La luna sarà coperta di rossore e il sole di vergogna; poiché l'Eterno degli eserciti regnerà sul monte Sion e in Gerusalemme, fulgido di gloria davanti ai suoi anziani.
Isaia 24:23

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Germoglio di speranza per Israele in una selva di dubbi

La visita del presidente degli Stati Uniti scatena pareri contrastanti tra scetticismo e potenzialità imprevedibili.

di Maurizio Ribechini

Il Jerusalem Post ha pubblicato un ampio resoconto della visita in #Israele effettuata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump ed emergono luci e ombre. Il quotidiano riferisce che Trump ha rassicurato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in merito agli sforzi americani per impedire che l'Iran si doti di una bomba nucleare, ha ribadito che senza contrasto al terrorismo non ci sarà pace e ha commemorato i sei milioni di vittime dell'#Olocausto rendendo omaggio all'ente nazionale per la memoria della Shoa Yad Vashem, ma sembra scansare i temi più caldi.

 Strategia americana e israeliana a confronto
  Netanyahu apprezza che Trump non spinga in favore della soluzione dei due stati, come il predecessore Barack Obama, considerando il ruolo chiave esercitato da Hamas nell'influenzare le scelte politiche palestinesi in funzione antisraeliana, ma la speranza di un patto tra ebrei, cristiani e musulmani per costruire la pace stroncando il terrorismo islamista, sembra sia prioritaria nell'amministrazione americana, rispetto alla proposta di un piano di pace più concreto.
  Il premier israeliano non condivide però l'idea di Trump che auspica un accordo bilaterale diretto tra israeliani e palestinesi, a causa dei frequenti arroccamenti sulle rispettive posizioni. Di conseguenza, privilegia la tattica opposta per coinvolgere un certo numero di paesi arabi moderati a supporto dei negoziati, esercitando una "moral suasion", specie sui palestinesi, e forgiare un patto duraturo.

 Punti di contatto e nodi da sciogliere
  Il Jerusalem Post sottolinea lo scetticismo di molti in Israele sulle reali intenzioni saudite di seguire l'invito di Trump a cacciare i terroristi e far parte seriamente di una coalizione internazionale, ma si apprezza che il presidente abbia escluso un'azione diretta statunitense per forzare le tappe, considerando che la trattativa israelo-palestinese deve svilupparsi in ambito mediorientale.
  Il quotidiano israeliano sottolinea però che Netanyahu e il presidente dell'autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) non sono così pronti a fare la pace come Trump afferma. In effetti, i nodi da sciogliere restano molti, a partire dalla sicurezza, gli insediamenti in Cisgiordania e il controllo politico e militare di Hamas sulla striscia di Gaza.

 La svolta di Donald Trump al Muro del Pianto
  La giornalista e scrittrice ebrea Fiamma Nirenstein, inviata in Medio Oriente di lungo corso, offre una narrazione molto particolare della visita del presidente americano al Muro del pianto che definisce un gesto semplice ma rivoluzionario perché quel biglietto di preghiera, che tradizionalmente i fedeli inseriscono nel muro, non è solo un gesto rituale ma acquista significato politico se lo compie il primo presidente americano che si avventura in quella zona di Gerusalemme.
  Fiamma Nirenstein afferma che l'iniziativa di Trump può cambiare la storia mediorientale e forse quella del mondo, nonostante il presidente degli Stati Uniti abbia agito con la prudenza del caso, rinunciando all'accompagnamento di Netanyahu per sottolineare l'aspetto religioso ed evitare il riconoscimento esplicito della sovranità israeliana su Gerusalemme, città che le Nazioni Unite considerano oggetto di disputa dal 1967.
  In ogni caso, i discorsi di Trump hanno messo al centro Gerusalemme, cardine del patrimonio storico, religioso e culturale per il popolo ebraico.
  Nirenstein conclude sostenendo che il gesto di Trump è altrettanto rivoluzionario al pari della visita ai Sauditi con l'offerta al mondo arabo di una solida alleanza contro il terrorismo e nel contrasto alle mire espansionistiche iraniane. I due aspetti sono quindi strettamente legati e forse possono gettare le basi di un terreno comune nella lotta al terrorismo, con l'avvio di un processo di pace realistico per l'intera area anche se ancora tutto da definire.

(blastingnews, 26 maggio 2017)


Mara Carfagna in missione nella Striscia di Gaza

A faccia a faccia con il "mostro islamico"

 
Mara Carfagna
Il dramma di Israele e della Palestina l'ha visto in faccia, Mara Carfagna, nella lingua di terra più calda del mondo. La big di Forza Italia ha indossato di nuovo i panni della reporter per il Tempo e ha trascorso alcuni giorni nella Striscia di Gaza, il luogo in cui i musulmani palestinesi alimentano il loro odio per gli ebrei e gli israeliani imparano a difendersi con le unghie e con i denti. "I leader di Hamas non vogliono un deserto senza alberi, ma senza ebrei", le spiega un abitante locale, mentre a Gaza, scrive la Carfagna, "i bambini imparano già sui libri di scuola che Israele è un nemico da abbattere".
Tra i tanti giovani israeliani arruolati nell'esercito per difendere la Patria ci sono tanti ragazzi e ragazze arrivati qui da altri Paesi. La Carfagna ne ha incontrate due, entrambe italiane, Lea Calderoni e Micol Debash. "Hanno deciso di arruolarsi e hanno ottenuto addirittura il più alto riconoscimento che lo stato ebraico riconosce ai suoi militari più valorosi". Sognano di lavorare nella cooperazione internazionale e nella sicurezza nazionale anti-terrorismo. "Oggi questa è casa nostra - le raccontano -. E se qualcuno minaccia di abbattere la tua casa, non stai lì a pensarci. Devi difenderla e basta". A chi accusa Israele di segregare gli arabi e i musulmani, la deputata forzista risponde con le parole di un ebreo di Tel Aviv: "Qui vivono tanti arabi (ce ne sono un milione e mezzo in tutto il Paese, ndr). Siedono in Parlamento, dirigono aziende, fanno i medici o gli avvocati. E ricevono gli stessi servizi degli israeliani, a cominciare dagli ospedali. Chi dice che qui c'è l' apartheid, non sa di che parla". La speranza ora si chiama Donald Trump: "Riavviare il processo di pace per garantire sicurezza e libertà, verso la costituzione di due Stati per due popoli. Questa è la grande sfida che attende Trump dopo gli anni bui di Obama", è l'auspicio della Carfagna.

(Libero, 26 maggio 2017)


Italia e Israele puntano sulla ricerca e tecnologia

ROMA - Una cooperazione già oggi intensa e proficua: nove laboratori congiunti, quasi 200 fra ricercatori, manager e imprenditori italiani che ogni anno prendono parte alle conferenze organizzate dall'Ambasciata italiana in Israele nei più svariati settori della scienza e della tecnologia, il 14% di medici israeliani che ha studiato o si è specializzato in Italia. Al primo dei due panel previsti per il convegno prendono parte: Stefano Dambruoso, Silvia Fregolent e Antonio Palmieri dell'Intergruppo Parlamentare 'Amici di Israele'; Olga Dolburt, ministro consigliere per gli affari economici e scientifici dell'Ambasciata di Israele; Francesco Nicoletti, direttore per l'innovazione e la ricerca del Ministero degli affari esteri e della cooperazione Internazionale. Il secondo panel vedrà gli interventi di: Mario Cunial, presidente della Cunial; Antonio Israel Artile Rooof, che in uno stabilimento nella regione del Negev produce tegole ad elevate prestazioni energetiche; Paola Vita-Finzi Zalman, professore emerito di Chimica organica all'Università di Pavia, membro dell'Associazione italiana Amici dell'Università di Gerusalemme; Maurizio De Rosa del Cnr, responsabile italiano del nuovo Laboratorio congiunto di ottica non lineare fra Cnr e Università di Tel Aviv; Paolo De Natale, direttore a Firenze dell'Istituto nazionale di ottica del Cnr; Mario Pagliaro, chimico e docente di nuove tecnologie dell'energia, che al Cnr di Palermo coordina un Gruppo di ricerca sulla nanochimica per lo sviluppo delle tecnologie della bioeconomia e dell'energia solare, in collaborazione anche con importanti scienziati israeliani.

(Prima Pagina News, 26 maggio 2017)


Galeazzi: "ad Ay dovrebbe piacere Israele..."

Questa domenica, ospite dello Swiss Israel Day, ci sarà l'ex ministra Israeliana Tzipi Livni, sul cui arrivo il Partito comunista (Pc) ha interrogato il Governo, chiedendo di "dichiarare Tzipi Livni persona non grata sul nostro territorio". Il granconsigliere Udc Tiziano Galeazzi ha risposto al granconsigliere Pc Massimiliano Ay, criticando il suo atto parlamentare e spiegando i motivi per cui l'ex ministra debba essere la benvenuta, e perché, secondo lui, anche ad Ay potrebbe piacere Israele...

 
                                    Tzipi Livni                                                                       Massimiliano Ay
Il prossimo 28 maggio a Lugano, in occasione dello Swiss Israel Day, promosso dall'Associazione Svizzera Israele, si svolgerà a Lugano una conferenza che avrà quale ospite l'ex ministro e parlamentare israeliana Tzipi Livni. L'arrivo della politica israeliana ha recentemente suscitato la disapprovazione del granconsigliere del Partito comunista Massimiliano Ay, che con un'interpellanza al Consiglio di Stato ha chiesto di "dichiarare Tzipi Livni persona non grata (probabilmente il segretario del Pc intendeva "persona non gradita", ndr) sul nostro territorio", poiché "la ex-ministra Livni era parte del consiglio di guerra di Tel Aviv durante l'aggressione militare israeliana alla Striscia di Gaza nell'inverno 2008/09".
   A rispondere ad Ay, con un post pubblicato su Facebook, era stato fra glia altri il grancosigliere Udc Tiziano Galeazzi, che aveva dichiarato che lui alla conferenza avrebbe presenziato. "Parteciperò", ci dice Galeazzi, "prima di tutto perché sono stato invitato, come lo sono stati probabilmente altri deputati, e perché mi interessa sempre sentire, sapere e conoscere". "Mi è dispiaciuto", ci dice il granconsigliere, "che un parlamentare, seppur di un'area molto chiara, interroghi il Consiglio di Stato per un evento che da quanto ne quanto so, nasce da un invito privato. Il ministro Livni può essere criticata, come altre leader mondiali, ma è comunque una persona e va rispettata".
   Tiziano Galeazzi, che precisa che esprime la sua posizione a titolo strettamente personale, e non per il partito in cui milita, ci dice che non parteggia "né per Israele, né per la Palestina". "Credo che quello israelo-palestinese sia un conflitto che è da 2000 anni che sussiste, in cui non si è mai riusciti a trovare un'intesa". "Sappiamo che Israele, a differenza della Palestina", dichiara Galeazzi, "è riuscito dal nulla a creare uno Stato, mentre dall'altra parte non è stato così. Sappiamo anche che la Palestina è sotto il giogo di altre nazioni che non vedono di buon occhio, e che da questi Paesi è stata utilizzata come una sorta di 'fanteria'". Israele tuttavia, facciamo notare noi, è il Paese con più risoluzioni di condanna da parte dell'Onu. "Bisognerebbe vedere quali altre nazioni che hanno commesso dei crimini non hanno mai ricevuto delle sanzioni", ci risponde Galeazzi. "Il mondo è pieno di guerre e ci sono molte altre nazioni su cui nessuno ha mai detto nulla. Ricorderei inoltre ad Ay che la massima applicazione del socialismo in termini pratici sono i Kibbutz della comunità ebraica".
   Ma non pensa Galeazzi che parte dell'ostilità verso l'Occidente del mondo islamico sia dovuta anche al conflitto israelo-palestinese, gli chiediamo. "Addebitare le colpe ad Israele a mio giudizio non è corretto", ci dice. "Fino ad oggi non c'è stato un attentato dell'Isis in Israele. L'Isis combatte l'Occidente in territorio europeo. Probabilmente hanno capito che con Israele non possono alzare troppo la cresta. Il terreno molle l'hanno trovato in Europa, con le nostre politiche migratorie e con le nostre politiche troppo permissive".

(Ticino Today, 26 maggio 2017)


s Albania: L'importanza della "besa" e i precetti del Kanun

di Stefania Morreale

Norman H. Gershman (a sin.)
La besa rappresenta uno dei principi cardine del Kanun, il più importante codice consuetudinario albanese. Il lemma besa potrebbe essere tradotto in 'parola d'onore' o 'promessa' o ancora 'parola data'. In realtà si tratta di un termine così strettamente legato al contesto all'interno del quale è nato e si è diffuso, da non poter essere trasposto in maniera chiara in nessun'altra lingua.
   Per gli albanesi besa ha un significato molto preciso: non si tratta di una semplice promessa, ma piuttosto di una garanzia di veridicità, un comportamento attraverso il quale chiunque voglia liberarsi da un debito, deve dare un segno di fede, chiamando il Signore a testimonianza della verità' (Kanun, III capitolo). Se si considera che la società albanese è stata una società regolata dall'oralità, che ha tramandato oralmente le proprie regole invece di affidarsi alla scrittura, è facile immaginare quanto peso doveva avere la parola data. Soprattutto nei piccoli villaggi tra le montagne del nord dell'Albania, la besa aveva e ha tutt'oggi un grande valore; si tratta di una parola irrevocabile che presuppone l'assumersi un impegno che dovrà essere portato a termine ad ogni costo.
   Il concetto di besa, indissolubilmente legato ad un alto senso dell'onore e della giustizia umana, può trascendere le leggi statali o religiose. Grazie a questo codice morale l'Albania ha salvato numerosi ebrei durante l'Olocausto e gli albanesi sono stati insigniti del titolo di 'Giusti delle Nazioni'. Al legame tra besa e deportazione ebraica si è ispirata la mostra fotografica di Norman H. Gershman, allestita per la prima volta nel 2008. Il fotografo americano, che per cinque anni è stato in Albania recuperando le testimonianze del salvataggio di duemila ebrei, ha ripercorso un viaggio nella memoria attraverso i suoi suggestivi scatti.
   L'idea di besa è così presente all'interno del sentire comune albanese che compare in diverse fiabe popolari, che ne spiegano al meglio l'importanza e il significato. La più famosa tra queste storie è quella che vede come protagonista la famiglia Vranaj, composta da una madre vedova, una figlia (Doruntina) e nove fratelli (tra cui uno, il più piccolo, di nome Costantino). La storia racconta del matrimonio di Doruntina, voluto dal fratello Costantino, con un uomo che viveva molto lontano dalla madre della ragazza. L'anziana vedova fa promettere al figlio che ogni volta in cui sentirà il bisogno di vedere Doruntina, lui gliela riporterà. In realtà poco dopo Costantino e i suoi fratelli moriranno in una sanguinosa battaglia. La madre allora maledice il giovane figlio, ricordandogli di non aver tenuto fede alla sua besa. Dopo questo rimprovero, Costantino uscirà dalla tomba e riporterà Doruntina dalla anziana madre.
   Il noto scrittore albanese Ismail Kadare si ispira a questo racconto popolare per scrivere 'Chi ha riportato Doruntina?', romanzo giallo che narra delle indagini del Capitano Stres, incaricato di trovare chi ha riportato la fanciulla dalla madre. Al termine delle indagini Stres affermerà: "Ecco perché affermo e ribadisco che Doruntina non è stata riportata da altri che dal fratello Costantino, in virtù della parola data, della sua besa. Quel viaggio non si spiega né potrebbe spiegarsi altrimenti […] Ciascuno di noi ha la sua parte in questo viaggio, perché la besa di Costantino, colui che ha riportato Doruntina, è germogliata qui fra noi. E dunque, per essere più precisi, si può dire che, attraverso Costantino, siamo stati noi tutti, voi, io, i nostri morti che riposano nel cimitero accanto alla chiesa, a riportare Doruntina."

(East Journal, 26 maggio 2017)


Italia-Israele: guidati dal futuro

 
Si terrà la mattina di martedì 30 maggio presso la Sala 'Aldo Moro' di Montecitorio il convegno 'Italia-Israele: Guidati dal futuro'. Organizzato dall'Intergruppo Parlamentare per l'Innovazione su iniziativa dell'on. Antonio Palmieri, il convegno si propone di offrire uno sguardo orientato al futuro della cooperazione scientifica e tecnologica fra i due paesi, attraverso la testimonianza di ricercatori, rappresentanti dell'imprenditoria, parlamentari e funzionari diplomatici. Una cooperazione già oggi intensa e proficua: nove laboratori congiunti, quasi 200 fra ricercatori, manager e imprenditori italiani che ogni anno prendono parte alle conferenze organizzate dall'Ambasciata italiana in Israele nei più svariati settori della scienza e della tecnologia, il 14% di medici israeliani che ha studiato o si è specializzato in Italia.
   Al primo dei due panel previsti per il convegno prendono parte: Stefano Dambruoso, Silvia Fregolent e Antonio Palmieri dell'Intergruppo Parlamentare 'Amici di Israele'; Olga Dolburt, ministro consigliere per gli affari economici e scientifici dell'Ambasciata di Israele; Francesco Nicoletti, direttore per l'innovazione e la ricerca del Ministero degli affari esteri e della cooperazione Internazionale. Il secondo panel vedrà gli interventi di: Mario Cunial, presidente della Cunial; Antonio Israel Artile Rooof, che in uno stabilimento nella regione del Negev produce tegole ad elevate prestazioni energetiche; Paola Vita-Finzi Zalman, professore emerito di Chimica organica all'Università di Pavia, membro dell'Associazione italiana Amici dell'Università di Gerusalemme; Maurizio De Rosa del Cnr, responsabile italiano del nuovo Laboratorio congiunto di ottica non lineare fra Cnr e Università di Tel Aviv; Paolo De Natale, direttore a Firenze dell'Istituto nazionale di ottica del Cnr; Mario Pagliaro, chimico e docente di nuove tecnologie dell'energia, che al Cnr di Palermo coordina un Gruppo di ricerca sulla nanochimica per lo sviluppo delle tecnologie della bioeconomia e dell'energia solare, in collaborazione anche con importanti scienziati israeliani.
   "I risultati della collaborazione scientifica fra Italia ed Israele sono tanto rilevanti quanto poco noti", dice l'on. Palmieri. "Con questo incontro fra l'altro li vorremmo diffondere anche al di fuori della comunità scientifica". "Nella lunga e proficua collaborazione scientifica tra Italia e Israele il Cnr ha un ruolo di primo piano - afferma il presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, Massimo Inguscio. "Molte delle nostre migliori ricercatrici e molti dei nostri migliori ricercatori, che lavorano presso diversi istituti del Cnr presenti sul territorio, hanno vinto bandi e attratto finanziamenti europei per laboratori e progetti congiunti con i colleghi delle università e centri di ricerca in Israele, in aree fondamentali per la salute delle persone e dell'ambiente, nel campo dell'innovazione. Si va dalle neuroscienze all'ottica non lineare, in temi di qualità alimentare, alle tecnologie per la protezione dell'acqua e il suolo, alla cyber security, alla farma-genetica. In particolare nel quadro dei bandi accademici, il Cnr risulta l'Ente di ricerca italiano con il maggior numero di progetti finanziati con Israele negli ultimi tre anni".
   La partecipazione alla Giornata di studi è libera e gratuita. Per partecipare occorre registrarsi online alla pagina web eventbrite.it

Per informazioni:
Mario Pagliaro
Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati, Ismn-Cnr Palermo
mario.pagliaro@cnr.it

(Consiglio Nazionale delle Ricerche, 26 maggio 2017)


Il 78 per cento degli israeliani non crede alla pace, ma vuole la ripresa dei negoziati

GERUSALEMME - Circa il 78 per cento dei cittadini israeliani crede che non esista alcuna possibilità di raggiungere un accordo di pace definitivo con i palestinesi, nonostante gli sforzi profusi dal presidente statunitense Donald Trump: lo rivela un sondaggio effettuato dal quotidiano israeliano "Maariv". Solo il 18 per cento pensa che sia possibile raggiungere un accordo, mentre il 4 per cento ancora non si sbilancia. Il sondaggio è stato effettuato su un campione di 542 adulti israeliani, con un margine di errore statistico del 4,3 per cento. Anche tra gli israeliani che si definiscono di sinistra, solo il 21 per cento ha dichiarato di ritenere possibile un accordo di pace, mentre il 76 per cento sostiene che non vi sia alcuna possibilità e il 3 per cento non sa rispondere. Nonostante lo scetticismo sul successo dei negoziati, la maggior parte degli israeliani vuole che i colloqui riprendano: il 58 per cento afferma di essere favorevole, il 33 per cento si oppone e il 9 per cento sostiene di non sapere. Alla domanda se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sia obbligato a raggiungere un accordo diplomatico con i palestinesi, gli intervistati si sono divisi: il 46 per cento si è detto a favore, il 46 per cento non ha saputo rispondere, mentre l'8 per cento si è detto contrario.

(Agenzia Nova, 26 maggio 2017)


Tra le nuove generazioni d'Israele. Attese e sogni al confine con Gaza
      Articolo OTTIMO!


Il reportage di Mara Carfagna. «Nella lotta al terrorismo speriamo in Trump».

Le italiane arruolate
«Questo Paese ci ha accolto. È nostro dovere difenderlo»
L'alta natalità
«Si fanno tanti figli perché ognuno ha subito lutti improvvisi»

di Mara Carfagna

La strada che da Tel Aviv porta a Sderot è un esempio di quell'efficienza israeliana che, in meno di un secolo, è riuscita a costruire infrastrutture all'avanguardia dove prima c'era il deserto. E pare incredibile che al posto della terra arida e brulla, quella che agli occhi di De Amicis appariva come una landa desertica e paludosa, ci siano oggi coltivazioni rigogliose, campi fioriti, palme e alberi di ogni genere.
  Arrivati a Sderot, a fare da padrone di casa è un ufficiale dell'esercito israeliano che nel 2002, dopo sette anni in Cile, è ritornato in Israele ed è diventato vicesindaco di questa cittadina al confine con Gaza. «Era mio dovere ritornare per dare speranza al mio popolo»,
  Da lontano si intravede benissimo quella striscia di terra da cui nel 2005 gli israeliani furono fatti evacuare su decisione di Ariel Sharon, nella speranza che questo potesse aiutare gli accordi di pace. Ma la storia purtroppo ci racconta che servì a poco. «I leader di Hamas (che governa la striscia di Gaza) non vogliono un deserto senza alberi, ma senza ebrei», ci racconta Shai mentre ci indica una valle desolata che fino a qualche anno fa era talmente ricca di vegetazione da rendere impossibile la vista di Gaza.
  I kibbutz che arrivano quasi fino al valico di Erez sono circondati da filo spinato e difese elettroniche per scongiurare il rischio di assalti e da lontano è facile intravedere un muro alto sette metri che separa Israele da Gaza, costruito dopo che «dalla Striscia i missili venivano puntati direttamente sulle scuole e sugli asili».
  E mentre i bambini a Gaza imparano già sui libri di scuola che Israele è un nemico da abbattere, i bambini israeliani imparano l'importanza di servire la Patria e difenderla da chi in tutti questi anni ha provato a cancellarla dalle cartine geografiche.
  Accanto a loro, anche tanti stranieri e tanti italiani che, arrivati in Israele per un periodo di vacanza, per studiare o lavorare, restano affascinati da questo Stato giovane, dinamico e accogliente e sentono il dovere di arruolarsi per difendere il diritto a esistere della Nazione che li ha accolti come figli.
  Lea e Micol sono due ragazze italiane che, arrivate in Israele per completare un percorso di studi, hanno deciso di arruolarsi e hanno ottenuto addirittura il più alto riconoscimento che lo stato ebraico riconosce ai suoi militari più valorosi.
  Hanno gli occhi di chi ha vissuto quella che definiscono un'esperienza indimenticabile, ma faticosa. «L'addestramento dura tre mesi ed è una palestra di vita. Sveglia all'alba, flessioni e solo un'ora al giorno per mangiare, farsi la doccia e parlare con i propri cari». Lea oggi studia Business all'Idc di Herzliya, Tel Aviv, sperando di lavorare un giorno nell'ambito della cooperazione internazionale. «Il servizio militare mi ha fatto capire molte cose su me stessa e che direzione prendere nel futuro» racconta Lea, che ha avuto la responsabilità di comandare, in diverse basi militari, gruppi di volontari provenienti da tutto il mondo.
  Micol, invece, è ancora in servizio e terminerà tra pochi mesi. Arrivata in Israele per fare un tirocinio in un giornale israeliano, sogna di continuare a occuparsi di difesa e sicurezza nazionale e inizierà un masterin sicurezza e controterrorismo all'Idc di Herzliya. Le guardi, due facce belle e solari, e ti chiedi cosa le abbia spinte a indossare una divisa dell'esercito israeliano per due anni. «Oggi questa è casa nostra. E se qualcuno minaccia di abbattere la tua casa, non stai lì a pensarci. Devi difenderla e basta». Servire la Patria è una missione per tutti i figli legittimi o adottivi di questa terra. «Mio figlio Nassim partirà tra sei mesi, ma noi non siamo preoccupati, anzi, siamo orgogliosi di questo» dice David, che dalla Francia si è trasferito in Israele nel 20lD, con moglie e quattro figli, sull'onda di quell'antisemitismo che ha costretto molti ebrei in Europa e soprattutto in Francia a fare l'aliya (il ritorno in Israele). «Noi vogliamo vivere in pace, abbiamo subito guerre di aggressione sin dal 1948, ogni volta ci siamo difesi e siamo riusciti a sopravvivere, nonostante volessero annientarci. A Tel Aviv vivono tanti arabi (ce ne sono un milione e mezzo in tutto il Paese, ndr). Siedono in Parlamento, dirigono aziende, fanno i medici o gli avvocati. E ricevono gli stessi servizi degli israeliani, a cominciare dagli ospedali. Chi dice che qui c'è l'apartheid, non sa di che parla».
  In effetti, non è difficile imbattersi per le strade di Tel Aviv in donne con il velo islamico. «Per noi è normale. Qui vivono ebrei, musulmani e cristiani. Questo Paese accoglie tutti e anche l'ultimo arrivato ha opportunità che in Italia si sognerebbe» racconta Alan, arrivato due anni fa con moglie e due bambine. «Mia moglie vorrebbe almeno altri due figli, dice che rispetto alle famiglie numerose che ci sono qui, siamo sotto la media».
  Viene da chiedersi come mai qui si facciano così tanti bambini. E i sussidi che il governo riconosce per ogni figlio, indipendentemente dal reddito, così come i tanti spazi verdi attrezzati per loro, non possono essere l'unica spiegazione. «No, qui si fanno tanti figli perché in tante famiglie si piange il lutto di chi è morto per difendersi dal terrorismo», Tutto questo mentre Donald Trump sceglie proprio Israele come prima tappa al suo esordio sulla scena internazionale. «Speriamo che Trump ci dia una mano. Non è possibile che dopo settant'anni ci sia ancora qualcuno che vuole cancellarci dalla faccia della Terra», dice Sassi, di origine libica, residente qui da più di quarant'anni.
  Riavviare il processo di pace per garantire sicurezza e libertà, verso la costituzione di due Stati per due popoli. Questa è lagrande sfida che attende Trump dopo gli anni bui di Obama. «È un'intesa difficile» ha detto il presidente americano «ma alla fine ci arriveremo». Questo è il messaggio di speranza che Micol, Lea, Alan, Nassim e tutti quelli come loro vogliono ascoltare. Perché per loro, servire il Paese significa costruire la pace, non preparare la guerra.

(Il Tempo, 26 maggio 2017)


Chi salvare? O cosa? La lezione del rabbino durante l'alluvione

Un ricordo del 1966

di Adam Smulevich

 
Fernando David Shlomò Belgrado
«Quando ho visto che l'acqua cresceva, da ebreo mi sono posto il problema se prima dovevo salvare la Torah, la Legge, oppure i miei figli. Però ho avuto un istinto primario e ho salvato i rotoli. Dio mi ha illuminato, e mi ha dato la forza per salvare anche i miei figli». Novembre 1966. Nella città colpita al cuore dall'alluvione, le parole pronunciate dal più esperto rabbino aprono la mente del giovane viceparroco di San Salvi, che lo incontra nel giardino della sinagoga. Il viceparroco era Gualtiero Bassetti, da mercoledì guida dei vescovi italiani. Quelle parole gli sono rimaste cucite addosso. La traccia viva, ha detto incontrando i giornalisti in Vaticano, «di un uomo di eccezionale spiritualità». Quell'uomo, quel Maestro, si chiamava Fernando Belgrado. Nato a Firenze nel 1913, ne fu a lungo rabbino capo e in questa veste fu anche un simbolo del commovente tentativo di salvataggio intrapreso dalla Comunità ebraica per sottrarre il proprio patrimonio, sia liturgico che documentale, alla devastazione. In prima linea, in quell'azione di soccorso, c'era proprio lui. Stanco, stravolto, lo sguardo provato dall'incessante lavoro fisico. Ma, raccontano testimoni dell'epoca, mai piegato del tutto. Molto andò perduto, con l'alluvione. Tra gli altri diversi rotoli della Torah, poi seppelliti nel cimitero ebraico. Ma se tanto pure fu salvato, lo si deve al suo esempio. L'esempio di un uomo che aveva già dato prova di saper superare ostacoli e diversi livelli di emergenza. Nei giorni delle retate antiebralche, Belgrado è infatti al fianco dell'allora rabbino capo Nathan Cassuto (poi deportato nei campi di sterminio, da cui non farà ritorno) nella rete di assistenza clandestina ai perseguitati. Sarà poi lui, nell'agosto del '44, a riaprire i luoghi e le istituzioni della Firenze ebraica. Già vicerabbino con Cassuto, con la vacanza della cattedra assume quindi le funzioni di rabbino capo. Lascerà l'incarico nel 1978, restando fino alla morte (avvenuta nel 1998) un punto di riferimento per tutti gli iscritti.

(Corriere Fiorentino, 26 maggio 2017)


«Uccisero capo di Hamas»

Messi a morte a Gaza i tre palestinesi accusati

GAZA CITY - In un'installazione di Hamas a Gaza ieri sono state eseguite, davanti un folto "pubblico" di "invitati", le condanne a morte di tre palestinesi giudicati responsabili dell'uccisione, a marzo, di un comandante militare di Hamas, Mazen Fuqaha, che aveva scontato una lunga detenzione in Israele. Uno dei condannati è stato impiccato, mentre gli altri due sono stati fucilati da un plotone di esecuzione. I tre palestinesi, che secondo Hamas hanno agito per conto di Israele erano stati condannati a morte dopo che - secondo la versione ufficiale - avevano confessato le proprie responsabilità.
   Alle esecuzioni hanno assistito un migliaio di persone, fra cui i familiari di Fuqaha e dei tre condannati (di cui non sono state divulgate ufficialmente le generalità), nonché alti ufficiali, funzionari e giornalisti. Nei giorni scorsi i condannati avevano chiesto, ma invano, che le esecuzioni fossero rinviate fino al termine del Ramadan, ormai imminente.
   Una Ong locale, "PchrGaza", ha denunciato il fatto che le condanne a morte sono state emesse (il 21 maggio) dalla "Corte militare Al Maydan" dopo sole quattro udienze, che si sono concluse nel giro di una settimana. I tre condannati, secondo "PchrGaza", non hanno dunque avuto la possibilità di difendersi in maniera adeguata. Un documento di forte critica a queste condanne è stato emesso nei giorni scorsi anche dalle rappresentanze a Gerusalemme e a Ramallah dell'Unione Europea.
   Intanto, Hamas ha indetto per oggi in Cisgiordania una "Giornata di collera" contro Israele in sostegno con lo sciopero della fame ad oltranza intrapreso il 17 aprile scorso - su iniziativa del dirigente di al-Fatah Marwan Barghouti - da un migliaio di palestinesi reclusi in Israele per reati legati all'Intifada. Hamas ha fatto appello ai palestinesi della Cisgiordania a «scontrarsi con gli occupanti israeliani». (R.E.)

(Avvenire, 26 maggio 2017)


Oltre ad Avvenire, questa notizia è stata riportata in poche righe soltanto dal Corriere della Sera, senza nessun commento. Ovviamente. Perché Hamas non si discute. Ad Hamas non si chiede niente. Da Hamas non si pretende niente. Ad Hamas non si rinfaccia niente. Hamas è. Hamas non è mai colpevole, non può per sua natura essere colpevole. Per i benpensanti di sinistra Hamas è come la grandine e Netanyahu è come il governo. Si può accusare la grandine di qualcosa? Ovviamente no. Si può accusare il governo per non aver saputo limitarne i danni? Ovviamente sì. Si cerchino dunque le colpe del governo di Netanyahu. Qualcuno certamente le troverà. M.C.


Saluzzo ebraica, il giorno del ricordo

La sinagoga di Saluzzo
Commosso ricordo questa mattina, nella sinagoga di Torino, al termine della preghiera mattutina dello Shachrit, degli ebrei saluzzesi deportati nei campi di sterminio. L'ultimo gruppo partì da Fossoli il 16 maggio del 1944, allora Rosh Chodesh Sivan (il primo giorno del mese ebraico di Sivan, come oggi).
Gli ebrei deportati da Saluzzo furono 30, 29 uccisi ad Auschwitz. "Tornò, unica dai lager, con il corpo e l'anima piagati, Natalia Tedeschi, sopravvissuta ad una via crucis tremenda attraverso Birkenau, Bergen Belsen, Dessau, Terezienstadt, suo fratello Vittorio aveva perso la vita a Mauthausen il 25 aprile 1945, mentre tendeva la mano alla libertà" ha scritto la storica Adriana Muncinelli.
Fu una pagina terribile per una piccola Comunità quale quella saluzzese che rimase letteralmente distrutta e piegata dalla furia nazista: un tributo enorme se si pensa che il nucleo ebraico nella città contava una cinquantina di membri all'inizio della guerra.
Nel dopoguerra si consumerà il declino della Comunità con la caduta in disuso dal 1964 della sinagoga, il cui patrimonio librario fu trasferito nel 1983 all'Archivio Terracini di Torino. Resta a Saluzzo, oltre alla splendida sinagoga ottocentesca, restaurata di recente, un cimitero ebraico, acquistato nel 1795 e nel quale furono trasportate anche le vecchie lapidi di due precedenti cimiteri.

(moked, 26 maggio 2017)


Delera e la solitudine degli ebrei di sinistra

di Goffredo Fofi

Poche sere fa, nella Casa della cultura di Milano, si sono radunati diversi amici per ricordare un giornalista molto amato, morto due anni fa. Roberto Delera è stato in gioventù un militante di Lotta continua che, per la militanza (soprattutto in Sicilia) rinunciò a proseguire gli studi e si laureò già adulto, mentre si occupava di esteri al Corriere della sera. Non ha scritto molto, fuori dal mestiere, ma la sua tesi, che si spera di veder presto pubblicata e di cui nella serata in questione erano stampate copie destinate agli amici, mi è parso un testo appassionante e attualissimo. Il tema: «La solitudine degli ebrei di sinistra in Italia, dal dopoguerra all'attentato a Rabin», il titolo: L'asinello di Elisha, da un testo di Martin Buber presente nel Midrash che vale la pena di citare: un rabbi «pilastro dell'ortodossia, aveva per maestro di teologia un eretico» noto come Asher, che significa "lo straniero". Discutono muovendosi l'eretico in groppa un asino e il rabbi, essendo sabato, a piedi, fino a un confine che gli osservanti non potevano attraversare nel giorno di festa, ma l'eretico prosegue, lo attraversa. Questo aneddoto appassionò Isaac Deutscher e di esso hanno scritto Arnaldo Momigliano e Alberto Cavaglion. Delera parla dell' «uomo di frontiera che rompe con il passato, dell'ebreo che supera la tradizione e che s'incammina a esplorare nuovi orizzonti». Roberto non era ebreo, ma aveva sposato un' ebrea e ha avuto di conseguenza un figlio ebreo. La sua tesi si sofferma soprattutto su due episodi cruciali per la storia degli ebrei post-Shoah: la "guerra dei sei giorni" (1967) che vide il trionfo di Israele ma anche la crisi e fine della speranza sionista, di uno stato socialista, e l'uccisione di Rabin, fautore della pace con i palestinesi e dell'incontro tra i due popoli, per mano di un giovane fanatico ebreo (1995). La solitudine degli ebrei di sinistra (ben rappresentata dal gruppo italiano che prese il nome da Martin Buber) e che al fondo di un libro recente di Enzo Traverso (Feltrinelli) che si interroga sul ruolo fondamentale avuto dagli intellettuali ebrei nella storia delle sinistra, un ruolo caduto in crisi con l'avvento dello stato di Israele, ha una lunga storia che Delera ricostruisce con ammirevole precisione e misura, con la sapienza dello storico vero e originale. La solitudine di cui parla, è stato detto da Luigi Manconi e Gad Lerner nella serata che lo ha ricordato, non è affatto diversa oggi da quella di chi «non ha sbrigativamente voltato le spalle ai valori in cui aveva creduto».

(Avvenire, 26 maggio 2017)


Israele: non solo storia e spiritualità, ma anche mare e relax.

Eilat, con la sua posizione sul Mar Rosso è una delle località balneari più esclusive del Medio Oriente. Ingresso gratuito in tutte le spiagge e grande rispetto dell'ambiente.

di Carlo Sacchettoni

 
 
 
Eilat
Con 360 giornate di sole all'anno e quasi tre milioni di visitatori in tutte le stagioni, Eilat è una vivace cittadina balneare che conta 12.500 camere nei suoi hotel di ogni livello, 150 ristoranti e una ventina di spiagge perfettamente attrezzate. Oltre ad essere un paradiso per gli amanti del mare e del divertimento, Eilat è molto conosciuta per la sua ricca offerta di attività, svago ed escursioni. La sua posizione a metà fra il deserto e il mare e il suo habitat naturale si prestano a numerose attività turistiche e sportive, nei dintorni, in mare e anche sott'acqua. Molte sono le attività sportive acquatiche che vi si possono praticare: kayak, windsurf, sci nautico. Tutte offerte dai prezzi molto accessibili che rendono la vacanza esclusiva. Per i più dinamici, è da provare una lezione di moto d'acqua o un'immersione, per esempio seguendo un corso nello splendido centro ubicato all'interno dell'hotel Yam Suf, proprio il luogo dove è nata la tradizione che consente di ottenere il brevetto Padi.
   Il Mar Rosso, così invitante, consentirà a chiunque lo desideri ed abbia i minimi requisiti fisici di conseguire questo brevetto in breve tempo e in tutta sicurezza. Per chi invece ama la vita comoda, ci sono crociere nei luoghi vicini della durata di due ore, adatte alle famiglie o romantici tour privati in barca, perfetti per le coppie innamorate.
   Ci sono poi anche altri modi per godersi la città. Tra le altre attività più popolari all'aria saperta, spiccano i tour sui quattro ruote, le escursioni in quad e gli eventi culturali, come il Red Sea Jazz Festival, un importante festival internazionale di jazz che si svolge dal 27 al 30 agosto 2017. Il programma completo è online. Tre delle principali attrazioni di Eilat da non perdere, ci sono la Marina di Eilat: una bellissima spiaggia con ottimi ristoranti, bazar di sera e un'atmosfera vivace. La Coral Beach Natural Reserve: una barriera corallina lunga 1200 metri popolata da numerose specie di pesci, coralli e altre forme di vita marina da ammirare durante le immersioni o facendo snorkeling, noleggiando le attrezzature in loco.
   E infine, il Giardino Botanico di Eilat, con cascate e altalene in legno: perfetto per i più piccoli. Agli amanti del deserto, Eilat offre la possibilità di fare escursioni al tramonto, sui cammelli, gite in fuoristrada e camminate. La cittadina è rinomata per l'elevata qualità dei servizi e per la grande varietà di sistemazioni, adatte per tutte le tasche dei viaggiatori: dalle piccole pensioni più economiche fino agli hotel più eleganti.
   La balneazione non comporta costi aggiuntivi e questo è un vantaggio unico al mondo e premiati con la Bandiera Blu da parte della FEE, la Foundation for Environmental Education, l'ente preposto alla verifica della eccellenza ambientale. Tra le spiagge prescelte possono essere ricordate, tra le altre, quella di Hukuk; la spiaggia Dado ad Haifa; Chanz, Onot, Amfy, Herzl, Sironit Nord, Sironit Sud, Laguna-Argaman e le spiagge Poleg a Netanya; le spiagge Metzizim e Gerusalemme a Tel Aviv; la spiaggia HaKachol a Rishon Lezion; Mei Ami, Oranim, Lido, Kshatot, Yod Alef, Riveria ad Ashdod e la Hash'hafim Beach a Eilat. Anche i porti turistici di Herzeliya e di Tel Aviv sono stati premiati da EcoOcean con la Bandiera Blu.
   Le spiagge di Netanya e Herzliya sono dotate di ascensori per l'accesso al mare sotto le scogliere. Per la conservazione dell'ambiente e nel pieno rispetto della natura, non sono ammesse né moto d'acqua né barche in prossimità delle rive, e non è consentita la circolazione con veicoli a motore sulle spiagge e sul lungomare, così come l'accensione di falò. La balneazione è vietata qualora non sia presente un bagnino o la bandiera nera sia stata issata.
   Ci sono 13 spiagge lungo la costa di Tel Aviv-Jaffa, con oltre 8 milioni di bagnanti che si godono ogni anno le rive sabbiose e l'acqua pulita. Ci sono quattro spiagge con accessi speciali per le persone con disabilità: Tzuk, Tzuk Nord, Metzizim e Hilton, tutte nella parte settentrionale della città. Tel Aviv-Jaffa vanta un tratto di 8,7 miglia con ampie vedute, orizzonti blu, spiagge di sabbia bianca attrezzate con ombrelloni e lettini, ristoranti, palestre all'aperto, giochi per bambini e una passeggiata sul lungomare percorsa continuamente da chi desidera camminare, correre o semplicemente godersi dei paesaggi. Le spiagge della città sono ben equipaggiate con spogliatoi, docce e servizi igienici e non c'è pericolo di annoiarsi.

(Turismo Informazioni, 26 maggio 2017)


Adebi, strana parabola. Ministeri, ambasciate e i legami con gli ebrei

Il clan uno dei più noti della Cirenaica. Sempre conservatori, mai estremisti.

di Daniel Mosseri

Alcuni membri della famiglia avevano preso da tempo le distanze da Salman Abedi, il 22enne di origine libica responsabile della strage di Manchester. Nelle ore successive all'esplosione suo padre e un fratello sono stati arrestati con l'accusa di essere affiliati all'Isis. Intanto è iniziata la corsa sui giornali a prendere le distanze dagli Abedi, indicati come «molto religiosi» poiché originari di Derna, sulle Montagne Verdi, «una delle zone più conservatrici della Cirenaica». Conservatori non significa estremisti: al contrario, con re Idris al-Senussi (1951-'69) prima, e con Muammar Gheddafi ('69-2011) poi, gli al-Abedi si sono distinti come servitori dello Stato.
   Lo ricorda qualcuno che li conosce da tempo. «Quando il capo dei capi della tribù, Alì Pascia Abedi, morì, mio padre inviò un telegramma di condoglianze al figlio». Lo racconta al Giornale Samuel Zarrugh, ebreo libico bengasino che ha lasciato il suo Paese natale nel 1967, sull'onda dei pogrom riesplosi in Libia dopo la Guerra dei Sei Giorni. Il telegramma, della fine degli anni '50, è la prova dei rapporti rispettosi che esistevano fra la tribù e la comunità ebraica della Cirenaica: un concetto lontano anni-luce dal fanatismo dell'Isis e degli estremisti islamici in genere. Quella degli «Abeidat» - questo il nome arabo della tribù - non era l'eccezione che conferma la regola: «La loro non era forse la più importante, ma di certo la tribù più numerosa della Cirenaica». Alla morte di Alì Pascià, il figlio Hamed assunse la leadership degli Abeidat, continuando a servire il sovrano islamico moderato, aperto all'Occidente. Fra i numerosi incarichi ricoperti da Hamed al-Abedi ci fu anche quello di ministro dell'Agricoltura. «Sarà stato il 1957 o il 1958, quando al-Abedi concesse a una famiglia ebraica bengasina il monopolio della produzione del vino rosé di Sussa Apollonia, imponendo una sola condizione: non venderlo a fedeli islamici». La regolare frequentazione fra ebrei e musulmani in Cirenaica non era invece monopolio di nessuno: anche Abdelhamid El Aabbar, capo degli Awaghir - premiato con la presidenza del Senato da re Idris per aver combattuto contro gli italiani - «era sempre ospite della famiglia Bidussa». Zarrugh, già presidente della comunità ebraica di Livorno, continua a coltivare l'antica amicizia e parla al Giornale dopo aver fatto gli auguri ai suoi amici libici di Manchester per l'inizio del Ramadan. «L'imbarazzo è grande, e grande la condanna nei confronti di questo ragazzo e della famiglia che non l'ha educato bene». La rete di contatti con la diaspora libica, ebraica o musulmana, intessuta da Zarrugh è fitta: «Anche i Barata sono contrariatissimi», racconta menzionando il nome di un'altra tribù di Cirenaica, il cui leader era stato capo della polizia sotto re Idris.
   Lo sguardo di Zarrugh sulla Libia copre anche tempi molto più recenti. Nel 2004, con altri ebrei libici in Italia, incontra a Perugia Saadi Gheddafi, terzo figlio del Colonnello. La Libia subisce le sanzioni per Lockerbie, e Gheddafi cerca di migliorare la propria immagine invitando i suoi ex connazionali ebrei a discutere con lui di riparazioni per le violenze e le espropriazioni subite. A organizzare l'incontro è l'allora ambasciatore a Roma Abdelati Laabedi, esponente della stessa tribù tornata alla ribalta per i fatti di Manchester. L'incontro con il volubile Colonnello non ci sarà mai, ma la carriera di Laabedi non si interrompe. Nel 2011, poco prima del golpe anti Gheddafi, è ministro degli Esteri. Incarcerato e processato, a marzo 2015 Laabedi è stato prosciolto da ogni accusa, «è adesso è tornato a vivere sulle Montagne Verdi in Cirenaica».

(il Giornale, 26 maggio 2017)


L'amico ritrovato di Israele

In Arabia Saudita Donald Trump ha chiamato i musulmani a ribellarsi al terrorismo. A Tel Aviv ha confermato che l'America non tradirà lo Stato ebraico. E così, spiega una corrispondente da Gerusalemme, il presidente americano ha trasformato una visita piena d'incognite in un inatteso successo diplomatico.

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Le chiome bionde scintillanti sotto il sole dell'Arabia Saudita sono il segno della visita del presidente americano Donald Trump in Medio Oriente: le teste delle donne non sono stare coperte come dalla tradizione musulmana, il re ha persino stretto la mano della first lady Melania (e le donne non si possono toccare in pubblico).
   Era sbarcato non solo Trump, ma lo stile trumpiano: affermativo, diretto, rivoluzionario rispetto agli accattivanti toni del predecessore Barack Obama, che in Arabia Saudita è stato quattro volte, sempre con la scelta strategica di mostrare una sua amicizia incondizionata verso il mondo arabo e, sullo sfondo, il disegno di fare dell'Iran e quindi degli sciiti persiani, la sua chiave di volta di rapporto con l'Islam. Invece l'amicizia di Trump è rude, diretta e si è dimostrata piena di scopi espliciti. Primo fra questi: una lotta senza quartiere al terrorismo arruolando un vero e proprio esercito musulmano, con lo scopo sottinteso anche di battere le interferenze iraniane. L'accoglienza è stata entusiasta sia a Riad il 21 maggio, sia il giorno dopo a Gerusalemme.
   Anche in Israele l'atterraggio è stato simbolico, una full immersion immediata nella cultura occidentale: oltre al primo ministro Benjamin Netanyahu e a tutti i suoi ministri, fuori dall'aeroporto lo aspettava con iniziativa propria una processione di moto Harley Davidson, la passione di Trump.
Il milionario punta a un accordo fra palestinesi e israeliani e ha intrapreso una strada in gran parte nuova rispetto a quella tentata da Obama, il quale pensava che una terribile pressione avrebbe piegato Netanyahu ad abbandonare i territori in favore di uno Stato Palestinese. Ignorava del tutto il pericolo che ne sarebbe derivato a fronte di un'Autonomia Palestinese in cui il terrorismo è considerato ancora un'arma strategica e la determinazione a non riconoscere lo Stato ebraico altrettanto definitiva. Trump dà segni di capire questo problema anche se vuole da Netanyahu dei segnali di buona volontà che consentano di riprendere le trattative di pace.
   Il presidente ha chiesto al mondo arabo sunnita moderato di dichiarare guerra al terrorismo definendo i terroristi «barbari e delinquenti» e riabilitando cosi l'insieme della religione musulmana: in campagna elettorale aveva disegnato un Islam aspro e aggressivo, stabilendo poi che l'ingresso in America fosse vietato ai cittadini di parecchi Stati. Il presidente Obama aveva proposto un rapporto basato sulle scuse del mondo occidentale per i torti fatti agli arabi: con molti inchini, molti salamelecchi, molti errori aveva individuato un possibile alleato nella Fratellanza Musulmana, nominando l'Iran il suo interlocutore per eccellenza. L'accordo di Obama con Teheran per frenare la corsa al nucleare è stato definito da Trump il peggiore mai firmato. Adesso fra un tintinnare di cristalli nelle sale sfarzose della reggia saudita e poi la calorosa accoglienza di Netanyahu è un totale rovesciamento della politica del predecessore: l'alleanza con un mondo finora in bilico fra l'integralismo islamico e l'Occidente per una guerra senza quartiere contro il terrorismo. «Buttateli fuori dai centri di studio, dalle loro case, dai vostri Paesi», ha ruggito Trump, C'è qualche garanzia che questo appello all'insurrezione dell'Islam contro il terrore che nasce nel suo seno non resti una pura aspirazione: l'accordo per la vendita di armi americane ai sauditi, e l'altolà molto serio all'Iran perché non minacci con una nuova corsa sotterranea all'atomica tutto il mondo, e in particolare Israele. Qui, nonostante la difficoltà dci processo di pace coi palestinesi e gli ostacoli nel realizzare la promessa di trasportare a Gerusalemme l'ambasciata degli Stati Uniti, Trump porta un cambiamento: quello di un presidente che ha un evidente affetto per Israele. Da questo deriva un sincero desiderio di creare una pace effettiva fra le due parti e di un coinvolgimento del mondo arabo moderato.
   
(Grazia, 25 maggio 2017)


Egitto: chiusi siti web e quotidiani legati ai Fratelli musulmani

IL CAIRO - Le autorità egiziane hanno chiuso temporaneamente 21 siti internet e quotidiani per aver pubblicato contenuti inneggianti al terrorismo e all'estremismo. Lo riferisce l'agenzia di stampa statale "Mena". I siti interessati dal provvedimento includono "al Jazeera Net", "Sharq Channel", "Misr al Arabia" "al Shaab" "Arabi 21", Rasd", "Hamas Online" e "Mada Misr", il cui reporter investigativo Hossam Bahgat ha ricevuto il premio Anna Politkovskaya nel 2016 dalla rivista italiana "Internazionale". Molti di questi siti sono riconducibili ai Fratelli musulmani o a reti che li sostengono contro il governo del presidente Abdel Fatah al Sisi. Le attività della Fratellanza in Egitto sono state bandite nel settembre del 2013, dopo la deposizione dell'ex presidente Mohammed Morsi, esponente di spicco del gruppo islamico. Nell'ottobre dello stesso 2013 il governo ha formato un comitato "ad hoc" incaricato di gestire i fondi e le proprietà della Fratellanza. Tale organismo ha sequestrato finora decine di strutture - come aziende, scuole e centri islamici - del valore di miliardi di sterline egiziane come parte del giro di vite contro il gruppo considerato ormai fuorilegge. I Fratelli musulmani egiziani hanno respinto qualsiasi ipotesi di avviare un processo di riconciliazione con il governo del presidente Abdel Fatah al Sisi.

(Agenzia Nova, 25 maggio 2017)


25 maggio 1944 - Il Vaticano non accetta la proposta Usa di un'azione comune verso gli ebrei

di Enrico Gregori

In Vaticano, monsignor Domenico Tardini risponde a nome della segreteria di Stato alla proposta americana di un'azione comune a favore degli ebrei, scrivendo: "Non è opportuno che la S. Sede si metta su questa strada: la Santa Sede non si deve legare (né comunque apparire legata) al carro americano, soprattutto sulla questione ebraica. L'azione della Santa Sede deve essere indipendente e sua propria".
Dal 1923 al 1929 Tardini fu assistente dell'Azione Cattolica, per poi ritornare nel 1929 alla Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari quale Sotto-Segretario, dal 1937 come Segretario. Insieme con mons. Montini (il futuro Paolo VI) fu Sostituto Segretario di Stato e dal 1944 Pro-Segretario.

(Il Messaggero, 25 maggio 2017)


Gigante dell'aeronautica Airbus progetta l'apertura di un centro di ricerca in Israele

 
Gigante dell'aeronautica Airbus progetta apertura di un centro ricerca in Israele. Airbus, il gigante mondo dell'aeronautica ha annunciato l'intenzione di aprire un centro di ricerca e sviluppo in Israele. Questo centro non sarà dedicato solo ai velivoli, ma anche alla ricerca e allo sviluppo di soluzioni di intelligenza artificiale e informatica, due aree in cui Israele eccelle a livello globale.
L'annuncio è stato comunicato durante la conferenza Innovatech 2017 che si è recentemente tenuta a Parigi, da François Auque, a capo di Airbus Ventures. L'obiettivo è quello di individuare le più innovative startup nel settore ed incoraggiare la cooperazione tecnologica tra Francia e Israele in termini di innovazione.
François Auque non ha ancora rilasciato la data di inizio lavori, ma fonti anonime sottolineano che il progetto si svilupperà a breve.
Airbus non è il primo costruttore di velivoli a scegliere Israele. Nel 2014, la società americana Lockheed Martin ha aperto un centro di ricerca e sviluppo a Beersheva.

(SiliconWadi, 25 maggio 2017)


Quando l'Egitto cacciò le truppe Onu e ammassò truppe nel Sinai

Sei giorni, cinquant'anni fa: il secondo video che ripercorre passo dopo passo gli avvenimenti che nel maggio 1967 portarono allo scoppio della guerra.

L'11 maggio 1967 le Nazioni Unite avevano condannato gli attacchi arabi contro Israele come deprecabili e una minaccia alla pace. Ma anziché calmare la situazione, gli stati arabi stavano per imprimere un'escalation al conflitto.
Il 14 maggio il presidente egiziano Nasser iniziò a spostare truppe e carri armati nella penisola del Sinai, unico cuscinetto fra Egitto e Israele. Dopo la guerra di Suez del 1956 questa area era già stata smilitarizzata, con truppe Onu schierate lungo il confine israelo-egiziano per contribuire al mantenimento della pace. La decisione iniziale di Nasser di spostare truppe e mezzi corazzati nel Sinai fu in parte alimentata da false informazioni fornite dall'Unione Sovietica, la potenza alleata e sponsor dell'Egitto, che sosteneva che Israele stava per invadere la Siria. Entro un giorno Nasser seppe che l'informazione era falsa, ma decise di continuare con il concentramento di forze militari che minacciavano Israele....

(israele.net, 25 maggio 2017)


Gli Usa aggiungono altri 75 milioni di dollari al programma missilistico di Israele

GERUSALEMME - Gli Stati Uniti hanno aggiunto altri 75 milioni di dollari al pacchetto di aiuti militari per rafforzare il programma missilistico dello Stato di Israele. A dare l'annuncio è stato il premier israeliano Benjamin Netanyahu in un discorso pronunciato oggi in occasione della cerimonia per i 50 anni dalla Guerra dei sei giorni. Il primo ministro ha sottolineato l'importanza degli aiuti di Washington al settore della difesa israeliana, osservando la volontà degli Stati Uniti di mantenere il vantaggio strategico dello Stato ebraico in Medio Oriente. "Abbiamo appena terminato la visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il nostro più grande alleato", ha dichiarato Netanyahu facendo riferimento alla visita dell'inquilino della Casa Bianca nel paese avvenuta dal 22 al 23 maggio scorso. "Tre giorni fa - ha aggiunto Netanyahu - gli Stati Uniti hanno aggiunto al pacchetto di aiuti altri 75 milioni per il nostro programma di difesa missilistica. Noi apprezziamo questo aiuto che rappresenta un importante sostegno e voglio ancora sottolineare che la storia dimostra che la sicurezza di Israele dipende dalla nostra abilità nel difenderci con le nostre forze contro tutte le possibili minacce". Ieri durante il suo discorso pronunciato all'Israel Museum, Trump ha promesso di sostenere Israele di fronte alla minaccia iraniana: "I leader dell'Iran chiedono continuamente la distruzione di Israele. Non con Donald Trump, credetemi".

(Agenzia Nova, 24 maggio 2017)


Israele sulla sinagoga di Vercelli: "Non fu odio razziale"

Il giudice ha ritenuto che la protesta di due antagonisti non rappresentasse un caso di antisemitismo

di Federica Cravero

Lo striscione al centro della polemica
Il tribunale di Vercelli ha assolto dall'accusa di incitamento all'odio razziale Alessandro Jacassi e Sergio Caobianco, due vercellesi che nel luglio 2014 avevano appeso uno striscione sulla sinagoga di via Foa con le scritte "Stop bombing Gaza", "Free Palestine" e "Israele Assassini". Assistiti dagli avvocati Gianluca Vitale e Laura Martinelli, i due avevano rivendicato la protesta, che era avvenuta nei giorni dell'operazione Margine protettivo condotta dall'esercito israeliano contro Hamas ma avevano anche spiegato che "l'azione non era a sfondo razzista: era un grido di dolore di fronte al bombardamento di Gaza. Non aveva assolutamente niente a che fare con il popolo ebraico, la cui storia amiamo e rispettiamo più di chiunque altro".
La procura, invece, aveva chiesto per loro quattro mesi di reclusione. La Comunità ebraica di Vercelli, assistita dall'avvocato Tommaso Levi, si era costituita parte civile. All'indomani dell'episodio i responsabili della sinagiga avevano presentato una denuncia per diffamazione, mentre il reato contestato dalla procura era stato di istigazione all'odio razziale. "Dal nostro punto di vista - spiega la presidente della comunità, Rossella Bottini Treves - non è mai stato un processo di natura politica né un processo sul conflitto israelo-palestinese, ma il gesto è ritenuto grave perché possibile oggetto di pericolose strumentalizzazioni. Riteniamo, infatti, che il tempio israelita sia un luogo sacro e inviolabile e quindi sarà nostro compito tutelarne l'integrità, la sicurezza e denunciare qualsiasi tipo di oltraggio si dovesse verificare in futuro".

(la Repubblica - Torino, 24 maggio 2017)


Festival Viktor Ullmann 2017: musica liturgica ebraica alla Sinagoga di Trieste

TRIESTE - Secondo appuntamento per la quarta edizione del Festival Viktor Ullmann - rassegna dedicata, unica in Europa, alla musica concentrazionaria, degenerata e dell'esilio - che, dopo un prologo al Kulturni Dom di Gorizia (in un appuntamento organizzato in collaborazione con l'ERT (Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia) prosegue domenica 28 maggio, alle ore 18.00, spostandosi alla Sinagoga di Trieste (via San Francesco, 19) con un concerto, in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste, dedicato alla musica liturgica ebraica con l'esecuzione - in prima assoluta per l'Italia - del Servizio Sacro per Coro, Orchestra, Baritono solista e Narratore, servizio del sabato mattina e preghiere del venerdì sera di Darius Milhaud.
   Saranno di scena l'Orchestra Giovanile San Giusto e il Coro Nuovo Accordo con la partecipazione del Gruppo Vocale Femminile Polivoice (Baritono: Eugenio Leggiadri, Narratore: Nathan Neumann, Maestro del Coro: Andrea Mistaro). Direttore: Davide Casali.
   Il Servizio Sacro è un brano di musica religiosa scritta da Darius Milhaud nel 1947 e commissionato dalla Congregazione Emanu-El, una sinagoga di San Francisco. La cantata è in ebraico e il testo del narratore è stato tradotto in italiano. Il brano fu eseguito per la prima volta il 18 maggio del 1949, sotto la direzione dello stesso compositore, dall'Università della California, il Berkeley coro e la San Francisco Sinphony.
   Darius Milhaud (1892 - 1974), dopo avere studiato musica a Parigi, si trasferì per due anni in Brasile come segretario dell'ambasciatore Paul Claudel a Rio de Janeiro. Rientrato nella capitale francese, conobbe Claude Debussy, Erik Satie e Jean Cocteau ed entrò a far parte del Gruppo dei Sei (con Honegger, Auric, Tailleferre, Durey e Poulenc). La sua produzione creativa, intensa dal 1920 in poi, andò progressivamente affrancandosi dalla poetica del "gruppo", accogliendo in una sintesi del tutto inedita diverse suggestioni musicali, da quelle del folklore sudamericano, che il musicista aveva avuto modo di studiare, a quelle del jazz, dalla musica politonale al neoclassicismo.
   Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Milhaud, di religione ebraica, dovette fuggire dalla Germania nazista e si trasferì negli Stati Uniti, dove rimase fino al 1947. Nel 1956 fu nominato presidente dell'Académie du Disque Français. La sua vastissima produzione comprende anche venti opere teatrali.
   Organizzato dall'Associazione Musica Libera di Trieste, il Festival Viktor Ullmann è l'unico festival in Europa dedicato alla musica concentrazionaria (così definita perché composta nei campi di concentramento e nei ghetti), alla musica degenerata (la musica proibita nella Germania nazista e nell'Italia fascista perché ritenuta decadente e dannosa) e alla musica d'esilio. L'intento del festival è riscoprire quelle pagine musicali per far rivivere il genio creativo dei loro compositori e riflettere sulla Shoah da un diverso punto di osservazione.

(fvgNews.net, 24 maggio 2017)


Chi deve pagare per la sicurezza degli ebrei in Svizzera?

Gli ebrei svizzeri hanno paura di essere vittime di un attentato. Garantire la sicurezza nelle sinagoghe, nelle scuole e in altri edifici costa milioni di franchi alle comunità ebree. Ma ci sono anche altri motivi che potrebbero favorire la loro emigrazione dalla Svizzera.

di Sibilla Bondolfi

Una famiglia ebrea a Zurigo celebra il Sukkot
Gli ebrei hanno un futuro in Europa? È questo l'interrogativo a cui cercheranno di dare una risposta i delegati della Federazione svizzera delle comunità israelite (FSCI) durante la loro assemblea del 24-25 maggio. «La sicurezza è un tema molto sentito dagli ebrei svizzeri», spiega Herbert Winter, presidente della FSCI.
I motivi della loro crescente paura: di recente, in Europa alcuni gravi attentati terroristici hanno preso di mira edifici ebrei, per esempio una sinagoga a Copenaghen, una scuola a Tolosa, il museo ebreo a Bruxelles e un supermercato kosher a Parigi.

 Neonazisti e islamisti
  Negli ultimi anni, in Svizzera non si sono verificati avvenimenti tanto drammatici. Tuttavia gli ebrei svizzeri sono preoccupati. «Vediamo ciò che avviene all'estero. E la Svizzera non è un'isola felice», dice Winter. «In generale, la Svizzera è più a rischio rispetto al passato».
Stando al Rapporto sull'antisemitismo 2016, il pericolo maggiore per gli ebrei svizzeri è rappresentato attualmente da neonazisti e islamisti. Dal terrore di matrice palestinese degli anni Settanta, le comunità ebree in Svizzera hanno adottato varie misure per garantire la sicurezza nelle sinagoghe, nelle scuole, nelle case anziani e in altri edifici. A questo proposito hanno installato camere di sorveglianza, impiegato personale addetto alla sicurezza e realizzato accessi più sicuri.
Tali misure sono state rafforzate negli ultimi anni. Finora, gli stessi ebrei si sono accollati i costi di questi provvedimenti preventivi. «La spesa è diventata astronomica», rileva Winter. La fattura annuale per tutta la Svizzera supera i cinque milioni di franchi. A ciò, a scadenze irregolari si aggiungono opere di ristrutturazione che ammontano a diversi milioni di franchi. «I costi per la sicurezza sono quasi raddoppiati negli ultimi due anni e vengono assunti dai singoli membri delle comunità, tramite le quote di adesione».

 La Confederazione liquida gli ebrei con un consiglio finanziario
  Winter chiede che sia lo Stato ad assumersi parte dei costi. Nel 2016, la Confederazione ha indicato in un rapporto che sebbene gli ebrei siano particolarmente a rischio, «al momento non esiste né una base costituzionale né una base legale per la partecipazione della Confederazione ai costi delle misure di sicurezza per le istituzioni ebraiche». Inoltre liquida la questione con un consiglio: «Le organizzazioni ebraiche potrebbero istituire una fondazione per il finanziamento delle loro spese».
Il rapporto, afferma Winter, ha ampiamente deluso gli ebrei in Svizzera. «Molti si sono sentiti abbandonati». Per il presidente della FSCI rimane un mistero come la creazione di una fondazione possa migliorare la situazione. Stando al rapporto sarebbero le stesse comunità ebraiche a finanziare la fondazione, le stesse che già ora saldano le fatture per la sicurezza.
Le comunità ebraiche non sono quasi più in grado di assumersi questa spesa. Tra l'altro, anche perché il numero di membri continua a diminuire a causa di matrimoni misti, assimilazione e defezioni. È un fenomeno analogo a quello che stanno vivendo le comunità cristiane in Svizzera. Per questo motivo, durante l'assemblea della FCSI si parlerà anche di «Demografia e sicurezza».

 Protezione delle minoranze
  In occasione di grandi eventi, come l'anniversario del congresso sionista (previsto anche quest'anno), viene allestito sempre un enorme dispositivo di sicurezza, mentre le autorità lasciano a sé stessi i cittadini ebrei. Lo stesso discorso vale anche per i musulmani che a loro volta vivono momenti difficili a causa dell'islamofobia o dell'estremismo di destra. Per esempio, lo scorso dicembre un uomo ha sparato a caso in una moschea a Zurigo.
Di recente si sono registrate alcune novità. Il 10 aprile, la Confederazione ha comunicato che intende proteggere meglio le minoranze a rischio, come ebrei e musulmani. Per questo motivo intende elaborare entro la fine del 2017 un relativo piano d'azione nel quale affronterà anche l'argomento del finanziamento della sicurezza.
«Sembra di essere vicini a una svolta rispetto al passato», dice Winter. La Confederazione si è resa conto che ha un obbligo di coordinazione. «Spero in una soluzione in tempi brevi e in una sensata ripartizione dei costi».

 Gli ebrei hanno un futuro in Svizzera?
  In Francia dopo gli attentati si è registrata un'emigrazione record di ebrei verso Israele. L'Ufficio federale di statistica non è in grado di quantificare il numero di ebrei che di recente ha lasciato la Svizzera. Stando al presidente della FSCI non c'è stata un'emigrazione a causa del timore di attentati. In Svizzera si può ancora vivere. C'è qualcos'altro che lo preoccupa. «Se la Svizzera, come a volte si discute, introdurrà il divieto di portare il velo, di circoncidere i ragazzi o di importare carne kosher, allora un numero maggiore di ebrei lascerà il nostro paese».

(swissinfo.ch, 24 maggio 2017)


Associazioni Ungheria-Israele. La delegazione italiana al congresso di Szekszard

Il sesto congresso della "Federazione delle Associazioni ungheresi di amicizia con Israele" si è svolto nel bell'edificio ottocentesco della ex sinagoga di Szekszard, ristrutturato dal comune della città ungherese ed adibito a centro culturale cittadino. Nella mattinata si è svolta, a porte chiuse, l'assemblea della Federazione con la partecipazione dei rappresentanti di 15 associazioni su 23 associate, la presenza di una delegazione composta da 3 persone dell'associazione pro Israele serba di Subotica (gemellata con la contigua associazione ungherese di Seghedino) e della delegazione della Federazione italiana composta da Edmondo Monti (membro dell'Ufficio di Presidenza) e Judit Gal (rappresentante della Federazione italiana presso quella ungherese)....

(Italia Israele Today, 24maggio 2017)


Roma e Vaticano, il giorno dei Trump. E per Ivanka è toto-ristorante

La domanda che corre sulla bocca di molti è: e stasera, dove mangerà?
   Dal Cortile di San Damaso, nel cuore del Vaticano, a Sant'Egidio, l'Onu di Trastevere. Centinaia di giornalisti alla ricerca di uno spunto per raccontare la visita dei Trump a Roma, oltre le note e i comunicati ufficiali emessi. Grande protagonista lei, Ivanka, la figlia del presidente degli Stati Uniti.
Ieri, come noto, è stata con il marito Jared in un noto locale a due passi dal Pantheon dove è stata loro riservata una sala apposita. Ma stanotte, quando Donald e gli altri saranno a Bruxelles, dove si recherà? E così, immancabile, è toto-ristorante.
   Nel quartiere ebraico qualche speranza c'è. Tanto che goliardicamente c'è già chi, tra ristoratori e addetti ai lavori di 'Piazza', afferma sicuro che sarà il prescelto. La fama di alcuni esercizi è nota anche negli States, e già in passato sono stati serviti fior di ospiti. In fondo, anche per questa ragione, una visita di un'ebrea osservante come Ivanka (anche se qualche dubbio sul suo rispetto delle norme della Casherut sembra esserci) non sarebbe così sorprendente.
   Ma intanto i fatti. "La pace in Medio Oriente è uno degli accordi più duri da raggiungere, ma sento che ci arriveremo" ha detto Trump in occasione della sua recente visita in Israele. Un tema su cui, a quanto trapela dalle stanze vaticane, lo stesso The Donald e Bergoglio si sarebbero lungamente soffermati questa mattina. "C'è stato uno scambio di vedute su alcuni temi attinenti all'attualità internazionale e alla promozione della pace nel mondo tramite il negoziato politico e il dialogo interreligioso, con particolare riferimento alla situazione in Medio Oriente e alla tutela delle comunità cristiane" riporta una nota della Sala Stampa. Temi che, a quanto si apprende, sarebbero stati centrali anche nei successivi vertici con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.
   Mentre il marito accompagnava il padre nei suoi diversi incontri con le autorità dello Stato italiano, Ivanka si recava invece in Trastevere per incontrare la Comunità di Sant'Egidio. Al centro, un confronto sul tema della lotta al traffico di esseri umani e un dialogo con un gruppo di donne africane strappate a questa piaga. "Faremo di tutto per combatterla" ha assicurato Ivanka, incontrando la stampa per qualche istante in giardino. Ad accoglierla i vertici di Sant'Egidio, in testa l'attuale presidente Marco Impagliazzo e il fondatore Andrea Riccardi.

(moked, 24 maggio 2017)

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Trump: Ivanka e marito a cena in un ristorante al centro Roma

La coppia è andata al ristorante "Le cave di Sant'Ignazio", locale a due passi dal Pantheon

La figlia del presidente degli Stati Uniti, Ivanka Trump, ed il marito, Jared Kushner, hanno cenato in un ristorante nel cuore di Roma, a piazza di Sant'Ignazio. La coppia è stata al ristorante "Le cave di Sant'Ignazio", locale a due passi dal Pantheon. I due sono arrivati ieri nella Capitale insieme con Donald Trump e la first Lady Melania in occasione della visita in Italia dell'inquilino della Casa Bianca.
Le strade adiacenti a piazza di Sant'Ignazio, dove erano a cena Ivanka Trump ed il marito Jared Kushner, sono state chiuse dai vigili urbani. La coppia avrebbe cenato all'interno del ristorante, in una saletta a loro dedicata.

(ANSA, 24 maggio 2017)


Asse con Israele, spiraglio per i colloqui di pace

Il presidente Usa ribadisce il legame tra ebrei e Gerusalemme. Ma apre al dialogo con i palestinesi.

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Sostegno incondizionato a Israele, promessa che l'Iran non avrà nessuna bomba atomica, apertura di un fronte antiterrorista comune col mondo arabo che porti a un nuovo tipo di processo di pace coi palestinesi. È valsa la pena per Benjamin Netanyahu di resistere con determinazione a otto anni di punizione da parte della presidenza Obama senza fare passi indietro: Trump ha rovesciato la posizione americana con una visita in Medio Oriente. L'opinione pubblica internazionale, l'Onu, l'Ue, erano stati plasmati dagli stilemi obamiani, quelli di un mondo islamico in cui la Fratellanza Musulmana è un alleato, mentre l'Arabia Saudita, l'Egitto e i Paesi del Golfo venivano messi da parte; in cui l'Iran era l'alleato strategico dell'Occidente; e soprattutto Israele veniva trasformato in uno stato paria.
   Trump ieri prima che i tappeti rossi venissero riarrotolati e Air Force One riprendesse, enorme e azzurrino, il volo, ha tenuto al Museo d'Israele un discorso che ha esordito con il cordoglio per l'attentato di Manchester per avventurarsi di nuovo nel tema del terrorismo: è il grande nemico del mondo intero, senza nessuna differenza fra l'Inghilterra o il suo stesso Paese e Israele, e nemmeno il mondo islamico tormentato dal continuo bagno di sangue. La guerra contro l'Isis è comune, come deve esserla quella contro Hamas e gli Hezbollah. Inoltre, l'Iran ambizioso e violento trascina il mondo sciita verso la nuclearizzazione e un ruolo imperiale. Trump ha giurato sia a Ryiadh che in Israele che l'Iran non avrà la bomba. Lo sfondo strategico sul quale si costruisce il disegno della nuova amministrazione americana è quello di un'alleanza onnicomprensiva di tutti gli uomini di buona volontà contro le forze del male. C'è per Trump un mondo che ama la morte e che deve essere battuto.
   «Not with D. J. Trump», ha detto il presidente, un'uscita fra Iohn Wayne e Lawrence d'Arabia: l'unica licenza trumpiana. Per il resto ha usato toni da pacificatore e da statista: Israele, che si è sentito ripetere senza sosta che Gerusalemme non gli appartiene, ha goduto per la prima volta di una ricostruzione storica realistica. La Gerusalemme che Trump ha descritto con toni incantati è tornata ad essere la patria ideale, religiosa, storica di quattromila anni di storia del popolo ebraico. Nel discorso del presidente è stata disegnata per ciò che è, con le sue strade, con la gente di tutto il mondo che visita tranquilla e rispettata il Santo Sepolcro, le Moschee, il Muro del Pianto: una città dove le tre religioni possono finalmente vivere nel rispetto reciproco, nell'educazione pluralistica. La prospettiva di pace fra Israele e i Palestinesi non è stata disegnata nei particolari: è apparsa piuttosto come una prospettiva, un comma della generale guerra appena dichiarata contro il terrorismo.
   Abu Mazen, che Trump ha incontrato durante la mattinata a Betlemme, è stato descritto come un leader che vuole la pace. E così Netanyahu. Probabilmente i leader si sono promessi molte cose, molti accordi sono intercorsi di cui ancora non si sa: probabilmente Trump punta a ottenere una riapertura dei colloqui fra le due parti in cambio di facilitazioni economiche e di sicurezza, consolidando intanto lo sfondo del sostegno del mondo arabo sunnita al progetto generale.

(il Giornale, 24 maggio 2017)


Cyber security, in Israele un nuovo studio del CcdCoe Nato

ROMA - Un nuovo report del Nato Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence (CcdCoe), il centro Nato per la difesa dagli attacchi informatici situato in Estonia e che ha tra i suoi membri anche l'Italia, ha preso come oggetto di studio le strutture israeliane deputate alla sicurezza informatica e gli ultimi sviluppi in materia. Il documento, intitolato 'National Cyber Security Organization: Israel' descrive una tendenza verso una maggiore trasparenza e un'innovazione istituzionale in atto nella sicurezza informatica del Paese.Nell'ultimo, spiega l'analisi, Israele è diventata sempre più una nazione all'avanguardia nell'innovazione digitale e nella cyber security. Infatti, l'implementazione di misure e istituzioni nazionali in materia di sicurezza cibernetica è avvenuta relativamente in anticipo e con maggiori vigore ed efficacia rispetto ad altri Paesi. Le banche israeliane, le istituzioni finanziarie, le società di servizi pubblici e altre infrastrutture critiche sono tra quelle più frequentemente oggetto di attacchi cyber a livello mondiale.L'autrice dello studio, Deborah Housen-Couriel, sottolinea che "in generale, l'attuazione degli obiettivi e delle priorità nazionali in materia di cyber sicurezza in Israele è caratterizzata da una maggiore trasparenza pubblica, un'innovazione istituzionale e un investimento governativo sia negli obiettivi a breve sia a lungo termine".Israele è stato anche tra i pionieri della cooperazione nazionale multi-stakeholder in tema di sicurezza, con il coinvolgimento e l'interazione tra diversi attori come governo, università e settore privato. Ad ogni modo, per il Paese, la cooperazione nel campo della cyber security rappresenta secondo gli esperti un'estensione naturale del paradigma di collaborazione già esistente in altre aree.

(askanews, 24 maggio 2017)


Attacco alle culle della nostra civiltà

Parla Abdel-Samad. "Il 'fascismo islamico' all'assalto della cultura occidentale. Stiamo perdendo".

dI Giulio Meotti

ROMA - Alcuni giorni fa, le autorità turche hanno raso al suolo il night club Reina di Istanbul, teatro della strage di Capodanno rivendicata dall'Isis, in cui furono uccise 39 persone. "Violazione della normativa edilizia". Questa la motivazione. Quasi che le autorità neoislamiche della Turchia non aspettassero altro per liberarsi di quella sentina del vizio. Dall'11 settembre, i terroristi islamici hanno colpito una dopo l'altra le sale da ballo. Il Bataclan di Parigi, il Pulse di Orlando, le discoteche di Bali, il Dolphinarium di Tel Aviv. "Sono puro occidente ed è questo che i terroristi vogliono distruggere, la società aperta", dice al Foglio Hamed Abdel-Samad, scrittore egiziano che vive sotto scorta in Germania e che in Italia ha appena pubblicato il suo libro più noto, "Fascismo Islamico" (Garzanti), dove spiega che l'islam soddisfa i quattordici punti dell'Ur-Fascismo di Umberto Eco. E dell'ideologia islamista è vittima lui stesso da quando, per un discorso tenuto al Cairo il 4 giugno 2013, un gruppo terroristico chiese la sua morte. "I terroristi colpiscono questi luoghi, come le discoteche, perché sono i soft target. Ma sono anche i luoghi dove gli occidentali si godono la vita". Ilterrorismo islamico è sempre più all'offensiva. "In passato, da un grande attacco a un altro, passavano uno, due anni. Un anno dopo l'11 settembre ci fu Bali. Due anni dopo ci fu Madrid e poi Londra un anno dopo. Adesso passano una, due settimane fra un attacco e l'altro. Prendiamo gli ultimi sei mesi: Berlino, Londra, Stoccolma, Parigi e ora Manchester. L'Isis è sotto pressione e, perdendo terreno, porta la sua guerra al cuore dell'occidente.Non possono sconfiggere gli eserciti, ma possono sconfiggere la cultura occidentale. Così attaccano l'Europa che considerano 'decadente' e moralmente debole. Sperano di far collassare il sistema".
  Secondo Hamed Abdel-Samad, l'occidente porge il suo volto peggiore dopo ogni attacco. "Ogni volta so esattamente quale sarà il rituale politico in tv e sui giornali. Una organizzazione islamica che si presenta per dire che 'questo non è il vero islam'. I politici che ci ripetono che 'no, non cambieranno il nostro stile di vita'. Ma l'Europa non ha aperto gli occhi sull'ideologia islamica. L'Inghilterra ha ospitato tanti terroristi fuggiti dai paesi arabi e paesi come Stati Uniti e Germania stringono ora grandi patti militari ed economici con l'Arabia Saudita. Stiamo tollerando questi attentati perché l'establishment pensa nel breve termine, cinque sei anni. E' nel lungo periodo che pagheremo il prezzo più terribile. Intanto parliamo di 'valori valori valori'. Ma stiamo perdendo la guerra. E' vero che preveniamo molti attacchi, ma altri saranno messi a segno. Perdiamo la guerra ideologica. L'islam radicale avanza ovunque, pure in Indonesia. Con l'11 settembre, il mondo islamico si aspettava risposte ma noi abbiamo tradito pure i dissidenti, i liberali nell'islam, abbracciando il mantra dell'islam 'religione di pace' e quello sullo 'stile di vita"'.
  Il fondatore dell'islam radicale è un egiziano come Hamed Abdel-Samad, lo scrittore e pedagogista Sayyid Qutb. Trascorse un lungo periodo in America, dove si convertì al fondamentalismo. "La sala da ballo era decorata con luci gialle, rosse e azzurre", scriveva Qutb. "La stanza era terremotata dalla musica febbrile che usciva dal grammofono. Gambe nude in movimento riempivano lo spazio, le braccia allacciavano le vite, i petti incontravano i petti, le labbra incontravano le labbra, e l'atmosfera era satura d'amore". Il martire islamico come "testimone" della fine della città moderna, del brechtiano "Im Dickicht der Stàdte", della Nuova Canaan di Dvorak che Qutb, padre del fondamentalismo islamico contemporaneo, vide a New York "satura di lussuria". Qutb rimase sconcertato dalla donna americana, "che conosce benissimo le bellezze del suo corpo: il volto, gli occhi ammiccanti, le labbra piene, il seno florido, le natiche rotonde e le gambe lisce. Si veste con colori vivaci che risvegliano istinti sessuali primitivi, non nasconde niente, e aggiunge al tutto la risata eccitante e lo sguardo ardito".
  "Sayyid Qutb è il simbolo dei musulmani occidentali di oggi", continua al Foglio Hamed Abdel-Samad, intellettuale egiziano sotto scorta in Germania e che in Italia ha appena pubblicato per Garzanti il libro "Fascismo islamico". "Quando andò in America, Qutb era un egiziano laico. Ma entrò in contatto con il materialismo dell'occidente ed ebbe paura della libertà. Qutb si sentì sconfitto. La sua storia si ripete oggi con i musulmani europei. Le famiglie non li preparano al mondo, dicono loro che 'gli occidentali dormono con più donne, usano droghe, bevono, non hanno valori'. Questi musulmani non riescono a gestire questa tensione e proteggono la loro visione del mondo ricorrendo spesso alla violenza. Il problema dell'occidente è di non credere invece in se stesso. L'Isis è molto onesto nel suo odio per i valori occidentali. Poi c'è Erdogan, quello che chiamo il 'fascismo light', e che dietro ha lo stesso odio. Tutti questi musulmani vogliono morire per il loro Dio e per purificare il mondo".
  Intanto, proliferano i veli islamici in Europa, scompaiono le vignette dai giornali e nei tribunali torna in auge il delitto d'opinione sull'islam. "Oggi sono l'unico in Germania a pubblicare libri critici sull'islam, e per questo ho sempre con me dei poliziotti, non ho più una casa e anche quando devo comprare il pane sono protetto", continua Abdel-Samad al Foglio. "Ma la sinistra liberal è concentrata a denunciare la 'islamofobia'. In Francia la casa editrice Piranha ha rifiutato il mio libro dopo averlo acquistato, come tre case editrici tedesche si sono rifiutate (il libro a Parigi è uscito di recente per la casa editrice Grasset, ndr). E' ovvio che la maggioranza dei musulmani è pacifica, ma anche i tedeschi lo erano nel 1933. La maggioranza non conta".
  Secondo Abdel-Samad, il problema non è la falla dell'intelligence o le bombe intelligenti, ma il nostro fronte interno. E' lì che l'occidente deve vincere la sua guerra con l'islam radicale. "Non siamo pronti a difendere i nostri valori così come i terroristi sono pronti a uccidere per i loro. All'islam radicale è stato consentito di crescere fino a diventare un mostro, con l'Europa che ha relativizzato il pericolo. Cosa altro deve accadere? Ho paura che sia troppo tardi. Che abbiano già considerato come chiusa questa partita".

(Il Foglio, 24 maggio 2017)


Il lodo Moro-Arafat per ora ci protegge

Quell'intesa siglata da Moro che fino ad ora ha protetto l'Italia.

di Franco Bechis.

Il nome per cui è passato alla storia è "lodo Moro", perché a parlarne fu lo stesso presidente della Democrazia cristiana durante i giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse. Qualche conferma è arrivata da dirigenti palestinesi dell'epoca - sia pure molti anni dopo - e qualche altra traspare dalle carte solo parzialmente desecretate del "Lawrence D'Arabia" italiano, vale a dire il colonnello Stefano Giovannone, agente segreto italiano assai attivo sul fronte arabo fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Il lodo Moro sarebbe l'intesa che a livello alto sarebbe stata raggiunta fra l'Italia e l'Olp di Yasser Arafat per evitare attentati sul suolo della penisola dopo la strage di Fiumicino del 1973. Un accordo che avrebbe resistito decenni, anche se non poche ombre ancora persistono su stragi e regie che hanno visto negli anni di piombo ufficialmente protagonisti terrorismo nero e rosso nostrano. Ma sarebbe quell'accordo che per decenni avrebbe reso l'Italia immune dal sangue delle stragi medio-orientali. In cambio di un appoggio politico ai palestinesi che ufficialmente in effetti arrivò nel 1980, e della possibilità di utilizzare per loro e per altri gruppi di fuoco medioorientali l'Italia come una sorta di terra di passaggio immune per loro e anche per il passaggio di soldi e armi per operazioni di altro tipo.
  Quel lodo è stato ricostruito da indizi e testimonianze anche autorevoli negli anni, e pare illuminato dai pizzini di Giovannoni ora in mano ai membri della commissione di inchiesta su Moro, che ha potuto leggerle ma non renderle pubbliche. Secondo autorevoli fonti di intelligence sarebbe ancora oggi alla base di una sorta di immunità italiana, proseguita sia negli anni di Al Qaeda che in quelli dell'Isis: nessuna strage si è svolta dentro questi confini, e l'unica che abbia espressamente riguardato gli italiani è stata quella di Nassiriya. Certo il terrorismo arabo è profondamente mutato da quelle origini, in cui la componente politica era assai prevalente rispetto a quella religiosa. Ma secondo le stesse fonti di intelligence l'Italia ha continuato al di là di eventuali patti taciti, ad essere considerata dai gruppi terroristici arabi una sorta di hub ideale dove riparare, organizzarsi e restare sotto copertura prima di compiere attentati altrove. Un paese in cui è facile arrivare, in cui si può dispone di una rete efficiente per essere sostenuti e nascosti, dove gruppi etnici della stessa origine sono riusciti a stringere accordi con la criminalità organizzata nazionale che rendono abbastanza sicura la permanenza anche di terroristi sotto copertura. E dove un eventuale attentato metterebbe fortemente a rischio questa relativa tranquillità di cui la loro rete organizzata può oggi godere. Sarebbe in questa la radice della lunga immunità dalle stragi arabe di cui l'Italia fin qui ha goduto. Una convenienza temporanea - a lungo temporanea - su cui però non si può contare all'infinito. Gran parte degli attentati che si sono verificati nell'ultimo biennio sono infatti stati compiuti da lupi solitari che non po ano stabilmente sulla organizzazione dell'Isis, e che quindi fanno ben pochi calcoli. Vero che per molte ragioni storiche e forse anche per quel lodo, la capacità di infiltrazione dei servizi italiani è alta in quel mondo, e non sono pochi i successi nel reclutamento e nella strutturazione di tunisini, marocchini ed egiziani assai vicini alla rete Isis. Ma azioni di singoli come quella di Manchester sono difficilmente evitabili anche dall'intelligence. Per quelli non c'è lodo che tenga...

(Libero, 24 maggio 2017)


Lugano - Una serata per parlare di Israele.

"Ma Tzipi Livni sia dichiarata persona non gradita sul nostro territorio". L'ex Ministra di Israele sarà presente a Lugano, i comunisti non sono d'accordo: "In numerosi paese è accusata di crimini di guerra, la Svizzera non ne ha il coraggio."

 
Tzipi Livni
BELLINZONA - Una giornata per parlare di Israele e per celebrare i 69 anni della fondazione dello Stato di Israele e i 68 anni delle relazioni diplomatiche tra Svizzera e Israele. Denominato "Swiss Israel Day", si terrà il 28 maggio al Palazzo dei Congressi di Lugano. Il momento clou sarà un'intervista da parte di Marcello Foa di Tzipi Livni, definita nel comunicato degli organizzatori "un personaggio di spicco della politica israeliana. Una carriera militare alle spalle, è stata ministro degli Esteri e della Giustizia, vice Primo ministro e per un breve periodo primo ministro ad interim. Oggi è leader del partito HaTnuah, da lei stessa fondato, e membro della Knesset"
Una presenza che non piace ai comunisti, i quali in un comunicato che il Consiglio di Stato la dichiari persona non gradita sul territorio svizzero.
"Ricordiamo che la ex-ministra Livni era parte del consiglio di guerra di Tel Aviv durante l'aggressione militare israeliana alla Striscia di Gaza nell'inverno 2008/09. In quell'occasione furono sganciate 1500 tonnellate di bombe in centri abitati, furono usate armi al fosforo bianco e, secondo l'ONU, circa mille civili rimasero uccisi, fra cui 400 bambini", scrive il Partito Comunista. "Contro questa "ospite d'onore" in numerosi paesi sono stati aperti procedimenti giuridici per crimini di guerra e Livni ha dovuto rinunciare in passato a viaggiare in Gran Bretagna e in Belgio per evitare il rischio di finire agli arresti. Evidentemente in Svizzera non si ha questo coraggio".
Inoltre, "tramite una interrogazione urgente del proprio deputato Massimiliano Ay, chiederà che la Banca dello Stato del Canton Ticino ritiri il proprio sostegno a questo evento, che rappresenta una grave provocazione nei confronti della comunità palestinese e araba che vive nel nostro Paese, costretta alla fuga spesso proprio dai crimini perpetrati dal governo di cui Livni faceva parte".
Nel corso della serata interverranno anche il sindaco di Lugano, Marco Borradori, e il consigliere di Stato Christian Vitta.

(Ticino Libero, 24 maggio 2017)


Usa-Israele-Sunniti: il fragile asse contro l'Iran

di Stefano Magni

Può apparire stonata, a molti, la scelta del paese per la prima visita di Stato di Donald Trump all'estero: l'Arabia Saudita. Ma come? - diranno i delusi - proprio lo Stato islamico per eccellenza, quello che esporta da decenni la variante più radicale dell'islamismo in tutto il mondo, deve essere il primo paese con cui dialoga il presidente eletto proprio per la sua durezza anti-islamista? La scelta è politicamente e moralmente discutibile. Gli Usa mantengono salda l'alleanza con l'Arabia Saudita dalla Seconda Guerra Mondiale e non l'hanno mai mollata, a dispetto di tutto: della tirannia assoluta che gli Al Saud impongono ai loro sudditi, del rifiuto saudita anche formale dei diritti umani e di tutti i valori di cui gli Usa si fanno promotori nel mondo. Non è stata scalfita nemmeno dopo l'attacco dell'11 settembre 2001, organizzato da un saudita imparentato con il re e condotto materialmente da un commando costituito quasi interamente da sudditi del regno arabo. Trump non fa eccezione, non viola una regola seguita (per convenienza strategica ed economica) da tutti i suoi predecessori e "paga" il suo tributo ai sauditi. Accetta i loro onori e promette accordi per 380 miliardi di dollari, 110 in aiuti militari.
   Per tutti coloro che si aspettavano una scelta diversa, è arrivato il contentino il giorno dopo, con la visita dello stesso Trump in Israele. In questo caso, la discontinuità con i predecessori, è arrivata sin dal primo momento: per la prima volta un presidente degli Stati Uniti si reca a Gerusalemme Est, cioè quella parte della Città Santa che per la diplomazia europea dovrebbe essere ceduta alla futura Palestina. E visita il Muro Occidentale, il cuore dell'ebraismo mondiale. Sempre a proposito di Israele, non deve neppure sfuggire un "dettaglio" che troppo dettaglio non è: sia in Arabia Saudita che in Israele, al seguito di Trump c'erano la figlia Ivanka e il marito Jared Kushner, entrambi ebrei osservanti. Normalmente, in Arabia Saudita, gli ebrei non possono neppure passare la dogana. Anche un turista che voglia andare in Israele, sa che poi non potrà entrare in Arabia Saudita, che tuttora non riconosce lo Stato ebraico. Nel caso dei familiari di Trump, al contrario, non si è letta neppure una riga di commento. E quindi, si tratta di puro opportunismo diplomatico, ipocrisia, schizofrenia culturale? Non proprio. La strategia americana per il Medio Oriente era già abbastanza chiara ai tempi della seconda amministrazione Obama, è diventata più esplicita con il (meno diplomatico) successore. Si tratta di saldare nuovamente la storica alleanza fra Usa, Israele e monarchie arabe del Golfo. Unico comun denominatore di questa alleanza: l'inimicizia con l'Iran. Non a caso, se c'è un argomento che caratterizza i discorsi di Trump in Arabia Saudita e in Israele, questo è proprio la condanna netta della Repubblica Islamica, additata come nemico pubblico numero uno.
   L'asse Usa-Israele-Sunniti non è una novità di quest'anno. E' stata preparata nel corso degli anni, è nata quasi spontaneamente sul terreno, su una molteplicità di fronti. Gli Stati Uniti di Obama si sono ritrovati quasi per caso alleati del fronte sunnita (dunque anche saudita) allo scoppio della guerra civile siriana nel 2011. Gli Usa hanno premuto sin da subito per un allontanamento di Bashar al Assad, il dittatore sostenuto dagli iraniani. Nel 2011, per chi non ha la memoria cortissima, doveva essere l'anno dello sdoganamento definitivo di Assad e dell'Iran, secondo le previsioni della Casa Bianca. Le primavere arabe hanno mandato all'aria il programma e ribaltato le alleanze. Sul campo, gli Usa mettevano già a disposizione dei sunniti, nemici di Assad (e degli iraniani), la loro consulenza militare e, indirettamente, anche armi. Tre anni dopo, fallita la mediazione per una transizione pacifica dalla dittatura alla democrazia, anche nello Yemen scoppiava la guerra civile. Pure qui, si ripetevano gli stessi schieramenti della Siria: da una parte i sauditi, sostenuti dagli americani, dall'altra le potenti milizie Houthi, armate e sostenute dagli iraniani. L'Iraq è l'eccezione che (parzialmente) conferma la regola. Gli iraniani, su questo fronte, sono gli unici veri alleati del governo di Baghdad, riconosciuto anche dagli Usa. Visto che la maggioranza degli iracheni è sciita, gli Usa hanno tollerato una forte presenza iraniana nel paese per combattere contro il nemico peggiore nell'immediato: l'Isis. Anche per questo motivo, Obama è riuscito a tenere i piedi in due scarpe. Dividendo idealmente in due lo scacchiere mediorientale, ha sostenuto i sunniti a Ovest (Siria e Yemen) e gli sciiti iraniani a Est (Iraq), stando sempre, "democraticamente", dalla parte delle maggioranze locali. Ma ora che l'Isis appare sconfitto anche a Mosul, la sua roccaforte principale nel paese, anche in Iraq le milizie sciite a guida iraniana tornano ad essere la principale forza di destabilizzazione. Ed è soprattutto questa la preoccupante situazione ereditata da Trump.
   Infine, ma non da ultimo, c'è il problema numero uno, il Medio Oriente propriamente inteso. Grazie alla guerra civile siriana, Hezbollah si è rafforzato sul Golan, dove non era mai arrivato e ha consolidato il suo dominio nel Libano meridionale. Non solo: Hezbollah, che è una diretta emanazione del regime iraniano, ha imposto al Libano, nella sua interezza, il suo candidato presidente, il generale Aoun, cristiano e alleato con gli sciiti. Israele, che ricorda ancora come un trauma la guerra del 2006, teme di assistere alla calata di Hezbollah da Siria e Libano. Gerusalemme considera questa evenienza come il pericolo strategico numero uno, molto più dell'Isis e del terrorismo interno palestinese. Essere al fianco di Israele, dal punto di vista americano, vuol dire essenzialmente: aiutare Israele a far fronte all'Iran e ai suoi alleati locali.
Ecco dunque come, su vari fronti (Siria, Iraq, Yemen, Libano, Israele) si è formata sul campo, dal basso, la strana alleanza fra gli islamici più intransigenti fra tutti i sunniti, lo Stato ebraico e la nazione guida delle democrazie occidentali. Quanto è fragile un'alleanza simile? Può durare solo finché persiste il timore di un nemico comune. E se non salta prima su un altro "piccolo" problema: l'Iran è il partner mediorientale principale della Russia. Sarà difficile che Trump riesca a tenere assieme, a lungo, la sua amicizia con la Russia e la sua inimicizia con l'Iran. Prima o poi dovrà fare una scelta.

(L'Opinione, 23 maggio 2017)


Il Mein Kampf italiano, edizione critica di Pinto

di Gabriella Brugnara

In anteprima nazionale, la Biblioteca Archivio del Csseo organizza l'incontro-dibattito dal titolo Una battaglia persa? in occasione della presentazione dell'edizione critica de La mia battaglia (Mein Kampf) di Adolf Hitler, curata da Vincenzo Pinto (che ne è stato anche il traduttore, con Alessandra Cambatzu). Pinto — storico del sionismo e dell'antisemitismo, che ha all'attivo diversi saggi su questi temi e dirige la rivista Free Ebrei — interverrà domani alle 17,30 presso la Sala degli affreschi della Biblioteca comunale di Trento. In dialogo con lui ci sarà Gustavo Corni, introduzione di Massimo Libardi.
   Fino allo scorso anno in Germania era proibito ristampare il Mein Kampf di Hitler. Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Alleati avevano assegnato i diritti d'autore del volume al Land della Baviera, che ne vietò la riedizione. Il 31 dicembre 2015 scorso sono passati 70 anni dalla morte di Hitler, e quindi i diritti d'autore sono entrati nel pubblico dominio. Così, all'inizio di gennaio 2016 è stata pubblicata una imponente edizione critica, due volumi, quasi 2000 pagine, a cura dell'autorevole l'Institut für Zeitgeschichte di Monaco di Baviera. Con grande sorpresa dell'editore, non appena giunto in libreria, la prima edizione di 4.000 copie è andata immediatamente esaurita Come per l'edizione tedesca dello scorso anno (85mila copie vendute), il primo volume raccoglie i due tomi scritti da Hitler tra il 1924 e il 1926: Eine Abrechnung (Resa dei conti), pubblicato nel luglio 1925, mentre Die nationalsozialistische Bewegung (Il movimento nazional-socialista), nel dicembre 1926. Hitler voleva un altro titolo, Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia, ma Max Amane, l'editore, lo convinse a scegliere Mein Kampf. A questo primo volume farà seguito a breve uno successivo in cui autori italiani e stranieri approfondiranno i principali problemi del Mein Kampf.
   «L'edizione uscita lo scorso anno in Germania — spiega Pinto — si poneva tre grandi obiettivi: ricostruire la genesi del testo, verificare la veridicità delle affermazioni fatte dall'autore; stabilire un confronto tra la teoria e i fatti. Il nostro lavoro si ricollega all'edizione tedesca perché fa uso di alcune note, ma si discosta sia dal punto di vista metodologico sia deontologico — prosegue — nel senso che il nostro scopo è stato di capire come è stato costruito il testo e qual è il suo funzionamento. Si tratta quindi di un lavoro di tipo semiologico e "storico-culturale"». Un saggio, quello di Pinto, che prende spunto da suoi precedenti studi in cui si era occupato di un precursore del nazismo, analizzando come i testi popolari venissero diffusi in Germania a fine Ottocento e perché ottenessero un grande consenso di pubblico. «Partendo da questi lavori sul mito nella Germania di fine Ottocento, mi sono dedicato all'analisi di Mein Kampf dal punto di vista della retorica e della logica, giungendo alla conclusione che il testo di Hitler sia molto innovativo nei due ambiti suddetti».
   Per compiere questo passaggio, Pinto utilizza il cosiddetto «paradigma indiziario» — studiato da alcuni storici come Carlo Ginzburg, ma anche da Umberto Eco — e lo applica allo studio del panorama politico. «Riprendo questi studi — continua Pinto — per dimostrare che il libro è un capolavoro di logica abduttiva a uso strumentale, una specie di romanzo criminale in cui l'autore dissemina di tracce il testo per dimostrare che il colpevole è il nemico storico della Germania, cioè l'ebreo. Lo scopo è di mettere in luce come la fortuna di movimenti come questo antisemita si basi proprio sul recupero di paradigmi interpretativi e semiologici che erano ampiamente diffusi, e quindi condivisibili dalle masse». Un testo quello di Hitler che ricalca il tipico modello dei romanzi di appendice di fine Ottocento. «L'aspetto interessante dell'uso di tale modello da parte di una persona non molto preparata e poco colta — specifica — è che ha applicato un paradigma molto diffuso all'epoca, e che tutto sommato oggi ha preso il sopravvento, cioè quello della non rilevanza dell'argomentazione razionale a vantaggio della rilevanza dell'argomentazione analogica. L'abduzione è un paradigma utilizzato in ambito scientifico — nota ancora — Il problema è che nel caso specifico di Hitler gli indizi disseminati e i casi studiati non sono reali, ma costruiti in modo strumentale al fine di dimostrare quello che voleva dimostrare. Non una scoperta scientifica che nasce dal raffronto tra dati e realtà, ma un modo per incastrare lo stereotipo, nel caso specifico l'ebreo, e condannarlo alla demonizzazione».
   
(Corriere del Trentino, 23 maggio 2017)


La “logica abduttiva a uso strumentale” che senza un “raffronto tra dati e realtà” riesce ad “incastrare lo stereotipo”, usata nel passato in modo egregio da Hitler per applicarla allo stereotipo ebreo, oggi viene usata in modo altrettanto egregio da quasi tutto il mondo per incastrare lo stereotipo Israele “e condannarlo alla demonizzazione”. M.C.


Trump è arrivato a Betlemme, lo accoglie Abu Mazen

Il Presidente palestinese è impegnato per il successo dell'incontro

 
Donald Trump è arrivato al palazzo presidenziale di Betlemme, in Cisgiordania, dove è stato accolto dal presidente palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas). A breve, dopo la cerimonia di benvenuto, comincerà l'incontro tra i due leader a cui poi seguiranno le dichiarazioni alla stampa. Trump in questa occasione, non è accompagnato dalla moglie Melania.
"Mi impegnerò perché l'incontro col presidente Donald Trump sia coronato da successo": lo ha dichiarato il presidente dell'Anp Abu Mazen alla agenzia di stampa ufficiale Wafa. "E' nostro preciso dovere lavorare per portare avanti la nostra causa", ha aggiunto. Il presidente palestinese ha anche rilevato che "gli incontri con Trump, sia che avvengano a Washington, a Riad o a Betlemme sono tutti utili e necessari.
Speriamo che siano fruttuosi e benefici". Hamas ha invece criticato Trump per essere stato da lui incluso nella lista delle organizzazioni terroristiche "negando così il diritto del popolo palestinese a resistere all'occupazione". "Denunciamo inoltre - ha affermato in un comunicato - le parole insultanti con cui egli ha paragonato il legame fra Gerusalemme e l'ebraismo a quello fra l'Arabia Saudita e l'Islam". Solo i palestinesi e i musulmani - secondo Hamas - hanno diritto sulla Palestina. A Betlemme è in corso una manifestazione di solidarietà con i detenuti palestinesi impegnati in uno sciopero della fame nelle carceri israeliane.

(ANSAmed, 23 maggio 2017)


50 anni dalla guerra dei sei giorni

Israele, diventato più forte, smise di essere simpatico

di Roberto Giardina

GERUSALEMME - È un gran balagan, dicono a Gerusalemme, un gran casino, tradotto fedelmente, a causa di Trump. A me, venendo da Roma, non sembra. Traffico bloccato, ma la città vecchia è piccola, e si va a piedi. E a guardare le facce sembra che in fondo non dispiaccia. L'Hotel King David, dove l'ospite dorme in una suite da 5.700 euro a notte, è stato trasformato in un fortino inespugnabile.
Migliaia di soldati pattugliano la città, ma i militari scherzano e giocano con i cellulari. Il presidente americano non gode di buona stampa in patria e all'estero, ma in Israele lo guardano con speranza, dopo i pasticci del predecessore Obama. Caso mai si teme che Donald voglia fare troppo. Per fortuna, si commenta, si è dimenticato della promessa di spostare l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, come è stato deciso già nel lontano 1995, ma nessuno aveva mai osato compiere sul serio il trasloco. Provocherebbe solo le reazioni degli arabi, creando dei pericoli per un atto simbolico. Meglio che l'ambasciatore e i suoi colleghi continuino a fare la spola.
   Qualche giorno fa, dalla Casa Bianca qualcuno aveva dichiarato che il Muro del Pianto fa parte del West Bank, cioè i territori giordani occupati. Una gaffe di cui Donald era incolpevole. Ieri si è recato al Muro con la kippah in testa, ed è stata la prima volta per un presidente americano. Un gesto che è piaciuto agli ebrei. Gerusalemme è in festa per i 50 anni della guerra dei sei giorni. Cominciò il 5 giugno del 1967, ma il calendario ebraico è in anticipo di un paio di settimane. Fu il punto di svolta. Nelle prime ore, nessuno credeva che il piccolo paese attaccato da tutti i fronti, da Siria, Giordania ed Egitto, avrebbe potuto resistere. I pochi milioni di ebrei sarebbero stati spazzati via. E invece, contrattaccarono, respinsero i nemici, e conquistarono ampi territori. E un Israele forte cominciò a perdere simpatie. Gli ebrei piacciono solo come vittime?
   Dopo mezzo secolo i territori occupati sono sempre contesi. Si chiede di tornare ai vecchi confini, il che è impossibile. La linea passerebbe a poco più di 5 chilometri dall'aeroporto di Tel Aviv, ma le armi moderne sono ben più micidiali, basterebbe un ragazzino a paralizzare il paese. Nelle guerre, chi vince ha sempre ottenuto territori per garantire la sua sicurezza. La Germania ha perso enormi territori all'Est, ora diventati polacchi, e noi abbiamo perso Pola e Fiume. Perché per Israele dovrebbe essere diverso?
   A chi appartiene Gerusalemme? Dovrebbe rispondere la storia, ma anche la storia è un gran balagan, zeppa di fake news, e ognuno ha la sua versione. Abbiamo seguito il grande archeologo Dan Bahat nella visita dei vecchi resti. Anche le pietre mentono? Gli arabi accusano gli ebrei di distruggere le loro memorie per dimostrare che Gerusalemme appartiene solo a loro. Ma non è vero. I resti della dominazione ottomana vengono portati alla luce.
   Per motivi di sicurezza la città vecchia è stata chiusa anche ai pedoni per diverse ore. Gerusalemme si è svuotata, a parte i militari. Una sensazione straniante andare a piedi lungo le mura orientali, quelle ottomane, ai cui piedi si trova il cimitero arabo, e più oltre in fondo si scorgono le tombe ebraiche, sotto il Monte degli Ulivi. E si rientra per la Porta dei Leoni. Da qui passò Moshe Dayan, il generale vittorioso, a fianco di Rabin, 50 anni fa. Gerusalemme tornava unita. Io non sono un esperto. Degli esperti si dovrebbe diffidare. A Gerusalemme la verità si sente, ma non si spiega.

(ItaliaOggi, 23 maggio 2017)


Donald fa le prove di pace in Palestina

Il presidente degli Stati Uniti a Gerusalemme propone un patto a tre con l'Arabia e Israele.

di Carlo Panella

Nella scelta della destinazione del suo primo viaggio all'estero, Donald Trump ha deciso di privilegiare, non a caso, Israele, preceduto, di nuovo non a caso, dall'Arabia Saudita. Una scelta che sottolinea un dato poco citato dai media: tra Gerusalemme e Ryad è in atto da anni non solo un riavvicinamento, ma addirittura una stretta cooperazione in funzione anti iraniana . Due anni fa, non smentito, era addirittura emerso un accordo «segreto» in base al quale l'Arabia Saudita avrebbe permesso ai jet israeliani di passare sul proprio spazio aereo nel caso fosse indispensabile bombardare i siti nucleari di Teheran a fronte di un immediato pericolo che fossero in procinto di produrre le bombe atomiche ( destinate, nella logica degli ayatollah, tanto a colpire Israele, quanto i sauditi, considerati «indegni custodi delle Città Sante»). Accordo che ci risulta essere sempre in vigore.
   Questa successione di visite prefigura dunque il ritorno degli Usa a uno schieramento e a un forte impegno, anche militare, lungo le tradizionali strategie americane in Medio Oriente, in totale ribaltamento delle confuse e perdenti strategie di Barack Obama. Con una novità di rilievo, sottintesa nell'intenso lavoro degli sherpa di Trump e -in Israele- di Jared Kushner, ebreo e marito di Ivanka, figlia del presidente, che ha portato nelle ultime settimane a un mutamento sensibile della posizione dell'Arabia Saudita nei confronti della questione palestinese, un suo forte avvicinamento alle posizioni israeliane e quindi a forti pressioni di Ryad su Abu Mazen perché cessi la sua politica massimalista, basata su inutili condan - ne in sede Onu, si sieda al tavolo delle trattative e concluda un accordo anche a costo di rompere con Hamas.
   Il tutto all'insegna di un'alleanza tra Usa, Israele e «trincea sunnita» (della quale fa parte anche l'Egitto) non solo contro il terrorismo islamico, ma anche contro l'Iran, considerato da Trump il grande finanziatore e fomentatore del terrorismo mediorientale: «L'addestramento e il finanziamento di gruppi terroristici e milizie da parte dell'Iran deve cessare immediatamente. Stati Uniti e Israele sono chiamati in questo momento storico a rafforzare la loro cooperazione perché affrontano sfide comuni, tra cui lo Stato islamico, altri gruppi terroristici e l'Iran, che è uno Stato che parla apertamente di sterminio di massa, invocando la distruzione di Israele e degli Stati Uniti d'America, e la rovina per molti leader e paesi riuniti oggi in questa stessa stanza», ha detto Trump a Netanyahu.
   All'inizio della visita, Trump ha voluto anche compiere un gesto assolutamente inedito e -come mai nessun presidente Usa in carica aveva fatto- si è recato al Muro del Pianto. Scelta clamorosa, perché, in pura teoria, il Muro fa parte dei Territori Occupati (dopo la guerra del 1967) e questa visita suggella il totale appoggio americano alla sua totale appartenenza a Israele. Proprio quella appartenenza all'ebraismo che - su sollecitazione di Abu Mazen - recentemente le risoluzioni approvate dall'Unesco, agenzia dell'Onu, hanno scandalosamente negato.
   Trump, ha anche visitato la basilica del Santo Sepolcro, un ospedale in cui si curano ebrei come arabi senza chiedere loro chi siano e si è incontrato Reuven Rivlin, il suo omologo israeliano e con Bibi Netanyahu con i quali ha parlato con chiarezza: «Nel mio primo viaggio all'estero come presidente, sono venuto in questa terra sacra e antica per riaffermare l'indissolubile legame tra gli Stati Uniti e lo Stato di Israele, una nazione costruita sull'impegno che non permetteremo mai di ripetere gli orrori del secolo scorso. Adesso costruiamo un futuro nel quale le nazioni della regione siano in pace e tutti i nostri figli possano crescere forti e liberi dal terrorismo e dalla violenza. Durante i miei viaggi nei giorni scorsi ho trovato nuove ragioni per sperare. Ho appena concluso una visita in Arabia Saudita, nel corso del quale abbiamo raggiunto un accordo storico per perseguire una maggiore cooperazione contro il terrorismo».

(Libero, 23 maggio 2017)


“ ... sono venuto in questa terra sacra e antica per riaffermare l'indissolubile legame tra gli Stati Uniti e lo Stato di Israele”. E’ quell’«indissolubile» che preoccupa.
“Adesso costruiamo un futuro nel quale le nazioni della regione siano in pace...” E’ quella «pace» che preoccupa. M.C.


Andrea's Version

Donald Trump è arrivato all'HaKotel HaMa'aravi (il Muro del Pianto) accompagnato dalla moglie Melania. Insieme a lui, le figlia Ivanka e il genero Jared Kushner. Melania e Ivanka si sono dirette nello spazio riservato alle donne. Il presidente Usa, con la kippà sulla nuca, si è avvicinato al Kotel, ha appoggiato la mano destra sulle pietre millenarie in raccoglimento e ha infilato un biglietto in una delle fessure del Muro, come vuole la tradizione. Trascorsa un'ora, trascorse due, e l'agente russo non era ancora passato a ritirarlo.

(Il Foglio, 23 maggio 2017)


Armenia. Wagner, le foto del genocidio

Al Memoriale della Shoah di Milano fino a domani un percorso per immagini ricorda e racconta il massacro etnico perpetrato nel 1915 dai Giovani turchi. La testimonianza del Giusto tedesco.

di Giuseppe Matarazzo

Al memoriale della Shoah di Milano è spuntato un non ti scordar di me. Nel luogo simbolo del ricordo dell'Olocausto, al Binario 21 della Stazione Centrale da cui transitarono fra il 1943 e il 1945 quindici convogli Rsha - carri bestiame sui quali furono stipati migliaia di ebrei diretti alle camere a gas di Auschwitz- Birkenau - si rilegge un altro drammatico genocidio. Quello armeno, perpetrato nel 1915 dal governo dei Giovani turchi. Il primo genocidio del XX secolo, tragedia spesso dimenticata e sino a oggi negata dalla Turchia. Il non ti scordar di me è il simbolo scelto per la commemorazione del centenario. Un fiore che evoca subito la memoria, il dovere di ricordare, ma con cui sboccia anche la speranza nel futuro. La memoria del genocidio armeno si compie dunque con un fiore, e attraverso le fotografie che, senza bisogno di troppi commenti, vanno dritte al cuore. Fa una certa impressione muoversi negli spazi ricavati nella Stazione centrale per non dimenticare la Shoah, entrando da Piazza Edmond J. Safra, muoversi fra le carrozze delle deportazioni naziste e scorrere gli scatti veri, crudi, ma necessari del dramma del popolo armeno. Due tragedie contro l'umanità, contro la dignità degli uomini, che si parlano e ci parlano. E che sempre di più oggi vengono accomunate nella riflessione collettiva. Perché figlie della stessa, identica, cieca follia. «Ogni storia ha un punto di partenza e uno di arrivo. Ogni storia è un viaggio», si legge entrando nel Memoriale milanese. E così comincia il viaggio (doppio) nella memoria.
   Dal 27 aprile (e fino a domani) si sono susseguiti appuntamenti e incontri (a cominciare dalla lectio magistralis di Cyril Aslanov), per accompagnare "Metz Yeghern", la mostra fotografica sul genocidio armeno promossa da Adei Wizo di Milano, Casa Armena- Hay Dun, Fondazione Memoriale della Shoah. Fotografie, alcune anche inedite, raccolte dal padre mechitarista di Venezia Vahan Ohanian ed esposte già all'isola di San Lazzaro, in un percorso didattico assai interessante, insieme a ottanta scatti, emblematici, del Giusto Armin T. Wegner (ricordato nel memoriale dello Yad Vashem a Gerusalem - me, ma anche a Tsitsernakaberd, il monumento di Yerevan sul genocidio armeno), intellettuale e poeta tedesco (nato a Elberfeld nel 1886), testimone «inascoltato» del genocidio armeno nei deserti dell'Anatolia. Memorabili il suo appello al presidente degli Stati Uniti Wilson nel febbraio del 1919 per chiedere una patria per gli armeni e la famosa lettera a Hitler nell'aprile del 1933 per invocare la fine dei comportamenti antiebraici del regime. Wegner pagò la sua condotta anticonformista rispetto al Terzo Reieh con la tortura, con la permanenza in un campo di concentramento, e con l'esilio, in Italia dal 1936 (una figura che Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, ha fatto conoscere al pubblico italiano con la biografia La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento, Mondadori, 2015).
   Allo scoppio della Prima guerra mondiale, nell'inverno tra il 1914 e il 1915, Wegner si arruolò come infermiere volontario in Polonia. Nell'aprile del 1915 a seguito dell'alleanza militare tra la Germania e la Turchia fu inviato in Medio Oriente. Qui ha visto con i propri occhi e documentato direttamente quello che i dittatori turchi stavano com - piendo nei confronti del popolo armeno. «Negli ultimi tempi ho scattato molte fotografie - annotava Wegner -. Mi hanno raccontato che Gemal Pascià, il carnefice siriano, ha proibito, pena la morte, di scattare fotografie nei campi dei profughi. Io conservo immagini di terrore e di accusa legate sotto la mia cintura. Nei campi di Meskene e di Aleppo ho raccolto molte lettere di supplica che tengo nascoste nel mio zaino in attesa di consegnarle all' ambasciata americana a Costantinopoli, perché la posta non le avrebbe inoltrate. Io so di commettere in questo modo un atto di alto tradimento, e tuttavia la consapevolezza di avere contribuito per una piccola parte ad aiutare questi poveretti, mi riempie di gioia più di qualsiasi altra cosa che abbia fatto». Wegner scrive da Aleppo, è il 19 ottobre del 1916. Ha visto devastazioni di villaggi e città, ha incontrato innocenti orfani abbandonati e spaesati; si è imbattuto nelle carovane della morte, ha assistito a esecuzioni sommarie e visto veri e propri lager nel deserto, «ragazzi e giovani armeni morti per la fame ammassati all' esterno delle mura di un villaggio arabo».
   Erano circa due milioni gli armeni che abitavano il Paese. «Sono stati tutti cacciati via - si legge nei suoi appunti -. Mezzo milione di persone sono state annientate o sono morte di fame. Il deserto li ha divorati», in quella strada del «non ritorno» che Wegner ha percorso. C'è la foto di una madre armena sulle alture dei monti del Tauro assai simbolica: «Suo marito è stato ucciso o abbattuto, buttato in prigione o portato ai lavori forzati. Sulle spalle tutto il suo avere che ha potuto prendere con sé, una coperta per dormirci dentro e farne una tenda per proteggersi dal sole, bastoni di legno, e sopra il suo piccolo. Le teste sono protette dal sole con fazzoletti. Per quanto potrà ancora portare questo peso?».
   Il reportage del Wegner-fotografo è potente. Le sue foto «non sono soltanto preziosissimi documenti: non vogliono impressionare, né convincere - commentava la scrittrice Antonia Arslan nelle pagine di Armin T.Wegner e gli Armeni in Anatolia, 1915 (Guerini e Associati, 2005), catalogo della mostra che ha toccato più di 100 città in Italia e all'estero -. Con amorosa compassione, gentilezza e virile pietà esse consegnano a noi le reliquie di una civiltà scomparsa, la nuda essenza di una tragedia immane, testimoniano l'incredulo stupore della gente che la attraversò, chiedendosi "perché?". Salviamo questi visi, questi uomini (pochi, la maggior parte venne uccisa subito) e queste donne, questi vecchi sparuti, questi bambini, dal gorgo della cancellazione e dall'oblio. Dalle mani di questo prussiano giusto noi riceviamo così uno dei riscatti più nobili dai peccati orribili della nostra epoca: qualcosa che ci rende più umili e che ci aiuta a guardarci dentro, affrontare con minore sfiducia questo secolo che si chiude, e a perdonarci».
   Proprio la Arslan sarà fra i protagonisti della serata conclusiva di domani alle 18, insieme alla filosofa Siobhan Nash Marshall, alla superstite di Auschwitz Liliana Segre, al professore David Meghnagi, al deputato Irene Manzi e al presidente della Fondazione Memoriale della Shoah, Ferruccio De Bortoli, sul tema «Le vittime e le aguzzine. Storie delle martiri armene ed ebree e delle loro persecutrici». Un ultimo spaccato di memoria e di umanità, un'ultima riflessione a corredo del percorso fotografico di Wegner. «Molti appuntava l'intellettuale tedescoconoscevano tutte le lingue della terra, e le loro donne e figlie erano più abituate a sedere in una sedia a dondolo davanti a una tavola linda apparecchiata piuttosto che rannicchiate in un buco scavato nella terra del deserto ... ». Abituate a raccogliere un fiore, forse. E a riceverlo. Con i colori di un non ti scordar di me.

(Avvenire, 23 maggio 2017)


Ute Lemper, "Songs for Eternity", quelle canzoni degli ebrei deportati

di R. Sp.

Ute Lemper
"Eine kleine Sehnsucht"
Ute Lemper, grande cantante e artista tedesca universalmente applaudita per le sue intense interpretazioni delle Canzoni del Cabaret di Berlino, delle opere di Kurt Weill e della canzone francese e per le sue performance a Broadway e nel West End di Londra, porta per la prima volta a Roma (al Teatro Brancaccio sabato 27 maggio alle ore 21) "Songs for Eternity", un progetto a lei molto caro che prevede un repertorio di canzoni scritte nei campi di concentramento da musicisti ebrei deportati, molti dei quali morirono nelle camere a gas. Sono canzoni di grande bellezza, con parole struggenti, spesso scritte da poeti.

Atmosfere
«Ci sono canzoni dai tratti molto diversi: alcune sono art songs, altre sono impressionistiche e avventurose, altre nello stile di Kurt Weill, ci sono canzoni con atmosfere alla Klezmatics (il celebre gruppo newyorkese di klezmer guidato dal grande trombettista Frank London) e dal forte sentimento ebraico, ma anche ninne nanne, pagine di ribellione e speranza e altre d'irrimediabile disperazione. Il modo in cui cerco di renderle è semplice, sincero e diretto. In questo caso sono più una medium che altro e mi concentro su lacrime, energia e protesta verso il mondo», spiega Ute Lemper e aggiunge «Come tedesca nata in Germania dopo la guerra, sento la responsabilità e la necessità etica di testimoniare la storia dell'Olocausto, alla quale sono molto sensibile e che mi tormenta. Voglio così non solo rendere omaggio alla cultura ebraica, ma anche stimolare il dialogo su questo terribile passato. Il 27 gennaio 2015, a 70 anni dalla liberazione di Auschwitz, sono stata invitata a cantare canzoni del ghetto ebraico e dei campi di concentramento per commemorare l'Olocausto di Roma ed è in quest'occasione che ho conosciuto Francesco Lotoro, musicista che ha dedicato la sua vita alla ricerca delle canzoni e delle musiche scritte nei campi di concentramento: ne esiste una collezione enorme ed è importante che sia ricordata per l'eternità. È un impegno che ho assunto già nel 1987 quando sono stata protagonista di una grande serie Decca dal titolo "Entartete Music" che presentava i compositori ebrei e la loro musica bandita dai nazisti. Con "Songs for Eternity", continuo questa missione, che raggiunge così la sua massima estensione emozionale. Col procedere della ricerca sono stata sopraffatta dalle storie che stavano dietro i brani scritti nei ghetto e nei campi di concentramento. Alla fine ho messo insieme una raccolta unica, la collezione di canzoni di Vevel Pasternak del 1948, e quella di Ilse Weber, pubblicata dal marito negli anni Novanta, molto dopo essere sopravvissuto ad Auschwitz. Entrambe le collezioni mi sono state donate dalla mia cara amica Orly Beigel, che è per metà messicana e per metà israeliana e figlia di una persona sopravvissuta all'Olocausto.»

(Messaggero, 23 maggio 2017)


Casale, in sinagoga per Salone Off. Un weekend tra musica ed emozioni

di Alberto Angelino

 
È stato un lungo fine settimana quello vissuto dalla Comunità ebraica di Casale Monferrato, inserito nel programma di iniziative collaterali del Salone del libro di Torino cominciato nella sera di sabato 20 maggio dopo il tramonto, quando il tenore Michele Ravera ha intonato la "Cantica del mare di Miriam". Un momento toccante, non solo musicale: la luce che illuminava il solo volto del cantore davanti all'Aron, lasciando nella semioscurità la sala, la melodia per la sola voce che si snodava lenta e ieratica, secondo le modalità della liturgia ebraica, la lingua antica della Torah, in cui era possibile tuttavia cogliere i protagonisti di questa storia antica in cui si ringrazia l'Onnipotente per aver salvato il suo popolo, erano tutti elementi capaci di rendere la spiritualità di questo canto antichissimo e diverso da tutti. Un'idea sicuramente in linea con l'occasione per cui è stata allestita questa rappresentazione che sotto il titolo di "Superare il mio confine" si univa idealmente a un altro evento al parco Eternot e a una serata ricca di cultura a Casale, con lo stesso Museo Ebraico aperto che accoglieva visitatori fino alle 24.
   Domenica pomeriggio, la porta di vicolo Salomone Olper era chiusa in quanto la Sinagoga ha ospitato un evento privato, ma domenica sera è stata di nuovo la musica a risuonare tra gli stucchi dorati del tempio. È iniziata infatti la stagione musicale, diretta dal maestro Giulio Castagnoli che ormai da anni accompagna gli eventi culturali della Comunità. Il concerto di debutto, dei 5 previsti, aveva per titolo "Strumenti nella bibbia".
   "Non sono molti gli strumenti menzionati nella Torah - spiega lo stesso Castagnoli - ma tra di essi il flauto e l'arpa sono sicuramente i più presenti". E così a imbracciare lo strumento di Re David nella sua forma contemporanea ci ha pensato Marta Facchera, mentre l'erede del "chalil" menzionato dalla scritture era ad appannaggio di Giuseppe Nova. Due eccezionali virtuosi per un programma che forse non era molto bibblico, ma che ha spaziato tra autori dell'800 di una vasta letteratura per questi due strumenti, compresi quelli meno conosciuti al di fuori degli addetti ai lavori, perchè se è vero che la celebre aria sulla IV corda di Bach acquista in leggiadria e nella fantasia sulla Traviata ogni tema è un gorgheggio di usignolo, è proprio in brani come il Nocturne sulla Tyrolienne del Guglielmo Tell di Rossini di due sconosciuti compositori che si trovano certe chicche, specie ascoltando con attenzione il fraseggio dell'arpa. Anzi, se di Giuseppe Nova si può concordare con quanto scritto dai più famosi giornali mondiali, circa la validità delle interpretazioni, bisogna dare giuste lodi anche alla sua partner, davvero difficile trovare un arpa dai suoni così distinti e perfettamente udibili, come la sua, per non parlare comunque della capacità tecnica che la rende tutt'altro che una semplice accompagnatrice. E' capace dare spessore anche un brano tutto sommato "di studio" come "Berceuse per arpa sola" di Oberthur.
   Tra i brani degni di menzione anche "Entr'acte" di Ibert ricco di atmosfere esotiche che però non scadono mai nel kitsch e l'andante del concerto op 56 di Luigi Hugues, anche qui c'è una meditazione, ma è di Castagnoli: Hugues è forse il compositore casalese più eseguito al mondo: in ogni conservatorio o scuola di musica si insegna il flauto con il suo metodo: meriterebbe una rassegna a suo nome".
   Il concerto si conclude con le variazioni sull'Habanera della Carmen e un giusto tributo di applausi e richieste di bis.
   Domenica 28 maggio in occasione della "Pasqua delle rose" la Sala Carmi della Comunità Ebraica ospita alle 17 l'inaugurazione della mostra del Collettivo Italiancode, dedicata proprio a questa peculiare festività ebraica. La mostra, a cura di Luciano Bobba durerà fino al 18 giugno.
   La giornata prosegue con il secondo appuntamento della rassegna musicale, in sinagoga il trio formato da Marco Norzi, violino, Luca Magariello violoncello, Cecilia Novarino, pianoforte per un programma che va da Mendelssohn a Bloch.

(moked, 22 maggio 2017)


Trump arrivato a Tel Aviv accolto dal premier Netanyahu

Il presidente Usa: possibile arrivare alla pace in Medioriente

 
Il presidente Usa Donald Trump accolto dal premier Benyamin Netanyahu all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv
«Da 69 anni, Israele lotta contro tutti gli estremismi»: queste le prime parole del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, accogliendo in aeroporto il presidente americano, Donald Trump, appena atterrato in Israele.
   Netanyahu ha ricordato il discorso tenuto domenica da Trump dinanzi ai leader del mondo arabo: «Lei -ha detto - ha fatto un discorso di chiarezza e convinzione: ha fatto appello alle nazioni chiedendo di lottare contro gli estremisti, alle forze della civiltà di lottare contro la barbarie. Da 69 anni, Israele fa esattamente questo, è in prima linea contro il terrorismo».
   In Israele «abbiamo costruito un Paese moderno, vibrante, proteggiamo tutte le sedi, musulmana, cristiana. In tutto il Medioriente le minoranze sono perseguitate, i cristiani decimati, qui crescono e prosperano», ha detto Netanyahu al presidente Usa Donald Trump. «Garantiamo i diritti a tutti», ha aggiunto.
   Dal canto suo il presidente Trump si è detto fiducioso sulla possibilità di arrivare a un accordo fra israeliani e palestinesi. «Nel mio viaggio in questi giorni ho trovato nuove ragioni di speranza». Lo ha detto il presidente Donald Trump nel suo discorso all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. «Abbiamo un'opportunità rara di portare stabilità e pace nella regione», ha aggiunto Trump. «Sono venuto per ribadire il legame che non può essere spezzato tra Stati Uniti e Israele».
   E sarà proprio il conflitto israelo-palestinese il tema centrale della «due giorni» in Terra Santa del presidente americano, Donald Trump che, lasciata l'Arabia Saudita e prima di arrivare in Europa, è arrivato a Tel Aviv alle 11.30 (12.30 in Israele).
   Trump avrà un faccia a faccia con il premier Benjamin Netanyahu oggi alle 18 e domani a Betlemme inconterà il leader dell'Autorità nazionale palestinese, il presidente Abu Mazen. L'ambizione è riattivare il negoziato di pace e arrivare dove nessuno dei suoi predecessori è giunto, «l'accordo più difficile da raggiungere», come ha detto egli stesso, la pace tra israeliani e palestinesi. Oltre agli incontri istituzionali, il presidente americano visiterà il memoriale dell'Olocausto, Yad Vashem, il Santo Sepolcro, che è il luogo più sacro del cristianesimo, e poi sempre nella Città Vecchia di Gerusalemme, a pochi centinaia di metri di distanza, sarà il primo presidente americano in carica a visitare il Muro del Pianto.
   Appena atterrato da Riad dove ha fatto appello ai Paesi arabi a fermare il terrorismo, il presidente Trump ha lasciato a casa una serie di problemi, prima tra tutti l'inchiesta sulle possibili collusioni tra la sua campagna elettorale e la Russia. In Terra Santa cercherà il rilancio della sua immagine, ma dovrà chiarire i segnali confusi mandati negli ultimi mesi e che hanno prima illuso il governo di Netanyahu e poi hanno rassicurato i palestinesi: abituato a cambi repentini di posizione, Trump ha infatti promesso nei mesi scorsi di riconoscere Gerusalemme come la capitale di Israele e di trasferirvi l'ambasciata americana che attualmente è a Tel Aviv, ma poi ha anche mostrato aperture ad alcune delle preoccupazioni palestinesi, esortando Israele a fermare la colonizzazione dei territori occupati.
   Con un programma che ha subito l'ennesimo cambio all'ultimo minuto e che potrebbe subire ancora cambiamenti, la visita è circondata da enormi misure di sicurezza messe in piedi dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano, e dai servizi segreti americani per garantire l'incolumità del presidente, della moglie Melania, della figlia Ivanka e del genero, oltreché delle centinaia di funzionari che li accompagnano. Il faccia a faccia con il premier Netanyahu dovrebbe cominciare intorno alle 18, dopo che Trump sarà stato ricevuto dal presidente Reuven Rivlin e dopo il tour nella Città Vecchia.

 Il «giallo» dei ministri in aeroporto
     Un infuriato Benjamin Netanyahu avrebbe letteralmente dovuto ordinare ai suoi ministri di recarsi all'aeroporto Ben Gurion per accogliere il presidente Donald Trump. Secondo quanto rivela il Jerusalem Post i ministri non volevano partecipare alla cerimonia per non dover affrontare una lunga attesa sulla pista sotto il sole. L'ordine del premier israeliano è arrivato durante una riunione dei capi dei partiti della sua coalizione di governo. Dopo che il ministro delle Finanze, Mosche Kahlon, della Cultura e Sport, Miri Regev e del Turismo, Yariv Levin avevano detto che non intendevano cancellare precedenti impegni di lavoro per andare all'aeroporto, Netanyahu si sarebbe arrabbiato e avrebbe interrotto la riunione, ricostruisce ancora il giornale israeliano. Poi ha chiesto al suo capo dello staff di inviare un nuovo invito ai ministri alla cerimonia, in cui si indicava la partecipazione come obbligatoria.

 La figlia Ivanka
  «Fantastica e storica visita in Arabia Saudita. Sono emozionata di continuare il nostro viaggio in Israele». Così la figlia del presidente americano, Ivanka Trump, ha scritto su Twitter dopo la partenza da Riad.

(La Stampa, 22 maggio 2017)


A Netanyahu e Abu Mazen Trump chiederà passi pace

Oggi il presidente Usa in Israele, domani a Betlemme


di Massimo Lomonaco

TEL AVIV - Il messaggio è chiaro: Netanyahu e Abu Mazen intraprendano "passi decisivi per la pace". Prima ancora di arrivare oggi in Israele e in Cisgiordania, Donald Trump ha indicato, secondo la Casa Bianca, l'obiettivo del suo viaggio, pur consapevole che il percorso per riavviare i negoziati è ancora agli esordi. E quali siano questi passi sembra essere oramai assodato: da una parte Israele - secondo fonti Usa - deve "frenare gli insediamenti" e attuare mosse che portino al "miglioramento dell'economia palestinese". Dall'altra, per i palestinesi, si tratta di "mettere fine all'istigazione e alla violenza" verso lo Stato ebraico.
Una prima risposta è arrivata da Gerusalemme, dove il premier Benyamin Netanyahu ha convocato una riunione di governo in vista dell'arrivo del capo della Casa Bianca. Con Trump "parlerò di pace", ha detto, aggiungendo di voler discutere "le maniere per rafforzare ancora di più la nostra alleanza e i nostri legami di sicurezza. Ma anche i modi per far avanzare la pace". La replica di Abu Mazen arriverà domani, quando incontrerà il presidente Usa a Betlemme in Cisgiordania, ma già ieri a Riad, dove era presente tra gli altri leader arabi al discorso di Trump, ha ascoltato in diretta la posizione americana sulla necessità di riavviare i negoziati e la conferma della scomunica come organizzazione terroristica di Hamas (che l'ha respinta).
Delle misure economiche in favore dei palestinesi il governo di Israele ha parlato ieri. Sul tavolo ci sono l'apertura continua del valico di Allenby, tra Cisgiordania e Giordania, in modo da consentire un più facile transito, il miglioramento dei passaggi della Cisgiordania al fine di facilitare i lavoratori palestinesi e lo sviluppo delle aree industriali a Tarkumia, nei pressi di Hebron, e a Jalma, vicino Jenin. Inoltre, sono previste azioni per facilitare le condizioni dei commercianti di Gaza. Ora, in mancanza di un incontro a tre che invece sembrava possibile nelle scorse settimane, starà a Trump far passare le parti dalle parole ai fatti. Intanto Israele si appresta a ricevere il presidente Usa con ferree misure di sicurezza che hanno blindato tutta Gerusalemme.
Trump, giunto in Israele proveniente dall'Arabia Saudita, e' stato accolto all'aeroporto Ben Gurion da Benyamin Netanyahu e dagli altri ministri. Da lì, secondo un programma che cambia in continuazione, Trump andrà in elicottero a Gerusalemme per vedere il presidente Reuven Rivlin.
Nel pomeriggio alle 18 primo incontro con Netanyahu, quindi cena di gala alla residenza del primo ministro.

(ANSAmed, 22 maggio 2017)


A Gerusalemme il congresso Udai, organismo italiano pro Israele

Si apre domani in occasione della riunificazione della città dopo il '67

Si apre domani a Gerusalemme il congresso dell'Udai, l'Unione della Associazioni pro Israele che per la prima volta si svolge nello stato ebraico. L'assise, che si terrà nei locali del Tempio Italiano della città, sarà aperta - fanno sapere gli organizzatori - da Iris Ambor direttrice per l'Europa sud del ministero degli affari esteri israeliano e vedrà la partecipazione tra gli altri la partecipazione della giornalista Fiamma Nirenstein, ex vicepresidente per Forza Italia - prima del trasferimento in Israele - della Commissione affari esteri della Camera. Oltre a lei Manfred Gerstenfeld, l'ex ambasciatore Zvi Mazel e Benjamin Weinthal. Tra i temi in discussione, il terrorismo e la sicurezza, la relazione Europa-Israele, il mondo arabo e lo stato ebraico, il movimento per il boicottaggio di Israele (Bds) e l'antisemtismo. L'Udai ha associazioni a Lecce, Roma, Firenze, Livorno, Milano, Lodi, Brescia, Torino, Cuneo, Alba, Asti, Bolzano, Trieste.

(ANSAmed, 22 maggio 2017)


Le dichiarazioni di Trump contro Hamas sono una dichiarazione di guerra contro i palestinesi

Il Jihad islamico palestinese ha affermato che le dichiarazioni del presidente USA Donald Trump contro Hamas "sono una dichiarazione di guerra contro le fazioni palestinesi".
"Le minacce che Donald Trump ha lanciato contro Hamas, definendo questo movimento come un gruppo terroristico di fronte ai leader arabi in Arabia Saudita, è una pugnalata alla schiena e una dichiarazione di guerra contro il popolo e fazioni della resistenza palestinese", ha affermato domenica Adnan Khader, uno dei leader del movimento del Jihad islamico in Palestina.
Nel corso di un incontro con i leader arabi a Riyadh, il presidente degli Stati Uniti ha definito il Movimento della Resistenza islamica palestinese (Hamas) un'organizzazione terroristica che pratica crimini come le bande estremiste dell'ISIS (Daesh, in arabo) e al-Qaeda.

(Fonte: InfoPal, 22 maggio 2017)


E' promettente vedere che il Presidente degli Stati Uniti prende in considerazione Hamas, considerandolo per quello che è: "un'organizzazione terroristica che pratica crimini come le bande estremiste dell'ISIS". Hamas però governa, insieme a Fatah, quello che dovrebbe diventare uno “Stato palestinese”. Ha senso allora chiedere a Israele di trattare e fare la pace con un’«entità palestinese» bicefala, dove uno dei due capi è un gruppo terroristico? M.C.


Arabia, svolta di Trump: «Lotta a Iran e terrore, l'islam è nostro alleato»

Il presidente si rivolge proprio ai musulmani «: Voi le prime vittime degli estremisti, isolateli»

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Ne è passato del tempo da quando Trump, in campagna elettorale, disse che l'Islam era di per sé una religione portatrice di odio e quindi di terrorismo, tanto da dover vietare l'ingresso negli Usa a chi venisse Paesi Islamici. Ieri, a Riad, di fronte a un paludato consesso di una cinquantina di leader musulmani da tutti i Paesi Arabi (di fronte a teste coronate come quella di Abdullah di Giordania, presidenti forti come Al Sisi d'Egitto, deboli come Saad Hariri del Libano, e soprattutto di fronte alla cipigliosa benevolenza del vecchio re Salman) Trump ha appassionatamente dichiarato alleati di primaria importanza i musulmani in una guerra spietata e definitiva contro il terrorismo. Ha usato toni drastici e definitivi: buttateli fuori dalle comunità, dai luoghi di culto, dalla vostra Terra ... I musulmani sono le principali vittime, ha detto, di questi mostri «barbari criminali», perseguitati dal terrore estremista come i cristiani e, udite udite, perché mai presidente ha osato denunciarlo davanti a una folla di leader islamici, ebrei. Forse Trump, che è stato accolto con fasto da mille e una notte, in una sala da sogno, con regali e riverenze (per altro ricambiate) non ha resistito come tanti politici speranzosi prima di lui, e non solo americani, alla consueta tentazione di fondare un nuovo Medio Oriente.
   Ma il suo discorso, che disegna un passaggio dalla preferenza obamiana per l'Iran a una scelta pragmatica filo sunnita e a una ripetuta messa in guardia della Repubblica Islamica, unita all'esasperazione generale verso il terrorismo, è nuovo: lo è cioè l'idea di fondo di Trump di formare una coalizione moderata capeggiata dall'Arabia Saudita (di cui con un colpo di spugna ha cancellate le violazioni dei diritti umani e i finanziamenti alle madrasse estremiste) ha due grandi garanti. Il primo si chiama convenienza economica, e Trump è specializzato in questo campo: le possibilità di riuscire sono legate agli accordi miliardari firmati per la vendita di armi americane che, come ha detto il presidente, porteranno molti posti di lavoro e ai sauditi porteranno armi micidiali capaci di tenere a bada l'Iran. Trump ha parlato della necessità dei giovani mediorientali di vivere in un universo moderno, ricco, avanzato: dunque, business e pace. Ma il secondo garante della linea Trump è la necessità di contenere l'Iran: non gli ha lesinato critiche e persino minacce, ha parlato di sanzioni e di tagliare le finanze a chiunque ne faccia uso contro la pace e per sostenere il terrorismo, cioè l'Iran; ha ricordato l'intenzione di Teheran distruggere Israele; poi, ha disegnato l' orrore morale di chi sostiene Assad che ha ucciso i suoi cittadini col gas nervino. Insomma l'Iran è uscito dal suo discorso come un nemico che porta instabilità e violenza.
   Trump ha anche molto innovato la definizione dei primi nemici da battere aggiungendo all'Isis anche gli Hezbollah e, novità che parifica il terrorismo che Israele subisce a quello del resto del mondo, di Hamas. Trump così facendo ha creato un problema non piccolo per Abu Mazen, che tuttora ambisce a unificarsi con questi fratelli dichiaratamente terroristi.
   Trump, nonostante la grande tempesta domestica, ha avuto coraggio, e si è mostrato in ottima forma persino ballando la danza tradizionale dei guerrieri sauditi. Ha anche portato Ivanka e Melania a sventolare le chiome sotto i nasi vetusti dei dignitari sauditi e sotto lo sguardo smaliziato di tutti quei giovani principi palestrati che nella sala tutta scintillante spippolavano i telefonini e ridacchiavano sotto la kefia ben stirata. Questo prima che entrassero il re e il presidente, si capisce. In generale questo incontro, che ha avuto in comune con quelli di Obama solo la ripetizione del mantra che nessuno si sogna di dettare a quel mondo come deve vivere e in che cosa deve credere, apre davvero se non un'era, un momento nuovo. Naturalmente Trump, in partenza per Israele, ha anche annunciato la sua intenzione di portare la pace fra israeliani e palestinesi. Beh, si dice sempre così. Oggi comincia questo capitolo.

(il Giornale, 22 maggio 2017)


Editorialista egiziano: la "Nato araba" normalizzerà il rapporti tra il Golfo e Israele

IL CAIRO - La nuova "Nato" dei paesi arabi rilanciata dall'amministrazione Usa di Donald Trump si fonderà sulla collaborazione d'intelligence con Israele, portando a una graduale normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv. Lo ha detto ad "Agenzia Nova" Amr Gouda, editorialista del quotidiano egiziano "Youm7" specializzato in affari del Medio Oriente. "La Nato araba degli Stati Uniti sarà fondata sulla cooperazione d'intelligence con Israele (attraverso la collaborazione con gli Usa), che avrà il riconoscimento di questi Stati come parte di un piano per una piena normalizzazione dei rapporti", ha detto Gouda, sottolineando tuttavia che la questione "potrebbe suscitare disordini sociali, perché la maggioranza degli arabi rifiuta questa possibilità". Secondo l'editorialista, inoltre, "l'accordo tra Stati Uniti e paesi del Golfo garantirà una forte presenza nella regione alle forze armate Usa, in modo da evitare qualsiasi futuro attacco iraniano e ridurre la crescente influenza di Teheran".

(Agenzia Nova, 22 maggio 2017)


Israele: nuovo studio sullo sviluppo di tumori in età pediatrica

Israele: nuovo studio sullo sviluppo di tumori in età pediatrica. I bambini nati da madri che hanno subìto trattamenti di fertilità hanno un maggiore rischio di sviluppare vari tipi di tumori pediatrici, secondo i ricercatori dell'Università Ben Gurion.
Secondo l'American Cancer Society, le neoplasie più comuni nei bambini sono la leucemia, i tumori al cervello e del midollo spinale, neuroblastomi, tumori di Wilms e i linfomi, inclusi sia Hodgkin sia non-Hodgkin.
Lo studio, pubblicato nel numero di marzo del Journal of Obstetrics & Gynecology, è un'analisi sulla popolazione di bambini nati tra il 1991 e il 2013 al Soroka University Medical Center di Beersheva, con un follow-up a 18 anni.
Queste le parole del Prof Eyal Sheiner:
In Israele, tutti gli interventi di fertilità, che includono la fecondazione in vitro e l'induzione dell'ovulazione, sono integralmente coperti da assicurazione, consentendo a tutti i cittadini l'accesso a questi trattamenti.
Dei 242,187 neonati studiati, 237.863 (98,3 per cento) sono stati concepiti spontaneamente; 2.603 (1,1 per cento) sono stati concepiti dopo la fecondazione in vitro, e 1.721 (0,7 per cento) sono stati concepiti dopo trattamenti di induzione dell'ovulazione.
Durante il periodo di follow-up di circa 10,6 anni, sono stati diagnosticati 1.498 tumori (0,6 per cento). Il tasso di incidenza per i tumori è stata più alta tra i bambini dopo la fecondazione in vitro e un po' più bassa per le nascite avvenute con induzione dell'ovulazione, rispetto a quelle dei bambini concepiti naturalmente.
Il Prof. Sheiner quindi conclude che l'associazione tra questi trattamenti e la comparsa di neoplasie in età pediatrica è significativa, e con un numero crescente di prole concepita dopo questi trattamenti, è importante monitorare la salute dei piccoli.

(SiliconWadi, 22 maggio 2017)


I cristiani del medio oriente, i nuovi ebrei

Stanno scomparendo: ne approfitterà l'islam radicale

da Wall Street Journal (12/5)

Come gli ebrei prima di loro, i cristiani stanno fuggendo dal medio oriente, svuotando delle sue antiche religioni quella che una volta era una delle regioni più diversificate del mondo". Così il Wall Street Journal racconta uno smottamento senza precedenti nella regione in una inchiesta ricca di storie e statistiche.
   Secondo Todd Johnson, direttore del Centro per lo studio del cristianesimo globale presso il Seminario teologico di Gordon Conwell a Hamilton, Massachusetts, entro il 2025 i cristiani dovrebbero rappresentare poco più del tre per cento della popolazione del medio oriente, dal 4,2 per cento che erano nel 2010. Un secolo prima, nel 1910, erano il 13,6 per cento.
   "L'esodo lascia il medio oriente dominato in gran parte dall'islam, le cui divisioni rivali spesso si scontrano, aumentando la prospettiva che il radicalismo nella regione si acuisca. 'La scomparsa di tali minoranze mette i gruppi più radicali in condizione di dominare la società', ha dichiarato Johnson. 'Le minoranze religiose hanno un effetto moderatore'. Lo scoppio della guerra civile in Siria nel 2011 ha spinto circa la metà della popolazione cristiana di 2,5 milioni di persone a fuggire dal paese, secondo le organizzazioni cristiane che seguono il flusso. Molti sono scappati nel vicino Libano, un'anomalia nella regione, dove i cristiani esercitano potere politico e praticano il culto liberamente. In Iraq, l'instabilità che ha avuto inizio nel 2003, quando un'invasione americana ha rovesciato il leader iracheno Saddam Hussein, si è approfondita più di un decennio più tardi quando lo Stato islamico ha preso possesso di circa un quarto del paese. Dei cristiani del paese ne rimane solo un quinto: erano all'incirca un milione e mezzo nel 2003. Per la prima volta in quasi due millenni, la seconda città irachena, Mosul, una volta sede di antiche religioni, manca di una popolazione cristiana".
   Oggi sono più numerosi i cristiani arabi che vivono al di fuori del medio oriente di quelli rimasti nella regione. "Circa venti milioni - spiega ancora il Wall Street Journal - vivono all'estero, contro i 15 milioni di cristiani arabi che rimangono nel medio oriente, secondo un rapporto dell'anno scorso di un trio di charities cristiane e dell'Università di East London. Nel 1971, i cristiani copti egiziani avevano due chiese negli Stati Uniti. Oggi ci sono 252 chiese copte, secondo Samuel Tadros del Centro per la libertà religiosa dell'Istituto Hudson. Tadros stima che circa un milione di copti siano fuggiti dall'Egitto fin dagli anni Cinquanta".
   Per altro verso, nota il giornale, "la diaspora araba cristiana negli Stati Uniti è già emersa come una potenza nella politica e negli affari. Dina Powell, l'influente membro del consiglio di sicurezza nazionale di Trump, è di origine copta egiziana".

(Il Foglio, 22 maggio 2017)


L'auto futura ha il cervello sardo: ecco gli ingegneri che conquistano i grandi marchi

Nei giorni scorsi una delegazione dell'azienda sarda Abinsula è stata a Tel Aviv per partecipare ad Ecomotion, appuntamento annuale della comunità del settore automotive.

 
Pierluigi Pinna, Antonio Solinas e Andrea Sanna di Abinsula
Nei cervelli delle Bmw, delle Jaguar e delle Land Rover, delle Fiat-Chrysler, delle Peugeot, delle Citroen e delle auto del gruppo General Motors c'è un pezzo di Sardegna.
I software che gestiscono i sistemi di infotainment e sicurezza, ormai imprescindibili in ogni macchina, li ha progettati Abinsula, azienda isolana con 70 dipendenti e sedi a Cagliari, Sassari, Torino e Barcellona.
Fondata nel marzo del 2012 da Andrea Sanna, Pierluigi Pinna, Paolo Doz, Stefano Farina e Andrea Madau, ingegneri con solida formazione tra Cagliari, Pisa e Torino e specializzazioni in giro per il mondo nell'information technology e nell'automotive, da piccola start up Abinsula è cresciuta costantemente sino a ritagliarsi uno spazio di nicchia sul mercato internazionale.
Quest'anno fatturerà sei milioni di euro raddoppiando i tre milioni di due anni fa. Lo scorso maggio l'azienda è entrata a far parte del consorzio Genivi, una associazione di cui fanno parte importanti produttori di auto (quelli citati sopra) e di componentistica per auto come Bosch e Magneti Marelli. Lavora inoltre per marchi di lusso come Lamborghini e per progetti avveniristici di auto intelligenti (smart e connected cars).

 Missione in Israele
  Nei giorni scorsi una delegazione della società è stata a Tel Aviv per partecipare ad Ecomotion, appuntamento annuale della comunità del settore automotive. "Israele è leader nelle funzionalità innovative per l'auto siamo andati lì per trovare clienti e collaborazioni", spiega Pinna.
"Nel settore dell'auto partiamo da codici open source e realizziamo programmi che gestiscono sistemi multimediali e di controllo delle diagnosi", racconta. "Una delle cose che stiamo sviluppando in questo periodo è un modulo emergency call che in caso di incidenti gravi chiama automaticamente i soccorsi. In Russia è già obbligatorio, in Europa lo diventerà a breve. Accadrà grazie a una sim di cui alcune auto sono già dotate e che sarà sempre più diffusa grazie alla quale le auto diventeranno smartphone a quattro ruote e i produttori potranno vendere un'infinità di servizi".
Ma più le auto saranno connesse e più presteranno il fianco ai cyber pirati. Pensate alla guida autonoma i cui prodromi si intravedono in molti modelli attuali: i cervelli che la gestiranno saranno vulnerabili come tutti i computer. E qui l'azienda sardo-piemontese entra in ballo con i sistemi di protezione.

(L’Unione Sarda, 22 maggio 2017)


L'islam del corteo. Senza muri alza muri con donne e Israele

I Giovani musulmani incontrano un imam dell'odio. In piazza nomi discussi e striscioni discriminatori.

di Alberto Giannoni

La campagna
Fra le bandiere comuniste spuntano i boicottatori dello Stato ebraico
Il personaggio
Sheykh Rajab Zaki è stato accusato di sostenere i fondamentalisti

«Tantissimi, tutti allegri e colorati». Ma è andata proprio così? I partecipanti al corteo di sabato erano tutti pervasi da un universale afflato irenista contro tutti i muri? Non si direbbe proprio a giudicare da certi striscioni, da alcuni volti, da diversi nomi e da qualche sigla. Per esempio dell'islam politico. Non sfuggirà ai più attenti che la Comunità ebraica non ha aderito alla marcia, al contrario dell'Ucei.
   La manifestazione non è stata (solo) una sfilata folkloristica: cancellare contraddizioni e ambiguità non è possibile. Vale per esempio per le contestazioni, che non possono essere ridotte alle escandescenze di qualche scalmanato dei centri sociali. Politicamente parlando c'era mezzo corteo che sfilava contro il Pd, cioè contro le politiche e i provvedimenti che il suo governo ha concepito e messo in atto in materia di sicurezza e immigrazione.
   Ma come detto non è questa l'unica contraddizione, l'unico motivo di inquietudine. Nei resoconti per immagini della marcia, intanto, si nota uno striscione del Bds, il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. Campeggiava, perfettamente a suo agio, fra le bandiere falce&martello di Rifondazione Comunista. Il consigliere comunale Matteo Forte, proprio sul Giornale aveva avvertito: «La manifestazione è il saldarsi a sinistra di un'alleanza tra il laicismo intollerante al fattore religioso e l'islam politico», per poi mettere il dito nella piaga con domande rimaste senza risposta: «Che c'entrano i "Sentinelli", con Islamic Relief, realtà legata alla Fratellanza musulmana che propaganda odio contro Israele? Che c'entra il Checcoro coro Lgbt con Rassmea Salah, ex consigliera Pd a Bresso che il 2 agosto 2014 postava su Fb indignata con Renzi che chiedeva dall'Egitto il rilascio di un soldato israeliano rapito: "Sono schifata. Non so se vergognarmi di più per l'Egitto, l'Italia o il Pd'? Che c'entra l' Arigay Milano con il Progetto Aisha, la cui presidente condivide post "per bloccare i finanziamenti al terrorismo israeliano" ed è figlia di Mohamed Bahà el-Din Ghrewati sostenitore della legalizzazione della poligamia?». Nel corteo c'era la sigla dell'Ucoii, c'erano le Donne musulmane, i Giovani musulmani e molte delle sigle del Caim milanese.
   Islamic Relief ha smentito in passato legami coi Fm. Comunque una ricostruzione entusiastica va bene forse per i promotori e per i loro fervidi supporter. Qualche problema, nella pancia del corteo, c'è eccome. I Giovani musulmani di Milano, per esempio, hanno aderito e lavorato per la marcia. Lo hanno definito un «sabato scoppiettante» perché subito dopo, in collaborazione con Islamic Relief, sono andati ad accogliere nella sede dell'Alleanza islamica d'Italia (sigla inserita nella black list degli Emirati arabi) l' «onorevole ospite» Sheikh Rajab Zaki.
   Rigorosamente separati (donne da una parte, uomini dall'altra) hanno ascoltato un importante messaggio, che ha infuso loro «una grande carica spirituale in vista del sacro mese di Ramadan». E quello di Zaki è un nome che torna dopo qualche anno, quando fu definito predicatore d'odio e accusato di sostenere i movimenti fondamentalisti contro Israele. «La guerra santa islamica - le sue parole ricordate allora - è un obbligo imprescindibile per tutti i musulmani e le musulmane da espletare in tutti i modi, sacrificando la propria vita o con il denaro, la parola o il cuore».

(il Giornale, 22 maggio 2017)


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