sicurezza siriano con le nuove apparecchiature di rilevazione a distanza delle onde elettromagnetiche (fornite dai sovietici) consentono la localizzazione della sua radio e portano al suo arresto quasi casuale all'alba del 18 gennaio del 1965.
  Il successivo 18 maggio Eli Cohen, dopo un processo spettacolare viene impiccato al centro di Damasco, davanti a una folla di 10mila persone. "L'uomo degli eucalipti" tuttavia si prenderà la sua vendetta postuma durante la Guerra dei Sei Giorni quando, due anni dopo la sua impiccagione, Israele infliggerà una sconfitta storica alla Siria e ai suoi alleati egiziani e giordani grazie anche alle notizie da lui fornite.
  Infatti, la mattina dell'8 giugno 1967, prima di lanciare un'offensiva contro le linee difensive siriane sull'altipiano del Golan, per quattro ore l'aviazione israeliana bombarderà tutti i boschetti di eucalipti piantati nell'area su suggerimento di Cohen dove si nascondevano le forze corazzate siriane, distruggendone l'80% e spianando così la strada alla sconfitta di Damasco. Il corpo di Eli Cohen non è mai stato trovato e ora Israele, che forse con la guerra civile è venuto a conoscenza di nuove informazioni, chiede aiuto alla Russia per riaverlo.

(LookOut, 27 marzo 2017)


Hamas riapre parzialmente il valico Erez dopo l'assassinio del leader delle Brigate al Qassam

GERUSALEMME - Ieri, 26 marzo, il movimento di Hamas aveva chiuso "a tempo indeterminato" il valico di Erez per svolgere le indagini sull'uccisione di Mazen Faqha, 38 anni, considerato il responsabile dell'ala militare di Hamas (Brigate al Qassam) in Cisgiordania, ucciso venerdì scorso 24 marzo da ignoti nell'enclave palestinese. Hamas ha accusato i servizi segreti israeliani dell'omicidio. Israele, da parte sua, non ha commentato la chiusura del valico né l'uccisione del funzionario palestinese. Faqha era stato arrestato e condannato al carcere per presunta complicità negli attacchi suicidi che hanno ucciso diversi cittadini israeliani durante la seconda intifada tra il 2000 e il 2005. L'uomo è stato liberato nel 2011 insieme a migliaia di prigionieri palestinesi in cambio del militare israeliano Gilad Shalit, detenuto da Hamas per cinque anni. Erez, nel nord della Striscia, è l'unico punto d'ingresso e di uscita per le persone tra l'enclave palestinese e Israele. Un altro valico, Kerem Shalom, è riservato solo al passaggio delle merci.

(Agenzia Nova, 27 marzo 2017)


Chi voleva morto Mazen Fuqaha?

Il comandante di Hamas tornato al terrorismo dopo essere stato scarcerato da Israele aveva parecchi nemici, alcuni anche molto vicini

L'uccisione venerdì sera del capo terrorista di Hamas Mazen Fuqaha vicino alla sua casa, nella parte sud ovest della città di Gaza, è stata opera di professionisti. I killer hanno agito con calma sparando quattro proiettili a bruciapelo con armi dotate di silenziatore, per poi dileguarsi senza lasciare alcuna traccia, almeno a quanto risulta finora.
Hamas ha immediatamente accusato Israele e i suoi servizi di sicurezza, ricordando fra l'altro l'uccisione lo scorso dicembre in Tunisia di un ingegnere che aveva contribuito a sviluppare per Hamas dei droni e un mini-sommergibile. E certamente Israele avrebbe avuto ottimi motivi per voler eliminare Fuqaha. Ma la lista dei possibili autori dell'uccisione è piuttosto lunga e comprende perlomeno gli islamisti salafiti, l'Autorità Palestinese e la stessa Hamas....

(israele.net, 27 marzo 2017)


Israele: 1000 ingegneri sviluppano realtà aumentata per il nuovo iPhone

Apple Israel, secondo indiscrezioni, sta lavorando allo sviluppo di una nuova tecnologia della realtà aumentata per il prossimo iPhone.
Secondo alcune fonti del settore, la società avrebbe a disposizione più di 1.000 ingegneri che stanno lavorando duramente a questo progetto, legato alla realtà aumentata.
La realtà aumentata (AR) permette agli utenti di interagire con l'ambiente e le persone intorno (basti pensare al successo di Pokemon Go). Apple ha acquisito diverse aziende israeliane che potrebbero essere coinvolte nel progetto, tra cui:
  • PrimeSense: azienda specializzata nello sviluppo di hardware e software in grado di rilevare il movimento in 3 dimensioni;

  • RealFace: azienda che ha sviluppato un software di riconoscimento facciale che offre agli utenti un accesso biometrico intelligente. In questo modo le password utilizzate per accedere a dispositivi mobili o PC saranno superflue.
Indiscrezioni anonime recenti hanno affermato che vi sono numerosi ricercatori israeliani che stanno segretamente sviluppando il nuovo iPhone8 presso gli uffici Apple a Herzliya.
Queste le parole di Tim Cook, CEO di Apple:
Apple Israel è il secondo più grande ufficio di ricerca e sviluppo della società in tutto il mondo.
(SiliconWadi, 27 marzo 2017)


Potenziale "molto elevato" del triangolo energetico Israele-Cipro-Egitto

ROMA - Il potenziale del triangolo energetico offshore Israele-Cipro-Egitto sembra essere "molto elevato". Lo ha detto ad "Agenzia Nova" il ministro dell'Energia e delle risorse idriche israeliano, Yuval Steinitz, interrogato sul ruolo delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale verso il mercato europeo. Attualmente le stime parlano di riserve "comprese fra 8mila e 12mila miliardi di metri cubi", ha affermato il ministro Steinitz. Il gasdotto sottomarino East-Med sarà il più esteso e più profondo al mondo: lungo 2.200 chilometri e profondo 3 chilometri, ha ricordato il ministro. Il costo previsto dell'infrastruttura è di circa 6-7 miliardi di dollari, ha aggiunto Steinitz.

(Agenzia Nova, 26 marzo 2017)


I palestinesi si sentono israeliani

Sempre più richieste di cittadinanza da parte degli arabi, ma Gerusalemme diffida

di Ilaria Pedrali

Sempre più palestinesi, a Gerusalemme Est, vogliono diventare israeliani. Ma Israele temporeggia.
Stando ai dati del ministero degli Interni israeliano, nel 2016 ben 1081 famiglie residenti a Gerusalemme Est hanno fatto richiesta della cittadinanza israeliana. Nel 2003 erano solo 69.
   Un po' per desiderio di normalità, perché avere la cittadinanza permette una libertà di movimento che la sola carta d'identità di Gerusalemme non rende possibile, e poi perché ormai la fiducia nell'Autorità Nazionale Palestinese è ridotta a un lumicino. Soprattutto perché l'Anp, che già poco fa in Cisgiordania, ancora meno fa a Gerusalemme Est dal momento che ha il divieto di operare nella Città Santa.
   Benché abbiano la strada sbarrata, i funzionari palestinesi sostengono che essendo Gerusalemme Est un territorio occupato, una volta che Gerusalemme sarà liberata le cittadinanze israeliane degli arabi saranno nulle.
   I palestinesi a Gerusalemme Est sono circa 330mila, pari al 37% della popolazione totale della città, e la stragrande maggioranza di loro ha una semplice carta d'identità, senza risultare cittadino di alcun Paese. Hanno un passaporto giordano, ma non la cittadinanza. Per viaggiare ali' estero hanno bisogno di visti temporanei rilasciati da Israele o dalla Giordania. Molti di loro considerano uno stigma avere un passaporto israeliano perché questo significa l'accettazione implicita del fatto che Gerusalemme Est dal 1967 è unificata al resto della città e non che invece sia sotto occupazione militare israeliana. Ma oggi, che il processo di pace è congelato e un accordo di pace duraturo è sempre più lontano, agli arabi di Gerusalemme Est che già pagano le tasse ma non possono votare alle elezioni nazionali, un passaporto israeliano fa più che comodo. E, difronte ai benefici pratici che questo comporta, il senso patriottico passa in secondo piano. Ormai, sembra che a difendere la Palestina siano rimasti solo gli stranieri.
   Israele, però, prende tempo e prima di accettare un nuovo cittadino di etnia araba ci pensa bene. I documenti richiesti sono molti: bisogna dimostrare di aver vissuto stabilmente in città per almeno tre anni, bisogna presentare le ricevute delle tasse pagate. E poi bisogna dimostrare una conoscenza approfondita e fluente dell'ebraico. In media ogni domanda viene analizzata per un periodo di circa tre anni prima di ottenere una risposta.
   Negli ultimi 13 anni si conta siano circa 15mila le domande a Israele, ma i passaporti concessi sono meno di 6mila. C'è chi ritiene che il motivo di tale lungaggine sia dovuto al fatto che Israele non voglia annettere troppi arabi nel suo stato, visto che mediamente fanno più figli degli israeliani e quindi contribuiscono non poco all'incremento demografico. Già oggi gli arabi costituiscono più di un quinto della popolazione di Israele, che in totale conta oltre 8,5 milioni di persone.
   E poi c'è il problema degli arabi con diritto di voto, che sicuramente ci si aspetta votino per partiti arabi. Tuttavia il ministero dell'Interno fa sapere che non c'è alcun tentativo di scoraggiare gli arabi a chiedere la cittadinanza, solo che le richieste sono talmente tante che il lavoro per loro è di molto aumentato.
   Israele, inoltre, vuole essere sicuro prima di accettare potenziali soggetti pericolosi che potrebbero minare alla sua sicurezza. Basta infatti, una segnalazione dello Shin Bet, l'intelligence interna di Israele, per vedersi negare la cittadinanza, anche senza alcuna motivazione. Inoltre, dal 1967 a oggi, si conta che siano decine di migliaia le persone arabe che si sono viste rifiutare il diritto di residenza a Gerusalemme. Molti palestinesi temono di trovarsi da un giorno ali' altro senza permesso.

(Libero, 26 marzo 2017)


I Papi e quei silenzi. Calimani, storia degli ebrei di Roma

di Fabio Bozzato

 
Nel novembre 2000 la Commissione storica internazionale cattolico-ebraica consegnava un rapporto preliminare con una fitta serie di domande e molte risposte inevase sul ruolo del papa Pio XII nelle vicende della Shoah. Nessun rapporto finale è mai stato scritto, perché i sei storici della Commissione non sono mai riusciti ad accedere agli archivi vaticani e ai documenti datati tra gli anni '20 e '50 del Novecento.
   Finisce così, con tutti quei dubbi, assieme alla lista dei 1022 ebrei romani deportati nell'ottobre '43 e dei 16 sopravvissuti, l'ultimo saggio di Riccardo Calimani. Dopo il monumentale lavoro sull'ebraismo italiano e la meticolosa ricostruzione della Venezia ebraica e del suo Ghetto, Calimani si cimenta ora con l'altra comunità paradigmatica italiana: Storia degli ebrei di Roma. Dall'emancipazione ai giorni nostri, edito da Mondadori, ripercorre in 828 pagine gli avvenimenti di una presenza secolare che ha resistito ed è fiorita nonostante ogni avversità.
   Una storia incistata nella capitale della cristianità e che non può essere raccontata se non in quell'intreccio intimo e drammatico. Il che «la rende unica rispetto a qualunque altra comunità - racconta Calimani - Perché ogni giorno faceva i conti con tutto il peso del potere papale». Altra storia ad esempio rispetto alla Serenissima, dove il potere civile manovrava pragmatico e cinico sul fronte religioso e costruiva la sua vitalità economica con l'Oriente.
   A Roma invece gli ebrei avrebbero vissuto fisicamente l'ossessione dei Papi nei confronti di una minoranza religiosa impaurita e isolata e di una comunità povera e vessata. «Si sentivano così schiacciati da dover negoziare ogni volta qualunque restrizione o possibilità di vita», racconta Calimani. Introiettata l'impossibilità della rivolta, «preferivano andarsene, magari ad Ancona o nelle piccole e più protette comunità toscane». E così fanno tenerezza episodi come quelli del 15 febbraio 1789 quando, proclamata la Repubblica di Roma e col Papa in fuga, «gli ebrei si appuntarono sul petto la coccarda tricolore. Le porte furono bruciate, il ghetto fu illuminato e fu alzato un albero della libertà».

(Corriere del Veneto, 26 marzo 2017)


Così Mossad e francesi hanno strappato i segreti sulle armi chimiche di Assad

Un ingegnere siriano il bersaglio dell'«Operazione Ratafia»

di Paolo Levi

PARIGI - Nome in codice: Ratafia. Un'operazione congiunta dei servizi segreti di Israele e Francia ha consentito, già prima del 2011, quando cominciò la guerra in Siria, di strappare preziose informazioni sul programma di armi chimiche del presidente siriano Bashar Al-Assad. Un lavoro di fino, con risvolti psicologici, che supera la fantasia anche del più talentuoso degli sceneggiatori cinematografici. Per anni, un ingegnere siriano responsabile del programma chimico di Damasco si è fatto ingannare da un folto gruppo di 007 franco-israeliani in nome di una priorità ritenuta «vitale» in entrambi i Paesi: la lotta alla proliferazione e all'uso di armi chimiche. Rivelata da Le Monde la notizia consente anche di valutare ciò che gli occidentali sapevano realmente delle armi di Assad tre anni prima dei massacri del 2013.
   Tutto comincia nel 2008. A Damasco, una talpa del Mossad riesce ad «identificare» e poi «agganciare» l'ingegnere siriano coinvolto nel programma chimico. All'epoca, il progetto di armamenti della Siria, con circa 10.000 dipendenti, è un obiettivo prioritario del Mossad. Lo scopo non è eliminare i responsabili ma intercettare, appunto, fonti siriane affidabili per raccogliere informazioni sui legami con gli alleati iraniani, russi o nord coreani e identificare le filiere di approvvigionamento. A Damasco la talpa viene incaricata di convincere l'ingegnere ad uscire dalla Siria per poi essere «avvicinato» dal Mossad. Lui lo seduce con l'idea di viaggi a Parigi, dove potrà preparare il lancio di una futura società di import-export. Descritto come romantico e sognatore, l'ingegnere si lascia convincere. Nella capitale francese, posa le valigie in un albergo, un imprenditore dal cognome italiano di cui fa rapidamente conoscenza diventa suo confidente e consigliere. Insieme, frequentano i bar di grandi alberghi come il Georges V, assistono a spettacoli e music-hall, anche se il siriano rifiuterà un invito al Crazy Horse. Alle ballerine sexy dice di preferire il popolarissimo music-hall «Mamma mia!». L'amico gli mette anche a disposizione l'auto con autista. Per l'ingegnere difficile non appassionarsi a questa nuova vita, piena di divertimenti e prospettive professionali, nello scintillio della Ville Lumière. In realtà, però il nuovo amico è una spia come, del resto, tanti suoi interlocutori parigini, tra imprenditori, chauffeur, intermediari: tutti agenti del Mossad.
   Delle intercettazioni in auto, albergo, computer dell'ingegnere siriano, si occupano invece i servizi francesi. È l'inizio dell'operazione «Ratafia» che durerà per anni. Anche perché lui, a quanto pare, è molto simpatico, ma prima di sbottonarsi sui segreti dell'arsenale di Assad ci vorrà tempo. Nel 2011, le informazioni raccolte porteranno, tra l'altro, l'Unione europea a congelare i beni del Centro Siriano per gli studi e la ricerca scientifica (Cers) pilastro del programma chimico di Damasco.

(La Stampa, 26 marzo 2017)


E se la Crusca potesse emanare leggi? Lo strano caso dell'Accademia della Lingua Ebraica

Dal '53 lo Stato di Israele accorda a un'autorità accademica il potere di emanare atti con forza di legge sulla lingua che gli enti pubblici devono usare.

di Giorgio Moretti

Nella scritta: "L'Accademia per la lingua ebraica"
Non si deve pensare che l'ebraico, cent'anni fa, fosse una lingua unica e omogenea. Certo, c'erano tradizioni linguistiche consolidate come l'ebraico biblico o l'yiddish, ma i parlanti erano sparsi in mezzo mondo, e subivano forti influenze linguistiche da parte di idiomi come il russo, il tedesco, il francese. Anche perché, ad esempio, l'ebraico biblico manca di molti termini che invece già alla fine dell'Ottocento erano essenziali (di equatore, telegrafo e grammofono i patriarchi abramitici non hanno mai parlato).
Quando nel 1948 fu fondato lo Stato d'Israele, venne stabilito che le lingue ufficiali fossero l'arabo e l'ebraico. Ma a ben vedere l'ebraico era ancora molto nebuloso: adunati in Israele, gli ebrei si erano portati dietro una Babele di lingue. Perciò, nel 1953, fondarono l'Accademia della Lingua Ebraica.
Come la fenice, quest'Accademia nasce dalle ceneri del "Comitato della lingua ebraica", fondato dal linguista Eliezer Ben Yehuda (in attività dal 1905) per dare unità all'ebraico, adattando quello biblico alle necessità moderne.
Scopo della nuova Accademia è "guidare lo sviluppo della lingua Ebraica". Ma come, in che senso? E con che autorità? Ebbene, secondo la legge che la istituì, "le decisioni dell'Istituto in materia di grammatica, terminologia o trascrizione […] saranno vincolanti per le istituzioni dell'educazione e della scienza, per il governo, i suoi dipartimenti e istituzioni, e per le autorità locali."
In sostanza, nel Reshumot (la Gazzetta Ufficiale israeliana, in cui vengono pubblicate le leggi) c'è una sezione con le decisioni dell'Accademia in materia linguistica, che devono essere seguite dagli enti pubblici, fra cui anche l'IBA, la televisione pubblica.
Ciò nonostante l'azione dell'Accademia della Lingua Ebraica è molto discreta. Limita le sue prescrizioni ai discorsi formali e allo scritto. E non solo: non opera sistematicamente per una sostituzione di tutti i termini stranieri con termini ebraici di nuovo conio. Valuta caso per caso se il forestierismo è radicato, se è facilmente pronunciabile, se è un fenomeno culturale, se è così fertile da generare altre parole. Nel caso in cui un'alternativa ebraica sia "conveniente, orecchiabile e appropriata", allora la crea.
In altre parole, usa il notevole potere di cui è investita (un'Accademia linguistica che incide direttamente sul diritto di uno Stato!) in maniera equilibrata, procedendo sul crinale che separa nazionalismo e globalismo. Non a caso chi sente il richiamo di una vocazione internazionale considera certe decisioni dell'Accademia di retroguardia, mentre non mancano voci dei media e della politica che le vedono come troppo progressiste e troppo poco incisive.
Dopotutto, quando il sapere dell'alta accademia percorre la virtù che sta nel mezzo, c'è sempre qualcuno pronto a tacciarlo di mollezza.
E se all'Accademia della Crusca fosse attribuito un simile potere?

(fanpage.it, 25 marzo 2017)


In fondo all’articolo sono stati aggiunti questi commenti:
- Molto interessante. E davvero, non sarebbe cattiva idea, forse avremmo un burocratese più accettabile.
- Opportuno contro inutili anglicismi usati dai politici per esibizionismo...
- Magari, la Crusca avesse questo potere! Ho letto di recente (l'Espresso 19.3.2017) questo inciso: "… una community per il carpooling aziendale, Jojob, ideata da una startup …". Questa è lingua italiana?


Gerusalemme. L'allarme degli esperti: Santo Sepolcro a rischio crollo

 
La Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme
La Basilica del Santo Sepolcro rischia di crollare, se non ci saranno interventi adeguati per consolidare le sue fondamenta instabili. L'allarme giunge dallo stesso team di archeologi e esperti che hanno appena terminato con successo il restauro dell'Edicola (la struttura che, all'interno del Santuario, racchiude i resti di una grotta venerata almeno dal IV secolo dopo Cristo come la tomba di Gesù).
   L'intero complesso del Santo Sepolcro - ha dichiarato al National Geographic l'archeologa greca Antonia Moropoulou, docente alla National Technical University di Atene (NTUA) e coordinatore scientifico del progetto di restauro appena concluso - potrebbe essere minacciato da "un significativo cedimento strutturale". E se l'eventualità dovesse realizzarsi - ha aggiunto l'archeologa greca "non sarebbe un processo lento, ma catastrofico".
   Le allarmanti ipotesi sono hanno preso forma proprio durante gli studi e i sondaggi condotto sul Santo Sepolcro dalla squadra di esperti incaricata del restauro dell'Edicola. Al termine dei lavori, le ricerche compiute da quell'equipe, e riferite da National Geographic, hanno messo in luce che l'intero complesso, la cui ultima risistemazione risale al XIX secolo, sembra essere in gran parte costruito su una base instabile di resti malfermi di strutture precedenti, con un sottosuolo attraversato da gallerie e canali.
   Il santuario fatto costruire dall'Imperatore Costantino, costruito sui resti di un precedente tempio romano intorno a quella che veniva venerata come la tomba di Gesù, era stato parzialmente distrutto dagli invasori persiani nel VII secolo, e poi dai Fatimidi nel 1009. La chiesa fu ricostruita alla metà dell'XI secolo.
   I dettagli tecnici del dossier, raccolti anche grazie all'uso di georadar e telecamere robotizzate, descrivono una situazione allarmante riguardo alla stabilità del luogo santo, visitato ogni anno da milioni di pellegrini e turisti: molti dei pilastri da 22 tonnellate che reggono la cupola risultano essere poggiati su un metro e venti di macerie non consolidate.
   I restauri appena conclusi intorno all'edicola, e celebrati mercoledì 22 marzo durante una cerimonia ecumenica, che ha visto anche la partecipazione del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I - hanno registrato la cooperazione tra le tre compagini ecclesiali che condividono la responsabilità della Basilica (Patriarcato greco ortodosso di Gerusalemme, Patriarcato armeno apostolico di Gerusalemme e Chiesa cattolica, attraverso la Custodia francescana di Terrasanta). All'inizio dei lavori, il progetto aveva un costo programmato di circa 3,3 milioni di dollari. Al finanziamento dei lavori hanno contribuito anche il Re di Giordania Abdallah II - che nell'aprile 2016 aveva fatto pervenire sottoforma di "beneficienza reale" (Makruma) una consistente donazione personale a favore del progetto - e anche il Presidente palestinese Mahmud Abbas, con un "contributo personale" reso noto lo scorso ottobre.
   Adesso, l'equipe greca che, dopo la conclusione dei lavori di restauro dell'edicola, ha lanciato l'allarme sulle condizioni di debolezza strutturale dell'intero complesso, ha stimato a almeno sei milioni di euro la cifra da stanziare per i lavori necessari ha mettere in sicurezza la Basilica. Sabato 18 marzo, un comunicato diffuso dalla Custodia di Terrasanta ha riferito che "la Santa Sede ha stanziato 500mila dollari come contributo alla nuova fase dei lavori di consolidamento e restauro da avviare presso il Santo Sepolcro. Tale contributo "sarà erogato dopo che le comunità titolari dello Status Quo avranno costituito di comune accordo un apposito Comitato".

(News Italia, 25 marzo 2017)


A Torino l'asta benefica "Il mio cuore batte per Israele"

di Riccardo Ghezzi

Per celebrare il cinquantesimo anniversario della riunificazione di Gerusalemme, a Torino sarà organizzata un'asta di beneficenza. "Il mio cuore batte per Israele", questo il nome dell'evento, è un'asta di opere d'arte donate da tanti artisti che hanno sposato la causa di Israele. I proventi dell'asta, organizzata in collaborazione con Sotheby's e a cura di Ermanno Tedeschi, andranno al'Associazione Italia-Israele.
Le opere sono esposte a partire da oggi, 24 marzo, alle ore 14 fino a domenica 26 marzo con orario fisso 14-18 presso la Fondazione Camis De Fonseca, in via Pietro Micca 15 (scala A, primo piano) a Torino.
Nella stessa sede, lunedì 27 marzo si terrà il cocktail di benvenuto. A seguire l'asta.

(L'informale, 24 marzo 2017)


Israele come terra internazionale

di Georgia Casanova

Come un disguido può diventare un'opportunità? L'ho scoperto negli ultimi giorni di Haifa. Durante il Purim, il carnevale ebraico, su un bus smarrisco il borsello che contiene il passaporto, i miei pen drivers, le carte di credito. In pratica smarrisco me stessa, per poi scoprire che era solo per poi ritrovarsi.
   L'evento, inutile negarlo, ha contribuito al groviglio emotivo contrastante di quei giorni. Dopo un primo momento di smarrimento, in realtà ciò ha dato seguito a una serie di occasioni per entrare ancor di più in quello che è oggi Israele, e il significato del vivere quotidiano.
   Intanto è venerdì quando succede e pomeriggio, il tramonto si avvicina, il tempo è scaduto: inizia lo Shabat e tutto si ferma. Si perché lo Shabat non la nostra domenica, è onorare il riposo, dove fare qualsiasi cosa è interdetta: non si guida, non si compie l'atto di accendere le luci (ma basta lasciarle
 
Haifa
accese da prima dell'inizio della festa), non si risponde al telefono (ma si chiede a qualcuno soprattutto se non ebreo di rispondere al proprio posto). Uffici, supermercati e servizi di linea degli autobus sono tutti fermi, impossibile quindi pensare di fare nulla per risolvere la questione borsello. Chiamo comunque l'ambasciata italiana, il numero di emergenza, una voce maschile calma mi tranquillizza e mi dice che posso fare facilmente un documento d'emergenza per tornare in Italia, sento pur non vedendolo il suo sorriso di comprensione che mi rasserena. Vinco così una gita straordinaria a Tel Aviv, obiettivo ambasciata italiana, colgo l'occasione per fissare un incontro per la ricerca, ma ovviamente se ne parla la settimana successiva, ora è tempo di Shabat. Una mia collega è pronta ad aiutarmi con viveri e contanti per il quotidiano, ma ovviamente solo l'indomani nel pomeriggio dopo il tramonto mi raggiungerà per vedere "il da farsi". Mentre passeggio nel silenzio dei viali alberati del dormitorio universitario, l'irritazione per il non poter agire viene sovrastata dal rispetto, non tanto di un dogma religioso, quanto per il valore assegnato al riposo. Penso all'Italia dove ormai il riposo assume una connotazione negativa e avere il turno di riposo lavorativo è una conquista personale più che sociale.
   Il giorno successivo decido di fare la turista pur sapendo di essere senza budget vado ai Giardini Baha'hi. Mi avvicino all'entrata sperando costi poco, scopro anche un po' sorpresa, che la visita è gratuita, come in tutte le attrazioni sia religiose che turistiche che ho incontrato sul mio cammino in Terra Santa. Penso come in Italia spesso le risorse artistiche siano poco rispettate e vissute come risorsa della e per la gente, quando c'è così tanto da poter valorizzare. La voce della guida aspra ma calda che parla in ebraico
 
Tel Aviv
mi accompagna tra i viali ordinati delle diciannove terrazze fiorite tra monti e mare, espressione di una religione orientale che stimola alla meditazione sull'unità religiosa e di pace. Mi sento pronta ad affrontare la prosecuzione del mio viaggio.
   La gita a Tel Aviv si rivela una vero tesoro nascosto tra le falde della società locale e del vivere in Israele. Entro nell'ambasciata italiana, mi dà una sensazione strana sapere di essere in territorio nazionale e vedere il golfo di Tel Aviv e il colore del mare e del cielo si fondono sullo sfondo. Un carabiniere mi dice di accomodarmi e attendere, attorno a me noto una famiglia che parla la lingua locale, li osservo madre, padre e quattro figli, sono in attesa del passaporto, hanno doppia nazionalità ovviamente, sullo sfondo del corridoio un'altra coppia più giovane, lui ha il passaporto italiano in mano. Mi viene spontaneo chiedermi cosa possa voler dire essere straniero europeo qui. Al mio fianco una ragazza legge, è in attesa di documenti per sposarsi a Cipro con il suo compagno israeliano. La osservo e mi faccio coraggio, mi presento e le chiedo brevemente la sua storia se ha voglia di raccontarmela. Lei mi racconta che è otto anni che vive in Israele, Lei originaria di Firenze, e non poteva che essere così guardandola, ha finito gli studi di biologia qui, ha proseguito il dottorato e che ora può ottenere finalmente la residenza, grazie al fatto di avere due figli il cui padre è israeliano. Le sorrido in Italia sarebbe giovane per avere due figli, di cui uno di sei anni, lei ricambia il sorriso. Continua il racconto dicendomi che si vive bene ma che non è semplice. Entrare nella società israeliana non è cosi immediato, ad oggi se succedesse qualche cosa al suo compagno lei perderebbe il diritto di stare a Tel Aviv. Perché sposarsi a Cipro? Perché qui non è possibile, non ci sono le convezioni internazionali. Colgo la fatica del sentirsi "profugo" tra le pieghe dei suoi occhi che mi sorridono. La saluto e mi avvio all'uscita. Salgo sul bus, scambio due parole con l'autista e mi racconta che lavora tanto ma guadagna bene, faccio i calcoli circa tremila euro al mese, prosegue raccontandomi che tanti sono andati in pensione e non c'è il ricambio generazionale dei lavoratori. Mi sovviene l'epoca del grande pensionamento degli anni ottanta in Italia. Chissà se gli effetti saranno gli stessi qui. Le prime zone grigie della società si intravedono.
   Affondo i piedi nella sabbia chiara e fine del lungo mare, l'acqua fredda mi sfiora le dita: sono pronta per Gerusalemme.

(The Martian, 25 marzo 2017)


OPINIONI A CONFRONTO

Il mensile "Shalom" ha chiesto a due ebrei della diaspora di esprimere il loro parere sulla situazione attuale di Israele.

Il futuro di Israele si gioca nella Diaspora. Quale ruolo per gli ebrei della Golà?

di Tobia Zevi

 
Tobia Zevi
«Shalom» mi chiede un'opinione sulla legge approvata recentemente dalla Knesset, il parlamento israeliano, che condona le costruzioni di ebrei su proprietà palestinesi. Potrei cavarmela con una riga: non sono d'accordo, penso che questa misura non aiuti lo Stato d'Israele e rappresenti, se non altro sul piano simbolico, l'ennesima pietra tombale sul processo di pace già moribondo. Siccome però sono circa due anni che non apro bocca su Israele, Palestina e Medioriente, convinto che il gioco (esprimere un'opinione irrilevante) non valga la candela (litigare con altri ebrei), provo ad andare fuori tema.
Nel romanzo "Eccomi" Jonathan Safran Foer, scrittore ebreo americano, immagina che lo Stato d'Israele sia colpito da un violento terremoto. Le conseguenze sono devastanti: moltissime costruzioni crollano e tanti muoiono, mentre dilagano epidemie e atti fondamentalistici sia di ebrei sia di musulmani. Per gestire l'emergenza il governo conduce operazioni militari e sceglie di curare i propri cittadini invece degli arabi nei paesi circostanti, colpiti in maniera altrettanto drammatica e decisamente meno attrezzati. Tali opzioni inducono vari stati arabo-musulmani a dichiarare guerra a Israele. La situazione è talmente tragica che il Primo Ministro si rivolge in diretta tv agli ebrei nel mondo, invitando chiunque sia in età da soldato a recarsi in Israele per dare una mano. Obiettivo: un milione di ebrei dalla Diaspora. Mancato. Alla fine soltanto trentacinque mila ebrei nel mondo combatteranno per la Terra promessa.
Israele sopravvive ma, nota giustamente il protagonista, il rapporto tra lo Stato e gli ebrei americani non potrà più essere lo stesso.
Questa pagina di letteratura recente ci aiuta a scindere quelle che in effetti sono due domande collegate: cosa pensiamo della politica del governo di Israele e del suo futuro? Quale rapporto esiste e quale contributo possiamo dare noi ebrei della Diaspora a Israele e al suo futuro?
L'attuale governo di Israele non considera credibili - con molte ragioni - i leader palestinesi, e siccome qualunque contratto ha bisogno di parti che si riconoscano, non ritiene di poter avanzare nel processo di pace. La maggioranza degli israeliani vuole la pace ma vede la prospettiva sempre più lontana, dunque si concentra sulla propria prosperità e sicurezza. Il mondo cambia - gli Stati Uniti guidati da Barack Obama sono percepiti come un fratello maggiore ostile, l'Arabia Saudita che ha foraggiato il fondamentalismo islamico diventa interlocutore privilegiato ancorché implicito in chiave anti-iraniana - e i segnali sono contraddittori: Donald Trump annuncia di voler spostare l'ambasciata a Gerusalemme ma definisce gli insediamenti un ostacolo alla pace; il parlamento israeliano vota la legge sugli insediamenti, ma Benjamin Netanyahu non arriva in tempo per il voto e metà dei parlamentari confessano di confidare nella bocciatura della Corte Suprema; il mondo disapprova ma è soprattutto disattento, concentrato su scenari più rilevanti dal lato economico e geopolitico. A tutti pare mancare una visione e un'idea di futuro.
La sinistra è il convitato di pietra. Quella israeliana non è credibile per gli elettori, quella ebraica è minoritaria e debole senza una vera sponda in Israele, quella occidentale incapace di superare la vieta ripetizione dello slogan dei "Due popoli, due stati". Per paradossale che possa sembrare, il dibattito sulla pace è più interno alla destra che non alla sinistra, sebbene le proposte stentino comunque a emergere o a divenire concrete.
In questo scenario, cosa possiamo fare noi ebrei della Diaspora? Le comunità nel mondo si dividono in due gruppi: chi ritiene di sostenere Israele a prescindere, spesso la parte più attiva e militante; quelli che invece preferiscono un sostegno critico, spesso più numerosi ma meno legati alle strutture comunitarie. Il legame affettivo con lo Stato d'Israele è profondo per tutti, ma non si vuole riconoscerlo in chi la pensa diversamente. In concreto, ognuno cerca di fare il suo, con un piccolo senso di colpa per non aver fatto l'Alyah ("salita" in Israele): vacanze a Tel Aviv, corsi d'ebraico, chi può acquista un appartamento, alcuni fanno impresa, si mantengono relazioni con i parenti israeliani e ci si rende attivi in organizzazioni internazionali. Augurando a noi stessi di non essere mai travolti dal dilemma minacciato da Safran Foer.
Una parte di verità sta in entrambe le posizioni, anche perché il destino di Israele non è del tutto sovrapponibile a quello delle comunità. Ci sentiamo più tranquilli sapendo di avere un porto sicuro in caso di bisogno, ma ci è chiaro che la percezione degli ebrei si trasforma anche in funzione delle scelte, giuste o sbagliate, dello Stato d'Israele. Sappiamo di voler sostenere le ragioni del sionismo, ma ci rendiamo conto che una posizione troppo sbilanciata o unilaterale può non essere proficua nel contesto delle società in cui viviamo. Sosteniamo economicamente Israele, e questo ci dà in parte il diritto di discutere le sue scelte, ma siamo anche consapevoli che la generosità non ci mette sullo stesso piano dei nostri fratelli israeliani, che corrono rischi quotidiani, che combattono per la loro sicurezza e che se fanno errori lo fanno nel pieno rispetto delle procedure democratiche che hanno determinato.
In questo scenario i dubbi prevalgono sulle certezze, e il primo impegno per ogni ebreo della Diaspora dovrebbe essere innanzitutto creativo: anziché litigare tra di noi e perdere tempo, come dare un contributo innovativo, utile, realistico a Israele, al suo futuro e alla sua pace?
La Knesset
(Shalom, marzo 2017)
  Il problema è il rifiuto palestinese di riconoscere lo Stato ebraico

di Riccardo Pacifici

Riccardo Pacifici
Ricordo ancora ogni istante dei giorni passati ad Itamar, pochi giorni dopo la strage che colpì con feroce violenza la famiglia Fogel nel sonno dello Shabbat. I due genitori e alcuni dei loro figli. Solo due si salveranno: una figlia che aveva trascorso la cena dello Shabbat con i suoi coetanei 13enni e ed un piccolo di pochi anni che dormiva nel lettone dei genitori e che si salvò dalla furia dei terroristi che non si accorsero di lui mentre sgozzavano tutta la sua famiglia.
Non era ancora finita la Shiva (il settimo) ed il villaggio accolse la missione di solidarietà, che mi onorai di guidare, della nostra comunità, con i suoni della chitarra e canti. Un'emozione che ancora mi fa venire i brividi, anche ricordando come in quei giorni nessuno fra gli abitanti del villaggio abbia proferito parole di odio o di vendetta. Solo parole di pace e speranza. Soprattutto fiducia in H ..
Questa cartolina da Itamar si contrappone all'immaginario collettivo di "coloni" (così vengono definiti dai nostri nemici e loro fans, compresi alcuni nelle comunità ebraiche!), descritti come assetati di terre e di odio verso gli arabi ed i palestinesi.
Ricordo anche una lunga visita che facemmo a Yerushalaim, intorno e dentro la città con una guida d'eccezione, Nir Barkat sindaco della Capitale d'Israele, il quale spiegava ai leader di tutto il mondo dell'Israeli Jewish Congress, di come fossero ridicole alcune risoluzioni dell'Onu contro quelle che venivano definite azioni illegali di espansione e sottrazione di terre ai palestinesi. Nir Barkat dopo averci fatto visitare una delle scuole gestite dai palestinesi ed accolti con cordialità dai loro insegnanti e studenti (tra cui alcuni con disegni eloquenti in cui Israele secondo questi bambini non era disegnata sulle mappe), ci illustrò come in qualunque altra parte del mondo si autorizzi a costruire nuove cubature; è una risposta normale davanti alla sempre maggiore richiesta di abitazioni per una popolazione israeliana costituita sempre più da famiglie con molti figli che hanno bisogno di abitazioni più grandi e alle quali viene quindi concesso il diritto (pagando oneri concessori) di fare più stanze, nel rispetto di un piano regolatore molto chiaro e rigoroso che non si sottrae al rispetto dei diritti per i palestinesi, ai quali viene riservato lo stesso diritto, magari con i benefit di avere una tassazione agevolata. Così ancora oggi Israele si ritrova sotto processo nonostante che, l'ultima legge votata alla Knesset, parli con estrema chiarezza di compensazione maggiorata del 125% sul valore delle proprietà che necessariamente servono ad armonizzare uno sviluppo cittadino che coniughi la sicurezza di quegli ebrei che nei "Territori" hanno deciso di vivere.
Negli ultimi due anni il conflitto israelo/palestinese è profondamente cambiato: la nascita di uno Stato Palestinese a fianco di quello israeliano (soluzione alla quale non sono ostile) è però diventata una formula obsoleta, di una vecchia visione dello scacchiere mediorientale che non tiene conto dei cambiamenti intervenuti, come nel caso dell'Isis che combatte per la creazione di un'unica nazione arabo/islamica, dal Marocco alla Siria senza confini interni, e all'interno della quale lo Stato Palestinese non avrebbe più ragione di esistere, come ha brillantemente illustrato Maurizio Molinari in una delle sue ultime pubblicazioni sul tema. Non si può ignorare che l'Isis giorno per giorno si sta sostituendo alla leadership di Hamas a Gaza e minaccia la precaria stabilità del regno hascemita di Giordania e la stessa leadership palestinese a Ramallah. E' uno scenario complesso, che si aggrava ulteriormente con la concreta possibilità - grazie all'amministrazione Obama e alla complicità dell'Ue - che l'Iran possa dotarsi di armi di distruzione di massa che se usate, potrebbero radere al suolo in pochi minuti lo Stato d'Israele.
La visione ed il sogno di Ariel Sharon di azzerare ogni contenzioso territoriale con i vicini palestinesi con il ritiro unilaterale da Gaza, dove secondo le stesse risoluzioni antisemite dell'Onu non vi è disputa di un solo centimetro quadrato, ha avuto invece come risposta al gesto di pace, il terribile e lungo rapimento di Gilad Shalit, e l'intensificarsi del lancio di missili non solo nel sud d'Israele ma persino su Tel Aviv. Anche alla luce di questa esperienza, ritengo perciò ridicola ogni discussione sul ruolo degli insediamenti, perché Israele - soprattutto con governi di centro destra - ha dimostrato di saper compiere gesti coraggiosi di pace. "Pace in cambio Pace" è ciò che ripeteva Menachem Begin z.l., leader storico del Likud, e su quella formula ha costruito l'unico vero accordo con il vicino Egitto restituendogli successivamente l'intera penisola del Sinai conquistata nel '67.
Infine un ultima considerazione. Perché, a cominciare dalle sinistre ebraiche, lo scenario di pace futura con i palestinesi deve prevedere la nascita di uno Stato Palestinese con la garanzia che sia "pulito etnicamente", ovvero privo della presenza ebraica? In Israele nessuno può contestare e mai contesterebbe il diritto di risiedere e di vivere ai cittadini di origine palestinese, come di fatto avviene in una parte di Yerushalayim, di Tel Aviv, Yaffo, Haifa, Nazareth ed Afula.
Non sarebbe forse utile rispolverare la formula di pace di Itzhak Shamir? Egli offrì a Yasser Arafat, alla vigilia dell'Intifada al Aqsa nel 2000, pace con contestuale compensazione di terreni, oggi di fatto ad alta densità Palestinese, come l'area di Nazareth, scambiandoli con quelli oltre la "linea verde", oggi ad alta densità ebraica.
Se vi è lo spirito di convivenza, coniugata a pragmatismo, forse si dovrebbe avere coraggio di scioglier questo nodo. A meno che ci si voglia affidare all'Onu che, se non ci fossero stati i veti degli USA, pur di compiacere il voto del blocco arabo/terzomondista, da molto tempo avrebbe cancellato il diritto d'Israele di vivere fra le nazioni.
La verità è che non vi è organizzazione palestinese che voglia un Stato palestinese a fianco di quello ebraico, ma solo cancellare lo Stato d'Israele e sostituirsi ad esso. Se queste sono le condizioni per giungere alla "Pace" dobbiamo continuare a sostenere la democrazia israeliana e portare rispetto alle sue leggi. Anche quelle che dalle nostre comode case possono apparire inopportune, come l'ultimo voto alla Knesset.



La famiglia del medico ebreo molto amata dagli ovadesi

Breve storia degli ebrei nella nostra provincia

Una presenza ebraica è attestata, nel 1386, da un documento che menziona tale Giovanni, come medico e barbiere di Ovada.
Da un documento del 1567 risulta che all'incirca nel 1512, gli huomini et comunita di Ovada avevano stipulato una condotta con il medico Giovanni de Treves perché si stabilisse con la famiglia nella località per curare i malati ed esercitare l'attività feneratizia. Dopo essere stato costretto ad andarsene per le orribili guerre che correvano a quel tempo, il Treves era tornato, verso il 1547, alle stesse condizioni stipulate in precedenza.
Un documento del 1550 riferisce che il Senato doveva consultare i Procuratori, prima di giungere ad una decisione circa gli ebrei di Ovada, per motivi che non vengono chiaramente specificati, ma che sono da porsi in relazione al decreto di espulsione. Pochi giorni dopo, un altro documento riporta la richiesta del Podestà di Ovada di concedere a Mastro Jo (Giovanni Treves) l'autorizzazione di rimanere per curare i malati locali, posto che la cittadina aveva stipulato con lui dei patti per un periodo di tempo che non era ancora spirato: le autorità genovesi concessero al medico di restare con la sua famiglia sino allo scadere dei patti.

 Gli ovadesi a favore della famiglia Treves
  Quattro anni più tardi, la popolazione di Ovada pregò il Doge e i Governatori di Genova di fare il possibile per assicurare un indennizzo alla famiglia dell'esimio dottore di medicina mastro [Jo] De Treve, assassinato da gente di Castelnuovo nel Monferrato.
Nel 1567 una lettera fu scritta dal Podestà al Doge e ai Governatori riguardo al figlio del medico Giovanni, Giuseppe che, dopo la morte del padre, aveva continuato a vivere a Ovada senza autorizzazione.
Il Podestà stesso, tuttavia, perorò la causa di Giuseppe, informando che era molto benvoluto e che si guadagnava da vivere commerciando in granaglie e castagne ed esercitando l'attività feneratizia con gli abitanti, secondo un interesse ridotto della metà rispetto a quello richiesto ai forestieri. La popolazione locale, molto povera, ricorreva a lui per prestiti con e senza pegni "a' tal che per quanto mi vien rifferito se non facesse tali comodi bisognarebbe che i poveri impegnassero a'i richi le possessioni con loro interesse".

 Ancora una petizione degli ovadesi a favore dei Treves
  Poco dopo, il Podestà comunicò alle autorità genovesi di aver detto a Giuseppe Treves e alla moglie Ricca di dover lasciare la località e la Repubblica entro tre mesi: tuttavia, il giorno successivo una petizione fu indirizzata al Doge dalla popolazione e dalla comunità di Ovada, chiedendo (e ottenendo) che Giuseppe non fosse espulso, visto che era di grande utilità per la popolazione indigente che, qualora se ne fosse andato, avrebbe dovuto vendere sottocosto i beni che, invece, poteva impegnare presso di lui.
L'anno successivo, il Treves si appellò alle autorità genovesi, dato che il Podestà, dietro loro ordine, lo aveva costretto ad esercitare l'attività feneratizia nel chiuso della sua casa, proibendogli ogni altro contatto e ogni commercio con la popolazione: il Duce ed i Governatori replicarono, pertanto, al Podestà che "dove egli non giochi, mangi, balli e conversi, se non in quei modi che è espediente per conto de negocii, non li diate altro fastidio".

 La verginità di Maria
  Nel 1570 il vescovo di Acqui si rivolse agli Eccellentissimi Signori della Repubblica Genovese, chiedendo di prendere misure contro l'ebreo di Ovada, che, a suo dire, non aveva mai voluto vestire e vivere secondo le disposizioni del Concilio di Trento e del Concilio di Milano e che, recentemente, aveva avuto l'ardire di disputare con un cristiano sulla verginità di Maria: data la gravità del caso, il vescovo era disposto, se del caso, a recarsi personalmente a Ovada per incontrarvi un consigliere genovese e sistemare il caso, specificando di voler esercitare il suo potere nelle cose solamente spirituali in quella terra. Pochi mesi dopo, il vescovo tornò alla carica per raccogliere prove contro Giuseppe (Gioseffe), informando Genova che se anche l'Inquisitore fosse stato concorde, ognuno separatamente avrebbe potuto procedere contro l'ebreo. In caso le autorità genovesi fossero state contrarie alla sua iniziativa, si dichiarava disposto a discutere. La missiva si chiudeva con la preghiera di ordinare all'ebreo di "portare la berretta come gl'altri hebrei, non parli di nostra fede in modo alcuno, ne balli, mangi o giochi con Cristiani, ne si serva di loro e, soprattutto, di non chiedere un tasso di interesse troppo alto".

 I Poggetto da Ovada a Novi
  Una quindicina di anni dopo, il Senato chiese al podestà di Ovada informazioni sul comportamento di Vita Poggetto, autorizzato dal 1582 a vivere, insieme alla famiglia, e a commerciare a Novi, Gavi e Ovada
Due anni più tardi (1587), il Doge e i Procuratori di Genova inviarono ai Giurisdicenti dell'Oltegiogo lettere patenti, con cui si ordinava agli ebrei di portare il segno distintivo, pena l'espulsione entro due mesi.
Nel 1591 il vescovo di Acqui fece confiscare i beni di Abraham e Leone Alfa di Ovada, in quanto Abraham era stato trovato in possesso di libri proibiti (due tomi del Talmud Babilonese): la Repubblica di Genova, dopo aver scritto al vescovo deprecandone il provvedimento, si rivolse, con successo, al cardinale Filippo Spinola di Roma, chiedendogli di intercedere presso il Papa per risolvere la questione.
Sempre in quest'anno il cardinale Enrico Caetani, Camerlengo pontificio, concesse a Vita Poggetto i privilegi dei banchieri ebrei dentro e fuori dei stati della Chiesa.

 Alfa, Artom e Poggetto
  L'anno successivo Abraham Alfa (Alpha), ancora a Ovada, si assunse, insieme a Vita Poggetto di Asti e ad Abraham Artom di Novi, l'obbligazione in solido di restituire a tale Bartolomeo Sauli una cifra di denaro presa a prestito dagli ultimi due. Alcuni giorni dopo, l'Alfa e l'Artom si obbligarono in solido e ratificarono, di conseguenza, il documento, con cui Vita Poggetto si impegnava a dare all'Ufficio di Abbondanza di Genova la fornitura di cento mine di grano.
Quattro mesi più tardi, il Senato indirizzò al podestà di una serie di località, tra cui Ovada, l'ordine di intimare agli ebrei di andarsene dal Dominio entro tre mesi, pena la prigione e la confisca dei beni. L'anno seguente, dietro supplica del sindaco di Ovada, la Repubblica concesse agli israeliti e, in particolare, a Vita Poggetto e ai suoi agenti di rimanere nella località, per continuare a far fronte alle necessità finanziarie della popolazione. Trascorsi alcuni mesi, il podestà rese noto di aver ordinato ad Abraham Alfa di esibire i privilegi tenuti dal suo principale, Vita Poggetto, cui erano stati concessi.
Nel 1595 Abraham Alfa fu nuovamente preso di mira dal vescovo di Acqui, per una controversia da regolare presso la corte civile, causata da circostanze di cui non ci sono pervenute ulteriori informazioni: il Doge e i Governatori raccomandarono al podestà di Ovada di agire con la debita circospezione.
All'inizio di gennaio del 1598, fu ricevuto ad Ovada l'ordine di espulsione degli ebrei, decretato a Genova. Al termine dello stesso mese, il Senato, dopo aver ricevuto informazioni positive dal podestà locale circa Abraham Alfa, gli concesse di rimanere per ulteriori due anni, allo scopo di riscuotere i crediti e di sistemare gli affari.
Dalla lettera del podestà a Genova si apprende che l'Alfa, la cui attività creditizia era di vitale importanza per gli indigenti di Ovada, non aveva acquistato beni immobili, teneva i libri contabili in italiano e prestava all'interesse consentito, cioè 16 denari per scudo.

 Commercianti ebrei
  Oltre all'Alfa, agente di Vita Poggetto, e altri ebrei non meglio specificati, dalle dichiarazioni del Podestà risultava vivere a Ovada tale Angelo, che non esercitava l'attività feneratizia, ma vendeva stoffe e, lungi dall'acquistare beni immobili, "viveva miseramente co' quello poco guadagno che cava dal pano".
Un ulteriore accenno al gruppo ebraico locale si trova, un cinquantennio più tardi, quando il podestà informava le autorità genovesi che Jona Clava di Casale distribuiva grano alla popolazione, posto che il suo agente rifiutava di mettersi d'accordo con la popolazione sul prezzo: poco dopo risulta che gli ebrei avessero cominciato a vendere grano destinato alle truppe francesi, non ancora giunte.
L'ultima attestazione di una temporanea presenza ebraica risale al 1751, quando i Collegi appoggiarono la richiesta di tre mercanti ebrei (non menzionati con i loro nominativi) di commerciare in generi vari alla fiera di Ovada, ad onta degli ostacoli posti loro da mercanti (evidentemente non ebrei), intenzionati ad avere il monopolio della fiera stessa.

(Alessandria Oggi, 25 marzo 2017)


Rischia di prendere fuoco il confine marittimo fra Israele e Libano

La recente escalation di tensione sulle zone di sfruttamento off-shore è probabilmente una manovra deliberata da parte di Hezbollah.

Un conflitto militare tra Israele e uno dei suoi vicini per il controllo di aree marine sta diventando uno scenario probabile dal momento che tende a surriscaldarsi la controversia tra Israele e Libano circa il confine marittimo fra i due paesi.
La recente escalation di tensione rappresenta probabilmente una manovra deliberata da parte di Hezbollah, che vuole trasformare la disputa sul limite delle zone di sfruttamento marino una sorta di riedizione della questione delle Fattorie Shebaa, il termine con cui in Libano indicano l'area di Har Dov che Hezbollah rivendica come appartenente al Libano.
    «Nel maggio 2000 Israele completa il ritiro dal Libano attestandosi sul confine internazionale, ritiro ufficialmente riconosciuto dal Consiglio di Sicurezza. Da allora, pur di giustificare la presenza al confine dei jihadisti libanesi filo-iraniani Hezbollah e le loro minacce contro Israele, Beirut e Damasco sostengono che l'occupazione israeliana non è finita perché, secondo loro, una decina di fattorie abbandonate che Israele ha conquistato alla Siria durante la guerra dei sei giorni del 1967 sarebbero invece libanesi. Non è uno scherzo: in tutta serietà, autorità e milizie arabe sostengono che lo stato di guerra fra Israele e Libano deve continuare, che bisogna continuare ad ammazzarsi perché un fazzoletto di terra disabitato e di dubbia sovranità langue sotto il giogo dell'occupazione israeliana.» (Da: "Nostalgia dell'occupazione", israele.net, luglio 2006)
Sarà questa la scintilla per la prima guerra del gas naturale, in questo martoriato angolo del Medio Oriente?
Il confine marittimo è formalmente diverso da un confine terrestre, perché non confina con il territorio israeliano: confina con un'area in cui Israele rivendica diritti di sfruttamento economico.
In effetti, navi militari israeliane pattugliano già il confine marittimo, probabilmente affiancate da sottomarini.
Israele ha tracciato il confine marittimo di propria autorità dopo che le Forze di Difesa israeliane si sono ritirate dalla fascia meridionale del Libano nel maggio 2000. Nel quadro di quel ritiro, venne tracciato e sancito a livello internazionale il confine di terra tra Israele e Libano (la Linea Blu), ma tale linea non venne estesa in mare. L'ufficio legale del Ministero degli esteri israeliano ha tracciato la linea marittima in conformità con i principi del diritto internazionale.
Si è poi scoperto che il Libano aveva disegnato una linea con un angolo diverso, creando un triangolo marino conteso di 850 kmq con il vertice a Rosh Hanikra e la base sul confine marittimo sud-orientale delle acque di pertinenza economica di Cipro.
Questa differenza è diventata un problema dopo che Israele e Cipro hanno firmato, nel 2010, un accordo per la delimitazione delle acque di rispettiva competenza. Gli sforzi di mediazione delle Nazioni Unite sono stati interrotti tre anni fa a causa dell'impossibilità di arrivare a un compromesso fra le parti.
Inutili si sono rivelati anche analoghi tentativi di mediazione da parte degli Stati Uniti.
Nel frattempo i due paesi cessavano le rispettive attività nell'area contesa.
Israele ha sospeso la gara d'appalto per la licenza di esplorazione per petrolio e gas in quello che considera il suo settore più settentrionale (Alon D).
Il Libano ha sospeso la distribuzione delle licenze a seguito di una lunga crisi di governo a Beirut.
Di recente, però, la nascita di un nuovo governo libanese ha completamente cambiato la situazione.
Hezbollah, attraverso i partiti politici libanesi ad esso associati, ha ottenuto che la distribuzione dei diritti per la zona marina meridionale, quella vicina al confine con Israele, cadesse sotto il suo controllo.
Secondo le stime geologiche, è molto probabile che si scopra un giacimento di gas naturale delle dimensioni di quello di Tamar in un'area la cui parte meridionale si trova nella zona contesa: un giacimento di gas che garantirebbe agli islamisti sciiti filo-iraniani di Hezbollah una grande forza economica per molti anni.
Se non fosse che Israele non intende permettere che questo accada.
Nessuna azienda occidentale sarebbe disposta a compiere esplorazioni di gas nella zona mentre navi da guerra israeliane pattugliano nelle vicinanze.
Ma una società russa potrebbe farlo, e una società iraniana lo farebbe certamente.
E' così che il gas naturale altamente infiammabile rischia di incendiare l'intera regione.

(Debug Lies News, 25 marzo 2017)


La provocazione della Spagna alla Fifa: "Date il cartellino rosso ad Israele"

di Michelangelo Freda

 
Le Nazionali riservano sempre qualche sorpresa, dentro e fuori dal campo. Gijon è la prima città della Spagna ad aver firmato e sostenuto la campagna internazionale volta a boicottare Israele dichiarando il proprio territorio "Spazio libero da Apartheid israeliano".
Le Nazionali riservano sempre qualche sorpresa, dentro e fuori dal campo. In particolare modo l'attenzione è volta al match fra Spagna ed Israele, terminato 4-1, match valevole per le qualificazione al mondiale di Russia 2018. Il match si è disputato nella città di Gijon, porto marittimo della Spagna nordoccidentale.
Fin qui tutto regolare. Due nazionali che si affrontano per il dominio del girone G, ma Gijon per Israele è una città calda.
Nonostante la distanza chilometrica, Gijon è la prima città dello stato iberico ad aver firmato e sostenuto la campagna internazionale volta a boicottare Israele, considerando la situazione in Palestina insostenibile, dichiarando il proprio territorio "Spazio libero da Apartheid israeliano".
La delibera comunale, emanata nel gennaio 2016, approvata con l'astensione del sindaco, Carmen Moriyon, prevedeva un sistema di boicottaggio nei confronti dello stato israeliano.
La Giunta Comunale commentò la loro decisione, in parte criticata da Israele, affermando che: "La situazione che si vive nei territori palestinesi occupati da Israele desta preoccupazione e indignazione. Gran parte della popolazione palestinese soffre le conseguenze della politica dei governi israeliani, i quali ignorano le risoluzioni di organismi internazionali causando grandi sofferenze tra la popolazione civile. "
La polemica è andata avanti per lungo tempo fino alla decisione del passo indietro, firmando il 10 marzo 2017 un testo di revoca della dichiarazione emanata nel gennaio 2016. Tuttavia, nonostante questa revoca, molti cittadini hanno aderito, in vista del match che si disputerà alle 21, alla campagna "cartellino rosso ad Israele" volta a richiedere un intervento duro da parte della FIFA, esigendo l'espulsione della federcalcio israeliana da tutte le competizioni, fin quando non lo stato israeliano rispetteranno le leggi e le imposizioni volute anche dall'Onu.
Ennesima dimostrazione di intolleranza verso la gestione israeliana della popolazione palestinese. Un clima sempre più caldo, intorno ad Israele, anche nel mondo dello sport, un clima divenuto rovente mesi fa con la risoluzione Onu che dichiarò vari team israeliani di calcio illegali, in quanto sorti in territorio palestinese.

(SportAvellino.it, 25 marzo 2017)



L'Onu è illegale

 


Striscia di Gaza, ucciso in un attentato un leader di Hamas

Mazen Faqha
Mazen Faqha, un dirigente di Hamas liberato da Israele nel 2011 in seguito ad un scambio di prigionieri, è stato ucciso in un attentato avvenuto nella Striscia di Gaza: lo ha reso noto il Ministero degli Interni del Territorio costiero. Faqha è stato colpito da un gruppo di uomini armati nel quartiere di Tell al-Hama: le autorità della Striscia hanno aperto un'inchiesta.

(TGCOM24, 25 marzo 2017)


"Il confine fra occidente e islam è crollato"

Intervista a Pierre Lellouche

"E' una guerra senza fine e l'islam rischia di travolgere l'occidente" "Non mi rassegno a mettere la croce tombale sul giudeo-cristianesimo"

di Giulio Meotti

ROMA - "Nel libro sulle 'Conséquences politiques de la paix' del 1920, Jacques Bainville racconta una favola araba: un viaggiatore getta nel deserto i noccioli dei datteri consumati, uno di questi entra nell'occhio di un altro, uccidendolo, e il viaggiatore deve rimborsare la famiglia. Noi oggi paghiamo il prezzo delle pietre gettate nel vento della storia da quarant'anni". Nato in Tunisia, autore del nuovo libro "Une guerre sans fin", già sottosegretario al Commercio di Christine Lagarde, Pierre Lellouche usa questa fiaba per spiegare il prezzo che le democrazie stanno pagando al terrorismo islamico. "Il terrorismo è una minaccia meno esistenziale per l'Europa occidentale dell'islamizzazione della società", dice al Foglio Lellouche, uno dei pochissimi difensori della guerra in Iraq del 2003 in Francia. "Gli islamisti arrivano in un continente che sta demograficamente collassando, l'Italia è a pezzi per la natalità. Il mio approccio è l'esatto opposto di quello di Michel Onfray nel libro 'Décadence'. Io non ce la faccio a mettere la croce tombale sulla civiltà giudaico-cristiana. Una massa di persone entra in una Europa che si sta demograficamente suicidando, in cui la secolarizzazione sta uccidendo il cristianesimo. Le chiese sono vuote. In Francia ci sono ottanta nuovi sacerdoti ogni anno. Cinque, sei villaggi devono raggrupparsi per costituire una parrocchia. Gli islamisti ci lanciano intanto la loro sfida: trasformare la società secondo la sharia e l'halal, nei caffè, nel cibo, nel vestiario, nell'idea di società. Non sono fuori legge, ma vivono secondo un'altra legge".
  "Una guerra con flussi e riflussi", scrive Eric Delbecque sul Figaro nel commentare il nuovo libro di Pierre Lellouche, "Une guerre sans fin". "E' la terza offensiva dell'islam in Europa, dopo quella seguita alla rivelazione di Maometto nel VII secolo e dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, che ha portato i turchi alle porte di Vienna. Una guerra all'incrocio tra storia e demografia. Nel 1914, il mondo arabo aveva da 35 a 40 milioni di persone. Nel 2015, 378 milioni. In Africa, la popolazione di 950 milioni raddoppierà entro il 2050. In particolare nel Sahel francofono. Durante questo periodo, l'Europa avrà perso 7,5 milioni di abitanti".
  "Stiamo vivendo una nuova fase nei quindici secoli di rapporti fra l'occidente e l'islam", continua Lellouche al Foglio. "A differenza della narrativa irenista diffusa, le relazioni tra Europa e islam da quindici secoli sono tutt'altro che 'il dialogo di civiltà' e la fratellanza pacifica. Inizia con Maometto, quando creò questa religione in Arabia Saudita nel VII secolo. L'islam è da subito una religione ma anche un sistema politico. Si espande da secoli, sui due lati del Mediterraneo, andando dall'India alle due sponde del Mediterraneo, e su fino all'Ucraina. E' un movimento che va avanti e indietro fra occidente e islam. Nel Settimo secolo sono arrivati alla Spagna e al sud della Francia, dove vennero fermati a Poitiers. E poi in Sicilia, occupando parte dell'Italia. Le crociate non furono una espansione della cristianità in medio oriente, ma un movimento di autodifesa per liberare le terre che erano cristiane e che erano state occupate dall'islam. Poi gli Ottomani hanno conquistato la Turchia, che era completamente cristiana, e poi su fino alla Russia, dove Georgia e Armenia sopravvissero come oasi cristiane in un mare islamico. Dopo Vienna questa espansione si è fermata. Negli ultimi cento anni, avevamo creato un 'limes', un confine fra occidente e islam. I due campi sono rimasti isolati, con l'occidente che ha costruito la sua supremazia sulla superiorità militare e tecnologica. E l'intesa di Sykes Picot, la creazione del moderno medio oriente". E oggi? "Il limes è crollato, ma avevamo avuto un assaggio con il crollo della Yugoslavia. E' una dislocazione storica epica. Le persone oggi non vogliono vedere o sentir parlare di questa tensione violenta. Jacques Bainville, il grande storico, nel suo libro dopo il trattato di Versailles previde l'ascesa del nazismo, ma anche che la distruzione della Turchia avrebbe aperto all'islam". Quello cui assistiamo oggi è iniziato quarant'anni fa. "Il 99 per cento del terrorismo oggi nel mondo è di matrice islamica. Negli anni Settanta, ci fu la creazione dell'Iran khomeinista e negli stessi anni, con l'invasione russa dell'Afghanistan, la nascita dell'estremismo islamico sunnita. Oggi persino nel Sahel c'è una grande influenza wahabita, sono arrivati a esportare il loro credo ovunque nel mondo. E' in corso un grande processo di reislamizzazione del mondo musulmano. Il fallimento del mondo arabo nei confronti della modernità è una delle chiavi per capire l'islamizzazione oggi in corso. L'Europa intanto apriva i confini all'immigrazione di massa, che l'islam politico ha visto come una forma di 'conquista pacifica'. Nel 1976 in Francia ci fu la legge per la 'riunificazione familiare', che divenne legge in tutta Europa. In quarant'anni il numero di musulmani in Francia è arrivato a sei milioni. Questi paesi hanno chiuso volontariamente i propri occhi". E domani?
  "La demografia in Africa raddoppierà, i paesi del Sahel, come Ciad e Mali e Burkina Faso, passeranno a duecento milioni. E questa massa di persone, che vive in un deserto senza niente, si sposterà a nord. E lì l'islam radicale sta crescendo. Lascio a lei immaginare cosa sarà l'Europa. Stanno cambiando già le nostre società, hanno eliminato Theo van Gogh, Charlie Hebdo, così che oggi nessuno dice più niente sul Profeta dell'islam. Significa essere condannati a morte. Rushdie vive ancora sotto una fatwa. I giornali hanno adottato l'autocensura. L'ultima persona condannata a morte per blasfemia fu un ragazzo che si rifiutò di togliersi il cappello di fronte al re duecento anni fa. E oggi abbiamo i morti di Charlie uccisi per blasfemia. Gli islamisti usano le nostre libertà per distruggerle. In tutta Europa ci sono società parallele, come una sorta di Kosovo.Nel nostro sistema penale ci sono strumenti antiterrorismo, ma non li usiamo per paura di una rivolta islamica nel paese. Non stiamo combattendo seriamente. Stiamo dicendo alla gente, 'imparate a vivere con il terrorismo'. La mia paura per il futuro è una guerra civile di bassa intensità con attacchi e riorganizzazioni. L'Europa occidentale è il ventre molle dell'occidente, spicca il Belgio, stato debole, fallito. Ci sono molti intellettuali francesi islamogoscisti che dicono che dobbiamo chiedere scusa per ciò che siamo. Il ministro dell'Istruzione Belkacem ha iniziato un programma per cancellare la storia medievale dai manuali scolastici. Le radici cristiane della Francia sono scomparse. E ha preso la decisione di insegnare arabo nelle scuole elementari. Lo storico Mare Bloch nel 1940 scrisse su come c'era stato un crollo intellettuale, non solo militare, all'origine della sconfitta. Bloch capì che le élite francesi del tempo non volevano vedere cosa stava succedendo. Oggi è lo stesso. Oggi un musulmano francese entra in una scuola ebraica e uccide dei bambini ebrei guardandoli negli occhi. Questo è quello che ha fatto Mohammed Merah a Tolosa. Domenica ho incontrato ebrei che stanno comprando case in Israele. C'è sentimento di irreversibilità".
  Stiamo perdendo o vincendo la "guerre sans fin"? "Non stiamo vincendo, stiamo imparando a resistere al terrorismo, stiamo affrontando un processo di islamizzazione che è una minaccia esistenziale alla civiltà occidentale. Quando scrivemmo la Costituzione europea ci fu la discussione se inserire le radici giudeo-cristiane e Jacques Chirac fece in modo che non venissero citate. Noi abbiamo contribuito a questo crollo".

(Il Foglio, 25 marzo 2017)


“...
molti intellettuali francesi islamogoscisti dicono che dobbiamo chiedere scusa per ciò che siamo”. Comincino loro a chiedere scusa per ciò che sono, gli intellettuali islamogoscisti francesi, e non. E comunque l’islam non dominerà il mondo. M.C.


Verona - Vino e cinema, le nuove iniziative dell'Associazione Italia-Israele

di Giuseppe Crimaldi

Una minirassegna cinematografica e una serata interamente dedicata alla scoperta dei vini israeliani. Sono le due nuove iniziative proposte dall'Associazione Italia Israele di Verona. Si comincia il 30 marzo, presso i locali della Comunità ebraica della città scaligera di via Portici 3: due film in rassegna: "Felice nel Box", storia fantastica e divertente basata sulla vicenda reale della lapide tombale dell'ebreo sabbionetano Felice Leon Foà; a seguire il primo episodio di "Fauda", serie televisiva israeliana creata da Avi Issacharoff.
Il 6 aprile alle 20,45 - presso il Circolo unificato dell'Esercito in corso Castelvecchio 4 - serata interamente dedicata all'enologia. Si comincia con un intervento del professor Aaron Fait su "La vinicoltura nel deserto come nuova frontiera", e si proseguirà con degustazioni guidate di vini israeliani delle cantine "Recanati", "Teperberg" e "Montefiore": ingresso libero fino ad esaurimento posti, prenotarsi entro il 3 aprile contattando l'Associazione veronese Italia-Israele.

(Italia Israele Today, 24 marzo 2017)


La splendida contraddizione d'Israele: una stampa libera e una censura militare

L'intervento di controllo si attiva solo e unicamente su argomenti sensibili per la sicurezza nazionale e per l'incolumità degli ebrei che vivono in paesi nemici.

di Mario Del Monte

Nonostante la ONG 'Reporter senza frontiere' abbia definito Israele "il paese con maggiore libertà per i giornalisti in Medio Oriente", a causa del perdurante stato di guerra con i paesi confinanti e del conflitto con i palestinesi esistono alcuni casi in cui l'esercito può richiedere la censura di determinati contenuti o la revisione degli stessi prima della pubblicazione.
   Le basi legali della procedura di controllo sui media sono tratte da una legge promulgata dagli inglesi nel 1945 che agisce anche sul piano internazionale vietando l'ingresso ai trasgressori stranieri o non concedendo l'accredito giornalistico, necessario per esercitare la professione nel paese. Nulla a che fare però con la censura di film, fiction e programmi televisivi che invece viene gestita dalla Israeli Film Ratings Board solo nei rari casi di oscenità, razzismo e incitamento alla violenza: la censura militare viene effettuata direttamente da una apposita unità dell'esercito e riguarda argomenti sensibili per la sicurezza nazionale come le armi nucleari, di cui ad oggi non è mai stata confermata l'esistenza da parte dello Stato Ebraico, e altri temi concordati con il Comitato degli Editori, una rappresentanza di tutti i media israeliani, di cui potrebbe beneficiare il nemico o che potrebbero addirittura mettere in pericolo l'esistenza dello Stato. Inoltre possono essere censurate notizie riguardanti il rapimento di soldati dell'IDF e l'immigrazione di cittadini ebrei da paesi ostili a Israele o che non hanno relazioni diplomatiche con Gerusalemme. La libertà di espressione su temi politici e morali resta garantita a meno che non vengano rivelati segreti di Stato o informazioni classificate. La violazione di queste norme è punita con il carcere e in alcuni casi la censura può addirittura richiedere la chiusura del giornale ma misure così estreme raramente sono state utilizzate dalle autorità. Inoltre la Corte Suprema ha il potere di rovesciare le decisioni dei militari o di rinforzarle nei casi di incitamento all'odio razziale e supporto a organizzazioni terroristiche o illegali. La stessa Corte Suprema ha stabilito, con una sentenza emanata dall'ex presidente Aharon Barak, che in caso di guerra l'opinione pubblica deve essere opportunamente informata sulla natura dei problemi in modo da garantire che questa possa esprimersi con cognizione nel dibattito politico nazionale.
   Con la moderna moltiplicazione delle fonti d'informazione la presenza della censura militare si è fatta sempre meno ingombrante ma i giornalisti israeliani hanno trovato lo stesso una strada per bypassare il controllo nei casi limite. Il metodo più comune consiste nel passare documenti a organi di stampa stranieri, su cui Israele non può direttamente intervenire, e citare la notizia una volta che è stata diffusa. E' il caso, ad esempio, del raid aereo al reattore siriano di Osirak del 2007 che viene tutt'oggi citato con la formula "secondo fonti estere" dai media israeliani.
   Per quanto riguarda i socia! media, divenuti oggi vere e proprie fonti d'informazione a volte addirittura preferite a quelle tradizionali, lo scorso anno la censura militare ha contattato circa trenta fra blogger e proprietari di famose pagine Facebook richiedendo, legittimamente e con forza di legge secondo la Corte Suprema, che qualsiasi post contenente dettagli relativi all'esercito o alla sicurezza nazionale fosse inviato per una revisione prima della pubblicazione.

(Shalom, marzo 2017)


Israele - In autunno un'esercitazione aeronautica congiunta tra sette paesi, tra cui Italia

GERUSALEMME - Si svolgerà il prossimo autunno in Israele un'esercitazione congiunta tra le aeronautiche di Italia, Francia, Germania, India, Grecia, Polonia e Stati Uniti. Lo riferisce il capo del dipartimento Affari internazionali dell'Aeronautica israeliana, il colonnello Richard Hecht. L'ufficiale ha definito l'esercitazione del prossimo autunno come la "più grande" che si effettuerà nei cieli dello Stato ebraico. L'esercitazione durerà due settimane e vedrà coinvolti circa 100 velivoli e diverse centinaia di piloti. Si tratta della terza operazione di questo tipo, le altre due si sono svolte nel 2013 e nel 2015. Sono previste simulazioni di scontri aria-aria, attacchi da terra diretti ad obiettivi fissi e mobili, e minacce provenienti da missili terra-aria, riferisce la fonte.

(Agenzia Nova, 24 marzo 2017)


Gli Ebrei in Sicilia

Tema svolto in una classe delle Medie Inferiori dell'Istituto Comprensivo di Montessori (CT)

 
Palazzo della Giudecca - Trapani
La presenza ebraica è costante in Sicilia, probabilmente fin dall'età tardoantica, anche se documentazione sicura ci giunge solo a partire dall'età di papa Gregorio Magno. Con il termine "diaspora" si indica la condizione di dispersione forzata, nella quale si trovarono a vivere gli ebrei nel periodo compreso tra il 70 d.C. e il 1948 (anno di fondazione dello stato ebraico), per più di 1800 anni furono privati di un centro politico e religioso e dovettero adattarsi a vivere in paesi stranieri. I giudei di Sicilia venivano ritenuti dalle autorità politiche in uno stato di servile condizione; nei documenti ufficiali venivano spesso chiamati "servi regiae camerae". Essi avevano piena autonomia all'interno delle loro giudaiche; erano però obbligati ad esaudire ogni minima richiesta della "regia camera" e vivevano in completa dipendenza della volontà politica. I giudei potevano liberamente svolgere le loro professioni quali ad esempio la medicina e le varie arti manuali. Nei confronti degli ebrei è sicuramente eccessivo pensare che, in pieno Medioevo, non vi furono contrasti con le popolazioni cristiane, sebbene nei documenti si può rilevare che in Sicilia non vi furono mai quei quartieri cittadini costruiti proprio per i giudei chiamati "ghetti". Infatti è vero che in Sicilia vi fosse in ogni città abitata dagli ebrei, un quartiere che univa la popolazione della stessa legge religiosa, ma è anche vero che non era raro trovare all'interno di una giudaica, abitanti cristiani o chiese cattoliche. La giudecca era istituzionalmente riconosciuta, infatti aveva i suoi amministratori, teneva la sua contabilità, aveva un suo archivio e curava il servizio anagrafico delle nascite, morti e matrimoni; svolgeva i vari servizi essenziali come la scuola, il notariato, l'ospedale, l'assistenza ai poveri e garantiva il culto religioso. In Sicilia l'originario interesse commerciale nell'Oriente per il corallo, vede come protagonisti gli ebrei che, intuendone il forte potenziale economico, lo trasformarono in "nobil materia" grazie alla loro abilità nella lavorazione. La Sicilia offriva le migliori condizioni per produrre "il grande affare del corallo" nell'economia e nell'arte trapanese e siciliana. Gli ebrei non ebbero alcun ruolo particolare nella pesca, ma detennero il monopolio della lavorazione del corallo e si occuparono molto del commercio. Nel XIV secolo a Caltagirone viveva una piccola e fiorente comunità ebraica stabilitasi in una zona vicino al quartiere San Giuliano che oggi prende il nome di "Via Iudeca" o "zona miracoli". Si ipotizza che la comunità, nel 1470, doveva aver superato il numero di venti famiglie (numero necessario per l'istituzione della sinagoga locale). La giudecca di Caltagirone intratteneva rapporti con le altre comunità ebraiche di Catania, Siracusa e Modica, non soltanto rapporti culturali e religiosi, ma anche commerciali. Il re Alfonso V emanò un decreto il 5 febbraio 1428 che diceva agli israeliti di considerare il ghetto come la loro abitazione. Li obbligò inoltre a portare un segno distintivo: un pezzo di stoffa rossa sotto il collo o nel petto. Gli ebrei erano contro le conversioni forzate. A Caltagirone nel 1480 veniva accordato loro il diritto di non essere cacciati violentemente dalle proprie case a causa di debiti. Nel 1492 la dominazione spagnola decretò la scomparsa degli ebrei in Sicilia con il cosiddetto decreto di Alhambra indetto dal re Ferdinando il Cattolico. La data di partenza di ogni ebreo siciliano venne fissata il 12 gennaio 1493. Lasciando la Sicilia un ebreo poteva portare con sé solo un vestito, un materasso, una coperta di lana e due paia di lenzuola. Caltagirone fu duramente colpita nella sua vita economica e culturale. Le sinagoghe siciliane, dopo la cacciata degli ebrei, furono convertite in chiese; quella di Caltagirone, invece, fu completamente distrutta.

(la Repubblica, 24 marzo 2017)


Diciamolo in ebraico "Beteavòn!" ovvero, buon appetito!

La prima cucina sociale kasher in Italia compie tre anni. Un progetto encomiabile che va oltre le distinzioni sociali e religiose.

di Marta Pietroboni

Spesso idee semplici danno vita a progetti ottimi. Per questo, sfidando la pioggia e il freddo invernale, siamo andati a trovare il Rabbino Igal Hazan, direttore della Scuola Ebraica di Milano Merkos.
Appena superato il portone dell'Istituto, storia, tradizioni e cultura millenarie rivelano la loro forza. Sembra di trovarsi improvvisamente altrove, lontani, nel tempo e nello spazio, avvolti dai canti e dal vociare leggero dei bambini, da una vitalità contagiosa, tutto all'interno di un ordine perfetto.
In questo luogo, 3 anni fa, con l'idea di ottimizzare le risorse e l'attività della cucina della Scuola, ha preso forma, con il nome Beteavòn (termine ebraico per "buon appetito"), la prima cucina sociale kasher in Italia, che prepara e distribuisce pasti a chiunque si trovi in una situazione di necessità, gratuitamente e senza distinzioni religiose o sociali.

 I primi passi
  Rabbi Igal Hazan racconta: "Come prima cosa, avuta l'idea, abbiamo contattato diverse realtà del no-profit già molto attive sul territorio, la Comunità di Sant'Egidio, la Caritas, la Comunità Ebraica, lo stesso Comune di Milano, e abbiamo comunicato loro la nostra intenzione di mettere a disposizione di altre realtà le cucine della Scuola. La risposta è stata ottima. In particolare, senza immaginarlo, abbiamo scoperto che la Comunità di Sant'Egidio, eccezionale nella sua attività di aiuto al prossimo, era sprovvista di cucina e quindi, insieme, avremmo potuto portare pasti caldi a tutte le persone senza fissa dimora che fino ad allora ricevevano solo assistenza".

 Lo staff
  Tantissimi volontari, regolati da calendari precisi, popolano le cucine della Scuola, quando non sono utilizzate per preparare i pranzi degli studenti, e cucinano insieme, confezionando gli ottimi pasti da asporto Beteavòn. Lo staff si divide in due gruppi: quello in forza alla scuola, che viene per così dire "prestato" per l'occasione (cuoca e addetta agli acquisti), e quello di volontari esterni.
Le comunità di appartenenza sono tante: libanese, egiziana, persiana. Questo elemento si traduce nella varietà dei piatti proposti. La dieta dettata dalla religione, reinterpretata in base alle risorse disponibili nei diversi Paesi, si rivela, pur nella creazione di piatti tipici, motivo di unicità culturale.

 Pasti buoni per i bisognosi
  Una parte dei pasti cucinati, grazie alla Comunità di Sant'Egidio, viene consegnata ai molti amici di strada bisognosi; un'altra, grazie alla collaborazione attivata con Caritas e Comune di Milano, viene recapitata nei pick up point (punti di raccolta, ndr) istituiti apposta e gestiti da queste due realtà.
«A un costo abbastanza ridotto, perché si tratta semplicemente di aumentare il numero dei pasti della refezione scolastica - ci racconta Rabbi Igal Hazan - siamo in grado di aiutare tante persone. Prepariamo circa 1.200 pasti al mese».
Il progetto è un grandissimo sostegno per tutte le persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese e cercano una dieta kasher. I volontari Beteavòn insieme alla Comunità Ebraica di Milano hanno realizzato un progetto nel progetto: consegnare i pasti dello Shabbat (la Festa del riposo, osservata ogni sabato) agli individui e alle famiglie in difficoltà per condividere con loro non solo il cibo, ma anche il calore del giorno di festa.

 A proposito di kasher
  La dieta kasher esclude alcune carni (per esempio maiale, cavallo, coniglio…), alcuni pesci (quelli senza squame e pinne o che, pur avendole, non sono facili da rimuovere, come pesce spada, anguilla…) e frutti di mare, proibisce la commistione di latticini e carni e richiede un'attenzione meticolosa al procedimento. Ortaggi e insalate devono essere esaminati uno a uno, perché deve essere evitata anche una minima contaminazione di insetti. In un certo senso, si potrebbe sostenere che la cucina kasher è la prima fonte di certificazione alimentare nella storia…
L'approvvigionamento richiede quindi una particolare attenzione.
Solo alcuni prodotti non lavorati o poco lavorati, come l'olio Extra Vergine d'Oliva, la farina, lo zucchero, il riso e la pasta, vengono considerati alimenti kasher pur non essendo certificati.
Tutti gli altri prodotti richiedono un'attestazione kasher.
"Da questo punto di vista - ci spiega Rabbi Igal Hazan - non c'è problema. Sono centinaia in Italia le aziende i cui prodotti sono certificati ed è facile fare acquisti. Solo per la carne abbiamo un rapporto di fiducia: infatti non solo deve essere macellata, salata e lavata in un modo particolare, ma a monte la bestia deve subire un controllo molto accurato per risultare sana. Per questo abbiamo nostri fornitori, che spesso diventano anche nostri sponsor… nel senso che ci regalano i prodotti in scadenza!
Ultima eccezione, il pane, che è un lavorato fresco. La challah, il pane a treccia tradizionale del sabato, viene infornato fresco dalle nostre volontarie.
Per avere un'idea dei quantitativi, a settimana compriamo 15 litri di olio, 80-90 kg di pasta, 30 kg di riso".

 L'approvvigionamento della carne
  Essendo la carne molto costosa, e quella kasher in particolare, la comunità ebraica di Milano ha fatto un accordo qualche anno fa per ricevere, prevalentemente dall'Inghilterra, della carne surgelata a prezzi calmierati.

Ecco un esempio di menu per lo Shabbat
  • Antipasto
    Polpette di tonno o salmone, oppure un cholent (tipica preparazione askenazita, cioè dei Paesi dell'Est europeo) che consiste in un insieme di patate, fagioli, carote e pochissimi pezzetti di carne, tradizionalmente messo sui fuochi o infilato nel forno il giovedi o il venerdì, per cuocere 24 ore. Un vero e proprio stracotto, perfetto per lo Shabbat, dal momento che durante la giornata di festa non è permesso accendere luci o accendere fuochi.
  • Primo
    Di solito riso, perché si conserva bene, soprattutto d'inverno quando lo Shabbat comincia presto, perché la prima stella in cielo appare già nel tardo pomeriggio.
  • Dessert
    Quello classico è un dolce molto simile alla nostra "torta margherita", ma senza latte e burro, e con l'arancia o il cioccolato.
(CIBi, 24 marzo 2017)


Donna musulmana all'Ambasciata israeliana

Rasha Uthmani
L’israeliana Rasha Uthmani, 31 anni, originaria dalla città settentrionale di Baqa al-Gharbiyye, è la prima donna musulmana ad essere accettata nel corso cadetti del Ministero degli esteri israeliano. In precedenza Uthmani aveva già rappresentato Israele in una delegazione al Consiglio Onu dei diritti umani. È già accaduto in passato che cittadini arabi israeliani, cristiani e musulmani, entrassero a far parte del corpo diplomatico e alcuni cittadini musulmani hanno anche ricoperto la carica di ambasciatore, ma questa è la prima volta per una donna musulmana. Uthmani, laureata in psicologia presso l'Università di Gerusalemme, entrerà nello staff dell'ambasciata israeliana in Turchia nella posizione di portavoce.

(Avanti!, 24 marzo 2017)


Quel sistema "inventato" dai palestinesi

di Fiamma Nirenstein

La tragedia di Londra ha costretto a uscire almeno momentaneamente dal solito bozzolo di eufemismi e bugie. Sì, è terrorismo; sì, è islamico; è l'ora di svegliarsi perché i combattenti dell'Isis tornano a un certo punto alla casa che li ha nutriti, e là diventano lupi solitari, o indottrinano altri perché lo diventino.
  Fin qui ci siamo. Dove l'analisi diventa invece monca e quindi inutile è quando si tratta di capire fino in fondo dove è nato e si è sviluppato fino a diventare globale questo terrorismo delle auto lanciate contro i passanti innocenti, dei coltelli sguainati e subito intrisi di sangue di donne e bambini... Perché questo, anche se si opera su una censura orribile, è successo non solo in tutte le città elencate in ogni telegiornale che si rispetti, che ha dedicato ore, giustamente, all'evento di Londra, e su tutti i quotidiani in cui l'elenco non manca, e di tutto ci si duole: Parigi, Bruxelles, Berlino, NIzza...
  E' successo di nuovo e di nuovo, e là è stato inventato, a Gerusalemme, e la censura ha qualcosa di davvero perverso se si pensa che gli attacchi con veicoli nella capitale di Israele e altre città sono stati 55 dall'inizio di questa Intifada nel settembre 2015, e 171 quelli col coltello, 620 complessivi.
  L'ultimo qualcuno se n'è dimenticato? Era contro una gita di soldati di leva, ragazzi e ragazze di 18 anni sul marciapiede di fronte al panorama di Gerusalemme: il camion ha ucciso quattro ragazzi e ne ha feriti 20, poi è andato a marcia avanti e indietro sui loro corpi... Era un attacco terroristico? O no? E perché nessuno lo cita con cordoglio come gli altri attentati?
  C'è chi sostiene che gli attentati in Israele non siano come quelli che avvengono altrove: non sarebbero islamisti, ma dettati da richieste territoriali.
  Non è vero. Sin dalla partizione ogni soluzione territoriale è stata costantemente respinta dai palestinesi.
  Si desidera eliminare il nemico ebreo perché occupa terra ritenuta "Ummah islamica". Non c'è niente che si possa trattare: "Gli ebrei sono sporcizia, profanano e contaminano Gerusalemme" ha detto Abu Mazen, anche se la lectio vulgaris propone che sullo sfondo esista la possibilità di un accordo, per altro respinto a ogni occasione. Come Arafat ha rifiutato ogni trattativa con Ehud Barak a Camp David, così Abu Mazen ha respinto quella di Annapolis con Ehud Olmert. Quanto ad Hamas, il loro intento è genocida come è scritto nella "Carta", e lo ripetono a ogni passo.
  Il terrorismo contro gli ebrei è il libro di testo di tutto il resto del terrore mondiale, la gestione economica che paga ad ogni famiglia di "martire" un alto vitalizio: bucare questa fondamentale verità è mancare la genesi strategica, l'esempio stesso della psicologia del terrore. Essa consiste nello sconcertare, criminalizzare, tentare spargendo il panico di battere un nemico più forte militarmente.
  Il terrore contemporaneo è ispirato dal terrorismo stragista e suicida che vede la vita non come un valore, ma come uno strumento da usare verso la santa morte in nome di Allah: 25 bambini uccisi a Maalot (1974), il massacro degli atleti a Monaco ('72) il sequestro di tanti voli, come della Air France del '76 con la vicenda di Entebbe, gli attacchi di Fiumicino nel '73 e '85, il sequestro di Gilad Shalit e altri, l'eliminazione di neonati fatti a pezzi nei loro letti, la seconda Intifada con quasi 2000 morti di terrore sucida, e ora gli attacchi con camion e i coltelli domestici. La lista è molto lunga, fino a totalizzare migliaia di morti e decine di migliaia di feriti mentre il terrorismo si sviluppa, cambia, si aggiusta... E Israele di fatto è diventato il modello di come affrontarlo mentre lo si ignora.
  Non c'è nessuna richiesta territoriale che possa essere trattata con questi terroristi, da quando Haj Amin Al Husseini già negli anni '30, ha aperto la grande scuola islamista del terrorismo internazionale, che tende all'annichilimento e alla cancellazione del nemico non islamico, esclude qualsiasi trattativa (quando Israele ha sgombrato Gaza subito Hamas ne ha fatto una base per lanciare missili e attentati), associa allo stragismo politiche totalitarie di persecuzione delle donne, degli omosessuali, dei dissidenti.
  Davvero viene da pensare a volte che per il mondo il sangue degli ebrei sia meno rosso di quello di tutti gli altri. Il Papa, il segretario dell'Onu, i capi di Stato europei, i giornalisti lo dimostrano col loro atteggiamento cinico e spietato.

(Il Giornale, 24 marzo 2017)


In Israele hanno trovato dei reperti che potrebbero dirci qualcosa sulla vita al tempo di Gesù

Sono stati rinvenuti durante dei lavori per un'autostrada vicino a Gerusalemme: potrebbero darci indicazioni su come vivevano i suoi seguaci.

di Ruth Eglash - The Washington Post

 
Il posto dove sono stati fatti gli scavi ad Abu Ghosh, vicino a Gerusalemme
 
L'archeologa dell'Autorità per le antichità d'Israele Annette Landes-Nagar mostra le monete di epoca bizantina ritrovate
 
Monete ritrovate
 
Un ossario con la scritta in lettere ebraiche formanti la parola "Yeshua" è custodito in un archivio della Antiquities Authority di Israele, a Beit Shemesh
Nei prossimi mesi un'autostrada che attraversa Gerusalemme riaprirà dopo una ristrutturazione, l'ultimo rinnovamento di una strada usata da secoli dai viaggiatori che visitano la Terra Santa. I trattori e i macchinari che hanno sgombrato la strada per la costruzione di un nuovo tunnel che fa parte del progetto hanno portato alla luce un villaggio cristiano che offriva rifugio ai pellegrini esausti che arrivavano a Gerusalemme oltre duemila anni fa. Alcuni archeologi israeliani hanno annunciato che nel sito sono state scoperte anche alcune rare monete risalenti all'era bizantina, che erano rimaste nascoste per circa 1400 anni all'interno delle mura di pietra di un vecchio edificio nel villaggio dissotterrato, che secondo gli archeologi si chiamava Einbikumakube.
   In un'epoca in cui la presenza dei cristiani in Medio Oriente è in calo e i credenti sono spesso perseguitati, gli archeologi in Israele dicono che oltre un terzo dei circa 40mila reperti che vengono trovati nel paese ogni anno sono in qualche modo legati alla cristianità. È un argomento efficace, che dimostra il legame del cristianesimo - a fianco del giudaismo e dell'islam - con la Terra Santa e il Medio Oriente.
   Domenica l'Autorità per le antichità d'Israele ha permesso ai giornalisti di osservare le monete da vicino, durante uno dei rari tour organizzati nel suo magazzino centrale, nascosto in una tranquilla zona industriale nella città di Bet Shemesh, a circa 40 minuti a ovest di Gerusalemme. Nel sito sono conservate decine di migliaia di reperti trovati in Israele dalla sua fondazione nel 1948 (mentre altri ancora vengono esposti nei musei israeliani). Molti dei reperti risalgono al periodo in cui si crede fosse vissuto Gesù, o sono prove dell'esistenza dei suoi seguaci nei secoli successivi.
   Secondo gli archeologi, gli oggetti rinvenuti potrebbero offrire delle indicazioni sul modo in cui Gesù visse duemila anni fa, ma non sono prove fisiche della sua esistenza. «All'epoca qui viveva oltre un milione di persone e Gesù fu un normale ebreo che grazie alle sue idee originali riuscì ad attirare un seguito», ha detto Gideon Avni, responsabile dell'archeologia dell'Autorità per le antichità d'Israele, «la sua fama iniziò davvero solo dopo la sua morte». Avni ha detto che è difficile, se non impossibile, trovare prove dell'esistenza di una persona comune vissuta migliaia di anni fa. Grazie ai ritrovamenti fatti in centinaia di scavi archeologici, però, Avni crede che gli archeologi siano in grado di ricostruire con precisione la vita di Gesù dalla Basilica della Natività, il sito venerato come il suo luogo di nascita, fino alla Basilica del Santo Sepolcro, dove si ritiene sia stato sepolto dopo la crocifissione. Eugenio Alliata, un professore di archeologia cristiana della Scuola biblica francescana di Gerusalemme, ha detto che i reperti ritrovati finora rafforzano le ricostruzioni bibliche sulla vita di Gesù, inserendo la sua esistenza in un contesto reale. «Non abbiamo trovato prove dell'esistenza di Gesù, ma abbiamo scoperto diverse cose sull'epoca in cui visse, come il tipo di popolazione e gli oggetti che si sono diffusi grazie a lui», ha detto Alliata.
   Alcuni reperti conservati nel magazzino dell'Autorità per le antichità d'Israele offrono anche maggiori informazioni sulle persone che diventarono seguaci di Gesù dopo la sua morte. La prova più antica dell'esistenza del cristianesimo come movimento risale alla fine del primo secolo, ha raccontato Avni. Successivamente, durante il periodo bizantino e le crociate, i pellegrini cristiani si mettevano regolarmente in viaggio verso Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Gli archeologi stanno usando oggetti di tutti i giorni e le rare comodità risalenti all'epoca per studiare la vita e gli insegnamenti di Gesù.
   Tra questi ritrovamenti preziosi ci sono le nove monete bizantine. «Queste monete ci danno la rara possibilità di indagare a fondo questo antico mondo cristiano», ha detto l'archeologa Annette Landes-Nagar, secondo cui le monete furono coniate tra il 604 e il 609 in quanto ritraggono il volto degli imperatori bizantini dell'epoca. Probabilmente le monete furono messe all'interno delle mura della casa intorno al 614, verso fine del periodo in cui gli eserciti bizantini invasero la Terra Santa, distruggendo chiese e comunità cristiane, poco prima dell'ascesa dell'islam. «Le monete sono stata rinvenute tra grandi pietre che erano crollate durante la costruzione. Pare che durante un periodo di grave pericolo il proprietario abbia sistemato le monete in una borsa di stoffa che ha poi nascosto all'interno di una nicchia nel muro», ha detto, «probabilmente sperava di tornare a prendersele, ma oggi sappiamo che non c'è riuscito».

(il Post, 24 marzo 2017)


La Mecca sul Tamigi

È il "Londonistan", il sogno di tutti i fondamentalisti islamici. Dalla Common Law ai media ossequiosi, i fanatici stanno sottomettendo le famose libertà del Regno Unito.

di Giulio Meotti

ROMA - "Londra è più islamica di tanti paesi musulmani messi assieme". Questa frase non l'ha pronunciata un estremista di destra, ma Maulana Syed Raza Rizvi, uno dei predicatori che oggi guidano il "Londonistan", come la capitale inglese è stata definita nel bestseller di Melanie Phillips. Il premio Nobel per la Letteratura Wole Soyinka è stato meno generoso, definendo Londra "una fogna per islamisti". "Cesspit", inequivocabile sta per cloaca. "I terroristi non sopportano il multiculturalismo londinese", ha detto oggi il sindaco Sadiq Khan. E' vero il contrario: la chiamata alla preghiera dei musulmani radicali sale sui tetti delle periferie industriali inglesi e il fondamentalismo islamico si nutre di multikulti. Esso nutre anche i tremila inglesi monitorati notte e giorno e considerati "potenziali terroristi". Non rientrava fra questi Khalid Masood, l'inglese del Kent autore dell'attentato al Parlamento e che era giudicato "meno pericoloso".
  Il Londonistan si nutre di welfare. Terri Nicholson, vicecomandante dell'unità antiterrorismo della polizia di Londra, ha detto al Telegraph che il denaro dei contribuenti viene abitualmente utilizzato dai jihadisti. Anjem Choudary, l'imam radicale che si fa mantenere dallo stato, ha esortato i seguaci a lasciare il lavoro e a chiedere la disoccupazione per pianificare la guerra agli "infedeli". I contribuenti pagano l'affitto a Hani al Sibai, il "mentore" di Mohammed Emwazi (Jihadi John). Abu Hamza, il predicatore egiziano, è costato 338 mila sterline in benefit; l'imam palestinese Abu Qatada 500 mila sterline e Omar Bakri, il siriano, ha ottenuto benefit per 300 mila sterline prima di essere esiliato in Libano. Il Londonistan, con le sue 423 moschee (dati da muslimbritain.org), è poi costruito sulle tristi rovine del cristianesimo inglese.
  Il quotidiano inglese Daily Mail ha pubblicato le fotografie appaiate di una chiesa e una moschea a pochi metri l'una dall'altra nel cuore di Londra. Una mostra la chiesa di San Giorgio a Cannon Street Road: dodici
La Grande Londra è al 12 per cento islamica, con Manchester (15), Birmingham (21) e Bradford (24). Chiese vuote e moschee piene
persone riunite per celebrare la messa, seppur progettata per ospitarne 1.230. I numeri sono simili nella chiesa di Santa Maria a Cable Street. Venti fedeli. La vicina moschea Brune Street Estate ha un problema diverso: il sovraffollamento. E' una piccola stanza in un centro sociale e può contenere solo cento fedeli musulmani. Ma il venerdì i numeri si gonfiano fino a tre, quattro volte e i fedeli devono riversarsi per strada a pregare. Le immagini suggeriscono che, stando alle tendenze attuali, il cristianesimo in Inghilterra sta diventando un relitto, mentre è l'islam la religione del futuro. La chiesa di San Pietro su Waterloo Road, a Birmingham, per citarne una, è diventata la moschea Madina.
  Mentre quasi la metà dei musulmani britannici ha meno di venticinque anni, un quarto dei cristiani ne ha più di sessantacinque. "In vent'anni, i musulmani praticanti saranno più dei cristiani praticanti", ha detto Keith Porteous Wood, direttore della National Secular Society. In quindici anni, cinquecento chiese di Londra di tutte le confessioni sono state trasformate in abitazioni private. Tra il 2012 e il 2014, la percentuale di britannici che si identificano come anglicani è scesa dal 21 al 17 per cento, una diminuzione di 1,7 milioni di persone. Nello stesso periodo, il numero dei musulmani è cresciuto di quasi un milione, secondo un sondaggio condotto dal rispettato NatCen Social Research Institute. Lo studio "Religious Trends" parla invece del fatto che i frequentatori di chiese anglicane, cattoliche o di altre denominazioni cristiane, stanno diminuendo a una tale velocità che entro una generazione il loro numero sarà "tre volte inferiore a quello dei musulmani che vanno regolarmente in moschea di venerdì".

 Metà delle moschee ai fondamentalisti
  Demograficamente, il Londonistan ha sempre più un volto islamico e ne fanno parte Birmingham, Bradford, Derby, Dewsbury, Leeds, Leicester, Liverpool, Luton, Manchester, Sheffield, Waltham Forest a nord di Londra e Tower Hamlets nella parte orientale della capitale. Nel 2015 una analisi del nome più comune in Inghilterra e Galles ha rivelato che al primo posto ci sono le variazioni di Maometto: Mohammed, Mohammad e Muhammad. In media, i musulmani rappresentano il cinque per cento della popolazione nazionale, ma nella regione della Grande Londra sono il 12,4 per cento, preceduta da Manchester (15,8), Birmingham (21,8) e Bradford (24,7). A Birmingham, dove oggi sono stati effettuati raid per smantellare la cellula terroristica che ha colpito Westminster, un bambino ha più probabilità di nascere in una famiglia islamica che cristiana. A Bradford, metà dei bambini è musulmana, come a Leicester.
  Secondo il database di British Islam, soltanto due delle 1.700 moschee che ci sono oggi in Inghilterra seguono l'interpretazione modernista dell'islam, rispetto al 56 per cento negli Stati Uniti. I wahabiti controllano il sei per cento delle moschee inglesi, mentre i fondamentalisti deobandi fino al 45 per cento. Un terzo dei musulmani del Regno Unito non si sente "parte della cultura britannica", secondo un sondaggio dello Knowledge Centre.
  La mappa del Londonistan è costellata di corti della sharia. Sono oltre cento solo quelle ufficiali. In Inghilterra l'avvento di questo sistema giudiziario parallelo "alieno" è stato reso possibile grazie a un codice del British Arbitration Act e dell'Alternative Dispute Resolution, che classifica le corti che fanno riferimento alla sharia come "tribunali arbitrali musulmani". Sono corti che si fondano sul rifiuto del principio di inviolabilità dei diritti umani, dei valori di libertà e di uguaglianza che sono alla base della democrazia inglese e della Common Law. Tribunali islamici sorgono a Londra, Birmingham, Bradford, Manchester e Nuneaton, nei cuori vivi della grande comunità islamica inglese. Il primo di questi tribunali venne istituito nel 1982 a Londra con il nome di "Consiglio della sharia islamica". Queste corti formalizzano
Dall'autocensura dei giornali su Charlie Hebdo ai teatri, passan- do per la Bbc: la cultura ingle- se è la più islamofila d'Europa
spesso il "talaq", il ripudio della moglie da parte del marito. Numerose personalità inglesi hanno aperto all'introduzione della sharia. "La cristianità non influenza più il sistema legale, quindi le corti devono servire una comunità multiculturale", ha detto uno dei più alti in grado fra i giudici britannici, Sir James Munby. Già Rowan Williams, ex arcivescovo di Canterbury, e il presidente della Corte suprema, Lord Phillips, avevano auspicato che il diritto inglese "inglobasse" elementi della sharia. La legge islamica avanza nelle università di Londra. Le linee guida delle università, "External speakers in higher education institutions", prevedono che "gruppi religiosi ortodossi" possano separare uomini e donne durante gli eventi. Così alla Queen Mary University di Londra le donne hanno dovuto usare un ingresso separato e sono state costrette a sedersi in uno spazio in fondo alla sala, senza poter porre domande o alzare la mano, come a Riad o Teheran. La Società islamica alla London School of Economics ha tenuto una serata di gala, in cui donne e uomini erano separati da un pannello di sette metri. I due gruppi non dovevano neppure vedersi. Un mare di denaro islamico arriva agli atenei londinesi. La London School of Economics, ad esempio, ha ricevuto nove milioni di sterline dagli Emirati Arabi, sei dal Kuwait e tre dalla Turchia. A Luton e altrove ci sono piscine che per "ragioni culturali" tengono corsi separati per donne e uomini. Li chiamano "Alhamdulillahswimming". La King Fahd Academy di Londra, con i suoi cinquecento allievi, è la più prestigiosa accademia islamica del Regno Unito. Ma è stata travolta da uno scandalo, quando si è scoperto che nella scuola si usano manuali in cui gli ebrei sono definiti "figli di maiali e scimmie".
  La fascinazione inglese per l'islamismo è penetrata anche nei grandi media. La Bbc, attraverso il responsabile del servizio arabo Tarik Kafala, ha stabilito che i terroristi non si devono più chiamare "terroristi". "Cerchiamo di evitare di dipingere chicchessia come un terrorista o un'azione come in sé terroristica", ha dichiarato Kafala. "Ciò che cerchiamo di fare è dire che 'due uomini hanno ucciso dodici persone nell'attacco alla redazione di una rivista satirica'. Questo basta, sappiamo ciò che significa e ciò che è". Il riferimento è alla strage di Charlie Hebdo.

 L'imam Choudary diventa Gandhi sulla Bbc
  Due giorni prima, la Bbc aveva mostrato i chioschi parigini che si preparavano a vendere la rivista, il personale di Charlie al lavoro, i sopravvissuti e la copertina della nuova edizione, il Maometto con una lacrima all'occhio. Solo una descrizione, però: la Bbc si è rifiutata di mostrare la vignetta. Accadde già nel 2005, dopo le bombe di Londra, quando si decise di chiamare i kamikaze "artefici dell'attacco" o "attentators". Mark Easton, direttore per gli interni della Bbc, ha paragonato l'islamista Choudary al Mahatma Gandhi e a Nelson Mandela. "La Bbc sembra ossessionata dall'idea di dare più visibilità televisiva possibile ai predicatori d'odio", ha detto il deputato tory Michael Ellis. Lo show Free Speech della Bbc, dedicato alla libertà di parola, ha eliminato una parte del programma in cui si affrontava il tema dell'omosessualità nel mondo islamico su pressioni e minacce della Birmingham Central Mosque. L'intervista al vignettista danese Kurt Westergaard è stata prima realizzata e poi cancellata, per paura di scatenare la reazione islamista.
  La Bbc ha deciso che si possono continuare a fare battute, anche irriverenti, sul Vaticano e gli ebrei, ma non sull'islam. Lo ha stabilito Mark Thompson, direttore del servizio pubblico. La motivazione? I musulmani "sono più suscettibili". Un musulmano, Aaqil Ahmed, è stato nominato nuovo responsabile della programmazione religiosa della Bbc, scatenando le proteste dell'allora arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams. Dopo la strage di Charlie Hebdo, non un solo grande media anglosassone ha ripubblicato le vignette su Maometto. Il peggiore fu il Financial Times con Tony Barber che diede di "stupidi" ai vignettisti francesi, mentre Sky News solerte interrompeva il collegamento pur di non mostrare il Maometto che piange, passando per tutti i quotidiani, dal sinistrorso Independent e al destrorso Telegraph, dove l'islam è stato giudicato "intoccabile".
  Neanche nei teatri di Londra è possibile più parlare di islam. Il regista Richard Bean è stato costretto a censurare un adattamento di Aristofane e della commedia "Lisistrata", dove le vergini islamiche scioperano per fermare gli attentatori suicidi. Il Royal Court Theatre di Londra ha chiesto che il registra stralciasse l'opera. E il "Tamerlano" di Cristopher Marlowe è stato censurato al Teatro Barbican sotto la regia di David Farr. I versi su Maometto che "non merita d'essere venerato" sono spariti, come la scena in cui il protagonista brucia il Corano. Dopo l'attacco a Charlie Hebdo, pure il capo dell'Mi6, Sir John Sawers, raccomandò l'autocensura, avvertendo i britannici di non offendere l'islam se volevano evitare che i terroristi islamici lanciassero attacchi nel paese: "Se si mostra mancanza di rispetto per i valori fondamentali degli altri, allora si sta per provocare una reazione arrabbiata. Noi in occidente dobbiamo essere moderati".
  Oppure si può fare direttamente come l'ambasciatore inglese in Arabia Saudita, Simon Collis. Si è convertito all'islam e ha appena compiuto l'haji, il pellegrinaggio alla Mecca. Ora si fa chiamare Haji Collis. Il prossimo passo quale sarà, invitare l'imam Anjem Choudary a tenere una prolusione sull'amicizia fra i popoli alla Camera dei Lords?

(Il Foglio, 24 marzo 2017)


Calcio - Spagna Israele

Info streaming video e diretta tv

di Mauro Mantegazza

 
Lo stadio El Molinon di Gijon
Spagna Israele, diretta dall'arbitro inglese Oliver, si gioca allo stadio El Molinon di Gijon alle ore 20.45 per il girone G delle qualificazioni mondiali, quello che comprende pure l'Italia. La partita è molto importante: infatti la Spagna è al comando della classifica con 10 punti alla pari degli azzurri, ma al terzo posto a quota 9 c'è proprio Israele, che dunque è staccato di una sola lunghezza dalle due squadre di riferimento del gruppo. La Spagna è comunque la logica favorita e con una vittoria allontanerebbe il rischio di inserimenti a sorpresa, mentre se Israele dovesse tornare da Gijon con un risultato utile ecco che le gerarchie potrebbero cambiare in modo imprevedibile - e gradito all'Italia.
Da segnalare purtroppo anche una polemica politica: il 13 gennaio il Comune di Gijon ha invitato al boicottaggio di prodotti e servizi israeliani, che la giunta della città accusa di "apartheid" contro i palestinesi. Una campagna che altrove in Spagna non ha avuto successo, ma la Federcalcio ha deciso di giocare contro Israele proprio a Gijon, dove nei giorni scorsi attorno allo stadio sono apparse scritte contro Israele. Il c.t. Lopetegui ieri ha cercato di rasserenare gli animi ricordando l'ottima esperienza da allenatore dell'Under 21 agli Europei del 2013 organizzati proprio in Israele e vinti dalla Spagna in finale contro l'Italia: basterà per portare la calma?
Tornando alle questioni di campo, diamo uno sguardo alle probabili formazioni. La Spagna dovrebbe schierarsi con il modulo 4-2-3-1 che prevede De Gea in porta, Piquè-Sergio Ramos coppia difensiva centrale, Carvajal terzino destro e Jordi Alba a sinistra. Proseguendo, ecco poi in mediana la coppia formata da Busquets e Koke che David Silva, Iniesta in posizione centrale e Vitolo, tutti alle spalle di Diego Costa che sarà il centravanti. Per Israele ecco il modulo 4-3-3 con Marciano in porta, linea difensiva composta da Casa, Tzedek, Tibi e Gershon, a centrocampo Micha, Natkho e Cohen, mentre il tridente d'attacco sarà composto da Ben Chaim, la stella Zahavi in posizione di attaccante centrale e Refaelov.
Spagna-Israele sarà trasmessa in diretta tv su Sky Calcio 1, canale numero 251 della piattaforma satellitare Sky; di conseguenza sarà visibile anche in diretta streaming video tramite l'applicazione Sky Go per gli abbonati.

(ilsussidiario.net, 24 marzo 2017)


Il Walled Off Hotel conferma che la "Palestina" è una patacca

Continua la buffa vicenda dell'albergo voluto e finanziato da Bansky a Betlemme, fra l'entusiasmo iniziale e la cautela successiva dei filopalestinesi. Su Facebook e qui su Blogspot abbiamo immediatamente segnalato come il costoso albergo dell'eccentrico artista, costituiva un clamoroso autogol per la "causa". Non a caso nei forum antiisraeliani si leggono parole di fuoco all'indirizzo della struttura ricettiva; l'ennesima, peraltro, nei territori palestinesi. Il recente resoconto fotografico di Daily Beast aggiunge ulteriore benzina sul fuoco, rivelando testimonianze visive che abbiamo già avuto modo di apprezzare negli anni passati; è solo che non era mai capitato di scorgere, nel museo di una istituzione sulla carta filopalestinese, una chiara prova della presenza millenaria del popolo ebraico in quella che oggi i benpensanti chiamano "Palestina"....

(Il Borghesino, 24 marzo 2017)


Mentre ti diverte, ti cura. È la realtà virtuale

di Fabiana Magrì

EyeControl. La società sta testando un sofisticato sistema di comunicazione basato sui movimenti oculari: è progettato per chi soffre di gravi limitazioni dei movimenti
Dal trattamento dell'attenzione alla lotta contro la Sla: idee che diventano start-up, soluzioni creative e sempre meno invasive per accelerare le diagnosi e migliorare la qualità della vita dei pazienti. È l'obiettivo di università, aziende e start-up israeliane, in prima linea nell'innovazione nei settori della medicina e della salute.
  Al centro una serie di rivoluzioni che si sono svelate a Tel Aviv, con i due appuntamenti di «BrainTech» e «MedInIsrael», punti di attrazione di una realtà in forte espansione: sono oltre 1300 le aziende attive nelle scienze della vita e sono più di 500 gli esportatori di dispositivi medici, con un volume d'affari di 8.5 miliardi di dollari.
  Presa in prestito dalla «gaming industry», la realtà virtuale fa leva sulla capacità di «entertainment» per coinvolgere pazienti di tutte le età. E si presta a soluzioni creative. Per esempio permette di diagnosticare - primo strumento al mondo con questa tecnologia - i deficit di attenzione e l'iperattività, patologie in continuo aumento, sia tra i bambini sia tra gli adulti. L'ideatore è EyeMind, che ha vinto la competizione per start-up di «BrainTech»: i suoi occhiali propongono una serie di ambienti virtuali, che si trasformano a seconda dell'età.
  Durante ogni proiezione, grazie al tracciamento oculare, si registrano le informazioni relative ai movimenti dello sguardo, mentre un algoritmo elabora le informazioni, fornendo allo specialista un rapporto dettagliato: così si formula una diagnosi precisa della sindrome da Adhd e, in futuro, dell'autismo.
  Immergendo il paziente in un ambiente virtuale che riproduce i movimenti necessari per una riabilitazione motoria, invece, VRPhysio trasforma i noiosi esercizi di fisioterapia in un piacevole passatempo, da svolgere in ambulatorio o a casa. In questo caso gli occhialoni per la realtà virtuale sono collegati a una piattaforma controllata dal fisioterapista che, in tempo reale, conferma o modifica l'esperienza di gioco a seconda delle esigenze terapeutiche e dei progressi del paziente.
  Chi, poi, ha bisogno di una diagnosi dei propri disturbi del sonno, come l'apnea ostruttiva (anche questa patologia è in crescita), potrà dire addio alla fastidiosa necessità di riposare con una serie di sensori che collegano il suo corpo alla macchina che ne registra i dati. All'Università Ben Gurion e al centro Soroka di Be'er Sheva si sta sviluppando un sistema che, attraverso una app per smartphone, analizza i dati necessari alla diagnosi in soggetti svegli e senza sensori. La tecnologia si basa sulla registrazione dei suoni emessi dal paziente durante il giorno, utilizzando microfoni ambientali o quello del telefonino: i ricercatori hanno scoperto che, anche in chi è sveglio, la respirazione fornisce dati preziosi sui parametri del sonno: un test su 350 soggetti ha dato riscontri positivi sull'attendibilità delle diagnosi.
  Nel campo del «wearable technology», le tecnologie indossabili, EyeControl sta creando un sofisticato sistema di comunicazione basato sui movimenti oculari, progettato per chi soffre di gravi limitazioni della mobilità dovute a malattie o lesioni. L'idea nasce dall'esperienza del fondatore, Shay Rishoni, ex colonnello dell'esercito, pilota, atleta e vittima della Sla: ha quindi deciso di trasformare la lotta con la malattia in un'opportunità per accelerare la ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica. Il dispositivo di EyeControl consiste in una micro-telecamera a infrarossi, inserita in un paio di «smart glass» e puntata verso lo sguardo del paziente.
  La persona compone quindi parole e frasi, osservando le lettere di una tastiera virtuale sulle lenti. Un microcomputer riceve le informazioni e le processa in suoni, trasmessi agli auricolari: se le parole vengono confermate, sono trasferite al microfono che le pronuncia. Portabilità e accessibilità economica - spiegano i progettisti di EyeControl - consentono un utilizzo diffuso. Ovunque.

(La Stampa, 24 marzo 2017)


Notizie archiviate



Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse liberamente, citando la fonte.