Cantate all'Eterno un cantico nuovo
cantate la sua lode nell'assemblea dei fedeli.
Si rallegri Israele in colui che lo ha fatto,
esultino i figli di Sion nel loro re.
Salmo 149:1-2

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«Togliete la kippah in città». Dopo l'aggressione a Berlino l'avviso agli ebrei tedeschi.

Polemica per la raccomandazione, manifestazione nella capitale

di Paolo Valentino

 
BERLINO - Evitate di portare la kippah «nelle grandi città tedesche». E l'inquietante raccomandazione che il presidente del Consiglio centrale degli ebrei, Iosef Schuster, dà alla comunità israelitica in Germania, di fronte al moltiplicarsi degli episodi di antisemitismo.
   L'ultimo in ordine di tempo è stato l'attacco della scorsa settimana, in pieno centro a Berlino, contro due ragazzi di 21 e 24 anni, colpevoli solo di portare il tradizionale copricapo ebraico. A compiere l'aggressione, un gruppetto di tre giovani che parlava in arabo. Uno di loro, filmato con il cellulare, ha colpito con una cintura uno dei ragazzi, un arabo-israeliano che aveva avuto la kippah in regalo dall'amico, ferendolo lievemente. Secondo la polizia, che lo ha fermato qualche ora dopo, l'aggressore è un profugo siriano. Sui social media sono apparse anche reazioni di giubilo da parte di musulmani.
   Schuster ha ammesso che «la reazione giusta sarebbe in principio quella di essere testardi e farsi riconoscere», ma che la situazione consiglia di essere prudenti. Attenzione, ha avvertito il capo della comunità israelitica, «siamo arrivati a una svolta e spero che la maggioranza della società lo capisca: se non ci opponiamo con forza all'antisemitismo, in ultima analisi si pone un pericolo per la nostra democrazia». Secondo Schuster, «non si tratta solo dell'antisemitismo, ma anche di razzismo e xenofobia, per questo c'è bisogno di un chiaro segnale di stop». Questa sera di fronte alla sinagoga di Charlottenburg, nel centro della capitale tedesca, la comunità ebraica berlinese ha organizzato un raduno, con lo slogan «Berlino porta la kippah». Sarà anche un banco di prova della reazione popolare. L'attacco di Prenzlauer Berg ha provocato un dibattito nazionale, con punte fortemente polemiche, sull'ondata di antisemitismo che si registra nel Paese. Nel condannare con durezza l'aggressione, la cancelli era Angela Merkel ha messo in guardia da giudizi sommari, poiché l'ostilità contro gli ebrei non è cresciuta solo con l'arrivo dei profughi musulmani. Secondo il commissario speciale del governo per la lotta all'antisemitismo, Felix Klein, il 90% degli attacchi antisemiti registrati dalla polizia nel 2017 sono stati compiuti da estremisti della destra neonazista.
   Ma il problema riguarda anche i musulmani, come confermano i numerosi episodi di bullismo antisemita registrati nelle scuole elementari della capitale e di molte altre città tedesche. Molte famiglie colpite preferiscono non denunciarli e trasferiscono i loro figli nelle scuole ebraiche. Lo stesso Klein ammette che «l'antisemitismo musulmano è probabilmente più forte di quanto non dicano le statistìche». il presidente del Consiglio centrale islamico, Aiman Mazyek, ha detto di «prender molto seriamente il fatto che alcuni profughi abbiano atteggiamenti antisemiti». La comunità islamica ha proposto di lanciare una campagna congiunta nelle scuole, mettendo a disposizione degli imam che dovrebbero parlare agli studenti predicando tolleranza e rispetto reciproco insieme ai rabbini.
   
(Corriere della Sera, 25 aprile 2018)


Nell'Europa indifferente ora l'odio costringe gli ebrei a nascondersi

In vari Paesi gli episodi di intolleranza si moltiplicano e i «mai più» delle ricorrenze ufficiali e dei giorni della memoria svaniscono.

di Pierluigi Battista

In Germania il presidente del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Josef Schuster, sconsiglia per prudenza agli ebrei di indossare la kippah: troppo pericoloso, troppa ostilità antiebraica. I «mai più» delle ricorrenze ufficiali e dei giorni della memoria svaniscono. In Francia un mese fa Mireille Knoll, un'anziana ebrea sopravvissuta alla Shoah, è stata bruciata nel suo appartamento per il fatto stesso di essere ebrea. Gli ebrei francesi se ne vanno, insicuri, bersaglio di un odio antisemita che ha preso virulenza nelle banlieue musulmane in cui il verbo antisionista è diventato, nell'indifferenza generale, volontà persecutoria nei confronti dei singoli ebrei, delle loro sinagoghe da terrorizzare, dei simboli da linciare, dei sopravvissuti da sbeffeggiare come negli spettacoli di un feroce antisemita come Dieudonné. Qualche giorno fa un ragazzo con la kippah è stato aggredito da un giovane siriano che gli gridava «ebreo» come un forsennato.
Dopo oltre settant'anni essere ebreo diventa ancora motivo di paura in Germania. Ma non sono i fantasmi del passato che si ripresentano identici. Magari l'antisemitismo fosse appannaggio solo di un branco di teste neonaziste vuote e rasate. Portare una kippah scatena l'odio di chi, assieme agli ebrei, vuole vedere distrutta Israele, gli infedeli che osano deturpare e sporcare la «terra santa». In Europa, nell'accondiscendenza passiva della maggioranza impaurita e rassegnata, l'odio antiebraico si diffonde senza soprassalti di dignità, malgrado le parole vuote delle cerimonie ufficiali in memoria dell'Olocausto. E allora gli ebrei, restati da soli, devono ancora fare da soli: nascondere se stessi e nascondere i propri simboli di identità, come la kippah. Una deriva triste. Un gorgo di legittima paura e di senso di isolamento di cui l'Europa intera dovrebbe vergognarsi.

(Corriere della Sera, 25 aprile 2018)


Ma agli Ayatollah nessuno sconto

di Fiamma Nirenstein

No, la storia finge di insegnare che i diritti umani devono essere rispettati e che la loro violazione estrema, come impiccare gli omosessuali o lapidare le donne, è in diretta relazione alla politica estera. Ma poi non funziona. L'Europa sembra aver imparato che un dittatore integralista finirà per perseguire il genocidio. Ma non va, così Macron, che d'un tratto indossa la sua giovanile baldanza come una leziosità da salotto parigino, ha visitato Trump nella parte di Chamberlain, il primo ministro inglese che dopo aver fatto un accordo fatale con la Germania, fu sostituito per l'indomita volontà di Churchill. Qui però non c'è nessun Churchill in vista: anzi, anche la Merkel col passare degli anni dai suoi sensi di colpa ora trae la fantasmagorica pretesa che un cattivo accordo è meglio di niente.
   Per ora, nonostante l'eccessiva affettuosità (due baci sulle gotone di Trump!) del presidente francese in visita dal presidente americano, l'atteggiamento di Trump è stato inequivoco: questo Icpo deve essere disfatto, oppure, come dice Pompeo, rivisto. Sembra che Macron chieda un rinvio della decisione rispetto al 12 maggio in cambio di una decisione europea di rivedere la ridicola decisione di consentire la ripresa dell'arricchimento atomico dopo dieci anni. Le sfilate di grandi missili balistici, lo sviluppo dell'uso dei droni, l'impegno bellico su più fronti e specie a fianco di Assad possono onestamente essere ritenuti parte dell'accordo? L'Iran ha arricchito l'uranio per vent'anni nascondendoIo con i più astuti sotterfugi; l'accordo contiene clausole supercomode, prevede 24 giorni di preavviso per verificare strutture sospette, e una commissione a richiesta dell'Iran per dare il permesso; per le sanzioni in caso di violazione occorrono 65 giorni e autorizzazione dell'Onu: l'Iran a dieci anni dalla firma può riprendere a costruire la bomba. In più, la fine delle sanzioni ha portato molti soldi nelle casse del regime, che sembra averli utilizzati in Libano, Yemen, Iraq e soprattutto Siria: da qui le Guardie della Rivoluzione coadiuvate dagli Hezbollah mirano alloro vero scopo mistico-imperial-islamico, ribadito ogni giorno: distruggere lo Stato d'Israele. I francesi e i tedeschi cercano di convincere Trump a rimandare la decisione, cercano di ridurre il problema della possibile revisione dell'accordo alla questione della ripresa dell' arricchimento, suggerendo anche che forse possono convincere l'Iran a limitare le sue pretese balistiche e la sua azione imperialista in Medio Oriente. Ma tutto questo è pensabile solo se non si capisce a fondo la cultura iraniana religiosa, che è imperiale, fondamentalista, antisemita. Le ambizioni del ritorno del Mahdi, il messia sciita, non possono essere trattate col nemico. Si può solo fingere, come ha fatto in un'intervista il ministro degli esteri Mohammad Iavad Zarif che da una parte suggerisce un Iran che vuole la pace e cerca l'accordo con Riad. Dall' altra c'è l'Iran vero, che avverte che se il trattato verrà cassato riprenderà «vigorosamente» l'arricchimento, e in cui il comandante dell' esercito Abdolrahim Moussavi ripete, sabato, che il regime sionista sparirà nel giro di 25 anni. Il fatto è che la prospettiva imperialista dell'Iran è oggi garantita dal trattato con i P5+ l, ed essa crea tutte le premesse per una guerra mondiale, perché tira la Russia dentro una sua guerra contro Israele, e perché invita i suoi nemici, i Paesi sunniti, miliardari, alla corsa al nucleare.

(il Giornale, 25 aprile 2018)


Kefiah al corteo del 25 Aprile, la comunità ebraica diserta. Ennesima frattura con l'Anpi

Mattarella: attenzione ai rigurgiti antisemiti

ROMA - Alla vigilia delle celebrazioni per il 25 aprile, con il richiamo del presidente Mattarella ai «rigurgìtì» di antisemitismo e negazionismo oggi non ancora sopiti, a Roma si registra l'ennesima frattura tra Anpi e Comunità ebraica, con il tradizionale corteo sui luoghi della Resistenza che sarà ancora una volta orfano dei rappresentanti della Brigata ebraica.
   L'annunciata presenza delle rappresentanze palestinesi, con bandiere e kefiah, e la «mancata pre- sa di posizione dell' Anpi», hanno così creato una frattura con i vertici della comunità che, come accaduto negli ultimi anni, hanno deciso di celebrare la Liberazione con una cerimonia prima alle Fosse Ardeatine e poi in via Tasso. L'associazione dei partigiani, che era stata invitata esplicitamente dalla comunità ebraica ad «escludere i palestinesi dal corteo», si dice «sorpresa» per la decisione, ricordando il faticoso lavoro svolto nei giorni scorsi tra associazioni, Campidoglio ed Ucei per organizzare una manifestazione unitaria. «L'equidistanza tra i simboli di chi combatteva con i nazisti e quelli della Brigata Ebraica è inaccettabile e antistorica - la replica della comunità - e se l'Anpi non ha la forza e la volontà di delegittimare la presenza di questi gruppi viene meno il senso di una manifestazione unitaria».
   Intanto ieri, Sergio Mattarella, ha voluto richiamare l'attenzione sui suoi valori della Resistenza che vanno ricordati - ha detto - perché «in tanti Paesi» sembrano «attenuarsi gli anticorpi» alla violenza, e affiorano «rigurgìti di autoritarismo, di negazionismi, di indifferenza rispetto ai fondamentali diritti della persona, di antisemitismo» ..
   Oggi in tutta Italia saranno numerose le manifestazioni in ricordo della Liberazione e in memoria della Resistenza. Bologna ospiterà un rappresentante dell' Anpi di Todi, come gesto di solidarietà dopo che il comune umbro, a guida centrodestra, ha deciso di negare il patrocinio alle celebrazioni dei partigiani per il 25 aprile, organizzandone una autonoma. Ieri, invece, Milano ha voluto ricordare Mireille Knoll, la donna francese scampata alla Shoah e uccisa il 23 marzo scorso a Parigi da un antisemita. «Credo che la risposta migliore - ha detto l'assessore alla Cultura meneghino, Filippo Del Corno - sia moltiplicare le occasioni di consapevolezza soprattutto tra i più giovani. Però anche i media dovrebbero in certi casi derubricare la portata di certe iniziative».

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 25 aprile 2018)


*


«Anpi con i palestinesi». Ebrei disertano il corteo

Inutile la mediazione della sindaca Virginia Raggi. La Comunità: «Posizione ambigua nonostante gli accordi»

di Marzio Laghi

Un altro 25 aprile della discordia. Gli ebrei non ci stanno e salta anche quest'anno il corteo unitario a Roma per l'anniversario della Liberazione. La Comunità Ebraica capitolina ha annunciato che non prenderà parte alla manifestazione organizzata dall'Anpi, perché all'iniziativa prenderà parte anche la rappresentanza palestinese, che parteciperà «con kefiah e bandiere». Non solo. La comunità romana ha accusato l'Anpi di ambiguità per la presenza dei palestinesi. Uno scontro che si è consumato malgrado la «mediazione» della Raggi.
   Ieri mattina, prima del niet ebraico, l'associazione dei partigiani aveva provato a lanciare un nuovo appello per manifestare insieme. «Siamo sinceramente sorpresi - scriveva in una nota - per la possibile rinuncia all'unità faticosamente costruita per il corteo del 25 aprile».
   Peccato che la comunità ebraica sottolinea come, «nonostante gli accordi l'Anpi non ha voluto prendere una posizione ufficiale e definitiva in merito a presenze organizzate di associazioni palestinesi e filopalestinesi con simboli estranei allo spirito del 25 aprile. Non basta una nota ambigua in cui si invitano tutti a partecipare - ribadiscono gli ebrei di Roma - perché in questa giornata bisogna portare rispetto alla Storia e ai suoi protagonisti. L'equidistanza tra i simboli di chi combatteva con i nazisti e quelli della Brigata Ebraica è inaccettabile e antistorica e se l'Anpi non ha la forza e la volontà di delegittimare la presenza di questi gruppi viene meno il senso di una manifestazione unitaria. Siamo grati alla Sindaca di Roma - conclude la nota - per l'impegno profuso in questi mesi nel tentativo di favorire un corteo unitario in occasione di questa Festa e ci rammarichiamo che, nonostante l'impegno dell'amministrazione, non sia stato possibile tornare a corteo unitario, ma purtroppo non ci sono le condizioni».
   «Il 25 aprile non può essere una festa di tutti, magari lo fosse», è stato il commento del rabbino capo della comunità romana Riccardo Di Segni.

(Il Tempo, 25 aprile 2018)


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25 aprile, il rabbino capo di Roma: "Ebrei dalla parte della festa di liberazione"

ROMA - "Il 25 aprile non può essere una festa di tutti, magari lo fosse" risponde Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma intervistato dall'agenzia Dire. D'altronde, prosegue Di Segni, "il fascismo non era una creatura estranea in Italia e la liberazione dal nazifascismo ha comportato una guerra civile in questo Paese. Noi come ebrei italiani siamo chiaramente dalla parte del 25 aprile, personalmente sono figlio di perseguitati e di un partigiano decorato e quindi so da che parte stare".
Durante le partite di calcio negli stadi molte volte ci sono state manifestazioni contro gli ebrei…
"Quello che succede durante le partite di calcio- sottolinea il rabbino capo di Roma- è l'espressione di dove può arrivare l'ignoranza e la diffusione delle parole comuni che feriscono, non c'è alcuna vigilanza, in qualsiasi campo di calcio si pensa di insultare l'avversario chiamandoli ebrei o evocando i fantasmi della Shoah, sono cose francamente orribili rispetto a cui non dovremmo mai abbassare la vigilanza".
L'omicidio di Mireille Knoll in Francia e le aggressioni in strada a Berlino sono gli ultimi casi di antisemitismo che continuano a registrarsi in Europa. C'è paura, cresce la tensione e in questi anni molti cittadini ebrei sono emigrati in Israele.
"I movimenti di ebrei non sono di massa- risponde Riccardo Di Segni rabbino capo della comunità di Roma intervistato dalla Dire- e non sono diretti soltanto verso lo Stato di Israele. Ci sono molte persone che si sentono a disagio, poco tranquille, in alcuni Paesi sono vivamente preoccupati".
E nel nostro Paese che succede?
"In Italia- dice ancora Di Segni- ci sono dei movimenti migratori di ebrei, ma sono abbastanza contenuti e non sono di natura politica, piuttosto nascono da altre motivazioni come il disagio economico. Qui la situazione non è ai livelli di gravità di altri Paesi europei, ma noi siamo in continuo monitoraggio e vigilanza, anche se nessuno ci può garantire che da un momento all'altro il vento possa soffiare in altre direzioni".
I rapporti con Papa Francesco?
"Sono buoni- risponde Di Segni- cordiali, di comunicazione in caso di necessità, abbiamo i canali di confronto regolarmente aperti e fecondi".

(Dire, 24 aprile 2018)


"Dittatura morale"

L'astro letterario Tellkamp nella bufera per le critiche all'immigrazione. "E' la talebanizzazione della società".

di Giulio Meotti

ROMA - E' nell 'ultimo numero della rivista Cicero che Alexander Grau fa detonare il paradosso: "Nel nome di valori liberali come tolleranza e libertà di espressione, si è sempre più intolleranti e si limita la libertà d'espressione. Uwe Tellkamp si lamenta di un 'corridoio morale' e viene punito. Quello che è successo negli ultimi mesi in questo paese è allarmante. A volte si ha l'impressione che si debba salvare la libertà dal liberalismo". Si parla ovviamente del maggiore scrittore tedesco della sua generazione, Uwe Tellkamp, autore del grande Bildungsroman di mille pagine sulla Ddr, "La torre" (Bompiani). A Dresda, in una conversazione con il poeta Durs Grunbein, Tellkamp, vincitore di tutti i premi che contano, aveva detto che il novanta per cento degli immigrati non è composto da rifugiati ma da "migranti economici" e che in Germania esiste un un "corridoio etico" in cui opinioni come la sua sono "solo tollerate" e si rischia la "dittatura morale". Apriti cielo.
   L'editore di Tellkamp, Suhrkamp, lo scarica, Tellkamp annulla i tour dei romanzi e la stampa ne fa un lebbroso. Ma ora arrivano anche i difensori. Su Handelsblatt di questa settimana, il pittore Neo Rauch lamenta la "talebanizzazione della società" e si dice solidale con Tellkamp. Sulla Zeit, Ulrich Greiner scrive che ormai "l'arma più forte nella disputa è l'accusa di essere di destra". Tellkamp è un astro della "cultura Suhrkamp", come George Steiner nel 1973 ebbe a definirla sul Times Literary Supplement, la casa editrice che ha plasmato il panorama culturale tedesco, incidendo a fondo nella vita spirituale della nazione ma che, pur rappresentante dell'intellighenzia progressista, aveva sempre evitato di appiattirsi sull'ortodossia, pubblicando cani sciolti come Thomas Bernhard. Ora c'è chi la chiama Stasi Verlag, in riferimento alla polizia segreta della Ddr che reprimeva ogni dissenso.
   "Tellkamp ritiene che dopo gli incidenti di Dresda non sia possibile eseguire letture pubbliche", ha detto il suo agente. Lo scrittore è sostenuto dalla collega Monika Maron. Il comportamento dell'editore, ha detto Maron alla Faz, è una "mostruosità" e "se dici apertamente la tua opinione in Germania sei minacciato di ostracismo". Già Rolf Peter Sieferle, lo storico suicida che non a caso post mortem m aveva gettato nell'arena culturale la bomba a mano di Finis Germania, era stato eliminato dalla classifica dei libri dello Spiegel, Con l'articolo Der letzte Deutsche, l'ultimo tedesco, i supplementi letterari hanno fatto del drammaturgo Botho Strauss una persona non grata. Senza considerare Christian Thielemann, che avrebbe dovuto essere nominato direttore della Berliner Philarmoniker, primo tedesco dopo Wilhelm Furtwangler. Ma l'accusa di essere un "razzista islamofobo" gli è costata il posto a favore di Kirill Petrenko. "Come capo dei Filarmonici, Thielemann non è politicamente sostenibile", aveva sentenziato la Berliner Zeitung, I Berliner in segno di protesta avevano affisso un poster nella sala da concerti: "Un'orchestra, quattro religioni". Colpevole, Thielemann, di aver definito il movimento antislamista Pegida "non una malattia ma un sintomo" della crisi "di valori su cui si fonda la nostra comunità".
   L'intellettuale di rango Frank Bockelmann, direttore della rivista Tumult, l'ha chiamata tirannia "ipermorale", un pensiero debole, debolissimo, ma che ormai spadroneggia come una autocrazia.

(Il Foglio, 25 aprile 2018)


Mosca fornirà alla Siria il sistema di difesa aerea S-300

Uno degli effetti quasi immediati dei raid missilistici anglo-franco-americani del 14 aprile scorso sembra essere la decisione di Mosca di fornire alla difesa aerea siriana batterie di missili terra-aria a lungo raggio S-300 con capacità di ingaggio dei missili balistici e da crociera. Una consegna più volte rinviata dalla Russia fin dal 2010 in seguito alle pressanti richieste di Israele che teme il sistema missilistico russo in grado di vedere e colpire i caccia israeliani fin dal decollo dalle basi dello Stato ebraico.
   La Russia inizierà "presto" a fornire alla Siria i suoi sistemi di difesa anti-aera S-300 ha scritto ieri il quotidiano russo Kommersant, citando "due fonti militari-diplomatiche", secondo le quali la questione delle consegne, "legata principalmente alla sfera politica", è stata risolta.
   Le componenti del sistema, tra cui stazioni radar, macchine di carico e trasporto e lanciatori, saranno "presto" consegnate alla Siria trasportati da aerei militari o navi della Marina russa, hanno detto le fonti.
   Il trasferimento degli S-300 rientra nell'ambito delle azioni di "assistenza tecnico-militare", ha spiegato Kommersant; secondo una fonte, "i siriani non hanno soldi" per questo tipo di acquisto e la Russia non ha intenzione di far loro credito ma la fornitura verrà effettuata "come parte dell'assistenza tecnico-militare".
   Nei luoghi di dispiegamento degli S-300 in Siria , ha aggiunto il giornale, saranno presenti anche consiglieri miliari russi, per fare formazione degli ufficiali siriani.
   Va ricordato che la società di Stato russa per l'export militare Rosoboronexport aveva firmato con Damasco nel 2010 un contratto per la fornitura di batterie per equipaggiare quattro reggimenti con gli S-300. Il contratto, che vide Damasco versare un anticipo di 400 milioni di dollari (poi restituiti), venne annullato in seguito alle critiche mosse da Israele.
   Dopo l'intervento militare in Siria, nel settembre 2015, Mosca ha schierato a Tartus batterue di S-300 e a Latakya di S-400 per proteggere le proprie installazioni nel Paese arabo. In seguito ai raid congiunti di Usa, Gran Bretagna e Francia sulla Siria lo scorso 14 aprile, Mosca ha detto di non sentirsi più "moralmente obbligata" a non consegnare al regime gli S-300.
   Preoccupa quindi la reazione di Israele a un tale passo da parte russa e c'è chi non esclude attacchi israeliani preventivi alle postazioni dove saranno schierati i nuovi sistemi di difesa anti-aerea. "Qualsiasi tipo di armi che possano minacciare la sicurezza di Israele ci preoccupa sempre", ha detto al giornale russo Kommersant il direttore del dipartimento Eurasia del ministero degli Esteri israeliano, Aleksander Ben-Zvi.
   Il diplomatico non ha risposto alla domanda se Israele abbia intenzione di sollevare la questione nei suoi colloqui con funzionari russi. Allo stesso tempo, pero', ha fatto notare che "le questioni legate al conflitto siriano, vengono discusse costantemente nelle riunioni di politici israeliani e diplomatici al ministero degli Esteri e al Consiglio di sicurezza russo"
   Fonti militari di Mosca, citate sempre dal Kommersant, avvertono però che se Israele reagirà militarmente le conseguenze sarebbero "catastrofiche per tutte le parti" Le batterie di S-300, già vendute da Mosca all'Iran nella versione PMU-2, verrebbero dispiegate a protezione di Damasco e delle basi aeree. I sistemi che Mosca valuta di fornire alla Siria potrebbero essere della versione per l'export S-300V (Antey 2500) già venduti al Venezuela e in grado di ingaggiare con i suoi missili SS-23 fino a 24 bersagli, inclusi missili balistici a corto e medio raggio e missili da crociera, con un raggio d'azione di oltre 200 chilometri.
   Già la settimana scorsa il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov (nella foto a lato) aveva lasciato intendere un possibile cambiamento di rotta circa la fornitura degli S-300 dopo il raid occidentale per il presunto attacco chimico a Douma. "Qualche anno fa avevamo deciso di non fornire gli S-300 su richiesta dei nostri partner - aveva detto Lavrov alla Bbc - ora che vi è stato questo oltraggioso atto di aggressione da parte di Usa, Francia e Gran Bretagna, potremmo pensare a come assicurarci che lo stato siriano sia protetto".
   Il 23 aprile lo stesso Lavrov ha però precisato che la decisione finale sulla fornitura degli S-300 a Damasco non è stata ancora presa.

(Analisi Difesa, 24 aprile 2018)


Roma, un altro 25 Aprile di polemiche

I palestinesi: sfileremo con kefiah e bandiere. La comunità ebraica: l'Anpi li escluda. A rischio il corteo unico per la festa della Liberazione. Il Campidoglio tenta di mediare.

Il 25 Aprile per noi è una festa italiana. Partecipiamo anche perché vogliamo la nostra libertà.
Jamal Jadallah, giornalista palestinese
Questa festa ricorda la Liberazione dell'Italia. Va fatta solo con bandiere e vessilli inerenti alla giornata.
Comunità ebraica

di Francesca Paci

 
Il corteo organizzato dall'Anpi il 25 aprile 2016
ROMA - Stavolta Roma ce l'aveva quasi fatta, dopo mesi di negoziati il Campidoglio era riuscito a far passare l'appello per un 25 Aprile comune, una manifestazione unitaria che non replicasse la solita polemica con cui ogni anniversario si sovrappone la lotta nazionale contro il nazi-fascismo alla causa palestinese. Nel 2017 finì con due cortei separati, uno per l'Associazione Nazionale Partigiani Italiani (Anpi) e l'altro per la Brigata Ebraica. Quest'anno, in un contesto già incandescente in cui l'amministrazione di centro-destra del Comune di Todi ha negato il patrocinio dell'Anpi alle celebrazioni perché «di parte» e Matteo Salvini si è spinto ad associare il «non passa lo straniero» ai migranti, la capitale sembrava magicamente vicina alla tregua. Fino a ieri.
   Quando è arrivata la nota della Comunità Palestinese di Roma, in cui si annuncia la partecipazione al corteo «sfilando con le kefieh e le bandiere palestinesi» per rilanciare «l'appello a tutti gli antimperialisti, antifascisti, antirazzisti, antisionisti, a tutte le resistenze internazionali», la Comunità ebraica ha chiamato l'associazione dei partigiani e non trovando risposta si è tirata indietro: «Se l'Anpi non prende una posizione, da parte nostra non ci sono le condizioni per partecipare».
   L'Anpi, ripetutamente contattata, non risponde neppure a «La Stampa». Resta a far fede il comunicato un po' cerchiobottista precedente alle nuove polemiche: «Richiamiamo le ragioni della manifestazione espresse nell'appello sottoscritto dalle associazioni della Resistenza e della Guerra di Liberazione, affermando con chiarezza che qualsiasi altra rivendicazione non fa parte quel giorno degli obiettivi della manifestazione e non ci rappresenta». E però qualcosa nel frattempo è cambiato. Ed è cambiato anche il contesto internazionale, con la situazione a Gaza che rischia di detonare a distanza mercoledì a Roma.
   «Il 25 Aprile per noi è una festa italiana dove partecipiamo anche perché vogliamo la nostra libertà» dice il giornalista palestinese Jamal Jadallah. E per farlo è necessaria la kefiah, dopo aver cercato una mediazione? «La kefiah non è proibita. L'Anpi conosce la nostra lotta, abbiamo un ottimo rapporto: sono loro dell'associazione partigiani che gestiscono tutto, anche il servizio d'ordine, sono loro a decidere, noi ci saremo». Come dire che l'ultima parola tocca agli organizzatori e che le cose cambierebbero (o no?) se chiedessero esplicitamente di evitare i simboli di altre storie, altre cause, altri contesti, pena l'esclusione dal corteo.
   Ma l'Anpi non si pronuncia, chiosa una voce della comunità ebraica. S'ipotizza che il motivo possa essere che tra gli iscritti all'associazione ci sono molti simpatizzanti della causa palestinese ma soprattutto si lamenta l'occasione mancata: «Si era detto di sospendere per un giorno le posizioni spesso divergenti sul Medioriente, eravamo pronti a non rispondere alle provocazioni di qualche bandiera palestinese, si era detto di accogliere i vessilli di tutti i gruppi che hanno combattuto per la liberazione d'Italia, anche i Paesi stranieri. Ma se la Comunità palestinese chiama così a raccolta i suoi non si tratterà di casi isolati e non si tratta della bandiera di un Paese che era dalla parte della democrazia ma all'opposto, perché all'epoca l'haji di Gerusalemme stava con l'Asse». Epilogo non liberatorio: se non succede nulla nelle prossime ore la Brigata Ebraica, come lo scorso anno, non ci sarà.

(La Stampa, 24 aprile 2018)


25 aprile, la Comunità ebraica di Roma: «Non sfileremo al corteo Anpi»

La rinuncia ufficiale al corteo unitario in occasione del 25 aprile dopo che le associazioni palestinesi avevano annunciato la loro presenza con bandiere e kefieh.

«Non parteciperemo al corteo unitario a Roma. La Comunità Ebraica il 25 aprile andrà alle 9.30 alle Fosse Ardeatine e poi alle 10 a Via Tasso per un momento pubblico di raccoglimento per ricordare la Liberazione dell'Italia dal nazifascismo». A ufficializzare l'assenza dal corteo dell'Anpi per il 25 aprile è la stessa Comunità aggiungendo che «l'Anpi, nonostante gli accordi, non ha voluto prendere una posizione definitiva in merito a presenze organizzate di associazioni palestinesi e filopalestinesi con simboli estranei allo spirito del 25 aprile».

 «Vogliamo il rispetto della storia»
  «Non basta una nota ambigua in cui si invitano tutti a partecipare, perché in questa giornata bisogna portare rispetto alla Storia e ai suoi protagonisti - aggiunge la nota della Comunità ebraica - L'equidistanza tra i simboli di chi combatteva con i nazisti e quelli della Brigata Ebraica è inaccettabile e antistorica e se l'Anpi non ha la forza e la volontà di delegittimare la presenza di questi gruppi viene meno il senso di una manifestazione unitaria». «Siamo grati alla Sindaca di Roma Virginia Raggi per l'impegno profuso in questi mesi nel tentativo di favorire un corteo unitario in occasione di questa Festa - concludono - e ci rammarichiamo che, nonostante l'impegno dell'amministrazione, non sia stato possibile tornare al corteo unitario, ma purtroppo non ci sono le condizioni».

(Corriere della Sera - Roma, 24 aprile 2018)


"Perché noi ebrei non sfiliamo coi filopalestinesi"

Intervista a Ruth Dureghello

di Gabriele Isman

 
Ruth Dureghello
«Il 25 aprile Roma celebra chi ha combattuto per la Resistenza e ha salvato il Paese. Il resto deve restare fuori». Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica romana, sa cosa vorrebbe fare domani mattina, ma non è certa che sarà presente al corteo che così rischia di non essere più unitario.

- Presidente, dal 2015 la Comunità non partecipa al corteo. Com'è nata l'idea di tornare a sfilare con le associazioni antifasciste?
  «È stata la sindaca Raggi a chiederlo nove mesi fa, con un tavolo che ha visto almeno 19 riunioni a cui spesso lei è stata presente. Ci sono stati uno sforzo, un sacrificio e un impegno notevoli. Noi ci siamo messi a disposizione per arrivare a regole di ingaggio condivise».

- E invece?
  «Conosco chi ci vuole male e vuole dividerci. Noi non possiamo accettare che la Brigata ebraica sia fuori dal corteo dove si celebrano i vincitori, ma a volte il coraggio non basta. Da anni il corteo del 25 aprile non è un luogo consigliabile per i cittadini di Roma, eppure io stavolta vorrei esserci con le associazioni democratiche, antifasciste e con la sindaca. Ora mi auguro che le premesse non siano disattese e che l'Anpi dica chiaramente che la presenza di gruppi organizzati filopalestinesi mina la natura stessa del corteo. Noi la nostra parte l'abbiamo fatta, ma i comunicati che parlano di kefie e bandiere che non hanno cittadinanza nel corteo non sono accettabili. Non c'è più spazio per le incertezze».

- E se non si riuscisse a lasciar fuori quelle kefieh e quelle bandiere dal corteo? Avete un pianoB?
  «Confidando che il senso di responsabilità prevalesse, non ho mai pensato a un piano B, ma, da via Tasso alle Fosse Ardeatine, non credo manchino i luoghi dove celebrare a Roma il 25 aprile. Non ci sfugge la situazione politica generale, i rigurgiti neofascisti li vediamo bene, ma bisogna dire chiaramente chi era dalla parte della Resistenza. La Brigata ebraica c'era».

- E se questo davvero non accadesse neppure stavolta?
  «In Europa si celebra 1'8 maggio come Giornata del ricordo della fine della Seconda guerra mondiale. Non vorremmo essere noi a dire basta 25 aprile, celebriamo 1'8 maggio. Bisogna tornare ai valori della Costituzione e questo Paese ha bisogno di chiarezza. I valori di pace e di democrazia dei Padri costituenti sono ancora attualissimi. Poi ci sarà spazio per discutere di altro. Ma non il 25 aprile».

(la Repubblica - Roma, 24 aprile 2018)


Brigata Ebraica e 25 aprile: parlano i reduci dell'«esercito senza Nazione»

Sono i soldati che parlavano «una lingua strana e vestivano all'inglese» e combatterono nella Liberazione d'Italia. Con loro la Stella di Davide, da simbolo usato dai nazionalsocialisti per etichettare gli ebrei, divenne simbolo della riscossa

di Silvia Turin

Il 25 aprile in Italia è l'occasione per ricordare ancora una volta i vessilli della Brigata Ebraica, spesso oggetto di strumentale contestazione nei cortei che celebrano la Liberazione e dimenticano il contributo dato da migliaia di giovani volontari ebrei (vedi "Il 25 aprile e i meriti degli ebrei", di Paolo Mieli) alla lotta contro il nazi-fascismo in quei mesi cruciali del 1945. Quest'anno la memoria della loro partecipazione è sostenuta dalla recente approvazione (in autunno) da parte del Parlamento e poi del presidente Sergio Mattarella del decreto che conferisce alla Brigata la medaglia d'oro al valor militare per la Resistenza.

 L'arrivo in Italia
  La Brigata partecipò alla Liberazione d'Italia con circa duemila tra uomini e donne (qui la storia completa, spiegata dal blog «Poche Storie»). Costituita nel 1944 dopo una trattativa tra ebrei palestinesi e Inghilterra (che allora amministrava Gerusalemme e i territori circostanti su mandato dalla Società delle Nazioni), era composta anche da ebrei provenienti da altri Paesi dell'allora Impero britannico, nonché da militari di origine polacca e russa scampati ai rastrellamenti nazisti in Europa. Dopo un periodo di addestramento in Egitto e Cirenaica, la Brigata ebraica fu imbarcata su due navi dirette in Italia. Fu integrata nell'VIII Armata britannica. Il 27 marzo 1945, insieme al Gruppo di Combattimento "Friuli" del rinato esercito italiano, fu tra l'altro protagonista dello sfondamento della linea Gotica nella vallata del Senio, nei pressi di Riolo dei Bagni, dove perse 38 soldati.

 Le interviste in esclusiva
  Oggi i reduci della Brigata Ebraica sono meno di una decina e vivono tutti in Israele. Il regista Ruggero Gabbai, specializzato nella produzione di docu-film (ultimo dei quali si intitola "CityZEN", sul quartiere Zen di Palermo), e il professor David Meghnagi, direttore del master in Didattica della Shoah presso l'Ateneo di Roma Tre, hanno intervistato a Tel Aviv Joseph Seltzer, nato nel 1924, che ha combattuto nella zona di Ravenna, e Michael Fosh, nato nel 1926 in una piccola città della Polonia (che oggi si trova in territorio ucraino). Seltzer ha combattuto in molte battaglie ed è celebrato come eroe della Brigata. Lui e suo fratello (morto nel '48 nella guerra di indipendenza israeliana) hanno ricevuto molte onorificenze. Fosh, di due anni più giovane, arrivato in Israele orfano di entrambi i genitori, è stato in Italia quando ormai la guerra volgeva al termine e con la Brigata ha svolto il suo periodo di addestramento. Al Corriere della Sera l'anteprima in esclusiva delle loro testimonianze: «Gli italiani pativano la fame, c'era mancanza di cibo e noi lo davamo ai bambini. Davamo carne e formaggio per un po' di pasta da fare con l'aglio. Per noi era fantastico e anche per loro. Ti davano tutto per una sigaretta: gli italiani non le avevano».

 Il significato della nascita della Brigata
  Diverse regioni italiane furono liberate grazie al contributo di questi combattenti. Complessivamente, la Brigata combatté nel nostro Paese dal 3 marzo al 25 aprile 1945, con una perdita di 30 morti e 70 feriti. Nel cimitero di Piangipane di Ravenna sono stati seppelliti i corpi dei loro caduti. Al professor Andrea Bienati, docente di Storia e Didattica della Shoah ed estensore della premessa storica al testo di legge che conferisce alla formazione la medaglia, abbiamo chiesto perché ricordare la Brigata Ebraica e che significato storico ha la sua costituzione:
    «Dinanzi a un genocidio che li avrebbe visti vittime se fossero stati in Europa, giovani ebrei delle Terre del Mandato britannico in Palestina scelsero di cambiare la propria storia andando a combattere volontariamente dove si stavano consumando i crimini della Shoah. L'eroismo per le imprese militari, effettuate sul fronte italiano nell'ultimo anno di guerra, è solo un aspetto della vicenda e può contribuire a creare un'epica guerresca di quello che era stato pensato come "l'esercito ebraico per ebrei senza stato e di Palestina". Da solo, però, non basterebbe a spiegarne l'unicità. Forse la storia della "stella di Davide" che era sulle mostrine delle uniformi di questi giovani può aiutare a rifletter: da simbolo usato dai nazionalsocialisti per etichettare gli ebrei, resi dalla propaganda e dalle leggi del Terzo Reich "colpevoli di esistere", divenne simbolo della riscossa contro gli aguzzini e di speranza per il futuro».
 La missione di "search and rescue"
  Volontari che scelsero di combattere contro gli eserciti dell'Asse quando erano "al sicuro" in Palestina, quindi, e che hanno meritato la medaglia d'oro per il valore militare ma non solo: le loro azioni continuarono anche dopo la guerra. Qui i reduci ricordano quando una parte dei soldati andò in Europa per riportare gli ebrei dai campi di concentramento verso l'Italia per poi portarli in Israele:
    «I sopravvissuti al progetto di eliminazione totale con la divisa della cosiddetta "Brigata Ebraica" furono speciali anche tra le rovine fumanti dell'Italia del 1945, al cessare del crepitio delle armi - spiega il professor Bienati - . Si dedicarono al recupero della dignità della vita attraverso il soccorso fisico, educativo e morale dei sopravvissuti ai Lager, attuando un'operazione ante litteram di "search and rescue" destinata alle persone, alla cultura e al sentimento religioso soprattutto nei confronti degli ex deportati ebrei. Penso che anche raccogliere la testimonianza di soldati orgogliosi di vedersi ricordare come membri della "Brigata Ebraica" può diventare una sorta di parziale risarcimento morale per quanto fatto dall'Italia del Ventennio e della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.) contro una parte dell'umanità. Il ricordo dei combattenti che parlavano una lingua strana e "vestivano all'inglese" (come venivano descritti nelle zone italiane dove operarono) è anche una doverosa forma di gratitudine verso chi, lasciando volontariamente la sicurezza della propria terra, combatté per la Liberazione».
 La Medaglia d'oro
  I soldati che sopravvissero riuscirono a rientrare in Israele, alcuni vi emigrarono dalle loro città originarie. Per il sostegno dato ai profughi ebrei che volevano raggiungere la Palestina, la Brigata si scontrò con i comandi britannici. Nel luglio del 1946 il governo inglese decise di procedere al suo disarmo, alla sua smobilitazione e al rimpatrio nei Paesi d'origine. «L'approvazione del Parlamento all'unanimità della proposta di legge sulla Brigata Ebraica ha permesso di ricostruire una memoria condivisa su una pagina meno conosciuta della storia della Liberazione italiana ma non meno valorosa. Siamo in attesa del conferimento della medaglia all'associazione dei reduci: sarà un bel momento di memoria e valore», questo l'auspicio della parlamentare Pd Lia Quartapelle, prima firmataria della legge che conferisce la medaglia d'oro.

(Corriere della Sera, 24 aprile 2018)


Il reduce della Brigata Ebraica "L'abbiamo liberata anche noi ma oggi questa Italia mi fa pena"

Piero Cividalli, ultimo sopravvissuto del corpo speciale: "Vedo i cimeli di Predappio e mi viene da vomitare".

di Andrea Fioravanti

«Guardi, non mi interessa delle ultime polemiche sul corteo del 25 aprile. Conta solo una cosa: la Brigata Ebraica e la Resistenza ambedue in campi diversi hanno lottato per la stessa cosa: la libertà dell'Italia» Piero Cividalli, 91 anni, non è solo un insegnante italiano di storia dell'arte che vive a Ramat Gan, nella periferia est di Tel Aviv. È l'ultimo sopravvissuto della Brigata Ebraica, la compagnia di ebrei italiani e stranieri che combatterono per liberare l'Italia dal nazifascismo nella seconda guerra mondiale. Erano nelle fila dell'esercito britannico, sotto la bandiera sionista che poi diventerà quella dello Stato di Israele. Cividalli è uno dei protagonisti della mostra «La Brigata Ebraica in Italia e la Liberazione» curata da Stefano Scaletta dell'Università del Piemonte Orientale e dai professori Cristina Bettin e Samuele Rocca delle università Negev e Ariel, dall'l maggio a Milano.

- Cividalli, festeggia il 25 aprile?
  «Ho sempre rifuggito cerimonie e anniversari. Non li ho mai sentiti come veramente miei. Contano i ricordi e il lato umano di quel periodo. Ormai tutto questo fa parte del passato, anche se fa piacere stabilire una verità storica».

- Quale?
  «L'aver contribuito a liberare l'Italia. Quando sono sbarcato a Taranto nel luglio del 1945 la guerra era finita. Ma gli altri commilitoni della Brigata avevano contribuito con coraggio a liberare parte dell'Emilia. Ho visto un'Italia distrutta, misera. Arrivato a Taranto sono rimasto lì per un po' di settimane. Poi ci mandarono a Udine: quattro giorni in un carro merci perché non funzionavano le vie di comunicazione. Bisognava ricostruire tutto».

- Qual era il compito della Brigata?
  «Eravamo inquadrati nell'esercito britannico, ma a differenza degli inglesi sentivamo dal profondo le disgrazie delle vittime di quella guerra.Per questo la Brigata aiutò non ufficialmente migliaia di profughi a fuggire dall'Europa dell'orrore nazifascista. E non erano solo ebrei fuggiti dai campi di concentramento».

- Perché decise di arruolarsi?
  «Avevo 18 anni e vivevo in Palestina da pochi anni. I miei genitori avevano lasciato Firenze dopo la pubblicazione delle leggi razziali nel 1938 . Mio padre era un convinto antifascista, amico dei fratelli Rosselli (uccisi dal regime fascista nel giugno nel '37 ndr). Fin dall'infanzia erano andati a scuola insieme. Questo sentimento antifascista si è risvegliato in me quando dalla Palestina vedevo Mussolini portare l'Italia al collasso. Durante l'addestramento in Egitto mi ricordo di aver parlato con i prigionieri italiani. Mi dicevano «Ma cosa ti arruoli a fare? Ormai tutto è perduto». E io rispondevo: «È il mio dovere, dobbiamo salvare il salvabile».

- Si sente ancora italiano?
  «Fino a un certo punto. Lo schiaffo ricevuto con le leggi razziali è stato forte. Ma non mi sento nemmeno israeliano. A dire il vero non mi sento niente. Dopo quello che è successo non riesco a immedesimarmi completamente in nessun Paese. Se dovessi dire la verità mi sento europeo».

- Cosa pensa dell'Italia di oggi?
  «Mi fa pena e rabbia perché non abbiamo imparato niente dalle nostre disgrazie. Dopo aver visto l'Italia distrutta dal fascismo, e da una guerra senza senso, non riesco a credere che ci sia ancora gente che rimpiange il fascismo. Torno spesso in Italia dai miei parenti e quando a Predappio ho visto i cimeli fascisti, mi è venuto da vomitare. I giovani non sanno più a cosa ci ha portato Mussolini».

(La Stampa, 24 aprile 2018)


L'appello francese: "Epurazione etnica"

"E' in corso un'epurazione etnica antisemita da islamizzazione nel paese di Zola". Trecento firme per un appello contro l'antisemitismo da islamizzazione. Gli imam insorgono.

di Giulio Meotti

ROMA - "La Francia è diventata teatro di un mortale antisemitismo. Questo terrore si diffonde, provocando sia la condanna popolare sia il silenzio mediatico". Si apre così la presa di posizione francese più importante contro il nuovo antisemitismo. L'appello, pubblicato su Le Parisien e firmato da trecento personalità, è scaturito dopo l'uccisione a Parigi di Mireille Knoll. "Quando un primo ministro all'Assemblea nazionale dichiara, tra gli applausi del paese, che la Francia senza gli ebrei non è più la Francia, non è una bella frase di consolazione ma un avvertimento solenne: la nostra storia europea, per ragioni geografiche, religiose, filosofiche, giuridiche, è profondamente legata a varie culture tra le quali il pensiero ebraico. Undici ebrei sono stati assassinati - e alcuni torturati - perché ebrei, da islamisti radicali". Le firme sono di peso: la femminista Elisabeth Badinter, artisti come Charles Aznavour e Françoise Hardy, Nicolas Sarkozy, il saggista Pascal Bruckner, l'ex sindaco di Parigi Bertrand Delanoé, gli ex premier Manuel Valls e Jean-Pierre Raffarin, l'arcivescovo Joseph Doré, l'imam Hassen Chalghoumi, lo scrittore algerino Boualem Sansal, l'ex ministro dell'Interno Bernard Cazeneuve, l'ex direttore di Charlie Hebdo Philippe Val, la filosofa Julia Kristeva, lo storico Georges Bensoussan, l'economista Jean-Claude Casanova, Alain Finkielkraut e tanti altri.
   L'appello dei trecento non è una mera presa di posizione. Auspica un immediato cambio di passo all'interno delle comunità islamiche francesi. "Chiediamo che i versetti del Corano che invocano l'omicidio e la punizione di ebrei, i cristiani e i non credenti siano dichiarati obsoleti dalle autorità teologiche". Ma nell'islam francese, molti si defilano o condannano l'impianto dell'appello.
   Come Tareq Oubrou, potente imam di Bordeaux, che non ha firmato l'appello: "Generalizzare l'idea che il Corano invoca l'omicidio è follia". Di "processo iniquo e delirante" parla invece il rettore della Grande Moschea di Parigi, Dalil Boubakeur, che ha respinto le idee del manifesto, e anche il presidente dell'Osservatorio nazionale contro l'islamofobia, Zekira Abdullah, che ha invitato i firmatari a smettere di "sopraffare l'islam e i musulmani". Anche il giornalista Claude Askolovitch si dice "raggelato" dal manifesto, che trova "orribile per quello che nutre", come se "la difesa dell'ebreo implicasse il rifiuto dell'islam". Domenica, su Franceinfo, anche il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet, ha affermato che è necessario "fare di tutto per evitare una guerra di comunità".
   "Gli ebrei francesi hanno venticinque volte più probabilità di essere aggrediti rispetto ai loro fratelli musulmani" seguita l'appello dei trecento. "Il dieci per cento dei cittadini ebrei dell'Ile-de France - vale a dire circa cinquantamila persone - sono stati recentemente costretti a spostarsi perché erano più sicuri in altre città. Questa è una pulizia etnica nel paese di Émile Zola e Clemenceau". Si scrive proprio così: épuration ethnique. E si dice che stia "avvenendo sotto traccia" in alcuni quartieri della Repubblica.
   "Perché questo silenzio? Perché la radicalizzazione islamista - e l'antisemitismo che ne è il veicolo - è considerato esclusivamente dalle élite francesi come l'espressione di rivolta sociale, mentre lo stesso fenomeno si osserva in un certo numero di società come Danimarca, Afghanistan, Mali e Germania". I firmatari poi lasciano intendere che l'antisemitismo sia accolto con freddezza per bassi calcoli elettorali, "il voto musulmano è dieci volte più cospicuo del voto ebraico". Anche dalla Germania due giorni fa si è fatta sentire la cancelliera Angela Merkel, che ha condannato un antisemitismo di "origine araba", dopo che un siriano aveva preso a cinghiate un ragazzo israeliano con la kippah per le strade di Berlino.
L'appello francese si chiude con una nota fatale: "Chiediamo che la lotta contro la bancarotta democratica dell'antisemitismo diventi una causa nazionale prima che sia troppo tardi. Prima che la Francia non sia più la Francia".

(Il Foglio, 24 aprile 2018)


Il finanziere e Giuseppina, l'ultima speranza per tanti ebrei in fuga verso la Svizzera

La frontiera vicino a Chiasso attraversava il giardino della donna, che anche dopo la deportazione del marito continuò l'azione di salvataggio insieme alla guardia di confine.

di Gerardo Severino

Siamo tutti consapevoli del fatto che la Resistenza contro il nazifascismo fu opera di tanti attori, soprattutto militari e partigiani di varia estrazione politica, mentre è meno noto ai più il ruolo svolto da migliaia di italiani, i quali, mossi dai più puri valori della Cristianità, rischiarono la loro stessa vita pur di combattere, spesso senza il ricorso delle armi, la ferocia dell'occupante tedesco, ma soprattutto la tracotanza della dittatura fascista, risorta dopo l'8 settembre. Fra i tanti che si distinsero merita un commosso ricordo la storia sconosciuta di Giuseppina Panzica, che ci porta nel comasco da poco occupato dai tedeschi.
   La vicenda di questa grande donna di fede venne alla luce qualche anno fa, in occasione delle ricerche sul conto dell'eroico Finanziere e partigiano sardo Giovanni Gavino Tolis, originario di Chiaramonti (Sassari), morto a Mauthausen nel dicembre del 1944, decorato di medaglia d'oro al Merito civile. Da tali ricerche emerse che verso la fine del' 43, Tolis, che si trovava in servizio alla frontiera italosvizzera di Ponte Chiasso, era entrato in contatto con una famiglia del posto, che già dopo l'armistizio favoriva gli espatri clandestini di ebrei e militari sbandati, nei pressi della cosiddetta "roggia Molinara" (al pianterreno di Via Vela, n. l), ove correva la rete di confine: rete che passava proprio attraverso il giardino di Giuseppina e di suo marito Salvatore Luca, un finanziere in congedo di origini siciliane e acceso antifascista. Dopo il 251uglio '43, Luca aveva manifestato i propri sentimenti politici, tanto da abbattere pubblicamente gli emblemi del cessato regime sulla Casa del Lavoro in Via Bellinzona e, dopo, l'armistizio, favorì la Resistenza, soccorrendo gli oppositori al regime, come successivamente farà anche la moglie Giuseppina, esercitando il servizio di "staffetta partigiana".
   Nel gennaio 1944, assieme ai figli maggiori Ignazio e Alfredo, Salvatore Luca fu costretto a raggiungere la Germania, accettando il "servizio del lavoro ", al solo scopo di evitare ulteriori rappresaglie e l'ormai imminente arresto da parte dei fascisti. Ciò nonostante, dal giardino di casa continuarono gli espatri clandestini, moltissimi dei quali favoriti dal Finanziere Tolis e da altri suoi colleghi, così come dalla stessa Giuseppina, tutti aderenti al "Gruppo Frama" (Fra.Ma. sono le sillabe iniziali dei cognomi dei professori Ezio Franceschini e Concetto Marchesi), un'organizzazione clandestina che operava fra Padova, Milano e la Svizzera, per assicurare i rifornimenti delle brigate partigiane operanti nell' alta Italia e per favorire gli espatri. Gli agenti della "Frama" consegnavano le lettere', la valuta, i documenti riservati e i messaggi clandestini nelle mani di Tolis, che, grazie a Giuseppina, ne curava poi il passaggio oltre confine.
   Fra le tante vite salvate, ricorda oggi la figlia Rosaria, l'unica persona che dopo la guerra si era sentita in dovere di ringraziare i Luca era stato il dottor Arturo Levi, di Torino, che mantenne rapporti affettuosi con la famiglia per diversi anni. Un' attività umanitaria che ebbe termine nella primavera del' 44, allorquando sia il finanziere che Giuseppina furono segnalati al Comando della Polizia confinaria germanica di Ponte Chiasso, su indicazioni di alcuni vicini di casa dei Luca. Fu così che il 24 aprile, il Tolis cadde nella trappola, proprio nei pressi del giardino della signora Giuseppina il coraggioso agire fu così interrotto per sem pre, inchiodata anche dagli esiti di una perquisizione domiciliare, la quale, come evidenziarono gli atti ufficiali: « ... portava al rinvenimento di una lettera indirizzata a tale Oscar Orefice di Lugano (Svizzera), nella quale si accennava a persone di razza ebraica che avrebbero transitato clandestinamente la frontiera». Gavino Tolis, preso in consegna dal Comando delle SS di Cernobbio fu trasferito nel campo di Fossoli, per poi finire i suoi giorni a Mauthausen, "passando per il camino" di Gusen, mentre la signora Giuseppina subirà una sorte diversa, seppur dolorosa. Il calvario vissuto dall'eroica donna iniziò con la straziante idea di dover lasciare soli i figli Rosaria (12 anni) e Giuseppe (9 anni), successivamente rinchiusi in collegio. Proseguì, poi, col raggiungere dapprima il carcere comasco di San Donnino ed in seguito quello più duro di San Vittore, a Milano, che lasciò il20 settembre alla volta del Lager di Bolzano. Nel corso dello stesso mese lasciò, infine, anche l'Italia alla volta del campo di sterminio di Ravensbrück, in Germania, ove visse giorni e mesi in una straziante agonia, sopportando indicibili torture. Giuseppina, per sua fortuna, tornò a Ponte Chiasso nell' ottobre del 1945, dopo una lunga degenza negli ospedali alleati, aperti subito dopo lo smantellamento dei campi di sterminio.
   In un momento così drammatico per l'umanità, il finanziere Tolis e la signora Giuseppina, mossi da sentimenti cristiani, scelsero la via del bene, consapevoli dei rischi. Ed è per questo che lo scorso 14 marzo, il presidente della Repubblica ha conferito, anche "alla memoria" della donna, la medaglia d'oro al Merito civile, che verrà consegnata nei prossimi giorni alla figlia Rosaria Luca, una delle poche testimoni oculari di quegli eventi che interessarono quel tratto di frontiera.

(Avvenire, 24 aprile 2018)


Lo Stato di Israele compie 70 anni

 
Raphael Ofek
In un'intervista a Sputnik Raphael Ofek, ex esperto dei servizi segreti militari israeliani e dell'ufficio del primo ministro, ha descritto il settuagenario viaggio di Israele verso lo status di superpotenza economica a livello regionale, nonché di leader in diversi settori a livello internazionale.

- Sono già passati 70 anni dalla fondazione dello Stato di Israele. Come descriverebbe il ruolo di questo Paese sulla scena internazionale?
  Sebbene il Vicino Oriente sia considerato una regione pericolosa per la presenza di cattivi vicini, Israele continua a rimanere il Paese più stabile della regione. Nel mondo Israele è ritenuto un Paese forte dal punto di vista bellico, economico e scientifico. Israele, infatti, intrattiene oggi buoni rapporti con molti Stati del mondo: con le maggiori potenze come gli USA, la Russia, la Cina, l'India, l'Australia, l'Europa, l'Africa, l'America Latina; con Paesi arabi come l'Egitto e la Giordania. Intrattiene anche rapporti non ufficiali con l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Oggi l'economia israeliana è una delle più forti al mondo. Infine, nonostante Israele sia un piccolo Stato, questo è riconosciuto come superpotenza nel settore delle tecnologie dell'informazione.

- Quali sono, secondo Lei, le difficoltà a cui Israele deve far fronte?
  Dal punto di vista della sicurezza le difficoltà per Israele consistono nel contrapporsi al movimento Hamas, all'amministrazione palestinese, all'Iran e al partito Hezbollah. In economia e politica Israele deve fare i conti con il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), campagna a livello globale, e con i suoi rappresentanti antisemiti in Europa e talvolta con l'atteggiamento negativo adottato dall'UE nei confronti di Israele.

- Una delle minacce spesso menzionate per Israele è l'Iran. Secondo lei quanto è seria la minaccia di Teheran?
  Questa minaccia si manifesta in duplice forma: in particolare, Teheran può uscire dall'accordo nucleare del 2015 per poi rinnovare il proprio programma nucleare. Teheran sta cercando di creare un secondo fronte contro Israele costruendo basi militari in Siria. Teheran inoltre vuole creare un corridoio terrestre in Siria e in direzione del suo alleato in Libano, il partito Hezbollah.

- Secondo Lei vi è la possibilità che i rapporti tra Israele e l'Iran migliorino? Quali sono le misure da adottare affinché un tale cambiamento si verifichi?
  A differenza degli ottimi rapporti che intercorrevano fra i due Paesi al tempo degli scià, cioè prima della Rivoluzione islamica del 1979, oggi l'assetto spirituale vigente nel Paese si rivela assai ostile a Israele. Infatti, Israele rappresenterebbe quel Satana che gli iraniani tentano di distruggere nel Vicino Oriente. Un cambiamento può verificarsi solamente nel caso in cui cambino le autorità iraniane. Il popolo iraniano si è stancato delle autorità in carica.

- Secondo Lei come può Israele mantenere con successo rapporti stabili sia con gli USA sia la Russia nonostante questi Paesi abbiano posizioni molto diverse sul conflitto in Siria?
  Sebbene gli interessi della Russia in Siria si discostino dalle posizioni di Israele, la Russia è interessata a far cessare gli scontri armati in Siria per evitare ulteriori danni alle proprie basi militari nel Paese, la Base navale russa di Tartus e la Base aerea di Hmeymim. A tal proposito la Russia preferisce adottare metodologie di lavoro temporanee con Israele. Alla Russia preoccupa l'avanzamento iraniano in Siria. Il presidente russo Vladimir Putin ha espresso sostegno e rispetto nei confronti di Israele. Dall'inizio del XX secolo molti israeliani sono emigrati dalla Russia.

- Di recente il presidente USA Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele. Quanto è significativo questo atto per Israele?
  Dal punto di vista storico Gerusalemme è sempre stata un punto di riferimento importante per il popolo ebreo. Fu la capitale di Israele per 3000 anni e nel suo territorio fu costruito il Tempio, il luogo più sacro in assoluto per gli ebrei.

- Come sarà il futuro di Israele secondo Lei?
  Io sono ottimista sul futuro di Israele in molti settori. Tuttavia la pace con i palestinesi si potrà raggiungere solamente se smetteranno di terrorizzare la popolazione israeliana e riconosceranno i diritti di Israele in quanto Stato ebraico

(Sputnik Italia, 23 aprile 2018)



Un giorno si vedrà
che la storia della cristianità
non è che un capitolo
nel libro della storia d'Israele

 


Israel Defense Forces: quando vincere significa aver investito nella difesa

di Matteo Acciaccarelli

 
 
 
In occasione dei 70 anni dalla costituzione dello Stato d'Israele, avvenuta il 14 maggio 1948 che quest'anno, secondo il calendario ebraico, è caduta il 18 aprile, è interessante guardare alle Israel Defense Forces (le forze armate israeliane) e ai gioielli tecnologici recenti e non solo in uso. Nate dall'unione delle organizzazioni ebraiche che avevano combattuto o al fianco dei britannici o contro gli stessi all'interno del Mandato britannico della Palestina, le IDF hanno subito assunto un ruolo chiave nella politica israeliana. Per il primo approvvigionamento di mezzi e di armi ci pensò la Cecoslovacchia che, accordandosi con l'Agenzia Ebraica per la Palestina prima e con il governo di Tel Aviv dopo, inviò il necessario per costituire delle forze armate efficienti. Da quel momento in poi le IDF, insieme alla nascente industria israeliana, hanno iniziato un percorso militare e tecnologico impressionante, permettendo ad Israele di diventare una delle principali potenze militari al mondo.
  Senza dubbio è difficile immaginare l'Esercito israeliano senza i carri armati, infatti, esclusa la prima guerra arabo-israeliana, i carri armati sono stati la colonna portante di ogni azione militare. Gli inizi furono l'M4 Sherman e l'AMX 13, ai quali si andarono aggiungendo prima gli M48A1 Patton ed i Centurion, rinominati Sho't (Frusta in ebraico), poi gli M60 Patton, rinominati dopo il potenziamento Magach. Insieme ai carri armati catturati sui campi di battaglia, specialmente contro Giordania ed Egitto, questi sono stati la struttura di base dei veicoli corazzati israeliani.
  Le IDF non mantennero i carri acquistati dall'estero nella loro versione originale, ma iniziarono a migliorarli e a migliorarli secondo le loro necessità. Da questa esperienza combinata tra industria e militari, nacque nel 1979 il Merkava, primo carro armato interamente ideato e costruito in Israele. Il Merkava però, nonostante fosse stato concepito per fronteggiare i carri armati sui campi di battaglia, entrò in servizio quando ormai la situazione internazionale e i rapporti con Egitto e Giordania iniziavano a "normalizzarsi". Quindi, a differenza dei suoi predecessori, il Merkava non ha mai affrontato delle vere battaglie tra carri armati, ma anzi è stato impiegato in contesti ben diversi, come nelle operazioni contro Hezbollah, in Libano, e nelle operazioni all'interno della Striscia di Gaza. Il battesimo del fuoco, infatti, arrivò con l'Operazione Pace in Galilea, nel 1982, dove il Mk. I si dimostrò un carro nettamente superiore rispetto ai T-72 in dotazione all'esercito siriano (foto), anche a causa sia della possibilità di trasportare un numero superiore di munizioni sia della maggior protezione offerta alla truppa all'interno del carro. Quest'ultimo punto è una delle caratteristiche inconfondibili del Merkava, perché a differenza di tutti i carri armati ha il blocco motore nella parte anteriore dello scafo.
  Dopo il Mk. I arrivò il Mk. II, utilizzato principalmente sul finire degli anni '80 e negli anni '90, quando gli venne affiancata la terza versione del Merkava, più potente come motorizzazione e soprattutto con degli ausili tecnologici necessari per aumentare l'efficienza del principale carro delle IDF. Specialmente l'aggiornamento del 1995, chiamato Mk. III BAZ (acronimo di Barak Zoher, ovvero Lampo Scintillante), rese questa versione del Merkava più precisa e letale, aggiungendo un sistema di puntamento della torretta capace di agganciare bersagli in movimento anche col carro in movimento. Inoltre, importante per l'aspetto della sicurezza degli uomini, è cruciale anche il sistema di protezioni passive ed attive ideate per questa versione del Merkava, come una torretta completamente ridisegnata per poter protegge il carro da eventuali attacchi con missili anti-carro dall'alto. La stessa torretta è stata poi montata sull'ultima versione del Merkava, ovvero la Mk. IV, insieme a delle nuove sospensioni, ideate per poter affrontare al meglio le rocce dell'alture del Golan e del Libano. Finora, però, il Mk. IV è stato utilizzato principalmente nei contesti "urbani" della Striscia di Gaza, dove ha continuato a dimostrarsi come uno dei migliori carri da combattimento presenti nel mondo.
  L'utilizzo del Merkava in contesti urbani, ha portato gli ingegneri israeliani a aggiornare continuamente i sistemi di protezione attiva. L'ultimo di questi è costituito dal Trophy (video in basso), un sistema di protezione radar anti-missile capace di individuarli nel momento in cui vengono sparati e, automaticamente, difendere il carro. Un sistema che da quando è stato introdotto ha raccolto entusiasmi generali, tant'è che anche il Dipartimento della Difesa statunitense vorrebbe introdurre questa protezione attiva ai suoi M1A2 Abrams.
  Se il Merkava è la punta di diamante delle forze di terrestri israeliane, per quanto riguarda l'aria questo posto è senza dubbio occupato dal F-15I, versione israeliana dell'F-15E Strike Eagle americano. Ma prima che si arrivasse all'acquisto della versione cacciabombardiere dell'aereo costruito dalla McDonnell Douglas, l'aeronautica israeliana ha sempre guardato con interesse al programma F-15, in modo tale da poter fronteggiare e superare i Mig in dotazione alle forze egiziane, siriane e giordane. Infatti il primo acquisto di F-15 avvenne nel 1976, quando dagli Stati Uniti arrivarono due F-15A, la versione monoposto, e due F-15B, biposto. Questi, rinominati "Baz" da Israele, furono utilizzati per poter svolgere esercitazioni e test della macchina, in attesa dell'arrivo di altri 19 F-15A e di 2 F-15B.
  L'Aeronautica israeliana, nel 1978, si ritrovava a disposizione di quello che era considerato il miglior velivolo per la superiorità aerea al mondo. La dimostrazione la diede in più occasioni abbattendo senza difficoltà 5 Mig-21 e un Mig-25 siriani. Questi successi fecero dell'F-15 un simbolo per Israele, rappresentando la sicurezza aerea dei cittadini e dello Stato stesso.
  Durante gli anni '80 le versioni A e B vennero aggiornate con l'arrivo rispettivamente della versione C e della D, ma negli stessi anni venne modificato anche il suo range di utilizzo, quando 2 F-15C volarono da Israele fino alla Tunisia per bombardare il quartier generale dell'OLP. Un cambio di rotta impressionante che mostrò le capacità dell'F-15 nel bombardamento al suolo. Quando infatti uscì la versione E dell'F-15, lo Strike Eagle, Israele si mostrò subito interessata all'acquisto che, infatti, portò nel 1994 ai primi ordini della versione cacciabombardiere dell'F-15. All'F-15E, però, gli israeliani apportarono modifiche importanti, tant'è che il velivolo israeliano è conosciuto con la sigla F-15I Ra'am (tuono in ebraico). Queste modifiche riguardarono soprattutto il sistema di navigazione notturna, l'elettronica di bordo e gli alloggiamenti per i missili, modificati in modo tale da poter caricare anche i Python di costruzione israeliana.
  Contemporaneamente a queste modifiche, però, l'aeronautica di Israele ha iniziato a lavorare anche su un aggiornamento degli F-15 da caccia che hanno portato alla nascita dell'F-15 Baz 2000, con l'avionica completamente riprogettata, con un nuovo radar e con i sistemi d'arma presi dagli F-15I. Infatti la flotta da "caccia" degli F-15 è diventata praticamente identica, per molte caratteristiche, alla versione cacciabombardiere. Un traguardo importantissimo per Israele che, grazie anche ai programmi di ricerca e sviluppo, è riuscito ad adattare alle proprie esigenze l'F-15. Concludendo con l'F-15 c'è da dire un'ultima cosa, ovvero che le versioni israeliane dell'aereo della McDonnell Douglas può trasportare il missile AGM-142 Have Nap, anche conosciuto con il nome di Popeye, missile aria-terra, costruito grazie ad un accordo tra Lockheed Martin e RAFAEL, capace, presumibilmente, di trasportare anche testate nucleari.
  Anche l'F-15 fa quindi parte del, presunto, deterrente nucleare israeliano. L'altro caposaldo è il missile Jericho III, entrato in servizio nel 2008, e primo IRBM (missile balistico a raggio intermedio) in dotazione alle IDF. La storia del vettore Jericho, però, è stata lunga e travagliata, perché il primo prodotto, il Jericho I, fu un disastro completo. Non tanto perché i francesi, a seguito dell'embargo sulle armi, interruppero la collaborazione con la RAFAEL nella costruzione del SRBM (missile balistico a corto raggio) per Israele, ma anche perché questo ebbe molti problemi sui sistemi di guida, rendendolo, di fatto, un investimento errato nel breve periodo. Se nell'immediato il Jericho I fu un fallimento totale, nel medio periodo gli studi effettuati dalla RAFAEL si rivelarono utili per la costruzione del MRBM (missile balistico a medio raggio) Jericho II. Infatti partendo proprio dai problemi evidenziati dalla prima versione, gli ingegneri della RAFAEL lavorarono al meglio per poterli ovviare e rendere il Jericho II un missile affidabile e utile. Senza dubbio un lavoro riuscito al meglio che diede ad Israele la capacità di poter colpire con i propri missili, capaci di trasportare anche testate nucleari, le città di tutte i Paesi arabi e buona parte di quella che era l'Unione Sovietica.
  Dal Jericho II la RAFAEL è partita per dotare di un IRBM le forze armate israeliane, arrivando a progettare il Jericho III, punta di diamante missilistica di tutta l'area mediorientale. Infatti le capacità balistiche di questo missile sono particolari, perché a seconda della configurazione può diminuire o aumentare la gittata, arrivando, anche, ad essere considerato a tutti gli effetti un ICBM (missile balistico intercontinentale). Ovviamente rimane ignota la presenza di armi nucleari in Israele, ma tra il Popeye e i vettori Jericho II e Jericho III sembra abbastanza intuibile che il governo di Tel Aviv abbia in dotazioni testate atomiche e che potrebbe utilizzare in caso di estrema necessità. L'importanza del Jericho III, infatti, non è tanto nelle sue capacità o nella sua gittata, ma risiede nel fatto che la sua presenza fa automaticamente da deterrente per un attacco contro il suolo israeliano. Inoltre, questo, dimostra anche le capacità ingegneristiche dell'industria di Israele che, partendo da una prima collaborazione fallimentare con i francesi, è riuscita a dotare le forze armate di un missile intercontinentale moderno e comparabile in tutto ai paritetici missili americani e russi.
  Ovviamente le forze armate israeliane non sono solamente Merkava, F-15I e Jericho III, ma questi possono essere considerati senza dubbio le loro punte di diamante a livello strategico, tattico e tecnologico. Proprio l'ultimo punto è da sottolineare quando si parla dell'industria militare israeliana, perché da lì sono arrivati e continuano ad arrivare sistemi moderni sia offensivi, come i sistemi di puntamento e di visione notturna, sia difensivi, come l'Iron Dome e gli altri sistemi di difesa missilistica a guida radar presenti in Israele.

(DIFESA online, 23 aprile 2018)


Il Giro d'Italia brinda con Astoria da Israele a Roma

Doppia etichetta per la bottiglia ufficiale

Saranno 3.546,2 i chilometri totali del 101esimo Giro d'Italia, con ben 44 mila metri di dislivello per 21 tappe. Due le frazioni a cronometro, sette a bassa, sei a media e sei ad alta difficoltà per un totale di otto arrivi in salita (Etna, Montevergine, Gran Sasso, Zoncolan, Sappada, Prato Nevoso, Bardonecchia e Cervinia).
   Per la prima volta una grande gara a tappe partirà fuori dai confini del vecchio continente, proponendo tre tappe sul territorio israeliano con la grande partenza a cronometro da Gerusalemme. Il gran finale è fissato nella città Eterna, Roma, con un circuito di 11,5 chilometri da ripetersi per 10 volte lungo le strade della Capitale.
Solo una tappa - la numero 13 - toccherà il Veneto: la Ferrara-Nervesa della Battaglia del 18 maggio che aprirà un weekend di "fuoco" con i traguardi friulani del Monte Zoncolan (19 maggio) e di Sappada (20 maggio) al termine della seconda settimana di gara.
   L'appuntamento sulle strade del Giro d'Italia, in programma dal 4 al 27 maggio 2018, anche quest'anno sarà arricchito dalla partecipazione di Astoria Wines, l'azienda vitivinicola di Refrontolo che da Gerusalemme a Roma fornirà la bottiglia ufficiale da stappare sul podio al termine di ogni tappa.
   E proprio a Vinitaly, il grande salone internazionale del vino di Verona, Astoria ha svelato in esclusiva la nuova bottiglia nella doppia veste dedicata allo start e al gran finale della corsa rosa.
   "Anche quest'anno il Giro ci sta dando veramente una grande visibilità - ha spiegato Filippo Polegato al microfono di Qdpnews.it - non solo a carattere nazionale ma anche internazionale, confermata dalla partenza di Gerusalemme. Per questo abbiamo realizzato una doppia etichetta: una per le prime tre tappe in Israele e l'altra dedicata all'arrivo finale di Roma. Il Giro è un evento sportivo che deve legare i popoli senza nessun tipo di pregiudizio religioso o politico".
   Poi spazio a un pronostico da grande appassionato delle due ruote a pedali. "La presenza di Froome - ha concluso Polegato - è sicuramente pesante, è il campione da battere. Partirà da favorito con una squadra molto forte, ma il ciclismo è uno sport aperto a tantissimi colpi di scena e potrà succedere di tutto. Tutti gli altri big daranno battaglia".

(Qdpnews.it, 23 aprile 2018)


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Giro d'Italia, Armstrong sarà a Gerusalemme

Il texano seguirà le prime tre tappe della corsa rosa

Anche Lance Armstrong sarà a Gerusalemme per la partenza del Giro d'Italia e commenterà da Israele le prime tre tappe della corsa rosa. «Una grande partenza di questo livello in un paese così lontano dall'Europa è un'opportunità unica» ha spiegato il texano sul suo podcast motivando la scelta.
Tempo fa il texano aveva dichiarato di escludere la sua presenza al via di una grande corsa a tappe, ma la scelta di Israele lo ha spinto a cambiare idea. «La possibilità di andare in un Paese come Israele, per raccontare un evento come il Giro d'Italia, non ha precedenti. Ci aspettano tre giorni di grande spettacolo: il prologo a Gerusalemme, la seconda tappa a Tel-Aviv e la terza tappa al sud. Un'occasione molto bella, sono contento di andarci».

(tuttobiciweb.it, 23 aprile 2018)


A 70 anni, Israele sorride felice

Un anniversario all'insegna di tante sfide e ottimismo

Scrive il Jerusalem Post (19/4)

 
Mentre Israele festeggia giovedì il suo 70esimo compleanno, un po' di ottimismo è d'obbligo, pur nella piena consapevolezza delle tante sfide che attendono il paese" recita l'editoriale del Jerusalem Post dedicato ai 70 anni dello stato ebraico. "L'espansionismo di Teheran, che può essere visto come il riempimento del vuoto lasciato dal ritiro americano dalla regione sotto l'ex presidente Barack Obama, si è tradotto in una presenza militare iraniana ai confini settentrionali di Israele. Mentre il presidente americano Donald Trump manifesta l'intenzione di ritirare le sue truppe dalla Siria e quello russo Vladimir Putin non può o non vuole tenere a freno l'Iran, uno scontro tra Israele e Repubblica islamica sembra quasi inevitabile. Oggi i presunti effetti dannosi del conflitto israelo-palestinese (o della 'intransigenza israeliana', come ebbe a definirla nel 2010 il predecessore di Mattis a capo del Comando Centrale, David Petraeus) impallidiscono a confronto di ciò che gli arabi 'moderati' giustamente percepiscono come le vere minacce contro di loro: l'Iran e varie forme di islamismo jihadista sunnita, dall'Isis ad al Qaeda ai Fratelli musulmani. Oggi paesi come l'Arabia Saudita, la Giordania e l'Egitto condividono con Israele l'obiettivo di contenere l'Iran e di combattere gli islamisti in Siria, in Libano, nella penisola del Sinai e lungo i confini della Giordania. Cosa ancora più importante, riconoscono il contributo cruciale di Israele, la più forte potenza militare nella regione, nel perseguire questi obiettivi. Ovviamente non si deve fare confusione fra obiettivi comuni e valori comuni. Israele non ha niente a che vedere con Arabia Saudita ed Egitto per quanto riguarda libertà e diritti umani.
   Ma possono esserci vantaggi strategici in una cooperazione circoscritta. Israele continua a essere preso di mira dalla demonizzazione nei forum diplomatici, in campo legale, nei mass-media, La collaborazione a dir poco bizzarra fra progressisti occidentali e oscurantisti islamisti violentemente reazionari consente alle menzogne su Israele di circolare indisturbate. Intanto l'ambasciatrice degli Stati Uniti all'Onu Nikki Haley è emersa come un'infaticabile paladina della verità. In ogni occasione sottolinea a voce alta l'ipocrisia delle Nazioni Unite che condannano continuamente Israele mentre ignorano i veri crimini contro l'umanità perpetrati da altri stati membri. Gli europei, dal canto loro, alle prese con ondate di immigrazione provenienti da paesi prevalentemente musulmani, hanno iniziato a capire meglio il tipo di problemi che Israele si trova ad affrontare. E che l"occupazione' israeliana della Cisgiordania non è la causa dell'estremismo politico palestinese, che si tratti dell'islamismo sanguinario di Hamas a Gaza o della corrotta Fatah che in Cisgiordania si rifiuta di porre fine agli incentivi economici all'assassinio di israeliani. L'estremismo e l'intransigenza palestinesi rientrano piuttosto in una crisi ben più profonda e generale che colpisce l'islam e il mondo arabo. Nel momento in cui celebra il 70esimo anno dalla sua fondazione, lo stato d'Israele deve senz'altro fare i conti con formidabili sfide, ma si può serenamente affermare che è in una posizione migliore che mai per affrontarle con impegno, e continuare a prosperare".

(Il Foglio, 23 aprile 2018)


«Vivrò libera nella terra promessa»

Il Comune di Fondi organizza in collaborazione con il Sistema Bibliotecario Sud Pontino la presentazione del libro «Vivrò libera nella terra promessa» (Mursia, 2018) di Edith Fischhof Gilboa, che per l'occasione giungerà in Italia da Israele. L'iniziativa avrà luogo Giovedì 26 Aprile p.v. alle ore 11.00 presso la Sala convegni del Castello Caetani e vedrà la partecipazione di delegazioni degli Istituti Superiori di Fondi.
L'incontro sarà aperto dai saluti istituzionali del Sindaco di Fondi Salvatore De Meo, dell'Assessore alla Cultura e Politiche della Scuola Beniamino Maschietto e della Presidente della Commissione consiliare Cultura Sandra Cima. Seguiranno gli interventi di Gianni Pesiri (Istituto Storico Italiano per il Medioevo), Francesco Tetro (Architetto e Storico dell'Arte) ed Edith Fischhof Gilboa, autrice del volume, che prima dell'incontro sarà accompagnata in visita al quartiere della Giudea e al Museo Ebraico.
Nata a Vienna nel 1923, Edith fu internata con la famiglia per tre anni nel campo di concentramento Ferramonti di Tarsia (Cosenza) e in seguito mandata al confino nel Nord d'Italia. Costretta a cambiare nome e a nascondere la sua identità ebraica, Edith nonostante tutto visse la sua adolescenza, con i suoi sogni, i suoi amori, le sue delusioni, le piccole liti domestiche. Sopravvissuta al nazismo, diventata una giovane donna, sposò un soldato ebreo che combatté con gli inglesi. Nel 1946 riuscì a raggiungere la "Terra Promessa" dove finalmente ha potuto vivere da ebrea, senza più paure e offese. «Crediamo che far conoscere ai nostri giovani storie come quella vissuta da Edith Fischhof Gilboa e dalla sua famiglia - afferma il Sindaco De Meo - sia un'occasione per farli riflettere sul pericolo di un possibile ritorno di pulsioni di intolleranza e odio che ai tempi dell'olocausto hanno portato alla morte milioni di persone».

(h24 notizie, 23 aprile 2018)


Israele dà la cittadinanza onoraria a Gino Bartali

Il 2 maggio, a due giorni dal via della corsa rosa, la cerimonia a Gerusalemme

di Luca Gialanella

Ci sono persone davanti alle quali ogni essere umano, di qualsiasi luogo, deve inchinarsi. Gino Bartali è una di loro. La Grande Partenza del Giro d'Italia, venerdì 4 maggio a Gerusalemme, è dedicata a Ginettaccio «Giusto tra le Nazioni» e alla sua immensa azione a favore di 800 ebrei: salvati tra il 1943 e il 1944 grazie ai suoi viaggi da Firenze a Assisi (360 km, andata e ritorno), con i documenti falsi nascosti nel telaio della bici.
  Ma non è questa la notizia. Ieri lo Yad Vashem, il Museo dell'Olocausto di Gerusalemme, ha confermato l'anticipazione del sito «Pagine ebraiche»: Gino Bartali sarà «cittadino onorario di Israele». La cerimonia, con l'ambasciatore italiano e la nipote Gioia Bartali, è prevista mercoledì 2 maggio: due giorni prima della partenza della corsa rosa con la crono di 9,7 km a Gerusalemme, che scatterà davanti alla Porta di Giaffa e si concluderà nella strada parallela, con vista sulle Mura costruite da Solimano il Magnifico.

 Rarità
  «La legge sui Giusti tra le Nazioni - spiega il portavoce del Museo, Simmy Allen - consente a Yad Vashem di conferire, in casi particolari, una cittadinanza onoraria di Israele a chi fosse ancora in vita, oppure postuma ai suoi congiunti». Una procedura «molto rara», che «viene usata con il contagocce». L'ultimo caso è del 2007.

 Storia
  Bartali era sempre stato fedele al motto «Il bene si fa e non si dice». Muore nel 2000 a 85 anni e soltanto successivamente il figlio Andrea inizia l'opera di recupero storico della memoria: Gino corriere di una rete clandestina per salvare gli ebrei. E' determinante il lavoro del collega Adam Smulevich di «Pagine Ebraiche», il giornale dell'ebraismo italiano, che porta alla luce la testimonianza chiave di Giorgio Goldenberg, ebreo di origine istriana (Fiume). Goldenberg, che nel 1944 aveva 12 anni, racconta che Bartali aveva nascosto la sua famiglia di perseguitati nello scantinato di una sua casa in via del Bandino, alla periferia di Firenze. L'anno successivo, nel 2011, incontra a Firenze Adriana (la moglie di Gino) e Andrea. Il processo di riconoscimento della bontà di Bartali non si ferma e nel 2013 Gino viene dichiarato «Giusto tra le Nazioni»: è il titolo conferito ai non-ebrei che, a rischio della vita, hanno eroicamente contribuito a salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista. In onore di ogni Giusto, viene piantato un albero di carrubo e il nome iscritto nel muro che si trova nel Giardino dei Giusti dello Yad Vashem.

(La Gazzetta dello Sport, 23 aprile 2018)


25 aprile, Maullu (FI): "Da Milano un segnale fortissimo: Israele non si tocca"

 
Nel pomeriggio di domenica, in piazza San Babila, più di 150 persone si sono date appuntamento per ribadire la loro contrarietà all'antisemitismo, ad ogni forma d'odio nei confronti di Israele e del popolo ebraico, a tutte quelle manifestazioni di ostilità che, in particolare a Milano, colpiscono regolarmente la Brigata Ebraica e la sua scelta di partecipare alle manifestazioni per il 25 aprile.
Oltre all'Europarlamentare di Forza Italia Stefano Maullu, promotore dell'iniziativa, al presidio hanno preso parte anche i rappresentanti della comunità ebraica e del mondo dell'associazionismo milanese, insieme a numerosissimi cittadini.
Tra le personalità politiche presenti, oltre all'azzurro Stefano Maullu, anche l'assessore regionale Giulio Gallera e il deputato dem Emanuele Fiano. "Siamo estremamente soddisfatti, l'evento ha riscosso un grande successo - afferma Stefano Maullu di Forza Italia, promotore del presidio; - Abbiamo deciso di riunirci in San Babila per un unico motivo: per difendere Israele e la sua libertà, per confermare il nostro netto rifiuto alle spinte antisemite e alle manifestazioni d'odio che colpiscono regolarmente gli ebrei in ogni parte del mondo.
Quella contro l'antisemitismo è una vera e propria battaglia di civiltà, e deve essere portata avanti con tutti i mezzi possibili, anche con l'aiuto delle istituzioni italiane ed europee. Dal nostro punto di vista, infatti, Israele è da considerarsi parte integrante dell'Europa, per cui deve essere difeso con tutte le nostre forze. Quest'oggi, da piazza San Babila, è partito un segnale forte e chiaro: a Milano ci sarà sempre qualcuno che lotterà per difendere Israele, e noi siamo tra questi".

(AgenPress.it, 22 aprile 2018)


Gli ebrei tra storia e memoria, libro-intervista di Giacomo Kahn a Riccardo Calimani

di Elena Lattes

La molteplicità di argomenti affrontati, la lunghezza e l'intensità del periodo trattato - circa quattromila anni di storia, cultura, sociologia e tanto altro - rende non facile l'inizio di questa recensione. Cosa privilegiare senza rischiare di essere riduttivi o, peggio ancora, banali? Il titolo potrebbe fornire un suggerimento, ma forse non dà l'idea della ricchezza e della profondità dei contenuti così magistralmente sintetizzati, perché "Gli ebrei tra storia e memoria", pubblicato dalle EDB, Edizioni Dehoniane, per la collana "Cristiani ed ebrei", diretta dal presbitero e biblista Luigi Nason non è un "semplice" manuale di storia o uno stimolante invito a ricordare.
È invece un ricco compendio che si presenta come un piccolo volume in formato tascabile, anche se di trecento pagine, dove vi si possono trovare centinaia, se non migliaia, di risposte, brevi ma esaustive, agli altrettanti interrogativi che ricorrono più frequentemente sul mondo ebraico. Esse sono presentate sotto forma di intervista condotta da Giacomo Kahn a Riccardo Calimani, entrambi giornalisti e docenti universitari.
Eccone alcuni esempi. Quali sono le differenze tra semita, ebreo, israelita, giudeo, israeliano? E quali, se ce ne sono, tra antigiudaismo e antisemitismo? A quando si può far risalire il loro inizio? Perché gli ebrei vengono definiti "il popolo del libro" e qual è questo libro? Cos'è il Talmud? Perché spesso in esso le domande sono più importanti delle risposte? Quando venne redatto e perché ne esistono due versioni? Cosa dicono le sette leggi di Noè?
  Tante le domande che riguardano anche il cristianesimo, su come esso nasce e si separa progressivamente dall'ebraismo e su come si rapporta con quest'ultimo: "Chi era Paolo?", "Quando iniziano i primi attriti tra mondo ebraico e mondo cristiano?", "Davanti alla nascita dei primi movimenti antisemiti, come reagì la Chiesa?"; nonché sul resto dell'ambiente circostante.
  Come vivevano gli ebrei nella Roma antica? Come venivano visti? Perché il mondo pagano e quello romano provavano diffidenza verso le idee monoteiste? O anche: "In America gli ebrei cercavano una 'nuova terra promessa'?" "Quali regole deve seguire l'uomo nel suo rapporto con la natura e con gli esseri del creato?"-
  La seconda parte del libro propone un'interessante analisi sull'identità e su come alcuni personaggi famosi a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo (da Freud a Saba, passando per Herzl, Marx e Svevo) reagirono di fronte ai dilemmi posti dalla modernità, dalle tensioni sociali di quel periodo, dal razzismo e dalla contemporanea emancipazione. Una serie di "elementi per comprendere la complessità di alcune delle più eccelse menti di quell'epoca" e che è anche un esempio illustrativo di quanto Calimani spiega nella premessa: "Essere ebrei è doppiamente difficile: è difficile essere se stessi, è difficile essere accettati. È un problema stimolante che offre motivi di riflessione".
  Un libro, la cui lettura risulta piacevolmente scorrevole, che è anche molto importante per sfatare diversi tabù, ma che non condanna tout court i preconcetti: "Non bisogna avere paura dei pregiudizi, perché ne siamo tutti schiavi: se non avessimo dei giudizi a priori, non potremmo vivere. Poi bisogna avere paura dei pregiudizi negativi e quindi bisogna stare attenti quando questi pregiudizi portano alla violenza e alla distruzione. È più facile inquinare che disinquinare le menti".
  Un testo, quindi, adatto a tutti: a coloro che sanno poco o nulla del mondo ebraico, a coloro che desiderano semplicemente approfondire e anche a chi già ha un'ampia conoscenza teorica ma non ha mai avuto modo di soffermarsi su alcuni degli argomenti proposti.
  In breve, ognuno vi potrà trovare qualche nuova informazione e diversi spunti di riflessione non solo su quanto avvenuto in passato, ma anche sulle connessioni tra la storia, l'attualità e le direzioni che si aprono e si possono intraprendere nel futuro: "Non c'è una conclusione di questo straordinario itinerario. C'è ancora molto da fare: la lotta per la libertà è senza fine. Il mondo ebraico, con i suoi pregi e difetti, deve misurarsi ancora con durissime prove. Deve coltivare la memoria senza esserne schiavo. Deve ricordarsi che la pace e la giustizia, nei popoli e tra i popoli, sono un bene supremo da perseguire sempre e comunque (…)".
  Prove che, forse è banale ricordare, prima o poi, devono essere affrontate da tutti, anche se in forme e modalità differenti.

(Agenzia Radicale, 22 aprile 2018)


Israele nega responsabilità nell'uccisione di un ingegnere di Hamas

di Salvatore Falco

Israele nega di essere responsabile dell'uccisione in Malaysia dell'ingegnere palestinese Fadi al-Batsh.
L'esponente di Hamas, 35 anni, era un ricercatore specializzato in energia. Il ministro della Difesa dello Stato ebraico, Avigdor Lieberman, parla di uno scontro interno palestinese.
"Era un esperto nella costruzione di razzi ed è possibile che la sua morte sia legata all'intervento di servizi segreti stranieri", sostiene il vice Primo ministro della Malaysia, Ahmad Zahid Hamidi.
Le immagini delle telecamere di sicurezza mostrano che i due aggressori hanno atteso la vittima per 20 minuti. La famiglia dello scienziato accusa il Mossad.
"Il Mossad israeliano è l'unico responsabile degli assassinii di persone istruite, perché sa che saranno loro a liberare la Palestina - sostiene lo zio di Al-Batsh, Jamal - Era uno scienziato palestinese e ha ricevuto un premio dal Primo Ministro malese per il suo lavoro nella scienza dell'elettronica".
Israele cerca di impedire che la salma di al-Batsh sia inumata a Gaza, dove era nato, facendo pressione sull'Egitto. La Jihad Islamica minaccia "vendetta".

(euronews, 22 aprile 2018)


In Siria, Israele e Iran passano allo scontro diretto

L'attacco israeliano alla base T4 segna il passaggio allo scontro diretto con l'Iran. Con gli Stati Uniti in uscita dal teatro siriano, Israele vuole impedire l'insediamento di basi permanenti iraniane nel Paese. E aspetta la rappresaglia di Teheran, preparandosi a colpire di nuovo.

di Federica Sasso

GERUSALEMME - Fuochi d'artificio, concerti, giochi di luce creati grazie a sofisticatissime tecnologie. I festeggiamenti di mercoledì sera per i 70 anni di Israele sono stati tutto questo e anche un mix di battibecchi tra politici in puro stile israeliano, come ha titolato il New York Times. Con le dispute su quante parole avrebbe pronunciato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu (500) rispetto allo speaker della Knesset
 
Una ragazza con la bandiera nazionale israeliana dipinta sul viso durante le celebrazioni del settantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele
Yuli-Yoel Edelstein (700), o l'invito di Carmi Gillon, ex capo dello Shin Bet - l'agenzia segreta addetta alla sicurezza interna -, a spegnere la tv durante il discorso del Primo Ministro.
   Ma al di là del balagan - ossia il caos, una delle parole più usate dagli israeliani - e dei botta e risposta mediatici, oltre alle proteste organizzate da Palestinesi con cittadinanza israeliana per ricordare la Nakba - quella che gli arabi costretti a lasciare i propri villaggi dopo la fondazione dello stato ebraico definiscono la "catastrofe"- le celebrazioni di quest'anno sono state segnate dalle minacce provenienti dall'Iran.
   Gli arci-nemici Iran e Israele negli ultimi mesi sono entrati in una fase nuova. Israele è deciso ad evitare che l'Iran stabilisca basi permanenti sul territorio siriano, questa è la "linea rossa" che politica e gerarchie militari sono decisi a rispettare. Ma se fino a pochi mesi fa Israele agiva soprattutto colpendo i convogli di armi inviate dall'Iran agli Hezbollah libanesi attraverso la Siria, ora si è passati a uno scontro diretto.
   A Febbraio infatti, l'invio di un drone iraniano oltre la frontiera tra Giordania e Israele, il suo abbattimento e gli scambi tra l'Aviazione siriana, appoggiata da russi e iraniani, e quella israeliana - incluso l'abbattimento di un F16 israeliano - hanno segnato un cambio di scenario decisivo.
   Il 9 Aprile, poi, l'aviazione israeliana ha colpito la base T-4, la stessa da cui a febbraio è partito il drone che, secondo gli israeliani, sarebbe stato armato e diretto verso un obiettivo sensibile. La T-4 ospita anche personale iraniano e, durante l'attacco della scorsa settimana, sono rimasti uccisi sette membri delle Forze Quds della Guardia Rivoluzionaria, tra cui il Colonnello Mehdi Dehghan a capo dell'unità incaricata dei droni.
   Israele non ha mai confermato di aver portato a termine l'attacco ma, nei giorni scorsi, un alto ufficiale dell'Esercito israeliano ha ammesso con l'editorialista del New York Times Thomas Friedman che si tratta davvero di un'operazione voluta dallo Stato ebraico. «Questa è la prima volta che vediamo l'Iran agire direttamene contro Israele, non attraverso un proxy» ha affermato l'ufficiale «E questa è stata la prima volta in cui abbiamo attaccato obiettivi iraniani, sia strutture che persone".
   L'Iran continua a minacciare ritorsioni per l'attacco del 9 Aprile, e l'ipotesi più accreditata fra gli alti ranghi dell'Idf e dell'intelligence è che la vendetta molto probabilmente arriverà sotto forma di attacco aereo da parte delle forze iraniane dislocate in Siria. A inizio settimana Kiumars Heidari, un generale delle Forze di terra dell'esercito iraniano ha dichiarato che Israele non può più minacciare la Repubblica Islamica e, parlando in occasione della Giornata delle Forze armate iraniane, ha avvisato che "è stata fissata la data" per la distruzione di Israele.
   Il giorno dopo, l'Idf ha distribuito ai mezzi di comunicazione israeliani una mappa che indicava cinque basi siriane controllate da iraniani, ossia possibili obiettivi per una risposta in caso Teheran dovesse ordinare un attacco su Israele. Durante il suo discorso per i 70 anni dello Stato ebraico, Netanyhau ha affermato che l'Iran «è nemico di tutti noi, di Israele, del mondo arabo, della civilizzazione. Oggi, nel 2018, nel XXI secolo, parla apertamente di liquidare Israele!». E venerdì, durante una riunione di gabinetto, ha ribadito: «Sentiamo le minacce da parte dell'Iran. L'Idf e le forze di sicurezza sono pronte per qualsiasi sviluppo. Combatteremo chiunque cerchi di danneggiarci».
   Nel frattempo, prima della preghiera del venerdì, da Teheran era arrivata anche la minaccia del generale Hossein Salami, un generale delle Guardie Rivoluzionarie, secondo il quale «il dito è sul grilletto e i missili sono pronti, in qualunque momento il nemico farà qualcosa contro di noi li lanceremo».
   La deterrenza sembra essere ancora un'arma potente e, secondo alcuni analisti israeliani, è saggio continuare ad usarla.
   Il bombardamento del 9 Aprile è arrivato pochi giorni prima dell'azione congiunta con cui Usa, Francia e Gran Bretagna hanno voluto lanciare un messaggio punitivo al regime di Assad per il presunto utilizzo di armi chimiche contro la popolazione di Douma - fatto ancora da confermare -. Una pioggia di missili mirata, studiata a tavolino per non irritare gli alleati di Assad, Iran e Russia, le cui politiche rispetto alla Siria non sono state scalfite. Con gli Usa in uscita dallo scenario siriano, Israele presumibilmente rimarrà solo nell'azione di contrasto alla presenza iraniana vicino alla sua frontiera.
   John Bolton e Mike Pompeo, rispettivamente il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale e il nuovo Segretario di Stato scelti da Trump, starebbero cercando di mettere assieme una coalizione militare composta da stati come Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein o Qatar, per sostituire le truppe americane in Siria ma è molto difficile, se non impossibile, che la cosa vada in porto.
   Per bilanciare la situazione e non ritrovarsi isolato, quindi, sembra fondamentale che Israele non interrompa la linea rossa di comunicazione con la Russia e cerchi di mantenere la sua libertà di movimento nei cieli siriani. Soprattutto se l'Iran dovesse attaccare in risposta alle perdite subite il 9 Aprile.
   Secondo Udi Denkel e Carmit Valensi, due ricercatori del Institute for National Security Studies israeliano, la strategia migliore quindi sarebbe quella di rimanere in allerta senza trasmettere un senso di urgenza, perché «una guerra in ampia scala sul fronte a Nord non è inevitabile».
   E il modo in cui Israele deciderà di comportarsi avrà un impatto considerevole sulla possibilità di un'escalation.

(eastwest, 22 aprile 2018)


Guerra tra Israele e Iran: l'opinione pubblica internazionale deve essere pronta

Forse in occidente sfugge il fatto che Israele sta facendo terribilmente sul serio con l'Iran. Visto che la comunità internazionale sembra accettare passivamente che gli Ayatollah si posizionino permanentemente in Siria allo Stato Ebraico non rimane altro che muoversi per conto suo.

Un importante editorialista di Yedioth Ahronoth, Alex Fishman, pubblica questa mattina un editoriale a metà tra il critico e l'illuminante nel quale avanza il sospetto che sia Israele a cercare lo scontro diretto con l'Iran e non il contrario.
Scrive Fishman: «probabilmente Israele ha raggiunto la conclusione che gli strumenti militari e diplomatici che ha usato finora per fermare il trinceramento iraniano in Siria non stanno dando frutti». E poi si chiede: «quali altre vie di azione ci sono?» sottintendendo che a Gerusalemme, visto il fallimento della vie diplomatiche, non rimane altro che risolvere il problema direttamente alla radice....

(Rights Reporters, 22 aprile 2018)


Abbas: i palestinesi non permetteranno a Trump di stabilire Gerusalemme capitale di Israele

RAMALLAH - Il palestinesi "non permetteranno al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e a nessun altro, di dire che Gerusalemme è la capitale di Israele". Lo ha dichiarato oggi il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas. I palestinesi, ha detto il leader dell'Anp, continueranno a combattere la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele come hanno fatto negli ultimi mesi. "I palestinesi non permetteranno a nessun paese di trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme prima che ci sia una soluzione (al conflitto israelo-palestinese)", ha detto Abbas, durante un incontro con i delegati arabi presenti a una conferenza a Ramallah sulla medicina. Il 14 maggio, gli Stati Uniti terranno una cerimonia ufficiale di dedicazione per l'ambasciata degli Stati Uniti nel quartiere di Arnona a Gerusalemme. Trump, che ha riconosciuto formalmente Gerusalemme come capitale di Israele e ha annunciato il trasferimento dell'ambasciata il 6 dicembre, avrebbe in un primo tempo preso in considerazione la possibilità di partecipare l'inaugurazione, ma secondo gli ultimi aggiornamenti alla cerimonia parteciperanno la figlia Ivanka e il marito Jared Kushner, consigliere speciale della presidente statunitense.

(Agenzia Nova, 22 aprile 2018)


"Gli ebrei d'Italia dal Colosseo ai Finzi Contini"

di Alain Elkann

 
Simonetta Della Seta
Simonetta Della Seta dal giugno 2016 dirige il Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah a Ferrara. «II museo è nato grazie a una legge del 2003 - spiega lei -la missione è raccontare tutto l'ebraismo italiano e non solo la Shoah».

- Primo Levi in Se questo è un uomo scrive che gli ebrei italiani sono percepiti come diversi dagli altri ebrei della diaspora. Come mai?
  «II motivo per cui è stato creato questo museo ha a che fare proprio con quella differenza. Gli ebrei sono in Italia da 2.200 anni. È la comunità più antica al di fuori di Israele dopo quella di Babilonia ed è una comunità tuttora viva, non solo una memoria storica».

- E come viene raccontato questo nel museo?
  «II museo, che a dicembre 2017 aveva aperto due dei sette padiglioni previsti, espone 200 oggetti legati al primo millennio di presenza ebraica nella Penisola. Si comincia con l'arrivo degli ebrei a Roma da Gerusalemme, 200 anni prima della distruzione del Tempio, che avviene nel 70 d. C., e poi come schiavi del generale Tito, dopo la conquista romana della Giudea».

- Quindi i primi insediamenti ebraici in Italia furono a Roma?
  «II legame tra Gerusalemme e Roma è anche sottolineato dal fatto che gli imperatori romani costruirono il Colosseo grazie al tesoro del Tempio di Gerusalemme e al lavoro degli schiavi ebrei. Nel museo si racconta la vita degli ebrei nell'antica Roma, le loro tradizioni, le sinagoghe, le catacombe, la loro alimentazione e l'atteggiamento romano nei loro confronti».

- E poi?
  «Si affronta il tema del 'inizio delle relazioni tra cristianità ed ebraismo. Da Roma gli ebrei si sono spostati in tutta la Penisola, soprattutto al Sud e, per la prima volta qui si vede quanti oggetti e opere d'arte testimonino la presenza ebraica nel Sud dell'Italia. Adesso stiamo lavorando al resto del percorso espositivo, gli ebrei nel Rinascimento; la sezione aprirà agli inizi del 2019. Il museo offre anche esperienze multimediali sulla vita degli ebrei italiani dalle origini a giorni nostri, inclusa la tragica parentesi dell'Olocausto»

- Perché è stata scelta Ferrara?
  «Ferrara è da sempre una città importante per gli ebrei, che vivono qui da oltre 1000 anni e i Duca d'Este, che governarono la città per molti secoli, li accolsero quando furono cacciati dalla Spagna e dal Portogallo nel 1492. E, mentre altre città italiane li rinchiusero nei ghetti, a Ferrara godevano della piena libertà e potevano dialogare con i non ebrei. Solo quando Ferrara fu conquistata dallo stato pontificio, agli inizi del 17o secolo, furono anch'essi rinchiusi nel ghetto».

- C'è ancora un nucleo di vita ebraica a Ferrara?
  «Sì, c'è una comunità di circa 100 persone, due sinagoghe funzionanti e un cimitero molto romantico. E c'è anche un quartiere ebraico. Importante ricordare anche le tante famiglie ebraiche di spicco che sono vissute qui, come gli Abravanel, i Lampronti, i Mendes-Nasi, e gli Usque»,

- Ferrara è anche la città così ben descritta da Giorgio Bassani nei suoi romanzi come Il giardino dei Finzi-Contini?
  «Sì, indubbiamente, con i suoi libri Giorgio Bassani ha fatto molto per far conoscere la Ferrara ebraica. Ma l'eredità ebraica di Ferrara è ancora molto altro e di più di quello».

- Quanti visitatori avete?
  «Dall'apertura abbiamo avuto 100 mila visitatori da tutto il mondo; dagli Stati Uniti, dall'Europa, da Israele e dall'Australia».

- Organizzate degli eventi?
  «Sì, eventi speciali in un grande spazio che abbiamo ricavato al centro della libreria, e d'estate c'è il giardino».

- Cosa fate?
  «Incontri con personalità del mondo ebraico e con intellettuali che si occupano dell'ebraismo italiano, e siamo molto onorati di avere avuto tra noi il regista israeliano Amos Gitai, che ha annunciato il suo nuovo film, basato sulla figura di una donna d'affari ebrea del 16o secolo, Dona Gracia Mendes-Nasi, che visse anche a Ferrara. A giugno, in occasione del festival del libro ebraico arriverà A. B. Yehoshua».

- Il museo fa qualcosa per combattere il risveglio dell'antisemitismo in Europa e in altri Paesi?
  «Come sappiamo, il pregiudizio nasce dall'ignoranza e noi vogliamo appunto diffondere una conoscenza corretta del mondo ebraico».

- Le piace il suo lavoro?
  «Credo sia un privilegio avere l'opportunità di dar vita a un nuovo museo e creare un centro per il dialogo e la convivenza».

- Come si è formata la collezione?
  «Grazie a donazioni di privati, ma soprattutto grazie a prestiti da altri musei italiani».

- Pensa che la vita degli ebrei in Italia sia abbastanza nota e studiata?
  «Potrebbe certo essere più diffusa, in tutto il mondo, perché è un caso unico, una storia di convivenza tra una minoranza e una maggioranza per un lungo periodo storico».

- Ma non ci sono molti ebrei italiani?
  «Non sono mai stati più di 50 mila, ma sono e sono stati molto importanti per la storia e la cultura italiane e il nostro museo è qui per raccontare questo a tutto il mondo».

(La Stampa, 22 aprile 2018)


Rose e ombre di Vienna asburgica

di Ariela Piattelli

Schatten, Rosen, Schatten», ombre, rose, e ancora ombre, è la Vienna che oscilla tra libertà e repressione, tra la fioritura dei grandi intellettuali mitteleuropei e la distruzione delle due guerre, è il buio che avanza. L'artista e fotografa israeliana Orit Drori ha lavorato quattro anni prima di realizzare una mostra-installazione a cura di Diletta Borromeo (Galleria Bruno Lisi di Roma, fino al5 maggio) che rievoca Vienna, in uno dei momenti più bui della storia. Ha varcato la soglia del Sudbahnhotel, l'albergo in cui si incontravano gli scrittori e gli intellettuali per parlare e scambiare idee, da lì ha intrapreso il suo cammino. Così è iniziata la ricerca, fatta di scatti, fotografie, a persone scelte ma incontrate per caso, per evocare la città di Stefan Zweig, Sigmund Freud, Karl Kraus, Hugo von Hofmannsthal e Arthur Schnitzler. C'è una donna dalle sembianze aristocratiche davanti a un muro in rovina: è la fine dell'Impero austroungarico come nel valzer dell'Odissea nello spazio di Kubrick. Un volto sfocato che chiude gli occhi davanti all'obiettivo: è la devastazione che incombe, l'icona dell'installazione. E ancora i luoghi, come nel palazzo in cui ci fu una rivolta contro i nazisti, oppure la Flaktürme, la torre che volle Hitler per la difesa contraerea nell'Augarten, il parco barocco. Contrasti, dunque, tra persone e luoghi, tra il fuoco delle idee e l'oscurità. «Ho voluto rendere omaggio agli intellettuali mitteleuropei, all'eco di quella cultura, e infatti questa mostra è composta da echi», spiega Drori, che è nata in Israele, a Be'er Sheva, nel deserto del Negev, poi ha studiato in Italia, e oggi vive a Chiang Mai, in Thailandia. «Il viaggio è la mia dimensione, è parte essenziale del mio lavoro» dice. E in contemporanea sempre a Roma (fino al 3 maggio alla Galleria Unicorno) l'artista israeliana è con una mostra, «Australia. Un muto dialogo», dedicata ai paesaggi «che qualcuno ha visto 40.000 anni fa come li ho immortalati io. Luoghi vergini, inviolati, questa volta senza tempo».

(La Stampa, 22 aprile 2018)



«... poi vieni e seguimi»

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile per quelli che confidano nelle ricchezze entrare nel regno di Dio! É più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio»."

Dal Vangelo di Marco, cap. 10

 

Israele: pista ciclabile in memoria di Gino Bartali

ROMA - La comunità italiana in Israele è invitata il 3 maggio, alle 9, dal Keren LeIsrael, all'inaugurazione presso la foresta di Haruvit di una pista ciclabile in onore e alla memoria del ciclista Gino Bartali. Presiederà la cerimonia l'ambasciatore d'Italia in Israele Gianluigi Benedetti, insieme al presidente del KKL Italia Sergio Castelbolognesi, al presidente del KKL mondiale Dani Atar e della nipote di Gino Bartali.
Per gli interessati, ci sarà un autobus a disposizione con partenza da Gerusalemme.

(AISE, 21 aprile 2018)


"Se Mosca dà gli S-300 alla Siria, Israele è pronto a bombardarli"

 
Missili S-300 di fabbricazione russa
L'ex capo dell'intelligence militare israeliana, Amos Yadlin, ha reso una dichiarazione molto interessante. Che fa capire quanto sia complesso il rapporto triangolare che si è instaurato fra Russia, Siria e Israele.
   Partiamo da un punto. In reazione all'attacco mosso da Usa, Francia e Regno Unito contro la Siria della scorsa settimana, la Russia ha avvertito ci sarebbero state conseguenze gravi. E il Cremlino, fra le opzioni, ha anche detto che potrebbe riprendere in considerazione il trasferimento del sistema di difesa aerea di nuova generazione S-300 al suo alleato siriano.
   Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha inviato un messaggio molto chiaro alle forze occidentali in un'intervista rilasciata alla Bbc. Il capo della diplomazia di Mosca ha infatti detto che il progetto potrebbe essere ravvivato perché la Russia sente che deve fare "tutto ciò che è necessario per aiutare l'esercito siriano a scoraggiare un aggressione".
   Questa idea, ovviamente, mette Tel Aviv in stato di profonda preoccupazione. Perché Israele considera fondamentale avere o mantenere la supremazia aerea e la piena libertà di movimento nei Paesi limitrofi considerati nemici. Un pilastro della strategia israeliana che però può essere realizzato soltanto nel momento in cui nessun Paese limitrofo possegga sistemi missilistici anti aerei in grado di abbattere i suoi aerei. In particolare in Siria, dove l'abbattimento dell'F-16 israeliano nei mesi scorsi aveva già fatto suonare i primi campanelli d'allarme.
   Così, molti analisti israeliani ed ex ufficiali delle forze armate hanno già avvertito che se i sistemi missilistici S-300 della Russia verranno consegnati al governo siriano, ci sarà solo una possibile risposta: un tentativo immediato di distruggerli.
   Ed ecco allora le parole di Amos Yadlin, già guida dei servizi segreti militari israeliani. Citato da Bloomberg, Yadlin ha ammesso che il dispiegamento de sistemi anti aerei russi in Siria è una preoccupazione israeliana da più di due decenni. Ed ha anche detto che "alla fine, succederà".
   "Se conosco bene l'aviazione, abbiamo già fatto piani adeguati per affrontare questa minaccia. Dopo aver eliminato la minaccia, che fondamentalmente è ciò che verrà fatto, torneremo al punto di partenza ", ha detto Yadlin. In sostanza, l'ex vertice dei servizi israeliani ha confessato che la Fionda di Davide - l'aeronautica militare di Israele - è pronta a bombardare direttamente le postazione degli eventuali S-300 prima che essi divengano operativi.
   Non sono frasi da sottovalutare. Amos Yadlin, nel 1981, era tra i piloti israeliani che distrussero il reattore nucleare iracheno di Osirak. Quella missione è tipica della strategia di Israele in Medio Oriente: colpire prima che gli altri Stati ottengano un vantaggio o un'arma o un sistema in grado di ridurre la supremazia strategica di Israele.
   Certamente, la differenza è che qui colpirebbero indirettamente la Russia. I sistemi trasferiti da Mosca a Damasco non sarebbero ovviamente russi, ma siriani. Ma è chiaro che distruggere preventivamente un sistema missilistico consegnato dai russi alla Siria, equivale a un attacco durissimo al sistema di alleanze della Russia in Medio Oriente. Un segnale ancora più evidente della graduale e sempre più netta divergenza fra Israele e Russia riguardo al futuro della Siria e, in generale, della regione.

(Gli occhi della guerra, 21 aprile 2018)


Alla Portman l'oscar dell'ipocrisia

L'attrice americana pensa solo a boicottare Israele. Rifiuta il Nobel ebraico, nessun accenno ai conflitti Usa.

di Gianluca Veneziani

Natalie Portman
Da una che è nata a Gerusalemme e ha avuto la fortuna di trascorrere i primi anni della sua vita nella parte più libera, laica e ricca della città ti aspettavi meno supponenza. Da una che, da quello stesso Paese, viene premiata con uno dei più prestigiosi riconoscimenti nazionali, ti aspettavi un po' più di riconoscenza.
   Ma l'attrice israelo-americana Natalie Portman non deve obbedire molto alle categorie di gratitudine e tanto meno di diplomazia, se si è permessa di rifiutare il Premio Genesis, considerato il Nobel di Israele, che avrebbe dovuto esserle consegnato in giugno. Le ragioni riguardano i recenti scontri alla striscia di Gaza durante i quali, dopo le mobilitazioni violente di Hamas e i tentativi dei palestinesi di superare la recinzione, alcuni di loro sono stati uccisi dall'esercito israeliano.
   Come ha fatto sapere un rappresentante della Portman, «i recenti avvenimenti in Israele sono stati estremamente dolorosi per lei» e pertanto l'attrice «non si sente a suo agio a partecipare a un evento pubblico in Israele» e «non può in tutta coscienza andare avanti con la cerimonia».
   Colpisce, in primo luogo, l'idea che il boicottaggio di Israele, teso a sanzionare l'economia del Paese, debba toccare anche una sfera Natalie Portman che sfoggia l'oscar vinto nel 2011 per «Il cigno nero».
   Neutra come la cultura. Come ha ben detto il ministro della cultura di Israele Miri Regev, la Portman «ha ceduto alle pressioni del BDS», ossia il movimento globale di «Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni» contro Israele. E, in quest'ottica, l'intenzione - hanno aggiunto gli organizzatori del premio - era «politicizzare la nostra iniziativa filantropìca». Ma, adottando questo criterio, allora tutto ciò che ha a che fare con l'arte e la cultura israeliane dovrebbe essere bandito. Quasi che le scelte, più o meno criticabili, di un governo debbano ricadere sui suoi artisti e le sue istituzioni culturali.
   L'altro cortocircuito è che la stessa Portman non ha mai disdegnato di ricevere riconoscimenti dall'Academy hollywoodiana, diretta espressione di un Paese, gli Usa, che non si è certo limitato quanto a operazioni militari discutibili, guerre in aree calde del pianeta o interpretazioni flessibili dei diritti umani. Se il principio è non accettare premi da Stati che aggrediscono altri Stati e impongono con le armi la propria supremazia, allora la Portman avrebbe dovuto rispedire al mittente il doppio Golden Globe e scaraventare contro la platea, in segno di protesta, l'oscar ottenuto per Il cigno nero. Come diceva il filosofo Noam Chomsky, pure sostenitore del BDS, «se boicottiamo l'Università di Tel Aviv per la violazione dei diritti umani in Israele, perché non boicottiamo Harvard per le violazioni da parte degli Usa?».
   Allora suona più coerente l'atteggiamento di attori e cantanti che, in nome dell'autonomia dell'arte, scelgono di lavorare e suonare in Israele, senza porsi problemi etici o geopolitici: gente come Scarlett Johansson, che aveva accettato di fare da testimonial per l'azienda israeliana «SodaStream», pur essendo lei ambasciatrice dell'Oxfam, ong favorevole alla causa palestinese; o Thom Yorke, il cantante dei Radiohead che, nonostante le esortazioni dell'ex leader dei Pink Floyd RogerWaters a rinunciare all'iniziativa, aveva tenuto un concerto aTei Aviv dichiarando: «Ne ho lette di tutti i colori, ma alla fine abbiamo solo suonato la nostra musica».
   È una scelta che distingue un professionista da un lacchè di questa o quella organizzazione; e segna il confine tra un vero artista e un vip accecato dall'ideologia.

(Libero, 21 aprile 2018)


L'Unione europea adotta una legge contro i contenuti di odio nei libri di scuola palestinesi

Mercoledì 18 aprile il parlamento dell'Unione europea ha adottato una legislazione orientata a prevenire contenuti ritenuti odiosi nei libri di testo palestinesi.
"Il Parlamento europeo … insiste sul fatto che il materiale educativo finanziato dai fondi dell'Unione, tra cui PEGASE (Mécanisme Palestino-européen de Gestion de l'Aide Socio-économique), rispetti i valori comuni di libertà, tolleranza e non discriminazione attraverso l'educazione adottata dai ministri dell'Unione a Parigi il 17 marzo 2015 ", è scritto nel testo della legge.
La mozione è stata presentata mercoledì sotto forma di emendamenti a due relazioni generali sui bilanci dell'UE. Il primo emendamento richiede che la Commissione europea garantisca che i fondi dell'UE "siano spesi in linea con gli standard di pace e tolleranza derivati dall'Unesco nell'educazione".
Nel secondo emendamento, anche il Parlamento europeo "insiste sul fatto che i programmi di insegnamento e formazione (all'Autorità Palestinese) finanziati da fondi dell'Unione come il Pegase dovrebbero riflettere valori comuni quali libertà, tolleranza e non discriminazione nell'istruzione".
Le mozioni sono state introdotte e successivamente adottate dalla commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento europeo a marzo dai deputati Joachim Zeller e da Barbara Kappel.
«È bizzarro che da oltre dieci anni il fondo Pegase abbia trasferito circa 3 miliardi di euro all'Autorità Palestinese, una parte significativa dei quali va al settore dell'educazione», ha dichiarato Marcus Sheff, ceo di Impact-se, Istituto per il monitoraggio della pace e tolleranza culturale nell'educazione scolastica con sede a Gerusalemme, che ha assistito i legislatori europei nell'avanzare la legge di mercoledì.
«In tutto questo tempo, non ci sono stati veri tentativi da parte della Commissione europea per assicurare che i bambini palestinesi, che l'UE sostiene in classe, ricevano un'istruzione basata sui valori europei di pace e tolleranza».

 La riforma palestinese dell'istruzione
  Nel giugno 2017, il ministro dell'Istruzione della Pubblica Istruzione Sabri Saidam ha presentato un nuovo programma scolastico che, a suo avviso, si concentra sulle competenze, la formazione e l'imprenditorialità piuttosto che sull'apprendimento tradizionale, che è stato il metodo dell'ultimo mezzo secolo.
La riforma, intrapresa con il coinvolgimento di diplomatici europei, aveva lo scopo di dare ai bambini palestinesi un futuro migliore, ma si è rivelata «più radicale che mai - ha detto Sheff - incoraggiando intenzionalmente e strategicamente i bambini palestinesi a sacrificarsi al martirio. Il Parlamento europeo ha chiaramente deciso che ne ha abbastanza».
I nuovi libri scolastici palestinesi includono ancora mappe che non riconoscono Israele e lodano i cosiddetti "martiri" - i palestinesi uccisi nel conflitto con Israele, compresi i terroristi - mentre ignorano l'Olocausto.
A inizio aprile un'inchiesta del Sunday Times aveva svelato che nel 2017 il governo britannico diede 20 milioni di sterline alle scuole palestinesi che, secondo diversi gruppi di osservazione, incoraggiano lo jihad, omettono i riferimenti agli accordi di pace con Israele e glorificano il martirio.

(Bet Magazine Mosaico, 20 aprile 2018)


Perché l'anniversario dello Stato di Israele non è una festa solo per gli ebrei

di Daniel Funaro

In occasione delle celebrazioni per i 70 anni dell'indipendenza di Israele, Daniel Funaro, consigliere della Comunità Ebraica di Roma, spiega perché è una festa per chiunque creda nella libertà e nella democrazia
   Festeggiare Israele e il suo 70 anniversario della sua Indipendenza qui a Roma, nel Portico D'Ottavia luogo simbolo dell'ebraismo romano. Una scelta voluta per coinvolgere tutti nel significato più profondo della festa di questo straordinario Stato.
   Israele rappresenta qualcosa di più che un avamposto di civiltà in un'area dove la democrazia non esiste e i diritti sono quotidianamente calpestati: un modello da cui trarre esempio. La storia di uno Stato che ha saputo, sin dal giorno in cui è nato, resistere al tentativo dei suoi nemici di annientarlo. Resistere a chi riteneva che gli ebrei non dovessero avere un posto nel mondo.
   Eppure, ai primi pionieri giunti in Israele sulla spinta ideologica del movimento sionistico guidato da Teodoro Herzl, la promessa di D-o di destinare al popolo ebraico una terrà stillante latte e miele non apparve così profetica quando trovarono una terra arida e desertica che non dava frutti. La storia di oggi è nota e quelle terre dove prima c'era solo sabbia, sono oggi il luogo in cui l'innovazione israeliana prospera e l'economia del paese cresce.
   L'anniversario dell'Indipendenza dello Stato d'Israele non è una festa solamente per gli ebrei, ma per chi crede nella libertà e nei valori democratici. Se oggi, nonostante in Francia una sopravvissuta alla Shoah viene torturata e bruciata viva o in Germania due ragazzi con la kippah vengono aggrediti, gli ebrei possono guardare con ottimismo al futuro è perché Israele esiste e rappresenta la garanzia che ciò che è stato non riaccadrà più. Per questo segnatevi questo compleanno con la matita rossa sul calendario, insieme a quella del Giorno della Memoria del 27 gennaio. In quest'ultima data ricordiamo ciò che non dobbiamo essere, nell'anniversario dello Stato d'Israele ci ricordiamo ciò che vogliamo diventare: una democrazia forte che difende i valori di libertà che animano la nostra identità.
   
(formiche.net, 21 aprile 2018)


I Pasdaran minacciano Israele: "Non avrete posto dove fuggire"

Tra Iran e Israele, la tensione è alle stelle. E la guerra si fa anche a colpi di tweet e di frasi ed effetto, come ormai consuetudine nel mondo di oggi. La propaganda ha un ruolo molto rilevante in questo momento.
   Dopo il bombardamento dell'aviazione israeliana contro la base T-4 in Siria, i funzionari iraniani hanno promesso di vendicarsi contro Israele. L'uccisione dei sette militari iraniani nella postazione vicino Palmira, la distruzione del sistema missilistico e quella dell'arsenale di droni hanno inferto un duro colpo alla strategia iraniana in Siria. Per Iran e Israele si tratta del primo vero e proprio bombardamento: in sostanza un vero e proprio atto di guerra.
   Questa promessa di vendetta da parte dell'Iran può essere considerata la prima mossa di questa campagna anche retorica da parte di Teheran. Che ha deciso di tornare a minacciare Israele dopo l'attacco diretto nei confronti dei suoi soldati con una promessa di risposta che rientra in una guerra psicologia senza esclusione di colpi fra i due Stati. Una promessa che ha messo in stato d'allerta tutto Israele. Tanto che le Israel defense forces (Idf) hanno elevato il livello di guardia, consapevoli dei rischi di una rappresaglia iraniana.
   Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che "l'esercito è pronto" per ogni tipo di minaccia. "Sentiamo le minacce dall'Iran. Le Idf e le forze di sicurezza sono pronte per qualsiasi sviluppo" ha dichiarato Netanyahu. Rivolgendosi a una riunione con i suoi consiglieri, ha detto:" Combatteremo chiunque provi a farci del male. Non siamo scoraggiati dal prezzo e esigeremo un costo da quelli che vogliono farci del male … la gente resisterà".
   Immediata è arrivata la reazione da Teheran: questa volta per bocca di uno dei vertici dei Pasdaran, Hossein Salami. Il generale dei guardiani della Rivoluzione ha minacciato Israele suggerendo di "non fidarsi" delle sue basi aeree: "Sono all'interno del nostro raggio d'azione". Israele, ha detto Hossein Salami, vive "nella bocca del drago".
   Sia la parte settentrionale che quella occidentale sono "nel raggio dei nostri missili", ha minacciato Salami. "Ovunque tu sia nella terra occupata, sarai sotto il nostro fuoco, da est e ovest. Sei diventato arrogante. Se c'è una guerra, il risultato sarà la tua completa eliminazione", ha detto il comandante. "I tuoi soldati e civili fuggiranno e non sopravviverai. E non avrai nessun posto dove scappare, se non gettandoti in mare."
   Con due messaggi su Twitter, il generale iraniano ha portato la retorica a un nuovo livello: "Non avere speranza negli Stati Uniti e nel Regno Unito; quando arriveranno, non ci sarai più … L'obiettivo più piccolo sarà la tua esistenza. Non puoi resistere. Quando fuggirai, non avrai altra scelta che verso il mare". In un precedente tweet Salami ha avvertito: "Le nostre dita sono sul grilletto e i missili sono pronti e saranno lanciati in qualsiasi momento in cui il nemico avrà un piano sospetto".
   Impossibile dire se queste parole si trasformeranno in fatti. Un dato però è certo: l'Iran non può a questo punto fare finta di nulla. Israele ha colpito per primo e ha inferto un colpo molto importante. E continua a minacciare la presenza iraniana in Siria con una posizione di forza: ha dimostrato di poter colpire dove e quando vuole. L'Iran adesso si trova di fronte a una scelta di campo: rispondere o non rispondere.
   Se lo fa, rischia di scatenare un incendio e cadere nella trappola israeliana. Netanyahu potrebbe cogliere l'occasione per scatenare un attacco esteso e profondo contro le postazioni iraniane. Se non risponde, è chiaro che lascerebbe sostanzialmente impunito un gesto estremamente forte di Israele.
   In Israele, c'è chi considera la possibilità che le risposte arrivino non direttamente dall'Iran, ma dai suoi "proxy". In sostanza, si teme che Hezbollah possa colpire in territorio israeliano. Ma c'è anche chi ritiene plausibile una risposta che parta direttamente dalle guardie della Rivoluzione, colpite specificamente e ripetutamente dal bombardamento e dalle iniziative dell'intelligence di Israele.

(Gli occhi della guerra, 21 aprile 2018)


"Delusa, rinuncio al Nobel ebraico" La rabbia di Israele contro Portman

L'attrice diserta la premiazione. Il governo: così si unisce al boicottaggio

di Giordano Stabile

Natalie Portman, israeliana americanizzata "caduta nella mani dei sostenitori del Bds", secondo il ministro della cultura israeliano; secondo altri invece "caduta nelle mani dei denigratori di Netanyahu", come Amos Oz.
Il conflitto fra Israele e i palestinesi irrompe a Hollywood e la protagonista è un'attrice ebrea, nata a Gerusalemme e naturalizzata americana. Natalie Portman, tre nomination in carriera e un Oscar come miglior attrice nel 2011 per il film «Il cigno nero», ha annunciato di voler rinunciare al Premio Genesis, conosciuto come il «Nobel ebraico». La cerimonia, prevista per giugno, è stata annullata e la decisione ha scatenato una tempesta in Israele. Portman non ha dato spiegazioni ufficiali al suo gesto. Una sua portavoce si è limitata a spiegare che «i recenti avvenimenti sono stati estremamente dolorosi per lei» e quindi «non si sente a suo agio nel partecipare ad alcun evento pubblico in Israele».
   La Fondazione Genesis ha espresso la sua «tristezza» per la decisione, ha detto di «rispettare il suo diritto di criticare il governo» ma anche di temere che il suo gesto porti a una «politicizzazione» della cerimonia: «Una cosa che abbiamo sempre cercato di evitare». Ma è chiaro che il «no» di Portman è destinato a essere legato alle proteste nella Striscia di Gaza che nelle ultime tre settimane hanno portato alla morte di 39 palestinesi, 4 ieri, per il fuoco dell'esercito israeliano e al ferimento di altri 1400. Quando, lo scorso novembre, la Fondazione aveva annunciato di aver scelto lei per il riconoscimento, l'attrice si era detta «orgogliosa delle sue radici in Israele».
   Portman aveva manifestato critiche alla politica israeliana già nel 2009 e si era detta «delusa» per la rielezione di Benjamin Netanyahu nel 20l5. Ma non era mai stata sostenitrice del movimento «Bds» per il boicottaggio di Israele. Ora la sua presa di posizione è destinata a rafforzare il partito anti-israeliano nel mondo dello spettacolo, che già a dicembre si era spaccato in due dopo che la cantante Lorde aveva cancellato un concerto a Tel Aviv. Una posizione simile è stata presa più volte dalla rockstar Roger Waters dei Pink Floyd, mentre un altro gruppo storico, i Radiohead, ha dovuto affrontare critiche feroci per il concerto tenuto in Israele lo scorso 19 luglio. Il leader Thom Yorke ha poi replicato in una intervista con la rivista "Rolling Stone": «Ci sono tantissime persone che non sono d'accordo con il movimento Bds: non crediamo nel boicottaggio culturale».
   Il Premio Genesis, lanciato nel 2013, ha fra i propositi quello di fare del messaggio culturale un ponte fra Israele e il resto del mondo. Sono stati premiati, dal 2014, l'ex sindaco di New York Michael Bloomberg, lo scultore Anish Kapoor, il violinista Itzhak Perlman e un'altra star di Hollywood, Michael Douglas. Tutti hanno donato il milione di dollari del premio a istituti di beneficenza. La Fondazione Genesis ha fatto sapere che Portman non intende restituire la somma, che probabilmente sarà donata, mentre i due milioni aggiuntivi promessi dal filantropo israeliano Morris Kahn andranno comunque a una Ong a difesa dei diritti delle donne.
   Ma il punto è politico. Il ministro della Cultura, Miri Regev, è stata categorica: «Mi spiace molto che Natalie Portman sia caduta nella mani dei sostenitori del Bds». Un'attrice «ebrea che è nata in Israele», ha sottolineato Regev, «si è unita a coloro che vedono il meraviglioso successo della rinascita d'Israele come una storia di tenebra e tenebra», con una parafrasi del titolo del libro «Una storia d'amore e di tenebra» di Amos Oz, poi un film diretto dalla stessa Portman. Un deputato del partito Likud, Oren Hazan, ha chiesto addirittura la revoca della nazionalità israeliana all'attrice, nata in Israele nel 1981 ed emigrata a tre anni a Washington assieme ai genitori. Il Premio Genesis doveva segnare il ritorno trionfale nella sua terra di origine, come la regina Amidala da lei interpretata in «Guerre stellari». E invece Portman sembra aver voluto indossare la maschera di «V per Vendetta».

(La Stampa, 21 aprile 2018)


Il generale iraniano ha detto a Israele: "Non avere speranza negli Stati Uniti e nel Regno Unito; quando arriveranno, non ci sarai più … L'obiettivo più piccolo sarà la tua esistenza. Non puoi resistere. Quando fuggirai, non avrai altra scelta che verso il mare". Se ciò dovesse accadere, o se i palestinesi di Gaza dovessero irrompere a migliaia nello Stato ebraico, in ogni caso Natalie Portman non ne avrebbe alcun danno. Lei continua a starsene tranquillamente negli Stati Uniti, e a scanso di ogni rischio non viene in Israele neppure per prendere un premio. M.C.


L'aggressore antisemita si presenta

Ha colpito un israeliano con la cintura, a Berlino. Per lui è scattato un mandato d'arresto.

Il giovane che martedì sera ha aggredito un giovane israeliano nel distretto berlinese di Prenzlauer Berg si è costituito alla polizia. Il giovane ha 19 anni, è arrivato giovedì pomeriggio in compagnia del suo avvocato all'Ufficio per l'investigazione criminale di Berlino. È stato portato davanti a un magistrato inquirente che quella sera stessa ha emesso un mandato di cattura. Sul fatto il giovane tace. E' un profugo dalla Siria che vive in Germania dal 2015. Sembra che sia alloggiato in una casa a Königs Wusterhausen (Brandeburgo). Mercoledì scorso la polizia ha iniziato un''indagine, dal momento che potrebbe trattarsi di assalto antisemita e quindi di un atto politicamente motivato.
   La vittima, di 21 anni, si trovava martedì sera insieme ad un amico nel quartiere berlinese di Prenzlauer Berg. I giovani indossavano delle kippa - tradizionale copricapo ebraico. Sono stati attaccati e maltrattati verbalmente da un gruppo di uomini di lingua araba. Uno degli uomini ha colpito il ventunenne con una cintura e ha tentato di picchiarlo con una bottiglia. L'attaccante e i suoi due compagni sono fuggiti. Il ventunenne aggredito ha filmato l'atto e ha messo il video in rete.
   Mercoledì c'è stata un po' d'irritazione quando si è saputo che l'israeliano aggredito, che vive in Germania da tre anni, non è ebreo. All'inizio tutti avevano dato per scontato che fosse così, anche se il giovane non l'aveva mai detto. Nelle interviste in seguito ha detto che è israeliano, ma non ebreo e non religioso. Nel programma televisivo "Stern TV" ha detto: "Sono cresciuto tra gli ebrei; tutti i miei amici in Israele sono ebrei; ho ebrei anche tra i miei parenti. Tutto questo ha qualcosa a che fare con me, ed è molto importante per me". La kippa gli era stata regalata da un amico pochi giorni prima in Israele.
   
(Die Welt, 20 aprile 2018 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


Il Parlamento Europeo denuncia "l’uso di scudi umani” da parte del gruppo terroristico Hamas

di Tiziana Benini

ROMA - Il Parlamento Europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che denuncia Hamas, gruppo terroristico che "usa scudi umani", "sembra mirare a intensificare le tensioni" al confine tra Gaza e Israele. La risoluzione, era iniziata con un testo decisamente contro Israele che nelle prime bozze premeva persino per un embargo sulle armi allo stato ebraico. La mozione finale di tre pagine, invece, approvata con 524 voti a favore, 30 contrari e 92 astensioni, inizia osservando che, nel quadro dell'attuale "marcia del ritorno" ai confini fra Gaza e Israele, Hamas ha mandato suoi uomini a lanciare bombe incendiarie e pietre, che alcuni manifestanti hanno cercato di aprire brecce nella recinzione di confine per infiltrarsi in Israele, e ricorda che Hamas è considerata dall'Unione Europea un'organizzazione terroristica che invoca la distruzione di Israele e continua a lanciare razzi da Gaza sul territorio israeliano. La risoluzione dice inoltre che Hamas "continua a tenere sotto controllo la popolazione nella striscia di Gaza, che resta un centro di organizzazioni terroristiche riconosciute a livello internazionale", e limita fortemente "le libertà fondamentali, incluse le libertà di associazione e di espressione". Dopo le raccomandazioni rivolte a Israele, la risoluzione riconosce "le sfide alla sicurezza di Israele e la sua necessità di proteggere il proprio territorio e le proprie frontiere usando mezzi proporzionati" e "condanna gli attacchi terroristici di Hamas e di altri gruppi militanti contro Israele dalla striscia di Gaza, compreso il lancio di razzi, le infiltrazioni nel territorio israeliano e la costruzione di tunnel".

(Prima Pagina News, 20 aprile 2018)


Negazionismo

di Gadi Luzzatto Voghera*

Ho appena scoperto - ma guarda tu come sono sbadato… - che i soldati della Brigata ebraica "al contrario degli ebrei che combatterono come partigiani italiani", erano in realtà foreign fighters (mercenari si direbbe in italiano) al soldo degli imperialisti inglesi. Uomini senza scrupoli che avrebbero partecipato ai rastrellamenti in sud Tirolo e in Carinzia di civili tedeschi, catturati per il solo fatto di essere tedeschi. Una pulizia etnica. Seguendo questa logica, potremmo sostenere senza vergogna che gli antifascisti che combatterono nelle Brigate internazionali durante la guerra civile spagnola furono in realtà degli armigeri prezzolati dall'URSS e assatanati tagliagole senza morale.
   Si tratta dell'elaborazione faticosamente prodotta in certi ambienti del complottismo e della propaganda anti-israeliana in Italia per opporsi con l'uso e l'abuso della documentazione storica alla partecipazione delle bandiere della Brigata Ebraica alle celebrazioni della Liberazione. Il passaggio logico sarebbe questo: i sionisti (=ebrei cattivi, che in seguito creeranno l'esercito di Israele effettuando la pulizia etnica in Palestina) si inquadrarono surrettiziamente nell'esercito inglese combattendo poco o nulla, concentrandosi invece in due tipi di attività: andare alla ricerca di tedeschi in quanto tali (chiamandoli criminali nazisti) per ucciderli sommariamente in azioni degne degli squadroni della morte sudamericani; e organizzando l'emigrazione clandestina di ebrei in Palestina con l'intento programmatico di effettuare una sostituzione etnica.
   Se ci si racconta la storia in questo modo, distaccandola completamente dalle dinamiche storiche, dalla documentazione archivistica e dalla contestualizzazione (che sono gli strumenti del ricercatore storico rigoroso), l'operazione riesce, ed è perfettamente funzionale alle tesi politiche che da anni indicano "l'imperialismo sionista" come la causa unica dei disastri mediorientali e non solo. Si tratta in realtà di una nuova e inedita frontiera del negazionismo, che utilizza in maniera programmatica alcune informazioni storiche veritiere (solo alcune) rendendole funzionali a una narrazione della storia scritta per dimostrare una tesi politica precostituita. Una narrazione fasulla, ma che risulta affascinante e quindi molto efficace perché "alternativa" alla storia ufficiale ed "esplicativa" ("vi dico io come sono andate veramente le cose…") di situazioni storiche complesse e articolate. Un brutto modo di fare cultura, che allarma ancora di più dal momento che discorsi del genere sono echeggiati nei giorni scorsi in incontri organizzati in aule di università pubbliche a Milano e a Torino, sotto gli occhi indifferenti di autorità accademiche spesso un po' troppo distratte di fronte a questi temi.

* Direttore Fondazione CDEC

(moked, 20 aprile 2018)


L'antisemitismo in Italia non è morto e viene analizzato dalla Rai

Un progetto tv ai razzismi di oggi

di Franca Giansoldati

ROMA - L'allarme lo hanno lanciato da tempo le comunità ebraiche di tutta Europa. L'antisemitismo non è finito, anzi, i rigurgiti sono continui e preoccupanti. La Rai ha deciso di andare a fondo a questo fenomeno che spesso sfocia in fatti di cronaca angoscianti, anche in Italia, come le botte a chi indossa la kippah, affidando a Rai 3 un reportage-inchiesta in sei puntate sul razzismo e le sue nuove forme. La prima puntata è fissata per domenica 22 prossima con un percorso storico sulla discriminazione e la persecuzione degli ebrei sotto il regime fascista, utile a analizzare e comprendere le nuove forme di espressione del razzismo nel linguaggio e nei comportamenti, oggi, in Italia. Gad Lerner, il giornalista al quale è stata affidato il progetto che è composto da sei diversi racconti: storie e testimonianze, tra passato e presente, che si misurano e si scontrano con l'insidia del pregiudizio e del disprezzo nei confronti di chi percepiamo come altro, come diverso, nella riproposizione del meccanismo "noi e loro".
  La prima puntata è dedicata a «Noi e gli ebrei». Seguiranno poi «Noi e gli africani», «Noi e gli arabi», "Noi e gli zingari», «Noi e i cinesi» e «Il razzismo contro gli italiani». Verranno analizzate anche le tifoserie sul fenomeno dell'antisemitismo e sull'uso del termine ebreo come insulto per varcare poi, nel centro storico di Roma, il portone dell'elegante Palazzo Wedekind. Sede dal 1938 al 1943 della Difesa della Razza, la rivista fascista diretta da Telesio Interlandi voluta dal Duce, oggi ospita il quotidiano Il Tempo, che il 30 dicembre scorso ha dedicato la prima pagina a Mussolini Uomo dell'anno e di cui Lerner intervista il direttore.
  Nel Ghetto di Roma, visitato nel ricordo degli 8869 ebrei italiani deportati e uccisi nei lager nazisti - un quarto di tutti i cittadini ebrei del Paese - Lerner incontra Riccardo Pacifici: tra queste case, nel 1943, furono rastrellati oltre mille uomini, donne e bambini, di cui solo 16 sopravvissero allo sterminio. Oggi, nella Capitale, gli ebrei forse non avvertono un'atmosfera di assedio ma i timori sono tanti.
  Uno dei bersagli dell'antisemitismo dei nostri giorni è, per esempio, il finanziere ebreo ungherese George Soros. Lerner ne parla con il filosofo Diego Fusaro e, a Budapest, sede della Central European University considerata dalla propaganda governativa centro di diffusione del «pensiero sorosiano», con il presidente dell'ateneo Michael Ignatieff e con il portavoce di Viktor Orbàn, vincitore delle recenti elezioni ungheresi. In chiusura, l'incontro e l'intervista, a Parigi, con Serge Klarsfeld e con sua moglie Beate, gli ultimi cacciatori di nazisti.
  «La difesa della razza» è un programma di Gad Lerner e Laura Gnocchi con Francesco Esposito e Liviana Traversi. Produttore esecutivo Elena Milani. Regia Stefano Obino.

(Il Messaggero, 20 aprile 2018)


Così l'Europa centrale si riscopre culla dell'antisemitismo

di Mauro Zanon

 
PARIGI - Da quando è stata votata la legge che nega la responsabilità della "nazione polacca" nella Shoah, lo scorso 1o febbraio, tira una brutta aria di antisemitismo a Varsavia. In Germania, la recrudescenza degli atti violenti contro gli ebrei è una questione che suscita grande inquietudine nel governo di Angela Merkel, al punto che si è deciso di creare il posto di "delegato interministeriale per la lotta contro l'antisemitismo". Nella vicina Austria, dove il premier conservatore Sebastian Kurz governa assieme ai nazionalisti dell'Fpö, dal 2014 a oggi gli episodi antisemiti sono raddoppiati. "L'antisemitismo si affaccia nuovamente nell'Europa centrale", titola il Monde in edicola il 20 aprile (ved. foto), dedicando un approfondimento a questo virus che sembrava estirpato e invece negli ultimi anni è tornato a diffondersi in maniera capillare, in particolare nella regione mitteleuropea.

 Il 51 per cento dei polacchi non vuole che la propria figlia sposi un ebreo
  "Perché nessuno vuole controllare il flusso di ebrei? Sono una piaga peggio degli islamisti e dei comunisti messi assieme", si legge nel messaggio di un telespettatore apparso in sovraimpressione sulla rete televisiva pubblica Tvp Info. "Gli ebrei hanno mostrato il loro vero volto: l'industria dell'Olocausto serve loro per estorcere milioni di crediti immaginari alla Polonia", scrive un altro. È la Giornata internazionale dedicata alla memoria delle vittime dell'Olocausto, ma è questo il tenore delle reazioni. Rafal Ziemkiewicz, editorialista principe del settimanale ultraconservatore Do Rzeczy, è solito fare "ironia" sulla Shoah in prima serata. Un giorno ha detto che gli ebrei sono stati gli "assistenti" dei nazisti attorno ai forni crematori, e su Twitter, in piena crisi diplomatica con Israele, ha scritto: "Per molti anni, ho cercato di convincere i polacchi che bisognava sostenere Israele (…) Oggi a causa di qualche stupido e di qualche parassita affetto da cupidigia, mi sento un cretino". Dalla controversa legge sulla Shoah, che ha incrinato i rapporti con gli Stati-Uniti e Israele, si assiste a Varsavia a una vera e propria liberazione della parola antisemita. Il direttore del Museo di Auschwitz-Birkenau, Piotr Cywinski, è stato il bersaglio di una campagna di odio senza precedenti, scatenata da un pubblicitario molto vicino al governo. Quest'ultimo ha accusato Cywinski di "lavare Auschwitz dagli elementi che mostrano l'eroismo polacco" e di fare così il gioco della "narrazione ebraica". Secondo il direttore del Centro di ricerca sui pregiudizi dell'Università di Varsavia, Michal Bilewicz, c'è "un'epidemia di linguaggio di odio che si propaga nel discorso pubblico polacco". Per quest'ultimo, la recrudescenza dell'antisemitismo è palpabile soprattutto in un dato emerso da uno studio: "Oggi, il 51 per cento dei polacchi dice di non volere che la propria figlia sposi un ebreo. È lo stesso livello del 1967. Dallo stesso studio emerge che il 30-40 per cento delle persone intervistate crede nell'esistenza di un complotto ebraico".

 947 atti antisemiti nel 2017, un aumento del 55 per cento rispetto al 2016
  Non passa giorno senza che la Germania non venga scossa da un episodio antisemita. Sempre più spesso ne accadono anche tre nell'arco di ventiquattro ore, come mercoledì scorso. A Berlino, nel quartiere di Prenzlauer Berg, un ragazzo israeliano di 19 anni che indossava la kippah è stato preso a cinghiate da un giovane siriano musulmano; gli Echo Awards, gli oscar della musica assegnati dalle case di produzione tedesche, hanno incoronato due rapper, Kollegah e Farid Bang, che nel loro album cantano in tutta tranquillità "Il mio corpo è più definito di quello di un prigionieri di Auschwitz" e "Faccio un alto Olocausto, arrivo con la Molotov"; a Costanza, nel sud della Germania, è stata annunciata la pièce teatrale "Mein Kampf", una farsa sulla gioventù di Hitler diretta da un tedesco di origini turche, che agli spettatori che indosseranno una svastica il giorno dello spettacolo non farà pagare il biglietto. Metteteli tutti assieme e capirete cosa sta succedendo in Germania. Per prenderne maggiormente conoscenza, basta leggere le cifre del Centro di informazione e di ricerca sull'antisemitismo di Berlino (Rias): 947 atti anti ebraici nel 2017, ossia il 55 per cento in più rispetto all'anno precedente. L'arrivo massivo degli immigrati musulmani, nonostante i media cerchino di nasconderlo, è una delle cause principali di questo aumento esponenziale. Felix Klein, a partire dal prossimo 2 maggio, ricoprirà l'incarico di "delegato interministeriale per la lotta contro l'antisemitismo", con l'obiettivo di ridurre queste cifre drammatiche.

 L'Fpö, tra citazioni di Hitler e t-shirt naziste
  Il primo ministro di Vienna, Sebastian Kurz, governa da appena quattro mesi con la destra radicale dell'Fpö, ma gli scivoloni antisemiti dei compagni di Heinz-Christian Strache si moltiplicano. Un diplomatico austriaco a Tel-Aviv è stato richiamato in Austria, dopo essersi mostrato con addosso una t-shirt nazista. Un politico locale in quota Fpö è stato sospeso dal suo incarico per aver condiviso su WhatsApp delle citazioni di Adolf Hitler. E Udo Landbauer, candidato a un'elezione regionale, è stato costretto alle dimissioni, dopo la scoperta di libri di canti che facevano apologia del Terzo Reich nella corporazione pangermanista di cui era un dirigente. "Abbiamo oggi e dinanzi alle generazioni future un dovere di responsabilità per la memoria delle vittime dell'Olocausto", ha affermato il vicecancelliere Strache, cercando di spazzare via le accuse di antisemitismo. Ma la comunità ebraica locale non è convinta dalle rassicurazioni del leader dell'Fpö. "Abbiamo effettuato delle ricerche che certificano, negli ultimi anni, un finanziamento sistematico da parte dell'Fpö di organismi che diffondono idee antisemite", ha dichiarato Alexander Polak, presidente dell'associazione SOS Mittmensch. Die Aula, rivista dove si affiancano negazionisti e neonazisti, è uno dei fogli di riferimento del partito di Strache. L'Fpö ha la pubblicità assicurata tra le pagine del magazine e alcuni dei suoi membri impugnano anche la loro penna per esprimere opinioni sui temi più svariati. Per tentare di spegnere le polemiche, Strache ha annunciato la creazione di un comitato incaricato di effettuare un lavoro di memoria in seno al partito. Il primo bilancio sarà reso pubblico ad ottobre, ma per molti osservatori non basterà per scacciare definitivamente i vecchi demoni antisemiti.

(Il Foglio, 20 aprile 2018)


Ambasciata romena a Gerusalemme

Come gli Usa

II governo della Romania ha deciso di spostare la sua ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. La decisione è stata presa in seguito alla risoluzione votata alle Nazioni Unite che criticava la scelta degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. La Romania si era astenuta dal voto.

(La Stampa, 20 aprile 2018)


Il resort delle spie israeliane. Surf e sole per salvare gli etiopi

Così negli Anni 80 il Mossad utilizzò un villaggio del Sudan come base

di Giordano Stabile

 
Uno dei voli organizzati per portare in Israele gli ebrei etiopi
Un meraviglioso «mondo a parte», un paradiso per le immersioni sulla costa sudanese del Mar Rosso, lontano centinaia di chilometri dalla prima città. Il Villaggio Arous, all'inizio degli Anni 80 era il primo resort di questo tipo nel Paese retto da una dittatura militare, ma ancora in gran parte incontaminato. Era stato completato da imprenditori italiani nel 1972, ma non era mai decollato, finché una compagnia svizzera lo aveva affittato e rilanciato. Solo che la «compagnia svizzera» era il Mossad. E i gestori del villaggio agenti sotto copertura, incaricati di una delle più difficili missioni di salvataggio di una comunità ebraica.
   L'affitto del resort era il primo passo dell'Operazione Mosè, che nel giro di tre anni riuscirà a portare dall'Etiopia a Israele 18 mila ebrei etiopi. Fino alla fine degli Anni 70 erano vissuti sugli altipiani, così isolati da essere convinti di essere gli ultimi ebrei rimasti al mondo. Finché, nel 1977, uno di loro, Ferede Aklum, si unisce a una colonna di profughi in fuga dalla guerra civile. Aklum raggiunge un campo vicino al confine, in Sudan. È il primo contatto con il mondo esterno. Fra il 1977 e il 1980 oltre 14 mila ebrei etiopi arrivano nei campi profughi di Gedaref e Kassala, 1500 muoiono di stenti lungo la strada. La notizia delle condizioni difficili della comunità, che in Etiopia rischia di essere spazzata via dalla dittatura di Menghistu, convince il premier israeliano Menachem Begin ad agire. Gli uomini del Mossad nel resort sul Mar Rosso hanno l'ordine di raggiungere gli ebrei nei campi e farli uscire dal Sudan.
   I 15 bungalow sono stati dotati di generatori per l'elettricità, una grande cucina, sala da pranzo con vista sul mare. Una parte del personale è locale, mentre gli 007 hanno falsi passaporti svizzeri e si fingono manager, cuochi, istruttori di windsurf o immersioni. Uno di loro, Gad Shimron, intervistato dalla Bbc, racconta divertito di aver «introdotto il windsurf in Sudan» e aver dato lezioni agli ospiti del villaggio, del tutto ignari. La clientela comprendeva ufficiali dell'esercito egiziano, sudanesi, soldati inglesi, diplomatici europei a Khartoum.
   Di notte gli agenti del Mossad però partono per missioni nel deserto, fino a un punto di incontro a dieci chilometri da Gedaref. «Dicevamo allo staff che andavamo a Khartoum o trovare delle amiche infermiere all'ospedale di Kassala», racconta ancora Gad. Al punto di incontro vengono raccolti i rifugiati e portati fino alla costa: «Non sapevano neanche che eravamo israeliani, raccontavamo che eravamo mercenari». Una volta sulla spiaggia vicino i profughi vengono caricati su gommoni Zodiac delle forze speciali israeliane e trasportati fino a una nave militare, la Bat Galim, e di lì in Israele. Finché la guardia costiera sudanese li scambia per contrabbandieri e spara su uno degli Zodiac. Bisogna trovare un'altra strada. Uno degli agenti scova una pista di atterraggio britannica della Seconda guerra mondiale. Nel maggio del 1982 il primo C- 130 Hercules atterra in piena notte, carica 130 profughi e li porta in Israele.
   Uno di loro, ricorda ancora Gad, gli ha descritto quello che provava: «Non hai idea che cosa significa per me salire su un aeroplano nel mezzo del deserto sudanese, in piena notte, senza aver mai visto prima un aereo: mi sentivo il profeta Giona che entra nella pancia della balena, e dopo tre ore ero nella terra di Zion» . Nei mesi seguenti altri 17 voli sono completati senza incidenti. Le cose peggiorano però anche in Sudan. La carestia uccide migliaia di persone. Il generale Jaafar Nimeiri, su pressione americana, permette che altri 6800 ebrei sudanesi vengano trasferiti con voli di linea via Bruxelles, in segretezza per non essere accusato di complicità con lo Stato ebraico.
Ma il 6 aprile Nemeiri viene rovesciato da un golpe. La nuova giunta scopre la missione del Mossad. Il governo israeliano ordina il ritiro immediato. Gli agenti lasciano il resort a bordo di due fuoristrada e si dirigono verso la pista di atterraggio dei C-130. Riescono a farcela e tornano a casa sani e salvi. In tre anni hanno salvato 18 mila ebrei etiopi.

(La Stampa, 20 aprile 2018)


"L'antisemitismo islamico minaccia la pace tedesca". Parla Abdel-Samad

Dopo l'attacco a un ragazzo con la kippa a Berlino

Hamed Abdel-Samad
ROMA - Ieri un video ha fatto il giro di tanti media. Un ragazzo arabo israeliano si è messo la kippah per vedere cosa sarebbe successo a passeggiare per le strade di un quartiere bene di Berlino. Un ragazzo siriano lo ha colpito a cinghiate al grido di "ebreo". Adesso un libro fa luce su questo nuovo incubo tedesco, l'antisemitismo che risorge dalle ceneri di Auschwitz. Ma un antisemitismo particolare. Muslimischer Antisemitismus. Eine Gefahr für den gesellschaftlichen Frieden in Deutschland? Ovvero l'antisemitismo islamico che mette a rischio la pace sociale in Germania.
   Lo ha scritto un intellettuale israeliano di sinistra, David Ranan, che ha condotto più di settanta interviste con i musulmani tedeschi. E i risultati non sono rassicuranti. "Il 74 per cento della popolazione dei paesi del medio oriente e del Nord Africa condivide atteggiamenti antisemiti" scrive Renan. "Gli ebrei hanno troppa influenza nel settore finanziario, si sostengono a vicenda, formano cricche, hanno troppo potere sulle grandi banche, dominano la politica mondiale e si sono organizzati in società segrete". Ranan voleva andare oltre gli episodi più duri: "So che ci sono proteste in cui la gente urla 'ebrei al gas', che ci sono predicatori dell'odio, ma mi è anche chiaro che non si può misurare 1,6 miliardi di musulmani basandosi su pochi estremisti, voglio mettere un certo ordine in questo dibattito". Circa la metà degli intervistati sono donne e la maggior parte ha completato il liceo o studiato all'università. "Non volevo intervistare i ragazzi di quindici anni che avevano visto la notte precedente Israele bombardare Gaza". Una donna ingegnere cresciuta in una famiglia turca gli dice: "La gente ne parla, il mondo è governato da alcune famiglie, circa 120 famiglie, ebrei e controllano il governo. Tutte queste malattie, i batteri, che si stanno diffondendo ovunque nel mondo, presumibilmente vengono da lì". C'è chi dice a Ranan che un importante politico israeliano ha rapito una ragazza palestinese per far trapiantare i suoi occhi blu nel suo cieco figlio. Uno dei soggetti intervistati da Ranan, la cui madre è fuggita nel 1933 dai nazisti, è davvero convinto che il furto d'organi da parte di Israele sia davvero successo.
   L'anno scorso, la polizia ha registrato 1.453 reati antisemiti, una media di quattro al giorno. E' successo che l'Abraham Geiger College a Potsdam abbia invitato gli studenti a non portare la kippah per strada e lo stesso ha fatto la scuola Or Avner di Berlino. Nel centrale distretto berlinese di Friedenau, Daniel Alter, uno dei primi tre rabbini ordinati in Germania dai tempi del nazismo, è stato pestato da quattro giovani arabi mentre si trovava per strada con la figlia di sei anni. Tutto era partito con una domanda: "Sei ebreo?". E' finito in ospedale, con lo zigomo fratturato e una riflessione amara: "Non so come spiegare a mia figlia perché gli ebrei non appartengono alla vita quotidiana della Germania di oggi".
   Ne parliamo con l'intellettuale e ricercatore tedesco-egiziano Hamed Abdel-Samad, sotto scorta per le minacce di morte dei fondamentalisti islamici e autore in Italia del libro sul Corano. Messaggio d'amore, messaggio di odio (Garzanti). "L'antisemitismo islamico sta esplodendo qui, dopo che per anni le autorità si sono rifiutate di parlarne" dice Abdel-Samad al Foglio. "I media e il governo non ne hanno voluto scriverne nel timore di dare forza all'estrema destra, ma ora ci sono attacchi orribili nelle strade contro gli ebrei soltanto perché indossano una kippah. Stiamo andando verso una 'situazione francese'. I musulmani che arrivano dal medio oriente portano con sé il terribile odio antisemita che hanno a lungo coltivato nei propri paesi di origine. Era una illusione l'idea che si sarebbero lasciati il proprio antisemitismo islamico ai confini della Germania". Il rischio, scrive Ranan, è allora quello di rovesciare quella pace sociale che la Germania ha faticosamente costruito dopo che un'altra, ben più terribile ondata di Judenhass l'aveva distrutta.
   
(Il Foglio, 20 aprile 2018)


Si celebra in Israele il 70o anniversario del Giorno dell'Indipendenza

di Cinzia Rizzi

Proseguono i festeggiamenti in Israele per il 70esimo anniversario del Giorno dell'Indipendenza. Si è tenuta questo giovedì a Gerusalemme una cerimonia nella residenza presidenziale, alla quale hanno presenziato, oltre al Capo dello Stato Reuven Rivlin, il premier Benyamin Netanyahu e alti rappresentanti del governo.
La dichiarazione d'indipendenza israeliana avvenne il 14 maggio 1948, che corrispondeva al quinto giorno del mese di Iyar, nel calendario ebraico e quest'anno corrisponde al 19 aprile. Sono centinaia di migliaia gli israeliani che hanno celebrato in tutto il Paese la ricorrenza. In tanti sono accorsi sulle spiagge delle città costiere per assistere alla parata aerea dell'aviazione dello Stato Ebraico.

(euronews, 19 aprile 2018)


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"Israele, sogno realizzato"

 
Due ore e mezza di cerimonia, in grande stile come non si vedeva da tempo. Tutto ha funzionato ieri nel grande evento che a Gerusalemme ha aperto i festeggiamenti per i 70 anni d'Israele. Un anniversario celebrato in tutto il Paese, con iniziative e concerti da Haifa ad Eilat. E quello nella capitale, sottolineano oggi i media israeliani, è stato l'evento più grande e più costoso della giovane storia del Paese: 1.500 persone, tra cantanti, musicisti, ballerini, sbandieratori, hanno preso parte alla cerimonia. 6500 le persone tra il pubblico, quasi il doppio rispetto agli eventi passati. Durante la cerimonia sono state accese dodici fiaccole a rappresentare le dodici tribù di Israele.
   Una delle torce è stata accesa dal Primo ministro Benjamin Netanyahu. La sua partecipazione ha modificato il protocollo ed è stata oggetto di discussione con il portavoce della Knesset Yuli Edelstein: questione poi rientrata ma che ha portato ad un vero scontro tra i due. Il tutto, almeno per il momento, è stato dimenticato grazie alla grande festa per i 70 anni della democrazia israeliana. "Tutte le altre nazioni che hanno affrontato l'esilio sono crollate, ma solo il popolo ebraico ha rifiutato di scomparire e non ha mai rinunciato al sogno di tornare a Sion", ha dichiarato Netanyahu. "Alcuni cercano di spegnere la luce che proviene da Sion - ha continuato il Premier - Non accadrà". Netanyahu ha detto che Israele è la patria di una comunità eterogenea di ebrei, ma anche di musulmani. E ha poi, in conclusione, ringraziato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per aver riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele.
   Ad accendere le altre undici torce, il celebre musicista Shlomo Artzi, gli attori Ze'ev Revach e Leah Koenig, il comandante del Palmach e poi ufficiale dell'esercito israeliano Yeshayahu Gavish; una imprenditrice Haredi nel settore HiTech, Racheli Ganot; Noam Gershuni, ex pilota di elicotteri da combattimento ferito durante la Seconda Guerra del Libano; Margalit Zinati, membro di un'antica famiglia ebraica che ha mantenuto la presenza ebraica in Galilea ininterrottamente dai tempi del Secondo Tempio; il leader spirituale druso Sheikh Mowafaq Tarif; Marcelle Machluf, preside della facoltà di biotecnologia e ingegneria alimentare del Technion; Aviezri Fraenkel, uno dei primi ricercatori israeliani di informatica; Mai Korman, studente di scuola superiore con problemi di udito che ha sviluppato un sistema di notifica unico che avvisa i genitori se hanno dimenticato di lasciare un bambino in macchina; e il linguista Avshalom Kor. Persone eterogenee che rappresentano a loro modo le diverse anime di una grande nazione.

(moked, 19 aprile 2018)


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70 anni di Israele, l'esibizione aerea dei militari

TEL AVIV - Esibizione aerea nei cieli di Tel Aviv per l'esercito israeliano per celebrare la festa dell'indipendenza. La data della festa secondo il calendario ebraico è il quinto giorno del mese di Iyar; la data originale era il 14 maggio 1948 ma quest'anno 2018 si festeggia il 19 aprile. Caccia F15 e F16, C-130 Hercules, elicotteri Apache si sono esibiti sopra la spiaggia della città.

(askanews, 19 aprile 2018)


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Israele, terra d'amore

Le celebrazioni per i 70 anni d'Israele hanno spinto una nostra sorella in fede a spedirci per l'occasione una sua composizione, che volentieri pubblichiamo.

Quando ho visto Gerusalemme per la prima volta,
i miei occhi hanno pianto di gioia... La citta' del Gran Re!
E il deserto? La sua bellezza mi ha lasciato senza fiato!
In quei momenti ho respirato l'aria eterna: passato, presente e futuro
in un fazzoletto di terra: Eretz Israel!
I raggi dorati del sole erano brillanti sulla terra
e sul mare tutto era splendore!
Quanto lavoro in questi 70 anni!
Lavorare con le armi in mano
non sarà stato facile ma il Signore
ha lavorato per te!
Il Signore è la tua barriera,
Il Signore è il tuo esercito,
Colui che ti guarda e ti custodisce,
Tu sei la pupilla del suo occhio!
Il Signore è Colui che consola
ed asciuga tutte le tue lacrime,
che ti porta in braccio,
un Padre affettuoso che si prende cura di te con immenso amore!
Il mio cuore danza e canta insieme a te...
Buon Compleanno Israele!

Carmela Palma

(Notizie su Israele, 19 aprile 2018)


Berlino, antisemita agli arresti

L'aggressore che aveva assalito un uomo con la kippah si è costituito. È un 19enne siriano.

Il fustigatore antisemita berlinese
Ha un volto l'aggressore che, impugnando una cintura come una frusta, aveva assalito due giorni fa a Berlino un uomo con la kippah (il copricapo ebraico), nei pressi di una fermata dell'autobus. Si tratta di un ragazzo di 19 anni, siriano, che si è costituito alla polizia.
La vittima aveva ripreso con il telefono l'aggressione e poi aveva postato su internet il video.
Il ragazzo aggredito nella serata di mercoledì aveva dichiarato di essere un arabo israeliano e di aver indossato la kippah come esperimento per testare la sicurezza degli ebrei per le strade della capitale tedesca.

(RSI News, 20 aprile 2018)


Vertici militari israeliani condannano volantini di attivisti di estrema destra

GERUSALEMME - Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, ed il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, Gadi Eisenkot, hanno condannato i volantini diffusi oggi che attaccano un comandante delle Forze di difesa israeliane. Lo riporta il quotidiano "Times of Israel", annunciando l'arresto di quattro attivisti di estrema destra. "Mi rattrista che gli elementi estremisti abbiano deciso di celebrare il 70mo anniversario dell'Indipendenza di Israele. Gli stessi elementi stanno lavorando contro quelli che giorno e notte lavorano per proteggere la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini, in un modo professionale che merita ammirazione", ha detto Eisenkot. Da p arte sua, il ministro della Difesa ha detto: "I volantini che incitano contro il comandante della brigata Samaria sono una vergogna e una disgrazia. Agiremo con tutti i mezzi per consegnare i responsabili alla giustizia". Nei volantini si legge che il colonnello Gilad Amit "spara agli ebrei" ed è ostile ai coloni israeliani.

(Agenzia Nova, 19 aprile 2018)


Contro ogni antisemitismo il 25 aprile e sempre!

Domenica 22 aprile alle ore 15 in piazza San Babila a Milano il presidio di chi dice no a qualsiasi forma di antisemitismo. Sarà una manifestazione apartitica e apolitica rivolta a chiunque voglia ribadire chiaramente un netto rifiuto verso un antisemitismo che sta tornando tristemente di attualità. Promotore l'Europarlamentare Stefano Maullu: "Chi difende Israele difende la Libertà".

MILANO - Anche quest'anno - come purtroppo già accaduto troppe volte - alla vigilia del giorno della Liberazione non sono mancati gli annunci di contestazioni alla Brigata Ebraica, che sfilerà durante il corteo del 25 aprile. Il 'Fronte Palestina' ha annunciato un presidio proprio il 25 aprile in piazza San Babila 'contro la presenza sionista al corteo'.
"Qualcuno vuole trasformare la festa della Liberazione nel solito attacco becero e violento alla Brigata Ebraica, a Israele, agli ebrei - spiega l'Europarlamentare milanese Stefano Maullu, promotore dell'iniziativa di domenica 22 in piazza San Babila -. E' giunto il momento di dare un segnale forte, di dire con chiarezza che non possiamo accettare di assistere ogni anno a manifestazioni di razzismo che riportano ad un passato tragico da rigettare con ogni mezzo. Da qui nasce la decisione di promuovere un presidio domenica alle 15, un momento di testimonianza e condivisione senza sigle di partito o politiche, semplicemente un modo per far sì che la voce della Milano civile sia più alta di quella dei violenti, degli intolleranti, degli antisemiti. Non ci sarà alcuna connotazione partitica: abbiamo invitato a partecipare tutti, proprio perché il valore della lotta all'antisemitismo è una scelta di campo che supera qualsiasi barriera e distinzione politica".
Il presidio prenderà il via alle ore 15 di domenica 22 aprile e vedrà il coinvolgimento attivo di rappresentanti delle Istituzioni milanesi e lombarde, di realtà associative e culturali.
"Avremmo potuto organizzare questo presidio il 25 ma non volevamo prestare il fianco a polemiche, contrapposizioni o problemi di ordine pubblico, per cui abbiamo scelto di farlo 3 giorni prima - continua Stefano Maullu -. Il messaggio che vogliamo dare è chiaro: Europa, Italia e Israele devono essere legate da un filo saldo di amicizia e alleanza. Lo vogliamo dire partendo da Milano e da un 25 aprile in cui non è più tollerabile assistere a certi spettacoli indecorosi. Chi promuove antisemitismo e intolleranza non dovrebbe poter partecipare alla vita pubblica, soprattutto in occasioni in cui si dovrebbero mettere in piazza tutt'altri valori. Se è legittimo criticare un governo, altra cosa è chiedere la cancellazione di uno Stato sovrano non riconoscendo il suo diritto di esistere".
Al presidio, al quale sono state invitate tutte le forze politiche - nessuna esclusa - al momento hanno aderito:
Comunità Ebraica di Milano,
Associazione Lombardia-Israele,
ADEI Wizo (Associazione Donne Ebree d'Italia),
ADI (Amici di Israele),
Osservatorio Solomon sulle discriminazioni,
Sinistra per Israele,
Progetto Dreyfus,
Sar-el Sezione Italiana,
UGEI (Unione Giovani Ebrei Italia),
AMPI (Associazione Milanese Pro Israele),
L'Informale, Keren Hayesod Italia Onlus,
Associazione Italia-Israele,
Associazione B' NAI B' RITH.

(Agenpress. 19 aprile 2018)


L'ambasciatore di Israele in Italia: "L'Iran destabilizza il Medio Oriente"

Ofer Sachs: "L'Iran ha preso il controllo di parti dell'Iraq e della Siria, creando un corridoio per il trasferimento di armi attraverso l'intera regione"

di Massimiliano Ferrari

 
Ofer Sachs, ambasciatore di Israele in Italia
In occasione del 70esimo anniversario della fondazione di Israele, abbiamo intervistato l'ambasciatore Ofer Sachs.

- Ambasciatore, come definirebbe l'Israele di oggi, a 70 anni dalla sua nascita?
  Israele ha antiche radici, ma da molti punti di vista è un Paese giovane, che gode di un notevole sviluppo economico e innovazione, e di una popolazione giovane e sempre in aumento. Israele ha raggiunto tutto ciò in soli 70 anni. Siamo passati dall'essere un Paese in via di sviluppo a far parte dell'Ocse, con l'economia guidata dall'industria tecnologica. È una democrazia vibrante, dove ognuno può trovare espressione, le minoranze prosperano, le donne hanno più titoli accademici rispetto agli uomini e la mobilità sociale è tra le più alte del mondo. E questi, ovviamente, sono solo alcuni esempi.

- L'idea di Trump di spostare l'ambasciata Usa a Gerusalemme nel mese di maggio è praticabile e consigliabile?
  La decisione di spostare l'ambasciata americana a Gerusalemme è stata una decisione corretta e noi la accogliamo con favore. Praticamente i preparativi sono in corso d'opera e tutto dovrebbe essere pronto per maggio. A livello concettuale, questo spostamento significa il riconoscimento del fatto storico che Gerusalemme è sempre stata la capitale del popolo ebraico e oggi è la capitale dello Stato di Israele. Questo riconoscimento è un passo fondamentale per andare avanti con il processo di pace e non pregiudica assolutamente nessuna negoziazione di pace con i palestinesi, visto che non pregiudica il fatto che le parti possono stipulare accordi su varie questioni.

- Che idea si è fatto del nuovo corso saudita? Sicuramente sul fronte interno è stata implementata una politica di vere riforme e, da parte del principe ereditario, ci sono state importanti aperture verso Israele e condanne nei confronti degli estremisti; tutto questo influirà sul dialogo con i palestinesi? Quale soluzione vede possibile?
  L'Arabia Saudita è un leader importante nel mondo arabo. Il suo riconoscimento del diritto del popolo ebraico alla propria patria contribuisce alla stabilità del Medio Oriente. Per raggiungere una pace duratura, l'appoggio dei poteri regionali è fondamentale e pertanto consideriamo la posizione saudita di particolare importanza. Speriamo che anche i palestinesi, sull'onda saudita, arrivino a un simile riconoscimento, che è una componente essenziale del processo di pace.

- Spesso l'opinione pubblica europea percepisce le questioni israeliane-mediorientali come lontane e aliene, salvo poi scoprire che i più violenti tra i terroristi dell'Isis attivi in Siria e Iraq erano cresciuti in Europa e molti foreign fighters vi faranno ritorno. L'Europa è ancora a rischio terrorismo secondo lei?
  Purtroppo, sembra che l'Europa sia ancora a rischio terrorismo. Forze estremiste sfruttano e abusano dei valori democratici, come la libertà di parola, con lo scopo di attaccare e indebolire le democrazie. Per decine di anni l'Europa ha chiuso un occhio sul radicalismo islamico, che sia stato per compiacimento o ingenuità, e i risultati li possiamo vedere. Le democrazie devono sapersi difendere da forze non democratiche. L'abuso di valori fondamentali, che trasforma la libertà di parola in parole d'odio, deve essere affrontato in modo decisivo.

- Ambasciatore, Israele celebra il 70esimo anniversario della sua fondazione in un momento particolarmente delicato: alle virulente proteste di Hamas si somma quella che voi definite una crescente presenza e pressione iraniana nel sud della Siria. Quale dei due fenomeni è più preoccupante?
  Israele intende fermamente proteggere la sicurezza dei propri cittadini da pericoli incombenti e distanti. Sin dalla sua fondazione, Israele ha affrontato minacce dirette alla propria esistenza. Sia Hamas sia l'Iran hanno dichiarato la loro risolutezza nel voler annientare Israele, e non abbiamo altra scelta se non prender sul serio ciascuna di queste minacce. Hamas sta cercando di infiltrarsi tra le comunità israeliane e di assassinare cittadini, usando i civili di Gaza come una copertura per portare a termine attacchi. Da quando Hamas è salita al potere con violenza nel 2007, ha lanciato decine di migliaia di razzi e missili verso i centri abitati israeliani. L'Iran ha di recente inviato un drone carico di esplosivi da una base iraniana in Siria verso il territorio israeliano. Ha a disposizione missili a lunga gittata e ha ingannato il mondo già molte volte circa le sue ambizioni nucleari.

- Come si spiega che la presenza delle milizie filo-iraniane in Siria, ai confini di Israele, per le cancellerie europee non rappresenti un problema e non venga compreso il timore israeliano non tanto verso Assad ma verso i suoi "ospiti"?
  Che l'Iran sia una forza di destabilizzazione nel Medio Oriente, è ormai noto. L'Iran ha preso il controllo di parti dell'Iraq e della Siria, creando un corridoio per il trasferimento di armi attraverso l'intera regione. L'Iran fornisce armi avanzate a milizie in Yemen, Iraq, Siria e in Libano. I missili a lunga gittata iraniani sono nelle mani di diversi gruppi non-statali, creando una situazione estremamente pericolosa per la regione e per il mondo: ci aspettiamo che l'Italia e altri leader europei formulino un chiaro messaggio a riguardo, dichiarandone l'intollerabilità.

- Cosa succederà se davvero gli Usa lasceranno il Medio-Oriente? I russi riusciranno a frenare l'espansionismo iraniano in Siria e Libano?
  Dal nostro punto di vista, la Russia in Siria ha una responsabilità per la stabilità della regione. Israele non può accettare l'espandersi dell'Iran in territorio siriano, perché lo scopo delle basi iraniane in Siria è quello di attaccare Israele - questo è diventato palese con l'invio a febbraio del drone iraniano in territorio israeliano. Se la Russia permetterà all'Iran si proseguire con il suo stabilizzarsi militarmente in Siria, certamente altri attacchi saranno condotti contro Israele. Noi siamo in costante contatto con la Russia riguardo questa questione.

- Nel campo della sicurezza nazionale rientra anche l'approvvigionamento energetico: dopo il discutibilissimo (ma ben poco discusso) intervento della marina turca che ha bloccato una nave italiana che avrebbe dovuto compiere trivellazioni in acque cipriote, che fine farà il progetto di gasdotto che dovrebbe collegare Israele e Italia passando per Cipro e Grecia?
  Il progetto di gasdotto sta progredendo. Ci sono diverse alternative tutt'ora allo studio per portare il gas naturale dal bacino del Levante in Europa. Siamo molto fiduciosi sul fatto che la Turchia entri a far parte del progetto. Questa realizzazione creerà significative opportunità economiche e strategiche per l'intera regione del Mediterraneo orientale.

- Che cosa chiederebbe al prossimo governo italiano, qualunque esso sia?
  Le relazioni tra Israele e Italia sono molto buone e c'è un alto livello di scambi in ogni campo, che sia politico, economico, accademico, culturale e altro. Israele vede l'Italia come un importante partner e una voce molto autorevole in Europa. Ci piacerebbe vedere le relazioni continuare ad approfondirsi per molti anni a venire.

(il Giornale, 19 aprile 2018)


La crisi siriana minaccia Israele, ma l'Europa non può dirsi al sicuro

In prospettiva rischia di rafforzarsi lo Stato islamista a ridosso delle nostre frontiere. Tanti scordano che nella crisi siriana è in ballo l'esistenza stessa di Israele.

di Renato Cristin

In Italia, il bombardamento calibrato contro installazioni militari siriane ha suscitato reazioni diverse ma unite nella preoccupazione sul rischio di una nuova guerra nella regione. In questa chiave di lettura e restringendo l'analisi al centrodestra, le prese di distanza dalla decisione anglo-franco-americana sono comprensibili. Anche il conseguente timore che un eventuale riaccendersi del conflitto interno siriano possa rianimare i tramortiti resti dell'Isis, con possibili ripercussioni terroristiche su scala europea, giustifica l'apprensione con cui si guarda alle decisioni occidentali. Inoltre, il richiamo agli alleati a non ricadere nel tragico errore che ha dato vita alla cosiddetta primavera araba, che ha distrutto la Libia e ridato forza al mostro del terrorismo islamico, è un opportuno monito di carattere storico-politico. Attenti a non destabilizzare i regimi (il monito dovrebbe riguardare anche quello egiziano, bastione difensivo antislamista), perché l'ascesa del sistema Isis è direttamente proporzionale al loro crollo.
   Lo sguardo italiano è dunque di ampio raggio, anche perché edotto da una certa vicinanza geografica e da una lunga esperienza storica di vicende arabe. Ma nessuno, né fra coloro che hanno criticato l'azione alleata, né fra coloro che l'hanno più o meno tacitamente sostenuta, ha preso in considerazione quel pezzo di Occidente immerso nel calderone medio-orientale che è lo Stato di Israele, o almeno non ne ha analizzato la condizione e il punto di vista. Se proviamo a metterci nella prospettiva israeliana e a farla interagire con i veri interessi dei popoli europei, qualcosa di essenziale dovrà cambiare nelle prese di posizione. È noto a tutti che Israele sia profondamente inquietato dall'espansione iraniana. Una preoccupazione esistenziale: per l'Europa si tratta di un problema geopolitico, per Israele è una questione di vita o di morte.
   Perciò, la domanda inaggirabile è: nel nostro Paese si è accettata l'idea che le forze armate iraniane possano acquartierarsi in Siria, organizzarsi e allestire strutture offensive al confine settentrionale di Israele? Se, in una recente intervista, un generale italiano dal prestigioso stato di servizio analizza i rischi di conflitto sullo scacchiere siriano senza mai menzionare, nemmeno di striscio, Israele, sembra purtroppo che quella presenza sia ormai digerita. Ma è proprio questo il problema. Riteniamo che l'antisionismo sia diverso dall'antisemitismo? Alcuni atteggiamenti dell'Ue e dell'Onu sembrano sostenere questa differenza, ma si tratta di una visione dagli effetti catastrofici, perché disgiungere gli ebrei dallo Stato di Israele significa aggredire entrambi. L'elemento inedito, che deve necessariamente modificare l'atteggiamento europeo nei confronti della crisi medio-orientale, è la saldatura sul terreno tra hezbollah libanesi e pasdaran iraniani avvenuta grazie al regime siriano e all'intervento russo, sancita anche dal recente vertice fra Russia, Iran e Turchia. La collaborazione sottotraccia, ma concreta, che l'Arabia Saudita del promettente principe Mohammad bin Salman ha instaurato con lo Stato ebraico è la prova della consistenza e della pericolosità di quella saldatura. In questo quadro, Israele è esposto a una minaccia mortale, ma nemmeno l'Europa deve sentirsi tanto sicura. Meno grave del larvato piano di aggressione o di pesante intimidazione a Israele da parte dell'Iran, ma non meno pericoloso in prospettiva, è infatti il rafforzamento di uno Stato teocratico islamista a ridosso delle frontiere Sudorientali dell'Europa. Mosca ha portato l'Iran sul Mediterraneo, e questo è un fatto. E che l'Iran non sia propriamente un amico dell'Occidente è un altro fatto. Ed è una certezza storica e morale che la difesa di Israele, come Stato, come popolo e come simbolo, deve rientrare in pieno fra gli interessi dell'Europa. E' vero che per l'Italia a fare da cardine in questo complesso scenario deve essere l'interesse nazionale. Ma se su alcuni punti - come il blocco dell'immigrazione, la valorizzazione della produzione industriale, artigianale e agricola, la difesa della nostra identità culturale - c'è, almeno nel centrodestra, piena chiarezza e unità di vedute, non sempre si riesce a decifrare quali siano i nostri interessi nella nebulosa internazionale. L'acquiescenza dell'Ue verso l'Iran e verso il mondo islamico in generale coincide con gli interessi italiani? La medesima accondiscendenza nei confronti dell'attuale regime turco è nell'interesse italiano? La freddezza verso Israele è nostro interesse? E la vecchia amicizia con i palestinesi? E oggi, soprattutto, come regolarci nei confronti della Russia? La Russia può e deve essere un partner, ma il nostro alleato sono e restano gli Stati Uniti. La nostra bussola è simbolicamente espressa nella rosa dei venti della Nato, il cui ampliamento a Est è l'esito di una richiesta di quei Paesi che fino a trent'anni fasi trovavano dall'altra parte della cortina di ferro.
   Per l'Italia tali questioni sono importanti, e per il centrodestra che prima o poi, legge elettorale permettendo, dovrà governare sono addirittura fondamentali, perché costituiscono il sostrato della visione del mondo che esso dovrà esprimere e promuovere nella società, diffondere e insegnare alle giovani generazioni, affinché acquisiscano quel senso della storia che purtroppo la scuola non riesce più a fornire.
   
(La Verità, 19 aprile 2018)


Israele sia una casa non una fortezza (ricordando Uri)

Il ricordo del dolore Israeliani e palestinesi possono stringere un rapporto che nasce nel lutto comune.

di David Grossman

La mia famiglia ha perso Uri in guerra, un ragazzo dolce, allegro e in gamba. Ancora oggi, quasi dodici anni dopo, mi è difficile parlare di lui in pubblico. La morte di una persona cara è anche la morte di una cultura privata, personale e unica, con un suo linguaggio speciale e i suoi segreti. Tutto questo è svanito per sempre, e non ritornerà mai più. ( ... )
   E' difficile separare il ricordo dal dolore. È doloroso ricordare, ma è ancor più spaventoso dimenticare. E quanto sarebbe facile, in questa situazione, cedere allo sdegno, alla rabbia, alla brama di vendetta. Ma ho scoperto che ogni volta che sono tentato dalla rabbia e dall'odio, immediatamente mi accorgo di smarrire il contatto quotidiano con mio figlio, che ancora sento vivere in me. ( ... )
lo so che persino nel dolore esiste il respiro, la creatività, la capacità di fare il bene. Il lutto non solo isola, ma sa anche unire e rafforzare. Persino i nemici storici, come gli israeliani e i palestinesi, possono stringere tra di loro un rapporto che nasce dal lutto, e a causa di questo. ( ... )
   E anche il nostro modo non solo di piangere la perdita insieme, bensì anche di contemplare il fatto che non abbiamo fatto abbastanza per scongiurarla.( ... )
   Questa settimana, Israele celebra il 70o anniversario della sua fondazione. lo spero che potremo celebrare questa ricorrenza per molti anni ancora, con le future generazioni di figli, nipoti e pronipoti che vivranno qui, a fianco di uno stato palestinese indipendente, in pace, sicurezza e creatività, ma soprattutto nel tranquillo trascorrere dei giorni, in buoni rapporti di vicinato. Mi auguro che tutti si sentiranno ugualmente a casa propria.
   Come definire la casa? La casa è il luogo i cui muri - i cui confini - sono chiari e pattuiti. La cui esistenza è stabile, inoppugnabile e serena. ( ... )
I cui rapporti con i vicini sono basati su norme concordate. Un luogo che proietta un senso di futuro. Noi israeliani, persino dopo 70 anni ( ... ) non siamo ancora arrivati a quel punto. Non siamo ancora a casa. Israele è stato fondato per far sì che il popolo ebraico, che mai si è sentito a casa propria in giro per il mondo, potesse finalmente avere una casa. E oggi, 70 anni dopo, malgrado tante meravigliose conquiste nei più svariati campi, il forte stato di Israele somiglia piuttosto a una fortezza, ma non ancora a una casa. La strada per risolvere l'immensa complessità dei rapporti che intercorrono tra Israele e i palestinesi può riassumersi in una formuletta: se i palestinesi non hanno una casa, nemmeno gli israeliani potranno averne una. Ma anche l'opposto è vero: se Israele non ha una casa, nemmeno la Palestina sarà casa per il suo popolo. ( ... )
   Quando Israele opprime un altro popolo per 51 anni, e occupa le sue terre, e mette in piedi una realtà di apartheid nei territori occupati, ecco che diventa molto meno di una casa. E quando il ministro della difesa Lieberman tenta di impedire ai palestinesi costruttori di pace di partecipare a un incontro come questo nostro, Israele non è la mia casa. ( ... )
   E quando il governo israeliano è pronto a mettere a rischio la vita dei richiedenti asilo e di deportarli in luoghi a loro ignoti, forse incontro alla morte, Israele è molto meno di una casa ai miei occhi. E quando il primo ministro diffama e accusa le organizzazioni per i diritti umani Israele diventa ancora meno di una casa. Per tutti. ( ... )
   Israele ci fa soffrire, perché è la casa che vorremmo avere. Perché riconosciamo quanto sia bello per noi avere uno Stato, e siamo orgogliosi delle sue scoperte e conquiste in tantissimi campi. ( ... ) Ma soffriamo nel vedere fino a che punto questo ideale è stato snaturato. ( ... )
   Ci è consentito sognare. Vale la pena combattere per Israele. E auguro le stesse cose anche ai nostri amici palestinesi: una vita di indipendenza, pace e libertà, nella costruzione di una nuova nazione. Spero che tra settant'anni i nostri nipoti e pronipoti saranno qui, israeliani e palestinesi, e ciascuno di loro canterà la sua versione dell'inno nazionale. Ma c'è un verso che potranno cantare insieme, in ebraico e in arabo: «Una nazione libera nella nostra terra». E forse allora, nei giorni a venire, questo auspicio sarà finalmente una realtà per entrambi i nostri popoli.

(Corriere della Sera, 19 aprile 2018 - trad. Rita Baldassarre)


Tra tutti i personaggi di spicco che ci sono in Israele, la stampa italiana predilige intervistare i romanzieri. I quali romanzieri sono, quasi tutti, in posizione "critica" rispetto allo Stato d'Israele. E questo naturalmente fa piacere a molti. I romanzieri però sono talmente abituati a vivere in una realtà fittizia dove inseriscono le loro storie, che rischiano di confondere finzione e realtà. E la finzione diventa tanto più forte e attraente quando esprime un desiderio, una nostalgia, magari accentuata da un dolore autentico, come nel caso della perdita di un figlio. In questo caso Grossman si fa trasportare dai suoi sentimenti e desideri nella sfera di una funesta falsità quando dice che "Israele opprime un altro popolo per 51 anni, e occupa le sue terre, e mette in piedi una realtà di apartheid nei territori occupati". Tutto questo è falso. E Grossman, tutto occupato a inseguire i suoi sogni, non si accorge di essere strumento di una falsità distruttiva che certamente non serve al raggiungimento dei suoi nobili desideri, ma anzi corrobora i criminali propositi di coloro che hanno desideri ben diversi dai suoi. M.C.


Israele festeggia i suoi 70 anni. Nonostante guerre e nemici

La libertà è costata la vita a 24mila cittadini Ma 1'82% degli israeliani resta fiero di esserlo. Musica ovunque e visite ai cimiteri: si passa dai suoni ai canti al lutto totale.

Nel ricordo delle vittime
Un'immensa rielaborazione collettiva con l'aiuto di gruppi, psicologi e assistenti
Le sfide
La minaccia iraniana si fa più consistente. Fermato un camion esplosivo palestinese

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Costa, costa un prezzo enorme; i confini, la capitale, una bandiera, una lingua, costa essere liberi nella propria terra come dice l'inno nazionale. Fino a oggi, 70o anniversario della nascita dello Stato d'Israele, è costato 23645 vite di soldati, poliziotti e vittime del terrorismo.
   Eppure l'82 per cento degli israeliani è fiero di esserlo, e definisce il proprio Paese «un posto in cui è bello vivere».
   Eppure il Paese festeggia dopo aver ricordato i suoi eroi uno a uno. Madre per madre, fratello, amico, fidanzata condividono immagini e parole per 24 ore prima di entrare nella festa. È un'immensa elaborazione collettiva, organizzata con l'aiuto di gruppi, psicologi, assistenti, che si occupano sempre solo di questo. Il numero delle vittime è enorme in una società democratica, fatta per vivere, dove ogni bambino è l'idolo della famiglia, ci sono troppi eroi rispetto ai numeri piccoli anche se in crescita verticale: all'inizio 806mila cittadini, oggi moltiplicati per otto, 8 milioni 842mila, avendo assorbito 3 milioni e 200mila immigrati. Una bella percentuale per chi non aveva una lira ed è circondato da nemici. Sono cifre incredibili, tutto è più grande della vita, come si dice in inglese.
   Ieri si sono saputi i particolari della minaccia iraniana che diventa in queste ore sempre più consistente: essa si delinea ormai con precisione, è il disegno di lanciare contro Israele missili di precisione sparati dalla Guardia Rivoluzionaria degli ayatollah da una base in Siria, mentre sono state identificate altre quattro basi militari costruite allo stesso scopo. Intanto un camion palestinese pieno di congegni esplosivi ha tentato di entrare da Jenin in territorio ebraico, probabilmente per colpire nel giorno della festa ... pure nella preoccupazione la gioia e la fiducia restano incredibili.
   Niente ferma la determinazione a festeggiare la gioia di essere un popolo indipendente. Le feste si susseguono per le strade, nei parchi le famiglie e i gruppi di amici preparano fuochi su cui si cucina la carne, c'è musica ovunque, Israele è ricca di canzoni di tutte le sue fasi, e tutti le sanno.
   Non è una vacanza qualunque, è la festa di ciascuno come il giorno avanti è stato il lutto di ciascuno.
   Ciò che si respira nelle strade, negli occhi di chi ha accesso alla cerimonia della memoria e poi dei prescelti per la cerimonia di ieri sera in cui si accendono le fiaccole della vita? La passione, questa è la chiave che l'Europa ha dimenticato: gli ebrei festeggiano la vita ritrovata e che sono bene in grado di difendere a differenza di quello che è accaduto nel passato. Ce l'hanno fatta nonostante tutto, le persecuzioni, i nemici, le guerre, le vittime, e grazie a quei soldati che ieri uno a uno sono stati ricordati con foto scolorite o troppo nuove.
   Nessuno può veramente capire come si riesca a passare ai suoni e ai canti di ieri da 24 ore di lutto totale e intensivo, in cui si piangono uno a uno tutti i ventenni che la guerra e l'odio dei nemici si sono portati via, in cui si visitano i cimiteri militari e le madri orbate piangono sulle tombe di chi è sparito trent' anni fa come sulla pietra di chi è stato ucciso ieri mattina. Adesso tutti intonano la canzone prescelta per i 70 anni, «Alleluya» è la canzone che quest'anno si canta per celebrare, un inno di ringraziamento per tutta la gioia che il popolo ebraico finalmente sente oggi.
   Non c'è nessun altro Paese nel mondo che celebri il proprio compleanno nel divenire, nella fragilità della sorte e insieme nella rocciosità della determinazione a vincere e perdurare per sempre. Israele oggi compie solo settant'anni di vita, è giovane e sfrontato a confronto di tremila anni di storia ebraica spesi nell'affermazione di verità grandiose per l'uomo quali il monoteismo e l'esistenza di una stringente morale a cui ciascuno è tenuto.
   Il segreto di Israele per cui ha un Pil più alto di quasi tutti i Paesi europei, un tasso di natalità quasi del tre per cento, una fantasia innovativa e tecnologica che ne fa la seconda potenza mondiale dopo gli Usa in questo campo, sta nella sua emozione: se si passeggia per le strade, la si vede. Essa è nella propria identità, nella propria bandiera, nell' orgoglio di costruire qualcosa insieme, nell'entusiasmo per una vittoria sportiva con la bandiera bianca e azzurra con la Stella di David.

(il Giornale, 19 aprile 2018)


Brigata ebraica, diventa museo la sinagoga di corso Lodi a Milano

di Alberto Giannoni

MILANO - Foto e lettere, mappe, bandiere e spillette. Aprirà a fine maggio, nella sinagoga Beth Shlomo di corso Lodi, il primo museo dedicato alla Brigata ebraica, la formazione di 5mila soldati sionisti che - inviati in Italia a fine '44 e inquadrati nell'ottava Armata Britannica - parteciparono alla liberazione del Paese con operazioni rilevanti come lo sfondamento della linea gotica ai primi di aprile del '45.
I reperti inediti della collezione arrivano dall'esercito israeliano, dal Central Sionist Archive di Gerusalemme o dalle famiglie di reduci. Dal 22 aprile al 1o maggio saranno presentanti come mostra nel palazzo comunale di Inzago, quindi andranno a formare il museo permanente che è in via di allestimento nel piccolo tempio aschenazita di Porta Romana, in cui viene ancora conservato il rotolo della Torah che proviene dal campo di internamento di Ferramonte e passò nella sinagoga di via Unione, in quella che era stata una vecchia sede del Partito fascista.
«Quella della Brigata ebraica è una storia che unisce la storia di Italia a Israele - ha spiegato Stefano Scaletta, ricercatore e curatore del museo insieme a Cristina Bettin e Samuele Rocca - Abbiamo voluto creare un'esposizione che valorizzasse il contributo dei combattenti della brigata ma non solo». Furono trenta i caduti della Brigata ebraica (50 i caduti ebrei nei vari corpi britannici). I reduci prima dettero assistenza, anche a Milano, a chi tornava dai campi di sterminio. Molti, poi, rientrarono nella terra mandataria, partecipando con ruoli di grande rilevanza alla costruzione dello Stato di Israele.

(il Giornale, 19 aprile 2018)


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A Milano apre il museo della Brigata Ebraica per 'valorizzare il contributo combattenti'

Il museo verrà inaugurato a fine maggio ma già da ora sarà aperto a gruppi e scuole su appuntamento.

A 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali, a Milano aprirà il primo museo in Italia dedicato ai combattenti della Brigata ebraica. Mancano pochi giorni al 25 aprile e la Comunità ebraica di Milano ha presentato l'allestimento 'La brigata ebraica in Italia e la Liberazione', curata dal giovane ricercatore Stefano Scaletta e da Cristina Bettin e Samuele Rocca, docenti della Ben Gurion University of the Negev e dell'Università di Ariel (Israele).
In mostra fotografie inedite, lettere, mappe, oggetti militari e bandiere con la stella di David, una piccola collezione di reperti che arrivano dall'archivio dell'esercito israeliano, dal Central Sionist Archive di Gerusalemme o direttamente dalle famiglie di reduci. Foto dei camion con la stella di David che entrano a Milano, cartoline mandate ai famigliari dai combattenti, medaglie, distintivi, ma anche immagini di vita quotidiana.
Il museo, che inaugurerà a fine maggio, è allestito negli spazi della sinagoga Beth Shlomo in corso Lodi, a Porta Romana. "Abbiamo voluto creare un'esposizione che valorizzasse il contributo dei combattenti della brigata ma non solo", ha spiegato uno dei curatori. "Oltre ai 5 mila volontari, in Europa hanno combattuto circa 50 mila ebrei distribuiti nei diversi corpi militari britannici", ha aggiunto.
Per i curatori è importante ricordare non solo l'aspetto militare, ma anche quello umanitario della brigata che al termine della lotta di Liberazione è diventata a Milano "il punto di riferimento degli ebrei italiani e mitteleuropei che volevano raggiungere la Palestina", ha spiegato Davide Romano, direttore del museo. Per ora il museo sarà aperto a gruppi e scuole su appuntamento, per diventare poi un'esposizione permanente.
Intanto il fronte Palestina ha annunciato l'ormai consueto presidio contro la presenza 'sionista' alla manifestazione nazionale del 25 aprile in piazza Duomo dove è previsto anche un videomessaggio della senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz.

(la Repubblica - Milano, 18 aprile 2018)


Aggressione antisemita a Berlino, la vittima: "Era un test, non sono ebreo"

La portavoce del governo Merkel, Ulrike Demmer, ha sottolineato che attacchi del genere minano la tenuta di una società democratica.

Un ragazzo con la kippà viene aggredito a colpi di cintura a Berlino da un giovane arabo, che gli urla "ebreo!". La vittima filma la scena con lo smartphone e lo denuncia. Immediate arrivano le reazioni indignate di tutto il mondo politico tedesco, a partire dalla cancelliera Angela Merkel e del consiglio centrale degli ebrei tedesco. Poi, in serata, il ragazzo aggredito rivela: non sono ebreo, era un test. Un colpo di scena che fa riflettere ma che di fatto non ridimensiona l'allarme antisemitismo in Germania.

 La vittima: non sono ebreo
  "Non sono ebreo, sono un israeliano cresciuto in una famiglia araba", ma "volevo dimostrare come sia spaventoso di questi tempi girare per Berlino come ebreo", ha detto il ragazzo, noto alla stampa come Adam, parlando alla Deutsche Welle. Un amico lo aveva avvertito che indossare la kippah in Germania era pericoloso e lui voleva mettere alla prova questa affermazione, ha spiegato.
I media tedeschi avevano diffuso stamani il video dell'aggressione avvenuta ieri sera nel quartiere di Prenzlauer Berg. Per la polizia, non c'erano molti dubbi: antisemitismo. Il ragazzo di 21 anni che indossava la kippah è stato apostrofato come "yahudi", ebreo in arabo, e colpito con la cintura, mentre era con un amico di 24 anni. Un fatto che ha suscitato l'indignazione del mondo politico tedesco, a partire dalla cancelliera, Angela Merkel, la quale ha dichiarato di voler rilanciare l'offensiva contro l'antisemitismo, che sia tedesco o arabo.
Adam ha raccontato alla stampa di essere stato insultato alla fermata dell'autobus da tre persone, una di queste lo ha aggredito. Il ragazzo ha reagito tirando fuori il cellulare: "Ti sto filmando", lo si sente ripetere nel video. E l'avvertimento funziona: passano pochi istanti e l'aggressore viene portato via da un compagno. Ma ormai è tardi e il video fa il giro della rete e sarà usato dalla polizia per rintracciare il colpevole.

 Merkel: episodio terribile
  "E' un episodio terribile" ha commentato la cancelliera tedesca Merkel. "Non importa se l'antisemitismo sia di origine tedesca o araba", ha continuato la cancelliera "va combattuto con decisione". Per fare sentire sicuri gli ebrei in Germania, il governo ha nominato un delegato governativo all'antisemitismo, che si occuperà, a partire dal primo maggio, di monitorare i fenomeni e le manifestazioni di antisemitismo e di concertare delle reazioni coordinate.

(RaiNews, 18 aprile 2018)


Israele celebra i suoi primi 70 anni: in programma feste, cerimonie e concerti

Cerimonie, eventi musicali, mostre e attività di vario tipo animano le città di Israele durante tutta la settimana in cui cade il 70 anniversario del giorno dell'Indipendenza dello Stato ebraico. Ecco alcuni dei più rilevanti segnalati dal Times of Israel

 Tel Aviv: musica, percorsi multimediali e monumenti interattivi
  Lunedì 16 aprile, nel primo giorno ufficiale della stagione estiva in Israele, in mattinata si è tenuto un saluto speciale dell'aeronautica israeliana, che ha sorvolato 40 città del Paese.
 
Il Padiglione della Democrazia a Tel Aviv
Tanti gli eventi in giro a Tel Aviv, la prima città indipendente dello Stato ebraico. Mercoledì 18 aprile si terrà in Rabin Square un grande concerto, che vedrà partecipare migliaia di persone, mentre l'indomani verrà inaugurato il 'percorso dell'Indipendenza', un percorso interattivo in Rehov Rothschild che porta i visitatori attraverso 10 luoghi della storia della Dichiarazione di Indipendenza e delle origini della città: la fontana Nahum Gutman, la casa di Akiva Aryeh Weiss, la Torre Shalom Meir Tower, la Grande Sinagoga, il Museo dell'Haganà, il centro visitatori della banca di Israele, il monumento dei fondatori di Tel Aviv, la statua di Meir Dizengoff e la Sala dell'Indipendenza. E poi tre giorni di festival del cinema alla Cinemateca e entrate gratuite ai musei e ai siti storici.
Nella piazza Rothschild, poi, è stato allestito il Padiglione della Democrazia, una cupola multimediale dedicata alla dichiarazione di Indipendenza e ai suoi valori. I visitatori sono invitati a mettere la propria firma sulla struttura che riporta la dichiarazione.
Ha già fatto il giro dei social media Koolulam, l'iniziativa canora sociale presa d'assalto dagli israeliani, che ha visto partecipare, domenica 15 aprile, 12000 persone - fra cui il presidente Reuven Rivlin, (che aveva anticipato l'evento in un video), il musicista Shlomi Shabat, il sindaco di Tel Aviv Ron Huldai e il ministro Gila Kamliel - all'arena Menora Mivtachim per cantare l'iconica canzone "Al Kol Eleh" di Naomi Shemer, insieme a 'Lu Yehi', sempre della Shemer, e altre canzoni di Shabbat.
Il progetto finale sarà proiettato ufficialmente nella residenza di Reuven Rivlin nel giorno di Yom Ha'atzmaut, giovedì 19 aprile.

 Gerusalemme: videomapping del KKL
  Infine a Gerusalemme è possibile vedere i diversi videomapping realizzati dal Keren Kayemeth Leisrael per l'occasione. Il film di 7 minuti viene proiettato sui palazzi del Fondo Nazionale e dell'agenzia Ebraica, tutt'oggi ospitati in edifici degli anni '30, all'angolo con le strade King George e Keren Kayemeth LeIsrael.

(Bet Magazine Mosaico, 18 aprile 2018)


Scoperta a Bova l'antica Giudecca

Diventerà sezione urbana del Museo della Lingua Greco-Calabra "Gerhard Rohlfs"

Il Sud Italia è un intreccio sterminato di tracce di civiltà e culture che rendono costantemente una sfida la "lettura" del territorio, mai definitivamente compiuta. Una sfida entusiasmante perché sottopone all'attenzione degli studiosi - storici, archeologi, linguisti, antropologi - sempre nuovi "enigmi", nuovi nodi da sciogliere per tracciare la mappa delle molteplici "identità storiche" che hanno plasmato le radici di questa parte d'Italia. Uno di questi nodi appena sciolto è senza dubbio quello della identificazione dell'antico quartiere ebraico di Bova, affascinante borgo in provincia di Reggio Calabria noto per essere la "capitale" dell'area ellenofona detta Bovesia. Per dare valore a questa importante scoperta, fatta da Pasquale Faenza, storico dell'arte e direttore del locale Museo della Lingua Greco-Calabra "Gerhard Rohlfs", grazie al progetto "Segni-tracce-parole: sincretismi della Calabria Greca", finanziato dal Dipartimento Cultura della Regione Calabria, è stato possibile inserire la Giudecca fra le tre nuove sezioni del Museo presso le quali gli artisti contemporanei Angela Pellicanò, Roberto Lucifero e Antonio Puija Veneziano, hanno collocato le rispettive installazioni realizzate con la collaborazione della cooperativa Satyroi di Bova Marina: "Postazione di Confine" (nel Borgo dei Mestieri), "I Cantori di Urano" (nella sala lettura della biblioteca "Franco Mosino"), ed infine "La Giudecca di Bova allestita negli omonimi spazi. Queste nuove sezioni puntano a creare una maggior legame tra il contenitore museale e il borgo di Bova, negli ultimi anni oggetto di un interessante campagna di recupero del suo piccolo quanto prezioso centro storico.

Bova - Arco d'ingresso all'antico quartiere della Giudecca Bova - Ingresso a un edificio dell'antica Giudecca, nel quartiere di Pirgoli Bova - Edificio dell'antica Giudecca, nel quartiere di Pirgoli Bova - Edificio dell'antica Giudecca, nel quartiere di Pirgoli free lightbox galleries by VisualLightBox.com v5.9m

  La Giudecca, come ha avuto modo di accertare Faenza, risulta documentata da fonti d'archivio della fine del XV secolo. Questa suggestiva porzione di spazio urbano, è ora diventata una sezione del Museo "Gerhard Rohlfs" e ospita l'installazione di arte contemporanea dell'artista Antonio Puija Veneziano, con una serie di ceramiche che riportano le fonti scritte della presenza giudaica in questo borgo greco-calabrese. Un interessante connubio tra storia e contemporaneità esalta così le tracce di una piccola giudecca documentata per la prima volta sei secoli fa. Così antiche sono infatti le tracce di questo quartiere ebraico calabrese quasi del tutto dimenticato: si è accertato a tal proposito che nel 1502 la Regia Corte di Napoli lamentava di non aver riscosso i tributi fiscali che la Giudecca di Bova doveva all'erario fin dal 1497. Successivamente, il 23 Agosto del 1503, i sei nuclei familiari (fuochi) che costituivano la comunità giudaica bovese, versarono, per mano di Antonio Carnati, 9 ducati, relativi ai tributi fiscali imposti agli ebrei del Regno di Napoli. Sei fuochi si registrarono anche nel 1508, quando i giudei bovesi chiesero alle autorità di saldare le tasse a rate, segno evidente di possibili difficoltà economiche.
  E' possibile pensare che l'insediamento ebraico a Bova sia sorto in seguito alla cacciata dei giudei dalle terre di Spagna, nel 1492. In quell'anno degli ebrei di Sicilia si trasferirono a Reggio, dove due anni dopo furono smistati in tutto il circondario. Il secondo editto di Ferdinando il Cattolico (1511) che decretò l'espulsione degli ebrei dal Regno di Napoli, determinò l'abbandono della giudecca di Bova. In quello stesso anno, le autorità locali chiesero la cancellazione dai ruoli fiscali della Giudecca di Bova. Ciononostante una cronaca bovese, redatta del 1774 dall'erudito Domenico Alagna, ricorda che gli ebrei furono scacciati solo nel 1577, con l'accusa di aver diffuso la peste. Ed è proprio Domenico Alagna a fornirci informazioni dettagliate sulla localizzazione della Giudecca di Bova, indicata ai margini della città, nel quartiere di Pirgoli (dal greco "torri"), confinata tra due porte che si aprivano rispettivamente a Sud, nelle vicinanze della Torre della Porta, e a Nord nei pressi della Torre Aghios Marini.
  A seguito del terremoto del 1783 l'assetto del quartiere subì notevoli trasformazioni. Rimase in piedi solo una delle tre torri che proteggevano il quartiere mentre all'inizio di via Pirgoli fu costruito Palazzo Mesiani Mazzacuva. Tra le due ali dell'edificio si nota infatti un antico ingresso, munito nella parte alta di una feritoia, da riferirsi ad una struttura tardo medievale, identificabile con la porta meridionale della Giudecca. L'entità dei terremoti che interessarono il borgo di Bova fin dalla seconda metà del Cinquecento rende oggi ardua l'interpretazione dell'assetto originario della Giudecca. Ad ogni modo la topografia attuale del quartiere di Pirgoli lascia ancora tracce degli spazi vitali e delle relative destinazioni d'uso riconducibili alla comunità giudaica del tempo.
  E' bene ricordare che gli ebrei avevano bisogno di ricorrere a quello che viene definito "mimetismo strategico" specialmente nell'edificazione dei luogo di culto. Per gli ebrei della Diaspora, la giudecca non rappresentò mai una vera e propria città, quanto un'aggregazione "temporanea" che riutilizza sistemi insediativi preesistenti. Infatti, nell'immaginario collettivo ebraico, l'unica vera città era rappresentata da Gerusalemme, mentre il solo edificio sacro ufficialmente riconosciuto rimaneva il Tempio che l'imperatore Tito aveva distrutto nel 70 e. v. Nonostante ciò, già nel Medioevo, gli insediamenti ebraici si distinsero sempre di più per la presenza di specifici spazi urbani, rispondenti da un lato alle norme religiose, - che li obbligavano ad avere ambienti deputati al culto e alla trasformazione dei cibi - dall'altro alla politica di integrazione che si venne di volta in volta a creare con le comunità residenti, sempre attente a definire una linea di demarcazione per evitare contatti tra cristiani e giudei.
  La collocazione del quartiere ebraico bovese in un luogo marginale della città è un fattore indicativo, rispetto a possibili tensioni con la comunità cristiana locale. Per gli stessi motivi la giudecca di Bova si trovava nelle vicinanze dei fulcri del potere militare o religioso della città, considerati fattori necessari di protezione politica, visti i frequenti scoppi di conflittualità con la popolazione residente. Gli ebrei bovesi risiedevano infatti nei pressi del Palazzo Vescovile e non lontano dalla roccaforte militare, ancora in uso nel 1586. Non meno interessante è la corrispondenza tra il numero dei fuochi ebraici, documentati a Bova nei primi anni del Cinquecento (6 fuochi), e la densità di abitanti in un quartiere, circoscritto per ragioni morfologiche, al solo pendio roccioso, in quanto delimitato ad Ovest dalla cinta muraria. Un'altra analogia, che il quartiere di Pirgoli condivide con le giudecche calabresi e siciliane, è la sua posizione in prossimità della principale porta cittadina (Porta della Torre), a ridosso degli assi commerciali e delle vie di transito intenso. Stessa cosa può dirsi a proposito dell'esistenza, nel quartiere bovese, di un'unica via di accesso, lungo la quale si disponevano, con molta probabilità, le strutture architettoniche deputate ad ospitare attività economiche.
  Non sembra azzardata l'idea di rapportare la vocazione al commercio degli ebrei regnicoli con le due più importanti attività produttive della diocesi di Bova: la sericoltura e l'estrazione della pece, ampiamente documentate nel resto della Calabria. Interessante è inoltre la presenza a Pirgoli di un pozzo, oggi inglobato nella corte di Palazzo Mesiani, elemento indispensabile ai bagni rituali e alla macellazione di carni kosher. Nessuna traccia è stata ancora individuata della sinagoga. Una ipotesi suggestiva prende spunto da una struttura quadrangolare a muratura sottostante una finestra, decisamente degna d'attenzione, che si innalza in un ambiente, antistante Palazzo Mesiani, destinato ancora nella prima metà del Novecento a ricovero per animali.
  Gli spazi dell'antico quartiere ebraico saranno oggetto di una visita guidata mercoledì 25 aprile 2018 alle ore 18.00, durante il quale sarà presente anche Salvatore Bullotta, Assistente Culturale della Giunta Regionale della Calabria. La visita alla Giudecca seguirà al termine della presentazione della mostra fotografica "Il ritorno della lira. Le lire di Francesco Siviglia nelle immagini di Gianni Vittorio" e alla presentazione delle altre installazioni di arte contemporanea, realizzate dagli artisti Angela Pellicanò e Roberto Lucifero rispettivamente nel Borgo dei Mestieri e nella sala lettura della biblioteca "Franco Mosino. La Giudecca farà ancora da cornice al contest fotografico "Una foto da Bova al tramonto", il cui vincitore sarà successivamente premiato con la stampa dello scatto del crepuscolo bovese, nel corso del IV Festival Euterpe che si svolgerà sempre a Bova il 30 aprile, alle ore 18.00.

(Fame di Sud, 18 aprile 2018)


Siria, ispettori a Douma. Israele: inefficaci i raid

Gli osservatori dell'Onu cercano le prove dei gas di Assad. Gerusalemme, dopo i blitz, teme la vendetta dei pasdaran.

di Giordano Stabile

 
Militari siriani a Douma
Gli ispettori dell'Opac sono entrati ieri a Douma, a dieci giorni dal presunto attacco chimico che ha scatenato la rappresaglia di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Ma le potenze occidentali temono che non trovino più nulla perché sospettano che i russi stiano cercando di alterare le prove, mentre l'Intelligence israeliana mette in dubbio l'efficacia dei raid di sabato e teme un'imminente «vendetta» dell'Iran.

 La missione dell'Opac
  Gli uomini dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche sono arrivati a Damasco tra venerdì e sabato. Sembrava che potessero accedere subito alla cittadina alla periferia della capitale siriana. Ma lunedì si è consumato all'Aja un duello diplomatico fra la «triplice alleanza» e la Russia. Gli inviati Usa e britannico hanno accusato la Russia di voler manomettere le prove, tenuto conto che la polizia militare di Mosca si trova a Douma ormai da una settimana.
Erano stati i militari siriani ad avvertire l'Onu che la strada e la zona circostante il luogo dell'attacco non era stata «ancora smìnata» ma alla fine, ieri mattina, è arrivata l'autorizzazione, anche su pressione della Francia, che con il presidente Macron ha accusato la Russia di voler «far sparire le prove». Ieri pomeriggio gli ispettori hanno potuto fare un sopralluogo. Mosca ha ribattuto che era l'ufficio per la sicurezza dell'Opac a non dare l'autorizzazione e soprattutto ribadito che l'attacco del 7 aprile era stato inscenato dai ribelli, tanto che i suoi militari hanno ritrovato nella cittadina «un laboratorio e un deposito di sostanze chimiche». I timori delle potenze occidentali sono forti ma va anche detto che per la prima volta l'Onu è in grado di visitare il sito di un presunto attacco dopo un lasso di tempo limitato. Gli ispettori preleveranno campioni di suolo, raccoglieranno testimonianze e cercheranno di esaminare i feriti, molti però già trasferiti nella provincia di Idlib assieme ai combattenti ribelli.

 I dubbi israeliani
  Una conferma indipendente dell'attacco chimico del 7 aprile serve anche a Usa, Francia e Gran Bretagna a ribadire la legittimità della loro azione di rappresaglia. Ma l'Intelligence israeliana non è convinta dell'efficacia dei raid, che avrebbero avuto un «impatto limitato» sulle capacità chimiche del regime e soprattutto non hanno scalfito il rafforzamento militare in corso, sia di Bashar al-Assad che dell'alleato iraniano, ormai in possesso in Siria di una sua «forza aerea», fatta di droni capaci di lanciare missili guidati, come quello abbattuto sul Golan il 10 febbraio e di una rete di cinque basi.
Israele teme la «vendetta», promessa dal capo dell'aviazione dei Pasdaran Amir Ali Hajizadeh, dopo che lunedì scorso un raid israeliano ha ucciso sette dei suoi uomini alla T4. Ieri la tv di Stato siriana ha accusato lo Stato ebraico di aver tentato un altro blitz, «respinto dalla contraerea». Le voci sono poi state smentite ma il clima è quello di uno scontro imminente, non fra America e Russia, ma fra Siria, Iran e Israele. L'aviazione israeliana ha rinunciato a esercitazioni in Alaska per tenere pronti tutti i suoi F-15. E Assad ha lanciato una offensiva su tre fronti per liberarsi delle ultime enclave ribelli. I combattenti di Jaysh al-Islam si sono arresi ad AI-Dumayr, nella sacca del Monte Qalamoun, a Nord-Ovest di Damasco. Alcune cittadine sono state riconquistare nell'enclave fra Homs e Hama, sul punto di collassare, mentre pesanti raid aerei e di artiglieria hanno martellato Jisr Shugur nella provincia di Idlib, in mano a un gruppo jihadista erede di A1-Nusra.

 Le truppe saudite
  Intanto il ministro degli Esteri saudita, Adel al Jubeir, ha annunciato che il Regno sta discutendo con l'amministrazione Trump del possibile invio di truppe in Siria, che gli Stati Uniti vogliono invece lasciare. I colloqui - ha spiegato - durano «dall'inizio della crisi siriana» e «la proposta - ha aggiunto - è in discussione dai tempi della presidenza di Barack Obama». Ma allora non venne accolta.

(La Stampa, 18 aprile 2018)


Disordini a Gaza. Il ritorno in terre dove non sono mai stati

Lettera al Giornale

Proteste a Gaza dove migliaia di palestinesi cercano di entrare in Israele e vengono brutalmente respinti dalle truppe israeliane. La chiamano «la marcia del ritorno», ma quanti di loro sono nati fuori della cosiddetta striscia? Una decina di anni fa, una personalità politica israeliana prospettò la possibilità di un ritorno, ma solo a chi era nato nei territori «occupati» prima del 1948, data della fondazione dello Stato d'Israele. Non ne approfittarono ed oggi salta all' occhio anche del profano che quei ragazzotti non possono ritornare in una terra che non hanno mai vista. Si pensi cosa succederebbe se gli eredi dei nostri profughi giuliani e dalmati si presentassero al confine e volessero riprendere possesso di una terra che l'Italia ha perso a causa di una guerra scellerata. Certe pretese sfuggono al comune buonsenso e non ci resta che pregare il Creatore di metterci una pezza.
Nerio Fornasier Suresnes-Nanterre (Ile de France)

(il Giornale, 18 aprile 2018)


Ora Trump vuole le truppe (e i dollari) degli arabi

Gli Usa: fondi da sauditi, Emirati, Qatar ed Egitto per stabilizzare la Siria. Esperti Opac a Douma. Messaggi ambigui: Donald Trump ripete di voler ritirare dalla Siria i militari americani, ma Macron assicura che il leader Usa gli ha detto che rimarrà.

di Roberto Fabbri

 
Trump vuole i dollari
Soldi (tantissimi) e truppe (probabilmente poche e comunque non abbastanza). È questo che Donald Trump vuole dai suoi alleati arabi per centrare il suo obiettivo in Siria: ritirare il contingente militare americano e tagliare costi che reputa non produttivi per l'interesse nazionale.
   Il presidente americano, scrive il Wall Street Journal, non pretende di portare a casa in tempi rapidi le poche migliaia di uomini che appoggiano le milizie curde a nord-est dell'Eufrate e in altre località del Paese, ma conferma i contenuti della sua replica al collega francese Emmanuel Macron che tre giorni fa si era vantato di averlo convinto a restare in Siria «per un lungo periodo ancora»: gli alleati devono fare di più in vista di un definitivo ritiro americano.
   Gli alleati a cui Trump si è rivolto, anche tramite il suo nuovo consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, sono Paesi arabi filoccidentali come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar ed Egitto. Ai primi tre la Casa Bianca chiede soprattutto denaro: miliardi di dollari per contribuire ai costi della stabilizzazione della Siria settentrionale, ma anche truppe (dei sauditi, in particolare, si sa che sono disponibili a integrare un contingente Usa con propri militari. All'Egitto, che non appartiene al club dorato dei Petrostati ma dispone di forze armate rispettabili riccamente finanziate dagli Stati Uniti, Trump chiede invece di contribuire con i suoi uomini in divisa.
   Secondo il Wall Street Journal, Bolton ha telefonato di persona al capo dell'intelligence del Cairo, generale Abbas Kamel, per esporgli la questione di un contributo egiziano a una forza congiunta araba per la Siria. Non sembra però probabile, come nota lo stesso giornale americano, che il presidente al-Sisi voglia rompere la tradizione egiziana di non inviare quasi mai truppe all' estero: il suo esercito è infatti già seriamente impegnato alla frontiera libica e soprattutto in una dura campagna contro i terroristi islamici nel Sinai.
   Continua intanto la polemica sulle indagini a Douma, il villaggio teatro dell'attacco chimico dello scorso 7 aprile. Solo ieri, secondo fonti di Damasco, vi sono arrivati alcuni inviati dell'Opac, l'organizzazione contro l'uso delle armi chimiche. Troppo tardi, secondo francesi e americani: a questo punto le prove del crimine di guerra che vi sarebbe stato commesso su ordine di Bashar Assad sarebbero state eliminate, e proprio per questo si sarebbe fatto tardare con pretesti il loro arrivo. Sospetti basati sull' atteggiamento apertamente negazionista tenuto dai russi e dal regime siriano loro alleato: Mosca sostiene che a Douma non vi sia alcun segno di attacco chimico, e anzi pretende di aver individuato un laboratorio dei ribelli con cloro e altri ingredienti per produrre gas mostarda nonché «i partecipanti alle riprese della messa in scena dell'attacco».

(il Giornale, 18 aprile 2018)


Un terzo dei giovani musulmani di Francia a favore delle stragi islamiste

Inchiesta della “Tentation radical”

di Giulio Meotti

ROMA - E se la sociologia non avesse capito niente? E se, privilegiando l'ipotesi di discriminazione, disagio economico e abbandono sociale di cui sarebbero state vittime gli immigrati francesi, la sociologia avesse trascurato i veri grandi fattori, culturali o religiosi, ben più importanti per spiegare la tendenza di tanti giovani francesi alla violenza e al radicalismo islamico? E' l'ipotesi da cui parte La tentation radical dei ricercatori Anne Muxel e Olivier Galland. Il libro è il risultato di un sondaggio condotto su settemila studenti delle scuole superiori. E i risultati sono scioccanti.
   Un terzo dei giovani intervistati ritiene che sia normale "partecipare a un'azione violenta per difendere le proprie idee". Quasi un terzo non si è sentito coinvolto dal minuto di silenzio in omaggio alle vittime di Charlie Hebdo. Condotto nell'arco di tre anni in ventitré scuole superiori di Lille, Créteil, Aix-Marseille e Digione, questo studio ambizioso sui giovani tra i 15 e i 17 anni non ci parla del passaggio all'azione di una piccola minoranza che cade nel terrorismo, ma piuttosto di uno stato mentale più generale che governa un pezzo di Francia.
   Dopo gli attacchi del novembre 2015 (130 morti), il presidente del Cnrs, Alain Fuchs, aveva lanciato un invito a presentare progetti per i ricercatori al fine di esplorare "tutti gli argomenti che possono essere rilevanti per le questioni poste alle nostre società dagli attacchi e dalle loro conseguenze". Molti furono riluttanti. Olivier Galland e Anne Muxel proposero un protocollo di indagine basato su un'ipotesi affermata dalle prime pagine, ma fino ad allora poco discussa: "Il radicalismo religioso è presente in tutte le religioni, ma oggi le sue manifestazioni più evidenti sono associate ad un certa concezione dell'islam".
   I due ricercatori intendono violare un tabù. Si recano nelle scuole popolari delle "aree urbane sensibili" (Zus) dove i musulmani sono già oggi la maggioranza. "Il radicalismo religioso non sembra essere principalmente figlio dell'esclusione socioeconomica e le sue radici specificamente religiose sembrano forti" concludono gli autori. Il "movimento di secolarizzazione" che ha conquistato le società europee, in particolare la Francia, ha fallito fra i giovani musulmani. E sono subito piovute accuse, pesanti. "I risultati di Olivier Galland tornano a dire che qualcosa di intrinseco all'islam porterebbe al radicalismo, persino alla violenza", ha commentato il demografo dell'Ined, Patrick Simon.
   Il 32 per cento dei musulmani è "assolutista" nella religione, rispetto al sei per cento dei cristiani. Il 20 per cento dei musulmani dichiara "accettabile in alcuni casi nella società di oggi combattere con le armi in pugno per la propria religione". Un quarto degli studenti interpellati non condanna gli attacchi contro Charlie Hebdo e il Bataclan, mentre l'80 per cento ritiene che non si deve fare satira sulle religioni. Il campione scelto non è deliberatamente rappresentativo: i questionari sono stati inviati a chi vive dove ci sono state rivolte, scontri con la polizia, caos sociale, ovvero i quartieri settentrionali di Marsiglia, la regione di Lille, la città di Créteil nei sobborghi parigini ... Il cocktail più esplosivo è formato da studenti delle scuole superiori tolleranti nei confronti della violenza e radicali nella propria visione religiosa: tra questi, il 70 per cento non condanna gli attacchi a Charlie Hebdo e all'Hyper Cacher. Estratti del sondaggio pubblicato dal Monde riportano testimonianze di chi crede che i giornalisti di Charlie "se la sono cercata".
   Il mese scorso, un sondaggio della St. Mary University di Londra aveva mostrato come i giovani europei stessero marciando spediti verso una "società post-cristiana". I cattolici praticanti sono il due per cento in Belgio, il tre in Ungheria e Austria, il cinque in Lituania e il sei in Germania. Molti giovani "dopo il battesimo non hanno più varcato la porta di un edificio di culto". I musulmani francesi hanno preso la strada opposta. Osserva Olivier Galland: "I musulmani tornano con forza alla pratica religiosa, in contrasto con il movimento di forte secolarizzazione di altri giovani". E' quello che i nostri sociologi finora non hanno voluto vedere.

(Il Foglio, 18 aprile 2018)


Comunità Ebraiche e Ambasciata di Polonia ricordano la rivolta del ghetto di Varsavia

di Franca Giansoldati

ROMA - Dopo l'approvazione della legge che prevede fino a tre anni di carcere di chiunque accusi la Polonia di complicità nel genocidio nazista, l'Unione delle Comunità Ebraiche ha organizzato assieme alla ambasciata polacca a Roma una commemorazione congiunta per il 75esimo anniversario della insurrezione del Ghetto di Varsavia. Un piccolo ramoscello d'ulivo dopo le polemiche dei mesi passati che hanno contrapposto il governo polacco, le comunità ebraiche di tutto il mondo e lo Stato di Israele.
   L'insurrezione del Ghetto fu un evento tra i più cruciali e significativi della Seconda guerra mondiale. La cerimonia si svolgerà il 20 aprile nei giardini della sede diplomatica e all'evento saranno presenti i rappresentanti della comunità ebraica e polacca, delle autorità italiane e del mondo diplomatico.
   Ogni ospite al suo arrivo riceverà un narciso giallo, simbolo della memoria della rivolta per ricordare uno dei sopravvissuti alla rivolta del ghetto, Marek Edelman, ultimo comandante dello ZOB (Zydowska Organizacja Bojowa - Organizzazione ebraica di combattimento), un movimento di resistenza ebraica durante la Seconda guerra mondiale che ebbe la propria sede nel ghetto. La ZOB era formata principalmente da giovani appartenenti ai movimenti giovanili sionisti di sinistra ed ebbe un ruolo centrale durante l'insurrezione. Dopo la liquidazione del ghetto alcuni appartenenti alla ZOB parteciparono, insieme alla resistenza polacca, alla rivolta di Varsavia (1 agosto-3 ottobre 1944)
   Ogni 19 aprile, nell'anniversario dell'insurrezione, Marek Edelman deponeva un mazzo di fiori gialli sotto il monumento agli Eroi del Ghetto a Varsavia. Il narciso divenne così simbolo di rispetto e di memoria della rivolta.
   Esattamente 75 anni fa, il 19 aprile 1943, nel ghetto di Varsavia gli ebrei iniziarono una disperata rivolta contro la cosiddetta soluzione finale. Fu la prima rivolta in una città nell'Europa occupata, la più grande rivolta degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale e anche la prima in cui un gruppo di ebrei si difendeva in modo organizzato.
   Gli ebrei combattenti attaccarono, con le rudimentali armi disponibili, le truppe tedesche del comandante Sammern-Frankenegg entrate nel ghetto della capitale polacca per deportarne la popolazione. Dopo quasi un mese, il 16 maggio 1943, le truppe tedesche rasero al suolo le case e la Sinagoga e uccisero i sopravvissuti.
   Durante i combattimenti persero la vita circa 7.000 ebrei ed ulteriori 6.000 morirono bruciati nelle case in fiamme o soffocati all'interno dei bunker sotterranei. I rimanenti 50.000 abitanti vennero deportati presso diversi campi di sterminio, per la maggior parte nel campo di Treblinka. Il rapporto finale stilato da Jürgen Stroop il 16 maggio 1943, riportava: «180 ebrei, banditi e subumani sono stati distrutti. Il quartiere ebreo di Varsavia non esiste più. L'azione principale è stata terminata alle ore 20:15 con la distruzione della sinagoga di Varsavia. Il numero totale degli ebrei eliminati è di 56.065, includendo sia gli ebrei catturati che quelli del quale lo sterminio può essere provato.»

(Il Messaggero, 17 aprile 2018)


Happening a Roma per "Israele 70": i Maccabeats per la prima volta in Italia

di Ariela Piattelli

I Maccabeats
ROMA - Hanno iniziato per gioco dieci anni fa a New York. Un gruppo di amici, ebrei osservanti, l'università religiosa, la passione per il canto. Poi sono diventati la "boy band" più famosa della musica ebraica internazionale. I Maccabeats, il gruppo vocale composto da 14 ragazzi, tutti rigorosamente con la Kippah in testa, arriva in Italia per la prima volta il 18 aprile per un concerto a Roma nel quartiere ebraico in occasione di "Israele 70", l'evento aperto a tutta la città organizzato dalla comunità ebraica romana per celebrare il settantesimo anniversario dalla fondazione dello Stato d'Israele.

 Maccabeats: Pop, Hip hop e filosofia
  Il nome è un gioco di parole tra "Maccabei" (quelli che guidarono la ribellione contro i greci a Gerusalemme nel II secolo a.C. e di cui le gesta vengono celebrate durante la festa delle luci Hannukkà) e il vocabolo beats. Non avevano grandi ambizioni quando hanno iniziato a cantare alla Yeshiva University di Manhattan: qualche concerto al campus universitario, cori a cappella, imitazioni delle band americane in voga. Ma il successo vero arriva nel 2010 con un video su YouTube (20 milioni di visualizzazioni), i ragazzi caricano una clip, Candlelight, per fare gli auguri a parenti e amici in occasione di Hannukkà. «La sera andammo a dormire e al mattino trovammo migliaia di visualizzazioni, pensammo al miracolo» racconta Julian Horowitz, il leader del gruppo. Poi è stato un crescendo, le aperture dei concerti di Matysiahu, l'invito di Barack Obama ad esibirsi alla Casa Bianca, dove vanno due volte. Pop, Hip hop e Rap, sono numerosi i generi che i Maccabeats interpretano, con testi tutti ispirati rigorosamente alla "Torah u-Madda", ovvero la filosofia dell'ebraismo ortodosso che crede nell'integrazione tra saggezza della tradizione e mondo secolare.

 David Rubinger e la terra promessa
  Tra i numerosi eventi, durante la serata sulle facciate dei palazzi del quartiere ebraico, a Piazza Gerusalemme, vengono proiettate le immagini del grande fotografo israeliano David Rubinger (scomparso nel 2017), che ha immortalato e raccontato i momenti e i personaggi più importanti della storia d'Israele. Tra i suoi 500 mila scatti, vi è il più celebre del 7 giugno del 1967 che immortala tre soldati al Muro del Pianto durante la Guerra del Sei Giorni. Presso il Museo Ebraico c'è la mostra "The Promised Land. Verso Israele, il paese latte e miele": in esposizione 100 fotografie che ritraggono il quotidiano della nascente società israeliana durante il mandato britannico e i primi anni dello Stato. E per la prima volta in mostra il documento originale della dichiarazione d'indipendenza del 1948.

(La Stampa, 17 aprile 2018)


Gli ebrei di Buchara, un filo che rischia di spezzarsi

di Pietro Acquistapace

Visitando una tra le più famose città dell'Uzbekistan, ci si può imbattere in una storia estremamente affascinante, ossia quella della locale comunità ebraica che, per secoli, ha animato le strade di Buchara con le sue botteghe ed i suoi commerci. Specializzati nella produzione di tessuti e nell'artigianato, gli ebrei di Buchara rappresentano una delle più antiche comunità ebraiche del mondo, una comunità che oggi rischia letteralmente di scomparire. Nonostante le 10mila tombe ospitate dal cimitero ebraico, gli ebrei oggi residenti nella città uzbeka sono solo 150.

 L'origine
  Gli ebrei di Buchara appartengono al ramo sefardita dell'ebraismo e fanno risalire il loro arrivo in Asia Centrale al 500 a.c., una data che sembra suffragata dal ritrovamento nella turkmena Merv di resti archeologici risalenti a circa 2000 anni fa. Sul motivo della loro presenza invece non c'è ancora chiarezza, alcuni studiosi la collegano ai mercanti che operavano lungo quella che poi sarà la Via della seta, mentre altri preferiscono una tesi che rimanda all'esilio durante la sottomissione agli assiri. Col tempo, in ogni caso, gli ebrei di Buchara finirono con l'integrarsi e con il parlare un dialetto tagiko.
Nel corso dei secoli gli ebrei di Buchara seppero adattarsi al clima più o meno favorevole alla loro religione, facendo anche pubblica conversione all'Islam salvo poi continuare a praticare la propria fede in privato. La particolare posizione geografica e le vicende storiche li portarono ad essere non solo la più antica comunità ebraica del mondo, ma anche la più isolata finendo con l'assumere delle condotte religiose non ortodosse. Queste abitudini stupirono diversi visitatori, come il rabbino Yosef Maimon che nel 1793 si fermò a Buchara aprendo una yeshiva e convertendo gli ebrei locali alla corrente sefardita.

 L'incontro
  Paradossalmente fu sotto il dominio islamico del califfo Omar, ed in contravvenzione alle sue leggi, che nel 1620 venne costruita la prima sinagoga di Buchara. Fino a quel momento gli ebrei erano soliti pregare nella moschea Magoki Attoron, condividendo lo spazio con i fedeli musulmani. La repressione verso il culto ebraico si fece tuttavia sempre più dura, come rilevato nei suoi diari da Armini Vamberi, un viaggiatore ungherese che nella metà del XIX secolo attraversò l'Asia Centrale sostando anche a Buchara. Le leggi locali infatti distinguevano nettamente tra ebrei e musulmani.
Con l'arrivo della colonizzazione russa gli ebrei di Buchara divennero fedeli sudditi dello zar, salvo poi (almeno una parte della comunità) appoggiare la rivoluzione in un'ottica anti-musulmana. Momento di particolare importanza fu poi la Seconda guerra mondiale, quando circa 250mila ebrei, ma ashkenaziti, arrivarono in Uzbekistan in fuga dalla Russia, dall'Ucraina, dalla Moldavia, dalla Polonia e dalla Bielorussia, venendo accolti dalla locale comunità ebraica e dagli uzbeki tutti. Per quanto riguarda Tashkent esiste anche un sito con l'archivio di tutti i rifugiati di fede ebraica nella capitale uzbeka.

 L'esodo
  La popolazione ebraica di Buchara arrivò a contare anche 35mila persone, sebbene appartenenti a rami differenti dello stesso albero; tutto cambiò nel 1972, quando l'allora Unione Sovietica rese più facile l'emigrazione degli ebrei verso Israele. Dall'Uzbekistan e dal vicino Tagikistan prese il via un vero e proprio esodo che continuò nei decenni successivi ed al quale si aggiunse presto quello verso gli Stati Uniti. Oggi si calcola che gli ebrei di Buchara in Israele siano circa 100mila, mentre sarebbero 50mila nella sola New York. Altre comunità di ebrei di Buchara sono presenti in Australia ed in Europa.
Oggi lo spopolamento della piccola sinagoga situata nel cuore della città vecchia di Buchara preoccupa anche il governo dell'Uzbekistan, che riconosce l'importanza della comunità ebraica nella Storia della città. Le autorità uzbeke stanno mostrando un rinnovato interesse per l'ebraismo, come dimostrato dagli incontri con delegazioni del Congresso mondiale degli ebrei di Buchara (che include quelli residenti negli Stati Uniti), organizzando forum economici con rappresentanti di Israele e concedendo ai cittadini di quest'ultimo paese una favorevole politica di rilascio visti.
Se Buchara dovesse restare senza i suoi ebrei anche l'Uzbekistan perderà una parte di sé.

(East Journal, 17 aprile 2018)


Israele si raccoglie in memoria dei suoi morti

Commemora le sue vittime militari e civili

 
GERUSALEMME - Gli israeliani si sono fermati questa sera per un minuto dopo il suono delle sirene in occasione della Giornata della memoria in omaggio agli israeliani uccisi durante il servizio militare e alle vittime civili degli attentati.
Israele rende omaggio quest'anno a 23.645 membri delle forze di sicurezza caduti in servizio e a 3.134 civili uccisi dal 1860. Questa data è considerata dallo Stato ebraico la prima del conflitto palestinese, l'anno durante il quale degli ebrei fondarono il loro primo quartiere al di fuori delle mura della Città vecchia di Gerusalemme. La creazione dello Stato di Israele risale al 1948 e sarà commemorata da mercoledì sera con l'inizio dei festeggiamenti per la Giornata dell'Indipendenza.

(Diario del Web, 17 aprile 2018)


Siria, tentativi di pace della diplomazia mondiale

di Marco Paganelli

La televisione statale della Siria ha comunicato, ieri sera, l'entrata in azione della contraerea dell'esercito di Damasco.
La fonte ha precisato che quest'ultima ha abbattuto alcuni missili, lanciati nello spazio aereo, alla periferia di Shayrat. Al - Masdar, quotidiano vicino alla milizia filo iraniana Hezbollah, ha divulgato la notizia, poco dopo, secondo cui il regime di Bashar al - Assad avrebbe neutralizzato i vettori indirizzati sull'aeroporto della capitale siriana da parte di jet sconosciuti entrati dal Libano. Il maggiore sospetto è ricaduto su quelli con la Stella di Davide, ma Israele ha negato, insieme al Pentagono, il coinvolgimento nell'azione. Le tensioni tra lo Stato ebraico e i suoi vicini sono aumentate dopo la conferma, di un funzionario del governo di Benjamin Netanyahu in un'intervista al New York Times, della paternità del raid che ha ucciso, nella parte orientale di Homs nella notte tra l'8 e il 9 aprile, sette militari di Teheran e il colonnello Mehdi Dehghan. Il militare comandava l'unità dei droni dalla quale si ritiene che sia partito il congegno intercettato, a febbraio, nello spazio aereo israeliano. La diplomazia sta cercando di trovare una soluzione alla crisi in corso. Telefonata oggi tra la cancelliera tedesca, Angela Merkel e il suo omologo russo, Vladimir Putin. Entrambi i leader hanno ribadito l'importanza di ravviare il processo di pace "nei formati di Ginevra e di Astana" e un'indagine imparziale dell'Organizzazione per la proibizione per le armi chimiche (Opac). Il ministro degli Esteri francese, Le Drian, ha detto però che è "altamente probabile" che le prove di quanto è successo a Douma possano scomparire, visto che Mosca ha fatto sapere che gli esperti raggiungeranno il luogo solo domani. Parigi ha invitato quindi il regime a collaborare, consentendo l'accesso "completo, immediato e incondizionato" degli ispettori a tutti i siti. Gli Stati Uniti, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, hanno ribadito la volontà di abbandonare la Siria e stanno cercando di convincere, a tale scopo, i paesi arabi a rimpiazzare il proprio contingente.

(Agenzia Stampa Italia, 17 aprile 2018)


THE PROMISED LAND. Verso Israele, il paese latte e miele

In occasione del settantesimo anniversario della nascita dello Stato d'Israele, il Museo Ebraico di Roma inaugura la mostra fotografica THE PROMISED LAND. Verso Israele, il paese latte e miele.

La distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme nel 70 dell'Era Cristiana sancì virtualmente l'inizio della diaspora, ovvero della dispersione del popolo ebraico in tutto il mondo.
Gli ebrei in Europa vissero per secoli alterne vicende e nell'Ottocento, sia pur in un'epoca di grande integrazione nella società civile contemporanea, emerse forte l'esigenza di rispondere al problema di un antisemitismo che, in modo apparentemente paradossale, stava crescendo prepotentemente e che si sarebbe poi espresso in termini drammatici durante la Seconda Guerra mondiale.
Per tale motivo Teodoro Herzl, un giornalista ebreo di nazionalità ungherese, ipotizzò la nascita di uno Stato dove gli ebrei potessero vivere in pace.
Con la dichiarazione del 1917 del Segretario per gli Affari Esteri britannico Lord Balfour, si sostenne la creazione di uno Stato ebraico in Palestina.
La creazione dello Stato d'Israele fu estremamente difficile e solo lo stravolgimento geopolitico verificatosi a seguito della fine del secondo conflitto mondiale, cui si associò il dramma della Shoah, permise la nascita di una nazione indipendente, che si realizzò il 14 maggio del 1948.
La presenza della popolazione ebraica nella terra di Israele rappresenta solo una parte, sia pur significativa, del profondo legame degli ebrei con la Terra Promessa.
Il titolo della mostra si ispira proprio alla citazione tratta dal libro Esodo della Torà:
Il Signore dice a Mosè: «Sono sceso per liberare [questo popolo d'Israele] dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele».
L'Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma conserva materiale prezioso riguardante la vita nell'allora Palestina mandataria; nello specifico ci riferiamo a circa 100 fotografie, rinvenute durante il riordino dell'Archivio stesso, databili intorno agli anni Venti-Trenta del Ventesimo secolo.
Le immagini in mostra, una selezione di circa 40 fotografie, ritraggono paesaggi e persone, simbolo di una società scomparsa o profondamente modificata dello Stato di Israele, che negli ultimi settant'anni è diventato, in termini culturali e tecnologici, uno dei paesi più sviluppati al mondo.
In questa occasione, viene esposta per la prima volta anche la dichiarazione originale della nascita dello Stato di Israele del 1948. L'esemplare, conservato presso il Museo Ebraico di Roma, è uno degli otto originali realizzati ed esistenti al mondo.

(Il Museo Ebraico di Roma, 17 aprile 2018)


Aleppo, Israele ammette il blitz. «E ora nuova fase con Teheran»

Gerusalemme conferma il primo attacco agli iraniani Armi chimiche, Mosca vieta l'accesso di ispettori a Douma.

di Roberto Fabbri

L' apertura di una nuova fase. Con queste parole una fonte militare israeliana di alto livello citata dal New York Times ha definito l'azione aerea con cui nella notte tra 1'8 e il 9 aprile scorsi è stata colpita una base iraniana presso Aleppo, nel nord della Siria. È un'implicita ammissione di responsabilità, la prima dopo una settimana dai fatti. Ma anche la conferma che - come già abbiamo scritto sul Giornale -la prossima guerra in Siria sarà quella tra Israele e Iran: e rischia di essere una guerra vera, non i quattro missili anticipati per telefono al «nemico» che non hanno torto un capello a nessuno ma che tanto stanno facendo strillare commentatori e politici più o meno interessati.
   «È la prima volta che colpiamo obiettivi iraniani operativi, sia persone che impianti», ha detto la fonte al New York Times, motivando l'attacco come risposta al drone inviato da Teheran lo scorso febbraio nei cieli israeliani (e lì abbattuto) che era stata «la prima volta che l'Iran ha fatto qualcosa contro Israele, senza passare attraverso una forza per procura». Le bombe israeliane sulla base T -4, però, hanno ucciso sette militari iraniani, tra cui un colonnello che comandava l'unità di droni della base in Siria. Un fatto senza precedenti, coerente con le reiterate minacce israeliane di voler impedire «a qualsiasi costo» il dispiegamento di forze iraniane vicino ai loro confini.
   Teheran ha risposto ieri con altrettante minacce: Israele «prima o poi pagherà» per le bombe sulla base T -4. Questa inquietante prospettiva è ora al centro delle preoccupazioni di Vladimir Putin, impegnato in un disegno di estensione dell'influenza russa in Medioriente e nel Mediterraneo. Il Cremlino coordina un'alleanza regionale con l'Iran e la Turchia, ma si è anche assunto un ruolo di garante nei confronti di Israele che ora fatica a rispettare. Ieri il ministro degli Esteri di Gerusalemme è stato molto chiaro: «Non vogliamo provocare i russi, abbiamo con loro una linea aperta di comunicazione a livello di alti ufficiali che funziona bene da anni - ha detto Avigdor Liberman -. Ma manterremo totale libertà d'azione. E non accetteremo alcuna limitazione quando si tratta di difesa della nostra sicurezza». Liberman ha concluso indicando le «linee rosse» del suo governo: «Non tollereremo una significativa forza militare iraniana in Siria nella forma di porto o aeroporti militari o di sviluppo di armi sofisticate».
   Rimane del tutto aperta anche la questione delle armi chimiche in Siria. Mentre da oggi viene discusso all'Onu il testo di una nuova risoluzione occidentale per indagare sull'uso di queste sostanze proibite, l'attenzione è concentrata su quanto accade a Douma, la località nei pressi di Damasco dove lo scorso 7 aprile c'è stato un attacco chimico che siriani e russi negano. Gli inviati dell'Opac, l'agenzia internazionale per la proibizione delle armi chimiche con sede all' Aia, lamentano di non avere ancora avuto libertà di accesso al villaggio in cui sono chiamati a svolgere indagini. «Motivi di sicurezza», accampano funzionari russi e siriani.
   Così gli inviati Opac rimangono fermi a Damasco, dove nel frattempo il regime ha organizzato per ora l'incontro con una ventina di testimoni.
   «Assad e i russi bloccano il lavoro degli ispettori Opac», denuncia la premier britannica May, mentre gli americani accusano direttamente i russi di avere «manipolato il sito di Douma», Il ministro degli Esteri russo naturalmente nega tutto sdegnato. E così si continua.

(il Giornale, 17 aprile 2018)



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L'Iran nel mirino di Israele. «E Mosca non può imporci limiti»

Fonti militari: «Nostro il raid sulla base a est di Homs». La presenza iraniana mal tollerata tra la gente di Damasco

di Susan Dabbous

GERUSALEMME - Una guerra nella guerra. Fonti israeliane hanno ammesso di aver attaccato la base iraniana in Siria, a Est di Homs, la notte fra 1'8 e il9 aprile scorso. Nel raid sono rimasti uccisi sette militari iraniani, fra cui il colonnello Mehdi Dehghan, che comandava l'unità di droni della base. A dirlo è stato un alto esponente militare israeliano al New York Times, citato in un editoriale intitolato: «La vera prossima guerra in Siria: Iran contro Israele».
   Ad aprire questa nuova fase del conflitto, secondo la fonte militare, sarebbe stato il lancio di un drone iraniano partito dalla Siria, lo scorso febbraio, all'interno del territorio israeliano. Il velivolo, carico di esplosivo, è stato intercettato e distrutto dallo Stato ebraico, ma l'Idf (IsraelDefence Forces) non ha digerito l'incursione.
   Così come gli iraniani si sono legati al dito la perdita del colonnello Dehghan, che hanno promesso di vendicare. «Israele prima o poi la pagherà» ha minacciato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Bahram Qassemi, riaccendendo uno scontro verbale che si era calmato negli ultimi anni. «Non possono fare un'azione del genere e pensare di restare impuniti», ha detto il diplomatico persiano. E molto critica, riguardo all'incursione militare israeliana, è stata anche la Russia alleata, insieme all'Iran, del presidente siriano Bashar al-Assad.
   Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, non solo non ha smentito il raid (pur non confermandolo ufficialmente), ma anche chiarito di avere «totale libertà di azione in Siria», e di non accettare «alcuna limitazione da parte della Russia su ciò che riguarda la sicurezza». Lieberman, di origine moldava, è il leader più votato dalla corposa comunità di ebrei russi giunti in Israele dopo il crollo dell'Unione Sovietica. «Non vogliamo provocare i russi - ha quindi tenuto a specificare - continueremo a collaborare militarmente con loro». La presenza degli iraniani in Siria sembra ormai mal tollerata anche dai siriani stessi, soprattutto a Damasco. Una squadra di giovani immobiliaristi dei pasdaran ha già messo mano al business della ricostruzione nelle zone distrutte dalla guerra, mentre intanto compra intere strade dentro la città vecchia, dove i prezzi delle case sono volati alle stelle. Tanto che i negozianti dell'antico suq damasceno iniziano ad attribuire i tentativi di incendio delle proprie botteghe come incentivi a vedere agli iraniani. E ora, dopo gli attacchi da parte della coalizione occidentale, la sensazione è che Assad si getterà ancora di più tra le braccia di Teheran. Una prospettiva che fa paura ai siriani, sia sunniti, che alauiti, minoranza a cui appartiene il presidente stesso, scontenti della dilagante influenza sciita.

(Avvenire, 17 aprile 2018)


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Israele delusa da Trump: pronta a colpire per prima

Il disimpegno americano spinge Tel Aviv a moltiplicare le azioni militari preventive.

di Marco Ventura

ROMA - Alleati e avversari degli Stati Uniti in Medio Oriente si interrogano sulle reali intenzioni di Donald Trump: restare a lungo in Siria? Dare segnali di non mollare ma confermando il ritiro graduale dei militari Usa? Rilanciare con una strategia del dialogo, dopo aver dimostrato di non tollerare che venga superata la linea rossa dell'uso delle armi chimiche? Ridare smalto alla propria credibilità presso partner e nemici, con una limitata azione di forza?
   Mentre tutti scrutano la sfera di cristallo - i sunniti come gli sciiti, i sauditi come gli iraniani - Israele ancora una volta sembra aver già mezzo risolto il dubbio e guarda oltre. Una lunga analisi del «Begin-Sadat Center for strategie studies», think-tank vicino al governo di Gerusalemme, si chiede quali potranno essere le opzioni strategiche di Israele di fronte al possibile declino o disimpegno degli Stati Uniti dall'area mediorientale. E la risposta è un invito alla leadership israeliana a consolidare la propria capacità di autodifesa, senza escludere soluzioni che possono apparire azzardate ma che, venendo a mancare l'appoggio americano, potrebbero rivelarsi necessarie.
   Amos Yadlin, già capo dell'Intelligence militare israeliana, viene citato come interprete di questo nuovo scenario senza Washìngton, quando dice che il raid israeliano del settembre 2017 contro un centro di ricerca siriano puntava a mandare 3 messaggi: il primo, che Israele non permetterà l'implementazione e produzione di armi strategiche da parte dei nemici, il secondo che farà rispettare le sue linee rosse «anche se le grandi potenze le ignorano», il terzo che la presenza della difesa aerea russa non impedirà gli attacchi israeliani. Si tratta di messaggi, osserva Louis René Beres autore del dossier per il Besa, che di fatto «denunciano» la politica di Trump. Il terzo, in particolare, sarebbe una presa d'atto del «declino del potere e dell'influenza americana nella regione».
   Diventa allora fondamentale che Israele mantenga «credibile la sua deterrenza sia convenzionale che nucleare», preparandosi «con eccezionale creatività e immaginazione a ogni possibile guerra futura che potrà essere combattuta con un supporto minore da parte degli Stati Uniti». In sintesi, vale il detto di Clausewitz: «Vi sono casi in cui la maggior saggezza sta nel correre il maggiore rischio».
   La questione decisiva, secondo Gideon Rachman del Financial Times, è che gli USA e i loro alleati non hanno alcuna fantasia di defenestrare Assad, temendo che al suo posto subentri qualcuno peggiore di lui. Lo strike di sabato non modifica i termini del problema. Scrive Rachman che «l' attacco missilistico del fine settimana ha fatto poco per cambiare la traiettoria della guerra in Siria», mentre risulta evidente che l'America di Trump è «un partner imprevedibile e confuso».
   Nessuna intenzione, da parte del Presidente, di restare sul campo in eterno. Circa duemila militari US hanno appoggiato l'offensiva soprattutto curda contro il Califfato. Soffiando sulla pistola fumante nel weekend, Trump ha ribadito che il suo vero obiettivo è quello di annientare l'Isis. Lunga vita ad Assad, quindi.
   Forse più ottimista l'ex ambasciatore italiano negli Usa, Gianni Castellaneta, per il quale «Trump vuole differenziare la sua presidenza da quella di Obama, che è stata molto riflessiva e teorizzava il "leading from behind", guidare dalle retrovie. Trump vuole invece guidare dalla frontline, la prima linea. Se gli alleati lo accompagneranno a cancellare l'Isis, difendere i diritti umani e infine andare al dialogo, questo sostegno - afferma Castellaneta - potrebbe convincerlo a rimanere in Siria». L'azione di sabato è stata dimostrativa, non una vera azione di guerra. Ciò significa, conclude Castellaneta, che è arrivato il momento del dialogo. «A Soci fui testimone della telefonata con la quale Berlusconi e accanto a lui Putin convinsero George W. Bush a prendere insieme l'iniziativa che portò a Pratica di Mare e all'associazione della Russia alla Nato. L'Italia avrebbe anche oggi un ruolo da svolgere».

(Il Mattino, 17 aprile 2018)


Siria. Contro l'attacco americano, detto da una vicentina e sionista

di Paola Farina

Si continua a parlare di complessità del Medio Oriente nel complesso sistema della Siria ad esempio... ma che complesso! Complesso deriva dal latino complector: cingere, tenere avvinto strettamente e in senso metaforico comprendere, abbracciare, unire intorno a sé sotto l'egida di un pensiero e di una denominazione. Non è così, è un termine che mi piace molto e che a volte uso a sproposito, ma discutendo oggi in un dibattito pesante tra amici, la Siria non è una complessità, ma un problema molto complicato, che si fatica a risolvere perché contiene un gran numero di parti nascoste, che vanno scoperte una a una.
   Premetto che l'America ha bombardato con l'accordo della Comunità Europea e se la Mogherini non sa dire di no a Trump è un suo problema di spessore politico, lei si rivolta solo contro Israele perché lì non trova dissensi.
   Siria, va bene o no l'attacco? No e tutti i miei amici sono rimasti sorpresi. Io ho sostenuto Trump e lo sostengo tuttora perché non c'era alcun altro uomo candidato che sosteneva Israele e come me molti ebrei hanno fatto il mio stesso ragionamento. Dopo otto anni di un Obama contro, pro Islam premio della pace che di guerre ne ha causate e sostenute non poche, c'era bisogno di un cambiamento nella politica americana medio orientale.
   Questo non significa che io appoggi quest'ultima iniziativa di bombardare la Siria. Perché, mi hanno chiesto in molti? Perché Israele non ha ucciso Arafat, non ha assassinato Sadat, Saddam Hussein e Hafiz al-Asad (padre), non ha spodestato Mubarak, il presidente tunisino Zine El-Abidine Ben Ali, Gheddaffi. Non è mai intervenuta in questo genere di conflitti. E' vero, ha ucciso per difendere la sua gente, ha risposto al fuoco, ha interagito per rappresaglia (del resto smettiamola di fare i buonisti, quasi tutti noi sogniamo che in un modo o nell'altro i nostri nemici siano sconfitti, io per prima... e che piacere quando vedo il mio avversario steso a tappeto).
   Se Israele avesse voluto, avrebbe avuto mezzi, uomini e donne per assassinare i nemici e i potenziali tali. Se non l'ha mai fatto, è perché è uno Stato Intelligente e conosce molto bene il suo nemico, ma non crede nell'astrologia... conosce il suo nemico, ma non un nemico che non ha ancora la sua fisicità. I tempi non sono pronti per un modello sostitutivo.
   Si sono sprecati sette anni e si sono lasciate morire 400.000 persone sotto il silenzio internazionale, dei politici e dei pacifisti, trasformati in scimmie che non vedono, sentono e parlano. Ed ora si sono trasformati tutti in Prode Ettorre e vogliono tutto e subito.
   Non sono passati molti anni dalla Libia, cari miei amici ebrei libici, ho vissuto con voi il vostro esodo dalla Libia, le vostre critiche (feroci e condivise) a chi ha ricreduto nelle menzogne di Gheddafi e già sentiva risarcito in toto o in parte, la vostra illusione di poter ritornare a camminare nel lungomare di Tripoli e invece dopo la caduta di Gheddafi è stata una grande disfatta. Avete festeggiato il macabro che arrivava... Una Libia senza controllo, una Libia segnata da lutti quotidiani.
   Pensate forse che una caduta di Bashar al-Assad, possa cambiare la politica della Siria? Sono consapevole che la Siria è un nemico di Israele, ma sono altrettanto consapevole che una Siria senza un leader può essere un nemico ancor peggiore.
   La caduta di Mohammad Reza Pahlavi in Persia non ha portato fortuna. Dal 16 settembre 1941 fino alla Rivoluzione Islamica dell'11 febbraio 1979 gli ebrei erano apprezzati, sostenuti e amati, in Persia si viveva bene, le donne portavano le minigonne e gli uomini bevevano. So benissimo che la Persia è stato un paese filo nazista, ma guardo il paese nell'interesse dei persiani. L'economia esplose, gli ebrei persiani che prima vivevano di commercio ambulante ne beneficiarono e nel 1950 lo Shah concesse il riconoscimento di fatto a Israele. Nel 1979 lo Shah fu rovesciato e l'ayatollah Khomeini fondò la Repubblica Islamica. Va detto che Khomeini ha sempre rispettato gli ebrei che da persiani sono diventati iraniani ed ha pure concesso loro di bere. Ciononostante hanno anche affrontato serie difficoltà e più di 12 ebrei sono stati giustiziati e solo perché erano legati allo Shah.
   Il regime iraniano ha concesso qualche favore agli ebrei ricchi, ma non ha di certo concesso gli stessi favori agli ebrei poveri, Khomeini ha detto che "il governo iraniano distingue tra ebrei iraniani e il governo sionista di Israele". I tribunali rivoluzionari si sono dimostrati arbitrari nelle loro repressioni su individui facoltosi. Il timore di queste corti da parte della comunità ebraica ha portato a una migrazione di massa dall'Iran. Nei quasi 40 anni della Repubblica Islamica, la popolazione ebraica è passata da 80.000 a solo 25.000 di oggi, cifra falsa fornita dal regime iraniano. Di fatto, gli ebrei secondo fonti della Comunità Ebraica in Iran erano 8.756 nel 2016.
   In Siria non ci sono questi problemi, perché Israele si è portato a casa i suoi ebrei negli anni. Già nel 1992 aveva riportato in Israele i primi 700 dei 3.800 ebrei... gli ultimi cento sono usciti all'inizio della Guerra e lì in Siria ne erano rimasti tre.
   Ogni cambiamento di regime in Medio Oriente ha finora peggiorato il diritto di esistenza di Israele.
   Meglio la Siria con un incapace, o meglio un governo come quello libico che macina vittime di tutto il continente africano, neanche fossero carne da macello? E anche qui, ancora e tuttora tra il silenzio di tutto il mondo!

(VicenzaPiù, 16 aprile 2018)


Milano - «Nessun ok all'evento anti ebraico»

Università: «Mai dato permessi». Comunità ebraica «stupita e preoccupata»

«Nessuna autorizzazione». La Statale prende le distanze dall' evento di oggi, organizzato da un gruppo di studenti e dal cosiddetto Fronte Palestina, artefice fra l'altro dell' appello per cacciare la Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile. L'ateneo precisa «che il rettore Gianluca Vago non ha mai concesso alcuna autorizzazione allo svolgimento negli spazi della Statale dell'evento», definisce «sedicente Assemblea degli studenti» la sigla promotrice e aggiunge che «a nessun titolo» è «accreditata tra le associazioni studentesche operanti in Statale». Il fatto che gli organizzatori siano sostanzialmente estranei all'ateneo, o comunque sconosciuti, non comporta comunque un intervento ostativo sul «convegno» dell' odio. A quanto pare la Statale non ha in pratica gli strumenti per impedire che al suo interno si svolga un evento, per quanto sgradito. Può solo «vigilare». E, come da prassi, fa sapere che «vigilerà come di consueto per garantire all'interno dei suoi spazi l'assoluto rispetto della legalità, stigmatizzando il riferimento a metodi violenti e antidemocratici da qualunque parte politica e per qualsivoglia obiettivo vengano propagandati. La Comunità ebraica intanto ha scritto al rettore esprimendo «stupore e preoccupazione». E segnalando le affinità con i fatti del 9 dicembre scorso, «la manifestazione di piazza Cavour, nella quale si ebbe il dispiacere di ascoltare, una volta di troppo, il grido "morte agli ebrei"». La Comunità ebraica sottolinea «l'esistenza di un gemellaggio fra le città di Milano e Tel Aviv, nonché di numerose collaborazioni scientifiche fra università israeliane e italiane». E al contrario indica il boicottaggio di Israele come una campagna che richiama alla memoria la triste vicenda delle leggi razziali, che non risparmiarono studenti e corpo docente di religione ebraica, anche dello stesso Ateneo milanese».

(il Giornale, 17 aprile 2018)


Un premio ai rapper antisemiti

di Walter Rauhe

BERLINO - È polemica in Germania per il conferimento degli «Echo Awards», il più prestigioso premio musicale del Paese, a due rapper accusati di antisemitismo. «II mio corpo è scolpito meglio di quello di un detenuto di Auschwitz» e «faccio di nuovo l'Olocausto, arrivo con le molotov» recita il testo della recente canzone «0815» firmata da Kollegah e Farid Bang vista in streaming ben 30 milioni di volte e premiata sabato scorso a Berlino come «miglior album dell'anno» e come brano di «maggior successo» nella categoria hiphop e urban music. Già nel corso della cerimonia di gala la decisione della giuria ha provocato fischi e proteste da parte del pubblico chiamando poi in causa il Comitato dei sopravvissuti Auschwitz che ha parlato di una «cerimonia spettrale e disgustosa».
   In segno di protesta sono scesi in campo ieri anche due noti musicisti tedeschi, Klaus Voormann e il quartetto di musica barocca degli Notos, che hanno restituito alla giuria gli Echo Awards ricevuti in passato.
   I due rapper, uno tedesco e l'altro di origine marocchina, si erano scusati per il testo del loro brano affermando di non aver mai avuto l'intenzione di offendere nessuno. Con questo scandalo i «Premi Echo sono morti» titola però il tabloid «Bild Zeitung».

(La Stampa, 17 aprile 2018)


Ecco 4 lezioni da imparare dalla Silicon Wadi, la nuova valle delle startup

di Roberta Rottigni

 
Roberta Rottigni
Quando si parla di tecnologia all'avanguardia, di startup di successo o di dispositivi intelligenti, spesso si pensa e si fa riferimento alla fervente Silicon Valley, soprannome dato alla porzione meridionale della Bay Area di San Francisco, nella parte nord della California. Esiste, però, dall'altra parte del mondo, un altro luogo noto per l'aggettivo "Silicon" che pur essendo collocato a centinaia di chilometri di distanza, concorre con la celebre valle americana.
Si tratta della Silicon Wadi, e si trova in Israele, più precisamente nei dintorni di Tel Aviv - Wadi, infatti, in ebraico significa valle.
Oggi, la Silicon Wadi risulta essere uno dei distretti mondiali con la maggiore concentrazione di startups e di aziende tech - ad oggi si contano quasi 8.000 startups attive in Israele, la maggior parte ha sede a Tel Aviv. Nonostante queste cifre siano già abbastanza impressionanti, ciò che fa ulteriormente riflettere è la rapidità con la quale la Silicon Wadi è cresciuta ed ha continuato ad espandersi. Nata solamente negli anni '60 e cresciuta esponenzialmente grazie, soprattutto, agli incentivi statali ricevuti a partire dagli anni '90, l'industria tech israeliana oggi è una tra le più promettenti a livello mondiale.
I dati e numeri dell'ecosistema hi-tech italiano, purtroppo, sono ancora molto lontani dal competere con quelli israeliani. Le startup hi-tech italiane stanno, infatti, ancora muovendo i primi passi sia per quanto riguarda le possibilità di innovazione sia per ciò che concerne la capacità di attirare effettivi finanziamenti.
Nonostante, infatti, il numero di aziende sparse sul territorio nazionale sia promettente - ad oggi ve ne sono più di 7mila - il vero tasto dolente è rappresentato dalle dimensioni della maggior parte di esse e dai principali settori nei quali queste aziende operano. Tra le 7mila aziende italiane, infatti, sono pochissime quelle che presentano un fatturato degno di nota e meno di una su tre startup sono attive nella produzione di software e nell'informatica. I problemi principali annessi all'ecosistema startup italiano sembrano quindi essere legati alla crescita e all'innovazione. L'ecosistema hi-tech israeliano può diventare quindi uno spunto di riflessione e, magari, anche un esempio per l'ancora giovane industria tecnologica italiana.
Ecco quindi, di seguito elencate, 4 preziose lezioni che l'Italia può imparare dall'industria hi-tech israeliana:

 1-Nessuna circostanza esterna deve essere considerata motivo di interruzione
  Durante la vasta esplosione tecnologica israeliana che ha caratterizzato i due decenni appena trascorsi, il paese è stato tormentato da una situazione socio-politica del tutto avversa - attacchi terroristici e conflitti politico-militari sono infatti all'ordine del giorno in queste terre.
È stato, ed è tuttora, indispensabile che tutto proceda nella norma anche e, a maggior ragione, durante momenti altamente critici come questi. Nello specifico, durante i numerosi conflitti in Israele, gran parte delle nascenti startup israeliane si sono viste privare di figure chiave all'interno dell'azienda, essendo questi ultimi chiamati a prestare servizio militare. Tuttavia, questi due decenni di instabilità socio-politica, hanno portato ad una crescente innovazione ed aumento di capitali investiti che hanno ecceduto un miliardo di dollari per trimestre. Inoltre, la costante paura causata dalle tensioni militari in atto, ha contribuito a creare una mentalità fondata sul "carpe diem" che influenza l'atteggiamento collettivo nei confronti della vita e che spiega la maggiore predisposizione al rischio, tipica degli israeliani, sia sul mondo del lavoro che nella vita privata.
Morale della favola: considerare qualsiasi sfida come fonte di motivazione, non come un'occasione per gettare la spugna. So che suona scontato e più facile da dirsi che a farsi, ma è una lezione che spesso si dimentica con troppa facilità.

 2-Ricaricare le batterie è una necessità, non un lusso
  Lo stereotipo dell'italiano all'estero è spesso costruito intorno alla capacità di godersi a pieno le proprie giornate, facendo passare l'aspetto lavorativo in secondo piano rispetto all'amore per il buon cibo, il caffè ed il calcio. Se, da una parte, è dura contraddire lo stereotipo dell'italiano che apprezza le piccole gioie della vita, dall'altra mi riesce difficile pensare all'Italia come un paese che "non lavora abbastanza". Lo stacanovismo sul lavoro in Italia è di casa, sia quando si tratta di far funzionare aziende di una certa entità, sia quando è necessario impiegare tutte le forze in campo per far muovere i primi passi ad una nascente startup. Questo porta, molto spesso a lavorare più del dovuto, dimenticandosi del vero senso della domenica per esempio, come giorno di riposo, o delle altre festività nelle quali si dovrebbe semplicemente imparare a staccare la spina per qualche giorno.
Nella cultura ebraica d'Israele, tuttavia, il riposo non è un lusso che solo in pochi si possono permettere, ma una regola che viene rispettata collettivamente. Lo Shabbat - ovvero le 25 ore che vanno dal tramonto del venerdì fino a alla sera del sabato - in Israele viene da tutti, religiosi e non, rispettato come un vero e proprio giorno di riposo ed è difficile trovare qualche azienda aperta durante queste ore "sacre". Lo stesso vale per le principali festività ebraiche, che vengono considerate un'importante occasione per passare del tempo con la propria famiglia, lontani il più possibile dal lavoro. Il riposo "forzato", secondo la mentalità israeliana, favorirebbe un'aumentata produttività sul lavoro, poiché si sa che le soddisfazioni nella vita privata hanno un'enorme influenza su creatività ed ingegno nella vita professionale.

 3-Ogni voce è importante
  L'Italia è, tuttora, fondata su solide strutture burocratiche che ne determinano l'organizzazione sociale e politica. Lo stesso vale per le aziende che in Italia, per la maggior parte, sono ancor oggi fortemente strutturate e fondate su protocolli formali. L'ecosistema hi-tech Israeliano, però, ci insegna che per abbattere ostacoli di tipo burocratico, bisogno innanzitutto alleggerire le strutture interne all'azienda. Le startup israeliane, infatti, si caratterizzano per l'essere il meno strutturate possibile - anche se, ovviamente, una struttura base è necessaria per definire funzioni e ruoli - ed il meno dipendenti possibile da protocolli burocratici e formalità.
Oltre ad avere un'organizzazione interna più semplificata, le startup israeliane spronano ciascun collaboratore a dare voce alle proprie idee, anche nel caso in cui le opinioni di quest'ultimi dovessero essere in contrasto con quelle di manager aziendali o di collaboratori che si trovano in posizioni di livello più alto rispetto alla loro.
Questo tipo di cultura, meno gerarchica e più terra-a-terra rispetto a quella italiana, garantisce innanzitutto un contesto lavorativo più armonioso e, inoltre, riduce le probabilità che i dipendenti si astengano dal condividere le loro idee, spesso preziose, per la semplice paura di essere criticati.

 4-L'unione fa la forza
  Che "l'unione faccia la forza" è un concetto ormai assodato. Il problema legato a quest'idea, però, è che invece di diventare un fatto spesso rimane piuttosto un bel modo di dire. Alcuni appartenenti a determinate culture o paesi sono intrinsecamente più legati l'un l'altro rispetto ad altri nel resto del mondo. Le cause sono molteplici - la loro storia, un senso di patriottismo più consolidato, il sentirsi una minoranza rispetto al resto del mondo, ecc. Purtroppo, in Italia il senso di appartenenza non è così forte come lo è in altre culture e la società tende ad essere per lo più individualistica. Se questo orientamento all'individualismo può giovare ad alcuni aspetti della vita privata, non porta invece beneficio quando influenza il contesto lavorativo. Essere più legati agli altri nella vita privata, ha degli effetti positivi anche sul mondo del lavoro.
Israele è proprio uno di quei paesi dove i legami interpersonali sono molto forti, innanzitutto nella sfera privata, traducendosi poi in legami lavorativi duraturi. Si dice che ci siano solo due gradi di separazione tra un israeliano ed un altro, e non è una affatto una leggenda. Questi legami consolidati non sono semplicemente dovuti al fatto che Israele sia un paese molto piccolo, ma dipendono in primo luogo dal servizio militare obbligatorio, dove i ragazzi israeliani si trovano a prestare servizio con connazionali provenienti da città e gruppi sociali estremamente diversi. Questo si traduce nella creazione di legami interpersonali tra gruppi sociali totalmente opposti, che si traduce in una minore distanza tra gli individui.
I legami interpersonali sono alla base di tutto, bisogna semplicemente essere in grado di collegare tutti gli elementi a disposizione se si vuole dare vita a qualcosa di nuovo.

(Franz Russo, 16 aprile 2018)


Ostia. La Pineta di Castel Fusano riprende vita grazie all'associazione Ebraica JEvents

di Dario Caputo

La Pineta di Castel Fusano
La Pineta di Castel Fusano a Ostia è stata colpita, la scorsa estate, da vari incendi che l'hanno devastata in lungo e in largo: ora, con varie iniziative di singoli cittadini o varie associazioni, sta cercando di rivivere di nuova linfa. Proprio su questa strada si muove l'iniziativa "100 alberi per Ostia" portata avanti dall'associazione giovanile Ebraica JEvents che pianterà nuovi alberi all'interno della pineta. Come sottolineato da molti quotidiani, tra gli altri Il Messaggero, l'iniziativa si è resa possibile grazie al valido e forte contributo dell'8x1000 dell'Ucei. Ci sono state circa 30 persone che hanno aderito con entusiasmo e hanno riempito il sito "Cammino della Signora" con nuovi alberi che hanno preso il posto dei pini bruciati.
Il popolo ebraico ha da sempre avuto un forte e stretto legame con gli alberi come simbolo di vita. Sulla valida iniziativa è intervenuto il Presidente dell'associazione Giulio Sestieri che ha sottolineato come, "con questa iniziativa, JEvents ha voluto portare un messaggio di speranza e vicinanza ai cittadini di Ostia, contribuendo a far rinascere un parco vicino a dove è sorta più di 2000 anni fa la prima sinagoga della diaspora".

(Faro di Roma, 16 aprile 2018)


Israele: popolazione decuplicata dal 1948 ad oggi

GERUSALEMME - Nel 70mo anno dell'indipendenza di Israele, la popolazione è decuplicata dal 1948 ad oggi passando da 806 mila a 8,84 milioni. Lo riferiscono i dati del Centro di statistica israeliano diffusi oggi. Secondo le stime, la popolazione israeliana dovrebbe raggiungere i 15,2 milioni nel centenario della fondazione dello Stato ebraico del 2018. Nello specifico, i dati indicano che la popolazione ebraica è di 6,59 milioni (il 74,5 per cento del totale); quella araba è di 1,85 milioni (20,9 per cento); mentre cristiani non arabi, membri di altre religioni e quelli non classificati su base religiosa sono 404 mila (4,6 per cento). Rispetto al giorno dell'indipendenza 2017 la popolazione israeliana è aumentata dell'1,9 per cento. Gli immigrati giunti in Israele sono stati 28 mila. Da quanto è stato fondato lo Stato ebraico 3,2 milioni di persone sono immigrate in Israele.

(Agenzia Nova, 16 aprile 2018)


Israele e Hamas: ci vuole chiarezza morale

di David Harris (*)

Due secoli fa, il grande poeta tedesco Goethe disse: "Niente è più difficile da vedere con i propri occhi di quello che si ha sotto il naso".
È vero oggi come allora. C'è un abisso di differenza tra Hamas e Israele, eppure a sentire alcuni commentatori non sembrerebbe così. Per costoro, che sia il presidente turco Recep Tayyip Erdogan o il ministro degli Esteri svedese Margot Wallström, tutto si riduce all'innocenza di Gaza e alla colpa di Israele. I brutti e cattivi israeliani non hanno meglio da fare se non provocare e rovinare la vita ai residenti del sereno e pacifico territorio di Gaza, in mano ad Hamas. Per molti, tra i media, si tratta soprattutto di raccontare le sofferenze dei palestinesi a causa dell'apparato militare israeliano.
È un perfetto esempio di causalità al contrario. Hamas minaccia e attacca Israele, ma è solo la risposta di quest'ultima che necessita di un'attenta analisi e di un severo scrutinio. Goethe aveva ragione. Ci sono persone che non possono, o non vogliono, vedere quello che è sotto il proprio naso. Sono paraocchi ideologici che non glielo permettono; oppure l'incapacità di capire la vera natura di Hamas; o l'ingenuità che fa sì che delle persone riescano a credere a qualunque cosa scaturisca dalla macchina di propaganda di Hamas. In alcuni casi, si tratta di ostilità assoluta verso qualunque cosa faccia Israele, lo Stato Ebraico.
Sarebbe ora di fare chiarezza morale, invece di annebbiare le cose.
Hamas è un'organizzazione terroristica. È stata designata ufficialmente dagli Usa, dall'Unione europea, dall'Australia, dal Canada e da altri Paesi. Israele è un Paese democratico, con una magistratura indipendente, lo Stato di diritto, libere elezioni e una robusta società civile.
Hamas è antioccidentale, antisemita, antigay, misogina e anti-intellettuale. Israele è l'esatto opposto.
Hamas ha ambizioni territoriali su Israele. Anzi, non aspetta altro che sostituire l'intero Stato di Israele con uno Stato in mano ai Fratelli Musulmani. Israele non ha nessuna ambizione territoriale sulla Gaza di Hamas. Al contrario, Israele se n'è andata da lì 13 anni fa, nella speranza di non dover mai più metterci piede.
Hamas ha particolare interesse nell'utilizzo di Gaza come base per un conflitto permanente con Israele. Israele, che - ahimè - non può cambiare la propria geografia, ha un particolare interesse nell'avere uno Stato pacifico, moderato e prospero al proprio confine.
Hamas, leader unico di Gaza dal 2007, ha passato gli ultimi 11 anni a contrabbandare armamenti e a sviluppare la propria forza militare, invece di gettare le basi per uno Stato responsabile. Sapendo che questo arsenale è stato accumulato al solo scopo di essere usato contro di essa, Israele - come farebbe qualunque altra nazione - cerca di vanificare gli sforzi letali di Hamas.
Hamas non si fa nessun problema a piazzare cellule terroristiche e armamenti nel bel mezzo dei centri popolati a Gaza, oppure, come è successo recentemente, a schierare gente alla frontiera incoraggiandoli a sconfinare, sapendo bene che Israele non avrebbe avuto altra scelta se non quella di prendere di mira, apparentemente, degli innocenti. Israele si sforza di evitare di cadere nelle trappole di Hamas, arrivando al punto di utilizzare telefonate e volantini per avvisare i civili di allontanarsi dalle aree di conflitto imminente.
Cinicamente, Hamas dice alla popolazione civile di rimanere al suo posto, di non dare adito agli avvertimenti israeliani di attacco imminente. Per Hamas, più ci sono vittime tra i civili - incluse donne e bambini - meglio è. Israele fa tutto il possibile per avvertire la propria popolazione - ebrei, cristiani e musulmani - di attacchi missilistici di Hamas, e per evacuarli nei rifugi il prima possibile.
Hamas usa le moschee per nascondervi armi. Israele usa i luoghi di culto, moschee incluse, esclusivamente per le preghiere.
Hamas usa le scuole come depositi di armi. Israele usa le scuole solo per educare i propri figli - ebrei, cristiani, musulmani.
Hamas usa gli ospedali come fortini per terroristi. Israele usa i propri ospedali solo per curare i malati e i feriti, tra i quali i residenti di Gaza che non ottengono le cure adeguate a casa propria.
Hamas tenta di uccidere il maggior numero possibile di israeliani, lanciando missili ovunque in maniera indiscriminata. Israele cerca di scovare solo le installazioni terroristiche di Hamas, rinunciando ad agire quando il rischio di vittime civili è troppo alto.
Hamas, come dimostrano i documenti, non si fa problemi a falsificare informazioni, a manipolare fotografie, a filmare scenette, a gonfiare i numeri per perorare la causa al mondo intero. Israele, al contrario, si sforza in tutti i modi di verificare le informazioni sulle proprie azioni, arrivando a volte al punto di perdere lo slancio nella corsa mediatica.
I supporter di Hamas esplodono di gioia quando vengono colpiti obiettivi israeliani. Gli israeliani non suonano clacson, non sparano in aria, non distribuiscono caramelle quando fanno quello che non vorrebbero fare, ed esprimono il loro rammarico quando accadono degli errori, che sono inevitabili in guerra.
Hamas non sa neanche come si scrive "legge umanitaria internazionale", men che mai aderirne. Le forze di difesa israeliane impiegano specialisti in legge umanitaria internazionale assegnati a ogni unità, allo scopo di assicurare la massima conformità.
Hamas urla dai tetti che Israele è il nemico brutale. Israele, a differenza di tutte le nazioni sotto attacco nella Storia, fornisce tuttora a Gaza la maggior parte dell'elettricità e gran parte del carburante e degli alimenti necessari, persino mentre i leader di Hamas invocano la distruzione di Israele e considerano gli ebrei obiettivi da eliminare.
Hamas celebra la morte; è una cosa che poche persone di buona volontà riescono a capire. Israele celebra la vita, e tutte le persone di buona volontà dovrebbero capirlo.
(*) Amministratore delegato dell'American Jewish Committee

(L'Opinione, 13 aprile 2018)


Settant'anni di libertà per Israele

In occasione dei 70 anni dello Stato d'Israele, il presidente Reuven Rivlin ha scritto questo articolo per Yedioth Aharonot, La Stampa, Bild e Le Figarò.

di Reuven Rivlin

Reuven Rivlin. Presidente dello Stato d'Israele
Questa settimana cade un anniversario straordinario per il popolo ebraico. Settant'anni dalla fondazione dello Stato di Israele e dalla realizzazione, per la prima volta in due millenni, del sogno dell'indipendenza ebraica nella nostra patria. Ma questa pietra miliare non è solo un'occasione di festa per Israele, è una celebrazione per tutto il mondo libero.
   Perché, mentre Israele entra nel suo ottavo decennio, noi ricordiamo settant'anni di una democrazia vitale e di una società civile forte e indipendente - la prima del suo genere in Medio Oriente.
Per quasi tre quarti di secolo, questa nazione, Israele, ha tenuto alta la fiaccola della libertà e dell'uguaglianza in una regione difficile. L'impegno per i valori di libertà di parola, di opinione e di religione è la pietra angolare di Israele come Stato ebraico e democratico - insieme ebraico e democratico.
Sono stati sette decenni nel segno del successo, nell'innovazione, nel commercio, nel mondo accademico, in medicina e molto altro ancora. Lavorando duramente abbiamo fatto fiorire il deserto e anche l'alta tecnologia. Abbiamo sviluppato sistemi che riescono a ricavare l'acqua dal nulla e collaborato a realizzare auto che si guidano da sole.
   Nelle università e negli ospedali israeliani ogni giorno si fanno nuove scoperte per contribuire a risolvere alcuni dei problemi che da secoli rappresentano una sfida per l'umanità. Da settant'anni, Israele è disponibile, nella nostra regione e in tutto il mondo, a condividere la nostra conoscenza e la nostra esperienza; dalla sicurezza alimentare alla sicurezza informatica, oggi Israele sta aiutando a creare un domani migliore per milioni di persone. Inoltre, in questi settant'anni, siamo riusciti a fare la pace con molti ex nemici. Ma nessuna nazione è un'isola. Non ci saremmo mai riusciti senza l'aiuto di così tante persone in tutto il mondo. Uomini e donne, ebrei e non ebrei, che hanno dedicato le loro vite al sionismo e al benessere del popolo israeliano. E non avremmo mai potuto farlo senza i nostri alleati - Paesi in tutto il mondo con i quali abbiamo sviluppato forti e solide relazioni e amicizie radicate nei valori condivisi e costruite grazie alla cooperazione. Oggi più che mai, la cooperazione internazionale è la chiave per un futuro migliore, più sicuro, più pacifico.
   Guardando al futuro, speriamo di non dover aspettare altri settant'anni per la pace in questa regione. Israele non smetterà di provaci, di battersi per la pace. Sì, certo, faremo di tutto per difenderci. Possiamo essere costretti a costruire barriere per fermare i terroristi, o ad agire in modi diversi per garantire la sicurezza del nostro popolo, ma non chiuderemo mai la porta alla pace. Questi sono tempi difficili in molti luoghi della Terra, forse non più che nel Medio Oriente. Ma oggi guardiamo a questi settant'anni e vediamo chiaramente che il progresso non è solo possibile, ma necessario. E a settant'anni dalla prima volta che la bandiera israeliana con la Stella di David è stata issata, Israele continua a ispirare il mondo e il suo popolo continua a ispirarmi.

(La Stampa, 16 aprile 2018 - trad. Carla Reschia)


Sul Golan dopo i missili le mosse di Israele e Iran lungo il fronte più caldo

Dal sospetto raid ad Aleppo contro i pasdaran alle minacce di Khamenei. Sale ogni giorno di più la tensione tra i due Paesi. Con un occhio a Putin.

di Vincenzo Nigro

MOUNT BENTAL (Alture del Golan) - È sempre più uno scontro diretto fra Iran e Israele. Per questo salire al monte Bental, sulle alture del Golan, aiuta a capire quanto i due nemici siano arrivati pericolosamente vicini. Dal punto di osservazione più alto si vedono i verdi campi della pianura siriana, la cittadina di Quneitra, i villaggi occupati dai ribelli e poi le strade che portano verso Damasco o il Sud. Il posto di ascolto di intelligence della "montagna dell'elefante", lì dove ci sono i soldati iraniani.
   Al bar del Bental arrivano gruppetti di studenti, ospiti di riguardo scortati dalla protezione israeliana, diplomatici e militari dell'Onu che controllano la separazione con la Siria. Tutti a guardare dall'altra parte della "linea Alfa". «Non è cambiato tutto, ma sta cambiando molto», dice un ufficiale dell'esercito di Israele. Ufficialmente i portavoce di Idf sono molto cauti in queste ore: dopo l'attacco americano contro i depositi chimici di Assad, Israele deve capire ancora fino in fondo come gestire i prossimi passi.
   Per ora i due nemici continuano a scambiarsi parole, anatemi e maledizioni. Citazione storica nella dichiarazione dell'ayatollah Khamenei, che parlando degli attacchi aerei americani, francesi e britannici di sabato scorso li chiama «l'aggressione tripartita». Rievoca l'invasione dell'Egitto che Francia, Gran Bretagna e Israele fecero nel 1956 per controllare il canale di Suez. In Israele il più duro ieri era Gilad Erdan, il ministro dell'Interno, un giovane leone del Likud: «Gli attacchi aerei in Siria dovrebbero continuare. Non ci faremo schiacciare dall'Iran».
   Il problema è che oltre le parole, Iran e Israele fanno fatti: i bombardamenti segreti di Israele, i rifornimenti di armi iraniane ad Hezbollah e Assad, un fiume che parte dall'Iran, attraversa l'Iraq e arriva fin sulle sponde del Mediterraneo. Sabato notte nella regione di Aleppo c'è stato un altro misterioso bombardamento. È stata colpita una base in cui i pasdaran iraniani conservavano materiali militari. Israele questa volta è stato molto discreto, i corrispondenti dei giornali e delle tv non sono stati autorizzati a raccontare il bombardamento. Ai giornalisti Idf affida però le sue riflessioni. La prima: la superiorità aerea israeliana in Libano e in Siria ormai è in serio pericolo. Quando sabato americani, francesi e inglesi hanno colpito in Siria, la difesa aerea russa è rimasta spenta, hanno reagito soltanto i siriani. Zvi Barel, l'esperto strategico di Haaretz, spiega che per Israele a questo punto è tutto nelle mani di Putin: «Se davvero vendono o regalano ai siriani i missili S-300 per noi i problemi saranno assai seri».
   L'S-300 (per non parlare dell'S-400) è un incubo per gli israeliani. Spiega un ufficiale: «Un convoglio tipo di questi missili antiaerei si muove con radar, centro di controllo e poi 6 rimorchi con 4 tubi lanciatori: in tutto 24 missili. Ogni sistema radar può gestire contemporaneamente 12 missili, per cui diciamo che possono lanciare 2 missili contro ognuno di 6 aerei». Sarebbe la fine della possibilità di volare in sicurezza per Israele.
   Cosa dicono invece i militari dell'attacco americano di sabato? «È stato un attacco limitato, preciso, diciamo responsabile. Per colpire gli impianti chimici, per scoraggiare Assad dall'adoperare di nuovo armi chimiche. Senza far reagire i russi. Ma tutto il resto è rimasto uguale, e anzi adesso russi, siriani e iraniani sono ancora più compatti». Per Israele il bombardamento di non ha indebolito per nulla Assad, che si è fatto riprendere mentre entrava a piedi in ufficio fra gli uccellini che cantavano. Non ha minacciato il regime, che verrà difeso a spada tratta da Putin.
   Paradossalmente adesso il vero problema per Israele si chiama Donald Trump, che è l'unico su cui davvero si potrebbe provare a fare pressioni. «Che cosa vuole Trump? Cosa faranno gli americani in Siria? Davvero si ritireranno presto come chiedeva il presidente», dice un tenente colonnello: «Oppure rimarranno, per giocare un ruolo più importante, che per noi è vitale?». Dal monte Bental si vedono i ribelli siriani e gli iraniani, ma l'America è troppo lontana.

(la Repubblica, 16 aprile 2018)


Il pressing di Israele per convincere gli alleati: «Il vero nemico è l'Iran»

Per il premier Netanyahu l'appoggio di Assad a Teheran mette a rischio tutto il Medioriente

di Fiamma Nirenstein

 
GERUSALEMME - Il possibile attacco israeliano alla base iraniana Jabal Azzan, nella zona di Aleppo, è stato un «boom» quasi in sordina rispetto alla confusione trumpiana. Invece è il botto che potrebbe disegnare più di ogni altro il futuro bellico dopo l'attacco alle strutture chimiche di Assad. Sabato notte forse la maggiore base armata delle forze straniere in Siria è diventata cenere e ci sono anche un paio di decine di morti. Un'esplosione casuale? È stato Israele? Non si sa nulla. Tutti preferiscono protestare, e fra loro i peggiori violatori di ogni regola di civiltà, per l'«effrazione delle norme internazionali» per l'attacco della coalizione. E così ha seguitato a fare anche ieri il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e persino Hassan Nasrallah, il capo degli hezbollah.
   Netanyahu ha commentato: «L'elemento di sostanziale sovversione, più di ogni altro, è l'Iran. Quando Assad permette a Iran e amici di stabilire una base militare, mette a rischio la Siria e la stabilità di tutto il Medioriente». La breve guerra appena conclusa non ha risolto nessun problema, ma ha contribuito a segnalare la pericolosità di una situazione che esplode ogni momento. È impensabile che Israele consenta al suo nemico di avanzare il proprio confine fino quasi a Gerusalemme. Non glielo lascerà fare. L'ha detto e ridetto. Un'altra Shoah non ci sarà.
   Il retroterra attuale: ci sono decisioni fatali in vista. Il 12 maggio l'Europa dovrebbe decidere come modificare il pessimo accordo nucleare con l'Iran. Trump deciderà cosa fare il 15 maggio. L'Iran teme quella data, ma si sente forte del sostegno della Russia che ha basato la sua presa sulla Siria e lo sbocco sul Mediterraneo sul supporto ad Assad delle Guardie Rivoluzionarie guidate in persona da Qassem Suleimani, stratega dell'imperialismo iraniano. Suleimani nel 2015 rinvigorì il patto con Putin. Servì anche a rafforzarlo agli occhi di Rouhani, che non è convinto che la forza Quds in Siria sia un'idea vincente. Stare bocca a bocca con Israele non è un gioco che si vince facilmente, anzi, quasi sempre si perde.
   Dopo le centinaia di attacchi ai convogli di armi iraniane agli hezbollah, sempre riusciti, è un svolta l'attacco alla base T4 dieci giorni fa, in cui sono stati fatti 14 morti, fra cui 7 iraniani, ma soprattutto è stata distrutta la base tecnologica dei droni iraniani, molto avanzati. Israele ci ha messo tanto impegno, fino a perdere uno dei suoi F15 nell'attacco, perché il drone iraniano entrato nel suo cielo il 10 febbraio, adesso si sa, trasportava esplosivo. È stato colpito pochi secondi dopo essere entrato nello spazio aereo israeliano, ma l'intenzione era agghiacciante: l'Iran ha compiuto un atto di guerra diretto. Dopo i 7 morti, si aspetta la prossima mossa di Soleimani: probabilmente eviterà una guerra sul confine siriano. Troppo rumore, troppo fumo da quelle parti. Ma potrebbe sparare un missile kornet, farlo azionare dagli hezbollah, o attaccare un'ambasciata o una struttura all'estero, come ha già fatto varie volte, ammazzando centinaia di ebrei nel mondo.
   Netanyahu ha lungamente, con molti incontri e conversazioni con Putin, cercato di spiegare che Israele non ha intenzione di litigare con la Russia, né la Russia vede qualche vantaggio nello scontro con Israele. Certo, adesso pondera se fornire il sistema antimissilistico S300 ai siriani, e questo impedirebbe le operazioni israeliane contro le armi iraniane. Lo sa anche Putin, per cui non è comodo avere l'Iran sempre nel mezzo, con i guerrieri fanatici hezbollah, che a loro volte considerano la Russia un impiccio momentaneo rispetto alla guerra santa. Putin forse lo comincia a capire. Aleppo è un pesante segnale che la guerra non è finita, anzi, è appena cominciata.
   Quanto a Trump, anche se il suo obiettivo dichiarato sono solo le armi chimiche, ormai Pandora ha rotto il vaso. L'Iran è come le armi chimiche: una violazione esplosiva delle norme di convivenza. Ma può l'America consentire che il Medio Oriente esploda?

(il Giornale, 16 aprile 2018)


Il fronte dell'odio anti-Israele ospite all'Università Statale di Milano

Domani evento su «oppressione» e «rivolta in corso» Le proteste dal mondo ebraico: «Il rettore lo cancelli». Gli organizzatori sono gli stessi che promuovono la «gazzarra» del 25 aprile.

di Alberto Giannoni

 
La foto che si trova allegata al documento con cui i promotori dell'evento (previsto per domani all'Università Statale) nel 2015 invitavano a cacciare i "sionisti" dal 25 aprile
MILANO - All'università Statale sale in cattedra il fronte dell'odio. Domani, in via Festa del Perdono va in scena un evento contro Israele. Due sigle organizzatrici: Assemblea della Statale (studenti) e «Fronte Palestina». E questo gruppo, che nel nome si richiama alla «lotta internazionalista», è lo stesso che promuove la cacciata della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile, e lo ha già fatto fra l'altro con un documento delirante nella cui versione on line compariva una foto eloquente come poche: un gruppo di miliziani armati (probabilmente militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) e la scritta: «Al fianco dei partigiani palestinesi».
   L'appuntamento in Statale è intitolato «Cambia Giro. La Palestina e il Giro d'Italia» e parte dal pretesto della «Corsa rosa» per innestarsi nel filone di odio in cui si incontrano non solo i «boicottatori» di Israele, ma gli estimatori della «rivolta palestinese». E a Milano l'odio anti-sionista ha dato ampia prova di sé a dicembre, nel corso dei cortei «per Gerusalemme» in cui sono risuonati indisturbati anche slogan antisemiti. In via Festa del Perdono, si partirà dal No al Giro in Israele per passare a materiali di «informazione», video sulla «rivolta in corso» e domande di questo tipo: «Come lo sport può essere utilizzato per giustificare un'oppressione?»,
   Un evento del genere, ovviamente, suscita preoccupazione, nel mondo ebraico e non solo: «Molti non capiranno la gravità di questo evento ospitato dall'università milanese - commenta Davide Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo - ma se in Francia abbiamo visto le tante aggressioni agli ebrei, gli attentati dei kamikaze e le bombe stragiste, è anche perché la società civile aveva acceso la miccia dell'odio, accogliendo a partire proprio dalle università questi pensieri fanatici di chi vuole cancellare Israele, gli ebrei e l'occidente intero. Faccio appello al magnifico rettore affinché annulli il convegno e insieme a lui faccio appello alle autorità politiche nazionali, regionali e cittadine perché condannino la manifestazione e chiedano di cancellarla, prima che diventi un problema di sicurezza per tutti».
   «L'Università - rimarca Roberta Vital, dell'Osservatorio Solomon contro le discriminazioni, consigliera dell'Associazione delle donne ebree d'Italia - dovrebbe educare al rispetto della convivenza e della democrazia, attraverso dialogo e confronto, non con occasioni di odio e discriminazione senza contraddittorio». «La difesa dei palestinesi - aggiunge - non dovrebbe avere come obiettivo l'eliminazione di uno Stato democratico, ma cercare nella democrazia la soluzione». Vital vede i pericoli di una «ideologia che scomoda valori universali» per «incitare all'odio» di uno Stato descritto come un «male assoluto da eliminare», quando «al contrario offre esempi, come all'università di Haifa, di integrazione e convivenza tra ebrei e arabi israeliani».

(il Giornale, 16 aprile 2018)


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