In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «Non temere, o Sion, le tue mani non s'infiacchiscano! L'Eterno, il tuo Dio, è in mezzo a te come un Potente che salva; egli si rallegrerà con gran gioia per te, si acqueterà nell'amor suo, esulterà per te con gridi di gioia».
Sofonia 3:16-17

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Predicazioni
Dio con noi
    MATTEO 1
  1. Or la nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe; e prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo.
  2. E Giuseppe, suo marito, essendo uomo giusto e non volendo esporla ad infamia, si propose di lasciarla occultamente.
  3. Ma mentre aveva queste cose nell'animo, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prender con te Maria tua moglie; perché ciò che in lei è generato, è dallo Spirito Santo.
  4. Ed ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati.
  5. Or tutto ciò avvenne, affinché si adempiesse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
  6. Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele, che, interpretato, vuol dire: «Iddio con noi».
    SALMO 145

  1. Io ti esalterò, o mio Dio, mio Re, e benedirò il tuo nome in eterno.
  2. Ogni giorno ti benedirò e loderò il tuo nome per sempre.
  3. L'Eterno è grande e degno di somma lode, e la sua grandezza non si può investigare.
  4. Un'età dirà all'altra le lodi delle tue opere e farà conoscere le tue gesta.
  5. Io mediterò sul glorioso splendore della tua maestà
    GENESI 2
  1. L’Eterno Iddio formò l'uomo dalla polvere della terra,
  2. gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente
    ISAIA 53
  1. Egli è cresciuto davanti a lui come un germoglio, come una radice che esce da un arido suolo.
    GIOVANNI 20
  1. Allora Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi”.
  2. Detto questo, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”.
    PROVERBI 8
  1. Quando egli disponeva i cieli io ero là; quando tracciava un cerchio sulla superficie dell'abisso,
  2. quando condensava le nuvole in alto, quando rafforzava le fonti dell'abisso,
  3. quando assegnava al mare il suo limite perché le acque non oltrepassassero il suo cenno, quando poneva i fondamenti della terra,
  4. io ero presso di lui come un artefice, ero sempre esuberante di gioia, mi rallegravo in ogni tempo nel suo cospetto;
  5. mi rallegravo nella parte abitabile della sua terra, e trovavo la mia gioia tra i figli degli uomini.
    GENESI 2
  1. E udirono la voce dell'Eterno Iddio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l'uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell'Eterno Iddio fra gli alberi del giardino.
    GIOVANNI 3
  1. Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito figlio affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.
    1 CORINZI 15
  1. Così anche sta scritto: «Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente»; l'ultimo Adamo è spirito vivificante”.
    GENESI 3
  1. E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la sua progenie; questa ti schiaccerà il capo, e tu le ferirai il calcagno”.
    ISAIA 7
  1. Perciò il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.
    GIOVANNI 12
  1. “Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo, ma, se muore, produce molto frutto" .
    ESODO 3
  1. E l'Eterno disse: “Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; 
  2. e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani.
    ESODO 29
  1. Sarà un olocausto perenne offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io vi incontrerò per parlare con te.
  2. E là io mi troverò con i figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E dimorerò in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per dimorare tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro
    GIOVANNI 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.

Marcello Cicchese
febbraio 2024

Una grande gioia

ATTI 2

  1. Quelli dunque i quali accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.
  2. Ed erano perseveranti nell'attendere all'insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere.
  3. E ogni anima era presa da timore; e molti prodigi e segni eran fatti dagli apostoli.
  4. E tutti quelli che credevano erano insieme, ed avevano ogni cosa in comune;
  5. e vendevano le possessioni ed i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
  6. E tutti i giorni, essendo di pari consentimento assidui al tempio, e rompendo il pane nelle case, prendevano il loro cibo assieme con gioia e semplicità di cuore,
  7. lodando Iddio, e avendo il favore di tutto il popolo. E il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che erano sulla via della salvezza.

ATTI 4

  1. E la moltitudine di coloro che avevano creduto, era d'un sol cuore e d'un'anima sola; né v'era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva, ma tutto era comune tra loro.
  2. E gli apostoli con gran potenza rendevano testimonianza della risurrezione del Signor Gesù; e gran grazia era sopra tutti loro.
  3. Poiché non v'era alcun bisognoso fra loro; perché tutti coloro che possedevano poderi o case li vendevano, portavano il prezzo delle cose vendute,
  4. e lo mettevano ai piedi degli apostoli; poi, era distribuito a ciascuno, secondo il bisogno.

LUCA 2

  1. Or in quella medesima contrada vi erano dei pastori che stavano nei campi e facevano di notte la guardia al loro gregge.
  2. E un angelo del Signore si presentò ad essi e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e temettero di gran timore.
  3. E l'angelo disse loro: Non temete, perché ecco, vi reco il buon annuncio di una grande gioia che tutto il popolo avrà:
  4. Oggi, nella città di Davide, v'è nato un salvatore, che è Cristo, il Signore.

MATTEO 2

  1. Or essendo Gesù nato in Betlemme di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betlemme di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima gioia.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.

ATTI 8

  1. Coloro dunque che erano stati dispersi se ne andarono di luogo in luogo, annunziando la Parola. E Filippo, disceso nella città di Samaria, vi predicò il Cristo.
  2. E le folle di pari consentimento prestavano attenzione alle cose dette da Filippo, udendo e vedendo i miracoli che egli faceva.
  3. Poiché gli spiriti immondi uscivano da molti che li avevano, gridando con gran voce; e molti paralitici e molti zoppi erano guariti.
  4. E vi fu grande gioia in quella città.

ATTI 13

  1. Ma Paolo e Barnaba dissero loro francamente: Era necessario che a voi per i primi si annunziasse la parola di Dio; ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco, noi ci volgiamo ai Gentili.
  2. Perché così ci ha ordinato il Signore, dicendo: Io ti ho posto per esser luce dei Gentili, affinché tu sia strumento di salvezza fino alle estremità della terra.
  3. E i Gentili, udendo queste cose, si rallegravano e glorificavano la parola di Dio; e tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero.
  4. E la parola del Signore si spandeva per tutto il paese.
  5. Ma i Giudei istigarono le donne pie e ragguardevoli e i principali uomini della città, e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba, e li scacciarono dai loro confini.
  6. Ma essi, scossa la polvere dei loro piedi contro loro, se ne vennero ad Iconio.
  7. E i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

ROMANI 15

  1. Or l'Iddio della pazienza e della consolazione vi dia d'avere fra voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù,
  2. affinché di un solo animo e di una stessa bocca glorifichiate Iddio, il Padre del nostro Signor Gesù Cristo.
  3. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, siccome anche Cristo ha accolto noi per la gloria di Dio;
  4. poiché io dico che Cristo è stato fatto ministro dei circoncisi, a dimostrazione della veracità di Dio, per confermare le promesse fatte ai padri;
  5. mentre i Gentili hanno da glorificare Dio per la sua misericordia, secondo che è scritto: Per questo ti celebrerò fra i Gentili e salmeggerò al tuo nome.
  6. Ed è detto ancora: Rallegratevi, o Gentili, col suo popolo.
  7. E altrove: Gentili, lodate tutti il Signore, e tutti i popoli lo celebrino.
  8. E di nuovo Isaia dice: Vi sarà la radice di Iesse, e Colui che sorgerà a governare i Gentili; in lui spereranno i Gentili.
  9. Or l'Iddio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nel vostro credere, onde abbondiate nella speranza, mediante la potenza dello Spirito Santo.


    Marcello Cicchese
    maggio 2016

L'interesse di Cristo
FILIPPESI, cap. 1

  1. Soltanto, comportatevi in modo degno del vangelo di Cristo, affinché, sia che io venga a vedervi sia che io resti lontano, senta dire di voi che state fermi in uno stesso spirito, combattendo insieme con un medesimo animo per la fede del vangelo, 
  2. per nulla spaventati dagli avversari. Questo per loro è una prova evidente di perdizione; ma per voi di salvezza; e ciò da parte di Dio. 
  3. Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, 
  4. sostenendo voi pure la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e nella quale ora sentite dire che io mi trovo.

FILIPPESI, cap. 2

  1. Se dunque v'è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d'amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, 
  2. rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento
  3. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, 
  4. cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 
  5. Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 
  6. il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, 
  7. ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 
  8. trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. 
  9. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 
  10. affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 
  11. e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
  12. Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quando ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; 
  13. infatti è Dio che produce in voi il volere e l'agire, secondo il suo disegno benevolo. 
  14. Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute
  15. perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, 
  16. tenendo alta la parola di vita, in modo che nel giorno di Cristo io possa vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato. 
  17. Ma se anche vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede, ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi; 
  18. e nello stesso modo gioitene anche voi e rallegratevene con me.


Marcello Cicchese
novembre 2006

Salmo 92
Salmo 92
    Canto per il giorno del sabato.
  1. Buona cosa è celebrare l'Eterno,
    e salmeggiare al tuo nome, o Altissimo;
  2. proclamare la mattina la tua benignità,
    e la tua fedeltà ogni notte,
  3. sul decacordo e sul saltèro,
    con l'accordo solenne dell'arpa!
  4. Poiché, o Eterno, tu m'hai rallegrato col tuo operare;
    io celebro con giubilo le opere delle tue mani.
  5. Come son grandi le tue opere, o Eterno!
    I tuoi pensieri sono immensamente profondi.

  6. L'uomo insensato non conosce
    e il pazzo non intende questo:
  7. che gli empi germoglian come l'erba
    e gli operatori d'iniquità fioriscono, per esser distrutti in perpetuo.
  8. Ma tu, o Eterno, siedi per sempre in alto.
  9. Poiché, ecco, i tuoi nemici, o Eterno,
    ecco, i tuoi nemici periranno,
    tutti gli operatori d'iniquità saranno dispersi.

  10. Ma tu mi dai la forza del bufalo;
    io son unto d'olio fresco.
  11. L'occhio mio si compiace nel veder la sorte di quelli che m'insidiano,
    le mie orecchie nell'udire quel che avviene ai malvagi
    che si levano contro di me.
  12. Il giusto fiorirà come la palma,
    crescerà come il cedro sul Libano.
  13. Quelli che son piantati nella casa dell'Eterno
    fioriranno nei cortili del nostro Dio.
  14. Porteranno ancora del frutto nella vecchiaia;
    saranno pieni di vigore e verdeggianti,
  15. per annunziare che l'Eterno è giusto;
    egli è la mia ròcca, e non v'è ingiustizia in lui.

Marcello Cicchese
gennaio 2017

Saggezza che viene da Dio
PROVERBI 2
  1. Figlio mio, se ricevi le mie parole e serbi con cura i miei comandamenti,
  2. prestando orecchio alla saggezza e inclinando il cuore all'intelligenza;
  3. sì, se chiami il discernimento e rivolgi la tua voce all'intelligenza,
  4. se la cerchi come l'argento e ti dai a scavarla come un tesoro,
  5. allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio.
  6. Il Signore infatti dà la saggezza; dalla sua bocca provengono la scienza e l'intelligenza.
  7. Egli tiene in serbo per gli uomini retti un aiuto potente, uno scudo per quelli che camminano nell'integrità,
  8. allo scopo di proteggere i sentieri della giustizia e di custodire la via dei suoi fedeli.
  9. Allora comprenderai la giustizia, l'equità, la rettitudine, tutte le vie del bene.
  10. Perché la saggezza ti entrerà nel cuore, la scienza sarà la delizia dell'anima tua,
  11. la riflessione veglierà su di te, l'intelligenza ti proteggerà;
  12. essa ti scamperà così dalla via malvagia, dalla gente che parla di cose perverse,
  13. da quelli che lasciano i sentieri della rettitudine per camminare nelle vie delle tenebre,
  14. che godono a fare il male e si compiacciono delle perversità del malvagio,
  15. i cui sentieri sono contorti e percorrono vie tortuose.
  16. Ti salverà dalla donna adultera, dalla infedele che usa parole seducenti,
  17. che ha abbandonato il compagno della sua gioventù e ha dimenticato il patto del suo Dio.
  18. Infatti la sua casa pende verso la morte, e i suoi sentieri conducono ai defunti.
  19. Nessuno di quelli che vanno da lei ne ritorna, nessuno riprende i sentieri della vita.
  20. Così camminerai per la via dei buoni e rimarrai nei sentieri dei giusti.
  21. Gli uomini retti infatti abiteranno la terra, quelli che sono integri vi rimarranno;
  22. ma gli empi saranno sterminati dalla terra, gli sleali ne saranno estirpati.

Marcello Cicchese
aprile 2009

Sovranità e grazia di Dio
ROMANI 8
  1. Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.
GENESI 6
  1. Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo.
  2. Il Signore si pentì d'aver fatto l'uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo.
  3. E il Signore disse: «Io sterminerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato: dall'uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perché mi pento di averli fatti».
  4. Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.
GENESI 12
  1. Il Signore disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò;
  2. io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione.
  3. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
ESODO 3
  1. Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni.
  2. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei.
  3. E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire.
  4. Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele».
ESODO 6
  1. Il Signore disse a Mosè: «Ora vedrai quello che farò al faraone; perché, forzato da una mano potente, li lascerà andare: anzi, forzato da una mano potente, li scaccerà dal suo paese».
  2. Dio parlò a Mosè e gli disse: «Io sono il Signore.
  3. Io apparvi ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe, come il Dio onnipotente; ma non fui conosciuto da loro con il mio nome di Signore.
  4. Stabilii pure il mio patto con loro, per dar loro il paese di Canaan, il paese nel quale soggiornavano come forestieri.
  5. Ho anche udito i gemiti dei figli d'Israele che gli Egiziani tengono in schiavitù e mi sono ricordato del mio patto.
  6. Perciò, di' ai figli d'Israele: "Io sono il Signore; quindi vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi salverò con braccio steso e con grandi atti di giudizio.
DEUTERONOMIO 8
  1. Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi do, affinché viviate, moltiplichiate ed entriate in possesso del paese che il Signore giurò di dare ai vostri padri.
  2. Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant'anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti.
  3. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore.
  1. Nel deserto ti ha nutrito di manna che i tuoi padri non avevano mai conosciuta, per umiliarti e per provarti, per farti, alla fine, del bene.

Marcello Cicchese
gennaio 2008

Preghiera sacerdotale 1

    GIOVANNI 17

  1. Queste cose disse Gesù; poi levati gli occhi al cielo, disse: Padre, l'ora è venuta; glorifica il tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, 
  2. poiché gli hai data potestà sopra ogni carne, affinché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dato. 
  3. E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 
  4. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data a fare. 
  5. Ed ora, o Padre, glorificami tu presso te stesso della gloria che avevo presso di te avanti che il mondo fosse. 
  6. Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi, e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. 
  7. Ora hanno conosciuto che tutte le cose che tu mi hai date, vengono da te; 
  8. poiché le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute, e hanno veramente conosciuto ch'io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato. 
  9. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dato, perché sono tuoi; 
  10. e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; ed io sono glorificato in loro. 
  11. Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, essi che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi. 
  12. Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta. 
  13. Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in se stessi la mia allegrezza. 
  14. Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  15. Io non ti prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. 
  16. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  17. Santificali nella verità: la tua parola è verità.
  18. Come tu hai mandato me nel mondo, anch'io ho mandato loro nel mondo. 
  19. E per loro io santifico me stesso, affinché anch'essi siano santificati in verità.
  20. Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: 
  21. che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.
  22. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; 
  23. io in loro, e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me.
  24. Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché veggano la mia gloria che tu mi hai data; poiché tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo.
  25. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; 
  26. ed io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l'amore del quale tu mi hai amato sia in loro, ed io in loro.

    ATTI 10

  1. Voi sapete quello che è avvenuto per tutta la Giudea cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni: 
  2. vale a dire, la storia di Gesù di Nazaret; come Dio l'ha unto di Spirito Santo e di potenza; e come egli è andato attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo, perché Dio era con lui. 
  3. E noi siamo testimoni di tutte le cose ch'egli ha fatte nel paese dei Giudei e in Gerusalemme; ed essi l'hanno ucciso, appendendolo ad un legno. 
  4. Esso ha Dio risuscitato il terzo giorno, e ha fatto sì ch'egli si manifestasse 
  5. non a tutto il popolo, ma ai testimoni che erano prima stati scelti da Dio; cioè a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.


Marcello Cicchese
agosto 2017

Preghiera sacerdotale 2

    GIOVANNI 17

  1. Queste cose disse Gesù; poi levati gli occhi al cielo, disse: Padre, l'ora è venuta; glorifica il tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, 
  2. poiché gli hai data potestà sopra ogni carne, affinché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dato. 
  3. E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 
  4. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data a fare. 
  5. Ed ora, o Padre, glorificami tu presso te stesso della gloria che avevo presso di te avanti che il mondo fosse. 
  6. Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi, e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. 
  7. Ora hanno conosciuto che tutte le cose che tu mi hai date, vengono da te; 
  8. poiché le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute, e hanno veramente conosciuto ch'io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato. 
  9. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dato, perché sono tuoi; 
  10. e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; ed io sono glorificato in loro. 
  11. Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, essi che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi. 
  12. Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta. 
  13. Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in se stessi la mia allegrezza. 
  14. Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  15. Io non ti prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. 
  16. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
  17. Santificali nella verità: la tua parola è verità.
  18. Come tu hai mandato me nel mondo, anch'io ho mandato loro nel mondo. 
  19. E per loro io santifico me stesso, affinché anch'essi siano santificati in verità.
  20. Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: 
  21. che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.
  22. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; 
  23. io in loro, e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me.
  24. Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché veggano la mia gloria che tu mi hai data; poiché tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo.
  25. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; 
  26. ed io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l'amore del quale tu mi hai amato sia in loro, ed io in loro.


Marcello Cicchese
ottobre 2017

Un sabato sacro
ESODO 31
  1. L'Eterno parlò ancora a Mosè, dicendo:
  2. 'Quanto a te, parla ai figli d'Israele e di' loro: Badate bene d'osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno fra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché conosciate che io sono l'Eterno che vi santifica.
  3. Osserverete dunque il sabato, perché è per voi un giorno santo; chi lo profanerà dovrà essere messo a morte; chiunque farà in esso qualche lavoro sarà sterminato di fra il suo popolo.
  4. Si lavorerà sei giorni; ma il settimo giorno è un sabato di solenne riposo, sacro all'Eterno; chiunque farà qualche lavoro nel giorno del sabato dovrà esser messo a morte.
  5. I figli d'Israele quindi osserveranno il sabato, celebrandolo di generazione in generazione come un patto perpetuo.
  6. Esso è un segno perpetuo fra me e i figli d'Israele; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli e la terra, e il settimo giorno cessò di lavorare, e si riposò'.
  7. Quando l'Eterno ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli dette le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte col dito di Dio.

Marcello Cicchese
maggio 2017

Benedizione a domicilio?
GENESI 12
  1. Il Signore disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò;
  2. io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione.
  3. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
  4. Abramo partì, come il Signore gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran.
  5. Abramo prese Sarai sua moglie e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che possedevano e le persone che avevano acquistate in Caran, e partirono verso il paese di Canaan.
  6. Giunsero così nella terra di Canaan, e Abramo attraversò il paese fino alla località di Sichem, fino alla quercia di More. In quel tempo i Cananei erano nel paese.
  7. Il Signore apparve ad Abramo e disse: «Io darò questo paese alla tua discendenza». Lì Abramo costruì un altare al Signore che gli era apparso.
  8. Di là si spostò verso la montagna a oriente di Betel, e piantò le sue tende, avendo Betel a occidente e Ai ad oriente; lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore.

MARCO 10
  1. Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»
  2. Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio.
  3. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"».
  4. Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù».
  5. Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
  6. Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.
  7. Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!»
  8. I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!
  9. È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».
  10. Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?»
  11. Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».
  12. Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito».
  13. Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo,
  14. il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.
  15. Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

PROVERBI 10
  1. Quel che fa ricchi è la benedizione dell'Eterno e il tormento che uno si dà non le aggiunge nulla.

Marcello Cicchese
giugno 2006


Salmo 56
Salmo 56
  1. Abbi pietà di me, o Dio, poiché gli uomini anelano a divorarmi; mi tormentano con una guerra di tutti i giorni;
  2. i miei nemici anelano del continuo a divorarmi, poiché sono molti quelli che m'assalgono con superbia.
  3. Nel giorno in cui temerò, io confiderò in te.
  4. Con l'aiuto di Dio celebrerò la sua parola; in Dio confido, e non temerò; che mi può fare il mortale?
  5. Torcono del continuo le mie parole; tutti i lor pensieri son vòlti a farmi del male.
  6. Si radunano, stanno in agguato, spiano i miei passi, come gente che vuole la mia vita.
  7. Rendi loro secondo la loro iniquità! O Dio, abbatti i popoli nella tua ira!
  8. Tu conti i passi della mia vita errante; raccogli le mie lacrime negli otri tuoi; non sono esse nel tuo registro?
  9. Nel giorno che io griderò, i miei nemici indietreggeranno. Questo io so: che Dio è per me.
  10. Con l'aiuto di Dio celebrerò la sua parola; con l'aiuto dell'Eterno celebrerò la sua parola.
  11. In Dio confido e non temerò; che mi può fare l'uomo?
  12. Tengo presenti i voti che t'ho fatti, o Dio; io t'offrirò sacrifizi di lode;
  13. poiché tu hai riscosso l'anima mia dalla morte, hai guardato i miei piedi da caduta, affinché io cammini, al cospetto di Dio, nella luce de' viventi.

Marcello Cicchese
agosto 2016

Una lampada al piede
Salmo 119
  1. La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero.
  2. Ho giurato, e lo manterrò, di osservare i tuoi giusti giudizi.
  3. Io sono molto afflitto; Signore, rinnova la mia vita secondo la tua parola.
  4. Signore, gradisci le offerte volontarie delle mie labbra e insegnami i tuoi giudizi.
  5. La mia vita è sempre in pericolo, ma io non dimentico la tua legge.
  6. Gli empi mi hanno teso dei lacci, ma io non mi sono allontanato dai tuoi precetti.
  7. Le tue testimonianze sono la mia eredità per sempre, esse sono la gioia del mio cuore.
  8. Ho messo il mio impegno a praticare i tuoi statuti, sempre, sino alla fine.

Marcello Cicchese
gennaio 2008

Il peggiore dei profeti
MATTEO

Capitolo 12
  1. Allora alcuni degli scribi e dei Farisei presero a dirgli: Maestro, noi vorremmo vederti operare un segno.
  2. Ma egli rispose loro: Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona.
  3. Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così starà il Figliuol dell'uomo nel cuor della terra tre giorni e tre notti.
  4. I Niniviti risorgeranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno, perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco qui vi è più che Giona!

GIONA

Capitolo 1
  1. La parola dell'Eterno fu rivolta a Giona, figliuolo di Amittai, in questi termini:
  2. 'Lèvati, va' a Ninive, la gran città, e predica contro di lei; perché la loro malvagità è salita nel mio cospetto'.
  3. Ma Giona si levò per fuggirsene a Tarsis, lungi dal cospetto dell'Eterno; e scese a Giaffa, dove trovò una nave che andava a Tarsis; e, pagato il prezzo del suo passaggio, s'imbarcò per andare con quei della nave a Tarsis, lungi dal cospetto dell'Eterno.
  4. Ma l'Eterno scatenò un gran vento sul mare, e vi fu sul mare una forte tempesta, sì che la nave minacciava di sfasciarsi.
  5. I marinai ebbero paura, e ognuno gridò al suo dio e gettarono a mare le mercanzie ch'erano a bordo, per alleggerire la nave; ma Giona era sceso nel fondo della nave, s'era coricato, e dormiva profondamente.
  6. Il capitano gli si avvicinò, e gli disse: 'Che fai tu qui a dormire? Lèvati, invoca il tuo dio! Forse Dio si darà pensiero di noi, e non periremo'.
  7. Poi dissero l'uno all'altro: 'Venite, tiriamo a sorte, per sapere a cagione di chi ci capita questa disgrazia'. Tirarono a sorte, e la sorte cadde su Giona.
  8. Allora essi gli dissero: 'Dicci dunque a cagione di chi ci capita questa disgrazia! Qual è la tua occupazione? donde vieni? qual è il tuo paese? e a che popolo appartieni?'
  9. Egli rispose loro: 'Sono Ebreo, e temo l'Eterno, l'Iddio del cielo, che ha fatto il mare e la terra ferma'.
  10. Allora quegli uomini furon presi da grande spavento, e gli dissero: 'Perché hai fatto questo?' Poiché quegli uomini sapevano ch'egli fuggiva lungi dal cospetto dell'Eterno, giacché egli avea dichiarato loro la cosa.
  11. E quelli gli dissero: 'Che ti dobbiam fare perché il mare si calmi per noi?' Poiché il mare si faceva sempre più tempestoso.
  12. Egli rispose loro: 'Pigliatemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa forte tempesta vi piomba addosso per cagion mia'.
  13. Nondimeno quegli uomini davan forte nei remi per ripigliar terra; ma non potevano, perché il mare si faceva sempre più tempestoso e minaccioso.
  14. Allora gridarono all'Eterno, e dissero: 'Deh, o Eterno, non lasciar che periamo per risparmiar la vita di quest'uomo, e non ci mettere addosso del sangue innocente; perché tu, o Eterno, hai fatto quel che ti è piaciuto'.
  15. Poi presero Giona e lo gettarono in mare; e la furia del mare si calmò.
  16. E quegli uomini furon presi da un gran timore dell'Eterno; offrirono un sacrifizio all'Eterno, e fecero dei voti.

Capitolo 4
  1. Ma Giona ne provò un gran dispiacere, e ne fu irritato; e pregò l'Eterno, dicendo:
  2. 'O Eterno, non è egli questo ch'io dicevo, mentr'ero ancora nel mio paese? Perciò m'affrettai a fuggirmene a Tarsis; perché sapevo che sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira, di gran benignità, e che ti penti del male minacciato.
  3. Or dunque, o Eterno, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me val meglio morire che vivere'.
  4. E l'Eterno gli disse: 'Fai tu bene a irritarti così?'
  5. Poi Giona uscì dalla città, e si mise a sedere a oriente della città; si fece quivi una capanna, e vi sedette sotto, all'ombra, stando a vedere quello che succederebbe alla città.
  6. E Dio, l'Eterno, per guarirlo della sua irritazione, fece crescere un ricino, che montò su di sopra a Giona per fargli ombra al capo; e Giona provò una grandissima gioia a motivo di quel ricino.
  7. Ma l'indomani, allo spuntar dell'alba, Iddio fece venire un verme, il quale attaccò il ricino, ed esso si seccò.
  8. E come il sole fu levato, Iddio fece soffiare un vento soffocante d'oriente, e il sole picchiò sul capo di Giona, sì ch'egli venne meno, e chiese di morire, dicendo: 'Meglio è per me morire che vivere'.
  9. E Dio disse a Giona: 'Fai tu bene a irritarti così a motivo del ricino?' Egli rispose: 'Sì, faccio bene a irritarmi fino alla morte'.
  10. E l'Eterno disse: 'Tu hai pietà del ricino per il quale non hai faticato, e che non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito:
  11. e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?'

Marcello Cicchese
febbraio 2015

Salmo 27
Salmo 27
  1. Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò?
    Il Signore è il baluardo della mia vita; di chi avrò paura?
  2. Quando i malvagi, che mi sono avversari e nemici, mi hanno assalito per divorarmi, essi stessi hanno vacillato e sono caduti.
  3. Se un esercito si accampasse contro di me, il mio cuore non avrebbe paura; se infuriasse la battaglia contro di me, anche allora sarei fiducioso.
  4. Una cosa ho chiesto al Signore, e quella ricerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore, e meditare nel suo tempio.
  5. Poich'egli mi nasconderà nella sua tenda in giorno di sventura, mi custodirà nel luogo più segreto della sua dimora, mi porterà in alto sopra una roccia.
  6. E ora la mia testa s'innalza sui miei nemici che mi circondano. Offrirò nella sua dimora sacrifici con gioia; canterò e salmeggerò al Signore.

  7. O Signore, ascolta la mia voce quando t'invoco; abbi pietà di me, e rispondimi.
  8. Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate il mio volto!»
    Io cerco il tuo volto, o Signore.
  9. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo;tu sei stato il mio aiuto; non lasciarmi, non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza!
  10. Qualora mio padre e mia madre m'abbandonino, il Signore mi accoglierà.
  11. O Signore, insegnami la tua via, guidami per un sentiero diritto, a causa dei miei nemici.
  12. Non darmi in balìa dei miei nemici; perché sono sorti contro di me falsi testimoni, gente che respira violenza.
  13. Ah, se non avessi avuto fede di veder la bontà del Signore sulla terra dei viventi!
  14. Spera nel Signore! Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi; sì, spera nel Signore!

Marcello Cicchese
dicembre 2007

Il Re dei Giudei
Il Re dei Giudei

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.
GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.
Marcello Cicchese
ottobre 2019

Come cerva che assetata
Marcello Cicchese
gennaio 2008

Vanità delle vanità
Vanità delle vanità, tutto è vanità

Dalla Sacra Scrittura

ECCLESIASTE 1
  1. Parole dell'Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
  2. Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.
  3. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
  4. Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
  5. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.
  6. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri.
  7. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.
  8. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire.
  9. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
  10. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto.
  11. Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.
  12. Io, l'Ecclesiaste, sono stato re d'Israele a Gerusalemme,
  13. e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino.
  14. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento.
  15. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato.
  16. Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza».
  17. Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento.
  18. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

ECCLESIASTE 2
  1. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità.
  2. Io ho detto del riso: «É una follia»; e della gioia: «A che giova?»
  1. Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.

ECCLESIASTE 12
  1. Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell'uomo.

1 PIETRO 1
  1. E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;
  2. sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,
  3. ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.
  4. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;
  5. per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio.
  6. Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore,
  7. perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.
  8. Infatti, «ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
  9. ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della buona notizia che vi è stata annunziata.

1 CORINZI 15
  1. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».
  2. «O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?»
  3. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge;
  4. ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo.
  5. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Marcello Cicchese
8 ottobre 2006

La prova della fede
La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006

L’enigma Gesù
L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
Marcello Cicchese
dicembre 2019

Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Il corpo dell'umiliazione
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Una mente rinnovata
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Dal Vangelo di Matteo

CAPITOLO 6
  1. Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.
  2. Perciò vi dico: Non siate con ansiosi per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?
  3. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Non siete voi assai più di loro?
  4. E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito?
  5. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano;
  6. eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.
  7. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba de' campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede?
  8. Non siate dunque con ansiosi, dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo?
  9. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.
  10. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
Marcello Cicchese
dicembre 2015



Israele seppellisce definitivamente la soluzione a due stati

La risoluzione - approvata per 68-9 - respinge in toto la creazione di uno Stato palestinese, anche come parte di un accordo negoziato con Israele

di Sarah G. Frankl

Giovedì mattina la Knesset, il parlamento israeliano, ha votato a larga maggioranza una risoluzione che respinge la creazione di uno Stato palestinese.
La risoluzione è stata co-sponsorizzata dai partiti della coalizione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu insieme ai partiti di destra dell’opposizione e ha ricevuto persino il sostegno del partito centrista di Unità Nazionale di Benny Gantz.
I legislatori del partito di centro-sinistra Yesh Atid del leader dell’opposizione Yair Lapid hanno abbandonato il plenum per evitare di sostenere la misura, nonostante lui si sia espresso a favore di una soluzione a due stati.
L’iniziativa è stata approvata pochi giorni prima della visita di Netanyahu negli Stati Uniti per parlare a una sessione congiunta del Congresso e incontrare il Presidente Joe Biden alla Casa Bianca.
Già a febbraio, la Knesset aveva approvato una risoluzione sponsorizzata da Netanyahu che rifiutava l’istituzione di uno Stato palestinese, ma la mozione riguardava specificamente l’istituzione unilaterale di tale Stato, in seguito alle notizie secondo cui i Paesi esteri stavano valutando la possibilità di riconoscere uno Stato palestinese in assenza di un accordo di pace con Israele.
La risoluzione – approvata per 68-9 – respinge in toto la creazione di uno Stato palestinese, anche come parte di un accordo negoziato con Israele.
“La Knesset di Israele si oppone fermamente alla creazione di uno Stato palestinese a ovest del Giordano. L’istituzione di uno Stato palestinese nel cuore della Terra d’Israele rappresenterà un pericolo esistenziale per lo Stato d’Israele e i suoi cittadini, perpetuerà il conflitto israelo-palestinese e destabilizzerà la regione”, si legge nella risoluzione.
“Sarà solo questione di poco tempo prima che Hamas prenda il controllo dello Stato palestinese e lo trasformi in una base del terrore islamico radicale, lavorando in coordinamento con l’asse guidato dall’Iran per eliminare lo Stato di Israele”, ha continuato. “Promuovere l’idea di uno Stato palestinese in questo momento sarà una ricompensa per il terrorismo e incoraggerà solo Hamas e i suoi sostenitori a vedere questa come una vittoria, grazie al massacro del 7 ottobre 2023, e un preludio alla presa di potere dell’Islam jihadista in Medio Oriente”.
Il voto è arrivato mentre il discorso di Netanyahu del 24 luglio stava già causando costernazione tra molti Democratici, molti dei quali sono divisi tra il loro sostegno di lunga data a Israele e la disapprovazione per il modo in cui Israele ha condotto le operazioni militari a Gaza durante la guerra con Hamas.
Mentre alcuni Democratici hanno dichiarato che parteciperanno per rispetto a Israele, una fazione più ampia e crescente non vuole partecipare, creando un’atmosfera straordinariamente carica in un incontro che normalmente equivale a una dimostrazione cerimoniale e bipartisan di sostegno a un alleato americano.
A complicare ulteriormente le cose per Biden e i Democratici c’è la situazione politica sempre più in bilico del Presidente, al quale sempre più spesso viene chiesto di ritirarsi dalla corsa, dato che nei sondaggi è in forte svantaggio rispetto allo sfidante Donald Trump.
Con un ulteriore colpo di scena, la Casa Bianca ha annunciato mercoledì che Biden si sarebbe recato nel Delaware per autoisolarsi dopo essere risultato positivo al COVID. Non è chiaro come questo sviluppo possa influire sul previsto incontro di lunedì con Netanyahu a Washington. Il medico di Biden ha detto che stava prendendo il Paxlovid, che di solito ha un regime di cinque giorni, ma non ha specificato un calendario per il suo previsto recupero.

(Rights Reporter, 18 luglio 2024)


*


La risposta della Knesset a Joe Biden

Alla vigilia della sua partenza per Washington, dove parlerà al Congresso il 24 luglio, Benjamin Netanyahu incassa il voto pieno della Knesset alla risoluzione che rigetta il venire in essere di uno Stato palestinese.
La risoluzione, appoggiata dai partiti facenti parte della maggioranza di governo insieme ai partiti di destra all’opposizione, ha ricevuto l’appoggio anche del partito centrista guidato da Benny Gantz. La risoluzione è passata con l’astensione di Yesh Atid, il partito guidato da Yair Lapid e con la prevedibile e marginale opposizione della sinistra.
Il messaggio che arriva a Joe Biden e alla sua amministrazione non può essere più chiaro ed è esplicitato dal testo stesso della risoluzione:
    “La Knesset di Israele si oppone fermamente alla creazione di uno Stato palestinese a ovest della Giordania. La creazione di uno Stato palestinese nel cuore della Terra d’Israele rappresenterebbe un pericolo esistenziale per lo Stato di Israele e i suoi cittadini, perpetuerebbe il conflitto israelo-palestinese e destabilizzerebbe la regione. Sarebbe solo questione di breve tempo prima che Hamas prenda il controllo dello Stato palestinese e lo trasformi in una base terroristica islamica radicalizzata, lavorando in coordinamento con l’asse guidato dall’Iran per eliminare lo Stato di Israele…Promuovere l’idea di uno Stato palestinese in questo momento sarebbe una ricompensa per il terrorismo e non farebbe altro che incoraggiare Hamas e i suoi sostenitori a vederlo come una vittoria, grazie all’eccidio del 7 ottobre 2023, e un preludio alla presa del potere dell’Islam jihadista in Medio Oriente”.
Il testo della risoluzione è finora, a nove mesi dalla guerra a Gaza, la più palese contestazione dell’intento programmatico dell’Amministrazione Biden, nonché una risposta inequivocabile al riconoscimento politico, di fatto senza alcun effetto pratico, di uno Stato palestinese da parte di paesi ostili a Israele come Spagna, Norvegia e Irlanda.
Si tratta anche di una presa di posizione che evidenzia un fatto che dovrebbe essere ovvio ma non sembra esserlo; l’unico paese in grado di decidere se e quando sussistano le condizioni per la nascita di uno Stato palestinese all’interno dei propri confini è Israele stesso. È Israele che detiene la propria sovranità, non gli Stati Uniti, né nessun altro Stato.
L’approvazione della risoluzione rispecchia il sentire della maggioranza degli israeliani, soprattutto dopo il 7 ottobre e mostra come l’opposizione alla nascita di uno Stato palestinese non sia solo una posizione di Netanyahu ma sia ampiamente condivisa.
A quattro mesi dalle elezioni, fortemente indebolito, Biden incassa questo risultato che sconfessa completamente l’impianto ideologico di una amministrazione americana che come poche altre ha lavorato fino ad oggi contro gli interessi dello Stato ebraico.

(L'informale, 18 luglio 2024)

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“Il 7 ottobre ha cambiato tutto anche per l’IDF”

di Luca Spizzichino 

Il massacro del 7 ottobre ha stravolto ogni paradigma all’interno dell’IDF. Lo ripete più volte l’Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata d’Israele in Italia, il Colonnello Liad Zak, riferendosi a diversi aspetti: dalle regole di ingaggio all’uso della tecnologia. Il massacro perpetrato da Hamas e la costante minaccia di Hezbollah al nord hanno stravolto ogni cosa. Per capire cosa sia cambiato in questi mesi all’interno dell’esercito israeliano, Shalom lo ha intervistato.

- Il massacro del 7 ottobre ha traumatizzato tutta la società israeliana: come ha reagito l’esercito?
  Stiamo combattendo per lasciare ai nostri bambini un futuro migliore. Tuttavia non possiamo ignorare ciò che ha fatto Hamas. È importante ricordare però che noi non siamo animali come i nostri nemici, a cui non importa della propria gente, ama vederla soffrire. Al contrario di quanto lascia intendere certa propaganda, in particolare sui social media, Israele si sta prendendo cura degli aiuti umanitari. Nessuno stato in guerra aiuta il proprio nemico. Noi sì, fornendo acqua, elettricità e cibo.

- La guerra a Gaza è stata, sin dal principio, oggetto di numerose discussioni all’interno dell’opinione pubblica occidentale, che considera la risposta dell’esercito sproporzionata. In che condizioni combattono i soldati nella Striscia?
  L’IDF sta combattendo contro un nemico che non si fa problemi a nascondersi in mezzo ai civili. Nonostante ciò, il rapporto tra le vittime civili e i terroristi è di 1:1, di gran lunga inferiore alla media di 4:1 che abbiamo visto in altri conflitti. Stiamo rispettando le leggi internazionali di guerra. Siamo un esercito professionale, educhiamo sin dal primo momento i soldati a rispettare determinati comportamenti. Ribadisco, non siamo dei mostri e non vogliamo diventarlo.

- Come mai l’IDF è considerato “l’esercito più morale al mondo”?
  Nel nostro esercito ci sono delle regole di ingaggio molto rigide, che vengono insegnate, ripetute e migliorate attraverso i debriefing. Ad ogni soldato inoltre viene consegnato un libricino nel quale viene descritto lo “Spirito dell’IDF”, che delinea i nostri valori e, insieme alle regole pratiche che ne derivano, costituisce il nostro codice etico, che guida i nostri soldati e comandanti nelle loro attività quotidiane e operative. Bisogna sottolineare comunque che a seconda dello scenario e del periodo, le regole di ingaggio cambiano, sempre nel rispetto dell’etica.

- Tsahal è riconosciuto e temuto per essere un esercito tecnologico, con armamenti e strumenti all’avanguardia. è sufficiente per vincere una guerra?
  La tecnologia non è tutto e il massacro del 7 ottobre lo ha dimostrato. Anche i nostri nemici sono migliorati strategicamente, per questo la tecnologia è importante, ma è fondamentale che questa lavori in simbiosi con il fattore umano.

- In questo momento Israele è divisa principalmente su due fronti: Gaza e il confine con il Libano. A che punto sono le operazioni nella Striscia? E al nord, cosa sta succedendo?
  Con il controllo del Corridoio Netzarim e del Corridoio Filadelfia, a Gaza stiamo per completare la Fase 2. La terza sarà incentrata su missioni mirate supportate dall’intelligence, volte soprattutto al salvataggio degli ostaggi e all’eliminazione dei terroristi di Hamas.
  Nel mentre ci stiamo preparando per lo scenario a nord. Stiamo organizzando diverse esercitazioni per i riservisti, così da essere pronti in caso di un’eventuale guerra con Hezbollah, che ricordiamo che è finanziata direttamente dall’Iran. Dobbiamo essere pronti ad ogni minaccia.

(Shalom, 18 luglio 2024)

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“Incendiare le scuole”

di Giulio Meotti

Incendi di sinagoghe, scuole ebraiche e altri luoghi della comunità ebraica, a Berlino. Il numero delle violenze antisemite è raddoppiato dal 7 Ottobre. Prima è stata bruciata la sinagoga Kahal Adass Jisroel di Berlino, colpita con le molotov. Ieri gli studenti del ginnasio Tiergarten della capitale tedesca hanno appiccato un incendio al proprio istituto dopo la cancellazione della cerimonia di diploma decisa per paura delle proteste. Poi hanno deturpato i muri esterni del ginnasio con la scritta “Bruciate Gaza? Bruceremo Berlino”.
  La direzione del Tiergarten Gymnasium era preoccupata che metà dei diplomandi intendesse utilizzare la cerimonia per manifestazioni filo palestinesi, anti israeliane e antisemite. Felix Klein, commissario federale per la lotta all’antisemitismo, questa settimana ha tenuto una conferenza in cui ha raccontato: “Oggi in pubblico molti ebrei cercano di essere quanto più invisibili possibile. Vanno in sinagoga senza dare nell’occhio, utilizzando altri ingressi per non essere riconosciuti. Gli uomini non indossano più la kippah. Le donne non mostrano più apertamente le loro collane con la Stella di David”.
  Secondo un nuovo rapporto che monitora l’antisemitismo in Germania, il numero di incidenti antisemiti è raddoppiato in un anno. 4.782 episodi di antisemitismo, più 80 per cento rispetto all’anno precedente, di cui due terzi dopo il 7 ottobre. Il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster, sullo Spiegel denuncia “zone interdette agli ebrei” nel paese. Se ne va la scrittrice Mirna Funk. Uno studente ebreo di Francoforte si arrende: “Voglio lasciare la Germania”. Hendrik Edelmann non si sente più sicuro e volta le spalle al suo paese. “Vogliono distruggere la vita di persone come me”. “Non voglio vivere in un paese il cui cancelliere porta milioni di musulmani antisemiti che attaccano gli ebrei e le istituzioni ebraiche in Germania”, ha scritto il presidente della comunità ebraica del Brandeburgo, Semen Gorelick. “Non si può vivere in un paese dove non puoi indossare una kippah per strada”.
  Jüdische Allgemeine è il giornale degli ebrei tedeschi. Il caporedattore Philipp Peyman Engel in un’intervista alla Welt dice che “l’ebraismo in Germania sta diventando invisibile”. Quasi nessuno osa più uscire per strada con i simboli perché la probabilità di essere aggrediti verbalmente o fisicamente è troppo alta. Berlino si è già “ribaltata”, secondo le sue scioccanti scoperte, le cose non sono diverse in molte città della Ruhr. Ci sono “islamici ed estremisti di sinistra che ci minacciano massicciamente rendendo le nostre vite un inferno”.
  Gruppi filo palestinesi e anti israeliani terrorizzano anche il campus dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza, fondata nel 1477 e una delle più antiche d’Europa, distribuendo volantini che inneggiano alla distruzione dello stato ebraico. Gli ebrei si erano stabiliti nella città renana durante l’epoca romana. La maggior parte della popolazione ebraica della città fu deportata e completamente liquidata dai nazisti nel 1943. Oggi a Magonza, su 232 mila abitanti, vivono appena un migliaio di ebrei. Ancora troppi, per i filo Hamas.

Il Foglio, 18 luglio 2024)

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L’ultimo veterano: incontro con Piero Cividalli della Brigata Ebraica

“Anche la sinistra italiana oggi è diventata fascista, violenta”

di Nathan Greppi

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Negli ultimi anni, nonostante il loro contributo alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo, i vessilli della Brigata Ebraica sono sempre stati contestati dalle frange più estremiste al corteo del 25 aprile. “E quest’anno, nel contesto della guerra, si è arrivati ad un punto addirittura peggiore, associando due cose che effettivamente non c’entrano nulla l’una con l’altra, paragonando la resistenza dei partigiani a quello che è stato fatto da Hamas”. Così Luca Spizzichino, presidente dell’UGEI (Unione Giovani Ebrei d’Italia), ha introdotto l’incontro organizzato il 17 luglio dall’associazione dei giovani ebrei su Zoom con Piero Cividalli, ultimo veterano italiano ancora in vita tra coloro che durante la Seconda Guerra Mondiale si unirono alla Brigata Ebraica. Non a caso, la segretaria UGEI Ariela Di Gioacchino ha spiegato che l’incontro è stato reso aperto a tutti, proprio per fare in modo che il maggior numero di persone possibile potesse ascoltare la sua testimonianza.

• L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA
  Nel raccontare la sua infanzia in Italia, Cividalli, che oggi ha 98 anni, ha raccontato che “io ero un bambino italiano come tutti gli altri negli anni ‘30”, e in un primo momento non si rendeva conto di quello che succedeva sotto il regime, anche perché i genitori lo tenevano all’oscuro. “Tutto è andato più o meno liscio fino al ’38, quando ho compiuto 12 anni. E in quel momento sono state promulgate le Leggi Razziali; nel settembre del ’38, mio padre ha riunito me e le mie sorelle, e ci ha raccontato che non potevamo più andare a scuola. La vita cominciò a cambiare; lui perse il lavoro, e siccome era già da tempo un antifascista, decise che dovevamo lasciare l’Italia”.
  Ha spiegato che all’epoca erano pochi i paesi che accoglievano gli esuli ebrei; dapprima si stabilirono a Losanna, in Svizzera, e poi nel ‘39 il padre riuscì a portarli a Tel Aviv. Ha raccontato che la sua famiglia “non soltanto era antifascista, ma erano anche molto legati ai Fratelli Rosselli. Anch’io ero molto legato a loro, e quando nel ’37 ho saputo che erano stati assassinati, che il padre delle bambine con cui giocavo era stato assassinato, ho giurato che li avrei vendicati”.
  Nel ’39 tornarono in Italia per passare le vacanze dai nonni, e in quel momento “è scoppiata la guerra. Ero malato di scarlattina, e quindi non potevo uscire dalla mia stanza. Siccome per fortuna l’Italia non è entrata in guerra subito, nel settembre del ’39 siamo rientrati a Tel Aviv. È stata una situazione molto traumatica: a 13 anni dovevo imparare una nuova lingua, in un paese nuovo, con usanze diverse”.

• LA BRIGATA EBRAICA
  Cividalli ha raccontato che nel 1944, quando la guerra era ormai prossima alla fine, “mia sorella si è arruolata nell’esercito britannico. Io non potevo fare da meno: appena compiuti 18 anni, nel dicembre del ’44, mi sono arruolato per combattere il nazifascismo e salvare il salvabile dell’ebraismo europeo”. Dapprima lo mandarono in Egitto per l’addestramento, e poi arrivò in Italia con la Brigata Ebraica, quando ormai il conflitto era già finito. “Quando sono arrivato in Italia, l’ho trovata distrutta non soltanto dalla guerra, ma anche dal fascismo stesso”. Per questo, vorrebbe che gli italiani “sapessero a che cosa li ha portati il fascismo”.
  Per dare un’idea della condizione in cui versava l’Italia subito dopo la guerra, ha spiegato che dopo un primo periodo in cui era a Taranto, giunse l’ordine di trasferirsi al nord, a Padova e a Udine: durante il viaggio, durato tre giorni su un treno merci, “ogni due passi ci si doveva fermare a causa delle distruzioni. E poi, c’era tutta questa gente povera che chiedeva l’elemosina, i bambini che venivano a cercare del cibo tra i rifiuti lasciati dai soldati”. Dopo l’Italia, prima di tornare nella Palestina Mandataria venne spedito anche in Austria e in Belgio.

• LA GUERRA D’INDIPENDENZA D’ISRAELE
  Dopo il ritorno in quello che nel ’48 divenne lo Stato d’Israele, ha spiegato Cividalli, “ho dovuto combattere per davvero, durante la guerra d’indipendenza d’Israele. Sono stato in un kibbutz chiamato Negba, dove eravamo assediati dalle forze egiziane. Ma intorno a noi c’erano truppe di tutti i tipi: iracheni, siriani, arabi locali, tutti combattevano per distruggere questo Stato”.
  Tra i ricordi della guerra, ce n’è uno in particolare che si porta dietro con dolore: “Quando sono stato ferito, in una postazione molto avanzata, c’era una ragazza con me che mi ha fasciato e curato. Il comandante mi ordinò di andare in infermeria e poi in una postazione meno pericolosa, mentre la ragazza che mi aveva curato prese il mio posto in prima linea. E la sera stessa, durante quello che avrebbe dovuto essere il mio turno di guardia, è rimasta uccisa. E questo è un dolore che mi porto dietro per tutta la vita, poiché questa ragazza che mi aveva curato è morta al posto mio”.
  In seguito, Cividalli ha combattuto anche in altre guerre d’Israele, nel Sinai nel ’56 e in quella dei Sei Giorni nel ’67, fino a quando “ormai ero troppo vecchio per combattere”.

• L’ATTUALITÀ
  Guardando alla situazione attuale in Italia, Cividalli ha l’impressione che “questo antisemitismo che avevo sofferto nel 1938 non è scomparso, anche se non vivendo in Italia non posso esserne sicuro”. Una delle ultime volte che è venuto in Italia, ha detto di essersi sentito male quando è passato da Predappio, vedendo i negozi con i cimeli fascisti.
  Ha inoltre aggiunto che “anche la sinistra italiana è diventata una sinistra fascista, violenta”. In particolare, lo ha inorridito vedere la Scuola Normale Superiore di Pisa rifiutare gli accordi con Israele, soprattutto perché “il mio bisnonno, Alessandro D’Ancona, è stato direttore della Normale, senatore del Regno e sindaco di Pisa. Io e la mia famiglia abbiamo donato alla Scuola Normale tutti i ricordi che avevamo del mio bisnonno. Sono cose così umilianti e così tristi che mi fanno pensare che gli italiani non hanno ancora preso coscienza di tutto il male che sono riusciti a fare. E che ancora stanno facendo”.

(Bet Magazine Mosaico, 18 luglio 2024)

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Capire gli ebrei per capire sé stessi

di Francesco Lucrezi

Nel 1994, il Rabbino capo di Roma, il grande e indimenticabile Elio Toaff, pubblicava un libro-intervista, Essere ebrei, edito da Bompiani, nel quale rispondeva alle domande di Alain Elkann sul significato dell’identità ebraica. Un libro di grande importanza, che aiutava non solo gli ebrei a capire cosa fossero, o potessero o dovessero essere, ma anche tutti gli uomini a capire quale sia o possa essere la loro identità, e come essa si possa forgiare, trasmettere, trasformare, attraverso un continuo confronto con se stessi e col mondo esterno. Perché ogni identità non è mai qualcosa di statico e immobile: credo che nessuno, alla fine della propria giornata, possa dirsi sicuro di essere la stessa persona che era all’inizio della stessa. E, se ciò è vero per una singola persona, ancor più lo è per un popolo, una religione e una tradizione che coinvolgono milioni di persone diverse.
Come insegnano i saggi, la parola Adam è scomponibile in due sillabe, l’alef iniziale e il successivo dam, che vuol dire sangue. Gli uomini sono tutti uguali, perché hanno tutti lo stesso sangue rosso, ma sono anche tutti diversi, perché ognuno di loro è segnato da un unico e irripetibile alef. E ciò, ovviamente, vale anche per gli ebrei, quantunque inesorabilmente condannati, da una millenaria distorsione, a essere monoliticamente raggruppati nella immaginaria prigione di un’identità fissa, piatta e unica, che, tutti insieme, li accomuna e (spesso) li condanna: sono, dicono, pensano, fanno…
Esattamente trent’anni dopo, viene oggi pubblicato un libro – frutto di un lungo percorso di investigazione e riflessione – di altrettanto interesse, molto diverso dal primo come impostazione, oggetto della ricerca, formazione culturale e impostazione ideologica dell’autore, il famoso demografo Sergio Della Pergola (che al Rabbino, com’è noto, è stato legato per lunghi decenni da uno stretto dialogo intellettuale e sodalizio familiare, essendone il genero).
Il titolo è uguale a quello del 1994, con l’aggiunta di una parola che aggancia l’indagine al momento attuale (forse il più difficile, com’è noto, per l’ebraismo mondiale, dopo la Seconda Guerra Mondiale) e che dà il segno del tempo trascorso: Essere ebrei, oggi. Continuità e trasformazioni di un’identità, Il Mulino, pp. 224.
L’autore inizia la sua investigazione con una serie di domande: «La popolazione ebraica nel mondo e nei maggiori paesi è in aumento o in diminuzione? Nel corso del tempo gli ebrei diventano più religiosi o meno religiosi? Sono più uniti fra di loro o più divisi secondo linee ideologiche, politiche e religiose? Sono sempre più integrati e assimilati nel contesto della società in cui vivono oppure sono sempre più isolati fra loro stessi? Sono maggiormente accettati dall’ambiente circostante o più contestati e discriminati?».
Fornire risposte certe a tali domande (tranne, forse, la prima, che presenta un livello di oggettività: ma forse neanche questo è vero, dal momento che la stessa concezione di chi possa dirsi o essere riconosciuto come “ebreo” è controversa) è, ovviamente, alquanto arduo, ed è difficile trovare solo due persone che la pensino allo stesso modo. Ma Della Pergola, forte del rigore scientifico della sua lunga e prestigiosa carriera accademica, basa la sua indagine su una serie di sondaggi condotti su larga scala, che hanno visto coinvolte decine di migliaia di persone, in molti Paesi, e ai quali egli stesso ha collaborato. Segnatamente: il sondaggio del 2013 sugli ebrei degli Stati Uniti realizzato dal Pew Research Center di Washington, specializzato negli studi sulla religione; quello del 2015, ancora del Pew Research Center, riguardanti le identità, gli atteggiamenti e le percezioni politiche nella popolazione d’Israele; quello del 2018 dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione Europea sulla percezione dell’antisemitismo e della discriminazione nella popolazione ebraica in 12 Paesi dell’Unione Europea, fra cui l’Italia. Sono anche stati utilizzati i materiali raccolti da altre importanti ricerche sugli ebrei italiani, a diversi delle quali ha collaborato lo stesso autore, fin dal lontano 1965. Nel libro, quindi, confluiscono elementi raccolti in un’intera vita di studio, e le varie elaborazioni dei dati vengono riformulate in una nuova versione, offerta ai lettori con grande chiarezza e capacità comunicativa.
«Prima di tutto», avverte l’autore, «occorre comprendere che l’ebraismo è un complesso di elementi cognitivi, esperienziali ed affettivi. Può essere, quindi, osservato e classificato, ma anche percepito e vissuto, sia come un insieme di individui separati sia come un collettivo consolidato e più o meno coerente». È lo stesso oggetto dell’indagine, quindi, a essere, per sua stessa natura, prismatico e sfuggente a un preciso e definito inquadramento categoriale.
L’identità, ricorda l’autore, determina generalmente dei comportamenti, delle azioni: «Se una persona crede in un atto o in un oggetto simbolico o reale, è probabile, anche se non certo, che questa credenza si manifesti in modo concreto e quindi misurabile». Ma può anche accadere il contrario: può infatti «verificarsi anche un’influenza simmetrica, se e quando le convinzioni, le emozioni o i sentimenti interiori (identità) diventano la conseguenza piuttosto che la causa delle opinioni espresse o delle azioni manifestate (identificazione)». Ossia, «in seguito alla ripetizione magari formale e meccanica di atti o di opinioni, una persona può finire per immedesimarvisi”.
La ricerca di Della Pergola, perciò, va necessariamente al di là dell’ambito meramente sociologico e demoscopico, investendo anche i molteplici aspetti intellettuali ed emotivi scaturenti dalla “diade contenuti-identificazione”, e collegandosi a domande di tipo interiore e psicologico: che cosa gli ebrei pensano sia l’ebraismo? perché sono legati all’ebraismo? come esprimono la loro identificazione con esso?
Attraverso pagine di rara lucidità analitica, basate un una rigorosa documentazione e corredate da immagini e grafici di grande utilità didattica, l’autore fa emergere un quadro denso di aporie e contraddizioni, che spesso sorprenderà anche chi pretenda di avere un po’ di esperienza in materia di ebraismo.
Impossibile, ovviamente, sintetizzare in poche righe i risultati della ricerca, anche perché essi appaiono costellati di punti interrogativi. «Come già più volte in passato», conclude l’autore, «i drammi e i dilemmi che coinvolgono la compagine ebraica, e i modi con cui questi sono affrontati nel dominio pubblico, finiscono per costituire una cartina di tornasole della coscienza e della civiltà del presente, e allo stesso tempo interrogano la storia mettendo in discussione alcune delle categorie con le quali l’abbiamo fin qui letta. Da qui dovrà partire domani una nuova pagina sull’essere ebrei oggi».
Diciamo solo che il volume fa capire tantissimo non solo sull’ebraismo, ma anche su quel “resto del mondo” che ad esso si mostra, da sempre, tanto interessato, spesso in modo malato, torbido e morboso. E che dovrebbe essere letto da chiunque voglia capire qualcosa di più di quella “coscienza e civiltà del presente” di cui la percezione dell’ebraismo rappresenta la “cartina di tornasole”.

(moked, 18 luglio 2024)

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Italia-Israele, il Comune di Udine nega il patrocinio: "E’ uno stato in guerra". Monfalcone: “Li ospitiamo noi”

L'amministrazione comunale di Udine non ha concesso il patrocinio per la partita di calcio tra Italia e Israele, match valido per la Nations League e in programma nella città friulana il prossimo 14 ottobre. La richiesta, arrivata dalla Federcalcio, è stata negata in quanto non rientra fra le modalità prevista dal regolamento per la concessione del patrocinio da parte dell'ente, che può essere concesso solo per iniziative che non hanno scopo di lucro.

• Il sindaco di Udine: "Israele è in guerra, il patrocinio potrebbe creare divisioni"
La giunta comunale non ha concesso una deroga prevista in caso di evento benefico e per la rilevanza di prestigio di immagine per la città non ritenuta tale in relazione al conflitto israelo-palestinese. "Una deroga al regolamento, concedendo il patrocinio, sarebbe stata una scelta troppo divisiva, essendo Israele uno Stato in guerra. La nostra scelta poteva essere diversa solo se a oggi fosse stato annunciato un cessate il fuoco. Purtroppo così non è", ha spiegato il sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni. "La concessione del patrocinio, più che fornire prestigio alla città, potrebbe creare divisioni e quindi problemi sociali", ha aggiunto.

• La risposta di Monfalcone: "Pronti a ospitare la nazionale di Israele"
A fare da contraltare al diniego di Udine è arrivata la proposta della ex sindaca di Monfalcone, oggi parlamentare europea, Anna Maria Cisint, che ha offerto la disponibilità della città a ospitare l’evento o, quantomeno, la nazionale di Israele: "La città di Monfalcone sarebbe sommamente onorata ad ospitare l'incontro Italia-Israele e si rende disponibile a offrire patrocinio e strutture per celebrare questo importante appuntamento sportivo. Il Comune di Udine non perde occasione per distinguersi in termini di faziosità e nella capacità di alimentare divisioni a senso unico, sempre dalla parte delle posizioni più estreme della sinistra. Non accorgersi che lo sport è un elemento di unione e dimenticare che Israele è la vittima del terrorismo di Hamas con 1500 innocenti uccisi è un segno grottesco di una caduta di civiltà che una città come Udine non merita di dover sopportare", ha scritto polemicamente in una nota.

(la Repubblica, 18 luglio 2024)

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I parenti degli ostaggi diffondono nuove foto: “Ecco la loro prigionia”

Le immagini trovate dall’Idf a Gaza sono state usate dalle famiglie per chiedere a Netanyahu di concludere i negoziati. Intanto crescono le proteste contro il richiamo alla leva per i giovani ortodossi

di Rossella Tercatin

GERUSALEMME — Ferite, bende e sguardi spaventati. Le immagini della prigionia delle cinque soldatesse israeliane rapite il 7 ottobre fotografano l’angoscia di Liri Albag, Karina Ariev, Agam Berger, Daniela Gilboa e Naama Levy nelle mani di Hamas. Le ragazze, tra i 19 e i 20 anni, stavano svolgendo il servizio di leva. Le prime quattro appaiono in una stanza sedute su materassini per terra. Di Naama è stata pubblicata un’immagine separata. Le foto risalgono a diversi mesi fa e sono state ritrovate dall’esercito israeliano nella Striscia. A sceglierle di diffonderle oggi sono state le famiglie nella speranza di mantenere viva l’attenzione sul dramma degli ostaggi che ad oggi sono ancora 120.
  «Potete vedere Karina e le sue amiche nei loro primi giorni di reclusione», ha detto con voce rotta il padre, Albert Ariev. «Karina con uno sguardo esausto e disperato, ha una fasciatura sulla testa. Sulla gamba si possono vedere macchie di sangue fresco. Ci sono i segni delle manette e il gonfiore sui polsi indica che è stata legata per molto tempo». Già a maggio le famiglie avevano reso pubblico il video del rapimento del 7 ottobre. Dopo 284 giorni trascorsi nei tunnel di Gaza, i genitori sono tornati ad appellarsi al primo ministro Benjamin Netanyahu — che si prepara a volare negli Usa la settimana prossima per tenere un discorso al Congresso — per chiedere un accordo che riporti a casa le figlie. «Il premier mi ha chiesto di unirmi a lui», ha dichiarato Ayelet Levy Shachar, madre di Naama. «Gli ho spiegato che non mi è possibile e che non mi sentirò a mio agio con lui finché non avrò visto che i negoziati saranno completati». Nella stessa giornata Netanyahu è stato contestato con fischi e urla alla commemorazione per i soldati caduti nell’operazione Margine Protettivo contro Gaza nel 2014.
  Intanto, secondo la Cnn, la Cia ritiene che il leader di Hamas Yahya Sinwar stia sperimentando una pressione crescente da parte dei suoi per accettare l’accordo per il cessate il fuoco. Il direttore William Burns avrebbe dichiarato che sebbene Sinwar non tema di essere ucciso, la frustrazione dei palestinesi nei suoi confronti per la morte e distruzione subiti da Gaza stia aumentando a dismisura. Secondo fonti della Striscia ieri i bombardamenti israeliani hanno provocato la morte di 57 persone. Burns avrebbe detto che la chance di un accordo è la più alta da mesi a questa parte. Un discorso che fa eco al messaggio rivolto alle famiglie degli ostaggi dal ministro della Difesa Yoav Gallant, secondo cui il risultato è più vicino che mai. «È fondamentale fare ogni sforzo prima del viaggio del premier a Washington. Dopo, sarà molto più difficile».
  Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, l’Idf sarebbe sempre più convinta che il capo dell’ala militare di Hamas Muhammad Deif sia rimasto effettivamente ucciso nel raid israeliano dello scorso sabato. Uno sviluppo che potrebbe favorire il raggiungimento del cessate il fuoco in virtù dell’indebolimento del gruppo terrorista. In Israele nel frattempo alcuni manifestanti ultraortodossi hanno bloccato l’autostrada 4 vicino alla città di Bnei Brak, per protestare contro il tentativo di arruolare gli studenti delle yeshivot (scuole rabbiniche) finora esenti dalla leva, per alleviare la carenza di soldati durante la guerra.

(la Repubblica, 17 luglio 2024)

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La struttura soggiacente: intervista a Bat Ye’or

di Davide Cavaliere

Bat Ye’or, ovvero «Figlia del Nilo», è autrice di studi pionieristici sulla condizione sociale delle minoranze religiose nel mondo islamico. È lei ad aver introdotto i termini «dhimmitudine» ed «Eurabia». Col primo si indica lo stato di sottomissione al dominio islamico di territori e popolazioni; col secondo la teoria geopolitica che mira alla fusione delle due sponde del Mediterraneo. I lavori di Bat Ye’or sono pubblicati in Italia dall’editore Lindau di Torino.

- Nel suo lavoro, specialmente nel celebre “Eurabia”, lei ha messo in evidenza la natura antisionista e filo-araba dell’Unione Europea. Puoi spiegarci, in generale, quali sono gli interessi che legano l’Europa al mondo arabo?
  Gli interessi sono variati dagli anni ’60, quando la strategia di Eurabia fu elaborata. Tuttavia, non è nata dal nulla. Già dalla Prima Guerra Mondiale, in termini energetici, il petrolio era un elemento essenziale dello sviluppo industriale ed economico per l’Europa e motivava una politica di avvicinamento euro-arabo. D’altra parte, la Francia e la Gran Bretagna erano imperi musulmani già nel XIX secolo, abitati da numerose popolazioni musulmane, le cui metropoli temevano l’ostilità religiosa. Dopo la decolonizzazione, i paesi europei vollero creare con i paesi musulmani una politica mediterranea privilegiata, che escludesse gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Questa strategia fu rivendicata dai circoli gollisti negli anni ’60 ed era accompagnata da una vasta gamma di relazioni commerciali, politiche, strategiche e culturali privilegiate.
  Sul piano religioso, l’intero mondo cristiano, in particolare  il Vaticano, e il mondo musulmano si sono opposti al sionismo sin dalle sue prime manifestazioni. Solo pochi movimenti di minoranze cristiane erano a favore. Dopo la Dichiarazione di Balfour e la Dichiarazione di Sanremo (1920), che ratificarono la creazione di un futuro Stato Ebraico, si stabilì una collaborazione antisemita internazionale islamo-cristiana. Collaborazione che si manifestò alla Conferenza di Evian (1938) con il rifiuto dei paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti, di accogliere gli ebrei tedeschi e austriaci perseguitati dal regime nazista. Nei paesi arabi, prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, le masse arabe e musulmane si entusiasmavano del nazismo e del fascismo; i leader politici e militari arabi suggellarono alleanze con i nazisti, i fascisti e i collaborazionisti. Nel 1947, due anni dopo la pace, la giudeofobia era ancora diffusa in Europa, mantenuta dagli stessi funzionari collaborazionisti rimasti al loro posto dopo la guerra e legati ai popoli arabi dalla stessa ideologia di sterminio del popolo ebraico. La sopravvivenza di Israele dopo l’aggressione di cinque eserciti arabi ben equipaggiati militarmente e sostenuti in Palestina dalle milizie arabo-naziste di Amin al-Husseini (1947-1948), avvenne nonostante l’Europa. Tutti i documenti di quel periodo lo confermano. Da qui la creazione di un organo del tutto speciale, l’UNRWA, per accogliere gli arabi della Palestina che fuggivano dai combattimenti nei paesi arabi fratelli di cui avevano preteso l’intervento militare per sterminare gli ebrei.
  Dal 1967-1969 vediamo la rinascita, nella Francia gollista, di queste reti di collaborazione euro-arabe forgiate dall’alleanza dei nazisti con i popoli arabi nella comune volontà politica genocidaria del popolo ebraico. Questa situazione è stata denunciata e combattuta da intellettuali e politici. Il 15 dicembre 1973, a Copenhagen, i nove paesi della Comunità Europea presero ufficialmente le parti dell’OLP e nel settembre del 1977 una dichiarazione in tal senso venne fatta all’ONU. Oramai, gli arabi di Palestina, Arafat e l’OLP incarnano l’arma di distruzione dello Stato d’Israele in favore del movimento antisemita europeo che, sotto la copertura di antisionismo, può esprimersi apertamente nel contesto di una politica convergente dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Questa tendenza diventa molto popolare in Europa ed è una mappa essenziale della sua politica.

- L’Unione Europea si è dimostrata ostile alle sovranità nazionali, considerate eredità di un passato da abbandonare a favore di istituzioni sovranazionali. Israele, al contrario, è uno stato nazionale geloso della sua indipendenza e dotato di una forte identità. In che misura ritiene che i pregiudizi antinazionali dell’Unione Europea abbiano pesato sulla sue relazione con lo Stato Ebraico?
  Non credo che questi pregiudizi antinazionali abbiano avuto molta influenza sull’antisionismo europeo. L’Europa stessa promuove un nazionalismo inesistente, lo pseudo-palestinismo, che ha creato e sostiene a suon di miliardi. D’altra parte, tutti i paesi arabi sono ultra-nazionalisti, così come la Turchia, la Cina, il Giappone e molti altri paesi. L’Unione Europea vuole sopprimere le frontiere del suo continente, riprendendo un progetto creato nel 1938 da Walter Hallstein che promuoveva un’Europa senza frontiere guidata dal 3 ° Reich e Judenrein. Hallstein, che fu un eminente nazista, fu eletto dai leader europei primo presidente della Commissione europea (1956-67).
  Nonostante il fallimento del comunismo, l’internazionalismo fu promosso dai partiti di sinistra. Bruno Kreisky, presidente dell’Internazionale socialista E diventato cancelliere austriaco (1970-83), rafforzò i legami della sinistra occidentale con il mondo islamico. Egli fu il primo statista a invitare Arafat alle Nazioni Unite e a dare una legittimità all’OLP, il cui progetto di sradicamento dello Stato Ebraico fu incarnato dal suo leader, Yasser Arafat, sostenuto dall’Unione Sovietica. Io credo che sia stato il progetto di Hallstein insieme alla politica di fusione e di collaborazione con il mondo arabo a determinare la retorica di un’Europa senza frontiere dall’insieme dei movimenti politici europei. I documenti dell’epoca menzionano la volontà di creare un potente blocco europeo in grado di competere con l’America che sarebbe collegato con gli Stati produttori di petrolio.

- Quale futuro geopolitico e demografico prospetta per il Vecchio Continente?
  Se le decisioni politiche prese dal 1973 che posero in essere la guerra nascosta dell’UE contro Israele – svelata pubblicamente dalla  politica di Donald Trump nel corso della sua presidenza – e che sono state la base dei meccanismi dell’immigrazione musulmana di massa in Europa, con le trasformazioni sociali, religiose, legali e culturali conseguenti, saranno mantenute dalla élite al potere, il futuro è chiaro. Sarà quello del Libano, del declino dell’Europa nella dhimmitudine. Già da molto tempo il terrore jihadista ha soppiantato l’inviolabilità dei diritti umani in Europa, incluso il diritto elementare di ciascuno alla sicurezza.

- Può approfondire questo parallelo col Libano?
  Le nostre società sono fratturate dall’adesione di milioni di immigrati alla Sharia e dai loro legami con i loro paesi di origine ostili all’Occidente e alla sua civiltà giudeo-cristiana. La partecipazione europea allo jihad contro Israele ha pervertito i valori occidentali a tutti i livelli e diffuso i concetti islamici della cultura e della storia, che oggi impregnano l’Europa. Questa politica fu scientemente concepita, studiata e applicata in tutti i campi, dai comitati congiunti euro-arabi del Dialogo Euro-Arabo creati nel 1974 a Parigi sotto l’egida della Commissione europea, ed è il motivo per cui i capi di stato hanno piena responsabilità per le sue conseguenze. Dal 1973 l’Unione Europea ha instaurato un rapporto di vassallaggio con l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, da cui derivano alcuni vantaggi economici nel breve termine a scapito dei suoi interessi nel lungo termine.

- In tutta Europa, compresa l’Italia, gli intellettuali che criticano l’Islam e il multiculturalismo sono censurati, denunciati e messi a tacere. Basti pensare a Robert Redeker, Eric Zemmour, Georges Bensoussan, Magdi Allam e molti altri. Quale sarà il ruolo del dissenso intellettuale nell’emergente Europa post-identitaria?
  Io stessa sono stata criminalizzata senza prove, vittima di incitamenti all’odio e di ingerenze illegali ed erronee nella mia vita privata. Queste sono accuse, che non subiscono nemmeno i criminali protetti dalla presunzione di innocenza, hanno reso necessarie misure di protezione. Tale azione piena di odio mirava a screditare tutte le mie ricerche sulla dhimmitudine e la sua espansione in Europa tramite le reti del dialogo euro-mediterraneo guidate dalla Commissione europea e dalla Lega araba. Il totalitarismo intellettuale imposto dal pensiero unico e refrattario a tutte le riflessioni che lo contraddicono mi ha messa al bando dalla società. Essendo ebrea sono stata accusata di complottismo, un’accusa razzista contro gli ebrei proveniente dagli antisemitismi cristiani, ma ancora più virulenta nell’Islam. Pertanto mi considero vittima di un razzismo giudeofobico che ha sporcato il mio onore e la mia reputazione professionale.
  Il ruolo della dissidenza intellettuale dovrà seguire criteri specifici in un’Europa che ha già adottato e integrato a livello sociale, giuridico, culturale e politico, alcuni vincoli della Sharia, dei concetti e comportamenti musulmani tradizionali nei confronti dei dhimmi, dei cristiani, degli ebrei e dei musulmani accusati di apostasia, nei confronti delle donne e del Dar al-Harb, il territorio della miscredenza. A ciò si aggiunge una visione della storia e dei diritti dell’uomo secondo i principi della Sharia, vale a dire della fede e quindi, fondamentalmente, opposti ai criteri occidentali. Inoltre, sarà necessario conoscere l’ideologia jihadista che introduce l’inversione delle nozioni di aggressore e di aggredito, d’innocenza e di colpa, di giustizia e di crimine.

- Cosa dovranno fare gli intellettuali?
  La dissidenza intellettuale dovrà definire i suoi obiettivi: difendere i suoi diritti democratici e i valori etici della civiltà giudaico-cristiana occidentale. Dovrà conoscere il suo campo di battaglia, che è quello di una dhimmitudine che lei rifiuta per rimanere libera e sfuggire al destino degli ebrei e dei cristiani ridotti allo stato di fossili dalle leggi del jihad e del dhimmitudine. Dovrà integrare e comprendere queste nozioni nella loro storicità e nella loro nocività politica attuale e individuare i loro canali di trasmissione, generalmente legati alla corruzione e all’antisemitismo. Dovrà accogliere i musulmani che prendono parte a questa guerra, perché non è una guerra contro l’islam, è una guerra per mantenere le nostre libertà e le nostre identità. I popoli d’Europa hanno il diritto di rifiutare la dhimmitudine. Tuttavia, tutto ciò di cui vi sto parlando è completamente ignorato dal grande pubblico e dagli intellettuali. E non ci si può opporre a qualcosa che non si vede, che non si capisce e per la quale non esiste una definizione. Ecco perché temo che quella che dovrebbe essere una battaglia di idee si trasformi in una confusione violenta che farà molte vittime innocenti senza portare progressi.

- Nel suo libro più famoso, “Eurabia”, ha anche toccato il tema dell’islamizzazione dei patriarchi biblici e di Gesù. Un movimento che ha espresso posizioni anti-israeliane e antisemite, Black Lives Matter, denuncia le rappresentazioni “bianche” di Gesù. Vede, in questo atteggiamento, un nuovo tentativo di espropriare gli occidentali dalla loro cultura?
  Il movimento Black Lives Matter è un movimento violento infiltrato dall’islamismo e dal palestinismo, che sfruttano uno storico conflitto americano per incitare all’odio contro i cristiani, gli ebrei e in generale contro i bianchi americani, al fine di seminare il caos attraverso conflitti razziali e etnici per distruggere l’America. La denuncia di Gesù “bianco” aggiunge un elemento razziale alla giudeofobia e alla cristianofobia islamica che islamizza la Bibbia, cioè le basi dell’ebraismo e del cristianesimo, per impiantarci l’Islam. Molti afroamericani si oppongono a questo movimento che ha incendiato anche le capitali europee. Personalmente, non avrei alcuna obiezione alla rappresentazione umana di Gesù sotto una forma africana se ciò può servire ad avvicinarlo ai cristiani africani. Per i credenti cristiani Gesù è Dio incarnato e il suo messaggio come ebreo è universale.
  Mi permetta un’osservazione sul mio libro Eurabia. È forse il più famoso, ma non è il più importante per me. Attribuisco questo ruolo a Il Declino della Cristianità sotto l’Islam, dal jihad alla dhimmitudine , perché è lì che definisco il concetto cruciale di dhimmitudine come caratteristica storica delle popolazioni sconfitte dal jihad in tre continenti, L’Africa, L’Asia e L’Europa. Lì sviluppo gli argomenti e fornisco I criteri. Per me Eurabia è stato uno studio delle manifestazioni della dhimmitudine nel ventesimo secolo in alcuni paesi europei che non furono conquistati dal jihad e i cui governi l’hanno accolta con entusiasmo. Eurabia esamina principalmente la Francia, ma un’analisi degli altri paesi della comunità, l’Italia ai tempi di Aldo Moro  (Lodo Moro) e di Giulio Andreotti, della Gran Bretagna, dei paesi scandinavi, in particolare della Norvegia (non membro della UE), darebbe un’immagine molto più cupa.

- Lei ha conosciuto Oriana Fallaci? Puoi dirci qual è il suo ricordo della grande giornalista italiana?
  Non ho mai incontrato Oriana. Si è messa in contatto con me qualche tempo prima di morire attraverso un amico comune che conosceva il mio lavoro e le ha dato il mio indirizzo. Oriana mi scriveva spesso per informazioni. Soffriva enormemente per non poter tornare in Italia e soprattutto per l’odio che il mondo politico aveva per lei in quel momento, lei capiva molto bene cosa sarebbe successo in futuro. L’incubo che aveva di vedere distruggere la magnifica Italia con i suoi monumenti, le sue opere d’arte, la ricchezza senza pari del suo patrimonio storico, la tormentava incessantemente. Ho provato a consolarla, ma non sono sofferenze che le parole possano lenire.

(L'informale, 17 luglio 2024)

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La Francia ebraica allo specchio del voto: davvero il suo futuro è sempre più fosco?

di Ilaria Myr

«Marine Le Pen sconfitta». «Francia: la destra non sfonda». «La destra si può battere» (Elly Schlein, PD).
«La verità è che nessuno può cantare vittoria» (Giorgia Meloni, FdI).
Sono solo alcuni dei titoli e delle dichiarazioni uscite subito dopo l’annuncio dei risultati ufficiali delle elezioni legislative in Francia, che si sono svolte su due turni, e che hanno visto il Nuovo Fronte Popolare, costituito dalle forze di sinistra, guadagnare più seggi e il Rassemblement National di Marine Le Pen, uscito vincitore al primo turno, arrivare terzo, addirittura dietro al partito del presidente Emmanuel Macron. Un risultato, però, che non vede un vincitore con la maggioranza assoluta e che sta dividendo l’opinione pubblica francese. A questo si aggiungano le frizioni interne al Nuovo Fronte Popolare, con le diverse componenti  in disaccordo su premier e programmi, e l’ingovernabilità è servita. Perché quello che unisce il blocco di sinistra – di cui è capofila La France Insoumise del discusso Jean-Luc Mélenchon - è un’idea sola: fare sbarramento all’estrema destra del RN.

• IL VOTO EBRAICO
  Al secondo turno, dunque, i francesi si sono trovati a dover scegliere fra un blocco di destra e uno di sinistra, con i partiti più estremisti in testa. Ma come hanno reagito le diverse anime della comunità ebraica francese (ed europea)? Il dibattito è stato molto acceso e di fatto la comunità ebraica francese si sente minacciata dai fondamentalisti islamici, ma è anche scettica nei confronti della nuova narrazione filo-israeliana dell’estrema destra del Rassemblement National.
  Non a caso il Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia (CRIF), aveva esortato la comunità a respingere entrambi gli schieramenti. Jean-Luc Mélenchon, nel suo discorso di vittoria, ha promesso di riconoscere uno Stato palestinese, aumentando ulteriormente le preoccupazioni del 92% degli ebrei francesi, convinti che la retorica dell’estrema sinistra abbia contribuito all’aumento dell’antisemitismo.
  Dal canto suo, Marine Le Pen ha cercato di migliorare l’immagine del suo partito, rinunciando all’antisemitismo, denunciando l’attacco di Hamas e adottando una posizione pro-Israele. Tanto che di fronte all’ascesa di La France Insoumise, alcune importanti voci ebraiche hanno invitato a votare per il partito di Le Pen. Una è quella di  Serge Klarsfeld, noto cacciatore di nazisti in Francia, che ha motivato la sua decisione con la difesa della memoria ebraica e di Israele, ritenendo che l’estrema sinistra sia accusata di antisemitismo e violento antisionismo per attirare i voti degli elettori di origine maghrebina e islamica.
  Ma ha fatto lo stesso anche il controverso intellettuale Alain Finkielkraut, che ha dichiarato di esservi costretto non essendoci alternative, descrivendo questa decisione come un «incubo». «Preferirei la destra all’antisemitismo del Fronte Popolare – ha dichiarato in un’intervista sul Corriere della Sera  –. Povera Francia, lacerata dagli estremi. Io sono un conservatore, vedo la lingua, la cultura, la nazione disfarsi».

• INTERVISTA A GEORGES BENSOUSSAN
  Come dunque hanno votato gli ebrei francesi?
Lo abbiamo chiesto a Georges Bensoussan, storico francese di origine marocchina e da anni attento osservatore delle tendenze sociali in Francia, legate in particolare alla componente musulmana.

- Si aspettava un risultato come quello uscito dal secondo turno?
  No. Solo negli ultimi giorni ho capito che il Rassemblement National avrebbe potuto non vincere, visto il battage mediatico martellante che ha avuto contro, tutto giocato sulla paura degli elettori nei confronti di un partito definito fascista. Ma non pensavo che il Nuovo Fronte Popolare sarebbe arrivato in testa. Detto questo, si deve precisare che l’avanzata di questa coalizione non è considerevole come si crede, perché i risultati ci dicono che il primo partito in Francia è il RN, mentre i gruppi che compongono il blocco di sinistra hanno tutti ottenuto meno deputati del partito della Le Pen. La maggior parte delle persone, poi, non considera che nel primo turno del 30 giugno il Rassemblement National ha avuto più voti del blocco di sinistra (33,14% contro 27,99%, ndr). Quello che è sorprendente, e che viene annunciato a gran voce sui giornali, è che ha vinto la coalizione di sinistra, quando in realtà il paese è molto a destra, fronte rappresentato dal RN, dalla destra repubblicana e da una grande parte del partito del presidente Macron. Quindi il paradosso a cui assistiamo è che la sinistra grida alla vittoria quando in realtà sociologicamente ha perso le elezioni. Basta vedere come quest’anno abbia preso meno voti di 20 anni fa, quando gli elettori erano meno, 38 milioni contro i 49 milioni di oggi. Ciò è dovuto sicuramente al sistema elettorale francese, ma anche al fatto che fra i due turni il ritornello dominante sui media è stato di fare sbarramento all’estrema destra e perché il Fronte Popolare è una coalizione basata sul rifiuto del RN, e non su un progetto politico condiviso. Il RN non solo è il primo partito in Francia, ma è quello in maggiore espansione: ha avuto 55 deputati in più della precedente assemblea, e in tre anni è passato dai sette deputati nel 2021 ai 142 di oggi. Una crescita enorme…

- Come spiegare una crescita tale del RN?
  La politica borghese francese delle grandi metropoli, che sia di destra o sinistra, non sa più parlare alle classi popolari e a buona parte della classe media, che si sentono abbandonate e non rappresentate dalle classi borghesi delle grandi città, sempre di più ripiegate su sé stesse e sul proprio modo di vivere. Attenzione, però: non è l’immigrazione che spiega il voto al RN, quanto l’abbandono dei servizi pubblici – posta, mezzi di trasporto, polizia – nelle zone più periferiche, tanto che è emerso che più ci si allontana da una stazione ferroviaria più è forte il voto al RN. Basta guardare i risultati per capire che i voti di Parigi sono esattamente il contrario di quelli del resto della Francia: nella capitale il RN è al 7% mentre nelle altre zone del Paese è fra il 35 e il 38%. Di fatto è la classe borghese che è stata rifiutata dal voto al RN, ma questo voto popolare non è andato ai partiti della sinistra, sentita come non più rappresentante delle classi popolari: una sinistra “bobo” (da ‘bourgeois’ e ‘bohemian’, ndr), che vota per i matrimoni gay, per l’accoglienza degli immigrati (che vanno però a insediarsi nei quartieri più poveri) e che non si occupa assolutamente delle questioni che interessano le realtà più svantaggiate. Quindi la scelta di votare RN è popolare e antiborghese, e non, come si è voluto fare credere, un voto fascista. Il risultato è che le classi popolari hanno l’impressione che il loro voto sia stato scippato.

- Cosa ha pesato di più per gli ebrei: la minaccia dell’estrema destra o quella dell’estrema sinistra?
  In realtà il RN di Marine le Pen non è più percepito da molti ebrei come una minaccia, come un partito di estrema destra né tantomeno fascista: lo considerano piuttosto populista-autoritario. Inoltre, se è vero che nelle file del RN ci sono degli antisemiti (ad aprile, pochi giorni dopo lo stupro di una dodicenne ebrea con movente antisemita, ha dovuto ritirare il sostegno a uno dei suoi candidati, Joseph Martin, che aveva pubblicato un messaggio antisemita sui social network nel 2018. ndr), è anche vero che la sua dirigenza ha rotto con l’antisemitismo e dal 7 ottobre ha avuto delle posizioni impeccabili nei confronti di Israele.
  Quello che è lampante è che il voto ebraico rispecchia esattamente quello dei francesi: l’establishment borghese rappresentato dalle istituzioni ha fatto appello a fare sbarramento, non votando né per l’una né per l’altra parte (vedi l’appello del Crif, ndr), ma le comunità “di base” hanno votato RN o Reconquete di Éric Zemmour. Quindi le comunità ebraiche popolari non ascoltano più le indicazioni delle istituzioni ebraiche, così come le classi popolari non seguono più le direttive della classe borghese veicolate dai media benpensanti. La discriminante è l’antisemitismo: ma mentre RN ha fatto – sinceramente o meno non ci è dato sapere – una pulizia degli elementi antisemiti, non si può dire lo stesso della France Insoumise. E poi ci sono gli interessi di classe, e come gli altri francesi molti ebrei non vedono i propri interessi rappresentati e non vogliono una Francia invasa dagli immigrati e islamizzata.

- Secondo lei l’antisemitismo, molto spesso camuffato da antisionismo, nella sinistra e in LFI, rappresenta una minaccia per le comunità ebraiche?
  Assolutamente sì, una minaccia evidente e forte. Non sarebbe però giusto dire che tutto il blocco di sinistra è antisemita e neanche che lo è LFI. Quel che è certo è che soprattutto il partito di Mélenchon sfrutta il fatto che la popolazione francese è sempre più musulmana: gli ultimi dati del Ministero degli interni stimano che un francese su 5 sia musulmano. Mélenchon ha fatto il calcolo che alle presidenziali del 2022 gli mancavano 300.000 voti per arrivare al secondo turno, e gli strateghi del partito hanno capito perfettamente che li avrebbero trovati nelle banlieue musulmane. Da qui l’ossessione per Gaza, il promesso riconoscimento della Palestina, la presenza di Rima Hassan (l’avvocatessa franco-palestinese e attivista antisraeliana, diventata eurodeputata con LFI alle ultime europee e fotografata con la kefiah al collo vicino a Mélenchon, ndr). Non penso neanche che lui sia antisemita, ma sicuramente gioca sull’antisemitismo, sulla Palestina e su Gaza per portare i voti al suo partito, ben sapendo che i pregiudizi antisemiti sono molto forti nelle famiglie musulmane in Francia. Di fatto si serve dell’antisemitismo come di un trampolino elettorale.
  Per gli ebrei francesi è dunque molto pericoloso perché demograficamente non pesano più nulla: si pensa siano circa 400.000 (ma le statistiche etniche sono vietate in Francia), mentre circa 70.000 hanno lasciato il Paese fra il 2020 e il 2023 per Israele, e molti altri per gli Stati Uniti o l’Australia, e si sa che ci sono oggi più di 15.000 richieste di aliyà per Israele in attesa. Quindi si stima che in 25 anni un quinto degli ebrei se ne sarà andato altrove.
  Dal canto suo, l’elettorato non musulmano di LFI ha una grande simpatia per la causa palestinese, e quando ci sono dichiarazioni antisemite del partito non vuole vederle, preferendo parlare di antisionismo. Molto forte è il nocciolo profondamente antiisraeliano, che vede in Israele il seguito della colonizzazione francese in Algeria, il colonizzatore bianco, razzista. Cosa che – e in pochi lo dicono -, permette di sbarazzarsi del senso di colpa per la Shoah: “voi ebrei, vittime di ieri, siete i carnefici di oggi, quindi lasciateci stare con la Shoah, non vi state comportando meglio dei nazisti”.

- Cosa  augura all’ebraismo francese? Pensa che gli ebrei debbano andare in Israele, come hanno invitato a fare alcuni personaggi pubblici francesi e israeliani, oppure che possano continuare a vivere in Francia?
  La soluzione non è quella di partire: si deve rimanere, difendendo la vita ebraica e prendendo le misure necessarie per contrastare le manifestazioni di antisemitismo. Ma certo non è facile, vista anche la crescita della popolazione arabo-musulmana. Allo stesso tempo, Israele non è una soluzione per tutti: il costo della vita è altissimo e sia le persone meno abbienti  che la classe media non possono permettersi molte cose, come acquistare un appartamento, andare a mangiare fuori, ecc… Quindi gli ebrei francesi sono condannati alla doppia pena: o restano in Francia e subiscono l’antisemitismo, oppure vanno in Israele ma, se non hanno abbastanza mezzi economici, vivono una vita povera. Per questo molti scelgono altre mete.
  Per chi rimarrà in Francia, l’unica possibilità sarà diventare invisibile, vivere raggruppati e nel modo più discreto possibile: si toglierà la mezuzà dalle porte, non si metterà il ciondolo con il Magen David o la kippà, e quando si ordinerà un Uber si darà un nome francese. Già ora è una comunità che si sta abituando a vivere all’ombra. E lo sarà sempre di più.
  Anche la piazza e la partecipazione alle manifestazioni contro l’antisemitismo ci dimostrano che il clima sta cambiando in peggio. Quello che è sorprendente è che dopo lo stupro della ragazzina ebrea di 12 anni, l’80% dei partecipanti scesi in piazza era costituito da ebrei; soltanto 30 anni fa, nel 1990, per la violazione del cimitero di Carpentras (era stato profanato un cadavere) c’era un milione di persone nelle strade, tra cui moltissimi non ebrei… Persino il Presidente della Repubblica François Mitterrand era sceso in piazza. Invece, alla manifestazione del novembre scorso contro l’antisemitismo Emmanuel Macron ha rifiutato di partecipare.
  Gli ebrei a mano a mano stanno capendo che dietro alle belle parole, l’apparato statale li sta abbandonando: non per antisemitismo, ma a causa del rapporto di forza con il mondo musulmano. In questo contesto gli ebrei non contano più niente.

(Bet Magazine Mosaico, 16 luglio 2024)

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La sorte di Mohammed Deif: ucciso secondo fonti israeliane, si attendono conferme

di Luca Spizzichino

Secondo l’intelligence israeliana, Mohammed Deif, capo militare di Hamas a Gaza, è rimasto ucciso nel raid di sabato scorso di Mawasi nel sud della Striscia. È quanto ha riferito Channel 12. Una fonte autorevole ha sottolineato che è molto probabile che Deif sia stato ucciso nell’attacco, ma che la conferma non è ancora arrivata, ha riferito l’emittente statale israeliana KAN.
  Secondo l’Idf infatti, “è certo” che Deif e il comandante del Battaglione Khan Yunis di Hamas Rafa Salameh fossero nello stesso edificio colpito. Ieri l’esercito ha confermato l’uccisione di Salameh. Al contrario per il terrorista soprannominato “Il fantasma”, manca ancora un annuncio ufficiale.
  Nelle scorse ore anche dall’intelligence americana sono arrivate “indicazioni” che Israele abbia eliminato il capo militare di Hamas. “Ci sono ancora molte domande sui risultati degli attacchi contro Mohammed Deif”, ha detto l’ambasciatore statunitense in Israele Jack Lew in un briefing per la comunità ebraica americana ospitato dalla Casa Bianca. “Non posso confermare se hanno avuto successo o meno, ma ci sono indicazioni che ci siano riusciti”.
  Ieri sera, il Capo di Stato Maggiore dell’IDF Herzi Halevi ha detto che Hamas stava “cercando di nascondere i risultati” dell’attacco. I media israeliani affermano che Hamas sta facendo di tutto per nascondere la sorte di Deif, anche sorvegliando gli ingressi e le uscite dell’ospedale dove vengono curati i feriti nell’attacco.

(Shalom, 16 luglio 2024)

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USA – Vance, il candidato vicepresidente: «Libertà a Israele nella guerra a Hamas»

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Isolazionista, contrario all’invio di armi all’Ucraina, ma favorevole al sostegno a Israele, il mondo comincia a scoprire J.D. Vance, il senatore trentanovenne scelto da Donald Trump come candidato vicepresidente per la corsa alla Casa Bianca.
  Nella prima intervista dopo la nomina, Fox News ha chiesto a Vance cosa pensa del conflitto a Gaza. «Joe Biden ha reso la vittoria d’Israele sempre più difficile», ha commentato il candidato vicepresidente. «Vogliamo che Israele concluda questa guerra il più rapidamente possibile, perché più si protrae, più la loro situazione diventa difficile. Ma in secondo luogo, dopo la guerra, vogliamo rinvigorire il processo di pace tra Israele, Arabia Saudita, Giordania e così via».
  Nei mesi scorsi Vance ha contestato la gestione dell’amministrazione Biden del conflitto, criticando le pressioni esercitate dalla Casa Bianca su Gerusalemme per un uso più limitato della forza a Gaza. «Penso che il nostro atteggiamento dovrebbe essere: «Non siamo bravi a gestire le guerre in Medio Oriente, gli israeliani sono nostri alleati, lasciamo che portino avanti questa guerra nel modo che ritengono più opportuno», ha dichiarato in un’intervista alla Cnn. Per il numero due del ticket repubblicano «se vogliamo imparare la lezione degli ultimi 40 anni, la cosa più importante è sconfiggere Hamas come organizzazione militare». Tenendo presente «l’impossibilità di sconfiggere l’ideologia» dei terroristi palestinesi, bisogna concentrarsi sull’eliminazione «dei comandanti e dei battaglioni addestrati». «Penso dovremmo dare agli israeliani il potere di fare tutto questo».
  Ultraconservatore cattolico, in un intervento al Quincy Institute di Washington ha delineato la sua visione del legame con Israele. «Il motivo principale per cui gli americani si preoccupano di Israele è che siamo ancora il paese a maggioranza cristiana più grande del mondo. Questo significa che la maggioranza dei cittadini americani pensa che il loro salvatore – e io mi considero un cristiano – sia nato, morto e risorto in quella piccola striscia di territorio sul Mediterraneo. L’idea che ci sarà mai una politica estera americana che non si preoccupi di quella fetta di mondo è assurda», ha dichiarato Vance. Nello stesso discorso al Quincy Institute, il senatore dell’Ohio è tornato sulla sua decisione di bloccare per settimane un pacchetto sicurezza a favore d’Israele e Ucraina. «È strano che Washington dia per scontato che Israele e Ucraina siano esattamente la stessa cosa. Non lo sono, ovviamente, e credo che sia importante analizzarli separatamente». Dopo aver ribadito il sostegno alla guerra a Hamas, il candidato vicepresidente ha detto di «ammirare gli ucraini che stanno combattendo contro la Russia. Non credo però che sia interesse dell’America continuare a finanziare una guerra di fatto infinita in Ucraina».
  A maggio la Cnn ha chiesto a Vance di commentare un’incendiaria dichiarazione di qualche settimana prima di Trump sul voto ebraico negli Usa. Secondo il candidato repubblicano «i democratici odiano Israele» e quindi «ogni ebreo che vota per i democratici odia la propria religione. Odiano tutto ciò che riguarda Israele e dovrebbero vergognarsi perché Israele sarà distrutto». Per il senatore dell’Ohio le dichiarazioni di Trump sono comprensibili. «Penso sia ragionevole guardare a questa situazione e dire che se sei un americano ebreo che si preoccupa dello stato di Israele, che si preoccupa di queste rivolte antisemite (le manifestazioni propalestinesi nei campus universitari), dovresti stare dalla parte dei repubblicani nel 2024».

(moked, 16 luglio 2024)

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Sinwar "sotto pressione" e Deif disperso: il crollo della leadership di Hamas

Secondo la Cia, i comandanti di Hamas starebbero cercando di convincere il loro capo ad accettare un accordo di tregua. Ancora incertezza sulla sorte di Mohammed Deif, bersaglio del raid israeliano del 13 luglio.

di Filippo Jacopo Carpani

Sono due le persone in cima alla lista dei bersagli di Israele: il capo di Hamas a Gaza Yahya Sinwar e il leader delle brigate al-Qassam Mohammed Deif. Sono ritenuti i responsabili principali dei massacri del 7 ottobre e sin dall’inizio della guerra il governo ebraico ha indicato la loro eliminazione come uno degli obiettivi principali dello sforzo bellico.

• Yahya Sinwar: il capo di Hamas nascosto e sotto pressione
  Secondo l’intelligence americana, Yahya Sinwar si nasconderebbe nella rete di tunnel sotto Khan Younis, la sua città natale, e sarebbe l’elemento chiave per la buona riuscita dei negoziati per un cessate il fuoco. Stando a quanto affermato dal direttore della Cia Bill Burns, il capo di Hamas starebbe anche subendo pressioni interne dai suoi stessi comandanti, stanchi di combattere, affinché accetti un accordo per porre fine al conflitto.
  Secondo il capo dei servizi segreti statunitensi, che ha parlato al ritiro estivo annuale della Allen & Company a Sun Valley, questa è una situazione completamente inedita di cui entrambe le parti in guerra dovrebbero approfittare per trovare un’intesa.
  Nel corso dei mesi, gli 007 israeliani hanno provato più volte a catturare il leader dell’organizzazione terroristica. Nel febbraio scorso, le Idf sono riuscite a penetrare in uno dei suoi covi, dove si era nascosto facendosi scudo con 12 ostaggi. È stato ipotizzato che si fosse spostato a Rafah o che fosse riuscito a lasciare la Striscia e a rifugiarsi in Egitto. Dall’inizio della guerra, Sinwar ha anche inviato numerosi messaggi ai mediatori palestinesi e agli alti ufficiali di Hamas in esilio, nei quali ha sottolineato che l’alto numero di vittime civili a Gaza, definite come “sacrifici necessari”, hanno fatto il gioco del movimento islamista perché hanno aumentato la pressione internazionale sullo Stato ebraico.

• Mohammed Deif: il "fantasma" potrebbe essere morto
  Mohammed Deif è considerato la mente dietro gli attacchi del 7 ottobre. Sabato 13 luglio, le forze israeliane hanno effettuato un raid aereo nella zona di al-Mawasi, colpendo un edificio in cui si era nascosto assieme al capo della brigata Khan Younis di Hamas Rafa’a Salameh. La morte di quest’ultimo è stata confermata, mentre la sorte del “fantasma di Gaza” è ancora avvolta da un velo di incertezza.
  Stando a quanto riportato da Channel 12, la valutazione unanime degli organi di sicurezza israeliani è che Deif sia stato ucciso. Le Idf, inoltre, sarebbero “certe” della presenza di entrambi gli alti ufficiali di Hamas nella struttura colpita al momento dell’attacco. In una conferenza stampa tenutasi alcune ore dopo il bombardamento, il premier Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che “non era ancora del tutto certo” che il comandante delle brigate al-Qassam fosse stato eliminato. Secondo il capo di Stato maggiore ebraico Herzi Halevi, inoltre, l’organizzazione terroristica “ha cercato di nascondere” i risultati dell’attacco.
  Se la morte di Deif dovesse essere confermata, sarebbe un colpo molto duro per la catena di comando del gruppo islamista, già decimata da una serie di raid mirati delle forze di Tel Aviv sia a Gaza, sia in Cisgiordania, come parte della "strategia della decapitazione".

(il Giornale, 16 luglio 2024)

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Trasformare rifiuti in oro

Una start-up israeliana chiamata "Day 8" trasforma i rifiuti agricoli in proteine. Il mercato per questo prodotto potrebbe essere enorme - l'industria alimentare è già interessata. «Di rifiuti facciamo oro», dicono i fondatori, il cui nome dell'azienda si riferisce al racconto biblico della creazione.

di Jörn Schumacher

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Dana Marom

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Daniel Rejzner

"Day 8" è il nome della start-up israeliana che produce ricercate proteine dai rifiuti agricoli. Gli israeliani Dana Marom e Daniel Rejzner hanno sviluppato un processo industriale per estrarre la proteina RuBisCO dalle foglie verdi di vari frutti e ortaggi come spinaci, banane, pomodori e mais.
  La RuBisCO è una delle proteine più abbondanti sulla terra. Le sue proprietà di digeribilità, emulsionabilità e schiumosità sono simili a quelle delle proteine animali come l'albume d'uovo e la caseina. Tuttavia, nonostante la sua diffusione, non è la proteina vegetale preferita dall'industria alimentare.
  Uno dei motivi è che si trova solo in piccole quantità (dall'1 al 5%) nelle foglie. Le cellule delle foglie devono essere aperte per l'estrazione, al fine di rimuovere la cellulosa, la clorofilla, i polifenoli e altri componenti senza denaturare la proteina. L'estrazione è quindi molto costosa. È qui che entra in gioco la start-up israeliana "Day 8", fondata nell'estate del 2023.

• “I profitti sono incredibilmente alti"
  Da un lato, i fondatori utilizzano i rifiuti agricoli, che sono disponibili a un prezzo inferiore. Dall'altro, hanno sviluppato un processo di estrazione più efficiente. Tuttavia, non vogliono rivelare alcun dettaglio.
  Il cofondatore Rejzner ha dichiarato al quotidiano economico israeliano "Globes": "Secondo i nostri calcoli, ogni anno possono essere utilizzati 2,7 miliardi di tonnellate di rifiuti agricoli. Crediamo che su larga scala potremo raggiungere prezzi paragonabili a quelli delle proteine di soia sfuse, che costano tra i 3 e i 5 dollari al chilo". Rejzner ha fondato "Day 8" insieme alla collega Dana Marom, che ha già una vasta esperienza internazionale nel campo della produzione di proteine di soia.
  Per ogni chilogrammo di banane, c'è mezzo chilogrammo di foglie, che gli agricoltori devono costantemente tagliare, spiega Rejzner. "Si tratta di rifiuti organici che non nutrono il suolo e non portano alcun beneficio all'agricoltore. Per noi invece  è un tesoro. I profitti che se ne possono ricavare sono altissimi. Stimiamo che il potenziale di produzione di proteine dalle sole banane valga circa 7 miliardi di dollari". "Trasformare i rifiuti in oro" è lo slogan sicuro di sé sul sito web dell'azienda.
  "Day 8" sembra adattarsi perfettamente a un momento in cui le persone sono alla ricerca di nuovi "superalimenti" ricchi di proteine, ecologici e privi di allergeni. La proteina ottenuta è una polvere incolore, non ha sapore ed è priva di allergeni. Il mercato delle cosiddette "proteine alternative" ha un valore stimato di 18 miliardi di dollari all'anno; la domanda globale di queste proteine è aumentata enormemente negli ultimi anni.
  La start-up "Day 8" ha sede nel centro tecnologico "The Kitchen Food Tech Hub" di Rechovot, nel centro di Israele. Il centro di start-up è stato fondato nel 2015 per riunire le aziende del settore food tech. Ha fornito a "Day 8" l'equivalente di circa 600.000 euro di finanziamenti anticipati.
  Attualmente Day 8 sta cercando di portare la nuova tecnologia su scala industriale e di richiedere i brevetti per avviare la produzione industriale. Finora sono stati individuati più di 20 potenziali clienti dell'industria alimentare che potrebbero voler integrare la proteina nei loro alimenti.

• Sostituire i sottoprodotti dell'industria lattiero-casearia
  I prodotti alimentari ad alto contenuto proteico sono già molto popolari, come yogurt e frullati, polveri proteiche e barrette. Le proteine utilizzate oggi sono per lo più sottoprodotti dell'industria lattiero-casearia. "Possiamo sostituirle con quelle che estraiamo dalle foglie", dice Rejzner.
  Un altro vantaggio della produzione di "proteine alternative" è la riduzione del consumo di uova. "Le uova sono un problema per le fabbriche alimentari", spiega Rejzner. "Si teme la salmonella, devono essere refrigerate e ci sono problemi di sicurezza alimentare". Una polvere proteica che sostituisca le uova sarebbe quindi molto gradita all'industria alimentare.
  Il prodotto della start-up israeliana potrebbe anche servire come alternativa alla carne e al latte. "Le bevande di maggior successo su questo mercato sono il latte di soia, il latte di mandorla, il latte di avena e così via. Ma hanno uno svantaggio: non si possono montare. La nostra proteina fa una buona schiuma e non ha un sapore proprio", spiega il 47enne.
  Il nome "Day 8" si riferisce alla settimana di sette giorni della storia biblica della creazione, spiega Rejzner. "Il mondo fu creato perfettamente in sette giorni. L'ottavo giorno il testimone è stato passato a noi e ora dobbiamo prendercene cura".

(Israelnetz, 16 luglio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Incontro di alto livello USA-Israele su contrasto all’Iran

L'importante incontro del Gruppo consultivo strategico USA-Israele era stato rinviato dopo le critiche di Netanyahu alla Amministrazione Biden

di Gabor H. Friedman

Washington, Rights Reporter – Secondo una nota dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nella serata di lunedì, i massimi funzionari statunitensi e israeliani hanno tenuto un incontro alla Casa Bianca incentrato sulla lotta contro le minacce poste dall’Iran.
Si è trattato dell’ultima riunione del Gruppo consultivo strategico USA-Israele. Avrebbe dovuto riunirsi il mese scorso, ma gli Stati Uniti hanno rimandato la riunione dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha accusato pubblicamente l’amministrazione Biden di non fornire armi a Israele.
Il team statunitense era guidato dal consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e dal segretario di Stato americano Antony Blinken, mentre il team israeliano era guidato dal consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi e dal ministro per gli Affari strategici Ron Dermer. A loro si sono aggiunti alti rappresentanti delle rispettive agenzie di politica estera, difesa e intelligence.
Hanegbi e Dermer hanno tenuto un incontro più ristretto proprio con Blinken.
Durante il Gruppo Consultivo Strategico, Sullivan ha riaffermato il ferreo impegno del Presidente [Joe] Biden per la sicurezza di Israele, anche di fronte ai continui e sconsiderati attacchi contro Israele da parte degli Hezbollah libanesi. Ha sottolineato che Israele ha tutto il diritto di difendersi da questi attacchi e ha affermato il sostegno degli Stati Uniti a una risoluzione diplomatica che permetta alle famiglie israeliane e libanesi di tornare in sicurezza alle loro case, si legge nel comunicato della Casa Bianca.
I due hanno anche discusso degli sviluppi relativi al programma nucleare iraniano e hanno discusso del coordinamento reciproco su una serie di misure volte a garantire che l’Iran non possa mai acquisire un’arma nucleare, si legge ancora nel comunicato.
Le parti hanno discusso degli sforzi in corso per garantire un accordo per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi, con la parte israeliana che ha ribadito il suo sostegno alla proposta presentata da Biden a maggio.
Netanyahu ha dichiarato sabato di non essersi allontanato di un “millimetro” dalla proposta israeliana sostenuta da Biden.
Tuttavia, ha elencato una serie di nuove richieste che sembrano andare oltre quanto scritto nel testo della proposta ottenuto dal Times of Israel.

(Rights Reporter, 16 luglio 2024)

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Israele trova Hamas tra i dipendenti ONU a Gaza

Prima di Hamas, nessun’altra organizzazione militare aveva costruito una guerra sul “sacrificio necessario” del proprio popolo.

di Giulio Meotti

Altri cento terroristi di Hamas figurano fra i dipendenti dell'ONU a Gaza. Sono stati trovati i loro documenti che ne confermano l'identità. E' la prova ulteriore che le agenzie ONU, soprattutto UNRWA (che l'Italia continua a finanziare), a Gaza sono colluse con il terrorismo di Hamas. Israele ha indicato altri cento dipendenti dell’agenzia delle Nazioni Unite a Gaza come membri di Hamas e ha chiesto che fossero licenziati. Si tratta solo di “una frazione” del numero reale di membri dell’organizzazione terroristica, si legge in una lettera al capo dell’agenzia Unrwa, Philippe Lazzarini. Israele ha inviato l’elenco anche ai paesi che aderiscono all’agenzia dell’Onu come donatori, molti dei quali – tra cui Stati Uniti e Regno Unito – hanno congelato i propri finanziamenti dopo gli attacchi di Hamas. Dopo il 7 ottobre era emerso infatti che dodici dipendenti delle Nazioni Unite avevano legami con Hamas.
  Il recente elenco inviato a Lazzarini fa nomi, passaporti e numeri di carta d’identità militare di cento terroristi di Hamas a libro paga dell’Onu. Non sembra un caso che il corpo dell’ostaggio tedescoisraeliano Shani Louk sia stato trovato in un edificio dell’Unrwa finanziato con i soldi dei contribuenti tedeschi.
  Intanto Mohammad Deif, il comandante supremo delle Brigate Izzadin al Qassam, ala militare di Hamas, è stato preso di mira in un attacco aereo israeliano, sabato mattina, nella zona di Khan Yunis, nel sud della striscia di Gaza, in cui sono morti numerosi civili palestinesi. Insieme a Deif (ricercato da trent’anni come uno dei maggiori responsabili del terrorismo di Hamas), era nel mirino anche Rafa’a Salameh, suo braccio destro e comandante della Brigata Khan Yunis di Hamas. I due si nascondevano in zona civile, le aree di al Mawasi e Khan Younis occidentale, che fanno parte della zona umanitaria designata da Israele. Deif è sulla lista dei massimi ricercati da Israele sin dal 1995 per il suo coinvolgimento nella pianificazione ed esecuzione di un grande numero di attacchi terroristici, compresi molti attentati sugli autobus negli anni 90 e all’inizio degli anni 2000. Deif ha svolto un ruolo di primissimo piano nell’organizzare la carneficina perpetrata da Hamas il 7 ottobre. “Hamas non deve nascondersi tra i civili – ha affermato persino un portavoce di Fatah, citato da Maariv – Perché Deif era nel campo di Al-Mawasi?”.
  Un’indagine approfondita del New York Times rivela le tattiche di combattimento di Hamas nella Striscia di Gaza che si basano sul massiccio uso della popolazione civile come scudi umani. Il reportage, basato sull’analisi di video di Hamas e interviste a combattenti di Hamas e a soldati israeliani, descrive uno sfruttamento sistematico per scopi militari dei civili e delle loro infrastrutture, incolpando di fatto Hamas per la guerra in corso, le distruzioni, le morti e gli sfollamenti di popolazione. Il New York Times conferma che Hamas nasconde terroristi, pozzi d’ingresso ai tunnel e depositi di munizioni dentro edifici residenziali, strutture mediche, uffici delle Nazioni Unite e moschee, abolendo intenzionalmente il confine tra combattenti e non combattenti. Il reportage rivela che i terroristi di Hamas indossano spesso abiti civili, a volte anche sandali e tute da ginnastica, prima di sparare contro i soldati israeliani o lanciare razzi da aree civili. Hamas usa anche i civili, compresi bambini, come “vedette” e “informatori”. Prima di Hamas, nessun’altra organizzazione militare aveva costruito una guerra sul “sacrificio necessario” del proprio popolo.

Il Foglio, 16 luglio 2024)

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Eurovision, Golan rivela: “Ho dovuto travestirmi per uscire liberamente per la città”

di Michelle Zarfati

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Eden Golan ha rivelato che durante il suo soggiorno a Malmö, per gareggiare all’Eurovision Song Contest, doveva spesso indossare un travestimento per girare per la città. In un post sulla sua pagina Instagram giovedì, Golan ha raccontato di aver indossato una parrucca e un paio di occhiali per alterare il suo aspetto per motivi di sicurezza mentre le proteste anti-israeliane infuriavano nella città svedese.
  “Sono passati due mesi dalla finale dell’Eurovision. Due mesi dal folle viaggio che è diventato la mia missione nazionale e personale. Un viaggio emotivo, potente, complesso e impegnativo in un anno che sapevo sarebbe stato diverso da qualsiasi altro – ha scritto Golan – Ho pensato a lungo a quale immagine condividere qui e ho scelto un momento che inizialmente mi sembrava assurdo e divertente, ma non meno spaventoso e pericoloso. Molti sanno che eravamo circondati dalle migliori guardie di sicurezza sempre presenti per proteggere la nostra delegazione, ma non sanno di alcuni momenti in cui ho dovuto travestirmi per uscire liberamente per la città”.
  La cantante israeliana ha aggiunto: “La paura che mi riconoscessero a causa del paese da cui provengo, che fa parte di me e mi rende orgogliosa, è incomprensibile per me. Purtroppo, siamo tornati ai momenti in cui una donna ebrea e israeliana deve nascondersi per non essere ferita. Per me, questo è stato un momento che ricorderò per tutta la vita. So che verranno giorni migliori. Prego ogni giorno che arrivino presto. Non dimenticheremo mai quello che abbiamo passato, ma troveremo la forza di andare avanti”.
  La cantante ha deciso di sfogarsi sui social a ormai due mesi dalla fine dell’Eurovision, che l’ha vista tra i maggiori protagonisti della gara canora. Una responsabilità importante quella di rappresentare Israele all’Eurovision, in un momento di forte crescita di antisemitismo e antisionismo.

(Shalom, 16 luglio 2024)

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Israele: liberazione ostaggi e fronte nord. IDF pronto a qualsiasi scenario

Il capo dell'IDF spazia a tutto campo e risponde alle accuse lanciate sabato sera da Netanyahu. Parla anche del fronte nord

di Sarah G. Frankl

Sulla possibilità di un accordo con Hamas che porti alla liberazione degli ostaggi, l’IDF è pronto a qualsiasi scenario.
Lo ha affermato domenica il capo dell’IDF, il Generale Herzi Halevi, in una conferenza stampa tenutasi presso la base aerea di Palmachim, nel centro di Israele.
“Un accordo per la restituzione degli ostaggi è un imperativo morale urgente per salvare vite umane” ha detto Halevi.
“L’IDF sta attuando tutte le pressioni necessarie per creare le migliori condizioni per un accordo di questo tipo, e questo è il modo in cui abbiamo agito dalla fine dell’accordo precedente”, ha sottolineato, in risposta al Primo Ministro Benjamin Netanyahu che sabato sera aveva scaricato sull’IDF la responsabilità del mancato accordo per la liberazione degli ostaggi a causa della “poca pressione militare su Hamas”.  
“Per mesi non c’è stato alcun progresso [verso un accordo sugli ostaggi] perché la pressione militare non era abbastanza forte”, aveva detto sabato sera Netanyahu aggiungendo che la situazione è cambiata solo quando ha insistito affinché le IDF entrassero a Rafah. Il Premier israeliano è accusato da più parti di sabotare gli accordi.

• IDF PRONTO A QUALSIASI SCENARIO
  “L’IDF saprà rispettare qualsiasi accordo approvato dai vertici politici e, anche dopo un cessate il fuoco, tornerà a combattere con grande intensità”, ha detto Halevi, che ha aggiunto: “L’IDF non smetterà di lavorare per liberare gli ostaggi, quelli per i quali il tempo passa con grande difficoltà, e non rinunceremo a continuare ad attaccare Hamas fino a quando questo obiettivo non sarà raggiunto e, naturalmente, non rinunceremo a raggiungere la sicurezza per i cittadini dello Stato di Israele”.
Per quanto riguarda l’attacco aereo di sabato nel sud della Striscia di Gaza, che aveva come obiettivo Muhammed Deif, il leader dell’ala militare di Hamas e una delle menti dietro il 7 ottobre, Halevi ha detto che è ancora troppo presto per determinare se Deif, che ha eluso numerosi tentativi di assassinio israeliani negli ultimi 30 anni, sia stato eliminato con successo.
“Muhammed aveva paura di morire, così si è nascosto in un modo che ha persino danneggiato la sua capacità di comando”. Si è nascosto e ha sacrificato con lui la sua gente e i civili che si trovavano nell’area, che erano in pericolo, pochi dei quali sono stati feriti”, ha detto Halevi. “Abbiamo trovato lui e troveremo anche i prossimi”. Secondo fonti accreditate dell’intelligence israeliana, Deif è morto nell’attacco anche se Hamas continua a negare.
“Questi omicidi mirati fanno parte della continua e mutevole pressione militare che l’IDF esercita in tutte le zone della Striscia di Gaza. Ogni giorno ci sono molti morti di Hamas… Questo è importante per lo smantellamento sistematico dell’organizzazione terroristica di Hamas. È anche molto importante per creare le condizioni per un accordo per la restituzione degli ostaggi”, ha aggiunto Halevi.

• I PREPARATIVI PER «LA PROSSIMA FASE» IN LIBANO
  Tra le tante cose Halevi ha parlato anche della situazione sul fronte nord dove gli scontri con Hezbollah si sono intensificati.
Il capo dell’esercito ha detto che l’IDF è pronta per “la prossima fase” in Libano.  “Siamo in combattimento ad alta intensità nel nord. Oltre ai crescenti risultati ottenuti nel degradare Hezbollah, non dimentichiamo nemmeno per un momento la situazione dei residenti del nord fuori casa da nove mesi e siamo sempre in lutto per i morti e i feriti degli attacchi di Hezbollah”, ha dichiarato.
“Negli ultimi giorni sono stato in una delle comunità vicine al confine, naturalmente non per la prima volta. Ho visto i danni, ho incontrato la leadership del luogo, ho sentito cose difficili da loro – traduciamo questa difficoltà in determinazione in combattimento, e poi in soluzioni reali e nel ritorno dei residenti in sicurezza alle loro case”, ha detto Halevi.

(Rights Reporter, 15 luglio 2024)

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Scoperto sotto il Corridoio Filadelfia il numero più alto di tunnel dall’inizio della guerra

di Luca Spizzichino

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Il corridoio Filadelfia

“Hamas ha trasformato l’intera città di Rafah in un gigantesco campo di battaglia, pieno di trappole esplosive e di tunnel da cui opera” ha affermato il comandante della brigata Nahal, il colonnello Yair Zuckerman, a Israel Hayom, sottolineando come sotto il Corridoio Filadelfia l’IDF sia stato trovato “il numero più alto di cunicoli” dall’inizio della guerra.
  L’ufficiale dell’IDF ha parlato con il quotidiano israeliano delle operazioni in corso nella città al sud della Striscia di Gaza e lungo il Corridoio Filadelfia. “Le case sono piene di trappole esplosive e contengono piccole telecamere, tramite le quali seguono le nostre forze e cercano di danneggiarle” ha aggiunto, spiegando di averle trovate sugli stipiti delle porte, nelle moschee, nelle cliniche e nelle scuole.
  “C’è una vera città sotterranea qui. Rafah è il primo posto in cui hanno fatto uso di tunnel”, ha rivelato Zuckerman. “Non ci sono molti nemici in superficie, sono per lo più sotterranei. Oltre il 50% di Rafah è nelle nostre mani, ma questo non significa che abbiamo ucciso tutti i terroristi e distrutto tutte le infrastrutture”.
  Dei quattro battaglioni di Hamas a Rafah, almeno uno è stato completamente smantellato, mentre un secondo è solo parzialmente funzionante e gli ultimi due sono ancora operativi. Ma il vero obiettivo delle operazioni è la distruzione dei tunnel. “Ci vorranno dai due ai quattro mesi per trovare tutti i tunnel lungo il Corridoio ed esaminarli”.

(Shalom, 15 luglio 2024)

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Il Ministero della Salute premia l’impegno dei volontari

Il Ministero della Salute ha premiato l'organizzazione ZAKA, che ha contribuito all'identificazione dei corpi dopo il 7 ottobre. La decisione era stata presa ancora prima.

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Il ministro della Sanità Busso ha onorato l'impegno dei volontari di ZAKA

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GERUSALEMME - Il Ministero della Salute israeliano ha premiato l'organizzazione di volontariato ZAKA con il "Premio Scudo 2023". Il riconoscimento premia il lavoro dei volontari nel settore sanitario.

ZAKA ha ricevuto uno dei cinque premi nella categoria "Organizzazioni". I dipendenti si adoperano affinché le vittime di un attacco terroristico, di un incidente o di un disastro naturale ricevano una sepoltura dignitosa.

I premi sono stati consegnati dal Ministro della Salute Rabbi Uriel Busso (Shass) e dal Direttore del Ministero Moshe Bar Siman Tov mercoledì all'ospedale Hadassah nel quartiere Ein Kerem di Gerusalemme. Busso ha detto ai premiati: "Siete mossi dalla compassione e da una missione. La presenza dei volontari garantisce il corretto ed efficiente funzionamento del sistema".

,• DOPPIAMENTE MERITATO DOPO IL 7 OTTOBRE"

A nome dei numerosi volontari, il direttore generale Rabbi Zvi Hesed ha accettato il premio a nome dello ZAKA, scrive il Jerusalem Post. Bar Siman Tov ha detto che i dipendenti lavorano 24 ore su 24 e tutti i giorni. "La decisione di assegnarvi il premio è stata presa prima del 7 ottobre. Ma ora i volontari lo meritano doppiamente". Dopo il massacro di Hamas, i dipendenti dello ZAKA hanno aiutato a identificare numerosi corpi di vittime sulle scene del crimine.

Al termine della cerimonia, il rabbino di Ramat Gan, Schneur Gol, ha recitato una preghiera. Ha chiesto a Dio di proteggere i soldati israeliani e di riportare gli ostaggi.

• DOTTORATO ONORARIO PER ZAKA

L'Università di Ariel, in Samaria, aveva già onorato lo ZAKA alla fine di giugno: aveva conferito una laurea ad honorem al rabbino Ejal Meschiach, che l'aveva accettata a nome dei numerosi aiutanti. L'università ha onorato gli sforzi di migliaia di volontari dopo il massacro di Hamas.

(Israelnetz, 15 luglio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Andrey Kozlov: “Per i primi due mesi sono stato sempre legato”

A più di un mese dal suo salvataggio dalla prigionia di Gaza, Andrey Kozlov racconta il suo viaggio di otto mesi dalla disperazione alla speranza, passando per lo studio del Corano, l’essere stato incatenato per settimane e mesi e il luogo peggiore in cui è stato detenuto.

Andrey Kozlov non aveva idea di essere portato a Gaza. “Mi ci sono voluti circa sette minuti di guida per capire che non venivo salvato ma rapito”, racconta.
“Abbiamo guidato per sette minuti interi prima che mi rendessi conto che l’auto non era diretta verso Tel Aviv ma nella direzione opposta, verso Gaza. Prima di capire che l’uomo barbuto seduto dietro di noi con una pistola non era un uomo delle forze speciali israeliane venuto a salvarci, ma un terrorista”.
Mentre racconta questo, fa un piccolo sorriso. È il sorriso di un ventisettenne che si prende gioco della propria ingenuità. Era abbastanza ottimista e innocente da credere che qualcuno sarebbe venuto a salvarlo dal massacro. Dopo otto mesi di prigionia, Kozlov non è più la stessa persona che era il 7 ottobre, quella che credeva che tutto sarebbe andato bene. Ha sopportato troppe cose in prigionia – percosse, umiliazioni, abusi fisici e psicologici – e ora è in guardia.
Ma il 7 ottobre Kozlov era un giovane bello e affascinante, immigrato da San Pietroburgo da solo. I genitori e il fratello, a cui è molto legato, sono rimasti in Russia. Poiché aveva bisogno di mantenersi nell’appartamento che aveva affittato a Rishon LeZion, aveva accettato diversi lavori veloci che non richiedevano la conoscenza dell’ebraico. Per esempio, lavori di sicurezza, come al festival musicale Nova.
Dopo il suo rapimento, descrive ciò che ha visto oltre il confine. “Quando abbiamo attraversato il muro, abbiamo visto campi pieni zeppi di gazani, alcuni in bicicletta, altri su asini, altri a piedi, e stavano festeggiando”, racconta. “Era la festa della loro vita. La loro gioia era così selvaggia e barbara. Ricordo un volto in particolare. Sembrava un predatore. Aveva gli occhi spalancati. Cercavano di entrare nella nostra macchina, sbattendo con forza sui finestrini. Abbiamo cercato di coprirci il volto con le mani.
Il “cattivo” con noi dietro – a questo punto ho capito che era lui il “cattivo” – ha cambiato posto con Shlomi e ha iniziato a guidare. Non so, forse i gazani di solito non prendono la patente, perché lui guidava come un pazzo. Sbandava a destra e a sinistra. Sono convinto di averlo visto investire un bambino in una delle curve, ma il terrorista non si è fermato”.
Alla fine l’auto si è fermata da qualche parte alla periferia di Gaza. Il terrorista alla guida ci ha consegnati a diversi altri uomini armati ed è scomparso; non l’hanno più visto. “Ci hanno portato al secondo piano di un edificio, ci hanno legato le mani dietro la schiena con delle corde e ci hanno messo a terra. Hanno iniziato a parlare tra di loro, e tutto quello che riuscivo a pensare era dimostrare loro che ero un cittadino russo, che avevano preso l’uomo sbagliato. La mia mente era concentrata su una sola cosa: dovevo sopravvivere a tutto questo”.
La maggior parte dei maltrattamenti è stata inflitta loro all’inizio, ma anche più tardi, durante la prigionia, ci sono stati molti delinquenti che non hanno resistito a dimostrare quanto fossero più duri di loro. “I primi giorni sono stati davvero orribili. Ci sono voluti due giorni per portarmi in bagno. Prima mi davano solo una bottiglia d’acqua vuota e mi dicevano di usarla con le mani legate. Poi mi hanno portato a urinare come se fossi un cane, con una corda come guinzaglio, gridando “go-go-go”. Ho detto loro: “Devo abbassarmi i pantaloni per andare in bagno e ho le mani legate”, e loro hanno risposto: “Non ci interessa”. Era così terribile. Non potevo fare nulla. Mi picchiavano, mi davano ginocchiate nello stomaco. Per tutto il tempo ho continuato a pensare: “Fate di me quello che volete, ma per favore non toccate le mie parti intime””.
Kozlov ha trascorso otto mesi a Gaza, cambiando nascondiglio non meno di sette volte. In alcuni luoghi si sono fermati per un solo giorno, mentre in altri sono rimasti per una o tre settimane. A dicembre, sono stati trasferiti nella loro posizione finale, nel campo profughi di Nuseirat, nel centro di Gaza, dove hanno vissuto per sei mesi fino al loro salvataggio.
“In ogni luogo, le condizioni e le persone erano diverse”, racconta. “C’era il nostro primo appartamento, con un ragazzo che giocava a carte con noi e ci mostrava le notizie da Israele. Così abbiamo saputo che la situazione in Israele era molto grave e che c’erano molti ostaggi. Alcuni fornivano cibo a sufficienza, ma c’erano posti in cui avevamo solo un pasto al giorno. Ho perso quasi 10 chili”.
Qual è stato il posto peggiore?
“Un cantiere che non era ancora stato completato, una sorta di rudere abbandonato. Hanno rotto la maniglia della porta dall’interno, hanno spento le luci e ci hanno lasciato lì con le mani legate dietro la schiena per tutta la notte. C’eravamo solo noi e i rumori della gente che parlava nel quartiere sottostante. Non c’erano coperte, né cuscini, solo un pavimento coperto di polvere e noi dovevamo dormire. Io sono allergico alla polvere e riuscivo a malapena a dormire. Dopo due settimane ci hanno spostato al primo piano della casa. Eravamo nella cucina di un panificio, circondati da congelatori e da alcune macchine impastatrici. Ho preso un materasso e ho dormito sul pavimento, vicino alle macchine”.
Avevi sempre le mani legate?
“Sì. Per i primi due mesi sono stato sempre legato, con corde o catene di ferro con lucchetti. Sia le mani che i piedi”.
Sembra un film dell’orrore.
“Era un film davvero brutto, del tipo peggiore. C’è stato solo un giorno in cui è stato un bel film: il giorno del salvataggio”.
Questo ci porta all’ultimo appartamento in cui Almog Meir Jan, Shlomi Ziv e Kozlov hanno soggiornato, il famoso appartamento da cui sono stati salvati in un’eroica operazione in cui anche Noa Argamani è stata liberata da un appartamento vicino.
Durante l’operazione, l’ufficiale delle forze speciali della polizia Arnon Zamora é stato ucciso e l’operazione ha preso il suo nome. Solo dopo la liberazione abbiamo appreso che la persona che teneva in ostaggio i nostri ostaggi in quell’appartamento era Abdallah Aljamal, un giornalista palestinese che collaborava, tra gli altri, con Al Jazeera. Anche suo padre, uno stimato medico di famiglia, ha partecipato al rapimento.
Kozlov dice di non sapere che il suo sequestratore fosse un giornalista palestinese. “Non sapevo nemmeno che si chiamasse Abdallah. L’ho sentito solo da dietro le coperte, mentre di tanto in tanto scriveva al computer”. Gli ostaggi erano tenuti in una casa famiglia, dove vivevano anche i figli piccoli della famiglia Aljamal.
All’inizio, Kozlov e gli altri ostaggi sentivano solo i bambini. L’appartamento è stato diviso in due parti con coperte e pezzi di stoffa. Una sezione apparteneva alla famiglia, che non interagiva con gli ostaggi, e l’altra era per gli ostaggi. C’erano due stanze: una per gli ostaggi e una per le guardie armate.
“Verso febbraio o marzo, i bambini hanno iniziato a visitare la nostra area”, racconta. “Si spostavano dalla loro parte per andare a trovare i loro padri – le nostre guardie – e giocavano con loro. Era surreale: da un lato c’erano AK-47, dall’altro RPG, e nel mezzo i bambini giocavano”.
Kozlov dice che questo appartamento apparentemente aveva condizioni migliori, ma non ci sono buone condizioni quando non ci si sente al sicuro nemmeno per un attimo. “Prima di tutto, non ci hanno più legato”, dice.
“Ci hanno tolto le catene e ci hanno detto: “Se fate qualcosa di sbagliato, vi puniremo o vi spareremo”. Questo è stato un avvertimento sufficiente per loro. Così eravamo relativamente liberi. Anche se non vedevamo la luce del sole perché le finestre erano coperte di cartone, non dovevamo chiedere il permesso per andare in bagno. Il messaggio era: “Finché vi comportate bene, saremo buoni con voi”. Ci davano del cibo, ma era sempre freddo perché a Gaza non c’è elettricità di notte, quindi non poteva essere riscaldato. Tuttavia, parlavamo sempre di cibo. Fantasticavo costantemente sulla cucina di mia madre, sulle sue polpette e sulla sua zuppa di pollo”.
Sua madre Evgeniia, seduta accanto a lui nell’hotel in cui alloggia nel centro di Israele, gli sorride di nuovo. “È buffo”, spiega, “perché mio figlio ha sempre odiato la mia zuppa di pollo e la mia cucina”.
“Ma a Gaza ci ho fantasticato sopra”, sorride Andrey.
Cosa facevate tutto il giorno?
“Stai in questo piccolo spazio e cerchi di tenerti occupato. Avevo alcuni mantra che ripetevo a me stesso. Il primo: “Sei ancora vivo”, il secondo: “Ogni giorno è un dono” e il terzo: “La mia famiglia aspetta che io ritorni vivo, integro e in salute”. L’ultima parte di questo mantra, “vivo, integro e in salute”, continuavo a ripetermi in russo. Per ricordarmi che dovevo tornare dai miei genitori e dalla mia famiglia viva. Integro. E in salute”.
Ha pensato alla sua fidanzata Jennifer?
“Certo. È stato strano perché stavamo insieme solo da un mese e mezzo prima del rapimento, quindi per lei è stato come dire: “Wow, ho appena conosciuto questo ragazzo ed è scomparso come se la terra lo avesse inghiottito”. Tuttavia, ho pensato a lei. Ma per la maggior parte del tempo ho pensato a mia madre, a mio padre e a mio fratello. E per il resto del tempo disegnavo molto. Ho fatto parecchi disegni lì; purtroppo non ho potuto portarli con me durante l’operazione di salvataggio”.
Abdallah Aljamal non era così cattivo? Alcuni sostengono di sì.
“Era una delle nostre guardie, armata di pistola, con cui parlavo e che vedevo ogni giorno”, racconta Kozlov. Ma non lo chiamavamo “Abdallah”. A differenza dei luoghi precedenti, dove le nostre guardie indossavano maschere per impedirci di identificarle, qui giravano liberamente senza maschere, ma si rifiutavano di dirci i loro veri nomi. Si sono presentati tutti come “Mohammed”. Per distinguerli, abbiamo iniziato a dare a ogni Mohammed un soprannome appropriato. C’era Mohammed alto, Mohammed grande, Mohammed dagli occhi grandi e Mohammed dalle guance paffute”.
Con le guance paffute, come se volessi dargli un pizzicotto sulle guance?
“Sì. E Mohammed dalle guance paffute era Abdallah, il giornalista. A volte andava bene, a volte no. Per esempio, una notte ho osato spegnere la radio da solo. Le guardie dormivano nella stanza accanto e la radio era costantemente accesa, trasmettendo versetti coranici. Non riuscivo a dormire con il rumore delle preghiere, ma le guardie dormivano e non volevo svegliarle. Mohammed dalle guance paffute si è svegliato e ha iniziato a urlarmi: “Che cosa stai facendo? Torna subito a dormire”.
“La mattina dopo è venuto e ha iniziato a picchiarmi. Ho cercato di spiegargli che non volevo svegliarlo e che per questo avevo toccato la radio, ma lui mi ha detto: “Abbiamo una bomba molto grande qui, possiamo distruggere metà dell’edificio con essa, quindi non osare toccare le mie cose”. Era molto arrabbiato. In generale, aveva un notevole problema di rabbia. Un’altra volta, Abdallah mi promise che mi avrebbe messo in una tomba. Non gli piacevo e non mi rispettava perché sono un immigrato. Sono venuto in Israele per scelta, a differenza di Shlomi e Almog che sono nati qui”.

(Israele 360, 14 luglio 2024)

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Francia – «Tutti parlano degli ebrei ignorando gli ebrei»

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Blog di Sender Vizel, militante ebreo di sinistra

Autore di un fumetto dedicato a come sono percepiti gli ebrei in Francia, al loro rapporto con Israele e all’antisemitismo, Volia Vizeltzer «sta facendo un lavoro straordinario in un mondo in cui la parola “ebreo” è usata come un insulto». Sono parole di Joann Sfar, altro fumettista e autore francese, molto più noto, che ha rilanciato in questi giorni un testo del collega intitolato “Lettre d’un français juif épuisé, à son pays et à la gauche” (ossia Lettera di un ebreo francese esausto al suo Paese e alla sinistra), aggiungendo che Sender Vizel –  o sender vizel, il nome che compare sulla sua biografia, dove si definisce “militante ebreo di sinistra” – diversamente da lui riesce a mantenere un senso di speranza. Ma aggiungendo: «Il nostro Paese merita di meglio che un voto fascista. Merita di meglio dell’odio diffuso contro i musulmani da una parte lato e contro gli ebrei dall’altra».
La lettera rilanciata da Sfar si apre così:
    «Alla fine di questa campagna, vorrei condividere alcune cose. Come ebreo socialista democratico francese e come attivista contro l’antisemitismo. Vorrei che le persone si rendessero conto dell’incredibile violenza contro il popolo ebraico di questa campagna. Siamo stati messi al centro di tutto, abbiamo visto ovunque ipocriti vantarsi di essere dei campioni della lotta contro l’antisemitismo. Li abbiamo visti uno dopo l’altro, dai centristi alla sinistra (per non parlare dell’estrema destra, chiaramente antisemita) fare gran dichiarazioni contro l’antisemitismo, proclamando la propria purezza, rifacendosi l’immagine».
 Continua poi spiegando che come parte di quei pochi che militano attivamente contro l’antisemitismo non li ha mai visti lottare al suo fianco, non li ha mai sentiti dire nulla contro l’esplosione di antisemitismo di sinistra dell’ultimo anno. E ora non solo bisogna sopportare tale malafede, ma pare sia necessario difenderli, «come se dovessimo loro qualcosa».
Gli ebrei costituiscono circa lo 0,6% della popolazione francese e circa lo 0,1% dell’elettorato. In termini di voti è un numero insignificante, e lo è anche demograficamente, nonostante la percezione comune. Eppure agli ebrei francesi è stato detto che avrebbero pesato sul risultato delle elezioni, che «sarebbero state le parole di un rabbino o la critica degli ebrei di sinistra a far vincere l’estrema destra». Un peso irreale, un potere immenso che non esiste nella realtà. Sender Vizel continua con un appello accorato:
    «Mi sento schiacciato da un Paese intero, che si è permesso di sfruttare tutte le nostre forze, le nostre speranze, i nostri bisogni e le nostre paure a proprio vantaggio. Ma da quello che vedo a nessuno, davvero a nessuno, importa niente di noi ebrei. Vorrei sbagliarmi, vorrei che il movimento sociale, la sinistra, mi dimostrasse che ho torto. Ma ne siamo lontani. È anche peggio di prima».
Sono tanti quelli che dichiarano che l’accusa di antisemitismo con loro non può funzionare, e sempre più persone si sentono giustificate non solo nel negare l’antisemitismo, ma soprattutto nel negare il diritto degli ebrei a testimoniare l’antisemitismo che sperimentano. Gli ebrei sono visti ancora una volta come uno strumento di potere, come il potere stesso. È esplicito, Sender Vizel:
    «Continuo a credere che questa lotta contro l’antisemitismo debba assolutamente avere un posto reale a sinistra. Non accetterò mai ‘regali avvelenati’ dalla destra, e ancor meno da fascisti e neonazisti… Ma questo è il problema. Di fronte agli antisemiti siamo chiamati a chiudere un occhio sugli altri antisemiti».
Col risultato che tutti parlano tutto il giorno di strumentalizzazione, e intanto gli ebrei l’antisemitismo lo vivono nel quotidiano. L’atmosfera in Francia è irrespirabile per gli ebrei, che sono delle persone reali, con vite vere, reali, e problemi reali. Non è possibile fare una classifica degli antisemitismi. L’antisemitismo è uno solo, non ne esistono versioni diverse o peggiori. 
    «Veniamo usati e poi gettati via, trasformati in un’arma politica e, alla fine dei conti, disumanizzati. Era da tempo che in Francia non si parlava così tanto di antisemitismo, eppure gli ebrei non si sono mai sentiti così soli. (…) La cosa peggiore è che da qualche parte ci siamo abituati. Ci abituiamo alla solitudine, ci abituiamo alla violenza, ci abituiamo alla disperazione. Appena apriamo la bocca ci viene ordinato di chiuderla, immediatamente. Quindi abbiamo finito per accettare l’idea che questa sia ormai la politica, in Francia. Non solo la sinistra o la destra o non so cosa. Se la politica francese e la società civile nel suo insieme si fossero preoccupate sinceramente di noi, penso che ce ne saremmo accorti. Ne abbiamo così bisogno che la cosa non sarebbe passata inosservata, credetemi».
Nel chiudere il suo accorato appello sender vizel scrive di non poter più utilizzare eufemismi, e che gli ebrei sono costretti ad osservare da bordo campo una partita di ping-pong mediatico tra un partito antisemita pieno di nazisti, e un partito che certamente non ha un programma politico/legislativo antisemita, ma che è pieno di idee antisemite. Non ci sono stati segni di rispetto né di empatia, e ora che la campagna elettorale è terminata non c’è da stare tranquilli, il dolore e la rabbia non spariscono così facilmente. La storia ebraica esiste, è esistita, ed è ora necessario che gli ebrei francesi vengano riconosciuti, anche nel loro diritto di non sentirsi ignorati, e abbandonati. Chiude così: «Siamo qui, vi vediamo, vediamo tutto quello che sta succedendo. Sarebbe ora che anche voi ci vedeste».

(moked, 14 luglio 2024)

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Deif: chi è il numero due di Hamas e cosa potrebbe significare la sua eliminazione per Israele

di Ugo Volli

L’eliminazione del capo terrorista
  Con quattro bombe di grande potenza, lanciate con straordinaria precisione da un aereo su una costruzione in una zona boscosa della città di Khan Yunis, nella striscia di Gaza meridionale, Israele ha inferto ieri mattina un colpo molto importante a Hamas. Anche se “non ve n’è ancora la certezza assoluta”, come ha ammonito il primo ministro Netanyahu in una conferenza stampa tenuta subito dopo la fine del sabato, le forze armate israeliane ritengono di aver eliminato il numero due di Hamas a Gaza Mohammed Deif e il suo vice, oltre che comandante delle truppe terroriste di Khan Younis, Rafa Salama, con la loro scorta di parecchie decine di terroristi.

Chi è Deif
  Nato a Khan Yunis una sessantina d’anni fa, Mohammad Deif per l’anagrafe si chiamava Mohammed Al Mizri, cioè “l’egiziano”: un nome non raro, che la dice lunga sulla provenienza dei “palestinesi”; bisogna ricordare che anche Arafat era in realtà nato in Egitto e non a Gerusalemme come pretendeva. Membro del gruppo dagli anni Novanta del secolo scorso, Deif fu fra i promotori del terrorismo suicida della cosiddetta seconda intifada; dal 2002 divenne il capo assoluto dell’apparato militare di Hamas, le “Brigate Ezzedin al-Qassam”. In questo ruolo aveva organizzato e diretto l’armamento del gruppo, la costruzione dei tunnel e dei missili, il contrabbando dei materiali, gli assalti continuamente portati contro i civili israeliani. In particolare è stato il primo responsabile della strage del 7 ottobre. Dal 2015 fa parte della lista dei più pericolosi terroristi compilata dal Dipartimento di Stato americano. Spesso se ne parla come di un imprendibile, perché è sfuggito, pare a sette tentativi di eliminazione da parte israeliana. In un’azione del 2014 oltre che un occhio e forse una gamba, perse tutta la famiglia, mentre il più recente tentativo conosciuto di eliminarlo risale alla penultima operazione a Gaza nel 2021. Nonostante questi colpi, Deif ha continuato a comandare da solo le truppe di Hamas e le ha portate al livello di pericolosità che si è visto il 7 ottobre e nella guerra successiva.

Le conseguenze
  Tutto ciò ne ha fatto una potenza dentro a Hamas e un mito per i suoi sostenitori, ancor più di colui che teoricamente è il suo capo, cioè Yahya Sinwar, che pure viene da Khan Yunis ed è più o meno suo coetaneo. Se davvero è stato eliminato, questo è un colpo durissimo per l’organizzazione e per il morale di Hamas. Non solo per la perdita di un capo dotato di grande autorità, che grazie al suo prestigio e all’esperienza accumulata poteva organizzare la tattica di guerriglia dei terroristi, reclutarne di nuovi ed eventualmente riorganizzare le bande di Hamas dopo il cessate il fuoco di cui tutti parlano. Ma anche perché evidentemente la sua esecuzione è frutto di una soffiata di alto livello, che mostra come nell’organizzazione terrorista si inizino a vedere crepe importanti anche sul piano della sicurezza. E poi perché evidentemente i dirigenti del terrorismo non possono più starsene nascosti nelle fortificazioni sotterranee, per sviluppare la battaglia devono esporsi, diventando vulnerabili agli attacchi israeliani. Sembra proprio che il lungo lavoro di questi mesi possa portare al collasso dell’organizzazione terrorista a Gaza e aprire una nuova pagina nella guerra di difesa (che, ricordiamolo, non si svolge solo a Gaza ma anche al Nord e sugli altri fronti aperti per decisione dell’Iran).

Le trattative
  Anche se l’Egitto si è affrettato ad ammonire Israele a non compiere azioni che possano danneggiare le trattative in corso per uno scambio fra gli ostaggi e i terroristi condannati e imprigionati in Israele, è chiaro che ha ragione Netanyahu a spiegare, come ha fatto nella conferenza stampa, che la sola speranza di vincere la resistenza di Hamas e di arrivare a un accordo sostenibile, è la pressione militare che renda urgente per i terroristi trovare una via di fuga. Da questo punto di vista l’azione di oggi è importantissima, perché toglie ai capi terroristi l’illusione dell’impunità, mostra loro che il tempo lavora contro di loro e insomma rende urgente un possibile compromesso. Nella conferenza stampa Netanyahu ha anche accennato al contenuto delle trattative, assicurando tutti che la liberazione dei rapiti è il suo primo pensiero e il compito prioritario delle forze armate. Ma ha anche spiegato che rispetto allo schema concordato con gli americani, che comunque contiene molte concessioni, i negoziatori di Hamas avevano chiesto 28 ulteriori modifiche e che la sicurezza di Israele richiede di non andare oltre al testo concordato.

(Shalom, 14 luglio 2024)


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Netanyahu: la morte di Deif nell'attacco a Gaza non è ancora confermata

"Voglio assicurarvi che in un modo o nell'altro raggiungeremo l'intera leadership di Hamas", dice il primo ministro israeliano.

di Joshua Marks

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato sabato sera che non è confermato che il terrorista di Hamas Mohammed Deif e il suo vice Rafa'a Salameh siano stati uccisi in un attacco a Gaza.
In una conferenza stampa presso il quartier generale militare di Kirya a Tel Aviv, il primo ministro ha dichiarato: "Non c'è ancora la certezza assoluta che siano stati uccisi, ma voglio assicurarvi che in un modo o nell'altro raggiungeremo l'intera leadership di Hamas".
Deif è il secondo comandante a Gaza dopo Yahya Sinwar, il principale obiettivo dell'IDF dopo che i due uomini hanno guidato la pianificazione e l'esecuzione del massacro di oltre mille persone nel sud di Israele il 7 ottobre. Il 58enne Deif, leader del braccio armato di Hamas, le Brigate Qassam, è anche responsabile della pianificazione di diversi attentati agli autobus negli anni '90 e 2000.
Netanyahu ha detto che le "mani di Deif sono intrise del sangue di molti israeliani" e ha descritto la sua approvazione dell'operazione, che gli è stata presentata dal capo dei servizi di sicurezza israeliani, Ronen Bar.
"Volevo sapere tre cose: Primo, volevo sapere che secondo l'intelligence non c'erano ostaggi nelle vicinanze. In secondo luogo, volevo sapere quanto sarebbe stato alto il danno collaterale. In terzo luogo, ho chiesto il tipo di munizioni che sarebbero state utilizzate", ha dichiarato il Primo Ministro.
Quando ho ricevuto risposte soddisfacenti, ho autorizzato l'operazione e ho detto: "Che sia un grande successo. Questo successo libererà il Medio Oriente e il mondo intero da questi arci assassini", ha aggiunto.
Deif e Salameh, il comandante della Brigata Khan Younis del gruppo terroristico, si trovavano in un edificio fuori terra vicino alla zona umanitaria di Al-Mawasi e alla città di Khan Younis.
Fonti di Hamas hanno confermato che Salameh è stato ucciso nell'attacco israeliano, mentre si sono rifiutate di confermare o smentire la morte di Deif, ha riferito domenica mattina il quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat.
L'emittente televisiva israeliana KAN 11 ha riferito sabato sera che alti funzionari della sicurezza hanno riferito in un briefing a livello politico che Deif era stato ferito nell'attacco e che erano in attesa della conferma finale, che potrebbe richiedere del tempo. I funzionari della sicurezza hanno anche confermato che Salameh è stato ucciso.
Se Deif fosse stato ucciso nell'attacco, Muhammad Sinwar, comandante delle brigate meridionali di Hamas e fratello di Yahya Sinwar, lo avrebbe sostituito alla guida delle Brigate Qassam, hanno dichiarato sabato fonti di Hamas ad Asharq Al-Awsat.
Oltre all'"eccellente lavoro di intelligence e operativo", Netanyahu ha anche lodato il fatto che sia stata scongiurata la "grande pressione interna ed esterna per porre fine alla guerra prima che tutti gli obiettivi siano stati raggiunti".
"All'inizio della guerra ho stabilito una regola: Gli assassini di Hamas sono condannati dal primo all'ultimo. Regoleremo i conti con loro. L'eliminazione dei leader di Hamas ci avvicina al raggiungimento di tutti i nostri obiettivi: l'eliminazione di Hamas, il rilascio di tutti i nostri ostaggi e la rimozione di future minacce a Israele da Gaza. Ci fa avanzare anche in altre aree, perché invia un messaggio di deterrenza a tutti i proxy iraniani - e all'Iran stesso", ha detto Netanyahu.

(Israel Heute, 14 luglio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israelofobia, la parola che non c'è

Riceviamo direttamente da un ex magistrato la segnalazione di un suo interessante articolo che molto volentieri riportiamo, ringraziando per la preziosa collaborazione. NsI

di Guido Salvini

Dopo il 7 ottobre, una violenza sconvolgente in cui i civili non sono stati vittime collaterali ma volute e dirette, una violenza che sembra essere stata presto rimossa dalle coscienze, una ondata di antisemitismo ha investito buona parte del mondo occidentale. Non solo una critica politica ma una avversione combattiva e rabbiosa che sembra spinta da un odio indicibile.
  Poche e semplici considerazioni che guardano al passato e a quello che sta accadendo oggi, consentirebbero di dare un giudizio razionale e non ossessivo su quello che stiamo attraversando.
  Eccone solo qualcuna.
  Dal 1949, dopo la fine della prima guerra con la quale i Paesi arabi cercarono di cancellare il neonato Stato di Israele, sino al 1967, la guerra dei 6 giorni, Giordania ed Egitto ebbero la piena sovranità su Gerusalemme est, della Cisgiordania e di Gaza cioè il cuore dello Stato palestinese. La usarono in quei 18 anni di pace per creare uno Stato palestinese? Niente affatto. Continuarono a mantenere la loro sovranità su quei territori, abitati da palestinesi con i quali rapporti furono sempre conflittuali, fino a sfociare in Giordania nel 1970 nel Settembre nero, un massacro di palestinesi che però non fa testo perché non ne furono responsabili gli israeliani 
  E’ quindi di Israele interamente la colpa del fatto che non esista Stato palestinese ? No, senza dimenticare che fu il leader dell’OLP Arafat e non il governo israeliano a rifiutare l’intesa che era stata quasi raggiunta nel 1995 con gli accordi di Oslo che profilavano nella sostanza due stati.
  Nel sud del Libano si è installato Hezbollah, non solo un gruppo terroristico ma un esercito potente armato dall’Iran che si muove in modo del tutto indipendente in uno Stato sovrano senza subire dal governo di questi alcuna conseguenza per il fatto di bombardare il paese confinante e cioè Israele. E’ come se vi fosse un esercito di un partito estremista schierato entro i confini del nostro paese e impegnato quotidianamente a lanciare razzi e a attaccare in vario modo i vicini, la Svizzera o l’Austria, ad esempio. Una situazione impensabile salvo in Medioriente e che nessuno ha il buon gusto di rilevare. Una polveriera che può causare l’allargamento incontrollabile del conflitto con la diretta discesa in campo dell’Iran.
  Nel Sud Sudan, a poca distanza dal teatro di guerra di Gaza, infuria da più di un anno una feroce guerra civile tra due fazioni militari, una delle quali d’ispirazione radicale islamica. Questo conflitto ha già provocato centinaia di migliaia di vittime, ben più che a Gaza, carestie, malattie e l’evacuazione di milioni di persone dalle loro abitazioni. Ma non se ne parla, salvo qualche organizzazione umanitaria, o quasi. Quanto sta avvenendo in quel paese non è spendibile politicamente e quindi non interessa a nessuno. Non ci sono né cortei né mobilitazioni di studenti né appelli contro il genocidio. Questo silenzio dimostra l’ipocrisia della campagna contro Israele che si gonfia ogni giorno. 
  Nelle università Usa sono ormai banditi i professori e i corsi di studio in materie storiche in cui non si parli di una Palestina “dal fiume al mare” cioè con la cancellazione completa dello Stato ebraico. Una censura che non è altro che un’espressione del credo woke. Anche in alcune nostre Università si è giunti perfino a chiedere l’annullamento degli accordi scientifici con le università israeliane, il primo passo verso una vera e propria discriminazione razziale che ricorda le leggi degli anni ‘30. 
  E’ questo quello che resta della libertà di pensiero che è uno dei pilastri fondamentali del nostro mondo ?
  Certamente in alcuni casi durante la guerra di Gaza vi sono state da parte dell’esercito israeliano eccessi di ritorsione. Ma non dimentichiamo che in tali situazioni i militari responsabili possono essere sanzionati, conseguenza questa impensabile nel campo opposto, quello di Hamas. Così come in Israele si può liberamente manifestare contro la politica del governo, comportamento anche questo impossibile ad esempio per i civili di Gaza i quali vivono sotto il tallone di quella organizzazione criminale. È questa la differenza radicale, insormontabile tra i due mondi, una democrazia per quanto imperfetta come molte democrazie e una teocrazia terroristica
  Tutto ciò anche senza indulgere nei confronti dell’attuale primo ministro Netanyahu che si appoggia agli ebrei ultraortodossi la cui mentalità non è molto differente da quella dei radicali islamici anche se, a differenza questi ultimi, per fortuna non intendono conquistare e soggiogare il mondo intero.
  Nel linguaggio politico e nei mass media è di casa il termine islamofobia, usato quasi sempre a sproposito. È indubbio che gli attentati di Al Qaeda dalle Torri gemelle in poi, in seguito gli eccidi compiuti anche in Europa dall’Isis, i talebani afghani e la politica dittatoriale all’interno e aggressiva all’esterno dell’Iran abbiano provocato una diffusa paura nei confronti del mondo islamico. Ma certo non un razzismo generalizzato o una volontà di distruggerlo. E’ un’espressione quindi inventata, una violenza linguistica, e la violenza peggiore, come insegnava Ludwig Wittgenstein, è il cattivo uso delle parole.  Islamofobia è un gioco di parole che fa solo il gioco appunto delle componenti più radicali di quel mondo e consente loro di passare da vittime e di soffiare sul fuoco anche quando decine di milioni di musulmani sono cittadini, regolarmente residenti o ospitati nei paesi europei.
  Piuttosto quello che sta succedendo e che potrebbe anche di più grave accadere dovrebbe legittimare l’uso di una espressione ben diversa che però è tenuta fuori dal linguaggio comune : israelofobia, che non coincide con l’antisemitismo perché riguarda oggi proprio lo Stato di Israele.
  L’idea in sostanza che Israele non abbia diritto di esistere, purtroppo molto diffusa anche tra un buon numero di occidentali esaltati, nel peggiore dei casi, o sprovveduti, nel migliore dei casi che non si accorgono così di odiare anche sé stessi.
  Perché non cominciare a riconoscerla e a usarla?  In fondo il linguaggio è uno strumento di educazione civica e imparare ad usarlo aiuta a modificare in meglio il mondo in cui dobbiamo vivere e se possibile convivere.

(Cremona Sera, 13 luglio 2024)

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Il regno di Satana

LUCA, cap. 8
  1. E navigarono verso il paese dei Geraseni che è dirimpetto alla Galilea.
  2. E quando egli fu smontato a terra, gli si fece incontro un uomo della città, il quale era posseduto da demonî, e da lungo tempo non indossava vestito, e non abitava a casa ma stava nei sepolcri.
  3. Or quando ebbe veduto Gesù, dato un gran grido, gli si prostrò dinanzi, e disse con gran voce: Che v'è fra me e te, o Gesù, Figlio dell'Iddio altissimo? Ti prego, non mi tormentare.
  4. Poiché Gesù comandava allo spirito immondo di uscire da quell'uomo; molte volte infatti esso se n'era impadronito; e benché lo si fosse legato con catene e custodito in ceppi, avea spezzato i legami, ed era portato via dal demonio ne' deserti.
  5. E Gesù gli domandò: Qual è il tuo nome? Ed egli rispose: Legione; perché molti demonî erano entrati in lui.
  6. Ed essi lo pregavano che non comandasse loro di andare nell'abisso.
  7. Or c'era quivi un branco numeroso di porci che pascolava pel monte; e quei demonî lo pregarono di permettere loro d'entrare in quelli. Ed egli lo permise loro.
  8. E i demonî, usciti da quell'uomo, entrarono nei porci; e quel branco si avventò a precipizio giù nel lago ed affogò.
LUCA, cap. 13
  1. Or egli stava insegnando in una delle sinagoghe in giorno di sabato.
  2. Ed ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito d'infermità, ed era tutta curvata e incapace di raddrizzarsi in alcun modo.
  3. E Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: Donna, tu sei liberata dalla tua infermità.
  4. E pose le mani su lei, ed ella in quell'istante fu raddrizzata e glorificava Iddio.
  5. Or il capo della sinagoga, sdegnato che Gesù avesse fatta una guarigione in giorno di sabato, prese a dire alla moltitudine: Ci son sei giorni nei quali s'ha da lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato.
  6. Ma il Signore gli rispose e disse: Ipocriti, non scioglie ciascun di voi, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per portarlo a bere?
  7. E costei, che è figlia di Abramo, e che Satana avea tenuta legata per ben diciott'anni, non doveva esser sciolta da questo legame in giorno di sabato?
2 CORINZI, cap. 9
  1. E perché io non avessi ad insuperbire a motivo della eccellenza delle rivelazioni, m'è stata messa una scheggia nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi ond'io non insuperbisca.
  2. Tre volte ho pregato il Signore perché l'allontanasse da me;
  3. ed egli mi ha detto: La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza. Perciò molto volentieri mi glorierò piuttosto delle mie debolezze, onde la potenza di Cristo riposi su me.
2 CRONACHE, cap. 18
  1. E Micaiah replicò: 'Perciò ascoltate la parola dell'Eterno. Io ho veduto l'Eterno che sedeva sul suo trono, e tutto l'esercito celeste che gli stava a destra e a sinistra.
  2. E l'Eterno disse: - Chi sedurrà Achab, re d'Israele, affinché salga a Ramoth di Galaad e vi perisca? - E uno rispose in un modo e l'altro in un altro.
  3. Allora si fece avanti uno spirito, il quale si presentò dinanzi all'Eterno, e disse: - Lo sedurrò io. - L'Eterno gli disse: - E come? -
  4. Quegli rispose: - Io uscirò, e sarò spirito di menzogna in bocca a tutti i suoi profeti. - L'Eterno gli disse: - Sì, riuscirai a sedurlo; esci, e fa' così. -
Appunti
    PREDICAZIONE

Marcello Cicchese
luglio 2015


(Notizie su Israele, 14 luglio 2024)


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La sala di comando di Hamas era nella sede ONU a Gaza

di Sarah G. Frankl

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Sede dell'UNRWA a Gaza

La sala di comando di Hamas si trovava nella sede della UNRWA di Gaza. Lo ha scoperto l’esercito israeliano quando ha fatto irruzione nel complesso all’inizio di questa settimana nell’ambito di una nuova operazione condotta dalla 99a Divisione nei quartieri occidentali e meridionali di Gaza City.
Il quartier generale dell’UNRWA non era stato utilizzato negli ultimi mesi. L’IDF aveva già fatto irruzione nel complesso all’inizio di quest’anno, scoprendo una grande rete di tunnel di Hamas che passava sotto di esso.
I commando hanno dovuto combattere contro cellule di uomini armati che si erano asserragliati all’interno della struttura.
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Un drone di Hamas trovato dalle truppe dell’IDF presso il quartier generale dell’UNRWA a Gaza City, in una foto pubblicata il 12 luglio 2024. (IDF)

Una volta eliminate le cellule di Hamas i commandos israeliani hanno potuto verificare che all’interno della struttura dell’ONU c’erano armi di ogni tipo comprese parti di un drone.
La sala di comando di Hamas serviva per controllare i movimenti delle truppe israeliane per poi riferirle a chi doveva compiere agguati o ai leader di Hamas per continuare a sfuggire alla cattura.
Mentre i commandos israeliani facevano irruzione nella struttura dell’ONU a Gaza, il vice comandante del battaglione Shejaiya di Hamas, Ayman Shweidah, è stato ucciso da un attacco aereo mirato.
Secondo l’IDF, Shweidah aveva condotto numerosi attacchi contro le truppe israeliane a Gaza ed era coinvolto nella pianificazione e nell’esecuzione del massacro del 7 ottobre.
Quanto avvenuto è una ulteriore conferma dei legami tra Hamas e la UNRWA oltre ad essere l’ennesima conferma dell’uso spregiudicato che fa Hamas dei luoghi considerati “intoccabili” come appunto le sedi dell’ONU, le scuole e gli ospedali.
E a proposito di UNRWA, è di poche ore fa l’appello del suo direttore, Philippe Lazzarini, ai donatori affinché provvedano a rimpinguare i conti dell’organizzazione che si spaccia per ONU. Secondo Lazzarini la UNRWA non potrà proteggere Hamas oltre la fine di settembre. Secondo Israele molti dipendenti della UNRWA hanno partecipato al massacro del 7 ottobre e almeno 13.000 di loro, tra Gaza e Cisgiordania, hanno vincoli stretti con Hamas.

(Rights Reporter, 13 luglio 2024)

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Nelle case e scuole di Gaza si nascondono i mandanti del 7 ottobre: quello che non vedono le agenzia umanitarie

di Iuri Maria Prado

Non è un’ipotesi, ma un fatto, che gli autori e i mandanti dei massacri del 7 ottobre si rifugino nelle strutture civili di Gaza, vale a dire nelle case, nelle scuole, nelle moschee, negli ospedali. Neppure è un’ipotesi, ma ancora un fatto, che quei macellai li usino come bunker non per la “libertà della Palestina”, bensì in attuazione del diverso programma liberatorio rivendicato dai loro capi: “Distruggere Israele e uccidere tutti gli ebrei, senza lasciarne vivo nemmeno uno”. Chi volesse trovare una denuncia di questa pratica, tuttavia, invano la cercherebbe nella corposa e inesausta produzione comunicazionale di “ Medici Senza Frontiere”, l’organizzazione umanitaria che il mese scorso deplorava l’uccisione del “collega” Fadi Al-Wadiya, part time medico e per il resto terrorista, e che l’altro giorno annunciava di dover chiudere una propria clinica a causa dell’ordine di evacuazione diffuso dall’esercito israeliano.

• L’ordine di evacuazione
  Naturalmente è ben possibile, diremmo anzi probabilissimo, che l’ordine di evacuazione sia stato impartito per completare l’azione di sterminio dei civili privandoli dell’assistenza sanitaria: una misura di irriducibile necessità per il caso, fastidiosamente imponderabile, che le bombe e la carestia possano risultare insufficienti al compimento del genocidio. Ma almeno per ipotesi di scuola potrebbe anche darsi che l’esercito israeliano abbia chiesto l’evacuazione perché deve dare la caccia ai terroristi, i quali non per ipotesi ma di fatto stanno tra quei civili – che usano come sacchi di sabbia – razzolando tra i banchi di scuola e, appunto, le corsie degli ospedali.

• Il limite delle agenzia umanitarie
  Costretti a dover operare in una situazione tanto drammatica, i signori di “ Medici Senza Frontiere” potrebbero – non si dice ogni volta, ma anche una volta sola in nove mesi – sfogare la propria indignazione nei confronti dei tagliagole embedded, assai felici di proclamare che un ulteriore mucchio di carne palestinese (preferibilmente infantile) è stata utilmente offerta in sacrificio. Invece, macché. E macché pure l’Unrwa, l’agenzia Onu inconsapevolmente locatrice di spazi sicuri per i server di Hamas che – ancora l’altro giorno – lamentava l’assenza a Gaza di zone sicure. Cosa probabilmente e drammaticamente vera, salvo che a rendere insicure quelle che potrebbero essere tali c’è – immeritevole di qualsiasi denuncia dell’Unrwa – l’abitudine dell’esercito degli sgozzatori di fare capolino dai tunnel che sbucano a trentacinque metri dall’entrata dell’ospedale o a dodici dalla cattedra dell’insegnante, stipendiato dalla cooperazione internazionale, che illustra agli alunni il loro futuro da martiri. Ma per occuparsi di simili dettagli queste agenzie umanitarie hanno prospettive troppo ampie: dal fiume al mare, diciamo.

(Il Riformista, 12 luglio 2024)

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Cecilia dal cuore sanguinante e i suoi supporter

di Davide Cavaliere

Ha un «cuore per essere vicino agli ultimi» e delle «emozioni forti», prosegue Ovadia nella sua arringa per Cecilia, proprio come lo avevano i nazisti, anche loro stavano dalla parte degli «ultimi», dei poveri tedeschi ridotti in miseria dalla «cospirazione giudaica». Dobbiamo dare retta al naso di Moni, la Parodi non è antisemita, no, lei ama gli ebrei, li vorrebbe abbracciare, stringere a sé, saldamente. Come un nodo scorsoio. Non vorremmo occuparci di Moni Ovadia, anche se occasionalmente ci è capitato di farlo. Si tratta di un vecchio arnese della propaganda propalestinese, uno che considera l’ideologo Ilan Pappé di cui anni fa un vero storico come Benny Morris, fece polpette, “un grande storico”, e per il quale l’esercito israeliano a Gaza ha commesso le maggiori efferatezze dal “secondo dopoguerra”, e ancora, per il quale Benjamin Netanyahu sta attuando “un progetto genocidiario”, e via di questo passo.
  Sono cose che ha già detto e che ha ripetuto nel corso di un breve video in difesa dell’attivista filopalestinese Cecilia Parodi, recentemente assurta alle cronache perché in un video ha affermato il suo odio per tutti gli ebrei e tutti gli israeliani e il desiderio di vederli impiccati, nessuno escluso.
  Con personaggi come Ovadia il confronto non è mai possibile, perché esso presuppone che tra due interlocutori che la pensano diversamente ci sia tuttavia una condivisione tacita, ovvero che essi abitino la stessa realtà. Se manca questo presupposto, il confronto non può nemmeno cominciare. La realtà in cui dimorano gli Ovadia e i Pappé nulla ha a che vedere con quella in cui dimorano i fatti, dove, tra parola e oggetto sussiste un rapporto di corrispondenza, ma è quella in cui questi rapporti vengono annientati e sostituiti con uno schema ideologico, in questo caso quello per cui i palestinesi sono sempre vittime e gli israeliani sempre dei carnefici, tertium non datur.
  E dunque perché occuparci di nuovo di Ovadia?, semplice, perché da Chomsky de noantri quale egli è, è corso in soccorso di Cecilia Parodi, esattamente come il linguista e guru dell’estrema sinistra, anni fa corse in soccorso del negazionista Robert Faurisson nel nome della libertà di espressione. Chomsky, tuttavia, non si spinse così avanti da dichiarare che Faurisson non era antisemita, mentre a Ovadia è toccato dire che la Parodi, donna dal cuore sanguinante a causa delle spaventose sofferenze del “popolo gazawi”, sì, il popolo gazawi, ovvero una sotto-etnia del “popolo palestinese”, scoperta da lui stesso, non è antisemita, e lui che è ebreo e gli antisemiti li nasa a vista, lo può garantire.
  Cecilia Parodi è una vittima degli odiatori, lei è solo una donna sensibile a cui hanno ceduto un po’ i nervi, capita, soprattutto quando si assiste a quello che di mostruoso [secondo gli odiatori,NsI]hanno fatto i soldati israeliani a Gaza, altro che Srebrenica, altro che Anfal, altro che Ruanda. Cecilia Parodi per la quale gli ebrei “hanno rovinato il mondo”, e per i quali ci vorrebbe, per impiccarli tutti, Piazza Tiananmen, va capita, il problema vero è Netanyahu, è il suo progetto genocida.

(L'informale, 13 luglio 2024)

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Allarme negli atenei italiani per atteggiamenti antisemiti: molti lasciano gli studi e vanno in Israele

Secondo l’Ugei due giovani su tre hanno assistito o sono stati vittime di antisemitismo

di Flavia Amabile

ROMA. L’antisemitismo è in crescita. Soprattutto nelle università. Lo certificano i dati dell’Ugei, l’Unione giovani ebrei italiani e le voci di studentesse e studenti. Ad affermarlo sono più di otto giovani ebrei su dieci, di età compresa fra i 18 e i 35 anni, residenti in Italia. Accade oggi come sei mesi fa, subito dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, quando un primo sondaggio aveva già reso evidente la profonda preoccupazione presente tra i giovani ebrei italiani. Gli atenei italiani sono diventati l'epicentro di un crescente clima di odio e intolleranza, con il 71% degli studenti ebrei che non si sente sicuro nell'esprimere la propria identità ebraica, e un 86% riferisce timore nell'esprimere opinioni relative a Israele. Inoltre, più di due terzi dei partecipanti alla ricerca ha assistito o è stato vittima di atteggiamenti antisemiti da parte dei compagni di corso, mentre il 35% ha osservato tali comportamenti persino da parte dei docenti. Il sondaggio registra poi una forte insoddisfazione verso la risposta delle istituzioni italiane agli episodi di antisemitismo, con il 39% del campione che la ritiene insufficiente e il 33% scarsa.
  Anna Agnotti frequenta il primo anno di magistrale al Politecnico di Milano ed è consigliera dell’Ugei. «Sono ebrea e italiana   al cento per cento: voglio sentirmi libera di avere un legame forte con Israele e di dire che l’Italia è il mio Paese. In questi mesi ho conosciuto tantissimi studenti israeliani che non sono andati più a lezione, alcuni hanno deciso di smettere di studiare, altri sono tornati in Israele a causa del pesante clima che si respira nelle università italiane per chi è ebreo.

• Meloni: "Blocco collaborazioni con Israele, scelta preoccupante dal Senato accademico UniTo"
   Tutti gli studenti ebrei italiani con cui ho parlato mi hanno raccontato di aver evitato di indossare segni di identità come la kippah e di essere molto a disagio quando durante gli esami vengono chiamati davanti a tutti se hanno nomi e cognomi che possono rendere evidente la loro origine. È la conseguenza di questo clima difficile: prima del 7 ottobre i casi di antisemitismo esistevano ma erano isolati, ora sono ripetuti».
  Ioel Roccas ha 24 anni, studia Discipline Etnoantropologiche alla Sapienza di Roma ed è vicepresidente dell’Ugei. «Sono stati mesi complicati, soprattutto gli ultimi. Bisogna abbandonare l'idea che l’antisemitismo sia solo una questione razziale, in realtà è una questione ormai culturale, un fiume carsico che scorre senza quasi che ce ne rendiamo conto e la sua contaminazione è trasversale, va da destra a sinistra. È antisemitismo citare come avviene in molte manifestazioni la frase “from the river to the sea” perché è una frase che nega l’autodeterminazione del popolo ebraico ma non tutti lo sanno. Spesso si parla sulla base di pregiudizi che pensavamo che fossero sconfitti e che invece sono ancora dominanti. Prima identifichiamo le diverse forme di antisemitismo prima saremo in grado di trovare una soluzione a una piaga che la società ha difficoltà ad estirpare».

• L’Ugei ha messo a disposizione di studentesse e studenti una linea dedicata
  Hanno raccolto 60 casi di antisemitismo. Si va dalla bacheca dell’Università Roma Tre dove a gennaio è apparso un cartello in cui si definiva Israele «uno stato occupante, discriminatorio, violento che porta l’apartheid in Palestina e porta avanti una terribile pulizia etnica», racconta Roccas. Oppure - continua Roccas - « le storie pubblicate sui social da una studentessa dell’università Unicamillus che inneggiavano a Hitler e al genocidio oppure altre, sempre sui social, in cui uno studente scriveva “sporca la tua razza ebreo”. E poi a dicembre fuori dall’università di Firenze è apparsa una stella di David equiparata a una svastica».
  «Il quadro che emerge è di una crescente preoccupazione tra i giovani ebrei italiani, che si sentono giudicati e discriminati a causa della loro identità. Chiediamo un impegno concreto e immediato da parte di tutte le componenti della società per combattere l'antisemitismo in ogni sua forma», commenta Luca Spizzichino, presidente dell’Ugei. «Non possiamo permettere che l'odio e la discriminazione diventino la norma, è fondamentale infatti garantire la sicurezza e la libertà di espressione di tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro fede», aggiunge, sottolineando come l'Ugei «continuerà a lottare per i giovani ebrei affinché possano esprimere liberamente la propria identità».

(La Stampa, 13 luglio 2024)

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La sinistra israeliana e il suo declino

di Davide Cavaliere

La sinistra israeliana è in declino da lungo tempo. Il Partito Laburista, erede del Mapai di Ben-Gurion e Levi Eshkol, può vantare solo quattro membri alla Knesset su un totale di centoventi eletti. Potrebbero stare, letteralmente, dentro un taxi o una cabina telefonica. 
  Il crollo della sinistra israeliana è attribuibile, essenzialmente, a tre fattori: in primo luogo, al disastroso e suicida «processo di pace» di Oslo, che ha rafforzato il terrorismo e minato la sicurezza dello Stato ebraico; in secondo luogo, ai successi economici ottenuti dalla destra con le riforme liberali, che hanno marginalizzato l’istituzione collettivista del kibbutz; infine, alla crescita dell’immigrazione ebraica proveniente dai Paesi dell’ex URSS, elettoralmente orientata in senso conservatore.
  Dal 7 ottobre, la sinistra ha avuto un ulteriore tracollo. Secondo Nimrod Nir, psicologo politico dell’Università Ebraica di Gerusalemme, la strage di nove mesi fa «ha causato un crollo completo della vecchia sinistra israeliana». I cittadini d’Israele, stanchi di subire passivamente il terrorismo arabo-musulmano, si sono spostati sempre più a destra, consapevoli dell’impossibilità di una convivenza pacifica col vicino arabo-musulmano. Il Washington Free Beacon ha riportato un’interessante confessione post-7 ottobre di Debbie Sharon, avvocato penalista di Yated ed ex uomo di sinistra: 

    «La gente di destra ci aveva avvertito che i palestinesi non la pensano come noi: non gli importa della pace per i loro figli. Gli importa solo di eliminarci. Ma non ci abbiamo creduto. Abbiamo detto: “Sono tutti pazzi. Sono tutti estremisti di destra”». 

Potrebbe sembrare una buona notizia, peccato però che il sistema elettorale israeliano favorisca la proliferazione dei partiti politici, che frammentano l’elettorato di «centrodestra» disperdendolo in una pluralità di gruppi «moderati» come Yesh Atid di Lapid o Tikvah Hadasha di Gideon Sa’ar.  
  Inoltre, il complesso mediatico-accademico e soprattutto il sistema giudiziario rimangono, saldamente, in mano alla sinistra. La Corte Suprema, saltata a causa della guerra la riforma proposta da Netanyahu, ha mantenuto il suo potere ipertrofico. La recente decisione degli alti giudici di arruolare forzosamente gli studenti ortodossi delle yeshivot è orientata a mettere in crisi la coalizione presieduta da Netanyahu, generando una tensione tra il Likud e i partiti religiosi al governo. 
  In Israele, come capita sempre più spesso nelle moderne democrazie, esiste uno scollamento tra il paese «reale», generalmente conservatore, e quello «legale», presidiato dalle forze progressiste; così come tra i ceti popolari e le élite intellettuali e politiche. Una frattura rivelatasi per la prima volta nel 1981, quando, durante un comizio elettorale del Partito Laburista a Tel Aviv, che sperava di sconfiggere il premier uscente Menachem Begin, la star televisiva Dudu Topaz disse: «È un piacere vedere la folla qui, è un piacere vedere che non ci sono chahchahim (termine dispregiativo che allude agli ebrei israeliani di origine mediorientale ) che rovinano le riunioni elettorali. I chahchahim sono a Metzudat Ze’ev (edificio dove ha sede il Likud)».
  Oggi, proprio come ieri, i membri progressisti della società si lamentano della «plebe», degli ebrei mediorientali «Mizrahi», dei «coloni» e degli ebrei ortodossi «Haredi», che rifiutano di diventare la merce di scambio del loro demenziale «processo di pace». Ogniqualvolta la «plebe» elegge un governo conservatore, la litania benpensante si fa più intensa: Israele, insistono, si troverebbe allora sull’orlo del fascismo e della teocrazia. Alla destra israeliana non si perdona neanche un decimo di quello che si accetta dalla parte araba, da sempre dedita alla distruzione dello Stato ebraico. 
  Da un lato vi sono gli «ebrei di sinistra» della Diaspora e i ricchi progressisti israeliani, attentissimi agli umori del Partito Democratico statunitense; dall’altro gli israeliani «comuni» che ogni giorno rischiano di saltare in aria con l’autobus che li porta a lavoro. 
  Mentre i primi, per l’Italia si segnalano, Piero Fassino, Gad Lerner o Emanuele Fiano, scrivono i loro sentiti articoli su come facciano fatica a convivere con un governo che annovera Smotrich e Ben-Gvir tra i suoi ministri, gli israeliani cercano di non farsi sparare lungo la strada che li riporta a casa o di evitare che le loro auto di seconda mano vengano rubate e portate nel territorio controllato dalla «Autorità Palestinese».  
  Questo Israele popolare e patriottico, pio e lavoratore, è stanco di sentirsi dire di rimanere in silenzio quando i suoi bambini vengono uccisi, quando il suo bestiame viene rubato, quando i suoi campi e i suoi frutteti, coltivati con fatica, sono ridotti a un oceano di cenere dai palloncini incendiari palestinesi. Questo Israele non sa cosa farsene di un «processo di pace» che gli ha sottratto terra e sicurezza; le sue «relazioni socio-culturali» con gli arabi non assomigliano a quelle auspicate da Lerner o da Ovadia, ma riguardano la crescente violenza di strada arabo-musulmana all’interno della «linea verde». La sua preoccupazione circa i rapporti con l’Amministrazione Biden ruota attorno alla carenza di alloggi a Gerusalemme o in Giudea e Samaria causata dalla pressione diplomatica della Casa Bianca a non ampliare gli «insediamenti».  
  Se gli ebrei e gli israeliani progressisti, laici, pacifisti, socialisti, che trascorrono le loro giornate rannicchiati a leggere David Grossman, fossero stati più attenti alle esigenze degli israeliani «normali» e meno intossicati dalla loro ideologia internazionalista, oggi, con tutta probabilità, non avrebbero un Itamar Ben-Gvir al governo. 
  I progressisti hanno perso la loro battaglia. Ecco perché così tanti «ebrei di sinistra» sono arrabbiati e indispettiti. A essere minacciata non è la democrazia israeliana, solida come non mai, ma un potere oligarchico consolidato che si vede, per la prima volta, seriamente intaccato. 

(L'informale, 12 luglio 2024)

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Hamas minaccia di aprire un nuovo fronte

L’organizzazione terroristica palestinese, all’angolo nella Striscia di Gaza, potrebbe attaccare dalla Cisgiordania,

di Tommaso Alessandro De Filippo

La prospettiva di un cessate il fuoco temporaneo tra Israele ed Hamas nella striscia di Gaza, volto a favorire il rilascio degli ostaggi, potrebbe essere stravolta da una nuova escalation del conflitto. L’organizzazione terroristica palestinese non ha alcuna convenienza strategica a fermare le ostilità: la prosecuzione dei combattimenti, infatti, le consente di utilizzare l’arma della guerra psicologica contro l’avversario, sfruttando le vittime civili.
  Accusando Israele di commettere un genocidio ed impedendo l’evacuazione degli abitanti dal territorio, Hamas si assicura la possibilità di utilizzarne la morte come carta mediaticamente utile a manipolare l’opinione pubblica internazionale in proprio favore. Se Hamas decidesse di accettare una soluzione negoziale, che arresti il conflitto e le imponga di liberare i rapiti ancora in vita, rischierebbe di compromettere la sua strategia.
  Inoltre, complicherebbe il piano dell’Iran che è volto a creare caos nella regione. L’Iran manovra Hamas e la usa da sempre per indebolire Israele. La mediazione di Stati Uniti ed alcuni paesi arabi ha rilanciato le trattative sul cessate il fuoco temporaneo a cui Hamas finge di essere interessata, incolpando Gerusalemme per ogni mancato raggiungimento degli accordi. Tuttavia, nelle scorse settimane da Washington sono stati intensificati gli sforzi per chiudere in fretta un accordo, rendendo più complesso per Hamas abbandonare le trattative nascondendo le proprie responsabilità.

• Hamas punta al fallimento dei negoziati
  Da quì la probabilità che i suoi leader scelgano di utilizzare la forza per provocare il fallimento delle negoziazioni: la probabilità di un nuovo attacco contro strutture sensibili o civili israeliani è infatti in costante aumento, denunciata dai servizi segreti di Gerusalemme. Potrebbe avvenire proprio dalla Striscia di Gaza o dalla Cisgiordania. Nel primo caso, l’eventualità appare più complessa perché la quasi totalità del teatro geografico è ormai sotto il controllo dell’esercito israeliano (IDF). Per i miliziani di Hamas ancora attivi agire con precisione al punto da infiltrarsi in territorio israeliano e compiere un attentato di grosse proporzioni appare complesso.
  È più probabile invece che si limitino a compiere nuovamente piccole imboscate ai danni di soldati e proseguire nel lancio di attacchi con razzi contro lo stato ebraico. Uno scenario che intensificherebbe la violenza dell’IDF ma non stravolgerebbe il volto del conflitto.

• Hamas vuole il fronte Cisgiordania
  Diverso è il discorso relativo alla Cisgiordania: lì Hamas è efficacemente infiltrata nei campi profughi (in particolare quello della zona di Jenin), in sintonia con la Jihad Islamica Palestinese (PIJ). In loco non soffre di una pressione militare quotidiana esercitata da Israele nei suoi confronti. Inoltre, si giova dell’incapacità della corrotta Autorità Nazionale Palestinese (ANP), secondo report dell’intelligence occidentale destinata ad implodere entro fine estate, di contrastarla. Il territorio della Cisgiordania potrebbe rivelarsi utile all’espansione ulteriore del conflitto per i miliziani palestinesi. Da lì potrebbero colpire Israele con maggiore efficacia o infiltrarsi in discreto quantitativo al di là dei suoi confini, al fine di compiere un attentato terroristico di eclatanti proporzioni.
  Questo scenario comporterebbe l’immediato stop delle trattative diplomatiche e l’apertura di un nuovo fronte di guerra ad alta intensità. Israele dovrebbe necessariamente reagire con l’inizio di un’operazione su larga scala nel territorio, volta ad estirpare la minaccia. Dal canto suo, Hamas otterrebbe benzina mediatica condurre la sua guerra psicologica. In più, favorirebbe l’incremento di tensioni e caos in Medio Oriente, in linea con gli interessi del suo burattinaio, il regime degli ayatollah iraniani.

(ItaliaOggi, 12 luglio 2024)

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La grande paura degli ebrei: “In Europa attacchi antisemiti sono aumentati del 400%”

La denuncia di 12 organizzazioni: dopo il 7 ottobre violenze e molestie online e offline sono esplose.

di  Paolo Brera

PARIGI — Dopo il 7 ottobre la percezione dell’antisemitismo è esplosa: 12 organizzazioni ebraiche hanno segnalato un aumento del 400% degli attacchi in Europa. «Metà della popolazione ebraica è preoccupata per la sicurezza sua e della famiglia, e oltre il 70% nasconde occasionalmente la propria identità ebraica», afferma Sirpa Rautio, direttrice dell’Agenzia Ue per i Diritti fondamentali (Fra) che monitora il fenomeno e segnala «piccoli progressi», ma in un quadro preoccupante: «I conflitti in Medio Oriente possono portare a picchi di incidenti. Gli ebrei sono più spaventati che mai»
  L’80% dei 7.992 ebrei europei ascoltati dal sondaggio della Fra ritiene che l’antisemitismo in Europa sia ulteriormente aumentato. La buona notizia è che il dato è in calo, rispetto all’88% del 2018: l’antisemitismo è sempre un’emergenza, ma sì è raffreddato. La cattiva è che il sondaggio è stato realizzato prima del 7 ottobre, tastando la febbre antisemita percepita negli ultimi 5 anni: dopo il 7 ottobre il termometro è schizzato verso l’alto, mostrano le appendici.
  La cronaca conferma: la statua di Anna Frank nel parco di Merwedeplein — nel Rivierenbuurt di Amsterdam, in cui la ragazzina martirizzata dall’odio e dalla follia nazista visse due anni con la famiglia prima di trasferirsi a Prinsengracht, nell’abitazione condivisa con i Van Pels durante l’occupazione — è stata vandalizzata con la scritta “Gaza”. Come se il dramma di una bambina potesse pareggiare quello di altri bambini, invece di sommarsi.
  La premessa indispensabile, in tempi inquieti di opinioni polarizzate, è che l’Agenzia (Fra) è organo ufficiale Ue, nato nel 2007 e costituito da ricercatori; ma i suoi lavori sull’antisemitismo sono stati contestati con l’accusa di non fare differenza tra «antisemitismo nei confronti degli ebrei o di Israele».
  È un fatto che 1,3 milioni di ebrei residenti nella Ue percepiscano ostilità: 8 su 10 ritengono sia aumentata nei 5 anni prima del 7 ottobre e della reazione israeliana. Il sondaggio è stato effettuato tra adulti (oltre 16 anni) che si definiscono “ebrei” nei 13 Paesi Ue in cui vive il 96% della popolazione ebraica europea: considerano l’antisemitismo un problema da affrontare tutti i giorni. I sondaggisti chiedevano esperienze vissute, «incidenti antisemiti, violenze e molestie online e offline», e le «preoccupazioni di diventare vittima».
  Il 96% dice di avere subito antisemitismo nell’ultimo anno: «Stereotipi che accusano gli ebrei di detenere il potere e controllare finanza, media, politica o economia» (85%); «negando a Israele il diritto di esistere come Stato» (79%); «ritenendo gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni di Israele», «negando o banalizzando l’Olocausto» e «confrontando la politica di Israele con quella nazista» (78%). Alcuni di questi punti restano controversi. Ma il 90% dice di avere incontrato personalmente il mostro: online (90%) più che nella vita in carne e ossa (77%). Più di metà lo ha visto però in colleghi e conoscenti (56%).

(la Repubblica, 12 luglio 2024)

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I jihadisti brutalizzano le donne non musulmane e le femministe rimangono in silenzio

La violenza sessuale come strategia militare è stata comunemente utilizzata in tutto il mondo dai terroristi islamici sin dal VII secolo. Per quanto riguarda il gran numero di donne israeliane che sono state brutalmente stuprate il 7 ottobre dai terroristi di Hamas e dai loro sostenitori, molte organizzazioni per i diritti delle donne hanno totalmente ignorato l'atrocità di tali abusi. Nella foto: Naama Levy, una 19enne israeliana rapita e portata a Gaza dai terroristi di Hamas il 7 ottobre 2023. È ancora tenuta in ostaggio da Hamas.

di Uzay Bulut*

FOTO
Naama Levy, una 19enne israeliana rapita e portata a Gaza dai terroristi di Hamas il 7 ottobre 2023. È ancora tenuta in ostaggio da Hamas

I terroristi di Hamas, sostenuti dall'Iran, hanno invaso Israele il 7 ottobre 2023. Hanno massacrato più di 1200 persone; hanno bruciato vive intere famiglie, torturato e violentato donne, bambini e uomini, e hanno preso in ostaggio circa 250 persone, tra cui bambini e neonati.
Dall'attacco di ottobre, tuttavia, le donne israeliane hanno dovuto affrontare interrogativi e dubbi espressi dalle opinioni pubbliche sulle brutalità e sulle violenze sessuali subite per mano di uomini musulmani di Gaza.
Nonostante il silenzio, e talvolta anche la totale negazione, da parte di molte organizzazioni femministe in tutto il mondo, i crimini sessuali di Hamas sono ben documentati. L'Associazione dei centri di crisi sullo stupro in Israele ha pubblicato a febbraio il report "Grido silenzioso – Crimini sessuali nella guerra del 7 ottobre".
Centinaia di donne israeliane e non solo, ha riportato l'associazione, hanno subito le aggressioni sessuali più raccapriccianti, tra cui stupri, anche di gruppo, mutilazioni e smembramenti, spesso seguiti da uccisioni per mano dei miliziani di Hamas. Molte di queste aggressioni sono avvenute in presenza di amici, partner o familiari delle vittime e numerosi cadaveri sono stati trovati decapitati. Anche la mutilazione degli organi sessuali sia degli uomini che delle donne è stata una pratica comune.
Il rapporto non solo fornisce testimonianze sugli abusi sessuali, le torture e gli omicidi inflitti a uomini, donne e bambini israeliani da Hamas durante l'invasione del 7 ottobre, ma precisa altresì che crimini simili continuano ad essere commessi contro gli ostaggi ancora detenuti a Gaza.
Anche il New York Times ha pubblicato il 28 dicembre scorso un rapporto, basato su 150 interviste a testimoni e primi soccorritori, riprese video e prove fotografiche.
Il 19 giugno, le Nazioni Unite celebrano l'annuale Giornata internazionale contro la violenza sessuale nei conflitti armati. Eppure, le Nazioni Unite hanno impiegato cinque mesi per documentare e condannare i crimini sessuali perpetrati da Hamas il 7 ottobre.
Il 4 marzo, l'ONU ha finalmente pubblicato un report di 23 pagine contenenti le prove del fatto che Hamas ha di fatto commesso diffusi crimini sessuali. Pramila Patten, rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale nei conflitti armati (e sottosegretario generale delle Nazioni Unite), ha condotto un'indagine di due settimane in Israele dal 29 gennaio al 14 febbraio. Durante questa visita, il suo team ha esaminato più di 5 mila foto e ha passato in rassegna 50 ore di riprese audio e video. Il team ha inoltre intervistato più di 30 sopravvissuti e testimoni oculari.
Secondo il report delle Nazioni Unite:

    "Le interviste alle parti interessate e il materiale esaminato dal team della missione delineano una campagna indiscriminata finalizzata a uccidere, infliggere sofferenze e rapire il massimo numero possibile di uomini, donne e bambini – soldati e civili – nel minor tempo possibile. Le persone venivano freddate, spesso a distanza ravvicinata; bruciate vive nelle loro case mentre cercavano di nascondersi nelle loro safe room; uccise a colpi di arma da fuoco o dalle granate lanciate nei rifugi contro le bombe dove cercavano riparo; e braccate nell'area in cui si stava svolgendo il Nova Music Festival così come nei campi e nelle strade adiacenti al sito del festival. Altre violazioni includevano la violenza sessuale, il rapimento di ostaggi e cadaveri, l'esposizione pubblica di prigionieri, sia morti che vivi, la mutilazione di cadaveri, compresa la decapitazione, e il saccheggio e la distruzione di proprietà civili...
    "Il team della missione ha riscontrato informazioni chiare e convincenti sul fatto che sono state commesse violenze sessuali, tra cui stupri, torture sessualizzate, trattamenti crudeli, inumani e degradanti nei confronti di alcune donne e bambini durante il loro periodo in prigionia e ha ragionevoli motivi per ritenere che queste violenze possano essere ancora in corso....
    "Sulla base della totalità delle informazioni raccolte, ci sono ragionevoli motivi per ritenere che le violenze sessuali legate al conflitto siano avvenute in diverse località".

Tali crimini riportano alla mente quelli commessi dall'ISIS (Stato Islamico) contro cristiani e yazidi durante e dopo la conquista violenta di gran parte dell'Iraq e della Siria nel 2014.
La violenza sessuale come strategia militare è stata comunemente utilizzata in tutto il mondo dai terroristi islamici sin dal VII secolo.
Dieci anni fa, l'ISIS attaccò yazidi e cristiani in Iraq e Siria, perpetrando massacri e costringendo con la forza a fuggire centinaia di migliaia di non musulmani. Nel giugno 2014, lo Stato Islamico prese il controllo della città irachena di Mosul, per poi proclamare, il 29 giugno di quello stesso anno, un califfato islamico nelle aree controllate dall'organizzazione in Iraq e Siria.
La brutale occupazione dell'ISIS a Mosul e nel territorio più ampio fu accompagnata da uccisioni di massa, esecuzioni sommarie, sparizioni, rapimenti, torture e diffuse demolizioni di case di migliaia di residenti, mentre veniva applicata la rigida legge della sharia. I terroristi dello Stato Islamico hanno ucciso, rapito e minacciato un gran numero di persone appartenenti a minoranze etniche e religiose, tra cui cristiani, turkmeni, shabak e yazidi.
Nel 2021, il Center for Holocaust and Genocide Studies of the University of Minnesota ha pubblicato un report intitolato "Violenza di massa e genocidio per mano dello Stato Islamico/DAESH in Iraq e Siria". Secondo il documento:

    "Dopo la conquista di Mosul da parte dell'ISIS, nel giugno del 2014, ai cristiani venne data la possibilità di convertirsi, pagare le tasse (jizya), andarsene o essere uccisi. Lo Stato Islamico contrassegnò le case cristiane con la lettera araba 'N' che sta per Nasrani, ossia cristiano, che divenne rapidamente un simbolo globale di solidarietà con i cristiani perseguitati. Pochi mesi dopo, nell'agosto del 2014, l'ISIS prese il controllo di tutte le città assire nella Piana di Ninive, provocando una seconda ondata di sfollamenti di massa.
    "Oggi, una delle maggiori sfide che i cristiani in Iraq devono affrontare è la questione del ritorno. Anche se la Piana di Ninive è stata liberata dall'ISIS, molti cristiani esitano a ritornarvi e temono di farlo, menzionando le rinnovate tensioni tra le varie comunità etnico-religiose".

Proprio come Hamas ha rapito israeliani e non, lo Stato Islamico ha altresì rapito cristiani e yazidi in Iraq e Siria.
Nel febbraio 2015, i miliziani dell'ISIS attaccarono circa 35 villaggi di cristiani assiri che vivevano in una serie di comunità agricole sulle rive del fiume Khabur in Siria. L'ex diplomatico statunitense Alberto M. Fernandez osservava nel 2016:

    "... 232 di questi assiri, 51 dei quali bambini e 84 donne, sono stati rapiti. La maggior parte di loro rimane prigioniera e pare che l'ISIS abbia chiesto 22 milioni di dollari (circa 100 mila dollari a persona) per il loro rilascio. Chi non è stato rapito è terrorizzato ed è stato espropriato delle proprie case".

Un rapporto dell'UNICEF e dell'UNAMI (Missione delle Nazioni Unite di assistenza in Iraq), intitolato "Bambini nati da stupro e bambini nati da padri dell'ISIS", documenta gli stupri e la schiavitù sessuale delle donne appartenenti a minoranze religiose da parte dello Stato Islamico:

    "Le donne appartenenti a minoranze religiose hanno subito gravi violazioni, tra cui rapimenti, privazione della libertà, trattamenti crudeli e conversioni forzate a un'altra religione, ma la più pericolosa di tali violazioni è stata la schiavitù sessuale, che ha preso di mira in particolare le donne di religione yazida.
    "Nel luglio 2014, l'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) ha segnalato 11 casi di stupro contro donne cristiane commessi dall'ISIS. Altri rapporti hanno indicato che quasi 300 donne cristiane e musulmane sciite (per lo più turkmene) sono state trattenute dai miliziani dello Stato Islamico. Uno studio accademico condotto presso l'Università di Baghdad, riguardante un campione di 200 donne sopravvissute al sequestro da parte dell'ISIS, ha mostrato che 169 donne del campione sono state violentate, comprese 39 donne cristiane e 39 donne musulmane (turkmene sciite)."

Una delle donne cristiane rapite dallo Stato Islamico è Carolyn, di etnia assira e residente nel villaggio di Tel Jazera, nella Siria orientale. Nel 2022, Knox Thames, già inviato speciale per le minoranze religiose presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti durante le amministrazioni Obama e Trump, raccontò il calvario di Carolyn:

    "Ha sofferto orrori inimmaginabili come 'moglie' dell'ISIS da quando è stata rapita all'età di 15 anni. (...) I genitori di Carolyn hanno detto che la figlia gridava di terrore mentre veniva trascinata fuori di casa nell'aprile 2015. Pur sapendo il luogo dove è stata portata, al momento non è possibile salvarla.
    "Alla richiesta della sua famiglia e di altri di sensibilizzare l'opinione pubblica sul suo caso, i genitori della ragazza mi hanno detto tramite un interprete: 'Abbiamo saputo da molte fonti che si trova nel campo di Al-Hol dal 2017'. Al-Hol è un campo per sfollati ubicato in un'area desertica, nella parte orientale della Siria. Si tratta di un campo di prigionia per oltre 60 mila persone, molte delle quali sono famiglie sospettate di avere legami con l'ISIS o altri simpatizzanti.

"Secondo quanto riferito, le condizioni del campo sono dure e la criminalità è dilagante.

    "Le maggiori potenze internazionali hanno preferito ignorare questo problema. (...) La famiglia sa che Carolyn è stata comprata e venduta almeno quattro volte. Informazioni indicano che è arrivata ad Al-Hol nell'aprile 2019. Ora ha due figli da questi uomini, un maschio e una femmina. Chi è riuscito a fuggire da Al-Hol ha detto che Carolyn è molto legata ai suoi figli e non se ne andrà senza di loro...
    "'Lei è la nostra amata figlia, e sappiamo che è una ragazza innocente perché è stata costretta ad andarsene', mi hanno detto. 'La riaccoglieremo a casa in qualsiasi momento con i suoi figli. Viviamo per quel giorno, per abbracciare lei e i suoi figli'".

Circa due mesi dopo la presa di Mosul, l'ISIS invase Sinjar, la patria degli yazidi in Iraq. Come gli assiri, gli yazidi sono una minoranza non musulmana autoctona e perseguitata in Medio Oriente. Gli yazidi affermano di essere stati esposti a un'ondata di 74 attacchi genocidi per mano dei musulmani. L'ultimo, iniziato nel 2014, ha avuto conseguenze devastanti che le vittime continuano ancora oggi a vivere sulla propria pelle.
Durante l'occupazione di Sinjar, i terroristi dello Stato Islamico hanno ucciso migliaia di yazidi perpetrando vere e proprie esecuzioni capitali o lasciandoli deliberatamente morire di fame e di sete.
Altre migliaia di donne e bambini yazidi sono stati rapiti, violentati e trasformati in schiavi del sesso. A Sinjar, ci sono ancora più di 80 fosse comuni contenenti corpi di yazidi in attesa di essere portate alla luce. E più di 2.600 donne e minori yazidi rapiti aspettano ancora oggi di essere salvati dalle mani dei terroristi dell'ISIS. Più di 180 mila yazidi sono senza casa e cercano di sopravvivere nei campi profughi nel Kurdistan iracheno.
Ragazze e donne yazide sono state brutalizzate dai terroristi dell'ISIS. Le adolescenti rapite dai terroristi dello Stato islamico in Iraq e in Siria sono state vendute nei mercati degli schiavi "per meno di un pacchetto di sigarette", ha affermato l'inviata delle Nazioni Unite per i crimini sessuali nella zone di conflitto, Zainab Bangura.
Nel 2015, Radio Free Europe/Radio Liberty riportava quanto segue:

    "'Quando conquistano le aree territoriali rapiscono le donne, pertanto, hanno... no, non voglio definirle una nuova fornitura, hanno nuove ragazze', ha dichiarato la Bangura. Le ragazze vengono vendute 'per meno di un pacchetto di sigarette' o per diverse centinaia di dollari, fino ad arrivare a un migliaio di dollari.
    "Dopo aver attaccato un villaggio, l'ISIS separa le donne dagli uomini, giustiziando questi ultimi e tutti i ragazzi di età superiore ai 14 anni. Ragazze e madri vengono divise, le ragazze denudate, testate per la verginità, esaminate per le dimensioni del seno e classificate per la bellezza. Le vergini più giovani, e quelle considerate più belle, ottengono prezzi più alti e inviate a Raqqa, roccaforte dell'ISIS.
    "In base alla gerarchia dello Stato Islamico, gli sceicchi hanno la prima scelta, seguiti dagli emiri e poi dai miliziani. Spesso se ne prendono tre o quattro ciascuno e le tengono un mese o giù di lì, fino a quando non si stufano e le rispediscono al mercato. Le schiave vengono vendute all'asta, gli acquirenti mercanteggiano sul prezzo, deprezzando il prezzo se le ragazze sono piatte o poco attraenti.
    "'Abbiamo saputo di una ragazza che è stata venduta 22 volte e di un'altra, fuggita una prima volta, che ci ha raccontato che uno sceicco dopo averla riacciuffata le ha scritto il suo nome sul dorso della mano per mostrare che lei era di sua proprietà', ha detto Bangura".

Il trattamento delle donne yazide, in particolare, è stato caratterizzato da disprezzo e ferocia, ha affermato l'inviata dell'ONU.

    "Vengono commessi stupri, schiavitù sessuale, prostituzione forzata e altri atti di estrema brutalità", ha raccontato Bangura. "Siamo venuti a conoscenza del caso di una ragazza di 20 anni che è stata bruciata viva perché si era rifiutata di compiere un atto sessuale estremo".

In un'intervista al Gatestone Institute, Pari Ibrahim, direttore esecutivo della Free Yezidi Foundation, ha dichiarato:

    "Non è stato compiuto alcuno sforzo a livello mondiale per aiutarci a identificare e riportare a casa gli oltre 2600 yazidi rimasti dispersi per dieci anni dopo l'inizio del genocidio yazida da parte dell'ISIS. Sappiamo che molti dei dispersi potrebbero essere già morti, ma alcuni sono ancora in vita. Si trovano nel campo di Al Hol, in altre parti della Siria e in alcune zone della Turchia. La comunità internazionale si è però arresa, ma noi della comunità yazida non possiamo arrenderci.
    "Sappiamo che molti si trovano in alcune parti della Turchia. Questo perché, purtroppo, la Turchia si è trasformata in un rifugio sicuro per i membri dello Stato Islamico. Probabilmente è l'unico posto, al di fuori di alcune aree della Siria e dell'Iraq, dove si possono trovare miliziani dell'ISIS. Sappiamo anche che alcuni sopravvissuti si trovano in varie località della Siria e nel campo di Al Hol, ma attualmente non disponiamo di informazioni su quanti siano vivi e quanti altri siano stati già uccisi, e informazioni del genere richiedono molto impegno e duro lavoro. Purtroppo, il resto del mondo ha fatto poco per aiutare. Credo che la società civile yazida, inclusa la mia organizzazione e altre, potrebbero fare dei progressi su questo argomento se gli interlocutori di tutto il mondo potessero darci una mano. Credo che qualcuno si preoccupi di questo e ci sono alcuni individui che danno il loro contributo, tra cui qualcuno in Iraq e in Siria, ma il più delle volte la comunità internazionale ha pressoché ignorato gli yazidi scomparsi".

Mentre gran parte del mondo ha abbandonato le vittime yazide e cristiane dell'ISIS, alcune organizzazioni e individui sono rimasti al loro fianco. Uno di questi è l'imprenditore canadese Steve Maman, un ebreo di origine marocchina e fondatore della The Liberation of Christian and Yazidi Children of Iraq (CYCI Foundation).
Grazie ai suoi sforzi per aiutare a salvare gli yazidi e i cristiani dalla prigionia dell'ISIS, Maman è diventato noto come "lo Schindler ebreo". L'imprenditore ha documentato le storie di 25 mila vittime yazide e cristiane dello Stato Islamico, prestando loro aiuto e contribuendo alla liberazione di 140 prigionieri yazidi in Iraq nonostante le enormi sfide e i grandi ostacoli affrontati.
Steve Maman, partecipando a un panel di relatori ed esperti internazionali nell'ambito della conferenza "The Global Women's Coalition Against Gender-Based Violence as a Weapon of War", tenutasi il 20 maggio alla Knesset, il Parlamento israeliano, ha detto nel suo discorso:

    "Dopo il 7 ottobre, i media hanno soppresso la vostra storia [di israeliani], arrivando addirittura a sostenere che i [raccapriccianti] fatti non sono mai accaduti, mentre altri li hanno giustificati come necessaria resistenza all'oppressione israeliana. Qualcuno per favore mi dica dove i bambini che sono stati legati e sgozzati costituiscono una resistenza necessaria. L'integrità dei fatti e della verità è stata compromessa, mentre la bussola morale ha puntato in un'altra direzione. Viviamo in un'epoca in cui le persone intelligenti vengono messe a tacere in modo che quelle stupide non vengano offese. C'è un modello deliberato e riconoscibile in gioco qui.
    "I media stanno attivamente sopprimendo i fatti del 7 ottobre per riscrivere la storia secondo la narrazione da loro scelta. Il problema sta nel fatto che la difficile situazione di un ebreo deceduto non cattura l'attenzione delle masse come fanno le storie sensazionalistiche. Per loro, tutto si riduce a likes, visualizzazioni ed introiti.
    "[Il 7 ottobre], durante quegli stupri hanno avuto luogo umiliazioni, mutilazioni e omicidi. Donne stuprate davanti ai loro cari e poi uccise. Coltelli conficcati nelle loro parti intime. Teste scalpate. Chiodi inseriti nelle vagine delle donne. Un dolore indescrivibile deve aver avuto luogo prima della morte. E altro ancora. Ho visto le foto e i video reali. Attaccare persone innocenti e sottoporre ostaggi alla tortura non è un atto di lotta per la libertà né costituisce una guerra degna della collaborazione da parte di coloro che sopprimono la verità in merito a tale violenza disumana.
    "L'obiettivo di Hamas era quello di causare immenso dolore e sofferenza nel perseguimento del suo jihad, consentendo agli orrori di rimanere impressi nella nostra memoria collettiva e nella nostra storia. Il loro successo garantisce che quanto accaduto sarà raccontato per le generazioni a venire. La risposta globale alle vittime dell'Islam radicale è stata costantemente caratterizzata dal silenzio, consentendo che tali atrocità continuassero impunite, perpetuando un ciclo di violenza".

I relatori della conferenza, organizzata dal membro della Knesset Shelly Tal Meron, hanno ascoltato le testimonianze dei familiari degli ostaggi che hanno condiviso storie di violenza sessuale. Il Jerusalem Post ha riportato:

    Sasha Ariev, la cui sorella minore Karina è tenuta in ostaggio a Gaza, ha parlato del terrore che prova nel disconoscere le condizioni della sorella e di essere a conoscenza delle violenze sessuali in corso nella prigionia di Hamas: "Non abbiamo informazioni sullo stato di salute attuale di Karina, ma siamo consapevoli che la violenza sessuale, compreso lo stupro, viene perpetrata sugli ostaggi. Chiedo a tutti voi, in ogni parte del mondo, di unirvi nel dichiarare che l'uso della violenza sessuale come arma di guerra è inaccettabile e che Hamas deve rilasciare immediatamente tutti gli ostaggi: donne, uomini e bambini.

Simona Steinbrecher, la madre di Doron, 30 anni, anche lei presente alla conferenza, ha detto al panel che sua figlia "ha bisogno di farmaci quotidiani, che probabilmente non riceve". Ha asserito che gli ostaggi liberati hanno parlato di mancanza di privacy, anche nell'utilizzo del bagno e nel fare la doccia, e di una stretta sorveglianza 24 ore su 24, sette giorni su sette.
Mandy Damari, la cui figlia Emily, 27 anni, è ancora prigioniera, ha espresso i suoi timori per lo stato psicologico di Emily:

    "Mi chiedo quali pensieri attraversino la mente di Emily sotto il totale controllo delle sue guardie terroristiche, sapendo che le potrebbe accadere da un momento all'altro qualcosa se loro volessero. Che tipo di minaccia psicologica o fisica di reale tortura sessuale e terrore sta subendo? Ne so abbastanza da rendermi conto che ciò che sta vivendo non sarà mai cancellato dalla sua memoria".

Shari Mendes, che faceva parte di una squadra forense che ha esaminato i corpi delle donne uccise il 7 ottobre ha dichiarato che è "chiaro che queste donne sono morte agonizzando".

    "A volte è stato loro sparato un colpo di arma da fuoco alla testa ma non c'era traccia di sangue, pertanto, probabilmente sono state colpite dopo la morte. Sembra che si sia voluto intenzionalmente distruggere i volti di queste donne, cancellarli, in modo che i loro genitori o i loro cari non potessero riconoscerle".

In un articolo apparso sul Jerusalem Post, Mendes ha parlato dello sdegno che ha provato a causa del fatto che nei confronti delle donne israeliane non è stata mostrata quella stessa empatia, rabbia e preoccupazione globale riservate alle altre donne, affermando che "l'indignazione [era evidente in] tutti i precedenti casi di violenza sessuale commessi nel mondo". La Mendes ha scritto:

    "Noi donne israeliane siamo rimaste stupite del silenzio della maggior parte delle nostre sorelle [in tutto il mondo]. La maggior parte dei gruppi che si battono per i diritti delle donne deve ancora condannare la violenza perpetrata lo scorso 7 ottobre contro le nostre madri, figlie, zie, cugine, nonne e vicine di casa. Solo in questo caso, nella recente storia della sorellanza moderna, noi donne israeliane siamo state abbandonate: siamo sole. Anche se ho marciato per sostenere i diritti delle donne, la maggior parte delle donne rimaste in silenzio in tutto il mondo ora non riesce né a vedere me né il nostro dolore. Alcune arrivano addirittura a negare che la violenza sessuale sia avvenuta anche qui. È difficile comprendere il livello di odio necessario per rinunciare alla sorellanza, soprattutto in un momento in cui noi donne israeliane (di tutte le religioni, tra l'altro) ne abbiamo più bisogno".

Nonostante gli orrori vissuti dalle donne ebree, cristiane e yazide per mano dei jihadisti dell'ISIS, di Hamas, della Jihad Islamica e di Fatah, la maggior parte delle organizzazioni per i diritti delle donne in Occidente è rimasta apatica e in silenzio. Purtroppo, nessuna attivista è scesa nelle strade per far sentire la propria voce e denunciare la condizione di quelle donne e quei minori non musulmani che sono stati e continuano ad essere violentati, straziati e tenuti in ostaggio da uomini musulmani. Per quanto riguarda il gran numero di donne israeliane che sono state brutalmente stuprate il 7 ottobre dai terroristi di Hamas e dai loro sostenitori, molte organizzazioni per i diritti delle donne hanno totalmente ignorato l'atrocità di tali abusi, rifiutandosi di credere alle donne israeliane e a tutte le prove davanti ai loro occhi. Nel caso di altre organizzazioni, ci sono voluti mesi per rilasciare una semplice dichiarazione che condannasse gli stupri e le aggressioni sessuali contro gli israeliani.
I veri difensori dei diritti delle donne non discriminerebbero le vittime in base alla loro religione o etnia e avrebbero documentato quei casi di stupro di massa e tortura sessuale. Purtroppo è avvenuto il contrario.
Grazie al silenzio totale o all'apatia di quelle organizzazioni nel condannare gli stupri, i propagandisti anti-israeliani hanno costruito una narrazione pro-Hamas e hanno facilmente indotto gran parte dell'opinione pubblica a ignorare o negare che la guerra di Israele contro gli stupratori e gli assassini di Hamas è necessaria per salvare più di 250 ostaggi.
L'odio verso Israele da parte di questi gruppi ha reso questi ultimi indifferenti alle sofferenze delle donne che sono ebree. Di fatto, il loro silenzio e la loro negazione non hanno fatto altro che nascondere e favorire i crimini di Hamas e di altri gruppi terroristici. Nell'aprile scorso, la ONG CyberWell ha pubblicato un report sulla diffusa negazione online della violenza sessuale perpetrata da Hamas il 7 ottobre. Man mano che la documentazione riguardante le aggressioni sessuali contro gli israeliani continuava ad affluire dopo il 7 ottobre, scrive la professoressa Stacy Keltner, le organizzazioni internazionali sono rimaste misteriosamente in silenzio. La Women's Alliance for Security Leadership, ad esempio, non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione.
Numerosi gruppi per i diritti umani e femministi, come Amnesty International e l'Organizzazione Nazionale per le Donne, hanno detto poco in merito ai crimini sessuali commessi dagli abitanti di Gaza contro gli israeliani. L'Entità delle Nazioni Unite per l'Uguaglianza di Genere e l'Empowerment femminile (nota anche come UN-Women) ha aspettato fino al 1° dicembre, quasi due mesi dopo il massacro del 7 ottobre, per rilasciare una superficiale dichiarazione di condanna.
Tra le altre cose, il 13 ottobre, UN-Women ha diffuso una dichiarazione in cui equipara le brutalità di Hamas all'autodifesa di Israele. Allo stesso modo, il Comitato delle Nazioni Unite per l'Eliminazione della Discriminazione contro le Donne (CEDAW) non ha esplicitamente condannato le atrocità di Hamas. E il movimento internazionale #MeToo non ha assolutamente menzionato Hamas né le vittime israeliane. Per le altre organizzazioni che sono rimaste in silenzio o hanno speso pochissime parole in merito agli stupri degli israeliani da parte dei terroristi palestinesi, si veda questo report.
Quando si tratta di donne israeliane vittime di abusi e stupri, le organizzazioni per i diritti delle donne e i diritti umani hanno scelto di stare dalla parte degli stupratori e degli assassini e di favorire il terrorismo jihadista.

*Uzay Bulut, una giornalista turca, è Distinguished Senior Fellow presso il Gatestone Institute.

(Gatestone Institute, 11 luglio 2024 - trad. di Angelita La Spada)

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Attacchi alla Shoah

di Giulio Meotti

Un sondaggio condotto su ottomila ebrei provenienti da tredici paesi europei ha rilevato che il 96 per cento degli intervistati dice di incontrare l’antisemitismo nella propria vita quotidiana, ha riferito l’Agenzia per i diritti fondamentali della Ue, che ha condotto il più approfondito sondaggio dopo il 7 ottobre. Il 76 per cento degli intervistati ha riferito di nascondere la propria identità ebraica “almeno occasionalmente” e il 34 per cento di evitare eventi o siti ebraici “perché non si sente sicuro”. Intanto ogni giorno si assalta un simbolo della Shoah.
  A maggio, il muro dei Giusti presso il Memoriale dell’Olocausto di Parigi è stato vandalizzato con le mani rosse, riferimento diretto al massacro da parte della folla palestinese di due riservisti israeliani a Ramallah il 12 ottobre 2000, all’inizio della Seconda intifada. Ieri, rettangoli gialli con scritto “Palestina libera” sono stati attaccati sulla targa che ricorda la deportazione di diciannove bambini ebrei da Saint-Denis ad Auschwitz-Birkenau. “La profanazione di un monumento commemorativo è di una gravità senza precedenti”, ha reagito il sindaco Mathieu Hanotin. “Saint-Denis è una città multiculturale”. Una scritta in vernice rossa, “Gaza”, è stata lasciata sul piedistallo in marmo della statua di Anne Frank nel parco del quartiere in cui viveva con la famiglia ad Amsterdam. “Davvero vergognoso che qualcuno pensi di attirare l’attenzione sulla causa palestinese imbrattando l’immagine di Anne Frank”, ha dichiarato Stijn Nijssen, consigliere della città olandese.
  Nelle scorse settimane, anche il memoriale della Shoah di Berlino veniva vandalizzato, mentre sempre ad Amsterdam migliaia di manifestanti in nome di Gaza e della “pace” assediavano con mezzi poco pacifici il nuovo museo della Shoah e fischiavano il re dei Paesi Bassi e il presidente israeliano Isaac Herzog. Una conferenza in Olanda nel campo di transito nazista di Westerbork è stata cancellata a causa delle minacce. A Londra, a Hyde Park, la polizia ha coperto con un grande telo blu la stele commemorativa della Shoah per timore di attacchi, come è successo alla statua di Winston Churchill davanti a Westminster. Sempre a Berlino, la cupola di al Aqsa di Gerusalemme è stata disegnata sul monumento al Kindertrasnport, che commemora il salvataggio di diecimila bambini ebrei dalla Germania nazista. A Fléron, in Belgio, ecco comparire la scritta “Gaza Free” sulla porta di casa di un sopravvissuto alla Shoah. Lo stesso avviene negli Stati Uniti, da Philadelphia a Seattle, dove il museo dell’Olocausto è stato vandalizzato con la scritta “genocidio a Gaza”.
  Non è occasionale vandalismo, è una strategia di brutalizzazione e appropriazione dello sterminio degli ebrei dopo il 7 ottobre. E’ come quando gli ayatollah iraniani negano la “menzogna” della Shoah per annunciare la distruzione del “tumore sionista”. Lo ha scritto sui social l’ex presidente della Malesia, Mahathir Mohamad: “Il potere degli israeliani sui palestinesi è lo stesso che avevano i nazisti sugli ebrei”.
  Chiunque sappia qualcosa di Shoah deve impegnarsi molto per trovare paralleli con Gaza. Ma il consigliere Nijssen si sbaglia: un’immagine di Anne Frank con la kefiah palestinese è molto popolare in Europa. E’ sufficiente scorrere quanto ha scritto la stampa dopo il 7 ottobre. “Ricordiamo la Shoah pensando a Gaza” (il Secolo XIX), “La Shoah dopo Gaza” (London Review of Books), fino ai vari circoli dell’Anpi che organizzano convegni su “Shoah e genocidio a Gaza”. Non offende il volto di Anne Frank negli account di X del Bds, il boicottaggio di Israele. O il film palestinese “Anne Frank: then and now”, proiettato durante la guerra a Gaza del 2014.
  Il fallimento dell’educazione sulla Shoah è stato osservato con maggiore acutezza da Dara Horn, in particolare in un saggio preveggente per l’Atlantic la scorsa primavera e prima ancora in un libro, People Love Dead Jewish, la gente ama gli ebrei morti (ora neanche quelli, a quanto pare). Dopo aver visitato numerosi musei e aver parlato con gli educatori che insegnano i programmi sulla Shoah, Horn concludeva: “Il presupposto fondamentale che dura da quasi mezzo secolo è che conoscere l’Olocausto vaccina le persone contro l’antisemitismo. Ma non è così”. Per questo attaccano i memoriali in Europa. Se Anne Frank fosse viva, non potrebbe oggi girare con una stella di David al collo per le vie di Amsterdam e di molte altre città europee.
  Fra le vignette premiate dal regime iraniano, una mostra Anne Frank a letto con Hitler, che le dice: “Scrivi questo nel tuo diario”.

Il Foglio, 12 luglio 2024)

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Chukkàt: Il momento storico fu sprecato

di Donato Grosser

Arrivati a Kadèsh, il popolo si lamentò con Moshè e Aharon per mancanza d’acqua dicendo: “Perché avete condotto il popolo dell’Eterno in questo deserto per fare morire noi e il nostro bestiame?” (Bemidbàr, 20:4). L’Eterno parlò con Moshè e gli disse di prendere il suo bastone e di andare con Aharon a parlare alla roccia e di farne uscire acqua alla presenza del popolo. Arrivati alla roccia Moshè disse al popolo: “Ora ascoltate, o ribelli; vi faremo uscire dell’acqua da questa roccia? E Moshè alzò la mano, percosse la roccia col suo bastone due volte, e ne uscì acqua in abbondanza; e la comunità e il suo bestiame bevvero. Poi l’Eterno disse a Moshè e ad Aharon: Siccome non avete avuto fiducia in me per dar gloria al Mio santo nome agli occhi dei figli d’Israele, voi non condurrete questa comunità nel paese che do a loro”(ibid., 10-12).
  Nella Torà non è specificato quale fu la mancanza di Moshè e di Aharon che fu causa della grave punizione di non entrare nella Terra Promessa. Così tutti i commentatori offrono diverse spiegazioni.
  Rashì (Troyes, 1040-1105) spiega che la mancanza di Moshe e di Aharon fu di colpire col bastone invece di parlare alla roccia. Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo), sostiene che la mancanza di Moshè fu di adirarsi con il popolo. R. Chananel (Tunisia, 990-1053) afferma che il peccato fu di dire “faremo” invece di dire “Il Signore farà uscire acqua da questa roccia”. R. Bachya ben Asher (Spagna, 1255–1340) sostiene che le spiegazioni fornite da questi commentatori non sono soddisfacenti. Ed egli trova modo di giustificare il comportamento di Moshè e di Aharon.
  R. Yechiel Ya’akov Weinberg (Polonia, 1884-1966, Montreux) in Lifrakìm (pp. 74-84) cita una lezione del suo maestro, r. Nathan Tzvi Finkel (Lituania, 1849-1927, Gerusalemme) fondatore della Yeshiva di Slobodka e influente insegnante di etica ebraica. Per gettare un po’ di luce sull’episodio egli cita i Maestri che nel trattato talmudico Yevamòt (121b) affermano che il Santo Benedetto è assai esigente con i giusti che gli sono vicini, così che anche lievi deviazioni possono suscitare una severa punizione. La punizione di Moshè e di Aharon non derivava da quello che avevano fatto, ma dall’aver perduto l’opportunità di far meglio e di avere un effetto sulla storia futura.
  Citando la lezione di r. Finkel, r. Weinberg scrive: Immaginiamo per un momento se Moshè, non appena il popolo avesse iniziato a lamentarsi, fosse uscito di fretta e avesse detto al popolo: ascoltatemi miei cari fratelli. Il Santo Benedetto ha visto la vostra sofferenza; mi ha rimproverato per il fatto che non sono uscito da voi prima per annunciare che la salvezza dell’Eterno arriva in un attimo. Presto avrete acqua in abbondanza per voi, per i vostri figli e per il vostro bestiame. Se Moshè avesse fatto così gli israeliti avrebbero iniziato a danzare di gioia e avrebbero circondato il loro fedele leader baciandogli le mani e gli angoli della sua tunica. Dopo avere bevuto e avere calmato la figliolanza, il leader fedele si sarebbe avvicinato a loro dicendo: cari fratelli, ora ringraziamo l’Eterno per la sua benevolenza. Hodu’ laShem ki tov ki le’olam chasdò (Lodate l’Eterno perché è buono, perché perenne è la Sua bontà). Gli anziani ed il popolo sentendo queste parole dalla bocca del grande profeta si sarebbero prostrati a terra dicendo: Benedetto il Nome del Suo glorioso regno in eterno. Queste voci sarebbero arrivate fino in cielo e avrebbero avuto un effetto su tutti gli abitanti della terra, se Moshè nostro maestro avesse fatto così…
  Ma Moshè non fece così e questo grande momento storico fu sprecato.

(Shalom, 12 luglio 2024)
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Parashà della settimana: Chukat (Decreto)

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Israele – Ancora missili ma si guarda al dopo-Hamas

A nord e al sud d’Israele sono tornati a suonare gli allarmi antimissile. Nel kibbutz Kabri, nella Galilea occidentale, un drone di Hezbollah è esploso ferendo gravemente una persona. Nel sud Hamas ha sparato da Rafah, uno dei luoghi al centro delle operazioni di Tsahal, sette razzi contro Israele. Sono stati tutti intercettati e la postazione di lancio è stata distrutta, ha reso noto l’esercito.
  In questo quadro di guerra – il 279esimo giorno –, qualche spiraglio per una tregua arriva dai negoziati indiretti tra Gerusalemme e Hamas. Le parti hanno trovato un’intesa su un punto centrale del piano in tre fasi per il cessate il fuoco: il controllo di Gaza. Secondo l’analista del Washington Post David Ignatius, nella seconda fase la gestione della sicurezza sarà affidata a una nuova forza palestinese, sostenuta da alcuni paesi arabi moderati, composta da 2500 uomini legati all’Anp e verificati da Israele. Sarebbe un cambiamento radicale per l’enclave, in mano a Hamas dal colpo di stato del 2007. L’intesa su questo punto, avverte Ignatius, è un passo avanti, ma ci sono ancora molti ostacoli per arrivare alla tregua in cambio del rilascio degli ostaggi.
  Una soluzione apertamente auspicata dal capo delle forze armate israeliane Herzi Halevi. Un accordo per riportare a casa i rapiti, ha affermato, «incarna i valori fondamentali di una società che dà valore alla vita». Intervenendo a una cerimonia presso l’accademia militare di Gerusalemme, Halevi si è soffermato sulla complessità del conflitto a Gaza. «È una guerra diversa dalle altre, contro un’idea estremista e distruttiva, che ha origine in Iran e nelle sue ambizioni di cancellare Israele, con i suoi alleati che si estendono intorno a noi». Per sconfiggere gruppi terroristici «che santificano la morte e si nascondono tra la popolazione» servono operazioni «prolungate, che devono essere gestite con determinazione, pazienza e una visione globale delle risorse militari e civili» in campo. Secondo Halevi sarà possibile sconfiggere «l’ideologia di Hamas smantellando i suoi meccanismi militari e governativi. La vittoria sarà ottenuta attraverso partenariati regionali e globali a lungo termine, con chi capisce che l’Iran» è una minaccia per tutti.
  In questo futuro, in particolare a Gaza, Israele vorrebbe vedere ridotta, se non smantellata la presenza dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i palestinesi. Il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha auspicato a più riprese, in particolare dopo aver denunciato come diversi dipendenti dell’agenzia siano affiliati a organizzazioni terroristiche. Dall’Unrwa sono arrivate smentite, ma negli scorsi giorni il ministero degli Esteri israeliano ha inviato al capo dell’agenzia, Philippe Lazzarini, una documentazione con i nomi di 108 persone legate a Hamas e Jihad islamica. «Israele si aspetta da voi e dalla vostra organizzazione di porre immediatamente fine all’impiego di qualsiasi membro di Hamas o Jihad islamica, compresi gli individui specifici che appaiono nella lista allegata», si legge nella lettera diffusa in queste ore dai media israeliani.

(moked, 11 luglio 2024)

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«Con il Fronte popolare al governo gli ebrei rischiano persecuzioni»

La comunità romana in ansia per la Francia. Dati allarmanti anche nel nostro Paese

di Matteo Ghisalberti

I cittadini francesi di religione ebraica sono sempre più preoccupati per l'evoluzione della situazione politica d'Oltralpe dopo le elezioni legislative anticipate. Anche in Italia ci sono segni di inquietudine, in particolare nella comunità ebraica di Roma. Ieri su Radio Libertà, Johanna Arbib, assessore ai rapporti internazionali della comunità ebraica di Roma, ha evocato i rischi che corrono gli ebrei di Francia nell'eventualità che nasca un governo guidato o formato anche dall'estrema sinistra del Nuovo fronte popolare. «Dopo l'affermazione alle urne di Jean-Luc Mélenchon gli ebrei vivono con grande timore», ha dichiarato Arbib. «Mélenchon al potere oggi per un ebreo in Francia crea un grande problema. Domenica sera abbiamo visto in piazza più bandiere palestinesi che francesi e questo non va bene. Credo che dobbiamo prepararci, e anche Israele si deve preparare. Nei prossimi mesi ci sarà un'emigrazione in massa di ebrei dalla Francia verso Israele». Secondo l'esponente della comunità ebraica romana, ci sono dei precedenti che lasciano pensare che la partenza degli ebrei dalla Francia rappresenterebbe un terremoto per il Paese. «In Nord Africa», ha dichiarato ancora Arbib, «c'erano oltre un milione di ebrei. Oggi non ce ne sono più, e dopo la partenza delle comunità ebraiche questi Paesi sono caduti nell'abisso. E’ questo che si rischia: se parte la comunità ebraica francese, la Francia cade nell'abisso. E’ importante che la comunità ebraica sia salda, aiuta il Paese, fa da deterrente».
  I timori di Johanna Arbib sono stati confermati a La Verità da Arié Bensemhoun, ceo di Elnet France, un' organizzazione attiva nell'ambito della collaborazione tra vari Paesi europei e Israele. «Per gli ebrei francesi la situazione è peggiorata già dall'inizio degli anni 2000, con la seconda Intifada e il World Trade Center», spiega Bensemhoun, anche se «dopo i massacri del 7 ottobre 2023, il numero degli atti antisemiti o contro le comunità ebraiche è stato moltiplicato per 1000. Questi atti sono compiuti da persone di estrema sinistra». Secondo il ceo di Elnet France i cittadini francesi di religione ebraica «hanno l'impressione di rivivere ciò che abbiamo vissuto negli anni Venti e Trenta», e quindi decidono di lasciare il Paese. Ma Bensemhoun avverte: «Si dice che dopo il sabato c'è la domenica. Ciò significa che prima si attaccano gli ebrei e poi gli altri». Il responsabile di Elnet usa una metafora preoccupante. «Gli ebrei possono essere paragonati al canarino della miniera», spiega a La Verità, «i minatori tenevano questi uccellini in gabbia perché percepivano le emissioni di gas tossici prima dell'uomo. Quindi se il canarino moriva, i minatori capivano che dovevano andarsene in fretta. Gli ebrei hanno memoria e non possono più fidarsi delle autorità che non sono più in grado di garantire la pace sociale e la sicurezza delle persone. In ogni caso non sono solo gli ebrei a partire per Israele e a fare l'Alyah».
  Bensemhoun pensa che dopo che gli ebrei se ne saranno andati «assisteremo a una fuga delle élite. Anche loro lasciano la Francia perché si chiedono cosa si potrebbe fare con un governo composto da persone di estrema sinistra come queste». Il nostro interlocutore è convinto però anche di un'altra cosa: «Sono tanti gli ebrei in partenza per Israele o altrove, ma non intendiamo abbassare la testa».
  Tornando all'Italia, ieri a Roma sono stati presentati davanti alla Commissione Segre i dati che confermano un aumento impressionante di atti antisemiti nel nostro Paese dopo il 7 ottobre, che passano da 98 a 406. Sempre ieri la senatrice Liliana Segre ha rilasciato un'intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine dichiarando che il premier Giorgia Meloni «ha capito di aver sbagliato su Fanpaqe».

(La Verità, 11 luglio 2024)

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Servizio militare: il rabbino Dov Landau ordina agli ultraortodossi di "non recarsi agli uffici di reclutamento”

"I tribunali hanno dichiarato guerra al mondo della Torah, e sono loro che hanno aperto un fronte e sono venuti a cambiare un accordo che esiste da anni", scrive il rabbino

Il rabbino Dov Landau , uno dei principali leader degli ebrei ultraortodossi ashkenaziti in Israele, ha chiesto agli studenti delle yeshiva di non "presentarsi agli uffici di reclutamento dell'IDF".
  L'ordine di Landau appare sulla prima pagina dell'edizione odierna di Yated Ne'eman, un giornale affiliato alla fazione non hassidica Degel HaTorah del partito Unified Torah Judaism, un partner chiave della coalizione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.
  I tribunali hanno dichiarato guerra al mondo della Torah, e sono loro che hanno aperto un fronte e sono arrivati a cambiare un accordo che esisteva da anni, ordinando all'esercito di iniziare il processo di reclutamento effettivo dei membri delle yeshiva", scrive il rabbino, riferendosi alla recente sentenza della Corte Suprema.
  Aggiunge che "poiché le mani dell'esercito sono legate con catene di ferro dai giudici, e poiché qualsiasi adeguamento agli ordini del tribunale equivale a una capitolazione [dei giovani, ndt] nella guerra [dei giudici, ndt] contro Dio e la sua Torah, ai membri delle yeshiva è stato ordinato di non recarsi affatto agli uffici di reclutamento e di non rispondere a nessuna convocazione".

(i24, 11 luglio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il generale Angelosanto alla Commissione Segre: “Casi di antisemitismo aumentati del 400%. Odio antiebraico minaccia alla sicurezza nazionale”

di Luca Spizzichino

“La minaccia antisemita mira a colpire una parte della popolazione, la minoranza ebraica, incidendo sulla coesione politico-sociale fino a mettere a rischio i principi fondamentali della Repubblica garantiti dalla costituzione, come l’esercizio dei diritti del cittadino”. Con queste parole il generale Pasquale Angelosanto, Coordinatore Nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, ha definito di fronte alla “Commissione Segre” la recente recrudescenza dell’odio antiebraico.
  Nel corso del suo intervento, l’ex comandante dei ROS dei Carabinieri, ha illustrato i vari dati in merito, citando in particolare i numeri dell’OSCAD, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori del Viminale, e del CDEC, il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. “Dal 7 ottobre sono stati segnalati 406 casi di antisemitismo a fronte dei 98 del periodo precedente, i casi sono quadruplicati, aumentati del 400%” ha affermato il coordinatore, sottolineando che in media si stanno registrando circa 90 casi al mese, contro i 20 cristallizzati nel passato. E ancora, cita i dati sul sentimento antisemita nella nostra società. Secondo il CDEC, “un quinto della popolazione italiana è antisemita”. Mentre secondo la ricerca fatta da Eurispes: il 16% degli intervistati sminuisce la portata della Shoah, il 14% la nega. Di fatto, “Il 30% di italiani minimizza la Shoah”, ha aggiunto il generale.
  Il Coordinatore Angelosanto ha inoltre spiegato che “in tempi celeri” verrà presentato il suo piano per contrastare l’antisemitismo puntando in particolare su una migliore raccolta dei dati, concependo “un sistema analitico innovativo, un unico punto di raccolta delle informazioni per ricomporre un’analisi di scenario in grado di elaborare un quadro complessivo da sottoporre al decisore politico insieme a varie opzioni di intervento”.
  Per fronteggiare al meglio il crescente clima d’odio, ha sottolineato Angelosanto, è importante considerare l’antisemitismo come un attentato ai fondamenti della Repubblica. Questo, spiega, darebbe “una maggiore concretezza al contrasto dell’antisemitismo, perché dichiarare che è una questione di sicurezza nazionale significa attribuirle una importanza centrale per lo Stato, che quindi dovrebbe adottare provvedimenti adeguati e strumenti repressivi per combattere questa minaccia”.
  Al termine dell’audizione ha preso la parola anche la senatrice a vita Liliana Segre. “Quello che mi resta, nel più profondo di me stessa, è un’angoscia che non si ferma mai, uno scoramento profondo. – ha commentato la sopravvissuta alla Shoah – Dopo un secolo c’è un’ignoranza profonda della storia che non mi fa dormire”.

(Shalom, 11 luglio 2024)

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Dopo il 7 ottobre la maggioranza degli israeliani all'estero è affetta da sintomi di PTSD

Secondo uno studio dell'Università di Haifa, oltre il 66% degli israeliani che vivono all'estero soffre di disturbo post-traumatico da stress, con gli intervistati in Italia e nel Regno Unito che sono i più colpiti.

Due israeliani su tre che vivono all'estero hanno sofferto di sintomi di disturbo post-traumatico da stress (PTSD) nei due mesi successivi allo scoppio della guerra contro Hamas nella Striscia di Gaza, secondo uno studio pubblicato martedì dall'Università di Haifa.
  Secondo lo studio, redatto dai dottori Yael Mayer e Yael Enav, più del 66% degli israeliani che vivono all'estero soffre di stress post-traumatico, con gli intervistati in Italia e nel Regno Unito che soffrono maggiormente di ansia.
  Alla domanda sulle ragioni della loro ansia, il 43% degli intervistati ha dichiarato di essere preoccupato per il benessere dei propri parenti in Israele che hanno prestato servizio nell'IDF, mentre il 33% si è detto preoccupato per la propria famiglia in generale.
  Altri studi citati dagli autori mostrano che le cifre sono molto più basse per gli israeliani che vivono nel Paese. Qui, rispettivamente, solo il 15% e il 35% ha dichiarato di aver accusato sintomi di disturbo da stress post-traumatico dopo il 7 ottobre.
  Lo studio ha anche rilevato che il 91% degli israeliani residenti all'estero si è trovato di fronte a dichiarazioni anti-israeliane e antisemite nei due mesi successivi al 7 ottobre. Il 66% ha dichiarato di aver avuto paura di recarsi in alcuni luoghi riconoscibili come ebraici o israeliani. Il 56% ha dichiarato di temere per la propria sicurezza e per quella dei propri figli e il 40% ha affermato di sentirsi insicuro a scuola o al lavoro a causa della propria identità israeliana.
  "Il nostro studio dimostra che molti israeliani che vivono all'estero provano una serie di sentimenti complessi legati agli eventi del 7 ottobre e alle loro conseguenze, e molti di loro riferiscono alti livelli di traumatizzazione che superano persino alcuni dati di studi condotti su israeliani nel Paese", hanno dichiarato gli autori dello studio.
  Lo studio, condotto due mesi dopo l'inizio della guerra e che ha coinvolto 506 persone, non ha riportato un margine di errore. (JNS)

(Israel Heute, 11 luglio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il boicottaggio contro Israele si allarga e comincia a pesare

di Anat Peled 

Anni di campagne pro-palestinesi per un boicottaggio globale contro Israele hanno trovato un sostegno limitato. Ma nei mesi successivi all’inizio della guerra a Gaza, il sostegno all’isolamento di Israele è cresciuto e si è allargato ben oltre lo sforzo bellico di Israele.
Il cambiamento ha il potenziale di alterare lo sviluppo israeliano, danneggiare le imprese e pesare sull’economia di un Paese di nove milioni di persone che dipende dalla cooperazione internazionale e dal sostegno per la difesa, il commercio e la ricerca scientifica.
Quando a fine maggio un comitato etico dell’Università di Gand in Belgio ha raccomandato di interrompere tutte le collaborazioni di ricerca con le istituzioni israeliane, il biologo computazionale israeliano Eran Segal non se l’aspettava.
Le scienze avevano avuto un impatto limitato dai movimenti di boicottaggio globali, anche a mesi dall’inizio della guerra, e il lavoro di Segal non aveva nulla a che fare con lo sforzo militare israeliano. Le collaborazioni di ricerca dell’università, ha sottolineato il comitato di Gand, includono ricerche sull’autismo, sul morbo di Alzheimer, sulla purificazione dell’acqua e sull’agricoltura sostenibile.
“Le istituzioni accademiche sviluppano tecnologie per i servizi di sicurezza che vengono poi utilizzate in modo improprio per le violazioni dei diritti umani e forniscono formazione ai soldati e ai servizi di sicurezza, che poi utilizzano in modo improprio queste conoscenze per le violazioni dei diritti umani”, ha scritto il comitato.
La dichiarazione è “molto allarmante, molto inquietante”, ha detto Segal, il cui laboratorio presso il Weizmann Institute of Science, a sud di Tel Aviv, ha una partnership di ricerca con l’Università di Gand che si concentra sui fattori che guidano l’obesità. Ha detto di non sapere ancora se il progetto verrà interrotto.
Il comitato ha anche chiesto una sospensione a livello europeo della partecipazione di Israele ai programmi di ricerca e di istruzione, che spesso dipendono dai finanziamenti dell’Unione europea.
Se i partner europei aderissero all’appello, “sarebbe un colpo tremendo alla nostra capacità di fare ricerca scientifica accademica”, ha detto Segal.
L’ondata di nuove iniziative politiche e legali contro Israele è senza precedenti, ha dichiarato Eran Shamir-Borer, ex capo del dipartimento di diritto internazionale dell’esercito israeliano. Esse includono iniziative contro Israele e i suoi leader presso la massima corte delle Nazioni Unite e la Corte penale internazionale.
“Penso che ci sia sicuramente motivo di preoccupazione per Israele”, ha detto Shamir-Borer, ora collaboratore dell’Israel Democracy Institute. “Diventare uno Stato paria significa che, anche se le cose non accadono formalmente, meno aziende sentono di voler investire in Israele, meno università vogliono collaborare con le istituzioni israeliane. Le cose accadono solo quando si ottiene questo status simbolico”.
Gli israeliani si accorgono di non essere più i benvenuti in molte università europee, anche per quanto riguarda la partecipazione a collaborazioni scientifiche. La loro partecipazione alle istituzioni culturali e alle fiere della difesa sta diventando sempre più un tabù.
Lidor Madmoni, amministratore delegato di una piccola startup israeliana del settore della difesa, si è preparato per mesi a una fiera internazionale di armi che si terrà a giugno a Parigi. La conferenza, Eurosatory, sarebbe stata una rara opportunità per il suo piccolo staff di espandere la propria attività, ha detto. Poi è arrivata un’e-mail che lo informava che, a causa di una decisione del tribunale francese, alla sua azienda era vietato partecipare.
“Abbiamo l’obbligo di bloccare il vostro accesso alla mostra a partire da domani”, hanno dichiarato gli organizzatori alla vigilia dell’evento, citando le ordinanze del tribunale che hanno fatto seguito al divieto del Ministero della Difesa francese emesso in risposta alle operazioni militari israeliane a Rafah, la città di Gaza dove più di un milione di persone ha cercato rifugio.
Le decisioni francesi hanno “scioccato l’intera comunità” delle aziende israeliane di tecnologia della difesa, ha dichiarato Noemie Alliel, amministratore delegato in Israele di Starburst Aerospace, una società di consulenza internazionale che sviluppa e investe in startup nel settore aerospaziale e della difesa. Gli organizzatori della conferenza hanno dichiarato di aver fatto appello per ribaltare la decisione del tribunale e hanno comunicato alle aziende israeliane in un’e-mail che stavano facendo tutto il possibile per consentire loro di partecipare.
Dopo l’apertura della conferenza, un tribunale francese ha annullato il divieto, ma per Madmoni era troppo tardi. Molte aziende israeliane si erano già ritirate.
Il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, formato nel 2005 da organizzazioni della società civile palestinese, ha chiesto per anni di usare la pressione internazionale su Israele per promuovere i suoi obiettivi, che includono la creazione di uno Stato palestinese indipendente e la conquista del diritto dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti a vivere in Israele. Ma il movimento ha trovato un sostegno limitato.
L’ambiente è cambiato dopo che Israele ha risposto all’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre, che ha ucciso più di 1.200 persone, per lo più civili, con circa 250 ostaggi portati a Gaza.
Alcuni obiettivi di lunga data del BDS e di altre organizzazioni pro-palestinesi si stanno realizzando come risultato della guerra. Mesi di combattimenti, il tributo umano e le immagini di devastazione a Gaza hanno alimentato l’opposizione internazionale al modo in cui Israele ha condotto la guerra.
“Quando le aziende e le istituzioni israeliane saranno isolate, Israele troverà più difficile opprimere i palestinesi”, afferma il BDS sul suo sito web.
Quando è iniziata la guerra, sono iniziati nuovi boicottaggi, soprattutto da parte di dipartimenti di scienze umane e sociali, ha detto Netta Barak-Corren, una professoressa di legge che dirige una task force antiboicottaggio formata durante la guerra all’Università Ebraica di Gerusalemme.
I boicottaggi hanno iniziato ad allargarsi circa due mesi fa, estendendosi alle scienze dure e al livello universitario: “movimenti a livello universitario e soprattutto decisioni di tagliare tutti i legami con le università israeliane e gli accademici israeliani”, ha detto.
Più di 20 università in Europa e in Canada hanno adottato tali divieti.
Una studentessa israeliana che si stava preparando a studiare all’Università di Helsinki ha detto che stava già cercando un alloggio in Finlandia, quando a maggio la scuola non le ha comunicato di aver sospeso gli accordi di scambio con le università israeliane.
L’Università di Helsinki ha smesso di inviare studenti in Israele dopo il 7 ottobre e ha deciso di sospendere gli scambi a maggio per esprimere la sua preoccupazione per il conflitto, ha dichiarato Minna Koutaniemi, responsabile dei servizi di scambio internazionale della scuola. L’università non intende limitare la collaborazione dei suoi ricercatori con gli israeliani.
I boicottaggi stanno prendendo piede in tutto lo spettro accademico. A maggio, Cultural Critique, una rivista pubblicata dalla University of Minnesota Press, ha comunicato a un sociologo israeliano che il suo saggio non era stato preso in considerazione perché, a loro avviso, era affiliato a un’istituzione israeliana.
La rivista ha detto allo studioso che segue le linee guida del BDS, “che includono il ‘ritiro del sostegno dalle istituzioni culturali e accademiche di Israele'”.
Cultural Critique si è successivamente scusata per aver escluso l’articolo sulla base dell’affiliazione accademica dello studioso e ha modificato il suo sito web per dire che i contributi sarebbero stati valutati “senza considerare l’identità e l’affiliazione dell’autore”. Ha invitato lo studioso a ripresentarsi.
I leader israeliani hanno a lungo criticato le iniziative di boicottaggio. A maggio il presidente Isaac Herzog ha dichiarato a una conferenza economica che i nemici di Israele “stanno cercando di isolarci per danneggiarci”.
“Il nemico, l’impero del male dell’Iran e i suoi proxy, insieme a vari promotori di boicottaggi, stanno tentando in tutti i modi di danneggiare le connessioni [commerciali] attraverso una campagna internazionale aggressiva e cinica contro di noi”, ha detto.
Tra le crescenti pressioni su Israele, a maggio la Corte internazionale di giustizia dell’ONU ha ordinato a Israele di interrompere le operazioni militari a Rafah e il procuratore della Corte penale internazionale ha richiesto un mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e i leader di Hamas, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’amministrazione Biden ha criticato la mossa del procuratore della CPI.
Gli Stati Uniti, alleati convinti di Israele, hanno imposto sanzioni non a Israele, ma ai gruppi israeliani che si ritiene agiscano illegalmente per danneggiare i palestinesi, tra cui i coloni coinvolti in attacchi violenti in Cisgiordania e i gruppi estremisti coinvolti nell’interruzione delle consegne di aiuti a Gaza.
Il settore delle esportazioni israeliane nel settore della difesa – fiorente prima della guerra, con un record di 13 miliardi di dollari di vendite nel 2023 – ha avuto il sentore a marzo di poter essere un bersaglio, quando il Cile ha impedito alle aziende israeliane di partecipare alla più grande fiera aerospaziale dell’America Latina. A giugno è seguito il divieto della Francia.
Gli Stati Uniti forniscono a Israele più di 3 miliardi di dollari in aiuti militari ogni anno e hanno fornito un’ondata di spedizioni di armi dopo il 7 ottobre. I funzionari statunitensi hanno dichiarato che da allora le spedizioni sono rallentate perché molte armi sono già state inviate e il governo israeliano ha presentato un numero inferiore di nuove richieste. Alcune organizzazioni non governative sono andate in tribunale per contestare la vendita di armi a Israele da parte dei governi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia e Danimarca.
Alla luce della guerra a Gaza, il Canada ha dichiarato che non venderà armi a Israele.
In Europa, i gestori di fondi stanno rivedendo le loro posizioni alla luce della guerra, ha dichiarato Kiran Aziz, che controlla le partecipazioni del più grande fondo pensionistico privato norvegese, il KLP, alla ricerca di attività contrarie alle sue linee guida etiche.
“So che questo è un aspetto che tutti stanno esaminando”, ha detto.
Il KLP ha scaricato oltre 68 milioni di dollari in azioni della società statunitense Caterpillar alla fine di giugno, citando una dichiarazione della commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite che affermava che i trasferimenti di armi a Israele potevano violare i diritti umani e le leggi umanitarie internazionali e invitava 11 multinazionali – tra cui Caterpillar – a porre fine alle esportazioni verso Israele.
Le collaborazioni internazionali di Israele continuano comunque. Più di 1.000 artisti scandinavi hanno firmato una petizione, non andata a buon fine, per bandire Israele dall’Eurovision Song Contest. La cantante Eden Golan ha rappresentato Israele alla finale in Svezia a maggio, classificandosi quinta dopo aver eseguito una canzone che ha detto essere ispirata all’attacco del 7 ottobre a Israele. Un membro della giuria norvegese ha dichiarato di non aver assegnato alcun punto a Israele a causa delle sue azioni a Gaza, una violazione delle regole dell’Eurovision che vietano ai giudici di assegnare punti in base alla nazionalità di un artista.
Ma alcuni artisti creativi all’estero stanno tagliando i ponti con Israele. Dall’inizio della guerra, alcune decine di autori, la maggior parte dei quali americani, hanno rifiutato di far tradurre i loro libri in ebraico e di venderli in Israele, ha dichiarato Efrat Lev, direttore dei diritti esteri presso l’agenzia letteraria Deborah Harris Agency in Israele.
Un autore che aveva lavorato con l’agenzia e aveva scritto un libro per giovani adulti incentrato sull’accettazione dei queer ha rifiutato di pubblicare un secondo libro in Israele, sebbene fosse già stato firmato un contratto e fosse in corso una traduzione in ebraico, ha detto Lev.
“Sentivo che era un libro importante per i ragazzi israeliani che stanno vivendo esperienze simili”, ha detto Lev. “Questo mi ha spezzato il cuore”.

(Rights Reporter, 10 luglio 2024)

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Come rendere appetibile l’antisemitismo

di David Elber

Due fatti di cronaca recente confermano molto bene il corto circuito che ha colpito il mondo ebraico italiano da molto tempo a questa parte. Il primo è relativo ad un video diffuso da Fanpage, che ha documentato, il mai superato antisemitismo di una parte della destra rappresentata dal partito FdI. L’altro è un video di tale Cecilia Parodi che, al limite di un isterismo delirante, vomita auguri di morte per impiccagione a «tutti gli ebrei e ai loro amici». Questa “performer” si scopre poi essere una assidua frequentatrice di iniziative legate al PD. Mentre il primo video ha causato una levata di scudi generale con tanto di richiesta – legittima – di indagine da parte della Commissione Segre sull’antisemitismo, il secondo è passato in sordina senza che nessuno richiedesse l’intervento della Commissione, senza che se ne parlasse sui giornali (ad esclusione di Libero) o in TV. La stessa senatrice Segre, che dopo aver visto il video dei giovani neofascisti, ha dichiarato «dovrò essere cacciata nuovamente dal mio paese?» esprimendo così tutta la sua preoccupazione, non ha rilasciato nessuna dichiarazione in merito all’augurio di impiccagione di tutti gli ebrei rilasciata dalla “performer” in odore di PD. Perché questo doppio standard?
  Si ha la netta sensazione che la autoproclamata “società civile” e il mondo ebraico italiano, in maggioranza legato alla sinistra, siano vittime di una dissonanza cognitiva che non permetta loro di cogliere il pericolo rappresentato dall’antisemitismo assai diffuso a sinistra e sempre meno mascherato da antisionismo.
  L’attuale situazione ricorda molto da vicino la crisi del mondo ebraico del 1939, quando l’Unione Sovietica di Stalin si alleò con la Germania nazista di Hitler, o quella del 1967 quando sempre l’Unione Sovietica (e tutti i partiti comunisti europei) girò le spalle, definitivamente, a Israele e divenne il fulcro della propaganda antiebraica ammantata di antisionismo per renderla più credibile ai seguaci dei “diritti umani” à la carte. In tutti questi casi il mondo ebraico non reagì al pericolo rappresentato dall’antisemitismo di sinistra e gli effetti si vedono molto bene oggi.
  Oggi, il vero pericolo antisemita si è sedimentato soprattutto nella sinistra e non nella destra dello schieramento politico. È la sinistra oggi che detiene quella “supremazia culturale” che negli anni Trenta era esercitata dalla destra: si ha la convinzione che l’antisemitismo dei fascisti e dei nazisti venisse dal basso, fosse, cioè, una prerogativa della classe meno scolarizzata ma non era così; l’antisemitismo era propagandato nelle università, nei giornali, alla radio o al cinema. Fu l’influenza di numerosi cattivi maestri nelle università, nei salotti buoni che permise all’antisemitismo di avere la possibilità di diventare istituzionalizzato, di diventare legge di Stato e non perché circoli di fanatici analfabeti esprimessero il loro odio antiebraico. In Italia è grazie a persone come Agostino Gemelli, come Gaetano Azzariti, o professori universitari come Lidio Cipriani, Sabato Visco e moltissimi altri, che si è arrivati al “Manifesto della razza” o alle leggi razziali e non per la volontà di esponenti poco scolarizzati di qualche federazione giovanile. Allo stesso modo si possono ricordare Martin Heidegger in Germania e Louis-Ferdinand Céline in Francia per citare solo i casi più eclatanti.
  È la propaganda nelle università e nei mass media, ora come allora, il pericolo maggiore per la diffusione dell’odio antisemita. Perché è questo tipo di antisemitismo quello che penetra come il veleno nel corpo della società civile e lo altera e lo corrompe. I giovani universitari di oggi saranno le élite di domani: professori, avvocati, magistrati, insegnati, medici ecc. e il loro trascorso universitario li seguirà nelle mansioni future con il riverbero antisemita respirato negli atenei.
  Dalla reazione delle comunità ebraiche italiane a questa diffusione di odio, sembra che non ci sia consapevolezza di questo ma si stigmatizza unicamente l’odio della destra, che per quanto odioso e rozzo non è altrettanto pericoloso come quello di sinistra. Questo perché oggi l’antisemitismo di destra è “incapsulato” in sacche che non incidono nell’opinione pubblica, sono una minoranza residuale e fisiologica che va combattuta anche se non è contagiosa come quella di sinistra. Perché l’antisemitismo di sinistra è molto più pericoloso?
  Perché ha accesso alla televisione, ai giornali e soprattutto nelle università. Poi, nel corso degli anni si è diffuso nelle ONG, che sono diventate le indiscusse paladine dei diritti umani, e infine, nelle istituzioni internazionali come l’ONU, il Tribunale Penale Internazionale o la Corte di Giustizia Internazionale. Cioè è stato sdoganato a tutti i livelli fino a diventare istituzionalizzato. Come è potuto accadere?
  È potuto accadere con l’operazione semantica di sostituire termini come “popolo ebraico” con “Israele” e “antisemita” con “antisionista” per poi potere accusare gli ebrei di qualche malefatta e arrivare a “performer” come Cecilia Parodi che si augura di vedere tutti gli ebrei e loro amici impiccati. In questo modo l’antisemitismo di sinistra diventa “credibile” e perfino “rispettabile” perché utilizza termini sensibili come “diritti umani violati”, “genicidio”, “apartheid” ecc. Così antiche forme di antisemitismo vengono reintrodotte, modernizzate e legittimate nelle università, nei media e nelle manifestazioni.
  Purtroppo molti esponenti ebrei di sinistra, anziché, condannare questa deriva, negano la sua natura antisemita spostando soprattutto l’attenzione alla “legittima critica a Netanyahu” non capendo, o fingendo di non capire, che il vero obiettivo da delegittimare e in ultima analisi da eliminare è Israele o in altri termini il popolo ebraico.
  Quando non ci sarà più Netanyahu da colpevolizzare l’odio antisemita non cesserà affatto ma assumerà altre forme di “critica legittima” che molti ebrei giustificheranno in una sorta di eterna sindrome da ghetto.

(L'informale, 9 luglio 2024)
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Articolo ottimo. Interamente condivisibile. M.C.

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Autorità Palestinese terrorista come Hamas

di Maurizia De Groot Vos

La storia di come Abeed Shtayyeh, che ha ucciso due soldati israeliani, sia sfuggito alla giustizia è la storia dell’Autorità Palestinese (AP) in miniatura. Ha profonde implicazioni per il Medio Oriente.
  Il 29 maggio, Shtayyeh si è avvicinato al checkpoint israeliano fuori Nablus, ha investito due soldati ed è fuggito a Nablus. I soldati Eliya Hilel e Diego Shvisha Harsaj hanno riportato ferite critiche e sono stati dichiarati morti. Dopo che l’IDF ha lanciato una caccia all’uomo, Shtayyeh si è consegnato alla polizia palestinese.
  Gli accordi di Oslo stabiliscono cosa sarebbe dovuto accadere dopo: Le forze di sicurezza dell’Autorità palestinese, che ricevono addestramento e finanziamenti dagli Stati Uniti e da altri governi stranieri, avrebbero dovuto consegnare Shtayyeh a Israele per essere processato. Questo processo è stato creato per prevenire le incursioni israeliane nelle aree controllate dall’Autorità Palestinese e per smorzare le tensioni dopo gli atti di terrorismo, consentendo all’Autorità Palestinese di costruire una credibilità come partner per la pace.
  Se Shtayyeh avesse creduto che tutto questo sarebbe accaduto davvero, è improbabile che si sarebbe costituito. Ma aveva tutte le ragioni per credere che lui, come centinaia di terroristi prima di lui negli ultimi 30 anni, sarebbe stato protetto dall’AP. Nei primi anni del quadro di Oslo, l’Autorità palestinese ha compiuto gesti sommari, detenendo i terroristi per settimane o addirittura mesi prima di rilasciarli. Con il passare del tempo, anche questa farsa è stata abbandonata. Shtayyeh rimase sotto la custodia delle forze di sicurezza dell’AP solo per poche ore. Più di un mese dopo il duplice omicidio, è ancora in libertà.
  Il caso di Shtayyeh non è insolito. L’Autorità palestinese non si preoccupa più di spacciare il mito della partnership contro il terrorismo. A marzo il think tank israeliano Regavim ha identificato quasi 80 ufficiali delle forze di sicurezza dell’AP che sono stati uccisi o arrestati mentre compivano attacchi terroristici contro gli israeliani solo negli ultimi tre anni. La stessa AP si vanta di avere più di 2.000 “martiri”.
  Molti ufficiali delle Forze di Sicurezza dell’AP sono anche membri di organizzazioni terroristiche designate a livello internazionale e sono attivamente impegnati nel terrorismo. Se questo è sempre stato il caso, oggi l’Autorità Palestinese incoraggia, finanzia ed esalta con orgoglio questo terrorismo. Ciò include il suo famigerato programma “paga per uccidere” per i terroristi e le famiglie dei terroristi che attaccano gli israeliani – compresi gli autori di Hamas del massacro del 7 ottobre.
  È ora di smettere di nascondere la testa sotto la sabbia. L’Autorità palestinese e le sue forze di sicurezza non sono partner nella lotta contro il terrorismo, sono terroristi al pari di Hamas. L’AP non è mai stata una forza moderatrice. Nei decenni successivi a Oslo, ha affinato le sue abilità come forza omicida.
  Israele non può permettersi di stare al gioco e l’opinione pubblica israeliana non se la beve più. La nuova grande idea della sinistra per il futuro, dare potere all’Autorità palestinese e consegnarle uno Stato sovrano nel cuore di Israele e della Striscia di Gaza, è la stessa che ha ucciso israeliani per decenni. Se mi freghi una volta, vergognati; se mi freghi due volte, vergognati. Non ci faremo fregare di nuovo.

(Rights Reporter, 10 luglio 2024)

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Sondaggio: Netanyahu si indebolisce, ma la destra israeliana resta forte

L'opinione pubblica israeliana è favorevole a un governo conservatore di destra, ma non necessariamente guidato da Netanyahu.

di Ryan Jones

GERUSALEMME - Le manifestazioni settimanali antigovernative, per lo più di sinistra, in Israele sono ampiamente trattate dai media, dando l'impressione che l'umore politico nello Stato ebraico sia cambiato radicalmente a seguito della guerra.
Tuttavia, un nuovo sondaggio mostra ancora una volta che, sebbene l'opinione pubblica israeliana sia fortemente di destra, il mandato di Benjamin Netanyahu come primo ministro potrebbe essere giunto al termine.
In primo luogo, va sottolineato che se gli israeliani hanno perso fiducia in Netanyahu in generale, questo vale anche per tutti gli altri leader dei partiti presenti alla Knesset.
Nel sondaggio condotto da i24News, la maggioranza degli intervistati ha dichiarato di non essere particolarmente entusiasta di nessuno degli attuali candidati a primo ministro.

- Tra Benjamin Netanyahu e il leader del Partito di Unità Nazionale Benny Gantz, il 31% sceglierebbe Gantz, il 27% Netanyahu e il 42% nessuno dei due.
- Tra Netanyahu e l'attuale leader dell'opposizione Yair Lapid: il 31% preferisce Netanyahu, il 29% Lapid e il 40% nessuno dei due.

L'unico candidato in netto vantaggio su Netanyahu è l'ex premier Naftali Bennett, che però si è ritirato dalla politica.

• LA COALIZIONE SI SGRETOLA, MA LA DESTRA RESTA FORTE
  Se le elezioni si tenessero oggi, la prossima Knesset avrebbe questo aspetto, secondo il sondaggio di i24News:

  • Unità Nazionale (Benny Gantz): 22 seggi
  • Likud (Netanyahu): 21 seggi
  • Yesh Atid (Yair Lapid): 15 seggi
  • Israel Beiteinu (Avigdor Liberman): 14 seggi
  • Shas (partito ultraortodosso): 11 seggi
  • Otzma Yehudit (Itamar Ben-Gvir): 10 seggi
  • United Torah Judaism (partito ultraortodosso): 8 seggi
  • I Democratici (Partito laburista-Alleanza di sinistra Meretz): 8 seggi
  • Ra'am (Mansour Abbas): 6 seggi
  • Lista Araba Unita: 5 seggi

Il Sionismo Religioso (Bezalel Smotrich) e Nuova Speranza (Gideon Sa'ar) non supererebbero la soglia percentuale.
Per quanto riguarda l'attuale coalizione, un'analisi superficiale di questi risultati (come offerti dai media mainstream) suggerisce cattive notizie per il governo Netanyahu, che viene dipinto come rappresentante della destra religiosa.

  • 50 seggi per gli attuali partiti della coalizione (Likud, Shas, Laburisti ebrei, UTJ, Sionismo religioso)
  • 65 seggi per l'attuale opposizione (Unità Nazionale, Yesh Atid, Israel Beiteinu, I Democratici, Ra'am)
  • 5 seggi per la Lista araba comune (che non parteciperà a nessun governo "sionista").

Ma c'è altro da considerare.
In primo luogo, nonostante tutte le diffamazioni contro Itamar Ben-Gvir, il suo partito ultranazionalista Otzma Yehudit (Forza Ebraica) si sta rafforzando e passerà dagli attuali 6 seggi a 10 seggi nella prossima Knesset.
E sebbene Otzma Yehudit sia considerato il più religioso dei partiti nazionalisti di destra, anche la sua controparte laica, Israel Beiteinu di Avigdor Lieberman, passerà dagli attuali 6 seggi a 14 seggi nella prossima Knesset.
Ma chi diventerà primo ministro?
Secondo questo sondaggio, i partiti attualmente disposti a sostenere Netanyahu come primo ministro otterrebbero solo 50 seggi. Gantz farebbe quindi quasi certamente il primo tentativo di formare il prossimo governo. Potrebbe anche riuscire a formare una coalizione di maggioranza. Ma quanto durerebbe?
In base ai risultati di cui sopra, la coalizione di Gantz sarebbe composta da partiti con opinioni molto opposte su questioni critiche, in particolare Israel Beiteinu da un lato e i Democratici e Ra'am dall'altro.
Il precedente governo di Lapid e Bennett era altrettanto frammentato e fallì dopo un solo anno.

• L’ALTRA OPZIONE DI DESTRA
  È chiaro che l'opinione pubblica israeliana vuole un governo di destra. Se si esclude Netanyahu e ci si limita a considerare i partiti, i risultati dei sondaggi di cui sopra assegnerebbero 64 seggi ai partiti apertamente di destra e/o religiosi (Likud, Israel Beiteinu, Otzma Yehudit, Shas, UTJ).
Considerando che l'Unità Nazionale di Gantz è un partito centrista con parecchi membri saldamente radicati nel campo della destra, la preferenza per una leadership conservatrice diventa ancora più chiara.
Ciò si riflette anche in un'ipotetica opzione presentata nel sondaggio di i24News: una nuova alleanza di destra tra Israel Beiteinu di Liberman, Nuova Speranza di Gideon Sa'ar, un nuovo partito guidato da Bennett e il popolare ex capo del Mossad Yossi Cohen.
In un'elezione che coinvolgesse questa ipotetica fazione, il risultato sarebbe il seguente:

  • Alleanza Liberman-Sa'ar-Bennett-Cohen : 33 seggi
  • Likud : 17 seggi
  • Campo Nazionale : 14 seggi
  • Yesh Atid : 11 seggi

La distribuzione dei seggi per gli altri partiti rimane sostanzialmente invariata.
Ciò lascia 76 seggi, più o meno, ai partiti apertamente di destra e/o religiosi e altri 14 seggi al centrista Campo Nazionale.
Gli israeliani sono favorevoli a un governo di destra o conservatore, ma non necessariamente con Netanyahu al timone.

• QUANDO SI TERRANNO LE PROSSIME ELEZIONI?
Solo il 42% degli intervistati è favorevole a elezioni anticipate, come richiesto dai manifestanti contro il governo.
Il 55% degli intervistati ritiene che le elezioni dovrebbero svolgersi solo dopo la guerra (33%) o nella data prevista dell'ottobre 2026 (25%).

(Israel Heute, 10 luglio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Amsterdam: vandalizzata con la scritta “Gaza” la statua di Anna Frank

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E’ stata deturpata la statua di Anna Frank ad Amsterdam. Con la vernice rossa è stato scritto sul monumento della giovane vittima della Shoah “Gaza”. L’episodio è stato condannato dai politici olandesi che hanno chiesto agli eventuali testimoni di denunciare l’accaduto.
  “La statua di Anna Frank sulla Merwedeplein nel Rivierenbuurt è stata deturpata con la scritta ‘Gaza’ da un vandalo. È davvero vergognoso che qualcuno pensi di attirare l’attenzione sulla causa palestinese imbrattando l’immagine di Anna Frank, simbolo internazionale della Shoah” ha detto su X il Consigliere comunale Stijn Nijssen.
  “Questa giovane ragazza, brutalmente assassinata dai nazisti all’età di 15 anni, ricorda ogni giorno a noi e alla nostra città l’umanità e la gentilezza nelle circostanze più difficili”, ha scritto il sindaco della città Femke Halsema – Chiunque sia stato, si deve vergognare!”
  Il Centro per l’informazione e la documentazione israeliana CIDI ha sottolineato sui social media che il vandalismo della statua è un altro esempio di “antisionismo”.

(Shalom, 10 luglio 2024)

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A Bologna Zulfiqar Khan predica l’odio

di Giovanni Giacalone

Il Centro Islamico “Iqraa” di Bologna è diventato un trampolino di lancio per continui attacchi contro ebrei, Israele, Stati Uniti e per dichiarazioni a sostegno di Hamas, tutti perpetrati dal locale predicatore pakistano Zulfiqar Khan.
Il vicepremier Matteo Salvini ha suggerito la procedura di espulsione per Khan, mentre due deputati del partito di Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Marco Lisei e Sara Kelany, hanno presentato un’inchiesta parlamentare al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.
Il Console Onorario di Israele per Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, Marco Carrai, ha annunciato che intenterà una causa contro Khan per le sue dichiarazioni cariche di odio.
Contro ogni logica e buon senso da parte di chi è sotto l’attenzione dei media e delle autorità nazionali, Khan ha risposto in modo aggressivo attaccando pubblicamente, dal pulpito della sua moschea, il vicepremier Salvini, il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Alessandro Morelli, l’eurodeputata Isabella Tovaglieri e la giornalista Federica Orlandi del Resto del Carlino di Bologna.
Come se non bastasse, la pagina Facebook dell’Iqraa Islamic Center ha pubblicato due video di Khan che attacca il giornalista e scrittore italo-egiziano Magdi Cristiano Allam (ex caporedattore del Corriere della Sera), ex musulmano convertito al cristianesimo.
Magdi Allam vive da anni sotto la protezione della polizia, a causa delle numerose minacce di morte ricevute da estremisti islamici.
Negli ultimi due video postati sulla pagina Facebook di Iqraa, Khan ha accusato Allam di “vomitare tutto la sua cattiveria contro l’Islam e il Corano”.
Khan ha inoltre affermato: “Questo Magdi Cristiano Allam, egiziano, era musulmano. In che modo? Non ho bisogno di dire (per fare pubblicità) che tipo di musulmano fosse. Oggi lo conosciamo come Cristiano…”; accusandolo inoltre di essere “lontano dalla religione” e “lontano dalla verità”.
Vale la pena ricordare che Khan ha affermato in più occasioni che, poiché vive in Italia e non in Israele, ha il diritto di dire quello che vuole perché la Costituzione italiana glielo consente; continuerà quindi a “dire la verità”.
Nel novembre 2023, Khan ha dichiarato: “…In Italia, grazie ad Allah, siamo al sicuro e abbiamo il diritto di parola”.
Tuttavia, la “verità” di Khan è piuttosto inquietante, considerando le dichiarazioni che ha fatto, come quella del 26 maggio quando, durante un sermone, ha detto:
“Questi piccoli guerrieri, un gruppo di persone chiamato Hamas. Hanno reso chiaro al mondo che questi sono codardi (Israele, i sionisti), non possono fare nulla contro gli uomini, possono solo agire contro i bambini, contro le donne, contro i civili”. (12:58)
“Abbiamo visto che così tanti fratelli hanno paura di dire che Hamas è un gruppo sincero, mujaheddin, perché hanno bombardato tutti i musulmani in Europa, che devo necessariamente dire che Hamas è un’organizzazione terroristica. Ci hanno provato con me anche dal 7/10 in poi, abbiamo sempre avuto questa posizione secondo cui Hamas non è un’organizzazione terroristica. Stanno difendendo il loro territorio”. BR> “Ringraziamo Allah attraverso questi guerrieri mujaheddin di Hamas che hanno scoperto questa realtà, questa verità, che questi (israeliani, americani) sono terroristi, sono assassini…” (53:54)
Questa non è la prima volta che Khan esprime punti di vista simili; ad esempio, il 19 aprile, ha affermato che “Hamas, Hezbollah, Siria, Iran e Yemen non vogliono uccidere, non vogliono danneggiare i civili” e successivamente ha invocato: “Quella punizione che aspettiamo arrivi da Allah, con le mani di Hamas e Hezbollah…” (19:29).
Nel maggio 2021, durante un discorso di piazza nella piazza principale di Bologna, “Piazza Maggiore”, citando il Vangelo di Giovanni, Khan ha affermato che “…Gesù Cristo, invece di andare in Giudea, andò in Galilea, perché gli ebrei volevano ucciderlo. Questi ebrei, non dico tutti, ma parte degli ebrei, sono crudeli, sono crudeli, usano l’intelligenza per danneggiare gli altri”.
Durante un altro sermone tenuto il 24 maggio, Khan ha dichiarato:
“Hanno costruito una parola, Semitismo. Il semitismo non esiste. Nessun libro parla di semitismo, di antisemitismo. Questa parola si diffuse dopo il 1781…Poi dopo il 1870 costruirono la parola antisemitismo venuta dalla Germania…”.
E di seguito:
“Semitismo, anche se crediamo che il semitismo esista, questi sionisti non sono semiti…Per questo hanno cancellato [sic] che volevano portare una legge, un regolamento, che deve costituire il DNA di tutti coloro che vivono sulla terra di Israele. Quando si sono resi conto che il DNA non sarebbe andato come volevano”.
Nel novembre 2023, durante il programma televisivo mainstream italiano “Dritto e Rovescio”, Khan ha dichiarato: “Gli israeliti sono terroristi e ingannatori secondo la Bibbia”, aggiungendo che “l’inganno con l’obiettivo dell’interesse personale fa parte della fede ebraica”.
Khan ha anche ripubblicato diverse immagini di terroristi di Hamas con il volto coperto, fasce e armi.
Ieri, martedì 9 luglio 2024, il Ministro dell’Interno italiano ha finalmente risposto all’inchiesta della deputata Sara Kelany su Khan:
“Il suddetto (Khan) risulta essere presidente dell’associazione culturale islamica “IQRAA” con sede a Bologna e, nel ruolo di “esperto” dei precetti della religione islamica, partecipa a numerosi incontri (anche televisivi), dove ha spesso espresso posizioni intransigenti sulle questioni riguardanti l’Occidente, l’omosessualità, il ruolo delle donne e, dopo gli attentati del 7 ottobre, anche sul popolo palestinese e sul governo israeliano, manifestando apprezzamento per l’azione portata avanti da Hamas.
Tali dichiarazioni, riportate anche sui profili social e sul web, sono già state oggetto di informativa presso l’Autorità Giudiziaria, volta a consentire a quest’ultima di effettuare proprie valutazioni in merito all’eventuale rilevanza penale dei contenuti espressi”.
La dichiarazione del Ministro indica che le autorità italiane stanno monitorando e valutando la situazione di Khan.
Il Ministro deve però capire che le dichiarazioni di Khan (comprese quelle sopra menzionate) non sono “posizioni intransigenti”, ma attacchi alla religione ebraica e agli ebrei (non importa se “non tutti”, come spesso Khan sostiene). Sono dichiarazioni di sostegno a Hamas, un’organizzazione terroristica inserita nella lista nera dell’Unione Europea.
Vale anche la pena ricordare che lo scorso aprile un cittadino algerino di 58 anni residente nella città di Udine è stato espulso per aver postato sui social contenuti pro-Hamas e filo-jihadisti palestinesi.
Inoltre, è noto che un cospicuo numero di persone che pubblicavano contenuti pro-Isis sono stati espulsi. Hamas è diverso dall’Isis?
Nella replica di ieri Piantedosi precisa che “dal 1° gennaio 2023 al 5 luglio sono state arrestate 22 persone legate ad ambienti di terrorismo/estremismo religioso”. Non è chiaro cosa significhi il termine “religioso”… Erano tutti islamisti? Se sì, perché non dirlo chiaramente?
È difficile capire perché Khan abbia potuto finora utilizzare il pulpito del suo centro islamico come palcoscenico per una narrazione così pericolosa. Il fatto che Khan ricopra la carica di imam (in una grande città del nord Italia) non fa altro che rendere il suo caso ulteriormente problematico, perché la sua narrazione potrebbe influenzare qualcuno disposto ad agire.
Piantedosi ha citato la sorveglianza dei siti ebraici e israeliani di Bologna, ma ciò non basta. Se c’è un problema alla fonte, è lì che bisogna affrontarlo, e finora ciò non si è verificato, almeno in questo caso specifico. Perché gli ebrei di Bologna (e d’Italia in generale) devono vivere nella paura? Perché una moschea dovrebbe diventare un trampolino di lancio per la narrativa estremista?

(L'informale, 10 luglio 2024)

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Anche con un nuovo presidente, l’Iran resta ostile a Israele

di Francesco Paolo La Bionda

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Masoud Pezeshkian
Masoud Pezeshkian, il nuovo presidente eletto dell’Iran, è considerato una figura moderata, ma con la sua elezione non cambierà l’ostilità viscerale del regime verso Israele.
  Di etnia mista azera e curda, sessantanove anni, già cardiochirurgo, Pezeshkian è un politico di lungo corso, che ha ricoperto nel tempo diversi incarichi politici, compreso un periodo come Ministro della sanità. Eletto presidente il 5 luglio scorso, nelle elezioni seguite alla morte di Ebrahim Raisi in un incidente in elicottero, il presidente eletto ha vinto ai ballottaggi contro il favorito Saeed Jalili, considerato un esponente dell’ala dura, e assumerà ufficialmente l’incarico a inizio agosto.

• Un riformismo di facciata per allentare le sanzioni
  Pezeshkian è considerato un riformista, ma sempre nell’alveo del regime. Egli stesso si è definito come un “riformista principalista”, vale da dire che colloca la volontà di cambiamento nel quadro dei principi cardine della rivoluzione islamica che ha dato vita all’attuale assetto politico del paese. Così, ad esempio, se in campagna elettorale ha criticato i metodi brutali con cui la polizia religiosa applica le leggi sul vestiario, si è però ben guardato dal criticare l’obbligo stesso di indossare il velo per le donne.
  Inoltre, anche se il presidente eletto dovesse effettivamente promuovere alcuni dei cambiamenti promessi, come l’allentamento delle restrizioni sull’uso del web, dovrà scontrarsi con l’approvazione della Guida Suprema Ali Khamenei, che deve validare ogni decisione presa dal capo di stato.
  Il ruolo di Pezeshkian sarà invece soprattutto quello di ricucire i rapporti con l’Europa, per cercare di dividere lo schieramento occidentale, soprattutto nell’ipotesi di una rielezione di Trump alla presidenza statunitense il prossimo autunno. L’obiettivo è quello di ottenere un allentamento delle sanzioni, possibilmente nel quadro di un ritorno ai negoziati sul nucleare iraniano, dato che, come ha ammesso lo stesso presidente eletto, l’economia del paese non può funzionare finché restano in vigore.

• Israele resta il nemico giurato
  Per quanto riguarda invece i rapporti con lo Stato ebraico, l’elezione di Pezeshkian non sembra destinata ad alimentare alcuna distensione. Già in campagna elettorale, aveva promesso che se avesse vinto, avrebbe cercato “di avere relazioni amichevoli con tutti i paesi, tranne Israele”.
  E pochi giorni dopo il voto si è infatti affrettato a inviare un messaggio ad Hassan Nasrallah, leader degli Hezbollah libanesi, nel quale ha affermato che “la Repubblica islamica ha sempre sostenuto la resistenza dei popoli della regione contro l’illegittimo regime sionista” e che “sono certo che i movimenti di resistenza della regione non permetteranno a questo regime di continuare le sue politiche guerrafondaie e criminali contro il popolo oppresso della Palestina e di altre nazioni della regione”.
  Il regime iraniano è da sempre il principale sponsor della milizia libanese, a cui, secondo il Dipartimento di Stato americano, fornisce ogni anno armamenti, addestramento e liquidità per centinaia di migliaia di dollari. Un supporto che nel corso dell’ultimo decennio Teheran ha esteso anche ad Hamas, nonostante le differenze dottrinali, fornendogli almeno 222 milioni di dollari tra il 2014 e 2020, secondo documentazione recuperata dalle forze israeliane a Gaza.

(Bet Magazine Mosaico, 10 luglio 2024)

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L’anniversario – Trent’anni senza il Rebbe, ma la sua lezione è viva

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Settimo leader della dinastia Chabad Lubavitch, celebrato dai suoi discepoli come “il Rebbe” per lo slancio dato all’ebraismo post-Shoah, Menachem Mendel Schneerson è considerato uno dei rabbini e pensatori ebrei più influenti del Novecento. Nato nel 1902 a Nikolaev, nell’allora Russia zarista, il Rebbe è morto a New York nel 1994, nel giorno 3 del mese ebraico di Tammuz. Cioè oggi. Trent’anni dopo la sua eredità resta viva anche in Italia. Qui la rete di shlichim (“emissari”) del movimento chassidico opera ininterrottamente dal 1958, con sedi in varie città.
  Uno dei protagonisti di questo impegno a Roma è rav Menachem Lazar, figura di riferimento della sezione Chabad nell’area di Piazza Bologna. «Ho avuto la fortuna di incontrarlo più volte quando ero un bambino, tra gli 8 e i 12 anni. Alcuni sono ricordi più definiti, altri meno, ma sono tutti importanti nel mio bagaglio formativo. Come quando, nel giorno del mio compleanno, con una benedizione mi augurò di avere successo nella vita», spiega Lazar. «Per noi Chabad il Rebbe non è mai stato solo una persona fisica. Il suo lascito è un patrimonio spirituale immenso, il motore che ci dà la forza di andare avanti, di dare continuità a quello slancio. Il Rebbe ha creato una sorta di “esercito” nelle sue idee e nei suoi valori. È uno dei suoi grandi meriti. D’altronde gli uomini non li cambi affidandogli degli oggetti, ma degli insegnamenti, a partire dalla fedeltà ebraica allo studio della Torah». Per il Rebbe, racconta Lazar, «ogni azione, anche piccola, aveva valore; un’azione in sé è già lo scopo». Altro messaggio da custodire «è l’idea che non esistano differenze tra una persona e l’altra: di ognuno dobbiamo cogliere l’essenza, andare a fondo della sua anima senza fermarci alla superficie».
  «Il Rebbe ha sempre cercato di garantire che ogni singolo ebreo potesse avere un luogo in cui sentirsi come a casa, un luogo in cui prendere consapevolezza di ciò che è e in cui crescere nella sua identità e responsabilità. Non a caso i nostri centri si chiamano Beit Chabad, la Casa dei Chabad», sottolinea il responsabile della missione toscana Levi Wolvovsky. Nato a Brooklyn, a Firenze da 12 anni insieme alla moglie Sonia, anche lui ha avuto l’opportunità di incontrare il Rebbe in gioventù, nella casa newyorkese di Shneerson gremita di allievi. «Ricordo l’ambiente che lo circondava, l’intensità di quell’esperienza. Si toccava con mano l’importanza del suo compito», racconta Wolvovsky. «Noi allievi cerchiamo di continuare quell’opera, dando forza all’ebraismo in prima istanza e poi, in senso più universalistico, portando luce al mondo intero». In questo senso «Beit Chabad è un laboratorio non solo teorico ma di vita: tanta gente ci cerca, ha sete di ebraismo, vuole coltivarlo». In onore del Rebbe, a trent’anni dalla scomparsa, Wolvovksy ha organizzato a fine giugno un concerto per esplorarne il messaggio attraverso alcuni brani musicali. «Abbiamo imparato tanto», spiega l’emissario. «Ma il segno del Rebbe è ovunque: nei video, nei libri. Vive ancora con noi».
  Di recente la casa editrice Giuntina ha dato alle stampe Lezioni di Torà, un libro antologico con alcuni discorsi del Rebbe per lo Shabbat adattati dall’ex rabbino capo d’Inghilterra e del Commonwealth Jonathan Sacks (1948-2020). Secondo Sacks, dalle riflessioni del Rebbe emergerebbe la convinzione «che ognuno di noi possa lasciarsi alle spalle la confusione attuale» per seguire «lo splendore senza tempo della Torah, la luce infinita». a.s.

(moked, 9 luglio 2024)

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Perché si ricomincia a parlare di trattative con Hamas

di Ugo Volli

• Israele vince sul campo ma non basta
  Dopo nove mesi di guerra, Israele ha ormai il controllo di tutta la Striscia di Gaza. Questo non vuol dire che occupi tutta Gaza continuamente: le truppe israeliane sono presenti sul 20% circa del territorio, ma sono in grado senza problemi di entrare dove si riscontra un’attività terroristica. In una guerra normale ciò avrebbe comportato da tempo la vittoria, ma in questo caso non è così. Hamas e gli altri gruppi terroristici hanno ancora risorse importanti dalla loro parte e le usano bene. Ecco le principali: 1. Controllano ancora tutte le fortificazioni sotterranee che non sono state scoperte e distrutte, con le armi e le truppe che vi hanno accumulato e la possibilità di usarle per agguati alle spalle degli israeliani. 2. Godono dell’appoggio di buona parte della popolazione di Gaza (e anche degli arabi di Giudea e Samaria) e sono in grado di reprimere violentemente le sporadiche manifestazioni di insofferenza che vi si manifestano (ma che non sono mai diventate opposizione politica vera e propria). 3. Sono appoggiati militarmente e logisticamente da uno schieramento vicino (Iran e i suoi satelliti Hezbollah, Houti, sciiti iracheni, Qatar) e lontano (Turchia, Russia, Cina – a questo proposito bisogna dire che non è mai stata smentita la notizia di cui pochi parlano che nei tunnel di Hamas Israele ha catturato e prontamente riconsegnato al loro stato due ingegneri militari cinesi). 4. Sono appoggiati dalla burocrazia internazionale delle corti di giustizia e delle commissioni dei diritti umani dell’Onu. 5. Hanno sponde politiche in buona parte dell’Occidente, in particolare fra i democratici americani, la sinistra europea inclusi i vincitori delle recenti elezioni in Francia e Gran Bretagna. 6. Detengono ancora molte decine di rapiti israeliani che i servizi di informazione non sono stati in grado di localizzare, come non hanno potuto individuare i capi più importanti di Hamas.

• Perché Israele accetta la trattativa
  Gli ultimi due punti sono decisivi per la strategia israeliana verso Gaza. Israele potrebbe in teoria continuare per tutto il tempo certamente lungo necessario a distruggere completamente l’apparato militare terrorista e per quello ancora maggiore per eliminare il controllo politico di Hamas sulla popolazione. Il fronte del nord resterebbe caldo, ma è chiaro che Iran e Hezbollah non hanno interesse per il momento a una guerra vera e propria. In Occidente però quasi tutti ormai vogliono un cessate il fuoco che chiuda (o piuttosto lasci in sospeso) in un modo o nell’altro la guerra fra Israele e Hamas: prima di tutti gli Stati Uniti, che hanno già mostrato di voler usare le potenti armi di pressione di cui dispongono, innanzitutto i rifornimenti militari necessari a Israele che da tempo rallentano pericolosamente e i voti al consiglio di sicurezza dell’Onu. Inoltre, il tentativo di ottenere la liberazione dei rapiti per via di scambio, dato che non si riesce a salvarli con le armi, è sia un imperativo morale da tutti sentito in Israele; sia una necessità per i rapporti internazionali di Israele; sia la posta in gioco di una pericolosa lotta politica interna per eliminare il governo Netanyahu che si sta ripresentando tanto in piazza che nelle burocrazie statali, inclusa la magistratura e lo stato maggiore.

• Un ammorbidimento di Hamas?
  Volente o nolente, il governo israeliano ha dunque da tempo dovuto accettare di trattare con Hamas per la liberazione degli ostaggi. Consapevoli della loro posizione di forza (politica, non militare) i terroristi hanno sempre chiesto, come precondizione per discutere di uno scambio fra i rapiti e i loro galeotti assassini detenuti nelle carceri israeliane, addirittura il ritiro preventivo delle truppe israeliane e l’impegno a cessare la guerra lasciandoli al potere a Gaza. Il fatto che Israele sia riuscito a occupare Rafah nonostante l’opposizione di Usa e della “comunità internazionale” e che abbia preso pure il “corridoio Filadelfia” che mette in contatto Gaza con l’Egitto bloccando buona parte del contrabbando di armi, sembra averli ammorbiditi. Dopo aver rifiutato per qualche settimana le trattative, ora annunciano di rinunciare alla precondizione della conclusione della guerra per aprire la trattativa sui rapiti, accontentandosi di una sospensione “per tutta la durata dei negoziati, per cui però non vogliono un limite temporale in modo da poterle trascinare all’infinito. Dunque questo annuncio non segna una grande differenza pratica, ma è bastato perché Netanyahu fosse obbligato a mandare una delegazione in Qatar per partecipare alle pre-trattative indirette non con Hamas ma con i mediatori.

• Le linee rosse di Israele
  Al tempo stesso Netanyahu ha chiarito quali sono le condizioni irrinunciabili per Israele. Questa è la dichiarazione: “La ferma posizione del Primo Ministro contro il tentativo di fermare l’operazione dell’IDF a Rafah è ciò che ha portato Hamas ad avviare i negoziati. Il Primo Ministro continua a sostenere fermamente i principi già messi nero su bianco da Israele: 1 – Qualsiasi accordo consentirà a Israele di tornare e combattere fino al raggiungimento di tutti gli obiettivi della guerra. 2 – Non sarà possibile contrabbandare armi ad Hamas dal confine di Gaza verso l’Egitto. 3 – Il ritorno di migliaia di terroristi armati nel nord della Striscia di Gaza non sarà possibile. 4 – Israele massimizzerà il numero di ostaggi vivi che verranno restituiti dalla prigionia di Hamas”.

• Gli ostacoli
  Vi sarà dunque lo scambio e il cessate il fuoco? Non bisogna farsi troppe illusioni. Le esigenze fondamentali di Israele e di Hamas sono antagonistiche. L’Iran, ben deciso a combattere Israele col sangue dei suoi satelliti arabi, farà il possibile per impedire ogni accordo. Hamas considera i rapiti israeliani come il suo bene più prezioso e l’assicurazione sulla vita dei suoi capi: difficile che li lasci andare in cambio di una tregua che non sia in pratica una vittoria. Israele sa che se si ferma ora dovrà combattere di nuovo in poco tempo e riconquistare di nuovo Gaza; il 7 ottobre ha mostrato che la convivenza con Hamas e gli altri gruppi terroristici è impossibile. Anche se le trattative procedessero oltre la fase preliminare e indiretta in cui sono, è molto improbabile che si concludano con un accordo se non provvisorio e parziale. Tutto il resto, purtroppo, sono manovre propagandistiche.

(Shalom, 9 luglio 2024)

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Stavo a 700 metri di distanza da Gaza - e non ho provato niente

"Mi sono resa conto che quando guardavo la maledetta "altra parte", il pensiero degli ostaggi non mi è passato mai nemmeno per la testa. E questo mi ha “preoccupata”.

di Oriel Moran
Oriel Moran

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Vista di Gaza dal lato israeliano del confine dopo l'intervento delle truppe dell'IDF contro Hamas.

GERUSALEMME - Non sono mai stata vicino al confine con Gaza. Lo so, è strano, no? Anche se Gaza si trova a soli 100 chilometri a sud-ovest da me, mi è sempre sembrato un "Paese arabo", lontano da me, come una terra mitica in cui regna il terrore e i draghi sputano fuoco. Oppure, una descrizione più realistica: una città dove sembra non esserci ordine o struttura, una popolazione densa stipata in edifici di cemento, hooligan di Hamas e caos. Cosa la distinguerebbe dal Libano, dalla Siria o dalla Giordania? Un osservatore casuale come me non saprebbe dirlo. Ovunque sia, non è "abbastanza vicino per farmi del male", o così almeno pensavo.
Quello che mi ha portato più vicina a Gaza è stata mia sorella maggiore, che ha prestato servizio come Tatspitanit (osservatrice) e ha sofferto di ripetuti attacchi di tendinite controllando Gaza e il confine da Nachal Oz. Stando a quello che ha raccontato, le sue telecamere ad alta tecnologia potevano zoomare sui drammi familiari attraverso le finestre aperte, osservare i pastori sodomizzare nei campi e, naturalmente, catturare i terroristi che cercavano di infiltrarsi nel confine o di piazzare esplosivi. La sua base militare è stata attaccata da razzi, sirene d'allarme e colpi diretti, che hanno lasciato le ragazze con le orecchie che fischiano e un forte nervosismo ancora mesi dopo il loro congedo dall'esercito.

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Molte giovani soldatesse israeliane prestano servizio come guardie di frontiera

Non sono andata spesso nel sud di Israele, ma dopo il 7 ottobre ho voluto visitare la zona della Striscia di Gaza e soprattutto avvicinarmi il più possibile al confine con Gaza per guardare negli occhi il male e incontrarlo. Forse era il mio modo di elaborare il sangue delle vittime e di non lasciarlo asciugare (in senso figurato) prima di avere l'opportunità di bruciare i loro ultimi momenti nel mio essere: dovevo modificarmi.
Quando un amico si è offerto di portare me (e un piccolo gruppo) al sud per vedere le conseguenze del 7 ottobre, ho colto al volo l'occasione. Dopo una lunga giornata di visite ai vari monumenti commemorativi dove erano avvenuti i massacri, la nostra ultima tappa è stata il punto panoramico su Gaza da Sderot.

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Tramonto arancione a Gaza. Tramonto sulla terra desolata di Gaza il 4 giugno 2024

Siamo arrivati proprio quando il sole stava tramontando e il cielo si colorava di un ricco arancione e di un blu sbiadito, mentre il Mediterraneo scintillava in lontananza. Il punto panoramico è un memoriale dei quattro soldati che hanno combattuto i terroristi che sono usciti da un tunnel a 700 metri da lì per compiere un attacco di massa a Kibutz Nir-Am e Sderot nel 2014.
Socchiudendo gli occhi per vedere Gaza per la prima volta, tutto ciò che riuscivo a distinguere era una lunga fila di edifici, sagome sfocate, il profilo sbiadito di una recinzione e di un muro. "Tutto qui?", ho pensato. Che delusione!
Non avevo idea di cosa avrei provato, ma di certo non mi aspettavo di non provare niente. Forse "niente" non è la parola giusta; forse  "vuoto, cavo” sono parole più adatte. Era forse una sorta di reazione ritardata a un giorno intero di rimbalzi tra atrocità e sette mesi di guerra. Avrei voluto tornare a casa con qualche tipo di rivelazione profonda, o con un "mai più" di sfida, ma "niente". Faceva freddo, c’era troppo vento, c'era troppa gente e volevo soltanto rimanere sola, provare qualcosa, qualsiasi cosa.

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Fumo denso dopo un attacco aereo israeliano a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza

Ho speso cinque shekel per guardare attraverso il binocolo pubblico e avere così una visione più ravvicinata; la mia piccola esperienza di "Tatspitanit". A parte alcuni edifici all'estrema sinistra, l'intera prima fila era distrutta come se una bomba nucleare avesse colpito e lasciato un'apocalisse di strutture scheletriche, a riprova del fatto che Hamas era pronta ad andare in fiamme e a portare tutti con sé.
Solo l'eco dei "boom" e delle esplosioni ricordava inequivocabilmente che la guerra era ancora in corso, che l'IDF era appena entrato a Rafah.

• Dove sono gli ostaggi?
  Mentre il sole scompariva nel mare, ho intravisto un giovane e una ragazza seduti sul bordo del monumento commemorativo, che chiacchieravano con disinvoltura. Dopotutto, Sderot è la loro casa e questo è solo un ritrovo casuale con una buona vista, anche se si tratta di Gaza.
Lo paragono alla vista della terra di Giordania che posso avere da casa mia. Nelle giornate limpide si possono vedere le luci delle montagne che brillano come diamanti in un cielo notturno nero: un mondo misterioso a pochi chilometri di distanza. Potrei fissarlo per ore e chiedermi quanto sia diversa la loro vita  dalla mia. Dal loro punto di vista, però, la mia casa non suscita lo stesso timore reverenziale, perché a differenza della mia famiglia e della mia educazione culturale, loro hanno imparato a odiare.
Al di là di una recinzione, di un muro o di un confine invisibile sul Mar Morto, persone completamente diverse vivono sullo stesso suolo, con lo stesso clima, sotto la stessa costellazione e con ideologie completamente opposte. Come può il destino di una persona dipendere dal lato del confine in cui è nata?
Per le vittime del 7 ottobre che vivevano nei kibbutzim e nelle città della Striscia di Gaza, Gaza era la loro "Giordania". Un momento prima Gaza era la vista che avevano dalle loro tranquille case, e dopo pochi minuti sono stati fatti sfilare in pigiama come trofei in mezzo a una strada di Gaza e picchiati da barbari violenti e sanguinari. Alcuni degli ostaggi erano addirittura attivisti per la pace, che ironia.

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Le conseguenze dell'attacco di Hamas alla casa di una famiglia nel Kibbutz Beeri.
Quello che è successo alla famiglia che viveva all'interno è stato ancora peggio  

Sorprendentemente, solo quando sono tornata a casa a tarda sera mi sono resa conto che quando guardavo la maledetta "altra parte", il pensiero degli ostaggi non mi è mai passato per la testa, e questo mi ha preoccupata. Potevo immaginare città fantasma, campi profughi, scontri nella Striscia di Gaza, combattenti dell'IDF: tutto tranne gli ostaggi. Dopo tutto, chi può anche solo immaginare o elaborare 252 civili come ostaggi in tunnel sotterranei?
Ma questo è ciò che fa l'anima: ci protegge dalla dura realtà e dalle amare verità. "Niente" è solo il sintomo del cuore per dire "sento tutto insieme, e fa troppo male".
Fa troppo male la disperazione di Shiri Bibas che stringe i suoi due figli piccoli in mezzo agli assassini. Fa troppo male la violenza sessuale subita da Amit Soussana da parte del suo rapitore. Fa troppo male il video di propaganda di Hamas che ritrae Keith Siegel, 64 anni, sequestratore, un uomo distrutto che trattiene le lacrime.
Non mi lascio ingannare: ovunque il diavolo stabilisca il suo regno, la distruzione lo segue. Gaza passerà alla storia come un esempio di ciò che accade quando le ideologie di morte fanno il lavaggio del cervello alla società e di come ne provocano la fine. Più ancora della pietà, provo disgusto per il modo in cui sono riusciti a ingannare il mondo facendo credere che i loro aiuti e i loro soldi faranno la differenza,   o che "terra in cambio di pace”, o una soluzione a due Stati sia una strategia legittima per porre fine alle loro sofferenze.
Sono delusa dai cristiani internazionali che dimenticano l'ebraicità di Yeshua e la lotta spirituale per questa terra, e sono irritata dagli arabi cristiani in Israele che dimenticano che senza Israele il loro destino sarebbe la persecuzione e la morte per mano dell'Islam.
Mi rattrista il mio Paese, che ha dimenticato in un batter d'occhio come i conflitti interni lo indeboliscano e lo rendano vulnerabile di fronte ai suoi nemici. Sono anche triste per i politici che hanno dimenticato di servire il loro Paese e perseguono invece il loro orgoglio e i loro programmi.
Forse Gaza mi ha toccato più di quanto pensassi.

(Israel Heute, 9 luglio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Francia – Il Gran Rabbino: Nuovi modi di lavorare insieme

Impossibile dirsi «sollevati» con il Rassemblement National alla conquista di spazi sempre più significativi nella scena pubblica nonostante la sconfitta e la France Insoumise «che grida vittoria, pur avendo ottenuto meno parlamentari della passata legislatura». Invita comunque alla speranza, una speranza incarnata nella difesa senza quartiere dei valori repubblicani, il Gran Rabbino di Francia Haim Korsia. Parlando ai microfoni dell’emittente ebraica Radio Shalom che l’ha interpellato per un commento sulle elezioni, la più importante autorità rabbinica del paese riconosce: «Ci attende un tempo di incertezza». Eppure, ciò premesso, «non c’è nessun motivo per lasciarsi prendere dal panico». Il cauto ottimismo del rav deriva soprattutto dalla convinzione che «nessuno si alleerà con la France Insoumise» del populista di sinistra Jean-Luc Mélenchon, figura invisa ai suoi stessi alleati.
  Korsia prevede che «il governo nascerà dall’accordo tra persone ragionevoli, con a cuore la Repubblica». Non menziona in modo esplicito l’assetto auspicato, ma rileva comunque la presenza nell’assemblea nazionale di «330-340 deputati» appartenenti a forze non estreme e sul quale il futuro esecutivo potrà contare. Considerazione dalla quale si deduce la speranza del rav di una larga intesa tra macroniani, sinistra non estrema, destra gollista. Fuori da questo perimetro un blocco populista in cui, denuncia Korsia, siederanno riconosciuti antisemiti e persone «che non sono state capaci di qualificare come atti terroristici gli attacchi del 7 ottobre».
  Il rischio di un governo a trazione Mélenchon non sembra concreto. Ma guai a sedersi sugli allori per lo scampato pericolo, fa capire il rav. Il tema della “ribellione” è d’altronde una costante della storia umana, non sempre alimentata a fini nobili come si evince dal riferimento fatto dal rav alla parashah di Korach letta nelle sinagoghe lo scorso Sabato. Fu la demagogia, altro tema senza tempo, a nutrire allora l’azione di Korach e altri notabili contro la leadership di Mosè e Aron. Tornando al presente, il rav osserva: «Bisogna rifondare un sistema, trovare nuovi modi di lavorare insieme. E quindi rafforzare la discussione, la mediazione, l’ascolto dell’altro. Questo migliorerà la vita dei francesi».

(moked, 9 luglio 2024)

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Firenze, UGEI lancia un flash mob per gli ostaggi israeliani ancora in mano a Hamas

di David Fiorentini

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Dopo Napoli, Roma e Milano, l’Unione Giovani Ebrei d’Italia in collaborazione con il Forum delle Famiglie degli Ostaggi lancia il suo flash mob anche a Firenze. Di fronte al Palazzo della Regione Toscana in Piazza Duomo, il 7 luglio una cinquantina di persone si sono riunite per mandare un forte segnale di solidarietà e vicinanza a tutti gli ostaggi israeliani ancora nelle mani dei terroristi di Hamas dopo oltre 9 mesi.
   “Non possiamo permettere che cali il silenzio su questa tragedia. Andremo avanti con queste iniziative fino a quando tutti gli ostaggi saranno liberi”, afferma il presidente UGEI Luca Spizzichino. “È un dovere morale, in particolare delle nuove generazioni, mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulla questione.”
  Un messaggio importante, che ha commosso molti dei partecipanti, giunti anche dagli Stati Uniti o Israele, alla luce delle numerose manifestazioni anti-israeliane che da mesi nascondono, banalizzano o giustificano le atrocità perpetrate il 7 ottobre.
  Per circa un quarto d’ora, tra le note delle canzoni israeliane dedicate al rilascio degli ostaggi, i partecipanti hanno esposto le foto dei rapiti e un grande striscione con il motto “Bring them home now”.
  Presenti anche il presidente della Comunità ebraica di Firenze, Enrico Fink, l’Associazione Fiorentina Amici di Israele, l’associazione Setteottobre e Sinistra per Israele.

(Bet Magazine Mosaico, 9 luglio 2024)

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Missili di Hezbollah sullo stadio dell’Hapoel Ironi Kiryat Shmona

di Luca Spizzichino

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L’Hapoel Ironi Kiryat Shmona non potrà giocare nel proprio stadio per molto tempo. La struttura è stata colpita direttamente da un razzo lanciato dal Libano, rendendola inagibile.
Una doccia gelata per i tifosi, che speravano di tifare i propri beniamini in casa dopo diversi mesi di attesa. Infatti, dallo scoppio della guerra la squadra, ha dovuto giocare le partite casalinghe a Netanya.
“La situazione al nord peggiora ogni giorno”, ha detto il dirigente della squadra. “Purtroppo non vediamo il nostro ritorno al nord nel prossimo futuro. La città di Kiryat Shmona viene bersagliata ogni giorno”. Fino ad oggi ci sono stati anche cinque attacchi al complesso di allenamento della squadra, ha sottolineato l’Hapoel Ironi Kiryat Shmona.
Al momento dell’attacco non c’erano persone presenti nello stadio, lo riferisce Ynet sul proprio sito.

(Shalom, 8 luglio 2024)

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Quando viene meno la fiducia

Cosa succede quando il popolo perde la fiducia nei suoi leader? Come Core e il suo clan fecero con Mosè, e come fa oggi una parte del popolo con Bibi.

di Aviel Schneider

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Manifestanti protestano contro Benjamin Netanyahu e l'attuale governo israeliano davanti alla base di Hakirya a Tel Aviv, 22 giugno 2024

GERUSALEMME - Il post di un riservista israeliano, Bar Sadeh, che mia figlia mi ha inviato, mi ha toccato profondamente. È uno dei tanti post che sono diventati virali nelle reti e nei media israeliani nelle ultime settimane e mesi. I soldati parlano dal profondo dei loro cuori. Giovani che hanno combattuto a Gaza per mesi e che sono pronti a sacrificare la loro vita per il loro popolo. Giovani che hanno già perso molto, ma non vogliono arrendersi. Ma ciò che li ferisce di più è l'entroterra: il popolo e i suoi leader. Israele è in guerra e la gente, i media e i politici si azzuffano mentre i soldati difendono la biblica patria. A dire il vero, è semplicemente incredibile. Tra amici parliamo spesso di questa situazione e delle difficoltà in cui siamo caduti di nuovo tutti. Come è possibile che all'ombra della guerra non riusciamo ad unirci e a mettere da parte le nostre proteste e i nostri disaccordi? Forse perché, come nella storia di Core contro Mosè e Aaronne, tutto il popolo è santo. “Tutta la comunità è ovunque santa e il Signore è in mezzo a loro! Perché vi innalzate sulla comunità del Signore?"
  Come Mosè e Aaronne, anche Core apparteneva alla tribù di Levi e ha costituito, per così dire, la prima opposizione tra il popolo d'Israele. Core si disse: "Se Dio dichiara che tutto il popolo è una nazione santa, chi dà a Mosè il diritto democratico di guidare il popolo? Insieme a Datan e Abiram, guidò la prima rivolta politica contro Mosè e Aronne, e a questo scopo scelse 250 uomini tra il popolo, capi della comunità, leader dell'assemblea, uomini rispettati. Perché Datan e Abiram erano così importanti per Core nella sua coalizione contro il partito levita? Perché entrambi provenivano dalla tribù di Ruben, il primogenito di Giacobbe. I discendenti hanno sempre avuto un peso maggiore nella famiglia, nella tribù e nel popolo, e Core voleva sfruttarlo politicamente. Forse erano anche gelosi dell'influenza dei figli di Levi. Pensavano che Mosè fosse l'unico a voler governare su di loro. Questo è ingiusto. Dal loro punto di vista, Mosè è come un dittatore sacerdotale e politico. Esatto, un dittatore scelto da Dio.
  Anche l'attuale capo del governo israeliano, Benjamin Netanyahu, è visto come un dittatore da molti cittadini. È stato eletto dagli israeliani con elezioni democratiche. E questo ad alcuni non piace, così come non piaceva ad alcuni abitanti del deserto il fatto che fosse sempre Mosè a decidere tutto. C'è sempre malcontento dove la gente vive, e questo si manifesta più del solito in particolari momenti. Anche se nel paese oggi non c'è il sacerdozio, la divisione politica tra il popolo è una conseguenza della visione spirituale del mondo. Una parte della popolazione oggi ha perso la fiducia in Bibi e non crede che egli voglia davvero solo il meglio per il suo popolo, che prima o poi porrà fine alla guerra e che accetterà un accordo con gli ostaggi. Dal loro punto di vista, Bibi sta governando solo per sopravvivere politicamente - fiducia zero. E questo porta a una profonda divisione tra la gente.
  Anche gli avversari di Mosè hanno perso la fiducia nel loro leader. E di cosa accusano Mosè? "Non stai facendo abbastanza per condurci nella terra in cui scorrono latte e miele. Tu ci vuoi far morire tutti nel deserto. Vuoi governare su di noi?". Poi continua cinicamente: “Ottimo, ci hai proprio condotto in una terra dove scorrono latte e miele! E ci hai dato campi e vigne in eredità! E adesso vuoi chiuderci gli occhi? Non arriveremo a destinazione!". Dal loro punto di vista, Mosè governa soltanto per sopravvivere politicamente: fiducia zero.
  Alla fine Core e il suo partito, la comunità, persero. "Allora la terra si squarciò sotto di loro. La terra aprì la sua bocca e li inghiottì, insieme alle loro case e a tutte le persone che erano con Core e a tutti i loro beni". Posso ben immaginare che il primo ministro israeliano avrebbe voluto una soluzione simile per sbarazzarsi dei suoi avversari politici tra il popolo.
  Non credo che si possa paragonare Mosè con Bibi, ma si può paragonare l'incidente biblico con quello politico, perché è un sintomo del popolo d'Israele che si ripete continuamente. Chi ne soffre è in ultima analisi il popolo, sia a quel tempo sulla via del deserto verso la Terra Promessa, sia oggi dentro la Terra Promessa. Nelle conversazioni con i miei figli, con amici e colleghi negli ultimi mesi continuo a ricordare che abbiamo il privilegio di vivere nella Terra Promessa. In tutta la storia del popolo d'Israele degli ultimi 3.500 anni, il popolo ebraico ha vissuto per oltre il 90% del tempo soltanto in diaspora, cioè per 3.200 anni il popolo d'Israele è stato disperso in esilio. Ora sono 76 anni che viviamo sotto il governo ebraico nella biblica patria. Questo è sempre stato qualcosa di raro nella storia biblica ed ebraica. E nonostante tutti i disaccordi politici, dobbiamo con fermezza tenerlo stretto per non perderlo di nuovo.
  È in questo contesto che ho deciso di tradurre la lettera di Bar Sadeh, che riassume la nostra situazione. Se non siamo uniti come popolo, forse la terra non si spaccherà di nuovo, ma ci sono abbastanza modi per punire il popolo.

Messaggio di Bar Sadeh:

    «Ho perso me stesso. Sono cambiato, spento, il dolore ha sopraffatto la mia voglia di vivere e mi sento a pezzi. Lo vedo nei miei occhi e mi fa male. Non ho scelto questa guerra, ma non me ne pento, sono grato.
    Quel giorno ero pronto a fare qualsiasi cosa per riportare a casa un altro bambino, una donna, un cittadino, anche se io stesso non sarei tornato.
    Non ero preparato ad accettare quello che i miei occhi hanno visto. Mi ha colpito e col tempo distrutto. Volevo solo vendicarmi e fare in modo che si pentissero - e così è stato.
    Ho perso molto in questa guerra. Amici, fidanzate, combattenti, un cugino, un comandante leggendario. È brutto, è difficile e fa male, ma lo supererò e ne uscirò più forte e migliore, per me stesso e per coloro che mi circondano, e il tempo farà la sua parte.
    Non cerco pietà, non sono nemmeno un eroe, continuiamo a combattere, non abbiamo pause, non abbiamo vacanze, anche se sono molto stanco e ferito.
    Quindi, a tutti i leader là fuori, indipendentemente dalla destra o dalla sinistra, riunitevi e ricordate i valori veri, onesti e buoni, parlate con pieno rispetto e con la massima attenzione. Fate tutto il possibile per riportare a casa i vostri cari, sia militarmente che diplomaticamente, ma parlate tra di voi, preoccupatevi e trovatevi l'un l'altro, e finché questo non accadrà, dimenticate le vostre vacanze (la pausa estiva della Knesset). Questo è prendersi cura, questo è ebraismo e questo è unità. Purtroppo, al momento non siete sulla strada giusta.»

(Israel Heute, 8 luglio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Netanyahu accusato di boicottare i colloqui per gli ostaggi

Il comunicato con le condizioni di Netanyhu diffuso all'ultimo momento di domenica sera ha spiazzato e irritato i negoziatori e i famigliari degli ostaggi

di Sarah G. Frankl

Hanno scatenato la rabbia dei negoziatori israeliani e delle famiglie degli ostaggi in mano ad Hamas le quattro richieste aggiunte all’ultimissimo momento dal Premier israeliano, Benjamin Netanyahu.
Domenica sera, poco prima della partenza del team negoziale israeliano per ulteriori colloqui sugli ostaggi al Cairo e a Doha, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha presentato un elenco di quelle che ha definito richieste israeliane non negoziabili.
L’elenco si basa su quattro punti non negoziabili. L’accordo dovrà:

  1. consentire a Israele di tornare e combattere finché non saranno raggiunti tutti gli obiettivi della guerra
  2. garantire che l’accordo non consentirà il contrabbando di armi dall’Egitto a Gaza
  3. garantire che l’accordo non consentirà il ritorno di migliaia di terroristi di Hamas nel nord della Striscia di Gaza
  4. consentire a Israele di massimizzare il numero degli ostaggi vivi che verranno rilasciati da Hamas

“Il piano concordato da Israele e accolto con favore dal presidente Biden consentirà a Israele di liberare gli ostaggi senza violare gli altri obiettivi della guerra” si legge nel comunicato rilasciato ieri sera dall’ufficio del Primo Ministro.
La dichiarazione di Netanyahu, in una fase cruciale prima della ripresa dei colloqui, ha scatenato la rabbia sia in Israele che tra i mediatori, alcuni dei quali lo hanno accusato di tentare di sabotare i progressi ottenuti con tanta fatica.
La ripresa dei negoziati sia in Egitto che in Qatar è stata possibile dopo che sabato il gruppo terroristico Hamas ha dichiarato di essere pronto a discutere un accordo sugli ostaggi e la fine della guerra a Gaza senza un impegno anticipato da parte di Israele a un “cessate il fuoco completo e permanente”, rompendo con la posizione che ha mantenuto in tutti i precedenti negoziati da novembre.
La nuova posizione di Hamas in merito alla proposta sostenuta dagli Stati Uniti per una tregua graduale e uno scambio di ostaggi a Gaza potrebbe potenzialmente aprire la strada alla prima pausa nei combattimenti dallo scorso novembre, sebbene tutte le parti abbiano avvertito che un accordo non è ancora garantito.
Tuttavia parlando domenica con l’AFP, un alto funzionario di Hamas rimasto anonimo, ha confermato che il gruppo terroristico non stava più cercando un impegno immediato per un cessate il fuoco completo, in quanto ha spiegato che “questo passaggio è stato aggirato, poiché i mediatori hanno promesso che finché fossero continuate le negoziazioni [per gli ostaggi], sarebbe continuato anche il cessate il fuoco”.
Il capo del Mossad David Barnea, che porta avanti i negoziati, ha tuttavia smentito che nelle trattative ci fosse una “eventualità del genere” meno che meno un impegno scritto in tal senso.
La rabbia dei mediatori e delle famiglie degli ostaggi
La dichiarazione dell’ufficio di Netanyahu è stata accolta con rabbia dai famigliari degli ostaggi, dai funzionari della sicurezza e dai mediatori israeliani che, non per la prima volta, hanno accusato il primo ministro di aver tentato di sabotare l’accordo.
“Netanyahu finge di volere un accordo, ma sta lavorando per affossarlo”, ha detto un anonimo funzionario della sicurezza a Channel 12. “Sta trascinando il processo, cercando di allungare i tempi fino al suo discorso al Congresso [il 24 luglio] e poi alla pausa [della Knesset]”.
Secondo un funzionario arabo che segue le trattative, la richiesta non negoziabile di riprendere i combattimenti dopo la prima fase dell’accordo di cessate il fuoco e di rilascio degli ostaggi, pubblicizzata dall’ufficio di Netanyahu, tocca l’aspetto più delicato dei negoziati in corso, poiché Hamas sta cercando rassicurazioni dai mediatori sul fatto che Israele non riprenderà i combattimenti dopo la fase iniziale.
Il funzionario ha affermato che i mediatori sono riusciti a far sì che Hamas abbandonasse la precedente richiesta di un impegno anticipato da parte di Israele a porre fine alla guerra all’inizio della prima fase dell’accordo.
Hanno invece mantenuto un linguaggio relativamente aperto riguardo alla transizione dalla fase uno alla fase due, che consente sia a Israele di sentirsi sufficientemente tranquillo da avere la possibilità di riprendere a combattere se Hamas cessa di negoziare in buona fede, sia ad Hamas di sentirsi sufficientemente tranquillo dal fatto che i mediatori impediranno a Israele di riprendere la guerra invece di attuare il cessate il fuoco permanente che è la fase due dell’accordo.
“Dichiarazioni come quella fatta dal primo ministro danneggiano gravemente gli sforzi per mantenere questa ambiguità”, ha affermato il funzionario arabo.
“Non si può fare a meno di concludere che sono state fatte per scopi puramente politici”, ha aggiunto il funzionario, riferendosi al desiderio di Netanyahu di compiacere i partner della coalizione di estrema destra che si oppongono all’accordo sugli ostaggi.
Lo schema redatto da Israele per un accordo sugli ostaggi e una tregua a Gaza, presentato da Biden alla fine di maggio, proponeva un accordo graduale che avrebbe incluso un cessate il fuoco “totale e completo” di sei settimane che avrebbe visto il rilascio di numerosi ostaggi, tra cui donne, anziani e feriti, in cambio del rilascio di centinaia di prigionieri di sicurezza palestinesi.
Durante questi 42 giorni, le forze israeliane si ritireranno anche dalle aree densamente popolate di Gaza e consentiranno il ritorno degli sfollati alle loro case nel nord di Gaza.
In quel periodo, Hamas, Israele e i mediatori avrebbero negoziato anche i termini della seconda fase che avrebbe potuto vedere il rilascio degli ostaggi maschi rimasti, sia civili che soldati, in cambio, Israele avrebbe liberato altri prigionieri e detenuti palestinesi. La terza fase avrebbe visto il ritorno di tutti gli ostaggi rimasti, compresi i corpi dei prigionieri morti, e l’inizio di un progetto di ricostruzione per Gaza.

(Rights Reporter, 8 luglio 2024)

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Hamas dice sì ai negoziati

Mercoledì incontro a Doha fra Usa, Qatar, Egitto ed Israele

di Valentino Garavani

La guerra in Medio Oriente compie nove mesi. In questa ricorrenza, il Gruppo palestinese Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, ha fatto sapere che accetterà di negoziare con Israele il rilascio degli ostaggi, anche in assenza di un cessate il fuoco permanente da parte di Tel Aviv, che continua l'operazione militare in varie parti della Striscia, in particolare al sud, presso il valico di Rafah, al confine con l'Egitto. 
A tal riguardo, il capo della Central Intelligence Agency (Cia), lo statunitense William Burns, il suo omologo israeliano del Mossad David Barnea, il capo dell'intelligence egiziana Abbas Kamel, ed il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, dovrebbero incontrarsi a Doha (Qatar), nella giornata di mercoledì 10 luglio 2024, per negoziare un possibile accordo fra Hamas ed Israele per un cessate il fuoco a Gaza in cambio del rilascio degli ostaggi. 
Intanto, i mediatori hanno chiesto nuovamente al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di accettare la tregua o dimettersi. Accade a nove mesi dall'inizio della guerra: il 7 ottobre 2023 cominciò l'attacco di Hamas, il 7 ed 8 luglio 2024 nelle due principali città di Israele i manifestanti hanno bloccato le strade, con decine di migliaia di persone che chiedono di fermare le ostilità. 

(AVIONEWS, 8 luglio 2024)

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Negoziare con Hamas è sbagliato, negoziare con il terrorismo è sbagliato, punto.

di Giovanni Giacalone

Negoziare con i terroristi è sempre sbagliato, per diverse ragioni: perché le negoziazioni permettono all’organizzazione terroristica di acquisire legittimità politica, elevandola a interlocutore legittimo, sia a livello nazionale che internazionale. Una volta che ciò accade, diventa più difficile ridurlo a ciò che sono veramente, assassini che prendono deliberatamente di mira i civili per raggiungere i loro fini politici.
Hamas ne rappresenta un chiaro esempio. Nel 2006 l’organizzazione terroristica palestinese è stata sdoganata ed elevata a “legittima espressione politica del popolo palestinese” e quale è stato il risultato? Il genocidio del 7 ottobre 2023. L’impiego di milioni di dollari nella costruzione di tunnel e basi terroristiche sotterranee, nascoste sotto scuole, ospedali, moschee e centri umanitari (spesso collusi con Hamas), attacchi missilistici contro la popolazione israeliana.
Oggi, molti nella comunità internazionale vedono ancora Hamas come un attore politico legittimo, e i suoi leader, Ismail Haniyeh e Khaled Meshaal, sono ancora liberi e ai loro posti, mentre dovrebbero essere rinchiusi. L’ideologia di Hamas si è diffusa nei campus universitari degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Europa. Anche  questo è il risultato della legittimazione politica.
In secondo luogo, la negoziazione incentiva i terroristi a ripetere le atrocità commesse, magari alzando la posta, consapevoli del fatto che la strategia è funzionale ai loro obiettivi e alla loro causa.
In terzo luogo, i terroristi sono criminali, assassini per natura. Non esitano ad uccidere qualcuno se credono che possa servire alla loro causa. Nel caso di Hamas, si va ben oltre l’essere assassini in nome di una causa, perché l’odio cieco e il fanatismo prendono il sopravvento indipendentemente dalla causa. Lo si è visto il 7 ottobre con le atrocità commesse contro i civili israeliani indifesi: donne, bambini, anziani.
Soltanto l’idea di negoziare con loro è qualcosa di aberrante. Ma al di là di questo, è fondamentale tenere presente che Hamas, proprio per ciò che rappresenta e commette, è assolutamente inaffidabile. La parola di Hamas conta meno di zero.
Raggiungere un accordo con Hamas significherebbe consegnare la vittoria all’organizzazione terroristica, e questo è qualcosa che Israele non può permettersi di fare.
Inoltre, è ingenuo credere che Hamas libererà gli ostaggi, perché sono la sua unica garanzia di sopravvivenza.
Come ha affermato l’analista della sicurezza nazionale statunitense, Irina Tsukermann:
    “Sono particolarmente preoccupata perché gli ostaggi sono l’ultima leva rimasta a Hamas e non hanno alcun motivo reale per consegnarli, quindi questa proposta potrebbe essere una trappola. Hamas ha bisogno che Israele lasci Gaza, e soprattutto Rafah, per riottenere l’accesso ai tunnel, al contrabbando e al riarmo. Hamas continuerà il reclutamento e il raggruppamento nelle parti sgomberate di Gaza, ma con meno armi”.

E di nuovo:

    “È estremamente ingenuo fidarsi di Hamas su qualsiasi questione o pensare che una pausa per il rilascio degli ostaggi possa trasformarsi in un cessate il fuoco permanente, considerando quante volte Hamas ha violato i precedenti “cessate il fuoco permanenti”.

Hamas vuole essere sicuro di restare al potere a Gaza, che Israele lasci la Striscia e che i leader non vengano braccati. In effetti, Israele non può permettersi nessuna di queste opzioni, perché significherebbe cedere la vittoria a Hamas.
Esiste una cosa chiamata “ragione di Stato” e non può essere messa da parte per disaccordi politici interni né per altri motivi. L’ingenuità emotiva e le false speranze devono essere messe da parte. Vale la pena ricordare che Hamas, lo scorso 7 ottobre, ha perpetrato il peggior pogrom contro gli ebrei dai tempi della Shoah. Centinaia di soldati dell’IDF sono morti nelle operazioni per sradicare Hamas. Negoziare non ha senso e non porterà a nulla di buono, perché Hamas lo rifarà, e lo hanno dichiarato.
Israele deve fare ciò che è necessario per sradicare Hamas, soprattutto ora che l’IDF è pienamente a Rafah. Non importa se l’Amministrazione Biden vuole un accordo con Hamas. È la guerra di Israele e sì, Hamas può essere sconfitto, sia fisicamente che ideologicamente.
Questa non è solo una guerra tra Israele e Hamas; questa è una guerra contro l’antisemitismo, contro il fanatismo islamista e riguarda da vicino tutti, non solo Israele. Abbiamo tutti assistito all’ondata di estremismo che si è verificata in Europa, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Australia. Come possiamo invocare l’unità contro questi fanatici se Israele è il primo a negoziare con loro?

(L'informale, 8 luglio 2024)

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Verità e libertà

Ho ritrovato “tra le mie carte”(così si diceva una volta, oggi invece si dice “nel mio computer”) gli appunti di una mia conferenza tenuta nel marzo 1990, pochi mesi dopo la caduta del muro di Berlino, che molti videro come la vittoria del mondo “libero” sull’opposto mondo di “oppressione”. Forse è in questo clima di euforica acclamazione della libertà che mi venne l’idea di affrontare questo tema in una conferenza. Dagli appunti ritrovati volevo in un primo momento trarre materiale per un nuovo articolo, ma poi ho pensato che potrebbe essere più utile (e anche meno faticoso) presentarli così come sono, nella loro forma concisa, necessariamente tronca, collegata a un tempo che non è più quello attuale. Al lettore non mancherà la possibilità di completare in mente sua le inevitabili lacune, migliorarne le espressioni, modificarne “liberamente” se crede le deduzioni. Buona lettura.

di Marcello Cicchese

    "Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi" (Giovanni 8.31-32).

- Verità e libertà: un legame non tanto chiaro. Siamo più abituati a coniugare "giustizia e libertà". Nella nostra società di oggi è preponderante il concetto di libertà: libertà di pensiero, libertà di coscienza, libertà di religione, libertà di cultura, libertà di stampa. Il crollo delle società comuniste è visto come un trionfo della libertà.
- In altri momenti e in altri luoghi il concetto dominante è stato quello di giustizia. Esempio: la "dittatura del proletariato”. Nel '68 i giovani contestatori irridevano un concetto di libertà che serviva a coprire l’ingiustizia.
- Anche il concetto di verità ha avuto importanza in certe società e in certi momenti della storia: nelle società comuniste (l'internamento in manicomi di chi dissentiva), nelle società musulmane, nelle società cristiane del passato (una volta i dissidenti religiosi erano perseguitati perché si opponevano alla verità).
- La società di oggi garantisce che ciascuno possa cercarsi o costruirsi la sua verità. Il mondo delle idee sembra meno pericoloso di quello dei fatti.
- Tutto sommato, sul piano politico non ho niente da obiettare: non ho nostalgia di stati teocratici che poi diventano clericali. Accetto questa libertà politica come un dono che Dio fa agli uomini e di cui dovranno rendere conto. Ma vorrei solo che si riflettesse sull'ideologia diffusa che la accompagna. La perdita di importanza del concetto di verità porta prima o poi a nuove forme di schiavitù.
- Abbiamo usato il termine "libertà" nel significato più usuale che è quello di libertà dall'uomo, cioè la possibilità di non essere limitato, costretto da altri uomini. Questo è il concetto politico di libertà.
- Nel Nuovo Testamento il termine greco per "libero" significa "appartenente al popolo", cioè avente i diritti civili. Il termine mantiene quindi il ricordo di questo significato politico, ma nel Nuovo Testamento quando si parla di libertà non si intende mai quella politica. Non troverete mai, per esempio, delle esortazioni a difendere la libertà, a combattere per la libertà.
- Gesù davanti a Pilato: "Il mio regno non è di questo mondo... altrimenti ... i miei servi avrebbero combattuto perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui". "Ma dunque sei re? Sì, lo sono, e sono venuto nel mondo per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce". "Che cos'è la verità?" (Giovanni 18).
- Si capisce allora perché oggi abbiamo tanta possibilità di parlare, ma pochi ci ascoltano: c'è libertà per tutti, ma a nessuno interessa la verità.
- Che cos'è la verità? Una vecchia domanda che ha un sapore intellettuale, aristocratico. Appartiene alla gnoseologia, all’epistemologia, alla teoria della conoscenza. Noi comuni mortali abbiamo altri problemi.
- Aristotele e Tommaso d’Aquino: "Veritas est adaequatio rei et intellectus". La cosa, l'intelletto. L'oggetto, il soggetto. La realtà, la razionalità.
- Nel pensiero moderno il soggetto ha preso il sopravvento. Nella ricerca scientifica l'oggetto è sempre più sfumato. Predomina il soggetto ordinatore. Nella scienza non si parla di verità, ma di correttezza, di adeguatezza di una teoria. 
- Anche quando dalle "cose" si passa all'uomo e a Dio, il soggetto che indaga resta al centro. Il parlare di Dio resta un'attività puramente umana, che viene protetta da una libertà garantita dagli uomini.
- Nessuno obietta se noi parliamo di Dio, ma sorgono grandi resistenze se diciamo che è Dio a voler parlare e dire qualcosa a noi.
- Diciamo quindi che il concetto di libertà oggi si è andato espandendo a scapito del concetto di verità. Mentre Gesù dice: "la verità vi farà liberi", l'uomo moderno dice: "nella libertà io costruirò la mia verità".
- Non voglio svalutare tutti i movimenti che hanno innalzato la bandiera della libertà, ma "quando una cosa giusta viene motivata con ragioni sbagliate, prima o poi alla cosa giusta segue una cosa sbagliata" (di nuovo: è una questione di verità).
- Nella Bibbia il contrario di verità è menzogna: ”hanno mutato la verità di Dio in menzogna" (Romani 1:25), e in qualche caso ingiustizia: ”hanno soffocato la verità nell'ingiustizia" (Romani 1:18). Quindi, la verità non è un fatto puramente speculativo, teoretico, ma fattuale, morale.
- La verità è anche autenticità, genuinità (domandi all'oste: questo vino è veramente vino? Risposta: che cos'è verità?)
- Chi non mi dice la verità, m'inganna. E questo fa capire che la verità in senso biblico è legata alla fiducia, cioè alla fede.
- Per far capire come la libertà è legata alla verità, e questa alla fiducia, farò un esempio quasi banale. Sto male e mi faccio ricoverare in ospedale; mi accolgono con grande democrazia e con grande rispetto della mia libertà: mi permettono di fare quello che voglio... Ma a me non interessa la libertà, io cerco la verità.
- Immaginiamo che all'ospedale si introduca il libero mercato della cura: tanti stand in cui vengono offerti, a pagamento, i rimedi adatti a ogni male. Sono libero di "cercare" quello che voglio, ma a me interessa "trovare" il rimedio vero: cerco la verità. E se chi mi dovrebbe curare mente, io divento schiavo della menzogna.
- Forse ora siamo convinti che il concetto di libertà come possibilità puramente formale di fare quello che si vuole, di non subire costrizione esterne, è un concetto molto debole, superficiale.
- E' libero colui che è nelle condizioni di ottenere l'obiettivo che si propone. Ma ciascuno di noi si propone la felicità, nel senso più ampio del termine. La domanda è: ci riusciamo? E se no, perché? che cos'è che ci impedisce di ottenere quello che vogliamo? Perché non siamo liberi?
- Cercare la felicità, in sé non è male: ci ricorda che l'uomo è stato creato per la gioia. La ricerca della felicità è quindi inconsapevole ricerca di Dio.
- E quando, pur volendola, non la troviamo, abbiamo un'inconsapevole intuizione del peccato. Infatti pensiamo: "io soffro, di chi è la colpa?" Qualcuno ha sbagliato, e deve pagare.
- Vogliamo essere liberi di cercare dove vogliamo la nostra felicità, ma poi ci accorgiamo che non siamo liberi di trovarla, perché non ne conosciamo la vera via.
- Dall'attaccamento alla propria personale libertà forse adesso siamo spinti a cercare la verità, cioè a cercare di capire come stanno veramente le cose.
- La libertà è un dono che Dio aveva fatto all'uomo alla creazione ("mangia pure liberamente…“), ma il Creatore aveva posto un limite alla libertà della creatura.
- Che cosa ci sarà oltre quel limite? Dio aveva detto: "Nel giorno che ne mangerai certamente morirai”. Ma sarà questa la verità? Oppure la verità è quella del serpente che dice: "Oltre quel limite avrete una libertà ancora maggiore". Torna in gioco la verità e la fede, a cui si oppongono la menzogna e la ribellione.
- Oltre il limite posto da Dio, gli uomini trovano sempre una restrizione della loro iniziale libertà. Usciranno da quel giardino di Eden dove potevano mangiare liberamente.
- L'uomo non è libero, perché muore. La morte è il fatto più evidente che l'uomo non è libero. Essa è una conseguenza del peccato, e anche di questo l'uomo è schiavo. L'uomo può decidere liberamente di cominciare a peccare, ma non può decidere liberamente di smettere: "chi commette peccato è schiavo del peccato” (Giovanni 8:34).
- Sono forse generiche affermazioni religiose, queste? O sono descrizione della realtà?
- Una legge generale: l'uso sbagliato della libertà porta alla diminuzione, fino alla perdita totale, della libertà (es. dei drogati, del capitale male usato, del figliuol prodigo).
- Abbiamo ancora molte libertà sul piano umano, ma tutte si perdono con la morte.
- Ce n'è una, una libertà fondamentale, che invece ci apre orizzonti sconfinati di libertà: la libertà di scegliere Gesù Cristo, di credere e perseverare nella Sua parola.
- Gesù fa con noi uomini peccatori l'esatto contrario di ciò che fece il serpente con gli uomini innocenti: il serpente sedusse gli uomini con la menzogna e li portò alla schiavitù e alla morte; Gesù vuole sedurci con la verità per portarci alla libertà e alla vita.
- Gesù dice il vero, Gesù non inganna. Gesù è la verità: "Io sono la via, la verità, la vita” (Giovanni 14:6).
- Se Gesù è la verità, perché non tutti vi credono? Perché esiste anche la menzogna passiva, l'atteggiamento menzognero in chi ascolta, la predisposizione ad essere ingannati: Giovanni 8:43-47.
- In questo mondo corriamo il rischio di essere imbrogliati, ma se ci imbattiamo in Colui che dice la verità e non gli crediamo, allora gli imbroglioni siamo noi. Perché non potete credere? chiede Gesù. Risposta: perché non volete credere (Giovanni 10:24-30).
- La parola della verità è quella che salva, ma per far questo deve essere accolta in un cuore "onesto e buono" (Luca 8:15), cioè sincero. Chi non è intimamente onesto, non può credere alle parole di Gesù.
- Finché viviamo, abbiamo in dono da Dio una certa porzione di libertà. L'invito è ad accrescere in misura infinita questa libertà accogliendo la verità della parola di salvezza di Gesù Cristo.
- Credere nella parola di Gesù come autentica verità significa rientrare in quella comunione con il Dio Creatore e Signore che rende la vita piena e vera.
- Non perdiamo questa possibilità: lasciamoci inserire nella dimensione eterna dalla parola di Cristo.

(Notizie su Israele, 7 luglio 2024)



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Spotlight presenta: "Le valigette. I soldi di Hamas"

Un'inchiesta di Giulia Bosetti sulla rete di finanziamenti dei terroristi

La strage perpetrata in Israele il 7 ottobre 2023 – almeno 1.200 vittime e duecentocinquanta ostaggi – ha svelato un apparato militare e una capacità organizzativa di Hamas che ha superato ogni previsione e segnato il fallimento dei servizi di intelligence israeliani, tra i più potenti al mondo. Un massacro che ha cambiato per sempre la storia contemporanea e ha dato il via alla guerra a Gaza e alla strage di oltre 36mila civili palestinesi.
  Per capire che cosa ha portato al 7 ottobre e alle scelte strategiche di Hamas, Spotlight, il programma di inchiesta di Rainews24, ha deciso di seguire i soldi: investimenti internazionali e reti di finanziamento. Dal 2018, valigette piene di contanti hanno attraversato alcuni dei confini più controllati del mondo, dal Qatar a Israele, per arrivare a Gaza. Chi ha voluto quelle operazioni e quali servizi segreti hanno garantito il trasferimento di contanti? Perché chi aveva previsto il massacro del 7 ottobre non è stato ascoltato?
  “Le valigette”, in onda sabato 6 luglio alle 11.30 e alle 20.30, e domenica 7 luglio alle 13.30 e alle 20.30 su Rainews24, è un’inchiesta sulle relazioni di Hamas con il Qatar e l’Iran, ma anche su quelle con il governo Netanyahu. Spotlight ha intervistato alti funzionari dell’intelligence israeliana e americana, passando per i servizi segreti europei e le unità antiriciclaggio giordane. Un viaggio tra investimenti finanziari e oscuri interessi politici, una storia ripresa il 2 luglio 2024 dal Jerusalem Post, sulla quale Spotlight è ora in grado di mostrare nuovi documenti esclusivi e testimonianze inedite. 

(RaiNews24, 6 luglio 2024)

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Rispondere all'offensiva strategica di Hezbollah

Israele deve porre fine al regno del terrore di Hezbollah nel nord di Israele. Hezbollah sta bruciando le riserve naturali israeliane, i pascoli, i campi e i frutteti. Più di un migliaio di abitazioni sono state distrutte. Circa 80 mila israeliani sono stati sfollati dalle loro case. L'obiettivo finale del gruppo sciita libanese è lo stesso del suo padrone iraniano: l'annientamento di Israele.

di Caroline Glick

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Incendi provocati dai razzi di Hezbollah lanciati dal Libano bruciano la vegetazione vicino alla città di Tzfat, nel nord di Israele, il 12 giugno 2024

Hezbollah sta devastando il nord di Israele. Le riserve naturali, i pascoli, i campi e i frutteti stanno andando a fuoco. Le basi militari, tra cui diversi asset strategici, stanno subendo gravi danni. Più di un migliaio di abitazioni sono state distrutte. Le aziende e le imprese chiudono i battenti. E circa 80 mila sfollati israeliani vivono in alberghi senza sapere quando potranno tornare a casa.
  Nelle ultime settimane il gruppo paramilitare sciita ha intensificato notevolmente il ritmo e la letalità dei suoi attacchi lanciati contro l'Alta Galilea, la Galilea occidentale e le alture di Golan, oltre ad estendere i suoi attacchi all'area del Monte Carmelo e alla valle di Jezreel.
  Haifa, Acri e Tiberiade sono state tutte oggetto di attacchi missilistici, con droni e razzi. Mercoledì 12 giugno, durante la festività di Shavuot, Hezbollah ha lanciato più di 200 razzi verso Israele. Giovedì 13, ne sono stati lanciati più di un centinaio estendendo gli incendi, e intensificando caos e distruzione.
  Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) sostengono che le azioni di Hezbollah non hanno rotto lo schema degli attacchi del tipo "tit-for-tat" ("occhio per occhio") che il gruppo libanese e Israele si sono sferrati a vicenda negli ultimi otto mesi. Martedì 11 giugno, l'Aeronautica israeliana ha condotto un attacco aereo contro l'unità Nasser del comando meridionale di Hezbollah. L'unità Nasser è una formazione delle dimensioni di una divisione ed è responsabile delle operazioni di Hezbollah lungo il confine con Israele.
  Il comandante dell'unità, Taleb Sami Abdullah, e altri tre suoi miliziani sono stati uccisi nel raid. L'affermazione dell'IDF, secondo cui le possenti raffiche di missili, droni e razzi lanciate da Hezbollah il 12 e il 13 giugno, e proseguite fino a venerdì 14, sono una tattica del "tit-for-tat", rafforza la linea di Hezbollah secondo cui la sua massiccia aggressione è una reazione legittima all'assassinio di Abdullah.
  Quanto affermato dall'IDF è certamente controproducente. Ma non è questo il problema principale.
  Il problema principale di quanto asserito dalle Forze di Difesa Israeliane è che viene ignorata la logica strategica delle operazioni di Hezbollah, che non lancia attacchi in risposta a nessuna specifica operazione israeliana, ma lo fa meramente per raggiungere i propri obiettivi strategici. Hezbollah non è solo offensivo: sta conducendo una guerra strategica con chiari obiettivi strategici a lungo e a medio termine.
  Il movimento sciita libanese ha iniziato a bombardare Israele con droni, razzi anticarro e missili l'8 ottobre 2023. Da allora ha continuato gli attacchi, intensificandoli lentamente. Lungi dall'essere effimere, le mosse di Hezbollah sono guidate da obiettivi finali. Da un assalto all'altro, il gruppo sciita impara di più su come penetrare le difese di Israele. L'escalation dei suoi attacchi è una funzione della sua curva di apprendimento.

• Consentire il controllo di Hezbollah sul Libano
  Quali sono gli obiettivi che Hezbollah intende conseguire con le sue raffiche di razzi? L'obiettivo finale del movimento sciita libanese è lo stesso del suo padrone iraniano: l'annientamento di Israele. Ma Hezbollah ha altresì degli obiettivi intermedi. Il primo è quello di ottenere il controllo operativo sul nord di Israele. Tale controllo, secondo Hezbollah e l'Iran, costringerà Israele a capitolare sul campo di battaglia strategico. Se i razzi anticarro, i droni e i missili lanciati dal gruppo libanese riusciranno a vanificare le capacità dello Stato ebraico di difendere il nord del Paese, allora Israele sarà costretto a capitolare sulla questione della sovranità formale al tavolo dei negoziati per ottenere la "tranquillità".
  Lo specifico "accordo" che Hezbollah intende raggiungere prevede la resa formale da parte di Israele della sua sovranità sul Monte Dov, una vasta area sulle alture del Golan che controlla tutto il nord di Israele, compresa la baia di Haifa.
  Hezbollah è in grado di portare avanti le proprie operazioni perché è protetto da una serie di attori sia in Libano che sulla scena internazionale. Come sostiene da anni in modo convincente l'esperto di affari libanesi Tony Badran, Hezbollah è la legione straniera libanese dell'Iran. È anche il Libano stesso.
  Il gruppo sciita controlla tutti gli aspetti della politica e degli affari di sicurezza nel Paese e gran parte dell'economia. Gli organi ufficiali del Libano, le sue istituzioni statali (comprese le Forze Armate libanesi), il Parlamento, la Banca Centrale e il governo sono tutte foglie di fico il cui scopo è nascondere questa verità fondamentale. L'UNIFIL, la forza militare delle Nazioni Unite incaricata di tenere Hezbollah lontano dal confine con Israele, agisce a piacimento del movimento sciita. Il suo personale vive (e muore) a compiacenza di Hezbollah. Di conseguenza, non solo l'agenzia è incapace di svolgere il proprio mandato, ma, come per le Forze Armate Libanesi, la continua presenza dell'UNIFIL lungo il confine protegge le forze e le risorse di Hezbollah dall'IDF.
  Sotto il controllo di Hezbollah, il Libano non è un vero e proprio Paese. È la base militare avanzata dell'Iran contro Israele che si dà il caso conti 5,5 milioni di residenti. Il compito dei residenti è quello di negare di vivere in una base missilistica iraniana.
  Le Nazioni Unite, gli Stati Uniti e l'Unione Europea sono perfettamente in grado di riconoscere questa verità fondamentale. Ma si rifiutano ostinatamente di farlo. Piuttosto, essi consentono il controllo costante di Hezbollah unendosi ai libanesi nel continuare a far credere che il Libano è ancora un Paese con istituzioni statali che operano indipendentemente da Hezbollah, che sono in grado di opporsi alle azioni del movimento sciita e pertanto degne del sostegno finanziario e militare statunitense e di quello internazionale. Tale posizione consente loro di agire diplomaticamente e di mediare gli accordi di resa israeliani all'aggressione genocida di Hezbollah, evitando al tempo stesso scontri diretti con Hezbollah o con l'Iran stesso.
  Di fronte agli attacchi di Hezbollah e alla protezione di cui esso gode da parte dei suoi sostenitori sia in Libano che sulla scena mondiale, Israele si trova di fronte a un dilemma. Permettere a Hezbollah di raggiungere i suoi obiettivi sarebbe un suicidio nazionale. Ma per impedire al gruppo sciita di raggiungere tali obiettivi Israele dovrà ancora una volta combattere una grande guerra contro un altro nemico protetto dal sistema internazionale.
  C'è anche la sfida militare. Nella generazione passata, i Capi di Stato maggiore dell'IDF che si sono avvicendati hanno abbracciato l'idea che l'era delle grandi guerre convenzionali fosse finita. Sulla base di questa valutazione falsa, ma popolare, per 20 anni, lo Stato Maggiore ha ridotto drasticamente le forze di terra israeliane e ha concentrato la maggior parte delle risorse militari israeliane nell'Aeronautica e in altre unità ad alta tecnologia. Queste forze non erano finalizzate a sviluppare piani per sconfiggere Hamas e Hezbollah, ma ad attaccare gli impianti nucleari iraniani, preferibilmente come parte di una forza guidata dagli Stati Uniti. L'idea che Israele potesse indebolire la propria indipendenza strategica in cambio di garanzie strategiche da parte degli Stati Uniti ha dominato il discorso sulla sicurezza nazionale israeliana.
  Tuttavia, dal 7 ottobre, Israele si è trovato coinvolto in una grande guerra convenzionale su sette fronti: Gaza, Libano, Giudea e Samaria, Mar Rosso, Iran e Iraq/Siria.
  Mentre Israele si preparava per la guerra che voleva combattere – una guerra a basso costo e ad alta tecnologia combattuta principalmente da centri operativi climatizzati lontani dai campi di battaglia – i suoi nemici si preparavano per la guerra che volevano combattere. Vale a dire, questa è la loro guerra per eliminare Israele. Israele ha addestrato hacker, e Hamas e Hezbollah hanno addestrato eserciti di terroristi jihadisti costituiti da assassini e stupratori e hanno formato squadre per lanciare missili, droni e razzi.
  Combattere questi eserciti con le forze ad alta tecnologia israeliane si sta rivelando estremamente difficile. Anche la convinzione di Israele di contare sul sostegno statunitense ha subito un duro colpo. A dire il vero, Washington è disposta a sostenere gli sforzi di Israele per difendersi dall'aggressione lungo i sette fronti presidiati dall'Iran e dai suoi proxies. Si oppone però all'azione offensiva israeliana e ha lavorato attivamente per indebolire la capacità di Israele di condurre operazioni offensive prolungate. Tra le altre cose, gli Stati Uniti si rifiutano di condividere informazioni satellitari e di altro tipo relative a obiettivi offensivi, e stanno imponendo embarghi o rallentando il trasferimento di munizioni offensive alle forze terrestri e aeree israeliane.

• Porre fine al regno del terrore di Hezbollah
  Dato l'imperativo strategico di sconfiggere Hezbollah e impedirgli di raggiungere il controllo operativo o strategico sul nord di Israele, e alla luce della debolezza diplomatica di Israele rispetto a Hezbollah (e Hamas) e delle sue debolezze operative, la domanda è: come dovrebbe procedere Israele?
  La risposta inizia con l'imperativo strategico. Israele deve porre fine al regno del terrore di Hezbollah nel nord di Israele. Deve indebolire la capacità militare di Hezbollah al punto che quest'ultimo non sarà più in grado di colpire Israele a piacimento. Per raggiungere questo obiettivo, Israele deve prendere il controllo del lato libanese del confine, distruggere le forze di Hezbollah a sud del fiume Litani e poi restare nel Libano meridionale per il prossimo futuro.
  Un simile obiettivo è, ovviamente, facile da dichiarare. Ma è molto più difficile da conseguire. Realisticamente, per raggiungerlo, Israele ha bisogno di aumentare notevolmente le dimensioni delle sue forze permanenti e di riserva, e possedere la capacità militare-industriale per armare le sue forze in modo indipendente. Israele sta già lavorando per raggiungere entrambi questi obiettivi. Tuttavia, l'indipendenza industriale e l'ampliamento delle forze militari richiedono tempo. E il tempo è essenziale. Non si può pretendere che gli 80 mila sfollati residenti nel nord, ora sparsi negli hotel di tutto il Paese, aspettino anni per tornare nelle proprie case.
  La decisione presa nel maggio 2000 dall'allora primo ministro Ehud Barak di cedere a Hezbollah la zona di sicurezza nel sud del Libano è la ragione per cui l'organizzazione terroristica è stata in grado di costruire le sue forze al punto da rappresentare una minaccia esistenziale alla sopravvivenza di Israele. Impegnandosi a invertire la sua decisione, Gerusalemme imboccherà la strada della vittoria. Il governo israeliano preparerà psicologicamente l'opinione pubblica alla strada da percorrere e fornirà allo Stato Maggiore e ai gradi inferiori dell'IDF la guida necessaria per sviluppare e portare a termine missioni tattiche che promuoveranno l'obiettivo finale di Israele.
  Se Israele invadesse il Libano con una forza pari a un vero e proprio corpo militare indurrebbe la comunità internazionale guidata dagli Stati Uniti a mobilitarsi contro di esso. Ma se si muovesse lentamente, con battaglie discrete contro obiettivi specifici, Israele potrebbe rimanere al di sotto degli schermi radar delle capitali occidentali e delle istituzioni globali ostili. In apparenza, Israele può presentare le sue operazioni come semplici risposte agli attacchi di Hezbollah. Ma proprio come Hezbollah utilizza ogni attacco missilistico come mezzo per sondare e imparare come penetrare le difese di Israele per portare avanti il proprio obiettivo strategico, anche collegando ogni azione all'obiettivo strategico di ripristinare la zona di sicurezza nel Libano meridionale, le operazioni di Israele saranno pietre per pavimentare la strada che conduce alla vittoria strategica.
  Ogni mossa renderà il nord più sicuro. Ed ogni mossa minerà gli obiettivi di Hezbollah. Agendo lentamente e deliberatamente, Israele può imparare man mano che procede, adattando le sue operazioni alle condizioni che scopre sul terreno, espandendole quando le realtà politiche lo consentono e limitandole quando quelle realtà sono più scoraggianti.
  Ad oggi, la maggior parte delle azioni di Israele in Libano ha comportato l'uccisione di comandanti militari di Hezbollah come Abdullah. Tuttavia, come ha osservato l'Alma Research and Education Center, specializzato nell'osservazione delle operazioni e delle capacità di Hezbollah, in un'analisi dell'operazione in questione e di altre simili: "Ognuno ha un successore".
  "Un tentativo di rimuovere gli alti funzionari può essere solo uno sforzo coadiuvante. È vitale e giusto, ma in fin dei conti è uno sforzo tattico privo di significato strategico".
  Un'operazione in lenta escalation in Libano finalizzata all'obiettivo strategico di porre fine all'assalto di Hezbollah al nord di Israele e garantire la sovranità dello Stato ebraico consentirà a Israele di intensificare gradualmente le sue operazioni man mano che le sue forze saranno preparate e l'indipendenza militare-industriale sarà ampliata. Fornirà un mezzo per evitare una diffamazione internazionale più grave che Israele sicuramente subirebbe nel caso di un'invasione di massa, spingendo allo stesso tempo lo Stato ebraico verso un obiettivo strategico in grado di garantirgli gli interessi vitali, e la sopravvivenza.
  Caroline Glick è un'acclamata columnist e autrice di The Israeli Solution: A One-State Plan for Peace in the Middle East.

(Gatestone Institute, 5 luglio 2024 - trad. di Angelita La Spada)

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“Odio tutti gli ebrei”: il video shock che inchioda la giovane Dem

Sta facendo molto discutere un video pubblicato da una ragazza di fronte alle immagini della distruzione di Gaza. Le sue parole sono diventate virali in poco tempo.

di Francesco Spagnolo

A pochi giorni di distanza dal caso di Gioventù Nazionale, i giovani di Fratelli d’Italia, e dalle dimissioni di due militanti dopo l’inchiesta di Fanpage, c’è un nuovo video che sta facendo molto discutere sul web e questa volta non riguarda un esponente della maggioranza o del partito guidato dal premier Meloni.
  Al centro della bufera è finita Cecilia Parodi, una scrittrice invitata al convegno dei giovani dem. Le sue parole rilasciate in un video davanti alle distruzioni di Gaza da parte di Israele ha fatto il giro del web in davvero poco tempo. Anche in questo caso abbiamo insulti antisemiti nei confronti degli ebrei, ma non c’è stata nessuna reazione politica della sinistra. Una vicenda destinata a far discutere ancora per diverso tempo.

Il video incriminato
  Come detto in precedenza, a far discutere è un video pubblicato sui social dalla stessa scrittrice. Nel filmato, come riportato da Libero, si sente la Parodi reagire in modo molto duro davanti alle immagini che mostrano le distruzioni avvenute nella Striscia di Gaza proprio a causa di Israele.
  “Odio tutti gli ebrei, odio tutti gli israeliani, dal primo all’ultimo. Odio tutti quelli che li difendono. I giornalisti, tutti i politici, tutti i paraculi. Spero di vederli impiccati. Giuro che sarò la prima della fila a sputargli addosso“, le parole della scrittrice diventati virali nel web in davvero poco tempo. Naturalmente si tratta di dichiarazioni molto dure e che hanno dato vista ad una vera bufera sui social.

Il silenzio della sinistra
  Se sulla vicenda di Gioventù Nazionale la sinistra aveva immediatamente attaccato il governo chiedendo lo scioglimento dell’ala giovanile di FdI, in questo caso da parte del Partito Democratico c’è stato silenzio. Una scelta che sta provocando non poche polemiche se si pensa che la scrittrice è stata ospite delle iniziative dei giovani della forza politica guidata proprio da Elly Schlein.
  Vedremo se nelle prossime ore ci sarà una presa di posizione da parte della segretaria dem oppure si manterrà una linea del silenzio che, come già successo in passato, rischia ad essere un’arma a doppio taglio.

(Notizie.com, 6 luglio 2024)

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Venti di cambiamento nel Regno Unito. Trionfo dei laburisti: Starmer nuovo Primo Ministro

La Comunità ebraica tra speranze e attese

di Marina Gersony
 
Ieri, giovedì 4 luglio, le elezioni generali nel Regno Unito hanno rinnovato i 650 seggi della Camera dei Comuni, la camera bassa del Parlamento. I primi exit poll hanno rivelato una vittoria schiacciante del Partito Laburista, che ha ottenuto il 33,8% dei voti e 411 seggi, raggiungendo la maggioranza parlamentare. Questo risultato rappresenta la peggiore sconfitta nella storia per i conservatori, guidati da Rishi Sunak, che hanno ottenuto solo 119 seggi e il 23,7% dei voti. Seguono i centristi Lib-Dem e l’estrema destra entra in Parlamento con i sovranisti di Reform UK di Nigel Farage, eletto deputato dopo sette tentativi falliti.
  Keir Starmer, ex pubblico ministero che ha assunto la guida del Partito Laburista nel 2020 sostituendo Jeremy Corbyn, diventa così il nuovo Primo Ministro: «Ce l’abbiamo fatta! Il cambiamento inizia ora», ha dichiarato nel suo discorso di vittoria. Buckingham Palace ha confermato che re Carlo III ha ricevuto Starmer e gli ha chiesto di formare una nuova amministrazione.
  Il premier uscente, Rishi Sunak, ha ammesso la sconfitta e ha presentato le sue dimissioni a re Carlo III. «Il Partito Laburista ha vinto queste elezioni generali e ho chiamato Sir Keir Starmer per congratularmi con lui per la sua vittoria», ha detto Sunak nel suo ultimo discorso.

• IL RITORNO DEGLI EBREI AL LABOUR
  Questa tornata elettorale rappresenta una svolta cruciale per la comunità ebraica del Regno Unito, che negli ultimi anni ha vissuto un rapporto complesso con i principali partiti politici. L’agenda antisionista di Corbyn e lo scandalo antisemita associato avevano spinto quasi metà degli ebrei britannici a dichiarare l’intenzione di lasciare il Paese in caso di vittoria laburista, alienando anche un più ampio elettorato. Di conseguenza, la comunità ha accolto favorevolmente la vittoria del “nuovo” Partito Laburista di Sir Keir Starmer, seppure con qualche riserva, osservando attentamente gli sviluppi. I leader ebraici hanno elogiato Starmer per il suo successo e ringraziato il governo conservatore uscente per il sostegno fornito dopo l’attacco del 7 ottobre.
  Il rabbino capo Ephraim Mirvis, considerato la massima autorità spirituale e morale ebraica ortodossa in Gran Bretagna, ha sottolineato che Starmer diventa Primo Ministro in un periodo di «polarizzazione, estremismo e conflitto». Phil Rosenberg, presidente del Consiglio dei deputati degli ebrei britannici, ha dichiarato a sua volta che nessuno nella comunità ebraica dimenticherà lo stato in cui si trovava il Partito Laburista quando Starmer ne prese il controllo nel 2020, caratterizzato da antisemitismo e inadeguatezza a governare. Rosenberg ha anche ringraziato Rishi Sunak e il Partito Conservatore per il loro sostegno alla comunità ebraica negli ultimi 14 anni, tra cui l’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA e la proscrizione di Hamas e Hezbollah.
  Sotto la guida di Keir Starmer, il Partito Laburista ha fatto notevoli sforzi per affrontare l’antisemitismo, un problema che aveva causato profonde fratture durante la leadership di Jeremy Corbyn. Il Jewish Labour Movement (JLM) ha espresso rinnovata fiducia nel partito, affermando che i suoi membri sentono nuovamente il Labour come un luogo sicuro e accogliente per gli ebrei. Starmer ha assicurato alla comunità ebraica che i cambiamenti all’interno del partito sono permanenti e ha promesso di continuare a finanziare il Community Security Trust (CST).

• CHI È KEIR STARMER
  Nato nel 1962 a Southwark, un borough di Londra, figlio di una infermiera e un costruttore di utensili, Sir Keir Rodney Starmer è stato il primo della sua famiglia a frequentare l’università, studiando legge a Leeds e Oxford. Ex pubblico ministero, dopo la pesante sconfitta dei laburisti nelle elezioni generali del 2019 e le dimissioni di Corbyn, il 4 gennaio 2020 ha annunciato la sua candidatura alla leadership del Partito Laburista il 4 aprile 2020, battendo le rivali Rebecca Long-Bailey e Lisa Nandy. Eletto capo del partito con il 56,2% dei voti al primo turno, è stato lodato per la sua imparzialità e professionalità. Definito serio, moderato e centrista, ha ereditato un partito afflitto da lotte interne e accuse di antisemitismo, che ha affrontato con determinazione espellendo gli elementi antisemiti e presentando pubbliche scuse alla comunità ebraica. «Ho cambiato il partito laburista e, se avrò il privilegio di essere eletto, cambierò anche il Paese», aveva promesso.

• LADY VICTORIA: LA PRIMA FAMIGLIA EBRAICA A DOWNING STREET
  Dopo la vittoria elettorale, i media hanno subito acceso i riflettori su Lady Victoria, l’affascinante moglie di Keir Starmer chiamata affettuosamente anche Vic o Vicky. Nata a Londra nel settembre 1973 (ma chi dice nel 1974) con il nome di Victoria Jane Alexander, è cresciuta a Gospel Oak, nel nord-ovest della città. Suo padre Bernard, un docente di Economia, è un ebreo osservante nato da una famiglia ebreo-polacca emigrata nel Regno Unito prima della Seconda guerra mondiale. Sua madre, Barbara Moyes, convertitasi all’ebraismo e morta nel 2020, ha lavorato come medico della comunità e ha prestato servizio come Executive Coach presso la NHS Leadership Academy. Vic ha una sorella maggiore, Judith.
  Descritta dalle cronache come elegante, misteriosa e riservata, ammirata soprattutto per il low profile, Lady Victoria è un’ex avvocata, proprio come suo marito, e attualmente lavora come manager nella Sanità pubblica britannica. Di lei si dice anche che sia «simpatica, intelligente e straordinaria». La coppia vive con i loro due figli, Toby di 13 anni e Victoria di 11, in una casa da 1,75 milioni di sterline a Camden, nel nord di Londra. Si racconta che sia molto amica di Amal e George Clooney e che frequenta la sinagoga londinese liberale di St John’s Wood con i suoi cari. Per la prima volta, una famiglia ebraica si appresta dunque a risiedere al numero 10 di Downing Street. Anche se non è del tutto certo. Estremamente attenta alla privacy della sua famiglia, fonti interne al partito laburista la descrivono come la «First Lady riluttante», talmente riluttante che, si dice, potrebbe non essere affatto entusiasta di trasferirsi nella residenza ufficiale prevista, preferendo rimanere nell’attuale dimora nel Nord di Londra.

• IL SUPPORTO A ISRAELE E GLI ATTACCHI DEI PRO-PAL
  La fede di Lady Victoria è diventata più evidente a livello politico dopo gli attacchi del 7 ottobre. Starmer ha dichiarato che metà della famiglia di sua moglie è ebrea, sia nel Regno Unito che in Israele, e ha espresso sostegno alle comunità ebraiche e a Israele. Ha criticato la BBC per non aver etichettato Hamas come un’organizzazione terroristica e ha sottolineato l’importanza di combattere l’antisemitismo.
  Durante la campagna elettorale, la famiglia di Starmer è stata bersaglio di proteste pro-Palestina. Lady Victoria è stata costretta a lasciare la sua casa a causa delle proteste fuori dalla loro residenza a North London. Combattere l’antisemitismo e sostenere la comunità ebraica sono stati elementi chiave del “nuovo” Partito Laburista sotto la guida di Starmer, portando a un notevole aumento di consensi tra gli elettori ebrei.
  Starmer ha spesso evidenziato l’importanza dell’ebraismo nella sua vita familiare, definendo lo Shabbat un «punto di riferimento granitico nella settimana» e sottolineando come queste tradizioni siano fondamentali per mantenere vive le radici religiose della famiglia. Recentemente, Rishi Sunak lo ha criticato per aver dichiarato che, anche come Primo Ministro, avrebbe mantenuto libera la serata del venerdì per celebrare lo Shabbat. Starmer ha risposto definendo questa critica insensibile e con sfumature antisemite, sottolineando come il venerdì sera sia un momento significativo per molte religioni.

• RINNOVAMENTO E COOPERAZIONE
  Diversi osservatori ritengono che il nuovo governo non apporterà cambiamenti significativi alla linea seguita sulla Brexit, ma c’è speranza che possa portare maggiore stabilità e migliorare i rapporti con l’Unione Europea. La leadership di Starmer potrebbe segnare un’era di pragmatismo e moderazione. Il nuovo premier avrà presto l’opportunità di confrontarsi con le principali figure politiche europee al vertice NATO negli Stati Uniti dal 9 all’11 luglio.
  La schiacciante vittoria dei laburisti potrebbe segnare l’inizio di una fase di rinnovamento e consolidamento, sia sul fronte interno che nelle relazioni con gli alleati europei e transatlantici. Resta da vedere come Starmer e il suo governo affronteranno le sfide future, ma la speranza è che possano inaugurare un periodo di maggiore stabilità e cooperazione.

• RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI
  La vittoria del Partito Laburista rappresenta dunque non solo un cambiamento politico, ma anche un momento di riflessione per la società britannica. L’affermazione di una famiglia ebraica a Downing Street è un segnale di inclusività e progresso, dimostrando come la diversità possa arricchire il tessuto sociale e politico di una nazione. Tuttavia, questo cambiamento porta con sé anche delle sfide. La comunità ebraica, sebbene abbia accolto positivamente la vittoria di Starmer, mantiene una vigilanza costante contro l’antisemitismo, consapevole che le parole devono essere seguite da azioni concrete.
  Il ritorno della comunità ebraica al Partito Laburista non è solo simbolico, ma rappresenta un atto di fiducia verso un leader che ha dimostrato impegno e determinazione nel combattere l’odio e i pregiudizi. Questo riavvicinamento è una vittoria per la giustizia e l’uguaglianza, e un monito per tutti i partiti politici: il rispetto e la dignità umana non sono negoziabili.
  Starmer, con le sue radici nella classe operaia e la sua esperienza come pubblico ministero, porta una prospettiva unica al ruolo di Primo Ministro. La sua capacità di navigare tra le complessità del diritto e della politica, unita alla sua empatia personale per le tradizioni ebraiche, potrebbe rivelarsi una combinazione vincente per un governo che aspira a unire piuttosto che dividere.
  In questo contesto, la politica estera del Regno Unito potrebbe vedere un nuovo corso. La posizione ferma di Starmer a favore di Israele e contro il terrorismo è un indicatore di come il nuovo governo potrebbe affrontare le tensioni internazionali. Tuttavia, l’equilibrio tra supporto incondizionato e diplomazia cauta sarà cruciale per mantenere la stabilità in Medio Oriente e per la credibilità del Regno Unito sulla scena globale.
  La comunità ebraica, e più in generale tutti i cittadini del Regno Unito, guardano con attenzione e speranza a questa nuova fase della politica britannica, con l’auspicio che possa portare stabilità, progresso e giustizia per tutti.

(Bet Magazine Mosaico, 5 luglio 2024)

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Come mai media ed enti internazionali ignorano i crimini di Hamas contro i palestinesi?

"Tanti abitanti di Gaza hanno cercato di protestare e sono stati arrestati e torturati. Sono uno di loro e so cosa significa essere abbandonati da coloro a cui interessa solo dare addosso a Israele".

Dall’inizio della guerra in corso tra Israele e Hamas, Hamas ha commesso innumerevoli atrocità contro il suo stesso popolo a Gaza, cosa che accadeva anche prima della guerra. Eppure, per qualche motivo, nonostante Hamas abbia di fatto preso in ostaggio la striscia di Gaza e tutti i suoi abitanti e li terrorizzi regolarmente, questi crimini non vengono mai riportati dai media arabi e occidentali, né dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tutti inclini a dipingere Hamas come un legittimo gruppo di resistenza che sta cercando di “liberare” i palestinesi....

(israele.net, 5 luglio 2024)

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Chi era il sergente Iakiminskyi, il soldato che ha salvato il suo collega nell’attentato a Karmiel nonostante le ferite

di Luca Spizzichino

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Il sergente Aleksandr Iakiminskyi, autista del 71° Battaglione della 188a Brigata, è rimasto ucciso a causa delle ferite riportate durante l’attacco terroristico di mercoledì nel centro commerciale di Karmiel. L’attentatore è stato neutralizzato dallo stesso Iakiminskyi, prima che perdesse i sensi.
  Le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano il terrorista prima pugnalare al collo il sergente, e successivamente aggredire il secondo. Nel giro di pochi secondi, Iakiminskyi cade a terra per le ferite da taglio, ma quando il terrorista si è voltato per pugnalare di nuovo il suo collega, il soldato è riuscito ad armare il fucile e a sparare, neutralizzandolo. Successivamente Iakiminskyi è stato portato d’urgenza al Galilee Medical Center di Nahariya, ma non ce l’ha fatta a causa delle ferite riportate.
  Successivamente le forze dell’ordine hanno identificato il terrorista con Jawwad Omar Rubia, un cittadino israeliano della vicina città araba di Nahf.
  Iakiminskyi lascia i genitori Olga e Nikolai e il fratello undicenne Ilya. “Sono molto orgogliosa di ciò che ha fatto” ha affermato la madre a Ynet. “All’inizio è stato duro per lui nell’esercito, ma di recente si era abituato alla struttura ed era felice di dare il suo contributo. Sarebbe dovuto tornare a casa domani” ha aggiunto. “Era sempre in giro, quindi ero sempre preoccupata. Ma ogni volta che gli mandavo un messaggio, lui rispondeva sempre che andava tutto bene”.
  “Per me è importante che le persone ricordino che era una persona meravigliosa e gentile, amata da molti”, ha detto.
  Il capo della polizia del distretto settentrionale, Shuki Tahauko, ha spiegato alla stampa che il terrorista era arrivato al centro commerciale a piedi. “Siamo a conoscenza di questo tipo di attacchi, ma escludiamo la possibilità che ci siano altri terroristi nelle vicinanze”, ha affermato.
  Il sindaco di Karmiel, Moshe Koninski, ha dichiarato all’emittente Kan: “È la prima volta che viviamo un evento del genere” sottolinea Moshe Koninski, sindaco di Karmiel, all’emittente televisiva Kan.

(Shalom, 4 luglio 2024)

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Israele e Hezbollah: sull'orlo dell'abisso

di Michele Magistretti

Non accenna a diminuire l’intensità del conflitto tra il gruppo terrorista sciita Hezbollah e l’esercito israeliano al confine tra lo stato ebraico e il Libano. Tra la dirigenza israeliana torna a venire ventilata l’ipotesi di invasione del limitrofo paese arabo. Una decisione di tale portata rischia però di far precipitare definitivamente la regione in una più ampia e devastante guerra regionale, mettendo così a rischio l’intero equilibrio geostrategico già in sofferenza dallo scoppio della guerra tra Hamas e Israele.
Vediamo quindi quali sono le opzioni e i possibili scenari di un eventuale conflitto.
Dallo scoppio del nuovo conflitto aperto tra il gruppo terrorista Hamas e lo stato ebraico, Hezbollah ha iniziato una campagna di bombardamenti ai confini settentrionali di Israele. Il gruppo sciita ha sentito il dovere di intervenire per mostrare solidarietà all’alleato palestinese, pur cercando sempre di non entrare direttamente in guerra con Israele, preferendo limitarsi ai bombardamenti tramite droni e missili.
Pur sfoggiando una retorica massimalista e bellicosa, anche dopo l’invasione di terra della Striscia di Gaza, il Partito di Dio non ha voluto impegnarsi in uno scontro aperto con l’esercito israeliano. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, Hezbollah, a differenza di Hamas, è un proxy diretto di Teheran, che non vuole logorare un asset fondamentale del proprio Asse della Resistenza in un conflitto che non considera esistenziale e di primario interesse nazionale. Inoltre, la stessa dirigenza sciita deve mediare tra le proprie aspirazioni ideologiche e di potenza e le dinamiche interne del proprio paese. Un conflitto aperto contro Israele rischierebbe di far precipitare il Libano in uno scenario quasi apocalittico, considerando la già precaria situazione economica del paese. I leader di Hezbollah sanno anche che la propria posizione oltranzista contro Israele non è condivisa dalle comunità cristiane del paese e nemmeno completamente dalla fazione sunnita. Avendo acquisito maggiore rilevanza e peso politico negli ultimi anni, devono calcolare le proprie mosse attentamente per evitare di perdere influenza nello scenario politico interno libanese.
Con il prolungarsi del conflitto nella Striscia, la dirigenza israeliana ha iniziato a dividersi al suo interno. La componente centrista del gabinetto di guerra, rappresenta dal leader Benny Gantz, ha abbandonato l’esecutivo, essendo in disaccordo con le modalità con cui Benjamin Netanyahu sta conducendo l’offensiva nell’exclave palestinese. In questo modo, però, potrebbero aumentare le pressioni da parte degli alleati estremisti del Likud, i quali vogliono la completa rioccupazione della Striscia e spingono per un’invasione di terra del Libano meridionale. Nonostante alcune componenti dell’esercito non siano favorevoli all’apertura di un secondo fronte, lo stesso Bibi potrebbe valutare come utile per la propria sopravvivenza politica una campagna militare contro il nemico settentrionale.
Un conflitto contro Hezbollah avrebbe le caratteristiche di una guerra totale vera e propria con il rischio di intervento dell’Iran e delle milizie sciite del Siraq in soccorso al proprio alleato libanese. Inoltre, a differenza di Hamas, Hezbollah detiene un ingente arsenale e può contare su decine di migliaia di miliziani forgiati anche dalle esperienze belliche in Siria e del know-how militare iraniano e russo. La stessa configurazione del territorio del Libano meridionale facilita la guerriglia, essendo collinare e boschivo. Dopo la guerra del 2006, Hezbollah ha ampliato il proprio arsenale, che può contare decine di migliaia di razzi, diverse migliaia di missili a corto raggio e alcune centinaia a medio e lungo raggio. Qualora venisse dispiegata al suo massimo potenziale, la potenza di fuoco è in grado di disturbare l’aviazione israeliana e di creare difficoltà allo stesso sistema antimissilistico Iron Dome, aumentando quindi i danni alle infrastrutture e le vittime tra la popolazione civile. Alla luce di questi fattori di rischio, l’esercito israeliano farebbe largo uso dei bombardamenti aerei per fiaccare le capacità di fuoco dell’avversario, aumentando a dismisura il livello delle devastazioni. Israele avrebbe comunque ulteriori difficoltà nel confronto con Hezbollah. Il gruppo sciita ha costruito una rete di tunnel ancora più estesa di quella presente a Gaza e, a differenza di Hamas, può godere di una linea di rifornimenti diretta e continua dall’Iran attraverso la Siria e l’Iraq.
Dall’inizio della primavera l’intensità dello scontro tra i due attori è aumentata, da entrambi i lati della frontiera decine di migliaia di civili sono stati costretti ad abbandonare le proprie dimore per essere sfollati verso le regioni interne dei rispettivi paesi. Le parti in conflitto devono quindi fare i conti con alcuni incentivi ad innalzare il livello dello scontro e i rischi di una devastante guerra regionale. 

(Mondo Internazionale, 5 luglio 2024)

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Amico di Israele e della comunità ebraica: ecco Keir Starmer, il prossimo premier britannico

di Luca Spizzichino

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Keir Starmer

A seguito della schiacciante vittoria dei laburisti nelle elezioni parlamentari nel Regno Unito, Keir Starmer, leader del partito dal 2020, si appresta a entrare a Downing Street come Primo Ministro. Fermo sostenitore del diritto di Israele a difendersi, appoggia la fine della guerra solo quando gli ostaggi saranno liberati.
  Gli analisti prevedono che Starmer possa diventare più critico nei confronti del governo di Netanyahu, rispetto al suo predecessore Rishi Sunak, ma, al contrario di quanto sta avvenendo in diversi governi sinistra in Occidente, il leader laburista ha affermato che il governo riconoscerebbe uno Stato palestinese solo come parte di un processo di pace globale e non ha stabilito un programma per tale mossa.
  Da ottobre 2023 Starmer ha più volte sottolineato la sua ferma convinzione nel diritto di Israele all’autodifesa e si è rifiutato per molto tempo di chiedere la fine dei combattimenti. Solo dopo pressioni interne ha accettato di sostenere tale richiesta, a condizione che vengano liberati tutti ostaggi ancora nelle mani di Hamas.
  Starmer, 61 anni e con una lunga carriera in legge, pur considerato un politico poco carismatico, ha permesso al suo partito di registrare una delle più grandi vittorie elettorali della storia e di tornare al potere dopo 14 anni di governi conservatori. Ha preso le redini del suo partito nel 2020 dopo che Jeremy Corbyn l’aveva praticamente distrutto, con un crescente antisemitismo che si respirava all’interno. Il processo di cambiamento dei Labour è partito proprio con l’estromissione di Corbyn e con le scuse pubbliche di Starmer per la deriva antisemita presa dal partito. Negli anni successivi inoltre ha allontanato dal partito circa 300 sostenitori del suo predecessore.
  Nel 2019, con Corbyn che si era dichiarato “amico” di Hamas e Hezbollah, solo l’11% degli ebrei britannici aveva votato Labour. I sondaggi questa volta hanno mostrato che tra il 30% e il 50% della comunità ebraica lo ha fatto.
  Il rapporto di Starmer con il mondo ebraico parte già dalla sua famiglia: la moglie Victoria, infatti, ha origini ebraiche ashkenazite e la coppia ha rivelato di recente di aver cresciuto i figli con un’enfasi sulla loro eredità ebraica. La famiglia, quasi ogni settimana, si riunisce per un pasto di Shabbat e spesso partecipa alle funzioni in sinagoga.
  Venerdì mattina, il presidente israeliano Isaac Herzog si è congratulato con Keir Starmer per la vittoria alle elezioni nel Regno Unito sul suo account ufficiale X. Nel post si legge che attende di lavorare con lui “per riportare a casa i nostri ostaggi, costruire un futuro migliore per la regione e approfondire la stretta amicizia tra Israele e il Regno Unito”. Ha inoltre espresso la sua gratitudine al primo ministro uscente del Regno Unito, Rishi Sunak.

(Shalom, 5 luglio 2024)

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Francia: 88enne aggredita e insultata. “Sporca ebrea, questo è ciò che meriti”

Una donna di 88 anni è stata aggredita fuori Parigi da due aggressori che l’hanno spinta a terra, presa a calci e chiamata “sporca ebrea”, mentre la tensione per il crescente antisemitismo continua a ribollire in Francia.
  L’aggressione è avvenuta la settimana scorsa e la donna ha sporto denuncia alla polizia locale lunedì, secondo quanto riportato dal quotidiano francese Le Figaro. Le forze dell’ordine stanno indagando sull’attacco, avvenuto nella Val-d’Oise, a nord di Parigi.
  L’anziana donna ha raccontato che si stava recando a una visita medica quando due aggressori l’hanno attaccata alle spalle. L’hanno colpita con un pugno in faccia, l’hanno spinta a terra e l’hanno presa a calci mentre le lanciavano insulti antisemiti, tra cui “sporca ebrea, questo è ciò che ti meriti”.
  Secondo la denuncia, l’anziana donna indossava una collana con la Stella di Davide, che ha permesso agli aggressori di identificarla come ebrea. “Credo che abbiano visto la mia collana, altrimenti non l’avrebbero capito”, ha detto la donna.
  La vittima, 88 anni, ha riportato la rottura di un dente, dolori alla schiena e al polso, oltre ad angoscia mentale e incubi.

• LA NIPOTE È UNA PARLAMENTARE ISRAELIANA

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Sharren Haskel, deputata per Mahane Mamlachti

La parlamentare israeliana Sharren Haskel ha riferito giovedì che la vittima era sua nonna e ha descritto gli aggressori come due “teppisti arabi”. “Ha cercato di nascondere l’accaduto alla mia famiglia perché era imbarazzata e si vergognava, ma non ci è riuscita”, ha detto Haskel a JNS. “Avrebbe potuto finire molto peggio. Oggi si è recata in ospedale per essere visitata nell’ambito della presentazione di una denuncia alla polizia”.
  In un post su X/Twitter, Haskel ha scritto di non avere “alcuna speranza nelle autorità francesi”, sostenendo che il governo “permette che vengano diffuse diffamazioni di sangue contro Israele, e di conseguenza la comunità ebraica subisce violenze, stupri e omicidi”.
  Haskel ha invitato il governo israeliano a “guidare la lotta contro l’esplosione dell’antisemitismo”, aggiungendo che le comunità ebraiche di tutto il mondo sono “inseparabili” da Israele.
  “Invito gli ebrei della diaspora, come mia nonna, a tornare nella loro casa nazionale, culturale e storica”, ha concluso.

• IMPENNATA DI ANTISEMITISMO DAL 7 OTTOBRE
  L’attacco in Val-d’Oise è avvenuto nel contesto di un’impennata dell’antisemitismo a livelli record in tutta la Francia.
  Secondo le autorità francesi, in un attacco particolarmente grave che ha attirato l’attenzione dei media internazionali, una ragazzina ebrea di 12 anni è stata violentata da tre ragazzi musulmani in un sobborgo di Parigi il 15 giugno. La bambina ha raccontato agli investigatori che gli aggressori l’hanno chiamata “sporca ebrea” e le hanno rivolto altri commenti antisemiti durante l’aggressione.
  I tre presunti aggressori sono stati arrestati dalla polizia francese due giorni dopo lo stupro. Due di loro sono stati incriminati per stupro di gruppo, minacce di morte, violenza antisemita, tentata estorsione e violazione della privacy. Il terzo ragazzo è stato accusato come testimone.
  Dopo l’attacco, il Presidente francese Emmanuel Macron ha “denunciato la piaga dell’antisemitismo” che sta invadendo la società francese e ha parlato della necessità di combattere l’odio verso gli ebrei nelle scuole.
  L’incidente ha scatenato l’indignazione nazionale e le massicce proteste contro l’antisemitismo sono scoppiate in Francia.
  L’organo di rappresentanza degli ebrei francesi, il Crif, ha condannato i due recenti attacchi, osservando che gli ebrei non sono stati risparmiati dalla violenza, anche se bambini o anziani.
  “Questo atto spregevole mette in evidenza la realtà dell’antisemitismo in Francia, dove le vittime di età compresa tra i 12 e gli 88 anni vengono attaccate quotidianamente a causa della loro identità ebraica”, ha twittato Crif.
  La Francia ha registrato un’impennata record di antisemitismo sulla scia del massacro del gruppo terroristico palestinese Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele. Gli episodi di antisemitismo sono aumentati di oltre il 1.000% negli ultimi tre mesi del 2023 rispetto all’anno precedente, con oltre 1.200 incidenti segnalati – più del numero totale di incidenti in Francia nei tre anni precedenti messi insieme.
  Il mese scorso, a una famiglia israeliana in visita a Parigi è stato negato il servizio in un hotel dopo che un addetto ha notato i loro passaporti israeliani. Mentre in aprile, una donna ebrea è stata picchiata e violentata in un sobborgo di Parigi come “vendetta per la Palestina”.

(Bet Magazine Mosaico, 5 luglio 2024)

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Parashat Korach. Un leader deve sapere distinguere le critiche al suo ruolo da quelle alla sua persona

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò

Quando leggiamo la storia di Korach, la nostra attenzione tende a concentrarsi sui ribelli. Non riflettiamo tanto sulla risposta di Mosè. Era giusta? Era sbagliata? È una storia complessa.
Come spiega il Ramban, non è un caso che la ribellione di Korach sia avvenuta all’indomani della storia delle spie. Finché il popolo si aspettava di entrare nella Terra Promessa, rischiava di perdere più di quanto potesse guadagnare sfidando la leadership di Mosè. Egli aveva superato con successo tutti gli ostacoli in passato. Era la loro migliore speranza. Ma ora un’intera generazione era condannata a morire nel deserto. Ora non avevano nulla da perdere. Quando le persone non hanno nulla da perdere, si ribellano.
Esaminiamo la tipologia dei ribelli stessi. Dalla narrazione emerge chiaramente che non si trattava di un gruppo uniforme o unificato. Il Malbim (rabbino ucraino 1809-1879) spiega che c’erano tre gruppi diversi, ognuno con le proprie rimostranze e il proprio programma.
Il primo era Korach stesso, un cugino di Mosè. Mosè era figlio del figlio maggiore di Kehat, Amram. In quanto figlio del secondogenito di Kehat, Yitzhar, Korach si sentiva in diritto di ricoprire il secondo ruolo di guida, quello di sommo sacerdote.
Il secondo gruppo era quello formato da Datan e Aviram, che sentivano di avere diritto a posizioni di comando in quanto discendenti di Ruben, il primogenito di Giacobbe.
Terzo gruppo erano le altre 250 persone, descritte dalla Torà come “principi dell’assemblea, famosi nella comunità, uomini di fama”. Sentivano di essersi guadagnati il diritto di essere leader per motivi meritocratici, oppure – come suggerisce il Ibn Ezra – erano primogeniti che si erano risentiti del fatto che il ruolo di ministri di Dio era stato tolto ai primogeniti e dato ai Leviti dopo il peccato del Vitello d’oro.
Abbiamo così coalizione di diversi scontenti e in genere è così che tendono a nascere le ribellioni.
Qual è stata la reazione di Mosè alla loro ribellione? La sua prima risposta fu quella di proporre una prova semplice e decisiva: “Che tutti portino un’offerta di incenso e che Dio decida chi accettare”. La risposta derisoria e insolente di Datan e Aviram sembrò innervosirlo. Così Mosè si rivolse a Dio e disse: “Non accettare la loro offerta. Non ho preso a nessuno di loro nemmeno un asino e non ho fatto torto a nessuno”. (Numeri 16:15)
Ma loro non avevano detto che l’aveva fatto. Questa è la prima nota stonata.
Dio minacciò allora di punire l’intera comunità. Mosè e Aronne intercedettero a loro favore. Dio disse a Mosè di separare la comunità dai ribelli, in modo che non fossero coinvolti nella punizione, cosa che Mosè fece. Ma poi annunciò una cosa senza precedenti. Dice: “Così saprete che il Signore mi ha mandato a fare tutte queste cose e che non è stata una mia idea: se questi uomini muoiono di morte naturale e subiscono la sorte di tutto il genere umano, allora il Signore non mi ha mandato. Ma se il Signore farà accadere qualcosa di totalmente nuovo, e la terra aprirà la sua bocca e li inghiottirà, con tutto ciò che appartiene loro, ed essi scenderanno vivi nel regno dei morti, allora saprete che questi uomini hanno trattato il Signore con disprezzo”. (Numeri 16:28-30)
Questa è stata l’unica volta in cui Mosè chiese a Dio di punire qualcuno e l’unica volta in cui lo sfidò a compiere un miracolo.
Dio fece quello che chiese Mosè. Naturalmente ci aspetteremo che questo ponesse fine alla ribellione: Dio inviò un segno inequivocabile che Mosè aveva ragione e i ribelli torto. Ma non fu così. Lungi dal porre fine alla ribellione, le cose si aggravarono: Il giorno dopo, l’intera comunità israelita brontolò contro Mosè e Aronne. “Avete ucciso il popolo del Signore”, dissero. (Numeri 17:6)
Il popolo si radunò intorno a Mosè e Aronne come se stessero per attaccarli. Dio inizia a colpire il popolo con una piaga. Mosè chiese ad Aronne di fare l’espiazione e alla fine la piaga cessò. Ma circa 14.700 persone morirono. Solo quando si verificò una dimostrazione del tutto diversa – quando Mosè prese dodici verghe che rappresentano le dodici tribù, e quella di Aronne germogliò, fiorì e portò il segno del frutto – la ribellione ebbe finalmente fine.
È difficile evitare la conclusione che l’intervento di Mosè, che sfidò Dio a far sì che la terra inghiottisse i suoi avversari, sia stato un tragico errore. Se così fosse, di che tipo di errore si trattò?
L’esperto di leadership di Harvard, Ronald Heifetz (1951-…) sottolinea che è essenziale per un leader distinguere tra ruolo e sé. Il ruolo è una posizione che ricopriamo. Il sé è ciò che siamo. La leadership è un ruolo. Non è un’identità. Non è ciò che siamo. Pertanto, un leader non dovrebbe mai prendere sul personale un attacco alla sua leadership: “È uno stratagemma comune quello di personalizzare il dibattito sui problemi come strategia per mettervi fuori gioco… Si vuole rispondere quando si è attaccati… Si vuole saltare nella mischia quando si è mal interpretati… Quando le persone vi attaccano personalmente, la reazione riflessa è quella di prenderla sul personale… Ma essere criticati dalle persone a cui si tiene è quasi sempre parte dell’esercizio della leadership… Quando si prendono sul personale gli attacchi, si cospira involontariamente in uno dei modi più comuni in cui si può essere messi fuori gioco: si diventa il problema”.
Mosè prese due volte sul personale la ribellione. In primo luogo, si difese da Dio dopo essere stato insultato da Datan e Aviram. In secondo luogo, chiese a Dio di dimostrare in modo miracoloso e decisivo che lui – Mosè – era il leader scelto da Dio. Ma non è Mosè il problema. Aveva già intrapreso la strada giusta proponendo la prova dell’offerta di incenso. Questo avrebbe risolto la questione.
Per quanto riguarda la ragione di fondo che ha reso possibile la ribellione, non c’era nulla che Mosè potesse fare per impedirla. Il popolo era devastato dalla consapevolezza che non sarebbe vissuto così a lungo per entrare nella Terra Promessa.
Mosè si lasciò provocare dall’affermazione di Korach: “Perché vi mettete al di sopra dell’assemblea del Signore” e dall’osservazione offensiva di Datan e Aviram: “E ora volete comandare su di noi!”. Si trattava di attacchi profondamente personali, ma prendendoli come tali, Mosè permise ai suoi avversari di definire i termini dell’ingaggio. Il risultato fu che il conflitto si intensificò invece di disinnescarsi.
È difficile non vedere in questo il primo segno del fallimento che alla fine sarebbe costato a Mosè la possibilità di guidare il popolo nella terra. Quando, quasi quarant’anni dopo, disse al popolo che si lamenta della mancanza di acqua: “Ascoltate, ribelli, dobbiamo forse farvi uscire l’acqua da questa roccia?”. (Numero 20:10), mostra la stessa tendenza a personalizzare la questione (“dobbiamo portarvi l’acqua?”) – ma non si trattava mai di “noi”, bensì di Dio.
La Torà è in modo devastante onesta su Mosè, come su tutti i suoi eroi. Gli esseri umani sono solo umani. Anche i più grandi commettono errori. Nel caso di Mosè, la sua più grande forza è stata anche la sua più grande debolezza. La sua rabbia per l’ingiustizia l’ha reso famoso come leader. Ma si lasciò provocare dalla rabbia del popolo che guidava e fu questo, secondo il Rambam (Otto capitoli, cap. 4), a fargli perdere la possibilità di entrare nella Terra d’Israele.
Heifetz scrive: “Ricevere la rabbia. … è un compito sacro… Prendere la rabbia con grazia comunica rispetto per i dolori del cambiamento”.
Dopo l’episodio delle spie, Mosè si trovò di fronte a un compito quasi impossibile. Come si fa a guidare un popolo quando sa che non raggiungerà la sua meta nel corso della sua vita? Alla fine, ciò che sedò la ribellione fu la vista della verga di Aronne, un pezzo di legno secco, che riprese vita, portando fiori e frutti. Forse non si trattava solo di Aronne, ma degli stessi israeliti. Dopo aver pensato a se stessi come condannati a morire nel deserto, probabilmente ora si rendevano conto che anche loro avevano portato frutti – i loro figli – e che sarebbero stati loro a completare il cammino iniziato dai loro genitori. Questa, alla fine, fu la loro consolazione.
Tra tutte le sfide della leadership, non prendere sul personale le critiche e mantieni la calma quando le persone che guidi sono arrabbiate con te, potrebbe essere la prova più difficile di tutte. Forse è per questo che la Torà vuole fermarci a riflettere su quello che disse di Mosè, il più grande leader mai vissuto. È un modo per avvertire le generazioni future: se a volte siete addolorati dalla rabbia della gente, consolatevi. Pensate a ciò che fece Mosè e ricordate il prezzo che ha pagato. Mantenete la calma.
Anche se può sembrare il contrario, la rabbia che dovete affrontare non ha nulla a che fare con voi come persona, tutto a che fare con ciò che rappresentate e rappresenta. Spersonalizzare gli attacchi è il modo migliore per affrontarli. Le persone si arrabbiano quando i leader non riescono a far scomparire magicamente la dura realtà. I leader in queste circostanze sono chiamati ad accettare la rabbia con grazia. Questo è davvero un compito sacro.
Redazione Rabbi Jonathan Sacks zzl

(Bet Magazine Mosaico, 5 luglio 2024)

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“L’antisemitismo è a destra e a sinistra”

L’intervista al rabbino capo Riccardo Di Segni su La Stampa

di Michelle Zarfati

“I nodi vengono sempre al pettine e alla fine, invariabilmente, il fascismo si dimostra antisemita. E come se rivelasse la sua vera natura, la maschera cade” queste parole del Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, durante un’intervista rilasciata in data odierna [4 luglio] a La Stampa, in cui il Rabbino ha commentato il preoccupante risveglio di un forte sentimento antiebraico. Un odio che sembra essersi destato a partire dal 7 ottobre e che ha radici profonde. “Doppio standard, amnesie, totale asimmetria di giudizio, propaganda. L’ondata di antisemitismo si allarga a tutti gli ebrei, a loro come persone e a loro come cultura. Un passante riconoscibile come ebreo che viene malmenato, una casa di ebrei che viene segnata, persino pietre di inciampo che vengono deturpate” racconta il Rav Di Segni durante l’intervista.
  Un antisemitismo che arriva da destra e da sinistra e che di nuovo rivede nell’ebreo il capro espiatorio di qualsiasi misfatto. “L’antisemitismo e l’ostilità contro gli ebrei assumono oggi, schematicamente, almeno tre forme differenti. Tre matrici emergono: quella dei nazisti e di chi li piange, quella veterocattolica e quella di sinistra, di cui si nega l’evidenza perché mescolata alla politica. Una sinistra neppure estrema che abbraccia acriticamente la causa palestinese negando più o meno apertamente il diritto all’esistenza di Israele” continua Di Segni nell’intervista.
  Una minaccia nera, che si cela dietro il conflitto israelo-palestinese aprendo agli ebrei italiani molte ferite mai rimarginate. “Determinati pregiudizi riaffiorano e si aggravano a seconda dei momenti, come le forme religiose veterocattoliche di antisemitismo. In questo periodo, per esempio, è riemersa l’idea antica dell’ebreo vendicativo, dell’ebreo che uccide i bambini. È il genere di fantasmi usciti fuori dopo il 7 ottobre” aggiunge il Rabbino Capo di Roma. Ma ciò che preoccupa maggiormente di questo antisemitismo multiforme è ciò a cui potrebbe portare: impossibile non ricordare l’analoga situazione che portò al terribile attentato alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982. “Ricordo tutto, incluso l’attentato mortale alla sinagoga di Roma del 1982. Già alcune volte negli ultimi decenni periodiche recrudescenze del conflitto mediorientale che hanno coinvolto Israele hanno scatenato reazioni antiebraiche – spiega Di Segni nell’intervista – Un commando palestinese che spara contro una Sinagoga, come successe a Roma nel 1982, non fa distinzioni: il nemico è l’ebreo ovunque si trovi. Per alcuni aspetti sembra un dejà vu, ma molte cose sono cambiate. Il quadro storico è mutato e i confronti sono difficili ma la condizione attuale è preoccupante. Rispuntano le categorie teologiche dell’occhio per occhio. “Noi” siamo i buoni e gli amanti della pace, e “voi” siete i cattivi, i vendicativi”.

(Shalom, 4 luglio 2024)

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Israele-Hezbollah, omicidi mirati e pioggia di missili. Il fronte s'infiamma

Si infiamma il Fronte Nord. Hezbollah ha scagliato uno sciame di ordigni contro Israele con una potenza mai vista prima: almeno duecento razzi e venti droni sono stati lanciati in pochi minuti. Mentre lo scudo di Iron Dome fermava gran parte dei razzi, le Israeli Defence Forces sono intervenute in modo massiccio con l’aviazione. Gli intercettori hanno dato la caccia ai velivoli teleguidati; i bombardieri si sono accaniti contro le postazioni da cui è partito l’attacco, prendendo di mira altri obiettivi legati alla milizia sciita filoiraniana nelle località di Ramyeh and Houla.
  Il bilancio dei danni non è ancora chiaro. La bordata di Hezbollah si è concentrata su alcuni insediamenti del Golan e della Galilea: i resti di un ordigno sono caduti su un centro commerciale, provocando un piccolo incendio. Molti razzi sono finiti su una zona disabitata sulle sponde del lago di Tiberiade e altri roghi sono stati segnalati in Galilea. I jet israeliani hanno sorvolato la periferia di Beirut, superando il muro del suono con una serie di boati sinistri che hanno fatto ricordare la micidiale promessa pronunciata dal ministro della Difesa Yoav Gallant: “Se Hezbollah non interrompe le aggressioni, faremo in Libano il copia-incolla di Gaza”.
  Il movimento sciita ha scatenato l’offensiva di questa mattina 4 luglio come ritorsione per l’uccisione di Muhammad Naama Nasser, uno dei leader della sua organizzazione militare. Nasser era il comandante della divisione Aziz, uno dei tre raggruppamenti che presidiano il territorio sotto il loro controllo nel Libano meridionale. Lo scorso 11 giugno era stato ammazzato Sami Abdullah Taleb, numero uno di un’altra divisione, la Nasr. Dalla metà di ottobre Israele sta mettendo a segno una lunga serie di raid per decapitare le unità combattenti di Hezbollah e bloccare il flusso di armamenti sofisticati dall’Iran.

• Il fronte nascosto
  Ci sono state numerose incursioni contro figure influenti – per esperienza bellica, rango familiare o ruolo operativo – che ogni volta hanno causato reazioni crescenti da parte delle forze sciite libanesi. Forse la più importante il 9 gennaio ha ucciso Wissam Al Tawal, capo dei commandos del battaglione Radwan addestrati per colpire all’interno di Israele. Si tratta di azioni messe a segno da aerei, droni, missili e – almeno in un’occasione – da agenti segreti, che alla periferia della capitale hanno assassinato l’uomo d’affari che avrebbe distribuito fondi di Teheran ad Hamas.
  La parte meno visibile di questa campagna riguarda le fabbriche e i depositi di missili, il cuore dell’arsenale accumulato dal movimento sciita grazie al sostegno iraniano. Gli F35 israeliani li hanno bersagliati soprattutto nella valle della Bekaa, a ridosso del confine siriano: uno dei magazzini era a pochi chilometri dalle vestigia romane di Balbeek.

• La risposta di Hezbollah
  A ognuna di queste azioni, Hezbollah ha risposto con attacchi di vario tipo. Dall’8 ottobre al primo luglio il think tank Alma ha contato il lancio di 2.295 ordigni contro Israele, in massima parte per opera del movimento sciita. Ci sono state rappresaglie simboliche, con raffiche di razzi che sono state facilmente bloccate da Iron Dome, e altre ritorsioni molto più incisive, riuscendo a penetrare le difese con l’utilizzo di missili controcarro e droni molto evoluti. Grande attenzione è stata dedicata al Monte Dov, l’altura che ospita radar e sensori di sorveglianza, e contro le installazioni del sistema di protezione Sky Dew nella zona di Tiberias: in pratica, c’è un tentativo di chiudere gli occhi elettronici di Israele che spiano il Libano.
  Al Jazeera ha diffuso una statistica diversa: parla di 6.142 attacchi israeliani in Libano, che hanno causato 543 morti mentre Hezbollah e le formazioni jihadiste avrebbero colpito 1258 volte, provocando 21 vittime nello Stato ebraico. Come accade sempre nelle guerre, è difficile ricostruire la verità. L’analisi di Alma sostiene in particolare che il 94 per cento degli attacchi sono partiti da una fascia che si trova entro cinque chilometri dalla frontiera. Non a caso, ieri il ministro Gallant ha detto che i tank impegnati a Gaza “possono arrivare fino al Litani”: il fiume che si trova circa quindici chilometri a nord del confine. Israele ha chiesto che Hezbollah si ritiri da questa fascia, la stessa dove dal 2006 operano i caschi blu della missione Unifil, tra cui mille italiani. “Noi preferiamo un accordo – ha sottolineato Gallant – ma se la situazione ci obbligherà ad agire, sapremo come combattere”.

• I tavoli di negoziato
  Ci sono diversi tavoli di negoziato aperti. La Casa Bianca ha incaricato Amos Hochstein di lavorare per fermare le armi e impedire una nuova guerra in Libano. Altri colloqui sono condotti dall’intelligence tedesca e dalla diplomazia francese. Ieri Naim Kassem, il numero due del movimento sciita, ha dichiarato in un’intervista all’Ap che se ci sarà un cessate il fuoco a Gaza anche Hezbollah interromperà le ostilità. Sembra però difficile convincere i miliziani a rinunciare alle posizioni a sud del fiume Litani, dove hanno allestito tunnel e fortificazioni preparandosi a un nuovo conflitto.
  Il leader Hassan Nasrallah finora ha cercato di evitare iniziative clamorose perché teme di trascinare l’intero Libano in una guerra disastrosa, che potrebbe aprire uno scontro interno con la comunità sunnita e con parte di quella cristiana: il Paese è in una profonda crisi economica, che diventerebbe inarrestabile. L’ala dura però spinge per prendere l’iniziativa prima che le IDF diminuiscano l’attività all’interno della Striscia di Gaza, in modo da obbligarle a combattere su due fronti. Anche il governo Netanyahu pare diviso: dopo i massacri del 7 ottobre, tutti condividono l’esigenza di creare una fascia di sicurezza sulla frontiera settentrionale, ma molti temono che un’offensiva in territorio libanese possa avere un costo umano altissimo.

(la Repubblica, 4 luglio 2024)

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Nord d’Israele: morto un giovane soldato in un attentato in un centro commerciale

 di Anna Balestrieri

Mercoledì 3 luglio un attacco terroristico in un centro commerciale a Karmiel, nel nord di Israele, ha provocato la morte di una persona e il ferimento di un’altra, secondo quanto riportato dai media ebraici. L’incidente è stato segnalato dal servizio di risposta medica d’emergenza israeliano, Magen David Adom (MDA), che ha inizialmente comunicato che due persone erano rimaste ferite nell’attacco.

• LA VITTIMA
  Il sergente Aleksandr Iakiminskyi, un autista di 19 anni del 71° battaglione, 188a brigata, è stato identificato dall’IDF come l’individuo ucciso nell’attacco a coltellate. Un suo compagno, anch’egli soldato dello stesso battaglione, ha riportato gravi ferite. Una volta arrivato sul posto, il paramedico dell’MDA Ran Moskowitz ha osservato due uomini sui vent’anni con ferite penetranti che giacevano vicino alle bancarelle al secondo piano del centro commerciale. Uno era privo di sensi ed in condizioni critiche, mentre l’altro era cosciente ma gravemente ferito. Il paramedico di United Hatzalah Arik Barel ha raccontato di aver eseguito la RCP su una delle vittime e di aver fornito assistenza medica all’altra, che aveva ferite da moderate a gravi. Entrambi sono stati successivamente trasportati al Galilee Medical Center.
  Testimoni oculari hanno raccontato che l’aggressore ha prima pugnalato uno dei giovani, provocandogli ferite gravi. Il sergente Iakiminskyi, che era armato, è riuscito a disarmare e sparare all’aggressore, ma è rimasto ferito a morte.
  Il vicedirettore del dipartimento di sicurezza del comune di Karmiel ha descritto la scena come molto angosciante, sottolineando che l’area era stata messa in sicurezza per facilitare il trattamento dei feriti e per calmare la popolazione. La squadra di sicurezza è rimasta sul posto per assistere le forze di sicurezza secondo necessità.

• L’ATTENTATORE
  L’aggressore, identificato come Javad Rabia, 21 anni, di Kfar Nahaf vicino a Karmiel, è stato ucciso nello scontro.La polizia ha arrestato i familiari di Rabia, compresa la sorella, che era presente nell’edificio e sospettata di aver comunicato con lui prima dell’aggressione. Le forze dello Shin Bet stanno valutando la possibilità di demolire la loro casa come parte della reazione. La sicurezza nel nord d’Israele è tuttora in uno stato di massima allerta.

(Bet Magazine Mosaico, 4 luglio 2024)

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Operazione Entebbe: l’eroismo dell’IDF il 4 luglio del 1976

di Daniele Toscano

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4 luglio 1976: in questo giorno l’IDF si cimentò in una delle operazioni più eroiche della sua storia contro il terrorismo internazionale. Protagonista un volo Air France decollato il 27 giugno da Tel Aviv e diretto a Parigi. Dopo lo scalo ad Atene, fu dirottato da un gruppo terroristico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (coadiuvato da alcuni terroristi tedeschi): una sosta in Libia, poi l’atterraggio nell’aeroporto internazionale di Entebbe, in Uganda, nell’Africa centro-orientale. Il Paese africano era sotto la presidenza di Idi Amin Dada, uno dei dittatori più sanguinari della storia del continente. Inizialmente, questi aveva avuto un buon rapporto con Israele: vi si era recato per i suoi studi negli anni ’60, quando i due Paesi avevano stretti legami economici. Nel 1971 andò al potere con un colpo di stato, quasi senza spargimento di sangue. Il contesto però mutò rapidamente: quando il governo di Amin Dada assunse toni sempre più autoritari e decise di dichiarare guerra alla Tanzania, Israele negò gli aerei da combattimento e gli altri aiuti richiesti per l’invasione. I rapporti mutarono radicalmente e la posizione anti-israeliana del dittatore africano emerse anche nella storia del dirottamento. Amin, infatti, supportava i terroristi: l’aereo e gli ostaggi erano sorvegliati, oltre che dai dirottatori, anche dall’esercito ugandese.
  I passeggeri vennero sbarcati nel terminal e, sotto il vigile controllo dei terroristi, furono divisi tra ebrei e non ebrei. Fu in questo tragico contesto che Israele, dopo alcuni giorni di negoziati, mise in piedi una delle operazioni antiterrorismo più complesse e delicate della storia. Il governo israeliano inviò un commando: in poche ore il piano fu attuato e i paracadutisti israeliani liberarono gli ostaggi, neutralizzarono i terroristi e riportarono in Israele quasi tutti. I terroristi e i 45 soldati ugandesi vennero uccisi in pochissimo tempo; persero la vita anche tre ostaggi e un militare israeliano, Jonathan Netanyahu, fratello dell’attuale premier, comandante dell’operazione.
  Questa vicenda ha costituito anche un modello di studio per il diritto internazionale, che si è interrogato sulla liceità dell’intervento israeliano in uno stato straniero. Atti coercitivi, come la cattura di un criminale, la liberazione di ostaggi, l’invio di truppe nel territorio di uno Stato, infatti, sono ammessi, ma solo su richiesta dello Stato territoriale. Non fu questo il caso di Entebbe, visto che l’Uganda non solo non diede alcun consenso, ma supportò i terroristi. Tuttavia, l’episodio non è comunque considerato una violazione del diritto internazionale, in quanto può rientrare nella prassi valida per la Legittima Difesa, prevista dall’articolo 51 della Carta ONU e dall’articolo 21 del Progetto della Commissione di Diritto Internazionale del 2001, oltreché dal diritto internazionale consuetudinario. In quell’occasione, il Consiglio di Sicurezza, benché investito da due progetti di risoluzione – uno avanzato da Tanzania, Libia e Benin prevedeva la condanna di Israele per violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Uganda, l’altro, avanzato da Gran Bretagna e Stati Uniti, conteneva una chiara condanna dei dirottamenti aerei e degli atti che minacciano la sicurezza dell’aviazione civile internazionale – non adottò alcuna decisione. La prassi tende inoltre a considerare casi come questo consentiti dal diritto consuetudinario anche in virtù della norma sulla protezione dei cittadini all’estero.

(Shalom, 4 luglio 2024)

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Turisti ebrei e Davos, un decalogo contro i “malintesi”

Una task force ha elaborato dieci misure per garantire il rispetto reciproco dopo la “crisi” innescata a febbraio da un ristoratore che aveva negato il noleggio di materiale alpino agli ospiti.

COIRA - Un'unità operativa appositamente convocata a Davos ha elaborato un catalogo di misure per accogliere al meglio gli ospiti ebrei. Si mira alla comprensione reciproca tra la popolazione di Davos e i visitatori internazionali, allo scopo di prevenire eventuali malintesi.
Le misure sono una reazione alle "incomprensioni" tra i gruppi di popolazione, secondo quanto si legge nel comunicato odierno dell'unità operativa denominata "Processo di comunicazione a Davos".
L'ultimo scandalo si è verificato lo scorso inverno, quando un ristorante di montagna a Davos ha deciso di non più noleggiare attrezzature per sport sulla neve agli ospiti ebrei, citando «incidenti fastidiosi» come motivazione, stando a un cartello in ebraico affisso nei pressi del ristorante.
La reazione della Federazione svizzera delle comunità ebraiche (FSCI) era stata molto dura. Il segretario generale Jonathan Kreutner aveva parlato di un nuovo «livello di sfacciataggine» e aveva annunciato azioni legali. La FSCI aveva criticato anche altre strutture turistiche di Davos, alberghi, ristoranti e negozi, che non avevano accolto gli ospiti ebrei. L'organizzazione turistica aveva persino messo in pausa un progetto di dialogo congiunto.
Un nuovo tentativo - Ora la FSCI e i rappresentanti locali si sono incontrati di nuovo. L'unità operativa, guidata da un consulente esterno per i negoziati, ha concordato dieci punti che dovrebbero garantire nuovamente l'accoglienza e l'integrazione degli ospiti ebrei a Davos:

  • Durante l'estate verrà creato un punto di consulenza per loro, dove saranno disponibili informazioni e altri servizi. Il centro svolgerà anche un ruolo di mediatore in caso di conflitti
  • Dietro le quinte i rabbini garantiranno una consulenza.
  • A Davos si sta ampliando un progetto di prevenzione della FSCI denominato "Likrat Public". I mediatori si rivolgeranno attivamente agli ospiti e agli abitanti del luogo.
  • Il materiale informativo sulle regole di comportamento è in fase di revisione.
  • Gli ospiti stranieri devono essere informati sulle regole vigenti in Svizzera già prima del loro arrivo.
  • Ricerche storiche serviranno per approfondire il dialogo con la storia ebraica a livello locale.
  • Saranno organizzati eventi per spiegare alla popolazione locale i limiti dell'antisemitismo.
  • Per evitare il sovraccarico di visitatori, nei prossimi anni verrà sviluppato e implementato un sistema di controllo.
  • Le strutture turistiche saranno sensibilizzate a trattare tutti gli ospiti in modo equo attraverso nuove linee guida.
  • L'organizzazione turistica Davos Klosters assumerà il ruolo di mediatore (ombudsman).

• IL DIALOGO CONTA
  «In futuro, i potenziali conflitti dovrebbero essere risolti immediatamente attraverso il dialogo prima che sfuggano di mano», ha dichiarato a Keystone-ATS Reto Branschi, ex direttore dell'organizzazione turistica Davos Klosters.
Ha citato, quale esempio, i codici di abbigliamento per le varie attività. Invece di un divieto di noleggio agli ebrei degli equipaggiamenti sportivi, si potrebbero imporre delle condizioni di utilizzo che non abbiano un effetto discriminatorio.
Durante la stesura delle misure ci sono state «discussioni dure ma anche costruttive». Ora è molto fiducioso che le linee guida possano prevenire problemi futuri. Anche la FSCI è ottimista sull'impatto delle misure decise, ha dichiarato il Segretario generale Jonathan Kreutner interpellato da Keystone-ATS.
Le misure sono ora implementate come progetto pilota per l'attuale stagione estiva, periodo in cui, basandosi sull'esperienza, si è constatato un maggiore bisogno di intervento. «Le esperienze raccolte durante l'estate potrebbero essere utili anche per le altre stagioni», ha dichiarato il sindaco di Davos, Philipp Wilhelm, a Keystone-ATS.

(RSI, 4 luglio 2024)

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Francesca Albanese: l’ONU indaga

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Francesca Albanese
L’ONG ginevrina UN Watch sostiene che Francesca Albanese, relatrice speciale per i Territori palestinesi, abbia ricevuto donazioni per viaggi all’estero da parte di gruppi pro-Hamas che hanno influenzato i suoi rapporti sui diritti umani e le sue posizioni anti-israeliane.
  L’ONU ha avviato un’indagine nei confronti di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’organizzazione per i Territori palestinesi, responsabile di redigere rapporti sulla situazione dei diritti umani nell’area.
  L’indagine mira a determinare se Francesca Albanese, che accusa costantemente Israele di violazioni dei diritti umani, abbia ricevuto illegalmente 20.000 dollari di finanziamenti da organizzazioni sostenitrici di Hamas per pagare il suo viaggio in Australia e Nuova Zelanda, durante il quale ha fatto pressioni su un fondo pensionistico locale per disinvestire da Israele.
  Albanese ha affermato che le Nazioni Unite hanno pagato il suo viaggio in Australia, ma un portavoce delle Nazioni Unite ha rifiutato di confermare la sua affermazione. Un’organizzazione australiana pro-Hamas si è inizialmente vantata di aver “finanziato” il viaggio della rappresentante ONU.
  Albanese è stata in precedenza consulente legale dell’UNRWA ed è stata la prima ad essere condannata per antisemitismo da Francia e Germania come rappresentante ONU incaricata di redigere e archiviare rapporti sui diritti umani.
  Nel 2022, Albanese è stata condannata anche dall’Inviato speciale degli Stati Uniti per il monitoraggio e la lotta all’antisemitismo dopo che è stato rivelato che aveva lanciato un appello per la raccolta di fondi per l’UNRWA, sostenendo che “l’America è soggiogata dalla lobby ebraica”. L’anno scorso, un gruppo di 18 legislatori di entrambi i principali partiti statunitensi ha condannato il rifiuto di Albanese di denunciare il terrorismo contro gli israeliani.
  L’indagine, che sarà condotta dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, è stata avviata a seguito di una denuncia presentata a giugno da United Nations Watch, una ONG indipendente con sede a Ginevra. L’organizzazione ha chiesto la rimozione di Albanese dalle Nazioni Unite.
  Il direttore esecutivo di UN Watch, Hillel Neuer, ha chiesto al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di rimuovere Albanese dalla sua posizione a causa della sua cattiva condotta finanziaria e delle sue ripetute dichiarazioni che incitano all’antisemitismo e giustificano il terrorismo di Hamas.

(Israele 360, 3 luglio 2024)

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Mistero Sinwar: chi sa dove si nasconde?

di Luca Spizzichino

Solamente due o tre persone conoscono il luogo esatto in cui si trova il leader di Hamas Yahya Sinwar. È quanto rivela il quotidiano londinese di proprietà saudita Asharq Al-Awsat, che ha parlato con alcuni funzionari del gruppo terroristico palestinese.
  “Una cerchia molto ristretta di non più di due o tre persone al massimo conosce i suoi spostamenti e si occupa delle sue varie necessità, oltre ad assicurare la sua comunicazione con i leader del movimento all’interno e all’esterno”, ha detto una fonte al giornale.
  I funzionari di Hamas hanno affermato inoltre che Sinwar è aggiornato su tutte le questioni discusse nei negoziati per un cessate il fuoco a Gaza. “Si consulta persino con i leader di Hamas all’estero in vari modi e dopo l’uccisione dei figli di Ismail Haniyeh in un attacco dell’IDF il mese scorso, Sinwar ha chiesto di sostenerlo”.
  Il quotidiano non ha specificato se Sinwar si nasconda in superficie oppure nei tunnel. Le ultime immagini del capo di Hamas risalgono al 10 ottobre, in cui si vede una figura, che l’esercito israeliano sostiene essere Sinwar, che camminava in un tunnel di Gaza con diversi membri della sua famiglia.
  Le fonti hanno affermato inoltre che Sinwar non stia prendendo in considerazione l’esilio. Il leader di Hamas, riporta il giornale, sta pensando a due opzioni: trovare un accordo che soddisfi le sue condizioni oppure la morte.
  Non è il primo rapporto che afferma che Sinwar è in comunicazione con il resto della leadership di Hamas. Il mese scorso il Wall Street Journal ha pubblicato alcune delle sue comunicazioni, compresi messaggi che rivelavano che era sorpreso dai risultati del massacro del 7 ottobre, in particolare la crudeltà della sua forza terroristica e dalle atrocità e dai saccheggi compiuti dai cittadini di Gaza che avevano seguito i terroristi in Israele.

(Shalom, 3 luglio 2024)

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Il brutale sillogismo di questa guerra è una trappola mortale per Israele

di Michael Oren

La base della logica aristotelica, e probabilmente di tutto il pensiero filosofico occidentale, è il sillogismo. Afferma, semplicemente, che se A è uguale a B e B è uguale a C, allora A è uguale a C. E ciò che era fondamentale per Aristotele nell’antichità è a dir poco un incubo per gli israeliani di oggi.
  Siamo intrappolati in un sillogismo mortale in cui il rifiuto di un’organizzazione terroristica di porre fine alla guerra con Israele significa che anche un’altra organizzazione terroristica rifiuterà, pungolando Israele in un conflitto regionale potenzialmente di portata esistenziale.
  Come è avvenuto che ci siamo trovati in una trappola così letale? Quali fattori hanno contribuito al nostro intrappolamento sillogistico? E come può, se può, Israele venirne fuori?
  Le origini di questo sillogismo risiedono nella convinzione del leader di Hamas Yahya Sinwar che, nonostante la devastazione di Gaza e la morte di molte migliaia di cittadini, il tempo lavora a suo vantaggio. La conclusione è tutt’altro che irrazionale.
  Nonostante la sua prestazione storica in condizioni mai affrontate prima da un esercito moderno, l’IDF deve ancora raggiungere il suo obiettivo primario di distruggere Hamas. Abbandonando gli attacchi frontali per tattiche di guerriglia di retroguardia, i terroristi si stanno radicando sempre più nella popolazione civile, esigendo un tributo quasi quotidiano da parte dell’IDF. Gran parte del mondo continua a raccogliersi attorno alla causa palestinese e a isolare e criminalizzare Israele. In molti dei campus più importanti d’America, Hamas è acclamato come eroico. La cosa più incoraggiante per Hamas, tuttavia, è il costante logoramento dell’iniziale unità interna di Israele mentre i manifestanti antigovernativi scendono ancora una volta in strada e bloccano le autostrade. I nostri soldati sono a corto di morale e di munizioni.
  Ancora più incoraggianti per Hamas sono state le politiche assunte degli Stati Uniti. Da una posizione iniziale di schieramento al fianco di Israele nel tentativo di sradicare Hamas, i responsabili delle decisioni americane hanno successivamente stabilito che gli obiettivi di Israele erano irrealistici e che, nel perseguirli, l’IDF stava uccidendo arbitrariamente i palestinesi. La Casa Bianca è arrivata al punto di ritardare la fornitura di munizioni vitali per la difesa di Israele. Queste misure hanno alimentato le richieste globali di un cessate il fuoco permanente e di un ritiro totale di Israele da Gaza, proprio ciò che Sinwar perseguiva.
  Anche Israele ha contribuito ad alimentare fiducia in se stesso di Sinwar. Oltre a cedere alle pressioni americane affinché si astenessero dal lanciare una incursione massiccia nell’ultima grande ridotta di Hamas a Rafah, il governo Netanyahu ha accettato il piano dell’amministrazione statunitense per una graduale fine della guerra a Gaza. La prima fase prevede un cessate il fuoco di sei settimane e un ritiro parziale dell’IDF in cambio del rilascio delle donne, degli anziani e degli infermi tenuti come ostaggi, ma la seconda fase prevede il rimpatrio di tutti gli ostaggi, vivi e morti, in cambio del completo ritiro israeliano e di un cessate il fuoco illimitato. Sebbene fortemente depotenziato, Hamas sopravvivrebbe. Sinwar emergerebbe sicuramente dal suo tunnel facendo il segno della vittoria, dichiarando una vittoria jihadista e quindi inizierebbe a prepararsi per il prossimo 7 ottobre.
  L’accordo non avrebbe potuto essere più favorevole per Sinwar, ma ancora una volta lo  ha rifiutato. È convinto che la fase due del piano, ritiro totale dell’IDF e cessate il fuoco permanente, possa diventare la fase uno. Perché  no? L’Amministrazione Biden sta già modificando la formulazione e i termini del piano per andare incontro a Hamas. Tenete duro, conclude ragionevolmente Sinwar, impedite che gli aiuti umanitari raggiungano la popolazione di Gaza, continuate a usarli come scudi umani, e le condizioni diventeranno ancora più favorevoli.
  Le critiche americane e la pressione internazionale su Israele, il peggioramento della situazione dei civili palestinesi, l’approfondimento delle divisioni all’interno dello Stato ebraico, tutto contribuisce all’ottimismo di Sinwar. Il sillogismo che intrappola fatalmente Israele è quasi completo. Manca solo la chiave del trionfo finale di Hamas: la guerra tra Israele e Hezbollah.
  Poco dopo il 7 ottobre, in segno di solidarietà con Hamas, Hezbollah ha iniziato a bombardare il nord di Israele. Da allora, i terroristi sostenuti dall’Iran hanno lanciato migliaia di razzi e innumerevoli droni contro soldati e civili israeliani. Decine di persone sono state uccise e ferite, circa 10.000 campi da calcio e frutteti sono stati ridotti in cenere, e quasi 100.000 israeliani sono rimasti senza casa. In tal modo, Hezbollah ha realizzato lo scenario peggiore per Israele, una guerra di logoramento che ogni giorno si sposta verso sud, con razzi che cadono sulla Galilea meridionale e sulle città israeliane di Safad, Tiberiade e persino Nazareth. Se uno di questi proiettili dovesse colpire una base militare o una scuola, il governo israeliano, già sotto crescente pressione per agire, ordinerebbe un massiccio contrattacco. Israele, Libano, Iran e i suoi rappresentanti iracheni e Houthi, e potenzialmente anche gli Stati Uniti, si troverebbero tutti in guerra e Sinwar non potrebbe essere più felice.
  Il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha affermato che le sue forze non accetteranno un cessate il fuoco a meno che non lo faccia Hamas. Ma Sinwar, ovviamente, non lo farà. Sa che anche se dovesse prevalere in uno scontro con Hezbollah, Israele sarebbe devastato da decine di migliaia di missili, il suo esercito logorato e logisticamente impoverito, e sarebbe ulteriormente isolato a livello mondiale. Gli Stati Uniti farebbero concessioni di più ampia portata a Hamas, forse anche includendolo nel governo postbellico di Gaza, qualsiasi cosa pur di raggiungere il cessate il fuoco essenziale per evitare l’Armageddon.
  Ecco quindi il sillogismo: Nasrallah dice no al cessate il fuoco senza Sinwar, Sinwar dice no al cessate il fuoco, punto, e Israele entra in guerra con Hezbollah. Quindi quello che per Aristotele era un esercizio di logica per Israele diventerebbe una trappola mortale.
  Come possiamo uscirne? La diplomazia, certamente, sarebbe la soluzione preferibile. Sfortunatamente, è difficile immaginare quale leva gli Stati Uniti potrebbero esercitare su Hezbollah per costringerlo a ritirarsi dal confine israeliano in conformità con la risoluzione ONU del 2006 che Nasrallah violò il giorno stesso in cui fu emanata. Nessuna strada alternativa sembra praticabile se non quella militare.
  Pertanto, l’Amministrazione Biden deve smettere di impedire a Israele, e il governo israeliano deve smettere di lasciarsi frenare, di distruggere ciò che resta delle capacità militari di Hamas a Gaza e di salvare gli ostaggi. Nel peggiore dei casi, ciò aumenterà la pressione su Sinwar. Nella migliore delle ipotesi, lo ucciderà. Un Hamas ampiamente depotenziato e senza leader sarà molto più disposto ad accettare un cessate il fuoco.
  Allo stesso tempo, gli Stati Uniti devono impegnarsi nel dichiarare “Non fatelo”. Queste sono state le uniche parole che il presidente Biden e il segretario di Stato Blinken hanno rivolto a Hezbollah e all’Iran lo scorso ottobre. Allora il significato era chiaro: nessuno di voi due osi approfittare dei combattimenti a Gaza per aprire un secondo fronte nel nord. L’avvertimento venne rafforzato dall’invio di due gruppi di portaerei, ciascuno in grado di infliggere ingenti danni ai nemici di Israele.
  Da allora, però, il “Non fatelo” appare meno rivolto all’Iran e a Hezbollah e sempre più rivolto nei confronti di Israele. “Anche se vieni preso a pugni ogni giorno”, sembra dire la Casa Bianca, “non pensare a lanciare un contrattacco. Stai comodo, piuttosto, e incassalo finché gli intercettori dell’Iron Dome si esauriranno”. Presumibilmente i ritardi nelle spedizioni di munizioni all’IDF non solo riflettono l’opposizione degli Stati Uniti alle attuali tattiche di Israele a Gaza, ma anche alle sue future operazioni in Libano.
  La Marina americana potrebbe tuttavia assistere passivamente Israele, abbattendo i razzi di Hezbollah proprio come ha fatto con quelli lanciati dall’Iran contro Israele lo scorso aprile. Tuttavia, nessuna squadra ha mai vinto una partita esclusivamente giocando in difesa. L’Iran e Hezbollah non si lasceranno scoraggiare a meno che “Non fatelo” significhi che entrambi pagherebbero un prezzo proibitivo, richiesto dagli Stati Uniti, per avere attaccato Israele.
  Senza concludere la battaglia principale contro Hamas, senza garantire un cessate il fuoco a Gaza esercitando pressioni su Sinwar o eliminandolo, e senza scoraggiare efficacemente l’Iran e Hezbollah, Israele rimarrà intrappolato nel brutale sillogismo. Sarà necessaria un’azione coraggiosa e concertata per rompere questa equazione e sostituirla con una radicalmente diversa: il cessate il fuoco a Gaza equivale al cessate il fuoco in Libano, equivale alla fine dei combattimenti sia sul fronte settentrionale che su quello meridionale. Israele, gli Stati Uniti e il mondo avranno evitato una guerra incalcolabilmente devastante.

(L'informale, 3 luglio 2024)

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Ecco il nuovo piano pandemico. Basta con lockdown e obblighi

Seppellita l’era dei diritti asfaltati con la scusa dell’emergenza sanitaria. Messo nero su bianco che ogni intervento deve essere proporzionato e rispettoso di libertà e dignità individuali. L'informazione dovrà essere trasparente e non avere toni disperati atti a generare discriminazioni e stigma sociale. Sì alle cure, no ai dpcm.

di Maurizio Belpietro

La sintesi delle 213 pagine del nuovo piano pandemico, che il governo si appresta a varare e che La Verità è in grado oggi di anticipare in esclusiva, si riassume in due parole: mai più. Anche se l'Italia dovesse essere colpita da una nuova epidemia (facciamo gli scongiuri) non ci saranno altri lockdown o decisioni prese aggirando il Parlamento, ma non saranno neppure varati altri green pass o emanate circolari che prevedano «vigile attesa» senza alcuna cura. In altre parole, non rivedremo i grossolani errori compiuti da Roberto Speranza e dai cosiddetti tecnici nel periodo compreso tra il 2020 e il 2022.
  Da tempo in redazione ci chiedevamo quando il ministero della Salute avrebbe messo a punto le misure di prevenzione nel caso in cui un virus si diffondesse nel Paese, come è accaduto quattro anni fa. Il piano per fronteggiare le emergenze è una delle raccomandazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità e, come molti lettori ricorderanno, nel 2020 scoprimmo all'improvviso e con sgomento che il governo Conte (ma anche quello precedente) si era dimenticato di aggiornarlo. Dunque, ci trovammo in piena pandemia senza che i vertici sanitari italiani sapessero che cosa fare e soprattutto senza che tecnici e politici sapessero che cosa consigliare. Ciò che seguì, credo che lo ricordino tutti. Dopo una serie di banali frasi tranquillizzanti ( «Il coronavirus non arriverà mai qui perché abbiamo vietato l'atterraggio degli aerei dalla Cina», «siamo preparati, non c'è nulla di cui preoccuparsi», eccetera), scattò il panico e con esso una serie di provvedimenti spacciati per dogmi scientifici, a cominciare dal divieto di uscire di casa e alla proibizione di comprare al supermercato qualche cosa di diverso dal cibo. Stop alle passeggiate all'aperto (il noto comico Vincenzo De Luca minacciò di inseguire con i droni chiunque si fosse avventurato sulla spiaggia), alt all'acquisto di bicchieri o qualsiasi altro strumento da usare in cucina, anche se ai fornelli erano stati relegati 60 milioni di italiani. Che tutela della salute offrissero queste misure lo abbiamo scoperto poi, quando abbiamo capito che nessuno dei diktat imposti aveva basi mediche, ma erano frutto di improvvisazione e di incapacità di una banda di burocrati e politici senza nessuna competenza.
  Eppure in quelle settimane i dpcm, ovvero i decreti del presidente del Consiglio dei ministri, adottati senza passare dal Consiglio dei ministri, ma senza neppure essere soggetti all'approvazione del Parlamento come i normali decreti, erano il verbo. Ve lo ricordate Giuseppe Conte, che sul calar della sera, quando gli italiani erano riuniti davanti al focolare e al televisore, annunciava che ci avrebbe rinchiuso ancora un po' dopo aver detto che tutto era passato? E vi ricordate quando Mario Draghi diceva che vaccinarsi era garanzia di non contagiare e non essere contagiati, dando dunque dell'untore a tutti quelli che non avevano offerto il braccio alla patria? E la decisione di impedire a quanti non si erano punturati di salire sui mezzi pubblici, ma anche di bere un caffè al tavolo di un bar all'aperto? Beh, mai più.
  In nome dell'emergenza e della tutela della Salute pubblica si sono violati, con buona pace del presidente della Repubblica e della Corte costituzionale, un certo numero di diritti, a cominciare dalla libertà di circolare a quella di lavorare o di scegliere come essere curati. In nome dell'urgenza sono stati asfaltati i diritti individuali e oltre al coprifuoco si è imposto l'obbligo di cura, con il ricatto di perdere lo stipendio. Un piano che dunque metta da parte le follie di Conte e Draghi, per tornare a provvedimenti razionali e scientifici, è dunque un passo avanti, in quanto si eliminano le coercizioni della libertà personale e la compressione dei diritti. Non ci saranno provvedimenti amministrativi decisi all'imbrunire. Ma se misure d'emergenza dovessero rendersi necessarie, sarà il Parlamento, con un regolare dibattito, a decidere e non quattro esperti pressati dalla politica. La lettura dei verbali del Cts è stata agghiacciante, per la leggerezza con cui sono state prese alcune decisioni. Beh, il piano pandemico dovrebbe scongiurare che tutto ciò si ripeta.

(La Verità, 3 luglio 2024)


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Il nuovo piano pandemico spazza via dpcm, lockdown e terrorismo mediatico

Ogni misura, vagliata dal Parlamento, sarà proporzionata e rispettosa della dignità personale. Stop al dogma dei vaccini e a toni utili a generare discriminazioni e stigma.

di Francesco Borgonovo

Mai più «cieca disperazione». Mai più pensiero magico e ideologia spacciati per scienza. Mai più guru in camice bianco. Mai più obblighi inutili e discriminazioni. Sono obiettivi più che ambiziosi, come no, e sono anche piuttosto complicati da raggiungere. Ma già il fatto che vengano posti rende il nuovo piano pandemico più utile e rilevante di quasi tutti gli interventi di sanità pubblica messi in atto fin qui. Già: habemus piano. Per la precisione il documento che il governo si prepara a licenziare si intitola «Piano strategico operativo di preparazione e risposta ad una pandemia da patogeni a trasmissione respiratoria a maggiore potenziale pandemico 2024-2028», si articola per oltre 200 pagine e contiene alcune sostanziali (e positive) novità che La Verità è in grado di anticipare in esclusiva.
  Tanto per cominciare, questo piano arriva a colmare un clamoroso vuoto e a sanare almeno in parte la prima, brutale ferita da cui poi è derivato il massacro pandemico degli anni passati. Come noto, quando il Covid si è presentato eravamo privi di un piano di preparazione e risposta. O, meglio, ne avevamo uno vecchio e non abbiamo applicato nemmeno quello. Per mesi e mesi i vertici della sanità italiana, a partire dall'ex ministro Roberto Speranza, hanno mentito sull'argomento, tentando di nascondere l'evidenza. Poi la verità - anche grazie al lavoro matto e disperatissimo di questo giornale e di parlamentari come Galeazzo Bignami e altri - è venuta a galla. I danni, però, erano ormai fatti. Un piano pandemico, infatti, serve proprio a evitare le azioni disperate e folli che i nostri presunti esperti hanno compiuto a partire dal 2020. Un piano ben fatto non serve a ordinare le chiusure: serve a evitarle. Prevede che le risorse siano inventariare e rese disponibili per tempo, stabilisce che si debbano curare i pazienti nel più breve tempo possibile invece di rinchiuderli e lasciarli in vigile attesa. Prevede che ogni decisione emergenziale venga poi vagliata e riesaminata, così da capirne l'effettiva utilità. Prevede, insomma, tutto quello che le nostre autorità non hanno fatto.
  Ora però un nuovo piano c'è, dopo le vergognose lungaggini dei precedenti governi e dopo un brutto passo falso compiuto mesi fa dall'attuale gestione. E che questo documento sia diverso si comprende fin dalle premesse, che sono parecchio dettagliate e fissano alcuni principi fondamentali di cui in futuro si dovrà tenere conto (anche perché i piani vanno applicati più o meno come se fossero leggi). Prendiamo ad esempio uno dei primi paragrafi. Vi si legge che «tra i principi fondamentali del Piano vi è l'efficacia. Gli interventi sono fondati su un solido razionale scientifico e metodologico supportato da dati rappresentativi della popolazione alla quale verranno applicati, in modo da rispettare anche il principio di giustizia e di equità nell'accesso alle risorse. Gli interventi sono, inoltre, motivati da una condizione di necessità. Per tale motivo, ogni intervento è guidato anche dal principio di responsabilità». Non sono frasi di circostanza: l'efficacia dei provvedimenti è esattamente ciò di cui non si è tenuto conto negli anni passati.
  Leggiamo ancora. «Il conflitto che potrebbe eventualmente insorgere tra la sfera privata e quella collettiva rende necessario operare in ottemperanza al principio di trasparenza. Le informazioni saranno divulgate dalle istituzioni preposte, tanto al personale medico-sanitario quanto ai non addetti ai lavori, in maniera tempestiva e puntuale, attraverso piani comunicativi pubblici e redatti in un linguaggio semplice e chiaro. Ogni persona deve essere informata sulla base di evidenze scientifiche in merito alle misure adottate, in modo da poter comprendere il significato e il valore delle azioni che ciascuno può compiere per la promozione della propria salute e di quella collettiva. Dopo aver debitamente informato la popolazione, si procede alla raccolta del consenso delle persone, in modo che queste possano compiere una scelta autonoma e consapevole». Informazione, trasparenza, consenso: antidoti alla tirannia sanitaria. Poi la chiosa decisiva: «E’ inoltre opportuno aggiornare o modificare le decisioni o le procedure qualora emergano nuove informazioni rilevanti e fondate su evidenze scientifiche». Tradotto: se si scopre che le mascherine non servono, che i lockdown sono inutili o che un farmaco causa problemi, si cambia rotta. Perché errare è umano, perseverare è totalitario.
  Il nuovo piano spiega poi che «ogni intervento deve essere proporzionato alle condizioni cliniche del paziente, del quale è riconosciuta l'autonomia decisionale e tutelata la dignità». E qui si pone una pietra angolare: la dignità dei pazienti, i loro diritti, devono restare al centro dell'azione sanitaria che è anche politica. Ecco perché, qualche pagina dopo, troviamo la prima fra le novità più rilevanti.
  «Di fronte ad una pandemia di carattere eccezionale», dice il piano, «si può presentare la necessità e l'urgenza di adottare misure relative ad ogni settore e un necessario coordinamento centrale, valutando lo strumento normativo migliore e dando priorità ai provvedimenti parlamentari. È escluso l'utilizzo di atti amministrativi per l'adozione di ogni misura che possa essere coercitiva della libertà personale o compressiva dei diritti civili e sociali. Solo con legge o atti aventi forza di legge e nel rispetto dei principi costituzionali possono essere previste misure temporanee, straordinarie ed eccezionali in tal senso». Queste righe stabiliscono che non si possano ordinare lockdown e restrizioni a piacere: bisogna passare dal Parlamento e agire nel rispetto della Costituzione. Sono limiti nuovi, e decisivi, volti a impedire gli abusi che tutti abbiamo purtroppo conosciuto.
  Già questo basterebbe a rendere obiettivamente buono il nuovo piano pandemico, al netto delle criticità che si potranno eventualmente individuare nel tempo e che per precauzione non escludiamo. Ma c'è un ulteriore passaggio che merita di essere illuminato, e che a nostro giudizio è ancora più confortante.
  Inizia così: «Nel contrasto ad un evento pandemico vanno individuati protocolli di cura efficaci». Ed ecco come prosegue: «I vaccini approvati e sperimentati risultano misure preventive efficaci, contraddistinte da un rapporto rischio-beneficio significativamente favorevole, ma non possono essere considerati gli unici strumenti per il contrasto ai patogeni infettivi. Risulta assolutamente centrale la sensibilizzazione delle persone attraverso una comunicazione semplice ed efficace dei benefici e dei rischi correlati a tale atto, contrastando la disinformazione e fornendo risposte adeguate alle preoccupazioni e alle incertezze».
  Ora, sul fatto che il rapporto rischio-beneficio sia significativamente favorevole, soprattutto in alcune fasce di età, potremmo obiettare. E non ci sfugge la concessione al «sanitariamente corretto». Tuttavia la tolleriamo in virtù delle frasi che compaiono appena dopo e che suonano balsamiche: «Nella comunicazione di una eventuale campagna vaccinale pandemica, devono altresì essere opportunamente chiariti i limiti della vaccinazione, che deve essere comunque affiancata dall'adozione di buone norme di prevenzione volte al contenimento del contagio. In nessun modo la campagna di informazione dovrà utilizzare toni disperati, generare discriminazioni e stigma sociale».
  Basta terrorismo, basta discriminazioni, basta razzismo, basta insulti. Finalmente e scritto nero su bianco, in un documento ufficiale. Per qualcuno non sarà abbastanza, e di sicuro molto, molto di più si potrebbe e dovrebbe ancora fare. Ma se si considera la base di partenza, e se si ripensa al passato, tutto questo appare quasi incredibile. E ci restituisce una evidenza: la dittatura sanitaria non è un destino, non è inevitabile. Si può provare a combatterla, arginarla, prevenirla. Basta volerlo.

(La Verità, 3 luglio 2024)
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Come “no vax” della prima ora, l’unico sentimento di “persecuzione” che ho provato durante il periodo pandemico è stato quando davanti a un bar ho letto sul cartello che nella mia posizione mi era preclusa la possibilità di entrare. Verboten. Escluso. Gli altri dentro, io fuori. Poca cosa, certo, soprattutto se paragonato a quello che hanno dovuto soffrire tanti altri in questo dannato periodo (ved. Gli invisibili).
Il giro di pensieri generali che però ha provocato in me quella piccola esperienza, continua ancora oggi a destare in me due sentimenti: sdegno e delusione.
SDEGNO, per l’arroganza con cui le autorità italiane hanno prevaricato sui cittadini facendo un uso sfacciato della menzogna, dell’intimidazione e del ricatto per costringere i cittadini alla sottomissione diffondendo paura, facendo minacce, ordinando punizioni.
DELUSIONE davanti al comportamento collettivo di due mondi a me cari: il mondo evangelico e il mondo ebraico. Nessuno prenda queste considerazioni come rivolte a sé personalmente, perché i motivi individuali possono variare enormemente da caso a caso, ma qualunque sia la posizione personale assunta, ritengo sia lecito,  anzi doveroso, esprimere valutazioni collettive di quanto è accaduto.
Gli evangelici si sono in gran parte adeguati alle norme prescritte con la sbrigativa motivazione della “sottomissione alle autorità”.  Un conformismo così rapido e tranquillo di fronte a menzogne di così enorme gravità, nella prospettiva di un futuro di rischi sempre maggiori per la testimonianza evangelica in un mondo che si sta sempre più diabolizzando, è spiritualmente preoccupante. 
Gli ebrei sono rimasti silenziosi osservatori della discriminazione operata su una categoria di cittadini, senza avvertire in questo un timido ma chiaro accenno a esperienze di quel tipo subite in altri tempi e in altre occasioni dalla “categoria” degli ebrei. Al contrario, è emerso il rifiuto netto di qualsiasi forma di paragone: guai a fare qualche accenno agli ebrei, senza riflettere che quando si considera normale la discriminazione tra cittadini, prima o poi si arriva a discriminare gli ebrei. M.C.

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Non c’è futuro per gli ebrei in Francia

Il rabbino capo di Parigi: "Ai giovani dico di andarsene. Non sappiamo chi ci odia di più".

di Giulio Meotti

Il rabbino Moshe Sebbag consiglia ai giovani francesi di andarsene. Non sa più chi sia il pericolo peggiore, mentre gli attacchi e le profanazioni si moltiplicano. Non c'è un futuro per gli ebrei francesi. Solo in una settimana, arresti per un complotto terroristico contro gli ebrei, uno stupro di gruppo antisemita e una aggressione ad adolescenti ebrei fuori da un cinema di Parigi. “Oggi è chiaro che non c’è futuro per gli ebrei in Francia”, ha detto il rabbino Moshe Sebbag al Jerusalem Post. “Dico a tutti i giovani di andare in Israele o in un paese più sicuro”. Sebbag, rabbino capo della Grande sinagoga di Parigi, continua: “Molte famiglie ebree ashkenazite qui da prima della Seconda guerra mondiale non potevano pensare di votare per il Rassemblement, eppure la sinistra è stata antisemita negli ultimi tempi. Gli ebrei sono nel mezzo perché non sanno chi li odia di più”.
  Il presidente del concistoro ebraico delle Alpi-Provenza, Zvi Ammar, confessa a CNews che “per non vivere più nascosti e insicuri”, sempre più ebrei sono pronti all’aliyah, a trasferirsi in Israele. “Nella bocca delle persone di ogni casa ebraica arriva la domanda: ‘Noi abbiamo ancora un futuro in Francia?’. Fa molto male. Quando una persona si sente minacciata e in pericolo, pensa di andare altrove. Oggi le persone si sentono più sicure in Israele, nonostante sia un paese in stato di guerra”.
  L’anno scorso, 1.100 ebrei francesi sono partiti per Israele. Quest’anno saranno 4.500, secondo le stime. Dal 1972, oltre centomila ebrei francesi sono partiti per Israele (su mezzo milione). Prima del 2012, cinquecento ebrei lasciavano la Francia ogni anno. Numeri decuplicati.
  I leader delle comunità ebraiche hanno sostenuto Emmanuel Macron al primo turno, ma al secondo sono nell’angoscia di una scelta tra la sinistra antisemita di Jean-Luc Mélenchon e la destra lepenista che cerca di darsi una ripulita. Serge Klarsfeld, una vita nel fronte antifascista e democratico, cacciatore di nazisti, che i neonazisti provarono a uccidere con una bomba, con la moglie Beate ha denunciato il passato nazista dell’allora cancelliere tedesco Kurt Georg Kiesinger, ha fatto catturare l’ufficiale delle SS responsabile dello sterminio di tremila ebrei polacchi Joseph Schwammberger e processare Maurice Papon, il prefetto che fu funzionario di Vichy, ha fatto scalpore per aver detto di votare la destra lepenista. Come lui, il filosofo Alain Finkielkraut.
  Una settimana fa, una ragazzina di dodici anni ha subìto uno stupro di gruppo a Courbevoie, un quartiere vicino alla Defense. E’ stata trascinata in un capannone da una banda che, secondo la polizia, “l’ha costretta a penetrazioni anali e vaginali, fellatio, mentre pronunciavano minacce di morte e commenti antisemiti”. C’era anche il fidanzato.
  Non solo, rivela la madre della vittima: dopo averla violentata l’hanno costretta a convertirsi all’islam e a “giurare su Allah” che non lo avrebbe detto a nessuno. La “logica” del 7 ottobre è uscita dai confini di Israele per entrare nei “territori perduti” della République.

Il Foglio, 3 luglio 2024)

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L‘Idf ha colpito siti di lancio razzi a Khan Yunis

Da dove ieri ne erano stati tirati circa 20

TEL AVIV – L’esercito israeliano ha confermato di aver colpito durante la notte a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, i siti da cui ieri sono stati lanciati circa 20 razzi dalla Jihad islamica verso le comunità israeliane a ridosso della Striscia. Lo ha fatto sapere il portavoce militare secondo cui tra i siti c’erano anche "depositi di armi e infrastrutture del terrore". Prima del raid l’Idf ha chiesto ai residenti dei quartieri orientali di Khan Yunis di spostarsi nelle zone umanitarie sulla costa.

(ANSA, 2 luglio 2024)

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Netanyahu: l'IDF si avvicina alla "fase finale" contro l'esercito di Hamas

"Continueremo ad attaccare le loro formazioni", ha detto il primo ministro israeliano ai cadetti dell'Israel National Defence College.

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Benjamin Netanyahu informa i cadetti dell'Israel National Defense College sulla guerra contro Hamas nella Striscia di Gaza, 1 luglio 2024

GERUSALEMME - Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato lunedì che le Forze di Difesa Israeliane sono sul punto di distruggere l'esercito terroristico di Hamas, un obiettivo chiave della guerra durata quasi nove mesi.
  "Sono tornato ieri da una visita alla divisione di Gaza. Ho visto successi molto significativi nei combattimenti a Rafah. Ci stiamo avvicinando alla fine della fase di eliminazione dell'esercito terroristico di Hamas; continueremo ad attaccare i suoi resti", ha detto Netanyahu durante un incontro con i cadetti dell'Israel National Defence College.
  "Sono rimasto molto colpito dai successi ottenuti in superficie e sotto terra e dallo spirito combattivo dei comandanti. Con questo spirito raggiungeremo i nostri obiettivi: Il ritorno dei nostri ostaggi, l'eliminazione delle capacità militari e governative di Hamas, la garanzia che la Striscia di Gaza non sia più una minaccia e il ritorno sicuro dei nostri residenti alle loro case nel sud e nel nord", ha aggiunto il Primo Ministro.
  Erano presenti anche cadetti delle forze armate di Germania, Singapore, Giappone, Italia, Repubblica Ceca e Corea del Sud.
  Domenica Netanyahu ha espresso le sue condoglianze alle famiglie dei soldati uccisi nella Striscia di Gaza e in Giudea e Samaria e ha sottolineato che Israele raggiungerà i suoi obiettivi di guerra.
  "Chiunque sia chi dubita della realizzazione di questi obiettivi, ripeto: non c'è alternativa alla vittoria", ha dichiarato.
  Facendo riferimento alla porzione settimanale della Torah "Shlah Lecha", che afferma che Israele è un "Paese straordinariamente buono", Netanyahu ha aggiunto: "Il nostro Paese è straordinariamente buono. I nostri cittadini sono eccezionalmente buoni. I nostri combattenti sono eccezionalmente bravi. Con la loro forza e il loro valore, sconfiggeremo i nostri nemici. Con l'aiuto di Dio, combatteremo insieme e insieme vinceremo".

(Israel Heute, 2 luglio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Idf, 'determinati a continuare battaglia contro Hamas'

Portavoce commenta un articolo New York Times su esercito 'pronto a una tregua'

TEL AVIV - Il portavoce militare israeliano ha detto che l'esercito è determinato a continuare la sua battaglia contro Hamas a Gaza.
Il portavoce si è riferito a un articolo del 'New York Times' - citato da Ynet -, secondo cui gli alti comandanti dell'Idf sarebbero interessati a un cessate il fuoco a causa della mancanza di armamenti.
"Finora - ha spiegato - sono stati raggiunti risultati significativi nella lotta a Gaza, l'Idf continuerà a combattere Hamas ovunque nella Striscia di Gaza, oltre a continuare a promuovere la preparazione alla guerra nel nord e la difesa a tutti i confini".
Le forze armate israeliane - ha continuato il portavoce - sono determinate a continuare "a combattere per raggiungere gli obiettivi della guerra, per distruggere le capacità militari e governative di Hamas, per riportare a casa gli ostaggi e condurre di nuovo sani e salvi i residenti del nord e del sud alle loro case".

(ANSAmed, 2 luglio 2024)

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“Hebrew Book Week”: in Israele la guerra non ferma la celebrazione della cultura e della lettura

di Nicole Nahum

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La Hebrew Book Week in Israele è un evento molto atteso e popolare che celebra la cultura della lettura e l’amore per i libri nel Paese. Anche quest’anno, nonostante il conflitto in corso, le continue tensioni e la situazione politica complessa, nei giorni centrali di giugno, gli israeliani si sono nuovamente riuniti per partecipare a una serie di eventi letterari, fiere del libro e attività legate alla letteratura e alla creatività ebraica.
  La tradizione della “Settimana del Libro Ebraico” risale agli anni ’20, quando a Tel Aviv la pionieristica editrice Bracha Peli, insieme alla sua Masada Press, organizzò una fiera di strada per vendere libri. Da allora, l’evento è cresciuto e si è trasformato in una grande fiera del libro che attira migliaia di visitatori ogni anno. In Israele vengono acquistati annualmente circa 34 milioni di libri da una popolazione composta da 9,9 milioni di persone. 
  Durante questa settimana, i visitatori possono partecipare a eventi letterari, incontri con autori, spettacoli musicali, laboratori di scrittura creativa e molto altro. Le fiere del libro si svolgono in diverse città, tra cui Gerusalemme e Tel Aviv, e offrono ai partecipanti l’opportunità di acquistare libri a prezzi scontati e di scoprire nuovi titoli e autori. 
  Per molte persone, come ad esempio gli Haredim, questa settimana rappresenta un’opportunità per rifornire la loro libreria, mentre per autori come Gil Troy e Natan Sharansky è un’occasione per promuovere i loro nuovi libri. Inoltre, l’Hebrew Book Week è stata caratterizzata da alcuni dibattiti tra quattro importanti autori israeliani, tra cui Haim Be’er e Yaniv Itzikowitz.
  Anche in luoghi come la Biblioteca Nazionale d’Israele (NLI)  e Yad Vashem sono stati organizzati eventi speciali in onore della “Settimana del Libro Ebraico”. Nella prima sono state celebrate alcune figure della letteratura israeliana come Naomi Shemer e Yehuda Amichai, con concerti commemorativi per il 20° anniversario della morte di Shemer e il centenario della nascita di Amichai, mentre Yad Vashem ha invece offerto sconti del 40% per tutto il mese su molti dei titoli nella sua libreria online.
  L’Hebrew Book Week coincide con il Mese della Lettura, durante il quale il Ministero della Cultura israeliano ha inviato numerosi scrittori nei centri comunitari delle zone periferiche come KiryatGat, Yeruham, Netivot e Ariel per condurre workshop di scrittura creativa per bambini e adulti. Anche a Sderot questa settimana ha rappresentato una sorta di “fuga momentanea dalla realtà” per le famiglie che sono tornate nelle loro case di fronte a Gaza pochi mesi fa.
  Eventi musicali e presentazioni di libri sono dunque solo alcune delle attività che hanno coinvolto il pubblico e celebrato la cultura della lettura e della letteratura.
  Nonostante le difficoltà e le tensioni che caratterizzano la vita in Israele nell’ultimo periodo, la “Settimana del Libro Ebraico” continua a essere un momento di gioia, celebrazione e scoperta per gli amanti dei libri e della cultura. Attraverso eventi come questi, la comunità israeliana dimostra il suo impegno per la conoscenza, la creatività e la condivisione delle storie che definiscono la propria identità e il proprio patrimonio culturale.

(Shalom, 2 luglio 2024)

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Turchia: negato rifornimento a un volo El-Al atterrato in emergenza

Un volo El Al proveniente da Varsavia e diretto a Tel Aviv non ha potuto fare rifornimento dopo aver effettuato un atterraggio di emergenza ad Antalya, in Turchia, domenica 30 giugno per evacuare un passeggero che necessitava di cure mediche. Lo riporta il Times of Israel.
  I lavoratori turchi dell’aeroporto di Antalya si sono rifiutati di rifornire il volo LY5102 prima che potesse decollare per Israele, ha dichiarato El Al in un comunicato.
  “I lavoratori locali si sono rifiutati di rifornire l’aereo della compagnia, anche se si trattava di un caso medico”, ha dichiarato, aggiungendo che il passeggero è stato evacuato. L’aereo è poi decollato verso Rodi, in Grecia, dove “farà rifornimento prima di decollare verso Israele”, ha dichiarato la compagnia aerea.
  Fonti diplomatiche turche hanno confermato che l’aereo ha potuto effettuare un atterraggio di emergenza per evacuare un passeggero malato. “Il carburante doveva essere fornito all’aereo a causa di considerazioni umanitarie, ma mentre la relativa procedura stava per essere completata, il capitano ha deciso di partire di sua iniziativa”, ha dichiarato una fonte diplomatica turca.
  Secondo i media ebraici, il Ministero degli Esteri aveva ricevuto dalle autorità turche l’assicurazione che l’aereo sarebbe stato autorizzato a fare rifornimento, ma in pratica ciò non è avvenuto. Poiché l’aereo stava bruciando carburante sulla pista per mantenere in funzione l’aria condizionata e altri sistemi, si è deciso di decollare per Rodi, a 40 minuti di volo, e di rifornirsi lì, prima che anche questo breve volo diventasse impossibile.
  L’aereo sarebbe dovuto atterrare all’aeroporto Ben-Gurion più tardi, domenica.

(Bet Magazine Mosaico, 1 luglio 2024)

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Tensione al confine con il Libano con Hezbollah: i movimenti negli ospedali del Nord

di Luca Clementi

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A seguito delle crescenti tensioni al confine settentrionale, provocate dai continui lanci di missili da parte dei terroristi di Hezbollah armati dall’Iran, gli ospedali nel Nord di Israele si stanno preparando per una possibile guerra con il Libano.
I piani varanti sinora, come illustra un articolo di YNet News, sono per due scenari: interruzione di corrente e limitazione agli accessi a strade e aree sicure. Al momento non ci sono istruzioni, ma il Ministero della Salute israeliano ha parlato con le amministrazioni ospedaliere per verificare che sia tutto pronto, chiedendo di accumulare scorte di sangue per sei giorni anziché quattro. È inoltre possibile che medici e altri operatori sanitari vengano chiamati in prima linea.

(Shalom, 1 luglio 2024)

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L'Occidente è in preda all'isteria

Ma la guerra a Gaza non è stata voluta da Israele, che la combatte a pieno diritto

di Paolo Salom

[Voci da lontano occidente] La guerra andrà avanti, dice il governo di Israele, almeno fino alla fine dell’anno. Comprensibile, per quanto terribile: quello che è accaduto il 7 ottobre, nonostante la lunga serie di atti di terrorismo da parte degli arabi-palestinesi nell’ultimo secolo, è senza precedenti per atrocità e scopo. Di conseguenza non ci stupiamo che lo Stato ebraico abbia intenzione di chiudere la partita senza ambiguità o mezze misure. Quello che invece ci sorprende, ancora, è lo stato di isteria in cui si trova il lontano Occidente. Passi per le società arabe, dove l’odio per gli ebrei è nella “tradizione” e antico come l’Islam. Ma le democrazie passate attraverso l’esperienza della Seconda guerra mondiale, del nazifascismo, della persecuzione degli ebrei, della Shoah? Come è possibile che l’antisemitismo, giustificato naturalmente con le “atrocità” commesse (a loro dire) da Tsahal contro gli “innocenti” abitanti di Gaza, sia tornato a mettere in pericolo la permanenza sul suolo europeo (e anche degli Stati Uniti) delle comunità ebraiche, dopo due millenni di antisemitismo religioso e nazionale che doveva essere scomparso?
  Come è possibile che università, centri di ricerca, Ong, chiedano di boicottare le istituzioni scientifiche israeliane allo stesso modo dei nazisti negli anni Trenta del secolo scorso? Come è possibile che all’Eurofestival, una manifestazione canora – il Sanremo d’Europa – la concorrente israeliana e il suo entourage siano stati costretti a restare chiusi nell’albergo assediato da facinorosi, per evitare attacchi e violenze? Per non parlare del momento dell’esibizione della bravissima Eden Golan, fischiata e sommersa di “booo” dal pubblico presente a Malmö, Svezia, dall’inizio al termine della sua commovente canzone?
  E come è possibile, ditemi, che Spagna, Irlanda e Norvegia riconoscano lo “Stato di Palestina”, uno Stato inesistente (e non per causa di Israele ma solo e soltanto per la scelleratezza dei suoi leader), di fatto premiando la violenza terrorista del 7 ottobre e, infatti, guadagnandosi il plauso e la riconoscenza di Hamas? La Spagna che nel 1492 cacciò mezzo milione di sudditi ebrei? L’Irlanda che inviò le condoglianze alla Germania per la morte di Hitler? La Norvegia che non perde occasione per ergersi a paladina degli oppressi e fa finta di non vedere che gli oppressori sono gli sgherri islamisti?
  Il mondo all’incontrario. Questo è il lontano Occidente oggi. Dove si spargono lacrime per il “massacro di innocenti palestinesi” – per lo più inventato dalla propaganda di Hamas. E si aggrediscono gli israeliani (e gli ebrei ovunque si trovino) perché hanno osato reagire al massacro – questo vero e documentato – del 7 ottobre 2023. Intendiamoci, è chiaro a tutti che molti civili, a Gaza, siano finiti vittime delle operazioni di guerra, è certo che molti bambini (anche uno è troppo) siano stati colpiti da proiettili israeliani, ed è terribile.
  Ma in una situazione come quella nata dall’attacco di Hamas contro le comunità del Sud di Israele, con 1.200 civili inermi uccisi barbaramente e, soprattutto, volendolo fare, migliaia di missili lanciati sulle città e villaggi israeliani, che cosa si aspettava il mondo? Che altro avrebbe potuto fare lo Stato di Israele per difendere i propri cittadini? Nulla di diverso da quello che è stato deciso.
  Tutto è criticabile, tutto si può fare meglio. Ma è ipocrita accusare lo Stato ebraico, come ha fatto ripetutamente il Tribunale penale internazionale – sobillato dai soliti Paesi-complici di Hamas – di “genocidio” e “crimini di guerra”. Nulla di tanto efferato si può imputare a Tsahal, un esercito i cui principi e regole di ingaggio sono improntate a una eticità assoluta e insindacabile. Chi lo fa è spinto da una cosa sola: l’odio verso gli ebrei.
  Perché sappiamo bene che la guerra, qualsiasi guerra, è un atto terribile, un aspetto estremo della cultura umana che trasforma chi la subisce (e anche chi la conduce) in un recipiente (o strumento) di morte e dolore. Ma è anche una costante nella Storia di tutte le civiltà, dall’alba dei tempi. Dopo la Seconda guerra mondiale in tanti hanno detto: “Mai più”. E forse anche per questo ora criticano Israele, e noi vogliamo concedere che qualcuno lo faccia in buona fede. Ma “mai più” era stato detto anche agli ebrei, inseguiti e uccisi dalla furia nazifascista. Ed è proprio in virtù di quel “mai più” che gli ebrei – e per primi i nostri fratelli israeliani – hanno deciso di difendersi da soli senza contare che sul nostro diritto a farlo. La guerra a Gaza non è stata voluta da Israele. Ma la combatte con pieno diritto, dalla parte del giusto e di una moralità perseguita malgrado incidenti ed errori. Ora, per chiuderla, basterebbe che i nemici di Hamas ne accettino l’unico risultato possibile: liberino gli ostaggi nelle loro mani e si arrendano. Perché noi non rinunceremo mai all’indipendenza, alla dignità, alla libertà.

(Bet Magazine Mosaico, 1 luglio 2024)
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Ottimo! Articolo chiaro, sintetico, completo. Quello che sorprende, dice l'autore "è lo stato di isteria in cui si trova il lontano Occidente". Ma non doveva essere proprio Israele il baluardo dell'Occidente contro l'invasione dei barbari antioccidentali? Sorpresi dal fuoco amico. Come mai? Forse tra i redattori di pensosi giornali superoccidentali come "Il Foglio" si troverà la risposta. Aspettiamo di conoscerla. M.C.

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Il silenzio dei media sulla guerra a Gaza e il senso politico della guerra

di Ugo Volli

Perché non ne parlano quasi più
  Dopo quasi nove mesi di combattimenti, i media riportano ormai poche notizie sulla guerra di Gaza. Questo non accade perché le battaglie siano finite (anzi nell’ultima settimana ci sono stati combattimenti molto duri), ma per due ragioni connesse: la prima è che questa guerra, come quasi tutte non è fatta tanto di battaglie decisive e manovre improvvise quanto di combattimenti locali, di piccoli avanzamenti nel territorio e purtroppo anche di perdite individuali. In particolare una guerra asimmetrica come questa contro forze terroriste nascoste in mezzo ai civili o nelle fortificazioni sotterranee, da cui escono quasi solo per tendere agguati all’esercito israeliano, consiste soprattutto in pazienti e guardinghe esplorazioni dei luoghi dove potrebbero esserci tunnel, pozzi, depositi d’armi, missili, cecchini e della messa in sicurezza del territorio, badando a non lasciar mai scoperte le spalle. Altra cosa sarà la guerra di terra in Libano, se si farà davvero, almeno al suo inizio. Ci saranno avanzate, battaglie, bombardamenti diffusi. Ma dobbiamo già sapere che probabilmente anch’essa si svilupperà poi con la stessa lentezza, fatica e difficoltà che i giornali non sanno raccontare. Il grande teorico Von Clausewitz insegnava che il fattore bellico forse più importante è l’attrito.

Smentite le previsioni catastrofiche
  La seconda ragione del silenzio dei media è che in questo momento molti tra essi non sono capaci di trovare argomenti contro Israele, il che purtroppo è la loro principale ragione di interesse in questa guerra. Chi sproloquiava di genocidio sulla base dei “dati” forniti da Hamas deve prendere atto che anche il Congresso americano ha stabilito in una mozione che essi non sono credibili; e comunque che anche quei i numeri di morti sono fermi ben sotto i 40 mila, almeno per la metà costituiti da truppe terroriste: un livello assolutamente imparagonabile non solo con un genocidio vero, ma anche con le vittime della “primavera araba” (per fare un esempio, allora vi furono 570 mila morti solo in Siria). C’è poi un punto più attuale. Politici, intellettuali, giornali avevano profetizzato un immane disastro umanitario, militare, diplomatico se l’esercito israeliano fosse entrato nell’ultima roccaforte terrorista di Rafah; e invece ormai la città è da tempo isolata dal confine con l’Egitto, da cui si contrabbandavano armi e combattenti; il suo territorio è all’80% controllato da Israele e invece nessun disastro è accaduto, se non si considera tale lo smantellamento degli ultimi battaglioni organizzati di Hamas. Naturalmente nessuno ha ammesso di aver sbagliato, da Biden all’ultimo corrispondente giornalistico da Israele. Semplicemente non ne parlano più. E così per l’asserita fame della popolazione, smentita anche dall’Onu e per tante altre calunnie.

Politica con altri mezzi
  C’è una cosa in più da tener sempre presente. Le guerre non sono eventi isolati dal resto, che si vincono o si perdono solo sul terreno, come accade nelle competizioni sportive che pure in qualche modo le simboleggiano. Ancora Clausewitz insegnava che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Dunque il terreno decisivo è quello politico. Questa è la ragione per cui i terroristi, pur chiaramente sconfitti in battaglia, resistono e dichiarano addirittura di stare vincendo. Sul piano politico hanno ottenuto molto, appoggiandosi all’antisemitismo sotterraneo di molti, atteggiandosi a vittime sono riusciti a ottenere la simpatia del mondo, anche di quello democratico, nonostante i crimini orrendi che hanno commesso. Gestendo con astuzia le trattative per il cessate il fuoco, anche con l’aiuto della “mediazione” tutt’altro che imparziale del Qatar, hanno avuto modo di ottenere la sponda dell’amministrazione Biden (ma ora la crisi della ricandidatura del presidente Usa apre scenari nuovi difficili da valutare). Con l’aiuto dell’odio anti-occidentale di certi stati e del vertice dell’Onu, si sono assicurati la tribuna delle corti internazionali di giustizia e della commissioni Onu dei diritti umani. Sfruttando cinicamente gli ostaggi che hanno rapito, hanno potuto riaprire la divisione interna al mondo politico israeliano, facendo ripartire la campagne d’odio e le manifestazioni estremiste che già un anno fa avevano indebolito lo Stato ebraico al punto da rendere una scommessa ragionevole, dal loro perverso punto di vista, il feroce attacco del 7 ottobre.

Le difficoltà della democrazia
  A differenza dei suoi nemici Israele è uno stato democratico, in cui le diverse posizioni si confrontano pubblicamente anche in maniera molto dura e non esiste un potere assoluto ma ogni livello istituzionale può e deve esercitare il suo intervento secondo le proprie regole. Questa organizzazione democratica è un fine in sé, perché garantisce la libertà e l’uguaglianza di fronte alle leggi; e per questa ragione è anche una forza immensa, perché sacrifici anche terribili come quelli che impone la guerra sono stabiliti non per scelte arbitrarie di qualcuno ma col consenso collettivo, nelle forme garantite dalle elezioni e dal sistema parlamentare.

Il reclutamento dei charedim
  Ma questa fondamentale risorsa può anche portare a difficoltà momentanee. È il caso della sentenza della Corte Suprema che qualche giorno fa ha imposto al governo di abbandonare un compromesso stabilito già da Ben Gurion alla fondazione dello Stato per cui gli studiosi delle accademie talmudiche sono stati sempre esonerati dall’obbligo del servizio militare. All’inizio si trattava di poche centinaia di persone, oggi sono decine di migliaia. L’annullamento di questa regola non deriva da una necessità militare, perché l’esercito oggi ha bisogno di armi sofisticate e di specialisti che le sappiano usare, non di soldati senza competenze tecniche e poco motivati. Ma è chiaro che c’è un problema di giustizia: che tutto un settore sociale come quello dei charedim sia sottratto alle durezze della guerra è intollerabile per molti che invece ne subiscono il terribile impatto. Insieme si tratta di una misura che rischia di dividere il governo dove siedono i partiti che rappresentano quel gruppo sociale e difendono con ragioni tradizionali e religiose il compromesso di Ben Gurion. È chiaro che durante una guerra terribile in cui devono essere prese molte decisioni che richiedono i poteri integrali del governo, una crisi politica che portasse a nuove elezioni (tecnicamente impossibili prima dell’autunno) porterebbe a una paralisi devastante, anche se auspicata da qualche oppositore estremista. Ed è probabile che il fronte dei nemici di Israele conti proprio su questo indebolimento per cavarsela e reclamare la vittoria. La partita politica è piena di colpi di scena e decisiva tanto sul fronte internazionale che su quello interno, mentre la guerra prosegue col suo passo lento.

(Shalom, 30 giugno 2024)

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La stella e la croce. L’antisemitismo in Svizzera dopo il 7 ottobre

di Nathan Greppi

Nonostante venga spesso percepito nell’immaginario collettivo come un paese neutrale che non prende posizione nei conflitti internazionali, anche in Svizzera dopo il 7 ottobre si è assistito ad un crescente odio nei confronti degli ebrei e di Israele. Un odio che in taluni casi si è tradotto in atti violenti, come dimostrano i fatti di inizio marzo, quando un cinquantenne ebreo ortodosso è stato accoltellato da un adolescente a Zurigo. Mentre a febbraio, un negozio di sci a Davos si è rifiutato di noleggiare i propri equipaggiamenti sportivi ai turisti ebrei.
  Nello stesso paese che nel 1897 ospitò a Basilea il primo Congresso Sionista, e che oggi conta una popolazione ebraica di poco più di 18.000 persone, nel 2023 gli episodi di antisemitismo avvenuti al di fuori di internet erano triplicati rispetto all’anno precedente: 155 in totale, dei quali 114 verificatisi dopo il 7 ottobre, contro solo 57 episodi avvenuti in tutto il 2022.

• LA SITUAZIONE GENERALE
  Se da un lato prima del 7 ottobre gli episodi di antisemitismo erano rari, dall’altro lato “esiste un antisemitismo latente che oggi si esprime in una posizione drastica contro Israele, attuando una sovrapposizione che fa confusione tra religione e Stato”, spiega a Mosaico Micaela Goren Monti, presidente della Goren Monti Ferrari Foundation con sede a Lugano. “Purtroppo anche in Canton Ticino, come nel resto del mondo, si dimenticano le uccisioni, gli stupri e i massacri compiuti da Hamas e non si tiene in debita considerazione la necessità di Israele di difendersi e prevenire nuovi massacri, che senza l’annientamento di Hamas si ripeterebbero”.
  Prima del massacro compiuto da Hamas e il successivo scoppio della guerra a Gaza, la Svizzera era “quasi un paradiso, dove non avevamo molti incidenti”, racconta Jonathan Kreutner, segretario generale della FSCI (Federazione svizzera delle comunità israelite). “Dopo il 7 ottobre, c’è stata un’esplosione di episodi di antisemitismo, comprese le aggressioni fisiche che non avevamo mai subito in una tale quantità. Se un tempo era un paese pacifico, oggi niente è più come prima”.
  Quando si tratta di garantire la sicurezza delle comunità ebraiche svizzere, spiega Kreutner, “per molto tempo le autorità non hanno fatto nulla. Abbiamo lottato per anni affinché ci aiutassero con la sicurezza. Oggi non vi è luogo ebraico in Svizzera che non sia attentamente sorvegliato, ma è un traguardo che abbiamo raggiunto solo dopo un lungo percorso”.

• LA NARRAZIONE MEDIATICA
  Per quanto riguarda l’operato dei media svizzeri, “sto riscontrando un antisemitismo palese, sia da parte dell’opinione pubblica che della televisione e dei giornali”, ci spiega Giuseppe Giannotti: già giornalista del quotidiano ligure Il Secolo XIX e autore del libro Israele, verità e pregiudizi (De Ferrari, 2008), oggi è il portavoce dell’Associazione Svizzera-Israele (Sezione Ticino). “La RSI, in particolare, è totalmente sbilanciata, e prende per oro colato tutto quello che dice Hamas. Con la nostra associazione, abbiamo avuto un incontro con il direttore della RSI Mario Timbal, al quale abbiamo chiesto di essere più obiettivo; per tutta risposta, questi si è offeso e le osservazioni che gli abbiamo fatto sono finite nel nulla. Di recente hanno anche intervistato la relatrice dell’ONU per i Territori palestinesi Francesca Albanese, nonostante sia totalmente di parte e sbugiardata, dedicandole un’ora di programma senza alcun contraddittorio”.
  Aggiunge che “spesso si dice che la Svizzera sia uno Stato neutrale; in realtà non lo è affatto, ma riflette un sentimento diffuso in tutti i paesi. Inoltre, nei media ritorna sempre questo lessico per cui, nei titoli, si dice che i palestinesi vengono ‘uccisi’, mentre gli israeliani sono ‘morti’. Questo serve ad alimentare il luogo comune secondo il quale i palestinesi sono vittime e gli israeliani aggressori. Anche a me, che sono ebreo, a volte mi capita di incontrare persone qui in Svizzera che mi dicono ‘voi a Gaza state facendo…’, al che io gli rispondo: voi chi? Io sono italiano. E allora specificano ‘voi ebrei’. Identificano tutti gli ebrei con Israele”.
  Allargando lo sguardo anche ai media svizzeri di lingua tedesca e francese, non è dello stesso avviso Kreutner, secondo il quale la narrazione mediatica del conflitto “oggi è molto più obiettiva di quanto non lo fosse in passato. Credo che alla luce del crescente antisemitismo vi sia una maggiore consapevolezza della necessità di essere obiettivi”.

• I BOICOTTAGGI ACCADEMICI E ARTISTICI
  Nemo, il cantante svizzero che ha vinto l’Eurovision Song Contest 2024, a marzo era tra nove partecipanti alla gara che avevano firmato un appello per chiedere un cessate il fuoco a Gaza. E a Zurigo, durante l’Art Weekend tenutosi dal 7 al 9 giugno, graffiti antisionisti sono stati trovati davanti alla Galleria d’arte Bernheim e al Cabaret Voltaire, noto per essere il locale dove è nata la corrente artistica del dadaismo.
  Sebbene oggi gli appelli al boicottaggio d’Israele negli atenei svizzeri siano più forti di quanto non siano mai stati in precedenza, secondo Kreutner “finora hanno ottenuto pochi risultati concreti”. Giannotti invece spiega che “qui a Lugano, ci sono state proteste degli studenti all’Università della Svizzera Italiana, anche se poi è emerso che molti non erano studenti ma infiltrati. Con loro c’era anche l’ex-rettore, Boas Erez (di origini ebraiche ma convertitosi al cattolicesimo), notoriamente di sinistra e che si adegua alle mode in maniera superficiale. Se vai a chiedere a questi studenti cosa sanno davvero di Israele, scopri che non sanno niente, ma sventolano la bandiera palestinese per seguire una moda”.
  A tal proposito, la Goren Monti ci tiene a specificare che la “manifestazione di fronte all’USI, che io immagino sia stata organizzata da elementi esterni all’università stessa, è stata un ‘seguire l’onda’ poco sentito dalla maggioranza degli studenti”.

(Bet Magazine Mosaico, 30 giugno 2024)

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Regno Unito – Sondaggio: uscito di scena Corbyn, gli ebrei tornano al Labour

Il più grande sondaggio sulle intenzioni di voto degli ebrei britannici mai realizzato è stato da poco pubblicato dall’Institute for Jewish Pollicy Research (JPR). Firmato da Carli Lessof e da Jonathan Boyd, spiega che il campione intervistato sostiene maggiormente il partito laburista rispetto alla popolazione generale del Regno Unito.
  Con l’avvicinarsi delle elezioni, i sondaggi mostrano che il partito laburista è avanti di 20 punti percentuali rispetto ai conservatori. Una media delle rilevazioni sulle intenzioni di voto vede i laburisti al 41,9% e i conservatori al 22,2%, con Reform UK al 15,0%, davanti a Liberal Democratici, Verdi, Partito nazionale scozzese (SNP), Plaid Cymru e altri.
  Il JPR Research Panel, ha approfondito l’argomento elezioni presentando i dati raccolti grazie a 2.717 rispondenti ebrei che hanno risposto al Jewish Current Affairs Survey tra il 14 e il 20 giugno 2024. I punti principali citati nel report dicono che il 46% degli ebrei nel Regno Unito intende votare per il partito laburista, rispetto al 42% della popolazione britannica generale, e simmetricamente il 30% intende votare per il partito conservatore, contro il 22% della popolazione britannica generale. Reform UK ha attirato il 6% degli elettori ebrei, meno della metà del 15%, dato nazionale. Combinando però i voti conservatori e riformisti del Regno Unito, la percentuale di voti di destra tra gli ebrei (36%) non è significativamente diversa da quella riscontrata tra la popolazione generale del paese (37%). Ci sono differenze significative nelle intenzioni di voto degli ebrei in base alla denominazione, con i più tradizionalisti e gli ortodossi propensi a votare per i conservatori mentre gli ebrei riformati o non affiliati sono molto più propensi a votare laburista. I dati raccolti durante l’attuale governo mostrano che il sostegno al Labour tra gli ebrei è risalito, rispetto al minimo storico dell’11% registrato nelle elezioni generali del 2019, quando Jeremy Corbyn guidava il partito. Le donne ebree, infine, tendono di più a votare laburista rispetto agli uomini ebrei; e il 29% degli ebrei sotto i 30 anni afferma che non voterà per nessuno dei tre grandi partiti tradizionali.

(moked, 30 giugno 2024)

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Scoperta israeliana: il vetro che si autoripara con l’acqua

di Jacqueline Sermoneta

È una scoperta che può rivoluzionare numerosi settori come l’ottica e l’elettrottica, la comunicazione satellitare, il telerilevamento e la biomedicina. Si tratta di vetro innovativo che ha la capacità di autoassemblarsi e autoripararsi con l’acqua, a temperatura ambiente. Lo studio è stato condotto dai ricercatori dell’Università di Tel Aviv (TAU) ed è stata pubblicato di recente sulla rivista ‘Nature’.
  “Nel nostro laboratorio studiamo la bioconvergenza e, in particolare, utilizziamo le straordinarie proprietà della biologia per produrre materiali innovativi – ha spiegato il Prof. Ehud Gazit della Scuola Shmunis della TAU – Ci occupiamo, fra l’altro, delle sequenze di amminoacidi – i mattoni delle proteine. Gli amminoacidi e i peptidi hanno una tendenza naturale a connettersi e a formare strutture ordinate con una disposizione periodica definita. Tuttavia, durante la ricerca, abbiamo scoperto che un singolo peptide si comporta in modo diverso da tutto quello che conosciamo: non ha formato alcuna struttura ordinata, ma amorfa, disordinata, ciò che definisce il vetro”.
  Sebbene sia privo di una struttura interna ordinata, il vetro presenta proprietà meccaniche simili a quelle di un solido. Il vetro comune viene prodotto raffreddando rapidamente materiali fusi a temperature altissime. Invece, il vetro peptidico scoperto dagli studiosi “si forma spontaneamente a temperatura ambiente, senza bisogno di energia come il calore o la pressione. – ha detto la ricercatrice Gal Finkelstein-Zuta della TAU – Basta sciogliere una polvere in acqua, come per fare il ‘Kool-Aid’, e si forma. Per esempio, con il vetro innovativo abbiamo realizzato delle lenti. Invece di sottoporle a un lungo processo di levigatura e lucidatura, abbiamo semplicemente aggiunto gocce d’acqua sulla superficie, dove possiamo controllarne la curvatura – e quindi la messa a fuoco – solo regolando il volume della soluzione”.
  “È la prima volta che si riesce a creare un vetro molecolare in condizioni semplici. – ha aggiunto il Prof. Gazit – Tuttavia, non sono meno importanti le sue proprietà, davvero uniche. Da un lato è molto resistente e dall’altro è molto trasparente, molto più del vetro comune”. “Il vetro silicato che conosciamo è trasparente al range dello spettro visibile, mentre il vetro molecolare è trasparente fino al range degli infrarossi. Questo ha molte applicazioni in campi come quello satellitare, il telerilevamento, le comunicazioni e l’ottica. È anche un forte adesivo: è possibile incollare superfici differenti insieme e, allo stesso tempo, ha la capacità di autoripararsi quando si formano delle crepe al suo interno. Ha una serie di proprietà che non esistono in alcun vetro al mondo, con un grande potenziale nella scienza e nell’ingegneria. Tutto questo è stato ottenuto unicamente da un singolo peptide, un piccolo ‘pezzo’ di proteina”.

(Shalom, 30 giugno 2024)

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«L’Ucraina porta avanti una guerra per procura di cui è la prima vittima»

«I piani di conquista di Putin, così come la resistenza di Zelensky, sono utopia. Ma sarà Kiev a pagare il prezzo più alto: dipende sempre più dall'Occidente».

di Franco Battaglia

Nato e cresciuto nell'Ucraina occidentale, Ivan Katchanovsk:i è professore presso la Scuola di studi politici dell'Università di Ottawa. In precedenza ha ricoperto incarichi accademici presso il Davis Center for Russian and Eurasian Studies dell'Università di Harvard, il Dipartimento di Politica dell'Università dello Stato di New York a Potsdam, il Dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Toronto e il Kluge Center della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. E' specializzato nella politica dell'Ucraina, nei conflitti che la coinvolgono, nelle divisioni politiche regionali e nei movimenti separatisti in Ucraina e Moldavia. Autore di numerosi libri, ne ha in cantiere tre che riguardano, uno, la guerra Russia-Ucraina e le sue origini, un altro, il massacro di Maidan, e il terzo l'Ucraina moderna. E da molti anni prima che accadesse realmente che il professore metteva in guardia sulla possibilità molto concreta di un'invasione russa dell'Ucraina.

- Professor Katchakovski, si usa dire che nelle guerre la prima vittima è la verità. Come studioso di spicco e, data la sua storia personale, anche come testimone diretto, qual è la sua verità?
  «Sì, in effetti, le bugie hanno contribuito all'inizio della guerra e al gran numero di vittime. Contrariamente a quanto sostiene il governo russo, l'invasione russa dell'Ucraina nel febbraio 2022 è stata illegale secondo il diritto internazionale. Ma questa guerra avrebbe potuto essere evitata dal governo ucraino, dagli Stati Uniti, dalla Nato e dalla Ue - ad esempio, attuando gli accordi di Minsk, rendendo l'Ucraina neutrale e offrendole l'adesione alla Ue. Questa guerra è stata provocata, a differenza di quel che sostengono i governi occidentali e gran parte dei media.
  Tuttavia, con l'invasione del febbraio 2022, la Russia ha drasticamente inasprito sia i conflitti con l'Ucraina e l'Occidente sia la guerra civile nel Donbass».

- Come nacque la guerra civile?
  «Nacque col rovesciamento violento, illegale e antidemocratico del legittimo governo ucraino filorusso, un rovesciamento sostenuto dall'Occidente, attraverso il massacro di Maidan e i tentativi di assassinare il presidente legittimo (Vìktor Yanukovych), perpetrati dagli elementi oligarchici e di estrema destra del Paese».

- Come si fa a dirlo?
  «Perché è recente il verdetto del processo sul massacro di Maidan in Ucraina. Il verdetto ha confermato i risultati delle mie ricerche, ovvero che molti attivisti di Maidan sono stati uccisi e feriti e che i giornalisti britannici della Bbc e tedeschi dell'Ard sono stati colpiti non dalla polizia ma da cecchini nell'Hotel Ukraine, controllato dall'estrema destra, e in altri edifici controllati da Maidan. Il verdetto ha inoltre confermato che non c'è stata alcuna partecipazione russa al massacro e che non ci sono stati ordini di massacro da parte di Yanukovych. Questo massacro ha innescato il rovesciamento violento e illegale di Yanukovych, che è stato falsamente incolpato di averlo ordinato, e ha causato un'escalation del conflitto tra Russia e Ucraina e tra Russia e Occidente. In particolare, ha provocato l'annessione della Crimea alla Russia, la guerra civile e gli interventi militari russi nel Donbass e, infine, l'invasione russa illegale e la guerra in corso in Ucraina.
  Tutte le prove suggeriscono che il piano di invasione russo non prevedeva l'occupazione o l'annessione dell'intera Ucraina. L'obiettivo iniziale di Mosca era di costringere Kiev ad accettarne le richieste, come lo status di neutralità dell'Ucraina: i negoziati di pace sono iniziati pochi giorni dopo l'invasione. Esistono prove schiaccianti di una bozza di accordo di pace per porre fine alla guerra nella primavera del 2022. E’ stato confermato dal capo della delegazione ucraina ai colloqui di pace, da funzionari vicini a Zelensky, dall'ex primo ministro israeliano, dall'ex cancelliere tedesco, dal ministro degli Esteri turco, dal presidente russo Putin, dal capo della delegazione russa ai colloqui di pace, dal ministro degli Esteri russo, da diversi ex alti funzionari statunitensi, dall'ex consigliere di Zelensky e dall'ambasciatore ucraino, e da tutti coloro che hanno partecipato ai colloqui di pace o ne erano a conoscenza. Le prime otto di queste fonti, provenienti da Ucraina, Israele, Turchia e Russia, hanno dichiarato, esplicitamente o implicitamente, che l'accordo di pace è stato bloccato da Stati Uniti e Regno Unito. Le bozze dell'accordo di pace sono state poi pubblicate dal New York Times. Zelensky ha abbandonato i negoziati subito dopo la visita del primo ministro britannico Boris Johnson del 9 aprile 2022».

- Cosa prevedeva l'accordo?
  «Prevedeva il ritiro delle forze russe dal territorio ucraino ad eccezione della Crimea (annessa dalla Russia nel 2014) e del Donbass (controllato dai separatisti). Putin ha annesso illegalmente i territori ucraini sotto il controllo russo nell'ottobre 2022, dopo il fallimento dell'accordo di pace».

- Ma si dice che gli ucraini difendano la loro patria ....
  «La rappresentazione degli ucraini come contrari a qualsiasi accordo di pace a meno che la Russia non venga sconfitta, e disposti a combattere la Russia finché non sarà sconfitta e finché l'Ucraina non si riprenderà la Crimea e il Donbass, si basa su inaffidabili sondaggi di opinione e sulla propaganda di massa. Migliaia di video su Telegram, Twitter e sui media ucraini hanno mostrato la mobilitazione forzata di uomini in diverse località dell'Ucraina. La nuova legge sulla mobilitazione vuole mobilitare anche i disabili e i cittadini ucraini all'estero, anche i doppi cittadini e i residenti permanenti di Paesi stranieri, e prevede pene severe per chi si sottrae alla coscrizione o alla registrazione per il servizio militare. Quasi subito dopo l'invasione russa, Zelensky ha vietato agli uomini di età compresa tra i 18 e i 60 anni di lasciare l'Ucraina. Tuttavia, nonostante il divieto, i dati Eurostat hanno mostrato che più di 600.000 uomini ucraini in età militare sono fuggiti nei Paesi della Ue, in Svizzera, Liechtenstein e Norvegia. Un ex consigliere di Zelensky ha rivelato che più di 4 milioni di uomini ucraini hanno evitato di recarsi ai centri di reclutamento militare, non solo per la mobilitazione, ma anche per il controllo dei propri dati personali».

- In breve, è Zelensky che non vuole la pace?
  «Zelensky ha detto che il suo piano di pace consiste nel continuare la guerra per almeno altri quattro anni fino a quando "la Russia si ritirerà da tutto il territorio ucraino, pagherà le riparazioni e sarà punita per i crimini di guerra". Le possibilità che ciò accada sono prossime allo zero. Ma il suo potere in Ucraina si basa sulla continuazione della guerra, che è anche una guerra per procura tra la Nato e la Russia. L'Ucraina è uno Stato cliente degli Stati Uniti dal rovesciamento, sostenuto dall'Occidente, del governo ucraino nel 2014. Il Vertice di Pace è stato più che altro un evento di «public relations», senza un vero piano di pace. Anche le condizioni poste da Putin per avviare i colloqui di pace dopo il ritiro delle forze ucraine da tutte e quattro le regioni annesse dalla Russia nel 2022 non sono realistiche: la Russia cerca di costringere l'Ucraina e l'Occidente ad accettare un accordo di pace alle sue condizioni continuando la guerra».

- Pensa che l'Ucraina finirà per entrare nella Nato?
  «Sebbene i leader occidentali e Zelensky sostengano che l'Ucraina entrerà a far parte della Nato, le possibilità che ciò accada sono molto scarse. Diversi alti funzionari e politici statunitensi hanno ammesso che questa è una guerra per procura. Ma la guerra per procura ha prolungato la guerra. Le massicce forniture di armi da parte dei membri della Nato guidati dagli Stati Uniti e degli Stati membri della Ue, l'intelligence, i consiglieri, la pianificazione e l'addestramento militare e gli aiuti economici su larga scala hanno permesso all'Ucraina di continuare la sua resistenza contro le forze russe e i separatisti del Donbass. Ma le forniture militari hanno anche reso l'Ucraina fortemente dipendente dal sostegno dei Paesi della Nato e della Ue».

- Come finirà?
  «Difficile dirlo, ma l'unico problema è l'entità della sconfitta dell'Ucraina, la perdita di vite e di territorio ucraino, tutte cose che potrebbero essere ridotte con una soluzione pacifica. Più la guerra continua, più vite ucraine andranno perse e più danni all'Ucraina saranno inflitti dalle forze russe. E le condizioni per la pace sarebbero sempre più punitive per l'Ucraina».

(La Verità, 29 giugno 2024)

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Perché i generali israeliani si trovano raramente nello spettro della destra?

Come mai i generali israeliani hanno un problema fondamentale con la politica di destra in Israele?

di Aviel Schneider

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Guerra dei Sei Giorni 1967: il Ministro della Difesa Moshe Dayan entra nella Città Vecchia con
il Capo di Stato Maggiore Itzchak Rabin (a destra) e il comandante di Gerusalemme Uzinarkis 

GERUSALEMME - La maggior parte dei capi di stato maggiore israeliani, così come i capi del servizio segreto israeliano Mossad o del servizio di sicurezza Shin Bet, tendono a essere di centro-sinistra per quanto riguarda le politiche di Israele. Perché il 95% di tutti gli alti funzionari della sicurezza, i capi della sicurezza, i capi di stato maggiore, i generali, gli eroi di guerra e i ministri della difesa non hanno mai sostenuto le politiche nazionaliste di destra della nazione di Israele?

• IDEOLOGIA DI DESTRA
  Su 13 capi di stato maggiore entrati nella politica israeliana, solo uno ha sposato un'ideologia di destra. Si tratta di Rafael Eitan, capo del partito Zomet. 27 generali hanno fatto politica, ma solo due erano di destra, Rehavam Zeevi (partito Moledet) e Avraham Yaffe. Tutti gli altri erano al centro, con motivazioni di destra o ancor più di sinistra. Cosa ha tenuto questi generali e leader lontani dalla politica di destra di Israele? è questo che li rende automaticamente radicali di sinistra, anarchici e traditori, come sostengono i politici di destra e i loro elettori?
  Penso che ci sia qualcosa di più. Lo Stato di Israele si è "alzato con il piede sinistro" nel 1948. E tuttavia non per questo Israele era “scontento e scontroso". La promessa biblica si è realizzata con generali e politici socialisti di sinistra. Lo Stato di Israele non è stato fondato con un governo nazionalista di destra.
  Mi sorprende che ministri attuali come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich si preoccupino quasi solo ossessivamente della sicurezza di Israele, non avendo prestato servizio nell'esercito o avendo svolto solo un lavoro minimo nell'esercito. Inoltre, la loro attuale coalizione, che è un "governo nazionalista di destra a tutti gli effetti", come sottolineano ripetutamente, non offre maggiore sicurezza, nonostante lo abbiano promesso ai loro elettori. Inoltre, loro e i loro colleghi di partito criticano i generali israeliani in azione 24 ore su 24, che a loro avviso non garantiscono una sicurezza sufficiente per i coloni ebrei nel cuore biblico di Giudea e Samaria. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Yoav Galant hanno già dovuto scusarsi più volte per le critiche inaccettabili dei loro colleghi di partito.

• CAMBIO DI GOVERNO
  Dal cambio di governo del 1977, quando il partito di destra Likud vinse per la prima volta le elezioni sotto la guida di Menachem Begin ponendo così fine al trentennale potere del governo di sinistra Mapai, almeno sei capi dello Shin Bet su dieci sono appartenuti alla cosiddetta sinistra. Nello stesso periodo, degli otto capi del Mossad, sei erano di sinistra.
  Tra i capi di stato maggiore di Israele in questo periodo, se ne contano anche nove, tra cui Itzchak Rabin. Gli altri non erano di destra, ma sempre politicamente al centro. Sono tutti comandanti di spicco e di grande esperienza, comandanti e generali che hanno servito nella difesa quotidiana di Israele per oltre quarant'anni. Leader e modelli che hanno permesso al popolo di Israele in Sion di dormire sonni tranquilli. Queste persone conoscono i pericoli più acuti rispetto ai comuni cittadini del Paese. Tutti coloro che prestano servizio ad alto livello nel sistema di sicurezza sono esposti a una grande quantità di intelligence durante il loro servizio e partecipano alle valutazioni strategiche e alla definizione della difesa dei confini del Paese e dei suoi abitanti. La sicurezza di Israele è stata nelle loro mani e nessuno può togliergliela.

• RIFORMA GIURIDICA
  Di fronte alla controversa riforma legale, le voci di numerosi generali, capi di stato maggiore ed ex capi del Mossad, dello Shin Bet e della polizia si levano ora contro i piani del governo nazionalista di destra di Benjamin Netanyahu. Ex capi di stato maggiore come Ehud Barak, Dan Halutz, Bugi Yaalon e Gadi Eizenkot stanno tutti avvertendo di un imminente collasso della democrazia israeliana se l'attuale governo porterà avanti la riforma legale senza un accordo con l'opposizione.
  Il più feroce critico del governo è Ehud Barak, che si dice abbia un'unica intenzione, quella di far cadere il governo Netanyahu. Molto tempo fa, entrambi hanno prestato servizio nell'unità d'élite Sayeret Matkal ed erano grandi amici. Come altri capi di stato maggiore, anche lui ora mette in guardia da una svolta messianica che, a suo avviso, spingerebbe il popolo nell'abisso. Ma in sostanza, l'idea esistenziale di Israele come patria ebraica è un'idea messianica, basata sulle visioni bibliche dei profeti, cosa che è affermata persino nella Dichiarazione di Indipendenza.

• APARTHEID?
  L'ex maggiore generale e vice capo del Mossad, Amiram Levin, ha recentemente affermato che in Giudea e Samaria vige l'apartheid e che l'esercito israeliano è coinvolto in crimini di guerra, come è accaduto in Germania: "Chiunque cammini per le strade di Hebron vede dove agli arabi non è permesso camminare. Non possiamo ignorarlo". Questo ha fatto arrabbiare la destra del popolo, perché i palestinesi compiono attacchi contro gli ebrei e quindi vengono prese misure di sicurezza che spesso non sono positive. La situazione dei palestinesi non può essere paragonata a quella degli ebrei nell'impero nazista. Inoltre accusa Netanyahu di essere stato strumentalizzato politicamente da un gruppo messianico che non conosce la democrazia. Si riferisce a Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.
  Le riforme legali stanno suscitando nella leadership della sicurezza israeliana spiriti ed emozioni che forse non sarebbero mai esplosi in questo modo se le riforme legali, alcune delle quali davvero necessarie, fossero state sancite in un accordo nazionale alla Knesset. Il fatto importante non è la situazione attuale tra la gente, dove entrambe le parti perdono la testa e spesso dicono cose inutili, la domanda importante è: perché quasi tutti i generali e i capi dell'apparato di sicurezza israeliano si sono tenuti a distanza per decenni dai governi di destra?

• DIETRO LE QUINTE
  Voci e pubblicisti di destra ritengono che questi generali, capi di stato maggiore, vice capi di stato maggiore, capi dello Shin Bet e del Mossad abbiano tutti lo stesso obiettivo di tirare il timone a sinistra nella politica di sicurezza di Israele. Ammesso che questo sia vero, bisogna chiedersi perché. Si tratta di persone che, dietro le quinte, sanno tutto sui pericoli esistenziali di Israele. Capiscono che il futuro di Israele è in pericolo se le cose vanno avanti così. Capiscono che il ritorno degli ebrei a Sion e la terza rinascita di Israele sono una catastrofe per l'altra parte. Capiscono che un popolo che si sente conquistato non rinuncerà mai alla lotta per la liberazione. E allo stesso tempo, vedono anche i limiti strategici e tattici di Israele per il futuro.
  A lungo termine, Israele non sopravviverà a questo conflitto di logoramento con i palestinesi e all'ambiente ostile. Una spiegazione che ho sentito innumerevoli volte dai miei amici di sinistra è: "Sono stati nell'esercito, nel Mossad e nello Shin Bet, nella polizia, e capiscono i limiti del potere. Dopo il servizio, si uniscono alle voci ragionevoli". Forse, ma anche a destra ci sono voci e idee ragionevoli.

• RIPENSARE
  Questo mi ricorda il film documentario israeliano del 2013 The Gatekeepers, in cui sei ex capi dello Shin Bet israeliano, Avraham Shalom, Yakov Peri, Karmi Gilon, Ami Ayalon, Avi Dichter e Yuval Diskin, raccontano il loro servizio. Alla fine, tutti concludono che il potere di Israele nel conflitto israelo-palestinese è limitato. Mettono in discussione il loro servizio e la sua influenza etica e strategica sullo Stato di Israele.
  Israele deve ripensare, e questo ripensamento non piace alla  destra, perché con più potere e ancora più potere, anche i nemici di Israele diventano peggiori. Nel documentario, Jakov Peri sottolinea alla fine che lui e i suoi colleghi si sono spostati più a sinistra perché le cose non possono andare avanti così. Difendono lo Stato di Israele e allo stesso tempo comprendono la sofferenza dei palestinesi. Finché loro soffriranno, anche il popolo ebraico di Sion soffrirà.

• E NETANYAHU?
  Possiamo chiederci perché Benjamin Netanyahu, in qualità di Primo Ministro, non abbia mai fatto un chiaro passo politico verso destra, anzi, è responsabile del ritiro delle truppe da Hebron, la città biblica dei patriarchi. E non è tutto. Pochi mesi dopo essere stato eletto per un secondo mandato nel 2009, ha presentato la soluzione dei due Stati nel famoso discorso di Bar-Ilan del giugno 2009. La spartizione delle terre non è una politica di destra. E perché Netanyahu non ha mai sciolto Hamas, come ha ripetutamente proposto? Netanyahu si è sempre comportato con moderazione nelle operazioni nella Striscia di Gaza. Quello che vogliono i suoi ministri Ben-Gvir e Smotrich in questi giorni è molto diverso.
  Ariel Sharon, che ha combattuto per la politica degli insediamenti ebraici come generale e infine ha evacuato l'intera Striscia di Gaza come Primo Ministro, ha detto notoriamente: "Quello che si vede da qui, non si vede da lì". Perché il leggendario Menachem Begin evacuò la penisola del Sinai non appena fu eletto Primo Ministro nel 1977? Questa è stata una politica tutt'altro che di destra. Questo fa di Begin, Sharon e Netanyahu dei traditori? Certo che no, ma l'apparato di sicurezza israeliano vede la realtà e il pericolo che circonda Israele dietro le quinte, e questo non può essere risolto con più urla alla Knesset o con più bombe sui nostri nemici. Con l'esperienza della storia ebraica, queste persone temono che l'attuale governo sia un pericolo per l'esistenza di Israele. Questo è ciò che credono veramente e questo è il modo in cui l'ex capo del Mossad Tamir Pardo, che è stato nominato da Benjamin Netanyahu, ha detto.

• IL MEGLIO PER ERETZ ISRAEL?
  Forse, solo forse, questi eroi di guerra, generali e capi della sicurezza che hanno sacrificato tutti i loro anni per il Paese, rischiando la vita, inviando soldati in guerre e operazioni e ordinando le operazioni più spettacolari di Israele, lasciando il mondo a bocca aperta con operazioni come Entebbe, realizzandone altre di cui non sentiremo mai parlare, persone che hanno formato la forza di difesa di Israele, che hanno reso il Mossad e lo Shin Bet le migliori organizzazioni del loro genere al mondo - forse vogliono solo il meglio per la terra di Eretz Israel. Forse queste persone non odiano il Paese come spesso viene dipinto nei nostri giorni, solo perché si oppongono alle riforme legali dei governi di destra.
  Forse non sono davvero traditori e anticristiani. Dopo tutto, la stragrande maggioranza di questi israeliani non è mai stata dalla parte destra della politica in tutta la storia dello Stato di Israele. Nessuno può rimproverarli di essersi spostati ancora più a sinistra a causa di Bibi e delle sue riforme di destra. Anche prima delle riforme legali, queste persone hanno capito Zaccaria: "Non per potenza né per forza, ma per il mio Spirito, dice il Signore degli eserciti" (Zaccaria 4:6). 
  È stato proprio con queste parole del profeta Zaccaria che ho prestato giuramento come giovane soldato al Muro del Pianto di Gerusalemme negli anni '80, con una Bibbia e un fucile. Tra l'altro, mia moglie Anat mi ha appena ricordato che anche mio padre aveva questo esatto versetto in ebraico לֹא בְחַיִל וְלֹא בְכֹחַ כִּי אִם בְּרוּחִי"" attaccato sul cruscotto della sua auto.
  L'apparato di sicurezza israeliano sa che l'esercito e la forza sono un potere limitato e non garantiscono la sopravvivenza. Solo lo Spirito di Dio può salvare Israele in questo caso. E deve intervenire con urgenza nel paese.

(Israel Heute, 30 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Ma davvero questi generali israeliani hanno capito la profezia di Zaccaria? Dopo aver riconosciuto i limiti della forza militare, hanno ricercato la forza dello Spirito di Dio? Ha qualcuno di loro ricordato al popolo quello che fece il re Giosafat quando udì che i Moabiti e gli Ammoniti marciavano contro di lui? M.C.


2 CRONACHE, cap. 20

1 Dopo queste cose, i figli di Moab, e i figli di Ammon, e con loro dei Maoniti, marciarono contro Giosafat per fargli guerra. 2 Vennero dei messaggeri a informare Giosafat, dicendo: “Una grande moltitudine avanza contro di te dall'altra parte del mare, dalla Siria, ed è giunta ad Asason-Tamar”, che è En-Ghedi. 3 Giosafat ebbe paura, si dispose a cercare l'Eterno, e bandì un digiuno per tutto Giuda. 4 Giuda si radunò per implorare aiuto dall'Eterno, e venivano gli abitanti da tutte quante le città di Giuda per cercare l'Eterno. 5 Giosafat, stando in piedi in mezzo all'assemblea di Giuda e di Gerusalemme, nella casa dell'Eterno, davanti al cortile nuovo, disse:
    6 “O Eterno, Dio dei nostri padri, non sei tu l'Iddio dei cieli? Non sei tu che domini su tutti i regni delle nazioni? Non hai tu nelle tue mani la forza e la potenza, in modo che nessuno ti può resistere? 7 O Dio nostro, non sei tu colui che scacciò gli abitanti di questo paese davanti al tuo popolo Israele, e lo desti per sempre alla discendenza di Abraamo, il quale ti amò? 8 E quelli lo hanno abitato e vi hanno costruito un santuario per il tuo nome, dicendo: 9 'Quando ci cadrà addosso qualche calamità, spada, giudizio, peste o carestia, noi ci presenteremo davanti a questa casa e davanti a te, poiché il tuo nome è in questa casa; e a te grideremo nella nostra tribolazione, e tu ci udrai e ci salverai'. 10 Ora ecco che i figli di Ammon e di Moab e quelli del monte Seir, nelle cui terre non permettesti a Israele di entrare quando veniva dal paese d'Egitto, ed egli li lasciò da parte e non li distrusse, 11 eccoli che ora ci ricompensano, venendo a scacciarci dalla eredità di cui ci hai dato il possesso. 12 Dio nostro, non giudicherai costoro? Poiché noi siamo senza forza di fronte a questa grande moltitudine che avanza contro di noi; non sappiamo cosa fare, ma i nostri occhi sono su di te!”.
13 E tutto Giuda, perfino i bambini, le mogli, i figli, stavano in piedi davanti all'Eterno. 14 Allora lo Spirito dell'Eterno investì in mezzo all'assemblea Iaaziel, figlio di Zaccaria, figlio di Benaia, figlio di Ieiel, figlio di Mattania, il Levita, tra i figli di Asaf. 15 Iaaziel disse: “Porgete orecchio, voi tutti di Giuda, e voi abitanti di Gerusalemme, e tu, o re Giosafat! Così vi dice l'Eterno: 'Non temete e non vi spaventate a causa di questa grande moltitudine; poiché questa battaglia non è vostra, ma di Dio. 16 Domani, scendete contro di loro; eccoli che vengono su per la salita di Sis, e voi li troverete all'estremità della valle, di fronte al deserto di Ieruel. 17 Questa battaglia non sarete voi a combatterla: presentatevi, tenetevi fermi, e vedrete la liberazione che l'Eterno vi darà. O Giuda, o Gerusalemme, non temete e non vi spaventate; domani, uscite contro di loro, e l'Eterno sarà con voi'”. 18 Allora Giosafat chinò la faccia a terra, e tutto Giuda e gli abitanti di Gerusalemme si prostrarono davanti all'Eterno e lo adorarono. 19 I Leviti tra i figli dei Cheatiti e tra i figli dei Coraiti si alzarono per lodare ad altissima voce l'Eterno, l'Iddio d'Israele. 20 La mattina seguente si alzarono di buon'ora, e si misero in cammino verso il deserto di Tecoa; e mentre si mettevano in cammino, Giosafat, stando in piedi, disse: “Ascoltatemi, o Giuda, e voi abitanti di Gerusalemme! Credete nell'Eterno, il vostro Dio, e sarete al sicuro; credete ai suoi profeti, e trionferete!”. 21 E dopo aver tenuto consiglio con il popolo, stabilì dei cantori che, vestiti di paramenti sacri, cantassero le lodi dell'Eterno e, camminando alla testa dell'esercito, dicessero: “Celebrate l'Eterno, perché la sua benignità dura in eterno!”. 22 Appena cominciarono i canti di gioia e di lode, l'Eterno tese un'imboscata contro i figli di Ammon e di Moab e contro quelli del monte Seir che erano venuti contro Giuda; e rimasero sconfitti.



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Il centurione di Capernaum

di Marcello Cicchese

LUCA, cap. 7

  1. Dopo che egli ebbe finito tutti i suoi ragionamenti al popolo che l'ascoltava, entrò in Capernaum.
  2. Il servo di un certo centurione, che gli era molto caro, era malato e stava per morire;
  3. il centurione, avendo udito di Gesù, gli mandò degli anziani dei Giudei per pregarlo che venisse a salvare il suo servo.
  4. Ed essi, presentatisi a Gesù, lo pregavano con insistenza, dicendo: “Egli è degno che tu gli conceda questo,
  5. perché ama la nostra nazione ed è lui che ci ha edificato la sinagoga”.
  6. Gesù s'incamminò con loro e ormai non si trovava più molto lontano dalla casa, quando il centurione mandò degli amici a dirgli: “Signore, non ti dare questo incomodo, perché io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto,
  7. perciò non mi sono neppure reputato degno di venire da te, ma di' una parola e il mio servo sarà guarito.
  8. Poiché anch'io sono uomo sottoposto all'autorità altrui e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: 'Va'' ed egli va; a un altro: 'Vieni' ed egli viene; e al mio servo: 'Fa' questo' ed egli lo fa”.
  9. Udito questo, Gesù restò meravigliato di lui e, rivoltosi alla folla che lo seguiva, disse: “Io vi dico che neppure in Israele ho trovato una così gran fede!”.
  10. E quando gli inviati furono tornati a casa, trovarono il servo guarito.

MATTEO, cap. 8

  1. Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne a lui pregandolo e dicendo:
  2. “Signore, il mio servo giace in casa paralitico, gravemente tormentato”.
  3. Gesù gli disse: “Io verrò e lo guarirò”. Ma il centurione, rispondendo, disse:
  4. “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.
  5. Poiché anch'io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati e dico a uno: 'Va'' ed egli va, e a un altro: 'Vieni' ed egli viene, e al mio servo: 'Fa' questo' ed egli lo fa”.
  6. Gesù, udito questo, ne restò meravigliato e disse a quelli che lo seguivano: Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande.

La storia di questo anonimo centurione romano preoccupato per la salute di un suo ancor più anonimo servo, dove affiorano inaspettati sentimenti di gratitudine degli anziani di una sinagoga per un militare dell'esercito di occupazione, con un Gesù che si lascia sorprendere da una fede che non aveva mai visto neppure in Israele, è uno dei quadri più dolci e significativi dei Vangeli.
  Il racconto però non è tra i più "gettonati", battuto di gran lunga in fatto di popolarità da parabole come "Il buon samaritano" o "Il figliuol prodigo". Ma il guaio è che proprio la popolarità di queste parabole contribuisce a deformare la comprensione dei Vangeli. Non soltanto le parabole, ma tutte le parole e le azioni di Gesù rischiano di essere considerate come universali modelli di ideali comportamenti umani, col risultato che alla fine l'intera raccolta dei quattro Vangeli diventa, in questa comprensione, un'antologia di edificanti racconti morali presentata in forma artistico-letteraria. Se poi qualcuno ci vuol metter dentro anche Dio, può farlo, la cosa non disturba ma non è essenziale.
  I Vangeli invece sono storia. Trattano una questione di verità: la verità di Dio nel suo rapporto con la terra e gli uomini. Rispondono alla domanda: chi è Gesù? E al lettore pongono la domanda: e tu, chi dici che sia Gesù?

    "Gesù, venuto nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?” Essi risposero: “Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti”. Ed egli disse loro: “E voi, chi dite che io sia?” Simon Pietro, rispondendo, disse: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Matteo 16:13-16).

Come si vede, le risposte riportate dai discepoli sono diverse, ma tutte pongono una questione di verità facendo riferimento alla storia di Israele.
  All'interno di questa storia, la domanda su Gesù si particolarizza in modo più preciso: "E' Gesù il Messia di Israele?" A questa domanda i Vangeli rispondono decisamente "sì", ma la loro risposta non è una trattazione teologica ben argomentata: i Vangeli rispondono trasmettendo in forma scritta, sotto l'azione dello Spirito di Dio, quello che è avvenuto in Israele con la nascita e l'opera di Gesù.
  I Vangeli sono l'autopresentazione di Gesù. Ma come può avvenire questo, se non si può incontrarlo da nessuna parte? Qualcuno forse invidierà chi ha potuto conoscerlo di persona quando era presente corporalmente sulla terra, ma questo è stato possibile soltanto per un tempo.

    La Parola è stata fatta carne e ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto dal Padre (Giovanni 1.14).

Quel tempo ormai è passato, e adesso? Adesso Gesù non c'è più perché.... perché è morto, dirà qualcuno, come tutti. Certo, indubbiamente Gesù è morto, ma non come tutti. Perché Gesù ora vive. Ma non è "tornato in vita", non è rimbalzato sul muro della morte e rigettato indietro là dov'era prima. Gesù è passato attraverso il muro della morte e nel far questo l'ha distrutta. Gesù è risuscitato:

    "Cristo, essendo risuscitato dai morti, non muore più; la morte non lo signoreggia più" (Romani 6:9).

Dopo la sua risurrezione, con un corpo redento da ogni traccia di male, Gesù si è intrattenuto per quaranta giorni coi suoi discepoli; poi, con loro sorpresa, è stato ripreso da Dio e riportato in cielo.
  E dei discepoli rimasti inaspettatamente senza il loro Maestro in terra, che ne è stato? Per loro i tre giorni in cui il corpo di Gesù è rimasto sotto terra devono essere stati terribili. E' stata un'esperienza di morte, tormentati da un dubbio angosciante: ma allora, avevano forse ragione quelli che dicevano che Gesù non è il Messia?
  Mentre era con loro Gesù sapeva che avrebbero dovuto passare per quel tremendo travaglio. Quattro capitoli del Vangelo di Giovanni, dal 13 al 16, sono dedicati a riportare i discorsi con cui Gesù nella tormentata ultima cena pasquale ha annunciato ai discepoli, con enigmatiche e tenere parole, il suo imminente distacco da loro:

    Ora me ne vado a colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: 'Dove vai?'. Invece, perché vi ho detto queste cose, la tristezza v'ha riempito il cuore. Pure, io vi dico la verità: è utile per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore, ma, se me ne vado, io ve lo manderò (Giovanni 16:5-7).

Lo Spirito Santo che ha riempito Giovanni Battista fin dal grembo di sua madre (Luca 1:13-17), che è venuto su Maria e l'ha coperta della sua ombra quando ha concepito Colui che sarà chiamato "Figlio dell'Altissimo" (Luca 1:28-33), che ha riempito Elisabetta quando udì il saluto di Maria (Luca 1:39-42), che ha riempito Zaccaria quando Dio gli ha ridato la parola mettendogli in bocca una solenne benedizione profetica (Luca 1:67-79), che ha concesso a Simeone il privilegio di vedere coi suoi occhi la Consolazione di Israele prendendo il bambino Gesù tra le sue braccia (Luca 1:25-32), che è sceso su Gesù in forma corporea come una colomba il giorno del suo battesimo nelle acque del Giordano (Luca 3:21-22), è anche Colui che ha oggi il compito di trasmettere la parola viva di Gesù a coloro che crederanno in Lui senza averlo incontrato corporalmente di persona. E' questa la promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in quell'ultima cena pasquale:

    Molte cose ho ancora da dirvi, ma non sono per ora alla vostra portata, però quando sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito e vi annuncerà le cose a venire. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l'annuncerà. Tutte le cose che ha il Padre, sono mie: per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annuncerà (Giovanni 16:12-15).

Proprio questo avviene quando si leggono i Vangeli in posizione di disponibilità: lo Spirito della Verità cerca la verità in chi legge, cioè la sincerità, e se la trova, la Parola di Dio che si è fatta carne in Gesù di Nazaret raggiunge nello Spirito la "carne" di chi si pone davanti al testo biblico.
  Quindi anche il passo che qui vogliamo esaminare non può essere considerato come un semplice oggetto di studio, ma come rivelazione che Gesù fa di Se stesso. E' un modo strano di farlo, dirà qualcuno oggi, ma è la stessa cosa che dicevano allora molti di quelli che avevano incontrato Gesù "in carne ed ossa". Non abbiamo dunque un minore vantaggio rispetto a loro, e neppure minore responsabilità. Con i Vangeli dunque il Signore vuol far conoscere la persona di Gesù, e questo è come dire che i Vangeli sono l'autopresentazione di Gesù.
  Osserviamo dunque Gesù nel percorso della sua autopresentazione. Se lo seguiamo nella lettura del Vangelo di Luca, dopo averlo sentito parlare per la prima volta con i dottori della legge nel Tempio, dopo averlo visto prendere il battesimo di Giovanni, lo vediamo "condotto dallo Spirito nel deserto" per essere tentato dal diavolo (Luca 4:1-13), come fu tentato Adamo nell'Eden.
  Dopo di che Gesù inizia il suo ministero pubblico. Predica senza molto successo nella sinagoga della sua Nazaret, da dove è cacciato via in malo modo dai suoi compaesani e trascinato sull'orlo di una rupe con l'intenzione di buttarlo giù (Luca 4:16-28); opera guarigioni, liberazioni da demoni e segni miracolosi; costituisce una squadra di dodici fedeli a cui dà il nome di apostoli (Luca 6:12-16).
  La sua azione, insieme a quella dei suoi discepoli, si rivolge esclusivamente ad Israele. Aveva cominciato ripetendo le parole di Giovanni Battista: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo" (Marco 1:15). In questo annuncio ci sono due indicativi: è compiuto, è vicino; e due imperativi: ravvedetevi, credete. Sono parole rivolte ai figli di Abraamo, perché il regno di Dio ha come centro Israele, e se Dio viene a regnare, vuol dire che viene a mettere tutte le cose a posto: innanzi tutto in Israele, e poi, avendo al centro un Israele purificato, in tutte le nazioni.
  E' ovvio dunque che il lavoro deve cominciare da Israele. Per questo Gesù, come saggio stratega di un esercito di liberazione, invita la sua milizia a non disperdere gli obiettivi e ad attenersi agli ordini:

    “Non andate fra i gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani, ma andate piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Andando, predicate e dite: Il regno dei cieli è vicino" (Matteo 10:5-7).

I discepoli potevano pensare che avendo a disposizione la potenza del Messia si sarebbero potute sanare molte penose situazioni, come la rivalità tra giudei e samaritani o le insopportabili angherie dei romani, ma Gesù è deciso e richiede il rispetto delle priorità: per prima cosa bisogna rivolgersi ai figli d'Israele.
  Qui succede un fatto imprevisto. Gesù, che aveva ordinato di non andare fra i gentili, inaspettatamente riceve il messaggio di un gentile che gli chiede di andare da lui. Imbarazzante. Si noti che il centurione di Capernaum aveva chiesto proprio questo: "... gli mandò degli anziani dei Giudei per pregarlo che venisse a salvare il suo servo". Non gli aveva chiesto una guarigione a distanza ma proprio di venire. Se in seguito qualcosa cambierà, sarà per motivi che cercheremo di capire.
  Innanzitutto però vogliamo interessarci di questo strano militare romano. Se lo Spirito Santo che nel piano di Dio ha il compito di annunciare ciò che è di Gesù, ha scelto di trasmettere questo episodio con tanti particolari apparentemente superflui, vuol dire che tutto questo fa parte dell'autopresentazione di Gesù; dunque non possono essere trascurati, perché si tratta in primo luogo di rivelazione, non di istruzione morale o spirituale.
  Di questo centurione certamente si può dire, usando le parole di Gesù, che aveva "un cuore onesto e buono" (Luca 8:15). Oltre alla sua buona disposizione verso la nazione di Israele, aveva anche una tenerezza d'affetto fuori del comune per il suo attendente, che era malato, forse da molto tempo, e in ogni caso non era più in grado di svolgere quei compiti di cui il centurione aveva certamente bisogno per svolgere il suo servizio. Se quel servo fosse morto, dal punto di vista amministrativo non sarebbe stato un gran problema. Il centurione avrebbe ottenuto un altro attendente sano ed efficiente e il servizio se ne sarebbe avvantaggiato.
  Ma il centurione non si rassegna al pensiero che il suo amato servitore possa morire. Il servo è  "gravemente tormentato" ("soffre terribilmente", traduce la CEI), è in agonia e potrebbe morire da un momento all'altro. Il centurione non sa che fare. Certamente era già informato su Gesù, se non altro per i motivi di ordine pubblico che gli competono; e inoltre Gesù in quel momento era una star, ne parlavano tutti.
  Di quello che poi accade cercheremo di fare una ricostruzione verosimile ricorrendo a entrambe le versioni di Luca e Matteo, che a una prima lettura appaiono in disaccordo.

    "Il centurione, avendo udito di Gesù, gli mandò degli anziani dei Giudei per pregarlo che venisse a salvare il suo servo" (Luca 7:3).

Il centurione non incontra subito Gesù, ma lo prega tramite messaggeri di venire a salvare il suo servo. Da notare i messaggeri che sceglie: come centurione esercitante l'autorità di Roma in Capernaum, non avrebbe avuto problemi a far venire Gesù da lui: gli sarebbe bastato mandargli un paio di soldati con l'invito a presentarsi da lui per questioni da discutere. Ma non fa così. Il centurione se ne intende, in fatto di autorità, e una cosa che certamente ha capito è che su questioni di morte o vita come quella in cui si trova il suo servitore, Gesù ha un'autorità superiore alla sua. Per arrivare a Gesù deve trovare un'altra strada che non faccia riferimento all'autorità di Roma, ma si inserisca con rispetto in quel mondo ebraico in cui si muove Gesù. Si rivolge  allora agli anziani della sinagoga, chiede il loro intervento, la loro intercessione. Insomma, chiede loro di "metterci una buona parola".
  E loro ce la mettono. Vanno da Gesù e gli illustrano con fervore il caso del centurione romano presentandolo come una persona degna. Con molte parole lo pregano di accontentare la richiesta di quell'uomo, perché sì, è vero, lui non è ebreo, per di più è addirittura un militare dell'esercito di occupazione, ma non è come gli altri, lui vuole bene alla nostra nazione, ci ha costruito la sinagoga, dicono a Gesù. E glielo dicono "con insistenza".
  Ma perché con insistenza? Molto probabilmente perché Gesù in un primo momento ha opposto resistenza. L'aveva detto chiaramente: "Non andate tra i gentili" (Matteo 10:5); può allora Gesù fare qualcosa che aveva detto ai discepoli di non fare? Deve forse abbandonare l'opera di predicazione del Regno di Dio, di liberazione da malattie e schiavitù demoniache per occuparsi di un militare che la folla vede come un esponente di quella Roma imperiale che tiene in schiavitù la nazione di Israele? Gli anziani comprendono le perplessità di Gesù, ma cercano di fargli capire che il centurione è un caso particolare.
  Forse però Gesù ha resistito anche per ritardare la risposta, come faceva spesso con chi gli chiedeva aiuto. Faceva parte del suo stile. Si pensi al suo prolungato silenzio davanti alle suppliche della donna cananea (Matteo 15:22-28); o al ritardo con cui si muove quando gli comunicano che il suo amico Lazzaro è malato, e al suo arrivo si sente fare da Marta un garbato rimprovero: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto" (Giovanni 11:21).
  Gli anziani però non mollano e continuano a fare pressioni su Gesù in favore del centurione. Insistono nel dire che "Egli è degno...", e se fanno così è perché avrebbe potuto anche non esserlo. Avrebbe potuto essere uno di quelli che sfruttano la loro posizione di comando per esigere servizi di ogni genere da quelli che considera inferiori. Dovevano dunque evitare che Gesù li considerasse agli ordini di un potente pagano per compiacenza e opportunismo.
  Alla fine Gesù si lascia convincere e s'incammina con loro verso la casa del centurione.
  Ma intanto il tempo  passa. E il centurione sta sulle spine perché  il suo amato servo sta morendo in mezzo ai tormenti. E Gesù non arriva.  Allora, forse temendo  che il fatto di venire in casa di un impuro gentile potesse essere un elemento di discussione tra Gesù e gli anziani, taglia la testa al toro e invia a Gesù un'altra delegazione. Stavolta non ci sono gli anziani della Sinagoga ma non precisati amici, probabilmente militari come lui.

    Gesù s'incamminò con loro e ormai non si trovava più molto lontano dalla casa, quando il centurione mandò degli amici a dirgli: “Signore, non ti dare questo incomodo, perché io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, perciò non mi sono neppure reputato degno di venire da te, ma di' una parola e il mio servo sarà guarito" (Luca 7:6-7).

Gli amici certamente non dovevano dire a Gesù di affrettarsi perché se no il servo muore, ma gentilmente dovevano dirgli che non era necessario che Lui si scomodasse ad arrivare fino a casa, e che il centurione l'invitava a dire una sola parola, e certamente il suo servo sarebbe guarito.  E' qui che arriva la "richiesta di guarigione a distanza", non prima. Ma come vedremo, questa sarà qualcosa di più di una richiesta.
  Gesù invece continua a camminare verso la casa, ed è a questo punto che si inserisce il racconto di Matteo, che taglia tutta la parte precedente.
  Quando il centurione sente che Gesù sta per arrivare, esce e gli va incontro. Gesù nota la sua trepidazione e lo conforta assicurandogli che sarebbe venuto e avrebbe guarito il suo servitore.

    "Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne a lui pregandolo e dicendo: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato, gravemente tormentato. Gesù gli disse: «Io verrò e lo guarirò»" (Matteo 8:5-7).

A questo punto il centurione avrebbe dovuto soltanto aprire la porta e lasciar entrare Gesù perché guarisse il malato come aveva promesso. Le cose invece vanno diversamente:

    Ma il centurione, rispondendo, disse: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito (Matteo 7:8).

Gli anziani avevano detto che il centurione è degno, perché tale lo consideravano nel suo rapporto con Israele, il centurione invece considera se stesso non degno nel suo rapporto con Gesù. Non perché si sente peccatore non è questione di moralità o spiritualità personale, ma di posizione gerarchica. Gesù è superiore al centurione come il centurione è superiore ai suoi soldati. E come avviene in tutte le scale gerarchiche, la superiorità di posizione si traduce in una diversa possibilità di uso della forza di comando.
  Si può trovare un esempio in Giovanni Battista che dice:

    “Dopo di me viene colui che è più forte di me, al quale io non son degno di chinarmi a sciogliere il legaccio dei calzari" (Marco 1:7).
Giovanni riconosce che Gesù è in una posizione di superiorità rispetto a lui nel Regno di Dio, quindi è più forte di lui. Dunque questa superiorità si deve manifestare negli inferiori anche con atteggiamenti consoni. Proprio come Giovanni non si sente degno di avere l'onore di poter sciogliere i legacci dei calzari di "colui che è più forte" di lui, così il centurione non si sente degno di ricevere in casa sua la persona di Gesù, che riconosce spiritualmente superiore alla sua.
  La scena che segue è unica nei Vangeli. Si vede un militare della potente Roma che sulla base della sua esperienza spiega garbatamente a Gesù come stanno le cose in fatto di gerarchia quando si tratta di dare ordini e pretendere esecuzioni:

     "Anch'io sono uomo sottoposto all'autorità altrui e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: 'Va'' ed egli va; a un altro: 'Vieni' ed egli viene; e al mio servo: 'Fa' questo' ed egli lo fa” (Matteo 7:9).

Il centurione si aspettava che Gesù facesse una cosa simile: che desse un ordine. E gli ordini si danno dicendo soltanto una parola, come ALT o DIETROFRONT, come fa lui, militare romano, che per ordinare a un soldato di andare dice soltanto «Va'!», quello va; e per dirgli di venire dice soltanto «Vieni!», e quello viene. Ecco perché mentre era sulle spine vedendo che il suo servo stava per morire in mezzo ai tormenti, dopo delegazione degli anziani gliene manda un'altra con la supplica "di' soltanto una parola", che è come dire "ti basta dare un ordine, basta una parola, dilla!" e io so che "il mio servo sarà guarito", anche se tu non sei ancora qui. E' fede. Gesù è attonito. E uno stupore simile non si ritrova più nei Vangeli.

    Udito questo, Gesù restò meravigliato di lui e, rivoltosi alla folla che lo seguiva, disse: “Io vi dico che neppure in Israele ho trovato una fede così grande!” (Luca 7:9).

Il centurione, che con la sua fede è riuscito a sorprendere Gesù, dimostra  di riuscire anche a fargli cambiare decisione. Gesù gli aveva detto “Io verrò e lo guarirò", quindi era pronto a fare la cosa più naturale che ci fosse: entrare in casa, farsi conoscere dal malato e donargli la guarigione, insieme a parole di conforto e raccomandazioni. Ma il centurione, che aveva già fatto dire a Gesù dagli amici di non essere degno di riceverlo sotto il suo tetto (Luca 7:6), gli ripete di persona la stessa dichiarazione (Matteo 8:7-8). E da militare attento alle differenze di posizione gerarchica, resta fermo nella sua volontà di vedere rispettati i giusti gradi di onore: non è opportuno che Gesù entri nella sua casa perché lui non è degno di questo onore. Gesù acconsente.

    E Gesù disse al centurione: “Va', ti sia fatto come hai creduto” (Matteo 8:13).

Ordine impartito.
  E gli amici mandati in missione da Gesù e tornati indietro insieme a Lui, mossi da comprensibile curiosità entrano in casa per vedere come stanno le cose:

    E quando gli inviati furono tornati a casa, trovarono il servo guarito (Luca 7:10).

Ordine eseguito. Guarigione a distanza.

RIFLESSIONI

All'inizio di questo articolo abbiamo detto che il racconto del centurione di Capernaum è uno dei quadri più dolci e significativi dei Vangeli.
  E' dolce, perché in esso tutto è positivo. I vari rapporti tra i personaggi: centurione-servo, centurione-anziani, anziani-Gesù, e infine Gesù-centurione, si svolgono in un clima di armoniosa benevolenza e comprensione. Da nessuna parte appare il lato negativo della storia, come spesso accade in altri racconti.
  E' significativo, perché in esso ci sono aspetti di solito trascurati che lo collegano ai tre elementi fondamentali  della storia del mondo: Dio (Gesù), Israele (gli anziani), le nazioni (il centurione).
  Considerata nel quadro storico delle civiltà, la relazione tra centurione romano e anziani della sinagoga richiama alla mente la nota frase di Orazio: "Graecia capta ferum victorem cepit" (La Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore), nel senso che la potente Roma,  affascinata dalla superiore civiltà della sottomessa Atene, ne rimase culturalmente avvinta.
   Qui al posto della Grecia abbiamo Israele. Nel cuore di questo centurione la caserma romana (le nazioni) è stata vinta dalla sinagoga ebraica (Israele), e questo amore per un Israele sinagogale (non sacerdotale) ha permesso a Dio di aprirgli gli occhi sulla persona di Gesù. E il tutto si riunisce in un quadro armonioso. Opera di Dio.
  Abbiamo anche detto che i Vangeli sono l'autopresentazione di Gesù; dunque anche in questo racconto si deve cercare quello che può avvicinarci a conoscerlo meglio. L'abbiamo visto staccarsi da un programma di missione indirizzato alle "pecore perdute della casa d'Israele" per accondiscendere alla richiesta di aiuto di un pagano militante fra i nemici di Israele. Una deviazione non prevista nel suo programma; e tanto meno prevista poteva essere una reazione tanto  benevola e ossequiente, e anche istruttiva per certi versi, come quella di quel centurione.
  Abbiamo ricordato l'opera svolta dallo Spirito Santo nel far conoscere la persona di Gesù, cosa che oggi avviene soprattutto attraverso la Scrittura. Ma abbiamo anche ricordato che nei Vangeli lo Spirito Santo soprassiede in ogni momento all'opera di Gesù sulla terra, dall'annuncio della sua nascita (Luca 1:35, al momento stesso della nascita (Matteo 1:18), nel periodo della sua crescita (Luca 1:80), nel momento del suo battesimo:

    E Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall'acqua ed ecco i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dai cieli che disse: “Questo è il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto (Luca 3:21-22).

In questi due versetti si può vedere l'azione di quella che in lingua teologhese si chiama Trinità. La voce dai cieli è il Padre che legittima sulla terra il Figlio affidandolo alla cura "pedagogica" dello Spirito. Si capisce allora il versetto che segue poco dopo:

    "Gesù, ripieno dello Spirito Santo, se ne ritornò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni ed era tentato dal diavolo" (Luca 4:1).

Dio è onnipotente, onnisciente e onnipresente, ma il Figlio di Dio non ha avuto a disposizione tutte queste facoltà quando era sulla terra, proprio a motivo della missione che doveva compiere (Filippesi 2:5-9). Gesù è stato perfetto in santità, cioè "senza peccato" (Ebrei 4:15), ma in molte cose è stato simile a noi. Nessuno come Lui conosceva a fondo uomini e situazioni, ma non era onnisciente (Matteo 24:36). Quindi anche Lui crebbe in conoscenza, esperienza e anche in ubbidienza: "Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì " (Ebrei 5:8).
  E tutto questo con l'assistenza dello Spirito "sopra di lui" (Matteo 12:18; Luca 4:18), che come l'ha condotto nel deserto per essere tentato prima che iniziasse il suo ministero in Israele (senza spiegargli in anticipo come si sarebbero svolte le tentazioni), come l'aveva fatto incontrare ancora dodicenne con i dottori della legge nel Tempio, così ora lo conduce a manifestare, per la prima volta verso un gentile, la sua autorità messianica di guarigione dei malati.
  Lo Spirito aveva preparato l'occasione agendo in anticipo su un militare romano che amava la nazione  d'Israele ed era attratto dalla Sinagoga. un uomo che nell'incontro con Gesù manifesta una tale fiducia in Lui che Gesù stesso ammette di non aver mai trovato nulla di simile in Israele. Un pagano è riuscito a sorprendere Gesù con la sua fede.
  Tanto più tenere e preziose suonano allora le parole autorevoli con cui Gesù lo congeda: "Va', ti sia fatto come hai creduto”.

(Notizie su Israele, 26 febbraio 2023)



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Rischio guerra in Libano, nave USA pronta a evacuare gli americani

Rischio Libano: lo scontro totale tra tra Hezbollah e Israele sembra avvicinarsi sempre di più. Il Pentagono – secondo quanto ha riferito l'emittente Nbc – si è posizionato per essere pronto a evacuare gli americani dal posto nel caso di una intensificazione degli scontri che ogni giorno si fanno più gravi.

FOTO
Nella città israeliana di Metulla, nel nord del Paese, si alza del fumo a causa dei razzi transfrontalieri
lanciati da Hezbollah dalla parte libanese, visti dal villaggio di Khiam, in Libano, il 26 giugno 2024. 

Secondo fonti citate dalla Nbc, la nave anfibia d'assalto USS Wasp e i Marine della 24th Expeditionary Unit, in grado di compiere operazioni speciali, si sono spostati nel Mediterraneo. Un'altra fonte Usa – citata da Haaretz – ha spiegato che la mossa ha anche valore di «deterrenza», visto che l'amministrazione Biden ha sottolineato il pieno sostegno, in caso di conflitto, a Israele. Posizione ribadita nei recenti incontri che il ministro della difesa Yoav Gallant ha avuto nella sua recente missione a Washington dove il dossier Libano è stato uno dei temi principali dei colloqui.
«Politico» ha riferito che funzionari statunitensi stanno cercando di convincere entrambe le parti a ridurre la tensione, un compito che sarebbe molto più semplice – hanno sottolineato – con un cessate il fuoco in vigore a Gaza, ma prevale il pessimismo sia sull'intesa per la Striscia, che langue da settimane, sia sul successo della diplomazia. La Giordania – aggiungendosi a numerosi altri Paesi – ha chiesto ai propri cittadini di non recarsi in Libano vista la situazione.
La possibile escalation del conflitto è ovviamente il perno delle attuali valutazioni militari e politiche israeliane, oggetto del Consiglio di sicurezza della notte scorsa. Gallant – secondo indiscrezioni sulla riunione del Consiglio, ormai unico punto decisionale dopo il dissolvimento del Gabinetto di guerra per l'uscita dal governo del ministro centrista Benny Gantz – ha ribadito che Israele per ora preferirebbe ancora la soluzione diplomatica pur non escludendo la guerra. Sarebbe «accettabile – ha detto in Consiglio – un accordo in base al quale gli Hezbollah ritirino le proprie forze dal confine». Che è poi quanto prevede la Risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu 1701.
La posizione non è andata giù al ministro della sicurezza nazionale – e leader di destra radicale – Itamar Ben Gvir che nello stesso Consiglio ha attaccato sostenendo che ancora «non sì è appresa una sola lezione dagli ultimi 20 anni di accordi. Facciamo le intese – ha denunciato – e tempo un anno o due violenteranno le nostre mogli e uccideranno i nostri figli».
Intanto sul campo continuano i massicci lanci di razzi e di droni da parte degli Hezbollah nel nord di Israele, seguiti dai raid dell'Idf contro – secondo il portavoce militare – obiettivi militari delle milizie sciite, alleate di Hamas e dell'Iran. Gli Hezbollah hanno denunciato l'uccisione di 4 miliziani in 24 ore da Israele.
Dopo 266 giorni di guerra a Gaza, l'Idf continua a spingere a Rafah e nel centro della Striscia incalzando a Sujaia i miliziani di Hamas. Fonti mediche della Striscia riferite da Al Jazeera hanno denunciato che raid israeliani nella zona umanitaria di al-Mawasi a sud di Gaza avrebbero ucciso 11 palestinesi e feriti altri 40. Ma non c'è alcun riscontro da parte dell'esercito israeliano.
Intanto il Consiglio Ue ha deciso di inserire nell'elenco delle sanzioni 6 persone e 3 entità – collegate al portafoglio finanziario – responsabili di aver partecipato al finanziamento di Hamas e della Jihad islamica palestinese o di aver permesso le loro azioni violente.

(Bluewin, 29 giugno 2024)

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Israele incorporerà fino a 6.400 lavoratori stranieri per sostituire manodopera palestinese

Israele ha approvato l'inserimento di un massimo di 6.400 lavoratori stranieri nei settori del commercio, delle infrastrutture e dei servizi per sostituire la forza lavoro palestinese, il cui lavoro è stato annullato dopo lo scoppio della guerra a Gaza, il 7 ottobre 2023, secondo quanto riferisce oggi un dichiarazione dell'ufficio del primo ministro israeliano.

L'offensiva israeliana ha avuto un impatto negativo sull'economia del Paese a causa della carenza di lavoratori in alcuni settori come l'edilizia, l'agricoltura e il commercio, dove la maggioranza di essi erano palestinesi.
Prima dell'inizio dell'invasione di terra solo nella Striscia, più di 5.000 palestinesi lavoravano nei settori dei servizi e degli affari israeliani.
“Non ci saranno più lavoratori palestinesi in Israele”, ha detto il presidente lo scorso novembre.
Da allora, l'esecutivo ebraico ha firmato alcuni accordi bilaterali con paesi come l'India o la Tailandia per sopperire a questa mancanza di manodopera, poiché necessita di almeno 92.000 lavoratori.
La verità è che l’arrivo di migranti dal Sud-Est asiatico in Israele era già comune prima della guerra.
Lo scorso aprile un primo gruppo di settanta lavoratori indiani è arrivato in Israele, dove ricevono uno stipendio di circa 1.600 dollari al mese contro i 300 dollari che ricevono in India.
Alcuni lavoratori tailandesi che lavoravano nelle comunità al confine con Gaza sono stati rapiti dai militanti di Hamas il 7 ottobre.

(Autora, 29 giugno 2024)

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Il nuovo antisemitismo è quello esploso a sinistra fra cortei e centri sociali

Gli intellettuali ebrei: "Il vero problema oggi è chi rivendica l'odio anti-Israele"

di Domenico Di Sanzo

Antisemitismo a due velocità. Scorie nostalgiche a destra. Pervasività strisciante a sinistra. Per capire come gli ebrei italiani abbiano più paura dell'odio mascherato da sostegno ai palestinesi rispetto alle frasi antisemite dei giovani di Fdi captate da Fanpage, basta leggere l'intervista rilasciata a La Stampa da Riccardo Pacifici, esponente importante dell'ebraismo italiano, ex presidente della Comunità Ebraica di Roma. «L'ignoranza di quattro deficienti di Gioventù Nazionale mi fa meno paura del rischio di sopravvivenza dello Stato di Israele e l'odio antiebraico a prescindere che vedo a sinistra», dice Pacifici, attualmente vice presidente dell'European Jewish Association. Un'ondata di odio che monta dal 7 ottobre, quando i terroristi di Hamas hanno fatto strage in Israele. Ultimo episodio: gli ebrei della comunità Lgbt, il 15 giugno, sono stati costretti a disertare i Gay Pride di Roma, Milano e delle principali città italiane. Motivo dell'assenza? «I crescenti timori di aggressioni dovuti al clima d'odio attorno alla nostra partecipazione», ha spiegato Raffaele Sabbadini, tra i fondatori dell'associazione Keshet Italia, che riunisce gli ebrei Lgbt. Al corteo romano è spuntata pure l'immancabile bandiera palestinese. Il tutto nel silenzio di Elly Schlein, Giuseppe Conte e degli altri leader della sinistra. Come sottolinea Pacifici, anche il 25 aprile gli ebrei sono stati ostaggio di collettivi e centri sociali. A Roma, il giorno della Liberazione, basta ricordare l'urlo «Yahudi Kalb», che in arabo vuol dire «Ebreo cane», lanciato dagli antagonisti contro la Brigata Ebraica. Qualche mese prima, giornata della Memoria, a Milano c'erano stati i fischi e gli insulti dei Pro-Pal a un ragazzo che aveva semplicemente esposto dal suo balcone un cartello con la scritta «Free Gaza From Hamas». Poi Matteo Lepore, sindaco Pd di Bologna, che si alza durante la seduta solenne in Consiglio Comunale in ricordo della Shoah.
  Tra odio e silenzio. Come quello dei leader della sinistra di fronte agli insulti contro Israele e gli ebrei arrivati dal fisico del Politecnico di Torino Massimo Zucchetti, vicino da sempre alla sinistra radicale. «Preferirei la destra del Rassemblement all'antisemitismo del Fronte Popolare», dice al Corriere della Sera il filosofo ebreo francese Alain Finkielkraut, intervistato sulle prossime elezioni in Francia. «L'estrema sinistra è fortemente antisemita sul piano politico e la sinistra che vuole essere moderata fiancheggia, in qualche modo si adegua», denuncia al Giornale Ugo Volli, semiologo allievo di Umberto Eco, figura eminente dell'ebraismo italiano. «Il comportamento politico della sinistra è molto fortemente ostile a Israele e agli ebrei e ne mette in pericolo la loro sicurezza e la loro esistenza», continua Volli. Uno stillicidio che abbiamo potuto osservare anche nella giornata contro la violenza sulle donne. Con le ebree rimaste fuori dai cortei e nessuna menzione da parte delle femministe degli stupri delle donne israeliane il 7 ottobre. I cortei Pro-Palestina, dominati dalla sinistra estrema, sono ormai ricettacolo di elogi ad Hamas, motti Jihadisti, canzoni antisemite in arabo.
  A sinistra c'è «una politica che conta in maniera più o meno irresponsabile e irrealistica di recuperare un consenso dell'immigrazione musulmana proteggendo atteggiamenti anti israeliani e antisemiti», riflette Volli. Nel silenzio di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni.

(il Giornale, 29 giugno 2024)

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La balla della carestia a Gaza provocata da Israele, il rapporto che smentisce la Corte penale internazionale

di Iuri Maria Prado

Interessante il rapporto IPC (Integrated Food Security Phase Classification) rilasciato il 16 Giugno da FRC (Famine Review Committee) a proposito dei livelli di approvvigionamento e disponibilità alimentare a Gaza. Sono 56 pagine. L’esordio è questo: “Dopo la pubblicazione del secondo rapporto dell’FRC il 18 marzo 2024, che prevedeva una carestia nello scenario più probabile, si sono verificati alcuni importanti sviluppi”. Quali sviluppi? Uno innanzitutto: non c’è stata la carestia che, a giudizio di quel Comitato, avrebbe dovuto verificarsi “in ogni momento da oggi (metà Marzo 2024) al Maggio del 2024”. A quell’altezza di tempo, secondo le indicazioni di FRC, si sarebbe trattato di 1.115.000 persone in stato di carestia a livello catastrofico (livello 5 IPC, il più alto), con circa 3.000 morti per fame ogni settimana.
   Il rapporto di giugno, che analizza i dati e formula previsioni per il periodo successivo (sino a settembre) spiega che “le prove disponibili non indicano che si stia verificando una carestia” e che la somma di dati raccolti “non indica che le soglie di carestia sono state superate”. Significa che non ci sono problemi e pericoli di malnutrizione a Gaza? Ovviamente no. Ma difficoltà di approvvigionamento e di disponibilità alimentare in una zona di guerra sono una cosa: 3.000 morti per fame ogni settimana sono un’altra cosa. Facciamo un salto indietro, al 20 Maggio. Che cosa diceva il procuratore della Corte Penale Internazionale quando, quel giorno, comunicava di aver reclamato l’arresto di Netanyahu e del ministro Gallant? Diceva che gli indagati avevano usato la riduzione alla fame della popolazione come metodo di guerra e che “La carestia è presente in alcune aree di Gaza ed è imminente in altre”. Dunque il 20 Maggio il signor Karim Ahmad Khan chiedeva l’arresto di quei due accusandoli, tra l’altro, di aver provocato una carestia che non c’era allora e che non ci sarebbe stata poi.
   Torniamo a quel rapporto IPC/FRC, in evidente imbarazzo con sé stesso. Abbiamo visto che non c’è stata la carestia che era prevista per marzo/maggio e che non c’era carestia a metà giugno. Bene. Il rapporto aggiunge tuttavia che “le soglie di carestia potrebbero essere superate in qualsiasi momento se l’accesso umanitario non fosse sostenuto e senza ostacoli per l’intera popolazione di Gaza e se il conflitto continuasse in qualsiasi forma”. E qui nuovamente qualcosa non torna. Perché il conflitto è continuato pressappoco nella stessa forma da mesi, senza produrre la carestia che si riteneva ininterrottamente imminente perché a Gaza entravano gli aiuti umanitari che Israele era accusato di non far entrare e che, evidentemente, al contrario, ha fatto entrare.
La “carestia” e lo “sterminio per fame” sono le balle più suadenti tra le tante balle sulla tremenda guerra di Gaza. Servono a tante cose, a riempire dossier farlocchi e a far titoli strepitosi: non a far star meglio la popolazione civile.

(Il Riformista, 29 giugno 2024)

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Tour de France – Solo applausi a Firenze per la squadra israeliana

Non un fischio, non uno striscione “anti”. Solo applausi per la Israel Premier Tech da parte dei numerosi appassionati di ciclismo presente al piazzale Michelangelo a Firenze per la presentazione delle squadre in gara all’ormai imminente Tour de France in partenza quest’anno dal capoluogo della Toscana. Qualche sparuta bandiera palestinese sul percorso della passerella, da piazza della Signoria alla volta della terrazza panoramica forse più celebre al mondo. Ma poco altro di ostile da segnalare, fagocitato dall’entusiasmo collettivo per la Grand Boucle. Uno show di cui la squadra israeliana è parte per il quinto anno di fila. L’obiettivo della dirigenza è una vittoria di tappa. «Si tratta di un’occasione straordinaria per mostrare un volto diverso di Israele da quello trasmesso abitualmente sui media. La squadra è multinazionale, ma con una grande scritta “Israel” sulla maglia. Ci sentiamo come degli ambasciatori», racconta il patron del team Sylvan Adams.
  Oggi [venerdì] la squadra si allena per l’ultima volta prima della partenza. Per qualche chilometro, davanti agli atleti professionisti, hanno pedalato due sopravvissuti al massacro del kibbutz Be’eri del 7 ottobre, Avida Bachar e Sharon Shabo, il primo con il sostegno di una protesi in sostituzione della gamba amputata dopo l’attacco terroristico. Ieri Bachar e Shabo sono saliti sul palco del [ Café, il festival culturale organizzato dalla Comunità ebraica nel giardino della sinagoga. Bachar ha raccontato quelle ore terribili e come ha visto morire la moglie e un figlio, assassinati dai terroristi.
  «Sto cercando di avere, il più possibile, una vita felice. È quello che avrebbero voluto».

(moked, 28 giugno 2024)

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Si scrive Biden, si legge Obama

La disastrosa performance televisiva di Joe Biden, ieri sera negli studi della CNN di Atlanta, ha messo sotto la luce dei riflettori mondiali quello che già era noto e che, in tutti i modi, da parte del partito democratico si cercava di minimizzare o di negare. L’attuale presidente degli Stati Uniti è in uno stato di palese decadimento cognitivo che lo rende del tutto inadeguato a ricoprire il ruolo che ricopre per i prossimi quattro anni e ad affrontare le crisi in corso e quelle che potrebbero venire.
  Quello che si è rivelato ieri incontrovertibilmente non è in alcun modo una sorpresa, si tratta semmai di una certificazione. Lo stato di salute di Biden, in modo specifico la sua lucidità e capacità di gestire dossier complessi come quelli della guerra in Ucraina e in Israele, pone la domanda su quanto effettivamente di questi dossier sia gestito da lui in prima persona.
  Qui su L’Informale, in diversi articoli, abbiamo evidenziato come la politica americana in Medio Oriente e l’atteggiamento della Casa Bianca nei confronti di Israele relativamente alla guerra a Gaza, sia sostanzialmente il proseguimento di quanto fatto da Barack Obama nei suoi otto anni consecutivi di presidenza. Non è un mistero per nessuno che buona parte dei funzionari di alto profilo addetti al Medio Oriente, da Antony Blinken a Jake Sullivan, da Amos Hochstein, da Robert Malley, (sospeso dall’incarico) a William Burns, attuale capo della CIA, hanno collaborato attivamente con l’Amministrazione Obama. Non c’è nulla di strano, è normale che chi ha già servito alla Casa Bianca in una amministrazione politicamente affine a una amministrazione successiva si ritrovi ad avere un ruolo in questa, la questione è un’altra e di rilevo assai maggiore.
  Con un presidente nelle condizioni in cui si trova Joe Biden, la domanda da porsi è quanto della sua agenda politica in merito a Israele è, se non determinata, fortemente condizionata da uomini e donne già operativi sotto Obama, la cui ostilità nei confronti dello Stato ebraico e, in modo particolare nei confronti di Benjamin Netanyahu, si è sempre manifestata apertamente.
  Non è necessario ricorrere alla dietrologia per rendersi conto di quanto Biden sia di fatto un leader di facciata il quale recepisce sostanzialmente coordinate ben precise sul dossier israeliano. Un presidente poco lucido è facilmente manovrabile, soprattutto se a farlo è l’ex presidente americano di cui è stato sottoposto.
  Tutte le critiche e le riserve esposte contro Israele negli ultimi mesi da parte americana, sempre più serrate e micidiali, per arrivare al blocco del tutto pretestuoso di una fornitura di armi che Netanyahu è stato costretto a rendere pubblico, inducono a pensare che l’anziano presidente sia semplicemente il terminale di una filiera che ha in Barack Obama e nei suoi ex uomini inseriti in posizioni nevralgiche, i principali attori.
  Il progetto di fare nascere sulle pendici della Cisgiordania uno Stato palestinese, così come il riavvicinamento all’Iran e il tentativo pre guerra in Ucraina di rientrare nell’accordo sul nucleare affondato da Trump nel 2018, insieme alla volontà di condurre Israele a elezioni anticipate con l’appoggio dell’opposizione interna per togliere Netanyahu dalla scena, sono dirette propaggini dell’Amministrazione Obama dalla quale l’Amministrazione Biden appare sempre più come la controfigura trasparente.

(L'informale, 29 giugno 2024)
 
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  Victor Fadlun a Repubblica: “Viviamo uno stillicidio di gesti antiebraici. Antisemiti fuori da ogni partito”

Oggi su La Repubblica un’intervista al Presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun in merito all’inchiesta di Fanpage su Gioventù Nazionale. «Dal 7 ottobre in poi non mi stupisco più di nulla – dice Fadlun -. In questi mesi abbiamo visto un ritorno e una recrudescenza dell’antisemitismo in tutte le forme, dagli antichi cliché razzisti alle nuove parole d’ordine».
  Auspicando a provvedimenti incisivi ed esemplari da parte del partito di maggioranza FdI verso coloro che esprimono atteggiamenti nostalgici, di intolleranza, razzisti e antisemiti, Fadlun afferma: «Non dimentico che proprio dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dai ministri degli Interni, della Difesa, della Cultura e altri ci arrivano ogni giorno prove concrete di vicinanza. Sarebbe inaccettabile e anche paradossale che fossero tollerati all’interno di FdI odio e discriminazione antiebraica».
  «Mi aspetto certamente una condanna chiara e totale, che peraltro mi pare già espressa da molti esponenti della maggioranza e dell’opposizione. E mi aspetto che gli antisemiti non abbiano ospitalità in alcun partito». Continua il presidente della Cer, sottolineando come in questi mesi gli ebrei siano «sottoposti a uno stillicidio di gesti antiebraici e manifestazioni di odio ogni giorno».
  Dopo aver descritto il rischio di essere strumentalizzati nelle diatribe politiche, Fadlun ribadisce che «la Comunità ebraica di Roma non è iscritta a nessun partito se non a quello della lotta all’intolleranza e all’antisemitismo, di destra di sinistra o anche di centro». E ricordando quando Giorgia Meloni condannò le leggi razziali definendole “un’infamia”, Fadlun conclude: «Sarebbe importante che (Meloni ndr) avesse il coraggio di sottolineare questi concetti definendosi antifascista. Al tempo stesso, devo dire che ultimamente vedo anche tra gli ‘antifascisti’ un po’ troppi antisemiti. Le parole ingannano. Io guardo alla sostanza».

(Bet Magazine Mosaico, 28 giugno 2024)
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Le schermaglie fascismo-antifascismo sono scene da burletta, da entrambe le parti. L'antisemitismo invece è una cosa seria. M.C.

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Riccardo Pacifici: Mi fa più paura l'odio a sinistra

di Luca Monticelli

Quando è stato presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici ha avuto Ester Mieli come portavoce, e oggi, da vice presidente dell'European Jewish Association, dice di «non essere sorpreso dall'atteggiamento nostalgico di una parte minoritaria dei gruppi giovanili della destra, sappiamo bene che certi sentimenti non sono del tutto sopiti. Mi sorprenderebbe se non ci fosse stata una condanna della leadership che invece è stata netta».

- Eppure la premier Giorgia Meloni non ha commentato la vicenda, così come non aveva detto nulla di Paolo Signorelli, il portavoce del ministro Lollobrigida che faceva commenti antisemiti al telefono con Diabolik.
  «Io esprimo la mia opinione personale e lascio ai leader dell'ebraismo italiano e romano dare il punto di vista ufficiale, però la posizione di Fratelli d'Italia è chiara, vedo che alcuni di questi ragazzi di Gioventù nazionale si stanno dimettendo e i dirigenti apicali, che ringrazio, si sono espressi, da Donzelli a Malan, da Crosetto a La Russa, c'è imbarazzo ma la condanna è unanime».

- A proposito di nostalgici, forse se il presidente del Senato non si vantasse di avere i busti di Mussolini a casa sarebbe meglio…
  «La Russa è stato oggetto di critiche per questa storia, ma conosco i suoi sentimenti e i legami della sua famiglia con la comunità ebraica di Milano e con il presidente Meghnagi. Io sono pronto altre cento volte a dire al presidente del Senato che tenere un busto di Mussolini non ha alcun senso, ma i pericoli sono altri. Le posso fare tantissimi esempi calzanti a destra e a sinistra».

- Dove vuole arrivare?
  «La simbologia e quello che ho visto sono da condannare senza esitazione, ma l'ignoranza di quattro deficienti di Gioventù nazionale, peraltro confinati in un sistema di leggi costruite ad hoc, mi fa meno paura del rischio di sopravvivenza dello Stato di Israele e l'odio antiebraico a prescindere che vedo a sinistra. È normale che io debba andare in giro con la scorta a causa di minacce serie che ricevo? Ci si scandalizza per gli atteggiamenti nostalgici, ma nessuno è turbato dal pericolo di incolumità fisica che qualunque cittadino o studente di religione ebraica vive costantemente a causa di una campagna di odio che monta a sinistra, compresa quella "moderata"».

- Quindi secondo lei c'è un problema di antisemitismo a sinistra?
  «Sarebbe utile cominciare a riflette su questo. Come diceva il presidente Giorgio Napolitano l'antisionismo è la forma moderna dell'antisemitismo. Penso ai silenzi che ho avvertito dai leader della sinistra – per ovvi motivi elettorali – quando agli ebrei non è stata garantita l'incolumità nelle università, alle manifestazioni per la giornata contro la violenza alle donne o al Gay Pride. Personalmente l'ho vissuto come un tradimento, anche per l'incapacità di indignarsi da parte di alcuni politici che sono andati nella Striscia Gaza senza aver mai chiesto la liberazione degli ostaggi. Al mio amico Nicola Zingaretti, a Fratoianni, Bonelli e Schlein vorrei chiedere di prendere per le orecchie – in senso di rimprovero – i ragazzi che li hanno votati e che non conoscono la storia, che urlano in piazza "Palestina sarà libera dal fiume al mare" e non sanno cosa sia il sionismo. Esiste un tema di ignoranza tra i giovani che sfocia nell'antisemitismo, sia a destra sia a sinistra».

- Ecco, la riporto a destra. Non è curioso che nessuno si fosse accorto dei valori di questi giovani di Gioventù nazionale pur collaborando loro con alcuni parlamentari di Fratelli d'Italia?
  «Le persone se non le conosci nell'intimo non puoi sapere cosa pensano davvero. Io, da padre, vorrei poter incontrare i genitori di questi ragazzi per capire come delle persone impegnate socialmente e politicamente possano arrivare a utilizzare un gergo nostalgico inaccettabile che in Italia ed in Europa è considerato reato».

- Ha avuto modo di sentire la senatrice?
  «Le ho espresso per messaggio la mia solidarietà». 

(La Stampa, 28 giugno 2024)

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Nonostante il boicottaggio, export israeliano di armi da record per il terzo anno di fila

di David Fiorentini

Nonostante le numerose campagne di boicottaggio internazionale, le esportazioni annuali di armi israeliane del 2023 hanno raggiunto un nuovo record per il terzo anno consecutivo, quasi raddoppiando il valore di cinque anni fa, riporta The Times of Israel.
La Direzione per la Cooperazione Internazionale del Ministero della Difesa (SIBAT) ha rilasciato che le vendite per il 2023 hanno totalizzato 13 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 12,5 miliardi del 2022.
Su oltre 120 ditte, l’industria di difesa israeliana è dominata principalmente da tre grandi aziende, Elbit Systems, Israel Aerospace Industries e Rafael, che hanno tutte registrato importanti incrementi.
“Nonostante la guerra, il 2023 ha segnato un nuovo record ed è stato caratterizzato da significativi contratti di esportazione,” ha dichiarato in una nota il ministero.
In particolare, con lo scoppio della guerra il 7 ottobre, il Ministero della Difesa ha iniziato a operare in modalità di emergenza, con le aziende belliche impegnate a pieno regime per sostenere sia il fabbisogno interno, producendo armi ed equipaggiamenti per le Forze di Difesa Israeliane, sia gli ordini precedenti per clienti esteri.
“Anche in un anno in cui lo Stato di Israele combatte su sette fronti diversi, le esportazioni di difesa dello Stato di Israele riescono a continuare a battere record. Questo fatto è un attestato di merito, prima di tutto, per le nostre industrie della difesa e per le menti creative e talentuose che vi lavorano e le spingono verso vette di innovazione rivoluzionaria,” ha affermato il Ministro della Difesa Yoav Gallant.
Inoltre, “mentre le nostre industrie sono principalmente focalizzate nel fornire le capacità per supportare le nostre truppe e difendere i nostri cittadini, continuano anche a perseguire aree di cooperazione ed esportazioni verso partner internazionali”, ha aggiunto.
Nella fattispecie, gli equipaggiamenti più esportati sono stati i sistemi di difesa anti aerea, come Arrow 3 acquistato dalla Germania con un contratto da ben 4 miliardi di euro. A seguire, con grande distacco, i sistemi radar e i lanciarazzi.
Sebbene Israele sia noto per i sistemi di cyber-security, questi hanno costituito solo il 4% del fatturato. Veicoli aerei senza pilota e droni, velivoli con equipaggio, avionica, sistemi di osservazione, sistemi di comunicazione, veicoli, sistemi marittimi, munizioni e servizi hanno costituito gran parte del resto.
Da un punto di vista geografico, la regione Asia-Pacifico è stata il maggior acquirente con il 48%, seguita dall’Europa con il 35% e Nord America con 9%.
L’unica area che invece ha registrato un calo consiste nei paesi degli Accordi di Abramo, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco, che hanno acquistato solo il 3% delle armi israeliane, rispetto al 24% del 2022.
Ancora è difficile stimare come la guerra in corso abbia impattato le statistiche per il 2024, tuttavia l’aumento di partnership strategiche e la riconosciuta efficienza dei sistemi israeliani contribuiranno in maniera significativa a mantenere la posizione di Israele come collaboratore internazionale valido e competente.
 

(Shalom, 28 giugno 2024)

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"Israele finanzia la propria persecuzione!"

Israele è indirettamente coinvolto nel finanziamento del terrorismo contro se stesso attraverso i fondi che ogni mese affluiscono all'Autorità Palestinese come risultato di vari accordi e regolamenti fiscali.

L'ex capo dell'ufficio del procuratore militare in Giudea e Samaria: "Israele finanzia il 60% del terrorismo contro se stesso e quindi la sua stessa persecuzione". Ciò avviene indirettamente con il denaro proveniente dai vari accordi fiscali e da altre disposizioni attraverso le quali Israele trasferisce ogni mese centinaia di milioni di shekel all'Autorità Palestinese. Israele deve urgentemente ripensarci, perché i sistemi politici del mondo stanno cambiando e questo va contro Israele.
  Mentre continuano i combattimenti nella Striscia di Gaza e gli attacchi dell'esercito israeliano (IDF) sul fronte settentrionale contro l'organizzazione terroristica Hezbollah, Israele deve anche affrontare il fronte diplomatico, poiché l'Autorità Palestinese (AP) continua a istigare contro lo Stato ebraico nei forum internazionali.
  Maurice Hirsch, ex tenente colonnello e avvocato, esperto di diritto internazionale e responsabile dell'Iniziativa per la Responsabilità e la Riforma dell'Autorità Palestinese presso il Centro di Gerusalemme per gli Affari Pubblici e Governativi, ha parlato una settimana fa in un'intervista a Canale 14 di quello che Israele può aspettarsi dagli Stati del mondo nel prossimo futuro e se la politica israeliana nei confronti delle Nazioni Unite debba cambiare. "Non vedo il motivo di continuare ad essere presente in queste istituzioni che non considerano nemmeno Hamas un'organizzazione terroristica".
  Il Sudafrica aveva già annunciato nei primi mesi della guerra contro Hamas nella Striscia di Gaza che avrebbe citato Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Aia per aver violato le "Convenzioni per la prevenzione del genocidio" nella guerra di Gaza. In questo contesto, Hirsch ha sottolineato che la Corte internazionale di giustizia ha deliberato sulla richiesta del Sudafrica, che in realtà era una richiesta dell'Iran, di incriminare Israele per crimini di guerra e genocidio a Gaza. Ma non si tratta solo della richiesta del Sudafrica, perché negli ultimi mesi altri Paesi si sono uniti al caso - da ultimo l'inesistente "Stato di Palestina" - e questo processo sta peggiorando la situazione per Israele", ha affermato.
  I giudici della Corte hanno iniziato a prendere decisioni e a dare ordini che non erano stati nemmeno richiesti dal Sudafrica e dai palestinesi: "Sta diventando sempre più complicato, e lo stesso Stato di Israele continua a cooperare invece di ritirarsi dagli accordi internazionali. All'inizio era giusto collaborare, ma dopo l'insediamento del nuovo presidente della Corte, Nawaf Salam, un giudice libanese, non abbiamo più nulla da fare lì - per quanto possa sembrare triste.
  Hirsch ha poi affrontato la richiesta dello "Stato di Palestina" di unirsi alla causa contro Israele all'Aia, affermando: "Non bisogna dimenticare che chi finanzia la maggior parte delle attività dell'Autorità Palestinese e la sua adesione a questa causa è proprio lo Stato di Israele. Nel frattempo, noi continuiamo a finanziare: se l'Autorità palestinese spende 100 shekel contro Israele, lo Stato di Israele ne finanzia il 60%". È incredibile che il governo israeliano finanzi la sua stessa persecuzione, quindi dobbiamo fermarci e pensare se ha senso continuare su questa strada e con questi finanziamenti", ha detto Hirsch.
  L'esperto ha anche affrontato il tema delle aperte critiche dello Stato di Israele alle istituzioni delle Nazioni Unite e di un possibile cambiamento della sua politica nei confronti delle nazioni del mondo: "Vorrei vedere un cambiamento, perché una parte integrante della lotta di Hamas e delle organizzazioni terroristiche guidate dall'Iran sono le istituzioni delle Nazioni Unite come l'UNRWA. Non è possibile che ogni giorno subiamo colpi e andiamo avanti come se tutto fosse normale.

(Israel Heute, 27 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Shelàkh: Calèv, il combattente ottantacinquenne

di Donato Grosser

Calev, uno dei protagonisti di questa parashà, riappare nel libro di Yehoshua’ (Giosuè, 14: 6-8): “Ora i figli di Yehudà si accostarono a Yehoshua’ a Ghilgal; e Calev, figlio di Yefunnè, il kenizeo, gli disse: Tu sai quel che l’Eterno disse a Moshè, uomo di Dio, riguardo a me ed a te a Kadesh-Barnea’. Io avevo quarant’anni quando Moshè, servo dell’Eterno, mi mandò da Kadesh-Barnea’ ad esplorare il paese; e io gli feci la mia relazione con sincerità di cuore. Ma i miei fratelli che erano saliti con me, scoraggiarono il popolo, mentre io seguii pienamente l’Eterno, il mio Dio”.
Rashi (Troyes, 1040-1105) nel trattato Sotà (11b, ultima riga) spiega che Calev è chiamato “il kenizeo” perchè dopo la morte del padre Yefunnè, la madre si risposò con Kenaz, dal quale ebbe un altro noto figlio chiamato ‘Otniel. Pertanto Calev prese il patronimico del patrigno Kenaz.
In questo passo del libro di Yehoshua’, Calev ripete quello che avvenne quarantacinque anni prima. Moshè aveva mandato dodici rappresentanti di altrettante tribù per esplorare la terra di Canaan; dieci esploratori, per mancanza di fede nell’Eterno, avevano scoraggiato il popolo dicendo che non era possibile conquistare il paese. Solo Yehoshua’ e Calev avevano detto: “Il paese nel quale siamo passati è molto buono. Se l’Eterno ci è favorevole, ci porterà in quel paese e ce lo darà; è una terra che stilla latte e miele” (Bemidbàr, 14: 7-8).
Quarant’anni dopo, Moshè ricordò l’episodio alle tribù di Reuven e Gad che avevano chiesto di ricevere le terre in Transgiordania conquistate dai re Sichòn e ‘Og, dicendo:”E l’ira dell’Eterno s’accese in quel giorno, ed egli giurò dicendo: Gli uomini che sono saliti dall’Egitto, dall’età di vent’anni in su non vedranno mai il paese che promisi con giuramento ad Avraham, a Yitzchak e a Ya’akov, perché non mi hanno seguitato fedelmente, salvo Calev, figlio di Yefunnè, il kenizeo, e Yehoshua’, figlio di Nun, che hanno seguito l’Eterno fedelmente. E l’ira dell’Eterno si accese contro Israele; ed lo fece andar vagando per il deserto durante quarant’anni, finché tutta la generazione che aveva fatto quel male agli occhi dell’Eterno, fosse consumata” (Bemidbàr, 32: 10-13).
Gli israeliti erano entrati nella terra di Canaan dopo quarant’anni guidati da Yehoshua’. Calev colse l’occasione per chiedere la sua giusta ricompensa e disse a Yehoshua’:”Ed ora ecco, l’Eterno mi ha conservato in vita, come aveva detto, durante i quarantacinque anni ormai trascorsi da che l’Eterno disse quella parola a Moshè, quando Israele viaggiava nel deserto; ed ora ecco che ho ottantacinque anni; sono oggi ancora robusto com’ero il giorno che Moshè mi mandò; le mie forze son le stesse d’allora, tanto per combattere quanto per andare e venire. Or dunque dammi questo monte del quale l’Eterno parlò quel giorno […] Allora Yehoshua’ lo benedisse, e dette Hebron come eredità a Calev, figlio di Yefunnè. Per questo Calev, figlio di Yefunnè, il kenizeo, ha avuto Hebron come eredità, fino al dì d’oggi: perché aveva pienamente seguito l’Eterno, l’Iddio d’Israele”(Yehoshua’, 14: 10-14).
Nella storia ebraica vi sono due personalità con il nome Calev. Uno è Calev figlio di Chetzron, citato in Cronache (I, 2:18). L’altro è Calev figlio di Yefunnè, che appare nella nostra parashà, citato in un altro capitolo (Cronache, I, 4:14). Così spiega Ghersonide (Francia, 1288-1344) nel suo commento alle Cronache. Il Ghersonide fa quindi notare che Bezalel, il capo architetto del Tabernacolo, era bisnipote di Calev figlio di Chetzron e non di Calev figlio di Yefunnè, come scrivono altri commentatori delle Scritture.

(Shalom, 28 giugno 2024)
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Parashà della settimana: Shlach (Manda)

(Shalom, 28 giugno 2024)

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Antisemitismo in aumento

Un nuovo sondaggio condotto dalla Anti-Defamation League in sette paesi con significative comunità ebraiche (Stati Uniti, Francia, Germania, Argentina, Regno Unito, Canada e Australia) ha rilevato che quasi il 40% degli intervistati condivide classici stereotipi antisemiti. Agli intervistati è stato chiesto se sono o meno d’accordo con 10 enunciati riguardanti gli ebrei come “gli ebrei hanno troppo potere sui mercati finanziari internazionali”,
“gli ebrei sono responsabili della maggior parte delle guerre nel mondo”, “la gente odia gli ebrei a causa del modo in cui si comportano”, “gli ebrei sono più fedeli a Israele che a questo paese” ecc. Quasi il 40% di tutti gli intervistati si è detto d’accordo con almeno 6 enunciati.
Un aumento preoccupante è stato osservato nella percentuale di persone che credono che gli ebrei “siano responsabili della maggior parte delle guerre del mondo”: il 23% in Argentina (rispetto al 13% del 2019), il 21% in Australia, il 19% negli Stati Uniti, il 17% in Francia e Germania (rispetto al 3-4% dello scorso anno).
L’indagine ha posto anche domande relative a Israele. In tutti i sette paesi la maggioranza degli intervistati ha affermato di ritenere che Israele “probabilmente” o “sicuramente” sta conducendo un “genocidio” a Gaza: la percentuale più alta nel Regno Unito (71%), la più bassa negli Stati Uniti (53%).

(israele.net, 27 giugno 2024)

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Inchiesta su Gioventù Nazionale

Il Presidente Fadlun: “Immagini vergognose. Che FdI prenda provvedimenti. La nostra solidarietà ad Ester Mieli”

Netta condanna alle espressioni di razzismo e antisemitismo, solidarietà alla senatrice Ester Mieli. Questa la reazione della Comunità Ebraica di Roma in un post su X del Presidente Victor Fadlun, a seguito della pubblicazione della seconda parte dell’inchiesta di Fanpage su Gioventù Nazionale.
  “La Comunità Ebraica di Roma condanna le immagini vergognose di razzismo e antisemitismo emerse dall’inchiesta di Fanpage ed esprime solidarietà alla senatrice Ester Mieli, vittima di offese intollerabili – si legge su X di Fadlun -. Chiediamo che vengano presi provvedimenti adeguati, anche da FDI come ha annunciato. È imperativo che la società e le istituzioni reagiscano con forza contro ogni forma di odio e discriminazione”.
  Uno scenario agghiacciante quello emerso nell’inchiesta di Fanpage, in cui un buon numero dei componenti di Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di FdI, pronunciano cori nostalgici, frasi razziste e antisemite, tra saluti romani, chat e slogan filonazisti e fascisti. «Gli ebrei sono una casta, campano di rendita in virtù dell’olocausto. Sono troppi e io li disprezzo come razza» e ancora «La cosa più bella è stata ieri a prendersi per il c… per le svastiche e poi io che avevo fatto il comunicato stampa di solidarietà a Ester Mieli…» sono solo alcune delle frasi shock pronunciate dai giovani del movimento.
  “Ribadiamo: nessuno spazio in Fratelli d’Italia per razzisti, estremisti e antisemiti. Sono inaccettabili, nonostante le modalità con cui sono state carpite e divulgate, le frasi che si sentono in filmati diffusi che riprendono militanti del nostro partito usare un linguaggio incompatibile con i valori di riferimento del nostro movimento politico”, questo il commento del deputato FdI Giovanni Donzelli, che ha poi espresso solidarietà alla senatrice Mieli e assicurato che FdI “interverrà con grande fermezza nei confronti dei responsabili”.
  “In merito ai filmati diffusi da Fanpage in queste ore voglio precisare che come senatrice della Repubblica italiana e componente di Fdi non mi riconosco in quelle immagini, in quei comportamenti e in quelle parole che sono state mostrate – afferma in una nota la senatrice Mieli – Non ritrovo la realtà che conosco di Fratelli d’Italia e Gioventù Nazionale. È evidente che la presenza di elementi nostalgici piegati ad un passato riprovevole e criminale non mi appartengono. Le parole e i comportamenti là tenuti sono per me motivo di condanna e disapprovazione. Sono sicura che i vertici di FdI sapranno confermare la vocazione e la sostanza di un partito conservatore completamente libero da ideologie e comportamenti pericolosamente nostalgici”.

(Shalom, 27 giugno 2024)

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Antisemitismo dilagante negli USA nella indifferenza della polizia

Eclatante quanto successo domenica scorsa a Los Angeles con la polizia che è rimasta tranquillamente a guardare mentre i filo-palestinesi picchiavano gli ebrei che entravano in sinagoga.

di Alexandra Orbuch

Un amico mi ha mandato un messaggio domenica pomeriggio: “Volevo solo assicurarmi che la tua famiglia stesse bene dopo quello che è successo oggi a Los Angeles”. Non ero online e non avevo idea di cosa stesse parlando. Poteva essere qualsiasi cosa, un terremoto o un incendio, ma qualcosa mi diceva che si trattava di antisemitismo. Purtroppo, avevo ragione.
Domenica i manifestanti che sventolavano bandiere palestinesi e gridavano slogan anti-israeliani si sono riuniti fuori dalla sinagoga Adas Torah nel quartiere Pico-Robertson di Los Angeles. Hanno cercato di bloccare l’ingresso e sono stati presto raggiunti da controprotestanti che sventolavano bandiere israeliane. I gruppi si sono scontrati. Membri di Adas Torah hanno detto che i dimostranti anti-israeliani hanno colpito con lo spray gli ebrei che cercavano di entrare nella sinagoga, dove si teneva una fiera immobiliare israeliana. Talia Regev, 43 anni, ha raccontato di essere stata spruzzata e di aver assistito a violenti alterchi tra i due gruppi.
“Non c’era un posto dove girarsi per essere al sicuro”, ha detto Naftoli Sherman, 25 anni, che aveva programmato di partecipare alla fiera della sinagoga. È stato aggredito ed è finito in ospedale. “C’era un’intera banda di manifestanti sopra di me. Mi hanno rotto il naso e mi hanno dato un paio di calci in testa”.
Il giornalista di origine israeliana Daniel Greenfield ha riferito che un manifestante anti-Israele ha minacciato: “Miliardi di noi verranno a uccidervi”.
Il presidente Biden e il governatore della California Gavin Newsom sono intervenuti sui social media per condannare l’atto di odio di domenica. Il sindaco di Los Angeles Karen Bass ha promesso che la polizia “fornirà pattuglie aggiuntive nella comunità di Pico-Robertson e fuori dalle case di culto in tutta la città”. È un bene che abbiano parlato, ma twittare non è sufficiente.
E nemmeno stare a guardare. I membri del Dipartimento di Polizia di Los Angeles hanno osservato lo svolgersi della mischia invece di proteggere le persone prese di mira dalla folla. Per sedare i tafferugli sono stati necessari i volontari di organizzazioni ebraiche no-profit per la sicurezza, tra cui LA Shmira Public Safety e Magen Am. “Senza di loro, sarebbe stato molto peggio”, ha detto il signor Sherman.
“Se non fosse stato per Magen Am, non so cosa sarebbe successo”, ha detto David Kramer, 37 anni. “Le persone correvano, urlavano, un po’ deliranti” e imploravano gli agenti in uniforme di intervenire. Nonostante le molte suppliche, ha detto, “erano lenti a muoversi e mi è sembrato che avessero l’ordine di ritirarsi”.
Mentre gli scontri si spostavano a est di Adas Torah verso altre sinagoghe del quartiere ebraico, la polizia è rimasta a circa un quarto di isolato dall’azione, ha detto Regev. Ha esortato gli agenti a intervenire. Ho detto: “Dovete fermarlo” e loro hanno risposto: “Non possiamo fare nulla senza un’autorità superiore”. “Greenfield ha detto che la polizia “ha fatto poco per interferire con i sostenitori del terrorismo”. Non riuscendo a disperdere i manifestanti, ha reso difficile agli ebrei l’ingresso nella loro sinagoga. La polizia di Los Angeles ha rifiutato di commentare.
La signora Bass e la polizia di Los Angeles dovrebbero essere meglio preparate a gestire gli incidenti violenti, soprattutto in considerazione dell’aumento delle attività antisemite nell’area di Los Angeles dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas.
Un mese dopo il 7 ottobre, Paul Kessler, 69 anni, è morto per una ferita alla testa a Thousand Oaks in seguito a un alterco con un manifestante anti-Israele. Settimane dopo, Raphael Nissel, 75 anni, ha avuto bisogno di punti per chiudere una ferita alla fronte dopo essere stato aggredito da un uomo a Beverly Hills. Il signor Nissel stava andando alla sinagoga. Il procuratore distrettuale della contea di Los Angeles, George Gascón, ha dichiarato che l’aggressione è avvenuta nel contesto di una “preoccupante tendenza di crimini di odio antisemita” nella zona.
La polizia sarebbe stata così passiva come domenica se le persone prese di mira fossero state una minoranza diversa dagli ebrei? Sarebbero rimasti inerti e avrebbero lasciato che i manifestanti bloccassero l’ingresso di una chiesa o di una moschea? Questo palese doppio standard è proprio il motivo per cui la prima cosa che ho pensato quando il mio amico mi ha contattato è stato l’antisemitismo. Aspetto con ansia il giorno in cui un terremoto sarà più plausibile.

(Rights Reporter, 27 giugno 2024)

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Israele al secondo posto tra i Paesi migliori per la pensione

LONDRA - Nonostante la guerra in corso con Hamas, Israele è considerato il secondo miglior Paese al mondo per i pensionati. È quanto emerge da un nuovo studio di ConfidenceClub, un'azienda britannica che si occupa di aiutare i pensionati. L'indice "Ageing with Dignity" ha analizzato 39 Paesi per determinare i luoghi migliori per andare in pensione.
  Lo studio si è avvalso di informazioni provenienti, tra l'altro, dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dal database Numbeo sul costo della vita. Ha preso in considerazione criteri come l'emigrazione degli anziani, la qualità dell'assistenza sanitaria, l'aspettativa di vita, la sicurezza e la soddisfazione della vita. A ciascun Paese sono stati assegnati dei punti per stilare una classifica.

• Vincitrice l'Islanda, seguita da vicino da Israele
  Israele si è classificato al 2° posto con un punteggio di 85. È stato superato solo dall'Islanda con 87 punti. Finlandia, Paesi Bassi e Svizzera seguono dal 3° al 5° posto.
  Il Sudafrica si è classificato ultimo con un punteggio di 43 punti. La Grecia, la Lettonia, la Slovacchia e l'Italia si sono piazzate subito dopo.

• Soddisfazione nonostante la guerra in corso
  Sebbene lo studio sia stato condotto dopo il 7 ottobre, Israele è uno dei Paesi più sicuri in cui rifugiarsi. Secondo lo studio, "la sicurezza non riguarda solo i bassi tassi di criminalità, ma anche la creazione di un ambiente in cui gli anziani possano godersi gli anni d'oro in tutta tranquillità".
  Israele si è distinto anche in due criteri dell'indice. Il criterio "equilibrio degli anziani" mostra che la popolazione anziana di Israele è sostenuta da una popolazione economicamente molto attiva. Il criterio della soddisfazione di vita riflette "quanto le persone sono soddisfatte della propria vita, tenendo conto di fattori quali la stabilità economica, i legami sociali e la realizzazione personale".

• L'Indice Mondiale della Felicità conferma i risultati dello studio
  Israele non è solo al primo posto nel criterio di soddisfazione della vita. Israele è anche regolarmente ai primi posti del "World Happiness Report" delle Nazioni Unite. A marzo, Israele è sceso dal 4° al 5° posto. La Finlandia è stata classificata come il Paese più felice.
  Oltre ai migliori Paesi del mondo, l'indice per invecchiare con dignità ha analizzato anche le migliori città per la pensione. Dopo la capitale islandese Reykjavik e L'Aia nei Paesi Bassi, Tel Aviv è risultata la terza città migliore.

(Israelnetz, 27 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Un rarissimo manoscritto di 600 anni documenta l’ormai perduta Provenza ebraica

L’acquisizione è stata possibile grazie alla William Davidson Foundation, al Krauss Family Charitable Trust, Sid Lapidus e alla famiglia Zukier.

di Michael Soncin

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Immagine del Mezukak Shivatayim

Unico nel suo genere, è stato acquisito dalla Biblioteca Nazionale d’Israele, andando così ad arricchire la collezione di Judaica. Intitolato Mezukak Shivatayim, fonde nel suo insieme halachà, teologia, filosofia aristotelica e medievale. Prezioso perché testimonia la scomparsa comunità ebraica francese della Provenza.
Al suo interno contiene un commento di 7 dei 14 libri del Mishneh Torah del Rambam, Maimonide. Il libro venne copiato in Provenza, probabilmente dopo la scomparsa del suo autore, Rabbi Yosef Kimchi (1105-1170), in cui fornisce le fonti per le sentenze di Maimonide dal punto di vista sia halachico sia filosofico.
Il rabbino cita fonti di autori sia aschenaziti che sefarditi, fonti che in parte oggi non esistono più, ed è perciò l’unica prova arrivata oggi a noi. Come riportato da Jewish News, l’opera è la testimonianza non soltanto di un ebraismo perduto, ma anche indice della ricchezza culturale, dell’abilità intellettuale e della profondità spirituale.
Tra il XIII e XIV secolo numerose controversie, legate al pensiero di Maimonide, di carattere religioso, culturale e sociale, crearono una frattura tra le comunità ebraiche della Spagna e della Provenza, che sfociarono nell’esclusione, nell’isolamento delle tradizioni provenzali. Per questo motivo importanti opere di studiosi della zona rimasero non citate e non copiate. Questo va ad aggiungersi ad altri fattori come la ribellione dei cristiani nel XIV secolo verso le comunità ebraiche della Provenza che vennero annientate.
Chaim Neria, curatore della Haim and Hanna Solomon Judaica Collection presso la Biblioteca Nazionale d’Israele, ha detto: «L’acquisizione del Mezukak Shivatayim colmerà una lacuna nella narrativa storica esistente e, in piccola misura, ripristinerà la nostra comprensione collettiva del patrimonio culturale e religioso di questa comunità ebraica altamente significativa».
Mentre Raquel Ukeles, a capo delle collezioni della Biblioteca Nazionale d’Israele, ha affermato: «La digitalizzazione e la disponibilità online del Mezukak Shivatayim forniranno a questa e alle generazioni future l’opportunità di ricercare, studiare e connettersi con un capitolo centrale della storia ebraica».

(Bet Magazine Mosaico, 27 giugno 2024)

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Gaza, ucciso contrabbandiere d'armi di Hamas. Raid Israele in Libano

Un agente di Hamas coinvolto nel contrabbando di armi al gruppo terroristico attraverso il valico di frontiera di Rafah e attraverso i tunnel che attraversano l’Egitto è stato ucciso in un attacco aereo. Lo ha annunciato l’Idf secondo cui Wissam Abu Ishaq è stato preso di mira ieri da un attacco di droni nel sud della Striscia di Gaza.
L’IDF afferma che aerei ieri da combattimento e altri aerei hanno colpito dozzine di altri obiettivi in tutta Gaza, inclusi edifici con trappole esplosive, edifici utilizzati da gruppi terroristici, tunnel e celle di uomini armati.
I caccia dell’aeronautica israeliana hanno colpito nella notte diverse infrastrutture militari di Hezbollah nelle aree di Matmoura e Chebaa, in Libano. Lo ha reso noto l’Idf.
L’esercito israeliano ha arrestato 20 persone negli ultimi raid compiuti in Cisgiordania. La maggior parte degli arresti sono avvenuti nei governatorati di Hebron e Jenin, mentre altri sono avvenuti a Betlemme e Qalqilya, secondo la Società dei prigionieri palestinesi. Tra gli arrestati c’è la madre di un palestinese ricercato dalle autorità israeliane e molti altri ex detenuti, ha riferito il gruppo.
Dal 7 ottobre, secondo la Società dei prigionieri, le forze israeliane hanno effettuato 9.400 arresti in raid giornalieri in tutta la Cisgiordania occupata. Almeno 553 persone, tra cui 137 minorenni, sono state uccise e circa 5.300 sono rimaste ferite.
Un missile è stato segnalato nelle vicinanze di un mercantile a 52 miglia nautiche a sud del porto di Aden, nello Yemen. Lo ha reso noto il Maritime Trade Operations (Ukmto) su X. Secondo il rapporto sull’incidente diramato dal capitano della nave, l’Ukmto ha aggiunto che l’equipaggio non è stato colpito.
La Resistenza Islamica in Iraq ha rivendicato la propria responsabilità di aver “attaccato un obiettivo vitale a Eilat”, utilizzando un drone. L’Idf aveva riferito in precedenza che l’Uav era esploso nello spazio marittimo vicino alla città israeliana sulle rive del Mar Rosso.

(Adnkronos, 26 giugno 2024)

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Leva haredi, storica sentenza della Corte Suprema israeliana

Impone l’arruolamento agli ultraortodossi e toglie i finanziamenti alle yeshivot dei disertori

di Anna Balestrieri

La storica sentenza dell’Alta Corte che impone l’arruolamento di uomini Haredi (ultraortodossi) nell’IDF segna un momento cruciale nella società israeliana, creando nette divisioni tra i settori laico e sionista-religioso e quello ultrareligioso. La decisione è stata accolta sia con una forte opposizione da parte dei leader ultraortodossi sia con il sostegno di figure laiche e di opposizione, sottolineando il rapporto complesso e spesso controverso tra tradizione ultrareligiosa e obblighi civili in Israele.

• LA SENTENZA DELLA CORTE SUPREMA
  La decisione della Corte Suprema affronta una questione controversa di vecchia data nella società israeliana: l’esenzione degli uomini Haredi dal servizio militare obbligatorio, d’obbligo per la stragrande maggioranza degli altri cittadini ebrei israeliani. La Corte ha stabilito che le esenzioni esistenti e il sostegno finanziario per gli studenti della yeshivah che non si arruolano sono incostituzionali, ordinando così al governo di integrare gli uomini Haredi nel sistema di leva militare.
  Il 23 giugno 2024, la Corte Suprema di Giustizia israeliana ha emesso unanimemente una sentenza storica che impone al governo di iniziare ad arruolare uomini Haredi (ultraortodossi) nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e di cessare il finanziamento delle yeshivot (scuole religiose ebraiche) i cui studenti non si arruolino. La Corte ha parlato di “grave discriminazione tra coloro che sono tenuti a prestare servizio” e coloro che sono esentati dal servizio militare, quantificando circa 63.000 unità l’enorme numero di giovani Haredi finora esentati dalla leva. “In questi giorni, nel mezzo di una dura guerra, il peso della disuguaglianza è più acuto che mai – e richiede la promozione di una soluzione sostenibile a questo problema”, ha dichiarato la Corte.

• SOSTEGNO DA PARTE DI PERSONALITÀ LAICHE E DELL’OPPOSIZIONE
  I leader laici e le figure dell’opposizione hanno ampiamente accolto con favore la sentenza.
  La decisione della Corte Suprema ha ricevuto l’immediato plauso di Chofshi B’Artzeinu (Liberi nella nostra terra, da un verso dell’inno nazionale), l’organizzazione che guida la campagna per l’uguaglianza dell’onere della leve, definendo la sentenza “un momento decisivo nella storia dello Stato di Israele.
  “Dopo il terribile disastro del 7 ottobre, la mobilitazione equa e completa di tutte le parti della società israeliana è un bisogno di sicurezza fondamentale ed esistenziale, non solo una questione socio-morale”, si legge nel comunicato. Gideon Sa’ar del partito di destra nazionale ha elogiato la sentenza con le parole: “Conservatori e liberali – ci sono giudici a Gerusalemme“. Il riferimento è ad una citazione attribuita al primo ministro Menachem Begin che è stata ampiamente utilizzata dai politici per celebrare le sentenze dei tribunali con cui sono d’accordo. Avigdor Lieberman, presidente del partito Yisrael Beiteinu, ha ripreso la stessa citazione, definendo la decisione della Corte Suprema “un passo significativo verso un cambiamento storico che rende giustizia al pubblico che sopporta il peso [del servizio militare].”E in un anno in cui abbiamo perso un’intera brigata di soldati caduti in battaglia o gravemente feriti, in un anno in cui i riservisti hanno prestato servizio per più di 200 giorni, non c’è prova più ampia che le forze di difesa israeliane abbiano bisogno di più personale“.
  Anche il capo del partito laburista Yair Golan, eroico protagonista di una missione di salvezza il 7 ottobre, ha accolto con favore la decisione della Corte. “Il dovere di difesa e di servizio civile nazionale dovrebbe applicarsi a ogni giovane israeliano, indipendentemente dalla religione, dalla etnia e dal sesso”, ha affermato.
  Benny Gantz, presidente del partito di Unità Nazionale, ha elogiato la decisione e ha esortato la comunità Haredi a trovare un compromesso che rispetti sia gli obblighi del servizio nazionale sia le tradizioni religiose. Ha definito il servizio militare e nazionale  una necessità di sicurezza e  un dovere morale, essenziale per mantenere la coesione sociale in una società diversificata.

• REAZIONI DEI LEADER ULTRAORTODOSSI
  La sentenza ha suscitato una forte opposizione da parte di esponenti politici e religiosi ultraortodossi:
  Yitzchak Goldknopf, ministro dell’edilizia e capo del partito Ebraismo della Torah unita, ha espresso profondo disappunto, affermando che la sentenza mina il fondamento di Israele come patria del popolo ebraico, la cui identità è radicata nella Torah.
  Meir Porush, ministro per gli Affari di Gerusalemme, ha avvertito che la sentenza potrebbe portare a una divisione de facto di Israele in due Stati separati: uno che segue l’attuale struttura governativa e un altro dove gli studenti della yeshivah continuano ininterrottamente i loro studi della Torah.
  Arye Dery, presidente del partito Shas, ha sottolineato che la resilienza del popolo ebraico nel corso della storia è dovuta al suo impegno verso la Torah e le mitzvot (comandamenti) e che nessuna decisione legale potrebbe recidere questo legame.
  Moshe Gafni, membro della Knesset del United Torah Judaism, ha accusato la Corte Suprema di ignoranza riguardo al valore dello studio della Torah, inquadrando la sentenza come parte di un più ampio conflitto culturale e religioso.
  Diversi leader ultraortodossi hanno accusato l’Alta Corte di oltrepassare i suoi limiti giurisdizionali, minando il governo democratico.
  Israel Eichler (UTJ) ha definito la Corte un “organismo dittatoriale” che ha usurpato il potere dei funzionari eletti, suggerendo che la sentenza potrebbe incitare una guerra religiosa e approfondire le divisioni tra gli ebrei. Eichler ha invitato il governo di destra a difendere i valori ebraici e della Torah contro ciò che percepisce come un eccesso di autorità giudiziaria.

• IMPLICAZIONI FUTURE
  La decisione della Corte Suprema porterà probabilmente a notevoli sconvolgimenti politici e sociali. La resistenza della comunità ultraortodossa suggerisce il potenziale per un aumento della disobbedienza civile e delle proteste. D’altro canto, la sentenza è in linea con gli sforzi volti a garantire che tutti i settori della società israeliana condividano le responsabilità nazionali, favorendo potenzialmente una maggiore integrazione sociale nel tempo.
  La sentenza e le successive reazioni evidenziano la lotta in corso all’interno della società israeliana per bilanciare le tradizioni religiose con gli obblighi statali. La questione dell’arruolamento di uomini Haredi nell’IDF è stata per anni un punto critico, riflettendo tensioni più ampie tra le comunità laiche e religiose in Israele.

(Bet Magazine Mosaico, 26 giugno 2024)

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Israele non può perdere la deterrenza

di Maurizia De Groot Vos

Se c’è una cosa sicura come il sorgere del sole è che né Hamas né Hezbollah recederanno dalla loro volontà di distruggere Israele.
  Mi chiedo quindi: che senso ha oggi accettare una tregua a Gaza senza aver estirpato la minaccia di Hamas oppure cedere alle pressioni americane per uno stop alle operazioni nel sud del Libano senza che Hezbollah si sia ritirato dietro la linea blu delimitata dal fiume Litani?
  Le comunità che confinano con Gaza o con il sud del Libano, possono in tutta onestà rientrare alle loro case sapendo che la minaccia di un nuovo 7 ottobre non è stata neutralizzata?
  Sento dire un po’ ovunque che il Ministro della difesa israeliano, Yoav Gallant, sarebbe a Washington per discutere con gli americani di una de-escalation sul fronte nord.
  Ma per quello che ho saputo da una fonte americana più che affidabile, per gli americani non sarebbe indispensabile che Hezbollah si ritiri dal sud del Libano, come non sarebbe indispensabile distruggere Hamas. L’importante è arrivare a una tregua su entrambi i fronti prima delle elezioni presidenziali.
  In sostanza, se dovesse passare la linea americana, Hamas rimarrebbe al suo posto pronto a riarmarsi per tornare all’attacco prima possibile, così come Hezbollah rimarrebbe a sud del fiume Litani pronto a minacciare lo Stato Ebraico con i suoi 150.000 missili iraniani.
  Non è così che si fa politica in Medio Oriente e non è così che si mette in sicurezza Israele.
  Per assurdo, se vogliamo la pace dobbiamo fare più guerra.
  Che messaggio manderebbe Israele ai suoi nemici e ai regimi del Golfo se adesso cedesse su tutta la linea come vorrebbero a Washington? Che messaggio manderebbe agli Ayatollah iraniani se non quello di una potenza indebolita? La deterrenza è sempre stata l’arma migliore in mano a Israele, ma se la deterrenza si perde per strada il messaggio che arriverà sarà quello di uno Stato Ebraico indebolito e quindi attaccabile.
  Al contrario, se Israele andrà fino in fondo a Gaza e ricaccerà Hezbollah oltre il fiume Litani, le comunità del sud al confine con la Striscia e quelle a nord al confine con il Libano, potranno tornare alle loro case senza il timore di un nuovo 7 ottobre e, soprattutto, Israele manderà un segnale chiaro e a tutto tondo ai suoi nemici ristabilendo quella deterrenza che per oltre 70 anni ha garantito allo Stato Ebraico di prosperare e di scoraggiare i nemici a fare qualsiasi passo falso.

(Rights Reporter, 26 giugno 2024)

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UE – Israele aspetta Kallas agli Esteri e non rimpiange Borrell

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Kaya Kallas

Se confermato nelle prossime 48 ore, il nuovo Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri sarà la prima ministra estone Kaya Kallas. Un nome accolto positivamente a Gerusalemme viste le posizioni espresse da Kallas su Israele e sul conflitto contro Hamas.
  Sostenitrice della soluzione dei due stati per due popoli e preoccupata per la situazione umanitaria a Gaza, la premier estone ha più volte ribadito il diritto d’Israele all’autodifesa, oltre a condannare i massacri di Hamas del 7 ottobre. Durissima contro la Russia di Vladimir Putin, in generale le sue posizioni sul Medio Oriente sono considerate moderate, sottolinea ynet. In ogni caso, commenta il quotidiano israeliano, «quasi qualsiasi sostituto di Josep Borrell (attuale Alto rappresentante), alla luce delle sue posizioni fortemente critiche, rappresenta un miglioramento per Israele».
  Per quanto riguarda Gerusalemme, «Kallas presenta una posizione equilibrata sulla guerra», ha commentato a Israel Hayom, Eyal Robinson, esperto di relazioni internazionali. «È simile alla posizione della linea centrista delle istituzioni Ue e in contrasto con quella di Borrell. Kallas ha sostenuto il diritto di Israele a difendersi senza compromessi e ha condannato l’attacco del 7 ottobre. Allo stesso tempo, ha sottolineato in più occasioni la questione umanitaria degli abitanti della Striscia di Gaza e la necessità di trovare una soluzione al rischio di una crisi alimentare».
  Dopo il 31 ottobre, quando scadrà il mandato dello spagnolo Borrell, il nuovo Alto rappresentante potrà aiutare a superare alcuni contrasti e incomprensioni tra Ue e Israele, spiega Robinson.
  Nel mentre però lo scontro persiste, come dimostrano le dure prese di posizione del ministro degli Esteri israeliano Israel Katz su Borrell. «Ha scelto di comportarsi in modo ossessivo contro lo Stato d’Israele, per ostilità personale e politica», ha accusato Katz in un’intervista all’emittente N12. «Ha cercato di negare a Israele il diritto di autodifesa nonostante i terribili crimini commessi da Hamas il 7 ottobre» e «di imporre una decisione su un cessate il fuoco unilaterale che avrebbe ostacolato la possibilità di liberare gli ostaggi». «Siamo lieti che i nostri amici nell’Unione abbiano sventato le sue manovre contro Israele», ha affermato il ministro. Per poi aggiungere che senza Borrell, «potremo continuare a lavorare insieme ai nostri numerosi amici nell’Ue per riportare a casa gli ostaggi e sconfiggere Hamas, rafforzare e intensificare i legami, e promuovere ulteriori sanzioni contro l’Iran e l’asse del male dell’Islam estremista».

• Vertice sì ma su Gaza no
  Parole specchio di una tensione diplomatica aggravatasi negli anni, il cui ultimo capitolo è stata la richiesta del capo della diplomazia di Bruxelles di convocare il Consiglio di associazione UE-Israele. Si tratta di un incontro parte dell’accordo stipulato tra l’Unione europea e Gerusalemme nel 1995 ed entrato in vigore nel 2000. Un’intesa che regola le relazioni bilaterali in molti ambiti, dalla cooperazione industriale a quella energetica, fino al dialogo politico. «Siamo felici di convocare un Consiglio di associazione regolare in cui, come con qualsiasi altro paese, discutiamo di tutti gli elementi delle relazioni bilaterali UE-Israele, compresi il commercio, l’istruzione e la cultura… così come di temi legati ai diritti umani e alla guerra», ha replicato la missione israeliana a Bruxelles. Un chiaro no a un vertice speciale incentrato sulla situazione a Gaza.
  In una recente missione in Ungheria, Katz è tornato sulla questione, annunciando che la riunione del Consiglio di associazione si terrà quando alla presidenza del Consiglio Ue ci sarà il governo di Viktor Orban. Ovvero dopo il 1 luglio. «La presidenza ungherese rappresenta un’opportunità senza precedenti per migliorare la posizione di Israele nell’Unione europea», ha sostenuto Katz.

(moked, 26 giugno 2024)

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Le illusioni della sinistra ebraica e le dure lezioni della storia

di Davide Cavaliere

Il 28 gennaio 1969, sulla scorta delle polemiche e delle tensioni internazionali che caratterizzano gli anni successivi alla Guerra dei sei giorni, un gruppo di «ebrei di sinistra» pubblicò su L’Unità una lettera-manifesto diretta contro la «politica nefasta del governo d’Israele».
  Tale missiva, dopo aver espresso il consueto e formale rigetto del terrorismo arabo-palestinese, muoveva all’allora governo israeliano, guidato dal laburista Levi Eshkol, l’accusa di alimentare con la sua azione governativa le «posizioni oltranziste ed espansionistiche», ponendo così le «premesse per un nuovo conflitto».
  Si tratta delle medesime critiche che, attualmente, gli «ebrei di sinistra» lanciano contro Netanyahu e la destra, colpevole a sentir loro di «fomentare» lo scontro con gli arabi favorendo il movimento dei cosiddetti «coloni».
  Gli «ebrei di sinistra» della Diaspora hanno criticato come «oltranzisti» tutti i governi israeliani, compreso quello del santificato (ma solo dopo il suo assassinio) Yitzhak Rabin, dimostrando così di avere una notevole difficoltà ad accettare Israele come Stato nazionale. Essi lo difendono nella misura in cui si attendono che il «progresso» storico abolirà gli stati nazionali e risolverà il problema degli ebrei una volta per tutte, disperdendoli in un’astrazione chiamata «umanità».
  Israele, alla sinistra diasporica profondamente influenzata dal marxismo, appare troppo identitario, troppo statuale, troppo «ebraico» per preservarlo fino in fondo. Il loro originario «internazionalismo», attualmente decaduto in una forma di «mondialismo» nemico di tutte le autoctonie e identità solide, li induce a vedere Israele come veicolo per una società multiculturale, «mista», in cui l’elemento ebraico sia diluito fino alla sua sparizione.
  Gli «ebrei di sinistra», ieri come oggi, sono sordi alle dure lezioni impartite dalla Storia. Come se dai tempi di Altneuland nulla fosse accaduto, perpetuano l’utopia di Herzl e del suo «stato ebraico» binazionale e irenico. Non hanno ancora compreso che nessuna pace è possibile con un nemico che considera lo sterminio del popolo d’Israele come un dovere religioso. I «palestinesi», non solo i membri di Hamas, sono le truppe d’assalto di una seconda Shoah.
  Incapaci di comprendere questi fatti elementari, gli ebrei progressisti dell’Europa e degli Stati Uniti vorrebbero lasciare la Giudea e la Samaria, centri storici del Giudaismo, agli arabo-palestinesi, affinché vi costituiscano un loro «Stato», che diventerebbe una base terroristica permanente, come non smettono di proclamare nelle loro dichiarazioni in arabo. Ma il conflitto in Medio Oriente non riguarda la terra o uno «Stato palestinese»; si tratta di una guerra di aggressione che dura da sessant’anni, condotta da musulmani sunniti e sciiti, per distruggere il focolare nazionale ebraico e gettare i suoi abitanti in mare.
  Non ci sarà mai un futuro privo di conflitti tra popoli e civiltà né uno in cui gli ebrei cesseranno di essere oggetto di invidia, risentimento e odio virulento, al punto da rendere Israele superfluo. Eppure, gli «ebrei di sinistra» negano la determinazione degli islamisti ad ucciderli. In parte, questa negazione psicologica è comprensibile, può capitare a tutti coloro che si trovano ad affrontare una prospettiva troppo terribile per essere contemplata, ma quando assume una rilevanza politica, significa correre un grave pericolo.
  Le loro lagnanze circa i «coloni» e la destra al governo, che sembrano ritenere responsabili dell’attuale conflitto, quasi a voler scagionare Hamas e i suoi sponsor iraniani e turchi, ricordano le tristi illusioni dei membri degli Judenrat, i Consigli ebraici nei ghetti nazisti, che cercavano di convincersi del fatto che i tedeschi fossero troppo civili per ucciderli in massa. La storia recente degli ebrei è puntellata di queste illusioni, basti pensare al modo in cui le Comunità Ebraiche italiane si affidarono al regime fascista, convinte che le avrebbe protette dell’antisemitismo nazista.
  Gli «ebrei di sinistra» dell’Occidente, diasporici solo per modo di dire, hanno dimenticato la violenza antiebraica e l’importanza di avere un rifugio nazionale. Se tutto ricominciasse, come ai tempi di Hitler, è in Israele e solo in Israele che gli ebrei, anche quelli progressisti e antisionisti, troverebbero un riparo.

(L'informale, 26 giugno 2024)
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Gli "ebrei di sinistra", che come si vede dall'articolo si presentano sempre gli stessi in momenti diversi della storia di Israele, sono la versione ebraica di quell'universale forma di religiosità a cui si potrebbe dare il nome onnicomprensivo di "Sinistrismo". Nome che può essere visto come l'opposto corrispondente dell'altrettanto onnicomprensivo e generico nome di "Fascismo". Del Fascismo ormai si sa o si pensa di sapere tutto, ma esiste già da qualche parte uno studio approfondito di quell'universale fenomeno culturale esteso in tutto l'Occidente che merita il nome sintetico di Sinistrismo? M.C.

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Il sergente maggiore Muhammad Alatrash è stato ucciso da Hamas

Le Forze di Difesa israeliane hanno annunciato lunedì che il sergente maggiore Muhammad Alatrash è stato ucciso da Hamas il 7 ottobre e il suo corpo portato a Gaza. Alatrash, 39 anni, arabo israeliano della comunità beduina meridionale di Sa’wa, prestava servizio nella Brigata Nord della Divisione di Gaza. Il suo corpo venne prelevato dalla zona del kibbutz Nahal Oz, dove era rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con i terroristi. Finora figurava tra i 251 ostaggi sequestrati il 7 ottobre, ma la sua morte è stata recentemente accertata sulla base di prove e informazioni di intelligence ottenute dalle truppe che operano a Gaza. Alatrash lascia due mogli e 13 figli, tra cui un bambino che il 7 ottobre aveva un mese.
Al momento sono 42 le persone, compreso Alatrash, nelle mani di Hamas di cui le Forze di Difesa israeliane hanno accertato il decesso. Un’altra donna risulta scomparsa sin dal 7 ottobre, ma la sua sorte è ancora sconosciuta.

(israele.net, 25 giugno 2024)

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Una vittoria decisiva su Hamas avrà un effetto anche su Hezbollah

Un successo nella Striscia di Gaza potrebbe scuotere la fiducia in se stesso del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah e mettere in evidenza le conseguenze di una guerra con Israele.

di Meir Ben-Shabbat 

GERUSALEMME - Nella complessa rete di dilemmi che i decisori israeliani si trovano ad affrontare, la guerra per smantellare in modo decisivo l'organizzazione terroristica Hamas deve rimanere una pietra miliare della politica e dell'azione. Dopo il 7 ottobre, non c'è più spazio per le manovre: qualsiasi altro risultato avrà conseguenze di vasta portata.
Uno sforzo determinato per raggiungere tutti gli obiettivi israeliani a Gaza scuoterà anche la fiducia del segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah nell'efficacia della sua strategia di logoramento contro Israele e farà capire a lui e alla leadership libanese le potenziali conseguenze di una guerra con Israele.
I disaccordi ai massimi livelli di sicurezza israeliani riguardo a Gaza riflettono non solo le differenze di opinione sull'obiettivo strategico (reale, non dichiarato) della guerra, ma anche i disaccordi nel valutare l'efficacia dello sforzo e nel sincronizzare i combattimenti a Gaza con altre minacce e sfide. I nostri nemici usano questi disaccordi come materiale di propaganda, presentandoli come espressione di frustrazione e disperazione e come segno del collasso del sistema israeliano.
Guardando al comportamento delle forze armate e della società israeliana, così come ai risultati della guerra, il quadro è contrastante e propende più per il lato positivo e ottimista che per quello opposto.
Questo vale non solo per i successi militari, ma anche per l'impatto della guerra sull'opinione pubblica della Striscia di Gaza, come dimostrano i risultati di un recente sondaggio trimestrale condotto dal Palestinian Centre for Policy and Survey Research, diretto da Khalil Shikaki.
Questo sondaggio ha mostrato una diminuzione della percentuale di abitanti di Gaza che sostengono l'attacco di Hamas del 7 ottobre, una diminuzione della soddisfazione nei confronti di Hamas e una diminuzione della percentuale di abitanti di Gaza che credono che Hamas vincerà la guerra. Sebbene i dati siano ancora lontani dall'indicare un cambiamento completo (e in Giudea e Samaria riflettono addirittura una tendenza al rafforzamento di Hamas), non dovrebbero essere ignorati.

• Ridurre il divario di aspettative
  I diversi approcci all'interno del sistema israeliano non sono sempre compatibili, ma è possibile ridurre il divario di aspettative tra il livello politico e il sistema di sicurezza, e tra questi due e il pubblico.
Il primo divario riguarda le prestazioni richieste. L'obiettivo definito dai politici è la distruzione delle capacità militari e politiche di Hamas, ma è ancora necessario definire dei parametri di riferimento rispetto ai quali valutare il raggiungimento di questo obiettivo. Le autorità di sicurezza hanno spesso usato il termine "smantellamento" per indicare la distruzione della capacità delle brigate e dei battaglioni di Hamas di operare come unità organizzate. In realtà, le Forze di Difesa israeliane ne hanno sciolto la maggior parte.
In una guerra contro un esercito statale regolare, è sufficiente far crollare il sistema di combattimento, scioglierlo e distruggere in modo sicuro le sue forze per rendere la battaglia così disperata da portare alla deterrenza e alla resa. Questo è ciò che è accaduto nelle nostre guerre contro gli eserciti arabi fino al 1973.
Nel caso attuale, combattere un'entità ibrida - un esercito che sa operare come una cellula guerrigliera e terroristica (o contro un altro esercito jihadista, come i nazisti e i giapponesi) - non è sufficiente per sconfiggerla. La distruzione del sistema è necessaria per ottenere il secondo fattore decisivo: l'eliminazione del nemico e/o il suo sradicamento dall'area. Questo può spiegare il ritorno in luoghi di Gaza dove le forze israeliane hanno già operato e la lunga durata dell'operazione.
Un'altra lacuna esiste in relazione alla distruzione delle capacità politiche del governo. Mentre un approccio suggerisce che il controllo di Hamas può essere rimosso facendo in modo che un'altra entità (non le Forze di Difesa israeliane) assuma l'amministrazione degli affari civili a Gaza, l'altro punto di vista ritiene che nessuna entità diversa dalle Forze di Difesa israeliane possa avere successo nelle condizioni attuali, e che in ogni caso qualsiasi centro di potere del governo di Hamas debba essere distrutto, anche se temporaneamente non ci sono alternative.
In entrambi i casi, non si conosce un piano per raggiungere l'obiettivo, compresa la rimozione del controllo di Hamas sugli aiuti umanitari, che gli dà respiro e posizioni di potere.

• I vincoli che Israele deve affrontare
  Un'altra lacuna è legata al ritmo e all'intensità dei combattimenti. Questi sono influenzati dai vincoli politici, operativi e legali a cui Israele è soggetto. Tuttavia, l'approccio attuale riduce l'efficienza, limita i punti di pressione sul nemico, permette alle sue forze di fuggire in aree esterne alla zona di combattimento e di riorganizzarsi lì, prolunga la guerra e aumenta il senso di stagnazione. Una strategia di accumulo di successi tattici ha un prezzo elevato, che può essere richiesto dall'opinione pubblica solo se non ci sono altre alternative.
La leadership politica e di sicurezza farebbe bene a chiarire questi aspetti nelle aule di discussione. Nonostante gli inconvenienti, la controversia può essere un'opportunità per rafforzare la nostra fiducia non solo nella legalità della guerra, ma anche nel modo in cui viene condotta.
A parte queste aree, l'importanza di rimuovere la leadership di Hamas e i benefici previsti per tutti gli obiettivi definiti da Israele sembrano indiscutibili. Farlo nei confronti dei comandanti a Gaza è difficile, ma possibile; è impossibile farlo invece confronti dei leader dell'organizzazione all'estero, che appaiono nei media e si comportano come se la loro immunità fosse garantita.
Il ruolo centrale svolto da questa leadership all'estero e i suoi sforzi per attirare Israele in una guerra su più fronti richiedono che Israele la prenda sistematicamente di mira fino a neutralizzare tutti i suoi componenti - soprattutto dopo l'attacco del 7 ottobre e dopo le chiare parole del leader di Hamas Khaled Mashaal sull'impegno del gruppo a distruggere Israele.
Attaccarli renderà chiaro che c'è un prezzo da pagare per il loro rifiuto di un accordo di rilascio. Contribuirà a interrompere la capacità di Hamas di controllare e coordinare e a complicare i suoi sforzi di recupero.
Senza un efficace apparato di leadership all'estero, Hamas perderà il suo status di movimento con influenza regionale, anche se continuerà a esistere come organizzazione locale e braccata. Si tratta di un interesse condiviso da Israele e dai suoi vicini e di un obiettivo coerente con il desiderio americano di dare forma a un nuovo ordine regionale.

(Israel Heute, 25 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele: gli studenti ortodossi dovranno arruolarsi, corte suprema rimuove le esenzioni

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La Corte Suprema di Israele ha deciso all'unanimità martedì che non esiste più alcun quadro giuridico che consenta al governo di "concedere esenzioni totali dal servizio militare agli studenti ortodossi delle scuole religiose". Secondo i giudici il governo non può continuare a dare istruzioni all'esercito e al ministero della Difesa di non provvedere a tali disposizioni.
I giudici hanno fatto riferimento al fatto che, in un periodo in cui molti soldati sacrificano la loro vita per proteggere Israele, "la discriminazione riguardante la cosa più preziosa di tutte - la vita stessa - è della peggior specie".
I soldati "non si aspettano di ottenere alcun beneficio" dal loro servizio, ma solo che "altri facciano lo stesso", hanno aggiunto.
Con un ulteriore schiaffo all'attuale governo di Benjamin Netanyahu la Corte Suprema ha anche stabilito che l'esecutivo non può "fornire sostegno finanziario agli studenti delle scuole religiose che studiano" al posto di essere arruolati in base a una legge che così stabilisce.
"Uno storico trionfo dello Stato di diritto e del principio della parità degli oneri del servizio militare", secondo il Movimento per la qualità del governo, tra i principali ricorrenti alla Corte Suprema sul tema del servizio militare, che ha chiesto al governo e al ministro della difesa Yoav Gallant di procedere subito alla leva per i giovani ortodossi. "La discriminazione nel servizio militare non poteva continuare ed è arrivato il momento dell'eguaglianza".
Secondo gli analisti la sentenza costituisce un serio problema per il governo di Netanyahu sorretto da un'alleanza tra il Likud e i partiti di estrema destra religiosi.

• I giovani ortodossi idonei alla leva sono 67mila
  La Corte tuttavia non è entrata nel dettaglio su come, in base alla sentenza, applicare la legge così come è attualmente o sul numero degli studenti ortodossi che potrebbero essere arruolati. A ora le stime parlando di circa 67mila giovani ortodossi idonei alla leva.
La sentenza avrà probabilmente drammatiche implicazioni politiche e sociali, dal momento che i partiti politici haredi si oppongono ferocemente all'arruolamento dei loro elettori e chiedono una legislazione per ripristinare le esenzioni generali e per le quali alcuni parlamentari del Likud del premier Netanyahu hanno già affermato di non poter votare.

(euronews, 25 giugno 2024)

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“Dopo il sette ottobre. Come tutto è cambiato”: la conferenza di ASSET

di Anna Balestrieri

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Il 7 ottobre segna un punto di svolta nella storia contemporanea, tanto da ispirare la conferenza intitolata “Dopo il 7 ottobre. Come tutto è cambiato”, tratta dall’omonimo libro collettaneo curato da Francesco Lucrezi, docente dell’Università di Salerno, ed edito da Pasquale Gnasso. L’ispirazione per il libro è nata durante una visita a Gerusalemme, quando le vetrate di Chagall all’Hadassah hanno stimolato una riflessione profonda sull’informazione, spesso percepita come un “velo di Maia” che oscura la realtà, rappresentando gli israeliani come oppressori e i palestinesi come vittime oppresse.

• Il Cambiamento dopo il Pogrom
  Già dalla mattina dell’8 ottobre, il mondo sembrava stravolto. Pasquale Gnasso ha citato Lucia Annunziata come uno dei pochi giornalisti che si sono apertamente schierati in difesa di Israele, criticando l’approccio dei media che selezionano intenzionalmente interlocutori deboli per parlare a favore di Israele. La conferenza ha sollevato la questione del perché il conflitto non venga riconosciuto come una guerra al terrorismo.

• Gli Eventi Organizzati da ASSET
  ASSET, l’Associazione Ex Allievi della Scuola Ebraica di Torino, ha organizzato una serie di tre eventi per approfondire vari aspetti della crisi. Il primo evento, in collaborazione con Keren Hayesod, ha trattato la tragedia dei kibbutzim al confine con Gaza. Il secondo ha affrontato la “situazione perversa degli atenei”, in cui l’università di Torino era stata triste capofila di un movimento di boicottaggio ai rapporti scientifici con istituzioni israeliane.
  L’incontro del 20 giugno ha ospitato interviste a docenti che hanno deciso di dissociarsi dall’antisemitismo crescente, leggendovi un pericoloso paragone con le campagne antisemite degli anni ’30. Angelica Edna Calò Livne ha voluto dare una nota di speranza, raccontando come nel suo kibbutz, così come nel Kibbutz Baram, gli arabi abbiano aiutato nella raccolta delle mele, dimostrando una coesistenza possibile. Ha ricordato le parole di Golda Meir: “Non possiamo permetterci il pessimismo“.

• Reazioni del Mondo Ebraico e la Nuova Fede
  Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha definito il libro “contro-corrente”, in un panorama editoriale che sembra appoggiare maggiormente la causa palestinese. Nel suo intervento ha esplorato come la fede ebraica sia cambiata dopo il 7 ottobre, paragonando questo evento a una Shoah moderna. Il rabbino ha ricordato che la giornata del 7 ottobre può essere paragonata numericamente ad “un giorno di Shoah industriale” negli anni dello sterminio. Ha anche criticato la formazione scolastica che demonizza Israele e ha paragonato i boicottaggi universitari a quelli degli anni ’30.
  Il docente Emanuele Calò ha sottolineato come, a differenza della Shoah, gli ebrei non abbiano un luogo sicuro verso cui fuggire.

• Riflessioni sulla Dignità e la Civiltà
  Sergio Della Pergola, nel suo intervento “Cosa è successo alla dignità dopo il 7 ottobre”, scritto a caldo dopo i drammatici eventi dell’autunno scorso, ha riflettuto sul cambiamento epocale che il 7 ottobre ha rappresentato, evidenziando come molte intuizioni si siano confermate nei fatti. Lo storico Alessandro Barbero – un “grottesco personaggio mediatico che non può essere preso sul serio, un buffone tuttologo” – ed Enzo Traverso – “autore recidivo di un libello vergognoso” edito da Laterza – sono stati criticati duramente per le loro posizioni faziose dal demografo.
  Secondo Sergio Della Pergola, per troppo tempo, gli ebrei hanno evitato di combattere fino in fondo per il timore di non essere accettati. Ora è giunto il momento di rispondere con fermezza, contrastando ogni affermazione infondata, parola per parola, giorno per giorno. “Quando ho scritto sulla dignità, avrei potuto scrivere della fine della civiltà occidentale e degli imperi, che stanno abbandonando i loro valori fondamentali a favore di un’egemonia dell’Islam estremista e assassino. Il 25 aprile, nelle piazze italiane, si sono viste bandiere palestinesi, non italiane, a testimonianza di questa preoccupante deriva”.
  Della Pergola ha inoltre affrontato il fallimento del dialogo interreligioso, criticando aspramente le dichiarazioni di Pizzaballa e Ravasi. Ha sottolineato il diritto degli ebrei a un trattamento equo da parte della comunità internazionale. Ha affermato il diritto alla memoria storica della Shoah e il diritto alla propria sovranità politica in uno stato indipendente. Ha evidenziato come, nel discorso contemporaneo, questi due diritti fondamentali siano spesso negati, mentre si discute in modo superficiale del diritto all’equità. Ha esplorato la complessa relazione tra Israele e la diaspora, interrogandosi se siano due entità separate o una sola. Pur riconoscendo le responsabilità politiche del massacro, ha indicato che è ormai terminato il tempo dell’ignavia.
  Secondo Della Pergola, la possibilità di uno stato palestinese unico è ormai tramontata, attribuendo la responsabilità a Netanyahu e criticando Israele per non aver offerto una proposta politica concreta. Ha paragonato la situazione a quella di Pakistan e Bangladesh, poiché non esiste una ferrovia tra Ramallah e Gaza. Ha descritto come pietoso lo spettacolo visto a Ca’ Foscari, sottolineando la necessità di una corretta informazione e denunciando l’infiltrazione del Qatar nei campus universitari americani d’eccellenza.

• La responsabilità politica e la fine dell’ignavia
  Un tema ricorrente nella conferenza è stato il diritto degli ebrei all’equità nel trattamento, alla memoria storica della Shoah e alla sovranità politica in uno stato indipendente. Uno stato binazionale è possibile in Spagna ed in Irlanda, ricorda il professore, ma è negato per principio agli israeliani. Si è evidenziato come nel discorso contemporaneo vengano spesso negati questi diritti.
  La conferenza “Dopo il 7 ottobre. Come tutto è cambiato” ha visto la partecipazione di 170 persone, offrendo una profonda riflessione sulle trasformazioni politiche, sociali e religiose seguite a un evento spartiacque. Ha invitato i partecipanti a un esame critico dell’informazione e della responsabilità collettiva nel costruire un futuro di equità e memoria condivisa.

(Bet Magazine Mosaico, 25 giugno 2024)

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Ocse: Israele è al primo posto per tasso di natalità

di Jacqueline Sermoneta

Secondo il rapporto Ocse “Society at a Glance 2024”, pubblicato di recente a Parigi, in Israele il tasso di fecondità totale (TFT) resta di gran lunga il più alto rispetto a 38 nazioni. Dalla ricerca emerge anche una diminuzione delle nascite nei Paesi Ocse di oltre la metà negli ultimi 60 anni: il tasso è sceso in media a 1,5 bambini per donna nel 2022 rispetto a 3,3 nel 1960.
  Dunque in cima alla classifica si trova lo Stato ebraico con 2,9 figli per donna, seguìto da Messico e Francia con 1,8 figli per donna. Il tasso più basso si è registrato in Corea con la stima di 0,7 figli per donna. Anche Italia e Spagna si collocano nella fascia bassa di nascite con 1,2 figli per donna.
  “Sebbene i Paesi Ocse stiano utilizzando una serie di opzioni politiche per sostenere le famiglie, il costo economico e l’incertezza finanziaria a lungo termine dell’avere figli continuano a influenzare in modo significativo la decisione delle persone di diventare genitori”, ha affermato Stefano Scarpetta, Direttore della Direzione Occupazione, Lavoro e Affari Sociali dell’Ocse.
  Secondo il rapporto, l’età media delle donne che hanno figli è passata da 28,6 anni nel 2000 a 30,9 anni nel 2022. Confrontando le donne nate nel 1935 e nel 1975, la percentuale di quelle senza figli è raddoppiata in Estonia, Italia, Giappone, Lituania, Polonia, Portogallo e Spagna.

(Shalom, 25 giugno 2024)

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L'IDF è sulla buona strada per schiacciare l'ultima brigata di Hamas a Rafah

Nonostante il ritmo relativamente lento dell'operazione dell'IDF a Rafah, la strategia complessiva si sta dimostrando efficace.

di Yaakov Lappin

GERUSALEMME - Le Forze di Difesa israeliane stanno seguendo un approccio graduale nell'offensiva in corso contro l'ultima roccaforte di Hamas a Rafah, nella Striscia di Gaza. Dividendo Rafah in sottoaree e schierando una sola divisione - la 162esima - invece di due, l'IDF e il gabinetto israeliano hanno intrapreso un percorso più lento, ma che ha evitato un'altra crisi con gli Stati Uniti.
L'esercito israeliano prevede che l'ultima brigata di Hamas funzionante a Rafah sarà annientata nel giro di poche settimane. La sua sconfitta sarà un'importante pietra miliare nella guerra iniziata il 7 ottobre con la massiccia invasione del sud di Israele da parte di Hamas. Nel frattempo, Hamas ha perso la capacità di contrabbandare armi e merci attraverso i tunnel transfrontalieri dal Sinai egiziano a Gaza. Questo ostacolerà gravemente la capacità di Hamas di ricostruire il suo esercito del terrore, a meno che Israele non ceda il controllo del confine tra Gaza ed Egitto.
Secondo una fonte delle Forze di Difesa israeliane, solo due dei quattro battaglioni di Hamas a Rafah sono attualmente operativi.
Le Forze di Difesa israeliane hanno ucciso più di 500 terroristi a Rafah e hanno scoperto vasti sistemi di tunnel sotto la città e sotto il Corridoio di Filadelfia lungo il confine tra Gaza ed Egitto. Due dei tunnel distrutti dalle forze israeliane erano lunghi oltre un chilometro.
Le forze aeree e di terra dell'IDF stanno distruggendo gran parte delle infrastrutture terroristiche di Hamas nell'area. Gran parte di questo lavoro è lento ed estremamente difficile, poiché Hamas utilizza tattiche di guerra asimmetriche e rimane nascosto finché non viene attaccato.
L'aviazione israeliana svolge un ruolo cruciale in queste operazioni. I jet da combattimento e gli aerei dell'IAF hanno attaccato numerosi obiettivi nella Striscia di Gaza e hanno supportato la 162esima IAF. Anche la marina israeliana ha attaccato obiettivi nemici dal mare, ma non è stata in grado di fornire un'assistenza adeguata.
Il 20 giugno, l'IDF ha riferito che la Brigata di Fanteria Nahal, operante sotto la 162esima Divisione, ha scoperto grandi quantità di armi nascoste e tunnel all'interno e sotto le case dei civili a Rafah.
Negli ultimi mesi l'esercito israeliano ha imparato moltissimo sulla guerra urbana complessa e su larga scala e ora sta applicando efficacemente queste conoscenze a Rafah.
Tutto questo ha portato a progressi significativi e costanti nell'erosione sistematica delle capacità della Brigata Rafah.
L'approccio graduale ha permesso l'evacuazione sicura di oltre un milione di civili; le evacuazioni continuano a livello locale.
Questo è stato fondamentale per ridurre al minimo le vittime civili ed evitare una crisi con l'amministrazione statunitense del presidente Biden. Tuttavia, questo approccio ha anche dato ad Hamas l'opportunità di fuggire da Rafah sotto la copertura delle evacuazioni ed eventualmente portare con sé degli ostaggi.
I media internazionali hanno riferito che l'IDF ha accelerato l'operazione a Rafah negli ultimi giorni. La Reuters ha riferito il 21 giugno che l'IDF aveva preso il controllo delle parti orientale, meridionale e centrale della città e si stava ora concentrando sulle parti settentrionale e occidentale. L'aumento dell'attività ha portato a una nuova ondata di evacuazioni, in quanto i residenti di Gaza si sono spostati verso nord, secondo il rapporto. La Reuters cita stime delle Nazioni Unite secondo cui a Rafah ci sono ora meno di 100.000 civili, rispetto a più di un milione prima dell'offensiva di terra israeliana.
Nonostante il ritmo più lento, la strategia delle forze israeliane sembra funzionare.
La distruzione da parte dell'IDF dell'esteso sistema di tunnel a Rafah è fondamentale per interrompere le rotte di rifornimento e operative e indebolire significativamente le capacità complessive di Hamas.
Parallelamente a questi sforzi a Rafah, le forze israeliane continuano ad eliminare i terroristi di alto livello di Hamas e della Jihad islamica palestinese, al fine di indebolire le capacità di comando e controllo dei gruppi terroristici. Il 22 giugno, l'aviazione israeliana ha tentato di eliminare il comandante delle operazioni di Hamas Raed Sa'ad a Gaza City. Al momento di andare in stampa, non era ancora chiaro se il tentativo fosse riuscito.

(Israel Heute, 24 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Francia – Il van “della Repubblica”: gli studenti ebrei contro le estreme

L’Unione degli studenti ebrei di Francia (UEJF) ha iniziato ieri il suo “Tour de France”. Niente corse sui pedali, ma una serie di iniziative con cui intendono esprimere il loro no fermo alle due forze politiche date per favorite alle prossime elezioni: all’estrema sinistra, La France Insoumise (LFI) di Jean Luc Mélenchon, ispiratrice del “nuovo fronte popolare”; all’estrema destra, il Rassemblement National (RN) di Jordan Bardella e Marine Le Pen. Stando ai sondaggi, la vittoria dovrebbe essere affare loro. Con il RN oggi in vantaggio di alcuni punti. Apparentemente fuori dai giochi Renaissance del presidente francese Emmanuel Macron, anche se in leggera ripresa.
  Ieri pomeriggio, in Place du Panthéon a Parigi, l’UEJF ha annunciato il proprio impegno contro l’ineluttabilità di questo scenario. “Contro l’antisemitismo, la xenofobia e il razzismo. No alle strumentalizzazioni, no al negazionismo. Né con il Rassemblement National, né con la France Insoumise” è lo slogan scelto dagli studenti ebrei francesi per lanciare il loro “Tour” in più tappe, a bordo di un van. Lo hanno chiamato il “van della Repubblica”. Il mezzo sosterà nella capitale, ma anche nei comuni di Bobigny, Roubaix, Seclin, Lagny-sur-Marne, Le Perreux-sur-Marne, Le Blanc-Mesnil. In ogni tappa l’UEJF denuncerà «le proposte antisemite» di un candidato locale, di estrema sinistra come di estrema destra. Il presidente dell’UEJF Samuel Lejoyeux, inaugurando il van “della Repubblica”, ha affermato: «Vogliamo andare sul territorio e incontrare elettrici ed elettori. Abbiamo scelto alcune circoscrizioni simboliche, dove lanceremo un appello a difesa dei valori repubblicani. Non vogliamo arrenderci al fatalismo».

(moked, 24 giugno 2024)

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Il mondo ebraico LGBTQ+ protesta contro l’odio antisemita e anti-Israele

di Nathan Greppi

Non si fermano le polemiche in seno al mondo delle associazioni LGBTQ+ in merito alle posizioni sulla guerra tra Israele e Hamas; dopo che già a dicembre Magen David Keshet Italia, unica organizzazione ebraica italiana per i diritti LGBTQ+, si schierò pubblicamente contro le posizioni antisraeliane assunte da altre organizzazioni dopo il 7 ottobre, in questi mesi la discussione si è fatta sempre più globale. Il 13 giugno l’ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association) ha pubblicato un appello in cui chiedeva un cessate il fuoco permanente per vari conflitti in giro per il mondo, ma soffermandosi in maniera particolare su Gaza.
In risposta, è giunto un contro-appello da parte dell’organizzazione World Congress of GLBT Jews: Keshet Ga’avah, in cui si legge: “Cari amici, abbiamo letto più volte e con estrema attenzione la vostra dichiarazione sulla situazione globale e sulle guerre in corso in tutto il mondo. Siamo sconcertati dall’estrema attenzione rivolta al conflitto israelo-palestinese. Non abbiamo letto alcuna parola sugli attentati del 7 ottobre, né alcuna considerazione per le sofferenze delle vittime israeliane del terrorismo”.
Rivolgendosi direttamente all’ILGA, dicono che “non ha fatto menzione della ferocia e della crudeltà con cui i terroristi hanno agito sui civili. Migliaia di famiglie ora piangono la morte di bambini uccisi nei loro primi anni di vita. Abbiamo visto donne stuprate ripetutamente, e anziani vittime di violenza. Decine di migliaia di israeliani sono stati costretti a lasciare le loro case perché non erano più al sicuro. Anche noi piangiamo la perdita di vite umane a Gaza. La guerra è sempre una cosa orribile e tutti auspichiamo la pace, ma se lo facciamo schierandoci in modo così palesemente arbitrario e ideologico, il risultato sarà sempre deludente e di nessun aiuto alla parte che si cerca di sostenere”.
Aggiungono che “le associazioni ebraiche LGBTQ+ sono in seria difficoltà a causa della campagna di odio verso gli ebrei, ed è difficile se non impossibile per noi partecipare alle parate del Pride in sicurezza. La vostra dichiarazione non fa che aumentare questa sensazione e il pericolo che ne deriva. Vogliamo la pace e la convivenza tra i popoli, ispirandoci alla visione tramandataci dagli attivisti di Stonewall”.
L’appello di Keshet Ga’avah si conclude così: “Esprimiamo la nostra tristezza e preoccupazione per una dichiarazione che invoca la pace ma ci esclude anche dal più semplice dibattito per la difesa dei diritti di tutti, e delle persone LGBTQ+ in particolare. Ci sentiamo rinchiusi in quella gabbia che ci ha tenuti prigionieri per secoli. Felice Pride Month”.

(Bet Magazine Mosaico, 24 giugno 2024)
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Penoso, disgustoso. Non tanto per l'anti-ebrei di LGBTQecc. ( parte di un tutto antisemita a cui si è purtroppo abituati), quanto e molto di più per il pro-LGBTQecc. di ebrei che chiedono accoglienza in parti abominevoli del mondo, ne ottengono un rifiuto e di questo poi si lamentano. Di un altro rifiuto dovranno un giorno fare esperienza. M.C.

Badate che il paese non vi vomiti

LEVITICO 18
  1. Non avrai relazioni carnali con la moglie del tuo prossimo per contaminarti con lei.
  2. Non darai i tuoi figli per essere sacrificati a Moloc; e non profanerai il nome del tuo Dio. Io sono l'Eterno.
  3. Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole.
  4. Non ti accoppierai con nessuna bestia per contaminarti con essa; e la donna non si prostituirà a una bestia: è una mostruosità.
  5. Non vi contaminate con alcuna di queste cose; poiché con tutte queste cose si sono contaminate le nazioni che io sto per scacciare davanti a voi.
  6. Il paese ne è stato contaminato; perciò io punirò la sua iniquità; il paese vomiterà i suoi abitanti.
  7. Voi dunque osserverete le mie leggi e le mie prescrizioni, e non commetterete nessuna di queste cose abominevoli; né colui che è nativo del paese, né lo straniero che soggiorna fra voi.
  8. Poiché tutte queste cose abominevoli le ha commesse la gente che c'era prima di voi, e il paese ne è stato contaminato.
  9. Badate che, se lo contaminate, il paese non vi vomiti come vomiterà la gente che vi stava prima di voi.
  10. Poiché tutti quelli che commetteranno qualcuna di queste cose abominevoli saranno eliminati dal loro popolo.
  11. Osserverete dunque i miei ordini, e non seguirete nessuno di quei costumi abominevoli che sono stati seguiti prima di voi, e non vi contaminerete con essi. Io sono l'Eterno, il vostro Dio.


Discriminazione anti-israeliana da parte degli “amici”

di David Elber

Da diverse settimane ottenere un visto di ingresso per gli israeliani che vogliono recarsi negli Stati Uniti, è diventato un calvario. È un atteggiamento indegno da parte di un paese che si professa “amico” o il “miglior alleato” dello Stato ebraico.
  Stanno emergendo sempre più testimonianze di casi di veri e propri interrogatori presso gli aeroporti o gli uffici consolari americani nei confronti di cittadini israeliani che vogliono entrare negli USA: un terzo grado finalizzato a indagare sul loro ruolo avuto nelle IDF, sia in passato che nel presente. In questo modo le autorità americane stanno facendo una autentica mappatura degli incarichi avuti nell’esercito. Le domande rivolte agli interrogato sono le seguenti: se abbia mai utilizzato esplosivi, se abbia combattuto a Gaza o in un altro fronte oppure se abbia prestato servizio in Giudea o Samaria in qualità di soldato o di poliziotto.
  È quasi inutile sottolineare che tali richieste non sono mai state fatte a nessun Stato alleato degli USA. Un simile format di raccolta informazioni sullo stato di servizio appare uscito dall’ufficio del procuratore capo Khan del Tribunale Penale Internazionale.
  È importante sapere che l’esercito di Israele, come tutti gli eserciti del mondo, vieta la diffusione di notizie sensibili sull’addestramento o sugli incarichi operativi dei soldati, perciò le richieste americane obbligherebbero i cittadini israeliani a commettere un grave reato: la diffusione illegale di informazioni riservate. Perfino le convenzioni internazionali vietano un trattamento di questo tipo a meno che non ci siano delle accuse circostanziate di crimini di guerra.
  La raccolta di informazioni pretesa dal Dipartimento dell’Immigrazione USA, riguarda sia l’attuale stato di servizio che quello passato coinvolgendo così tutti i cittadini israeliani. In questo modo gli USA vogliono ottenere una mappatura dettagliata di tutte le unità dell’esercito, dei periodi di dislocamento in determinate aree, delle armi utilizzate, delle operazioni svolte ecc. Una cosa mai vista prima che potrebbe portare a incriminazioni arbitrarie con il solo intento di criminalizzare lo Stato di Israele tramite i politicizzati tribunali internazionali.
  Un cittadino israeliano ha mostrato al quotidiano Ynet l’elenco delle domande scritte che gli sono state sottoposte per la pratica del visto, tra le quali si legge: «Come parte di questa dichiarazione giurata, devono essere poste le seguenti domande: hai partecipato come combattente a battaglie durante il servizio militare? Se sì, descrivi la tua attività/ruolo in queste battaglie; Hai comandato i soldati nell’esercito? Se sì, descrivi gli aspetti del tuo comando; Hai mai sorvegliato (o comandato ad altri di sorvegliare) dei detenuti? Hai usato esplosivi durante il servizio militare? In tal caso, dettaglia i tipi di armi o esplosivi su cui sei stato addestrato».
  Nulla di tutto questo è richiesto o è mai stato richiesto, ad esempio, a nessun membro delle forze di sicurezza dall’Autorità Palestinese, anche se molti loro membri si sono macchiati di attacchi terroristici contro civili israeliani e per questo vengono retribuiti insieme ai loro famigliari con i soldi dei contribuenti americani. Questa prassi non è mai stata applicata neanche ai cittadini sauditi o degli Emirati (o di altri paesi della coalizione), che hanno condotto operazioni militari indiscriminate nello Yemen che hanno causato la morte di oltre 150.000 persone (la stragrande maggioranza civili) nell’indifferenza di tutto il mondo. Perché questo doppio standard unicamente nei riguardi di Israele?
  Ma gli americani non sono gli unici ad applicare dei “trattamenti di favore” nei riguardi dei cittadini israeliani. Ormai sono settimane che si leggono o si sentono di cittadini israeliani che vengono regolarmente bullizzati negli aeroporti di Gran Bretagna e di altri paesi europei dagli addetti alla sicurezza aeroportuali. È sufficiente mostrare il passaporto di Israele e si ha un trattamento degno dei peggiori terroristi.
  Sud Africa e Australia si distinguono, invece, per avere minacciato di arresto i loro cittadini ebrei che vogliono arruolarsi nell’IDF (cosa non vietata dalle leggi locali) o che lo abbiano fatto in passato a motivo di presunti crimini che hanno commesso o potrebbero commettere a partire dal 7 ottobre. Mentre per il Sud Africa questa politica è perfettamente in linea con la sua posizione fortemente anti-israeliana, la linea assunta dal governo australiano lasciata sconcertati, anche se da quando ha preso il potere il premier socialista Anthony Albanese (nomen omen) l’ostilità dell’Australia si è fatta sempre più concreta a livello internazionale.
  Mancano ancora cinque mesi alle elezioni di novembre e altre sorprese non mancheranno, soprattutto se l’Amministrazione Biden non riuscirà a sbarazzarsi di Netanyahu prima del voto.

(L'informale, 24 giugno 2024)

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È arrivato il momento della riconciliazione con gli ultraortodossi

Il pubblico sionista-religioso investe nel dialogo con i laici, ma con gli ultraortodossi preferisce dibattiti che si concentrano sull’accusa: “Siete dei fannulloni”, “Siate come noi, fate entrambe le cose”, e alla fine “Smettete di essere ultraortodossi”. Non è così che convinceremo i nostri fratelli.

di Moshe Meisdorf

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La vignetta di Shai Charka, pubblicata su Makor Rishon del 14.6.2024, che ha suscitato aspre polemiche (il ragazzo             
ultraortodosso sulla barella dice “Non vi preoccupate, gente, lo studio è dedicato alla sua guarigione e al vostro successo” )

Nelle ultime settimane mi chiedo che cosa ci sia di sbagliato in me. Faccio parte del pubblico del sionismo-religioso e ho percorso tutte le sue “tappe obbligatorie”: Bene Akiva (movimento giovanile NdT), accademia pre-militare, servizio militare nell’esercito e poi nella riserva, residenza in un insediamento, recito lo Hallèl (preghiera di lode per i giorni festivi NdT) nel Giorno dell’Indipendenza, ballo con le bandiere nel Giorno di Gerusalemme, partecipo alla vita dello Stato ed educo i miei figli in questo modo di vivere. Il pacchetto completo. Nonostante tutto ciò, non riesco a identificarmi con i miei compagni di strada e a unirmi a loro nella campagna che ci ha travolto ultimamente e che chiede agli ultraortodossi di smettere di evadere la leva militare, di impugnare le armi e di arruolarsi per la difesa della patria.
Anch’io provo una grande rabbia quando vedo immagini di ultraortodossi nel parco di Ramat Gan che guardano una partita della Champions League, o che passeggiano per le strade della città nel mezzo della giornata. Anch’io mi ribello contro giovani uomini la cui Torà non è nemmeno vicina a essere la loro occupazione principale, che in tempo di guerra se ne stanno da parte, mentre altri settori della società seppelliscono i loro figli migliori. Ho anche delle critiche e grandi dubbi nei confronti dell’inganno dei direttori delle yeshivòt, che sono consapevoli dell’ozio dei loro studenti e tuttavia certificano con la loro firma che quelli sono immersi nello studio della Torà dall’alba al tramonto. Anch’io sento profondamente il peso che grava sui combattenti e le loro famiglie, e che sono chiamati già al terzo turno di combattimento. Nonostante tutto questo, evito di unirmi al trend che vede negli ultraortodossi la fonte di tutti i nostri problemi.
Ci sono “piccole” ragioni che mi impediscono di unirmi a questi attacchi. Per esempio, l’esercito non vuole e non può arruolare ora migliaia di ultraortodossi nelle sue file, sia per ragioni tecniche, che di principio. Né questa legge né alcun’altra legge porterà anche un solo ultraortodosso all’ufficio di reclutamento contro la sua volontà. Non è ancora nato il combattente che sarà costretto, contro la sua volontà, a prendere un’arma e ad attaccare.
I leader della campagna (per l’arruolamento degli ultra-ortodossi NdT) sono ipocriti: “Fratelli in armi”, che pure hanno predicato la disobbedienza alla chiamata alle armi a causa dell’abolizione della clausola di ragionevolezza (parte della “riforma giudiziaria” NdT), oppure Lapid o Gantz che sarebbero ben disposti ad aumentare le borse di studio per gli studenti delle yeshivòt, se solo fosse data loro la possibilità di governare il paese.
Oltre all’arruolamento degli ultraortodossi, ci sono tuttavia altre cose non meno importanti che l’attuale governo sta promuovendo con i “partner naturali”. È giusto smantellarlo, e per qualcosa che comunque non accadrà?
Non ho mai apprezzato chi mi prende di petto spiegandomi come dovrei correggere i miei valori e le mie convinzioni, e ho cercato di non fare agli altri ciò che odio per me.
Come la protesta sociale del 2013 era un desiderio di cambiare il governo, e dopo di essa il “furto del gas” o la “protesta contro il colpo di stato giudiziario”, il mio istinto più profondo mi dice di esaminare attentamente i partner che scelgo, e anche le loro vere intenzioni. È vero che ci sono migliaia che non studiano e non si arruolano, ed è vero che l’enorme peso sui soldati di leva e di riserva è insopportabile, ma mi sorge un sospetto: i media e alcune organizzazioni che cambiano sempre nome, hanno deciso che ora tutti debbano parlare dell’arruolamento degli ultraortodossi, e sembra l’ennesima campagna dove la ragione è solo un pretesto, e lo scopo è completamente diverso.

• INSEGNERÀ O VOLERÀ?
  Tutte queste, come ho detto, sono solo ragioni secondarie. La ragione principale è la mia comprensione che la comunità ultraortodossa si è formata nel corso degli anni anche innalzando dei muri, stabilendo obiettivi diversi da quelli della comunità laica o sionista-religiosa, e il modo per combattere questo isolamento non sono certo campagne che li insultano o li presentano tutti come un unico gruppo di fannulloni o di codardi.
Nel sionismo-religioso si grida agli ultraortodossi: “Ecco, guardate noi, possiamo fare entrambe le cose. Sia essere studiosi della Torah, sia combattere a Khan Yunis”. Questo è essenzialmente un appello agli ultraortodossi: diventate come noi, non siate ultraortodossi. Tuttavia il “sia-sia” è uno dei fondamenti del sionismo-religioso, mentre il mondo ultraortodosso è costruito in modo completamente diverso in termini di priorità nel sistema di valori. Già prima del 7 ottobre e in realtà fin dai giorni del dialogo tra David Ben-Gurion e il Chazon Ish, il mondo ultraortodosso ha posto la costruzione del mondo della Torà dopo l’Olocausto come obiettivo centrale, davanti al quale tutti gli altri valori si annullano
Dalla fondazione dello Stato, centinaia di migliaia di studenti di yeshivà hanno ascoltato innumerevoli discorsi di carattere etico e spiegazioni sul perché sono loro le unità d’élite del popolo d’Israele e i custodi dell’identità ebraica. Hanno imparato che l’arruolamento interferirebbe con la loro missione. Una vignetta su un giornale cambierà questo? Citano agli ultraortodossi la regola di: “Persino lo sposo dalla sua stanza e la sposa dal suo baldacchino” (che sono tenuti a partecipare allo sforzo bellico in situazioni di emergenza nazionale NdT). Come non si riesce a comprendere che forse anche il rabbino Shakh conoscesse questa Mishnà e anche la relativa decisione del Rambam, e che forse ci sono argomenti che almeno vale la pena ascoltare, anche se tutta la verità è dalla nostra parte?
Gli ultraortodossi hanno certamente degli argomenti deboli e un comportamento che può far perdere la pazienza, ma hanno anche argomenti niente male che meritano attenzione e risposta. In ogni caso, si può affermare con certezza che il ridicolo, la generalizzazione e il fango non aiuteranno a cambiare la loro posizione.
E se parliamo di verità, bisogna anche dire onestamente: la Torah non è il centro della vita per molti seguaci del sionismo-religioso. È qualcosa in più da fare, che forse stabilisce del tempo da dedicare allo studio, ma la Torah non è il centro della vita e gli studiosi della Torah non sono figure modello. Fate un piccolo esperimento: rivolgetevi a un bambino o a un ragazzo del sionismo-religioso e chiedetegli a chi vuole assomigliare: al rabbino Druckman di benedetta memoria o a Emanuel Moreno, il cui ricordo sia benedetto (ufficiale eroico della squadra guastatori dello stato maggiore). Lasciate stare i bambini, chiedete ai loro genitori cosa li renderebbe più felici: che il loro figlio sia uno studioso di Torà a tempo pieno e si mantenga con una borsa di studio e uno stipendio misero da educatore, o che sia un CEO di una società high-tech?
Nel settore ultraortodosso, le figure modello sono il rabbino Chaim Kanievsky e il rabbino Ovadia Yosef di benedetta memoria. Sia tra coloro che studiano in yeshiva che tra gli ultraortodossi che circolano per le strade, sono loro il modello a cui aspirare. Perché pensiamo che un giorno improvvisamente vorranno essere come Ofer Winter (brillante colonnello appartenente al sionismo-religioso NdT)? Una storia di qualche anno fa riassume tutta la questione. Mio cugino aveva completato tutti gli esami e ricevuto l’ordinazione rabbinica. Mi aveva raccontato che lo shabbàt successivo all’ottenimento del certificato di “Yorè Yorè” dal Rabbinato Centrale, c’era anche al tempio un ragazzo che aveva appena completato il corso di volo. “Chi pensi abbia ricevuto la chiamata alla Torà quello shabbàt?“, mi chiese retoricamente con un sorriso amaro.
Nell’anno prima della guerra, molti nel pubblico di destra (religiosa) hanno criticato il governo e il modo in cui ha promosso la riforma giudiziaria. Si è sostenuto che fosse prepotente, che non fosse stata preceduta da un’adeguata campagna d’informazione. Quando le strade bruciavano, sono stati creati dei circoli di dialogo tra destra e sinistra, religiosi e laici. Questi esprimevano la loro paura di uno “stato della halakhà” e quelli cercavano di convincere che non avevamo alcuna intenzione di promuovere un mondo stile “Il racconto dell’ancella”. I divari culturali erano allora insopportabili fino a quasi causare una rivolta sociale.
Se abbiamo imparato la lezione, dobbiamo investire non meno di allora in un dialogo aperto e onesto con i nostri fratelli ultraortodossi. Dobbiamo colmare i divari culturali con loro e rispondere anche alle loro preoccupazioni. Il pubblico sionista-religioso ha investito molto nel dialogo con i laici e in vari progetti di “riconciliazione”, trascurando il dialogo con i suoi “fratelli di fede” con i quali condividono molti più valori. Perché i rabbini del sionismo-religioso non incontrano i rebbe chassidici e i direttori delle yeshivòt almeno quanto si sono seduti con i membri di “Fratelli in Armi”? Certo non lo meritano di meno.
Anche se la critica è giustificata e il peso è opprimente, il pubblico sionista-religioso deve riconoscere il valore dello studio della Torà e la sua importanza per la stessa esistenza dello stato di Israele, e incoraggiare un dialogo autentico sulle credenze e i valori nel senso di “mi sono vicine le ferite di un amico” (Proverbi 27, 6 NdT). Abbiamo bisogno di un dialogo che capisca che oltre a “sia-sia”, uno dei valori che i nostri rabbini ci hanno insegnato, c’è anche “a poco a poco” (espressione del pensiero escatologico di rav Chayim Drukman, maestro del sionismo-religioso NdT).
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Makor Rishon 21.6.2024
Traduzione di David Piazza

(Kolot, 23 giugno 2024)

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L’onda oscura dell’antisemitismo sul Canada. Intervista a David Matas

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Graffito antisemita sulla tangenziale di Toronto

“In un paese come il Canada, dovrebbe e deve essere acconsentito dichiararsi sionista. Che tu sia ebreo o no, il sionismo non è una parolaccia o qualcosa per cui qualcuno merita di essere preso di mira”. Queste parole, pronunciate dal premier canadese Justin Trudeau mentre partecipava alla commemorazione di Yom HaShoah presso il National Holocaust Monument di Ottawa, giungevano dopo che negli ultimi mesi, a partire dal 7 ottobre, come nel resto del mondo anche nel paese delle foglie d’acero la comunità ebraica ha assistito ad un aumento record degli episodi di antisemitismo, spesso mascherati da critica verso Israele.
  Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’organizzazione ebraica B’nai Brith Canada, in tutto il 2023 si sono registrati 5.791 episodi di antisemitismo nel paese nordamericano, che ospita la quarta più grande comunità ebraica al mondo (398.000 persone nel 2023, dietro solo a Israele, Stati Uniti e Francia). Questi episodi erano più del doppio rispetto ai 2.769 del 2022 e ai 2.799 del 2021. Un aumento che ha riguardato soprattutto (ma non solo) i casi avvenuti nei campus universitari, mentre la grande novità dello scorso anno è stata il crescente ricorso all’intelligenza artificiale per creare contenuti antisemiti da veicolare online.
  David Matas, consulente legale senior del B’nai Brith Canada, ha potuto documentare ciò che stanno vivendo gli ebrei canadesi, forte di una lunga esperienza: avvocato, ha ricoperto importanti incarichi per conto del governo canadese presso enti internazionali quali l’Assemblea Generale dell’ONU e la Corte Penale Internazionale. Già docente di diritto presso l’Università McGill di Montreal e l’Università del Manitoba a Winnipeg, ha condotto diverse battaglie legali contro le violazioni dei diritti umani nel mondo e in particolare in Cina, tanto da venire candidato nel 2010 al Premio Nobel per la Pace.

- Qual era la situazione in Canada prima del 7 ottobre? E cosa è cambiato dopo quel giorno?
  
L’antisemitismo era già presente, e nel corso degli anni era aumentato seppur lentamente; ma dopo il 7 ottobre, ha fatto un enorme salto in avanti, diventando molto più diffuso e pervasivo. Per fare alcuni esempi, a Montreal qualcuno ha tentato di dare fuoco ad una sinagoga e ad un centro ebraico lanciando delle molotov, mentre due scuole ebraiche sono state colpite da degli spari. O ancora: spari contro la vetrina di un ristorante di cucina israeliana a Montréal, il Falafel Yoni. Il ristorante era in un elenco di attività commerciali da boicottare pubblicato dai filopalestinesi.
  Ciò che davvero colpisce non sono tanto gli episodi in sé, quanto la loro quantità. Statisticamente, la comunità ebraica in Canada subisce molti più crimini d’odio di qualsiasi altro gruppo etnico o religioso, pur rappresentando appena l’1% di tutta la popolazione.

- Cosa fanno il governo e le autorità canadesi per contrastare questo fenomeno? La polizia o l’esercito sorvegliano i luoghi ebraici?
  
Alcune precauzioni vengono prese in seno alle istituzioni ebraiche, ma si tratta perlopiù di monitorare la zona con le videocamere; quando ci sono eventi, si controlla con attenzione chi entra e da dove viene. La sorveglianza viene perlopiù affidata ad un servizio di sicurezza privato, mentre l’esercito non si fa mai vedere. La polizia ogni tanto viene, ma solo occasionalmente, non in maniera regolare.

- In tutto il mondo, dopo il 7 ottobre sono cresciuti considerevolmente i tentativi di boicottare Israele, soprattutto nei campus universitari. Qual è la situazione nelle università canadesi?
  
In tutto il Canada, le proteste e gli appelli per disinvestire da Israele e tagliare i ponti con gli accademici israeliani sono cresciuti enormemente. Ad esempio, di recente durante una cerimonia di laurea presso la facoltà di medicina dell’Università del Manitoba, un laureando ha tenuto un discorso ferocemente antisraeliano, che ovviamente non aveva nulla a che vedere con la medicina.
  Credo che in Canada il problema sia più diffuso che altrove perché è un paese di immigrati, come gli Stati Uniti e l’Australia. Questo fa sì che vi siano molte persone che hanno legami oltreoceano, il che facilita anche l’afflusso nelle università canadesi di finanziamenti ambigui provenienti dall’estero.

- Quindi anche negli atenei canadesi giungono finanziamenti dai paesi musulmani per influenzarne i curricula, come in quelli americani?
  
Il problema è che da noi vi è poca trasparenza sull’origine di questi flussi di denaro, tanto che spesso non sappiamo da dove provengono. A gennaio c’è stata una manifestazione filopalestinese nella città di Victoria, ed è emerso che una delle ONG che la organizzavano, Plenty Collective, pagava le persone per andare a manifestare. Tuttavia, non hanno spiegato da dove arrivavano quei soldi; hanno detto che venivano da donazioni, ma senza specificare da chi erano state fatte.

- In molti paesi occidentali, manifestanti musulmani hanno fatto ricorso a slogan feroci nei confronti degli ebrei e Israele. In Canada, quali sono i rapporti tra la comunità ebraica e quella islamica?
  
Sono rapporti eterogenei: tra i musulmani, ci sono singoli individui e alcune organizzazioni disposte a dialogare con la comunità ebraica, mentre altre al contrario sono totalmente ostili, tanto da sostenere apertamente l’operato di Hamas. Nel complesso, vi è un ampio spettro di casi, e non si può generalizzare.

- Come viene riportato il conflitto tra Israele e Hamas dai mass media canadesi? Sono obiettivi o prevale la partigianeria?
  
C’è da dire che, data la nostra vicinanza agli Stati Uniti, in Canada ci si informa molto anche sui media americani; si guardano i loro canali televisivi, si possono acquistare i loro giornali e naturalmente consultare le loro testate su internet. Generalmente, la narrazione di Hamas riceve molta più attenzione rispetto a quella israeliana. Perciò, il pubblico riceve molti servizi sulle morti a Gaza ma nei quali non vengono menzionati i crimini di Hamas, né i fatti del 7 ottobre o la questione degli ostaggi.

- Che atteggiamento hanno assunto sulla guerra e l’antisemitismo i politici canadesi?
  Vi è la classica situazione in cui i politici cercano di accontentare tutti, anche se non è semplice. Ad esempio, attualmente vi è un comitato governativo per combattere l’antisemitismo, per il quale io stesso sono stato interpellato come esperto. Tuttavia, l’hanno subito accompagnato ad un comitato analogo per combattere l’islamofobia, che è un problema ma non allo stesso livello dell’antisemitismo. Con la guerra a Gaza l’antisemitismo è cresciuto drammaticamente, e nei campus universitari non trovi manifestazioni di matrice islamofobica.

- Qualche previsione su come evolverà la situazione in Canada nei prossimi mesi?
  
Difficile dirlo, perché ciò che è successo in passato non è paragonabile a quello che sta succedendo adesso. Prima di tutto, perché i massacri compiuti da Hamas il 7 ottobre erano ben peggiori di qualunque altro attacco avessero mai lanciato contro Israele. In Canada vi era una maggiore simpatia nei confronti d’Israele in passato, proprio perché Israele non era mai arrivata a tanto nel reagire militarmente agli attacchi di Hamas. Pertanto, non ci si può basare su casi passati per capire come si evolverà la situazione in futuro.
  Personalmente, mi piace pensare che dopo un po’ la situazione migliorerà; ma nel frattempo, io ed altri che ci occupiamo della questione avremo molto da lavorare al riguardo.

(Bet Magazine Mosaico, 23 giugno 2024)

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Un comportamento "scandaloso" di Gesù

di Marcello Cicchese

MATTEO 15

  1. Partito di là, Gesù si ritirò nelle parti di Tiro e di Sidone.
  2. Quand'ecco, una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: “Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide! Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio”.
  3. Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli, accostatisi, lo pregavano dicendo: “Licenziala, perché ci grida dietro”.
  4. Ma egli rispose: “Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele”.
  5. Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: “Signore, aiutami!”.
  6. Egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini”.
  7. Ma ella disse: “Dici bene, Signore; eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
  8. Allora Gesù le disse: “O donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi”. E da quel momento sua figlia fu guarita.

Un modo comune di avvicinarsi ai racconti evangelici su Gesù è di trattarli come modelli di alta moralità, e dunque come esempi da cui imparare qualcosa per la propria condotta di vita. Si cercano allora, con opportuni adattamenti, possibili traslazioni nella vita quotidiana. Per esempio, dal modo in cui Gesù perdona la donna accusata di adulterio dai farisei (Giovanni 8:1-11) si trae l'invito a non imitare gli accusatori ma ad essere misericordiosi verso chi è "caduto" in questo o in altri peccati. Più chiari ancora sembrano essere i racconti di alcune parabole di Gesù, in cui l'insegnamento morale sembra essere esplicito, come la famosa parabola del buon samaritano. In questo caso, la figura esemplare sarebbe quel non ebreo che al contrario del sacerdote e del levita, davanti al ferito che incontra "non passa oltre dal lato opposto", ma si ferma e offre soccorso al ferito.
  Paragoniamo allora l'atteggiamento di quel samaritano verso il ferito con quello di Gesù verso la donna cananea. Gesù si trova fuori di Israele, in terra straniera. Avrebbe preferito restare in incognito (Marco 7:24), ma non gli è concesso: un imprevisto gli rovina il programma. Una donna del luogo, una cananea, una non ebrea, avendo saputo che nei paraggi si trova Gesù, ormai famoso in tutto il territorio, comincia a gridare. Perché grida? Perché è nel bisogno. Il suo grido è una richiesta angosciata di aiuto: in casa sua ha una figlia "gravemente tormentata da un demonio". La donna ha sentito che in Israele Gesù ha sanato malati di tutti i tipi, guarito epilettici, liberato indemoniati (Matteo 4:23-25); dunque sa che Gesù può davvero soccorrerla nel suo bisogno. Allora invoca a tutta voce il suo intervento: “Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide!" E che fa Gesù? Non risponde. Va oltre, proprio come il sacerdote e il levita della parabola citata. Non è strano?
  Si potrebbe tentare una spiegazione psicologica: Gesù era stanco. Di una stanchezza morale, spirituale. Era uscito da Israele dopo aver questionato in modo tremendo con farisei e scribi sull'onore da dare a Dio (Marco 7:1-23). Era stato uno scontro duro, da spaventare perfino i discepoli (Matteo 15:12). Adesso forse avrebbe preferito che per un po' si ignorasse la sua posizione pubblica, ma la donna cananea aveva rovinato tutto. Davanti al suo grido Gesù tace, come se sperasse che in questo modo la richiesta si spegnesse da sé. La donna invece insiste, insiste, insiste, al punto che perfino i discepoli s'infastidiscono di questo prolungato silenzio del loro maestro. Così Gesù, oltre ai gridi imploranti della donna, deve subire anche i loro allusivi rimproveri: "Licenziala, perché ci grida dietro", dice qui il testo, con un significato incerto che non sceglie tra "esaudiscila"  e "mandala via" di altre traduzioni. In ogni caso, i discepoli invitano Gesù a decidersi: o una cosa o l'altra, non ha senso lasciare tutti in sospeso, né la donna né loro.
  Alla donna no, ma ai discepoli Gesù risponde. E già questo può irritare qualcuno. Forse perché i discepoli sono uomini e la cananea è donna? Maschilismo? Anche il tenore della risposta può irritare: “Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele”. Che vuol dire? Forse che Gesù può aiutare soltanto gli ebrei in Israele e non i pagani di altre nazioni? Razzismo?
  La donna, che fino ad allora aveva "gridato dietro" al gruppo senza ottenere risposta, per obbligare Gesù a prenderla in considerazione gli si "prostra davanti" e lo implora: "Signore, aiutami". Che farà ora Gesù? La donna è lì, ai suoi piedi, e tutti, donna e discepoli, aspettano che si decida a dire o fare qualcosa. Gesù risponde: “Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini”. Che vuol dire? Anche qui c'è qualcosa che può apparire scandaloso.
  I figli di cui parla Gesù sono i "figli del regno" promesso a Davide. La donna ha riconosciuto Gesù come "figlio di Davide", re d'Israele, ma come cananea pagana deve ricordare che lei non è tra questi figli, dunque non ha certi diritti. Se  il mandato di Gesù viene metaforicamente inteso come un compito di portare cibo ai figli d'Israele, si capiscono le sue parole quando spiega che "non è bene" sprecare il cibo destinato ai figli ... per buttarlo ai cagnolini". E' una frase che si fa fatica a mandar giù.
  Per capirne la portata bisogna sapere che tra gli ebrei in Israele si pensava ai pagani come cani randagi che vanno in giro a cercare rifiuti di che sfamarsi. Dicendo "non è bene", Gesù usa un'immagine popolare per indicare il rispetto dovuto a un'oggettiva questione di posizione: il "pane" che gli è stato affidato per essere consegnato ad alcuni non deve essere dato ad altri. Certo però che l'accostamento di figli e cani può mettere a disagio.
 La reazione della donna è ancora più sorprendente: invece di insorgere offesa per il modo usato, entra pacatamente nel merito: "Dici bene, Signore". Da notare che adesso non ripete l'espressione "figlio di Davide", che è implicita nelle parole "dici bene" con cui ammette che tutto quello che Gesù ha detto sul Regno e sui suoi figli è vero. Ripete invece l'espressione "Signore", che può essere intesa come "Signore di tutti", dunque anche dei cagnolini.
  Questa reazione alle parole di Gesù ricorda la risposta di Mosè alle parole con cui Dio dopo l'idolatria del vitello d'oro gli aveva comunicato la decisione di distruggere il popolo. In quell’occasione Mosè non cercò di impietosire Dio facendogli notare che la sua decisione avrebbe provocato la morte di uomini donne e bambini incolpevoli; allo stesso modo, la donna non cerca di impietosire Gesù facendogli notare che il suo rifiuto avrebbe lasciato lei e sua figlia in una situazione angosciosa. In entrambi i casi l'attenzione non è posta sulle conseguenze della decisione, ma sulle parole di chi ha preso la decisione.
  Mosè osa rivolgersi a Dio dicendogli: "Ricordati!" Ricorda quello che avevi detto ad Abraamo Isacco e Giacobbe quando "giurasti per te stesso, dicendo loro: 'Io moltiplicherò la vostra progenie come le stelle dei cieli; darò alla vostra progenie tutto questo paese di cui vi ho parlato, ed essa lo possederà per sempre'" (Esodo 32:13).
  E a queste parole Dio si pentì (Esodo 32:14).
  La donna sente Gesù che dice: E' bene che... e risponde: Dici bene, Signore. Quindi non contesta la situazione legale prospettata da Gesù: anche per lei i figli sono figli e i cani sono cani, ma senza invalidare l'autorità della legge, fa presente che si può trovare un'applicazione che non la contrasta: anche i cani possono essere sfamati senza togliere nulla ai figli.
  E a queste parole Gesù si pentì.
  Non sta scritto proprio così, ma è il senso che si può dare alle parole "ti sia fatto come vuoi".  La decisione è presa; il Signore ha parlato; le conseguenze sono viste da tutti: "E da quel momento sua figlia fu guarita".
  Gesù non trascura neppure di rendere note le motivazioni della sua sentenza: "O donna, grande è la tua fede".
  La donna si è messa nella giusta posizione in due modi: 1) ha riconosciuto, come pagana, la posizione predominante di Israele e dei suoi figli; 2) ha creduto, contrariamente a molti ebrei, che Gesù è davvero il figlio di Davide promesso a Israele. E ha posto la sua fiducia in lui.
  Una lettura del testo evangelico di questo tipo esclude radicalmente ogni applicazione attualizzante di tipo moralistico. Non esiste tra gli uomini alcuna situazione paragonabile a quella qui descritta. Qui è rivelato qualcosa di importante sulla persona di Gesù come figlio di Davide nei suoi rapporti col regno promesso a Israele (2 Samuele 7:12-16); come buon pastore che va in cerca delle "pecore perdute della casa d'Israele" (Ezechiele 34:11-16); come servo di Dio mandato sulla terra per essere "luce delle nazioni e strumento di salvezza fino alle estremità della terra" (Isaia 49:6).
  E se il suo comportamento appare scandaloso a qualcuno, ciò è dovuto al carattere particolare della Bibbia, che davanti al tentativo di forzarne il significato secondo i propri gusti si chiude a riccio e lascia che il superbo lettore rimanga nelle sue convinzioni davanti al testo. Senza capire che non ha capito.
  Non così la donna cananea, che come l'ebrea Maria di Betania si è posta in umiltà ai piedi di Gesù, e così facendo "ha scelto la buona parte che non le sarà tolta" (Luca 10:38-42).

(Notizie su Israele, 23 giugno 2024)


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Per Gaza governo civile con i paesi arabi senza i palestinesi

Netanyahu ripropone il piano per impedire alla popolazione della Striscia di scegliere i suoi leader. 

di Michele Giorgio, 

GERUSALEMME - Nel cimitero militare di Netanya, Benyamin Netanyahu ieri ha ricevuto un appoggio aperto alla sua guerra infinita a Gaza. Durante i funerali del soldato Omer Smadga – uno dei due militari morti nell’attacco di combattenti palestinesi giovedì a Zaytun (Gaza city) -, il padre, Oren Smadga, un olimpionico molto noto, ha esortato a continuare l’offensiva. «Da questo posto dico a voi soldati: tenete la testa alta, continuate più forte possibile, combattete più duramente e non fermatevi finché non vinceremo. Questo è il mio messaggio a tutti coloro che sono coinvolti in questa lotta». Parole che hanno galvanizzato il premier israeliano che, incalzato dalle indiscrezioni sui suoi contrasti con i vertici militari, ieri, in un’intervista, è tornato a proporre che nel futuro di Hamas ci sia «un’amministrazione civile», con «la cooperazione, la sponsorizzazione interaraba e l’assistenza dei paesi arabi». Oltre, ha aggiunto, «a una ampia smilitarizzazione che può essere fatta solo da Israele contro qualsiasi tentativo di ripresa terroristica di Hamas». In sostanza mentre parla di «amministrazione civile» (gestita da paesi arabi e non dai palestinesi), Netanyahu propone un’occupazione militare di Gaza forse di anni. «In pratica si tratta più di una guerra eterna che di una vittoria assoluta», ha scritto Amos Harel sul quotidiano Haaretz, ricordando che il primo obiettivo di Netanyahu è rimanere al potere e superare la sessione estiva della Knesset e sperare che Donald Trump vinca le elezioni presidenziali Usa che si terranno tra cinque mesi. «Per Netanyahu – ha spiegato Harel – tutto questo è meglio di un cessate il fuoco permanente, che significa un’effettiva ammissione del fallimento degli obiettivi della guerra, l’abbandono dei partiti di estrema destra e il crollo del governo».
  La guerra quindi va avanti. E se da un lato i comandi militari israeliani sbuffano di fronte alle scelte di Netanyahu, dall’altro i carri armati hanno intensificato l’attacco contro Rafah, uccidendo almeno 38 palestinesi, 18 dei quali sono stati colpiti dalle cannonate in un campo di tende per sfollati a Mawasi, in una delle «aree sicure per i civili» indicate proprio dall’esercito israeliano. I feriti, ha comunicato la Mezza luna rossa, sono almeno 35. Una strage documentata da video e foto.
  Gli israeliani stanno cercando di completare l’occupazione di Rafah. I carri armati si fanno strada nelle parti occidentali e settentrionali della città, avendo già catturato l’est, il sud e il centro con l’appoggio dell’aviazione che bombarda senza sosta. Si spara anche dal mare e la popolazione civile scappa in cerca di salvezza. Circa 100mila palestinesi restano a Rafah. Un milione e 400mila che fino a inizio maggio si trovavano nell’area della città, ora sono sparsi tra Mawasi, Khan Yunis e Deir al Balah. «La scorsa notte è stata una delle peggiori nella parte occidentale di Rafah: droni, aerei, carri armati e navi della marina hanno bombardato tutta la zona. Gli israeliani stanno subendo attacchi pesanti da parte dei combattenti della resistenza, che potrebbero rallentarli», ha raccontato Hatem, 45 anni, un testimone all’agenzia Reuters. Altri bombardamenti israeliani hanno causato numerosi morti e feriti a Shujayeh e nel campo profughi di Shate. Tra le vittime c’è anche un calciatore, Ahmad Abu Al Atta.
  Che Hamas e altri gruppi combattenti stiano opponendo sul confine con l’Egitto la resistenza più tenace dall’inizio della guerra, è confermato proprio dai media israeliani. «A differenza di altri luoghi, a Rafah l’esercito ha incontrato una resistenza ostinata e ben organizzata da parte di Hamas», ha scritto Alon Ben David su Maariv Online «(grazie ai tunnel) Hamas conduce una battaglia difensiva che è per lo più sotterranea: escono dai pozzi, attaccano l’esercito e rientrano nei pozzi». Secondo il giornalista, Israele intende mantenere in futuro il controllo del «Corridoio Filadelfia», la fascia lunga 14 chilometri che divide Rafah dall’Egitto.
  Al nord la tensione resta molto alta. Secondo alcuni una guerra totale e l’invasione israeliana del Libano del sud sarebbero una questione di pochi giorni, il tempo di dare all’esercito il modo di trasferire al confine parte dei reparti combattenti ora impegnati a Gaza. Per altri l’accesa retorica su entrambi i lati del confine non prefigura ancora l’inizio di un’ampia campagna militare. Secondo il giornale di Beirut Orient Today, con il discorso bellicoso (anche nei confronti di Cipro alleato di Israele) che ha pronunciato qualche giorno fa, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, «ha parlato di guerra per scongiurare la guerra». E qualcuno fa notare che nelle ultime 48 ore si è in parte placata l’offensiva con razzi e droni del movimento sciita verso l’alta Galilea e il Golan occupato mentre Israele sembra aver diminuito la frequenza dei suoi raid aerei. Ma il quadro è fluido ed è un azzardo fare previsioni.
  In Cisgiordania – dove secondo le rivelazioni fatte ieri dal New York Times il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich starebbe attuando decisioni volte a rendere irreversibile l’occupazione israeliana di questo territorio – due palestinesi sono stati uccisi da un’unita speciale israeliana nella città di Qalqiliya.

(il manifesto, 22 giugno 2024)

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Per chi esiste Israele

Chi deve portare il fardello della sicurezza del paese? La domanda che può far cadere Netanyahu.

di Micol Flammini

ROMA - Laly Derai il 16 giugno forse provava soltanto fastidio, si mise a scrivere un post su Facebook per dire: “Ogni soldato ha un cerchio attorno, fratelli, genitori, amori, figli, vicini, compagni di classe, amici. Quando un soldato viene ucciso o ferito tutte queste persone sono coinvolte. Da quel momento in poi, non vivranno più come prima”. Laly Derai aveva messo in cima al post anche un titolo: “L’uguaglianza nel portare il fardello non racconta tutta la storia”. Mentre lei scriveva, alla Knesset, il Parlamento israeliano, veniva discussa la legge per l’esenzione dalla leva degli ultraortodossi. Mentre i politici discutevano, undici soldati israeliani morivano in un’imboscata nella zona di Rafah, a sud della Striscia di Gaza.
  Uno dei soldati uccisi si chiamava Saadia Yakov, aveva ventisette anni ed era il figlio di Laly Derai: la madre del soldato intenta a scrivere il suo post, infastidita dal dibattito alla Knesset, ancora non sapeva che non sarebbe vissuta più come prima, il suo “cerchio” era stato colpito. Il fastidio si è trasformato in dolore e rabbia, liquefatti nelle domande che Israele si fa e che dal 7 ottobre sono diventate più pressanti: chi deve portare il peso dell’esistenza del paese? Chi deve pagare il prezzo di ogni guerra? Perché non tutti?
  Dopo l’attacco di Hamas contro i kibbutz del sud di Israele, all’esercito sono arrivate circa duemila richieste di arruolamento da parte degli haredim, la comunità di fedeli più osservante, il portavoce di Tsahal, Daniel Hagari, aveva detto che si trattava del dato più alto mai registrato, segno del fatto che qualcosa nella società stava cambiando. Era una reazione, non abbastanza per cambiare la situazione di una legge che Israele si ostina a rinviare. Non esiste una norma per la quale gli haredim dovrebbero essere esentati dal servizio militare, intanto che la politica non riesce a prendere una decisione, viene approvata l’esenzione in base a un accordo che risale al 1948, il Torato Umanuto, che vuol dire “lo studio della Torah è il suo lavoro” e risale ai tempi in cui David Ben-Gurion dispensò quattrocento uomini, studenti delle yeshivot, le istituzioni che si occupano dell’educazione religiosa, a prestare il servizio militare fino a quando non avessero trovato un’occupazione. Probabilmente non la trovarono mai, oggi da quattrocento sono diventati molti di più mentre il principio di esenzione va avanti per inerzia e per mancanza di decisione. La spaccatura nella società si fa sempre più profonda: gran parte della popolazione ultraortodossa vive con i sussidi dello stato, rifiuta il servizio militare, ritiene di doversi dedicare allo studio della Torah e nonostante venga chiamata, come tutti gli altri cittadini, a presentarsi alla leva, può rinviare l’arruolamento fino a quando non avrà compiuto il suo percorso di studi, che di solito termina dopo i ventisei anni, quindi oltre il limite di età per la coscrizione. Chi finora ha combattuto le guerre in Israele, chi ha risposto agli attacchi degli eserciti confinanti, e chi in questi mesi èa Gaza, di solito non fa parte della comunità ultraortodossa, nonostante gli sforzi dell’esercito di creare un ambiente favorevole, che risponda all’osservanza della religione ebraica. La società sta cambiando, a livello demografico, la parte di popolazione che cresce di più con un aumento del 4 per cento all’anno è proprio quella più religiosa che non presta il servizio militare e spesso non lavora; gli israeliani osservano questi numeri da anni e vedono un problema grande per il futuro dello stato: chi difenderà il paese? chi produrrà per il paese? Tutto è diventato più urgente dopo il 7 ottobre, con gli attacchi di Hamas, con la guerra a Gaza, con la conta inevitabile di quanti soldati lavorano per l’esercito israeliano e quanti cittadini credono invece di poter godere del diritto di farsi difendere da altri. Yair Lapid, il capo di Yesh Atid, uno dei maggiori partiti di opposizione, ha calcolato che senza l’esenzione degli ultraortodossi, Tsahal potrebbe avere cento battaglioni in più. La Corte suprema ha chiesto al governo di fare una riforma, di regolare la coscrizione di questa parte di popolazione e non vedendo una risposta da parte della politica, ha predisposto il congelamento dei fondi per gli allievi delle yeshivot imponendo un pilastro: niente fondi senza la leva. La politica si trascina, l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz è uscito dal governo anche perché non vedeva la possibilità di trovare una soluzione. Il governo non si muove, non vuole toccare questo principio che sembra votato all’autodistruzione del paese. Alla Knesset si dibatte, dentro al Likud, il partito del premier Benjamin Netanyahu, si litiga: il ministro della Difesa Yoav Gallant e quello dell’Economia Nir Barkat, che è pronto a sfidare Netanyahu per la leadership del partito, credono che l’esenzione di una parte di popolazione non sia più tollerabile, senza la sicurezza non ci saranno né un paese in cui vivere né una Torah da studiare e minacciano la stabilità del governo – non sarebbe il primo a cadere sulla leva.
  Il principio di uguaglianza e il principio di sopravvivenza si saldano. Se ci sarà una guerra totale al confine tra Israele e Libano contro Hezbollah, sarà un conflitto devastante, il gruppo libanese ha armi forti, è numeroso. Israele può contrastarlo, ma saranno sempre gli stessi a combattere anche questa guerra.

Il Foglio, 22 giugno 2024)

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Israele – Grandi manovre a Rafah ma la minaccia viene dal Libano ‍‍

Dopo aver messo in sicurezza la parte meridionale e orientale di Rafah, l’esercito israeliano sta avanzando nella parte occidentale e settentrionale dell’ultimo bastione di Hamas. Alla Reuters i residenti della città hanno riferito di un significativo aumento nelle manovre di Tsahal nelle ultime 48 ore. E i portavoce militari israeliani riferiscono di diversi scontri ravvicinati con i terroristi. L’obiettivo è mettere sotto controllo l’intera zona per potersi concentrare sulla minaccia nel nord d’Israele. Qui il rischio di una guerra aperta con Hezbollah è sempre più imminente. In queste ore diversi missili anticarro sono stati sparati dai terroristi sciiti, mentre Tsahal ha colpito con i caccia alcune infrastrutture belliche nel sud del Libano. «La maggior parte del nostro governo non vuole davvero entrare in guerra, ma è possibile che questa sia la direzione», ha affermato Orna Mizrahi, ex membro del Consiglio di sicurezza nazionale, in un’intervista alla radio israeliana. Gli Stati Uniti premono per cercare di evitare l’escalation. Una richiesta ribadita anche nell’incontro a Washington tra il segretario di stato americano Antony Blinken e due emissari d’Israele: il consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi e il ministro degli Affari strategici Ron Dermer. Blinken ha «sottolineato l’importanza di evitare un’ulteriore escalation in Libano e di raggiungere una risoluzione diplomatica che permetta alle famiglie israeliane e libanesi di tornare alle loro case». Il problema, evidenzia Mizrahi, è che la soluzione diplomatica non sta dando risposte.
  Il premier Benjamin Netanyahu ha avvertito che Israele «trasformerà Beirut in una Gaza» in caso di guerra. Ma la potenza di fuoco di Hezbollah è molto superiore a quella di Hamas e rischia di mettere in grave difficoltà lo stato ebraico. Per questo le autorità sta prendendo le contromisure. Il ministro dell’Energia Eli Cohen ha definito con l’esercito un piano per assicurare che l’infrastruttura elettrica del paese sia protetta. Israele, ha chiarito, «reagirà con forza a qualsiasi attacco».
  Nel mentre Netanyahu è intervenuto sul futuro di Gaza. Lo ha fatto in un’intervista al sito di notizie americano Punchbowl, parlando della necessità di instaurare nell’enclave «un’amministrazione civile». «Deve essere fatto, e penso che sia meglio farlo con la cooperazione e l’assistenza dei Paesi arabi». Per Netanyahu oltre alla gestione amministrativa a Gaza, dopo la guerra, dovrà essere avviato «una sorta di processo di deradicalizzazione, a partire dalle scuole e dalle moschee, per insegnare a queste persone un futuro diverso da quello dell’annientamento di Israele e dell’uccisione di ogni ebreo sul pianeta». Per la ricostruzione poi della Striscia, il premier individua la comunità internazionale come possibile partner.

(moked, 21 giugno 2024)

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Israele - Hezbollah

di Federico Massa

Israele e Hezbollah stanno alzando le tensioni sia a parole che nei fatti. Il leader del Partito di Dio Hassan Nasrallah ha detto che in caso di escalation nessuna parte del territorio israeliano sarà al sicuro, lanciando una minaccia anche a Cipro qualora mettesse a disposizione delle Forze armate israeliane le sue basi aeree. Un alto funzionario dello Stato ebraico ha avvertito che il Libano meridionale rischia di fare la fine di Gaza. Pochi giorni fa, le Forze di difesa israeliane (Idf, Tzahal) hanno approvato i piani operativi per lanciare un'offensiva nel paese dei cedri, nel frattempo intensificando le uccisioni di comandanti hezbollah con raid aerei. A sua volta, la milizia filo-iraniana ha aumentato gli attacchi con missili, razzi e droni contro Israele. In tutto ciò, il viaggio dell'inviato dell'amministrazione Biden per il Medio Oriente Amos Hochstein, che è stato sia nello Stato ebraico sia a Beirut per trovare una de-escalation, non ha raggiunto i risultati sperati.
È estremamente improbabile che Hezbollah voglia una guerra aperta con Gerusalemme in cui avrebbe tutto da perdere. Il gruppo armato sciita punta semmai a mettere pressione agli israeliani nel mentre che continuano le loro operazioni a Gaza. Per Israele, la situazione attuale in cui 80 mila civili sono sfollati dal Nord del paese a causa degli scontri al confine israelo-libanese non è più tollerabile. Due sono le alternative: una soluzione diplomatica o l'escalation. La via di uscita proposta da Hochstein – attuare il piano di Biden per un cessate-il-fuoco a Gaza così da porre fine al conflitto con Hezbollah – incontra diversi ostacoli. Innanzitutto, le prospettive incerte del piano presentato dal presidente americano. Inoltre, una soluzione simile sarebbe difficilmente accettabile per Israele. Potrebbe creare un'equazione per cui, ogni volta che gli israeliani operano a Gaza, Hezbollah si attiva nel confine settentrionale. Quando l'obiettivo militare di Tzahal a Gaza è garantirsi piena libertà di azione nel futuro, nell'incapacità (impossibilità?) dei vertici politici israeliani di elaborare un piano post-bellico. La guerra aperta con Hezbollah sarebbe comunque estremamente complicata e costosa per lo Stato ebraico. Gli scontri aperti tra militari e politici a Gerusalemme aggravano il quadro.
Al momento, la vicenda segnala che dal 7 ottobre l'amministrazione Biden ha cercato di perseguire due obiettivi tattici che si sono rivelati incompatibili tra di loro: tutelare Israele e allo stesso tempo cercare di limitarne a tutti costi la reazione (anche a Gaza). Così si è creata la situazione per cui gli americani supportavano, non solo a livello diplomatico, le operazioni israeliane e contemporaneamente chiedevano all'alleato di fermarsi (cioè di perdere). Usando anche la normalizzazione con i sauditi come mezzo di pressione in tal senso.
Ma per i vertici israeliani, non solo Netanyahu, la guerra iniziata il 7 ottobre è esistenziale. Per gli strateghi di Gerusalemme, Hamas e Hezbollah non sono semplici milizie con cui va applicata la dottrina di controinsorgenza (counterinsurgency) del generale Petraeus, che gli americani hanno suggerito più volte ai loro colleghi israeliani, ma sono degli ibridi tra eserciti convenzionali e milizie armate. Di fatto degli Stati. Dalla prospettiva israeliana, come detto dal generale Giora Eiland a Limes, la guerra a Gaza è più simile alla guerra contro la Germania nazista che a quella in Iraq.
Al contrario di quello che si dice, i contrasti tra Gerusalemme e l'amministrazione Biden non sono frutto di considerazioni di politica interna statunitense (le elezioni si decidono su altri temi), ma della diversa percezione della posta in gioco della nuova fase dello scontro tra Israele e Iran aperta dal 7 ottobre.
L'estensione del conflitto al Libano rappresenterebbe il fallimento dell'approccio dell'attuale amministrazione, che comunque non aveva buone opzioni. Tuttavia, stupisce e dovrebbe essere motivo di riflessione il modo in cui Biden e i suoi uomini si sono esposti sulla questione della guerra a Gaza. Dal 7 ottobre, il segretario di Stato Blinken ha compiuto otto viaggi in Medio Oriente, la regione meno importante per gli Stati Uniti in questo frangente storico. Togliendo preziose risorse – non solo materiali – alle partite geopolitiche decisive, Cina in primis. Dieci anni fa una distrazione simile sarebbe stato un autogol clamoroso; oggi è un errore esiziale.

(Limes, 21 giugno 2024)

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Israele, scoperta archeologica senza precedenti nei fondali marini

Cercavano fonti energetiche, invece hanno fatto una scoperta archeologica sensazionale

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In Israele, cercavano fonti di gas, invece hanno fatto una scoperta archeologica sensazionale. Una compagnia energetica, la Energean, scandagliando i fondali del mare ha infatti scoperto per puro caso un antico relitto. Sarebbe il più antico mai trovato in fondo al mare. Si tratta di un mercantile lungo tra i 12 e i 16 metri che risale all’epoca Canaanita affondato tra i 3400 e i 3300 anni fa, ha spiegato l’autorità delle antichità di Israele. Al suo interno sono state rinvenute decine di anfore di terracotta.
  La nave preistorica deve essere affondata subito, ha spiegato Jacob Sharvit, a capo della IAA Marine Unit. È crollata a picco fino a toccare il fondale ed è rimasta lì intatta, nascosta per millenni e dimenticata finché il sonar della Energean-E&P non ha scandagliato il fondo alla ricerca di fonti di gas e ha scoperto qualcosa di anomalo.

• La scoperta della nave in fondo al mare
  Quel che resta del relitto era stato scoperto un anno fa a una profondità di circa due chilometri e a 90 km dalla costa israeliana, nel bel mezzo del mare al largo di Haifa. L’identificazione della nave e delle sue origini storiche si sono basate sulle immagini scattate dal robot. Poi, solo alcune settimane fa, dopo aver pianificato le operazioni per mesi, la Energean ha inviato un Rov (Remotely operated vehicle), un sottomarino a comando remoto, che ha recuperato due delle antiche anfore conservate nel vascello.
  A bordo dell’imbarcazione della Energean, due persone controllavano i bracci del robot utilizzando dei joystick e sono riusciti a scavare fino a recuperare due vasi antichi, chiuderli in una rete protetta e manovrarli per riuscire a inserire i vasi in un apposito contenitore.

• Perché la nave è affondata
  Cosa può aver causato l’affondamento della nave non è chiaro. Molto probabilmente c’è stato un attacco dei pirati nel Mediterraneo. O forse il bitume che sigillava il legno dell’imbarcazione ha ceduto. “Qualunque cosa sia accaduta deve essere avvenuta in fretta”, ha spiegato Sharvit. “Se si fosse trovata in mezzo a una tempesta, i marinai avrebbero cercato di alleggerirla gettando fuori bordo più peso possibile per salvarla. Non è stato rinvenuto nessun segno di questa operazione, invece”. Un altro fattor eanomalo è la distanza dalla costa in cui è stata trovat la nave. “Tutti i relitti trovati finora nel mar Mediterraneo si trovavano in acque poco profonde”, ha commentato Sharvit. “Questo ritrovamento dimostra quindi delle conoscenze nella navigazione in acque profonde già nell’antichità. Molto probabilmente navigavano tenendo come riferimento il sole, la luna, le stelle, in quanto navigare a 90 km dalla costa significava non scorgere per nulla la terraferma, neppure le montagne di Israele”.
  Quando è stata annunciata la scoperta del relitto sommerso non era ancora chiara la sua portata. Finché non sono state inviate le immagini a Sharvit. “Sono quasi caduto dalla sedia”, ha detto al giornale israeliano Haaretz che lo ha contattato. “Nel momento esatto in cui ho capito che si trattava di giare che risalivano all’età del bronzo mi sono reso conto di quanto fosse importante la scoperta”. Una scoperta di portata mondiale. Le due anfore, infatti, potrebbero rivelare nuove informazioni sulla vita e il commercio nell’età del bronzo. “Il fondo fangoso nasconde un secondo strato di vasi”, ha spiegato Sharvit “e sembra che anche le travi di legno della nave siano sepolte nel fango”. Sarebbero centinaia le giare rimaste adagiate in fondo al mare per millenni.
  “Cosa contenessero le giare non si può sapere. Nel corso dei secoli si è dissolto e al posto del contenuto ci sono solo sedimenti. Molto probabilmente il contenuto è stato mangiato da creature marine, tuttavia gli studiosi sperano di trovare ancora delle tracce che possano svelare la natura dei beni come vino, olio, fichi secchi o altri frutti”, ha spiegato Sharvit. Non ci resta che attendere il risultato delle analisi degli archeologi che ci stanno già lavorando.

(SiViaggia, 21 giugno 2024)

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Gli Usa avvertono Hezbollah: “Se è guerra, siamo con Israele”

Nasrallah minaccia di attaccare Cipro, se lascerà che l’Idf usi le sue basi per i raid in Libano. Netanyahu sulle tensioni con la Casa Bianca: “Armi necessarie per la nostra esistenza”

di Paolo Brera

GERUSALEMME — L’inviato speciale Usa Amos Hochstein ha ammonito «fermamente» il Libano che Israele prepara un «attacco limitato» contro Hezbollah e «avrà il sostegno degli Stati Uniti», se le milizie continueranno a lanciare razzi.
  I segnali di una nuova guerra sono gravi e coincidenti: martedì, mentre a Beirut Hochstein consegnava l’avvertimento Usa al premier Najib Mikati perché facesse da mediatore con Hezbollah, l’Idf ha «approvato e validato» i piani di attacco in Libano. Quando lo hanno fatto per l’attacco di terra a Rafah, nessuno è poi riuscito a invertire la rotta. Nel frattempo il ministro degli Affari religiosi israeliano, Michael Malchieli, rispondendo alla domanda se stesse preparandosi per «sepolture di massa» ha confermato a Canale 14 che «ci prepariamo per cose più grandi nel Nord, sì».
  L’avvertimento consegnato a Hezbollah indica però anche una via d’uscita: aderire a una soluzione diplomatica. La bozza di accordo tra Israele e Hamas delineata dal presidente Joe Biden è ferma al palo. La pressione su Hamas di Qatar ed Egitto non ha sbloccato il leader, Yahya Sinwar, che non libera gli ostaggi. Ne restano in vita 50 su 120, secondo fonti Usa citate dal Wall Street Journal. «Non lasceremo Gaza finché non ritorneranno tutti e non avremo eliminato le capacità militari e governative di Hamas», replica Netanyahu.
  La prospettiva di un accordo è sempre più lontana. Israele proseguirà le operazioni militari «per altre cinque settimane», ha avvertito Hochstein secondo il Middel East Eye per completare il lavoro. Poi si limiterà «a uccisioni mirate» dei capi di Hamas, e a operazioni per liberare tutti gli ostaggi. Hochstein ha avvertito Hezbollah che commetterebbe un grave errore mantenendo il supporto a Sinwar. Hezbollah ha detto chiaramente che non fermerà gli attacchi a Israele fino a quando non si ritirerà dalla Striscia, ma i messaggi intercettati di Sinwar hanno dimostrato che il leader di Hamas vuole mantenere il dominio, non riportare la pace. Per questo la carta Hezbollah diventa decisiva. Se non abbandona Sinwar e la sua linea oltranzista, tra qualche settimana Israele sposterà il grosso della macchina bellica a Nord. Uno scenario che si può ancora evitare se Nasrallah, il leader dei miliziani libanesi, si aggiungerà a Qatar ed Egitto nel fare pressione su Hamas. E se Sinwar si opponesse, Hezbollah potrebbe fermare i razzi e riattivare la diplomazia.
  Ieri Israele ha ucciso un altro comandante di Hezbollah con un attacco aereo mirato a Deir Kifa, nel Sud del Libano. Un drone ha centrato il veicolo in cui viaggiava Abbas Ibrahim Hamza Hamada, che secondo l’Idf era in comando dell’unita regionale di stanza a Jouaiyya. In risposta, Hezbollah ha lanciato almeno 45 colpi bombardando il Nord di Israele.
  Dalla ripresa degli scontri all’indomani del 7 ottobre sono morte più di 400 persone in Libano, tra cui un’ottantina di civili; e 16 soldati e 11 civili sono caduti sul fronte israeliano, nel Nord del Paese in cui Hezbollah ha lanciato migliaia di missili. Un bilancio già grave ma limitato rispetto ai rischi di escalation. L’ultimo azzardo è la minaccia di Nasrallah di attaccare Cipro se lascerà che porti e aeroporti vengano utilizzati da Israele per raid in Libano. «Cipro è membro dell’Unione europea. Ogni minaccia contro un nostro Stato membro è una minaccia contro l’Ue», replica il portavoce della Commissione europea per la politica estera, Peter Stano: «Fra Libano e Israele è necessaria la de-escalation».
  Funzionari statunitensi hanno detto a Cnn di essere preoccupati che l’Iron Dome e le difese israeliane vengano sopraffatti. E Shaul Goldstein, l’Ad di Noga che sovrintende alla rete elettrica, ammonisce che Hezbollah potrebbe farla collassare facilmente, e «dopo 72 ore senza elettricità sarà quasi impossibile sopravvivere: siamo impreparati per una vera guerra».
  Resta alta anche la tensione tra la Casa Bianca e Netanyahu dopo il video di critiche giudicato «deludente, offensivo, irritante e falso». «Sono pronto a subire attacchi personali a condizione che Israele riceva le armi di cui ha bisogno nella guerra per la sua esistenza», ha risposto il premier.

(la Repubblica, 21 giugno 2024)

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Ciclismo – L’otto della squadra israeliana per il Tour, Froome non c’è ‍‍

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La vittoria di tappa di Derek Gee al Giro del Delfinato

Niente Tour de France per Chris Froome. Il quattro volte vincitore della Grand Boucle non è nella “rosa” della Israel Premier Tech, la squadra israeliana che parteciperà per la quinta volta consecutiva alla corsa, al via tra una settimana da Firenze.
  La Israel Premier Tech ha diramato stamane le convocazioni. Froome, 39 anni compiuti a maggio, non sarà della partita. Anche quest’anno, come già nel 2023, farà il tifo per i suoi compagni di squadra da casa. Le prestazioni e lo smalto di un tempo sono evidentemente lontani e la prospettiva del ritiro forse si avvicina.
  Negli otto della Israel è folta la presenza di canadesi, ben tre: Guillaume Boivin, Derek Gee e Hugo Houle. Due i britannici, Jake Stewart e Stevie Williams. Completano la formazione il tedesco Pascal Ackermann, il danese Jakob Fuglsang e il lettone Krists Neilands.
  Quattro dei convocati sono per la prima volta al Tour. Fuglsang è invece uno dei veterani, alla sua dodicesima partenza in assoluto. L’obiettivo del team «è una vittoria di tappa», annuncia il direttore sportivo Steve Bauer. «Abbiamo una squadra forte, equilibrata e versatile, con corridori in grado di brillare in diversi contesti e con il potenziale per essere competitivi tappa dopo tappa. La competizione sarà agguerrita, ma credo nel gruppo che porteremo a questo Tour de France».
  Gee è fresco di terzo posto al Giro del Delfinato, dove ha anche vinto una tappa, mentre in aprile Williams ha trionfato alla Freccia-Vallone in condizioni atmosferiche da ciclismo epico. Occhi puntati anche su Ackermann, che in carriera ha alzato le braccia sul traguardo in tre occasioni al Giro d’Italia e in due alla Vuelta e ora sogna di affermarsi anche nella più importante delle tre grandi corse a tappe. Della quale, nonostante la rodata esperienza, è un debuttante.

(moked, 21 giugno 2024)

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Germania, Memoria “violata” a Weimar

Vandalizzate con la scritta “Ebrei criminali” una serie di pietre d’inciampo

di Roberto Zadik

L’attuale spirale di antisemitismo non risparmia nemmeno la Memoria della Shoah. Nella cittadina di Weimar, famosa per la sua Repubblica prima della catastrofe nazista, una serie di pietre d’inciampo sono state deturpate da gravi offese antisemite, non si conoscono ancora i nomi dei responsabili.
Secondo l’articolo del Jewish Chronicle firmato da Felix Pope e uscito mercoledì 19 giugno, le famose Stolpersteine (in tedesco “pietre d’inciampo”) sarebbero state il bersaglio di messaggi inquietanti come “Ebrei criminali” in quella che il testo definisce una vera campagna “persecutoria”. Infatti non è la prima volta che accade, poiché tempo fa le stesse offese erano comparse sempre a Weimar sui cartelli pubblicitari dell’Achava Festival, importante manifestazione culturale ebraica locale.
L’episodio ha scatenato l’indignazione di una serie di personalità, prima fra tutte Karen Pollock capo del Fondo britannico per l’educazione alla Shoah che ha definito queste scritte “un gesto disgustoso in quanto queste pietre sono dei simboli, sistemati in tutta Europa in ricordo delle famiglie e dei singoli ebrei sfollati dalle loro case e massacrati durante la Shoah. Questo dimostra che nonostante la solita frase Mai più venga ripetuta costantemente, l’antisemitismo è più che mai vivo“. Nel suo intervento ha sottolineato come già nel 2021, sempre nelle strade della cittadina tedesca, una serie di pietre d’inciampo erano state portate via dai marciapiedi in cui erano state sistemate.
Ricostruendo i diversi avvenimenti, il sito ha ricordato come lo stesso anno in un’altra cittadina del Nord Ovest della Germania, Osteholz Schambeck, erano avvenuti atti vandalici come varie scritte sui muri, mentre a Dortmund una dozzina di pietre d’inciampo erano state deturpate con della vernice blu. In tema di antisemitismo tedesco, il sito ha puntualizzato un esponenziale aumento dell’intolleranza, col passaggio da “solo” 33 attacchi nel 2022 a 492, la maggioranza di essi commessi dopo il 7 ottobre. Fra questi, una serie di stelle di David sugli edifici, bombe molotov lanciate contro le sinagoghe e tombe ebraiche dissacrate.
A questo proposito lo scorso novembre il cancelliere Olaf Scholz aveva detto che “qualunque forma di antisemitismo avvelena la nostra società, dovremmo cercare di proteggere fisicamente le istituzioni e le comunità ebraiche, rafforzando i controlli di polizia e i provvedimenti giudiziari”.
Stando all’articolo del Times of Israel, gli attacchi antiebraici sarebbero molti di più. Infatti secondo il RIAS, Centro per la Ricerca e l’Informazione sull’antisemitismo, situato a Berlino, solo nel mese successivo a 7 ottobre in Germania ci sarebbero stati 994 fra attacchi, minacce e violenza e insulti antisemiti.

(Bet Magazine Mosaico, 21 giugno 2024)

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Israele e le accuse (di nuovo) di crimini di guerra

L'ormai fantomatico Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU (OHCHR) continua imperterrito a pubblicare le veline di Hamas spacciandole per rapporti ONU.

di Maurizia De Groot Vos

Apprendo questa mattina che il fantomatico Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, genericamente ed erroneamente chiamato “ONU”, avrebbe emesso un nuovo rapporto contro Israele che, nelle sue intenzioni, intenderebbe far percepire al pubblico la cattiveria dello Stato Ebraico.
Sul rapporto ci torniamo dopo, voglio prima far capire di che ONU stiamo parlando, perché altrimenti il pubblico non comprende bene.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani è parte del sistema che fa capo all’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU (OHCHR) con sede in Svizzera, quello per intenderci che è stato presieduto da Iran, Arabia Saudita e persino dalla Siria. Quello che ha inserito l’Iran nell’organo per la tutela dei Diritti delle donne mentre nelle strade di Teheran le ragazze venivano massacrate. Quello che non ha mai steso un rapporto sulla guerra in Siria, sui massacri nelle rivolte in Iran, nessun rapporto contro l’Arabia Saudita, il Venezuela, il genocidio ancora in corso in Darfur dove c’è una crisi umanitaria molto peggiore di quella che c’è a Gaza. Nessun rapporto su niente. Su Israele decine e decine di rapporti. Persino un rapporto che accusava lo Stato Ebraico di non rispettare i Diritti delle donne.
E veniamo a oggi. Il già citato fantomatico Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha emesso un rapporto dove si accusa Israele di aver usato bombe pesanti a Gaza contro edifici residenziali.
Il rapporto descrive nel dettaglio sei attacchi che comportano il sospetto uso di bombe GBU-31 (2.0000 libbre), GBU-32 (1.000 libbre) e GBU-39 (250 libbre) dal 9 ottobre al 2 dicembre 2023 su edifici residenziali, una scuola, campi profughi e un mercato.
Lo stesso rapporto evita molto accuratamente di ricordare che Israele prima di lanciare un attacco aereo con bombe pesanti ha sempre, SEMPRE, invitato la popolazione a lasciare gli obiettivi dei futuri bombardamenti, anche a costo di avvisare lo stesso Hamas.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani avrebbe verificato 218 morti a causa di questi sei attacchi e ha affermato che le informazioni ricevute indicano che il numero di vittime potrebbe essere molto più elevato. Solo che non specifica quali siano le fonti e in che modo è avvenuta la verifica, né specifica se quelle persone, avvisate del bombardamento, sono rimaste contro la loro volontà. In sostanza, non verifica se sono scudi umani la cui morte serve alla causa di Hamas come vuole la politica di Yahya Sinwar.
A proposito della politica di Sinwar per cui un alto numero di vittime civili serve alla causa di Hamas, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani non ha speso una parola, non un milligrammo di inchiostro. Come mai? E sugli ostaggi? Silenzio assoluto. Eppure questo organismo altamente auto-screditato viene ritenuto addirittura una fonte di Diritto e viene definito ONU per dare una impronta di importanza alle veline di Hamas che spaccia per propri rapporti.
Penso che nella storia della disinformazione l’OHCHR sia in assoluto l’esempio più eclatante di questa pratica largamente diffusa tra gli antisemiti. Il fatto curioso è che i media e le agenzie, pur sapendo cosa sia in realtà il cosiddetto “ONU” di Ginevra, continuano imperterriti a rilanciare le veline di Hamas come se fossero rapporti dell’ONU, quello vero (peraltro  già abbastanza auto-screditato di suo).

(Rights Reporter, 21 giugno 2024)

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Beha’alotekhà. Singhiozzo ed esultanza convivono

di Ishai Richetti 

Gli ebrei sono pronti ad intraprendere il loro viaggio. Un’ultima serie di direttive, tuttavia, deve ancora essere data. D-o si rivolge a Moshe: “Fai per te due trombe d’argento; le farai d’argento battuto; ed esse saranno per te per convocare l’assemblea e per far muovere gli accampamenti“. Suonate dai sacerdoti, queste trombe d’argento serviranno per annunciare un viaggio, radunare la nazione, rafforzare il popolo di fronte alle sfide e segnare la commemorazione di feste e celebrazioni.
Basandosi sull’espressione “Fai per te stesso”, i Chachamim discernono una distinzione tra le trombe e tutti gli altri utensili modellati da Moshe nel deserto. Mentre altri utensili erano adatti all’uso nelle generazioni future, le trombe di Moshe erano solo sue, da usare solo durante la sua vita. Perché le trombe meritano di essere menzionate nella Torà e perché occupano un ruolo così centrale nel testo? Questi oggetti sembrano essere principalmente di natura utilitaristica. Le leggi riguardanti queste trombe rappresentano le ultime direttive date da D-o prima dell’inizio del pellegrinaggio nel deserto. Che significato ha in quel preciso momento e perché le trombe sono specifiche per generazione?
Una lettura attenta del testo rivela che il ruolo delle trombe è molto più complesso: “Quando andrai a far guerra contro l’avversario che ti opprime, allora suonerai l’allarme con le trombe e sarai richiamato davanti al Signore, tuo D-o, e sarai salvato dai tuoi nemici“. “E nei giorni della vostra gioia, nelle vostre feste e nei noviluni, suonerete le trombe durante i vostri olocausti e durante le vostre feste di ringraziamento; e saranno per te un ricordo davanti al tuo D-o; Io sono il Signore, tuo D-o.” Il suono delle trombe descritto in questi passaggi è tutt’altro che ordinario: Sembrano essere usate per comunicare con D-o, il loro suono una forma di preghiera molto potente anche se senza parole. Durante lo studio sul ruolo delle trombe, comincia ad emergere uno schema affascinante. La Torà identifica due suoni distinti: La tekià, un suono lungo e ininterrotto, associato nel testo all’assemblea congregazionale, all’assemblea dei dirigenti e alla celebrazione comunitaria, e la teruà, un suono spezzato, associato alla chiamata al viaggio e all’avvento della guerra. Questi suoni rispecchiano il sentimento delle persone nel momento in cui vengono ascoltati. I momenti di conforto e stabilità, come le occasioni di assemblea e di celebrazione sono scanditi dalla tekià, un suono ininterrotto di certezza. I momenti di incertezza, sfida e angoscia, come le occasioni di viaggio e di guerra, sono associati alla teruà, un suono spezzato e incerto.
Questa connessione trova ulteriore supporto da una fonte halachica molto conosciuta. Sono degli stessi suoni dello shofar a Rosh haShanà. Ai tempi del Bet haMikdash, infatti, il suono dello shofar era accompagnato dal suono delle trombe. Mentre durante Rosh haShanà vengono suonati sia la tekià che la teruà, nel testo della Torà solo quest’ultima è collegata alla festa tanto che il riferimento a questo giorno è Yom Teruà e Zichron Teruà. Il messaggio è chiaro. L’aura di Rosh haShanà, il Giorno del Giudizio, è impersonato dalla teruà, il suono spezzato e incerto dello shofar. Questo profondo legame è alla base del tentativo dei Chachamim nel Talmud di definire la vera natura di questo suono spezzato. Qui la teruà è definita come una serie di nove suoni brevi e staccati, che simboleggiano un individuo nell’atto di singhiozzare, o come una serie di tre suoni un po’ più lunghi (serie a noi nota come shevarìm), che simboleggia un individuo nell’atto di sospirare. Secondo entrambe le opinioni, il suono spezzato raffigura l’individuo in difficoltà spirituale ed emotiva davanti alla Corte Celeste. Proprio come le note delle trombe rispecchiano lo stato degli ebrei in quel momento, così anche gli squilli dello shofar riflettono il tumulto interiore di ogni individuo a Rosh haShanà. Il messaggio che emerge colpisce ancora più in profondità. Una volta collegati tematicamente gli squilli di tromba e di shofar, un’ulteriore considerazione sul suono dello shofar a Rosh haShanà può aiutarci a comprendere meglio il ruolo delle trombe. Gli squilli dello shofar, non sono intesi a rispecchiare solamente la lotta interna di un individuo che si trova davanti a D-o, ma anche per risvegliare, coltivare e sviluppare proprio quella lotta.
Ambientato all’inizio dell’anno, il suono dello shofar è progettato per risvegliare il nostro spirito, il nostro cuore e la nostra anima. Una volta compiuto il risveglio, i suoni dello shofar riflettono il nostro spirito in una preghiera sincera e senza parole. Similmente ai suoni dello shofar, gli squilli delle trombe sono progettati per risvegliare e riflettere l’ultima componente essenziale per il successo del viaggio degli ebrei nel deserto.
Non potrebbe esserci mitzva più appropriata con cui lasciare il Sinai di questa: Le trombe destinate a risvegliare lo spirito degli ebrei all’inizio del loro viaggio, trombe che verranno forgiate di nuovo, ancora e ancora, mentre ogni generazione risveglia il proprio spirito per affrontare le proprie sfide. Se è vero che oggi quelle trombe non ci sono più, è anche vero che in mancanza dell’oggetto fisico esse rappresentano un insegnamento importante per la nostra vita, un insegnamento da tramandare alle generazioni, forgiando nuove trombe, nuovi leader e nuove persone capaci di affrontare, col proprio spirito, le immancabili difficoltà della vita, a livello comunitario e a livello individuale. Perché se è vero che alle volte lo spirito può sembrare spezzato, è anche vero che questo si può rafforzare, si può iniziare nuovamente con spirito nuovo e con l’aiuto di D-o che potrà donarci le Sue berachot.

(Morashà, 21 giugno 2024)
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Parashà della settimana: Beha'alotecha (Far salire)

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Pazza idea

di Niram Ferretti

Ultimo ma non ultimo, ora è il turno di Daniel Hagari, portavoce dell’IDF, nell’informarci che “Hamas è un’idea. Coloro che pensano che si possa fare sparire si sbagliano”.
Si tratta di un refrain che ascoltiamo da quando Israele ha iniziato la sua operazione militare a Gaza otto mesi fa.
Immaginiamoci se, dopo l’11 settembre, il comando militare americano avesse affermato che “Al Qaeda è un’idea, chiunque pensi di farla sparire si sbaglia”, oppure si fosse sentito dire la stessa cosa a proposito dell’ISIS.
Effettivamente Hagari dice una cosa giusta, dice l’ovvio, Hamas è una idea, rappresenta una ideologia, rappresenta cioè una delle incarnazioni dell’estremismo islamico, che ne possiede molteplici, così come l’Idra mitologica ha molte teste, ma il problema è che l’obiettivo che Israele si è dato a Gaza non è quello di fare sparire un’idea dalla faccia della terra, così come non era questo l’obiettivo degli Stati Uniti nei confronti dell’organizzazione criminale creata da Osama Bin Laden o quella creata da Abu Bakr al-Baghdadi, ma più modestamente, anche se è assai impegnativo farlo,  quello di terminare la sua operatività militare e politica all’interno della Striscia, poi l’idea, come tutte le idee, essendo di natura immateriale, potrà continuare a esistere.
L’ufficio di Benjamin Netanyahu è dunque intervenuto, a seguito della dichiarazione di Hagari, per rimarcarlo, ovvero, che Israele non si è mai proposto di sradicare ideologicamente Hamas.
Sarebbe tuttavia da ingenui pensare che la dichiarazione di Hagari sia quella di uno sprovveduto, non lo è, essa è da considerarsi come parte di una precisa posizione politica che è quella della Casa Bianca e che nel defunto gabinetto di guerra aveva i suoi portavoce in due ex militari diventati uomini politici, Benny Gantz e Gadi Eisenkot, ovvero la seguente: che Hamas non possa essere (o non debba essere) sconfitto e che sia necessario trovare con un Hamas depotenziato una qualche forma di convivenza, dando soprattutto la priorità alla liberazione degli ostaggi rimanenti.
Non è un caso se in questi ultimi giorni, dopo l’uscita di Gantz dal gabinetto di guerra, le manifestazioni per il rilascio degli ostaggi si siano intensificate corredate dalla richiesta di tornare alle urne.
Non è, altresì un mistero per nessuno, che all’interno del comparto militare non siano in pochi ad appoggiare la posizione di Gantz e Eisenkot della quale Hagari si è fatto solerte portavoce.

(L'informale, 20 giugno 2024)
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Replica: “L’America è un’idea. Se Israele pensa che da lei possa ottenere un vero aiuto si sbaglia”. M.C.

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"I ragni di lassù"

Zero fiducia tra lo staff militare israeliano e il governo.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Israele è in guerra e la leadership su cui l'intera nazione vuole fare più affidamento è ai ferri corti. Una crisi che si ripercuote sullo sforzo bellico di Israele su tutti i fronti. È inutile e un lusso che non possiamo permetterci in guerra. Non solo, i nemici stanno interpretando i nostri litigi al vertice come una debolezza e questa è una follia assoluta. "I ragni, i romani" si dice in Asterix e Obelix. E in Israele si può dire "i ragni, quelli lassù a Gerusalemme".
Secondo fonti governative di alto livello, la sensazione nel governo è che l'esercito stia interferendo in questioni politiche che non sono di sua competenza. Si tratta di una pericolosa crisi di sicurezza e socio-politica che deve essere risolta rapidamente per poter finalmente vincere la guerra. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sciolto il gabinetto di guerra dopo che il Ministro Benny Gantz e il suo collega di partito Gadi Eisenkot si sono dimessi dalla coalizione. È anche giunto il momento di cambiare il sistema decisionale per quanto riguarda la guerra a Gaza e nel Libano meridionale. Pertanto, l'istituzione di un gabinetto ristretto per le questioni politiche e di sicurezza sensibili è stata una mossa giusta da parte di Netanyahu, chiamato la cucina di guerra "Mitbachon". Un simile gabinetto esisteva anche nei governi precedenti.
Ieri c'è stato un altro scontro tra l'esercito e il governo quando il portavoce dell'esercito, il contrammiraglio Daniel Hagari, ha messo in dubbio che Israele possa sradicare il gruppo terroristico di Hamas. Hagari ha affermato che questo obiettivo è attualmente irraggiungibile. Questa dichiarazione è sembrata approfondire la spaccatura tra Netanyahu e gli alti generali dell'IDF sulla sua gestione della guerra a Gaza. "Questo parlare di distruzione di Hamas, di scomparsa di Hamas, serve semplicemente a gettare sabbia negli occhi del pubblico", ha sottolineato Hagari in un'intervista al canale televisivo 13 News. "Hamas è un'idea, Hamas è un partito. È radicato nel cuore della gente - chiunque pensi che possiamo eliminare Hamas si sbaglia", ha continuato il portavoce dell'esercito. Hagari ha anche avvertito: "se il governo non trova un'alternativa - Hamas rimarrà nella Striscia di Gaza". Netanyahu è scoppiato di rabbia e ha dichiarato che "il gabinetto di sicurezza ha definito la completa distruzione di Hamas come uno degli obiettivi di guerra". Molti dubitano che questo sia davvero possibile, dato che la guerra nella Striscia di Gaza non sta progredendo. I soldati e i riservisti sono frustrati dal fatto che non sia stata ancora presa alcuna decisione strategica nella Striscia di Gaza. La colpa è del governo o dei vertici dell'esercito. Dipende da chi si vuole credere.
Secondo fonti politiche, la crisi tra la leadership politica e quella dell'esercito è peggiorata drasticamente nelle ultime settimane. Netanyahu e il suo governo sospettano che il Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi abbia informato la scorsa settimana i commentatori dei media israeliani che l'esercito era sul punto di vincere a Gaza e che la guerra poteva essere fermata per ottenere uno scambio di ostaggi. Ciò è in contrasto con l'opinione del Primo Ministro Netanyahu, che ritiene che l'esercito non abbia ancora raggiunto gli obiettivi di guerra fissati dalla leadership politica.
A ciò si aggiunge l'incidente della pausa tattica per consentire l'ingresso degli aiuti umanitari a Rafah, annunciata dall'esercito questa settimana e poi annullata su istruzioni della leadership politica. L'esercito non ha informato in anticipo il Ministro della Difesa e il Primo Ministro della decisione. D'altra parte, l'esercito afferma che tutto è stato autorizzato dal governo e che non si è trattato di una decisione indipendente. Quando i media hanno reso noto questo fatto e Bibi è stato attaccato dai suoi stessi partner di coalizione, come i ministri Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ha fatto marcia indietro e ha affermato di non saperne nulla.
Il primo ministro Netanyahu ha poi criticato i vertici dell'esercito durante la riunione di gabinetto. Ha detto di averlo appreso dai media e ha aggiunto: "Per eliminare le capacità di Hamas, ho preso decisioni che non sempre sono state accettate dallo staff militare. Abbiamo uno Stato con un esercito e non un esercito con uno Stato". Secondo fonti politiche, il governo ritiene che i vertici dell'esercito, che hanno fallito il 7 ottobre, non stiano dando i risultati militari che la leadership politica gli chiede durante la guerra. Il Primo Ministro ritiene che l'esercito stia interferendo in questioni politiche che non gli competono. La questione è molto dibattuta nel Paese e la scelta a chi credere dipende dalla parte politica in cui ci si trova. Sappiamo da altre fonti che il Ministro della Difesa israeliano Yoav Galant sta perdendo la pazienza con il suo partito e con il leader del governo Benjamin Netanyahu. In colloqui a porte chiuse, Galant ha etichettato Bibi come un codardo che frena i piani militari perché non riesce a decidere. Secondo Galant, Bibi stesso è l'ostacolo e l'esercito sta combattendo per salvare Israele.
Una situazione del genere è estremamente pericolosa in un periodo di guerra, quando Israele è impegnato su sette fronti, e deve essere fermata immediatamente. Il Capo di Stato Maggiore Halevi ha dichiarato diversi mesi fa di assumersi la piena responsabilità del fallimento militare del 7 ottobre e i suoi confidenti hanno annunciato che lascerà l'esercito.
Per la prima volta dal raid del 7 ottobre, il Capo di Stato Maggiore israeliano Herzi Halevi ha visitato ieri il kibbutz Nir Oz, nella Striscia di Gaza, per rivolgersi e scusarsi personalmente e direttamente con i residenti e le famiglie in lutto per il fallimento di oltre otto mesi fa. Nir Oz è diventato un chiaro simbolo del fallimento durante l'attacco a sorpresa. I residenti del kibbutz erano indifesi in quello Shabbat nero, con conseguenti massacri e rapimenti in cui un quarto degli abitanti del kibbutz è stato preso in ostaggio o ucciso. Il kibbutz Nir Oz un tempo contava circa 400 membri, quasi 40 sono stati uccisi e 70 sono stati rapiti nella Striscia di Gaza.
È chiaro a tutti che i vertici militari hanno fallito il 7 ottobre, e lo ammettono, ma anche il governo di Gerusalemme ha fallito. Benjamin Netanyahu e le sue coalizioni di destra hanno governato il Paese negli ultimi 15 anni e tutti capiscono che in questo periodo sono state perseguite politiche e strategie sbagliate. Tra queste, la controversa politica di Netanyahu per la gestione del conflitto nella Striscia di Gaza, secondo la quale Hamas è stato pagato mensilmente dal Qatar per la "calma" con l'autorizzazione di Israele. Israele è in guerra e i nostri leader politici e militari dovrebbero stare zitti e agire. Sono davvero pazzi lassù.

(Israel Heute, 20 giugno 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Come si vede, sul piano umano la situazione in Israele è davvero grave. Il male grosso sembra essere dentro, prima che fuori. M.C.
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In aumento l’Aliyà dopo il 7 ottobre. Il ritorno degli ebrei della diaspora in Israele

Il 7 ottobre 2023 è una data che ha segnato un profondo cambiamento per molti ebrei della diaspora. In seguito all’attacco terroristico di Hamas, un numero crescente di ebrei ha deciso di fare Aliyà, ossia di emigrare in Israele che continua a essere un faro di speranza e un punto di riferimento per molti ebrei in tutto il mondo. Questo fenomeno ha visto un’accelerazione senza precedenti negli ultimi mesi nonostante la guerra in corso e la mancanza di sicurezza, dimostrando un impegno incrollabile nei confronti dello Stato di Israele.
  Gli eventi turbolenti e drammatici post 7 ottobre, hanno innescato un senso di urgenza e una rinnovata connessione con Israele per molti ebrei sparsi per il mondo. Dagli Stati Uniti alla Francia e non solo, a partire dalla Gran Bretagna dove dall’inizio del 2024 si è registrato un aumento del 40% di nuovi Olim in Israele. Tra di loro famiglie con bambini, studenti, giovani che cercano di arruolarsi nell’IDF e anziani.
  Le motivazioni che spingono a fare Aliyà sono dettate da diversi fattori. In primis la sicurezza e la stabilità. Gli attacchi antisemiti, le discriminazioni nelle università e le minacce alla sicurezza personale, hanno spinto molti ebrei a cercare un rifugio in Israele, considerato un luogo più sicuro e protetto.
  La decisione di fare Aliyà spesso deriva anche da un forte senso di identità e appartenenza. Dopo il 7 ottobre, molti ebrei hanno riscoperto un legame emotivo e spirituale con Israele, sentendo il bisogno di vivere in un Paese che considerano la loro vera casa. Il 7 ottobre ha risvegliato in molti la consapevolezza che questa è la loro unica patria, e vogliono essere in prima linea nella storia ebraica mentre si svolge. Non vogliono solo stare dalla parte di Israele. Vogliono restare in Israele.
  Non ultimi i fattori politici ed economici: gli sviluppi politici ed economici in diverse parti del mondo hanno influenzato la decisione di alcuni a emigrare spingendo le persone a cercare nuove opportunità in Israele.
  Qualche esempio? Le cronache degli ultimi mesi rivelano come questo fenomeno sia in costante crescita nonostante la guerra e la drammatica questione degli ostaggi. Un recente articolo del Jerusalem Post racconta la storia di 300 ebrei americani più che mai determinati a fare Aliyà. Il 29 maggio, da mezzogiorno alle 21, single, giovani sposi (alcuni in attesa del primo figlio), famiglie con bambini, coppie anziane si sono recati in un hotel a Teaneck, nel New Jersey (la posizione esatta non è stata comunicata per motivi di sicurezza), per l’evento Aliyah-in-One di Nefesh B’Nefesh (NBN), pensato per rendere l’imminente Alià dei partecipanti più agevole.
  Questo evento è stato organizzato dalla NBN in collaborazione con il Ministero israeliano dell’Alià e dell’Integrazione, l’Agenzia Ebraica per Israele, Keren Kayemeth LeIsrael e JNF-USA. NBN riferisce di aver ricevuto oltre 9.700 richieste di apertura di pratiche relative all’Aliyà dal 7 ottobre, ovvero un aumento del 76% rispetto al periodo corrispondente dell’anno scorso (ovvero dal 7 ottobre 2022 a metà maggio 2023).
  Marc Rosenberg, vicepresidente della NBN per i partenariati della diaspora, è soddisfatto e ottimista del crescente interesse per l’Aliyà e osserva che le persone «arrivano nonostante l’incertezza, le restrizioni e i problemi con i voli». Ha inoltre dichiarato che gli americani ora si stanno trasferendo in Israele principalmente per ragioni ideologiche, anche se alcuni arrivano anche per ragioni pratiche.

• IMPATTI SULLA SOCIETÀ ISRAELIANA
  L’afflusso di nuovi immigrati ha diversi impatti sulla società israeliana. Da un lato, arricchisce il tessuto culturale e sociale del Paese, portando nuove competenze e prospettive. Dall’altro, crea sfide in termini di integrazione e adattamento. Come osservano gli esperti, è essenziale che la società israeliana continui a sviluppare politiche inclusive e programmi di supporto per garantire che i nuovi arrivati possano contribuire pienamente e sentirsi parte della comunità. Lo Stato di Israele, che deve le sue solide basi principalmente alle ondate storiche dell’Alyià, prospera proprio grazie al capitale umano, culturale e professionale portato dai nuovi immigrati.

• IL PROCESSO DI ALIYÀ
  Fare Aliyà non è un processo semplice e richiede una pianificazione accurata e il rispetto di determinate procedure legali. Le organizzazioni come l’Agenzia Ebraica per Israele forniscono supporto e assistenza ai nuovi immigrati, aiutandoli a integrarsi nella società israeliana.
  Documentazione: I candidati devono fornire documenti che attestino la loro identità e la loro discendenza ebraica. Questo può includere certificati di nascita, documenti religiosi e altri attestati.
  Supporto Logistico: Le organizzazioni per l’Aliyà offrono assistenza con il trasporto, l’alloggio e la ricerca di lavoro. Inoltre, ci sono programmi di integrazione culturale e linguistica per facilitare l’adattamento alla vita in Israele.
  Incentivi Governativi: Il Governo israeliano offre vari incentivi per incoraggiare l’Aliyà, tra cui sussidi economici, agevolazioni fiscali e accesso a servizi pubblici.
  Sono diverse le organizzazioni che a promuovono l’immigrazione in Israele. Una fra tutte è Belong, la prima azienda privata nata 10 anni fa dal suo fondatore, l’imprenditore Gilad Ramot. Il 7 ottobre e la guerra che ne è seguita hanno generato un senso di urgenza all’interno dell’azienda, dovuta alla preoccupazione per la sicurezza e all’aumento dell’antisemitismo globale.
  Come risaputo, l’Aliyà è un importante concetto della cultura ebraica e anche una componente fondamentale del sionismo. È sancito dalla Legge del ritorno israeliana, che riconosce a qualsiasi ebreo (considerato tale dalla halakhah o dalla legge secolare israeliana) e ai non ebrei idonei (figlio e nipote di un ebreo, coniuge di un ebreo, coniuge di un figlio di un ebreo e coniuge di un nipote di un ebreo) il diritto legale all’immigrazione assistita e all’insediamento in Israele, nonché alla cittadinanza israeliana.

(Bet Magazine Mosaico, 20 giugno 2024)

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La macchina del fango palestinese continua a mentire sulla carestia a Gaza

Le Nazioni Unite, l’amministrazione Biden e i media continuano ad affermare che i palestinesi a Gaza stanno soffrendo la fame anche dopo che sono emerse prove che tale affermazione è propaganda

di Jonathan S. Tobin 

Parte della narrazione accettata sulla guerra nella Striscia di Gaza è che i palestinesi stanno soffrendo la fame. A maggio, il capo del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha affermato che nel nord di Gaza c’era una “carestia in piena regola”. Negli ultimi mesi, il New York Times e il Washington Post hanno ripetutamente sottolineato che i palestinesi stanno morendo di fame.
  In effetti, l’idea che ci fosse una vera e propria carenza di cibo a Gaza ha spinto il presidente Joe Biden a ordinare alle forze armate statunitensi di costruire un molo galleggiante e di ancorarlo lungo la costa di Gaza per facilitare il flusso di rifornimenti vitali a chi ne ha bisogno.
  Sulla base di queste accuse, la Corte Penale Internazionale ha richiesto i mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Yoav Gallant, in gran parte per l’accusa di aver commesso crimini di guerra affamando deliberatamente i palestinesi.

• MA COSA SUCCEDE SE NON C’È CARESTIA?
  A quanto pare, il Comitato di revisione della carestia delle Nazioni Unite ha ammesso in un rapporto che le affermazioni sull’insufficienza di cibo inviato a Gaza sono false. Inoltre, questa affermazione, che è alla base della grande bugia, altrettanto diffusa, secondo cui Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi, è una questione di furbizia contabile. Sembra che si basi in gran parte sul fatto che il numero di camion che consegnano i rifornimenti, che ogni giorno arrivano a Gaza da Israele per sfamare i palestinesi, sia stato sottovalutato e che i camion di cibo del settore privato non siano stati conteggiati così come le altre consegne.
  Un fatto pertinente che va sottolineato è che prima del 7 ottobre, i rifornimenti giornalieri di cibo, carburante e altro materiale venivano trasportati a Gaza da Israele, il che smentisce la tanto citata accusa che lo Stato ebraico abbia bloccato la Striscia. L’Egitto, invece, ha continuato a chiudergli il confine.
  Con poche eccezioni, la verità sulla situazione attuale non è stata ampiamente riportata. Su Commentary, Seth Mandel ha scritto dei risultati del rapporto delle Nazioni Unite e di varie analisi che hanno evidenziato i dati errati utilizzati per giustificare le affermazioni sulla carestia a Gaza. Sul Jerusalem Post, Seth Frantzman ha citato il lavoro di due professori della Columbia University che hanno analizzato i dati e sfatato la saggezza convenzionale secondo cui Israele affama i palestinesi.

• IL CIBO ARRIVA A GAZA
  Tutti questi studi dimostrano che se ci sono problemi di distribuzione di cibo a Gaza – e, ovviamente, un’area che è lo scenario di un conflitto militare in corso, scatenato dagli attacchi di Hamas a Israele del 7 ottobre, è destinata a subire interruzioni – non è a causa di una carenza di cibo. La quantità di prodotti che vengono spediti a Gaza da Israele è, come dimostrano questi studi, chiaramente sufficiente a sfamare la popolazione di Gaza.
  La verità sulla carestia che non si sta verificando va collocata anche nel contesto di un evento che si sta verificando. Gli sforzi di Israele per mantenere gli aiuti nella Striscia non hanno precedenti nella storia dei conflitti armati. È un dato di fatto che le potenze belligeranti non sono responsabili dell’alimentazione dei loro nemici, specialmente delle persone sotto il controllo di combattenti ostili, come è vero per i palestinesi che vivono a Rafah, dove le ultime unità militari attive di Hamas sono ancora sotto controllo. Si tratta, ovviamente, di Paesi diversi dallo Stato ebraico.
  In queste circostanze, persino gli Stati Uniti hanno riconosciuto che pochi dei rifornimenti entrati a Gaza attraverso il molo galleggiante hanno raggiunto i destinatari previsti. Le ONG e i cosiddetti gruppi per i diritti umani incolpano Israele di ispezionare i camion che entrano a Gaza per cercare di impedire che vengano usati per rifornire Hamas di armi e altro materiale bellico, mentre l’ostacolo principale al flusso regolare degli aiuti sono i palestinesi stessi. Ma piuttosto che ammettere che l’intera vicenda è stata uno scandaloso spreco di tempo, denaro e risorse – e illustra la natura sconsiderata e politicamente motivata della decisione di Biden di coinvolgere gli Stati Uniti in questo fiasco – l’amministrazione continua a tergiversare sul problema. Washington preferisce rimproverare Israele piuttosto che dire apertamente che l’idea è stata un grosso errore.
  Come ha sottolineato Mandel, anche il Times sta nascondendo informazioni che minano l’accusa di carestia all’interno di altri articoli destinati a sostenere le accuse contro Israele. Il giornale ha scritto che non c’è carenza di cibo nel nord di Gaza, proprio dove in precedenza aveva affermato che la carestia era imminente.
  Altri rapporti sottolineano non solo il continuo flusso di aiuti da Gerusalemme, ma anche il fatto che i mercati alimentari sono aperti anche nelle aree del sud di Gaza, dove continuano i combattimenti.

• HAMAS STA RUBANDO
  Sottolineare questo non significa negare che la situazione sia estremamente difficile. In tempo di guerra, le reti di distribuzione alimentare sono inevitabilmente interrotte. Ma se i palestinesi stanno soffrendo, è a dir poco diffamatorio dare la colpa a Israele. Fin dall’inizio della guerra, agenti armati di Hamas hanno dirottato la maggior parte delle consegne, il che significa che gli aiuti vanno ai terroristi e non ai civili che usano come scudi umani.
  Sebbene i media notino spesso che Hamas è accusato di aver rubato la merce, in genere la considerano solo un’accusa infondata da parte di Israele e dei suoi sostenitori. Dato che si ammette che gli aiuti consegnati dal molo statunitense non arrivano ai civili palestinesi, non c’è altra spiegazione lontanamente plausibile per questo fallimento se non il fatto che i palestinesi armati impediscono che vengano distribuiti ai loro compatrioti che potrebbero averne bisogno.
  Al problema si aggiunge un nuovo fattore. Oltre a Hamas stesso che requisisce le spedizioni di aiuti, bande di contrabbandieri – la maggior parte dei quali probabilmente affiliati ai vari movimenti terroristici – hanno ostacolato gli sforzi per sfamare i palestinesi. Come ha riportato il Wall Street Journal ripreso da RR, il contrabbando di sigarette è diventato una delle cause principali della carenza di cibo, poiché i criminali e gli operatori umanitari che sono loro complici usano i camion che dovrebbero portare cibo e carburante per trasportare tabacco di contrabbando.
  Allora perché tanti media, organizzazioni internazionali e l’amministrazione Biden continuano a parlare di fame e a dare la colpa a un’unica entità per questa catastrofe in gran parte fittizia?
  La risposta è ovvia. In una guerra in cui gran parte del mondo ha accettato la tesi secondo cui Israele è uno Stato “colonizzatore/coloniale” e “apartheid” contro il quale è giustificata praticamente qualsiasi tattica impiegata dai suoi nemici, gonfiare la situazione dei palestinesi di Gaza fino a trasformarla in una carestia deve essere considerata l’ultima di una lunga lista di falsità che sono state lanciate contro lo Stato ebraico dal 7 ottobre.
  Si tratta di un conflitto in cui alcuni degli stessi organi che evidenziano le dubbie affermazioni di una carestia sono stati ansiosi di screditare la verità sulla realtà del terrorismo di Hamas e, in particolare, sulle atrocità, compresi i crimini sessuali, commessi dai palestinesi.
  In effetti, i membri dello stesso coro di media anti-Israele hanno ripetuto fedelmente ogni menzogna diffusa dalla macchina propagandistica di Hamas, comprese le falsità su attacchi specifici e le cifre ampiamente gonfiate delle vittime tra i civili palestinesi, quasi tutti presumibilmente donne e bambini. Quindi, perché ci si aspetta che siano sinceri su una carestia per la quale non è possibile fornire alcuna prova, se sono disposti a mentire su molte altre cose?
  Come per tutte le altre falsità addotte sulla conduzione della guerra da parte di Israele, la verità – anche se tardivamente ammessa – non sembra avere importanza. Coloro che si dedicano alla proposizione che, nella migliore delle ipotesi, Israele e Hamas sono moralmente equivalenti, passeranno sempre alla prossima accusa spuria senza mai rendere conto delle loro precedenti travisazioni e falsità.
  Che Israele sia giudicato con doppi e tripli standard applicati a nessun’altra nazione – per non parlare di nessun’altra democrazia in guerra – non è una novità.

• UNA DIFFAMAZIONE DI SANGUE DEL XXI SECOLO
  Tuttavia, la natura efferata dell’assalto e delle atrocità del 7 ottobre, così come la chiara giustificazione della controffensiva israeliana per eliminare il movimento terroristico genocida che ha compiuto quei crimini, sembra aver spinto coloro che odiano Israele e gli ebrei a nuovi livelli di mendacio giornalismo.
  Le persone della sinistra internazionale, convinte che Israele sia una nazione di cattivi “bianchi” che vittimizzano le “persone di colore” palestinesi, che sono inesattamente paragonate alle vittime americane della discriminazione razziale, non hanno alcuna remora a diffondere queste calunnie. Quanto più grave è il comportamento effettivo dei palestinesi, che sono votati alla distruzione di Israele e del suo popolo, tanto più diventa imperativo capovolgere la narrazione e accusare Israele di genocidio.
  Ogni morte e tutte le privazioni subite dagli arabi palestinesi dal 7 ottobre sono responsabilità dei terroristi di Hamas che hanno iniziato questa guerra e che colgono ogni occasione per massimizzare le sofferenze del proprio popolo per infangare l’immagine di Israele. Questo non vale solo per i gazesi feriti o uccisi durante i combattimenti, ma anche per tutti coloro a cui è stato impedito di ricevere gli aiuti spediti nella Striscia con il permesso di Israele.
  La fantomatica carestia di Gaza è solo l’ultimo esempio di come i palestinesi stiano ingannando il mondo mentre spirano deliberatamente ancora di più in un abisso di conflitto senza fine in cui loro stessi sono le vittime principali.
  Gli americani dalla mente lucida, che ormai dovrebbero aver imparato a non fidarsi dei media aziendali su questo e su molti altri temi, non dovrebbero lasciarsi influenzare da questa campagna di propaganda, che affonda le sue radici nei vecchi tropi dell’antisemitismo, in cui gli ebrei sono sempre accusati di cospirare per danneggiare gli altri.
  Spogliata dell’emotività e dell’attivismo di parte che colorano gran parte del giornalismo contemporaneo, e in particolare la copertura del Medio Oriente, l’affermazione che Israele sta affamando i palestinesi dovrebbe essere vista per quello che è: una diffamazione di sangue del XXI secolo.

(Rights Reporter, 20 giugno 2024)

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Stuprata perché ebrea, l'ombra del male che ritorna

di Pino Agnetti

Nei campi di sterminio nazisti, stuprare le ebree prima di smistarle nelle camere a gas era il passatempo preferito della canaglia a cui era stato affidato il compito di eseguire materialmente l’Olocausto. Come raccontato in Schindler’s List di Spielberg, qualcuna di quelle povere vittime si era anche rassegnata al ruolo di schiava del sesso per i prodi ufficiali del Terzo Reich nella segreta, quanto del tutto vana, speranza di poterne avere in cambio la salvezza. Ma ci fu anche chi provò a ribellarsi a quel supplemento di orrore (che comprendeva anche il fare da cavie per degli orripilanti esperimenti ginecologici) come le circa 90 ebree francesi che, il 25 giugno 1942, vennero ammazzate a calci e a colpi di manganello dalle kapò tedesche nel sottocampo di Budy, vicino a quello principale di Auschwitz-Birkenau. Dopo decenni di «Mai più!» ripetuti fino alla noia, di pellegrinaggi ininterrotti nei luoghi del più grande crimine della storia, di libri e di film (per la verità non tutti e non sempre all’altezza) sulla Shoah, di indignate condanne dei tentativi di ripeterla ai danni di popoli di altre fedi e origini, la notizia agghiacciante di cui parlerò fra poco ci riporta dritto per dritto al punto di partenza.
  Per la verità, che certi demoni dati troppo frettolosamente per sepolti fossero tornati a danzare allegramente anche dalle nostre parti era insito in una montagna di segnali. Appannati solo dalla autoconsolatoria superficialità con cui siamo soliti approcciarci a una calamità imminente (vedi l’«Andrà tutto bene!» della fase iniziale del Covid). Come dalla sapiente cortina fumogena stesa da stuoli di dotti “osservatori” indaffaratissimi a spiegarci che parlare di antisemitismo oggi sia solo un espediente per cercare nascondere le malefatte di Israele a Gaza. Ma certo! E noi, poveri creduloni e sciocchi, ad allarmarci di fronte alla peggiore ondata di “incidenti antisemiti” aggressioni fisiche, insulti e minacce via social, attentati e atti vandalici contro luoghi di culto e cimiteri ebraici - mai registrata in Europa (Italia compresa) dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Vabbè, vale anche in questo caso la regola che - ebrei, sionisti o come diavolo li si voglia chiamare - “se la sono cercata”, no? Ah, ecco! Grazie per la profondità del pensiero e per l’afflato altamente morale e oserei dire altruistico - coloro che se ne fanno interpreti non sono forse fra gli alfieri più fieri e appassionati del popolo del peace& love? - che lo connota. Da oggi, a esprimere loro eterna gratitudine, c’è anche la dodicenne francese (avete letto bene: 12 anni!) stuprata da tre suoi coetanei «perché ebrea».
  Non mi è mai piaciuto di indulgere in certi particolari.
  Stavolta, però, la sequenza raccapricciante di quanto avvenuto alle porte di Parigi va riproposta per intero. La ragazzina - o meglio la bambina, fate voi - che viene portata dai suoi aguzzini, anch’essi poco più che bambini, in un hangar abbandonato. I tre, fra i quali c’è anche l’ex «fidanzatino», che cominciano a picchiarla gridandole «sporca ebrea». Per poi minacciare di darle fuoco con un accendino e quindi gettarla a terra e violentarla a turno, mentre sempre a turno immortalano con il telefonino lo scempio condito dall’inizio alla fine di oscenità antisemite. «È un atto spregevole, non possiamo credere che queste cose possano esistere», ha commentato il sindaco del sobborgo parigino teatro della violenza. Invece, esistono e tutto lascia pensare che si ripeteranno ancora.
  In ogni caso, lo stesso orrore si è verificato su una scala ben più vasta e atroce il 7 ottobre scorso, quando Hamas ha macellato, stuprandone un gran numero prima di infliggere loro il colpo di grazia, 1.200 persone colpevoli solo di essere ebree per poi portarsene via altre 250 da usare come ostaggi. Il sostanziale silenzio con cui sono stati accolti finora i racconti di molti di loro una volta liberati racconti poi finiti in un rapporto ufficiale dell’Onu anch’esso misteriosamente sparito dagli schermi nonostante la gravità estrema dei reati in esso documentati, dallo stupro sistematico dei prigionieri senza distinzioni fra donne e uomini a una serie di altre pratiche degradanti come l’obbligare gli ostaggi a vestirsi da bambole prima di essere violentati nei tunnel - è e resterà una macchia sulla coscienza della intera opinione pubblica occidentale. Per la semplice ragione che, ogni volta che il male diventa “normale” o tale viene considerato invece di suscitare una immediata condanna “senza se e senza ma”, la sua nube maligna guadagna piano piano terreno fino a dilagare e a strapparci l’anima, facendo anche di noi dei mostri: attivi o passivi, consapevoli o no, poco importa. In fin dei conti, quei tre stupratori poco più che bambini non hanno fatto altro che attuare, replicandolo, lo stesso orrore compiuto da Hamas il 7 ottobre. E che sia stato proprio quello il “modello” è provato dalle frasi e dalle immagini antisemite, inclusa quella di una bandiera israeliana bruciata, rinvenute nei loro cellulari. Come dalla confessione di avere agito “per vendetta” dato che la vittima “aveva tenuto nascosto all’ex fidanzato di essere di religione ebraica” e si sarebbe lasciata andare a “delle parole offensive contro la Palestina”. La regressione galoppante che affligge ormai da tempo il “nostro” di mondi (non qualche più o meno lontano lembo mediorientale) ha dunque raggiunto e superato un nuovo abominevole picco. Con degli studenti europei delle medie assolutamente convinti che, «stuprare le ebree» come erano solite fare le SS di 80 anni fa, sia una cosa perfettamente normale e lecita. Dimenticavo. In questi giorni, avrete forse letto anche voi di quei politici «nostrani» che si divertono a esibirsi in pubblico con frasi tipo «Gli omosessuali devono bruciare in forni crematori» o (fra l’ilarità compiaciuta dei presenti) «Noi siamo abituati ai forni crematori ». A differenza di chi ci ha montato su il solito polverone politico, io mi limiterò a osservare - e concludo - che tanto desolante squallore dimostra solo una cosa. Vale a dire che il “male” nella sua versione più letale - quella della “normalità” - è di nuovo fra noi (ammesso e non concesso che se ne fosse mai andato). E che a questo punto, come sempre è accaduto nella Storia, è destinato a non andarsene via troppo facilmente.

(Gazzetta di Parma, 20 giugno 2024)

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I fronti di Israele e l’accusa all’Iran come regista del conflitto

di Olga Flori

Il conflitto prosegue e vede Israele impegnato nella Striscia, con l’operazione a Rafah ormai a un punto avanzato, sul fronte nord con il Libano e sul fronte della propaganda. Ma le principali accuse sono rivolte al regime iraniano, accusato dal governo israeliano di tenere la regia di tutte queste situazioni.

• Operazione militare a Rafah
  L’IDF prosegue l’operazione militare a Rafah dove sono stati eliminati centinaia di terroristi e numerosi tunnel, secondo quanto confermato dal portavoce del governo israeliano David Mencer, che annuncia che Israele sta sconfiggendo le truppe di Hamas a Rafah. «Sappiamo che stiamo pagando un prezzo pesante, ma i risultati ottenuti sono numerosi» ha riferito Mencer.

• Fronte con il Libano
  Con un attacco aereo dell’aeronautica israeliana (IAF) è stato eliminato il terrorista Muhammad Mustafa Ayoub nell’area della Selaa nel sud del Libano. Ayub era un importante esponente dell’unità missilistica di Hezbollah. Negli ultimi mesi ha collaborato al lancio di missili e all’espletamento di operazioni terroristiche contro Israele. Israele precisa che non ci sono dispute territoriali con il Libano e militarmente o attraverso vie diplomatiche garantirà il ritorno in sicurezza dei residenti del nord nelle loro case.

• Parole chiave della Shoah usate per propaganda contro lo Stato ebraico
  Il portavoce del governo israeliano ha sottolineato che termini quali genocidio, sterminio e fame (n.r. starvation), vengono utilizzate per attaccare e diffamare lo Stato ebraico. «Sono parole che richiamano la Shoah che vengono ora attribuite a noi. Ma i fatti dicono altro» precisa Mencer, enfatizzando che solo ieri 174 camion di aiuti umanitari sono entrati a Gaza dal valico di Kerem Shalom. «Ogni giorno entra l’80% di c