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Notizie 16-31 agosto 2017


Guterres (Onu) visita i tunnel di Hamas nel suo tour palestinese

di Paolo Castellano

 
Durante il viaggio di fine agosto in elicottero da Gerusalemme a Gaza il Segretario Generale dell'ONU, Antonio Guterres, ha tenuto una riunione speciale su alcuni temi inerenti alla sicurezza della zona sud di Israele. Egli ha poi visitato i tunnel del terrore di Hamas e ha incontrato i residenti delle comunità di confine.
«Hamas continua ad armarsi perché vuole attaccare Israele e lo può fare grazie ai generosi aiuti umanitari provenienti dalla comunità internazionale», ha riferito l'ambasciatore israeliano all'Onu Danon al Segretario Generale.
«Hamas ha portato via molte risorse ai cittadini di Gaza, che sono ostaggio di questo gruppo militare. Hamas ha utilizzato i fondi umanitari per scavare dei tunnel del terrore con lo scopo di uccidere. Allo stesso tempo, i cittadini israeliani che vivono al confine hanno continuato a resistere con tenacia agli attacchi terroristici costruendo una comunità prosperosa e mettendo le basi per un roseo futuro per le future generazioni nella regione».

 La questione dei fondi umanitari per Gaza
  Da parecchi anni il governo Israeliano ha messo in guardia la comunità internazionale sui fondi umanitari utilizzati per finanziare le politiche di Hamas, un'organizzazione militare che fa parte della black list europea dei gruppi terroristici.
Il 9 giugno inoltre è stato scoperto dalle forze militari israeliane l'ennesimo tunnel palestinese situato sotto una scuola finanziata dall'UNRWA, l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente.
Il coordinatore delle attività governative nel territorio, il maggiore generale israeliano Yoav Mordechai, ha confermato la scoperta del tunnel in un post sulla sua pagina di Facebook.
«Il tunnel è stato scoperto sotto una scuola maschile ad Al-Maazi… è chiaro che l'intero mondo arabo comprende che l'organizzazione terroristica di Hamas vuole distruggere Gaza ed eliminare ogni chance di speranza per gli abitanti palestinesi della striscia», ha scritto Mordechai.
Durante l'incontro del 28 agosto con Guterres, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha inoltre invitato l'ONU a terminare la sua politica antisraeliana e a dedicarsi concretamente alla promozione della pace non solo a Gaza ma anche in Sira che potrebbe divenire una pericolosa base militare per l'Iran.

(Mosaico, 31 agosto 2017)


Distruggere Israele: il folle sogno che l'élite palestinese non ha mai abbandonato
   Articolo OTTIMO!


Note e critiche sparse al libro di Arturo Marzano

di Antonio Donno

Benché il piano di spartizione della Palestina proposto dalla Commissione Peel nel 1937 occupi un posto marginale nella storiografia sulla questione della Palestina e sull'insediamento ebraico in quella regione, tuttavia esso deve essere considerato il punto di riferimento indispensabile nella ricostruzione del conflitto arabo-israelo-palestinese. Mentre il movimento sionista accettò, seppur senza entusiasmo, l'attribuzione di un fazzoletto di terra di 5.000 chilometri quadrati, pur di mettere un piede stabile in Palestina, il mondo arabo-palestinese, cui era stato attribuito la gran parte del territorio, rifiutò la spartizione. Ma questo rifiuto non è presente nel libro di Arturo Marzano, Storia dei sionismi. Lo stato degli ebrei da Herzl a oggi (Carucci); eppure, esso rappresentò il primo dei successivi rifiuti che gli arabi opposero al radicamento di una piccola comunità ebraica indipendente nella regione. Questo ha un significato di estrema importanza nella storia del conflitto: stava a significare il rifiuto totale da parte araba di una presenza ebraica, che non fosse quella di piccole minoranze disperse e sottomesse, come era accaduto sino agli ultimi decenni dell'Ottocento, quando nacque il movimento del sionismo politico di Theodor Herzl. Tale rifiuto aveva origini antiche, di natura religiosa, poiché gli ebrei erano considerati dagli islamici dei sottouomini, e perciò indegni di occupare il suolo islamico della Palestina. Era questo il messaggio che il Gran Mufti, Haj Amin el Husaini, che ebbe proficui contatti con Hitler (argomento che Marzano tralascia), diffondeva tra i suoi seguaci. Così, Marzano omette di considerare il rifiuto arabo del 1937 come figlio di queste concezioni, che non cesseranno di essere al centro del rifiuto arabo sino ai nostri giorni. Arafat ne era il portavoce più importante, nonostante la sua ambiguità nei rapporti del suo movimento con gli attori internazionali.
   Il libro di Marzano è molto attento nel ricostruire la storia del sionismo, di cui è un noto studioso, per quanto parlare di sionismi sia una forzatura. L'unico vero sionismo che pose autorevolmente la questione di uno stato ebraico fu il sionismo politico nazionalista fondato da Theodor Herzl e proseguito con straordinaria capacità diplomatica da Chaim Weizmann; gli altri "sionismi" rappresentarono aspetti secondari e quasi sempre ininfluenti sul raggiungimento dell'obiettivo strategico del sionismo politico. Un'eccezione fu rappresentata dal "sionismo religioso" che precedette il sionismo politico di Herzl. Né, tantomeno, ha senso indugiare ancora sul concetto di sionismo come movimento di tipo colonialista. Il colonialismo è un fenomeno storico ben preciso, che ha una sua caratterizzazione politica legata all'espansione imperialistica delle grandi potenze (Francia e Gran Bretagna) e al conseguente affermarsi della politica di potenza sia nell'Ottocento sia nel Novecento, a opera di Stati Uniti e Unione sovietica. E' vero: il movimento sionista usufruì dell'appoggio determinante di Londra (Dichiarazione Balfour), ma non è anche vero che, dopo la fine della Prima guerra mondiale, i leader arabi si appoggiarono alle grandi potenze europee per averne il sostegno dopo il crollo dell'Impero ottomano, come ha dimostrato molto autorevolmente il grande storico Efraim Karsh? Tutto ciò non compare nel libro di Marzano. Il Gran Mufti, dal canto suo, preferì la Germania nazista, che gli sembrava più promettente per i suoi fini.
   I successivi rifiuti (nel 1947, dopo il 1967, nel 2000) sono tutti figli di una stessa idea, che, nonostante le sconfitte e le frustrazioni, restò immutata in tutto il secondo dopoguerra nella testa dei dirigenti palestinesi, un'idea fanaticamente coltivata che ha portato alle tragiche conseguenze per il popolo palestinese che sono sotto gli occhi di tutti. La distruzione dello stato di Israele era ed è il "sogno" del movimento palestinese e il terrorismo il suo strumento principale. Così, quando Marzano, a proposito del fallimento degli accordi di Oslo, sostiene che Arafat non ebbe "la capacità, la volontà e il coraggio nel bloccare il terrorismo palestinese", è completamente fuori strada. Arafat non volle bloccare il terrorismo, perché egli ne era in fondo il capo politico, oltre che un doppiogiochista sul piano internazionale. Arafat fu sempre dell'idea che il movimento palestinese dovesse mirare alla distruzione dello stato di Israele. Non abbandonò mai questo progetto. Il suo sedersi al tavolo delle trattative era solo una finzione scenica. Il risultato di questo madornale errore, perseguito con fanatica determinazione, ha portato alle conseguenze odierne per il suo popolo.

(Il Foglio, 31 agosto 2017)


Si direbbe che l’autore del libro sia uno di quegli “esperti” di questioni mediorientali che dicono un mucchio di cose, salvo quelle davvero importanti. Poche cose dette al punto giusto potrebbero far capire che la ragione sta dalla parte di Israele. E questo non va bene. Bisogna non dirle. O, se proprio si devono dire, bisogna aver cura di mescolarle con tante altre cose molto meno importanti, in modo che alla fine si possa trarne la conclusione che in fondo tutti hanno un po’ di ragione e un po' di torto. Quindi nessuno ha ragione e nessuno ha torto. Così si può far carriera senza rischiare troppo. Non è detto che l’autore citato sia tra questi, ma neppure si può escludere. M.C.


Solo un italiano su 100.000 sa che la prima Bibbia ebraica fu stampata a Reggio Calabria

di Ilaria Calabrò

Resti della Sinagoga di Bova Marina 
Solo un italiano su 100.000 sa che la prima bibbia ebraica fu stampata in Italia, precisamente a Reggio Calabria nel 1475 dal tipografo di Avrhaham ben Garton, e che ora questo preziosissimo volume si trova custodito a Parma presso la Biblioteca Palatina. Lo rivela un sondaggio online reso noto dal portale di adv e marketing Spot and Web in occasione dell'evento "Il cuore calabro dell'ebraismo", in programma domenica 3 settembre 2017 a Santa Maria del Cedro, in provincia di Cosenza, presso Palazzo Marino, al quale parteciperanno Gerardo Mario Oliverio (Presidente della regione Calabria), Ugo Vetere (sindaco di Santa Maria del Cedro), il Prof. Franco Galiano (Presidente dell'Accademia Internazionale del Cedro), esponenti del Consorzio del Cedro e della comunità ebraica e numerosi rabbini presenti sulla Riviera dei Cedri.
   Che la regione Calabria sia ricca di mete d'interesse ebraico è cosa nota solo agli addetti ai lavori. Una regione che si conferma anche con questi dati completamente 'rimossa' dall'immaginario politico. Eppure le destinazioni d'interesse ebraico sono numerose. In primo luogo i resti della sinagoga di Bova Marina, situata a circa 30 km da Reggio Calabria, sconosciuta al 95% degli italiani: si trattava di un'antica sinagoga romana risalente al IV secolo, la seconda più antica d'Europa. Gli italiani ignorano la presenza di un'antica giudecca nella città di Nicotera, tornata da poco al suo antico splendore grazie a un ottimo lavoro di ristrutturazione: stradine strette e tortuose, case con portoni semplici e a piani, poiché gli ebrei per loro consuetudine tenevano in basso le loro botteghe e nei piani superiori i propri alloggi, e i cosiddetti "cafi", passaggi coperti che, oltre a conferire all'agglomerato urbano un aspetto unico, permettono di esaltare le magnifiche vedute del mare e della valle circostante.
   A Cosenza, è ancora in uso, nella toponomastica popolare, la dizione di "Cafarnone", per indicare un quartiere del centro storico, il cui nome deriva da Cafarnao, l'antica città della Galilea in cui, secondo i Vangeli, Gesù abitò dopo aver lasciato Nazareth. Sempre a Cosenza molte testimonianze certificano l'antica presenza di un quartiere ebraico nella zona tra il monastero delle Vergini e il quartiere dei Padolisi. Nei dintorni di Carpanzano, nel cosentino, esistono un Monte Giudeo ed un Casale Giudeo mentre tra Scigliano, Rogliano e Carpanzano ci sono tuttora le contrade Judio Soprano o Sottano ed Acqua Judia. Nella provincia crotonese, nei pressi di Santa Severina, c'è una Timpa dei Giudei; a Tiriolo, nel Catanzarese, la contrada Giudecca e la Giudea a Isola Capo Rizzuto; in provincia di Reggio Calabria, a Caulonia la contrada Iudica ed un triste e sanguinoso Fosso Scannagiudei, a Caccuri, ancora in provincia di Crotone, verosimilmente teatro di violenze ed assassinii. Interessante la presenza del Portello dei Giudei a Castrovillari e della Porta Giudecca a Corigliano e Rossano, quasi certamente luoghi che indicavano l'ingresso nel quartiere ebraico.

(Stretto web, 31 agosto 2017)


Approvato il piano di sviluppo dei giacimenti israeliani Karish e Tanin

GERUSALEMME - Il ministero dell'Energia e delle infrastrutture idriche israeliano e la Commissione per le risorse idriche e petrolifere hanno approvato il piano di sviluppo per lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale di Karish e Tanin, nel Mediterraneo orientale. Lo ha reso noto l'amministratore delegato della società greca Energean, Mathios Rigas, esprimendo soddisfazione per il "rapido processo di approvazione del piano". Rigas ha dichiarato che la società sta lavorando per raggiungere entro la fine dell'anno la decisione finale di investimento (Final investment decision - Fid). Finora la compagnia greca ha firmato memorandum d'intesa per la vendita di circa tre miliardi di metri cubi di gas all'anno. Lo scorso 9 agosto il ministero dell'Energia israeliano aveva presentato il piano di sviluppo per i due giacimenti. Il piano prevede prima lo sviluppo del giacimento di Karish, ed in una fase successiva di Tanin, se ci sarà sufficiente domanda nel mercato nazionale. Secondo le stime, i due giacimenti contengono circa 55 miliardi di metri cubi di gas, che dovrebbero entrare nel circuito del gasdotto verso la terra ferma nel 2020. Nel quadro dello sviluppo dei due giacimenti offshore, il ministro dell'Energia e delle infrastrutture idriche israeliano Yuval Steinitz ha spiegato che saranno collocate delle navi galleggianti di immagazzinamento del gas a 90 chilometri dalla costa (circa 56 miglia nell'offshore israeliano), dove il gas verrà trattato, conservato e preparato per l'esportazione. Lo scorso dicembre 2016 Israele ha approvato la vendita dei diritti per lo sfruttamento dei due giacimenti alla società greca Energean per circa 150 milioni di dollari.

(Agenzia Nova, 31 agosto 2017)


Il design italiano cresce in Israele grazie al contract

Aumento del Pil, ricchezza della classe media e affinità di stile fanno dell'Italia il secondo fornitore di mobili del Paese

di Giovanna Mancini

L'intero Paese conta meno abitanti della sola Londra. Eppure Israele, con i sui 8,6 milioni di cittadini, rappresenta per le aziende italiane dell'arredamento un mercato di sbocco molto interessante per i prossimi anni.
   Pochi numeri bastano a testimoniarlo: secondo il Rapporto Federlegno Arredo (Fla) pubblicato lo scorso giugno, Israele è tra gli otto Paesi che, lo scorso anno, hanno registrato la crescita più dinamica di esportazioni, con un 9,8% per l'intera filiera del legno-arredo e una percentuale analoga per il solo settore arredamento. Crescita che si è ulteriormente rafforzata nel primo trimestre di quest'anno, con vendite per 45,2 milioni di euro, il 16% in più dello stesso periodo 2016.
   L'Italia, con una quota di mercato del 17,6%, è il secondo fornitore di mobili per questo Paese, alle spalle della Cina, e le premesse perché il trend positivo continui ci sono tutte, spiegano gli analisti del Centro studi di Fla. A cominciare dai dati macroeconomici, visto che nel 2016 il Pil israeliano è aumentato del 4% (dati Fmi), trainato in particolare dal rafforzamento dei consumi, dall'incremento della produzione energetica e da nuove misure a sostegno del settore abitativo. Tutti fattori che contribuiranno nel medio termine ad attrarre investimenti anche nel settore immobiliare, con buone opportunità per il design made in Italy soprattutto nel contract alberghiero e in particolare, spiegano da Fla, nel segmento dei cosiddetti "boutique hotel", piccoli alberghi di lusso, caratterizzati da una forte personalizzazione degli ambienti.
   Senza contare lo storico legame che da sempre lega i principali marchi del made in Italy a designer e architetti israeliani, molti dei quali hanno studi anche in Europa e Stati Uniti.
   «È un Paese piccolo ma molto dinamico e determinato - conferma Roberto Gavazzi, amministratore delegato del gruppo Baffi De Padova, presente su questo mercato da oltre 15 anni, che recentemente ha ristrutturato il monomarca di Tel Aviv per introdurvi anche i prodotti De Padova -. C'è una clientela internazionale, sofisticata e con buona disponibilità di reddito, che conosce e apprezza i prodotti del design italiano. Inoltre, c'è un coraggio progettuale difficile da trovare altrove: nel residenziale come nell'hotellerie o nella ristorazione. C'è un fermento incessante». Basti pensare che, nonostante i piccoli numeri in termini demografici, Israele rappresenta comunque tra il 2 e il 4% del fatturato del gruppo. E la sola Tel Aviv è la quinta città per vendite, dopo Londra, New York, Milano e Parigi.
   Dello stesso avviso Dario Presotto, presidente di Modulnova, azienda friulana dell'arredo che ha da poco aperto uno showroom proprio a Tel Aviv, nel distretto di Herzeliya Pituah, considerato una fucina di ingegno e creatività, sede di molte imprese e di startup innovative. «È una città ricca e gli abitanti, tra cui molti giovani, amano il design italiano e lo stile e il mood del nostro marchio», spiega Presotto, che si attende da questo mercato una crescita importante nel medio periodo, anche per rafforzare l'obiettivo di accrescere la quota export dall'attuale 35% al 50% del fatturato.

(Il Sole 24 Ore, 31 agosto 2017)


Basket - Obiettivo Istanbul. «Come battere Israele? Faccia tosta e concretezza»

Il c.t. Messina al via contro i padroni di casa nella tana del Maccabi: «I cinque esordienti non hanno mai messo piede qui ma spero si esaltino, non siamo da show time ma solidi». Si punta alla seconda fase in Turchia.

di Massimo Oriani

 
Tel Aviv pulsa gioventù, bellezza e voglia di vivere. Il lungomare è una poesia in movimento, ti strega e ti porta via con una carezza. E fa da incantevole sfondo a un Europeo che per l'Italia sta diventando un calvario, una Via Crucis per restare in paragoni adatti a queste terre. Dopo Danilo Gallinari, ecco Davide Pascolo che fa crac e torna a casa. È anche l'Europeo delle paure, dei dubbi e delle certezze, tutte racchiuse nella stessa stanza buia da cui però filtra un filo di luce. Se sarà alba o tramonto, lo sapremo nel giro di una settimana o giù di lì. Paura di fare un'altra figuraccia dopo quella del Preolimpico di Torino 2016. Dubbi sulla reale consistenza di questo gruppo, tutta da verificare. Certezze che il traguardo massimo a cui ambire siano i quarti di finale, con nel cuore la recondita speranza d'essere smentiti.

 Faccia tosta
  Limiti di cui la Nazionale è peraltro ben conscia come spiega Ettore Messina: «Se una cosa positiva ha fatto questa squadra, oltre a un impegno di antico livello, è la capacità di dirsi "questo lo sappiamo fare bene, questo un po' meno" - dice il c.t. -. Bisogna cercare di non mettere la partita sul terreno a noi sfavorevole. Siamo una squadra che dovrà rapidamente dimenticare il risultato, che si vinca o si perda, e pensare alla gara successiva. Abbiamo cinque esordienti che hanno messo piede per la prima volta in vita loro alla Yad Eliyahu (la casa del Maccabi; n.d.r.) per l'allenamento di martedì, non so come reagiranno. Magari gli tremeranno le gambe, magari si esalteranno. Forse qualcuno dei veterani li aiuterà o magari uno di loro farà un passo in avanti. È ovvio che bisogna sperare anche nella loro faccia tosta. Non possiamo stare qui a spaccarci il cervello perché non siamo una squadra da showtime. Siamo concreti, con voglia di fare le cose insieme e tante volte questo fa la differenza».

 Esordio
  Partire contro Israele rappresenta un impatto choc. Forse meglio così. «Nell'ultimo Europeo, dove abbiamo fatto una seconda fase molto brillante, incominciammo con una sconfitta (con la Turchia a Berlino, ndr.) - ricorda Messina-. A me è capitato di vincere un'Eurolega perdendo gara-1 in casa, con la Virtus (a Bologna contro il Tau Vitoria nel 2000, ndr.). Non credo che la prima partita sia decisiva, è un girone equilibrato. Ovvio che se hai ambizioni di arrivare in una posizione di classifica buona (e di conseguenza non trovarti in un ottavo proibitivo, ndr.), ogni gara è importante. Sarebbe limitativo sperare di batterne due per passare il turno, cerchiamo di avere un po' di fiducia nei nostri mezzi che non sono eclatanti ma ci sono e sono importanti. Oltretutto il giorno di riposo dopo la prima è inedito e strano. Se hai vinto vuoi tornare subito in campo per sfruttare l'inerzia, se hai perso hai tempo per correggere gli errori. In ogni caso non penso sia un disastro per nessuna delle due perdere la prima».

 Avversari
  Gli avversari non sono fenomeni, anzi, ci somigliano per caratteristiche tecniche: «Hanno grande talento offensivo, movimento di palla, ritmo alto - dice Messina -. La transizione difensiva e il controllo dei rimbalzi saranno fondamentali. Poi bisogna fare qualche canestro. Sono piccoli? Se potessi chiamare Tim Duncan avremmo un vantaggio ... Siamo due squadre simili, che si basano sulla velocità e sul gioco dentro/fuori». E per batterli cosa servirà? «L'atteggiamento sulla palla è importante, facciamo un buon lavoro a metà campo, dobbiamo fare meglio nella transizione, soprattutto contro . una squadra come la loro - prosegue il c.t. -. Ogni tanto ci perdiamo perché qualcuno va a rimbalzo e non ci deve andare, o stiamo a guardare se la palla entra o esce invece di tornare in difesa non appena lascia le mani del tiratore. Servirà molta attenzione al loro gioco senza la palla visto che sono molto bravi a sfruttare i ragli. Stiamo cercando di fare cose non complicate, che possano essere rapidamente messe in campo. La cosa più bella è come la squadra si prepara. C'è la volontà di stare attenti a tutto, a ogni piccolo dettaglio che ci possa dare un vantaggio anche minimo, atteggiamenti che ti fanno star bene con queste persone in campo ma anche fuori. Sono curioso di iniziare, aspetto la partita con Israele non come un esame ma per giocarla con 12 ragazzi in gamba e vedere cosa succede».

 Polemiche
  Quarti di finale, dicevamo. Messina non fa pronostici, anzi, punzecchia chi li fa, sugli altri: «Ho letto un illustre collega (Sasha Djordjevic, c.t. della Serbia, ndr.) che ci dà da medaglia e mi sono chiesto se mi stava prendendo per il culo o se voleva essere simpatico ... ». E poi l'inevitabile domanda su Danilo Gallinari, la cui uscita ai microfoni di Trnz, sito scandalistico Usa, per quanto debba essere contestualizzata (all'uscita da un ristorante si è ritrovato il microfono in faccia), è stata infelice soprattutto per il tempismo («Sto bene, sono quasi pronto per giocare» ha detto il neo Clipper): «Probabilmente è stato frainteso, altrimenti sarebbe stato inopportuno, quantomeno per i suoi compagni» dice Messina. Anche il presidente Petrucci interviene sulla questione: «Il principio che chi tace non sbaglia mai è sempre valido. Avrei gradito silenzio in questa situazione». Dove peraltro la frattura non è solo quella alla mano. Il presidente è seduto su un divano nella hall dell'hotel che ospita tutte le squadre del girone. Il sorriso non gli manca mai, anche se la preoccupazione si nota. «Ho paura e fiducia al tempo stesso - dice-. La vita è fatta di paure, ma c'è la fiducia in un gruppo che ha lavorato bene e vuole andare lontano. Sono convinto che nello sport non esista la sfortuna ma non so davvero come definire quello che ci sta succedendo. Vedremo dove arriveremo. Certo, c'è l'incognita degli avversari, ma prima o poi l'alba arriverà pure per noi». L'alternativa è un altro tramonto, che per quanto possa essere ammaliante sulla promenade di Tel Aviv, farebbe veramente male.

(La Gazzetta dello Sport, 31 agosto 2017)


La febbre degli ignoranti virtuosi

Impazza la febbre contro i monumenti. ''Presto toccherà a De Gaulle e Churchill''. Intervista a Roger Scruton.

di Giulio Meotti

 
La statua di Colombo imbrattata di vernice rossa a Houston, in Texas, il 17 agosto
ROMA - Di ''attacco rabbioso di febbre'' ha parlato ieri, sul quotidiano francese Figaro, il filosofo canadese Mathieu Bock-Còté. Un virus che sembra avvicinarsi alla fase di breakout. Zika? Ebola? No. E' la nuova iconoclastia, la distruzione di immagini e monumenti che offendono questa o quella folla e comunità. Il virus ha iniziato con le statue sudiste (Nancy Pelosi vuole toglierle pure dalla hall della Camera dei rappresentanti di Washington). Perché fermarsi? Così è passato a Cristoforo Colombo (ieri una statua del celebre navigatore è stata decapitata in un parco a Yonkers, mentre il sindaco di New York Bill de Blasio ne auspicava la rimozione).
   Poi è stata la volta dell'ammiraglio Nelson (sul Guardian la richiesta per rimuoverne il monumento a Londra). Ha proseguito con Gandhi. E ora con i padri fondatori del Canada e dell'Australia. Tutti arruolati nelle fila dei "suprematisti bianchi''.
 
Il busto di Colombo avvolto in un drappo nero a Detroit, in Michigan, il 19 agosto
   Sul Figaro, Bock-Còté l'ha chiamata "furiosa purificazione che eccita la folla", una ''rabbia improvvisa che, in nome della decolonizzazione interna agli stati occidentali, vuole estirpare la memoria". E' un ''delirio penitenziale dell'occidente".
   ''E' un misto di un movimento giovanile, che si abbevera soltanto a Facebook e che ignora la nostra storia e alta cultura, e di élite pronte a ripudiare la cultura occidentale", dice al Foglio il filosofo inglese Roger Scruton, che attualmente insegna all'Università di Oxford e decano del conservatorismo britannico. ''Si vogliono tutti i benefici dell'occidente senza i sacrifici che questi hanno comportato. E' il nuovo 'dream world' di gente che deve dimostrare di essere virtuosa. E' la virtù senza i costi. A influire senz'altro la decolonizzazione, temo che il buon nome di Gandhi, simbolo di compromesso politico, sia il prossimo a venire giù .
   Prosegue Scruton: "L'iconoclastia è parte della condizione umana, dagli ortodossi di Bisanzio all'islam, ma qui siamo di fronte a una iconoclastia democratica di una cultura che ripudia gli eroi". In Canada nei
 
Il monumento a Cristoforo Colombo distrutto a martellate il 21 agosto a Baltimora, in Maryland
giorni scorsi sono partite le petizioni e le manifestazioni per abbattere le statue del leader politico Sir John A. Macdonald, e per cancellarne il nome impresso all'aeroporto di Ottawa, in un ponte principale, in un parco lungo il fiume Ottawa e in numerosi edifici governativi, oltre che sulla banconota da dieci dollari. La Federazione degli insegnanti dell'Ontario ha lanciato l'idea di "rinominare le scuole intitolate a Sir John A. Macdonald". Perry Bellegarde, a capo della più grande organizzazione indigena del Canada, ha detto che eliminare il nome di Macdonald è parte del programma promesso dal primo ministro Justin Trudeau di riconciliazione con i popoli indigeni. La febbre intanto attecchiva in Australia, dove da giorni si parla di rimuovere dalla scena pubblica il nome del padre dell'Australia, il capitano James Cook, l'eroico navigatore, ma per la lobby aborigena e molti giornalisti, un demone feroce, un usurpatore
 
Il busto di Colombo decapitato a Yonkers, nello Stato di New York
di terre, un violentatore di un intero popolo: "non c'è orgoglio nel genocidio" recita una delle frasi lasciate sulle statue di Cook). Due statue a Sydney di Cook e del generale scozzese Lachlan Macquarie sono state imbrattate con scritte che dicevano "Change the date", l'Australia Day che si celebra il 26 di gennaio, il giorno in cui il capitano approdò nella baia di Sydney. La sindaca di Sydney, Clover Moore, ha detto che riconsidererà alcuni aspetti di quei monumenti. Il premier australiano, Malcolm Turnbull, ha parlato invece di "stalinismo". Si smantellano statue, si riscrivono libri, si moltiplicano scuse a questa o quella comunità. "Prima o poi, ci prenderanno le statue di De Gaulle, Churchill, Roosevelt e altri, come se fossimo invitati a una nazificazione retrospettiva del passato occidentale" scriveva ieri sul Figaro Mathieu Bock-Còté. "La storia dell'Europa sarebbe una prigione e porterebbe direttamente al sistema concentrazionario. Si invitano i giovani a credere di essere eredi di una storia da ripudiare con ostentazione. Li si educa a odiare la civiltà. Come possiamo non vedervi una forma di controllo ideologico? Ognuno si ritira in una storia fatta di lamentele ed esige il monopolio della storia collettiva, altrimenti si moltiplicano contro di lui accuse di razzismo. Ma la storia dei popoli non può essere riscritta con l'ascia". E' quello che hanno fatto i Talebani con i Buddha di Bamiyan e l'Isis con gli archi di Palmira.

(Il Foglio, 31 agosto 2017)


Israele arresta un cantante palestinese

Secondo le autorità dello Stato ebraico, in una canzone ha incitato al terrore lodando un attentatore

BEIT RIMA - Le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato la notte scorsa il cantante palestinese Muhammad al-Bargouti con l'accusa di aver composto una canzone in lode di Omar al-Abed, il palestinese che in un attentato terroristico ha pugnalato a morte tre componenti della famiglia Salomon lo scorso mese nell'insediamento ebraico di Halamish in Cisgiordania.
L'esercito, secondo i media, ha confermato che il cantante è stato arrestato nel suo villaggio di Beit Rima, vicino Ramallah, con altri due membri del gruppo musicale, Naji Rimawi e Nazzal Bargouti. Confiscate anche le attrezzature usate dal gruppo per registrare la canzone andata in onda sui social.
Nel brano, secondo la traduzione apparsa sull'agenzia palestinese Maan, si dice: «Ho sentito il suono del mitragliatore nel villaggio arabo di Kobar...è Omar che ha passato i boschi ed ha compiuto l'operazione...Ehi tu, se chiedi di un uomo vero lo puoi trovare a Kobar... Omar al-Abed è arrivato da sopra le montagne portando un coltello al suo fianco».

(tio.ch, 31 agosto 2017)


Sospesa la revoca dell'accredito al capo di Al Jazeera a Gerusalemme

La decisione di congelare la revoca dell'accredito varrà per sei mesi durante i quali - ha spiegato ancora il Gpo - saranno "monitorati gli articoli" di Karam in modo da assicurarsi che "quanto sostenuto chiaramente dal giornalista" nell'incontro con l'Ufficio stampa governativo "si rifletta nel suo lavoro e non sia fatto di parole vuote". "La libertà di stampa - ha detto Chen - è una delle pietre angolari dell'Ufficio stampa del governo, ma non accetteremo una situazione nella quale una certificazione ufficiale emessa dallo Stato di Israele serva come mezzo per coloro che la sfruttano per una pubblica battaglia contro il paese".

(ANSAmed, 31 agosto 2017)


La sfida del «vecchio» Barak: «Israele in mano a estremisti, ma posso salvarlo di nuovo»

L'ex premier: «La separazione dai palestinesi è l'unica via possibile»

di Davide Frattini

Ehud Barak
TEL AVIV - Sfoggiando la barba hipster che l'esercito di cui è il soldato più decorato proibisce di portare alle giovani leve, Ehud Barak da un anno e mezzo appare agli israeliani in video girati da solo e pubblicati sulla sua pagina Facebook. Da leader in pensione - e come scrive nel profilo personale «padre di tre figlie, quindi femminista» - riproduce in stile amatoriale i discorsi alla nazione di quando era premier (e ministro della Difesa, degli Esteri, capo di Stato Maggiore) per rivolgersi a chi il potere lo detiene ancora, da tanto tempo: Benjamin Netanyahu ha già totalizzato undici anni da capo del governo. Non un giorno di più, dovesse dipendere da Barak.
   Asceso dalle casette del kibbutz Mishmar HaSharon ai grattacieli del lusso sopra Tel Aviv, si è lasciato dietro le macerie del partito laburista e un titolo poco gratificante rispetto agli altri nel suo curriculum zeppo di medaglie: il politico meno amato dagli israeliani. Eppure a 75 anni Barak sembra convinto di poter contribuire a sconfiggere Netanyahu - è l'unico a esserci riuscito già una volta nelle elezioni del 1999 - e a riportare la sinistra (traslocata al centro) alla guida del Paese. La considera una missione vitale come i raid che pianificava nella Sayeret Matkal, la più speciale tra le forze speciali: è da allora che conosce Netanyahu, era il suo comandante, è da allora che lo chiama con il soprannome. Gli concede: «Bibi è intelligente, preparato, riflessivo, efficiente, sa identificare i problemi e come andrebbero risolti».
   Seduto nella saletta per gli ospiti di questo palazzo vicino alla piazza dove Yitzhak Rabin è stato assassinato e assieme a lui gli accordi di pace che aveva firmato con i palestinesi, da stratega illustra la situazione geopolitica di Israele: «Resta riassunta nella mia formula "villa in mezzo alla giungla". Siamo una potenza economica e militare, la nazione più forte da Bengasi a Teheran. Le prospettive immediate sono buone, forse troppo. La gente rischia di illudersi che non ci siano pericoli: la sera va all'opera, l'unico problema dell'aeroporto Ben Gurion sono le lunghe code perché tutti viaggiano, al Nasdaq sono quotate più società israeliane che di qualunque altro Paese. Quando mettiamo un piede fuori dalla villa, non possiamo esitare o verremo sopraffatti. Siamo al centro del tornado che sta travolgendo il mondo arabo, il Medio Oriente rimane un territorio dove non esiste pietà per i deboli: non ti danno una seconda opportunità, se non sai difenderti».
   Fino a qui Netanyahu potrebbe sottoscrivere l'analisi di quello che considerava un amico (gli ha affidato il ministero della Difesa tra il 2009 e il 2013) e che adesso disprezza come «il vecchio uomo con una nuova barba». La differenza di visione sta nelle risposte da dare alle minacce. Anche perché - ha proclamato Barak nei suoi discorsi - «questo governo ha hitlerizzato tutte le emergenze regionali, smerciate come rischi per la nostra sopravvivenza. Così le decisioni sono guidate dal pessimismo, dalla passività, dalla paralisi. Un'ideologia fanatica e radicale ha preso in ostaggio la destra, è un ultranazionalismo oscuro». Continua: «Ormai è evidente che il progetto degli estremisti si sta imponendo. Per loro la soluzione dei due Stati è morta, i palestinesi potranno godere di una certa autonomia in una nazione che si estende dal Giordano al Mediterraneo. È inevitabile che un'entità di questo tipo diventi negli anni o non ebraica o non democratica».
   A questa dottrina Barak vuole contrapporre «un nazionalismo orgoglioso» ed è convinto che chi l'appoggia possa vincerci le elezioni: «E la strada per salvare l'ideale sionista. Israele deve - ne ha la forza - separarsi dai palestinesi con un processo graduale. Il nostro esercito manterrà una presenza fino a quando non ci sarà un accordo reciproco e con garanzie, lo Stato palestinese sarà demilitarizzato, i grandi blocchi di insediamenti resteranno israeliani. L'ultradestra sfrutta la sicurezza come una scusa, sostiene che inglobare i territori arabi sia la nostra salvezza. Se prendessimo tutti gli ex capi del Mossad, dei servizi segreti interni, i capi di Stato maggiore, i generali ancora in vita e li chiudessimo in una stanza, il 99 per cento direbbe che il Paese è più difendibile con il mio piano».

(Corriere della Sera, 30 agosto 2017)


Ehud Barak aveva offerto ad Arafat Gerusalemme Est. Molto meglio di lui sarebbe allora il candidato Avi Gabbay, che è di sinistra, ma nega che Gerusalemme Est possa diventare capitale di un futuro stato palestinese.


Ministro russo: Mosca non ha informazioni sulla preparazione di attacchi contro Israele

MOSCA - Mosca non dispone di alcuna informazione in merito ad eventuali attacchi contro Israele. È quanto dichiarato dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, parlando ai giornalisti al termine dell'incontro avvenuto oggi a Doha con l'emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani. "Non abbiamo alcuna informazione sulla preparazione di un attacco contro Israele", ha dichiarato Lavrov, commentando le dichiarazioni fatte nei giorni scorsi dal premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha accusato l'Iran di realizzare siti in Libano e Siria per la produzione di missili da lanciare contro lo Stato di Israele.

(Agenzia Nova, 30 agosto 2017)


E’ Putin che dice a Netanyahu: Bibì, stai tranquillo, non ti preoccupare... Niente è più preoccupante di quando senti dire da certe persone: “Non ti preoccupare”.


Fabbrica di missili iraniani in Libano destinati a Hezbollah.

Il primo ministro Saad Hariri si sta adoperando per impedirne la costruzione.

Il primo ministro libanese Saad Hariri si sta adoperando per impedire la costruzione nel suo paese di una fabbrica di missili iraniana destinata a Hezbollah. Lo ha riferito domenica YnetNews.
All'inizio di luglio, il capo della dell'intelligence militare israeliana Herzi Halevi aveva confermato le notizie relative a progetti per impianti di armi iraniane in Libano.
Rapporti successivi pubblicati dalla rivista francese Intelligence Online parlano di due impianti: uno nella zona di Hermel, nella parte orientale della valle della Beqaa, per la produzione di missili terra-terra Fateh-110 con gittata fino a 300 km e testate da 400 kg; l'altro sulla costa libanese tra Tiro e Sidone, destinato a produrre parti del missile da assemblare in seguito in diverse officine.
Hezbollah, che ha già accumulato oltre 100.000 razzi puntati su Israele, cerca di procurarsi missili a lungo raggio dall'Iran attraverso la Siria, cosa che finora Israele ha impedito colpendo i convogli di armi.
Le autorità libanesi, secondo il servizio di YnetNews, temono che i cittadini del paese finiscano col pagare il prezzo di un'altra guerra tra Israele e Hezbollah.

(Civico 20 News, 29 agosto 2017)


Il vero significato dell'America

di David Harris (*)

In questi giorni stiamo assistendo ad una America che litiga rabbiosamente con se stessa, che sceglie narrazioni sempre più contrastanti del suo passato e del suo presente. Per ricordarci veramente di cosa vuol dire l'America - cosa che troppo spesso dimentichiamo, impegnati come siamo a bisticciare tra di noi - credo che chiederlo a chi è giunto qui da lontano potrebbe essere un utile esercizio.
  Nel mio caso, è facile. Mia madre nacque nell'Urss sotto il dominio bolscevico. Assieme ai genitori ed a suo fratello fu tra i pochi fortunati che riuscì a partire nel 1929, prima che le porte si chiudessero del tutto. Non si sono mai guardati indietro. E come avrebbero mai potuto? Stalin regnò in maniera paranoica e utilizzò il pugno di ferro uccidendo milioni se non decine di milioni di persone innocenti nei gulag; il suo antisemitismo era maniacale e implacabile.
  I quattro trovarono rifugio in Francia, o almeno così credevano.
  Undici anni dopo, l'esercito della Germania nazista attraversò la cosiddetta invincibile Linea Maginot ed invase il Paese. A peggiorare le cose emerse il regime francese di Vichy, collaborazionista dei nazisti. La famiglia fu costretta a fuggire di nuovo, stavolta da un apparato di sterminio industriale. Alla fine, furono tra i pochi fortunati a riuscire ad ottenere i visti per gli Stati Uniti alla vigilia dell'attacco di Pearl Harbor, quando l'ingresso in quel Paese era quasi impossibile a causa di una politica sull'immigrazione molto restrittiva, anche per gli ebrei che fuggivano dall'Europa.
  Mia madre, oggi 94enne, non dimenticherà mai il momento in cui dalla nave sui cui viaggiavano, la SS Exeter, iniziò ad intravedersi il porto di New York e la Statua della Libertà. Ma non si trattava di una crociera su di un battello turistico: era un segnale di benvenuto, offerto da una nazione che innalzava la fiamma della libertà a suo emblema duraturo. L'amore per l'America fu immediato. Non vacillò neanche per un istante. La vita non fu sempre facile o giusta, ma a mia madre e alla sua famiglia, a differenza delle loro vite precedenti, questo Paese aveva donato il regalo più inestimabile: un nuovo inizio, e una promessa di sicurezza e di opportunità. In quanto figlio unico mia madre mi assecondava spesso, ma una delle rare volte in cui riuscì a esprimere un sentimento di pura rabbia fu durante la guerra del Vietnam, quando io espressi delle critiche verso gli Usa. Non dimenticare mai - disse - che questo Paese ci ha protetti, ci ha dato un nuovo inizio, ed è l'ultimo faro di speranza per il mondo.
  Mio padre, ora scomparso, era nato in Ungheria ed era cresciuto tra la Germania e l'Austria. Arrivò negli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale, a seguito di un difficilissimo percorso durato dodici anni, dall'ascesa al potere di Hitler nel gennaio del 1933 alla fine della guerra nel maggio 1945. Lui la pensava come mia madre. Va bene, il caffè lo facevano molto meglio in Europa e a differenza del calcio, il football americano non aveva alcun senso, per non parlare del baseball. Però gli Usa erano una terra unica al mondo, una terra per cui combattere, come egli fece, e con valore. Apprezzava questa nazione ogni singolo giorno. Anche lui sapeva cosa vuol dire avere negati i diritti più basilari, e capiva che non c'è nulla di più prezioso che possederli. A un certo punto i miei genitori capirono che l'America aveva anche dei difetti, e se ne accorsero a seguito di un viaggio che fecero da New York alla Florida, nel 1959. Mi ricordo che al loro ritorno non vedevo l'ora che mi raccontassero del loro viaggio nella terra delle palme e delle spiagge. E invece, non riuscivano a parlare d'altro di come erano rimasti allibiti di fronte al razzismo che imperversava a sud della Linea Mason-Dixon.
  In quanto ebrei nell'Europa occupata dai nazisti, la segregazione istituzionalizzata gli era fin troppo familiare. Ma l'idea che l'America, che aveva sacrificato tanto per sconfiggere Hitler e le sue teorie razziale, potesse permettere ad alcuni Stati di applicarla, era inconcepibile. Eppure, a differenza della Germania nazista e dei suoi alleati, l'America era un cantiere in corso che alla fine deve rispondere ai propri cittadini. E perciò, la storica sentenza e le decisioni legislative che posero fine alla discriminazione razziale vennero salutate con gioia. Ancora una volta, la fede incessante dei miei genitori in questa terra fu giustificata.
  Più tardi, vidi l'essenza dell'America attraverso un terzo punto di vista, quello di mia moglie. È nata e cresciuta in Libia, un Paese che non ha mai avuto l'esperienza della legge uguale per tutti, di elezioni libere, di fluide transizioni di potere, dei diritti garantiti dal nostro Primo Emendamento.
  Certo, la costituzione libica del 1951 stilata quando il Paese ottenne l'indipendenza sembrava promettere di tutto e di più, ma si trattava solo di una tragica messinscena, in modo ancora più doloroso per la minoranza ebraica. Anni dopo, mia moglie e la sua numerosa famiglia ebbero la fortuna di fuggire con le loro vite. Tragicamente, non furono pochi gli ebrei che caddero sotto la violenza di estremisti sanguinari.
  Dal 1979, anno in cui è arrivata negli Stati Uniti - diventandone poi fiera cittadina - mia moglie non ha mai smesso di ricordare quanto è fortunata a poter vivere in un luogo dove i diritti non dipendono dall'umore di un despota, ma dalla supremazia della legge di una società democratica.
  Ma proprio come i miei genitori, si lamenta del fatto che sin troppi americani nati negli Usa sembrano prendere tutto ciò per scontato. Non avendo mai avuto esperienza dell'assenza della democrazia, non riescono a capirne veramente il maestoso significato. E troppo spesso sminuiscono l'America, senza capire quale simbolo di speranza essa sia, in tutto il mondo. In un momento in cui qualche americano minaccia il nostro pluralismo e la nostra diversità, e alcuni scelgono addirittura di omaggiare l'era nazista, è importante ricordare dove portano quelle strade.
  C'è un qualche cosa di speciale in questo nobile Paese, per cui vale la pena combattere, e che ci unisce. Forse è racchiuso - direbbe la mia famiglia - in quelle tre parole che ci definiscono, E pluribus unum, e in quella torcia della libertà che brilla nel porto di New York.
(*) Amministratore delegato dell'American Jewish Committee

(l'Opinione, 29 agosto 2017)



«Il mio aiuto viene dall'Eterno»

Meditazione sul Salmo 121
    Io alzo gli occhi ai monti...
    Da dove mi verrà l'aiuto?
    Il mio aiuto viene dall'Eterno
    che ha fatto il cielo e la terra.
    Egli non permetterà che il tuo piede vacilli;
    colui che ti protegge non sonnecchierà.
    Ecco, colui che protegge Israele
    non sonnecchierà né dormirà.
    L'Eterno è colui che ti protegge;
    l'Eterno è la tua ombra;
    Egli sta alla tua destra.
    Di giorno il sole non ti colpirà,
    né la luna di notte.
    L'Eterno ti proteggerà da ogni male;
    egli proteggerà l'anima tua.
    L'Eterno proteggerà il tuo uscire e il tuo entrare
    da ora in eterno.
Si va a Gerusalemme. Natanaele si appresta a lasciare la sua casa e il suo villaggio per unirsi alla carovana dei pellegrini che si recano alla santa città. No, non è un viaggio turistico, il loro. Non vanno ad ammirare opere d'arte. Gerusalemme è la città che l'Eterno ha scelto come dimora del suo nome, la città del gran Re, il luogo a cui bisogna salire ogni anno per adorare il Signore e invocare il suo nome nel suo tempio santo. Il viaggio di un ebreo a Gerusalemme ha un valore di parabola: il senso di tutta la sua vita è contenuto nel significato di quel viaggio.
   Natanaele si è rallegrato quando gli hanno detto: "Andiamo alla casa dell'Eterno" (Salmo 122:1), ma adesso, prima di partire, considera i pericoli del viaggio. Che non sia una gita turistica, lo sanno bene anche i nemici d'Israele. I pellegrini in cammino verso Gerusalemme proclamano, in modo tacito ma chiaro, la loro fede nell'Iddio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, Colui che regna su tutti gli uomini e su tutti gli dèi. Ma questo, i nemici di Israele non vogliono sentirselo dire. Il loro odio per la stirpe d'Abramo può trovare una favorevole occasione nella debolezza dei pellegrini, che affaticati dal lungo cammino e dalle durezze del clima possono facilmente essere colpiti e dispersi. Si vedrà, allora, se è proprio vero che un Dio benevolo e potente protegge Israele.
   Prima che Natanaele parta, la comunità di coloro che restano si raduna intorno a lui. Non è un semplice saluto: è un atto di culto al Signore e di comunione con il fratello.
   Natanaele sa di essere debole, e nella sua debolezza "alza gli occhi ai monti". Sui monti ci sono i santuari delle divinità straniere; sui monti adorano e ai monti guardano coloro che da quelle divinità sperano di ottenere aiuto e protezione. Natanaele guarda quei monti e si domanda: "Da dove mi verrà l'aiuto?"
   Nessuno risponde al posto suo; nessuno si attenta a dare manate sulle spalle e a dire generiche parole di rassicurazione del tipo: "Coraggio, vedrai che andrà tutto bene!". E' Natanaele stesso a rispondere: "Il mio aiuto viene dall'Eterno, che ha fatto il cielo e la terra".
   Non è una vaga espressione di ottimismo: è una confessione di fede. Che ci sia un Dio che protegge Israele, è un fatto: nessuna parola o azione d'uomo potrà mai modificarlo; ma per diventare realtà vissuta sulla terra, questo fatto ha bisogno di essere creduto e apertamente dichiarato. Natanaele confessa la sua fede, e si pone quindi sotto le ali di "Colui che protegge Israele".
   Solo adesso i suoi fratelli possono farsi avanti e sostenerlo con le loro parole. Non si possono anticipare i tempi; non ci si può sostituire all'altro e avere fede al posto suo; non si può promettere l'aiuto dell'Eterno a chi non spera in Lui; non si possono dare parole di rassicurazione a chi cerca aiuto presso dèi stranieri.
   Natanaele ha dichiarato davanti ai fratelli la sua fiducia nell'Eterno; i fratelli ricordano a Natanaele chi è Colui nel quale egli ha posto la sua fiducia. Poiché la fede è presente, essa può essere fortificata; poiché la speranza è viva, essa può essere ravvivata. A chi ha, sarà dato.
   "Egli non permetterà che il tuo piede vacilli". Non temere dunque, Natanaele: il viaggio sarà lungo e faticoso, ma il tuo piede non cederà. Proseguirai il cammino e arriverai alla meta. Ti sentirai spesso debole e avvertirai un acuto bisogno di aiuto. E ti sembrerà talvolta che l'aiuto tarda a venire, come se Colui in cui speri si fosse distratto, addormentato. No, non temere: "Colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà". Egli, che nella sua sovrana decisione d'amore ha scelto di proteggere Israele, proteggerà anche te, che sei del suo popolo. Ricorda la tua confessione di fede: tra tutte le divinità adorate sulle cime dei monti, tu hai scelto l'Eterno, che ha fatto il cielo e la terra. Ricorda dunque: "l'Eterno è colui che ti protegge", l'Eterno, non uno di quei tanti dèi che non avendo fatto il cielo e la terra "spariranno di sotto il cielo di sulla terra" (Geremia 10:11).
   Anche se non dubiterai di Lui, ti sembrerà talvolta che Dio se ne sta lontano, mentre vorresti saperlo e sentirlo più vicino. Non temere: "L'Eterno è la tua ombra"; e, come la tua ombra, non si allontana mai da te. Egli è lì, "alla tua destra": sappilo riconoscere.
   Il sole con i suoi raggi infocati non ti arrecherà danno; e neppure la luna con i suoi influssi dannosi. Né il sole, né la luna, né ogni altra creatura possono sottrarsi al dominio di Colui che ha fatto il cielo e la terra, sotto le cui ali tu hai trovato protezione.
   Non temere dunque: "l'Eterno ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà l'anima tua".
   Sì, ti proteggerà da ogni male. Ma tu imparerai durante il viaggio che cos'è vero bene e vero male. E capirai di essere protetto non da ciò che tu consideri male, ma da ciò che l'Eterno considera male. Egli proteggerà l'anima tua, cioè la tua vita, la tua vera vita, quella che Egli ha pensato per te prima ancora che tu venissi al mondo, non quella che tu adesso hai in mente e stai tentando affannosamente di costruire.
   Ti proteggerà "nel tuo uscire e nel tuo entrare", in ogni tua impresa, dall'inizio alla fine, in ogni aspetto del tuo multiforme vivere su questa terra. E non lo farà solo per un limitato periodo di tempo, quello che forse interessa te in questo momento: Egli ti proteggerà "da ora in eterno", nei bisogni che riconosci e avverti perché riguardano l'oggi, e in quelli che forse non riconosci e non avverti perché riguardano l'eternità.
   Non temere, Natanaele:
   "L'Eterno è Colui che ti protegge".
Marcello Cicchese

Shir La Maalot (Canto delle salite)

 


Another Country. Momenti di vita di ebrei in diaspora

In occasione della XVIII edizione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, e ispirandosi al tema di quest'anno Diaspora, identità e dialogo, domenica 10 settembre il Museo Ebraico di Bologna inaugura la mostra "Another Country | Momenti di vita di ebrei in diaspora". La mostra è costituita da due serie fotografiche inerenti all'abbigliamento e alle cerimonie nuziali degli ebrei in diaspora corredate di ampie descrizioni e messe gentilmente a disposizione dal Museo Beit Hatfutsot di Tel Aviv, una delle più importanti istituzioni culturali di Israele dedicata alla storia e alla documentazione del popolo ebraico, e fanno parte della collezione del Centro di Documentazione Bernard H. e Miriam Oster.

Museo Ebraico di Bologna
10 settembre - 10 dicembre 2017
Ingresso libero
La mostra è costituita da due serie fotografiche inerenti all'abbigliamento e alle cerimonie nuziali degli ebrei in diaspora corredate di ampie descrizioni e messe gentilmente a disposizione dal Museo Beit Hatfutsot di Tel Aviv, una delle più importanti istituzioni culturali di Israele dedicata alla storia e alla documentazione del popolo ebraico, e fanno parte della collezione del Centro di Documentazione Bernard H. e Miriam Oster.
   La scelta operata dal Museo Ebraico di Bologna di esporre queste due serie in particolare è motivata dall'intenzione di offrire al pubblico un'idea immediata di quello che ha rappresentato nel passato e rappresenta ancora oggi l'ebraismo in diaspora: cosa più evidente dell'abito -per la festa o per la quotidianità- o della cerimonia nuziale -momento per eccellenza teso tra gli antipodi della tradizione e della moda- per illustrare la coesistenza dagli esiti talvolta inaspettati e apparentemente conflittuali tra nazionalità acquisita ed ebraismo?
 
 
   Le circa quaranta fotografie, tra ritratti e scatti di gruppo, sono l'occasione per cogliere momenti di vita degli ebrei nelle varie comunità sparse tra l'Europa, l'Africa e l'Asia e ci restituiscono l'immagine di un popolo che, pur unito nel legame con le proprie tradizioni, si amalgama con la società ospitante fino a perdere i segni esteriori della propria identità o, al contrario, conserva i propri segni distintivi abbinandoli all'abito comune e contemporaneo al luogo e al momento in cui vive.
   Le ampie e attente didascalie fornite dal Beit Hatfutsot informano sulle storie e le situazioni ritratte nelle fotografie. Uomini, donne, studenti, sportivi, lavoratori, borghesi, militari, contadini, su alcuni di loro si allunga l'ombra dell'antisemitismo razzista, con la stella gialla imposta dal Terzo Reich, altri, posta fine alla diaspora e fatto "ritorno" in terra d'Israele, celebrano il loro matrimonio con l'uniforme dell'esercito inglese, sotto una bandiera israeliana tesa in alto a formare il tradizionale baldacchino (chuppah).
   Con Diaspora si intendono gli stanziamenti, volontari o coatti - galut, esilio -, di parte della popolazione ebraica fuori dalla terra di Israele, stanziamenti che avvennero soprattutto in tre momenti storici: la distruzione del Primo Tempio ad opera dei Babilonesi nel 586 a.e.v, la formazione e la successiva divisione dell'impero macedone (prima metà del IV sec. a.e.v.), la conquista di Gerusalemme da parte di Tito nel 70 e.v. con la distruzione del Secondo Tempio e le successive rivolte giudaiche culminate con la sconfitta di Bar Kochba nel 135 e.v. ad opera dell'imperatore Adriano, che inflisse agli ebrei sanzioni durissime.
   Per l'ebreo in diaspora la terra di Israele resta la patria ideale alla quale aspirare. Una patria che alcuni ritrovano nella Torah, il Libro dei Libri, altri sentono invece il bisogno di riottenere concretamente, riconoscendosi nei movimenti sionisti che, sulla fine dell'800, cercano di trovare una risoluzione pragmatica e razionale ai pogrom dell'Europa orientale e all'emarginazione generalizzata ovunque e sostanziano di ideale ritorno alla terra dei padri e di ossequio all'autentica missione dell'ebreo la scelta di collocare la patria rifondata proprio là, in Israele, da dove erano partiti agli albori della loro storia.
   Sia la vita in diaspora, sia il ritorno in Israele, l'alyah, sono spesso costellati di dolore e nostalgia, lacerati tra i due poli opposti dell'assimilazione e della difesa estrema della propria identità.
   Più che un museo, Beit Hatfutsot di Tel Aviv - Museo del Popolo Ebraico è un centro vitale dedicato al racconto e alla documentazione della storia del popolo ebraico. Attraverso esposizioni innovative, tecnologie all'avanguardia, programmi ed esperienze originali, il Beit Hatfutsot rafforza l'identità ebraica e costruisce connessioni in tutto il mondo celebrando 4.000 anni di vita, cultura e storia ebraica.
   Il Bernard H. and Miriam Oster Visual Documentation Center lavora sistematicamente al catalogo di fotografie e film ineguagliabili che documentano la vita ebraica, la sua storia, il suo patrimonio culturale. Il Museo Beit Hatfutsot mantiene un database digitale (dbs.bh.org.il), che vanta milioni di articoli tra cui foto, alberi genealogici, film, registrazioni, storie comuni, i significati dei cognomi ebraici, le biografie e un dizionario di termini della popolazione ebraica. I database del Museo aiutano a collegare il popolo ebraico alle proprie radici e a rafforzare sia la loro personale identità ebraica che quella collettiva.

(Museo Ebraico di Bologna, 29 agosto 2017)


Che valore può avere un giornale che definisce Israele "pura malvagità, malvagità sadica"?

Il più screditato quotidiano israeliano è anche il più citato nelle rassegne internazionali. Ingenuità o malizia?

La passione degli israeliani per il pluralismo e il libero dibattito delle idee si riflette anche nei loro giornali, che si fanno un punto d'onore di pubblicare editoriali che esprimono opinioni diverse fra loro e anche in contrasto con la linea generale della testata. Sicché è del tutto normale leggere sul filo-Netanyahu Israel HaYom gli interventi di Yossi Beilin, uno degli artefici degli accordi di Oslo, già ministro nei governi Rabin, Peres e Barak, e sul conservatore Jerusalem Post gli articoli del pacifista Gershon Baskin, già consigliere di Rabin e fondatore dell'Israel Palestine Center for Research and Information.
Ha'aretz invece è un problema. Certo, anche la vecchia testata dell'intellighenzia di estrema sinistra vanta fra i suoi opinionisti Moshe Arens, già ministro nei governi Likud, e Israel Harel, fondatore del Consiglio delle Comunità ebraiche in Giudea e Samaria. Ma serve a poco. Per il resto la sezione editoriali è dominata da anti-sionisti viscerali come Gideon Levy e Amira Hass (ma non sono i soli), consacrati alla missione di svelare al mondo che Israele, sorto nel peccato, è da condannare sempre e comunque....

(israele.net, 29 agosto 2017)


Italia-Israele: probabili formazioni, orario e dove vederla in TV e streaming

Nuovo appuntamento per l'Italia, dopo la gara contro la Spagna: di fronte agli azzurri di Ventura ci sarà l'Israele. Fondamentali i tre punti.

Dopo la partita contro la Spagna, arriva un'altra fondamentale partita per la Nazionale italiana di calcio. Quella contro l'Israele, gara valida per il gruppo G di qualificazione ai prossimi Mondiali, è infatti un nuovo crocevia verso Russia 2018. I tre punti per la squadra di Ventura sono più che importanti.

 Dove e quando
  Il match si giocherà giorno 5 settembre alle ore 20.45 allo stadio 'Città del Tricolore' di Reggio Emilia, dove abitualmente gioca le sue gare casalinghe il Sassuolo.

 Dove vederla in TV e streaming
  Italia-Israele sarà come sempre visibile su Rai 1 e Rai 1 HD. Chi fosse fuori casa potrà seguire il match in streaming su smartphone e/o tablet scaricando l'applicazione Rai Play. La telecronaca sarà di Alberto Rimedio, con il commento tecnico di Alberto Zaccheroni.

 Probabili formazioni
  ITALIA (4-2-4): Buffon; D'Ambrosio, Bonucci, Chiellini, Darmian; De Rossi, Verratti; Candreva, Belotti, Immobile, Insigne. All: Ventura.
  ISRAELE (4-4-2): Goresh; Dasa, Tzedek, Tibi, Tawatha; Refaelov, Golasa, Cohen, Natcho; Zahavi, Sahar. All: Levy.

(goal.com, 29 agosto 2017)


Gli ebrei dell'isola d'Elba

Al largo delle coste toscane, separata dal continente dal Canale di Piombino, l'isola d'Elba fa da sovrana sulle altre "colleghe", con cui forma l'Arcipelago Toscano. Un'isola che d'estate diventa una colonia di turisti da tutta Europa, che giungono per godersi un po' di sano e meritato relax in un vero e proprio paradiso di acqua di mare cristallina e di natura ancora incontaminata e protetta. Centro principale della vita dell'isola è Portoferraio, tra l'altro una delle culle dell'antica civiltà etrusca. Ebbene, anche l'isola d'Elba, nei secoli passati, fu sede di una comunità ebraica, e attirò gli ebrei grazie alle ricchezze che possedeva nonostante le modeste dimensioni.
Tutto cominciò nel lontano 1593, quando Ferdinando II de' Medici promulgò le celebri leggi "liburnine", grazie a cui le minoranze perseguitate, tra cui gli ebrei, avrebbero goduto di piena libertà politica, economico-commerciale e religiosa. Fu così che la città di Livorno divenne un porto di accoglienza di enorme importanza per i mercanti ebrei di tutto il Mediterraneo, specialmente per quelli di origine spagnola. Alcuni degli ebrei che si erano stabiliti a Livorno e a Pisa, decisero in seguito di traferirsi proprio all'Isola d'Elba, resisi conto delle possibili prospettive di guadagno....

(UGEI, 28 agosto 2017)


Netanyahu minaccia di colpire Assad

L'Iran è troppo influente in Siria. Perché Israele adesso alza i toni?

di Giordano Stabile

Le notizie negative si accumulano per Israele dal fronte siro-libanese e questo spiega i toni sempre più perentori dello Stato ebraico, che ieri ha minacciato di «bombardare il palazzo presidenziale» di Bashar al-Assad se l'Iran continuerà a espandersi in Siria. Vediamo.
   Primo: anche se Beirut nega, l'esercito libanese, Hezbollah e le forze siriane hanno collaborato strettamente nella campagna per eliminare i gruppi jihadisti dal confine fra Siria e Libano. Al-Qaeda e l'Isis si sono arresi e hanno accettato che i loro combattenti fossero portati verso Idlib e Deir ezZour, in cambio della consegna di soldati libanesi prigionieri e dei corpi di miliziani sciiti e Pasdaran iraniani. In tutta l'operazione s'intravede una regia iraniana.
   Secondo: le truppe di Assad hanno riconquistato la Siria centrale e si sono avvicinate a 60 chilometri da Deir ez-Zour, ultima importante città in mano allo Stato islamico. Ciò significa soprattutto essere in vantaggio nella riconquista del confine fra Siria e Iraq. A quel punto l'autostrada Beirut-Baghdad sarà di nuovo libera e sotto il controllo di tre governi vicini, anche se con gradi diversi, a Teheran.
   Terzo: anche sul fronte di Raqqa emergono tendenze favorevoli ad Assad. Gli americani si sono impiantati nello spicchio nord-orientale della Siria e, come ha detto il portavoce del partito curdo Pyd, Talal Silo, «ci resteranno per decenni». Ma non sembrano volere, o potere, spingersi più a Sud, in modo da tagliare l'autostrada Beirut-Baghdad. La defezione a favore del raiss di due comandanti arabi, annunciata ieri, dimostra che la coalizione imbastita da Washington è molto curda e poco araba. E i curdi non vogliono andare oltre Raqqa.
   In questo contesto si inserisce la missione del premier Benjamin Netanyahu a Mosca, accompagnato dal capo del Mossad Yossi Cohen. Il messaggio a Vladimir Putin è stato fatto trasparire in un'intervista al giornale arabo Al-Jadida di un «alto rappresentante del governo»: Israele non accetta gli equilibri che si stanno delineando sul campo, troppo favorevoli all'Iran e alle milizie sciite, che potrebbero usare il terreno conquistato per colpirla. Ed è pronta ad agire, anche militarmente. Mentre il califfato evapora nel deserto siriano i fronti caldi tornano quelli di prima, specie fra Libano, Siria e Israele.

(La Stampa, 29 agosto 2017)


Il nemico comune rimane Israele: ripristinati i rapporti tra Iran e Hamas

di Francesco Gori

Le loro strade si erano divise all'indomani delle rivolte contro il presidente siriano Bashar al Assad: da una parte il movimento di resistenza palestinese Hamas e dall'altra la Repubblica Islamica dell'Iran. Il primo con i ribelli, la seconda con il governo di Damasco. Un punto di rottura traumatico, giacché fino a quel momento Teheran era stato il maggior sostenitore di Hamas, considerato da Israele e dagli Stati Uniti un gruppo terroristico. Oggi, a distanza di sei anni dall'inizio della crisi siriana, l'Iran è tornato a essere il maggiore finanziatore economico e militare del braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzeddin al Qassam. Lo ha confermato in un incontro con la stampa il suo leader, Yahya Sinwar, che ha sottolineato come sia stato avviato un nuovo capitolo delle relazioni reciproche per combattere lo Stato di Israele, sostenere il popolo palestinese e la protezione della moschea di al Aqsa.
   E' una risposta chiara alle politiche del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente degli Stati Uniti Trump, entrambi nemici giurati del paese degli Ayatollah. Un messaggio chiaro che arriva nel giorno in cui un alto rappresentante del governo di Tel Aviv, in un'intervista rilasciata al giornale panarabo Al-Jadida, ha affermato che se l'Iran continuerà a espandere la sua presenza militare in Siria lo Stato ebraico è pronto a "bombardare il palazzo di Assad".
   Parole buttate al vento, secondo molti analisti militari, che si scontrano con il crescente peso della Russia nella regione e con l'influenza che Mosca sembra poter vantare anche nei confronto di Israele. L'avvertimento all'Iran è arrivato dopo che alti ufficiali dell'esercito israeliano avevano rivelato che l'aviazione aveva compiuto negli ultimi anni "decine di raid" contro Hezbollah e convogli di armi iraniane in Siria. Una minaccia che è giunta, non a caso, dopo il vertice fra Netanyahu e Putin, incentrato sui futuri assetti della Siria.
   Ad ogni modo l'avvertimento non sembra scuotere più di tanto Teheran che ha rinsaldato i rapporti con il braccio armato di Hamas: il movimento, ha dichiarato Sinwar, "sta rafforzando il proprio arsenale militare in preparazione di una battaglia "per la liberazione della Palestina". Hamas che dal 2007 controlla la Striscia di Gaza invoca la distruzione di Israele, con il quale ha già ingaggiato tre conflitti, nel 2007, nel 2012 e nel 2014.
   Agli inizi di agosto una delegazione dell'ufficio politico di Hamas, guidata Izzat al Rishq, si è recata nella capitale iraniana per presenziare alla cerimonia di insediamento del presidente Hassan Rohani e incontrare il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. Durante l'incontro (nella foto), il capo della diplomazia iraniana ha dichiarato che la questione palestinese è un punto importante della politica estera iraniana, sottolineando l'importanza di migliorare i rapporti con i gruppi di resistenza palestinese, in particolare Hamas. Di contro, il movimento si è detto convinto che i paesi musulmani "dovrebbero rafforzare la loro unità e utilizzare le loro capacità per contrastare il nemico comune: Israele".

(Spondasud News, 29 agosto 2017)


Deputati israeliani visitano la Spianata delle Moschee dopo due anni di divieto

GERUSALEMME - Per la prima volta in due anni un deputato israeliano, Yehuda Glick, si è recato oggi alla Spianata delle moschee (Monte del Tempio per l'ebraismo) Gerusalemme. Il governo israeliano aveva impedito l'accesso al sito per pregare nel 2015 per timore di una recrudescenza delle tensioni. Glick, esponente del partito di destra Likud, era stato promotore nel 2014 di una campagna che consentisse agli ebrei di pregare davanti al sito religioso e per questo era stato vittima di un tentato omicidio. I cittadini di religione ebraica, infatti, non possono pregare davanti a quello che viene considerato il terzo sito più importante per i musulmani. Secondo quanto riferisce l'organizzazione giordana Waqf, che gestisce l'accesso al sito religioso, un altro deputato israeliano, Shuli Moalem-Refaeli, esponente del partito della destra nazionalista HaBayit HaYehudi (Casa ebraica), si è recato oggi in visita al complesso di Al Aqsa.

(Agenzia Nova, 29 agosto 2017)

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Lo stesso fatto presentato da un’altra fonte. Come nei giochi della Settimana Enigmistica, si contino le differenze.

Al Monte del Tempio deputati israeliani dopo due anni

Deputati israeliani hanno potuto accedere, sotto scorta, al Monte del Tempio, l'area di Gerusalemme est conosciuta dai musulmani come Spianata delle Moschee, ora i parlamentari sono stati riammessi e il deputato ultranazionalista, Yehuda Glick, ha detto: "Sono qui per pregare per la pace nel mondo e per essere una persona migliore. Prego anche per la mia famiglia"

GERUSALEMME - E' la prima volta da due anni, in seguito al divieto imposto nel 2015 dal premier Benjamin Netanyahu per ridurre la tensione con i musulmani, che deputati israeliani di religione musulmana hanno avuto accesso al Monte del Tempio. Entrambe le religioni considerano i luogo come sacro, gli ebrei per le vestigia del Tempio e i musulmani per la presenza della moschea di al-Aqsa e della cupola della Roccia. Dopo la conquista della Cisgiordania, Israele aveva deciso di lasciare il Monte del Tempio ai musulmani, vietandolo come luogo di preghiera agli ebrei pur controllando gli accessi all'area per motivi di sicurezza. Ma il luogo sacro, soprattutto in occasione della preghiera del venerdi', e' stato sempre centro delle proteste palestinesi e di atti di violenza, l'ultimo il 14 luglio scorso con l'uccisione di due poliziotti israeliani. Le visite di deputati israeliani, molti dei quali ultraortodossi, avevano creato ulteriori motivi di tensione a partire dalla storica passeggiata di Ariel Sharon, ai tempi capo dell'opposizione nazionalista, nel 2000. Ora i parlamentari sono stati riammessi e il deputato ultranazionalista, Yehuda Glick, ha detto: "Sono qui per pregare per la pace nel mondo e per essere una persona migliore. Prego anche per la mia famiglia".

(Corriere Quotidiano, 29 agosto 2017)


Fra l'islam e Corbyn: momentum antisemita

Centomila ebrei non escludono di lasciare l'Inghilterra: 767 incidenti antiebraici finora nel 2017. "Il Labour è complice di questo clima d'odio"

di Giulio Meotti

 
Jeremy Corbyn
ROMA - Dopo la strage sulle Ramblas (16 morti), il rabbino capo di Barcellona, Meir Bar Hen, ha lanciato un terribile j'accuse e invitato gli ebrei a lasciare la città. "Questo posto è perso. Meglio andarsene prima che dopo" in Israele. La nostra comunità "è condannata" sia a causa dell'islam radicale sia per la riluttanza delle autorità a confrontarsi con questo. Per questo Bar Hen ha invitato i correligionari "a pensare di non essere qui per sempre. Li ho incoraggiati a comprare proprietà in Israele". Parole finora inaudite in Spagna, mentre dalla vicina Francia da anni arrivano numeri terribili. 40 mila ebrei hanno lasciato il paese in quindici anni (ottomila soltanto nel 2015, nel più grande movimento migratorio dalla nascita di Israele nel 1948). Adesso uno scenario simile si prefigura in Inghilterra, che ospita la seconda più grande comunità ebraica in Europa. L'aumento dell'antisemitismo in Gran Bretagna ha fatto sì che un terzo della popolazione ebraica oggi non escluda la possibilità di una fuga (si tratta di quasi centomila persone). La ricerca, commissionata dalla Campagna contro l'antisemitismo, ha anche scoperto che solo il 59 per cento degli ebrei britannici si sente benvenuto oggi nel Regno Unito. Il sondaggio di YouGov ha rivelato anche che più di tre quarti degli ebrei ritengono che l'ascesa di Jeremy Corbyn nel Labour abbia intensificato i livelli di antisemitismo, assieme alla minaccia dell'estremismo islamico.
   Ieri l'imprenditrice britannica Mandy Blumenthal, 52 anni ed esponente di spicco della comunità ebraica londinese, ha dichiarato di essere così spaventata da aver già pianificato di trasferirsi in Israele. Suo padre, l'ex sindaco di Birmingham Harold Blumenthal, era anche un maggiore dell'esercito, mentre sua madre Vivienne era magistrato. "Corbyn ha creato un'atmosfera che ha dato ossigeno all'odio", ha dichiarato Blumenthal al Sunday Express. "Sto cercando casa in Israele, non voglio aspettare che qualcosa di brutto mi succeda".
   La sinistra laburista Momentum di Jeremy Corbyn sull'antisemitismo e l'odio per Israele ha perso non pochi deputati e amministratori locali, tanto da essere al secondo posto nella lista dei peggiori antisemiti del 2016 del Centro Wiesenthal. L'ex sindaco di Londra, Ken Livinstone, è stato sospeso dal Labour dopo aver affermato che "Hitler era un sionista". I suoi commenti sono arrivati dopo che Naz Shah, deputata di Bradford West, è stata costretta a chiedere scusa per aver suggerito una "soluzione per il conflitto israelo-palestinese", ovvero trasferire Israele negli Stati Uniti.
   Si registra intanto un boom di episodi di antisemitismo in Inghilterra nel 2017. Il Trust for Community Security (Cst) ha appena fatto sapere che tra gennaio e giugno sono state registrate 767 aggressioni a sfondo antiebraico, con un incremento del 30 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ben ottanta gli attacchi fisici. Il direttore generale del Cst, David Delew, ha dichiarato: "L'odio si sta diffondendo". Il rabbino Alex Chapper ha detto che è stato regolarmente sottoposto a minacce fisiche e verbali da quando è andato a vivere a Ilford, est di Londra, nel 2012. Ai primi di agosto, il quotidiano inglese Sunday Times aveva licenziato un suo opinionista, Kevin Myers, dopo che questi ha scritto sull'edizione irlandese del giornale un articolo dai toni fortemente antisemiti. "Ho notato che due delle presentatrici più pagate della Bbc, Claudia Winkleman e Vanessa Feltz, con il cui ottimo lavoro sfortunatamente non ho familiarità, sono ebree, buon per loro, gli ebrei non sono generalmente noti per cedere il loro talento al prezzo più basso possibile".
   Nel 1996 l'Inghilterra fu scossa da un libro dello storico inglese Bernard Wasserstein: "Siamo di fronte all'ultimo atto di un millennio di vita ebraica in Europa", fu il grido d'allarme di Wasserstein nel libro "Vanishing Diaspora" (La diaspora che svanisce). Lo storico fu tacciato di isteria, ma forse aveva visto giusto. Adesso si teme che un altro grande attentato in stile Tolosa, Bruxelles o Parigi possa innescare un nuovo esilio della comunità ebraica.

(Il Foglio, 29 agosto 2017)


Ancora oggi si possono trovare validi motivi per fare scelte di sinistra. Tanto per fare un esempio, chi scrive nelle ultime elezioni comunali ha votato per un candidato appoggiato da liste di sinistra. Ma se si vuole guardare la realtà con occhi non annebbiati da affascinanti ideologie umanitarie, laiche o religiose, non si può evitare di riconoscere che oggi l'antisemitismo serio, quello che conta, non quello folcloristico dei nazifascistoidi ma quello che preannuncia situazioni drammatiche per gli ebrei, si trova a sinistra, in posizione contigua con l'islam. E' un fatto che gli ebrei liberal fanno fatica ad ammettere, per comprensibili motivi legati alla loro storia, ma adattando una frase usata in un altro contesto, si può dire che la questione ebraica è una cosa troppo seria da permettere che siano soltanto gli ebrei ad occuparsene. M.C.


Antonio Guterres: "Gli appelli alla distruzione di Israele, una forma moderna di antisemitismo"

di Vanessa Tomassini

Antonio Guterres
Il segretario generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu), Antonio Guterres, è giunto ieri in Israele. Un viaggio diplomatico di tre giorni per Guterres, che incontra oggi il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a Gerusalemme. Poi sarà la volta di Abu Mazen a Ramallah, prima di fare visita ai territori di Gaza.
In mattinata Guterres, incontrando il presidente israeliano Reuven Rivlin, ha ammesso che gli appelli alla distruzione dello Stato di Israele rappresentano "una forma moderna di antisemitismo e non li permetteremo". Il capo di Stato israeliano facendo in particolare riferimento all'ultima decisione dell'Unesco, che ha dichiarato Hebron sito arabo patrimonio dell'Umanità, ha chiesto che vengano fermate "le discriminazioni contro Israele da parte di numerose istituzioni e agenzie delle Nazioni Unite".
Rivlin ha colto anche l'occasione per chiedere al segretario generale di esercitare pressione su Hamas per il rilascio di civili israeliani trattenuti a Gaza e la restituzione dei corpi dei soldati caduti nella Striscia di Gaza durante la guerra del 2014.
Il premier Benyamin Netanyahu invece ha riportato all'attenzione dell'Onu la minaccia iraniana, di cui ha discusso con il presidente russo, Vladimir Putin, il 23 agosto a Sochi. "Teheran - ha detto Netanyahu - vuole trasformare la Siria "in una base di arroccamento militare come parte del suo dichiarato intento di cancellare Israele". Aggiungendo che l'Iran "sta anche costruendo a questo scopo siti dove produrre missili guidati di precisione, sia in Siria sia in Libano. Questo è qualcosa che Israele non può accettare e che anche l'Onu non dovrebbe fare".
Ieri aveva preso la parola il viceministro degli Esteri, Tzipi Hotovely, che alla vigilia dell'arrivo di Guterres aveva rivelato un altro dei punti da discutere: il cambio del mandato dell'Unifil, la forza di interposizione in Libano delle Nazioni Unite. L'organizzazione è attiva nel sud libanese al confine con Israele ed ha il compito di assicurare il ritiro di Israele dall'area, supportando il governo di Saad Hariri nel ristabilire la sua autorità. Dal 25 luglio 2014 la missione è guidata dal comandante italiano, Luciano Portolano.
"È tempo - ha avvertito Hotovely - di mettere questo punto sul tavolo e affrontarlo". Per quanto riguarda l'Unifil il viceministro ha sostenuto che "il mandato deve cambiare" facendosi forte degli appelli Usa ad una presa di posizione della Forza delle Nazioni Unite riguardo ai movimenti di armi degli Hezbollah libanesi finanziati dalla Repubblica Islamica dell'Iran.

(Notizie Geopolitiche, 28 agosto 2017)


Obama ha scelto il disonore e Israele avrà guerra

L'accordo sul nucleare, presentato come il male minore, ha permesso all'Iran di diventare più ricco e potente e di allargare le sue minacce e le sue ambizioni imperiali.

L'Iran sta prendendo il controllo in Siria e così il grande nemico remoto si sta pericolosamente avvicinando a Israele. Gli Stati Uniti sono fuori gioco. Chi aveva riposto speranze nel nuovo sceriffo del mondo deve ammettere che Donald Trump sembra molto più interessato ai mass-media americani che all'imperialismo iraniano. Il personaggio è fatto così. Lo sceriffo mondiale non è chi ha più forza - gli Stati Uniti ne hanno molta di più di chiunque altro - ma chi sa usare la forza che ha. Netanyahu è dovuto andare da Vladimir Putin la scorsa settimana per un altro giro di colloqui con il leader russo mentre si trovava in vacanza a Sochi. Non è chiaro se Putin intenda arginare la minaccia iraniana. È chiaro, però, che è l'unico con cui valga la pena parlarne....

(israele.net, 28 agosto 2017)


Israele: i 'bambini dell'Exodus' a 70 anni da epico viaggio

Nati 'In rotta per Israele' su documenti, ora si incontreranno

di Massimo Lomonaco

 
 
 
TEL AVIV - Luogo di nascita: 'In rotta per Israele'. Da 70 anni, ogni volta che entra o esce dal paese, Galia Ashkenazi, un'insegnante di Shoham, cittadina del centro del paese, si sente chiedere con grande curiosità cosa voglia dire quella inusuale scritta sul proprio documento.
E ogni volta, pazientemente, risponde di essere una bambina dell'Exodus, la nave piena di profughi ebrei scampati alla Shoah che dall'Europa era in rotta verso uno Stato che ancora non esisteva. E che gli inglesi, all'epoca mandatari in Palestina, avevano blindato rimandando indietro chiunque cercasse di entrarvi. Come quelli dell'Exodus, nave simbolo dell'emigrazione ebraica il cui vero comandante, Yossi Harel, ebbe l'aspetto di Paul Newmann nell'omonima versione cinematografica ispirata a quegli avvenimenti.
Sbarcati ad Haifa dopo un viaggio massacrante e costantemente braccati dalla Marina britannica, furono prima arrestati e poi rispediti a forza su altre navi prima in Francia e poi in Germania. "Quando mostro il documento - ha raccontato Galia ad Haaretz - subito mi domandano cosa voglia dire" quella scritta: "Poi fanno vedere il passaporto ad altri ed allora comincio a raccontargli l'intera storia". E quel nome spiega subito tutto, visto che Galia deriva dalla parola 'Gal', che in ebraico vuol dire 'onda': nulla di più appropriato.
Secondo ricerche storiche, sull'Exodus e sulle successive navi forzate nacquero una settantina di bambini. Galia Ashkenazi, i cui genitori erano sull'Exodus, è nata il 9 agosto del 1949 a bordo della 'Empire Royal', una delle tre navi inglesi che stavano deportando in Europa i sopravvissuti. La sua famiglia poté arrivare solo nel maggio del 1949 in Israele, allora Stato a tutti gli effetti.
Al compimento dei 16 anni, Galia chiese la carta di identità al ministero dell'Interno, ma non poté fornire alcun documento di nascita: "Dissi loro - ha raccontato al giornale - di essere nata a bordo dell'Exodus e così scrissero, poi fu cambiato in 'in rotta per Israele' e in questo modo è riportato su tutti i documenti fino ad oggi". Ma non tutti 'i bambini dell'Exodus' hanno avuto un lieto fine alla loro storia e oggi, come Galia ed altri, vivono in Israele circondati da figli e nipoti. Qualcuno è morto nel grembo della madre, sfiancata dalle privazioni, altri appena nati sulle navi che stavano riportando i genitori in Europa.
Ora il 7 settembre, quei 'bambini' sopravvissuti si rivedranno a Haifa in un evento per ricordare i 70 anni del'Exodus.

(ANSAmed, 28 agosto 2017)


Basket - Italia, è scattata la missione Europei: gli azzurri sono a Tel Aviv

di Fabio Cavagnera

L'avventura ad Eurobasket 2017 è scattata questa mattina per l'Italia di Ettore Messina. Gli azzurri si sono ritrovati a Fiumicino, dove si sono imbarcati sul volo per Tel Aviv, dove giovedì prossimo inizierà la rassegna continentale, con l'esordio con i padroni di casa di Israele. Una partita subito chiave per conquistare uno dei primi quattro posti nel girone e staccare così il biglietto per Istanbul, dove si disputerà la fase ad eliminazione diretta. Quel traguardo assolutamente da conquistare, perché da quel momento in avanti "potrà succedere di tutto", come da parole del ct azzurro.
Il clima è sereno tra i dodici convocati e non è mancato il classico selfie scattato da capitan Gigi Datome, anche se dall'esterno non c'è quella fiducia ed attesa dell'ultima edizione. Il costoso attimo di follia di Gallinari e le assenze di Gentile e Bargnani hanno tolto talento importante alla squadra di Messina, ma questo non significa imbarcarsi sul volo senza speranze. Anzi, non ci sarà la stessa pressione e potrebbe anche uscirne il risultato a sorpresa, nel caso gli azzurri riescano a trovare la continuità, soprattutto a livello difensivo, vista a sprazzi nel corso della preparazione.
Le ore di volo sono state le ultime di relativo relax per Datome e compagni, prima di tuffarsi al 100% nel clima dell'Europeo. Già questa sera, infatti, la Nazionale svolgerà il primo allenamento allo Zisman Sport Center, prima di saggiare domani sera per la prima volta il parquet della Tel Aviv Arena, dove si disputeranno le partite della prima fase. E da allora non ci sarà spazio per altro nella testa dei 12 azzurri e dello staff tecnico, in un girone comunque alla portata, evitando possibilmente quel quarto posto, che potrebbe voler dire quasi certamente Francia negli ottavi.

(basketissimo.com, 28 agosto 2017)


Tel Aviv e il fallimento. "Qui anche i flop fanno curriculum"

ll modello israeliano. Nel paradiso hi-tech un evento per celebrare i fiaschi: "È catartico e il diritto di sbagliare insegna a vincere".

di Filippo Femia

 
Roy Povarchik, la sua start-up aiuta gli altri giovani imprenditori a emergere
 
Sharonna Cohen, la sua «Dreame» è valutata tre milioni di dollari
TEL AVIV - E se il segreto del successo fosse fallire? Se un business catastrofico diventasse un caso da studiare? Dietro app e progetti geniali si nascondo inciampi, più o meno grandi, che possono insegnare molto a chi scommette su nuove start-up. La lezione arriva da Tel Aviv, paradiso hi-tech sul Mediterraneo.
   Tra Rothschid boulevard e gli altri viali a pochi passi dal mare batte il cuore dell'innovazione. Fuori dalle sedi delle multinazionali e dei 90 acceleratori di start-up. Nei dehors dei bar, incastonati tra case in stile Bauhaus e moderni grattacieli, alcuni giovani scrutano lo schermo di un Mac. Stanno discutendo un nuovo progetto da lanciare. «In nessun'altra città al mondo c'è un fermento simile», spiega Margaux Stelman, del municipio di Tel Aviv. Qui c'è il record di start-up per abitante: una ogni 290, 2.800 in tutta la città, più che nella Silicon Valley. E i fallimenti non si nascondono, li si «celebra» in eventi particolari. Si tratta delle «Fuckup Nights» (eufemismo per andare in malora), un format nato a Città del Messico nel 2012. Cinque amici, davanti a una bottiglia di mezcal, borbottavano sfogandosi dei loro flop: «Se organizzassimo un evento dove raccontiamo i nostri fiaschi? Sarebbe più originale delle noiosissime conferenze in cui i guru insegnano la ricetta del successo». Quella sera è nata l'idea esportata in oltre 200 città di tutto il mondo. Ma è qui a Tel Aviv che è diventata un appuntamento cult: ogni mese un paio di serate fanno il sold out. In sette minuti imprenditori e startuppari di successo raccontano le esperienze finite male, rispondendo alle domande del pubblico.
   «A volte è più utile di una seduta dallo psicologo», assicura Adam Rakib, 28 anni, speaker di una serata. È un giovane imprenditore che nel 2012, con altri soci, ha realizzato una piattaforma per videogame in realtà virtuale. Dopo un anno è stata venduta a una multinazionale per 12 milioni di dollari. «Ma non è stata tutta in discesa, anzi. Prima di avere successo ho sbattuto la testa più volte», racconta. L'apologia del fallimento nelle «Fuckup Nights» recita più o meno così: sbagliare non impedisce di avere successo. Anzi: fallire è necessario. «Non farlo è impossibile: è una questione statistica. Più ti sbatti, più lo scivolone è dietro l'angolo», spiega Roy Povarchik, 31 anni, fondatore di un acceleratore per start-up. «Dei big come Steve Jobs si ricordano solo i trionfi. Ma non hanno azzeccato ogni colpo in tutta la carriera: anche loro hanno commesso errori grossolani. A volte anche per anni».
   Può essere una leggerezza nel business pian, la scelta sbagliata di un socio o innamorarsi di un'idea senza scorgerne i limiti. O non cautelarsi da persone senza scrupoli, come è accaduto alla 28enne Sharonna Karni Cohen. Nel 2014 ha creato «Dreame», un portale in cui si commissionano disegni, scegliendo tra 500 artisti in tutto il mondo, da ricreare su qualsiasi supporto (tshirt, cuscini, tazze). Un'amica russa a cui aveva raccontato il progetto le ha rubato l'idea. «Ero furiosa, ma non potevo che prendermela con me stessa. Ho raccontato la mia esperienza durante una "Fuckup Night" e le ho mandato una mail in diretta con solo tre parole: "Grazie dell'insegnamento". È stato catartico». Oggi la sua creatura è valutata tre milioni di dollari e ne fattura 25 mila al mese. «Da quella sera ho imparato molto», spiega. «In Israele le esperienze senza lieto fine a volte vengono inserite nel curriculum: non c'è nulla di cui vergognarsi». È il diritto di fallire. Il trampolino verso il successo.

(La Stampa, 28 agosto 2017)


Betlemme capitale palestinese?

Proviamo, e vediamo come reagirebbe il mondo cristiano

da Jerusalem Post

Il mondo si è rivelato assai miope quando ha accettato di dichiarare che il sito del Tempio di Gerusalemme e il Muro occidentale, ultimo resto dei contrafforti del Monte del Tempio, sono islamici e non fanno parte di Israele. Si sa che i palestinesi rivendicano Gerusalemme come loro capitale e il mondo, con queste scelte, sembra volerli assecondare. Ho una soluzione migliore da proporre: facciamo che sia Betlemme la loro capitale". Così Barry Shaw sul Jerusalem Post.
   "I palestinesi non perdono occasione per raccontare al mondo quanto abbiano a cuore il luogo di nascita di Gesù, che loro definiscono 'un messaggero palestinese'. E sostengono di avere molto a cuore la cristianità, anche se la popolazione cristiana di Betlemme, da schiacciante maggioranza che era nel 1995 quando Israele in un gesto di pace ne cedette il controllo a Yasser Arafat, è precipitata al 12 per cento di oggi. I palestinesi sostengono che questa fuga dei cristiani da Betlemme è stata causata dalla barriera di sicurezza israeliana. Ma non è un po' strano che, nello stesso periodo, la popolazione musulmana sia aumentata? Secondo le statistiche, la popolazione di Betlemme è cresciuta dai 14.439 abitanti del 1987 agli oltre 27.000 di oggi. Quello che è cambiato è l'equilibrio demografico interno: molti meno cristiani, molti più musulmani. E molto più peso degli estremisti di Hamas. E allora, che Betlemme sia la capitale della Palestina. Mettiamo la questione sul tappeto. Vediamo se il mondo cristiano sarà disposto ad accettare che il suo luogo più santo venga trasformato nella capitale di coloro che si considerano l'avanguardia del mondo islamico. Betlemme è l'espressione universale della fallimentare politica del porgere l'altra guancia. Coloro che sono rimasti zitti di fronte allo scippo del loro patrimonio cristiano a Gerusalemme quando l'Unesco, su ordine del mondo musulmano, ha convertito il Tempio ebraico (il Tempio di Gesù) in un sacrario esclusivamente islamico; coloro che sono rimasti inerti di fronte al massacro in massa di cristiani nel medio oriente musulmano non muoveranno un dito per Betlemme.
   Bisognerebbe chiedersi: ma di quante capitali hanno bisogno i palestinesi? Hamas, che ha la sua capitale a Gaza, si considera il vero capofila della causa palestinese. L'Autorità palestinese cerca di mantenere il potere nella sua capitale Ramallah. dove è sepolto l'eroe fondatore Yasser Arafat. Che bisogno hanno di una terza capitale? Dopo la distruzione delle Torri gemelle da parte di terroristi musulmani 1'11 settembre 2001, alcune anime pie suggerirono di erigere al loro posto una moschea come espressione della 'tolleranza' occidentale. Forse lo stesso spirito di 'tolleranza' consentirà ai palestinesi di traslare i resti di Yasser Arafat, l'arciterrorista islamico originario, nella piazza della Mangiatoia accanto alla Basilica della Natività. Insistiamo, dunque. a proporre Betlemme come capitale palestinese. In fondo, non ha molto più senso che insistere perché lo sia Gerusalemme".

(Il Foglio, 28 agosto 2017)


Gabbay, il miliardario di origini marocchine ultima speranza della sinistra israeliana

Gli eredi del Labour si affidano a un manager, figlio di poveri migranti maghrebini

Svolta moderata per tentare di tornare al potere dopo oltre quindici anni di crisi Favorevole alla formula dei Due Stati, ma dice no a Gerusalemme Est come capitale palestinese

di Alberto Stabile

 
Avi Gabbay
Quando la "casa comune" della sinistra israeliana si chiamava Partito Laburista, a guidarlo nei lunghi decenni al potere erano i figli delle famiglie ashkenazite venute dal Nord-Est dell'Europa al seguito dell'impresa sionista: i Ben Gurion, i Dayan, i Rabin, anche se lui, Yitzhak, si vantava di essere un "sabra", nato in Israele, gli Herzog, i Weizman. Adesso che il vecchio Labour s'è trasformato nell'Unione Sionista e da ben 15 anni non vede che da lontano la poltrona del premier, tutte le speranze di rinascita sono riposte su Avi Gabbay, un sefardita, figlio di immigrati poveri provenienti dal Marocco diventato un manager miliardario, fresco vincitore delle primarie del partito.
   In una recente intervista al Financial Times, questo cinquantenne assurto in breve tempo ai vertici di Bezeq Israel, la principale azienda di telefonia israeliana, non ha esitato a lanciare il guanto di sfida contro Benjamin Netanyahu, il primo ministro del Likud, capo di una coalizione che abbraccia anche l'estrema destra nazionalista-religiosa, al centro di alcune inchieste giudiziarie che, oltre a metterne in discussione la leadership, potrebbero accorciare la vita della legislatura. E proprio come possibile alternativa al popolare ma screditato Bibi s'è presentato Gabbay. Il quale, dopo la vittoria alle primarie dell'Unione, s'è visto regalare un'improvvisa notorietà nei sondaggi.
   Il punto, sostiene l'uomo che dovrebbe rilanciare le sorti del centro-sinistra israeliano, è che Netanyahu non fa che dividere, su tutto, politica, religione e sulle risposte da dare ai palestinesi, «mentre la gente ha bisogno di sentirsi unita ed è alla ricerca di un leader, non importa se di destra o di sinistra, che la faccia sentire nuovamente unita».
   La ricetta di Gabbay si riassume nella parola: moderazione. Memore dell'esito fallimentare della strategia adottata sulla questione palestinese dai capi laburisti del passato, una strategia tutta incentrata sul negoziato di pace (a volte fine a se stesso), il nuovo candidato premier si dice favorevole alla formula dei Due Stati, ma nega la possibilità che Gerusalemme Est possa essere capitale anche di un futuro Stato Palestinese, il che echeggia, da sinistra, il dogma dell'unicità e indivisibilità della Città Santa-capitale d'Israele caro alla destra.
   Ancora. Una chiara differenza, rispetto a Netanyahu, sta negli alleati che Gabbay vorrebbe al suo seguito: non l'estrema destra nazionalista e religiosa che ha consentito a Bibi quasi di stabilire il record di durata alla testa del governo, ma quella "maggioranza silenziosa" che non partecipa al quotidiano gioco al massacro tra destra e sinistra inscenato sui social media, che non partecipa al vuoto dibattito politico all'interno della sinistra, ma, dice Gabbay «si preoccupa soprattutto di capire su quale leader potrà fare affidamento».
   Insomma, sembra dire il nuovo timoniere del centro sinistra israeliano, è venuto il momento di de-politicizzare la questione del potere, come di fatto avviene in molte altre nazioni dell'Occidente. Ma per Israele e segnatamente per la sinistra israeliana, l'ascesa di Gabbay porta con se il segno di un cambiamento sociale, già avviato ma tuttora incompiuto, verso la piena emancipazione della componente sefardita. "Marocchini", era l'epiteto dispregiativo che i sefarditi, gli ebrei provenienti dai paesi del Nord Africa e del Levante, si sono sentiti per anni affibbiare in una società dominata dalla componente ashkenazita.
   Ma se nel Likud, il partito conservatore, questo cambiamento sì è avvertito sin dagli anni 90 con l'ascesa fino alla carica di Ministro degli Esteri di David Levy, anch'egli di origini marocchine, nella sinistra laburista il mutamento è andato a rilento e l'unico politico sefardita che sia riuscito ad affermarsi ai vertici dello Stato è stato Moshè Katsav, radici iraniane, l'ex Presidente, messo in stato d' accusa e condannato per abusi sessuali.
   Un'altra improvvisa ascesa seguita da rovinosa caduta è stata quella dell'ex generale e ministro della Difesa, Yitzhak Mordekai, di origini kurdo-irachene, anch'egli estromesso dal giro del potere per uno scandalo sessuale.
   Cresciuto ed educato in un campo per nuovi immigrati, Avi Gabbay, s'è subito guadagnato la stima degli insegnanti per le sue straordinarie doti intellettuali. In politica ha fatto il suo esordio nel partito centrista Kulanu, per il quale ha ricoperto la carica di ministro dell'Ambiente, fino alla folgorazione che lo ha spinto al vertice dell'Unione Sionista grazie ad uno sponsor d'eccezione, l'ex primo ministro Ehud Barak.

(la Repubblica, 28 agosto 2017)


 Equivalenza metapolitica
 Il mondo sta a Israele
 come Israele sta al Messia
 

La fakenews del ritorno di fascismo

Il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l'illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato

di Plerlulgl Battista

Sulla Stampa Mattia Feltri racconta lo stupore di sua figlia, studentessa di prima media, che alla domanda «sei fascista o comunista?» si è sentita rispondere dal padre: «né l'uno né l'altro». Non capiva proprio il senso di questa risposta perché a scuola bisognava decidersi, nell'anno 2017, se essere fascisti o comunisti. Drasticamente, senza sfumature, come nel secolo scorso, e non è nemmeno Carnevale con le maschere, è proprio sul serio. Perché a scuola è come nei sociale nei giornali di quest'epoca di infantilizzazione del dibattito politico, di brutali e sciocche ipersemplificazioni in cui si colma il vuoto delle teste con gli improperi da curva: «fascista», «comunista». Parole in libertà, usate per colpire con le armi delle parole sepolte dalla storia chi semplicemente sta da un'altra parte rispetto alla tua. E tutto un «fascista» e un «comunista» quando non si capiscono le cose che accadono e si cerca di addomesticarle nelle categorie più abusate. Sono formule di rassicurazione per battere lo spaesamento di fenomeni nuovi. Non migliori o peggiori del fascismo e del comunismo: semplicemente diversi.
   Ma fingendo di esserne inorriditi, di denunciare un pericolo incombente, di lanciare un pensoso allarme sulle sorti del pianeta, ci si balocca in realtà con le fantasie di un temuto «ritorno» del già noto: perché il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l'illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato, rendendo pateticamente obsolete categorie e parole che sembravano eterne. E invece tra i compulsivi che lanciano sassate al grido di «fascista» e «comunista» non ci si rende nemmeno conto di quanto siano patetici, culturalmente decrepiti, con la testa perennemente rivolta all'indietro. E il mondo sembra, nelle chiacchiere dei social, dei giornali, tra i commentatori più paludati fino alle aule scolastiche in cui il fascismo e il comunismo storici dovrebbero avere una distanza emotiva e cronologica più o meno equivalente a quella che ci divide dalle guerre puniche, popolato di fascisti e comunisti mentre la stragrande maggioranza delle persone non è né fascista né comunista. E certo ci saranno schegge fasciste, come gli scemi che a Pistoia fanno i bulli con un prete, o frammenti comunisti nella galassia dell'estrema sinistra, ma si tratta di esigue minoranze. Mentre nel dibattito pubblico sembrano una legione in marcia. Ma non è vero. E vero solo che quando non si capisce più cosa accade, la soluzione più semplice è ripetere quello che si diceva nel passato. Il ritorno del fascismo e del comunismo? Una fake news.

(Corriere della Sera, 28 agosto 2017)


Mahmoud Abbas il 29 agosto incontrerà ad Ankara Erdogan

GERUSALEMME - Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, sarà martedì prossimo, 29 agosto, ad Ankara per incontrare il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Al centro dei colloqui, come riferito dal ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu citato dal quotidiano israelinao "Jerusalem Post", ci sarà la questione della riconciliazione palestinese tra il partito Fatah e Hamas. La Turchia è uno degli alleati più stretti di Hamas, che dal 2007 controlla la Striscia di Gaza, a cui ha inviato aiuti per svariati milioni di dollari negli ultimi 10 anni. La leadership palestinese di Ramallah auspica che l'incontro fra Abbas ed Erdogan possa essere un fattore positivo per porre fine alle tensioni fra i due principali partiti palestinesi, ha dichiarato la scorsa settimana Jibril Rajoub, un esponente di spicco di Fatah. Da parte sua, Hamas negli ultimi mesi ha cercato di migliorare le relazioni con l'Egitto, uno dei rivali regionali della Turchia. Nel corso degli incontri avvenuti al Cairo nei mesi scorsi tra esponenti di Hamas, dell'intelligence egiziana e Muhammad Dahlan, rivale di Abbas all'interno di Fatah, le parti hanno discusso di sicurezza lungo la demarcazione Striscia di Gaza-Egitto e del sostegno economico all'enclave palestinese.

(Agenzia Nova, 28 agosto 2017)


Israele conclude con Usa per altri 17 F-35

 
F-35
Israele ha definito un contratto con gli Stati Uniti per l'acquisto di altri 17 caccia F-35, che porteranno la flotta dell'Aeronautica israeliana a 50 caccia F-35. Il Ministro della Difesa israeliano: " è una significante e strategica aggiunta alla potere dell'Aeronautica".
E' stato annunciato oggi. Per la prima volta il prezzo per questo tipo di velivolo è sotto i 100 milioni di dollari. Dopo aver ricevuto i Jet l'Aeronautica israeliana salirà, come detto, a 50 caccia di quinta generazione, come l'F-35. La delegazione del Ministero della Difesa israeliana ha finalizzato l'acquisto negli Usa nel corso della settimana. I 17 velivoli saranno comprati dal programma del Governo americano JSF - Joint Fighter Program.
Il Gabinetto per la Sicurezza di Israele ha approvato l'acquisto già nel 2016, secondo l'accordo i velivoli saranno consegnati entro il 2024.
Il Ministro della Difesa israeliana, Avigdor Lieberman ha detto, con soddisfazione, che l'Aeronautica si rafforzerà ulteriormente e il Gruppo di Volo degli F-35 darà un maggiore contributo al Ministero della Difesa israeliano e all'Aeronautica nel contrastare le innumerevoli sfide che lo Stato di Israele sta fronteggiando". Il Ministero della Difesa ne ha acquistati, quindi, 50 esemplari. Cinque sono già atterrati sul territorio di Israele. Entro il 2021 l'Aeronautica riceverà 33 velivoli dai due precedenti con contratti, per terminare la consegna dell'intera flotta entro il 2024.

(PRP Channel, 27 agosto 2017)


Dopo trent’anni a Gaza un film in una sala cinematografica

Evento unico senza repliche. Hamas ha dato il permesso dopo che uomini e donne sono stati separati nel locale

Un piccolo miracolo in una zona dove c'è guerra, poca libertà e dove ci sono tanti problemi economici.
A Gaza, nella sala cinematografica "Samer Cinema", circa 300 persone hanno assistito alla visione del film "Dieci anni di blocco", realizzato da una compagnia di produzione locale per raccontare le storie di ex detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Si è trattato di un evento unico, visto che al momento non sono previste repliche: l'ultima proiezione in un luogo pubblico riservato al cinema nella Striscia risaliva infatti a circa trent'anni fa, all'epoca della prima Intifada.
Il regista del film, Alaa Al-aloul, presentando il lavoro ha sostenuto il bisogno per Gaza di avere un cinema. Secondo le fonti locali, Hamas avrebbe dato il permesso all'evento dopo che la compagnia di produzione ha firmato un impegno a separare all'interno del locale uomini e donne. Il "Cinema Samer" rappresenta un luogo simbolo, visto che la struttura fu parzialmente distrutta dai manifestanti palestinesi proprio durante la prima Intifada. Nel corso degli anni a Gaza si sono registrate altri proiezioni, ma non in autentiche sale da cinema.

(globalist, 27 agosto 2017)


Francoforte, svolta anti-Bds: "Nessun sostegno a chi odia"

Uwe Becker
Dopo Monaco di Baviera, attivatasi in tal senso nelle scorse settimane, un'altra importante città tedesca si adopera per contrastare in modo concreto il Bds, il movimento di boicottaggio anti-israeliano che, dalle aule delle scuole e università alla circolazione dei beni industriali, ormai va sempre più a braccetto con l'antisemitismo. Il Consiglio comunale di Francoforte ha infatti approvato una legge che proibisce l'erogazione di fondi pubblici per attività e iniziative promosse dal Bds o vicine allo stesso.
Frutto dell'iniziativa del sindaco cristiano-democratico Uwe Becker, che ha definito gli aderenti al movimento "profondamente antisemiti", la proposta passerà adesso al vaglio del legislatore. Secondo Becker, il Bds userebbe lo stesso linguaggio dei nazionalsocialisti "quando intimavano di non comprare dagli ebrei". In una nota diffusa nella giornata di venerdì il sindaco ha inoltre citato i rapporti stretti tra la città di Francoforte e lo Stato di Israele, per cui personalmente molto si è speso in passato, e si è augurato una soluzione pacifica per il conflitto mediorientale.
Una legge simile a quella varata sul Meno dovrebbe essere approvata, entro la fine dell'estate, anche a Monaco di Baviera. In questo caso promossa dal sindaco socialdemocratico Dieter Reiter. "Come sindaco di questa città - le sue parole - non posso accettare che si sostengano iniziative in cui Israele e i suoi cittadini sono oggetto di accuse sconnesse e inappropriate".

(moked, 27 agosto 2017)


Per chi non ricorda. Quando Israele abbandonò Gaza

Lettera al Giornale

Una decina di anni fa le tv di tutto il mondo mostravano l'esercito israeliano trascinare via a forza i coloni irriducibili giù dai tetti di una sinagoga nella Striscia di Gaza, mentre Israele sradicava gli insediamenti, espelleva i suoi cittadini e ritirava il suo esercito, restituendo ogni centimetro di Gaza ai palestinesi. Non era rimasto un solo soldato, un solo colono, un solo israeliano a Gaza. E non c'era nessun blocco. Per aiutare l'economia di Gaza, Israele aveva dato ai palestinesi le sue tremila serre che producevano frutta e fiori per l'esportazione. Aveva aperto i valichi di frontiera e incoraggiato il commercio. L'idea era stabilire il modello per due Stati che vivono pacificamente e produttivamente fianco a fianco. Contemporaneamente con il ritiro da Gaza, Israele aveva smantellato anche quattro piccoli insediamenti nel nord della Giudea e Samaria, come segnale della volontà di lasciare anche la Cisgiordania e quindi giungere a una soluzione amichevole di due Stati. Questo è successo dodici anni fa. E come hanno reagito i palestinesi? In primo luogo hanno demolito le serre. Poi hanno eletto Hamas. Poi, invece di costruire uno Stato con le proprie istituzioni politiche ed economiche, hanno impiegato buona parte di un decennio nel trasformare Gaza in un'enorme base militare, piena zeppa di armi del terrorismo, missili sulla popolazione israeliana, tunnel del terrore per fare la guerra incessantemente contro Israele.
Peter Newburgh

(il Giornale, 27 agosto 2017)


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Pochi giorni dopo lo sciagurato "sgombero" degli ebrei da Gaza, sul numero del 24 agosto 2005 di "Notizie su Israele", abbiamo pubblicato la seguente nota.

La guerra continua

E' fatta! I territori "occupati" dagli insediamenti ebraici sono stati sgomberati. I "coloni" si sono lasciati "trasferire" più velocemente e più pacificamente del previsto. La comunità internazionale ha applaudito, i potenti della terra si sono congratulati con i capi d'Israele per la relativa calma con cui il tutto è avvenuto. «E' un avanzamento verso la pace», hanno detto, mentre in realtà è un arretramento del fronte in una situazione di guerra. Ed è una guerra feroce, quella che conducono gli arabi, simile a quella che Hitler scatenò contro la Russia. Una guerra in cui non è in gioco la terra, ma le persone. E' guerra contro un tipo umano, non contro una nazione. Proprio la calma in cui il "trasferimento" è avvenuto dovrebbe far riflettere e provocare forse qualche problema di coscienza, soprattutto negli spettatori internazionali che hanno guardato e applaudito lo spettacolo. I prepotenti "coloni" erano dunque gente tranquilla, a quel che sembra. Perché se ne sono dovuti andare? Perché il prodotto di anni di lavoro, case, aziende, piantagioni, tutti beni di cui anche altri avrebbero potuto godere, hanno dovuto essere distrutti? Si conosce la risposta: perché su quella terra deve nascere il futuro stato palestinese, il quale, dopo le dovute "prove di buona volontà" da parte dei vicini ebrei, vivrà in pace con l'attuale stato israeliano. E perché mai in uno stato arabo che vivrebbe in pace con lo stato ebraico non potrebbe vivere una piccola minoranza di ebrei, quando nel vicino stato ebraico vivono da anni centinaia di migliaia di arabi? Sembra che per far nascere uno stato palestinese sia assolutamente indispensabile che sulla sua terra non si trovi traccia di ebrei. E la cosa sembra ragionevole, anche a molti ebrei. Ma è questo il significato della parola "pace"? Vivere in pace per gli arabi significa non essere disturbati dalla presenza di ebrei? Si dirà che i "coloni" volevano il grande Israele, e che occupavano illegittimamente un territorio non loro. Potrebbe anche essere, ma quanto alle intenzioni, sarebbe stato sufficiente far sapere loro che erano desideri destinati ad essere vanificati; e quanto alla legittimità della loro presenza su quella terra, era una cosa che poteva e doveva essere verificata soltanto dopo avere costituito uno stato di diritto, e non prima. Su questo avrebbe dovuto esercitare la sorveglianza la comunità internazionale: avrebbe dovuto esigere che prima di tutto su quella terra si costituisca uno stato di diritto, in cui l'autorizzazione a vivere in certe zone sia stabilita dalla legge, e non dagli attentati terroristici. I capi delle nazioni avrebbero dovuto dire: «Nascerà uno stato palestinese soltanto quando gli arabi avranno dato prova di saper accettare sulla loro terra anche la presenza di ebrei, e non solo come turisti, ma anche come cittadini dello stato o come cittadini stranieri che hanno dei possedimenti in una nazione estera, come accade in tutte le parti del mondo.» Avrebbe dovuto essere questa la "prova di buona volontà" da richiedere ai palestinesi. Ma questo non è stato fatto. «Prima di tutto gli ebrei se ne devono andare, poi si potrà parlare», questa è la filosofia corrente.
Nessuno s'illuda: la guerra continua.
Marcello Cicchese

Pochi mesi dopo Ariel Sharon, l’unica persona che in quel periodo poteva ordinare e ottenere un simile “sgombero”, è stato colto da emorragia cerebrale ed è entrato in coma. Non ne è più uscito. Pochi anni dopo è morto. Chi ha testa per intendere intenda.

(Notizie su Israele, 27 agosto 2017)



Se Cristo non è risuscitato

Se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come mai alcuni di voi dicono che non c’è la risurrezione dei morti? Se dunque non c’è la risurrezione dei morti, neppure Cristo è risuscitato. Ma se Cristo non è risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana è anche la vostra fede. E noi ci troveremo ad essere falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato Cristo, mentre non l’avrebbe risuscitato, se veramente i morti non risuscitano. Se infatti i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; ma se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede, voi siete ancora nei vostri peccati, e anche quelli che dormono in Cristo sono perduti. Se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miserabili di tutti gli uomini.

Dalla prima lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi, cap. 15

 


Intelligence, sensori e telecamere "attive": così Israele contrasta gli attacchi con i coltelli

di Marco Ventura

 Il focus
  ROMA - Come hanno fatto gli israeliani a stroncare l'Intifada dei coltelli? Domanda lecita, se perfino il Jerusalem Post sottolinea che i terroristi di questa terza Intifada «non sono necessariamente diversi dai giovani musulmani che in Occidente intraprendono un processo di radicalizzazione e decidono di unirsi a un gruppo di foreign fighters nelle zone di guerra o portano avanti attacchi terroristici iniziati da se stessi (lupi solitari) o iniziati localmente nei rispettivi Paesi». Il fenomeno è noto come "terrorismo domestico" e siccome «se c'è una volontà c'è anche il mezzo», la disperazione di Hamas nel non riuscire più a colpire Israele ha indotto i suoi leader a appellarsi ai cittadini arabi israeliani o ai lavoratori palestinesi pendolari dai Territori perché si facciano «giustizia da sé». L'Intifada dei coltelli o dei furgoni è durata meno di un anno, spiega Alfredo Mantici, direttore editoriale di Lookout News e ex capo degli analisti del Sisde (servizio segreto interno), grazie alla reazione israeliana: «In primo luogo le autorità si sono rivolte a tutti i cittadini dicendo: "Signori, uscite di casa armati e appena vedete una minaccia sparate, noi siamo con voi"».

 Il servizio militare
  Gli israeliani fanno 2 anni di servizio militare se donne e 3 se uomini, più un richiamo di un mese l'anno fino ai 40, osserva Mantici. «Quindi sanno sparare e sanno farlo con raziocinio, non ammazzano i passanti ma i terroristi. Reagiscono in prima persona». Il governo ha agevolato la concessione dei porto d'arma. In un attacco al Supermarket Rami Levy, per esempio, i due terroristi furono uccisi prima di fare una strage da due civili armati, non da poliziotti o soldati o guardie private. «Gli accoltellatori vengono neutralizzati in modo professionale, con due colpi al torace, anche da semplici cittadini», spiega Mantici. Il primo segreto è quindi la mobilitazione per la "difesa civile".

 Le sale operative
  Il secondo, concettualmente il primo, consiste nelle misure preventive: Intelligence, infiltrazione della società palestinese, controllo dei social media come facebook, Intelligence "opensource" che i media arabi denunciano come il "grande fratello" in grado di monitorare anche le conversazioni private allo smartphone. La tecnologia come arma. Mantici ha visitato le sale operative di Gerusalemme e dell'aeroporto internazionale Ben Gurion: «I sensori scoprono i movimenti insoliti, l'azione scomposta di un individuo, per esempio se si allontana dal proprio bagaglio. Basta toccare un filo della recinzione attorno al Ben Gurion per dare l'allarme. Le telecamere, anche in città, non sono passive, non si limitano a registrare ma usano algoritmi per capire se c'è un pericolo». Poi c'è un'altra serie di misure, decisive. Sulle quali anche in Israele è aperto un dibattito ma che si sono dimostrate efficaci. «La mortalità dei terroristi in questi attentati è il 100 per cento. Ma, oltretutto, i parenti dell'attentatore fino al primo grado perdono la residenza in Israele, e il permesso di lavoro se risiedono nei territori. Nelle 24 ore dall'attentato, la casa di famiglia del terrorista viene identificata e spianata dai bulldozer». Così l'Intifada è finita. «Il clan dice - Mantici - nel mondo arabo e palestinese funziona. E il clan, la famiglia, ha detto basta».

(Il Messaggero, 27 agosto 2017)


Tregua al confine fra Libano e Isil

Tacciono le armi al confine fra Siria e Libano. L'esercito libanese ha proclamato una tregua nella guerra all'Isis. Lo fanno sapere i militari, è entrata in vigore alle 7 di questa domenica mattina (le 6 in Italia) ed è stata decisa per consentire l'avvio di negoziati su 9 militari fatti prigionieri dello Stato islamico nel 2014. Subito dopo l'iniziativa libanese, anche Hezbollah ed esercito siriano hanno annunciato il cessate-il-fuoco.
Gli uomini in nero hanno cercato di espandersi con alterne fortune nel paese dei cedri. Nel 2014 erano riusciti ad arrivare sino alla città di Arsal. La sorte dei soldati libanesi è ancora sconosciuta.
Dal canto loro i soldati libanesi combattono gli avversari soprattutto attorno alla città di Ras Baalbeck.
L'attacco è iniziato la scorsa settimana ed ha coinciso con una offensiva congiunta dell'esercito siriano e di Hezbollah, stavolta in territorio siriano nella regione occidentale di Kalamun. La situazione è estremamente complessa. In questi territori erano attivi diversi gruppi anti Assad, ma la collaborazione del regime di Damasco con Hezbollah ha di fatto decimato gli avversari. È rimasto solo isil nella zona e adesso questo cessate-il-fuoco seppur fragile potrebbe essere foriero di un dialogo. Altri pensano che sia un fatto negativo che potrebbe permettere a Isil di riorganizzarsi e riprendere fiato.

(euronews, 27 agosto 2017)


Circa cinquecento pellegrini davanti a valico di Rafah nel primo giorno di apertura

RAMALLAH - Sono circa cinquecento i pellegrini che si sono presentati sul lato palestinese del valico di Rafah oggi in occasione del primo giorno di apertura del varco che consente l'accesso all'Egitto. Lo riferisce oggi il dipartimento per il transito di Gaza attraverso un comunicato, precisando che le 500 persone si recheranno in Arabia Saudita, passando per l'Egitto, per effettuare il pellegrinaggio musulmano annuale (Hajj). Lo scorso 25 agosto le autorità del Cairo hanno annunciato che il valico di Rafah sarebbe stato aperto oggi e domani, 28 agosto, in occasione della Eid al Adha (Festa del sacrificio, periodo in cui avviene il pellegrinaggio), prevista quest'anno tra il 31 agosto e il 4 settembre. Lo scorso 22 agosto il quotidiano israeliano "Haaretz" ha riportato la notizia secondo cui il valico dovrebbe essere aperto ad intervalli regolari da settembre, subito dopo la fine della Eid al Adha. L'apertura del valico dovrebbe seguire il completamento di lavori di rinnovamento in corso dallo scorso marzo.

(Agenzia Nova, 27 agosto 2017)


Gli ebrei sefarditi alle Canarie

di Francesca Passini

 
Nel 1492 viene scoperta l'America, ma altri, e altrettanto importanti avvenimenti ebbero luogo quello stesso anno. Nel 1492 i sovrani cattolici di Spagna (Isabella I di Castiglia e Fernando II di Aragona) emettono il Decreto di Alhambra, l'editto di espulsione che obbligherà gli ebrei sefarditi (dall'ebraico ספרד - Sefarad, "Spagna") a lasciare la Spagna, dove vivevano da più di quindici secoli, e dove avevano formato una delle più grandi comunità giudaiche esistenti all'epoca, pari al 10% della popolazione di tutta la Spagna. Conseguentemente l'editto verrà promulgato nello stesso anno in Sicilia e Sardegna (che appartenevano alla Spagna). Seguirà nel 1496 la cacciata dal Portogallo e nel 1510 da Napoli e da tutta l'Italia meridionale, in seguito alla conquista spagnola del Regno di Napoli nel 1504.
   Diversi furono gli ebrei che si rifugiarono alle Canarie, perché nelle isole l'Inquisizione era meno dura che nella penisola e potevano quindi continuare a praticare in segreto la loro religione: i cripto-giudei, che vivevano principalmente a Tenerife e Palma, come ebrei convertiti o nuovi cristiani. Molti si integrarono con la popolazione locale, in un processo che andava di pari passo con la conquista delle Isole Canarie da parte della Corona Spagnola. Ma l'Inquisizione era destinata a raggiungere anche le Isole Canarie. Nel 1505 venne istituito un Tribunale, che era subordinato al Tribunale di Siviglia. Il Tribunale dell'Inquisizione delle Canarie fu probabilmente il più tollerante di tutta la Spagna. L'azione di questo tribunale non era così potente come in Castiglia, sia per mancanza di mezzi, che per la distanza dal resto della Spagna, dato che facilitò l'arrivo alle Isole Canarie di mori, ebrei, africani appartenenti ad altre religioni, che potevano essere quindi praticate senza tanti problemi. Ciò nonostante, diversi furono i processi, soprattutto contro gli ebrei Anusim (ebrei già costretti precedentemente alla conversione al Cristianesimo).
   Fame e carestia, nel periodo che va dal 1523 al 1532, favorirono un clima di persecuzione, che terminò nel 1526 con un atto di conversione che pose fine alla presenza dei cripto-giudei nell'Arcipelago. Da qui, molte famiglie furono costrette nuovamente a scappare. In molti casi verso le città dell'Europa settentrionale, dando vita a nuove comunità. Emblematico il caso di Londra, città in cui la comunità ebrea venne fondata proprio da famiglie provenienti dalle Canarie. Solamente tra il 1600 e il 1625 si formerà nuovamente una comunità cripto-giudea alle Canarie. Conseguentemente alla pace stipulata con l'Inghilterra nel 1604 e la persecuzione dei marrani (gli ebrei e musulmani convertiti forzatamente al Cristianesimo) in Portogallo tra il 1612 e il 1630, i cripto-giudei tornano a vivere nell'arcipelago. Le famiglie ebree che attualmente risiedono a Santa Cruz de Tenerife e Las Palmas de Gran Canaria (si stima che siano circa una ventina in ciascuna delle due città), provengono principalmente da città del Nordafrica.
   Il Decreto di Alhambra, l'editto di espulsione, rimase formalmente in vigore fino al 1968, quando venne annullato dal Generale Franco. Nel 2015 è entrata in vigore in Spagna una legge (ley n.12/2015 de 24 de junio) che concede la cittadinanza agli ebrei sefarditi. Una legge con cui la Spagna intende riconciliarsi con le comunità sefardite, una legge però, che presenta non poche difficoltà di attuazione. La cacciata degli ebrei dalla Spagna ebbe gravi conseguenze sull'economia del paese, che si privò di una comunità composta di ricchi commercianti tessili, banchieri, gioiellieri. Per contro, le comunità dove gli ebrei si rifugiarono prosperarono economicamente (si pensi anche alle città italiane come Ferrara e Livorno, che divenne un importante porto cosmopolita). Si stima che attualmente gli ebrei sefarditi siano 3,5 milioni in tutto il mondo.

(Vivi le Canarie Magazine, 26 agosto 2017)


Libano. La reginetta di bellezza perde la fascia per colpa di Israele

di Vanessa Tomassini

Amanda Hanna, eletta Miss Lebanon Emigrant 2017
Amanda Hanna (d.), "sorpresa" con amici all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv
Amanda Hanna è, anzi era, Miss Lebanon Emigrant 2017. Usiamo il passato perché a circa una settimana dell'incoronazione, gli organizzatori del concorso, un equivalente di Miss Italia nel Mondo di casa nostra, hanno pensato di riprendersi fascia e corona.
La miss infatti è colpevole di un viaggio accademico in Israele nel 2016.
Miss Amanda, di origini svedesi ma residente in Libano, ha avuto modo di recarsi nel suo vicino meridionale proprio grazie al passaporto svedese, in quanto essendo il Libano in guerra con lo Stato d'Israele ha vietato da tempo ai suoi cittadini di viaggiare in uno Stato, la cui esistenza non è riconosciuta.
"Dopo esserci consultati con il ministro del Turismo del Libano, abbiamo deciso che Hanna debba essere spogliata del suo titolo, perché la sua visita in Israele viola le leggi del nostro Paese", ha dichiarato il patron del concorso di bellezza ai colleghi del quotidiano arabo al-Modon.
Che Israele crei complicazioni alle aspiranti reginette di Miss Libano non è una novità. Nel 2015 è toccato alla concorrente di Miss Universo, Saly Greige, che aveva postato su Instagram un selfie con la collega israeliana. Greige poi è riuscita a mantenere lo scettro, affermando che la posa con la ragazza israeliana era involontaria.
Nonostante la squalifica dal sapore politico, Hanna è rimasta positiva ed esprime i suoi sentimenti ad un post su Facebook che recita "è stata una delle migliori settimane della mia vita, dove ho, tra le altre cose, avuto modo di andare in giro per il Libano e visitare luoghi meravigliosi … Io sono incredibilmente felice di aver partecipato".
Brava Hanna, una lezione di intelligenza e diplomazia, sicuramente per lei ci saranno altre occasioni forse non in Libano, ma magari in Israele…

(Notizie Geopolitiche, 26 agosto 2017)


Il "rifiuto dell'odio". Solo Israele si può odiare

Una delle mie migliori amiche d'università - ora ex-amica - è di Charlottesville. Quando ho letto del raduno neo-nazista, ho dato un'occhiata alla sua pagina Facebook e ho visto che stava partecipando alla contro-manifestazione. Ho anche notato che è amica di uno dei nostri ex professori, uno che ha scritto diffusamente a sostegno degli attentatori suicidi che attaccano Israele.

Ecco alcune locuzioni che compaiono in uno dei suoi ultimi articoli: "la propensione di Israele per le atrocità in serie", "gli abomini israeliani", "lo stato canaglia", "la potentissima lobby politica d'Israele", "lo zelo auto-promozionale e da marketing politico di Elie Wiesel, il principale impresario mondiale della Shoà", "propaganda israeliana", "la Shoà trasformata in un bancomat politico che garantisce un credito di alibi illimitato", "dogma al servizio di Israele", "la Shoà che permette la caccia libera al palestinese". Questo è ciò che i miei "amici" americani leggono e condividono....

(Italia Israele Today, 26 agosto 2017)


Guerra alla jihad al confine tra Libano e Siria

L'alleanza tra Beirut e Damasco cambia la carta del Medio Oriente

di Giampiero Venturi

Trent'anni anni fa sarebbe stato impensabile, ma nel Vicino Oriente tutto è possibile. Mentre scriviamo l'esercito regolare libanese agisce in parallelo a Hezbollah al confine con la Siria nelle guerra contro l'ISIS e contro i ribelli dell'HTS (Movimento per la liberazione del Levante), cartello che riunisce una ventina di gruppi integralisti sunniti tra cui predominano gli ex Al Qaeda.
Alla luce del comune nemico jihadista il dato può non sortire particolari clamori, ma nel contesto degli equilibri interni al Paese dei cedri, il passaggio è epocale.
Andiamo per gradi, cominciando dai dati sul campo.
Il 18 agosto inizia la campagna dell'esercito libanese Dawn of the jurds rivolta a liberare dalla presenza terrorista il nord della Valle della Bekaa e i rilievi tra Libano e Siria. All'operazione partecipano mezzi pesanti, reparti speciali e forze aeree.
Nel mese di luglio la stessa campagna a cavallo tra Siria e Libano nord orientale era stata intrapresa da Hezbollah e dall'esercito siriano, parte della grande offensiva di riconquista della Siria avviata da Assad e alleati (Iran e Russia) contro l'insorgenza integralista sunnita.
L'equazione è elementare. L'obiettivo della milizia sciita libanese alleata di Damasco è sostanzialmente identico a quello del governo di Beirut: sradicare le sacche legate all'ISIS e ad Al Qaeda da tutta la regione.
I media internazionali passano la notizia con cautela, rimarcando le dichiarazioni ufficiali di Beirut secondo cui non c'è coordinamento fra l'esercito libanese e i siriani, ma soprattutto non c'è coordinamento con Hezbollah. I fatti però parlano chiaro: Libano e Siria conducono la stessa guerra.
Possibile?
La Valle della Bekaa, cucitura tra il verde del libano costiero e l'arido delle regioni interne che portano a Damasco, è la culla di Hezbollah. Nell'antichissima città di Baalbeck, intreccio di archeologia, cinema e AK 47, gli inciuci di Beirut arrivano poco. Qui Hezbollah è l'unica voce presente e riconosciuta.
Le operazioni più eclatanti dell'esercito libanese sono avvenute a Raas Baalbeck, un'altura distante 5 km dalla città. Proprio qui i soldati di Beirut hanno debellato i terroristi e alzato la bandiera spagnola insieme a quella libanese come tributo ai caduti della Rambla a Barcellona. Come dire all'Occidente imbelle: "Noi siamo quelli che combattono il terrorismo…".
Pensare che questo sia avvenuto senza il tacito consenso (se non l'appoggio diretto) di Hezbollah, è ridicolo.
La guerra di Hezbollah contro i "takfiri" dell'ISIS e dell'HTS da queste parti è cosa naturale, sorta di necessità di sopravvivenza per una regione che vede la Siria da sempre come una grande mamma. Non a caso a Baalbeck ci sono più ritratti di Assad che cartelli stradali.
La Valle della Bekaa è stata per decenni la più antiisraeliana e antiamericana di tutte le anime del Libano, nemica storica delle componenti falangiste cristiano maronite che ai tempi della guerra civile flirtavano con Israele.
Ma è proprio su questo punto che si ribalta il tavolo.
L'attuale presidente libanese generale Michel Aoun è stato il simbolo di quel Libano che fino alla fine della guerra civile non ha voluto piegarsi alle ingerenze siriane. Fino alla Rivoluzione dei cedri del 2005, una fetta consistente di cristiani libanesi tra cui le fazioni legate al clan dei Gemayel (di cui Aoun era in qualche modo figlioccio), ha sempre lottato contro la pretesa siriana di fare del Libano un protettorato di Damasco. Dal 2008 le cose sono però cambiate.
Una parte importante della società cristiana libanese ha cominciato a guardare con sospetto i musulmani sunniti e a non avere più l'ossessione di Hezbollah, partito sponsorizzato dagli sciiti al potere in Siria e in Iran.
Aoun, tornato dall'esilio costretto a suo tempo proprio dai siriani, visita Damasco dove incontra Bashar Al Assad. Il c'eravamo tanto odiati diventa amicizia politica. Il nuovo Movimento Patriottico libanese di Aoun stringe con Hezbollah e ne condivide l'obiettivo strategico: ridurre le ingerenze saudite (e quindi israeliane) nel Paese.
La guerra in Siria mette in luce questo nuovo equilibrio che ovviamente non a tutti piace, anzi.
Il primo a storcere il naso è il primo ministro libanese Saad Hariri, sunnita ed espressione dei clan legati all'Arabia Saudita storicamente antisiriani e nemici di Hezbollah. Il nuovo corso inaugurato dal Presidente Aoun sembra però costringerlo ad ingoiare il rospo: se i falangisti nella guerra civile combattevano contro i soldati di Damasco che fino agli anni '80 includeva l'intero Libano nelle mappe della Siria, oggi un intero settore della società libanese guarda altrove e i nemici di ieri diventano potenziali alleati.
Come accennato, ufficialmente tutto tace. I legami con Hezbollah, inserito dal 2016 nella lista dei terroristi dalla Lega Araba, non possono venire a galla. Il Libano è una repubblica semipresidenziale dove il presidente condivide il potere esecutivo col capo del governo. Le cariche istituzionali si confrontano sulla linea di un fragilissimo equilibrio, su cui incombono potenze vicine e lontane. Allo stato attuale la prevalenza degli sciiti che stanno vincendo la guerra in Siria, appare evidente.
Quel che avverrà però e se questo processo sarà solido lo capiremo meglio nei prossimi mesi, quando Assad avrà espulso l'ISIS dalla Siria e l'Occidente dovrà fare i conti con un Iran molto più potente di dieci anni fa.
Aoun è vecchio ed è impossibile prevedere quale eredità politica gli sopravviverà. Il dado però è tratto. Il Libano di oggi non è più quello della guerra civile degli anni '80 e l'asse sciita tra Mediterraneo e Oceano Indiano, tanto osteggiato da America, Europa e Israele è quasi un dato di fatto.

(Difesa Online, 26 agosto 2017)


Israele testa le procedure di rifornimento in volo con il suo F-35I Adir

Israele ha iniziato una campagna di valutazione utilizzando i suoi nuovi caccia di 5a generazione F-35I Adir per testare alcuni sistemi avionici sviluppati localmente e per testare le procedure di rifornimento in volo dell'F-35I.

Questa campagna di test, portata avanti dallo IAF Flight Test Squadron, è un passo fondamentale per la Israeli Air Force per arrivare alla IOC - Initial Operational Capability della flotta dei Joint Strike Fighters. Questi test, che sono parte del programma di integrazione del caccia stealth nella difesa aerea della nazione mediorientale, sono fondamentali per l'inserimento del caccia nella normale attività operativa delle forze aeree israeliane.
Le prove di rifornimento in volo sono state condotte a partire dalla base aerea di Tel-Nof con il supporto di uno dei tanker Boeing 707 Re'em.
La necessità di sviluppare le capacità di rifornimento in volo del caccia stealth è nata come parte del normale processo di integrazione del velivolo nel sistema difensivo di Israele. I test servono a valutare la qualità del volo durante il rifornimento, la ripartizione del carico di lavoro tra il caccia e l'aero-rifornitore sia di giorno che di notte e la compatibilità tecnica e meccanica di entrambi gli aerei.
La Israeli Air Force sta testando la capacità del F-35I di volare in determinate condizioni e in formazione con l'aeromobile per il rifornimento operando con la precisione richiesta. Il tanker 707 Re'em è un velivolo di grandi dimensioni e i suoi quattro motori creano turbolenza che generano un profilo di volo del caccia stealth che deve essere testato in ogni condizione per assicurare che entrambi gli aerei possano operare insieme a livello di aerodinamica.
Il rifornimento aereo è un'attività incredibilmente complessa, che diventa ancora più complessa quando viene eseguita con un caccia stealth. L'F-35I è costruito con materiali compositi e ogni errore fatto con l'asta rigida potrebbe causare conseguenze indesiderate al velivolo, per questo bisogna addestrare anche i boom operators a capire quali sono le aree sensibili dell'aereo e l'angolo di approccio corretto dell'asta del tanker.
L'obiettivo principale dei test di rifornimento aereo è quello di consentire all'Adir di essere rifornito dai tanker israeliani in ogni condizione, velocità e altezza consentiti da questa versione dell'F-35.
Ricordiamo che Israele ha ricevuto il primo F-35I Adir versione CTOL - Conventional Take-Off and Landing modello A dell'F-35 a fine del 2016. Ad oggi Israele dovrebbe ricevere 50 velivoli di questa versione.

(Aviation Report, 26 agosto 2017)


Usa attacca Unifil, non ferma traffico armi Hezbollah

Washington ha chiesto che i caschi blu, oltre a monitorare il rispetto del cessate il fuoco lungo il confine con Israele, contrastino il traffico di armi che dall'Iran, attraverso la Siria, giungono alle milizie sciite di Hezbollah, come denunciato piu' volte dal governo israeliano.

NEW YORK - Gli Stati Uniti criticano la missione Unifil nel sud del Libano. Il duro attacco è partito dall''ambasciatrice all'Onu, Nikki Haley, che accusa la missione di lasciar transitare le armi che Hezbollah invia al regime siriano. La forza di pace di 10.500 uomini, di cui 1.125 italiani, "non sta svolgendo il suo lavoro in modo efficace", ha detto Haley. Nel mirino e' finito in particolare il comandante di Unifil, il generale irlandese Michael Beary: "Cio' che trovo del tutto sconcertante e' il comandante che sembra essere l'unico nel sud del Libano che e' cieco, c'e' un'imbarazzante mancanza di comprensione di cio' che accade intorno a lui", ha detto la diplomatica nominata dall'Amministrazione Trump. Un portavoce dell'Onu, Stephan Dujarric, ha ribadito "la totale fiducia" nel generale Beary, ma la nuova sortita Usa rischia di infiammare il dibattito in corso al Palazzo di Vetro sul futuro della missione Unifil, il cui mandato scade a settembre. Washington ha chiesto che i caschi blu, oltre a monitorare il rispetto del cessate il fuoco lungo il confine con Israele, contrastino il traffico di armi che dall'Iran, attraverso la Siria, giungono alle milizie sciite di Hezbollah, come denunciato piu' volte dal governo israeliano. Un'idea gia' bocciata dalla Francia per la quale si rischierebbe di mettere a rischio l'esistenza stessa della forza Onu e la sua legittimazione, nonche' la sicurezza dei caschi blu schierati nel cuore del territorio controllato da Hezbollah nel sud del Paese dei Cedri, che non dispongono di mezzi e armamenti adatti al combattimento ma solo a perlustrare il territorio e la Linea blu che segna il confine con Israele.

(Corriere Quotidiano, 26 agosto 2017)


Sconfiggere il terrorismo con la cyber-technology di Israele

di Paolo Brambilla

 
Nadav Argaman
Un particolare aspetto della difesa dal terrorismo che l'Europa può imparare da Israele è la strategia di sorveglianza basata sulla sicurezza informatica, materia in cui lo Stato ebraico è un leader senza precedenti.
   Parlando ad una conferenza sulla sicurezza in giugno, Nadav Argaman, capo della Shin Bet (agenzia di sicurezza interna di Israele), ha rivelato che l'agenzia ha utilizzato la cyber-technology per evitare più di 2.000 attacchi terroristici dall'inizio del 2016. Israele ha utilizzato una specifica tecnologia informatica per proteggersi meglio dagli attacchi di lupi solitari, sempre ispirati all'incitamento ad uccidere espresso sui social media. Il punto è che utilizzando strumenti tradizionali di lettura, senza una specifica tecnologia innovativa di analisi dei contenuti e di raccolta di informazioni, non si otterrebbe alcun risultato.
   I leader europei dovrebbero coinvolgere le loro controparti israeliane, sia in ambito pubblico, sia privato, per imparare e applicare queste best practice e monitorare i canali on-line, fino a specifiche metodologie, come ad esempio quella di esercitare la sorveglianza sulle moschee, che sono certamente lecite e spesso ricoprono un ruolo positivo ed educativo per chi le frequenta, ma talvolta si rivelano purtroppo incubatori per il terrorismo. L'obiettivo è di raccogliere indizi, individuare i terroristi potenziali prima che abbiano l'opportunità di compiere un attacco, e arrestarli in tempo.
   Logicamente non basterà mai la sola prevenzione online: ci deve essere una maggiore presenza fisica della sicurezza, inclusi personale armato e barriere nei principali luoghi pubblici e punti sensibili, che sono obiettivi appetibili per i potenziali terroristi.
   In Israele, per continuare questo parallelo, troverete una pesante presenza della sicurezza, sia in uniforme che non, nei siti più importanti, oltre a barriere in cemento armato nei punti sensibili e nelle fermate degli autobus, per prevenire i sempre più numerosi atti di terrorismo compiuti da auto, furgoni e altri mezzi.
   Per quanto finora sia stato meno sentito in Europa, il prossimo passo deve essere quello di cominciare ad applicare la valutazione dei rischi tramite la profilazione come misura di precauzione e di prevenzione, concentrandosi su quello che le nuove tecnologie informatiche possono meglio evidenziare. Inutile monitorare tutti: una madre con due bambini non si adatta al profilo di un tipico terrorista in questo scenario, quando tutti i terroristi che usano auto bomba o si gettano sulla folla sono maschi jihadisti islamici tra i 20 e i 40 anni.
   Per far sì che le nuove tecniche siano efficaci, l'Europa dovrebbe seguire i metodi di Israele, che non applica un'approfondita profilazione a interi gruppi etnici, ma si è concentrato nell'osservare il linguaggio del corpo, i segni fisici e altri indizi forniti da comportamenti anomali. La limitazione di alcune libertà personali sarà un piccolo prezzo da pagare per salvare la vita di molti cittadini europei.
   Ci sono altri passi che i leader europei dovrebbero prendere in considerazione, nell'ambito della loro strategia globale per prevenire gli attacchi di lupi solitari, incluso il rifiuto di rientro a coloro che sono andati in Siria, Iraq o altro per imparare a combattere per conto dell'Isis. Altro concetto difficile da accettare: il sogno delle frontiere aperte di Schengen forse non può continuare nella sua forma attuale, con frontiere libere e controlli di sicurezza limitati, in cui i terroristi possono liberamente muoversi da un Paese all'altro senza dover subire alcun controllo. Così come molte contraddizioni andrebbero chiarite anche in politica estera. Ma qui ci addentriamo in un campo che poco ha a che fare con la cyber-technology.
   Prevenire al 100% gli attacchi dei lupi solitari non è possibile, ma è possibile compiere molti passi diversi per ridurre al minimo la minaccia.

(Assodigitale, 26 agosto 2017)


Francoforte si ribella al boicottaggio antisemita, e Berlino no?

Un profugo siriano accolto nel 2014 e diventato rapper guida la carica contro un festival della cultura pop. Slogan similnazisti.

«Io prendo ispirazione dal nord Africa e da Israele»
Riff Cohen, la cantante israeliana definita "rappresentante dell'oppressore sionista"

BERLINO - Non ha fatto in tempo a iniziare che sono cominciate le defezioni: prima quella del rapper siriano Abu Hajar, poi quelle di altre band dal mondo arabo, fino a quella della tedesca Annie Goh. Il Pop-Kultur Festival di Berlino, kermesse dedicata alla musica del mondo, è partito azzoppato dopo che alcuni partecipanti hanno scoperto che fra i finanziatori dell'evento c'è anche l'ambasciata di Israele a Berlino. Apriti cielo: soldi dai sionisti non ne vogliamo, hanno tuonato gli artisti epigoni del Bds, riaggiornando il motto nazista "Kauft nicht bei Juden!" (non comprate dagli ebrei) in un più musicale "Spielt nicht bei Juden!" (non suonate dagli ebrei). Non contenti di non partecipare, gli artisti antisionisti hanno anche esercitato pressioni sui loro colleghi meno avvelenati invitandoli a restare a casa. Fra le prime vittime, ovviamente, la cantante israeliana Riff Cohen che è stata definita "rappresentante dell'oppressore sionista".
   Non è la prima volta che il movimento per il disinvestimento e il boicottaggio di tutto ciò che è associato a Israele colpisce in Germania. A giugno il Bds aveva impedito a una deputata dell'opposizione israeliana e a un'anziana sopravvissuta allo sterminio di parlare all'Università Humboldt della capitale. Questa volta tuttavia la comunità ebraica tedesca non è rimasta a guardare. Su Jüdische Allgemeine, il mensile pubblicato dal Consiglio centrale degli ebrei di Germania (Zentralrat der Juden), è apparsa una tirata d'orecchi a Michael Müller, borgomastro berlinese alla guida di una coalizione rosso-rosso-verde. Nonostante il boicottaggio abbia danneggiato il festival e la capitale, il sindaco ha taciuto. Solo l'assessore alla Cultura ha definito l'operazione del Bds "disgustosa". Un passo notevole per un politico della Linke, il partito social-comunista erede politico dell'ancien régime della Ddr, ha osservato l'editorialista Philipp Peyman Engel. Lo stesso ha tuttavia ricordato che altri sindaci hanno respinto il Bds e messo alla porta le sue attività definendole "antisemite". Così ha fatto in queste ore Francoforte, il cui sindaco Uwe Becker (della Cdu) ha messo in agenda un voto contro le azioni del Bds che "attacca alla base la legittimazione dello stato ebraico e prende la scorciatoia dell'antisionismo per diffondere l'odio antiebraico". Memore delle responsabilità storiche della Germania verso il popolo ebraico, "forte di un'amicizia con Israele che dura da 37 anni e impegnata per una composizione pacifica del conflitto israelo-palestinese", Francoforte, ha ricordato Uwe, si accinge a boicottare il Bds, i cui slogan "ricordano troppo con quelli dei nazionalsocialisti". Una mozione analoga è in agenda anche a Monaco.
   E a Berlino? Engel ricorda al Foglio che l'Spd di Müller ha votato un documento contro il Bds: al sindaco la copertura politica non mancherebbe. Da quell'orecchio, tuttavia, Müller non ci sente. A marzo il borgomastro ha partecipato a una cerimonia che, nata per ricordare le vittime della strage jihadista dello scorso dicembre (quando un tir piombò sullo shopping natalizio dei berlinesi), è finita in mano a tre organizzazioni islamiche controllate dai servizi tedeschi per presunti legami con il terrorismo, Allora il Zentralrat pregò Müller di non legittimare gli organizzatori vicini a Hamas e a Hezbollah, ma il sindaco non ascoltò. Ancora a giugno Berlino ha permesso che la marcia antiisraeliana "per la liberazione di Gerusalemme dai sionisti", inventata ayatollah Khomeini, si svolgesse nel centro cittadino. "Un abuso intollerabile della libertà di espressione", per Engel. Non la pensa così il rapper Abu Hajar. Accolto dalla Germania come profugo nel 2014, Hajar ha detto che con le responsabilità storiche dei tedeschi lui non ha "nulla a che fare". Una dichiarazione inquietante alla luce dell'accoglienza concessa fra il 2015 e il 2016 dalla Germania moderna e formalmente denazificata a un milione di profughi in maggioranza siriani, iracheni e afghani.

(Il Foglio, 26 agosto 2017)


Medio Oriente: ma di quali negoziati tra arabi e israeliani parliamo?

Certo che gli arabi hanno uno strano concetto di negoziati. Parliamo naturalmente della madre di tutti i negoziati, quelli tra Israele e i cosiddetti "palestinesi", quelli che per intenderci alcuni considerano come "indispensabili" per la pace in Medio Oriente.
Secondo il concetto arabo di negoziati, con Israele il passato deve essere totalmente cancellato, resettato. Decenni di guerre nelle quali gli arabi le hanno prese di santa ragione, diversi tentativi (sempre da parte araba) di cancellare lo Stato Ebraico dalla faccia della terra miseramente falliti, territori persi e poi gentilmente restituiti da Israele ai perdenti arabi, tutto cancellato, anzi no, in perfetto stile arabo viene tutto invertito, come se fosse Israele ad aver perso ogni guerra, ad aver perso territori e quindi a doversi sedere al tavolo delle trattative dalla parte dello sconfitto....

(Right Reporters, 26 agosto 2017)


Operazione buon vicino, Israele e l'aiuto al Golan siriano

 
Mentre il governo Netanyahu e i suoi diplomatici lavorano per ottenere garanzie da Russia e Stati Uniti sul ruolo dell'Iran in Siria, Israele continua nel suo impegno ad aiutare i civili nel Golan siriano. Un'iniziativa nota da tempo ma di cui le autorità israeliane hanno parlato ufficialmente solo il mese scorso mostrando ai media lo sforzo dell'operazione denominata "buon vicinato": nel corso del tempo Israele ha trasferito 360 tonnellate di cibo, 450.000 litri di benzina e 50 tonnellate di indumenti per la popolazione Siria. Ha anche inviato grandi quantità di antidolorifici, anestetici e medicine di base per il diabete e l'asma. Senza contare le operazioni di soccorso per i feriti siriani - oltre 3mila, di cui molti bambini -, ricoverati e curati negli ospedali israeliani e poi rimandati in patria in segreto per evitare ripercussioni. Un problema, quest'ultimo, molto sentito, come ha raccontato di recente un comandante di ribelli siriani a un gruppo di giornalisti internazionali riuniti al Media Central di Gerusalemme. In un'intervista via skype, Abu Hamad - nome di battaglia - ha raccontato, con il volto coperto per sicurezza, di come "le milizie sciite sostengono che siamo dei traditori" proprio per la collaborazione sul fronte umanitario con Israele. Da un'abitazione nella zona di Quneitra, nel Golan siriano, Abu Hamad ha spiegato che la popolazione dell'area si trova tra l'incudine e il martello, ovvero tra le milizie sciite finanziate dall'Iran che combattono per il regime di Assad e i jihadisti dell'Isis. Descrivendo l'instabilità della zona, che si trova a ridosso col confine israeliano, il comandante ribelle ha parlato di una società completamente allo sbando, dove non esiste applicazione della legge, non ci sono approvvigionamenti di cibo e acqua, non c'è elettricità, i bambini non possono andare a scuola. "C'è un'intera generazione ignorata", ha dichiarato l'uomo, come riporta tra gli altri il Times of Israel. Abu Hamad ha poi ringraziato Israele per la sua generosità spiegando che si tratta di un aiuto che non viene nascosto alla popolazione - ad esempio non vengono rimosse le etichette in ebraico dai beni e viveri - ma che per questioni di sicurezza non viene neanche pubblicizzato. Il comandante ha poi spiegato che vi è un contatto diretto con gli israeliani per portare le persone che hanno bisogno di cure mediche oltreconfine: prima i civili siriani passavano dall'altra parte a piedi autonomamente, in cerca di aiuto, ora c'è un contatto che fa da mediatore per organizzare il sistema di soccorso.
   In alcune interviste pubblicate dall'esercito israeliano, i civili siriani hanno raccontato le loro esperienze e sensazioni, oltre alla gratitudine, rispetto agli aiuti provenienti da un paese che credevano fosse loro nemico (cosa ufficialmente vera). "Ci insegnano che Israele è il paese che ci odia di più - le parole di una donna siriana che ha ricevuto assistenza medica - Siamo venuti e abbiamo visto con i nostri occhi quello che ci stanno dando qui. Israele è tutto per noi vista la mano che ci sta dando". d.r.

(moked, 25 agosto 2017)


L'università di Berlino denuncia gli attivisti Bds

L'Università Humboldt (fondata nel 1811 con un corpo studentesco di poco più di 32.500 giovani) di Berlino, ha presentato una denuncia penale contro gli attivisti Bds che hanno interrotto una conferenza di Aliza Lavie con una sopravvissuta dell'Olocausto.

"L'Humboldt University di Berlino ha presentato una denuncia penale scritta il 27 giugno 2017, in connessione con la denuncia su Internet depositata dal sito della polizia dalla Dig (Berlino-Israele Friendship Society)" ha rivelato il portavoce dell'università Hans Christoff Keller.
La denuncia penale dell'università prevede accuse contro gli attivisti Bds Ronnie Barkan, Majed Abusalama e Stavit Sinai, che si trovano ad affrontare accuse per aver impedito lo svolgimento dell'evento con la Lavie all'Humboldt University....

(Italia Israele Today, 26 agosto 2017)


"Discriminata prima della nascita". Vitalizio per persecuzione razziale

La 73enne fu partorita in Svizzera: lì scappò la madre ebrea nel '43

di Nicola Palma

MILANO - Discriminata ancor prima di venire al mondo. Costretta a espatriare con la madre, che era già incinta di lei, per sfuggire alle persecuzioni razziali dell'Italia mussoliniana e a nascere in un altro Paese. Per la Corte dei Conti, P.S., oggi 73enne iscritta alla Comunità ebraica di Milano, ha diritto al riesame della sua domanda di assegno vitalizio di benemerenza da parte della Commissione ad hoc presso il Ministero delle Finanze.
   Una domanda bocciata nel luglio 2013 da quello stesso organismo, con la seguente motivazione: «Non poteva avere piena consapevolezza del fatto rappresentato dall'esser nata all'estero anziché in Italia». Tesi ribadita pure in udienza dai tecnici di via XX Settembre: «Costei non ha subito direttamente alcun atto persecutorio». Non la pensa così il collegio presieduto da Eugenio Musumeci, che il 17 agosto ha disposto la revisione della prima decisione. Torniamo indietro di 70 anni. La famiglia di P.S., di origine ebrea e composta da padre, madre e tre figli (i fratelli della donna non ancora venuta al mondo a quell'epoca), è costretta a lasciare Milano nel 1942 e a rifugiarsi in un Comune del Varesotto, a due passi dal confine con la Svizzera: probabilmente, come si ricostruisce nella sentenza, l'obiettivo è lasciare l'Italia. Il 27 dicembre 1943, il papà viene arrestato e incarcerato prima a Varese e poi a Como. È il momento più duro per i perseguitati per motivi razziali: al Nord comanda la Repubblica sociale italiana, a Roma c'è stata la deportazione degli ebrei dal ghetto soltanto due mesi prima. Anche la madre finisce in galera, ma appena scarcerata riesce a varcare il confine con i suoi bambini e a stabilirsi in terra elvetica: lì nascerà P.S. nel 1944. La bambina non rivedrà mai il papà, morto in un campo di concentramento nazista.
   E ora, a più di 70 anni da quella drammatica vicenda, chiede che le venga dato un riconoscimento economico per quanto pattuito. Un riconoscimento, pensiamo noi, più simbolico che sostanziale. A tal proposito, i giudici contabili non hanno alcun dubbio: «Pur essendo figlia di genitori entrambi italiani - si legge nel dispositivo - non soltanto è stata forzatamente privata della possibilità di nascere in Italia, ma è stata altresì costretta a vivere in un Paese straniero per quasi tutto il primo anno di vita». Come dire: «All'estero si sono verificate soltanto le conseguenze degli atti persecutori posti in essere contro la famiglia di P.S.» da parte dei nazifascisti in Italia. La 73enne ha ragione su tutta la linea, ma sarà comunque costretta a ripassare in Commissione per il formale accertamento degli ulteriori requisiti richiesti previsti per l'attribuzione dell'assegno vitalizio di benemerenza.

(Il Giorno, 26 agosto 2017)


Nemico troppo vicino

Un rapporto segreto israeliano dice che nessuno fermerà il dilagare dell'Iran in Siria

di Daniele Ranieri

ROMA - Un rapporto segreto dell'intelligence israeliana dice che per sradicare lo Stato islamico dalla Siria la Russia ha bisogno di ancora più appoggio a terra da parte delle forze iraniane (ci si riferisce qui alla porzione di Siria dove la Russia combatte contro lo Stato islamico, quindi per ora soltanto la parte orientale della regione di Homs). E' un rapporto che è stato citato mercoledì dal sito Intelligenceonline, specializzato in questi temi. Come si sa, la Russia esercita la sua forza militare in Siria soprattutto grazie a una campagna aerea e lascia che a combattere a terra siano soprattutto le milizie messe assieme dall'Iran. In questo modo, grazie a un impegno minimale sul terreno, per di più spesso affidato a contractor, il governo russo può tenere basso il numero delle perdite - che non guasta anche perché il 2018 è anno di elezioni a Mosca. Tuttavia, questa strategia ha un punto debole: le guerre non si vincono soltanto dall'alto e la Russia dipende dall'appoggio di altri. E' per questo che per pattugliare zone già messe in sicurezza sta usando battaglioni ceceni messi a disposizione dall'alleato Ramzan Kadyrov, ed è per questo che il grosso dei combattimenti di prima linea cade sulle spalle di Hezbollah e delle altre milizie filoiraniane - che sono ferocemente anti Israele. Dopo avere messo in sicurezza il governo del presidente siriano Bashar el Assad, scampato a sei anni di guerra civile, i gruppi filoiraniani potrebbero cominciare a minacciare le città israeliane da vicino, soprattutto sulle alture del Golan, da cui passa una precaria linea di confine e da cui si domina il paese vicino.
   Israele vede materializzarsi questo scenario minaccioso che dieci giorni fa il primo ministro Benjamin Netanyahu ha riassunto con la formula "Isis out, Iran in" e continua a lanciare segnali d'allarme - ma è una campagna diplomatica e di opinione che è ancora molto trascurata, forse perché l'attenzione è ancora assorbita dalla lotta allo Stato islamico in altre parti della Siria. La settimana scorsa una delegazione di alto livello formata dal direttore del Mossad, Yossi Cohen, e da Hertzi Halevi, il capo dell'intelligence militare israeliana, era a Washington per parlare con gli omologhi americani. Ma i due non hanno ricevuto alcuna rassicurazione, la priorità americana per ora è finire lo Stato islamico e non c'è un piano per occuparsi della presenza iraniana (a dispetto del fatto che questa sulla carta sia una delle Amministrazioni americane più dure contro il governo di Teheran). Due giorni fa Cohen e Netanyahu hanno fatto lo stesso pellegrinaggio a Sochi, residenza estiva del presidente russo Vladimir Putin, ma non hanno ricevuto alcuna rassicurazione, almeno pubblica, come previsto dal rapporto segreto che parla della dipendenza russa dall'Iran. Alla fine dell'incontro, il primo ministro israeliano ha detto ai giornalisti che potrebbe decidere di agire unilateralmente per limitare la presenza dell'Iran in Siria, se fossero violate "le sue linee rosse".
   Israele ha sempre mantenuto una postura di neutralità a proposito della guerra civile che si combatte al di là del confine in Siria. Ma questa maschera di neutralità sta scivolando. Il capo dell'aviazione dieci giorni fa ha detto che i raid israeliani "non ufficiali" in Siria per bloccare i trasferimenti di armi tra iraniani, siriani e Hezbollah sono stati un centinaio, che è una cifra doppia rispetto a quella creduta finora. Il mese scorso un pezzo del New York Times ha rivelato che anche Netanyahu aveva chiesto a Obama di aiutare i ribelli siriani nel 2012, quando ancora i gruppi armati anti Assad non erano dominati dagli islamisti e dai terroristi.
   America e Russia, i destinatari delle richieste di Israele, per ora sono indifferenti e impegnati a non incrociarsi. Ieri un pezzo di Reuters scritto dalla base di al Udaid, in Qatar, da dove partono i voli americani che vanno a bombardare in Siria, descriveva la linea telefonica tra russi e americani per evitare che i rispettivi piloti colpiscano le forze degli altri. Circa dieci-dodici telefonate al giorno, fatte da due specialisti americani madrelingua russi, che a volte sono molto tese. Per esempio a giugno, quando gli americani hanno abbattuto un jet Su-22 dell'aviazione siriana che stava per bombardare forze alleate degli americani. In quel frangente, due caccia russi stavano volando sopra la scena dell'abbattimento in corso e sopra di loro ancora più alto volava un F-22 americano invisibile ai radar.

(Il Foglio, 25 agosto 2017)


Theodor Herzl, il sogno diventato start-up

Nell'agosto 1897 si riunì a Basilea il Primo Congresso Sionista.lspirandosi al Risorgimento italiano, il suo animatore guardava alle radici bibliche per forgiare l'ebreo nuovo, non più disposto a subire violenze e disprezzo.

di Lea Luzzati

Se lo volete non sarà un sogno» è la frase «che ne disegna la storia: una proposizione ipotetica che in principio aveva tutti i connotati dell'utopia assurda, ma che a poco a poco prese corpo, sostanza, realtà. «Se lo volete non sarà un sogno», disse Theodor Herzl in occasione del Primo Congresso Sionista, 120 anni fa, nella quieta Basilea, e lo ripeté sino alla fine della sua breve vita.
  Nato a Budapest in una famiglia ebraica assimilata e profondamente acculturata, il fondatore del movimento risorgimentale ebraico si ritrovò giovane corrispondente per la Neue Freie Presse a Parigi, nella tempesta dell'infame processo Dreyfus che, se condannò il povero e fedele ufficiale francese all'esilio, regalò invece a lui una disincantata folgorazione: l'antisemitismo è inguaribile e si radica anche nelle società evolute, a dispetto dei Lumi e dei diritti civili quasi universalmente riconosciuti. Per gli ebrei l'unica soluzione di sopravvivenza e dignità è la conquista di una «completezza» nazionale e di una autonomia politica. Il ritorno a una patria. I figli d'Israele dovevano diventare «un popolo come gli altri», riavere tutto ciò che definisce una nazione: terra, bandiera, autodeterminazione. A questo obiettivo Herzl dedicò il resto della propria vita - ma morì a soli 44 anni, nel 1904, senza fare in tempo a vedere nella Shoah la più drammatica conferma del suo pessimismo e nella nascita dello Stato d'Israele, dove dal 1950 riposano le sue spoglie, la realizzazione di quello che non rimase un sogno.

 Tempi di pogrom
  Cento e venti anni fa a Basilea il movimento sionista si riunì con l'obiettivo di dare una autonomia politica e civile al popolo ebraico disperso ai quattro angoli del mondo e vittima in quegli anni di sfoghi di violenza e persecuzioni: i pogrom che imperversavano nell'impero zarista mietevano vittime e costringevano alla fuga migliaia di anime. Come bene esempla il titolo del libro di Herzl che teorizza seppure in forma narrativa la nascita del futuro Stato - Altneuland, «nuova vecchia terra» - il sionismo guardava al passato remoto, tornava alle radici bibliche della storia, a quando gli israeliti avevano un regno sulla propria terra. Ma per contro aveva come obiettivo quello di forgiare un ebreo nuovo, non più disposto a chinare la testa passivamente davanti alla catena di avversità, odio e disprezzo che avevano segnato gli ultimi duemila anni. Un ebreo nuovo capace di riprendere - in primo luogo fisicamente con il lavoro manuale - il contatto con la terra.
  E in fondo tutta la storia del sionismo, che prende il nome da una collina di Gerusalemme, Sion, evocata con nostalgia dagli esuli della prima Diaspora deportati in Babilonia, è un cammino sul filo in equilibrio tra passato e futuro. Da Theodor Herzl, che aveva nel Risorgimento italiano il suo primo e fondamentale modello politico, a David Ben Gurion, padre della patria che sempre propugnò il cammino verso Sud, verso il deserto del Negev dove secondo lui stavano il futuro del popolo e le risorse materiali e mentali per edificare la storia, tutta l'epopea del sionismo è segnata sia da un richiamo alle radici lontane sia dalla ricerca di un futuro libero, aperto.
  Il Primo Congresso Sionista, tenutosi a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, avvia un processo interno ebraico: si creano organizzazioni, si definiscono i lineamenti di una educazione alla rinascita nazionale. Theodor Herzl e gli altri esponenti del movimento si dedicano a una fervida attività politica e diplomatica in cerca di un focolare nazionale per i figli d'Israele. Il sionismo è dunque un insieme di iniziative politiche, culturali ed economiche volte alla rinascita nazionale per il popolo ebraico. È anche e forse soprattutto un insieme di ideali intrinseco all'ebraismo, cui la modernità può dar voce. Nulla di artificiale, anzi: è l'autentico spirito dell'ebraismo che si confronta con la storia.

 Lo Stato d'Israele
  Cinquant'anni esatti dopo il Primo Congresso Sionista, il 29 novembre 1947, le Nazioni Unite approvano a maggioranza una risoluzione che prevede la creazione di due Stati «palestinesi»: uno ebraico e uno arabo. Nella Palestina sotto mandato britannico c'era infatti da generazioni una società ebraica strutturata, attiva, consapevole: uno Stato di fatto, dotato di istituzioni politiche, sistema educativo, servizi. Nel maggio del 1948 nasce lo Stato d'Israele. Da allora esso vive il conflitto. Ma ancora una volta, al di là delle questione politiche e fermo restando il diritto dei palestinesi arabi a un'autonomia nazionale, la storia ebraica si è caricata del solito «sovratesto» distorto per colpa del quale «sionismo» è diventato una parolaccia, la definizione di un'ideologia del male, sinonimo di razzismo, come è detto nella risoluzione Onu 3379 del novembre 1975.

 Un ideale ancora vivo
  Se è vero che dal 1897 in poi, e anche prima, il movimento sionista ha conosciuto diverse espressioni, lo è altrettanto l'evidenza che col razzismo non c'entra per nulla. Da Martin Buber a Zeev Jabotinsky, da Rav Kook a Abraham Yehoshua - e con loro tantissimi intellettuali e uomini di politica - in tutte queste voci il sionismo si configura come un ideale di «normalizzazìone» ebraica capace di conservare quel portato umanistico che si trova espresso nella Bibbia e in tutta la tradizione d'Israele.
  Lo Stato ebraico esiste da quasi 70 anni, è una realtà costruita su un ideale. Eppure, malgrado abbia raggiunto il suo scopo, l'ideale sionista è ancora vivo. Non solo nel guidare le recenti immigrazioni di ebrei (dalla Russia, dalla Francia, dall'India), non solo nella memoria di quei fondatori sparsi per il Paese (come ad esempio il nucleo italiano di molti kibbutzim storici, da Netzer Sereni a Ruchama), ma anche nel suo essere la più autentica declinazione dell'ebraismo contemporaneo. Nel quotidiano confronto, non sempre liscio ma sempre costruttivo, tra Diaspora e realtà nazionale israeliana. Nel paradosso che fa oggi di questo paese dalle radici ancestrali in cui si parla la stessa lingua dei Profeti e dei Patriarchi la «start-up nation» proiettata verso le più avveniristiche tecnologie. Nel suo essere parte dello scacchiere politico e culturale del presente, con le sue energie intellettuali, con la sua spinta di vita.

(La Stampa, 25 agosto 2017)


Perché il Papa, anche volendo, non può concedere lo ius soli in Vaticano

di Carlo Lottieri

Nelle recenti polemiche sullo ius soli, alimentate anche da alcune (incaute) dichiarazioni di Papa Francesco, da più parti si è sottolineato che lo Stato della Città del Vaticano non prevede lo ius soli. Se quindi l'attuale Pontefice è tanto schierato a sostegno di questa modalità di acquisizione della cittadinanza, secondo i suoi critici dovrebbe cominciare a casa propria. Questi argomenti non si limitano a sostenere che chi è favorevole all'accoglienza dovrebbe dare il buon esempio. Una cosa, infatti, è dire che il Papa - in considerazione di quanto dice - avrebbe il dovere di ospitare iracheni e libici nei suoi palazzi, e altra cosa invece è immaginare che il Vaticano possa essere esaminato sulla base dei suoi criteri di naturalizzazione, quale fosse uno stato.
   Nato nel 1929 a seguito di una sorta di secessione dall'Italia, lo stato della Città del Vaticano è una realtà del tutto sui generis. Anche se fin dal nome ha cercato di presentarsi come uno stato (e sono poche le realtà che hanno tale termine nella denominazione ufficiale), ha fatto ciò essenzialmente per essere accettato entro un consesso internazionale dominato dalla tesi che solo gli stati possono avere uno statuto diplomatico: come fu evidente nei difficili decenni che separarono la debellatio del 1870 e la firma dei Patti lateranensi.
   A dispetto delle apparenze, in effetti, il Vaticano non ha nessuno dei tratti che contraddistinguono lo stato moderno. Certamente il Vaticano ha un territorio (benché molto piccolo: solo 44 ettari) e anche una popolazione (pure essa assai esigua, poiché non raggiunge le mille unità). Esso non è però assolutamente sovrano, dal momento che sarebbe assurdo - entro le categorie cristiane - immaginare che un'istituzione politica possa collocarsi sopra tutto e tutti. Privo di sovranità, poiché al contrario si pone al servizio della chiesa e della sua indipendenza (ciò che permette al Papa di non essere cittadino italiano, o francese, ecc.), il Vaticano è una minuscola realtà che giustifica la sua esistenza operando in funzione di una comunità composta da centinaia di milioni di fedeli diffusi nel mondo.
   Riflettere su ius soli e cittadinanza vaticana, allora non ha alcun senso.
   Il fatto che il cosiddetto stato della Città del Vaticano non sia una realtà sovrana si evidenzia in molti modi. In particolare, se si considera che lo stato moderno è innanzi tutto una macchina volta a tassare e normare, è interessante rilevare che tutti i 44 ettari del territorio vaticano sono di proprietà della chiesa e che quindi chi regola e chi è regolato, nei fatti, è lo stesso oggetto. E senza "potere eminente", non c'è statualità.
   Per giunta, è vero che nel corso della sua lunga evoluzione e all'indomani della crisi dell'ordine policentrico medievale lo stato si è definito in vari modi: enfatizzando ora questo e ora quell'elemento. Ma lo stato della Città del Vaticano non ha mai corrisposto a nessuna delle funzioni che la statualità si è variamente autoattribuita.
   Ai suoi esordi, lo stato è stato soprattutto garanzia di ordine e pace, ma il Vaticano ha sempre demandato ad altri (all'Italia, in particolare) ogni protezione del territorio. Poi lo stato è stato al servizio di un progetto "nazionale", quale strumento per la costruzione di una mistica patriottica; non esiste però una nazione vaticana e ancor meno un patriottismo associatole. E se in seguito lo stato si è giustificato quale garanzia di benessere, anche di fronte a questa versione welfaristica è necessario riconoscere che il Vaticano non si concepisce quale entità destinata a garantire pensioni, salute e istruzione alle poche centinaia di persone che si collocano al di là del Tevere.
   Guardiamo al Vaticano per quello che è e critichiamolo, quando è necessario. Ma, per favore, smettiamo di considerarlo uno stato.

(Il Foglio, 25 agosto 2017)


«
Guardiamo al Vaticano per quello che è», dice l’autore. Ma che cos’è l’entità “Vaticano”? Qualcuno sa dirlo con parole abbastanza chiare da poterne trarre diritti e doveri altrettanto chiari e vincolanti per l’entità stessa e per coloro che con lei sono costretti a rapportarsi, come lo Stato italiano? Il Vaticano “non ha nessuno dei tratti che contraddistinguono lo stato moderno”, dice l’autore; e aggiunge: “lo stato della Città del Vaticano non ha mai corrisposto a nessuna delle funzioni che la statualità si è variamente autoattribuita”. Ma allora, se dobbiamo ascoltare l’autore che dice: “smettiamo di considerarlo uno stato”, perché non cominciamo a discutere seriamente sul “diritto all’esistenza” di questa strana entità che oggi sembra servire soprattutto da palcoscenico internazionale per un singolarissimo intrattenitore. Lo stato pontificio sparì per debellatio nel 1870, travolto dall’ondata risorgimentale, ma è stato risuscitato dal fascismo mussoliniano. Perché non considerarlo allora un frutto secondario di un regime guasto e condannato dalla storia? Perché non accomunarlo nella stessa condanna storica del fascismo? Perché, se si vuole proteggere la possibilità del magistero e, soprattutto, il mantenimento delle proprietà (preoccupazione sempre molto alta da quelle parti) non si propone di rievocare la cavouriana legge delle Guarentigie? Proposte irrealizzabili, si dirà, provocazioni. Certo, ma non più irrealizzabili e più provocatorie dei moralistici predicozzi impartiti quasi ogni giorno dal presidente dell’entità vaticana. M.C.


Medio Oriente a una svolta? Il ruolo significativo dell'Iran

Si aprono nuove speranze per la pace in Yemen, mentre Israele si sente sempre più minacciato dagli interessi dell'Iran in Siria e Libano.

di Ingrid Salvadori

 
Guerra in Yemen
Con la diffusione di alcune email, trafugate dagli hackers del gruppo "Global Leaks" e pubblicate online dalla testata Middle East Eye, si viene a conoscenza della decisione del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman di ridefinire il ruolo della propria nazione nella guerra in Yemen e il rapporto con la Repubblica islamica dell'Iran, decisione discussa ad aprile con Stephen Hadley e Martin Indyk, due ex-funzionari del governo statunitense.
   Proprio dalla conversazione tra Indyk e Youssef Otaiba, ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, si delinea l'importanza della figura di Mohammed Bin Salman per un cambiamento viscerale nella politica araba. Indyk scrive in una email del 20 aprile: "È stato abbastanza chiaro con Steve Hadley e con me sul fatto che vuole tirarsi fuori dallo Yemen e che è d'accordo con gli Stati Uniti a dialogare con l'Iran nella misura in cui sia coordinato e gli obiettivi siano chiari".
   Di fatto, la guerra in Yemen si presenta come uno scontro religioso per nascondere i reali obiettivi politici: gli sciiti, presenti come minoranza islamica nella maggior parte dei Paesi del Medio Oriente, sono visti come eretici dai religiosi sunniti e come compagni oppressi e bisognosi di aiuto dagli ayatollah iraniani. Lo scontro tra la coalizione guidata dall'Arabia Saudita contro gli Houthi, milizia di sciiti yemeniti appoggiati dall'Iran con aiuti economici e militari, è diventato logorante e troppo gravoso anche per la popolazione civile, sfinita dai continui bombardamenti e da una catastrofica epidemia di colera che ha colpito più di mezzo milione di persone.
   Incredibilmente la nuova prospettiva presentata dal principe saudita porterebbe a un cambiamento considerevole non solo per la crisi in Yemen, ma anche per quanto riguarda tutte quelle che da anni stanno devastando il Medio Oriente, dalla Siria al Qatar, e che sono il volto dell'ostilità fra Iran sciita e Arabia sunnita. La possibilità di un ritiro dalla guerra potrebbe aprire una finestra di dialogo con Teheran che porterebbe a un accomodamento su molte questioni scottanti, come la posizione degli sciiti nei Paesi a maggioranza sunnita o le politiche anti-iraniane.
Ruolo particolare sembra giocarlo nella questione l'Iraq, secondo quanto sostenuto dal suo ministro dell'Interno, in quanto territorio storicamente e politicamente significativo per gli alleati internazionali che appoggiano l'uno e l'altro Paese.
   Se da un lato si spera nella concretizzazione della decisione di Mohammed Bin Salman, dall'altro Israele si sente sempre più minacciato dalla potenza sciita che si sta creando. È proprio il Premier israeliano Benjamin Netanyahu che in una conferenza stampa avvisa indirettamente Putin sulla pericolosità dello Stato degli ayatollah. "L'Iran fa enormi sforzi per rafforzare la sua presenza in Siria. Ciò è una minaccia per Israele, il Medio Oriente e per il mondo intero" ha dichiarato, aggiungendo che "Teheran è in uno stadio avanzato di controllo e influenza su Iraq e Yemen e in pratica controlla il Libano."
   È proprio la guerra in Siria e l'espansione dello Stato Islamico che portano la Russia a dover prendere difficili scelte sul piano delle alleanze. Infatti, pur essendo Mosca da tempo alleata di Tel Aviv, non concepisce come opzione un voltafaccia nel rapporto con Teheran, in quanto è stato decisivo il contributo delle forze armate iraniane e degli sciiti libanesi nella preparazione sul campo ai bombardamenti russi.
Niente è ancora dato per certo, tutto sta nelle decisioni che verranno prese a breve dalle parti coinvolte nel conflitto.

(Secolo Trentino, 25 agosto 2017)


Netanyahu e Abu Mazen, il comune destino verso il tramonto

di Alberto Stabile

Per diversi ed opposti motivi i capi supremi del più antico conflitto che la storia contemporanea ricordi, quello tra israeliani e palestinesi, Benjamin Netanyahu, detto Bibi, e Mahmud Abbas, nome de guerre Abu Mazen, sembrano giunti simultaneamente al tramonto delle rispettive carriere politiche che li hanno visti per quasi due lustri confrontarsi proclamando a gran voce la loro volontà di pace, salvo tornare ogni volta a rifugiarsi nel confortante abito del nemico mortale. Per questo non saranno rimpianti.
   Certo, le figure dei due leader, che ieri hanno incontrato separatamente Jared Kushner, il genero di Trump, sono profondamente diverse per età, storia personale, retroterra politico e culturale. E non bisogna dimenticare che, al di là della sua requisitoria sul "golpe" ordito dalla sinistra e dai media infedeli contro di lui e la sua famiglia per rimuovere l'unico ostacolo efficace alla creazione dello stato palestinese, Netanyahu è il premier di un governo eletto da un sistema politico che non corre alcun pericolo di tenuta democratica, come dimostra il facile e ricorrente ricorso alle elezioni anticipate, mentre Abbas è il presidente scaduto da nove anni di un' Autorità Palestinese che si sta lentamente suicidando a causa della corruzione imperante e per la mancanza di ricambio democratico.
   Eppure, c'è qualcosa che lega i destini dei due protagonisti. Essi sono forzati a coesistere nell'immobilismo, uniti dallo stato di necessità di evitare la rottura definitiva e fatale, obbligati a rimanere aggrappati alle rispettive poltrone perché le alternative che si presenterebbero e probabilmente si presenteranno sono cariche di rischi.
   Se c'è stato un momento di sincerità nella accesa auto-difesa di Netanyahu davanti ai suoi sostenitori, è stato quando ha paragonato le sue sorti a quelle di Yitzak Shamir, lo storico leader conservatore, già capo del gruppo terrorista Banda Stern, che nel 1992 venne costretto a dimettersi dalla carica di Primo ministro, lasciando campo libero a Rabin e agli accordi di Oslo. In effetti la sconfinata ammirazione di Bibi per Shamir, ben manifesta sin dai tempi della Conferenza di Madrid dei primi mesi del 1992, dove era portavoce della delegazione israeliana, lo ha portato a mutuarne il tatticismo esasperato nelle trattative, la doppiezza che spinge a decisioni apparentemente coraggiose ma immediatamente revocate, l'attendismo rivelatore delle reali intenzioni. Così era lo Shamir della Conferenza di Madrid, sortita dai nuovi equilibri creati dalla Prima Guerra del Golfo. Così è il Netanyahu di quest'ultimo decennio nel corso del quale, con il contributo determinante del primo ministro israeliano, impegnato in un estenuante scontro personale contro Barack Obama, scontro ispirato e condiviso dall'estrema destra nazionalista e religiosa, s'è visto il processo di pace scivolare in uno stato di coma profondo e forse irrevocabile.
   Parallelamente, Abu Mazen, è rimasto prigioniero di se stesso, invischiato nelle sue insicurezze senza riuscire a districarsene. Spinto al vertice dell' Autorità Palestinese, tra il2003 e il 2004, dalle pressioni insensate di George W. Bush e di Ariel Sharon, intenzionati a liberarsi una volta e per tutte anche del fantasma di Arafat, Mahmud Abbas incarna adesso la tragica, paradossale, maschera di un presidente che ha perso una gran parte del suo popolo e del suo territorio - parliamo della Striscia di Gaza dove dimorano oltre due milioni di palestinesi per lo più figli e nipoti di rifugiati - in una guerra civile veloce e violenta combattuta nella primavera-estate del 2007; un presidente il cui consenso non è più commensurabile secondo il criterio del voto, ma finge che non sia successo niente, perché così vogliono i Grandi della Terra che ne lodano la "moderazione" come antidoto all'intransigenza del Movimento di resistenza islamica, Hamas, e preferiscono ignorare che, legalmente, Abu Mazen non rappresenta più nessuno.
   Entrambi sono assediati da predatori che fiutano l'imminente decomposizione. Netanyahu ha un perenne debito di riconoscenza nei confronti di Avigdor Lieberman, l'ex giovane buttafuori di locali notturni moldavi, assurto al ruolo di ministro della Difesa, in Israele la più importante carica ministeriale dopo il premier, il quale ha avuto la furbizia di affiancare Bibi senza fargli ombra quando gli faceva da segretario, durante il primo mandato da premier, a metà degli anni 90, e adesso sembra pronto al grande salto. E persino a destra di Lieberman, fra i seguaci del nazionalismo messianico, come il ministro dell'Educazione Naftali Bennet, c'è chi scalpita. Per cui al povero Netanyahu non resta che proporsi come garante della continuità nel nulla, perché dopo di lui...chissà.
   Mentre Mahmud Abbas, ormai sulla soglia degli 83, costretto a controlli cardiaci frequenti, deve subire l'affronto di vedere Hamas, intavolare negoziati con l'Egitto del generale al Sisi, per sfuggire alla stretta economica che lo stesso Abu Mazen ha (tardivamente) deciso di infliggere al governo di fatto che il movimento integralista esercita da dieci anni su Gaza, salvo costringere Ramallah a pagare gli stipendi per i quarantamila dipendenti pubblici e le elevate bollette energetiche.
   Da ultimo, abilmente, come è sua natura, nel negoziato tra Egitto, Hamas e Autorità Palestinese s'è inserito un avversario molto insidioso di Abu Mazen, quel Mohammed Dahlan (Abu Fadi) r ex capo di al Fatah e dei servizi di sicurezza palestinesi nella Striscia, che per lunghi anni è stato il "cavallo di razza" su cui le cancellerie occidentali (e Israele, pur senza troppo entusiasmo) puntarono come successore di Arafat. In realtà, Arafat lo temeva, al punto che lo volle con sé sull' elicottero che lo portava ad Amman, in direzione di Parigi, quando, nel novembre del 2004, Arafat dovette essere ricoverato prima di morire. «Fate posto ad Abu Fadi - ordinò il leader palestinese - perché se resta a Ramallah chissà che guai combina».
   Nel 2007, i miliziani di Harnas, accecati dall'odio gli rasero al suolo la sontuosa villa. Mahmud al Zahar, uno dei capi integralisti giustificò la distruzione definendo Dahlan, «un ladro di polli». Abu Mazen non lo ha riabilitato. Al contrario, lo ha espulso dal gruppo dirigente dell'Olp e lui, Dahlan. ha continuato a fare la spola tra il Cairo e il Golfo dove vanta amici e protettori. Ora è saltato di nuovo fuori come "mediatore". Hamas ha dimenticato gli antichi insulti. Un pessimo segnale per Abu Mazen.
   
(la Repubblica, 25 agosto 2017)


Intanto Israele costruisce il muro sotterraneo

Lungo 64 km, profondo alcune decine metri e alto sei metri sopra il suolo, più una propaggine marina.

di Gigi Riva

Nella loro pur lunga storia, gli umani non avevano mai realizzato un'opera simile. Ora la tecnologia coniugata alla volontà permette di immaginare la costruzione di un muro sotterraneo di cemento armato lungo 64 chilometri, profondo alcune decine metri (pare 40 ma la misura esatta è top secret) e alto sei metri sopra il suolo, più una propaggine marina su una base flottante, per un costo previsto di 800 milioni di euro. Israele lo erigerà per sigillare ancor più Gaza. Si apriranno 40 cantieri (sei già in funzione), vi lavoreranno, 24 ore al giorno escluso il sabato perché sia ultimato entro la metà del 2019, mille operai: oltre a manodopera israeliana anche proveniente da Spagna, Moldavia e Paesi africani. Se ne vociferava da tempo, l'ufficialità e i dettagli tecnici sono stati resi noti nei giorni scorsi dal governo Netanyahu.
   Nella Striscia, controllata dal 2007 da Hamas, l'organizzazione islamista riconosciuta il 27 luglio come terrorista dalla Corte di Giustizia europea dopo che era stata tolta dall'elenco tre anni fa, vivono 1 milione e 800mila palestinesi. Le possibilità di lasciarla per i suoi abitanti sono praticamente nulle. Israele controlla il lato nord ed est dei confini, a sud c'è la frontiera poco permeabile con l'Egitto, a ovest il mare. Una barriera dotata di sensori elettronici esiste già. I soldati di Tsahal, l'esercito, controllano ogni metro di frontiera dai monitor di sofisticati computer con visione notturna. Per neutralizzare ordigni volanti i sistemi di difesa sono tre: l'Iron Dome contro razzi, proiettili di artiglieria e missili a corto raggio; Arrow-3 per i missili balistici a lungo raggio; "Fionda di Davìd", ultimo arrivato nell' aprile scorso, per i missili a medio raggio. Nonostante questo, un razzo partito da Gaza il 9 agosto scorso è caduto nell'area di Ashklelon, senza provocare danni.
   Per attaccare Israele, ad Hamas non restava che il sottosuolo. Fu nel 2013 che i militari scoprirono l'esistenza di tre tunnel scavati a meno 18 metri, lunghi 1,7 chilometri, per 200 metri già penetrati oltre il confine. Le talpe avevano già quasi completamente scavato il corridoio di risalita ed erano arrivate a due metri dal suolo. Tanto che i generali erano stati facili profeti: «La prossima guerra sarà per i tunnel». E guerra fu, infatti, nell'estate del 2014 (2.000 morti palestinesi contro 67 militari e 6 civili israeliani), per scongiurare un incubo: si temeva che commando di terroristi potessero infiltrarsi e catturare ostaggi nelle cittadine israeliane prossime alla Striscia. Nel febbraio scorso il Controllore dello Stato Yossef Shapira ha pubblicato il rapporto su quel conflitto e accusato il governo Netanyahu di aver sottovalutato la minaccia rappresentata dalla rete sotterranea e aver tralasciato la via diplomatica che avrebbe forse potuto evitare la guerra.
   Allora furono distrutti i tunnel (34 in totale di cui 14 che portavano verso Israele), non l'idea di scavarne di nuovi come sola risorsa per offendere. Il Mossad sostiene di avere le prove di nuove gallerie in fase di ultimazione (almeno due), da qui l'urgenza di accelerare il progetto del muro sotterraneo. Per il quale sono stati interpellati esperti di tutto il mondo prima di giungere alla stesura definitiva che prevede anche un sistema di controllo elettronico nel caso si cerchi di perforarlo. Per garantire l'incolumità dei lavoratori, il manufatto sorgerà alcune centinaia di metri dentro Israele come ha spiegato il ministro per le costruzioni Yoav Galant. L'ex consigliere per la sicurezza nazionale Yaakov Arnidror ha giustificato i costi con «la necessità di salvare vite umane» e ha aggiunto: «Sarà la sola barriera sotterranea esistente al mondo». Mentre il comandante della regione sud Eyad Zarnir considera la possibilità che si alzi la tensione: «Ma se Hamas vorrà scatenare una guerra per il muro, per noi sarà una buona ragione per combattere». Hamas replica per voce del suo viceministro degli Esteri Ghazi Hamad: «Non fermeranno la nostra voglia di batterci contro l'occupazione e di riaffermare il diritto a difenderci, coi missili e coi tunnel».

(la Repubblica, 25 agosto 2017)


«Non fermeranno la nostra voglia di batterci contro l'occupazione e di riaffermare il diritto a difenderci, coi missili e coi tunnel». L’ultima parola viene lasciata a Hamas. Si conferma ancora una volta il subdolo stile anti-israeliano di Repubblica. M.C.


Golan, Israele tratta con i russi

Incontri segreti tra Israele, Russia e Usa sulle zona di riduzione della tensione nel sud della Siria. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, non risolta la questione della presenza di forze filo-iraniane nella zona. Netanyahu e la temuta 'libanizzazione' della Siria da parte di iraniani ed Hezbollah sciiti.

di Piero Orteca

Netanyahu ha messo in guardia Putin. Dopo un "franco" (termine che nel diplomatichese significa "duro") colloquio durato tre ore a Sochi, sul Mar Nero, il primo ministro israeliano ha avvisato il leader russo: Gerusalemme non tollererà ulteriori "straripamenti" delle forze iraniane in Siria. In particolare, gli israeliani sono decisi a impedire quella che chiamiamo la "libanizzazione" del turbolento vicino martoriato dalla guerra civile. Netanyahu ha fatto un preciso riferimento alla presenza sempre più massiccia delle Guardie Rivoluzionarie di Teheran e, soprattutto, di Hezbollah.
   Argomenti che sarebbero stati ampiamente illustrati a diverse Cancellerie nelle settimane scorse dai direttori del Mossad (Yossie Coohen) e dello Shin Bet, i servizi segreti di Gerusalemme. Che hanno lanciato avvertimenti (o minacce, fate voi) a 360 gradi. Ma Trump, per esempio, non pare aver capito l'antifona. Netanyahu, alla fine dell'incontro, ha indorato la pillola, ribadendo che i precedenti vertici con Putin hanno sempre avuto ricadute positive per i due Paesi. In questo caso gli israeliani si aspettano che il Cremlino temperi l'ostile presenza sciita "in una regione fondamentalmente sunnita".
   Come sembra logico, le preoccupazioni israeliane sono rivolte a salvaguardare la stabilità dell'area vicino al Golan. Ma perché Netanyahu adesso bussa alla porta del Cremlino dopo che gli americani gli hanno risposto picche? Gli analisti sostengono che in questa fase la Casa Bianca è tutta presa dalle magagne sul fronte interno e, quindi, trascura un poco (assai) la politica estera. In ogni caso (si dice) il Presidente Trump, a parte la guerra all'Isis, non intende sparare nemmeno un petardo in Siria. E poi, aggiungono i bene informati, l'Amministrazione repubblicana intende rispettare pure i dettagli del patto siglato col Cremlino.
   Per la verità, anche la Giordania aveva manifestato le stesse preoccupazioni di Gerusalemme. Ma anche in questo caso le proteste sono state rispedite al mittente. Lo ha fatto personalmente (e autorevolmente) lo stesso capo del Pentagono, James Mattis, recandosi ad Amman per cercare di ammansire un sempre più perplesso re Abdullah. In effetti, chiariscono gli esperti di cose strategiche, negli ultimi giorni l'asse Assad-Iran-Hezbollah ci ha dato sotto, attaccando con violenza a Deir ez-Zour (est), Sweida (sud-est), Hama (Siria centrale) e su Monti Qalamoun, lungo la frontiera col Libano.
   A Sweida, sciiti e governativi sono praticamente arrivati a pochi metri dalla Giordania, aggirando la zona-cuscinetto di Daraa. Mentre a ridosso del Golan si sono praticamente liquefatti i gruppi di ribelli anti-Assad di estrazione non jihadista. Ora, dopo la gelida risposta Usa alle richieste di Netanyahu, bisognerà vedere se Putin farà qualche passo per tranquillizzare gli israeliani. Astuto e scafato com'è il leader russo, statene certi, s'inventerà qualcosa per ingraziarsi anche Gerusalemme.

(Remocontro, 24 agosto 2017)


Il messaggio al sindaco Pirozzi: "Amatrice nel cuore di tutti noi"

Nel primo anniversario del terremoto della scorsa estate, la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni ha inviato il seguente messaggio al sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi:

Carissimo sindaco Pirozzi,
a un anno del terribile terremoto che ha colpito Amatrice, tutte le piccole frazioni circostanti e molteplici località del Centro Italia, ti giunga la nostra amicizia e vicinanza nel ricordo delle vittime, ma anche di chi con il sisma ha perso i propri averi e gli affetti più cari e lotta ogni giorno per garantirsi un futuro dignitoso nei luoghi che ama. Luoghi che per le loro caratteristiche culturali e storiche sono patrimonio dell'Italia tutta.
L'auspicio, mio personale e di tutte le Comunità ebraiche che ho l'onore di rappresentare, è che anche in futuro ci si possa ritrovare al fianco per sviluppare progetti e iniziative di solidarietà che, come nel caso del campo di calcetto inaugurato in luglio a Scai, facilitino il ritorno alla vita e alla normalità.
Un grande abbraccio alla straordinaria gente di Amatrice da tutti gli ebrei italiani.
Noemi Di Segni, Presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

(moked, 24 agosto 2017)


L'età dell'oro di rav Rosen

Riceviamo da Gerusalemme, a commento dell'articolo di Matteo Matzuzzi

Per rav Rosen la benedizione è accompagnata dalla perdita ''dell'identità e di scopo'' mentre la religione (quale?) fornisce la chiave per la loro soluzione. Premetto che non sono un cristiano, ma trovo calzante la risposta di M.C. nel commento. Tacere sulle risoluzioni Unesco su Gerusalemme, abbracciare Abu Manzen ''angelo della pace'', parlare di teologia e non di amicizia nella visita pastorale di Papa Bergoglio alla Comunità ebraica di Roma, mi sembra sia velleitario, di fronte a questi fatti, parlare dell'età dell'oro nei rapporti tra ebraismo e cattolicesimo. E' umano farsi illusioni, credendo nell'amicizia, ma in questo caso è proprio una illusione stando alle parole di don Luigi Giussani. In Vaticano bolle sempre la pentola del minestrone per fare di tutta l'erba un fascio a dispetto della identità di cui parla rav Rosen e in questo il potere della religione è maestro. F.C.

(Notizie su Israele, 24 agosto 2017)


Israele revoca la cittadinanza a chi aderisce allo Stato islamico

di Rolla Scolari

Il ministro dell'Interno israeliano, Arie Deri, ha detto che il suo governo è pronto a revocare la cittadinanza in absentia a venti individui partiti per i fronti dello Stato islamico. La maggior parte di loro, secondo il sito del Jerusalem Post, sarebbe arabo-israeliana. Il ministro, che da mesi spinge per la cancellazione della nazionalità a cittadini membri di organizzazioni terroristiche, fa appiglio a un emendamento della legge sulla cittadinanza entrato in vigore questo mese. Ed è infatti a inizio agosto che la notizia della revoca della cittadinanza ordinata dal tribunale di Haifa nei confronti di Alaa Raed Ahmad Zayoud, cittadino arabo-israeliano che a ottobre ha travolto con un veicolo e poi accoltellato un gruppo di soldati, ha creato controversie, che a differenza di quelle in corso in Europa sulla stessa questione si inseriscono in parte all'interno del conflitto israelo-palestinese. Dopo il verdetto del tribunale di Haifa, le associazioni per i diritti civili locali sono insorte, parlando di un «precedente pericoloso». Si tratta della prima volta, dopo anni che Israele discute misure simili nel dibattito sul conflitto con i palestinesi, che a un cittadino è revocato il passaporto.
   Benché finora Israele sia sembrato immune agli attentati dell'Isis che colpiscono l'Europa, a ottobre 2015 l'intelligence ha sventato per la prima volta un piano terroristico del califfato contro obiettivi militari.
   Il dibattito sulla revoca della nazionalità a cittadini coinvolti in azioni terroristiche divide ormai da anni Paesi europei e non soltanto, e cresce in questi mesi con il rafforzarsi della minaccia dei foreign fighter di ritorno da quei territori in medio oriente che lo Stato islamico perde progressivamente. L'Australia ha fatto un passo indietro nel 2015 sulla questione, e lo stesso è accaduto in Gran Bretagna, che meditava la cancellazione del passaporto soltanto a cittadini con doppia nazionalità, come in Francia. L'ex presidente francese François Hollande, che per farlo avrebbe dovuto emendare la Costituzione, ha trovato uno sbarramento. Dopo i due attentati del 2016, il ministro dell'Interno tedesco Thomas de Maizière, nell'annunciare un pacchetto di nuove misure di sicurezza nazionali, aveva incluso la possibilità di revoca di cittadinanza e deportazione. Anche in Tunisia, che oggi non sa come affrontare la possibilità del rientro di centinaia di jihadisti - ne sarebbero partiti 3000 dal Paese - le polemiche sulla proposta di rendere apolidi i connazionali partiti spacca la politica e l'opinione pubblica. In Olanda, invece, a febbraio il Senato ha approvato una legge per cancellare la nazionalità a cittadini in possesso di doppio passaporto.

(La Stampa, 24 agosto 2017)


«E' questa l'età dell'oro dei rapporti tra ebraismo e cattolicesimo»

Intervista al Rabbino David Rosen, oggi al meeting di Rimini

di Matteo Matzuzzi

Rav David Rosen e il papa
RIMINI - "Siamo nell'età dell'oro delle relazioni tra ebraismo e cattolicesimo", dice al Foglio David Rosen, rabbino e direttore internazionale degli affari interreligiosi del comitato ebraico americano e direttore dell'Istituto Heilbrunn per l'intesa interreligiosa internazionale. Oggi, dopo vent'anni dall'ultima volta, tornerà per la terza volta al Meeting di Rimini per discutere di "un dialogo da riguadagnare", assieme a Mohammad Sammak, segretario generale del Comitato per il dialogo islamo-cristiano in Libano e mons. Silvano Maria Tomasi, membro del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Fu proprio alla vigilia di un Meeting, nel 2002, che don Luigi Giussani disse che "se non ci sarà prima la fine del mondo, cristiani ed ebrei possono essere una sola cosa nel giro di 60-70 anni". Rosen vede passi avanti lungo il sentiero dell'amicizia tra ebrei e cattolici. Dopotutto, "Papa Francesco ha detto durante la sua visita alla sinagoga di Roma che il popolo ebraico è considerato far parte di un'unica famiglia con la chiesa cattolica" e, poi, come a suo tempo "affermò san Giovanni Paolo II, 'l'antisemitismo è considerato un peccato contro Dio e l'uomo"'. Insomma, di strada rispetto alle diffidenze del passato (non troppo remoto) ne è stata fatta, anche se "questo non significa che non persistano tensioni o che l'antisemitismo sia stato eliminato all'interno della chiesa, ma le relazioni non sono mai state migliori". E però un ostacolo rimane, e neppure di poco conto. E' il sempiterno conflitto israelo-palestinese, "che pesa ancora in maniera significativa sul dialogo", spiega Rosen, "se non altro perché la chiesa locale è araba e la sua leadership è prima di tutto palestinese. Oltre a ciò, c'è sempre preoccupazione in Segreteria di stato per le comunità cattoliche e gli interessi nel mondo arabo. Inevitabilmente, questo incide. Va detto però che la Santa Sede ha mantenuto una posizione costruttiva e bilanciata". Rosen lo sa, c'era anche lui 1'8 giugno del 2014 nei Giardini Vaticani in occasione dell'incontro di preghiera per la pace che vide seduti l'uno vicino all'altro Shimon Peres e Abu Mazen, tra il Papa e il patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli.
   Eppure, nel fluido contesto del medio oriente, Israele è la realtà che più garantisce la libertà religiosa, aspetto questo assai taciuto in occidente. E' il solito pregiudizio anti-israeliano?
   "Israele è lontano dal rappresentare la perfezione, ma è spesso trattato male per diverse ragioni. Innanzitutto di mezzo ci sono interessi finanziari e strategici che vedono interessato il mondo arabo. Da qui derivano i timori che rappresentare Israele in modo positivo possa in qualche modo pregiudicare questi interessi. In secondo luogo - aggiunge Rosen-c'è la paura che commenti positivi su Israele danneggeranno la coesione sociale e gli interessi elettorali con le comunità di immigrati musulmani". E' necessario procedere a piccoli passi, con una visione di lungo respiro, guardando più al domani che al contingente. Solo così si potranno ottenere risultati concreti, guardando più quel che unisce rispetto a ciò che divide. Il tutto, poi, va considerato nel più ampio e problematico rapporto tra modernità e religione.
   "La modernità - dice David Rosen - è allo stesso tempo una proverbiale benedizione e una maledizione. Essa dà libertà e opportunità senza precedenti, il che comporta anche licenza e irresponsabilità senza precedenti. Paradossalmente, questa benedizione è spesso accompagnata da una perdita di identità e di scopo. La religione - nota Rosen - fornisce le risposte a questi dilemmi e provvede alla direzione morale delle nostre vite".

(Il Foglio, 24 agosto 2017)


"Erode, con i suoi soldati, dopo averlo vilipeso e schernito, lo vestì di un manto splendido e lo rimandò a Pilato. In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti erano stati nemici"
(Luca 23:11-12). E dopo aver abbandonato Gesù al suo destino, iniziò "l'età dell'oro dei rapporti tra Erode e Pilato". Proprio come tra ebraismo e cattolicesimo. M.C.


I mille sapori della diaspora

Jean-Michel Carasso, la cucina e la lunga fuga degli avi. Ebrei cacciati dalla Spagna, poi la Francia, il Congo, infine l'Italia. Lo chef riavvolge il filo della memoria fino al punto in cui, 525 anni fa, la Storia segnò il suo destino. E anche le sue ricette.

di Maria Cristina Carratù

 
Jean -Michel Carasso è uno chef di alta gamma della cucina multietnica, mago della cucina kashèr: ebreo, ricorda la persecuzione che ha subìto la sua famiglia a partire dalla cacciata dalla Spagna nell'agosto di 525 anni fa.
Non capita a tutti, ma a qualcuno sì, di poter riavvolgere all'indietro di secoli e secoli il filo della memoria, fino al punto esatto, magari 525 anni fa, in cui la Storia ha segnato il proprio destino personale. Jean-Michel Carasso stava tritando verdure per il cous cous speziato del pranzo, qualche giorno fa, quando si è accorto che la memoria dell'agosto era legata, per lui, a qualcosa di molto più vivo di una pura ricorrenza storica. È andato al computer e ha scritto su Fb: «Il 1o agosto 1492 - appunto 525 anni fa - i miei antenati paterni, spogliati di tutti i loro beni, lasciavano la Spagna dei Re Cattolici per disperdersi nel Mediterraneo e l'Impero ottomano. Quel che so io, che sono qui per dimostrarlo, è che rifiutarono la conversione offerta dai Re Cattolici agli ebrei come alternativa all'esilio. E fecero bene perché con l'istituzione della Santa Inquisizione i conversos non ebbero vita facile e tanti di loro morirono sul rogo comunque». Un biopic decisamente impegnativo, ma i cui indizi Carasso, chef di alta gamma della cucina multietnica, mago della cucina kashèr e 'autore' di cene per eventi (fra gli altri il Balagan Café della Comunità ebraica) nonché a domicilio, dissemina da anni fra pentole e fornelli. Una storia che comincia, appunto, quando, «forse da Toledo», in seguito all'Editto di espulsione di tutti gli ebrei dal regno cattolico, una famiglia ebraica sefardita (da Sefarad, Spagna in ebraico) è costretta ad affrontare ancora una volta, nella già millenaria storia della diaspora, un destino ignoto. «Quali sono state le sue tappe prima dell' insediamento a Salonicco, nell'Impero Ottomano, da dove proveniva mio padre Meyr? Non si sa», racconta Jean-Michel. «In casa, però, si diceva che il nostro cognome derivasse dal paese di Carasso, nell'attuale Canton Ticino, dove i fuggiaschi potrebbero essersi fermati. E fosse stato poi adottato al posto del tradizionale patronimico ebraico, 'figlio di'». Meyr nasce nel 1912 in una famiglia di ricchissimi commercianti di tabacco, in cui si parla ancora la lingua giudaico spagnola, e che tracollerà con la crisi del '29, spingendo il diciottenne rampollo all'esilio a Parigi.
   Qui, nello stesso anno di Meyr, era nata Eva Guerber, di origine ucraina, dunque askenazita e di lingua yiddish. E il cui padre Zalman, fabbro, fuggito a piedi dalla Russia zarista come disertore, era diventato fornitore di lanterne per le ferrovie francesi. La moglie Golda lo aveva raggiunto in seguito, scappando con due bambini piccolissimi, fratelli maggiori di Eva. Incarcerata in Polonia per aver resistito alle avance di un doganiere, era stata riscattata da un anonimo benefattore: un Rothschild ( si saprà poi), che aveva onorato i precetti aiutando un correligionario in disgrazia.
   A Parigi la famiglia Guerber vive modestamente in Rue de Rosier, i figli aumentano, nasce Eva. Che un bel giorno, ballando tango alla La Coupole, incontra Meyr. Giornalista, chiamato a Ce soir da Luis Aragon, il giovane ebreo di origini orientali è iscritto al Pcf, attivista della Lega contro l'antisemitismo, e ha appena intervistato Albert Einstein in partenza per l' America. Golda ebbe un bel dire: «Non sposare un orientale, Eva! Picchiano le moqli!»: Meyr e Eva si sposano, mentre il mondo è sull'orlo del precipizio. All'arrivo dei nazisti a Parigi, la famiglia fugge a Lione, dove Golda e la figlia Berta decidono di restare («La Francia è il paese dei diritti, non succederà niente»), finendo poi deportate ad Auschwitz, mentre i due sposi - Eva con documenti falsi, e Meyr 'salvato' dalla sua cittadinanza spagnola, comprata per lui da suo padre durante l'Impero ottomano - riparano in Portogallo, e poi in Congo Belga, dove una sorella di Meyr ha un'attività commerciale. È il 1943, l'acme del dramma mondiale. La diaspora 'africana' durerà 17 anni, fino al '60, quando, con l'instabilità politica che accompagna l'indipendenza del Congo, si parte un'alta volta. Per il figlio maggiore, Jean-Michel, nato nel 1945, tornare a Parigi è una tragedia: «Parlavamo francese, inglese, yiddish, ladino, ma per me il mio paese era il Congo. Fu un trauma», racconta il futuro cuoco. Che dopo il liceo e l'università, rifà le valigie. Vorrebbe recuperare le sue radici orientali, «ma in Grecia c'erano i colonnelli». Così opta per l'Italia, dove ha amici. E dove, per la prima volta, si ferma davvero, mentre i suoi cinque secoli di vita parlano nelle uova haminados dell'antica Safarad, cotte per 12 ore con fondi di caffè, e nella torta keiskuchen, dagli aromi di un lontano, ma vicinissimo, shtetl.

(la Repubblica - Firenze, 24 agosto 2017)


Baldacchino di velluto rosso e menu d'ispirazione kosher per il matrimonio d'America

Dai carciofi alle triglie una lunga serie di piatti della tradizione ebraica, ma gli chef sono pugliesi

di Marzia Parini

Ci sarà la chuppàh, un baldacchino ricoperto di velluto rosso che rappresenta la futura dimora comune dei due sposi, non mancheranno i carciofi alla Giudìa e fra i 420 invitati probabilmente ci sarà anche la "first daughter" del presidente degli States, Ivanka Trump. Sarà un matrimonio celebrato e festeggiato secondo i dettami della religione ebraica quello fra il rampollo dei Sutton di New York e la promessa sposa, che per le nozze-colossal hanno scelto Borgo Egnazia. Dal 28 al 31 agosto il resort nelle campagne di Savelletri che ha salutato Madonna pochi giorni fa, sarà occupato dai promessi sposi e seguito di convitati eccellenti. Un matrimonio che costerà una cifra stellare pari a diverse decine di milioni di euro, a giudicare dal sold out: nemmeno una camera libera fino alla fine del mese fra le 29 ville che compongono il borgo, ciascuna delle quali estesa su una superficie di 250 metri quadrati, tutte dotate di giardino e piscina privata. Un evento che (per proporzioni) conta un solo precedente nel matrimonio tra gli indiani Rohan Mehta e Ritika Agarwal, nozze in stile Hollywood che occuparono la scena gossippara nel settembre 2014.
   Una tensostruttura eretta nei pressi del relais a cinque stelle ospiterà le cucine attrezzate per l'evento. A guidare la brigata in assetto speciale sarà lo chef resident Domenico Schingaro, affiancato per l'occasione dallo chef de La Bui di Bari, Antonio Scalera, che saranno affiancati dal personale della Preludio Group di Cortona specializzata in matrimoni kosher.
   Trattandosi di un matrimonio tra ebrei, i pasti saranno preparati secondo le regole alimentari della religione ebraica stabilite nella Torah, come interpretate dall'esegesi del Talmud e come sono codificate nello Shulchan Aruk. Assolutamente vietati maiale e coniglio. Idem per le specie acquatiche non dotate di pinne o squame, come crostacei, frutti di mare e molluschi. L'esercito di cuochi al lavoro sarà guardato a vista dal personale deputato a presidiare il rispetto delle regole in fatto di cucina kosher, che impongono inoltre l'assoluta separazione fra alimenti puri e impuri: niente "contaminazioni" con i cibi di uso comune. Regole che sottendono alla preparazione di alcuni fra i piatti tradizionali della cucina ebraica che per quattro giorni domineranno le tavole imbandite a Borgo Egnazia, fra cui lo stracotto con farina di polenta bianca (detto anche basìn), le triglie al pomodoro, la crostata di ricotta, le mele fritte e il dolce di datteri e uvetta.
   Ivanka Trump avrebbe scelto di soggiornare a masseria Petrarolo, in territorio di Monopoli. Di certo lido Santo Stefano, lo stabilimento dichiarato sold out, ospiterà uno degli eventi satellite del matrimonio più atteso dell'anno.

(la Repubblica - Bari, 24 agosto 2017)


Scoperto a Gerusalemme un mosaico bizantino unico del VI secolo

ROMA - Un mosaico bizantino del sesto secolo che porta inciso il nome dell'imperatore Giustiniano e quello di un abate: è la rara scoperta di un gruppo di archeologi israeliani nella città vecchia di Gerusalemme. Come spiega David Gellman, direttore degli scavi: "Eravamo molto vicini agli scavi quando ho notato che alcune tessere invece che bianche, erano posizionate ad angolo diverso ed erano più scure. Ho ripulito il punto e ho visto che si trattava dell'angolo in basso a sinistra di una iscrizione. Ho visto il resto di una lettera e mezzo e mi sono reso conto che avevamo trovato qualcosa di veramente unico". "Quello che è speciale di questo ritrovamento - prosegue l'esperto - è prima di tutto che si tratta di un testo. Abbiamo molti resti in questa area, ma testi scritti dell'epoca sono relativamente rari, e le persone menzionate nel testo - una di loro l'imperatore bizantino, l'uomo più importante dell'epoca - sono un'altra scoperta importante, insieme con il nome dell'abate incaricato dell'edificio". L'iscrizione in greco è datata intorno al 550: commemora la fondazione da parte dell'abate ortodosso Costantino di una costruzione che sembra essere stata una sorta di foresteria per pellegrini, vicino alla Porta di Damasco, a Gerusalemme Est. "Dall'orientamento dell'iscrizione - dice Leah Di Segni, membro dell'Istituto d'archeologia all'Università ebraica - capiamo che non si tratta dell'iscrizione di una chiesa, anche se apparentemente sembra appartenere a un monastero. La cosa più probabile è che questa iscrizione fosse all'ingresso di un ostello per pellegrini e viaggiatori che arrivavano a Gerusalemme dal nord e nord-est". Il mosaico è stato scoperto intatto, a circa un metro sotto terra, durante alcuni scavi di routine.

(askanews, 23 agosto 2017)


Mondiali 2018. italia-Israele, Possibili proteste filo palestinesi

di Vanessa Tomassini

Sabato 5 settembre al Mapei Stadium di Reggio Emilia si giocherà la partita della nazionale di calcio italiana contro Israele. Il match sarà valevole per il girone di qualificazione ai Mondiali di Russia 2018. In vista della partita si è tenuto oggi nella città emiliana il Comitato Provinciale per l'Ordine e la sicurezza, al termine del quale Isabella Fusielle, questore di Reggio Emilia, ha dichiarato che "sono state annunciate conferenze stampa da parte di gruppi di destra, di sinistra: noi li teniamo monitorati".
   Pur essendo l'Italia un Paese amico dello Stato d'Israele, in rete stanno circolando voci di probabili manifestazioni pro-Palestina e contro Israele, organizzate da gruppi di estrema destra e di sinistra. Il questore avverte che "i controlli saranno molto rigidi e molto serrati, proprio in virtù del fatto che gioca la nazionale di Israele: ci sarà massima attenzione, ma per ora non ci sono assolutamente segnali di pericolo imminente".
   È chiaro il legame intrinseco tra sport e politica. Sociologi come Emile Durkheim, da tempo hanno analizzato come le manifestazioni sportive siano una sorta di rituali, dove si riconosce o ci si scontra con una 'comunità immaginaria', questa volta quella ebraica. Che il calcio abbia un potenziale pacificatore? Lo vedremo in questo inizio di mondiali 2018.

(Notizie Geopolitiche, 23 agosto 2017)


El Al Israel Airlines celebra la consegna del suo primo Boeing 787 Dreamliner

 
Boeing, EL AL Israel Airlines e Air Lease Corporation hanno celebrato la consegna del primo Boeing 787 Dreamliner del vettore. EL AL ha acquisito l'aereo in leasing attraverso un accordo con Air Lease Corporation. Il 787-9 è arrivato oggi a Tel Aviv dopo un volo di consegna non stop di 6.746 miglia (10.856 km) da Paine Field, adiacente alla Boeing Factory di Everett. "L'arrivo del primo Boeing 787 Dreamliner rappresenta un giorno di orgoglio e gioia per tutti noi in EL AL", ha dichiarato David Maimon, EL AL Chief Executive Officer. "E' il punto forte del rinnovamento continuo della flotta EL AL, che è iniziato un anno e mezzo fa quando abbiamo deciso di ordinare 16 Boeing 787 Dreamliner. Siamo felici di intraprendere un nuovo viaggio con il nostro primo Dreamliner". "L'arrivo dei nuovi aeroplani creerà una rivoluzione nell'esperienza del cliente. Abbiamo fissato un elevato standard di servizio e di eccellenza del prodotto per mantenere la nostra posizione come prima scelta per i passeggeri in viaggio da e per Israele", ha detto Maimon. "Sono convinto che questo importante acquisto di velivoli 787 è una grande opportunità per soddisfare i massimi livelli previsti. Il Dreamliner garantirà ai nostri clienti comfort eccezionale, tecnologie innovative e un servizio di qualità". "Siamo onorati di consegnare il primo 787 Dreamliner al nostro partner EL AL", ha dichiarato Ray Conner, vice chairman, The Boeing Company. "Il 787 Dreamliner giocherà un ruolo chiave nel rinnovamento della flotta EL AL e permetterà la crescita globale del vettore, introducendo una nuova era per la compagnia aerea, i suoi dipendenti e i suoi clienti in tutto il mondo". EL AL è stato un vettore all-Boeing da quando ha preso in consegna il suo primo aeromobile Boeing nel 1961. Attualmente opera una flotta di oltre 40 aerei tra cui 737 Next-Generation, 747, 767 e 777.

(Ufficio Stampa Boeing, 24 agosto 2017)


Lo Shin Bet pubblica una lista di venti israeliani affiliati allo Stato islamico

Perderanno cittadinanza

GERUSALEMME - Il servizio di sicurezza israeliano Shin Bet ha pubblicato un elenco di 20 cittadini israeliani, uno dei quali è deceduto, che hanno aderito al gruppo jihadista dello Stato islamico (Is) in Siria e in Iraq. L'elenco, redatto dal ministro dell'Interno israeliano Aryeh Deri, è stato reso noto dopo l'entrata in vigore questa settimana di una legge che consente alle autorità di togliere la cittadinanza israeliana ai membri di organizzazioni terroristiche straniere. L'elenco è costituito principalmente da arabi-israeliani, provenienti soprattutto dalle città di Fureidis, Kafr Kassem, Jaljoulya, Be'ena e Gerusalemme Est. La lista include anche due ebrei nati in Russia e immigrati in Israele in giovane età, poi convertiti all'Islam, che hanno combattuto tra le fila dello Stato islamico in Siria. Il ministro Deri darà l'annuncio formalmente del ritiro della cittadinanza israeliana nelle prossime settimane riferisce la stampa locale.

(Agenzia Nova, 23 agosto 2017)


Netanyahu a Putin: "Dalla Siria l'Iran minaccia il mondo intero"

L'Iran si sta inserendo gradualmente nel vuoto lasciato dall'Isis in Siria. E questo è un pericolo non solo per Israele ma per il mondo intero. È quanto ha dichiarato il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu al presidente russo Vladimir Putin durante l'incontro tra i due tenutosi nelle scorse ore a Sochi. "Signor Presidente, grazie a un impegno comune, stiamo sconfiggendo lo Stato islamico, ed è un punto molto importante. Ma la cosa negativa è che mentre il movimento dello Stato Islamico sconfitto si dilegua, l'Iran ne prende il posto", ha dichiarato Netanyahu a Putin durante i colloqui con russi tenuti sul Mar Nero. "Non possiamo dimenticare neanche per un minuto il fatto che l'Iran minaccia ogni giorno di annientare Israele", ha proseguito il capo del governo di Gerusalemme, ricordando anche che Teheran arma "le organizzazioni terroristiche, sponsorizza e dà il via al terrore". Accompagnato dai vertici del Mossad e dei servizi di intelligence interna, Netanyahu, durante l'incontro aperto ai giornalisti, ha ribadito anche che l'influenza iraniana già copre ampie zone del Medio Oriente: "l'Iran è già sulla strada per avere il controllo dell'Iraq, dello Yemen e in larga misura ha già in pratica il controllo sul Libano". Qui il gruppo terroristico Hezbollah, braccio armato di Teheran nell'area e nemico di Israele, si è rafforzato grazie alla partecipazione al conflitto siriano: Hezbollah, sottolineano gli analisti, non è più quello contro cui Tsahal (l'esercito israeliano) ha combattuto nel 2006. L'esperienza appresa sul campo, nel combattere al fianco del dittatore Assad, finanziati dall'Iran, ha reso i miliziani di Hezbollah molto più pericolosi.
   Per parte sua, il presidente Putin non ha commentato davanti alla stampa le parole di Netanyahu sull'Iran. Ha però definito un "meccanismo efficiente di collaborazione" quello attivo ora in Siria tra russi e israeliani: ai secondi Mosca ha garantito mano libera contro Hezbollah, tanto che pochi giorni fa un generale israeliano ha confermato che l'aviazione di Tsahal ha colpito oltre 100 volte bersagli legati al movimento terroristico libanese presenti in territorio siriano. Reuters spiega inoltre che i russi sono convinti che la loro presenza in Siria sia di per sé un disincentivo per Iran e Hezbollah e che per questo non si spingeranno a minacciare Israele. Il governo di Gerusalemme però cerca maggiori rassicurazioni ma, a quanto scrivono i media locali, il tentativo di ottenerle dagli Stati Uniti è fallito: la scorsa settimana una delegazione di funzionari di difesa israeliani, inviati a Washington, non è riuscita ad ottenere dagli americani l'auspicata garanzia che, in un prossimo accordo sulla Siria, sia previsto il completo ritiro delle forze iraniane dal paese.

(moked, 23 agosto 2017)


Siria - Netanyahu denuncia di fronte a Putin la "minaccia" Iran

 
L'incontro a Sochi tra Putin e Netanyahu
SOCHI (Russia) - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha denunciato, di fronte al presidente russo Vladimir Putin, il rafforzamento della presenza iraniana in Siria definendola una "minaccia" per "il mondo intero"."L'Iran compie enormi sforzi per rafforzare la sua presenza in Siria", ha assicurato Netanyahu, accolto da Putin a Sochi, località turistica sulle rive del Mar Nero. "Rappresenta una minaccia per Israele, per il Medio Oriente e per il mondo intero", ha sottolineato durante questo incontro.La Russia è, con l'Iran, uno dei principali alleati del regime di Damasco e ha lanciato nel settembre 2015 un intervento militare a sostegno delle forze del presidente Bashar al Assad. Benjamin Netanyahu ha giudicato "molto importanti" gli sforzi internazionali che mirano a combattere lo Stato Islamico. "Ma ciò che è negativo è che l'Iran si è radicato dove l'Isis è stato sconfitto", ha sottolineato il primo ministro israeliano.

(askanews, 23 agosto 2017)

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L'«arco sciita» che Israele teme (ma che serve alla Russia)

Nel vertice di oggi a Sochi, il premier dello Stato ebraico Netanyahu cercherà di convincere Putin del rischio che l'Iran destabilizzi il Medio Oriente. Ma il leader russo non può fare a meno del suo alleato cruciale sul fronte siriano

di Franco Venturini

Il presidente della Russia Vladimir Putin e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si incontrano oggi a Sochi per discutere un tema che li coinvolge entrambi: quale sarà il ruolo dell'Iran nel «nuovo Medio Oriente» che nascerà dalle ceneri della guerra civile siriana?

 La richiesta: contenere l'Iran
  Il premier di Israele, che sarà accompagnato dal capo del Mossad Yossi Cohen, ha in proposito idee molto chiare. Il governo di Gerusalemme ha sempre criticato duramente l'accordo raggiunto nel 2015 sulla limitazione dei programmi nucleari di Teheran, ma ora pone un nuovo problema: in Siria l'alleanza russo-turco-iraniana è riuscita a puntellare l'esercito di Assad, che sta riconquistando ampie fette di territorio. Ciò significa che gli sciiti resteranno al potere a Damasco almeno nel prossimo futuro, e che sulla mappa geopolitica della regione si formerà un «arco sciita» guidato dagli iraniani che passerà dalla Siria per raggiungere l'Iraq e, soprattutto, gli Hezbollah nel Libano. Tutti sciiti, tutti nemici di Israele, con l'aggravante che gli Hezbollah sono forza di governo ma anche forza militare in un Paese confinante con Israele. La Russia, che ha buoni rapporti con gli israeliani, deve tener conto di tutto ciò, dirà Netanyahu a Putin, e deve esercitare un ruolo di containment nei confronti dell'espansionismo dell'Iran perché anche Mosca è interessata alla stabilità della regione mediorientale.

 La risposta: l'Iran ci serve
  Putin ascolterà, e di sicuro confermerà i buoni rapporti che intercorrono tra i due Paesi. Anzi, gli esperti del Cremlino senza dirlo andranno oltre nei loro ragionamenti, perché sanno bene che il rafforzamento del ruolo dell'Iran, e l'ostilità persino eccessiva del presidente americano Trump, hanno creato, in aggiunta alla posizione di Israele, una alleanza sunnita nel Golfo, guidata dall'Arabia Saudita, che si contrappone all'Iran sciita con tutti i mezzi possibili. La Russia, insomma, è perfettamente al corrente dei nuovi rapporti di forza che la guerra siriana sta creando. Ma Putin non può dimenticare alcuni altri elementi che forse Netanyahu rischia di sottovalutare. Primo, Mosca è parte attiva dell'accordo nucleare del 2015, riconosce che Teheran sta rispettando quei patti, e non cambierà posizione proprio ora che l'appoggio iraniano le serve in Siria. Secondo, l'Iran in Siria le serve sempre di più, perché la Turchia si muove a corrente alternata (la sua priorità è contenere i curdi siriani) e sono in realtà proprio gli iraniani e i loro alleati Hezbollah a sostenere sul terreno le forze di Assad mentre i russi lo fanno dall'aria. E mentre gli americani hanno ritrovato un ruolo nell'assedio di Raqqa, ma restano in realtà marginali nella grande partita per la Siria, e il Medio Oriente, di domani.

 Mano libera con gli Hezbollah
  Al di là di generiche assicurazioni è dunque improbabile che Putin soddisfi le richieste di Netanyahu. Entrambi sanno, peraltro, che la partita è ancora troppo aperta per mosse improvvise o rovesciamenti di alleanze. E sanno entrambi, ma di questo forse non parleranno, che gli israeliani tengono d'occhio i movimenti degli Hezbollah, soprattutto quando arrivano dall'Iran rifornimenti di armi, e sanno bene cosa fare per mandarli in fumo. Senza che Mosca si agiti troppo.

(Corriere della Sera, 23 agosto 2017)


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A GreenMedSummit Tel Aviv protagoniste le italiane

Watec Israel apre porte a business nel settore hi-tech

ROMA - Promuovere la tecnologia italiana nei settori del trattamento acque, energie rinnovabili, protezione e monitoraggio ambientale. E' con questo obiettivo che si terrà a Tel Aviv, il 13 e il 14 settembre prossimi, il GreenMedSummit, incontro organizzato nell'ambito di Watec Israel 2017, la conferenza biennale, piattaforma di business per favorire il dibattito e il business sulle principali novità tecnologiche legate all'acqua. L'iniziativa prevede workshop tra istituzioni e imprese italiane e israeliane, incontri e BtoB, visite ai centri di ricerca e ai poli tecnologici. Circa una quarantina le aziende italiane previste in questa edizione di GreenMedSummit.

(ANSAmed, 23 agosto 2017)


Israele revoca la cittadinanza a 19 foreign fighters arabo-israeliani

di Vanessa Tomassini

La revoca dello status di cittadinanza è per lo Stato d'Israele uno dei principali strumenti di lotta al terrorismo. Questa volta è toccato a 19 israeliani, tutti arabi ad eccezione di due soggetti ebrei convertiti.
Aryeh Deri, leader del partito religioso Shas, nonché dal 2016 ministro degli Affari interni israeliano, ha avviato questa mattina le procedure di revoca della cittadinanza a 19 soggetti che avrebbero raggiunto le file del sedicente Stato Islamico in Siria.
L'agenzia di intelligence per gli Affari Interni, Shin Bet, ha rivelato che si tratta principalmente di cittadini arabi israeliani, ma tra questi ci sarebbero due cittadini ebrei convertiti all'Islam e velocemente radicalizzati.
Stando ai media israeliani i due sarebbero una donna ventottenne di Ashdod e un uomo di 32 anni di Lod. La coppia sarebbe originaria dell'ex Unione Sovietica e si sarebbero trasferiti in Israele in giovane età.
Convertiti all'islam in età adulta, sarebbero entrati in contatto con alcuni esponenti estremisti e avrebbero raggiunto la Siria per impugnare le armi nell'esercito del terrore.
Tutti i soggetti avrebbero residenza nelle città di Fureidis, Kafr Kassem, Jaljulya, Bueina e Gerusalemme est. Tra questi, sempre secondo lo Shin Bet, vi sarebbe un ex soldato arabo israeliano che avrebbe combattuto in un'unità dell'esercito fino al 2014.

(Notizie Geopolitiche, 23 agosto 2017)


In trincea con la stella di Davide. Gli ebrei sul Piave e nel XXI secolo

Il conflitto del 1915-18 vide trionfare lo spirito patriottico. Poi vennero le leggi razziali fasciste

di Paolo Salom

Il 10 del mese di Sivan 5675 è un giorno spartiacque per gli ebrei italiani. La data lunare corrisponde infatti al 23 maggio 1915, ovvero la domenica «fatale»in cui il giovane Regno dichiarò guerra all'Austria-Ungheria. Il processo trentennale che aveva portato gli italiani «di fede israelitica» a condividere diritti e doveri, a diventare - per la prima volta in oltre duemila anni di presenza - pieni cittadini dello Stato, culmina nell'adesione allo storico momento: dei 35 mila ebrei sudditi dei Savoia, oltre 5 mila (ovvero il 15 per cento) vestiranno la divisa e parteciperanno in prima fila agli assalti, alla vita di trincea, alle immani sofferenze che il primo conflitto mondiale avrebbe portato alla nazione. Quattrocentocinquanta tra loro (quasi il 10 per cento) non torneranno alle proprie famiglie, 150 saranno decorati per atti di valore.
   Gli ebrei e l'Italia, probabilmente, non conobbero più un rapporto così intimo, entusiastico, compartecipe dello spirito risorgimentale e di costruzione dello Stato. Il processo di «italianizzazione», una volta cadute le porte dell'ultimo ghetto, quello della Roma papalina (1870 ), era stato velocissimo. Gran parte di loro avevano dimenticato ben presto l'uso dell'ebraico (solo il giudeo-romanesco e poche altre parlate ibride rimasero nell'uso quotidiano delle comunità). Emersi al mondo circostante, gli ebrei (con qualche fatica iniziale) avevano fatto dell'italiano la loro lingua franca e affrancatrice. Almeno fino a quando la realtà - con le leggi razziali del 1938 - non tornò a rinchiuderli in uno spazio ancor più angusto dei ghetti: perché le libertà conquistate, l'uguaglianza raggiunta furono estirpate nell'incredulità dei più (e nell'azione dei molti, dai fratelli Rosselli a Leone Ginzburg, che sacrificarono la loro vita per l'ideale democratico).
   Prove indicibili dovevano ancora venire: la Seconda guerra mondiale (e stavolta gli ebrei ne furono esclusi ope legis), l'occupazione nazista, la Shoah, lo sterminio di 9 mila anime nelle camere a gas. E poi l'Italia repubblicana, il ritorno alla dignità di cittadini, seppur con cicatrici profonde, ricordi e incubi che avevano come conseguenze contrapposte il desiderio di alcuni di rimarcare la propria identità ebraica, mentre altri cercavano l'oblio di sé in un'assimilazione totale.
   Dunque, chi sono gli ebrei d'Italia in questo scorcio di XXI secolo? Due corposi libri usciti di recente hanno il pregio di consegnarci il percorso affrontato dagli israeliti con nomi, cognomi e protagonisti in cent'anni di storia patria. Parliamo di Moisè va alla guerra di Paolo Orsucci Granata (Salomone Belforte & C.); e di Ebreo chi? Sociologia degli ebrei italiani oggi, a cura di Ugo G. Pacifici Noja e Giorgio Pacifici (Jaca Book). Entrambi testi fondamentali per capire come gli eventi attraversati dal nostro Paese abbiano impresso in una «minoranza religiosa» i tratti che oggi rendono gli ebrei italiani quello che sono: cittadini a pieno titolo e tuttavia ancora insicuri del ruolo sul suolo nazionale; uomini e donne orgogliosi del proprio retaggio e ancora convinti portatori di un'italianità che è sopravvissuta a qualunque sfregio subito.
   In Moisè va alla guerra, per esempio, si coglie pienamente lo spirito di una giovane nazione che aveva totalmente rapito gli ebrei italiani, tanto che a decine avevano aderito ai moti risorgimentali. La seconda prova, quella della Grande guerra, li trovò pronti. Se i singoli appartenenti alla diverse comunità storiche entrarono volontariamente (o magari perché di leva) nelle varie armi, l'Esercito regio seppe arruolare anche diversi rabbini (troppo pochi secondo un articolo del «Vessillo israelitico» del 1916) perché portassero conforto ai correligionari nelle trincee, nel contempo componendo nuove preghiere (in ebraico) per la patria in armi.
   Nel volume è compreso anche un Censimento ragionato degli ebrei italiani al fronte, con le generalità, il grado e le azioni dei combattenti (c'è anche un antenato di chi scrive, Attilio Salom, nato a Padova nel 1880, sottotenente di fanteria) e la riproduzione dell'Agenda del soldato dell'anno 1916, compilata con le note a mano di Gastone Orefice: un tuffo nel passato.
   L'altro volume, Ebreo chi?, oltre alla prefazione di Furio Colombo, raccoglie invece i saggi di diversi autori contemporanei, da Umberto Abenaim a Angelica Calò Livne, Roberto Della Rocca, Sergio Della Pergola, Anna Foa, gli stessi curatori e altri ancora. Qui, in lunghi e dotti contributi che spiegano nei dettagli vicende storiche e giuridiche, scelte personali, «ritorni» all'ebraismo (o fughe), si chiude la parabola iniziata con l'Unità d'Italia, una linea continua che in alcuni casi arriva a lambire la Terra d'Israele, aprendo nuovi orizzonti. Che, possiamo immaginare, saranno trattati più avanti.

(Corriere della Sera, 23 agosto 2017)


Forza spietata contro il male

di Fiamma Nirenstein

Abbiamo speso fiato e articoli negli anni prima del 2001, a spiegare l'esistenza e la natura del terrorismo: era dura. Freedom fighter, «combattenti per la libertà» venivano chiamati i terroristi, e «compagni che sbagliano». Più avanti, specie dopo l'11 di settembre, la parola «terrorista» è stata infine sillabata, anche se è rimasto facile scrivere «tre israeliani e tre palestinesi morti» anche quando i secondi tre avevano assalito le loro tre vittime con mitra e coltelli. Ed è venuto il tempo dell'impronunciabile espressione «terrorismo islamico»: è difficilissima, in tutte le lingue. I terroristi sono diventati «lupi solitari», talvolta hanno problemi psicologici o sono «emarginati», a volte si sono casualmente «radicalizzati» così, come per un virus. L'Islam, secondo molti interventi, non è in sé responsabile, anche se non si dice più tanto che sia «una religione di pace»; ma è pericoloso, si ripete, solo nella sua interpretazione «radicale», «fondamentalista» o «politica», ciò che lo rende un rischio eventuale, ma non istituzionalizzato, anche perché «ogni religione» secondo gli innumerevoli avvocati difensori «ha i suoi fondamentalisti», i suoi terroristi.
   Eppure è evidente a chiunque ne sappia un po' che l'Islam, anche se la parte aggressiva è propria delle punte crudeli, è inintegrabile perché è una civilizzazione: la religione ne è una parte, ma esso è una concezione della vita politica, sociale, familiare, non si può qui separare la Chiesa dallo Stato. Il dialogo non è in vista: la parte dei musulmani che non è d'accordo con la violenza, e certo è numerosa, non ha però la forza politica per contrapporsi all'intimidazione sempre più di massa, e l'Occidente è troppo timido per proteggerla. Bisogna chiudere con le illusioni dettate dall'ignoranza: la jihad non è affatto un concetto spirituale, per chi conosce il Corano è una lotta molto concreta per la redenzione messianica del mondo dagli infedeli; è un mito accertato la passata tolleranza del mondo islamico, i dhimmi cristiani ed ebrei sono sempre stati trattati come inferiori e peggio; per l'Islam il patto e la sincerità valgono solo se favoriscono i fedeli; i segnali di acquiescenza e di apertura vengono interpretati come un segnale di debolezza; le percentuali di fedeli che nei Paesi islamici esigono la sharia sono maggiori di quelli che vorrebbero un amichevole arrangiamento col mondo secolare; il wahabismo, l'Islam sunnita estremo, cresce ogni giorno, e il mondo sciita capeggiato dall'Iran avanza. La minaccia è grande anche perché i giovani di seconda generazione, con documenti in regola, sono in crescita, e le loro moschee si organizzano. Per una situazione così complessa occorre una guerra di trincea e una di movimento; e ci vuole una classe dirigente decisa, forte, orgogliosa della lotta che sta combattendo per salvare i propri figli e la propria terra. Una classe dirigente non snob, ma realista. Che sia pronta a infliggere uno shock ai nemici, come sempre nella storia quando si vuole vincere. Solo con la forza si piegherà il terrorismo islamico.

(il Giornale, 23 agosto 2017)


Messaggio in bottiglia lanciato in mare in Grecia finisce a Gaza

ROMA - C'è speranza per i naufraghi che affidano la loro salvezza al classico messaggio nella bottiglia. Questo rudimentale strumento di comunicazione ha dimostrato una sua efficacia: una bottiglia lanciata in mare due mesi fa da una coppia britannica dall'isola greca di Rodi ha infatti attraversato tutto il mar Mediterraneo per finire su una spiaggia dell'enclave palestinese Gaza. A "pescare" l'oggetto contenente un messaggio è stato il pescatore palestinese Jihad al-Soltan che ha trovato la bottiglia lo scorso 15 agosto come ha detto a France Presse. La famiglia del pescatore ha contattato gli autori del messaggio contenuto nella bottiglia, britannica Bethany Wright e il suo compagno Zac Marriner, scrivendo loro all'indirizzo email che avevano scritto nella lettera. La bottiglia è stata gettata in mare due mesi fa mentre la coppia era in vacanza sull'isola greca. "Stiamo attualmente in vacanza a Rodi e vorremmo sapere quanto lontano può andare questa bottiglia, anche se solo sulla spiaggia più vicina", avevano scritto i due sul foglio inserito nella bottiglia che ha percorso circa 800 chilometri prima di essere trovata da Soltan. "Non avrebbero mai immaginato che sarebbe arrivata a Gaza!" ha commentato il pescatore palestinese. La striscia di Gaza è un territorio stretto lungo 40 chilometri largo 10. Si trova tra Israele, l'Egitto e il Mediterraneo orientale. Israele ha sottoposto l'enclave palestinese a un rigoroso blocco terrestre, aereo e marittimo. Dal 2013 l'Egitto, l'unico altro paese con cui la striscia di Gaza condivide un confine, ha praticamente chiuso definitivamente la frontiera con la Striscia governata dal movimento islamista Hamas. La posta destinata all'enclave è generalmente soggetta a misure di sicurezza israeliane che non hanno potuto fare nulla contro l'insolita corrispondenza.

(askanews, 22 agosto 2017)


Ebrei ortodossi in vacanza in Presolana

di Andrea Filisetti

 
 
Non sono passati inosservati a Castione gli ospiti del Grand Hotel Presolana di Dorga: il loro numero e soprattutto l’aspetto, in particolare quello degli uomini con i loro abiti neri e i ricci che scendono lungo le guance, ha suscitato l’interesse degli abitanti e dei villeggianti abituali delle zona.
Presso la struttura stanno infatti alloggiando numerosi turisti di religione ebraica della corrente Haredì, una forma molto conservatrice dell’ebraismo ortodosso. Questi ebrei sono contraddistinti anche da rigide regole che incidono sul loro stile di vita, motivo per cui non si tratta di comuni clienti da gestire come tutti quelli che in genere arrivano negli alberghi della zona.
   Eppure la scommessa della struttura del Gruppo Mythos Hotel (presente anche a Cortina d’Ampezzo, Venezia e Mestre), sta dando i suoi frutti. «Lo scorso anno - spiega Alessandro Urru, direttore commerciale di Gruppo - abbiamo avviato una sperimentazione attraverso una collaborazione stretta con alcuni operatori turistici nel settore kosher, tanto che circa l’80% delle presenze oggi sono di questo segmento.
   «Non tutti gli alberghi - aggiunge il direttore - si aprono a questo mercato. Per noi è stato necessario adattarsi alle loro richieste, ben diverse da quelle dei nostri clienti abituali». L’attenzione più importante è legata all’alimentazione. «Fortunatamente - continua Urru - abbiamo due cucine, ed è stato quindi semplice per noi dedicarne una alla preparazione dei piatti kosher. Abbiamo inoltre dovuto formare il personale alle loro rigide procedure, ad esempio alla separazione delle stoviglie in base al contatto con alcuni alimenti».
   Particolarmente apprezzati (anche dagli altri ospiti) i dolci kosher. La cucina kosher, in cui lavora personale ebreo coadiuvato dai colleghi dell’hotel, sforna piatti soprattutto a base di verdure, pesce e carne (solo alcuni tipi sono ammessi). All’interno della struttura sono stati allestiti due spazi come sinagoghe e l’albergo sta cercando di rispondere alle esigenze dei numerosi bambini presenti (le famiglie Haredì sono molto numerose).
   Davvero importanti i risultati ottenuti dalla struttura in questi mesi: dall’inizio dell’estate l’hotel ha registrato 5000 ospiti con una media di 150 nuovi arrivi ogni settimana. Le provenienze sono diverse: Stati Uniti, Israele, Europa. «Stiamo valutando insieme al Gruppo - conclude Urru - come gestire il 2018: potrebbe essere un anno destinato esclusivamente a questa clientela, pur rispettando gli accordi presi in precedenza, in particolare con l’Atalanta».
   «Attualmente stiamo cercando nuove località per i nostri clienti - spiega Fine Avraham Baruch del Tour operator C Travel & Gaya - i nostri clienti arrivano da tutto il mondo e stiamo cercando nuove località. Qui l’estate è molto bella, si possono spendere i mesi estivi con la famiglia, con i bambini, l’hotel è bello: queste sono ragioni per cui lo abbiamo scelto. Abbiamo ospiti dall’America, da Israele, Londra, Belgio, Austria, ebrei da tutto il mondo che cercano un bel hotel, con un’alta qualità del servizio, una bella località con una bella vista e aria pulita ed è quello che diamo ai nostri ospiti. Cerchiamo posti in cui poter stare nell’hotel e avere anche la possibilità di stare nella natura e questo è perfetto per i nostri ospiti».

(MyValley.it, 22 agosto 2017)


L'idea di Rivelazione, tre monoteismi e il retto uso che ne va fatto

L'ebraismo è intenzionalmente minoritario, cristianesimo e islam universali e maggioritari. i rischi, tra culture e demografia.

di Giuseppe Laras

Recentemente leggevo che le difficoltà in matematica sembrerebbero correlate a disturbi dell'apprendimento, problemi cognitivi e blocchi psicologici. Credo sia lecito chiedersi se la Rivelazione, che non è irrazionale, non svolga tuttavia un effetto analogo sull'intelletto umano, creandogli una serie di blocchi, per cui la ragione tende a diventare dialettica e la mente a produrre ragnatele che l'avviluppano. Quand'anche questo fosse vero, tuttavia non dimostrerebbe la falsità della Rivelazione, ma piuttosto dovrebbe obbligare i religiosi a essere dichiaratamente avvertiti di blocchi e viscosità costitutivi del pensiero credente. Quest'ultimo fatto, che dovrebbe essere confessato, è purtroppo per lo più bellamente taciuto e sottostimato. Una comprensione romantica e ingenua delle religioni è pericolosa e la presentazione delle stesse come latrici di pacificazione politica è una farsa.
  L'idea di Rivelazione è l'idea ebraica che ha rivoluzionato le sorti del mondo, ben al di là dell'ebraismo e degli ebrei: monoteismo; Dio Creatore dell'universo, eterno, buono, giusto e onnipotente; Rivelazione e, quindi, elezione e Alleanza; Provvidenza individuale; immortalità dell'anima, giudizio e retribuzione. Qualsiasi credente ragionevole dovrebbe tremare nell'affermare tutto ciò, dato che si tratta di un'enormità, che presuppone coraggio e assai sorvegliata ricerca interiore.
  Eppure l'idea ebraica di Rivelazione è risultata irresistibile per miliardi di essere umani. Personalmente ritengo che, per moltissimi, la coscienza della Provvidenza individuale, che veglia e accompagna ciascuno, molto più dell'immortalità dell'anima o della retribuzione, svolga un ruolo consolatorio, latore di senso. Sul piano etico e politico, l'idea ebraica di Rivelazione ha affermato per la prima volta non solo l'eguale dignità e sacralità di tutti gli uomini, ma anche la loro fratellanza. Tutto ciò è stato recepito e rilanciato da cristianesimo e islam. Questo probabilmente spiega perché, per l'ebraismo, né il cristianesimo né l'islam costituiscano una proposta allettante di conversione. Unicamente agnosticismo e ateismo possono costituire una reale, lucida e fatale, "tentazione" per gli ebrei: ossia la negazione dell'idea di Rivelazione, con tutto quello che ne consegue.
  Questa idea, tuttavia, passando dall'ebraismo al cristianesimo e, successivamente, dai due predecessori, all'islam, ha subito una mutazione radicale, che l'ha molto alterata. Da Rivelazione universale per afflato ma particolaristica per senso, pratica, strategia e missione, con cristianesimo e islam essa è divenuta universale e universalistica. Da culto intenzionalmente minoritario si è trasformato in religioni universali e maggioritarie, come tali "irresistibili". Basti osservare i due moti opposti e fortissimi che da secoli animano ebraismo e islam: quello ebraico è un "ritorno", una concentrazione e una contrazione; quello islamico è un moto espansivo, come tale eccentrico e pervasivo, oggi in nutrito risveglio.
  Per capire i non detti delle attitudini intime dei tre monoteismi occorre considerare come una generazione affidi all'altra il deposito della fede. Per il cristianesimo è la coppia genitoriale educante che inserisce il bambino, tramite il battesimo, nella chiesa, facendone un cristiano. Per l'ebraismo è la madre a trasmettere l'ebraicità ai figli; per l'islam, il padre. La strategia cristiana è quindi anzitutto culturale, coerente con la cultura occidentale e i suoi sviluppi. Una profonda crisi culturale del cristianesimo è quindi sempre da intendersi come un potenziale colpo ferale, che può minarne la trasmissione in poche generazioni. L'ebraismo e l'islam, realtà non occidentali nel loro Dna e nella loro ossatura fondamentale, si affidano direttamente alla procreazione, possedendo un forte carattere "sessuato". L'islam, che è una maggioranza assoluta, si affida a un criterio coerente con il principio di maggioranza: il padre, ossia il seme maschile, sempre disponibile. L'ebraismo, che è minoranza assoluta, si affida a un criterio coerente con il suo essere minoranza: la madre, che non è sempre fertile, la cui fertilità sfiorisce prima. Considerando che l'ebraismo è una minoranza, messa crudelmente in discussione dalla storia e dai due monoteismi che ha contribuito a originare, questa strategia appare contraria a ogni criterio di sopravvivenza. Ciò attesta una scelta minoritaria - e non elitaria - precisa. Questo fatto è illuminante sulla psicologia e sulla sociologia profonda dei tre monoteismi e sulla loro diversità, specie quando dissimulata.
  L'antichità, ossia il Dna dei tre monoteismi, attesta in nuce alcune diversità economiche e sociali. Il calendario religioso ebraico (lunisolare) è tuttora, con ogni evidenza, un calendario agricolo, basato su campi, primizie, raccolti e decime. I primi arabi musulmani erano invece una popolazione nomadica, fondata su un'economia mercantile. Come alcuni suggeriscono, queste implicazioni economiche e sociali, più che argomenti teologici, hanno tenuto il cristianesimo più vicino all'ebraismo dell'islam. Non solo: l'unità sociale delle popolazioni nomadiche è la tribù e il clan, per cui un gruppo esteso e con vincoli d'onore è funzionale alla difesa organizzata. Per una società contadina, l'unità sociale allargata "donna-uomo-figli e dipendenti" è la cellula base e più stabile della società. Ed ecco che noi, non stranamente, troviamo ripetuta in tutta la Bibbia l'espressione "la Casa" di Israele. E non è per nulla un caso che una delle passioni del sionismo sia stata proprio l'agricoltura e il sogno non tramontato di "far fiorire il deserto". Queste antitesi economiche e sociali rendono conto dell'inevitabile, costitutiva differenza profonda tra gli antichi ebrei e gli antichi arabi.
  L'idea di famiglia, oggi totalmente debilitata (anche quando estesa, per analogia, al fine di normare vincoli affettivi omosessuali), della cultura occidentale deriva esattamente da qui. Essa, cioè, non si impone per evidenza razionale, ma "solo" per cultura e tradizione. Non è un caso che la crisi economica che attraversa l'occidente sia correlata a una crisi decennale della famiglia - ivi intesa come prima realtà, costitutiva delle nostre società, di mutua assistenza e umana promozione - e della procreazione. E non è un caso che l'attuale aggressività economica, opprimente ed erodente la forza della politica e ogni sovranità, insista, specie in occidente, proprio sulla famiglia.
  L'economia internazionale e tecnologizzata, ormai entrata così potentemente nella fruizione - e persino, talvolta, nella definizione stessa - di intimi ambiti dell'umano, è universale, e trova una resistenza sgradita nel territoriale e nel particolare, sia esso locale, culturale o familiare. Come tale, è quantomeno neutra rispetto a molti valori. Questa forma economica può essere molto allettante, e non idiosincratica, per l'islam politico. L'illusione di economisti e di certi ingegneri sociali di poter comunque "gestire" l'islam consiste puntualmente nel non averne compreso la forza e l'intelligenza, convinti di mantenere un carattere "laico" nei processi e nella guida dell'economia. Personalmente credo che il presente dimostri che l'islam politico, al riguardo, sia estremamente moderno. Questi problemi si acuiranno a breve, ossia con l'ulteriore crescita incontrollata (e insostenibile?) di esseri umani nel pianeta.
  La laicità - estensione preziosissima, culturale e politica, della sfera dell'altro da sé e della sua intangibilità - ha avuto ed ha percorsi dolorosi (ed è un eufemismo!) in seno alla cultura occidentale. E' però vero che la Bibbia la presuppone: l'umanità non è stata creata "ebrea"; Eva e Adamo, per restare nel racconto biblico, non erano ebrei, e nemmeno Noè. L'ebraismo, che non riguarda tutti, compare dopo, solo con Abramo. Tradotto: esiste un'ampia sfera intersoggettiva pregressa, come pure co-esistente, con dignità fondamentale e primaria, da apprezzarsi in sé e per sé, che non è ebraica (né cristiana). Per il Corano e la tradizione islamica, Adamo, ossia il primo uomo, l'archetipo e il fondamento della generazione umana, era musulmano. Credo che le conseguenze politiche e culturali siano evidenti:
  "Chiunque sia nato, nasce nello stato naturale della religione, ossia l'islam. Sono solo i suoi genitori che ne hanno fatto un ebreo o un cristiano". La logica conseguenza di questo assunto storicamente, nei paesi islamici, è stata che, in assenza di genitori o per sopravvenuta morte di questi in tenera età (in particolare del padre), i bambini cristiani o ebrei venivano convertiti obbligatoriamente all'islam.
  Chiunque voglia, come è auspicabile, promuovere un dialogo tra la cultura laica occidentale, basata su diritti individuali e libertà personali (conquiste per la cui tutela dobbiamo essere disposti a batterci strenuamente e a morire!), e le culture religiose, totalmente eterogenee tra loro - e, nel caso dei tre monoteismi, tanto simili quanto dissimili -, deve ormai tener conto del peso demografico delle stesse, dato che le nostre democrazie, fragilissime ed esposte come non mai alla demagogia più ottundente, si basano per ora sulla demografia e sul principio "una testa un voto". Inoltre, se i religiosi non hanno l'onestà, la moralità e la fede per farlo e meditarvici, specie nei riguardi delle persone che a loro si affidano e a fronte di masse umane in movimento, devono essere pungolati sulle loro cupe zone d'ombra senza possibilità di infingimenti e dissimulazione, sulla loro storia non entusiasmante e più tetra, sulle loro insidie, perché, lo abbiamo imparato, non c'è nulla di più pericoloso di una religione, specie se universale, data l'eccitazione da assoluto e il fascino irresistibile che esercita sui suoi aderenti.

(Il Foglio, 22 agosto 2017)


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Termini astratti e verità

Termini astratti come ebraismo, cristianesimo, islamismo hanno un valore meramente storico-sociologico, non teologico. Su quello che hanno significato e ancora significano si possono fare interessanti analisi e interessantissime considerazioni, come nel caso di questo articolo di rav Giuseppe Laras, ma questi nomi non possono essere rapportati direttamente alla Rivelazione di Dio. Assumendo in modo deciso che oggi la Rivelazione di Dio non può che essere veicolata, in forma diretta o indiretta, dal testo biblico (Antico e Nuovo Testamento), si deve prendere atto che i termini usati dalla Bibbia per far arrivare agli uomini la Parola di Dio sono altri. In primo luogo sono nomi di persone: come Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Davide, Giuseppe, Maria, Gesù, Pietro, Paolo; poi sono nomi di realtà sociali: come Israele, nazioni, chiesa (universale o locale, come insieme di credenti in Gesù); poi sono nomi di geografia politica: come terra d'Israele, Gerusalemme, Egitto, Assiria, Babilonia, ecc.; poi sono nomi usati da Dio per comunicare la Sua opera e trasmettere la Sua volontà: come santità, precetti, sacrifici, sacerdoti, ubbidienza, grazia, fede, salvezza, santificazione, redenzione, ecc. Non si può dire qualcosa di essenziale sulla Rivelazione di Dio senza usare, o peggio ancora senza nemmeno sentire il bisogno di usare, questi termini. Volendo usare per una volta, in modo non teologico ma puramente descrittivo, i termini astratti che indicano i tre classici "monoteismi", si può notare che ebraismo e cristianesimo attuali hanno una certa facilità a confrontarsi amichevolmente tra loro in incontri dotti o emozionali; non altrettanto l'islamismo. Come mai? Forse perché l'islam è rimasto indietro in quel postmoderno processo di distruzione del concetto di verità in cui ebraismo prima e cristianesimo poi hanno già fatto molta strada. Per esempio, alle domande: "E' vero che Israele è il popolo eletto di Dio? E' vero che Dio ha dato Gerusalemme e la terra d'Israele al popolo ebraico?" L'islam risponde decisamente: NO. Ebraismo e cristianesimo attuali rispondono: parliamone. E' inevitabile che chi fa della "verità" una bandiera di guerra, in un primo tempo riesca ad avere il sopravvento nella guerra. Alla fine però a vincere non sarà chi agita la bandiera, e nemmeno chi predica il dialogo: a vincere sarà la VERITÀ. M.C.

(Notizie su Israele, 22 agosto 2017)


Trani ebraica, il tesoro svelato fra sinagoghe e antiche vie

La Schola Nova e la Maggiore sono state trasformate negli anni in luoghi di culto cristiano Anche la toponomastica conserva una traccia preziosa di una convivenza controversa

di Maurizio Triggiani

 
C'è un antico cuore ebraico nel centro storico di Trani. All'ombra del campanile di Nicolaus un dedalo di stradine introduce alla Giudecca, il quartiere che sin dal Medioevo era abitato da una fiorente comunità di ebrei. Via Cambio, via la Giudea, via Sinagoga, via Scola Nova sono toponimi ancora vivi che delimitano un'area nella quale sopravvivono non solo riferimenti della storia, ma anche importanti monumenti della tradizione e della cultura ebraica.
   Parliamo soprattutto delle due sinagoghe, la Maggiore (oggi Sant'Anna) e Schola Nova (oggi Santa Maria Nova). Due edifici realizzati nel XIII secolo, eccezionali testimonianze superstiti della comunità ebraica anche se poi, nel corso del tempo, sono state "cristianizzate". Della sinagoga Maggiore di Sant' Anna sappiamo anche la data di fondazione, il 1247, grazie ad un'epigrafe in caratteri ebraici che riporta la data del 5007 dalla creazione del mondo, secondo la Bibbia. L'impianto costruttivo di questo edificio è dominato da un'alta cupola che si eleva su un tamburo ottagonale e si imposta sui pilastri del corpo centrale. È una costruzione monumentale e visitarla significa compiere un bel salto non soltanto nel passato, ma anche in una tradizione culturale e religiosa dal grande fascino.
   Questo grazie anche ai recenti restauri e all'allestimento museale, non ridondante ma comunque efficace, presente all'interno dell'edificio e curato da un attento studioso della cultura e tradizione ebraica come Cesare Colafemmina, recentemente scomparso. I pannelli traducono le vicende della Sinagoga Maggiore, ma anche dell'intera comunità ebraica pugliese e tranese in particolare.
   A partire dalle note di Beniamino da Tudela, un viaggiatore ebreo, che, nel giro di dieci anni tra il 1156 ed il 1166, attraversò l'Europa e l'Asia.Quando fece tappa a Trani annotò come qui vi fosse una importante comunità composta da più di duecento membri sotto la guida del rabbi Elia, rabbi Natan e rabbi Jacob. Inoltre non poté fare a meno di scrivere che Trani era una città grande e bella.
   Un rapporto, quello tra la comunità ebraica e la città, piuttosto controverso. In un documento del 1221 lo stesso Federico II, pur confermando i privilegi concessi nel 1195 da suo padre Enrico VI, precisò che nessun cristiano avrebbe mai potuto testimoniare contro un ebreo e viceversa, giusto per sottolineare una soltanto parziale integrazione delle due comunità. La presenza ebraica, a dirla tutta, era sopportata, ma non sempre vista di buon occhio soprattutto perché gli ebrei erano abili commercianti ed era concesso loro di prestare denaro a interesse, cosa assolutamente proibita ai cristiani (dal Liber Augustalis del 1231 ) .
   Queste sono soltanto alcune delle notizie che la visita della sinagoga Maggiore di Sant'Anna riserva, grazie ai pannelli esposti, al catalogo del museo, in versione cartacea e digitale, alle guide che accompagnano i turisti. Con la gestione affidata al Museo Diocesano tranese questo spaccato della vita medievale di Trani riaffiora in tutto il suo interesse e fascino presentando una piccola, ma significativa parte degli studi, dei documenti, ma anche delle testimonianze del passato medievale ebraico della città. L'esposizione nelle teche di un'antica Mezuzah e di una Bibbia in caratteri ebraici valgono da soli la visita al piccolo museo, così come gli scavi che hanno riportato alla luce la cripta inferiore dove è stato allestito un altro significativo percorso museale con cinque pietre tombali incise a caratteri ebraici e datate al XV secolo.
   Poco distante dalla sinagoga maggiore, quella di Schola Nova, altra preziosa testimonianza del passato ebraico della città di Trani, anch'essa realizzata durante il XIII secolo. Purtroppo, a differenza di quella Maggiore di Sant' Anna, la visita qui è più complicata perché l'edificio è in concessione alla comunità ebraica e non è stato musealizzato. Secondo una testimonianza del 1572 ( Lambertini) le sinagoghe del quartiere ebraico di Trani erano quattro ed accanto alle due sopravvissute ci dovevano essere quelle di San Leonardo Abate e San Pietro Martire. Tutte avevano cambiato nome e di conseguenza consacrazione pochi anni dopo la loro stessa realizzazione in quanto vennero trasformate in edifici di culto cristiano.
   E' evidente che il rapporto trai cittadini, i potentati e la comunità ebraica fosse piuttosto controverso e fini per precipitare del tutto nel 1500 quando Carlo VIII invase il regno meridionale e cacciò definitivamente gli ebrei da Trani. E così la storia di quella comunità vacillò, ma le testimonianze rimasero cospicue e segnarono profondamente il tessuto urbano della città E si tratta di un patrimonio prezioso che a Trani è sopravvissuto in maniera esemplare mentre della presenza ebraica in altri centri pugliesi e lucani, come Venosa, Taranto, Otranto e la stessa Bari, rimane difficile rintracciare le sinagoghe. Oggi un piccolo museo, allestito con professionalità e passione, ricorda e fa ripercorrere una vicenda storica ambientata nella Trani del Medioevo affascinante e per molti versi emblematica che parla di ebrei, di culti religiosi, di scoperte archeologiche tenendo per fortuna lontani i facili misteri ed i consueti stereotipi.

(la Repubblica - Bari, 22 agosto 2017)


Tutto su mio padre bugiardo e dongiovanni

Francese, autore di comics, Joann Sfar racconta in un libro toccante e ironico il rapporto con il genitore.

di Susanna Nirenstein

Joann Sfar
Joann Sfar è un noto disegnatore francese di gatti filosofi e parlanti che si fanno ebrei per compiacere il padrone rabbino, un rebbe algerino di inizio Novecento a sua volta molto sui generis, dubbioso, quasi miscredente, come minimo, poetico senz'altro mentre è immerso nelle sue avventure teologiche.
   Nato nel 1971 a Nizza, i suoi fumetti (non solo la serie Il gatto del rabbino, appunto, da cui è stato tratto un film d'animazione, ma quella de Il piccolo vampiro e Troll, più decine e decine d'altri titoli) hanno vinto innumerevoli premi - il film sul cantautore Serge Gainsbourg anche il celebre César -e comunque il nostro prolifico artista ha fatto lo sceneggiatore, il documentarista, il regista, e ha anche scritto dei romanzi. Come questo, Lui era mio padre (Edizioni Clichy), toccante, dissacratorio, triste e comico al tempo stesso. D'altra parte aveva a che fare con un papà che ora gli muore di malattia tra le braccia, ma era nato nel 1933, l'anno in cui zio Adolf è diventato cancelliere, in cui è stato scoperto il mostro di Loch Ness ed è uscito al cinema King Kong, insomma, non un uomo "da niente".
   Il babbo di Joann, André Sfar, era veramente un tipo speciale, solare, travolgente, imprevedibile, con «un fascino da bastardo, una roba alla Alain Delon». un ebreo sefardita immigrato a Nizza, avvocato rinomato (prima di puttane e malfattori vari, poi per fortuna di banche - ma anche grande accusatore nei processi contro negazionisti e neonazisti). Sua moglie, una cantante di 20 anni più giovane, morì improvvisamente durante la notte quando Joann aveva 3 anni e mezzo: finché, due anni dopo, il nonno materno (un combattente per la libertà e un Don Giovanni seriale) non gli disse la verità, il bambino credeva ancora fosse partita in viaggio.
   Suo padre, mai perdonato per tanti anni, non aveva avuto il coraggio di parlare: ma ora che se n'è andato Joann capisce quanto fosse lui, rimasto solo a tirar su il piccolo figlio, ad aver bisogno di rassicurazione. È un bel momento. Una morte strana e subitanea, ed una normale, banale, in ospedale, da vecchio. Eppure così più difficile, più sofferta, un pozzo di segreti, tensioni, confessioni. Joann diventa quasi cieco nei mesi successivi, piange troppe lacrime corrosive: è per questo che scrive il romanzo, a caratteri cubitali, disegnare non gli riesce. Anche il suo matrimonio felice è andato a monte: per una fidanzata che invece non dura e non viene nemmeno al funerale.
   Sfar rinvanga, mescola, guarda i ricordi zampillare come in una pentola in ebollizione. Prega per il piacere di pregare, per la calma che gli dà, ma niente sinagoga ( e Dio) come invece gli aveva chiesto il padre, diventato, con la vedovanza, osservante e contemporaneamente seduttore compulsivo e maniacale, con tanto di Alfa Romeo decappottabile finché a 70 anni non scoprì l'esistenza dell'Aids (!). Nonostante tutto l'amore per lui e pezzi di memorie assurde e godutissime sulle prime riviste pornografiche a 8 anni nascoste dentro Asterix e sulla babysitter che si faceva toccare la schiena e il sedere da lui microscopico, «l'unica che mi ha dato quello che volevo» (non era Henry Moore a carezzare la schiena di sua madre? ricorda),
   Joann non riesce a giustificare il genitore che gli ha fatto vivere un lutto infinito per la madre, che non ha mai voluto accettare la nuora shishka (non ebrea) e la non circoncisione del figlio (ma c'è anche una figlia che adora i gatti e a cui dedica il suo fumetto), e anche per avergli scritto il discorso da tenere al tempio a 13 anni, per il bar-mitzvah, la maggiore età, che non avrebbe voluto mai leggere ad alta voce.
   Joann Sfar non è mai banale, come nei suoi comics del resto. Anche quando tocca temi arati e riarati come il conflitto palestinese/israeliano: vorrebbe la pace, è chiaro, ma vede come gli ebrei non possano che ostinarsi a non volersi più lasciare sterminare. Schegge di ebraismo si spandono ogni dove. Certo, perché questo non è che un grande kadish recitato per la morte di un padre ingombrante. Un kadish sincero, palpitante, buffo e doloroso.

(la Repubblica, 22 agosto 2017)


Bella Hadid sulla copertina di Vogue Arabia suscita polemiche

di Alice Grisa

 
Bella Hadid è la cover girl del prossimo numero di Vogue Arabia. Ma lo scatto di Karl Lagerfeld non è piacuto a tutti i lettori della rivista: per qualcuno Bella non rappresenta affatto la donna araba.
La modella, sorella minore di Gigi Hadid, regna in copertina in un maestoso scatto di Karl Lagerfeld, che la svela vestita di rosso, severa, altera e con i capelli corti.
Bella, interamente firmata Fendi, indossa una lunga tunica color porpora che si apre a campana, come un abito vintage, e che è coordinata con un paio di ankle boots stretti e sottili dello stesso colore e con il tacco a stiletto. I capelli sono tagliati in un hairstyle pixie cut scuro e il viso, bianco e diafano, è ombreggiato da un make up smokey.
La scelta della it girl per popolare la copertina della celebre rivista apparentemente è piuttosto significativa: Bella, figlia del magnate Mohamed Anwar Hadid, ha origini per metà palestinesi.
Bella stessa su Instagram ha espresso l'onore di posare per Vogue Arabia e il piacere di aver lavorato con un team così affiatato e gentile.
Ma alcuni lettori di Vogue Arabia e alcuni follower dei social della rivista si sono decisamente alterati per la scelta della minore delle Hadid.
Quali sono i motivi del contendere?

 Le polemiche contro Bella, un non-simbolo arabo
  Come riporta Seventeen, innanzitutto l'origine palestinese di Bella Hadid non c'entra nulla con i paesi in cui è distribuita la rivista. In tutto sono 22 nazioni, e la giovane Hadid non appartiene a nessuna di queste. In molti, sui social, hanno polemizzato sulla scelta "occidentalizzante" del volto copertina.
Secondo i detrattori, in altre parole, al posto di Bella Hadid Vogue Arabia poteva tranquillamente scegliere una ragazza "davvero araba".
Bella non rappresenta la donna araba, almeno secondo i contestatori, e in base alle critiche non sarebbe altro che il volto dell'ennesima operazione mediatica che vuole occidentalizzare il Medio Oriente.
 
Bella ha sempre dichiarato di essere orgogliosa della propria religione musulmana, ma per i lettori arabi di Vogue (o meglio, per i più polemici) non basta dichiararsi musulmani per essere un simbolo arabo.
In più qualcuno ha contestato la scelta di Karl Lagerfeld come autore degli scatti. Perché concentrarsi sul solito stilista e fotografo di moda occidentale, quando si poteva optare per un professionista del Medio Oriente? I commenti mostrano totale disapprovazione per il fashion designer tedesco.
Dal canto suo, il direttore di Vogue Arabia, Manuel Arnaut, ha difeso la propria scelta giustificandosi con il New York Times.
Arnaut ha anche aggiunto che, sebbene la copertina del numero di settembre sia occupata dall'americana Hadid, all'interno della rivista ci saranno approfondimenti e foto di altre star al 100% arabe, come ad esempio la modella Halima Aden.
Nel precedente numero la copertina era stata occupata da Gigi Hadid, sorella di Bella, che aveva indossato il hijab (velo completamente coprente) difendendo il diritto delle donne a indossarlo, fermo restando che sia una loro scelta (e non un'imposizione sociale) portarlo.

(FoxLife, 22 agosto 2017)


Libano: riesplode la tensione nel campo profughi di Ain el Hilweh

BEIRUT - E’ di tre palestinesi feriti il bilancio di nuovi scontri a fuoco avvenuti questa mattina nel campo profughi di Ain el Hilweh, nel sul del Libano. Secondo quanto riporta l’agenzia stampa nazionale “Nna”, gli scontri a fuoco sono avvenuti tra la Forza congiunta palestinese e il movimento Fatah, da una parte, ed i partigiani dei gruppi islamisti guidati da Bilal Abu Arkub e Bilal Badr. In precedenza, l’esplosione di una bomba all’interno del campo ha di fatto rotto la tregua raggiunta ieri, 20 agosto, tra le diverse fazioni all’interno del campo. Il cessate il fuoco era stato concordato ieri dopo che gli scontri avevano provocato la morte di due persone ed il ferimento di altre sette.

(Agenzia Nova, 21 agosto 2017)


Radiohead e il concerto in Israele

Parla Phil Selway: 'Ci è sembrata la cosa giusta da fare'

Phil Selway
Il batterista dei Radiohead Phil Selway ha difeso, nel corso di un'intervista al New Musical Express, la decisione di esibirsi in Israele, scelta che rese la band di Oxford bersaglio di critiche da parte di numerosi e autorevoli esponenti del mondo dell'arte e della cultura britannico - tra gli altri, il registra Ken Loach e l'ex Pink Floyd Roger Waters, coi quali il frontman Thom Yorke ebbe vivaci scambi di vedute al proposito.
Lo show presentato lo scorso 19 luglio al pubblico di Tel Aviv è stato decisamente più lungo rispetto alla media di quelli portati sui palchi dal gruppo britannico. Ma, assicura Selway, non c'è nessun retropensiero dietro a questo aspetto: "Credo che [la lunghezza extra] sia dovuta al fatto che sarebbe stato il nostro ultimo concerto per un po', davvero", ha spiegato il batterista, "Sembrava più che altro la festa per la fine del tour. Guardavo la scaletta e pensavo: 'Voglio suonare questa. E ancora questa. E ancora questa'".
Possibile che il gruppo si sia isolato, a livello nazionale e non solo, andando contro al suggerimento di realtà come Artists For Palestine UK, che auspicavano l'annullamento della data come parte di un boicottaggio per contrastare le scelte del governo israeliano riguardo soprattutto la questione palestinese? "Onestamente non saprei", ha risposto Selway: "In ogni caso non ci siamo basati su quello nel prendere la nostra decisione. Non abbiamo niente da aggiungere, di nuovo: [suonare in Israele] ci è sembrata la scelta giusta".

(rockol, 21 agosto 2017)


Spettacoli, mostre e cucina kasher: a Palermo la Giornata della Cultura Ebraica

Un giorno alla scoperta del patrimonio culturale ebraico con visite alle Sinagoghe, i musei e i quartieri ebraici attraverso centinaia di iniziative.

Sarà il 10 settembre 2017 la Giornata Europea della Cultura Ebraica a Palermo, una manifestazione che invita la comunità a scoprire luoghi, storia e tradizioni degli ebrei nelle diverse città partecipanti.
La Sicilia è la regione scelta per inaugurare questa edizione, l’apertura ufficiale della Giornata avverrà infatti a Palermo, dove si darà il via all’intera manifestazione nazionale, la mattina di domenica 10 settembre, alla presenza delle autorità e di esponenti del mondo ebraico.
Un vero e proprio viaggio alla scoperta del patrimonio culturale ebraico con visite guidate per le Sinagoghe, i musei e gli antichi quartieri ebraici attraverso centinaia di iniziative tra concerti, spettacoli, conferenze, visite archeologiche, mostre e assaggi di cucina kasher.
L'appuntamento è giunto alla diciottesima edizione ed è coordinato e promosso in tutta Italia dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Quest’anno le località che aderiscono nel nostro Paese sono ottantuno e il tema che unisce idealmente tutti gli eventi è "La Diaspora. Identità e dialogo".
Uno spunto per scoprire la storia dell’esilio del popolo ebraico, durato quasi due millenni, a seguito delle due Diaspore dalla terra d’Israele occorse nell’antichità, e poi ulteriormente disperso con l’espulsione dalla Spagna e dai domini spagnoli, sud Italia incluso, iniziata nel 1492.
La Giornata Europea della Cultura Ebraica gode del Patrocinio del ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, del Dipartimento per le Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani.

(Balarm, 21 agosto 2017)


91 bambini di Gaza scoprono Gerusalemme e la Cisgiordania

GERUSALEMME - Decine di bambini e ragazzi palestinesi della Striscia di Gaza hanno visto per la prima volta nella loro vita Gerusalemme e due dei luoghi più sacri della città sacra alle tre religioni monoteiste di ceppo abramitico, il tutto nel quadro di un programma culturale gestito dall'Organizzazione delle nazioni unite.
91 giovanissimi tra gli otto e i 14 anni hanno attraversato il confine ermeticamente sigillato da una decina di anni tra l'enclave palestinese di Gaza e Israele per visitare Gerusalemme, secondo quanto reso noto dall'Agenzia dell'Onu per i rifugiati palestinesi. Solo sette di loro avevano già varcato il confine. Nella Città vecchia, il gruppo ha visitato la Chiesa del Santo sepolcro che ospita i luoghi dove Gesù venne crocifisso e sepolto e la moschea di Al-Aqsa da dove il profeta Muhhamad prese il volo per il Miraj, il volo mistico che lo avrebbe portato al cospetto di Dio.
"Per loro è come un sogno" sottolinea Scott Anderson, capo delle operazioni della United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in Cisgiordania. "Non pensavano che sarebbero mai potuti andare a Gerusalemme. Vedere tanti luoghi della città, di Al-Aqsa e anche della Cisgiordania per loro è come realizzare un sogno incredibile".
Dopo la visita nella Città vecchia il gruppo si è trasferito a Ramallah e rimarrà qualche giorno nella Cisgiordania occupata, l'altra porzione della terra palestinese separata da Gaza dallo Stato israeliano.
"È un'emozione straordinaria" esclama una tredicenne palestinese. "Per me è la prima volta fuori da Gaza e non credevo che mi sarebbe mai potuto capitare. Non riesco a esprimermi..., è un posto assolutamente incredibile, perché..., non so nemmeno come dirlo".
I cittadini di Gaza hanno bisogno di un visto israeliano per visitare sia Gerusalemme, che dista 75 km, sia la Cisgiordania. Dal 2008 i miliziani palestinesi di Hamas e Israele hanno combattuto tre guerra sanguinose. L'Onu ha chiesto ripetutamente la fine del blocco israeliano sottolineando le drammatiche condizioni umanitarie dei due milioni di persone stipati in quel fazzoletto di terra. Dal canto suo, Israele ha sempre ribadito la necessità di evitare che Hamas possa rifornirsi di armi e altri materiali che potrebbero essere utilizzati contro il suo territorio.

(askanews, 21 agosto 2017)


Grave preoccupazione in Israele per le posizioni di Trump in Siria

Nonostante le prove fornite dalla delegazione israeliana volata a Washington, Trump non sembra intenzionato a chiedere la fine della occupazione iraniana in Siria. Un favore a Putin e soprattutto a Teheran.

GERUSALEMME - Al Ministero della Difesa israeliano sono "fortemente preoccupati" dopo che la scorsa settimana una delegazione di alto livello si è recata a Washington per colloqui con l'Amministrazione americana in merito alla Siria e soprattutto alla presenza iraniana nel Paese e non ha ottenuto alcuna garanzia in merito al fatto che gli Stati Uniti avrebbero fatto di tutto affinché qualsiasi accordo sulla Siria prevedesse l'uscita dal Paese delle forze iraniane e di Hezbollah....

(Right Reporters, 21 agosto 2017)


Gli ebrei non scappano

di Giuseppe Laras*

La sortita del rabbino di Barcellona sull'Europa perduta - e l'appello agli ebrei a rientrare in Israele - irrita. Mentirei se non ammettessi che nelle assemblee rabbiniche si tratta di adagio noto. Pur in parte convenendo, so che molti ebrei resteranno in Europa. Non solo: l'ebraismo è consustanziale alla cultura europea, con legami di amicizia, responsabilità e solidarietà verso i nostri concittadini, per cui la nostra permanenza in Europa, intesa come resistenza, ha valore. Quanto in corso costituisce l'inizio di un'era per cui nulla sarà come prima. Negarlo o annacquarlo non evita i morti: sostenere, poi, che certe derive della politica e della cultura («edulcorazione del terrorismo» e «pacifismo totalitario») ne conterrebbero il numero è un misto di viltà e cinismo, che non imbonirà a lungo. Difficile accogliere altri. In Europa i musulmani superano i 20 milioni, con ampio fallimento delle forme di integrazione: è solo un problema esogeno o anche, in misura non trascurabile, endogeno? Si aggiunga che le nostre democrazie sono sempre più demagogiche, in crisi sistemica. L'assunzione realistica della variabile demografica circa la presenza islamica è dunque fondamentale per il futuro dell'Europa. Occorre cautelarsi dall'imperante farsa dei tre monoteismi come «religioni di pace», peraltro in primis intesa come pace politica. Né i testi sacri né la storia depongono a loro favore, e inquieti spettri albergano nel loro dna. Una comprensione innocente delle religioni è falsa e pericolosa. La melassa, svicolante dal reale per una composizione emozionale dei confitti sotto lo stendardo dell'incontro, deve invitare a diffidenza. Tutto ciò non esclude il dialogo. Ma salvare il futuro, percorso non garantito, significa impegnarsi per concreti margini di sicurezza e stabilità a lungo corso.
* Presidente del tribunale rabbinico del Centro-Nord Italia

(Nazione-Carlino-Giorno, 21 agosto 2017)


«La melassa, svicolante dal reale per una composizione emozionale dei confitti sotto lo stendardo dell'incontro...», espressione magistrale per sinteticità di riferimenti. Su di essa si potrebbe confezionare un intero saggio articolato in quattro punti: 1) La melassa; 2) svincolante dal reale; 3) per una composizione emozionale dei conflitti; 4) sotto lo stendardo dell'incontro. Il primo indirizzo a cui inviarlo sarebbe quello del papa.
E' discutibile invece il titolo stesso dell'articolo, sia perché non è vero che "gli ebrei non scappano", dal momento che per secoli hanno spesso tentato di risolvere i loro problemi con la fuga, sia perché per gli ebrei tornare in Israele non significa "scappare".
Riportiamo di seguito la presentazione dell'articolo di Laras fatta dal portale dell'Ucei e il commento fattoci pervenire da un ebreo che vive a Gerusalemme. M.C.


*


Rav Laras, "Ebraismo consustanziale alla cultura europea".

Sul Quotidiano nazionale rav Giuseppe Laras, presidente del Tribunale rabbinico del Centro-Nord d'Italia, contesta in parte l'invito del rabbino capo di Barcellona alla sua Comunità ad emigrare in Israele. "Pur in parte convenendo, so che molti ebrei resteranno in Europa. - afferma Laras - Non solo: l'ebraismo è consustanziale alla cultura europea, con legami di amicizia, responsabilità e solidarietà verso i nostri concittadini, per cui la nostra permanenza in Europa, intesa come resistenza, ha valore".

(moked, 21 agosto 2017)


*


«Rav Laras giustifica l'esilio del popolo ebraico»

Lettera da Gerusalemme

Gentile Direzione,
Leggo riportate su Ucei le parole di rav Laras "Ebraismo consustanziale alla cultura europea" dove viene contestato l'invito del rabbino capo di Barcellona alla sua Comunità di salire in Terra d'Israele. Premetto che non sono un Karaita, ma questa titubanza rabbinica per non dire avversione a salire in Israele continua. Rav Laras giustifica l'esilio del popolo ebraico, che è stata una maledizione, con espressioni di solidarietà e responsabilità verso coloro che sono stati per secoli i nostri carnefici. Lo Stato d'Israele, creato dal sionismo laico, in occasione dei fatti di sangue che hanno colpito la città di Barcellona, ha innalzato la bandiera spagnola in segno di amicizia e sostegno nella lotta al terrorismo. Hanno fatto altrettanto gli Stati europei (consustanziali) quando Israele è stato colpito ripetutamente dal terrorismo arabo-palestinese? Hanno fatto qualcosa questi Stati europei durante la Shoà per fermare il genocidio del popolo ebraico? D.o disse ad Abramo: "Benedirò chi ti benedice, maledirò chi ti maledice. Si benediranno in te tutte le famiglie della terra" (Gn 12,3). Chi ha orecchie da intendere intenda.
Fulvio Canetti

(Notizie su Israele, 21 agosto 2017)


Contro l'operazione rimozione di chi trasforma gli attentati in incidenti

E' successo con la strage di Barcellona e continuerà a succedere. Di fronte a un atto di terrorismo, il sistema mediatico tende a concentrarsi solo sulle emozioni. Le immagini che non vogliamo vedere e le radici che non vogliamo accettare. C'entra l'islam, c'entra una debolezza dell'occidente.

di Claudio Cerasa

All'indomani di ogni atto terroristico, il sistema politico, e soprattutto mediatico, tende spesso a portare avanti un'operazione dolce e delicata finalizzata a rimuovere dalle nostre coscienze ogni immagine eccessivamente traumatica legata all'istante dell'attentato. E' difficile dire se l'operazione sia volontaria o involontaria, ma ciò che conta, e su cui vale la pena riflettere, è che questo approccio, perfettamente rappresentato sabato scorso da Tahar Ben Jelloun che ha praticamente scaricato su George W. Bush le responsabilità dell'attacco a Barcellona, ha una conseguenza importante e porta ciascuno di noi, con il passare del tempo, a rimuovere ogni domanda relativa a quell'attentato. Qualunque domanda relativa alle ragioni di un gesto, alle radici di un attacco, alle motivazioni di un atto. Con il passare del tempo, dunque, la storia è sempre la stessa. A poco a poco, spariscono le immagini, spariscono le ragioni, spariscono le spiegazioni e nella nostra testa restano solo delle pure e mute emozioni. Come se per elaborare quel lutto fosse socialmente necessario dimenticare in fretta quanto successo, per tornare rapidamente "alla stessa vita di prima".
  Nelle teste di ciascuno di noi, pensando alle efferatezze sulla Rambla, agli accoltellamenti sul Tamigi, agli attentati a Stoccolma, alle bombe a San Pietroburgo, ai mercatini di Berlino, ai treni di Wùrzburg, quello che resta di quelle esperienze, che fortunatamente per molti di noi sono esperienze prevalentemente mediatiche, è un'emozione forte, il ricordo di una storia drammatica, e dopo qualche giorno, nelle nostre teste, di quel momento resterà il numero di morti, il luogo dell'attentato, magari anche il giorno dell'attentato, magari anche il momento del pomeriggio in cui abbiamo saputo quanti erano esattamente i morti. Ma difficilmente, dentro di noi, resteranno immagini come quelle del bambino in fin di vita, disteso sulla Rambla con una gamba spezzata, ritratto da un fotografo pochi istanti dopo essere stato travolto da un furgone guidato da terroristi islamici, nella stessa posizione in cui venne immortalato, e reso eterno, il corpo di un altro bambino, il piccolo Aylan. Aylan, come tutti sappiamo, era un bimbo di tre anni morto annegato sulle spiaggia di Bodrum, in Turchia, nel tentativo di raggiungere l'Europa. Tra qualche anno, in molti ricorderanno da cosa fuggiva quel bambino e cosa cercava quel bambino. In pochi, tra qualche anno, ricorderanno invece da cosa fuggiva quell'altro bambino, falciato dai terroristi senza aggettivi. Ricorderemo certamente che quel bimbo scappava da alcuni stragisti. Ma nel ricordare quell'istante, l'aggettivo che ci tornerà in mente con più facilità sarà un aggettivo che ci permetterà di dormire sonni tranquilli e che proverà a inquadrare il fenomeno con le categorie più dell'irrazionale che del razionale. Erano dai pazzi, diremo. Erano degli squilibrati, ricorderemo. Erano dei fuori di testa, penseremo. Non diremo invece quello che in molti tendono a rimuovere all'indomani di un attentato terroristico, di una strage di matrice islamista: perché quegli stragisti hanno scelto di uccidere degli infedeli.
  Se non si vuole lasciare al cialtronismo populista il monopolio sulla discussione relativa alla radice religiosa di ogni attentato di matrice islamista, sarà necessario iniziare a chiamare rapidamente le cose con il loro nome e sarà importante cominciare a denunciare con intelligenza ogni tentativo di rimuovere le radici religiose di un atto terroristico non per alimentare l'odio contro i musulmani ma per fare l'esatto opposto: per smetterla di considerare dei folli tutti quei musulmani che ogni giorno provano a denunciare senza grande successo e senza grande seguito nelle proprie comunità l'orrore del fondamentalismo islamico e l'efferatezza della legge coranica. I meccanismi perversi che vengono attivati dall'islamicamente corretto, all'indomani di una strage di matrice islamista, tendono sistematicamente a silenziare molte di quelle voci che provano in tutti i modi a spiegare che negare le radici islamiche dello Stato islamico è un clamoroso autoinganno che porta a indebolire le difese immunitarie dell'occidente.
  E spesso sono proprio questi tic scellerati ad alimentare sentimenti di profondo disagio come quelli manifestati sabato scorso a Barcellona dal rabbino capo della città, Meir Bar-Hen, che con rassegnazione ha affermato che a causa dell'islam radicale, e a causa dell'incapacità delle autorità a confrontarsi con esso, la sua comunità è ormai "condannata", e per questo ha invitato gli ebrei di Barcellona "a pensare di non essere qui per sempre", a "comprare proprietà in Israele", prima che sia troppo tardi, "perché questo posto ormai è perso". Si potrebbe arrivare a dire che l'incapacità delle istituzioni, politiche e culturali, di mettere a fuoco il legame forte che esiste tra il terrorismo islamico e l'interpretazione radicale di alcuni passi del Corano alimenti la percezione di insicurezza che esiste nelle nostre società.
  Ma il ragionamento è ancora più sottile, e forse ancora più profondo, e per questo sarebbe utile imparare a memoria uno sfogo molto bello, e purtroppo poco valorizzato, che un grande studioso dell'islam, il marocchino Abdellah Tourabi, ha affidato sabato scorso alla sua pagina Facebook. "Ogni volta che si commette un attentato o che il mondo scopre un'atrocità commessa dall'Isis- scrive Tourabi, politologo, giornalista, ricercatore a Sciences Po a Parigi - si sentono immediatamente affermazioni del genere. Si sente dire: 'Tutto questo non ha nulla a che fare con l'islam', 'gli attentatori non hanno mai letto il Corano’. Questi argomenti sono spesso mossi dalle migliori intenzioni, e sono sinceri, ma purtroppo sono falsi e intellettualmente disonesti: non aiutano né a comprendere la realtà né a fare un passo in avanti per uscire da questo stallo storico in cui il mondo musulmano si trova oggi". Sfortunatamente, continua Tourabi, "i fanatici che uccidono in nome dell'islam agiscono all'interno del perimetro dell'islam. E le loro convinzioni, le loro azioni e la loro visione del mondo sono una replica perfetta di quello che fu l'islam delle origini.
  I seguaci dell'Isis applicano il Corano alla lettera, fanno di questo il fondamento stesso della loro vita quotidiana, e vogliono riprodurre integralmente la prima forma politica conosciuta dell'islam: il califfato. Il loro universo è certo e anacronistico, ma corrisponde a una realtà che è esistita 14 secoli fa. Negare o rifiutare di riconoscerlo sarebbe una cecità". E la ragione di tutto questo è semplice. Drammaticamente semplice: "I testi religiosi sono l'alfa e l'omega dei soldati dell'Isis. E come altri gruppi jihadisti, i soldati dell'Isis giustificano le loro azioni con riferimenti al Corano e alla sunna. I loro documenti, i loro comunicati e i loro libri si basano su versetti del Corano e si rifanno a un contesto particolare della storia dell'islam, quello segnato dalle guerre del profeta Maometto a Medina". Il politologo marocchino ricorda che i jihadisti che uccidono gli infedeli per il semplice fatto che essi sono infedeli lo fanno non sulla base di un atteggiamento folle ma sulla base di un principio scritto nero su bianco nel Corano [2:191]: "Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell'omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti". E ancora: "Quando (in combattimento) incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente. In seguito liberateli graziosamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine. Questo è (l'ordine di Allah). Se Allah avesse voluto, li avrebbe sconfitti, ma ha voluto mettervi alla prova, gli uni contro gli altri. E farà sì che non vadano perdute le opere di coloro che saranno stati uccisi sulla via di Allah".
  Per questo e per molte altre ragioni, dice Tourabi, è un errore parlare di follia quando si parla di Isis. E' un errore rifugiarsi nella retorica della cospirazione. E' un errore rimuovere le radici del problema. Perché rifiutarsi di individuare le radici del male è il modo migliore per non combattere fino in fondo il male, chiudendo gli occhi su quello che è il messaggio sia del politologo marocchino sia del rabbino capo di Barcellona. Gli islamisti vogliono trasformare l'Europa in una nuova Gaza. E se non ci renderemo conto fino in fondo che l'attacco portato avanti dagli islamisti alla nostra civiltà ha le stesse radici degli attacchi portati avanti ogni giorno contro Israele, continueremo a non fare tutto il necessario per difenderci da quello che non è solo un gesto di qualche pazzo isolato, senza aggettivi, ma che è semplicemente un attentato quotidiano contro la nostra civiltà.

(Il Foglio, 21 agosto 2017)


Il dramma degli ebrei nelle lettere da Ventimiglia e il suicidio della baronessa Loewenstein

In un libro di Veziano le tragedie seguite alle leggi razziali

di Maurizio Vezzaro

 
La firma autografa della baronessa Loewestein nella lettera d'addio
VENTIMIGLIA - Suicidi lucidamente pianificati e avvenuti, ma anche minacciati quale arma estrema per denunciare una condizione drammatica e apparentemente senza via d'uscita. E' quanto scrissero da Ventimiglia, nell'estate del 1939, Eduard e Toni Berstling a Giulio Bemporad, rappresentante torinese del Comitato di assistenza ebraica. «La prego, caro onorato professore, ci aiuti! La prego con insistenza di rispondere subito, sennò non ci resta che il suicidio», imploravano, usando la lingua tedesca. Sono alcune testimonianze raccolte dallo studioso di storia locale Paolo Veziano, che ha in prospettiva la stesura di un lavoro che tratta la drammatica, struggente vicenda degli ebrei dell'Estremo Ponente, costretti dalle odiose leggi razziali promulgate nel 1938 ad abbandonare l'Italia entro il 12 marzo 1939. Da quegli scritti traspaiono le difficoltà materiali incontrate da chi doveva organizzare il viaggio in breve tempo, ma soprattutto i contraccolpi psicologici di una comunità costretta a dire addio a tutto - lavoro, affetti, amicizie - e a gettarsi in un ignoto apparso mai come allora nero, angosciante.
   Il libro sarà un compendio al suo studio «Ombre al confine» e uscirà nel 2018. Veziano ha consultato le testimonianze custodite dall'Archivio di Stato di Ventimiglia. Storie personali, lacerti di vita emergenti da cartoline, memorie, diari, fascicoli penali, missive censurate, carteggi tra i responsabili locali e centrali del Comitato di assistenza, da cui affiorano profonde divergenze sul concetto di assistenza stessa e sul fenomeno dei profughi.
   Ma c'è una storia, su tutte, che ha appassionato Veziano, storico sensibile, emblematica di quei tempi grami. Il suicidio della baronessa Adele Goldschmidt, vedova Loewenstein, nata nel 1878, residente a Grimaldi. Nel 1939, la nobildonna, semicieca, inoltrò al ministero dell'Interno una richiesta di proroga al provvedimento di espulsione. Il prefetto d'Imperia diede parere favorevole, ma non Roma, ormai allineata ai voleri dell'alleato nazista.
   L'8 agosto Adele Goldschmidt si ritirò nella sua stanza consegnando una lettera alla domestica Francesca Cianetti e ordinandole di portarla la mattina successiva al dottor Serafino Ferrero e di non entrare per nessuna ragione in camera. Il mattino la domestica fece come le era stato detto: nella lettera la baronessa annunciava il suicidio. In casa si precipitarono il pretore di Ventimiglia coi carabinieri di Mortola. Adele giaceva sul letto, elegantemente vestita. Sul tavolo tre tubetti di Veronal, un barbiturico. «Non posso più vivere in un mondo dove c'è così poca pietà», aveva lasciato scritto. Ricordarla, come ha fatto Veziano, è un piccolo ma significativo tributo a tutti gli ebrei imperiesi vittime delle persecuzioni.

(La Stampa, 20 agosto 2017)


Il turismo in Valle Seriana parla ebraico. A Castione il primo albergo kosher

I due chef israeliani al lavoro nella cucina kosher del Grand Hotel Presolana di Castione
La cerimonia dell Kiddush durante la festa di Shabbat, il giorno del riposo, in hotel
La famiglia Chaver che ha scelto la Valle Seriana per le sue vacanze
Il direttore commerciale dell'hotel, Alessandro Urru, con un cliente ebreo «Fur hat»
Chef direttamente da Israele, cibo certificato e anche un ambiente destinato a sinagoga: l'albergo riaperto nel 2013 si apre alla clientela internazionale ebrea. E i risultati non mancano: 5 mila presenze in due mesi. Durante la vacanza proposta, visite ai laghi, in miniera a Schilpario e ai parchi avventura degli Spiazzi e delle Fiorine.

Differenziarsi per crescere, o sopravvivere. A Castione, la scelta del Grand Hotel Presolana di darsi - primo nella Bergamasca - alla cucina kosher aprendosi al mercato dei clienti ebrei sta dando i suoi frutti: 5 mila presenze a luglio e agosto. Una media di 150 nuovi arrivi alla settimana, giungono da tutto il mondo: Israele, Europa e Stati Uniti. E al Presolana trovano il cibo certificato kosher e pure una sinagoga, che è stata allestita nel seminterrato. in Valle Seriana, ma anche a Lovere e sul lago d'Endine, li si vede sempre più spesso: alcuni dei clienti ebrei del Grand Hotel sono della corrente charedì, identificabili dai caratteristici riccioli che gli uomini si fanno crescere a incorniciare il viso.
Pellicciai, gioiellieri, banchieri, costruttori, imprenditori del settore hi-tech e tanto altro con, soprattutto, molti figli al seguito, anche nove per famiglia. Una «miniera d'oro» che anche le nostre montagne e i nostri laghi hanno iniziato a conoscere, basti pensare che il programma settimanale della vacanza «chiavi in mano» proposta dal tour operator israeliano C Travel 2016 e dall'agenzia austriaca Gaya prevede uscite alle miniere di Schilpario, al lago d'Iseo, Colere e Clusone, «ma i nostri clienti amano anche molto gli Spiazzi di Gromo - spiega il direttore commerciale dell'hotel, Alessandro Urru - e il lago d'Endine». E trascorrono le giornate in valle tra kanyoning, arrampicate, divertimento ai parchi avventura degli Spiazzi e delle Fiorine, con uscite anche a Verona, al lago di Como, Lugano, Milano, Gardaland e Sirmione e - come venerdì mattina - a fare shopping a Oriocenter.

(L'Eco di Bergamo, 21 agosto 2017)


La Svizzera sospende il sostegno a una ONG palestinese

La Svizzera ha sospeso il pagamento di fondi d'aiuto a una ONG attiva in Palestina. L'organizzazione basata a Ramallah è accusata di sostenerne un'altra che non ha preso sufficientemente le distanze dal terrorismo.
Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha confermato oggi all'ats una notizia in tal senso pubblicata dalla "SonntagsZeitung". La decisione riguarda lo "Human Rights & International Humanitarian Law Secretariat" che riceve fondi, oltre che dalla Svizzera, da Danimarca, Paesi Bassi e Svezia.
L'obiettivo della ONG è quello di promuovere i diritti umani nei territori palestinesi occupati da Israele. I fondi ricevuti vengono girati ad altre associazioni, fra le quali il "Women Affairs technical Committee" (WATC), che è stato criticato per non aver condannato la creazione di un centro giovanile che porta il nome di un terrorista palestinese.
Il progetto in questione non è in ogni caso stato finanziato dai fondi elvetici, precisa il DFAE. Una volta emersi i fatti, la Confederazione ha immediatamente aperto un'inchiesta assieme agli altri Paesi donatori, basandosi sui "severi criteri" stabiliti per le organizzazioni partner.
Il finanziamento che arriva alla WATC è di 36'000 dollari ed è stato sospeso fino alla fine dell'inchiesta, che è prevista entro settembre.

(swissinfo.ch, 20 agosto 2017)


Keepers: da Israele una app per proteggere i bambini dal cyber-bullismo

L'app made in Israel consente ai genitori di sapere quando i loro bambini sono vittime di minacce online.

di Diletta Funaro

Keepers Child Safety, una startup israeliana con sede a Gerusalemme, sta per lanciare Keepers, una nuova applicazione per smartphone che mira a combattere il cyber-bullismo tra i giovani.
Secondo un recente studio condotto in Francia, nell'era di Snapchat e WhatsApp, il bullismo si è spostato dal parco giochi a Internet.
Quasi il 40% dei bambini di età compresa tra i 13 e i 17 anni ha già sperimentato abusi online e solo il 22% delle piccole vittime ha il coraggio di parlarne in famiglia.
Keepers offre ai bambini la possibilità di navigare sul web in modo sicuro, permettendo ai genitori di rimanere vigili ma allo stesso tempo senza compromettere la privacy.
L'applicazione sorveglia il contenuto sospetto sul telefono del bambino, valutando il rischio reale che il contenuto si possa trasformare in reale aggressione.
Grazie ad un programma di intelligenza artificiale, l'app riesce a riconoscere le emozioni umane ed è in grado di distinguere tra un linguaggio pericoloso ed uno innocuo. L'algoritmo riesce ad analizzare il contenuto dei messaggi proteggendo così i bambini da minacce di cyber-bullismo o pedofilia.
Keepers è in grado anche di seguire le attività pubbliche e private del bambino su Facebook, Twitter, Snapchat, Instagram e WhatsApp, avvisando i genitori del bambino.
Arik Budkov, co-fondatore di Keepers, ha avuto l'idea di sviluppare questa app dopo il suicidio di uno studente nel college frequentato dal figlio perché vittima di aggressioni online per diversi mesi. A seguito di questa tragedia, Budkov scoprì che anche il figlio fu oggetto di cyber-bullismo.
Con la maggior parte dei suoi primi utenti in Israele, Keepers ha numerosi fruitori anche in Germania, Grecia, Italia e Austria.

(Progetto Dreyfus, 20 agosto 2017)


Il Kenya si affida a Israele per combattere la siccità

Nel 2014, i funzionari del Servizio forestale del Kenya hanno iniziato a lavorare con i membri della loro controparte israeliana, il KKL (Keren Kayemeth LeIsrael, la più antica organizzazione ecologica al mondo), per una serie di visite e incontri.
I funzionari del governo keniano e il KKL nel mese di giugno hanno firmato un memorandum d'intesa per continuare le collaborazioni.
Come sottolineato da Emilio Mugo, del Kenya Forest Service, i keniani hanno una cultura sviluppata nel piantare alberi, ma ciò che deve essere migliorato è permettere loro di utilizzare tecnologie appropriate.
Secondo il protocollo d'intesa, il Kenya e Israele hanno concordato viaggi di scambio e condivisione di informazioni su come stabilire le foreste nelle regioni aride o semi-aride.
La deforestazione da disboscamento illegale e la produzione di carbone sta minacciando molte delle foreste degli altipiani del Kenya, che costano al paese più di 68 milioni di dollari l'anno, secondo uno studio del Programma delle Nazioni Unite.
Il Prof. Judi Wakhungu, Segretario di Gabinetto del Kenya ha sottolineato come il Kenya stia cercando di portare le tecnologie israeliane, che si occupano di conservazione del suolo, cattura pioggia, monitoraggio delle precipitazioni e tanto altro, a servizio dei bisogni del paese.
Il Kenya ha anche dedicato ad Israele una foresta a Kiambu County, a nord di Nairobi, il Giorno dell'Indipendenza di Israele di quest'anno, con la speranza che ogni israeliano che visiti il Kenya possa replicare la tradizione di piantare alberi, piantandone uno nella foresta kenyota in occasione della visita.
Dal 2014, il KKL lavora nella regione settentrionale di Turkana, per eseguire il programma di sviluppo agricolo "Solchi nel deserto" per contribuire ad aumentare la sicurezza alimentare nella regione.

(SiliconWadi, 20 agosto 2017)


«Gli ebrei via dalla Spagna prima che sia troppo tardi»

L'amaro appello del Rabbino capo di Barcellona Meiir Bar-Hen

«La nostra comunità è condannata. Questo posto è perso ... Meglio andare via prima che sia troppo tardi». Meir Bar-Hen, Rabbino capo di Barcellona e della Catalogna, ha usato parole dure nel commentare l'attentato terroristico sulla rambla. Parlando con la Jewish Telegraph Agency prima del riposo sabbatico e precisando di farlo a titolo personale e non per tutti i membri della sua comunità, il Rabbino ha incoraggiato i suoi correligionari a lasciare la Spagna, definita «un hub del terrorismo islamico per tutta l'Europa» per anni prima dei recenti attacchi. «Gli ebrei - ha spiegato riferendosi alla città e alla regione - non sono qui in maniera permanente. Ho detto ai miei fedeli: non pensate di essere qui per sempre. E li ho incoraggiati a comprare proprietà in Israele. Questo posto è perso. Non ripetete lo sbaglio degli ebrei di Algeria e Venezuela. Meglio andare via prima che sia troppo tardi».
   I motivi dell'attuale situazione per il Rabbino sono chiari. Una parte del problema, a suo giudizio, è stato svelato dagli attacchi di Barcellona e poi di Cambrils: la presenza di una grande comunità musulmana con «frange radicali. Una volta che queste persone vivono in mezzo a te - ha spiegato ancora riferendosi ai responsabili degli attentati e ai loro sostenitori - è difficile liberarsene. Diventano sempre più forti». E alla domanda se il suo ragionamento si potesse applicare all'intera Europa, ha risposto che «l'Europa è persa». Ma c'è anche la riluttanza delle autorità a confrontarsi con tutto questo. Il Rabbino ha citato la decisione del governo di consentire a Leila Khaled, palestinese condannata per aver partecipato nel 1969 al dirottamento di un aereo della Twa, di entrare nel paese per una Fiera di libri. Ciò mostra che le autorità' «non comprendono la natura del terrorismo».

(Il Tempo, 20 agosto 2017)


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Gli ebrei in fuga dall'Europa

di Fiamma Nirenstein

Ebrei, è tempo di lasciare l'Europa e di andare in Israele prima che sia troppo tardi. L'ha detto senza temere il biasimo che certamente lo investirà il rabbino capo di Barcellona Meir Bar Hen. La sua è stata di più e di meglio che un'uscita dovuta allo choc per l'attentato di due giorni or sono: una riflessione storica nell'intento di salvare vite umane. Le comunità ebraiche europee hanno conosciuto le peggiori traversie, l'antisemitismo le ha investite in tutte le forme, hanno conosciuto il disprezzo, la violenza e la reclusione inflitte dal cristianesimo; i pogrom dell'Europa Orientale e del Nord; la peggiore di tutte le persecuzioni della storia, la Shoah, per mano dei nazifascisti.
   Adesso, è senza esagerazione che è il momento di denunciare una catastrofe storica di dimensioni epocali: è il nuovo antisemitismo islamico che è stato importato a bizzeffe e ha trovato alleati e terreno di cultura sia a destra che a sinistra, sia nell'odio razziale puro e semplice della destra estrema, che nell'antisemitismo travestito da critica dello stato d'Israele della sinistra. Il rabbino Bar Hen ha ragione: gli ebrei hanno diritto a una vita libera dal biasimo e dal pericolo, e al momento invece l'Europa non offre sicurezza agli anziani e speranza ai giovani, sia a causa della folla musulmana antisemita che per la propria incapacità di delineare il fenomeno dell'antisemitismo come uno dei suoi mali principali e prendere le misure conseguenti. È orribile pensare che in Francia ormai il 22% degli ebrei dice di evitare gli eventi collettivi perché ha paura di attentati, e che il 40% non può più indossare la kippà o una stella di David a causa delle continue aggressioni. Amedy Coulibaly che nel supermarket casher di Parigi uccise quattro avventori proclamando il suo odio per gli ebrei, è solo un caso estremo nella catena delle centinaia di migliaia di eventi antisemiti (a Bruxelles, a Tolosa) che investono ogni giorno gli ebrei europei.
   Sono più della metà del milione e 400mila ebrei europei quelli che hanno già dovuto fronteggiare casi di aggressione verbale o fisica, incluso chi scrive che vive sotto scorta. La forza dell'antisemitismo islamico, sempre molto attivo nel considerare gli ebrei «dhimmi» e «figli di maiali e scimmie» non risente affatto del dialogo fra religioni, né riesce a suscitare una reazione da parte delle autorità europee, Gli ebrei rischiano la vita, e la vita deve essere sempre difesa. Questo fa il rabbino Bar Hen.

(La Stampa, 20 agosto 2017)


Libano - Tensioni in un campo profughi palestinese

I campi profughi palestinesi del Libano, così come della Siria e della Giordania abitati dai discendenti degli esuli che dovettero abbandonare la Palestina dal 1948, dopo la fondazione di Israele sono diventati dei veri e propri terreni di guerra. Soprattutto scontri tra le diverse fazioni di palestinesi, ciascuna con i propri vincoli di fedeltà. E' questo il caso della ripresa delle tensioni tra i membri di Fatah e il gruppo fondamentalista islamico di Bilal Badr.
Ad Ain El-Hilweh nella zona di Sidone a sud di Beirut, il più grande campo del Libano, nella giornata di sabato il bilancio degli scontri è stato di un morto e diversi feriti. Le violenze erano già iniziate i primi giorni di aprile quando gli uomini di Badr hanno aperto il fuoco durante un controllo di sicurezza delle forze palestinesi. In pochi giorni il risultato è stato di otto morti e di una trentina di feriti.

(euronews, 20 agosto 2017)


Ecco perché noi stiamo sempre dalla parte di Israele

Lettera a Livio Caputo

Egregio Caputo, ho letto il libro di John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt La Israel lobby e la politica estera americana e sono convinto che chi regge le fila del potere in Italia sia il medesimo gruppo. Non è solo Fiamma Nirenstein che imperversa; altri senza esporsi danno gli ordini che devono essere eseguiti, pena il finire in disgrazia. Quel povero Papa Francesco, pur senza esprimerlo, deve nutrire un certo distacco dai padroni del mondo, per cui si becca ogni giorno due o tre lettere che censurano il suo operato. Così come era poco gradito Obama, mentre lo è Trump, per il quale tutto ciò che fa Israele è giusto e giustificato. Io faccio il tifo per l'islam ma mi rendo conto che le speranze di trionfare sono scarse. Troppe sono le risorse dei filo sionisti, in troppi criticano le donne con il burqa senza accorgersi che, dopo essersi professati democratici, per coerenza dovrebbero concludere che fanno bene a indossare i vestiti che più gradiscono. E il bello è che i vostri lettori non colgono la contraddizione e auspicano un novello Goffredo di Buglione che parta per una nuova crociata.
Silverio Tondi



Vorrei sbagliarmi, ma lei, signor Tondi, deve essere uno di quelli che credono che anche l'attacco alle Torri Gemelle sia stato opera del Mossad. Perciò, sulle basi di un libro notoriamente partigiano, si è convinto che tutti coloro che contano in Italia siano al servizio dei sionisti e per questo si permettono di attaccare perfino papa Bergoglio. Noi del Giornale non abbiamo alcuna difficoltà a dichiarare che, tra Israele e i suoi nemici, teniamo per il primo, ma non perché facciamo parte di un'inesistente Aipac italiana (per i lettori che non lo sapessero, l'Aipac è una organizzazione di ebrei americani che promuove, a livello politico ed economico, gli interessi dello Stato ebraico a Washington), ma per una serie di altre ragioni.
  1. Israele è l'unica democrazia del Medio Oriente - tanto che fa votare anche più di un milione di arabi suoi abitanti, ma tra cui molti invocano la sua distruzione.
  2. È l'unico avamposto della civiltà occidentale e l'unico elemento di stabilità nella regione.
  3. Occupa la Cisgiordania non per sete di conquista, ma solo perché nel 1967, quando fu proditoriamente aggredita da tre Stati arabi, ricacciò le truppe di Re Hussein al di là del Giordano.
  4. Ha restituito il Sinai all'Egitto, si è tenuta il Golan perché era essenziale per la sua sicurezza visto che la Siria si rifiutava di fare la pace, ma ogni volta che, dopo la tregua conclusa a Oslo con l'Olp di Arafat, ha cercato di arrivare a un accordo per la nascita dello Stato palestinese si è scontrata con condizioni inaccettabili, come la pretesa del rientro in Israele dei profughi che la lasciarono nel' 48, diventati con i loro discendenti più di 4 milioni.
  5. È oggetto - nell'Onu e in tutte le sue agenzie dominate da maggioranze terzomondiste - di una serie incredibile di attacchi e di risoluzioni assurde, come quella recente che nega i rapporti degli ebrei con Gerusalemme.
E potrei continuare. Lei dice di tifare, pur senza spiegarne i motivi, per l'islam (spero per quello moderato), ma le faccio presente che molti Paesi islamici, dall'Egitto al Marocco, passando per quelli africani dove gli israeliani hanno dato un aiuto decisivo per lo sviluppo dell'agricoltura e per le potenze del Golfo che hanno stabilito una intesa segreta con Gerusalemme contro le ambizioni nucleari dell'Iran, hanno ormai accettato pienamente l'esistenza dello Stato ebraico. Il problema sono solo i palestinesi, che continuano con le loro intifade e comunque sono divisi tra chi è almeno disponibile a negoziare e chi, come Hamas, ha ancora tra i suoi obbiettivi «la distruzione della entità sionista».
Livio Caputo

(il Giornale, 20 agosto 2017)


Gli ebrei svizzeri reagiscono in modo tipicamente svizzero

120 anni fa si tenne a Basilea il primo congresso sionista. L'avvenimento pose le basi per la creazione dello stato di Israele. All'inizio gli ebrei svizzeri rimasero neutrali nei confronti del progetto. Jonathan Kreutner ricorda le vicende che hanno segnato fino a oggi la visione del sionismo e di Israele.

di Jonathan Kreutner

 
Un'immagine del primo congresso sionista tenuto 120 anni fa a Basilea, 1897
 
Biglietto di invito per uno dei partecipanti al congresso
Poche parole sono state capite e utilizzate in modo tanto errato quanto il termine «sionismo». Spesso la parola «sionista» viene usata scorrettamente come sinonimo di «ebreo» o di «israeliano». I teorici del complotto parlano sovente di «complotto mondiale sionista». E ora che gli ebrei svizzeri alla fine di agosto festeggiano il 120o anniversario del primo congresso sionista, molti sono confusi: perché gli ebrei svizzeri si rallegrano di questo giubileo, pur essendo cittadini svizzeri e non israeliani? In che rapporti stanno gli ebrei svizzeri con Israele e cosa li lega al sionismo?

 Un movimento nazionale tra gli altri
  I malintesi legati al significato della parola «sionismo» si possono facilmente chiarire: nel tardo XIX secolo il sionismo era un movimento nazionale democratico, uno tra i tanti. Né più né meno. Al contrario di altri movimenti nazionali, quello ebraico si diede un nome. Sionismo, appunto.
  L'obiettivo del sionismo era di creare un focolare nazionale per il popolo ebraico. Alla fine del XIX secolo le speranze che i valori dell'illuminismo e
 
una migliore conoscenza dell'ebraismo facessero sparire l'antisemitismo erano svanite. All'epoca nuove concezioni antiebraiche divennero anzi sempre più popolari: gli ebrei non potevano diventare parte delle società europee, perché erano una «razza inferiore», affermavano i pionieri di questo antisemitismo «moderno», che utilizzavano argomenti pseudo-scientifici.
  In Francia l'antisemitismo raggiunse il suo culmine con il cosiddetto caso Dreyfus. Il capitano francese Alfred Dreyfus fu accusato a torto di alto tradimento. Il vero motivo degli accusatori era l'antisemitismo. Nell'Europa dell'est vi furono ripetuti pogrom contro gli ebrei.
  Tutto questo rafforzò il pioniere del sionismo Theodor Herzl e i suoi sostenitori nella convinzione che gli ebrei nonostante tutti gli sforzi di integrazione non potevano più sentirsi a casa nelle società europee e che perciò dovevano creare un proprio «stato ebraico».

 Né pro, né contro, bensì neutrali
  Ma quando 120 anni fa Herzl organizzò a Basilea il primo congresso sionista, gli ebrei svizzeri reagirono freddamente o, in altre parole, in modo tipicamente svizzero. Non erano favorevoli al sionismo e neppure erano contrari. Rimasero neutrali. Durante il secondo congresso sionista che si tenne l'anno successivo sempre a Basilea, un sionista francese si lamentò del «disinteresse degli ebrei svizzeri» per il tema.
  Ci sono almeno due spiegazioni sul perché gli ebrei svizzeri all'inizio non fossero davvero entusiasti delle
«Vogliamo essere buoni ebrei e buoni confederati. Non vogliamo in nessun modo un'altra patria».
idee sioniste: da una parte i pogrom dell'Europa orientale sembravano molto lontani e anche se la Svizzera non era priva di antisemitismo gli ebrei locali, che in maggioranza risiedevano qui già da secoli, stavano abbastanza bene.
Dal punto di vista legale avevano raggiunto l'uguaglianza nel 1866 ed erano ben integrati. D'altro canto si temeva l'accusa di una doppia lealtà: «Vogliamo essere buoni ebrei e buoni confederati», affermò un medico ebreo di Basilea dopo il primo congresso sionista nell'Israelitischer Wochenblatt. «Non vogliamo in nessun modo un'altra patria».

 La svolta dopo la Shoa
  Negli anni Trenta del XX secolo, con il rafforzamento in Svizzera di movimenti antisemiti quali il Fronte nazionale, il sionismo conquistò nuovi sostenitori anche tra gli ebrei svizzeri. Nello stesso periodo molti ebrei tedeschi fuggirono in Svizzera, portando con sé la convinzione che gli ebrei avessero bisogno di un proprio stato. Ma solo i crimini nazisti condussero a un forte sostegno politico alle idee sioniste da parte degli ebrei svizzeri. Dopo la Shoa nessun ebreo svizzero dubitava più del senso di uno stato ebraico.
  Nel 1948 con la fondazione dello stato di Israele l'utopia divenne realtà. Dall'oggi al domani il significato della parola sionismo cambiò: mentre prima della fondazione si trattava di creare uno stato ebraico, dopo il 1948 la questione fu quella di vivere in uno stato ebraico.
  La Federazione svizzera delle comunità israelite (FSCI) si dichiarò fin dall'inizio solidale con lo stato di Israele. Solo poche ore dopo la proclamazione dello stato ebraico la FSCI inviò «immediatamente un telegramma di felicitazioni al consiglio nazionale ebraico e assicurò al giovane stato la sua piena solidarietà», come si legge nel rapporto annuale della Federazione del 1948.
  Ma anche la FSCI temeva l'accusa di doppia lealtà e chiarì perciò pubblicamente che «nonostante tutti i forti legami religiosi, culturali e spirituali» con Israele, nulla sarebbe cambiato nei «doveri e diritti», nell'«amore, fedeltà e lealtà verso la Svizzera».

 Tempi duri per il giovane Israele
  Gli anni successivi alla fondazione furono duri per il nuovo stato. Subito dopo la dichiarazione di indipendenza Israele fu attaccato dagli stati vicini. Gli ebrei svizzeri presero posizione in favore dello stato ebraico. Israele poté difendersi con successo dagli attacchi dei vicini. Il legame degli ebrei svizzeri con
Jonathan Kreutner è segretario generale della Federazione svizzera delle comunità israelite (FSCI), storico e autore del libro "Die Schweiz und Israel. Auf dem Weg zu einem differenzierten historischen Bewusstsein" (La Svizzera e Israele. Verso una consapevolezza storica differenziata).
Israele si rafforzò ancora durante la Guerra dei sei giorni nel 1967. Gli ebrei svizzeri espressero la loro simpatia per Israele con un'unanimità che quasi non ebbe uguali nella diaspora ebraica, inviando offerte e organizzando manifestazioni di sostegno.
  All'epoca la maggioranza della popolazione svizzera era ancora solidale con Israele. Le cose cambiarono però presto: dagli anni Settanta gli ebrei svizzeri cominciarono a preoccuparsi sempre di più dell'immagine di Israele nell'opinione pubblica elvetica. Si videro sempre più spesso costretti a difendere e spiegare la politica di Israele, anche se non sempre la sostenevano completamente.
  Fino alla guerra del Libano del 1982, in Svizzera erano però pressoché assenti voci ebraiche che esprimessero pubblicamente critiche a Israele. Nel 1982 si formò per la prima volta in Svizzera un gruppo ebraico che rese pubbliche le sue critiche ed espresse nella Neue Zürcher Zeitung il proprio «sgomento per la guerra che Israele ha portato in Libano». Anche se questo gruppo sosteneva l'idea di base del sionismo, vale a dire che gli ebrei dovevano avere un proprio stato, la maggioranza degli ebrei svizzeri reagì con sospetto.

 A Berna bruciano bandiere di Israele
  Con i colloqui di pace a Madrid e gli accordi di Oslo all'inizio degli anni Novanta, gli umori antiisraeliani nell'opinione pubblica per qualche tempo si affievolirono. Ma dopo il fallimento delle trattative di pace e l'inizio della seconda Intifada vi fu un'ampia ondata di solidarietà per i palestinesi.
  Quando nell'aprile del 2002 l'esercito israeliano intervenne contro militanti palestinesi nel campo profughi di Jenin, l'azione suscitò anche in Svizzera vivaci proteste. Ai margini di una manifestazione di sostegno alla causa palestinese a Berna, davanti al Palazzo federale, fu appiccato il fuoco a bandiere israeliane ricoperte di svastiche. L'odio contro Israele prese di mira anche gli ebrei svizzeri.
  La FSCI fu inondata di messaggi antisemiti, apparvero scritte antisemite sui muri e vi furono aggressioni verbali per strada. La rivista ebraica Tachles uscì con il titolo: «Allarme antisemitismo in Europa: i tempi peggiori dopo la guerra mondiale». L'ultima ondata antisemita ha investito l'Europa durante la guerra nella Striscia di Gaza nel 2014.

 Anche gli ebrei litigano sulla politica di Israele
  Gli ebrei svizzeri però non sono responsabili della politica di Israele. Dopotutto la maggioranza di loro ha il passaporto svizzero e non quello israeliano. Votano in Svizzera, prendono parte alle elezioni, partecipano alla discussione politica e sociale, assumono responsabilità come cittadini e non da ultimo prestano servizio militare.
  Le opinioni sull'attuale politica israeliana divergono sensibilmente, ma la maggior parte degli ebrei svizzeri concorda sul fatto che gli ebrei che vogliono vivere in uno stato ebraico devono avere il diritto di farlo. Il primo congresso sionista ha posto la prima pietra perché questo fosse possibile. Per questo il 120o anniversario è per gli ebrei svizzeri un buon motivo per festeggiare.

(swissinfo.ch, 20 agosto 2017 - trad. Andrea Tognina)


La Shoah, l'identità e la colpa dei tedeschi

Un saggio dello storico Rolf Peter Sieferle, accusato di antisemitismo, ridiscute uno dei più forti tabù: il rapporto con lo sterminio degli ebrei.

di Giulia Crivelli

Finis Germania è da molti mesi un best seller e sta facendo la fortuna di un piccolo editore di un paesino della Sassonia, Steigra, meno di1.500 abitanti. Il catalogo di Antaios Verlag conta un centinaio di titoli, tutti di nicchia. Finis Germania invece ha superato le 50mìla copie, con una distribuzione pressoché clandestina perché la maggior parte delle librerie tedesche non lo vende. Non certo per il prezzo: costa 8,50 euro. Il settimanale Der Spiegel e il quotidiano Sueddeutsche Zeitung lo hanno tolto dalle rispettive liste dei best seller ed elenchi di consigli di lettura. Sulla classifica di saggistica di Amazon.de il libro è invece al primo posto e chi è iscritto al servizio Prime lo può ricevere a casa, in tutta Europa, in due giorni. Antaios lo sa e lo scrive nel catalogo ma aggiunge: «ordinatelo da noi!» e per la fine di agosto è annunciato un numero speciale del mensile della casa editrice («Sezession», un nome, un programma), intitolato «Sieferle lesen».
  Rolf Peter Sieferle è l'autore di questo librino (11 centimetri x 15) di 106 pagine. Nel 2016, a 67anni,si è tolto la vita dopo aver scoperto di avere una forma incurabile di tumore. Finis Germania contiene una stringata biografia di Sieferle e una breve postfazione di Raimund Kolb, il più rispettato sinologo tedesco, membro della Berliner Wissenschaftlichen Gesellschaft, importante associazione di scienziati della Germania e, fast but not least, amico di Sieferle; in mezzo ci sono quattro scritti: Finis Germania, Paradoxien der Zeit, Mithos VB e Fragmente. Rolf Sieferle studiò e insegnò storia per tutta la vita: scrisse alcuni saggi e nel 2017 è uscito anche Das Migrations Problem. Era rispettato anche dai colleghi accademici che la pensavano diversamente e, come tutte le persone tedesche di grande cultura, conosceva benissimo greco e latino. Allora perché l'apparente svista grammaticale Finis Germania e non Germaniae? Non lo spiegò mai. Perché sì, sembrò dire. La fine Germania, profetizzava Sieferle, non della Germania.
  Lo storico non era ebreo, però aveva sposato un'ebrea. Non basta ai suoi detrattori, i quali forse hanno ragione a contestare le teorie espresse soprattutto nel capitolo che dà il titolo al libro, che è un duro attacco al multiculturalismo e alle politiche migratorie del governo di Angela Merkel. Ma quando si concentrano sull'antisemitismo, non sono poi così convincenti. Cosa ha detto di tanto scandaloso Sieferle? Primo: che la società tedesca e i suoi membri "originari" stanno perdendo la loro identità culturale. Secondo: che c'è una colpevole ignoranza dei valori della storia del Paese e degli uomini (e di qualche donna) che lo hanno fatto grande. Sieferle non sente orgoglio per la stabilità politica ed economica della Germania, né per il suo essere la locomotiva d'Europa. Non è particolarmente impressionato dal tasso di quasi piena occupazione. Non si esalta per gli elogi che piovono su Angela Merkel come unico statista del vecchio continente. Non gioisce - da uomo di destra con un passato giovanile di sinistra potrebbe anche farlo - delle difficoltà dei partiti di centro sinistra né lo consola che molti giovani simpatizzino per la Cdu e non per i Verdi o la Spd. La campagna contro Finis Germania è legata soprattutto ad altro. Sieferle ha infranto il più forte dei tabù tedeschi, sostenendo che è ora di mettere da parte il senso di colpa nazionale e individuale per la Shoah. Questa idea ne farebbe un antisemita.
  Chiunque sia nato nel dopoguerra e abbia sangue tedesco nelle vene forse si è chiesto almeno una volta: cosa avrei fatto nella Germania di Hitler? Sarei stato un suo sostenitore della prima ora? Mi sarei ricreduto al crescere dell'antisemitismo? Avrei cercato di salvare degli ebrei o avrei scelto l'indifferenza o l'autoinganno? Come è potuto succedere? Avrebbe potuto andare diversamente? Devo sentirmi, comunque, complice di quello che è successo? La risposta che Sieferle dà a questa ultima domanda è no, dopo decenni di studi, di esperienza e osservazione del mondo. No, non mi sento in colpa e non dovrebbe sentirsi, a priori, in colpa né complice alcun tedesco. Non sentirsi in colpa non significa in alcun modo dare la colpa a qualcun altro, argomenta Sieferle. Né sminuire la Shoah, né smettere di considerarla una tragedia della storia dell'homo sapiens. Non sentirsi in colpa non significa smettere di combattere l'antisemitismo né cessare di indagare il cuore di tenebra degli esseri umani.

(Il Sole 24 Ore, 20 agosto 2017)


Netayahu-Putin, nuovo vertice. Israele vuole garanzie in Siria

Negli ultimi due anni Benjamin Netanyahu ha incontrato Vladimir Putin cinque volte, ovvero più di ogni altro capo di Stato e di governo. E presto il conto dei vertici tra i due salirà a sei: il Premier israeliano e il presidente russo hanno infatti fissato per mercoledì a Sochi una nuova riunione. È il tema principale, oggi come in passato, sarà la sicurezza d'Israele: Gerusalemme non può accettare che ai suoi più pericolosi nemici, Iran e Hezbollah (movimento terroristico libanese sovvenzionato da Teheran), sia stato lasciato così tanto spazio di manovra in Siria da Mosca e Washington. Putin e il presidente Usa Trump il 7 luglio scorso hanno infatti annunciato un cessate il fuoco all'interno del territorio siriano che Netanyahu ha in seconda battuta duramente criticato. In questa tregua infatti, il Primo ministro non ha ravvisato le garanzie necessarie per Israele di fronte alla minacciosa influenza in Siria di Teheran e del suo braccio armato nella regione, Hezbollah. Per cambiare questa situazione, la diplomazia israeliana, racconta il popolare quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, ha avviato in queste settimane intensi incontri bilaterali, con i russi da una parte e con gli americani dell'altra, affinché nel prossimo accordo venga ridotta la presenza iraniana in Siria.

(moked, 20 agosto 2017)


Trovato il mikveh dell'antica sinagoga di Vilnius

 
Pavimento in mattonelle di un mikve nella Grande Sinagoga di Vilnius
Un team internazionale di archeologi ha riportato alla luce i resti di bagni rituali presso la grande sinagoga di Vilnius, in Lituania. Questi bagni erano stati bruciati e saccheggiati durante l'occupazione nazista e vennero definitivamente occultati nel 1965 dai Russi.
Di preciso non si sa quando gli ebrei arrivarono in Lituania. Le prime tracce della loro presenza nel Paese risalgono all'VIII secolo d.C., ma può darsi che siano giunti qui molto prima, a seguito della diaspora seguita alla rivolta di Bar Kokhba in Israele. Comunque sia i rapporti tra la Lituania e la comunità ebraica sono stati caratterizzati sempre da una notevole alternanza. Gli ebrei sono stati spesso accolti e altrettanto spesso espulsi, come nel 1495.
La grande sinagoga di Vilnius venne completata nel 1633, oltre un secolo dopo che gli Ebrei erano stati richiamati in Lituania. L'edificio venne costruito sul sito di una delle sinagoghe più vecchie della città, a sua volta edificata sui resti di una casa di preghiera ebraica ancora più antica. Dal momento che, all'epoca della costruzione della sinagoga, una legge vietava che i luoghi di culto ebraici superassero in altezza le chiese cristiane della città, l'edificio venne costruito in parte sotto terra.
Dall'esterno la sinagoga sembrava avere tre piani, in realtà si estendeva per l'altezza di cinque, cosa chiaramente visibile dall'interno. Tutti i piani erano decorati fastosamente. Il 22 giugno 1941 la Germania nazista occupò la Lituania. Durante la devastazione del ghetto cittadino (ottobre 1941) la grande sinagoga venne saccheggiata e data alle fiamme. Alla fine della seconda guerra mondiale ne rimaneva visibile solo una piccola porzione, spoglia degli arredi trafugati.
Nel 1950 il governo lituano-sovietico decise di abbattere definitivamente quanto rimaneva del luogo di culto ebraico e di tutta la zona che lo circondava, vale a dire scuole, una biblioteca, ambienti per la vendita di carne kosher e il mikveh.
L'attuale scavo si è basato su alcune piantine del tardo XIX secolo trovate nell'archivio comunale di Vilnius e mira a ripristinare l'antico mikveh, che era a due piani, aveva delle stanze ed un'ala di servizio. Al momento gli archeologi hanno trovato solo un mikveh e non sono sicuri che ce ne fossero altri. Quello appena ritrovato aveva le pareti ricoperte di muffa ed era infestato dalle cavallette.
Durante la seconda guerra mondiale gli Ebrei di Vilnius vennero sterminati quasi completamente. Delle 130 sinagoghe solo una è rimasta in piedi all'indomani della fine della guerra e la successiva linea politica russa ha sempre teso a cancellare ogni memoria del popolo ebraico, arrivando anche alla distruzione dei cimiteri ed al recupero delle pietre tombali come materiali da costruzione.

(Italianews, 19 agosto 2017)



La parola della croce

La parola della croce è pazzia per quelli che periscono; ma per noi che siamo salvati è la potenza di Dio. Sta scritto infatti: «Io farò perire la sapienza dei savi e annienterò l'intelligenza degli intelligenti.» Dov'è il savio? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio resa pazza la sapienza di questo mondo? Poiché nella sapienza di Dio il mondo non ha conosciuto Dio con la propria sapienza, è piaciuto a Dio di salvare i credenti mediante la pazzia della predicazione. I Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza; ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per i Gentili pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; perché la pazzia di Dio è più savia degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.
Dalla prima lettera dell'Apostolo Paolo ai Corinzi, cap. 1

 


Il rabbino capo di Barcellona: "Ebrei, tornate in Israele"

Il rabbino capo di Barcellona, Meir Bar-Hen, non ha dubbi: "Questo posto è perso. Meglio andarsene prima che dopo"

di Luca Romano

Meir Bar-Hen, rabbino capo di Barcellona
Polemiche in Spagna e in Israele per le parole del rabbino capo della Catalogna, Meir Bar-Henha, che commentando la strage di Barcellona ha detto che la comunità del luogo è "spacciata", in parte per la radicalizzazione dell'Islam, in parte a causa delle autorità che poco farebbero per contrastarla.
Il colloquio con l'agenzia di stampa Jta è subito rimbalzata su diversi siti europei e israeliani, causando diverse reazioni e commenti negativi. Meir Bar-Hen ha di fatto invitato la comunità ebraica a tornare in Israele perché la Spagna, sostiene, sarebbe diventata "un hub di terrore islamista per tutta l'Europa", e già anni prima degli attacchi del 17 agosto, dove hanno perso la vita 14 persone e 130 sono rimaste ferite tra Barcellona e Cambrils.
Per Bar-Hen "gli ebrei non saranno qui in modo permanente", riferendosi alla Spagna e all'Europa. "Dico da tempo ai membri della mia congregazione: non pensate che staremo qui per sempre. E li incoraggio a tornare e comprare proprietà in Israele. Questo posto è perduto. Non rifate l'errore degli ebrei dell'Algeria, del Venezuela. Meglio andarsene via subito prima che sia troppo tardi". Ciò che ha evidenziato questo attacco", ha continuato Bar-Hen, è "la presenza di una comunità musulmana radicalizzata. Una volta che queste persone vivono tra di noi, è davvero difficile liberarsene. Diventeranno sempre più forti. L'Europa è persa".

(il Giornale, 19 agosto 2017)


Sangue, morte e terrore: gli attentati in Europa dal 2012 a oggi

Di seguito una scheda che ripercorre i principali attentati che hanno colpito l'Europa dal 2012 a oggi: dagli attacchi di Tolosa a quello al mercatino di Natale a Berlino, passando per Parigi, Bruxelles, Nizza, Rouen, tutti gli attacchi dell'estate del 2016 in Germania, fino ad arrivare agli attentati di Westminster, San Pietroburgo, Stoccolma, Manchester, Londra e oggi a Barcellona.

 2012, ATTACCHI DI MOHAMMED MERAH A TOLOSA E MONTAUBAN
  Il 22 marzo 2012 fu ucciso in un raid delle forze speciali francesi a Tolosa il 23enne di origini algerine Mohammed Merah. Era responsabile degli omicidi di sette persone avvenuti nello stesso mese fra Tolosa e Montauban: l'11 marzo aveva ucciso a Tolosa un parà francese, il 15 marzo altri due paracadutisti in una sparatoria davanti a un bancomat a Montauban e il 19 marzo un rabbino e tre bambini nell'attacco davanti alla scuola ebraica di Tolosa.

 2014, ATTACCO AL MUSEO EBRAICO DI BRUXELLES
  Un filo rosso lega la Francia all'attacco al museo ebraico e alla sinagoga di Bruxelles avvenuto il 24 maggio del 2014, alla vigilia delle elezioni europee, in cui morirono quattro persone. Per l'attentato, infatti, fu arrestato Mehdi Nemmouche, 29enne della città di Roubaix, nel nord della Francia e vicino al confine con il Belgio. Il giovane venne fermato il 30 maggio durante un controllo di dogana in una stazione di treni e bus a Marsiglia. Gli inquirenti spiegarono che l'uomo era stato in Siria per circa un anno ed era poi rientrato in Francia. Al momento dell'arresto gli era stato trovato un lenzuolo bianco con scritto il nome del gruppo estremista islamico 'Stato islamico dell'Iraq e del Levante' (che poi a giugno annunciò la sua trasformazione in Stato islamico, noto con gli acronimi Isis e Isil).

 GENNAIO 2015, CHARLIE HEBDO E HYPERCACHER
  Il 7 gennaio 2015 i fratelli Kouachi, francesi di origine algerina, fecero irruzione nella sede del settimanale satirico Charlie Hebdo noto per le vignette su Maometto e uccisero 12 persone. Ne seguì una caccia all'uomo, che si concluse solo il 9 gennaio con la loro uccisione in un raid delle forze speciali francesi dopo che i fratelli si barricarono in una tipografia a Dammartin en Goele. Intanto anche Amedy Coulibaly fece delle vittime: il giovane l'8 gennaio uccise una poliziotta a Montrouge, vicino Parigi, e poi il 9 gennaio si barricò nel supermercato Hypercacher di Porte de Vincennes a Parigi, prendendo degli ostaggi. Il bilancio della crisi degli ostaggi al supermercato fu di quattro morti e anche Coulibaly fu ucciso. Gli attacchi dei fratelli Kouachi e di Coulibaly erano legati: il giovane chiese infatti la liberazione dei fratelli in cambio del rilascio degli ostaggi dell'Hypercacher.

 14 LUGLIO 2015, NIZZA
  Il 14 luglio a Nizza un camion travolge la folla che si allontanava dopo i fuochi d'artificio dei festeggiamenti della festa della Repubblica lungo la Promenade des Anglais, causando 86 morti. Alla guida del camion c'era il tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel, di origini tunisine e che abitava a Nizza, ucciso dagli agenti nel tentativo di fermare la sua corsa sulla Promenade.

 NOVEMBRE 2015, PARIGI E BATACLAN
  La sera del 13 novembre del 2015 una serie senza precedenti di attentati provoca almeno 129 morti e altri 350 feriti a Parigi. I terroristi colpiscono sei diverse zone della città il venerdì sera: fra queste lo Stade de France, dove era in corso l'amichevole di calcio Francia-Germania, e ristoranti e bar nel decimo e nell'undicesimo arrondissement. Il maggior numero di morti, 89, viene registrato nella sala concerti Bataclan, soldout per il concerto del gruppo rock americano "Eagles of death metal". Il 14 novembre l'Isis rivendica l'attentato.

 22 MARZO 2016, AEROPORTO E METRO BRUXELLES
  La mattina del 22 marzo due esplosioni avvengono all'aeroporto di Bruxelles Zaventem e poco dopo un'esplosione si verifica nella stazione della metropolitana di Maelbeek. Il bilancio è di 32 morti, più i tre kamikaze (due in aeroporto e uno nella metro), e oltre 300 feriti. Anche in questo caso l'attacco è stato rivendicato dallo Stato islamico. I due kamikaze di Zaventem erano Najim Laachraoui e Ibrahim El Bakraoui; il terzo kamikaze di Bruxelles è invece il fratello di quest'ultimo, Khalid El Bakraoui, che si è fatto esplodere alla fermata della metro di Maelbeek. In aeroporto c'era anche un terzo uomo, detto 'uomo con il cappello' perché compariva nelle immagini delle telecamere di sicurezza con un cappello, che è risultato successivamente essere Mohamed Abrini. Arrestato l'8 aprile, Abrini era super ricercato già dopo gli attacchi del 13 novembre a Parigi in quanto ritenuto complice di Salah Abdeslam. Con Salah era stato ripreso dalle telecamere di sicurezza due giorni prima degli attacchi nella capitale francese, cioè l'11 novembre, in una pompa di benzina a Ressons, lungo l'autostrada in direzione di Parigi. È lui che era al volante della Renault Clio usata poi per gli attentati di Parigi, e le sue impronte digitali e tracce del suo Dna erano poi state trovate in due appartamenti di Schaerbeek.

 18 LUGLIO 2016, ATTACCO SU TRENO A WUERZBURG
  Il 18 luglio scorso in Germania un 17enne richiedente asilo aggredisce con un'ascia i passeggeri di un treno regionale all'altezza di Würzburg, ferendo quattro persone prima di essere ucciso dagli agenti. Nella stanza del giovane assalitore viene trovata una bandiera dello Stato islamico dipinta a mano: l'Isis rivendica l'attacco e, tramite l'agenzia di stampa Amaq, diffonde un video in cui il giovane brandisce un coltello e minaccia che intende usarlo per massacrare infedeli e vendicare la morte di uomini, donne e bambini nei Paesi musulmani.

 22 LUGLIO 2016, MONACO
  Il 22 luglio del 2016 un 18enne tedesco-iraniano con doppia cittadinanza apre il fuoco a Monaco di Baviera poco prima delle 18 nella zona del centro commerciale Olympia Einkaufszentrum (Oez), vicino allo Stadio olimpico, uccidendo nove persone, e poi si suicida. L'attacco avvenne nel giorno del quinto anniversario del massacro di Oslo e Utoya, compiuto il 22 luglio del 2011 dall'estremista norvegese di destra xenofobo Anders Behring Breivik, in cui furono uccise 77 persone. È venuto fuori che il killer di Monaco era un fan di Brevik: uno studente ossessionato dalla violenza e dalle stragi, con problemi mentali ma senza alcun legame con il terrorismo o l'estremismo islamista.

 24 LUGLIO 2016, KAMIKAZE AD ANSBACH IN BAVIERA
  Il 24 luglio un 27enne siriano, richiedente asilo, si fa esplodere nel centro di Ansbach, in Baviera, durante un festival musicale, ferendo 15 persone.

 26 LUGLIO 2016, ROUEN
  Il 26 luglio del 2016 due assalitori entrano durante la messa mattutina nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino Rouen, e sgozzano padre Hamel mentre celebra. I due, Adel Kermiche e Abdel Malik Petitjean, vengono poi uccisi in un'operazione delle forze di sicurezza.

 19 DICEMBRE 2016, MERCATINO DI NATALE DI BERLINO
  La sera del 19 dicembre, lunedì, un camion si lancia sulla folla del mercatino di Natale di Berlino, provocando 12 morti. Per il caso è ancora ricercato un tunisino richiedente asilo in Germania di 24 anni, identificato come Anis Amri.

 22 MARZO 2017, LONDRA, WESTMINSTER
  Un assalitore, Khalid Masood, si è lanciato con un'auto sulla folla di pedoni sul ponte di Westminster, e poi ha passato la cancellata del Parlamento accoltellando a morte un poliziotto, prima di essere ucciso dagli agenti. Il bilancio complessivo è salito oggi a sei morti, compreso l'attentatore, dal momento che è deceduta Andreea Cristea, la donna romena che era caduta nel Tamigi in seguito all'attacco. Considerato l'azione di un lupo solitario, l'attacco si è verificato nel giorno del primo anniversario degli attentati a Bruxelles.

 3 APRILE 2017, SAN PIETROBURGO
  Un kamikaze, identificato come il cittadino russo Akbarzhon Jalilov nato in Kirghizistan, si fa esplodere nella metro di San Pietroburgo, la seconda città più grande della Russia. Il bilancio è di almeno 14 morti.

 7 APRILE 2017, STOCCOLMA
  È di almeno tre morti e otto feriti, stando ai dati della polizia svedese, il bilancio dell'attacco avvenuto a Stoccolma, dove un camion ha investito i passanti sulla Drottninggatan, la principale via pedonale della città. La situazione è ancora in evoluzione e si teme che il bilancio possa aggravarsi.

 22 MAGGIO 2017, MANCHESTER
  Un kamikaze si è fatto esplodere a Manchester al termine del concerto della cantante americana Ariana Grande nella Manchester Arena, causando la morte di 22 persone, soprattutto giovani.

 3 GIUGNO 2017, LONDRA
  Un van bianco investe pedoni a London Bridge circa alle 22 ora locale; poi tre uomini escono fuori dal van e accoltellano persone nei pressi di Borough Market. La polizia ha fatto sapere che i tre, successivamente uccisi, indossavano falsi giubbotti esplosivi. Il bilancio è di otto morti e 48 feriti.

 17 AGOSTO 2017, BARCELLONA
  Un van bianco ha investito i pedoni che camminavano su Las Ramblas, nel centro di Barcellona. Il bilancio ufficiale è al momento di 13 morti e oltre 50 feriti. La polizia ha effettuato un arresto.

(Il Tempo, 19 agosto 2017)


Palestina - Posata la prima pietra per l'ampliamento dell'ospedale di Qalqiliya

 
 
 
 
GERUSALEMME - Lo scorso 29 luglio si è svolta la cerimonia di posa della prima pietra per l'ampliamento dell'ospedale di Qalqilya alla presenza del Primo Ministro Rami Hamdallah, del Ministro della Salute Jawad Awad, del Vice Ministro della Salute, Assad Ramlawi, del Governatore di Qalqilya Rafe' Rawajbeh, del Console Luigi Mattirolo e dell'esperto sanitario AICS Sandro Accorsi.
   L'iniziativa si inserisce nel quadro del programma CRONO volto al contrasto alle malattie croniche non trasmissibili in Palestina ed è finanziata dall'Agenzia con un importo complessivo di 3 milioni di euro, di cui 1,65 come supporto al bilancio e 1,35 come fondo in loco a gestione diretta. La componente di supporto al bilancio prevede l'espansione dell'ospedale di Qalqiliya, il completamento del centro di cure primarie di Shyauk, la fornitura di attrezzature mediche in alcuni centri di cure primarie e in altri ospedali pubblici e la realizzazione di una campagna di promozione della salute nelle comunità contro i fattori di rischio delle malattie croniche, previo aggiornamento del personale addetto all'educazione sanitaria. In parallelo, con il fondo in loco vengono organizzate campagne informative nazionali sulla prevenzione delle malattie croniche e la sensibilizzazione delle donne allo screening del tumore della mammella.
   L'iniziativa CRONO, della durata di 12 mesi, vuole dare continuità al progetto POSIT rafforzando gli interventi per la prevenzione e il controllo delle malattie croniche non trasmissibili che rappresentano in Palestina una priorità sia dal punto di vista dello stato di salute che dell'impatto sulla spesa sanitaria. Come riconosciuto nella National Health Strategy 2014-2016, le malattie croniche non trasmissibili rappresentano le principali responsabili del carico di malattia, della mortalità prematura e della spesa sanitaria in un contesto di transizione demografica ed epidemiologica in cui l'invecchiamento della popolazione comporta un aumento della multi-morbosità e disabilità.
   Il Programma CRONO è stato elaborato di concerto con il Ministero della Sanità palestinese e assicura la coerenza e l'allineamento del contributo italiano alle politiche nazionali, nel rispetto della titolarità del Paese partner, avvalendosi anche di contributi finanziari diretti al supporto al bilancio. L'intervento é realizzato in parte direttamente dal Ministero della Salute palestinese e dal Ministero delle Finanze e della Pianificazione palestinese per quanto riguarda la componente di supporto al bilancio, e in parte in gestione diretta dall'AICS, in partenariato con il Ministero della Salute. Gli interventi previsti seguono un approccio condiviso di sanità pubblica e sono in linea con le raccomandazioni dell'OMS in tema di prevenzione e controllo delle malattie croniche non trasmissibili e di screening mammografico.

(Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, 19 agosto 2017)


A casa loro il re li bastona e vengono da noi a sfogarsi

A Rabat le moschee sono controllate in modo capillare e non c'è pietà verso i predicatori ambigui. Poi i magrebini emigrano in Europa e si trasformano in spietati terroristi.

di Carlo Panella

Di nuovo, a Barcellona, ha operato un nucleo jihadista di marocchini, a conferma della consistenza di terroristi islamici che hanno origini nel più occidentale paese arabo-islamico. Anche tra i foreign fighters in Mesopotamia i marocchini costituiscono uno dei gruppi più consistenti. Pure, il Marocco, per una contraddizione solo apparente, è da anni l'unico paese arabo-islamico che riesce a tenere sotto controllo i jihadisti all'interno del paese. Il Marocco ha quindi sviluppato i migliori servizi antiterrorismo del mondo e strettissima è la loro collaborazione con quelli spagnoli, italiani, francesi e algerini. Particolarmente intensi sono i legami tra i servizi marocchini e quelli spagnoli, anche a causa delle opportunità che hanno i jihadisti di esfiltrare in Spagna e Europa passando in modo legale attraverso le due enclaves di Ceuta e Melilla, due città marocchine sulle coste del mediterraneo che sono però parte integrante del territorio nazionale della Spagna. Da Melilla è infatti entrato in Spagna Mussa Oukabir, il diciottenne autore della strage di Barcellona, nato sulle montagne dell'Atlante e che si è trasformato in jihadista solo molto recentemente. L'efficienza dei Servizi marocchini è tale che si è portati a pensare che il nucleo terrorista che ha operato in Catalogna giovedì abbia potuto agire indisturbato a causa di gravi deficit nei servizi e nella polizia catalana.
   Di fatto, l'immunità dal terrorismo jihadista di cui gode il Marocco, che ha però subito due gravi attentati, uno a Casablanca nel 2003 e uno a Marrakech nel 2011, si basa su una strategia articolatissima e unica al mondo che sarebbe bene imitare in Europa e che va ben al di là dell'efficienza dei servizi segreti. Dopo l'attentato di Marrakech infatti, il governo di Rabat, per impulso forte del re Mohammed Sesto, ha preso provvedimenti radicali e complessi. Innanzitutto ha monitorato capillarmente le migliaia di moschee del paese, esautorando con severità tutti i predicatori e gli Imam ambigui o addirittura complici nei confronti del salafismo e del jihadismo. Da anni, tutte le moschee marocchine sono così sottoposte al controllo fiscale del Segretariato del Consiglio degli Ulema, i cui vertici rispondono direttamente al sovrano, che ha il ruolo costituzionale di Emiro dei Credenti (non solo dei musulmani quindi, ma anche dei cristiani e degli ebrei). Poi, il re, assieme al ministro degli Habous ( del Culto), ha radunato nella Rabida, tutti i migliori ideologi e teologi musulmani, sotto la guida del professor Jalal, affidandogli il compito di monitorare il tessuto sociale e religioso marocchino, elaborando e attivando corsi capillari in tutto il paese -scuole e quartieri in primis - contro la radicalizzazione.
   Particolarissima attenzione viene poi dedicata in Marocco alle carceri con la decisione rendere autonomo il Dgapr, il Dipartimento per l'Amministrazione Penitenziaria e il Reinserimento, dal ministero della Giustizia, al cui vertice è stato posto un ex prigioniero politico. Questa struttura ha in custodia 3.600 jihadisti detenuti e applica efficienti protocolli di de-radicalizzazione ( che andrebbero copiati) che hanno già portato a eccellenti risultati, tanto che sono state già deliberate dal re su proposta del Dgapr ben 100 amnistie totali. Il Dgapr ha poi definito un innovativo "panel comportamentale" che serve al personale carcerario per individuare e bloccare le fasi della radicalizzazione jihadista dei detenuti comuni. Infine, il Dgapr si occupa direttamente del reinserimento sociale dei detenuti tanto che i molti furgoncini che effettuano piccoli trasporti nelle città marocchine sono stati donati dal Dgapr a ex detenuti per facilitare il loro reinserimento sociale.
   Infine, ma non per ultimo, il Marocco, per evitare un jihadismo di ritorno, dedica un'enorme attenzione ai marocchini emigrati (800.000 in Francia, 600.000 in Italia, altrettanti in Spagna, ecc.) favorendo la nascita e l'opera di organizzazioni islamiche affidabili come la Confederazione Islamica che in Italia controlla 400 moschee su 700.

(Libero, 19 agosto 2017)


La «fabbrica» dell'arte nel cuore di Gerusalemme

Alla scoperta della Fondazione "Al Ma'mal" per l'arte contemporanea. Che promuove la cultura nel cuore della città vecchia di Gerusalemme, a un passo dalla Porta Nuova.

di Beatrice Guarrera

 
«Promuovere, incoraggiare e diffondere l'arte»: questo l'intento della Fondazione Al Ma'mal per l'arte contemporanea. Nel cuore della città vecchia di Gerusalemme, a un passo dalla Porta Nuova, questa organizzazione no profit opera da circa vent'anni, cercando di dare impulso alla cultura. «In città vecchia il nostro è l'unico spazio di esposizione di opere artistiche che non sia una galleria commerciale», racconta Aline Khoury, coordinatrice dei progetti. I colori dei quadri risaltano sulle pareti bianche, mentre le sedie vuote abbandonate e sparse in giro raccontano del grande movimento che deve esserci in quei saloni. Anche nell'ufficio di Aline si moltiplicano i colori, ma sono quelli degli innumerevoli post-it attaccati alla sua scrivania e al suo computer, frutto di contatti internazionali, progetti in corso e numerose idee da sviluppare.
   «Al Ma'mal in arabo significa "fabbrica" - spiega Aline -, dato che questo posto fu una piccola fabbrica di mattonelle decorate dal 1900 al 1973». Dopo che negli anni Settanta la municipalità di Gerusalemme chiese di chiudere tutte le fabbriche della città vecchia e dopo gli anni di abbandono di quei luoghi, negli anni Novanta la famiglia proprietaria diede il permesso di utilizzare l'edificio per un progetto nuovo, a patto che si fosse conservato il nome Al Ma'mal. «Gli artisti non avevano alcuno spazio per esibire i propri lavori, spazi per imparare, confrontarsi tra di loro e così nel 1997 fu fondata qui questa organizzazione no profit», continua la coordinatrice dei progetti.
   Oggi sono diverse le iniziative portate avanti nei locali di Al'Mamal: mostre di arte contemporanea, concerti sul terrazzo, laboratori educativi per ragazzi, seminari. Grazie a un mini appartamento che funge da residenza/studio, si ospitano anche artisti nazionali ed internazionali del grande network che ruota intorno all'organizzazione, per favorire uno scambio di idee.
   «L'obiettivo che abbiamo di fare di Gerusalemme "un centro di arte contemporanea nonostante la situazione" è più difficile oggi di dieci anni fa. Prima Gerusalemme aveva molto di più l'attenzione internazionale e le persone potevano muoversi più liberamente - sostiene Aline Khoury -. La vita sociale a Gerusalemme Est è completamente cambiata, soprattutto negli ultimi cinque anni. Ma quello che è cambiato anche ad Al Ma'mal è che, da quando i nostri spazi si sono ingranditi, le persone hanno cominciato a chiedere di usare le nostre sale per concerti, laboratori, seminari e siamo diventati più un centro culturale che un centro di arte contemporanea».
   Quotidianamente ong internazionali, uffici di rappresentanza, consolati e a volte donazioni private sostengono materialmente l'organizzazione. In piccola parte anche la possibilità di comprare le opere esposte costituisce un introito.
   Come fa intendere la coordinatrice dei progetti, le sfide di oggi non spaventano Al Ma'mal, ma sono la molla che la spinge: «Oggi la questione è: come portare l'arte ad essere compresa dalle persone? Bisogna lavorare con le scuole, trovare nuovi modi di esprimersi, capire come coinvolgere studenti, persone, famiglie». In questo senso è stato pensato anche il laboratorio intensivo che a inizio luglio ha visto la partecipazione di trenta ragazzi della città vecchia, tra i 9 e i 14 anni d'età. Il progetto, supportato dal consolato generale d'Italia a Gerusalemme, ha fatto sperimentare ai giovani partecipanti arte visiva, scultura in argilla, pittura e danza. Il breve campo estivo si è chiuso poi con una cerimonia per le loro famiglie con un ospite di eccezione: l'osannato vincitore dell'edizione 2017 del programma televisivo Arab Idol, Yacoub Shaheen.
   E se qualcuno ha dei dubbi sull'utilità dell'arte in situazioni di guerre o di conflitti, Aline Khoury sa come farli sfumare: «Cultura e arte servono ad aumentare la consapevolezza e il pensiero critico, per provare a non rispondere con aggressività e violenza alla difficile situazione che si vive a Gerusalemme». Il lavoro di Al Ma'mal, dunque, continua, per spingere a trovare modi creativi di reagire, un po' come molti fanno con i graffiti o con la fotografia. «Quando educhi le persone all'arte, possono usarla per esprimere se stesse ed è una via di comunicazione. Se la lingua è una barriera, l'arte riesce, invece, a comunicare messaggi in un altro modo».

(terrasanta.net, 18 agosto 2017)


Hamas schiaccerà Israele in una futura guerra

Il nuovo capo del movimento di Resistenza Hamas nella Striscia di Gaza,Yahya Sinwar, ha dichiarato mercoledì scorso alla stampa palestinese che, sebbene il movimento non sia interessato ad avviare una nuova guerra contro l'Entità sionista, Hamas schiaccerà Israele se scatenerà un conflitto contro la Striscia.
Yahya Sinwar: "li vinceremo"
"Non stiamo cercando un confronto militare con gli israeliani, ma se dovesse esserci un conflitto, li schiacceremo", ha dichiarato Sinwar nel suo primo incontro con i giornalisti, dalla sua nomina a leader. Dal momento che Sinwar è salito al potere, l'intera dirigenza del movimento ha ribadito che la Resistenza palestinese non è attualmente interessato ad un'altra guerra con Israele.
Sinwar ha dichiarato durante il suo incontro con i giornalisti palestinesi che la ragione per cui Israele non sta iniziando una guerra contro Gaza è "la paura dell'ignoto che l'attende".
Sinwar è uno dei fondatori delle Brigate Ezzedine al-Qassam, ed è molto vicino all'Asse della Resistenza (Iran-Hezbollah). E' stato arrestato da Israele nel 1988 e rilasciato nel mese di ottobre 2011 nell'ambito di un accordo per lo scambio di circa mille prigionieri palestinesi per il soldato israeliano Gilad Shalit, catturato da Hamas cinque anni prima durante un raid sul confine. Sinwar rifiuta qualsiasi forma di riconciliazione con Israele.

(il faro, 18 agosto 2017)


Israele - Royalty del gas diminuite leggermente nella prima metà del 2017

GERUSALEMME) - La produzione di gas nel giacimento israeliano di Tamar è aumentata del 7 per cento nei primi sei mesi del 2017, ma l'aumento del valore dello shekel (la valuta israeliana) rispetto al dollaro statunitense si è tramutato in una diminuzione dei ricavi dello 0,3 per cento. Lo riferisce una nota del ministero dell'Energia e delle infrastrutture idriche israeliano. I ricavi del governo israeliano provenienti dai diritti del gas naturale e del petrolio sono stati pari a 403 milioni di shekel (circa 111 milioni di dollari) nella prima metà del 2017. La maggior parte dei ricavi, 391 milioni di shekel (circa 107 milioni di dollari), derivano dalle royalties derivate dalla vendita del gas naturale e quasi l'intera somma, 390 milioni di shekel provengono dallo sfruttamento del giacimento di Tamar. Nei primi sei mesi dell'anno in corso sono stati prodotti 4,8 miliardi di metri cubi di gas naturale, in aumento rispetto allo stesso periodo di riferimento del 2016 (4,5 metri cubi).
  Anche se la produzione del gas è aumentata del 7 per cento nella prima metà del 2017, rispetto al semestre corrispondente del 2016, i ricavi del giacimento Tamar sono scesi leggermente dello 0,3 per cento a causa di un apprezzamento del 9 per cento dello shekel sul dollaro. Oltre alle royalties per gas e petrolio, la nuova legislazione prevede che l'Amministrazione delle risorse naturali ha ricevuto 5 milioni di shekel (1,3 milioni di dollari) da varie commissioni e 7 milioni di shekel (1,9 milioni di dollari) dall'attività estrattiva. Il ministro dell'Energia e delle Infrastrutture idriche israeliano Yuval Steinitz ha dichiarato: "Questo rafforza significativamente l'economia israeliana a causa dell'incremento della produzione di gas naturale nel giacimento di Tamar. I ricavi dovrebbero aumentare ancora di più nei prossimi anni a causa dello sviluppo dei giacimenti (offshore) Leviathan, Karish e Tanin".

(Agenzia Nova, 18 agosto 2017)


Spagna, solidarietà ebraica. "Rimaniamo uniti contro il terrore"

di Daniel Reichel

 
Bandiera spagnola sul municipio di Tel Aviv
Nella notte sul municipio di Tel Aviv è comparsa la bandiera spagnola. Un segno di solidarietà - ultimo di una lunga serie - arrivato poco dopo la notizia dell'attentato terroristico che ha colpito ieri Barcellona e in cui sono morte 13 persone - tra queste, riportano le cronache, due italiani: di uno di loro la Farnesina ha confermato l'identità e si tratta di Bruno Gulotta - e 100 sono state ferite. Un attacco, rivendicato dall'Isis, a cui ne è seguito un altro nella notte, a Cambrils: nella cittadina a un centinaio di chilometri a sud-ovest di Barcellona cinque terroristi sono stati uccisi dopo avere investito la folla e ferito sette persone.
   "I nostri cuori e i nostri pensieri sono con il popolo spagnolo in questo momento difficile. Purtroppo in Israele conosciamo l'ansia e il dolore che accompagnano questi attacchi omicidi e comprendiamo pienamente il vostro dolore", il messaggio del Presidente d'Israele Reuven Rivlin al re Filippo IV di Spagna. "Il terrorismo è terrorismo che colpisca a Barcellona, Parigi, Istanbul o Gerusalemme. Questi atroci eventi - ha sottolineato Rivlin - dimostrano ancora una volta che dobbiamo rimanere uniti nella lotta contro chi cerca di reprimere le libertà individuali e la libertà di pensiero e di fede e che continua a distruggere la vita di così tante persone".
   "Israele condanna l'attacco terroristico a Barcellona - le parole del Primo ministro Benjamin Netanyahu diffuse attraverso i social network - A nome dei cittadini d'Israele, mandiamo le condoglianze alle famiglie delle vittime e auguriamo una pronta guarigione ai feriti". Parlando dell'attentato, il Premier israeliano ha poi affermato che "questa sera abbiamo di nuovo visto come il terrore colpisce ovunque; il mondo civilizzato deve combattere insieme in modo da sconfiggerlo".
   A condannare la violenza dei terroristi che hanno colpito in Spagna, diverse istituzioni dell'ebraismo internazionale, come il World Jewish Congress (Wjc). "I nostri pensieri e le nostre preghiere sono con le vittime di questo attacco e con le loro famiglie, e con tutti i cittadini di Barcellona", le parole di Ronald Lauder, presidente del Wjc. "Stiamo monitorando con attenzione e preoccupazione gli eventi e il loro sviluppo - ha spiegato Lauder - e siamo in contatto con la comunità ebraica locale e il suo servizio di sicurezza. Preghiamo che non ci siano più vittime ". Nelle scorse ore la presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni ha ricordato come non siano "purtroppo nuovi i deliri del terrorismo islamico e di tutti coloro che inneggiano a queste innocenti morti. Gli approfondimenti giornalistici, le molte pagine che oggi parlano di Barcellona sui quotidiani, i numerosi spazi di commento televisivo e radiofonico, ci restituiscono un quadro purtroppo già visto e vissuto nel recente ma anche nel remoto passato".
   "Al di là del dolore - sottolinea ancora la Presidente dell'Unione - colpisce e pesa la difficoltà incontrata dai governi europei a rispondere con efficacia a tali minacce. A comprendere che il linguaggio di risposta non può essere solo quello del pacifismo. Non si tratta di fatti sporadici, di singoli episodi isolati da un contesto più ampio, ma di una realtà divenuta ormai drammaticamente sistemica. È proprio questa la sfida più grande cui sono chiamate le nostre istituzioni e l'opinione pubblica in questi tempi difficili: prendere consapevolezza della minaccia nel suo insieme e, per chi ne ha la responsabilità, agire di conseguenza".
   Una riflessione che trova riscontro nelle parole del presidente dello European Jewish Congress, Moshe Kantor, che ha auspicato che le autorità riescano ad assicurare alla giustizia tutti i responsabili materiali dell'attacco così come chi li ha ispirati. "Hanno scelto di colpire ancora una volta il nostro gusto per la vita e le nostre libertà fondamentali con il loro culto di morte. È sempre più difficile evitare questo uso di veicoli come armi per uccidere", ha sottolineato Kantor, ribadendo la vicinanza del mondo ebraico al popolo spagnolo.

(moked, 18 agosto 2017)


Il modello israeliano

di Andrea Cangini

Un film già visto, un eterno replay. Un furgone a noleggio con le portiere spalancate, una distesa di corpi a terra, la folla che fugge, la polizia che accorre. E successo a Barcellona, era già successo a Nizza, a Londra, a Berlino ... Non c'è collegamento con la politica estera del Paese vittima, ieri è stata colpita la pacifica Spagna come nei mesi scorsi era stata colpita l'aggressiva Francia. Può accadere ovunque, può toccare a chiunque. Per non sentirci in balia degli eventi, ci ripetiamo come un mantra le solite cose: che Israele è diventato il nostro destino, che non dobbiamo farci sopraffare dalla paura, che la vita deve continuare a fluire come nulla fosse. Rassicurazioni che non rassicurano. Qualcosa, in noi, è già cambiato. Si privilegia il turismo interno, si pretende che gli Stati contengano più che mai l'immigrazione musulmana. Non sono reazioni irrazionali perché, come usa ormai dire, non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani. In Europa sono stimati nell'ordine dei 20 milioni, cacciarli è impensabile. Occorre pensare, però, al fatto che a darsi al terrorismo sono quasi sempre musulmani residenti, spesso da più generazioni. E il segno che il multiculturalismo ha fallito, che la piena integrazione è una chimera. E allora, se il nostro destino è Israele, che si segua quel modello fino in fondo. Tra le ragioni per cui nessun attentato si è (ancora) consumato in Italia, il fatto che forziamo i principi dello Stato di diritto espellendo senza processo anche chi semplicemente simpatizza per l'Isis. Israele fa di peggio: uccide i capi e vessa i familiari dei terroristi. Se dobbiamo convivere con la paura come fanno gli israeliani, dovremmo anche adottare i metodi che caratterizzano quello Stato.

(Nazione-Carlino-Giorno, 18 agosto 2017)


Roma - Ghetto, la Memoria cede le mura ai souvenir per turisti

Al posto del Circolo Ragazzi del '48 chiuso a marzo un negozio di peluche, calamite, tazze e Colosseo mini. Il gestore della nuova attività: "Io e mio padre eravamo urtisti, ma poi abbiamo perso la licenza"

di Anna Dichiarante

 
 
 
Via della Reginella
Dall'anima del ghetto all'anima del commercio. Si prova una strana sensazione, arrivando in via della Reginella 15. Lì, fino al 1o marzo scorso, si trovava la sede del "Circolo dei Ragazzi del '48", il cuore pulsante della Memoria romana della Shoah. In quel piccolo locale vicino al Portico d' Ottavia, dal 2001 viveva il memoriale curato e presieduto da Angelo Sermoneta detto "Baffone". Fuori, accanto all'ingresso, nel muro sono rimaste incastonate alcune mattonelle raffiguranti simboli come il candelabro a otto bracci o la deportazione degli ebrei del 16 ottobre 1943. Ora, al posto di quest'ultima è rimasto solo dell'intonaco rosso. La mattonella è stata staccata per protesta dallo stesso Sermoneta, perché il Circolo ha dovuto chiudere. Da quella porta aperta sul vicoletto, da più o meno un mese, si affacciano oggetti che poco hanno a che fare con la memoria degli ebrei romani. Peluche, calamite, cappellini, tazze, grembiuli, piccole riproduzioni del Colosseo e qualunque genere di mercanzia che possa ricordare una vacanza trascorsa a Roma. Già, le mura del Circolo ora ospitano un negozio di souvenir. Colorato, ordinato, ma effettivamente stridente rispetto a quei simboli murati sulla destra della saracinesca.
   La storia del Circolo è finita per motivi economici. La proprietà di quel locale è di un privato. La Comunità ebraica ha sempre pagato l'affitto per il Circolo, ma, quando il canone è aumentato fino a circa mille euro, non le è più stato possibile sostenerlo. A quel punto, dopo qualche tentativo di organizzare collette, Sermoneta ha dovuto interrompere il contratto e lasciare la struttura. Non senza polemiche, ovviamente. Ironia della sorte ha poi voluto che l'affittuario successivo fosse proprio un nipote di "Baffone": Gianni, a sua volta ebreo e proveniente da una famiglia di ambulanti. «Mio padre e io facevamo gli "urtisti" al Colosseo - racconta mentre sistema alcuni articoli in vendita nel suo nuovo negozio - ma quando non abbiamo più avuto la licenza, ho iniziato a fare altro». Gianni, infatti, tiene corsi di cucina per stranieri, soprattutto turisti: a loro insegna i piatti della tradizione romana e italiana, nel rispetto dei dettami della sua religione. E poi, l'occasione: il locale di via della Reginella in affitto, dove rimettersi a fare il mestiere del padre, ma in una sede stabile.
   Peccato, però, che per quel cambio di destinazione suo zio non sarebbe stato l'unico a salire sulle barricate. La battaglia contro il proliferare di minimarket, negozi di paccottiglia o attività di somministrazione di cibi e bevande nel centro storico è ormai di vecchia data. E solo pochi giorni fa la giunta capitolina guidata da Virginia Raggi ha approvato un regolamento che impedisce di aprire nei prossimi tre anni nuovi esercizi che non corrispondano a determinati criteri di qualità, con regole diverse a seconda della zona. Il testo dovrà ora passare al vaglio del Consiglio comunale. In ogni caso, non saranno vietati nuovi negozi di souvenir in pieno centro storico. Neppure quel regolamento avrebbe salvato il Circolo.

(la Repubblica - Roma, 18 agosto 2017)


Europa League - L'Altach perde contro il Maccabi Tel Aviv per 0-1

di Francesco Domenighini

Nella sua seconda storica partecipazione all'Europa League l'Altach bissa l'arrivo ai playoff. Ma questa volta il processo è stato molto più lungo e faticoso. Ai playoff c'è una squadra di tradizione, ci sono i forti israeliani del Maccabi Tel Aviv. Anche loro partiti dal primo turno e nelle sei partite con gli albanesi del KF Tirana, gli islandesi del KR Reykjavik e i greci del Panionios hanno ottenuto solo vittorie. I favori del pronostico sono tutti dalla loro parte, ma l'Altach era spacciato anche col Gent, e quindi perché non crederci?
Al Tivoli Stadion, sotto gli occhi dell'arbitro bielorusso Aleksey Kulbakov, l'Altach inizia con una squadra votata al contenimento e alla ripartenza. Klaus Schmidt per questa partita schiera un 4-4-1-1 con Nutz rifinitore del centravanti Ngamaleu che ha voglia di rifarsi sotto dopo i tanti errori nella sfida di sabato col Red Bull Salisburgo. Il Maccabi di Jordi Cruyff, figlio dell'indimenticabile Johan, schiera un più audace 4-3-3, con l'italiano ex Udinese Cristian Battocchio in cabina di regia e l'esperto difensore ex Chelsea e Manchester City Tal Ben Haim a guidare la difesa. È tutto pronto, inizia l'andata dei playoff di Europa League.
I gialloneri del Voralberg vogliono sfruttare l'andata in terra austriaca e riescono a imbrigliare nella loro rete gli israeliani. Salomon e Zwischenbrugger orchestrano bene la mediana e Nutz è ispirato. Ma dopo essere stati fermati domenica dal portiere Stankovic del Red Bull Salisburgo bosniaco, ma con nazionalità serba, è un altro figlio dei balcani a porsi in mezzo tra la porta e gli attaccanti di Schmidt. Predrag Rajkovic, 22enne estremo difensore e nuovo titolare della Nazionale serba è in serata di grazia e riesce a fermare gli attacchi avversari, in particolar modo su Nutz e Gebauer.
Il primo tempo si chiude quindi sullo 0-0 con il portiere austriaco Kobras spettatore non pagante, ma il risultato non si sblocca. La sfiducia per il gol che non arriva e i fantasmi di due anni del Belenenses si rifanno vivi quando al 67o l'islandese Kjartansson, ben servito da Davidzada, scaglia un violentissimo destro a pelo d'erba che porta in vantaggio gli israeliani al loro primo tiro in porta. È una mazzata dalla quale l'Altach non riesce più a riprendersi. Tenta qualche sterile attacco, ma non è più la bella squadra del primo tempo e il Maccabi porta a casa un preziosissimo 0-1.
Non è ancora detta l'ultima parola, perché l'Altach in trasferte europee non ha mai perso e la partita di stasera ha detto che gli austriaci possono vincere a Tel Aviv. Purtroppo la storia si è ripetuta, con il Tivoli che diventa maledetto nell'andata dei playoff e porta un'amara sconfitta per 0-1. Ma la storia si può cambiare e fra sette giorni, al Netanya Stadium, si può fare l'impresa.

(Footbola, 17 agosto 2017)


Uno dei terroristi di Barcellona aveva pubblicato su facebook un video antisemita

di Riccardo Ghezzi

Importante tweet di Avi Mayer, il portavoce per i media internazionali della Jewish Agency for Israele, l'Agenzia Ebraica per Israele, la più grande organizzazione ebraica no profit del mondo. Avi Mayer è sempre molto attivo on line e viene spesso citato da giornalisti, politici, esperti di difesa e molti altri.
Secondo Avi Mayer, uno dei terroristi di Barcellona ha condiviso sul suo profilo facebook un video dal chiaro contenuto antisemita. Si tratta di un video pubblicato su youtube, in lingua spagnola e fortunatamente non disponibile per l'Italia, che spiega la fantomatica cospirazione degli ebrei per assumere il controllo del mondo. Il titolo del video è "Cos'è il sionismo? Breve introduzione". Deliranti i contenuti.

(L'informale, 17 agosto 2017)


Il diritto alla differenza

di Giorgio Berruto

"Doikeyt. Noi stiamo qui ora!" è la parola d'ordine del Bund ed è anche il titolo di un volume fresco di stampa scritto da Massimo Pieri e pubblicato da Mimesis in occasione del centesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. "Doikeyt" indica lo stare qui, la consapevolezza di esserci (in tedesco "Da-keit", in inglese "hereness"). La consapevolezza, per le masse ebraiche dell'Europa orientale, di essere soggetto, e non più solo oggetto, della grande storia.
  L'Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituania (Bund), fondata il 7 ottobre 1897 a Vilna, è il primo movimento politico ebraico di massa dell'età contemporanea. L'ottimo libro di Pieri si apre con una sintesi storica della presenza ebraica nell'Impero degli zar da metà Seicento, e si sofferma sull'ultimo ventennio del secolo XIX, quando, dopo un periodo di caute riforme, sotto Alessandro III la situazione degli ebrei peggiora rapidamente. Sono gli anni dei pogrom. A Vilna, la "Gerusalemme dell'Est" centro del socialismo ebraico e di multiformi fermenti intellettuali, viene organizzata dapprima la propaganda tra gruppi ristretti di operai, per poi passare all'edificazione di un seguito proletario di massa tramite l'agitazione. Quello del Bund rimane in ogni caso un socialismo peculiare, perché l'ebraismo è pensato non in termini di fede, ma di nazione, una nazione senza territorio. Come per l'Israele antica, costituita da dodici tribù e da regole comuni che definiscono la collettività, per il Bund il federalismo è un esito naturale. E' la cultura ebraica, prima ancora di quella socialista, il collante scelto per muovere le masse nella storia; il suo veicolo naturale è la lingua yiddish.
  L'idea federalista parte dunque dalla lingua e dalla cultura. E infatti quando nel 1903, al secondo Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR), Lenin impone il centralismo, il Bund si fa da parte. Di fronte alla decisione tra continuare a essere la voce del proletariato ebraico oppure fare parte del POSDR, i rivoluzionari ebrei scelgono la prima. E' una rottura dolorosa, perché il Bund è l'organizzazione che più di ogni altra aveva lottato per la fondazione di un partito da cui adesso si trova costretto a uscire. Il federalismo del Bund aspira all'unità del fronte socialista, partendo però dalle diversità e senza abdicare ad esse. Il centralismo di Lenin, al contrario, implica e sostiene l'assimilazione, e quello che Lenin e Trockij chiedono al Bund è di rinunciare all'identità ebraica. Il Bund considera invece l'assimilazione un obiettivo non socialista ma reazionario, e ritiene che proprio nella rivendicazione dell'autonomia nazionale risieda un'istanza autenticamente socialdemocratica. La nazione ebraica, inoltre, secondo i bundisti esiste anche se non ha un territorio: è questo un elemento fondamentale, e un motivo in più di scontro con i bolscevichi, che merita di essere approfondito in altra occasione. Per teorici marxisti come Otto Bauer, Kautsky o Lenin, gli unici ebrei buoni sono quelli che non sono più ebrei: "Contro l'assimilazione strepita soltanto chi continui a venerare il 'passato' ebraico" (Lenin, p. 156). Per questo il Bund, che rivendicava l'identità ebraica, era accusato di essere reazionario, nazionalista, particolarista.
  Dopo l'uscita dal POSDR, il Bund organizza con efficacia sempre maggiore l'autodifesa ebraica durante i pogrom del 1903, che vengono invece minimizzati e di fatto giustificati da chi, come Lenin e Kautsky, vede nella società un'unica, onnicomprensiva contraddizione, quella di classe. I bundisti svolgono poi un ruolo cruciale nel 1905, al tempo della prima rivoluzione, imponendosi come modello di organizzazione e guadagnando enorme influenza tra i milioni di ebrei polacchi. Nel 1906 il Bund rientra nel POSDR, e nel 1917 i bundisti sono presenti nei soviet fino alla Rivoluzione d'Ottobre. Con la presa del potere da parte dei bolscevichi si conclude la parabola del Bund in Russia, mentre la popolazione ebraica si vede costretta a un'alleanza con l'Armata Rossa, l'unica forza in grado di opporsi ai sanguinosi e ripetuti pogrom scatenati dai bianchi durante la guerra civile. In Polonia il Bund rimane egemone tra gli ebrei fino al 1939, quando conta 100.000 iscritti. Negli anni della Shoah guida la resistenza ebraica, ma troppo grande è il divario di forze con gli sterminatori nazisti.
  "Doikeyt" è un libro dai molti pregi: molto ben scritto, denso e ricco di dettagli ma sempre estremamente chiaro. La storia che dalle pagine di Pieri prende forma è quella di un'esperienza che ha ancora molto da insegnare. Quella di un'organizzazione ebraica, il Bund, che si oppone sia al centralismo sia all'assimilazione, ed esprime un progetto federalista di integrazione fondato sul mantenimento della diversità e proteso a chiedere il pieno riconoscimento del diritto alla differenza. Da un gruppo di persone che pensavano di poter cambiare qualcosa, o forse molte cose, e si sono messe in gioco per farlo nel proprio contesto di vita, abbiamo certamente tanto da imparare.

(moked, 17 agosto 2017)


Il governatore della Calabria incontrerà insieme al sindaco Vetere i rabbini ebrei

di Tiziana Ruffo

 
Cedri di Santa Maria del Cedro
SANTA MARIA DEL CEDRO - Si muove a tutto campo il sindaco di Santa Maria del Cedro, Ugo Vetere, per valorizzare il cedro, che costituisce un punto di forza della cittadina tirrenica. Nei primi di settembre il governatore della Calabria, Mario Oliverio proprio a Santa Maria del Cedro, insieme al sindaco Vetere, avrà modo di incontrare i rabbini ebrei che ogni anno si recano in Calabria e soprattutto a Santa Maria del Cedro per raccogliere il cedro, considerato in assoluto il più "puro". L'iniziativa è stata illustrata settimane fa anche all'ambasciatore israeliano in Italia Ofer Sachs, alla presenza oltre che di Oliverio, anche del massmediologo Klaus Davi. Nel corso dell'evento, il presidente della regione annuncerà una serie di iniziative riguardanti la cultura ebraica in Calabria, ricca di tesori della tradizione israelita come la Sinagoga a Bova Marina, la giudecca di Nicotera, in aggiunta ad altre giudecche come quelle di Nicastro e del Reventino. Tra gli obiettivi, anche riportare a Reggio Calabria la prima bibbia ebraica della storia che si trova al museo Palatino di Parma e che non è mai più tornata in Calabria. L'attivismo del sindaco Ugo Vetere a sostegno del cedro, dunque, si è fortemente manifestato anche per chiarire definitivamente che la coltura del cedro appartiene alla sua città, prendendo cosi le distanze da quanti avrebbero tentato di appropriarsi di questa tradizione.

(Radio1One, 17 agosto 2017)


Il futuro di Israele e Geremia 33:14-26

Molti Cristiani aderiscono alla Teologia della Sostituzione (per quanto molti di loro rifiutino quest'etichetta o persino il concetto stesso). Questa posizione è di solito comune nell'ambiente del Cristianesimo Riformato, ed è essenzialmente un'eredità della chiesa cattolica romana. Coloro che aderiscono alla Teologia della Sostituzione hanno speso tantissime energie nel cercare di dimostrare che la nazione di Israele non ha più un ruolo centrale nei piani di Dio e non sarà mai il "quartier generale" del Regno Messianico che deve venire. A seconda di dove vivete la vostra cristianità quotidiana, questa posizione potrebbe essere più o meno diffusa. Come forse alcuni di voi sapranno, la mia famiglia ed io viviamo attualmente in Inghilterra, dove le chiese con questa posizione teologica sono un gran numero.
Eppure, io ritengo che Dio comunichi sempre nella maniera più semplice possibile; credere che Dio abbia rivelato tutta una serie di cose ai profeti antichi, ma che tali cose sarebbero finite col significare tutt'altro "alla luce del nuovo testamento" equivale a credere che Dio è un ingannatore....

(Per Grazia, 16 agosto 2017)


Netanyahu traballa, ma non ha concorrenti

Che cosa è successo
  Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è sotto inchiesta per corruzione. Fin qui niente di nuovo sotto il cielo di Israele, dove negli ultimi 20 anni tutti i capi di governo sono stati indagati. Ma «Bibi» potrebbe essere il primo incriminato durante il mandato. Motivo: il suo ex capo di gabinetto, Ari Harow, messo alle strette dagli inquirenti per un caso che lo coinvolge direttamente, ha deciso di collaborare in cambio di uno sconto di pena. Si presenterà come testimone per la pubblica
accusa e potrebbe svelare informazioni chiave su due dei procedimenti a carico del premier. Nel primo procedimento il leader israeliano è accusato di aver accettato tangenti di varia natura da amici in vista in cambio di favori. Il secondo riguarda un'intercettazione in cui Netanyahu avrebbe proposto all'editore di un quotidiano di ridurre la tiratura del giornale rivale in cambio di una linea filo governativa. Accuse pesanti, che hanno indotto tanti a ipotizzare un post-Netanyahu.

 Che cosa hanno scritto
  «II trono traballa» scrive il tabloid Yediot Ahronoth. «Sarà un terremoto: le informazioni in possesso di Harow sono un vaso di Pandora» riporta Haaretz, quotidiano di Tel Aviv. Intanto Israele immagina un futuro dopo Netanyahu: secondo un sondaggio del Jerusalem Post, «Il 67 per cento degli israeliani pensa che il premier dovrebbe dimettersi se incriminato». E descrive Harow preda di uno «spiacevole dilemma: salvare la pelle o Israele». Paese che, secondo il New York Times, «senza Netanyahu sarebbe un luogo estraneo ai suoi stessi abitanti, al Medio Oriente e al mondo».

 Che cosa succederà
  Il parere di Yehuda Ben Meir, esperto di sicurezza nazionale e opinione pubblica dell'lnstitute for National Security Studies.
«Durante la sua carriera, il premier Beniamin Netanyahu è stato oggetto di diversi scandali e, ogni volta, si è parlato della sua fine politica, In questo caso, la decisione del suo ex capo di gabinetto di testimoniare per la pubblica accusa sembrerebbe fare la differenza. Tuttavia è impossibile prevedere che tipo di informazioni rilascerà Harow agli inquirenti. Quindi è difficile scommettere sulle conseguenze legali del caso, Certo è che i sondaggi politici confermano Netanyahu in testa: il sostegno nel suoi confronti si è un po' eroso, ma non in modo decisivo. Gli indicatori disponibili non fanno pensare che le recenti accuse abbiano dato il colpo di grazia alla sua carriera politica, Parlare della fine di Netanyahu è sicuramente azzardato.»


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L'irresistibile avanzata iraniana

Che cosa è successo
  Il Medio Oriente sta cambiando volto: il segnale più chiaro è l'espansione politico-militare iraniana. Teheran ha consolidato un asse territoriale, attraverso Iraq, Siria ed Hezbollah in Libano, che raggiunge il Mediterraneo. La liberazione di Mosul, «capitale» del Califfato iracheno, ha consolidato il potere sul terreno delle milizie popolari sciite. Il regime siriano canta vittoria avanzando verso le ultime roccaforti Isis lungo l'Eufrate, grazie all'intervento russo e ai volontari sciiti guidati da Hezbollah e Guardiani della rivoluzione iraniana, Teheran continua a sostenere militarmente la minoranza sciita houthi in Yemen, che lancia missili sull'Arabia Saudita. Le rivendicazioni sciite in Arabia Saudita, Bahrein e Kuwait inquietano il Golfo, come mostra il duro scontro con il Qatar, «quinta colonna» di Teheran per i sauditi. E l'Iran penetra sempre più a fondo, anche manovrando fazioni talebane in Afghanistan, approfittando dell'incertezza Usa.

 Che cosa hanno scritto
  «Se il territorio liberato dall'Isis è occupato dai Guardiani della rivoluzione o dalle forze sciite che guidano e addestrano, il risultato sarà una cintura territoriale da Teheran a Beirut che segnerà l'emergere di un impero radicale iraniano» scrive Henry Kissinger, ripreso dall'Indipendent. E aggiunge che tutti «concordano nel distruggere l'Isis, ma chi erediterà il suo territorio? Una coalizione di sunniti!». Il New York Times ammette che l'Iraq «servirà da trampolino di lancio per diffondere l'influenza di Teheran nella regione. In tale contesto, l'Iran ha vinto e gli Usa hanno perso».

 Che cosa succederà
  Il parere di Marco Bertolini, già Comandante del Comando Operativo di vertice Interforze e del Comando Interforze per le Operazioni delle Forze speciali.
«L'intervento russo e la combattività di Hezbollah e delle milizie filoiraniane hanno impedito l'erosione del cuneo sciita che dall'Iran raggiunge il Libano meridionale. Ad Aleppo, Homs, Palmira e Mosul la popolazione ha salutato l'arrivo di «liberatori» non in linea con le fisime occidentali. Di ciò dovrà tener conto Israele, che vorrebbe spingere più a est il confine sul Golan a spese di Damasco. E dovranno tenerne conto pure Ankara (alle prese con le ambizioni curde) e Washington (ostile all'Iran e alleato dei sauditi). Per ora pare scongiurata un'implosione siriana i cui effetti si scaricherebbero su di noi. Ma non sono da escludere sorprese, tra cui una recrudescenza bellica in Europa, in quella drôle de guerre ucraina strettamente legata alla crisi siriana.»

(Panorama, 17 agosto 2017)


Un passo falso che isola sempre di più il presidente

di Mario Platero

Non dobbiamo stupirci: da ieri il mondo degli affari ha abbandonato in massa Donald Trump. Questo presidente, afflitto da una chiara sindrome di doppia personalità, ha passato martedì un limite che nessuno prima di lui negli ultimi 70 anni aveva superato: discutendo degli incidenti di Charlottesville ha messo sullo stesso piano neo-nazisti, Alt Right, Ku Klux Klan e i vari movimenti che difendono l'emancipazione e l'integrazione. Ha in sostanza negato, oltre ai valori centrali americani, anche i valori fondamentali del mondo degli affari, che puntano sul rispetto di ogni minoranza e del merito in nome dell'obiettivo comune di prosperare insieme.
   In questo contesto Stephen Schwarzman, il fondatore di Blackstone Group, un ebreo orgoglioso delle sue origini umili nei sobborghi di Filadelfia e del suo successo, ha capito che dopo le defezioni di Larry Fink di Blackrock, Ginni Rometty di lbm, Rich Lesser di Boston Consulting Groupe Toby Cosgrove di Cleveland Clinic non poteva continuare a guidare il gruppo di consiglieri/imprenditori del presidente. Lo stesso e' successo per il Consiglio manifatturiero. Dopo le dimissioni di ieri di Inge Thulin, che ha seguito i suoi colleghi di Merck Under Armour e Intel il gruppo è stato sciolto.
   Colpisce la predisposizione all'isolamento e all'autodistruzione di Trump. Da una parte il presidente capisce che il disordine della sua Casa Bianca lo danneggia e nomina a capo di gabinetto John Kelly, un ex generale dei Marines. Dall'altra gli riesce impossibile resistere al disordine a costo di imbarazzare lo stesso Kelly. Era Kelly ad aver convinto Trump a fare marcia indietro su certe dichiarazioni esplosive della settimana scorsa su Charlottesville. Così lunedì il presidente aveva fatto ammenda, aveva attaccato gli estremisti di destra in un testo scritto. Poi, martedì, in una conferenza stampa, sotto il fuoco incrociato delle domande sugli incidenti di Charlottsville, è esploso e ha attaccato anche coloro che difendono le libertà civili americane, ricevendo in cambio una lettera di elogio da parte di David Duke, ex capo del KuKluxKlan e distruggendo così il lavoro di Kelly.
   Del resto, nelle ultime settimane e giorni, nonostante l'arrivo di Kelly, avevamo già visto situazioni alquanto sconcertanti. A partire dalla debacle con la Corea del Nord: partita con una minaccia di «fuoco e fiamme» da parte di Trump, la vicenda si è poi chiusa con una marcia indietro di Kim Jong su pressioni della Cina, proprio come aveva previsto il copione diplomatico. Ma c'è di più. Giorni fa il presidente ha attaccato ferocemente il capo della maggioranza repubblicana al Senato Mitch McConnell, chiedendo le sue dimissioni per aver mancato l'obiettivo di abolire Obamacare. Peccato che l'autorevole (e intelligente) McConnell fosse uno dei suoi pochi preziosi alleati in Congresso. Trump ha anche attaccato il suo segretario alla Giustizia, Jeff Session. Il messaggio è inequivocabile: un capo che abbandona i suoi luogotenenti dopo la battaglia non ispira fiducia. Sempre nei giorni scorsi, invece di attaccare Vladimir Putin per aver espulso 775 diplomatici e funzionari americani dall'Ambasciata a Mosca, Trump lo ha ringraziato: «Così potremo risparmiare un bel po' di costi inutili». Di nuovo, un capo che abbandonai suoi uomini del Dipartimento di Stato ironizzando sulla loro utilità porta, al di là della battuta, delusione e scoraggiamento.
   Ma il fronte si sta incrinando anche sulla creazione di nuovi posti di lavoro in America grazie agli investimenti esteri. Ricordate i 10 miliardi di dollari promessi dalla taiwanese Foxconn in impianti manifatturieri nell'elettronica in Wisconsin? Avrebbero creato 13mila nuovi posti di lavoro. Il governatore, il repubblicano Scott Walker era in tripudio. Oggi è alquanto disperato e guida una ribellione: la combinazione di agevolazioni fiscali e su vincoli anche ambientali costerà allo stato qualità di vita e quattrini fino al 2043! Infine il pasticcio più grave, quello di Charlottsville.
   C'è chi chiede le dimissioni di Stephen Bannon, consigliere di Trump, ispiratore degli Alt Right, per risolvere una volta per tutte la questione della doppia personalità del presidente e dare spazio a Kelly. Ma ormai sono in pochi a credere che questa possa essere una soluzione. Il problema è in testa. E con o senza Bannon Trump ha dimostrato troppe volte che continuerà ad essere se stesso, cioè inaffidabile.

(Il Sole 24 Ore, 17 agosto 2017)


E’ possibile che Obama prima e Trump poi risultino essere due diversi e opposti strumenti con cui gli Stati Uniti sono sospinti, passo dopo passo, sulla via di un inevitabile tramonto politico. Inevitabile anche perché deve venire meno prima o poi per Israele quel “sostegno di canna rotta che penetra nella mano di chi vi si appoggia e gliela fora” (Isaia 36:6) costituito un tempo dall’Egitto e negli ultimi anni dagli Stati Uniti. La contemporanea crescita di influenza in Medio Oriente di Iran e Russia, ben accordati in un machiavellico e letale gioco delle parti, s’inserisce bene nell’insieme delle profezie bibliche. M.C.


Israele ha colpito almeno un centinaio di volte convogli destinati a Hezbollah dal 2012

GERUSALEMME - Israele ha colpito almeno un centinaio di volte negli ultimi cinque anni convogli di armi destinate al movimento sciita libanese Hezbollah. Lo ha reso noto l'ex capo di Stato maggiore dell'aeronautica israeliana, il generale Amir Eshel, che ha concluso il suo mandato lo scorso 15 agosto, dopo cinque anni di servizio. Eshel ha comandato, quindi, tutte le operazioni dell'Aeronautica durante le campagne su Gaza del 2012 e 2014, rispettivamente "Pillar of Defense" e "Protective Edge". Secondo quanto riferisce il quotidiano "Times of Israel", le dichiarazioni di Eshel svelano per la prima volta il numero di raid aerei condotti, sui quali in passato non vi è stata né una smentita, né un'ammissione. Lo Stato ebraico è rimasto fuori dal conflitto che da sei anni imperversa nella vicina Siria, ma ha ripetutamente affermato che avrebbe impedito l'acquisizione di armi da parte di Hezbollah. Soltanto nell'aprile del 2016 il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva ammesso per la prima volta che l'aviazione aveva attaccato decine di convogli di armi in Siria destinate ad Hezbollah.

(Agenzia Nova, 17 agosto 2017)


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La guerra invisibile tra Israele ed Hezbollah

Per la prima volta un alto ufficiale israeliano conferma gli attacchi aerei ai convogli di armi diretti a Hezbollah, e il loro numero è tanto impressionante quanto inimmaginabile.

A partire dal 2012 Israele ha attaccato i convogli che portavano armi ad Hezbollah per decine di volte. A dirlo al quotidiano Haaretz è l'ex comandante delle forze aeree israeliane (IAF), il Generale Amir Eshel.
E' la prima volta che un alto ufficiale dell'esercito israeliano ammette apertamente che Israele ha attaccato più volte in Siria i convogli che trasportavano armi e missili a Hezbollah. Colpisce tuttavia il numero di attacchi che si sono susseguiti dall'inizio del conflitto siriano, poco meno di 100 in cinque anni, quando solo in pochissime occasioni si è venuto a sapere di attacchi aerei ai convogli di Hezbollah....

(Right Reporters, 17 agosto 2017)


Champions League 2017 - Hapoel Beer - Sheva Maribor 2—1

L'Hapoel Beer Sheva riesce a vincere davanti al proprio pubblico contro il Maribor riuscendo a rimontare lo svantaggio iniziale firmato Tavares dopo il clamoroso errore di Tdezek grazie all'eurogol segnato un minuto dopo con Nwakaeme che ha segnato con una gran botta di collo-esterno. Poi proprio Tdezek ha trasformato il calcio di rigore assegnato dal direttore di gara al 46' per un ingenuo fallo commesso da Vrholec su Radic. La prima emozione della partita coincide col vantaggio degli ospiti realizzato al 10' da Tavares che in pratica si è ritrovato tutto solo davanti a Haimov grazie ad un'incomprensione di Tdezek col compagno di reparto: il centravanti ha poi superato con un potente tiro. Gli israeliani riescono però immediatamente a reagire neanche un minuto dopo all'11' un lungo lancio tentato dalla retroguardia è stato respinto da Milec sui piedi di Nwakaeme che non ci ha pensato due volte ed ha calciato con potenza al volo un tiro di collo-esterno che si è infilato imparabilmente e spettacolarmente sotto la traversa. Ora i padroni di casa attaccano a testa bassa: al 19' Gadir lanciato in profondità viene anticipato all'ultimo dalla pronta uscita in tuffo basso di Handanovic. Al 40' il Maribor riesce finalmente ad affacciarsi nella metà campo avversaria con Hotic il cui potente tiro scagliato dai venti metri è stato respinto coi pugni dall'estremo difensore di casa.

LA RIPRESA - La ripresa si apre subito con l'Hapoel all'attacco: al 48' gran azione personale di Gadir che ha visto respingersi la potente conclusione da distanza ravvicinata. Un minuto dopo al 49' è stato Melikon a sfiorare il gol del vantaggio con un tiro di prima intezione in pratica da fondo campo, la palla, dopo esser passata sotto le gambe di Handanovic è stato Milec ad allontanare con decisione dalla riga di porta. L'Hapoel ci crede anche se gli attacchi si fanno sempre più sterili anche a causa della stanchezza che sta attanagliando gli israeliani che hanno speso molto per recuperare lo svantaggio iniziale. Al 71' è ancora Melikson a mettere fuori di non molto da ottima posizione, poi dopo un potente tiro tentato da Visca al 78' finito a alto dello specchio israeliano. Prima della fine al 90' Handanovic è nuovamente salito in cattedra respingendo con un intervento di puro istinto il tiro da distanza ravvicinata di Gadir che aveva fatto gridare al gol al pubblico di casa. L'Hapoel Beer Sheva vince ma si complica la vita in ottica qualificazione visto che dovrà fare una ottima prestazione in Slovenia la settimana prossima dove invece il Maribor tenterà di conquistare a tutti i costi il passaggio alla fase a gironi della massima competizione europea.

(ilsussidiario.net, 17 agosto 2017)


Una palestinese che rifiuta l'odio, un musulmano che serve nelle forze armate israeliane

Testimonianze da una realtà assai più sfaccettata di come viene descritta da propagandisti e osservatori faziosi.

Una palestinese, fra l'altro nipote di uno dei fondatori del movimento Fatah, ha recentemente dichiarato la sua inequivocabile condanna degli attacchi terroristici condotti da palestinesi contro israeliani, e ha menzionato come causa principale dei continui attentati l'educazione alla violenza cui sono sottoposti i giovani palestinesi.
Sandra Solomon, palestinese nata col nome di Fida 39 anni fa a Ramallah, convertita al cristianesimo da più di dieci anni, condanna senza mezzi termini il recente attentato perpetrato a Halamish che ha visto un terrorista fare irruzione in un'abitazione di ebrei riuniti per una cena festiva e uccidere tre membri della famiglia Salomon. "Il terrorista palestinese che un venerdì sera ha trucidato una famiglia a Halamish - si chiede Solomon - dove ha preso l'idea di entrare in un'abitazione scelta a caso e uccidere quelli che vi si trovano? I giovani palestinesi che compiono attacchi sono già stati massacrati, sul piano psicologico, dall'istruzione che viene loro impartita"....

(israele.net, 16 agosto 2017)


Nella selva argentina riemergono i rifugi dei nazisti in fuga

Era nascosto in Argentina nel fitto della selva di Misiones, ai confini con il Paraguay, un rifugio per nazisti scappati in Sud America dopo la seconda guerra mondiale. "Invisibile" fino agli anni duemila, e fino a un paio d'anni fa indicata arbitrariamente come "casa di Bormann", la piccola costruzione in pietra è stata studiata per due anni nei dettagli da una équipe archeologica guidata da Daniel Schàvelzon e Ana Igarita, che ne hanno anche tratto un libro da poco pubblicato in Argentina.

 Una casa rimasta fantasma per decenni
 
  Le ricerche sui resti di simili dimore, spesso ignorati o equivocati, potrebbero riservare nuove sorprese storiche sulla presenza dei nazisti nel Paese e sui percorsi seguiti per disperdere le tracce dopo il '45. "Bisogna sottolineare l'importanza che siti di questo genere, in località molto isolate, siano ripensati e rivisti alla luce di questa nuova ipotesi mai immaginata prima d'ora" dichiara all'AGI Daniel Schàvelzon, capo ricercatore del Conicet (Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas) e direttore del Centro di archeologia urbana presso la facoltà di Architettura dell'Università di Buenos Aires. Per Schàvelzon, insomma, il rifugio nel parco naturale di Teyò Cuaré, a Misiones, non sarebbe necessariamente l'unico: "Esiste una infinità di rovine disseminate qua e là, che restano incomprese dall'archeologia. Sono considerate meramente - spiega - come resti antichi, riutilizzati dalla popolazione nel XX secolo e nulla più. E' possibile invece che, col tempo, vengano fuori altri siti come quello".
  Il rifugio di tre metri per tre, restò ignoto così a lungo perché celato nella selva, per l'assenza di qualsiasi documento catastale e grazie agli stessi materiali impiegati nella costruzione, mattoni di pietra che ingannavano a prima vista anche occhi di esperti, che datavano la casa al diciassettesimo secolo e la collegavano alla presenza gesuitica nell'area senza mai approfondire l'investigazione.

 Monete tedesche, un cinturone, ritagli e fotografie
  Schàvelzon e la sua squadra si resero invece conto che si trattava di un manufatto moderno e avviarono l'indagine, individuando una cucina a legna, una vasca in maiolica, addirittura tubazioni sottostanti per l'acqua e un pozzo per la spazzatura che ai ricercatori parve una soluzione irrazionale, considerando la prossimità del fiume Paranà e la presenza tutt'intorno della selva. Aveva invece la funzione di occultare il più possibile le tracce degli ospiti. Gli scavi successivi hanno premiato gli archeologi: hanno ritrovato monete tedesche e dei paesi dell'Europa dell'Est occupati dalla Germania negli anni '40, ritagli di giornale e fotografie dell'epoca, una scatola di latta arrugginita per la cotognata su cui fu stampata una fotografia di Hitler e Mussolini.
  "La scatola fu fabbricata da un'azienda alimentare argentina molto popolare a quel tempo. Mentre la foto di Hitler e Mussolini - racconta ancora Schàvelzon all'AGI - fu impressa da un italiano, che viveva in Cile e fu arrestato alla fine della guerra come collaborazionista". Non è possibile sapere da chi e per quanto tempo la dimora fu occupata, anche se sono stati rinvenuti diversi articoli di provenienza germanica e un cinturone della Falange di Francisco Franco in ottimo stato di conservazione.
  Detratto il 'mito' di Martin Bormann, l'ultimo segretario di Hitler, del quale non c'è alcun indizio che sia passato per Misiones, l'archeologo ricorda le ragioni della particolare importanza assunta, in Argentina, dai destini dei nazisti: "Qui c'è una imponente immigrazione tedesca o di parlanti tedesco e la gran parte arrivò con la guerra. Ebrei prima di tutto, quindi quelli sopravvissuti all'Olocausto e più in generale tedeschi la cui vita fu distrutta dalla guerra, che facessero parte o no dell'esercito.
  E poi, l'Argentina fu rifugio di gerarchi nazisti con il beneplacito del governo". E se si è parlato di Bormann anche per la dimora di Teyò Cuaré, è perché "lui fu l'elemento agglutinante che permise ai neonazisti di mantenersi vivi, benché fossero un gruppo minoritario quasi insignificante, eppure molto attivo", commenta Schàvelzon. "Oltretutto, l'esercito argentino proveniva da una tradizione prussiana e antisemita, e dal 1943 contammo una lunga sequenza di militari al governo, che fossero dittature o democrazie. Perón, ad esempio, era un generale formato anche in Europa. Pertanto, il tema dei nazisti è radicato nella nostra storia anche se dalla guerra eravamo lontani".

(Agor@ Magazine, 17 agosto 2017)


Tova Saul, la donna che salva i gatti a Gerusalemme

di Fulvio Cerutti

A Gerusalemme tutti la conoscono come la "signora dei gatti". In Italia diremmo più semplicemente la gattara. La fama di Tova Saul si è diffusa un po' ovunque perché lei, per il bene dei suoi amici pelosi, non ha paura di recarsi anche nelle zone dove gli altri ebrei tendono a non andare. Sono troppo pericolose, il clima è troppo teso. Ma non per lei.
   Da più di due decenni si prende cura dei gatti, li ha curati e sterilizzati. Una sfida praticamente impossibile in un territorio dove le politiche di controllo delle nascite sono ormai trascurate da tempo (qualche decennio fa si ricorreva al veleno) e il clima mite e la presenza di rifiuti abbondanti ha portato la popolazione dei felini randagi a 100mila esemplari nella sola Gerusalemme.
   Saul è arrivata in Israele negli anni '80 dagli Stati Uniti e fin da subito si è occupata del problema dei gatti. In un anno riesce anche a catturare e sterilizzare 600 gatti. Ed è come se ne salvasse almeno qualche migliaia visto che ogni anno una gatta può partorire anche due o tre volte, con due o tre cuccioli per parto.
   «Molti di questi gattini muoiono dopo un molte sofferenze, senza che nessuno si prenda cura d loro. Passano in strada senza fare nulla, li guardano piangere in cerca delle loro madri, spesso mangiate vive dalle pulci» racconta all'Afp che ha dedicato un servizio alla sua storia.
   L'anno scorso ha speso 15.000 dollari (circa 12.800 euro). Di questi solo la metà li ha raccolti con donazioni. Il resto lo ha speso di tasca propria. Soldi che ha guadagnato facendo la guida turistica e con la gestione di un Airbnb.
   Lei, ebrea ortodossa, non ha paura a entrare nel quartiere musulmano. Spesso lo fa al mattino presto, fra le quattro e le cinque, quando le strade sono deserte. Può capitare che qualcuno la fermi e le chieda che cosa sta facendo. Lei, israelo-statunitense, conosce solo una frase in arabo che pronuncia anche in maniera stentata: «Allah e Maometto vogliono che i grandi uomini siano gentili e premurosi con gli animali». Parole che spesso vengono accompagnate da risposte di approvazione e ringraziamenti.
   Non sempre le va bene. Proprio mentre era accompagnata dal giornalista dell'Afp tre ebrei ultra-ortodossi le hanno chiesto che cosa stesse facendo e sentita la sua risposta le hanno detto: «I nazisti si comportavano esattamente così: Hitler ha baciato il suo cane e allo stesso tempo mandava le persone nei forni crematori». Lei risponde: «Ora gli ebrei danno del nazista agli altri ebrei?» .Da lì ne è nata una discussione e Saul è finita con gli altri tre alla stazione di polizia. Il tempo di chiarire l'accaduto e lei è tornata in strada dai suoi gatti. Come ogni notte, senza paura di nessuno.

(La Stampa, 17 agosto 2017)


Se ora l'Iran mette d'accordo Netanyahu e Abu Mazen

Analisi sugli scenari che determinano l'instabilità mondiale. L'ambito regionale che va dal Medio Oriente al Nordafrica passando per il Golfo Persico.

di Paolo Alli

 Golfo Persico
 
Famiglia reale saudita: Bin Salman con Bin Naief
  La regione del Golfo è, da decenni, al centro della attenzione mondiale, per aver costituito il punto di equilibrio del complesso mercato globale del petrolio. Le trasformazioni che il settore energetico ha subito negli ultimi anni ne hanno, tuttavia, ridotto progressivamente l'importanza, e il crollo del prezzo del greggio, sceso all'inizio del 2015 sotto i 50 dollari a barile, ha dato inizio ad un periodo di crisi anche per i ricchi Paesi della regione.
  L'Arabia Saudita, abbandonata anche da Obama con la sua politica di arretramento dal Medio Oriente e messa a dura prova dal sanguinoso conflitto con lo Yemen, ha visto diminuire progressivamente la propria capacità di influenza. Un anno e mezzo fa ebbi l'occasione di incontrare personalmente Re Salman, che mi disse chiaramente come il suo Paese stesse lavorando per creare una nuova economia non più basata sul petrolio: 250mila giovani mandati a studiare all'estero sono la cifra della volontà di costruire una nuova classe dirigente non più seduta sui facili guadagni garantiti dall'oro nero. Artefice di questo progetto, denominato "Vision 2030", è il potente figlio del re e ministro della Difesa Mohammad bin Salman, recentemente nominato erede al trono. Riyad si trova anche ad affrontare il tema del terrorismo di Daesh, che ha inizialmente finanziato nell'ambito della propria contrapposizione alle componenti sciite nella regione, e che ora è sfuggito al controllo, creando seri rischi di radicalizzazione anche all'interno del Paese.
  Il ritorno in auge dell'Iran, nuovamente legittimato di fronte alla comunità internazionale dopo l'accordo sul nucleare voluto dallo stesso Obama, ha ulteriormente fatto salire la tensione in una regione storicamente condizionata dal conflitto interno al mondo islamico tra sunniti e sciiti. L'Iran, infatti, costituisce oggi, per la monarchia saudita e per i suoi alleati — in particolare gli Emirati — un competitor sempre più ingombrante e scomodo. Sostiene infatti la componente sciita dell'Iraq e finanzia gli Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina, nel tentativo di costruire e rafforzare la "mezzaluna sciita", ossia un corridoio ininterrotto di terre a maggioranza sciita che, geograficamente, accerchi e metta pressione ai sunniti sauditi, alimentando così l'instabilità nell'intera regione.
  La visita a Riyad di Trump, con la sua dichiarata avversione al regime di Teheran, ha però posto la premessa per un rilancio dell'influenza saudita nel Golfo. La prima conseguenza è stata la messa al bando da parte di Arabia, Bahrein, Emirati, Egitto e Yemen, del Qatar, accusato di finanziare il terrorismo (da quale pulpito viene la predica): ma la vera ragione sono i rapporti che lo stesso Qatar intrattiene da tempo con l'Iran, rapporti in primis economici, dato che i due Stati condividono un enorme giacimento di gas.
  Tutto questo dimostra come le tensioni nell'area del Golfo siano tutt'altro che destinate a diminuire nel prossimo futuro, e l'unico piccolo Paese che ancora mantiene una neutralità — imposta anche dalla propria collocazione geografica —, l'Oman, si troverà probabilmente ad affrontare scenari assai più preoccupanti e complessi, specie quando vi sarà l'uscita di scena dell'anziano e illuminato sultano Qabus Al Said che, nei suoi 47 anni di regno, ha saputo garantire un ruolo e una capacità di mediazione ad una piccola realtà che rappresenta una specie di Svizzera del Medio Oriente.

 Israele e Palestina
  Anche il conflitto israelo-palestinese viene influenzato da questi mutamenti rapidi e, per certi versi, imprevedibili fino a poco tempo fa. Un conflitto congelato da tempo, che vede oggi i due principali attori, Netanyahu e Abu Mazen, accomunati dall'interesse di mantenere lo status quo: il primo perché il riaccendersi di ostilità aperte lo vedrebbe in oggettiva difficoltà di fronte alla comunità internazionale, il secondo perché ormai indebolito nella propria popolarità di fronte all'aggressività di Hamas. Paradossalmente, l'Iran sta diventando un altro elemento di "coesione" tra i due protagonisti del confronto: Netanyahu ormai ha individuato Teheran come il vero pericolo per Tel Aviv, al punto di fare asse con lo storico nemico saudita contro il rischio di aggressioni iraniane, Abu Mazen deve tagliare le fonti di finanziamento ad Hamas per garantirsi la sopravvivenza e per sperare in una progressiva ricomposizione del conflitto con Israele. Ho incontrato personalmente Abu Mazen poche settimane fa, in una Ramallah divenuta città moderna e sviluppata, e in un lungo colloquio ho potuto constatarne la lucidità e la determinazione, nonostante l'età ormai avanzata; tuttavia non ho potuto non notare come la classe dirigente palestinese sia ancorata a una visione del conflitto e delle sue possibili soluzioni che va certamente superata e adeguata ai nuovi equilibri nell'intera regione.

 Egitto
  Il suo ruolo è sempre stato fondamentale negli equilibri medio-orientali. Oggi il Paese vive una situazione interna di grande difficoltà economica e sociale, che ne ha indebolito l'influenza. Esso resta, tuttavia, un soggetto imprescindibile quando si analizzano le dinamiche della regione. Il suo buon rapporto con Israele garantisce a entrambi il controllo della complessa frontiera del Sinai e la storica collaborazione con l'Arabia Saudita costituisce un asse fondamentale di equilibrio a sud (il recente episodio della "vendita" delle isole di Sanafir e Tiran ai sauditi ne è testimone).

 Turchia
  Sulla Turchia vi sarebbero moltissime cose da dire, in senso negativo ma anche in chiave positiva. Sul primo fronte non si può non rilevare l'atteggiamento ondivago di Erdogan, che per anni ha oscillato tra l'ambizione di essere il leader del mondo islamico, la voglia di ricostituire l'impero ottomano (entrambi sogni impossibili) e l'idea di costruire un rapporto organico con l'Occidente e l'Europa. Atteggiamenti che lo hanno portato, di volta in volta, ad essere amico di Israele per poi diventarne avversario, a sostenere Assad per poi attaccarlo e ora nuovamente — nell'asse con la Russia — lavorare per lui, ad abbattere un jet russo e, dopo il fallito golpe, andare a Mosca da Putin col cappello in mano. Il suo progressivo indebolimento interno lo ha portato ad assumere atteggiamenti gravissimi e ingiustificabili nei confronti degli oppositori politici, e questo ha gettato una pessima luce sull'intero Paese. Che, invece, ha indiscutibili meriti storici e attuali che non possiamo dimenticare. L'Occidente, infatti, ha usato la Turchia per decenni come cuscinetto, politico, economico e militare, verso i rischi provenienti dal Medio Oriente e dall'Iran. La Turchia ha conosciuto, negli ultimi vent'anni, uno sviluppo economico straordinario, e Erdogan ha condotto il Paese in questa lunga fase meritandosi il larghissimo consenso che oggi si sta erodendo sempre più per l'immagine tirannica che il leader ha assunto. Il Paese ospita oggi tre milioni di rifugiati siriani e iracheni, tra i quali centinaia di migliaia di cristiani e yazidi sfuggiti alle persecuzioni religiose di Daesh.
  Senza dimenticare la lotta di Erdogan con i curdi, che tenacemente rivendicano quell'autonomia territoriale (non solo in Turchia, ma anche in Iraq, Siria e vari altri paesi della regione) a cui aspirano da tempo immemore, e per la quale non esitano ad usare tutte le armi a disposizione, dall'opposizione parlamentare agli attentati terroristici (chiaramente, ciò a seconda dei diversi gruppi, che si differenziano per natura e modus operandi). Curdi che, però, fanno comodo nella lotta contro Daesh, e che dunque ricevono sostegno dall'Occidente, motivo di ulteriore frizione con la Turchia.
  Insomma, tutto questo disegna un Paese in chiaroscuro, che resta pur sempre un attore indispensabile negli equilibri geopolitici del Medio Oriente.

(ilsussidiario.net, 16 agosto 2017)


Eurobasket 2017: le nostre avversarie nel gruppo B, Israele

di Eduardo Lubrano

Giovedì 31 agosto alle 20.30 italiane accadrà qualcosa di molto particolare : inizierà la 39ma edizione dei Campionati europei di pallacanestro, Eurobasket 2017. La particolarità è rappresentata dal fatto che dal 1935 data della prima edizione - in Svizzera - mai si era giocato in Israele, una nazione, un popolo che vive di pallacanestro.
In realtà la prima partita si giocherà alle 12.45 in Finlandia perché la prima fase di questo campionato vivrà in Turchia, Romania, Finlandia ed Israele, ma la palla a due tra Israele ed Italia segnerà il momento storico. Dunque toccherà a noi affrontare per primi una squadra di 10.383 persone più 12. Cioè gli spettatori che può contenere la Yad Elyhau Tel Aviv Arena ed i giocatori della Nazionale di casa. E non sarà cosa da poco visto che come il Pioniri di Belgrado e la Abdi Ipekci di Istanbul, anche il palazzo dello sport di Tel Aviv è in grado di influenzare la squadra di casa, di caricarla al meglio, di giocare letteralmente la partita e di far vedere cose diverse agli arbitri.
E poi c'è la squadra, allenata dal 2014 da Erez Edelstein 56 anni, una vita da coach nel suo paese tranne una parentesi, nel 2007-2008 all'Olimpiacos Pireo col secondo posto in campionato ed i quarti di finale in Eurolega (eliminato dal CSKA futuro campione). Edelstein è anche l'allenatore del Maccabi Tel Aviv la squadra più titolata e famosa d'Israele che però quest'anno darà pochi giocatori alla Nazionale. Addirittura nei primi giorni del ritiro non ce n'era nessuno e questo è stato motivo di titolo e di articoli sui giornali israeliani....

(All Around, 16 agosto 2017)


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Karam Mashour, forse il primo arabo-israeliano che indosserà la canottiera di Israele

di Eduardo Lubrano

Questa è una storia, quella di Karam Mashour, che va raccontata con delicatezza e con dolcezza, perché va oltre lo sport ma può fare molto bene allo sport. Non solo a quello della pallacanestro. Proviamoci.
Il 9 agosto del 1991 il nostro eroe nasceva a Nazareth, la storica città della Galilea, quella dove visse la maggior parte della sua fanciullezza ed infanzia Gesù Cristo e dove avvenne l'Annunciazione. Lì la popolazione, araba israeliana è composta in maggioranza - circa il 70% - da musulmani e per il resto da cristiani.
Karam fino ai 13 anni non sa che fare perché in quel posto così importante tutti giocano a calcio ma suo fratello Saher e lui non hanno voglia di tirar calci ad un pallone. A 13 anni proprio il fratello gli fa vedere su YouTube un programma sulle stelle NBA: Michael Jordan, Kobe Bryant, Vince Carter e d Allen Iverson. Troppo facile: Karam ovviamente si innamora della palla a spicchi e comincia a giocare nel vicolo dietro casa dei suoi genitori e della nonna. Il primo ferro con retina lo comprano, lui e Saehr ad Haifa 30 miglia (48 chilometri circa). E quando a Nazareth sanno che quei due giocano a basket gli chiedono "Perché?". La vita per un ragazzo che vuole giocare a pallacanestro da quelle parti è difficile: il basket dicono abbia contribuito a rendere più americana Israele (che è un paese che vive di basket) ma non è proprio così nelle zone arabe del paese....

(All Around, 16 agosto 2017)


Anp rilascia i giornalisti di Hamas

Dopo il rilascio, da parte di Hamas, del giornalista Fouad Jarada legato all'Anp

GAZA - L'Autorità Nazionale Palestinese ha rimesso in libertà sette giornalisti palestinesi vicini ad Hamas arrestati, la settimana scorsa, con l'accusa di avere criticato il governo. Lo rende noto il sindacato palestinese della stampa. I cronisti, cui è stata comminata una multa di 100 diari, circa 1.200 euro, erano stati arrestati il 7 agosto in virtù di una legge voluta a giugno dal presidente Abu Mazen, denominata "legge sui crimini cibernetici" e utilizzata dalle autorità per chiudere una trentina di siti web simpatizzanti di Hamas.
La liberazione avviene all'indomani del rilascio, da parte del gruppo di Hamas, del giornalista Fouad Jarada legato all'Anp. I giornalisti erano stati arrestati in Cisgiordania con l'accusa di aver rivelato "informazioni sensibili" a gruppi nemici. Tre di essi sono stati liberati poche ore fa, mentre gli altri saranno rilasciati più tardi. Uno di essi lavora per l'emittente "Al Aqsa", affiliata ad Hamas che controlla la Striscia di Gaza.
Lo scorso mese di luglio il presidente dell'Anp, Mahmoud Abbas, ha bloccato i principali siti di dibattito e di notizie in Cisgiordania attraverso un decreto che di fatto consente a Ramallah di mettere in prigione chiunque danneggia l'unità nazionale. Il Centro palestinese per lo sviluppo e la libertà dei media sostiene che nel mese di luglio sono stati chiusi 30 siti web, molti dei quali legati al nemico storico di Abbas, Muhammad Dahlan, ed al movimento palestinese che governa la Striscia di Gaza, Hamas.

(Giornalistitalia, 15 agosto 2017)


In ritardo di più di cinque secoli

Il peggiore e più drammatico episodio di antisemitismo siciliano trova la giusta sentenza. Mettere In scena la propria storia per conoscerla, comprenderla e riappropriarsene, prima di emettere la giusta sentenza. Questo il percorso compiuto dagli studenti di un liceo che ha voluto processare i mandanti e gli esecutori dell'eccidio, a 543 anni di distanza.

 
Risale al 15 agosto 1474 il più grave episodio di antisemitismo della storia siciliana, una terra in cui invece sono presenti un interesse manifesto e la diffusa percezione che la storia ebraica sia parte integrante e importante della storia locale. A Modica il quartiere noto come Cartidduni, Cartellone, era abitato quasi esclusivamente dalla locale comunità ebraica, e il suo nome derivava probabilmente dal cartello, ben visibile, che avvisava che da lì iniziava il quartiere ebraico da quando a partire dal XV secolo, all'epoca della repressione inquisitoriale, si cominciava a isolare gli ebrei dando inizio proprio a quell'intolleranza che sarebbe sfociata nel massacro. Si trattava di una comunità ricca e intraprendente, oltre che numerosa, che operava nell'industria molitoria e faceva affari con cereali, vigneti, uliveti, lavorazione del latte e coltivazione della canna da zucchero e del baco da seta, con esportazioni sia verso Malta che in Tunisia. C'erano laboratori per la concia delle pelli, e commerci fiorenti di lino, canapa, lana, e sapone, al punto che il peso socio-economico della comunità l'aveva portata a prestare denaro in più di una occasione ai Cabrerà, la famiglia nobile locale che in cambio protesse più volte gli ebrei. Col tempo però le comunità ebraiche furono avversate e vessate da tutte le corone siciliane, col risultato di spingerle a emigrare fino a quando si arrivò ad una legge, del 1 giugno del 1400, che vietava "la fuga dei capitali all'estero".
  A Modica i patrizi locali, desiderosi di accaparrarsi il potere economico e politico degli ebrei, avevano cominciato da tempo a sobillare le masse, fino a farle esplodere il 15 agosto del 1474, quando vennero massacrati gli ebrei, che erano stati convocati per una predica. Va ricordato, per spiegarne la presenza in chiesa che la stessa era stata autorizzata dal vicerè, già nel marzo 1467, a obbligare gli ebrei ad assistere alle prediche, partendo dalla constatazione che "senza la religione cristiana, la società umana perdeva ogni suo fondamento. Quel giorno la predica fu tale da spingere gli uomini, che già erano stati avvertiti - si narra che avessero portato scorte di pietre per la lapidazione - a iniziare il massacro, compiuto prima all'interno della chiesa per proseguire sul piazzale e infine in tutto il quartiere ebraico, al grido di "Viva Maria e Morte ai Giudei". La comunità, composta all'epoca di 373 persone, venne completamente sterminata.
  La storia, ben documentata dall'archivistica sia statale che locale, e approfondita negli studi sia di Nicolò Bucaria che di Giancarlo Lacerenza, è stata recentemente riportata alla ribalta grazie all'iniziativa che ha visto protagonisti, in occasione del Giorno della Memoria, gli studenti del locale Liceo Galilei - Campailla e i magistrati togati del Tribunale di Ragusa Promosso dalle locali istituzioni, il "Processo alla Storia" ha voluto ricostruire l'eccidio del 1474 e ha sottoposto a processo Frate Giovanni da Pistoia, il Vicerè Lopes Ximenes de Urrea, Padre Pietro Arimondi e Padre Giuseppe Antinori con una corte d'Assise composta di studenti del Liceo e magistrati. L'avvocato Salvatore Poidomani, che con il collega Giovanni Favaccio ha curato la messa in scena, ha affermato:
    "Nostra cura era quella di porre al centro dell'attenzione, nel Giorno della Memoria, un tragico fatto che appartiene alla storia e alla identità della nostra città, per rimuoverlo dall'oblio e fame memoria collettiva. Il 'Processo alla Storia' mette sul banco degli imputati i mandanti di quell'eccidio, che hanno subito a distanza di 543 anni un secondo giudizio e finalmente una sentenza".
(Pagine Ebraiche, agosto 2017)


Dal mensile evangelico "Il Cristiano" (1888-2017)

Continuiamo la pubblicazione di notizie e commenti tratti dal mensile evangelico "Il Cristiano".

MARZO 1954
Paradossi nello Stato di Israele

Il Dr. Cook, stimato editore del settimanale londinese The Christian (il Cristiano), fa notare alcuni fatti interessanti riguardanti il presente stato di Israele in una sua recensione del libro «Lo Stato d'Israele», pubblicato in Inghilterra. Il Dr. Cook scrive: «Il nuovo Stato d'Israele presenta molti paradossi, alcuni dei quali per coloro che considerano gli avvenimenti odierni del popolo ebreo dal punto di vista biblico, sono altrettante dimostrazioni dell'adempimento del piano provvidenziale di Dio, in accordo con le profezie della Scrittura. Tutto il movimento sionista che tende a stabilire lo Stato d'Israele é, in un certo senso, una delle supreme ironie della storia. E in quale altro modo, per esempio, possiamo definire il fatto che i fondatori di Israele, dal punto di vista umano, furono gli Czar nel secolo scorso ed Hitler nel secolo nostro? Il Sionismo, prima come sogno e poi come movimento politico, non sarebbe mai sorto se non ci fossero state le persecuzioni contro gli ebrei. Le persecuzioni zariste ne fecero nascere l'idea e nella prima decade di questo secolo fornirono al futuro stato la mente creativa ed immaginosa degli ebrei russi. Inoltre lo Stato d'Israele non sarebbe nato, o per lo meno non lo sarebbe ancora, senza le orrende persecuzioni da parte di Hitler, che si macchiò dell'eccidio di sei milioni di Giudei. D'altra parte il nuovo stato non sarebbe sopravvissuto alla sua fondazione se le persecuzioni non avessero fatto emigrare tanti ebrei tedeschi, i quali organizzarono un esercito ben addestrato ed efficiente. Un altro paradosso é che gli Ebrei emigrati hanno dimostrato di essere banchieri poco abili, ma ottimi militari. Infine anche gli Arabi hanno avuto, a loro. insaputa, la loro parte nell'adempimento del piano divino poiché la loro ostilità é stata l'elemento che ha fatto sì che i Giudei emigrati si unissero saldamente insieme. Non dimentichiamo poi che le riparazioni che la Germania deve fornire, circa 70 milioni di sterline dello Stato di Israele all'anno, coprono il 70 per cento del debito dello Stato stesso».
   Non sarebbe possibile trovare dimostrazione migliore di come Dio opera affinché l'ira dell'uomo ridondi alla Sua lode. Dietro a tutte queste macchinazioni umane contro il popolo eletto sta il piano eterno di Dio sostenuto dalle Sue promesse che attendono ancora l'adempimento.
   E' certo che le promesse saranno mantenute e che i piani saranno mandati ad effetto. Le parole che il cappellano alla corte dello Zar pronunciò 100 anni fa sono ancora attuali: « La prova dell'ispirazione della Bibbia si trova in una sola parola: Israele».

(Notizie su Israele, 16 agosto 2017)


Notizie archiviate



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