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L'identità del popolo ebraico: mistero della fede laica

di Marcello Cicchese

Ogni tanto si riparla del "mistero" del popolo ebraico, della sua identità e della sua capacità di sopravvivenza. Soprattutto gli ebrei laici si sbizzarriscono in una varietà di dotti e fantasiosi tentativi di spiegazione di questo "mistero".
Si può citare, per esempio, quello di Abraham B. Yehoshua:
    "Una cosa è chiara: il mistero dell'identità del popolo ebraico, della sua capacità di sopravvivenza e del modo in cui esso interagisce con i gentili fra cui vive è da ricercarsi nella peculiare e problematica (anche da un punto di vista morale) identificazione tra religione e nazionalità. [...] Innanzitutto occorre ricordare che il popolo ebraico nacque in Egitto e si forgiò nel deserto, teatro anche del singolare tentativo di fondere i concetti di nazionalità e religione. La diaspora è dunque una condizione di «messa a punto» dell'identità ebraica."(1)
In ambito italiano un altro tentativo è quello del matematico Giorgio Israel:
    "Il miracolo della sopravvivenza dell'identità ebraica risiede nella vitalità di un messaggio spirituale che anziché indagare i meccanismi che presiedono al funzionamento del cosmo, indaga i moventi, le intenzioni, le volontà che lo animano, ne ricerca il significato e i principi etici che lo pervadono. La vitalità e, diciamo pure, la necessità del messaggio ebraico sta nell'affermare questa visione spirituale, psichica e volta alla ricerca del senso, accanto alla tradizione oggettivista della tradizione di matrice greca. La grande idea che sta al centro di questa visione è l'identificazione del processo creativo con la «parola» (la Torah); ovvero - come ha detto Scholem - l'idea che «lo slancio creativo è di natura linguistica e che, di conseguenza, una moltitudine infinita di linguaggi inonda il mondo». [...] Qui risiede il nucleo di un messaggio universale che è sufficiente a spiegare la vitalità manifestata dall'ebraismo nel corso dei secoli." (2)
Sono soltanto due esempi di quella lunga serie di "misteri della fede" dei laici che da secoli vengono recitati dagli ebrei che cercano una spiegazione dell'identità ebraica che non faccia ricorso a Dio e alla Scrittura. Il primo esempio riportato è di tipo storico-sociale, il secondo di tipo scientifico-linguistico. Se ne potrebbe aggiungere un terzo, meno recente, di un ebreo famoso, Sigmund Freud. Naturalmente per lui il mistero è di tipo psicologico, quindi va ricercato nella "struttura dell'anima" ebraica. Scrive infatti Sigmund:
    "Devo ammettere che né la fede né un sentimento di orgoglio nazionale sono bastati a legarmi all'ebraismo [...] Altri elementi gli hanno dato una forza d'attrazione a cui per me è impossibile resistere: forze occulte, sentimenti indefinibili a parole e proprio per questo tanto potenti; e, anche la consapevolezza di possedere un'identità interiore, una struttura dell'anima comune a tutti gli ebrei.» (3)
Abraham B. Yehoshua riconosce che sono molti quelli che "rimangono perplessi e meravigliati dinanzi al fenomeno della sopravvivenza del popolo ebraico e al mantenimento della sua identità", e cita a questo proposito un'affermazione dello storico Yaakov Talmon:
    "Per quanto ci sforziamo di inchiodare questo concetto in una qualsiasi definizione, esso rimane elusivo come un miraggio. E' impossibile indicare qualcosa di concreto e calcolabile nel senso di appartenenza di un ebreo al suo popolo, eppure una patina sottile di autoconsapevolezza lo separa dal mondo. Lo storico non può quindi basarsi unicamente sulla logica... Il vaglio delle testimonianze, il talento del detective nello scoprire imprecisioni e incongruenze, tutto ciò gli è di scarso aiuto nel momento in cui si imbatte in un fondo di mistero e di enigma». (4)
Mistero della fede laica, appunto.
   
 IL POPOLO CHE DIO SI È FORMATO
  Ma non è affatto vero che l'identità ebraica è un mistero. E' un mistero soltanto per chi rifiuta di prendere in considerazione le chiare spiegazioni della Scrittura. Il "segreto" del popolo ebraico non va cercato né dentro l'anima dell'ebreo, né dentro lo spirito del popolo ebraico, né dentro la politica della comunità internazionale. Chi cerca lì la spiegazione s'imbatte inevitabilmente in un mistero per il semplice fatto che la spiegazione non sta lì. Il motivo d'essere del popolo d'Israele non sta dentro l'ambito di ciò che è stato creato ed esiste, ma fuori, nella decisione e nella volontà del Creatore. E non è un fatto misterioso, perché è chiaramente rivelato nella Sacra Scrittura. E' un fatto pubblico, non un segreto per iniziati. E' la famosa elezione, che significa scelta, il che presuppone un atto di volontà di qualcuno. E' vano allora sperare di capire gli aspetti insoliti dell'oggetto di una scelta senza interrogarsi sul Soggetto che ha fatto la scelta.
    L'espressione "popolo eletto" comunque non è completa. Fa pensare a un Dio che guarda dal cielo sulla terra, esamina i vari popoli che ci sono e poi ne sceglie uno che per qualche ragione gli va a genio. Le cose non sono andate così. Dio non ha scelto un popolo tra quelli che c'erano, Dio si è creato un popolo per i suoi scopi.
    "Il popolo che mi sono formato proclamerà le mie lodi "(Isaia 43:21).

    "Così parla il Signore che ti ha fatto, che ti ha formato fin dal seno materno, colui che ti soccorre: Non temere, Giacobbe mio servo, o Iesurun che io ho scelto! " (Isaia 44:2).

    "Ricordati di queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo; io ti ho formato , tu sei il mio servo, Israele, tu non sarai da me dimenticato" (Isaia 44:21).

    "Così parla il Signore, il tuo salvatore, colui che ti ha formato fin dal seno materno: Io sono il Signore, che ha fatto tutte le cose; io solo ho spiegato i cieli, ho disteso la terra, senza che vi fosse nessuno con me" (Isaia 44:24).
Dio ha scelto il popolo che si è formato. Nell'originale ebraico il termine il verbo formare (jatzar) è lo stesso che si usa per raccontare la creazione dell'uomo:
    Dio il Signore formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un essere vivente (Genesi 2:7).
Dio ha creato una cosa nuova, un popolo che è diverso dagli altri non per i caratteri fisici, psicologici o morali, ma per vocazione. La diversità dunque non va cercata dentro, ma fuori di lui.
    "Quando Israele era fanciullo, io lo amai e chiamai mio figlio fuori d'Egitto" (Osea 11.1).
Dio si è formato un popolo che poi ha scelto per il servizio che aveva preparato per lui.

 LA MEMORIA DI DIO
   Il termine elezione fa nascere subito la domanda: perché proprio lui? A questo interrogativo la Bibbia non risponde. Se invece si chiede: per quale scopo è stato eletto? La Bibbia risponde. Questa dunque è la domanda da fare, non l'altra. Se invece di popolo eletto si dicesse popolo incaricato, immediatamente verrebbe spontanea la domanda: incaricato di che cosa? Un incaricato è certamente una persona scelta, ma nella denominazione l'accento è messo sulla specificità del servizio stabilito dal Soggetto, non sulle caratteristiche dell'oggetto che è stato incaricato del servizio.
   Un incaricato da Dio nel linguaggio biblico viene chiamato servo, e anche questa è una parola biblica adatta ad essere usata perché richiama immediatamente due domande: servo di chi? servo per fare che cosa?
    Ricordati di queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo ; io ti ho formato, tu sei il mio servo , Israele, tu non sarai da me dimenticato (Isaia 44:21).
Nella traduzione italiana di questo versetto ci sono tre indicativi e un imperativo. I tre indicativi sono: io ti ho formato (passato), tu sei il mio servo (presente), tu non sarai da me dimenticato (futuro). E' in conseguenza di questi fatti che Dio rivolge a Israele l'imperativo: Ricordati di queste cose! "Ricordati di quello che ti ho detto - sembra dire il Signore - perché sono cose che ho detto a te, e non ad altri, e queste parole sono per te un incarico da svolgere. Sappi comunque che il tuo presente di servizio è rinserrato tra un passato e un futuro che non dipendono da te. Io ti ho formato, io non ti dimenticherò.
    "Io non ti dimenticherò", questa è la spiegazione del "mistero" della sopravvivenza del popolo ebraico. E' la memoria di Dio che mantiene in vita il popolo ebraico per il semplice fatto che è dalla memoria di Dio che il popolo è nato. Ad Abraamo Dio aveva promesso: "Io farò di te una grande nazione" (Genesi 12:2), ma in tutto il tempo dei patriarchi questa nazione non si è vista. La nazione ha cominciato a formarsi nel periodo della schiavitù d'Egitto, in un tempo di quattrocento anni trascorso senza profeti e senza rivelazioni, in cui gli ebrei avrebbero avuto tutto il tempo per dimenticare la storia dei loro antenati. Il "mistero" della sopravvivenza del popolo ebraico era già presente. Ma la sua spiegazione non è difficile:
    "Durante quel tempo, che fu lungo, il re d'Egitto morì. I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d'Israele e ne ebbe compassione." (Esodo 2:23-25)
Il Signore si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe, e tra le doglie delle dieci piaghe d'Egitto, con Mosè come levatrice, il Signore portò alla luce la nazione d'Israele. Perché meravigliarsi allora della sopravvivenza del popolo ebraico? Ci sarebbe da sorprendersi del contrario. Dio ha memoria ed è fedele, cioè non solo si ricorda delle promesse che ha fatto, ma anche le mantiene.

 I NEMICI DI DIO
  Collegato al "mistero" della sopravvivenza ebraica c'è poi il "mistero" dell'antisemitismo. Anche per questo enigma le proposte di spiegazione sono innumerevoli, una più fantasiosa dell'altra, sempre più complesse, sempre più sofisticate. E' naturale che sia così, perché quando si respinge la spiegazione semplice ma vera, inevitabilmente se ne devono cercare altre più complicate. Che però sono intellettualmente più interessanti, perché gli ingredienti che si inseriscono nella falsa spiegazione possono essere variati a proprio piacimento, mentre la spiegazione vera sembra restringere insopportabilmente il campo delle possibilità esplicative. La semplice spiegazione della Bibbia è che al piano che Dio vuole svolgere nel mondo con il suo servo Israele si oppone la resistenza dei nemici di Dio. Naturalmente questa resistenza a Dio non esce dall'ambito creaturale, ma neppure resta nell'ambito esclusivamente umano, perché i nemici di Dio, e quindi del Suo popolo, sono anche spirituali.
    Questo si può osservare fin dall'inizio della nascita di Israele. Il faraone egiziano è il prototipo dell'autorità nazionale umana che si oppone alla volontà di Dio perché ne ignora l'esistenza e quindi non ne riconosce l'autorità.
    "Dopo questo, Mosè e Aaronne andarono dal faraone e gli dissero: «Così dice l'Eterno, il Dio d'Israele: Lascia andare il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto»" (Esodo 5:1).
Mosè e Aaronne si presentano al faraone nel nome dell'Eterno (con questo termine è indicato il santo nome di Dio rivelato a Mosè), ma la più alta autorità mondiale di quel tempo, che si considerava "Figlio di Dio", si oppone accanitamente perché non sa chi è questo Eterno che sarebbe il Dio d'Israele e a cui lui dovrebbe ubbidire.
    "Ma il faraone rispose: «Chi è l'Eterno che io debba ubbidire alla sua voce e lasciare andare Israele? Io non conosco l'Eterno e non lascerò affatto andare Israele" (Esodo 5:2).
Il contrasto quindi non è politico, né sociale, né sindacale: è una questione di autorità. Il faraone non sa chi è l'Eterno, per questo s'infuria ancora di più su quel popolo che dice di appartenere a quello sconosciuto Dio. E' l'inizio dell'antisemitismo, un "mistero" che però si spiega se si riconosce che affonda le sue radici nel rifiuto dell'Eterno, il Dio d'Israele, da parte delle autorità di questo mondo
    La Bibbia avverte però che il rifiuto di ubbidire alla volontà dell'Eterno adducendo come motivo il fatto di non conoscerlo, è pericoloso, perché prima o poi Dio si fa conoscere; e allora sono guai.
    "Così parla il Signore, l'Eterno: Poiché i Filistei si sono abbandonati alla vendetta e si sono crudelmente vendicati, con il disprezzo che nutrivano nell'anima, dandosi alla distruzione per odio antico, così parla il Signore, l'Eterno: Ecco, io stenderò la mia mano contro i Filistei, sterminerò i ceretei, e distruggerò il rimanente della costa del mare; ed eserciterò su loro grandi vendette, e li riprenderò con furore; ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, quando avrò fatto loro sentire la mia vendetta" (Ezechiele 25:15-17).
Il faraone è stato il primo a conoscere l'Eterno in questo modo, cioè come nemico. Ed è importante il fatto che in questa guerra contro Dio il faraone ha tentato di far intervenire anche forze spirituali attraverso le arti occulte dei maghi. Ma anche su queste l'Eterno ha vinto.
   Questo non significa che Israele, il Suo popolo, si sia comportato sempre in modo esemplare. Tutt'altro. La Bibbia è molto esplicita nel descrivere le continue disubbidienze di Israele verso quel Signore che l'aveva scelto come popolo e lo stava liberando. Ma proprio questa sua condotta ribelle dimostra che è sbagliato cercare nel comportamento d'Israele i motivi per negare la sua elezione, e tanto meno per giustificare l'antisemitismo. In gioco è sempre e soltanto il rapporto diretto di Israele con il suo Signore, e il rapporto indiretto delle altre nazioni con il Signore attraverso il rapporto che hanno con Israele. Questo è il modo in cui fa politica l'unico, vero Dio che ha creato i cieli e la terra.
   E' dunque la politica di Dio con Israele, e di conseguenza col resto mondo, che occorre fare oggetto di studio e riflessione. E per fare questo l'unica via percorribile è lo studio della Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) e di tutta la storia che ad essa si collega. Chi cerca spiegazioni del "mistero" di Israele senza tener conto della Bibbia colpisce nel vuoto.
   

NOTE
(1) Abraham B. Yehoshua, Antisemitismo e sionismo, Einaudi, 2004.
(2) Giorgio Israel, La questione ebraica oggi, Il Mulino, 2002.
(3) Abraham B. Yehoshua, ivi.
(4) Abraham B. Yehoshua, ivi.

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